Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: sociologia (page 2 of 62)

Il denaro è “lavoro morto”, è feticcio, è “anticristo”, e molti sono travolti dalla “libido pecuniae”. Non spaventarti mio gentil lettore, non sono diventato comunista maoista, ma sto solo cercando di trovare il bandolo filosofico-teologico di questo bene strumentale

Il titolo può essere l’inizio di un trattato di Morale medievale, ma è anche una frase parafrasata di Carlo Marx, che è stato – anche se solo implicitamente (o chissà…) – un gran teologo. Anche se pochi lo sanno, e ancor meno lo ammettono, per ragioni ideologiche. Molti militanti confondono la militanza politica con la cultura, in ogni area.

dal baratto al denaro

Lo studio che l’uomo di Treviri sviluppò sulla storia dell’Economia politica non può prescindere da tutto quanto il “filosofo e il moralista Marx” trasse dalle Scritture, sia nella versione luterana sia in quella cattolica, e dalla storia intera del Cristianesimo.

Il denaro è stato storicamente il modo con il quale nei negozi commerciali è stato sostituito il baratto, fin dalle antichità greco-latine e semitiche, per restare nell’ambito mediterraneo. Si trattava di uno scambio pacifico tra singole persone o tribù diverse, che presupponeva di aver stabilito rapporti di fiducia. E ancora oggi è così, se pensiamo al rapporto che i singoli hanno con le banche. Una regola allora aurea, oggi non ancora necessariamente tale, era quella della contiguità temporale dell’affare: marmi per granaglia, ad esempio, ma da scambiare nello stesso giorno, se possibile, o entro poco tempo.

Prima di arrivare al denaro contante, evidentemente in monete, vi fu una fase intermedia nella quale la merce del baratto era un oggetto metallico, solitamente d’oro, d’argento o di rame, cui veniva riconosciuto un valore di scambio, anche se solamente con l’oro era possibile comprare qualsiasi bene.

Il denaro successivamente fu utilizzato come valore-ponte nello scambio tra beni e servizi, scambio che poteva anche essere considerato a valere tra periodi diversi dell’anno: ad esempio anfore contro il vino che sarebbe stato prodotto, nella sua stagione, qualche mese più tardi.

Già però si teneva in considerazione la diversità temporale dello scambio di merce contro denaro, perché se lo scambio non era in contemporanea, sarebbe potuto variare il prezzo, per compensare la differenza di tempo nel quale tale bene sarebbe stato disponibile per il negoziatore, che accettava una diversa scansione temporale per la conclusione del negozio.

I primi casi di utilizzo del denaro furono oggetti che risultavano utili per il loro valore intrinseco. Ciò era noto come merce di scambio ed includeva qualsiasi prodotto di larga diffusione con un proprio valore; esempi sono stati il bestiame, le conchiglie rare o i denti di balena.

Oltre alla monete, in vari tempi, furono considerati merce di scambio anche il tabacco, e soprattutto il sale.

Un altro principio regolatore è stato l’abbondanza o la carenza di un determinato bene, il suo valore essendo inversamente proporzionale alla sua carenza o abbondanza. Una miniera d’oro in via di esaurimento faceva lievitare il prezzo di quel metallo man mano che la fine delle estrazioni si avvicinava.

Un altro vantaggio del denaro, come strumento di scambio è stato la sua volumetria sempre molto più bassa e conservabile rispetto a qualsiasi altro bene. Si pensi ora alla situazione in cui stiamo vivendo, nella quale il denaro è “fisicamente” (come oggetto) addirittura quasi scomparso, sostituito da scambi telematici sui conti correnti, dall’uso della moneta elettronica mediante i bancomat e le carte di credito e di debito. E ora, addirittura, dalla moneta virtuale come il bitcoin.

Bisogna tenere conto che il valore di tutti questi “oggetti” di scambio non hanno “tenuto” sempre il medesimo valore, che invece è cambiato nel tempo e presso le varie popolazioni, comprese le monete d’oro e d’argento. Infatti, gioca su questo la legge aurea della domanda e dell’offerta: se un governo stampa più banconote, il loro valore intrinseco diminuisce e si crea inflazione, cioè aumento del denaro circolante e anche dei prezzi, magari a parità di redditi da salari e attività professionali.

La Germania “sconfitta” (uso le virgolette, perché militarmente la Germania non fu sconfitta nella Prima Guerra mondiale), con la Repubblica di Weimar visse in modo tragico proprio il fenomeno sopra descritto, soprattutto dopo le sanzioni inflitte dalla iniquerrima “Pace di Versailles”, prodromo oggettivo del fenomeno nazista.

Traggo dal web la seguente nota specifica concernente un materiale naturale utilizzato come oggetto avente valore di scambio: “Il diaspro nero, comunemente chiamato “pietra di paragone”, è una delle principali forme cristalline della silice. L’uso del diaspro nero è ciò che ha aperto la strada al metallo come merce di scambio e moneta. Su una pietra di paragone può essere verificata la purezza di qualsiasi metallo tenero confrontando il colore delle tracce che si formano strofinandovelo sopra, permettendo di risalire rapidamente al contenuto in metallo prezioso. L’oro è un metallo tenero, che è anche difficile da trovare, denso e conservabile. Per questi motivi, l’oro come denaro si diffuse rapidamente dall’Asia Minore, dove venne inizialmente utilizzato, al mondoo intero.

L’utilizzo di questo sistema richiede di effettuare diversi passi e qualche conto. La pietra di paragone permette di stimare la quantità di oro in una lega, che deve essere poi moltiplicato per il peso del pezzo di metallo per trovare la quantità di metallo prezioso contenuto.

Per semplificare questo processo venne introdotto il concetto di monetazione standard. Il titolo delle leghe era prefissato, come il peso delle monete coniate, in modo tale che conoscendo l’origine della moneta non era richiesta l’utilizzo di pietre di paragone. Le monete erano tipicamente coniate dai governi con procedimenti rigorosamente protetti e poi marcati con simboli che garantivano il peso ed il valore del metallo.

Sebbene l’argento e l’oro fossero i metalli comunemente usati per coniare monete, non mancò l’utilizzo anche di altri metalli. All’inizio del XVII secolo, la Svezia si trovò in carenza di metalli preziosi e così produsse “piastre” che erano grosse lastre di rame di circa 50 cm di lato, che riportavano l’indicazione del loro valore. La scarsa maneggevolezza di queste piastre contribuì indubbiamente a far sì che la Svezia fosse il primo paese europeo a emettere banconote nel 1661.”

Ora il denaro ha un valore intrinseco molto più basso del suo valore di scambio, nel senso che possa essere fatto corrispondere a merci che hanno un valore molto più alto dell’oro e dell’argento, oppure dei metalli di cui è fatta una moneta, o, ancora, allo stesso modo della carta e inchiostro e insieme anche delle ore di lavoro delle persone e dei macchinari con cui è fatta la banconota che si adotta. Il primo sistema fu di garanzia da parte di un ente ritenuto stabile e terzo: Le valute di carta e le monete hanno ottenuto la manleva di governi e banche, fino all’accordo di Bretton Woods, che superò la convertibilità del denaro disponibile in oro. E qui mi fermo, anche perché sono andato ben oltre le mie conoscenze scientifiche.

Torno alle espressioni del titolo e alla loro valenza morale e socio-politica.

Con le espressioni riportate nel titolo, Marx voleva certamente rinforzare l’idea che ben riporta l’antico detto latino pecunia non olet (letteralmente “il denaro non puzza”, metaforicamente, il denaro non è né buono né cattivo, moralmente), perché è il suo utilizzo, secondo giustizia ed equità, oppure secondo il loro contrario ingiustizia ed iniquità, che ne segna il valore morale.

E su questo, anche se non siamo (io non lo sono) marxisti e men che meno comunisti, possiamo razionalmente concordare.

Pertanto, se il denaro, in sé e per sé è certamente feticcio e lavoro morto, se utilizzato secondo un fine di tutela dell’uomo e della natura, assume un valore morale altissimo, vitale, giusto.

Se non ci faremo travolgere dalla libido pecuniae, la nostra vita, anche se controllassimo una grande massa di risorse finanziarie, sarà virtuosa.

Fidel, Diego Armando, Francesco, Marco e Alì, ebbene sì, si tratta di Castro, Maradona, il Papa attuale, Pantani e Cassius Clay

Un politico, un religioso e tre sportivi, che mi stanno a cuore, per una qualche comun ragione. Proverò a spiegarmi, partendo da Maradona.

il 30 ottobre è il compleanno del mas grande jocador de futbol del mundo e de todos los tiempos. Non c’è Di Stefano, Pelè, Messi o Cristiano Ronaldo che tengano, anche se questi quattro hanno ciascuno segnato più reti di Maradona. In particolare, CR7 e Messi possono anche essere considerati calcisticamente più importanti del ragazzino di Villa Fiorito, una delle “villas miseria” de Santa Maria de Los Buenos Aires, ma la noia che mi comunicano li rendono talmente banali da non lasciarmi un et di emozione. Intendo, come persone, e non perché guadagnino da trenta milioni di euro all’anno in su. Di ciò non mi cale alcunché, e non perché non sono geloso, ma perché lo ritengo irrilevante ai fini di un giudizio sulla persona.

Fidel è stato un rivoluzionario. Un militare e un politico. Era colto di studi di legge e sperava di poter realizzare la giustizia terrena con un socialismo comunista. Diverso da quello sovietico, anche se ha usufruito dell’aiuto dell’URSS. Le contraddizioni della non-antropologia marxista non gli hanno permesso la riforma delle riforme, quella sull’egoismo dell’uomo. Glielo ha spiegato il papa polacco, che lui accolse con grande rispetto, perché in Sudamerica la fede cattolica sopravvive a ogni professione ateistica, come è sopravvissuta a Stalin l’ortodossia in Russia.

Gesù di Nazaret, il Cristo, è più forte e più grande di Marx e dei suoi emuli, anche se Marx, obtorto collo (si leggano le citazioni teologiche, numerose a migliaia, presenti nell’opera del Grande di Treviri), in fondo, si può dire fosse un millenarista apocalittico (un uomo che crede in cose e cambiamenti grandi) giudaico-cristiano.

A Cesenatico tutto parla di Marco Pantani, come le strade del Tour de France, il Tourmalet, il Galibier, l’Izoard, così come di Fausto da Castellania.

Pantani è morto solo e senza speranza nel 2004. Non lo si può dimenticare, perché il suo è stato un martirio di testimonianza contro la malvagità umana. Marco Pantani è stato unico su quello strumento di tortura (per mia esperienza da amatore) che è la bici da strada.

Chi non ha mai usato questo mezzo non immagina quanto si possa soffrire in bici, di dolori fortissimi alle gambe, di deliquio psicofisico. Ricordo ancora una volta, una ventina d’anni fa, mi fermai sull’ultima salita per Barcis, località lacustre delle Prealpi Friulane, con le gambe molli e il cuore agitato. Mi sedetti su un mucchio di ghiaia. Avevo esagerato, perché la distanza complessiva (andata e ritorno da Codroipo) di 140 km mi aveva condotto ai limiti.

Ricordo ben altro di Pantani, quando sotto la pioggia e nel freddo lasciò a nove minuti il grande Ullrich, uno dei più forti ciclisti del tempo, fuggendo sul Galibier, e scomparendo alla vista di tutti. Lo ricordo risalire il gruppo a velocità doppia nella tappa di Oropa in un Giro d’Italia, dopo un incidente meccanico, e ho ancora in mente lo sguardo sconsolato e ammirato di Laurent Jalabert che si vide raggiunto e superato da quell’uomo che spingeva un rapporto impossibile per lui.

Ma soprattutto ricordo le lacrime di Madonna di Campiglio quando tolsero a Marco un Giro d’Italia già vinto per un ematocrito superiore di poco a 50. E non si poteva. Ma ora pare accertato che la provetta su cui si fece l’esame non conteneva il suo sangue. Fu ingannato e lì iniziò la sua fine. Corse ancora e vinse ancora, al Tour de France superando anche il grande imbroglione Lance Armstrong.

Il mio amico Gigi, che da giovane batteva Saronni in pista al velodromo Vigorelli di Milano, mi spiega che nelle gare ciclistiche, posto che dai tempi di Coppi, tutti prendono “qualcosa”, cioè rinforzi chimici, governati da medici e direttori sportivi, vince sempre il più forte. Ogni tanto, però, c’è una resipiscenza generale, e allora si tolgono tutti e sette i Tour de France vinti da Armstrong.

Pantani è in questo elenco perché ha portato lo sforzo della bici alla pura poesia della fatica, e quindi della vita: lui rispondeva a chi gli chiedeva perché scattasse – sempre – in salita: “Lo faccio per ridurre il tempo del… dolore“. Ciao Marco, non ti dimenticherò mai.

Mario Jorge Bergoglio, papa Francesco, è un argentino-italiano, come milioni di persone di quella grande Nazione, la più sorella della nostra. Lui era un vescovo che andava, e non per mostrarsi, alle villas miseria della Capital federal. Frequentava chi soffriva, senza privilegi vescovili o cardinalizi. Senza auto, saliva sui coloratissimi colectivos (i bus) con le porte aperte.

Da papa si è mosso sulle tracce francescane che ha voluto evidenziare con il nome scelto. “Chi sono io per giudicare?”, rispose a chi gli chiedeva un parere morale sulle unioni tra omosessuali. E’ rigido sull’aborto, ma questo fa parte di quella arte gesuitica che risulta indispensabile se si vuole governare una struttura che significa, dal suo nome greco, “secondo il tutto”, katà òlon, la Cattolicità mondiale, un miliardo e passa di uomini e donne. La più grande struttura religiosa monocratica della Terra, nella quale stanno marxisti e centristi, lefebvriani di rito latino e sacerdoti di rito greco, con moglie e figli. Di tutto, dell’umano. Il papa deve guardare al tutto, ascoltare tutti, decidere una linea morale comprensibile, se non da tutti, dai più.

Lo Spirito Santo, dopo la raffinatissima e umile teologia di papa Benedetto, nella rinunzia al ministero petrino mostrò la sua grandezza umana e religiosa, ha orientato la Chiesa universale su un uomo come Francesco. Che Dio lo aiuti con le nostre preghiere.

Mohammed Alì si chiamava da giovane Cassius Marcellus Clay. Era alto e forte. Bello. Molto. Vince le Olimpiadi di Roma nella categoria dei pesi mediomassimi: 190 centimetri per 88 kg. Poi, passato ai pesi massimi, per tre volte divenne campione del mondo, vincendo contro i più forti del tempo, Joe Frazier e George Foreman. A Kingshasa nel 1974, sotto il trucido Mobutu Sese Seko, abbattè all’ottavo round Foreman, mentre la folla urlava “Ali buma yè” (Alì, uccidilo). In questo incitamento c’era tutta la madre Africa, memore di secoli di schiavitù, che sceglieva di tifare per chi aveva affrontato il carcere per non andare a combattere in Vietnam “I Vietnamiti non mi hanno fatto niente“, spiegava, quando lo arrestarono per renitenza alla leva e perse il primo titolo mondiale dei massimi. E’ morto dopo aver contratto il Parkinson, ma nei suoi tremori si vedeva tutta l’infinita determinazione a testimoniare il valore di ogni vita umana, a partire dalla sua, di nero d’America.

Che il Signore Dio abbia in gloria chi di voi non è più qui con il corpo, e aiuti che ancora sta lavorando per il suo giardino.

Letta, quando era premier dava talvolta impressione di fiacchezza. Si poteva sperare avesse acquisito un po’ di assertività lavorando a Paris, invece solo arroganza… e masochismo

Che cosa gli sarebbe costato smetterla di proclamare ai quattro venti che il Disegno di legge Zan si sarebbe approvato così com’era, salvo una timida resipiscenza la sera prima del voto nel salotto “fazioso”, inutile e controproducente, perché il giorno dopo il Senato ha affossato il Disegno.

E lo ha affossato non per colpa della Destra, che è stata opportunista nel cogliere l’occasione, né per colpa di Renzi e dei suoi, ma perché nel voto segreto escono le vere intenzioni dei votanti, quindi anche di non pochi della Sinistra.

E non c’entra nulla neppure il Vaticano, che si è limitato, con il cardinal Bassetti, semplicemente ad esprimere la propria dottrina sulla famiglia.

Il fatto è che non si può far approvare una Legge che, oltre a definire giustamente come reato l’omotransfobia, in altre parti è ambigua e pericolosa.

Faccio un solo esempio: se io, che sono di sinistra, scrivo (e lo ho scritto più volte) che scrivere sui documenti pubblici “genitore 1 e genitore 2” è una stupidaggine insensata, contro la logica (devo spiegarlo ancora una volta?) e contro natura, potrei essere denunziato per violazione di una legge che abbia il testo che Letta e C. volevano far approvare. E anche condannato per delitto di opinione. Ma come?

Perché se scrivo che per fare un bimbo, basta un’ora d’amore tra due umani diversi per sesso, come cantavano i Nomadi mezzo secolo fa (e per fare un uomo ci voglion vent’anni, sempre i Nomadi), qualcuno mi può accusare di avere violato la legge che prescrive l’esistenza del gender. Ma dai!

E voi che manifestate in piazza al canto di We shall overcome e di Bella ciao, cosa mi rispondete?

Inoltre, Letta stai attento al monito di Bersani, ché se vai avanti così ti ritrovi Berlusconi presidente della Repubblica.

PUZZER S., CONTE G. (non Antonio, che comunque è tra i peggiori), GASPERINI G., sono (non tra, ma, a parer mio) i PESSIMI tra gli Italiani di oggi, emblematici, eponimi della mediocrità odierna, e della foto scellerata concernente l’illacrimata tomba (la ministra Dadone, sic, non si accorge che la foto del ricordo centenario del Milite ignoto non rappresenta un’immagine dei soldati italiani nella Prima guerra mondiale, né la geografia del Fronte, ma soldati Americani in Corea negli anni ’50 e un’area, forse del Sudamerica, non l’Isonzo o il Carso)

Sto parlando, per chiarire subito, di Stefano Puzzer, il capopopolo di Trieste, famoso per qualche dì, e tra qualche settimana di nuovo nemmen illustre sconosciuto; di Giuseppe Conte, il cosìautodefinitosi “avvocato del popolo” (ma va’); di Gianpiero Gasperini, allenatore dell’Atalanta, squadra di calcio bergamasca (squadra di calcio bergamasca, per chi non segue il calcio) che NON E’ UNA DEA, giornalisti del cazzolo! Ma una ninfasemidea, nella mitologia greca. Attenzione, studiate, benedetti, studiate, per non scrivere stupidaggini.

Puzzer, Conte, Gasperini, tutti nella prima categoria

Mi spiego. Puzzer (penso con la è accentata) è un “ignorante tecnico”, che sta scivolando verso l’ignoranza colpevole, perché più parla e più sbaglia. Richiamo il concetto di ignoranza che già ho analizzato più volte qualche tempo fa. Si tratta di un concetto duplice: vi è, a) un’ignoranza tecnica, che non è colpevole moralmente, se il soggetto non è tenuto a conoscere certe discipline o argomenti, e si dà b) un’ignoranza morale se il soggetto ha una conoscenza del valore morale del dire e del fare, e non opera una scelta responsabile.Nel caso del citato capopopolo, quando parla di “libertà” sarebbe tenuto a conoscere la complessità e tutte le implicazioni di un concetto filosofico tanto importante, mentre invece mostra di non saperne nulla, e di limitarsi a orecchiare quello che sente… e dietro a lui si muovono persone che gli somigliano, nell’insipienza, talora arrogante.

Conte G. è semplicemente un mediocre, portato su dalle circostanze, da un partito naif, nato per e nella miseria della politica italiana. Tanto, come si dice usualmente, “se la tira”, anche con lo studiato semiciuffo bruno, quanto esprime concetti facilmente dimenticabili, in questo imitato dai suoi, che suscitano spesso una gran pena specialmente quando declamano di improbabili riforme epocali. Se interpellati sul “reddito di cittadinanza” e sulla millantata sconfitta della povertà, si arrampicano su scivolose vetrate di insipienza; se chiamati ad esprimere un progetto politico annaspano come un animale che non sa nuotare (invero pochi). Il già citato leader, per contro, si affanna con voce un po’ adenoidica a promettere grandiose annualità politiche con la certissima asfittica truppa che si troverà a gestire tra qualche mese, forse una ventina (di mesi, intendo).

Gli gioverebbe un po’ di umiltà facciale e di parola.

Gasperini G., l’attuale allenatore dell’Atalanta è stato un calciatore di non strepitose annate, e ora è un allenatore piuttosto antipatico. Lo mostro, a partire dall’ultima uscita, quella di domenica scorsa 25 ottobre 2021, quando, dopo essere stato espulso con il cartellino rosso, ancora non si fermava nei commenti. Per lui, l’arbitro, un trentaseienne, sottufficiale alpino con esperienze in zone di guerra asiatiche (Gasperini tuttalpiù conosce la guerra tra un terzino e un attaccante esterno), è un “ragazzino” che non può permettersi di sanzionare un glorioso sessantenne. E solitamente, come si dice in Longobardia, fa il “piangina”, lamentando furtarelli e furbate da parte di avversari, società calcistiche e arbitri, tutto a danno suo, che di per sé non sbaglierebbe mai. Mi par che basti.

Circa questo sentirsi vilipeso e umiliato (dostoevskianamente) dai ragazzini, ricordo qualcosa di mio: a trent’anni ero stato eletto da quarantenni e cinquantenni segretario generale di un sindacato e nessuno mi considerava un ragazzino. Ora, che ho l’età di Gasperini, più o meno, presiedo diversi Organismi di vigilanza aziendali e un’Associazione di filosofi nazionale, tra le più prestigiose, e accolgo con piacere nei miei ambiti cultural-professionali venticinque-trentenni, affidando loro – con rispetto – incarichi sempre più importanti. Li tratto come sono stato trattato io alla loro età. Per Gasp (contrazione onomatopeica altamente rappresentativa del tipo umano che è: verifica, se vuoi, gentil lettore, tale mezza parola negli albi Disneyan-Topolin-Paperineschi), evidentemente, bisogna invecchiare per gestire.

Falso, perché non esiste un’età perfetta per il comando, ma le qualità singolari e irripetibili nella loro unicità, di ogni persona.

Potrei indicare altri esempi di non eccelsa umanità, ma qui mi fermo e riposo un po’…

…anzi, ho cambiato idea, di fronte alla scelleratezza indicibile della foto riportata sul memo governativo del centenario del Milite Ignoto, come scrivo nel titolo. Nel 1921, la Patria Italia del tempo decise di ricordare, in un solo Soldato morto in guerra tutti i morti sconosciuti e dispersi, sui corpi dei quali non è stata posta alcuna lapide, ragazzi senza nome, scomparsi, e allora la madre Maria Maddalena Bergamas, che aveva perso il figlio sulle cime della Carnia, fu chiamata a scegliere, a nome di tutte le mamme, vedove, sorelle dei soldati morti in battaglia, un soldato, il suo corpo, per ricordarli tutti.

E, nella Basilica di Aquileia, vestita di nero si fermò davanti a una bara, che fu posta su un affusto di cannone e partì per Roma su un treno speciale che ci mise tre giorni per arrivare alla meta, salutato da chi lo vedeva lentamente passare di paese in paese, di città in città, oltre fiumi e colline, ed essere tumulato nell’Altare della Patria, dove ogni anno è onorato come sconosciuto sacrificio per tutti noi, ultimo atto del Risorgimento.

E la Dadone ha permesso lo scempio citato, tramite tal Vicchiarello, 5stellino da 180mila euro annui. Eccoli, eccoli, quelli del nuovo. Tristitia maxima in animo meo suscitant!

Basta, veramente, un pensiero e una preghiera per quel soldato e per quella mamma Maria, Madre di tutte le madri.

Vergogna e pentimento

La spudoratezza e la proterva arroganza di comportamenti assai diffusi sembrano avere relegato in un canto buio e desolato sentimenti come la vergogna e il pentimento. Si assiste quotidianamente allo sbandieramento della libertà di dire e fare qualunque cosa, anche se patentemente menzognera e falsa: vi é il politico locale che, quasi vindice di diritti popolari conculcati, assurge a redentore della politica dalle incursioni degli “imperiali” romani, forse pensando che nessuno ricordi suoi comportamenti analoghi, anzi identici, perpetrati dallo stesso verso i vassalli.

Un altro politico, più altolocato, bercia i suoi sentimenti libertari dopo avere operato quanto sopra detto nei confronti del primo. C’è chi sbandiera, senza vergognarsi, la propria intransigenza morale, ma, già venduto al miglior offerente e, negatore dell’evidenza, persiste a dire che nulla e nessuno lo piegherà al volere altrui. Altri ancora, personaggi pubblici, non esitano ad esibire come una bandiera di gloria le trasgressioni a tutto, fregandosene di tutti, in nome della affermazione di un sé debordante e vanaglorioso: in questo novero troviamo politici, giudici, attori e attrici, giornalisti, scrittori e “sé-putanti” poeti, sportivi, stilisti, “maestri di pensiero”, lacchè, sindacalisti, padroni, medici, portaborse, mercanti e perfino preti. E tanti altri. C’è chi senza valutare bene ribalta la vita propria e quella altrui, urlando il proprio buon diritto a farlo, senza curarsi molto degli sconvolgimenti provocati.

C’è una specie di “superomismo” mal digerito in questi comportamenti, che nulla ha a che vedere con Nietzsche, una sottovalutazione del mondo e degli altri, gravissima, e una sopravvalutazione di sé, penosa, devastante. C’è come un senso prometeico di volontà di potenza in sedicesimi, avulso da una valutazione ragionevole della realtà. In questi casi, specie dove non c’è il calcolo freddo e anche omicida dell’uomo di potere, vi é quantomeno un allontanamento grave dalla nozione di realtà.

Questo principio, che si situa fra i primi assiomi indimostrabili del vero, comincia a sfuocarsi, perdendosi nelle nebbie vaganti del presso a poco, e rendendo così vano l’esercizio riflessivo, perché mancante di fondazioni plausibili. In sostanza, chi urla il proprio potere di fare ogni cosa, non si vergogna, né si pente. Pervicacemente sta nel castello di menzogne che si é costruito, orgoglioso, sogghignante, come inaccessibile. Ma lì comincia il suo calvario. Sorge lentamente una specie di vaga nozione di spaesamento, di straniamento, che progressivamente diviene più nitida e si trasforma in una forte impressione di fallimento.

Inizia un combattimento psicologico e spirituale i cui esiti sono fortemente incerti. Si scontrano due sé, armati di tutto punto: il primo che tenta di darsi di nuovo le ragioni delle scelte fatte, di giustificarle e fornire loro una specie di dignità ontologica, quasi fossero l’interpretazione vera del vissuto e di un futuro ragionevole; il secondo che pone dei dubbi, sempre più stringenti, sempre più dolorosi, sempre più fermi e decisi. La battaglia é lunga, incerta, silenziosa e ignota agli altri, che tutt’al più intravedono nella persona un oscuramento dei tratti, delle ombre che scompaiono presto, una incostanza d’umore, forse, in qualche caso, dei fiotti di sofferenza.

La mente, infine, é stanca per la fatica di dimostrare ciò che non sta in piedi: la dissociazione cognitiva e valutativa precede addirittura la frustrazione prima e il successivo senso di colpa. La ragione non vive in salute e la volontà é fiacca. E’ quello il momento nel quale occorre fare il massimo sforzo,  e spesso c’è bisogno di aiuto [e anche di preghiera]. Vergognarsi e pentirsi, a quel punto, é come un lavacro salutare. E chiedere perdono, chiedere in dono il per-dono non é umiliazione, ma dichiarazione di un’umanità dolente e vera. Chi può negare il perdono a chi si vergogna e si pente?

…della LIBERTA’, ne parlo ancora con il saggio sottostante, che mi augurerei leggessero politici, capi azienda, giornalisti e opinion leader-maker, compresi gli influencer, che spesso non hanno alba dei fondamenti

  • Determinismo e libertà degli atti umani. Il libero arbitrio

La questione della libertà, cui abbiamo fatto cenno all’inizio, è fondamentale nella discussione sulla morale, poiché ogni atto umano, se non è libero, non può avere rilevanza morale.[1] Si tratta di esaminare che cosa significhi “libertà”, sia da un punto di vista dell’atto stesso e della sua genesi psicologica, sia se essa possa essere attribuita totalmente all’autonomia del singolo decisore razionale.

Sotto il primo aspetto si può affermare che la volontà che guida gli atti è il luogo dove si esercità questa libertà, sotto la sorveglianza della ragione, che prudentemente ispira, corregge, cerca un’adeguazione, un equilibrio.[2] Questo nelle situazioni normali.

               Sotto il secondo aspetto si tratta di vedere se le azioni decise e guidate dall’intelletto e dalla volontà umani liberi, lo siano veramente, o siano condizionati da processi causali esterni. Se il libero arbitrio, dunque, sia veramente tale, o meno. La questione è complessa e, in assoluto, irresolvibile. Tra una prospettiva causalista e determinista e una prospettiva indeterminista, vi sono infinite possibilità, vale a dire, fra chi ritiene che l’umana volontà è necessitata, quindi non libera, da una catena di eventi esterni, cosmici, eterodiretti, i cui vettori causali sono e rimangono inaccessibili all’uomo, e chi ritiene che, in ogni momento, il singolo uomo possa decidere e fare qualsiasi cosa, in assoluta autonomia, vi è uno sterminato territorio da esplorare.

               Vi sono certamente condizionamenti oggettivi all’agire umano, di carattere fisico, temporale, spaziale, genetico e culturale, ma gli spazi di azione della libertà di decidere e di agire restano immensi. Kant sosteneva, paragonandolo alla creazione dal nulla dell’universo da parte di Dio, che l’atto umano libero fosse qualcosa comunque di inaudito e di originale.[3] Questo tipo di libertà nel mondo moderno e contemporaneo è però ritenuta indifferente alle scelte morali, è una specie di libertas minor, tipica del pensiero liberale classico.[4]

               Il problema resta arduo, poiché, se non si collega in modo organico il concetto di libertà con il concetto di bene e di verità, non se ne esce in maniera soddisfacente, restando appesi alle ipotesi del relativismo e dell’improvvisazione poietica,[5] e mutilando essenzialmente la dimensione razionale dell’agire umano. Per questo, anche parlando della libertà, non si può non fare riferimento alla libertas maior, quella che non è indifferente alle scelte morali, e che si esercita in funzione del fine che è la verità, e dunque il bene. Questo è il circolo virtuoso che propone, anche in questa prospettiva teoretica, l’eudemonismo teleologico.

               Si possono senz’altro anche ammettere seri condizionamenti alla libertà umana, come stanno progressivamente spiegando le più avanzate psico e neuro-scienze contemporanee.  Ciò nonostante, pur considerando tutti i condizionamenti filo e ontogenetici, ambientali ed educazionali, che riguardano l’uomo, resta un amplissimo “margine di manovra” per l’umano libero arbitrio. Lo stesso sviluppo dell’essere umano dimostra questa “potenza”,[6] questa capacità di progressiva autonomizzazione e liberazione dalla “necessità”,[7] [8] passando da una situazione nella quale prevale il “principio del piacere” ad una situazione nella quale prevale il “principio di realtà”. Si può dire quindi che non si dà oggettivamente un’autonomia assoluta della libertà umana, ma sempre un’autonomia condizionata da un qualcosa, che può anche essere molto rilevante, come si diceva sopra: dalle connessioni fisico-meccaniche cosmologiche, alle variazioni delle strutture bio-neurologiche, al peso della genetica individuale, alle sollecitazioni della cultura e dell’ambiente così come sono.

Siamo comunque, come essere umani, in una qualche cattività, captivi, cioè catturati, ma anche in buona misura capaci di divincolarci. Pensiamo non solo agli atti eccezionali di eroi e  santi, ma anche alla normalità di tanti eroismi quotidiani, che superano, con atti di volontà e di lucida intelligenza, le prove più ardue che si presentano, ovunque e in ogni tempo.

Se queste sono le premesse generali, cerchiamo ora di dare una specie di struttura all’atto volitivo libero.

San Tommaso, afferma in proposito “[…] totius libertatis radix est in ratione constituta“,[9] cioè la radice di tutta la libertà è costituita nell’intelletto razionale. Se ciò è plausibile possiamo stare abbastanza tranquilli, ma non del tutto: infatti, ciò sarebbe assolutamente vero solo nel caso avessimo nozione immediata e certissima di ciò che è il nostro bene. Ma non è sempre così. Dunque: il processo volitivo libero parte da un certo apprezzamento del bene, un’intentio, un pensiero-intendimento; segue una riflessione, un consilium, una riflessione, più o meno breve, una deliberatio, una decisione, e infine una electio, che è poi la scelta operativa.

Come si vede, l’atto volitivo libero può esser come scomposto in diverse operazioni, che lo comstituiscono e su cui segnano delle cesure, in ognuna delle quali è possibile una specie di intervento di una specie di metà-volontà e intelletto vigilante, la prudente[10] meta-valutazione del bene, come ritenuto tale.

Alla fine di questo processo risulta un poco più evidente, come fosse illuminata da un percorso i cui atti sono più nitidamente individuabili, la dimensione della responsabilità, nell’esercizio libero della volontà, con tutti i suoi corollari di moralità, diritto e sanzionabilità. In questo punto dell’atto emerge con chiarezza la soggettività ineliminabile, l’io che decide, nel senso etimologico del “tagliare” un qualcosa per qualcos’altro.

L’io-responsabile nel bene o nel male scelti, ma non di tutto il bene o di tutto il male [scelti], poiché restano quegli ambiti di condizionatezza di cui abbiamo già parlato. Si potrebbe, alla fine di questo ragionamento, quasi intravedere un certo primato della volontà sulle facoltà umane coinvolte, ma tale primato va condiviso con la prudenza ragionante, con la dimensione globale del plesso superiore dello spirito umano. Bisogna scongiurare il rischio del volontarismo, così come si è dispiegato storicamente e giuridicamente,[11] poiché esso, se non temperato da una solida dottrina sui “fini” dell’essere umano, rischia una deriva tendenzialmente autoritaria, meramente deontologica, o addirittura vessatoria e conculcatrice della dignità umana.

La libertà è dunque un processo, non un’esercizio aribitrario di singoli atti sconnessi, è un percorso nel quale l’uomo progressivamente si eleva in umanità e si autotrascende.

Scrive Renè Simon:

“[…] sarà quindi necessario distinguere tra libertà come [mero, n.d.r.] libero arbitrio e libertà come liberazione o libertà di perfezione, e della prima abbiamo parlato sufficientemente. Quanto alla seconda, essa è meno un dato che una conquista, minore all’inizio dell’esistenza che alla sua fine, poiché essa è il ‘dis-solvimento’ dei legami che la vita tende a riannodare, e la piena apertura o almeno l’apertura sempre più grande dello spirito ai valori e alla pienezza di azione”.[12]

L’esercizio della vera libertà, quindi, tende a “rompere”, a sconnettere l’abitudinarietà, la pigrizia, il sonno della riflessione e della contemplazione delle realtà più elevate. Esso è il libero arbitrio dell’uomo in ricerca, del soggetto pensante che non si accontenta [e forse dunque qualche volta non gode, come dice il banalissimo adagio], e, anche tormentandosi, e non rassegnandosi mai, cerca di riunificare il proprio essere con i valori, e questi con le azioni che compie, mai domo, mai stanco, se non psico-fisicamente, mai sazio di conoscenza di ciò che può rappresentare il bene vero, che è, in definitiva, lui stesso in tutta la propria umanità.

Parliamo anche, allora, di un cammino verso la libertà[13] del singolo uomo, che è una crescita originale e irripetibile, storicamente fondata, ma anche liberamente accolta e data, pista talora arcigna, ma necessaria, opzione fondamentale,[14] ma non disattenta agli atti “categoriali”,[15] linea guida intellettuale e morale di un vivere equilibrato e sano.

  • Libero nella verità

Fin da ragazzi diciamo spesso: “Faccio quello che voglio, perché sono libero”. Abbiamo già trattato il tema della libertà esaminandone le varie accezioni nella storia del pensiero, inteso come libero arbitrio [Agostino, Erasmo da Rotterdam, frate Martin Lutero, etc.], e dei costumi. Analizziamo ora proprio l’espressione sopra scritta. Cosa significa faccio quello che voglio, ed é poi vero che quello che voglio faccio? Si intuisce immediatamente che non é possibile in assoluto fare quello che si vuole, neppure Putin [anche se gli piacerebbe tanto] e Bezos e Gates, possono. La libertà di fare ciò che si vuole è dunque sottoposta a dei vincoli oggettivi, che sono costituiti da noi stessi, dai nostri limiti individuali, intellettuali, fisici, economici, logistici, e solo successivamente é regolamentata dalle nostre scelte morali.

Allora, intanto diciamo che non é possibile fare esattamente quello che si vuole. Ma, a questo punto si pone una domanda: che cosa si può o si deve volere? Già la domanda disvela un altro “limite” della libertà. Quando si dice “voglio”, in una psicologia sana  nasce il pensiero del “cosa”, e se ciò é possibile, o giusto. Dunque il “voglio” é come legato al “devo” e al “posso”. Proviamo a pensare ai doveri di un padre di famiglia. Forse che questi può liberamente [sic!] disporre delle proprie risorse, senza pensare ai suoi doveri verso le proprie creature? Se si tratta di una persona snaturata e degenere senz’altro, si. Ma se egli é semplicemente “normale”, no.

La libertà é strettamente quindi legata al dovere: “io voglio ciò che devo”, o meglio “devo volere ciò che devo”.  Possiamo fare un passo avanti: che cosa devo volere? Una morale naturale

mi suggerisce: “Quello che é giusto”. Che cosa é giusto, mi chiedo io? E’ giusto ciò che é conforme alla mia natura e al mio stato: cioé ciò che non stride con la mia vita come valore e come verità. Infatti la mia vita ha un valore e ha una sua precipua verità. Questo é il punto. Non c’è valore senza verità e la libertà vera si fonda sul dovere, sulla giustizia e sulla verità. Per un mafioso o un criminale incallito è buono e giusto ciò che ha imparato a fare fin dalla più tenera età, e quindi si pone il tema dell’educazione e dell’ambiente educativo, che co-costruisce ogni struttura di personalita, insieme con la genetica individuale, e conseguentemente il destino [ineludibile? vedemo] del soggetto umano.



[1] Si pone qui l’immenso tema filosofico, politico e culturale, nonché religioso e teologico della Libertà.

[2] E’ la proàiresis aristotelica, cioè “intelletto che desidera o desiderio che ragiona”, cf. Etica Nicomachea, VI, 2, 1139 b 4 – 5.

[3] Cf. KANT I., Critica della ragione pratica, parte I, cap. III.

[4] Cf. STUART MILL J., On liberty, Londra 1959.

[5] cioè, del fare.

[6] Intesa in senso sia metafisico sia fisico.

[7] Cf FORNARI F., Atti del XXVII congresso nazionale di filosofia sul tema “Libertà e determinatezza“, Roma 1980, pp. 33 – 63 e 65 – 81.

[8] Intesa soprattutto in senso fisico, ontogenetico.

[9] De veritate, q. 24, a. 2.

[10] Sarà introdotta più avanti una breve digressione sul plesso delle virtù morali, tra le quali la prudenza costituisce la connessione, la struttura portante.

[11] L’aspetto giuridico è qui inteso, sia nel senso civico-politico-giurisdizionale, sia nel senso teologico morale relativo al sacramento cristiano della penitenza.

[12] Op. cit.

[13] Pare che qui echeggino i canti di liberazione dei popoli oppressi di ogni tempo e luogo, come in “Hacia la libertad“, del popolo cileno dopo il golpe del 1973 di Pinochet.

[14] Concetto che si riferisce, oltre che all’accezione corrente, ad una concezione di teologia morale che fonda il giudizio morale degli atti umani su una sorta di opzione generale, apriorica, che ne caratterizzerebbe, in ultima analisi, l’intera pregnanza morale. Ne faremo cenno più avanti.

[15] In teologia morale sono classificati come “categoriali” i singoli atti umani.

Il “Valore” e la sua fondazione razionale

La nozione di valore nel pensiero classico, mentre in Platone si concentra sulla nozione di bene, bello, giusto, vero, che sono poi le idee trascendentali,[1] secondo Aristotele, il valore è anzitutto ciò che vale per se stesso, l’atto puro di essere, e solo successivamente si rifà anche all’economia, così come essenzialmente nella scienza economica classico-moderna di un Adam Smith o di un Ricardo, e perfino in Karl Marx. Il termine  greco è [trasl.] àxia, vale a dire “merci”. Il valore riguarda quindi innanzitutto delle merci, che possono essere vendute o scambiate.

Risale poi alle notazioni di Adam Smith la distinzione brillante fra “valore d’uso” e “valore di scambio”, là dove il filosofo ed economista inglese separa nettamente ciò che ha un valore suo proprio, anche incommensurabile, ma solo “d’uso”, come l’acqua che si beve o l’aria che si respira, e ciò che possiede, di per sé, anche e soprattutto un valore “di scambio”, come le merci e il lavoro umano, che sono quantificabili, pesabili in termini di corrispettivo monetario, e vendibili.[2] Lasciamo stare ulteriori approfondimenti concernenti gli sviluppi successivi apportati da Ricardo[3] e da Marx,[4] e fermiamoci qui.

Tommaso d’Aquino recupera dalla tradizione platonico – aristotelica, e anche agostiniana, soprattutto la nozione di valore come essere, come bene, come giusto. Il valore è dunque la perfezione dell’essere, è un suo atto, è suo perché di natura, in quanto stimata e conosciuta da un soggetto conoscente, che è l’uomo. Nella modernità e nel mondo contemporaneo la nozione di valore è stata variamente considerata.

Se Kant aveva considerato come valore primario la purezza della legge morale “a priori”,  autori successivi più vicini a noi, come il Lotze, il Brentano e il von Ehrenfels[5] sottolinearono gli aspetti più sentimentali o emozionali del valore. Più plausibili rispetto alla visuale che stiamo tentando di comporre in questo lavoro, possiamo ritenere le posizioni di Max Scheler e di Nikolaus Hartmann,[6] anche se forse indulsero in un certo fenomenologismo[7]: infatti, pur ammettendo che il concetto di valore possa essere ascrivibile a ciò che è bene, pur tuttavia questo bene è trasceso dal concetto di valore, che sarebbe una sorta di entità superiore, quasi platonicamente eidètica.[8] Si può capire lo sforzo di questi autori, se lo si contestualizza nella temperie tardo-positivista di fine ‘ 800.

Per quanto riguarda Heidegger,[9] la sua lezione nel campo delle scienze etiche non si può distaccare dalla sua ricerca teoretica e metafisica. Il maestro di Heidelberg rimprovera a Nietzsche di non aver saputo uscire dalla gabbia nichilista nella quale si è messo, ipotizzando per l’essere umano un “valore” inaudito e inconcepibile, quello di essere addirittura il sostituto del “dio [o meglio del Dio] che è morto”.

Interessante è la posizione di Jean Paul Sartre, che distingue con grande acume e creando un altrettanto grande sconcerto, fra l’esserein-sé di coscienza, cioè la negazione di ogni sua datità sostanziale, e l’essereper-sé, questo sì provvisto quasi di una facoltà creatrice, divina. Per Sartre l’uomo si crea la propria storia, l’uomo è la propria storia, sostanza, essenza. Siamo distanti da san Tommaso, ma in fondo non troppo, perché basterebbe intendersi su ciò che si intende per storia ed essenza o natura. Se per storia si intende il puro divenire eracliteo, le due posizioni sono inconciliabili, ma se per storia si intende la possibilità di attuazione di ciò che è in natura, e dunque anche nella natura umana, il suo principio di movimento e di sviluppo,[10] allora le due posizioni possono confrontarsi e non respingersi.

Possiamo infine citare, non per la sua profondità di pensiero, ma per la capacità comunicativa il sociologo Francesco Alberoni, che sostiene come i valori essenziali ed eterni dell’uomo, della sua vita, del suo destino non siano transeunti, ma richiedano di essere accolti  e ascoltati con sempre maggiore attenzione.[11]

A questo punto, forse, è conveniente ammettere che il valore è nuovamente e classicamente da fondarsi sull’essere. In che modo?

Anche seguendo l’indicazione heideggeriana, che tenta di ricomporre un dialogo interrotto con la nozione dell’essere e di dare ad essa tutto il suo fondamento assiologico, poiché non collegare e correlare il valore all’essere, specularmente significherebbe relazionarlo al nulla, e dunque sarebbe una proposizione, in questo caso, assurda.

Si tratta ora di dichiarare nettamente chi stia al vertice di una prima scala di valori puramente umana, non temendo di collocarvi l’uomo stesso,[12] e non dimenticando Dio, se si vuole definire la scala assoluta dei valori stessi. Ma in questo caso si pone la questione della credenza di fede. Il valore primo di questo mondo, l’uomo, riesce, anche perché è primo nell’ordine intellettuale, a comprendere la scala o gerarchia dei valori e dei beni, e riesce a goderne, anzi è qui per goderne, secondo ragione, in tutta la molteplicità nella quale si manifestano. E, a questo proposito, si possono anche in qualche modo classificare:[13] vi sono i valori elementari, o vitali, i valori estetico-razionali e i valori spirituali e metafisico-religiosi, tra i quali si può annoverare anche il valore morale.[14]

Un altro aspetto su cui convenire è quello dell’assolutezza, ma anche della storicità del valore. Assolutezza poiché il valore non può essere sottoposto alla distruttività del relativismo, senza perdere in razionalità; storicità, perché il valore stesso è una  manifestazione storica, profondamente concreta e umanamente plausibile. La questione sta nel rapporto che vi è tra i due termini: non si deve intendere, infatti, l’assolutezza come un distacco intellettualistico e superbo dalla realtà storica, ma, d’altro canto, non si deve ritenere la storicità come un debito da pagare alla relativizzazione del valore. Il precetto “non uccidere” è stato certamente interpretato in modo diverso nella diacronia degli eventi storici universali, ma resta un precetto assoluto, che deve essere rispettato da ogni retta coscienza.

E’ Platone che spiega con più chiarezza, forse, in che modo si debba intendere l’assolutezza e l’universalità dei valori, che poi coincidono con le attribuzioni trascendentali degli enti/essenti. Egli sostiene che bisogna passare dalle cose belle al bello-in-sé, dai beni diversi al bene-in-sé, dalle azioni giuste alla giustizia-in-sé, etc..[15] In questo modo ciò che è particolare e contingente diventa, alla luce della ragione, universale e necessario.[16]

E’ però qui utile svolgere anche una breve digressione sui pensatori che non hanno condiviso questa linea teorico-pratica, a partire da Kant.  Il filosofo di Königsberg, fedele alla sua gnoseologia della prima Critica,[17] sostiene l’inconoscibilità degli enti in sé e per sé, ma solo delle loro manifestazioni fenomeniche, puntuali, contingenti, e dunque anche l’infondatezza di una conoscenza morale basata su valori assoluti.[18] Per Kant l’unica conoscenza “certa ed evidente”[19] è quella delle scienze fisico-sperimentali, al di fuori delle quali, si stende un oceano infido di imbrogli, antinomie e sofismi.

Su questa strada si sono poi posti anche autori come Max Weber, con la sua teoria delle “visioni del mondo” differenti. La questione, ai nostri giorni, resta più che mai aperta, soprattutto in considerazione degli sviluppi della scienza, e quindi delle varie attribuzioni valoriali che vengono formulate nei confronti degli eventi scientifici e delle scelte legislative nei vari paesi.[20]

L’esperienza del valore, infine, pur essendo anche di carattere emozionale ed affettivo, è soprattutto il risultato di un approfondimento razionale, tale da riconoscere l’evidenza, l’oggettività, la  forza cogente, come di una rappresentazione di un precetto indefettibile e imprescrivibile: non uccidere, non rubare, aiuta il tuo simile, etc..


[1] In metafisica si dice nozione trascendentale ciò che è predicabile di ogni ente.

[2] Oggi in economia si parla di merci, prodotti e servizi vendibili.

[3] Ad es. sulla legge ferrea dei salari.

[4] Ad es. sulla nozione di plusvalore e sfruttamento del lavoro ( che sono altre questioni di rilevanza morale).

[5] Filosofi tedeschi, rispettivamente: 1817 – 1881, 1838 – 1917, 1859 – 1932.

[6] HARTMANN N., filosofo tedesco, 1885 – 1950.

[7] Cf. le posizioni in merito di E. Husserl e K. Jaspers.

[8] riferita al cosiddetto “mondo delle idee”.

[9] Cf. HEIDEGGER M., in Sentieri interrotti, 1957, La sentenza di Nietzsche “Dio è morto”.

[10] Cf. sul concetto di natura M.J. Nicolas, L’idea di natura in san Tommaso d’Aquino, Tolosa,1972, tr. it. p. R. Coggi, Studium Theologicum Philosophicum S. Thomae, cit., Bologna 2004.

[11] Cf. ALBERONI F., Le ragioni del bene e del male, Milano 1981.

[12] Cf. dizione tommasiana circa l’uomo: “[…] persona significat id quod est perfectissimum in tota natura, scilicet subsistens in rationali creatura”, cioè, persona significa ciò che è perfettissimo nella natura tutta, così come sussiste nella creatura intellettuale, Summa Theologiae, q. 29, a. 3c.

[13] In proposito, anche la letteratura psico-sociologica contemporanea ha formulato delle dizioni classificatorie: ad es. cf. A. Maslow con la sua “teoria dei bisogni”, in Motivazione e personalità, Ed. Armando, Roma 1998.

[14] Cf. MONDIN B., Il valore uomo, Roma 1983.

[15] Cf. particolarmente nel dialogo Simposio.

[16] Il termine “necessario” è da intendersi nell’accezione primaria, etimologicamente fondata, di “ciò-che-non-cessa” [nec-cessat], l’imperituro.

[17] La Critica della Ragione pura.

[18] Precisiamo qui l’accezione di “assoluto”, ab-solutum,  non scioglibile, non modificabile.

[19] Cf. con la dizione di scienza proposta dal p. G. Barzaghi O.P., in Dialettica della Rivelazione, “[…] La scienza è conoscenza certa ed evidente di un enunciato in forza del suo perché proprio, adeguato e prossimo”.

[20] Consideriamo qui le diverse posizioni che esistono sulle ricerche che coinvolgono la vita umana al suo nascere [l’embrione], e al suo declinare

[eutanasia]

.

Fascisti del 21o secolo (on.le Meloni!), non solo “cretini”, o “idioti” o “imbecilli”, anche se questi tre titoli si attagliano bene comunque a quei personaggi, e anche “ignoranti” e “facinorosi”. Il loro campione quel tipo nerboruto e un po’ grasso, tatuato e mezzo nudo davanti alla sede della Cgil in Corso d’Italia, e non evito di dire che questi “idealtipi” sono presenti anche in altri schieramenti estremisti…, uno dei campioni di questa crassa ignoranza (quasi incredibile) un po’ penosa, e dalla verbosità incagliata (non ha idea di che cosa sia la libertà e la responsabilità, ma dove è cresciuto?), è il capo dei camalli di Trieste Stefano Puzzer, che non sa neppure bene di stare a questo mondo, ma la situazione è comunque un po’ preoccupante a livello sociale e comunitario in questo momento della storia italiana, ingarbugliata e complessa

…e la Meloni fa pena quando dice che non ne conosce la matrice, mentre Lamorgese non si sa bene che capacità abbia. Pare scarsa, nel ruolo delicatissimo del Ministro degli Interni affari.

Tocca dirlo, perché i fatti non mentono. “Contra factum non valet argumentum“, cioè contro i fatti non servono chiacchiere, sosteneva Tommaso d’Aquino.

Ma qui il discorso non può fermarsi su un ministro che non riesce a fare quel “mestiere” grande e difficile. Sommessamente suggerirei al Presidente Draghi di invitarla gentilmente alle dimissioni. Salvini non c’entra neppure per un et nel formarsi di questa mia opinione. Come ti è noto, mio lettore gentile, non necessito di rinforzare le mie opinioni con quelle di Salvini. Mai. Quasi sempre è vero il contrario.

E vengo ai fatti. Un gruppo variegato non solo di facinorosi, ma di militanti violenti di estrema destra, nostalgici di fascismo e nazismo, aggregati alcuni sprovveduti e non della galassia no green pass e “io apro”, hanno attaccato alcune sedi della Cgil, tra cui quella nazionale di Corso d’Italia.

Ora il dibattito è anche sulla domanda se il Governo debba o meno spegnere Forza Nuova. Nella recente storia repubblicana si registra solo il caso di Ordine Nuovo, guidato dal dichiarato neo nazifascista Stefano Delle Chiaie.

Ci si deve chiedere se uno Stato, un Governo robusto dei crismi democratici, abbia bisogno di “abolire” un partitino violento, o meno.

Tra altro, tal deputato Pellini dei 5S afferma: “…noi sosteniamo che la violenza non debba stare al centro della politica“. Allibisco di colpo, e mi chiedo se per caso la violenza – di contro – possa stare alla… periferia della politica, siccome, secondo Pellini, non può stare al suo centro. Questi signori non si accorgono neanche di cosa stanno dicendo, e di quali effetti logici (e comici) provocano, in questo caso senza dubbio alcuno, involontariamente. Poverini.

Meloni invece, aggredendo una incertissima e ora chiaramente inadeguata ministra dell’Interno, letteralmente le urla intervenendo alla Camera: “Siamo di fronte a una strategia della tensione“, citando un archetipo notissimo della storia italiana dell’ultimo mezzo secolo, decisamente a sproposito. E poi insinua che la gestione dei tumulti sia stata studiata per mettere in cattiva luce la destra politica parlamentare.

Ora, io non saprei se si sia trattato di un diabolico disegno delle sinistre politiche coadiuvate dall’amministrazione della sicurezza pubblica, come ha sostenuto nel suo talk il giornalista Porro, oppure di grave dabbenaggine del Ministero degli Interni e della Polizia, ma ciò che è certo è che si è agito senza intelligenza e senza capacità di prevenzione del facinus della piazza.

I politici attuali hanno bisogno di studiare, perché sono tecnicamente e politicamente ignoranti.

Ciò che è successo e che cito nel titolo fa pensare però che la situazione sia in generale un po’ difficile e da prendere sul serio e per mano sotto tutti i profili, a partire da quello della formazione primaria.

Bisogna dare mezzi alle famiglie e all’insegnamento primario, perché negli ultimi decenni si è verificata una deriva che ha reso sempre più deficitaria la capacità pedagoggica delle due principali agenzie educative, la famiglia e la scuola.

Il risultato lo raccogliamo ora, con la presenza sulla scena pubblica, e la sua amplificazione mediatica, di uno scenario di impressionante ignoranza, in parte incolpevole e in larga parte colpevole.

Potrei dire che i due esempi sopra citati, quello del deputato Pellini e quello di Meloni rappresentano esemplificazioni chiarissime dei due tipi di ignoranza, almeno in qualche modo: a) se Pellini, deputato semisconosciuto e, prima di essere eletto dal fiume in piena grillesco-dimaian-dibattistiano ora contiano (ahimè), anch’esso frutto (quantomeno in parte) di ignoranza diffusa, del 4 marzo 2018, rinvia al tipo di ignoranza incolpevole, anche se Pellini potrebbe essere laureato; b) Meloni (anche se non ha una laurea, o uno straccio di laurea, finché non se ne meriterà una ad honorem, che si conferisce a chiunque, più o meno) invece rappresenta un’ignoranza colpevole, perché non si può dare un capo partito del poco meno 20% dei consensi elettorali, come da analisi socio statistiche delle attuali intenzioni di voto, che non sappia che cosa fu realmente, in tutta la sua pericolosità, la strategia della tensione dei decenni ’60/’70 del secolo scorso.

Non ci credo, non può essere. E allora si tratta di una provocazione, che fa forse il pari con quella che potrebbe essere un disegno delle sinistre, cui non credo, perché troppo raffinato per le intelligenze, pour dire, che guidano attualmente quella parte politica. Ahimè.

Il fatto è, come mi sottolinea l’amico Cesare che si trova da troppo tempo in ristretti orizzonti, che la complessità cui è giunta la società contemporanea non trova ancora item analitico-sociologici in grado di tentare, dico tentare, di descriverla. Non vi sono più le strutture democratiche classiche, o quelle sovietiche, o del periodo delle dittature novecentesche. Tutto è fluido, o forse, meglio dire (caro Bauman) intrecciato, intersecato, segmentato, cosicché non si riesce a proporre discorsi convincenti per le masse di cui parlavo sopra, perché non ci sono più.

Oggi ogni discorso viene colto in modo diverso da target differenti, per cui, oso dire, anche l’80% di vaccinati in Italia è qualcosa di molto importante, che forse significa e attesta ancora la presenza di una ragionevolezza diffusa.

Misteriosi passi nel buio

La ragazza camminava svelta nella notte. Aveva fatto tardi in una riunione di lavoro nel Centro direzionale della Città. Aveva fretta di tornare a casa a vedere dei bambini e perciò si affrettava con un passo che le era caratteristico.

Anche il suo modo di fare era noto a chi la conosceva, svelto, perfino sbrigativo.

L’uomo zoppicava un po’, perché era visibilmente anziano, molto. gli camminava davanti di una quindicina di metri, quando cominciò a udire il ticchettio di un passo veloce, non immediatamente identificabile.

L’inverno incipiente aveva fatto scappare a casa gli ultimi passanti infreddoliti, che avevano anche rinunziato a passare al bar per un ultimo cicchetto con gli amici. Era una di quelle serate, non freddissime per gradi Celsius, ma fredde perché un po’ ventose, un po’ solitarie, un po’ strane. I rintocchi delle otto di sera erano giunti dal campanile di San Marco che svettava sulla città con i suoi settantotto metri. La ragazza non li aveva neanche sentiti, perché i suoi pensieri erano rivolti ai due bimbi che la aspettavano a casa.

Di solito la scena di quel marciapiede cittadino, pure se collocato quasi in centro, era tipico di certi telefilm di paura o di certi thriller che preludono a un omicidio, magari di una donna.

L’uomo non sapeva che fare… non sapeva se rallentare per farsi superare, o accelerare per distaccare quei passi che lo inquietavano. Nel dubbio continuò con il suo passo incerto e in pochi secondi i passi che lo seguivano lo raggiunsero.

Il cuore dell’uomo era in gola, temeva, aveva paura, eccome! Ma in un lampo una figura svelta lo affiancò e o superò. Al che sospirò: “Auff, credevo che fosse un male intenzionatomeno male che è lei“. Allora la ragazza si fermò, si voltò e gli sorrise. Era una biondina snella, dal volto gentile. Aveva un fare diretto e la voce squillante.

Gli disse subito: “Mi scusi, non pensavo di spaventarla“. L’uomo rispose: “Noo, non si dia pensiero, sono io impressionabile, da tanti anni, deve sapere, con quello che ho passato da giovane…”

La ragazza si incuriosì e si fermò, guardandolo con simpatia, e gli chiese di che cosa avesse ancora paura. L’uomo le chiese se aveva un minuto e lei disse di sì. Allora l’uomo le raccontò con voce un po’ incerta che nel ’44 era stato catturato in una retata delle SS, identificato come ebreo, e portato in Polonia, a Majdanek, in campo di concentramento, dove sapeva che moltissimi suoi correligionari venivano uccisi. Lo aveva capito subito, lo sapeva da quando lo avevano messo a forza su un carro ferroviario blindato, con altre decine di disgraziati destinati alla morte.

Allora, settantasette anni prima, lui allora ne aveva diciannove, sentiva ogni momento il passo delle guardie del campo, e di notte lo spaventavano di più, lo terrorizzavano. Ogni momento pensava che sarebbe stato l’ultimo, l’ultimo giorno della sua vita. In giro vedeva fantasmi affamati e abbruttiti. Ogni giorno una persona, due, tre, dieci, un gruppo, spariva e non tornava più. Gli era rimasta solo una speranza: siccome aveva conservato ancora delle forze, continuava a tenere duro e a darsi da fare nei lavori che lo portavano a fare fuori del campo, con altri. Nel freddo dicembre polacco del ’44. Neve ovunque, comandi strillati con voci metalliche e qualche raffica. Qualcuno restava nella neve, con poco sangue visibile, perché il freddo fermava l’emorragia.

Si augurava di non perdere le forze al punto da farsi sparare sul posto, perché così facevano le guardie quando qualcuno cadeva a terra per debolezza o per un infortunio. Non poter continuare a lavorare significava morte. Si accontentava della sbobba che era il pasto, senza lamentarsi.

E così gli passavano i giorni. Terribili.

Ma una mattina di fine marzo, sentì urla, rombi di motori e cannonate, vide aerei con la stella rossa a bassa quota che volavano verso occidente. Era arrivata l’Armata Rossa e la libertà. Il ritorno in Italia fu lungo, mesi.

Si rifece una vita, cercando di dimenticare il terrore, la paura e il puzzo di morte dell’inverno polacco nel campo di Majdanek.

E smise di parlare. Saranno passati quattro o cinque minuti al più, e i due, il vecchio e la ragazza erano ammutoliti. Lei sorpresa e travolta dal un tumultuare di pensieri, che le lasciarono, paradossalmente, un senso di pace e di gioia. Lei poteva vivere, con i suoi cari, in una vita senza pericoli, in salute, in amicizia.

E anche l’uomo anziano, che quasi si scusò per quella che lui chiamò “perdita di tempo”. Ma la ragazza rispose: “No, sono io che mi scuso… ora vado, buona notte signore“.

Buona notte cara, rispose l’uomo“, e si separarono con un reciproco sorriso.

Le CANAGLIE (non le “Luci a San Siro” di Roberto Vecchioni) a SAN SIRO, e SONNY COLBRELLI: 1) da un lato la grande metafora, la Parigi-Roubaix e, dall’altro, 2) il vergognoso spettacolo di San Siro dove un’accozzaglia di imbecilli idioti ha mostrato il volto peggiore dell’Italia, fischiando l’Inno nazionale spagnolo

Da anni mi riprometto di andarci, a vedere questa gara, che non è solo tale. E’ altro, molto altro.

Vorrei partire un paio di giorni prima, per visitare almeno Bruges, o Brugge, e poi andare nei pressi della cittadina del vélodrome dell’arrivo.

Noleggerei una bici per portarmi lungo la Foresta di Arenberg, il luogo per eccellenza, della gara, avendo in tasca un baedeker della sua storia, e magari andarci con qualcuno. Gigi? Si potrebbe partire in aereo per Bruxelles e poi in auto a Bruges e a Roubaix.

I discorsi verterebbero sui vincitori, da Garin, l’italo-francese, a Rossi, a Serse e Fausto Coppi, a Tony Bevilacqua, a Rik Van Looy, l’Imperatore di Herentals.

E poi a Eddy Merckx, Roger De Vlaeminck, Johan Museeuw, a Andrea Tafi, Franco Ballerini, Francesco Moser, Fabian Cancellara, Tom Boonen, John Degenkolb, Peter Sagan, …, Sonny Colbrelli, l’ultimo uomo-del-fango.

Dicevo che questa gara ciclistica non è solo il principale evento del calendario mondiale delle corse di un giorno, assieme alla nostra Milano Sanremo, ma è anche molto altro. Per me è la super metafora della vita, come nel “suo” lo è qualsiasi corsa in bicicletta che richieda un sforzo continuo di ore e ore. Perché la bicicletta richiede proprio questo, di restare soli su un mezzo che pesa oramai sette-otto chili e di pedalare per qualsiasi strada, in piano e in salita, in discesa e sul falsopiano, di sentire il vento in faccia che ti frena e il vento sul dorso che ti lancia, di provare il dolore lancinante dell’acido lattico nelle gambe diventate come un pezzo di legno e di annusare il mondo, sentire il suono di campane e il latrare lontano dei cani, il fruscio della bici nel vento e la distanza, l’incontro di città e paesi, lo sfondo delle montagne, se non sei già in mezzo a esse, e speri che la prossima ascesa non ti tolga il fiato e ti costringa il piede a terra.

E’ come nella vita, dove incontri gioia e dolore, anzi spesso la gioia dentro il dolore e cerchi invano la pericolosa utopia della felicità.

Mentre i fischi di San Siro all’Inno nazionale spagnolo sono la manifestazione di una canagliesca incapacità di confronto, a volte millantati per tifo. Fischiare il più nobile simbolo degli avversari è idiota, imbecille, da stupidi dentro e fuori.

E’ la stessa canagliesca ignoranza dei fischi ai calciatori neri, che rimbomba ancora nei nostri stadi appena riaperti. Vorrei abbracciare Anguissa, Koulibaly e Osimhen del Napoli e fare una serie di conferenze nei bar sport e nelle sedi delle varie tifoserie (spesso schifoserie) con Lilian Thuram, guardando negli occhi spiritati e assai poco spiritosi degli aspiranti fischiatori-odiatori a comando. Sulle prime, dopo avergli chiesto perché fischiano bandiere altrui e giocatori neri, li ascolterei se hanno qualche spiegazione e poi gli chiederei se qualcuno di loro è disponibile a investire mezz’ora di tempo per ragionare in silenzio con me e con Thuram.

A costoro spiegherei che tutti gli esseri umani sono uguali in dignità e che fanno parte dello stesso medesimo genere. Tutti, bianchi, neri, gialli e di qualsiasi altro colore della pelle abbiamo una fisicità, uno psichismo e una spiritualità eguale, e che pertanto SIAMO TUTTI UGUALI IN DIGNITA’.

Purtuttavia abbiamo anche una genetica differente ognuno da qualsiasi altro, nasciamo in un ambiente diverso e abbiamo un’istruzione diversa, cosicché questi tre elementi ci rendono unici e irriducibili individui, cioè non-divisibili, ma sempre eguali in dignità.

A chi dare la colpa per queste canagliesche bestialità (absit iniuria verbis animalibus) da teppisti… forse a chi educa questi cialtroni, e poi dall’uso di ragione a loro stessi ma non dobbiamo arrenderci

Un’ultima cosa: i fischi a Donnarumma, portiere della Nazionale ed ex Milan, andato al Parigi per avere invece di sette milioni all’anno di ingaggio forse otto, guidato da quel gran furbacchione del suo procuratore, tale Raiola, che ha anche rilasciato un’intervista di cui, se fosse una persona normalmente “etica” (come si usa dire in modo impreciso e generico), si dovrebbe vergognare, evidentemente ragazzo ineducato a una normale moralità. Si liberi di quel signore, intanto, se vuole tornare a essere un ragazzo di 22 anni di successo, senza conflitti, mettendo in evidenza le sue grandi qualità di calciatore. Il portiere della Nazionale di calcio italiana non merita di fare questa fine mediatica.

22 anni, caro Gigio, svègliati, perché un po’ di quei fischi a San Siro te li sei meritati!

E infine: quale è l’Italia, quella di Mancini e Colbrelli o quella di un’accozzaglia di idioti, imbecilli e canaglia che fischia un Inno nazionale?

Spero che sia soprattutto e prevalentemente la prima. Viva questa Italia!

« Older posts Newer posts »

© 2022 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑