Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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I pessimi, i mediocri e la speranza

“Pessimo” è superlativo assoluto di “cattivo” oppure di “malo” e, nella scala Likert (cf. R. Likert, 1935 ca) si trova all’ultimo posto corrispondendo a 1 in una scala di 5 che va, appunto, da “pessimo” a “ottimo” o “eccellente” (superlativo assoluto di “buono”), cioè 5, passando per “mediocre” (2), “medio” (3) e “buono” (4).

In docimologia, cioè nella metodologia scientifica della valutazione delle prestazioni, utilizzata nei luoghi di lavoro, e utilizzabile anche  a scuola e all’università, la “scala Likert” si connette bene con gli item, o criteri che ogni ambiente applica. Ad esempio, nel luoghi di lavoro io utilizzo, incrociandoli con i numeri della scala citata i seguenti: a) atteggiamento, b) conoscenze, c) potenziale, d) inseribilità.

In un esame delle superiori o universitario, ad esempio, si possono utilizzare concetti come “atteggiamento”, “preparazione specifica”, “qualità dell’esposizione”, “curiosità”, etc.

Valutare le persone è dunque non semplicissimo. I politici, però, sono talmente visibili che non risulta molto arduo esprimere un giudizio su di loro, sempre che si sia ben documentati sul loro agire e su come e cosa dicono, e che si conosca un minimo di… docimologia, altrimenti si fanno chiacchiere o si proferiscono insulti, come si sente a La Zanzara su Radio24 (che si vergognino, e il peggiore è Parenzo, maschera dell’ovvietà di sinistra).

Pertanto, con una certa tranquillità mi cimento in una valutazione di quell’ambiente e dei loro principali soggetti attuali, che si caratterizzano per una mediocrità desolante e diffusa, sia da un punto di vista culturale, sia da un punto di vista di capacità politiche.

Parto dal primo personaggio, che per me è insopportabile. Esaminerò, di lui e dei successivi tre le espressioni del volto, la prossemica, il timbro vocale e il linguaggio. Specifico subito che il loro voto finale oscilla fra 1 e 2, ma più prossimo all’1:

Salvini: le espressioni, accentuate dal baffo arcuato, tendono ad essere sempre sprezzanti; la prossemica è cameratesco-amical-popolana (non populista!); il timbro vocale, da tenore secondo, è sicuro e marcatamente assertivo (sembra voler dire “quel che dico è la verità“); il linguaggio è volutamente greve, spesso minaccioso, declaratorio, banale, semplice nella sua ripetitività;

Di Battista: le espressioni, tipiche del bullo di semi-periferia, stanno a mostrare l’auto-consapevolezza di essere, nell’insieme, un “bellu guaglione“; la prossemica è ciondolante e annoiata; il timbro vocale… qualsiasi; il linguaggio idem, e si caratterizza per banalità concettuali e logorrea ripetitiva;

Di Maio: le espressioni mostrano la tendenza (anzi il bisogno) di un continuo atteggiarsi, dovuto all’imbarazzo di una inadeguatezza interiore e tormentosa; la prossemica è da leader acclarato, ma poco convinto di sé; il timbro vocale vernacolo; il linguaggio povero sotto il profilo lessicale e inadeguato per grammatica e semantica;

Renzi: le espressioni sono quelle classiche del prepotente, capace di far finta di interessarsi all’altro; la prossemica è da primo della classe, senza  se e senza ma, fastidiosa; il timbro vocale falso intellettuale con incespicamenti dovuti a una cultura raffazzonata; il linguaggio è un pot pourrì di battutismo giovanilistico e furbescamente corrivo.

Da Conte in giù e a latere vi è un coacervo di mediocri, che mi annoierei e annoierei troppo il gentil lettore, se indulgessi in successive analisi. Qualche nome? Marcucci e Orlando del PD, l’iraconda Lezzi e l’incomprensibile Bonafede dei 5S, la Gelmini di Forza Italia, anche se se la tira in una impari competizione con la Bernini (e non che questa sia una fuoriclasse) e soprattutto con la Carfagna, la Meloni, che non commento. Insopportabile il campano De Luca del PD, così come lo sta diventando Franceschini. Di Lotti e della Boschi ho un’opinione non buona. De Berlusconi necesse non est dicere, quia nimis per annos diximus.

Personaggi di discreto o buon valore li troviamo qua e là: Zaia della Lega, forse Bonaccini del PD. Mi sfuggono certamente altri, che si salvano. La maggioranza, comunque, utilizzando lo schema proposto all’inizio è di imbarazzante mediocrità.

Ora una amenità: nei miei vari lavori incontro professionisti di tutti i tipi e competenze, cercando di smascherare i cialtroni e i guru senza arte ne parte. Molti miei contatti, anche amicali, sono con psicologi, per vicinanza operativa, talora: anche tra questi bisogna distinguere. Dico con piacere che la maggior parte di loro è costituita da persone intelligenti e preparate, ma c’è qualcuno che stona e stroppia: i fanatici della Programmazione Neurolinguistica, di matrice americana (cf. Grindner, Dilts e il famigerato Bandler). Bene, una di costoro una volta mi apostrofò perché in una conferenza mi ero un po’ intrattenuto sul concetto di “speranza” che, secondo lei, andrebbe abolito dal lessico comune. Addirittura. Stavo spiegando al pubblico che la speranza è, sulla base delle dottrine antropologiche classiche, sia passione sia virtù. Se come virtù possiamo considerarla concetto teologico cristiano, facente parte della triade con la fede e la carità, e quindi non impegnativa per i non credenti, in quanto passione fa parte dell’elenco delle passioni, come da classificazione aristotelica (le 11 passioni fra cui 5 contrapposte e l’ira in solitaria), peraltro accettata anche dai pensatori successivi e anche grosso modo dalla psicologia moderna, che magari preferisce chiamarle emozioni.

Ho detto a questa “dottoressa” che “una vita senza speranza è… disperata. Le basta, mia cara?”

Ebbene, io ho speranza che l’analisi di cui sopra, con il contributo delle generazioni più giovani, cambi.

Eventualmente chiederò di aggiornarla a qualche mio allievo.

Scavare dentro di sé con dolore…

Marx, cioè il dr. Karl Marx da Treviri è stato un genio.

Un genio in varie scienze: l’economia, la politologia (non la politica), la sociologia in particolare ma, pur essendosi laureato in filosofia con una tesi su Democrito, fu un filosofo mediocre, anzi quasi nullo, e certamente perfino dannoso in antropologia filosofica, cioè nel discorso filosofico sull’uomo.

In tutta la sua vita, pur essendo stato un grande lettore (faceva quasi solo quello, di lavoro, oltre a scrivere) dei classici fino al suo “amato” Hegel, non capì (o non volle capire) alcunché dell’analisi profondissima che già esisteva sull’uomo e sulla sua struttura che era già a disposizione di studiosi e lettori comuni, anche se mancava ancora il lavoro fondamentale di Freud e di Jung, al suo tempo. Kant, però, gli era stato quasi contemporaneo e la Critica della Ragione pura pratica avrebbe dovuto interessare il gran Carlo. Non fu così. Socrate e Platone, Aristotele, Epicuro, Zenone di Cizio, Pirrone di Elide, Sesto Empirico, Lucio Anneo Seneca, Marco Aurelio, Agostino, papa Gregorio Magno, Tommaso d’Aquino, Erasmo, frate Martin Lutero, Leibniz, Hume e Locke lo colpirono poco o punto, forse solo un poco questi due ultimi, maestri dell’empirismo inglese. Infatti, per la tesi di laurea, come abbiam visto, scelse l’atomista Democrito, e certamente lesse pure Lucrezio, seguace latino del greco. Un mio amico che si trova in ristretti orizzonti direbbe: “Questi erano del suo partito“, scherzosamente.

In altre parole, il “pensiero forte” sull’uomo dei grandi Greci, di Agostino, Tommaso e Kant non gli interessava ma, e questo un poco sorprende, neppure tanto il “pensiero debole” dei cinici e degli scettici classici, più di tanto: Sesto, Pirrone e Zenone non nascondevano i difettacci dell’uomo, mentre Seneca e il grande imperatore filosofo addirittura scrivevano trattati aforistici e numerose lettere, che erano dei veri discorsi antropologici, per spiegare come l’uomo avesse avuto sempre ed abbia bisogno di un ammaestramento singolo, individuale, continuo, poiché, di per sé, è debole e cagionevole sotto il profilo spirituale e morale. Ai nostri tempi, poi, sarebbero stati Freud e Jung più di tutti a scavare nel profondo.

Marx era convinto che l’uomo, tutto l’uomo e tutti gli uomini, potessero essere ri-formati nel profondo mediante una modifica radicale dei rapporti sociali, dei rapporti di produzione, togliendo ai “padroni” la proprietà privata dei mezzi di produzione, per affidarli a non meglio definite “commissioni o consigli operai” (i soviet?). Teniamo conto che Marx parla della situazione dell’industria britannica di metà ‘800. Vedesse oggi come lavorano i dipendenti di Elon Mask, non avrebbe un lessico adeguato per commentare, come è ovvio.

Altrimenti si può dire che le modifiche sociali ed economiche, secondo Marx, avrebbero prodotto, non dico come eterogenesi dei fini, ma come risultato secondario, una ristrutturazione dell’essere umano, così come avrebbero riformato le strutture economiche e sociali.

Quando parlo di questi argomenti, durante lezioni accademiche o conferenze solitamente uso una tabella che pone in sinossi due sintagmi collegati anche se diversi: la struttura di persona e la struttura di personalità. Si tratta di una sintesi molto didascalica fra un’antropologia filosofica e una psicologia fondamentale largamente condivisa. Elenco di seguito gli item che compongono le due colonne in sinossi: per quanto concerne la struttura di persona abbiamo la fisicità, che dice del corpo umano e del suo funzionamento; lo psichismo, che dice il funzionamento della mente; la spiritualità, atta a spiegare la predisposizione e la capacità dell’uomo di meravigliarsi, di stupirsi, di credere nella Trascendenza. Bene: i tre item sono uguali e corrispondenti in ogni essere umano, di qualsiasi etnia sia, qualsiasi sia la sua esperienza e il tempo della sua vita. Che cosa dice questa prefetta equivalenza ed uguaglianza? Dice chiaramente, assolutamente, inconfutabilmente, pari dignità, per cui fra il presidente a vita della Cina Xi e un bimbo abitante nel più remoto villaggio del Pamir non c’è alcuna differenza.

Per quanto concerne la struttura di personalità, anche qui abbiamo tre item: la genetica, che dice l’irriducibile unicità del vivente uomo, fin dal suo concepimento e in seguito, feto, nascituro, bimbo, etc. (si pensi alle bene conosciute differenze psicologiche e comportamentali dei gemelli monozigoti); l’ambiente che condiziona con la sua particolarità  lo sviluppo degli esseri umani, dando a ciascuno un imprinting e un destino, almeno in parte; l’educazione, diversa per ogni essere umano, fattore fondamentale di sviluppo soggettivo. Ebbene, la struttura di personalità consegna a ogni persona un peculiare percorso di vita, una vocazione, una possibilità che ha “quel” essere umano, e non altri, mai. Che cosa conferma questa irriducibile differenza? Conferma, senza tema di smentite, che ogni uomo/ donna, persona è unico/ a, e perciò chiarisce come ciascuno possa/ debba percorrere la sua propria strada, co-costruendo il proprio destino, cioè qualcosa di forte, di decisivo, di ineluttabile (cf. Emanuele Severino).

Caro dottor Marx, chissà se in qualche stato dell’essere potremo confrontarci, magari all’Università spirituale di Noûs, su questi temi e convenire che non è possibile riformare l’uomo, e renderlo più solidale e capace di empatia solo con le riforme delle strutture economiche e sociali, ma che occorre molto altro: il riconoscimento reciproco, il dialogo, il sentimento, perfino il dolore? Lo spero.

Il deliquio della politica attuale, per cultura generale, cultura dell’informazione e cultura politica

Diruta, deleta, masochisticamente indebolita, qui in Italia, la politica. E non consola il mal comune mezzo gaudio, se facciamo dei confronti con gli altri stati. Un esempio di queste ore: Zingaretti fa una convention (oggi si dice così) del PD, proponendo un rinnovamento radicale, con Landini, non so se anche con “greta”, o forse anche con la “racketa” (spero di no, altrimenti vuol dire il PD è alla frutta),  ma giustamente, a mio parere, riparlando di ius soli et culturae, e di cambiare i decreti sicurezza salviniani. Politicamente condivido queste due misure.

Dimaio risponde che nel momento in cui c’è il gravissimo tema di ex-Ilva e di Venezia, è improvvido parlare d’altro. Primo pensiero: come i gatti (o i cani, che è la stessa cosa) i politici attuali riescono a pensare a una sola cosa per volta. Se invece che una vi sono due emergenze contemporanee, vanno in tilt.

In matematica, storia, lettere, molti politici, anche laureati e di primo piano, secondo il valore loro proprio, che è assai scarso, sono insufficienti (ignoranti): Polverini, Di Girolamo, Fassina, Puglia, Buccarella, Zoggia, Mussi, Formigoni, Carella, Tabacci, Epifani, Alaimo, Lavagno, Richetti, Centinaio, Currò, Dato, Dimaio, Boccuzzi, Roccella, Casini, Cappelletti, Cicchitto, tra molti altri e altre (capre e capri) interrogati/ e dalle Jene, non ce la fanno. Salvini dice che “migranti” è un gerundio. Solo Buttiglione ce la fa. Che pena. Un’ignoranza crassa, vergognosa. Su circa un centinaio di interpellati, solo due o tre riescono a rispondere correttamente a domande tipo “data di inizio della Rivoluzione francese, 1789 o 1803; idem per la Rivoluzione russa 1917 o 1921; data della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo?; data dell’Unità d’Italia 1861 o 1871; data di promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana 1944 o 1947/8”; e altre date d’importanza e notorietà per una cultura da scuole medie ben fatte.

Vi è addirittura un tale (deputato o senatore, non ricordo) che raggiunge e supera il ridicolo, rispondendo a una domanda trabocchetto sulla “Lamenia”, uno stato che tutti (o quasi, evidentemente) sanno che non esiste. Forse costui ha appena visto il film fanta-storico-politico Il prigioniero di Zenda con Stewart Granger, che ne dite? Molti rispondono alla domanda “Norvegia e Svizzera” faranno un referendum per restare o uscire dall’UE come il Regno Unito, non mostrando di sapere che le due nazioni non fanno parte dell’UE. Ah, anche la Lamenia indirà un referendum confermativo con il plauso del citato parlamentare! E, gentile lettore, ti ricordi di quando Dimaio affermò che Pinochet fu dittatore in Venezuela e che la Russia è uno stato mediterraneo, oltre ad altri clamorosi svarioni? Oggi è ministro degli esteri e per ricoprire tale carica dovrebbe possedere nozioni non-banali di storia, geografia, cultura generale e geopolitica, che non ha.  Dobbiamo proprio incaricare questi personaggi incompetenti a rappresentarci, oppure, se vengono messi lì dei non-politici di professione, questi vengono pressoché denigrati come “tecnici”? Ebbene, forse che io sono solo un “tecnico”, visto che ho nozioni non-banali delle discipline su citate? E conosco altri con caratteristiche analoghe alle mie, ma nessuno che conti della “politica” li c… onsidera (volevo usare un altro verbo, più spiccio, ma un po’ volgaruccio). Bada bene, lettor mio, non mi sto candidando, sto solo ragionando, ché ho altro e di più interessante da fare in questa fase della mia vita. Continuo?

Qualcuno potrebbe dire: ma allora solo umanisti, linguisti, giuristi, letterati e filosofi possono fare politica? No, rispondo, basta curarsi di una propria base culturale e approfondire la conoscenza della lingua italiana  e del suo uso ordinario.

La cultura è un bene non libresco, erudito e pedante, ma respiro dell’anima, dello spirito, della psiche, è mezzo per comprendere l’infinita complessità dell’umano e della sua storia, dei modi espressivi e del funzionamento delle cose, dall’uni o multi-verso al cervello. E’ questo, non privilegio per pochi, ma diritto per tutti.

Certo è che, per acquisirne in misura dignitosa occorre fatica, sacrificio, proprio nel senso etimologico del termine che è “rendere-sacro-qualcosa” (dal latino sacrum facere). Facili sono le semplificazioni, le banalizzazioni, i giudizi sommari e manichei, gli estremismi polari e intolleranti, le definizioni apodittiche senza fondamento. Facile è denigrare la persona non entrando nel merito di quello che sostiene, contestandone eventualmente i fondamenti, le basi conoscitive, la documentazione sottesa. Facile è farsi belli con un pensiero semplificato accattivante, capace di stuzzicare sentimenti allo stato di pure emozioni, ma siamo in un tempo nel quale le emozioni sembrano santificate dal marketing mediatico e ogni ricerca della verità per tappe e umile ricerca sembra una perdita di tempo.

Caro lettore, prova ad ascoltare su Radio 24 La zanzara, condotta da un laureato, il giornalista Cruciani, che immediatamente, se appena qualcuno che telefona prova a porre questioni di complessità su un tema, lo sbeffeggia insultandolo con epiteti quasi sempre vergognosi, in questo spalleggiato da altri due giornalisti intellettualmente disonesti, l’uno, David Parenzo, che fa il sinistro alla moda, e l’altro, tale Gottardo, sfortunato perfino nel timbro vocale. Tre sporcaccioni. A volte sono stato tentato di telefonare, ma mi sono trattenuto: non sopporterei infatti di farmi insultare, senza possibilità di replica (perché ti buttano giù la chiamata dicendoti “imbecille”) da figuri del genere. Il conduttore spiega, se richiesto, questo suo comportamento con esigenze di “ritmo” radiofonico, pensando che gli ascoltatori, tutti, più o meno, cambierebbero canale se qualcuno si “impancasse”, secondo lui, in teoresi faticose. Non so se Cruciani si adegua a quello che lui ritiene sia il livello culturale del target degli ascoltatori, o se lavora, per qualche assai oscura ragione, per abbassare questo livello. Questo comportamento è, di per sé, un insulto all’intelligenza e alla cultura di molti. Non comprendo come Confindustria, proprietaria di Radio 24, possa permettere uno scempio culturale e morale del genere.

Di contro, gli ignorantelli dei 5S hanno fatto di tutto per far chiudere Radio Radicale, dove veramente tutti hanno la parola e possono portare un pensiero autonomo, anche complicato, per ora non riuscendovi. Speriamo non ci riescano.

Così è, se ti pare, caro lettor mio.

“Poupou” e “Jacquot” lungo le strade di Borgogna e i tornanti dell’Izoard, scendendo dal Portet d’Aspet per affrontare il Ventoux di petrarchesca memoria, fino all’Arc de Triomphe

I due nomignoli del titolo, così, tutti soli, direbbero qualcosa solo a esperti di ciclismo, ma la citazione dei passi alpini e pirenaici dà qualche traccia anche ad altri.

Ora anche il “contadino” Raymond ha raggiunto nella visio beatifica l’elegante campione che lo batté sempre. Per otto volte Poulidor salì sul podio del Tour de France, cinque volte secondo e tre volte terzo. Una volta lo vinse anche il giovane Gimondi, nel 1965, quando terzo fu Motta.

Raymond Poulidor, nato a Masbaraud Mérignac nel ’36 è mancato a Saint-Leonard-de-Noblat qualche giorno fa. Professionista dal 1960 al 1977, vinse una Vuelta a España, sette tappe al Tour de France, una Milano-Sanremo e una Freccia Vallone, oltre ad altre decine di corse.

Ciclista professionista tra il 1960 e il 1977, ha avuto modo di correre con Louison Bobet, Federigo Martin Bahamontes, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Joop Zoetemelk e perfino con il più grande dei corridori francesi Bernard Hinault, il bretone di Yffiniac, oltre che con il Normanno.

Pensandolo mi vengono in mente le grandi estati quando ero bambino e del Tour mi parlava Pietro, mio papà. In televisione, in bianco e nero andavo a vedere le tappe del Giro d’Italia nell’osteria “da Lino”, di fronte a casa mia, ma il Tour non si vedeva, perché la Rai non lo seguiva come il Giro. Si sentivano i risultati verso sera al giornale radio. E io aspettavo di sapere chi avesse vinto la tappa e la nuova classifica. Ricordo di avere seguito, per la prima volta, il Tour del ’65 che avrebbe dovuto essere vinto da Adorni, ma poi andò diversamente. Immaginavo le assolate strade di Francia in pieno luglio e imparavo i nomi dei colli più ardui, il Puy de Dome sul Massiccio Centrale nei Vosgi, il Tourmalet, l’Aspin, l’Aubisque sui Pirenei, e poi il Croix de Fer e il Galibier, 2650 metri, dove sarei andato decenni dopo con Bea bambina, ai tempi di Armstrong e Ivan Basso, di Rasmussen e del kazako Alexandre Vinokourov, che vinse quella tappa a Briançon. Era il 2005, proprio il 14 luglio.

La sua rivalità con Anquetil fa pensare alla differenza radicale che vi era fra i due, quasi a rappresentare – sociologicamente – l’uno una Francia contadina, arcaica, dura, il Nostro, e l’altro di più la modernità, l’eleganza metropolitana e cosmopolita di Paris. Anche il loro “francese” li distingueva: il grande Normanno parlava in punta di labbra quasi geloso di non dir troppo, Poupou era di poche parole, più silente e a volte dolorosamente cosciente della fatica di pedalare e di vivere.

L’uno, Jacquot, era abituato ad arrivare primo, vinse otto grandi corse a tappe (cinque Tour, due Giri e una Vuelta), l’altro fu “abituato” alla sconfitta, ma senza che ciò lo debilitasse al punto da fargli rinunziare a combattere. Perse un Tour da Anquetil per 55 secondi, uno dei distacchi minimi di tutta la storia del Tour de France. Mi pare che solo Fignon perse per meno secondi da Lemond, forse 8 o 12, anni dopo.

Arrivare secondo non significa essere sconfitti, ma arrivare prima di tutti gli altri eccetto uno. E’ importante il secondo posto perché insegna a non esaltarsi per un primato, che è sempre friabile vicenda della vita umana, che passa.

Quando il suo grande rivale fu vicino alla morte, ancor giovane, per un tumore allo stomaco e Raymond lo andò a trovare, si sentì chiamare, mentre stava uscendo dalla stanza d’ospedale: “Raymond – disse Jacques sorridendo come poteva – anche stavolta ti batto, arrivo prima io“.

L’intensificazione del sentimento come verità interiore, la ragione, la certezza, la meccanica quantistica, la menzogna e la verità… non sono un tourbillon incomprensibile

La certezza, secondo i principi della gnoseologia filosofica (o critica della conoscenza) non corrisponde, di per sé, alla verità, perché quest’ultima è gerarchicamente superiore. La verità, quando è inconfutabile, è oggettiva, mentre la certezza è sempre soggettiva, e può coincidere con la verità solo se sottoposta a verifiche i cui esiti siano incontrovertibili. La certezza abbisogna, dunque, di profonde verifiche, per “trasformarsi” in verità, mentre la verità è il dato definitivo di una risposta a una domanda, come abbiamo detto, incontrovertibile.

Perciò, quando si dice o si manifesta un sentimento, esprimendolo con parole ed espressioni condivise, come il famoso “ti amo” o altro, se non si bara miseramente per scopi nefandi, si è ancora nell’ambito della certezza soggettiva e puntuale. Per avere la prova che l’espressione detta non sia vana e conseguentemente non-vera, occorre la verifica del tempo. E’ dunque il tempo che dà garanzie sulla verità dei detti, mentre è più facile conoscere i fatti: si confronti questa asserzione con le documentazioni storiche e letterarie, almeno da quando si sono potuti costituire archivi, siano essi costituiti con supporti di coccio, di papiro, e poi di cartapecora, pergamena e infine con carta libresca e infine (per ora) con memorie informatiche.

Quanto sopra vale nella vita reale, quando si riflette sulle cose  visibili, toccabili, gestibili, etc., ma dal 1927, cioè da quando Werner Heisenberg scoprì il “principio di indeterminazione” nella meccanica quantistica che aveva cominciato ad esplorare con Max Planck e altri, i criteri classici di certezza e verità, in “quel mondo”, o in quella dimensione vennero meno. Infatti, nella dimensione “quantistica” gli “oggetti” osservabili, cioè i quanta, o fotoni/ particelle, si comportano in modo imprevedibile e incoerente con osservazioni analoghe. In quel mondo si sospende la relazione causa/ effetto della meccanica classica, soprattutto se l’uomo/ osservatore compara esperimenti di eguale procedura e oggetto, nel tempo. Vedremo.

Il sentimento, che nasce da un’emozione o da un concerto di emozioni, come nel caso dell’innamoramento (cf. F. Alberoni, nel testo quasi omonimo “Innamoramento e amore”), è un momento della vita interiore, concernente al mondo degli affetti. Inoltre, l’affettività nel sentimento è un qualcosa che si distingue e si contrappone in qualche modo all’intelletto o alla ragione, contribuendo a delineare il tipo caratterologico della persona. Provo a parlarne chiedendo ausilio alla letteratura, che spesso riesce dar conto di come siamo fatti noi umani anche meglio delle scienze psicologiche e dell’accademia stessa. Basti pensare ad autori come Dostoevskij e PIrandello, ma in questo caso chiedo aiuto a Jane Austen.

Ragione e sentimento è il titolo di un suo bel romanzo,  tra altri sempre vividi, scritto a cavallo degli anni 1800, che dipinge uno spaccato della società inglese del tempo. I due personaggi femminili principali, Elinor e Marianne rappresentano quasi archetipicamente le due dimensioni spirituali di cui qui scrivo.

Nel romanzo si leggono con chiarezza le ragioni del contrasto (non affettivo ma piuttosto esperienziale ed esistenziale) fra la struttura mentale di tipo prevalentemente razionale di Elinor e quella chiaramente più emotiva di Marianne, mentre le due figure, conoscendo un poco la biografia dell’autrice, adombrano e quasi rappresentano sine dubio la relazione fra Austen e la sua sorella maggiore Cassandra. Jane in qualche modo difende se stessa e il suo modo di “stare al mondo”, ma non sempre e non in tutto il racconto, come notano alcuni critici.

Il finale del libro, che narra delle decisioni affettive delle due con la scelta di chi sposare, attesta come al tempo della scrittrice britannica la sensibilità sociale e lo stesso dato sociologico stesse iniziando a mutare, a favore di una sempre maggiore possibilità di autodeterminazione delle donne, specialmente all’interno degli strati della nascente borghesia.

Nel mio quotidiano lavoro affronto tante tematiche, incontrando e trattando con persone diversissime, per carattere e per ruolo professionale e sociale. In questo periodo noto una difficoltà crescente nel dirimere le questioni di ciascuna vita. Tutti sono interiormente combattuti fra ragione e sentimento, e fanno fatica ad equilibrare queste due dimensioni sintetiche, fondamentali per la vita. Se incontro qualcuno che mi dice “mi sono perso, e non so perché“, io stesso non so che dire, se non consigliargli di emendare fino ad evitarla del tutto, quasi “piennellisticamente” (cf. la dottrina psicologico-comunicazionale della Programmazione Neuro Linguistica in autori come John Dilts e John Grindner), la frase, che indubbiamente provoca danni con la sua iterazione nel pensarla e nel pronunciarla.

La violenza del web, e non solo nei pre-adolescenti (cf. Pellai 2019), ma anche nelle persone più mature, sta smantellando la capacità di dirimere ciò che è emozione passeggera da ciò che può diventare sentimento solido, dove anche la ragione interviene, quando non si è dominati da qualcuno o da qualcos’altro, per evitare danni o quantomeno conseguenze spiacevoli sul piano stesso dell’esistenza, dei rapporti inter-soggettivi e con il mondo.

L’ignoranza auto-generantesi da quanto sopra e dalla crescente genericità e approssimazione della comunicazione sociale, soprattutto giornalistica, fa il resto dei danni. La titolistica della grande stampa è incapace di uscire dai cliches della “notizia bomba”, dell’annuncio fatale, del sintagma clamoroso e perciò efficace nonostante possa essere volutamente e perciò colpevolmente impreciso, della collazione di notizie negative e preoccupanti. In questi giorni novembrini, ecco che a Venezia accade l’apocalisse, non il disastro, la catastrofe, il cataclisma acqueo, si legge: l’apocalisse, cioè la rivelazione… di cosa poi, che il M.O.S.E. non funziona ancora?

Dico altro: sento la giornalista che apostrofa il ministro (non “la ministra”, secondo me) Teresa Bellanova, chiamandola non “signor Ministro”, ma “Bellanova”, come se fosse la bidella di una scuola media, cui va tutto il mio rispetto e considerazione. Non sono formalismi, questi, ma capacità di riconoscere un ruolo e di rispettarlo anche con le formule verbali corrette. Ma chi si crede di essere quella o quel giornalista? Un giudice? posto che anche i linguaggi leguleio-giurisdizionali delle arringhe d’accusa e dei dispositivi delle sentenze è sempre irrispettoso nei modi degli imputati, che vengono chiamati, non il sig., la sig.a (almeno, non dico il dott., il prof., l’ing.), bensì “il” cui segue il cognome, tipo “il Pilutti”, cioè io stesso, Dio non voglia mai. Ma chi gli vieta un po’ di garbo, visto che l’imputato è presupposto innocente (sotto il profilo della verità processuale) fino a sentenza passata in giudicato? Cos’è che diventa la persona inquisita, una cosa? E non faccio il garantista d’accatto, perché magari, come altri di certe aree politiche, potrei avere amici inquisiti. Neppure uno.

Sono dunque questi, tempi in cui è sempre più necessario porsi la questione del rapporto fra certezza e verità, usando tutti gli strumenti che abbiamo a  disposizione, sensi interni ed esterni, cultura, conoscenza della storia, di un minimo di diritto, e soprattutto la cura dell’uso del pensiero critico. Questo approccio alle cose, se non trova sufficienti attestazioni e prove di verità, preferisce lasciare il pensante nell’in-certezza, se queste prove non ci sono, della sospensione di giudizio (cf. Husserl, e si pronunzia come si scrive, non Hasserl, come sento dire da un giovin presuntuoso, un biondino, su YouTube, che pubblica conferenze senza saper pronunciare il nome di chi ci sta illustrando! Se lo ritrovo, pubblicherò qui il suo nome e cognome. Dai, prima di pontificare, studia studia, benedetto ragazzo!), della paziente ulteriore ricerca.

Oggi il web permette di tutto, di mescolare menzogna e verità, ragione e sentimento, certezza e in-certezza, in un tourbillon pericoloso e preoccupante. rendiamocene conto.

La legittima ira di Balotelli, la scorta alla senatrice Segre, e l’odierna “cultura civile” in Italia

L’ira di Balotelli dopo gli avvenimenti di Verona di questa domenica d’autunno, urla e buuh razzisti è, non solo legittima, ma pedagogica, andragogica e perfino civilizzatrice. Qualcuno ha scritto o detto che si trattava di sfottò, di semplici sfottò goliardici, mi pare siano stati il presidente del Verona Calcio e il sindaco della magnifica città veneta. No.

Da tempo sta peggiorando la situazione relazionale ovunque e in ogni senso. In ogni ambiente e considerando il linguaggio, le espressioni, il lessico minuto, le modalità specifiche dei gerghi tecnici: nulla sfugge a questo declino, di cui alcuni più avvertiti sono consapevoli, ma molti pare di no.

Negli ultimi giorni all’onore delle cronache è balzata la storia della scorta assegnata alla senatrice Liliana Segre, oggetto di insulti e minacce sul web e nella piazza, quasi subito dopo la sua nomina alla presidenza di una commissione senatoriale contro il razzismo e l’odio, come lei stessa specifica, non quindi solo contro l’antisemitismo di una cultura nazifascista rediviva.

La prima domanda è: perché? Da dove viene questo decadimento civile e morale? Quali le ragioni e le cause? Che fare? Provo a rispondere.

 

Perché?

Le cose che accadono, lo sappiamo per esperienza, accadono in ragione di uno o più vettori causali. In particolare, ciò che qui sto cercando di esplorare ha a che fare con la situazione socio-politica, economica e conseguentemente culturale dei tempi che stiamo vivendo: tempi difficili per i grandi cambiamenti in atto, che sono di carattere planetario. Gli esseri umani si stanno sempre più muovendo in cerca di una vita migliore, ed ecco la ragione – storica e anche “metastorica” – delle migrazioni, fenomeno conosciuto da millenni e narrato dagli studiosi. Le migrazioni sono irrefrenabili con mezzi artificiali, militari etc., e devono essere, prima conosciute nelle cause generanti e poi il più possibile “gestite”, con politiche di riequilibrio dei beni e delle risorse naturali. Questi fenomeni, se non studiati e compresi, sono il primo fomite dei reazioni, violente, irrazionali e distruttive. Anche il razzismo, il sovranismo, i nazionalismi estremi sono figli di questa “ignoranza tecnica”, di questa pigrizia mentale, che subito dopo, complice l’offuscamente del pensiero critico, diventa ignoranza morale e quindi, in un processo terribilmente “necessario”, colpa morale. Come spiego meglio più sotto.

Salvini ha successo perché titilla la mente di chi non vuole o non può ragionare, e vince avendo – dunque – l’ignoranza tecnica e successivamente morale, come migliori alleate. Vince, ovviamente, anche per l’insipienza e talora la superbia intellettuale di molti che si collocano “a sinistra” pensando di avere sempre ragione sostenendo posizioni, come si dice, politicamente corrette, apparentemente solidaristiche e generose, anche se non è sempre così: basti vedere le politiche indirizzate da potenti come Soros et similia, con i corollari di fenomeni come “greta” (in minuscolo perché “fenomeno”, cioè manifestazione di un qualcosa, non nome proprio di persona).

Il tema ambientale esiste, ma non va gestito né con le sottovalutazioni dei “trump”, né con lo scolasticismo dei fautori della cosiddetta “decrescita felice”.

 

Da dove viene questo decadimento civile e morale?

Innanzitutto dalla profonda crisi che si registra nel pensiero critico. L’accelerazione della comunicazione, le falsità diffuse attraverso i vecchi e i nuovi media, l’impreparazione culturale dei più dovuta a questi fattori e alla crisi della scuola e della famiglia, hanno messo in mora il pensiero critico quasi accantonandolo nei luoghi della ricerca, come se appartenesse solamente agli studiosi di qualsiasi genere e specie. Il pensiero critico, invece, appartiene, o meglio, deve appartenere a ciascun essere umano provvisto di ragione, al fine di valutare con il flusso razionale del pensiero logico ogni cosa, ogni scelta possibile, ogni fatto che accade. Il tempo contemporaneo suggerisce e sostiene l’accelerazione continua del pensiero, a scapito della sua strutturazione formale e della sua lucidità. Un esempio: oggi, la scelta concettuale – in moltissimi casi – è tendenzialmente polare e non dialogica o dialettica fra due o più posizioni; il sillogismo di primo tipo, quello che prevede due premesse logiche e una conclusione necessaria e inconfutabile non è conosciuto dai più neanche nella formulazione ristretta dell’entimema; es.: l’uomo è razionale e dunque è… libero.

Si preferisce, un po’ per pigrizia e molto per ignoranza tecnica (che diventa poi – insisto – morale) la semplificazione del giudizio su cose, fatti e detti fra “figata” e “cazzata”, cioè cosa, fatto e detto positivo, buono, da scegliere, e cosa, fatto detto negativo, cattivo, da evitare. Un po’ poco, vero, caro lettore?

 

Quali le ragioni e le cause?

Direi che la prima ragione e causa è il modello di vita per ora “vincente”, costituito, sia dall’accelerazione e semplificazione di cui sopra, ma soprattutto dalla perdita di alcuni principi base di un’etica del fine, teleologica, che prevede un equilibrio fra i beni esistenziali, spirituali e materiali tra i quali scegliere usando il discernimento intellettuale. Lo stile di vita è spesso dettato dai cosiddetti “vincenti” che appaiono sul web sotto forme malate di social-divismo da imitare, secondo modelli come i/le cosiddetti/e fashion blogger e influencer, capaci di affascinare chi non possiede spirito e pensiero (ancora una volta) critico, come le giovani generazioni e anche le precedenti, in qualche misura. La difficoltà di discernimento da parte di chi non la ha in dote, e non coltiva la fatica della riflessione autonoma, basata su dati certi e su fonti attendibili, fa il resto del danno.

 

Che fare?

Non ci sono alternative alla cultura. La dico in modo semplice, anzi semplificato al massimo: la cultura è la “coltivazione” di un qualcosa, è metafora contadina da millenni, è lingua, idioma, dialetto, comunicazione, qualità relazionale, informazione, formazione e, in definitiva, conoscenza, conoscenza, conoscenza. Lo ripeto tre volte quasi per invocare la non-resa davanti al disastro che si constata essere avvenuto. Faccio un esempio: continuare a parlare di migrazioni economiche e di migrazioni da guerre et similia è culturalmente fuorviante, perché sono migrazioni e basta. Mi spiego: i maschi adulti, anche se molto giovani dell’Africa sub-sahariana, se non riescono a mettere su famiglia nei tempi normali, si spostano, vengono a Nord, dove trovano quello che trovano e allora cercano di salire ancora più a Nord, e se trovano il mare, cercano di superarlo tentando di trovare una vita dove è possibile. Per la loro cultura la vita è farsi una famiglia. Si noti quante donne incinte attraversano il Mediterraneo! Le grandi migrazioni, quelle epocali, che siano meno registrate dalla grande Storia, sono avvenute e avvengono sempre per ragioni legate all’istinto di sopravvivenza. Questa è la ragione, caro Salvini e cari tutti quelli che si fanno condizionare dalla tua voce di macho quarantacinquenne credibile nella media dei votanti, che sono tanti. Sono la sociologia e l’antropologia culturale che ci spiegano questi movimenti, non l’ideologia politica, caro lettore.

Su questo anche lo Stato e i governi hanno le loro responsabilità. Di solito tendo a non incolpare lo “stato” di colpe sociologiche, collettive, ma stavolta non posso non osservare come anche la scelta dei ministri preposti alla cultura e alla pubblica istruzione sia stata di livello molto basso, e di più negli ultimi anni e governi. Solo un paio di nomi o tre: Fedeli (terza professionale), Bussetti  (insegnante di educazione fisica, mi pare) e l’attuale Fioramonti (docente universitario da qualche parte, forse Timbuctù, con tutto il rispetto per i Berberi e i Tuareg?), e i titoli di studio in assoluto non mi interessano, anche se contano, per quel mestiere. Le politiche governative, in nome degli equilibri e delle alleanze più o meno ballerine, sono state irresponsabili. Anche sotto questo profilo bisogna avere maggior cura nelle scelte. Potrei suggerire metodi di selezione per la ricerca e la individuazione di persone più adatte alla posizione di ministro della scuola e dell’università. Et gratia gratis gratiaque datis.

Educare, formare, crescere, secondo la vocazione e il potenziale che si ha

Ognuno di noi è quello-che-è, geneticamente e in base alla propria esperienza di vita. Irriducibilmente unico: infatti, genetica, ambiente e educazione, essendo assolutamente (e mai tale abusato avverbio fu da me utilizzato con tanta convinzione) non ripetibili, ci rendono “unici”. Ognuno è “unico”, e non solo i “napoleoni”, i “messi&ronaldo”, i “platone” e i… “di maio&salvini”, ma ognuno, ciascuno, da Putin al piccolo Amir che vive forse in un villaggio in vista del Nilo Azzurro che esce dal lago Tana in Etiopia.

Una volta nati si entra in un contesto sociale, a partire, solitamente, dalla famiglia genitoriale, se non si è orfani o abbandonati, e poi a scuola, in chiesa o meno, tra amici, sul lavoro, in ospedale, in guerra, nello sport, e dove vuoi tu, mio gentil lettore.

Progressivamente si manifestano le vocazioni, o “chiamate” verso un qualcosa, un ambiente, uno studio, un mestiere, una missione. Di solito il termine “vocazione” rinvia a una accezione ecclesiale, almeno qui in Occidente, ma il senso e il significato del lemma è molto più ampio: come dice la sua etimologia latina (da voco, vocare, chiamo, chiamare) infatti, vocazione è, come detto sopra, una chiamata. C’è poi anche il termine correlato con il prefisso “in”: in-vocazione, che ha un significato tecnicamente religioso: Dio, cristianamente, si invoca. C’è anche il termine e-vocazione, con un significato legato alla memoria (si evoca un evento, una persona, etc.), oppure, teologicamente, si richiama una entità preternaturale come gli spiriti, per i quali si dice opportunamente occorre discernimento.

La dottrina buona sconsiglia di evocare gli spiriti, perché come umani non sappiamo chi potrebbe rispondere, ed è molto probabile che potrebbe rispondere uno spirito non benevolo, ma intelligente, furbo, apparentemente amabile, ma…

La vocazione, dunque, è una chiamata a percorrere una certa via e a fare delle scelte consone, congruenti e armoniose con il proprio sentire, ma può anche capitare di non essere in grado di fare ciò che si desidera. A questo punto entra in gioco un altro elemento: il potenziale, concetto di carattere psicologico molto studiato nella contemporaneità, ma altrettanto noto ai pensatori classici, soprattutto ad Aristotele, e poi ad Agostino, a Tommaso d’Aquino, a Locke, a Hume, etc..

Il potenziale si può dire sia la capacità di una persona di moltiplicare le sue capacità interne, di svilupparsi, di essere produttivo, di interagire efficacemente con altre persone e con il mondo che lo circonda. L’unicità della persona umana manifesta il suo “io”, cercando di superare gli ostacoli, dominando gli stimoli esterni e le tentazioni, liberandosi il più possibile dai condizionamenti.

Educare è, non impartire lezioni, ma far emergere dal profondo delle risorse intellettuali e morali le forze migliori di un individuo, per la sua formazione umana e la sua crescita. In latino crescere si dice augère, da cui i lemma auctoritas, cioè autorità. Si comprende come, allora, l’autorità si può trasformare in carisma capace di leadership.

Veda, dunque, il mio lettore, come la moderna nozione di leadership, in realtà, sia concepibile solo se la si mette in ordine a partire dal concetto di crescita. Non si può essere leader, se non si cresce veramente sotto ogni profilo umano.

E dunque, ogni essere umano, univocamente, irriducibilmente nella sua perfetta unicità, ha uno sviluppo che parte dalla sua genetica, si sviluppa nell’ambiente e con l’educazione in base al potenziale dato a ciascuno dalla sua propria natura.  O da Dio, se ci si crede.

La sagra (o saga?) eterna dei cretini

Pare che da qualche tempo questa categoria antropologica stia proliferando senza posa. Come vi fosse un moltiplicatore sociale ad attivarla e implementarla. Ovunque. Non vi è luogo di lavoro e di svago, schieramento politico o sociale, laico o meno,  che soffra la sua mancanza. Mancano persone pensanti, ragionanti, correttamente criticanti, ascoltanti, ovvero ve ne sono poche, meno del necessario, ma non mancano mai i cretini.

Viaggiando sento il racconto del mio compagno di ventura che mi narra di un fatto tipico, del cretino: offrendo lui, il mio compagno di viaggio, un servizio di ottimo artigianato, ma, si sa che quel tipo di lavori genera sorprese, con conseguenti aggravi del lavoro e dei costi, facendolo lui presente al committente, si sente rispondere con arrogante furia che egli stesso deve farsi carico delle sorprese, imprevisti del mestiere, li chiama, non accettando – come committente – alcun aggravio della spesa. Conoscendo il “nobiluomo” faccio mente locale su come lo stesso si comporta sul lavoro, e sugli incarichi a lui assegnati, mansioni che lui descrive e vanta come centralissime nella grande impresa da cui dipende. Mi par di sentire, sottorecchi: “Lei non sa chi sono io! Io che gestisco milioni, come si permette di propormi un costo maggiore di quello preventivato?”

Ti chiederai, mio gentil lettore, che tipo di atteggiamento costui, un dottore economico, abbia nell’azienda do ve opera. Presto detto: occhi bassi e orecchie piegate come quelle di un gatto perplesso. Allora: forte con i deboli, o supposti tali e debole con i forti. Un cretino. E uno.

Un altro esempio narrato.

C’è un tale che ti chiede sempre “Come va, tutto bene?” e si risponde positivamente da solo (eh, si vede che va tutto bene), mentre io tento di fargli capire che la domanda è pressoché insensata, in italiano, a meno che non la si intenda all’inglese, come nell’espressione idiomatica, che è un mero intercalare di cortesia “How are you?”, prevedendo una risposta consistente nella stessa medesima espressione. Niente. Questo signore insiste a chiedermi “Tutto bene?”, a rispondersi da solo” e a sorridermi beotamente. Cretino?

C’è poi un altro, che sussiegosamente si crede un intellettuale, e invece è solo un cretino. Discutendo con me (faccio per dire “discutendo”, in realtà cerca di parlare solo lui mentre si ascolta con gioia mefistofelica), mi contrasta su tematiche che non è in grado di padroneggiare, perché esperto (forse) di altri saperi. La sua insistenza mi fa pensare che appartenga all’amplissima famiglia dei cretini di orientamento presuntuoso.

Infine, ma solo per non tediare il mio gentile lettore, pur volendolo fare (non di tediarlo, beninteso), sono dell’idea di evitare di proporre di seguito un lungo elenco di politici e di persone dei media, che meritano l’epiteto di cretino; evito di riportare un lungo e vario elenco per due ragioni: la prima poiché già qua e là in questo mio blog si trovano tracce di miei giudizi circa questa antropologia politica e mediatica e, secondo, perché tanto non servirebbe a ridurne il numero. Dobbiamo sopportarli finché sono in auge. Magari, almeno, non votiamoli e non guardiamoli. Solo qualche traccia per chi legge: sono presenti in posizioni governative molto importanti; alcuni di loro hanno abbandonato queste posizioni l’estate scorsa, manifestando direttamente le caratteristiche qui studiate; altri siedono in Parlamento e nei Consigli regionali; ve ne sono, e numerosi, nelle trasmissioni tv e sul web; l’accolita in assoluto più doviziosa di presenze – numericamente – è quella degli eroi della tastiera, comprendenti influencer vari e fashion blogger, che frequentano i social, capaci di una quarantina di vocaboli in tutto, dieci dei quali rappresentano insulti: insulti da cretini. Tecnicamente ed eticamente ignoranti, solitamente altrettanto presuntuosi (non scordiamo mai che l’ignoranza e la presunzione sono direttamente proporzionali), arroganti, protervi e superbi, infine.

Cerchiamo ora di chiarire qualche ipotesi linguistico-etimologica sull’origine della parola cretino.

Il termine “cretino” è di duplice derivazione, ovvero: una fonte etimologica si sostiene essere l’antico franco-provenzale e specialmente della Gironda, chretien, e poi crétin o crestin cioè “cristiano”, da cui povero cristiano, poveretto, persona semplice e innocente, persona di scarsa intelligenza, e quindi cretino, e, in secundis, vi è una fonte medica che spiega come coloro che sono affetti da ipo-tiroidismo congenito tendono ad essere fisicamente (piccoli, deformi, con il gozzo, talora) e mentalmente scarsi.

Si constata un’evoluzione storica del termine estremamente interessante, se consultiamo i vari dizionari medici e generali a partire da almeno tre secoli fa.

Qualche anno fa Piergiorgio Odifreddi, noto militante ateista e matematico che si diletta di teologia spesso – su questa disciplina –  sproloquiando in tv (si attenesse alla matematica e alla fisica, discipline che insegna), pubblicò un saggio dal titolo Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) (Milano, Longanesi, 2007). Cito un passo tratto dall’introduzione intitolata Cristiani e Cretini: “(…) “Col passare del tempo l’espressione (cristiano) è poi passata a indicare dapprima una persona qualunque, come nell’inglese christened, “nominato” o “chiamato”, e poi un poveraccio, come nel nostro povero cristo. Addirittura, lo stesso termine cretino deriva da “cristiano” (attraverso il francese crétin, da chrétien), con un uso già attestato nell’Enciclopedia nel 1754: secondo il Pianigiani (cf. Vocabolario etimologico della lingua italiana, 1907), “perché cotali individui erano considerati come persone semplici e innocenti, ovvero perché, stupidi e insensati quali sono, sembrano quasi assorti nella contemplazione delle cose celesti”. Cotali individui sono i cristiani o i cretini?

Nella medicina classica, almeno fino a qualche decennio fa, l’espressione cretino fa riferimento alle persone affette dalla patologia del cretinismo e in questo caso non denota semplicemente un individuo di scarsa intelligenza, come invece siamo portati a pensare oggi. Si può dunque “giocare”, dunque, come fa Odifreddi, con gli slittamenti semantici del termine cretino, perché esso è polisemico, sebbene oggi non lo percepiamo immediatamente come tale.

Comunque, i vocabolari contemporanei riportano due accezioni della stessa entrata lessicale (differenziandosi nel dare priorità all’una o all’altra): a) cretino nel senso di ‘persona di scarsa intelligenza’ e b) cretino nel senso di ‘affetto da cretinismo’. Non siamo qui di fronte a due termini omonimi, cui nei dizionari si dedicano due entrate differenti e per i quali si ipotizzano per esempio differenti origini e sviluppi: la radice etimologica di cretino, inteso in entrambe le accezioni, è effettivamente cristiano, come suggeriva già il Pianigiani. (cf. Sabatini e Ciletti, Zingarelli, Devoto-Oli 2012)

Crétin, d’altro canto, è una variante diatopica di chrétien, che ha subito una modifica in in. Ciò è generato anche dalla diffusione endemica, specie in certe zone della Francia e della Svizzera romanda di forme di ipotiroidismo congenito, per cui tale termine è entrato nell’uso comune, peraltro attestato fin dal 1754 perfino nell’Encyclopedie illuminista.

Lo scivolamento semantico dal significato di “cristiano” a “cretino” si può attribuire al fatto che in quei tempi, quando la ragione umana stava assumendo la centralità che conosciamo, il comportamento cognitivo e fattuale di molti “fedeli cristiani” del popolo, improntato da ignoranza e corrività nei confronti del clero pervasivo, dava immediatamente la sensazione che il “povero cristiano”, così abbindolabile, facilmente potesse essere definito “cretino”, proprio in senso commiserativo e quasi eufemistico. Il Devoto-Oli riporta proprio questa ipotesi quasi per identificare i malati come immagine del Cristo sofferente. L’Oxford English Dictionary in tema riporta: “the sense being here that these beings are really human, though so deformed physically and mentally” (nel senso che queste persone sono veramente esseri umani, sebbene così deformi fisicamente e mentalmente).

In ogni caso, compulsando questi dati di ricerca, si ricava come la relazione del termine cretino con cristiano non debba essere intesa in senso offensivo, poiché l’accezione di cretino che deriva direttamente da cristiano è quella medica, non quella ingiuriosa, la quale invece si sviluppa più tardi, e inoltre testimonia un barlume di sensibilità nel trattamento quotidiano della malattia (L’Encyclopédie riporta anche la consuetudine delle popolazioni Vallesi di considerare i malati come “angeli tutelari” delle famiglie).

Un’altra ipotesi etimologica, epperò meno radicata della precedente è quella per cui cretino sarebbe un calco dall’aggettivo tedesco kreidling, da kredie (‘creta’), e dunque deriverebbe dal latino creta, per via, si pensava, del particolare colore della pelle dei malati (“la peau flétrie, ridée, jaunâtre ou pâle” – avvizzita, rugosa, giallastra o pallida – É. Littré, Ch. Robin, Dictionnaire de Médicine, de Chirurgie, de Pharmacie, 1878). Il citato Vocabolario di Pianigiani non manca di riportare questa congettura, accreditandola proprio a Littré.

Nel 1878 gli Accademici della Crusca sposano questa interpretazione: “Un cretino è “ognuna di quelle misere creature, di piccola statura, mal conformate, con gran gozzo, e affatto stupide, le quali si trovano specialmente nelle valli delle Alpi occidentali; dal francese crétin, e questo, secondo alcuni, dal latino creta, a cagione del colore biancastro simile a quello della creta”; a sostegno di questa lettura, comunque, non vengono citate fonti.”

Tuttavia, il concordare dei dizionari contemporanei sulla derivazione da cristiano attraverso il passaggio dal francese fa pensare che questa congettura possa essere classificata come una paraetimologia o falsa ricostruzione.

“Nel corso dell’Ottocento il termine subisce il secondo slittamento semantico, per cui cretino inizia a denotare semplicemente un individuo di scarsa intelligenza. Le motivazioni di questo passaggio appaiono evidenti se consideriamo il modo in cui la malattia è stata all’inizio percepita, e il corrispondente tessuto semantico dei primi studi medici in cui veniva trattata.

Degli affetti dalla patologia si registravano le caratteristiche fenotipiche, i segni e la sintomatologia clinica, in accordo con gli strumenti tecnico-scientifici del tempo: a partire dalla prima descrizione seicentesca (F. Platter, Praxeos seu cognoscendis, praedicentis, praecauendis, 1602) i cretini vengono descritti come colpiti da varie deformità e soprattutto come semplicemente stupidi dalla nascita, senza quasi far riferimento alle cause fisiche della patologia. La caratteristica principale degli affetti da cretinismo appariva essere il deficit cognitivo, una conseguenza del disturbo, che diventa però tratto essenziale e necessario alla definizione di esso: per esempio nel Traité du goitre et du crétinisme (1797) F. E. Fodéré sostiene che “le crétinisme complet doit être défini: privation totale et originelle de la faculté de penser” (il cretinismo completo deve essere definito: privazione totale e originale della facoltà di pensare).

Simili descrizioni abbondano poi nei vocabolari dell’Ottocento, contribuendo a sancire le caratteristiche della malattia e a inquadrarle nella cornice epistemologica della medicina di allora. Riportiamo quella del Dizionario etimologico-filologico di Marchi (1828), che fu probabilmente fonte del sopra citato Pianigiani: “questo nome (crétin), alterato dal francese chrétien, ital. cristiano, davasi nel Vallese, ed altrove, a certi individui stupidi e insensati, riputati piissimi perché dal volgo creduti continuamente assorti nella contemplazione delle cose celesti, e perché insensibili per le terrene”. Marchi conia su base latina il corrispondente cretinismus, ovviamente mai esistito ma utile alla tassonomia medico-scientifica.

Quindi il termine, nato in ambito non specialistico, ha assunto sfumature semantiche legate a ciò che, nell’opinione comune, veniva percepito come tratto caratterizzante i colpiti dalla patologia: con la parola cretino si è iniziato a intendere in senso sempre più generale un individuo di scarsa intelligenza. Un processo, questo, purtroppo abbastanza ricorrente in vocaboli che si riferiscono a malati e malattie, basti pensare ai casi parzialmente analoghi di mongoloide, o di isterica.” 

In Francia il passaggio del significato di cretino da ‘affetto da cretinismo’ a ‘scarsamente intelligente’ è datato 1835 da Le Robert, anche se il Französishes Etymoligisches Wörterbuch (il II vol. porta la data 1940) riporta alcune varietà dialettali dell’uso del termine in senso ingiurioso risalenti al Seicento.

In Italia le attestazioni letterarie testimoniano la diffusione di cretino nel senso di ‘affetto da cretinismo’ per tutta la prima metà dell’Ottocento; da quel momento in poi, tuttavia, la parola assume contemporaneamente il senso di offesa generica: lo testimonia il Dizionario Tramater (1829-1840), che di cretino riporta già entrambe le accezioni, caratterizzando quella che ha valore di ingiuria come estensione semantica della prima, propria del vocabolario medico.” (dal web)

Due sono gli scrittori italiani citabili per l’uso del termine: uno è il Carducci dei Sermoni al deserto (1887), e l’altro è il Palazzeschi che, in Sorelle Materassi (1934) scrive: “(…) “Le Materassi invece a quel racconto, a quella fede cieca andavano su tutte le furie: dicevano che quella donna era un’insensata, che era cretina, ebete, demente, un pezzo di mota incapace di sentir qualche cosa per chicchessia”.

L’idea che l’accezione ovvia di cretino sia “affetto da ipotiroidismo” permane nel Novecento quasi soltanto nei dizionari medici (ad esempio nel Dizionario Medico Lauricella, 1960), ma sembra già aver perso trasparenza venti anni dopo: nel Dizionario Medico Larousse (1984) la voce cretino scompare, pur essendo ancora presente cretinismo. Oggi in ambito scientifico si tende appunto a definire la malattia in questione come una forma di ipotiroidismo congenito.

In ogni caso, i cretini, nell’accezione comune di giudizio insultante esistono, eccome, e la loro madre, finora, risulta sempre incinta.

La collezione di vittorie riduce la gioia della vita e la lucidità del pensiero

Chi è abituato a vincere più o meno sempre, per capacità proprie e/ o per circostanze “fortunate”, si fa una mentalità e un convincimento di essere imbattibile, o addirittura “immortale”, perlomeno in metafora.

Costui corre dei rischi, poiché non appena e quando gli possa capitare un guaio, fatto plausibilissimo in tutte le esperienze umane, soprattutto di salute, ecco che si guarda attorno stupito e sembra dire: “Ma cosa mi sta succedendo, come, perché?” E soprattutto: “Perché proprio a me?”. Incredulo.

Infatti, abbiamo tutti il “vizio” di sentirci quasi osservatori esterni del mondo, non coinvolti nei suoi guai e rivolgimenti, in mezzo a un profluvio di vettori causali incontrollabili e soprattutto ignoti a ciascuno, cioè a noi stessi.

Nel successo il tale, chiunque sia, si è convinto di essere intoccabile, immarcescibile, invincibile, invulnerabile.

Il suo pensiero, che è sempre stato in qualche modo condizionato dal sentimento di onnipotenza, fa fatica a funzionare in senso “critico”. Egli dà per scontato che le cose debbano andare bene come sono andate sempre, per forza. Quasi fosse un diritto. E invece non è così: tutto può cambiare all’improvviso.

La salute, il lavoro, il successo, la vittoria… quest’ultima può trasformarsi in sconfitta, il successo in fallimento, il lavoro in disoccupazione, la salute in malattia. Questa è la vita. Con le sue sorprese e la sua ondivaghezza. Sicurezza di nulla, dunque.

La debolezza che sorprende, la malattia che a volte abbatte, l’incidente o l’infortunio  che sconvolge e altre disavventure o traversie, altri dolori, sono quasi “ambienti spirituali” sconosciuti e perciò preoccupanti. Il pensiero è turbato, la fiducia vacilla, la speranza fatica a farsi strada.

La debolezza, la malattia, il dolore sono educativi. Ecco il passaggio del pensiero critico, il dono che la nostra intelligenza delle cose della vita può farci.

Siccome sono inevitabili, più o meno per tutti, più o meno in tutte le vite, devono essere capiti nelle loro dinamiche fisiche e com-presi sotto il profilo psicologico e spirituale. Il sillogismo di primo livello di Aristotele (in Analitici Primi), es.:

  • (premessa maggiore) Tutti gli uomini sono mortali
  • (premessa minore) Tutti i greci sono uomini
  • (conclusione) Tutti i greci sono mortali

può aiutarci a comprendere logicamente quanto sopra affermato. Proviamo:

  • Tutti gli uomini possono ammalarsi
  • Io sono un uomo
  • Io posso ammalarmi

Chiaro, no? Perché dovrei sfuggire alla durezza ineluttabile della logica? In base a qual privilegio? Per quale merito? Domande retoriche, che hanno risposte scontate.

Pertanto, la boria, l’arroganza, la prepotenza, la protervia, e l’aggressività che ne deriva, prima ancora che caratteristiche di comportamenti insopportabili perché violano il valore del rispetto tra umani, e quindi la sfera morale, sono stupidi, insensati, incomprensibili, controproducenti, e vigliacchi, poiché spesso gli aggressivi sono tali con coloro che nella scala gerarchica o sociale stanno su un gradino inferiore, mentre abbassano le orecchie se incontrano persone collocate su un piano gerarchico e sociale superiore. Che tristezza.

A queste persone consiglierei la visione di un film di recente uscita Mio fratello rincorre i dinosauri, per imparare che anche essere down può significare una vita degna di esser vissuta.

Il rinnovamento dell’Umanesimo

Il padre Livio di Radio Maria, man mano che passa il tempo mi sembra esageri sempre più con le sue profezie di sventura, la sua “Madonna” spaventevole di Mediugorje, e le sue solite critiche e perfin denigrazioni verso tutti quelli che non la pensano come lui. Meno male che si può “fare teologia” in modo diverso dal suo, ad maiorem Dei gloriam.

L’Umanesimo è stato un movimento complesso d’arte e pensiero che ha rinnovato culturalmente e spiritualmente l’Italia – in primis – e l’intera Europa del XV secolo. I prodromi petrarcheschi di questa sensibilità, e in seguito figure come Giovan Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Agnolo Poliziano e altri, talora sotto l’egida di personaggi come il Magnifico Lorenzo de’ Medici, hanno rimesso al centro dell’interesse della ricerca culturale e filosofica l’uomo, ma senza rinnegare il tema del divino, filtrato non più tanto dalla linea aristotelico-tomista, ma piuttosto dalla linea platonico-agostiniana.

Dio e l’uomo, ma l’uomo non più solo orante e rassegnato al proprio destino, magari pre-destinato (cf. “secondo” Agostino e Lutero),  bensì attivo e consapevole delle proprie prerogative e possibilità.

L’Umanesimo classico, dunque, che nelle arti figurative ha visto l’opera di Masaccio e Piero della Francesca tra altri grandi, è stato il prodromo del Rinascimento artistico di Raffaello, di Michelangelo, di Leonardo e, in seguito, di Caravaggio e di altri immensi artisti, come il Bernini e il Borromini, sfociante movimento nel Barocco imaginifico. E nella musica di Giovanni da Palestrina e di Claudio Monteverdi.

Grandezza italiana riconosciuta dal mondo.

Nel tempo l’Umanesimo si è sviluppato nella scienza, da Copernico, Galileo, Newton, e in filosofia con Descartes, Leibniz, il barone de Montaigne, Pascal, fino a Kant e all’idealismo nelle sue varie declinazioni. E siamo a noi, gente del XX e del XXI secolo. Ora qualcuno ri-parla di umanesimo, come Edgar Morin, filosofo e sociologo francese, parafrasato dal presidente del consiglio italiano Conte. Dubito, infatti che, anche se l’uomo si dà delle arie da giurista, abbia conoscenza diretta dei testi, sia degli umanisti classici, sia di quelli contemporanei. Da cui l’aggancio critico di Radio Maria.

Non penso che dietro  la dizione, tutta da verificare sui testi, di “nuovo umanesimo”, citata da Conte e rinvenuta in Morin dal padre scolopio di Erba, significhi automaticamente resa alla nuova massoneria dei grandi poteri economico-finanziari alla Soros et similia. Penso al contrario che possa essere interpretata in modo positivo, proprio come rimessa al centro della nozione di “umanesimo”, cioè di interesse per l’uomo nella sua totalità e complessità.

Oggi questa parola può e deve assumere connotati anche differenti da quelli del ‘400, perché sono cambiate moltissime cose da quegli anni di sviluppo culturale e scientifico straordinari. Intanto la continua rivoluzione tecno-scientifica che ha portato al centro della vita umana e del lavoro, le “macchine”: macchine che da duecento anni circa stanno alleviando la fatica fisica dei lavoratori, dai telai a vapore della Manchester degli anni dieci dell’800 fino alla robotica, oggi sono in grado di sostituirsi all’uomo nelle attività ripetitive, faticose e noiose, mentre si realizza un progressivo cambiamento del ruolo umano nella trasformazione delle materie prime in prodotti finiti, ruolo che oggi si configura essenzialmente nella progettazione, nella programmazione, nel  controllo e nel collaudo dei beni prodotti… dalle macchine.

Questi cambiamenti pongono dunque questioni e temi di carattere, non solo organizzativo, economico e sociale, ma anche di valenza psicologica, etica e addirittura antropologica. Infatti, se l’uomo oggi riesce, grazie alle tecno-scienze a fare cose impensabili anche fino a un paio di decenni fa, e chissà che cosa riuscirà a fare nei prossimi, ciò non significa che si possa fare, almeno sotto il profilo etico, tutto ciò che la ricerca scientifica oggi rende possibile. Faccio un esempio: se la biologia e la medicina oggi permettono la surroga della gravidanza in modo da far sì che un essere umano si sviluppi e nasca da una donna diversa da quella da cui si è estratto l’ovulo poi fecondato in vitro con un gamete maschile, per cui il nascituro avrà il problema di decidere come amare due mamme, una delle quali magari è la nonna (non so se ridere o piangere, forse piangere), non è detto che ciò sia eticamente lecito. Almeno secondo un’etica del fine dove il fine è la tutela globale dell’integrità psicofisica dell’uomo stesso.

Certo, in alcune nazioni lo si fa già, perché è consentito, come è è consentita l’adozione di figli alle coppie gay.

In sostanza, non tutto quello che è possibile fare può essere considerato moralmente lecito, secondo un’etica della vita umana che tenga conto di tutti i fattori psico-relazionali e pedagogici ben noti da millenni.

Bene, se il “nuovo umanesimo” è fare tutto quello che è possibile fare non condivido (in questo caso avrebbe ragione il padre Livio), ma se è utilizzare la scienza per l’uomo e la natura, e il miglioramento della vita delle persone nella natura, allora ben venga: sarà “nuovo” perché aggiornato, più ricco di bene per il mondo e per la vita di ciascuno, in un’armonia dove la conoscenza si connette razionalmente con la ricerca di un più ricco, e più umano benessere.

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