Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Una tragedia furlana

Una tragedia furlana come altre, perché l’uomo è fatto ovunque allo stesso modo, quasi simile agli angeli, come canta il melodioso Salmo 8, ma inteso sia nel senso di quegli esseri che servono Dio, sia nel senso di coloro che a Dio si sono ribellati in tempi prima dei tempi. Il testo del Salmo 8:

O Signore, nostro Dio,/ quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:/ sopra i cieli si innalza la tua magnificenza./  Con la bocca dei bimbi e dei lattanti/ affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,/ per ridurre al silenzio nemici e ribelli./ Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,/ la luna e le stelle che tu hai fissate,/ che cosa è l’uomo perché te ne ricordi/ e il figlio dell’uomo perché te ne curi?/ Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,/ di gloria e di onore lo hai coronato:/ gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,/ tutto hai posto sotto i suoi piedi;/ tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna;/ Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,/ che percorrono le vie del mare./ O Signore, nostro Dio,/ quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.”

Ecco come canta lo scrittore biblico, anzi il poeta salmista.

79 anni lui, architetto, benestante di soldi ma non di salute, pare. Ecco, cosa conta di più, se case da 250.000 il cui importo di vendita dividersi,  e altro, o un po’ di salute in più, soprattutto mentale e morale. 64 lei, belladonna, sommelier, ex moglie, uccisa a revolverate nell’ufficio del notaro famoso in centro della città borghese, e poi pistola in bocca e boom. Omicidio-suicidio, la coppia d’atti maledetta, che pare vada oltremodo di moda di questi tempi, ovviamente non solo di questi tempi, ma se lo sai mezz’ora dopo l’accaduto dal web, è come un moltiplicatore di eventi. Lo vedi  e lo senti cinque volte in una giornata, e ti sembrano cinque eventi, cinque tragedie, dieci morti, invece di “solo” due.

Alle solite, e comunque un caso irriducibilmente unico. Siamo qui a chiederci con moralisti, psicologi, psichiatri e sacerdoti che cosa succeda nella psiche, questa volta di un uomo anziano, di 79 anni si può dire così? che gli scatena tanta violenza contro un’altra persona e se stesso. Quanta parte abbia la premeditazione e quindi il dolo ragionato, e quante, se ve n’è, di perdita del senso e del valore delle cose e della vita delle persone. Le varie antropologie, più o meno biologizzanti o spiritualizzanti, si interrogano senza darsi soddisfazione. Noi qui non sappiamo se la cosiddetta elaborazione del lutto della separazione sia stato parte del movente, o lo sia stato di più un aspetto economico, legato agli accordi della separazione, et similia.

Fatto sta che tre ogive del revolver hanno spento due vite per volere di una volontà e di un intelletto. Partirei da qui. Caro defunto architetto: prima di tutto nessuno possiede la vita di nessuno, forse neanche la propria, anche se su ciò oggi il dibattito è molto acceso. Ebbene, possiamo concedere, laicamente, che della propria si possa disporre, ma basta così. La vita degli altri è in-vio-la-bi-le. Chi sei tu, chi sono io per disporre della vita altrui, così, a freddo, calcolando tutto? Un fatto è che io uccida una persona per difendere la mia vita o quella dei miei cari, ma lì non vi è dolo, reato o peccato, a meno che non si alzi in piedi truce moralista o un falso-buonista che abbia da protestare di eccesso colposo di legittima difesa. ve ne sono tanti, in giro, e li vorrei vedere davanti a una pistola altrui che sta per sparargli in faccia.

L’uomo che decide di uccidere e si organizza per farlo, in pubblico, in un ufficio dove son presenti altre persone, e lì vuole esibire il suo potere di vita o di morte, quasi come in un rito sacrificale, in una cerimonia stabilita nella sua testa una volta per sempre, inevitabile, incontrovertibile, a meno che qualcuno non lo scopra armato prima, ma non è così, lui è accorto, è capace di dissimulare, sorride perfino, si adegua al modo urbano dell’ufficio notarile, si siede e saluta cordialmente gli astanti, anche la sua ex moglie che vuole uccidere. E poi si alza, estrae l’arma e spara una due volte, ché la prima non era bastata, e poi recita la parte del glorioso suicida. Si mette di fronte e si spara in bocca, morendo nel suo sangue sporco di vergogna altrui, non la sua, perché non fa a tempo a vergognarsi.

Troppo pasciuto di benessere e di sfizi, quell’uomo? Chi lo sa? Chi lo conosceva un po’ forse è in grado di fare supposizioni. L’odio per una donna ancora piacente che gli sarebbe sopravvissuta per almeno vent’anni, vista la differenza di età e la media della vita femminile in Italia. Imperdonabile sopravvivergli tanto. Invidia della vita altrui? Incomprensibile per me, E per te, caro lettore?

Le persone umane sono, come abbiamo scritto qui più volte, sia uguali in dignità, sia irriducibilmente unici. Nel caso dell’architetto la differenza è stata in negativo di umanità. L’uomo, come insegnava sant’Agostino, è una commistione di bene di male, di bontà e malvagità, il bene il male è nell’uomo e dell’uomo. Una inestricabile situazione dell’esistere in questo essere-umani, cioè primati consapevoli e provvisti di linguaggio variegato, a volte melodioso e a volte sconvolgente, pesante, duro, incomprensibile.

Qualcuno sostiene, ad esempio il direttore di Radio Maria, che il diavolo è scatenato, come racconta l’Apocalisse, e quindi ispira delitti e male. Il male è nell’uomo e il bene lo deve vincere. Il male è assenza di bene, defectio boni, è mancanza, penìa secondo Platone, carenza da riempire con l’eros potente ed eterno del desiderio vitale, come ho cercato di proporre nel mio libro più profondo e impegnativo che, caro lettore, trovi qui a lato.

L’eros, o amore è il motore dell’agire umano nel mondo e forse è anche il nome di tutta la forza vitale del cosmo, nientemeno. Sorprendente, ma fino a un certo punto, poiché qualcosa tiene insieme la realtà oltre alle quattro grandi forze cosmologiche che nessuno è finora riuscito a concepire come unificate. Che sia proprio l’eros divino a costituire l’elemento che le rende Una, cioè l’Uno, che il filosofo Plotino riteneva fosse uno dei nomi di Dio, anzi il Nome?

“Sinistra” e “destra” socio-politiche nel tempo, dalla Rivoluzione francese alla globalizzazione. Vero è che i due termini significano ancora qualcosa, sia pure nell’evoluzione dei tempi e degli scenari valoriali, socio-politici ed economici

In palestra: un ragazzo in carrozzina fa ginnastica di trazione agli arti superiori, con buona volontà e costanza. Lo aiuta a sistemarsi un uomo maturo, socialista democratico da sempre (caro lettore, tu dirai “Che c’entra?”). Quest’uomo, con un abbigliamento da palestra abbastanza casuale, si mette poi a fare le sue cose con le macchine, caricando sempre di più i pesi in trazione, con soddisfazione crescente. Il ragazzo in carrozzina ha bisogno di essere di nuovo aiutato per cambiare esercizio, e si fa vicino per legargli opportunamente i polsi alla macchina prescelta un ragazzone del tipo skinhead, tutto a nero, certamente “di destra”, a sentire certi suoi commenti politici. Hai capito, caro lettore, chi è l’uomo maturo? Io.

Con il ragazzo in difficoltà, io e lo skinhead ci siamo comportati nello stesso modo. Si può dunque dedurre che essere-di destra o essere-di-sinistra non inficia una disponibilità attenta ai bisogni altrui, che attinge ad altre dimensioni interiori, psicologiche, spirituali. In altre parole non si è “buoni d’animo” se si è di destra o di sinistra.

Altro episodio: il signore maturo, cioè io, dialoga con un altro signore in età che decenni fa compì una scelta estrema di carattere politico(-militare) di sinistra, indubbiamente di sinistra. Si parla insieme di ciò che possa essere ritenuto politicamente e socio-economicamente “di sinistra”, socialista, e così via. Il signore in età che non vive in ristretti orizzonti come il secondo, il quale sta scontando una pena, la più grave dell’ordinamento italiano. Il primo, a fronte della richiesta del secondo di provare a pensare alla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, il comunismo economico come è descritto nella visione classica marx-engelsiana, risponde così: “Chi governa la complessità delle aziende e dei mercati? Sei tu in grado di fare il mio lavoro, o il lavoro di un imprenditore o di un general manager?” Silenzio, in risposta. Ecco. Il distacco tra la teoria e la possibilità prasseologica. cioè di un fare pratico è dunque evidente, lampante, incontrovertibile.

Se leggiamo oggi gli atti dei congressi della Nuova sinistra italiana (di Lotta Continua, di Avanguardia Operaia, di Potere Operaio, del Partito Comunista Marxista-Leninista, etc.) degli anni ’70, o i Quaderni Rossi di Raniero Panzieri, c’è da restare allibiti per l’astrattezza teorica e l’assenza quasi totale di agganci ragionevoli con la realtà fattuale del tempo.

Allora io passavo per moderatissimo, quasi una spia dei carabinieri, mentre quei militanti erano ritenuti e si ritenevano (per autocomprensione) dei “veri compagni”. Molti di loro li ho visti sfilare bellamente -politicamente- alla mia destra qualche anno dopo, rimanendo io fermo nella mia moderazione, come un ablativo assoluto.

Ciò che desidero dire è che destra e sinistra non sono comunque identiche, né sono scomparse, come molti stanno affermando con una faciloneria disarmante.

Sinistra è ontologicamente avere un’attenzione per l’altro, una visione comunitaria e a volte anche collettivistica delle cose (ecco un primo limite teoretico e antropologico della sinistra), destra è ontologicamente puntare sull’individualità, sui meriti soggettivi, sempre molto semplificando.

In qualche modo anch’io apprezzo valori che appaiono tradizionalmente più di destra, come quello del valore dell’individuo singolo. Ma è proprio così, o ragionando con le categorie di destra e sinistra si rischia di prendere pericolose cantonate? Pare proprio di sì, poiché il dato dell’irriducibilità individuale non è politico, ma paleoantropologico, o semplicemente antropologico.

Si è dunque irriducibilmente unici, e questo lo deve capire la sinistra più dogmatica, ma si è anche costituiti psico-biologicamente, come animali umani, in modo identico, e perciò si è depositari di pari dignità, di pari valore, qualsiasi sia il nostro ruolo sociale, qualsiasi sia il nostro reddito e il nostro potere, e questo lo dovrebbe comprendere la destra.

Diversi e uguali nello stesso tempo, come lo deve comprendere una visione del mondo capace di irrorare con i suoi valori migliori tutto o quasi l’agone politico.

Certamente oggi molti contenuti politici si stanno rimescolando, ma questo è normale, poiché appartiene alle derive socio-storiche, così come si sono sempre dipanate. Faccio un esempio: non si può negare che il liberalismo, pur non avendo più quasi ovunque una rappresentanza parlamentare, abbia fecondato positivamente la politica con i suoi valori di libertà e democrazia, così come il movimento ecologista, rappresentato dai “Verdi”, con i suoi valori connessi alla difesa dell’ambiente in cui viviamo, la Terra e il Cosmo.

Vi sono quindi dei valori condivisi tra le varie visioni del mondo, che hanno superato l’appartenenza a uno schieramento, a una sorta di genetica politica, diventando patrimonio comune, almeno delle persone ragionevoli e ragionanti, non certo di militanti, talora ignorantissimi e incapaci di condividere idee intelligenti, anche se non caratterizzate da appartenenze univoche.

La stessa Costituzione della Repubblica Italiana, ispirata dai fondamenti etici cristiani e laico-socialisti, porta nel tempo valori condivisi, in qualche modo, anche se con differenti sensibilità, da destra e da sinistra.

Se si vuole scherzare sui due storici termini che, come tutti sanno (almeno lo spero), destra e sinistra, nascono come concetti dall’assemblea costituente voluta dai rivoluzionari francesi nel 1789, si può ascoltare Giorgio Gaber, impegnato a distinguere la destra dalla sinistra annettendo rispettivamente a quest’ultima il minestrone, e alla destra la pasta, ovvero alla sinistra la doccia, e alla destra il bagno. Così per sorridere un poco.

Si può “usare” la filosofia nella selezione del personale per un’azienda, ente o comunque struttura lavorativa organizzata?

Quesito retorico anzichenò, quello del titolo. Sicuramente si può utilizzare un approccio filosofico in questa fondamentale attività aziendale. Peraltro, la selezione del personale, con la sua correlata premessa legata alla ricerca di personale, che si può mettere in moto in molti modi, dal passaparola, all’uso dei siti web, a incarichi a società di somministrazione o di ricerca e selezione, etc., è uno dei sei o sette “mestieri” tipici di un moderno Human Resource manager, come si usa dire.

Selezionare del personale significa incontrarlo a colloquio, sia con le modalità classiche, prevalentemente individuali, sia con modalità più complesse, che richiedono la presenza di più candidati all’assunzione, chiamate solitamente assessment. Su questo tema ha recentemente pubblicato presso Franco Angeli un agile e dinamico volumetto il mio amico Piero Vigutto, psicologo del lavoro.

E veniamo all’approccio filosofico della selezione del personale. In una delle occasioni di formazione continua e di formazione dei giovani filosofi di Phronesis, abbiamo pensato di proporre nella sezione nordestina questo tema, per il seminario previsto per domani 10 giugno a Mestre. Siccome la filosofia è la matrice di tutti i saperi antropologici, non si vede per quale ragione non possa essere utilizzata come ambiente per svolgere un assessment di selezione del personale, contaminando modalità più specifiche e accettando contaminazioni. Si trarrà, a parer mio, sempre giovamento dal dialogo tra varie discipline antropologiche, se questo dialogo sarà rispettoso di ogni apporto, senza confusione, ma anche senza sussiegosa superbia, tipica di chi crede di possedere il metodo della verità in tasca.

Sotto questo profilo l’approccio e lo stile filosofico, fin dai tempi di Platone e successivamente di Descartes, insegna l’arte del domandare e del dubbio, irrorando di costruttive problematicità ogni tema posto. Verità locali, direbbe il mio amico professor Zampieri, e non verità assolute, che lasciamo ad altre discipline a me altrettanto care, come la teologia.

Può essere interessante per chi si occupa di questi temi dare uno sguardo al Power Point che ho predisposto per lavorare in tema con colleghi senior e con alcuni -più giovani- in formazione. Buona lettura qui sotto.

assessment filosofico

Conoscevo Pierre Carniti

Non solo lo conoscevo e lo stimavo, ma voglio scriverlo qui, a beneficio dei miei lettori, e anche dei sindacalisti oggi operativi, a volte immemori che ho avuto diverse vite, tra cui una atta a consentirmi di lavorare con persone che hanno “fatto la storia” del sindacato, come Pierre Carniti.

Verso il 1980 entravo in quel mondo “socio-politico” da ragazzo studente lavoratore, mentre Pierre veniva eletto segretario generale della Cisl. Nei primi anni lo vedevo da distante, ma quando entrai da segretario friulano negli organismi nazionali un lustro dopo, lo vidi spesso. Uscito dal sindacato ebbi modo di incontrarlo ancora, come racconto più sotto.

Carniti era nipote di Alda Merini, buon sangue creativo. Inizia nel sindacato Cisl a vent’anni, come operatore nella zona industriale  Sempione di Milano. Nei primi anni Sessanta spinge per una contrattazione articolata e diventa segretario dei metalmeccanici, la Fim. Il suo spirito è immediatamente unitario verso Cgil e Uil. Nel 1965 è segretario nazionale della Fim e nel ’70 ne viene eletto segretario generale. Nel 1977 è segretario generale aggiunto della Cisl, per assumerne la guida nel ’79 e fino al 1985.

Il suo tormento, ma anche la dimostrazione di coerenza e ottimismo della volontà è l’accordo di San Valentino nel 1984, che taglia quattro punti di contingenza, fortemente voluto da Bettino Craxi per calmierare l’inflazione. Io c’ero e, come lui in altri modi , mi beccai il titolo di “servo dei padroni” davanti a più di mille operai della Zanussi di Porcia, da parte di un imbecille che allora seguiva i metalmeccanici della Cgil. Questi poi ebbe modo di dar prova evidente del suo opportunismo egoistico in aziende cooperative.

Il referendum abrogativo promosso dal PCI e dalla componente comunista della Cgil, con un segretario, Lama, lacerato dalla divisione nel sindacato, registra la vittoria della linea Carniti e… mia. Faccio per dire. Una vittoria della ragione, forse.

Erano i tempi in cui le Brigate Rosse facevano politica con le pistole, e uccidevano persone come il professor Ezio Tarantelli, consigliere di Carniti, cattolico progressista e giurista rigoroso. Uscito dal sindacato, Pierre, vicino ai socialisti, non si piega mai a convenienze di partito. Troppo idealista? No, realista progressista come me, che rifiutai verso la metà degli anni ’90 offerte di lavoro convenientissime, quando -senza paracadute politici e cooperativistici- come molti miei colleghi, se queste offerte offendevano la mia coscienza. Eroismo? No, ancora una volta un sano realismo dell’onestà. Lo ho sempre per certi versi a me ritenuto affine, anche se lui era una terza media, ma valeva più di molti laureati. Io lo ero, avevo studiato lavorando, uno dei pochi dirigenti “studiati” nel sindacato. Carniti era naturalmente colto, non come i pretenziosi odierni politicanti , che pretendono quasi si creda possiedono una sorta di scienza infusa, come quelle pentecostale dei dodici apostoli gesuani, a loro certamente ignota.

Con Ermanno Gorrieri, Carniti e altri, fondano nei primi anni ’90 gruppi di lavoro ispirati a “princìpi etico-politici di difesa della vita umana, della prole, della dignità umana, del lavoro, della democrazia, della famiglia, della libertà, della fraternità, della equità, della solidarietà, del rispetto delle culture delle altre persone da considerare come opportunità per un dialogo ed un confronto, vissuti come fonti di possibilità di incontro e di arricchimenti umani reciproci, del non impedimento nell’affermazione della propria identità e nel relazionarsi, della rivendicazione delle differenze (ognuno è differente dall’altro ma con eguali doveri e diritti) e del conflitto, non violento, nei confronti della società del capitalismo materialista-consumista causa, fra l’altro, di inaccettabili ed enormi disparità fra le persone e le popolazioni” (dal web) con cui ho dialogato anch’io, a lungo. I suoi Cristiano Sociali sono stati infatti tra i fondatori dei Democratici di Sinistra e del Partito Democratico, cui forse ora manca proprio quell’ispirazione autentica.

Con Pierre partecipai come relatore a due meravigliosi seminari, e c’era in uno anche l’amico Alex Langer, a Spello e a Bolzano: allora si parlava di ambiente e industria, di questo difficile rapporto, che non può mai diventare uno sposalizio, perché attraversato da intrinseche tensioni e torsioni tra interessi, convenienze e obblighi. Ma con il sindacalista asceta, ebbene sì, asceta, cioè capace di esercitarsi laicamente senza farsi condizionare neppure dalla sua cultura cattolico-democratica e socialista libertaria, si ragionava senza restare mai prigionieri di schemi e di pregiudizi. In piena libertà.

Grazie e ciao Pierre, mio buon amico.

Voglio bene a Mario Balotelli e a Tiziano Ferro, bravi ragazzi normali, mentre Salvini inanella una gaffe dietro l’altra, e altri ministri come quello dell’ambiente riconoscono che i predecessori di dicastero non erano poi così male, ma anche il capo leghista, obtorto collo, deve ammettere che Marco Minniti aveva fatto un buon lavoro

Intanto il nostro centravanti nero, di origine ghanese (proveniente dalla famiglia Barwuah) coniuga bene i congiuntivi e poi, con voce profonda da omone giovane e robusto, parla di diritti umani con semplicità senza essere mai banale. Dice che sarebbe onorato di essere il capitano della Nazionale di calcio.

Lo sarà, ma intanto è importante constatare che questo ragazzone è cresciuto, è diverso da qualche anno fa, rappresentando meglio la generazione di quasi trentenni, e anche di ragazzi più giovani.

Il bravissimo cantante romano spera di non essere pressoché “trasparente” come uomo di orientamento omosessuale, anzi quasi invisibile. Convivono in questa beata Italia tante posizioni, tante opinioni, spesso fondate su mancanza di informazione e su pregiudizi. Molti parlano senza darsi la pena di conoscere le cose di cui parlano, e spesso senza una formazione adeguata, ignorando anche i fondamenti di un argomento, fregandosene bellamente di fondare il proprio pensiero su basi conoscitive solide e affidabili. A volte è una pena ascoltare chi parla in televisione o leggere chi scrive sul web, libero come l’aria e deficiente come un minus habens.

Se perfino Balotelli mi soddisfa significa che lo chef generale dell’informazione offre un modesto menù, senza offesa per il campione.

Giù nel Sud, nei pressi di Vibo Valentia, hanno fucilato un nero (chiamato da molti “negro”, con dizione spregiativa, non etno-antropologica), del Mali, Sacko Soumajli, che si occupava di se stesso e dei suoi conterranei migranti e lavoratori a tre euro l’ora, dentro il sindacato bracciantile USB, emulo di Di Vittorio, a quasi ottanta anni dalle lotte guidata da quel grande di Cerignola. Civilissimo rappresentante dei lavoratori, dignitosissimo e sapiente, di una sapienza antica.

Salvini invece parla di “galeotti” provenienti dalla Tunisia, e deve anche scusarsi con il governo di quella piccola nazione araba, a noi molto vicina. Bettino Craxi, che amava quella nazione e a Hammamet è morto, certamente l’avrebbe bacchettato invitandolo a informarsi meglio e a parlare da ministro con più cognizione delle cose. Nel frattempo, sempre il ragazzotto lombardo invoca Orban l’ungherese, il quale comunque ci è poco amico, con i suoi amici di Visegrád.

Il Gruppo di Visegrád si è costituito tra Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia il 15 febbraio 1991, al fine di rafforzare  la cooperazione tra questi tre stati e in seguito quattro (con la divisione tra Repubblica Ceca e Slovacchia dal 1993) sotto vari aspetti della vita civile, sociale, culturale, scientifica ed economica.

L’ispirazione del Gruppo di Visegrád è stata dovuta agli incontri avvenuti nel 1335 e nel 1339 tra i re Carlo I d’Ungheria, Casimiro III di Polonia e Giovanni I di Boemia, per migliorare i rapporti commerciali ed economici tra le tre nazioni. Un evento storico per affermare l’unità d’intenti di tre saggi sovrani e di tre popoli contermini. L’Europa si costituiva anche così, magari “a pezzi”, fin dai tempi di Carlo Magno, quando il Sacro Romano Impero in qualche modo proseguiva lungo la strada dell’Impero Romano ispirato dalla Res Publica Christiana.

Salvini forse non sa queste cose, ma qualcuno gliele spiegherà. Non vi era nulla di razzista nel primigenio Gruppo di Visegrád, bensì lungimiranza e dialogo, al contrario di quello che sta sostenendo il neo-ministro degli Interni, il quale comunque riconosce il buon lavoro fatto da Marco Minniti.

L’altro “dioscuro” della nuova maggioranza, il Di Maio, invece, si occupa dei ciclisti porta-pizze a casa, i rider, lavoratori senza diritti minimi. Gli economisti dei due partiti si dividono sulla plausibilità della flat tax e del reddito di cittadinanza, cominciando a spiegare che misura senza capienza finanziaria sono irrealistiche e illusorie, cioè un inganno per gli stessi cittadini elettori che hanno creduto nel “nuovo”, nell’enfasi del cosiddetto “cambiamento”.

Non si fanno miracoli: neppure san Giovanni evangelista nel vangelo da lui ispirato, parla di “miracoli” riferendosi alle opere del Maestro di Nazaret, ma di segni, di semèia, come si dice in greco antico. E i segni sono tracce importanti  dell’agire umano. I segni significano sempre qualcosa.

Quello che speriamo le persone imparino è che non esiste la perfezione, e tantomeno in politica, ma un continuo ricercare di migliorare, anche usufruendo umilmente di esperienze altrui, anche di avversari, perfino di nemici o ritenuti tali.

L’uomo forse evolve, ma lentamente, e a volte involve, per cui occorre pazienza, umiltà, lungimiranza, capacità di sopportazione, forza morale, come insegnano i padri insigni del pensiero greco-latino e cristiano.

Complimenti! Il primo lavoro della sua vita è quello di ministro del lavoro. Bravo Di Maio!

Niente stage, niente tirocinio, niente apprendistato, niente periodo di prova, niente periodo di somministrazione o, come si diceva, interinale, ma subito assunto, anzi subito ministro del lavoro! Sembra una gag di Petrolini o una folgorante battuta di Ennio Flaiano, quello che definiva molte cose italiane gravi ma non serie (!). Luigi Di Maio è il fortunato campione di tale record galattico, che neanche il grande entusiasmante Real Madrid di Zidane e Cristiano… Neanche fosse un Alessandro Magno redivivo con Aristotele precettore.

In azienda un ingegnere di ventisei anni entra a milletrecento euro al mese, se gli va bene, o anche meno, dopo aver studiato seriamente e duramente matematica, fisica tecnica, chimica e altre discipline non banali e non facili. Lui no, lui è subito capo di tutti. La prima o la seconda  battuta concerne il Jobs act che definisce come fosse una persona, non un atto legislativo. Boh, approssimazioni espressive dovute all’insicurezza, all’imbarazzo, all’impreparazione. Circa il reddito di cittadinanza si capisce da come ne parla che non sa nulla di mercato del lavoro, né padroneggia (come potrebbe essere, peraltro, se non ha studiato, né ha vissuto esperienze sufficienti in tema?) i più importanti principi della sociologia generale e di un’antropologia culturale seria, che è disciplina indispensabile per comprendere almeno un po’ l’immensa e variegata ricchezza morale e spirituale, e anche i difetti, delle popolazioni italiche che compongono la nostra grande Nazione?

Molto più di lui sapevano gli antichi Romani, Cicerone, Seneca, gli imperatori Adriano e Marco Aurelio, tra altri, e Claudio, che ammise i Pitti e i Britanni nelle assemblee politiche dell’Impero. Ma non mi meraviglio: citando Cicerone, Marco Aurelio e Seneca cito intellettuali, filosofi, avvocati e politici di gran lunga superiori agli attuali, figurarsi se non superiori al ragazzetto campano.

Mi chiedo che sentimenti potesse avere quando ha dovuto stringere la mano al presidente Mattarella nel giorno della nomina a ministro e vice premier, dopo che solo tre giorni prima ne aveva chiesto la messa in stato d’accusa (l’impeachment, ex art. 90 della Costituzione imparato lì per lì). Un po’ di vergogna? Chissà.

L’ultima battuta del nostro la volete sentire? “Basta fischiare ora, lo Stato siamo noi, ora“. Beh, calma Gigino, calma Gigetto.

Salvini invece va subito in Sicilia e vedere come fare a ridurre gli sbarchi. Forse resterà lì di guardia, personalmente. L’atteggiamento, le posture, il linguaggio sono quelli di sempre, tra l’aggressivo e lo sbruffone, ma ora si accorgerà a sue spese che il gioco si fa serio. Dire che i clandestini si rassegnino a fare le valigie per tornare a casa è bello per la piazza plaudente, epperò non facilissimo da realizzare in tempi brevi, come lo ammonisce il suo autorevole compagno di partito Maroni, che ha già fatto, e bene, il ministro dell’interno. Un suo adepto, il neo-ministro della famiglia afferma che le famiglie gay non esistono: come negare la realtà. Forse ha bisogno di un refresh di logica espressiva. Anch’io non condivido le adozioni da parte di famiglia omosessuali, per ragioni antropologico-morali ed educazionali che ho qui trattato più volte, ma negare la realtà delle unioni civili, peraltro regolamentate da una legge dello Stato, è proprio stupido. Anche sull’aborto non dico di più di quanto scritto qualche giorno fa, sempre qui: penso che nessuno “sia per l’aborto”, ma è saggio, umano e ragionevole essere per una sua regolamentazione, nell’ambito di politiche di sostegno alle nascite di nuovi esseri umani. Homo insapiens, definisce brillantemente il ministro Fontana il quotidiano Il Manifesto.

La piccola fascistella Meloni si offre ma non la vuole nessuno, mi diverto un po’. Berlusconi è incazzato, per me simpaticamente, ma non so come gli andrà. Quelli che Bersani pensava potessero fare un po’ di sinistra sono a un patetico silenzio, salvo Boldrini che seriosamente tenta ancora di pontificare, proprio non ce la fa a capire che è venuto il tempo del silenzio dopo tanta idiozia.

Gli esponenti del PD, di nuovo mio partito, fanno pena, non so perché non impediscono a quell’impedito di Rosato di parlare, e anche Martina e Del Rio sembrano imbalsamati. Per ora sono solo capaci di fare muso duro e cipiglio afasico, niente proposte, nulla di nulla. Renzi scomparso, meglio così. Non so che cosa potrebbe fare di utile in questa fase.

Tanto è mentre pedalo verso la grande campagna di questa tarda calda primavera in attesa di prendere l’aereo per andare giù al Sud, a mille chilometri dal Friuli, per parlare con lavoratori e sindacati di lavoro vero, di impegno, di premialità giusta, di ripresa di entusiasmo, di crescita.

La giornata è infinita al Riva del Sole. Ora andiamo a Bitonto per uno sguardo alla Cattedrale meraviglia del romanico pugliese, poi cena sobria e un sonno giusto per la giornata di lavoro, uno splendido lunedì di vita vera.

…e ora vediamo se Salvini sarà capace di fare meglio di Minniti (a cui, afferma, chiederà come si fa a fermare i migranti, ma come, allora anche il governo cessante era abbastanza bravo!) se Di Maio meglio di Calenda, ché meglio di Poletti non avrà problemi a fare, anche se, afferma, che il suo obiettivo personale è “migliorare la qualità della vita degli Italiani” (ingenuità o dabbenaggine?): in nome della cara Patria Italia, auguri!

Caro lettore,

finalmente, dopo quasi novanta giorni di polemiche talora stupide se non penose, abbiamo il Governo della Repubblica Italiana. Non conosco la maggior parte dei ministri, ma auguro buon lavoro a tutti, anche a Toninelli, che ha detto spesso cazzate sesquipedali, e ai due vice premier che sono la rappresentazione -differenziata- del non-sense politico serio, e non aggiungo altro, perché non smentisco un et di quello che ho scritto di loro nei tre mesi scorsi.

Vediamo se ora il pensiero dei due e dei loro militanti politici e seguaci si sposta sulle tematiche vere del popolo italiano, sull’economia, sulla società, sulla giustizia, sul diritto alla conoscenza, sul futuro concreto della nostra bella Nazione, dal pensiero volto prevalentemente a un eventuale voto e all’incremento di suffragi da realizzare. Bravo presidente Mattarella che anch’io, qui nel mio piccolo, ho sostenuto. Ho visto anche che dopo la mia lettera inviatagli, ha iniziato a utilizzar meno il termine “paese” per dire Italia, ma di più riferimenti all’Italia, agli Italiani, alla Repubblica, se non alla Patria o alla Nazione, etc. Ah (sorrido), Di Battista può tranquillamente rimanere in America, non credo manchi alla Patria, a me no certamente.

Ora invierò la lettera anche al prof Conte per vedere se condivide la mia proposta. Caro lettore, trovi la lettera in questione se vai indietro di un mese e mezzo circa.

I temi sul tavolo del nuovo governo sono molti e difficili, per cui preoccupa l’approssimazione e la banalità dei contenuti del famoso “contratto” tra i due partiti che ora hanno la responsabilità di guidare l’Italia. Una considerazione: come si fa a prevedere un surplus di spesa per circa 108 miliardi per il primo anno, con una copertura specifica di meno di un duecentesimo scarso della cifra (cioè con 500 milioni di euro)? Dove si andrà a prelevare il restante denaro? dalle solite tasche degli Italiani, da nuove tasse o accise, dall’evasione fiscale di cui si strombazza a ogni appuntamento elettorale, dalla riduzione dei costi della politica? Mi pare ci sia, come si dice, molta fuffa in tutto ciò, ovvero approssimazione e dilettantismo.

Accadrà certamente che quasi tutti i sogni di gloria dell’alleanza M5S e Lega saranno accantonati silenziosamente, a partire dalla improponibile Flat Tax e dal Reddito di cittadinanza, due esempi di misure ontologicamente e reciprocamente contraddittorie, perché l’una richiede maggiori uscite e l’altra prevede minori entrate: come a dire di poter fare di più con meno, che neanche un bambino…

Anche per questo Salvini voleva lucrare al più presto la sua furbissima credibilità con nuove elezioni da tenersi al più presto e Di Maio, consapevole -finalmente- di essere stato messo nel sacco dall’Asterix padano, no. Si pensi: il pensiero sommo di tutti e due, anche se a geometria variabile, altro non è stato che il potere per il potere, come nelle precedenti “repubbliche”, che poi non è mai del tutto vero, ma un po’ vero lo è, sempre. Il potere non negativo in sé, ma lo può diventare per come lo si esercita e per i fini per i quali lo si esercita. La differenza la fa la qualità delle azioni umane, lo spirito, il cuore di chi agisce. La moralità delle azioni è data dall’interiorità, dalle intenzioni, come insegnava il Maestro nazareno (cf. cap. 5 Vangelo secondo Matteo).

I danni che hanno fatto i due dilettanti solo nell’ultima settimana solo il Padreterno quantificarli, o il suo CFO, che probabilmente sarà Paolo di Tarso o San Benedetto, forse meglio.

Questi due hanno scambiato il governo per un gioco di monopoli, il bimbo napoletano di più, ma anche il ragazzo un po’ in carne della Lombardia. E” drammatico che la democrazia rappresentativa, quando opera con leggi elettorali così idiote, pensate e scritte da minus habens come i suoi autori omonimi. Bisognerà provvedere affinché non accadano più cose del genere.

Altra cosa: anche la stampa deve smettere di raccontare cazzate, di riferire amenità e falsità, di commentare con un rancore, così come i potentati politici alla Juncker, prima di parlare dovrebbero controllare il tasso alcolico: nel suo caso si vede dalla pelle vizza di un uomo non vecchio del ’53 che è un forte bevitore, che però non “tiene” come Churchill, e così va nel pallone del suo minuscolo Lussemburgo. Così dal pomposo e panzone e vino tinto capelli di Barroso si è passati a questo giocatore di briscola prestato alla politica che parla come se battesse il fante all’osteria.

Passando in rassegna i nuovi ministri, forse qualcosa di buono c’é, ora lavorino sodo confrontandosi senza ideologismi e rabbia in Parlamento anche con chi non li voterà. Alla guida dei due rami ci sono due persone che personalmente gradisco di gran lunga rispetto ai predecessori. Un Fico al posto di Boldrini mi sta non bene, benissimo, così come la signora Casellati al posto di un Grasso… ma chi ha pensato che poteva essere un leader politico quest’uomo spento? Bersani? ma sei fuori? D’Alema? Non posso crederci. Forse quei quattro gatti di ex vendoliani o possibilisti civatisti. Lo ripeto, a questo sinistrume ridicolo capitanato dalla fervida Boldrina preferisco il vecchio compagno Marco Rizzo, comunista all’antica.

Buona fortuna prof Conte. Faccio il tifo per lei.

Filippone, malvagia follia o folle malvagità, mentre i due beoti politici continuano a fare i babbei?

Utilizzo nel titolo un ossimoro in forma chiasmica, perché non mi viene nulla di meglio. Ancora una volta, come tante altre, la logica emotiva di Sant’Agostino mi aiuta.

A giorni dalla tragedia di Francavilla a Mare, mentre la politica scherza col fuoco di una crisi gravissima sulla pelle degli Italiani (disgraziati, disgraziatissimi Di Maio l’ignorante e Salvini il cinico), insultando il Presidente della Repubblica e i tedeschi rispondono sempre al loro prepotente istinto egemonico prussiano, questa volta con il tinto di biondo commissario europeo Guenther Oettinger, Filippone butta giù la moglie dal terrazzino di casa, e non la degna di un sguardo mentre agonizza sul selciato.

Prima domanda: che uomo è se si comporta così? Qualcuno dei soccorritori si è fatto qualche domanda di questo tipo? C’era lì qualcuno in grado di farsi qualche domanda, visto che la prima parte della disgrazia concernente la morte della moglie, pareva confermarne le modalità, di disgrazia, appunto, ma non era così?

Seconda domanda: durante le sette ore passate prima che l’uomo si gettasse di sotto non si è riusciti a predisporre qualche struttura ai piedi del viadotto per impedire che anche lui, dopo avere ammazzato la moglie a casa e buttato giù la bambina, si sfracellasse di sotto? Sempre durante le sette ore chi ha parlato con lui, uno psicologo, uno psichiatra? Che cosa gli hanno detto? Come ha risposto? Erano proprio le persone adatte a parlargli dopo quello che aveva fatto? Se dopo due o tre ore, nelle quali è possibile fare molti discorsi, la cosa non si è sbloccata, perché non si è pensato a cambiare l’interlocutore esperto, visto che sulla piazza c’erano sicuro altri psicologi, presenti sul territorio a pacchi, e anche psichiatri? Oppure guardarsi in giro cercando altri interlocutori, perché non un sacerdote o un filosofo?

Ho qualche dubbio sulla gestione del caso da un punto di vista tecnico-relazionale-comunicazionale. Posso nutrire qualche dubbio? Si sono toccate le corde giuste? Ora gli inquirenti hanno trovato all’uomo cocaina in auto e i resti di un sedativo con cui avrebbe rincoglionito la bimba Ludovica prima di scaraventarla giù. Gli hanno trovato dunque materiali già pensati, cercati, trovati e utilizzati con (folle?) lucidità. Gli psichiatri ci spiegano che alcuni psicotici di tipo schizoide hanno momenti di lucidità inframmezzati da momenti di distacco, di follia. Ebbene, che significa questo? Che nei momenti di lucidità con costoro bisogna utilizzar la logica sostanziale ordinaria, normale, fatta di domande sul bene e sul male, sulla responsabilità e sulla libertà individuale, o no? In sostanza un dialogo serrato nel quale il Filippone avrebbe potuto (?) sentirsi considerato normale?

Secondo me Filippone, nell’arco di sette lunghissime ore, avrebbe potuto capire.

Ho già detto che se fossi stato lì, avrei cercato di salvarlo e poi l’avrei strozzato di brutto dopo averlo salvato. Perché Filippone era un bravo professionista, laureato in economia, come si dice oggi un Chief of  Financial Officer (CFO). Ho l’impressione che nelle strutture pubbliche vi sia molta confusione su questo terreno e su questi argomenti.

Bene, un brav’uomo che all’improvviso diventa matto e fa una strage e nessuno lo ferma. Ah, qualcuno ha scoperto che era sconvolto perché qualche mese prima aveva perso la madre. Tutti prima o poi, se non muoiono prima, perché cari al cielo, e quanto caro al cielo sarebbe stato bene fosse stato Filippone, perdono la madre, e anche il padre, o no? Uno perde la madre e ammazza moglie  e figlia? Andiamo. Che cosa ci spiega il Manuale Diagnostico Statistico IV? Una forma maniaco-depressiva… una forma di stress post-traumatico?

Forse che sarebbe stato utile e necessario non trattarlo secondo le schema della malattia mentale, ma secondo il non-schema della normalità per cui un padre e marito non fa quello che ha fatto, ma si pente e affronta le conseguenze dei suoi atti, assumendosi la responsabilità di quanto e come agìto.

Quale forma tecnico-culturale è la più adatta a sviluppare ragionamenti di quel genere? Forse anche l’invito religioso al rispetto della vita, fondandolo sul fatto che non è a nostra disposizione, specialmente quella degli altri, a meno che non si abbia la testa sbagliata di un killer. Ma Filippone non era un killer, era un uomo normale. Oppure la logica filosofica, non la ricerca di nevrosi o psicosi, mi pare. “Quale è la ragione per la quale hai fatto quello che hai fatto, e vuoi fare ancora danni uccidendoti? Ne è valsa la pena, e varrà la pena, oh sì, adesso che le hai ammazzate forse è meglio che anche tu le segua, o no? Guarda, se vuoi ne parliamo, così poi a mente fredda puoi ammazzarti anche tu. Ma che uomo sei?” Lì avrebbe dovuto e potuto esserci un collega di Phronesis, colleghi che in in Abruzzo, nelle Marche o nel Lazio non mancano. A una o due ore di auto. Avrei potuto proporre almeno cinque o sei nomi di signori e signore, colleghi e colleghe, in grado di ben agire. Oppure, in meno di sette ore sarei arrivato anch’io, lì. per l’Adriatica, ché ho una macchina molto veloce.

Presunzione, la mia? Penso proprio di no.

La fragilità forte ovvero la forza fragile vincono sempre sull’idiozia da trivio

Colloquio con un sordomuto in azienda, insieme con una “mia” iunior, psicologa del lavoro. Lui va a prendere sempre solo il caffè, in pausa, perché i colleghi non lo invitano. Ne soffre, e si vede, eppur se ne frega. Sant’Agostino avrebbe usato, così come amava fare, il doppio ossimoro sostantivo-aggettivo e viceversa, che bene esprime la complessità e quasi la rotondità del reale: una fragilità forte in una fragile forza.

Quando ti lamenti (mi lamento) della nostra (della mia) condizione, è  come se bestemmiassimo il Dio della vita.

Il limite dell’altro è lo specchio della nostra condizione, che non bara mai.

Mentre i furbacchioni della politica (parlo sempre dei due babbei, di cui il più giovane vanta la maggiore babbeità, che oramai è un dato antropologico) tentano di barare millantando la loro aggressività per difesa del volere popolare russoviano (più precisamente “volontà popolare”), chi lavora in azienda e fa il reddito italiano da difendere continua silenziosamente a lavorare, al contrario dei due su non-nominati, che non hanno mai lavorato in vita loro, e presentano un programma-contratto che sembra scritto da una prima media inserita in una loggia massonica. Incompetenza e arroganza sbalorditive.

E torniamo al tema. Chi non ha la parola né l’udito vive in una dimensione che neppure immaginiamo, anche se talora la pietas umana ci può ispirare partecipazione e solidarietà. Noi che abbiamo tutti i sensi funzionanti conosciamo il mondo, ascoltiamo i rumori, i suoni e la musica, parliamo modulando i lemmi e i toni, possiamo essere sintetici o facondi, di poche parole o grandi oratori alla Demostene o Cicerone, oppure appassionatamente prolissi alla Pannella. Chi non ha i mezzi bio-meccanici per udire e parlare no, deve imparare i linguaggi diversamente.

Con questo lavoratore, salvo qualche labiale misteriosamente da lui compreso, abbiamo dialogato per iscritto. Straordinario il report scritto, da studiare e conservare, da apprezzare e rispettare, come esperienza neuro-linguistica, scuola di dialogo e di etica del lavoro.

Ciò accade, mentre viviamo momenti strani assai, dove la stampa, il web le tv etc., possono sdoganare irridenti marpioni come Di Battista che dice sorridendo: “se si vota mi candido”. Mi vien da dire “sai che paura di Di Battista?” Oppure danno spazio al precocemente affetto da calvizie sul sommo del capo giovin Casaleggio, il quale, con seriosità incipiente e sarcasmo forse involontario, sostiene implicitamente che diecimila votanti sulla piattaforma Rousseau, valgono come venti milioni di voti. Non riesco a capire in che modo: forse che chi aderisce alla piattaforma è più intelligente di chi non vi aderisce? Che cosa è il “popolo”, chi è il “popolo” per lui e i suoi adepti grillozzi? Forse che il “popolo” è quello che grida, che urla, che sbeffeggia chi non è d’accordo, e duecento persone sembrano diecimila perché fanno confusione? Si leggano i testi di Gustave Le Bon (cf. Psicologia della folla, 1895), studioso della psicologia delle masse, che sono le stesse, come luogo dove funziona un certo meccanismo di psicologia sociale, sia che siano in una manifestazione politica, più o meno pacifica, sia che siano allo stadio, si in ambito religioso (si pensi all’omicidio di Ipazia perpetrato da monaci cristiani fanatici nella Alessandria d’Egitto del V secolo), sia che si trovino in qualsiasi altro assembramento umano.

Circa il testo di Le Bon ecco una breve parafrasi:

Le folle sono come una forza di distruzione, priva di una visione d’insieme, indisciplinata e portatrice di decadenza (…). La massa – permeata da sentimenti  autoritari e d’intolleranza – crea un inconscio collettivo attraverso il quale l’individuo si sente deresponsabilizzato e viene privato dell’autocontrollo, ma che rende anche le folle tendenti alla conservazione e orientabili da fattori esterni, e in particolar modo dal prestigio dei singoli individui all’interno della massa stessa.” (dal web) Basta analizzare gli “idealtipi” weberiani Di Maio/ Salvini per capirci.

Ah, poi c’è un “Salvini arrabbiato”, anche qui, sai che paura?

Mi chiedo quanto siano intelligenti i sopra citati, se l’evoluzione neuronale li abbia privilegiati o meno, e temo -per loro- che non vi sia dovizia di “corticalità pensante”, e questo è pericoloso, oltremodo. Divento sempre più tifoso dei neuro-scienziati biologisti, ma non del tutto, poiché altrimenti dovremmo prendere solo per un ammasso di cellule il cervello-mente dell’uomo di Francavilla a Mare, assassino di moglie e figlia e suicida, e il ragazzo venticinquenne che ha sparato alla ex fidanzata prima di uccidersi, in Toscana l’altro ieri. E, se non si fossero suicidati, avremmo dovuto solo metterli in condizioni di non nuocere, in qualche luogo che ha ereditato i vecchi manicomi.

Non può funzionare solo in questo modo, no.

Ieri ho preso la bici e son andato per strade secondarie, ma la bici “normale”, viaggiando verso la Bassa, in mezzo ai pioppeti e ai boschi di ripa. Animali timidi si sono affacciati tra l’erba e i cespugli oramai verdissimi a fine maggio. Pensare al tempo che mi accoglie nel suo grembo e allo spazio nel quale il mio corpo umano si muove, e ai sentimenti altrui, che non conosco, a meno che non riesca a leggere dentro, a intus-legere, a essere intelligente. I classici sostenevano che la volontà è la facoltà propria di chi-è-intelligente. Chi lo sa.

Campanili lontani annunziano messe eterne, mentre ripenso al ragazzo di oggi, che sorrideva senza parlare e senza udire il suono delle mie parole. Grato di come sono.

La “sacra” dei tromboni: El Pais, Le Figaro, The Economist, The Guardian, Die Welt, Le Monde, New York Times, Der Spiegel, Il Fatto Quotidiano, il Corriere della Sera,…

Al mattino, viaggiando verso i primi impegni di lavoro ottimizzo (che brutto verbo) il tempo ascoltando pezzi di due rassegne stampa su Radio Radicale, dove l’ottimo Massimo Bordin si fa apprezzare per la sua non comune cultura storico-politica, e talora su Radio Maria, egemonizzata da quel marpione di padre Livio. Di sabato su Radio Radicale i commenti sono di Marco Taradash, vecchio “lottatore continuo”, diversamente ironico da Bordin e altrettanto ascoltabile. Ci sono tanti “lottatori continui” in giro come ex “avanguardisti operai”, alcuni agganciati al mondo liberal-radicale, altri addirittura alla destra, più o meno di centro, come il giornalista Liguori, o l’attuale sindaco di Udine che è stato presidente e sindaco di tutto, e trent’anni fa mi intervistava quando ero segretario della Uil.

Io son rimasto fermo -nei decenni- attorno al mio socialismo democratico, e mi son visto superare a destra da una miriade di coetanei, più  meno, che un tempo mi davano del “destro”, quasi reazionario. Eh eh. A sinistra, poi, si è invidiosi, e io stesso ne sono stato vittima, quando avrei potuto entrare in consiglio regionale o diventare sindaco del mio paese natale, ma mi sabotò per due volte un potentato della sinistra, per il quale e del quale non sarei stato subalterno. Ci mancherebbe, subalterno, e di chi? Io, di niuno! Ho riso in tutti e due i casi, non avendo bisogno di nulla, poiché vivo del mio.

Devo dire che mi diverto ai diversi accenti delle narrazioni, talora esilaranti. Qualche volta mi incazzo pure ascoltando i commenti degli articoli stampa. Soprattutto i titoli sono oggetto di interesse mio e del commentatore, e la loro strutturale incoerenza con i testi sottostanti. Non so se il titolista è ontologicamente un disonesto intellettuale o se il giornalista non si mette d’accordo con il titolista e/o viceversa. Fatto sta che ciò che leggiamo, o ci viene letto da questi meritevoli commentatori: in pratica mi digerisco in quaranta minuti i principali argomenti di cinque o sei quotidiani ogni giorno, un buon viatico per iniziare la giornata.

Ciò che colpisce, almeno me, è una certa vis retorica dei pezzi, una retorica non classica, ma zoppicante, a volte bolsa, non sempre nutrita alla fonte di un lessico sufficientemente ricco e polisemantico, o di una verbologia adeguata per scelta di tempi e modi. Non è raro che a volte zoppichi anche la consecutio temporum. La parte più povera, comunque, mi sembra sia il lessico, talora misero, trito, stanco. Un esempio: se il cronista deve riferire di difficoltà in cui sta incorrendo un politico o un partito, non c’è verso che non usi la metafora della “bufera”: bufera su, e su, e su… Basterebbe cercare uno degli anta sinonimi che il vocabolario italiano offre. Si pensi che per il concetto di “stupido” abbiamo a disposizione almeno una trentina di lemmi, che diventano un centinaio se allarghiamo l’attenzione alle inflessioni dialettali o idiomatiche presenti in Italia.

Questo dal punto di vista linguistico-formale. Se volgiamo la nostra attenzione ai contenuti, ne troviamo di tutti i colori. Sintetizzerei così: in generale la stampa anglosassone e, sia pure in modo diverso, anche quella francese, sembra godere nel prendere per il sedere l’Italia; quella tedesca pare abbia una vecchia ruggine contro l’Italia, cercando sempre esempi per mostrare una certa quale inaffidabilità antropologica degli Italiani. Anche se i tedeschi hanno superato e metabolizzato il nazismo rifiutandolo, sembra quasi che, sotto sotto, quell”8 settembre del ’43 non sia mai passato del tutto. A questi giornalisti io ricorderei magari Cefalonia e il generale Gandin, Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, se loro implicitamente hanno in testa il reuccio vigliacchetto e il generale fasullo, Pietro Badoglio.

Ora che il presidente Mattarella ha stoppato Salvini e Di Maio (quest’ultimo è oramai in naftalina con il suo bel vestitino blu), chissà che uscirà dall’intelligentissima penna dei malevolenti cronisti esteri. Prepariamoci all’ira.

Ai tedeschi, che ci hanno messo sei mesi a fare l’ultimo governo e hanno salvato le loro banche con i soldi amministrati da Mario Draghi, e agli spagnoli che torneranno presto a votare dopo aver votato per due volte consecutive circa venti mesi or sono, e ai polacchi, agli austriaci, agli ungheresi, mi verrebbe da ricordargli Cesare e Marco Aurelio, Traiano e Adriano, se non Michelangelo, Galileo e Leonardo, tra altri cento geni, se proprio ci tengono a prenderci per il sedere.

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