Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Ciò che accade e come viene raccontato, tra comunicazione e mistificazione

Un tempo le notizie dei fatti accaduti viaggiavano lente, a velocità di cavallo o di diligenza. Per sapere che nel 64 d. C. Roma stava bruciando, ai confini dell’impero la notizia arrivava in non meno di tre settimane, indirizzata magari all’ultimo procuratore di Bitinia, Plinio il Giovane. Per sapere a Roma che Felice Orsini aveva gettato una bomba sulla carrozza di Napoleone III per strada a Parigi per ammazzarlo nel 1858, occorrevano forse almeno tre giorni.

Con l’invenzione del telegrafo (1844), la notizia della battaglia di Little Big Horn (1976), dove I Sioux Lakota di Sitting Bull, i Cheyenne e gli Arapaho avevano sbaragliato le cinquecento giacche azzurre del generale Custer, arrivò a Washington in poche ore.

Dal 1871 (Meucci) / 1878 (Bell) con l’invenzione del telefono, sempre posto che fosse disponibile un apparecchio e una linea, si è potuto telefonare molto velocemente informando gente molto distante su notizie di tutti i generi.

Saltando i progressi e la velocizzazione della prima metà del XX secolo, arriviamo al web e alla comunicazione in tempo reale di questi tempi.

Oggi la cosa accade e la puoi vedere in contemporanea, mentre accade: tipo l’assalto del 6 gennaio a Capitol Hill.

E i giornali ogni santo giorno devono riempire decine di colonne scritte sulle ultime di ieri e sulle presupposizioni per oggi.

Un esempio: il quotidiano italiano che avversa il governo Draghi, diretto dall’antipaticissimo (a me e penso a non pochi altri) Marco Travaglio, mentre invece idolatrava i “Conte 1 e 2”, ha l’arduo problema di criticare Draghi ogni momento, ogni ora, ogni giorno, berciando che somiglia al Conte 2 e che quindi non occorreva cambiare governo e premier.

E’ un tema grave, quello della comunicazione in tempo reale.

Un altro aspetto è quello della veridicità, del controllo delle fonti e della logica argomentativa. Chi mi conosce sa che non posso provare simpatia per il partito di Giorgia Meloni, ma, siccome credo in ciò che ho scritto due righe sopra, non posso non apprezzare ciò che ha detto con chiarezza, in questi giorni, sul divieto per i ristoranti, le trattorie e le osterie di offrire la cena, potendo comunque ospitare i clienti per il pranzo.

La donna politica ha detto esattamente questo, tra virgolette: “Non capisco per quel ragione non si possa cenare, magari dalle 19.30 alle 22.00, con tutte le misure applicate per pranzo. Vorrei che qualcuno me lo spiegasse scientificamente, perché proprio non riesco a trovare una ragione logica a questo divieto. Se vi sono altre ragioni che mi sfuggono, oltre al fatto che, in assoluto, vi sarebbero maggiori ragioni di contatti e dunque di potenziale contagio, ne prenderei volentieri atto, a quel punto condividendo la misura governativa“.

Devo dire, e senza dispiacere, ché la ragion logica non può generare dispiacere, soprattutto in tempi nei quali essa è negletta e spesso sostituita da chiacchiere insulse, e che condivido il ragionamento della donna citata.

Potrei anche citare un “amico”, in questo caso non mostrantesi tale, che prende per oro colato tutto quanto viene propalato da quelli come lui politicamente cogitanti e, nonostante le mie fraterne e mai cattedratiche lezioni di criteriologia, e di critica della conoscenza (o gnoseologia), continua a pensarla come gli suggeriscono i “suoi”. Nonostante sia provvisto di una prestigiosa laurea tecnica.

Ecco, questo accade: che i media sono talmente potenti da irretire, non solo chi non ha i mezzi e le conoscenze per dubitare, ma anche chi vuole essere sempre confermato nelle proprie idee, senza fare la fatica di metterle in dubbio. Peccato.

Il “democraticismo” dei social è una pericolosa idiozia

L’uomo ha lottato lungo migliaia di anni per capire che la democrazia, comunque declinata, è il migliore dei regimi politici possibili. Da Pericle a… Draghi, passando per Locke e Robespierre. Questo elenco strano già illumina sulle contraddizioni della “democrazia”, poiché in suo nome si possono costruire maggioranze e minoranze, ma si possono anche mozzare teste.

Ciò che oggi impressiona è che questa democrazia ha ammesso al proprio interno, non solo il voto a suffragio universale, peraltro non ancora vigente in tutti gli stati del mondo, ma anche i social, dove ciascun utente può commentarne altri ed esprimere giudizi sull’operato di chicchessia, senza alcun filtro, o quasi.

Per tale ragione, ciascuno può commentare lo stipendio di Conte (parlo dell’allenatore dell’Inter), così come l’assalto a Capitol Hill, approvare l’intervento di Trump per aizzare il popolazzo a quell’assalto, oppure criticarlo; si può intervenire su una teoria scientifica proposta da un illustre luminare, mettendola in ridicolo, senza tema di essere a propria volta ridicolizzati; si può sostenere la piattezza della Terra senza ricevere direttamente uno sberleffo di pietà dalla “rete”; si può discettare di tutto senza avere alcuna preparazione sul tema trattato; si può insultare qualcuno fino al limite della denigrazione e della calunnia, contando sull’inerzia di eventuali controllori; si può più o meno tutto.

Io stesso, nel mio blog, talvolta non ho evitato – volutamente – di esprimere giudizi drastici su politici e capi vari, fermandomi un attimo prima del rischio di una querela. Ma ho sempre trattato argomenti su cui ho competenze, come la filosofia, la teologia, la psicologia, la sociologia, il giornalismo, la politica e la storia, mai impancandomi su questioni che conosco solo superficialmente.

Forse solo la pedo-pornografia telematica è abbastanza sotto controllo, ma quasi tutto il resto, no. Come chiamare questa “libertà” semi-assoluta di dire? Per dirla in greco antico, questa parresìa irresistibile? Democrazia? ho qualche dubbio. Portato indiretto della democrazia? Forse.

Ma non solo, perché la democrazia è comunque una modalità socio-politica di amministrazione dello stato che intrinsecamente presenta afflati e dimensioni eticamente fondate sul Bene comune. Che cosa è un Ente eticamente fondato? Un “qualcosa” che si basa su una nozione chiara e condivisa del bene e del male, avendo a che fare con l’agire (libero) dell’uomo.

I social imperversano ovunque, vari, e in competizione tra loro. Dalla Cina all’America, all’Europa tutta, all’Australia. I loro proprietari sono i personaggi più ricchi del pianeta, e hanno obiettivamente un potere immenso. Sergey Brin e Larry Page certamente non immaginavano il destino universalmente potente di Google. Né Mark Zuckerberg quello di Facebook. Quando Trump ha esagerato anche a giudizio dei capi di Twitter, è stato “bannato” cioè oscurato e non ha potuto più imperversare con le sue vergognose falsificazioni.

Ma ciò che significa? Non solo che in questo caso – obiettivamente – Twitter ha compiuto, per dirla semplicemente, un’opera buona per il mondo, e soprattutto per i miliardi di persone culturalmente indifese che popolano il mondo, ma ha anche mostrato come un “soggetto” privato come l’azienda americana possa decidere di un significativo “pezzo” di possibilità informative.

Caro lettore, non ti ricorda qualcosa di già avvenuto nella storia, anche molto recentemente? Basta pensare ai regimi totalitari del XX secolo, quando né Stalin, né Hitler, né Mussolini, permettevano che i loro popoli conoscessero ciò che realmente avveniva nei territori, nelle città e nelle campagne di quelle nazioni.

Si consideri come è stata gestita, se pure in periodo gorbaceviano, la tragedia di Chernobyl…, o la vicenda del mostro di Rostov, Andreij Chikatilo, di cui si seppe anni dopo, e di migliaia di altri fatti concernenti città segrete in Siberia ai tempi di Giuseppe Djugasvilij, il “piccolo padre” georgiano.

Si consideri come il Minculpop del cav Benito zittiva e oscurava tutte le notizie che potessero mettere in dubbio l’efficienza e l’equanimità del regime.

Si ricordi la terribile, efficacissima attività di propaganda del dottor Goebbels, che in buona parte nascose per anni il monstrum dei campi di concentramento e di sterminio.

E gli esempi potrebbero continuare, anche restando agli episodi solo molto dopo il loro accadimento svelati, concernenti il XX secolo. L’altro ieri, anzi, ieri.

Con ciò non voglio comparare in modo corrispondente la decisione di Twitter su Trump con i cenni ai fatti del secolo passato, ma pongo un tema e un problema: come si comunica, chi comunica, chi decide cosa comunicare, come potrà essere possibile per tutti conoscere la veridicità delle fonti informative, come poter replicare, correggere, informare con verità e senso morale?

Un gran lavoro della mente e del cuore, non solo dei decisori, ma di ogni cittadino, di ogni elettore, di ogni essere umano.

I nuovi babbei e le brave persone come Mario Draghi

Intanto, diciamo che i babbei sono sempre stati molto numerosi – ed essendo in numero notevole – pericolosi. Nei periodi di crisi si fanno vivi con ancora maggiori velleità. Io però, come ben sa chi mi conosce, non sono manicheo e, a volte con qualche sforzo, riconosco valori in aree operative e settori politici che in generale (a me) paiono privi (di tali valori).




Il “babbeo” non si accorge se qualcuno lo offende o lo imbroglia, oppure se pensa di stare con la maggior parte delle persone che lo circondano, qualsiasi caratteristica queste persone abbiano; il babbeo non ha una morale forte, profonda, ma solo superficiale.

E vengo a una particolare categoria di babbei, e poi a un’altra.

Molti giornalisti sono dei babbei, specialmente quelli che non curano la logicità dei loro racconti, come quando giustappongono dati percentuali e dati assoluti sulla pandemia. Sono babbei quando, avendo quattro notizie da enunciare di cui una negativa e tre positive, partono nella loro narrazione con quella negativa, spesso esibendo facce da funerale, come se ciò fosse necessario per l’efficacia della comunicazione, ottenendo l’effetto di sconcertare e rattristare le persone più semplici , e di ottenere l’effetto “tanto non ce la facciamo”, delittuoso sentiment anti-economico.

Un secondo esempio: in tempi di pandemia, una mattina alle 7 la giornalista del tg annunzia che “ieri sono stati fatti poco più di 297.000 tamponi (297.124, per la precisione, ndr)”. Ecco, la dizione “poco più”, di per sé, sminuisce un dato che invece è molto significativo. Avrebbe potuto dire “sono stati fatti quasi 300.000 tamponi”, ottenendo un effetto psicologico sugli ascoltatori ben diverso, orientato al positivo. Io me ne accorgo, e penso che la giornalista, o chi per essa, siano dei perfetti imbecilli, e disonesti. Oppure, altro esempio desolante: nei titoli di un tg si sente dire che i contagi Covid in Italia sono aumentati ieri rispetto all’altro ieri, e poi nel testo del servizio, cinque minuti dopo, si vede una tabella che illustra giusto il contrario, cioè che i contagi nelle ventiquattro ore precedenti sono calati. Che dire?

Un esempio dell’ignoranza industriale diffusa: una delle aziende produttrici del vaccino (Astra Zeneca, ad e.) informa circa una lieve riduzione temporanea della produzione (- 7%) del vaccino, ma la notizia viene riportata come una decisione “politica” dell’azienda, volta a ottenere, magari surrettiziamente, un aumento del prezzo di vendita, mentre invece si tratta solo di un normale problema tecnico produttivo, che può capitare in ogni fabbrica di produzione industriale, come sa chi conosce la complessità di una fabbrica produttiva: una rottura di una parte degli impianti, o di una sola macchina importante nel flusso, una interruzione temporanea della supply chain della produzione, una interruzione dell’energia… ecco, tutti esempi che spiegano semplicemente la ragione per cui un giorno o anche poche ore di problemi tecnici possono ridurre i quantitativi della produzione. Ma per capire questo e non dire stupidaggini, bisogna conoscere almeno un po’ come funziona una fabbrica industriale.

Un’altra categoria, sempre da aggiornare, di babbei, è quella dei politici, di cui ho più volte rilevato qui la povertà di spirito, non “in spirito”. Mi spiego: l’evangelica povertà “in spirito”, insegnamento gesuano, vuol dire che una persona, anche se benestante, non si sente importante e non si fa arrogante in ragione dei propri mezzi economici, ma, al contrario, mantiene la consapevolezza del proprio limite umano e della propria fallibilità, mentre i poveri “di spirito” sono coloro che sono veramente scarsi di intelletto.

Ecco: il personale politico di questi tempi registra una grande abbondanza di soggetti qualificabili in quest’ultimo modo. La cosa che continua a stupire è che queste persone assommano i propri limiti alla inconsapevolezza di essi. Come si sa, chi più pensa di “essere” e di “sapere”, meno “è” e meno “sa”. La presunzione va di pari passo con l’ignoranza.

L’ambiente politico, visto che da quasi tre decenni non esiste una selezione seria del personale, vede accedervi tipi e tipe di tutti i colori umani. Il web permette di bypassare qualsisia tipo di selezione, le piattaforme, tipo quella che i “geniali” Casaleggio hanno fondato, la “Rousseau”.

Guardi la tv e vedi passare persone improbabili che parlano a nome di questo o di quel partito, snocciolando titoli di temi politici triti e ritriti. Oramai, con la mia esperienza, condivisa con tanti amici miei, ironizzo sul fatto che sappiamo ciò che questi (solitamente) giovin signori stanno per proferire. Ma non mi meraviglio più di tanto, stanti le premesse di cui sopra, né mi adonto granché.

Il sentimento della noia quasi rabbiosa emerge quando vedo e sento i “capi” politici attuali. Un esempio per paradosso: trenta o trentacinque anni fa, quando ascoltavi Craxi, Spadolini, De Mita, Martelli, l’ultimo Berlinguer, Spini, perfin Forlani o Piccoli, mi/ ci pareva che un allora giovane Pierferdy Casini tuttalpiù meritasse di portare la borsa a Forlani, mentre ora, se lo vedi, oramai sessantacinquenne, vigoroso e bianco, e lo ascolti “ragionare” (verbo artistotelico-demitiano), ti par che sia un gigante, tra tanti e tante nani (ad e. l’inutile dibattista) e nane (ad e. l’inutile lezzi).

Questa è la situazione dei babbei principali, presenti tra i giornalisti e i politici, poi ne puoi individuare anche in mezzo ad altre categorie, emerse con la pandemia, come i virologi, che lottano fra loro a suon di previsioni che oscillano tra il massimo e il minimo di pessimismo e di ottimismo, suscitando perplessità e paura tra gli ascoltatori. E, a livello governativo, almeno fino a dieci giorni fa (che Dio benedica la fine del governo Conte bis), una, due, cinque, dieci voci, mai coerenti, tra Ministro della Salute, Presidente del Consiglio superiore della sanità, Presidente dell’Istituto superiore della sanità, Coordinatore del Comitato tecnico-scientifico, il Commissario a tutto, et alii forsitan inutiles homines.

Son convinto che il presidente Draghi ordinerà una semplificazione razionale della comunicazione Covid, essendo lui stesso un’assicurazione contro i babbei.

Comunque, caro lettore, i non-babbei sono sempre in maggioranza, e questo fa ben sperare.

“non meritava di morire”, “non siamo tutti uguali”, “non tutto è come sembra”, “andrà tutto bene”, “a questo punto non si può più sbagliare”, “…chiediamo la riforma tale”, “è impensabile” con la correlata “non posso crederci”: otto frasi che si distinguono per noiosissima ovvietà e fastidiosa imbecillità

Caro lettore, mi sai aiutare a capire perché queste otto frasi (e forse ve ne sono altre) sono così diffuse nel dire comune di oggi? Proviamo a esaminarle una a una.

“NON MERITAVA DI MORIRE”

Prima obiezione: perché, forse che qualcuno, di solito, senza essere un serial killer, un violentatore di donne e bambini, o altro di orrido, merita di morire? Perché lo si dice continuamente? Torno agli esempi estremi di malvagità elencati poc’anzi e commento così: posto che anche costoro meritino di morire. E qui il mio rischio è di scandalizzarti, mio gentile lettore. Se si è contro la pena di morte, anche per i crimini più efferati, nessuno merita-di-morire per mano dello stato, neppure i più terrificanti assassini che la cronaca – a volte con inutile compiacimento – indugia a presentarci.

Aggiungo una variante: qualcuno aggredisce mia figlia, io sono lì e, difendendola, non misuro la forza della mia reazione e uccido l’aggressore. Bene, nel comune sentire, e anche nel mio sentire, questo individuo merita, eccome, di morire; la legge, però potrebbe indagare e riscontrare un eccesso colposo di legittima difesa, (cf Codice penale italiano vigente all’art. 55) eventualità molto comune quando, ad esempio, un negoziante, spara a un ladro che cerca di derubarlo.

Le statistiche sociologico-giudiziarie attestano che nelle nazioni dove vige la pena di morte, tale misura definitiva, senza appello, non costituisce una deterrenza tale da ridurre gli omicidi, ad esempio: basti confrontare la situazione italiana con quella degli Stati Uniti d’America. Ovviamente qui metto in relazione due democrazie, in quanto citare la Cina e l’Iran a confronto con l’Italia sarebbe eticamente, giuridicamente, culturalmente e politicamente improprio.

Questo, comunque, è un argomento controverso che merita ulteriori approfondimenti che decido di non proporre in questa sede.

“NON SIAMO TUTTI UGUALI”

eeeeh, ci mancherebbe!. Qui utilizzo le mie due tavole sinottiche, che mi sono molto utili nelle lezioni di antropologia filosofica e nelle conferenze: “La struttura della Persona” e “La struttura della personalità”. Come vedrai, gentile lettore, si tratta di concetti molto facili, quasi intuitivi, ma che un cospicuo gruppo di docenti delle medie e delle superiori, a lezione con me qualche anno fa per un corso di aggiornamento su temi etico-pedagogici, trovò sorprendenti! Basti questa breve spiegazione:

a) la struttura della persona è costituita da fisicità. psichismo e spiritualità, per cui nessuno può obiettivamente negare che queste tre dimensioni appartengano a ogni essere umano, in quanto “funzionano” in tutti gli umani, senza alcun dubbio, dando una risposta alla domanda sulla pari dignità di tutti con tutti. Circa la struttura di persona, siamo dunque tutti uguali;

b) la struttura della personalità si basa anch’essa su tre componenti, la genetica, l’educazione e l’ambiente: ogni essere umano, tenendo conto di questi tre elementi si esprime in modo assolutamente (chi mi conosce sa che uso con grande parsimonia questo avverbio modale, come consiglia lo stesso Gesù di Nazaret, che afferma essere del demonio ogni aggiunta al “sì” e al “no”, che sono richiesti come rispetto della verità dei detti ma in questo caso l’avverbio “assolutamente” ci sta) unico e irriducibilmente originale: in base a questa seconda analisi antropologica dell’uomo, non si può non ammettere pacificamente che ognuno è solo e solamente, tutto e totalmente se stesso.

Siamo dunque, in quanto umani, uguali in dignità e unici nella nostra costituzione personale. Questo mostra l’assurdità e la noia (che genera in me) dell’affermazione del titolo.

“NON TUTTO E’ COME SEMBRA”

Intanto mettiamoci d’accordo su ciò che significa “ciò che sembra”, chiarimento non banale. Ciò-che-sembra o ciò-che-appare è una frase logica estremamente seria e importante, perché ha che fare con l’apparire e lo scomparire dell’esseredelle-cose, quantomeno nella loro dimensione logica (non in quella metafisica, almeno nel pensiero di un Emanuele Severino, di un Gustavo Bontadini, di un padre G. Barzaghi, mio valoroso maestro di ontologia e di metafisica). Infatti, non significa, nella sua prima accezione, che ciò-che-sembra sia falso in quanto “sembra”, “appare”. Nella forma latina il sintagma “mihi videtur”, cioè “a me pare (che sia)”, è una affermazione forte, incontestabile nella sua accezione di opinione personale, non di accertamento della verità assoluta, che resta un obiettivo, una tendenza, persino per alcuni lo scopo di una vita, certamente continuando a essere da quasi tre millenni in Occidente, lo scopo della filosofia.

Direi dunque che la frase “non tutto è come sembra” può essere un invito a indagare di più, ad approfondire, ma non a tentare ridicole giustificazioni per contraddire verità evidenti, come può accadere nella narrazione penale di certi delitti e delle responsabilità di chi li ha commessi: infatti, è la frase è tipica di chi cerca, mentre si trova sotto interrogatorio perché sospettato di aver commesso un crimine, di intorbidare le acque dell’indagine penale che lo riguarda.

“ANDRA’ TUTTO BENE”

Questo è l’auspicio di questi tempi covidizzati, oltre che essere una frase che va per la maggiore – in generale – al fine di consolare i bambini. Non siamo solo bambini o ragazzi, in Italia, ma oltre 40 milioni di persone, maschi e femmine, con l’uso di ragione. Si capisce che nella primavera del 2020, spaventati da questa “bestia” sconosciuta, avessimo un bisogno psicologico di rassicurare noi stessi e gli altri, ma si è ben presto esagerato con tale affermazione consolatoria.

La frase, però, ha stancato quasi fin da subito, perché “potrà andare tutto bene” se le volontà individuali, irrorate da un pensiero critico, si indirizzeranno verso decisioni e comportamenti coerenti con le indicazioni dei saperi preposti, biologia e medicina, e… bio-etica. A rendere stucchevole la frase, oltre a comportamenti individuali e di gruppo irresponsabili, sono stati diversi scienziati, che hanno colto al volo la possibilità dello star system e si sono adeguati a una comunicazione pervasiva e individualista. Quanti danni mediatici hanno fatto fior di virologi e studiosi di varie scienze connesse.

“A QUESTO PUNTO NON SI PUO’ PIU’ SBAGLIARE”

… oddio, ad esempio, uno Zingaretti pronunzia spesso questa ben misera battuta, in buona compagnia (fo per dir) di destra, di centro e di sinistra. La domanda che mi vien in mente è la seguente: perché, prima (dell’accorgersi di aver sbagliato) si poteva – tranquillitate animi – sbagliare? Non-si-accorgono, questa è la tragedia semantica! E fosse solo semantica, sarebbe il meno, perché è politica e sociale, economica e culturale, e ciò è drammatico, e sempre sconsolante. Perché non si accorgono di dire una cosa inconsistente e pericolosa? Non riesco a farmene una convincente ragione. Mi viene da pensare, ed è desolante (je suis desolée, canta Mark Knopfler), che oramai, abituati alle frasi fatte, non si accorgano più di ciò che significano certe affermazioni, e dunque non riescano a correggersi, dato che i due verbi riflessivi hanno la medesima radice etimologica latina: ad corrigendum, cioè al-fine-di-correggersi.

“…CHIEDIAMO CHE SI FACCIA TALE RIFORMA (IL PARLANTE E’ UN POLITICO DI GOVERNO!)

Come è possibile che un politico di governo, che esercita pienamente i suoi poteri costituzionali, di ministro, o anche (solo) di parlamentare chieda una riforma parlandone in pubblico? Eventualmente la chieda nelle discussioni che si fanno nei gruppi politici o nelle istanze parlamentari, proponendo una linea politica, ma non davanti ai microfoni dei giornalisti, perché la domanda è inappropriata. Lo spiego: è il cittadino elettore che lo ha eletto mandandolo là, in Parlamento, l’uomo/ donna che si è candidato/ a, eleggendolo/ a, che ha titolo per “chiedere” una riforma al suo eletto/ a, non l’eletto/ a, che la riforma deve FARE! Parbleu, o no? Altrimenti facciamo una democrazia diretta, che la Storia ha mostrato impossibile.

E’ IMPENSABILE e NON POSSO CREDERCI

Un’ultima, per il momento, frase fatta con il suo corollario logico. Ma come è possibile affermare “è impensabile?”, oppure “non posso crederci?” Infatti, tutto-è-pensabile di ciò che “cade” sotto il giudizio della riflessione mentale. Nulla escluso. Certo, è un modo di dire consueto, per significare che si tratta di un qualcosa di talmente insolito da risultare quasi impossibile anche solo pensarlo. Ma è un’iperbole, che può andare bene, se si considera che – appunto – è tale, ma non corrisponde alle pressoché infinite possibilità del flusso naturale del pensiero umano.

Infatti, ripeto, tutto è pensabile: gli unici limiti di questo pensiero sono gli stessi limiti del pensante, così come l’incredulità per qualcosa di estremamente strano o insolito tale da rendere incredibile l’oggetto, è solo un modo per sottolineare la stranezza dello stesso. Ma tutto ciò che accade o che esiste nell’ambito della sensibilità fisica e psicologica del soggetto, è credibile.

Come sempre, occorre lavorare contro la banalità e a volte contro la stupidità, mediante un pensiero critico irrorato da una passione irriducibile per la giustizia, la libertà e la verità.

La clemenza, una virtù umanissima e previdente

Seneca, filosofo e politico dei tempi di Claudio e Nerone, ne scrive nel suo omonimo De Clementia. Il testo latino a fronte aiuta a ri-ammirare questa splendida lingua e razionale, una meraviglia continua per chi la pratica e uno stupore sconfinato per chi non la conosce, se questi ha la bontà di apprezzare le “cose belle”.

In questa riflessione proverò a dialogare con il grande Lucio Anneo, cercando di immergermi, come insegna Gadamer, nel suo tempo e nella sua temperie socio-culturale, e di attualizzare il suo insegnamento filosofico-morale e politico alla luce della nostra mentalità, occidentale, sub-occidentale, planetaria… Impegno ambizioso, che cercherò di svolgere con la massima umiltà che il tema stesso e il confronto con un autore di duemila anni fa richiedono.

Il De clementia è un trattato, cioè uno speculum principìs, uno specchio nel quale il principe si può specchiare analizzando se stesso, che per Seneca permette di proporre in modo critico la relazione fra filosofia e politica, soprattutto al fine di individuare le virtù migliori, non solo di tutti gli uomini, ma specialmente del sovrano, tra le quali egli colloca in primis la clemenza.

Seneca dedica lo scritto al giovane Lucio Domizio Enobarbo, cioè Nerone, di cui il filosofo era divenuto precettore, su incarico della madre del futuro imperatore, Agrippina Minore, moglie del defunto imperatore Claudio.

Il De clementia, dunque, è una sorta di libro di testo per educare all’esercizio del potere il giovane Domizio Enobarbo, che era promettente. Seneca era convinto che il miglior modo di condurre lo stato fosse una monarchia “illuminata”, che pensava avrebbe potuto essere una grande opportunità per il potenziale del giovane alunno.

In questo trattato di filosofia politica, scritto tra il 55 e il 56 d.C., Seneca definisce la condotta politica che il neo imperatore Nerone farebbe bene a seguire. Il trattato era originariamente diviso in tre libri, dei quali ci sono pervenuti solo i primi due (il secondo incompleto).

Il tipo di trattato chiamato, appunto, speculum, è di origine greca è impostato su un paradosso continuo, con il quale l’autore mostra all’allievo, descrivendo i vizi di un regno condotto in modo sbagliato e ingiusto, come invece dovrebbe comportarsi al contrario, perseguendo le virtù umane, tra le quali la clemenza è tra le primarie.

Ancora Seneca: nella sua visione del mondo la clemenza è la virtù più umana, perché – manifestandosi – mostra tra gli umani il sentimento che ciascuno desidera per sé, quando sbaglia e così operando, rischia la sanzione, la punizione. Immaginiamo che tipo di punizioni erano in vigore ai tempi del filosofo: la pena di morte era prevista per non pochi reati, per cui la clemenza, in questo caso, risultava decisiva per la sopravvivenza stessa dell’individuo.

Ma anche il sovrano, il principe, esercitando la virtù di clemenza verso i cittadini, è anche clemente verso se stesso, in quanto comportarsi in questo modo è un fatto benefico per tutti, per se stessi, i re s’intende (i leader, diremmo oggi), e per i cittadini, che si sentiranno in dovere di essere solidali con il re stesso.

Seneca paragona il principe a vari soggetti, in termini metaforici, ad esempio a un medico, all’ape regina, agli dei, al sole, a un tiranno, che è il confronto più importante. Una delle opzioni più importanti dell’esercizio della clemenza è la rinuncia alla vendetta, per mostrare il fatto che se chi occupa una posizione elevata deve controllare i propri comportamenti nei minimi dettagli. La clemenza, inoltre, è un’espressione della mitezza, che può… mitigare la severità.

Un aspetto fondamentale della clemenza è la capacità di misurare la severità nel punire e nell’essere clementi. La clemenza è dunque in contrapposizione alla crudeltà, cioè nelle modalità di infliggere le punizioni. Anche una esagerata clemenza non va bene, perché abitua a non assumersi responsabilità, a pensare che tanto, vada come vada, la compassione sarà sempre sufficiente per trovare un perdono generale per qualsiasi atto compiuto, anche il più malvagio, o quasi.

La clemenza è la virtù dell’uomo saggio, poiché egli è persona mite e dunque misurata nel punire, non lasciandosi condizionare né dalle sofferenze né dal godimento altrui.

La clemenza non è soggetta alla legge e – più strettamente – alla pura razionalità. Chi è clemente ha una certa sicurezza in sé di agire per il meglio, in quanto la clemenza ha un valore di giustizia e di equità, con apporti concreti, talora, della stessa epicheia, cioè della giustizia-giusta, kairologica, attuale. Quella giustizia che sembra ingiusta, ma in realtà interpreta i fatti in modo più completo. Oggi diciamo a 360°.

Che cosa si intende per clemenza nella nostra cultura attuale? Certamente non è un termine di uso consueto. Si potrebbe dire che da qualche decennio è una parola relegata al diritto, alle pratiche giurisprudenziali, soprattutto di carattere penale. Ad alcuni pare un termine più vicino alla cultura ottocentesca, che a quella del ventunesimo secolo.

La clemenza la si chiedeva un tempo ai sovrani, ai comandanti militari, magari sotto la forma della grazia. I sovrani, infatti, venivano chiamati “sua grazia”, definiti “graziosi”, con un linguaggio deferente e sottomesso. La clemenza è una virtù e un modo di porsi verso l’altro, specialmente se i due soggetti sono asimmetrici per posizione, ruolo e potere.

La clemenza si pone come virtù classica, in quanto rappresenta valori condivisibili, e reciprocamente utili alla convivenza umana. Basti solo pensare al fatto che ognuno di noi potrebbe qualche volta avere bisogno di clemenza,

A questo punto mi piace citare Aristotele, precedente nel tempo a Seneca, che diede un’importanza centrale, tra le virtù morali umani, alla virtù di giustizia, la quale non solo deve permettere all’uomo di individuare e definire l’unicuique suum (la giustizia di scambio, oggi la chiamiamo come riconoscimento dei meriti individuali) le norme generali (che erano in vigore al tempo dello Stagirita e lo sono anche oggi) e le norme concernenti la società nel suo insieme (oggi le definiamo welfare), ma anche a una dottrina e a modalità operative che superino in via eccezionale le norme sopra citate, mediante l’epichèia, che ho ampiamente trattato qualche tempo fa in questa sede.

Ripeto: l’epicheia altro non è che la “giustizia giusta”, una giustizia che può anche apparentemente risultare ingiusta, ma in realtà contribuisce a fare andare avanti il mondo.

“Preoccupazioni” e “post-occupazioni”, “problemi” e “temi”, l’inutile abuso di frasi ipotetiche (con il “se” e il congiuntivo), mentre continua la vicenda di un premier adenoidico e paludoso

Quando sento la voce di Conte Giuseppe, prima di tutto ho un senso non gradevole da un punto di vista fonico, poi mi stanco quasi subito di ascoltare l’ennesima sequela di titoli e di frasi fatte.

La parola “preoccupazione”, cioè pre-occupazione, cioè una occupazione che avviene prima (a volte non si sa perché), è molto inflazionata. E come tutti i termini di cui si fa uso e abuso, stancano, annoiano. La cosa che sorprende è che questo lemma non conosce crisi, tutti o quasi continuano a utilizzarlo imperterriti. Nessuno si fa qualche domanda, ma da qualche tempo me la faccio io, che sto sempre attento alle parole che si usano, visto che dovrebbero essere i nomi delle cose, ma ciò è vero solo in parte, come insegnano insigni linguisti come Noam Chomski e Raffaele Simone, e filosofi di pregio come Wittgenstein.

Mi chiedo, infatti, per quale ragione si deve essere così spesso pre-occupati, se magari poi le cose scorrono, “occupano” il tempo e le energie in modo normale? Niente, ci si dice spessissimo preoccupati. Ebbene, per cominciare a mettere in questione l’uso della parola, ho cominciato a dire che solitamente “non sono preoccupato”, ma, tutt’al più “sono post-occupato”, cioè, se vale la pena mi occupo di una cosa, ma a tempo debito, non prima, stressandomi inutilmente.

Un’altra confusione terminologica si rileva nell’uso improprio e casuale di queste due parole: “temi” e “problemi”. Alle elementari, quando si faceva lezione di italiano venivano dati dall’insegnante dei temi, che avevano in testa la parola “Svolgimento”, mentre quando si faceva matematica, l’insegnante dava dei problemi da risolvere, i quali prevedevano di scrivere in testa alle operazioni la parola “Risoluzione”. Bene. Si dovrebbe tenere presente che l’etimologia di “tema” è greca, poiché il termine in italiano deriva dal verbo tìthemi, pongo, mentre l’etimologia di “tema”, sempre greca, deriva dal verbo probàllein, vale a dire getto avanti (un inciampo): si può osservare, dunque, chiaramente, come i due termini abbiano significati e funzioni radicalmente diverse, e pertanto vanno utilizzati in contesti e per significati differenti.

Non si deve parlare sempre di “problemi”, poiché molti fatti definiti in questo modo sono solo “temi”, quindi argomenti da approfondire, discutere e su cui prendere decisioni.

Le ipotetiche concessive, il se usato come se ciò-che-potrebbe-accadere, ma non è detto che accada, sono pervasive in molte discussioni. Quanti “se” tutt’intorno! e “se” qui e “se” là, in un bailamme di ipotesi e di paure infondate, di timori sul nulla, in quanto nulla di negativo è ancora accaduto. Il se detto quando uno ti mette in guardia se vai su una parete montana verticale mediante un’ottima via ferrata “e se ti viene un capogiro, e se il moschettone (il quale, in buone condizioni regge 2500 Kili, almeno), se…”. E allora non vai più a fare la Nord del Coglians, oppure gli Alleghesi al Civetta? No, ci vai, perché non puoi avere paura-della-paura.

La cosa è proprio questa, valida alla grande anche in questi tempi di pandemia. Conosco persone terrorizzate, certamente dal Covid, ma soprattutto da se stesse. Anche qui il “se” la fa da padrone: “e se quando ti siedi al bar (essendo in zona gialla) non hanno pulito bene il tavolino e prima di te si è seduto un infetto?” Allora direi a questa persona terrorizzata: “e se lo spermatozoo di tuo padre non avesse mai incontrato l’ovulo di tua madre?”, risposta “non sarei qui a parlare con te”. “Vedi allora che tu stai ipotizzando qualcosa che potrebbe non avvenire mai, oppure potrebbe accadere, perché è possibile… ma non probabile.”

Nella vita possono accadere fatti possibili, probabili e necessari, cioè certi. Un esempio: è certo che noi umani dobbiamo fare pipì, quando sentiamo lo stimolo; è probabile che d’inverno ci venga un raffreddore; è possibile essere infettati dal Covid.

Dunque, se-è-possibile infettarsi, così come è possibile ammalarsi di qualsiasi malattia vi sono due scelte: a) vivere comunque attuando comportamenti sempre prudenti o, b) mettersi sotto una campana di vetro e vivere reclusi.

Ecco: se le ipotetiche colonizzano la logica umana, c’è poca speranza di uscirne incolumi. E’ per questo che la logica, dunque la filosofia torna ad essere il sapere fondamentale, come stiamo cercando di fare noi filosofi pratici.

L’associazione che da tre mesi circa presiedo, Phronesis, si è posta proprio su questa strada, con l’iniziativa “Parlane con il filosofo”, che questo pomeriggio presenteremo in pubblico, dando la disponibilità a dialogare con chi ha bisogno di schiarirsi le idee. Durante la prima fase della pandemia, avevo ricevuto più di trenta telefonate, che mi pare sono state una buona cosa per altrettante persone.

Occorre coraggio senza essere temerari.

Due tipi esagerati, ma solo moderatamente: Salvini e Bertinotti, et alia animalia (in senso aristotelico, e quindi nessuno si offenda)

Salvini dice spesso di parlare a nome di 60 milioni di Italiani. Lo correggo pacatamente, anche se la sua affermazione in realtà mi fa infuriare, per questa ragione molto semplice e intuitiva anche da un bimbo di prima elementare: lui può parlare, anche se solo teoricamente, solo a nome di 59 milioni 999mila 999 Italiani, ma non a nome mio, e forse di qualche altro (ritengo molte decine di milioni). Arrogante? Illuso? Mal informato? Parla così “per modo di dire”? Battute di propaganda? Beh, qualsiasi sia la ragione per cui gli viene così facile fare questa affermazione, essa è ben misera. Il politico leghista, come non pochi altri, sia della sua parte politica, sia della parte avversaria, è un contaballe. Et de quo satis, come dicevano i nostri Padri latini.

Bertinotti, interpellato sui cent’anni dalla fondazione del Partito Comunista d’Italia (non Italiano, come dice il giornalista televisivo inculto, cioè non-colto), risponde che se fosse stato presente a Livorno nel 1921 sarebbe stato comunista con Gramsci. Ovvio, fa anche “figo” stare con Gramsci, intellettuale apprezzato fino all’area liberale (ovviamente parlo di Gramsci), e anche eretico (sempre Gramsci) come il torinese che non “avrebbe mai firmato un accordo” (bella gloria!), che “fa figo” lo stesso, soprattutto nei salotti chic de sinistra.

Io invece sarei stato con Filippo Turati, io che invece ho firmato centinaia di accordi sindacali e sociali, sapendo di essere stato socialista, sia quando tutelavo i lavoratori e altrettanto socialista nella mia seconda vita, quella delle consulenze direzionali, dell’etica aziendale e dell’insegnamento accademico.

E’ facile dirsi “comunisti” in un salotto bene, difficile è essere socialista democratico dialogando con proprietà aziendali piccole e grandi, e proponendo una moral suasion per la giustizia e l’equilibrio dei diritti tra le parti.

Il comunismo storico è stato sconfitto, punto. Il socialismo democratico ha vinto, perché ha permeato dei suoi valori equilibranti molte legislazioni e prassi, in ogni parte del mondo. Non occorre essere comunisti per denunziare la violenta finanziarizzazione dell’economia globale, ma la soluzione, Cina e Corea del Nord, ultimi regimi rimasti dal millennio scorso, demonstrant, non è il comunismo di stato, ma ancora l’imperfetta ricerca della democrazia parlamentare, che ha introiettato nella prima parte del ‘900 i migliori principi del liberalismo, e dal secondo dopoguerra a oggi il contributo per una giustizia equa e… giusta, dei valori cristiani e del socialismo umanitario.

…e lascio perdere le infinite amenità che si sentono in questi giorni, provenienti un po’ da tutte le parti politiche, discorsi scontati (Zingaretti, Serracchiani chi?, etc.), sparate isteriche (Meloni), amenità pietose, specie se confrontate con quanto sostenuto dagli stessi solo una trentina di mesi fa, un esempio, “se il 5S vanno con il PD, esco dal movimento” (Di Battista, ma perché lo nomino, essendo costui un ectoplasma?), oppure (Di Maio) “mai con il partito di Bibbiano e degli elettroshock per portare via i bambini alle famiglie”, e altro che sta tra il penoso e lo squallido.

E infine la (non splendida) coppia di contendenti Renzi&Conte, laddove, anche se il primo dice cose condivisibili, come sull’uso del Next Generation Fund (quella da 209 miliardi si chiama così), o sul MES, poi suscita la domanda, ma c’è da fidarsi di uno che è capace di vendere al mercato anche sua nonna? e il secondo, talmente occupato nella falsa modestia da non accorgersi di essere stucchevole nella sua autoreferenzialità. Ma, come insegna la sana filosofia, accorgersi (dal latino ad corrigendum) è già un correggersi. Stop.

L’Italia, quella vera, vive con forza oggi e va verso il futuro, nonostante e il Covid, voglio dire il mondo economico e sociale, lavoratori e imprenditori, medici e infermieri, nonostante questa politica che si autotutela (Razzi spiega bene la cosa), essendo terrorizzata dalle elezioni, che porterebbero via 12.000 euro netti al mese a chi forse sarebbe in grado di guadagnarne forse un migliaio come stradino, e non manco di rispetto agli stradini, perché mi limito a esaminare le biografie, i curricula studiorum e il potenziale di centinaia di deputati e senatori.

E ora, veramente stop.

E’ bene non confondere mai la persona agente con il reato commesso

…come insegnano le buone Filosofia e Teologia morali. Ricordo qui il chiarissimo detto di papa Giovanni XXIII: “bisogna essere contro il peccato, mai contro il peccatore“.

Oppure, citando volentieri, tra altra importante letteratura filosofica in tema, l’Etica di Pietro Abelardo, recentemente “riscoperta” dal collega phronetico prof. Roberto Di Bacco e spiegata in un bel volume dal titolo omonimo pubblicato dall’editore Segno, laddove Abelardo chiarisce con inestimabile precisione la differenza fra peccatum e vitium, in modo tale da comprendere come il primo concetto teologico è comparabile al reato penale, mentre il secondo a una declinazione malvagia continua del comportamento umano. Ma anche in questo caso, l’uomo non è condannato tutto e totalmente in quanto tale (essere umano, animal rationale), ma è chiamato a redimersi, perché ciò è nelle sue possibilità, o potenzialità, come si dice in psicologia. Aristotele docet.

Peraltro, senz’altro ispirato anche da queste sane dottrine cristiane, nonché dall’Illuminismo classico (cf. Cesare Beccaria in Dei delitti e delle pene, 1764), la Costituzione della Repubblica Italiana, all’articolo 27 prevede (quasi proclamandola con una certa solennità) la possibilità per l’autore di un crimine, in quanto essere umano, di redimersi, poiché la pena stessa non deve mai essere disumana e degradante. E, aggiungo, senza rimedio, definitiva (quasi condanna-a-morte-a-vita) come l’ergastolo ostativo, nella definizione italiana. Sappiamo che così non è, per varie ragioni sulle quali qui cercherò di dire qualcosa.

Resta sempre in discussione e inesaurita (inesauribile?) la storica diatriba fra libero arbitrio, secondo la visione aristotelico-tomista e kantiana, e il determinismo meccanicistico derivante dall’atomismo greco-latino (Democrito, Leucippo e Lucrezio) fino allo spinozismo e alla linea calvinista e luterano-evangelica, che tanto bene ha fatto per lo sviluppo economico dell’Occidente (cf. Max Weber, ne Il Protestantesimo e lo spirito del Capitalismo), ma altrettanto male ha indotto e ancora induce nella sua versione moralista e individualista americana, che nel trumpiano “America first” ha avuto lo sviluppo più malato, degenere e pericoloso.

Ora si legge di nuovo sui media della vicenda concernente la storia dei fratelli Savi, protervi assassini degli anni ’80. Uno dei tre, Alberto Savi, dopo 30 anni, si trova libero in permesso (cf. Legge penitenziaria del 1975), mentre con i fratelli Roberto e Fabio in Emilia Romagna, è stato un pluriomicida di 24 persone, se non ricordo male, fra cui tre carabinieri, nella tragicamente famosa strage del Pilastro a Bologna. In carcere il signor Alberto “avrebbe fatto un percorso redentivo” di riflessione morale e di pentimento. Su ciò non ho nulla da obiettare, poiché anch’io condivido lo spirito e la “lettera” della morale di Abelardo, della pastorale di papa Giovanni e del principio giuridico espresso all’art. 27 della Costituzione repubblicana, ma ho molto da dire, in termini di equità, circa l’ingiusta applicazione di questi princìpi nei confronti di tutti quanti i detenuti, di uno dei quali, ergastolano, mi occupo come Tutore legale.

Infatti, ad altri, magari perché non lo chiedono, come nel caso del mio tutelato, l’Amministrazione penitenziaria nulla concede. Ripeto: ne ho esperienza diretta come Tutore legale di un detenuto condannato all’ergastolo per crimini politici, che è “dentro” oramai da quasi trentanove anni. Siccome lui, per una sorta di malinteso “orgoglio spirituale” e per altri fattori che qui taccio per rispetto di lui, non chiede nulla, nulla gli viene concesso, perché è stato più o meno “dimenticato”, proprio dimenticato.

Anche i miei tentativi di sensibilizzazione della “politica” finora sono stati vani. Solo qualcuno appartenente alla Chiesa cattolica mi ha dato un qualche ascolto, cercando di far migliorare le condizioni logistiche della sua detenzione, magari avvicinandolo a dove abito io.

Tornando al tema fondamentale, cioè la necessità etico-razionale di separare con nettezza l’autore di un “delitto” dal delitto stesso, colui che compie un reato dal reato stesso. In che modo lo mostriamo?

Direi in modo molto semplice: un atto umano singolo non può esaurire il giudizio etico su una vita intera, poiché ogni atto umano è frutto di più fattori, tra i quali la volontà personale, checché sostengano i meccanicisti di ogni tempo e luogo. Inoltre, ogni vissuto umano è complesso e comporta una pluralità di atti e comportamenti non sempre mali, anzi: è noto alla sapienza popolare che ogni essere umano è capace sia di efferatezze sia, nel contempo, di atti generosi. La contraddizione accompagna ogni vita, ogni biografia. C’entrano poi, e massicciamente, le circostanze, che contemplano fattori diversi, vettori causali che non sono sotto il controllo del soggetto agente, eventuale autore del delitto/ reato.

Qualcuno ama anche inserire il tema del “caso”, che può darsi, se non altro per ragioni di corrente modalità espressiva umana, ma che, se si vuole applicare una logica rigorosa, potrebbe anche non essere dato in generale, salvo che nel mondo delle micro-particelle quantistiche. Infatti, il “caso” altro non è che il fattore sconosciuto all’agente umano il quale non può obiettivamente controllare tutti i vettori causali degli effetti reali.

Altri sottolineano molto il tema della fortuna, un tempo chiamata dagli antichi fato, che sarebbe per costoro decisiva in ogni situazione, in ogni evento. All’altro si augura infatti, in tutte le lingue occidentali “buona fortuna”, poiché si ritiene che essa abbia comunque un grande ruolo nelle umane vicende. In Oriente, invece, la visione è legata di più al destino, al karma, che si co-costruisce soggettivamente, all’interno di un dato contesto esistenziale, con le proprie azioni.

Quale è dunque il karma di quel signor Alberto, pluri-assassino, ora pentito e in permesso premio? Quale il karma del mio tutelato “irridotto” spiritualmente, ma collocato nei ristretti orizzonti del carcere? Quali sono le proporzioni fra atti compiuti, crimini effettuati, reati riconosciuti e pena scontata, e misura dell’espiazione vissuta? Non saprei rispondere in maniera chiara e netta.

Quello che provo dentro me è comunque, se paragono le due situazioni, un profondo senso di ingiustizia, là dove occorrerebbe, non solo osservare le leggi, per quanto siano sempre imperfettamente giuste ed eque sotto il profilo umano, ma anche praticare l’antica sapienza dell’epicheia, cioè della “giustizia-giusta”.

La volgare insurrezione di Washington è un esempio di alcune delle “sette forme patologiche” di esercizio del potere

Ciò che è successo il 6 Gennaio 2021 a Washington, cioè una sorta di jacquerie fuori tempo, sollecitata da quell’insolente guitto viziato che risponde al nome di Donald J. Trump, è l’esemplificazione di una delle sette modalità di manifestazione patologica del potere, e forse di più di una.

Questi fatti, però, significano diverse cose: intanto, che l’America è forse la punta dell’iceberg di un disagio comunicazionale, e anche cognitivo, che da qualche anno (da oltre un ventennio) caratterizza i modi relazionali delle persone e delle nazioni del mondo. Mi sono speso molto nello scrivere denunziando la crisi profonda del pensiero critico, la pervasività pericolosissima dei social e il loro sconsiderato e (forse in parte) inconsapevole uso di moltissimi, che pensano di contare solo se intervengono sul pubblico mercato della comunicazione. Le tv commerciali hanno la loro responsabilità oggettiva in questo processo di deformazione dell’informazione, e quindi della possibile interpretazione dei fatti. Qui lascio perdere la solita citazione concernente la crisi della scuola e dei nuclei familiari, nelle loro varie declinazioni, tema più volte anche da me trattato.

La crisi americana attesta anche la mediocrità del loro sistema scolastico pre-accademico: quando sento parlare di “liceo” nelle cronache americane, mi sorge un sorriso prima di compatimento e poi di preoccupazione. Liceo, ma dai. Una fabbrica di molti ignoranti, mentre le università restano inaccessibili, se non ai ricchi, o almeno ai benestanti.

Trump è la cartina di tornasole di una crisi della politica e non del solo Grand Old Party, i repubblicani di Jefferson, di Lincoln, di Mc Kinley e di Eisenhower, ma anche dei democrat, fino ad Obama. Constatare che gli operai si siano rivolti nel 2016 a Trump e non a Hillary Rodham Clinton, dà da pensare. Ora, forse, se qualcuno o qualcosa non lo fermerà, The Donald cercherà di costruire una terza forza per “portare avanti” il suo progetto tanto distruttivo quanto incomprensibile (almeno a me in questo momento).

Ma c’è qualcosa che non mi convince anche nello schieramento opposto, nei democratici. Biden ha vinto e auguro al mondo che possa fare, non solo meglio dell’appena deposto clown, ma anche meglio di Obama (ci vuol poco) in politica estera. Ma ora allargo lo sguardo.

Qualche tempo fa ho scritto qui del potere, cercando di parlarne come di una dimensione ineludibile della vita organizzata umana, in ogni ambiente e come declinazione dell’autorità, in qualsiasi modo essa sia data. Il potere è ciò-che-esercita-una-autorità-di-ruolo, di posizione. Epperò, non vi è dubbio che esso, sollecitando sentimenti ed emozioni forti, anzi, meglio dire classicamente, passioni, può essere utilizzato in modo eccessivo e irrispettoso per i “sottoposti”, i subalterni nelle varie gerarchie. Trovo ancora ispirazione dal libro di De Toni e Bastianon, Isomorfismo del potere. Lì vi trovo sette tipologie di esercizio sbagliato del potere. E non trascuro il volume di Hugh Freeman qui sotto mostrato e più avanti citato.

Narcisismo e insostituibilità. Quanti narcisi conosce ciascuno di noi, caro lettore? Il narciso è uno che pone se stesso al centro del mondo, per cui ogni altro deve porsi in subordine, in qualsiasi senso, momento e modo. Il narcisista è un superbo, un presuntuoso, un arrogante, un protervo. Un brutto soggetto, anche se a volte si presenta in modo affascinante e coinvolgente. Trump si colloca tranquillamente in questa declinazione dell’esercizio del potere, così come nella successiva.

Sindrome eroica e volgarità: il potere a volte rende volgari nei gesti, nei modi e nella scelta delle espressioni. Un potente mostra di avere sulle sue spalle mostrine virtuali da altissimo ufficiale, e perciò, con il linguaggio arcaico dei gesti, invita arrogantemente all’ubbidienza. Accanto alla volgarità egli vuol mostrarsi eroico, unico, irraggiungibile, imbattibile, inconfrontabile.

Crisi di legame e indifferenza: un’altra dimensione molto diffusa e visibile è quella dovuta alla problematica legata al deterioramento dei legami gerarchici in ogni ambiente, situazione che sulle prime genera indifferenza e successivamente crisi del legame. Nell’ultima fase, Trump ha preteso che il suo vice, Pence, gli obbedisse oltre ogni norma costituzionale, ma non è andata così.

Rottura di contratto e negazione del conflitto: a volte accade che nel flusso gerarchico del potere una vera e propria rottura cui può anche seguire la falsificazione della negazione del conflitto. Anche qui troviamo il tycoonnewyorkese.

Conformismo e saturazione: il potente non ha bisogno di mostrarsi originale, poiché gli basta seguire la corrente dal suo scranno di potere, senza particolari preoccupazioni. Trump?

Paura e invidia: il depositario di potere fa paura e crea invidia. Fa paura perché può decidere di molto delle vite degli altri, se non delle vite stesse, in certe situazioni storiche e territoriali come quella di cui sto scrivendo qui nella quale Trump non riesce a pensarsi non più commander in chief.

Psicosi da performance e gestione dell’ansia. Il potente si esalta per le proprie performance che spiega come inimitabili. I modi consueti del nostro. Circa la gestione dell’ansia, questa è soggettiva, ma tipica di chi vuole sempre prevalere. Ed è la sua condanna.

Tra non pochi (Max Weber in primis) che hanno scritto su questo tema, nel saggio Le malattie del potere, edito da I Coriandoli, Hugh Freeman analizza un tema particolare: il rapporto tra politica e malattia, attraverso una serie di casi di uomini famosi, dall’antichità a oggi. Vengono esaminate le malattie di personaggi come Hitler e Stalin, Kennedy e Mao, Hailé Salassié e Margaret Thatcher in rapporto alla loro attività politica, e alle conseguenze che ne sono derivate. Come si vede, questo elenco propone personaggi diversamente ricordati dalla storia e dalla memoria collettiva. Parlare della malattia del potere in “San” J.F.K. può risultare difficile, ma Freeman lo ha fatto, sapendo che l’uomo è cagionevolmente e diversamente esposto alle patologie del potere, anche i migliori.

Come potrebbe trattare Trump in una seconda edizione di questo saggio, il prof Freeman?

Mentre la periclitante, mediocre, sciatta e debole politica italiana, da Conte a Renzi a Zingaretti, e poi dai peggiori, Meloni e Salvini, oggi particolarmente imbarazzati, sono intenti a contemplarsi l’ombelico.

vaccini, pecorini, caprini

sono notissimi formaggi, come sappiamo, fatti, rispettivamente, con il latte di vacca, di pecora e di capra, ma solo il termine “vaccino” ha assunto nel tempo un significato medico-clinico.

Louis Pasteur

Un vaccino, tecnicamente, è costituito da agenti patogeni, o da “pezzi” di essi, trattati in modo tale da far acquisire a persone sane una immunità.

La vaccinazione in qualche modo utilizza la “memoria immunologica” del sistema immunitario, al fine di dare al corpo la possibilità di difendersi da batteri, virus e altri organismi dannosi per la salute. Un altro modo di immunizzare un corpo umano è quello basato sull’immissione di un fluido umano che sia già stato a contatto con il patogeno.

Non vi è dubbio, e la storia della medicina contemporanea lo conferma, che le vaccinazioni sono un presidio sanitario preventivo fondamentale, per cui nel corso del XX secolo si sono ridotte in modo drastico nel mondo malattie gravi che erano diffuse da millenni. Si pensi solo al vaiolo, alla tubercolosi, alla poliomielite. Ricordo ancora quando alle elementari ci facevano il vaccino Sabin contro quest’ultima terribile malattia.

Solo nel 1980 fu dichiarato scomparso il vaiolo dal pianeta Terra.

Attualmente sono disponibili diversi tipi di vaccini contro numerose malattie, la cui applicazione è regolata dalle legislazioni sanitarie delle diverse nazioni del mondo.

Etimologicamente la parola “vaccino” trae origine dal latino “vacca”, vale a dire la mucca, e dall’aggettivo correlato “vaccinus”. Il nome di “vaccino” fu dato dal medico inglese Edward Jenner, che nel 1796 lo utilizzò la prima volta per indicare il materiale ottenuto dalle pustole di bovini ammalati di vaiolo bovino, in grado di generare negli esseri umano solamente una lieve infezione. Vaccinazione è dunque il termine derivato dai precedenti, come procedimento di inoculazione del vaccino in soggetti umani al fine di prevenire il vaiolo umano, largamente mortale per l’uomo. ]

L’idea di un “vaccino” è però molto più antica, e risale addirittura a quanto si osservò accadere durante la Guerra del Peloponneso nel IV secolo a. C. Allora si constatò che le persone colpite dalla peste e in seguito guarite, non erano più infettabili dallo stesso morbo. Si comprese che, in qualche modo, chi era già stato infettato da una malattia, una volta guarito, non sarebbe stato più colpito dalla stessa malattia in futuro. O quasi sempre.

Tornando a Jenner, fu il suo spirito osservativo a fargli immaginare un rapporto tra il contrarre il vaiolo bovino da parte delle donne incaricate di mungere le vacche, fatto che le immunizzava dal pericoloso vaiolo umano. Fu allora che lo studioso iniettò del materiale preso dalle pustole bovine in un bimbo di otto anni, che poi non sviluppò la malattia. Deduzione, abduzione, retrodazione, intuizione: in queste attività si trova tutta la logica della ricerca scientifica!

Ai primi del ‘900, Louis Pasteur trovò che si può generare l’immunità mediante l’iniezione di preparazioni microbiologiche utilizzando midollo spinale di coniglio infettato dalla rabbia mescolati con bacilli di antrace riscaldati.

E potrei continuare, informandomi e qui riportando altre note su ricerche e scoperte successive, come quelle di Robert Koch sulla tubercolosi e di Albert Sabin per quanto concerne la poliomielite. Ma mi fermo qui, perché non è la mia materia, e torno sul politico-filosofico.

Ora, in questa fase Covid-relata, si pone politicamente e culturalmente il tema del vaccino. Leggo le posizioni di tutte le tendenze, dai cosiddetti “no vax” ai sostenitori del vaccino, come si dice con orrenda espressione contemporanea “senza se e senza ma”. Ricordo che chi usò per primo o quasi (forse Bertinotti?) questo doppio sintagma, pensava di aver pensato una cosa geniale, mentre invece si tratta solo di due particelle ipotetico-avversative giustapposte.

La ragion logica, anche su questo tema, invita a non parteggiare in maniera acritica, ma ad affidarsi a ciò che il sapere scientifico viene scoprendo e proponendo, sapendo che la scienza opera ed avanza per prove ed errori, e che quindi non è possibile pensare che una scoperta scientifica o una sua applicazione sia, non solo efficace, ma anche assolutamente innocua per l’uomo. Molti effetti di un intervento chimico-biologico sull’uomo non sono prevedibili: basti pensare alle terapie chemioterapiche et similia.

Come sempre, l’ideologizzazione di un tema e il parteggiamento schierato per una tesi, senza supporti scientifici razionali, sono altamente dannosi. Quando poi di queste tesi preconcette si impadronisce una setta o un partito, i danni sono anche maggiori. Ma il peggio si trova sul web, nei social, dove schiere di nullafacenti-di-buono spesso si scatenano contro chi la pensa diversamente, con insulti e minacce.

Per quanto mi riguarda mi affiderò alla medicina che mi segue nella mia situazione particolare. Io prendo quotidianamente antivirali e antibatterici. Chi è preposto a questi saperi mi indicherà che cosa fare per me. E io ubbidirò, perché si tratta di persone competenti e ubbidire significa “ascoltare chi merita di essere ascoltato per saperi acclarati e certificati”, in questo caso un medico esperto delle mie cose. Così la ragione si esplicita in una filosofia del rispetto di saperi strutturati e affidabili, fino a… prova contraria.

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