Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: sociologia (page 1 of 20)

Alla ricerca del maestro perduto

Mio padre ha avuto per tutte e cinque gli anni delle elementari il severissimo Signor Maestro Polizzi, siculo; mia madre, sempre per tutti i cinque anni delle elementari, il friulanissimo Signor Maestro De Colle. Due maestri maschi, per cinque anni, che vediamo seriosi nelle foto con gli alunni, loro in grisaglia e cravatta, con i baffi il primo, senza il secondo. Erano il “Signor Maestro“, cui si doveva rispetto e deferenza, cui ci si rivolgeva con il “lei” e cui si rispondeva solo se interrogati. Una figura che, specialmente nelle piccole comunità, aveva lo stesso status sociale del parroco, del medico condotto, del maresciallo dei carabinieri e del sindaco.

Da alcuni decenni, invece, vediamo immagini di studenti seduti sui banchi con le terga rivolte all’insegnante, lo sguardo strafottente, etc. Non faccio di ogni erba un fascio, né intono un peana ai bei tempi andati maledicendo il lascito sessantottino, ché sarebbe un’assurda e improvvida operazione nostàlghia, ma vediamo un po’…

L’Ocse denuncia la progressiva scomparsa degli insegnanti maschi dalle scuole, in particolare dell’infanzia e primarie. Il Risultato è: uno squilibrio sull’impatto cognitivo dei bambini” è il titolo di un pezzo molto interessante che trovo sull’ultimo numero di GQ Magazine Italia. Alcuni dati:

1.300 euro al mese che diventano 1.600 solo dopo vent’anni; sono 10.545 i maestri di scuola primaria contro 236.000 insegnanti femmine, meno del 4%; nella scuola dell’infanzia i maschi rappresentano lo 0,7% del totale del corpo insegnanti: 612 su 87.701; alle medie i maschi sono il 22%, alle superiori il 33%. La media generale Ocse è: 68% insegnanti donne, il 32% uomini (cf. Gender imbalances in the teaching profession) L’antropologa Ida Magli sostiene che siamo a una forma di matriarcato neppur tanto surrettizia.

Il fatto è che la cura dei bambini è stata sempre prerogativa del femminile, fin dalla nascita, come natura comanda, ma vi sono dei problemi in tutto ciò. Se si vuole un’educazione equilibrata l’elemento maschile resta indispensabile, alla faccia dei confusionari incolti cultori (bell’ossimoro vero?) del gendering: se non c’è nessuno che riesce a dire al bambino in formazione educazionale, in crescita del carattere, anche dei discorsi semplici e netti, maschili, dunque, come se interrogasse Tex Willer, che riconosce con chiara nettezza i buoni e i cattivi, e aiuta i primi punendo i secondi, si crea un loop valoriale originario originante molti guai successivi. Non sto dicendo che occorre un certo manicheismo formale per formare i caratteri a valori morali chiari e condivisibili, ma che è indispensabile fornire ai bambini gli strumenti per esercitare fin dagli anni della scuola primaria una certa capacità di giudizio critico sulle azioni e sulle espressioni umane. Questo è possibile solo se vi è un’integrazione tra la sensibilità e le sfumature della pedagogia declinata al femminile, e la forza che traspare da una presa di posizione di tipo maschile. Non è un caso se la natura ha provveduto così, operando con gameti complementari alla perpetuazione delle specie viventi, non solo dei mammiferi.

Un maestro elementare intervistato dalla rivista afferma: “Ho conosciuto colleghi maschi caproni e colleghe capre, ma mi sembra che il contributo maschile possa essere considerato importante per come l’insegnante maschio affronta la difficoltà, mai drammatizzandola come tendono a fare le femmine, che poi accudiscono l’alunno spaventato, bensì un poco relativizzando il fatto e invitando l’alunno a darsi da fare a scuotersi, a muoversi, a reagire“. Appunto: si tratta di un approccio pedagogico diverso, virile, capace di e-ducere energie e reattività, piuttosto che comprensione e coccole.

Il maestro può fare un lavoro utile e complementare a quello che fanno le sue colleghe, proprio per dare completezza al processo educativo primario, così come il ruolo del papà è indispensabile quando vi è la sua presenza, e anche qui non sto dicendo che le sole famiglie bene educanti sono quelle regolari, poiché abbiamo millanta esempi del contrario. In famiglie “regolari” sono avvenuti e avvengono violenze e delitti inenarrabili, mentre bimbi educati da un solo genitore o dai nonni sono riuscite splendide persone adulte. Dico solo che sarebbe bene rendersi conto dell’utilità di un riequilibrio tra i generi nell’ambito dell’insegnamento scolastico, rendendolo più attrattivo, anche economicamente.

Gli insegnanti in Italia percepiscono stipendi vergognosi, cari governi, cari ministri messi lì anche se scarsamente scolarizzati: ecco, se per altri ministeri non vedo l’esigenza  di porvi a capo un tecnico della materia, per questo ministero ne vedrei tutta l’importanza. Si nomini un valido pedagogista al posto di una che non ha neanche fatto le scuole superiori. Per favore.

Di Maio e Di Battista, Rosato e Gasparri, Scilipoti e Razzi, Boldrini e Renzi, Maroni e Zaia e… Maria Teresa d’Austria

Il mio gentil lettore è legittimato a chiedersi  che cosa c’entrino con la grande sovrana asburgica i primi due e la mia risposta non può che essere “nulla”, anzi “men che nulla”, mentre gli ultimi due hanno in qualche modo a che fare, pur se in modo diacronico, essendo i capi attuali del Lombardo-Veneto. Siccome domani, 22 ottobre si celebreranno i referendum sull’autonomia di queste due regioni, ecco la ragion del pezzo.

I sei in mezzo sono messi lì per rappresentare il minimo comun denominatore del personale politico odierno, e mi chiedo spesso quando penso a costoro, che cosa sarebbero in grado di fare se non facessero il mestiere della politica, e quasi sempre la risposta è sconsolante. Vediamoli da vicino in poche righe: Rosato è capogruppo PD alla Camera e mi ricorda un suo omonimo, Roberto Rosato, grande stopper del Milan di Rocco, coetaneo di Gianni Rivera, nonché un eloquio scontato, di noia profuso e di un nulla concettuale intriso, molto simile per stereotipie alla sua competitor Debora (non so se con “h” finale o meno); Gasparri ex fascio romano convertito a sior Silvio, il quale è stato ed è tuttora sinecura per molti, twitterista polemico e astioso. Di Scilipoti e Razzi nulla di più dei cognomi, ché no’l meritan altre fatiche né spazi informatici: il nulla fisico, non quello metafisico, che è qualcosa.

Dei primi quattro non so il mestiere, per cui si potrebbero assumere come autisti in qualche azienda strutturata o ente pubblico, o forse no, perché altrimenti ci arriva la frotta petulante dei parenti disoccupati a batter cassa. Di Boldrini ho detto fin troppo su questo mio blog, con commenti mai lusinghieri; Renzi invece è una new entry della mia critica e qualcuno potrebbe giustamente farmi osservare che ho atteso troppo prima di criticarlo. In verità un paio di anni fa avevo scritto un pezzo che parlava di atteggiamenti e posture inguardabili, del vivace ragazzo di Rignano sull’Arno. Ora dico che è inascoltabile, inguardabile, inaffidabile, e mi auguro che la sua stagione d’oro stia volgendo al termine per il bene della Patria nostra, perché è proprio un brutto soggetto, e non perché lo dice l’improbabile chierichetto Speranza, né il buon compagno Bersani, e di D’Alema non dico, ché sarebbe follia resuscitarlo alla politica.

Venendo a considerare Di Maio,  presuntuoso gaffeur di dati e date, l’amico Gianluca avrebbe un’idea brillante: proporlo ad un grande negozio di abbigliamento (tipo il friulano Arteni) come commesso nel reparto camiceria, ma senza autonomia sugli sconti da praticare ai migliori clienti, da chiedere sempre al capo negozio. Ovviamente, con tutto il rispetto per i commessi e le commesse del settore. E Di Battista, noto per l’andatura ciondolante e la pretesa di essere un guevarista 2.0? Ma, chiosa un altro amico: a Di Battista si potrebbe proporre un lavoro ecologico, con quelli dei camion che passano nottetempo a ritirare i pacchi della differenziata urbana. E’ robusto abbastanza per poterlo fare canticchiando. Questi due, con Grillo e il gran pensatore Casaleggio orecchiano il pericoloso Rousseau come un vate, e non so se del ginevrino abbiano letto un rigo o capito la filosofia.

Di Zaia e Maroni, leghisti della prima ora, devo dire che sono tra i migliori politici italiani e forse anche Maria Teresa li avrebbe scelti come granduchi del Lombardo-Veneto: Maroni è stato un buon ministro del lavoro e degli interni, Zaia è il credibile governatore della gran regione veneta. E parlo così anche se non ho mai amato il loro partito, né la rozza sicumera del fondatore, annegato nella stupideria dei figli e nella coglionaggine propria. Ma non amo neanche gli altri partiti di oggi, neppure il frantumato PD, travolto da invidie mortali e sopraffatto dagli esiti della fusione a freddo tra cattolici ed ex comunisti; in questa miseria tremenda sopravvivono opportunisti d’ogni stagione come Casini e Alfano, e spicca nel mar grande dell’improntitudine inetta così diffusa, il cavalier Silvio, che mai avrei pensato di lodare. Ahimè.

Dall’altra parte spicca invece, fulgidamente, Maria Teresa d’Asburgo, cattolica fervente, ma capace di distinguere Cesare e Dio, come insegna il Maestro nazareno, impedendo le intromissioni della chiesa nella politica, anche controllando personalmente la selezione di arcivescovi, vescovi ed abati, capace  “di vivere una vita estremamente austera e ascetica, specialmente durante la lunga vedovanza.” (dal web).

La sovrana rinforzò l’Impero austro-ungherese sul piano politico e militare, ma dotò, prima tra i monarchi europei, di servizi sociali i popoli che costituivano l’impero, a partire dalla sanità e dall’istruzione. Incaricò il medico Gerard van Swieten di organizzare un ospedale a Vienna e di rivedere i piani di studio universitari di medicina. “In seguito, Maria Teresa affidò a Van Swieten il compito di studiare il problema della mortalità infantile in Austria e, su raccomandazione del medico, la regina sancì che l’ospedale della città di Graz (seconda città dell’Austria) avrebbe dovuto effettuare autopsie per tutte le morti avvenute in modo da garantire dati adeguati alla ricerca medica. Vietò la costruzione di cimiteri senza un previo permesso governativo, contrastando in tal modo usanze funerarie dispendiose e scarsamente igieniche; infine la decisione di sottoporre, nel 1767, i propri figli alla vaccinazione fu essenziale per superare il contrasto verso tale pratica, più volte espresso dalla comunità accademica. Fu la stessa Maria Teresa ad inaugurare la vaccinazione ospitando al Castello di Schönbrunn una cena per sessantacinque bambini.” (dal web)

Circa l’istruzione, Maria Teresa nel 1775 riformò il sistema scolastico decidendo che ogni bambino di età compresa tra i sei ed i dodici anni avrebbe dovuto obbligatoriamente frequentare la scuola; anche se tale riforma non ebbe esito pratico pienamente soddisfacente, tenendo conto che in talune zone dell’Austria, nel XIX secolo, ancora metà della popolazione era analfabeta, tuttavia, fu essenziale poiché fu espressione del valore di una educazione gratuita e pubblica. “Inoltre, consentì anche agli studenti non cattolici il diritto di frequentare l’università e ne riorganizzò i corsi di studi promuovendo l’introduzione delle materie di diritto e facendo sì che i professori fossero scelti con particolare riferimento alla capacità professionale; infine, allo scopo di garantire una preparazione uniforme, fu sancito che solo le università avrebbero potuto garantire il titolo di laurea, esautorando i collegi professionali o riservati alla nobiltà.” (dal web)

Mi pare di poter dire che siamo di fronte a grandezze (o piccolezze) tra loro incomparabili, anche se qualcuno potrebbe obiettare che un sovrano assoluto ha più facilità di azione rispetto al politico che amministra in un regime democratico, cui però si può rispondere che al tempo di Maria Teresa altri sovrani con poteri assoluti si occupavano di ben altro: rafforzare il proprio potere e patrimonio familiare e personale, cui asservivano spesso gli interessi dello stato, muovere guerre per ragioni dinastiche, oziare in libagioni e partite di caccia, e via andando.

Maria Teresa spiccherebbe come una luce fulgida nello scenario odierno della politica, con la sua dedizione, la sua etica, la sua capacità di essere al servizio pur essendo depositaria di un enorme potere. Un esempio, se i su nominati si dessero il tempo e avessero la voglia di studiare la sua biografia, impegnandosi ad imitarla, pur da distante, vista la statura morale e intellettuale che li contraddistingue, forse qualcosa di buono verrebbe fuori.

E ora basta malinconie, viva Maria Teresa d’Austria.

L’Ave Maria della glottologa

Clara Ferranti insegna glottologia e linguistica all’università di Macerata, e sembra abbia commesso quasi un crimine: chiedere di recitare insieme agli studenti del suo corso un’Ave Maria per la pace nel mondo.

il rettore Adornato e il collettivo studentesco Officina l’hanno attaccata così: “Ha limitato la libertà personale, bisogna reagire a questi soprusiInvitiamo pertanto pubblicamente la professoressa a scusarsi pubblicamente per il suo comportamento, nella speranza che l’Università prenda le dovute misure affinché una cosa del genere non si ripeta più. Invitiamo gli studenti a segnalare comportamenti di questo tipo, sia a noi di Officina sia allo sportello dell’Università, senza mai abbassare la testa di fronte a soprusi di questo tipo ma reagendo prontamente.” Prosa elegantissima, come si vede. Un’Ave Maria recitata all’università sarebbe un sopruso, una prevaricazione intollerabile, secondo i nullafacenti del collettivo, pelandroni a cottimo.

Il rettore, disinformatissimo, da parte sua ha scritto alla comunità studentesca e al collegio dei docenti le seguenti solenni parole: “Se i fatti, come sembra (sembra? ndr), corrispondono alla denuncia fatta dagli studenti, si tratta di un atteggiamento assolutamente improprio e censurabile. L’università è uno spazio di convivenza pacifica e rispettosa di opinioni, culture e fedi religiose. Non è luogo di gesti divisivi, né tantomeno di imposizione“.

In realtà, il racconto della docente, intervistata dal Resto del Carlino è di ben altro tipo. La Ferranti dice di aver proposto la preghiera in termini assolutamente volontari e tali da non inficiare tempi e modi della lezione, in piena libertà.

Che se ne trae? E’ l’ennesimo goffo manifestarsi del politically correct, in questa Italia succube e piagnona, dove un’impiegata dell’Onu può diventare terza carica dello Stato, candidata da animi puri di cuore come Vendola, il papà falso e truffaldino.

Che dire ancora? Che il genere e le specie dei bigotti è ben lungi dall’estinguersi. Se prima del Concilio Vaticano Secondo i parroci avevano un grande ascendente sui comportamenti dei fedeli, il loro “essere chiesa” è stato ampiamente copiato dal mondo laicista, dalle vestali del “non facciamo il presepe a Natale, togliamo i crocefissi dalla aule, ché altrimenti i musulmani si offendono“. Su questo tema ha ragione perfino il ghigno petulante di Salvini, che per me è tutto dire.

Chiesa è stato il Pcus del periodo stalinista e brezneviano, imbalsamato bestione preistorico della politica, chiesa è stato il Partito comunista cinese di Mao Ze Dong, quando Deng Hsiao Ping era considerato un traditore da spedire in un lao-gai. Chiesa è stato anche il Partito comunista italiano, almeno fino al 1973, quando Berlinguer ebbe il coraggio di dire al Congresso del Pcus che “era finita la spinta propulsiva dell’Unione Sovietica“, rischiando di essere ammazzato a Sofia dai soliti killer in conto terzi del satellite bulgaro.

Mi fa molta tristezza constatare che non siamo andati molto lontano, anzi, si può registrare quasi un’involuzione cognitiva dell’ermeneutica attuale dei fatti storici recenziori.

Il bigottismo alligna ovunque non c’è la disponibilità e la disposizione psicologica al confronto, al dialogo, dove ogni interlocutore non si presenta con i crismi della solenne Verità, ma con ipotesi razionali, logiche e argomentanti sulla verità, ovvero, sulle verità. E non si tratta in questo modo di avallare un semplicistico relativismo cognitivo, ma di apprezzare il contributo che ogni essere pensante-riflettente può portare alla ricerca umana del vero, del buono, del giusto, del bello, i famosi trascendentali platonici cui tutti naturalmente tendiamo, per natura costitutiva dell’essere umano.

Nel caso segnalato e qui narrato nessuno era stato obbligato a dire l’Ave Maria, ma più di qualcuno si era unito alla docente, recitando l’antica preghiera risalente nella sua prima stesura a un millennio fa all’incirca, chi in italiano, chi in latino… “Ave Maria gratia plena Dominus tecum…”.

Un esercizio di libertà di scelta. Ora si potrebbe eccepire circa l’opportunità di una proposta del genere, e qui potremmo anche convenire che la Ferranti sia stata un poco ingenua, o forse no, forse solo coraggiosa, madre davvero, non surrogata o d’altro genere. Lo dice un socialista classico come me, socialista e cristiano, e amante della meravigliosa figura femminile di Maria di Nazaret sposa di Josef e mamma di Jesus, attenta all’ascolto delle nostre miserie e per la nostra salute fisica e spirituale. Ave Maria piena di grazia

Ricostruire le relazioni nella vita che cambia

…è compito diuturno dell’uomo, sia nella normalità, sia in condizioni eccezionali, come dopo un disastro. Le comunità umane sono naturalmente solidali, oltre ogni riflessione razionale, oltre gli schieramenti di parte e le passioni temporanee. In tempo di guerra si è assistito a incredibili episodi di solidarietà tra “nemici”: basti pensare al comportamento delle babuske ukraine verso i nostri alpini in ritirata dal Don nell’inverno atroce del ’43.

Un evento eccezionale cambia la vita all’improvviso, anche in tempo di pace. Un terremoto, un’alluvione, un incendio, un’epidemia. Gruppi consolidati e coesi da tempo vengono spezzati, e spazzati via dal turbine di ciò che improvvisamente accade. Il primo sentimento che prende le singole persone è lo sconcerto, un senso di spaesamento forte e sulle prime devastante. E’ allora che accade qualcosa di nuovo e talora di inatteso: il reticolo delle vecchie relazioni, più fitto e certamente più disordinato di una ragnatela, non esiste più, ma comincia a costituirsene uno nuovo, completamente diverso. Chi faceva parte del “vecchio gruppo”, magari si tratta di un intero reparto aziendale, si incontra con persone che conosceva solo di vista, o giù di lì, e qualcosa accade. L’uomo sa, d’istinto, che solo fare causa comune può salvare “dalle belve della foresta” o da altri pericoli. Solo l’alleanza tra simili può permettere di superare ostacoli altrimenti invalicabili, in solitudine. E dunque inizia a crearsi un reticolo di nuove relazioni che pian piano costituiscono rapporti a due, a tre, a gruppi, dove le varie “chimiche” individuali si percepiscono, si annusano, con i vari recettori psico-biologici, e danno feedback, resistono, si adeguano, empatizzano e simpatizzano, oppure, al contrario, magari all’inizio antipatizzano. Misteriosi e inconoscibili canali di comunicazione entrano in funzione a vari livelli, da quello limbico a quello corticale, guidati dalla biologia e anche dal sentimento e dal senso del gradimento.

A volte le persone temono questo cambiamento radicale, perché toglie le “sicurezze relazionali” di prima, perché prima uno sapeva come doversi regolare con tizio o tizia, conosceva i caratteri, le possibili reazioni, i linguaggi e perfino il lessico base di quel collega, e ora non più. La nuova rete è un mare ignoto, pieno di trabocchetti e di mulinelli infidi, dove può accadere qualsiasi cosa, inaspettatamente, o con maggiore o minore gradevolezza. La precedente “zona di conforto” non esiste più, sostituita da un indistinto rumore di fondo che a volte sconcerta e disorienta, e a volte preoccupa. Basti pensare a come si costruiscono le équipes di lavoro,  quanta cura deve essere posta per coniugare bene esperienza professionale, determinazione e potenziale, là dove, se si sbagliano i pesi e le misure di quei tre elementi costitutivi essenziali si può determinare un danno significativo in termini di efficienza operativa e di qualità relazionale.

Di importanza fondamentale è invece essere consapevoli che il cambiamento, anche in questo senso e con queste modalità, può apportare un enorme valore al nuovo gruppo e alla struttura sovrastante, che sia un’azienda, una scuola o un’entità collettiva di qualsiasi altro genere, poiché rimescola le carte, toglie alibi e pastoie legate a consolidate e a volte inveterate abitudini e comodità relazionali, che spesso contribuiscono a un sostanziale invecchiamento della struttura e alla sua obsolescenza. Certamente tutte le novità sono impegnative, ma sono nello stesso tempo una salvaguardia quasi fisiologica nei confronti del rischio di un impigrimento mentale e quindi operativo e gestionale.

Se non imposto o dettato da drammi e a volte tragedie più grandi di noi, è meglio che preveniamo l’invecchiamento delle strutture operative, pre-vedendo di cambiare ruoli e funzioni quasi per metodo, utilizzando la job rotation come una via per stimolare i neuroni a produrre sempre nuove sinapsi e collegamenti intelligenti. Ogni dramma umano, e perfino ogni malattia e ogni dolore fisico e psichico, se giustamente collocati nell’economia di una o di molte vite, possono costituire un’opportunità di crescita morale e spirituale, per uno o per molti, non importa, ché anche la crescita di una sola persona è un bene prezioso per il mondo, come lo è la sua vita.

“…gli immigrati forse non sanno che non debbono violentare” (terrificante frase pronunciata da una avvocatessa a Salerno)

Leggo stamattina questa incredibile frase pronunciata, sembra, dall’avvocato Carmen Di Genio del Comitato delle Pari opportunità di Salerno. E’ talmente assurda, stupida, illogica, cognitivamente improbabile che mi sono sentito di mettere quel “sembra”, poiché un essere umano, femmina, laureato in giurisprudenza, italiano, non dovrebbe poter pronunziarla, e neppure pensarla. Siamo al di là di ogni ordine naturale di ogni genere e specie del linguaggio umano. Siamo al belluino pre-morale che, guardando l’abbigliamento beige, sobrio ed elegante dell’avvocatessa, non mi sembra appartenerle. Ma al modello culturale radical chic oggi è tutto concesso.

Se la frase, così come pronunciata, stava dentro un contesto, come si dice, anche questo non la manleva della sua pericolosissima gravità di messaggio mediatizzato. E non serve che vada giù l’eroico Gasparri a protestare, basta togliere questa signora dal ruolo e farla blaterare in circoli privati, dove ci si allena ad approssimative discussione di antropologia culturale. Mi pare si tratti della stessa ideologia di quegli studiosi di tale disciplina, che confondono la plausibilità socio-antropologica dell’infibulazione come “cultura tribale” africana, con la sua ammissibilità sotto il profilo etico. E’ come dire che, siccome un fenomeno esiste avrà le sue “buone ragioni”, e morta là.

Non è così. Io non so che sottile ragionamento stesse svolgendo a Salerno l’avvocato Di Genio, ma so che per logica comunicativa e mero buon senso non si deve mai cedere a espressioni che lascino un minimo di ambiguità in tema di tutela della condizione umana. Può anche darsi che i “costumi naturali” machisti dell’homo africanus che ha inventato, con la complicità delle donne dominanti, la mutilazione dei genitali delle bambine, prevedano che il maschio stesso possa vantare un potere di predazione sulla femmina, qualunque e ovunque essa si trovi, ma questo non può essere ammesso neppure come ipotesi legata a un’ignoranza “naturale” dei diritti umani, che sono inviolabili, quell’avvocatessa potrebbe dire “secondo le conquiste della nostra etica e della nostra cultura”. Certo che sì, ma non basta. A chi violenta perché lo ritiene un suo diritto, come si è visto fare con facilità anche in Italia nell’ultimo periodo, e come è accaduto la notte del Capodanno di un paio di anni fa a Colonia, bisogna innanzitutto “fermare le mani” e gli altri organi interessati, in qualsiasi modo, anche con le cattivissime, poi giudicarlo e punirlo e, se non pentito e convinto di avere compiuto un’azione malvagia, ricacciarlo oltremare con un biglietto di sola andata. D’accordo presidenta Boldrini, o ha dei dubbi in proposito?

Stiamo vivendo un periodo di grande confusione culturale e morale, ma soprattutto, come ho scritto già più volte, di grande crisi cognitiva. E’ il pensiero che comunque domina l’agire umano, se non vogliamo scendere la scala evolutiva dell’ominazione percorsa in un paio di milioni di anni. Non si può che tornare al valore del pensiero, per migliaia di anni espressione profonda e misteriosa dell’organo che presiede primariamente all’evoluzione, il cervello. Nell’ultimo periodo troppo spazio è stato dato all’emozione sentimentaloide del “sentire”, a una sorta di “etica dell’emozione”, che spesso ha prevalso sulla ragione, rompendo la feconda endiadi che corrobora l’una con l’altro, la ragione con il sentimento. Complici i nuovi media, l’uomo contemporaneo ha lasciato spesso in un angolo la facoltà del pensare, sostituendolo con quella del mero “sentire”, che ha in comune anche con i cugini animali. L’eguale dignità tra tutti gli umani non deve fare dimenticare le irriducibili differenze tra i singoli e tra le culture, che non vanno rimosse, ma studiate, non per uniformarle a standard astratti, ma per renderle umanamente compatibili.

Per questo la frase di Di Genio, è intrinsecamente sbagliata e fuorviante, qualsiasi sia stato il contesto in cui è stata pronunziata.

“Lavoro” e “posto di lavoro” sono la stessa cosa?

Caro lettor del sabato,

qualcuno pensa che i due virgolettati del titolo siano sinonimi, ma non lo sono. Il concetto di “lavoro” si riferisce espressamente all’operare dell’uomo per acquisire materie prime, trasformarle e creare tutte le attività di servizio e di ricerca che rendono il lavoro stesso vendibile per la vita umana in generale e per creare reddito aziendale; il concetto di “posto di lavoro”, invece, si riferisce alla struttura organizzativa di un’azienda o di un ente, che prevede posizioni, ruoli, mansioni abbastanza precise.

Secondo una logica elementare dovrebbe essere il “lavoro” a creare le condizioni di un “posto di lavoro”, ma questo è vero soprattutto dove l’economia d’impresa è di tipo privatistico, e fa i conti ogni giorno con costi e ricavi, essendo obbligata a fare sì che i ricavi siano sempre maggiori dei costi, pena la fine certa dell’impresa stessa che non può essere sovvenzionata in deficit, anche se a volte questo è accaduto per ragioni di carattere occupazionale, con costi ingenti per la collettività.

Anche il lessico, il glossario che caratterizza il mondo dell’economia privata è diverso da quello che caratterizza l’ente pubblico. Nell’azienda privata, quando si intende descrivere i “posti di lavoro” tenendo conto delle linee gerarchiche, si parla di “organigramma”, che viene anche definito, stampato e reso ufficiale all’interno e verso clienti e fornitori, nonché per il sistema di qualità e di sicurezza del lavoro. Ma “organigramma” non significa imbalsamazione della struttura operativa, bensì sua delineazione dinamica, sempre modificabile.

Nell’ente pubblico, invece, si parla ancora di “pianta organica”, fatta di caselle da riempire di nomi di persone assunte solitamente per concorso. Nel pubblico, se la “casella” resta vuota per pensionamento o dimissioni (rarissime), bisogna riempirla, altrimenti il lavoro assegnato a quella “casella” non si fa, almeno per un po’ di tempo. Invece nell’azienda privata, se viene anche improvvisamente a mancare un lavoratore in una mansione, si cerca immediatamente di rimediare, cercando una figura di backup (sostituto) tra i dipendenti, operazione non difficilissima, perché le aziende moderne hanno di solito una matrice delle poli-competenze di tutti i collaboratori, e quindi la possibilità di sostituire chi manca inopinatamente con risorse interne già abbastanza formate o, in ogni caso, è in grado di provvedere a una rapida riqualificazione di personale particolarmente duttile e flessibile.

Ecco che  a questo punto comincia a delinearsi la differenza concettuale profonda tra “lavoro” e “posto di lavoro”, là dove il secondo presuppone sempre il primo, non viceversa. Il lavoro deve essere individuato come quantità e qualità del processo operativo, sia se si tratta di attività diretta (operaia, alla faccia di chi pensa che il lavoro manuale stia scomparendo), sia che si tratti di lavoro indiretto, impiegatizio, tecnico o di coordinamento di altre persone.

Quando i carabinieri negli anni ’80 scoprirono che nella sede centrale nazionale dell’Inps a Roma vi erano più cartellini, cedolini paga che posti di lavoro e quindi lavoro, si capì benissimo la non coincidenza dei tre concetti. Lì, con la complicità di direttori centrali e generali, si era creata una pastetta di connivenze che aveva portato la situazione ad essere così deforme, abnorme, truffaldina, sia nei confronti dello Stato, sia nei confronti dei cittadini utenti, lavoratori e pensionati. Si fece un repulisti, ma evidentemente non è bastato perché nei decenni successivi abbiamo assistito a fenomeni di tutti i colori, specialmente di assenteismo patologico e a imbrogli sguaiatamente evidenti, come la timbratura fasulla di cartellini presenza.

Chi pensa che il lavoro coincida con il posto di lavoro può essere tentato di imitare quei cattivi lavoratori del pubblico impiego che con il loro inqualificabile comportamento hanno rischiato di screditare la stragrande maggioranza dei tre milioni di colleghi che invece lavorano coscienziosamente.

In un’attività di direzione del personale nella più grande azienda friulana, la Danieli, dove ho operato a metà degli anni ’90, mi è capitato di porre fine a una vertenza onerosissima provocata da un dipendente infedele, che si assentava per gli affari suoi durante l’orario di lavoro, e l’aveva avuta vinta davanti al giudice, con un costo aziendale più che decennale che qui mi fa pena citare. Le prove della sua infedeltà non avevano convinto il giudice che aveva condannato l’azienda a retribuirlo comunque, non avendo l’azienda stessa accettato la reintegra del dipendente (7° livello metalmeccanico da 2 milioni e settecentomila lire nette al mese), ex art. 18 della Legge 300/70 Statuto dei diritti dei lavoratori. Posi fine a quella vergogna con una transazione tombale di non poco conto, dopo aver informato la Presidente dell’azienda. Mi turavo il naso mentre firmavo dall’avvocato il verbale di conciliazione. Mi vergognavo per l’imbroglio riuscito ai danni dell’azienda e di tutta la comunità di chi vi lavorava.

Due esempi che spiegano bene come il “posto di lavoro” deve sempre essere riferito a “lavoro” vero, non inventato, truffaldino o fasullo come in certi casi, perché allora non si tratta di un “posto di lavoro”, ma di inganno, infedeltà, slealtà verso gli altri e di tradimento dei più elementari sentimenti etici di giustizia.

Come il sole riflesso sulla superficie cangiante del mare

A pagina 203 del suo ponderoso volume Platone 2.0, La rinascita della filosofia come palestra di vita, edito quest’anno da Mimesis, il mio amico Giorgio Giacometti, filosofo (posso dire?) neo-platonico contemporaneo, e studioso di Schelling, propone questa bellissima frase-verso, che riporto qui sopra nel titolo, a un suo interlocutore ospite di sedute di filosofia pratica. Si tratta di un piccolo industriale disorientato che ha confuso, o con-fuso per tutta la vita azienda e famiglia, facendo della seconda, in sintesi, una parte della prima: famiglia e azienda quasi indistinguibili, per cui sono nati problemi, incomprensioni, crisi, separazioni. La meravigliosa immagine del mare riflette uno stato delle cose, una condizione abbastanza comune nella vita personale e familiare degli esseri umani, specialmente di questi tempi sconvolti e disarticolati, che la cronaca ci fa pensare come i peggiori di ogni altro tempo, e invece è vero il contrario… forse.

La “superficie cangiante del mare“, quasi di montaliana memoria (cf. “Meriggiare pallido e assorto (…) osservare tra frondi il palpitare/ lontano di scaglie di mare …”), rappresenta con la metafora “scaglie” l’immagine dell’indefinibile mutazione e andirivieni delle onde sulla superficie della sconfinata distesa d’acqua di un mare o addirittura di un oceano, immisurabili e imprendibili, come le gocce della pioggia, come i raggi del sole e il mulinìo del vento novembrino.

Cangiante è  termine aulico per cambiante, quest’ultimo participio presente sgradevole all’udito, mentre la sua versione “alta” fa tanto lemma poetico e, come spesso capita, poietico, cioè costruttore di un qualcosa, e forse distruttore d’altro. Cambiare, oggi si deve cambiare, in organizzazione aziendale vi è la teoria del change management, della gestione snella (lean), efficace, della leadership situazionale, dove anche gli organigrammi possono venire scon-volti da un’idea nuova, più brillante ed efficace della linea guida precedente. Solo che in azienda e in economia il cambiamento produce disorientamenti momentanei, modifiche organizzative e un “dolore” personale controllato, o comunque controllabile, soprattutto nel caso di una perdita di posizione o del posto di lavoro stesso: in altri contesti, invece, il cambiamento può essere più doloroso perché più legato ai sentimenti e alle emozioni. Nelle vite individuali a volte càpita questa fluidità sofferente, questo scorrere delle cose, che dipende solo in parte dalle volontà singole. Secondo il pensiero di Baruch Spinoza e anche di un mio amico ristretto in vinculis, “tutto si tiene”, cioè accade, anche inopinatamente, anche contro le convenzioni, le leggi, i contratti, perché più forte, più potente, in definitiva, più umano.

Si pensi all’innamoramento e a tutto ciò che gli è connesso. Scaglie di mare, cangianti scaglie di mare. Onde, increspature del grande oceano della vita, come nel film di Andreij Tarkovskij, Solaris, dove c’è un “oceano che pensa” o, direbbe sant’Agostino, un “pensiero come oceano“. E io dico che il pensiero è più grande di ogni oceano, perché è il dialogo dell’anima con se stessa (Platone), flusso dell’immenso, ché in una frazione infinitesima di secondo arriva fino ai confini dell’universo a quattordici miliardi di anni luce.

E, in questo turbinare della vita, dove sta la morale ordinaria? dove le convenienze? dove i convenevoli? Non al centro, ma a lato, con il rispetto dovuto. Più forte è la vita, che vince sempre come nelle musiche di Haendel, ascolto ora il Dettinger Te Deum, nel pomeriggio settembrino, mentre la luce dell’autunno veniente taglia di traverso i rami dell’ulivo e la siepe di bosso che divide da un prato il mio giardino.

Il mio sguardo si perde verso le alte cime degli alberi del parco delle Risorgive, in attesa che venga l’ora del bicchiere di vino con big Mario, all’osteria dell’angolo qui vicino, per darci il tempo di racconti e di memorie, tra silenzi che scendono tra le parole. Tutte preziose, tutte pesate dall’esperienza, a volte dure, ma mai volgari, comprensive e settarie nello stesso tempo, ché l’incazzarsi è sano come ogni segno di vita, sempre che sia ben diretto, e non ingiusto a colpire anime innocenti, che sono anime salve.

Oh voci del coro potente, o trombe, ottoni dal suono di cristallo, ascoltate il canto dell’anima mia.

assenze e assenteismi

I concetti e i termini linguistici del titolo derivano dalla struttura verbologica latina del verbo essere, sum, sono, cosicché ab-sum significa sono da, cioè sono distante, non sono qui, sono assente. Essere assenti non è un male-in-sé, anche perché non si può essere presenti ovunque dove si sta di solito, o altrove, e neppure nello stesso momento, come insegnava sapientemente Aristotele. Non si può essere e non-essere nello stesso momento e nello stesso luogo (o in altri).

La filosofia occidentale ha studiato il tema dell’essere da oltre duemila cinquecento anni, e anche della sua assenza, cioè il non-essere. Al di fuori dei miei doveri di lavoro e d’altro, liberamente assunti, a me è sempre piaciuto essere-assente, non enfatizzando mai la mia presenza, e a volte andarmene, magari da convivi troppo lunghi, o da posizioni di lavoro, nel pieno delle mie prerogative, cosicché ho lasciato spesso profumo di rimpianto e anche un po’ di nostalgia in chi rimaneva lì. Ho sempre rifuggito le pesantezze dello stare-lì-per-forza, per mancanza di alternative, o per rassegnazione altrui, soprattutto nelle varie attività che ho svolto, lasciando le quali ho mantenuto rapporti veri, buoni, leggeri.

Infatti, a volte l’assenza è benefica, positiva, ri-costruente. E’ bello mancare, fare silenzio, non apparire, anche se si è da qualche parte. Anche Parmenide di Elea potrebbe essere d’accordo, e dare quasi ragione al suo fiero “avversario” Eraclito di Samo,  se intendiamo l’essere come una sorta di costante dinamica di ogni cosa e di tutte le cose e persone, un sostrato indefettibile ed eterno, ma non statico, una specie di eterno divenire, come l’acqua che scorre sotto un ponte fermo, fatta di molecole sempre diverse, ma comunque composte di due atomi di idrogeno e di uno di ossigeno. Gustavo Bontadini e il suo allievo, il padre domenicano Giuseppe Barzaghi, cui sono gratissimo, perché è stato uno dei miei maestri di metafisica, sostengono l’apparire e lo scomparire dell’essere come una specie di oscillazione all’evidenza o all’inevidenza della percezione umana, non come scomparsa dell’essere. Emanuele Severino è convinto dell’eternità degli enti che assumono l’essere apparendo, ma forse sarebbe meglio parlare di immortalità, nel senso che vi è un momento in cui appaiono, come questo mio atto di scrivere ciò che sto scrivendo, e questo atto diventa immortale… quantomeno ex parte Dei, vel sub specie aeternitatis: dal punto di visto di Dio ciò che appare all’essere non può mai venire meno, neanche se lo volesse Lui stesso. Un limite alla sua onnipotenza? no, il rispetto della creazione da parte sua. L’atto dell’aver scritto questo pezzo è ineliminabile, non solo dal web (chissà?), ma dal mondo e dal tempo. Che meraviglia poter introdurre il tema delle assenze e poi degli assenteismi partendo da così “in alto”!

De l’assenza si può dire anche molto altro, ma ora voglio dire qualcosa di una sorta di sua deformazione, cioè degli “assenteismi”, sotto il profilo etico, giuridico, socio-politico, contrattuale, sindacale e dell’organizzazione aziendale.

Nella legislazione specifica e nei contratti di lavoro vi sono diversi istituti vincolanti le parti in causa, datore di lavoro e dipendente, le quali -una volta convenuto il contratto, ad esempio di assunzione- si sottopongono a regole universali. Infatti, il contratto di lavoro dipendente, sia esso di natura pubblica oppure privatistica, prevede, da un lato che l’azienda o l’ente offrano al dipendente un lavoro in una specifica mansione e diano un orario di svolgimento dell’attività affidata da mantenere quotidianamente, a tempo pieno o parziale che sia; dall’altro che il lavoratore si impegni a effettuare il lavoro nell’orario giornaliero previsto e sia puntuale e costante nella sua prestazione.

Accade però che vi siano impedimenti a questa regola e possono essere di due tipi: uno da parte dell’impresa, magari una riduzione del lavoro, una crisi, e in questo caso si può ricorrere agli ammortizzatori sociali, per garantire la continuità del rapporto di lavoro e un certo reddito al dipendente; l’altro da parte del lavoratore, che può ammalarsi, può incorrere in un infortunio, sul lavoro e o in itinere, può avere bisogno di permessi per ragioni personali o familiari. La normativa generale e aziendale per la gestione di questi tre casi è molto chiara e vincolante.

Ecco, quando accadono fenomeni di assenza che, per numerosità e tipologia creano perplessità e dubbi circa la veridicità delle causali, sorge un problema, e si comincia a parlare di assenteismo, fenomeno non raro, anzi, nel mondo del lavoro italiano. Si tratta di una patologia comportamentale, che ha risvolti etici, giuridici, contrattuali, sindacali e di organizzazione del lavoro. Se un’azienda o un ente pubblico si è strutturata con un determinato organico, su quell’organico fa conto ogni giorno, cosicché ogni assenza può creare seri problemi di quantità/ qualità della produzione o dei servizi.

In Italia se ne parla da tempo e non sempre a proposito, anche nei talk televisivi, invalsa cattiva abitudine patria. Nelle aziende più avvedute si è già da tempo avviata una contrattualistica che premia la costanza, la fedeltà, la lealtà all’impresa con sistemi premianti atti a riconoscere questi meriti, ma non basta, perché in molti luoghi di lavoro e, duole dirlo, di più negli impieghi pubblici, vi sono persone che non hanno presente il tema della presenza al lavoro come un dovere vincolante, liberamente assunto all’atto dell’assunzione (cf. Kant: devo perché devo, perché è giusto), e coerente con il principio di lealtà da rispettare verso il datore e i colleghi di lavoro.

Attesto quanto scrivo citando i più recenti dati socio-statistici forniti dall’ INPS: nell’ultimo anno abbiamo avuto un tasso medio ponderato di assenteismo nei settori privati dell’5% contro un tasso medio ponderato di assenteismo nei settori pubblici del 11%; un altro esempio tra i molti dati forniti: sempre nell’ultimo anno abbiamo avuto un tasso medio ponderato di assenteismo nei posti di lavoro pubblici e privati del Nordest del 9%, contro 13% nelle isole.

Come si può commentare questo benchmark? Ipotizzando una maggiore morbilità e incidentalità in certi settori di lavoro e zone dell’Italia, o con altre ragioni di ordine culturale ed etico? Non mi sembra peregrino approfondire la ricerca delle cause originanti questa diversa tipologia di fenomeni e di comportamenti.

Forse il tema è sempre quello educativo: occorre partire dalla scuola dell’obbligo spiegando che l’Italia non è più la nazione unificata dalle truppe di Garibaldi e del sanguinario generale Cialdini, ma una grande nazione moderna che vive in un mondo globalizzato e complesso, e che le aziende non sono più dei moloch ottocenteschi, ma luoghi dove si produce reddito e benessere per molti, se non per tutti. Capire questo è già molto, a partire dal profilo cognitivo ed espressivo. Un esempio: smetterla di chiamare mediaticamente “furbetti” quelli che imbrogliano con i badge della rilevazione presenze, chiamandoli semplicemente stupidi, idioti, masochisti, così come sono da rimuovere i dirigenti che chiudono su questi fenomeni tutti e due gli occhi, e i politici che li supportano. Et de quo satis.

Le affettività giovanili odierne come nuove “affinità elettive”

mmmh

così sorge dal cuore quando scatta quel qualcosa, di chimico quasi, come insegna Goethe, e tu non sai se sei Ottilia, il Capitano, EdoardoCarlotta… di inspiegabile con la ragione argomentante o con la logica sillogistica. Non funzionano più ora i meccanismi classici della nostra biologia mentale, la psiche è ottenebrata, i sensi comandano in un turbinoso scambio tra quelli esterni a quelli interni. E’ l’innamoramento o qualcosa di simile, è la passione a vari livelli emotivi, l’attrazione erotica. Questo è.

Le definizioni della tradizione e del diritto come marito/ moglie o fidanzati in quel momento sanno di stantio e salta tutta l’etno-antropo-etico-giurisdizione della regola che ha instaurato lungo la storia umana la struttura familiare, il diritto ereditario, gli interessi economici, i patti, i contratti, e tutto ciò che sa di presa in carico, di burocrazia… tutto viene scombinato, scoperchiato nella sua verità.

La monogamia si scopre costruzione storico-sociologica e ricompare ciò che è lì, magari sepolto dai secoli, se non, ma in modo diverso, in certe zone arretrate del globo, dove il potere maschile impera.

La crisi della monogamia, che non è tribalismo patriarcale, ora sta scoppiando nella cultura e nella civiltà occidentale.

La donna ha contribuito moltissimo a questo cambiamento radicale, iniziato cent’anni fa e proseguita con un secolo di battaglie memorabili, dalle suffragette a Franca Viola, con la liberazione da tutte le pastoie precedenti, dai suoi obblighi verso il maschio, dalla subordinazione e dalla mancanza di autonomia. Ora la donna, di fatto e di diritto non può essere comandata, dominata, eterodiretta, perché lo vieta la legge e anche il costume. Non è più scandaloso che ci si separi, si divorzi.

L’altro soggetto “liberatore” sono stati i giovani, con i loro costumi, a partire dalla rivoluzione sessantottina. Donne e giovani sono anche la risorsa sociologica che credo molto presto farà implodere l’Islam più conservatore. Osservo che perfino in Arabia Saudita qualcosa si muove, dopo essersi mosso in altre nazioni di quel mondo. Duole vedere la grande Turchia ancora in bilico tra modernità e antiquariato ideologico-politico, ma Erdogan è destinato a perdere la presa.

Tornando al tema del cambiamento dei rapporti, noto che i ragazzi oggi preferiscono avere tra di loro rapporti più “leggeri”, che non significa superficiali, ma neppure troppo legati al classico modello “ci piacciamo, ci frequentiamo, conosciamo le rispettive famiglie“. Accade ancora, ma senza che ciò significhi preparare il corredo di nozze e fissare magari la data di un tristissimo e immaturo matrimonio.

I ragazzi frequentano i gruppi, stanno in gruppo, e non è vero, grazie a Dio, che chattino continuamente con altri quando stanno con gli amici. Forse lo fanno ancora i giovanissimi, ma non più i ventenni e oltre.

Oggi i ragazzi possono dirsi anche, come in una vecchia canzone di Carla Bissi “sento che forse ti amo“, dove il forse dice tutta la precarietà dell’amore e tutta la sua forza, tutta la sua ambiguità insieme con la sua assolutezza. Eros (sono orgoglioso di averci scritto su un librone!) è il motore mobile (non immobile, caro Aristotele, mio grande e venerato Maestro!, ma qui ha ragione il tuo Maestro, Platone) del mondo e di tutte le cose, sempre imperfette, fragili, sinuose, docili e indocili nello stesso tempo.

Questo forse sta comprendendo quest’ultima generazione di giovani, più smagata e cinica delle generazioni precedenti, ma non per questo meno autentica, anzi forse di più. Per questo sta cominciando a costruire le proprie affinità elettive in modo più light, che alla fine è anche più rispettoso degli altri, scevro da promesse irrealistiche di amori infiniti ed eterni.

Come vi sono infiniti gradi di amicizia, io lo sto constatando in queste settimane, vi possono essere infiniti gradi di verità nell’amore, non volendo con ciò dire promiscuità o imbroglio, ma semplicemente che va accettata la ricerca della verità sull’amore, perché altrimenti tutto si fa ambiguo e fasullo, disonesto e pericoloso. facile dirlo, caro lettor gentile, tu puoi dirmi, più difficile agire di conseguenza. Certamente, ma i ragazzi di oggi ce lo insegnano con una freschezza rigenerante.

Osserviamoli con affetto e stiamo loro vicino, ché quando ci chiamano ci siamo, vivendo noi più grandi, la nostra vita nella verità locale che possiamo e che dobbiamo a noi stessi.

Ciò che è profondo è sempre lento a realizzarsi

…come non si stancava mai di insegnare il carissimo Alexander Langer, la cui nobile figura di intellettuale e di politico, man mano che passa il tempo e la mediocrità della politica e della comunicazione sociale si fa più evidente, si staglia sempre di più nella sua grandezza umana, almeno nel mio orizzonte spirituale e culturale. Nel mondo mediatico al posto di Langer oggi abbiamo uno come Saviano, coccolato e presenzialista, tuttologo presupponente o addirittura spesso arrogante. Oppure una Boldrini o un Fabio Fazio, per tacere dei politicanti. Un bel crollo della diga intellettuale.

Alexander collegava ciò che è più lento (lentius), a ciò che è più dolce (dulcius) e infine a ciò che è più profondo (profundius), mettendo in guardia da ciò che è troppo veloce perché improvvisato, non ponderato e irrispettoso del pensiero altrui (citius, altius, fortius). Con ciò non invitava alla mollezza di sentimenti e alla lentezza delle azioni da compiere, perché utili o necessarie, ma all’uso della ragione argomentante e alla ricerca di creare alleanze trasversali unificanti tra culture etiche e politiche diverse, sottolineando il valore della condivisione di ciò che è importante per tutti, piuttosto che il porre l’enfasi su ciò che differenzia le persone e i gruppi, privilegiando questi o quelli per ragioni di primazia intellettuale o di mero potere. Lezione straordinaria per tempi come i nostri, quando è più importante dire o fare la cosa che si aspetta un pubblico talora distratto e talora manipolabile, specialmente dai nuovi media “sociali”, piuttosto che la cosa giusta da dire o da fare, anche se magari potrebbe risultare impopolare. C’è chi si affida ai blog per verificare le opinioni del proprio “popolo” e chi fa le “primarie” per stabilire le leadership interne, c’è chi auspica sempre le elezioni anticipate e chi teme di scomparire alle prossime elezioni, cosa che può succedere, perché i partiti sono strutture spesso volatili, specialmente da qualche decennio.

Il pensiero del personale politico in questi anni si è progressivamente impoverito, stereotipato, involuto, perché i politici sono sempre più ignoranti e superficiali, con poche, rarissime eccezioni: in generale, basta ascoltarli quando prendono la parola su argomenti che presuppongano un minimo di conoscenza disciplinare specifica, ad esempio sui temi etici della persona umana  e di morale sociale, di politica ed economia internazionale, di scuola e istruzione, di sanità e assistenza: quasi sempre è un profluvio di parole imprecise, generiche, a volte fuorvianti, sempre “politicamente” di parte, insomma un disastro concettuale e comunicazionale.

Nel mondo dell’economia mediatica si aggirano furbastri che a volte hanno più spazio degli innumerevoli imprenditori seri che tengono su l’Italia insieme con i ventisei milioni di lavoratori ogni giorno pronti a fare il loro dovere in fabbrica, nei negozi o in ufficio. In questo ambito generalissimo troviamo i cosiddetti “corpi intermedi”, cioè sindacati e associazioni di categoria, che hanno raggiunto a parer mio (ne tratto in un post pubblicato qui qualche giorno fa, per quanto riguarda i sindacati dei lavoratori) il loro minimo storico contemporaneo, per qualità ed efficacia.

Se volgiamo la nostra attenzione al mondo della comunicazione troviamo un bailamme indescrivibile tra pay tv, social, blog, siti di tutti i tipi, approssimazioni wikipediche, e tant’altro che spesso è autentico pattume, su cui si innesta l’intervento della miriade di sacrosanti idioti che il sistema oggi permette di leggere in rete.

Gente che scrive perché può farlo, non perché abbia qualche cosa da dire, e allora si tratta di sfoghi, insulti, turpiloquio, minacce e altro dell’osceno armamentario dei peggiori sentimenti, così come sono pubblicati dal sistema telematico, senza rete e senza alcun criterio veritativo, o almeno estetico.

Potrei continuare l’elenco di ignominiose situazioni descrittive di un mondo in trasformazione rapidissima, dove trovano spazio tutte le ragioni e tutte le sragioni, tutti i fatti ma specialmente i misfatti, i delitti, le catastrofi, le disgrazie, i cataclismi, le guerre, gli atti terroristici, le ecatombi (in greco significa “strage dei cento buoi”), le devastazioni, le apocalissi, che significa, sempre in greco, “rivelazioni”, ma per i giornalisti è sinonimo di disastro, tragedia, catastrofe e via andando… mentre quasi si tace sugli innumerevoli fatti positivi, sul lavoro ben fatto di tanti professionisti, operai, imprenditori, agricoltori, medici, infermieri, casalinghe, insegnanti, venditori, impiegati, militari, poliziotti e anche preti e religiosi (la maggioranza tra non pochi indegni), che tengono su l’Italia e il mondo.

La finisco qui con un atto di fiducia nei giovani che vedo crescere, studiare con gusto e passione e iniziare a lavorare, giovani che curo e di cui mi occupo sia nella fase finale degli studi sia nella fase di inserimento al lavoro, sempre più convinto che io -con la mia esperienza e con i miei saperi- debba darmi da fare per aiutarli, nel mio piccolo di aziende e mondo formativo, a prendere progressivamente in mano, e meglio, quello che gli lasceranno le generazioni precedenti, compresa la mia.

Ed esprimo qui un atto di fiducia e un sentimento di speranza.

Older posts

© 2017 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑