Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Le grandi derive della storia e i diversi sguardi umani sul mondo

Tra papa Bergoglio e Salvini vi sono certamente persone che tengono per l’uno o per l’altro: se si “tiene” per il primo il secondo risulta inviso e viceversa. Ad esempio sul tema epocale dei migranti e dello ius soli. Manicheisticamente, come ai tempi di sant’Agostino o delle lotte guelfi-ghibellini del nostro gran Medioevo.

Sappiamo che dai tempi preistorici tutte le popolazioni del mondo si sono spostate, più o meno, dai territori di origine, a volte muovendosi per migliaia o decine di migliaia di chilometri. Pensiamo alle trasmigrazioni di popolazioni asiatiche o amerinde attraverso lo stretto di Bering, alle migrazioni dei popoli Indoeuropei dall’Asia Centrale all’Anatolia, alla Tracia, e all’Europa, agli esodi nel Vicino Oriente antico, come narra la Bibbia, fino ai fenomeni attuali di enormi masse di migranti che salgono dall’Africa equatoriale verso il Mediterraneo, o provengono da zone di guerra o di miseria afro-asiatiche.

Detto questo, i popoli che si sono spostati, o si sono inseriti nei nuovi contesti socio-etnici in qualche modo (in molti modi) integrandosi, o hanno conquistato i nuovi territori, come racconta la Bibbia con dovizia di particolari (cf. libro dei Giudici).

Ora sta accadendo un fenomeno epocale che non può essere fermato con misure militari o di polizia, perché ha a che fare con la distribuzione dei beni nel mondo, che è iniqua, con la qualità di vita che si differenzia in maniera radicale tra Occidente e i territori da cui provengono queste genti, e dunque l’inerzia “fisica” della deriva è inarrestabile. Anche mio padre, quando non trovava lavoro in Italia è andato in Germania dove lo ha trovato.

Questo non significa che si possono accogliere tutti e in qualsiasi modo. Ma vuol dire anche che le grandi Nazioni ricche e sviluppate, meta agognata di queste persone, e non dico le fallimentari e quasi inutili organizzazioni sovra-statuali (ONU in primis), debbono porsi, ed è già tardissimo, il tema dello sviluppo nelle terre di provenienza di questi esodi, in Africa, in Asia, e tenere conto che “tutto-si-tiene”, guerre in corso, guerre sbagliate fatte dai colonialisti di un secolo fa e di pochi anni fa, avidi di terre, ricchezze varie e petrolio.

Ora in Italia si pone con urgenza nell’agenda politica il tema dello Ius soli, cioè del diritto di cittadinanza di chi nasce qui, pur provenendo da qualsiasi altrove. Negli Stati Uniti d’America vige da secoli, perché è in Costituzione, mentre da noi il diritto di cittadinanza è regolamentato da leggi vecchie di un paio di decenni, abbastanza arzigogolate, e ora fondamentalmente ingiuste e inefficaci. Non le sto a riassumere qui: basti dire che il diritto di cittadinanza è concesso ai bimbi nati da almeno un genitore italiano, o comunque solo al compimento del diciottesimo anno di età, e così via. Pare ci siano oltre un milione e mezzo di bambini, ragazzi e giovani che, se fosse emanata la norma dello ius soli, diventerebbero immediatamente italiani.

Se mi si chiedesse se sto con Salvini o il papa, io non esiterei a dire che sto con la ragione, perché hanno in parte torto tutti e due. Il primo perché, nel suo stile a-logico e sgangherato, fa di ogni erba un fascio, usando i social, mescolando un tema gigantesco con le paturnie dei disinformati e blandendo i sentimenti e gli egoismi peggiori. Salvini fa male anche a mettere insieme il tema dei migranti con il terrorismo, perché porta solo acqua al mulino della confusione.

Al papa rimprovero un certo semplicismo, che gli fa dire, una po’ à la Bertinotti d’antàn, che tutti hanno diritto di essere accolti, se fuggono da miseria, guerre e altre disgrazie. Certamente, ma agendo in contemporanea su tutta la tastiera delle cose da fare, comprese politiche di sviluppo e commerciali più eque e solidali nei e con i paesi di provenienza dei migranti.

Sto con la ragione argomentante, perché non parteggio, non ho bisogno di “stare con”, avendo un’autonomia di giudizio che non richiede conferme nel mondo dei più noti, e non sempre più accorti.

L’auto-contraddizione è inaccettabile, insopportabile e intellettualmente disonesta

Più che sopportabili e spesso molto utili sono la contraddizione, la contrarietà, il contrasto, la polemica, e anche il conflitto in un dialogo vero, serrato, tra due persone, tra due intelligenze, tra due posizioni, tra due schieramenti teorici, tra due partiti, tra due squadre, nella competizione che prevede di darsi da fare, anche per vincerla.

La contraddizione è utile anche quando si manifesta nella stessa persona, perché può essere un sano antidoto al vizio irrigidente del coerentismo, cioè dell’idea che se si è seri non si debba mai cambiare idea. Il che è pura idiozia.

Cambiare idea e quindi contraddirsi nel tempo non è male, anzi. Meglio contraddirsi che smettere di pensare. Quelli che ripetono sempre gli stessi stereotipi concettuali, le stesse idee immodificabili, sono destinati al rincoglionimento progressivo, e neppure tanto lento.

Essere in disaccordo e contrariare qualcuno spesso è molto sano, perché impone di continuare a riflettere, a discutere, ad approfondire, non accontentandosi di avere avuto ragione spegnendo il dialogo.

Contrastare anche polemicamente, con vigore e convinzione può mettere in dubbio radicati convincimenti, spesso pigramente conservativi e dunque stantii e infine probabilmente dannosi.

L’autocontraddizione, invece, è inaccettabile, insopportabile, e intellettualmente disonesta. Mi spiego. Poniamo che una persona abbia fatto di ideali etico-politici di giustizia sociale l’oggetto focale della propria vita e che a questa persona sia stata disponibile a sacrificare tutto il meglio della propria stessa vita, anche la libertà. Sto pensando ai duri e puri di tutti gli estremismi di sinistra che storicamente si sono alternati sulla scena del mondo, anche se declinati in modi molto diversi, dalle sollevazioni di piazza all’uso delle armi, agli attentati e agli omicidi.

Poniamo anche che questa persona, dopo un periodo di carcerazione molto lungo, e ragionevolmente sufficiente per considerare estinto il debito della pena meritata per il reato compiuto, in sé gravissimo, e quindi condannata a un ergastolo ostativo (fine pena mai), non voglia in alcun modo chiedere dei permessi di uscita dal carcere cui avrebbe diritto, adducendo ragioni di coerenza e di testimonianza indefettibile. Bene: siamo di fronte a un comportamento evidentemente auto-contradditorio, poiché l’afflato generosamente speso per la giustizia sociale, anche se per un astratto popolo lavoratore, che non si è mai agganciato al progetto estremistico, si scontra con la superbia del rifiuto di ogni misura attenuativa della pena. “Devono propormi loro il permesso, ché io non lo chiederò mai a uno stato che rifiuto e non riconosco“, questa la sua dottrina a supporto del rifiuto.

Ebbene, rifiutata dal popolo che non si è “fatto liberare” da lui e dalle “avanguardie proletarie”, questa persona si rifiuta di chiedere qualsiasi cosa. E dunque come si può conciliare logicamente l’empito e l’impeto di generosità altruistica della militanza, con l’autoesclusione da ogni processo di ripensamento e di recupero a una vita normale?

Non si concilia, perché nella stessa persona accade un processo psico-morale connotato da uno smisurato orgoglio spirituale, che è fomite e origine di un’auto-contraddizione insopportabile prima di tutto sul piano logico, e successivamente anche su quello morale.

Il decoro e la vergogna

Dulce et decorum est pro Patria mori“, cioè è cosa dolce e onorevole morire per la Patria (Orazio, Odi, III, 2, 13). Così credevano i nostri Padri latini. Mi sono chiesto spesso se io sarei morto o morirei per la Patria e, quasi senza esitare, mi sono sempre risposto “sì”, perché se la Patria è la terra dei “nostri padri e delle nostre madri”, e cioè la tua casa, il paesaggio naturale e interiore dove vivi e dove vivono le persone che ami, non puoi non ritenere degno del sacrificio più alto la sua difesa. Senza che ciò suoni stonatamente eroico o retorico. Dolce e onorevole, però, è di questi tempi recuperare anche un senso estetico, e forse il senso naturale,  quasi primordiale della bellezza, come segue.

Hai presente, gentil lettore, la Madonna Annunziata di Antonello da Messina? se no, vai a cercarla sul web e ammirala, ché forse non esiste immagine muliebre più sublime nell’iconografia sacra e profana di ogni tempo. In quel quadro il grande Antonello è riuscito a trasfondere la bellezza allo stato puro, senza mediazioni od orpelli estetistici. La purezza delle linee, la profondità dello sguardo di Maria di Nazaret incanta ogni persona, e lascia intravedere qualcosa di indicibile, oltre e nell’Oltre.

Di contro, quale decoro si intravede da tempo per le nostre strade? Mi racconta l’amico Mario che quando visitò la Moschea Blu a Istanbul con Rosanna e Maria Vittoria, consegnarono loro una veste leggera e un velo per entrare nel luogo sacro. E lui, vecchio -si fa per dire- reprobo ateo ed ex comunista le trovò bellissime, come le altre donne che si erano colà recate per la preghiera dell’ora quotidiana.

Non sto qui facendo un panegirico del velo islamico, o del velo cattolicissimo che le nostre mamme e nonne fino al 1965, post Concilio Ecumenico Vaticano secondo, erano obbligate a indossare entrando in chiesa, ma mi chiedo se non sia da recuperare un poco anche solo il buon senso e il buon gusto del decoro estetico, di una bellezza semplice e rispettosa dei luoghi.

In giro vediamo ragazze con rotolini di carne debordanti e ombelichi talora provvisti di metallo che protrudono in fuori, con risultati estetici a dir poco penosi, vediamo volti sfatti dalle merendine e dal chewing gum, masticato in faccia a ogni interlocutore, ci disturbano l’udito inascoltabili stupidaggini che escono da bocche ignoranti e da menti silenziate. Grazie a Dio che non è la norma.

E, ragionando con l’amico, scopriamo che questa  deriva dipende anche dalla crisi di un salutare sentimento, quello della vergogna. La tv e il web stanno oramai abituando gli utenti, di tutte le età, a non badare più a nulla e ad ammettere tutto, spudoratamente, in parole, gesti, fotografie, filmati e ogni altro mezzo o supporto mediatico che oggi è possibile utilizzare per comunicare in tempo reale le proprie ubbie, il proprio odio, i propri gusti e disgusti, in un pantano sempre più immondo di comunicazione ansiogena, stereotipata e volgarissima, anzi semplicemente stupida.

Bisogna riproporre nell’educazione familiare, nella scuola dell’obbligo e oltre, il sentimento della vergogna come salubre strumento di autoanalisi e di rieducazione individuale e collettiva. Occorre re-imparare a vergognarsi di quello che si dice, di quello che si fa e perfino di quello che si pensa, per incominciare a guarire da questa patologia psico-morale che ci ha investiti in questi ultimi decenni.

Un esempio di utile uso della vergogna: chi mi legge o mi frequenta sa che non sopporto Laura Boldrini, che ritengo inutile e dannosa nel ruolo che ha, per come lo interpreta, per le cose che dice e per quelle che tace, ma non sopporto neanche chi la insulta con epiteti e la minaccia con frasi inaccettabili. La Boldrini se ne vada al più presto, ma costoro stiano zitti per sempre, e si vergognino.

Dulce et decorum est cogitare et agere bona.

I terroristi sono infelici

Chi mi conosce o mi legge qui sa bene che non amo né il concetto, né il “nome” della felicità, perché mi paiono ambedue troppo ridondanti e soprattutto irrealistici. Come anche ultimamente ho scritto preferisco il termine “gioia”, gaudio, sentimento e stato psicologico che può convivere -intersecandolo e mitigandolo- anche con il dolore.

Seconda premessa: nel titolo vi è il termine “terroristi”. Ebbene qui non intendo tutte le fattispecie di “terroristi” che si siano mai mossi nelle vicende umane. Non intendo gli ebrei “zeloti” che combattevano i Romani, né i circoncellioni dei tempi di sant’Agostino, né gli ashasins arabi; non i militanti del “Terrore” rivoluzionario francese di fine ‘700, gli anarchici ottocenteschi alla Felice Orsini o Gaetano Bresci; non intendo i serbi della Mano nera (Gavrilo Princip ne faceva parte), e nemmeno quelli dell’Irish Republican Party militare; neppure gli ebrei di Stern e Irgun, di cui fu militante Menachen Begin, i GAP partigiani in azione nella Guerra civile italiana del ’43-’45; non mi riferisco né ai più recenti NAR, né alle Brigate Rosse o a Prima Linea. E infine forse neppure del tutto ai terroristi “intellettuali” alla Bin Laden o Mohammed Atta. Troppo diversi gli “attori” delle categorie citate sopra, tra le quali vi erano e vi sono terroristi in senso stretto (Al-Qaèda) e militanti politico-militari, che utilizzavano il “terrore” come estremo rimedio in situazioni limite (GAP, IRA?), o altre forze che terrorizzavano con chiari e spietati messaggi (Brigate Rosse).

Tutte queste categorie di terroristi hanno usato armi da taglio e da fuoco, messo bombe, compiuto attentati, con o senza intenti suicidiari. Qui, invece, mi riferisco all’ultima generazione di infelici che accoltellano, investono, fanno saltare auto e camion-bomba, si fanno esplodere, sparano per spaventare un mondo che odiano da tempo o hanno imparato rapidamente a odiare, e vogliono colpire nel suo stile di vita, nelle sue certezze, senza distinguere tra le vittime. Attentati in tutto il mondo, sempre più frequenti da oltre un quindicennio. Non dimentichiamo che comunque il maggior numero di vittime causate da questo tipo di terrorismo 2.0 post ventesimo secolo è di religione musulmana. Giustamente ci impressionano i quindici morti e i cento feriti di Barcellona, ma a Bagdad, Aleppo, Nairobi, Homs, Mosul, in Indonesia, in Pakistan, in Tunisia e in Nigeria, a Kabul e a Mumbay, Istanbul, Ankara, Sinai,  etc., le vittime si contano spesso a centinaia. Anche se teniamo conto delle Twin Towers nel 2001, di Atocha nel 2004, di Londra, Parigi, Bruxelles, Nizza, Mosca, Berlino e Barcellona, dove son morti europei e americani soprattutto, il confronto tra i due terrificanti bilanci non regge. In Asia e in Africa la filiera del terrore fa sempre più morti, spesso neri, sempre poveri e quasi sempre musulmani.

Ma noi europei (americani e australiani compresi) facciamo fatica a capire quello che sta succedendo, e come mai siamo pienamente coinvolti da questa terribile stagione di sangue e di morti insensate.

Molti oggi cercano di analizzare le tipologie socio-psicologiche di questa generazione di killer senza remore.

Che gli Occidentali abbiamo molto da farsi perdonare per le politiche coloniali dell’ultimo secolo e mezzo e fuori questione. Senza tornare all’Impero di Vittoria regina, basta che ricordiamo la follia dei franco-inglesi (accordo di Sykes-Picot) dopo la Prima guerra mondiale che definirono con riga e squadra i confini di Siria, Irak, Turchia, Iran, Libano, cioè di tutto il Vicino Oriente, con la nazione Curda presente in quattro di questi stati, o alla pazzia menzognera di Bush&Blair con la Seconda guerra del Golfo, o a quella idiotissima idea di Sarkozy, che nel 2011 volle morto Gheddafi, per comprendere qualcosa almeno, delle origini di questo sfacelo.

Che il mondo musulmano (e in particolare arabo-musulmano) abbia bisogno di una specie di “Rinascimento filosofico-religioso e politico”, che gli permetta di fare un passo in avanti nella separazione tra religione, società e politica è fuori questione, così come lo stesso mondo cristiano ha dovuto aspettare il diciannovesimo secolo per separare trono e altare,  bisogna riconoscere che su questa strada si sono incamminate, pur tra mille contraddizioni, diverse loro grandi nazioni, come il Marocco, l’Algeria, la Tunisia, l’Egitto (a proposito, se è indispensabile fare piena luce sul delitto Regeni, è pienamente legittimo e opportuno il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo), la stessa Indonesia, e che l’Iran stesso merita grande attenzione,  e la grande nazione turca pure, nonostante -appunto- Erdogan, ambiguo e cinico.

Non è credibile che questi ragazzi si basino “coscientemente” su un certo letteralismo violento presente nel Corano, testo scritto per popolazioni nomadi di un millennio e mezzo fa, probabilmente analfabete. Analogamente, ad esempio, almeno dai tempi di Origene, i cristiani sono in grado di interpretare i libri biblici in modo allegorico, come insegnava la “scuola alessandrina” di Clemente e Origene stesso, o tipologico, come insegnava la “scuola antiochena” di un Teodoro di Mopsuestia: in entrambi i casi il testo biblico, per dire quello del Primo libro dei Re, particolarmente connotato da efferata violenza, veniva visto come immagine o lezione divina che punisce il peccato dell’uomo in maniera esemplare, con un linguaggio diretto e popolaresco, proporzionato al comune sentire e alla etno-cultura e sociologia di quei tempi arcaici, i tempi dell’occhio per occhio, dente per dente, vita per vita. Lo stentoreo urlo di questi ragazzi Allah-hu Akbar, Dio è grande, ha un che di disperato e di infelice, per nulla prodromo e promessa di improbabili “paradisi” ultraterreni.

Veniamo ora un attimo al cuore del tema, al conflitto civile e intra-religioso siro-irakeno. Dopo la sconfitta e la morte di Saddam Hussein e l’implosione siriaca, il vecchio Partito Baath si è spappolato e migliaia di quadri politico-militari si sono trovati sotto le accuse del mondo. Dove sono andati? Hanno costituito il nerbo dell’Is (o Isis, se si vuole), ora in procinto di essere militarmente sconfitto. Ma, come sempre, dopo le guerre civili, che sono le peggiori guerre (Mario vs. Silla, Pompeo vs. Cesare, Ottaviano Augusto vs. Marco Antonio, la Storia non insegna proprio nulla!), la diaspora dei combattenti si disperde in mille rivoli di odio e di azioni dettate dall’odio, dalla mancanza di prospettive, da un nichilismo di fatto che nessuno riesce a recuperare, finora.

Oltre a costoro vi sono i foreign fighters europei, nordafricani e vicino-orientali, e magari anche ceceni o pakistani. Ecco, questo è il punto che riguarda questa fase in Europa. Bastano poche centinaia di individui che oggi definiamo “radicalizzati” per costituire una rete terroristica fatta di cellule più o meno indipendenti, ispirate dai messaggi semplici e ignoranti di un Al Bagdadi di turno. Giovani di periferia, spiantati, magari dediti alla piccola criminalità, perennemente connessi sui social, sempre più giovani e quindi indifesi dal punto di vista della più semplice logica umana.

Non mai sorridenti, talora irridenti, quasi a volersi prendere una rivincita verso questo mondo che li ha accolti, ma non come pensano “sarebbe stato giusto”.

Il mix ideologico-morale è micidiale: a) frustrazione, b) gelosia per modelli di vita diversi, c) spirito di vendetta, d) desiderio di mostrare la propria forza, e) nichilismo distruttivo e autodistruttivo… Il tutto su un sostrato di ignoranza micidiale, che rende vittime questi psichismi elementari facilmente indottrinabili e manipolabili da esperti predicatori dell’odio, in persona  e sul web.

Per questo nel titolo scomodo il tema dell’infelicità, come sentimento e stato psichico di frustrazione estrema, di delusione di se stessi, di autostima sotto i tacchi, di mancanza di ogni progettualità, di imitazione sterile e inefficace di altri modelli di vita. Rayban e kalashnikov allora stanno insieme, si tengono, come il consumismo e la impazienza di fare qualcosa di clamoroso e di “forte”.

Il fondo e lo sfondo di tutto questo è dunque una forma di in-felicità, come disprezzo di ogni fe-condità, che è la vera matrice di un equilibrio mentale e fisico, culturale e sociale, che possa definirsi, con qualche opportuna cautela, perfino “felicità“.

Per questo questi giovani e talvolta giovanissimi terroristi sono degli “infelici”.

Da qui dovrebbe partire una riflessione profonda in tutto l’Occidente, che deve difendersi anche materialmente con tutte le sue forze, ma anche con tutta la sua capacità culturale e politica, con tutta la sua immensa storia, con il dialogo e con la fermezza, con la collaborazione e l’affermazione dei principi di convivenza civile e democratica che anche qui da noi sono costati secoli di fatica, di dolore  di sangue, cui non si può e non si deve rinunziare.

Sindacato, sindacati ieri e oggi… e domani?

Ho vissuto il sindacato dall’interno, nella “vita precedente” (per modo di dire), fino a ruoli importanti, regionali, nazionali e internazionali (per un anno sono stato co-presidente dei sindacati della Comunità Alpe-Adria, di cui facevano parte sloveni, croati, carinziani e stiriani, oltre ai veneti e ai friulo-giuliani). Ricordo “gaudiosi” congressi autocelebrativi cui ho partecipato, a Zagabria, Lubiana, Graz, Stoccolma, Bruxelles…, oltre alle grandi kermesse nazionali a Roma, Milano, Rimini, e via andando.

Ne conosco bene la storia travagliata, spesso gloriosa agli albori, e ne osservo l’attuale declino, che mi preoccupa. Secondo una logica e un’etica utilitaristica dovrei più o meno disinteressarmene, ma non è nella mia natura e nel mio stile. Quando dirigevo pezzi importanti del sindacato ero attento ai temi e problemi dei lavoratori, ma avevo ben presente la “connessione necessaria” con le imprese, cioè l’esigenza di considerare la salute economica delle aziende come area di interesse primario dei lavoratori stessi, non per ritenere che gli interessi della parte datoriale e quelli dei dipendenti coincidessero, ma perché per me era chiarissimo come vi fossero dei punti di tangenza e di sovrapposizione logica, quasi campi semantici comuni, tra sviluppo aziendale e occupazione. La mia era una posizione, si diceva allora, dialogico-riformista, socialista democratica, e andrebbe bene anche oggi, sia come linea politica, sia come definizione dottrinale.

Anche allora vi erano posizioni diverse, più o meno anti-padronali o talora non poco ambigue. Vi era una vera e propria spaccatura tra sindacati dei settori privati, industria, agricoltura e servizi, e sindacati del pubblico impiego, che si percepiva nelle riunioni comuni e nei congressi. Le differenze erano più marcate tra “pubblico” e “privato” che non tra le tre Confederazioni Cgil, Cisl e Uil.

Il gruppo dirigente a livello nazionale, quando c’ero io, era di primissimo livello: basta citare qui i segretari generali di allora Lama, Carniti e Benvenuto, ma vi erano anche personaggi come Trentin, Bentivogli, Mattina, Veronese, con i quali si dialogava volentieri. Finita quella generazione ecco il diluvio della mediocrità. Dopo tredici anni sono uscito da quel mondo per andare a fare il Direttore del personale in Danieli e poi… ho già raccontato qualche giorno fa.

Con un gruppo di bene-intenzionati avevamo iniziato a lavorare sulla cultura del sindacato, ispirandoci anche alle posizioni più aperte al mondo e ai nuovi equilibri, come quella di Alex Langer, per molto tempo co-ispiratore del gruppo. Si “faceva sindacato” con un occhio ai nuovi lavori, all’universo femminile, ai giovani sempre più scolarizzati che si affacciavano al mondo del lavoro, e si scriveva, avevamo una rivista “Verde-Uil”, per dire che amavamo le novità, la viridescenza primaverile delle idee, senza gerarchie organigrammatiche, in seminari aperti a ricercatori ed imprenditori, con l’orecchio attento ai suoni del mondo e alla incommensurabile differenza delle sensibilità individuali.

Quel mondo di curiosità e di ricerca entusiastica si è fermato una ventina di anni fa. Il sindacato italiano, nonostante l’89 epocale della politica si è sempre più rinchiuso in se stesso, rinforzando le culture corporative e aumentando le divisioni, con contratti separati (ad esempio, dei metalmeccanici negli anni 2000), perdendo di vista la dimensione della ricerca e l’entusiasmo del procedere senza autolimitazioni, ispirati solamente dal rispetto delle regole e dalla reciprocità fraterna.

Ricordo momenti bellissimi di formazione quadri in Trentino, Sud Tirolo, Toscana, Garda, Carnia, Umbria… E la memoria in qualche modo rivendica la correttezza di quella linea ideal-pratica contro l’inerzia attuale.

Alla fine della mia esperienza sindacale ho perfino promosso una ricerca mia privata con l’aiuto di un amico sociologo, sulla “ricollocabilità” dei funzionari sindacali alla fine dell’aspettativa prevista dalla Legge 300/ 70 (Statuto dei diritti dei lavoratori) all’art. 31, tanto per farmi un’idea. In realtà, sul campione di una cinquantina di curriculum vitae di colleghi del Nordest, solo il 10%, cioè cinque persone, sarebbe risultato ricollocabile al lavoro in posizioni analoghe a quelle del prestigioso incarico sindacale, tra cui tre del pubblico impiego, io e un mio caro amico che ancora veleggia per rotte sindacali. Gli altri 45 avrebbero dovuto “tornare in linea” ad un lavoro operaio neppur tanto qualificato, rinunziando a segretarie, ufficio personale, viaggi aerei e alte frequentazioni con politici e imprenditori. E così costoro sono rimasti lì, spesso con grande sussiego (ricordo in particolare alcuni che non cito, per carità, ma di uno dico che è della Bassa friulana, pieno di boria) ad alimentare una immarcescibile burocrazia sempre più invecchiata, se non sono riusciti a fare il “salto in politica” come consiglieri regionali o deputati a diecimila euro al mese, o nel mondo della cooperazione, destino di molti, per la garanzia della pagnotta. Di quella generazione friulo-veneta sono stato l’unico a buttarmi in acqua “dove non si tocca” e a misurarmi con il mercato della consulenza direzionale e della formazione. Ed eccomi qua, ancora in beata solitudine.

Una nazione senza sindacati è pericolosa, lo dimostra la storia recente dell’Italia: i sindacati sono stati non solo co-autori di un riformismo democratico nel diritto e nella prassi gius-lavoristica, camera di decantazione e di interpretazione delle tensioni sociali, ma anche un baluardo inespugnabile da parte dell’estremismo e del terrorismo dei decenni scorsi.

Ma un sindacato come quello di oggi è chiaramente insufficiente, non all’altezza degli enormi cambiamenti in atto, e dell’esigenza di costituirsi come soggetto guida del mondo lavorativo. Anche il personale politico delle strutture sindacali è meno qualificato dei decenni passati, a volte si mostra in grave difficoltà nella dialettica delle relazioni industriali e nella rappresentanza stessa dei lavoratori. La cultura media dei sindacalisti a tempo pieno arriva più o meno al diploma, i laureati sono pochissimi, presenti soprattutto nel pubblico impiego. Pur conoscendo bene il loro linguaggio, i loro riti e i loro miti, io stesso talora faccio fatica a sopportarli, quando inavvertitamente si mettono sullo stesso piano dell’interlocutore discutendo di Risorse Umane, di Valutazione del personale, di Analisi del clima, di Formazione, Selezione, etc., oppure di Etica d’impresa e del lavoro. Questo interlocutore magari sono io, con esperienza pari o superiore alla loro in campo sindacale, e ben altra preparazione culturale e accademica rispetto a loro, peraltro anche molto specifica sui temi trattati. La rabbia allora sbollisce un poco nella pena per una situazione così povera.

L’altro aspetto è quello della rappresentanza dei lavoratori: sempre di più giovani ingegneri, economisti, tecnologi mi dicono “ma come faccio a farmi rappresentare da quelli, se non capiscono non solo quello che so, ma neppure quello che faccio in azienda?”

Qualcuno anni fa aveva proposto di creare percorsi specifici nelle Facoltà di Scienze politiche o Giurisprudenza, ad Economia come a Filosofia e Psicologia, per formare il personale politico del sindacato. Lo avevo proposto anch’io all’Università di Udine quando era rettore il valoroso Professor Franco Frilli. Oggi, senza una preparazione universitaria non si può reggere credibilmente un ruolo di rappresentanza professionale nel sindacato.

Certamente Di Vittorio aveva forse la quinta elementare, ma erano altri tempi e altre tempre di uomini. Mi inchino alla loro grandezza umana, politica e morale.

Che fare dunque, se il sindacato è indispensabile all’equilibrio socio-politico ed economico di una grande Nazione come l’Italia? “Rimboccarsi le maniche” del cervello e studiare umilmente, indefessamente, a lungo, per poter comprendere i segni e i problemi dei tempi che viviamo e dare una mano. Orsù sindacati, sveglia!

Frontiere e limiti come passaggi per andare oltre, nella storia umana e nella vita delle persone…

Si ritiene in ambito storiografico che negli antichi imperi, quando il mezzo di trasporto più veloce e sicuro era il cavallo, dai tempi di Suppiluliuma re degli Hittiti, di Tiglat Pileser III degli Assiri, della Cina della Grande muraglia, di Ciro il Grande, di Alessandro e del magno imperium di Roma, fino a Gengis Khan e Timur Lenk, le amministrazioni centrali dovevano essere raggiunte in non più di quattordici giorni, pena lo sfaldamento delle strutture politico-amministrative. I Mongoli stessi che ebbero l’impero più grande, si decisero a dividerlo in khanati per poterlo governare, e comunque il loro impero durò pochi decenni. L’impero romano, invece, che aveva dimensioni più contenute e soprattutto aveva la sua capitale, Roma, baricentrica rispetto ai confini estremi della Tracia e della Persia a Est, della penisola ispanica a Ovest, del Vallo Adriano a Nord e delle regioni mediterranee del Nordafrica a Sud, durò quindici secoli, se consideriamo il periodo  da Augusto alla caduta di Costantinopoli nel 1453 sotto i colpi dei Turchi di Mehmet II.

Pochi decenni è durato l’impero di Gengis Khan, quasi 1500 anni Roma. E’ evidente che le ragioni di queste differenti storie non stanno solo nei quattordici giorni a cavallo dal confine alla capitale, ma anche e soprattutto nella superiore capacità organizzativa, nella cultura filosofico-giuridica e socio-politica di Roma, rispetto agli altri imperi.

E poi le abbiamo derive migratorie, irresistibili, esodi impressionanti di tanti esseri umani da… e per… Sono questi i grandi movimenti dei popoli, delle tribù, delle nazioni che a volte si spostano da un luogo all’altro di questo piccolo pianeta in cerca di vite nuove, fuggendo carestie, cataclismi, epidemie-pandemie, guerre e ogni altro pericolo che incomba su immensi e popolati territori.

Mio caro lettore, perché questa premessa, solo per il gusto dell’indagine geo-storiografica, peraltro oggi materia unificata alle superiori? Certamente anche per questo, ma soprattutto per parlare ancora dell’uomo e del destino che egli si costruisce come soggetto autonomo dentro le circostanze della vita.

Se la storia ci insegna di confini, di nazioni conquistate e conquistatrici, di fiumi e catene montuose invalicabili, di orde disordinate (come quelle uralo-altaiche o turco-mongole) o di eserciti organizzati scientificamente (come quelli di Alessandro, Annibale, Pompeo, Cesare, Scipione, Napoleone,…) lanciati alla conquista di pezzi di mondo, la storia umana, anzi le singole storie umane, la mia la tua, lettore gentile, ci insegna che si tratta sempre di una ricerca dei confini, dei limes, dei limiti.

Per tutta la mia vita, senza mai dichiararlo neppure a me stesso, sono andato in cerca del limite, del mio limite, e ho corso, corso, e corro ancora, forse con più equilibrio, chissà. Il mio caro amico Franco, leggendo gli ultimi miei pezzi qui, mi esorta a non mollare la presa, a andare “a manetta” se me la sento, se le forze mi assistono, se “ho l’ispirazione”. Ebbene sì, caro Franco, che mi conosci bene, e anche altri cari amici/ care amiche che mi volete bene in questa vita frenetica e bellissima, seguirò il vostro consiglio, di andare spedito, di andare avanti ad esplorare i confini, ad esplorare i limiti delle mie energie ben spese per un buon fine.

Il fatto è che, come nelle gare sportive, il limite assoluto non si può conoscere, perché può sempre venire “limato” dal nuovo primatista della gara: analogamente i limiti delle nostre prestazioni non sono conoscibili in anteprima, prius quam, aprioristicamente, ma solo alla fine di una fase della ricerca, che abbisogna di riposi per poi consentire la ripartenza. E così si va, nel tempo e nella storia, a volte incespicando, ma poi -rialzandosi- si riparte verso l’orizzonte, il confine, il limite ancora inesplorati. Grazie a Dio.

Shema Israel, ascolta Israele (Deuteronomio 4, 1a, 6, 3a; 9, 1a; etc.)

Il Deuteronomio è il quinto libro della Torah, o Pentateuco, la parte più classica e antica della Bibbia ebraica e cristiana. Alcuni studiosi distinguono alcune sue parti (gli ultimi capitoli in particolare) ritenendole un “libro diverso”, quasi a formare, con il libro di Giosuè e Giudici, un “Esateuco”. Dalla Genesi e fino agli ultimi tre capitoli di Deuteronomio (capp. 31-34) le tre tradizioni redazionali, la jahwista, la elohista e la sacerdotale, sono intrecciate e a volte indistinguibili.

Libri storici nell’accezione antica, raccontano le vicende della creazione del mondo (i primi undici capitoli della Genesi) e successivamente, da Abramo in poi, del popolo di Israele e della sua controversa alleanza con il Dio unico, Signore e creatore. Vi si trova la Legge, specialmente in Esodo, Levitico e Deuteronomio, cioè le prescrizioni morali, civili e religiose da osservare per stare nell’alleanza con Dio, ma in Deuteronomio vi è qualcosa di diverso: gli ordini e i divieti assumono un carattere particolare, potremmo dire meno giuridista, che può interessare di più noi, persone di questi tempi disincantati, ateizzanti e a volte solamente stolti. Ad esempio, nel capitolo 9 si parla di “circoncisione del cuore”, che è ben altro rispetto a quella tradizionale del prepuzio maschile, caratterizzata dal legalismo. La metafora canta la conversione, l’accettazione del proprio limite, il ricordo della propria condizione di viandante, di pellegrino, che ha bisogno di affidarsi, superando ogni iattanza, ogni presupponenza, ogni atto di superbia.

Qualcuno, come Vito Mancuso (cf. Il destino di Dio), interpreta alla lettera il Codice deuteronomico, che è più sanguinario di ogni altro testo religioso, Corano compreso ma, così facendo, vanifica millesettecento anni di interpretazione metaforico-allegorica della Scrittura, e sto parlando dei tempi di Clemente Alessandrino e di Origene.

Certamente le esortazioni del Signore a passare a fil di spada gli abitanti e il bestiame delle città conquistate da parte di Israele, con il suo determinante aiuto, fanno impressione, stupiscono e forse spaventano, se non si applicano corretti criteri interpretativi, se non si discernono i generi letterari, e se non si contestualizzano il tempi storici degli autori e dei destinatari di quegli scritti, fondendo i loro con i nostri “orizzonti” (Gadamer).

Molto interessanti sono i capitoli 27 e 28, che contengono le maledizioni per chi trasgredisce la legge divina e le benedizioni per chi la osserva. Anche qui il linguaggio è per noi implausibile, ma se facciamo un sforzo di immaginazione e di quasi reviviscenza nostra, una specie di viaggio nel tempo, in quegli ambienti e in quei secoli, forse qualcosa potremmo comprendere di quel linguaggio durissimo e inesorabile, caro Vito Mancuso, che usi impiegare giudizi di morale attuale su scritti di morale di tre millenni fa, con un metodo inaccettabilmente anacronistico. Proviamo a pensare alla durezza della vita nomadica, al deserto, alla mancanza d’acqua, a un’igiene inesistente, al destino vedovile di quasi tutte le donne, e così capiremmo meglio la durezza delle punizioni per il furto, per l’omicidio, per la mancata cura al bestiame altrui, per l’obbligo del cognato di sposare la vedova di suo fratello, e così via. E’ il Signore che ordina, ma è l’uomo che scrive “le parole del Signore”, e il popolo comprende che si tratta di una Legge buona, anche a volte dura, per la sopravvivenza.

Alcuni esempi di maledizioni e benedizioni. Nelle prime si rileveranno quasi delle assonanze con il Dieci Comandamenti e con il codice di Hammurabi, ad esempio: “Maledetto chi maltratta il padre e la madre! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 16), oppure “Maledetto chi lede il diritto del forestiero, dell’orfano e della vedova! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 19), o anche “Maledetto chi sposta i confini del suo prossimo! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 17).

Qualche benedizione. “Se tu obbedirai fedelmente alla voce del Signore (…). Sarai benedetto nella città e benedetto nella campagna. Benedetto sarà il frutto del tuo seno, il frutto del tuo suolo e il frutto del tuo bestiame; benedetti i parti delle tue vacche e i nati delle tue pecore: Benedette saranno la tua casa e la tua madia. Sarai benedetto quando entri e benedetto quando esci. Il Signore lascerà sconfiggere davanti a te i tuoi nemici (…). Per una sola via verranno contro di te e per sette vie fuggiranno davanti a te. (…)” (Deut 28, 3-7).

E prosegue al versetto 15 “Ma se non obbedirai alla voce del Signore Dio tuo…” e giù la terribilità delle punizioni.

Chiediamoci una cosa: se l’uomo “deuteronomico” non avesse avuto una normativa del genere che cosa sarebbe potuto succedere in quei contesti arcaici e primordiali?

La cosa importante è sempre mettersi in sintonia con questi testi, senza pretendere di giudicarli con i nostri metri di giudizio illuministico-democratici, e oramai, a volte anche -in alcuni- genericamente “buonisti”, o, direi, delittuosamente ignoranti di storia, di sociologia comparata e di antropologia culturale.

La fine di Deuteronomio si scioglie in poesia, con il meraviglioso Cantico di congedo di Mosè che, compiuti i suoi giorni e il suo destino, se ne va incontro all’Onnipotente cantando così: “Ascoltate o cieli: io voglio parlare:/ oda la terra le parole della mia bocca! Stilli come pioggia la mia dottrina,/ scenda come rugiada il mio dire;/ come scroscio sull’erba del prato, come spruzzo sugli steli di grano./ (Deut 32, 1-2) (…), e così continua glorificando e benedicendo le opere del Signore.

Ma Mosè non vide la Terra promessa perché il Signore, prima di chiamarlo a sé lo portò sul monte Nebo e di lì gli fece vedere Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, il paese di Efraim e Manasse, tutto il paese di Giuda fino al Mar Mediterraneo, e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, fino a Zòar. (Deut 34, 1b-3).

…perché ognuno di noi deve ubbidire alla legge del proprio destino e arrivare fino lì, dove è segnato il confine dell’itineranza e… l’inizio.

Evoluzionismo e coglionaggine

…vanno di pari passo. Circa il tema dell’evoluzione sono con Lamarck e Darwin, ma talvolta mi viene la tentazione di stare anche con i famosi “fissisti” del secolo scorso, che sostenevano una immutabilità delle creature viventi. A livello neuro-scientifico vi sono diverse scuole di pensiero, come sappiamo, da quelle più a quelle meno biologiste. Chi frequenta questo sito sa che talora sono tentato da un certo lombrosismo grezzo, positivista, per cui potrebbero esserci ancora degli ergaster-erectus con 800cc di cervello e quindi in via di ominazione. Ogni tanto ne ho il sospetto. E’ chiaro che scherzo, ma amaramente, perché invece vi sono dei sapiens in giro che hanno poco o nulla del sapiens, ma moltissimo dell’insipiens, ovvero dello stronzo, tout court. Questi soggetti talora fanno danni, un po’ perché sono poveri di spirito (non “in spirito”, come insegna la beatitudine matteana), un po’ perché sono stronzi.

Tra Adrian Raine che sostiene l’origine anatomica della violenza, parlando di carenze dei lobi orbito-frontali, e Steven Pinker che teorizza in un suo opus magnum, il “declino della violenza”, mi viene da stare un po’ a metà strada, perché se avesse ragione del tutto, o di più, Raine il diritto penale di quattromila anni andrebbe a farsi benedire, ma se avesse ragione Pinker, mi verrebbe da prendere un randello e usarlo sul cranio di qualche stronzo.

Di questi ne ho incontrati e ne incontro, direttamente o indirettamente in tutti i settori, da quello lavorativo a quello privato, sono inevitabili, perché numerosi, troppo numerosi, ahimè.

Che fare, si chiederebbe in questo caso Vladimir Ilic Ulianov? Non so: forse distinguere tra quelli che non ci arrivano e quelli che ci arrivano e ci provano e bastonare questi. Che ne dici caro lettore? Sempre che non sia possibile, con le buone, dal dialogo alla filosofia pratica, al counseling, in qualche modo aiutarli a rimediare, loro però umilmente d’accordo di farsi aiutare.

Epperò vi sono anche molte cose buone, pensieri opere intuizioni, che tengono in piedi questo mondo. Accanto alle penose assurdità che con dire incerto e impreciso proferisce la Boldrini, troppo ochetta per sapere di essere strumento nelle mani di decisori occulti, quando teorizza processi di sostituzione delle mancate nascite di bimbi italiani con bimbi migranti, vi sono persone che lavorano fuori delle ribalte mediatiche, ogni giorno, ogni notte, ogni mattina, ogni sera, magari a turno, negli ospedali, nei trasporti e nelle fabbriche, per produrre servizi e beni in grado di far andare avanti questa nostra carissima Italia, nazione bellissima e un poco stupida, a volte.

E allora, mentre penso all’evoluzionismo e alla coglionaggine di molti, di troppi, ho una sommessa speranza, che coltivo nella mia solitarietà silente, nel mio incedere e nel mio intercedere per chi ha bisogno di me.

E dico, che bello, che tutto evolva e, evolvendo, denunzi a volte la coglionaggine di alcuni, e mi suggerisca silenti passeggiate e amabili conversari con chi mi conosce e gradisce.

Grazia, gratuità e gratitudine

In questo saggio tratterò sia della grazia secondo le dottrine teologiche, sia secondo le dottrine poltiche e  giuridiche, sia della gratuità, sia della gratitudine.

Premessa

In teologia esiste il trattato classico “De Gratia“, sulla “grazia”, che varrebbe la pena leggere, se non studiare a fondo.

Storicamente nella cultura del diritto occidentale, il potere di grazia appartiene al sovrano (cf. stele di Hammurabi, XIX sec. a. C., specie per quanto riguarda la remissione dei debiti). Anche nel Codice biblico c’è qualcosa di simile, come vedremo.

La gratuità e la gratitudine fanno parte dei comportamenti solidali e dei sentimenti di condivisione empatica.

 

La grazia in teologia

La gratia gratis data è una grazia concessa alle persone grate a Dio, gratuitamente, come dono. La grazia è una sorta di benevolenza divina verso l’essere umano, così come un re concede doni a un suddito, non per obbligo, ma per libera scelta. A volte si esprime, specie nella Bibbia come “benignità”, o costanza della bontà di Dio. Nell’Antico Testamento sono in uso due termini ebraici per esprimerla, hesed, o misericordia (cf. Lamentazioni 3, 22) e chen (Genesi 33, 8.10.15; Geremia 31, 2). Vi sono personaggi biblici che hanno trovato grazia davanti a Dio, come Noè (Genesi 6, 8), Mosè (Esodo 33, 12-17), Davide (2 Samuele 15, 25).

La maggiore grazia, secondo il testo biblico, è stata la scelta divina dell’alleanza con Israele (cf. Esodo 34, 6; Isaia 63, 7-9; Salmi 103.8), nonostante le molte “trasgressioni” comportamentali e morali di questa nazione (cf. Salmi 51, 1, il famoso Miserere, canto di pentimento del re Davide). Allo stesso modo ogni uomo, che è peccatore, si pente del male fatto, e può ottenere la grazia divina. Dio non vuole distruggere, ma salvare sempre chi si pente.

Nel Nuovo Testamento troviamo due parole greche fondamentali, soprattutto in san Paolo, èleos (Romani 9, 15-18), e charis (1 Corinzi 1, 4). Grazia significa anche favore, gentilezza, bontà, ma soprattutto misericordia divina verso l’uomo fragile e peccatore. Troviamo il concetto di grazia come favore divino nei testi di san Luca (2, 52; Atti 2, 47), di san Paolo (Romani 1, 7; 1 Corinzi 1, 3; 2 Corinzi 1, 12; Galati 1, 3; Efesini 1, 2; Colossesi 1, 2; 1 Tessalonicesi 1, 1; 2 Tessalonicesi 1, 2; Filemone 3), e qui la grazia è anche misericordia e pace data da Dio stesso. Come si può notare è soprattutto Paolo il cantore della grazia, con la specificazione dell’accettazione di Gesù come salvatore del mondo. Alcuni testi di seguito:

« (…) per la grazia di Dio io sono quello che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me. »   (1 Corinzi 15, 10).

Oppure in Pietro:

« Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il carisma che ha ricevuto, lo metta a servizio degli altri. »   (1 Pietro 4, 10)

Ancora san Paolo:

« Noi crediamo che siamo salvati mediante la grazia del Signore Gesù. »   (Atti 15, 11)

Anche nel vangelo di Giovanni, all’inizio troviamo parole sulla grazia:

« E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. (…) Infatti, dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. »   (Giovanni 1, 14-17)

San Paolo sottolinea la fine del giuridismo-legalismo veterotestamentario, proponendo la fede in Gesù Cristo come “legge”:

« (… )ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù »   (Romani 3, 24)
« Perciò l’eredità è per fede, affinché sia per grazia. »   (Romani 4, 16)

 

« (…) mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l’accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio. »   (Romani 5, 2)

 

« La legge poi è intervenuta a moltiplicare la trasgressione; ma dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata (…) Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi? »   (Romani 5, 20. 6, 1)

Tutto, per san Paolo dipende dalla grazia divina:

« Voi che volete essere giustificati dalla legge, siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia. »   (Galati 5, 4)

Lo scopo della grazia è quello di formare la creatura umana affinché si comporti secondo giustizia:

« (…) affinché, come il peccato regnò mediante la morte, così pure la grazia regni mediante la giustizia a vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. »   (Romani 5, 21)

Si può, dunque, crescere nella grazia ed essere de-stinati alla visione beatifica di Dio nella vita eterna.

 

Nella dottrina cattolica la grazia  è elargita da Dio tramite lo Spirito Santo, prima di tutto attraverso il Battesimo (Grazia santificante), e successivamente con gli altri atti sacramentali, che sono segno e strumento della grazia divina, quando l’uomo accetta un rapporto filiale con Dio stesso, e quindi può vivere in stato di grazia (o grazia di Dio, o grazia abituale).  Chi erra ha a disposizione il sacramento della Penitenza o Riconciliazione, nel quale tutti i peccati commessi vengono perdonati da Dio. In questo caso si parla di grazie attuali, cioè interventi di Dio, che può anche concedere grazie materiali, come la guarigione da una malattia, o spirituali, come la cosiddetta conversione del cuore.

Teologicamente si può intendere la Grazia come Persona, cioè lo Spirito Santo stesso, che è Ruah, soffio, amore… La grazia si può chiedere attraverso la preghiera, l’intercessione dei Santi e soprattutto di Maria, la madre di Dio.

Nel mondo protestante il tema della grazia si rifà a sant’Agostino, contro ogni esaltazione delle opere umane di fronte alla gratuità della grazia divina (si ricordino le controversie del vescovo di Ippona contro Pelagio, sostenitore del valore primario delle buone opere umane rispetto alla grazia divina). Ancora san Paolo:

« (…) poiché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio »   (Romani 3, 23)

Ma Gesù, morendo in croce ha espiato per tutti i peccati del mondo con il suo sacrificio infinito, per cui chi ha fede in lui, come ancora Paolo scrive, avrà la vita eterna:

 

 

« Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio, non per opere, perché nessuno si glori. »   (Efesini 2, 8-9)

 

La grazia secondo le dottrine giuridiche

Nel diritto penale la grazia è un atto di clemenza individuale, di cui beneficia soltanto un determinato condannato detenuto o internato, al quale la pena principale è condonata in tutto o in parte, con o senza condizioni, oppure è sostituita con una pena meno grave. (dal web)

La grazia si applica, dunque, individualmente, a differenza dell’amnistia e dell’indulto, che possono essere provvedimenti riguardanti categorie di condannati.

In Italia viene concessa dal Presidente della Repubblica (art. 87, comma 11 della Costituzione), con atto  controfirmato dal Ministro della Giustizia (art. 89 della Costituzione). Il procedimento relativo alla concessione della grazia è disciplinato dall’art. 681 del codice di procedura penale, a patto che la sentenza sia passata in giudicato, cioè non più riformabile. La grazia può essere concessa su domanda presentata dal condannato stesso, da un suo congiunto o convivente o dal curatore o tutore legale o da un avvocato su proposta del Presidente del consiglio di disciplina (art. 681 codice di procedura penale, terzo comma) o anche, infine, in assenza di domanda o proposta (art 681 codice di procedura penale, comma quarto), d’ufficio, cioè d’iniziativa del Presidente della Repubblica o dello stesso ministro della giustizia. In questo caso la domanda di grazia prescinde dal consenso dell’interessato.

I provvedimenti di grazia possono riguardare: la pena principale (es. la reclusione), una pena accessoria (es. l’interdizione dai pubblici uffici), la pena principale e quella accessoria, una riduzione della pena principale (soprattutto in riferimento alle pene pecuniarie), la commutazione della pena.

Dal 1° gennaio 1948 al 31 gennaio 2016 i provvedimenti di clemenza individuale sono stati 42.320, di cui 3.651 per reati militari.

Vi sono stati conflitti di attribuzione dei poteri in alcune richieste di grazia (come tra il presidente Ciampi e il guardasigilli Castelli sul caso Bompressi), ma la Corte Costituzionale ha risolto il conflitto (sentenza n. 200 del 3 maggio 2006), riconfermando al Capo dello Stato il potere esclusivo ed incondizionato di grazia, ed assegnando al ministro guardasigilli il diritto di “rendere note al Capo dello Stato le ragioni di legittimità o di merito che, a suo parere, si oppongono alla concessione del provvedimento” ma non la possibilità di “rifiutarsi di dare corso all’istruttoria e di concluderla“.

 

La gratuità e la gratitudine

La gratitudine è invece un sentimento buono verso una persona che ti ha aiutato, beneficato, salvato. Nella mia esperienza e grazie alla mia rete di conoscenze ho aiutato molte persone, e non sempre ho sentito gratitudine per il bene loro fatto, quasi sempre in modo gratuito. Conosco, e per ragioni lavoro frequento anche persone potenti e con grandi mezzi finanziari, così come persone con meno disponibilità e, nella mia esperienza, la gratitudine non è mai stata legata o proporzionata allo status del beneficato: vi sono stati casi di ingrati nei miei confronti da parte di ricchi e potenti, così come da parte di persone con meno o pochi mezzi, e casi di persone grate in tutte e due o più categorie sociali, e in tutte le classi di età, giovani e meno giovani. Sembra che aiutare qualcuno, a volte, paia a questo “qualcuno” una sorta di atto dovuto; altri invece si rendono conto della straordinarietà e del disinteresse dell’aiuto dato come dono puro, senza alcun secondo fine.

Ho aiutato persone a trovare un lavoro che avevano perso, persone in difficoltà familiari, famiglie colpite da tragedie come il suicidio di un proprio caro, giovani in difficoltà scolastiche o rischi di abbandono, sono stato orientatore e co-relatore di parecchie tesi di laurea, e via avanti. E lo farò ancora, perché lo ritengo un mio dovere morale, in questa fase della mia vita, nella quale ho i mezzi culturali e relazionali per poterlo fare.

La gratitudine è un sentimento del cuore, non dello stomaco o del portafoglio. E’ un respiro dell’anima verso l’altro e un ringraziamento all’altro per poterlo aiutare, facendosi aiutare. Nella gratitudine la reciprocità è il fondamento, come amore di benevolenza verso la fragilità nostra, di umani.

Padri o, a volte, “padroni”?

Tornando dalla Slovacchia ho sentito un racconto biblico, simile e dissimile a quello di Mosè e le figlie di Ietro, in ebraico  יִתְרוֹ, Yiṯrô,  che significa eccellenza. Di Ietro si parla inizialmente in Esodo 2,16, come colui che sarebbe diventato suocero di Mosè ed era sacerdote di Madian.

Ietro era il capo di una tribù di pastori nomadi che si spostavano lungo le rive del golfo di Akaba. Accolse Mosè fuggitivo dall’Egitto dove aveva ucciso un persecutore dei suoi fratelli ebrei, e gli diede in sposa sua figlia Sefora, perché aveva difeso le sue sette figlie dall’arroganza di certi pastori che le volevano scacciare dal pozzo dell’acqua (Esodo, 2,21).

Ecco, “gli diede in sposa“, il padre che dà in sposa la figlia come sua proprietà. Nel mondo semitico questo era un costume etico, cioè un qualcosa di ammesso anche dal punto di vista giuridico e sociale. Lo era e lo è ancora nel Sub-continente indiano, nonostante la legislazione liberale voluta da Nehru fin dagli anni ’60. In molte aree di cultura e religione islamica altrettanto, lasciando da parte le situazioni tribali ancora presenti in Africa e in Asia.

Vedremo dopo perché il racconto di Ietro è simile e dissimile di quello fattomi in viaggio. Ora un altro esempio di potere maschile.

Gavino Ledda, sardo, nacque in un famiglia di pastori. Il padre Abramo gli fece frequentare solo per poche settimane la prima elementare e poi lo ritirò dalla scuola. Doveva iniziarlo al lavoro di pastore.  E così Gavino crebbe analfabeta fino al servizio militare, quando incontrò Franco Marescalchi che lo convinse a riprendere gli studi. Prima ottenne la licenza elementare, poi quella media, la maturità, fino a laurearsi in glottologia a La Sapienza di Roma. Fu ammesso all’Accademia della Crusca e in seguito fu nominato assistente di filologia romanza all’Università di Cagliari. Nel 1975 narrò la propria vita nel romanzo Padre padrone, tradotto in molte lingue e vincitore del Primo Viareggio. I fratelli Taviani nel 1977 girarono un film dallo stesso titolo.

Altra storia. Nel 1965 Franca Viola fu rapita e violentata dall’ex fidanzato, che la tenne segregata per otto giorni, ma lei rifiutò il cosiddetto “matrimonio riparatore”, che era in uso specialmente nel Sud, dopo una violenza sessuale. Fu l’emblema dell’inizio della liberazione femminile in Italia.

Tante violenze sono state perpetrate e si perpetrano sulle donne, fisiche e psicologiche, da parte di un elemento maschile forse un poco debole e insicuro, che ritiene di ribadire il suo ruolo anche con la violenza, mentre invece dovrebbe riflettere sul valore straordinario della differenza di genere e sulla ricchezza umana e morale del rispetto reciproco. Perfino in Iran le donne si stanno liberando, in Tunisia, in Marocco, in Algeria e, sia pure lentamente, in Arabia Saudita.

E dunque veniamo al racconto del mio amico. Mi dice: “Ero proprio là dove siamo stati in questi giorni, in Slovacchia, per cercare qualche aggancio industriale, e alla fine un interlocutore mi ascolta e mi invita a casa sua. Mi viene a prendere in elicottero, avevo portato il mio figlio minore che allora aveva una ventina d’anni o poco più. Cena splendida e alla fine la sorpresa… fa venire le sue tre figlie in età a scalare dai venti ai sedici anni e si rivolge a mio figlio invitandolo a sceglierne una, ché gliela avrebbe data in sposa”.

La cosa finì lì, tra lo sconcerto del mio amico e di suo figlio, che abbozzarono un gentile diniego, e la sorpresa dell’anfitrione, che pensava di aver fatto una grande proposta per creare un’alleanza imprenditoriale, neanche si fosse a contrattare un matrimonio tra eredi al trono nel ‘700 dell’assolutismo monarchico.

Si era nel 2005 più o meno, nel Centro Europa in una famiglia di imprenditori.

Se il comportamento di Ietro è plausibile da un punto di vista socio-storico, il comportamento del padre di Gavino Ledda si può spiegare solo con la presenza di elementi di cultura patriarcale arcaica, oggi inaccettabile, sia dal punto di vista etico sia da quello giuridico e sociale. E il signore slovacco come si configura, se non come arcaico padre padrone?

Oggi non è ammissibile che nessuno si consideri padrone di alcun altro essere umano, sia pure il figlio. La legge sulla maggiore età non lo consente, ma vi è anche una legislazione che tutela i minori e può togliere la patria/matria potestà a qualsiasi genitore che non sia in grado di garantire di poterlo essere per la crescita e lo sviluppo umano, sociale e culturale dei figli. Ciò è altrettanto vero se si tratta di rapporti tra adulti, ché ciascuno è il vero, unico e legittimo padrone del proprio destino e delle proprie scelte di vita: una verità cristallina.

Io ho avuto un padre che non mi ha mai schiacciato e una madre libera, e così son cresciuto scegliendo di fare il mio meglio, dalla famiglia povera da cui provenivo, ho lavorato e studiato tutta la vita portando a casa soddisfazioni e crescita, che continua ancora. Che Dio li abbia nella sua gloria.

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