Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Strange Days e Giobbe, il muto profeta

Strani giorni  è un film di Kathryn Bigelow del 1995, con Ralph Fiennes e Angela Bassett, un film capace di specchiare le vite nelle vite degli altri, e in playback, musica a manetta su false vite a Santa Maria de los Angeles, dove diveggiano cantanti rock malati, come la politica italiana attuale nella vergogna. Visto una delle sere scorse. Fantasy con la violenza intrinseca della vita contemporanea, notturno, apparentemente senza capo né coda, ma non è così.

Squallida fantasy e vergogna , invece, a quel nesci di Di Maio, senza nervi e senza rughe, vergogna a quel gran salame di Salvini, una coppia intrinsecamente bolsa e comprensibile solo alla luce di questi strani giorni. Strange days.

Per consolare i miei lettori ora riporterò due testi bellissimi, il primo di sublime e beata speranza, tratto dall’evangelo secondo Matteo al capitolo quinto, notissimo, scuola e indirizzo per ogni buona vita, il testo de le Beatitudini, e il secondo di politica fine e garbatamente elevata, quella del Partito Radicale italiano, del cui Statuto il preambolo è meraviglia etica e politica.

 

Le Beatitudini – Mt. 5,1-12

Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli./ Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli./ Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati./ Beati i miti, perché avranno in eredità la terra./ Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati./ Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia./ Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio./ Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio./ Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli./ Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,/ diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia./ Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.”

Per un’etica della vita umana, ma anche  per l’intelligenza, bastano le Beatitudini, che Matteo mette in bocca al Maestro come ammaestramento definitivo, sufficiente e sovrabbondante per ognuna delle nostre vite, caro lettore. Beatitudine come distacco dagli affanni e immersione nella giustizia, nel senso biblico del termine. La giustizia biblica nulla ha di giuridico, occidental-illuministico o dirigistico, poiché si innesta nell’armonia di vissuti naturali, come interpretasse la verità delle vite, senza sforzo alcuno… ed è così: la tà Biblìa è, non a caso, il libro dei libri, scritto in non meno di mill’anni da decine di autori sconosciuti, dai grandi re Davide e Salomone, dal grande profeta e poeta Isaia e dai suoi sodali e successori Geremia, Ezechiele, Osea, Zaccaria, Malachia, e così via. Rima inutile ma bellissima.

Beati i puri di cuore, e che significa se non che la trasparenza illumina di luce ogni cuore? Beati i poveri in spirito, e che significa se non che nulla di posseduto è importante? Beati coloro che piangono e che significa se non che verrà pure la gioia? Beati i miti e che significa se non che non occorre l’arroganza, mai? Beati gli assetati e affamati di giustizia, e che significa se non che la giustizia, intesa come armonia, verrà? Beati i misericordiosi, e che significa se non che vi sarà un giusto contrappasso di misericordia? Beati gli operatori di pace, e che significa se non che il loro nome sarà quello di “figli di Dio”? Beati i perseguitati per la giustizia, e che significa se non che il loro sacrificio e anche il loro dolore sarà riconosciuto come merito? Beati coloro che riceveranno insulti e persecuzioni e male parole come maldicenze e calunnie, e che significa se non che saranno premiati con la Visione beatifica di Dio stesso?

Beatitudini come linea guida, sottile linea rossa dell’esistenza, come responsabilità individuale e capacità di scelta.

E ora, dalle Beatitudini a un testo che -apparentemente- può essere considerato campione di una laicità quasi contraltare dello scritto matteano, ma non è così, perché può essere, invece, giustapposto, quasi come traduzione contemporanea della sapienza sociale trasparente dal Nuovo testamento, così come proposto dall’evangelista. Il linguaggio del preambolo è chiarissimamente attuale, ma si fonda sulla sapienza antica e immortale del Libro dei Libri, il

 

Preambolo allo Statuto del Partito Radicale Trans-nazionale trans-partito

Il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito proclama il diritto e la legge, diritto e legge anche politici del Partito Radicale, proclama nel loro rispetto la fonte insuperabile di legittimità delle istituzioni, proclama il dovere alla disobbedienza, alla non-collaborazione, alla obiezione di coscienza, alle supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge. Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, allo stretto rispetto, all’attiva difesa di due leggi fondamentali quali: La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo (auspicando che l’intitolazione venga mutata in “Diritti della Persona”) e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo nonché delle Costituzioni degli Stati che rispettino i principi contenuti nelle due carte; al rifiuto dell’obbedienza e del riconoscimento di legittimità, invece, per chiunque le violi, chiunque non le applichi, chiunque le riduca a verbose dichiarazioni meramente ordinatorie, cioè a non-leggi. Dichiara di conferire all’imperativo del “non uccidere” valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa.

Ecco, quanti richiami evangelici se si legge di “(…) supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge (…) Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, (…) ai Diritti della Persona (…) Dichiara di conferire all’imperativo del non uccidere valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa“.

Il verso dell’umano è questo, laico e cristianissimo, evangelico e contemporaneo. Che differenza c’è parlare di beatitudine o di speranza? La speranza è virtù e passione, e questo è vero e valido, sia per la dottrina evangelica sia per quella politica laica e socialista. Io mi ci riconosco in entrambe. E’ virtù legata alla beatitudine (la beata speranza) ed è passione come aiuto indispensabile alla buona vita, contro ogni di-sperazione.

Infine, il romanzo di Mendel Singer, il Giobbe rothiano che riceve dal Signore ogni prova della vita, prima di avere il suo premio. Caro lettore, ti raccomando sommessamente di leggerlo, ché ti giova, affinché tu possa constatare per conto tuo come l’Incondizionato pre-vede mentre tu pro-cedi, e ascolta chi inter-cede per te con l’amore, la speranza e la preghiera, potentissimo ausilio e silenzioso ristoro dell’anima.

Siamo tutti neri e poi caucasici, o… o… o… esseri umani interfecondi e perciò depositari di pari dignità

Caro lettore,

questo è un pezzo particolarmente dedicato a chiunque nutra sentimenti o pensieri razzisti o suprematisti bianchi, neri, gialli, e di qualsiasi altro colore.

Il termine europoide o caucasoide indica una classificazione antropologica dell’Homo sapiens, definibile a partire dalla forma del cranio ed altre caratteristiche craniometriche ed antropometriche: tale termine infatti identifica non solo gli Europei ma anche quasi tutti gli Africani settentrionali e i Mediorientali. Con le recenti migrazioni che hanno seguito le scoperte geografiche il gruppo si è diffuso anche nelle Americhe (principalmente negli Stati Uniti, nel Canada e nel Cono Sud risaltando nell’Argentina) e in Oceania (attualmente nella maggior parte dell’Australia e in Nuova Zelanda).

Nonostante il termine “razza” venga messo in dubbio da molti antropologi culturali e sociali, questo lemma rimane in uso nelle branche biologiche e scientifiche dell’antropologia, particolarmente tra gli antropologi fisici e forensi, oltre che tra molti genetisti, a causa della possibilità di riconoscere un individuo caucasoide tramite analisi genetiche e misurazioni antropometriche del suo scheletro.

Il suffisso -oide è usato per riferirsi a classificazioni antropologiche come mongoloide o negroide, mentre è preferibile usare Caucasico per riferirsi alle popolazioni che abitano il Caucaso, come i georgiani, gli armeni e gli azeri. I due termini sono però molto spesso usati erroneamente per indicare l’etnia europoide.

In ogni caso, proveniamo tutti, primariamente, dall’Africa meridionale (Homo Naledensis) e dalla Rift Valley (Lucy), e successivamente dal crogiuolo caucasico. Proviamo a leggere più sotto parte di un capitolo inserito da Joseph Roth nel reportage pubblicato nel 1926 sulla Frankfurter Zeitung, dal titolo Viaggio in Russia. A nove anni dalla Rivoluzione d’Ottobre (iniziata il 7 novembre 1917 del calendario gregoriano), il grande scrittore ebreo-austro-galiziano parte per un lungo viaggio verso l’Est europeo fino ai confini delle immense plaghe euro-asiatiche, e registra paesaggi, impressioni, colori, odori, lezzi inenarrabili, musiche, balli e malinconie, bimbi scalzi e mendicanti cenciosi, attraversa fiumi come il Dniepr e il Volga immensi, e scrive, scrive, mostrando che ogni forma di razzismo è ottusa e antiscientifica. E questo ci deve consolare e rassicurare.

Però, prima di dare uno sguardo agli elenchi di popoli incontrati dallo scrittore, partiamo da una classificazione generale  di carattere antropologico, che distingue questi tipi fisici principali all’interno del gruppo caucasoide:

– mediterraneo: costituisce una componente cospicua dei popoli della Penisola iberica, delle isole mediterranee, della Francia del sud, dell’Italia, della Grecia e del Nord Africa,

dinarica (detto anche illirico): dominante nei Balcani occidentali,

alpina: dominante nell’Europa centrale,

nordico: dominante nella Scandinavia occidentale, sulle coste del Mare del Nord, del Mar Baltico occidentale, presente accanto ad altri tipi fisici in tutta Europa,

baltico: dominante nell’Europa orientale e sulle coste del Mar Baltico orientale,

cromagnoide: dominante in Europa settentrionale, presenta caratteristiche simili a quelle degli scheletri dei cacciatori/raccoglitori (Cro-Magnon) del Paleolitico e Mesolitico europeo,

orientalide: dominante in Medio Oriente,

irano-afgano: dominante nelle popolazioni Medio-orientali.

 

Vediamo ora l’elencazione che ne fa Roth, suddividendo in ulteriori classificazioni le popolazioni del ceppo caucasico incontrate nel suo viaggio, e il risultato è impressionante.

Nei 455.000 chilometri quadrati dell’immensa plaga montagnosa ha recensito oltre cinquanta popoli, traendone i nomi da una vecchia guida tipo Touring Club. Alcuni: i nogai, i kara-nogai, i turcomanni che ancora portano l’anello al naso; i caraciai; i curdi, nazione sparsa oggi su quattro stati (Turchia, Irak, Siria, Iran), i mugali e i lesghi di etnia daghestana; nel distretto kubruico si trovano i chaputlinci, i chinalunghi, i buduchi, i çekci, i krizli, i curini e i tati che sono un resto degli antichi persiani; nel distretto di Nucha si trovano i vartesi e i nidseh; i talisci nel distretto di Lengoran; nelle steppe muganiche vivono tribù fatte deportare dallo zar per punizione, e sono i duchoborcy, i molocani, gli starovercy e i sobotniki; nei villaggi di Gojza e Samachov vivono tribù sveve (!) di fede mennonita; nei villaggi di Privolnaja e di Probos vivono popolazioni ebraiche dette gerim, sono gli ebrei delle montagne.

I popoli del Caucaso sono jafetidi (dal nome del figlio del patriarca biblico Noè Jafet, oppure alarodici, come i chetiti biblici e gli urartu, discendenti degli antichi Caldei; jafetidi sono i nairi e i mittani, che compaiono fin da testi cuneiformi assiri, in ogni caso apparentati con gli abitanti di Cipro e di Creta, con i pelasgi, i liguri, gli etruschi, gli iberi e i baschi.

Così, tanto per farsi un’idea dell’enorme varietà antropologica di una plaga tutto sommato non enorme della zona di confine euro-asiatica, come diligentemente riporta Joseph Roth.

Che dire se non che la ricchezza infinita delle declinazioni etniche ci impone una riflessione seria e paziente, ma soprattutto rispettosa e ammirata dell’incoercibile diversità in cui si è espressa la Natura e la Storia?

De bestialitate vel de humana stultitia

Francisco Goya è l’autore dell’acquaforte-acquatinta del 1797, che ho scelto per illustrare questo post: Il sonno della ragione genera mostri. Il dipinto mi parso adatto a commentare qual metafora immaginifica i molti “mostri mediatici” che ci vengono erogati quotidianamente dal sistema della comunicazione.

La bestialità nel codice teologico-morale classico è un peccato gravissimo legato a una sessualità deviata, e ciò  fino a tre secoli fa, significando le pratiche con animali, persone dello stesso sesso e “Giudei”.

Bestialitade è, quando non solamente si perverte l’appetito, e la ragion pratica, ma ancora s’adopera contr’alla natura, per bestiali operazioni. Così recita un testo dell’Accademia della Crusca e, più o meno, anche il manuale per i confessori voluto da san Pio V e perfezionato dai Padri Cappuccini nel XVI secolo.

Pazzesco mettere vicino la copula con un cane, l’omosessualità e gli Ebrei, ma può anche essere metaforicamente un’indicazione di grave mancanza cognitiva/ culturale. Qui tratterò soprattutto questo aspetto metaforico, dopo aver fatto solo un breve cenno all’etimologia teologico-morale.

Politici e giornalisti dicono spesso bestialità in Italia e altrove: basti dare uno sguardo al quasi sempre ingeneroso verso l’Italia quotidiano inglese The Guardian. Una risale a questi ultimi giorni: l’intellettuale (faccio così per dire), con occhiali, barbetta breve e riccioloni del M5S, tal Danilo Toninelli, ha affermato che, siccome il loro movimento ha vinto le elezioni, non solo pretendono di presiedere il Governo della Repubblica Italiana, ma vogliono anche la Presidenza della Camera, non si sa in base a quale vincolante norma o consuetudine politica.

Ricordo al non imberbe e non poco presuntuoso esponente politico che nel ’72, nel ’76 e nel ’78, pur essendo state vinte dalla Democrazia Cristiana le consultazioni politiche, la Presidenza della Camera dei deputati andò, rispettivamente, a un socialista (per suffragi terzo partito a quelle elezioni) che sarebbe successivamente stato eletto Presidente della repubblica, Sandro Pertini, e a due prestigiosi e stimabilissimi esponenti del Partito Comunista Italiano, Pietro Ingrao e Nilde Iotti. Negli anni ’90 furono Presidenti della Camera Giorgio Napolitano e Luciano Violante, del Partito Democratico della Sinistra, che non era stato il primo partito -per consensi- alle elezioni precedenti, ma il secondo.

E studiare un po’ la storia contemporanea, on. Toninelli, prima di sparare cazzate?

Un’altra bestialità del giorno, ma non fa passar giorno senza dirne una, l’ha detta proprio oggi l’onnipresente sui media (checché ne dica, miagolando lamentosamente) Salvini: che si possa fare un’altra riforma elettorale in sette, diconsi 7, giorni. Bum! Dài, Salvini, anche tu, non sparare cazzate, ché ci avete messo del vostro, tutti o quasi tutti a fare, prima il porcellum, a cura del tuo compagno di partito Calderoli, ghignante a guisa di tuo maestro in smorfie e ghigni, e ora, a cura di quella volpe di Rosato del PD, l’omonima boiata, non si capisce perché goffamente latineggiante.

Un’altra c.ta, e il gentil lettore, fortunatamente abituato a un linguaggio mio spesso elevato, se non addirittura aulico, quando l’argomento merita, mi perdoni, ma qui…, la ha detta, sempre Salvini, poche ore fa: che il Regolamento della Riforma carceraria è una misura “salvaladri”, battuta propagandistica disonesta in sé e tecnicamente sbagliata. Il politico in questione titilla i sentimenti più beceri dei più disinformati e pigri utenti di mamma tv e del web, questa è la semplice elementare verità che lo riguarda. “Salvaladri” cosa?, quando questa misura, in una situazione carceraria -quella italiana- indegna di una grande nazione civile, e vergognosa sotto il profilo dei diritti umani e civili, in aperta ed evidente violazione dell’art. 27 della Costituzione che vieta pene disumane e degradanti, affida comunque ogni decisione per consegnare a misure alternative al carcere chi ha una condanna entro i quattro anni di reclusione, al giudice di sorveglianza, e quindi non vi è alcun automatismo.

Un altro personaggio prodigo di stupidaggini è il Governatore pugliese, Emiliano, che riesce spesso ad essere dalla parte più insipiente di ogni decisione politica, sia all’interno del suo partito, il PD, sia sotto il profilo amministrativo: basti osservare i suoi ricorsi al Tar sulla vicenda dell’Ilva di Taranto. Non so dove quest’uomo, ex giudice non dimissionario, viva, se in cielo in terra o in nessun luogo.

Altra esemplar manifestazione di hebetudo simplex è quella della Meloni, che tromboneggia in romanesco neanche fosse appollaiata sulla curva sud dei laziali o romanisti non importa, proponendosi come premier, in quanto donna, ma dài. Vinci le elezioni come frau Angela e poi ti proponi, non con il 4 per cento dei voti.

Se si vuole posso continuare impunemente questa triste carrellata di ben poco aurea mediocritas, ma forse è preferibile smettere e passare ad altro titolo, che certamente qualcosa o qualcuno mi ispirerà ben presto, anzi, immantinente, caro lettor mio. E ringraziami (scherzo, sai) perché stavolta ti ho risparmiato la Boldrini.

Stephen Hawking, con la sua dolorosa esperienza ci ha insegnato il potere della mente

…e l’ho capito bene in questa fase della mia vita. Grazie caro Stephen, ti ho ammirato per decenni, tu tetraplegico, ammalato di SLA, ricercatore e docente sulla cattedra di Newton a Cambridge, mandi, par furlan, che il Signor a ti tegni cun sé. Soi sicur.

Ha scritto libri di scienza e di divulgazione popolare con precisione e umiltà. Ha vinto le sue battaglie combattendo con tutto il coraggio necessario e anche di più. Io che da otto mesi sono messo alla prova e oggi posso dire di stare molto meglio, perché studio, lavoro, prego, bestemmio pregando, scrivo, vado in palestra, penso a Stephen, che a sua volta pensava alla “teoria del tutto”, per cercare una sintesi tra le quattro forze (gravità, nucleare forte, nucleare debole, elettromagnetismo), la dottrina della relatività generale (Einstein) e quella quantistica (Heisenberg).

Il tempo che gli avevano preconizzato era di soli due anni dall’ammalamento, e lui è durato fino a settantasei, cioè oltre mezzo secolo in più del pronostico, a dire che le previsioni umane, anche se connotate di scienza, sono spesso lontane dal vero accadere delle cose, poiché la differenza la fanno, oltre ai farmaci, lo spirito, la dimensione psico-morale che è irriducibile a ogni positivistico conto, a ogni previsione epidemiologica o statistica.

La vita tende sempre alla vittoria, emergendo dalle falle del corpo, struggendosi e aggrappandosi alle liane della speranza, passione e virtù per la vittoria. La sua voce resa artificiale dalla macchina, la paralisi degli arti, la dolente piegatura del capo, gli occhiali troppo grandi sul volto emaciato, non vincevano mai sul pensiero e sulla mente fervidamente vitale. Fino ad ora, ma ora il suo venir meno è un’altra vittoria, non solo temporale, ma vera, di una verità real-metaforica, come le cose migliori del mondo umano, e dell’intero universo, o multi-verso che sia, non lo sappiamo, né lui lo sapeva, mentre ricercava la teoria del tutto.

Lui era ben più della teoria che ricercava, ché la teoria era dentro di lui ed ora permea il suo ricordo e la memoria del suo combattimento, così rappresentabile a parole se chiediamo a san Paolo un aiuto “Ho combattuto la mia buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (2 Timoteo 1, 7). Ebbene, Stephen ha combattuto, ha terminato la sua corsa (terrena), ha conservato la fede… nell’intelligenza dell’uomo che lui, per parte sua, ha usato con dovizia parsimoniosa e con generosità totale, nella ricerca, nell’insegnamento, nella scrittura di testi difficili e anche divulgativi, con l’umiltà di chi sa di poter dare pur avendo molto da chiedere, anzi proprio in ragione di questa sua necessità. Hawking ha ampiamente pareggiato il conto del dare-avere, partita doppia della sua vita per rapporto con quella degli altri, della mia, della tua, caro lettore che indugi su questo mio scritto.

E ora la sua anima placata dopo la lunga corsa, può attendere alla contemplazione della poesia del cielo profondo e stellato, che lui amava, cercando di capirne i segreti, senza carpirli ad alcuno, anche a quel Dio di cui dubitava, ma che non escludeva dall’orizzonte degli eventi, poiché ogni tanto si affacciava alla sua mente la domanda antropologica, io lo presumo anche se non lo ho letto da nessuna parte: “perché l’universo esiste e non no, perché io esisto e non no… forse io esisto e lui esiste affinché io possa contemplarlo e ammirarlo?”

Desidero pensare questi pensieri che a parer mio si attagliano molto al pensiero del grande scienziato, tanto grande da sapersi rendere umile davanti all’infinito mistero del cosmo.

Medito su questi pensieri che me lo rendono affine in umanità e vicino nel pensamento, e mi viene da pregare l’Incondizionato Iddio che da qualche parte forse sorride, senza prenderci mai in giro, perché siamo sue creature, del nostro spaesamento. Il sorriso dolente di Hawking, deformato dal male, mi pareva esprimere la profondità di questo mistero immenso, quello del dilatarsi dello spazio-tempo, quello del rapporto tra la relatività generale e il moto imprevedibile delle micro-particelle regolate (si fa per dire) dalla meccanica quantistica, che è celeste come può immaginarsi l’armonia delle sfere e la musica di Bach, quella dei Brandeburghesi, così immaterialmente vocati a rappresentare ciò che non può esserlo se non con un atto di pura illuminazione richiesta con l’umile preghiera di chi sa di non sapere.

Che il Signore del tempo e dello spazio ti accolga tra le sue braccia paterne, Stephen.

 

Ipazia, o del tempo che viene

Caro lettore,

nel 415 d. C. Alessandria d’Egitto era oramai la capitale culturale dell’Impero Romano d’Oriente. Cristiana nella dottrina monofisita (in Cristo, per i monofisiti,  sarebbe presente la sola natura divina, in contrasto con la dottrina dei Padri antiocheni, i quali sostenevano che in Gesù Cristo vi fosse prevalentemente la natura umana, e lo spiego in modo grezzo, ché il tema è raffinato e complicatissimo), ospitava una fiorente scuola filosofico-matematica ispirata alle teorie platoniche, dove avevano insegnato e insegnavano maestri come Ammonio Sacca, Origene, Porfirio, Proclo, Giamblico, Plotino. Tra essi, unica donna di un ceto intellettuale fervorosissimo e unico vi era Ipazia, matematica, astronoma e filosofa. In quell’anno fu crudelmente uccisa da monaci detti parabolani, seguaci del vescovo Cirillo, che non tollerava altro che la sua dottrina cristiana-monofisita. Anche i cristiani sono stati fanaticamente crudeli o, se si vuole, crudelmente fanatici, e non meno d’altri di altre religioni e sette.

Parlo qui di Ipazia, perché lei era in anticipo sul suo tempo, donna e scienziata, uccisa perché in anticipo sul tempo, anche se di solito sembra che il tempo venga avanti, come un paesaggio cui vai incontro anche rimanendo fermo, come se si stesse seduti a guardare i fotogrammi di un film.

Il tema è presente nelle letterature più varie, dalla filosofia alla teologia alla fisica, antiche, moderne e contemporanee, da Parmenide e Zenone di Elea ad Agostino, passando per san Paolo e san Giovanni evangelista, a Bergson a Werner Heisenberg ed Einstein. Teologia e fisica, matematica e filosofia hanno a che fare con il tempo, come concetto e come ente, se vogliamo.

Qualche esempio. Paolo parla della venuta di Cristo, della parusia, La parusia è la venuta del Signore Gesù Cristo glorificato, con potenza e gloria, alla fine dei tempi, come si legge in 1 Ts 4,15-17: “Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore.”

Ogni discorso cristiano sulle cose ultime, chiamato escatologia, parte sempre dall’evento della risurrezione: in questo avvenimento le cose ultime sono già incominciate e, in un certo senso, già presenti. Il già e il non-ancora sono lì, dall’eternità.

In Giovanni, nella 1 Lettera, leggiamo (2, 28): “E ora, figlioli, rimanete in lui, perché possiamo aver fiducia quando apparirà e non veniamo svergognati da lui alla sua venuta.”

Sant’Agostino nel libro XI de le Confessiones al cap. 14, 17 scrive: “Non ci fu dunque un tempo, durante il quale avresti fatto nulla, poiché il tempo stesso l’hai fatto tu; e non vi è un tempo eterno con te, poiché tu sei stabile, mentre un tempo che fosse stabile non sarebbe tempo. Cos’è il tempo? Chi saprebbe spiegarlo in forma piana e breve? Chi saprebbe formarsene anche solo il concetto nella mente, per poi esprimerlo a parole? Eppure, quale parola più familiare e nota del tempo ritorna nelle nostre conversazioni? Quando siamo noi a parlarne, certo intendiamo, e intendiamo anche quando ne udiamo parlare altri. Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due, dunque, di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono, dal momento che il primo non è più, il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse sempre presente, senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità. Se dunque il presente, per essere tempo, deve tradursi in passato, come possiamo dire anche di esso che esiste, se la ragione per cui esiste è che non esisterà? Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo, se non in quanto tende a non esistere.”

Per Paolo, Giovanni e Agostino, il tempo fisico è come sovrastato dal tempo “opportuno”, il kairòs, tempo staccato dal prima e dal poi aristotelico, e anche da quello einsteiniano, sotto il profilo fisico, perché è un tempo spirituale, il kairòs.

Heidegger parla invece dell’Ereignis, cioè dell’evento che accade: evento, Er-eignis come “giungere al proprio” (essere), tramite un incontro.

Einstein propone la relatività generale, le quattro dimensioni che curvano lo spazio, per ora in contrasto con la meccanica quantistica, a meno che nell’infinitamente piccolo lo spazio “si comporti” in modo diverso che nell’infinitamente grande.

In ogni caso il tempo in sé pare proprio non-esistere, pur essendo un ente concettuale-logico. Lo intuiamo noeticamente, ma facciamo fatica a discernere il suo manifestarsi reale, come se fosse una dimensione sovrumana, come se fosse quasi un dilatarsi fino a noi dell’Essere divino.

L’insicurezza arrogante

Degli incliti inconsapevoli parlo spesso su questo sito, a volte costruttivamente, a volte deliziandomi della pars destruens, perché a volte l’homo demens mi fa autenticamente rabbia.

Nella mia esperienza, ad esempio, incontro molte figure di “forti apparenti” in azienda e altrove, che in realtà sono fondamentalmente degli insicuri. Strano no? Oppure non è strano, gentile lettore?

L’arroganza è il modo più brutto e distruttivo per nascondere una grande insicurezza e una falsa convinzione su se stessi, sulla propria personalità e sui propri comportamenti. E’ una delle tante maschere pirandelliane che uno può indossare per vivere, sopravvivere, simulare, dissimulare, “vendersi” più o meno abilmente, a volte anche ingannando se stesso.

Si tratta, però, di una maschera rischiosa, poiché sviluppa veleni che intossicano la persona che la usa, e questi veleni sono distruttivi, sia per la persona stessa, sia per chi le sta attorno. Prepotenza posturale, collera manifesta, presupponenza espressiva, protervia comportamentalesuperbia spirituale, cioè caput vitiorum, come insegnavano gli antichi filosofi, da Aristotele a Tommaso d’Aquino, che cito sempre, a Kant, più prossimo a noi, ché tutto nasce dalla superbia, sono corollari espressivi, e perfino antropologici, ancor più forse che psicologici, di chi si caratterizza tra gli altri, e prima di tutto con se stesso, con questo tipo di mascheramento. Norberto Bobbio, non mi ricordo in quale suo scritto abbastanza recente, e lo cercherò, ne ha trattato diffusamente e con arguzia filosofica.

Talora l’arroganza è correlata al ruolo che una persona ha sul lavoro o, in generale, nella vita, talaltra di più, come abbiamo già scritto sopra, all’idea che uno si è fatto di sé: fatto sta che un bel problema psico-morale.

Se volgiamo la nostra attenzione al profilo psicologico del tema, troviamo un altro aspetto correlato all’arroganza, quasi a essa speculare, o complementare sotto il profilo delle dinamiche interiori. Chi è arrogante, di solito è -in fondo- un insicuro, e i miei amici psicologi, che amano più di me le tassonomie, potrebbero classificarlo tra coloro che hanno un’autostima bassa, paradossalmente. Ecco, più uno si carica di importanza, più uno “se la tira”, più uno ti saluta a stento senza girare la testa verso di te (aaah quante volte càpita, e mi chiedo: ma questo/ questa sa che messaggio mi dà, si accorge che è un manifesto di debolezza estrinseca?), e più insicuro è, si potrebbe dire, come se, a livello inconscio, direbbe il gran dottore di Vienna, temesse l’interlocutore, oppure, direi io, a livello implicito, nascosto, latente, forse anche remoto al pensiero illuminato ed evidente.

Più sopra parlo di “incliti inconsapevoli”, per dire ignoranti-che-ignorano-di-esserlo, perché questi caratteri spesso coincidono con quelli degli arroganti insicuri, per nulla stranamente. Vi è una combinazione, mi pare, tra insicurezza arrogante e ignoranza propriamente detta, poiché la consapevolezza e saperi strutturati, acquisti nel tempo e con fatica, sono il migliore antidoto a quel tipo di viziosità psico-morale.

Un lavoro continuo, dunque, vi è da fare, nelle strutture organizzate, nelle comunità di studio e di lavoro, nelle aziende, nelle scuole, nelle facoltà universitarie, nei partiti o nei simulacri di partito che sono rimasti, nelle associazioni delle imprese, nei sindacati, nelle strutture religiose ed ecclesiali, perfino nell’esercito, perché l’umano si esplicita sempre allo stesso modo, dai tempi dell’ “Homo Naledenensis” e di “Lucy“, nostra piccola sorellina ancestrale, che Dio la benedica.

Far emergere la consapevolezza

…del cambiamento, del dolore, della possibilità del rialzarsi anche dalla malattia e dall’infortunio gravi, della “rottura biografica”, come cominciamento radicale di una vita “nuova”.

Un gruppo di medici mi ha invitato, anche in ragione di mie recenti esperienze “doloristiche”, a svolgere una relazione nell’ambito di un convegno tenutosi al Centro nazionale di riferimento oncologico di Aviano,

Propongo al mio gentil lettore il mio intervento, cliccando qui sotto

Il significato di salute oggi e il senso del dolore

Corpo e anima, psiche o farfalla, nella malattia e nella salute?

Il corpo di carne (sàrx), sangue, tendini, ossa etc., è il sòma dei Greci, con maggiore enfasi nel dualismo platonico, mentre Aristotele e Tommaso d’Aquino concepiscono piuttosto l’essere umano in maniera più unitaria, come sìnolo (termine dello stagirita), che significa unione-del tutto (sintagma greco antico composto da syn, cioè con, e òlon, vale a dire tutto, che costituisce l’essere umano). L’anima, invece, sempre in greco si dice psychè, da cui il termine costitutivo delle scienze psicologiche (la psicologia, nell’accezione contemporanea, fino a metà ‘800 nota come filosofia razionale), che concernono, appunto, l’anima, cioè la mente, come anche la chiamava sant’Agostino, nel suo linguaggio antropologico-teologico. Per Agostino, Mens era addirittura uno dei modi per chiamare Dio-Padre.

Ma psychè significa anche “farfalla”. Che bello no? L’anima che vola, fantasiosa, come una farfalla. L’immagine è suggestiva come poche, è metafora poetica ma, come insegnava Paul Ricoeur, dice anche una verità: infatti, secondo lui la metafora, come prospettiva semantica presente in tutti i termini sostantivanti è sempre una porta per la verità, che non sarà solo quella scientifica galileiano-cartesiana, oppure quantistico-probabilistica (Heisenberg), anche se entità veritativamente plausibile. Oppure, se vogliamo usare un altro linguaggio, più sul versante etico-antropologico, possiamo distinguere tra una visione deterministica che l’anima intellettiva (il noùs, o intelletto) può avere della realtà à la Spinoza / Lutero, così come questi è stato ispirato dal primo sant’Agostino (quello che ancora risente del giovanile manicheismo) e, di contro, una visione nella quale si considera plausibile il libero arbitrio, come da parte dei grandi Greci sopra citati, del “secondo” Agostino, di Tommaso d’Aquino, di Kant, etc.., fino ai nostri tempi.

Ebbene, questo corpo e quest’anima, ovvero questo essere umano, come vive nella salute e nella malattia. Ci rifletto sopra -bene o male- da quando ho l’uso di ragione, forse in modo sempre più approfondito man mano che mi sono informato e formato sulle cose dell’uomo e della vita, sulla sua costituzione e sulla prospettiva cui è destinato da sempre e per sempre, direbbe Emanuele Severino, come eterno essente. Da qualche tempo, anche sperimentando il limite severo, caro lettore, ma con ancora sempre maggior forza interiore.

E sarò co-relatore tra qualche giorno a un convegno sui mali severi, in un grande istituto di cura, il CRO di Aviano, insieme con medici e tra medici, infermieri, pazienti e persone a loro vicine. Sono già stato invitato anni fa nella grande kermesse di Pordenonelegge, a tenere una conversazione sul dolore da un punto di vista filosofico e psico-morale. Per ragioni che chi mi conosce può ben capire, questa volta sarò molto più efficace della precedente, perché reso più esperto dalle cose, dal mio de-stino. E dirò alcune parole molto semplici, come le seguenti, tra non molte altre che riguarderanno aspetti più generali della malattia e della salute.

—Quando l’altro giorno mi sono svegliato dall’anestesia generale dopo un intervento di cifo-plastica alle vertebre, mi è venuto in mente il nome di un pittore rinascimentale per cui avevo “lanciato una ricerca” mnemonica da almeno tre settimane, con un mio amico, impegnandoci a non cercarlo sull’onnipotente web; niente da fare per giorni e giorni… ebbene, al risveglio, dopo aver pensato alle persone a me più care, ecco, all’improvviso, il ricordo-che-torna-alla-memoria (cor, cordismens, mentis): Domenico Ghirlandaio, presente con una sua opera, oltre che agli Uffizi, al Louvre e in molti altri musei, nel duomo di Todi.

—Un (omissis) mi si è rivelato ad agosto in tutta la sua virulenza con improvviso dolore o, algia dorsale.

—Analisi, confronto, diagnosi, inizio cura da cavallo che ben si conoscono, abbattimento forte (un evviva comune, mio e della e alla dottoressa, che Dio la benedica, come tutti i medici e le infermiere del DH) dei dati tumorali nelle immunoglobuline IggK e raccolta cellule staminali, per me dolorosa non poco, perché nel frattempo -e il dottor Alberto qui presente ne refertò l’effetto immediate– osteolisi con ciò che consegue, dolorosamente.

—Son qui, dopo avere fatto una cifoplastica a 4 vertebre.

—Sto, e sto in modo tale da poter essere qui con voi oggi, lavoro, studio, faccio lezioni.

—Sconfitto, per ora, fino a questo punto il male, ora devo rimettermi in sesto, e ho già cominciato con ginnastica e fisioterapia, per recuperare pazientemente un po’ dei non pochi chili di muscoli che mio corpo abituato a una vita di sport ha perduto negli ultimi sei mesi.

—Non so se si tratta di una guarigione definitiva, per cui occorrerà pensare di intervenire più a fondo, ma la guarigione appartiene ancora di più all’anima, alla mia anima.

—Ecco: la meraviglia del nostro corpo-anima-spirito!

La vergognosa ignoranza di Matteo Salvini contro la “docta ignorantia” di Socrate e Nicolò Cusano

Caro lettor d’inizio settimana,

la dottrina filosofica classica distingue tra “ignoranza ignorante”, tautologia necessaria e ne esamineremo la ragione, e “ignoranza tecnica”. Ognuno di noi, anche fosse la persona più colta del mondo è comunque “tecnicamente ignorante” (participio presente che regge l’accusativo) qualcosa, molte cose, e anzi, più è colta, e più si rende conto -seguendo Socrate- (secondo il detto del grande filosofo greco “so di non sapere”) di ignorare molte cose.

L’ignoranza tecnica non fa commettere o non presuppone alcuna colpa morale, necessariamente, intuitivamente:  infatti, non si può sapere tutto, neanche di un argomento singolo, cosicché non vi è colpevolezza se non si conosce in modo adeguato un fatto o un oggetto, ovvero se si pensano cose sbagliate di essi, validando una sorta di scostamento tra la realtà ed una percezione della stessa, che nel caso risulterebbe errata. A meno che non ci si vanti di una conoscenza insufficiente e/ o erronea, perché in quel caso si configurerebbe certamente una responsabilità morale e, secondo la morale cristiana, peccato.

Generalizzando, dunque,  il termine ignoranza significa una mancanza di conoscenza o di un particolare sapere. Il termine latino ignorantia deriva dal greco gnorìzein, ed ha assunto nel tempo un’accezione sempre più negativa, man mano che si è attribuito al termine una sempre maggiore valenza, potremmo dire, “volontaria”, e quindi di cui si ha responsabilità.

Nel mondo greco-latino l’ignoranza non è mai stata apprezzata, come è ovvio, a meno che non la si intenda socraticamente, come atto di umiltà e di curiosità di apprendere sempre cose nuove: una “sana ignoranza”, potremmo dire, recuperata quasi duemila anni dopo dal teologo cardinale Nicola di Kues (Cusano) con il suo concetto di dotta ignoranza, vale a dire l’ignoranza consapevole, e perciò porta di accesso spirituale e, aggiungerei con un termine della psicologia contemporanea, cognitiva, della sapienza. Altrove, come in Estremo Oriente, troviamo dottrine diverse dalle nostre: ad esempio nel buddismo l’ignoranza è considerata come  un velo, che induce le passioni e causa le conseguenti rinascite: per questo in base a quella filosofia religiosa è preferibile non desiderare nulla di superfluo al fine di evitare il dolore, sempre presente nella vita umana, e di più in chi è più avido di possesso.

Tornando a Socrate, chi confessa la propria ignoranza compie il primo passo verso la sapienza, in greco sophìa, da sophòs, vale a dire “illuminato” (da phòs, luce), la quale però apparteneva ai cosiddetti sofisti solo apparentemente, perché questi “filosofi” (o “filodossi”, come ebbe a chiamarli successivamente Platone, vale a dire amanti dell’opinione-propria) erano troppo superbi per essere veramente saggi e sapienti.

Nel titolo poi scrivo anche il nome del politico leghista, cioè Matteo, per non dare per scontato che sia l’unico “Salvini” di fama, in quanto vi è un omonimo giudice e un altro omonimo gran maestro massone.

Davanti al Duomo di Milano qualche giorno fa il politico in questione ha comiziato giurando di osservare la Costituzione della Repubblica Italiana, per tanti anni sbeffeggiata dal suo partito insieme alla bandiera tricolore, il Vangelo, la Buona novella di Gesù di Nazaret, brandendo anche un Rosario mariano, e così mostrando coram populo (e che significa questo sintagma latino, signor Salvini? e che significa sintagma?), non la propria dotta, ma la propria sesquipedale (e sesquipedale, che significa?) ignoranza.

Infatti dubito che, se lo interrogassi, Salvini saprebbe dirmi sui simboli religiosi cristiano-cattolici usati, che cosa significa “vangeli sinottici” o “vangeli apocrifi”, e ancor di più quando nella storia della Chiesa cattolica sia comparsa la preghiera iterata (a proposito chissà se sa che cosa significa l’aggettivo “iterata”) del Rosario e se sì, di quante Avemarie sia composto e che cosa siano e significhino i “misteri” richiamati nella sua recita, etc. etc. E, in ogni caso, la citazione e l’uso di simboli religiosi in un comizio politico è inopportuno, goffo e disdicevole.

Mi fermo qui per non infierire troppo crudelmente sulla sua per me certissima colpevole ignoranza teologica e catechetica che, nel momento in cui si accorgesse di possederla, dovrebbe farlo vergognare e seguire celermente  il consiglio di Wittgenstein, facente parte degli asserti fondamentali del Tractatus Logico-Philosophicus: “Di ciò che non si sa si taccia“.

Da ultimo, solo per mettere in guardia qualche mio lettore (se c’è) di simpatie salviniane, non dico leghiste, mi chiedo quanto Salvini conosca il contesto storico-socio-politico, la genesi, il sostrato etico-ideale e il testo stesso della Costituzione della Repubblica Italiana, ovvero se abbia solo orecchiato tutto ciò, più o meno come il suo quasi sodale grillino, altro mostro di evidente vergognosa ignoranza ignorante e proporzionata presunzione.

Ha ragione Wittgenstein, ma…

LGBT è un acronimo utilizzato come termine collettivo per riferirsi a persone di diverso orientamento sessuale e in qualche modo identità di genere, come lesbiche, gay, bisessuali, transgender, cioè non eterosessuale. A volte si trova aggiunta la lettera Q, inziale di queer, cioè di chi si sta interrogando ancora sul genere a cui… pensa o intende appartenere. E dunque la sigla completa è LGBTQ. Lascio perdere in questa sede considerazioni etico-antropologiche ed estetiche già da me svolte e pubblicate, nella radicale non condivisione dell’ideologia sottesa, limitandomi agli aspetti gnoseologici e cognitivi.

La domanda che mi faccio prima di tutto è se basti chiamare le cose con il loro nome, o quello presunto, senza pretendere di dare nomi a nostro uso e consumo, poiché i sostantivi sono convenzioni fonetiche-segnalanti-significanti cose e fatti, quando sono verbi sostantivati, come si può fare, in genere, nelle nostre lingue con il modo participio e anche con l’infinito: basti pensare all’importanza avuta nella storia della filosofia occidentale del lemma “essere”.

Se nel titolo di questo pezzo do ragione a Wittgenstein, in realtà non me la sento di dargliela completamente, specie quando afferma che “Il mondo è la totalità dei fatti non delle cose“, seconda proposizione del Tractatus Logico-Philosophicus, e infatti concludo il titolo con un’avversativa e puntini sospensivi.

Certo è che lui, pensando e scrivendo in tedesco, dove ad esempio il termine “fatti” è Tatsache, la cui accezione introduce la possibilità di un movimento o di un nesso di concetti. Si capisce ancora meglio se si considera il lemma Sachverhalt, che può essere tradotto come fatto o come stato-delle-cose.

E’ interessante e meritorio il lavoro di Wittgenstein, coerente con le proprie idee nelle scelte di vita, che ha smascherato, con l’aver posto la centralità del linguaggio, l’ipocrisia della retorica narrativa contemporanea, un po’ come ha fatto, mi pare, Friedrich Nietzsche in ambito antropologico-morale.

Per lui il linguaggio rispecchia il mondo, anzi, per essere affidabile, lo deve rispecchiare. E il linguaggio per il nostro è la grandiosa capacità d’espressione che ha l’uomo: dalla pittura, alla matematica, alla logica matematica, alla musica. Tra il linguaggio e la realtà esiste e bisogna individuare un iso-morfismo, una corrispondenza biunivoca, e la scienza, cioè il sapere più adatto ad operare questo aggancio, è la logica, che conterrebbe, per Wittgenstein, anche la matematica.

Per Wittgenstein la logica serve per interpretare il rapporto che abbiamo con la realtà esterna a noi, come distinguere la destra dalla sinistra, le quali non hanno un’oggettività assoluta, com’è intuitivo. Vero? La logica mostra quello che il linguaggio dice. La logica è sinn, cioè senso, così come il linguaggio è bedeutung, significato.

Infine, qualunque cosa possa significare il Mistico (dal greco mùo, eìn, tacere) esso designa cose molto importanti, la verifica stessa di una proposizione è muta. Ma il Mistico ha un alto valore filosofico per Wittgenstein: è la vita personale, l’etica, l’estetica, il fatto dell’esistenza del mondo.

Un pensiero dunque interessante e originale, smascherante e puro, quello del filosofo austriaco, ma a me non basta. Io non abbandono la tradizione metafisica dell’essere e dell’essenza, dell’ente e degli eterni essenti, non lascio Aristotele, Averroè e Tommaso d’Aquino, non evito Heidegger, Bontadini e Severino. E anche il padre Cavalcoli, domenicano cui sono grato per le sue lezioni di ontologia e metafisica, che mi hanno fatto assaporare la grandezza del pensiero astraente, che dà la possibilità di intravedere negli interstizi della vita ciò che è sotteso e ciò che è implicito, non solamente ciò che può essere esperito, detto e logicizzato.

La metafisica dell’essere solleva il mio spirito fino alle altezze sublimi del destino che può avere il nostro pensiero pensante.

Afferrato il concetto, mio gentil lettore della sera?

E la mia domanda è metafora, perché il concetto si può afferrare solo con il pensiero, ché infinitamente sfuggente, o fuggitivo come gli occhi ridenti della leopardiana Silvia (rimembri ancor che or volge l’anno…).

E’ la dimensione siderea del pensiero e dell’anima che mi eleva lo spirito del mio essere-stare per sempre, eterno essente, immortale come l’anima donatami da Dio, Ente- supremo-analogato-analogante di tutti gli esseri, Incondizionato Amore.

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