Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Voglio bene a Mario Balotelli e a Tiziano Ferro, bravi ragazzi normali, mentre Salvini inanella una gaffe dietro l’altra, e altri ministri come quello dell’ambiente riconoscono che i predecessori di dicastero non erano poi così male, ma anche il capo leghista, obtorto collo, deve ammettere che Marco Minniti aveva fatto un buon lavoro

Intanto il nostro centravanti nero, di origine ghanese (proveniente dalla famiglia Barwuah) coniuga bene i congiuntivi e poi, con voce profonda da omone giovane e robusto, parla di diritti umani con semplicità senza essere mai banale. Dice che sarebbe onorato di essere il capitano della Nazionale di calcio.

Lo sarà, ma intanto è importante constatare che questo ragazzone è cresciuto, è diverso da qualche anno fa, rappresentando meglio la generazione di quasi trentenni, e anche di ragazzi più giovani.

Il bravissimo cantante romano spera di non essere pressoché “trasparente” come uomo di orientamento omosessuale, anzi quasi invisibile. Convivono in questa beata Italia tante posizioni, tante opinioni, spesso fondate su mancanza di informazione e su pregiudizi. Molti parlano senza darsi la pena di conoscere le cose di cui parlano, e spesso senza una formazione adeguata, ignorando anche i fondamenti di un argomento, fregandosene bellamente di fondare il proprio pensiero su basi conoscitive solide e affidabili. A volte è una pena ascoltare chi parla in televisione o leggere chi scrive sul web, libero come l’aria e deficiente come un minus habens.

Se perfino Balotelli mi soddisfa significa che lo chef generale dell’informazione offre un modesto menù, senza offesa per il campione.

Giù nel Sud, nei pressi di Vibo Valentia, hanno fucilato un nero (chiamato da molti “negro”, con dizione spregiativa, non etno-antropologica), del Mali, Sacko Soumajli, che si occupava di se stesso e dei suoi conterranei migranti e lavoratori a tre euro l’ora, dentro il sindacato bracciantile USB, emulo di Di Vittorio, a quasi ottanta anni dalle lotte guidata da quel grande di Cerignola. Civilissimo rappresentante dei lavoratori, dignitosissimo e sapiente, di una sapienza antica.

Salvini invece parla di “galeotti” provenienti dalla Tunisia, e deve anche scusarsi con il governo di quella piccola nazione araba, a noi molto vicina. Bettino Craxi, che amava quella nazione e a Hammamet è morto, certamente l’avrebbe bacchettato invitandolo a informarsi meglio e a parlare da ministro con più cognizione delle cose. Nel frattempo, sempre il ragazzotto lombardo invoca Orban l’ungherese, il quale comunque ci è poco amico, con i suoi amici di Visegrád.

Il Gruppo di Visegrád si è costituito tra Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia il 15 febbraio 1991, al fine di rafforzare  la cooperazione tra questi tre stati e in seguito quattro (con la divisione tra Repubblica Ceca e Slovacchia dal 1993) sotto vari aspetti della vita civile, sociale, culturale, scientifica ed economica.

L’ispirazione del Gruppo di Visegrád è stata dovuta agli incontri avvenuti nel 1335 e nel 1339 tra i re Carlo I d’Ungheria, Casimiro III di Polonia e Giovanni I di Boemia, per migliorare i rapporti commerciali ed economici tra le tre nazioni. Un evento storico per affermare l’unità d’intenti di tre saggi sovrani e di tre popoli contermini. L’Europa si costituiva anche così, magari “a pezzi”, fin dai tempi di Carlo Magno, quando il Sacro Romano Impero in qualche modo proseguiva lungo la strada dell’Impero Romano ispirato dalla Res Publica Christiana.

Salvini forse non sa queste cose, ma qualcuno gliele spiegherà. Non vi era nulla di razzista nel primigenio Gruppo di Visegrád, bensì lungimiranza e dialogo, al contrario di quello che sta sostenendo il neo-ministro degli Interni, il quale comunque riconosce il buon lavoro fatto da Marco Minniti.

L’altro “dioscuro” della nuova maggioranza, il Di Maio, invece, si occupa dei ciclisti porta-pizze a casa, i rider, lavoratori senza diritti minimi. Gli economisti dei due partiti si dividono sulla plausibilità della flat tax e del reddito di cittadinanza, cominciando a spiegare che misura senza capienza finanziaria sono irrealistiche e illusorie, cioè un inganno per gli stessi cittadini elettori che hanno creduto nel “nuovo”, nell’enfasi del cosiddetto “cambiamento”.

Non si fanno miracoli: neppure san Giovanni evangelista nel vangelo da lui ispirato, parla di “miracoli” riferendosi alle opere del Maestro di Nazaret, ma di segni, di semèia, come si dice in greco antico. E i segni sono tracce importanti  dell’agire umano. I segni significano sempre qualcosa.

Quello che speriamo le persone imparino è che non esiste la perfezione, e tantomeno in politica, ma un continuo ricercare di migliorare, anche usufruendo umilmente di esperienze altrui, anche di avversari, perfino di nemici o ritenuti tali.

L’uomo forse evolve, ma lentamente, e a volte involve, per cui occorre pazienza, umiltà, lungimiranza, capacità di sopportazione, forza morale, come insegnano i padri insigni del pensiero greco-latino e cristiano.

Filippone, malvagia follia o folle malvagità, mentre i due beoti politici continuano a fare i babbei?

Utilizzo nel titolo un ossimoro in forma chiasmica, perché non mi viene nulla di meglio. Ancora una volta, come tante altre, la logica emotiva di Sant’Agostino mi aiuta.

A giorni dalla tragedia di Francavilla a Mare, mentre la politica scherza col fuoco di una crisi gravissima sulla pelle degli Italiani (disgraziati, disgraziatissimi Di Maio l’ignorante e Salvini il cinico), insultando il Presidente della Repubblica e i tedeschi rispondono sempre al loro prepotente istinto egemonico prussiano, questa volta con il tinto di biondo commissario europeo Guenther Oettinger, Filippone butta giù la moglie dal terrazzino di casa, e non la degna di un sguardo mentre agonizza sul selciato.

Prima domanda: che uomo è se si comporta così? Qualcuno dei soccorritori si è fatto qualche domanda di questo tipo? C’era lì qualcuno in grado di farsi qualche domanda, visto che la prima parte della disgrazia concernente la morte della moglie, pareva confermarne le modalità, di disgrazia, appunto, ma non era così?

Seconda domanda: durante le sette ore passate prima che l’uomo si gettasse di sotto non si è riusciti a predisporre qualche struttura ai piedi del viadotto per impedire che anche lui, dopo avere ammazzato la moglie a casa e buttato giù la bambina, si sfracellasse di sotto? Sempre durante le sette ore chi ha parlato con lui, uno psicologo, uno psichiatra? Che cosa gli hanno detto? Come ha risposto? Erano proprio le persone adatte a parlargli dopo quello che aveva fatto? Se dopo due o tre ore, nelle quali è possibile fare molti discorsi, la cosa non si è sbloccata, perché non si è pensato a cambiare l’interlocutore esperto, visto che sulla piazza c’erano sicuro altri psicologi, presenti sul territorio a pacchi, e anche psichiatri? Oppure guardarsi in giro cercando altri interlocutori, perché non un sacerdote o un filosofo?

Ho qualche dubbio sulla gestione del caso da un punto di vista tecnico-relazionale-comunicazionale. Posso nutrire qualche dubbio? Si sono toccate le corde giuste? Ora gli inquirenti hanno trovato all’uomo cocaina in auto e i resti di un sedativo con cui avrebbe rincoglionito la bimba Ludovica prima di scaraventarla giù. Gli hanno trovato dunque materiali già pensati, cercati, trovati e utilizzati con (folle?) lucidità. Gli psichiatri ci spiegano che alcuni psicotici di tipo schizoide hanno momenti di lucidità inframmezzati da momenti di distacco, di follia. Ebbene, che significa questo? Che nei momenti di lucidità con costoro bisogna utilizzar la logica sostanziale ordinaria, normale, fatta di domande sul bene e sul male, sulla responsabilità e sulla libertà individuale, o no? In sostanza un dialogo serrato nel quale il Filippone avrebbe potuto (?) sentirsi considerato normale?

Secondo me Filippone, nell’arco di sette lunghissime ore, avrebbe potuto capire.

Ho già detto che se fossi stato lì, avrei cercato di salvarlo e poi l’avrei strozzato di brutto dopo averlo salvato. Perché Filippone era un bravo professionista, laureato in economia, come si dice oggi un Chief of  Financial Officer (CFO). Ho l’impressione che nelle strutture pubbliche vi sia molta confusione su questo terreno e su questi argomenti.

Bene, un brav’uomo che all’improvviso diventa matto e fa una strage e nessuno lo ferma. Ah, qualcuno ha scoperto che era sconvolto perché qualche mese prima aveva perso la madre. Tutti prima o poi, se non muoiono prima, perché cari al cielo, e quanto caro al cielo sarebbe stato bene fosse stato Filippone, perdono la madre, e anche il padre, o no? Uno perde la madre e ammazza moglie  e figlia? Andiamo. Che cosa ci spiega il Manuale Diagnostico Statistico IV? Una forma maniaco-depressiva… una forma di stress post-traumatico?

Forse che sarebbe stato utile e necessario non trattarlo secondo le schema della malattia mentale, ma secondo il non-schema della normalità per cui un padre e marito non fa quello che ha fatto, ma si pente e affronta le conseguenze dei suoi atti, assumendosi la responsabilità di quanto e come agìto.

Quale forma tecnico-culturale è la più adatta a sviluppare ragionamenti di quel genere? Forse anche l’invito religioso al rispetto della vita, fondandolo sul fatto che non è a nostra disposizione, specialmente quella degli altri, a meno che non si abbia la testa sbagliata di un killer. Ma Filippone non era un killer, era un uomo normale. Oppure la logica filosofica, non la ricerca di nevrosi o psicosi, mi pare. “Quale è la ragione per la quale hai fatto quello che hai fatto, e vuoi fare ancora danni uccidendoti? Ne è valsa la pena, e varrà la pena, oh sì, adesso che le hai ammazzate forse è meglio che anche tu le segua, o no? Guarda, se vuoi ne parliamo, così poi a mente fredda puoi ammazzarti anche tu. Ma che uomo sei?” Lì avrebbe dovuto e potuto esserci un collega di Phronesis, colleghi che in in Abruzzo, nelle Marche o nel Lazio non mancano. A una o due ore di auto. Avrei potuto proporre almeno cinque o sei nomi di signori e signore, colleghi e colleghe, in grado di ben agire. Oppure, in meno di sette ore sarei arrivato anch’io, lì. per l’Adriatica, ché ho una macchina molto veloce.

Presunzione, la mia? Penso proprio di no.

La fragilità forte ovvero la forza fragile vincono sempre sull’idiozia da trivio

Colloquio con un sordomuto in azienda, insieme con una “mia” iunior, psicologa del lavoro. Lui va a prendere sempre solo il caffè, in pausa, perché i colleghi non lo invitano. Ne soffre, e si vede, eppur se ne frega. Sant’Agostino avrebbe usato, così come amava fare, il doppio ossimoro sostantivo-aggettivo e viceversa, che bene esprime la complessità e quasi la rotondità del reale: una fragilità forte in una fragile forza.

Quando ti lamenti (mi lamento) della nostra (della mia) condizione, è  come se bestemmiassimo il Dio della vita.

Il limite dell’altro è lo specchio della nostra condizione, che non bara mai.

Mentre i furbacchioni della politica (parlo sempre dei due babbei, di cui il più giovane vanta la maggiore babbeità, che oramai è un dato antropologico) tentano di barare millantando la loro aggressività per difesa del volere popolare russoviano (più precisamente “volontà popolare”), chi lavora in azienda e fa il reddito italiano da difendere continua silenziosamente a lavorare, al contrario dei due su non-nominati, che non hanno mai lavorato in vita loro, e presentano un programma-contratto che sembra scritto da una prima media inserita in una loggia massonica. Incompetenza e arroganza sbalorditive.

E torniamo al tema. Chi non ha la parola né l’udito vive in una dimensione che neppure immaginiamo, anche se talora la pietas umana ci può ispirare partecipazione e solidarietà. Noi che abbiamo tutti i sensi funzionanti conosciamo il mondo, ascoltiamo i rumori, i suoni e la musica, parliamo modulando i lemmi e i toni, possiamo essere sintetici o facondi, di poche parole o grandi oratori alla Demostene o Cicerone, oppure appassionatamente prolissi alla Pannella. Chi non ha i mezzi bio-meccanici per udire e parlare no, deve imparare i linguaggi diversamente.

Con questo lavoratore, salvo qualche labiale misteriosamente da lui compreso, abbiamo dialogato per iscritto. Straordinario il report scritto, da studiare e conservare, da apprezzare e rispettare, come esperienza neuro-linguistica, scuola di dialogo e di etica del lavoro.

Ciò accade, mentre viviamo momenti strani assai, dove la stampa, il web le tv etc., possono sdoganare irridenti marpioni come Di Battista che dice sorridendo: “se si vota mi candido”. Mi vien da dire “sai che paura di Di Battista?” Oppure danno spazio al precocemente affetto da calvizie sul sommo del capo giovin Casaleggio, il quale, con seriosità incipiente e sarcasmo forse involontario, sostiene implicitamente che diecimila votanti sulla piattaforma Rousseau, valgono come venti milioni di voti. Non riesco a capire in che modo: forse che chi aderisce alla piattaforma è più intelligente di chi non vi aderisce? Che cosa è il “popolo”, chi è il “popolo” per lui e i suoi adepti grillozzi? Forse che il “popolo” è quello che grida, che urla, che sbeffeggia chi non è d’accordo, e duecento persone sembrano diecimila perché fanno confusione? Si leggano i testi di Gustave Le Bon (cf. Psicologia della folla, 1895), studioso della psicologia delle masse, che sono le stesse, come luogo dove funziona un certo meccanismo di psicologia sociale, sia che siano in una manifestazione politica, più o meno pacifica, sia che siano allo stadio, si in ambito religioso (si pensi all’omicidio di Ipazia perpetrato da monaci cristiani fanatici nella Alessandria d’Egitto del V secolo), sia che si trovino in qualsiasi altro assembramento umano.

Circa il testo di Le Bon ecco una breve parafrasi:

Le folle sono come una forza di distruzione, priva di una visione d’insieme, indisciplinata e portatrice di decadenza (…). La massa – permeata da sentimenti  autoritari e d’intolleranza – crea un inconscio collettivo attraverso il quale l’individuo si sente deresponsabilizzato e viene privato dell’autocontrollo, ma che rende anche le folle tendenti alla conservazione e orientabili da fattori esterni, e in particolar modo dal prestigio dei singoli individui all’interno della massa stessa.” (dal web) Basta analizzare gli “idealtipi” weberiani Di Maio/ Salvini per capirci.

Ah, poi c’è un “Salvini arrabbiato”, anche qui, sai che paura?

Mi chiedo quanto siano intelligenti i sopra citati, se l’evoluzione neuronale li abbia privilegiati o meno, e temo -per loro- che non vi sia dovizia di “corticalità pensante”, e questo è pericoloso, oltremodo. Divento sempre più tifoso dei neuro-scienziati biologisti, ma non del tutto, poiché altrimenti dovremmo prendere solo per un ammasso di cellule il cervello-mente dell’uomo di Francavilla a Mare, assassino di moglie e figlia e suicida, e il ragazzo venticinquenne che ha sparato alla ex fidanzata prima di uccidersi, in Toscana l’altro ieri. E, se non si fossero suicidati, avremmo dovuto solo metterli in condizioni di non nuocere, in qualche luogo che ha ereditato i vecchi manicomi.

Non può funzionare solo in questo modo, no.

Ieri ho preso la bici e son andato per strade secondarie, ma la bici “normale”, viaggiando verso la Bassa, in mezzo ai pioppeti e ai boschi di ripa. Animali timidi si sono affacciati tra l’erba e i cespugli oramai verdissimi a fine maggio. Pensare al tempo che mi accoglie nel suo grembo e allo spazio nel quale il mio corpo umano si muove, e ai sentimenti altrui, che non conosco, a meno che non riesca a leggere dentro, a intus-legere, a essere intelligente. I classici sostenevano che la volontà è la facoltà propria di chi-è-intelligente. Chi lo sa.

Campanili lontani annunziano messe eterne, mentre ripenso al ragazzo di oggi, che sorrideva senza parlare e senza udire il suono delle mie parole. Grato di come sono.

La legge 194 ha quarant’anni e la vita miliardi, e speriamo continuino, la legge e la vita

Leggo qua e là che nel 40° della “Legge 22 maggio 1978, n.194, si scatenano insulti sanguinosi del tipo “assassina” verso donne che hanno abortito.

Vorrei ricordare a questi fanatici e fanatiche che il trend degli aborti praticati in Italia dal ’78 è vistosamente calato, nonostante l’aumento della percentuale dei medici obiettori.

Vorrei ricordare a quei militanti “per la vita” che le mammane prima del ’78 facevano abortire con intrugli di prezzemolo bollito che causavano insufficienze renali gravissime, o agivano con sonde-ferri da calza, provocando emorragie e infezioni mortali a quelle povere donne.

Vorrei ricordare agli stessi urlanti accusatori che una legge imperfetta è sempre meglio di un’assenza normativa che dà la stura, come si sa, ad ogni nefandezza. ed ora due parole sulla 194.

Il titolo della legge è il seguente: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza“, legge che ha depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto, che fino a prima era considerato una sorta di attentato alla stirpe (codice penale Alfredo Rocco del 1930, nel quale l’interruzione volontaria di gravidanza, IVG, in qualsiasi sua forma, era considerata un reato, art. 545 e ss., abrogati nel 1978). In particolare: a) causare l’aborto di una donna non consenziente (o consenziente, ma minore di quattordici anni) era punito con la reclusione da sette a dodici anni (art. 545), b) causare l’aborto di una donna consenziente era punito con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore dell’aborto, sia alla donna stessa (art. 546), c) procurarsi l’aborto era invece punito con la reclusione da uno a quattro anni (art. 547), d) istigare all’aborto, o fornire i mezzi per procedere ad esso era punito con la reclusione da sei mesi a due anni (art. 548).

In caso di lesioni o morte della donna le pene erano ovviamente inasprite (art. 549 e 550), ma, nel caso “… alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 545, 546, 547, 548 549 e 550 è stato commesso per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto, le pene ivi stabilite sono diminuite dalla metà ai due terzi.” (art. 551).

Nel 1975 tornava all’attenzione generale il tema della regolamentazione dell’aborto, soprattutto dopo l’arresto del segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, della segretaria del centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA) Adele Faccio e della militante radicale Emma Bonino, per aver praticato aborti, dopo essersi autodenunciati alle autorità di polizia.

Sul web leggiamo che “Sull’onda delle manifestazioni e delle proteste, della rivoluzione culturale e sessuale che stava coinvolgendo la società italiana, venne portata avanti la campagna abortista, che fu condotta dalla sinistra (PCI, PSI, PSDI), dai partiti liberal-capitalisti (PRI, PLI), e dal Partito Radicale.”

Ancora, cito dal web: “Il CISA era una associazione fondata da Adele Faccio che con molte altre donne si proponeva di combattere la piaga dell’aborto clandestino, creando i primi consultori in Italia e organizzando dei «viaggi della speranza» verso le cliniche inglesi e olandesi, dove grazie a voli charter e a convenzioni contrattate dal CISA, era possibile per le donne avere interventi medici a prezzi contenuti e con i mezzi tecnologicamente più evoluti. Nel 1975 dopo un incontro prima con Marco Pannella e poi con Gianfranco Spadaccia il CISA si federava con il Partito radicale, e in poche settimane entrava in funzione l’ambulatorio di Firenze presso la sede del partito. Il 5 febbraio una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore de L’espresso, presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli nn. 546, 547, 548, 549 2º Comma, 550, 551, 552, 553, 554, 555 del codice penale, riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Cominciava in questo modo la raccolta firme. Il referendum era patrocinato dalla Lega XIII maggio e da L’Espresso, che lo promossero unitamente al Partito Radicale e al Movimento di liberazione della donna. Tra le forze aderenti figuravano Lotta continua, Avanguardia operaia e PdUP-Manifesto. Dopo aver raccolto oltre 700.000 firme, il 15 aprile del 1976 con un Decreto del Presidente della Repubblica veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria, ma lo stesso Presidente Leone il primo maggio fu costretto a ricorrere per la seconda volta allo scioglimento delle Camere. Erano forti i timori dei partiti per le divisioni che poteva provocare una nuova consultazione popolare dopo l’esperienza del referendum sul divorzio dell’anno precedente. Il bisogno di adeguare la normativa si è presentato al legislatore anche in seguito alla sentenza n.27 del 18 febbraio 1975 della Corte Costituzionale. Con questa sentenza la Suprema Corte, pur ritenendo che la tutela del concepito ha fondamento costituzionale, consentiva il ricorso alla IVG per motivi molto gravi.”

Ragione per cui con la  “194” sono venuti a cadere i reati previsti dal titolo X del libro II del codice penale con l’abrogazione degli articoli dal 545 al 555, oltre alle norme di cui alle lettere b) ed f) dell’articolo 103 del T.U. delle leggi sanitarie. La 194 consente alla donna, nei casi previsti dalla legge, di ricorrere alla IVG in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza), nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica.

E’ interessante leggere qualche brano della normativa. Il prologo della legge (art. 1), recita: Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

L’art. 2 tratta dei consultori e della loro funzione in relazione alla materia della legge, indicando il dovere che hanno nei confronti della donna in stato di gravidanza: a) informarla sui diritti a lei garantiti dalla legge e sui servizi di cui può usufruire; b) informarla sui diritti delle gestanti in materia; c) suggerire agli enti locali soluzioni a maternità che creino problemi; d) contribuire a far superare le cause che possono portare all’interruzione della gravidanza.

Nei primi novanta giorni di gravidanza il ricorso alla IVG è permesso alla donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito (art. 4). L’art. 5 prevede che il padre del concepito non possa in alcun modo intromettersi nella IVG e non sia titolare di alcun diritto sul feto. La figura del padre è citata solamente quattro volte nel suddetto articolo e solamente chiamata in causa come presenza presso un consultorio, struttura sanitaria o medico di fiducia ai quali si rivolge la madre solo nel caso in cui questa vi acconsenta (comma 1 e 2).

La IVG è permessa dalla legge anche dopo i primi novanta giorni di gravidanza (art. 6): a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Le minori e le donne interdette devono ricevere l’autorizzazione del tutore o del giudice tutelare per poter effettuare la IVG. Ma, al fine di tutelare situazioni particolarmente delicate, la legge 194 prevede che (art.12): …nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.

La legge stabilisce che le generalità della donna rimangano anonime. La legge prevede inoltre che “il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite” (art. 14). inoltre, il ginecologo può esercitare l’obiezione di coscienza. Tuttavia il personale sanitario non può sollevare obiezione di coscienza allorquando l’intervento sia “indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo” (art. 9, comma 5). La donna ha anche il diritto di lasciare il bambino in affido all’ospedale per una successiva adozione e restare anonima.

A quarant’anni dalla sua adozione, il dibattito su questa normativa continua con vigore e con non sempre ragionevoli modalità di toni e contenuti. Vi sono però ancora almeno un paio di questioni, su cui si dovrebbe riflettere seriamente: il tema dell’obiezione di coscienza dei medici, che per dimensioni e motivazioni non convince, poiché si tratta di garantire comunque il funzionamento di una legge dello Stato che regolamenta un tema di delicatissima rilevanza etica e sociale e la questione del ruolo dl padre, il quale nella stesura del 1978 non ha nessuna rilevanza. Invece, proprio perché, e a maggior ragione di questi tempi in cui la violenza sembra essere uno dei tristissimi crismi del rapporto uomo-donna, dovrebbe essere preso in considerazione. Non è ragionevole, infatti, che il “secondo” genitore non possa esprimersi in alcun modo su un fatto che comunque lo riguarda, in ogni senso, morale, esistenziale ed affettivo, sia nei confronti della compagna, sia nei confronti della vita che potrebbe (o meno, e questo mi rattrista, comunque) venire al mondo.

E infine, da socialista cristiano e da teologo filosofo qual sono, desidero ricordare con gratitudine il lavoro quasi eroico svolto in quegli anni dai dirigenti del Partito radicale Marco Pannella, Adele Faccio e  Adelaide Aglietta, che non ci sono più e li rimpiango, e Emma Bonino che ci può ancora dare una mano in intelligenza e agire politico. Lo dico anche se, subito dopo, aggiungo che molti accenti delle proposte radicali non condivido, come quelle sull’eutanasia nuda e cruda (alla “svizzera”, intendo) mentre propongo piuttosto la linea etico-filosofica del mio Maestro Tommaso d’Aquino, il quale, se interpellato sulla legge 194 (perdonami, mio gentil lettore l’obbligatorio anacronismo), e dopo avere meditato come era solito umilmente fare, avrebbe detto che in casi così ardui, bisogna sempre scegliere il bene maggiore, che necessariamente deve corrispondere al male minore, e pertanto, valutati i pro e i contro avrebbe concluso circa l’opportunità di mantenere in vigore la Legge 194, in questo non d’accordo con la linea editoriale degli organi di stampa cattolici di questi giorni. Io la penso così, disponibile a confrontarmi con i colleghi teologi, con gli esperti di comunicazione, i politici e chiunque desideri discutere dell’argomento con logica documentata, realismo e onestà intellettuale.

Colate d’acciaio, cadute, scivolamenti, rischi, pericoli e loro prevenzione sul lavoro. Cultura della vita e cultura del lavoro devono camminare insieme

Il 2018, a un terzo dal suo inizio, sembra non aver fine nel presentare il conto di morti e feriti sul lavoro in Italia. Siamo a metà maggio e i dati sono impressionanti, come se fossimo tornati a prima delle normative attuali, che sono buone, cioè del Decreto 81 del 2008, se non del famosissimo “626” del 1994.

Occupandomi molto da vicino di questi temi, dall’osservatorio degli organismi di vigilanza e dei codici etici, non so darmi ragioni sufficienti di questi dati così preoccupanti. Nel concreto del mio lavoro mi informo quasi quotidianamente anche sugli infortuni meno gravi e anche sui mancati infortuni. Io stesso qualche giorno fa ho assistito a un “mancato infortunio”: un operaio è scivolato da uno scalino di almeno venticinque centimetri rischiando di picchiare il mento su uno spigolo a novanta gradi molto appuntito. L’ha salvato sicuramente il tono muscolare delle gambe, la reattività dei riflessi e la tenuta muscolo-tendinea del ginocchio destro. Come vedi, mio gentile lettore, entro proprio nel dettaglio fisico-posturale dell’accadimento, perché ogni fatto è legato o causato da infinitesimi micro dettagli, che possono modificare in meglio o in peggio la situazione, causando o meno conseguenze.

Le aziende più avvedute nell’organizzazione e nella gestione operativa, e rispettose delle normative vigenti, in diverse delle quali opero, lavorano curando con attenzione l’informazione e la formazione dei lavoratori, la strutturazione del servizio di prevenzione e protezione, la presenza di una buona vigilanza sanitaria, e infine una qualità relazionale e gestionale dei capi che sia in grado di trasmettere buone pratiche, sia con l’esempio e le raccomandazioni, sia all’occorrenza utilizzando la censura ad hoc, e il codice disciplinare contrattuale. Posto che la situazione sia sotto controllo sotto il profilo tecnico, normativo e della vigilanza, se accadono infortuni bisogna dunque volgere l’attenzione ai comportamenti dei singoli lavoratori e dei gruppi di lavoro.

Quando a metà degli anni ’50, in piena ricostruzione post bellica, il legislatore italiano decise di intervenire in tema di sicurezza del lavoro emanando, prima il Decreto legislativo 547 nel 1955 sulle norme antinfortunistiche, e l’anno dopo il Decreto 303 dedicato all’igiene del lavoro, all’ambiente e alle malattie professionali. Il sostrato teorico, etico e politico di questi due provvedimenti era fondato sulla fiducia nella possibilità di risanare gli ambienti e i posti di lavoro, e di renderli sicuri puntando essenzialmente, se non totalmente, sulla ricerca tecno-scientifica, tant’è che la stessa dizione normativa fin da allora invalsa per definire il massimo di possibilità di salvaguardia dell’incolumità psico-fisica dei lavoratori era un riferimento alle ultime e più avanzate scoperte delle tecno-scienze. In sostanza ci si basava e si riponeva una fiducia pressoché totale nella capacità dell’uomo di monitorare e di perfezionare quasi fino a una definizione teorica della sicurezza… assoluta. Illusioni? Direi di no, forse un eccesso di ottimismo, che ben presto ha generato l’esigenza di una profonda riflessione sul tema, riprendendo a porre al centro l’agire umano responsabile, frutto della riflessione razionale.

Nei decenni successivi lo sviluppo quantitativo e qualitativo dell’economia italiana e in particolare dei settori industriali, con particolare attenzione al manifatturiero, e l’aumento dell’occupazione hanno fatto comprendere, sia agli imprenditori, sia ai lavoratori e ai sindacati, che sarebbe stato necessario recuperare un nuovo protagonismo dell’uomo e della donna al lavoro, insieme con la consapevolezza di essere protagonisti del proprio quotidiano, non solo del proprio futuro. Nel frattempo, l’Unione europea, dai primi anni ’80, emanava alcune direttive in tema di sicurezza del lavoro e dell’ambiente, che sarebbero state riprese nei primi anni ’90 dalla legislazione italiana, proprio con il Decreto legislativo 626 del ’94.

In ambito politico europeo, a partire dalla Germania, cresceva nel contempo una nuova sensibilità ambientalista-ecologista con i movimenti “verdi” (i grünen), che contribuiva a indirizzare anche la legislazione lavoristica in tema di sicurezza del lavoro (security). Io stesso, nella precedente vita professionale in ambito socio-politico, ebbi modo di conoscere quel mondo e quelle sensibilità: si organizzavano convegni, corsi, seminari, collegando strettamente mondo del lavoro, della cultura e della politica. Ricordo ancora la Fiera delle Utopie Concrete di Città di Castello alla fine degli anni ’80, dedicata ai quattro elementi empedoclei dell’acqua, dell’aria, della terra e del fuoco, con ospiti che conobbi, gente del calibro di Ivan Illich e di Alex Langer. Altri anni pieni di speranza, più di oggi, ma non dobbiamo disperare.

Dopo la tragedia della Thyssen Krupp del 2007 in Italia è cresciuta la sensibilità, sia sotto il profilo normativo specifico, con il Decreto 152 del 2006 sull’Ambiente, e con il Decreto 81 del 2008 sulla tutela della salute e sicurezza del lavoro, che coinvolge sempre di più e meglio i lavoratori, sia nelle politiche e nelle buone prassi della sicurezza stessa, sia sotto il profilo etico-legislativo con il Modello di Organizzazione e Gestione ex Decreto 231 del 2001 e con i Codici etici. Personalmente ne sono coinvolto da poco meno di un decennio presiedendo organismi di vigilanza di aziende e associazioni di tutto rispetto per importanza e dimensioni di fatturato e occupazionali, là dove il tema della sicurezza del lavoro e dell’ambiente è sicuramente il principale.

Non si può che continuare su questa strada, informando e formando i lavoratori, collaborando con i rappresentanti aziendali e con i sindacati, con le strutture sanitarie e gli Istituti pubblici con l’Inail e l’Inps.

Sotto il profilo culturale si tratta di mettere al centro un’antropologia dei valori e un’etica declinata secondo il rispetto primario della vita e dell’incolumità psico-fisica delle persone che lavorano e dei cittadini che vivono dove si lavora. Ambiente e sicurezza vanno coniugati insieme, difendendo il business insieme con la qualità esistenziale di tutti e di ciascuno.

Da vicino nessuno “è normale”, o no?

Stamattina, caro lettor mio, mentre attendo mia figlia, ascolto Joseph Haydn, gran musicante, servitore dei principi ungheresi Esterhàzy, prima le sinfonie nr. 94 Mit dem Paukenschlag e nr. 104 Londoner, Slovak Philarmonik Orchestra diretta da Alfred Scholz, e poi quelle denominate dello Sturm und Drang, già un po’ romantiche o quasi, dicendo un poco impropriamente, beethoveniane, la nr. 26 Lamentatione, la nr. 49 La Passione e la nr. 58 senza titolo, suona l’orchestra The English Concert diretta da Trevor Pinnock,  e mi do tempo. Mi do tempo, non ho fretta, quasi quasi non ci credo, io che son sempre di fretta, veloce, tornato criceto impazzito, tornato impaziente con gli altri. Ho da darmi una regolata, me lo dico da solo.

Stamattina, nel silenzio di casa ai confini della campagna, con tanto verde intorno, mi sono dato tempo. Leggo della legge 180 del 1978, quella di Franco Basaglia, che permise di chiudere progressivamente i manicomi, dove venivano ricoverati gli alienati, pericolosi a sé e agli altri.

Letti e camere di contenzione dove stavano recluse persone per ore, giorni, settimane, mesi, anni, con il volto rivolto alla porta, il bugliolo portatile, mai occhi verso la finestra a volte a “bocca di lupo”. Su un muro di Santa Maria della Pietà, manicomio di Roma, c’è scritta la frase del titolo. Caro lettore, sei d’accordo che da vicino nessuno è normale? E poi che cosa significa “normale”? Più o meno agitato? Più o meno ragionevole? Più o meno preoccupante? Più o meno pericoloso? Cosa?

Nel periodo fascista i ricoverati passarono da circa sessantamila a oltre novantamila. I regimi totalitari hanno sempre usato i manicomi, per attestare la follia degli oppositori, che non vanno mai considerati come umani, ma semplicemente sedati. In qualche modo con i farmaci, e/o con la contenzione e/o con l’elettroshock. Non cito neppure i regimi cui mi riferisco, che il mio buon lettore conosce, e il giovane, se apre queste pagine, è bene che studi.

Leggo sulla Treccani “In psichiatria la terapia elettroconvulsivante (TEC), comunemente nota come elettroshock, è una tecnica terapeutica basata sull’induzione di convulsioni nel paziente successivamente al passaggio di una corrente elettrica attraverso il cervello.”

Si tratta di una tecnica terapeutica sviluppata negli anni ’30 dai neurologi italiani Ugo Cerletti e Lucio Bini. La letteratura specifica indica nella TEC una modalità terapeutica particolarmente indicata in tutte le psicosi da shock (melanconie, manie, deliri, legate a shock morali intensi, cioè quello che oggi chiamiamo “disturbo post-traumatico da stress“, nelle quali “avrebbe un successo del 100% con una media di 6-8 sedute; 80% di successi nella depressione, psicosi maniaco-depressiva e negli stati confuso-onirici di origine tossica (alcol), tumorale, infettiva; di contro, riporta come nelle patologie croniche, soprattutto se legate a danni fisici in ambiti localizzati del cervello, come le schizofrenie, demenza, ritardo mentale, autismo, epilessia, gli insuccessi e le remissioni superano i successi, giungendo al risultato che l’automatismo mentale indotto dalla crisi convulsiva sembra meglio influenzato se il disturbo è di origine ambientale, tantopiù se recente. Per questi motivi la TEC era considerata la terapia d’elezione per la depressione e le patologie ad essa correlate, piuttosto che per altri tipi di patologie, specie neurologiche. Per questo la TEC è stata usata non solo nelle patologie neuro-psichiatriche propriamente dette, ma anche in quelle psicosomatiche (derivate ossia da eventi ambientali vissuti): asma, eczemi, psoriasi, prurito di Hebra, dermatite seborroica, con risultati spesso favorevoli.” (dal web)

Un giorno o l’altro, caro lettore, parlerò qui di codesta terapia, che in una fase della mia vita, ho osservato molto da vicino, dolorosamente.

Un video sul web mi illumina su come si può curare il disturbo mentale. X è stata curata in Italia e in Germania, ma in Italia la sedavano e la tenevano reclusa, mentre in Germania poteva socializzare dipingere, fare teatro, sentirsi utile e anche… bella. L’autostima, crollata a terra dopo l’aggravarsi di un disturbo bipolare in schizo-affettivo, è di nuovo tornata, per una vita “normale”. Ecco, una “vita normale”. Che cosa è una vita normale? Chi è “normale”, cioè secondo norma? Sappiamo che norma, dal greco antico nòmos, significa legge, ma è possibile parlare di legge in questo caso? E’ ragionevole legiferare sulla mente e sul suo funzionamento? Siamo sempre ancora all’eterna questione tra visione biologistica e psico-spiritualistica. A seconda degli autori, siano essi antropologi, filosofi e psicologi, psichiatri o neuro-scienziati, si oscilla tra un polo e l’altro, come spesso in questo sito ho proposto in dialettica.

Chi sostiene che è tutto un problema di lobi orbito-frontali e di neuro-trasmettitori, dopamina, ossitocina, serotonina, etc., più o meno regolarmente funzionanti, non accetta molto volentieri le sottolineature di chi propone interventi più “umanistici”. Io mi colloco, ovviamente, tra questi ultimi, senza per nulla sottovalutare gli aspetti biologici. Noi umani siamo certamente delle bio-macchine, ma anche anime incarnate. La signora X, di cui ho detto sopra, parrebbe confermare che serve anche la dimensione psico-spirituale, proprio come è sotteso dalla “riforma Basaglia”.

Che dire, infine? Che la nostra umanità animale possiede forse (io ci credo) anche la luce dello spirito, pensiero della nostra anima e di Dio. E qui permettimi, caro lettore, una sottigliezza teologico-semantica: questa espressione “di Dio” è un genitivo oggettivo, ma anche soggettivo, cioè significa sia “pensiero di Dio”, cioè attribuibile a Dio, sia pensiero di Dio come un “pensare a Dio”. Bello, no?

E qui finisco nel silenzio della dies dominica.

La sagra delle rane, la deiezione terroristica e il “contratto” di governo

Momenti di comunione, feste popolari celebrate davanti ai templi o, in epoca cristiana, alle chiese hanno a che fare con il sacro, inteso come dimensione potente dell’essere, come ponte tra la vita ordinaria dell’uomo e ciò che sfugge da questa ordinarietà. Un testo importante in tema, che consiglio al mio gentile lettore è Das Heilige, Il Sacro, scritto da Rudolf Otto nel 1927, e tradotto in italiano da Ernesto Bonaiuti, docente di filosofia e sacerdote sospeso a divinis per “modernismo”, una posizione riformista all’interno di una chiesa cattolica ancora molto dogmatica. Lontanissimo ancora era il Concilio Ecumenico Vaticano II di papa Roncalli e Paolo VI (1963-1965, io ero già bambino consapevole, chierichetto, impressionato dai duemila padri in bianco nella Basilica di San Pietro).

“Sagra” deriva etimologicamente dal lemma latino sacer, cioè “sacro”, legato al sacro, al religioso, a qualcosa di grande, e infine a qualcosa di solenne e festoso. L’antropologo israeliano Harari, che insegna a Oxford, da me citato nel post precedente, si fa una domanda: quanto contente possono essere le rane della sagra di Rivis di Sedegliano, provincia di Udine, che oramai è un evento storico, nell’ambito di una tradizione, di diventare cibo fritto per gli umani? per gli animali-umani che siamo noi?

La domanda sembra peregrina ma non lo è. Senza essere animalisti, è importante che ci si renda conto che tutti i viventi senzienti soffrono, provano dolore, senza arrivare alle esagerazioni dei vegani che sostengono addirittura la sofferenza dell’insalata, quando viene colta. Si può anche ridere. Ogni tanto incontro qualcuno convinto (veramente?) che la Terra sia piatta a l’insalata soffra, persone che disprezzano chi legge e studia, vantandosi della propria ignoranza, a volte con disprezzo e violenza verbale inauditi. Come facciamo, allora, a meravigliarci se l’animale umano in situazione riesca ad agire come l’assassino di Parigi di iersera?

Pensavo a queste cose quando stavo andando a prendere qualche porzione di rane fritte per casa. Potrebbe venire anche da ridere, ma può far ridere o piangere qualsiasi cosa, dipende dall’ottica. dall’angolo visuale. I cinici non piangono mai, i sentimentali forse troppo.

Mentre tornavo, dunque, apprendo dalla radio che a Parigi e nell’isola di Java, nella città di Surabaya, ancora si muove il terrorismo. Coltello sulla Senna e armi da fuoco in Indonesia. Mentre noi aspettiamo un piatto sul gran fiume, altri umani disperano e si disperano uccidendo.

A Milano i due “vincitori” del 4 marzo elaborano i cosiddetto “contratto” di Governo, mentre il Presidente della repubblica svolge in piazza a Dogliani una lectio di diritto costituzionale su Luigi Einaudi, forse per “parlare a nuora”. Dubito che i due studiosi del “Pirellone”, Di Maio e Salvini, abbiano letto anche una sola pagina di Einaudi. Forse neppure sapevano che fosse venuto al mondo (Di Maio, ignora la posizione geografica della Russia, mentre io bambino di dieci anni conoscevo i nomi e lunghezze di tutti i maggiori fiumi del mondo, le altezze dei quattordici “ottomila” e le capitali). Mattarella dice che il Presidente della Repubblica non è un notaio, né un mero ratificatore di decisione altrui… parla di moral suasion, ma anche di possibilità di opporre veti a decisioni che non stiano in piedi. Egli, il Presidente è il custode della Costituzione, per tutti noi. Fidiamoci. Il Presidente  ricorda quando il suo predecessore Einaudi non seguì le indicazioni della Democrazia Cristiana di De Gasperi e nominò Presidente del consiglio l’onorevole Pella, mostrando le proprie prerogative costituzionali e i propri legittimi poteri. Ri-dico: fidiamoci, anche se il presuntuosetto campano afferma “Occorre pazienza perché stiamo scrivendo la storia“. Bum!

Torno al trittico argomentativo: rane, terrorismo, politica. Io tranquillo, le rane pronte. Non ho notizie da Parigi né da Milano. Non siamo disperati qui in Italia, ma un poco pre-occupati, vista la situazione politica.

Circa le rane e la sera che viene, son sereno. Con il terrorismo dovremo convivere, come abbiamo convissuto con guerre e armistizi, con stupidità e intelligenza, con violenza e cura, con Travaglio e Fazio. A proposito, avverto Travaglio che, più lui insulta Berlusconi e più quest’ultimo mi diventa simpatico, e penso anche a molti che come me lo hanno aborrito per due decenni.

Un’ultima idiozia da invettiva: sento Speranza di Leu (il nome di questo partito ha anche un brutto e cupo suono) attardarsi a criticare il PD, che ha perso milioni di voti, lui dice, per politiche sbagliate. Ma io chiedo a Speranza e ai Fratoianni, Civati, Boldrini, Bersani (D’Alema, più intelligente di costoro, almeno sta zitto, mentre i citati parlano senza vergognarsi), dove sono andati i voti persi dal PD? sono venuti a voi, poveri illusi, o sono andati all’ignorante Di Maio e all’insulso e pericoloso Casaleggio jr., oppure sono rimasti a casa il 4 marzo scorso? L’hai finita di fare le pulci agli altri, professorino da nulla, Roberto Speranza?

Circa il governo, qualcosa si farà, stiamo a vedere.

Strange Days e Giobbe, il muto profeta

Strani giorni  è un film di Kathryn Bigelow del 1995, con Ralph Fiennes e Angela Bassett, un film capace di specchiare le vite nelle vite degli altri, e in playback, musica a manetta su false vite a Santa Maria de los Angeles, dove diveggiano cantanti rock malati, come la politica italiana attuale nella vergogna. Visto una delle sere scorse. Fantasy con la violenza intrinseca della vita contemporanea, notturno, apparentemente senza capo né coda, ma non è così.

Squallida fantasy e vergogna , invece, a quel nesci di Di Maio, senza nervi e senza rughe, vergogna a quel gran salame di Salvini, una coppia intrinsecamente bolsa e comprensibile solo alla luce di questi strani giorni. Strange days.

Per consolare i miei lettori ora riporterò due testi bellissimi, il primo di sublime e beata speranza, tratto dall’evangelo secondo Matteo al capitolo quinto, notissimo, scuola e indirizzo per ogni buona vita, il testo de le Beatitudini, e il secondo di politica fine e garbatamente elevata, quella del Partito Radicale italiano, del cui Statuto il preambolo è meraviglia etica e politica.

 

Le Beatitudini – Mt. 5,1-12

Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli./ Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli./ Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati./ Beati i miti, perché avranno in eredità la terra./ Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati./ Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia./ Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio./ Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio./ Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli./ Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,/ diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia./ Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.”

Per un’etica della vita umana, ma anche  per l’intelligenza, bastano le Beatitudini, che Matteo mette in bocca al Maestro come ammaestramento definitivo, sufficiente e sovrabbondante per ognuna delle nostre vite, caro lettore. Beatitudine come distacco dagli affanni e immersione nella giustizia, nel senso biblico del termine. La giustizia biblica nulla ha di giuridico, occidental-illuministico o dirigistico, poiché si innesta nell’armonia di vissuti naturali, come interpretasse la verità delle vite, senza sforzo alcuno… ed è così: la tà Biblìa è, non a caso, il libro dei libri, scritto in non meno di mill’anni da decine di autori sconosciuti, dai grandi re Davide e Salomone, dal grande profeta e poeta Isaia e dai suoi sodali e successori Geremia, Ezechiele, Osea, Zaccaria, Malachia, e così via. Rima inutile ma bellissima.

Beati i puri di cuore, e che significa se non che la trasparenza illumina di luce ogni cuore? Beati i poveri in spirito, e che significa se non che nulla di posseduto è importante? Beati coloro che piangono e che significa se non che verrà pure la gioia? Beati i miti e che significa se non che non occorre l’arroganza, mai? Beati gli assetati e affamati di giustizia, e che significa se non che la giustizia, intesa come armonia, verrà? Beati i misericordiosi, e che significa se non che vi sarà un giusto contrappasso di misericordia? Beati gli operatori di pace, e che significa se non che il loro nome sarà quello di “figli di Dio”? Beati i perseguitati per la giustizia, e che significa se non che il loro sacrificio e anche il loro dolore sarà riconosciuto come merito? Beati coloro che riceveranno insulti e persecuzioni e male parole come maldicenze e calunnie, e che significa se non che saranno premiati con la Visione beatifica di Dio stesso?

Beatitudini come linea guida, sottile linea rossa dell’esistenza, come responsabilità individuale e capacità di scelta.

E ora, dalle Beatitudini a un testo che -apparentemente- può essere considerato campione di una laicità quasi contraltare dello scritto matteano, ma non è così, perché può essere, invece, giustapposto, quasi come traduzione contemporanea della sapienza sociale trasparente dal Nuovo testamento, così come proposto dall’evangelista. Il linguaggio del preambolo è chiarissimamente attuale, ma si fonda sulla sapienza antica e immortale del Libro dei Libri, il

 

Preambolo allo Statuto del Partito Radicale Trans-nazionale trans-partito

Il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito proclama il diritto e la legge, diritto e legge anche politici del Partito Radicale, proclama nel loro rispetto la fonte insuperabile di legittimità delle istituzioni, proclama il dovere alla disobbedienza, alla non-collaborazione, alla obiezione di coscienza, alle supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge. Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, allo stretto rispetto, all’attiva difesa di due leggi fondamentali quali: La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo (auspicando che l’intitolazione venga mutata in “Diritti della Persona”) e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo nonché delle Costituzioni degli Stati che rispettino i principi contenuti nelle due carte; al rifiuto dell’obbedienza e del riconoscimento di legittimità, invece, per chiunque le violi, chiunque non le applichi, chiunque le riduca a verbose dichiarazioni meramente ordinatorie, cioè a non-leggi. Dichiara di conferire all’imperativo del “non uccidere” valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa.

Ecco, quanti richiami evangelici se si legge di “(…) supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge (…) Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, (…) ai Diritti della Persona (…) Dichiara di conferire all’imperativo del non uccidere valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa“.

Il verso dell’umano è questo, laico e cristianissimo, evangelico e contemporaneo. Che differenza c’è parlare di beatitudine o di speranza? La speranza è virtù e passione, e questo è vero e valido, sia per la dottrina evangelica sia per quella politica laica e socialista. Io mi ci riconosco in entrambe. E’ virtù legata alla beatitudine (la beata speranza) ed è passione come aiuto indispensabile alla buona vita, contro ogni di-sperazione.

Infine, il romanzo di Mendel Singer, il Giobbe rothiano che riceve dal Signore ogni prova della vita, prima di avere il suo premio. Caro lettore, ti raccomando sommessamente di leggerlo, ché ti giova, affinché tu possa constatare per conto tuo come l’Incondizionato pre-vede mentre tu pro-cedi, e ascolta chi inter-cede per te con l’amore, la speranza e la preghiera, potentissimo ausilio e silenzioso ristoro dell’anima.

Siamo tutti neri e poi caucasici, o… o… o… esseri umani interfecondi e perciò depositari di pari dignità

Caro lettore,

questo è un pezzo particolarmente dedicato a chiunque nutra sentimenti o pensieri razzisti o suprematisti bianchi, neri, gialli, e di qualsiasi altro colore.

Il termine europoide o caucasoide indica una classificazione antropologica dell’Homo sapiens, definibile a partire dalla forma del cranio ed altre caratteristiche craniometriche ed antropometriche: tale termine infatti identifica non solo gli Europei ma anche quasi tutti gli Africani settentrionali e i Mediorientali. Con le recenti migrazioni che hanno seguito le scoperte geografiche il gruppo si è diffuso anche nelle Americhe (principalmente negli Stati Uniti, nel Canada e nel Cono Sud risaltando nell’Argentina) e in Oceania (attualmente nella maggior parte dell’Australia e in Nuova Zelanda).

Nonostante il termine “razza” venga messo in dubbio da molti antropologi culturali e sociali, questo lemma rimane in uso nelle branche biologiche e scientifiche dell’antropologia, particolarmente tra gli antropologi fisici e forensi, oltre che tra molti genetisti, a causa della possibilità di riconoscere un individuo caucasoide tramite analisi genetiche e misurazioni antropometriche del suo scheletro.

Il suffisso -oide è usato per riferirsi a classificazioni antropologiche come mongoloide o negroide, mentre è preferibile usare Caucasico per riferirsi alle popolazioni che abitano il Caucaso, come i georgiani, gli armeni e gli azeri. I due termini sono però molto spesso usati erroneamente per indicare l’etnia europoide.

In ogni caso, proveniamo tutti, primariamente, dall’Africa meridionale (Homo Naledensis) e dalla Rift Valley (Lucy), e successivamente dal crogiuolo caucasico. Proviamo a leggere più sotto parte di un capitolo inserito da Joseph Roth nel reportage pubblicato nel 1926 sulla Frankfurter Zeitung, dal titolo Viaggio in Russia. A nove anni dalla Rivoluzione d’Ottobre (iniziata il 7 novembre 1917 del calendario gregoriano), il grande scrittore ebreo-austro-galiziano parte per un lungo viaggio verso l’Est europeo fino ai confini delle immense plaghe euro-asiatiche, e registra paesaggi, impressioni, colori, odori, lezzi inenarrabili, musiche, balli e malinconie, bimbi scalzi e mendicanti cenciosi, attraversa fiumi come il Dniepr e il Volga immensi, e scrive, scrive, mostrando che ogni forma di razzismo è ottusa e antiscientifica. E questo ci deve consolare e rassicurare.

Però, prima di dare uno sguardo agli elenchi di popoli incontrati dallo scrittore, partiamo da una classificazione generale  di carattere antropologico, che distingue questi tipi fisici principali all’interno del gruppo caucasoide:

– mediterraneo: costituisce una componente cospicua dei popoli della Penisola iberica, delle isole mediterranee, della Francia del sud, dell’Italia, della Grecia e del Nord Africa,

dinarica (detto anche illirico): dominante nei Balcani occidentali,

alpina: dominante nell’Europa centrale,

nordico: dominante nella Scandinavia occidentale, sulle coste del Mare del Nord, del Mar Baltico occidentale, presente accanto ad altri tipi fisici in tutta Europa,

baltico: dominante nell’Europa orientale e sulle coste del Mar Baltico orientale,

cromagnoide: dominante in Europa settentrionale, presenta caratteristiche simili a quelle degli scheletri dei cacciatori/raccoglitori (Cro-Magnon) del Paleolitico e Mesolitico europeo,

orientalide: dominante in Medio Oriente,

irano-afgano: dominante nelle popolazioni Medio-orientali.

 

Vediamo ora l’elencazione che ne fa Roth, suddividendo in ulteriori classificazioni le popolazioni del ceppo caucasico incontrate nel suo viaggio, e il risultato è impressionante.

Nei 455.000 chilometri quadrati dell’immensa plaga montagnosa ha recensito oltre cinquanta popoli, traendone i nomi da una vecchia guida tipo Touring Club. Alcuni: i nogai, i kara-nogai, i turcomanni che ancora portano l’anello al naso; i caraciai; i curdi, nazione sparsa oggi su quattro stati (Turchia, Irak, Siria, Iran), i mugali e i lesghi di etnia daghestana; nel distretto kubruico si trovano i chaputlinci, i chinalunghi, i buduchi, i çekci, i krizli, i curini e i tati che sono un resto degli antichi persiani; nel distretto di Nucha si trovano i vartesi e i nidseh; i talisci nel distretto di Lengoran; nelle steppe muganiche vivono tribù fatte deportare dallo zar per punizione, e sono i duchoborcy, i molocani, gli starovercy e i sobotniki; nei villaggi di Gojza e Samachov vivono tribù sveve (!) di fede mennonita; nei villaggi di Privolnaja e di Probos vivono popolazioni ebraiche dette gerim, sono gli ebrei delle montagne.

I popoli del Caucaso sono jafetidi (dal nome del figlio del patriarca biblico Noè Jafet, oppure alarodici, come i chetiti biblici e gli urartu, discendenti degli antichi Caldei; jafetidi sono i nairi e i mittani, che compaiono fin da testi cuneiformi assiri, in ogni caso apparentati con gli abitanti di Cipro e di Creta, con i pelasgi, i liguri, gli etruschi, gli iberi e i baschi.

Così, tanto per farsi un’idea dell’enorme varietà antropologica di una plaga tutto sommato non enorme della zona di confine euro-asiatica, come diligentemente riporta Joseph Roth.

Che dire se non che la ricchezza infinita delle declinazioni etniche ci impone una riflessione seria e paziente, ma soprattutto rispettosa e ammirata dell’incoercibile diversità in cui si è espressa la Natura e la Storia?

De bestialitate vel de humana stultitia

Francisco Goya è l’autore dell’acquaforte-acquatinta del 1797, che ho scelto per illustrare questo post: Il sonno della ragione genera mostri. Il dipinto mi parso adatto a commentare qual metafora immaginifica i molti “mostri mediatici” che ci vengono erogati quotidianamente dal sistema della comunicazione.

La bestialità nel codice teologico-morale classico è un peccato gravissimo legato a una sessualità deviata, e ciò  fino a tre secoli fa, significando le pratiche con animali, persone dello stesso sesso e “Giudei”.

Bestialitade è, quando non solamente si perverte l’appetito, e la ragion pratica, ma ancora s’adopera contr’alla natura, per bestiali operazioni. Così recita un testo dell’Accademia della Crusca e, più o meno, anche il manuale per i confessori voluto da san Pio V e perfezionato dai Padri Cappuccini nel XVI secolo.

Pazzesco mettere vicino la copula con un cane, l’omosessualità e gli Ebrei, ma può anche essere metaforicamente un’indicazione di grave mancanza cognitiva/ culturale. Qui tratterò soprattutto questo aspetto metaforico, dopo aver fatto solo un breve cenno all’etimologia teologico-morale.

Politici e giornalisti dicono spesso bestialità in Italia e altrove: basti dare uno sguardo al quasi sempre ingeneroso verso l’Italia quotidiano inglese The Guardian. Una risale a questi ultimi giorni: l’intellettuale (faccio così per dire), con occhiali, barbetta breve e riccioloni del M5S, tal Danilo Toninelli, ha affermato che, siccome il loro movimento ha vinto le elezioni, non solo pretendono di presiedere il Governo della Repubblica Italiana, ma vogliono anche la Presidenza della Camera, non si sa in base a quale vincolante norma o consuetudine politica.

Ricordo al non imberbe e non poco presuntuoso esponente politico che nel ’72, nel ’76 e nel ’78, pur essendo state vinte dalla Democrazia Cristiana le consultazioni politiche, la Presidenza della Camera dei deputati andò, rispettivamente, a un socialista (per suffragi terzo partito a quelle elezioni) che sarebbe successivamente stato eletto Presidente della repubblica, Sandro Pertini, e a due prestigiosi e stimabilissimi esponenti del Partito Comunista Italiano, Pietro Ingrao e Nilde Iotti. Negli anni ’90 furono Presidenti della Camera Giorgio Napolitano e Luciano Violante, del Partito Democratico della Sinistra, che non era stato il primo partito -per consensi- alle elezioni precedenti, ma il secondo.

E studiare un po’ la storia contemporanea, on. Toninelli, prima di sparare cazzate?

Un’altra bestialità del giorno, ma non fa passar giorno senza dirne una, l’ha detta proprio oggi l’onnipresente sui media (checché ne dica, miagolando lamentosamente) Salvini: che si possa fare un’altra riforma elettorale in sette, diconsi 7, giorni. Bum! Dài, Salvini, anche tu, non sparare cazzate, ché ci avete messo del vostro, tutti o quasi tutti a fare, prima il porcellum, a cura del tuo compagno di partito Calderoli, ghignante a guisa di tuo maestro in smorfie e ghigni, e ora, a cura di quella volpe di Rosato del PD, l’omonima boiata, non si capisce perché goffamente latineggiante.

Un’altra c.ta, e il gentil lettore, fortunatamente abituato a un linguaggio mio spesso elevato, se non addirittura aulico, quando l’argomento merita, mi perdoni, ma qui…, la ha detta, sempre Salvini, poche ore fa: che il Regolamento della Riforma carceraria è una misura “salvaladri”, battuta propagandistica disonesta in sé e tecnicamente sbagliata. Il politico in questione titilla i sentimenti più beceri dei più disinformati e pigri utenti di mamma tv e del web, questa è la semplice elementare verità che lo riguarda. “Salvaladri” cosa?, quando questa misura, in una situazione carceraria -quella italiana- indegna di una grande nazione civile, e vergognosa sotto il profilo dei diritti umani e civili, in aperta ed evidente violazione dell’art. 27 della Costituzione che vieta pene disumane e degradanti, affida comunque ogni decisione per consegnare a misure alternative al carcere chi ha una condanna entro i quattro anni di reclusione, al giudice di sorveglianza, e quindi non vi è alcun automatismo.

Un altro personaggio prodigo di stupidaggini è il Governatore pugliese, Emiliano, che riesce spesso ad essere dalla parte più insipiente di ogni decisione politica, sia all’interno del suo partito, il PD, sia sotto il profilo amministrativo: basti osservare i suoi ricorsi al Tar sulla vicenda dell’Ilva di Taranto. Non so dove quest’uomo, ex giudice non dimissionario, viva, se in cielo in terra o in nessun luogo.

Altra esemplar manifestazione di hebetudo simplex è quella della Meloni, che tromboneggia in romanesco neanche fosse appollaiata sulla curva sud dei laziali o romanisti non importa, proponendosi come premier, in quanto donna, ma dài. Vinci le elezioni come frau Angela e poi ti proponi, non con il 4 per cento dei voti.

Se si vuole posso continuare impunemente questa triste carrellata di ben poco aurea mediocritas, ma forse è preferibile smettere e passare ad altro titolo, che certamente qualcosa o qualcuno mi ispirerà ben presto, anzi, immantinente, caro lettor mio. E ringraziami (scherzo, sai) perché stavolta ti ho risparmiato la Boldrini.

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