Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: scienza (page 1 of 21)

Sono a tua immagine…

Sono a tua immagine secondo l’ordine della fisicità..

Sono a tua immagine secondo l’ordine dello psichismo…

Sono a tua immagine secondo l’ordine della spiritualità...

Una anafora filosofica oppure una poesia eucologica per dire che abbiamo la stessa identica dignità, fra tutti gli uomini e donne di questo mondo. E potremmo continuare, così: sono a tua immagine secondo l’ordine del valore; sono a tua immagine secondo l’ordine del dolore; sono a tua immagine secondo l’ordine dei diritti; sono a tua immagine secondo l’ordine dei doveri; sono a tua immagine secondo l’ordine della Terra; sono a tua immagine secondo l’ordine della vita.

Ecco: una lezione semplice di antropologia filosofica e di etica generale, caro lettore.

Ve nè un grande bisogno, perché sembra che – in giro – queste semplici nozioni non siano note più di tanto. La confusione regna quasi sovrana nei media e nelle politiche mondiali. Confusione e cattiva coscienza.

Anche qualche giorno fa, dopo le solite oramai stantie, ripetitive, noiose e inutilmente impaurenti (chissà cui prodest? o sono paranoico?) notizie sulla pandemia, si apprende che a Reggio Emilia, in un agguato, vengono gravemente feriti tre giovani. Come a Bastia Umbra, Come a Colleferro. Ed è poca cosa rispetto ad altri e più gravi episodi che accadono per il mondo. Uno, esemplificativo, la decapitazione islamista dell’insegnante parigino.

Farei imparare a memoria almeno le tre righe dell’inizio di questo pezzo, e recitare obbligatoriamente tre o cinque volte al giorno a tutti. A volte imparare a memoria è utile, come insegnavano i maestri elementari fino agli anni ’60 e poco oltre. A quei tempi si trattava non solo di far recitare a memoria delle poesie, ma anche di esercitare la memoria stessa. Senza avere le nozioni che oggi sono di dominio pubblico tramite la divulgazione scientifica, più o meno tutti sanno che il cervello e la sua parte cortical-razionale in particolare, è un “oggetto plastico”, che cambia, fino a una certa età aumentando i neuroni e successivamente e fino alla morte, le sinapsi, cioè i collegamenti interneuronali.

Il cervello, che produce in qualche modo mente e psiche, può arricchirsi con l’esercizio mnemonico e con il dialogo, con lo studio e l’osservazione del mondo. Di che cosa avrebbero bisogno gli imbecilli di Colleferro, Bastia Umbra e Reggio Emilia e il delinquente diciottenne di Paris-Conflans? Di buoni maestri che gli insegnino a memoria la preghiera di cui più sopra.

Per i figuri citati, che cosa può significare che, scientificamente, tutti gli esseri umani hanno pari dignità? Può significare qualcosa? Magari un qualcosa che li faccia riflettere prima di agire come hanno agito? Non lo so perché non li conosco personalmente e il quarto, quello di Parigi è morto nelle circostanze successive al suo feroce omicidio.

Ecco, mi soffermo su questo ceceno giovanissimo. La disgraziata nazione caucasica è in guerra da decenni. Il sovietismo decaduto trent’anni fa è stato sostituito in modi ancora più rozzi e brutali da un islamismo fanatico che permea diverse fazioni in lotta. Ciò non significa che manchino istanze di libertà negate, ma il melting pot cultural-religioso ha creato spazi per la violenza dichiarate praticata. Non pochi fuggiaschi hanno trovato risposte, appunto, nell’islam radicale predicato dallo Stato islamico e da imam fortemente inclini alla violenza verbale. E in casa che maestri ha avuto questo giovine di nome Abdoullakh etc., già morto, prima di capirci qualcosa, della vita?

Mi chiedo come abbia potuto così facilmente sopraffare un cinquantenne, come il professor Paty. Forse che quest’ultimo era un omettino fragile e lui un possente giovanotto allenato? Può essere. Anche questo è un tema. Possibile che non ci si possa difendere da un assalitore solitario? E’ chiaro che lo Stato non ha uomini a sufficienza per difendere tutti coloro che si trovano in situazioni potenzialmente pericolose. Anche in Francia, come in Italia, lavorano quasi un milione di insegnanti. Nemmeno tutto l’organico dell’Esercito, della Polizia a della Gendarmeria sarebbe sufficiente. Purtroppo la Francia si trova in una situazione storica e geo-politica infinitamente più pericolosa dell’Italia.

La Francia è stata uno dei principali Paesi colonialisti e anche recentemente ha commesso errori macroscopici nelle politiche militari, come l’ingerenza fellona e criminale di Sarkozy in Libia nel 2011. Detto questo, se pure in soldoni, occorre puntare l’attenzione proprio sull’educazione e sulla formazione, non solo scolastica, ma anche familiare e territoriale. La Francia ha bisogno di maestri e di filosofi di strada, sì, di filosofi di strada.

Fossi in quella Nazione che ammiro anche se a volte mi fa un po’ di rabbia, proporrei proprio un “Progetto Socrate” da finanziare perché degli esperti in discipline antropologiche ed etiche vadano nelle banlieu e, con i dovuti modi dialogici (socratici), si fermino a discutere con tutti, sugli usci e per strada, nei bistrot e nei parcheggi… ovunque.

Una fola? Caro Macron, provi a pensarci.

E in Italia? Anche da noi potrebbe essere un’idea. Di che cosa c’è bisogno se non di questo, di riprendere una via come quella del pensiero? Troppo poco questa principale facoltà psichica e spirituale appare nel suo immenso potere nel giro e nel gioco imponenti della comunicazione e dell’informazione sociale.

Il pensiero razionale è più spesso negletto, dimenticato, disprezzato. Si può addirittura notare in certe persone e in certi ambienti quasi un odio per la cultura, laddove la componente della gelosia e dell’invidia addirittura è minoritaria rispetto a un vero e proprio odio, la passione negativa che costituisce il prodromo di una quasi inevitabile successiva violenza.

E la riflessione torna al punto iniziale: avversione verso la cultura e l’utilizzo del pensiero razionale, ignoranza di base, disinteresse per un’informazione corretta e fondata portano gli esseri umani a cedere, a regredire, ovvero ad esprimersi nel modo primordiale e belluino dell’aggressività.

Quei ragazzotti di Bastia Umbra, di Colleferro e di Reggio Emilia sono innanzitutto ignoranti, crassamente ignoranti e rozzi. E altrettanto lo era quel Abdolullah che ha pensato di ben agire uccidendo il prof Faty, che nella sua immaginazione malata era un blasfemo, un ateo, una vita da spezzare.

Ecco a che cosa serve la cultura e l’esercizio del pensiero critico: semplicemente a diventare più umani.

Quel versetto genesiaco, il 26 del Primo capitolo “(Dio) fece l’uomo a sua immagine” resta la fonte primaria ed essenziale che ho parafrasato nel titolo.

La democrazia e una possibile deriva totalitaria

Questi tempi ci propongono temi inusitati, quello del titolo, ad esempio. Che il sistema democratico, nelle sue varie declinazioni, sia il migliore tra i modelli politico-amministrativi è fuori questione. Anche se non è privo di difetti. Pare che Churchill, a me non simpatico e certamente più amico dell’oligarchia e in gioventù anche un po’ razzista, sostenesse che la democrazia può essere definito il peggior sistema politico, salvo tutti gli altri: quindi una litote retorica per edulcorare un apprezzamento obbligato.

monarchia, democrazia e oligarchia

I nostri grandi antichi, Platone e Aristotele “non erano” per la democrazia, così come la intendiamo noi, ma più per una sorta di oligarchia selezionata di persone competenti e moralmente impeccabili. Platone sosteneva che avrebbero dovuto essere i sapienti (cioè i filosofi) a occuparsi del governo della “cosa pubblica”. Mi verrebbe da dire: forse, ma con grande cautela, perché bisognerebbe vedere di quali filosofi si tratta. Sbagliando linea di pensiero si potrebbe incorrere in guai di dimensioni ciclopiche. Quindi, niente filosofi come categoria al governo, ma la filosofia politica democratica come ispiratrice di un governo che abbia cuore il Bene comune per cui il Fine sia l’Uomo e il suo benessere. E quello della Terra.

Certo è che il suffragio universale, pure eticamente indiscutibile, porta dentro la democrazia tutti, e quando si dice “tutti”, non si esclude nessuno. Talora, come spesso ho avuto modo di scrivere in questo sito, se consideriamo che la campana di Gauss purtroppo rappresenta in modo icastico la suddivisione del ben dell’intelletto fra gli umani, c’è da essere sconsolati di fronte al suffragio universale e alla candidabilità di ciascuno. Se penso al livello culturale e politico di qualche partito o movimento di recente costituzione inorridisco. Vi sono certi personaggi, peraltro spesso sdoganati da media opportunisti e superficiali, che fanno dolère il cuore con la loro aggressiva insipienza. Ve n’è uno, in particolare, nei Five Stars che dura fatica improba ritenerlo un essere pensante. Uno ciondolante e nullafacente. Il nome, caro lettore, lo intuisci facilmente. Fatto sì è che anche altri partiti esprimono dei nesci impressionanti, anche capipopolo industriosamente volgari, neanche populisti ma popolazzi.

La parola oligarchia deriva dal greco antico olígoi, pochi e arché, comando/governo; ossia “governo di pochi”. In questo tipo di governance il potere è in mano di pochi. Il termine può essere utilizzato anche in altre strutture, ad esempio in quelle economiche: ad esempio, i “cartelli” che talora alcune grandi aziende costruiscono per determinare e condizionare i prezzi, sono un esempio forte, tra i quali forse il più famoso e potente è ancora quello dei produttori di petrolio, l’Opec.

Ora, però, che le telecomunicazioni e il mondo del web stanno pervadendo ogni ambito della vita delle persone in tutto il mondo, ora che le aziende “giganti” di quei settori, come Microsoft, Google, Facebook, Amazon… stanno determinando molti processi economici e commerciali, il rischio è che tali processi condizionino sempre di più anche altri ambiti della vita delle persone, come quelli psicologici, morali e comportamentali.

Da non sottovalutare anche la potenza di questi nuovi mezzi in ambito militare, potendo essi governare l’utilizzo anche delle armi più potenti e devastanti come le bombe atomiche, e le sostanze chimiche e biologiche atte a uccidere intere popolazioni.

Se si può dire che le vecchie aristocrazie di nascita o di censo sono progressivamente scomparse, si sono create nuove élites legate alle risorse finanziarie e al loro controllo e utilizzo.

La democrazia, dunque, è in crisi e bisogna prendere molto sul serio questa crisi. Il rischio di essere condizionati dal web e dalla telematica è fortissimo. Basti pensare alla diffusione del network dei social, in gran parte fuori controllo, dove ognuno, da “einstein” al più imbecille si può esprimere.

Basti pensare alla turpitudine di trasmissioni come La zanzara, editata dalla Confindustria (non ne capisco il senso!), nella qual tre cialtroni fanno a gara nel superarsi non tanto in volgarità, quanto in imbecillità, anche se loro danno dell’imbecille a ognuno che (secondo me stupidamente) gli telefona in onda.

Lo squallore di questa fortunata trasmissione è enorme e dà la misura di quanti imbecilli e idioti vi siano in giro.

E la democrazia fa conto, come dice il conduttore della citata trasmissione, anche di quel popolazzo che telefona e anche sui tre furbacchioni, pagati dagli industriali. Anni fa decisi di scrivere all’allora presidente Squinzi che mai mi rispose. Si vede che vi sono recondite e misteriose ragioni per cui gli industriali ritengono che una trasmissione del genere gli sia utile, o sia utile alla… democrazia.

Una deriva totalitaria potrebbe essere facilitata da una ulteriore diffusione della stupidità.

Antonio Demarco, Lecce: l’invidia è il secondo dei vizi capitali per gravità, dopo la superbia ed è ad essa collegato, nonché all’odio e alla violenza

Invidia è una parola che spesso si usa a sproposito, intendendo magari “gelosia”. Anticipo qui, per spiegarlo meglio più avanti, che l’invidia deriva dal latino in-vidère, cioè guardare male, di malocchio, di storto, al punto da creare le premesse per l’odio e successivamente anche per la violenza.

Pare che l’episodio di Lecce dove lo studente ventunenne ha massacrato la giovane coppia “troppo felice” il flusso psichico che ha condotto al delitto duplice, abbia funzionato proprio così. Ora si scatenerà la canea degli esperti televisivi nel vari talk show, pagati bene bene, ognuno con la sua teoria e la sua “medicina”, per modo di dire. Mi pare già di sentirli concionare, pro-vocati dai vari esperti in delitti e crimini: la criminologa, il malinconico psichiatra che va di moda fra le signore di buona famiglie, a altri più o meno noti.

Tra i giornalisti cito uno intelligente, che scrive bene: Giuliano Ferrara. Ferrara cita sul Foglio addirittura la violenza biblica e i romanzi granguignoleschi dell’800, per parlare dei fatti di Lecce. “Uccidere la felicità” è il titolo, per dire che l’invidia si manifesta fin dall’arcaica vita pastorale di Caino e poi prosegue a diffondersi nei villaggi e nelle città che l’uomo viene fondando, fino ai nostri giorni. L’invidia è sperare, augurare il male agli altri, è godere del male degli altri, è non ammettere che vi possa essere gioia al di fuori del proprio controllo. E questo è un atto di superbia, fomite e madre dell’invidia e maggiore dei peccati.

Un altro giornalista, a me non simpatico per il suo ambiguo passato di estremista, il cui nome qui non riporto (ma che il lettore attento potrebbe intuire ) cita Dostoevskij e Pierpaolo Pasolini per dire che sono stati forse i maggiori “cantori” dell’homo crudelis dei nostri tempi. Vero, ma costoro erano grandi scrittori, mentre costui dovrebbe citare anche se stesso come cattivo, cattivissimo maestro di odio e di violenza negli anni ’60 e ’70.

Consiglio di riprendere un autore un poco dimenticato, il monaco benedettino dell’Undecimo secolo Pietro Abelardo, famoso per aver “fornicato” con una donna che amava. Anche nel suo caso, non solo le regole canoniche e civili hanno provveduto a punirlo, ma anche l’invidia della felicità di due esseri umani. Il mio caro collega Roberto D. B. filosofo e docente torinese, pubblicherà presto, con mia grande gioia, un volumetto sull’Etica di Abelardo. Sarebbe una buona lettura per tutti.

Vediamo che cosa scrive dell’invidia un filosofo-teologo eticista come Tommaso d’Aquino.

Secondo il suo pensiero (cf. quaestio 36 della Summa Theologiae, Secunda secundae pars) l’invidia è il secondo più grave vizio capitale, dopo la superbia. L’invidia per San Tommaso è un “invidère“, un “guardare male” l’altro, una specie di odio, o di tristezza d’animo per i beni altrui, sulle tracce del pensiero aristotelico (Retorica 2, 19), e di San Gregorio Magno (Moralia 5, 46).
L’invidia è secondo la morale cristiana un peccato mortale e un vizio capitale, dunque, e ha delle “figlie” degeneri: la mormorazione, che è occulta, la detrazione , che è esplicita; essa partorisce perfino l’esultanza per l’infelicità altrui, e il dolore per i successi di un altro.
La gelosia è invece un sentimento più flebile, anche se a volte dannoso. Nei casi migliori è un desiderio di imitazione di qualcuno più bravo perché più grande, tipico tra fratelli, cosicché non è – in sé – più di tanto dannosa, ma se è invece un cattivo sentire verso uno più capace sul lavoro, e perciò lo si denigra o lo si bypassa, non va bene, perché in quel caso si trasforma in invidia. Poi c’è la gelosia d’amore, plausibile in una giusta misura, ma solo se non deriva da un’insicurezza individuale.
Quante situazioni, casi e circostanze conosciamo, nelle quali si è manifestata la mala pianta dell’invidia? Che fare per estirparla? Oppure ci appartiene ineluttabilmente? Ce ne serviamo? Se sì abbiamo bisogno di un lavacro interiore, di pentimento e di perdono.

Che cosa sta accadendo in questa società pervasa di ignoranza e di cattiveria? Come è stato possibile il duplice delitto di Lecce e come il suicidio di un undicenne a Napoli che si è gettato dall’11o piano perché, come spiega in una lettera ai genitori “doveva seguire l’Uomo nero“, come si legge sul web.

Il web e i social sono pericolosi se non usati bene, se chi li utilizza non possiede i criteri di giudizio per servirsene positivamente evitando ciò che di male possono propalare. I giovani e i giovanissimi possono esserne vittime.

Scrivevo sopra che per Tommaso d’Aquino anche la mormorazione è pericolosa, ma aggiungerei, con papa Francesco, che lo è anche il pettegolezzo, il gossip, che sono male piante da estirpare, come il lavorio delle malelingue nei condomini e nei quartieri.

Ma soprattutto è da estirpare la stupidità che alligna nell’ignoranza e si avvale di questa per trasformarsi in prepotenza, protervia e arroganza violente.

Willy

La sua morte è qualcosa di diverso e di molto più grave di una tragedia, come può essere un grave incidente stradale o un omicidio preterintenzionale. E’ qualcosa di drammaticamente significativo per comprendere lo stato della “cultura etica” italiana, intanto. Rappresenta lo stato morale dei comportamenti dei protagonisti di questo omicidio volontario, senza attenuanti, tanto malvagio quanto assurdo e stupido. E del contesto che ha partorito questi stupidi assassini, ma che ha partorito anche Willy, così diverso, così “umano”. Intendo proprio – concettualmente – la generazione sociale dell’altruismo e della stupidità assassina, senza che tale dato psicologico depotenzi in alcun modo le responsabilità morali individuali.

Possiamo certamente interpellare la psicologia sociale e e quella individuale, la sociologia e la morale corrente, sia quella religiosa sia quella laica, ma non basta l’ausilio di queste scienze, perché occorre altro al fine di cercare di penetrare almeno un po’ nell’abominio mentale e fattuale del caso, nella mente degli omicidi.

Quali sono le priorità, cioè le cose importanti per cui questi orrendi giovanotti sono stati in grado di commettere atti come l’uccisione di Willy?

Non sappiamo nulla delle famiglie nelle quali sono cresciuti, chi li ha accuditi, istruiti (?), che scuola hanno fatto, se hanno frequentato la parrocchia, che valori spiccano nel loro contesto amicale, o della palestra frequentata…

Possiamo dire che la cosiddetta movida può essere l’ambiente nel quale droga, alcol, sesso e violenza si coordinano in un perverso cocktail di bruttezza e malvagità, perché bruttezza e malvagità si connettono, come la Bibbia e la grande filosofia greca ben spiegano? Vediamo come.

Non mi pare i siano dubbi che queste quattro componenti, messe insieme o anche separate, costituiscano un vettore di squilibrio psichico e sociale significativo. La droga non può essere ritenuta un investimento esistenziale (scherzo) e così l’alcol. Circa il sesso, non intendo certamente demonizzarlo, tutt’altro, ma la sua dimensione strumentale e concultatrice della personalità soprattutto delle donne, è un fattore molto negativo di relazione.

Non parliamo di ciò che significa la violenza come elemento gravissimo di negatività. La violenza è un abbassamento dell’umano, un imbarbarimento, un imbestiamento, senza offesa alcuna per gli esseri viventi-senzienti che chiamiamo “bestie”.

Vorrei proporre a questo punto una riflessione filosofico-teologica che attiene certamente a quanto sto scrivendo, per spiegare che il rapporto morale ed estetico fra bontà e bellezza, e fra malvagità e bruttezza, che rende evidente l’assurdo e la disumanità dell’episodio citato.

In ebraico, all’inizio di Genesi, là dove si narra la creazione – in sette giorni – del mondo, del cielo, il firmamento, e della terra, degli animali e dell’uomo, lo scrittore biblico si affretta a scrivere che Dio, osservando ciò che andava creando, considerava innanzitutto che era buono ciò che creava.

Ma in quella lingua sintetica, per definire il “buono” si usa la medesima parola che si utilizza per definire il “bello”. Qualcuno potrebbe dire che, siccome si tratta di un idioma assai arcaico e provvisto di un lessico limitato, per economizzare, gli scribi di quei tempi, parliamo di venti/ trenta secoli fa, preferivano avere un solo termine per i due concetti. Può anche essere così, ma solo in parte, perché Tôb  – per la mentalità del tempo e di quei luoghi – poteva tranquillamente prevedere che ciò che si manifesta con armoniosa bellezza non può essere malvagio: si pensi alla natura, agli animali, all’uomo stesso, declinato nei due generi, maschio e femmina (“li creò”), giovani, sani e forti…

Dio infatti non può creare il male, né la bruttezza, perché ciò sarebbe in contrasto con la sua natura divina, che è innanzitutto “luce intelligente”. Per quale ragione, infatti, una luce intelligente dovrebbe, prima creare e poi mostrare cose malvage e brutte? Sarebbe insensato!

Da tutt’altra parte, in Grecia, al tempo dei grandi filosofi, attorno al V e al IV secolo, si disquisiva di argomenti analoghi, ma in modo molto diverso. Colà si pensava e si scriveva in greco, la lingua più evoluta e ricca del tempo, capace di esprimersi con numerosi termini polisemantici (cioè con più significati), per cui non c’era il problema di sintetizzare il concetto di “bello” e di “buono” in una sola parola. Addirittura, quegli scrittori tanto dotti, Platone in primis, avevano costruito un termine composto, tecnicamente una “crasi”, tra il concetto di “bello” e quello di “buono”: kalokagathìa, dove vi è il termine kalòn, cioè il bello, e agathòn, cioè il buono: il bello-buono, in italiano.

E allora, come considerare questo orrore se gli assassini di Willy sono comunque esseri umani?

Come si sono coniugate malvagità e bruttezza nella genesi del loro agire?

Stare “sulla soglia” (della decisione)

…sulla casa, sulla vita, sulla scelta politica, sulla persona con cui condividere il più della propria vita, sul tempo da spendere per una cosa o l’altra. Si può stare sulla soglia in molti modi e luoghi. Senza varcarla, anche solo per guardare che cosa c’è oltre.

In altri articoli presenti in questo sito ho già presentato il flusso mentale che porta alle decisione, secondo l’antropologia e la psicologia filosofica, soprattutto interpellando Aristotele e Tommaso d’Aquino, che è il seguente: cogitatio consilium deliberatio actio, cioè riflessione, approfondimento critico, decisione e azione, termini che le psicologie cliniche contemporanee magari definiscono in modi diversi, ma sostanzialmente corrispondenti a quelli classici.

la decisione

E’ importante “stare sulla soglia”, perché significa avere pazienza e la capacità di valutare se “scendere” dalla soglia o meno e se, una volta scesi, andare diritti, oppure a destra o a sinistra.

Un esempio attualissimo: molti cittadini-elettori, anche se non masse strepitose (sarà andata bene se al referendum del 20 e 21 prossimi avrà votato il 50% degli aventi diritto, magari, soprattutto nelle sette regioni interessate dal voto locale, proprio trascinati da quel voto, che certamente interessa molto di più ai cittadini).

Ho già scritto che voterò SI’, anche se, come ho spiegato all’amico e collega Neri Pollastri sul suo blog Filosopolis, voterò “turandomi (un poco) il naso”, come diceva di fare Indro Montanelli, gran liberale, quarant’anni fa, mentre si accingeva a dare il suo voto alla Democrazia cristiana.

Voterò SI’ con questi sentimenti perché ritengo di avere delle buone ragioni, come peraltro altre ne hanno i sostenitori del “no”. Anzi, da un punto di vista del merito della legge, come mi ha spiegato con competenza la mia amica portogruarese dottoressa Lucia Boato, coloro che voteranno “no” hanno ragioni teoreticamente migliori delle mie a sostegno del “SI'”.

Riassumendo: la legge sottoposta a referendum confermativo è incompleta e sgangherata, perché si occupa quasi solamente del taglio lineare dei parlamentari, da 945 (Camera e Senato considerati insieme) a 600, ma nulla dice su altri temi importantissimi, come il processo di selezione dei candidati (anche se su questo tema non mi illudo, in Italia le cose andranno come sono sempre andate, provare per credere), il necessariamente nuovo rapporto tra Parlamento e regioni, l’elezione diretta o meno del Presidente del Consiglio o della Repubblica, etc. Temi in sospeso da decenni.

Se vogliamo, vi è anche un altro elemento probatorio per il “sì”. Coloro che oggi si sono svegliati a sostenere il principio di rappresentanza del popolo, si dimenticano di dire che grosso modo i nuovi “numeri” corrispondono più o meno a quanto in vigore nelle altre grandi democrazie liberali. Non solo: in Italia abbiamo venti regioni con venti consigli regionali, che mobilitano a tempo pieno e ben pagati, circa 850 consiglieri. Non solo, abbiamo anche qualche robusta decina di parlamentari europei che seggono, sempre profumatamente pagati, a Strasburgo. E 8000 consigli comunali e altrettanti sindaci, e, fino a qualche tempo fa un centinaio di consigli provinciali. Non basta per la rappresentanza del popolo? Andiamo!

Circa la selezione dei candidati riporto un episodio che mi ha riguardato: circa tre lustri or sono fui candidato a sindaco nel mio paese di origine, Rivignano, con il mio impegno a un solo mandato. Ero stato spinto a dare la mia disponibilità da persone di tutte le “religioni politiche”. Bene, allora qualcuno di “già arrivato” (consigliere regionale della zona) che temeva una mia elezione, per la mia mediaticità (e non solo) che forse avrebbe potuto oscurarlo mettendo in mora la sua leadership nell’area politica e geografica, ha fatto di tutto perché una importante forza della sinistra cattolica moderata di quel tempo non mi votasse. Come volete che funzioni la selezione? Guardate il personale politico del 5 Stelle, ma anche di altri partiti. Vi pare che vi sia stata una selezione basata sul livello e sulla qualità culturale (quantomeno) dei candidati?

A corollario ci metto anche l’esempio del referendum “renziano” del ’16, miseramente fallito a onta del suo proponente e superbioso protagonista. Il tema dell’abolizione del Senato era corretto, ma è stato posto in modo talmente personalizzato sul principale protagonista (Renzi), al punto da far scatenare tutta l’avversione che il fiorentino è riuscito a generare soprattutto con i suoi comportamenti eccessivamente autoreferenziali, e con la sua postura, il suo lessico, la sua sbrigatività e la supponenza di essere sempre dalla parte giusta. Modi che lo rendono anche ora quasi il contraltare, perfino una sorta di clone dell’altro Matteo, e viceversa. Probabilmente i due capi politici hanno molte cose in comune sotto il profilo personologico-psicologico. “Cose” non bellissime.

Tornando al tema della “soglia” che può portare alla “decisione”, mi piace ora riflettere sulla… riflessione critica. Pensare sul pensiero, considerare l’aristotelica nòesis noèseos, cioè il pensiero di pensiero, è fondamentale, perché è – tra l’altro – ciò che ci distingue dagli animali superiori.

Riflettere criticamente su ciò-che-si-pensa costituisce il centro della nostra attività raziocinante, il suo focus, la garanzia e che si sta procedendo correttamente nell’utilizzo della logica argomentativa, per la quale se si pone una premessa a, necessariamente si pone una sequela b, etc.

Questo può non piacere a chi ritiene che in questo modo sia penalizzata la capacità immaginativa, o la fantasia, nell’accezione corrente. Nulla di più falso. Si può mostrare l’inconsistenza di tale critica in molti modi: Ne scelgo uno di carattere linguistico-letterario. Proviamo a considerare Giacomo Leopardi e la sua formazione durissima e rigorosa, sia nelle discipline filosofico-letterarie, sia in quelle fisico-biologiche. Ebbene: si può affermare che il poeta marchigiano, pur capace di usare tutte le tipologie metrico-prosodiche a disposizione fin dalla classicità, utilizzando spesso il verso libero, trascurando i rimari e le regole più rigide sopra richiamate, ha mostrato una libertà espressiva straordinaria per i tempi suoi. Fantasia e scienza, nel suo caso, si sono innestate reciprocamente senza problemi, ottenendo i risultati che sono noti ai lettori più attenti, ora anche a livello internazionale, vista l’edizione critica in inglese delle sue opere a cura dell’università di Oxford. Tra gli intellettuali del suo tempo, invece, Leopardi era notissimo ed apprezzato come maestro, perfino da Nietzsche.

La mente umana mostra costantemente, non solo la plasticità fisica ben nota ai neuro-psichiatri, ma una capacità creativa sempre sorprendente. Vediamo un momento alcuni aspetti della dimensione hard della soglia.

La soglia percettiva psico-fisica e neurofisiologica è la principale “soglia” che ci può interessare come esseri umani, poiché al di sotto della stessa, anche se ci può essere uno stimolo dei sensi, non se ne avverte la presenza. Si definisce quindi “soglia di percezione”, tema ben studiato dagli psicologi, come è attestato anche dal bel libro del dottor Piero Vigutto La percezione del rischio, in tema di sicurezza del lavoro.

Vi è dunque uno stimolo minimo percepibile e discriminabile, come nel caso del suono, che è differente tra i i viventi animali e tra soggetti individuali. Pensiamo solo alla soglia percettiva uditiva del cane, che pare sia almeno quaranta volte superiore alla nostra di umani. In altre parole, la soglia percettiva è un parametro di sensibilità che si distingue tra un “sopra-la-soglia” (sovraliminali: limes in latino è il confine), e un “sotto la soglia” (o infraliminali).

Soglia di un qualcosa di diverso, che sia fisico o mentale. Stiamo attenti alle “soglie” e, se possibile, indugiamo un poco su di esse.

La “stufanza” della politica e della comunicazione mediatica mi annoia sempre più, e il 20 voterò SI’, anche se Prodi, Calenda e la Maraini (e chi se ne frega di loro tre) voteranno no

Stamane, mattutino di tarda estate, e fiacca, dopo una notte temporalesca di tuoni e fulmini, rivedendo in tv le solite facce bbanali (la doppia “b” non è un refuso), e ascoltando con pena i soliti discorsi triti della politica (quasi tutta e di quasi, ma quasi, tutti), mi son sentito stufo, e ho pensato che manca un termine per sostantivare tal sentimento.

A corroborare tale senso di noia di quasi-schifo si aggiungono molti tra i professionisti della comunicazione, che parlano e scrivono banalumi e stolterìe.

L’ultima: un pioppo di oltre quattro (dicesi 4!!!) metri travolge una tenda uccidendo due bambine. E’ noto che un pioppo che si spezzi alla base, avente un diametro di una trentacinquina di centimetri può essere altro anche venti (20!!!) metri. No, si trattava di un pioppo di ben oltre quattro (metri)!. Il lettor gentile potrebbe dire: cosa da poco. Sì, da poco a confronto della drammaticità dell’evento, ma comunque da tanto, al punto da mostrare che non c’è domanda a monte della cronaca.

Charles Hank Bukowski

Ed ecco l’ispirazione: siccome tra i volti apparsi stamattina vi è anche l’uomo del Billionaire, recente malatino, che so esser stato definito da un brillante commentatore l’uomo della “riccanza“, per dire ricchezza esibita, quasi sostantivo participiato al presente, ho pensato che la mia noia potrebbe chiamarsi “stufanza“, anche se echeggia cibi ben cotti e conditi con pomodoro e basilico (copyright recente dell’amico Fulvio, sempre molto proattivo).

E, more solito, sono andato alla mia riserva di etimologia. “Stufo” deriva dal verbo greco “tupho, ein“, che significa affumicare, bruciare lentamente…, mentre la forma latina diventa extufare. Bene, vedi, caro lettor mio, che c’entra anche lo stufato con pomodoro e basilico?

Questa mattina, gli intervistati di Canale 48 sono stati tre: il solito capo leghista (mediamente abbaiante), una pidina mai vista e un fratello d’Italia e quindi un mio fratello che non conosco personalmente. Bene: la frase del capo padano, riferita al tema della scuola che riaprirà dal 14 settembre, qualche attimo pria che la pronunziasse la ho – tra me e me – detta io; la frase della deputata pidina, rassicurante e pacata, la ho anticipata senza problemi, così come quella del fratellino italiota. E dunque: per quanto concerne il “parlato” dei più noti, siccome è ripetitivo nei modi, stilemi e contenuti, oramai siam in molti resi edotti di un tanto, prima che abbiamo il piacere annoiato di ascoltarli.

Il problema sorge, ma non è grave, quando il parlante è poco noto, e allora ho pensato questo: probabilmente 1) nell’agenda dei giornalisti vi sono decine o centinaia di numeri di cellulare dei politici, che sono sempre raggiungibili, e poi ci tengono a essere raggiunti; 2) le segreterie politiche probabilmente suggeriscono, a volte, chi contattare; 3) i politici si preparano frasette precise e brevi sui temi del giorno e, siccome difettano di fantasia e spessissimo di cultura, recitano a pappagallo proposizioni facilmente prevedibili. Questo accade, e per questo lo que dicen sembra risaputo (a me sembra risaputo) e quindi ripetitivo, noioso, stufante.

Una riga per i “contenuti”. Penso che, per la fregola di essere capiti da tutti, ma anche perché non hanno grandi mezzi propri, i contenuti sono generici e banali, sentiti e ri-sentiti prima e più volte, innumerevoli volte. E allora ti vien da dire bastaaa!

Solo due o tre decenni or sono, i discorsi, brevi o lunghi che fossero, dei politici, erano meno banali, meno stufanti, e anche più interessanti, talvolta.

E i sostenitori del “no” al referendum temono che riducendo la folla di rappresentanti si riduca la rappresentanza? Ma scherziamo? Il professor Onida e altri competenti lo stanno spiegando bene. Lasciamo a casa un buon terzo degli inutili da dodicimila euro netti al mese, che si trovino un lavoro vero, come tutti, invece di vivere a ufo di stufanza.

Tornando ai professional della comunicazione. Covid: oggi decessi in crescita, ben 4, rispetto all’unico di ieri, mentre i positivi sono in calo, ma comunque ancora oltre 1300. E mi chiedo: chi detta la linea di questa comunicazione farlocca e pericolosa?

L’importante è essere consapevoli che lo è per verificare se vi sia una strategia per farci tutti stupidi, e reagire.

Creta, Ano Viannos, la piazza delle esecuzioni

Questo luogo telematico non è solo vetrina per i miei scritti, aperta al mondo, ma anche un luogo di ospitalità. L’amico Fulvio Comin, in questa fase delle nostre vite è anche mio compagno di strada nella scrittura di un romanzo storico, che l’editore Albatros è stato disponibile a pubblicare: si tratta della storia di una famiglia ebrea che fugge da uno dei tanti pogrom antisemiti che accadevano in molte parti dell’Europa nel XVII secolo (e in molti altri tempi come manifestazione di una “malattia grande” dell’umano, il razzismo) e, nel caso, in Ucraina sulle rive del grande fiume Dniepr. La famiglia di Rizko Abrams va a Occidente… ma ne leggeremo le peripezie quando il romanzo sarà pubblicato.

Fulvio Comin

Intanto qui accolgo un racconto drammatico che Fulvio ha voluto scrivere da Creta. Un salto all’indietro in piena Seconda Guerra mondiale, nella tragedia dell’occupazione nazista.

“In questo sole sfolgorante, dentro a questo caldo che arriva come un abbraccio mortale direttamente dalla miscela di grani di sabbia del deserto africano, nati sotto l’Atlante e spinti, verso l’Europa, non una Europa, ma tante Europa, frantumate sotto i venti degli egoismi e degli interessi, piccole schegge di roccia che si incontrano con altri frammenti di roccia del deserto e non si accorgono di essere eguali ai precedenti e, nello stesso tempo, diversi quasi il confronto, quando non lo si vuol fare, fosse impossibile.

In questo sole sfolgorante dove mi ha portato Roberto, pilota comandante di grandi aerei, che guarda il mondo dall’alto, eppure sa riconoscere, i tragici segni sul terreno, quasi fossero pennellate di ferocia umana che né il vento né l’acqua riescono a cancellare e rimangono per decenni e, forse, secoli, sempre che non nasca qualcuno che vuole riscrivere la storia per camuffarla e raccontarla alla mamma, discretamente, perché non le provochi dolore, perché non ne turbi gli ultimi sogni prima di andarsene a fare i conti con l’Eternità. Se c’è!

Lei ci crede e allora cosa dobbiamo cancellare nella storia del mondo per farla contenta? Nulla, in verità, perché il Padreterno, nel momento del trapasso le confonde la memoria, le spegne la luce che illumina la verità e confonde nel grigio il bianco ed il nero e la lascia valicare il confine in uno stato di semi incoscienza. Trapasserà felice e noi ci chiederemo se questo sia giusto oppure no.

Ma noi chi siamo per porci questa domanda?

Ecco allora che, altro, ci toglie l’incomodo e neppure ce lo dice. Ci sarà pure un motivo che ci sfugge, in questa mancata comunicazione. Di sicuro, ma non ci va di cercarlo.

E allora, in questo sole sfolgorante ed immersi in questo caldo inconsueto, ecco che Roberto mi indica una tabella lungo la strada sulla quale c’è scritto, prima in greco e poi in inglese: “Lygia. Place of Nazi Executions”.

La tabella indica una strada sterrata che scende verso un falsopiano coperto da ulivi che non sappiamo se percorrere oppure no. L’assicurazione dell’auto presa in affitto ti copre eventuali danni, soltanto se percorri strade asfaltate, altrimenti il rischio è tuo.

Che ci sarà da vedere nello spiazzo dove i nazisti hanno fucilato centinaia di persone? Probabilmente nulla, se non fili d’erba tra le piante di ulivo, dimenticati dalle capre o magari una transennatura realizzata decenni dopo a delimitare ciò che ormai era evaporato come una negligenza, tra i fumi della storia.

Anche i crimini evaporano, spariscono nell’aria, come un gas mortale che nessuno vede, ma che ti entra dentro e ti devasta. E quando chiedi alla Storia, se i responsabili abbiano pagato, la risposta è sempre scoraggiante: non hanno mai pagato e neppure si sono mai pentiti o hanno lasciato uno scritto da leggere dopo la loro morte per affermare ciò che volevano, anche che avevano fatto bene a comportarsi  come si erano comportati.

Ma perché costoro non lasciano mai una traccia delle loro malefatte o “benefatte”, dopo la loro morte? Perché non scrivono in poche parole la verità? Cosa gli costa venire a patti con la propria coscienza?  E se è vero che ti confessi pensando che nell’aldilà qualcuno sia pronto a giudicarti, perché non scrivi: “sì sono stato io ad ordinare il massacro e ne sono orgoglioso… oppure… mi pento… non volevo farlo, ma gli ordini…”. Qualcosa sembra sempre salvarti.

Mi spieghi quale ideologia giustifica la strage di bambini che vanno ignari in mezzo a un prato, seguendo le madri, oppure in braccio a loro, pensando che c’è la mamma e, se c’è, sono sicuri e, invece, questi assassini, li strappano dall’abbraccio, li afferrano per i piedini, li fanno ruotare e ne fracassano le teste contro gli stipiti di una porta magari quella della casa dei bimbi, dove gli stessi si erano più volte affacciati entrando od uscendo da quell’uscio che rappresentava il confine tra la famiglia ed il mondo.

Poveri bambini che noi dimentichiamo facilmente, riducendoli a statistica: quanti erano il cinque per cento, l’otto? Non importa. Ciò che è davvero importante è che esistevano, c’erano e non hanno compreso il momento che stavano vivendo e che, un secondo dopo l’averlo forse pensato, non vivevano più.

Oltre cinquecento, tra bambini, donne, anziani, sono stati portati nel “ piazzale delle esecuzioni” e, a gruppo di sette, mitragliati.

Perché non si sono ribellati? Morte per morte, cosa cambiava?

Pensate: questa domanda la dovremmo porre a coloro che si sono lasciati fucilare senza far nulla, camminando fin sull’orlo della fossa dove poi si erano inginocchiati, aspettando il colpo alla nuca.

Perché non si sono ribellati? Domanda delle domande.

Roberto, che guarda le cose terrene dall’alto, mi accompagna al sacrario che ricorda questi morti: ci sono i nomi. Certo, ci sono i nomi e pure, stilizzate nella pietra, le figure di coloro che sono stati ammazzati, ma è come tentare di rappresentare il vento con un solido, fare di un soffio d’aria una bolla di pietra e sostenere che non pesa.

Tutto evapora.

Già, il tempo è un soffio e chi lo acchiappa finisce soltanto per contorcersi nel rimorso o in un’esaltazione che non sembra passare mai. Meglio allargare le mani e lasciarlo andare: via, un soffio di vento, polvere sparsa nell’aria. Non pesa nulla, soprattutto non ti pesa sullo stomaco.”

(Fulvio Comin)

Da immemorabili tempi le cronache estive hanno il loro “giallo”, dai tempi dello “scandalo Montesi/ Piccioni”, delle vicenda di Fenaroli/ Ghiani e Maria Martirano, dai tempi del delitto del bitter di Arma di Taggia… è come se il popolo dei lettori abbia bisogno di qualcosa di diverso, di piccante, e misterioso, di peccaminoso e delittuoso, di drammatico o addirittura di tragico, poiché il “male” permea la vita dell’uomo, inevitabilmente, facendo anche – a volte – risaltare il bene

Quest’anno il fatto è collocato in Sicilia, tra Messina e Caronia. Protagonisti: una gradevole signora poco più che quarantenne dal sorriso smagliante (almeno sul web), il suo figlioletto quattrenne, entrambi trovati morti dopo giorni di ricerche vane, il marito un po’ trendy, le comunità locali, gli inquirenti, i volontari che si offrono per ricercare i primi due scomparsi in modo finora inspiegabile, il carabiniere in pensione che trova un corpicino “dove nessuno lo stava cercando” (parole sue un po’ indispettite), e l’ambiente, meravigliosamente estivo, siculo fin nel profondo, con il mare a portata di sguardo, il Tirreno profondo, e una piramide in ferro brunito, definita “misteriosa” da giornalisti privi di ampiezza lessicale. Tutt’intorno la boscaglia, la macchia, i maiali neri dei Nebrodi mescolati geneticamente ai cinghiali, un territorio semi-collinoso definito “impervio” da qualcuno, aggettivo che a me, abituato alle impervietà vere delle rocce e di erti pendii alpini, sembra esagerato. Un territorio che percorrerei con le infradito, che non ho mai usato.

Lo strano comportamento di chi ha visto la donna e il bimbo incamminarsi verso la boscaglia. Zitti, muti come cospiratori. Nessuno telefona ai carabinieri, al 118, nulla.

E poi lo stuolo di “esperti” o reputati (e sé reputanti tali) tali in tv e sul web, la criminologa seriosa, lo psichiatra dal cachet sempre splendido, le domande falsamente insidiose dei conduttori, emblemi di una mediocrità comunicativa evidente. Farei anche dei nomi, ma li ho fatti altrove, precedentemente. E il lettore mio sa a chi mi riferisco. E la noia incombe.

Che è successo realmente? Il super esperto di psiche afferma con fare annoiato che una “mamma” con quei conclamati (da quando?) problemi psichici non la si lascia portare via in auto un bimbo come Gioele. La criminologa, come sempre assai compunta, si distingue per una pretesa maggiore profondità di ragionamento, a sentir lei. Pagati tutti e due per dire cose che poteva intuire anche mia nonna. E ogni giorno la vicenda è in prima pagina, sia sui media di carta, sia su quelli telematici, accanto ai nuovi contagi Covid, a Lukascenko e a Trump/ Biden, in base a una per me assai discutibile gerarchia di importanza.

Siamo seri: alla fine, che importanza nazionale può avere la vicenda di Caronia per meritare tutta questa attenzione mediatica? Rispondo in base a diverse prospettive: 1) da un punto di vista etico/ filosofico personalista e teologico, la vicenda ha importanza assoluta, perché ogni (dico “ogni”) vita umana ha un valore assoluto. Ma subito obietto: e le altre migliaia di bimbi che ogni santo giorno si ammalano, son sempre più denutriti e muoiono in molte zone del mondo? Di loro si parla per numeri, non per nomi. Delle donne poi che dire? quante sono maltrattate, picchiate, stuprate, vilipese in qualsiasi modo, mutilate e uccise, mentre parliamo della (bella?) disk jockey? 2) da un punto di vista politico, la vicenda ha ben poca rilevanza; 3) da quello socio-culturale, appartiene al novero dei fenomeni attinenti agli attuali modi di vivere, frenetici e disordinati, e perciò non indica particolarità significative; 4) dal punto di vista mediatico, tutto cambia, perché l’insistenza con la quale se ne parla, contribuisce ad enfiarne l’importanza, la centralità nella gerarchia delle notizie, perché incuriosisce interpellando morbosità insite in molti, forse in quasi tutti. Ecco, è la dimensione mediatico-commerciale e quindi economica che muove la vicenda. E questo fa un po’ di tristezza. Mi viene da dire una cosa che attesta la mia scarsa simpatia per gli esperti convocati dalle tv: che cosa farebbero questi signori&signore se, specialmente d’estate, non accadessero fatti così sfiziosi, ancorché tragici? Non lo so.

Nel novero dei protagonisti della vicenda una sola persona mi ha convinto, per la scarna frase pronunziata e per il comportamento, cioè il carabiniere in pensione che ha trovato lavorando solo due o tre ore, il corpicino: alla domanda circa “come avesse fatto a trovarlo così rapidamente“, ha risposto lapidario: “Ho cercato dove gli altri non hanno cercato. Punto“. per dire che non ammetteva né repliche né commenti.

Ecco, un altro punto. Dopo venti giorni nei quali forze dell’ordine e volontari cercavano senza trovare un corpo di bimbo in una zona che è fuorviante definire “impervia” (sopra ho spiegato che cosa ragionevolmente si possa onestamente intendere per “impervio”), una persona veramente esperta, competente e disinteressata, ha risolto un caso che decine di altre persone non riuscivano a concludere in intere giornate di ricerca.

Caro lettore, sai che proprio non mi capacito? Non capisco, non riesco a comprendere come la cosa si sia risolta in questo modo. Battendo il territorio con metodo, con gruppi che avanzano in riga orizzontale e visitano ogni anfratto del rettangolo di territorio destinato, per poi spostarsi su un altro rettangolo, metodicamente, fino a coprire una superficie che ragionevolmente avrebbe potuto contenere tutto il girovagare della donna… quanto? dieci o quindici km quadrati? Un rettangolo di due/ tremila metri per sei/ settemila?

Proprio come si vede fare nei thriller americani, che pare siano più documentati del nostro reality. Ecco, mi è parso che le tv abbiano trasmesso un reality senza pagare nessuna comparsa, perché tutti erano più o meno tali.

Del giuoco del calcio e di altro. Gianni Brera riteneva che lo 0 a 0, cioè il pareggio a reti inviolate, fosse il risultato perfetto in una partita

Il gioco del calcio è, pare, il gioco di squadra più popolare del mondo. Vi sono anche dei prodromi di questo gioco con la palla risalenti addirittura al Medioevo. Dall’Alto Medioevo, fin dal IX secolo: Nennio, un monaco benedettino, lo cita nella sua Historia Brittonum, narrando del gioco che si teneva in Galles, dove dei ragazzi si dilettavano a giocare con una palla (di stracci?), chiamandolo pilae ludus.

In Francia si riscontrano tracce del “gioco con la palla” nel 1147. In Inghilterra ne parla William Fritzstephen attorno al 1180, collegando questo gioco ad altri praticati dai giovani il Martedì grasso. E poi a Firenze, dai secoli XIV e XV…

Gianni Brera

Il calcio moderno ri-nasce in Inghilterra nella seconda metà del XIX secolo. Questa origine ha fornito agli Inglesi un’ulteriore ragione per il loro ampio superiority complex, che nel caso in qualche modo “proibì” loro di confrontarsi con le altre nazioni per manifesta superiorità. Poi si sa come è andata a finire. Ad esempio, considerando solo i campionati del mondo per nazioni, abbiamo: il Brasile con 5 vittorie, l’Italia e la Germania con 4, la Francia, l’Argentina e l’Uruguay con 2, e l’Inghilterra con… 1, in “casa”, a Wembley, oramai lontana più di mezzo secolo (1966) con il non-goal di Geoffrey Hurst nella finalissima londinese alla Germania di Helmut Haller e Uwe Seeler. Ben le sta.

In questi anni il football è diventato sempre più popolare e pervasivo, anche su web e sulle tv, esageratamente pervasivo. I media attuali consentono la partecipazione a tutti, anche a quelli che Umberto Eco definiva imbecilli, che spuntano in gran quantità, anche tra i protagonisti del gioco a tutti i livelli, che si sentono sproloquiare usando linguaggi, concetti ed espressioni assolutamente improbabili, inadeguate, spesso offensive, e sintomo di un’incultura pericolosa, che trabocca dappertutto.

Soprattutto per i più giovani, qui voglio parlare di un esempio di cultura e di lotta a ogni banalizzazione, che è possibile anche parlando di questo sport. E chi meglio del grande Brera può aiutarmi in questo?

Gianni Brera può essere considerato il più grande cantore del gioco del calcio del ‘900, scrittore non inferiore ai nostri grandi neorealisti alla Arpino, alla Vittorini o alla Pavese.

Peraltro, anche lui veniva da quella pianura padana, da quel pavese che aveva prodotto, oltre a un’agricoltura meravigliosa, valenti scrittori. Barba e baffi, occhiali, pipa, una voce chiara e un linguaggio immaginifico, a volte quasi dannunziano o gaddiano.

Neologismi a iosa, come “rombo di tuono” per designare Gigi Riva, virile guerriero delle aree di rigore, oppure “abatino”, ingeneroso nomignolo per il più grande di quei tempi, cioè Gianni Rivera da Alessandria, vincitore di tutto, e stimatissimo da compagni che guidava con carisma e avversari, italiani ed esteri, ma per Brera il Gianni era troppo poco “guerriero”, anche se il suo gioco era un pennellare azioni e goal fatti e fatti fare che solo Mancini, Baggio, Del Piero e Totti in Italia, dopo di lui, sono riusciti ad imitare. E anche Cassano aggiungerei a questo elenco, se non si fosse perduto nei ghirigori del suo carattere.

Gioânn Brera fu Carlo, se ne è andato (era il 19 dicembre 1992 e morì in un incidente stradale a Codogno, nel lodigiano, trovo sul web). Non scrisse solo di calcio, ma anche di ciclismo e di boxe, dove contendeva la leadership scrittoria a Bruno Raschi e a Rino Tommasi, le star giornalistiche di quegli sport.

I suoi scritti sportivi hanno inondato le pagine della “Gazzetta dello Sport”, del “Giorno”, del “Guerin Sportivo”, di “Repubblica” del “Giornale”. Altri neologismi suoi sono oggi patrimonio lessicale degli attuali cronisti: libero, centrocampista, contropiede, cursore, incornata, melina etc.. La sua analisi del gioco del calcio era metafora storico-sociologica di ciò che lui pensava della Patria Italia. Per Brera l’Italia era una “Nazione-Femmina”, cioè una Nazione capace di sottigliezze e astuzie, ma non di forza bruta. Rivera Giovanni, Mazzola Alessandro e Bulgarelli Giacomo, eleganti e non muscolari, più di Riva o Boninsegna (da Brera chiamato “bonimba”) erano il simbolo dell’Italia vera. E questo gli dispiaceva molto.

Secondo Brera, anche il calcio italiano era un calcio-femmina, che usava il catenaccio, il contropiede, la ripartenza (copyright successivo forse sacchiano), e quindi la velocità e il lecito inganno della classe sopraffina per battere i colossi del nord, soprattutto i Tedeschi. Ed è quasi sempre andata così: negli appuntamenti maggiori della storia del calcio, l’Italia ha quasi sempre battuto la Germania.

Il giornalista riteneva che i calciatori italiani fossero strutturalmente vocati alla corsa, alla fuga, al contropiede, dove lo scatto e l’abilità nel dribbling vincevano spesso sulla forza bruta. Se, però, Brera vedesse i calciatori italiani odierni, si accorgerebbe che la morfologia è cambiata. Ora non più il metro e settanta, ottanta per portieri e difensori centrali, perché è diventato un metro e ottanta e oltre per ottanta chili per gli attaccanti, un metro e novanta e oltre per i portieri e i difensori centrali per novanta chili, italiani grossi e forti, oramai, come tedeschi e svedesi, o come i negroni che possono mettere in mostra Francia e Inghilterra. Io stesso, a parte le ultime vicende che mi hanno fatto perdere sette cm di statura, rispetto a mio padre che era altro un metro e settantadue, ero un metro e ottantacinque fino a tre anni fa.

Abbiamo mangiato meglio dagli anni ’50 in poi, in molti.

Quando morì Rocco, Gianni Brera scrisse parole sincere sul “Giornale”, il 21 febbraio 1979. “Rivera sta a Nereo come la callida volpe al toro manso. Ma bello è poterlo sentire figlio, alzare la voce a proteggerlo, lui toro, manso tutto de fora, estroverso, goliardo invecchiato, e torvo solo per gioco, l’altro tutto introverso, compito, abatin. Xe Rivera la nostra Stalingrado, si lagna di me Nereo: e si capisce che non può seguirmi neppure quando ho ragione. Rivera è il solo dei suoi che pensi calcio in grande stile: al diavolo se al pensiero non s’accompagna sempre l’azione”.

Brera, ho scritto sopra, non apprezzava molto i giocatori tecnici come Rivera appunto, i piedi buoni, ma i faticatori alla Domenghini. Costoro gli ricordavano di più la sua gente di operai e di barcaioli del Po. Lui era un “padano di riva e golena, di boschi e sabbioni”, cresciuto, diceva, tra le papere e le oche, distingueva i fondali dall’increspatura dell’acqua. Brera era un appassionato enogastronomo, un fumatore di pipa e di sigari, ma anche di letteratura, autore di alcuni romanzi non banali come Il corpo della ragassa (proprio “ragassa”, sì).

Oggi che possiamo scrivere comodamente su un tablet, o su un telefono grande come un pc portatile, non possiamo immaginare Brera e i suoi colleghi che scrivevano sulle ginocchia sull’Olivetti Lettera 32, in condizioni precarie e avventurose. Non era un giornalista “dottore” perché i giornalisti vengono chiamati “dottori”, ma perché lo era veramente. Personalmente avevo un’opinione controversa su lui, ché lo trovavo presuntuoso, definitorio, assolutista nei suoi giudizi e perfino spietato, ma anche straordinariamente bravo, un abisso di bravura rispetto alla maggioranza dei cronisti attuali.

Ma quelli erano tempi nei quali scrivevano di sport Pasolini, Italo Calvino, Dino Buzzati, che seguì perfino un Giro d’Italia, ma anche Bruno Raschi di ciclismo, Antonio Ghirelli di calcio e di altro. Lo sport era cantato. Anche i suoi neologismi erano quasi poetici, da deltaplano-Zenga, a stradiVialli (caro lettor mio, Vialli è di Cremona, come Stradivari!), a Simba-Gullit, re leone delle savane calcistiche, fino al Divin-scorfano, cioè Diego Armando.

Era un sociologo e un etnografo, perché parlava delle terre dove si svolgevano gli eventi sportivi con conoscenza profonda di quei linguaggi, di quelle citazioni, di quei gerghi, nei quali il lombardo si mescolava ad altri idiomi, padani e meno. Era critico di Sacchi, che aveva facilmente “sgamato” con la stessa mia idea: non era l’omarino di Fusignano il portatore di un nuovo verbo calcistico, ma solo il coordinatore di alcuni fuoriclasse, altrove qui da me citati, van Basten, Gullit e Riijkard tra gli stranieri, e Baresi, Maldini, anch’essi fuoriclasse veri, e Donadoni e Costacurta, grandi giocatori. Grazie al c., che quel Milan era fatto di Invincibili/ immortali, con l’aggiunta successiva, dopo il ritiro del più grande, il centravanti olandese, arrivarono due geni slavi come Boban e Savicevic. Ma ormai sulla cadrega, avrebbe scritto Brera del Milan, era arrivato il ruvido e concreto uomo di Pieris provincia di Gorizia, furlàn solido e pratico. Fabio Capello, chiamato dal Brera “gran Bisiaco”, perché la “Bisiacarìa” era la terra di Gorizia e di Monfalcon sul mare.

Ora viviamo tempi diversi da quelli di Brera, per certi aspetti più squallidi, ora che invece di parlare di squadre e di passione, si parla spesso di Spa, di bilanci e di attivi/ passivi economici: le squadre hanno visto ridursi il carico bellissimo di passione all’aumentare progressivo dell’essere strutture economico/ finanziarie, al punto che anche il lessico, il linguaggio che racconta il gioco del calcio, si è modificato. Un esempio, ho sentito per radio il direttore sportivo dell’Inter Pietro Ausilio definire un giovane calciatore su cui si punta molto, mi sembra Alessandro Bastoni, già convocato da Roberto Mancini in Nazionale, non come “calciatore”, “atleta”,e perfino “risorsa”, ma “asset” e “prospetto”. Siamo a questo punto.

Che cosa, dunque, potrebbe rappresentare lo 0 a 0 nelle partite di calcio, così amato da Gianni Brera, in metafora? Forse che non occorre vincere sempre, ma può anche bastare… pareggiare, e andare avanti.

“mat, vecju, stupit e puar”, cioè – in lingua friulana – “matto, vecchio, stupido e povero”, ovvero del possibile disegno di distruzione della classe media

Anch’io come alcuni miei cari amici, come Fabio, direttore di una azienda piccola ma molto coraggiosa e innovativa (nel periodo della crisi, per continuare a lavorare i dipendenti si erano addirittura ridotti lo stipendio, prendendo esempio dal loro direttore, per poi riprenderlo integralmente una volta che l’azienda tornò in pista positivamente sul mercato, esempio straordinario di amore per il lavoro e di etica aziendale, tipico delle nostre terre friulane), sono abbastanza convinto che alcuni potentati di livello planetario abbiano interesse a zittire chi pensa con la propria testa, chi ha cultura, chi dissente, chi discute, chi non si accontenta delle informazioni mediatiche.

Detto questo per presentare il mio caro amico e stimabile collega, siamo seduti per una pizza dopo aver lavorato insieme a migliorare le relazioni dentro l’azienda con dei colloqui, ci soffermiamo sulla situazione attuale. Allora dico a Fabio che vi è un detto nel vecchio Friuli, riferito a me ancora giovanissimo dai miei genitori e dai nonni che recita come nel titolo: “matto, vecchio, stupido e povero“. Se tu, caro lettore, se sei intelligente, onesto e coraggioso, e non ti adegui al pensiero unico, puoi venir ridotto ad essere considerato matto, a invecchiare nella discriminazione, a diventare stupido e – chiaramente – a essere o diventare povero. Così starai zitto, e la smetterai di disturbare il comitato di controllo delle menti e dei mercati.

Questo periodo di analisi socio-politica sembra paranoico, ma io penso che non lo sia. In giro c’è qualcosa che non va, non va per nulla, e la recente crisi Covid lo conferma, a mio parere.

Mino Cancelli (alias Bill Gates), Zuckerberg (pronuncia Zuckerberg), Bezos, Brin e Page (o chi per loro), Tim Cook, ma anche i loro servitori politici (molti democrat americani e repubblicani non dissimili) come alcuni italiani che vanno per la maggiore, o pensano di andare per la maggiore, sono la punta di diamante di quel gruppo di potere. Dobbiamo stare molto attenti, noi piccolo-medio borghesi che non abbiamo più la ghigliottina a disposizione per decapitare il privilegio, come ebbero i Francesi dal 1789 al 1794, perché rischiamo di fare la fine dei generosi ingenui. E non mi si dia del sanguinario.

Il generale De Gaulle sosteneva che “gli Americani commettono tutte le stupidità che riescono ad immaginare, più qualche altra oltre la loro immaginazione“. De Gaulle ebbe il merito, non solo di guidare la Resistenza francese al nazismo, ma anche di non cedere allo strapotere americano, facendo rispettare la sua Patria, che non aveva paura di nominare come tale, come invece accade al linguaggio di molti “presidenti” attuali, come anche il nostro, italiano. Bene, proprio nel loro ambiente, parlo degli USA, da qualche anno si sta pensando che siamo troppi nel mondo, e troppo liberi, per cui occorre trovare il modo di controllare questo processo di crescita delle popolazioni.

Se è vero, come si dice che il danno peggiore per gli stupidi, è essere se stessi, dobbiamo stare attenti agli stupidi irrimediabilmente tali. E noi, che scriviamo e leggiamo e studiamo, non lo siamo. Noi siamo la classe media che fa paura, la classe media che fece la Rivoluzione francese, ma non quella italiana, e ora, senza rivoluzione italiana, i potentati pensano che siamo condizionabili, controllabili, manipolabili. Ma no pasaràn, no, perdio!

Il rischio è grande, perché l’ignoranza è molto diffusa, e in quanto tale nutre la presunzione, che a sua volta alimenta l’irrazionalità, la quale è fomite essenziale della stupidità. Il fatto è che la stupidità è inconsapevole, anzi, se la si indica come difetto a qualcuno, sempre educatamente, c’è perfino il rischio che se ne vanti.

Un altro detto molto noto recita in questo modo: “Se uno stupido tace, vuol dire che non è poi così stupido.” Noi invece parliamo liberamente e quindi, non essendo stupidi, non abbiamo paura del comitato d’affari che vuole controllare il mondo, che ci vuole: matti, vecchi, stupidi e poveri, pronti per la bara e la cremazione.

Ma no pasaràn, no, perdio!

« Older posts

© 2020 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑