Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Basta alla bulimia comunicativa!!!

Da almeno dieci giorni tv web e social bombardano le orecchie, l’udito e la pazienza del popolo italiano con la vicenda del bimbo nato prematuro e mancato per un batterio, definito stupidissimamente “killer” dai media, agli Spedali Civili di Brescia. Se il batterio è “killer” allora ragiona, è deliberatamente malvagio, come un essere umano, anzi come il mare e la montagna quando muore qualche umano in un crepaccio o annegando. Batterio, mare e montagna, secondo certi titolisti e scribacchini possono essere killer. Mi sono stancato ampiamente di questa pigrizia lessicale, di questa iperemia semantica, di questa bulimia comunicazionale.

Ogni giorno in ogni tg almeno dieci minuti di cronaca, quella e sempre quella, quella del batterio bresciano. Ho scritto qualche giorno fa che una vita è unica e irripetibile, e quindi va vista al di fuori di ogni statistica, ma il diritto di cronaca, anche sulla perdita di una sola vita, deve avere dei limiti.

Non si può e non si deve parlare ripetendo e ripetendo ciò che è già stato reso ampiamente noto: un batterio particolarmente resistente ha stroncato la vita di un bimbo nato prematuro. Si stanno facendo tutte le indagini e le analisi del caso, ma ora basta basta con la cronaca…

La cronaca segue la vita, e la vita è legata al movimento, alla natura matrigna (cf. La ginestra od Il fiore del deserto del conte Leopardi), alla complessità della convìvenza umana, alle interferenze tra le varie vite individuali e collettive e le strutture abitative e le infrastrutture dei trasporti e del traffico.

Mentre scrivo questa invettiva una disgrazia di altre proporzioni, il crollo del ponte sul Polcevera a Genova toglie ossigeno alle ripetizioni di Brescia che spariscono immediatamente dalla cronache, e ora per dieci giorni si parlerà quasi solo di questo disastro che non si sa se poteva essere evitato. Qualche settimana fa per quasi dieci giorni la cronaca è stata riempita dall’enorme idiozia di quel cameriere che aveva scritto “froci” sullo scontrino fiscale del pagamento di una cena. Anche lì, oltre all’enorme stupidaggine che nessuno mette in questione, sottolineo l’esagerazione mediatica: ad esempio, continuare a citare l’intervento di un soggetto privato come l’associazione gay che addirittura aveva chiesto il ritiro della licenza al ristorante. Quel cameriere è stato licenziato, con una sanzione a mio parere tecnicamente sproporzionata. Ora non se ne parla più.

Anche il batterio di Brescia è scomparso dalle cronache e ora c’è Genova. Ora vediamo quante parole inutili, quanta retorica si spenderà.

In Italia il lavoro di governo idrogeologico, di manutenzione delle infrastrutture, di controllo delle strutture abitative dovrebbe occupare forse più di metà della spesa, degli investimenti pubblici e anche privati. Le disgrazie possono sempre capitare, ma l’incuria è colpevole. Ora di nuovo largo a parole abusate come “rabbia” e “apocalisse”, sempre da me denunziate come inutili, ripetitive e improprie. Non sto a dire di “apocalisse”, già troppo da me compulsata e analizzata con dettagliate esegesi storico-critiche, ma dico di “rabbia”, embé? Dopo il pianto non è meglio il silenzio e la decisione politica?

Piuttosto spieghiamo agli ingenerosi “grandi giornali” inglesi, francesi, tedeschi, spagnoli e americani che non occorre speculare e insegnarci a vivere, come sogliono fare, anche per distrarre le loro masse popolari dai loro rispettivi problemi

E ora è possibile verificare se vi sono responsabilità nel rallentamento della manutenzione in questo caso e in altri? Se non ricordo male tra i tiepidi superficiali su questo tema non erano i grillini, che hanno definito “favoletta” il rischio paventato di quel ponte? Che non è “maledetto”, perché il ponte non pensa, non ragiona, non delibera, era solo infragilito, usurato dal tempo e dal traffico. Gli allarmi inascoltati, si dice e si scrive, da chi inascoltati? Ecco: questo bisogna chiarire anche per, se del caso, incriminare i responsabili.

Come sempre bravi, professionali e generosi i soccorritori, i vigili del fuoco, le forze dell’ordine, la protezione civile, il servizio nazionale per le emergenze, i volontari, cani compresi. Grazie anche alle loro lingue fuori e al loro frenetico darsi da fare.

Questa volta Salvini l’ha fatta giusta

I miei cari e pazientissimi lettori sanno che non ne perdòno una a Salvini, ma neppure a qualsiasi altro politico che manifesti ignorante superficialità intellettuale e faccia proposte insensate, a parer mio e, pur essendo da sempre e per sempre uomo di sinistra, socialista, non lascio passar nulla nemmeno se l’insipienza tocca la “mia” gente, più o meno. Specifico a chi pensa che esista una sola sinistra che non è vero, poiché io non c’entro nulla con le sinistre viola, arancione, giorotondin-morettiane, arcobaleno, radical chic etc, à la SavianBoldrinFratoianCivatiane, e neppure con l’arroganza renziana e dei suoi emuli pietosi come Lotti, Boschi e con chi ha le fisime sui “diritti civili” magari da applicarsi in Svizzera. Con costoro non c’entro nulla, e nemmeno con la ex presidenta della mia region di confine, ma con chi si occupa di diritti sociali, di welfare, di equità fiscale, di epichèia socio-politica, ebbene sì, c’entro, eccome, ovviamente da prima e infinitamente di più di quanto non c’entrino i parvenu grillini “di” e “di”, nati ieri e spariti tra oggi e domani.

Salvini è stato nel tempo oggetto di mie critiche serrate per il linguaggio greve, l’atteggiamento spesso irridente verso chi non la pensa come isso, per le scorciatoie dialettiche, per l’ambiguità… ma ora una giusta la ha fatta.

Saputo che nei moduli ministeriali per la concessione della carta di identità telematica, nei campi dove si deve apporre i nomi dei genitori, risultava scritto genitore 1 e genitore 2, per dare risposte pidine alle CirinnàBoldrinaltrodistupefacentestupidino, o al penoso Speranza, il Ministro degli affari interni ha fatto riscrivere “padre” e “madre”, suscitando immediatamente l’ira funesta delle famiglie arcobaleno. Ma, ziopaperino, che cosa hanno da protestare? Per accontentarli/ rispettarli basta predisporre anche il campo che preveda quanto di politicamente corretto c’era prima e loro compileranno dove preferiranno. Ecché, per accontentare trentamila neo-famiglie si disconosce la condizione di trentacinque/ quaranta e passa milioni di famiglie fatte di un maschio e una femmina adulti e spesso di uno o alcuni pargoli?

In questo pezzo evito di aprire una pur sempre necessaria riflessione antropologico-filosofica ed etica, poiché appesantirebbe troppo uno scritto impostato su una chiave stilistica leggiera, epperò ricordo al mio lettore che tale riflessione non può essere bypassata o evitata. Infatti bisogna approfondire seriamente, sempre, il tema di ciò che sia la coppia umana così come l’evoluzione naturale e culturale la ha configurata, e le conseguenze necessarie di questa condizione oggettiva. In questo quadro si inserisce come argumento centrale il tema dei figli, della relazione psico-affettiva, presente sia nelle relazioni inter-parentali biologiche, sia adozionali, nella quale mi sento di escludere ogni surroga della maternità e anche la possibilità di adottare da parte di coppie omosessuali. “Avere” un figlio, ed ecco che già il verbo “avere” è improprio  sbagliato, NON E’ UN DIRITTO, MA UN DONO, cari vendola di tutti i generi e specie!

In ogni caso sono per includere, non per escludere. Sempre. E’ molto semplice: l’importante è essere convinti di non avere ragione per partito preso, sempre, comunque e dovunque, e che quindi si può, anzi si devono considerare le ragioni altrui, ma chiedendo altrettanto agli altri. Se io lascio lo spazio per scrivere “genitore 1 e genitore 2”, esigo di potere trovare i campi informatici dove trovo la dizione “padre/ madre”. Perché comunque, innanzitutto, per ora, biologicamente e naturalmente si danno un padre e una madre, anche se giuridicamente questi possono trovarsi in un altrove.

Salvini ha dunque fatto bene in questo caso, anche per poterne discuterne, magari con i modi suggeriti in questo mio post, dove si privilegia la riflessione razionale e l’argomentazione logica.

Sarebbe così bello e produttivo se non si fosse così militanti fino alla tontaggine, sempre che coloro che lo sono ne siano coscienti, perché a volte la loro militanza è inconsapevole, perché sono talmente in basso in quanto al livello cognitivo e intellettuale e culturale che la militanza è l’unica dimensione psico-intellettuale a loro accessibile.

Speriamo che ogni tanto qualcuno di costoro, parlo degli homines novi della politica, abbia qualche bella pensata, che non è né di destra né di sinistra in quanto bella e intelligente, oppure può essere sia di sinistra sia di destra, come quella di Salvini che dà il la a questo pezzo.

Lo stupro tra diritto, etica e libero arbitrio

L’orrore del gesto è smisurato, segno di paradossale debolezza del masculo.

Pertanto, non può non sorprendere la sentenza emessa in questi giorni dalla Corte di Cassazione circa una condanna per stupro di tre “signori”, dove l’alta Corte ha negato le aggravanti che anche il mero buon senso avrebbe dovuto prevedere, in quanto la vittima era alterata dai fumi dell’alcol, e pertanto non in grado di decidere di sé liberamente. In sentenza si dice infatti che l’aggravante sarebbe stata prevista solo se i violentatori avessero somministrato essi stessi la bevanda alcolica. In altre parole la signora stessa si sarebbe liberamente messa nelle condizioni di inferiorità psichica e, ubriacatasi, quasi quasi par di leggere tra le righe, ben le sta se la hanno violentata.

Frequentando diversi giuristi per lavoro, poiché spesso il loro lavoro “confina” con il mio in ambito aziendalistico, contrattuale o della sicurezza mi sono fatto l’idea che pochi di loro abbiano una adeguata preparazione filosofica, nonostante la filosofia del diritto dovrebbe essere una disciplina guida per ogni curriculum di studi giuridici previsti per la laurea. In realtà, da quando vi è stata la liberalizzazione dell’accesso alle facoltà universitarie, ci si trova spesso di fronte a signore e signori che provengono da qualsiasi scuola superiore per poi conseguire una laurea qualsivoglia. E allora, in ambito giuridico troviamo avvocati che hanno fatto ragioneria, in ambito umanistico laureati in lettere docenti delle medie che hanno fatto un istituto tecnico. Gli uni e gli altri sprovvisti di latino. Ma come si può fare il giurista se non si ha alba della lingua nella quale sono state scritte le norme fondamentali del diritto romano, che è presupposto conoscitivo per ogni sviluppo della materia? Ma come si può fare il professore di italiano se non si conosce l’etimologia fondamentale della nostra bella lingua romanza?

Non bastano certo, per il primo e anche per il secondo caso i corsi di latinetto che si fanno all’università, per cercare di parificare la preparazione di costoro con quelli che provengono dal classico, o almeno dallo scientifico?

Ebbene, la norma lo consente e allora si va avanti, con i risultati che abbiamo davanti agli occhi.

Tornando al nostro caso mi sembra evidente che nella sentenza della Cassazione si adombri un’ignoranza marchiana, innanzitutto di carattere antropologico-filosofico e immediatamente dopo di profilo etico-filosofico. In altre parole gli illustri giuristi non sanno come è fatto l’uomo, spiritualmente e psichicamente. Ignorano i due percorsi decisionali che appartengono alla fisiologia psichica dell’umano: il ruolo dei sentimenti e delle emozioni (più correttamente si dovrebbe parlare di passioni), e l’esercizio dell’attività raziocinante.

L’aver fatto ragioneria o perito turistico non consente di sapere che il primo grande psicologo fu il filosofo Aristotele e il secondo il filosofo e teologo sant’Agostino, e che prima di arrivare a Wundt, Charcot e Freud vi è una riflessione di due millenni e mezzo sull’uomo che non si può ignorare. Per dire, e la psicologia degli ultimi cento e cinquanta anni. Costoro ignorano tutto ciò. e si vede.

Veniamo all’aspetto di filosofia morale: se abbiamo detto che l’agire umano è governato sia dai sentimenti sia dalla ragione, dobbiamo chiederci in che concerto essi si pongano per poter stabilire che l’atto umano in situazione possa effettivamente ritenersi libero e responsabile. In questa sede non ripropongo l’appassionante tema del rapporto esistente tra  dimensione psicologico-riflessiva e assetto fisico-neurale del soggetto, tema che appassiona da decenni neuro-scienziati, filosofi, psicologi e uomini di chiesa, per cui, tra posizioni intermedie dialoganti, vi sono posizioni estreme tra un biologismo meccanicista e uno spiritualismo radicale, ma mi fermo sul caso di cui stiamo parlando.

Dunque: una donna è stata violentata da tre uomini ed era ubriaca dopo essere stata a cena con loro. Il tribunale, in primo grado li assolve, li condanna in appello e infine la suprema corte sentenzia come sappiamo, implicitamente affermando che non c’è aggravante per i colpevoli se la vittima si è messa nelle condizioni di non poter decidere per scelta sua, in quanto ha liberamente bevuto. Beh, allora mi sembra che siamo a un cinismo supremo e desolante. Bisognerebbe leggere il dispositivo della sentenza, e se ci riuscirò lo leggerò, ma mi pare inaccettabile che pilatescamente (se ne sono lavate le mani) o sulle tracce di Caino (“non sono mica io il custode di mio fratello”) i tre delinquenti siano stati assolti dal fatto di non avere fatto nulla per mantenere alla loro “amica” un tasso di umanità degno di questo nome, anzi di aver approfittato vilmente delle sue condizioni.

Amica? Amici? Conoscenti? Imprudente lei? certamente, ma cinici loro come di più non si può. E desolatamente superficiali o inculti i magistrati dell’ultima istanza giurisdizionale.

Statuti epistemologici e strutture normative della conoscenza

Quando sento un giornalista che afferma, circa il salvataggio dei dodici ragazzi thailandesi e del loro sprovveduto allenatore, che c’è stato “solo” un morto in tutta l’operazione, un sub tra i molti impegnati nel recupero, ho un esempio perfetto di come sia necessario stabilire una struttura normativa di conoscenza anche per il sapere etico. Infatti, il giornalista, facendo l’affermazione riportata, ha implicitamente adottato e adattato uno “statuto epistemologico” all’etica, uno dei tanti possibili. Mi spiego: se l’etica è il sapere che si occupa della bontà o della malizia della azioni umane libere, è importante condividere la valutazione sui valori che si devono difendere, e dunque, se il valore della vita di una persona è relativo al contesto, e in quello indicato si sono salvate tutte le vite a eccezione di quella, allora abbiamo uno statuto epistemologico etico di tipo quantitativo: su tredici vite (ma le persone che si sono messe in pericolo nella vicenda sono molte di più, medici, sub, psicologi etc.)  se ne è persa una, e pertanto bene. La perdita per il mondo è di “una” persona.

Se invece si considera che cosa sia la vita per la persona che la ha persa, cioè “tutto”, ecco che lo scenario cambia radicalmente. In questa visione prevale l’elemento qualitativo su quello quantitativo: quella vita è “tutto-il-mondo”, e la sua perdita è la perdita di tutto il mondo.

Si tratta dunque di due statuti epistemologici, di due visioni del bene e del male concettualmente, anche se non praticamente, opposti. Quale più valido e condivisibile? Personalmente sono istintivamente per il secondo, pur capendo che si fa quello che si può nell’agire necessitato di un difficilissimo soccorso, con il massimo di tecnica disponibile e di impegno personale di molti, e quindi anche il primo ha una sua validità.

Restando in campo morale si potrebbe dire che i due “statuti” etici proposti nell’esempio rappresentano due “scuole di etica”: la prima potrebbe essere definita razionalista-utilitarista, la seconda etica del fine dove questo è la tutela della vita umana come principio incontrovertibile. Con ciò non voglio dire che il primo statuto sottovaluti la vita del singolo, ma non la focalizza come bene assoluto per chi la perde, collocandola nel calcolo decisamente positivo del salvataggio ben riuscito di tutti i naufraghi. “Solo” una persona è morta, ma quella morte, per quella persona è radicale, definitiva, incontrovertibile.

Un po’ di teoria ci serve per inquadrare il tema. Epistemologia è un termine proposto abbastanza recentemente dal filosofo scozzese James Frederick Ferrier, e deriva dal greco ἐπιστήμη, epistème, cioè conoscenza certa o scienza, e λόγος, lògos, cioè “discorso”. In filosofia è ritenuta la branca che si interessa delle condizioni  di possibilità di una conoscenza scientifica, cioè certa ed evidente, e dei metodi per conseguirla. Può essere definita anche gnoseologia o critica della conoscenza, sintagma caro agli studi teologici.

Lo Statuto epistemologico è dunque la struttura normativa di conoscenza di una determinata disciplina o di un’applicazione pratica della disciplina stessa. Nel caso citato sono evidenti due visioni del mondo, che funzionano se si ritengono complementari e non reciprocamente escludenti. Serve senz’altro la lucida razionalità di chi analizza il contesto e si batte per ottenere il bene maggiore ovvero il male minore, ma anche la valutazione di valore dell’oggetto di cui si tratta, specie se si tratta di vite umane.

Questa lezione potrebbe servire anche al ministro Salvini, e a tutti gli urlatori del sovranismo populista che ignorano ambedue gli statuti epistemologici, a anche a personaggi come il medico Strada che sente solo la sua, incapace di discutere obiettivamente di tutte e due le prospettive.

Noterelle sul Cristianesimo antico scritte durante la mia ascesi (dal greco àskesis, cioè “esercizio”) come anacoreta del XXI secolo

Caro lettore,

da ieri mattina, come chi mi vuol bene sa, sono alloggiato come un monaco anacoreta, e avendo un po’ di tempo in più traggo vantaggio dalla lettura di un monumentale tomo regalatomi da un amico rinchiuso, per ragioni diverse dalle mie, in ristretti orizzonti, la Biblioteca del gran patriarca costantinopolitano Fozio (IX secolo), volume edito dalla Scuola Normale di Pisa, che ha suscitato l’ammirazione della piccola filologa che mi ritrovo in casa, mia figlia Bea.

Non solo alloggiato come un monaco, ma anche spiritualmente sono disposto a tale stato, e ciò mi fa bene, per riposarmi corpo e anima.

Parto dal motto che introduce il testo di Fozio, che è in greco e italiano:

Si usava radunarsi ogni giorno per la lettura/ e interpretazione di un’opera principale,/ esattamente come ancora oggi i nostri/ amici cristiani sono soliti radunarsi negli/ stabilimenti dedicati allo studio, noti con il/ nome di scuole, ogni giorno per approfondire/ un’opera principale tra i libri degli antichi.” (Hunain Ibn Ishak, Sulle traduzioni di Galeno, p. 15 Bergsträsser)

Ecco quali erano i rapporti tra cristiani, musulmani ed ebrei in quegli anni, anche se certamente non mancavano i conflitti, non solo poiché si era alla vigilia della aspra e controversa stagione delle Crociate, ma anche perché si consumava con Fozio la prima grande spaccatura con il “papa” di Roma, anzi con il vescovo di Roma. Infatti l’intestazione della Biblioteca così recita, … di Fozio, vescovo di Costantinopoli e patriarca ecumenico, cioè patriarca di tutta l‘ecumene cristiana, certamente al di sopra dei patriarcati di Gerusalemme, Alessandria d’Egitto e Antiochia di Siria, ma non secondo neppure a Roma. La successiva e più grave rottura nel mondo cristiano, mentre l’islam si espandeva, avvenne nel luglio del 1056, ai tempi del patriarca Michele Cerulario e di papa Leone IX.

In ogni caso è bello constatare in questi nostri tempi circonfusi di ignoranza e di ignoranti che c’era, pure in presenza di molti contrasti, una sorta di dialogo fin da quei tempi tra le grandi tradizioni religiose, teologiche e filosofiche sviluppatesi attorno al Mediterraneo.

Le dottrine teologiche cristiane si dibattevano ancora tra due estremi, il nestorianesimo (dal nome di un patriarca costantinopolitano del V secolo, Nestorio) sostenitore della mera umanità di Gesù di Nazaret, che dunque era Cristo, cioè unto da Dio Padre, ma non consustanziale al Padre, molto forte ad Antiochia, e il monofisismo, molto forte ad Alessandria, il quale credeva vi fosse in Gesù Cristo solo la natura divina (mono, cioè uno, phusis, cioè natura), nonostante quello che era stato il consenso calcedonese (Concilio di Calcedonia del 451) tra le varie posizioni. Il tema trinitario e quello delle due nature di Gesù Cristo, quella umana e quella divina nell’unità teandrica o unione ipostatica (una Persona in due Nature), affaticò per secoli vescovi, patriarchi, monaci, teologi e imperatori, senza risolversi in una posizione unitaria, fino ai nostri tempi.

In qualche modo, possiamo osservare, sia il nestorianesimo, che forse aveva influenzato le origini dell’islam, poiché Mohamed incontrò probabilmente nei vasti deserti e durante le sue peregrinazioni nella penisola arabica diversi monaci nestoriani, sia il monofisismo che ben si sposava con l’assoluta trascendenza di Allah, erano dottrine complesse e molto diffuse, tali da affaticare la cristianità in almeno sette concili (quasi) ecumenici. Cosicché vedi, caro lettore, come i legami tra queste grandi tradizioni fosse molto forte, pur nelle differenze che nel tempo si sono anche accentuate: infatti, se la fonte era comune, la Bibbia degli ebrei, il suo prosieguo è stato differenziato, con il Nuovo testamento (Vangeli canonici, Lettere apostoliche e Apocalisse) per i cristiani, e il Corano per i musulmani. Si devono comunque registrare anche altre “sacre scritture”, come l Talmud (babilonese e gerosolimitano) e la Kabbala per gli ebrei, i Vangeli apocrifi e altri Scritti intertestamentari per i cristiani, e i commenti (Hadith di Mohamed e altri testi) al Corano per i musulmani. Nel tempo si sono registrate molte difficoltà di dialogo, escludendo finora ogni ipotesi di riunificazione, perfino nell’ambito cristiano. Il dialogo interreligioso è proseguito a fasi alterne, fino ai nostri tempi difficili. In ambito cristiano si è perfino assistito all’ulteriore separazione dovuta alla Riforma protestante nel XVI secolo.

Nei primi secoli cristiani vissero e scrissero innumerevoli autori, tra i quali alcuni furono definiti “Padri della Chiesa”, e proclamati santi, come Sant’Ireneo di Lione, San Giustino, San Basilio di Cesarea, San Gregorio di Nissa suo fratello, San Gregorio di Nazianzo, San Girolamo, Sant’Agostino, San Giovanni Crisostomo, San Giovanni Damasceno e altri; mentre alcuni sono definiti come scrittori cristiani, tra i quali spicca per profondità di pensiero e di esegesi Origene di Alessandria, che fu anche proscritto e anatematizzato dall’imperatore Giustiniano nel 553: Origene, infatti, aveva sostenuto alcune dottrine che non erano piaciute alla “grande chiesa, come quella dell’apocatastasi, cioè della salvezza di tutti in Cristo, grazie al sacrificio incommensurabile del Figlio di Dio in remissione dei peccati del mondo.

Altri autori, vocati propriamente all’ascetismo furono Evagrio Pontico, monaco, fatto santo per i suoi meriti di moralista rigoroso e Giovanni Cassiano, fondatore di monasteri e santo, prima di giungere alla grande stagione di San Benedetto, che dette inizio a una gloriosa vicenda, quella del monachesimo occidentale, inizio ragionevole dell’idea di Europa come res publica christiana.

La presunzione è la figlia primogenita dell’ignoranza

Dell’ignoranza, non di quella dotta e consapevole di Socrate e del cardinale Nicola di Kues, ma quella crassamente e colpevolmente idiota da bar sport, abbiamo qui trattato più volte. Nel titolo, caro il mio lettore, trovi un’affermazione apodittica, cioè che “la presunzione è figlia primogenita dell’ignoranza“.

Quel “è” caratterizza filosoficamente e filologicamente tutta la frase, come predicato nominale con cui mi permetto di attribuire all’ignoranza una figlia, e per di più primogenita, cioè caratterizzante una prima manifestazione genetica della “madre”.

Chi è presuntuoso nutre un’eccessiva sicurezza e fiducia epperò priva di riscontro nelle proprie capacità; questi solitamente  si attribuisce qualità e doti di cui non è in possesso, per un’opinione troppo elevata di sé, in ragione di una radicale mancanza di umiltà. Ecco: la mancanza di questa fondamentale virtù morale, che è valore e principio esistenziale. A volte si confondono i valori/ principi/ virtù con nozioni di carattere organizzativo, che si chiamano in un altro modo, appunto. Ma tant’è: vi sono docenti che non sanno queste cose e insegnano, invece di mettersi lì, umilmente, a imparare, perché sono presuntuosi.

Il presuntuoso molto spesso è anche caparbio e insolente, e dunque superbo, rischiando di essere vittima del peggiore dei vizi morali, la superbia, madre e figlia dell’orgoglio spirituale, il vizio che non permette alle anime di ammetter i propri errori. Disgraziato (cioè privo di grazia) chi non riesce ad ammettere i propri errori!

L’ignorante, per contro, è una persona che non conosce in modo adeguato un fatto, una regola o un oggetto, ovvero manca di una conoscenza sufficiente di una o più branche della conoscenza, pensando di possederla, e dunque è anche presuntuoso, poiché presume di sé qualcosa di falso, o di non rispondente al vero. Il senso e l’accezione comune del termine ignoranza significa dunque una mancanza di conoscenza di un particolare sapere o fatto specifici.

Il termine, come abbiamo scritto in altro pezzo precedente, deriva direttamente dal verbo greco antico gnor-ìzein e poi dal latino ignorare. Nel tempo il termine ha assunto un’accezione sempre più spregiativa, perché gli si è attribuito il senso morale di ignoranza colpevole, per mancanza di informazione e formazione dovuta a presuntuosa pigrizia.

A volte il presuntuoso, però, non è pigro, anzi è iperattivo, ma disordinatamente, disorganicamente. Muoversi per muoversi non significa nulla, se non si sa dove si sta andando: infatti si può conoscere veramente, anche se non mai del tutto, il proprio itinerario, esistenziale e lavorativo, solo se si è in ascolto, solo se non si dà per scontato di avere sempre ragione a priori, e gli altri, se ti contraddicono, sempre torto.

Non è mica difficile saper ascoltare gli altri, certamente quelli che meritano di essere ascoltati (cf, il significato etimologico di obbedire), basta fermarsi un momento nutrendo qualche sano dubbio sui propri convincimenti. Sant’Agostino e Descartes avevano fondato addirittura la conoscenza sul dubbio “cogito et dubito, ergo sum“, cioè penso e dubito, cosicché sono. Per questi due sommi pensatori il dubbio fonda lo stesso essere. Senza il pensoso dubbio non vi è neppure la persona, che pensa e che dubita, e in tanto in quanto pensa e dubita, essa stessa è.

L’essere è fondato sull’umiltà del dubitare, non sulla presuntuosa superbia del sapere senza confronto. Non vi sono titoli di studio o posizioni che esimono da questo circuito virtuoso del pensiero. Io stesso, che non mi son fatto mancare approfondimenti e studi, son sempre più consapevole della mia ignoranza, poiché mentre imparo cose nuove, queste mi presentano infiniti scenari conoscitivi ancora da esplorare, ed è così che mi sento creatura e non creatore, padrone e signore della conoscenza e della verità, io consapevole di restare sempre e comunque un povero essere umano, fragile e ansioso, consapevole della mia pur nobile finitezza.

Omicidi: 0,2% ogni 100.000 abitanti in Italia, 4,5% su 100.000 abitanti negli U.S.A.

…forse 7/8 milioni di armi da fuoco comprese quelle da caccia in Italia su 60 milioni di abitanti, 250.000 di armi da fuoco negli U.S.A. su circa 350.000 milioni di abitanti. Un rapporto clamorosamente favorevole alla situazione italiana.

Ora, la linea politica della destra, soprattutto della Lega e del partitino assorbibile della Meloni vuole pistole per tutti. Ieri uno stagista incazzato fa una strage nella redazione di un giornale americano ad Annapolis nel Maryland, perché, pare, riteneva di essere stato trattato ingiustamente da quel foglio, di essere stato diffamato. Qui non siamo nel contesto fanatico di Charlie Hebdo, ma in una situazione “normale”, dove un uomo “normale” fa una strage. Personalmente sono coinvolto nell’inserimento di stagisti e tirocinanti nelle aziende che seguo, i quali lavorano un periodo, scrivono la loro tesi, mi aiutano, li aiuto come co-relatore, finito il periodo se ne vanno ringraziando e mantenendo i contatti. Proviamo a immaginare un altro scenario: effrazione di una casa, il ladro entra, è armato, il padrone di casa si accorge, cerca la pistola nel comodino, posto che l’abbia messa lì, e il ladro, nel frattempo, che cerca anche i gioielli della moglie, che fa? Aspetta che il padrone di casa armi l’arma, si concentri, gli punti la pistola contro intimandogli il “mani in alto”? Bene che vada gli spara in una spalla, per immobilizzarlo, male che vada lo fredda.

Cosa abbiamo ottenuto? Un cittadino libero e onesto è morto, una famiglia è nella disperazione e il ladro è diventato un assassino.

È evidente che la magistratura deve valutare bene come viene esercitata la legittima difesa e il diritto di ciascuno di usare anche un’arma per difendere sé e i propri cari: troppe volte infatti, al di là dei dovuti procedimenti di accertamento, a volte è sembrato che l’aggredito che si è difeso sia passato dalla parte del toro, e questo è indecente.

Quello che scriverò qui sotto farà un po’ di impressione, ma la vita e le cronache ci presentano speso questi racconti e conti.

Studiato queste misere piccole cose Salvini e Meloni? Avete letto qualche testo di psicologia della violenza? Sapete che un’arma in mano o a disposizione moltiplica le possibilità di usarla, anche contro se stessi? Chi ha una pistola a disposizione in un momento di depressione grave sta un momento a puntarsela alla tempia o in bocca; chi non se l’ha, magari ha il tempo di ripensarci, o no?

Guardate la bocca e il gesto di Charlton Heston qui sopra, attraente, vero? Il volto si atteggia a una minaccia quasi preventiva: “guarda che se ti avvicini ti sparo, non entrare nel mio giardino eh?” brandendo un vecchio catenaccio delle guerre franco/canadesi/inglesi/americane di fine ‘700, con Lafayette al comando, o dell’Ultimo dei Mohicani. Bello lo sguardo accogliente di un Ben Hur malamente invecchiato con l’odio a titillargli il cuore, vero?

Come mai la differenza di dati riportati nel titolo? Forse che gli Americani pensano di vivere ancora nel Far West i giorni della frontiera, mentre noi siamo civilizzati da tremila anni di storia? Forse che si tratta del confronto tra un popolo bambino multietnico e un popolo forte di filosofie e religioni profondissime e complesse, che hanno studiato l’uomo per duemilacinquecento anni, mentre oltre oceano si studiano psicologie proposte solo da un secolo?

Antropologie diverse, psicologie sociali e psicologie individuali o sociologie diverse? Sicuramente le esperienze tra Europa e America sottolineano profonde differenze, anche se Anders Breivik è norvegese, 77 persone da lui uccise e 21 anni di carcere, e ancora, lui che si permette di protestare per come è trattato nella casa circondariale, noi chiamiamo così le nostre carceri, che sono spesso indecenti e disumane, degradanti e umilianti.

Una nazione civile si riconosce da come tratta i carcerati, ma forse qualche nazione esagera in uno dei due sensi, in questo caso la Norvegia e l’Italia.

L’America profonda non è solo Clinton e Obama, peraltro pieni di difetti anche loro, ma anche Trump e, a loro tempo Mc Carthy e Barry Goldwater, è Bush Sr. e Bush Jr.

Non credo che un aumento della disponibilità di armi da fuoco a livello individuale dia più sicurezza, piuttosto son convinto che non sia possibile una riduzione a zero dei questo tipo di violenza, di solito sotteso o esplicitato negli auspici di prammatica che sentiamo esprimere ogni qualvolta accade qualcosa del genere, che sono inutili e annoianti. E’ possibile invece lavorare con pazienza sulla consapevolezza delle persone, sulle loro culture, sui valori morali, senza illuderci di riformare l’uomo nel suo profondo antropologico e psicologico, ma con una ragionevole speranza di contribuire a farlo crescere in umanità nei tempi evolutivi ragionevolmente ipotizzabili.

Le parole “armate”

Mandare “un bacione” a Saviano da parte del ministro Salvini, non è un atto amichevole e affettuoso, anche se letteralmente questo significa, un gesto di affettività, peraltro non erotico, ma amichevole, fraterno: il bacione è quello che Odoardo Spadaro (“la porti un bacione a Firenze“) mandava a Firenze nella vecchia canzone degli anni ’30.

L’espressione del ministro degli interni come stile letterario si colloca tra il grottesco e il minaccioso, non so quanto consapevolmente da parte del suo pronunziante, ma abbastanza. Poteva evitarlo, mantenendo un fondo di eleganza, quello che gli può essere rimasto nel lessico usuale. Il fatto è che Salvini improvvisa poco, perché ha maturato una capacità di uso delle parole notevole. Non è colto, anche se si vanta di aver fatto il classico, ma è furbo, perché ha selezionato un lessico adatto a una cifra popolar-semplificata, tanto che colpisce le persone di scarsa cultura, le quali magari non ricordano quello che dice ma ricordano che “lo dice bene”. Incredibile, ma vero. Funziona così: “non mi ricordo quello che ha detto, ma lo ha detto così bene.”

Negli anni ha maturato uno stile comunicativo di grande efficacia, perché usa frasi brevi, poche coordinate e subordinate, di solito messe lì in modo paratattico, e quindi immediatamente comprensibili, poiché ogni proposizione è di fatto staccata dalle altre con il suo verbo reggente e i suoi complementi. E, in generale, si capisce quello che dice, salvo quelli citati sopra.

Ogni tanto condivido perfino io quello che dice, come quando in questi giorni dà dell’arrogante a Macron. Macron è più che arrogante, è un beota come Sarkozy, e come Hollande, i poveretti che hanno abitato l’Eliseo negli ultimi quindici anni.

Ancora su Salvini: i pensieri che esprime sono elementari, semplici e, quando sono allusivi, non lasciano mai eccessivi spazi interpretativi. Se dice “La nave non attraccherà a un porto italiano“, anche se poi i migranti saranno trasbordati su una nave militare italiana e portati in Sicilia, ciò che resta nella mente degli udenti è il concetto del non attracco, non quello del trasbordo. Il popolo capisce che quei migranti non verranno in Italia, anche se è vero il contrario. Oppure, quando parla di vaccini, si propone come padre non come ministro, e parla dei suoi bambini commuovendo gli ascoltatori presenti al comizio, che lo vedono come uno di loro, anche se dice sciocchezze sesquipedali sul piano scientifico. “Lo dico come padre“, e la gente si scioglie in applausi di consenso, come se parlare come padre sia garanzia di verità scientifica attestata da esperimenti ufficiali.

Basta ricordare quali e quanti benefici produsse il vaccino “Sabin” negli anni ’50 e ’60 nel combattere la allora diffusissima poliomielite. Il ministro-sceriffo piace come può piacere l’albo western dell’immarcescibile Tex Willer. Anche a me piacciono Tex, suo figlio Kit, Tiger Jack e Kit Carson, ma so che sono strisce meravigliosamente concepite e racconti in cui ti immergi volentieri, curati e fantasiosi, in un Ovest verosimile e in un ambiente etico per certi aspetti condivisibile, a volte un poco manicheo, ma plausibile in un contesto socio-storico di frontiera.

Tante volte ho scritto qui dell’importanza del linguaggio, dai tempi della grande filosofia greca, si pensi al profondo conflitto tra Socrate, Platone e Aristotele da un lato, i quali sostenevano la corrispondenza possibile tra detti e realtà, e i sofisti, che sostenevano la relatività delle affermazioni rispetto alla realtà, passando per le altre letterature classiche, come quella dei Padri della chiesa, medievali e moderne, per cui si dice che le parole sono pietre o simili alla spada, così come esplicitamente detto nella Lettera agli Ebrei (4, 12)… “Infatti la parola di Dio è viva,/ efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio;/ essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito,/ delle giunture e delle midolla/ e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.”

Quelli che usano “parole armate” non lo sanno, ma usano il linguaggio senza preoccuparsi degli effetti di un mancato controllo dei modi, oppure degli effetti di un eloquio privo di filtri. Uno dei difetti principali del comunicante è la mancata cura dei “filtri” espressivi, per cui costoro parlano con chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione sempre nello stesso modo, incuranti delle conseguenze: anzi questi parlanti non si pongono nemmeno il tema delle conseguenze del loro dire. Una delle lezioni più importanti di un corso serio sulla comunicazione verbale è quella che riguarda l’esigenza di controllare ciò che si dice alla luce di come lo si dice. Non occorre pensare alle maschere pirandelliane di “Uno, nessuno, centomila”, poiché si possono fare gravi danni senza far finta di essere diversi da come si è. Le parole, con i loro sinonimi, numerosissimi nel vocabolario italiano, le posture e la gestualità illimitate, infinitamente declinabili, permettono una comunicazione priva di ogni limite strutturale ed espressivo.

E’ possibile dire l’infinito caleidoscopio del reale e anche dell’irreale, dei fatti concreti e di quelli immaginati, del sogno, dell’ignoto e del mistero, come insegnava Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea De Chirico, fratello del più noto Giorgio).

Mi chiedo se a volte sia meglio trattare con un ignorante totale o con uno che possiede una cultura mediocre, ma che presume di essere colto. Direi con il primo ideal-tipo, così come è preferibile chi è un poco malvagio allo stupido. L’ignorante e il malvagio permettono contromisure, il presuntuoso e lo stupido, no.

Lo stupido e il sedicente colto usano parola armate senza accorgersene, oppure ne colgono solo in parte l’efficacia espressiva ed il valore semantico, come chi usa titoli per insultare il prossimo. Quei tipi non sanno che è diverso cogliere in fallo l’altro criticando o correggendo l’errore come atto, e come episodio, dall’insultare con titoli la persona stessa, mentre l’ignorante e il malvagio sono, rispettivamente, quasi innocenti o comunque battibili sul piano logico.

Tra i centinaia di aforismi sul potere della parole ne scelgo tre, il primo dell’antropologo Gustave Le Bon, studioso di psicologia delle folle: “Certe parole sembrano possedere un potere magico formidabile. Migliaia di uomini si son fatti uccidere per parole di cui non hanno mai compreso il significato, e spesso anche per parole che non hanno nessun significato.”

Il secondo della poetessa polacca Wislawa Szymborska: “(…) Quando pronuncio la parola Futuro/ la prima sillaba va già nel passato./ Quando pronuncio la parola Silenzio,/ lo distruggo./ Quando pronuncio la parola Niente,/ creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.”

Il terzo è dii Sigmund Freud: “Uno è padrone di ciò che tace e schiavo di ciò di cui parla.”

Ecco: da Confucio al Buddha, da Platone e Aristotele a sant’Agostino, dal Venerabile Beda a sant’Anselmo d’Aosta, da san Tommaso d’Aquino a Descartes, da Leibniz a François-Marie Arouet (Voltaire), da Marx a Heidegger, da Einstein a Heisenberg, da Wittgenstein a Pareyson, da Jaspers a Severino e Barzaghi, che Dio lo benedica, le menti più acuminate si sono occupate delle parole, e delle parole “armate” in particolare, conoscendone la pericolosità intrinseca, ma anche le opportunità che creano.

Con pazienza e buona volontà, leggendo e studiando, ascoltando e parlando, camminando e cantando, nel mio piccolo, anche nel mio dolore, cerco di proseguire su quei sentieri, sopportando e supportando, che son sinonimi mio caro lettore, fino a che la forza e la luce mi assisteranno qui. Per dopo si vedrà.

Voglio bene a Mario Balotelli e a Tiziano Ferro, bravi ragazzi normali, mentre Salvini inanella una gaffe dietro l’altra, e altri ministri come quello dell’ambiente riconoscono che i predecessori di dicastero non erano poi così male, ma anche il capo leghista, obtorto collo, deve ammettere che Marco Minniti aveva fatto un buon lavoro

Intanto il nostro centravanti nero, di origine ghanese (proveniente dalla famiglia Barwuah) coniuga bene i congiuntivi e poi, con voce profonda da omone giovane e robusto, parla di diritti umani con semplicità senza essere mai banale. Dice che sarebbe onorato di essere il capitano della Nazionale di calcio.

Lo sarà, ma intanto è importante constatare che questo ragazzone è cresciuto, è diverso da qualche anno fa, rappresentando meglio la generazione di quasi trentenni, e anche di ragazzi più giovani.

Il bravissimo cantante romano spera di non essere pressoché “trasparente” come uomo di orientamento omosessuale, anzi quasi invisibile. Convivono in questa beata Italia tante posizioni, tante opinioni, spesso fondate su mancanza di informazione e su pregiudizi. Molti parlano senza darsi la pena di conoscere le cose di cui parlano, e spesso senza una formazione adeguata, ignorando anche i fondamenti di un argomento, fregandosene bellamente di fondare il proprio pensiero su basi conoscitive solide e affidabili. A volte è una pena ascoltare chi parla in televisione o leggere chi scrive sul web, libero come l’aria e deficiente come un minus habens.

Se perfino Balotelli mi soddisfa significa che lo chef generale dell’informazione offre un modesto menù, senza offesa per il campione.

Giù nel Sud, nei pressi di Vibo Valentia, hanno fucilato un nero (chiamato da molti “negro”, con dizione spregiativa, non etno-antropologica), del Mali, Sacko Soumajli, che si occupava di se stesso e dei suoi conterranei migranti e lavoratori a tre euro l’ora, dentro il sindacato bracciantile USB, emulo di Di Vittorio, a quasi ottanta anni dalle lotte guidata da quel grande di Cerignola. Civilissimo rappresentante dei lavoratori, dignitosissimo e sapiente, di una sapienza antica.

Salvini invece parla di “galeotti” provenienti dalla Tunisia, e deve anche scusarsi con il governo di quella piccola nazione araba, a noi molto vicina. Bettino Craxi, che amava quella nazione e a Hammamet è morto, certamente l’avrebbe bacchettato invitandolo a informarsi meglio e a parlare da ministro con più cognizione delle cose. Nel frattempo, sempre il ragazzotto lombardo invoca Orban l’ungherese, il quale comunque ci è poco amico, con i suoi amici di Visegrád.

Il Gruppo di Visegrád si è costituito tra Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia il 15 febbraio 1991, al fine di rafforzare  la cooperazione tra questi tre stati e in seguito quattro (con la divisione tra Repubblica Ceca e Slovacchia dal 1993) sotto vari aspetti della vita civile, sociale, culturale, scientifica ed economica.

L’ispirazione del Gruppo di Visegrád è stata dovuta agli incontri avvenuti nel 1335 e nel 1339 tra i re Carlo I d’Ungheria, Casimiro III di Polonia e Giovanni I di Boemia, per migliorare i rapporti commerciali ed economici tra le tre nazioni. Un evento storico per affermare l’unità d’intenti di tre saggi sovrani e di tre popoli contermini. L’Europa si costituiva anche così, magari “a pezzi”, fin dai tempi di Carlo Magno, quando il Sacro Romano Impero in qualche modo proseguiva lungo la strada dell’Impero Romano ispirato dalla Res Publica Christiana.

Salvini forse non sa queste cose, ma qualcuno gliele spiegherà. Non vi era nulla di razzista nel primigenio Gruppo di Visegrád, bensì lungimiranza e dialogo, al contrario di quello che sta sostenendo il neo-ministro degli Interni, il quale comunque riconosce il buon lavoro fatto da Marco Minniti.

L’altro “dioscuro” della nuova maggioranza, il Di Maio, invece, si occupa dei ciclisti porta-pizze a casa, i rider, lavoratori senza diritti minimi. Gli economisti dei due partiti si dividono sulla plausibilità della flat tax e del reddito di cittadinanza, cominciando a spiegare che misura senza capienza finanziaria sono irrealistiche e illusorie, cioè un inganno per gli stessi cittadini elettori che hanno creduto nel “nuovo”, nell’enfasi del cosiddetto “cambiamento”.

Non si fanno miracoli: neppure san Giovanni evangelista nel vangelo da lui ispirato, parla di “miracoli” riferendosi alle opere del Maestro di Nazaret, ma di segni, di semèia, come si dice in greco antico. E i segni sono tracce importanti  dell’agire umano. I segni significano sempre qualcosa.

Quello che speriamo le persone imparino è che non esiste la perfezione, e tantomeno in politica, ma un continuo ricercare di migliorare, anche usufruendo umilmente di esperienze altrui, anche di avversari, perfino di nemici o ritenuti tali.

L’uomo forse evolve, ma lentamente, e a volte involve, per cui occorre pazienza, umiltà, lungimiranza, capacità di sopportazione, forza morale, come insegnano i padri insigni del pensiero greco-latino e cristiano.

Filippone, malvagia follia o folle malvagità, mentre i due beoti politici continuano a fare i babbei?

Utilizzo nel titolo un ossimoro in forma chiasmica, perché non mi viene nulla di meglio. Ancora una volta, come tante altre, la logica emotiva di Sant’Agostino mi aiuta.

A giorni dalla tragedia di Francavilla a Mare, mentre la politica scherza col fuoco di una crisi gravissima sulla pelle degli Italiani (disgraziati, disgraziatissimi Di Maio l’ignorante e Salvini il cinico), insultando il Presidente della Repubblica e i tedeschi rispondono sempre al loro prepotente istinto egemonico prussiano, questa volta con il tinto di biondo commissario europeo Guenther Oettinger, Filippone butta giù la moglie dal terrazzino di casa, e non la degna di un sguardo mentre agonizza sul selciato.

Prima domanda: che uomo è se si comporta così? Qualcuno dei soccorritori si è fatto qualche domanda di questo tipo? C’era lì qualcuno in grado di farsi qualche domanda, visto che la prima parte della disgrazia concernente la morte della moglie, pareva confermarne le modalità, di disgrazia, appunto, ma non era così?

Seconda domanda: durante le sette ore passate prima che l’uomo si gettasse di sotto non si è riusciti a predisporre qualche struttura ai piedi del viadotto per impedire che anche lui, dopo avere ammazzato la moglie a casa e buttato giù la bambina, si sfracellasse di sotto? Sempre durante le sette ore chi ha parlato con lui, uno psicologo, uno psichiatra? Che cosa gli hanno detto? Come ha risposto? Erano proprio le persone adatte a parlargli dopo quello che aveva fatto? Se dopo due o tre ore, nelle quali è possibile fare molti discorsi, la cosa non si è sbloccata, perché non si è pensato a cambiare l’interlocutore esperto, visto che sulla piazza c’erano sicuro altri psicologi, presenti sul territorio a pacchi, e anche psichiatri? Oppure guardarsi in giro cercando altri interlocutori, perché non un sacerdote o un filosofo?

Ho qualche dubbio sulla gestione del caso da un punto di vista tecnico-relazionale-comunicazionale. Posso nutrire qualche dubbio? Si sono toccate le corde giuste? Ora gli inquirenti hanno trovato all’uomo cocaina in auto e i resti di un sedativo con cui avrebbe rincoglionito la bimba Ludovica prima di scaraventarla giù. Gli hanno trovato dunque materiali già pensati, cercati, trovati e utilizzati con (folle?) lucidità. Gli psichiatri ci spiegano che alcuni psicotici di tipo schizoide hanno momenti di lucidità inframmezzati da momenti di distacco, di follia. Ebbene, che significa questo? Che nei momenti di lucidità con costoro bisogna utilizzar la logica sostanziale ordinaria, normale, fatta di domande sul bene e sul male, sulla responsabilità e sulla libertà individuale, o no? In sostanza un dialogo serrato nel quale il Filippone avrebbe potuto (?) sentirsi considerato normale?

Secondo me Filippone, nell’arco di sette lunghissime ore, avrebbe potuto capire.

Ho già detto che se fossi stato lì, avrei cercato di salvarlo e poi l’avrei strozzato di brutto dopo averlo salvato. Perché Filippone era un bravo professionista, laureato in economia, come si dice oggi un Chief of  Financial Officer (CFO). Ho l’impressione che nelle strutture pubbliche vi sia molta confusione su questo terreno e su questi argomenti.

Bene, un brav’uomo che all’improvviso diventa matto e fa una strage e nessuno lo ferma. Ah, qualcuno ha scoperto che era sconvolto perché qualche mese prima aveva perso la madre. Tutti prima o poi, se non muoiono prima, perché cari al cielo, e quanto caro al cielo sarebbe stato bene fosse stato Filippone, perdono la madre, e anche il padre, o no? Uno perde la madre e ammazza moglie  e figlia? Andiamo. Che cosa ci spiega il Manuale Diagnostico Statistico IV? Una forma maniaco-depressiva… una forma di stress post-traumatico?

Forse che sarebbe stato utile e necessario non trattarlo secondo le schema della malattia mentale, ma secondo il non-schema della normalità per cui un padre e marito non fa quello che ha fatto, ma si pente e affronta le conseguenze dei suoi atti, assumendosi la responsabilità di quanto e come agìto.

Quale forma tecnico-culturale è la più adatta a sviluppare ragionamenti di quel genere? Forse anche l’invito religioso al rispetto della vita, fondandolo sul fatto che non è a nostra disposizione, specialmente quella degli altri, a meno che non si abbia la testa sbagliata di un killer. Ma Filippone non era un killer, era un uomo normale. Oppure la logica filosofica, non la ricerca di nevrosi o psicosi, mi pare. “Quale è la ragione per la quale hai fatto quello che hai fatto, e vuoi fare ancora danni uccidendoti? Ne è valsa la pena, e varrà la pena, oh sì, adesso che le hai ammazzate forse è meglio che anche tu le segua, o no? Guarda, se vuoi ne parliamo, così poi a mente fredda puoi ammazzarti anche tu. Ma che uomo sei?” Lì avrebbe dovuto e potuto esserci un collega di Phronesis, colleghi che in in Abruzzo, nelle Marche o nel Lazio non mancano. A una o due ore di auto. Avrei potuto proporre almeno cinque o sei nomi di signori e signore, colleghi e colleghe, in grado di ben agire. Oppure, in meno di sette ore sarei arrivato anch’io, lì. per l’Adriatica, ché ho una macchina molto veloce.

Presunzione, la mia? Penso proprio di no.

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