Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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E’ bene non confondere mai la persona agente con il reato commesso

…come insegnano le buone Filosofia e Teologia morali. Ricordo qui il chiarissimo detto di papa Giovanni XXIII: “bisogna essere contro il peccato, mai contro il peccatore“.

Oppure, citando volentieri, tra altra importante letteratura filosofica in tema, l’Etica di Pietro Abelardo, recentemente “riscoperta” dal collega phronetico prof. Roberto Di Bacco e spiegata in un bel volume dal titolo omonimo pubblicato dall’editore Segno, laddove Abelardo chiarisce con inestimabile precisione la differenza fra peccatum e vitium, in modo tale da comprendere come il primo concetto teologico è comparabile al reato penale, mentre il secondo a una declinazione malvagia continua del comportamento umano. Ma anche in questo caso, l’uomo non è condannato tutto e totalmente in quanto tale (essere umano, animal rationale), ma è chiamato a redimersi, perché ciò è nelle sue possibilità, o potenzialità, come si dice in psicologia. Aristotele docet.

Peraltro, senz’altro ispirato anche da queste sane dottrine cristiane, nonché dall’Illuminismo classico (cf. Cesare Beccaria in Dei delitti e delle pene, 1764), la Costituzione della Repubblica Italiana, all’articolo 27 prevede (quasi proclamandola con una certa solennità) la possibilità per l’autore di un crimine, in quanto essere umano, di redimersi, poiché la pena stessa non deve mai essere disumana e degradante. E, aggiungo, senza rimedio, definitiva (quasi condanna-a-morte-a-vita) come l’ergastolo ostativo, nella definizione italiana. Sappiamo che così non è, per varie ragioni sulle quali qui cercherò di dire qualcosa.

Resta sempre in discussione e inesaurita (inesauribile?) la storica diatriba fra libero arbitrio, secondo la visione aristotelico-tomista e kantiana, e il determinismo meccanicistico derivante dall’atomismo greco-latino (Democrito, Leucippo e Lucrezio) fino allo spinozismo e alla linea calvinista e luterano-evangelica, che tanto bene ha fatto per lo sviluppo economico dell’Occidente (cf. Max Weber, ne Il Protestantesimo e lo spirito del Capitalismo), ma altrettanto male ha indotto e ancora induce nella sua versione moralista e individualista americana, che nel trumpiano “America first” ha avuto lo sviluppo più malato, degenere e pericoloso.

Ora si legge di nuovo sui media della vicenda concernente la storia dei fratelli Savi, protervi assassini degli anni ’80. Uno dei tre, Alberto Savi, dopo 30 anni, si trova libero in permesso (cf. Legge penitenziaria del 1975), mentre con i fratelli Roberto e Fabio in Emilia Romagna, è stato un pluriomicida di 24 persone, se non ricordo male, fra cui tre carabinieri, nella tragicamente famosa strage del Pilastro a Bologna. In carcere il signor Alberto “avrebbe fatto un percorso redentivo” di riflessione morale e di pentimento. Su ciò non ho nulla da obiettare, poiché anch’io condivido lo spirito e la “lettera” della morale di Abelardo, della pastorale di papa Giovanni e del principio giuridico espresso all’art. 27 della Costituzione repubblicana, ma ho molto da dire, in termini di equità, circa l’ingiusta applicazione di questi princìpi nei confronti di tutti quanti i detenuti, di uno dei quali, ergastolano, mi occupo come Tutore legale.

Infatti, ad altri, magari perché non lo chiedono, come nel caso del mio tutelato, l’Amministrazione penitenziaria nulla concede. Ripeto: ne ho esperienza diretta come Tutore legale di un detenuto condannato all’ergastolo per crimini politici, che è “dentro” oramai da quasi trentanove anni. Siccome lui, per una sorta di malinteso “orgoglio spirituale” e per altri fattori che qui taccio per rispetto di lui, non chiede nulla, nulla gli viene concesso, perché è stato più o meno “dimenticato”, proprio dimenticato.

Anche i miei tentativi di sensibilizzazione della “politica” finora sono stati vani. Solo qualcuno appartenente alla Chiesa cattolica mi ha dato un qualche ascolto, cercando di far migliorare le condizioni logistiche della sua detenzione, magari avvicinandolo a dove abito io.

Tornando al tema fondamentale, cioè la necessità etico-razionale di separare con nettezza l’autore di un “delitto” dal delitto stesso, colui che compie un reato dal reato stesso. In che modo lo mostriamo?

Direi in modo molto semplice: un atto umano singolo non può esaurire il giudizio etico su una vita intera, poiché ogni atto umano è frutto di più fattori, tra i quali la volontà personale, checché sostengano i meccanicisti di ogni tempo e luogo. Inoltre, ogni vissuto umano è complesso e comporta una pluralità di atti e comportamenti non sempre mali, anzi: è noto alla sapienza popolare che ogni essere umano è capace sia di efferatezze sia, nel contempo, di atti generosi. La contraddizione accompagna ogni vita, ogni biografia. C’entrano poi, e massicciamente, le circostanze, che contemplano fattori diversi, vettori causali che non sono sotto il controllo del soggetto agente, eventuale autore del delitto/ reato.

Qualcuno ama anche inserire il tema del “caso”, che può darsi, se non altro per ragioni di corrente modalità espressiva umana, ma che, se si vuole applicare una logica rigorosa, potrebbe anche non essere dato in generale, salvo che nel mondo delle micro-particelle quantistiche. Infatti, il “caso” altro non è che il fattore sconosciuto all’agente umano il quale non può obiettivamente controllare tutti i vettori causali degli effetti reali.

Altri sottolineano molto il tema della fortuna, un tempo chiamata dagli antichi fato, che sarebbe per costoro decisiva in ogni situazione, in ogni evento. All’altro si augura infatti, in tutte le lingue occidentali “buona fortuna”, poiché si ritiene che essa abbia comunque un grande ruolo nelle umane vicende. In Oriente, invece, la visione è legata di più al destino, al karma, che si co-costruisce soggettivamente, all’interno di un dato contesto esistenziale, con le proprie azioni.

Quale è dunque il karma di quel signor Alberto, pluri-assassino, ora pentito e in permesso premio? Quale il karma del mio tutelato “irridotto” spiritualmente, ma collocato nei ristretti orizzonti del carcere? Quali sono le proporzioni fra atti compiuti, crimini effettuati, reati riconosciuti e pena scontata, e misura dell’espiazione vissuta? Non saprei rispondere in maniera chiara e netta.

Quello che provo dentro me è comunque, se paragono le due situazioni, un profondo senso di ingiustizia, là dove occorrerebbe, non solo osservare le leggi, per quanto siano sempre imperfettamente giuste ed eque sotto il profilo umano, ma anche praticare l’antica sapienza dell’epicheia, cioè della “giustizia-giusta”.

vaccini, pecorini, caprini

sono notissimi formaggi, come sappiamo, fatti, rispettivamente, con il latte di vacca, di pecora e di capra, ma solo il termine “vaccino” ha assunto nel tempo un significato medico-clinico.

Louis Pasteur

Un vaccino, tecnicamente, è costituito da agenti patogeni, o da “pezzi” di essi, trattati in modo tale da far acquisire a persone sane una immunità.

La vaccinazione in qualche modo utilizza la “memoria immunologica” del sistema immunitario, al fine di dare al corpo la possibilità di difendersi da batteri, virus e altri organismi dannosi per la salute. Un altro modo di immunizzare un corpo umano è quello basato sull’immissione di un fluido umano che sia già stato a contatto con il patogeno.

Non vi è dubbio, e la storia della medicina contemporanea lo conferma, che le vaccinazioni sono un presidio sanitario preventivo fondamentale, per cui nel corso del XX secolo si sono ridotte in modo drastico nel mondo malattie gravi che erano diffuse da millenni. Si pensi solo al vaiolo, alla tubercolosi, alla poliomielite. Ricordo ancora quando alle elementari ci facevano il vaccino Sabin contro quest’ultima terribile malattia.

Solo nel 1980 fu dichiarato scomparso il vaiolo dal pianeta Terra.

Attualmente sono disponibili diversi tipi di vaccini contro numerose malattie, la cui applicazione è regolata dalle legislazioni sanitarie delle diverse nazioni del mondo.

Etimologicamente la parola “vaccino” trae origine dal latino “vacca”, vale a dire la mucca, e dall’aggettivo correlato “vaccinus”. Il nome di “vaccino” fu dato dal medico inglese Edward Jenner, che nel 1796 lo utilizzò la prima volta per indicare il materiale ottenuto dalle pustole di bovini ammalati di vaiolo bovino, in grado di generare negli esseri umano solamente una lieve infezione. Vaccinazione è dunque il termine derivato dai precedenti, come procedimento di inoculazione del vaccino in soggetti umani al fine di prevenire il vaiolo umano, largamente mortale per l’uomo. ]

L’idea di un “vaccino” è però molto più antica, e risale addirittura a quanto si osservò accadere durante la Guerra del Peloponneso nel IV secolo a. C. Allora si constatò che le persone colpite dalla peste e in seguito guarite, non erano più infettabili dallo stesso morbo. Si comprese che, in qualche modo, chi era già stato infettato da una malattia, una volta guarito, non sarebbe stato più colpito dalla stessa malattia in futuro. O quasi sempre.

Tornando a Jenner, fu il suo spirito osservativo a fargli immaginare un rapporto tra il contrarre il vaiolo bovino da parte delle donne incaricate di mungere le vacche, fatto che le immunizzava dal pericoloso vaiolo umano. Fu allora che lo studioso iniettò del materiale preso dalle pustole bovine in un bimbo di otto anni, che poi non sviluppò la malattia. Deduzione, abduzione, retrodazione, intuizione: in queste attività si trova tutta la logica della ricerca scientifica!

Ai primi del ‘900, Louis Pasteur trovò che si può generare l’immunità mediante l’iniezione di preparazioni microbiologiche utilizzando midollo spinale di coniglio infettato dalla rabbia mescolati con bacilli di antrace riscaldati.

E potrei continuare, informandomi e qui riportando altre note su ricerche e scoperte successive, come quelle di Robert Koch sulla tubercolosi e di Albert Sabin per quanto concerne la poliomielite. Ma mi fermo qui, perché non è la mia materia, e torno sul politico-filosofico.

Ora, in questa fase Covid-relata, si pone politicamente e culturalmente il tema del vaccino. Leggo le posizioni di tutte le tendenze, dai cosiddetti “no vax” ai sostenitori del vaccino, come si dice con orrenda espressione contemporanea “senza se e senza ma”. Ricordo che chi usò per primo o quasi (forse Bertinotti?) questo doppio sintagma, pensava di aver pensato una cosa geniale, mentre invece si tratta solo di due particelle ipotetico-avversative giustapposte.

La ragion logica, anche su questo tema, invita a non parteggiare in maniera acritica, ma ad affidarsi a ciò che il sapere scientifico viene scoprendo e proponendo, sapendo che la scienza opera ed avanza per prove ed errori, e che quindi non è possibile pensare che una scoperta scientifica o una sua applicazione sia, non solo efficace, ma anche assolutamente innocua per l’uomo. Molti effetti di un intervento chimico-biologico sull’uomo non sono prevedibili: basti pensare alle terapie chemioterapiche et similia.

Come sempre, l’ideologizzazione di un tema e il parteggiamento schierato per una tesi, senza supporti scientifici razionali, sono altamente dannosi. Quando poi di queste tesi preconcette si impadronisce una setta o un partito, i danni sono anche maggiori. Ma il peggio si trova sul web, nei social, dove schiere di nullafacenti-di-buono spesso si scatenano contro chi la pensa diversamente, con insulti e minacce.

Per quanto mi riguarda mi affiderò alla medicina che mi segue nella mia situazione particolare. Io prendo quotidianamente antivirali e antibatterici. Chi è preposto a questi saperi mi indicherà che cosa fare per me. E io ubbidirò, perché si tratta di persone competenti e ubbidire significa “ascoltare chi merita di essere ascoltato per saperi acclarati e certificati”, in questo caso un medico esperto delle mie cose. Così la ragione si esplicita in una filosofia del rispetto di saperi strutturati e affidabili, fino a… prova contraria.

Volti travisati, tra voglia di sicurezza e voglia di libertà

con le mascherine dei più vari colori, tessuti e consistenza, personalizzate, patriottiche, chirurgiche, perfino trumpiane (aaah Salvini, te ga sbaglià anca stavolta). Mascherine sui volti, volti mascherati, maschere pirandelliane…

Volti travisati si incontrano per strada e nei posti di lavoro. Volti travisati sono volti trasformati, diversi, a volte del tutto non riconoscibili.

Oggi si può dire che il dibattito prevalente è tra libertà e sicurezza, non tanto su libertà e giustizia, forse più classico per la storia e per la politica, che rimane tra le righe.

Nel confronto la libertà e giustizia, anche se la lotta è “con il fucile”, vince la libertà. Nelle guerre civili, considerando soprattutto quella Italiana tra il 1943 e il 1945, il tema ha coinvolto le masse popolari italiane, sia politicamente, sia sotto il profilo militare, ma soprattutto sotto il profilo di un’Etica generale.

L’Etica generale parla di giustizia giustapposta alla libertà, di liberalismo, di socialismo democratico e di comunismo…

La libertà oggi, più che essere contrapposta alla giustizia, si giustappone alla sicurezza: libertà è ora poter passeggiare a Roma, verso i Fori Imperiali, perché la bellezza è libertà.

Caravaggio, Van Gogh, Mozart, Raffaello non hanno amato la sicurezza, come attestano le loro biografie. Tutti e quattro sono morti prima dei quarant’anni. Uno dei quattro si suicidò, mentre gli altri tre vissero, o in maniera precaria, come il Salisburghese e il Merisi, mentre si ipotizza per l’Urbinate una fine diversa, da malattia epidemica.

Pare di poter dire che tra sicurezza e libertà la dialettica è continua e necessaria (proprio nel senso  etimologico del termine).

La razionalità, in questa fase pandemica, certamente deve prevalere sulle emozioni e sui sentimenti più appassionanti, come la libertà, per ragioni di buon senso e perfino di mera sopravvivenza: nessuno mette in dubbio, se non irresponsabili senza cultura, l’uso delle mascherine e degli altri dispositivi e misure di sicurezza, ma la libertà pone altre esigenze che talora mal si conciliano con una sicurezza al suo massimo.

Il tempo che viviamo richiede una nuova conciliazione fra ragione e sentimento, far volontà e intelletto, direbbe Jane Austen, ma anche Aristotele. Come in altre situazioni limite (sono le grenz Situazion di Karl Jaspers) serve un di più di umanità completa… potremmo dire a 360°.

Oggi, piuttosto che giustapporre la classica diade valoriale libertà/ giustizia, forse è meglio inserire in mezzo anche la sicurezza, cercando un equilibrio fra i tre concetti etici e pratici.

La giustizia va declinata secondo il principio dell’equità, il quale la rende… giusta, mediante il principio classico dell’unicuique suum (cioè, a ciascuno il suo, prima per le necessità essenziali per la vita, e poi per i meriti individuali); la libertà va intesa nei limiti della responsabilità individuale e del rispetto degli altri e del Bene comune, vale a dire una Libertà per un Fine di buona vita condiviso; la sicurezza, nei limiti delle capacità, possibilità, scienza e coscienza dell’uomo, che non può e non deve chiudersi in una capsula di vetro o di titanio da tramandare ai posteri, ma deve affrontare anche i rischi e i pericoli insiti nel vivere.

Non esiste, oggi come in ogni tempo dell’uomo e della Terra, per restare sul nostro pianeta, un luogo assolutamente sicuro. Mettersi in auto la mattina è salire sul mezzo di trasporto di gran lunga più pericoloso di tutti, di navi, treni e aerei: eppure ognuno di noi guida la propria auto quotidianamente, senza pensare di incrociare un pazzo o un ubriaco che gli invade la corsia di marcia, e va, va verso il proprio destino che contribuisce liberamente a costruirsi.

In tempi di Covid, la pur breve esperienza ci sta insegnando che forse i luoghi più sicuri in assoluto, più delle scuole, più degli ospedali, più degli uffici pubblici, più dei supermercati…, sono le aziende di produzione private, le quali sono più strutturate con i mezzi di protezione collettivi e individuali rispetto a ogni altro ambiente. Non esiste la sicurezza assoluta, ma la sicurezza possibile e doverosa, per etica generale e per legge, alla costruzione della quale tutti devono contribuire con il dialogo, la comprensione e la partecipazione.

E dunque, cerchiamo di lavorare sereni, portando ognuno di noi un contributo di attenzione e di responsabilità per la salute comune, bene da condividere, bene da tutelare insieme. Ce la facciamo, dai.

Era il 4 Agosto del 1980 a Cracovia, e uscivo dalla cattedrale nella grande Piazza del Mercato, quando…

un giovane polacco che incrociai, Roberto era a un passo da me, stavamo viaggiando sulla sua Renault 4 1100 cc verso l’Unione Sovietica, mi apostrofò così: “paolorrossiii!” tuttoattaccato, facendomi capire che mi aveva inquadrato come Italiano. Non certo perché mi avesse scambiato per il campione, troppo diverso da me e io da lui: almeno dieci centimetri e dieci chili di differenza a mio favore, allora.

Il Pablito di Spagna ’82 campione del mondo doveva ancora venire, ma aveva già incantato l’Argentina nei mondiali del ’78, quando giocò benissimo, specialmente contro la squadra di casa che fu battuta dall’Italia con un bel goal di Bettega su assist di Rossi.

Quella espressione che mi aveva identificato metonimicamente con un famoso italiano tramite la figura di un calciatore mi colpì, e ne parlammo sulla strada verso Varsavia il giorno dopo, lungo gli immensi rettilinei che dopo il confine di Brest-Litovsk portavano a Minsk.

Già quaranta anni fa il sistema mediatico la faceva da padrone e il simbolo di una nazione poteva passare per la figura di un giocatore di football.

Roberto e io eravamo colleghi nel sindacato, tutto sommato abbastanza neofiti, lui in Cgil e io in Uil, tutti e due nel settore del mobilio e dell’edilizia. Avevamo deciso di fare un lungo viaggio in auto nell’immensa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche europea.

Il programma comprendeva di entrare per la Bielorussia e quindi di fare tappa a Minsk, a Smolensk, e poi di trattenerci almeno una settimana, prima a Mosca e poi altrettanto a Leningrado, transitando per Novgorod. Saremmo poi usciti dall’Impero comunista per la Finlandia e a seguire Svezia e a scendere verso sud Danimarca, Germania, casa.

Vigeva ancora il modello “Breznev”, che solitario governava l’impero dal Cremlino. In Italia la crisi generale, economica, occupazionale mordeva. C’era una malinconia diffusa che generò utopie disperate, come quella terrorismo rosso, e tentativi di restaurazione autoritaria mediante attentati e delitti di matrice fascista e militarista. De Michelis stava per proporre i contratti di formazione e lavoro a una gioventù disoccupata. Spadolini era Presidente del Consiglio, primo non-democristiano dopo decenni; Pertini Presidente della Repubblica e Nilde Jotti Presidente della Camera dei deputati.

Questa l’Italia di quegli anni. E Paolorossi? Oggi la Gazzetta rosea ne parla in una dozzina di pagine, interpellando compagni e amici suoi, come quelli dell’82, giornalisti e politici. Opinioni e sentimenti commossi e a volte un po’ scontati. D’altra parte è difficile dire cose sensate quando muore una persona che si conosce in qualche modo, direttamente o per fama. Ognuno di noi, finché è in vita incontra la morte… degli altri.

Quest’uomo è entrato nel mito, ma era normale anche nel fisico, un metro e settantacinque o sei per settanta chili scarsi: come Pietro Mennea, non ha avuto bisogno di esibire scultoreità da palestrato, oppure centimetri e chili da giocatore di basket o da portiere, o da centravanti del terzo millennio à la Ibrahimovic, Lukaku, etc. La sua “normalità” mostrava come essa può costituire un minimo comun denominatore sufficiente per fare grandi cose in un’attività anche fortemente competitiva. E altrettanto pare Rossi mostrasse sul piano relazionale e morale.

Conosciamo la morte-degli-altri, perché la nostra non si fa conoscere prima di arrivare a trovarci. E ci trova, eccome, senza eccezioni. Da millenni l’uomo parla della morte, ma sempre della morte osservata, pensata, prevista, immaginata…

E’ uno strano “ente”, la morte: è un “ente/non-ente”, secondo una certa filosofia, come quella di Parmenide che chiamava non-essere il nulla, mentre si potrebbe anche ritenere che il non-essere possa non essere il nulla, ma qualcosa, se non altro dal punto di vista logico. Hegel, ad esempio, non la pensava come Parmenide.

Parliamo della morte senza conoscerla direttamente: la nozione di essa è per esperienza di quella degli altri oppure per comunicazione di notizia. Forse è l’unico ente/ concetto che si presenta alla nostra attenzione in questo modo.

Metafisicamente si può anche dire, con Epicuro, che la morte non ci riguarda mai direttamente, ma solo indirettamente, poiché quando essa si presenta a noi, non facciamo a tempo a conoscerla veramente, in quanto la sua presenza significa il nostro contemporaneo venire meno, il nostro immediato assentarci.

Un altro modo di parlarne concerne l’immortalità, in tre modi: a) parlando della sostanza semplice che è l’anima spirituale (cf. Fedone di Platone), ovvero, b) parlando dei miti immortali, come quelli greco-latini classici o quelli che riguardano personaggi moderni già collocati per la loro fama esemplare in una prospettiva mitica, e infine, c) come quando una persona lascia a chi resta una grande opera d’arte o una grande scoperta scientifica, sapendo che ogni scopritore, ogni creatore deve tenere presente di essersi posto sulle spalle di valorosi predecessori. Ho già parlato qui pochi giorni fa di un mito, Diego d’Argentina e di Napoli, ora questo cenno a un altro mito prestipedatorio (neologismo rubato a Gianni Brera), Paolo Rossi, qualcuno dice, un mito-mite, garbato, civile, rapido anche nel suo passaggio per questo mondo.

Mortalità e immortalità, comunque si ha a che fare con questo concetto o stato dell’essere. Paolorossi è stato un ente-umano-mortale, ma già fa parte del mito esemplare. Appena mancato. Mentre la sua persona fisica e spirituale manca veramente a chi lo amava di più, i suoi, ed è questo il sapore vero della morte e della vita.

Come quando morì di una rara malattia la mia nipotina Elena, a cinque anni, il dolore più lancinante della mia vita.

Condividere, convivere e (è?) con-filosofare

Condividere, convivere è con-filosofare: nei tre verbi ciò che più conta è la particella “con”, il latino “cum”, la quale dà senso al lemma. Senza quel “con” il verbo resta generico, quasi scontato, perché “dividere, vivere, filosofare” può riguardare anche solamente il singolo individuo, che magari si trova in un deserto o in una grande foresta, sconosciuto ai più, se non a tutti, e la cui vita non influenza alcun’altra vita.

Se i verbi “condividere” e ” convivere” sono molto noti e altrettanto utilizzati, meno noto e usato è “con-filosofare”. Bene, questo verbo descrive, ad esempio, modelli antichi e straordinariamente efficaci, come quelli di Platone, che aveva una sua “scuola”, chiamata Accademia, o di Aristotele, che guidava il Liceo, e anche di Epicuro che coltivava il suo Giardino di intelletti, per tacere di altri esempi.

Ora, sia pure faticosamente, è riemersa questa tendenza a fare della filosofia, non solo un sapere liceale e accademico relegato nei licei e nella facoltà omonima, ma anche un sapere comunitario e pratico.

L’Associazione nazionale che da poco più di un mese presiedo, Phronesis, si pone su questa linea anche con me, che seguo la pista di valorosi predecessori, filosofi e filosofe, che qui ringrazio e a cui rivolgo un atto di stima anche da questo luogo telematico.

Deduttivamente e anche intuitivamente “sento” che questo momento di vita è un momento fortemente “filosofico”, non solo perché siamo tutti coinvolti dalla pandemia globale, ma perché si sta cominciando a pensare che… pensare è indispensabile, che la riflessione logica è vitale, che la capacità di argomentare fondando su dati seri e possibilmente veritieri le proprie convinzioni, è indispensabile.

Ecco: con-filosofare può essere un’attività utile, opportuna, se non indispensabile, e ciò dico senza alcuna enfasi. Con-filosofare significa mettersi sulla stessa lunghezza d’onda, ma non in senso meramente empatico, pure condizione e clima indispensabile per essere veramente in dialogo: con-filosofare vuol dire accettare che il pensiero è lo strumento principale di comprensione della realtà.

Con-filosofare è anche “tenersi sul proprio”, evitando di pontificare su cose che non si sanno, come spesso capita di ascoltare in tv e sul web, anche da parte di autorevoli studiosi ovvero, forse per meglio dire, divulgatori scientifici. A me, questa categoria di personaggi piace e non piace: piace quando come Alberto Angela e suo padre Piero propongono argomenti su cui si sono documentati e interpellano esperti di vaglia, non piace quando un personaggio mediatico come il prof di matematica Odifreddi, si impanca su disquisizioni teologiche. Mi pare abbia scritto anche un testo dal titolo Il vangelo secondo la scienza, che già nel titolo è fortemente fuorviante, se non di dubbia onestà intellettuale. L’ultima trovata, detta con il solito simpatico sogghigno di superiorità, si riferisce a qualche giorno fa, quando ha definito “fumisterie” non so che argomento di carattere teologico.

Non io, che fisico e matematico non sono, lo faccio, ma nessuna persona di buon senso si permette di definire fumisterie le ipotesi di universi paralleli o a stringhe, oppure le matematiche caotiche, oppure… non essendo-del-mestiere, ma rispettando il lavoro faticosissimo e diuturno della ricerca scientifica.

Altrettanto si potrebbe pretendere, quantomeno per correttezza epistemologica, da chiunque, quando si parla di Teologia, che è, per chi non la frequenta, una scienza-di-scienze, cioè un complesso sistema di saperi che va dall’esegesi biblica comprensiva della filologia classica ed ebraica, alla dogmatica, alla storico-giuridica e sociologica, alla morale, alla ecclesiologica e dell’evangelizzazione, alla sistematica, alla filosofica, e potrei continuare ancora.

E dunque, con-filosofare è avere rispetto per le opinioni altrui, attivando un ascolto vero, senza pre-comprensioni e soprattutto senza pregiudizi, altrimenti non si con-filosofa, e dunque non si dialoga, nientemeno.

Con-filosofare è anzitutto dialogare, ascoltando e dicendo, acquisendo e donando parole e significati, soprattutto nel senso della com-partecipazione alla vita comune (con-vivere) e alla condivisione dei beni (con-dividere), che devono essere distribuiti con equità e giustizia tra tutti.

Compresi i Beni spirituali dell’Intelligenza, della Razionalità e del Linguaggio, cioè della Parola-che attraversa, in greco “dia-logos”.

E’ abbastanza chiaro, cari professori del tutto e del… nulla?

Circa il discorso sul “nulla” rinvio a un altro brano pubblicato qui qualche anno addietro.

Umanesimo e scienza, teoria e pratica, forma e sostanza: dualismi da superare

E’ di moda pensare e parlare per dualismi, creando un problema grave di interpretazione della realtà, sia delle vite umane, sia della natura tutta.

dualismo

Il termine “umanesimo” viene spesso o travisato o inteso in modo limitante. Talora bisogna spiegare dettagliatamente che il termine può essere concepito, sia come periodo storico-culturale  così come è stato definito dagli storiografi, sia in termini universali. Il termine scienza di solito è intesa come sapere riferibile solamente alla cosiddette “scienze dure”, secondo Dilthey le Naturwissenschaften, mentre invece sarebbe bene recuperare la nozione aristotelica di epistème, che significa sapere strutturato, cui aggiungere la presenza di uno specifico statuto… epistemologico, appunto.

La teoria, solitamente viene vista quasi in contrapposizione alla pratica, come se si trattasse di due entità separabili, invece che necessariamente connesse. Le due nozioni sono da tenere separate in un certo senso, in quanto rappresentano due dimensioni distinte, ma che trovano la loro sussistenza proprio nella relazione.

Teoria significa visione, in greco, come è noto, e quindi è la dimensione propedeutica a ogni agire pratico: si pensi all’ideazione di un’opera d’arte, o anche alla progettazione di una macchina.

Circa il rapporto semantico esistente fra forma e sostanza è stato spesso oggetto di mie riflessioni qui e altrove pubblicate. In sintesi, sostengo che la forma (non il formalismo estetistico) è la sostanza, in quanto, senza la forma ogni sostanza resterebbe mera materia prima, come la statua michelangiolesca la quale, solo dopo che lo scultore le ha dato-forma, assume la sostanza di una statua.

Il dualismo è anche una modalità conoscitiva della realtà, che Platone ha iniziato e fin da subito nobilitato. In contemporanea o quasi, con Aristotele si ha una unificazione della conoscenza, che si basa sulla realtà di pensiero e opere, esemplificata nel composto umano, il synolon.

Tornando a Platone, il grande Ateniese concepisce la realtà su un doppio binario, quello più autenticamente reale che appartiene alla dimensione eidetica (delle idee), e quello del materiale concreto, che sarebbe un’ombra della realtà delle idee.

Il dualismo continua poi nei secoli, dialogando con il monismo aristotelico, che trova poi in Tommaso d’Aquino il massimo mentore. La rivoluzione scientifica del XCI secolo ha poi separato in modo radicale, prima – opportunamente – la filosofia dalla teologia, e poi invece disgraziatamente, la filosofia dalla scienza, intesa nel senso galileiano e anche diltheyano.

Solo in questi ultimi decenni pare che la filosofia e la scienza stiano riparlandosi. Per attestare quanto detto, desidero citare con piacere il libro del prof Carlo Rovelli Elgoland appena pubblicato, nel quale il ricercatore prova a connettere teoreticamente metafisica e meccanica quantistica. Meraviglioso. Si tratta di due discipline teoricamente distanti – per dire – una galassia di tempo-spazio, ma a ben vedere non è vero. Infatti, la metafisica si occupa della realtà in quanto tale nei suoi fondamenti, come l’essere, l’ente e l’essenza, e la meccanica quantistica… pure, anche se con riferimento alle micro-particelle della materia. Sono particolarmente soddisfatto di questo, anche perché un paio di anni fa ebbi a polemizzare (non tanto dolcemente) con lui, poiché lessi in chiusura di un suo volume un giudizio che non ho condiviso sul tema dell’anima immortale presentata da Platone nel dialogo Fedone.

Ora sono qui a lodare pubblicamente il lavoro di Rovelli, che consiglio a tutti, con piacere grande, pensando che possa essere un prodromo per un dialogo costruttivo tra questi due plessi epistemologici, per i prossimi tempi.

“Resilienza”: un “americanismo” forse sostituibile, essendo una metafora metallurgica. Avremmo a disposizione “fortezza, coraggio, costanza, perseveranza”, come termini appropriati per dire “resistenza durevole”, e invece usiamo spesso, come facciamo anche in altre occasioni, un lemma anglofono importato dai media

L’amica filosofa Gloria da Verona mi sollecita sul tema, e io vado a nozze, perché ogni scoperta di idiozie diffuse sui media e in nuove consuetudini espressive discutibili, mi sostiene in una grande vis polemica.

Tommaso d’Aquino considera teoreticamente ed eticamente le virtù “cardinali” (cioè “principali”) o “umane”, già classificate dai grandi Greci, e riprese in seguito da Agostino e papa Gregorio Magno, ponendo la fortezza nel “quartetto base” insieme con giustizia, (dikaiosyne) prudenza (phronesis) e perseveranza (sofrosyne).

Peraltro la fortezza e la prudenza sono ritenute dalle dottrine filosofiche morali classica e cristiana le virtù capaci di temprare ed equilibrare anche le altre virtù, in una dimensione di medietà virtuosa che considera fatti, circostanze ed esigenze morali puntuali dell’agire umano libero.

Il concetto morale di fortezza viene dalla parola greca aretè, e dalla latina virtus, da vir, la qualità degli uomini-forti (i viri, da cui virile, virilità, etc.). E noi (per modo di dire), nonostante tanta abbondanza concettuale e lessicologica a disposizione delle lingue occidentali, ci mettiamo a usare termini come “resilienza”, ma dài.

Siamo talora stranamente esterofili, spesso condizionati da un notevole inferiority complex soprattutto nei confronti di inglesi e americani (chissà se c’entra la sconfitta nella Seconda Guerra mondiale), e forse ancora di più della lingua inglese, che è diventata pervasiva, una koinè contemporanea, al punto che vi sono facoltà universitarie italiane che stanno decidendo di insegnare tutto in inglese. Speriamo che qualche normativa pubblica glielo impedisca.

E’ come se si ritenesse l’italiano una lingua inferiore. Pazzesco. E non ci si limita a sostituire la nostra lingua madre con l’inglese, ma si barbarizza la lingua madre, imitando l’inglese anche nelle sue povertà, come nello scarso uso dei modi ipotetici come il congiuntivo o il condizionale.

Mi pare che tutto ciò debba far pensare le persone di buon senso, non solo filologi e linguisti, filosofi e moralisti, politici e docenti, ma un po’ tutti i “parlanti-italiano”, cioè quasi cento milioni di persone, diffuse in tutto il mondo, oltre che in Italia (e in Argentina primariamente, quasi nazione sorella).

“Resilienza” è solo uno dei tanti termini che, traslitterati o meno hanno invaso il nostro parlato quotidiano, anche quando non serve strettamente. Non esito a precisare che si tratta di una metafora derivante dal mondo “fisico-chimico” della metallurgia, là dove viene utilizzata per definire una situazione di mutazione della cristallografia del metallo, come nella nozione di acciaio “peritetico”, atta a definire l’esito di un trattamento termico esterno sul pezzo metallico.

Se dovessi dire quale possa essere una parola inglese che va mantenuta così come è, in inglese, questa è leadership, poiché la sua traduzione è troppo circonlocutoria e faticosa: “capacità di motivare e guidare altre persone, mantenendo la responsabilità dei risultati di una determinata azione verso il livello gerarchico superiore“. E dunque va bene dire leadership anche parlando in Italiano.

Un po’ inutili e talvolta ridicoli sono altri lemmi o sintagmi inglesi che potrebbero essere tranquillamente taciuti e sostituiti con termini italiani. Alcuni esempi: a) flash meeting, cioè riunione breve; b) kick off meeting, cioè incontro di avvio (di un progetto); c) planning, cioè pianificazione; d) mentoring, vale a dire guidare, “tutorare” e) release, cioè pubblicazione; f) accountant, cioè contabile (troppo dickensiano?); g) assistant, cioè assistente; i) chairman, per presidente; l) target, cioè obiettivo; m) pattern, vale a dire schema; n) item, cioè tema o) board, per dire consiglio; p) lock down per confinamento; r) recruiting al posto di selezione; s) back up in luogo di salvataggio, copia; t) download per scaricare, e così via.

E poi un’ultima considerazione: l’errata pronunzia all’inglese di termini latini o greci (anche contro il diverso parere di mia figlia Beatrice che è una giovine filologa), come medium/ media, pronunziati midium/ midia; plus, pronunziato plas; nike pronunziato naiki

E dunque, possiamo sommessamente chiedere in giro di smetterla con la resilienza?

Andare avanti senza dire banalmente ogni momento, provocando (in me e, penso, non solo in me) un gran senso di noia: “andrà tutto bene”

Se c’è una frase che non sopporto di questi tempi è quella del titolo. Che cosa significa “andrà tutto bene“? E’ un auspicio, è uno scongiuro, è una giaculatoria forzosamente ottimistica, è un incoraggiamento prima a se stessi e poi agli altri? E’ un…

Prima di provare a comprendere le ragioni comunicazionali/ relazionali e sociologiche della frase apoditticamente affermativa del titolo, analizzerò filologicamente i tre termini: 1) andrà: verbo al futuro, concetto ineccepibile perché noi umani contemporanei occidentali abbiamo una nozione fisico-lineare del tempo (anche se Nietzsche e le persone di cultura induista esprimerebbero qualche perplessità in tema); 2) tutto: beh, qui cominciano mie serie perplessità. Infatti, che cosa significa “tutto”, in greco òlos? Si tratta proprio di “tutto” nel senso che nulla è escluso? No, non può essere vero, in quanto in nessun caso, in nessun luogo e in nessun tempo si può dire che “tutto” è andato in un certo modo, in questo caso, auspicabilmente buono, positivo. Si potrebbe anche obiettare che il concetto di “tutto” non è… completo, perché si tratta di un lemma quantitativo: infatti manca la nozione qualitativa che si può esprimere con l’avverbio “totalmente”.

Per dirla bene, occorre specificare “tutto e totalmente”. Se non si conviene su questo, il lemma “tutto”, anche nel senso di “totalmente”, resta incompleto, in quanto non chiaramente esplicitato; 3) bene: vale quanto scritto qui sopra. Che cosa significhi “bene” può essere un generico dire positivo, oppure si tratta della traduzione del convenevole inglese in risposta a “how are you... cioè “nice, tanks“, quando ben poco interessa (di solito) all’altro del tuo vero bene. Ma può essere anche un qualcosa che riguarda tutte le “cose” buone di una vita, e anche di tutto il mondo: il latino bona, i beni.

E dunque, detto questo, come possiamo ragionare sul “vero-bene”?

Non possiamo non prendere in considerazione molto, anzi tutto quello che rappresenta l’agire umano in pensieri, parole, opere e omissioni, per usare un linguaggio teologico-morale.

A parer mio, si potrà affermare “andrà tutto bene” solo se qualcosa di radicale, qualcosa di profondo cambierà nel consorzio umano, locale e globale. C’è da ripensare, come si dice, veramente a tutto. Ma prima di tutto bisogna pensare al… pensiero umano e alla sua profonda crisi attuale.

Chi mi conosce sa che lo sto sostenendo e scrivendo da tempo. Anche la mia stessa appartenenza a Phronesis, l’Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, attesta questa mia priorità. Si parla tanto, e quasi sempre a vanvera, sul web e nei social di cristi etica, senza che molti parlanti sappiano che cosa si debba intendere per “etica”. Lo ripeto qui per l’ennesima volta: l’etica è un sapere strutturato e scientifico che opera per giudicare l’agire buono o malo dell’uomo, in quanto libero e perciò responsabile.

Secondo me (e grazieadio non solo), la “crisi etica e valoriale” è effettiva, ma prima ancora mi pare si possa dire che si è oltremodo dis-ordinato e messo in crisi il pensiero critico, cioè la capacità/ facoltà umana di analizzare, discernere, dedurre, intuire… in definitiva, di ragionare e di argomentare con logica stringente.

Sappiamo dalla storia del pensiero umano occidentale che vi sono due modi di analizzare la realtà dell’uomo e del mondo: la deduzione che è governata dal processo virtuoso del rapporto causa/ effetto e, teoreticamente, dal sillogismo (parole collegate: syn lògos) di matrice aristotelica, e l’induzione o intuizione, che da qualche tempo viene definita retroduzione (cf. Karl Popper e quanto scrivono Alberto F. De Toni ed E. Bastianon in Isomorfismo del potere, ed. Marsilio, Venezia 2020, volume che consiglio a tutti coloro che sono interessati ai temi della leadership e delle dinamiche del potere).

Abbiamo detto che la deduzione è il modo normale, quotidiano, di ragionare mediante la considerazione di una o due premesse e di una conclusione necessaria. Un esempio che Aristotele propone nella sua Logica è il seguente, denominato sillogismo dimostrativo: a, prima premessa: l’uomo è razionale, b. seconda premessa: il razionale è libero, c. conclusione: l’uomo è libero. Epperò, si può anche rovesciare il ragionamento, considerando gli effetti invece della cause: ad esempio “credere” che vi sia un fuoco acceso vedendo del fumo dietro gli alberi. Questo metodo è, appunto, induttivo o retroduttivo.

Abbiamo la necessità ineludibile di utilizzare deduzione e retroduzione per analizzare l’uomo e il mondo in cui vive, anche e forse soprattutto per comprendere e far comprendere che cosa non funziona nell’agire umano. Ad esempio, nella politica e nella distribuzione della ricchezza mondiale, delle risorse e dell’acqua in primis, ad esempio.

Non può essere neppur pensata un’Etica declinata verso un Fine condiviso tra tutti gli uomini, se non funziona il pensiero logico, se non si usa la metodica analitica sopra indicata. Per stabilire e condividere un’Etica occorre condividere una modalità operazionale del pensiero riflessivo di cui siamo dotati, come esseri umani.

E dunque, per concludere, si potrà affermare, senza che la frase non risulti trita e annoiante, “andrà tutto bene”, solamente se saremo d’accordo che occorre (ri)-mettere al centro la nostra capacità di pensare. Se così sarà, farà seguito un futuro solidale co-progettato dagli esseri umani, e non – perlopiù – subìto.

…cani, porci, gatti ed esseri umani, un bestiario che si diffonde, o di come da mezzo secolo il Quoziente Intellettivo del Pianeta stia calando. Osserviamo, a testimonianza di ciò, un patrimonio linguistico, lessicale, espressivo e, in ultimo, cognitivo in declino, metodi argomentativi quasi assenti, sentiamo insulti grossolani e impertinenti asserti. Come ci difendiamo? Come contrattacchiamo?

cani, gatti, porci e esseri umani sono animali intelligenti. Senzienti, emotivi, capaci di affetti, memori.

Il cane scodinzola, ti segue, abbaia e latra, guaisce, ti guarda con occhioni lucidi: guarda il muso di un Boxer, di un Labrador, di…

Il gatto miagola intelligenti domande e risposte, con occhi tondi, colorati espressivi oltremodo. La coda alzata e le orecchie all’indietro significano che è allegro oppure furente e sta per attaccare. Una poesia che ho imparato in prima elementare: “Il mio gatto Musotondo/ verdi ha gli occhi e il pelo biondo./ Ha il nasetto impertinente/ canzonar sembra la gente./Proprio adesso il bricconcello/ s’è cacciato nel cappello/ e da lì contempla il mondo/ il mio gatto Musotondo.

I porci sono animali meravigliosi, anche se amano rotolarsi nella mota. Ricordo Yurko, un imponente maschio di duecentocinquanta chili che Giorgio Pacor da Arta apostrofava duramente se non ubbidiva, e il gran porco si metteva seduto davanti al padrone con le orecchie basse chiedendo perdono con un mugolio penoso. E ricordo anche quando, ventiduenne, “dovetti” uccidere un maiale con un fucile. Lo avevamo acquistato, mia sorella e io, da un contadino, ma il norcino non era riuscito a ucciderlo con la “pistola” utilizzata per la trista ma necessaria bisogna nel suo mestiere (che qui non descrivo per evitare inutili truculenze). Allora mi prestai a compiere quell’atto, perché il maiale era stato comprato, e si doveva macellare. Per me fu come un “rito di passaggio”. Ci pensai a lungo: il maiale non aveva sofferto, perché il colpo lo aveva fulminato, e il senso di colpa mi lasciò dopo poco tempo.

Gli esseri umani sono i più splendidi primati mammiferi vertebrati ecc. ecc., che l’evoluzione (e Dio creatore) ha posto a vivere sulla Terra. E i più crudeli, assassini, egoisti, anempatici, furenti sfruttatori della bellezza. A loro, spesso, preferisco altri primati, come i gorilla, o altri animali come i su nominati. Sì, anche i porci.

Viviamo un momento storico della Terra, non solo dell’Umanità, ma anche del Vivente e del Minerale, che richiede un surplus di intelligenza, e invece ce n’è di meno.

Per ciò nei nostri tempi è necessario diffondere la consapevolezza di un grave impoverimento dei linguaggi umani, del lessico comune, delle espressioni comunicazionali, e quindi delle lingue parlate, della qualità relazionale tra gli esseri umani, e infine del loro livello cognitivo. Una situazione che la scuola e l’università non stanno riuscendo ad affrontare e a risolvere.

Il problema è serio, serissimo. Se vogliamo prenderne atto, implicitamente accettiamo un grande compito morale, come cittadini e come intellettuali. E’ compito di tutti porsi il tema di una caritas intellectualis per il buon fine comune, come insegnava il professor Joseph Ratzinger, da molti stracapito e poco considerato.

Infatti, la complessità attuale, paradossalmente, è affrontata nel modo peggiore e potenzialmente devastante.

Cani, gatti, porci e esseri umani fanno parte del vivente terracqueo, ma solo gli umani hanno responsabilità di mandato su di esso. Il tema del clima, il tema dell’utilizzo delle risorse concernono le decisioni umane. Ma anche il tema delle relazioni tra paesi e nazioni, tra territori e sistemi politico-amministrativi, tra gruppi e organizzazioni, tra le singole persone, tra le famiglie (si pensi, nella versione negativa, al familismo amorale) nelle comunità, dai nuclei familiari di vario genere e specie alla scuola, al sistema sanitario, all’esercito, alle varie realtà ecclesiali, appartiene all’uomo, a tutti gli esseri umani di questo mondo.

Se questo è vero, quale può essere, precipuamente, il ruolo dei saperi umanistici, antropologici e della filosofia in particolare?

Questo sito, che vive ormai da quasi quattordici anni, si è speso per la parte maggiore in riflessioni attinenti questi temi. Ora, per il fatto che i colleghi e le colleghe di Phronesis, l’Associazione Nazionale per la Consulenza filosofica, mi hanno eletto (mi pare, con convinzione) presidente, sento ancora maggiormente questa esigenza e questo dovere “kantiano” (e cristiano): di occuparmi di questa crisi del pensiero pensante e dei linguaggi, prima ancora che dei comportamenti e dell’etica come sapere relativo al giudizio razionale sull’agire libero (buono o malo) dell’uomo.

La filosofia non può prescindere dalla filologia e nemmeno dalla morale sociale, che peraltro è parte integrante del sapere filosofico.

Dobbiamo fare qualcosa di più, ho detto ai colleghi di Phronesis e a tutte le persone che a vario titolo frequento. A tutti. E così mi muovo in ogni ambiente dove vivo e lavoro, per consulenze e docenze, in riunioni e colloqui, nelle relazioni esistenziali e nel contesto della vita.

Ladri di libertà, cioè ladri di verità

In questo sito ho parlato più volte di libertà, sia come concetto socio-politico, sia come diritto eticamente fondato, raccontandone i risvolti storici ed etimologici, a partire dalla tradizione classica dell’antica Grecia, quando libertà si diceva in due modi, parresìa, cioè libertà di-dire, ed eleutherìa, vale a dire libertà-di-agire.

In questo caso desidero parlarne in relazione a un altro concetto altrettanto e forse più ancora importante, la verità. Di solito, specialmente nei periodi difficili come in questo che viviamo, la libertà viene giustapposta alla sicurezza, ma in questo caso ne parlerò come funzione della libertà.

Se dovessi impegnarmi nel parlare della verità, occuperei uno spazio esagerato cosicché lascio ad altri spazi e ad altri momenti una nuova riflessione sull’alètheia, cioè sullo svelamento, vale a dire sulla verità, come amava tradurre Heidegger.

Bene. qui intendo parlare dei “ladri di libertà”: chi sono costoro? Sono innanzitutto coloro che, essendo incaricati di raccontare le cose in modo corretto, completo e fondato sulla base di fonti informative affidabili, non lo fanno, per pigrizia, per incultura, per cinismo o per altre e magari inconfessabili ragioni. Chi sono costoro? Dico subito, senza tema di offendere quelli onesti, moltissimi, professionali e probi, che sono i giornalisti. Sia quelli della carta stampata, sia quelli delle tv, sia quelli del web.

Ladri di libertà. Sono ladri di libertà perché impediscono una informazione libera e completa, togliendo un diritto fondamentale dei cittadini.

Faccio un esempio legato a questo periodo covidizzato. Non me la prendo tanto con chi legge le notizie (lo/ la speaker), che forse a volta non è neppure l’autore/ autrice del testo che legge, ma propriamente con chi lo redige e con chi decide la linea editoriale dell’informazione. Giornali e tg “di parte” politica e anche apparentemente neutri spesso propalano notizie insensate e inutilmente terrorizzanti un pubblico che è costituito in maggioranza da persone che non hanno a disposizione gli strumenti critici per “leggere-tra-le-righe”, per interpretare un testo/ un detto, per trovare falle ed omissioni nelle cose che sentono dire. Personalmente mi accorgo immediatamente quando qualcuno la racconta storta o incompleta, o dettata da militanza politica (che di per sé è ingannevole), ma “mia suocera” no, per modo di dire, e come lei milioni di suoceri e di italiani provvisti di un patrimonio culturale insufficiente a comprendere la complessità contraddittoria del fattuale e del teorico raccontato dai media.

L’esempio: citare solamente i nuovi contagiati, senza spiegare in dettaglio quanti siano gli asintomatici, che solitamente ammontano al 95/ 97% dei contagiati, è scorretto; citare il dato di contagio Rt senza citare il numero di tamponi effettuati (numeratore) sulla base degli abitanti di un territorio (denominatore), è scorretto; collegare il numero dei nuovi contagi quotidiani facendo seguire subito dopo il numero totale dei deceduti in 10 mesi, è scorretto (e l’ho sentito fare), poiché chi ascolta magari non riesce e discernere la diversa collocazione dei due dati nel tempo e nella fattispecie di ciascuno; parlare genericamente di Pronto soccorso intasati, senza dire che anche moltissimi altri sono in grado di coprire il fabbisogno, è scorretto; discernere in modo finalizzato alcune interviste di luminari o sé dicenti tali, creando ancora più confusione, è scorretto… e potrei continuare.

Ma è al Governo che rivolgo una critica radicale in tema: perché in questa fase eccezionale in cui guida l’Italia a suon di DPCM, non decide opportunamente che a parlare sia una sola persona a livello nazionale, non a volte il Ministro della salute, a volte il suo Consulente principale, a volte il Commissario straordinario, a volte il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, a volte il presidente del Consiglio superiore di Sanità, creando in questo modo una babele delle lingue e delle informazioni? Come vedi, caro lettore, non faccio neppure i nomi di questi signori che, fosse una volta, la dicessero allo stesso modo, perché li conosci tutti. Il mio consiglio è questo: il Governo (Conte e Speranza) autorizzino a parlare a nome della Nazione e del Governo stesso, il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, che mi pare “sul pezzo” e ragionevolmente realista-ottimista, oltre che chiaro nelle sue esposizioni. Sarebbe semplice, oppure l’ego smisurato di ciascuno ne sarebbe sminuito e perciò non si può fare?

Dell’opposizione non dico nulla, perché è portatrice di idee (la Meloni parla di centinaia, ma, benedetta donna, lo sa che proporre centinaia di idee è come proporne nessuna? Non lo ha imparato a scuola?) raramente fattibili, o spendibili e spesso confuse. Solo Berlusconi, buon sangue, ha capito che non è il caso di mettersi di traverso e invece è il caso di collaborare, senza retorica, come dicono spesso il buon Tajani e la gradevole senatrice Bernini, lasciando al vecchio destro di Gasparri di spararle ancora grosse.

Di contro, dopo questa critica ai media attuali, ricordo i grandi giornalisti che hanno contribuito alla crescita della cultura, anzi addirittura dell’alfabetizzazione degli Italiani nel secolo scorso e fino ad ora. Penso a Biagi, a Bocca, a Montanelli tra non pochi altri. Non mi interessano le loro simpatie o antipatie politiche, bensì il loro saper fare-informazione documentata e colta-di-quello-che-deve-essere-coltivato, cioè le fonti atte a cercare la verità, pur se parziale che ognuno può trovare.

Ricordo anche i coraggiosi inviati in luoghi di sofferenza e di guerra, Ricordo chi ha perso la vita per raccontare i fatti del mondo e la vita delle persone di tutti gli spazi del Pianeta.

Anche per costoro, i ladri di verità e di libertà vanno riconosciuti e smascherati, nel nome della verità e della libertà.

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