Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Le grandi derive della storia e i diversi sguardi umani sul mondo

Tra papa Bergoglio e Salvini vi sono certamente persone che tengono per l’uno o per l’altro: se si “tiene” per il primo il secondo risulta inviso e viceversa. Ad esempio sul tema epocale dei migranti e dello ius soli. Manicheisticamente, come ai tempi di sant’Agostino o delle lotte guelfi-ghibellini del nostro gran Medioevo.

Sappiamo che dai tempi preistorici tutte le popolazioni del mondo si sono spostate, più o meno, dai territori di origine, a volte muovendosi per migliaia o decine di migliaia di chilometri. Pensiamo alle trasmigrazioni di popolazioni asiatiche o amerinde attraverso lo stretto di Bering, alle migrazioni dei popoli Indoeuropei dall’Asia Centrale all’Anatolia, alla Tracia, e all’Europa, agli esodi nel Vicino Oriente antico, come narra la Bibbia, fino ai fenomeni attuali di enormi masse di migranti che salgono dall’Africa equatoriale verso il Mediterraneo, o provengono da zone di guerra o di miseria afro-asiatiche.

Detto questo, i popoli che si sono spostati, o si sono inseriti nei nuovi contesti socio-etnici in qualche modo (in molti modi) integrandosi, o hanno conquistato i nuovi territori, come racconta la Bibbia con dovizia di particolari (cf. libro dei Giudici).

Ora sta accadendo un fenomeno epocale che non può essere fermato con misure militari o di polizia, perché ha a che fare con la distribuzione dei beni nel mondo, che è iniqua, con la qualità di vita che si differenzia in maniera radicale tra Occidente e i territori da cui provengono queste genti, e dunque l’inerzia “fisica” della deriva è inarrestabile. Anche mio padre, quando non trovava lavoro in Italia è andato in Germania dove lo ha trovato.

Questo non significa che si possono accogliere tutti e in qualsiasi modo. Ma vuol dire anche che le grandi Nazioni ricche e sviluppate, meta agognata di queste persone, e non dico le fallimentari e quasi inutili organizzazioni sovra-statuali (ONU in primis), debbono porsi, ed è già tardissimo, il tema dello sviluppo nelle terre di provenienza di questi esodi, in Africa, in Asia, e tenere conto che “tutto-si-tiene”, guerre in corso, guerre sbagliate fatte dai colonialisti di un secolo fa e di pochi anni fa, avidi di terre, ricchezze varie e petrolio.

Ora in Italia si pone con urgenza nell’agenda politica il tema dello Ius soli, cioè del diritto di cittadinanza di chi nasce qui, pur provenendo da qualsiasi altrove. Negli Stati Uniti d’America vige da secoli, perché è in Costituzione, mentre da noi il diritto di cittadinanza è regolamentato da leggi vecchie di un paio di decenni, abbastanza arzigogolate, e ora fondamentalmente ingiuste e inefficaci. Non le sto a riassumere qui: basti dire che il diritto di cittadinanza è concesso ai bimbi nati da almeno un genitore italiano, o comunque solo al compimento del diciottesimo anno di età, e così via. Pare ci siano oltre un milione e mezzo di bambini, ragazzi e giovani che, se fosse emanata la norma dello ius soli, diventerebbero immediatamente italiani.

Se mi si chiedesse se sto con Salvini o il papa, io non esiterei a dire che sto con la ragione, perché hanno in parte torto tutti e due. Il primo perché, nel suo stile a-logico e sgangherato, fa di ogni erba un fascio, usando i social, mescolando un tema gigantesco con le paturnie dei disinformati e blandendo i sentimenti e gli egoismi peggiori. Salvini fa male anche a mettere insieme il tema dei migranti con il terrorismo, perché porta solo acqua al mulino della confusione.

Al papa rimprovero un certo semplicismo, che gli fa dire, una po’ à la Bertinotti d’antàn, che tutti hanno diritto di essere accolti, se fuggono da miseria, guerre e altre disgrazie. Certamente, ma agendo in contemporanea su tutta la tastiera delle cose da fare, comprese politiche di sviluppo e commerciali più eque e solidali nei e con i paesi di provenienza dei migranti.

Sto con la ragione argomentante, perché non parteggio, non ho bisogno di “stare con”, avendo un’autonomia di giudizio che non richiede conferme nel mondo dei più noti, e non sempre più accorti.

L’essere, il linguaggio e la scrittura

Il processo di ominizzazione è iniziato circa 4/6 milioni di anni fa, quando da un fascio filogenetico si sono distinti esseri in grado di scendere dagli alberi, di ergersi nella savana a vigilare e scrutare e infine a scoprire il fuoco e la possibilità della cottura della carne. Così insegnano le più recenti ricerche paleoantropologiche. L’Homo Naledensis, recentemente scoperto In Africa meridionale, sembra essere l’ominide da qui poi sarebbe derivato l’Erectus e il Sapiens, che risale a non più di circa 150 mila anni fa, cioè noi.

La cottura dei cibi ha sicuramente giovato allo sviluppo delle facoltà cognitive nel sistema neurale, fino a creare le possibilità di una proto-fonetica fisica, soprattutto con lo sviluppo delle corde vocali e dell’osso ioide, atta allo sviluppo di un primo linguaggio che può dirsi “umano”.

Si può pensare dunque che i nostri antichi iniziarono a comunicare, prima con i gesti e successivamente con borborigmi semplici che diventarono sempre più sofisticati fino ad essere un linguaggio, con significati codificati e condivisi.

Questo si è trattato nel Caffè Filosofico di iersera, a cura di due esperti, uno psicologo e un medico. Peccato che non si sia parlato della scrittura, perché, dopo la codifica di suoni significanti qualcosa, l’uomo ha cominciato a produrre pittogrammi, cioè segni significanti qualcosa, sulle prime di carattere solo iconico-ideografico e, solo molto più recentemente, forse non più di 4000 anni fa (Ugarit) la produzione di sintesi sillabiche, prodromo della costruzione di parole e frasi. L’indoeuropeo può essere considerato un po’ la base di quest’ultima radicale e evoluzione, con i suoi discendenti come le lingue fenicia, quelle semitiche, e infine il greco arcaico e antico (cf. A. Marcolongo, La lingua geniale, Laterza 2016).

L’essere, il pensiero e la scrittura. Si può dire che in qualche modo sono “apparentati”, non nel senso di essere-la-stessa-cosa, ma dimensioni della cosa stessa secondo prospettive diverse: si può dire che la con-sistenza sostanziale delle cose si può pensare e si può scrivere. In questo senso hanno ragione Heidegger e Wittgenstein, che attribuiscono al linguaggio una verità ontologica. Le parole dicono le cose e esprimono i pensieri, anche se in modo diverso. Le cose sono sempre più ridondanti rispetto alla loro descrizione, così come i pensieri non sono mai del tutto esprimibili con la parola scritta.

Per questo bisogna vigilare sul linguaggio, sulle parole che si dicono o si scrivono, perché ogni parola pronunziata ha un peso, provoca conseguenze, come a me è successo di subire qualche giorno fa. Parole forse un po’ troppo “in libertà” mi hanno creato, per la loro provenienza specialistica (medica), qualche non banale patema d’animo, oggi fugato da analisi cliniche negative, parole che hanno generato preoccupazione e sofferenza psicologica, intervenendo con la loro “verità” situata in un tempo quando non era ancora possibile smentirle. Bisogna stare molto attenti a quello che si dice, evitando diagnosi azzardate, così come insulti e giudizi incongrui (pregiudizi), sempre, non apostrofando le altre persone a male parole, non usando le parole come clave, ma come modi di accesso all’altro, alla sua spiritualità, alla sua verità di persona.

L’essere è dunque pensiero e linguaggio, parola e scrittura, e perciò stesso va considerato come qualcosa che il linguaggio, la parola e la scrittura dicono e fanno esistere.

Come non si deve mancare di rispetto alle persone proferendo insulti, così non si deve mancare di rispetto alla parola, usandola senza discernimento.

“Voglio la mamma! Voglio la mia mamma!”

Leggo su Libero un pezzo di Melania Rizzoli (23 aprile 2017) dal titolo più o meno simile a quello di questo mio. Libero è senz’altro un quotidiano che si colloca a “destra”, ma con tinte liberali indubbie, in coerenza con il “nome”. Sotto la direzione del marpione scafatissimo Feltri sr. non ha fatto mai battaglie codine o bigotte. Per questo l’articolo citato ha una sua credibilità. Rizzoli racconta che “(…) una bambina di tre anni, figlia biologica di un componente di una coppia di gay  e di una madre surrogata, ogni volta che piange disperata, grida, chiama e invoca tra le lacrime la mamma, pur non avendola mai conosciuta, gettando nello sconforto i due genitori (per uno dei due virgoletterei volentieri il termine). (…)”. Il blogger canadese John Hart è il padre adottivo della figlia naturale del suo compagno…

La piccola ha vissuto con loro da quando aveva sei mesi e quindi non può avere alcun ricordo cosciente della madre, e loro due, racconta Hart, si fanno chiamare “daddy” e “papà”, rispettivamente, non so in che lingua, ché dall’articolo non si capisce bene.

Ma la bimba, in un supermercato, non contenta della spesa che “daddy” stava facendo per lei, ha cominciato a chiamare la mamma, con grande imbarazzo degli astanti, che all’inizio non capivano e poi un po’ sì.

Il tema è quello della sottrazione programmata del principale dei genitori “naturali” di ogni mammifero-essere umano, la mamma. La mamma in cui ci si forma da uno zigote unicellulare, fusione di un gamete maschile e di un gamete femminile, la mamma da cui si nasce, la mamma da cui si sugge il latte, che si chiama “mamma” proprio perché il termine deriva dal suono onomatopeico della suzione del seno “mm mmm… mam-ma“, mother, mummymutter, mater, maman, metèr, etc..

Dolce e Gabbana, coppia omosessuale si è a suo tempo già intelligentemente dichiarata contraria alle adozioni da parte di coppie gay. Altri invece se ne sono vantati, come di uno scoop affettivo irresistibile, tipo Vendola.

La ricerca della madre è istintuale, antecedente a ogni deposito culturale o di modello familiare eterosessuale. Il bimbo, come anche la persona in difficoltà, indebolita dagli anni o in pericolo, chiama la “mamma”, come se la protezione dell’utero fosse in definitiva l’unica radicale condizione di stabilità, di rassicurazione e di verità affettiva.

Il più forte rapporto d’amore negli umani è quello tra madre e figlio/ a, di gran lunga superiore a ogni altro legame, compreso quello del padre. Può succedere di tutto, anche ogni sorta di violenza intra-familiare o extra, ma la madre resta l’ultimo baluardo, l’ultimo e più forte vincolo posto dall’evoluzione naturale nella filogenesi delle generazioni.

Non so se questo è difficile da capire o l’egoismo di certe persone troppo forte, tale da ottenebrare il raziocinio naturale.

La tras-figurazione dei diritti

L’ultimo diritto che ho sentito dichiarare sulla titolistica mediatica è il “diritto di morire”, con riferimento alla costruenda legislazione sul “fine vita”, denominata Dichiarazione Anticipata di Trattamento (D.A.T.). “Diritto di morire”. E’ un diritto “morire”? Secondo la biologia e la storia umana il “morire” è l’ultimo atto del vivere, della vita. Come si fa a chiamare “diritto” un fatto ineluttabile per tutti i viventi, l’uomo in primis, che è consapevolmente mortale? Un “diritto” è un qualche cosa di legato al divenire del sapere etico e alla normativa umana, storica, politica, giuridica, è una prerogativa, tuttalpiù una potestà, non altro.

Che occorra regolamentare il “fine vita” come norma anagrafico-biologica ed etico-giuridica, affinché faccia parte dell’ordinamento civilistico di una grande nazione è fuori questione, ma che si trasformi concettualmente e terminologicamente in un “diritto” è non solo assurdo, ma decisamente insensato sotto il profilo logico-argomentativo. Non vi è alcun dubbio che si debbano correggere storture come l’accanimento terapeutico e un eccesso di tecnicalità nel tenere in vita (e quale vita in qualche caso?) un essere umano a tutti i costi, cosicché forse gli esempi di Eluana e Welby ci dicono qualcosa, e  spero anche al cardinal Ruini, ma trasformare un atto ineluttabile facente parte dell’esistere del vivente in un diritto è dunque assurdo, insensato e perfin stupido.

Altro discorso che va trattato con cura estrema è quello che i recenti episodi “svizzeri” propongono: Magri, Fabo etc., dove si tratta di suicidio assistito e di eutanasia strano vocabolo auto-contradditorio ancorché eufemistico (appunto!) nella sua etimologia greco-antica, che edulcora uno dei passaggi radicali dell’essere dell’uomo a questo mondo, che nasce a fatica (Leopardi) e a volte può morire a fatica. Lucio Magri ha voluto evitare di “morire a fatica” perché “depresso”. Qualcuno lo aiutato, gli ha parlato? E i vecchi compagni del Manifesto e del Pdup che dicono? Tutto a posto?

Sempre in tema di “diritti” voglio citare quelli legati ai temi delle coppie omosessuali, delle adozioni e delle maternità surrogate. Mi sembra che si possano dire due cose: a) i diritti, se tali, cioè strutturati secondo principi razionalmente e generalmente condivisibili, non possono essere considerati come una coperta che si può tirare da tutte le parti, e spiego la metafora: non è la stessa cosa una coppia genitoriale eterosessuale, naturale o adottiva che sia, e una coppia “genitoriale” omosessuale, necessariamente votata alla mera adozione; b) non tutto ciò che la scienza può permettere di fare in termini pratici, come la fecondazione eterologa e l’impianto dello zigote nell’utero di una donna “terza” rispetto ai gameti costituenti lo zigote ricevuto, è ragionevole e eticamente fondato, se si ha una visione dell’etica non meramente utilitaristica e congiunturale.

Nel primo esempio risulta evidente come un papà e una mamma rispettivamente maschio e femmina non siano la stessa cosa di un” papà” e una “mamma” dello stesso sesso, sia sotto il profilo educativo del figlio, sia sotto il profilo relazionale e sociale presente e futuro di quest’ultimo; nel secondo esempio mi pare inequivocabile la prevalenza di un tecnicismo al servizio di scelte connotate da un macroscopico egoismo.

Per quanto riguarda il tema del  gender, siamo daccapo: anche se molte legislazioni oramai prevedono una sorta di “discrezionalità culturale” nella scelta soggettiva di appartenere a una certa categoria sessuale, ciò non significa che la natura si faccia condizionare dalla legislazione umana. Resta fermo il rispetto per l’omosessualità, come inclinazione complessa della persona, da non enfatizzare da un lato, e dall’altro a cui non negare opportune riflessioni scientificamente critiche sotto il profilo psico-biologico, culturale e sociale.

E così via. In altre parole si può dire che non tutto ciò che si ritiene conveniente, per qualsivoglia ragione, deve poter diventare un “diritto”, se ripugna alla ragione discorsiva usata con tutti i passaggi di una sana logica argomentativa.

Le ragioni della scienza come sapere discorsivo-razionale e le ragioni della fede religiosa come sapere intuitivo

Bello allargare gli spazi di ogni discussione, bello che il Caffè Filosofico diventi sempre più inclusivo, dando spazio e voce a nuovi saperi e nuove persone. Ogni apertura, o aperità, come la chiamava Heidegger, porta nuove possibilità di comprensione sull’infinito “che tutto com-prende” (l’Umgreifende di Jaspers). L’amico professor Angelo Vianello, che mi saluta con un abbraccio, ne parla con acribia da biologo  e passione di credente. Il biologo è un “filosofo della natura” che esplora il mondo con lo stesso spirito di un Democrito o di un Lucrezio, con la stessa determinazione di Copernico e di Galileo; il credente è uno che si affida alla possibilità della trascendenza, di un oltre, di Dio, come ciò che non può essere capito fino in fondo con la ragione, ma com-preso, nel senso di preso-dentro, con la fede.

Il discorso antico su scienza e fede o meglio, tra scienzadimensione religiosa, ovvero tra ricerca razionale sul funzionamento della natura e ammissione di un “oltre” , si è specificata sempre meglio nei secoli a partire dalla grande stagione rinascimentale dei Marsilio Ficino e di Giovanni Pico della Mirandola, con l’acuirsi di conflitti e intolleranze, che hanno portato ai roghi del 1600 a Campo dei Fiori, quando l’inquisizione uccise a Roma il filosofo e frate nolano Giordano (Filippo) Bruno e a Pordenone il mugnaio di Montereale Valcellina Domenico Scandella (detto Menocchio), e molte centinaia di altri fino al 1800 inoltrato, e infine al processo degli anni ’30 del diciassettesimo secolo a Galileo Galilei.

Scienza e dimensione religiosa interpellano comunque la ragione, se pure in modo diverso, la prima in modo discorsivo e logico, utilizzando l’argomentazione razionale e il metodo sperimentale, la seconda ammettendo che vi sono dimensioni che sfuggono al rigore dimostrativo, emergendo dalla misteriosità dell’indicibile. In aggiunta non si può non tenere conto della triplice dimensione del mistero, quella del sacro, quella del sentimento religioso, e quello dell’atto di fede. Il sacro come senso della grandezza e potenza della natura che meraviglia e spaventa, il sentimento religioso  come manifestazione di una parte della interiorità umana esterna alla dimensione razionale della ricerca scientifica, l’atto di fede come de-cisione individuale e dono, come incontro tra umano e divino, come affidamento dell’umano e accoglimento dell’Oltre.

Non vi è contrasto radicale tra i due campi, poiché ciascuno di essi è diversamente collocato nella psiche, e connotato. Il distacco tra le due dimensioni, però, può essere in qualche modo e misura quasi “riconciliato”, se fossimo capaci di ricorrere alla vecchia nozione di scienza, quella antecedente la rivoluzione filosofica e scientifica post rinascimentale, la nozione di epistème, come scienza intrisa di sapienza, cioè di sapidità, di sguardo penetrante, di sophìa.

Il “luogo” deputato per realizzare questa conciliazione è la filosofia. La filosofia, come amore per la sapienza, è l’ambiente conoscitivo e dialogico, soprattutto nella sua insuperata versione magistrale socratico-platonica, più adatto a far dialogare sentimento religioso e ricerca scientifica, poiché essa non è subalterna ad alcun sapere, né “subalterna” alcun sapere. La filosofia è autonoma nella sua solo apparente autoreferenzialità, poiché mentre si chiede le ragioni del suo stesso argomentare, pone le basi per la riflessione radicale sul senso della vita e di tutte le cose. La filosofia si pone dei “perché”, non essendo molto interessata ai “come”, che lascia volentieri alle scienze naturali: si chiede il “perché” del nostro di umani stare-al-mondo, e se il mondo esista per noi o da noi pre-scindendo, e se saremmo arrivati fin qua senza la catastrofe d 65 milioni di anni fa che estinse i grandi rettili lasciando spazio ai mammiferi, e se su cento miliardi di galassie come la Via Lattea possano darsi intelligenze, anche diverse dalla nostra autoconsapevolezza soggettiva, e se di possa dare un “dio” in qualche modo supervisore. E se, infine, vi sia un destino, una teleologia, un luogo di compensazione del male del mondo.

Ecco allora che, se con la disciplina logica la filosofia lascia lo spazio alle matematiche  e alle scienze sperimentali, con la disciplina etica apre spazi immensi alle religioni, e dunque ai sistemi morali presenti in tutte le declinazioni del mondo, per certi versi in qualche modo sempre apparentate in quanto umane, come ben spiegava Kant.

Religione e scienza, fede e filosofia sono tutti campi di riflessione spirituale che rendono l’uomo meno ferino, meno belluino, sempre che sappia riconoscere i propri limiti, accettandoli e casomai esplorandoli fino in fondo senza atteggiarsi a simulacro arrogante e superbo di prometeiche divinità.

Il senso del tempo

Il tempo fisico e il tempo interiore, il tempo occidentale e il tempo orientale, il tempo del lavoro e il tempo del riposo, il tempo dei carcerati e il tempo di fuori, il tempo lineare e  il tempo ciclico, cioè quello delle stagioni, il tempo del sacro e il tempo del profano, il tempo della camminata in salita e il tempo della maratona, il tempo della salute e il tempo della malattia, il tempo dei giovani e quello di chi ha qualche anno di più, il tempo dell’uomo e quello di Dio, l’eternità…

Il senso del tempo è complesso, incontenibile in una definizione semplice, esaustiva. E aggiungo: in senso assoluto il tempo non esiste, perché è relato allo spazio, come ci ha insegnato il genio di Ulm.

Se ne sono occupati Parmenide e Zenone di Elea (celebre il suo paradosso del piè veloce Achille e della tartaruga), Platone, Aristotele, sant’Agostino, Leibniz, Kant, Bergson, Einstein, Lorentz, Hawking, e ognuno di noi in ogni momento… di tempo.

Esploriamo insieme il primo capoverso.

Innanzitutto il tempo fisico e il tempo interiore: il primo è misurabile secondo lo schema dei secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni, lustri, secoli, millenni… eoni (direbbe uno gnostico), e quindi ha una sua oggettività, perché è quello cosmico (cioè dell’ordine conosciuto), della rotazione terrestre e della rivoluzione della Terra attorno al Sole; il secondo è immisurabile, perché non scorre, ma si sente dentro l’anima (cf. Agostino, libro XI Confessiones); può durare un attimo oppure ore e ore, e ciò dipende dagli stati interiori, dal malessere o benessere della mente e del corpo. E’ indefinito, misterioso, affettivo, profondo. I greci lo chiamavano kairòs, cioè “tempo opportuno”, distinguendolo dal krònos, il tempo lineare, misurabile.

Il tempo occidentale è diverso dal tempo orientale: qui da noi siamo più legati a orari precisi, scanditi, rigorosi, a volte rigidi, e ci arrabbiamo se non si rispettano gli orari, gli appuntamenti, gli impegni presi nel tempo condiviso; è titolo di vanto che i treni e gli aerei partano e arrivino in orario; in oriente è diverso: non vi è questa rigidità, ma una sorta di indulgenza per il ritardo, per la lentezza, per il rinvio, per l’attesa. Quale dei due sia più saggio lascio al lettore il giudizio.

Il tempo del lavoro e il tempo del riposo: eccoci a una struttura tutta compresa nel tempo misurabile, poiché di solito è dato un tempo per il lavoro, così come è stabilito dalle leggi e dai contratti, ma anche dagli impegni presi nelle libere professioni; il tempo del lavoro sta lentamente accorciandosi, grazie alla tecnologia e all’innovazione. Si dovrebbe renderlo sempre più creativo e meno noioso, sia per dividere le opportunità di lavoro tra più persone, sia per connetterlo sempre di più con la vita. Io mi sento un privilegiato, perché sono riuscito in questo, incastrando decenni di lavoro e di studio, in contemporanea, e oggi faccio attività che sono ricerca intellettuale e ricerche che sono utili agli altri sul piano pratico.

Il tempo dei carcerati e il tempo delle persone libere: frequento le carceri da decenni, per assistere e comprendere. Il tempo di chi vive in ristretti orizzonti è diverso dal mio, dal tuo, mio gentile lettore, perché è collocato dentro uno spazio. Il tempo in quello spazio si dilata infinitamente, per cui le giornate scorrono lente, lentissime, ma chi colà vive non se ne rende conto, perché non le considera, non le conta, non le valuta. Un giorno dopo l’altro, cantava Luigi Tenco, la vita se ne va. Come tutte le vite, ma quelle dei carcerati in modo più lento, anche se spesso loro se ne vanno prima di noi.

Il tempo lineare e il tempo ciclico, quello delle stagioni: in realtà osserviamo tutti e due questi modi del tempo: ci è noto quello lineare, delle ore e dei giorni e anche quello delle stagioni, che cambiano e che ritornano, perennemente, a nostra memoria, e a quella dei nostri avi (cf. Esiodo). Si va avanti negli anni, ma primavera torna sempre, e poi le altre stagioni, come le canta Antonio Vivaldi.

Il tempo del sacro e quello del profano, cioè di ciò-che-sta-di fronte-al-tempio (il fanum): in realtà il tempo del sacro è tutto il tempo che viviamo, non solo quello delle domeniche  e delle altre feste comandate dalla tradizione cattolica, ché tutto il tempo è sacro, nel senso che è il tempo della vita, mentre piuttosto possono essere esecrande alcune azioni dentro il tempo, come quelle degli assassini di Alatri, e di altri innumerevoli delitti dell’uomo che tenta di diventare tale (cf. Nietzsche), con grande fatica.

Il tempo della camminata in salita e quello della maratona: diversissimi, perché il primo deve sopportare la conquista di un dislivello e la progressiva rarefazione dell’aria, il secondo si sente nel ritmo ed è scandito dai chilometri fatti. Il tempo in salita sostituisce la distanza ed è condizionato dall’ambiente, dalla meteorologia, dalle condizioni fisiche di chi sale lungo il crinale del monte.

Il tempo della salute e quello della malattia: il primo è quasi come se non ex-istesse, è leggero, dato per scontato, come un diritto (eeeh i diritti!), il secondo a volte non passa mai, nella solitudine di un letto a guardare il soffitto o l’andirivieni di medici e infermieri, e si vive quasi fosse un’ingiustizia.

Il tempo dei giovani è frenetico, oggi scandito dalle connessioni continue via web pc cell tablet, mentre per chi ha qualche anno di più scorre in modo diverso, più similmente alle altre fattispecie sopra elencate, ché i giovani, specialmente i digital born, non hanno proprio il senso del tempo, vivono, e forse è un bene, chissà?

Il tempo dell’uomo è diverso dal “tempo di Dio”, dall’eternità, come viene chiamato in teologia, cioè il tempo senza tempo, il nunc aeternum, che non ha inizio né fine e attende ciascuno di noi perché ce ne rendiamo conto, essendo già immersi nella sua luce.

Il senso del tempo è sempre diverso, è il manifestarsi delle cose nel tragitto, il loro significato, il loro valore, la loro verità per ognuno di noi, che vive nel tempo, anche se il tempo fugge, pur non essendo. Infatti è solo il contenitore della vita, come lo spazio, di cui è gemello monozigote. Per ora nel luogo dove vivo, perché dell’oltre nulla so.

La coscienza morale è un lusso di questi tempi?

Qui, caro lettore, stiamo senz’altro trattando dell’accezione morale della coscienza, non di quella neuro-psicologica, che potremmo chiamare coscienza-consapevolezza d’essere esistentivo, o coscienza riflessa.

Nella storia umana piena di guerre sanguinose, di imbrogli e truffe, piena di superficialità, di ignoranza colpevole, di manipolazioni intellettuali e ottusa noia, non ultimo fomite di delitti e malefatte, anche se spesso sottovalutato, sembra veramente sia stato sempre e sia in qualche modo ancora un lusso avere una coscienza e ascoltarla.

Il dibattito su ciò che sia la coscienza morale è presente nella storia del pensiero occidentale da almeno due millenni e mezzo (in quello orientale da più tempo ancora), ma ha assunto una connotazione forte e distinta soprattutto con il pensiero di Platone e di Aristotele (cf. Etica a Nicomaco, etc.), ma anche delle “scuole” scettiche, stoiche e ciniche. Il pensiero cristiano, a partire dal riconoscimento della persona umana come valore in qualche modo assoluto (Vangeli canonici e Lettera di Paolo ai Galati 3, 28 come fonti principali) ha sviluppato il tema nelle sue varie declinazioni patristiche (Giovanni Cassiano, Giovanni Climaco, Agostino e Gregorio Magno tra diversi altri) e filosofiche (in primis con Tommaso d’Aquino), fino alla modernità (Kant, Marx, Nietzsche, etc.) e alla contemporaneità (Heidegger, Jaspers, Elisabeth Anscombe, Martha Nussbaum, Cornelio Fabro, etc.).

Secondo la dottrina classica la coscienza dovrebbe essere Lex aeterna in rationali creatura, cioè la capacità di “sentire” dentro che un’azione è buona o mala, che un detto è onesto o falso, che un apprezzamento è giusto o ingiusto, e così andando. La coscienza come voce interiore che, se non è zittita dalla crudeltà e dal cinismo, indirizza e giudica le azioni umane libere, per quanto possibile.

La coscienza va relata al tema della libertà, che a sua volta si declina in vari modi: da quello liberale classico del fare ciò che è consentito rispettando la libertà altrui (Stuart Mill, etc.), a quello edonista-emotivista del “fare ciò che si vuole”, a quello etico-personalista del “volere ciò che si fa”, con una sottolineatura forte del momento razionale e logico argomentativo della scelta morale.

 

Breve excursus storico-filosofico

Citiamo innanzitutto il Codice del re Caldeo Hammurapi del XIX secolo a. C., il Decalogo biblico (Esodo e Deuteronomio) e il Codice Levitico (VII/X sec): già in questi testi legislativi si riflettono un’etica umana rispettosa di certi limiti. La coscienza aveva cominciato a funzionare a livello giuridico-normativo e socio-politico.

E’ chiaro che la “misura della coscienza” va contestualizzata e storicizzata, perché la nozione del valore da attribuire alle cose, agli atti e alla vita umana è cambiato nel tempo, in modo diacronico rispetto ai vari luoghi abitati del pianeta. In ogni caso una carrellata non sistematica su fatti orribili accaduti nel tempo è utile.

Torno molto indietro solo con due esempi: la strage di Tessalonica voluta dall’imperatore Teodosio nel 390, convocatore cristianissimo del Primo Concilio di Costantinopoli e la strage di ebrei e musulmani perpetrata da Goffredo di Buglione e Raimondo di Tolosa il 15 luglio del 1099 a Gerusalemme. Si possono poi ricordare, tra le altre, le stragi degli Albigesi nel 1209 a Beziers (“Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”, la frase di un capo crociato, l’Amaury, a un soldato dubbioso), la notte di San Bartolomeo tra il 23 e il 24 agosto 1572 in cui vennero sterminati migliaia di Ugonotti (protestanti); i roghi di Bruno e Serveto; il genocidio degli Armeni perpetrato dai Turchi nel 1915; la morte per fame di milioni di contadini e i fucilati per paranoia del capo, sotto Stalin; la Shoah voluta da Hitler, Himmler e Heydrich; il bombardamento tedesco di Coventry; quello alleato di Dresda e del quartiere di San Lorenzo a Roma, fino ai due supremi atti di terrorismo di ogni tempo, il volo dell’Enola Gay autorizzato dal presidente Truman su Hiroshima e poi dell’altro B29 su Nagasaki.

Dov’è la coscienza di Gheddafi che ordina Lokerbie e quella di Sarkozy che vuole Gheddafi morto e scatena l’inferno; dov’è la coscienza di Saddam Hussein che gasa i Curdi e quella di Bush “il demente” e Blair “l’idiota” che scatena un altro inferno. E quella di Bin Laden?

Dov’è la coscienza di Parolisi che ammazza a coltellate la moglie per? non si sa… e quella dell’ometto bergamasco che uccide una bimba per eiacularle sopra; dov’è la coscienza di Stasi che ammazza la fidanzata (se è veramente colpevole, però!), e quella di Donato Bilancia che uccide diciassette donne; dov’è la coscienza di Leonarda Cianciulli che saponifica il prossimo; dov’è la coscienza di Chikatylo, e quella di Ted Bundy, o quella di Jeffrey Dahmer? E quella dei “soldati di Allah” che ammazzano a Londra, Madrid, Parigi, Bruxelles e Nizza. Soldati di chi? Quanta ignoranza, fanatismo, arretratezza… si tratta forse della diacronia nell’ominizzazione. Recuperiamo, via!, non solo il dato sociologico, ma anche un poco Lombroso o Adrian Raine (cf. Anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine, Mondadori Università, Milano 2015).

Abbiamo sentito dire che l’assassino “islamista” di Nizza era depresso perché la moglie lo stava mollando, ma dài, il depresso si suicida, non ammazza, beati giornalisti e buonisti del c.zo! Paranoico, forse (cf. Manuale Medico Diagnostico IV).

Come facciamo a chiamare “danni collaterali” i bambini, donne, vecchi uccisi dai bombardieri americani, francesi o russi, solo perché erano nei dintorni di un capo jihadista? E quella di Erdogan, democratico dittatore?

Dov’è la coscienza di Totò Riina e dov’era quella del giudice che condannava Enzo Tortora?

E l’elenco potrebbe continuare sine die, anche se il buon Steven Pinker ci spiega che la violenza è in declino (cf. Il declino della violenza, Feltrinelli, Milano 2012). Speriamo, ma il declino sarà lento e molto lungo.

Il sogno come metafora dell’aldilà

La tradizione semitica ebraico-giudaica supponeva come aldilà, cioè un oltre-vita, l’esistenza dello sheol, luogo umbratile e solitario, e solo nel secondo libro dei Maccabei vi è un cenno fuggevole a una sorta di “vita eterna” post mortem; la tradizione cristiana e soprattutto quella islamica hanno dato configurazione all’aldilà come luogo di pace e serenità, o addirittura di delizie, il p-a-r-d-e-s, da cui paradiso, oppure l’inferno, nozione-luogo di tormenti eterni, ovvero di solitudine infinita dell’anima per  l’assenza di Dio, come spiegato recentemente da papa Ratzinger.

San Girolamo, esegeta coltissimo, ma burbero e iracondo, sosteneva che in paradiso gli esseri umani troveranno anche gli animali che gli hanno fatto compagnia in vita.

La cosmologia insegna che non vi sono luoghi del genere nell’universo o nei multi-versi che siano, a stringhe, periodici, secondo Origene, o Giordano Bruno o Einstein o Hawking. E allora? Dov’è, se c’è il paradiso o l’inferno, o addirittura il purgatorio, nozione teologico-letteraria medievale?

Proviamo a pensare ai tre stati in cui si può trovare l’uomo vivente: lo stato di veglia, lo stato di sonno e lo stato di coma. Il primo è caratterizzato dalla coscienza vigile, il secondo coincide con la perdita di coscienza e l’immersione in una dimensione di assenza dal flusso psicologico e motorio della veglia, il terzo è ancora diverso, simile al sonno ma causato da traumi o indotto farmacologicamente.

Esaminiamo lo stato di sonno. In questa condizione l’attività cerebrale è febbrile, e si sogna. Nella parte centrale del sonno REM, a metà circa di un ciclo circadiano i sogni ci portano in mondi fantastici, a volte paurosi, dove vengono meno le leggi della fisica e della natura conosciute, dove facciamo incontri inopinati e accadono cose senza senso… apparente, cioè senza il senso ordinario dello stato di veglia.

I sogni sono stati oggetto di studio e interpretazione da millenni, la Bibbia è piena di sogni: hanno sognato Giacobbe il patriarca, il padre di Gesù di Nazaret Giuseppe, etc.. Freud e Jung hanno scritto fior di trattati in tema.

Ecco, forse potremmo metaforicamente prendere in considerazione lo stato di sonno e di sogno per farci un’idea di un qualcosa che sta oltre le coordinate cognitive note alla ricerca neuro-scientifica attuale.

L’Oltre può essere considerato uno “stato dell’essere”, una modalità della presenza esistentiva di un soggetto o anima come vogliamo chiamarlo.

Tommaso d’Aquino parla di visio beatifica , cioè di visione della ineffabile Luce divina, già all’inizio della sua grande Summa theologiae, partendo così dall’epilogo della vita umana, dall’èskaton, per parlare dell’uomo, della sua vita, della conoscenza e delle scelte morali secondo il libero arbitrio, sempre relazionato al limite umano, epperò verso un Fine ultimo.

Il padre Dante tratta il tema dell’aldilà nel suo poema supremo.

Se vi è qualche momento in cui la mia fede teologale, talora vacillante, si rafforza è quando accadono fatti come quelli di Dj Fabo: allora penso che Dio esiste, perché lo ha atteso nella Sua luce fin dalla fondazione del mondo (apò katabolès kòsmou).

Dj Fabo, il valore della vita e la libertà

La foto del vicebrigadiere Salvo D’Aquisto sarà molto chiara al lettore, alla fine del post, e fors’anche ora, subito.

La morte in Svizzera di Dj Fabo e la sua aspra mediatizzazione riapre la discussione sul tema del fine vita, purtroppo svolta in un modo generalmente non riflessivo, dialogico e dignitoso per l’alto valore dell’argomento.

Personalmente ho seguito la scelta con rispetto e in silenzio, pur avendo sull’argomento alcune idee di etica filosofica, che non coincidono con l’itinerario percorso dal ragazzo. Ad esempio, altre persone hanno fatto scelte diverse dalle sue. In ogni caso, fossi stato nella sua situazione, non so che cosa avrei fatto.

Ma non vi è ragione o torto, vi è una condizione diversamente percepita, specie oggi che la possibilità di sopravvivenza dopo incidenti gravi o malattie irreversibili si è notevolmente allungata, ponendo quindi questioni e domande ineludibili sulla vita e la sua sostenibilità-accettabilità qualitativa.

Con Epicuro e con mio padre, so che la com-presenza della morte e della nostra coscienza è impossibile, e pertanto una riflessione seria deve ricomprendere insieme -come oggetto- la vita e la morte, come suo ultimo momento terreno.

Circa il valore della vita e della vita umana si scrive da millenni, in Occidente e in Oriente, con conclusioni molto diversificate: in Oriente la vita fa essenzialmente parte del Tutto divino ed è considerata proprio in questa prospettiva, dove l’individualità è un qualcosa che non possiede in sé valore particolare; in Occidente, per contro, con la grande filosofia greca e la lezione evangelica, la persona singola è assurta a una dignità notevolissima, quasi assoluta. La persona è il singolo uomo auto-cosciente, libero della libertà relativa al suo limite, specie se si declina il concetto di libertà come un “volere ciò che si fa”, non con il suo contrario.

Anche in Occidente, però, a partire dallo sviluppo delle filosofie soggettivistiche dal XVII secolo, ha progressivamente perso terreno la visione classica di una vita come dono, che si riceve e non si possiede del tutto, ma su cui si ha un mandato di tutela e conservazione (soprattutto per la dottrina morale cristiano-cattolica e ortodossa).

Si può dire che dalla lezione di Descartes, con un’accentuazione quasi parossistica a partire dal XIX e dal XX secolo, soprattutto con le filosofie politiche del liberalismo e del radicalismo di lì derivante, la scelta soggettiva-individuale sembra avere avuto ragione di ogni altra riflessione di merito sul valore della vita, come dato su cui non poter esercitare un diritto di possesso analogo a quello esercitato sulle cose.

Oggi si discute di fine vita intendendo spesso cose diverse, riferite ad almeno quattro o cinque orientamenti, qui proposti in un ordine, potremmo dire, sempre più “libertario”: a) cure palliative e lenitive del dolore, b) non accanimento terapeutico, c) cessazione di alimentazione e idratazione forzata o eutanasia passiva, d) suicidio assistito, e) eutanasia attiva.

Il tema del testamento biologico, che è di per sé una scelta etica e non solo biologica è all’ordine del giorno in Italia da anni, senza esito.

Detto ciò nella forma più stringata e netta possibile, osservo come si faccia una grande fatica a mantenere la discussione pubblica su un versante dialogico corretto e rispettoso, ma invece si proceda spesso con punte di violenza verbale e di qualunquismo pressapochista quasi insopportabili, come in certe trasmissioni radiofoniche, pur se di prestigiose emittenti, come Radio24. Questa sera, infatti, di ritorno da Bologna, ho avuto modo di ascoltare i dibattiti a dir poco surreali, e li definisco così per non parlare di un certo voltastomaco, de La zanzara. Impressionanti, soprattutto, le testimonianze di chi del fine vita sta facendo un lucroso business privato.

Tale Coveri, dell’associazione Exit, interpellato da un attore che si è finto depresso per verificare le pratiche suicidiarie in Svizzera, non si è visto rivolgere neppure una parola di conforto dal citato “misericordioso” esponente, ma semplicemente è stato reso edotto circa una maggiore complessità delle pratiche relative a propositi suicidi da parte di un depresso: cartelle cliniche di psichiatri, che però devono essere tenuti all’oscuro delle reali intenzioni del depresso, perché altrimenti (“quegli stronzi”, parole del signore di cui sopra) potrebbero edulcorare la diagnosi e porre così ostacoli alla procedura. E poi la parte economica: 10.000 euro tutto compreso, fino alla cremazione.

Un conduttore della trasmissione poi, non so quanto candidamente o quanto intenzionalmente, accentuava il concetto del servizio alla persona che, se non previsto dallo stato, ovviamente viene preso in mano dai privati.

Questi signori discutevano della vita umana come se stessero parlando di noccioline. Facevo quasi fatica a pensare di star ascoltando una trasmissione di larga audience, ma forse è proprio per questo che la trasmissione derivava in quel modo.

Nessun cenno alla cura della persona, all’empatia, all’amicizia, alla riflessione sui valori, sul bene, nulla. E mi son detto: quanto lavoro per la filosofia pratica in un  mondo che non ha più la forza di ragionare.

Infine Saviano che scrive una lettera di scuse degli italiani verso Fabo, una lettera di scuse!, ma chi si crede di essere? E Vespa l’immarcescibile, non passa, non va via.

Lo dico a chi mi leggesse e si trovasse in difficoltà: scriva a me non a quei signori qui sopra citati. Auguro una pace luminosa a Fabiano, e il dono del consiglio a chi non usa il ragionamento, ma la semplificazione e l’insulto. Buona notte.

Rigore e leggerezza della metafisica

Aristotele scrisse delle opere che chiamò Fisica. Successivamente Andronico di Rodi pubblicò una sequenza di lavori del Maestro di Stagira dopo la Fisica, che furono chiamate τὰ μετὰ τὰ φυσικά, “ta meta ta physika“, cioè “Ciò che segue dopo la fisica.” Chi se ne occupò di seguito intese la parola “meta” due significati: “dopo” e “sopra”. Nel primo senso, il termine “meta-fisica” dice la scienza che si occupa di realtà dopo quelle fisiche nel senso della conoscenza, nel secondo dice primazia teoretica. Infatti, l’uomo si interroga prima sulle realtà contigue, fisiche, e in seguito su quelle più distanti o astratte. Lo Stagirita chiama questo sapere “filosofia prima”, in quanto si occupa delle cause prime della realtà giustificando i principi basilari della conoscenza, come quelli di identità e di non contraddizione, necessari ad ogni altra conoscenza e scienza. Per Aristotele la filosofia prima è la “scienza dell’ente in quanto ente“, poiché non concerne alcun oggetto particolare (come le altre scienze particolari) ma la realtà tutta intera. Se io devo dire qualcosa di questo computer, prima ancora di dire che è un computer fatto di materiali chimici, meccanici, elettronici, devo dire che è un qualcosa, e questo qualcosa è.

Il Filosofo aveva dimostrato l’esistenza di sostanze immateriali come unica spiegazione possibile al moto visibile empiricamente. La metafisica, quindi, studiando tutta la realtà, cerca i principi (proprietà e cause) di tutte le sostanze (materiali e immateriali). Allora, a differenza della fisica, studierà anche le realtà “oltre la fisica”, come unica scienza ad avere il compito di indagare sulla realtà trascendente. Intendendo ‘meta’ come ‘oltre’, si può dire che la metafisica si occupa di realtà collocate ‘al di sopra’ di quelle fisiche. La metafisica è quindi la scienza che studia le realtà trascendenti. Questi due significati non sono affatto inconciliabili tra loro come potrebbe sembrare: la ‘Metafisica’ si colloca ‘dopo’ la fisica in quanto il suo oggetto è collocato ‘oltre’ la realtà fisica.” (dal web)

Pertanto, se la matematica studia l’essere come quantità, e la fisica in quanto movimento, la metafisica studia l’essere in quanto tale.

Per Aristotele la scienza è in grado di individuare le cause e i principi primi in relazione all’ente (=una qualsiasi cosa “che è”), cosicché le cause prime possono essere di 4 tipi:

– Formale: la forma della cosa (lo stato di essere della cosa)

– Materiale: la materia di cui la cosa è fatta (la materia di cui la cosa è costituita)

– Efficiente: ciò che provoca il divenire (ciò che produce il cambiamento dello stato della cosa)

– Finale: lo scopo a cui tende la cosa (il punto finale verso cui la cosa è destinata)

La metafisica in quanto scienza dell’essere in quanto essere cercherà quindi le cause ed i principi dell’ente (= di ciò che è); ecco perché la metafisica di Aristotele fonda la più importante delle discipline filosofiche (l’ontologia = discorso sull’ente).” (dal web)

La metafisica è senz’altro anche una prospettiva religiosa e teologica, perché, occupandosi dello studio delle “realtà prime”, non può non occuparsi anche del concetto di Dio, cioè della Trascendenza, ovvero di ciò-che-sta-oltre il conoscibile della vita umana. Dopo Platone, Aristotele e Agostino è stato fondamentale il contributo di Tommaso d’Aquino, con la sua visione metafisico-teologica tra ragione e fede. Con Descartes, Spinoza, Leibniz, e infine con Kant e Hegel la riflessione filosofica stabilisce una separazione tra metafisica o comunque sapere razionale, e teologia, avviando la visione moderna del mondo, della natura e del destino dell’uomo.

Un altro modo di chiamare la metafisica è ontologia, cioè scienza dell’essere, anche se i due termini non sono perfettamente sinonimi. In realtà si è sempre trattato di distinzioni sottili, specialistiche, come ad esempio: a) l’ontologia sarebbe la scienza delle cose che sono e b) la metafisica la scienza del come sono e del loro fine. Interessante, ma forse anche un poco pedantesco, vero?

Vi è poi la distinzione tra metafisica monista (come visione unitaria della realtà) e metafisica dualista (come visione che comprende la spiritualità e la corporeità), campioni delle quali si possono considerare nel pensiero moderno, rispettivamente, Spinoza e Descartes.

Ma la metafisica non è solo un sapere certissimo ed evidente, severo e paziente, ma è anche un sapere leggero, epperò non superficiale. Si occupa degli eterni essenti, ma anche del sostrato leggero, impercettibile che sta sotto le cose della vita e permette di guardarle sotto un altro profilo, più profondo e sereno. La metafisica è un sapere nello stesso tempo semplice ed elevatissimo, perché anche un bambino capisce che la matita è un qualcosa prima ancora di essere un oggetto per disegnare. Ricordo che da piccolo correvo nell’orto di casa a Rivignano e chiedevo a mio padre “che cosa è questo?”, una domanda metafisica, e lui mi rispondeva dicendomi il nome dell’ortaggio o del frutto, e così capivo che tutti quegli ortaggi rossi e succosi si chiamavano “pomodoro”, e imparavo che il nome era comune a tanti esemplari, astraendo dal singolo oggetto.

E poi è anche complicata quando si comincia a distinguere tra l’essere (ciò per cui la cosa è), l’essenza (ciò per cui la cosa è ciò che è), e infine l’ente o essente, participio presente del verbo essere (la cosa stessa).

Bellissimo, gioia pura mi vien dalla metafisica.

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