Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: SCAMPANIO

Grazie a Georg Friedrich Händel, tedesco di Sassonia, che ascolto da quando ero ragazzo, e grazie al mio sentire… sinestesico

Caro lettore,

magari scrivo il nome di Händel all’inglese George Frederick, o ancora Giorgio Federico all’italiana, ché il grand’uomo venne più volte in Italia e vi stette una volta per ben tre anni, dove incontrò Alessandro  e Domenico Scarlatti, Tomaso Albinoni, Benedetto Marcello, Arcangelo Corelli, e forse anche Antonio Vivaldi. Nel 1708 a Roma gareggiò agli strumenti con Domenico Scarlatti, alla presenza del cardinale Ottoboni, suo ospite, come usava allora, surclassandolo all’organo, e come avrebbe potuto finire diversamente? E stiamo parlando di un musicista meraviglioso, lo Scarlatti. Infatti terminò alla pari la gara al clavicembalo!

Figlio di un barbiere-cerusico (chirurgo) di un certo successo preso il margravio di Sassonia-Weissenfels, che lo voleva avviare agli studi di Legge, Georg Friedrich preferiva la musica, studiandola di nascosto su un piccolo clavicembalo in solaio. Quando il padre lo scoprì si rassegnò e assecondò la sua vocazione. E fece bene, perché ben presto il ragazzo mostrò progressi da gigante, prima nella sua città natale di Halle e poi in molti luoghi, tra cui Berlino e l’italia. A Halle fu ascoltato suonare, mentre era sotto la guida del maestro Zachow, valletto (allora si usava così, ché lo stesso sommo Kantor di Eisenach, J. S. Bach aveva lo stesso inquadramento contrattuale sotto il borgomastro di Lipsia, per cui doveva operare presso la parrocchiale luterana di St. Thomas, scrivendo ed eseguendo con l’orchestra e il coro locali una cantata ogni domenica) alla corte del duca Giovanni Adolfo I di Schwarzenberg e colà studiò assiduamente musica fino a diventare musicista superiore al suo maestro.

E ciò accadde rapidamente. In seguito, mentre si esibiva davanti al re di Prussia, lo volle al suo servizio la duchessa Sofia Carlotta di Hannover, molto sensibile alla musica e colpita dalla genialità del ragazzino, e ben presto conobbe Telemann, mentre invece non risulta abbia mai incontrato Johann Sebastian Bach, che pure avrebbe voluto incontrarlo, pare da alcune testimonianze. Ti immagini, mio gentile lettore, se un evento del genere fosse accaduto? Io non riesco ad immaginarlo. Immenso. E conosceva bene il latino, l’inglese, l’italiano, il francese  e il tedesco, questo musicista fantasioso e iperattivo.

Bach valletto (!) mi fa pensare a come le persone di intelletto sono state utilizzate dai potenti, dai tempi dell’amico dell’imperatore Cesare Augusto, il senatore Mecenate, e dall’imperatore stesso e dal suo successore Elio Adriano, e passando per Lorenzo de’ Medici, il Magnifico, che aveva a corte Angelo Poliziano, Marsilio Ficino e il grandissimo Giovanni Pico della Mirandola, imitando in ciò il munifico e colto imperatore svevo Federico II, che aveva fatto altrettanto, e forse di più, duecent’anni prima, inimicandosi il papa e guardando al sapere futuro. Allo stesso modo si comportavano spesso gli imperatori cinesi (si pensi all’esperienza del padre gesuita Matteo Ricci) e i sultani ottomani, che avevano a corte matematici, filosofi, medici, teologi ebrei e cristiani. L’unico metro di misura per essere considerati persone importanti erano l’intelligenza e la cultura, non la religione o le credenze filosofiche praticate, lo status nobiliare o il censo economico-sociale. Quasi meglio di adesso.

In certo modo, senza che ciò che sto per dire sia affermazione superba, anch’io, figlio di povera gente, ma uomo di cultura, sono altrettanto apprezzato e pagato da uomini potenti e facoltosi, per il mio pensiero e per il mio lavoro, che essi rispettano e tengono in conto. Nella mia esperienza mi è stato richiesto, e tuttora, di fare perfino il precettore di giovani virgulti di queste famiglie importanti, fidandosi di me. Funziona sempre allo stesso modo, per me.

Tornando all’uomo di Halle, gli inglesi lo considerano un loro musicista, e non ne hanno di più grandi, poiché Händel si portò nel Regno albionico, e ivi divenne un grande in ogni senso, musicista totale, della corte e del popolo, scrivendo cantate sacre, opere ed oratori, raggiungendo vette paragonabili solo a quelle del suo grande conterraneo e coetaneo Johann Sebastian Bach, e forse più sublimi nella gestione delle voci umane miste, nei cori, che per Beethoven erano l’acme artistico musicale assoluto. Israel in Egypt, Messiah, Jephte, oratori, il Dixit Dominus e il Nisi Dominus, salmi, l’opera Aci e Galatea, Watermusic e Royal Fireworks, For Queen’s Anna Birthday, suites, insieme con innumerevoli cantate e brani per organo sono capolavori assoluti, non solo della grande musica barocca, ma della musica tout court. Nel 1710, Händel divenne Kapellmeister del principe tedesco George, l’Elettore di Hannover, che nel 1714 sarebbe diventato re Giorgio I di Gran Bretagna e Irlanda, e da allora il grande Sassone divenne in qualche modo “inglese”.

Uomo di grande successo, Händel era anche molto caritatevole, tant’è che istituì numerose opere in soccorso dei poveri e degli artisti poveri, senza farsi pubblicità, in questo seguendo il dettato evangelico che prescrive “In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.” (Matteo, 6, 1-6)

Tornando alla mia vita, questo ascoltare insieme con l’attenzione agli altri grandi sopra citati, e a Mozart, Wagner, Verdi, Rossini, Schumann, Schubert, Monteverdi, Giovanni Gabrieli e altri, e poi alla grande musica Rock&Blues dei ’70, e voglio citare Jimi Hendrix, i Cream, i Traffic, i Colosseum (gli ultimi due gruppi visti dal vivo!), i Genesis e altri, e Miles Davis, John Coltrane e Charlie Parker per il jazz, che sono stati i “miei” anni, anche per la crescita politica e culturale, e questo leggere i grandi poeti e scrittori greco-latini, da Pindaro a Tucidide, a Demostene a Cicerone e Virgilio, e poi Italiani, i tre Sommi del ‘300, e in seguito i Francesi (Balzac, Flaubert, Zola, Baudelaire…), gli Inglesi (Dickens, Austen, le sorelle Bronte, Shakespeare…), i Tedeschi (Goethe, Schiller, Heine, Rilke, Thomas Mann, Roth…), i Russi (Dostoevskij, Tolstoi, Puskin, Turgenev, Majakovskij…), e di nuovo gli Italiani da Ariosto a Leopardi a Pascoli, D’Annunzio, Ungaretti, Montale, Saba, Campana, Gadda, Primo Levi, Rigoni Stern… mi ha sviluppato una grande capacità sinestesica, direbbe il mio amico/ psicologo/ a. In altre parole vedo/ sento con l’udito/ ausculto/ odoro/ tocco, quasi tutto insieme, e così com-prendo, raccolgo dentro.

Non parliamo poi delle mie grandi discipline, dalla sociologia a, soprattutto, la filosofia e la teologia, che ho studiato e studio nei loro autori maggiori e minori, dai presocratici ai grandi Greci Platone e Aristotele, Parmenide ed Eraclito, Zenone di Cizio e Sesto Empirico, Epitteto e Plotino, Proclo e Porfirio; e poi il mio grande Origene, di cui posso umilmente esser considerato uno studioso, Ireneo e sant’Agostino, il Beato Giovanni Duns Scoto, san Bonaventura e san Tommaso d’Aquino, Galileo e Descartes, Leibniz e Pascal, Voltaire e D’Alembert, Kant, Schelling, Fichte e Hegel, senza dimenticare i due grandi inglesi Locke e Hume; e poi Schopenhauer, Nietzsche e Marx, i sociologi Comte e Durkheim, gli antropologi Mauss e Altan, e i pensatori contemporanei Freud, Jung, Heidegger, Husserl, Jaspers, Bontadini, Severino, Achenbach.

Io stesso sono considerato un filosofo-teologo contemporaneo, per le mie teoresi e i miei scritti (sono un realista-personalista), avendo anche avuto responsabilità associative in ambito filosofico e tuttora incarichi di docenza. Lo dico con la gratitudine di chi ha avuto la possibilità, datami dalla libertà fin da giovanissimo lasciatami da parte dei miei, e dalle mie energie spirituali e fisiche, di studiare ciò e quanto desideravo, scegliendo la fatica del lavoro per potermi permettere lo studio, e privilegiando lo studio ad altri passatempi. Ho così maturato un sapere ampio e sinestesico, ché sento e vedo e leggo e sintetizzo, articolando le cose che via via imparo all’albero sinottico della storia e della conoscenza.

Fino ad ora, e che Dio sia benedetto.

Le città bianche e altri racconti

Non avevo mai letto seriamente Joseph Roth, solo qualche brano ancora da liceale. Vi ho rimediato in queste settimane e consiglio il bellissimo volume collettaneo di romanzi e racconti lunghi edito da Bompiani, di milleduecento pagine, una trentina di anni fa. Me lo regalò quando uscii dal sindacato il segretario regionale della Cisl di allora, un gentiluomo colto, merce rara in quegli ambienti allora, e ora più che mai, purtroppo.

Il Mediterraneo è circondato da “città bianche”. Dalla costa istriana e dalmata, da Parenzo a Zara, a Spalato e Traù, dal Sud Italia al Montenegro, alla Grecia, alla costa turca dove sta appollaiata Efeso, memoria di filosofi e di Maria di Nazaret, o più sotto Antalya, alla disgraziata Siria delle meraviglie, alla costa africana settentrionale che dall’immensa foce del Nilo eterno arriva a Gibilterra, passando per Bengasi, Tobruk, Tripoli, e poi Tunisi, Cartagine, Leptis Magna, Algeri, Orano… Di là c’è il Mare Ocèano di dantesca e ulisside memoria.

Città bianche tutt’intorno gli ottomila chilometri di coste italiane della penisola e di una miriade di isole grandi e piccole, dalla Sicilia sublime del barocco alla silenziosa Sardinia, dalle Riviere liguri, da Dolceacqua alle Cinque Terre. Chiamai anni fa in un breve poema Ostuni “l’alba città“, perché biancheggia alta sulla Murgia e si vede dal mare, così come bianche sono Cisternino, Martina Franca, Galatina e Gallipoli, la città-bella, la kalè pòlis dei Greci, e altre e altre.

Se, caro lettore, prendi in mano Roth, troverai le città bianche di Francia, che lui canta con sentimento eccelso: Lione e Vienne, Tournon e Avignone, la città dei papi sul Rodano, ognuna con la sua unicità di costruzione umana, di storia parlante attraverso le pietre e gli spazi definiti da intelligenze antiche, e insuperate, da Roma, superna maestra di sapere e civiltà, anche se talora sulla punta e il filo delle corte daghe. A Vienne si celebrò un concilio importante della cattolicità del Medioevo ed era sede degli imperatori tedeschi; Lion è capitale della seta, mentre Tournon se ne sta silente lungo l’acque verdi del gran fiume alpino. Più avanti il viaggio di Roth tocca Nimes e Arles piene di sole, con i loro anfiteatri romani, e infine Marsiglia, che lui chiama porta del mondo, perché lì arrivano e partano vascelli per ogni confine del mare, s’odono i rumori e i suoni più vari, si sentono gli odori e i profumi più forti.

Lo scrittore austro-ebreo, nato a Brody vicino a Leopoli in Galizia (Ukraina) all’estremo limite dell’Impero Austro-Ungarico, possiede la finezza analitica dei grandi russi e dei tedeschi, e del miglior Manzoni. Canta la Finis Austriae, con una capacità di introspezione e di racconto quasi insuperabile, elegiaco e tragico, nostalgico e scettico, perso nelle nebbie dell’est che nascondono le fredde nevi, oppure nelle abbacinanti estati delle bianche città meridionali.

Le città bianche sono un sogno vivente e hanno rumori lontani, mentre le città grigie sono sopraffatte dai silenzi. Ecco che Roth, scrittore e giornalista girovago, ebreo e cattolico, socialista e monarchico, impaurito dal nazismo incombente e dal declino delle sue diverse “patrie”, scrive e scrive migliaia di pagine, per lasciare a chi leggerà come una sorta di infinito distendersi di quadri esistenze e vite, di profumi e lezzi immondi della vita, proprio come accade.

Il silenzio di Beilstein

Era venuta la sera sulla cava di pietra di Beilstein, ditta Westerwaldbrücke, Assia, Deutschland. Gli operai italiani, in maggioranza friulani e abruzzesi più qualche veneto, erano in baracke ad aspettare o a preparare la cena, che toccava come corvèe a turno. Tutti sapevano far da mangiare, bene o male, i friulani meno bene. Ogni tanto qualcuno portava su dal paese una bottiglia di vino, ma solo di sabato. C’era chi tra gli operai friulani giocava a scopa, a briscola o a tressette fuori, sotto una specie di patio fatto di legno di abete come il resto della baracca, con un collega abruzzese. L’abitazione ricordava stranamente quelle che avrebbe visto a Dachau anni dopo, Pietro, che vi sarebbe andato con suo figlio, oramai grande.

Anche quell’anno, a fine febbraio, Pietro aveva portato su per la stagione un centinaio di operai friulani, due corriere piene della Ferrari, con il contratto di lavoro fino ai primi di dicembre, ché i due mesi più freddi erano interdetti al lavoro. Lassù veniva molto freddo e anche neve nei grandi boschi di conifere dove avevano aperto le cave di granito per fornire le dighe olandesi, i põlder, atti a recuperare terreno agricolo al Mare del Nord. Lavoravano a cottimo e c’era chi guadagnava molto, come Pietro perché era forte e stava in cava anche dodici o quattordici ore in piena estate, e chi guadagnava molto meno, e faceva tanta fatica, e l’anno dopo non sarebbe tornato. Allora Pietro cercava un sostituto in uno dei paesi poveri del Friuli di Mezzo o della Bassa. C’erano ragazzi di vent’anni che si erano stancati di lavorare a giornata nelle bonifiche, e padri di famiglia di quaranta che avevano bisogno di qualche certezza maggiore, di una paga più alta, e i tedeschi pagavano in marchi, una paga oraria non male. Il lavoro era durissimo, ma chi voleva e poteva, come Pietro, poteva guadagnare due volte e mezzo il salario che prendeva in fornace in un paese vicino casa, in Friuli.

La partenza per la Germania era di prima mattina, ancora quasi al buio a fine febbraio, all’aurora, quei brevi minuti che preludono all’alba e che, se la giornata è limpida e fredda, tinge l’oriente di tutti i colori della gamma dal rosa all’arancio, con venature di violetto che si perdono tra le nuvole. I pullman sono lì pronti, e le mogli e i figli stanno tutt’intorno in silenzio, in attesa di poter salutare mariti e papà che se ne vanno a più di mille chilometri a nord per guadagnarsi da vivere, pagare i debiti, mandare a scuola i ragazzi.

Ecco, quella sera gli operai erano lì, in silenzio, qualcuno fuori e altri dentro la baracca, era piena estate e la luce del sole del tramonto indugiava ancora tra i rami degli alberi. Il cane di Hans, uno dei colleghi tedeschi autista dei giganteschi camion che portavano fuori della cava i blocchi di pietra, un bastardo simpatico e girovago (il cane, naturalmente), era lì che aspettava il rimasuglio di un osso, un pezzo di pane intriso nel sugo, anche lui silenzioso. Sembrava avesse capito che quella sera era meglio non far rumore.

C’era stato tanto rumore, frastuono e paura verso mezzogiorno. Giovanni era rimasto sotto una pietra. I candelotti di dinamite avevano fatto il loro lavoro, spezzando un costone della collina rocciosa, che era precipitato a pezzi fino all’enorme spianata della cava, polverosa e biancastra. Ma Giovanni aveva indugiato, improvvidamente, in una zona pericolosa, non aveva seguito i compagni che erano scappati quando l’addetto aveva urlato di allontanarsi a distanza stabilita, come sempre. Anche allora, erano i primi anni ’60, c’era un minimo di cura della sicurezza del lavoro, perché il cancelliere Konrad Adenauer ci teneva a che la Germania Federale facesse la sua figura di grande nazione nel mondo, dopo i disastri del nazismo. Il suo successore, il cancelliere Ludwig Erhard, socialdemocratico, aveva fatto perfezionare le leggi del lavoro e qualcosa di buono c’era anche per gli emigranti.

L’urlo di Giovanni aveva lacerato la spianata. Non lo si vedeva, nel polverone causato dall’esplosione. Gli operai si erano guardati l’un l’altro attoniti e spaventati. Erano rimasti come paralizzati. Silvano e Pietro si erano fermati e Silvano aveva esclamato in friulano “Gjovanin a l’è muart“. Pietro non lo ascoltava più, era andato verso il turbinio di pezzi di granito e polvere sotto il costone della collina e l’aveva trovato subito, Giovanni. Svenuto, con le gambe insanguinate e una gamba, la destra, sotto una pietra che (fu pesata in seguito) superava il quintale. Pietro non stette a pensarci e  la spostò con uno sforzo che poi non sarebbe riuscito a replicare. Silvano lo aveva seguito e fu lesto a tirar fuori Giovanni.

Le ferite e le fratture erano gravi e Giovanni, dopo le cure, che durarono mesi a Frankfurt am Mein, non tornò più nella cava di Beilstein. Gli diedero un lavoro in Italia come invalido, e mancò qualche anno prima di Pietro, mio padre.

Stamane questo era il pensiero del risveglio, caro lettor mio paziente, il pensiero che era corso a quella sera d’estate di più di mezzo secolo fa, quando i nostri uomini andavano per il mondo a cercare un futuro, accettando la sorte, guardando negli occhi il destino. I miei studi, i miei saperi, la mia dignitosa carriera di ricercatore e di lavoratore sono figli di quella fatica, di quella paura, di quel dolore.

E ora, nella mia casa grande e confortevole, anche se in affitto, guardo il mio giardino che prelude già al tempo della primavera, gestisco i miei dolori attuali nella solidarietà di chi conosco e dove lavoro e studio e nella pazienza del miglioramento, un merlo maschio mi osserva, mia figlia, nipote di nonno Pietro che non ha mai conosciuto, dorme ancora questo sabato mattina, ed è alta e bella e intelligente e studia lettere e suona l’arpa, anche per il nonno, anche in memoria di quella lontana mattina d’estate.

Io bambino il 2 febbraio di tanti anni fa e i parenti di Fabio Filzi

«Nato e vissuto in terra italiana irredenta, all’inizio della guerra fuggì l’oppressore per dare il suo braccio alla Patria, e seguendo l’esempio del suo grande maestro Cesare Battisti, combatté da valoroso durante la vittoriosa controffensiva in Vallarsa nel giugno-luglio 1916. Nell’azione per la conquista di Monte Corno comandò con calma, fermezza e coraggio il suo plotone, resistendo fino all’estremo e soccombendo solo quando esuberanti forze nemiche gli preclusero ogni via di scampo. Fatto prigioniero e riconosciuto, prima di abbandonare i compagni, protestò ancora contro la brutalità austriaca e col nome d’Italia sulle labbra, affrontò eroicamente il patibolo. Monte Corno di Vallarsa, 10 luglio 1916.». (dalla motivazione del conferimento della Medaglia d’oro al Valor militare)

 

Il patriota socialista Battisti e i parenti di Fabio Filzi, la nipote Elena, il maestro Galdino Zanutto e il figlio Piero, ricordi di quand’ero bambino a Rivignano e andavo in via Vittorio Veneto da none Catine e nonu Dante.

E nella via trovavo il maestro Costantino, che mi insegnò dalla terza alla quinta elementare, entusiasmandomi con le vicende dell’antica Roma, dell’Impero, di Marco Furio Camillo e Quinto Fabio Massimo, il Cunctator, il Temporeggiatore, Annibale e Attilio Regolo, Muzio Scevola e Giulio Cesare, i fratelli Gracchi, Marco Aurelio  e Traiano, fino all’imperatore Costantino e alla battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio, quando apparvero nel cielo le parole In hoc signo vinces… e lui vinse, con Cristo. Sono quello che sono, e lo ho scritto qui altre volte, anche grazie al maestro D’Agostini, che abitava nelle “case Fanfani”, come il professor Ferrara, che mancò giovane, marito di Lelia e papà di Edelweiss, di Gianna e  Francesco.

Poi c’era la famiglia di Mario Tosato, che litigava con la nonna per via di confini, che si regolò a un certo punto. E, lungo la via trovavo i Macor, la Clelia, la Tedesca, Civulìn, strampalato ex carabiniere in pensione, e poi i Collavini, i Talmassons, mia santola Rita Aloisio e suo padre con l’asino grigio. Girando a sinistra in fondo si arrivava in via Nievo, la famiglia De Sabata, Agostino, Gianfranco e Maria Grazia, e mamma Matilde Vogrig veniva da Grimacco nelle Valli. Poi c’era lo zio professor Diego, addetto culturale a Istanbul compagno delle elementari di mio papà, che era bravo più di lui ma non aveva potuto studiare.

Aaah, ma volevo raccontare una cosa, la storia dei pantaloncini corti del nipote di Fabio Filzi.  Per questo ho iniziato il pezzo memorando il Patriota eroico del 1916, compagno d’ideali e d’arme del tenente Battisti. Animi nobili, cui rivolgere il nostro pensiero grato, reverenti, di questi tempi amari e insipidi.

La signora Elena passava a mia madre i vestiti dismessi, ancora buoni di suo figlio Piero, che era più grande di me di tre anni. Quell’anno arrivarono a fine gennaio un bel paio di pantaloncini corti di lana buona, grigi a righine più scure. Il 2 febbraio era una bellissima giornata e io li volli indossare. Era freddo ma il sole già scaldava quasi preannunzio di primavera. Forse avevo sett’anni, non di più. Non ho mai patito il freddo, sono fatto così, temprato di natura. Avevamo le camere fredde, senza riscaldamento e ci si abituava.

Da quel 2 febbraio, ogni anno successivo, il 2 di quel mese ancora invernale ma pieno di luce e di promesse di rinascita, volevo mettere i pantaloncini corti, qualsiasi tempo poi venisse, anche la neve. E capitò che andai a “servir” la messa delle 6 di mattina, cinque o sei gradi sotto zero, con i pantaloncini corti, sopra molte maglie, il cappottino, la sciarpa e il berretto di feltro, tutto bene. Non presi mai un raffreddore.

Ma forse era perché don Aurelio, il prevosto, don Paolo il cappellano o don Primo il giovane cooperatore, mi lasciavano sempre, a fine messa, un goccio di verduzzo dall’ampolla eucaristica. Era senz’altro lo spirito del Maestro, che benevolmente mi assisteva, quando venivo in chiesa all’alba, con i pantaloncini corti del nipote di Fabio Filzi.

1968/2018… senti l’estate che torna

Cinquant’anni fa, in pieno ’68 Le Orme di Tagliapietra e Pagliuca nel ’68 cantavano così:

“Su spegni quel fuoco ti prego/ L’inverno è un ricordo lontano/ Stasera non sento più freddo/ Stammi vicina dammi la mano/ Stasera ti vedo diversa/ I tuoi occhi hanno un altro colore/ In strada c’è aria di festa/ Ora la gente, pensa all’amore

Senti l’estate che torna/ Senti con tutti suoi sogni/ Senti l’estate che torna/ Tra noi

Il vento del nord se ne è andato/ E lascia nell’aria un sapore/ Di cose lasciate al passato/ Senza rimpianto/ Senza dolore

Senti l’estate che torna/ Senti con tutti suoi sogni/ Senti l’estate che torna/ Tra noi.”

Era un pop non ancora progressive, prima della fine dei ’60, quando speranze e illusioni erano quasi tutt’uno per i ragazzi del tempo. Liceali, aspiranti periti, geometri o ragionieri, o già giovani operai che fossero. Albe radiose sembravano prepararsi per quella generazione, così piena di promesse per quei tempi, così pieni di ansia di cambiamento, così piena di gioia.

Il ’68, mitizzato, lodato e vituperato, tradito, illusore e portatore di sogni. Controverso. Le Orme erano un gruppo musicale capace di rappresentare bene quella temperie, così come i Pooh erano già la bandiera musicale del sentimento amoroso nazional-popolare, e i Nomadi di quello politico e sociale.

Non si sapeva bene dove si stava andando a parare, salvo che era chiara una  cosa: non si accettava più il diktat dell’obbedienza a scatola chiusa, acritica, del “fai come ti dico io, perché te lo dico io“. Era la lotta contro ogni tipo di autoritarismo, in famiglia (la figura del padre), in fabbrica (la figura del padrone), in chiesa (la figura del prete), a scuola (la figura del professore). Quattro “p” per dire potere.

Era la lotta contro quattro figure che rappresentavano l’autorità costituita nei vari settori della vita umana, autorità spesso quasi assoluta, e fomite di reazioni forti, di ribellione e di malcontento. In questo senso il ’68 è stato salutare, perché negli anni successivi qualcosa è avvenuto: per quanto riguarda il padre il nuovo Diritto di famiglia ha sancito la parità tra i generi dei genitori; circa la fabbrica lo Statuto dei diritti dei lavoratori ha riequilibrato i “poteri” tra datore di lavoro e lavoratori; per quanto concerne la chiesa è stato il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo a mettere al centro, oltre alla gerarchia (immarcescibile), i fedeli, cioè il “popolo di Dio” (cf. Lumen Gentium 1); infine, per ciò che attiene la scuola, beh qui non saprei, perché quello che è successo dopo non è molto lusinghiero. Infatti, forse è da qui che dovremmo partire per criticare utilmente il ’68.

Se gli aspetti politici, giuridici, sociali e del costume apportati dal ’68 sono stati di gran lunga positivi, il suo profilo filosofico merita, a mio parere, una critica radicale. Infatti, se è stata giusta e sacrosanta la critica dura e vincente all’autoritarismo, sbagliata, improvvida e intellettualmente debole è stata la critica alle dimensioni concettuali della conoscenza e su ciò, per non creare equivoci, mi spiego meglio. Certamente non è in questione il discorso della ricerca scientifica, che è andata e va utilmente avanti, ma il discorso sulla logica argomentativa, tipica del pensiero riflettente. Anche a causa delle riforme scolastiche, che hanno disgraziatamente semplificato oltremodo i corsi curricolari, anche universitari, è andato in crisi nientemeno che il pensiero, che si è progressivamente disabituato al concerto cognitivo costituito dalle due fasi, quella intuitiva, induttiva, eidetica e quella deduttiva, sillogistica, argomentativa.

Oggi si è diventati tutti troppo sbrigativi, non avendo più la pazienza discorsiva della ricerca umile e paziente di ogni “verità locale” (Zampieri) che plausibilmente si ponga davanti all’intelletto raziocinante.

E dunque si assiste a prese di posizione socio-politiche spesso insensate, proposte sul web senza ratio e senza rispetto per i saperi, urlata sui media e nei talk show dal primo che passa di lì, orecchiata da politici ignoranti e altrettanto arroganti, accettata per stanchezza (se non per altro) da un pubblico estenuato.

Ecco perché la canzone delle Orme, il cui testo apprezziamo più sopra è come un auspicio: che ritorni l’estate del ’68, cioè la sua parte migliore, a scaldare i nostri cuori e a illuminare le nostre menti.

Mattutino

I monaci basiliani (San Basilio di Cesarea è l’autore della prima regola monastica della grande chiesa del IV secolo) utilizzavano lo schema qui a latere per la preghiera quotidiana, e il modello benedettino ne tenne conto, specie nelle clausure. Ogni tratto della notte e della giornata era buono per elevare al Signore la preghiera del cuore che iniziava spesso, soprattutto nella chiesa d’Oriente, con una bellissima giaculatoria cioè, da sua etimologia, un “dardo” (lat. iaculum) lanciato verso Dio: “Signore, Figlio di Dio Padre onnipotente, abbi pietà di me peccatore“.

Era non solo l’umile rivolgersi all’Incondizionato, ma anche  il riconoscimento del limite oggettivo e soggettivo dell’essere umano, della sua finitezza, della sua miseria, al contrario della iattanza che contraddistingue molto del pensare, del dire e dell’agire odierno sul web, sulla carta patinata dei magazine, in tv. Oggi sembra che l’uomo si sia fatto quasi omnipotente, vantandosi senza un minimo di umiltà della sua scienza, della sua tecnologia, della sua capacità di modificare il pianeta Terra e se stesso. Bene, benissimo i progressi della medicina, della biologia, della fisica, ma non tutto ciò che consentono di fare, è lecito fare, poiché vi sono dei limiti etici a parer mio insuperabili. Straordinario è il lavoro che è stato fatto sulla genetica animale e umana, e il poter usare le cellule staminali per guarire patologie gravi, ma non il loro utilizzo per modificare, ad esempio, il genere di un nascituro. Ottima cosa usare le risorse presenti sulla terra per migliorare la vita delle persone, ma non abusarne fino a danneggiare in modo speriamo non irreparabile l’ambiente stesso, che è come l’utero di una madre per il feto. L’ambiente e gli altri animali non vanno mitizzati, ma rispettati per il loro ruolo nell’equilibrio più generale. E qui mi rivolgo specialmente ai più accesi animalisti e vegani: cercate di vedere le cose a partire dall’umana autocoscienza, e non dal mero vivente, perché -per coerenza- dovremmo morire di fame, in quanto anche l’insalata geme e soffre quando viene raccolta. Non lasciare un cane in autostrada è bene, trattarlo come fosse un bambino è male.

E infine, l’uomo d’oggi non deve mai dimenticare di essere spesso solo un nano sulle spalle dei giganti del pensiero e della ricerca precedenti, da Platone e Aristotele a Cartesio e Galileo, Darwin, Einstein, Curie, Freud, Dirac etc., che hanno via via elaborato e corretto, sia pure in parte, il pensiero dei predecessori.

Al mattino vengono a volte questi pensieri, prima di andare al lavoro, o avendolo già iniziato “in remoto” via e-mail o watts app, tra le sei e le sette quando il silenzio ancora avvolge casa e le vie adiacenti, verso la grande campagna, che trascolora nell’autunno. Un bel merlo maschio è venuto a trovarmi mentre scrivo sul terrazzino verso il giardino interno, e osservo l’ulivo sempreverde che sbarbaglia i raggi del primo sole.

E poi vien l’ora della partenza per una delle aziende che seguo, quella che mi dà più “pensieri”, ma anche soddisfazioni, in questo periodo, il “fabbricone” di pizze della pedemontana, dove le persone (con l’aiuto del Padreterno) hanno fatto un miracolo, dieci giorni fa, cioè di farla ripartire due giorni dopo un devastante incendio.  Miracoli che può fare l’intelligenza, la dedizione, il cuore delle persone umane, dai proprietari a ogni dipendente, dirigente, quadro, impiegato o operaio che sia.

L’uomo può se vuole scavalcare montagne, esplorare territori sconosciuti, definire nuovi limiti a se stesso e alla forme organizzate, perché ha in dotazione una mente plastica e adatta ad affrontare le emergenze, anche quando sono tremende. Sono orgoglioso di fare parte anche di questo gruppo, dopo aver affrontato in anni precedenti gravi emergenze occupazionali, sempre risolte senza danni per le imprese e per i lavoratori.

E questo basta e avanza per darmi forza senso al mio agire, fin da questi pensieri mattutini, tra l’ulivo, un merlo maschio e il lavoro da fare.

Buona giornata a te caro lettore.

La beatitudine im-perfetta

…è anche quella del pedalare senza vento a diciotto gradi, con un po’ di ombra, i trenta all’ora li fa solo peso delle gambe e la meccanica della bici, campane che annunziano la festa, erba, odore d’erba tagliata, lontani latrati di cani nelle aie contadine, campanili tra i pioppeti nella lontananza, questa è la beatitudine del tempo sospeso, quando non pensi alle brutture del mondo e ai dolori della tua vita, o a chi ti vuole male, e stai in compagnia del paesaggio e dell’anima di chi ti vuol bene che ti raggiunge ovunque, anche da lontano, o da vicino, ché pochi chilometri oggi è vicino.

Caro lettor gentile, ti scrivo tutto d’un fiato, senza punteggiatura, o quasi, e regole grammaticali imitando Joyce, in questa prima domenica di giugno, già pienamente estivo, sapendo che il titolo è contradditorio perché la beatitudine è sempre perfettibile, non mai perfetta, se non quella di Dio, come insegna Tommaso d’Aquino, che inizia la Somma della sua Teologia con la beatitudine divina, lui parte da lì, dall’unica perfezione, che in quell’unico caso non è sinonimo di morte, perché solitamente la perfezione è il completato, il finito, il concluso, e allora anche la mia beatitudine nella corsa è im-perfetta, in-completa, in-esausta, im-passibile, im-possibile, in-adeguata, e tanti altri contrari.

La mia giornata inizia presto, all’alba, e sarà di pedalate e studio, pedalate la mattina verso un non so dove di mare, e di studio ausiliatorio verso sera, con un giovin ragazzo che ha da rimediare voti scolastici. Domenica di beatitudine più che im-perfetta, anche se la grazia della forza mi accompagna e il pensiero potente analizza e ipotizza. Attentati a Londra, attentati in Afganistan e in Irak, attentati nei cuori di molti, di bambini che non hanno di che sopravvivere, attentati nel mio cuore. Il libro di Conrad si confà a questa giornata estiva, bene meritevole dell’odio di Bruno Martino, lui cantava nei ’60 ed ero bambino e ragazzo.

Io sono povero in spirito e dignitoso in economia, non so se il regno sarà anche mio. Intanto qui sulla terra combatto la mia buona battaglia, conservando la fede in me stesso, ché non ho terminato la corsa.

Silenti spazi dello spirito

Pedalando per contrade di prima mattina nel festivo giorno di maggio si colgono silenti spazi e quasi sovrumani, come canta il giovin favoloso di Recanati. Strade senza fine deserte, campi a perdita d’occhio, campanili oltre le cime di lontani pioppeti, incombenti quando li attraversi, cielo, questo cielo alto del confine con nuvole dalle forme cangianti. Il viaggio è lento e senza fatica, la frescura dell’ora piacevole, i pensieri vagolanti dall’animula mentis nostra.

Non vi è meta, ma solo un andare-verso, un viaggio, pur breve, nella silenziosa campagna. Stridii di rondini attorno ai campanili e improvvisi scrosci di rintocchi nunzianti la Messa eterna, che ti scuotono dai pensieri sparsi tra acque torbide e pure sorgenti. La luce del tardo mattino ti raggiunge, e ti consola della mancanza, della lontananza, nella perduranza, nella tardanza.

Villaggi lontani si annunziano con lentezza, le prime case, l’abbaiar dei cani, l’incresparsi dell’erba, e un vento leggero, come quello del profeta Elia, ti avvolge, e allora puoi pensare di appartenere all’Eterno essente, anche se a volte brancoli nell’incertezza. Sembra che il limite delle cose confini con l’infinito, così come ogni pensiero, e con l’eterno. Ogni giorno è dono e inquietudine, ogni ora è ricerca del senso, ogni minuto battiti cardiaci e ciclo della respirazione, ogni secondo un inesorabile andare-verso, mentre tutto-si-tiene nel Tutto e totalmente dell’Essere.

Ma oggi è giornata da carcerati, festa granda per una comunione, per me scandalo, lontana anni luce dall’evangelo della semplicità. Sono vicino da sempre ai carcerati innocenti, e oggi ho provato per mezza giornata, più sgradevole di quando entro veramente nell’istituzione totale. Sono e sarò sempre con chi ha conculcata la propria libertà, in ogni condizione.

E’ con questi pensieri che mi è scesa lentamente la sera, a piedi per campi lontani, nel viridescente apparire di erba, coltivi e grandi alberi, olmi di trenta metri e querce e ontani lungo corsi d’acqua di nuovo fluenti, dopo le piogge. Pensieri miei lasciati nei canali, in attesa della notte e del sonno.

Robert Duvall e Kevin Costner viaggiano nelle praterie dell’anima, e con loro cavalco in spirito.

© 2018 Renato Pilutti

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