Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La coscienza: “actum habitusque, quid humana conscientia est?”

Avere una coscienza“, “avere coscienza di…”, “essere di coscienza“, sono tre frasi dal significato diverso: la prima ha un significato morale, legato alla scelta, al discernimento di principi etici dati (intendo una delle “etiche” possibili, da quella utilitarista, a quella culturalista, a quella del fine, dove il fine è l’uomo stesso, tra altre); la seconda ha un significato analogo a “essere consapevoli, consci di…”, cioè sapere quello che succede; la terza la potresti sentire, caro lettor del sabato, come un’apostrofe a te rivolta, sulle tracce di sant’Agostino, da pensatori come Descartes, Bergson, Husserl, Piaget e qualche altro, e significa una specie di identificazione del tuo “essere” con la tua coscienza.

Un paio d’anni fa fui addirittura invitato a parlare di questo argumentum così importante a Berceto, sull’Appennino parmense, al Primo festival nazionale della Coscienza. Fu bello. C’erano anche -in diverse conferenze- relatori con Boncinelli e Galimberti. e io. Umilmente. Di questo e di altre cose molti non si ricordano e mi trattano come fossi uno così, forse qualsiasi, su questi temi, ma è perché non sanno nulla. E tra loro annovero anche, purtroppo, imprenditori, dirigenti e gente che fa politica a tempo pieno. Si arrangino, ché io mi arrangio con il mio e con la gente che sa apprezzare i miei sforzi e quello che so e che posso fare, per me certamente, ma anche per gli altri.

Dire che la coscienza quasi corrisponde alla persona è una visione antropologica ben precisa, che valorizza questa misteriosa dimensione interiore, sulla quale già scrissi non poche volte, anche in questo sito. Qui desidero richiamare alcuni concetti, vista la confusione che si fa un po’ ovunque su questo tema. Amplierò dunque i concetti proposti nell’incipit.

Ricordo innanzitutto -semplicemente- le due accezioni principali delle neuroscienze e della psicologia contemporanee che, per gli statuti epistemologici delle quali scienze, si danno solitamente in due modi:

a) un’accezione di coscienza come sinonimo di consapevolezza-del-sé, cioè sapere di esser-ci (Heidegger), di essere a questo mondo e,

b) un’accezione di coscienza come “luogo” spirituale dove si discernono i principi morali di bene e di male.

Ciò detto, se sopra ho ricordato in un breve elenco i filosofi che fanno quasi coincidere la persona con la coscienza, richiamo anche altri “classici”, antropologi-filosofi ed eticisti della grande Tradizione mediterranea, cioè greco-latina e cristiana, da Aristotele a Kant, passando per Plotino, Tommaso d’Aquino, Locke, Hume, Berkeley, etc..

Nel titolo scrivo il quesito an conscientia (sit) actum vel habitus. Cercherò di chiarire che cosa l’etica insieme con l’antropologia filosofica classiche e moderne intendano per actum e per habitus, ovvero per consapevolezza di sé, principi comportamentali mantenuti nel tempo, virtù, valori, etc..

Per Platone la coscienza umana è essenzialmente conoscitiva legata integralmente alla dottrina delle Idee, cardine della sua filosofia. Leggiamo questo brano:

Le Idee, infatti, oltre ad essere realtà ontologiche a sé stanti, immutabili ed eterne, che fungono da modello al Demiurgo per plasmare il mondo, ovvero forme con le quali è strutturata la realtà empirica, sono altresì presenti nella coscienza umana, come forme intellettuali, mediante le quali l’uomo comprende la dimensione sensibile dell’esistenza. La coscienza, quindi, nella dottrina platonica, corrisponde, sotto l’aspetto del mito, all’anima, la quale, avendo vissuto nell’Iperuranio, conserva in sé il ricordo delle Idee. Da ciò, scaturisce la concezione platonica della conoscenza innata, proprio perché già presente nell’anima e, quindi, nella coscienza di ogni essere umano (Fedone, Critone, Repubblica). Anche Aristotele identifica la coscienza con l’anima ma, a differenza di Platone, non strettamente nell’ambito della conoscenza, quanto piuttosto riguardo al concetto di tempo. Il filosofo di Stagira indaga sul rapporto tra il tempo e il movimento per far assumere ai due concetti una connotazione concreta. Il movimento è nel tempo e il tempo non può esistere senza movimento. Per Aristotele, infatti, il tempo è “il numero del movimento secondo il prima e il poi”, intendendo per numero la funzione del contare, che non è possibile senza avere coscienza della successione numerica. Dato che l’esistenza del tempo è empiricamente ovvia e chiaramente riscontrabile, la sua percezione è un fatto di coscienza. Per coscienza, dunque, Aristotele intende l’anima, unico ente in grado di determinare un prima e un poi in relazione alla vita del singolo individuo (Fisica, De Anima).”

Plotino, di contro, ritiene che nella coscienza si manifestino le verità più alte e la loro stessa fonte, cioè Dio. Come Agostino che scrive (…) in teipsum redi, quia in interiore homine habitat veritas“, vale a dire torna in te stesso, poiché nella tua coscienza abita la verità”, Plotino parla di “ritorno a se stesso”, “ritorno alla interiorità”, “riflessione su di sé”. In questo modo Plotino mette al centro la riflessione introspettiva, contro un privilegiare la mera conoscenza delle cose esterne (Enneadi).

Il Cristianesimo, da San Paolo e dai Padri della Chiesa, il concetto di coscienza viene ricondotto a quello di morale. Si pensi all’uso comune del sintagma “voce della coscienza”, che parla quasi a suggerire le cose buone da fare e le cattive da evitare, come in latino si dice: “bonum faciendum, malum vitandum“. In sant’Agostino, correlata alla frase sopra riportata troviamo una altro concetto ad essa coerente: la coscienza dunque è Mens superior inhaerens Deo, mente superiore insita in Dio, poiché Dio è per l’uomo Essere e Verità, Trascendenza e Rivelazione, Padre e Logos. Ciò che Dio rivela, in quanto rivelato-da-Lui, non può essere falso, ma necessariamente è vero, e sulla verità delle cose illumina la mente-anima umana. Quanto di psicologico moderno in questa visione! (cf. Confessiones, De vera religione).

Anche fra’ Tommaso d’Aquino intende la coscienza sempre ed esclusivamente come coscienza morale. La sua stessa definizione (“scienza con l’altro”), spiega come l’agire umano buono, cioè la recta ratio agibilium, l’agire buono secondo ragione, fosse diversa dall’agire recta ratio factibilium, cioè un agire purchessia. Per Tommaso le azioni dell’uomo erano cosa diversa dalle azioni umane, poiché le seconde hanno una struttura morale di rispetto del fine dell’agire, che è il benessere fisico e spirituale (oggi diremmo psichico, ma basta intendersi, se è vero com’è vero che psychè in greco antico significa anima) dell’uomo stesso, mentre le prime appartengono all’uomo (sono dell’uomo) come semplice complemento di specificazione. La coscienza è dunque atto della persona che liberamente si muove nel mondo e nella sua vita propria, stando tra gli altri. La legge cui si riferisce, agendo, è la sinderesi, cioè un habitus che contiene la legge morale naturale. (cf. Summa Theologiae I e II secundae, e De Veritate). San Tommaso quindi afferma che la coscienza è atto nella singolarità dell’azione, ed è “abito“, cioè abitudine, virtù, principio, valore, nella adesione alla legge morale che la natura e Dio stesso ha instillato nel cuore dell’uomo.

La rivoluzione filosofica moderna, iniziata con Renè Descartes, porta la riflessione sulla coscienza dall’ambito strettamente teologico-morale, a quello delle dottrine cognitive e gnoseologiche. L’uomo, per Cartesio, innanzitutto possiede la capacità di ragionare, e la consapevolezza di possedere nella mente i propri contenuti mentali. La coscienza, dunque, è la consapevolezza soggettiva di sentire e ragionare, perché il pensare implica il sapere di stare pensando. Nella mente cosciente esistono le idee di cui si ha coscienza, idee che possono anche non corrispondere alla verità delle cose. Una sola è certamente, indefettibilmente e indubitabilmente vera, il sapere di stare pensando e quindi da ciò dedurre di essere un essere pensante: cogito ergo sum. San Tommaso avrebbe risposto rovesciando la frase così: sum ergo cogito, sono e perciò penso.

Partire dal cogito significa un pensare ciò che può essere… pensato. Il pensiero è sempre pensiero di qualcosa. Anche quando si risponde alla domanda “A che cosa pensi?” e si risponde “a nulla“, si dà una risposta errata, poiché il “nulla” è qualcosa, in logica, cioè un qualcosa che non si può definire se non in quel modo. Perfino Dio, nella teologia apofatica, può essere definito come “nulla”, in quanto la nozione del divino è inesprimibile. Si pensi alle tradizioni mistiche ebraiche, cristiane e musulmane.

Per Descartes la res cogitans, è nettamente distinta dal corpo, la res extensa , mentre per Gottfried Leibniz vi è una unità di coscienza e conoscenza nell’uomo, chiamata appercezione, che è  è il fondamento ultimo della coscienza e dell’io (cf. Monadologia).

In tema l’empirismo inglese, con John Locke propose una nozione della  coscienza come la percezione di ciò che passa nella mente di un uomo, o meglio, le sue idee. La coscienza, quindi, è l’io che possiede e sviluppa tutte le attività mentali (Saggio sull’intelletto umano). Il vescovo George Berkeley  fu ancora più radicale di Locke, poiché era convinto che l’esistenza stessa delle cose si commisura solo in quanto queste sono percepite come esistenti (esse est percipi), ovvero se e quando si ha coscienza della loro esistenza: per questo pensatore purissimo idealista, le cose, le res extensae cartesiane sono solo proiezioni mentali senza importanza, mentre le sensazioni di esse sono la… verità.

Circa il tema della coscienza, un giorno alla Facoltà teologica dell’Emilia Romagna, mentre passeggiavo nel chiostro del Convento di san Domenico, che è sepolto nella Basilica, ebbi un’incertezza quando il filosofo domenicano padre Giovanni Bertuzzi, ex abrupto, mi chiese se, secondo me, la coscienza fosse una “atto” o un “abito” (habitus). Rimasi incerto per un attimo e risposi “atto”, ma poi ci pensai ancora. Un tentativo di risposta, caro lettore, la trovi in questo brano.

Raccomando a chi mi legge, di ascoltare la voce della coscienza più di quella della convenienza personale, specialmente quando si è chiamati a decidere sulla vita degli altri, perché spesso, osservo, vince nel processo decisionale, che è complesso -di suo- una pericolosa frettolosità, che è figlia della superficialità e madre dell’ingiustizia.

Giornalismo e ricerca della verità. Un saluto a Massimo Bordin, che lo Spirito lo abbia in gloria, anche se era agnostico, o proprio per quello…

E’ mancato Massimo Bordin, la voce più importante di Radio Radicale. Era un grande giornalista e un politologo molto colto. Gran conoscitore della storia politica contemporanea. Lo ascoltavo in viaggio di prima mattina. Era un grande spirito laico rispettoso di tutti e ferocemente critico con gli ignoranti arroganti. Un liberale di sinistra, da giovane era stato addirittura trotzkista, militanza che gli aveva lasciato un grande sentimento per i diseredati. Qualche settimana fa una mattina lo ho sentito debilitato e allentato nel suo dire, lui sempre corretto e preciso nei giudizi e nelle citazioni storiografiche e politiche. Non tossiva più, era la sua caratteristica il tossire dopo una mezz’ora di acutissimi e ironici commenti.

Gran fumatore come il suo più importante coequipier marco Pannella, era forse l’unico a saper tenere testa a quel fiume di parole contorto e torrenziale che era il carismatico radicale, Giacinto detto “Marco”, da Teramo. Quanto ci manca oggi, nella miseria culturale degli attuali politici italiani, e qui non mi riferisco solo a quelli al governo. La situazione è tale che mi trovo ad apprezzare perfino una Carfagna, con rispetto vero per questa signora elegante e ascoltabile. Anche il “mio” (molto poco mio) Partito fa pena. Faceva pena prima del congresso e fa pena anche ora con il nuovo segretario. Non so se sia colpa prevalente del distruttore dal cipiglio, non so se più da guitto o da padrone di una sala giochi, di Rignano sull’Arno, ma non so più che dire di questi ex comunisti/ democristiani, che hanno bisogno di trovare in un Calenda quasi il salvatore. Per l’amor di Dio.

Tornando a Bordin, anche per me che -pur non essendo uno storico- posso definirmi un cultore della materia, era utilissimo, sia perché aveva una preparazione storico-politica eccellente, sia perché mostrava un acume raro nell’interpretare gli scritti cartacei dei suoi colleghi giornalisti e le linee “politiche” di direttori ed editori.

Senza mai offendere nessuno, come fanno i Cruciani e i Parenzo di Radio 24, il secondo veramente insopportabile con il suo sinistrismo scontato, io so sempre prima dove protesterà e quando imprecherà contro qualcuno (male, per lui), Bordin tagliava a fette gli improvvisati attori della politica attuale, scoprendo contraddizioni, inesattezze, superficialità, scarsa professionalità. A volte ridevo proprio di gusto nel sentirlo seriosamente redarguire Salvini o Di Maio per le loro frasi fatte, per le affermazioni senza fondamento giuridico, politico o economico. Li sgamava tutti, Toninelli compreso, che veniva scoperchiato da Massimo, nelle sue inesattezze e a volte insensatezze, colpo su colpo.

E mi dava una soddisfazione feroce, quasi potendomi io identificare con ciò che il suo microfono spandeva nell’etere. Non che fossi sempre d’accordo con lui, specie quando non si peritava di enfatizzare alcune delle politiche radicali che non condivido, come l’eutanasia à la Cappato, o le maternità surrogate. O meglio, non enfatizzava, ma su questi temi, lo sentivo militante, più che critico di qualsiasi cosa e di qualsiasi persona, come soleva fare quasi sempre, con grandissima onestà intellettuale.

Bordin faceva parte di una generazione di giornalisti che trova pochi emuli oggi, specie in una stampa a volte trascurata e scurrile, là dove i titoli spesso fanno a pugni con i contenuti degli articoli sottostanti, cosa incomprensibile e demotivante anche per i lettori più competenti. Come si chiama questa cosa? Disonestà intellettuale, incompetenza, militanza a senso unico? Di tutto un po’, come quando ascolto Travaglio, con il suo insopportabile sorrisetto di superiorità verso chiunque.

Oggi i Crimi di turno e i grillini di contorno, la Lega connivente, vogliono zittire Radio Radicale, che è un servizio pubblico/ privato indispensabile, unico, di informazione sulle attività politiche e istituzionali italiane, proprio per la competenza e la libertà che si respirano a Largo Argentina.

Prima di iniziare la sua storica rubrica Stampa&Regime, la voce libera della radio italiana, faceva sempre trasmettere l’incipit del Requiem di Mozart, quasi a comunicare, al di sopra di ogni cultura e di ogni credenza. Laico, agnostico, Bordin era uomo di cultura profonda e priva di pregiudizi.

Che lo Spirito di Dio lo abbia in gloria, anche se lui forse non lo sapeva o sperava. Mi viene da pensare che ora forse starà discutendo senza mai stancarsi con Pannella nel paradiso laico che il Signore avrà certamente preparato per tutti e due. E per non molti altri.

Amata e bella Patria mia, Italia

Non lascio a nessun leghista, fratelloditalia o grillino, o animale politico d’altro genere e specie (la sinistra -stupidamente e improvvidamente- non ama il termine “patria” perché inquinato dal fascismo, e così lo lascia quasi totalmente a disposizione altrui), la bandiera tricolore che amo. Terra dei padri, in latino, lo sappiamo. Territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni, come riportano solitamente i dizionari al lemma “patria”.

C’è chi emigra dalla patria per necessità, ho avuto nonno materno in Argentina e papà in Germania, emigranti per necessità; oggi vi sono i migranti, per necessità e paura di morire, coraggiosi e temerari al punto di rischiare di morire in più modi per non morire in… patria. Patria crudele e inospitale.

Si ha nostalgia della patria, di solito, ed è un sentimento antico, come ricorda Cicerone nelle Tuscolane (5, 37, 108) patria est ubicumque est bene,  cioè la patria si trova ovunque c’è il bene. Anche Lucio Anneo Seneca era d’accordo, e i migranti attuali lo confermano.

La patria è dunque un territorio abitato da persone che condividono istituzioni, lingua, tradizioni, sentimenti, ideali e prospettive. Sembra, ma non basta, mi pare, se condividiamo l’asserzione ciceroniana.

Perché “patria” è anche “(…) un mare di funzioni, di disfunzioni, di funzionari e di criminali“, come ha scritto Guido Ceronetti, una patria ben poco amabile, dunque, quasi da rinnegare. Ad esempio, ma da tempo e non solo dai primi di giugno dell’anno passato, quando assursero al governo grillini e leghisti, non mi piacciono i governanti italiani, nemmeno quelli di centrosinistra cui da sempre ho dato il mio voto. Per trovare uomini e donne meritevoli di stima bisogna andare indietro nel tempo di almeno trenta o quarant’anni. Nomi come quelli di Nilde Iotti e di Tina Anselmi, come quelli di Aldo Moro e di Enrico Berlinguer. Il dopo è stato tra il penoso, il vergognoso e il pericoloso.

Patres Patriae non ve ne sono più, son morti e alcuni perfino dimenticati. Questo titolo d’onore, originario dell’antica Roma non è meritato più da nessuno. Non vi sono in giro dei Cavour, dei Turati, dei De Gasperi, né, tantomeno, degli Augusto, dei Marco Aurelio, degli Adriano e, dico persino, dei Vittorio Emanuele II, unico re Savoia, a mio parere, degno di un qualche onor patrio. Ma forse pretendo troppo.

Per me la patria è l’Italia, ma lo è anche il Friuli storico, dalle alte cime del Coglians e del Peralba alle Valli favolose, da Sacile alla riviera delle sabbie e delle lagune, lo è il mio paese natale, Rivignano infra aquas Tiliaventi Anaxique, lo è la vecchia Europa, e non quella di Macron e Juncker, che non mi interessano. Lo è quella di Beethoven e Shakespeare, di Dante e Goethe, di Dostoevskij e Kafka, di Leopardi e Nietzsche, di Bach e di Verdi, di Monet e Michelangelo, di Stravinskij e Vivaldi. E anche quella di Lennon&McCartney e di Eric Clapton.

La mia patria è la cultura dell’uomo condivisa, la mia patria è dove vige un’etica del fine, dove l’uomo, tutti gli umani senza alcuna distinzione sono il fine dell’agire umano, e dunque quella di Socrate, Platone, Aristotele, Epicuro, e poi di Agostino d’Ippona e di Tommaso d’Aquino, di Kant e di Jung.

La mia patria sono i luoghi del lavoro, dove imprenditori e dipendenti, nelle rispettive funzioni, condividono l’impegno diuturno per far andare avanti l’azienda, affrontando pericoli e mercati, consci della necessità di continuare senza mai stancarsi a fare manufatti che servano all’uomo sempre migliori, e a dare servizi più intelligenti che risparmino fatica e dolore, nel rispetto di quella natura cui tutti apparteniamo.

La mia patria è i vangeli di chi ha incontrato Gesù di Nazaret o ha incontrato chi lo ha conosciuto, cioè Matteo, Marco, Luca e Giovanni. La mia patria è quella di san Paolo, che viaggiò per portare quel messaggio, fino alla morte. In qualche modo è anche quella del Buddha e dei sufi islamici cercatori di Dio, così come quella di Johannes Meister Echkart, che cercava Dio nel silenzio del profondo dell’anima.

La mia patria è dunque quella del bel tricolore, che rimembra le nevi eterne, il verde delle foreste e il rosso dei vulcani, ma anche quella del pensiero pensante, dell’intelligenza rispettata e dell’amicizia tra uguali in dignità, uomini e donne ciascuno unico al mondo, in cerca e costruzione del proprio destino e della propria patria.

“Non sopportavo la sua felicità”, così spiegano il loro orrendo delitto il ragazzo dei Murazzi di Torino e l’uomo siculo

I due assassini, il ragazzo dei Murazzi di Torino, e l’uomo siculo, spiegano il loro delitto con la non sopportazione della felicità altrui. Eppure, noi non sappiamo come stanno gli altri, noi non sappiamo quello che gli altri pensano di noi. Il giudizio altrui è sempre altro rispetto al nostro, anche sulle loro proprie vite. Nulla sappiamo, possiamo solo supporre. Così è accaduto che la felicità presunta abbia armato la mano all’invidioso, che ha iniziato a odiare mortalmente. Così è dunque della felicità presunta, posto che si tratti di felicità, termine arduo e di difficile applicazione descrittiva.

La gelosia e l’invidia sono da sempre presenti nell’animo umano, come veleni diversi (l’invidia molto di più, a mio parere) che torcono a volte l’anima verso l’odio.

La gelosia nasce presto, fin da piccoli, verso genitori e fratelli, e poi si sviluppa nei confronti di molte altre figure, per esempio i colleghi che si trovano sul lavoro, ma anche in altri ambiti. Essa può nascere, sia per volontà imitativa, sia per timore di perdere le qualità che si hanno o che si crede di avere, magari nella dura competizione della vita. Questo sentimento segnala la possibilità, vera o presunta, di perdere qualcosa o qualcuno, e funziona non solo in relazione ai fatti presenti, all’esperienza che si vive nel presente, ma anche in funzione o causata da ricordi e flussi mentali diversi.

Quella che ha a che fare con le relazioni affettive / amorose è spesso accompagnata da altre emozioni o sentimenti, come la paura, la rabbia, la vergogna o la tristezza. A volte accade che la gelosia provochi perfino una riduzione dell’autostima che uno ha di sé, e nel contempo provochi una apparentemente contraddittoria aggressività verso chi si pensa sia causa di gelosia.

Nel sentirsi gelosi si può provare sentimenti ambivalenti e aggressivi nei confronti della persona “amata” e motivo di ingelosimento, anche perché si può pensare che questa favorisca, quasi, la presenza di un soggetto rivale. Questa aggressività può addirittura provocare scatti di violenza collerica e perfino di manifestazioni dell’odio. Nei casi più estremi può addirittura provocare gesti estremi e tragedie.

La memoria può favorire anche processi mentali di rimuginio e tormento negativi per la persona stessa, là dove possono svilupparsi ragionamenti sbagliati da inferenze e deduzioni completamente errate. Nei casi più gravi si possono verificare perfino deliri che inducono a minacciare supposti nemici, assolutamente in-ventati da una vis imaginativa insana. In questi casi siamo nel campo delle psicopatologie.

L’invidia viene classificata dagli studiosi contemporanei come emozione assai apparentata alla gelosia. L’antropologia e l’etica classiche, invece, la collocano nell’ambito dei vizi morali capitali, addirittura nella seconda posizione per gravità, dopo la vanagloria e la superbia (orgoglio spirituale). Su questo vediamo come la pensa Tommaso d’Aquino nella quaestio 36 della Summa Theologiae. Ne scrissi già cinque anni or sono in questo stesso sito, citando anche san Gregorio Magno, papa. Leggiamo frate Tommaso.

“1. Come dice S. Gregorio [ib.], “i vizi capitali sono così connessi tra loro, che nascono l’uno dall’altro. Infatti la prima figlia della superbia è la vanagloria, che non appena ha corrotto un’anima, subito partorisce l’invidia: poiché nel desiderare la potenza di un gran nome, si duole al pensiero che un altro possa raggiungerla”. Perciò non è detto che un vizio capitale non possa nascere da un altro vizio: purché esso non manchi di efficacia nel produrre altre specie di peccati. Tuttavia, forse per il fatto che l’invidia nasce manifestamente dalla vanagloria, essa non è considerata un vizio capitale né da S. Isidoro, [Sent. 2, 37] né da Cassiano [De instit. coenob. 5, 1].
2. Da queste parole non si deve desumere che l’invidia sia il più grave dei peccati, ma che quando il demonio riesce a insinuarla induce l’uomo ad accogliere il diavolo nel suo cuore in una maniera speciale: poiché, come aggiunge S. Gregorio, “la morte è entrata nel mondo per l’invidia del diavolo”. C’è però un’invidia che è ricordata fra i peccati più gravi, cioè l’invidia della grazia altrui, in forza della quale uno si rattrista dell’aumento stesso della grazia di Dio, e non soltanto del bene del prossimo. Per cui essa viene considerata un peccato contro lo Spirito Santo: poiché con essa uno invidia in qualche modo lo Spirito Santo, il quale viene glorificato nelle sue opere.
3. Il numero delle figlie dell’invidia può essere stabilito nel modo seguente, poiché l’invidia ha nel suo processo un principio, un termine medio e un termine finale. Si ha un principio nel fatto che uno tenta di sminuire la gloria altrui: o di nascosto, e allora c’è la mormorazione, o apertamente, e allora c’è la detrazione. Si ha un termine medio nel fatto che uno, nel tentativo di sminuire la gloria altrui, o ci riesce, e allora abbiamo l’esultanza per le avversità, o non ci riesce, e allora abbiamo il dolore per i successi. Si ha poi il termine finale nello stesso odio: poiché come il bene che piace causa l’amore, così la tristezza produce l’odio, come si è detto [q. 34, a. 6]. In un certo senso però il dolore per il successo altrui si identifica con l’invidia: in quanto cioè uno si addolora dell’altrui successo in quanto questo implica una certa gloria. Invece in un altro senso esso è figlio dell’invidia: cioè in quanto i successi del prossimo contrastano con gli sforzi dell’invidioso, il quale cerca di impedirli. L’esultanza per le avversità, invece, non si identifica direttamente con l’invidia, ma ne è una conseguenza: infatti dalla tristezza per il bene del prossimo, cioè dall’invidia, segue logicamente l’esultanza per le sue disgrazie.”

Pure definendola emozione meno profonda della gelosia, i moderni riconoscono l’invidia come un sentimento che porta a odiare il bene altrui, e scusate se è poco! E’, ammettono (D’Urso 2013, ad es.) un sentimento di malanimo verso gli altri, perché magari questi possiedono un bene che personalmente non si possiede.

Perché lui sì e io no? E’ la domanda dell’invidioso, che -letteralmente- è colui-che-guarda-male-l’altro (dal verbo latino in-vidère, guardare contro, di mal-occhio).

L’invidioso prova sentimenti di rivalità e senso di inferiorità verso l’altro, poiché non possiede qualità o beni che il secondo (l’invidiato) possiede. L’invidia si manifesta attraverso una sorta di malanimo rancoroso, che non si ferma a un desiderio di volere possedere ciò che possiede l’altro, ma perfino di impedire che l’altro abbia a disposizione quel bene. In realtà l’invidioso realizza un confronto sociale dal quale risulta perdente, e conseguentemente altrettanto l’immagine di sé che egli ritiene di avere presso la comunità, e infine, come abbiamo visto, avviene un calo o una perdita dell’autostima (Frijda 1986). A volte entra in gioco anche un giudizio concernente la giustizia, che fa pensare a un suo venir meno, nel caso in cui l’invidioso ritenga che l’invidiato non si “meriti” certi beni.

Anche se gli studiosi moderni, soprattutto gli psicologi non vedono nell’invidia un sentimento di negatività molto maggiore rispetto alla gelosia, in qualche caso ammettono che lo sia, come nel caso di Castelfranchi Miceli e Parisi (1988). Per costoro l’invidia mostra come l’invidioso soffra del bene altrui, e qui riemerge il pensiero del teologo d’Aquino: l’invidioso soffre per i successi altrui e conseguentemente si auto-svaluta e mette in moto un circolo vizioso di dolore spirituale che aumenta sempre di più.

Questo sentimento a volte è denegato, ma individuato e indicato negli altri, perché magari genera vergogna nell’invidioso. “Oooh io, quando mai, non mi frega niente di quello che pinco palla ha, ha comprato, del suo potere, del successo con le donne che ha“. Ah Ah. (cf. Girotti, Marchetti e Antonietti, 1992).

Si può ritenere che tale pensiero derivi addirittura da un fondamento culturale di matrice filosofica, per la nostra gente, e costituisca perfino uno stigma. Ricordo che Aristotele nella Retorica definiva l’invidia come “un dolore causato da una buona fortuna che appare presso presone simili a noi” e come “passione disonesta e propria delle persone disoneste”.

In tempi nei quali essere “perdenti” è quasi un delitto contro se stessi, è quasi impossibile non essere invidiosi dei “vincenti”. Soprattutto l’invidia, ma anche in qualche misura la gelosia sono difettosità psico-morali, o emozioni, o sentimenti, o passioni, di origine sociale, nel confronto che si realizza obiettivamente tra esseri umani. La loro spiacevolezza è indubbia, poiché crea situazioni spirituali penose e a volte dolorose, in qualche caso addirittura insopportabili.

Non si può negare che a volte, sia la gelosia sia l’invidia possano assumere caratteristiche  e dimensioni patologiche, di nevrosi. All’inizio del loro manifestarsi si può dire che si tratta di caratteristiche molto “umane”, comprensibili e perfino compatibili con l’ordinarietà della vita, ma al loro acuirsi le cose cambiano.

Trovo questa ricerca specifica, che riporto di seguito: “Allo scopo di comprendere le differenze individuali Marrazziti e collaboratori (2010) hanno recentemente sviluppato un questionario inerente al tema della gelosia, con lo scopo di classificare le manifestazioni di gelosia nella popolazione non patologica, sulla base di quattro ipotetici profili: gelosia ossessiva, depressiva, associata ad ansia da separazione e paranoide. Le tipologie di gelosia si caratterizzano per i seguenti aspetti: nella forma ossessiva, sono presenti sentimenti egodistonici ed intrusivi di gelosia che la persona non riesce a far cessare; nella forma depressiva, la persona prova un senso di inadeguatezza rispetto al partner, aumentando il rischio percepito di tradimento; nella forma con associata ansia da separazione, la prospettiva di una perdita del partner appare intollerabile, e vi è un rapporto di dipendenza e di continua ricerca di vicinanza; nella forma paranoide, vi è un’estrema diffidenza e sospettosità, con comportamenti controllanti ed interpretativi. Tale strumento rappresenta un utile collegamento tra normalità e patologia, ed ha lo scopo di portare luce su un fenomeno molto diffuso, sebbene poco studiato, e fonte di disagio psicologico in un’ampia parte della popolazione. Affrontando quindi il tema del continuum tra normalità e patologia, presentiamo brevemente la descrizione dgelosia normale e patologica. Si parla di gelosia normale quando è inseparabile dall’amore per il partner e mostra livelli di attivazione fisiologica accettabili. Non vi è rigidità e pervasività dei pensieri e nelle credenze legate alla sospettosità e minaccia di perdita del partner; non vi sono dilaganti comportamenti compulsivi di controllo, di investigazione ne’ comportamenti aggressivi e coercitivi. Invece, la gelosia patologica si genera da comportamenti che non trovano riscontro nella realtà, da azioni infondate, e deriva, sostanzialmente, da un’angoscia che prende forma nella mente senza nessun riscontro oggettivo. Quest’angoscia produce delle vere e proprie rappresentazioni mentali in cui si costruiscono ad hoc lo scenario, il rivale e, più di tutto, le prove dell’infedeltà. Quindi, la realtà viene erroneamente interpretata e tutto può essere frainteso. Questo, può portare a dei veri e propri deliri di gelosia che in alcuni casi sono all’origine di delitti passionali. Si tratta, dunque, di autentico delirio florido, esattamente come affermava Freud anni or sono, e rappresenta la parte più patologica della gelosia. Nei casi più estremi infatti non è raro che vi siano deliri di riferimento specifici definiti deliri di gelosia.”

Questa forma di gelosia genera a volte una paura irrazionale dell’abbandono e tristezza per la possibile perdita; una sospettosità per ogni comportamento relazionale del partner verso persone dell’altro sesso; il controllo di ogni comportamento dell’ altro; un’aggressività verso i possibili rivali (magari presunti); un’aggressività persecutoria verso il partner e infine una sensazione d’ inadeguatezza e di scarsa autostima verso se stessi. Si tratta di una sorta di dipendenza affettiva e relazionale, in uno stato via via di sempre maggiore fragilità psicologica e di vulnerabilità a supposti “attacchi” altrui ai nostri equilibri affettivi. Questi stati d’animo possono scivolare verso situazioni patologiche border line, fomiti possibili di aggressività con conseguenze che possono essere tragiche, con sentimenti che diventano persecutori e violenti, patologici.

Anche se l’invidia è “ufficialmente” molto spregiata in generale, essa non è compresa fino in fondo come vizio grave della coscienza. Ciò che provoca spesso, astio, rancore e perfino odio rischia addirittura di de-umanizzare l’oggetto di questo sentimento, costituendolo bersaglio di denigrazione, maldicenza, calunnia e perfino violenza, pur di ottenerne un suo abbassamento personale e sociale.  Infine, non è improbabile che il provare invidia sia sintomo di una concezione di sé autocommiserante e prodromo di una qualche depressione.

I due soggetti citati all’inizio probabilmente son fatti così, con l’aggiunta di una dose di narcisismo, come spiegano anche gli psicologi citati in questa riflessione.

Gelosia, dunque, come sentimento non sempre e non del tutto negativo, invidia, invece, come sentimento che deriva in uno dei vizi più gravi, come insegnano l’antropologia e l’etica classiche.

Marcus Maximusque, temporum nostrum “consules” ferrarumque fabri

L’uggiosa giornata mi porta nella zona degli artigiani, Bassa furlana. Cerco l’officina dei lontani cugini Pilutti, fabbri artisti lavoratori onesti. Marco e Massimo son magri e guardano negli occhi. Il mio buon lettore sa che avrei dovuto chiamarmi Marco anch’io, ma scopro che c’è comunque un Marco nella mia famiglia verticale e orizzontale. Gli farò vedere la genealogia che l’arguto, quasi frate certosino, Tarcisio Valentinis mi ha predisposto, per rispetto e affetto. Risale al ‘500, siamo quasi una famiglia antica, cara Bea, ultima della schiatta.

C’è ancora la fucina di Efesto, anzi due, una di matrice dei nativi americani, l’altra cecoslovacca. Diplomi e foto, a partire da quella di nonu Checu, il fondatore dell’officina. Massimo va a studiare anche nel castello Boemo, l’arte del ferro e della forgia. Il loro parlare ha la sapienza di antiche abitudini, non una parola fuori posto, è un dire quello-che-è, diretto.

Siamo nella campagna intersecata dalle grandi strade che portano ovunque e anche al mare, ma sembra di essere nel tempo dei padri. C’è silenzio nell’officina fabbrile, mi aspettavano, e c’è anche Giacomo, il più giovane, silente.

Babbo Pilutti costruì la prima campata, e ce l’aveva fatta con i guadagni, la seconda anche con un prestito bancario. Dopo gli ’80 i tempi sono cambiati: è come se il mondo avesse smesso di capire il lavoro manuale di valore, mi spiegano. Ma non rinuncerebbero a quello che fanno, non solo perché è l’altro dna delle loro vite, ma perché ha qualcosa di alchemico, come i lavori dei misteriosi cercatori di verità del Medioevo, mezzi teologi e mezzi naturalisti.

Nel loro dire Dio ha un posto, Dio esiste ed è, naturalmente. Ma non il Deus-sive-Natura di spinoziana convinzione, ma il Dio-Persona di Agostino e Lutero.

Massimo e Marco, in ordine inverso per età, magri e tranquillamente loquaci, là dove l’homo loquens si accosta all’homo faber. Massimo ha scritto un distico latino sul’arte fabbrile e la memoria mi rinvia a anni passati, quando altri parenti ronchisani eran lontano, in Canada. La zia Rosina, zio Toni e Claudio e Paolo.

Bimbo andavo da zia Enrica che in ginocchio faceva cruciverba con il soriano appoggiato al suo petto accogliente. “Prendi le pere cadute dall’albero, Renato, ché son più buone“, mi raccomandava. Ogni tanto sparavo col flobert pallini dall’altalena. E mio padre mi parlava dei parenti più a sud lungo l’asta del Tagliamento. Commercianti a Latisana e a Ronchis, parlava del padre di Marco e di Massimo.

Li ho guardati bene per scoprire eventuali somiglianze derivanti da lontane condivisioni genomiche, se non fenotipiche, ma non ho trovato granché, se non un remoto cenno di color olivastro che caratterizza me, mia figlia e, ascendendo, mia mamma Luigia e suo padre Dante. Loro son più chiari, caucasici, mentre io pare abbia preso dalla trasmissione matrilineare che in mio nonno esemplificava quasi un tipo arabeggiante, o siro-palestinese, ripreso da Bea.

Gli incroci sono profondi e misteriosi nelle generazioni e nel tempo.

Nel frattempo, mentre penso alle cose varie della mia vita e scrivo, mi giunge col telefono la cara voce di pre’ Agnul, diuturno e sempiterno amico sacerdote, che mi chiede orientamento per un giovin studioso. Mi dico entusiasta, che mi chiami pure!,  gli rispondo, poiché ora son pronto, come precettore e anche, se non padre, forse zio spirituale di non pochi, che desiderano studiare e pensare per comprendere, edificando il loro proprio de-stino, co-costruendolo -come insegna il professore Severino- insieme alla Provvidenza divina e a causali sconosciute.

Anche codesto argumentum tangiamo coi consules della lontana parentela, memori di venire da lontano e fiduciosi di andare lontano, con chi ci seguirà, anche dopo che avremo tolto il nostro peso dalla sempre Madre Terra.

“Tagliare la corda”, ovverosia togliere la fiducia, ché “fides” in latino significa metaforicamente anche “corda” o legame, simpatico no?

Tagliare la corda” nel significato corrente e da alcuni secoli significa nella cultura espressiva occidentale -metaforicamente- fuggire, scappare, per evitare un pericolo o un rischio. Bello è sapere che, etimologicamente-letteralmente, vuol dire perdere la fiducia, poiché fides, appunto, in latino, di quasi certa derivazione fenicia, ha anche il significato metaforico di corda, in quanto oggetto atto a costruire un legame.

Un sinonimo o quasi è sicuramente il termine lealtà, correttezza (cf. art. 1337 c.c.) che indica e rappresenta nel codice civile italiano uno dei valori più importanti caratterizzanti i rapporti fra le persone, e tra le persone e i soggetti collettivi, come ad esempio le imprese, ma anche le strutture gerarchiche militari, scolastiche, ecclesiali e d’ogni altro genere e specie.

Ha due possibili origini. La prima, testimoniata anche da Virgilio, risale al linguaggio degli antichi marinai che indicavano l’azione del salpare con l’espressione “incidere funes”, cioè “tagliare le corde”, il che era quanto materialmente facevano e che si fa a tutt’oggi in caso d’ emergenza. L’altra origine fa riferimento a prigionieri, schiavi o animali che riuscivano a fuggire liberandosi delle corde che li imprigionavano.

Togliere la fiducia è un atto grave derivante da azioni in proporzione altrettanto gravi. La fiducia è il collante di ogni contratto tra due contraenti: venditore/ acquirente, datore di lavoro/ dipendente, docente/ allievo, etc.. Se viene meno la fiducia il contratto si impoverisce improvvisamente della sua essenza e viene meno pur esso.

Fidarsi è la prima cosa della relazione inter-umana. Si pensi a due compagni (o camerati) combattenti in guerra, quante guerre!, se non si fidano di stare spalla a spalla l’uno con l’altro, la loro sorte è segnata.

Si pensi alla fiducia sul lavoro, in ogni contesto, grande o piccolo che sia, ma specialmente nelle piccole imprese, nell’artigianato e nel commercio al dettaglio: il dipendente-collaboratore è -di fatto- un alter ego del titolare, per cui se questi manca, lo sostituisce pressoché del tutto, sul piano operativo. Pensiamo alle assenze dal lavoro, o assenteismo, ad esempio: se manca una persona su tre dipendenti in un’azienda artigiana, manca il 33% del totale, ed è come se ne mancassero trenta in un’azienda di cento addetti. Il disagio o addirittura il danno è più che proporzionale. Ecco: la fiducia crea le condizioni di possibilità di andare avanti, nientemeno, ovvero di interrompere un progetto, di far chiudere un’impresa economica. Siamo in un campo di importanza basilare per la vita economica e sociale di una comunità.

I governi per governare devono meritarsi la fiducia, mentre le opposizioni non “credono” mai al governo, come se questo sbagliasse sempre, e ciò per definizione e per la stampa. Sappiamo che i governi non sbagliano sempre, Nè le opposizioni. Sento Zingaretti affermare che l’Italia è alla rovina. Appunto, contro il governo, e ne ha ben ragioni dal suo punto di vista, ma soprattutto, se non solamente, per la stampa, e in parte per le lotte intestine, sempre presenti nei partiti. Ma ha detto una cazzata, una grande cazzata, perché NON E’ VERO CHE L’ITALIA E’ ALLA ROVINA O CHE STA PRECIPITANDO, non esageriamo, Zingaretti! Queste affermazioni sono formulate mentre tutte le mattine 26 milioni di italiani vanno a lavorare, lo ripeto spesso, 7 milioni di studenti studiano, 35 milioni di casalinghe fanno casa per loro e per i familiari. e poi, 7 milioni di volontari condividono tempo ed energie con altre persone che hanno bisogno. Andiamo!

Non usiamo le parole impropriamente, perdio! Lo scrivo ancora, non stancandomi mai di ripeterlo: le parole sono più che pietre, le parola cambiano il mondo, le cose, la vita. Se sono sbagliate, fanno danni anche gravissimi, e possono perfino uccidere. Lasciamo le parole in libertà ai discorsi scarsissimi dei governanti attuali, non mescoliamoci con questa genia di inetti e incompetenti, altrimenti vien da pensare che questa genia abbia anche altri adepti, anche all’opposizione. Non ne sarei meravigliato, anche se pur sempre turbato, e giammai rassegnato.

Si pensi alla fiducia nei rapporti interpersonali, in ogni contesto, da quello affettivo a quello amicale, fiducia che irrora i rapporti stessi e non può essere sostituita da nessun altro sentimento, o passione, come gli antichi chiamavano i sentimenti.

La fiducia è un affidamento, un dare credito a un altro, un sentimento positivo e costruttivo, capace di creare alleanze vitali. Senza fiducia non si possono creare alleanze né masse critiche adeguate a una battaglia politica o sociale, diamine!

La fiducia è una corda che collega due parti, rendendole più forti.

Un aneddoto storico: nel 1586 papa Sisto V, per abbellire piazza San Pietro, ordinò che vi fosse innalzato il grande obelisco che tuttora vi si ammira, ma che a quel tempo si trovava dietro la Basilica Vaticana. L’obelisco era posto ad una estremità del Circo di Nerone, per volere di Caligola trasportato a Roma da Eliopoli, dove si trovava nel Forum Iulii. L’obelisco era quasi a posto quando si videro le funi surriscaldarsi pericolosamente, con il rischio che prendessero fuoco. Il monolito sarebbe caduto rovinosamente a terra. Allora nel gran silenzio si levò una voce temeraria a gridare: Daghe l’aiga ae corde! (espressione ligure-ponentina per “Acqua alle funi!”). Il consiglio fu seguito subito dagli architetti con ottimo risultato. A sventare il pericolo era stato il capitano Benedetto Bresca, marinaio ligure, che sapeva bene che le corde di canapa si scaldano per la frizione degli argani e inoltre si accorciano quando vengono bagnate.

Bresca fu subito arrestato, ma Sisto V come ricompensa invece della punizione gli diede larghi privilegi, una lauta pensione e il diritto di issare la bandiera pontificia sul suo bastimento. Inoltre Bresca avrebbe chiesto ed ottenuto il privilegio, per sé e per i suoi discendenti, di fornire alla Chiesa di San Pietro le palme per la Settimana Santa. Ancora oggi Bresca viene ricordato nella sua città natale, Sanremo.

La fiducia non fa “tagliare la corda”, ma rinforza la qualità relazionale tra le persone, per il bene comune. Non mi pare poco, caro lettor mio.

De familia e de soli iure, quisquilie o pinzillachere?

Titolo in latino per la solennità dei duo argumenta, ma poi aggiungo una domanda alla Totò, perché molto spesso il livello del dibattito sui due temi rasenta l’indecente o il ridicolo. Pertanto mi è venuto da scomodare un’espressione caratteristica del nostro comicus maximus.

Sulla famiglia si scontrano due posizioni estreme, lasciando poco spazio a chi vuol ragionare. Da un lato chi non è d’accordo chiama indifferentemente “sfigati” (dimaio) quelli di Verona, dall’altro si dà dell’assassino a chi accetta la normativa italiano che prevede la pratica dell’aborto in certe condizioni, entro la normativa della Legge 194 che si intitola alla tutela della maternità.

Non si va da nessuna parte se l’atteggiamento non è quello dell’uso della ragione, applicando le conoscenze etiche, scientifiche e sociologico-culturali al tema. La famiglia è una struttura storicamente declinata in diversi modi, solo che osserviamo il bacino mediterraneo, tra la Grecia, Roma e il plesso giudaico e Vicino Orientale o biblico. In Oriente le regole sono ancora differenti, come nelle aree animiste dell’Africa, dell’Asia e delle Americhe.

Nella modernità è emerso il discorso dell’uguaglianza fra i sessi, per la quale le donne debbono avere gli stessi diritti degli uomini (i maschi). Basti pensare a due cose: in Italia le donne poterono votare per la prima volta solo nel 1946, l’altro ieri, e il delitto d’onore fu di fatto abolito in Italia solo nel 1975. In altre parole la donna è stata per i due aspetti una sub-persona fino a pochi decenni fa. Se pensiamo anche a quando santa madre Chiesa ammise l’esistenza dell’anima nell’essere umano femminile, non più di due secoli e mezzo fa, il discorso sull’ineguaglianza è abbastanza completo.

L’unione familiare, pertanto, non può non risentire di questi fatti, per cui il consorzio familiare deve tenere conto dell’uguaglianza di diritti e doveri, sia nella reciprocità della coppia, sia verso i figli.

Circa poi l’omosessualità, nessuna persona ragionevole parla di patologia: tale modalità relazionale esiste fin dall’antichità (e restiamo sempre nel plesso mediterraneo), assumendo -specialmente in certe fasi- addirittura una dignità pedagogica, specie nella Grecia classica e a Roma. Personalmente non condivido quest’ultima declinazione, ma ne prendo atto, se voglio essere intellettualmente onesto.

Altri tre aspetti, invece, di ciò che sostengono gli iper-libertari in tema di famiglia e di sesso non condivido, soprattutto il secondo e il terzo, e sono a) le adozioni da parte di coppie omosessuali, se non in certi casi: è meglio comunque stare in una famiglia di questo tipo per un bambino che lo stare in un orfanotrofio, b) la maternità surrogata, i cui termini non occorre io spieghi qui e c) il sistema LGBT, in base al quale ognuno la mattina, svegliandosi, può decidere a che sesso appartenere, o giù di lì. Andiamo!

Aggiungo: se è vero che la famiglia è un dato antropologico naturale e anche culturale, bisogna considerare anche la qualità della genitorialità, che non è certissimamente sempre e in ogni caso degna di questo nome, poiché vi sono genitori naturali degeneri, così come genitori adottivi meravigliosi.

Invito da questa piccola tribuna, gli uni e gli altri a ragionare, a riflettere, ad ascoltare le ragioni altrui, filosoficamente, con rispetto e disponibilità alla reciproca comprensione.

Ius soli (in latino «diritto del suolo») significa giuridicamente l’acquisizione della cittadinanza di una nazione per essere nati sul suo territorio, anche se i genitori sono nati altrove, in altre nazioni. L’altra modalità è quella dello ius sanguinis (ovvero «diritto del sangue»), cioè la trasmissione della cittadinanza del genitore ai figli, come discendenti, là dove il luogo di nascita non c’entra nulla.

Nel continente americano quasi tutte le nazioni applicano lo ius soli senza problemi. Stati Uniti, Canada, tutta l’America Meridionale. In Europa altrettanto fanno Francia, Germania, Irlanda e Regno Unito. In Italia si applica solo in tre casi: a) per nascita sul territorio italiano da genitori ignoti; b) per nascita sul territorio italiano da genitori apolidi; c) per nascita sul territorio italiano da genitori stranieri impossibilitati a trasmettere al soggetto la propria cittadinanza secondo la legge dello stato di provenienza.

Vi è un ulteriore caso nel quale viene applicato lo ius soli allo straniero, in virtù dell’art. 4, comma 2, della Legge 5 febbraio 1992 n. 91, allo straniero nato in Italia e che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, come a Mario Balotelli e a Moise Kean, per le fortune della nostra Nazionale di calcio. “In questo caso la persona diventa cittadino italiano di diritto se dichiara di voler acquisire la cittadinanza italiana entro un anno dal raggiungimento degli anni diciotto di età, quindi senza le condizioni normalmente richieste (reddito sufficiente, incensuratezza, circostanze di merito, ecc.) per ottenere la cittadinanza per naturalizzazione. Tale beneficio viene perso in mancanza di volontà espressa entro un anno dal raggiungimento della maggiore età, dopo di che la cittadinanza è ottenibile solo tramite le norme ordinarie.” (art. sopra citato)

Mi sembra che i trend mondiali stiano indicando che il tema della cittadinanza vada declinato in modo diverso dal passato. Lo ius soli è la scelta più realistica e razionale, in un mondo sempre più collegato e correlato, senza paura di contaminazioni, di invasioni e di sostituzioni. Ancora una volta è il dialogo la medicina più giusta tra esseri umani diversi per pigmentazione della pelle e storie, ma identici per patrimonio genetico, come insegnano le scienze contemporanee, e non Alfred Rosenberg e De Gobineau.

Bisogna imparare a essere cittadini del mondo, essendo cittadini di dove si è nati.

Io mi sento (con moderato orgoglio) senza nessuno spirito nazionalistico, ma con grande amore per la mia Terra e per tutta la Terra, Friulano, Italiano, Europeo, etnicamente Caucasico, figlio della Terra, e perfino Figlio di Dio, tra i miliardi dei miei simili-identici in dignità, se pure diversissimi da me.

Dio è stato  bravo ad evitare la noia della somiglianza assoluta.

Facilitare e complicare, animare e addormentare

Nelle associazioni, nei club, nei caffè letterari e filosofici che si stanno proficuamente diffondendo, nelle parrocchie, e anche nei corsi formazione aziendali e scolastico-universitari, accanto alla figura del docente, e a volte il docente stesso lo è, sta sviluppandosi la figura dell’animatore… di un seminario, di un laboratorio o workshop, e ora perfino quella del cosiddetto facilitatore.  Cioè di colui che “facilita” l’andamento dell’evento promuovendo il dialogo, segnalando le principali tematiche, e invitando tutti a prendere la parola liberamente, nel rispetto della posizione di ciascuno.

Che cosa erano gli antichi filosofi classici come Aristotele o Epicuro, che passeggiavano spiegando e discutendo, animando quindi il dibattito con e tra gli allievi? Erano già loro degli animatori o facilitatori? Il Peripato e il Giardino, ma anche l’Accademia platonica che luoghi erano, se non dove si poteva discutere di tutto, epperò sempre rispettando le regole del maestro?

Ho conosciuto non pochi che si definivano o venivano definiti “animatori”, ed erano invece degli “addormentatori”, e non lo dico per celia, bensì seriamente. Ora mi sta venendo il dubbio se la figura del “facilitatore”, soprattutto nei dialoghi e nelle comunità di ricerca di carattere filosofico, sia paradossalmente forse meno utile del “complicatore” o addirittura, se vogliamo essere precisi, del “complessificatore”, stante la differenza sostanziale dei concetti di complicazione e complessità.

Oggi tutto tende ad essere facilitato, ad esempio sul lavoro mediante le macchine innovative, l’automazione e l’intelligenza artificiale. Forse che procedere ad ulteriori facilitazioni anche nella discussione inter-umana è utile, oppure è dannoso?

Questo voglio discutere qui, con i miei gentili lettori.

Innanzitutto io non sono quello col nasone, nell’immagine sopra. Tuttalpiù potrei essere quello in basso a sinistra quasi seduto, perché il sedicente “animatore” mi sta divertendo, e nello stesso tempo mi perplime (mi rende perplesso). Per me animare un dialogo collettivo, un seminario, un laboratorio di discussione non è solo divertissement, un modo di passare il tempo magari gioiosamente, per vincere la noia o perché non-si-sa-cosa-fare, ma è anche porre problemi, cioè cose -messe-lì, come dice la parola greca pròblema, dal verbo pro-bàllein, cioè gettare qualcosa davanti al cammino del viandante.

Può essere compito dell’animatore quello di facilitare gli interventi dei partecipanti, specialmente di quelli più timidi e incerti nel parlare in pubblico, ma deve essere anche quello di complicare le cose, di mettere a tema sempre nuove questioni, di interpellare i presenti seminando il dubbio, e perfino scandalizzando. In greco skàndalon significa pietra d’inciampo: ecco, appunto, occorre far inciampare discussioni troppo lisce, troppo scontate, dove si manifestano idee fruste e risapute, dove ognuno tende e “militare” per sé e contro gli altri.

Siccome siamo animali “domesticati” da qualche centinaio di migliaia di anni, è importante interrogarsi su come questa “domesticazione” possa procedere ancora. Il forte dubbio che si stia sviluppando in modo differenziato, non tanto da un punto di viste geo-sociologico (nella jungla del Gabon più lentamente che a New York), bensì da un punto di vista soggettivo. In altre parole i deliranti ignoranti sproloquianti sul web, liberamente liberi di scrivere le indecenze più sgangherate e offensive, prima ancora che per una normale etica della comunicazione, per una logica elementare, sono quelli che necessiterebbero di vedersi complicare, e non poco, la loro beotissima vita, non da animatori, ma da addormentatori del loro istinto bassamente sanguinario, e da complicatori delle loro idee improntate al becerume più sguaiato.

La vita è complicata e non semplificabile. Pertanto non è il caso di cercare facilitatori, o addirittura di fidarsi di furbissimi guru, capaci di intortare club e perfino colmi teatri, in qualche caso. Potrei fare nomi, che qui evito (alcuni li ho già fatti in passato), ma ne segnalo la presenza e il tentativo di proporre le più idiote stranezze teoriche, che vanno da studi improvvisati sull’autostima al convincimento che la Terra sia piatta o che gli Americano non siano mai stati sulla Luna.

In questo caso, se devo riprendere il titolo, mi auguro che vi siano sempre più a disposizione gentili complicatori, maestri competenti e umili professori.

Il destino dello sconfinato deposito del sapere e della cultura occidentali e orientali, ovvero dei due Imperi, tra Xi e… Cesare Augusto

Come vedi, mio gentile lettore, non cito il pres Mattarella e tanto meno un Conte o i suoi due vice diversamente miserandi. Cito Xi e Cesare Augusto, perché possono sedere allo stesso tavolo, sapendo che il cinese è infinitamente inferiore -sotto ogni profilo- al grande imperatore romano, anzi al princeps, (è solo da Flavio Vespasiano, verso la fine del I° secolo, che il princeps venne chiamato imperator, titolo di derivazione e pertinenza militare, e Vespasiano era un grande generale dell’Impero) che fece di Roma il centro del mondo di duemila anni fa.

Caput mundi, ciò che Bejing non fu mai, e mai potrà essere.

Roma ereditava il grande pensiero filosofico ed etico greco, era platonico-aristotelica e, forse, ancora di più stoica, vista la centralità che aveva il senso di appartenenza a una “Patria” grande e composita e ai suoi valori. Il mio buon lettore sa che uno dei più grandi imperatori, Marco Aurelio, si annovera tra i filosofi dell’antichità, proprio di scuola stoica. In che cosa consisteva lo stoicismo dell’uomo più potente del mondo nella seconda metà del II° secolo? Nella fedeltà a una visione della vita coerente con le virtù di amor patrio, di solidarietà con i propri sottoposti, di giustizia, e perfino di umiltà. Si pensi che Marco Aurelio, nelle campagne militari condivideva con i suoi soldati tutto il regime di vita, senza alcun privilegio, patendo il freddo e ogni altro disagio che la permanenza in zone impervie e pericolose, come le aree germaniche e slave, prevedeva. Un Impero che, oltre a costituire la maggiore forza politica, economica e militare del tempo, fu capace di rispettare le lingue, le culture, le tradizioni e religioni locali, in una forma intelligente di “federalismo” ante litteram.

A Roma poi arrivarono Pietro e Paolo e la “lezione evangelica”, che però non stravolse le leggi e le tradizioni dell’Impero. Iniziò così un’altra storia che si sviluppò, non senza controversie, e camminò verso tutta l’Europa sulle strade dell’Impero stesso. La decisione di Costantino del 313, con l’Editto di Milano permise lo sviluppo del cristianesimo, da leggere in tutte le sue sfaccettature legate alle opportunità politiche di tale scelta, e dette un’ulteriore accelerata alla formazione di uno spirito definibile quasi paleo-europeo, sfociato cinque secoli dopo nel Sacro Romano Impero di Carlo Magno e degli Ottoni. E possiamo fermarci qui, poiché i successivi mille anni, sia pure in modo discontinuo e controverso, furono comunque caratterizzati dalle due grandi eredità culturali citate, con i punti dirimenti della rivoluzione filosofica e scientifica di metà millennio e dell’Illuminismo.

In Oriente le cose furono anche più complesse, stante l’enorme distesa territoriale asiatica. Diversi furono gli imperi e i regni che si svilupparono in quattro millenni all’ombra del grande impero cinese, prosperante sotto il Cielo, “dio unico”. L’Hindu-Buddhismo e il Confucianesimo egemonizzarono gli spiriti di quei popoli e di quei regnanti, contribuendo a creare un’antropologia molto particolare, completamente diversa da quella occidentale.

Se in Occidente, nel plesso mediterraneo, la filosofia greco-latina e il conseguente plesso di regole giuridiche sintetizzate nel diritto romano e poi bizantino, insieme con la “lezione” evangelica marcarono, non senza contraddizioni e in tempi medio-lunghi, l’importanza della “persona”, come singolo valore, in Oriente la singola persona non ebbe mai quella centralità, ma fu sempre, oserei dire per ragioni fondamentalmente teologico-metafisiche, ritenuta parte-del-Tutto, dove questo “tutto” è, sia il “divino”, sia la nazione governata da un sovrano assoluto. Come ho già scritto in un precedente pezzo, non vi è soluzione di continuità tra il “Figlio del Cielo”, un imperatore Ming o Tang che sia, e Mao, Deng (anche se in modo differente) e ora, Xi. Si tratta dello “spirito asiatico”  che, in qualche modo, ha condizionato anche l’impero russo, peraltro già verticalmente orientato dal cristianesimo ortodosso, per il quale l’uomo deve tendere  a divinizzarsi, cioè a somigliare a Dio, tramite il Cristo creatore e padrone del mondo (il Pantokràtor). Anche di ciò abbiamo parlato qualche tempo fa, citando gli csar più famosi, da Ivan IV a Caterina II, passando per Pietro I° il Grande, fino a Stalin e a Putin.

Il dialogo tra Occidente e Oriente deve dunque tenere conto di questo sfondo, per il quale ogni accordo con Xi risente di quanto sommariamente scritto sopra.

Pertanto, i comunisti turbo-capitalisti attuali vanno tenuti sotto controllo, ché, derivando dalla… teologia-metafisica di cui abbiamo detto, hanno ancora in vigore una legislazione poco rispettosa dei diritti umani, operano dumping sociale e violazione continua dei principi della cultura civile a noi nota, aggiungo, a noi occidentali nota. Noi occidentali abbiamo tanti difetti, abbiamo compiuto crimini ed eccidi inenarrabili (basti pensare al XX secolo!), ma abbiamo anche prodotto la civiltà greco latina, la logica e il diritto, abbiamo avuto nei vangeli ispirati da Gesù di Nazaret il testo morale più alto (si leggano le Beatitudini, magari in parallelo con i Discorsi di Benares del Siddharta). In Cina manderei i tanti “bertinotti” nostrani sempre scontenti, che abbiamo qui, a catechizzare lavoratori e imprese sui diritti dei lavoratori.

Occorre molta vigilanza sotto il profilo politico quando si fanno accordi come quello denominato Road and Belt, ovvero, in ricordo (un poco retorico) di Marco Polo, poiché la potenza cinese può rendere subalterni e sudditi coloro che improvvidamente pensano di poter dialogare con essa su un piano di parità, senza opportuni accorgimenti di salvaguardia.

Come la Germania unita sta riuscendo ad egemonizzare l’Europa con l’economia, là dove non è riuscita con i tank hitleriani, così la Cina potrebbe fare con “pezzi di mondo”, e lo sta già facendo. Tzsipras, per non far morire la Grecia, si è dato mani e piedi a Bejing.

Di tutto quanto sopra gli Americani (gli USA, qui intendesi!) sanno poco o nulla: solo gli accademici appassionati cultori e docenti di storia europea e orientale hanno un’idea della complessità sopra appena richiamata. I Trump, ma anche i Bush,  gli Obama e i Kennedy, per elencare solo qualcuno, nulla sanno, o forse presumono di sapere, ma male al punto da far di questa conoscenza un dato foriero di clamorosi errori politico-militari. Esempi? Il Vietnam, l’Irak, la Siria, la Libia… basta? Partito blu (i democrats) e partito rosso (il grand old party, i repubblicani) uguali sono, nell’ignoranza tecnica, che diventa pericolosa quando determina scelte politico-economico-militari come quelle che abbiamo spesso osservato e il mondo ha subito dal secondo dopoguerra del secolo passato.

Il mondo, il mundus agostiniano, molto poco “mondo” e peccatore, per riconciliarsi con se stesso e con Dio/ dio, se è vero che Spinoza potrebbe avere ragione nel concetto Deus sive Natura, senza nulla togliere alla credenza in un Dio-Persona, ha bisogno di pensare in grande, guardandosi dall’esterno per constatare quanto sia “piccolo” nel confronto con il resto della realtà oggi visibile, con il kòsmos. E noi litighiamo per quelli che sono fazzoletti di terra: è di stanotte, come di altre mille e mille notti, il razzo di Gaza che colpisce la periferia di Tel Aviv e gli F16 israeliani che si saranno già alzati involo per colpire, in un processo di vendetta biblico.

Si dice sempre in un contesto di teologia filosofica che la conversione dei cuori è il centro di ogni riforma spirituale. Mentre nel nostro piccolo, e io nel mio, facciamo del nostro meglio per convertire i cuori, a partire dal nostro di ciascuno, proviamo a scegliere governanti che abbiano una visione oltre il loro quotidiano interesse di partito. Se non ce ne sono, formiamoli nelle nuove generazioni, con costanza e fiducia nell’uomo, come immagine dell’Incondizionato.

Con Fede, Speranza e Carità.

Non possiamo definire nulla con assoluta precisione. Se proviamo a farlo, ci coglie quella paralisi di pensiero che è tipica dei filosofi (…) in cui uno dice all’altro: “Non sai di che cosa stai parlando” e l’altro risponde: “Che cosa intendi per sapere? Che cosa intendi per parlare? Che cosa intendi per cosa?” (Richard FEYNMAN, La fisica di Feynman, vol. 1, 1961)

Apparentemente, la lunga frase del titolo parrebbe dire di un’aporia, vale a dire di una situazione o di un’espressione senza via d’uscita o senza soluzione, poiché in greco a-poros significa “senza buco o foro”. In realtà è la fondamentale metodologia della domanda che approfondisce sempre tutto ciò che può essere compreso meglio, fino a essere capito. Il lettore mi chiederà “Perché scrivi comprendere come un verbo che non sembra coincidere con capire?” Perché comprendere, dal verbo latino comprehendere, è un prendere-dentro, mentre capire – dal verbo latino capio, prendo- è quasi un possedere.

Ad esempio, non so se ho capito bene il discorso di insediamento di Zingaretti alla guida del PD, ma mi è piaciuto poco. Molti, quasi tutti hanno applaudito, io non l’avrei fatto. Anche la suddivisione dei compiti sotto di lui è stata solo apparentemente di cambiamento (con la Serracchiani, figuriamoci!). I temi toccati, tra i quali “l’occuparsi dei poveri”, come se fosse una novità per un partito di sinistra, ché dovrebbe far parte del centro del suo DNA.  Ascoltare i suoi sponsor à la Rossi, il toscano, è ancora più desolante. Cosa vuol dire “ripartire cambiando tutto”. In casa mia “cambiare tutto” significa cambiare nulla, caro Zingaretti. Il tuo discorso è stato scontato e banale.

E dunque, qualcuno mi può spiegare che cosa ho capito del nuovo corso del PD? Nulla, qualcosa, tutto?

Un altro esempio. Il forum delle famiglie organizza a Verona ciò che ci si può aspettare dal forum-per-le famiglie, cioè un convegno basato sulla dottrina cattolica classica, sulla quale io ho diverse riserve, ma mi guardo bene dal definirla “medievale”. In tv la solita Boldrina, imbarazzando perfino il correttissimo politicamente Fazio Fabio, ulula che è inaudita la sponsorizzazione del governo italiano e la partecipazione di alcuni ministri. Ma dai! Ecco: se comandasse la Boldrina avrei paura della sua arrogante sicumera. Mi potete spiegare dove sbaglio, se sbaglio? dimaio addirittura proclama che si tratta di un convegno di “sfigati”.

Un terzo esempio. Sento Salvini che dice “Lo spread a 235 è tornato quello del 1 giugno scorso“. Falso, poiché quando l’attuale maggioranza ha vinto le elezioni, lo spread era a 120. Come la mettiamo con la verità, Salvini? C’è qualcosa da comprendere che permetta di capire la tua affermazione che, o è menzogna consapevole, oppure ignoranza (non conoscenza) dei dati: in ambedue i casi il tuo comportamento è penoso. O no? Quante balle si raccontano e, a volte, come è facile smascherarle. Basta essere informati.

Comprendere e capire fanno il paio con lo spiegare e l’interpretare, nel senso che -chiasmicamente- si pongono a due a due. Spiegare deriva dall’atto di aprire un lenzuolo precedentemente piegato, che dunque si può spiegare: metaforicamente, la spiegazione permette di capire. Interpretare, invece, ha a che fare con un qualcosa che non può essere direttamente e completamente capito, ma solo com-preso, preso dentro, raccolto, magari in vista di un approfondimento successivo.

Anche su questo un esempio: si può dire che Lorenzo Orsetti, morto per mano degli jihadisti neri è un eroe della libertà? Proviamo a vedere. Lo conosciamo abbastanza? No. Non ne avevamo mai sentito parlare prima della sua morte, che è stata il lancio nella notorietà di un uomo già morto. Morire per la libertà, di cui un sottoprodotto, eterogenesi del primo fine, posto che fosse quello là, cioè la libertà,  è la fama. Serendipity. La morte di un soldato dà sempre da pensare.

E della piccola Thunberg che cosa possiamo dicere? Cui prodest il suo agire mediatizzato, al pianeta, quasi certamente e poi, a qualche agenzia pubblicitaria? Fa sorridere il baciamano del bevitore-ben-poco-santo, Juncker, se non un poca di pena. Capire o comprendere? In questo caso, direi, né l’un verbo né l’altro, perché proprio non capisco il gesto, né ci metto “comprensione” -secondo il senso caritatevole del termine- nel giudicarlo. Si pensi che il web, grazie alla fama raggiunta e ai click sul nome, oramai antepone “come Greta” la Thunberg alla Garbo. Funziona così: io, ad esempio, come “Renato”, sul web a volte sono in gara con Brunetta, mentre Zero e Pozzetto ci sopravanzano sempre. Da ridere?

La scienza, da un lato va avanti per prove ed errori, per cui, ciò che era ritenuto “vero” fino a ieri, non lo è più da oggi: si pensi all’eliocentrismo, relativamente recente rispetto al geocentrismo. Un tempo, e solo fino a circa seicento anni fa, tutti (salvo pochissimi, forse, e ben nascosti) ritenevano che il sole “girasse” attorno alla terra. Infatti nell’antichità classica aveva vinto la posizione (sbagliata) di Aristotele/ Tolomeo su quella di Eratostene, che era corretta. Il geocentrismo non era una gaffe come quelle di Toninelli, ma una posizione scientifica errata.

Nella nostra vita siamo chiamati ogni momenti a esprimere opinioni e giudizi, ma raramente siamo in grado di esprimerli in base a una documentazione probatoria ineccepibile. Il più delle volte ci esprimiamo, peraltro senza far molti danni, un po’ a capocchia. L’importante è saperlo e non incaponirsi su posizioni non sufficientemente provate su testi, esperimenti ripetuti e teorie consolidate.

Luca Casarini, il disobbediente fallito cerca di rifarsi una fama con gli immigrati. Comprendere e capire Casarini? ma serve? E’ utile per la Patria? Domande rettoriche, ma comunque legittime.

Il rischio è quello del dominio dell’ideologia e della militanza. Ho letto recentemente il saggio di un filosofo docente sul rapporto esistente/ possibile tra filosofia e impresa economica, notando la presenza, anzi la prevalenza dell’ideologia e della militanza politica (in questo caso di sinistra) sul ben che minimo approccio filosofico, dialogico, dubitante, là dove è possibile mettere in questione tutto, perfino i principi etici fondamentali del rispetto dell’uomo… ebbene, la prevalenza dell’appartenere a una certa idea hanno nullificato la filosofia che l’autore pretendeva di inserire. Nel caso citato l’azienda era considerata il male da abbattere, non un luogo dove l’uomo vive e lavora, e che può essere migliorato dalla filosofia pratica.

In questo caso comprendere e capire sono al di fuori di ogni possibilità, come insegna Feynman, ma anche ogni scuola filosofica, e in particolare quella scettica, utile a smitizzare, attenuare, limitare la superbia e l’autostima espansa, nemici della salute dello spirito, che sono sempre in agguato.

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