Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Andare avanti senza dire banalmente ogni momento, provocando (in me e, penso, non solo in me) un gran senso di noia: “andrà tutto bene”

Se c’è una frase che non sopporto di questi tempi è quella del titolo. Che cosa significa “andrà tutto bene“? E’ un auspicio, è uno scongiuro, è una giaculatoria forzosamente ottimistica, è un incoraggiamento prima a se stessi e poi agli altri? E’ un…

Prima di provare a comprendere le ragioni comunicazionali/ relazionali e sociologiche della frase apoditticamente affermativa del titolo, analizzerò filologicamente i tre termini: 1) andrà: verbo al futuro, concetto ineccepibile perché noi umani contemporanei occidentali abbiamo una nozione fisico-lineare del tempo (anche se Nietzsche e le persone di cultura induista esprimerebbero qualche perplessità in tema); 2) tutto: beh, qui cominciano mie serie perplessità. Infatti, che cosa significa “tutto”, in greco òlos? Si tratta proprio di “tutto” nel senso che nulla è escluso? No, non può essere vero, in quanto in nessun caso, in nessun luogo e in nessun tempo si può dire che “tutto” è andato in un certo modo, in questo caso, auspicabilmente buono, positivo. Si potrebbe anche obiettare che il concetto di “tutto” non è… completo, perché si tratta di un lemma quantitativo: infatti manca la nozione qualitativa che si può esprimere con l’avverbio “totalmente”.

Per dirla bene, occorre specificare “tutto e totalmente”. Se non si conviene su questo, il lemma “tutto”, anche nel senso di “totalmente”, resta incompleto, in quanto non chiaramente esplicitato; 3) bene: vale quanto scritto qui sopra. Che cosa significhi “bene” può essere un generico dire positivo, oppure si tratta della traduzione del convenevole inglese in risposta a “how are you... cioè “nice, tanks“, quando ben poco interessa (di solito) all’altro del tuo vero bene. Ma può essere anche un qualcosa che riguarda tutte le “cose” buone di una vita, e anche di tutto il mondo: il latino bona, i beni.

E dunque, detto questo, come possiamo ragionare sul “vero-bene”?

Non possiamo non prendere in considerazione molto, anzi tutto quello che rappresenta l’agire umano in pensieri, parole, opere e omissioni, per usare un linguaggio teologico-morale.

A parer mio, si potrà affermare “andrà tutto bene” solo se qualcosa di radicale, qualcosa di profondo cambierà nel consorzio umano, locale e globale. C’è da ripensare, come si dice, veramente a tutto. Ma prima di tutto bisogna pensare al… pensiero umano e alla sua profonda crisi attuale.

Chi mi conosce sa che lo sto sostenendo e scrivendo da tempo. Anche la mia stessa appartenenza a Phronesis, l’Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, attesta questa mia priorità. Si parla tanto, e quasi sempre a vanvera, sul web e nei social di cristi etica, senza che molti parlanti sappiano che cosa si debba intendere per “etica”. Lo ripeto qui per l’ennesima volta: l’etica è un sapere strutturato e scientifico che opera per giudicare l’agire buono o malo dell’uomo, in quanto libero e perciò responsabile.

Secondo me (e grazieadio non solo), la “crisi etica e valoriale” è effettiva, ma prima ancora mi pare si possa dire che si è oltremodo dis-ordinato e messo in crisi il pensiero critico, cioè la capacità/ facoltà umana di analizzare, discernere, dedurre, intuire… in definitiva, di ragionare e di argomentare con logica stringente.

Sappiamo dalla storia del pensiero umano occidentale che vi sono due modi di analizzare la realtà dell’uomo e del mondo: la deduzione che è governata dal processo virtuoso del rapporto causa/ effetto e, teoreticamente, dal sillogismo (parole collegate: syn lògos) di matrice aristotelica, e l’induzione o intuizione, che da qualche tempo viene definita retroduzione (cf. Karl Popper e quanto scrivono Alberto F. De Toni ed E. Bastianon in Isomorfismo del potere, ed. Marsilio, Venezia 2020, volume che consiglio a tutti coloro che sono interessati ai temi della leadership e delle dinamiche del potere).

Abbiamo detto che la deduzione è il modo normale, quotidiano, di ragionare mediante la considerazione di una o due premesse e di una conclusione necessaria. Un esempio che Aristotele propone nella sua Logica è il seguente, denominato sillogismo dimostrativo: a, prima premessa: l’uomo è razionale, b. seconda premessa: il razionale è libero, c. conclusione: l’uomo è libero. Epperò, si può anche rovesciare il ragionamento, considerando gli effetti invece della cause: ad esempio “credere” che vi sia un fuoco acceso vedendo del fumo dietro gli alberi. Questo metodo è, appunto, induttivo o retroduttivo.

Abbiamo la necessità ineludibile di utilizzare deduzione e retroduzione per analizzare l’uomo e il mondo in cui vive, anche e forse soprattutto per comprendere e far comprendere che cosa non funziona nell’agire umano. Ad esempio, nella politica e nella distribuzione della ricchezza mondiale, delle risorse e dell’acqua in primis, ad esempio.

Non può essere neppur pensata un’Etica declinata verso un Fine condiviso tra tutti gli uomini, se non funziona il pensiero logico, se non si usa la metodica analitica sopra indicata. Per stabilire e condividere un’Etica occorre condividere una modalità operazionale del pensiero riflessivo di cui siamo dotati, come esseri umani.

E dunque, per concludere, si potrà affermare, senza che la frase non risulti trita e annoiante, “andrà tutto bene”, solamente se saremo d’accordo che occorre (ri)-mettere al centro la nostra capacità di pensare. Se così sarà, farà seguito un futuro solidale co-progettato dagli esseri umani, e non – perlopiù – subìto.

Maradona e lo spirito gregario

Inevitabilmente ripeterò anche qualcosa che in questi giorni i media – sia sportivi sia generalisti – hanno già sottolineato. Ma ne voglio scrivere lo stesso. Di Maradona. Dell’uomo e del calciatore Diego Armando, il più famoso del mondo di questi ultimi quarant’anni.

La sua morte statisticamente prematura lo ha scagliato dritto dritto nel Mito. Basti osservare i reportage da Buenos Aires e da Napoli, le sue due città dell’anima. Le foto, gli altarini, i lumini, i dazebao, le grandi immagini sui muri, attestano il mito, come quello di un santo. Cioè un “separato”, un “sancito”, un “diverso” dagli altri. La cultura greco-latina classica lo avrebbe inserito nel novero dei semidei.

Diego Maradona era un uomo piccolo di statura e talora rotondetto, ma muscolato in modo speciale. Il fisiologo o l’esperto di scienze motorie mi potrebbe spiegare che tipo di fibre poteva avere un atleta di un metro e sessantacinque scarso, che era in grado di scattare e saltare e staccare atletoni di un metro e ottantacinque, strutturati come quattrocentisti olimpici. Si veda il goal coast to coast irrogato alla orgogliosa Albione nel 1986 in Messico, per doversi chiedere “come ha fatto“?

Quel goal, insieme con quello segnato con la manita nascosta dietro la testa (la manita de Dios), sempre all’Inghilterra, è stato interpretato come una sorta di rivincita nazionale argentina dopo la fallimentare guerra della Falkland, con la quale Mrs Thatcher ha umiliato il generale Galtieri, prevalendo militarmente per un pugno di isole fredde nel Sud Atlantico. Nel mito nazionale si è inserito il mito individuale. Per l’Argentina Diego è stato come Peron e sua moglie Evita, per il Sudamerica come Fidel e come papa Francesco, che lo apostrofò in Vaticano quando el pibe andò in udienza: “Te esperavo Dieguito“, ti aspettavo Diego.

Per Napoli Maradona è stato importante come un san Gennaro contemporaneo, o perlomeno come Totò. La grande città di Partenope lo ha accolto fosse un suo scugnizzo dei Quartieri Spagnoli e Maradona si è incistato come un figlio.

Come può essere che un giocatore di football assuma tanta importanza per la cultura sociale?

Maradona è stato anche un uomo generoso, un uomo buono. Non si faceva vedere quando soccorreva bambini e adulti. Evangelicamente “la sua mano sinistra non sapeva che cosa facesse la sua mano destra”. Non si vantava. Non rimproverava i compagni di squadra che non erano alla sua eccelsa altezza tecnica nel gioco. Sembra quasi avesse fatto suo proprio l’Inno alla Carità di san Paolo, che troviamo nella Prima Lettera ai Corinzi al capitolo 13, 1-13.

Ma anche lui aveva una zona oscura. Consumatore di cocaina, Maradona oggi viene accusato in maniera esplicita di violenza su diverse donne. Ebbene, chi assume droghe e alcol è responsabile di quello che fa sotto l’influenza degli stupefacenti e dell’alcol. Maradona compreso, com’è ovvio. Anche i santi, come insegnava sant’Agostino, per esperienza personale, possono essere peccatori.

Qui sono però necessarie alcune considerazioni di psicologia teorica individuale, di psicologia sociale,  e in particolare di psicologia delle masse (o della folla) che, come ho più volte ricordato in questo sito, trova ampia spiegazione in un testo del francese Jacques Le-Bon Psicologia della folla datato verso il 1880.

La psicologia moderna e contemporanea parla di caratteri e di tipi umani, categorizzandoli in non poche modalità, che dipendono dai vari autori, da studiosi come Jung, Bateson, Freud, Rogers, Winnicott, Skinner, etc., senza trascurare la dottrina classica dei temperamenti, che risale alle filosofie del passato fino ai medici illuministi del XVIII secolo.

Da questi emergono strutture analitiche e tassonomiche che permettono di comprendere le profonde differenze tra persona e persona, ciascuna delle quali è irriducibilmente unica. La prassi e l’esperienza comuni, e le “lezioni” della storia suggeriscono la necessità di prendere atto di queste differenze, che poi si esplicitano nelle differenze di ruolo e nelle storie individuali delle varie persone.

I carismi si distribuiscono in modo vario e differente tra uomini e donne, territorio e nazione, ambiente economico e sociale, aziendale, ecclesiale, militare o civile.

Pertanto, si danno, vi sono, coloro che sono predisposti a guidare altre persone (lavoratori, soldati, religiosi, imprenditori, etc.) mantenendo la responsabilità dei risultati (cf. la teoria weberiana della leadership carismatica), e coloro che preferiscono “farsi guidare, pilotare”, o perché non se la sentono di governare strutture di persone e cose, o perché preferiscono delegare oppure, infine, perché non ne sono capaci e se ne rendono conto, la qual cosa è ottima.

Ecco, coloro che fanno parte del secondo gruppo sono più disponibili al gregariato, per cui, quando muore un “maradona”, un “lennon”, un “che guevara”, un “fidel”, un “mao” o uno “stalin”, e non chiedo perdòno qui per aver messo insieme “maradona” e “stalin”, sono i primi della fila a beatificarlo “facendolo” mito.

Gli assembramenti, le urla, i manifesti, le querimonie e i pianti sono tipici di questa tipologia antropologica.

Personalmente, come è noto ai miei lettori, non faccio parte di questa categoria umana, anche se ho partecipato a cortei, a concerti, a processioni e manifestazioni, il cui valore non disconosco certo.

Ma senza spegnere il cervello, mai.

…cani, porci, gatti ed esseri umani, un bestiario che si diffonde, o di come da mezzo secolo il Quoziente Intellettivo del Pianeta stia calando. Osserviamo, a testimonianza di ciò, un patrimonio linguistico, lessicale, espressivo e, in ultimo, cognitivo in declino, metodi argomentativi quasi assenti, sentiamo insulti grossolani e impertinenti asserti. Come ci difendiamo? Come contrattacchiamo?

cani, gatti, porci e esseri umani sono animali intelligenti. Senzienti, emotivi, capaci di affetti, memori.

Il cane scodinzola, ti segue, abbaia e latra, guaisce, ti guarda con occhioni lucidi: guarda il muso di un Boxer, di un Labrador, di…

Il gatto miagola intelligenti domande e risposte, con occhi tondi, colorati espressivi oltremodo. La coda alzata e le orecchie all’indietro significano che è allegro oppure furente e sta per attaccare. Una poesia che ho imparato in prima elementare: “Il mio gatto Musotondo/ verdi ha gli occhi e il pelo biondo./ Ha il nasetto impertinente/ canzonar sembra la gente./Proprio adesso il bricconcello/ s’è cacciato nel cappello/ e da lì contempla il mondo/ il mio gatto Musotondo.

I porci sono animali meravigliosi, anche se amano rotolarsi nella mota. Ricordo Yurko, un imponente maschio di duecentocinquanta chili che Giorgio Pacor da Arta apostrofava duramente se non ubbidiva, e il gran porco si metteva seduto davanti al padrone con le orecchie basse chiedendo perdono con un mugolio penoso. E ricordo anche quando, ventiduenne, “dovetti” uccidere un maiale con un fucile. Lo avevamo acquistato, mia sorella e io, da un contadino, ma il norcino non era riuscito a ucciderlo con la “pistola” utilizzata per la trista ma necessaria bisogna nel suo mestiere (che qui non descrivo per evitare inutili truculenze). Allora mi prestai a compiere quell’atto, perché il maiale era stato comprato, e si doveva macellare. Per me fu come un “rito di passaggio”. Ci pensai a lungo: il maiale non aveva sofferto, perché il colpo lo aveva fulminato, e il senso di colpa mi lasciò dopo poco tempo.

Gli esseri umani sono i più splendidi primati mammiferi vertebrati ecc. ecc., che l’evoluzione (e Dio creatore) ha posto a vivere sulla Terra. E i più crudeli, assassini, egoisti, anempatici, furenti sfruttatori della bellezza. A loro, spesso, preferisco altri primati, come i gorilla, o altri animali come i su nominati. Sì, anche i porci.

Viviamo un momento storico della Terra, non solo dell’Umanità, ma anche del Vivente e del Minerale, che richiede un surplus di intelligenza, e invece ce n’è di meno.

Per ciò nei nostri tempi è necessario diffondere la consapevolezza di un grave impoverimento dei linguaggi umani, del lessico comune, delle espressioni comunicazionali, e quindi delle lingue parlate, della qualità relazionale tra gli esseri umani, e infine del loro livello cognitivo. Una situazione che la scuola e l’università non stanno riuscendo ad affrontare e a risolvere.

Il problema è serio, serissimo. Se vogliamo prenderne atto, implicitamente accettiamo un grande compito morale, come cittadini e come intellettuali. E’ compito di tutti porsi il tema di una caritas intellectualis per il buon fine comune, come insegnava il professor Joseph Ratzinger, da molti stracapito e poco considerato.

Infatti, la complessità attuale, paradossalmente, è affrontata nel modo peggiore e potenzialmente devastante.

Cani, gatti, porci e esseri umani fanno parte del vivente terracqueo, ma solo gli umani hanno responsabilità di mandato su di esso. Il tema del clima, il tema dell’utilizzo delle risorse concernono le decisioni umane. Ma anche il tema delle relazioni tra paesi e nazioni, tra territori e sistemi politico-amministrativi, tra gruppi e organizzazioni, tra le singole persone, tra le famiglie (si pensi, nella versione negativa, al familismo amorale) nelle comunità, dai nuclei familiari di vario genere e specie alla scuola, al sistema sanitario, all’esercito, alle varie realtà ecclesiali, appartiene all’uomo, a tutti gli esseri umani di questo mondo.

Se questo è vero, quale può essere, precipuamente, il ruolo dei saperi umanistici, antropologici e della filosofia in particolare?

Questo sito, che vive ormai da quasi quattordici anni, si è speso per la parte maggiore in riflessioni attinenti questi temi. Ora, per il fatto che i colleghi e le colleghe di Phronesis, l’Associazione Nazionale per la Consulenza filosofica, mi hanno eletto (mi pare, con convinzione) presidente, sento ancora maggiormente questa esigenza e questo dovere “kantiano” (e cristiano): di occuparmi di questa crisi del pensiero pensante e dei linguaggi, prima ancora che dei comportamenti e dell’etica come sapere relativo al giudizio razionale sull’agire libero (buono o malo) dell’uomo.

La filosofia non può prescindere dalla filologia e nemmeno dalla morale sociale, che peraltro è parte integrante del sapere filosofico.

Dobbiamo fare qualcosa di più, ho detto ai colleghi di Phronesis e a tutte le persone che a vario titolo frequento. A tutti. E così mi muovo in ogni ambiente dove vivo e lavoro, per consulenze e docenze, in riunioni e colloqui, nelle relazioni esistenziali e nel contesto della vita.

Persona&Comunità nel Cristianesimo. Non concordo con il collega esimio professore

Mi è dispiaciuto leggere che un ottimo – e da me stimatissimo – studioso come il prof Galimberti (vedi intervista di Walter Veltroni pubblicata il 17 Novembre scorso su La Repubblica) ritiene che il cristianesimo non abbia mai tenuto al centro il tema della comunità umana, privilegiando l’individuo e il suo destino terreno e ultraterreno.

Sono rimasto sorpreso per varie ragioni: non mi sembra possibile che un intellettuale come il professore ignori, sia pure nella sinteticità tipica di un’intervista (almeno nelle risposte date durante l’intervista stessa), che questa tradizione religiosa si sia certamente fondata sulla “persona” di Gesù di Nazaret detto il Cristo, ma immediatamente dopo su una prima comunità di seguaci, gli apostoli e i discepoli prima a Gerusalemme, e dopo la morte del Maestro, su comunità che – sotto la spinta soprattutto di Paolo di Tarso – si sono diffuse in quasi tutto l’Impero romano, dal Vicino Oriente, all’Africa settentrionale, ai Balcani a Roma e oltre.

Non è assolutamente vero, caro Galimberti che il cristianesimo abbia denegato il valore comunitario e la sua centralità per esaltare – di contro – il valore della persona-individuo. Diciamo piuttosto che, in una fase storica nella quale non vigeva una nozione etica di uguaglianza tra tutti gli esseri umani, mostrabile, oltre ogni forma di distinguo razzistico con la tabella “struttura di persona”, ben nota a i miei lettori e ai miei studenti (compresenza in ogni uomo di fisicità, psichismo e spiritualità, che qui necessariamente riprendo), il cristianesimo ha portato nella storia umana una lezione assolutamente nuova sul valore dell’uomo. Si legga il versetto 27 del cap. primo di Genesi Dio fece l’uomo a sua immagine…”, si leggano poi, nell’ambito della letteratura paolina, i versetti 28 del cap. 3 della Lettera ai Galati e l’11 del cap. 3 della Lettera ai Colossesi, dove si enunzia l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani “non c’è greco, non c’è ebreo, non c’è donna né uomo, ma tutti sono uguali in Cristo”, (parafrasando san Paolo)!

Ebbene, è stato il cristianesimo a portare all’evidenza il valore irriducibilmente incommensurabile e unico della persona umana, contro ogni discriminazione censuaria e classista, anche se Paolo stesso dovette adeguarsi in qualche modo allo schiavismo del tempo (si legga in tema la Lettera a Filemone, nella quale Paolo invita questo signore, un catecumeno cristiano, a non maltrattare e tanto meno uccidere uno schiavo fuggitivo).

Circa poi gli aspetti comunitari, si leggano Atti, dove si riporta che Pietro in qualche modo punisce nel modo più grave Anania e Safira, una coppia che non aveva secondo regola versato nelle casse della comunità il ricavato di una vendita (possiamo parlare di “paleo-comunismo apostolico”?).

Nella Bibbia poi, Dio cerca l’alleanza, non con il singolo uomo, ma con il Popolo, guidato di volta in volta da un Patriarca (Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè…) o da un altro leader, come i re Davide, Salomone, Giosia…, dai grandi profeti Isaia, Geremia, Ezechiele, Nathan…, e con il leader “tratta”, ma per il popolo tutto, che punisce o loda difendendolo, a seconda del comportamento morale e della fede in Lui stesso.

Come si fa a dire che il cristianesimo e la sua matrice giudaica sono individualisti? E’ assurdo e assolutamente non rispondente al vero, se si vuole conoscere, studiare e valutare correttamente la storia e il supporto teroretico di queste tradizioni religiose?

Si pensi poi al Vaticano Secondo e alla Costituzione conciliare Lumen Gentium dove all’art. 1 si legge “La Chiesa è il Popolo di Dio…”. Che dire di più sotto il profilo scritturistico e dogmatico? Teniamo poi conto che “chiesa” significa “adunanza, riunione” (dal verbo greco ekkalèo, cioè chiamare, da cui il latino ecclesìa).

Non corrisponde al vero che il Cristianesimo abbia esaltato l’individuo-persona a scapito della comunità. Certamente in Oriente, il buddhismo e soprattutto l’induismo nelle sue varie declinazioni storiche e teologiche, hanno posto al centro l’uomo-tra-gli-altri-esseri-viventi, ma soprattutto come parte di un divino diffusivo e prevalente sulla individualità: il brahman sull’atman. “Schegge di divino”, che si trovano echeggiare anche nel cristianesimo ortodosso post scisma del 1054, e perfino in qualche teologo-filosofo “occidentale” come Friedrich Schleiermacher.

Anche paragonare cristianesimo e classicità come fa Galimberti non è corretto: il paragone tra un Aristotele che parla dell’uomo come animale politico e un Agostino che scrive e predica della salvezza dell’anima per grazia e per fede non è coerente, se posto in contrapposizione. Sono due teorie filosofico-religiose che non confliggono, poiché parlano di cose diverse.

Citare poi Rousseau, come fa il caro prof, forse (a parer mio) il più sopravvalutato e mediocre filosofo del XVIII secolo, il quale non riteneva il cristiano un buon citoyen non mi pare una buona idea, perché ignora quello che è stato il mondo cristiano antico e medievale e rinascimentale, e tutto ciò che ha fondato, dalle chiese ai monasteri, alle università, alla musica, alle arti figurative… per il popolo, anche se commissionate da papi e signori.

Se andate a Montefalco, cari lettori e visitate la cappella francescana dove Benozzo Gozzoli ha affrescato le storie del Santo assisiate, o agli Scrovegni a Padova, o nella basilica grande di Assisi dove Giotto di Bondone ha raccontato la vita di Giovanni di Pietro di Bernardone, se andate nella cappella piccoliminiana del Duomo di Siena, trovate il Pinturicchio. O visitate a Roma la Sistina e le Stanze di Raffaello ai Musei vaticani, e Caravaggio in Santa Maria del Popolo e in San Luigi dei Francesi. E Piero della Francesca ad Arezzo, a Sansepolcro e a Monterchi. Ravenna. E altrove, in ogni dove dell’Europa, da Lisbona a Mosca, da Canterbury a Istanbul (nonostante Erdogan). Sono tutte storie bibliche, di santi e della chiesa fatte per il popolo, per le comunità analfabete di quei tempi. Si pensi poi a Bach, a Haendel, a Vivaldi e Monteverdi, a Mozart, a Haydn, a Verdi e Rossini e ad altri innumerevoli, che hanno scritto Messe e Laudi religiose.

Se, caro lettore, leggi le quasi duecento omelie di sant’Agostino (le trovi nel sito Augustinus.it) trovi un dire, un parlato adatto al popolo, alla comunità di analfabeti della Ippona del V secolo (l’attuale città algerina di Hannaba), e rivolto a tutta la cristianità del tempo del grande Padre africano. E attuale anche per noi del XXI secolo.

E questo è il cristianesimo che si occupa solo delle anime dei singoli? Suvvia, professore!

Ladri di libertà, cioè ladri di verità

In questo sito ho parlato più volte di libertà, sia come concetto socio-politico, sia come diritto eticamente fondato, raccontandone i risvolti storici ed etimologici, a partire dalla tradizione classica dell’antica Grecia, quando libertà si diceva in due modi, parresìa, cioè libertà di-dire, ed eleutherìa, vale a dire libertà-di-agire.

In questo caso desidero parlarne in relazione a un altro concetto altrettanto e forse più ancora importante, la verità. Di solito, specialmente nei periodi difficili come in questo che viviamo, la libertà viene giustapposta alla sicurezza, ma in questo caso ne parlerò come funzione della libertà.

Se dovessi impegnarmi nel parlare della verità, occuperei uno spazio esagerato cosicché lascio ad altri spazi e ad altri momenti una nuova riflessione sull’alètheia, cioè sullo svelamento, vale a dire sulla verità, come amava tradurre Heidegger.

Bene. qui intendo parlare dei “ladri di libertà”: chi sono costoro? Sono innanzitutto coloro che, essendo incaricati di raccontare le cose in modo corretto, completo e fondato sulla base di fonti informative affidabili, non lo fanno, per pigrizia, per incultura, per cinismo o per altre e magari inconfessabili ragioni. Chi sono costoro? Dico subito, senza tema di offendere quelli onesti, moltissimi, professionali e probi, che sono i giornalisti. Sia quelli della carta stampata, sia quelli delle tv, sia quelli del web.

Ladri di libertà. Sono ladri di libertà perché impediscono una informazione libera e completa, togliendo un diritto fondamentale dei cittadini.

Faccio un esempio legato a questo periodo covidizzato. Non me la prendo tanto con chi legge le notizie (lo/ la speaker), che forse a volta non è neppure l’autore/ autrice del testo che legge, ma propriamente con chi lo redige e con chi decide la linea editoriale dell’informazione. Giornali e tg “di parte” politica e anche apparentemente neutri spesso propalano notizie insensate e inutilmente terrorizzanti un pubblico che è costituito in maggioranza da persone che non hanno a disposizione gli strumenti critici per “leggere-tra-le-righe”, per interpretare un testo/ un detto, per trovare falle ed omissioni nelle cose che sentono dire. Personalmente mi accorgo immediatamente quando qualcuno la racconta storta o incompleta, o dettata da militanza politica (che di per sé è ingannevole), ma “mia suocera” no, per modo di dire, e come lei milioni di suoceri e di italiani provvisti di un patrimonio culturale insufficiente a comprendere la complessità contraddittoria del fattuale e del teorico raccontato dai media.

L’esempio: citare solamente i nuovi contagiati, senza spiegare in dettaglio quanti siano gli asintomatici, che solitamente ammontano al 95/ 97% dei contagiati, è scorretto; citare il dato di contagio Rt senza citare il numero di tamponi effettuati (numeratore) sulla base degli abitanti di un territorio (denominatore), è scorretto; collegare il numero dei nuovi contagi quotidiani facendo seguire subito dopo il numero totale dei deceduti in 10 mesi, è scorretto (e l’ho sentito fare), poiché chi ascolta magari non riesce e discernere la diversa collocazione dei due dati nel tempo e nella fattispecie di ciascuno; parlare genericamente di Pronto soccorso intasati, senza dire che anche moltissimi altri sono in grado di coprire il fabbisogno, è scorretto; discernere in modo finalizzato alcune interviste di luminari o sé dicenti tali, creando ancora più confusione, è scorretto… e potrei continuare.

Ma è al Governo che rivolgo una critica radicale in tema: perché in questa fase eccezionale in cui guida l’Italia a suon di DPCM, non decide opportunamente che a parlare sia una sola persona a livello nazionale, non a volte il Ministro della salute, a volte il suo Consulente principale, a volte il Commissario straordinario, a volte il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, a volte il presidente del Consiglio superiore di Sanità, creando in questo modo una babele delle lingue e delle informazioni? Come vedi, caro lettore, non faccio neppure i nomi di questi signori che, fosse una volta, la dicessero allo stesso modo, perché li conosci tutti. Il mio consiglio è questo: il Governo (Conte e Speranza) autorizzino a parlare a nome della Nazione e del Governo stesso, il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, che mi pare “sul pezzo” e ragionevolmente realista-ottimista, oltre che chiaro nelle sue esposizioni. Sarebbe semplice, oppure l’ego smisurato di ciascuno ne sarebbe sminuito e perciò non si può fare?

Dell’opposizione non dico nulla, perché è portatrice di idee (la Meloni parla di centinaia, ma, benedetta donna, lo sa che proporre centinaia di idee è come proporne nessuna? Non lo ha imparato a scuola?) raramente fattibili, o spendibili e spesso confuse. Solo Berlusconi, buon sangue, ha capito che non è il caso di mettersi di traverso e invece è il caso di collaborare, senza retorica, come dicono spesso il buon Tajani e la gradevole senatrice Bernini, lasciando al vecchio destro di Gasparri di spararle ancora grosse.

Di contro, dopo questa critica ai media attuali, ricordo i grandi giornalisti che hanno contribuito alla crescita della cultura, anzi addirittura dell’alfabetizzazione degli Italiani nel secolo scorso e fino ad ora. Penso a Biagi, a Bocca, a Montanelli tra non pochi altri. Non mi interessano le loro simpatie o antipatie politiche, bensì il loro saper fare-informazione documentata e colta-di-quello-che-deve-essere-coltivato, cioè le fonti atte a cercare la verità, pur se parziale che ognuno può trovare.

Ricordo anche i coraggiosi inviati in luoghi di sofferenza e di guerra, Ricordo chi ha perso la vita per raccontare i fatti del mondo e la vita delle persone di tutti gli spazi del Pianeta.

Anche per costoro, i ladri di verità e di libertà vanno riconosciuti e smascherati, nel nome della verità e della libertà.

Cultura e business, etica generale ed etica d’impresa e del lavoro. Un’esperienza friulana rivolta al mondo: uno spazio voluto dall’Istituto di Cultura Mitteleuropeo

Premesse epistemologiche di Etica generale per un’Etica d’Impresa e del Lavoro – Convegno Internazionale del 12 Novembre 2020 – Il mio intervento

Vi è una stretta (anzi, necessaria) relazione esistente fra Cultura e Azienda, e viceversa.

A me ritengo spetti una riflessione che può essere utile per fondare filosoficamente il sintagma proposto da Max Zollia.

Siccome il lavoro e la sua organizzazione attiene, oltre alle strutture aziendali anche l’uomo (la donna)-al-lavoro, ciò significa che il “sapere etico” come “scienza del giudizio sul (relativamente, nel senso di non-assoluto) agire buono o malo dell’uomo”, si pone come imprescindibile.

Se tale lo possiamo ritenere, non ci possiamo esentare da una sua declinazione chiarificatrice. Se l’Etica non è un sapere generico e voluttuario, nel senso epistemico (non solo aristotelicamente inteso), essa è anche un “sapere scientifico”.

Ogni affermazione, per non essere apodittica, ha da esser fondata su condivise premesse assiomatiche e su sillogismi logici. L’argomentazione non può prescindere da un corretto utilizzo dei “fondamenti”.

Partirei innanzitutto da una definizione di Scienza risalente a Descartes: “Scienza è un sapere che si fonda su enunciati certi ed evidenti in forza del loro perché propri, adeguati e prossimi”. Ecco quindi che lo statuto epistemologico del lemma permette di introdurre una sorta di declinazione del termine di cui qui primariamente tratto: Etica.

Infatti, se ci limitiamo a dire “etica”, è come se dicessimo, come l’etimologia greco-antica ci insegna, “usi e costumi”, magari considerando anche il termine confinante di èthos, che è  ètnos, là dove una “ni” amplia il significato di usi e costumi relativi a un popolo. Bene.

Dobbiamo dunque porci una domanda, domanda che giornalisti, politici e affini, tanto presenti nei talk show, non si  peritano mai di porsi. Sarebbe una domanda intelligente. Costoro, invece, preferiscono dare subito risposte, millantando conoscenze che spesso non hanno. “Che cosa è l’Etica, ovvero che cosa significa un comportamento etico?”

Dico subito che l’espressione “comportamento etico” è senza senso, se prima non ho provveduto a declinare il significato del termine più importante.

Infatti, se non decliniamo i vari tipi di “etica”, rischiamo di restare “impantanati” nel significato storico-etimologico del termine, senza fare alcun passo avanti.

A volte, non per stupire o scandalizzare un uditorio (di qualsiasi genere e specie), affermo che “è etico anche mutilare i genitali di una bimba”. Lo stupore scandalizzato dei presenti mi obbliga a specificare subito che per etica intendo solo il suo significato etimologico classico. La posso definire etica culturalista, nel senso antropologico-culturale. Oppure, altro esempio, “è etico anche dare un pugno in faccia a un altro”: qui sciolgo lo stupore degli astanti spiegando che si tratta di un’etica emotivista, per cui se mi arrabbio, ne consegue che…

E infine, trascurando altri esempi, posso concludere con il raccontino della difesa di Adolf Eichmann a Tel Avi nel 1961: “Sono stato sempre un buon cittadino tedesco, e ho solo eseguito gli ordini dei superiori”.[1]

Di quale etica potrebbe trattarsi? Evidentemente di un’etica prescrittivista, o no?

E dunque, come usciamo da questa empasse logico-semantica? (se di empasse si tratta).

Direi, completando il “giro” fino ad arrivare a un concetto nel quale possa esprimersi il rispetto dell’uomo come persona in tutte le sue differenze soggettive, per tratti di personalità che lo rendono irriducibilmente unico, in base alla sua genetica, all’ambiente dove ha vissuto e all’educazione (qui intesa come education, all’inglese)  ricevuta, ma nel contempo uguale a tutti gli altri esseri umani in dignitas. E questa eguaglianza come la spiego, o meglio, come la fondo? Richiamando anche qui tre elementi che permettono di superare scientificamente ogni residuo fenomenologico di razzismo a-scientifico: la sua fisicità, il suo psichismo e la sua spiritualità. Questi tre elementi, che sono oggettivamente presenti in ogni essere umano,[2] costituiscono il supporto teoretico per poter affermare senza tema di smentita che tutti gli esseri umani sono pari in dignità.

Possiamo dunque affermare che un’Etica che permetta di comprendere semanticamente un giudizio sulla bontà o malvagità di un detto o di un atto, potrebbe essere chiamata Etica del Fine, dove il Fine è costituito dalla salvaguardia dell’integrità psico-fisica dell’uomo, e anche degli altri viventi e dell’ambiente tutto.

La riflessione, così proposta, lo ho sperimentato, può fornire adeguati elementi esplicativi anche per l’espressione di giudizi sul profitto di uno studente o sull’impegno di un lavoratore. In altre parole, non viene lesa la personalità, ma si tratta semplicemente di un giudizio relativo ai comportamenti.

In Brovedani, e io testimonio la sua storia di oltre un quarto di secolo, volgendo lo sguardo a un’Etica d’Impresa e del Lavoro, posso affermare che ciò che l’Ing. Benito definiva  come “Spirito Brovedani”, è vissuto e si è sviluppato nel tempo in modo coerente e continuo.

Senza volere cedere a ogni tentazione beatificante, che qui non serve, non è né nelle mie corde, né in quelle di Benito, mi pare di poter dire che questo Spirito si evoluto negli anni in diverse declinazioni.

Mi sono occupato direttamente nelle Aziende del gruppo, in Italia e all’estero, di Risorse umane per oltre vent’anni, e posso testimoniare che una delle attività più continue e considerate è stata l’analisi del clima, sia in relazione a quanto previsto dalla Legge come stress correlato al lavoro, sia come indagine voluta dalle politiche del personale definite dalla Direzioni che si sono succedute nel tempo.

Parlo di fatti che conosco perché ne sono stato in larga misura l’autore.

Da un anno e mezzo i CdA del Gruppo hanno deciso di porsi sotto l’egida giuridico-legale del Decreto Legislativo 231 del 2001, predisponendo un Codice etico e un Modello di Organizzazione e Gestione atto a conoscere come si lavora e come si rispettano le Leggi dello stato, dettagliando quasi un paio di centinaia di reati presupposto.

In ordine a ciò i CdA stessi hanno poi nominato un “Organismo di Vigilanza”, composto da figure competenti nelle varie discipline di interesse aziendale, da quelle normative e contrattualistiche, a quelle di carattere civilistico, a quelle relative alla tutela della Salute e Sicurezza dei lavoratori, di tutti gli stakeholders e dell’Ambiente.

Di questi Organismi di vigilanza ho avuto l’onore di essere nominato Presidente, per cui ho la possibilità di “vivere” l’azienda con presenze settimanali e un dialogo continuo con gli Enti direzionali e chiunque tra i dipendenti desideri parlarmi e, parlando con me, informare tutto l’Organismo di Vigilanza. Ogni mia attività è poi registrata in specifici verbali che vengono inviati al CdA, alla Direzione e a chi può essere interessato all’argomento o al fatto trattato.

Specifico che le prerogative dell’Organismo di Vigilanza sono, appunto di vigilanza  e di segnalazione di questioni meritevoli di attenzione e di intervento.

Ciò pone l’azienda in una posizione di tutela da eventuali atti che possano configurare dei reati, focalizzando l’attenzione della giurisdizione sugli “autori” di tali violazioni.

In tale modo si ottengono due risultati: a) il primo è quello di responsabilizzare (la responsabilità è il principio fondamentale di un atto eticamente rilevante) le persone; b) il secondo è quello di salvaguardare il soggetto-azienda da responsabilità amministrative e/ o penali di cui direttamente non è responsabile. Altro si potrebbe dire, ma mi fermo qui, per avviarmi a concludere.

Ho cercato di presentare, infine, un discorso che ci permettesse di collegare Etica e business, e dunque anche humanitas e tecno-scienze, a partire  dalla gestione dell’uomo al lavoro, ma senza trascurare l’evoluzione tecno-scientifica in corso, là dove la digitalizzazione sta modificando le modalità relazionali e le tecniche lavorative in modo radicale.

Questo cambiamento interpella tutto l’Uomo e tutti gli Uomini, tutto e totalmente concerne questo interpello, cari amici lettori!

Le aziende, in questo covid-periodo sono i luoghi frequentati più sicuri in assoluto, e anche questo attesta il sostrato eticamente fondato dell’agire aziendale e di Brovedani in particolare. L’Azienda è stata anche recentemente insignita di un premio nazionale per avere impostato politiche di welfare a favore dei lavoratori, e anche questo testimonia come il sentimento ragionato (e questo sintagma non è un ossimoro!) che il Presidente Zollia voleva mantenere e rinforzare, cioè lo “Spirito Brovedani”, non solo sia sopravvissuto, ma si sia anche evoluto, conciliando al meglio business e rispetto delle persone, laddove un’Etica d’Impresa e del Lavoro si connette con il tema dell’innovazione e dello sviluppo economico.

Aggiungo e concludo: per il Bene comune.


[1] Himmler, Hitler.

[2] Fisicità: siamo interfecondi; psichismo: tutti si emozionano…; spiritualità: tutti provano stupore…

Tra sincopi e smorfie, e di ciò che di non verbale caratterizza la comunicazione

Non so se hanno problemi respiratori, di questi strani tempi covidizzati, ma un paio di giornalisti televisivi o, per meglio dire, di speaker, da qualche tempo sono inascoltabili. Vorrei citare le iniziali dei nomi, ma non lo farò, anche se vedo che nulla accade per fargli correggere il loro fastidioso difetto di emissione del respiro mentre parlano. Fai attenzione e ascoltali, mio gentile lettore: il loro parlato è scandito da inconcepibili e a lungo andare insopportabili pause a volte addirittura tra una parola e l’altra, così: “Il presidente (pausa) Conte (pausa) ha firmato (pausa) il nuovo (pausa) DPCM…”, invece di pronunciare correntemente e scorrevolmente (direi in modo “liquido”) il testo medesimo, in questo modo: “Il presidente Conte ha firmato il nuovo DPCM, (pausa respiro)…”.

Nel merito ho deciso di chiedere un parere clinico a uno pneumologo e a un otorinolaringoiatra, che forse mi possono spiegare qualche ipotesi di carattere pneumo-meccanico che condiziona il loro modo di parlare in tv.

Speaker Rai di qualche decennio fa

Nulla a che vedere con i ritmi della respirazione durante la lettura di un brano che impariamo fin dalla prima elementare, dopo la virgola o altri segni di interpunzione, che servono per separare le parti della frase, oppure concetti e strutture paratattiche.

L’effetto è insopportabile, è un generatore di ansia crescente nell’ascoltatore. Di solito inizio a brontolare rompendo le scatole a chi ascolta con me.

Che cosa sta capitando a questi due lavoratori dell’informazione? Qualche problema respiratorio da analizzare e affrontare per risolverlo? Ansia da prestazione dentro tempi di lettura risicati? Ma, così facendo, non parlando in maniera continua e “liquida”, i tempi di lettura si allungano, invece di accorciarsi. Paradossalmente, i due fanno più fatica, dando fastidio agli ascoltatori e rendendo meno efficace la loro prestazione.

Se non ci fossero ragioni fisiche, ma non si devono trascurare anche cause psicologiche (?!), bisognerebbe consigliare loro un bel corso di dizione anche in un’accademia popolare, che non manca in alcuna città italiana, Figuriamoci a Roma.

Altro tema, epperò connesso al precedente.

James Hillman è un allievo di Jung. Il suo “La forza del carattere”, edito da Adelphi, dovrebbe essere una lettura diffusa.

Trascrivo dalla pag. 199: “La faccia è un fenomeno estetico non in virtù della cosmesi e della chirurgia estetica, ma per la sua stessa natura biologica. Dei quarantacinque muscoli facciali, a parte quelli funzionalmente necessari per masticare, baciare, annusare, soffiare, strizzare gli occhi, battere le palpebre e contrarre la pelle per scacciare via le mosche, tutti gli altri servono esclusivamente per esprimere emozioni. Non servono per nutrirsi, per abbattere il nemico, allevare la prole o compiere l’atto sessuale.

I ventriloqui dimostrano che non sono (assolutamente, ndr) necessari per parlare. E non lo sono nemmeno per respirare, ascoltare o dormire, L’esuberanza della muscolatura facciale serve per l’espressione delle emozioni, e non solo le più importanti, ma anche e specialmente certe peculiari sottigliezze dell’uomo civilizzato, come l’arroganza del sopracciglio marcato, il sarcasmo a bocca storta, il finto candore degli occhi sgranati, l’impassibile indifferenza, i sorrisini e i sogghigni.

Pensa un po’, caro lettore, quanto valgono, oltre a ciò che viene pronunziato verbalmente, il non-verbale, la pronuncia, i tempi della lettura e anche solo le espressioni facciali, trascurando la seduta e le varie differenti posture corporee.

Noi esseri umani, ma anche i gatti e i cani, SIAMO (le due specie animali sono) la COMUNICAZIONE, ed essendo-noi–la-comunicazione dobbiamo fare molta attenzione alla QUALITA’ della nostra comunicazione stessa, dobbiamo avere cura di COME parliamo, delle COSE che diciamo, delle FONTI che supportano i nostri asserti. Altrimenti piombiamo nel genericismo diffuso, nell’incuria dialettica e nella banalizzazione concettuale.

Se infine consideriamo che la comunicazione, intesa come processo generale dei rapporti inter-umani, è il fondamento e lo strumento principale per la RELAZIONE, allora ci rendiamo conto di quanto importante sia la sua buona qualità, di come possa condizionare in bene o in male “come-stiamo-con-gli-altri”. Si pensi che un telegramma “sbagliato” fra il barone Ottone di Bismarck, capo del Governo del Kaiser Federico Guglielmo Hohenzollern e l’imperatore dei Francesi Napoleone III scatenò la guerra franco-prussiana che terminò con la catastrofe di Sedan e fu uno dei prodromi della Prima Guerra mondiale.

Nientemeno. Bene, nel piccolo (grande) della vita di ognuno valgono le medesime regole di ingaggio, caro lettor mio!

E pensare che in questo mio pezzo mi sono limitato a criticare toni e tempi di lettura, non facendo alcun cenno ai testi che a volte sono inutilmente drammatizzanti, incoerenti e falsificati: nello stesso tg a volte si sentono dati diversi dello stesso fenomeno, ahimè, e questo è poco. Di più, è sapere che i dati, per come sono offerti (qui mi sto riferendo alla brutta epopea del Covid) sono spesso fuorvianti e falsi, disonesti e tabellati in modo statisticamente scorretto.

E qui viene il pensiero, non del complottista, ma dell’analista logico che non si accontenta di quello che passa il convento mediatico, ma si interroga sempre sulle fonti e sugli intendimenti veri degli ispiratori di chi comunica.

Evviva! Biden è il Presidente di tutti gli Americani, nello squallore deluso dei trumpiani nostrani. Occorre una sinistra moderata e una destra propositiva: perché “zio Joe” è il “democristiano giusto” per questo momento storico dell’America e del mondo, e perché, purtroppo, Trump è il cieco distruttore di una utile destra liberale. Comunque è la fine di un incubo durato quattro anni, incubo iniziato nel comico e tramontato nel grottesco

Non so perché qualche brillante intellettuale italiano, ancorché “di sinistra”, sta definendo la figura del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America fiacco, sbiadito e mediocre. Certamente la figura del nuovo Commander in chief, non spicca per carisma esteriore come un Obama o un Clinton, di trent’anni più giovani all’atto dell’elezione, ma ciò significa poco o nulla. Anche Blair sembrava avere carisma, e poi s’è visto quanto fosse fasullo, come politico e come socialdemocratico, quando imbrogliò il mondo con la pericolosa e immorale falsificazione storica delle armi di distruzione di massa – inesistenti – di Saddam l’Irakeno.

Purtroppo, a volte la sinistra italiana si innamora di leader quasi trasparenti per valore reale, come il citato Tony e come – in parte – Obama stesso, piuttosto mediocre in politica estera. Si ricordino le sue poche idee e confuse sulla Siria, quando, se non fosse stato per papa Francesco, si sarebbe imbarcato in una guerra contro il crudele Assad, per cui sarebbe stato obiettivamente alleato dell’Isis. Incredible! E come quando seguì la follia vigliacca di Sarkozy nell’attacco a Gheddafi. La Libia e l’intero Mediterraneo ancora stanno pagando per quegli errori di strategia politico-militare, e l’Italia in particolare.

Questi politici statunitensi, anche se possiedono brillanti titoli accademici, dottorati etc. (mi piacerebbe vedere quanto sia realmente difficile conseguire i loro titoli di studio, avendo necessariamente mucho dinero a disposizione) conseguiti a Yale, Stanford o Harvard, sono ignorantissimi in storia.

Quando parlo di saggezza della destra americana penso a Bush senior, che si fermò prima di arrivare a Bagdad, a differenza del suo indegno figlio e del compare di questi, il citato liblab inglese; e penso anche a Nixon, poverino di qualità, peraltro, ma capace di far finire la Guerra del Vietnam, forse la pagina più vergognosa della Storia degli USA. Se vogliamo essere realisti, anche considerando la questione da “sinistra”, una destra seria è indispensabile: ricordiamoci di Eisenhower, mentre a volte la “sinistra” americana in qualche modo s’inceppa, talvolta anche nelle esperienze più gloriose, come quella del magnifico J. F. K.. Ricordati della Baia dei Porci, caro Presidente John Fitzgerald!

Per questo ritengo Trump colpevole, oltre che verso l’America e il Mondo, anche per la sua pericolosa e quasi folle insipienza, forse ancora di più nei confronti del suo schieramento politico, che lo deve ringraziare (scherzo) per il disastro che ha compiuto. Eppure, va aggiunto, avendo preso oltre 70 milioni di voti significa che gli USA hanno una base popolar-populista che rappresenta quasi metà della Nazione e, anche se repubblicani classici come George W. Bush e il generale Colin Powell non sono trumpiani, il problema di Biden sarà come dialogare con questa metà del popolo americano.

E torniamo al supposto scarso carisma di Joe Biden, come sostengono diversi radical chic italioti.

Max Weber ci ha insegnato che il carisma è un dono in-divenire, echeggiando quasi san Paolo che parla di carismi, cioè di doni del Signore, specifici, destinati alla solidarietà tra fratelli, tra uguali.

Tornando al carisma, caro lettore, quante volte ci è capitato di osservare che un sindaco eletto da outsider, si è rivelato rapidamente molto valido e capace di amministrare, e anche carismatico? Che cosa significa ciò? Che il carisma, come molte altre qualità umane, non è del tutto innato, ma in buona misura è costruibile, mediante l’esperienza, l’ascolto e la cultura, oh cari amici troppo impressionabili dagli uomini “forti” e un po’ tromboni, come echeggia il morfema cognominale dell’americano graziaddio oggi perdente.

Grazie a Dio, e al Popolo americano, The Donald termina qui la sua carriera tra il fantastico e il pazzoide. Evviva. Quella grande Nazione ora si merita altro.

Mi basta esprimere la mia soddisfazione per questa svolta, utile per gli Americani e il Mondo, essendo stato mandato a casa un pazzoide narcisista e incompetente.

Un’osservazione non può non riguardare la stampa, anzi i media. Continuo a sentir utilizzare un po’ ovunque, in tv, sul web e sul cartaceo, un verbo assurdo quando si parla del feroce e irrazionale disappunto di Trump per la sconfitta. Sento infatti usare l’espressione “Trump NON CONCEDE la vittoria a Biden“, Ma, santoiddio, come si fa a usare il verbo concedere, quando non si tratta di una concessione graziosa da parte di un sovrano assoluto come nella Francia del XVII secolo, quando Luigi XIV poteva concedere o meno un privilegio o una sinecura a un vescovo o a un marchese, perché ai nostri tempi si tratta di un’elezione democratica, il cui risultato è oggettivo: chi prende più voti vince, altro che “concedere, riconoscere”.

Dei sentimenti di Trump verso la sua sconfitta ci può interessare molto, se siamo suoi tifosi, ma non è il mio caso, come si capisce, poiché io lo aborro per disistima e per comprensione lucida del rischio che costituisce un tipo come lui, provvisto legalmente di un potere immenso. Dei sentimenti, delle sue concessioni, dei suoi riconoscimenti nulla mi cale, caro lettore.

Buen retiro in salute, mio per niente caro immobiliarista fallito e politico pericoloso.

Un’ultima riflessione merita questa conclusione delle presidenziali americane. Il nuovo Presidente, mettendosi in posizione da leader, ha voluto citare il capitolo terzo del Qoèlet, là dove lo scrittore biblico afferma, tra altre alternative esistenziali opposte, che vi è un tempo per il male e un tempo per la guarigione. Ecco, l’America ora è nelle condizioni per guarire da una serie di malattie morali e sociali gravi: l’odio per il sapere, l’odio per la democrazia, l’avversione per le grandi strutture internazionali come l’Unione Europea, un titillare continuo la violenza razziale, il disprezzo per le problematiche del clima globale, e altro che il populismo trumpiano ha cavalcato per quattro anni e ora è stato fermato. Epperò, se Biden ha preso quasi 75 milioni di voti, Trump ha superato la cifra di 70 milioni: ciò significa che gli USA sono una grande e composita Nazione spezzata in due.

Forse il compito primario del nuovo ticket presidenziale, nel quale la signora Harris può rappresentare il futuro (se non si monterà la testa, visto che è meticcia, intelligente e bella, tre caratteristiche perfette per il politically correct), e sarà l’impegno più arduo, potrebbe essere il lavoro di unificazione patriottica.

Caro Presidente Macron,

fin dall’inizio del suo mandato presidenziale, non ho provato una particolare simpatia per lei. Si sa che simpatia e antipatia percorrono strade e flussi emotivi misteriosi. Non mi “prendeva” il suo appartenere a un’élite alto-borghese che mi è distante, io figlio d’operai e studioso con le mie sole forze.

Da una settimana, i colleghi della importante Associazione Italiana della Consulenza filosofica e della Filosofia Pratica Phronesis (lei sa che in greco antico la parola significa Prudenza/ Saggezza, proprio la sagesse in francese) mi hanno democraticamente eletto Presidente per un biennio. Peraltro sono un professionista che si occupa di Etica in medie e grandi imprese e fa il professore in ambito accademico.

Ma non le scrivo nella veste di Presidente di Phronesis. Le scrivo come persona e come studioso.

Ovviamente conosco bene la storia della sua grande Nazione e l’importanza che ha avuto nella Storia grande, dell’Europa e del mondo. Senza indugiare su altri importanti momenti di questa storia nazionale, mi soffermo un momento sulle tre parole-valori, sulle tre idee-forza che hanno ispirato i rivoluzionari del 1789: Liberté, Fraternité, Egalité. Non commenterò il secondo e il terzo dei tre termini, che meriterebbero adeguate riflessioni.

Mi soffermerò invece solo sul primo, la Liberté. Penso che lei sappia che i Greci antichi avevano due termini per dire “Libertà”, mentre noi neolatini ne abbiamo uno solo. I Greci usavano il termine (qui traslitterato) Eleutherìa, per significare “libertà-di-fare” in genere, mentre utilizzavano la parola Parresìa, per dire “libertà-di-dire”.

Ecco, vede, i Greci distinguevano le due “libertà”, sapendo bene che un termine di tal fatta non può essere compreso e utilizzato da chiunque nello stesso modo. Questo popolo sapiente, che ci ha dato i fondamenti della nostra comune cultura generale, aveva bene presente che occorre misurare con saggezza (ecco!) le parole che si utilizzano nei vari ambienti e momenti e conseguentemente anche le azioni che si compiono, le quali debbono essere proporzionate e congrue alle varie diverse esigenze dalla vita.

I grandi filosofi medievali, italiani, tedeschi, francesi, inglesi, hanno poi sviluppato la comprensione del termine “libertà”, spiegando bene che si tratta di un valore sempre connesso alle condizioni oggettive di chi lo utilizza nella sua propria vita. In altre parole, la libertà non è mai assoluta, cioè sciolta da ogni vincolo, ma è sempre in-relazione con circostanze e interlocutori vari, presenti nella vita di ogni persona.

Tommaso d’Aquino, in particolare, gigante del pensiero universale, che lei certamente ha sentito nominare, ma non so se ha studiato nei suoi corsi di diritto, ha spiegato bene che la libertà non è “fare-ciò-che-si-vuole”, poiché ciò è impossibile, ma è “volere-ciò-che-si-fa”, ribaltando la logica della decisione. Tommaso, sulle tracce della psicologia aristotelica, sapeva molto bene che, prima di mettere in atto un’azione libera, bisogna pensarci, riflettendo con cura sulla situazione, sui pro e sui contro della decisione da assumere.

Aggiungo: la visione tommasiana, approfondita in pieno Medioevo, è superiore per acutezza, a parer mio, alla visione liberale apparsa primariamente nelle culture settecentesche inglesi e francesi. Pensatori come i suoi Voltaire, Diderot, D’Alembert, oppure come Locke e Hume, e successivamente come Stuart Mill, e molti altri più recentemente (tra costoro cito solo i suoi Michel Foucault e Jean-Paul Sartre), hanno delineato la filosofia liberale sulla “libertà”, sostenendo che “la libertà di ciascuno termina dove ha inizio la libertà altrui”. Qui, pardon, ho ripreso solo in maniera parafrastica quelle tesi.

Qui sta il punto. La visione liberale non è sufficiente. Quello che voglio dirle è che sarebbe bene tornare a Tommaso d’Aquino, anche per parlare della libertà in Francia e della sua tutela in questi periodi drammatici che sta vivendo la sua Patria. Lei sta sostenendo che si deve difendere la laicità e la libertà di espressione in Francia, ripetendo che le vignette su Mohamed pubblicate da Charlie Ebdo, possono, anzi debbono, essere utilizzate nella formazione scolastica. Non mi dichiaro contrario all’utilizzo di ogni esempio che spieghi che cosa sia la libertà di espressione.

Discuto l’opportunità di calcare la mano sul tema, in questo momento storico e della cultura mondiale.

E vengo a una metafora illuminante, tipica della tradizione popolare italiana, questa: “si deve abbeverare il cavallo nella misura in cui ha bisogno di acqua“, poiché, si intende, oltre quella misura il cavallo non beve. Che cosa significa questo modo di dire popolare italiano? Significa che non si può pretendere di affermare e spiegare il proprio concetto di libertà a tutto il mondo, e anche a immense masse poco alfabetizzate, come se lei stesse tenendo un seminario alla Sorbonne.

Bisogna adeguare il linguaggio e il lessico al pubblico, al target che si desidera raggiungere. Insistere su Charlie Ebdo per spiegare la libertà-alla-francese è sbagliato e dannoso. Eviti di insistere, perché in questo modo dà adito a chi conosce bene quel target, di agire (sto pensando al presidente-dittatore della grande e bellissima Nazione turca, che non va confusa con questo politico furbo e opportunista) facendo una gran confusione e incitando alla violenza persone senza cultura e inclini alla violenza.

I recenti tragici fatti di Parigi e di Nizza mi hanno ispirato questa lettera personale, mentre qui non ho inteso trattare la grande questione delle migrazioni, che richiede altro tempo e spazio scrittorio. Mi creda e ci pensi, presidente Macron.

Glielo suggerisce un filosofo italiano.

Sapere sapido vs. ignoranza insipida

Sàpere in latino vuol dire avere-sapore, non essere insipidi. Si può dire dei cibi, delle bevande e, metaforicamente, anche degli esseri umani. Se un cibo è insipido occorre aggiungere sale. Il sale è stato ed è nella vicenda umana, non solo un ingrediente essenziale per la vita biologica, ma anche un modo per riconoscere il valore di oggetti, di strumenti e di lavoro effettuato da qualcuno per qualcun altro: una modalità di pagamento delle merci e del lavoro prestato, da cui il conosciutissimo termine, ancora largamente in vigore, di salario, come pagamento, mercede, compenso, stipendio.

Doni dello Spirito Santo

Inoltre, voltando in metafora e sostantivando il concetto attributivo di insipido si arriva all’insipienza, cioè alla mancanza di sapienza, e ciò si attaglia perfettamente all’umano. Un uomo insipido è banale, noioso, perfino squallido. E quindi, prima ancora che nascesse nell’accezione comune il semema del sapère, esso viveva nel lemma il semema dell’averesapore. Interessante, vero? La metafora, come perenne respiro dello spirito, ha fatto poi il resto.

La sapienza, o sophia / sapientia, secondo i classici greco-latini e la tradizione cristiano antica è cosa diversa dalla scienza, o scientia / epistème . Secondo la teologia cristiana la Sapienza e è dono dello Spirito Santo, nientemeno, insieme con l’Intelletto, il Consiglio, etc.

Non necessariamente il sapiente è uno colto, un professore, un ricercatore, un erudito, un accademico. Quanti di costoro in questo “periodo-Covid” si stanno rivelando ben poco sapienti, e invece tanto e poi tanto saccenti! Basti pensare ai penosi (che sarebbero comici se la situazione sociale attuale non fosse tra l’impegnativo e il drammatico) conflitti tra virologi, infettivologi, immunologi, anestesisti et varia humanitas.

Quando costoro si scontrano sul web, in tv e sulla stampa, aiutati (fo per dir) da una categoria spesso corriva e opportunista come quella dei giornalisti, la pena che suscitano in me è solo appena inferiore alla preoccupazione, perché, se io penso di avere un senso critico ed elementi culturali adeguati per un discernimento buono delle cose che dicono per criticarle opportunamente, dandovi credito o meno, la stragrande maggioranza delle persone, a partire da quelle più in età, cedono a una preoccupazione talora irrecuperabile.

Sto osservando persone anziane ammutolite, preoccupate, spaventate. I media ci mettono davanti casi che talora rasentano o superano la disperazione. I professionisti della rivolta, le mafie e gli estremisti senza arte ne parte, di destra e di “sinistra” possono approfittare di questa confusione, agendo negli interstizi della società, per le vie e sulle piazze, che vengono occupate e vandalizzate.

E dunque la sapienza, come dono dello Spirito, ma anche (per l’agnostico) come esercizio intellettuale onesto e documentato, è uno strumento fondamentale per uscire da questa situazione informativa terrorizzante, scarsamente documentata e squilibrata, pericolosa e disonesta.

Ogni giorno le notizie che ci giungono, in ordine di quantità temporale utilizzata dai media, prima il Covid, poi Trump/ Biden, poi tutto il resto, e non importa che decine di guerre endemiche facciano ogni giorno centinaia di morti e feriti, terrorismi di ogni genere e specie, siano più letali per il genere umano dei due primi titoli. Continua così, nell’informazione, il gioco continuo dell’agire mediatico, che è un agire decisivo per la vita sociale.

La sapienza è da sempre un dono senza età e che non necessita di titoli accademici. Sapiente può essere il pescatore di Filicudi e la nonna vedova della Val di Non, l’operatore ecologico della periferia milanese e il giardiniere viterbese, mentre insipiente (e insipido) può essere il docente sussiegoso, il manager arrogante, la influencer sdegnosa. Eppure, il secondo gruppo elenca persone di successo e di potere, mentre il primo gruppo indica persone “senza-nome” e senza potere.

Dunque, la sapienza non coincide con il potere, non coincide con il sapere acclarato da titoli ed onori. La sapienza, piuttosto, è la persona stessa, con i suoi pregi e difetti, con la sua capacità di verità, con la sua intera vita che è essa stessa relazione comunicativa.

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