Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Orizzonti cangianti

Mi pare che Ludwig Wittgenstein sostenga la seguente tesi centrale: l’unico modo per conoscere il mondo e le cose dell’uomo è interessarsi alle “forme di vita”, lasciando perdere le fantasmagorie metafisiche o anti-metafisiche della filosofia classica e anche moderna: quindi, niente Aristotele e san Tommaso, niente Hegel e Schelling, forse solo un po’ di sant’Agostino che, nelle Confessiones, in qualche modo sembra anticipare alcuni temi delle riflessioni dell’Austriaco. Ma a volte mi viene qualche dubbio che il grande Austro abbia letto con attenzione l’Ipponate, e comunque molto di quanto scritto da questi non sia a sua conoscenza.

orizzonti

A me talvolta Wittgenstein sembra esagerare in certe asserzioni un po’ assolutistiche, soprattutto nel Tractatus Logico-philosophicus, il quale è costruito in modo più aforistico che secondo schemi da… trattato classico. Pur essendo molto interessante e profondo il suo lavoro filosofico, per certi aspetti di ripulitura concettuale di molta retorica filosofica presente anche nella contemporaneità (à là Agamben, p.e.), lo trovo talora troppo semplificatorio circa altri aspetti. Ad esempio, leggendo il bel libro di Fergus Kerr sulla visione teologica di Wittgenstein (La Teologia dopo Wittgenstein), mi resta questa impressione. E mi fermo qui, per il momento, poiché più corretto e costruttivo potrebbe essere un dialogo con qualcuno che conosca meglio di me il pensiero di Wittgenstein, come il prof Perissinotto da Venezia o il caro collega phronetico dottor Claudio Nosella da Portogruaro.

In tema di epistemologia generale, o di critica della conoscenza (per citare una definizione scolastica di cui è esperto insigne il padre professor Giovanni Bertuzzi, domenicano bolognese e mio docente di Licentia docendi Theologiaed’anni fa) sarebbe interessante citare anche l’americano Quine, che definisce la parte psico-spirituale dell’uomo “solo” come increspature superficiali della realtà, come effetti dell’interazione mondo/ uomo e base per la retroazione uomo/ mondo. Ma non mi ci metto, perché dovrei chiedere consulenza in tema al collega e amico Neri Pollastri, molto più esperto di me su questo pensatore. Anche con il povero professor Giorello sarebbe stato interessante un dialogo, ma chissà… un giorno, in un tempo e stato kairologico.

Vi sono, di contro, altri ambiti e ambienti nei quali si può studiare la vita umana e le cose del mondo, usando il linguaggio, non come un “assoluto”, ma come uno strumento espressivo del pensiero, e per denominare le cose. Essere e pensare per Heidegger, dai tempi della lectio cartesiana, possono essere la medesima cosa, così come per un Berkeley, ma ciò mi pare un po’ presuntuoso (diciamo solo un po’). Il tema è quello dello scontro più che bimillenario fra idealismo e realismo, fra un platonismo essenzialmente spiritualista e un aristotelismo decisamente realista.

Se sant’Agostino ha lavorato di più sul versante platonico, stante anche il suo ruolo di pastore cristiano attento alla dimensione spirituale dell’uomo e al suo destino di salvezza o di perdizione, Tommaso d’Aquino, un poco “meno pastore” del maestro africano, ma altrettanto cristiano, è riuscito in una sintesi che a me pare insuperata. Per l’Aquinate la realtà è e sussiste in quanto opera di Dio che la sostiene nell’essere, e sussiste indipendentemente dalla mia percezione legata al mio essere-nel-mondo. Descartes poi legò l’ammissione di una plausibilità del reale al fatto di poterlo pensare: il Soggetto , per Descartes e per i grandi idealisti del XIX secolo, crea in qualche modo l’Oggetto. L’idealismo testé citato, introdotto dal razionalismo kantiano, non fa poi che accentuare questa centralità creativa dell’io (penso, dunque sono, e creo ciò che percepisco).

Vi sono dunque svariati “orizzonti di senso”, ma anche molti modi per conoscere se stessi e il mondo, diverse epistemologie con differenti strutture teoriche. Ad esempio, nel campo delle scienze umane, dalla filosofia (che è scienza in senso aristotelico-tomista, non in senso galileiano) alle psicologie, si va da statuti essenzialmente clinico-positivisti a statuti prevalentemente umanisti. Il tempo odierno richiederebbe una conciliazione fra le due “visiones”, e un utilizzo ponderato della dimensione scientista, epperò sempre illuminato dalla prospettiva umanista. In altre parole, non possono bastare diagrammi psicometrici a conoscere la complessità psichica dell’uomo, poiché il suo impianto intellettivo e razional-cognitivo deborda quasi infinitamente da ogni classificazione che abbia pretese di essere esauriente.

Gli stessi Manuali Medico-diagnostici (siamo arrivati al V), Bibbia universale della psichiatria e delle psicoterapie sono works in progress, cioè lavori mai terminati e sempre oggetto di ripensamenti e di implementazioni. Anche perciò è necessario mantenere una posizione aperta e bidirezionale fra le psicologie che vengono facendosi nel tempo e le filosofie classiche, moderne e contemporanee. In altre parole, Aristotele, Agostino, Cartesio, Berkeley, Hume&Locke, Kant, Edith Stein e Husserl, per citarne solo alcuni, debbono dialogare con Freud, Jung, Watson, Skinner, Rogers, Watzlavick, Bateson, etc., così come Cacciari, il povero Bodei, il difficile Severino, devono tenersi in collegamento con Morelli, Andreoli etc.. Così come tento di fare io stesso e la mia associazione Phronesis, che non potrà mai essere accusata di settarismo o di snobismo culturale.

L’intelligenza imbecille

…è tipica di quelli che tirano giù le statue di Cristoforo Colombo a Baltimora o dove volete, che non sanno un acca della loro storia, quasi perfino ignorando dove stia di casa l’Europa. Gli americani USA hanno licei che crescono molti imbecilli e facoltà universitarie accessibili quasi solo ai benestanti. Uno dei risultati è la mancanza di quasi alcun senso e conoscenza della storia e l’abbattimento di statue e vestigia storiche. Se si ignora, non sapendo di ignorare si fanno gesti idioti, frutto di ignoranza incolpevole (fino a un certo punto). Ovvero, se non si ignora e si fanno gesti idioti, si è imbecilli. E colpevolmente ignoranti.

Cristoforo Colombo

Proprietà transitiva dell’imbecillità e dell’idiozia. Se A allora B, se B allora C: dunque A è uguale a C. Logica elementare, ma già simbolica.

L’assassinio di George Floyd ha scatenato due fenomeni e diversi epifenomeni. Il primo è la riflessione su quanto il razzismo sia ancora diffuso, non solo sottotraccia, perché negli esseri umani (abbastanza) intelligenti il razzismo può anche generare un sentimento di vergogna; epifenomeno del primo è ciò di cui ho scritto sopra; il secondo è il ribadimento di sentimenti razzisti e slogan whitepower da esaltati, figli e nipoti del Ku Klux Klan.

Gli imbecilli sono anche imbelli, cioè scelgono la lotta di gruppo contro qualcosa che qualcuno ha cominciato a denigrare. Uno denigra, il secondo denigra, il terzo denigra, il quarto disprezza, il quinto insulta, il sesto comincia a invitare il gruppo ad agire. E agiscono andando contro ciò che hanno cominciato a odiare. Sono diventati haters, odiatori, che non si pongono più domande, non dubitano di fare la cosa giusta, perché la cosa è giusta in quanto pensata da molti allo stesso modo. Il Le Bon ha studiato oltre cent’anni fa questo fenomeno di psicologia sociale e di sociologia generale esponendo le sue teorie ne La psicologia delle folle (1895). Ogni anima (psiche) debole sottosta all’urlo, allo slogan semplificatorio e definitivo dei molti.

La psicologia clinica odierna, ma anche gli autori classici, hanno studiato e studiano come e perché la psiche umana degradi, decada, smetta quasi di funzionare con spirito e senso critico, quando il gruppo sopraffà il singolo e lo rende succube, gregario, indebolendolo ogni momento che passa…

Che cosa deve fare una persona che si accorge di star entrando in un circolo vizioso di questo tipo? Uscirne, scappare, dileguarsi, smettere di stare lì ad ascoltare chi sta dicendo parole che fanno aumentare sempre di più l’avversione e l’odio distruttivo verso l’oggetto dell’odio stesso.

Altra cosa è invece l’abbattimento dei simboli di dittatori spietati contemporanei, i monumenti di Stalin, di Pol Pot, di Saddam…, che non sono minimamente paragonabili a Cristoforo Colombo e a Thomas Jefferson. Quest’ultimo è stato uno dei redattori della bella Costituzione americana, ma nel suo ranch aveva degli schiavi. Una contraddizione apparentemente incomprensibile. Ma il più grande e auto-contradditorio personaggio della cultura occidentale circa queste tematiche appare senza dubbio Saulo di Tarso, cioè san Paolo, che ebbe a scrivere il versetto 3, 11 della Lettera ai Colossesi e il versetto 3, 28 della Lettera ai Galati, nei quali proclama per primo e con forza inaudita, traccia successiva di ogni processo democratico, che gli uomini son tutti uguali, anche a livello di genere/ sesso, ma nella Lettera agli Efesini (5, 22) raccomanda alle donne di zittire nell’assemblea, ché quello è un luogo di discussioni maschili…, ma anche ai mariti di amare e rispettare le proprie mogli, ma come? E’ lo stesso Paolo, quello di Colossesi, quello di Galati e quello di Efesini?

Ebbene sì, è il medesimo “apostolo delle genti” che, quando riteneva di esporre dottrine definitive come in Galati e in Colossesi si esprimeva in modo “scandaloso” per quei tempi, mentre quando dava direttive liturgico-pratiche, sapeva di dover tenere conto dello spirito dei tempi, soprattutto tra i maschi capifamiglia, e quindi della sociologia del suo tempo. Vi è però un’altra ragione: Paolo era nato a Tarso in Cilicia, civitas romana, municipium, e pertanto era un Civis romanus, come quando invoca il giudizio dell’imperatore su di sé, rifiutando quello del governatore di Palestina. Paolo sapeva che Roma non era razzista, ma era rispettosa delle etnie e dei ruoli sociali, per cui aveva senso – in quel contesto socio-politico – suddividere il popolo tra essere cittadini, oppure meteci, oppure iloti, sulle tracce dell’antica democrazia oligarchica di Atene.

Un primo grande passo verso i valori in cui oggi crediamo noi, ma non gli imbecilli di cui al titolo.

Il parere di Anna (sul rapporto fra Psicologia e Filosofia)

La collega phronetica professoressa Anna Colaiacovo, da Pescara, docente e filosofa pratica, molto competente in tema, mi scrive un pezzo che mi pare utile pubblicare qui. Lei parte dalla lettura di un saggio del professor Giorgio Giacometti, anch’egli docente e collega di Phronesis, che ha tenuto una relazione, sempre sul tema del titolo, in un incontro di Sezione nordestina della Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica.

Carl Rogers

Come scrive Giorgio, i consulenti filosofi, alla ricerca di una propria identità, hanno a lungo cercato di differenziarsi dagli psicologi, in particolar modo dagli psicoterapeuti. E non mi dilungo sui tentativi più o meno riusciti di operare questa differenziazione.

La proposta di Giorgio, che consiste nel rivendicare una psicologia filosofica che guardi alla totalità della persona, non solo mi trova d’accordo, ma trova una apparentemente strana corrispondenza con il lavoro di Mario Bertini (psicologo, professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma), soprattutto nell’ultimo libro “Psicologia della salute” (Cortina editore).

In sintesi: la psicologia all’inizio era alla ricerca di una identità. Questa ricerca l’ha condotta a staccarsi dalla madre (la filosofia), e ad avvicinarsi alla medicina. Ma quali caratteristiche ha avuto e ha ancora la medicina in Occidente? Occorre sottolineare questo aspetto. Nella mitologia greca il dio Esculapio aveva due figlie, Igea e Panacea. La prima insegnava ai greci come essere sani praticando la virtù della moderazione. La seconda rappresentava l’impegno nella cura delle malattie. Nella medicina occidentale Igea è scomparsa o perlomeno è stata a lungo assente nel panorama medico e tutte le ricerche sono andate, attraverso l’adozione del metodo delle scienze naturali, in una peraltro meritoria battaglia contro le malattie. Sappiamo bene che l’uso delle metodologie quantitative trova una applicazione più semplice nel modello malattia, mentre la salute, che non è semplice assenza di malattie, sfugge a tutto ciò.

La psicologia avvicinandosi alla medicina si è appiattita sul modello medico-clinico. Basta esaminare il linguaggio per comprendere che è di derivazione medica: psico-diagnosi, psicoterapia, psicologia clinica etc. Il nodo epistemologico risiede nel compito che si propone di “studio oggettivo della soggettività”. Compito arduo se si pensa che già nel settore della biologia si profila l’esigenza di un cambiamento di metodo rispetto alla fisica. Nell’ambito della psicologia, è la psicologia umanistica che si pone il problema del passaggio dalla quantità alla qualità.

La salute positiva non è in ultima analisi una questione medica, ma piuttosto una questione filosofica che richiede un’articolazione del significato di good life.” (Riff e Singer). La salute inoltre non è uno stato, ma un processo multidimensionale.

Nel passaggio al modello salute assumono rilievo gli assunti valoriali. Le malattie, come sostiene Gadamer più volte citato da Bertini, si manifestano come un oggetto, si possono osservare, la salute invece si sottrae a tutto ciò. Per spiegare il positivo dobbiamo fare i conti con i valori e gli ideali fondamentali dell’esperienza umana che fanno riferimento alle varie culture e almeno in parte alle caratteristiche basilari della natura umana. Bertini conclude sostenendo che, in virtù dell’emergenza della dimensione salute, collegata alla qualità della vita, è opportuno che la psicologia apra un dialogo con la “madre” filosofia. In questa direzione è essenziale che nella facoltà di psicologia trovino spazio discipline di area umanistica, oggi totalmente assenti.”

Si potrebbe commentare a lungo questo testo di Anna, ma mi astengo, perché già illuminante. Personalmente ho molti contatti di collaborazione e lavoro con psicologi di varie età, dagli junior ventiquattrenni a miei coetanei sessantenni e più. Mi trovo molto bene con loro, perché tutti e tutte costoro sono molto aperti/ e al dialogo e al confronto sui temi dell’uomo e sui vari approcci. Coloro che conosco e frequento io condividono l’esigenza di un approccio globale e non meramente clinico all’essere umano, sapendo che l’uomo è una “struttura” complessa che richiede analisi plurime e attente a ogni dimensione psico-fisica e spirituale. Diversi di questi “colleghi” hanno fatto il liceo classico e ciò gli facilità questo approccio, diremmo, “olistico”, all’animale umano.

Spesso hanno nostalgia degli studi filosofici interrotti con l’inizio degli studi psicologici. Ecco, forse sarebbe utile prevedere che gli studi filosofici continuassero (nell’Accademia) nei Dipartimenti di Psicologia e di Scienze della formazione, e fossero previsti come obbligatori anche nelle Facoltà di Medicina e Chirurgia.

Forse, a nostra memoria, mai come in questo periodo post-Covid si è sentita l’esigenza di un approccio globale, filo-sofico all’uomo e all’analisi del senso della propria vita.

Approfitto di questo pezzo per manifestare il mio fastidio verso un articolo di Alfonso Berardinelli sul quotidiano Il Foglio, pubblicato qualche giorno fa, nel quale, facendo una confusione vergognosa spara sulla filosofia, citando un signore che si chiama Panarari, il quale si esercita in indecenti critiche verso vari colleghi filosofi, che durante la vicenda Covid hanno espresso opinioni diverse senza alcuna arroganza di proporre la verità, ma semplicemente la ricerca di essa attraverso il dialogo che, evidentemente, questi divulgatori non frequentano.

I due Alex, simbolo di vitalità, e la giornalista portasfiga

Anni fa conobbi il primo dei due Alex di cui qui parlo. Era Alexander Langer, politico, giurista e filosofo sud Tirolese. Spesso si trovava nei pressi dell’ala ecologista del sindacato nel quale ho avuto un qualche ruolo per tredici anni. Di matrice cattolica e lottacontinuista era diventato il trait d’union tra la cultura ecologista germanica dei gruenen, i verdi e i primi vagiti dell’ecologismo italiano. Meraviglioso il suo slogan che contrapponeva tre concetti “duri” … ad altrettanti concetti “dolci”, cioè citius, altius, fortius, ossia “più veloce, più alto, più forte” versus lentius, profundius, suavius, vale a dire più lento, più profondo, più soave”.

Alexander Langer

Fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e leader europeo di tale impostazione politica. Pace, diritti umani e ambiente erano i suoi principali centri interesse politico e morale. Pur essendo Altoatesino-Sudtirolese e germanofono, non si confuse mai con le lotte etno-nazionaliste, che rifuggiva e combatteva.

Negli anni tra l’87 e il ’90 partecipai un paio di volte a Città di Castello alla “sua” iniziativa mondialista, la “Fiera delle utopie concrete”, dove l’ossimoro implicito cercava ispirazione dai quattro elementi naturali di Empedocle: fuoco, aria, terra e acqua.

A lui interessavano le nozioni e i rapporti tra Nord e Sud e con l’Est del mondo, tant’è che la sua personale crisi ebbe origine ai tempi della Guerra e delle stragi in Bosnia nel primi anni ’90. Tuzla e Srbrenica furono il luoghi del suo tormento insopportabile. Pur essendo inesorabilmente pacifista, non lo era a senso unico e in modo imbecille, come molti, perché era in grado di sostenere – senza sentirsi in contrasto con i propri fondamenti morali – l’esigenza, alla bisogna, di un “intervento internazionale armato”, definendo i caschi blu “ostaggi dileggiati”, e chiedendo di inviare soldati per “fermare l´aggressione”“proteggere le vittime”“punire i colpevoli”, e impedire che “la conquista etnica con la forza delle armi torni a essere legge in Europa”.

Molti di sinistra e Verdi lo abbandonarono, perché, loro sì, facenti parte di quelle comitive imbelli e non-pensanti comunque contrari a ogni tipo di uso delle armi, in qualsivoglia situazione. Prima di togliersi la vita nei pressi di Firenze nell’estate del 1995 lasciò lo scritto che segue.

“I pesi mi sono diventati davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto.”

Alexander Langer riposa nel piccolo cimitero di Telves accanto ai suoi genitori.

Il secondo Alex è Zanardi, che tutti conoscono, e a cui tutti gli Italiani tengono, perché simbolo di forza e di capacità/ volontà di ripresa, dopo il drammatico incidente automobilistico che quasi vent’anni fa gli troncò le gambe. Dedicandosi alla handbyke è diventato un atleta meraviglioso e fortissimo, vincitore di campionati mondiali e di paralimpiadi. Esempio per tutti quelli che hanno avuto una disgrazia menomante. Non mi cito, perché io non ho perso arti, ma ho combattuto e combatto contro il dolore fisico.

Stiamo aspettando notizie buone dall’Ospedale di Siena dove è ricoverato, e preghiamo, se crediamo.

Dopo aver ricordato l’amico Langer e Zanardi, come esempi di positività, di contro cito un esempio fastidioso di negatività.

C’è una inviata speciale di alcune delle principali testate televisive che da Pechino sembra, per toni e testi, quasi godere delle disgrazie che racconta. Insopportabile: la sua enfasi narrativa pare preludere all’annuncio di una catastrofe nucleare o almeno di una serie di devastanti tifoni oceanici. Pare goda usando quei toni. Chissà se se ne accorge o se qualcuno glielo ha fatto notare. Ripeto: per me è insopportabile. Si chiama Botteri. E la si ricorda per altre precedenti dis-grazie narrate.

I due Alex sono un inno alla vita, quest’ultima, no.

Fucilazione alla schiena

Neanche i più abietti… vien da dire, vengono ammazzati così.

Galeazzo Ciano, De Bono et alii, dopo il processo di Verona furono fucilati alla schiena l’11 gennaio 1944, e non erano più abietti di chi li fucilava. Anzi, forse il termine “abietti” è esagerato per i su citati signori.

I fratelli Attilio ed Emilio Bandiera nel Vallone di Rovito furono fucilati al petto dai Borbonici il 25 luglio 1944, come Gioacchino Murat il 13 ottobre 1815 a Pizzo Calabro, e come l’ultimo fucilato nello stato dello Utah, per condanna a morte il 18 giugno 2010, Ronnie Lee Gardner, già ricoverato in clinica per problemi mentali, infanzia tremenda e scalcagnata, come molti dei condannati a morte negli Stati Uniti d’America, e non solo. Cinque Winchester hanno tuonato dalla feritoia di una stanza dove il condannato era legato a una sedia e aveva sul cuore un cerchio come bersaglio, fucili di cui uno era caricato a salve, cosicché ognuno dei cinque soldati/ poliziotti/ boia ha potuto pensare di non essere stato lui a sfondare il cuore del criminale malato, condannato alla pena capitale.

La fucilazione così organizzata permette a un “boia” di sentirsi moralmente alleggerito, mentre tutte le altre modalità di esecuzione non lo consentono.

Fu Ronnie Lee a scegliere di essere fucilato invece che ucciso con il cloruro di potassio e il cianuro in vena.

Rayshard Brooks è stato invece fucilato alla schiena, innocente, senza processo, con tre colpi di calibro 9 millimetri, non so se di una Beretta, Smith&Wesson, Colt o Glock, comunque di ordinanza, come si dice. Il fucilatore è stato licenziato e forse sarà processato e condannato per omicidio di qualche grado (per me sarebbe di primo grado), forse vent’anni, dei quali sconterà 4 o 5.

Quando l’uomo, trovato in auto mentre dormiva, un po’ ubriaco e fatto, è stato afferrato dai due poliziotti, ed essendo riuscito a divincolarsi e a fuggire, è stato fermato con la fucilazione alla schiena. Ma, dico, trovi uno ubriaco che dorme in auto, lo fermi, lui scappa e tu lo ammazzi? Ma che? Ma che ragione c’era di sparargli? Anche se a piedi li avesse seminati, non avrebbero potuto chiamare rinforzi fino a catturarlo, se avevano ragioni per catturarlo? Non si è neppure capito perché avessero tanto bisogno di fermarlo. Sembra una follia.

O razzismo puro e semplice, violenza sadica, immotivata. Dopo l’omicidio, il capo del Dipartimento di polizia di Atlanta, la signora  Erika Shields,  si è dimessa.

Anche un imbarazzato Trump ha dovuto ammettere che si tratta di una fatto inammissibile.

Un paragone. Ricordi, mio gentil lettore, il caso del carabiniere accoltellato dal ragazzino americano, turista a Roma qualche tempo fa? Quei fatti in poche parole che trovo sul web: “…nella notte del 26 luglio scorso a Roma, il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega venne ucciso con 11 coltellate nel quartiere Prati a pochi metri dall’albergo dove i due americani Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth, ora in carcere, alloggiavano. Il vicebrigadiere, quella notte, insieme al collega Andrea Varriale andò in via Pietro Cossa per recuperare la borsa che i due ragazzi avevano rubato a Sergio Brugiatelli. Elder e Hjorth, dopo il furto dello zaino avevano organizzato, infatti, un ‘cavallo di ritorno’ e dissero a Brugiatelli di riportare soldi e droga. Ma all’appuntamento si presentarono i 2 militari, da lì l’aggressione da parte  del 20enne americano Finnegan Lee Elder. Oltre all’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega ai due indagati vengono contestati la tentata estorsione, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e concorso in omicidio.”

E ricordi il padre del ragazzo americano, con che sussiego superbioso era poi venuto a Roma per il figlio? Sembrava quasi che il vizioso ragazzo fosse la vittima, non il reo.

Cerciello Rega e Varriale non avrebbero mai sparato ai ragazzi americani, se questi gli fossero sgusciati dalle mani, anzi, Cerciello non aveva manco l’arma con sé…

Gli Stati Uniti d’America, per certi aspetti assomigliano alla Somalia, dove se cammini per strada non sei sicuro di nulla. Negli USA pare che, se sei nero, puoi non tornare a casa un giorno qualsiasi.

Odio (faccio per dire) quelli che dicono “non meritava di morire” oppure “era innocente“, anche se sopra lo ho scritto anch’io. Mi spiego: chi può dire che uno “merita di morire o meno?” Chi? Chi “merita di morire?”

Come si può intendere una domanda del genere, magari con l’aggiunta che la vittima è innocente? La domanda è assurda ed eticamente insensata. Io posso uccidere chi volesse attentare alla vita di mia figlia, ma non c’entra il merito, e, in questo caso, perfino la colpevolezza. Non c’entra.

Altro è agire d’impeto, soprattutto per legittima difesa, azione legittima e non perseguibile, altro è esprimere concetti come quelli sopra, che sono imbecilli. Eppure nelle cronache di vita vera e nei telefilm si sentono queste frasi indegne e anche stupide.

Devo dire che preferisco, mi perdoni la famiglia del povero nostro soldato di pubblica sicurezza, una situazione come quella di Roma piuttosto che come quelle di Minneapolis e di Atlanta, anche se per me, che non sono direttamente coinvolto, è facile dirlo. Ma ci capiamo, caro lettore.


Imbecilli a buon mercato: un mix di razzisti, di politicamente corretti, di babbei generici e di snob di ogni risma e colore politico

Se ne vedono e si incontrano persone e fatti di tutti i generi e specie.

Statua abbattuta di Cristoforo Colombo

Il primo fatto tra altri, in ordine sparso: “…e allora, qui ci sono o due neri che non mi fanno entrare“, in una banca primaria, in quel di Udine. Qualche dì or sono, giungo verso mezzogiorno per fare alcuni bonifici, avendo telefonato per l’appuntamento. All’ingresso trovo due ragazzoni neri che fungono da commessi, chiedendo ai clienti se avessero prenotato il servizio, come d’uso di questi tempi Covid-relati, facendo entrare con ordine ogni persona, non appena ne fosse uscita un’altra, al fine di non creare assembramenti all’interno.

La frase di cui sopra è pronunziata da un circa cinquantenne, furlàn, giacchino leggero rosso, calvizie non poco incipiente. Il ragazzo cui (non) si era rivolto direttamente, ma si trovava a due metri dall’uomo, trasecola visibilmente, ma non dice nulla. Tutt’intorno forse eravamo in cinque o sei, persone di tipo vario, tra cui si poteva riconoscere la casalinga, il professionista, il pensionato, il giovane… e poi c’ero io.

Passano cinque o sei secondi in un silenzio imbarazzato e intervengo: “Ma ho sentito bene, lei sta telefonando a qualcuno dicendo che qui ci sono due” neri” che la stanno bloccando?” Si capiva benissimo che stava parlando con qualcuno all’interno che, essendo il tono confidente, era certamente conosciuto.

Non mi risponde. Aggiungo, allora: “Si rende conto di avere pronunziato una frase razzista? …silenzio…, poiché qui non si tratta di “neri” che la bloccano, ma di due lavoratori che fanno il lavoro loro affidato… silenzio, e anche perché è noto a tutti gli esseri pensanti che le razze non esistono, sono un concetto antiscientifico“… silenzio.

Mi accorgo anche di star facendo un sermoncino, ma il parlato non mi viene diversamente. Ero incredulo, e immediatamente incazzato.

A quel punto si avvicina anche l’altro commesso, alto circa due metri, una vera ala forte da basket che, alleandosi obiettivamente a me, cerca di tranquillizzare il collega che stava per esplodere. I presenti, allibiti, per circa mezzo minuto non intervengono, finché una signora piccolina comincia a darmi ragione, mentre un signore anziano, al contrario, inizia a proferire una serie di contumelie contro di me del tipo “Lei è un cafone, maleducato, ma come si permette, idiota“, e via così. Ho reagito verbalmente mantenendo un tono fermo, ma senza rispondere con espressioni aggressive, solo dicendo che la mala-educazione forse apparteneva a lui fin dalla lontana infanzia, devo aver detto.

Questo, nell’accogliente Friuli del 2020.

Piccolo parco milanese dedicato a Indro Montanelli: qualcuno vuole tirare giù la sua statua, poiché è stato pedofilo in gioventù durante la Guerra di Abissinia. In America vogliono abbattere la statua di Cristoforo Colombo. La imbrattano di rosso. Poveri ignorantelli.

Altrove si stanno abbattendo le statue di commercianti di schiavi e di generali Unionisti sconfitti nella Guerra di Secessione.

Montanelli, la statua di Colombo divelta a Richmond e a Boston, i commercianti di schiavi, i militari sudisti, tutto da abbattere. E allora, perché non distruggere le statue di Socrate, di Giulio Cesare, di Adriano, che avevano una visione dell’educazione e dei rapporti umani improntati alla greca paidèia? Platone come il mercante schiavista.

Perché non distruggere tutti i libri di Kant, perché ha scritto qualche frase razzista?

Perché non abolire la lettura liturgica delle Lettere di San Paolo, perché non era antischiavista alla lettera?

Ignoranza diffusa, crassa e abbondante. San Paolo, nella Lettera a Filemone implora questo signore di perdonare lo schiavo fuggito, potendo egli come padrone, secondo le leggi romane di allora, addirittura togliergli la vita? A questi signori che fanno d’ogni erba un fascio suggerirei di farsi leggere e spiegare il versetto 11 del capitolo terzo della Lettera agli abitanti di Colossi e il versetto 28 del capitolo terzo della Lettera agli abitanti della Galazia, sempre di Paolo di Tarso, dove si afferma l’assoluta uguaglianza fra tutti gli esseri umani, prodromo filosofico-morale di tutta le norme successive, fino all’Illuminismo.

La servitù della gleba è stata abolita formalmente in Russia solo oltre la metà del XIX secolo dallo zar Alessandro II, ma nei fatti continuò. Del razzismo statunitense e delle sue date ho già scritto nei pezzi precedenti, e non mi ripeto.

Certamente alcune statue sono simboli di ingiustizie radicali perpetrate nei secoli verso milioni di esseri umani, e fanno problema, ma la loro distruzione non migliora la cultura generale, né quella individuale dei manifestanti. Piuttosto è nella scuola dell’obbligo della grande Nazione americana e ovunque che bisogna operare, promuovendo cultura e conoscenza.

Non dimentichiamoci del norvegese Anders Brejvik che poco più di dieci anni fa ha fucilato 77 giovani del partito socialista nell’isola di Utonomja e ad Oslo. Se in America non si placa la guerra ai simboli dell’odio, non dimentichiamo la storia dell’apartheid sudafricana e anche dell’omicidio razzista di Olof Palme, che fu ucciso per strada a Stoccolma, probabilmente da un sicario assoldato dai servizi segreti del Sudafrica.

Non dimentichiamoci dei pogrom russo-ucraino-polacchi dei secoli XVI, XVII e XVIII contro gli Ebrei.

Non dimentichiamoci della Shoah, della Conferenza di Wannsee e delle leggi infami italiane del 1938. Non dimentichiamo nulla, se vogliamo che ogni popolo, ogni nazione faccia i conti fino in fondo con i propri fantasmi orrendi.

Questo direi anche alla speaker democratica del Parlamento americano Nancy Pelosi. Non tanto abbattere statue, ma migliorare la cultura degli Americani e dei giovani in particolare, cui, se non possono permetterselo con mezzi familiari propri, son dedicate scuole mediocri: quello che loro chiamano “liceo”, da quasi tutti frequentato, è solo la pallida ombra di un liceo classico o scientifico italiano o tedesco. La cultura media degli americani è scarsa, insufficiente. Loro parlano inglese e conoscono il computer, ma non hanno alba di storia dell’Europa (loro mamma e papà spirituale) e universale.

Prima di abbattere le statue di chicchessia, cari leader americani, abbattete la vostra ignoranza. Anzi, non solo gli americani, tutti, tutte le nazioni sono povere di conoscenza.

Ho letto le schede della Commissione Colao. Un buon lavoro propositivo, ma due cose: quali strutture gestionali saranno in grado di attuarle, anche solo in parte? Perché non si è sottolineato di più l’esigenza di una formazione antropologica ed etica? Non bastano i diagrammi psicometrici per cambiare, occorre la filosofia, caro dottore Colao! E a me ben poco caro prof Conte.

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Adnan, siculo-pakistano è morto, ucciso dalla mafia dei caporali. La sua tragica fine, dimenticata dai media, “vale” moralmente come quella di George

Caltanissetta è una città della bella Sicilia piena di sole, abitata dai Nisseni. Tutt’intorno vibra la vita antica della Trinacria greca, bizantina e islamica.

Adnan Siddique

Adnan lì viveva da cinque anni a Caltanissetta. Lì lavorava, lì cercava di collaborare civicamente e moralmente alla vita sociale e lavorativa degli autoctoni e dei suoi connazionali lì residenti. E’ stato ucciso a coltellate per aver difeso dei braccianti attivi nelle campagne, colà, come in altre parti d’Italia, brutalmente sfruttati dai cosiddetti “caporali”, delinquenti professi e cinicamente attivi.

Adnan Siddique era un manutentore di macchine tessili, ed era quindi un operatore specializzato, colto di cultura del lavoro, sensibile. Quando ha accompagnato un connazionale a sporgere denuncia perché retribuito con una cifra che era solo metà di quella contrattuale, la sua storia personale è cambiata. Ha iniziato a subire minacce e aggressioni fisiche fino all’epilogo tragico del 3 Giugno scorso, quando, in casa sua, è stato ammazzato con un coltello da macellaio. Sono stati fermati diversi suoi connazionali, che evidentemente si erano integrati nel crimine locale, imparando il peggio di quella sub-cultura, e portando il peggio della propria.

Per le sub-culture il valore della vita umana del singolo essere umano è molto basso, quasi inesistente, scambiabile per pochi denari o per l’ottenimento di beni di esiguo valore, o per vendetta rispetto a comportamenti che questi assassini ritengono pregiudizievoli dei propri affari o “privilegi”.

Questi assassini sono persone ignoranti e violente, per le quali sopprimere un uomo o una donna costituisce nient’altro che un “fatto tecnico”, da attuare rapidamente e possibilmente senza farsi scoprire.

Non saprei qualificare (non parlo di quantificarlo) il rimorso rispetto al proprio stato interiore, in quanto, se il valore della vita umana altrui è tanto inconsistente, pare evidente che non provochi significative reazioni psicologiche. L’assenza di empatia, che sia totale o parziale, è l’ambiente psico-spirituale e morale nel quale possono essere assunte certe decisioni finalizzate all’omicidio.

La tragedia è stata denunziata da vicini di Adnan che lo hanno sentito gridare, e in breve i carabinieri hanno intercettato alcuni degli assassini sporchi di sangue.

Perché bisogna parlare di questo atroce delitto, almeno come si è giustamente parlato e si continua, dell’orrore di Minneapolis? Anche se nel caso italiano non sono coinvolte le forze dell’ordine?

Un alto ufficiale dell’Arma , amico mio, mi ha spiegato come avviene l’addestramento delle reclute. Si cura molto l’aspetto tecnico, ma si dovrebbe curare di più e meglio quello psico-morale. Eventi come quelli di Cucchi, Uva e Aldrovandi non dovrebbero succedere, anche se nei grandi numeri, la statistica ci insegna che qualcosa non è prevedibile nell’agire umano.

Nel caso di Caltanissetta, invece, i carabinieri sono arrivati in soccorso, come in innumerevoli altri casi, che non conoscono la ribalta delle cronache. Ma lì Adnan era già morto.

In Italia viviamo in una temperie psico-morale più matura e civile di quelle americana, perché veniamo da più lontano (e speriamo di andare lontano), anche se molti non ci amano, in giro per il mondo, magari perché gelosi, come lo sono diversi grandi popoli a noi molto vicini, che non voglio neanche citare, poiché lo ho fatto altre volte.

Questi tempi, però, suggeriscono di stare in guardia, perché la mondializzazione e la globalizzazione non sono solo un fenomeno economico-finanziario, ma anche qualcosa di legato alla comunicazione in tempo reale e alle sue deformazioni. Un omicidio come quello di Adnan è connesso, sia all’ambiente nel quale è avvenuto, sia all’oggettività dei grandi flussi umani che stano accadendo da qualche decennio.

Per questo occorre vigilare sui modi del cambiamento globalizzante e investire denaro pubblico nella formazione dei giovani e nell’assistenza alle famiglie disagiate. Anche in Italia abbiamo non poco lavoro da fare.

Il 2 Giugno e l’appartenenza: ognuno di noi appartiene a… “qualcosa”: a se stesso (con dei limiti), alla famiglia, al proprio territorio, alla Patria (si può dire o lasciamo che lo dica solo la destra politica?), all’azienda dove lavora, a una religione, a una associazione, a una squadra di calcio… ad libitum

La morte crudele di George Floyd sta scuotendo l’America, e paradossalmente può perfino giovare a Trump. Io penso che Trump abbia battuto Hillary Rodham Clinton, non solo perché il sistema elettorale americano è quantomeno strampalato, ma perché nell’America profonda albergano ancora sentimenti razzisti, e diffusi non poco.

L’appartenenza

Non solo i suprematisti bianchi, nazistoidi e fascisti, ma anche altre fasce di popolazione civile negli USA conservano – nel profondo – sentimenti ancora razzisti, che sono come incistati in una memoria antica, vorrei dire quasi da annettere a una sorta di genetica storica.

Ora, la scelta peggiore del Presidente americano potrebbe essere quella di mandare le “Troops“, cioè la polizia militare, che è abituata a scenari di guerra esterni, e dunque non al controllo di vie e piazze metropolitane.

In realtà, il malcontento americano ha ragioni profonde, che vengono da molto lontano: Rosa Parks che si rifiutò negli anni ’50 di cedere il suo posto in bus a un viaggiatore bianco, l’Act emanato dal Presidente Johnson che parificò i diritti tra le etnie bianca, afroamericana e ispanica, la lezione di Martin Luther King, ucciso per le sue lotte, e anche di Malcolm X, morto allo stesso modo, ma anche la presenza nello sport delle glorie americane di innumerevoli neri, basti pensare al basket e all’atletica leggera, dove quei “tipi” umani dominano, e tali ragioni non bastano.

In America, nell’America della grande campagna, della provincia di mille e mille piccole comunità locali, vive ancora un sentimento nutrito di razzismo, di appartenenza a una visione insopprimibile di superiorità bianca, e di malcontento per ogni violazione di questo convincimento quasi scritto nel sangue. E poi vi è un’altra componente: lo spirito della frontiera in America non si è spento: non è molto diverso da quello che aveva abituato la gente ad impiccare un colpevole di abigeato, fino a fine ‘800: se rubavi un cavallo a Wichita o a Tombstone nel 1881, potevi essere condannato a morte per impiccagione sulla pubblica piazza, poiché il cavallo, in quelle terre “selvagge” (per i bianchi), era condizione di vita o di morte per il suo possessore.

Se ci si vuole documentare ulteriormente sulla cultura razzista americana, e sulle cause socio-culturali dei delitti razziali, come quello di Rodney King del 1992, si trovano tracce in qualcosa che si muoveva nell’immediato dopoguerra negli Stati del Sud come le Slave Patrols (pattuglie schiaviste), presenti nella composita Nazione fin dalle misure antirazziste del Presidente Lincoln nel 1865. Se nel 1868 i cosiddetti Codici Neri avevano posto nella Costituzione federale le norme volute dal grande Presidente, nel 1888 le Leggi Jim Crow riportavano la situazione a prima di Lincoln. E così si andò avanti per quasi un altro secolo durante il quale, fono alle misure emanate dal Presidente Johnson, il linciaggio di un nero non veniva in alcun modo punito.

Per gli Americani la Patria è questa congerie potente di sentimenti e di spirito di appartenenza, vale a dire che la Patria americana, quella dei Padri pellegrini e della conquista dei territori contro Inglesi, Francesi e Spagnoli, è qualcosa di sacro, di mitologico, di eterno. Per questo il loro patriottismo si esprime nelle guerre, anche in quelle di liberazione, che hanno liberato anche noi, e in quelle che si sono convinti fossero di liberazione, ma erano altro, di pericoloso e dannoso, come la Seconda Guerra del Golfo, per la quale George W. Bush,
supportato dal “deficiente” Blair, imbrogliò il suo popolo, che si fece imbrogliare, però.

Il 2 Giugno è la Festa della repubblica. Il Presidente Mattarella si è detto “(…) fiero del suo Paese“. Mi sono chiesto perché non abbia detto “fiero dell’Italia” oppure “fiero della sua Patria“, cioè perché il termine “Patria” non si riesca a dire nelle più alte sfere, lasciandolo in uso alla destra. Oggi lo griderà Meloni in Piazza del Popolo.

Ti ricordo, mio gentil lettore, su suggerimento della collega professoressa Anna Colaiacovo da Pescara, che l’ultimo Presidente della repubblica che usava correntemente la dizione “Patria” fu Carlo Azeglio Ciampi, certamente non uomo di sinistra, ma senz’altro non di destra, garbato, colto e sincero democratico.

Io sono di sinistra (moderata) e non temo di nominare l’Italia come mia Patria. Provo senso di appartenenza per la Patria, senza sentirmi per nulla di destra. Sono passati 75 dalla fine del fascismo, anzi 77, e qualcuno ha ancora paura di parlare di “Patria”. Si pensi che due o tre anni fa scrissi su questo tema una lettera al Presidente, il quale mi rispose con un biglietto di suo pugno, con molto garbo e riconoscenza. Ma tant’è.

Commitment è il termine anglofono di dire l’appartenenza in azienda, quando si scelgono gli item per le analisi del clima. Ebbene, i lavoratori sono quasi sempre orgogliosi di appartenere all’azienda dove lavorano, la sentono “loro”, quasi come “propria”, parlano dell’azienda dove lavorano dicendo spesso “la mia azienda”, sapendo bene che l’aggettivo possessivo non significa che la possiedono in senso proprio, ben conoscendo i principi della proprietà privata, che apprezzano e stimano. Nella mia non breve esperienza di frequentazione di aziende, di cui alcune molto importanti e di cospicue dimensioni, sia nei momenti “normali”, sia nei momenti difficili o addirittura drammatici, i lavoratori hanno sentito la “loro azienda” ancora più “loro”, come Bene comune da salvaguardare prima e al di là di ogni cosa. E qui ricordo, senza citarla ancora, una delle aziende che mi sono più care, con la quale collaboro da più di un decennio, quando due anni e mezzo fa fu colpita da un gravissimo incendio: bene, tutti i dipendenti si strinsero attorno all’imprenditore e, insieme, la fecero rinascere più grande e forte di prima.

Questa è l’Appartenenza con la A maiuscola!

Un altro modo di “appartenere” è quello del tifo sportivo, specialmente quello calcistico, in questa tipologia caratteristica soprattutto dei maschi. Fanno male i politici che amministrano il settore a sottovalutare questo tipo di appartenenza. Nella vicenda calcistica di questi mesi e settimane ho sentito il Ministro dello sport affermare di essere ministro dello sport, non del calcio. Che significa questa sottolineatura scontata? Che c’è una sorta di vezzosa o snobistica avversione per questo sport, che in Italia è, non solo il più popolare, ma anche lo sport che con i suoi incassi garantisce anche agli altri sport opportuni finanziamenti attraverso lo Stato e il Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

Posso parlare anche dell’appartenenza a qualche scuola filosofica. Anche in questo ambito vi sono persone e colleghi che ritengono la loro propria impostazione ideologico-teoretica la unica degna di studio e di attenzione, mentre le altre sono solo sottospecie incomplete, imperfette o addirittura dannose. E’ vero il contrario: ogni modello di pensiero umano, dispiegatosi nella storia, dai naturalisti pre-socratici, ai grandi Greci da Socrate, ai Padri della chiesa cristiana antica, ai Medievali, fino ai Moderni (da Galileo e Descartes), fino ai contemporanei, il pensiero umano, qui in Occidente come in Oriente ha rappresentato il modello per ogni riflessione critica e logico-argomentativa, indispensabile per il progresso scientifico e per il miglioramento del lavoro e della vita umana. Chi tra i pensatori odierni (questa strana e dannosa scuola annovera – in particolare – grazie a Dio fra pochi altri, un filosofo francese, mio collega nella filosofia pratica, con il quale non ho quasi nulla da spartire) ritiene che tutto si risolva tra un e un no, uno 0 e un 1, una x o una y, ponendo l’alternativa secca, binaria, tra due poli / estremi, fa un grave danno al pensiero, poiché la realtà è molto più complessa e di faticosa e paziente comprensione. Il manicheismo, cioè una visione del mondo e della vita morale umana impostati dal sacerdote persiano Mani, è stato nell’antichità cristiana, (III, IV e V sec.) un grave momento di scontro con il cristianesimo, che era più dialogico e dialettico, basato sui Vangeli e sulla grande tradizione filosofica greca platonico-aristotelica e stoico/ scettica (quest’ultima rinvenibile, anche, tra le righe, nei loghia (detti) di Gesù di Nazaret, mia personale opinione teologica, così come sono riportati dagli evangelisti). Ci sono ancora dei “manichei” odierni, che pensano di avere sempre ragione e che gli altri abbiano sempre torto. Costoro, questi moderni manichei, sono dei settari che fanno del male prima di tutto a se stessi, e poi agli altri e alle strutture dove operano.

Se infine parliamo delle religioni, troviamo ulteriori esempi di come l’appartenenza non deve mai essere connotata da assolutismo e fanatismo. La grande storia racconta in tema molte drammatiche vicende, ad esempio, in Oriente tra Indù e Musulmani che si scannarono per secoli, e soprattutto nel bacino mediterraneo, tra Cristiani e Islamici, su cui ci sarebbe molto da dire, ma anche tra Cristiani e… Cristiani: basti ricordare la Guerra dei Trent’anni (1618/ 1648) fra Cattolici e Riformati, cioè fra Nord e Sud Europa, che provocò centinaia di migliaia di morti. Ci volle la Pace di Westfalia per trovare un modus vivendi decente. E ad oggi questa storia è tutt’altro che terminata. L’islam negli ultimi decenni ha conosciuto un’involuzione terroristica che ha trovato precisi e drammatici agganci e concause in politiche economiche e militari dell’Occidente, soprattutto a guida USA, ma anche a guida degli ex paesi coloniali come la Francia (guerra civile di Libia dal 2011) e la Gran Bretagna (Seconda Guerra del Golfo, con la nefanda politica di Tony Blair).

Potrei continuare, ma mi pare basti. Il tema dell’appartenenza, dunque, è importante, fondamentale, maledettamente serio, sia per l’umana convivenza sia per la crescita civile, morale e culturale delle persone, di tutte le nazioni e di tutti i continenti della Terra.

George Floyd è morto, ucciso per strada a Minneapolis, nell'(in)-civile America (?)

Derek Chauvin, poliziotto 46enne, da 19 in polizia, ha ucciso George Floyd tenendolo bloccato a terra con un ginocchio sul collo, dopo averlo ammanettato. Il filmato di un passante sottolinea l’inesorabile decisione del poliziotto di continuare nella sua azione, nonostante il povero uomo catturato si stesse lamentando che non respirava più “I cannot breathe, I cannot br...”

Arrivata l’ambulanza George è morto.

In un primo momento, con la prima autopsia, è stato insinuato che Floyd fosse cardiopatico e quindi indebolito, mentre l’autopsia successiva, indipendente, ha confermato quello che si è visto davanti al mondo: che George Floyd è morto per soffocamento meccanico dovuto alla pressione del ginocchio del poliziotto durata almeno dieci minuti. Si tratta di omicidio, se di primo o di secondo grado, secondo l’ordinamento penale americano, lo stabilirà una giuria popolare, sempre se il procuratore vorrà proporre gli esiti di tutte e due le autopsie..

Sono stupìto ogni volta che accade un fatto del genere. Non ce la faccio a rassegnarmi che il metodo western sia ancora vivissimo negli USA. Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha chiesto perché l’omicida non fosse in carcere per omicidio, intanto. Poi è stato incarcerato con l’accusa di omicidio preterintenzionale, cioè non voleva ucciderlo: si è realizzata – come si dice in filosofia – un’eterogenesi dei fini.

Mi chiedo che cosa abbia prodotto tutto ciò e c’è da pensare molto, con l’aiuto di psicologia, sociologia, storia, cultura, politica, filosofia morale… umanità.

La polizia americana ha una tradizione di brutalità: circa 1000 morti all’anno al momento della cattura o nei dintorni.

Altre cronache però mettono in vista altri aspetti sulla Polizia americana, come quelli del rischio che corrono nella lotta alla delinquenza. Molti poliziotti perdono la vita facendo il loro lavoro. E dunque, quando si pensa e si esamina il caso di George Floyd, non si può non pensare anche al contesto sociale, culturale e politico in cui le cose avvengono.

A volte pare che in America la cultura razzista sia ancora ben radicata, senza voler dire che il Ku Klux Klan sia ancora quello che era in Georgia e in Alabama negli anni ’50 e ’60. E anche che il West selvaggio sia ancora ben presente nel pensare e nel fare “americano”. Uso ancora questo aggettivo scorretto, “americano”, perché ci si capisce bene. Statunitense è troppo lento.

Il corpaccione del poliziotto che ha causato la morte di Floyd è un emblema di quel modo di “fare” pubblica sicurezza, uno stile, un mood.

Ora le strade di Minneapolis e di altre città americane sono in subbuglio.

Si può definire, di fronte a questi eventi, in-civile l’America statunitense? E’ legittimo? Che cosa significa essere civili? Avere accettato alcuni principi etici fondamentali: a) lo stato di diritto e quindi l’uguaglianza sostanziale tra tutti gli esseri umani tra loro e nei confronti dello Stato, innanzitutto, quello nato dalla Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo partorito dalle due grandi Rivoluzioni di fine ‘700, a loro volta ispirate, più prossimamente dall’Illuminismo di un Montesquieu, e prima ancora dalla dottrina biblico-paolina (cf. Genesi 1, 27; Lettera ai Galati 3, 28; Lettera ai Colossesi 3, 11), principi ribaditi poco più di settant’anni fa dopo la Seconda Guerra mondiale; b) la parità di diritti tra uomini e donne, faticosamente conquistata, ma non del tutto e non ovunque, come sappiamo (si pensi che il diritto di voto alle donne in Italia risale solo al 1946!); c) l’uguaglianza di opportunità di studio, lavoro e crescita individuale e sociale; e, se vogliamo anche altre declinazioni più precise dei diritti&doveri dell’uomo.

Intere aree del mondo e nazioni non conoscono, né applicano questi principi, tuttora, e ciò è un tema e problema centrale di questi decenni che viviamo. Le donne avranno un ruolo principale nella “liberazione” da queste catene fisiche, politiche e da panìe culturali insopportabili.

Su questo tema potrebbe essere utile rileggere perfino il nostro Mazzini, filosofo politico un poco dimenticato, che scrisse “Dei diritti e dei doveri“, quando di diritti si parlava ancora molto faticosamente, a partire da quello della libertà individuale e sociale, e della connessa giustizia, senza la quale la libertà stessa è indebolita e… afona.

E dunque, tornando al povero George Floyd, quanto civile è la grande e democratica America, che è stata indispensabile nel XX secolo per sconfiggere le tirannie più pericolose, ma si è anche persa in politiche e scelte militari sbagliate, o addirittura nefande, come nella guerra del Vietnam e nel sostegno a squallide e tremende dittature militari (ad esempio nella vicenda cilena), oppure interferendo pesantemente nella vita di nazioni come l’Italia, alla luce dei principi geopolitici di Yalta, decisi con due immensi campioni di cinismo politico-morale come Stalin e Churchill?

Domanda lunghissima, che lascia anche me che la ho formulata, senza respiro.

Risponderei che non si può definire in-civili gli Stati Uniti d’America, ma immediatamente occorre dire che molta strada questa grande Nazione deve fare per raggiungere uno standard più equilibrato di vita civile. C’è molto lavoro da fare sul piano culturale, a partire dalle scuole e dalle comunità locali. Le leggi americane sono improntate ai più nobili principi di Libertà e Giustizia, dai tempi dei Padri fondatori come Washington e Jefferson, che pure erano ancora schiavisti, ma cominciavano a pensare all’uomo come un essere parimenti portatore dei medesimi diritti. L’America di Thoreau e di Emerson sta sotto le righe dell’America crudele e competitiva, e ancora razzista tra le pieghe dell’anima di molti.

Occorre che anche quell’America emerga alla luce, in ogni città, in ogni quartiere, in ogni famiglia: così allora casi come quello di Minneapolis, Minnesota, non accadranno più. Forse.

Furbizia versus intelligenza

Molti scambiano queste due caratteristiche psicologico-spirituali, oppure le ritengono talmente analoghe da apparentarle indebitamente. La furbizia o furberia, come concetto, crea difficoltà a chi voglia collocarla nel novero dei vizi o delle virtù. Può apparire virtù, se serve a salvaguardare chi la usa da pericoli e rischi, ma può altrettanto apparire come un vizio se viene utilizzata per l’inganno a scapito di qualcuno e a favore di chi la usa.

Secondo alcuni linguisti la parola furbo deriva dal francese “fourbe” (ladro). Ma secondo altre più recenti ipotesi la parola “furbo” verrebbe dal latino fur-furis” (ladro) trasformatosi poi, fra il IV e il VI secolo d.C., in ”furvus”, voce attestata anche con il significato di ”nero, fosco, buio”.

L’intelligenza o, nel classico linguaggio dei filosofi, l’intelletto, è la facoltà raziocinante, la capacità di “leggere-dentro” le cose (dal latino intus-legere, da cui intellectus, cioè intelligenza). A volte si nota che le persone intelligenti sono poco furbe: già questa constatazione è illuminante sul fatto che si tratta di due caratteristiche umane, e anche animali, molto differenti. Non dimentichiamo che anche degli animali si può dire, in vario modo, che sono intelligenti e/ o furbi. Un’intera aneddotica mitologica ne parla, da Esopo a Gianni Rodari: il leone, il gatto e la volpe (Collodi), il cane, il cavallo, la pantera e la tigre (Kipling), l’orso, i paperi, i topi (Disney). E via dicendo.

L’antropomorfizzazione degli animali, con riferimento a intelligenza furbizia è nota. Di seguito ho scelto di pubblicare alcuni aforismi non banali in tema.

La furbizia è l’idea che lo stupido ha dell’intelligenza. (P. Caruso)

Pino Caruso è stato un comico, ma mi pare che qui sia stato molto filosofico: la comicità è un’arte che ha molto a che fare con l’amore-per-la-vera-sapienza.

La furbizia è un surrogato truffaldino dell’intelligenza. Se questa riscuote più credito, quella ottiene più successo. (R. Gervaso)

Roberto Gervaso è stato un giornalista di vaglia, anche se di orientamento politico a me per nulla affine, epperò qui coglie nel segno.

Che la furbizia sia caratteristica servile, e mai signorile, è la sola fondamentale scoperta politica che milioni di italiani devono ancora fare. (M. Serra)

Michele Serra possiede un’arguzia tagliente, come quella di certi aforisti rinascimentali.

I furbi ci fottono sempre al momento giusto, nel posto giusto, col sorriso giusto. Camminano con sprezzo anche sopra la loro merda. (Charles Bukowski)

Lo scrittore americano non lesina l’uso di termini popolari, per modo di dire: anche la merda va bene per chiarire i concetti.

È più facile che sia furbo un cretino che un intelligente. (Roberto Gervaso)

…e questa è la peggior punizione del furbo.

Quando tra gli imbecilli ed i furbi si stabilisce una alleanza, state bene attenti che il fascismo è alle porte.
(Leonardo Sciascia)

…attenzione, attenzione!

La mia totale mancanza di furbizia mi condanna ad un’esistenza irragionevolmente e svantaggiosamente onesta. (I. Bauer)

Ida Bauer dissimula molto bene un dispiacere che non prova, perché sa che nulla paga di più di una coscienza onesta, nella vita.

La furbizia non è una qualità né troppo buona, né troppo cattiva: oscilla tra il vizio e la virtù. Non c’è incontro in cui non la si possa e, forse, non la si debba sostituire con la prudenza. (J. de La Bruyere)

Jean de La Bruyere, da buon uomo dell’età barocca, ama interloquire con circonlocuzioni che mettono il lettore nelle condizioni di dover pensare, e al cosa è molto utile, specie di questi tempi.

Quasi nessuno scopre mai che le sue azioni feriscono davvero gli altri. La gente non migliora, diventa solo più furba. Quando diventi più furbo, non smetti di strappare le ali alle mosche, cerchi solo di trovare dei motivi migliori per farlo. (S. King)

Stephen King ha ben presente come è l’umano, quando sfiora il demoniaco e la malvagità, lasciando l’amaro in bocca, con poca speranza. Non nulla, ma molto poca.

Il motivo per cui stupidi e furfanti se la cavano meglio al mondo di uomini più saggi e onesti è che sono più vicini al carattere generale dell’umanità, che è null’altro che un insieme di inganno e stupidità. (S. Butler)

Samuel Butler manifesta un pessimismo quasi cosmico, sfiduciato praticamente del tutto nei confronti dell’umano.

Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. I furbi si fanno sostituire.
(R. “Freak” Antoni)

Umorismo fine quello di “Freak” Antoni.

La furbizia è la sorella stupida dell’intelligenza. (Paola Poli)

Più aforismatica di così…

Io mi sono allenato per 20 anni, ho avuto una carriera lunghissima come velocista, ma non mi sono mai neanche strappato. Invece, se avessi fatto uso di steroidi anabolizzanti, mi sarei strappato chissà quante volte. Lo sport deve rimanere l’ultimo baluardo del tessuto sociale per quanto riguarda il rispetto delle regole. Insomma, tra gli atleti deve vincere il più bravo, non il più furbo. (P. Mennea)

Pietro Mennea è un pedagogista morale naturale. Il grande atleta che è stato si riflette come una metafora sulla dimensione esistenziale di ciascun uomo libero e pensante.

In Italia quella tra cittadino e legalità è una relazione sofferta, la cultura di questo Paese di corporazioni è basata soprattutto su furbizia e privilegio. (G. Colombo)

L’antico giudice milanese, praticando da tutta la vita persone dedite alla violazione delle leggi, si è fatta un’idea monocorde, penso non condivisibile, dell’Italia.

Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro. (G. Prezzolini)

Quanto mancano persone come Prezzolini al nostro tempo, in mezzo a tanto inutile e pericoloso “politicamente corretto”!

L’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. (I. Svevo)

La metafora equazionale di Ettore Schmitz sta in piedi come una analoga algebrica.

La verità è che è più furbo scappare. Lo scontro migliore è quello che eviti. Ma io non ho mai sostenuto di essere furbo. Solo ostinato e ogni tanto irritabile. (L. Child)

Ecco che Leo Child specifica ciò che è meglio essere, piuttosto che furbo, Sono d’accordo, pienamente.

La furbizia non è un aspetto dell’intelligenza, ma la faccia nascosta della disonestà.
(P. Caruso)

Il comico siculo, conoscendo dal vivo molta disonestà, afferma con chiarezza da che parte sta, proprio guardandosi in giro dove vive e più in generale.

L’imbecille totale è preferibile a chi mette la furberia al servizio della stupidità. Il primo, di solito, è innocuo; il secondo, pericoloso a se stesso e agli altri perché, scambiando la furberia per intelligenza, non capisce quanto sia stupido. (R. Gervaso)

L’acutezza gervasiana penso qui raggiunga un suo culmine, poiché è una verità centrale sapere che chi pensa di essere intelligente perché è furbo, in realtà è proprio uno stupido.

L’italiano ha un tale culto per la furbizia che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. (G. Prezzolini)

Concludo con questo divertente paradosso del grande Prezzolini, al quale perdoniamo qualche appartenenza (o quasi) politica, anche solo per la sua intelligenza simpatica.

Furbizia e intelligenza, quindi, non sono neppure sorelle e neanche cugine, ma due caratteristiche mentali differenti, là dove ciascuna qualità può essere comunque utilizzata con correttezza. Anche nei vangeli troviamo accenni alla furbizia, senza che ciò significhi doppiezza e ambiguità immorali. Basti considerare il loghion gesuano che si trova in Matteo 18, 3: «Se non diventerete come i bambini non entrerete nel Regno dei cieli», aveva appunto ammonito Gesù.

Un altro locus evangelico troviamo in Luca al capitolo 16 (1-13), dove una parabola racconta di una utile e “virtuosa” astuzia: «il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza». La lode narrata da Gesù appare non come una sorta di sorprendente giudizio immorale, ma come un riconoscimento della scaltrezza come qualità di sopravvivenza.

Non dimentichiamo infine anche le lodi del Maestro di Nazaret a certi comportamenti astuti del serpente, invitando l’uomo ad imitarlo, ma mantenendosi puro come colomba (cf. Matteo 10, 16), per vivere con intelligenza.

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