Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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“Gelosia” vs., oppure “invidia”? “Invidia” vs., ovvero “gelosia?”

Molti confondono e usano indifferentemente gelosia al posto di invidia e il contrario, ignorando o trascurando che non sono sinonimi. Vediamone l’etimologia e le accezioni.

L’ Invidia dal latino in-vidère, è un vizio gravissimo, secondo gli antichi Padri della Chiesa Giovanni Cassiano, Giovanni Climaco, Agostino, Gregorio Magno, tra diversi altri, forse il secondo più grave dei sette, poiché il più grave resta la superbia, cioè il sentimento di superiorità che consente moralmente, nella coscienza (o assenza della) del singolo, qualsiasi azione e nefandezza sugli altri.

L’invidia è un “guardare contro”, un “guardare male”, cioè un augurare il male agli altri. Precede immediatamente l’odio, secondo logica pratica. Lo precede, perché ne è generatrice. Se tu sei invidioso di qualcuno che magari ha successo, se continua ad averlo puoi cominciare ad odiarlo, proprio perché il suo successo non finisce mai, e il tuo (successo) tarda ad arrivare (se mai arriverà). O no, gentile lettore?

Possono darsi numerosi esempi nella vita di ciascuno: professionali, parentali, amicali, che poi, proprio per la presenza di questi due vizi passionali, tali non sono.

La gelosia , etimologicamente dal latino zelosus, aggettivo di zēlus derivando dal termine greco ζήλoς (zélos), che vuol dire zelo, emulazione, brama, desiderio di imitare, è un sentimento umanissimo. Se la gelosia non viene controllata, può nel tempo assomigliare sempre più all’invidia, ma non è mai la medesima cosa.

La gelosia può comparire perfino nei bimbi, anche piccolissimi, e si può immediatamente affermare che è essa presente, peraltro come lo è l’invidia, in tutte le culture umane, in tutti i luoghi e in tutti i tempi. Basterebbe citassimo gli innumerevoli episodi, spesso terminati tragicamente, accaduti nelle corti e nei sistemi politici di ogni tempo e luogo (specialmente nelle autocrazie antiche e nelle dittature di ogni tempo), laddove chi comandava ha soppresso chi riteneva potesse insidiarne il potere, o, viceversa, chi insidiava il potere ha proceduto con crudeltà e celerità a complottare e poi a sopprimere chi lo aveva sovrastato fino a quel momento.

Padri e figli, madri e figli, con il contorno di nipoti e zii si sono mossi sui sentieri asperrimi e tremendi della gelosia fattasi invidia e su ciò che tale sentimento iniziava a dettare nei loro cuori. Gli Annales di Tacito e le Storie di Tito Livio, i racconti di Tucidide, quelli dei Basilei bizantini, le tragedie del gran Bardo inglese, fino a Stalin e ai nostri giorni, la cronaca storica sono colmi di delitti nati nel coacervo cupo della gelosia fattasi patologia e poi invidia.

Ad esempio, nei rapporti umani privati, l’ansia, la sospettosità, la possessività, il senso di umiliazione e di incertezza, sono fomiti primari di questo sentimento, anche quando si declina nel timore di perdere l’affetto della persona amata, oppure di non ottenerlo. E allora registriamo gli omicidi (o, nel caso dell’uccisione di una donna, i “femminicidi”, infausto e diffusissimo termine neo costituitosi nelle cronache giornalistiche).

Dicevamo prima del primo manifestarsi della gelosia, anche in età infantile, come quando nasce un fratellino o sorellina. Io, però, ricordo, che quando nacque, due anni dopo di me, mia sorella Marina, non ero geloso di lei che era venuta al mondo, e occupava spazi e dedizione da parte di mamma Luisa fino a quel momento dedita solo a me, come a un “Gesù Bambino” redivivo e unico (copyright di mia cugina Lucilla Morlacchi), ma degli estranei che volevano toccarla, e dicevo, in un friulano già espressivo: “no totà ì, no totà ì“, cioè non toccarla.

Vi è dunque, come sottolinea anche Sigmund Freud la gelosia verso terzi (come nel mio citato caso e come nei rapporti di coppia quando interviene una terza persona, amante, o altro che sia). Nel caso della gelosia adulta, a volte si declina perfino come retroattiva, rivolta, cioè, al passato dell’amato o amata, di cui non si tollera amori precedenti.

Gelosia e invidia sono definibili come emozioni complesse originate socialmente. Sussistono aree non piccole di sovrapposizione tra la gelosia e l’invidia, in quanto il soggetto è coinvolto dalla percezione di un confronto sfavorevole in un campo esistenziale o professionale molto importante rispetto a un’altra persona, fatto che contribuisce a determinare un certo scadimento dell’autostima del soggetto stesso. Lì inizia un danno individuale e anche sociale.

Si tratta comunque emozioni spiacevoli e a volte penose. Sotto il profilo cognitivo, in ambedue le emozioni si attivano processi cognitivi disfunzionali, soprattutto quando si accrescono nel rimuginio e nella ruminazione. Ben diverso è il tipo di ruminazione che si attiva nei processi ermeneutico-interpretativi di un testo antico o moderno, cui si pensa e si ripensa, al fine di trovarvi, o fallacie oppure nuovi sensi e significati.

Gelosia e invidia si differenziano anche per diversi aspetti generativi: ad esempio, la gelosia si manifesta se nel confronto sociale una nostra qualità viene minacciata, mentre l’invidia è maggiormente presente se e quando la persona viene messa obiettivamente a confronto con qualcuno che risulta pubblicamente possedere una qualità maggiore, oppure un bene o una condizione più significativi, nel confronto con l’altro.
La gelosia si manifesta nei rapporti affettivi, soprattutto per la paura di perdere la totalità o l’esclusività di un legame affettivo, mentre l’invidia riguarda di più il rapporto con i beni o con determinate condizioni (di successo, di potere, di status);
Abbiamo già osservato che la gelosia è spesso fomentata da condizioni mentali di sospettosità, sfiducia, autosvalutazione, paura, ansia e rabbia, ipersensibilità alle frustrazioni ma anche amore e desiderio verso la persona di cui si è gelosi; l’invidia sorge dalla percezione di una inferiorità (anche solo pensata) nei confronti dell’altro, ed è talora sostenuta da un forte senso di possesso, e da un desiderio di danneggiare l’altro, pur – paradossalmente -anche in presenza di forme di ammirazione e di emulazione verso l’altro invidiato.

A questo punto Gelosia e Invidia diventano patologiche.

(…segue dal web)

Sulla Gelosia

Allo scopo di comprendere le differenze individuali Marrazziti e collaboratori (2010) hanno recentemente sviluppato un questionario inerente al tema della gelosia, con lo scopo di classificare le manifestazioni di gelosia nella popolazione non patologica, sulla base di quattro ipotetici profili: gelosia ossessiva, depressiva, associata ad ansia da separazione e paranoide. Le tipologie di gelosia si caratterizzano per i seguenti aspetti: nella forma ossessiva, sono presenti sentimenti egodistonici ed intrusivi di gelosia che la persona non riesce a far cessare; nella forma depressiva, la persona prova un senso di inadeguatezza rispetto al partner, aumentando il rischio percepito di tradimento; nella forma con associata ansia da separazione, la prospettiva di una perdita del partner appare intollerabile, e vi è un rapporto di dipendenza e di continua ricerca di vicinanza; nella forma paranoide, vi è un’estrema diffidenza e sospettosità, con comportamenti controllanti ed interpretativi. Tale strumento rappresenta un utile collegamento tra normalità e patologia, ed ha lo scopo di portare luce su un fenomeno molto diffuso, sebbene poco studiato, e fonte di disagio psicologico in un’ampia parte della popolazione.

Affrontando quindi il tema del continuum tra normalità e patologia, presentiamo brevemente la descrizione di gelosia normale e patologica. Si parla di gelosia normale quando è inseparabile dall’amore per il partner e mostra livelli di attivazione fisiologica accettabili. Non vi è rigidità e pervasività dei pensieri e nelle credenze legate alla sospettosità e minaccia di perdita del partner; non vi sono dilaganti comportamenti compulsivi di controllo, di investigazione nei comportamenti aggressivi e coercitivi.

Invece, la gelosia patologica si genera da comportamenti che non trovano riscontro nella realtà, da azioni infondate, e deriva, sostanzialmente, da un’angoscia che prende forma nella mente senza nessun riscontro oggettivo. Quest’angoscia produce delle vere e proprie rappresentazioni mentali in cui si costruiscono ad hoc lo scenario, il rivale e, più di tutto, le prove dell’infedeltà.

Quindi, la realtà viene erroneamente interpretata e tutto può essere frainteso. Questo, può portare a dei veri e propri deliri di gelosia che in alcuni casi sono all’origine di delitti passionali. Si tratta, dunque, di autentico delirio florido, esattamente come affermava Freud anni or sono, e rappresenta la parte più patologica della gelosia. Nei casi più estremi infatti non è raro che vi siano deliri di riferimento specifici definiti “deliri di gelosia”.

Questa forma di gelosia si manifesta con le seguenti caratteristiche: paura irrazionale dell’abbandono e tristezza per la possibile perdita; sospettosità per ogni comportamento relazionale del partner verso persone dell’altro sesso; controllo di ogni comportamento dell’ altro; invidia ed aggressività verso i possibili rivali; aggressività persecutoria verso il partner; sensazione d’ inadeguatezza e scarsa autostima di se stessi.

Sostanzialmente, è una sintomatologia affine a quella della dipendenza affettiva. La gelosia, dunque, potrebbe essere la manifestazione di una condizione patologica di dipendenza affettiva. Si può affermare che la gelosia e la dipendenza affettiva sono due facce di una stessa medaglia: se è presente l’una è molto probabile sia presente anche l’altra . Infatti, il dipendente affettivo agisce sulla scia di un bisogno: non voglio rimanere solo. Di conseguenza, nel momento in cui si assume che l’oggetto d’amore, senza un dato di realtà, possa venir meno, si manifesta questa strana sensazione di estrema vulnerabilità in cui iniziano i comportamenti investigativi e di controllo, nonché gesti disperati nel tentativo di tenere legato a sé l’oggetto d’amore. La gelosia patologica può riscontrarsi ad esempio nei disturbi della personalità, oppure in tratti di personalità sotto-soglia, ad esempio nel disturbo dipendente, bordeline, paranoide, narcisistico, antisociale, etc.

A livello comportamentale, capita spesso che persone che soffrono di gelosia patologica possano controllare o spiare la persona amata e, in alcuni casi, possono persino esercitare forme di controllo molto aggressive sul partner per prevenire l’infedeltà (usare violenza verbale, fisica o addirittura imprigionare chi si teme di perdere). L’intensità della gelosia è direttamente proporzionale alle dimensioni immaginarie della catastrofe della perdita della relazione e dell’amato intollerabile.

Tra le conseguenze della gelosia sulla persona amata, possono a volte essere presenti veri e propri comportamenti distruttivi nei suoi confronti, come provare odio o abusarne fisicamente, fino a considerare la persona che si ama disturbante quanto il rivale: basti pensare ai numerosi casi di aggressioni fisiche, violenze efferate e omicidi a sfondo passionale. Anche verso il rivale ci si comporta proiettando su di esso quasi esclusivamente sentimenti di annullamento e odio.

Sull’invidia

Come già esposto nei precedenti paragrafi, l’invidia è un’emozione altamente stigmatizzata nella nostra cultura, è l’emozione di cui si parla meno e di cui si è meno consapevoli. La psicoanalisi ha dedicato grande spazio all’invidia, nelle sue teorizzazioni sullo sviluppo infantile. Già Freud parlava del ‘complesso di evirazione tale per cui la bambina nell’infanzia prova l’ ‘invidia del pene’ quando viene a conoscenza del sesso maschile. Secondo Melanie Klein l’invidia è un’emozione fondamentale per il successivo sviluppo emotivo-affettivo del bambino. Nell’infanzia, se l’invidia non è eccessiva ed é adeguatamente supportata ed elaborata può essere superata e ben integrata nell’Io attraverso sentimenti di gratitudine.

Nel momento in cui questa emozione è negata e non riconosciuta può indurre emozioni disfunzionali secondarie (ansia, colpa, frustrazione) che aumentano il livello di sofferenza e di disagio psicologico. In generale l’invidia può divenire patologica nel momento in cui i contenuti e i processi cognitivi disfunzionali sono rigidi e perseveranti: il confronto con l’altro innesca pensieri e credenze di autosvalutazione e senso di inferiorità, che spingono l’individuo verso comportamenti distruttivi e aggressivi, verso l’altro o verso se stesso; mentre in taluni casi prevale un quadro di evitamento e passività, in cui sono presenti stati di impotenza e autocommiserazione.

L’invidia patologica è caratterizzata da una elevata quota di rancore e astio, al punto che la persona oggetto dell’invidia è deumanizzata e odiata; spesso sono presenti esperienze infantili traumatiche, in termini di abuso, umiliazione, denigrazione, criticismo, biasimo e sabotaggio del valore personale. Nelle persone che presentano invidia patologica è compresente una acuta emozione di vergogna e senso di inadeguatezza del sé. A livello comportamentale e cognitivo possono attuarsi modalità di relazione evitanti, defilate e schive caratterizzate da diffidenza nei confronti dell’altro; in alternativa, la vittima di invidia patologica può identificarsi con l’aggressore (ad esempio un caregiver umiliante) e perpetrare il ciclo dell’abuso attraverso la denigrazione e la svalutazione dell’altro attraverso agiti intenzionalmente diretti a danneggiare l’altro. In entrambi i casi è presente una marcata sensazione di inferiorità e inadeguatezza del sè.

Spesso possono accompagnarsi all’invidia patologica, patologie legate alla sfera dei disturbi depressivi, in cui è centrale l’auto-svalutazione del sé e l’autocommiserazione, così come in alcuni casi di disturbi della personalità, come ad esempio nel caso del disturbo di personalità narcisistico.

La gelosia comporta un intero “episodio emotivo”, compresa una complessa “narrazione”: le circostanze che portano alla gelosia, la gelosia stessa come emozione, qualsiasi tentativo di autoregolamentazione, azioni ed eventi successivi e la risoluzione dell’episodio. La narrazione può provenire da fatti, pensieri, percezioni, ricordi, ma anche immaginazione, assunti e ipotesi. Più la società e la cultura contano nella formazione di questi fattori, più la gelosia può avere un’origine sociale e culturale. Al contrario, Goldie mostra come la gelosia possa essere uno “stato cognitivamente impenetrabile“, in cui l’educazione e la credenza razionale sono molto poco importanti.

Una possibile spiegazione dell’origine della gelosia proviene dalla psicologia evoluzionista: secondo questa prospettiva, l’emozione si è evoluta al fine di massimizzare il successo dei nostri genii: la gelosia sarebbe un’emozione basata biologicamente, selezionata per favorire la certezza sulla paternità della propria progenie. Un comportamento geloso, negli uomini, è diretto ad evitare il tradimento sessuale e un conseguente spreco di risorse e sforzi nel prendersi cura della prole di qualcun altro. Ci sono, in aggiunta, spiegazioni culturali o sociali sull’origine della gelosia. Secondo uno, la narrazione da cui deriva la gelosia può essere in gran parte prodotta dall’immaginazione. L’immaginazione è fortemente influenzata dall’ambiente culturale di una persona. Lo schema del ragionamento, il modo in cui si percepiscono le situazioni, dipende fortemente dal contesto culturale. È stato suggerito altrove che la gelosia sia in realtà un’emozione secondaria in reazione ai propri bisogni non soddisfatti, ovvero quei bisogni di attaccamento, attenzione, rassicurazione o qualsiasi altra forma di cura che altrimenti si supponeva sorgesse da quella relazione romantica primaria.

La gelosia nei bambini e negli adolescenti è stata osservata più spesso in coloro che presentano bassa autostima, e può evocare reazioni aggressive. Uno di questi studi ha suggerito che lo sviluppo di amici intimi può essere seguito da insicurezza emotiva e solitudine in alcuni bambini, quando questi amici intimi interagiscono con gli altri. La ricerca di Sybil Hart, Ph.D., presso la Texas Tech University, indica che i bambini sono in grado di provare e manifestare la loro gelosia a sei mesi]. I bambini hanno mostrato segni di sofferenza quando le loro madri hanno focalizzato la loro attenzione su una bambola realistica. Questa ricerca potrebbe spiegare perché i bambini e i bambini mostrano angoscia quando nasce un fratello, creando le basi per la rivalità tra fratelli.

Gli antropologi culturali hanno affermato che la gelosia varia da una cultura all’altra. L’apprendimento culturale può influenzare le situazioni che scatenano la gelosia e il modo in cui viene espressa la gelosia. L’atteggiamento verso la gelosia può anche cambiare all’interno di una cultura nel tempo. Ad esempio, l’atteggiamento nei confronti della gelosia è cambiato sostanzialmente negli anni ’60 e ’70 negli Stati Uniti. Le persone negli Stati Uniti hanno adottato opinioni molto più negative sulla gelosia. Man mano che uomini e donne diventavano più uguali diventava meno appropriato o accettabile esprimere la propria gelosia.”

E, per finire… possiamo dire che la gelosia ossessiva è una patologia mentale che porta a sospettare continuamente infedeltà fittizie del proprio partner, e viene chiamata anche Sindrome di Otello, come hanno porposto, prima William Shakespeare e in seguito Giuseppe Verdi.

bibliografia breve

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  • Girotti, G., Marchetti, A., e Antonietti, A. (1992). Tra il dire e il sentire, Cleup, Padova


“…troppi femminicidi, troppe violenze e abusi sui minori, troppi…”, parole che ho sentito pronunziare dal ministro di Grazia e Giustizia Marta Cartabia. Sì, lei. Mi sono subito chiesto “troppi”? Ma perché? “Pochi”, dunque, andrebbero bene? Sarebbero accettabili? Ancora una volta noto che si usano frasi e concetti linguistico-espressivi inadeguati, o almeno non vigilati. Può darsi che forse le persone parlanti in pubblico talora non riflettono prima di scegliere le parole e come dirle, ovvero, riflettono, ma non sempre sul significato completo, o logicamente deducibile, di ciò che dicono…

Se non ci si pensa su un pochino, espressioni come quelle del Ministro (che brutto “Ministra”!) della Giustizia citate nel titolo passano inosservate.

Proviamo a riflettere: dire “troppi femminicidi“, oppure “Non meritava di morire“, è quantomeno improprio, soprattutto la seconda espressione. Provo a proporre alcune considerazioni, partendo da un esempio letterario italiano classico.

In una delle novelle, la Quarta della Sesta giornata fiesolana, che Giovanni Boccaccio inserì nel Decameron, scritto ai tempi della peste del 1348, che decimò la città di Firenze e quasi l’intera Europa, troviamo la storia di Chichibio cuoco e di messere Currado Gianfigliazzi, il quale cacciò una bellissima gru con il suo falcone e la portò, affinché fosse opportunamente cucinata, al suo amico cuoco. Lascio al gentil lettore l’incombenza di cercare la novella per vedere come va a finire.

Ebbene, se noi volessimo riferire il discorso di Cartabia con il linguaggio “boccaccesco”, se pur temperato dalla successiva (e decisiva per la scelta della lingua italiana dal volgare fiorentino) lezione cinquecentesca del cardinal Pietro Bembo, magari consigliato, a sua volta da Pietro l’Aretino, come potremmo riferire il discorso del Ministro di Grazia e Giustizia? Ci provo.

“Havvi tanti omicidi di femmine, ché sempre inaccettabile sarìa uno solo, e quasi altrettante offese nell’età delicata degli infanti e troppissimo sarìa uno solo… che debbo dire a lorsignori, se non che ogni homo et femina est sacra et nissuno potest toccare, a pena di peccatum e di civile delitto?

Sarebbe molto meglio dirla in questo modo, che non parlare semplicemente di troppi femminicidi e troppe violenze sui minori, in modo tanto semplificato. O no?

Vengo poi all’adattamento giornalistico-sensazionalistico del linguaggio comune, anche se diverse volte in precedenza ne ho trattato: “femminicidio”, cioè uccisione di una donna. Ma, santIddio, si sa o non si sa che in latino il termine “homo” significa uomo/ donna? cui, nel sostantivo composto omi/cidio si aggiunge al de-verbale “cidio”, dal verbo latino caedere, vale a dire uccidere?

Bene, lo si sappia: basta dire omicidio, per definire l’uccisione sia di un maschio, sia di una femmina, sia di un bambino o di una bambina. Niente. Oggi, bisogna dire “femminicidio”, “ministra”, e fors’anche, fosse per l’on. Boldrini (da me tutt’altro che rimpianta ex “Presidenta” (?) della Camera dei Deputati), appunto, “Presidenta”.

E dunque, tornando alle abbastanza infelici espressioni sopra citate, quelle riferite all’aggettivo “troppo”, perché non si riflette un momento e ci si limita a considerare che vi sono, non “troppi”, ma tanti omicidi di donne, ripeto, uno solo dei quali è troppo?

E quivi mi fermo, per non suscitar un eccesso di nervosismo in me e, magari, anche in qualche gentil lettore, che ama indugiare come me, non da “precisino”, ma da rispettoso utente e cultore del nostro bellissimo idioma italico.

Il valore di una vita operaia secondo un’Etica del Fine

Se si condivide che la struttura di persona possa spiegare e attestare con i suoi tre elementi, fisicità, psichismo e spiritualità, che tutti gli esseri umani hanno pari dignità, il valore di una vita operaia è pari a quella del Capo del governo e del Presidente della Repubblica italiana, o di qualsiasi altra Nazione del mondo, USA, Cina e Russia comprese. Come quella del grande imprenditore e quella dell’attore o del calciatore carismatico da 100 milioni di euro l’anno.

Uguale. Ma il concetto di questa pari dignità non pare condiviso. Lo attestano i fatti, come l’ultimo di Torino, dove una enorme gru è caduta sui palazzi, sono morti tre operai, ma avrebbero potuto essere colpiti mortalmente anche passanti e abitanti dei palazzi sui cui la grande struttura metallica si è abbattuta.

In Italia è dalla metà degli anni ’50 che la legislazione si occupa della sicurezza del lavoro. Nel 1955 fu emanato il Decreto 547 sull’antinfortunistica e nel 1956 il Decreto 303 sull’igiene del lavoro.

Lo spirito di quei legislatori era improntato a due sentimenti e intendimenti: a) la necessità di rendere più sicuro il lavoro di una classe operaia che stava rimettendo in piedi l’Italia dopo le distruzioni tragiche della Seconda Guerra mondiale, e b) la fiducia che una normativa dettagliata e perfino pedante potesse non solo ridurre infortuni e malattie professionali, ma addirittura avvicinarli a zero.

Dovettero passare una trentina di anni prima che ci si accorgesse che in quella legislazione mancava il ruolo delle persone al lavoro. Già nel ’70, lo Statuto dei diritti dei lavoratori (Legge 300) all’articolo 9 ricordava la centralità della tutela della salute psicofisica del lavoratore. E’ stato con Decreto legislativo 626 del 1994 che si è compiuto un decisivo passo avanti nella tutela della sicurezza sul lavoro.

L’introduzione delle figure preposte, a partire da una responsabilizzazione del Datore di lavoro per la sicurezza, del Medico competente e del Procuratore della sicurezza, hanno contribuito a una significativa riduzione di infortuni e malattie professionali.

Ciò fece sì che il numero di morti sul lavoro, che in una prima fase conobbe una decrescita, dal 1980 circa al 2000, da 2000 all’anno a 1000 più o meno, e si ridussero ulteriormente fino a tre o quattro anni fa, quando si è invertito negativamente il trend.

Due immani tragedie, la morte dei sette operai alla ThyssenKrupp di Torino nel 2007 e il deragliamento di un treno con scoppio di gas nel 2011 che causò 33 vittime a Viareggio, fecero capire che occorreva altro. Nel 2008 con il D.Lgs 108, migliorato nell’anno successivo, si introdussero ulteriori rinforzi nel ruolo dei preposti, e si delinearono le figure del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione e del Rappresentante del Lavoratori per la Sicurezza.

Inoltre, le aziende cominciarono ad applicare la normativa dei Codici etici (D.Lgs. 231 del 2001), che posero ancora di più al centro il tema della sicurezza del lavoro, con l’attività degli Organismi di vigilanza, Uffici autonomi con poteri di sorveglianza, controllo e facoltà di suggerire migliorie e riforme organizzative, composti da persone competenti nei vari aspetti della vita aziendale.

Di tali attività, come sa il mio lettore, ho una robusta esperienza diretta, presiedendo da un decennio diversi Organismi di vigilanza in aziende di tutte le tipologie e dimensioni, nazionali e multinazionali.

Questa attività mi sta dando una conoscenza diretta del tema sotto il profilo pratico, ma ciò che desidero sottolineare è un altro aspetto, quello morale e socio-politico.

Che cosa o quanto conta una vita operaia in una cultura come l’attuale? Ho l’impressione che conti pochino, per i più, perché, una volta svanito lo stupore e la partecipazione al dolore iniziale da parte di un pubblico facilmente distraibile, poi succede poco o nulla.

Scontati sono gli alti lai della politica, più o meno bipartizan, la cantilena presidenziale, sempre più afona, mentre poco o nulla cambia. Certamente la richiesta sindacale di aumentare i controlli è doverosa, ma ciò che deve veramente cambiare è l’approccio di valore al tema.

Una categoria che non porta alcun valore a questo dibattito è, in generale, quella dei giornalisti di ogni genere e specie. Così come stanno facendo, in generale, quando parlano della pandemia, invece di contribuire a chiarificare temi e situazioni, fanno il contrario: parlano in maniera spesso disinformante e sgangherata dei vari temi, enfatizzando i titoli e di fatto danneggiando il diritto di informazione del pubblico.

Questa categoria di professionisti che vivono essenzialmente di luce riflessa, salvo molto rare eccezioni, perché hanno un ruolo e si mostrano solo se succede qualcosa, dovrebbero rendersi conto dell’importanza di moderare i toni, di precisare detti e scritti, di non approfittare dei fatti.

E poi abbiamo una nuova altra categoria di divi dei media, i virologi, tra altre categorie mediche e biologiche, che fanno a gara nell’esercizio dello stupimento pubblico, se posso usare questo quasi-neologismo.

Una vita operaia ha moralmente un valore infinito, come qualsiasi altra vita, ma questo concetto dovrebbe essere introiettato da tutti, per cui non c’è valore superiore cui sacrificarla: non il reddito purchessia, non la velocità di esecuzione di un lavoro, non l’accesso a un finanziamento solo se si fa in fretta, nulla.

Non si può eticamente sacrificare una persona sull’altare del Moloch/ Mammona, come lo chiama la Bibbia e Carlo Marx nel Capitale, che è il denaro-come-fine. Il denaro, il guadagno è mezzo, non fine: Immanuel Kant lo insegnava con forza, mentre l’uomo è fine come lo stesso gran filosofo trasmetteva a i suoi studenti e scriveva nella sua fondamentale Critica della Ragione pratica.

Leggiamolo in parafrasi: “Fai in modo che la massima del tuo agire possa costituire legislazione universale” e “Fai in modo che l’uomo sia sempre un fine del tuo agire, mai un mezzo“.

E Tommaso d’Aquino: “Occorre tenere conto sempre della scelta per il bene maggiore e per il male minore“, che significa esattamente la superiorità della vita umana su ogni tipo di guadagno economico.

Ecco, l’insegnamento della sana filosofia classica, che anche molti filosofi del nostro tempo, soprattutto i più mediatici, dovrebbero non mai dimenticare.

E questo lo affermo con forza perseverante, come persona, come filosofo e teologo, e anche come Presidente nazionale di Phronesis, l’Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica.

La fuga della bimba

Era scapata (con una “p”, perché non sempre curava le doppie, era un pochino dislalica), per una sgridata più forte di mamma Maria. Papà Cesare aveva detto di averla vista prendere la biciclettina e schizzare via per strada, scomparendo in un lampo.

Allora abitavano vicino alla stazione dei treni, nel paesone del Medio Friuli. Famiglia piccolo borghese, perché papà era impiegato agli Uffici finanziari e mamma casalinga, e grande ospite culinaria.

Aveva un fratello più grande, più giudizioso, lei frenetica, la piccola. E un fratellino nato da pochi mesi.

Si era offesa e così aveva deciso di andare via da casa. Aveva preso con sé un po’ di roba, due mutande e una canotta, non lo spazzolino da denti, e pedalava forte verso est, ma non sapeva che era est (conoscendola, mi verrebbe da dire che neppure oggi saprebbe di andare verso est). In dieci minuti si trovò davanti alla grande Villa, dove l’aveva portata la maestra qualche settimana prima. Tutta la classe era andata a piedi fino al paese della Villa. La maestra aveva spiegato per strada che era dei conti Manin e che l’ultimo Conte viveva ancora, ma non nella Villa, perché era diventato povero e viveva in un capanno in mezzo ai campi, sul fiume Corno.

La bimba si era molto dispiaciuta per le disgrazie del Conte, perché era di cuore buono e aveva raccontato a casa tutta la storia.

Papà, che sapeva molte cose, le aveva poi raccontato la storia di quella grande famiglia che aveva voluto costruire una villa in mezzo alla campagna del Friuli, anche se loro venivano da Venezia.

La bimba aveva ascoltato i due racconti silenziosa, e ora si era fermata davanti alla Villa, e si era seduta pensierosa sul da farsi.

Avrebbe dovuto ora anche lei cercarsi un posto dove dormire, visto che era scappata da casa e non aveva più un tetto e un letto dove dormire? Proprio come l’ultimo vecchio Conte. E le veniva un po’ da piangere. Ma non voleva tornare indietro, voleva andare avanti.

Si ricordava che oltre la grande porta nelle mura la strada continuava fino a un altro paese e poi a un altro ancora. C’era già stata con la macchina, e aveva guardato fuori dal finestrino.

Si ricordava di aver visto anche una grande chiesa con una cupola in mezzo ai campi e le pareva che si chiamasse con il nome della Madonna, ma poi non ricordava bene di quale Madonna si trattasse. Era una delle tante Madonne di quella grande campagna silenziosa.

Ed era arrivata alla chiesa con il colonnato, chiusa, solitaria. Aveva con sé una barretta che mangiò seduta sul prato.

Poi si era rimessa in strada ed era arrivata al paese. Aveva deciso di andare dalla zia, ma non si ricordava dove abitasse, ma stava anche passando il tempo, perché era pomeriggio, un pomeriggio di ottobre.

Paura. Ora aveva paura.

Cominciava anche a tremare, e le veniva da piagnucolare. Il tempo passava e non sapeva più cosa fare. Pensava che sarebbe morta, e fu allora che si sentì chiamare… e non credeva alle sue orecchie.

Si girò verso la strada, da dove era venuta e vide una figura in bicicletta… ma era… papà “Papà, papà, sono qui“.

E pianse.

La scelta del signor “Mario”, un’etica della vita umana e la legge

Un signore, pseudonomizzato con il nome di “Mario”, rimasto tetraplegico da dieci anni dopo un incidente stradale, ha scelto di andare via da questo mondo chiedendo il suicidio assistito, non l’eutanasia. Lo ha ottenuto dalla giurisdizione prima di un parere espresso richiesto al Comitato etico dell’Asl competente. Comitato etico formato da medici e psicologi, e non capisco per quale ragione neanche da uno studioso di etica generale e della vita umana, cioè un filosofo. Non capisco.

Perché l’ordinamento non prevede la figura di un filosofo in quell’équipe, la qual cosa sarebbe normalmente plausibile e opportuna (io direi necessaria). Ma riformiamola, allora questa normativa! Quanto si sta a riformarla? E lascio perdere questo tema, per soffermarmi su ciò che è più importante.

Ai tempi della dolorosa vicenda di Eluana mi spesi molto a scrivere e discutere di quel caso. Avevo un’idea, allora, forse molto rigida, molto “scolastica”, nel senso di teologico-filosofica cristiana di stampo tommasiano, e questa idea mi portò a criticare quello che mi pareva il libertarismo del padre, e del Partito socialista che lo sostenne, il partito che era il mio, e lo è ancora. Allora, il papà di Eluana ottenne l’eutanasia per la figlia, e lei se ne andò, in una clinica di Udine. Ora è sepolta nel paese d’origine degli Englaro a Paluzza. Sono andato diverse volte a trovarla là, in mezzo alle montagne della Carnia, anche se non l’avevo conosciuta.

Torniamo a “Mario”. Lui ha chiesto di andarsene. Ecco: ora si tratta di capire in che modo, perché c’è una bella differenza fra il suicidio assistito e l’eutanasia, e non occorre che spieghi qui la differenza. Ora, la Chiesa dice che bisogna puntare sulla cure palliative. Certo, ma le cure palliative sono da mettere in campo sempre, e non solo in vista di queste due prospettive.

Circa il suicidio assistito, che pare essere la scelta di “Mario”, ho dubbi non da poco sulla sua autorizzazione, in generale, poiché intravvedo dei rischi di abuso. Ricordo la vicenda di Lucio Magri, che andò in Svizzera per morire “bene” di sua volontà, perché era depresso. Un suicidio assistito per una ragione che non si può accettare con superficialità, a parer mio. Mi sono infatti chiesto se Magri fosse rimasto così solo da non avere più alcuno con cui discutere sul senso o meno della sua vita, a quel punto della vita.

In questi frangenti la filosofia pratica può essere la “medicina” adatta. Intendo la metafora medica per la mente e il cuore

Si tratta di immaginare, se possibile, il sentimento reale di “Mario”, che nella sua profonda interiorità resta incomunicabile.

Il tema della vita pone diversi quesiti. Noi veniamo al mondo inconsapevoli di venire al mondo. Infatti, nessuno ci interpella, perché non esistiamo, prima di essere concepiti. Poi, una volta concepiti, passa un lungo periodo, costituito dai nove mesi della gravidanza e poi da vent’anni per diventare (almeno fisicamente) adulti. Un tempo lungo, lunghissimo, nel quale sperimentiamo la vita, con le sue gioie e i suoi dolori.

Sotto il profilo del concetto di proprietà, noi in origine non siamo proprietari di noi stessi, perché nasciamo inconsapevoli, abbiamo detto. Due gameti diversi sessualmente che si incontrano e formano in ambiente adeguato uno zigote, che poi si sviluppa. La coscienza di sé che arriva in seguito, peraltro non immediatamente, alla nascita, non mette in questione il fatto di essere a questo mondo.

Vivendo acquisiamo un sistema di valori e di ragioni per le quali vale la pena vivere: la conoscenza, la bellezza, il piacere, l’atto volontario, la capacità di negare e di opporsi, l’amore dato e ricevuto, e molto altro.

Finché godiamo di buona salute tutto procede bene, Ma quando arriva la malattia arriva il limite, arriva un modo differente di vivere, con il rimpianto per il prima.

Se il rimpianto non cessa, inizia la tristezza, che poi si può trasformare in accidia e infine in depressione, che una volta veniva chiamato esaurimento nervoso. Volumi a pacchi sono stati scritti sulla depressione, pochissime righe invece sull’accidia, nei tempi moderni, se non nei trattati di teologia morale, che sono libri per una élite di studiosi. L’accidia è un vizio, secondo lo schema dei filosofi antichi, fin da Platone, dei Padri della Chiesa, uno dei vizi capitali. E’ un vizio perché nasce dalla volontà umana, cioè da un’emozione, da un moto interiore, ovvero da un moto interiore che manca, dalla sua omissione. Si tratta di una specie di abdicazione alla propria umanità.

Nulla di moralistico in queste mie affermazioni. Ho vissuto la scoperta del male grande e del limite, ma non mi sono lasciato prendere dall’accidia, Ho reagito e la depressione non mi ha fatto visita, come sgraditissima ospite.

Con ciò non voglio giudicare nessuno che faccia diversamente, che cioè non riesca a re-agire, ad agire contro il limite, contro il male. Ognuno ha le forze mentali e fisiche che la natura mi ha dato. E’ noto a chi mi conosce, che a me la natura ha dato una fisicità molto robusta e una mente fortissima, e un’autostima cresciuta fino al punto nel quale sarebbe stata esorbitante e dannosa. MI auto-diagnostico senza paura. Potrei essere considerato un esempio, e lo dico astraendomi da me stesso.

Ora, è chiaro che “Mario” è in una situazione incomparabilmente diversa dalla mia: io faccio tutto quello che facevo prima della venuta del male, sebbene in misura minore. Lui ha scelto una strada tale da far finire un dolore insopportabile. Rispetto profondamente la scelta.

Ora si tratta di aiutarlo con pietà e senso di fraternità. La legge ha da creare il quadro per poter agire.

Il Comitato etico deve allargare la propria visuale, ma ne può essere capace senza un sapere filosofico compreso e integrato nei saperi del gruppo di esperti?

PENOSAMENTE RIDICOLI!!! Hanno “vinto” anche se hanno perso, Salvini e Conte, i due soci del (grazieadio) defunto governo gialloverde… ma ciò che ancora di più importa per le persone (ggente, popolo), e deve far riflettere anche chi un po’ si esalta per la vittoria, come Letta e Sala, che è andato a votare un elettore su due. Perché? tutti scontenti della destra, o anche scontenti della politica, del suo livello qualitativo e morale, che riguarda tutti, vincitori e vinti?

Incredibile come questi signori, che hanno clamorosamente perso questa tornata di amministrative usino la più vieta e acrobatica falsificazione paleo-democristiana per dire di fronte ai media (insisto, pronunzia mèdia) e al loro popolo che “non hanno perso”, perché le amministrative non sono le politiche. Ma dai.

E la Meloni, con la sua insopportabile sicumera, è lì che pontifica con toni quasi trionfalistici che la destra a trazione fratellitaliota è ancora in corsa, a Roma, cioè nella città più importante. E Salvini le fa eco perché ha vinto a Novara (!) e a Grosseto (!). Di quello che non è un centrodestra, ma un centro e una destra, solo Forza Italia dell’eterno cavaliere o ex che sia, mostra buon senso, tramite Tajani, vero democristiano anche virtuoso, e vince bene in Calabria battendo un presuntuoso bell’omo come De Magistris.

Letta si fa eleggere nella ben poco virtuosa Siena della tradizione picista e pidina. Fossi in lui non canterei le lodi, ma mi rimboccherei le maniche senza tanti rancori e ringrazierei perfino Renzi che lo ha fatto votare.

E Draghi può lavorare tranquillo, abbastanza tranquillo, perché chi lo vorrebbe promovêr ut amovêre ut alia facere posse è occupato a leccarsi le ferite. Lo vogliono al Quirinale per potersi giocare il Governo, più la destra che la sinistra. Meglio se invece resta dov’è fino al ’23 e oltre, secondo me. E si manda sul Colle un Casini o “roba” (absit iniuria verbis) del genere.

Il M5S ex Grillo, ora-Conte crolla con un tonfino, e ggente come dibattista scompare. Bene, benissimo. Ora spero che anche l’improbabile “avvocato del popolo” torni a studio, come si dice.

Certo, ci sono vincitori (centro sinistra, ma non i giuseppin-grillini) e vinti (centro destra, ma non i melonisti), ma scelti o non-scelti da un italiano su due.

Mi pare che questo dato debba essere in cima ai pensieri di tutti. Un elettore su due, per noia, rassegnazione, covid-paura e altro che vuoi tu, gentil lettore, non è andato a votare, non si è portato al seggio del suo quartiere, non ha esercitato il primo diritto in democrazia, ha lasciato perdere, ha scelto che decidano gli altri, i non-rassegnati, i militanti, gli speranzosi, i semper presentes, quia sunt boni cives .

Qualcuno negli anni passati sosteneva (tipo Casaleggio sr. e c.) che si stava ineluttabilmente andando verso il voto on-line e che i seggi sarebbero presto diventati storia museale, seguiti da altri soggetti che si inventavano creativi della politica.

Certamente, i mezzi informatici e telematici hanno progressivamente sostituito i precedenti strumenti di comunicazione, invadendo anche spazi democratici classici, ma ciò non significa che avverrà una sostituzione inevitabile di tutto il modello di consultazione che sussiste da quasi due secoli in Occidente. Si potranno utilizzare i nuovi strumenti, ma senza perdere di vista che la democrazia non può risolversi e definirsi in una serie di click.

La democrazia è un processo perfettibile, complesso, a volte anche contraddittorio, ma comunque garante della partecipazione di ogni cittadino avente diritto.

Vi sono detrattori della democrazia, oggi come ieri, chi per ragioni di commistione fra dottrina religiosa fondamentalista e vita civile, chi perché incontentabile delle riforme democratiche (l’estremismo di sinistra, ora in crisi), chi invece è nostalgico dei vari fascismi storici e anche dei nazismi, come quei “neri” orrendi che si stanno scoprendo a latere del partito della Meloni.

A mio parere, i politici farebbero bene a riflettere profondamente sulle ragioni per cui i partiti, tutti, anche quelli che hanno vinto in questa tornata elettorale, stanno letteralmente “subendo” la preparazione, l’attività, i successi nazionali e internazionali del presidente Draghi, che li consulta, ma poi decide e fa. Gradito, perciò, alla maggioranza degli Italiani.

Chi si è astenuto questa volta non è un nesci che non sa scegliere, ma una persona in attesa di vedere se questi signori che fanno di professione i politici (anche al femminile) sono in grado di guardarsi attorno per vedere ciò di cui veramente il “popolo”, da costoro tanto citato e beatificato, ma evidentemente non conosciuto, veramente necessita.

Per senso civico dovrei augurarmelo e augurarlo all’Italia, ma non e la faccio, pensando ai volti degli/ delle attuali capi/ e partito.

Attendo la nuova generazione, con necessaria fiducia.

Non trovo più neanche un elettrauto, dove sono spariti tutti? A me, invece, il mio dentista ha disdetto l’appuntamento per l’igiene…, ma che cosa sta succedendo?

Il vaccino aveva evitato molti morti e la pandemia sembrava oramai in sonno. Aveva avuto il suo acme un anno e mezzo prima e aveva spaventato il mondo. Con un documento verdolino tutti avevano ripreso a girare dappertutto senza intoppi. Il lavoro e il reddito pro capite erano aumentati in modo inaspettato, perché tutti avevano acquisito una fiducia nel futuro che prima non c’era.

Sembrava che una società fino a un anno o due prima un po’ anchilosata si fosse risvegliata, e avesse ripreso di buona lena un cammino che ricordava i ritmi dei primi anni ’60 del XX secolo, quelli che vengono ricordati come anni del Boom Economico, che trascinò con sé anche uno sviluppo demografico superiore a ogni attesa, il cosiddetto Baby Boom.

Certamente il mondo aveva reagito in modo diverso al Sars-Cov2, si può dire secondo le possibilità: Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Canada, Australia e… Cina se la erano cavata abbastanza bene, gli Stati Uniti un po’ meno, perché sono nazioni più o meno doviziose di soldi, di scienza e di logistica, ma la Namibia, il Sud Sudan, il Niger, la Somalia, l’Afganistan, lo Yemen, l’immenso alveare dell’India e altri posti lontani avevano avuto un numero imprecisato di infettati e di morti.

Se le statistiche relative a infettati, malati, guariti e vaccinati potevano essere abbastanza credibili per il primo elenco di paesi, per quelle citate in seguito, no.

Il mondo era cambiato, ma la gente non aveva ancora compreso in che misura e modi fosse cambiato. Ai più, anche ai media e ai politici, rimasti al livello mediocre di prima della pandemia, non era chiaro ciò che avrebbe provocato la terribile e subdola malattia infettiva, che aveva decimato città e campagna,e non solo nelle nazioni meno sviluppate. Anche civilissime città come quelle dell’arco prealpino italiano avevano sofferto malattie e morte. Era ancora negli occhi di tutti il lugubre spettacolo degli autocarri militari che portavano nottetempo o nella scarsa luce del crepuscolo mattutino le bare dei morti nei cimiteri.

Anche il lavoro era molto cambiato. Si era cominciato a praticare, specialmente nel pieno della pandemia, il lavoro in remoto, o in smart work, da casa, soprattutto da parte di chi aveva mansioni impiegatizie, amministrative o tecniche che fossero. Oramai i potenti mezzi informatici e telematici permettevano collegamenti in tempo reale tra le sedi delle compagnie industriali, logistiche e commerciali e i luoghi di effettuazione del lavoro, la casa dei lavoratori.

Si sparse l’idea che pian piano tutto il lavoro si sarebbe trasferito a casa propria, perché, ciò che era già possibile compiere in remoto oramai era acquisito, mentre le attività che avevano fino a quel tempo richiesto l’intervento manuale dell’uomo, si stavano trasferendo rapidamente, tramite una innovazione tecnologica, informatica e robotica, sempre più a macchine gestite da intelligenza artificiale o eseguite da programmati e instancabili robot.

Ciò era già praticato da almeno un decennio nelle aziende chimiche e meccaniche più evolute, e si stavano sempre più espandendo.

Qualcuno, però, aveva cominciato ad accorgersi che c’era qualche problema.

Con un lavoro sempre più distaccato dalla sua origine organizzativa e gestionale, stavano cambiando anche altre cose: ad esempio, il rapporto con i colleghi di lavoro, oramai già da un paio di decenni rarefatto dai collegamenti informatici (le mail e i messaggini telefonici) e dalla loro efficienza. I più accorti tra gli imprenditori e i dirigenti, ma anche tra i lavoratori, i più attenti fra gli studiosi, cominciarono a percepire una sorta di incrinamento della qualità relazionale tra colleghi e tra i leader e i loro collaboratori. Si cominciava a non ricordare più bene i nomi dei colleghi, i loro volti, le loro voci, le loro famiglie, i viaggi fatti assieme, le affettività, le antipatie e le simpatie. Le persone non erano più persone, ma ruoli, mansioni, posizioni, nient’altro.

Oramai la voce umana, prima percepita con l’apparato uditivo, si stava limitando a qualche telefonata, ma più ancora a dei comunicati “vocali” inviati nella messaggistica gratuita in tempo immediato (più ancora che reale, cui le persone si erano abituati dallo sviluppo del web, cioè dai primi anni 2000).

Si stava perdendo di vista quello che storicamente, almeno dai trentenni in su, era stato il rapporto inter-soggettivo e interpersonale tra colleghi, con i collaboratori, con i superiori. Ma vi è di più: oramai una schiera di misteriosi ed eleganti criminali del web stavano hackerando indifferentemente obiettivi generici e mirati, con i loro tremendi ransomware, che si prestavano a ricatti di tutti i generi verso le malcapitate vittime degli attacchi.

Vi fu un periodo di barcollante incertezza.

La politica non sapeva che pesci pigliare, come normare queste novità estreme del lavoro, se e come e dove considerare soggetto fiscale i grandi web player, che ormai guadagnavano più dei maggiori gruppi industriali e commerciali del mondo.

Ma vi fu ancora di più: questo abbandono progressivo del lavoro dalle sue proprie sedi, mediante l’uso dell’automazione e della telematica sempre più spinto, costrinse gli istituti tecnici superiori e le facoltà tecniche a progettare e a programmare corsi sempre più intrisi di saperi innovativi guidati dall’intelligenza artificiale. Nelle università si insegnava solo con la semplificata e impoverita koinè inglese oramai in uso da decenni in tutto il mondo.

I beni della Terra interessavano i decisori solo come elementi e fattori di energie rinnovabili, anche se i combustibili fossili erano ancora le fonti prevalenti di energia. Persi negli algoritmi e nei diagrammi progettuali, i leader non si guardavano neanche più in giro, non apprezzavano più il Requiem di Mozart, la Nike di Samotracia, la Pietà dell’Opera del Duomo di Firenze di Michelangelo Buonarroti, gli idilli del conte Giacomo e le opere di Shakespeare o di Sofocle, il XXXIII Canto del Paradiso dantesco, ma nemmeno un tramonto d’autunno sulle Alpi o su una spiaggia amalfitana.

I giovani si iscrivevano a questi istituti formativi con sempre maggiore entusiasmo, quasi evitando, e certamente dimenticando, le facoltà di scienze umane, la filosofia, la psicologia, gli studi sull’uomo e per l’uomo, tutto l’uomo, corpo-anima-spirito dell’uomo, privilegiando la strumentalità e la mera efficienza, che diventavano da mezzo (indispensabile per ridurre la fatica delle persone…), fine. L’uomo non stava venendo – da… se stesso – più percepito come fine delle sue stesse azioni, ma come strumento reiteratamente destinato a innovare senza fine, in ogni settore, e senza alcuna domanda sugli effetti successivi di questa concentrazione sui mezzi divenuti fini.

L’effetto che, però, fece riconsiderare questa fanatizzazione del nuovo, fu un fenomeno inaspettato: comunque l’uomo, anche se ormai abitava in case caratterizzate dalla tecnologia domotica, non trovava più un manutentore, un elettricista, un elettronico, un idraulico, un barbiere, perché tutti gli strumenti per la vita casalinga erano (ritenuti) perfetti e esenti da ogni rischio di rottura.

Soprattutto coloro (ed erano ancora alcuni miliardi sulla Terra) che ancora non si erano troppo “domotizzati”, non trovavano più qualcuno che venisse ad aggiustare un rubinetto, a sbloccare uno scarico di cesso intasato,
un igienista dentale, non trovavano più un elettrauto, perché non tutti, anzi pochissimi, potevano disporre di Tesla da 65.000 dollari…

E allora scesero in piazza in tutto il mondo. I giornalisti si svegliarono dai loro beati sonni, seguiti dai politici. Gli studiosi riscoprirono Aristotele e Kant, e anche Freud e Jung, ma anche il capitolo Quinto del Vangelo secondo Matteo, quello delle Beatitudini, i Discorsi di Benares del principe Siddharta Gautama, L’arte della guerra (per non fare la guerra) di Lao-Tzu, e si fermarono a riflettere, perché forse avevano esagerato.

Il fatto è che questo racconto, nato da un sogno raccontatomi dall’amico Gianluca, si ferma prima che gli uomini e le donne (nel sogno) si rendessero conto che era un… sogno.

Meno male che era un sogno (premonitore).

Beatrice (Bebe) Vio mostra come la “gioia”, quel sentimento che in latino si dice “gaudium”, prevalga sulla “felicità”

Quando vedo o ascolto Beatrice (Maria-Adelaide-Marzia)-Bebe Vio, nata nel 1997, provo gioia. Provo la gioia che la ragazza mi trasmette con il suo entusiasmo, il suo sorriso, la sua eccelsa classe sportiva.

Pur essendo stata tormentata fin da piccola da una tremenda meningite che la ha mutilata, Bebe è una grande campionessa dello sport che si dice parolimpico, nella specialità della scherma, arma del fioretto, ma a mio parere si dovrebbe dire “dello sport”, e basta. Mi viene da pensare che se (uso l’ipotetica nonostante solitamente io rifugga da simulazioni a-storiche) avesse potuto usufruire dei suoi arti e di un corpo integro, avrebbe potuto imitare e seguire in grandezza sportiva l’immensa Valentina Vezzali.

Le sue performance mi offrono l’occasione di parlare della gioia, come sentimento positivo cui si anela sempre, anche se spesso si preferisce parlare di felicità… dopo di che ci si accorge che la felicità, intesa come stato di benessere gioioso continuo non si può mai dare, perché non c’è, non existe, cioè non sta dentro e fuori di noi.

Qualche giorno fa ho scritto dell’etimologia di felicità, che va fatta risalire alla radice sanscrita fe, che significa fecondità. Ecco, allora potrebbe darsi che l’etimo antico ci possa aiutare a darle un senso.

Nel caso della Bebe, dire che manifesta non solo gioia ma anche felicità di vivere, si può. Questa ragazza di ventiquattro anni, martoriata dalla sorte, da quello strano e incomprensibile (agli occhi e al sentimento) garbuglio di volontà umane, circostanze, genetica, ambiente… che a volte chiamiamo DESTINO, riesce a mostrare una felicità di vivere, almeno davanti alle telecamere, che fa provare ai lamentosi di ogni genere e specie, se riflessivi, un sentimento di vergogna e quasi di blasfemia, quando si lamentano, come si dice in Friuli, “di gamba sana”, che significa lamentarsi di inezie.

Devo dirti, caro lettore che, pur a volte soffrendo penosi dolori alle vertebre dorsali, lascito del tumore terribile che mi colpì quattr’anni fa, il pensiero di una ragazza coraggiosa come Beatrice Vio, mi aiuta a lamentarmi il meno possibile e mi ispira un po’ di vergogna se indulgo un pochino troppo nel lamentarmi, quando qualcuno mi chiede come sto.

Torniamo al sentimento della gioia, che ritengo più realistico di quello della felicità. Tre lustri fa, più o meno, con la mia carissima amica, la psico-pedagogista Anita Zanin, scrissi e pubblicai un volume che si configurava come una sorta di contro-manuale di pedagogia dell’età evolutiva. Ebbene, decidemmo di intitolarlo “Educare all’infelicità”, proprio per sottolineare la problematicità del termine, e per segnalare tutti gli “errori” educativi che gli “educatori”, genitori e insegnanti in primis, rischiano di commettere, se non tengono conto che non si può insegnare dall’alto ciò che andrà a costituire la struttura di personalità dei bambini, ma che si deve piuttosto “accompagnarli”, nella loro crescita, rispettando in ogni momento le caratteristiche delle piccole persone in evoluzione, dando loro delle dritte generali, ma soprattutto orientandoli con l’esempio e con la coerenza comportamentale.

Il volume, presentato a suo tempo durante la rassegna Pordenonelegge, ha avuto un certo successo, ma, abbiamo pensato che ciò sia avvenuto soprattutto per la paradossalità del titolo, con il quale abbiamo inteso pro-vocare curiosità, ma anche sottolineare, proprio ponendo un termine dal significato contrario della felicità, come questa condizione sia un tema arduo e largamente simbolico nella vita umana.

In-felicità certamente significa mancanza di benessere e di gioia, ma può anche favorire l’acquisizione di una consapevolezza che lo star-bene è una conquista della mente, della riflessione razionale e morale sui valori essenziali e non volatili, della vita.

Si può essere “felici” (virgoletto per restare nella logica del pensiero che qui cerco di esprimere), anche quando manca qualcosa alla nostra vita, ad esempio una parte di agio, un pezzo di salute fisica, una parte di sicurezza, solo se riusciamo a declinare questo “essere-felici” come una capacità spirituale di cogliere la gioia di vivere in (di) ciò che vale veramente: un rapporto sincero con l’altro, un sentirsi utile in una comunità, una capacità di ascoltare e di farsi ascoltare, una accettazione del limite nostro e degli altri, che è la condizione esistenziale più vera della vita umana, e di (e in) questo limite, una volta esplorato e còlto, sapersi ac-contentare.

Gli stivali di Re Vittorio

Toni, bundì, veiso timp?” (Friulano: Toni, buongiorno, avete tempo?)

Ai simpri timp par vo, sior sindic” (Ho sempre tempo per voi, signor sindaco)…

Toni zuet (zuet, in friulano, significava e significa zoppo, perché Toni aveva avuto in gioventù la frattura di una tibia mal curata, che gli aveva lasciato una zoppìa molto evidente) era il miglior calzolaio del paese, un vero maestro nel taglio della tomaia e nella sua applicazione alla suola.

Era metà luglio del 1915 e l’Italia era entrata in guerra contro gli Austro-Ungarici da un paio di mesi scarsi. Metà dell’enorme esercito italiano di un milione mezzo di uomini si era schierato sul fronte orientale, tra il Trentino e il Carso. Più di cinquecentomila soldati, ventenni, più o meno, di tutte le regioni d’Italia, si erano attestati nelle trincee friulane, dall’Alta Carnia alle Alpi Giulie meridionali.

Nel paesone poverissimo si era fermata una brigata di fanteria facente parte della III Armata, che era al comando di Vittorio Amedeo, Duca d’Aosta. C’erano due generali alloggiati nella Locanda al Cacciatore, con i rispettivi stati maggiori, mentre gli altri ufficiali, anche i sei o sette colonnelli comandanti di battaglione, erano stati collocati nelle scuole elementari, in piazza. I soldati, invece, erano alloggiati nelle tende piantate fuori dell’abitato, verso Udine, in una prateria fra i fiumi Taglio e Stella.

Il Sindaco, che era – al tempo – il Signor Conte di Codroipo, era arrivato nella botteguccia di Toni Pilutti insieme con un ufficiale, il colonnello Barresio, che il Sindaco stesso presentò, come aiutante di campo di Re Vittorio.

Toni si alzò con deferenza e ascoltò ciò che doveva chiedergli il colonnello:

Sua Maestà per questa notte resterà qui in paese… avrebbe bisogno che lei cortesemente gli costruisse un paio di stivali, si può fare? … per domattina.”

Era un ordine.

Toni, restando in piedi quasi sull’attenti, guardò il sindaco e poi il colonnello.

Annuì, dicendo sottovoce, rivolto al sindaco: “Ai di cjatà un corean bon, c’a no ai culì...” (Devo procurami del cuoio buono, che qui non ho).

Faseit ce c’al covente, Toni” (fate ciò che è necessario, Toni), chiuse il colloquio, sbrigativamente il Signor Conte, anche lui come il colonnello abituato a dare ordini.

I due signori si congedarono con un rapido “bune sere” (buona sera), mentre Toni già si guardava in giro per vedere se avesse a disposizione il materiale all’uopo per costruire la calzatura regale. Era stato prudente con i suoi interlocutori, perché il cuoio migliore era finito e doveva immediatamente provvedere a Codroipo. Attaccò l’asina al carretto e in un’ora scarsa era a Codroipo dal collega Fausto Bulfoni, con il quale da sempre si scambiava pareri e piaceri. Combinò. Era notte fonda quando si fece sull’uscio dove lo attendeva Mariute, sua moglie, con le mani sui fianchi e il grembiule nero sporco di polenta.

Eise chiste l’ore di tornà, on” (è questa l’ora di tornare, marito?). Toni brontolò qualcosa di incomprensibile e si si mise tavola. Mariute era al’ultimo mese della sua terza gravidanza, che pareva stesse andando a buon fine. Nel ‘9 era nata Enrica che sarebbe andata a marito con il Nobile possidente Massimiliano Gattolini, e nel ’10, era nata Anna che avrebbe sposato il fabbro milanese Aldo Morlacchi. Ora, Antonio Pilutti e Maria Biasutti aspettavano un bimbo, che volevano chiamare Pietro, come il nonno, che era morto a trentacinque anni in emigrazione, a Monaco di Baviera. E Pietro nacque il 5 agosto. Un bimbotto roseo e robusto.

La notte non fu di sonno per Toni, perché non aveva chiesto il numero dei piedi del Re. Schizzò fuori, come poteva, zoppicando, verso la residenza del sovrano e chiese di parlare con qualcuno che glielo sapesse dire. Il piantone, sconcertato, faceva resistenza, ma di lì, percependo la concitazione del dialogo, arrivò proprio il colonnello Barresio che, sentita l’istanza, si affrettò ad informarsi. Ed era tutto gentile con Toni.

Sentite, signor Toni… pardòn, il suo cognome?” e Toni disse in un soffio “Pilutti“, “sua Maestà porta il 39“. Era noto che Re Vittorio era alto (circa) un metro e cinquantatre, ma non lo si doveva dire in giro. Toni tornò alla bottega nella quale Mariute aveva provveduto a portare due ferȃrs (lampade a olio).

Toni non ebbe dunque modo di vedere i piedi del Re, come faceva di solito, quando riusciva a costruire scarpe e scarponi ai suoi clienti, solo con uno sguardo pieno di acribia calzolara. Toni era ritenuto uno degli uomini più intelligenti del paese, perché sapeva rispondere con saggezza ai quesiti che gli ponevano i molti frequentatori della sua botteguccia posta nella via principale, che portava il nome del papà di Re Vittorio, Umberto I, paesani, disoccupati e contadini, anche perché aveva una grande memoria. Vox populi sosteneva che conoscesse tutte le date di nascita e di morte di chi era sepolto in cimitero: in quegli anni circa tre o quattrocento persone.

Toni si premurò di mettere tutto il materiale necessario sul banchetto da lavoro e si mise all’opera. Prima di tutto iniziò a tagliare la tomaia, in misura abbondante, dopo avere segnato i bordi sul cuoio pregiato con una matita grossa; poi prese della gomma dura, del tipo “carrarmato”, cioè con tacche e sporgenze atte a grippare il terreno, e spessa due centimetri e cominciò a sagomare la suola. Poi si occupò del tacco che doveva essere più alto della suola di almeno un centimetro e mezzo. Per lui lo stivaletto avrebbe dovuto sopportare anche fango e pioggia, perché sapeva che Re Vittorio non era schizzinoso e si portava volentieri fino alle seconde linee della logistica.

Lentamente, ma con la precisione che gli era propria, gli stivali, più che altro degli scarponcini, prendevano forma. Quando il lavoro di aggiuntatura fu finito, ed erano già le tre del mattino, si diede da fare per la lucidatura, all’inizio con grasso di prima qualità,e poi con la crema da scarpe nera, fino a rendere la calzatura di un nero brillante.

Verso le quattro e mezza il lavoro era finito. Intanto Mariute si era alzata per andare a dar da mangiare al maiale e alle galline.

Cemut statu, femine, uè matine” (come stai, moglie, questa mattina?), chiese ruvidamente Toni alla moglie, e lei “Ce vutu, Toni, al è chi dentri e al scalze c’a mi pȃr c’al vueli vignì four subit…” (Cosa vuoi, Toni, è qui dentro che scalcia che mi pare voglia uscire subito…).

Mariute aveva portato al marito un caffè lungo fatto nel cardirin (pentolino), una fetta di polenta arrostita e una scodella di latte fresco. Nel cortile c’era qualcuno che teneva un paio di vacche, che producevano latte ad abundantiam. La famiglia Pilutti non pagava il latte mattutino, perché con i Parussini si erano accordati per “scambi in natura”: latte contro servizi di calzoleria e iniezioni che Mariute era brava a fare. Soprattutto al signor Giulio, diabetico fin dalla gioventù. Ogni giorno Mariute gli faceva l’iniezione, incombenza che tre decenni dopo sarebbe passata alla nuora Luigia, o Luisa, come la chiamavano le cognate Enrica e Anna, e la nipotina Lucilla, che veniva ogni estate da Milano, e voleva molto bene a “zia Luisa”, mia madre. Nel 1948 Luigia avrebbe sposato Pietro, mio padre.

Alle sette in punto, sentiti i rintocchi dell’ora dal campanile, Toni avvolse gli scarponi in un mezzo sacchetto di juta e si affrettò verso la “residenza” reale. Il piantone, che era cambiato rispetto alla sera precedente, provò a fare storie, ma piombò lì come fosse un falco di palude il colonnello Barresio che esclamò: “Signor Toni, benvenuto! Fatto tutto, allora? Mi attenda qui che vado da Sua Maestà per farli provare…” “Sì, si“, rispose pianamente Toni.

Un trafelato Barresio tornò all’ingresso in un paio di minuti esclamando mentre ancora doveva fare una rampa di scale: “Toni, Toni, signor Toni, sua Maestà vuole salutarla e ringraziarla personalmente. Venga, venga su…

Toni si incamminò per le scale, finché si trovo sul pianerottolo il Re in persona che volle dargli la mano. Gli disse solo un “grazie signor Antonio, Pilutti, vero?“, e Toni rispose “Sì, Maestà“, e percepì che quel “grazie” era sentito. Il fatto che avesse voluto ringraziarlo di persona lo aveva colpito, perché Toni aveva qualche conoscenza storica e sapeva che di solito i re e gli imperatori non si “abbassano” a parlare con la servitù, peraltro d’occasione, salvo le tate e le balie, ma questo era compito delle consorti. Toni era alto un metro e settantotto, un gigante per quegli anni, e sovrastava il Re di quasi tutta la testa.

L’incontro durò forse una ventina di secondi. Poi Toni prese a scendere seguito dal colonnello, che aveva già preparato il compenso, il cui importo non aveva chiesto a mio nonno. Lasciò in una busta una banconota da cinque lire, che potrebbero corrispondere a circa tre o quattrocento euro attuali.

Non aveva aperto la busta se non a casa, davanti a Mariute, che rimase senza parole, contenta, meravigliata. Le lasciò quasi tutti, quei denari, per sé tenne pochi centesimi per il tabacco da naso e per due sigari che si concedeva ogni domenica e duravano fino al sabato successivo.

Quel giorno Toni si mise al lavoro solo verso le dieci, ché doveva rabberciare scarponi militari e preparare anche un paio di scarpe da festa per la Signora Contessa.

Le due brigate si spostarono dal paese il giorno dopo, e Toni seppe che erano state schierate sul Monte Sabotino e sulla Bainsizza. Pensava che molti non sarebbero tornati a casa, e benedì la sua zoppìa che lo aveva reso inabile a vestire l’uniforme per la Patria.

Agli amici che lo venivano a trovare diceva: “A no mi plȃs nencje chiste guere, a mi sa che a vignaran plui indenant i Mongui a fa bevi i cjavai ta la fontane in plaze” (Non mi piace nemmeno questa guerra, sento che più avanti verranno i Mongoli ad abbeverare i cavalli nella fontana della piazza).

Ebbe quasi… ragione: trent’anni dopo, non i Mongoli, ma i cavalli dei Cosacchi dell’Atamàn Krasnov, si abbeveravano nella fontana della piazza di Rivignano.

Gli Inglesi, più ancora che sprezzanti verso gli Italiani, sono imbecilli. Sono questi i connazionali di Francis Bacon, Isaac Newton, John Locke, David Hume, Charles Dickens, G.B. Shaw e Bertrand Russel? Gli inglesi…

che pena. E che vergogna!

Per me solo una conferma, perché ho avuto un parente acquisito di stampo razzista, colonialista e incapace di ascolto, l’idealtipo dell’inglese che ritiene las Malvinas roba sua, e i “negri” esseri inferiori, da governare quasi come un gregge.

Ci sarà una ragione per cui tutto il mondo ha tifato per l’Italia agli Europei di calcio, compresi i loro cugini scozzesi e irlandesi, e contro la Nazionale inglese?

Forse più di una.

Gli Inglesi non piacciono per molte ragioni: per una tendenza ad impadronirsi di terre e mari cresciuta in tutto il mondo dai tempi del conflitto vittorioso con l’Impero spagnolo nel XVI secolo. Da allora, l’Inghilterra fu per trecento anni la prima potenza mondiale: solo Bonaparte ne mise a rischio la primazia. Dopo Waterloo Londra tornò la capitale del mondo, fino agli scontri del XX secolo, che la videro ancora vincitrice, ma segnarono l’inizio del declino, mentre cresceva la diarchia USA-URSS. Ora il mondo è multipolare e l’Inghilterra, che ha avuto l’idea distopica di uscire dall’Unione Europea, ha perso la sua centralità.

Il Commonwealth è l’ultimo retaggio formale di un impero che fu mondiale.

Come insegna Carlo Marx, accanto ai fenomeni strutturali della storia umana, vi sono i fenomeni sovrastrutturali, quelli culturali e giuridico-politici. Il retaggio del potere inglese è rimasto solo (e non è poco!) nella pervasività dell’uso della loro praticissima lingua, che è diventata una delle tre o quattro koinè del mondo economico, politico e sociale.

Il sentiment sugli Inglesi, però, è generalmente negativo. Di loro non si sopporta la spocchia, la presunzione, il superiority complex, che ha intriso la loro cultura e la loro anima.

Gli Inglesi, in qualche modo si sentono superiori agli altri popoli, almeno in questa fase storica… sarà perché sono stati decisivi, anche se meno dei Russi e degli Americani, nella sconfitta del Nazismo, nelle cui vicende, comunque, il loro capo, Churchill ebbe comportamenti tutt’altro che lineari e più che ambigui. Il regno Unito guidato da Sir Winston, prima di considerare la Germania hitleriana come un nemico mortale, le tentò tutte per scatenarla contro l’Unione Sovietica.

Peraltro, noi Italiani abbiamo non poco da recriminare per ciò che quell’uomo politico disse e fece a nostro sfavore. Dopo averci definito “ventre molle d’Europa e popolo senza carattere”, non ebbe nessuna remora a trattare con Tito l’eventuale cessione di Trieste, Gorizia e di mezzo Friuli. Non possiamo volergli troppo bene, agli Inglesi.

Tutto ciò viene insegnato nelle loro scuole, per cui anche un bravo ragazzo come Marcus Rashford, eccellente calciatore, si toglie la medaglia d’argento assegnatagli per il secondo posto ottenuto ai Campionati europei di calcio. Ecco, anche nel gioco del calcio, siccome loro se ne ritengono gli inventori (falso, perché questo gioco in qualche modo era praticato in Italia nel Medioevo, e in forme diverse dall’antichità romana), non giocarono con altre squadre nazionali fino al 1950, perché convinti che avrebbero facilmente battuto tutti, e quindi, magnanimemente, evitavano di far fare brutte figure a tutte le altre nazioni.

Poi, quando si rassegnarono a competere, persero la prima partita con gli Stati Uniti, non proprio una potenza calcistica. E, per quanto concerne le vittorie, l’Inghilterra può annoverare solo quella del mondiale giocato in casa nel 1966 (quello del gol-non gol di Geoff Hurst). In seguito non hanno vinto più niente, mentre l’Italia ha vinto sette manifestazioni europee o mondiali (quattro mondiali, due europei e una Olimpiade); la Germania più o meno altrettanto, il Brasile pure; anche la Francia, molto anche la Spagna, l’Argentina e l’Uruguay, ma loro no.

Amavo spiegare al mio parente inglese acquisito che gli Inglesi, di fronte alle centinaia di artisti sommi di cui può vantarsi l’Italia, loro possono presentare un Turner o un Constable. Il loro più grande musicista, prima dei Beatles, è stato un tedesco di cui si sono impadroniti, Georg Friedrich Haendel. Continuo?

E così, un uomo normalmente intelligente come il capitano inglese della squadra nazionale di calcio Harry Kane, si toglie la medaglia d’argento non appena ricevuta, imitato in questo gesto, più che sprezzante verso l’Italia, imbecille, imitato da tutti i compagni, maleducati e poveri in spirito.

Se poi esaminiamo il comportamento del premier Johnson e del principe William, che non ha neanche salutato il nostro Presidente della repubblica (sua nonna Elisabetta non l’avrebbe fatto), traiamo la seguente conclusione: una storia e una cultura in declino, che non accetta il cambiamento e il principio di eguaglianza antropologica e morale fra tutti gli esseri umani, come credevano fosse i grandi inglesi citati nel titolo, ha bisogno di riflettere profondamente su se stessa, per trovare il modo di rinascere in umiltà.

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