Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Le due cornacchie, la pantegana morta e l’animale umano

Sappiamo dai tempi di Plinio il Vecchio come sono organizzate le api, le formiche e altri insetti collaborativi. L’amico Luca mi ha detto che andrà a vedete i licaoni al parco nazionale Krüger in Sudafrica. Si sa che questi canidi selvaggi sono altamente organizzati per la caccia, un po’ come i lupi e, se in branco, evitati perfino dai leoni. Tutti questi animali collaborano per istinto naturale, ma alcuni ci mettono qualcosa di più, e sembra che la loro intelligenza sia a volte stretta parente di quella umana, manifestando forme comportamentali che appaiono anche emotive.

Caro lettore, eccoti un aneddoto dedicato a un fatto capitatomi qualche mattina fa.

Ero in viaggio per una sede aziendale, saranno state le otto del mattino. La mia velocità sui settanta. Lo sguardo mi cade sul davanti a una cinquantina di metri, rallento molto (non avevo nessuno dietro) e noto sulla mia carreggiata una cornacchia grigia che cerca di tirare con evidente difficoltà verso il ciglio della strada una pantegana morta (il roditore aveva più o meno la sua stessa stazza), uccisa, come quasi sempre capita, da un’auto. Percependo il mio arrivo, l’uccello si allontana con due battiti d’ali lasciando la preda. Supero la posizione e mi fermo sul ciglio una ventina di metri più in là. Nel frattempo arriva un’auto e la cornacchia, che aveva ripreso il suo faticoso lavoro, si sposta di nuovo. Guardo di nuovo e, con mia sorpresa, le cornacchie all’opera sono due, che rapidamente riescono a trascinare la povera pantegana defunta oltre l’asfalto e nell’erba, in un luogo atto a ulteriori operazioni alimentari, in loco o differite, ma più al sicuro.

Ripartendo, credo di aver sorriso, tra me e me, considerando la capacità collaborativa che l’evoluzione ha generato in questi corvidi “intelligenti”. E ho paragonato il comportamento osservato a molti comportamenti umani che spesso sono addirittura opposti. Per gelosia, per rabbia, per invidia, per viziosità psico-morali varie, presenti nel comportamento umano certamente dai tempi storici, che registrano questi sentimenti in tutte le cronache e le letterature, dalla Bibbia alla grande tragedia greca.

Il nome della specie è dal greco κορωνη (korōnē, che significa “gracidante”, il verso dei corvi, in genere). Kraaa, quasi inquietante il verso, ma spesso anche in silenzio, stanno, le cornacchie, a differenza di molti umani che parlano insensatamente. Sembra un verso ripetitivo ma, come tutti i versi degli animali, non lo è: non lo è il “miao” del gatto, il “bau” del cane, il “coo co coo” delle galline, il “pit” delle tacchine (che quando ero piccolo mi temevano molto, perché in un caso le ho ubriacate con le vinacce di vino, ah ah), il “quaaa quaa” di oche aggressive e bellissime. Questi versi, tutti hanno modulazioni diverse, che rappresentano complicati linguaggi infraspecifici, e (oso dire) forme emotive.

Mi vien da pensare quanto più ricco di quelli, sia il linguaggio di molti personaggi di chiara e immeritata fama dei nostri tempi. Dimanda rettorica, anzichenò.

Cornacchie, in metafora, abundant tutt’intorno, e la metafora quivi benevola non è. Cornacchie sia nel senso estetico, uomini e donne che paiono avere il becco, o adeguato istromento atto a beccar becchime altrui, sia nel senso morale, ché costoro mai pensano sia importante agire virtuosamente, perché poco utile al proprio arricchimento, improvvido e  perfin noioso.

Signore, messer Renatus (chiedo a me stesso dialogando in soliloquium): come puoi rivolgere a te stesso simil quistione? Forse che issi omeni e femmine tanto di chiara fama abbieno linguaggi più poveri degli uccelli e dei quadrupedi supra nominati?

Li nostri tempora son di ardua interpretazion e pieni di contradizion sospese, ché talora par sieno perfin fasulli o istorie di sogno.

E, come vedi, caro lettor mio, proprio per distanziarmi da questi tempi di bellezza grama, mi rifugio nell’aulico linguaggio di andati secoli, quando ogni parola significava seriamente qualcosa, rispettando la lingua e l’ascoltante, mentre, a differenza degli umani, le cornacchie “parlano” oggi come un tempo.

Noa Pothoven non c’è più perché

si è tolta la vita ad Arnhem in Olanda, dove c’è una legge che permette il suicidio assistito dopo il compimento dei sedici anni, ma in questo caso lo stato non c’entra. Noa lo ha fatto a casa, pare, lasciandosi morire di fame. Voler morire, decidere di morire e poi morire interpella i più profondi precordi dell’anima.

C’è chi organizza i viaggi in Svizzera dall’Italia come la società Exit, il cui amministratore dice che il suo lavoro è come un altro e lui si limita a offrire (a pagamento) solo un supporto tecnico-logistico. Cercalo sul web, gentile lettore, ché vale la pena, per renderti conto fin dove può arrivare il freddo cinismo di qualche affarista, di qualche umano. E poi vi sono militanti radicali disponibile ad a accompagnare in Svizzera chi vuol chiudere la vicenda terrena per ragioni visibilmente comprensibili. Mi riferisco in particolare al caso di Fabiano Antoniani, più noto come Dj Fabo, di cui qui ho già scritto.

Non è banale decidere per il suicidio, fenomeno studiato da molti, fin dalle tesi degli antichi filosofi stoici, Seneca in primis, che si suicidò, certamente per ordine di Domizio Enobarbo, l’imperatore Nerone, senza attendere che qualche sicario lo uccidesse, nel caso in cui non avesse obbedito al “cesare”.

Condannato dalla dottrina morale cristiana che ritiene la vita umana bene indisponibile all’uomo, perché dono di Dio, il suicidio è stato studiato molto bene da Émile Durkheim nel 1897. Il sociologo francese era filosoficamente un positivista collettivista, per cui la società, per come è fatta, per i valori o disvalori che ha, per i problemi che pone, è ben più importante dell’individuo per la presa di decisione suicidiaria. Egli scrive:

«Se iniziamo dall’individuo, non saremo in grado di capire nulla di ciò che sta accadendo in un gruppo […] Di conseguenza, ogni volta che un fenomeno sociale viene spiegato direttamente indicando un fenomeno psicologico, possiamo essere sicuri che la spiegazione sia sbagliata”.»

Inoltre, pensava che un fenomeno sociale si potesse spiegare solo esaminando un altro fenomeno sociale, credendo in una sorta di meccanicismo causa/ effetto. Infatti afferma:

«Il suicidio coincide negativamente con il grado di integrazione nei gruppi sociali a cui l’individuo appartiene. […] Ci deve essere quindi una forza nell’ambiente comune che colpisce tutti nella stessa direzione, e il numero di suicidi individuali sarà alto o basso a seconda di quanto forte o debole sia questo potere”.»

Il suicidio. Studio di sociologia (titolo originale Le Suicide) è il testo a cui mi sto qui riferendo. Durkheim è convinto che la situazione sociale  condizioni le scelte individuali, in particolari situazioni di fragilità psicologica, fino quasi a coartare la scelta personale. Dal web: “Le statistiche mostrano che il suicidio è un fenomeno sociale normale: è un fenomeno regolare presente in molte società e, all’interno di ciascuna società, i tassi di suicidio si evolvono relativamente poco: Ciò che questi dati statistici esprimono è la tendenza al suicidio della quale ogni società è afflitta collettivamente“.

Lo studioso cercò in un primo momento di individuare le cause del suicidio e in seguito di proporre una sorta di classificazione dei tipi di suicidi, in base alle loro cause.

Venendo alla situazione attuale, da un punto di vista giuridico-legale in qualche stato è legale il suicidio assistito, nel quale il medico aiuta chi ha deciso di togliersi la vita, e differisce dall’eutanasia, poiché in questo caso il soggetto provvede a somministrarsi le sostanze mortali in modo “volontario” e autonomo.

Il tema interpella etica e religione, fortemente, e non è affrontato con superficialità in nessuno degli stati dove è ammesso. Belgio, Olanda, Colombia, Lussemburgo, Svizzera, e anche Oregon, Washington, Montana e California negli USA lo regolamentano.

Noa Pothoven, vittima di due stupri, anoressica e depressa, precedenti tentativi di suicidio, si legge, non è stata in grado di uscirne. Come è stata aiutata? Le notizie relative alla drammatica vicenda parlano di vari tentativi di rinforzarla, senza successo. Il ministero della salute olandese vuole accertare “il tipo di cure ricevute da Noa e se ci sia stato qualche errore” nei trattamenti somministrati.

Lei aveva anche scritto un libro con la sua storia nell’intento di fare coraggio ad altri giovani fragili, ma una decina di giorni fa ha rivelato sui social di voler porre fine alla sua sofferenza psichica “insopportabile e senza speranza“. “E’ da tanto che non mi sento davvero viva – aggiungeva – respiro ma non vivo” ed esortava i suoi follower a non tentare di dissuaderla. Prevedeva perfino quando sarebbe arrivata la fine: “Entro una decina di giorni“. E così è stato. “Genitori e medici – riporta il Guardian citando proprie fonti anonime – hanno concordato di non procedere all’alimentazione forzata“, una pratica consentita dalle linee guida dei medici olandesi secondo le quali “se un paziente nega il consenso alle cure, chi ne ha responsabilità può smettere di prestarne“.

Il papa ha scritto: “L’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza (…) la morte di Noa è una grande perdita per qualsiasi società civile e per l’umanità. Dobbiamo sempre affermare le ragioni positive per la vita“.

I Cinque Stelle hanno presentato una proposta di legge per l’eutanasia. Non so se e quanto abbiano approfondito il tema.

L’argomento di cui qui scrivo è di una delicatezza e profondità estrema, e le semplificazioni e le tecnicamente ignoranti considerazioni di non pochi, sui media e nella politica, non aiutano, anzi confondono. Perdere prematuramente la vita per un incidente o per malattia – purtroppo – appartiene all’esperienza comune, ma togliersela volontariamente (?) è cosa molto diversa. Torna in campo il tema della libertà. Fortissimamente. E qui rinvio al saggio di qualche settimana fa, scritto in questo sito, e a una sterminata letteratura filosofica, teologica, psicologica, sociologica e religiosa.

Per Spinoza e altri di varia provenienza teoretico-morale il suicidio, come ogni cosa-che-accade, appartiene al regno della “necessità” (ciò che non cessa), per cui non-può-non-accadere, in quanto coerente con tutti gli altri flussi causali che generano la realtà tutta.

Mio caro lettore, permettimi di dissentire da questo determinismo semi-assoluto. Non può essere che la decisione di togliersi la vita dipenda “solo” dal fatto che è previsto/ coerente-con-il-tutto la decisione suicidiaria, proprio per evitare che manchi un tassello alla… realtà. Anche accettando le teorie di Benjamin Libet dell’anticipazione (biologica) elettrochimica della decisione rispetto all’atto “libero”, non è plausibile che  non vi sia uno spazio di libertà in una decisione così drammatica, specialmente quando le “ragioni” sono di carattere psicologico-spirituale, e conseguentemente anche fisico, come nel caso di Noa o, più precisamente, nel caso del povero Lucio Magri.

Altro e diverso è il discorso di Dj Fabo. Il giovane uomo era in condizioni che definire terrificanti è un eufemismo, dopo un grave incidente stradale. La sua decisione è stata quella di cercare una fine che gli risparmiasse ulteriori tormenti. Il mio giudizio, da persona che è “uscita” (?) da una malattia gravissima, è improntato a un grande rispetto. Nel tempo e con l’esperienza ho anche cambiato idea rispetto a quella che nel 2008/ 9 mi ispirava a scrivere in un certo modo della povera furlanute Eluana, poiché ora su quella vicenda, vivendo e pensando e parlando con il dottore Amato, che la vide negli ultimi giorni, ho maturato una diversa posizione.

Libero arbitrio o meno, “proprietà” o “mandato” di ciascuno sulla sua propria vita, il tema del suicidio interpella i temi più profondi, delicati e difficili circa il valore della vita umana. E’ certo per tutti che la decisione di venire-al-mondo non è del soggetto, mentre è certo che, tecnicamente, il soggetto umano può decidere di togliersi la vita. La discussione, che deve essere sempre pacata, verte dunque su questo tema: se la vita sia un “valore” indisponibile alla volontà umana o meno. Non è una questione peregrina, poiché merita tutto il rispetto possibile e l’umiltà della ricerca e della competenza.

Se il papà o la mamma di Noa mi avessero contattato per aiutare la loro bambina, non so che cosa avrei potuto fare, chissà. Forse, utilizzando la filosofia pratica che, come si dice oggi, è una mia mia skill importante, forse – se coinvolto per tempo – si sarebbe stati capaci insieme – io e lei – di trovare un pertugio riflessivo per considerare che sarebbe valso la pena (?) continuare a vivere.

Radio Radicale e il gerarca lillipuziano

Mi piace partire dal bravissimo Massimo Bordin, mancato da poco (manca a me e a molti, come professionista e come persona) per parlare di Radio Radicale e di un nanetto che vuole sopprimerla.

Non condivido tutte le battaglie dei radicali italiani e di questa emittente, specialmente quelle relative all’etica della vita umana, sull’eutanasia in primis, ma ritengo che la cultura etico-politica radicale abbia contribuito fortemente alla civilizzazione della politica e della società italiana, e credo che sia stata e sia un baluardo della democrazia e del diritto alla conoscenza, ultima grandiosa battaglia di Marco Pannella.

Di quest’ultimo tema, credo, i grillini hanno un terror panico, per cui preferiscono che una voce libera e colta si spenga, così potranno riuscire meglio nel loro squallido lavoro di disinformazione manipolatoria del pubblico (di chi si fa intortare, comunque), soprattutto, anche se non solamente, tramite la Casaleggio e C.

«Radio Radicale non nacque per essere “la radio del Partito Radicale”, quanto piuttosto tentare di dimostrare concretamente, attraverso un’opera da realizzare, come i Radicali intendono l’informazione.
Creare un dato emblematico, in maniera sostanziale e non astratta, di quello che il servizio pubblico dovrebbe fare»
(Massimo Bordin, già direttore di Radio Radicale)

Un po’ di storia. Radio Radicale è un’emittente radiofonica la cui proprietà è l’Associazione Politica Lista Marco Pannella, legata al Partito Radicale, con sede a Roma e copertura nazionale. E’ riconosciuta dal Governo italiano come “impresa radiofonica che svolge attività di informazione di interesse generale”. È stata la prima radio italiana a occuparsi esclusivamente di politica, senza introiti pubblicitari di alcun genere e specie.

Radio Radicale vide la luce ai primi del 1976, voluta da un gruppo di militanti radicali. La prima sede fu collocata in un appartamento di 60 metri quadri situato in via di Villa Pamphili, nel quartiere Gianicolense di Roma. Era il periodo delle radio libere, e poté trasmettere anche  seguito della sentenza n. 202 della Corte Costituzionale. Caratterizzata da uno spirito libertario, utilizzò mezzi di fortuna per trasmettere  e tenne bassissimi costi di produzione per sopravvivere. I suoi attivisti non vollero mai chiamarla organo di “controinformazione”, come andava di moda nei mezzi di comunicazione dell’estrema sinistra del tempo. I radicali sono dei liberal-democratici e socialisti libertari. I fondatori vollero invece che la Radio fosse un servizio di informazione “radicale”, e non solo, anzi per nulla, nel senso di essere organo di partito, ma di essere emittente fedele al principio di servire radicalmente la verità, come servizio pubblico.

Non dimentichiamo che in gnoseologia o critica della conoscenza,  disciplina filosofica, si parla di “riflessione radicale” per dire che essa va proprio alle “radici” dei concetti, delle definizioni e delle espressioni, per non tradire mai la ricerca della verità sulle e delle cose. La Scolastica classica dell’Aquinate, David Hume e Wittgenstein docent.

Radio Radicale, fin da subito, oltre all’informazione sulle iniziative radicali, animò trasmissioni di informazione sui momenti centrali della vita istituzionale e politica italiana, fino ad allora alla portata di una ristrettissima élite: fin dall’inizio, le dirette dal Parlamento, dai congressi dei partiti e dai tribunali avrebbero costituito il segno distintivo dell’emittente, rendendola di fatto una struttura privata efficacemente impegnata nello svolgimento di un servizio pubblico.

Il metodo della Radio fu un modello di informazione politica innovativo, poiché garantiva la trasmissione degli eventi politici, culturali legati alla politica, istituzionali e congressuali in termini integrali, senza mediazioni giornalistiche o condizionati da “veline” dei poteri partitici. Il motto sotteso era ed è quello einaudiano di “conoscere per deliberare”. Solo Radio Radicale ha sempre parlato e parla di tutto il mondo dando spazio senza rete e senza alcuna censura a rassegne di stampa estera, dall’Asia, dall’Africa e dall’America Latina, intervistando chiunque, di ogni partito e orientamento politico e ideale, dando così al pubblico informazioni che altrove non si trovano con quella dovizia e acribia del dettaglio.

Essa è tuttora il più grande archivio della democrazia italiana, che a oggi conta più di 250.000 registrazioni audiovideo, tra cui oltre 19.000 sedute dal parlamento, 6.700 processi giudiziari, 19.300 interviste e 4.400 convegni.

Ripeto: i grillozzi la vogliono chiudere perché la temono..

 

Vediamo ora l’etimologia di “gerarca” e, caro lettore, capirai subito il perché. L’etimologia deriva dal ieròs, lemma greco, che significa anziano e perciò autorevole. Il fascismo prese a utilizzarlo per i suoi scopi organigrammatici dal 1929 per designare i dirigenti del  Partito Nazionale Fascista, al di sotto del Duce. I gerarchi più alti in grado, dal segretario federale (provinciale e nazionale) facevano parte del Consiglio Nazionale del PNF, e dal 1939 della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (i sindacati datoriali e dei lavoratori), mentre il Segretario e i due Vicesegretari nazionali erano componenti di diritto del Gran Consiglio del Fascismo.

Bene, poco prima di mancare, Bordin aveva definito crimivito o vito crimi, nel 2013 portavoce in Senato di quel gran partito di cultissimi esponenti, i 5S, “gerarca minore”. Questo signore palermitano, non sente ragioni: come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, plenipotenziario all’editoria, vuole vuole vuole far chiudere Radio Radicale.

Non so se ce la farà. Se il Governo andrà a casa, no. Se rimarrà in carica può darsi anche che qualcuno, ma non credo l’etereo Conte, lo blocchi.

Da questo blog chiedo ai miei gentilissimi lettori di aiutarmi, nel mio piccolo, a combattere questa buona battaglia per la cultura e per la libertà.

EVVIVA, ULTIME ORE, LA CAMERA, con il fondamentale contributo della Lega, RIDICOLIZZANDO IL GERARCA MINORE, HA RICONOSCIUTO IL RUOLO DI RADIO RADICALE, CONFERMANDOLE I MEZZI ECONOMICI PER CONTINUARE!

Equador, Carapaz, Italia, Fagagna del Friuli

L’Equador è una repubblica, uno stato e una nazione sudamericana, di estensione un poco minore dell’Italia e una popolazione di quasi diciassette milioni di abitanti. Si trova tra la Colombia il Perù e il Mare Oceano Pacifico. L’equatore attraversa questa terra, dandole il nome. Quito è la capitale, mentre la città più popolosa è Guayaquil.

A circa mille chilometri nell’Oceano si trovano le isole Galapagos, nelle cui acque e territori Darwin studiò la natura e poi scrisse L’origine delle specie.

Dal 1832 l’Equador è indipendente dopo essere stato colonia spagnola, e parte dello stato (la Grande Colombia) fondato da Simon Bolìvar, il libertador dal dominio spagnolo, con Colombia, Venezuela e Panama.

Ivi si parla spagnolo, ma sono lingue ufficiali anche il quechua, lo shuar, lo tsafiki e altri idiomi parlati dagli autoctoni.

Da tanto lontano, è arrivato al Giro d’Italia di quest’anno, e lo ha vinto con forza e merito, Richard Carapaz, ventiseienne andino, dalla faccia scolpita con lontane reminiscenze fisiognomiche di un altro combattente della bici, Claudio Chiappucci, che poco meno di trent’anni fa duellava con onore perfino con Miguelon Indurain e Gianni Bugno, con Argentin e Greg Lemond. Un primo argumentum che desidero agganciare al secondo, poiché entrambi rappresentano modi dell’umano agire, nei suoi chiaroscuri contraddittori, a volte strani o imprevedibili.

Altro scenario: una domenica di primavera, in quel di Fagagna, ridente borgo collinare friulano, in un campo da golf molto prestigioso, io son stato nominato da un giovin signore. Un signore più in età, incarnazione dell’arcangelo Gabriele, con cui sono in contatto da qualche tempo, onorato del fatto, io indegnissimo, proprio come Maria di Nazaret e il Profeta Mohamed, mi ha riferito che il giovin signore ebbe a citarmi per dir -seppur indirettamente- che sono una persona perbene, uno che non cannibalizza le aziende che frequenta, favorendo spostamenti di personale dall’una all’altra.

Sono ben contento che tale chiara fama percorra ponti e sentieri, strade e convalli, e giunga fin nel verde smeraldino dei prati curatissimi di un nobile deporte, se dice en castellano.

Che cosa insegna l’episodio di non spregevol natura? Che bisogna stare accorti a come dove e con chi si parla e a chi può ascoltare i nostri discorsi, anche se ora il web può tradire chiunque.

Il mio cortese informatore, a sua volta protagonista involontario di un aneddoto frizzante, mi ha detto convintamente che son stato nominato con rispetto e fiducia. Ooooh, almeno qualche volta il gossip non è dannoso.

L’episodio di cui sopra. G.T., queste le iniziali del signore, amico e collega, e non è l’acronimo di un’Alfa Romeo degli anni ’60 mi racconta: “Ero lì e, dopo avere giocato la mattina, ho aiutato, berrettino da barman in testa, un collega dell’altra grande azienda del gruppo, a distribuire tranci di pizza a giocatori e ospiti, signori e signore della borghesia buona che frequentano il prato verde nella natura. Davo loro quel che mi chiedevano e taluno o, più spesso, taluna, mi apostrofava un po’ piluccando e commentando critica i tranci…. oooh troppo salamino, ragazzo quel pezzo là, sì signora, subito. E così dalle 14 alle 17 circa. Vado a casa a cambiarmi e torno, perché sul tardi vi era una cerimoniola per ringraziar gli sponsor, tra cui la fabbrica di pizze famosa della Pedemontana. Il chairman cita i presenti e chiama anche me al tavolo presidenziale (faccio per dire) dicendo “ringrazio sentitamente il dottor G.T, amministratore delegato della multinazionale b., che ci aiutati in questa bellissima giornata”. Bene: non so se in me hanno riconosciuto il “ragazzo” che due ore prima dava fuori i tranci di pizza ma, scenario capovolto, molti a tirarmi per la giacca, complimenti, perorazioni… e io ero sempre quello là, cui ci si rivolgeva con la degnazione di un superiore verso la servitù”.

Lezioncina morale: l’umanità e di una variabilità infinita, da Carapaz al giovin signore che mi citò senza peritarsi di controllare se qualcuno lo stesse ascoltando, l’amministratore vestito da barman, i suoi “servìti” e poco dopo clientes quasi imploranti, e perciò si conferma che l’abito e il ruolo fanno il monaco, ma i presuntuosi imbecilli possono vestirsi come vogliono, firmati o meno, cosicché imbecilli (certamente non nel senso descritto dalla neuropsichiatria positivistica neo-lombrosiana, e neppure con terminologia più attuale dal Manuale medico-diagnostico V) sono e tali restano, semper et ubique. Amen.

Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Castigliano, Rigamonti, Grezar, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola V., Ossola

Forse solo la formazione della grande Inter di Helenio Herrera è diventata altrettanto nota come cantilena ritmica per dire una squadra di calcio (Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola A., Peirò, Suarez, Corso), anche se forse non sono state le più forti squadre di ogni tempo che, a parere di molti, furono il Brasile ’70 di Pelè, Tostao, Gerson, Carlos Alberto, Rivelino, Jairzinho, etc, e il Milan di Van Basten, Gullit, Donadoni, Baresi, Rijkard, etc. Questi ultimi chiamati “invincibili” come il “grande Torino”. Comunque, ai sui tempi il Torino era la più forte squadra del mondo.

Il 4 maggio 1949, tardo pomeriggio, nebbia fitta, nuvole basse e pioggia battente su Torino. Il trimotore Fiat G212 cerca un varco per l’aeroporto di Caselle, e scende a meno di 600 metri di quota impattando sul colle di Superga. L’aereo era partito da Lisbona in mattinata e aveva fatto uno scalo tecnico a Barcellona. Me ne parlava quand’ero bambino, Pietro, mio padre, e il suo racconto era epico, come quando mi narrava di Bartali e Coppi, dell’Izoard e dello Stelvio e che, se non ci fosse stata la guerra, i nostri due grandi si sarebbero spartiti altri quattro o cinque Giri d’Italia e Tour de France, e non ci sarebbero stati Merckx e Hinault a contender loro la palma dei più grandi ciclisti di sempre.

Un pezzo di cronaca degli ultimi minuti del volo…

“A circa 15-20 minuti stimati dalla pista di Torino l’equipaggio del trimotore richiedeva nuovamente il rilevamento geometrico ai radiofari di Novi e Savona. Scosso dal vento di libeccio e sferzato dalla pioggia battente, I-ELCE entrato in volo strumentale ricontattava Torino alle 16:55 per avere nuovamente il bollettino meteo. Rispondeva la torre: “Torino: calma, visibilità 1.200 metri. Tempo presente pioggia continua, tempo passato pioggia. Nubi basse 8/8 strati e fractostrati limite 480 metri. In tutte le direzioni sopra le montagne, invisibile stazionario. Superga: cielo invisibile. Vento nord 10 nodi, visibilità 40 metri: tempo presente pioggia continua, tempo passato pioggia: in tutte le direzioni invisibile verso il basso.”

Quel 4 maggio, dopo lo schianto che frantumerà l’aereo, dice il cappellano della Basilica: “Ho sentito un rombo, paurosamente vicino, poi un colpo, un terremoto. Poi il silenzio.” E una voce di fuori “È caduto un apparecchio“…

Un crepuscolo durato tutto il giorno, una malinconia da morire. Il cielo si sfaldava in nebbia, e la nebbia cancellava Superga“, riportava il cinegiornale Settimana Incom.

Circa le cause dell’impatto:

“…l’ipotesi forse più accreditata sembra oggi risiedere nei limiti della strumentazione di bordo e di terra disponibili all’aviazione civile di 70 anni fa. A causa dell’approssimazione della navigazione strumentale e della mancanza di standardizzazione nelle comunicazioni tra la torre e il velivolo, si sarebbe creato un lieve errore di rotta e altitudine (in termini di pochi secondi o poche decine di metri) che avrebbe portato il G.212 in rotta di collisione con la basilica. Bisogna tenere conto che all’epoca del volo fatale il trimotore non era dotato né di radioaltimetro e neppure del radar orizzontale, che avrebbe potuto avvisare in tempo utile l’equipaggio della presenza dell’ostacolo in rapido avvicinamento. Da considerare, secondo gli esperti, anche l’azione del forte vento di libeccio che soffiava sulle alture di Torino e che avrebbe potuto spostare di qualche grado l’angolo di approccio di I-ELCE alla pista, distante appena 9 chilometri in linea d’aria dal punto dell’impatto.

Un errore umano dunque, molto probabilmente causato inconsapevolmente per la ridotta sicurezza nel volo strumentale di quegli anni oppure per una errata interpretazione delle carte nel momento in cui la vista del terreno scomparì agli occhi dell’equipaggio. E da quelli dei giocatori del Grande Torino, inconsapevoli del loro tragico destino per tutta la durata di quel volo che riporterà l’Italia nel lutto che sembrava svanito con la fine della guerra.”

Mi piace questo brano che trovo sul web e lo riporto.

Il sole che scintilla su Torino a momenti lascerà il passo alla pioggia, perché quando s’avvicina il 4 maggio c’è sempre un momento in cui il cielo diventa implacabilmente livido e d’improvviso cala il buio, come buio era quel pomeriggio di settant’anni fa quando l’aereo del Grande Torino – all’epoca, la squadra più importante del mondo – si schiantò contro la basilica di Superga. Nessuno sopravvisse. Non un giocatore, non uno tra allenatori medici e massaggiatori, non un membro dell’equipaggio, nessuno dei tre giornalisti al seguito. Fu la tragedia più tragica che abbia mai colpito il mondo dello sport, l’unica che abbia raso al suolo una generazione intera di calciatori, dei migliori calciatori che l’Italia avesse nel dopo guerra, e che abbia cambiato per sempre la storia del club e della gente che lo ama, che da allora si porta dentro i due sentimenti che quell’amore alimentano: la rabbia per la più ingiusta delle ingiustizie possibili e il rispetto della memoria, romantico e doloroso al tempo stesso. Chi nel ’49 c’era, ha un ricordo che gli gela la colonna vertebrale, più di ogni altro: seppe della notizia perché qualcuno gli disse, con disperata incredulità, “è morto il Toro”. Nessuno immaginava che una squadra potesse morire.”

Qualche anno fa mi ci ha portato una persona sensibile di lì. Non c’era molta gente davanti alla Basilica. Andammo sul retro dove è stata collocata una grande lapide a ricordo della tragedia.

Il resto è memoria indelebile.

La notte del lavoro narrato

Ottanta persone, una più una meno, di varia provenienza e età, un martedì sera primaverile, l’ultimo di aprile, senza premura di andar via. Quasi due ore di racconti, di lavoro e di vite. Vedo amici, colleghi e allievi, ma molti non conosco. C’è il carissimo Alberto, mio medico di generosa fama. Bene, dico a me stesso, è l’occasione di vedere volti nuovi, entrando in contatto, ascoltando e guardando, incrociando sguardi e movimenti del volto. Mi dispiace non poter dar retta a tutti, e le risposte che qualcuno si attende da me, quasi fossi taumaturgo. E un po’ lo sono, in questo tempo.

 

Il Racconto

C’è chi viene da una famiglia di organari da quasi trecent’anni, e narra il complicatissimo lavoro di fisica acustica, meccanica, falegnameria, pneumatica, elettronica, che sta dietro e dentro la costruzione d’un organo da chiesa o da concerto. Francesco Zanin racconta la sua storia con eleganza sobria, e quella di suo padre, dei suoi avi, della sua famiglia laboriosa e geniale. Scorrono immagini d’organi costruiti per quivi e per paesi lontani, per Lignano e Hiroshima, e il pensier mio si rivolge a Bach Johann Sebastian di Sassonia, ma anche all’operaio ottantenne, che ancora stava dietro al tornio, alle mani straordinarie e alla fantasia del gran Tedesco d’Eisenach, e alle non meno artistiche mani dell’uomo del tornio.

Ulderica ama dir di sé e della connessione tra la vita e le immagini da lei fissate per l’eternità, con la macchina fotografica, ritraendo il momento metafisico (eccome si dà la metafisica, in quanto sapere fondativo, amico che addirittura ne neghi l’esistenza, non solo l’importanza), ed ecco perciò l’eterno di vecchi e bambini, di malgare e pescatori di laguna e di “mar grando” (B. Marin). Il fluire delle sue parole sembra infinito. Facunditas, la chiamo quando Piero, il maestro di cerimonie, mi invita a interrogarla, per definire la virtù narrativa della donna di Carnia.

Magra e nervosa, fresca e verace, due coppie di aggettivi che non ridondano, la Micaela, tutta di corsa, dai tempi delle galline starnazzanti invano impegnate a sfuggire alla bimba razzente. Di mestiere ha fatto la corsa, finché il limitare di gioventù glielo ha permesso, un poco vergognandosene, da Furlana estrema. Bonessi è nel novero dei campioni, e anche di modestia (non falsa, come in molti) e cultura, senza enfasi alcuna, racconta il suo incedere, “è l’itinerario che conta, afferma, più della ricercata vittoria“.

Il capo azienda, che ha fatto della scelta iniziale un cammino ancora durevole, una maratona del/ nel lavoro suo e di molti altri, migliaia. Quasi con sommesso discorrere fa vedere la necessità del non compiacimento, dell’allerta primigenia, che si deve avere,  ancor quando sembra che le cose vadano bene, anzi proprio quando vanno ancora bene. Non è vero del tutto che “squadra che vince non si cambia“. Annusare il futuro è virtù di pochi, che può essere umilmente coltivata da metodiche. Anche le nostre vite, sostiene Gianluca, sono come le aziende: è bene pre-vedere, anticipare, esser sinceri con se stessi e con gli altri, per evitare di ballar perigliosamente sulla corda.

E io ricordo il diritto di conoscere, oggi negletto, danneggiato da mille e mille falsità che la rete somministra a tutti, panie dove i pigri e gli incliti rischian di cadere, e di finire come mosche attese dal ragno. “Prede e ragni” (cf. De Toni e Comello, Utet, 2005), altro non v’è nella contesa del vivere umano. Cerco di distinguere nell’accadere delle cose tra caso (che per me non si dà) e cause, tra necessità e contingenza, tra destino come rassegnazione e destino come creatività e partecipazione. Tornando alla distinzione tra prede e ragni, se sei preda chiediti se vuoi proprio esserlo: se non, agisci come suggerisce Gian, senza aspettare che qualcuno ti venga a salvare.

Vana potrebbe esser l’attesa e perfino, almeno in parte, la tua vita.

Fra’ Bruno da Quadruvium, l’ultimo liutaio (ma no!)

Il titolo monacale gli s’attaglia, poiché Bruno è anche magister palestrarum, senza alcuna allure da fitness patinata e fasulla. Lo conosco da trent’anni, ma solo da dopo la prova esistenzial più dura che mi toccò, lo ho visto spesso, in palestra. Poi ho scoperto altre sue doti, è chitarrista e uomo curiosissimo. E’ lui, con sua moglie Isabella, l’editore de La Flame e La Flamute, magazine furlan che merita.

Ed è poi liutaio, mastro costruttore di chitarre, ispiratosi ad abbas Giobatta Morassi da Malborghetto, che usava pino della Val Saisera, per i suoi violini, e non andava in Val di Fiemme come i Guarneri del Gesù e gli Stradivari da Cremona.

E Bruno è sulle sue tracce. Lo trovo in laboratorio, sotto il filo del terreno, bislungo, pieno di odore di resine e legno. Rifiuta il caffè di Isabella perché “è concentrato” su uno stampo per chitarra, che sarà più grandina delle solite. Manda me a bere il caffè, mentre sulla scala zampetta Anna Paola, figliolina svelta. Spalma con pazienza infinita lo stucco di colla e segatura preparato da lui stesso per “pareggiare” i bordi interni dello stampo.

Guardo muto il suo muoversi lento e preciso, come se stesse lì (penso) da trecent’anni, e un altro maestro se ne fosse appena andato via dopo avergli dato qualche consiglio.

In questo tempo nel quale fretta e banalità superficiale sembrano farla da padrone, consola vedere i gesti di Bruno, il progetto di “una chitarra al mese“, se ho capito bene. Mentre fuori tutto (o quasi) corre in frenesia pressapochista e insapore, si sente il sale della vita in quel laboratorio.

Potrebbero trar nutrimento i ragazzi giovani che vanno a scuola, passando un’ora a guardare e a chiedere, che cosa significa quel lavoro lento, perché lo ha aggiunto alla sua vita, ché Bruno è un poco simile a me: ha lavorato per aggiunte, senza quasi mai togliere nulla dalla sua esperienza.

Oggi la proposta social è bruciare le emozioni, in un lampo, in un like, in una lacrima di plastica. Non conosco la sociologia di Instagram, ma leggo che è gradita dai politici che si inseguono lì come animali la preda, o su Twitter, cinguettando come gli vien meglio, o peggio, meglio dir.

Iersera mi trovavo a una cena sociale in mezzo alla campagna, in un vecchio molino adattato a ristorare il viandante, seduto accanto a un ex politico che per poco ha ascoltato le mie e poi mi ha subito invaso con le sue, per mezze ore. Ha dimenticato sul tavolo la rivista che gli avevo donato. Pare che l’attenzione, come stato dell’anima-psiche sia stata defraudata dal solipsismo autogenerativo e disperato. “Se non mi vedi, se non mi ascolti, non esisto“, “Tu, tu sei solo la cassa di risonanza del mio ego“.

Bruno, invece, esiste, eccome!, lì sotto nel suo laboratorio da cui raramente si sente il romor di un trapano elettrico o di una picciola sega, “proprio per essere più precisi“, mi dice, in certi tagli, e per fare dei fori.

Poi me ne vado, proprio per la cena di cui sopra, un po’ a fatica.

Ma mi aspetta nel nobil paesone di San Vito, un vecchio amico, con cui tant’anni fa andai in Russia, che allora aveva altro nome, in auto.

Per strada pioviggina, ma il sole occhieggia dietro le nuvole d’aprile, e promette di illuminare il giorno di domani, che è quando scrivo qui. Poche auto, “è strano, penso, di venerdì pomeriggio“, ma vedo il chiosco di campagna, quello vicino al grande fiume dei Furlani, pieno d’auto “son già a cena“. Ripenso a mastro Bruno, editor di cose belle, mi par di poter dire, senza falsa ritrosia o modestia, di cui son pieni i fossi del disastrato web e della televisione.

Chiederò tra un poco a lui a che punto è la chitarra, a che punto la sua mano ha trasformato il legno in istromento musical, che possa accompagnare il tempo e il sentimento di qualcuno, nella sua unica vita, nel suo presente eterno.

Parlare del 25 Aprile (1945-2019) evitando le banalità e la pigrizia del “politicamente corretto”, ricercando le verità storiche e le “verità locali” che aiutano a pensare

Le feste nazionali si rispettano, perché la Storia richiede la Memoria e, se possibile, una memoria condivisa, patrimonio civile e morale che a tutt’oggi l’Italia non possiede, per ragioni che cercherò di ricordare in questo pezzo.

Il 25 Aprile, che è Festa Nazionale, fu istituito nei modi e nei tempi che qui sotto ricordo.

Su proposta del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il Principe Umberto II, allora Luogotenente del Regno d’Italia, il 22 aprile 1946 emanò un Decreto legislativo luogotenenziale (“Disposizioni in materia di ricorrenze festive“) che recitava:

«A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale

La ricorrenza venne celebrata anche negli anni successivi, ma solo il 27 maggio 1949, con la legge 260 (“Disposizioni in materia di ricorrenze festive“), essa è stata istituzionalizzata stabilmente quale festa nazionale:

«Sono considerati giorni festivi, agli effetti della osservanza del completo orario festivo e del divieto di compiere determinati atti giuridici, oltre al giorno della festa nazionale, i giorni seguenti: […] il 25 aprile, anniversario della liberazione;[…]»

La proclamazione di questa e di altre festività ricorda un poco, caro lettore, la solennità dello shabbat ebraico, quando non si può neanche togliere dal fosso l’asino del contadino ivi precipitato, fino alla lezione di Gesù, quando insegnò che non è l’uomo fatto per il sabato, ma il sabato per l’uomo (Marco 2, 27). E dunque, quasi analogamente, queste feste, come il 25 aprile, sono fatte per l’uomo e la sua storia. Affinché, possibilmente impari qualcosa.

Questi i fatti, questa la storia delle cose, che non so se molti conoscono, e forse neppure i sotto citati signori, di cui narro di seguito.

Un paio di amici-conoscenti o conoscenti-amici me lo ha ricordato insieme con gli auguri pasquali (e di pasquetta, non capisco perché, forse per una diminutio da analogia impropria degli auguri per la Pesach ebraico-cristiana), o perché ambedue sono dell’idea che io non sia abbastanza “di sinistra”, e pertanto sia utile e doveroso ricordarmi tale ricorrenza. Loro, invece, sì, sono abbastanza di sinistra. E militano.

Mi piace ricordare ai miei gentili lettori a partire dai due zelantissimi signori, che la ricorrenza del 25 Aprile NON è una festa della sinistra, ma una Festa nazionale; in quanto alla Guerra di Liberazione, che è stata una terribile guerra civile, inevitabile e sacrosanta, come attesta la storiografia più avveduta, non hanno partecipato solo militanti di sinistra, comunisti e socialisti, ma anche azionisti, cattolici e liberali, come il Colonnello Montezemolo e Edgardo Sogno, militari come il generale  Gandin che resistette a Cefalonia dopo l’8 settembre, finendo fucilato dai tedeschi con 9.000 dei suoi soldati, e i Granatieri di Sardegna che combatterono i reparti nazisti a Porta San Paolo in Roma, nonché preti e operai e contadini popolar-democristiani.

Ricordo poi ai miei due maestrini, che io, a differenza di loro che si limitano solitamente a parlare tra pochi intimi cui spesso fanno la lezioncina, loro invalso costume, ho partecipato alla ricorrenza del 25 Aprile più volte incaricato -per ruolo o per competenza- di parlarne pubblicamente, o in luoghi pubblici (ad esempio a Udine nel 1986, in piazza Libertà (a proposito di libertà!) insieme con l’onorevole Mario Lizzero, il Comandante Andrea delle Brigate Garibaldi, che mi conosceva e mi stimava, oppure in qualche auditorium o teatro.

Il 25 Aprile va ricordato e spiegato bene nelle scuole di ogni ordine e grado, nei modi più opportuni e proporzionati all’età degli alunni. E’ argumentum sviscerato, anche se mai del tutto, da innumerevoli tesi di laurea in Storia contemporanea, è oggetto di saggi e polemiche ancora non sopite.

Non vi è in tema ancora, in Italia, una memoria rispettosa e condivisa, che dica due o tre semplici cose:

a) la Guerra di Liberazione nazionale, guerra civile, sanguinosa e terribile, nel contesto storico di quegli anni (’43-’45) era inevitabile, poiché l’Italia aveva scelto l’alleanza sbagliata e compiuto azioni criminali sui popoli aggrediti (Yugoslavi, Greci, Ukraini, etc.);

b) non sarebbe stato saggio rimanere inerti di fronte ai manifesti crimini nazisti e “lasciarsi liberare” dagli Alleati e, in ogni caso in Italia, dalla latenza, dalla latitanza e dal confino, dall’esilio e dalle carceri, era sorta la Resistenza di un Popolo contro il nazismo occupatore e contro il fascismo vigliacco;

c) occorreva mostrare che in Italia vi erano ancora forze sane in grado di rilanciare il futuro della popolazione e la dignità della Nazione.

Non poco, quindi. Questo e molto altro è la Festa del 25 Aprile, festa Patria e di una Memoria sacra.

In questa data non dovrebbero esserci divisioni e provocazioni, come quella di Salvini che il 25 aprile, piuttosto che partecipare a qualche manifestazione patriottica, andrà in aereo a lottare contro le mafie. Quello è suo compito quotidiano. Si vede che lui, e quelli che più o meno la pensano come lui, preferiscono vilipendere ciò che dicono -sempre e solo a parole- di onorare e rispettare, la Patria e il Popolo italiano.

Ve iniment, cioè “ricordare”, in friulano

VÊ INIMENT

Vê inimènt  il timp ch’al è passât cuasi simpri al fâs ben al cûr, tu âs tal cjâf chei ch’a son lâs di chê atre bande, il ben che ti àn volût, se che àn cirût di dâ tal cjaminâ insieme.

Daspò cul metîsi in scolte cun chel ch’al capite in dì di vuè ti cjape l’ingoz e al ven di domandâsi in se môt  che un al rive a copâ un’atri dome pal fat che lu à denant in chel moment. Vadì che nol rivi a resonâ o che, chel ch’al comande ta chel moment cu la sô ande j dedi il permes di fâsi vjodi pì fuart tibiânt cui ch’a j ven sot lis sgrifis. Chei timps lì no ju vevin vûs za fâ àjns e j speravin che lis pouris no tornâssin.

J àj ben inimènt chel ajar ch’al svintâve daspò la seconde vuere mondiâl, par vie di chel ch’al comandâve chel stât a man cjampe dopo lis primis stangjs ch’a segnâvin il confin, venastaj il capo Slâf. Po ben propit a chist j vêve cjapât la matasie di cjapâ chês stangjis, par plantâlis fintramai sul ôr dal Tiliment. Cussì j saressin colâs ducj in te vuate, no erin tant ben come chi erin, ma se si à di gambiâ si à di là in miôr no in piês! Si sintîve a contâ di int ch’a scjampâve vie di là, di int ch’a vignive copade o butade jù pai fosôrs, ineade tal mâr, robis brutis.

Il predi scaturît pì di nò al predicjave saldo che chel cudicjo lì nus vares copâs ducj, nus fâseve preâ  rosariis e novenis par cirî la protezion dal Signôr. La pore chi vêvi mi scjafojâve tant che j vierzevi la bocje par tirâ flât a bacons, cui i miei fradis pizzui i lâvin a taponâsi te stale o tal fen, lì no si sintîve a cjacarâ di nuje.

In bande de cjase dolà chi erin a stâ a ere un’ostarie, si sintîve a cjantâ a ridi e chist nus dave  lun fregul di ligrie. Di sabide sot sere a si fermâvin ducj i operaios che a  molâvin di vore, lôr a disevin che a scugnivin fâ che sorte di sacrifizi, par fâ rabiâ lis feminis ma chês cuanche ju vedevin rivâ cu la muse colôr sope di vin a deventâvin tanche lis liparis. Tra une ridade e une bevude a saltâve four di dut, dispes il discors al sbrissâve su la vuere, une sere un pì imomât di ducj, alsant il do al disè: “No j vin di ringraziâ i Angeli-Americani chei nus àn liberât, cumò nissun nus comande!” Jò chi stavi a sintî no capîvi Agnui Merecans? a mì, mi pareve che i merecans a fossin omis come ducj!

Dilunc i ajns j rivâj a discrosâ la robe e mi vignè di ridi, tant, ma tant, chei “Angeli-Americani” no erin atri che “gli Anglo-Americani”.

Chel che daspò mi mandà in bestie perdabon al fò, cuanche j vignei a savê che tal miez di chei, agnui al ere encje un’atri cudjcio .

Chist al ere une sorte di (Sioreto) coplen che Dio nus vuardi, une muse taronde ch’a someâve il plen di lune d’avost e che di sigûr nol vêve stentât te vite come la puare int di chel timp. Lui un liberatôr, cuanche al fò clamât cun chei atris braurôs a dividi la tiere, di ducj chei ch’a son tacâs par i peis su la tiere, al fasè il stizze boris, senze stâ tant a sicuantâle, j lâve ben di dâ vie chel toc di Friûl fin sul ôr dal Tiliment cun no drenti, insieme a la nostre pore che chel atri, nus vessin tirât il cuel come ai poles.  Atrichè agnui, di sigûr  al spesseâve a parâ indenant la robe, par podê  tornâ te sô isule a fumâsi il sigar cu la panse par adalt e nò ta lis mans di chel atri cudicjo.  Chei ch’a  fâsin cussì a strissinin vie l’omp cun dut il sô jessî, a vêlu devant al sares stât di dâj une petenâde di chês, encje se al ere sglereât!

Dut chist mi è restât jenfri vie come une sbrovade, tant che no rivi encje mò a meti un peit in pâs, di là di chês stangjs. Chei  chei ch’a piin i foucs par daspò vê la braure di distudâju, si domandino mai se ch’a fâsin ?

In part il fat si disgherdeâ  te sierade dal 1954, il 5 di Otubar a firmârin l’acuardi e il 26 dal stes mês Triest a deventà Taliane. Chel nus dè a ducj un fregul di pâs J àj encje mò drenti di me il sunôr, il scampanotâ da lis cjampani di San Just, ch’a si sintîve par radio.

La int di Triest a clamâve a plene bocje il sô prin sindic “De Renzi, De Renzi!”

Se che j varessin di tignî iniment, che no sarin mai in pâs se la pâs no la vin drenti di no e se qualchidun, encje tal nestri pizzul al semene runduie invezze di fermâlu j din cuarde a sarà simpri un ripetisi da lis robis . In particolâr tal dì di vuè che a voltisi sin strissinâs ta un vivi senze memorie, no bisugne taponasi davour il fat che no son robis che no nus riguardi in môd diret, dut nus rivuarde.

L’ignavie  è une di chês mancjânsis che nus parte a resonâ mâl: par chist Dante al à metût chi ch’a pecjn di chist su la bocje dal’infiêr.

 

RICORDARE

A volte  la mente torna al passato e i ricordi affiorano in modo dolce, e questo allenta lo strappo tra noi e le persone che sono passate a miglior vita, l’amore che hanno donato ti riscalda il cuore e rivivi il tempo trascorso assieme. Poi si ripiomba nell’attuale, in un quotidiano non sempre facile, non passa giorno che non si abbia la notizia di qualche omicidio, di capi di stato in lotta e sembra quasi che sia diventato usuale ammazzare, aggredire, distruggere. Per quanto la mente cerchi di staccarsi da ciò, concentrandosi  su delle cose piacevoli quel po’ di tranquillità  conquistata viene in parte tolta.

Ho ben presente quello che succedeva poco dopo la seconda guerra mondiale, io bambina vivevo come altri penso un periodo  instabile un’atmosfera greve. Il presidente dello stato Slavo confinante con noi, visto che i confini non erano ancora ben definiti, voleva annettere al suo territorio anche un pezzo del nostro Friuli, spostando la linea di confine  al fiume Tagliamento. Così ancora una volta ci sarebbe stata tolta quel po’ di libertà conquistata con il sangue. Una libertà relativa visto che non possedevamo niente e dovevamo sottostare a quelli che si credevano padroni di tutta la terra, senza chiedersi il perché  la terra stessa riuscisse a tenere  attaccati tutti poveri e ricchi in egual modo, a sé. Le notizie frammentarie che arrivavano ci raccontavano di persone che fuggivano dallo stato vicino, di gente che veniva torturata, ammazzata, infoibata.

Il prete più allarmato di noi ci faceva pregare continuamente per scongiurare quello  che sarebbe potuto accadere. Tutti ci chiedevamo che fine avremmo fatto! Per rincuorarci noi bambini andavamo a nasconderci nei luoghi più impensati, dove c’era il silenzio senza parole, la paura ci soffocava tanto da farci spalancare la bocca per poter respirare. Meno male che vicino alla casa dove abitava la mia famiglia c’era un’osteria, e a volte si sentiva cantare e ridere, questo ci portava un po’ di allegria. Il sabato gli operai -terminato il lavoro- di solito si fermavano a bere qualche bicchiere di vino, e così in allegria nascevano delle battute spiritose a volte i discorsi riguardavano anche l’ultima guerra tanto che una sera uno del gruppo se ne uscì con questa battuta: “Noi tutti dobbiamo ringraziare gli ANGELI AMERICANI che ci hanno liberato“. Mentre ascoltavo mi chiedevo chi fossero questi angeli americani io con i miei occhi da bambina avevo visto solo uomini e donne In seguito scopersi  a quale categoria appartenessero questi ANGELI, erano gli ANGLO-AMERICANI. Quello che poi mi fece arrabbiare moltissimo fu quando scoprii che in mezzo a questi ANGELI si annidava una sorta di diavoletto. Questo era un signore corpulento ben nutrito e brigava per regalare noi ed il NOSTRO FRIULI al presidente slavo, altro che  angelo, altro che liberatore! Fatto questo, se ne sarebbe tornato nella sua isola a fumarsi in pace il sigaro, pancia all’aria. Chi ha questi comportamenti sopprime l’essere in ogni sua forma!

Questi fatti sono rimasti dentro di me come una bruciatura  tanto che ogni volta che ho attraversato il confine mi sono sentita a disagio nonostante la calda accoglienza che ci veniva riservata. Un po’ di pace ci è stata regalata nell’autunno del 1954, esattamente il 5 ottobre, quando venne firmato l’accordo, e il 26 dello stesso mese Trieste diventò italiana. Attraverso la radio ascoltammo l’evento, lo scampanio delle campane di San Giusto, la voce della folla che acclamava il suo primo sindaco “De Renzi-De Renzi”.

In questo tempo dove spesso siamo trascinati a  un vivere senza memoria, quello che dovremmo ricordare che la pace va difesa ad ogni costo, se non vigiliamo tutto può ripetersi, e anche l’ignavia ha un ruolo fondamentale riguardo all’accadimento dei fatti, poiché tutto ci riguarda: il sommo Dante ha relegato chi pecca di questo peccato sull’orlo dell’inferno.

(Marisa Gregoris)

 

Che piacere pubblicarti qui, cara Marisa, nel tuo friulano e nella traduzione italiana, sempre tua, dove ti possono leggere migliaia di persone di tutto il mondo. Pensa che questo sito viene consultato dalla Nuova Zelanda all’Argentina (in molti!, sarà per la sorellanza italiana con questa grande nazione), agli Stati Uniti, al Canada (in molti), alla Germani, alla Francia, alla Spagna, alla Russia, all’Ukraina (mi conoscono a Dniepropetrovsk), alla Polonia, alla Romania (in molti a Bucarest, anche perché mi conoscono), al Portogallo, alla Croazia, alla Slovenia, alla Serbia, alla Grecia, alla Svezia, all’Olanda, all’Egitto, agli Emirati Arabi, e via via.

Una vetrina mondiale, nel mio piccolo, ma tremila persone alla settimana sono un bel paesotto cosmopolita. Checché ne dicano, il tuo friulano mi intriga, mi ricorda pre’ Toni Beline, il suo e tuo autentico sintiment furlan, una delle decine di inflessioni che vivono nella nostra bella lingua madre, che imparai prima dell’italiano, anzi insieme con l’italiano. Da piccolo sentii parlare friulano in casa e lo imparai, all’asilo e alle elementari l’italiano e lo imparai, in chiesa da chierichetto il latino e imparai a leggerlo e nella Settimana santa anche il greco àghios o theòs, santo il Dio, e imparai a leggerlo, e l’alfabeto ebraico, aleph, beth, ghimel, jod, samech, etc., e imparai a leggerlo.

E tu quasi uguale, anzi il tuo friulano è più curato del mio, tu sei stata a scuola dal mio amico profesòr Mitri, Gotart Mitri, tant umil come studiât, ce biel.

Continua così, cara Marisa, a scrivere per te, innanzitutto, e per chi sa apprezzare il tuo misurato lirismo, utilizzando una lingua dura e nel contempo dolcissima, per chi la sa ascoltare. Pare di sentire -nel tuo periodare- i rumori della tua infanzia, gli odori del paese, le voci del tempo andato, dei cortili, delle osterie.

Lascia perdere i pedanti che ti criticano, loro sì incapaci di lasciare traccia. Stai con chi scrive dopo aver letto tanto, consapevole di sapere sempre poco, socraticamente, ebbene sì, un po’ come me che, pur avendo una collezione di pergamene, semper scio me ne scire, cjare Marisa.

Dove va il mondo e l’uomo, o di come si possono usare in modo truffaldino le statistiche, che falsificano la realtà nascondendo la verità

Nel mio piccolo combatto le falsificazioni e le fake news.

Si è scoperto che il prestigioso New York Times, riportando le statistiche degli omicidi in città, mostrava un grafico su ortogonali cartesiane dove la linea descrittiva coordinata con l’ascissa, destinata alla numerosità dei delitti, e l’ordinata relativa agli anni considerati, andava da sinistra a destra sempre più in alto, significando un aumento dei fatti di sangue mortali… solo che la statistica riguardava gli ultimi dieci anni. E basta.

Chi poi, un neuroscienziato e sociologo statistico ha lavorato sui dati, ampliando l’angolo visuale temporale ad almeno cinquanta anni, si è accorto che la linea lavorava in modo molto diverso: partiva a sinistra da molto in alto (molti omicidi) e poi calava in modo significativo, con una relativamente piccola impennata negli ultimi dieci anni. Risultava allora una linea seghettata ma discendente. Ampliando l’angolo visuale temporale a un secolo, e quindi andando fino ai primi del ‘900, e di lì partendo, anche considerando l’incremento della popolazione, la linea si comportava come negli ultimi cinquanta, anzi con un’accentuazione del verso della linea  in discesa.

Che cosa significa tutto ciò? Che il giornalista di nera che ha pubblicato i dati dell’ultimo decennio sul prestigioso quotidiano, aveva bisogno di sottolineare l’aspetto negativo degli omicidi, e non era per nulla interessato a fornire al pubblico dei lettori un dato più oggettivo dato da uno “sguardo più alto”, che avrebbe fornito una situazione molto migliore.

Quale la verità sugli omicidi a New York dunque? Non certo quella dell’ultimo decennio, o meglio, quella era ed è una verità parziale, relativa agli anni trattati, ma non un dato che significhi granché sul trend reale del fenomeno studiato. Il prof Steven Pinker, autore nel 2011 de Il declino della violenza, o della ragione per cui viviamo il periodo più felice della storia, e ora, con il suo Illuminismo, adesso (Mondadori) riprende un discorso sui grandi fenomeni che caratterizzano i mega-trend e giunge alla conclusione che, nonostante tutto, le cose vanno molto meglio che in passato.

Se a questo aggiungiamo che il cervello umano tende a selezionare dimenticando le brutture del passato ecco che il gioco è fatto: “Si stava meglio quando si stava peggio, anzi si stava meglio e basta, nel passato“.

Falso, caro lettore.

Proviamo a vedere i diagrammi della medicina in generale, delle morti perinatali e infantili, delle guerre. Ebbene, i diagrammi sono tutti in calo da sinistra a destra.

Quando parlo con chi si basa su “lo ho detto la televisione“, al netto del nervoso che mi fa, non riesco a far capire che bisogna tenere conto, se si parla di delitti, dei dati forniti dai Carabinieri o dall’Istat, non dai giornali, che mostrano, ad esempio nell’ultimo trentennio, un calo significativo degli omicidi e di ogni tipo di morte violenta in Italia. La riduzione delle morti violente negli ultimi trent’anni è dell’ordine del 70%, eppure la percezione di tale violenza è contraria. I giornalisti invece, oltre ad evidenziare le notizie di nera, coniano anche neologismi idioti come femminicidio, in questo aiutati dai “politicamente corretti” che allignano nello snobismo di sinistra, e in altre aree “culturali” affini.

La cultura di destra, semplificatoria e violenta, più ancora che sovranista o fascistoide, a questo punto ha ampi spazi di manovra e sviluppo, come mostra la popolarità della Lega e di un furbo provocatore come Salvini. Se si dice che le aggressioni, le violenze, gli stupri e le rapine crescono, in questo caso supportati dalla prevalenza di notizie cattive sui media, allora anche misure di legge demenziali come il “decreto sicurezza” trovano approvazione.

Tornando a Pinker, egli sostiene che i dati statistici attuali provano che il benessere umano è aumentato notevolmente negli ultimi tempi, soprattutto grazie a valori e a impostazioni cognitive di tipo illuministico, scientifico, razionale, umanistico. La minaccia, invece, è costituita dai fondamentalismi, dai nazionalismi sciovinistici, dall’identitarismo, dagli emotivismi e dal politicamente corretto.

Gli ignoranti tutto sentimento, ignorano di essere ignoranti e la scienza, la fatica della ricerca e dello studio, pensando di avere nozioni sufficienti anche se mutuate dalla stampa, dalla tv e dal web, che vivono di molte falsificazioni, come abbiamo visto.

Ancora una volta aveva avuto ragione Marco Pannella, come nei vari tempi passati avevano ragione i pensatori attenti all’evoluzione dell’uomo nella storia, come i sommi greci, i filosofi medievali cristiani e musulmani, i sostenitori del ruolo del soggetto umano nella conoscenza e gli illuministi dal ‘700 in poi: oggi è un tempo in cui ci si deve batter per il diritto alla conoscenza, che non è più minato dalla povertà e dai limiti del tempo passato, ma rischia di essere messo a repentaglio dal profluvio di notizie false che vengono letteralmente sparate sul e dal web in ogni minuto secondo.

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