Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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In Siria si gasano popolazioni inermi (forse), si scagliano missili, e dunque: come si sta in Italia senza Governo, mentre il mondo va avanti con semi-guerre e diplomazie ambigue?

Trump, Macron e Theresa May lanciano nella notte un attacco ai centri di ricerca e stoccaggio di armi chimiche in Siria (pare sia così, sperando non si tratti della fotocopia della gran bufala di Tony Blair vs. Saddam Hussein del 2003), mentre i Russi protestano e non si sa che cosa potrà accadere. In realtà la posta in gioco è l’egemonia politico-militare sul Vicino Oriente. Francia e Inghilterra non “possono” stare fuori dai tempi di Sykes-Picot, gli Americani per ragioni legate alla geo-politica globale (Trump o non-Trump), La Russia non molla gli spazi conquistati sulla costa orientale del Mediterraneo e desidera mantenere le basi militari di Tartus (l’antica Tortosa dei crociati) e Latakia (l’antica Laodicea di san Paolo e di sant’Ignazio, vescovo di Antiochia). In questo scenario Arabia Saudita, Israele, Iran e Turchia non stanno a guardare: l’intreccio è complicatissimo e contradditorio. E l’Italia, con Gentiloni in prorogatio e la politica nel grottesco, o quasi? In questa situazione, nessuno parla più di Brexit, del colonnello russo avvelenato, dei guai di Trump, etc. L’Occidente si ricompatta? No, è una fase tattica.

La domanda che si può fare il culto e l’inclito, il neutro o il filo-russo, il filo-americano e l’europeista: si sta meglio a interpretare il ruolo da protagonisti-aggressivi à la Macron, se pur oramai nel piccolo di quasi ex potenza, o il ruolo da deuteragonisti come l’Italia, che è guidata da un Governo attivo “per gli affari correnti”, ma non riesce, imitando altre grandi e meno grandi nazioni europee, a mettere insieme un Governo derivante dal risultato elettorale del 4 marzo scorso?

IN SIRIA (pezzo che ho inviato a Filosopolis, blog del mio amico filosofo Neri Pollastri stamattina)

La Siria fa parte, dopo essere stata culla dei linguaggi sillabici (Ebla, Ugarit, etc.) e parte di quella “Mezzaluna fertile” dove iniziò un pezzo di civiltà, in ogni senso si intenda questo termine, scrittura, appunto, sedentarizzazione di popolazioni significative, fondazione di città, origine di un’agricoltura intelligente con un uno “sfruttamento” altrettale delle non molte risorse idriche, e altrettanto si può dire per un artigianato e per arti figurative di livello eccellente (si contempli Palmira, per citare solo un luogo), etc., è stata con l’area palestinese che va dalle alture di Golan, dove pare sia stata collocata la cittadina di Cana (cf. Giovanni 2, 1-10), che non si troverebbe dove ora ti portano le guide se vai in visita ai luoghi di Gesù di Nazaret, al deserto del Negev, la culla del primissimo cristianesimo.
Anche san Paolo, che era di Tarso, un po’ a Nord, sotto i monti del Tauro e oltre il fiume Oronte che scorre ad Aleppo (!), città “romana” (oggi diremmo “turca” o jazida?) passò per la Siria più e più volte. Anzi, non era forse diretto a Damasco per perseguitare i seguaci del nazareno quando incontrò in qualche modo il Maestro? (vedi tela di pari tema, del Caravaggio, in Santa Maria del Popolo a Roma)
E potrei continuare, perché siro-palestinesi erano diversi personaggi di cui si parla in Giovanni e nei vangeli sinottici, etc. E, in seguito, altri “pezzi” della primitiva “grande Chiesa” erano di lì. Cito qui due o tre personaggi di tutto rilievo: Nemesio di Emesa (oggi Homs), vescovo e autore di un bel trattato di antropologia filosofica (Περὶ φύσεως ἀνθρώπου, cioè Della natura dell’uomo), Efrem il Siro, pensatore  e poeta di vaglia, Ignazio di Antiochia, vescovo e martire, che scrisse una lettera alle sette chiese della zona, tra le quali Laodicea (l’attuale Latakia, così cara ai Russi odierni per la base militare che vogliono mantenere sul Mediterraneo!), e così via.
La Siria è culla importantissima di parte della nostra cultura cristiana indefettibile, caro Neri, oltre ad essere la terra bellissima e struggente che tu ben descrivi.

Mane diu, o mane Deo, come preferisci, mio caro Neri e caro lettore della domenica.

La foresta di Arenberg

La Parigi-Roubaix è il mito del ciclismo da centosedici anni, caro lettore. E’ stata vinta da alcuni tra i più grandi ciclisti di ogni tempo, soprattutto quelli polivalenti, cioè capaci di vincere sia corse a tappe sia corse di un giorno: citare qui nomi come quelli di Henry Pelissier, Fausto Coppi, Rik Van Steenbergen, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Walter Godefroot, Roger De Vlaemick, Felice Gimondi, Bernard Hinault, Sean Kelly, Francesco Moser, Johan Museeuw, Tom Boonen, Fabian Cancellara, fa venire i brividi, almeno a me. Su quasi duecentosessanta chilometri di gara da Compiegne, a nord di Parigi, fino al velodrome di Roubaix, almeno sessanta sono di pavé classificati in base al numero di stelle, da una a cinque. La foresta di Arenberg è uno dei settori più impegnativi, un “cinque stelle” come i tratti denominati Mons en Pévèle e Carrefour de l’Arbre.

Da cinquanta anni il tratto che taglia la foresta di Arenberg è stato introdotto nel percorso della Parigi-Roubaix. Il selciato è tremendo, in parte a schiena d’asino e in parte con delle salitelle taglia gambe, fangoso e viscido. Se non lo si affronta in testa o comunque mettendo una certa distanza dagli altri, si rischiano rovinose cadute, come quella che costò un ginocchio a Museeuw, vincitore della grande corsa per tre volte, come Francesco Moser. Insieme ad altre quattro grandi classiche, la Sanremo, al Liegi-Bastogne-Liegi, il Giro delle Fiandre e il Giro di Lombardia, la Parigi-Roubaix è favola nell’immaginario collettivo, e per me è leggenda.

Verso Roubaix mi troverò il prossimo anno sul ciglio verde di un tratto in pavé, mi troverò. Sono anni che penso di andarci, l’avevo promesso anche a mio padre, ma non fui in grado di mantenere l’impegno epico, troppo arduo per me, troppo giovane ero quando glielo promisi. Troppi soldi per una gita del genere, soldi che ora ho a disposizione, grazie a Dio e al mio lavoro.

Son già stato in Francia a vedere il grande ciclismo, nel 2005, quando portai Bea alla tappa del Galibier (2648 m.) che terminava a Briançon, erano i tempi dell’imbroglione Armstrong, di Rasmussen e di Ivan Basso. Anche sui Pirenei andrò, scegliendo penso la tappa del Portet d’Aspet per ricordare Fabio Casartelli. E alla Roubaix, senza dubbio, se Dio vuole, next year, mio caro lettore.

La foresta di Arenberg echeggia racconti lontani, brividi medievali, cavalieri bardati che intraprendono coraggiose avventure. Il percorso si snoda tra betulle e arbusti intricati, e pietre squadrate, come incistate in quadrangoli irregolari, capaci di scheggiare o sbrecciare una ruota e sgranare un tubolare con uno sfioramento. Si vedono le biciclette saltellare qua e là guidate da acrobati in tensione, di cui Sagan è principe e mentore, finché Van Avermaet e Terpstra riescono a domarlo, ma poi lui se ne va, in un tratto in asfalto, quasi non credendoci. Infatti si gira, non pedala a tutta, con sé ha uno svizzero valoroso, che cederà solo allo spunto dello slovacco al velodrome de Roubaix.

Quando il pavé finisce è tempo di pensare alla volata, se ci sarà volata, oppure no, di respirare quell’aria del Nord non ancora di primavera. E certamente al ragazzo Michael Goolaerts, mancato a ventitré anni, di cuore infartuato. La Roubaix è crudele come sa essere una gara al limite della fatica e del dolore.

Il Nord della Francia è un po’ triste, profili di torri di miniere e anche il clima si ingrigia man mano che ti allontani da Compiegne e Fontainebleau e vai verso Lille. Una tristezza di vento piovoso e di lavoro operaio antico. Meno male che il secolo breve è passato e molte miniere son diventate musei. Un anno arrivai fino a Dieppe, che ha le bianche scogliere antistanti quelle di Dover, ma quella era Normandia, quando con Mario facemmo il tour delle cattedrali, la più a nord quella di Amiens.

Odiosamata Francia, amabile a Parigi e nei dintorni del gotico, a Bourges, a Chartres, a Tours, a Rouen, a Reims, a Beauvais, ad Amiens, a Troyes e via percorrendo le grandi strade vallonate piene di profumo di lavanda. Borgogna cialtrona e Piccardia più gentile, a Roubaix ci andrò, ripeto, ma per vedere il fango e la fatica, per riposare un poco tra le betulle della foresta di Arenberg.

“Fuga senza fine”, il caso e la necessità, o del destino di ciascuno di noi

Qualche giorno fa ho qui parlato di Joseph Roth proponendo alcuni cenni sul suo Le città bianche, romanzo breve o racconto lungo inserito in Opere (1916-1930), edito da Bompiani, oltre che edito separatamente, come le altre opere narrative del grande narratore austro-ebreo-galiziano.

Qui accanto, gentil lettore, trovi la prima di copertina dell’edizione Adelphi di un altro testo rothiano, citato nel titolo e in questo post.

E dunque oggi mi piace proporre un breve passo tratto da Fuga senza fine, la storia di un amico dello scrittore, il tenente Franz Tunda, militare austro-ungarico, prigioniero dei russi bolscevichi-sovietici durante la Prima Guerra Mondiale e poi militante comunista girovago, dalla Siberia a Parigi, passando per molte città e plaghe dell’Eurasia, al di qua e al di là degli Urali, fino a Irkutsk, quasi simbolo umano del disfacimento di un tempo, quello a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, quello della Finis Austriae.

Il militare, dopo aver conosciuto la guerra sanguinosa e assurda, la rivoluzione inattesa, la compagna Natascia Alexandrovna, con la quale condivise azione politica e amori, e le fatiche del ritorno, si ritrova a Parigi, dove vive la sua antica fidanzata, oramai sposata a un altro, la signorina Irene Hartmann, che non lo riconosce. Nella descrizione del suo percorso umano ed esistenziale, ho trovato un passo bellissimo che tratta della volontà umana, ma più ancora, del destino suo, di Franz Tunda, e del destino di ciascuno di noi, sempre irriducibilmente unico e senza alcuna possibilità di replica, nel quale si manifesta il fatum esplicitato in mille e mille vettori causali ed effetti, e via dicendo.

La tyke greca come buona o cattiva sorte, la fortuna dispensata dall’intreccio inestricabile di caso e necessità.

A pag. 788 dello splendido volume in carta leggera patinata e copertina cartonata, si legge “(…) Poi si trovò una sera seduto in un treno che andava verso l’Occidente e gli pareva di non viaggiare di sua spontanea volontà. Era andata come tutto andava nella sua vita, come va il più delle volte, e per le cose più importanti,, anche nella vita degli altri, i quali sono indotti da un’attività rumorosa e più consapevole a credere nella spontaneità delle proprie decisioni e azioni . Dimenticando soltanto i passi del destino al di sopra del loro intenso agitarsi. In una di quelle belle mattinate d’aprile in cui il centro di Vienna è tanto gaio quanto elegante, in una di quelle mattinate in cui sulla Ringstrasse le belle signore passeggiano con signori sfaccendati, sulle terrazze di fresco installate dei caffè brillano i sifoni blu e l’associazione volontaria di pronto soccorso organizza cortei di propaganda con la banda musicale, Franz Tunda apparve sul lato soleggiato e affollato del Graben nello stesso abbigliamento in cui era apparso al consolato di Mosca e fece senza dubbio scalpore: Era identico a come il droghiere all’angolo, davanti alla porta della sua bottega profumata, s’immaginava un “bolscevico”. Le lunghe gambe di Tunda sembravano ancora più lunghe perché portava calzoni alla cavallerizza e morbidi stivaloni alti fino al ginocchio, che emanavano un forte odore di cuoio. Il berretto di pelliccia era calcato sui suoi occhi malinconici (…). Tunda si trovava dunque a Vienna (…) Gli raccontarono che la sua fidanzata si era sposata e probabilmente viveva a Parigi (…)”.

Era a Vienna dopo essere stato in Russia, Ucraina, Siberia… e sarebbe andato a Colonia e infine a Parigi. Tunda viaggiava, ma oramai non sapeva più il perché viaggiasse, né provava un gran desiderio di re-incontrare Irene.

Il destino lo aveva sbattuto di qua e di là per l’Europa, quella vecchia e quella nuova, quella orientale e quella occidentale. Il destino è un concetto di cui abbiamo bisogno, così come abbiamo bisogno del concetto di caso. A volte la metafisica si intromette nella nostra vita con la potenza di un uragano, e destino e caso sono due termini metafisici, cioè appartenenti a un’area della conoscenza filosofica completamente estranea alla logica formale e ancora di più alla logica del concreto.

Non possiamo mostrarne l’esistenza come invece riusciamo a fare con la razionalità umana. Se dedurre che l’uomo è libero dalla sua razionalità viene naturale: cito per l’ennesima volta il classico sillogismo aristotelico composto da due premesse e da una conclusione necessaria: a) l’uomo è razionale, b) il razionale è libero, c) l’uomo è libero, inferendo l’incontrovertibilità di c) da a) e da b), altrettanto non posso operare con i concetti di caso e di destino.

Vediamo perché, ancora una volta, ché di caso e destino abbiamo già trattato più volte in questo mio pubblico luogo del web. Caso è il modo che abbiamo di chiamare la mancanza o la non conoscenza di vettori causali ai relativi effetti constatati; destino è il modo che abbiamo di chiamare l’ineluttabile della nostra vita, o ciò che ci sembra essere tale: un incidente, un ammalamento, una guarigione, un incontro inaspettato, un lavoro che ha successo o il suo contrario, e altro di cui non si intravedono percorsi causa/ effetto chiaramente individuabili. Parrebbe dunque che il caso caratterizzi in qualche modo il destino, e il destino sia frutto in qualche misura del caso.

Vi è un pensatore, Baruch Spinoza, che invece ritiene che tutto-si-tenga-, tutto sia necessario, vale a dire, non cessi mai di esistere perché facente parte di quel tutto-che-si-tiene. Paradossalmente, si potrebbe pensare che il caso corrisponda alla necessità e quindi al destino, nonostante appaiano quasi in contrapposizione. In altre parole si potrebbe dire anche karma, come lo chiamano gli orientali, induisti e buddisti, i quali ritengono che ogni anima si meriti il proprio destino in ragione del comportamento tenuto in vita, meritando premi o punizioni proporzionate, anche in vite successive, credendo nella reincarnazione, sia nella modalità della trasmigrazione delle anime da corpo umano a corpo umano, detta metempsicosi, sia nella modalità del passaggio delle anime a esseri sempre più degradati a causa di comportamenti immorali, detta in greco metemsomatosi: secondo queste dottrine orientali, l’anima umana peccatrice potrebbe ri-nascere in esseri orrendi e spregevoli, mostri, demòni, conseguenza della colpa morale, cioè dell’assunzione di responsabilità individuale in base al libero arbitrio di cui siamo provvisti.

Se così non fosse saremmo irresponsabili, e anche i peggiori esseri umani potrebbero non essere punibili, né sotto il profilo morale, né sotto quello penale.

Caso e destino, vita e morte, angeli e demòni, questo è lo scenario in cui si dipana la nostra esistenza, che viene indefettibilmente da una scelta di cui non abbiamo parte, quella dei nostri genitori insieme a quella dell’Incondizionato Iddio.

Grazie a Georg Friedrich Händel, tedesco di Sassonia, che ascolto da quando ero ragazzo, e grazie al mio sentire… sinestesico

Caro lettore,

magari scrivo il nome di Händel all’inglese George Frederick, o ancora Giorgio Federico all’italiana, ché il grand’uomo venne più volte in Italia e vi stette una volta per ben tre anni, dove incontrò Alessandro  e Domenico Scarlatti, Tomaso Albinoni, Benedetto Marcello, Arcangelo Corelli, e forse anche Antonio Vivaldi. Nel 1708 a Roma gareggiò agli strumenti con Domenico Scarlatti, alla presenza del cardinale Ottoboni, suo ospite, come usava allora, surclassandolo all’organo, e come avrebbe potuto finire diversamente? E stiamo parlando di un musicista meraviglioso, lo Scarlatti. Infatti terminò alla pari la gara al clavicembalo!

Figlio di un barbiere-cerusico (chirurgo) di un certo successo preso il margravio di Sassonia-Weissenfels, che lo voleva avviare agli studi di Legge, Georg Friedrich preferiva la musica, studiandola di nascosto su un piccolo clavicembalo in solaio. Quando il padre lo scoprì si rassegnò e assecondò la sua vocazione. E fece bene, perché ben presto il ragazzo mostrò progressi da gigante, prima nella sua città natale di Halle e poi in molti luoghi, tra cui Berlino e l’italia. A Halle fu ascoltato suonare, mentre era sotto la guida del maestro Zachow, valletto (allora si usava così, ché lo stesso sommo Kantor di Eisenach, J. S. Bach aveva lo stesso inquadramento contrattuale sotto il borgomastro di Lipsia, per cui doveva operare presso la parrocchiale luterana di St. Thomas, scrivendo ed eseguendo con l’orchestra e il coro locali una cantata ogni domenica) alla corte del duca Giovanni Adolfo I di Schwarzenberg e colà studiò assiduamente musica fino a diventare musicista superiore al suo maestro.

E ciò accadde rapidamente. In seguito, mentre si esibiva davanti al re di Prussia, lo volle al suo servizio la duchessa Sofia Carlotta di Hannover, molto sensibile alla musica e colpita dalla genialità del ragazzino, e ben presto conobbe Telemann, mentre invece non risulta abbia mai incontrato Johann Sebastian Bach, che pure avrebbe voluto incontrarlo, pare da alcune testimonianze. Ti immagini, mio gentile lettore, se un evento del genere fosse accaduto? Io non riesco ad immaginarlo. Immenso. E conosceva bene il latino, l’inglese, l’italiano, il francese  e il tedesco, questo musicista fantasioso e iperattivo.

Bach valletto (!) mi fa pensare a come le persone di intelletto sono state utilizzate dai potenti, dai tempi dell’amico dell’imperatore Cesare Augusto, il senatore Mecenate, e dall’imperatore stesso e dal suo successore Elio Adriano, e passando per Lorenzo de’ Medici, il Magnifico, che aveva a corte Angelo Poliziano, Marsilio Ficino e il grandissimo Giovanni Pico della Mirandola, imitando in ciò il munifico e colto imperatore svevo Federico II, che aveva fatto altrettanto, e forse di più, duecent’anni prima, inimicandosi il papa e guardando al sapere futuro. Allo stesso modo si comportavano spesso gli imperatori cinesi (si pensi all’esperienza del padre gesuita Matteo Ricci) e i sultani ottomani, che avevano a corte matematici, filosofi, medici, teologi ebrei e cristiani. L’unico metro di misura per essere considerati persone importanti erano l’intelligenza e la cultura, non la religione o le credenze filosofiche praticate, lo status nobiliare o il censo economico-sociale. Quasi meglio di adesso.

In certo modo, senza che ciò che sto per dire sia affermazione superba, anch’io, figlio di povera gente, ma uomo di cultura, sono altrettanto apprezzato e pagato da uomini potenti e facoltosi, per il mio pensiero e per il mio lavoro, che essi rispettano e tengono in conto. Nella mia esperienza mi è stato richiesto, e tuttora, di fare perfino il precettore di giovani virgulti di queste famiglie importanti, fidandosi di me. Funziona sempre allo stesso modo, per me.

Tornando all’uomo di Halle, gli inglesi lo considerano un loro musicista, e non ne hanno di più grandi, poiché Händel si portò nel Regno albionico, e ivi divenne un grande in ogni senso, musicista totale, della corte e del popolo, scrivendo cantate sacre, opere ed oratori, raggiungendo vette paragonabili solo a quelle del suo grande conterraneo e coetaneo Johann Sebastian Bach, e forse più sublimi nella gestione delle voci umane miste, nei cori, che per Beethoven erano l’acme artistico musicale assoluto. Israel in Egypt, Messiah, Jephte, oratori, il Dixit Dominus e il Nisi Dominus, salmi, l’opera Aci e Galatea, Watermusic e Royal Fireworks, For Queen’s Anna Birthday, suites, insieme con innumerevoli cantate e brani per organo sono capolavori assoluti, non solo della grande musica barocca, ma della musica tout court. Nel 1710, Händel divenne Kapellmeister del principe tedesco George, l’Elettore di Hannover, che nel 1714 sarebbe diventato re Giorgio I di Gran Bretagna e Irlanda, e da allora il grande Sassone divenne in qualche modo “inglese”.

Uomo di grande successo, Händel era anche molto caritatevole, tant’è che istituì numerose opere in soccorso dei poveri e degli artisti poveri, senza farsi pubblicità, in questo seguendo il dettato evangelico che prescrive “In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.” (Matteo, 6, 1-6)

Tornando alla mia vita, questo ascoltare insieme con l’attenzione agli altri grandi sopra citati, e a Mozart, Wagner, Verdi, Rossini, Schumann, Schubert, Monteverdi, Giovanni Gabrieli e altri, e poi alla grande musica Rock&Blues dei ’70, e voglio citare Jimi Hendrix, i Cream, i Traffic, i Colosseum (gli ultimi due gruppi visti dal vivo!), i Genesis e altri, e Miles Davis, John Coltrane e Charlie Parker per il jazz, che sono stati i “miei” anni, anche per la crescita politica e culturale, e questo leggere i grandi poeti e scrittori greco-latini, da Pindaro a Tucidide, a Demostene a Cicerone e Virgilio, e poi Italiani, i tre Sommi del ‘300, e in seguito i Francesi (Balzac, Flaubert, Zola, Baudelaire…), gli Inglesi (Dickens, Austen, le sorelle Bronte, Shakespeare…), i Tedeschi (Goethe, Schiller, Heine, Rilke, Thomas Mann, Roth…), i Russi (Dostoevskij, Tolstoi, Puskin, Turgenev, Majakovskij…), e di nuovo gli Italiani da Ariosto a Leopardi a Pascoli, D’Annunzio, Ungaretti, Montale, Saba, Campana, Gadda, Primo Levi, Rigoni Stern… mi ha sviluppato una grande capacità sinestesica, direbbe il mio amico/ psicologo/ a. In altre parole vedo/ sento con l’udito/ ausculto/ odoro/ tocco, quasi tutto insieme, e così com-prendo, raccolgo dentro.

Non parliamo poi delle mie grandi discipline, dalla sociologia a, soprattutto, la filosofia e la teologia, che ho studiato e studio nei loro autori maggiori e minori, dai presocratici ai grandi Greci Platone e Aristotele, Parmenide ed Eraclito, Zenone di Cizio e Sesto Empirico, Epitteto e Plotino, Proclo e Porfirio; e poi il mio grande Origene, di cui posso umilmente esser considerato uno studioso, Ireneo e sant’Agostino, il Beato Giovanni Duns Scoto, san Bonaventura e san Tommaso d’Aquino, Galileo e Descartes, Leibniz e Pascal, Voltaire e D’Alembert, Kant, Schelling, Fichte e Hegel, senza dimenticare i due grandi inglesi Locke e Hume; e poi Schopenhauer, Nietzsche e Marx, i sociologi Comte e Durkheim, gli antropologi Mauss e Altan, e i pensatori contemporanei Freud, Jung, Heidegger, Husserl, Jaspers, Bontadini, Severino, Achenbach.

Io stesso sono considerato un filosofo-teologo contemporaneo, per le mie teoresi e i miei scritti (sono un realista-personalista), avendo anche avuto responsabilità associative in ambito filosofico e tuttora incarichi di docenza. Lo dico con la gratitudine di chi ha avuto la possibilità, datami dalla libertà fin da giovanissimo lasciatami da parte dei miei, e dalle mie energie spirituali e fisiche, di studiare ciò e quanto desideravo, scegliendo la fatica del lavoro per potermi permettere lo studio, e privilegiando lo studio ad altri passatempi. Ho così maturato un sapere ampio e sinestesico, ché sento e vedo e leggo e sintetizzo, articolando le cose che via via imparo all’albero sinottico della storia e della conoscenza.

Fino ad ora, e che Dio sia benedetto.

Bardonecchia, dove l’arroganza francese si è manifestata in tutta la sua iattanza, quasi con una “eclissi” della ragione

In friulano, nella mia lingua madre di ceppo ladino con importanti prestiti germanici e slavi, si dice “eclìs”, cioè eclisse, o eclissi, ed avviene dalla prospettiva terrestre solitamente quando la luna passa-davanti al sole, ovvero quando un qualsiasi corpo celeste, come un pianeta o un satellite, si frappone tra una sorgente di luce, cosicché uno dei due corpi celesti sopracitati entra nel cono d’ombra o di penombra, venendo occultato.

La parola “eclissi” deriva dal greco ἔκ (ek), preposizione che significa “da” (moto da luogo), e λείπειν, (leipein), che significa “allontanarsi” ovvero “nascondersi”, “rendersi invisibile”, ma io ne propongo qui sotto una diversa, e non sono sicuro che sia un grande azzardo.

Il termine potrebbe avere forse la stessa etimologia di “ekklesìa“, da ek-kalèo, “raduno”, “chiamo”, sempre in greco antico, e cioè, sostantivando il verbo, adunanza, chiamata, e derivare alla lontana perfino dal lemma ebraico corrispondente “kahàl”. Eclisse, dunque, non solo, come nascondimento, ma anche come chiamata. Che bello!

Magari qualche accademico attento e curioso mi potrebbe smentire, lieto io di discuterne. Se teniamo il significato posto per primo, in ogni caso è molto interessante, soprattutto per la valenza metaforica dei lemmi allontanamento, nascondimento rinvianti alla nozione di verità, così come proposta dal filosofo Martin Heidegger, che chiamava la verità “non-nascondimento”, cioè in greco antico a-lètheia, lontano-dal-fiume-infero-della-dimenticanza, il Lete.

Eclissi del sacro, eclissi del pensiero, eclissi o sonno della ragione (che genera mostri) ecco i sintagmi forti molto diffusi, di cui abbiamo molti esempi, come tra altri l’episodio di Bardonecchia, dove dei doganieri francesi hanno inseguito un migrante per raccogliere le sue urine al fine di controllare se fosse drogato o no. I gendarmi francesi, caro Monsieur le President Emmanuel Macron, non avevano alcun diritto di sconfinare venendo a “lavorare” in Italia. Eppure, non solo non si scusano, ma sostengono il loro pieno diritto di agire come hanno agito.

I Francesi, come spesso gli accade, anche in questo caso sono stati arroganti e stupidi. Ricordo al mio gentil lettore anche il tremendo episodio del DC9 Itavia colpito e inabissatosi nel mare di Ustica il 27 giugno del 1980; domanda: c’entravano Mirage o Corsair francesi partiti da una base in Corsica; oppure F 14 Tomcat o Awacs americani, che risultavano in volo in quei minuti più o meno sul mar Tirreno (cf. quanto noto sul web della “strage di Ustica”), magari a caccia di Mig 21 libici? Comprendo che la grande nazione francese, molto attiva ai tempi del colonialismo, ora è oggetto di attenzione da parte dei fanatici islamisti e ha già pagato un prezzo di sangue insopportabile negli anni scorsi. Un altro aspetto da non sottovalutare, che riguarda il contesto francese è il brutale omicidio dell’anziana signora ebrea Mireille Knoll, superstite della Shoah, segno di un revival preoccupante e orrendo di antisemitismo vestito di antisionismo, che narra le cose come un secolo e passa fa, quando ancora accadevano i pogrom nell’Europa orientale, “a cura” di polacchi e  russi, e in Francia le cose non andavano tanto bene per gli ebrei: si ricordi in tema l’affaire Dreyfuss. In attesa di ciò che nessuna mente umana avrebbe potuto pensare, vale a dire quanto è stato pensato e deciso nella cosiddetta “conferenza di Wannsee” il 20 gennaio 1942, mentori presenti Reynard Heydrich, SS-Obergruppenführer, Heinrich Mueller, capo della Gestapo e SS-Gruppenführer,  Einrich Himmler, capo di tutti e due, tra altri gerarchi di alto livello del regime nazista, le cui decisioni furono in seguito attuate con enorme dovizia di mezzi logistici (coordinatore Adolf Eichmann – SS-Obersturmbannführer), cinismo e umanamente ancora indecifrabile crudeltà.

Se eclissi, oltre a nascondimento significa anche chiamata, ascoltiamo le parole del papa, pronunziate il giorno di Pasqua, ché ci possono aiutare: “(…) Le donne che sono andate per ungere il corpo del Signore si sono trovate davanti a una sorpresa (…) gli annunci di Dio sono sempre una sorpresa perché il nostro Dio è il Dio delle sorprese (…) C’è sempre una sorpresa dietro l’altra, Dio non sa fare un annuncio senza sorprenderci e la sorpresa è quello che ti tocca là dove non lo aspetti. Per dirlo con il linguaggio dei giovani: la sorpresa è un colpo basso. Non te lo aspetti, Lui va e ti commuove (…) La gente corre lascia tutto quello che sta facendo, anche la casalinga, lascia le patate nella pentola. Le troverà bruciate ma l’importante è correre per vedere quella sorpresa, quell’annuncio“. E il Papa chiede se oggi noi siamo capaci di fare altrettanto, sorprenderci e correre. “E oggi, in questa Pasqua del 2018, io che? tu che?”

Proviamo a vedere se siamo capaci di andare oltre l’eclissi, oltre il nascondimento, oltre il sonno della ragione, per cogliere le pascaliane ragioni del cuore, se siamo capaci di ascoltare, anzi di auscultare le ragioni che vengono dal profondo, dal silenzio che si fa nell’anima (cf. Johannes Meister Echkart), Le voci di dentro, come son chiamate da Eduardo De Filippo in un suo lavoro del 1948.

O come, semplicemente, sono i silenzi ai confini della campagna, dove vivo da un anno e mezzo, stamattina accompagnato da Rossini e Mozart, e poi da Modest Mussorgsky, che innerva di romanticismo le storie antiche della Santa Madre Russia, con Promenade, Gnomus, Il vecchio castello, Tuileries de Paris, Limoges, Catacombae, Baba-Yaga e  La Grande Porta di Kiev, archi e timpani tonitruanti, per farmi sentire l’anima che viene dall’Est.

Caro lettor mio, sono esterrefatto per la sapienza di Di Maio, novello insigne costituzionalista (scherzo), e dai sindacati che saggiamente, fo’ per dire, confondono uguaglianza con equità, anzi non sembra interessargli proprio, e scambiano l’etica per un sapere “frou frou”

Due cose ultimamente mi han colpito, mio gentile ospite lettore: la prima è l’insistenza con cui l’imberbe, o quasi, capo-politico del M5S, nato all’ombra dello sterminator Vesèvo, si proclama Primo ministro, Capo del Governo, Premier di diritto, perché l’hanno votato come tale un italiano su tre: non si accorge, l’inclito, di confondere la Costituzione della Repubblica Italiana, che non parla mai di “premier” né di “capo del Governo”, ma di “presidente del Consiglio dei Ministri”, né prevede l’elezione diretta popolare dello stesso, come in altri ordinamenti, con i manifesti elettorali del suo movimento. Caro Gigi da Napoli, studia. E suggerisci, se vuoi crescere e far crescere chi ti attornia, lo studio anche ai tuoi famelici colleghi, che parlano in tv come libricini stampati, penosamente, debbo dirti. E poi abbi pazienza, ché provare a bruciare le tappe ti può giocare brutti scherzi.

Tornando al discorso della guida del Governo, sappi che le nomine, dico “nomine” di Monti, Enrico Letta, Renzi e Gentiloni da parte dei Presidenti Napolitano e Mattarella, sono state perfettamente legittime secondo il nostro ordinamento costituzionale. Studia ed evita di dire c.te in pubblico.

Da ultimo, ricordo al mio gentil lettore che la dottrina sociologica, da Comte e Durkheim in poi, spiega benissimo il fenomeno dei Cinque Stelle, chiarendo come il carisma dei capi fondatori di ogni movimento o partito politico (Grillo), e la storia lo mostra in ogni sua declinazione temporale, una volta che questo movimento o partito ha raggiunto il successo, si trasforma, cambia, diventa altro da ciò che era agli inizi. Peraltro, il giovine Di Maio non ha il carisma del comico, anzi, e lo dico con tranquillità, è del tutto privo di carisma, ché la sua leadership è di mero potere derivante dal ruolo attribuitogli dall’interno della struttura politica che lo ha espresso, e confermato dal risultato elettorale del 4 marzo scorso. Si tratta di un giovane uomo sorridente, carino, pulito, sostanzialmente privo di cultura generale e di cultura politica, che però riflette bene il contesto socio-elettorale conferitogli da tanti suffragi. In altre parole Di Maio riflette molta parte dell’Italia attuale, generica, e un po’ sfigata. Gli altri partiti, di destra o sinistra che siano, a parte la Lega che ha un messaggio semplice, chiaro e perfin un poco “muscolare”, sono in deliquio, e dunque, per la teoria fisica dei vasi comunicanti, lasciano ampi spazi a chi arriva, come il movimento-partito di Grillo&Casaleggio.

Ancora una cosa: i movimenti “nuovi” tendono ad applicare a sé e agli altri una sorta di “doppia morale” per cui agli altri, già “peccatori” acclarati, non sarebbero consentite azioni e scelte che invece eticamente debbono essere consentite ai “nuovi”,  cioè loro, perché loro sono puri e senza-peccato, come i càtari di medieval memoria. Anche i Giacobini del Grande terrore (1793/4) e i Bolscevichi dell’Ottobre rosso lo applicarono.

La seconda cosa si riferisce ai sindacati. Mi trovavo l’altro ieri a trattare con un’importantissima azienda multinazionale che, trovandosi lavoratori in esubero, li cederebbe volentieri a un’azienda di rispettabile grandezza, in via di diventare anch’essa multinazionale e comunque apparentata con multinazionali di notevoli dimensioni, dotandoli pure di una cospicua buonuscita. Fatto sì è che i lor sindacati, còlti i buoni propositi dell’azienda cedente, hanno cominciato ad aggiungere addendi di ulteriore garantismo a favore delle persone disponibili a trasmigrare, con criteri di assoluta volontarietà da un’azienda all’altra, e in particolare la normativa di assunzione a tempo indeterminato antecedente al cosiddetto Jobs Act, che dà una garanzia di continuità reale solo dopo i primi trentasei mesi, come se la stabilità reale dei posti di lavoro si potesse stabilire una volta per tutte per legge, e non con il comportamento individuale e la capacità delle aziende di stare sui mercati.

A quel punto sono intervenuto, parlando con la controparte in maniera molto confidente, visti i miei trascorsi sindacali e le mie competenze teorico-pratiche in tema di etica  di diritto del lavoro, e ho detto, letteralmente:

Caro compagno M., facciamo un esempio: tu mi mandi a colloquio la tua iscritta Giovanna che viene su con la dotazione di …mila euro, farà uno o due mesi di prova e poi sarà assunta con un contratto a tempo indeterminato senza limiti; incontriamo Giovanna, ci piace, a lei piace l’azienda e la prendiamo; dopo di lei viene a colloquio Paola, ed è un colloquio spontaneo, come la maggior parte, provenendo dalla società, in assoluta libertà e senza coperture di alcun genere: Paola ci piace, a lei piace la fabbrica, e così la facciamo assumere da una agenzia di somministrazione. Ora Paola verrà al lavoro in somministrazione per almeno un anno e poi, se a lei piacerà e pure l’azienda sarà convinta, le si faranno dei contratti a termine per ancora un altro anno, e finalmente arriverà l’assunzione a tempo indeterminato in azienda, secondo le regole del Jobs act, l’ultima legge governativa che regolamenta i contratti a tempo indeterminato nei settori economici privati. E Paola sarà contenta. Ora, ti dico: che cosa abbiamo fatto se paragoniamo il nostro comportamento aziendale verso Giovanna e verso Paola? Siamo stati giusti, siamo stati equanimi caro compagno M.? Dimmelo tu, che ne pensi? Lascio a te il giudizio.”

A quel punto mi offrii di aiutare i sindacati a tenere le assemblee nell’azienda “cedente” per spiegare le cose come stanno “tecnicamente”. “Ma vuoi insegnarci il mestiere?” la replica loro, un poco indispettita. “Ma no, no, la mia replica, solo per darvi una mano, visto che parlerei delle cose che poi farei io stesso nell’azienda ricevente. Tutto lì.” Non se ne è fatto nulla, per il momento, e restiamo in attesa che qualcosa si muova per creare nuovi posti di lavoro, e non due o tre, ma quasi cento, e scusami, gentil lettore, se è poco.

Così è andata. Possiamo nutrir speranza che qualcosa accada e qualcosa possa aiutare a sviluppare il pensiero umano, in questi tempi critici, banali e di pensiero impigrito? Forse Colui che muore e risorge in queste ore ci può aiutare.

Edith Scaravetti, Toulouse, France

Edith Scaravetti, colpevole di aver ucciso il marito violento con una carabina e averlo murato nel cemento, è stata condannata a 3 anni di carcere contro i 20 che chiedeva l’accusa.” (dal web)

Nella sentenza di Tolosa i giurati hanno tenuto conto di tutte le angherie subite dalla trentunenne, con tre figli, in dieci anni di convivenza matrimoniale. “Omicidio involontario” e perciò di gravità molto inferiore alle altre fattispecie del volontario e del premeditato. La signora Scaravetti, di chiara origine italiana, era in carcere dal 21 novembre del ’14 ed è stata immediatamente posta in libertà.

La sua difesa ha descritto durante il processo la personalità del marito, Laurent Baca, “uomo che esigeva tutto, che ha fatto vivere per 10 anni un vero calvario a Edith Scaravetti“, fatto di “violenze fisiche, psichiche e sessuali“. Per questo “non potete giudicare Edith Scaravetti come una volgare assassina“.

Quest’uomo la picchiava, anche perché spesso ubriaco, e forse spacciava. Un infelice pieno di problemi che scaricava su lei e sui figli. I fatti, così come raccontati dalle cronache del tempo:

Il 6 agosto 2014, lui rientra alle tre di notte, la tira giù dal letto, la prende a calci, la fa rotolare dalle scale, afferra una carabina calibro 22 e se la punta alla tempia. Le dice: fammi vedere se sei capace di farlo. Edith forse preme il grilletto o forse il colpo parte chi sa come, non lo ricorda, non lo sa. Sa che prende il corpo di Laurent Baca e lo nasconde in giardino, poi, quando arrivano le mosche e il fetore, se lo carica in spalla, lo porta in soffitta e lo seppellisce sotto una colata di cemento. Per tre mesi, fa finta di nulla.”

Il resto è noto, e ora una riflessione, utile per considerare il valore della vita umana, di ogni vita, di una vita specifica, quella lì, nel contesto, però. In generale il valore della vita del singolo ha assunto diverse connotazioni a seconda dei tempi, dell’ètnos e dell’ethos cui ci si riferisce. Oggi che la pena di morte anche per i più gravi reati sta lentamente uscendo dagli ordinamenti penali di quasi tutte le nazioni (ogni anno qualche stato aderisce alla dichiarazione Onu contro la pena di morte, oppure la ha sospesa da tempo motu proprio), il valore della singola vita umana pare essere lievitato, come da un’ispirazione morale comune, che potremmo far tranquillamente ascendere alla lezione evangelica, a Gesù di Nazaret, lezione che ha lentamente permeato i fondamenti etici e giuridici della maggior parte delle nazioni.

Parto dalla pena di morte, per dire che si tratta dell’ambito etico-giuridico legato alla legislazione generale che l’uomo ha definito nel tempo come regola di convivenza, e per la tutela delle collettività. Oggi la maggioranza degli esseri umani è probabilmente contraria e le conseguenze normative si constatano come scrivo sopra.

Altro tema è quello dell’omicidio e della legittima difesa che può causare un omicidio. Ecco: se l’uccisione di un altro essere umano è, in sé, cosa gravissima, colpa, reato e… in ambito teologico, peccato, avvenendo in particolari circostanze, come quelle della legittima difesa di sé e dei propri cari, oppure in una situazione di guerra, come nel caso di mio padre che uccise all’arma bianca un greco nel 1942, e io sono a questo mondo in ragione di questo tristissimo evento, assume connotazioni morali diverse. Già il caso di mio padre è profondamente differente da quello di Edith: infatti lui mi raccontò costernato quei fatti  dicendo “ero io a casa sua” (nella disgraziata guerra italo-greca).

Edith si è trovata in una situazione terribile, quando il marito ubriaco ha fatto la bravata di puntarsi il fucile alla tempia e di istigarla a premere il grilletto se avesse avuto il coraggio. Quali sentimenti, quali terrori, quale spavento in quel frangente in quella donna? Che cosa poteva riuscire a pensare, magari con i figli piccoli presenti?

Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae, III-II, 64, 7, propone la dottrina del male minore e del diritto all’autodifesa in modo molto chiaro, come si legge di seguito:

Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore. Orbene, codesta azione non può considerarsi illecita, per il fatto che con essa s’intende di conservare la propria vita: poiché è naturale per ogni essere conservare per quanto è possibile la propria esistenza. Tuttavia un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine. Se quindi uno nel difendere la propria vita usa maggiore violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita.”

E dunque, posto che Edith non volesse premere il grilletto uccidendo così il marito, a quale punto di sopportazione era arrivata? Nessuno lo sa e lo può sapere. Quanta paura fisica per sé e per i propri figli aveva? Nessuno lo sa e lo può sapere.

Per questo a me sembra, e lo dico sapendo di trattare un tema delicatissimo, la giuria, se ha colto negli occhi e nelle parole di Edith un dispiacere per l’accaduto, anche se i suoi comportamenti dopo i fatti sono sgangherati e colpevolizzanti, come l’aver nascosto il cadavere, ha ritenuto che quella signora non aveva intenzione di uccidere il marito, cosicché ha fatto bene a decidere una pena minima.

In proposito la buona Teologia, se parliamo di intenzioni del cuore ad operare una scelta piuttosto che un’altra, ci viene ancora in soccorso. Basti leggere alcuni versetti del Vangelo secondo Matteo al capitolo quinto (dal versetto 27 al 48), che così recitano:

Voi avete udito che fu detto: Non commettere adulterio./  Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per appetirla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore./  Ora, se l’occhio tuo destro ti fa cadere in peccato, cavalo e gettalo via da te; poiché val meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, e non sia gettato l’intero tuo corpo nella geenna./ E se la tua man destra ti fa cadere in peccato, mozzala e gettala via da te; poiché val meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, e non vada l’intero tuo corpo nella geenna./ Fu detto: Chiunque ripudia sua moglie, le dia l’atto del divorzio./ Ma io vi dico: Chiunque manda via la moglie, salvo che per cagion di fornicazione, la fa essere adultera; e chiunque sposa colei ch’è mandata via, commette adulterio./ Avete udito pure che fu detto agli antichi: Non ispergiurare, ma attieni al Signore i tuoi giuramenti./ Ma io vi dico: Del tutto non giurate, né per il cielo, perché è il trono di Dio;/ né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re./ Non giurar neppure per il tuo capo, poiché tu non puoi fare un solo capello bianco o nero./ Ma sia il vostro parlare: Sì, sì; no, no; poiché il di più vien dal maligno./ Voi avete udito che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente./ Ma io vi dico: Non contrastate al malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra;/ ed a chi vuol litigar teco e toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello./ E se uno ti vuol costringere a far seco un miglio, fanne con lui due./ Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un imprestito, non voltar le spalle./ Voi avete udito che fu detto: Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico./ Ma io vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano,/ affinché siate figliuoli del Padre vostro che è nei cieli; poiché Egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti./ Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno anche i pubblicani lo stesso?/ E se fate accoglienze soltanto ai vostri fratelli, che fate di singolare? Non fanno anche i pagani altrettanto?/ Voi dunque siate perfetti, com’è perfetto il Padre vostro celeste.”

E un tanto basti, mio gentil lettore, per comprendere che le ragioni del cuore, insieme con la riflessione razionale, quando questa è possibile, sono quelle che governano una morale sana a giusta, come insegna il Maestro.

Arnaud Beltrame

Beltrame è un cognome friulanissimo, e si pronunzia qui da noi come si scrive, non Beltràm, à la francese. Vi sono anche le versioni correlate “Beltramini”, “Beltrami” “Beltramin”, etc.. La derivazione storico-etimologica ha a che fare con il grande patriarca Bertrando di San Genesio, francese, Bertrand de Saint-Geniès, ucciso novantaduenne dal conte Enrico di Spilimbergo nelle campagne di San Giorgio della Richinvelda nel 1350. Il Patriarca Bertrando era un grand’uomo, un comandante militare, un mistico, uno studioso di teologia e diritto, già professore a Tolosa. E’ sepolto nel Duomo di Udine.

Arnaud (Arnaldo) Beltrame è il tenente colonnello della Gendarmerie Française, ucciso dal pazzoide islamista a Trèbes, nei pressi di Carcassonne l’altr’ieri, nel corso di un attacco terroristico di matrice jihadista. Si era offerto ostaggio in luogo di un’altra persona, a lui sconosciuta, che si trovava lì, nel supermercato, luogo dell’attacco. La Gendarmerie francese è più o meno il corpo transalpino paragonabile ai nostri Carabinieri. Il colonnello Beltrame si è comportato come il brigadiere Salvo D’Acquisto, fucilato dai tedeschi il 23 settembre del 1943 a Torre di Palidoro. Questi si era accusato di un attentato per salvare ventidue ostaggi che stavano per essere fucilati per rappresaglia. Basti questo paragone per comprendere il gesto del colonnello Beltrame.

Arnaud entra, posa la pistola sapendo di trovarsi di fronte un fanatico armato pronto a tutto, sapendo di poter morire, a quarantacinque anni, moglie e due figli. Che cosa muove un uomo di quarantacinque anni o un ragazzo di ventitre come il brigadiere D’Acquisto, a dare la vita per altri? C’è molto che mi sfugge, perché non riesco a parlare solo di eroismo o di patriottismo. Che cosa c’era, e c’è, nell’anima di Salvo e di Arnaud? Come si può riuscire a compiere un gesto del genere? Quanto coraggio, altruismo vero, generosità umana sono sottesi?

Nel momento in cui hanno deciso di offrire la loro vita, Salvo certissimo della fucilazione, Arnaud comunque consapevole del rischio mortale che stava correndo di fronte a un fanatico armato, che cosa è passato loro per la testa? Quanta riflessione e/ o quanta passione per la giustizia, per ciò che può impedire un atto disumano? Ora il colonnello Beltrame è un eroe della Patria Francese, così come D’Acquisto è un eroe della Patria Italiana, entrambi immortali e giovani. “Muor giovane chi al cielo è caro“, cantava il poeta Menandro, citato da Leopardi in Amore e Morte, ma non solo. Anche il patriarca Bertrando era caro al cielo, credo, e, spero, anch’io, lasciamelo pensare  e scrivere, caro lettor mio della domenica. Io non sono vecchio, ma neppur giovane come Salvo e Arnaud, e mi chiedo: saprei fare altrettanto? Al di là di ogni riflessione su Patria e Affetti. Per degli “estranei”.

Non lo so. Non lo so. Razionalmente, l’ho sempre pensato, e anche scritto, che penso di poter scegliere di morire per la Patria/ Matria, cioè per la “mia” terra, dove stanno i miei cari, se qualcuno la attaccasse, per il mio cortile, per chi amo. Ma non so in situazione analoga a quelle sopra descritte che cosa farei. Proprio non lo so.

Vi è una componente emotiva, immediata, che non si può prevedere, che costituisce l’evento, l’ereignis, A o B solo se si creano situazioni atte a fare accadere gli eventi A o B. Solo in situazione si può sapere che cosa si farebbe. Penso che anche Arnaud non si sia detto prima di arrivare al supermercato “adesso va do lì e entro offrendomi come ostaggio al posto di qualcuno“, ma l’abbia fatto decidendo con quello che Tommaso d’Aquino chiamava “moto primo-primo”, cioè un atto di passione, immediato e irriflesso. Certo che era addestrato e allenato a situazioni estreme come allievo de la École de guerre e paracadutista, ma ci vuole anche altro, ché l’istinto di sopravvivenza è forse il primo istinto ancestrale che ci caratterizza come umani.

Andare oltre è incomprensibile alla mera ragione ragionante, ma, come insegnava Blaise Pascal, ciò che non comprende l’esprit de geometrie, raziocinante e logico-argomentativo, lo può comprendere l’esprit de finesse, che in un baleno in-tuisce, penetra, è intelligente, ed esprime tutto, e soprattutto la carità, che non ha limiti (cf. san Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 13, 1-13 “…«Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità»).

Ecco, il colonnello Beltrame è stato un campione della più grande delle virtù umane, la carità.

Le città bianche e altri racconti

Non avevo mai letto seriamente Joseph Roth, solo qualche brano ancora da liceale. Vi ho rimediato in queste settimane e consiglio il bellissimo volume collettaneo di romanzi e racconti lunghi edito da Bompiani, di milleduecento pagine, una trentina di anni fa. Me lo regalò quando uscii dal sindacato il segretario regionale della Cisl di allora, un gentiluomo colto, merce rara in quegli ambienti allora, e ora più che mai, purtroppo.

Il Mediterraneo è circondato da “città bianche”. Dalla costa istriana e dalmata, da Parenzo a Zara, a Spalato e Traù, dal Sud Italia al Montenegro, alla Grecia, alla costa turca dove sta appollaiata Efeso, memoria di filosofi e di Maria di Nazaret, o più sotto Antalya, alla disgraziata Siria delle meraviglie, alla costa africana settentrionale che dall’immensa foce del Nilo eterno arriva a Gibilterra, passando per Bengasi, Tobruk, Tripoli, e poi Tunisi, Cartagine, Leptis Magna, Algeri, Orano… Di là c’è il Mare Ocèano di dantesca e ulisside memoria.

Città bianche tutt’intorno gli ottomila chilometri di coste italiane della penisola e di una miriade di isole grandi e piccole, dalla Sicilia sublime del barocco alla silenziosa Sardinia, dalle Riviere liguri, da Dolceacqua alle Cinque Terre. Chiamai anni fa in un breve poema Ostuni “l’alba città“, perché biancheggia alta sulla Murgia e si vede dal mare, così come bianche sono Cisternino, Martina Franca, Galatina e Gallipoli, la città-bella, la kalè pòlis dei Greci, e altre e altre.

Se, caro lettore, prendi in mano Roth, troverai le città bianche di Francia, che lui canta con sentimento eccelso: Lione e Vienne, Tournon e Avignone, la città dei papi sul Rodano, ognuna con la sua unicità di costruzione umana, di storia parlante attraverso le pietre e gli spazi definiti da intelligenze antiche, e insuperate, da Roma, superna maestra di sapere e civiltà, anche se talora sulla punta e il filo delle corte daghe. A Vienne si celebrò un concilio importante della cattolicità del Medioevo ed era sede degli imperatori tedeschi; Lion è capitale della seta, mentre Tournon se ne sta silente lungo l’acque verdi del gran fiume alpino. Più avanti il viaggio di Roth tocca Nimes e Arles piene di sole, con i loro anfiteatri romani, e infine Marsiglia, che lui chiama porta del mondo, perché lì arrivano e partano vascelli per ogni confine del mare, s’odono i rumori e i suoni più vari, si sentono gli odori e i profumi più forti.

Lo scrittore austro-ebreo, nato a Brody vicino a Leopoli in Galizia (Ukraina) all’estremo limite dell’Impero Austro-Ungarico, possiede la finezza analitica dei grandi russi e dei tedeschi, e del miglior Manzoni. Canta la Finis Austriae, con una capacità di introspezione e di racconto quasi insuperabile, elegiaco e tragico, nostalgico e scettico, perso nelle nebbie dell’est che nascondono le fredde nevi, oppure nelle abbacinanti estati delle bianche città meridionali.

Le città bianche sono un sogno vivente e hanno rumori lontani, mentre le città grigie sono sopraffatte dai silenzi. Ecco che Roth, scrittore e giornalista girovago, ebreo e cattolico, socialista e monarchico, impaurito dal nazismo incombente e dal declino delle sue diverse “patrie”, scrive e scrive migliaia di pagine, per lasciare a chi leggerà come una sorta di infinito distendersi di quadri esistenze e vite, di profumi e lezzi immondi della vita, proprio come accade.

Ho sempre preferito eventualmente andarmene, o comunque “star leggero” in ogni ambiente prima di stancarmi e di stancare…

…e l’ho fatto sempre, nei vari studi (che comunque ho terminato sempre, riprendendone altri), e lavori, cosicché il sentimento lasciato a chi restava è stato sempre di nostalgia.

A ventisette anni, dopo aver fatto il liceo classico, unico periodo di studio a tempo pieno della mia vita, intervallato da estati a portare bibite, lavoravo già da otto anni in fabbrica e studiavo politica. Sono entrato nel sindacato e vi son rimasto finché non mi ha chiamato a dirigere il personale la più grande azienda del Friuli. Nel sindacato ero lì già pronto per Roma, per posizioni nazionali, ma ho preso il bivio della grande impresa.

Giocavo a basket non male, guardia tiratore con il mio 1,84 ben distribuito su 80 kili. La bicicletta sarebbe arrivata a trent’anni, mai più mollata fino alla malattia. Ma mi dicono che la riprenderò in mano presto.

Guardavo le stagioni trascorrere, prima lente nel mio paese, con estati infinite, in un ambiente bellissimo, pieno d’acque.

A Buttrio nell’enorme azienda a capo del personale son rimasto finché mi è parso possibile, e me ne sono andato quando ho raggiunto un punto che mi permetteva di salutare successivamente chiunque a testa alta, in obbedienza alla mia coscienza.

I successivi lavori, di consulenza in grandi aziende e men grandi, di studio fino ai massimi livelli accademici di teologia e filosofia e insegnamento accademico, non sono mai stati esclusivi, ma sempre vari, tali da farmi sempre in qualche modo desiderare e chiamare da altri soggetti, da nuovi committenti. Non ho mai avuto la sensazione dello stancamento mio e dei miei interlocutori. Nulla puzzava mai tra me e loro.

La montagna era (ed è) l’altra mia passione: son stato su tutte le più alte cime delle Giulie e delle Carniche, nei silenzi fondi del mio camminare in solitudine, del mio ascendere prudente verso azzurrità indicibili, come quella del Cridola, o dello Jof Fuart, del Montasio con partenza in notturna, e perfin della Civetta immensa, dell’eccelso monte Pelmo. Del Peralba qui ho più volte cantato,  e attendo di riaver le forze per tornarvi. Ho visto tracce d’unghioni d’orso sul Monte di Cabia e la lince alla Forcella Giaf. L’aquila mi ha salutato sopra il Coglians e il Matajur.

Negli affetti mi son capitate nel tempo molte cose che qui, poiché son le più delicate, non dico, anch’esse in qualche modo coerenti con la mia inquietudine. Ho una figlia bella, aggressiva (si sa difendere), e intelligente. Suona l’arpa e canta e studia lettere.

Non avrei mai sopportato di aspettare con ansia di andare in pensione, e ora quel momento non è molto lontano, anche se non significherà che fermerò il mio lavoro, per il quale ho già incarichi per i prossimi anni. E tantomeno lo studio, e di scrivere libri.

Caro lettore, mi rivolgo a te, come quasi ogni giorno faccio, perché mi fai compagnia, e ogni tanto ho bisogno di raccontarmi a te, anche se non mi rispondi, ma so che leggi e so anche, più o meno, chi sei, e ti saluto.

E forse, è proprio la distanza fra te e me che permette uno scambio che continua nel tempo, noi siamo alla giusta distanza, non ci pestiamo i piedi, non ci disturbiamo. E’ stata la mia scelta fin dall’inizio. E funziona.

Grazie a te che parli con me in silenzio.

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