Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Sindacato, sindacati ieri e oggi… e domani?

Ho vissuto il sindacato dall’interno, nella “vita precedente” (per modo di dire), fino a ruoli importanti, regionali, nazionali e internazionali (per un anno sono stato co-presidente dei sindacati della Comunità Alpe-Adria, di cui facevano parte sloveni, croati, carinziani e stiriani, oltre ai veneti e ai friulo-giuliani). Ricordo “gaudiosi” congressi autocelebrativi cui ho partecipato, a Zagabria, Lubiana, Graz, Stoccolma, Bruxelles…, oltre alle grandi kermesse nazionali a Roma, Milano, Rimini, e via andando.

Ne conosco bene la storia travagliata, spesso gloriosa agli albori, e ne osservo l’attuale declino, che mi preoccupa. Secondo una logica e un’etica utilitaristica dovrei più o meno disinteressarmene, ma non è nella mia natura e nel mio stile. Quando dirigevo pezzi importanti del sindacato ero attento ai temi e problemi dei lavoratori, ma avevo ben presente la “connessione necessaria” con le imprese, cioè l’esigenza di considerare la salute economica delle aziende come area di interesse primario dei lavoratori stessi, non per ritenere che gli interessi della parte datoriale e quelli dei dipendenti coincidessero, ma perché per me era chiarissimo come vi fossero dei punti di tangenza e di sovrapposizione logica, quasi campi semantici comuni, tra sviluppo aziendale e occupazione. La mia era una posizione, si diceva allora, dialogico-riformista, socialista democratica, e andrebbe bene anche oggi, sia come linea politica, sia come definizione dottrinale.

Anche allora vi erano posizioni diverse, più o meno anti-padronali o talora non poco ambigue. Vi era una vera e propria spaccatura tra sindacati dei settori privati, industria, agricoltura e servizi, e sindacati del pubblico impiego, che si percepiva nelle riunioni comuni e nei congressi. Le differenze erano più marcate tra “pubblico” e “privato” che non tra le tre Confederazioni Cgil, Cisl e Uil.

Il gruppo dirigente a livello nazionale, quando c’ero io, era di primissimo livello: basta citare qui i segretari generali di allora Lama, Carniti e Benvenuto, ma vi erano anche personaggi come Trentin, Bentivogli, Mattina, Veronese, con i quali si dialogava volentieri. Finita quella generazione ecco il diluvio della mediocrità. Dopo tredici anni sono uscito da quel mondo per andare a fare il Direttore del personale in Danieli e poi… ho già raccontato qualche giorno fa.

Con un gruppo di bene-intenzionati avevamo iniziato a lavorare sulla cultura del sindacato, ispirandoci anche alle posizioni più aperte al mondo e ai nuovi equilibri, come quella di Alex Langer, per molto tempo co-ispiratore del gruppo. Si “faceva sindacato” con un occhio ai nuovi lavori, all’universo femminile, ai giovani sempre più scolarizzati che si affacciavano al mondo del lavoro, e si scriveva, avevamo una rivista “Verde-Uil”, per dire che amavamo le novità, la viridescenza primaverile delle idee, senza gerarchie organigrammatiche, in seminari aperti a ricercatori ed imprenditori, con l’orecchio attento ai suoni del mondo e alla incommensurabile differenza delle sensibilità individuali.

Quel mondo di curiosità e di ricerca entusiastica si è fermato una ventina di anni fa. Il sindacato italiano, nonostante l’89 epocale della politica si è sempre più rinchiuso in se stesso, rinforzando le culture corporative e aumentando le divisioni, con contratti separati (ad esempio, dei metalmeccanici negli anni 2000), perdendo di vista la dimensione della ricerca e l’entusiasmo del procedere senza autolimitazioni, ispirati solamente dal rispetto delle regole e dalla reciprocità fraterna.

Ricordo momenti bellissimi di formazione quadri in Trentino, Sud Tirolo, Toscana, Garda, Carnia, Umbria… E la memoria in qualche modo rivendica la correttezza di quella linea ideal-pratica contro l’inerzia attuale.

Alla fine della mia esperienza sindacale ho perfino promosso una ricerca mia privata con l’aiuto di un amico sociologo, sulla “ricollocabilità” dei funzionari sindacali alla fine dell’aspettativa prevista dalla Legge 300/ 70 (Statuto dei diritti dei lavoratori) all’art. 31, tanto per farmi un’idea. In realtà, sul campione di una cinquantina di curriculum vitae di colleghi del Nordest, solo il 10%, cioè cinque persone, sarebbe risultato ricollocabile al lavoro in posizioni analoghe a quelle del prestigioso incarico sindacale, tra cui tre del pubblico impiego, io e un mio caro amico che ancora veleggia per rotte sindacali. Gli altri 45 avrebbero dovuto “tornare in linea” ad un lavoro operaio neppur tanto qualificato, rinunziando a segretarie, ufficio personale, viaggi aerei e alte frequentazioni con politici e imprenditori. E così costoro sono rimasti lì, spesso con grande sussiego (ricordo in particolare alcuni che non cito, per carità, ma di uno dico che è della Bassa friulana, pieno di boria) ad alimentare una immarcescibile burocrazia sempre più invecchiata, se non sono riusciti a fare il “salto in politica” come consiglieri regionali o deputati a diecimila euro al mese, o nel mondo della cooperazione, destino di molti, per la garanzia della pagnotta. Di quella generazione friulo-veneta sono stato l’unico a buttarmi in acqua “dove non si tocca” e a misurarmi con il mercato della consulenza direzionale e della formazione. Ed eccomi qua, ancora in beata solitudine.

Una nazione senza sindacati è pericolosa, lo dimostra la storia recente dell’Italia: i sindacati sono stati non solo co-autori di un riformismo democratico nel diritto e nella prassi gius-lavoristica, camera di decantazione e di interpretazione delle tensioni sociali, ma anche un baluardo inespugnabile da parte dell’estremismo e del terrorismo dei decenni scorsi.

Ma un sindacato come quello di oggi è chiaramente insufficiente, non all’altezza degli enormi cambiamenti in atto, e dell’esigenza di costituirsi come soggetto guida del mondo lavorativo. Anche il personale politico delle strutture sindacali è meno qualificato dei decenni passati, a volte si mostra in grave difficoltà nella dialettica delle relazioni industriali e nella rappresentanza stessa dei lavoratori. La cultura media dei sindacalisti a tempo pieno arriva più o meno al diploma, i laureati sono pochissimi, presenti soprattutto nel pubblico impiego. Pur conoscendo bene il loro linguaggio, i loro riti e i loro miti, io stesso talora faccio fatica a sopportarli, quando inavvertitamente si mettono sullo stesso piano dell’interlocutore discutendo di Risorse Umane, di Valutazione del personale, di Analisi del clima, di Formazione, Selezione, etc., oppure di Etica d’impresa e del lavoro. Questo interlocutore magari sono io, con esperienza pari o superiore alla loro in campo sindacale, e ben altra preparazione culturale e accademica rispetto a loro, peraltro anche molto specifica sui temi trattati. La rabbia allora sbollisce un poco nella pena per una situazione così povera.

L’altro aspetto è quello della rappresentanza dei lavoratori: sempre di più giovani ingegneri, economisti, tecnologi mi dicono “ma come faccio a farmi rappresentare da quelli, se non capiscono non solo quello che so, ma neppure quello che faccio in azienda?”

Qualcuno anni fa aveva proposto di creare percorsi specifici nelle Facoltà di Scienze politiche o Giurisprudenza, ad Economia come a Filosofia e Psicologia, per formare il personale politico del sindacato. Lo avevo proposto anch’io all’Università di Udine quando era rettore il valoroso Professor Franco Frilli. Oggi, senza una preparazione universitaria non si può reggere credibilmente un ruolo di rappresentanza professionale nel sindacato.

Certamente Di Vittorio aveva forse la quinta elementare, ma erano altri tempi e altre tempre di uomini. Mi inchino alla loro grandezza umana, politica e morale.

Che fare dunque, se il sindacato è indispensabile all’equilibrio socio-politico ed economico di una grande Nazione come l’Italia? “Rimboccarsi le maniche” del cervello e studiare umilmente, indefessamente, a lungo, per poter comprendere i segni e i problemi dei tempi che viviamo e dare una mano. Orsù sindacati, sveglia!

Gli sguardi, i momenti, l’intuizione, il coglimento del senso, il valore di ogni cosa che si fa

Ultimamente, mi rimproverano un po’ di questo carissime persone, che sto facendo forse un po’ troppa autocritica della mia frenesia operativa, del mio muovermi multitasking, del mio essere-presente in molte situazioni, del mio scrivere e pubblicare, tre libri in due mesi (per circostanze e coincidenze), etc. Ma stai un po’ tranquillo ché ti fai male, dai, sembra emergere dal mio prezioso network di amicizie e solidali colleganze. Va bene, devo rallentare anche per manutenermi un po’ in questa fase un poco dolente.

Epperò, mi fa notare qualche altro, stai attento a non esagerare con l’autocritica, perché se hai fatto tante cose, se sei così rock, ti sarà pur piaciuto, sarà pur servito a qualcosa.

E allora che fare? Non è facile portarsi sul ciglio della strada per riflettere un poco sulla corsa, senza abbandonarla, ché il mio è sempre un rally, e mi piace da sempre, da quando portavo bibite, studiavo allo Stellini e giocavo a basket, ancora pochissimo attento alle ragazze (poi ho recuperato).

E’ chiaro che tutto questo fremente incedere nella mia vita non dipende solo da un’opzione fondamentale, come direbbe il padre gesuita Karl Rahner, ma anche da miriadi di micro-decisioni quotidiane, da vettori causali alieni e da volontà altrui, e infine da circostanze plurime. Faccio un esempio: se spostandomi da un’azienda a un’altra a cavallo della mezza giornata, non riesco a mangiare perché sono distanti quaranta chilometri l’una dall’altra e, mentre termino verso le 13 nella prima, ho da iniziare alle 14.15 nell’altra, che faccio? Un tramezzo? Un caffè e dolcetto? Nulla, o solo acqua? Questa è spesso la mia vita, miracolo se riesco a sedermi una o due volte alla settimana con Michele o qualche altro collega a pranzo, un primo o un secondo-contorno e dolcetto e un taglio di vino rosso.

Quanti sono gli sguardi, le parole non dette, le parole dette, le correzioni, l’uso combinato di e-mail, watts app, sms, rinvii, discorsi brevi sul ciglio della porta di un ufficio, un gesto d’intesa, una caterva ogni giorno, ed è bellissimo, perché il dialogo è vivo, vero, potente, trasversale, nutriente sul piano psichico ed efficace su quello operativo.

E i momenti? Tutti diversi, tutti da in-ventare (cioè da -latinamente- invenire, cioè trovare, ché inventare significa trovare ciò che già c’è nell’intelligenza del mondo  e dell’uomo). Ogni momento ha la sua irriducibile unica preziosità di tesoro nascosto e svelato, è la alètheia greca, la verità locale e formale che si svela-ri-velandosi (cf. Heidegger), ogni attimo genera miracoli, mira (cose meravigliose), se ci si crede volendo fare quello che di meglio sappiamo fare.

L’intuizione delle cose poi aiuta la riflessione razionale: posso fare anche questo oggi, o devo rinviare? Ci sta, se lo aspettano, rinviare è dannoso? Io non rinvio mai, seguo l’istinto, ragiono ma immediatamente procedo, anche senza completare il sillogismo argomentativo, se colgo che è meglio fare subito, piuttosto che rinviare.

Ed ecco che incontri il coglimento del senso, cioè la verità-importanza- validità dell’aver operato senza ulteriori indugi, dell’essere partito come una scheggia arrivando in tempo e salutando chi lasci senza ansia da prestazione. Non mi pare di aver fatto cose insensate in questa mia velocità di pensiero, di parole e opere. Non mi pare di aver peccato granché di omissioni, cioè di non avere pensato detto o fatto ciò che avrei dovuto, nel ganglio centralissimo della mia posizione esistenziale, operativa e umana, nelle relazioni che ho e che coltivo.

Il valore di ogni cosa che si fa è presente nel farla e nei suoi effetti, immediati o mediati o futuri che siano. Intanto hanno e sono un valore le cose che si fanno, se pensate con cognizione di causa, con rispetto dei fondamenti e della qualità relazionale.

Rimanere inerti è colpevole, come insegna il Maestro di Nazaret in molti passi del suo annunzio nuovo per l’uomo e per il mondo, ma specialmente nella famosa parabola dei talenti, là dove lo scrittore del vangelo secondo Matteo (25, 14-30) raccomanda di usarli per il fine buono cui sono destinati, pena il deragliamento dalla propria vita e da quella degli altri esseri umani, un deragliamento dal mondo e dalla vita.

Io non deraglio, ma viaggio dritto come un fuso sulla mia strada, che alcuni conoscono e altri no, ma va bene così.

Il sole nella pioggia

A volte accade, anche stamane, dopo la bufera. Il verde agostano delle foglie fa intravedere scaglie d’azzurro intervallate da nubi leggere. Dopo la bufera. Come nella mia anima. La prima notte di quiete si affaccia sul mondo come un mirum. Se desidero musica nella casa solitaria vuol dire che qualcosa mi illumina l’anima.

Ho la mia grande casa a disposizione. I rumori li produco solo io e la mia musica. Poi uscirò e starò bene incontrando qualcuno. Anche la piscina mi aspetta e il riposo. Una lezione nel pomeriggio al volenteroso ragazzo, che andrà avanti nel suo liceo. Metodo e razionalità.

Ascolto le antiche Orme, Gaber, Los Marcello Ferial e van De Sfroos, allietando le prime ore del sabato. Il nostro tempo è sempre il sabato, cioè il tempo dell’attesa senza ansia, sapendo che l’incontro con il dolore è esperienza e ascesi, cioè esercizio fisico e mentale, come ben sapevano gli antichi sapienti. Imparo ogni giorno il cambiamento come il disvelarsi di un incantesimo, o incantamento.

Il tempo si dipana veramente come kairòs, come tempo del cuore, mentre la cronologia sfuma nei giorni passati, svanendo. Sant’Agostino, i volti nel mio tempo, Johnny Cash, Woody Guthrie, Robert Johnson e Jimi Hendrix mi fan visita sorridendo stamane, con i soliloqui, il blues padano e quello americano.

E oggi è come nel titolo della canzone di Alice, la carissima Carla Bissi, con cui condivisi una pizza a Udine tant’anni fa, Il sole nella pioggia.

Ogni parola che proferisco, ogni parola che scrivo è insufficiente a dire la gioia di un risveglio buono, fresco come all’inizio, come all’alba del mondo. E penso alle persone che mi vogliono bene, a quelle che si fanno vive oppure condividono i miei silenzi. E gioisco.

L’andirivieni delle cose e dei pensieri rotolano nel fiume infinito dell’essere, e divengono-come-altro mantenendosi dentro l’alveo della vita nostra.

Il fiume dell’essere mi ricorda l’immenso Dniepr a Dnieprpetrovsk, che scavalcai qualche anno fa, meravigliandomi della sua potenza, o l’ancor più imponente Rio Paranà a Rosario d’Argentina, una ventina d’anni fa. Tanto ampio da non vedere l’altra sponda. La nostra vita è navigazione in mare aperto, oltre Gebel el Tarik, nell’Oceano, nel Mare-Oceano sfidato da Verrazzano e da Colombo, da Vasco de Gama e da Fernando de Magalaes, ogni giorno, non solo per un anno o per pochi anni.

E così si attende, si spera, ci si illumina e rattrista, per poi riprendere colore, come fa il sole che spunta tra le nuvole piene di pioggia, inopinatamente, quando si ferma il turbine del vento, e tutto si placa, quando si apre il cuore.

Il colloquio

Il colloquio è una forma di dialogo, e si usa molto nei luoghi di lavoro, dalle acciaierie agli uffici pubblici ad ogni altrove, soprattutto nelle nazioni a più alto sviluppo industriale e dei servizi. La metodologia nella contemporaneità trae origine dagli studi di psicologia sociale e di sociologia nel mondo anglosassone, iniziati negli USA a partire dagli anni ’30. In Italia si sono affermati forse solo negli ultimi due o tre decenni.

Si tratta di un dialogo cordiale, aperto, atto, sia a conoscere nuove persone come procedura di selezione, sia a una attività di “manutenzione” di personale già inserito, o in inglese -come è invalso dire- follow up.

E’ comunque un’arte antica, nota e praticata dai filosofi classici, soprattutto da Platone, ma anche da Epicuro, Seneca, sant’Agostino e altri.

E’ anche una delle attività più difficili che si possano svolgere a livello aziendale, perché le variabili possono essere infinite, trattandosi di un incontro tra personalità irriducibilmente uniche nel contesto dato, e a questo mondo. Pertanto occorre molta cura nella sua gestione.

Occorre mettersi in ascolto attivo, ob-audire (cioè obbedire, strano no?) dicevano i padri latini, evitando sia un eccesso di empatia sia la genericità o banalizzanti stereotipie. Ogni colloquio è un evento a sé stante, non ripetitivo, poiché cambia l’interlocutore, o cambia il tempo dell’interlocuzione. Manuali e role play sono piste teorico-pratiche da conoscere, ma senza la pretesa (sarebbe sbagliato) di copiarle. Se si incontra una persona nuova si avrà l’accortezza innanzitutto di metterla a suo agio, se una persona già conosciuta si può partire in qualsiasi modo, perché dipende dalla ragione per cui fa il colloquio, che potrebbe andare dalla comunicazione di un riconoscimento a una contestazione o sanzione disciplinare.

Gentil lettore, ti racconto un episodio, di un colloquio assolutamente eterodosso, per dire come la variabilità sia infinita, che mi è capitato di fare qualche settimana fa, per confermare come ogni incontro sia evento, atto unico e irripetibile. Sono in un’azienda importante a livello nazionale e non solo, fuori regione.

Lui compare alla porta del salottino dove sono ospitato, essendo io in trasferta, ma non lo faccio entrare subito perché sono impegnato in un colloquio già programmato e di non poca importanza.

Alla fine, ormai io ero rimasto solo, entra, incazzato, livido. Lo guardo in volto, intensamente e in silenzio.

Non lo faccio sedere, ma gli dico di cambiare espressione, immediatamente, “ché io non parlo con volti imbruttiti dalla rabbia o da altri sentimenti mali.”

Gli chiedo le ragioni di tanta rabbia e lui mi dice che non sopporta che le “sue persone” interloquiscano con chiunque in azienda. Allora gli spiego i ruoli, chiarendo che le persone che hanno interloquito con le “sue persone”  avevano pieno titolo per ruolo e posizione aziendale, per parlare, chiedere “come va”, convocare le “sue persone”, , etc.

E quindi lo invito a non essere paranoico e a recuperare il senso delle cose e dei fatti, in una prospettiva collaborativa e proattiva. Restiamo insieme a ragionare per più di mezz’ora e, a un certo punto lui cambia espressione e prende colore, ammettendo che veramente non sa che cosa lo prenda quando teme di “perdere il controllo”… Gli dico, “appunto, tu hai bisogno di tenere sempre tutto sotto controllo, e quindi emani ansia, sfiducia metodica, stancando e allontanando le persone, che ti vedono pian piano come un impiccio, se non come un nemico.”

E aggiungo che sarebbe utile ripartisse da lui stesso, curandosi una sorta di, gli dico, “io ferito e un poco quasi tramortito che ti fa soffrire e alla fine ti frena, cosicché tu devi darti tempo devi regalarti spazi, evitando di essere disponibile giorno e notte, sabati e domeniche. Riposati la testa, dismetti l’elmo e l’armatura e ringuaina la spada.

E altri episodi del genere mi sono capitati, tutti diversi, ma tutti con il minimo comun denominatore dell’ego debordante e nello stesso tempo insicuro o, come dicono gli psicologi, caratterizzati da un’autostima espansa, che è sinonimo di insicurezza profonda, soprattutto di se stessi.

C’è un gran lavoro da fare, come sempre e ciascuno di noi lo deve fare innanzitutto verso se stesso.

Come un grazie all’Incondizionato e a chi mi ha voluto e mi vuol bene, conoscendomi, qualcosa della mia vita

Caro lettore,

alcuni narrano di essere stati spinti dagli amici a scrivere una biografia, facendomi morire dal ridere. Solitamente si tratta di falsi modesti matricolati, presenti in ogni dove, tra i laici e i chierici, ché la superbia vera monta là dove te l’aspetti e anche dove non penseresti mai albergasse. Accade.

E allora io ho deciso di scrivere qualcosa di me come in un pezzo di Wikipedia privata (anzi qualcuno sta preparando un pezzo su di me per questa web enciclopedia. Non so se devo essere contento o no, vedremo.)

Qui racconterò qualcosa, limitandomi a dire da dove provengo e della parte studiorum, laborum operarumque, avendo già più volte qui narrato le “dimensioni del cuore”.

(Qui sopra una foto con Andrea, io in giro in bici, l’inverno scorso.)

Sono nato a Rivignano da famiglia operaia povera. Sanissimo e curioso fin da bambino son scolaro e chierichetto. Don Aurelio mi voleva prete ma il mio destino era un altro: in ogni caso aveva colto con la sua attenzione la mia predisposizione per la musica, e per il greco e il latino liturgici.

Ricordo la rimozione delle tonsille a freddo, con tanto sangue al distretto sanitario di Cervignano. Le cadute frequenti per esuberanza, anche di bicicletta, e gli interventi di ricucitura del miedi Aurelio, che mi voleva bene.

Bene alle elementari, alle medie, e ora, che facciamo? “Suo figlio può fare qualsiasi scuola superiore! così la preside a mia madre… e specialmente il liceo classico“.

Mio padre era in cava di pietra in Germania (lì stette per undici stagioni) per pagare debiti di sopravvivenza e per mettere a posto la casa. Pietro mi diede la passione per la nozione, la storia, la geografia, e la memoria prodigiosa di suo padre Antonio, mio nonno. Mia madre economizzava nel silenzio e si chiedeva come potermi mandare a scuola a Udine, “ta la scuel dai siors“, le dicevano, nella scuola dei ricchi e dei maggiorenti destinati a diventare medici e avvocati. Anche mia sorella voleva studiare, ma si fermò alla seconda superiore per insuperabile sopravvenuta condizione di salute, che da allora la accompagna, senza averle tolto il sorriso.

Allora, io che avevo avuto alle medie, vinto un concorso con un tema, la borsa di studio di 50.000 lire all’anno, più che sufficienti per le spese scolastiche, mi diedi da fare per averla anche dopo, e ce la feci per tutti e cinque gli anni del ginnasio-liceo, 150.000 lire all’anno scolastico, come 1.500 euro adesso. E d’estate, tutte e cinque estati lavoravo a portar bibite, avendo già la statura e la forza per poterlo fare. A diciassette anni ero un metro e ottantadue per settantadue chili.

In quarta ginnasio sono accettato in classe solo dopo aver mostrato, e mi ci vollero i primi tre mesi, le mie capacità di pareggiare la preparazione dei cittadini, ma poi non ci fu storia. Non ebbi mai difficoltà e ne uscii in regola, ansioso di università. Nel frattempo giocavo a basket non male, sport di allora, come ora la bici e la montagna. A ventidue anni sono assessore alla cultura nel mio paese “d’acque” e predispongo l’acquisto dei primi duemila volumi per la neonata Biblioteca civica.

Non ce la potevamo fare: mio padre nel frattempo si era ammalato e io dovevo andare a lavorare. Mi iscrissi ugualmente all’università ma lavorando da operaio in aziende del legno e metalmeccaniche. Diventai anche capo reparto. La laurea in scienze politiche arrivò dopo anni di fabbrica e di sindacato, nel quale ero entrato nel frattempo facendo una rapida carriera fino a livelli nazionali. A 32 anni ero segretario generale provinciale e a 35 regionale. Mi iscrissi per dieci anni al Partito socialista, dei cui organismi regionali facevo parte, forza politica che, con tutti i suoi difetti, ora (mi) manca in maniera lancinante.

A metà degli ’80 ho anche diretto un’elegante periodico politico-culturale, Quadrivio, che ebbe vita breve ma allora era molto apprezzato, prima di tenere per nove anni, qualche tempo dopo, una rubrica quindicinale sul Messaggero Veneto sulle tematiche sociali e del lavoro.

Il salto lo feci quando la dottoressa Cecilia Danieli mi chiamò alla direzione risorse umane di quella grande azienda, dove resistetti poco più di due anni, per ragioni che qui è troppo complesso spiegare. La grande e sempre amatissima Danieli. Per due anni vidi ogni mattina quella grande imprenditrice con cui discutevo liberamente di ogni cosa relativa al personale.

Il passo successivo, forte delle mie esperienze e del mio titolo di studio fu la consulenza direzionale, che ancora costituisce parte essenziale del mio lavoro, in aziende metalmeccaniche e commerciali, alimentari e di servizi, multinazionali e nazionali, oramai da ventidue anni, in Italia soprattutto, ma anche in qualche stabilimento all’estero (Slovacchia, Messico). Ho girato la nostra bella terra in lungo e in largo, l’Europa, Russia compresa, Stati Uniti e Argentina, sempre con la curiosità del bambino che ero.

Ma un’illuminazione mi stimolò a riprendere gli studi: dovevo approfondire la conoscenza dell’essere umano. Utilizzando al meglio la flessibilità dei miei orari, mi immersi negli studi teologici e filosofici che mi hanno permesso di raggiungere i titoli accademici massimi, due dottorati di ricerca, dopo le lauree ordinarie. Insieme al master in consulenza filosofica posso appendere, se voglio, sei pergamene accademiche, di cui non mi frega nulla, se non per ricordare che cosa può la volontà del figlio di un operaio.

Faccio formazione aziendale e accademica, vengo invitato in Friuli, ma di più fuori di qui, a tenere conferenze e relazioni in convegni e festival. Nel frattempo ho pubblicato una ventina di volumi di vario genere, dalla lirica, alla narrativa, alla filosofia alla teologia, e ne ho curato quattordici di autori vari. Ho vinto premi letterari nazionali, e son stato vicepresidente per un biennio della maggiore associazione di filosofia pratica italiana, Phronesis.

Ho fondato caffè filosofici e letterari, lasciandoli poi al loro autonomo destino. Mi piacciono le imprese start up: sono uno dei padri dell’iniziativa Caritas di raccolta di indumenti e scarpe con i contenitori gialli; autore del logo E.Bi.Art. dell’ente bilaterale dell’artigianato di cui sono stato socio fondatore e primo vicepresidente; pioniere nel lavoro interinale per cui, incaricato da una società milanese, ho aperto tra Friuli e Veneto cinque filiali portandole al break even point. Nel 2003 ho portato dalla Romania venti infermiere professionali che ancora lavorano e si sono stabilite in Friuli. Seguo come tutore legale un amico condannato all’ergastolo, visitandolo nelle varie carceri in cui è ristretto, oramai da quasi diec’anni.

Godo della stima e del rispetto di molti, imprenditori milionari, che spesso mi mettono a parte delle loro disgrazie chiedendomi aiuto, di operai, di giovani e pensionati, di donne e ragazzi di cui mi occupo come mentore per la loro carriera scolastica, disponendomi come correlatore di tesi di laurea. In questi ultimi anni per almeno dieci di loro. Quasi come un istitutore o precettore settecentesco.

Soffro della gelosia e della maldicenza di altri, che mi rattrista e mi illustra la piccineria di chi vive la vita degli altri e gode delle disgrazie, odiando il bene.

E’ stato un peana questo racconto? Una lode impropria? Qualcuno può pensarlo, ma è solo un racconto biografico, il racconto biografico di un friulano ancora in piena attività creativa, con l’aiuto dell’Incondizionato e di chi mi vuol bene, conoscendomi.

Per il resto mi affido alla virtù di speranza, che è anche una passione, come insegnava il mio maestro Tommaso d’Aquino. Mandi.

Ersilio

…non l’ho mai conosciuto, ma ho un suo quadro in casa. E’ mancato a questa vita terrena qualche settimana fa, ma solo a questa vita terrena, ché il suo spirito è ben vivo nella visione dei beati, anima immortale. Si tratta di un monocromato geometrico che si armonizza benissimo con le Nympheas di Monet, stampa dal Musée Marmottan, Paris. Quadrato su compensato, sfondo bleu, à la francese, quadrato grigio-celeste e cerchio con sfumature delicate. Secco, essenziale, logico, ma pieno di un pathos misterioso e calmo, quasi presago di luminose lontananze, espresse nelle gradazioni tendenti al grigio del cerchio centrale, che appare in rilievo, una sorta di luna dentro la finestra che dà sullo spazio infinito.

Me l’ha regalato un severo dirigente dell’azienda pedemontana, quella che fa le pizze per tutto il mondo, per gratitudine e amicizia. Faranno una mostra dei quadri di Ersilio a Polcenigo, nell’incanto viridescente della Liquentia. Ci sarò.

Non so perché ma il quadro mi rammemora una ballata capolavoro di Lucio Battisti, “Anche per te”, anche se il testo non c’entra con il ricordo di un padre mancato troppo giovane, e vivo nel cuore e nelle opere, ma vivo nell’essenza divina che tutto comprende, e a tutto dà vita. Un testo che commuove e io non posso ascoltarlo tanto spesso. Questo ho veduto negli occhi di Alessio quando mi ha donato il dipinto di Ersilio, un “anche per te” vorrei…

Il testo meraviglioso di Mogol mi aiuta a comprendere meglio il senso del dono e dell’affetto, unico, irripetibile, che puoi provare per una persona.

“Per te che è ancora notte e già prepari il tuo caffè/ Che ti vesti senza più guardar lo specchio dietro te/ Che poi entri in chiesa e preghi piano/ E intanto pensi al mondo ormai per te così lontano/ Per te che di mattina torni a casa tua perché/ Per strada più nessuno ha freddo e cerca più di te/ Per te che metti i soldi accanto a lui che dorme/ E aggiungi ancora un po’ d’amore a chi non sa che farne/ Anche per te vorrei morire, ed io morir non so/ Anche per te darei qualcosa che non ho/ E così, e così, e così/ Io resto qui/ A darle i miei pensieri/ A darle quel che ieri/ Avrei affidato al vento cercando di raggiungere chi/ Al vento avrebbe detto sì

Per te che di mattina svegli il tuo bambino e poi/ Lo vesti e lo accompagni a scuola e al tuo lavoro vai/ Per te che un errore ti è costato tanto/ Che tremi nel guardare un uomo e vivi di rimpianto/ Anche per te vorrei morire, ed io morir non so/ Anche per te darei qualcosa che non ho/ E così, e così, e così/ Io resto qui/ A darle i miei pensieri/ A darle quel che ieri/ Avrei affidato al vento cercando di raggiungere chi/ Al vento avrebbe detto sì”

Così, anche se differentemente, Alessio continua ad avere suo padre Ersilio con sé, nella pura luce del ricordo, che è un riportare attraverso il cuore la memoria di tante ore passate insieme, tante parole scambiate, tra un bimbo e un uomo all’inizio, e ultimamente tra due uomini, neanche tanto distanti di età.

E’ un rendere immortale una storia, cogliendone l’unicità, e semplicemente constatando che nulla finisce mai, perché tutto è eterno dal punto di vista di Dio, dove vivono gli eterni essenti, come Ersilio, caro amico Alessio. Buona notte.

Le Vie dei Silenzi e Charlie Gard

Conosco l’Alta via dei Silenzi che attraversa le Alpi Carniche, dal Peralba al Lastroni ai Laghi d’Olbe, dal passo Elbel a Mimoias, dal Tudaio al Col Nudo e fino alla Cima Manera. Ne ho percorso parti nel tempo e ci tornerò. Vi sono ovunque “vie dei silenzi”, che tagliano campi e strade, percorrono i fondovalle e raggiungono gioghi e creste montane. Anche la mia vita è una via dei silenzi, quante corse, quante escursioni in solitudine, quanti viaggi in auto, quanti tremori per viaggi altrui e pensieri.

Le Vie dei Silenzi fendono le strade movimentate e rumorose della vita quotidiana, così intrecciando vicende e muovendo vettori causali, solo apparentemente casuali.

La via dei monti è aspra, i sentieri numerati stretti e perigliosi, soprattutto quando si fanno roccia nuda, bianca o grigia, dolomitica o basaltica. Camini ardui si presentano all’improvviso, e lì devi inerpicarti, lì cercando appigli sicuri e badando a non scivolare. Ricordo ascese di fatica e entusiasmo, come posseduti-dal-dio, al grande Sernio, interminabile, oltre il Foran da la Gjaline e la Forcella Nuviernulis. Oppure l’immensa foresta superata quasi in notturna per arrivare al Corsi verso lo Jof Fuart, in compagnia degli stambecchi. Lo Jof di Montasio, il Cridola, il Civetta, il Coglians, la Creta Grauzaria, magnifica e silente.

Mentre cammino in campagna, per le Risorgive del Friuli di Mezzo, progettando un’ascesa al Peralba, penso a Charlie, il bimbo di otto mesi, inglese, che deve e morire, perché non può vivere.

La montagna e la malattia incurabile di Charlie hanno qualcosa in comune, l’ineluttabilità, la sofferenza e il silenzio. Come quando si cammina per ardui sentieri e creste vertiginose si deve fare silenzio per concentrarsi sullo sforzo e sui pericoli che si incontrano, così si dovrebbe fare affrontando un tema come quello di Charlie, evitando la canea mediatica che si è scatenata, e le divisioni tra realisti e buonisti, laici e cattolici o d’altre fedi, liberal-radicali e integralisti di ogni genere e specie.

Trovo che il dibattito sia come al solito in questi casi sgangherato, come ai tempi di Eluana, di Dj Fabo, di Welby. Sarebbe bene che i militanti (spesso militonti) di tutte le scuole di pensiero prendessero esempio dai camminatori, dai viandanti, homines viatores, di cui mi onoro di far parte, e stessero un po’ zitti, rispettando il dolore di chi ama Charlie, e ne segue ogni respiro, finché vivrà.

Non sappiamo quello che la ricerca scientifica potrà produrre per rimediare a malattie genetiche come quella del piccolo, ma un tempo l’uomo non conosceva neppure la circolazione del sangue o il meccanismo procreativo che prevede l’unione di due gameti uno femminile e uno maschile. Una volta.

Un po’ di silenzio, via!

Consapevolezza e rallentamento

Non si può fare tutto. E poi che cosa è questo “tutto”? Ovviamente sotto il profilo umano è solo una “parte” delle infinite (indefinibili, non definite) cose che si possono fare in “una” vita. “Una vita”. E dunque si deve scegliere, limitando le cose da fare nel tempo, fisico, che è incomprimibile. C’è chi accelera l’eloquio per timore di non dire “tutto-quello-che-ha-da-dire” nel tempo che ritiene gli sia concesso, e stanca con la sua velocità gli astanti; c’è chi è sempre indaffarato e non ha mai “tempo” per un’altra cosa e, di rinvio in rinvio, la cosa muore lì.

Io avrei teoricamente un appuntamento con un politico da anni (!!!), ma anche ultimamente, dopo che era stata fissata una data  concordata, l’appuntamento è saltato. Poco male. Vi sono gli affannati perenni che non cavano un ragno dal buco, nonostante sia un problema trovare un interstizio nelle loro agende: i sindacalisti sono specializzati in questo, avendo scarsa dimestichezza con un ordo rationum delle cose da fare, cioè delle priorità, che sono sempre le loro, ombelichi del mondo. Almeno quelli di queste ultime generazioni, che ti trattano da loro pari anche se hanno solo la scuola dell’obbligo e vent’anni di meno, nonché un’esperienza di studio, lavoro e vita che è un’infinitesima parte della tua (la mia in questo caso). Del “tu” a piena bocca prima di esserci messi d’accordo, approcci del tipo “Senti un poco…”. Aah Signor.

Anch’io spesso “vado di fretta”, e mi stresso: a proposito invito fermamente chi mi conosce e frequenta in qualche modo, a non usare con me questo brutto verbo latino anglicizzato (stringo, ere vs. to stress), perché mi dà l’impressione di una strizzata di co.ni. Eppoi, come insegna più elevatamente Wittgenstein e più tera-tera (direbbero Venditti o Totti) la Programmazione Neurolinguistica, più ne parli e più esiste, lo stress. Dai, lasciamolo perdere, por favor!

Nel borgo selvaggio dell’Appennino dove appena ieri mi trovavo a parlare di “coscienza, tra principi etici e consapevolezza”, ho rivissuto il senso del rallentamento consapevole, ho visto il fornaio fornire un’anziana abbarbicata vicino al castello diruto, ho sentito parlottare vecchi sulla panchina, mi sono lasciato perdere per gomitoli di strade come le ungarettiane quattro capriole di fumo sul focolare. Senza meta ho gironzolato per vicoli e scalette, salitelle e discesuole, piazzette e slarghi sulla valle amena del fiume Taro, che scorre in fondo verso il Po.

Lentamente ho vissuto per meno di due giorni, ricordando il vecchio amico che non c’è più, Alex Langer, che predicava -altissimo- lentius, dulcius, suavius, invece che citius, fortius, altius. Più lentamente, più dolcemente, più soavemente, piuttosto che (qui il “piuttosto che” ci sta!) più velocemente, più fortemente, più in alto. Ah i convegni di Città di Castello, la Fiera delle Utopie Concrete (ossimoro suo, bellissimo), di Spello, di Bolzano, di Novacella. Nell’altra mia vita quando a qualche amico potevo confidare i miei patemi. Ora non più.

A Berceto mi sono fermato andando e ho camminato fermandomi, di tanto in tanto, come insegna sant’Agostino, che ama gli opposti, le contraddizioni e i dialoghi tra l’io e il sé, i soliloqui silenti del sentiero rupestre che finisce oltre la collina, quasi in cielo, di un azzurro lancinante. Ieri mattina, con pensieri miei vaguli, transfughi come colombe del diluvio.

Comunque andando

Se la meta è il viaggio, l’itineranza, la meta del viaggio è solo un luogo da cui ripartire per dove, per ogni dove, come questa mattina, estiva dal denso clima, con pensieri diversi e distinti. Pensieri del mare e di terra, pensieri di lontananza e presenza, com-presenti nella mente e nel cuore. Necessità delle vite che permangono, così come le ore e i giorni che transitano attraverso me e attraverso ognuno che vive. Spinoza comprende la necessità delle cose, volendo mostrare che le scelte son quasi geometriche (Ethica more geometrico demonstrata), ma non son tanto convinto, perché resta spazio per l’arbitrio liberante di ognuno. Non insisterò mai abbastanza sul rispetto del libero arbitrio di ogni persona, che porta conseguenze necessarie, pur agendo nella contingenza. E’ solo dal-punto-di-vista-di-Dio, sub specie aeternitatis, che tutto-è-necessario, non dal nostro.

Tra poco la birota rossa mi porterà relativamente lontano nella mattina ancora non torrida di questa estate strana, e sarò di nuovo, trovatore inesistente nell’itineranza, nella perduranza, nella tardanza di eventi futuri. Oddio. La forza non manca né la volontà di procedere, di provvedere, di attendere, di essere presenti alle cose che accadono di per sé e per me, nel dipanarsi delle mattine e dei giorni. Ce l’ho solo, un poco, con chi non comprende la complessità, tutto semplificando in un abc di azioni e reazioni superficiali e a volte insensate, pensieri e atti presenti in ogni ambiente e circostanza. Ma oltre c’è il tempo della verità, che non può non vincere, così come vince la vita, sempre, dalle spore ai batteri alla balenottera azzurra, alla grande sequoia, all’uomo.

La strada assolata mi ha stremato, la salita della collina un limite odierno delle mie forze. Un’anima pura nel corpo stanchissimo. Ascolto la musica, parole di Giovanni della Croce, mezzosoprano Giuni Russo, che non c’è più. Il Carmelo di Echt, la storia di Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce, dove sarà ora? Bea è con me, qui. Pace e silenzio e solitudine e le cose del mondo. Insondabili pensieri.

Una giornata calda, vera e dura, con pezzi di lavoro e pezzi di vita pieni di sudore e lacrime, ma è così che vanno le cose al mondo, quando il dialogo non vince, quando i media prevalgono sull’incontro, quando il fraintendimento è quasi regola, quando la pietas latita e l’apertura della mente non c’è, quando il vento è fermo e solo qualche timida brezza si insinua nella sera.

Resta la virtù di speranza, alla fine, dopo che la conoscenza e l’etica si sono stancate di operare, oramai, anche loro stremate. La speranza, come scriveva il grande solitario di Koenigsberg “che cosa posso sperare?”

E io spero molto, anche perché l’amico Claudio, un medico, tornando da un viaggio condiviso nella Mitteleuropa, sorridendo diceva, rivolgendosi a me “Ma tu che non finisci di sorprenderci sulle innumerevoli cose che sai, hai fatto un patto col diavolo, o sei tu stesso il diavolo?”, suscitando il sorriso degli astanti in viaggio, e io: “No, io sono solo il figlio maggiore, quello rimasto vivo, di Pietro, e non è poco“.

Libera nos a malo, Domine Jesu Christe. Libera, libera, libera tutti…

Padri o, a volte, “padroni”?

Tornando dalla Slovacchia ho sentito un racconto biblico, simile e dissimile a quello di Mosè e le figlie di Ietro, in ebraico  יִתְרוֹ, Yiṯrô,  che significa eccellenza. Di Ietro si parla inizialmente in Esodo 2,16, come colui che sarebbe diventato suocero di Mosè ed era sacerdote di Madian.

Ietro era il capo di una tribù di pastori nomadi che si spostavano lungo le rive del golfo di Akaba. Accolse Mosè fuggitivo dall’Egitto dove aveva ucciso un persecutore dei suoi fratelli ebrei, e gli diede in sposa sua figlia Sefora, perché aveva difeso le sue sette figlie dall’arroganza di certi pastori che le volevano scacciare dal pozzo dell’acqua (Esodo, 2,21).

Ecco, “gli diede in sposa“, il padre che dà in sposa la figlia come sua proprietà. Nel mondo semitico questo era un costume etico, cioè un qualcosa di ammesso anche dal punto di vista giuridico e sociale. Lo era e lo è ancora nel Sub-continente indiano, nonostante la legislazione liberale voluta da Nehru fin dagli anni ’60. In molte aree di cultura e religione islamica altrettanto, lasciando da parte le situazioni tribali ancora presenti in Africa e in Asia.

Vedremo dopo perché il racconto di Ietro è simile e dissimile di quello fattomi in viaggio. Ora un altro esempio di potere maschile.

Gavino Ledda, sardo, nacque in un famiglia di pastori. Il padre Abramo gli fece frequentare solo per poche settimane la prima elementare e poi lo ritirò dalla scuola. Doveva iniziarlo al lavoro di pastore.  E così Gavino crebbe analfabeta fino al servizio militare, quando incontrò Franco Marescalchi che lo convinse a riprendere gli studi. Prima ottenne la licenza elementare, poi quella media, la maturità, fino a laurearsi in glottologia a La Sapienza di Roma. Fu ammesso all’Accademia della Crusca e in seguito fu nominato assistente di filologia romanza all’Università di Cagliari. Nel 1975 narrò la propria vita nel romanzo Padre padrone, tradotto in molte lingue e vincitore del Primo Viareggio. I fratelli Taviani nel 1977 girarono un film dallo stesso titolo.

Altra storia. Nel 1965 Franca Viola fu rapita e violentata dall’ex fidanzato, che la tenne segregata per otto giorni, ma lei rifiutò il cosiddetto “matrimonio riparatore”, che era in uso specialmente nel Sud, dopo una violenza sessuale. Fu l’emblema dell’inizio della liberazione femminile in Italia.

Tante violenze sono state perpetrate e si perpetrano sulle donne, fisiche e psicologiche, da parte di un elemento maschile forse un poco debole e insicuro, che ritiene di ribadire il suo ruolo anche con la violenza, mentre invece dovrebbe riflettere sul valore straordinario della differenza di genere e sulla ricchezza umana e morale del rispetto reciproco. Perfino in Iran le donne si stanno liberando, in Tunisia, in Marocco, in Algeria e, sia pure lentamente, in Arabia Saudita.

E dunque veniamo al racconto del mio amico. Mi dice: “Ero proprio là dove siamo stati in questi giorni, in Slovacchia, per cercare qualche aggancio industriale, e alla fine un interlocutore mi ascolta e mi invita a casa sua. Mi viene a prendere in elicottero, avevo portato il mio figlio minore che allora aveva una ventina d’anni o poco più. Cena splendida e alla fine la sorpresa… fa venire le sue tre figlie in età a scalare dai venti ai sedici anni e si rivolge a mio figlio invitandolo a sceglierne una, ché gliela avrebbe data in sposa”.

La cosa finì lì, tra lo sconcerto del mio amico e di suo figlio, che abbozzarono un gentile diniego, e la sorpresa dell’anfitrione, che pensava di aver fatto una grande proposta per creare un’alleanza imprenditoriale, neanche si fosse a contrattare un matrimonio tra eredi al trono nel ‘700 dell’assolutismo monarchico.

Si era nel 2005 più o meno, nel Centro Europa in una famiglia di imprenditori.

Se il comportamento di Ietro è plausibile da un punto di vista socio-storico, il comportamento del padre di Gavino Ledda si può spiegare solo con la presenza di elementi di cultura patriarcale arcaica, oggi inaccettabile, sia dal punto di vista etico sia da quello giuridico e sociale. E il signore slovacco come si configura, se non come arcaico padre padrone?

Oggi non è ammissibile che nessuno si consideri padrone di alcun altro essere umano, sia pure il figlio. La legge sulla maggiore età non lo consente, ma vi è anche una legislazione che tutela i minori e può togliere la patria/matria potestà a qualsiasi genitore che non sia in grado di garantire di poterlo essere per la crescita e lo sviluppo umano, sociale e culturale dei figli. Ciò è altrettanto vero se si tratta di rapporti tra adulti, ché ciascuno è il vero, unico e legittimo padrone del proprio destino e delle proprie scelte di vita: una verità cristallina.

Io ho avuto un padre che non mi ha mai schiacciato e una madre libera, e così son cresciuto scegliendo di fare il mio meglio, dalla famiglia povera da cui provenivo, ho lavorato e studiato tutta la vita portando a casa soddisfazioni e crescita, che continua ancora. Che Dio li abbia nella sua gloria.

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