Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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PENOSAMENTE RIDICOLI!!! Hanno “vinto” anche se hanno perso, Salvini e Conte, i due soci del (grazieadio) defunto governo gialloverde… ma ciò che ancora di più importa per le persone (ggente, popolo), e deve far riflettere anche chi un po’ si esalta per la vittoria, come Letta e Sala, che è andato a votare un elettore su due. Perché? tutti scontenti della destra, o anche scontenti della politica, del suo livello qualitativo e morale, che riguarda tutti, vincitori e vinti?

Incredibile come questi signori, che hanno clamorosamente perso questa tornata di amministrative usino la più vieta e acrobatica falsificazione paleo-democristiana per dire di fronte ai media (insisto, pronunzia mèdia) e al loro popolo che “non hanno perso”, perché le amministrative non sono le politiche. Ma dai.

E la Meloni, con la sua insopportabile sicumera, è lì che pontifica con toni quasi trionfalistici che la destra a trazione fratellitaliota è ancora in corsa, a Roma, cioè nella città più importante. E Salvini le fa eco perché ha vinto a Novara (!) e a Grosseto (!). Di quello che non è un centrodestra, ma un centro e una destra, solo Forza Italia dell’eterno cavaliere o ex che sia, mostra buon senso, tramite Tajani, vero democristiano anche virtuoso, e vince bene in Calabria battendo un presuntuoso bell’omo come De Magistris.

Letta si fa eleggere nella ben poco virtuosa Siena della tradizione picista e pidina. Fossi in lui non canterei le lodi, ma mi rimboccherei le maniche senza tanti rancori e ringrazierei perfino Renzi che lo ha fatto votare.

E Draghi può lavorare tranquillo, abbastanza tranquillo, perché chi lo vorrebbe promovêr ut amovêre ut alia facere posse è occupato a leccarsi le ferite. Lo vogliono al Quirinale per potersi giocare il Governo, più la destra che la sinistra. Meglio se invece resta dov’è fino al ’23 e oltre, secondo me. E si manda sul Colle un Casini o “roba” (absit iniuria verbis) del genere.

Il M5S ex Grillo, ora-Conte crolla con un tonfino, e ggente come dibattista scompare. Bene, benissimo. Ora spero che anche l’improbabile “avvocato del popolo” torni a studio, come si dice.

Certo, ci sono vincitori (centro sinistra, ma non i giuseppin-grillini) e vinti (centro destra, ma non i melonisti), ma scelti o non-scelti da un italiano su due.

Mi pare che questo dato debba essere in cima ai pensieri di tutti. Un elettore su due, per noia, rassegnazione, covid-paura e altro che vuoi tu, gentil lettore, non è andato a votare, non si è portato al seggio del suo quartiere, non ha esercitato il primo diritto in democrazia, ha lasciato perdere, ha scelto che decidano gli altri, i non-rassegnati, i militanti, gli speranzosi, i semper presentes, quia sunt boni cives .

Qualcuno negli anni passati sosteneva (tipo Casaleggio sr. e c.) che si stava ineluttabilmente andando verso il voto on-line e che i seggi sarebbero presto diventati storia museale, seguiti da altri soggetti che si inventavano creativi della politica.

Certamente, i mezzi informatici e telematici hanno progressivamente sostituito i precedenti strumenti di comunicazione, invadendo anche spazi democratici classici, ma ciò non significa che avverrà una sostituzione inevitabile di tutto il modello di consultazione che sussiste da quasi due secoli in Occidente. Si potranno utilizzare i nuovi strumenti, ma senza perdere di vista che la democrazia non può risolversi e definirsi in una serie di click.

La democrazia è un processo perfettibile, complesso, a volte anche contraddittorio, ma comunque garante della partecipazione di ogni cittadino avente diritto.

Vi sono detrattori della democrazia, oggi come ieri, chi per ragioni di commistione fra dottrina religiosa fondamentalista e vita civile, chi perché incontentabile delle riforme democratiche (l’estremismo di sinistra, ora in crisi), chi invece è nostalgico dei vari fascismi storici e anche dei nazismi, come quei “neri” orrendi che si stanno scoprendo a latere del partito della Meloni.

A mio parere, i politici farebbero bene a riflettere profondamente sulle ragioni per cui i partiti, tutti, anche quelli che hanno vinto in questa tornata elettorale, stanno letteralmente “subendo” la preparazione, l’attività, i successi nazionali e internazionali del presidente Draghi, che li consulta, ma poi decide e fa. Gradito, perciò, alla maggioranza degli Italiani.

Chi si è astenuto questa volta non è un nesci che non sa scegliere, ma una persona in attesa di vedere se questi signori che fanno di professione i politici (anche al femminile) sono in grado di guardarsi attorno per vedere ciò di cui veramente il “popolo”, da costoro tanto citato e beatificato, ma evidentemente non conosciuto, veramente necessita.

Per senso civico dovrei augurarmelo e augurarlo all’Italia, ma non e la faccio, pensando ai volti degli/ delle attuali capi/ e partito.

Attendo la nuova generazione, con necessaria fiducia.

Non trovo più neanche un elettrauto, dove sono spariti tutti? A me, invece, il mio dentista ha disdetto l’appuntamento per l’igiene…, ma che cosa sta succedendo?

Il vaccino aveva evitato molti morti e la pandemia sembrava oramai in sonno. Aveva avuto il suo acme un anno e mezzo prima e aveva spaventato il mondo. Con un documento verdolino tutti avevano ripreso a girare dappertutto senza intoppi. Il lavoro e il reddito pro capite erano aumentati in modo inaspettato, perché tutti avevano acquisito una fiducia nel futuro che prima non c’era.

Sembrava che una società fino a un anno o due prima un po’ anchilosata si fosse risvegliata, e avesse ripreso di buona lena un cammino che ricordava i ritmi dei primi anni ’60 del XX secolo, quelli che vengono ricordati come anni del Boom Economico, che trascinò con sé anche uno sviluppo demografico superiore a ogni attesa, il cosiddetto Baby Boom.

Certamente il mondo aveva reagito in modo diverso al Sars-Cov2, si può dire secondo le possibilità: Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Canada, Australia e… Cina se la erano cavata abbastanza bene, gli Stati Uniti un po’ meno, perché sono nazioni più o meno doviziose di soldi, di scienza e di logistica, ma la Namibia, il Sud Sudan, il Niger, la Somalia, l’Afganistan, lo Yemen, l’immenso alveare dell’India e altri posti lontani avevano avuto un numero imprecisato di infettati e di morti.

Se le statistiche relative a infettati, malati, guariti e vaccinati potevano essere abbastanza credibili per il primo elenco di paesi, per quelle citate in seguito, no.

Il mondo era cambiato, ma la gente non aveva ancora compreso in che misura e modi fosse cambiato. Ai più, anche ai media e ai politici, rimasti al livello mediocre di prima della pandemia, non era chiaro ciò che avrebbe provocato la terribile e subdola malattia infettiva, che aveva decimato città e campagna,e non solo nelle nazioni meno sviluppate. Anche civilissime città come quelle dell’arco prealpino italiano avevano sofferto malattie e morte. Era ancora negli occhi di tutti il lugubre spettacolo degli autocarri militari che portavano nottetempo o nella scarsa luce del crepuscolo mattutino le bare dei morti nei cimiteri.

Anche il lavoro era molto cambiato. Si era cominciato a praticare, specialmente nel pieno della pandemia, il lavoro in remoto, o in smart work, da casa, soprattutto da parte di chi aveva mansioni impiegatizie, amministrative o tecniche che fossero. Oramai i potenti mezzi informatici e telematici permettevano collegamenti in tempo reale tra le sedi delle compagnie industriali, logistiche e commerciali e i luoghi di effettuazione del lavoro, la casa dei lavoratori.

Si sparse l’idea che pian piano tutto il lavoro si sarebbe trasferito a casa propria, perché, ciò che era già possibile compiere in remoto oramai era acquisito, mentre le attività che avevano fino a quel tempo richiesto l’intervento manuale dell’uomo, si stavano trasferendo rapidamente, tramite una innovazione tecnologica, informatica e robotica, sempre più a macchine gestite da intelligenza artificiale o eseguite da programmati e instancabili robot.

Ciò era già praticato da almeno un decennio nelle aziende chimiche e meccaniche più evolute, e si stavano sempre più espandendo.

Qualcuno, però, aveva cominciato ad accorgersi che c’era qualche problema.

Con un lavoro sempre più distaccato dalla sua origine organizzativa e gestionale, stavano cambiando anche altre cose: ad esempio, il rapporto con i colleghi di lavoro, oramai già da un paio di decenni rarefatto dai collegamenti informatici (le mail e i messaggini telefonici) e dalla loro efficienza. I più accorti tra gli imprenditori e i dirigenti, ma anche tra i lavoratori, i più attenti fra gli studiosi, cominciarono a percepire una sorta di incrinamento della qualità relazionale tra colleghi e tra i leader e i loro collaboratori. Si cominciava a non ricordare più bene i nomi dei colleghi, i loro volti, le loro voci, le loro famiglie, i viaggi fatti assieme, le affettività, le antipatie e le simpatie. Le persone non erano più persone, ma ruoli, mansioni, posizioni, nient’altro.

Oramai la voce umana, prima percepita con l’apparato uditivo, si stava limitando a qualche telefonata, ma più ancora a dei comunicati “vocali” inviati nella messaggistica gratuita in tempo immediato (più ancora che reale, cui le persone si erano abituati dallo sviluppo del web, cioè dai primi anni 2000).

Si stava perdendo di vista quello che storicamente, almeno dai trentenni in su, era stato il rapporto inter-soggettivo e interpersonale tra colleghi, con i collaboratori, con i superiori. Ma vi è di più: oramai una schiera di misteriosi ed eleganti criminali del web stavano hackerando indifferentemente obiettivi generici e mirati, con i loro tremendi ransomware, che si prestavano a ricatti di tutti i generi verso le malcapitate vittime degli attacchi.

Vi fu un periodo di barcollante incertezza.

La politica non sapeva che pesci pigliare, come normare queste novità estreme del lavoro, se e come e dove considerare soggetto fiscale i grandi web player, che ormai guadagnavano più dei maggiori gruppi industriali e commerciali del mondo.

Ma vi fu ancora di più: questo abbandono progressivo del lavoro dalle sue proprie sedi, mediante l’uso dell’automazione e della telematica sempre più spinto, costrinse gli istituti tecnici superiori e le facoltà tecniche a progettare e a programmare corsi sempre più intrisi di saperi innovativi guidati dall’intelligenza artificiale. Nelle università si insegnava solo con la semplificata e impoverita koinè inglese oramai in uso da decenni in tutto il mondo.

I beni della Terra interessavano i decisori solo come elementi e fattori di energie rinnovabili, anche se i combustibili fossili erano ancora le fonti prevalenti di energia. Persi negli algoritmi e nei diagrammi progettuali, i leader non si guardavano neanche più in giro, non apprezzavano più il Requiem di Mozart, la Nike di Samotracia, la Pietà dell’Opera del Duomo di Firenze di Michelangelo Buonarroti, gli idilli del conte Giacomo e le opere di Shakespeare o di Sofocle, il XXXIII Canto del Paradiso dantesco, ma nemmeno un tramonto d’autunno sulle Alpi o su una spiaggia amalfitana.

I giovani si iscrivevano a questi istituti formativi con sempre maggiore entusiasmo, quasi evitando, e certamente dimenticando, le facoltà di scienze umane, la filosofia, la psicologia, gli studi sull’uomo e per l’uomo, tutto l’uomo, corpo-anima-spirito dell’uomo, privilegiando la strumentalità e la mera efficienza, che diventavano da mezzo (indispensabile per ridurre la fatica delle persone…), fine. L’uomo non stava venendo – da… se stesso – più percepito come fine delle sue stesse azioni, ma come strumento reiteratamente destinato a innovare senza fine, in ogni settore, e senza alcuna domanda sugli effetti successivi di questa concentrazione sui mezzi divenuti fini.

L’effetto che, però, fece riconsiderare questa fanatizzazione del nuovo, fu un fenomeno inaspettato: comunque l’uomo, anche se ormai abitava in case caratterizzate dalla tecnologia domotica, non trovava più un manutentore, un elettricista, un elettronico, un idraulico, un barbiere, perché tutti gli strumenti per la vita casalinga erano (ritenuti) perfetti e esenti da ogni rischio di rottura.

Soprattutto coloro (ed erano ancora alcuni miliardi sulla Terra) che ancora non si erano troppo “domotizzati”, non trovavano più qualcuno che venisse ad aggiustare un rubinetto, a sbloccare uno scarico di cesso intasato,
un igienista dentale, non trovavano più un elettrauto, perché non tutti, anzi pochissimi, potevano disporre di Tesla da 65.000 dollari…

E allora scesero in piazza in tutto il mondo. I giornalisti si svegliarono dai loro beati sonni, seguiti dai politici. Gli studiosi riscoprirono Aristotele e Kant, e anche Freud e Jung, ma anche il capitolo Quinto del Vangelo secondo Matteo, quello delle Beatitudini, i Discorsi di Benares del principe Siddharta Gautama, L’arte della guerra (per non fare la guerra) di Lao-Tzu, e si fermarono a riflettere, perché forse avevano esagerato.

Il fatto è che questo racconto, nato da un sogno raccontatomi dall’amico Gianluca, si ferma prima che gli uomini e le donne (nel sogno) si rendessero conto che era un… sogno.

Meno male che era un sogno (premonitore).

Beatrice (Bebe) Vio mostra come la “gioia”, quel sentimento che in latino si dice “gaudium”, prevalga sulla “felicità”

Quando vedo o ascolto Beatrice (Maria-Adelaide-Marzia)-Bebe Vio, nata nel 1997, provo gioia. Provo la gioia che la ragazza mi trasmette con il suo entusiasmo, il suo sorriso, la sua eccelsa classe sportiva.

Pur essendo stata tormentata fin da piccola da una tremenda meningite che la ha mutilata, Bebe è una grande campionessa dello sport che si dice parolimpico, nella specialità della scherma, arma del fioretto, ma a mio parere si dovrebbe dire “dello sport”, e basta. Mi viene da pensare che se (uso l’ipotetica nonostante solitamente io rifugga da simulazioni a-storiche) avesse potuto usufruire dei suoi arti e di un corpo integro, avrebbe potuto imitare e seguire in grandezza sportiva l’immensa Valentina Vezzali.

Le sue performance mi offrono l’occasione di parlare della gioia, come sentimento positivo cui si anela sempre, anche se spesso si preferisce parlare di felicità… dopo di che ci si accorge che la felicità, intesa come stato di benessere gioioso continuo non si può mai dare, perché non c’è, non existe, cioè non sta dentro e fuori di noi.

Qualche giorno fa ho scritto dell’etimologia di felicità, che va fatta risalire alla radice sanscrita fe, che significa fecondità. Ecco, allora potrebbe darsi che l’etimo antico ci possa aiutare a darle un senso.

Nel caso della Bebe, dire che manifesta non solo gioia ma anche felicità di vivere, si può. Questa ragazza di ventiquattro anni, martoriata dalla sorte, da quello strano e incomprensibile (agli occhi e al sentimento) garbuglio di volontà umane, circostanze, genetica, ambiente… che a volte chiamiamo DESTINO, riesce a mostrare una felicità di vivere, almeno davanti alle telecamere, che fa provare ai lamentosi di ogni genere e specie, se riflessivi, un sentimento di vergogna e quasi di blasfemia, quando si lamentano, come si dice in Friuli, “di gamba sana”, che significa lamentarsi di inezie.

Devo dirti, caro lettore che, pur a volte soffrendo penosi dolori alle vertebre dorsali, lascito del tumore terribile che mi colpì quattr’anni fa, il pensiero di una ragazza coraggiosa come Beatrice Vio, mi aiuta a lamentarmi il meno possibile e mi ispira un po’ di vergogna se indulgo un pochino troppo nel lamentarmi, quando qualcuno mi chiede come sto.

Torniamo al sentimento della gioia, che ritengo più realistico di quello della felicità. Tre lustri fa, più o meno, con la mia carissima amica, la psico-pedagogista Anita Zanin, scrissi e pubblicai un volume che si configurava come una sorta di contro-manuale di pedagogia dell’età evolutiva. Ebbene, decidemmo di intitolarlo “Educare all’infelicità”, proprio per sottolineare la problematicità del termine, e per segnalare tutti gli “errori” educativi che gli “educatori”, genitori e insegnanti in primis, rischiano di commettere, se non tengono conto che non si può insegnare dall’alto ciò che andrà a costituire la struttura di personalità dei bambini, ma che si deve piuttosto “accompagnarli”, nella loro crescita, rispettando in ogni momento le caratteristiche delle piccole persone in evoluzione, dando loro delle dritte generali, ma soprattutto orientandoli con l’esempio e con la coerenza comportamentale.

Il volume, presentato a suo tempo durante la rassegna Pordenonelegge, ha avuto un certo successo, ma, abbiamo pensato che ciò sia avvenuto soprattutto per la paradossalità del titolo, con il quale abbiamo inteso pro-vocare curiosità, ma anche sottolineare, proprio ponendo un termine dal significato contrario della felicità, come questa condizione sia un tema arduo e largamente simbolico nella vita umana.

In-felicità certamente significa mancanza di benessere e di gioia, ma può anche favorire l’acquisizione di una consapevolezza che lo star-bene è una conquista della mente, della riflessione razionale e morale sui valori essenziali e non volatili, della vita.

Si può essere “felici” (virgoletto per restare nella logica del pensiero che qui cerco di esprimere), anche quando manca qualcosa alla nostra vita, ad esempio una parte di agio, un pezzo di salute fisica, una parte di sicurezza, solo se riusciamo a declinare questo “essere-felici” come una capacità spirituale di cogliere la gioia di vivere in (di) ciò che vale veramente: un rapporto sincero con l’altro, un sentirsi utile in una comunità, una capacità di ascoltare e di farsi ascoltare, una accettazione del limite nostro e degli altri, che è la condizione esistenziale più vera della vita umana, e di (e in) questo limite, una volta esplorato e còlto, sapersi ac-contentare.

Gli stivali di Re Vittorio

Toni, bundì, veiso timp?” (Friulano: Toni, buongiorno, avete tempo?)

Ai simpri timp par vo, sior sindic” (Ho sempre tempo per voi, signor sindaco)…

Toni zuet (zuet, in friulano, significava e significa zoppo, perché Toni aveva avuto in gioventù la frattura di una tibia mal curata, che gli aveva lasciato una zoppìa molto evidente) era il miglior calzolaio del paese, un vero maestro nel taglio della tomaia e nella sua applicazione alla suola.

Era metà luglio del 1915 e l’Italia era entrata in guerra contro gli Austro-Ungarici da un paio di mesi scarsi. Metà dell’enorme esercito italiano di un milione mezzo di uomini si era schierato sul fronte orientale, tra il Trentino e il Carso. Più di cinquecentomila soldati, ventenni, più o meno, di tutte le regioni d’Italia, si erano attestati nelle trincee friulane, dall’Alta Carnia alle Alpi Giulie meridionali.

Nel paesone poverissimo si era fermata una brigata di fanteria facente parte della III Armata, che era al comando di Vittorio Amedeo, Duca d’Aosta. C’erano due generali alloggiati nella Locanda al Cacciatore, con i rispettivi stati maggiori, mentre gli altri ufficiali, anche i sei o sette colonnelli comandanti di battaglione, erano stati collocati nelle scuole elementari, in piazza. I soldati, invece, erano alloggiati nelle tende piantate fuori dell’abitato, verso Udine, in una prateria fra i fiumi Taglio e Stella.

Il Sindaco, che era – al tempo – il Signor Conte di Codroipo, era arrivato nella botteguccia di Toni Pilutti insieme con un ufficiale, il colonnello Barresio, che il Sindaco stesso presentò, come aiutante di campo di Re Vittorio.

Toni si alzò con deferenza e ascoltò ciò che doveva chiedergli il colonnello:

Sua Maestà per questa notte resterà qui in paese… avrebbe bisogno che lei cortesemente gli costruisse un paio di stivali, si può fare? … per domattina.”

Era un ordine.

Toni, restando in piedi quasi sull’attenti, guardò il sindaco e poi il colonnello.

Annuì, dicendo sottovoce, rivolto al sindaco: “Ai di cjatà un corean bon, c’a no ai culì...” (Devo procurami del cuoio buono, che qui non ho).

Faseit ce c’al covente, Toni” (fate ciò che è necessario, Toni), chiuse il colloquio, sbrigativamente il Signor Conte, anche lui come il colonnello abituato a dare ordini.

I due signori si congedarono con un rapido “bune sere” (buona sera), mentre Toni già si guardava in giro per vedere se avesse a disposizione il materiale all’uopo per costruire la calzatura regale. Era stato prudente con i suoi interlocutori, perché il cuoio migliore era finito e doveva immediatamente provvedere a Codroipo. Attaccò l’asina al carretto e in un’ora scarsa era a Codroipo dal collega Fausto Bulfoni, con il quale da sempre si scambiava pareri e piaceri. Combinò. Era notte fonda quando si fece sull’uscio dove lo attendeva Mariute, sua moglie, con le mani sui fianchi e il grembiule nero sporco di polenta.

Eise chiste l’ore di tornà, on” (è questa l’ora di tornare, marito?). Toni brontolò qualcosa di incomprensibile e si si mise tavola. Mariute era al’ultimo mese della sua terza gravidanza, che pareva stesse andando a buon fine. Nel ‘9 era nata Enrica che sarebbe andata a marito con il Nobile possidente Massimiliano Gattolini, e nel ’10, era nata Anna che avrebbe sposato il fabbro milanese Aldo Morlacchi. Ora, Antonio Pilutti e Maria Biasutti aspettavano un bimbo, che volevano chiamare Pietro, come il nonno, che era morto a trentacinque anni in emigrazione, a Monaco di Baviera. E Pietro nacque il 5 agosto. Un bimbotto roseo e robusto.

La notte non fu di sonno per Toni, perché non aveva chiesto il numero dei piedi del Re. Schizzò fuori, come poteva, zoppicando, verso la residenza del sovrano e chiese di parlare con qualcuno che glielo sapesse dire. Il piantone, sconcertato, faceva resistenza, ma di lì, percependo la concitazione del dialogo, arrivò proprio il colonnello Barresio che, sentita l’istanza, si affrettò ad informarsi. Ed era tutto gentile con Toni.

Sentite, signor Toni… pardòn, il suo cognome?” e Toni disse in un soffio “Pilutti“, “sua Maestà porta il 39“. Era noto che Re Vittorio era alto (circa) un metro e cinquantatre, ma non lo si doveva dire in giro. Toni tornò alla bottega nella quale Mariute aveva provveduto a portare due ferȃrs (lampade a olio).

Toni non ebbe dunque modo di vedere i piedi del Re, come faceva di solito, quando riusciva a costruire scarpe e scarponi ai suoi clienti, solo con uno sguardo pieno di acribia calzolara. Toni era ritenuto uno degli uomini più intelligenti del paese, perché sapeva rispondere con saggezza ai quesiti che gli ponevano i molti frequentatori della sua botteguccia posta nella via principale, che portava il nome del papà di Re Vittorio, Umberto I, paesani, disoccupati e contadini, anche perché aveva una grande memoria. Vox populi sosteneva che conoscesse tutte le date di nascita e di morte di chi era sepolto in cimitero: in quegli anni circa tre o quattrocento persone.

Toni si premurò di mettere tutto il materiale necessario sul banchetto da lavoro e si mise all’opera. Prima di tutto iniziò a tagliare la tomaia, in misura abbondante, dopo avere segnato i bordi sul cuoio pregiato con una matita grossa; poi prese della gomma dura, del tipo “carrarmato”, cioè con tacche e sporgenze atte a grippare il terreno, e spessa due centimetri e cominciò a sagomare la suola. Poi si occupò del tacco che doveva essere più alto della suola di almeno un centimetro e mezzo. Per lui lo stivaletto avrebbe dovuto sopportare anche fango e pioggia, perché sapeva che Re Vittorio non era schizzinoso e si portava volentieri fino alle seconde linee della logistica.

Lentamente, ma con la precisione che gli era propria, gli stivali, più che altro degli scarponcini, prendevano forma. Quando il lavoro di aggiuntatura fu finito, ed erano già le tre del mattino, si diede da fare per la lucidatura, all’inizio con grasso di prima qualità,e poi con la crema da scarpe nera, fino a rendere la calzatura di un nero brillante.

Verso le quattro e mezza il lavoro era finito. Intanto Mariute si era alzata per andare a dar da mangiare al maiale e alle galline.

Cemut statu, femine, uè matine” (come stai, moglie, questa mattina?), chiese ruvidamente Toni alla moglie, e lei “Ce vutu, Toni, al è chi dentri e al scalze c’a mi pȃr c’al vueli vignì four subit…” (Cosa vuoi, Toni, è qui dentro che scalcia che mi pare voglia uscire subito…).

Mariute aveva portato al marito un caffè lungo fatto nel cardirin (pentolino), una fetta di polenta arrostita e una scodella di latte fresco. Nel cortile c’era qualcuno che teneva un paio di vacche, che producevano latte ad abundantiam. La famiglia Pilutti non pagava il latte mattutino, perché con i Parussini si erano accordati per “scambi in natura”: latte contro servizi di calzoleria e iniezioni che Mariute era brava a fare. Soprattutto al signor Giulio, diabetico fin dalla gioventù. Ogni giorno Mariute gli faceva l’iniezione, incombenza che tre decenni dopo sarebbe passata alla nuora Luigia, o Luisa, come la chiamavano le cognate Enrica e Anna, e la nipotina Lucilla, che veniva ogni estate da Milano, e voleva molto bene a “zia Luisa”, mia madre. Nel 1948 Luigia avrebbe sposato Pietro, mio padre.

Alle sette in punto, sentiti i rintocchi dell’ora dal campanile, Toni avvolse gli scarponi in un mezzo sacchetto di juta e si affrettò verso la “residenza” reale. Il piantone, che era cambiato rispetto alla sera precedente, provò a fare storie, ma piombò lì come fosse un falco di palude il colonnello Barresio che esclamò: “Signor Toni, benvenuto! Fatto tutto, allora? Mi attenda qui che vado da Sua Maestà per farli provare…” “Sì, si“, rispose pianamente Toni.

Un trafelato Barresio tornò all’ingresso in un paio di minuti esclamando mentre ancora doveva fare una rampa di scale: “Toni, Toni, signor Toni, sua Maestà vuole salutarla e ringraziarla personalmente. Venga, venga su…

Toni si incamminò per le scale, finché si trovo sul pianerottolo il Re in persona che volle dargli la mano. Gli disse solo un “grazie signor Antonio, Pilutti, vero?“, e Toni rispose “Sì, Maestà“, e percepì che quel “grazie” era sentito. Il fatto che avesse voluto ringraziarlo di persona lo aveva colpito, perché Toni aveva qualche conoscenza storica e sapeva che di solito i re e gli imperatori non si “abbassano” a parlare con la servitù, peraltro d’occasione, salvo le tate e le balie, ma questo era compito delle consorti. Toni era alto un metro e settantotto, un gigante per quegli anni, e sovrastava il Re di quasi tutta la testa.

L’incontro durò forse una ventina di secondi. Poi Toni prese a scendere seguito dal colonnello, che aveva già preparato il compenso, il cui importo non aveva chiesto a mio nonno. Lasciò in una busta una banconota da cinque lire, che potrebbero corrispondere a circa tre o quattrocento euro attuali.

Non aveva aperto la busta se non a casa, davanti a Mariute, che rimase senza parole, contenta, meravigliata. Le lasciò quasi tutti, quei denari, per sé tenne pochi centesimi per il tabacco da naso e per due sigari che si concedeva ogni domenica e duravano fino al sabato successivo.

Quel giorno Toni si mise al lavoro solo verso le dieci, ché doveva rabberciare scarponi militari e preparare anche un paio di scarpe da festa per la Signora Contessa.

Le due brigate si spostarono dal paese il giorno dopo, e Toni seppe che erano state schierate sul Monte Sabotino e sulla Bainsizza. Pensava che molti non sarebbero tornati a casa, e benedì la sua zoppìa che lo aveva reso inabile a vestire l’uniforme per la Patria.

Agli amici che lo venivano a trovare diceva: “A no mi plȃs nencje chiste guere, a mi sa che a vignaran plui indenant i Mongui a fa bevi i cjavai ta la fontane in plaze” (Non mi piace nemmeno questa guerra, sento che più avanti verranno i Mongoli ad abbeverare i cavalli nella fontana della piazza).

Ebbe quasi… ragione: trent’anni dopo, non i Mongoli, ma i cavalli dei Cosacchi dell’Atamàn Krasnov, si abbeveravano nella fontana della piazza di Rivignano.

Gli Inglesi, più ancora che sprezzanti verso gli Italiani, sono imbecilli. Sono questi i connazionali di Francis Bacon, Isaac Newton, John Locke, David Hume, Charles Dickens, G.B. Shaw e Bertrand Russel? Gli inglesi…

che pena. E che vergogna!

Per me solo una conferma, perché ho avuto un parente acquisito di stampo razzista, colonialista e incapace di ascolto, l’idealtipo dell’inglese che ritiene las Malvinas roba sua, e i “negri” esseri inferiori, da governare quasi come un gregge.

Ci sarà una ragione per cui tutto il mondo ha tifato per l’Italia agli Europei di calcio, compresi i loro cugini scozzesi e irlandesi, e contro la Nazionale inglese?

Forse più di una.

Gli Inglesi non piacciono per molte ragioni: per una tendenza ad impadronirsi di terre e mari cresciuta in tutto il mondo dai tempi del conflitto vittorioso con l’Impero spagnolo nel XVI secolo. Da allora, l’Inghilterra fu per trecento anni la prima potenza mondiale: solo Bonaparte ne mise a rischio la primazia. Dopo Waterloo Londra tornò la capitale del mondo, fino agli scontri del XX secolo, che la videro ancora vincitrice, ma segnarono l’inizio del declino, mentre cresceva la diarchia USA-URSS. Ora il mondo è multipolare e l’Inghilterra, che ha avuto l’idea distopica di uscire dall’Unione Europea, ha perso la sua centralità.

Il Commonwealth è l’ultimo retaggio formale di un impero che fu mondiale.

Come insegna Carlo Marx, accanto ai fenomeni strutturali della storia umana, vi sono i fenomeni sovrastrutturali, quelli culturali e giuridico-politici. Il retaggio del potere inglese è rimasto solo (e non è poco!) nella pervasività dell’uso della loro praticissima lingua, che è diventata una delle tre o quattro koinè del mondo economico, politico e sociale.

Il sentiment sugli Inglesi, però, è generalmente negativo. Di loro non si sopporta la spocchia, la presunzione, il superiority complex, che ha intriso la loro cultura e la loro anima.

Gli Inglesi, in qualche modo si sentono superiori agli altri popoli, almeno in questa fase storica… sarà perché sono stati decisivi, anche se meno dei Russi e degli Americani, nella sconfitta del Nazismo, nelle cui vicende, comunque, il loro capo, Churchill ebbe comportamenti tutt’altro che lineari e più che ambigui. Il regno Unito guidato da Sir Winston, prima di considerare la Germania hitleriana come un nemico mortale, le tentò tutte per scatenarla contro l’Unione Sovietica.

Peraltro, noi Italiani abbiamo non poco da recriminare per ciò che quell’uomo politico disse e fece a nostro sfavore. Dopo averci definito “ventre molle d’Europa e popolo senza carattere”, non ebbe nessuna remora a trattare con Tito l’eventuale cessione di Trieste, Gorizia e di mezzo Friuli. Non possiamo volergli troppo bene, agli Inglesi.

Tutto ciò viene insegnato nelle loro scuole, per cui anche un bravo ragazzo come Marcus Rashford, eccellente calciatore, si toglie la medaglia d’argento assegnatagli per il secondo posto ottenuto ai Campionati europei di calcio. Ecco, anche nel gioco del calcio, siccome loro se ne ritengono gli inventori (falso, perché questo gioco in qualche modo era praticato in Italia nel Medioevo, e in forme diverse dall’antichità romana), non giocarono con altre squadre nazionali fino al 1950, perché convinti che avrebbero facilmente battuto tutti, e quindi, magnanimemente, evitavano di far fare brutte figure a tutte le altre nazioni.

Poi, quando si rassegnarono a competere, persero la prima partita con gli Stati Uniti, non proprio una potenza calcistica. E, per quanto concerne le vittorie, l’Inghilterra può annoverare solo quella del mondiale giocato in casa nel 1966 (quello del gol-non gol di Geoff Hurst). In seguito non hanno vinto più niente, mentre l’Italia ha vinto sette manifestazioni europee o mondiali (quattro mondiali, due europei e una Olimpiade); la Germania più o meno altrettanto, il Brasile pure; anche la Francia, molto anche la Spagna, l’Argentina e l’Uruguay, ma loro no.

Amavo spiegare al mio parente inglese acquisito che gli Inglesi, di fronte alle centinaia di artisti sommi di cui può vantarsi l’Italia, loro possono presentare un Turner o un Constable. Il loro più grande musicista, prima dei Beatles, è stato un tedesco di cui si sono impadroniti, Georg Friedrich Haendel. Continuo?

E così, un uomo normalmente intelligente come il capitano inglese della squadra nazionale di calcio Harry Kane, si toglie la medaglia d’argento non appena ricevuta, imitato in questo gesto, più che sprezzante verso l’Italia, imbecille, imitato da tutti i compagni, maleducati e poveri in spirito.

Se poi esaminiamo il comportamento del premier Johnson e del principe William, che non ha neanche salutato il nostro Presidente della repubblica (sua nonna Elisabetta non l’avrebbe fatto), traiamo la seguente conclusione: una storia e una cultura in declino, che non accetta il cambiamento e il principio di eguaglianza antropologica e morale fra tutti gli esseri umani, come credevano fosse i grandi inglesi citati nel titolo, ha bisogno di riflettere profondamente su se stessa, per trovare il modo di rinascere in umiltà.

Parole dal carcere

Si discute, in una giornata di questo caldissimo luglio 2021, di quello che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere, in altre carceri, e di molto altro. Il sistema pare sia un po’ questo, così come si è visto in tv e sul web. Me lo fa capire chi si trova da decenni fra ristretti orizzonti e, se pure in modi differenti, due poliziotti.

Parto da costoro. Il primo mi dice esplicitamente che, se si registrano azioni pericolose da chi fa rivolte, prima o poi ci si vendica, perché questo è l’ordine naturale delle cose. A bestia, bestia più uno, gli scappa di dire.

Il secondo, che è un graduato, mi mostra una sensibilità politica e morale che – con rispetto per lui – non mi aspettavo del tutto, dicendo che non è ammissibile eticamente che uno “strumento dello Stato” si vendichi, peraltro di persone che magari c’entrano poco o nulla con precedenti manifestazioni.

Il mio amico invece, parla di un “sistema”, cioè di una metodica che è stata introiettata nei comportamenti di chi è di guardia, ed è in qualche modo quasi “asseverata” dall’alto, checché ne dicano coloro che stanno in alto.

Come orientarsi tra queste tre opinioni così differenti? Il carcere è una istituzione totale e totalizzante, come spiegava Michel Foucault già mezzo secolo fa, e perciò in qualche misura – di fatto – al di fuori del rispetto delle norme dello “Stato di Diritto”, come quello francese o quello italiano. Epperò, come può ragionevolmente darsi un “poter-essere” al di fuori delle norme dello Stato di Diritto? Pare una contraddizione in termini.

Se uno Stato si dice di diritto, riconoscendo che le proprie prerogative giuridiche non possono eccedere quelle di ogni cittadino, in modo da metterlo in una situazione minoritaria, non dovrebbe consentire eccezioni, ovvero situazioni nelle quali ciò che significa il sintagma etico-giuridico “Stato-di-Diritto” non “funzioni”. Ebbene, non è così… e per le ragioni in base alle quali tutto, nel mondo degli uomini e nella storia, è accaduto nel corso del tempo, e ancora accade sovente e in molti luoghi e situazioni.

Il tema dei diritti è centrale da quasi due secoli e mezzo, dai tempi dell’Illuminismo francese, tedesco, italiano e anglosassone, dai tempi di Voltaire, Beccaria, Jefferson e Kant. E’ all’ordine del giorno da questo lungo periodo, perché, nonostante la chiarissima lezione evangelica, una cultura politica generale non ha saputo introiettarne il valore. In questi due secoli e mezzo i diritti sono diventati un elemento centrale delle legislazioni e della politica nella maggior parte dei paesi del mondo, dopo le crisi sistemiche dei totalitarismi del ‘900.

Ancora, però, in molte nazioni i diritti umani non sono riconosciuti, come in Corea del Nord e in Cina, ovvero dove sono negletti, ad esempio in certi regimi autoritari del Sud America, dell’Africa e dell’Europa, come in Bielorussia.

Nei paesi giuridicamente più evoluti i diritti stanno riguardando anche aspetti della vita personale fino a sfumare in un confuso giuridismo dei bisogni e dei desideri, come sta accadendo in queste settimane in Italia con gli scontri politici sul Disegno di Legge Zan, che concerne la tutela delle varie declinazioni sessuali dell’umano.

Forse il momento critico dei diritti va di nuovo valutato per rapporto ai doveri, di cui da tempo si parla pochissimo. Dovrebbe essere posto al centro in combinato disposto fra diritti e doveri, per riprendere un discorso che equilibri questi aspetti regolatori della convivenza umana.

E torno al tema carcerario della prima parte.

Comunque stiano le cose, e specialmente se si trattasse di un sistema, come mi spiega l’amico ospite di quell’istituzione da troppo tempo, i diritti umani non vanno mai negati, e dunque atti e fatti come quelli accaduti e sopra richiamati non dovrebbero avere più la possibilità di accadere.

Ma, perché vi siano speranze per una prospettiva del genere, è necessario riprendere i fondamenti etico-filosofici della Costituzione repubblicana, che all’articolo 27 parla di diritto al recupero della socialità per tutti e per ciascuno che abbia sbagliato e abbia pagato la pena per i crimini compiuti.

Anche l’ergastolo ostativo, pur misura comprensibile in un certo momento storico, oggi mostra tutta la sua evidente incostituzionalità e immoralità. Diritti dei cittadini e doveri nei comportamenti devono coniugarsi in un mix là dove la libertà di ciascuno sia contemperata al diritto alla sicurezza personale di ciascun altro, reciprocamente.

Non si dà, infatti, una libertà plausibile, se non connessa con la giustizia e la sicurezza, sempre nei limiti dell’agire umano.

Paghiamo Erdogan perché fermi i siriani, gli afgani e altri in fuga da guerre e miseria, paghiamo i libici affinché trattengano il flusso dall’Africa verso le nostre coste; i profughi da est sono ammassati nei Balcani in campi profughi che ricordano i gulag, mentre in Libia, i viandanti vengono incarcerati, torturati, le donne violentate, tutti senza tutele minime di sopravvivenza, e l’Europa, Italia compresa, che fanno?

Chi mi conosce sa che aborro, per formazione e cultura filosofico-politica, ogni semplificazione e banalizzazione, nonché gli ideologismi pregiudizievoli della verità, e quindi i giudizi formulati a spanne, senza fondamento e fonti attendibili, per cui non sono qui a sparlare e a sparare su Merkel, Macron, Draghi (e prima Conte), Sanchez, e altri. So bene quanto sia difficile trovare soluzioni a questo tema epocale, quello delle transizioni di parti intere di popoli, perché la storia del mondo e dell’uomo ce lo mostra, se vogliamo informarci correttamente.

I popoli si sono sempre mossi nello spazio e nel tempo, e non è una sorpresa, se non per chi non conosce questi fatti, che in questo momento ci siano quasi ottanta milioni di persone (si tratta di oltre l’1% della popolazione mondiale!) che si stanno spostando, con famiglie e masserizie dalle terre di origine.

Noi che siamo abituati a spostarci con automobili affidabili e veloci, con le Frecce Rosse, gli Scin-Kan-Scen e aerei meravigliosi, non pensiamo certo a queste masse di persone che camminano a volte con delle ciabatte infradito nella neve, che dormono sotto tende raffazzonate, che si mettono in mare su carrette di legno o gommoni stracarichi, e corrono ogni giorno il rischio di morire di sete o di freddo, o annegate, a seconda delle latitudini e delle situazioni.

Costoro fuggono da guerre non dichiarate, oppure quasi dichiarate e comunque endemiche, dalla fame e dalla sete, dall’incertezza e da ogni rischio e pericolo possibile dato dalla natura, dalle condizioni di vita e da altri esseri umani.

Per fuggire da dove ci si trova in queste condizioni, siccome la natura umana è caratterizzata da due primari istinti primordiali, quello di sopravvivenza e quello riproduttivo, se molti scelgono di rischiare la vita per cercarne una migliore, significa che non partire per un qualche dove è peggio, più rischioso ancora che rimanere lì dove si è.

Non sto facendo del pietismo a buon mercato, qui seduto in un ufficio confortevole che una grande azienda mi ha messo a disposizione per vigilare sull’etica aziendale, no. Sto cercando solo di mettere pensieri logici uno dietro l’altro, per tentare un ragionamento plausibile su un tema così complesso e drammatico….

e mi chiedo: è proprio impossibile vincolare gli aiuti a Erdogan e ai Libici, imponendo un controllo vero su come questi aiuti vengono erogati? E’ tecnicamente impossibile, insieme agli aiuti materiali in denaro e infrastrutture (ad esempio le navicelle della Guardia costiera libica donate dall’Italia), che personale italiano ed europeo sovrintenda direttamente, in quei luoghi, in Turchia, nei Balcani, in Libia e in Tunisia, ma anche in Egitto e in Marocco, per non dire in Messico, da cui passano i disperati del Centro America anelanti di arrivare a San Antonio o a Dallas, o a Wichita o… negli USA?

Secondo: il tema che concerne la ragione per la quale molti paesi del cosiddetto Terzo mondo sono così poveri, nonostante le ricchezze naturali e minerarie insistenti sui loro territori: si pensi ad esempio al Congo, depredato, prima dai Belgi e in seguito da élites formatesi nelle università francesi e inglesi come molti dei sanguinari dittatori del secolo scorso (e qui cito tipi come Bokassa, ricevuto con onori da Giscard D’Estaing, o Idi Amin Dada, per tacere di Mobutu Sese Seko! et alii, multi alii).

L’ONU che fa? Perché assomiglia, nella sua impotente inconcludenza, sempre più alla vecchia Società delle Nazioni? Ti ricordi, gentil lettore, che cosa accadde nel 1995 a Srbrenica in Bosnia sotto gli occhi immobili dei caschi blu olandesi? Il generale Ratko Mladic ebbe modo di far fucilare più di ottomila uomini di religione musulmana senza essere in alcun modo fermato. L’Onu.

E gli interessi delle grandi Nazioni, G7 (appena riunitisi in Inghilterra) e G20 (che si troveranno a Catania fra qualche giorno sotto la “nostra” presidenza) come si declinano in presenza di questo retaggio criminale del colonialismo storico e dei nuovi colonialismi come quello dei “compagni” cinesi?

Dobbiamo assistere ancora a lungo a quante tragedie delle migrazioni, di fronte agli sguardi falsamente contriti di potentati d’ogni genere?

Intanto, mentre i governi erogano aiuti vediamo anche muoversi chi opera disinteressato per una semplice umanissima solidarietà tra uguali, anche qui con qualche furbesca eccezione. Vien da dire meno male che esistono Medici senza frontiere, le Caritas e le Mezzelune rosse, Save the Children et similia, ma non basta. Non basta il terzo settore, quello del privato sociale ad affrontare questi problemi ciclopici.

E’ tanto assurdo cominciare a pensare che, a partire dall’Europa dei 27 (povero Regno Unito già pentito!), con i nuovi leader (Draghi in primis, che ha portato nella politica non solo competenze insolite e sconosciute ai suoi predecessori, ma anche una freschezza relazionale e di linguaggio importante: Draghi non conosce e non parla in politichese!) si cominci a pensare e ad agire in modo differente, sia dal primo colonialismo, sia da quello attuale, costringendo anche i confucian-comunisti cinesi ad essere meno ipocriti?

Che retaggio lascerebbero questi “grandi” attuali, Biden, Putin, Macron, Trudeau, Sanchez, il capo del governo giapponese etc., se mettessero in atto ciò che forse con un po’ di ingenuità suggerisco nei primi capoversi di questo pezzo?

E un ruolo formidabile potrebbero avere anche i detentori dei grandi capitali, seguendo l’esempio (se fatto con cuore puro, ma ancora non l’ho capito) di Gates, intendo i Musk, i Bezos e compagnia, anche i fondi oscurati dall’anonimato della finanza internazionale.

Perché anche questi vivono una vita individuale, un tempo limitato, alla fine del quale li aspetta ciò che unifica e rende uguali tutti gli esseri umani. Anche costoro, siano o non siano credenti, possono lasciare una traccia, un ricordo buono nelle menti di chi resta dopo e di chi verrà dopo ancora.

Se costoro cercano l’immortalità certo non l’avranno dalla scienza, ma dalla memoria di figli e nipoti di tutte le coppie umane del mondo.

Adil Belakhdim, il tuo nome significa in arabo “giusto”

Nel 1923 il Capo del Governo Mussolini e re Vittorio Emanuele III firmano un Decreto legge, il n. 602, che porta le ore lavorative obbligatorie giornaliere a otto ore, dalla dodici/ quattordici prima vigenti. Un passo in avanti, dove il retaggio socialista del Duce si sente pienamente.

Di contro, nel 1926 con il Patto di Palazzo Vidoni, Mussolini sostituisce i sindacati dei lavoratori con le Corporazioni fasciste.

Il fascismo ebbe una politica autoritaria ma non antioperaia in senso proprio.

Un altro passo è stato quello del 1944, il fascismo è sconfitto e si entra nella guerra civile. A Roma si incontrano i capi del sindacalismo prefascista, Di Vittorio, Buozzi, Lizzadri, Pastore e Santi, in rappresentanza delle forze e culture comunista, socialista e cattolica. Il principe Umberto, che regge il declinante Regno come Luogotenente del padre, già fuggito a Brindisi dopo l’8 settembre ’43, emana dei decreti “luogotenenziali” su alcuni diritti dei lavoratori, primo fra tutti quello dai licenziamenti.

Questi limitati diritti consistevano essenzialmente solo nella possibilità di rinviare i licenziamenti di padri di famiglia e lavoratori professionali, dando la possibilità di discuterne con i “padroni” da parte delle “commissioni interne”, che però erano presenti quasi solamente nel triangolo industriale di Milano, Torino e Genova. Altrove i licenziamenti restavano liberi e immediati.

Per migliorare le tutele dai licenziamenti si dovette aspettare il 1966, quando fu emanata la legge 604, che introduceva il concetto giuridico della giusta causa e del giustificato motivo, primo momento etico-politico di riconoscimento di un diritto al posto di lavoro, salvo comportamenti offensivi o gravemente scorretti, oppure in caso di crisi aziendale.

Un grande passo in tema di equilibrio dei poteri in azienda e quindi dei diritti dei lavoratori fu l’emanazione della Legge 300 “Statuto dei Diritti dei lavoratori” del 20 maggio 1970. Data che io pretendo sia conosciuta da ogni lavoratore e datore di lavoro. Anche da parte dei lavoratori del Pubblico impiego che spesso confondono il lavoro con il posto di lavoro. Il posto di lavoro, cari impiegati pubblici, si dà solo se c’è il lavoro, non per legge. Difficile da imparare? Il lavoro non si crea per legge!

Lo Statuto introdusse i diritti di organizzazione sindacale e perfezionò con il famoso articolo 18 le tutele dai licenziamenti illegittimi.

Nel mezzo secolo che seguì vi furono varie modifiche ma sostanzialmente il lavoratore del privato, soprattutto se dipendente di aziende strutturate che applicano i contratti, è ancora ampiamente tutelato dalla Legge 300.

Anche quando avvengono crisi aziendali, dal 1968 sono state emanate leggi di tutela con le varie Casse integrazioni e altre provvidenze sempre più generali.

Mi piace citare anche l’emanazione della Legge 108 attorno al 1990, che regolamenta i licenziamenti in aziende con meno di sedici dipendenti, istituendo, in luogo della “tutela reale” prevista dall’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, una modalità risarcitoria per la perdita del lavoro e del posto di lavoro. Alla discussione politica di quella legge partecipai anch’io per una Confederazione sindacale nazionale.

E veniamo alla situazione di Adil. Ebbene, quest’uomo si trovava a lavorare da anni nella vasta area grigia nella quale i diritti di cui sopra sono negletti, dimenticati, sottratti, e aveva cominciato a fare il sindacalista. Lui è morto per cercare di migliorare gli 850 euro al mese che percepivano quelli come lui, per avere qualche diritto alle ferie e a turni di lavoro umani, senza essere chiamati anche di notte, in qualsiasi momento senza alcuna indennità.

Lo sento a me vicino, Adil, vicino alle mie due o tre vite di lavoro: vicino a quando ero nel sindacato confederale con ruoli in grado di poter chiedere ciò che il principio di giustizia rendeva plausibile; vicino a quando ho iniziato ad avere ruoli dirigenti nelle aziende, non derogando mai ai miei princìpi morali, quei princìpi di giustizia che mi hanno forgiato fin dalla lezione di mio padre emigrante; vicino alle mie posizioni attuali di garante del rispetto dei codici etici e della giustizia.

Siamo lì, caro Adil, nome che si può considerare omen, perché in arabo significa “giusto”. Moderato e giusto. Ti sento vicino e prego Dio per te e peri i tuoi cari.

Cara Camilla… cari Daniel e David

inizia ancora in questo modo un articolo, dopo uno precedente, con il quale cercavo di dialogare con la carissima Saman, ragazza pakistana che si definiva Italian girl, ed è stata uccisa dai suoi familiari immersi tragicamente nella loro drammatica “cultura” originaria, non da un semplice machismo omicida, come sostengono alcuni che temono di dire quello-che-è-stato fatto a partire dalle sue tremende e inaccettabili “ragioni”. Politici e maitres à pénser vari, incompetenti, se non intellettualmente disonesti.

Saman è morta per una carenza radicale di illuminismo, termine detto e inteso in senso storico-metaforico. Punto, mon Enricò Lettà, tra altri e altre.

Camilla invece per un deficit di controlli e di anamnesi, pare.

I genitori di Camilla hanno così parlato dopo la morte di Camilla: “Era sana. Non aveva alcuna malattia ereditaria”. Ora i magistrati stanno indagando. Qualche risposta potrà venire dagli esiti dell’autopsia effettuata di dottori Luca Tajana e Franco Piovella, e dal materiale documentale acquisito dai Nas dei Carabinieri per conto della Procura della Repubblica. Nell’anamnesi obbligatoria compilata antecedentemente alla somministrazione del vaccino, la ragazza non aveva dichiarato alcuna patologia né terapia farmacologica, mentre in seguito, all’ospedale di Lavagna, nella prima notte di osservazione prima del trasferimento a Genova, qualcosa si è capito, come attestano le cartelle cliniche nelle quali si trova registrata una carenza di piastrine autoimmune familiare.

Non indugio in discorsi medico-clinici, per i quali non ho la competenza. Qui ho solo riportato in sintesi ciò che si è letto sui media, e vengo alla riflessione filosofica, che più mi appartiene.

Come funziona la vita, anche una vita così giovane?

Mentre si spengono le luci su Camilla, si accendono su Ardea, dove un ingegnere di trentacinque anni fredda un coraggioso anziano e due bambini di cinque e dieci anni, Daniel e David, nomi di grandi uomini della Bibbia, quasi come a promettere vite vigorose. No, ora spezzate da proiettili fuori controllo, da una persona non vigilata, che aveva una pistola a disposizione.

Se per la povera Saman il tema era la cultura e la religione, per Camilla c’è stata una difficoltà nel dire tutto, nel compilare un’anamnesi: leggerezza, superficialità, reazione possibile in campo chimico biologico? La conseguenza è, come si dice, l’inaccettabile vita spezzata di una diciottenne.

Non parlo qui dell’aumento di morti sul lavoro, mi limito a citarli come patologia grave della nostra organizzazione del lavoro. Ne parlerò ancora, come ho fatto per Luana D’Orazio.

Cerco invece di dire qualcosa sui morti evitabili citati nel titolo, anche non entrando nei dettagli fattuali, che non conosco.

Ancora una volta, di fronte a questo dolore vedo un’assenza, quella del pensiero, quella di una visione eticamente fondata sul rispetto della vita, e della vita umana in particolare. Gli interlocutori delle tragedie sono ancora una volta solo le competenze tecnico-scientifiche di medici, neurologi, psichiatri, senza alcun accenno a saperi che possono lavorare in anticipo sulle situazioni.

Ancora una volta, citando questi saperi, intendo la filosofia, e in particolare di quella branca concernente il pensiero che studia l’uomo in tutte le sue dimensioni teoriche e pratiche.

Noto però qualche ancor timido cambiamento circa la percezione dell’importanza dei saperi filosofici. Nelle aziende si comincia ad averne contezza con la redazione di Codici etici e la nomina di Organismi di vigilanza dove la filosofia ha “voce in capitolo”. Si stanno diffondendo i settecenteschi e illuministi “Caffè filosofici” dove persone di tutte le categorie, scolarità e classi sociali si siedono a discutere ascoltando esperti di varie discipline, imparando di nuovo ad ascoltarsi e a ragionare, proprio di questi tempi nei quali la confusione linguistica, espressiva e mediatica è a livelli insopportabili.

In alcuni istituti tecnici la filosofia diventa materia di insegnamento, mentre viene confermata nei licei.

Si stanno muovendo associazioni e gruppi di ricerca sulla filosofia pratica, come la storica Phronesis, Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, che presiedo, proponendone la funzione positiva a livello individuale, familiare e sociale.

Forse qualcosa sta accadendo in tema di consapevolezza che il pensiero riflettente e la logica argomentativa “vengono prima” di altri saperi, li fondano, li rinforzano, sempre a favore della qualità relazionale tra le persone e dell’intera vita umana.

Herr Doctor Schuster… sono Cesare

queste le prime parole di Cesare R. nel riconoscere l’ufficiale medico tedesco, Hauptsturmführer, il capitano che lo aveva operato al piede a Izjum, Ukrajna, inverno 1943, sul vagone di un treno. Amputate senza anestesia fino alla radice tutte le dita del piede sinistro. Sul treno altri soldati aspettavano il loro turno per l’amputazione di qualche arto, chi in silenzio, chi mugolando senza vergogna per la paura. Cesare non si lamentava. Neanche aveva chiesto a quell’uomo alto in camice insanguinato che cosa gli avrebbe tagliato, anzi, fino a dove…

Il caporalmaggiore Cesare R.

Gli sguardi si erano incrociati increduli, e il riconoscimento reciproco contemporaneo, o quasi. Il graduato italiano era in ferie per qualche giorno a Lignano. Lavorava ancora agli Uffici finanziari del capoluogo, e si era concesso un po’ di riposo.

Nella mente un turbinio di ricordi. Di neve e di vento freddissimo. Di colpi e corpi instatuati nella steppa di quell’inverno del ’43. Di grida e raffiche di mitraglia, di colpi di cannone e sferragliare cupo di carri armati. Muli morti lungo il cammino, sdraiati su un fianco con il ventre squarciato da una granata. Di grida e lamenti di moribondi. A ogni passo del doloroso cammino c’erano morti, sulla neve, in tutte le posture, messi lì come per un crudele incantesimo, con macchie rosse ghiacciate sui pastrani sbrindellati.

Le katiuscie avevano sparato per giorni, atterrendo i soldati con i loro miagolii sinistri, ma gli alpini tornavano, cercavano di tornare a casa. Ogni tanto una izba li accoglieva, perché la povera gente di campagna, il mugik, sapeva distinguere il soldato italiano da quello germanico. Giulio Bedeschi racconta nel suo bellissimo e tragico Il peso dello zaino anche di eccezioni, come quella della ritirata di un battaglione tedesco che, spariti gli ufficiali, si era affidato a un sacerdote, capitano sanitario, il padre Bernard Haering (Flad), che aveva impegnato i soldati a comportarsi come ospiti, non più come nemici.

Ebbi modo di leggere i testi del padre Haering, che fu poi teologo morale insigne.

L’Armata Rossa, dopo aver costretto i cinquecentomila uomini del generale von Paulus ad arrendersi a Stalingrado sul Volga, aveva travolto con impeto irresistibile le linee dell’Asse, soprattutto la Wehrmacht, e anche l’A.R.M.I.R., i romeni, gli ungheresi e gli altri alleati della Germania che si erano attestati, prima tra il Volga e il Don e poi sul Don, respingendoli verso Ovest, e in parte rinchiudendoli nella “sacca” a sud di Karkow.

La truppe italiane della Tridentina, della Cosseria, del Valchiese, della Divisione alpina Julia…, dopo avere resistito per qualche settimana agli assalti sempre più decisi dei Sovietici, avevano ceduto in parte rovinosamente. Quando erano apparsi all’orizzonte della steppa innevata i carri T34, che sovrastavano perfino i Tigre dei Tedeschi, non c’era più stato niente da fare, come raccontano le insuperabili epopee di Bedeschi e Rigoni Stern.

Nomi come Nikitowka, Novo Kalitwa, Nikolajewka, Rossosch sono diventati simbolo di quella tragedia alpina e italiana. E ucraina, russa.

Una guerra sbagliata, un’alleanza sbagliata e tragicamente mortale aveva interessato duecentocinquantamila soldati italiani, comandati a combattere per effimere false glorie nazionalistiche, contadini e operai e impiegati come Cesare, contro qualche milione di contadini, operai e impiegati russi, ukrajni, caucasici, siberiani, che però erano a casa loro.

I soldati sconfitti tornavano a ovest come potevano, e se potevano. Nella “sacca” si erano trovati più di centomila fanti e alpini italiani, compreso il caporalmaggiore Cesare R..

Queste le motivazioni delle sue benemerenze di guerra, lui che la odiava, la guerra.

Puntatore di cannone 47/ 32, in aspro combattimento, visto cadere il capopezzo ne assumeva con decisione il comando, assolvendo il nuovo compito con coraggio e calma esemplari e continuamente incitando i propri compagni alla lotta. Esaurite le munizioni, posto in salvo il congegno di puntamento,, si lanciava coraggiosamente al contrassalto con i reparti fucilieri giunti in rinforzo” (Kopanki, Russia, 20 gennaio 1943). Cesare aveva ventitré anni, alpino friulano di Bertiolo, inquadrato nel IX Reggimento Alpini, Battaglione Vicenza, Divisione alpina Julia, medaglia di bronzo al valor militare.

Il capitano medico Johannes (Hans) Schuster e il caporalmaggiore Cesare R. si abbracciarono in silenzio. Erano dalla stessa parte nel ’43, ma in modi diversi. Eppure, Schuster, che non apparteneva alle SS, avrebbe potuto condividere con Cesare anche i sentimenti, contrari a una guerra sbagliata che il suo criminale capo di stato aveva voluto.

Non parlarono molto Cesare e il Capitano, per ragioni linguistiche, ma anche perché non era necessario. Bastavano gli sguardi, dell’uno e dell’altro, memori di aver avuto in comune un’esperienza radicale, di avere vissuto una grenz situazion, una condizione limite, che svela ciò che di più profondo è presente nell’animo umano, il coraggio, la pietà, la solidarietà, il senso di una vita che è bene supremo, al di qua della linea d’ombra.

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