Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Ai confini della laguna

Invitato dall’amico Davide, filosofo venezian, mio valoroso collega in Phronesis (che per il mio affezionato lettore è l’Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica, mi trovo un giorno di gennaio di quest’anno, l’ultimo del secondo decennio, non il primo del terzo come molti imbecilli cercano di dire, a Cavallino Treporti. La sera scende e le persone attendono che si parli di libertà, di come la libertà si può declinare nelle varie forme consentite dalla vita umana e dalla natura, e da come l’umano intelletto le può descrivere.

Tanti modi, innumerabili: dalla libertà (apparentemente) assoluta, cioè sciolta da ogni legame (ab-soluta), a quella più limitata dalla necessità, cioè una libertà senza alcuna libertà, e in mezzo le infinite sfumature di ciò che chiamiamo caso, non sapendo come definire ciò che accade al di fuori del nostro controllo intellettuale e fattuale.

Libertas major et libertas minor sono poi due espressioni care a sant’Agostino, che distingueva, appunto, tra una “libertà maggiore”, cioè quella determinata dalla consapevolezza intellettuale e morale delle scelte per il bene, e una “libertà minore, vale a dire più inconsapevole, e pertanto non legata alla riflessione sull’eticità delle scelte.

Molte volte in questa sede mi son posto il tema, non trascurando i pensatori che della libertà più si sono interessati, dai grandi greci, al vescovo ipponate, fino ad Erasmo e Lutero, per giungere a Kant e ai nostri giorni. Me ne sono interessato al punto da pubblicare un pamphlet, che ha avuto un’ottima accoglienza di pubblico e di critica, da parte di colleghi, imprenditori, lavoratori e lettori. La politica, invece, è stata completamente assente dal piccolo dibattito da me suscitato, in questi anni afona e poco colta, e perfino poco curiosa. E non me ne meraviglio, ché la povertà della discussione in quelle sedi è malinconicamente conclamata. Quando li vedo (i politici, e parlo degli attuali che vanno per la maggiore) comparire i tv o sul web oramai mi rattristo preventivamente, mentre loro leggono discorsetti già preparati, forse da terzi (questo accade sempre con i più in vista) per dire banalità clamorose o indulgere in pressapochismi desolanti. In ciò supportati e accompagnati da gran parte dei giornalisti video e della carta stampata, e da conduttori capaci più che altro di esaltarsi per scoop inesistenti e autori di titoli e slogan urlati, spesso indecorosi, se non indecenti. Basti ricordare, in tema, come è stato presentato il falso conflitto in materia di celibato ecclesiastico tra Joseph Ratzinger e papa Francesco.

E allora, libertà da cosa, libertà di cosa? del nulla. Così pare essere ciò che emerge dall’assente dibattito in tema. Bisogna risalire indietro nel tempo di almeno tre/ quattro decenni per ricordare qualcosa di degno di attenzione nella politica, ai tempi di Craxi, di Moro e di Berlinguer, per quanto riguarda l’Italia.

Gentil lettore, eccoti il documento di cui…

la scelta libera

L’adolescenza

Una fanciulla di terza media, neppur quattordicenne, scrisse un paio di anni fa il testo che qui riporto.

Mi pare di poter dire…, ma non occorre dica tanto, lasciando quasi subito la parola a lei. Non so a chi si riferisca quando parla di una “autrice”, ma mi è parso interessante il flusso delle riflessioni di Lidia, così si chiama l’autrice che pubblico qui di seguito.

 

Secondo me l’autrice ha ragione perché da piccoli si cerca solo di piacere agli adulti o comunque di assomigliargli. Nell’adolescenza invece non ci si cura più di tanto del loro parere, piuttosto siamo preoccupati di cosa pensano i nostri coetanei.

E poi, dobbiamo tenere in conto anche noi stessi, perché non sempre ci piace mostrare ad altri il nostro vero carattere, la nostra indole e i nostri gusti. Noi ragazzi siamo in bilico su una fune sospesa tra una montagna imponente come l’Everest (i nostri genitori) e un’altra che non conosciamo perfettamente, ma di uguali dimensioni che ci affascina molto (gli altri ragazzi).

Forse l’unico modo che abbiamo per restare in equilibrio è rimanere noi stessi. Mai bramare troppo la cima della montagna sconosciuta, poiché per correre sulla fune e raggiungere i compagni più “popolari” senza cadere ci vuole troppa fortuna. Ormai l’Everest ci sembra una meta antica, senza più attrattive importanti, ma per i nostri genitori non è la stessa cosa. Loro vogliono essere partecipi della nostra vita, e cominciano a usare metodi più invasivi che il semplice “come è andata oggi, ragazzi?”. Ad esempio, per i ragazzi che hanno un cellulare, una grande preoccupazione è nascondere tutte le cose che riguardano i compagni sul telefono agli occhi dei genitori, in quanto possono diventare spie.

Anch’io, che non avendo un cellulare uso quello di mia madre, mi infastidisco quando lei “apre per sbaglio” una chat privata o guarda le mie foto sulla galleria. È allora che noi ragazzi cominciamo a parlare con loro sempre di meno, giriamo per casa con espressioni impenetrabili. Quando da piccoli rubavamo le loro maglie, i loro vestiti e le loro scarpe per poi correre sul pavimento della casa, ruzzolare a terra e vedere i nostri genitori che ridevano, ora vogliamo comprare i nostri vestiti, quelli che scegliamo noi, e comportarci come vogliamo. Insomma, ALTOLÁ LE COSTRIZIONI!

Ogni volta che tentano di spingerci verso la via adulta, però, la nostra espressione diventa gelida, serriamo le mascelle e facciamo di tutto per lasciare intendere che non li vogliamo vicino, almeno non in questo momento. Che siamo stanchi dei loro modi di fare, prima per bambini ora troppo per adulti. Purtroppo non esiste una via di mezzo tra questi due. Oltre al “problema adulti”, un altro grande dilemma importuna noi ragazzi: l’essere accettati dal gruppo. Quel fantomatico gruppo che viene chiamato anche “gregge di pecore”, e non a caso. Per me è molto importante essere accettata dagli altri, ma non per questo cambio me stessa e il mio modo di essere. Sto zitta sulle mie opinioni, questo sì, ma non capita quasi mai che io “segua il branco delle pecore” su cose che odio.

Secondo me non lo si deve fare in nessun caso, perché si cresce senza una personalità e si rischia di diventare dipendenti in modo negativo dagli altri. Varrebbe a dire che anche da adulti si inseguiranno come miti cagnolini le persone importanti, e appena queste si stuferanno di avere al seguito un animale da compagnia, si correrebbe il rischio di essere buttati via come un giocattolo vecchio, estraniati completamente. Ad esempio, a un gruppo di persone piace uno sport e lo praticano tutte le persone del gruppo, poi arriva un ragazzo a cui non interessa per niente quest’attività e cerca di fare amicizia con il gruppo, ma viene respinto perché non è come gli altri, è troppo strano avere vicino uno che non sa le basi del gioco. Allora questo ragazzo comincia a seguire tutte le partite dello sport, si informa su vita, morte e miracoli dei giocatori che fanno parte della squadra migliore, si finge uno sfegatato di quella disciplina. In poche parole, cambia se stesso, si crea una scintillante armatura che nasconde un mondo di insicurezza. Così viene accettato dal gruppo, ma per quanto tempo? Quanti giorni o mesi durerà quell’armatura prima che si rompa in mille pezzi davanti agli altri? Se questa persona rimane dentro il suo guscio per troppo tempo poi non saprà più che fare appena il gruppo scompare, si ritroverà come un cucciolo smarrito nel bel mezzo di un’autostrada. Se invece questa persona ci ripensa, riflette un attimo prima di scavalcare il guard-rail di questa strada trafficata, forse ce la fa a fare amicizia senza maschere. Magari è anche simpatico, ma si è posto dei limiti da solo, credendo di essere antipatico a tutti tranne nel caso in cui fosse stata una persona falsa e avesse mentito.

Poi, c’è il fatto della bipolarità. Non è per tutti uguale, ma più o meno in tutti i ragazzi si alternano momenti di tristezza assoluta a felicità immane. Per certi aspetti può anche essere bello, perché in momenti stupidi ti senti montare l’allegria nel cuore e non ti abbandona fino alla sera. Tuttavia il lato negativo è che basta un’espressione “strana” o inconsueta di un amico che in testa salgono mille paranoie e si finisce per pensare a uno scenario apocalittico in cui l’amico ti lascia cadere da un burrone o cose del genere, il tutto scatenato da una posizione leggermente spostata verso sinistra (non dalla nostra parte) invece che verso destra (che ci guarda negli occhi).

Non abbiamo un cervello che funziona secondo le normali regole umane, sempre che ce ne siano. Quando penso alla mia infanzia ho un certo senso di rimpianto perché credo che quel periodo sia il più bello della nostra vita: nessuna responsabilità, tutta l’attenzione incentrata su di noi e poter fare quello che si vuole (famosa la frase: “tanto è piccolo, non capisce…”). E un fatto terribile era che non ce ne rendevamo conto. Non comprendevamo il valore di quei bellissimi momenti, la prima partita di calcio, il primo saggio di danza o la recita dell’asilo, per chi l’ha fatta, erano momenti che davano sì soddisfazione, ma erano anche tutto sommato normali per noi.

Ora pagheremmo oro per sentire uno solo di quei calorosi complimenti dai nostri genitori, non solo le critiche sui buchi troppo grandi nei jeans o sui vestiti poco eleganti la domenica. In sostanza, non siamo mai soddisfatti. Ma queste sono cose che potremo capire soltanto quando saremo grandi, a patto di diventare uomini e donne contenti di noi stessi e senza avere grossi rimpianti sulla vita che avremo alle spalle. Per il discorso dell’innamoramento, per ora credo di essere troppo piccola per capire il senso di quella parola, anche se trovare l’anima gemella rimane comunque una bella prospettiva.

Penso che la differenza essenziale tra maschi e femmine su questo argomento sia che le femmine non hanno paura di esprimere i loro sentimenti perché non verrebbero prese in giro, mentre i maschi si creano il guscio da duri e poi dentro sono come noi, hanno gli stessi desideri. Ovviamente non lo ammetterebbero mai in pubblico, ma penso di avere ragione. Rispetto a quando ero piccola, sì, mi sento più sola, ma in fin dei conti non sono mai stata dipendente dai miei genitori così morbosamente: a scuola ci andavo con la corriera, a nuoto c’era solo mia sorella maggiore ad aiutarmi, e la ma famiglia ha sempre cercato di non darmi sempre tutto quello che volevo per viziarmi. Ad esempio, non ho mai ricevuto una paghetta, ma se avevo bisogno di soldi me li davano senza troppe storie, bastava che non li rubassi di mia iniziativa dal loro portafogli. Poi, non avevo mai vestiti firmati (nemmeno ora) e quasi sempre passati da mia sorella o da gente che conoscevo, così quando non andavano bene a loro li indossavo io. A quei tempi strillavo, pestavo i piedi e mi appendevo alle loro braccia versando fiumi di lacrime perché non mi prendevano la merendina nella macchinetta, ma probabilmente tra 20 anni andrò da loro e, abbracciandoli, li ringrazierò entrambi per tutti i “no” che mi davano e che mi hanno fatto crescere.”
                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   Lidia

 

Che dire, se non che c’è speranza per il futuro, stanti questi ragionamenti “solo” adolescenziali. Mi complimento con Lidia anche perché non ha scelto una scuola facile: sta studiando al classico, dove avrà modo di incontrare temi, discipline, docenti e compagni con i quali potrà costruire la “struttura portante” della sua cultura, imparando che – socraticamente – gli studi non finiscono mai, poiché più conosci e  più ti accorgi di sapere poco, a differenza di quelli che, sapendo poco o pochissimo, non ascoltano, perché appunto pensano di sapere.

Un circolo vizioso dal quale Lidia non sarà mai catturata. Brava.

Blizzard

Un vento diverso da quello che sentì Elia (come si racconta nel biblico Primo Libro dei Re 19, 11-16). Il vento di Elia era quasi una brezza leggera, come la voce di Dio.

Il blizzard. Non può soffiare alle latitudini del profeta, ma molto più a Nord, là dove uomini intabarrati vincono la vita sopravvivendo in giornate brevi. Colà il freddo è crudele e le notti lunghissime. Anche una capanna di tronchi e un fuoco può bastare per la vita, e carne d’alce.

Raccontava lo zio Toni, emigrato in British Columbia, ai confini dell’Alaska. Il blizzard può alzarsi di notte, furtivo come un grizzly affamato, oppure di giorno, annunciandosi con brevi folate sempre più fredde e l’iscurirsi progressivo del basso orizzonte. I tronchi della foresta impediscono che lo sguardo umano penetri oltre le prime file dei fusti altissimi dell’abetaia già piena di neve. A volte il vento viene dal Minnesota e sale inesorabile verso il grande Nord.

Anche Dersu Uzala conosce quel vento e lo chiama per nome, nel suo antico idioma siberiano. Lo conosce da quando avi lontanissimi nel tempo attraversarono su piroghe coraggiose lo Stretto tra i continenti, fra Eurasia e Americhe, lassù nel Mare artico, esplorato da Vitus Bering di Danimarca, alla fine del Seicento. Qualcuno si era fermato alle Aleutine, per un periodo, isole sperse da Est a Ovest nell’Oceano mare. Per poi ripartire, alcuni verso Ovest, altri verso Est. Tant’è che i volti sono rimasti uguali, gli occhi fessure atte a sopportare l’infinito biancore della neve distesa fino all’orizzonte.

Oltre la latitudine dei ghiacci e delle nevi eterne vive il grande orso polare, più a Sud la tigre bianca, il cui spirito dialoga con Dersu. Come il vento. Anche il lupo vagola inquieto per i grandi boschi del Nord, forte del branco, in cerca di qualche ungulato. Uccelli neri nel cielo, corvi, forse. Per il resto un grande silenzio, ché i passi sulla neve si perdono in uno scalpiccio sommesso.

A volte mi pare che l’anima mia attenda il blizzard. E questo vento arriva, magari sulle note di Georg Philip Telemann o di Orlando di Lasso, una mattina qualsiasi, in un giorno del Signore. La quiete non basta.  Il blizzard interiore è come un dolore, è il dolore, quello che ti fa sentire vivo, nelle tue carni, e nel tuo spirito.

Quando il vento freddo del Nord si annuncia sempre più forte oltre gli scuri della capanna nella radura, è come quando il dolore arriva improvviso nel tuo corpo e ti mette in guardia. Così, come il boscaiolo o il cercatore d’oro che ha traversato lo Yukon o lo Jenisej per trovare qualcosa, si ferma a riflettere nella capanna per non farsi travolgere dal blizzard, chi è raggiunto dal dolore cerca una risposta al dolore, per combatterlo, per non farsi vincere, per andare oltre.

Come il cacciatore di pellicce si ferma nella capanna del cercatore d’oro, così l’uomo del mondo trovato dal dolore si ferma per poi ripartire sempre. E questo “sempre” è avverbio temporale che conosce le cose: il blizzard si fermerà dietro l’ultima fila di abeti neri che circondano la radura e il dolore scomparirà nel sonno o nel cammino, fino alla fine.

Le trombe di una musica antica annunciano il passo leggero della lince, che esce dalla tana in cerca di una preda, e anche la forza ritrovata dei muscoli vivi, oltre il dolore. Anche se il vento ha piegato gli alberi antichi della foresta, questi non si sono spezzati. Non si è spezzato l’uomo.

La pista è lunga tra gli alberi e oltre i fiumi, così come l’alternarsi del dolore e della quiete. Non sa il cercatore d’oro dove la pista lo porterà, se ad Anchorage o ai ghiacci del Mar Bianco, non sa l’uomo del mondo dove lo porterà il dolore. Ma il cercatore d’oro ha incontrato un cacciatore di pellicce, e l’uomo del mondo ha trovato parole di altri uomini e donne del mondo che gli hanno detto: “La pista è giusta, vai avanti, tieni duro, ché la notte sta finendo e l’alba si annuncia oltre le cime, oltre la cerchia di quelle montagne innevate“. A volte l’ira sopraggiunge come una fiera nel cuore dell’uomo dei boschi che nulla ha trovato, e nel cuore dell’uomo del mondo che fatica a procedere. Ma poi si perde nello sguardo e nel silenzio sopraggiunto.

Lo Spirito Santo, il Paraclito, veglia, sia sul cercatore d’oro, sia sul viandante per il mondo, che conosce il dolore e anche il primo accendersi dell’aurora.

Viaggio in Galizia

Parafrasando i racconti, ovvero sulle tracce di Joseph Roth e dei fratelli Singer, si Deus vult, con un valoroso coequipier, che in gioventù viaggiò quasi senza soste su una Opel Kadett fino a Istanbul, a maggio, quando già i segni dell’estate vicina si fanno sentire, ma con moderazione, si andrà in Galizia, la nazione-non stato, presente in tre o quattro paesi, un po’ come il Popolo kurdo, che vive tra Turchia, Siria, Irak e Iran, male accetto ovunque.

Io stesso viaggiai in gioventù, su una Renault 4 (1100 cc) fino a Leningrado (così allora si chiamava), passando da Vienna, Bratislava, Cracovia, Varsavia, Brest-Litovsk, Minsk, Smolensk, Mosca, Novgorod, e al ritorno, da Vyborg, Helsinki, Turku, Stoccolma, Helsingborg, Copenaghen e Hannover… fino a Rivignano, da cui io e Roberto eravamo partiti un mese prima. Viaggi nella memoria e nella storia, la nostra e quella generale. Fulvio era con Ferruccio, a Istanbul.

Ora, andremo in Galizia, che ora non ha capitale, ma un sentimento diffuso, germanico, polacco, slovacco, ungherese ed ebraico. C’è anche un’altra Galizia che si trova in Spagna, e una Galazia, una terra amata e percorsa da Paolo di Tarso, ai cui abitanti dedicò una memorabile lettera, dove scrive, al capitolo terzo, versetto ventotto, che tutti gli uomini sono uguali,  con parole come: “non c’è ebreo non c’è greco, non c’è uomo non c’è donna, ma in Cristo tutti sono figli di Dio” (parafrasi mia). Sovrapposizioni e assonanze di nomi di terre e di popoli.

Una terra chiamata in molti modi, quasi polisemantica, a rappresentare altrettante lingue e idiomi del ceppo slavo, germanico, yiddish, ugro-finnico. Ucraini, ruteni. polacchi, cechi e slovacchi, ungheresi, romeni, russi, la Galizia è una regione suddivisa nei tempi storici in tanti stati/ paesi, regni e imperi. Si è chiamata anche Galizia e Lodomiria (in tedesco Königreich Galizien und Lodomerien), nome datole dal re Andrea II d’Ungheria fin dal XIII secolo; quando apparteneva all’Austria-Ungheria dal 1772 al 1918, per esempio, aveva Leopoli (Lvov-Lviv). come capitale. Galizia-Lodomiria potrebbe derivare dalla latinizzazione delle due città di Haliç e Volodymir, ancora in territorio ungherese.

Inoltre, il nome Galizia, probabilmente, siccome è presente nella Spagna settentrionale e nella Turchia a cavallo del Bosforo, come Galazia, potrebbe derivare da un etimo comune di origine celtica, ma potrebbe avere anche tratto origine dallo slavo antico halyca/galica che significa “collina spoglia”, o da halka/galka che significa taccola, uccello che venne rappresentato nello stemma cittadino e in seguito anche su quello della Galizia. Il nome, comunque, nasce prima dello stemma.

Un altro passaggio storico fu quello dei regnanti ungheresi i quali mantennero il titolo di re della Galizia e della Ludomiria fino al XVI secolo quando tale titolo, di cui si fregiò anche Maria Teresa, passò alla casata asburgica, che ormai stava costruendo il suo grande Impero.

Vi andremo dunque a maggio inoltrato, Fulvio e io, e penso Anita e forse un’altra persona per fare un quartetto atto ai dialoghi e alla compagnia.

L’ipotesi è di partire in aereo per Cracovia e di lì poi in auto portarci verso le città polacche e galiziane di Przemsyl e Rzeszów, fino a Leopoli. Con il treno arriveremo a Kiev, dove sosteremo presso la Grande Porta cantata da Modesto Mussorgski, nel suo poema sinfonico Quadri d’una esposizione. Chissà se, verso sera, vicino a quella porta, troveremo la strega Baba Yaga, vivente già a i tempi del principe Vladimir mille anni fa, come si racconta nelle sere invernali, quando la neve copre le izbe e i villaggi, i fienili e le strade persi nell’infinita pianura ucraina.

Quando si viaggia verso Est si prova una sensazione strana. Basta uscire dalla porta orientale del Friuli che cambiano gli odori: le foreste sono più scure e i comignoli fumano. Vi è, diffuso, un odore di legno e di carbone bruciato. I villaggi sparsi non hanno subìto il tormento della modernizzazione selvaggia del XX secolo. La povertà è dignitosa, le ragazze sono belle. Cracovia è stata capitale del regno di Polonia, e sede del principe vescovo, ultimo dei quali non si dimentica Stefan Wyszyński. Da lì l’Oriente si dipana oltre i Tatra tra boschi e colline, e grandi fiumi.

La Wehrmacht non è riuscita  distruggere tutti gli shetl del popolo ebraico della diaspora orientale, gli askenaziti. Il mondo ortodosso si avvicina con le sue architetture fiorite. Si chiamano cristiano-ortodossi perché dal 1054 ritengono di possedere la vera fede nel Cristo Pantocrator, il creatore del mondo, e forse sono – nello stesso tempo – più severi e più indulgenti dei cattolici. Le città di Polonia ti accolgono con la fierezza di una storia e di una memoria tremenda.

Majdanek prende con il suo alto silenzio, nel quale pare che sussurri infiniti ti colgano di sorpresa, come un vento silente. Le anime dei morti assassinati ancora guardano al campo, e lo faranno per l’eternità.

La pianura ucraina è immensa, la terra nera, quella che a piedi percorsero duecentomila fanti e alpini italiani quasi ottanta anni fa, mandati allo sbaraglio da un Capo del governo pazzo e crudele. Qua e là si intravedono ancora le izbe che accolsero la fredda disperazione di ventenni feriti, delusi, sconfitti.

Leopoli parla di due mondi, di tre di quattro lingue e culture: il mondo polacco e il mondo russo; le lingue dei popoli che lì nei secoli sono passati e si sono insediati.

Il treno attraverserà la pianura vallonata che porta alla capitale, quella Kiev che accolse mille anni fa il messaggio di Cristo portato da Cirillo e Metodio e dai loro seguaci, viandanti coraggiosi, fin nelle steppe e ai confini della taigà odorante di resina, e rifugio inaccessibile dei lupi e degli orsi. Andremo.

Le vie dei canti e le vie dei santi

…ovvero le strade dei sogni. Bruce Chatwin, viaggiatore, le ha raccontate, le pietre e la polvere e i boschi del cammino aborigeno. Un percorso iniziatico, via spirituale, dove l’importante è l’andare non la meta.

Io pure sono un viaggiatore, anche se non sono ancora stato in Patagonia e in Australia.

Nato a Sheffield nel 1940, Chatwin studia nel Wiltshire al Marlborough College, ma lavora nel contempo alla casa d’aste Sotheby’s, dove si distingue per sensibilità estetica. Riprende gli studi all’università di Edimburgo in modo non regolare e pagandosi gli studi con il lavoro. Viaggia: in Afghanistan  in Africa, itinerari nello spazio e nel tempo che lo ispirano. Comprende il valore antropologico del viaggio e il valore relativo della proprietà: il viaggio è la vita mentre la proprietà è la sicurezza egoista. Io vivo – ben felice di ciò – in affitto, da sempre.

Nel ’73 è assunto dal Sunday Times Magazine come consulente di arte e architettura, ove lavorando sviluppa la sua narratologia. Ancora viaggia, in Cina, in India e in Unione Sovietica, intervistando personaggi come Ernst Jünger, Indira Gandhi, André Malraux e Nadešda Mandel’štam. Gli viene il desiderio di andare in Patagonia dopo averne visto una mappa nello studio dell’architetto Eileen Gray. Vi rimane sei mesi e scrive un famoso reportage, che segna un po’ il suo destino di narratore.

Studia la tratta degli schiavi conoscendone le vicende dall’Africa al Brasile, ispirando il film di Werner Herzog Cobra verde.

Si ammala di Aids  e muore a Nizza a quarantotto anni. Ars longa vita brevis.

Le vie dei canti è il suo lavoro maggiore, ispirato in Australia, dove va per studiare la tradizione aborigena, secondo la quale il percorso iniziatico della crescita dell’uomo è connotata dal viaggio e da canti di sapore esoterico, che si tramandano di generazione in generazione e contengono leggende genesiache, storie personali di grandi antichi.

Perché Chatwin mi interessa? Che ha a che vedere con me e la mia vita? Perché il suo, come il mio, è un Itinerarium mentis in hominem, parafrasando Bonaventura da Bagnoregio, il quale scrisse l’Itinerarium mentis in Deum, che in un passo, prima commentato, recita… “A differenza del vagabondare ozioso o del riposante passeggiare, l’itinerario esige un cammino impegnato e orientato che trae significato dalla meta verso cui si muove. All’inizio quindi della nostra ricerca dobbiamo fissare l’attenzione sul traguardo finale del cammino bonaventuriano come ci è dato conoscerlo dalla esplicita dichiarazione dell’autore stesso: «Mentre dunque, io peccatore, sull’esempio di S. Francesco di cui sono indegno settimo successore nel governo dell’Ordine, anelavo con tutta l’anima la pace, il Signore mi ispiro di ritirarmi nella tranquilla solitudine del monte della Verna» (2)”.

Anche a me piacciono le solitudini, aspiro alla solitarietà, che è cosa differente dalla solitudine. E’ un perdersi ritrovandosi o, viceversa, è un ritrovarsi perdendosi.

L’argomento mi fa far memoria di un caro amico, il dottor Giancarlo Re, uomo di marketing, umanista classico e mio editore di un libro per me importante Il viaggio di Johann Rheinwald, mancato qualche anno. Tra i suoi lavori editoriali non dimentico Le vie dei santi, dedicato al molteplice “santorale” friulano, presente nelle innumerevoli chiesette votive ed edicole sparse in tutta la picjule Patrie. Con lui, come con Chatwin, bello è stato il procedere per terre e distese prative, ai piedi dell’arco Prealpino e in mezzo alle torri straordinarie di dolomia, accanto allo sciabordio delle onde marine e in riva a placidi laghi riflettenti natura e vita. Canti e santi, canti dei santi, e santi cantati nel tempo e nella storia degli umani, che ogni tanto si ricordano di essere spiriti incarnati.

La solitudine del portiere

Romeo ci ha preso gusto e mi ha inviato anche questo racconto, che mi piace inserire in questo sito percorso da fremiti, tumulti e sentimenti diversissimi, nel tempo.

 

Ho trascorso molte ore di molti anni con le spalle volte a un rettangolo: tre lati di legno e uno di terra. Questa, gli antichi, o almeno alcuni dei tanti antichi, l’avrebbero immaginata come uno spazio piatto e illimitato, un lenzuolo senza fine, una pianura incessante costellata di fiumi e di segreti pensieri, di fuochi spaventosi e di piccole luci tremolanti nelle notti. E di tante altre cose ancora, conosciute o desiderate soltanto. Oppure avrebbero immaginato la porta al centro esatto di un disco sospeso nel cielo, il grande piatto di un banchetto cosmico.

Ora invece lo sa, o pensa di saperlo, il portiere afflitto. Sa che la terra parte dai due pali e piano piano s’incurva, in un lento ritornare su se stessa. L’incessante pianura di calpestate solitudini è solo un punto, se vista da lontano, la palla di un gioco che nessuno capisce.

Il portiere cammina cammina con la testa bassa, con la miracolosa sofferenza che fa guadare i fiumi e oltrepassare i monti; cammina, inseguendo le tracce di un gol.

É un bisonte fragile, va dritto sulla sua strada cieca, aspettando il colpo fatale e la caduta sulle gambe spezzate. Ma il colpo non arriva, il tempo passa e il cerchio finalmente si chiude. Il portiere è di nuovo tra i pali, con la zavorra dei suoi pensieri irrisolti.

Ho trascorso molte ore di molti anni… avevo davanti il sole o la pioggia o la nebbia leggera di certi autunni infiniti.

Nella nebbia danzavano silenziose figurine, svuotate di forza, di ardore e di rabbia.

La nebbia è un limbo, un limbo di soffocante stupore. La vita si fiacca nella nebbia, perde i suoi margini.

Allora, in un attimo, dalla potenza incalcolabile di un tiro ultraterreno, dai piedi assassini di un centravanti fantasma, spunta la palla maledetta, implacabile; entra nel breve spazio dell’unica realtà conosciuta, dove attendevi la vigliaccata, l’attacco al fulmicotone, la cosa dall’altro mondo. L’abbraccio con la sfera, bellissima.

Sì, il portiere è un masochista, gode come un maiale quando abbraccia una cannonata, se la stringe al petto, rotola insieme con lei, sottosopra, in un travolgente Kamasutra, spettacolo per gli occhi increduli dei suoi compagni, impalati, come sottoaceti nella nebbia.

Ma credetemi, non è soltanto questione di sesso, c’è dell’amore: il portiere prende la palla tra le mani, l’accarezza, l’alza verso il cielo come un pater romano e come un padre sano le dà un bel calcio sul culo, per consegnarla al suo destino parabolico.

Tra il portiere e la palla c’è un rapporto incestuoso, di sesso, di amore filiale, di amore paterno.

Il portiere, meglio di chiunque altro, ne conosce l’infanzia poliedrica, l’intarsio meraviglioso di pentagoni bianchi e di esagoni neri; sa che la natura sferica è soltanto illusione, ma che il tempo darà ragione a questa illusione, levigando levigando. Allora il nero si sposerà col bianco e sarà un grigio uniforme, sporco di terra.

La bellezza perde il suo rigore, invecchiando; ma si abbandona alle cose del mondo, a volte con gioia, a volte con dignitosa rassegnazione: così si contamina, di altra bellezza.

Il pallone diventa erba, fango, sputi; diventa polvere e cielo.

Il portiere accarezza il pallone e non sente più il perimetro del pentagono: sente la curva appassita della sfera. Il tempo ha smussato gli spigoli; resta soltanto la curva, perchè la curva è dolcezza, e la dolcezza non ha paura del tempo. I polpastrelli del portiere sentono minuscoli frammenti pencolanti, brandelli di carne viva, pulviscoli di pelle che finalmente si staccano e vagano come pollini stanchi nell’aria, per poi posarsi sul prato. Passano i tacchetti impietosi e li calcano: e come tante altre cose, finiscono sottoterra.

Fermatevi un attimo, lasciate riposare la palla. Ascoltate queste parole. Io penso tanti pensieri, tra i pali, e vedo l’incomprensibile foga di questo mondo. Vi vedo andare avanti e indietro come scalmanati. Vedo gli schizzi di fango e le zolle di terra. Vedo le nuvole rabbiose dei temporali in arrivo, e sento lo scroscio festante della pioggia. Ora siete di nuovo lontani, palombari lontani, pesci boccheggianti di uno sconfinato acquario.

La sfera rotolando si bagna e si veste di natura oceanica; e voi siete pesci, che calciate l’oceano.

Le cose non sono così semplici come voi pensate: perchè in realtà non pensate, correte soltanto.

Voi credete di essere lì, ora; ma siete anche altrove, siete i vostri frammenti che avete lasciato: siete le lacrime, il sangue, le particelle perdute negli anni.

É un lento accomiatarsi da se stessi, un modo inconsapevole di carezzare la morte.

É così strano: si carezza la morte, spargendo i semi della propria vita.

Sono trascorsi molti anni d’allora. Non faccio più il portiere. Ho una barba cespugliosa, gli occhiali da miope e la calotta molle di un’aristocratica pancetta.

Ma ricordatevi che ogni curva è dolcezza e la dolcezza sa giocare a scacchi col tempo.

Dentro la pancia un brontolio, un altro mistero. Potrebbe essere qualunque cosa: un sintomo di fame, l’emozione di questo momento o forse un cancro.

Sono fermo, ai margini della strada, dove una volta c’era la porta.

Il campo non esiste piu: al suo posto c’è una casa. Non si sente nessun rumore. Le case, ora, hanno i muri spessi di cemento armato e i doppi vetri; le case sono fortezze, diceva un grande poeta. Anche le stanze, dico io.

La terra, sotto le fondamenta, è stata smossa dalle ruspe; sono state rimescolate le carte del gioco: il sangue di Roberto, dopo quella tremenda falciata; la pelle dei polpacci che mi grattavo nell’attesa; gli sputi fenomenali e incessanti di Fiorenzo: sotto, in fondo, prima del Tartaro, ci sarà una palude immonda della sua saliva. E tante altre cose, non solo nostre, anche dei nostri padri, dei nostri nonni; finanche la pisciata di un bambino che non poteva nemmeno immaginare i nostri padri e i nostri nonni.

E sopra, nella casa, chissà se qualcuno ride, chissà se qualcuno studia? Chissa quanti scompartimenti di solitudini…

Le cose non sono così semplici come voi pensate. Ma voi nemmeno pensate, voi correte soltanto. Il portiere sì che pensa, quando passa il suo tempo, tra i pali.

 

Dedicato a tutti i portieri che hanno subito almeno nove gol in una sola partita.

 

Romeo Pignat, 1991

 

Ho inserito la foto del grandissimo portiere russo Lev Jascin, dopo aver pensato anche a Banks, Zoff, Buffon e Donnarumma, tra altri ancora (n.d.r.)

 

Il sentiero delle libellule

Un sito vivente accoglie anche scritti di amici. Eccone uno dell’amico Romeo da Pordenone, cuius nomen est Pignat, echeggiando forse  il noto contenitore di cibi cotti o da cuocere. L’uomo è scrittore, è scriba, dunque, attento al mondo e agli altri esseri umani con i quali condivide la struttura, ma con pochi l’arguzia e la finezza. Appunto, anche se matematico, più accorto all’esprit de finesse, piuttosto che all’esprit de géométrie, Pascal permettendo…

Il fiume Noncello, alle porte di Pordenone, è idealmente percorso da un unico, intricato sentiero, che come un filo verde continua a collegare le stagioni della mia vita. Da bambino avrei potuto chiamarlo il “sentiero dell’ombra del pescatore”. Allora, infatti, restavo incollato a mio padre lungo le rive del fiume, immobile alle sue spalle, guardandolo lanciare cucchiaini scintillanti, nella speranza che abboccasse qualche temolo o qualche trota fario. “Sta fermo e attento de non negarte”, imponeva. Da parte mia, avrei voluto esplorare oltre, ma era troppo pericoloso, mi diceva, l’acqua sembrava calma, ma mi avrebbe risucchiato con i suoi gelidi vortici. Dovevo così seguirlo in religioso silenzio, come un chierichetto segue il suo prete. Per comprendere meglio questa metafora va detto che, in quegli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, la pesca dalle nostre parti era quasi una fede.

Al periodo sacro seguì poi quello scalcagnato e profano. Quel percorso sarebbe così diventato il “sentiero proibito”, per via di quei giornaletti (non intonsi) che crescevano come funghi e sul cui genere non servono approfondimenti. I boschetti ripariali erano allora il luogo privilegiato delle prime incursioni erotiche, in un’epoca in cui Internet non era nemmeno fantascienza. Il primo nudo integrale della mia vita apparve magicamente proprio lungo il Noncello: un groviglio di “gnocche” che facevano impallidire il mito paterno delle trote e dei temoli. “Un accordo perfetto”: ricordo ancora il titolo che accompagnava quella foto, rimasta tra le pietre miliari della mia memoria e della mia formazione. È un po’ triste verificare come ai nostri giorni la pornografia non sia più nobilitata da un copywriting così preciso ed elegante.

Trascorso qualche decennio da quella rivelazione, oggi quel percorso mi piacerebbe rinominarlo “il sentiero delle libellule”. È un omaggio alla bellezza breve e fragile di quelle fate volanti e di quei passaggi di luce, di ombre e di riflessi, dove palpitano in istanti generosi le loro ali di seta. Oggi questa bellezza mi appare intensa, brillante, struggente e in fondo un po’ crudele, come acqua da bere tra le dita: esiste, tuttavia, e ogni tanto abbiamo la fortuna d’incrociarla. Per la circostanza di un mattino con la brezza perfetta. Per le sponde appena liberate dai rovi, che ti consentono di seguire la roggia e di annegare lo sguardo nelle sue anse e nelle sue pozze azzurre, come mai era capitato prima. Per la pioggia che ha riempito il Noncello, dopo una stagione arida. Per la fronda di quell’albero piegato che, finalmente, tocca la superficie di cristallo del fiume e, finalmente, la scrive: dopo mesi di tensione e di slancio verso una pagina che continuava a restare bianca. Nel “sentiero delle libellule”, finalmente c’è: l’acqua che sfugge tra le dita.

 

Romeo Pignat, giugno 2017

 

(la foto è di Romeo, n.d.r.)

Boschi d’Appennino, tra i castelli dei conti Guidi e Malatesta, tra gli eremi di Vallombrosa e di Camaldoli, nel profumo del vento della sera, filosofico

ROMAGNA (Myricae 1891)

 

Sempre un villaggio, sempre una campagna/ mi ride al cuore (o piange), Severino:/ il paese ove, andando, ci accompagna/ l’azzurra vision di San Marino:

sempre mi torna al cuore il mio paese/ cui regnarono Guidi e Malatesta,/ cui tenne pure il Passator cortese,/ re della strada, re della foresta.

Là nelle stoppie dove singhiozzando/ va la tacchina con l’altrui covata,/ presso gli stagni lustreggianti, quando/ lenta vi guazza l’anatra iridata,

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,/ e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,/ gettarci l’urlo che lungi si perde/ dentro il meridiano ozio dell’aie;

mentre il villano pone dalle spalle/ gobbe la ronca e afferra la scodella,/ e ‘1 bue rumina nelle opache stalle/ la sua laborïosa lupinella.

Da’ borghi sparsi le campane in tanto/ si rincorron coi lor gridi argentini:/ chiamano al rezzo, alla quiete, al santo/ desco fiorito d’occhi di bambini.

Già m’accoglieva in quelle ore bruciate/ sotto ombrello di trine una mimosa,/ che fioria la mia casa ai dì d’estate/ co’ suoi pennacchi di color di rosa;

e s’abbracciava per lo sgretolato/ muro un folto rosaio a un gelsomino;/ guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,/ chiassoso a giorni come un biricchino.

Era il mio nido: dove immobilmente,/ io galoppava con Guidon Selvaggio/ e con Astolfo; o mi vedea presente/ l’imperatore nell’eremitaggio.

E mentre aereo mi poneva in via/ con l’ippogrifo pel sognato alone,/ o risonava nella stanza mia/ muta il dettare di Napoleone;

udia tra i fieni allor allor falciati/ da’ grilli il verso che perpetuo trema,/ udiva dalle rane dei fossati/ un lungo interminabile poema.

E lunghi, e interminati, erano quelli/ ch’io meditai, mirabili a sognare:/ stormir di frondi, cinguettio d’uccelli,/ risa di donne, strepito di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive,/ tutti tutti migrammo un giorno nero;/ io, la mia patria or è dove si vive:/ gli altri son poco lungi; in cimitero.

Così più non verrò per la calura/ tra que’ tuoi polverosi biancospini,/ ch’io non ritrovi nella mia verzura/ del cuculo ozïoso i piccolini,

Romagna solatia, dolce paese,/ cui regnarono Guidi e Malatesta;/ cui tenne pure il Passator cortese,/ re della strada, re della foresta.

 

Non potevo non iniziare con l’assolata poesia del Pascoli, scritta per l’amico Severino Ferrari, per dire poche parole di queste brevi ferie filosofiche, passate a Poppi, sotto il castello dei conti Guidi, noto per le citazioni letterarie e per il fantasma di cui si racconta.

 

Il castello di Poppi risale al 1191, ristrutturato nel 1274 dal conte Simone Guidi e da suo figlio Guido. Pare che una parte dell’edificio sia da attribuire a Arnolfo di Cambio. Lì nei pressi si svolse la battaglia di Campaldino nel 1289 di dantesca memoria.

Fare filosofia tra i boschi del Casentino è d’uopo, proprio mentre si sa della dipartita di un non-filosofo napoletano, l’ingegner De Crescenzo, sdoganato dalla superficicial tv degli Arbore e dei Costanzo. Pax aeterna ei sit, amen (et mihi damnatio memoriae). Son crudele con un uomo defunto di recente, no, sono solo stanco di buffonate, mimi di verità e venditori di nulla, beninteso un nulla non logico, ma metafisico. La celebrazione esagerata di un mediocre guitto.

Se la filosofia fosse quella di De Crescenzo potrebbe essere una disciplina adatta all’inutile facoltà di scienze della comunicazione, non ad altro di formativo. E muore quest’oggi una grande invece, Agnes Heller, allieva di György Lukacs, filosofa d’Ungheria, angariata, prima dal fascista maresciallo Horthy e poi dai regimi comunisti, e infine dall’attual amico di Salvini, il vergognoso capo del governo Orbàn.

Siamo qui con la temperie delle valli e dei boschi, delle terre dissodate da san Romualdo e san Giovanni Gualberto, tra Camaldoli e Vallombrosa, mi racconta chi mi vende una bottiglia di Pinot nero della Civettaja, vino filosofico per eccellenza, tramite Atena. Microclima e altitudine, terre emerse da un lago ancestrale, argillose da vitigni bassi, dove si pota in ginocchio e le viti sono a trentacinque centimetri l’una dall’altra e i filari a un metro e dieci. Miracolo dell’uomo quando si allea con lo Spirito. Il mercadante è facondo di conoscenze antiche, il suo eloquio quasi rimato a volte è ricco di assonanze e verbi al passato remoto, desueto nel povero parlar comune… del Settentrione italico.

Il più e il meno, l’essere e il nulla, la verità e la libertà, l’ossimoro della filosofia come inattualità, il bene e il male, la consapevolezza e la vergogna, l’ignoranza e l’arroganza, coerentissime a braccetto come “virtù”, per modo di dire, della contemporaneità. La filosofia è un mettersi-davanti-a-sé-e-al-mondo con spirito e pensiero critico, per cercare di comprendere, se non di capire il senso di ciò-che-ci-sembra-esista, della realtà che appare provvista di un suo essere. La stranezza della realtà è che-appare, ma in qualche modo è, e non si manifesta – epifanicamente – solo. La difficoltà è quella di ri-velarla, che significa metterla in evidenza mentre essa si nasconde ancora, come sempre. La ri-velazione è due cose: uno svelamento e un secondo velamento, per cui abbiamo continuamente un apparire e uno scomparire dell’essere.

Umilmente ci si pone come ricercatori dell’infinita possibilità della conoscenza, amico Davide, decisivo collega di questo evento, finalmente ci siamo parlati.

Reggio Emilia e il male elegante: il crimine dei bimbi dati in affido per business

Affidi pilotati in cambio di denaro, bimbi separati dai veri genitori, perché indotti a parlare male dei genitori stessi tramite metodologie di condizionamento mentale. Genitori cattivi, genitori indegni, si cerca di dimostrare a tutti i costi (sembra) e affido a terzi. Si fa fatica a credere che persone perbene siano tanto malvagie.

A Reggio Emilia è stata scoperta una situazione incredibile, ma vera. Falsi in atto pubblico, manipolazioni di minori e altro di assai vergognoso nelle relazioni umane, effettuati da assistenti sociali, psicologi, psicoterapeuti e politici locali (il sindaco PD di Bibbiano) a danno di minori e delle loro famiglie.

Come funzionava? I bimbi sottratti ai genitori, venivano collocati in comunità, dove erano attivi i professionisti sopra elencati, finanziate anche tramite contributi pubblici erogati in funzione del numero dei piccoli affidati, o in famiglie esterne.

Sembra quasi incredibile che ciò sia potuto accadere, ma il sistema nostro è a maglie larghe, demandato in gran parte a competenze professionali, cui possono seguire immediatamente applicazioni pratiche come detto sopra.

Un esempio del flusso operativo: segnalazione degli insegnanti, dei medici oppure degli stessi Servizi Sociali; questi ultimi fanno delle relazioni al Giudice minorile che, nell’emergenza, senza possibilità di contraddittorio e di verifica effettiva di quanto affermato dagli operatori, colloca in via d’urgenza i bambini, presunti abusati, fuori dalla famiglia di origine, con cui ogni legame viene improvvisamente troncato (i genitori possono incontrare i figli una/due ore al mese e in alcuni casi mai). Si legge sul web:
Contemporaneamente, il Giudice incarica proprio i Servizi Sociali di approfondire la situazione; gli operatori possono gestire le indagini come vogliono senza seguire effettivamente alcuna regola; alle operazioni non possono partecipare né gli avvocati (che i Servizi vedono sovente come  un inutile fastidio) né eventuali consulenti esterni dei genitori, cui viene negato il basilare diritto di difendersi sancito dalla nostra Costituzione. Insomma, gli operatori pubblici hanno un potere discrezionale assoluto che, come la vicenda di Reggio Emilia ci insegna, può essere l’anticamera dell’abuso e del delitto. Le relazioni sono poi depositate al Giudice cui, peraltro, non sempre sono forniti gli strumenti necessari per capire la veridicità di quanto affermato; spesso, dunque, le sentenze non sono che la conferma delle opinioni (perché spesso di opinioni si tratta) dei Servizi Sociali. E anche quando ciò non accade, oppure quando gli operatori si accorgono di aver commesso un errore, i provvedimenti arrivano a distanza di anni; anni in cui i bambini hanno vissuto lontano da mamma e papà, in cui hanno sviluppato un sentimento d’abbandono che lascia un segno indelebile nei loro cuori e nelle loro vite, irrimediabilmente strappate.
La stessa dinamica peraltro si riscontra in casi diversi da quelli dell’abuso: pensiamo alle centinaia e centinaia di separazioni e divorzi, in cui i bambini sono affidati proprio ai Servizi Sociali, alle tante relazioni, dove dietro il paravento della conflittualità reciproca dei genitori si legittimano le peggiori prevaricazioni.”

Non si può dire ovviamente che operatori sociali, psicologi e psicoterapeuti siano una manica di delinquenti, ma fra di loro evidentemente alligna anche il crimine, cioè vi sono dei criminali, oppure degli incompetenti: è noto, peraltro che l’ignoranza è origine di molti danni e se è congiunta alla malvagità provoca dei peccati, secondo la teologia morale e, secondo la morale e il diritto umani, dei reati.

Quale l’origine di tale disposizione d’animo, oltre a una malvagità evidente? A mio parere due cose: a) la preparazione culturale e accademica di questi operatori: conosco il loro curriculum studiorum e, a parer mio, fa acqua da non poche parti: la letteratura di riferimento è prevalentemente contemporanea e americana; ben poco costoro studiano antropologia ed etica europee e classiche, quasi nulla. E perciò mancano loro i fondamenti: b) l’ordinamento italiano delega ai Servizi Sociali – senza alcuna forma effettiva di controllo preventivo e successivo, senza alcuna possibilità per i genitori di difendersi – ogni decisione, è un sistema che non protegge i bambini, esattamente come il caso, straordinario ma emblematico, ci insegna.

Nell’incompetenza e nella malvagità egoista sta l’origine di questi crimini gravissimi contro i bambini e le loro famiglie.

Si legge nei proclami di quel Comune: “mettere in campo tutte le azioni possibili per ridare speranza, futuro e dignità a questi minori“. Più o meno parole del sindaco Andrea Carletti, ora finito agli arresti domiciliari “per l’inchiesta sui minori dati in affido, descriveva il Servizio sociale integrato dell’Unione dei comuni della Val d’Enza, davanti alla Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza“.

Altre sue parole “accompagnare fuori dal tunnel” i minori affidati ai professionisti coinvolti. Un progetto presentato in giro come fiore all’occhiello del Comune, ma gli inquirenti hanno verificato una realtà ben diversa con l’operazione non a caso denominata “Angeli e Demoni”: un sistema illecito di gestione dei minori in affido. Si legge ancora sul web: “Ai bimbi, di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, gli psicologi e gli assistenti sociali facevano il lavaggio del cervello, mettendo in atto attività volte al allontanare i piccoli dalle famiglie d’origine“.

Si legge, ancora, in diversi siti telematici sull’argomento:

Carletti aveva anche la carica di delegato dell’Unione dei Comuni di Val d’Enza ed era considerato in prima linea in tema di politiche sociali, dato il suo lungo curriculum, riportato da AdnKronos: consigliere amministrativo al Servizio Sanità e Servizi Sociali della Provincia di Reggio Emilia, componente del Gruppo tecnico del Coordinamento delle Politiche educative della Val d’Enza e responsabile del Servizio scuola, cultura, turismo, sport, sociale al Comune di San Polo d’Enza. Tre anni fa era stato ascoltato in Commissione parlamentare infanzia e adolescenza, alla quale aveva parlato di un sistema di servizi di welfare di comunità composto da operatori estremamente competenti, un sistema abituato a saper innovare, rimodulare le proprie azioni, i propri comportamenti, i propri progetti in base al mutamento dei bisogni. All’epoca, il primo cittadino vantava di aver messo in atto. Carletti aveva illustrato il sistema, citando anche il supporto della onlus del Torinese, finita oggi al centro dell’inchiesta, sostenendo che i minori avessero trovato il coraggio di denunciare, perché sapevano di poter contare su una rete di operatori in grado di raccogliere questo loro grido e accompagnarli fuori dal tunnel”.

Un dipinto che non rispecchia ciò che è emerso dall’indagine della procura, secondo cui il sindaco era pienamente consapevole della totale illiceità del sistema e della assenza di qualunque forma di procedura ad evidenza pubblica volta all’affidamento del servizio pubblico di psicoterapia a soggetti privati. La giunta di Carletti, al contrario, ha espresso piena solidarietà al primo cittadino, dichiarandosi convinta della sua estraneità a i fatti”.

Non mi pare occorrano ulteriori commenti. C’è da sperare piuttosto che il racconto di cui sopra non sia del tutto vero, vista la credibilità degli operatori dell’informazione. Scherzo, ovviamente (sulla credibilità).

Le due cornacchie, la pantegana morta e l’animale umano

Sappiamo dai tempi di Plinio il Vecchio come sono organizzate le api, le formiche e altri insetti collaborativi. L’amico Luca mi ha detto che andrà a vedete i licaoni al parco nazionale Krüger in Sudafrica. Si sa che questi canidi selvaggi sono altamente organizzati per la caccia, un po’ come i lupi e, se in branco, evitati perfino dai leoni. Tutti questi animali collaborano per istinto naturale, ma alcuni ci mettono qualcosa di più, e sembra che la loro intelligenza sia a volte stretta parente di quella umana, manifestando forme comportamentali che appaiono anche emotive.

Caro lettore, eccoti un aneddoto dedicato a un fatto capitatomi qualche mattina fa.

Ero in viaggio per una sede aziendale, saranno state le otto del mattino. La mia velocità sui settanta. Lo sguardo mi cade sul davanti a una cinquantina di metri, rallento molto (non avevo nessuno dietro) e noto sulla mia carreggiata una cornacchia grigia che cerca di tirare con evidente difficoltà verso il ciglio della strada una pantegana morta (il roditore aveva più o meno la sua stessa stazza), uccisa, come quasi sempre capita, da un’auto. Percependo il mio arrivo, l’uccello si allontana con due battiti d’ali lasciando la preda. Supero la posizione e mi fermo sul ciglio una ventina di metri più in là. Nel frattempo arriva un’auto e la cornacchia, che aveva ripreso il suo faticoso lavoro, si sposta di nuovo. Guardo di nuovo e, con mia sorpresa, le cornacchie all’opera sono due, che rapidamente riescono a trascinare la povera pantegana defunta oltre l’asfalto e nell’erba, in un luogo atto a ulteriori operazioni alimentari, in loco o differite, ma più al sicuro.

Ripartendo, credo di aver sorriso, tra me e me, considerando la capacità collaborativa che l’evoluzione ha generato in questi corvidi “intelligenti”. E ho paragonato il comportamento osservato a molti comportamenti umani che spesso sono addirittura opposti. Per gelosia, per rabbia, per invidia, per viziosità psico-morali varie, presenti nel comportamento umano certamente dai tempi storici, che registrano questi sentimenti in tutte le cronache e le letterature, dalla Bibbia alla grande tragedia greca.

Il nome della specie è dal greco κορωνη (korōnē, che significa “gracidante”, il verso dei corvi, in genere). Kraaa, quasi inquietante il verso, ma spesso anche in silenzio, stanno, le cornacchie, a differenza di molti umani che parlano insensatamente. Sembra un verso ripetitivo ma, come tutti i versi degli animali, non lo è: non lo è il “miao” del gatto, il “bau” del cane, il “coo co coo” delle galline, il “pit” delle tacchine (che quando ero piccolo mi temevano molto, perché in un caso le ho ubriacate con le vinacce di vino, ah ah), il “quaaa quaa” di oche aggressive e bellissime. Questi versi, tutti hanno modulazioni diverse, che rappresentano complicati linguaggi infraspecifici, e (oso dire) forme emotive.

Mi vien da pensare quanto più ricco di quelli, sia il linguaggio di molti personaggi di chiara e immeritata fama dei nostri tempi. Dimanda rettorica, anzichenò.

Cornacchie, in metafora, abundant tutt’intorno, e la metafora quivi benevola non è. Cornacchie sia nel senso estetico, uomini e donne che paiono avere il becco, o adeguato istromento atto a beccar becchime altrui, sia nel senso morale, ché costoro mai pensano sia importante agire virtuosamente, perché poco utile al proprio arricchimento, improvvido e  perfin noioso.

Signore, messer Renatus (chiedo a me stesso dialogando in soliloquium): come puoi rivolgere a te stesso simil quistione? Forse che issi omeni e femmine tanto di chiara fama abbieno linguaggi più poveri degli uccelli e dei quadrupedi supra nominati?

Li nostri tempora son di ardua interpretazion e pieni di contradizion sospese, ché talora par sieno perfin fasulli o istorie di sogno.

E, come vedi, caro lettor mio, proprio per distanziarmi da questi tempi di bellezza grama, mi rifugio nell’aulico linguaggio di andati secoli, quando ogni parola significava seriamente qualcosa, rispettando la lingua e l’ascoltante, mentre, a differenza degli umani, le cornacchie “parlano” oggi come un tempo.

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