Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Willy

La sua morte è qualcosa di diverso e di molto più grave di una tragedia, come può essere un grave incidente stradale o un omicidio preterintenzionale. E’ qualcosa di drammaticamente significativo per comprendere lo stato della “cultura etica” italiana, intanto. Rappresenta lo stato morale dei comportamenti dei protagonisti di questo omicidio volontario, senza attenuanti, tanto malvagio quanto assurdo e stupido. E del contesto che ha partorito questi stupidi assassini, ma che ha partorito anche Willy, così diverso, così “umano”. Intendo proprio – concettualmente – la generazione sociale dell’altruismo e della stupidità assassina, senza che tale dato psicologico depotenzi in alcun modo le responsabilità morali individuali.

Possiamo certamente interpellare la psicologia sociale e e quella individuale, la sociologia e la morale corrente, sia quella religiosa sia quella laica, ma non basta l’ausilio di queste scienze, perché occorre altro al fine di cercare di penetrare almeno un po’ nell’abominio mentale e fattuale del caso, nella mente degli omicidi.

Quali sono le priorità, cioè le cose importanti per cui questi orrendi giovanotti sono stati in grado di commettere atti come l’uccisione di Willy?

Non sappiamo nulla delle famiglie nelle quali sono cresciuti, chi li ha accuditi, istruiti (?), che scuola hanno fatto, se hanno frequentato la parrocchia, che valori spiccano nel loro contesto amicale, o della palestra frequentata…

Possiamo dire che la cosiddetta movida può essere l’ambiente nel quale droga, alcol, sesso e violenza si coordinano in un perverso cocktail di bruttezza e malvagità, perché bruttezza e malvagità si connettono, come la Bibbia e la grande filosofia greca ben spiegano? Vediamo come.

Non mi pare i siano dubbi che queste quattro componenti, messe insieme o anche separate, costituiscano un vettore di squilibrio psichico e sociale significativo. La droga non può essere ritenuta un investimento esistenziale (scherzo) e così l’alcol. Circa il sesso, non intendo certamente demonizzarlo, tutt’altro, ma la sua dimensione strumentale e concultatrice della personalità soprattutto delle donne, è un fattore molto negativo di relazione.

Non parliamo di ciò che significa la violenza come elemento gravissimo di negatività. La violenza è un abbassamento dell’umano, un imbarbarimento, un imbestiamento, senza offesa alcuna per gli esseri viventi-senzienti che chiamiamo “bestie”.

Vorrei proporre a questo punto una riflessione filosofico-teologica che attiene certamente a quanto sto scrivendo, per spiegare che il rapporto morale ed estetico fra bontà e bellezza, e fra malvagità e bruttezza, che rende evidente l’assurdo e la disumanità dell’episodio citato.

In ebraico, all’inizio di Genesi, là dove si narra la creazione – in sette giorni – del mondo, del cielo, il firmamento, e della terra, degli animali e dell’uomo, lo scrittore biblico si affretta a scrivere che Dio, osservando ciò che andava creando, considerava innanzitutto che era buono ciò che creava.

Ma in quella lingua sintetica, per definire il “buono” si usa la medesima parola che si utilizza per definire il “bello”. Qualcuno potrebbe dire che, siccome si tratta di un idioma assai arcaico e provvisto di un lessico limitato, per economizzare, gli scribi di quei tempi, parliamo di venti/ trenta secoli fa, preferivano avere un solo termine per i due concetti. Può anche essere così, ma solo in parte, perché Tôb  – per la mentalità del tempo e di quei luoghi – poteva tranquillamente prevedere che ciò che si manifesta con armoniosa bellezza non può essere malvagio: si pensi alla natura, agli animali, all’uomo stesso, declinato nei due generi, maschio e femmina (“li creò”), giovani, sani e forti…

Dio infatti non può creare il male, né la bruttezza, perché ciò sarebbe in contrasto con la sua natura divina, che è innanzitutto “luce intelligente”. Per quale ragione, infatti, una luce intelligente dovrebbe, prima creare e poi mostrare cose malvage e brutte? Sarebbe insensato!

Da tutt’altra parte, in Grecia, al tempo dei grandi filosofi, attorno al V e al IV secolo, si disquisiva di argomenti analoghi, ma in modo molto diverso. Colà si pensava e si scriveva in greco, la lingua più evoluta e ricca del tempo, capace di esprimersi con numerosi termini polisemantici (cioè con più significati), per cui non c’era il problema di sintetizzare il concetto di “bello” e di “buono” in una sola parola. Addirittura, quegli scrittori tanto dotti, Platone in primis, avevano costruito un termine composto, tecnicamente una “crasi”, tra il concetto di “bello” e quello di “buono”: kalokagathìa, dove vi è il termine kalòn, cioè il bello, e agathòn, cioè il buono: il bello-buono, in italiano.

E allora, come considerare questo orrore se gli assassini di Willy sono comunque esseri umani?

Come si sono coniugate malvagità e bruttezza nella genesi del loro agire?

Creta, Ano Viannos, la piazza delle esecuzioni

Questo luogo telematico non è solo vetrina per i miei scritti, aperta al mondo, ma anche un luogo di ospitalità. L’amico Fulvio Comin, in questa fase delle nostre vite è anche mio compagno di strada nella scrittura di un romanzo storico, che l’editore Albatros è stato disponibile a pubblicare: si tratta della storia di una famiglia ebrea che fugge da uno dei tanti pogrom antisemiti che accadevano in molte parti dell’Europa nel XVII secolo (e in molti altri tempi come manifestazione di una “malattia grande” dell’umano, il razzismo) e, nel caso, in Ucraina sulle rive del grande fiume Dniepr. La famiglia di Rizko Abrams va a Occidente… ma ne leggeremo le peripezie quando il romanzo sarà pubblicato.

Fulvio Comin

Intanto qui accolgo un racconto drammatico che Fulvio ha voluto scrivere da Creta. Un salto all’indietro in piena Seconda Guerra mondiale, nella tragedia dell’occupazione nazista.

“In questo sole sfolgorante, dentro a questo caldo che arriva come un abbraccio mortale direttamente dalla miscela di grani di sabbia del deserto africano, nati sotto l’Atlante e spinti, verso l’Europa, non una Europa, ma tante Europa, frantumate sotto i venti degli egoismi e degli interessi, piccole schegge di roccia che si incontrano con altri frammenti di roccia del deserto e non si accorgono di essere eguali ai precedenti e, nello stesso tempo, diversi quasi il confronto, quando non lo si vuol fare, fosse impossibile.

In questo sole sfolgorante dove mi ha portato Roberto, pilota comandante di grandi aerei, che guarda il mondo dall’alto, eppure sa riconoscere, i tragici segni sul terreno, quasi fossero pennellate di ferocia umana che né il vento né l’acqua riescono a cancellare e rimangono per decenni e, forse, secoli, sempre che non nasca qualcuno che vuole riscrivere la storia per camuffarla e raccontarla alla mamma, discretamente, perché non le provochi dolore, perché non ne turbi gli ultimi sogni prima di andarsene a fare i conti con l’Eternità. Se c’è!

Lei ci crede e allora cosa dobbiamo cancellare nella storia del mondo per farla contenta? Nulla, in verità, perché il Padreterno, nel momento del trapasso le confonde la memoria, le spegne la luce che illumina la verità e confonde nel grigio il bianco ed il nero e la lascia valicare il confine in uno stato di semi incoscienza. Trapasserà felice e noi ci chiederemo se questo sia giusto oppure no.

Ma noi chi siamo per porci questa domanda?

Ecco allora che, altro, ci toglie l’incomodo e neppure ce lo dice. Ci sarà pure un motivo che ci sfugge, in questa mancata comunicazione. Di sicuro, ma non ci va di cercarlo.

E allora, in questo sole sfolgorante ed immersi in questo caldo inconsueto, ecco che Roberto mi indica una tabella lungo la strada sulla quale c’è scritto, prima in greco e poi in inglese: “Lygia. Place of Nazi Executions”.

La tabella indica una strada sterrata che scende verso un falsopiano coperto da ulivi che non sappiamo se percorrere oppure no. L’assicurazione dell’auto presa in affitto ti copre eventuali danni, soltanto se percorri strade asfaltate, altrimenti il rischio è tuo.

Che ci sarà da vedere nello spiazzo dove i nazisti hanno fucilato centinaia di persone? Probabilmente nulla, se non fili d’erba tra le piante di ulivo, dimenticati dalle capre o magari una transennatura realizzata decenni dopo a delimitare ciò che ormai era evaporato come una negligenza, tra i fumi della storia.

Anche i crimini evaporano, spariscono nell’aria, come un gas mortale che nessuno vede, ma che ti entra dentro e ti devasta. E quando chiedi alla Storia, se i responsabili abbiano pagato, la risposta è sempre scoraggiante: non hanno mai pagato e neppure si sono mai pentiti o hanno lasciato uno scritto da leggere dopo la loro morte per affermare ciò che volevano, anche che avevano fatto bene a comportarsi  come si erano comportati.

Ma perché costoro non lasciano mai una traccia delle loro malefatte o “benefatte”, dopo la loro morte? Perché non scrivono in poche parole la verità? Cosa gli costa venire a patti con la propria coscienza?  E se è vero che ti confessi pensando che nell’aldilà qualcuno sia pronto a giudicarti, perché non scrivi: “sì sono stato io ad ordinare il massacro e ne sono orgoglioso… oppure… mi pento… non volevo farlo, ma gli ordini…”. Qualcosa sembra sempre salvarti.

Mi spieghi quale ideologia giustifica la strage di bambini che vanno ignari in mezzo a un prato, seguendo le madri, oppure in braccio a loro, pensando che c’è la mamma e, se c’è, sono sicuri e, invece, questi assassini, li strappano dall’abbraccio, li afferrano per i piedini, li fanno ruotare e ne fracassano le teste contro gli stipiti di una porta magari quella della casa dei bimbi, dove gli stessi si erano più volte affacciati entrando od uscendo da quell’uscio che rappresentava il confine tra la famiglia ed il mondo.

Poveri bambini che noi dimentichiamo facilmente, riducendoli a statistica: quanti erano il cinque per cento, l’otto? Non importa. Ciò che è davvero importante è che esistevano, c’erano e non hanno compreso il momento che stavano vivendo e che, un secondo dopo l’averlo forse pensato, non vivevano più.

Oltre cinquecento, tra bambini, donne, anziani, sono stati portati nel “ piazzale delle esecuzioni” e, a gruppo di sette, mitragliati.

Perché non si sono ribellati? Morte per morte, cosa cambiava?

Pensate: questa domanda la dovremmo porre a coloro che si sono lasciati fucilare senza far nulla, camminando fin sull’orlo della fossa dove poi si erano inginocchiati, aspettando il colpo alla nuca.

Perché non si sono ribellati? Domanda delle domande.

Roberto, che guarda le cose terrene dall’alto, mi accompagna al sacrario che ricorda questi morti: ci sono i nomi. Certo, ci sono i nomi e pure, stilizzate nella pietra, le figure di coloro che sono stati ammazzati, ma è come tentare di rappresentare il vento con un solido, fare di un soffio d’aria una bolla di pietra e sostenere che non pesa.

Tutto evapora.

Già, il tempo è un soffio e chi lo acchiappa finisce soltanto per contorcersi nel rimorso o in un’esaltazione che non sembra passare mai. Meglio allargare le mani e lasciarlo andare: via, un soffio di vento, polvere sparsa nell’aria. Non pesa nulla, soprattutto non ti pesa sullo stomaco.”

(Fulvio Comin)

Una primavera piena di vento

…ci sta regalando questo 20 “quasi” 20, ultimo anno del secondo decennio del terzo millennio, poiché sarà pienamente 2020 solo alle 24.00 del 31 Dicembre prossimo venturo. Ricordo la mia ira quando, in vista del e durante il Capodanno del 2000 molti si esaltavano per l’arrivo del Terzo millennio, e io ad affannarmi a dire che no, no e no, perché quello era l’ultimo Capodanno del Secondo millennio. Niente. Duri (di cervice) al pezzo dell’insipienza. Anche diversi laureati nel novero, pergiove! Perfino un dottore in matematica e informatica.

Ogni santa mattina, quando guardo fuori prima delle sette i rami e le foglie vibrano, scossi dal vento. Se esci e la temperatura sfiora i venti gradi, ti pare più bassa, perché l’aria è fresca, come nelle prime primavere della vita.

Una primavera che ci porta via Ezio Bosso, ma no, non ce lo porta via, semplicemente ora è in un “altrove” ancora più presente di prima, solo senza dolore. Il vento è come un messaggio che viene da molto lontano, specialmente il nostro Vento dell’Est, da pianure sconfinate, da oltre fiumi immensi come il Danubio e il Dniepr, forse anche dal Volga e dall’Ural. Si chiama buriàn, che diventa bora a Trieste, appena di qua del confine. confine

Ecco, è mancato Ezio Bosso, in questa primavera piena di vento, ma la musica vive per sempre. La sua musica e la musica in generale. La musica è come il vento, che viene e che va, “Il vento va e poi ritorna“, scriveva Wladimir Bukovskj affacciandosi sulla steppa dalle finestre di casa sua. Di là viene il buriàn che supera l’immensa pianura sarmatica e i monti Carpazi, per infilarsi poi nella Krajina furlana attraverso il Passo Zagradan sul monte Kolovrat, onusto di storia. E di poca gloria, per noi Italiani.

Lo racconto in molti modi questo percorso del vento. Lo ho raccontato e lo racconterò ancora, mio caro lettor paziente.

Lo ho incontrato ieri pomeriggio su qualche rettilineo della Bassa furlana dove andai in bicicletta, fidandomi del controllo dei dolorini e della resa dei muscoli. Ho rivisto le sorgive acque dello Stella, l’Anaxum latino di Plinio, con tutte le sfumature del verde, color naturae pictus, sorpassando famigliole e pedoni viandanti. Li ho salutati tutti, ricevendo in cambio un sorriso, diversamente da qualche mese fa, quando ognuno andava muto e diritto per la sua strada, disattento al suo simile che gli veniva incontro.

In montagna ci si saluta sempre, man mano che cresce l’altitudine, e la fatica e gli erti sentieri selezionano gli esseri umani. Un giorno fui sulla cima di un monte, il dolomitico Averau, che era ripido da dove lo avevo salito, una ferrata lungo un camino di circa 400 metri, e comodo, accessibile perfino alle automobili, dall’altra parte. Là in cima vi era un rifugio e signore in pelliccia a prendere il sole. Non ebbi cuore di salutarle. Mi facevano pena. Snobismo il mio, o il loro?

E’ cambiato anche il silenzio, più pieno, quasi come in un deserto di verde e di acque correnti. E queste giornate infinite contengono tutto quello che vuoi fare: scrivere, parlare, muoverti, comprare qualcosa, telefonare a qualcuno che non senti da tempo, dialogare con i mezzi telematici che fan risparmiare lavoro e fatica. Giorni lunghissimi di maggio, in attesa di giornate ancora più immense, quando giugno prelude all’estate.

Osservare Venezia nello splendore ineguagliato della sua storia, e le piazze di Napoli e il Duomo mediolanense, possente, bianco come un angelo di pietra. Ascoltare Francesco che si ricorda di tutti, uno per uno, mestiere per mestiere, vita per vita, fatica per fatica. Ricordarsi di due ricorrenze: i 50 anni dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori che il ministro Brodolini volle e il prof Giugni redasse.

Morì poche settimane dopo il compagno Giacomo e fu immediatamente accolto nel paradiso dei giusti, secondo il mio parere di teologo/ filosofo eticista. Un ateo cristiano, come molti uomini e donne buoni; i cent’anni dalla nascita di papa Karol di Polonia, da Wadowice, il coraggio, la determinazione, la testimonianza. Papa Wojtyla ci mostrò la dignità della vita, quella fine di marzo 2005, appeso al Crocifisso, mentre il cardinale Ratzinger, con in mano la Croce, il Venerdì Santo denunziò la sporcizia presente nella Chiesa stessa, Sancta et Maculata, Sancta et Meretrix, sulle tracce di sant’Agostino; così come lo stesso, da papa Benedetto, ci mostrò la dignità del lavoro, dell’impegno responsabile (ingravescente aetate, ricordo ancora quell’ablativo assoluto che scosse molti, vale a dire, ad sensum, “essendo il lavoro di pastore sempre più faticoso da sopportare alla mia età“), e lui, da lavoratore della mente e della cultura non voleva essere sopportato come un peso. Preferì il ritiro della preghiera, primo compito del pastore di anime.

Penso che anche il quotidiano comunista Il Manifesto, che lo aveva salutato, quando fu eletto, come “Pastore tedesco”, volendo significare in metafora che quell’uomo era un custode rigoroso, anzi rigido, della Tradizione, del Depositum fidei, e del Magistero della Chiesa, ebbe modo di apprezzare quella decisione ispirata a una profonda umiltà e senso di responsabilità personale.

Il card Ratzinger riuscì anche a farmi mandare un apprezzamento e un plauso quando ricevette il mio libro sull’Eros nella Bibbia, non per iscritto, ma tramite un messaggio Whattsapp. Ricordo che fu lui, così anziano e “tradizionalista” secondo molti, ad inaugurare l’account twitter “pontifex”, alla faccia di chi lo ritiene un mero passatista. Non è così: chi ha buona volontà, legga le sue chiarissime Lettere encicliche Deus Caritas est e Caritas in veritate, per capire chi è veramente quest’uomo colto e umile. E la biografia in tre volumi di Gesù di Nazaret, lettura per tutti.

Questa è la mia primavera piena di vento, che passa ogni giorno diverso che il buon Dio ci manda.

Silvia Romano, o di ciò-che-è-possibile: la “realtà” dei sogni e anche dei pro-getti, dell’immaginazione e della fantasia creativa, tutte manifestazioni della “verità”, anche nelle storie più drammatiche e angoscianti

Sicuramente Silvia Romano, liberata dopo oltre 500 giorni di prigionia nei covi di Al Shabab, dall’intelligence italiana e – pare – con il decisivo ausilio dei Turchi, ci rende tutti pieni di gioia e in purezza di cuore.

Però… e l’avversativa non è casuale, come puoi immaginare, mio gentil lettore.

Non voglio nascondertii quello che scrissi quando fu rapita: grosso modo su questo blog affermai con una certa durezza: “sarebbe stato meglio che si fosse dedicata agli anziani non autosufficienti di Treviglio o di Rho,
invece di andare in Africa“.

Una battuta istintiva, forse ispiratami dal fatto che Silvia è coetanea della mia Beatrice, e quindi mi sono immedesimato in suo padre. Un delitto aver pensato e scritto quanto sopra?

Chi non è padre (o madre) non può immaginare che cosa significhi una figlia. Semplicemente il destino di una vita, la persona di gran lunga più importante, fin da quando è stata “immaginata” (io immaginavo di voler/ poter avere una figlia da quando ero adolescente, lo dicevo a tutti, peccato che chi lo sapeva, mia povera mamma Luigia, non è più qui per confermarlo), e poi nata (me presente e attivo nella sua venuta al mondo esterno, mentre solo sua Madre era presente nel momento misterioso e inafferrabile della sua venuta al mondo… interno, come zigote), e cresciuta in corpo, mente e spirito, e accolta da un uomo, cui si è affidata.

Invece, la Vis imaginativa di Silvia, la sua generosità e il suo altruismo la hanno portata in Kenia, nell’Africa profonda, e oggi riceve, non solo l’affetto di tutta Italia, ma anche l’approvazione per la scelta fatta a suo tempo, oltre che dai “governanti” che in pompa magna (eccessiva, ma la politica dell’immagine ha le sue ragioni, no?) la vanno a “raccogliere” a Ciampino soprattutto per visibilità mediatica, e poi da parte del dottor Gino Strada (costantemente votato alla politicanza), da Saviano (eh, ci mancava!), da Fazio (che sicuramente la ospiterà nel suo invidiato programma di prima serata), da uno scrittore sopravalutato come Erri De Luca; penso anche da don Ciotti, prete cattolico molto “aperto” (tra qualche altro presbitero nostrano, il cui nome qui non faccio, ma chi mi conosce sa bene chi intendo), certamente tra molti altri. Sul fronte “opposto” si scateneranno i forti lai salviniani (questa volta non direttamente suoi, forse qualcuno ultimamente gli ha consigliato di modificare i suoi toni solitamente urlati) e meloniani, talmente prevedibili da essere stucchevoli.

Capisco razionalmente tutto, ma non condivido l’insieme della vicenda, dalla scelta iniziale al suo esito nel brutto barracano islamico verdastro (nulla a che vedere con i tradizionali coloratissimi bei vestiti femminili della tradizione somala), impostole dai delinquenti nazifascisti che l’hanno rapita, specialmente se queste missioni non sono supportate da misure di sicurezza maggiori di quelle che offre il Kenia in un villaggio a sessanta km da Malindi.

Tutti sappiamo che una disgrazia può accadere a chiunque, ovunque e in qualsiasi momento, in modo tale da poter perdere la vita. Ma, un rapimento o una morte violenta sono più probabili dove la situazione locale, socio-politica, etnica e militare è particolarmente difficile, per ragioni obiettive conosciute. Dopo la Seconda Guerra mondiale si usa dire che abbiamo vissuto 75 anni di pace, ma non è vero, perché in questi tre quarti di secolo abbiamo vissuto decine di guerre locali e regionali che hanno fatto milioni di morti: basti ricordare la Guerra di Corea nei primi anni ’50 e quella del Vietnam, dal ’63 al ’75, più o meno dalla presidenza Kennedy alla presidenza Nixon, che provocò oltre un milione di morti tra i Vietnamiti e 60.000 tra i soldati Statunitensi.

Il vicino Oriente, poi, dal ’48 a oggi è stato un teatro di guerre e guerriglie continue, per il conflitto Israelo-Palestinese (1948 – 1967 – 1973, etc..), la guerra Iran-Irak che fece un milione di morti, le due Guerre del Golfo dei due Bush e del falsario Blair. E in Africa ricordiamo, tra altre, le storie terribili delle guerre congolesi negli anni ’60 e quella tribale fra gli Hutu e i Tutsi in Ruanda negli ’80, che provocò due milioni di morti.

E abbiamo ben presente la – a noi vicinissima – Guerra balcanica negli anni ’90, che tolse la vita a quasi 400mila persone; e poi quella siriana, più recente, con mezzo milione di morti. Non dimentichiamo mai l’11 settembre 2001 americano e la conseguente Guerra infinita in Afganistan. E le dittature violente in Sudamerica (Cile, non Venezuela, caro Dimaio!), e altri orrori, come la strage cambogiana perpetrata dal criminale Pol Pot e dalla sua cricca di delinquenti, guerre e guerriglie fatte senza alcune dichiarazione formale, come usava la diplomazia politico-militare fino alla Guerra ’39/ ’45.

E torniamo da noi, per parlare di Silvia. Lei è andata in zone infestate da terroristi e sedicenti guerriglieri islamisti (falso-islamici, e lo dico da un punto di vista, sia teologico sia socio-politico, nonché etico).

Silvia ha deciso di rischiare ed è andata laggiù, venendo rapita da un gruppo organizzato, probabilmente una banda che opera border line, tra traffico di armi e di droga, il quale manteneva rapporti “affaristici” con gruppi più politico-militari come i kaedisti di Al-Shabaab. Indubbiamente Silvia è una ragazza forte e determinata, sicuramente preparata e disponibile a rischiare qualcosa, anzi molto, della sua vita. Ciò che è successo non sono ora in grado di qui descrivere. Un anno e mezzo da rapiti può essere molto dura, specialmente per una giovane donna, che rischia, oltre alla vita, anche il rispetto del suo essere-donna. Non conosciamo i dettagli del trattamento riservatole, anche se lei di primo acchito ha affermato di essere stata trattata bene, e probabilmente li conosceremo tra qualche tempo.

Vi è poi la tematica religiosa: a me pare sia stata costretta alla “conversione” all’Islam, metodica tipica di queste situazioni, anche se lei afferma che è stata una scelta spontanea e libera. Restando sul teologico-religioso, vengono in mente i casi storici dei primi cinque secoli di Cristianesimo, certamente fino al dominatum di Diocleziano, ma anche in certi casi un poco oltre, qui evitando di citare le lotte intestine al cristianesimo, che causarono migliaia di morti, almeno fino alla lotta iconoclasta del VIII/ IX secoli. La storia dei “testimoni” capaci di farsi uccidere per non abiurare alla loro fede, ci racconta in modo accurato, nei cosiddetti “martirologi” quello che successe in molti casi, ma anche queste storie andrebbero ri-studiate, perché la vulgata catechistica non le ha presentate correttamente, almeno fino al Concilio Ecumenico Vaticano II. Per la dottrina cristiano-cattolica non vi è nessun problema se si è costretti alla “conversione” con le minacce e la violenza: Santa Madre Chiesa è accogliente, sempre, verso chi ha subito violenza.

In questi casi la differenza la fa, come sempre, la persona, l’individuo, che ha capacità del tutto soggettive di sopportazione della paura, del dolore, dell’ignoto che genera un’ulteriore paura… quella della paura, un’emozione-passione tra le peggiori. Non conosciamo Silvia, né la sua capacità di sopportare una situazione senza empatia verso di lei, possiamo pensare, ma non ne siamo sicuri.

La letteratura narrativa e quella psicologica parla di una famosa sindrome, quella detta “di Stoccolma”, per la quale il prigioniero in qualche modo finisce con l’essere perfino solidale con il proprio rapitore e/ o carceriere, visto che è “passata di mano” più volte essendo tenuta in almeno sei luoghi diversi, come ha già raccontato.

Certamente, in vicende tipo quella di Silvia viene meno, ovvero si riduce il potenziale della persona che offre il suo servizio, ed emerge il possibile, cioè ciò-che-può-essere (o capitare), oppure ciò-che-può-non-essere (o capitare). Il possibile è costituito, qui scritto in modo filosoficamente assai approssimativo, dalla somma fra realtà effettuale e realtà virtuale.

Ad esempio, parliamo brevemente della sua “con-versione”, o metanoia, in greco antico. Silvia si è convertita all’Islam, ma da che cosa? da un agnosticismo di tipo giovanil-occidentale o da un cattolicesimo cristiano? e questa religione era prima da lei vissuta in modo tiepido o intenso, convinto? Tante domande che occorre farsi, psicologicamente e filosoficamente. Io non lo so, perché non conosco la sua interiorità spirituale e morale.

Quello che posso dire è che in una situazione analoga non sappiamo che cosa potrebbe fare una qualsiasi ragazza italiana di ventiquattro anni. Può anche darsi, e non so se lo sapremo mai, che la scelta della conversione sia stata fatta per evitare un matrimonio islamico, nella tradizione del quale, la Sharjia prevede come effetto immediato l’adesione della sposa alla fede del marito. Ricordo qui che, tra i Paesi a maggioranza musulmana, solo la Tunisia ha messo in Costituzione il divieto di origine semitico-patriarcale (pre-islamico, lo sottolineo, per una doverosa cura della correttezza storiografica) per la moglie dell’obbligo di aderire alla fede del marito, mentre altre Nazioni cominciano ad adeguarsi a questo principio democratico-liberale, come il Marocco, l’Egitto, l’Algeria e l’Indonesia (ti ricordo, gentile lettore, che l’Indonesia è la più grande Nazione a maggioranza musulmane del mondo).

Non dobbiamo mettere in dubbio la buona fede di Silvia, ma è lecito essere perplessi di fronte a una scelta, peraltro così immediatamente e mediaticamente conclamata come la sua. Ne saranno ammirati stuoli di giovani ragazze, e si metteranno sulle tracce del suo esempio? Ne dubito fortemente.

Altro argomento, in qualche modo collegato al precedente. Anche i sogni, l’attività onirica, fanno parte della realtà, come ben sapevano gli antichi, e in tempi più a noi vicini Sigmund Freud e Karl G. Jung. I sogni sono una dimensione del reale che fa parte della vita umana e della natura psico-fisica di essa.

L’attività onirica, cioè i sogni, oltre che come attività psicologica inconscia, possono essere anche considerati come metafora. Tutti noi sognamo una vita migliore per noi stessi e per i nostri cari e amici.

Silvia Romano ha “sognato” una realtà e un mondo “migliore”, soprattutto per i più fragili e poveri, come i bambini, e si è mossa per questo.

Per lei, ma anche per ciascuno di noi, questa realtà viene veramente generata o “creata” dagli esseri umani. La generazione è un passaggio da una vita a un’altra, un passaggio di vita, mentre la creazione appartiene a due “fonti”: la prima è quella “divina” che nessuno è obbligato a tenere veridica, poiché la fede è un atto, non un frutto del ragionamento logico-argomentativo; la seconda è quella dell’arte, della poesia, della musica. O dell’impegno sociale, come nel suo caso e in quelli di numerosissimi altri/ altre.

In questo ambito, quello dell’impegno sociale, che richiede anche la disponibilità a “rischiare del proprio”, voglio segnalare anche un altro aspetto, quello del comportamento delle Ong/ onlus, la cui correttezza morale e la cui preparazione professionale lasciano molto a desiderare. Nel caso, Silvia era nella savana africana, più vicina gli ippopotami e ai leoni che a un servizio di polizia degno di questo nome, cara fondatrice della Ong marchigiana per la quale lavorava Silvia. Mi auguro che questa drammatica vicenda suggerisca indagini approfondite da parte delle autorità italiane e magari l’adeguamento di una normativa che pare largamente insufficiente.

Ogni progetto, anche quello di Silvia, è come un “secondo sguardo” sulla realtà. Noi esseri umani abbiamo bisogno di due sguardi, il primo sull’immediato istante che accade, e mentre accade, passa, facendo transitare la sensazione del tempo dal passato al futuro, passando per il presente; il secondo è lo sguardo di medio periodo, che presuppone un progetto, che è composto di analisi prima, di sintesi, di decisione e di azione. Bene: mi chiedo se Silvia abbia avuto attenzione per i due sguardi: certamente l’impeto della scelta di andare mostra come abbia utilizzato il primo, ma forse non il secondo.

Ora per lei è tempo, dopo che si sarà riposata, di riflettere per ri-costruire un progetto per la sua vita, avendo la forza e la razionalità per il secondo sguardo, quello che permette alla volontà umana di trasformare il possibile in reale, utilizzando il potenziale, cosicché ciò-che-è-in-potenza possa diventare atto, cioè verità. Anche rispetto alla scelta di fede che si è – in qualche modo – “sentita” di compiere.

Il vento (lo spirito) soffia dove vuole

Giovanni 3, 8: “Il vento soffia dove vuole” sono parole misteriose dette da Gesù al fariseo Nicodemo, durante un colloquio durato probabilmente tutta la notte.

E’ forse lo spirito un po’ come il virus, che colpisce a casaccio? No, certo, e non per timore di essere blasfemi. Pare che il Covid-19 colpisca soprattutto “vecchi” e di già “malati”. Cosa significa oggi essere vecchi? Non certo la stessa cosa di solo mezzo secolo fa, quando se vedevo un collega di mio padre, a sua volta cinquantenne, mi sembrava vecchio. E io che di anni ne ho qualcuno più di cinquanta, mi dicono che non sembro, né sono vecchio, perfino le amiche di mia figlia, che hanno poco più di vent’anni e poi donne di trentacinque/ quaranta/ cinquanta anni. E nonostante la bestia che mi è venuta a trovare due anni e mezzo fa e che io, per il momento, ho fatto accomodare fuori stanza.

Il vento soffia…” Grazie a Dio, E non cessa di soffiare, non si ferma, nonostante il comportamento degli umani sia spesso improvvido e scellerato.

Nella tradizione cristiana Dio è “Amore-creativo”, ovvero “Creatore”, e ciò potrebbe sembrare un termine sentimentaloide o sdolcinato, dove prevale la re-lazione. In altri loci e molte volte ho ricordato come “Dio” sia di difficile se non impossibile definizione. L’ineffabilità del dire-di-Dio è nota e studiata, e meditata, e pregata dal grande misticismo cristiano, islamico, buddista. A Meister Echkart pareva normale chiedersi come l’uomo potrebbe dire di comprendere Dio con le stesse facoltà che usa per comprendere se stesso e il mondo.

Come nella vicenda del profeta Elia, si può udire la voce di Dio (IRe 19), senza capire da dove provenga. Quello che si può comprendere è che Egli soffi, cioè sia dove vuole. A volte appare lontanissimo, e invece è lì vicino a te; a volte dubiti della Sua Essenza/ Presenza, e Lui si manifesta con forza, anche se silenziosamente. Basta che si rifletta un poco e si deve ammettere che non latita, poiché la sua attiva presenza appare nella tua vita con un atto di salvezza (quando scivolai per cinquecento metri sulla neve del Coglians e riuscii a frenare a trenta metri dal baratro, oppure nella vicenda sopra citata, oppure quando mi lasciarono aperta un’arteriola che sboccava sangue rosso, nella notte…). E ad Auschwitz, dov’era? E’ la parte inconoscibile dell’economia di Dio, perché il nostro sguardo è limitato, non abbiamo una visibilità sufficiente per dire qualcosa.

Ora, con questa perniciosa influenza, la domanda ritorna. Si potrebbe allora dire che il soffio dello Spirito sta nel sacrificio dei molti che si occupano a soccorrere chi si ammala, nei loro silenzi, nel loro sudore, nel loro anonimato. La voce, in greco si dice phoné, significa sia parola sia azione, è una idea/ azione, un agire razionale e responsabile che vince sugli egoismi e mette al centro la vita di ciascuno e di tutti, ponendo la sordina al resto, e istruendoci sul fatto che “il resto” contava abbastanza poco, e forse – in qualche caso – proprio nulla. Nulla.

Questo Dio-che-parla attraverso il silenzio e l’agire quotidiano… in silenzio, è più espressivo del dio-liturgico delle messe per abitudine e delle preghiere per attrizione: “Mi pento e mi dolgo, oh mio Dio, perché ho paura dell’inferno, non per averti offeso, offendendo il mio prossimo“. Ecco che la vicenda Covid si fa “teologia del silenzio” attivo e generoso.

Le religioni sono il contorno dell’amore divino/ umano che agisce nei momenti topici, come questo, dove nell’agire si comprende ciò che si deve fare, superando i contrasti e l’egoismo individuale. Siamo chiamati ad agire, nel nostro piccolo, come Abramo, che fu chiamato (gli fu ordinato) ad andare da Ur dei Caldei fino a… non lo seppe mai prima, perché morì durante il lungo, diuturno viaggio, durante il quale gli fu dato Isacco. Gli fu dato da una voce che proveniva da dove? Era forse la voce che avrebbe dato inizio alla storia del popolo ebreo?

Studiando i dati riferiti a quel tempo troviamo che vi è una corrispondenza filologica dei termini “Habiru” ed “Ebreo”, e l’esistenza di dati archeologici che confermano e attestano la presenza degli Habiru nella Mesopotamia meridionale nel II millennio a.C. Abramo (Genesi 11, 31), secondo diversi studi, era un Arameo  o un Amorrita, un Habiru insomma, capostipite di un clan dal quale si originò la nazione ebrea, che aveva vissuto a Ur, e da qui era partito verso nord, prima in Siria poi in Palestina, verso il 2000 a.C. L’anacronismo contenuto nella Bibbia è facilmente spiegabile, se si pensa che nel II millennio Ur era una città sumera soggetta al potere della Dinastia elamita di Larsa. Solo verso il 1100 a.C. i Caldei, le genti di Khaldu, fanno la loro comparsa in Mesopotamia e la battezzarono Chaldea. I cronisti ebrei attribuirono alla città il nome che essi conoscevano, a loro contemporaneo e l’anacronismo ha quindi  una valenza positiva: colloca definitivamente la Ur biblica, luogo natale di Abramo,  nel sud della Mesopotamia, che un millennio dopo fu il territorio chiamato storicamente Chaldea. Lo Spirito / Vento divino, ha spinto Abramo verso la Palestina, verso Canaan, così come oggi sta silente accanto a ognuno di noi, se lo vuol stare a “sentire”. Non basta “ascoltare”, mai, così come non basta “guardare”, ché occorre “vedere”.

Possiamo dire che anche le nostre vite sono come il vento, forti, inarrestabili e anche fragili. Passiamo attraverso rami robusti d’albero e fra tronchi centenari, ma scivoliamo via come le foglie (Si sta come d’autunno…, canta il poeta).

Lo Spirito pone la radicale questione del poter-esser questo o quello, qui o là, insieme o da soli. La solitudine suggerita dalle norme odierne non è “solitudine”, ma solitarietà consapevole, nella quale si possono trovare (si debbono, dove il verbo “dovere” è kantiano) le ragioni di un senso ispirato dallo Spirito, che soffia dove vuole e dove necessita.

L’amore è il motore del mondo

(il Simposio di Platone)


L’amore è il motore del mondo, come spiega Diotima nel Simposio di Platone, è attività desiderante e ricerca della bellezza. Qualche giorno fa ho criticato in questa sede Benigni per la sua squallida performance al festival di Sanremo, proponendo una riflessione diversa sul Cantico dei cantici, che lui aveva strapazzato vergognosamente, lautamente pagato.

Ero ospite relatore a un convegno di tutto rispetto in quel di Udine, e lì ho proposto una riflessione in tema, utilizzando i miei studi sul poema biblico, che si configura come epitalamio, cioè poesia nuziale. Il Cantico fa parte del canone biblico, sia per gli ebrei sia per i cristiani, ed è un’ulteriore dimostrazione dell’infinita ricchezza dei testi biblici, che son stati scritti da autori sconosciuti in circa un millennio, dai tempi di Salomone a quelli degli evangelisti e di Paolo.

Quando sento parlare della Bibbia come fa Benigni o tale Biglino, che traduce con il traduttore interlineare i libri biblici, spacciandosi per biblista (mi pare non abbia neppure uno straccio di laurea in lettere o simili), mi si informicolano le ginocchia, ma di sdegno.

La Bibbia contiene miti (ad es. Genesi), storie narrate al modo degli antichi (Cronache e libri dei Re), come Tucidide e Tito Livio, testi filosofici (Sapienza, Giobbe, Qoèlet, Siracide, Proverbi), inni di ringraziamento ed invocazioni (Salmi)…

Il Cantico è ritenuto un testo sapienziale, un giardino di metafore (cf. Alonso Schoekel), un’immensa allegoria sull’amore umano, specchio di quello di Dio per l’uomo, le storie di Gesù di Nazaret (i Vangeli) e degli apostoli (Atti), le lettere di alcuni apostoli come Pietro, Giovanni e Giacomo, le lettere di Paolo, la giovannea Apocalisse…

Ho approfittato dell’occasione per analizzare la qualità di ciò che spesso ci propina la Rai che paghiamo profumatamente, e assurdamente, ogni mese, con la bolletta energetica e, in questo caso, si è raggiunto un abisso di nequizia, caro lettor mio… e ho scritto qualcosa per spiegare con rispetto quello che il Cantico dei cantici effettivamente è.

Di seguito inserisco il Power Point da me commentato nell’occasione, per poi continuare la riflessione.

La manipolazione dell’entusiasmo è in effetti il germe della mancanza di libertà

A pagina 429 dell’impressionante cronaca di Milovan Dijlas narrata nel volume La guerra rivoluzionaria Jugoslava. 1941-1945 Riflessioni e ricordi, edito da L.E.G. di Gorizia, trovo questa riflessione profonda, intelligente, illuminante di ciò che accade durante le guerre rivoluzionarie, sempre, forse, in ogni tempo e luogo.

(Milovan Dijlas)

Quei quattro anni sono stati un passaggio cruentissimo della lunga storia balcanica e, per certi versi, un prodromo, un annuncio di ciò che sarebbe (quasi) ri-accaduto cinquant’anni dopo, negli anni ’90. Quei popoli inquieti sono storicamente collocati sul crinale dei due “mondi”, l’Oriente e l’Occidente: baluardo contro l’Oriente, sia esso Ottomano o semplicemente barbarico, e nello stesso tempo antemurale dell’Oriente dentro l’Occidente.

Ricordo che sul confine orientale dell’Italia, cioè del mio Friuli, nel ’91 si sentiva quasi il rombo del cannone e si vedevano sfrecciare i Mig della Federazione Socialista Yugoslava, sopra Gorizia. Le bombe, anche se solo dimostrative, più vicine, caddero sulle piste del piccolo aeroporto di Vrsar (Orsera), terra di camping e bagni estivi spensierati per molti di noi. Nella bellissima Istria, nostra terra cugina, confinante, accogliente.

Milovan Gilas (Đilas o anche Djilas) nato a Podbišce nel Montenegro nel 1911 e morto a Belgrado nel 1995, è stato uno dei grandi capi della guerra di liberazione dal nazismo e dal fascismo in Yugoslavia e anche della rivoluzione socialista. Protagonista di primo piano in ambito politico e militare, era un intellettuale di vaglia. Il carcere lo accolse negli anni ’30 prima della Guerra ai tempi del re Alessandro, e poi lo riaccolse negli anni ’50 e ’60, quando si era accorto che il comunismo, anche quello titino, pur essendo eretico rispetto allo stalinismo, restava un modello sociale autoritario e rinnovatore di privilegi per alcuni, a scapito dei più.

Ebbe parte in causa anche nella dolorosa vicenda degli esuli istriani e dalmati di etnia italiana, che contribuì a cacciare, come riconobbe più tardi, quando la resipiscenza politica e filosofica lo portò su posizioni apertamente critiche verso il regime comunista yugoslavo. Su questo vi sono posizioni differenti anche nella storiografia italiana. Vi è chi crede in questa resipiscenza (Arrigo Petacco) e chi non del tutto, come Raoul Pupo, studioso di quegli anni e di quelle vicende. Di seguito riporto un brano dell’interviste data da Dijlas a un periodico italiano:

«[…] Ricordo che nel 1946 io ed Edward Kardelj (sic) andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare alla commissione alleata che quelle terre erano jugoslave e non italiane: ci furono manifestazioni con striscioni e bandiere. Ma non era vero? (domanda del giornalista). Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza solo nei centri abitati e non nei villaggi. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni d’ogni tipo. Così fu fatto.»
(Milovan Gilas intervistato da Alvaro Ranzoni – Panorama, 21 luglio 1991)

Vediamo ad esempio Arrigo Petacco. Nel suo libro “L’esodo. La tragedia negata degli italiani d’Istria, Venezia Giulia e Dalmazia” (Mondadori, 2000) la cita in esergo in questa forma: “Nel 1945 io e Kardelj fummo mandati da Tito in Istria. Era nostro compito indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto”

Da tali parole si può pensare che si tratti di una sorta di “autoammissione di responsabilità” anche in relazione ai successivi massacri delle foibe. Dopo la guerra di liberazione e la rivoluzione socialista, in Yugoslavia tornavano fuori i nazionalismi più feroci, prima tra popoli slavi e poi contro gli italiani. Oltre a Petacco e a Pupo possiamo citare qui lo storico Guido Rumici, il quale ritiene opportuno considerare, almeno in parte, attendibile la testimonianza di Gilas scrivendo: “Quindi possiamo fare tutte le congetture che vogliamo, ma le sue parole restano. La mia opinione personale è che poco conta che lui fosse presente a queste manifestazioni e a queste pressioni di “ogni tipo”. Gilas se ne è assunto la responsabilità organizzativa.”

Negli anni ’90, Dijlas fu contrario alla rinnovata svolta nazionalista e alle sue spinte centrifughe, manifestando fino all’ultimo un’autonomia di pensiero che lo rende abbastanza unico nel panorama dei capi comunisti dell’Europa orientale nel ‘900.

Tornando al libro, occasione di questo pezzo, ho da dire che, una volta iniziatolo, non riuscivo a staccarmene. Dijlas è stato un grande scrittore, non solo di società e di politica, non solo di rivoluzione e di guerra, ma anche capace di mostrare l’amore indistruttibile per la sua Patria controversa e variegata. Non indulge mai nel compiacimento quando narra storie trucide, come quando si trovò a giustiziare con le sue mani un giovane militare germanico, conservando sempre una sorta di pietas per l’uomo, nell’ineluttabilità del conflitto e della violenza. Vi sono passaggi perfino lirici, quando racconta delle notti passate all’addiaccio, quando vaga incerto e impaurito per i burroni e percorre strade solitamente inaccessibili per salvarsi la vita.

Il montenegrino è capace di sentimenti profondi e di analisi critica eccellente, come quando narra dei suoi incontri con Stalin, che ammira e nel medesimo tempo teme e disapprova. Esempi di psicologia relazionale sono i suoi racconti dei rapporti che ebbe con Rankovic e Kardelj, gli altri due grandi capi sotto Tito, che quando cadde in disgrazia a metà degli anni ’50 non ebbero cuore di sostenerlo. La frase che ho posto come titolo di questo articolo, ripeto, è sua, e dice benissimo come fosse fatto quest’uomo: la manipolazione dell’entusiasmo è in effetti il germe della mancanza di libertà.

Ebbene sì, Dijlas è stato un comunista e un socialista che non ha permesso che l’entusiasmo della lotta facesse venire meno, alla fine, la sua capacità di giudizio, libero. Un esempio.

Benigni, un buffone da trecentomila euro per mezz’ora di spettacolo

D’accordo che, come mi spiega il mio amico Gianluca, che è economista, tra l’altro, è il mercato che fa i prezzi e i compensi. Lo so: penso a Cristiano Ronaldo, a Leo Messi, a Tiger Woods, a Le Bron James, a Rafa Nadal, a Lewis Hamilton e poi agli attori hollywoodiani che oggi vanno per la maggiore, un Tom Hanks, un Di Caprio o una Meryl Streep ad esempio, che hanno cachet o ingaggi milionari per ogni attività che fanno. Benigni si inserisce nel mercato radiotelevisivo e mediatico attuale, ed è reputato valere un tanto, la cifra di cui sopra. Se poi confronto il suo compenso, richiamando questa volta, non tanto le leggi del mercato, quanto principi di etica generale, al compenso dei musicisti dell’orchestra di Sanremo, lo iato – sempre eticamente, non secondo il market – appare macroscopico. Costoro pare prendano cinquanta o cento euro al giorno, una paga da tirocinante o poco più.

Il tema però non è questo, ma la performance del comico al Festival di Sanremo. Questa volta, dopo avere letto la Divina commedia dantesca in tv e in piazza Santa Croce a Firenze, dopo aver letto la Costituzione della Repubblica Italiana davanti all’attuale Presidente della Repubblica (che peraltro è professore di Diritto costituzionale), legge e commenta il biblico Cantico dei Cantici.

Non voglio commentare la lettura, ché chiederei un parere a mia cugina Lucilla, valorosa attrice di prosa, non guitta improvvisata, se fosse ancora a questo mondo, ma esprimo un parere sul commento che il Benigni ha proposto sul meraviglioso epitalamio. Di analisi scientifica del testo e di commenti teologici, invece, mi intendo, perché ho dedicato al Cantico anni di ricerca biblica e filologico-teologica, producendo un volume in tema di 600 pagine, un volume apprezzato da colleghi, professori e studenti, e anche da chi ha avuto il coraggio di affrontarlo, perché non è un libro da comodino o da viaggio.

Premetto che, come ormai accade sempre più spesso, le persone tendono a fare il mestiere di altri, quelli che Tommaso d’Aquino ammoniva così: “Sutor, ne ultra crepidas“, cioè, ciabattino non andare oltre le tue scarpe. Oggi, in tv vediamo spesso fisici e matematici che discettano di filosofia teoretica e morale, di teologia biblica e sistematica, come il prode prof Odifreddi et similia. Cosa da evitare rigorosamente. Se io ascolto un medico, un economista o un ingegnere parlare delle loro conoscenze scientifiche, li ascolto con rispetto, traendone vantaggio per legare alle loro le mie conoscenze, che nei loro campi sono molto scarse.

Invece Benigni, come altri, strapazza un testo antico, difficile e splendido per scopi che comprendo fino a un certo punto. Qualcuno sostiene che è in corso un great complotto da parte di una parte cospicua dei potentati finanziari internazionali, al fine di condizionare le opinioni pubbliche manipolandole e portandole verso una forma mentis essenzialmente efficientista e priva di dubbi verso ogni cosa della vita, la spiritualità, il mistero.

Oggi appare una sorta di grande Partito del bene, come scrive qualcuno, e lo mutuo, che propala una specie di nuova religione del politicamente corretto, dell’igienico, magari del vegano, dell’animalista, per cui l’uomo è un essere che deve adeguarsi a queste nuove mode (cioè etica) , che tendono ad abolire la fatica, il sacrificio (che è un “rendere-sacro), nel nome di diete, convenienze e modi di dire e di fare stereotipati in un apparente “sinistrismo” ideologico che fa il paio con il “destrismo” sovranista, razzista, antisemita, individualista. Oggi i diritti sociali sono diventati individuali, per cui va bene tutto ciò che la tecnoscienza oggi permette, dall’utero in affitto, o maternità surrogata (nonne che diventano madri biologiche, e i sentimenti e le emozioni che fine fanno in questo caso, della nonna-mamma e della mamma sterile?), alla manipolazione genetica, alle adozioni permesse a coppie omosessuali (“come mai ti vengono a prendere sempre due signore?” chiede l’amichetto all’amichetto delle elementari), a ogni forma di “amore” e, in definitiva di neo-gnosi superba e arrogante. E qui non sto adombrando, ad esempio, e mi sembra ovvio, l’omosessualità come malattia, ma sto denunziando la valorizzazione del narcisismo declinato in ogni modo. E questo modo di essere-vivere ha una sua estetica, come manifestazione dell’essere, che però non è veramente tale, perché indulge in vieti estetismi, figli della banalizzazione e della divulgazione generica, come quella che qui sto criticando.

E il cristianesimo pare essere l’obiettivo primario di questo subdolo attacco, proprio perché ancora portatore di un pensiero “forte”: quando la stampa carica i toni sulla supposta diatriba fra papa Francesco e il card. Ratzinger promuove questa operazione, come è evidente nella polemica sul celibato dei sacerdoti. Mi spiego: Francesco non ha mai sostenuto tesi diverse da quelle tradizionali che risalgono al Concilio di Trento e a papa Paolo VI, ma vuole mettersi in ascolto del mondo per decidere in base a questo dialogo per il futuro (cf. Gaudium et Spes, costituzione fondamentale del Concilio Vaticano II, papa Paolo VI regnante). Così come sulla pedofilia Francesco ha addirittura caricato i toni della vigilanza e delle sanzioni rispetto al suo predecessore. Tornando al celibato, forse pochi sanno che fu papa Benedetto XVI ad accogliere nella Chiesa cattolica oltre cinquecento presbiteri anglicani sposati. Un professore e un pastore, stili diversi, ma papi entrambi, mentre vi è chi ha interesse a dividere (il diàbolos, dal greco “separatore”), o forse il giovanneo “anticristo” o “bestia che viene dal mare” (cf. Apocalisse 13).

Il Cantico dei cantici, ho scritto sopra, è un epitalamio, un cantico di nozze, eroticamente sano, letterariamente elevato, forse tradotto con qualche titubanza in ragione della delicatezza e chiarezza narrativa del rapporto fisico d’amore.

Il Cantico è nel medesimo tempo epitalamio umanissimo e poetico e metafora distesa, allegoria anagogica della relazione tra l’anima spirituale e il Lògos, e tra la Chiesa e Dio stesso.

La sua simbologia unisce il cielo e la terra con la potenza di un mito primigenio, che richiama la necessità di unione tra le “cose inferiori” e le “cose superiori”. La tensione verso l’unione perduta dell’inizio informa il procedere dei temi e dei discorsi che i vari personaggi si scambiano in un’aura ansiosa di ritrovare ciò che si configura come la vera realtà [realiora super realia] dell’amore [eros e agape], anche per l’anima umana. Le delicate strutture dell’epitalamio si piegano ad una esegesi accurata e profonda sviluppata da Origene l’alessandrino tra i temi bucolici e amorosi del racconto.

Nel nostro itinerario alla ricerca di una continuità della presenza dell’eros nell’ermeneutica del senso, incontriamo qui uno dei testi più liricamente immaginifici e densi di significato della Sacra scrittura, il Cantico dei cantici, poema d’amore mirabile, un’espressione letteraria nel contempo di una franchezza sconcertante e di una delicatezza soave, dove i protagonisti sono un “uomo” e una “donna” in dialogo, e agisce anche un coro di testimoni. In ben 117 versetti del testo non è mai nominato il Nome di Dio, mentre si racconta – sia pure in stichi irregolari e frammentati – l’amore tra due innamorati, con tenerezza e con toni e temi molto arditi, ricchi di sfumature sensuali o decisamente erotiche, in un contesto e con un linguaggio umanissimi, in un ambiente quasi rutilante di colori e situazioni, pieno di vitalità naturale.

La tradizione afferma che, in quanto autore di altri cantici, il più “indiziato” potrebbe essere il re Salomone, poiché da “sapiente” gli furono attribuiti i Proverbi, l’Ecclesiaste (o Qoèlet) e la Sapienza. Salomone è il padre riconosciuto della sapienza biblica, la cui saggezza è rimasta nella memoria popolare, re capace di comprendere, capire e cantare tutto ciò che è umano come l’amore, o diverso come la regina di Saba, citata da Origene stesso con dovizia di particolari nel suo grande Commentario sul Cantico, che ho avuto modo di studiare a fondo in latino (come proposto da Rufino di Aquileia, e in greco nella raccolta epitomica di Procopio di Gaza). Altre ricerche propongono la data della redazione del Cantico in epoca postesilica [IV-III secolo a. C.].

In ragione del titolo, il Cantico fu messo tra i libri sapienziali, nella Bibbia greca dopo l’Ecclesiaste, e nella Vulgata tra l’Ecclesiaste e la Sapienza, due libri “salomonici”. Nella Bibbia ebraica il Cantico è posto tra gli “scritti” [Ketuvim], cioè nella terza parte, la più recente, del canone. Dopo l’VIII secolo d. C., quando il Cantico fu usato nella liturgia pasquale ebraica, divenne uno dei cinque rotoli o megillot, che venivano letti nelle grandi feste.[1]

Il Cantico dei cantici, pur avendo provocato fin dall’inizio notevoli difficoltà interpretative per il suo linguaggio poetico profano e la narrazione erotica, è stato recepito nei canoni ebraico e cristiano, riconosciuto come testo evocante in modo inequivocabile il mysterium antropologico e teologico dell’amore, e dell’amore di Dio per la sua creatura e per il suo popolo: su tutto questo gli esegeti hanno dovuto sempre affaticarsi tra i due estremi interpretativi, quello letterale e quello allegorico.[2]

L’amore, chiamato nella Bibbia solitamente con il termine greco agàpe, è lo stesso amore che in questo testo è proposto e commentato come eros, termine del tutto compatibile con il precedente, come vedremo (così scrivo nel citato volume da cui traggo queste argomentazioni) in alcuni testi origeniani, attenti alla preoccupazione di non confondersi con le degenerazioni di culti idolatrici pagani.[3] L’amore è uno e solo uno, si evince dal Cantico, anche se si manifesta in modi diversi e tra soggetti diversi. L’amore è nell’espressione del Cantico la gioia della vita, e anche quando è pura emozione, o ebbra partecipazione al desiderio dell’altro, tale da non sottostare alla ragione, ek-stasis di beatitudine, conserva la sua essenza di tensione positiva verso l’altro, sia come specchiamento di felicità raggiunta con le carezze e con la condivisione l’uno dell’altro, sia come autentica realizzazione di sé nell’incontro con l’altro, che è anche, teologicamente, l’assolutamente Altro.[4] La dimensione e l’estetica agapica si configurano come coessenziali a quelle erotiche, quasi a sintetizzare ciò che parrebbe semanticamente così distante: la brama e il desiderio da una parte, e dall’altra il dono di sé e la scoperta dell’altro, ma anche dell’Alterità, che è Dio stesso. Il senso dell’erotico si configura totalmente nella condivisione agapica della relazione a due.

Il verbo ebraico ‘ahev [amare] è il termine fondamentale del Cantico [Shir Ha-Shirim], ricorrendovi quasi una ventina di volte, talvolta anche sostantivato in ‘ahavah, termine unico per esprimere ciò che in greco trova plurima traduzione in eros, philìa e agàpe, cioè nell’amore erotico, di affezione-inclinazione, di benevolenza o donativo, e che Origene sintetizzerà in un’unità di significato derivante dall’amore divino.


Il Libro dello Splendore, o Zohar, ritiene che il Cantico contenga l’intera rivelazione di Dio e perciò sia da considerare un compendio della stessa Torah, degli Scritti e dei Profeti, (cfr. Libro dello splendore. Terum 144a, Jewish Encyclopedia, 2001). Recenti ipotesi propongono una possibile origine del Cantico da inni e poemi dedicati al culto di Ishtar [Astarte] e Tammuz nei riti mesopotamici di ierogamia, noti anche alle popolazioni Cananee presenti prima della sedentarizzazione degli Israeliti, ma tale ipotesi sembra piuttosto improbabile, mentre invece si potrebbe desumere una certa comunanza di espressioni con il Cantico nel linguaggio d’amore presenti anche in canti nuziali degli arabi di Siria e Palestina, così come in brevi frammenti epitalamici dell’antico Egitto. Potrebbe dunque trattarsi di un’antologia di canti nuziali? Probabilmente sì, poiché, infatti, è molto meno plausibile che si tratti di una mutuazione meramente cultuale esterna al mondo israelitico giunta fino al culto di JHWH, proveniente dal politeismo vicino-orientale. Peraltro, il Cantico non segue una struttura prestabilita, ma si sviluppa in una narratologia che potremmo dire rapsodica, nella quale i cinque poemetti che lo compongono possono pacificamente essere considerati come repertori, tra i quali si poteva scegliere a seconda della circostanza o dell’uditorio, e quindi adatti ad un uso popolare-rituale.

Potrebbe dunque anche trattarsi di un testo collegabile alla tradizione profetica, come ipotizza qualche studioso, in particolare con un riferimento ad Osea [2, 19-21] e ad alcuni oracoli del Deutero-Isaia [Is 43.46.51]. In ogni caso, anche un’interpretazione meramente letteralista, senz’altro incapace di cogliere tutte le ricchezze semantiche presenti nelle numerose polisemie, che sono molto più evidenti nella prospettiva allegorista, non negherebbe la possibilità di intravedere nel testo del Cantico una sapienzialità profonda e umanissima. Il Cantico, anche laddove non cantasse [nella comprensione di chi lo utilizza] Dio ed Israele, o Dio e la Chiesa universale [Ef 5, 22-33], canterebbe comunque l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio Creatore.

Il titolo dell’opera è un superlativo e va inteso come Il più sublime tra i cantici.[1] Cantico dei cantici significa anche “Cantico per eccellenza”. Si può dire che per certi aspetti non vi è libro biblico che abbia prodotto sull’animo umano e cristiano un effetto analogo.[2] Milleduecentocinquanta parole compongono il Cantico, ma immenso è lo scenario che ha disegnato per secoli e per un numero incommensurabile di lettori. Degne di particolare osservazione sono le lettere e le parole iniziali, seguendo una certa modalità interpretativa tipica della tradizione medio-giudaica e successiva. Il titolo “Cantico dei cantici” in ebraico suona Shir ha-Shirim. La prima lettera del Cantico è Shin scritta più grande delle altre. Contrariamente alla linguistica latina, neo-latina, germanica e slava, in ebraico in tal modo non si vuole indicare una maiuscola, perché la maiuscola non è prevista, bensì l’importanza significante della lettera stessa. Nei ventiquattro libri canonici dell’Antico Testamento solo in quattro luoghi la prima lettera è scritta con caratteri più grandi delle altre: e la prima volta è nella prima Parola genesiaca, quel Bereshit che dà da pensare da millenni, dove la Beit è scritta maiuscola.[3]

            La prima lettera della Torah è una Beit,

[e non una Alef]

cioè la seconda dell’alfabeto, mentre la prima lettera del Cantico è una Shin, cioè la penultima dell’alfabeto. Ci si può chiedere se vi possa essere una connessione plausibile in questa simmetricità, una sorta di legame, una specie di analogia fra l’Inizio del mondo e l’Amore nella coppia umana, in quanto ambedue gli atti sono grandiosamente conformi a un unico progetto?[4] La domanda è affascinante per un lettore occidentale dei nostri tempi, che non riesce a trovare facilmente un risposta plausibile, ma deve affidarsi alle infinite sponde dell’esegesi antica e alla sua tipica ricerca del senso.

La prima Parola, Shir [Canto], potremmo dire con le parole della psicologia contemporanea, è una specie di sinestesia,[5] poiché afferma e sottolinea la superiorità tra le espressioni umane di ciò che è insieme letteratura, poesia e musica, vale a dire la Parola cantata, il canto che coinvolge ineffabilmente tutta l’interiorità e sensibilità dell’uomo. La stessa radice Shir [composta dalle consonanti Shin e Resh] rappresenta anche il femminile,

[cfr. la parola italiana sir-ena]

e che femminile! La sirena, l’ammaliatrice da cui lo stesso Ulisse dovette fuggire aiutandosi, però, in modo artificiale. Il Cantico, invece, invita l’uomo a non temere la donna, ma a considerarla su un piano di pari valore antropo-ontologico.[6] La donna del Cantico, oggetto di questo amore, non è una sirena ammaliatrice, ma una creatura consapevole di possedere l’energia costruttiva e di gestazione dell’intera creazione, in modo particolare e privilegiato, moderando e orientando lo stesso principio maschile, che altrimenti si perderebbe -da solo- nel conflitto ancestrale della caccia e della guerra, per la difesa di una proprietà intesa come diritto assoluto.[7]

Ebbene, che cosa di tutto questo traspare nella rozza esegesi (diciamo così) di Benigni? Nulla. Solo l’ansia di esaltare l’eroticità quasi a livello di una generica pornografia, dove ogni tipo di amore è sdoganato come uguale, anzi, come “cantato” dalla poetessa (dice il comico) e da lui ri-cantato.

E questo, per il momento basti, mio gentile lettore! Ho voluto offrirti qualcosa di diverso e di più rispetto alla volgare esibizione televisiva citata. E un invito a leggere il Cantico nel silenzio del tuo mondo e del tuo spirito.


[1] Ha affermato Robert Musil: “Non c’è nulla di più bello del Cantico dei cantici”, e Karl Barth: “Magna Charta dell’umanità, manuale della Rivelazione sull’amore, sull’affetto e sulla sessualità”. Cfr. Canti d’amore del Cairo, Pap. Di Torino 1966; Pap. Chester Beatty 1 e altri, databili tra il 1300 e il 1150 a. C.; M.V. FOX, The Song of Songs and the Ancient Egyptian Love Songs, Madison, Wisconsin – London 1985.

[1] Cfr. Cant 8, 6f.

[2] L’espressione che troviamo al cap. 8, 3 “La sua sinistra è sotto il mio capo/ e la sua destra mi abbraccia” sono state spesso considerate come la sintesi poetica, simbolica e spirituale dell’intera silloge di poemetti, dedicati all’amore, alla coppia umana che appare sulla scena del mondo dall’inizio. E, cfr. anche Cant 8, 6f: si può dire che il Cantico contiene una religiosità quasi “laicale”, nel senso di appartenente profondamente al “popolo” [al λάος], ma rappresentando anche l’incarnazione della Parola di Dio in ciò che è umano, con il Suo nome che echeggia solamente nell’espressione “fiamma divina” [fiamma di Dio o fiamma di vita] che troviamo in Cant 8, 6-7.

[3] Oltre che nel Cantico dei cantici e in Genesi, gli altri due libri che hanno una lettera grande all’inizio sono il libro dei Proverbi di Salomone, che inizia con una Mem, e il primo libro delle Cronache, che inizia con una Alef. È interessante notare che tre delle quattro lettere scritte grandi sono le stesse tre che il Sefer Yetzirà chiama “lettere madri”: la Alef, la Mem e la Shin. Concentriamoci ancora sulla lettera Shin, esaminandola anche da un punto di vista grafico: laש dove si osserva che il segno è essenzialmente costituito da tre linee unite in basso da un punto centrale. I rabbini delle tradizioni talmudiche ritengono che sia una rappresentazione dell’Albero della Vita, e che rappresenti i tre patriarchi ancestrali, Abramo, Isacco e Giacobbe, confluenti in un punto di unione, quale simbolo del popolo d’Israele.

[4] A questo proposito si devono ricordare le due opere che formano la Kabalà, chiamate dai maestri talmudici Màassè Bereshit

[l’Opera della Creazione]

e Màassè Merkavà [l’Opera del carro].

[5] La sinestesia è una situazione di evidenza sensoriale multipla, nella quale i sensi esterni operano creando eccezionalmente una vera e propria integrazione sensoriale nella persona. Nella Torah si integrano i quattro gradini della struttura morfologica scritturistica: le consonanti, le coroncine soprastanti, le vocali e infine le note sulle quali il canto si eleva. Dei dieci Canti che compongono la creazione, secondo la tradizione ebraica, Shir ha-Shirim è il nono, come introduzione del decimo e ultimo, che verrà cantato quando apparirà il Messia. La stessa Parola latina “cantum” può suggerire alcuni approfondimenti. Le consonanti “c-n” potrebbero risalire alla radice ebraica medesima, tra l’altro indicante il termine “canna”, cioè “gola” o “trachea”, ovvero il “canale” che serve per cantare. Vi è da dire che la Parola “chen” [Chet-nun] in ebraico significa “grazia”, o armonia, simmetria. Il Cantico non trascura gli aspetti a-simmetrici o negativi, se si tiene presente che la radice di “cantum”, cioè c-n, può anche riferirsi a “chinà” [kaf-iod-nun-he], cioè “lamento”, ma il Cantico è tale in quanto cantico, e non il suo significante contrario, ad esempio Chinà Chinaoth o Il Lamento dei Lamenti.

[6] Come si può evincere anche dalla profezia: Os 2, 18 – 19.21: “[…] poiché una cosa Dio ha creato in terra: la donna circonderà l’uomo (neqevà tesovev gaver) […] Ti farò mia sposa per sempre,/ ti farò mia sposa/ nella giustizia e nel diritto,/ nella benevolenza e nell’amore,/ ti fidanzerò con me nella Fedeltà/ e tu conoscerai il Signore/”.

[7] Il Cantico fu inserito nel Canone cristiano fin da tempi molto remoti, addirittura entro i primi due secoli. Il primo commentario dell’epitalamio di cui si riscontra traccia nella chiesa antica è quello di Ippolito, che ottenne larga fortuna presso le chiese d’Oriente e presso alcuni teologi e padri africani, come Tertulliano e Cipriano. Ma è soprattutto dal lavoro origeniano che trarranno ispirazione per secoli gli esegeti e i Padri, fino al monachesimo medievale e agli autori spirituali del ‘500. Gli aspetti esegetici ed ermeneutici di quei tempi antichi sono contenuti nell’amplissimo ambito concernente, sia le scuole letteraliste [delle quali fu Teodoro di Mopsuestia il maggiore maestro], sia le scuole allegoriste, delle quali il maggior campione è il grande Alessandrino.

[2] Sulle principali interpretazioni del Cantico, cfr. Dreifuss G., Maschio e femmina li creò – l’amore e i suoi simboli nelle scritture ebraiche, Giuntina, Firenze 1996, 81-111. 

[3] Come la prostituzione sacra.

[4] Ecco che anche la dimensione agapica si configura come coessenziale a quella erotica, quasi a sintetizzare ciò che parrebbe così distante: la brama e il desiderio da una parte, e dall’altra il dono di sé e la scoperta dell’alterità.

Giuseppe il “sociologo”, ovvero la neuro-biologia della malvagità: se così è, può darsi anche una neuro-etica?

Continuo la mia riflessione sul libero arbitrio e sulle capacità/ possibilità di scelta per il bene o per il male dell’individuo umano.

Questa volta parto da un racconto fattomi da una persona di origine meridionale, un signore calabrese da molti anni in Friuli, ma capace di narrare con grande efficacia il clima sociale e la cultura di quelle plaghe, che ha favorito l’insorgere, prima di un “familismo amorale” e poi delle forme strutturate di mafia, con ciò che comporta in termini di criminalità organizzata , di attività omicidiarie collegate al ricatto e alla minaccia sistematica.

In paese Don Pasquale era molto potente; aveva proprietà di famiglia in campagna e in centro, e anche nella cittadina vicina, che dava sul bellissimo mare Jonio. Il paese è inerpicato sui primi contrafforti dell’Aspromonte ed è circondato da boschi verdissimi e pascoli rigogliosi. Un giorno, mentre sorseggiava un calice di buon Gravina di Puglia, ghiacciato, erano quasi le cinque del pomeriggio e lui a quell’ora riceveva qualche amico o conoscente (a lui utile, il come, lo vedremo), ma qualche volta sorseggiava il buon vino in solitudine, nel silenzio della mezza montagna e dell’ora. La stagione era di settembre, quando l’estate non se n’è ancora andata e l’autunno esita a farsi vivo. A quattrocento metri sul mare c’era sempre un venticello che conciliava il buon riposo o i conversari. A un certo punto chiamò un suo aiutante, visto che ne aveva sempre un paio a portata di voce e gli disse: “Antò, conosci il massaro Michele, che ogni tanto viene a servizio nelle nostre campagne?” “Sissignore, rispose Antonio, e Don Pasquale proseguì: “Vai da lui e digli che Don Pasquale vuole parlargli; digli che venga qua domani alle cinque“. Antonio sparì, annuendo.

L’indomani, puntualissimo, anzi un con un po’ di anticipo, massaro Michele si era presentato, cappello in mano, era davanti a Don Pasquale. Questi, cordialissimo, gli diede la mano e la tolse quando Michele voleva accennare a un bacio sul dorso della mano, e gli disse: “Massaro Michele, come state, e la vostra signora? Aaah, perdonate, vi dovete ancora maritare… ho sentito, vi maritate, dunque?” Michele, profondendosi in un inchino dalla sedia di vimini dove si era accomodato, rispose: “La sapete giusta Voi, Don Pasquale, mi devo ancora maritare sì, ma prima devo avere la possibilità di trovare casa, che non è facile con il mio lavoro, un giorno qua un giorno là, anche da Vossignoria…” Don Pasquale lo interruppe con tono amabile: “Massaro Michele, non continuate suvvia, ché, se è solo per questo, consideratevi a cavallo. Ho giusto una casetta verso le nostre campagne, che ora non ospita nessuno, linda, pulita, giusto adatta a voi e alla vostra signora… futura“. “Ma, rispose Michele tutto confuso, ora come ora non potrei darvi nessuna pigione, ché avremo spese per il mobilio e…” Don Pasquale lo interruppe di nuovo, con gentile decisione: “Vi dico, Michele, che non dovete darvi pensiero per nulla: la casetta è bel che arredata, anzi potete anche servirvi per il vestito della sposa nel mio negozio di Vibo, giù al mare. Andate con lei, scegliete ciò che più le aggrada e venitemi a salutare. Sarà il mio regalo di nozze“.

Michele era tutto in confusione e non sapeva che cosa fare. Si alzò e cominciò a ringraziare tutto imbarazzato, e non se ne andava. Allora Don Pasquale lo congedò in modo gentile e… un po’ brusco, dicendo: “Ora pensate solo al vostro matrimonio, maritatevi, riposatevi e venite da me tra qualche giorno, ma vi manderò a chiamare. Avrò forse bisogno da voi di un servizio, ma piccolo, piccolo“. Michele, andandosene, annuiva annuiva, mentre gli scappò di dire: “Don Pasquale, servitore vostro, farò quello che mi chiedete, grazia, grazie, grazie…”

Il matrimonio ebbe luogo il sabato successivo, gran festa di paese, con amici e vicini, e i parenti venuti dalla Puglia con un camioncino pieno di frutta e di vin bianco. Michele e la sua Vincenza, che conosceva fin da ragazzi, erano raggianti. Nella casetta nuova si sentivano in paradiso. Michele aveva anche deciso di prendersi una settimana di riposo, che lui chiamava così, perché non conosceva il termine “ferie”.

Una mattina, di prima mattina, mentre Michele faceva colazione con uva, marmellata e pane di quello che dura a lungo, una pagnotta grande cotta da sua moglie, arrivò in motocicletta Antonio, che abbiamo già incontrato qualche tempo fa, e senza indugio disse a Michele: “Miché, Don Pasquale ti vuole parlare. Puoi venire subito?” Michele esitò solo un istante, poi disse alla moglie di avvertire massaro Lodovico che non sarebbe andato al lavoro la mattina e si sarebbero visto in campagna al pomeriggio. Lodovico era il soprastante di Don Evangelista, proprietario di molta campagna sull’altro versante della montagna.

Michele arrivò alla villa di Don Pasquale sul suo motorino, seguendo Antonio. Fu introdotto subito nel patio dove il padrone stava fumando un sigaro. Senza voltarsi Don Pasquale disse a Michele: “Eccoti, caro Michele, oggi ho proprio bisogno che tu mi dia una mano“… “Per servirvi, Don Pasquale, ditemi“. “Ebbene, cominciò a parlare il padrone, mi pare che sei in buona salute, e dicendo queste parole, si voltò invitando Michele a sedersi, e continuò “tu conosci certamente don Vito da… Ebbene, devi sapere che questo, faccio per dire, “don” Vito mi ha sempre mancato di rispetto, lo sapevi?” E Michele: “No, Don Pasquale, a me è sembrato sempre un galantuomo, gentile con tutti e…” ma Don Pasquale lo interruppe un po’ bruscamente, e la cosa cominciò a impensierire Michele, ma solo un pochino, per il momento. Don Pasquale riprese a parlare dicendo: “Don Vito è un maleducato e un cattivo soggetto. Pensa che ora campa diritti su un terreno che è mio da generazioni, sostenendo che il nonno mio lo aveva commutato con un altro terreno e che, se la cosa non sta bene, ci avrebbe pensato lui a mettermi a posto. E lo va dicendo per le osterie e per i paesi. Mi è arrivata voce da un caro amico di Cosenza che perfino in città don Vito si vanta di potermi mettere a posto come sa fare lui”.

A quel punto Michele cominciò a preoccuparsi, perché qualcosa gli diceva di cose brutte. Infatti, Don Pasquale lo incalzò con una domanda: “Tu, Michele, hai un fucile, sai sparare?” “No, non ho un fucile, ma sparare so, perché mio padre me lo insegnò che ero giovane… rispose Michele titubante e Don Pasquale “Nessun problema, disse e chiamò Antonio, che comparve in un lampo. “Antonio, vai a prendere quel fucile bello lustro, quasi nuovo, che funziona sempre, sai che lo abbiamo usato, sia per la selvaggina piccola, sia per quella… grande, quello a canne sovrapposte“. Antonio ricomparve in meno di un minuto, ché Don Pasquale teneva le sue armi, ben lucidate, in bella mostra, nel soggiorno grande in una vetrina. Lì, ben messi in piedi aveva almeno una decina di fucili di diverse fogge, da quelle da caccia a doppia canna a quelli che ricordavano piuttosto armi da guerra, e un paio di pistole, una a tamburo, un revolver, e una tipo “beretta” dei carabinieri.

Si rivolse a Michele e gli disse “E’ tuo, tuo per sempre, ma devi farmi un servizio, un piccolo favore…, e tergiversava, mentre Michele era sempre più pallido, devi sparare a quel fottutissimo di don Vito, anche senza ammazzarlo, sparagli alle gambe, così capisce, e comunque anche se crepa, non c’è problema. Se lo sarà meritato…” A quel punto Michele fu sul punto di non farcela e si tenne agli spigoli della sedia dov’era seduto. Borbottò, mentre si sentiva svenire, un timorosoSissignore, e dove devo far farlo, Don Pasquale?” Il padrone chiamo Antonio e gli spiegò come lui avrebbe dovuto portare Michele sul posto, che era adatto a un agguato, conoscendo le abitudini di don Vito, che soleva frequentare quella tal strada, che era una scorciatoia per andare in monte verso le sue proprietà.

“Non devi temere nulla, Michele, ci sono qua io, tu non avrai nessuna responsabilità”. E la cosa si fece. Una mattina presto, i due si appostarono dietro una roccia che sporgeva sulla strada, e il colpo di fucile, sparato da Michele, raggiunse don Vito nella parte alta delle gambe e causando un’emorragia mortale. Nessuno venne a cercare Michele, che per un po’, senza evitare di frequentare le osterie e i bar della zona, cercò di parlare poco e di ascoltare molto. Dopo mesi i carabinieri andarono alla casa di Don Pasquale, che fu raggiunto da un avviso di garanzia, ma non vi fu alcun seguito, perché lui personalmente aveva un alibi di ferro, nessuno aveva parlato e l’arma non era mai stata trovata, perché Michele l’aveva nascosta in campagna in uno stallo che gli aveva indicato Antonio.

Il tempo passava e Don Pasquale, che nel frattempo non aveva fatto mancare nulla a Michele, lo chiamò di nuovo e di nuovo e di nuovo. Sempre per la stessa ragione. Michele era diventato ora un assassino esperto. Era uno di loro. Mafioso.

 

Il tremendo racconto mi ha spiegato la mafia, o forse un certo tipo di mafia, più e meglio di qualsiasi trattato di sociologia o di antropologia culturale. E ho continuato a chiedermi quanto si possa essere liberi nelle decisioni per il bene o il male… Certo è che la cultura espressa nel racconto di cui sopra deve essere collegata come una concausa alle politiche sociali ed economiche che nel tempo i governi italiani e quelli locali hanno attuato nel Meridione, fin da prima dell’unità d’Italia, prima di Garibaldi e di Nino BIxio.

 

E torniamo alla biologia. Studi molto recenti hanno mostrato l’importanza di distinguere le varianti genetiche che hanno a che vedere con il metabolismo dei neurotrasmettitori, al fine di comprendere la possibilità che si sviluppino comportamenti antisociali e si commettano atti criminali. Ciò comunque non può essere considerato né sufficiente né necessario, perché l’individuo così caratterizzato commetta reati o abbia comportamenti antisociali. Su questo argomento è interessante consultare il professore Pietro Pietrini dell’Università degli Studi di Pisa e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Psicologia Clinica all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, intervenuto alla quarta edizione di Trieste Next, BIO-logos, the future of life. Lo studioso invita a non farsi condizionare da facili scorciatoie come l’accettazione di concetti del tipo “Neurobiologia della cattiveria”, certamente mediatico e a modo suo accattivante, perché le cose sono molto più complesse. Non si può ridurre tutto al biologico, e lo dice un neuroscienziato, non un filosofo. Molto interessante. E’ una posizione analoga, in parte, a quella che da un paio di decenni sostiene il professor Steven Pinker, psicologo sociale americano, che io cito spesso in questi miei pezzi.

Pietrini consente che si stia discutendo da molto tempo se la genetica di un individuo sopravanzi con i suoi effetti, quelli generati dall’ambiente e dall’educazione (e qui mi rivolgo ai miei lettori e studenti che hanno ben presente la sinossi che sempre propongo tra struttura di persona e struttura di personalità). Questa annosa questione, che si può sintetizzare con il sintagma nature vs culture non ha senso, poiché ambedue concorrono alla costruzione della persona.

Il ricercatore continua ricordando che, dopo la codifica del genoma umano (Dulbecco e altri, 2003) si sono cominciate a studiare le varianti alleliche di numerosi geni. Posto che come esseri umani abbiamo tutti lo stesso patrimonio genetico, composto da circa 22mila geni, vi è poi una grande variabilità individuale, che può ammontare fino a 30 milioni di possibilità alleliche, anche come semplice sostituzione di una singola lettera nella sequenza del gene. Pietrini ricorda il nome di questo allele: single nucleotide polymorphism (Snip), cioè di polimorfismo a singolo nucleotide. Ricorda a noi profani che “basta la sostituzione di una sola lettera del codice del Dna (di un singolo nucleotide, appunto) perché la proteina che viene trascritta abbia caratteristiche anche molto diverse da quella originale, cioè quella trascritta dal gene nella forma più diffusa, la cosiddetta forma wild. Ebbene, per quanto riguarda lo studio dei geni che giocano un ruolo nello sviluppo del comportamento e della personalità dell’individuo, si è visto che esistono varianti alleliche di geni che codificano per neurotrasmettitori e recettori cerebrali che sono significativamente associate con la modulazione del comportamento.”

Subito dopo, però, specifica che “non vi è alcun effetto deterministico: vale a dire, nessuna variante allelica determina alcun comportamento. Quello che invece si è scoperto è che certe varianti alleliche modulano il rischio che l’individuo da adulto sviluppi un comportamento antisociale ed aggressivo, se da piccolo è stato allevato in un ambiente malsano, è stato maltrattato e/o abusato. Al contrario, se l’individuo è cresciuto in un ambiente sano, ricco di attenzioni e di stimoli, queste stesse varianti sembrano favorire lo sviluppo di un comportamento pro-sociale. Dunque, si può parlare di “geni di plasticità”, nel senso che queste varianti alleliche sembrano modulare la suscettibilità dell’individuo all’ambiente che lo circonda. Si comprende quindi come geni e ambiente siano due fattori inscindibili nello sviluppo del comportamento umano. E come la lunga diatriba tra i sostenitori che tutto è nella biologia e coloro che per contro ascrivono il comportamento al solo effetto dell’ambiente e della cultura-educazione, sia priva di fondamento”.

A Pietrini piace comunque fare sempre riferimento al sapere etico-filosofico quando si trattano questi temi, e cita in proposito Platone: ‘Perché malvagio nessuno è di sua volontà, ma il malvagio diviene malvagio per qualche sua prava disposizione del corpo e per un allevamento senza educazione, e queste cose sono odiose a ciascuno e gli capitano contro sua voglia’ (Timeo, 86 e)”.

Un ultimo aspetto che chi mi conosce sa che non trascuro mai quando tratto temi come questo è il riferimento al contesto giuridico-penale dell’agire umano antisociale o criminale. Torna in questione il tema della libertà, e quanto questa facoltà sia presente nell’agire umano. Il sistema penale, da quasi quattromila anni presuppone che l’essere umano sia responsabile delle proprie azioni, e pertanto ne debba rispondere quando queste sono riprovevoli. Si tratta della premessa necessaria per ammettere la stessa imputabilità del soggetto agente, ovvero l’esclusione di essa con i conseguenti esiti di carattere penale.

In tema Pietrini avverte che, se un individuo non possiede da sempre o non possiede più tutte le funzioni dei lobi frontali a causa di un trauma, di una malattia, o di un processo neuro-degenerativo, costui non possa essere ritenuto responsabile di comportamenti anche criminali. In ogni caso, chi opera contro le norme morali e le leggi della convivenza civile in modo consapevole, e ciò sia dimostrabile, non può non essere ritenuto colpevole e meritevole di condanna e di espiazione di una pena. Colpa e pena appartengono alla consapevolezza, sia nel diritto penale, sia nelle dottrine filosofico-teologiche classiche, da Platone in poi.

Se non si può cedere al determinismo filosofico-biologico, è altrettanto importante conoscere bene le condizioni cerebrali e mentali di ogni attore e autore di gesti ascrivibili all’essere umano. Tommaso d’Aquino distingueva fra “atti umani”, cui attribuiva un’accezione di scelta morale per il bene, dagli “atti dell’uomo”, che rappresentavano semplicemente l’agire dello stesso, indipendentemente dal giudizio morale sugli atti stessi.

Nell’intervento citato, lo studioso cita casi accaduti presso i Tribunali di Trieste e di Como, dove sono stai presi in considerazione elementi di alterata funzionalità cerebrale e di vulnerabilità genetica riportati nelle perizie psichiatriche degli imputati, così come abbiamo visto nell’articolo precedente, nel quale ho riportato la sentenza di un Tribunale del Tennessee, chiamato a giudicare un delitto effettuato da un uomo non in grado di intendere e volere nella pienezza delle sue facoltà, e quindi della sua libertà.

Il tema è immenso e difficile.  Anche il racconto da cui ho iniziato questo articolo suggerisce una riflessione: oltre ai deficit fisico-psichici, non possiamo trascurare gli elementi “culturali” e antropologici, per comprendere gli abissi nei quali talora l’uomo si viene a trovare.

Ai confini della laguna

Invitato dall’amico Davide, filosofo venezian, mio valoroso collega in Phronesis (che per il mio affezionato lettore è l’Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica), mi trovo un giorno di gennaio di quest’anno, l’ultimo del secondo decennio, non il primo del terzo come molti imbecilli cercano di dire, a Cavallino Treporti. La sera scende e le persone attendono che si parli di libertà, di come la libertà si può declinare nelle varie forme consentite dalla vita umana e dalla natura, e da come l’umano intelletto le può descrivere.

Tanti modi, innumerabili: dalla libertà (apparentemente) assoluta, cioè sciolta da ogni legame (ab-soluta), a quella più limitata dalla necessità, cioè una libertà senza alcuna libertà, e in mezzo le infinite sfumature di ciò che chiamiamo caso, non sapendo come definire ciò che accade al di fuori del nostro controllo intellettuale e fattuale.

Libertas major et libertas minor sono poi due espressioni care a sant’Agostino, che distingueva, appunto, tra una “libertà maggiore”, cioè quella determinata dalla consapevolezza intellettuale e morale delle scelte per il bene, e una “libertà minore”, vale a dire più inconsapevole, e pertanto non legata alla riflessione sull’eticità delle scelte.

Molte volte in questa sede mi son posto il tema, non trascurando i pensatori che della libertà più si sono interessati, dai grandi greci, al vescovo ipponate, fino ad Erasmo e Lutero, per giungere a Kant e ai nostri giorni. Me ne sono interessato al punto da pubblicare un pamphlet, che ha avuto un’ottima accoglienza di pubblico e di critica, da parte di colleghi, imprenditori, lavoratori e lettori. La politica, invece, è stata completamente assente dal piccolo dibattito da me suscitato, in questi anni afona e poco colta, e perfino poco curiosa. E non me ne meraviglio, ché la povertà della discussione in quelle sedi è malinconicamente conclamata. Quando li vedo (i politici, e parlo degli attuali che vanno per la maggiore) comparire i tv o sul web oramai mi rattristo preventivamente, mentre loro leggono discorsetti già preparati, forse da terzi (questo accade sempre con i più in vista) per dire banalità clamorose o indulgere in pressapochismi desolanti. In ciò supportati e accompagnati da gran parte dei giornalisti video e della carta stampata, e da conduttori capaci più che altro di esaltarsi per scoop inesistenti e autori di titoli e slogan urlati, spesso indecorosi, se non indecenti. Basti ricordare, in tema, come è stato presentato il falso conflitto in materia di celibato ecclesiastico tra Joseph Ratzinger e papa Francesco.

E allora, libertà da cosa, libertà di cosa? del nulla. Così pare essere ciò che emerge dall’assente dibattito in tema. Bisogna risalire indietro nel tempo di almeno tre/ quattro decenni per ricordare qualcosa di degno di attenzione nella politica, ai tempi di Nenni e Craxi, di Moro e Fanfani, di Berlinguer e Amendola e Ingrao, pur nei loro limiti e contraddizioni (basti pensare agli errori e limiti manifestati da alcuni di loro ai tempi dell’affaire Moro e della vergogna di via Caetani, tema ancora ricco di oscure presenze e assenze), per quanto riguarda l’Italia.

Gentil lettore, eccoti il documento di cui…

la scelta libera

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