Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Le favole di Esopo e altre storie di saggezza popolare

Ho per le mani un volumetto dell’editore Salerno, inviatomi da chi si trova in ristretti orizzonti, per gentilezza amicale e omaggio di scuse. Evidentemente in questa fase delle nostre due rispettive vite non ci si capisce, e fors’anche non ci si comprende, e quindi occorrono messaggi di soccorso al reciproco intendersi.

Le favole rappresentano miti e caratteri umani spesso attraverso una sorta di antropomorfizzazione degli animali, selvatici e domestici, in situazioni assolutamente plausibili, con una morale finale che si traduce in proverbi e motti sintetici, comprensibili a chiunque. Il titolo esteso del volumetto è Aforismi politici fondati sopra le favolette di Esopo frigio, dedicate alla qualità del principe (si tratta in questo caso di Vittorio Amedeo II di Savoia) e all’arte del regnare, a cura di Emanuele Tesauro, tratto da manuali in uso fin dal ‘500 nelle scuole umanistiche; d’altro canto Gianni Mombello ritiene una fonte attendibile dell’aureo libretto il testo francese di Jean Baudoin Les fables d’Esope Phrigien pubblicato nel 1631. Il titolo della pubblicazione italiana è La politica di Esopo frigio.

Il genere letterario degli aforismi e degli apologhi moraleggianti risale prima di tutto alla tradizione greca di un Plutarco, e poi anche a quella latina di un Marziale, di un Cicerone o di un Tacito, e non solo, ma appartiene perfino alle esperienze formative dei primi apostoli della chiesa cristiana nascente, come i Padri del deserto del terzo secolo d. C.: nomi come quelli di Pacomio e Paolo di Tebe, di Antonio come raccontato da Atanasio di Alessandria, sono noti per i detti e gli apoftegmi che lasciarono in dote alle prime strutture cenobitiche egizie e del Vicino Oriente antico. San Basilio di Cesarea ne fu poi il principale fruitore quando pensò di scrivere la prima regola monastica della cristianità, fonte originale dello stesso movimento benedettino, che da lì trasse argomenti così come dalle indicazioni morali e comportamentali agostiniane. Più vicine ai nostri tempi sono le raccolte di detti aforistici ed epigrammatici di filosofi come Montaigne, Pascal, Nietszche, Schopenhauer, Karl Kraus, Wittgenstein, etc.

Non dimentichiamo poi il libro biblico dei Proverbi, vero compendio di sapienza popolare del plesso siro-palestinese risalente al primo millennio a. C.  Massime, adagi, proverbi, apologhi, aforismi, apoftegmi, in una ricchezza straordinaria e forse ancora poco conosciuta dai più.

Le più divertenti di Esopo, tanto per gradire e forse rammemorare ricordi scolastici in qualche arguto lettore.

 

DEL LUPO E DELL”AGNELLO

Alla chiara sorgente di un fresco rio beveva messere il lupo. E, bevendo, vide un agnello, che dilicatamente, con la cima de’ labri beveva nel rio, lungi foorse un tratto di pietra. Il lupo scacciò la sete con la fame e corrè sopra lo agnello, gridando: Ahi scelerato, tu m’intorbidi l’acqua. L’agnello, col cuore e con la voce tremante, lo supplicò di compatire alla sua innocenza. Percioché, bevendo sì lontano nel rio, non poteva intorbidar la fontana. Ma la crudel fiera, più altamente gridando, rispose: Invano ti scusi. Tuo costume è di volermi male. Percioché il tuo padre e la tua madre mi odiano a morte. Tu dunque ne pagherai la pena. E così dicendo sel mangiò.

allegoria: Quando il più forte vuole opprimere il debile, non gli mancano pretesti.”

 

DEL TOPO E DELLA RANA

Guerreggiava contro della rana il topo acquaiolo per la giuridizione della palude. Il topo più astuto, facendo imboscate fra l’erbe e uscendo di sotto terra, assaltava la verde nemica. Ma questa come più agile e destra, col saltellare ora inanzi ora indietro si schermiva e offendeva. Lungo tempo con le armature di foglie e lance di giunchi durò nel freddo fango la calda battaglia. Ma ecco che, troppo intesi a danneggiarsi fra loro, i piccoli avversari non si guardarono dal nibbio, il qual, calatosi di repente, divorò l’uno e l’altro.

allegoria: Quando due piccoli contrastano , il potente fa il suo profitto.

 

DEL CERVO E DELLO AGNELLO

Il cervo bugiardo accusò l’agnello davanti al lupo, dicendo: Signore, costui non mi paga un moggio di formento che mi deve. Lo agnellov quantunque sicuro di non dovergli nulla, nondimeno, temendo il lupo non pigliasse questo pretesto per mangiarlo, si sottometté di pagarlo infra pochi giorni. Apena finito il tempo, ecco che il cervo domanda il debito. Ma l’agnello, il quale non aveva più paura, si negò debitore, dicendo: Ben tu sai che il timor del lupo mi forzò a prometter e promessa fatta per forza non vale una scorza.

allegoria: Promesse forzate non vaglion nulla.”

 

DEL CANE E DELL’OMBRA

Passava il cane per un ponte stretto con un pezzo di carne tra li denti. E perché l’ombra della carne, riverberando nell’acqua, rappresentava un pezzo di carne molto maggiore, il cane disse: O che grande acquisto poss’io far oggi, per mia fè io non vo’ perderlo. Si calò dunque nel fiume, ma quando più vicino fu alla preda, tanto più lontano si trovò alla speranza. Percioché, aprendo l’avida bocca per aboccar l’ombra, la vera carne gli scappò, ed egli non ebbe né questa né quella. Onde, ritornandosene affamato, disse: O pazzo me, che non seppi moderar la mia cupidigia. Io avevo quanto mi bastava e ora per volere troppo io non ho nulla.

allegoria: Chi vuol troppo non ha poi niente.”

 

DELL’AQUILA E DEL CORBO

Fra gli scogli marini aveva l’aquila pescato una conchiglia. Ma niun profitto traea della preda, peroché né col rostro, né cogli unghioni potea squarciarla per averne il pesce che dentro vi si nasconde. Dissele allora il corbo: Eh, sciocca, vuoi tu ch’io t’in segni? Vola quant’alto puoi e lascia cader la conchiglia sul duro di questo sasso, ch’ella si romperà. Il successo fu questo: l’aquila seguì il consiglio, la conchiglia si spezzò, il pesce ne uscì e il corbo cattivello, che stava quivi aspettandolo, sel beccò.

allegoria: I consiglieri avari indirizzano al proprio comodo gli lor consigli.”

 

Non vi è dubbio alcuno che la sapienza popolare di tutti i tempi e luoghi è fondamento della filosofia morale soprattutto da un punto di vista pratico e pragmatico del saper vivere, a volte rinunziando a qualcosa per avere l’essenziale, cioè ciò che dà l’essenza vitale nell’equilibrio dei desideri, filtrati dall’intelletto e dalla ragione, e mossi da una volontà consapevole del senso delle cose e della vita stessa.

Mattutino

I monaci basiliani (San Basilio di Cesarea è l’autore della prima regola monastica della grande chiesa del IV secolo) utilizzavano lo schema qui a latere per la preghiera quotidiana, e il modello benedettino ne tenne conto, specie nelle clausure. Ogni tratto della notte e della giornata era buono per elevare al Signore la preghiera del cuore che iniziava spesso, soprattutto nella chiesa d’Oriente, con una bellissima giaculatoria cioè, da sua etimologia, un “dardo” (lat. iaculum) lanciato verso Dio: “Signore, Figlio di Dio Padre onnipotente, abbi pietà di me peccatore“.

Era non solo l’umile rivolgersi all’Incondizionato, ma anche  il riconoscimento del limite oggettivo e soggettivo dell’essere umano, della sua finitezza, della sua miseria, al contrario della iattanza che contraddistingue molto del pensare, del dire e dell’agire odierno sul web, sulla carta patinata dei magazine, in tv. Oggi sembra che l’uomo si sia fatto quasi omnipotente, vantandosi senza un minimo di umiltà della sua scienza, della sua tecnologia, della sua capacità di modificare il pianeta Terra e se stesso. Bene, benissimo i progressi della medicina, della biologia, della fisica, ma non tutto ciò che consentono di fare, è lecito fare, poiché vi sono dei limiti etici a parer mio insuperabili. Straordinario è il lavoro che è stato fatto sulla genetica animale e umana, e il poter usare le cellule staminali per guarire patologie gravi, ma non il loro utilizzo per modificare, ad esempio, il genere di un nascituro. Ottima cosa usare le risorse presenti sulla terra per migliorare la vita delle persone, ma non abusarne fino a danneggiare in modo speriamo non irreparabile l’ambiente stesso, che è come l’utero di una madre per il feto. L’ambiente e gli altri animali non vanno mitizzati, ma rispettati per il loro ruolo nell’equilibrio più generale. E qui mi rivolgo specialmente ai più accesi animalisti e vegani: cercate di vedere le cose a partire dall’umana autocoscienza, e non dal mero vivente, perché -per coerenza- dovremmo morire di fame, in quanto anche l’insalata geme e soffre quando viene raccolta. Non lasciare un cane in autostrada è bene, trattarlo come fosse un bambino è male.

E infine, l’uomo d’oggi non deve mai dimenticare di essere spesso solo un nano sulle spalle dei giganti del pensiero e della ricerca precedenti, da Platone e Aristotele a Cartesio e Galileo, Darwin, Einstein, Curie, Freud, Dirac etc., che hanno via via elaborato e corretto, sia pure in parte, il pensiero dei predecessori.

Al mattino vengono a volte questi pensieri, prima di andare al lavoro, o avendolo già iniziato “in remoto” via e-mail o watts app, tra le sei e le sette quando il silenzio ancora avvolge casa e le vie adiacenti, verso la grande campagna, che trascolora nell’autunno. Un bel merlo maschio è venuto a trovarmi mentre scrivo sul terrazzino verso il giardino interno, e osservo l’ulivo sempreverde che sbarbaglia i raggi del primo sole.

E poi vien l’ora della partenza per una delle aziende che seguo, quella che mi dà più “pensieri”, ma anche soddisfazioni, in questo periodo, il “fabbricone” di pizze della pedemontana, dove le persone (con l’aiuto del Padreterno) hanno fatto un miracolo, dieci giorni fa, cioè di farla ripartire due giorni dopo un devastante incendio.  Miracoli che può fare l’intelligenza, la dedizione, il cuore delle persone umane, dai proprietari a ogni dipendente, dirigente, quadro, impiegato o operaio che sia.

L’uomo può se vuole scavalcare montagne, esplorare territori sconosciuti, definire nuovi limiti a se stesso e alla forme organizzate, perché ha in dotazione una mente plastica e adatta ad affrontare le emergenze, anche quando sono tremende. Sono orgoglioso di fare parte anche di questo gruppo, dopo aver affrontato in anni precedenti gravi emergenze occupazionali, sempre risolte senza danni per le imprese e per i lavoratori.

E questo basta e avanza per darmi forza senso al mio agire, fin da questi pensieri mattutini, tra l’ulivo, un merlo maschio e il lavoro da fare.

Buona giornata a te caro lettore.

Impressioni d’ottobre

Parafrasando la gloriosa PFM (Premiata Forneria Marconi), che cantò settembre, il primo giorno d’ottobre merita un pensiero. Il risveglio più lento della domenica è accolto da un suono di campane, proveniente dal centro del paesone delle Terre di Mezzo, ma echeggia il suono di tanti anni fa, a casa dei miei, mia, in quel di Ravignano, come scriveva Ippolito Nievo ne Le confessioni di un italiano.

Mi torna alla mente, ecco la memoria, il ricordo, ed ecco per dove passa l’oggetto della memoria, per il “cuore” (ri-cor-do), l’arrivo di quelle domeniche autunnali, quando si andava a pranzo dalla nonna Catine, e c’era polenta e coniglio, e papà Pietro era ancora in Germania, e lo sarebbe stato fino ai primi di dicembre. Magari papà aveva appena scritto una lettera a mamma Gigia, e lei l’aveva portata dalla nonna, per leggerla insieme, tanto non c’erano dentro mai cose intime loro, ma sempre di tutti… e i bambini come stanno?, io e mia sorella Marina, che stava ancora bene.

A volte nel pomeriggio arrivavano cugini e cugine che oggi, anzi da qualche anno, ho perso di vista, ma funziona così, i parenti li perdi di vista se non hai da condividere nulla, mentre gli amici restano, così come gli amori veri, anche se declinati nel tempo in modo diverso.

Stavo dai nonni volentieri, e guardavo la nonna valutare il risultato della piccola vendemmia di merlot appena finita, duecento litri di ottimo rosso dal sapore mandorlato, che anch’io contribuivo a produrre, dalla vendemmia ai vari travasi, compresa la pigiatura, cui provvedevo a piedi nudi nel tino, insieme con nonno Dante. A proposito, ecco un legame con la mia bambina, che ha quel nome santificato nella Commedia divina dal Poeta sommo che a tutti noi insegna. Anzi, ricordo che verso i dieci o dodici anni ero già abbastanza forte e grande da sostituire nonna Catine nello spargimento del solfato di rame sulle viti a primavera con la pompa apposita, portata in spalla.

Le campane di stamattina poi mi riportano alla mente altri momenti di quegli anni giovanili, la Settimana santa con il loro silenzio e l’esplosione del Gloria pasquale, il mese di maggio e i suoi rinnovati tepori, le grandi festività post-pasquali come la Pentecoste, antica come il libro degli Atti scritto da san Luca, e il Corpus Domini, risalente al “miracolo di Bolsena” e alla “consulenza teologica” di  Tommaso d’Aquino, che aiutò il papa di allora, Urbano IV, a ricordare quel che era accaduto a quel sacerdote boemo incredulo, di nome Pietro da Praga, con una festività apposita. Era il 1264. Mi ricordano le festività natalizie, avvolte nel tepore delle cucine e delle case un poco dimesse del vecchio paese lontano da tutto. Il mio paese.

E talvolta andavo dalla zia Enrica, la sorella maggiore di mio padre, sposata a un benestante, che possedeva trecento campi friulani, circa cento ettari, il nobile Massimiliano Gattolini da Romans di Varmo, cui dovevo dare del “lei”, e chiamare “signor Zio”. Anche la zia si poteva fregiare così del titolo di “nobildonna” Enrica Pilutti Gattolini. A modo suo mi voleva bene, pur mantenendo quel distacco che oramai era fisiologicamente dovuto tra la sua nuova famiglia di possidenti e quella di origine, quella di mio padre operaio emigrante, una differenza di censo insuperabile. Mi faceva raccogliere e portare via le squisite pere e mele cadute, e per un periodo mi pagò anche delle lezioni di solfeggio. Non è mancata vecchia, perché beveva e fumava, e ricordo la grossa gatta siamese che teneva, diceva lei, per scaldarla, vicino al suo seno prosperoso. La sorte poi non è stata benigna con i suoi figli, i miei tre cugini, e con tutta l’avita famiglia.

Nel mio cortile, che allora vedevo tanto grande, con un gelso storto ed enorme al centro, con i miei amici facevamo giochi interminabili, finché le mamme non venivano a prenderci per la cena. E poi c’era il pollaio con oche anatre galline e ogni altro volatile commestibile ai tempi, senza tante storie di sicurezza alimentare. Le cosce d’oca messe via nel loro grasso bianco per l’inverno, una squisitezza.

E l’orto pieno di ottime verdure e frutta, lungo lungo, almeno cinquanta metri, che arrivava fino alla roggia in fondo, ora interrata, acque limpide dove ci si poteva anche lavare, e lo zio Aldo da Milano lo faceva volentieri, mentre la zia Anna, la zia “Nute”, se la tirava fumando sul portone con la Ada dei Nonis, che faceva impazzire me bambino, con le sue tette enormi, messe bene in vista dalla scollatura generosa. Non sapevo perché, ma così era a quell’età mia, forse inconsciamente memore della mamma. Poi i miei gusti sono un po’ cambiati, in tema.

E altri innumerevoli amici e conoscenti si affacciavano al mezzo portone sempre aperto di via Umberto I, 81, amici di papà Pietro, suor Vincenza che veniva a chiamare mia madre perché un’anziana aveva bisogno di una iniezione, don Aurelio per parlare della mia “vocazione” sacerdotale, che delusi ampiamente, ma poi, caro don Aurelio, che mi insegnò le prime parole di greco quando a sei sette anni chierichetto servivo il Mattutino della Settimana santa, son diventato anche teologo patentato, cioè professore dei corsi per diventare prete. Non prete, ma studioso delle Sacre scritture e di quanto si è scritto su di esse.

Da lì partivo adolescente per andare a scuola a Udine, al mitico liceo classico Stellini, la “scuèle dai siòrs“, la scuola dei signori, dicevano in paese, meravigliandosi che un ragazzo povero potesse frequentarla.

Quando poi son diventato una persona nota, molto mediatizzata, ero conteso in tutte le osterie per bevi un tai insieme. Così era nel tempo di Rivignano, in quegli anni, mesi, giorni del ricordo di questo primo giorno di ottobre, circa metà della mia vita passata con i piedi nell’erba.

E ora, che sono tornato con i piedi nell’erba, ringrazio l’Incondizionato Dio per la mia vita, e lo prego di dare salute e serenità a chi mi è caro, e anche agli altri umani di questo mondo.

El buen retiro de este dia en el final de septiembre

Dopo decenni, da meno di un anno son tornato con i piedi nell’erba. Il verde della campagna mi circonda, ultime case prima delle Risorgive. Nei pressi l’osteria dove Bea impara a lavorare per studiare. Uccelli chioccolano alla fine di settembre, in attesa dell’autunno. Già i colori della stagione volgono alle tonalità dell’ocra e del rosso cupo, un merlo si attarda sotto l’ulivo. Io contemplo tutto intorno ascoltando le campane del sabato che annunziano la rinascita, come ogni settimana, da millenni. Il rito si ripete sempre nuovo e unico, uno e innumerabile, come le stelle del cielo, come le cellule di un corpo, come i punti della superficie di una sfera, come le qualità del Divino che tutto trascende.

L’aria è ferma dopo che una brezza s’era fatta sentire, quasi ricordandomi il profeta Elia, che scorse nel vento leggero la Presenza. Telefonate amicali, ai confini tra l’affettività e il lavoro, come spesso mi accade in un tempo vigoroso e nobile.

Il senso del mio tempo si manifesta in tanti piccoli gesti, atti, parole, pensieri, silenzi. La profondità della vita si dipana tra il corpo e lo spirito, anzi nel corpo spirituale che mi costituisce, fin dal mio concepimento nell’utero di mamma Luigia. Misteriose forze promanano da tutta la mia storia genetica, lottando per prevalere, come gli alberi di una fitta foresta cercano di svettare per cogliere il sole mattutino.

Non so del domani, come ciascuno di noi, ché domani non esiste, e sarà solo quando.. sarà domani. Il senso del tempo è uno dei caratteri distintivi del sapere umano, una categoria necessaria, anche se fisicamente relativa, poiché di assoluto, di sciolto-da-ogni-altro-ente il tempo nulla possiede. Mentre penso, scrivo, immagino te gentil lettore che apri questo sito, so che accadono cose i cui vettori causali non conosco, né controllo, e questo può perfino darmi l’angoscia di cui scriveva Kierkegaard, l’angst, una sorta di apnea esistenziale che prende l’uomo cosciente del suo limite terreno, e lo spinge a gettarsi nell’infinito di Dio.

Non controlliamo quasi nulla delle nostre vite o, meglio, pochissimo, poiché il più è determinato dalla millenaria filogenesi dei cromosomi corsari che ci hanno condotto fin qui, e dalle condizioni ambientali in cui questi cromosomi nel tempo si sono incarnati, e dall’educazione ricevuta dall’ultima “incarnazione” come sono io, che sei tu, caro lettore, che siamo tutti, esseri umani, animali, animati, viventi. E pure le pietre hanno una storia, più arcaica della nostra, ma apparentata ad essa.

Guardando i volti delle persone che incontro, conosco, sfioro per le strade, i luoghi di lavoro, le stazioni, gli aeroporti, intravedo in lontananza e in chiaroscuro le tracce di traiettorie esistenziali uniche e irripetibili, provenienti da plaghe più o meno lontane, fino all’incrocio con la mia vita. E stasera guardavo la ragazza pronta all’uscita amical del sabato, alta e slanciata, figlia mia quasi in copia, proveniente, lei pure, dall’abisso cosmologico del tempo e proiettata oltre la mia vita, e ho pensato “che bello”, in realtà siamo immortali con la nostra progenie che ci supera e noi che abbiamo costituito l’anello tra i nostri genitori e i figli che abbiamo messo al mondo. Genitori e figli per sempre, coppie umane non per sempre, talvolta. La dimensione orizzontale dei rapporti umani è a rischio, quella verticale invece è più forte di ogni volontà soggettiva, perché garantisce la specie.

Pensieri lasciati allo scrivano che sono mentre la sera sta calando su noi, in questa plaga severa del Nordest, io scriba 2.0 del ventunesimo secolo, emulo dei predecessori egizi ed ebrei, allievo dei Padri antichi della filosofia e della chiesa, amanuense tecnologico e gutemberghiano, uso alla tastiera del tablet e del pc, io scrivano, autore di testi che utilizza parole e frasi, retorica e stile, secondo la lunga tradizione della scrittura occidentale.

Erano le luci del pigro e dolce tramonto settembrino che mi hanno suggerito di scrivere, e ora il buio della sera che viene mi dice di contemplare l’ennesimo giorno che se ne va nell’altrove.

Il paese delle mele

Echeggiando quasi il titolo di un vecchio film, che vedeva protagonista la allora giovanissima Sophie Marceau, iersera mi sono trovato a ricordare una amica scomparsa, anziana e intelligentissima, un’insegnante, una “maestra” vera di vita e di studio, nell’accezione più alta e aristotelica del termine, Marcella da Pantianicco, il “paese delle mele”. Il tempo delle mele è quello della gioventù, della scoperta, dei primi palpiti del sentimento amoroso, ma il paese delle mele è un locus animae, in mezzo alla campagna silenziosa delle Terre di Mezzo. Ne ho parlato così, a un pubblico attento, partecipe del ricordo e della memoria vera di una grande donna del Friuli.

Come vedete, se pure arrivato in ritardo per qualche mio limite attuale,  ho aderito molto volentieri a questa iniziativa che ricorda la carissima amica Marcella Cisilino, cui mi ha invitato Marisa Loszsach.

Ho conosciuto Marcella non molti anni fa, forse una quindicina, in occasione di un incontro culturale, e da quel momento si è creata una corrente empatica… e di un comune sentire su molte cose, che mi piace chiamare consentaneità, parola molto cara a un papa ingiustamente un poco dimenticato, Paolo VI.

Prima di tutto, quindi, come sempre accade nelle relazioni, vale la qualità della relazione stessa, non la frequenza e la quantità.

In seguito vi sono stati diversi incontri e dibattiti che ci ha visti compresenti, come quelli del Club Unesco di Udine, cara professoressa Capria D’Aronco…

E incontri a due, cui Marcella mi invitava per un aperitivo condito di argomenti sempre nuovi, in un tempo di banalizzazioni e di stereotipie mediatiche abbastanza infame.

Se dovessi dire tre termini che possono sintetizzare, a mio parere, il modo d’essere di Marcella, direi: curiosità inesauribile, onestà intellettuale, originalità nella ricerca, sui campi che la interessavano, ad esempio la musicologia, oltre alla saggistica, alla didattica e all’educazione dei ragazzi.

La curiosità si manifestava nella sua capacità di ascolto, oggi merce molto rara, e di interloquire con garbo sulle varie questioni, mai indulgendo alla vieta tuttologia oggi tanto di moda in tv, sul web e nelle occasioni socio-politiche della scena mediatica. Marcella avrebbe scosso la testa desolata ad ascoltare un Di Maio, cucciolo aspirante politico, e ora candidato a guidare il governo dal suo partito!, inventato ieri da un comico, confondere capitali di nazioni, date storiche e dire altre poco memorabili facezie, o il buonismo di certe cariche istituzionali (la terza magari, senza fare nomi?) che pretendono di farci allievi dei migranti come stile di vita… mentre mio padre emigrante per lavoro in Germania diventò un po’ tedesco, per modo di dire, ma restando friulano nel profondo, così come il senegalese deve rispettare le leggi italiane “diventando un po’ italiano”, ma restando senegalese nel profondo, finché il tempo delle generazioni future avrà fatto il suo corso.

Questa è la natura delle cose in un’antropologia sana.

O, aggiungo questa ultima, sempre immaginando Marcella in ascolto dell’avvocatessa campana che dice “i migranti forse non sanno che non devono stuprare (con un sottinteso pensiero di antropologia culturale che ammette lo stupro in quanto costume locale introiettato e piega un’etica elementare di rispetto della vita umana e della sua integrità, in nome di mere consuetudini arcaiche e tribali)”. Sarebbe come se noi friulani chiudessimo un occhio sulla quantità inenarrabile di incesti avvenuti fino a pochi decenni fa anche in nostre plaghe, forse discoste dai centri principali, ma sempre “nostre”.

L’onestà intellettuale di Marcella si manifestava nel suo radicale rifiuto di parlare di cose che non conosceva o di interloquire con chi le conosceva premettendo sempre un “forse”, oppure “non potrebbe essere che…”, o ancora “scusa se mi permetto, ma a me pare che…”, con un garbo gentile e nello stesso tempo naturalmente autorevole. La sua credibilità infatti si fondava su una fondamentale umiltà, che però non scivolava mai nella vieta falsa modestia, malattia morale molto diffusa in giro. Un esempio: so di persone abbastanza in vista a livello pubblico, che si sono scritte addosso un’autobiografia, dicono loro… spinti a farlo da amici che “dai scrivi qualcosa di te che hai fatto tante cose nella vita, dai…”, e ho in mente laici, e anche chierici, senza che ciò mi meravigli più di tanto. Infatti non penso che un sacramento in più dia la virtù, ma la penso come Aristotele e Tommaso d’Aquino, cioè che la virtù si nutre di comportamenti buoni, sani e costanti nel tempo, con l’aiuto di Dio, se si crede. La virtù è un “abito morale”, un costume buono consolidato nell’intelletto e nella volontà.

L’onestà nella ricerca di Marcella è misurabile nei suoi scritti. Io ho avuto da lei in dono, ad esempio, una originalissima e completa, anche se sintetica, Storia della notazione musicale, in cui lei spiega con poche essenziali didascalie e molti schemi la nascita della notazione musicale e del ben conosciuto pentagramma, nel plesso mediterraneo a partire dai modelli dei Greci. I Greci poetavano cantando e accompagnandosi con strumenti a corda, sia nella lirica sia nella tragedia con l’uso del coro. L’agile volumetto tratta poi dello sviluppo della notazione nella musica sacra, a partire dal Canto gregoriano (VI secolo d.C.) e dall’arte trobadorica italo-francese. Se si può dire un nome di quei tempi facciamo quello del probabile inventore del sonetto, Guido d’Arezzo.

Essendo poi io da un dodicennio il curatore dell’Agenda Friulana dell’editore Chiandetti, abbiamo ospitato almeno un paio di volte Marcella con suoi saggi di musicologia dedicati a stili e argomenti più vicini alla modernità.

E, da ultimo, permettetemi di dire una cosa: una decina di anni fa Marcella mi avvisò che si stava organizzando il Premio nazionale di poesia dedicato a Gioia Turoldo Malnis, nipote del padre David Maria. Lo vinsi con un sonetto che vi leggerò, dedicandolo qui ora a lei, che certamente ci ascolta da qualche “dove” Dio vuole.

Il titolo è: Mi sono familiari i lupi scuri

 

(lo trovate da qualche parte in questo sito, più indietro)

“…gli immigrati forse non sanno che non debbono violentare” (terrificante frase pronunciata da una avvocatessa a Salerno)

Leggo stamattina questa incredibile frase pronunciata, sembra, dall’avvocato Carmen Di Genio del Comitato delle Pari opportunità di Salerno. E’ talmente assurda, stupida, illogica, cognitivamente improbabile che mi sono sentito di mettere quel “sembra”, poiché un essere umano, femmina, laureato in giurisprudenza, italiano, non dovrebbe poter pronunziarla, e neppure pensarla. Siamo al di là di ogni ordine naturale di ogni genere e specie del linguaggio umano. Siamo al belluino pre-morale che, guardando l’abbigliamento beige, sobrio ed elegante dell’avvocatessa, non mi sembra appartenerle. Ma al modello culturale radical chic oggi è tutto concesso.

Se la frase, così come pronunciata, stava dentro un contesto, come si dice, anche questo non la manleva della sua pericolosissima gravità di messaggio mediatizzato. E non serve che vada giù l’eroico Gasparri a protestare, basta togliere questa signora dal ruolo e farla blaterare in circoli privati, dove ci si allena ad approssimative discussione di antropologia culturale. Mi pare si tratti della stessa ideologia di quegli studiosi di tale disciplina, che confondono la plausibilità socio-antropologica dell’infibulazione come “cultura tribale” africana, con la sua ammissibilità sotto il profilo etico. E’ come dire che, siccome un fenomeno esiste avrà le sue “buone ragioni”, e morta là.

Non è così. Io non so che sottile ragionamento stesse svolgendo a Salerno l’avvocato Di Genio, ma so che per logica comunicativa e mero buon senso non si deve mai cedere a espressioni che lascino un minimo di ambiguità in tema di tutela della condizione umana. Può anche darsi che i “costumi naturali” machisti dell’homo africanus che ha inventato, con la complicità delle donne dominanti, la mutilazione dei genitali delle bambine, prevedano che il maschio stesso possa vantare un potere di predazione sulla femmina, qualunque e ovunque essa si trovi, ma questo non può essere ammesso neppure come ipotesi legata a un’ignoranza “naturale” dei diritti umani, che sono inviolabili, quell’avvocatessa potrebbe dire “secondo le conquiste della nostra etica e della nostra cultura”. Certo che sì, ma non basta. A chi violenta perché lo ritiene un suo diritto, come si è visto fare con facilità anche in Italia nell’ultimo periodo, e come è accaduto la notte del Capodanno di un paio di anni fa a Colonia, bisogna innanzitutto “fermare le mani” e gli altri organi interessati, in qualsiasi modo, anche con le cattivissime, poi giudicarlo e punirlo e, se non pentito e convinto di avere compiuto un’azione malvagia, ricacciarlo oltremare con un biglietto di sola andata. D’accordo presidenta Boldrini, o ha dei dubbi in proposito?

Stiamo vivendo un periodo di grande confusione culturale e morale, ma soprattutto, come ho scritto già più volte, di grande crisi cognitiva. E’ il pensiero che comunque domina l’agire umano, se non vogliamo scendere la scala evolutiva dell’ominazione percorsa in un paio di milioni di anni. Non si può che tornare al valore del pensiero, per migliaia di anni espressione profonda e misteriosa dell’organo che presiede primariamente all’evoluzione, il cervello. Nell’ultimo periodo troppo spazio è stato dato all’emozione sentimentaloide del “sentire”, a una sorta di “etica dell’emozione”, che spesso ha prevalso sulla ragione, rompendo la feconda endiadi che corrobora l’una con l’altro, la ragione con il sentimento. Complici i nuovi media, l’uomo contemporaneo ha lasciato spesso in un angolo la facoltà del pensare, sostituendolo con quella del mero “sentire”, che ha in comune anche con i cugini animali. L’eguale dignità tra tutti gli umani non deve fare dimenticare le irriducibili differenze tra i singoli e tra le culture, che non vanno rimosse, ma studiate, non per uniformarle a standard astratti, ma per renderle umanamente compatibili.

Per questo la frase di Di Genio, è intrinsecamente sbagliata e fuorviante, qualsiasi sia stato il contesto in cui è stata pronunziata.

“Lavoro” e “posto di lavoro” sono la stessa cosa?

Caro lettor del sabato,

qualcuno pensa che i due virgolettati del titolo siano sinonimi, ma non lo sono. Il concetto di “lavoro” si riferisce espressamente all’operare dell’uomo per acquisire materie prime, trasformarle e creare tutte le attività di servizio e di ricerca che rendono il lavoro stesso vendibile per la vita umana in generale e per creare reddito aziendale; il concetto di “posto di lavoro”, invece, si riferisce alla struttura organizzativa di un’azienda o di un ente, che prevede posizioni, ruoli, mansioni abbastanza precise.

Secondo una logica elementare dovrebbe essere il “lavoro” a creare le condizioni di un “posto di lavoro”, ma questo è vero soprattutto dove l’economia d’impresa è di tipo privatistico, e fa i conti ogni giorno con costi e ricavi, essendo obbligata a fare sì che i ricavi siano sempre maggiori dei costi, pena la fine certa dell’impresa stessa che non può essere sovvenzionata in deficit, anche se a volte questo è accaduto per ragioni di carattere occupazionale, con costi ingenti per la collettività.

Anche il lessico, il glossario che caratterizza il mondo dell’economia privata è diverso da quello che caratterizza l’ente pubblico. Nell’azienda privata, quando si intende descrivere i “posti di lavoro” tenendo conto delle linee gerarchiche, si parla di “organigramma”, che viene anche definito, stampato e reso ufficiale all’interno e verso clienti e fornitori, nonché per il sistema di qualità e di sicurezza del lavoro. Ma “organigramma” non significa imbalsamazione della struttura operativa, bensì sua delineazione dinamica, sempre modificabile.

Nell’ente pubblico, invece, si parla ancora di “pianta organica”, fatta di caselle da riempire di nomi di persone assunte solitamente per concorso. Nel pubblico, se la “casella” resta vuota per pensionamento o dimissioni (rarissime), bisogna riempirla, altrimenti il lavoro assegnato a quella “casella” non si fa, almeno per un po’ di tempo. Invece nell’azienda privata, se viene anche improvvisamente a mancare un lavoratore in una mansione, si cerca immediatamente di rimediare, cercando una figura di backup (sostituto) tra i dipendenti, operazione non difficilissima, perché le aziende moderne hanno di solito una matrice delle poli-competenze di tutti i collaboratori, e quindi la possibilità di sostituire chi manca inopinatamente con risorse interne già abbastanza formate o, in ogni caso, è in grado di provvedere a una rapida riqualificazione di personale particolarmente duttile e flessibile.

Ecco che  a questo punto comincia a delinearsi la differenza concettuale profonda tra “lavoro” e “posto di lavoro”, là dove il secondo presuppone sempre il primo, non viceversa. Il lavoro deve essere individuato come quantità e qualità del processo operativo, sia se si tratta di attività diretta (operaia, alla faccia di chi pensa che il lavoro manuale stia scomparendo), sia che si tratti di lavoro indiretto, impiegatizio, tecnico o di coordinamento di altre persone.

Quando i carabinieri negli anni ’80 scoprirono che nella sede centrale nazionale dell’Inps a Roma vi erano più cartellini, cedolini paga che posti di lavoro e quindi lavoro, si capì benissimo la non coincidenza dei tre concetti. Lì, con la complicità di direttori centrali e generali, si era creata una pastetta di connivenze che aveva portato la situazione ad essere così deforme, abnorme, truffaldina, sia nei confronti dello Stato, sia nei confronti dei cittadini utenti, lavoratori e pensionati. Si fece un repulisti, ma evidentemente non è bastato perché nei decenni successivi abbiamo assistito a fenomeni di tutti i colori, specialmente di assenteismo patologico e a imbrogli sguaiatamente evidenti, come la timbratura fasulla di cartellini presenza.

Chi pensa che il lavoro coincida con il posto di lavoro può essere tentato di imitare quei cattivi lavoratori del pubblico impiego che con il loro inqualificabile comportamento hanno rischiato di screditare la stragrande maggioranza dei tre milioni di colleghi che invece lavorano coscienziosamente.

In un’attività di direzione del personale nella più grande azienda friulana, la Danieli, dove ho operato a metà degli anni ’90, mi è capitato di porre fine a una vertenza onerosissima provocata da un dipendente infedele, che si assentava per gli affari suoi durante l’orario di lavoro, e l’aveva avuta vinta davanti al giudice, con un costo aziendale più che decennale che qui mi fa pena citare. Le prove della sua infedeltà non avevano convinto il giudice che aveva condannato l’azienda a retribuirlo comunque, non avendo l’azienda stessa accettato la reintegra del dipendente (7° livello metalmeccanico da 2 milioni e settecentomila lire nette al mese), ex art. 18 della Legge 300/70 Statuto dei diritti dei lavoratori. Posi fine a quella vergogna con una transazione tombale di non poco conto, dopo aver informato la Presidente dell’azienda. Mi turavo il naso mentre firmavo dall’avvocato il verbale di conciliazione. Mi vergognavo per l’imbroglio riuscito ai danni dell’azienda e di tutta la comunità di chi vi lavorava.

Due esempi che spiegano bene come il “posto di lavoro” deve sempre essere riferito a “lavoro” vero, non inventato, truffaldino o fasullo come in certi casi, perché allora non si tratta di un “posto di lavoro”, ma di inganno, infedeltà, slealtà verso gli altri e di tradimento dei più elementari sentimenti etici di giustizia.

Come il sole riflesso sulla superficie cangiante del mare

A pagina 203 del suo ponderoso volume Platone 2.0, La rinascita della filosofia come palestra di vita, edito quest’anno da Mimesis, il mio amico Giorgio Giacometti, filosofo (posso dire?) neo-platonico contemporaneo, e studioso di Schelling, propone questa bellissima frase-verso, che riporto qui sopra nel titolo, a un suo interlocutore ospite di sedute di filosofia pratica. Si tratta di un piccolo industriale disorientato che ha confuso, o con-fuso per tutta la vita azienda e famiglia, facendo della seconda, in sintesi, una parte della prima: famiglia e azienda quasi indistinguibili, per cui sono nati problemi, incomprensioni, crisi, separazioni. La meravigliosa immagine del mare riflette uno stato delle cose, una condizione abbastanza comune nella vita personale e familiare degli esseri umani, specialmente di questi tempi sconvolti e disarticolati, che la cronaca ci fa pensare come i peggiori di ogni altro tempo, e invece è vero il contrario… forse.

La “superficie cangiante del mare“, quasi di montaliana memoria (cf. “Meriggiare pallido e assorto (…) osservare tra frondi il palpitare/ lontano di scaglie di mare …”), rappresenta con la metafora “scaglie” l’immagine dell’indefinibile mutazione e andirivieni delle onde sulla superficie della sconfinata distesa d’acqua di un mare o addirittura di un oceano, immisurabili e imprendibili, come le gocce della pioggia, come i raggi del sole e il mulinìo del vento novembrino.

Cangiante è  termine aulico per cambiante, quest’ultimo participio presente sgradevole all’udito, mentre la sua versione “alta” fa tanto lemma poetico e, come spesso capita, poietico, cioè costruttore di un qualcosa, e forse distruttore d’altro. Cambiare, oggi si deve cambiare, in organizzazione aziendale vi è la teoria del change management, della gestione snella (lean), efficace, della leadership situazionale, dove anche gli organigrammi possono venire scon-volti da un’idea nuova, più brillante ed efficace della linea guida precedente. Solo che in azienda e in economia il cambiamento produce disorientamenti momentanei, modifiche organizzative e un “dolore” personale controllato, o comunque controllabile, soprattutto nel caso di una perdita di posizione o del posto di lavoro stesso: in altri contesti, invece, il cambiamento può essere più doloroso perché più legato ai sentimenti e alle emozioni. Nelle vite individuali a volte càpita questa fluidità sofferente, questo scorrere delle cose, che dipende solo in parte dalle volontà singole. Secondo il pensiero di Baruch Spinoza e anche di un mio amico ristretto in vinculis, “tutto si tiene”, cioè accade, anche inopinatamente, anche contro le convenzioni, le leggi, i contratti, perché più forte, più potente, in definitiva, più umano.

Si pensi all’innamoramento e a tutto ciò che gli è connesso. Scaglie di mare, cangianti scaglie di mare. Onde, increspature del grande oceano della vita, come nel film di Andreij Tarkovskij, Solaris, dove c’è un “oceano che pensa” o, direbbe sant’Agostino, un “pensiero come oceano“. E io dico che il pensiero è più grande di ogni oceano, perché è il dialogo dell’anima con se stessa (Platone), flusso dell’immenso, ché in una frazione infinitesima di secondo arriva fino ai confini dell’universo a quattordici miliardi di anni luce.

E, in questo turbinare della vita, dove sta la morale ordinaria? dove le convenienze? dove i convenevoli? Non al centro, ma a lato, con il rispetto dovuto. Più forte è la vita, che vince sempre come nelle musiche di Haendel, ascolto ora il Dettinger Te Deum, nel pomeriggio settembrino, mentre la luce dell’autunno veniente taglia di traverso i rami dell’ulivo e la siepe di bosso che divide da un prato il mio giardino.

Il mio sguardo si perde verso le alte cime degli alberi del parco delle Risorgive, in attesa che venga l’ora del bicchiere di vino con big Mario, all’osteria dell’angolo qui vicino, per darci il tempo di racconti e di memorie, tra silenzi che scendono tra le parole. Tutte preziose, tutte pesate dall’esperienza, a volte dure, ma mai volgari, comprensive e settarie nello stesso tempo, ché l’incazzarsi è sano come ogni segno di vita, sempre che sia ben diretto, e non ingiusto a colpire anime innocenti, che sono anime salve.

Oh voci del coro potente, o trombe, ottoni dal suono di cristallo, ascoltate il canto dell’anima mia.

el caballero andante

soy yo, sono io, e l’espressione può essere considerata sia in friulano sia in spagnolo, perché si pronuncia allo stesso modo, e ci sono solo le ypsilon a rendere diverse le parole. Il sintagma è cervantesco, ché il grande Miguel l’ha usato spesso para el ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha (Alonso Quijano) che andava eroicamente per le terre di Spagna a render giustizia a uomini e donzelle, in un racconto epico e picaresco.

Ognuno di noi è un cavaliere, più o meno consapevole, che se ne va nel mondo, anche se magari non a salvar donzelle, bensì a cercare ogni giorno la propria strada, il sentiero da percorrere, affrontando la propria fatica, i dolori e le gioie.

E così andando fa incontri, con un tal Sancho Panza che fedelmente lo segue e lo serve, e con una miriade di altri umani e non-umani, castelli, animali, contrade, cieli diversi e corsi d’acqua, boschi e distese di campi coltivati a perdita d’occhio, montagne inaccessibili e dolci colline all’orizzonte. Si ferma e riparte, entrando in città e villaggi, uscendone di primo mattino, senza nostalgia, rivolto all’altrove, e così ogni giorno, settimana, mese, anno… Lui va, el caballero andante. Va anche senza sapere precisamente dove il suo incedere e la sorte lo porteranno ogni giorno, muovendosi dall’alba al tramonto, instancabile. Io, tu, noi andiamo.

Il vento della Sierra a volte gli fa compagnia verso sera, consigliandogli di cercare un rifugio, una locanda dove fermarsi a riposare, dove impastoiare Ronzinante e la cavalcatura asinina di Sancho. Insieme hanno imparato a viaggiare, supportandosi e sopportandosi (tanto, è la stessa cosa), ascoltando e comprendendo anche gli umori delle due fedeli bestie che li accompagnano per le strade e nei perigli d’ogni dì che viene e che passa.

Don Quijote osserva in lontananza l’orizzonte, scruta le nuvole e gli slarghi di cielo sereno che si alternano, mentre animali bradi si stagliano sul crinale delle basse colline inaridite. Di tanto in tanto i due viandanti si scambiano qualche parola, nell’essenzialità dei discorsi. Il silenzio fa loro buona compagnia per lunghi tratti del tortuoso cammino, che scavalca vallate profonde e pianure ondulate, incontrando corsi d’acqua e fontanili, stagni e laghetti, dove le anatre selvatiche e uccelli di passo trovano ristoro e cibo.

Il senso del viaggio non sempre è presente nelle loro menti, perché a volte le domande che ci si fa vivendo non hanno proprio risposte. Le risposte sono i pensieri che vengono, gli atti compiuti. El caballero andante

« Viveva, or non è molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un hidalgo di quelli che hanno lance nella rastrelliera, scudi antichi, magro ronzino e cane da caccia. »
« Toccava i cinquant’anni; forte di corporatura, asciutto di corpo, e di viso; si alzava di buon mattino, ed era amico della caccia […] Negli intervalli di tempo nei quali era in ozio (ch’eran la maggior parte dell’anno), si applicava alla lettura dei libri di cavalleria con predilezione così spiegata e così grande compiacenza, che obliò quasi interamente l’esercizio della caccia ed anche l’amministrazione delle cose domestiche. »

 

Lui ama Aldonza Lorenzo, che nella sua fantasia diventa la nobile dama Dulcinea del Toboso. E si batte contro dei frati che pensava fossero rapitori di una dama biscaglina, e contro un gregge di pecore e contro i mulini a vento. In una zuffa dove comunque prevale, viene anche picchiato al punto che gli saltano due denti: il che gli farà dire:

« Se mai quei signori volessero sapere chi è stato il valoroso che li ha ridotti a quel modo, vossignoria dirà che è il famoso Don Chisciotte della Mancia, il quale con altro nome si chiama il Cavaliere dalla Trista Figura. »

 

Trista nel senso di severa, tutta compresa delle cose da fare nella vita, dei doveri di un gentiluomo che non può mai deflettere, mai transigere a qualsiasi costo.

Per la sua sepoltura furono composti molti epitaffi tra i quali quello di Sansone Carrasco:

 

Giace qui l’hidalgo forte
che i più forti superò,
e che pure nella morte
la sua vita trionfò.

Fu del mondo, ad ogni tratto,
lo spavento e la paura;
fu per lui la gran ventura
morir savio e viver matto.

 

Meglio forse la vita di Alonso Chisciano, che visse da matto ma fu veramente, che tante vite gettate nel nulla dell’avere possedendo oggetti  e non la libertà.

L’aquila, il lupo e… altri animali

Quando mi installarono il primo indirizzo e-mail circa vent’anni fa, Marco mi chiese il nome dell’account e in un nanosecondo dissi “eagle”, aquila, ché da sempre era l’animale cui mi con-sentivo, perché vola alto e lontano, perché è solitaria e poggia le sue zampe e costruisce i suoi nidi su sporgenze rocciose impervie e all’uomo inaccessibili. Il becco adunco e lo sguardo la rendono dolcemente grifagna, un po’ come mi sento io. Dolcemente grifagno di volto, malinconico e auto-trascendente, e a volte criceto impazzito. Ché io mi son mosso in questi anni un po’ come il piccolo roditore gradito in tante case, forse troppo, ma non insensatamente. Ora è forse preferibile seguire le tracce e l’esempio dell’aquila e del lupo.

Il lupo. Il lupo vive in branco e “fa squadra” assai meglio degli esseri umani, uccide solo cosa e come gli serve per mangiare, non di più, non di meno, è sobrio e razionale nella sua istintualità, resistente e prodigo nel suo agire con e per i compagni di branco, lungimirante e determinato nella caccia e nella protezione del gruppo.

Aquila e lupo, vi ammiro, come ammiro le api e le formiche che lavorano indefessamente, le prime per loro stesse e anche… per noi, le seconde per loro stesse e anche per la terra, e quindi anche per noi, ossigenandola e traforandola.

L’aquila abita le nostre montagne dal Colovrat al Cavallo, nessun anfratto le è sconosciuto. Ricordo il racconto dell’aquila nel romanzo di Italo, quello della sua vita di allevatore di mufloni sul Monte Pala, quasi trent’anni fa. Italo aveva visto l’aquila planare possente nella radura a prendersi un pezzo di capriolo già ucciso, da portare su su verso la cima di uno dei monti della fascia prealpina, forse il Raut o il Cornaget, o forse il Resettum. Montagne che in parte si affacciano alla pianura, in parte nascondono i loro spalti tra valli poco frequentate, intatte, silenti, eloquenti come i ruscelli che sgorgano dalle rocce primitive della loro potenza. E l’ho vista, l’aquila anche sul nostro sommo Coglians, volteggiare a tremila metri ad ampi cerchi concentrici e poi scomparire dietro la cresta della Chianevate possente.

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Il lupo no, non l’ho mai incontrato, mentre la lince e lo sciacallo sì, non l’orso meritevole di rispetto, ché lui gira per i nostri boschi montani in cerca di vita, dalle Valli favolose del fiume smeraldino alla Carnia profonda, trasmigrando dalle foreste immense della grande Slavia. Occhi furtivi e attenti guatano le ombre del bosco, e può essere lui, molto più forte di te, che ti osserva camminare e ti evita, ti evita l’imbarazzo dell’incontro.

Non cerco questi temibili animali della foresta, so che ci sono e son contento stiano nei luoghi che sono stati creati per loro, ispirandomi con la loro misura, con la loro riservatezza animale, così ammirabile rispetto a certi comportamenti umani.

Dell’aquila non temo la forza, perché orientata ad altro, non ad aggredirmi, anche perché forse “sente” nel suo modo misterioso d’essere, che apparteniamo allo stesso essere e all’essere stesso, che non sono la medesima cosa.

Attendo il tempo di poter frequentare di nuovo i sentieri del lupo, e di alzare lo sguardo agli immensi spazi che ospitano il volo del grande rapace.

Peraltro ho un nome “ri-natus”, cioè colui che rinasce, messomi in autonomia da Pietro, mio padre, che contravvenne agli accordi presi con Luigia, mia madre, di chiamarmi Marco. E io sono ri-nato più volte nella mia vita o, come dice l’Arrigo del calcio, ho amato molto le ri-partenze, che mi sono finora sempre riuscite. Ho scritto qui e altrove che mi piacciono gli start up, le in-venzioni, il trovare e far partire cose sempre nuove, lasciando poi ad altri la gestione dell’ordinario, che richiede pazienza e manutenzione. Io ho pazienza, ma quella che aiuta a sopportare le avversità e anche il dolore, pare, non quella della ripetitività quotidiana.

La mia è una pazienza inquieta, come il cuore di sant’Agostino, che non trova pace se non in Lui, ma come tutti noi esseri umani, peraltro. E, secondo san Girolamo, come anche le api e le formiche, l’orso e lo sciacallo, la lince e il grande cervo che bramisce, l’aquila e il lupo. Nella vita che viene per tutte le creature, per le quali “laudato sii, mi Signore”.

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