Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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I ragazzi del ’99

Caro lettore,

nonno Dante, papà di mia mamma Luigia mi raccontava del Piave e della vittoria, dopo la rotta di Caporetto nell’ottobre del ’17. Lui era stato prima sul fronte del Carso e dell’Isonzo, nella Terza Armata, nel fango e nel freddo, nella sporcizia, nel dolore e nella paura di non farcela. Poi ce la fece se son qui a raccontarla. Come ce la fece mio padre Pietro in Grecia e Albania nel ’41-’43, se son qui a raccontarla. I racconti del nonno, tra una sigaretta rollata di trinciato forte e una carezza delle sue mani nodose, erano epici. L’odore del suo fumo si confondeva con il fumo degli scoppi delle granate, nella mia immaginazione bambina.

E ogni tanto cantava canti di trincea, strascicando le vocali alla furlana, dimenticando parole e con gli occhi un poco lucidi. Lui era un ragazzo del ’94, e quando il generale tedesco von Below sfondò a Kobarid e sul Kolovrat, aveva ventitré anni, era un vecjo tra i fanti che dovettero fuggire oltre il Tagliamento e di là del Piave. Non so se partecipò alla battaglia di Codroipo o fu tra quelli che passarono il grande fiume più a nord, verso Cornino. Non me lo disse o non lo ricordo.

Era bello sentire i suoi racconti, più sintetici di quelli di mio padre, che amava indugiare in un’affabulazione straordinaria, ma anche nonno Dante la sapeva raccontare. E mi disse anche di quando furono precettati i ragazzi del ’99, molti dei quali non avevano ancora compiuto diciotto anni. All’inizio furono chiamati circa 80 000 giovani del ’99, da gennaio ad aprile del 1917, a cui venne impartito un frettoloso addestramento militare, e in seguito altri 160.000 e altri ancora entro il luglio dell’anno stesso. I primi arruolati vennero inviati al fronte solo a novembre del ’17 e in seguito gli altri. La scelta di chiamarli alla guerra si rivelò molto importante per gli esiti delle ultime battaglie, al prezzo di sangue e di morte che possiamo immaginare. Essi combatterono sul Grappa, sul Montello, sul Piave, a Vittorio Veneto, fino alla fine, ottobre 1918. In molte città italiane vi sono vie o piazze dedicate alla loro memoria, e trovo nei cimiteri dl Friuli, dove amo indugiare, molte loro lapidi.

Nel suo discorso di fine anno il Presidente Mattarella ha fatto un parallelo tra quei “ragazzi” e i loro omologhi di cent’anni dopo, quelli del 1999, che andranno a votare per la prima volta alle elezioni politiche del 4 marzo prossimo. Diciottenni cui la Patria cent’anni fa chiedeva anche la vita, e diciottenni cui questa “Patria”, chiamata dai più “paese”, chiede un voto, possibilmente documentato e responsabile. Che sia stata quella di un secolo fa una generazione sfortunata, vien da dire in modo ordinario, e quest’ultima? E’ più fortunata? Certamente oggi nessuno chiede a questi ragazzi il sacrificio della vita, ma che cosa li aspetta domani?

Quei ragazzi italiani impararono a conoscersi nel fango delle trincee, mentre questi si messaggiano sui social. Che abissale differenza! Che cosa fecero dal 4 novembre 1918 in poi quei nostri nonni e bisnonni, trovarono lavoro, ebbero garanzie dal Regio Governo, dal Re Vittorio? Non risulta. Tornarono a casa e affrontarono un dopoguerra durissimo, per molti tragico, di miseria e abbandono, come sicché la Storia d’Italia prese la piega che tutti conosciamo.

Possiamo dire che i nostri diciottenni sono più fortunati? Mi pare di sì, ma sarebbe opportuno che glielo si dicesse, senza intonare inni di gloria e di lode, ma per renderli consapevoli che comunque loro sono nati in una democrazia, se pur imperfetta come ogni opera umana, e sono tutelati da una nobile Costituzione. Questo è utile, anzi indispensabile che sappiano bene, mentre invece nessuno glielo spiega, neppure la scuola che ha abolito l’educazione civica e non insegna la storia contemporanea, preferendo la multiculturalità, certamente da conoscere, ma non senza sapere nel contempo chi si è, da dove si viene, che nazione siamo e che storia ci ha permesso di essere qui come siamo, in mezzo a mille problemi, ma anche con altrettante potenzialità. A volte, i nostri ragazzi sono come ignari, muti, afasici, resi scettici dai mass media. confusi.

Il richiamo del Presidente, affinché non suoni retorico, deve trovare echi e spiegazioni opportune nei luoghi deputati: famiglie, scuole, università, mezzi di comunicazione, società tutta nelle sue articolazioni e manifestazioni vive.

 Altrimenti tutto sembrerà occasionale e stantio, come molte delle parole che la politica attuale usa, in una stanca coazione a ripetere. Ognuno sul suo faccia qualcosa per i nostri, con la parola e con l’esperienza, per alimentare una ragionevole speranza di futuro.

 

 

Estetica ed estetismi, alla ricerca della bellezza come verità… e viceversa

A volte si confonde, discorrendo, la dimensione estetica con i vari estetismi, compiendo un errore concettuale, ma anche eticamente rilevante, e madornale.

Infatti l’estetica è uno sguardo sull’essere delle cose, nientemeno, e viene -logicamente- prima dell’etica, che è uno sguardo profondo sul bene e sul male presenti nell’uomo e nel mondo.

Aristotele insegnava che la conoscenza intellettuale parte innanzitutto dalla manifestazione delle cose alle facoltà percettive umane, dall’àisthesis, e non può che essere così: è l’evidenza delle cose che mi dice la loro verità, a eccezione di cose che sono talmente distanti da non poterle direttamente percepire con i sensi, ma so che esistono, poiché chi me ne parla è degno di fede. Inoltre, per Aristotele, diversamente che per il suo maestro Platone, il quale diffidava dell’arte come copia di copia (della natura), anche l’arte -intendendosi qui le arti figurative, soprattutto- poteva manifestare una realtà vera, perché fondata sull’imitazione della natura stessa.

L’estetica è dunque la manifestazione dell’essere delle cose, assumendo però nel contempo anche un’accezione riguardante la loro armonia.

L’estetica è un sapere fondativo, come parte della scienza dell’essere, ma oggi viene generalmente considerata come un’attenzione mera alla bellezza esteriore -digitare sul web il termine per credere- estrinsecata nelle immagini proposte dalla rete, dove vi è un profluvio di belle giovani donne, di procedure di trucco del viso, di fitness, cioè di attività legate all’estetismo.

E ciò è fuorviante, poiché nel momento in cui questa accezione viene travolta dagli eventi normali della vita, come l’invecchiamento, la malattia, incidenti e infortuni, o altro di doloroso e spiacevole, che causano una modificazione del canone di bellezza acquisito e introiettato, ecco che va in crisi la stessa visione identitaria della persona, che non si riconosce più, o solo in parte, nella nuova immagine esteriore, che l’evento negativo ha causato.

Per questo è bene, è sano distinguere rigorosamente tra estetica ed estetismo, pena la confusione terminologica e logica tra concetti molto diversi e di differente pregnanza etica. Infatti, a mente fredda si sa che il corpo cambia in ragione di vari fattori ineludibili e, direbbe il solito maestro Spinoza, “necessari”, nel senso che non-cessano-di-essere, in quanto connaturali alle cose della vita umana e del mondo.

Anche se possiamo far risalire -come occidentali- alla civiltà egizia il culto estetico ed estetistico del corpo, con l’uso del trucco e la cura dei capelli, e alla cultura greco-latina l’uso della maschera teatrale, che modifica il pròsopon individuale, o l’identità, creando la persona, ovvero possiamo dire che solo nella contemporaneità, o forse in parte a far data dal suo inizio nel XVIII secolo, l’estetismo si è posto come una dimensione importantissima della vita della relazione umana.

E dunque oggi si pone con grande forza la questione del rapporto tra estetica e verità, tra modificazione artificiale e realtà sottesa, tra la pelle e il trucco, tra il colore dei capelli e la tinta, tra la struttura corporea atletica e giovanile e il cambiamento dovuto al tempo e alle vicende dell’esperienza del vissuto.

Dimenticare che l’estetica è la manifestazione dell’essere a qualsiasi età e in qualsiasi condizione si sia, ovvero scambiare la bellezza patinata delle riviste di moda e di fitness per manifestazione della verità estetica  è un errore gnoseologico e logico, e un non senso morale.

Ricordarlo è, invece, un segno di rispetto per ciò che si manifesta come vero, come reale-vero, e quindi degno di rispetto, cioè di essere guardato di fronte come buono e come bello: non è vero, infatti, che la bellezza si trova solo nella gioventù, poiché la bellezza è manifestazione di verità, la quale ci cerca, se la sappiamo trovare, ovvero si trova, se la sappiamo cercare, in ogni momento e condizione della nostra vita.

Lo sguardo profondo anche se talora malinconico di una persona anziana è esteticamente bello e importante come il corpo vigoroso di un atleta, del discobolo di Mirone, fai conto gentil lettore. E altrettanto vero, e dunque buono.

Un altro anno è andato

Nella conta degli anni il 2017 si sta per collocare in archivio. Un anno potente, crudele, da non rimpiangere. Per me. E anche, lo so, per molti.

C’è da essere sconfortati come sono di solito gli opinionisti che vanno per la maggiore nei quotidiani, cotidie scriventi e scrivono e non han molte altre virtù (da libera eco carducciana). E invece no.

Nonostante Trump e il suo essere più che presidente degli americani, tycoon di se stesso, falso e autentico nel contempo mentre il parrucchino e i denti gli si rinnovano a seconda della bisogna. Eppur è stato votato da metà votanti, quantomeno, e anche Michele Serra si è accorto, più gramscianamente che marxianamente, che i governati non son meglio dei governanti. L’uomo non si emenda per decreto, vivaddio! E’ una bella conquista, convincersi che l’homo novus è quello che siamo ogni giorno, pazientemente più vecchi e saggi, quando ce ne rendiamo conto, però, di essere ogni giorno più vecchi e saggi. Peccato che molta parte della sinistra politica, quella spesso maggioritaria qui da noi, abbia sempre pensato che il sol dell’avvenire appartenesse, non tanto alla pazienza delle riforme democratiche e sociali, ma a una palingenesi antropologica, lasciando alla destra -ovviamente- il culto dell’individuale arroganza, ma senza apprezzare molto, se non recentissimamente, l’irriducibile differenza di ogni soggetto da qualsiasi altro, dico, soggetto umano. Collettivismo senz’anima individuale. Non lasciamo alle destre l’apprezzamento della persona-individuo e la nozione di patria e di matria, perdio!

Le guerre sono lì, numerose, varie,  tutte crudeli, quasi innumerabili, non dichiarate, gli ambasciatori sono livree che non servono, sono mestieri imbalsamati per ruoli oramai finiti. Epperò servirebbero le ambascerie, eccome, se si capisse che non è questione di tecnica comunicativa, ma di buone relazioni, di sincera voglia di conoscere quell’altro lì, quello là, che di solito non capisco, e che talora aborro o addirittura -inspiegabilmente- odio.

Siamo in sette miliardi abbondanti sul bel pianeta  ancor pieno d’acque, e saremo –secundo el parer de li studiosi– dieci o undici tra mezzo secolo. Un chilo di carne di manzo richiede decine di ettolitri d’acqua per essere prodotto, forse che (nonne più congiuntivo) non sarebbe meglio utilizzare meglio la qualità nutrizionale dei cibi, piuttosto che la standardizzazione? E’ chiaro che lo standard riduce i costi… ma a breve, ché nel medio-lungo farà danni intuibili anche all’inclito. Cioè a me e a te, caro lettor, che pensavi fossi scomparso dall’etere. E come vedi stavo solo riposando un po’.

Pare che il terrorismo sia una dimensione endemica della storia umana. Accanto ai fatti di cronaca, noti a tutti, emergono ricordi di varia natura, come la cattura in Portogallo di uno dei responsabili della strage di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974. Ovvero, di Norbert Feher, alias Igor il Russo, dopo nove mesi di latitanza e una scia di sei o sette morti, che viene catturato in Spagna. Serial killer criminale comune determinato freddo spietato e terrorista perché terrorizza?

La salma di Vittorio Emanuele III torna in Italia da Alessandria d’Egitto su un volo di Stato, è ragionevole o no? Non condivido perché il giudizio storico sul re-soldato non può non essere severo, non foss’altro, ed è moltissimo, che per la firma delle Leggi razziali del ’38 e per la vigliacca fuga a Brindisi dopo l’8 settembre ’43. Va bene che riposi a Vicoforte accanto ad Elena, ma sarebbe stato meglio fosse tornato con mezzi diversi e privati.

La salute è il bene primo della vita, lo sentiamo dir fin dall’infanzia e quando questa vacilla temiamo, barcolliamo, teniam paura e chiamiam la mamma. Scherzo, ma non troppo, caro viandante della rete che indugi sul mio scritto. E dunque abbiamo da tenerla da conto, se pur sappiamo che non tutto, anzi forse un po’ poco, dipende da le nostre voluntadi. Ma basta che queste sien poste verso la cura positiva del corpo e dell’anima nostra, con passion e umilitade, e anche con la disposizione d’animo della preghiera all’Onnipotente Iddio che tutto vede e sa e contempla dal suo sguardo sine limite ullo.

Ambiente: vedere un orso polare che si accascia morente di fame è scena quasi inguardabile. Che cosa stiamo facendo alla Terra? Ce la faremo a capire, o almeno a comprendere che noi stessi siamo gli autori del nostro proprio destino terracqueo, almeno (o di più, perfino) come per quanto riguarda la nostra salute individuale?

Un altro fatto da mettere qui, non perché sia bello, ma perché ha una sua densità politica: il neo costituito governo -si diceva un tempo- clerico-fascista (ma è una dizione forse ingenerosa per il giovanissimo cancelliere democristiano Kurz) intende concedere la cittadinanza austriaca ai cittadini italiani tedescofoni  dell’Alto Adige o Sud Tirolo, che dire si voglia. Mi sembra faccia il paio con altre tendenze, non patriottiche, ma nazionaliste e patriottarde, ultimamente apparse in Polonia e in Ungheria, come se gli ex satelliti dell’URSS volessero affrancarsi dal passato stalinista diventando razzisti e fascistoidi. Bruttino, anzi brutto. In Italia non mancano i mentori di questa tendenza che spero venga sconfitta.

Leggo dopo anni di nuovo un libro bellissimo, Narratori delle pianure, edito da Feltrinelli nel 1985, autore Gianni Celati, che insegna lingua e letteratura anglo-americana all’Università di Bologna e quella italiana in Inghilterra, se non sbaglio. Che cosa c’entra il libro con questo piccolo riepilogo sull’anno che se ne sta andando? C’entra perché racconta, narra di cose piccole che avvengono o sono avvenute lungo il corso del nostro gran fiume Po, che è grande per noi italiani, ma è ben piccolo se comparato ai grandi alvei dei fiumi asiatici, africani, americani. Io che ho visto il Paranà a Rosario d’Argentina e il Dniepr nell’omonima città ucraina, lo posso ben dire.

Celati narra storie piccine, ma non per questo insignificanti, cosicché mi ha suggerito l’idea di imitarlo, per zittire il frastuono talora orrendo della cronaca. Partire a primavera, dedicandovi una settimana, in treno, lungo l’asta del Po, magari un poco più su, dal Cavallino o da Chioggia in laguna, in treno, con uno di quei treni locali che si fermano ovunque c’è una stazione. Un poco senza mete precise. E scendere, che so, alla stazione per Porto Tolle, alla foce, e poi a Porto Garibaldi, evitando Ravenna. Risalire fino a Adria e pernottare, per arrivare il giorno dopo a Polesella. E poi Ostiglia e Mantova. Qui sì fare una sosta per l’Alberti e Andrea Mantegna. E poi Mirandola, Viadana e Casalmaggiore. Un po’ in treno e un po’ con il bus. Pernottare quando vien pomeriggio e si deve decidere. E cenare in trattoria, cercando quelle che hanno le tovaglie e quadrettoni rossi e il vino sfuso, rosso però, Sangiovese penso, stante la zona.

Per finire nella Bassa milanese, ma senza toccar la metropoli, ché sarò a caccia di silenzi e di discorsi fatti sottovoce nei vicoli e fuori delle osterie, sotto i portici antichi delle cittadine di pianura.

Un libro che raccomando al mio gentil lettore.

Per lasciar perdere le “cose grandi”, i grandi problemi del mondo, della società e della politica, non perché non mi interessino più, ma per respirare di nuovo aria pura, l’aria pulita delle cose semplici, quelle che mi hanno visto crescere al paese strano “delle acque”, a Rivignano. I cortili, i richiami attutiti dalla distanza, il parlato a volte urlato e talaltra quasi un bisbiglio, onomatopea della riservatezza dei semplici, come mia madre, che parlava forte solo perché abituata da ragazzina ai rumori della filanda di Palmanova, dove l’avevano impiegata a tredici anni, prima di andare a servizio a Torino, nella casa avita del colonnello Torquato Vanzi, da Poggibonsi, ufficiale di cavalleria del regio Esercito Italiano in pensione.

Dormire in qualche locanda lungo il Po, e svegliarsi senza fretta per prendere il prossimo treno o bus verso occidente, prima di tornare a oriente, dove sorge il sole, dove c’è il sapore della nascita e di tutta la mia vita.

La bandiera della Regia-Imperial Marina (Reichskriegsflagge) del Secondo Reich e altre facezie o stupidità sul web

…è quella esposta in una caserma dell’Arma in quel di Firenze, caro compagno Fratoianni, nulla di nazista, ma molto di prussiano, compresa l’aquila arrogante e certamente aggressiva del logo-marchio teutonico, anzi, teutonicissimo. Almeno informati, se non vuoi formarti con elementi fondamentali di Storia dell’Europa contemporanea. Un’aquila gradita a quel mondo, certamente militarista, che ha caratterizzato molta storia di quella grande nazione europea, dove l’aristocrazia junker aveva molto peso, ma anche dove, sia pure soprattutto per contrastare il socialismo nascente, ma non solo, il gran Cancelliere Ottone di Bismarck costruiva il primo sistema pensionistico europeo sul finire degli anni ’80 del XIX secolo. Ecco una fake new della più bell’acqua!

La bandiera di guerra tedesca come quella appesa in caserma era di uso comune nella prima guerra mondiale: aveva i colori nazionali della Prussia in bianco e nero, l’aquila prussiana, la croce nordica, con il tricolore rosso bianco-nero imperiale tedesco nel cantone superiore con una croce di ferro. E’ il vessillo di guerra del Secondo Reich, precedente rispetto al nazismo ma molto usato dai militanti dell’estrema destra.” (dal web)

Ma ciò non significa nazismo, né fascismo, bensì ignoranza crassa, da parte -probabilmente- del giovane carabiniere della caserma Baldissera, e pure dell’onorevole Fratoianni, meno escusabile del militare, o no?

Forse bisognerebbe chiamare l’uno e l’altro a un corso accelerato di storia contemporanea, per spiegare loro chi sia stato il colonnello von Stauffenberg, junker prussiano, che nell’estate del ’44 attentò alla vita di Hitler, non riuscendo per una serie di circostanze, nel suo intento. E anche di tutti i contrasti che spesso divisero le visioni del Führer da quelle degli alti gradi militari della Wermacht.

Non sto qui a difendere l’esercito tedesco che fu responsabile di efferatezze inenarrabili durante il Secondo conflitto mondiale, ma semplicemente a dire che è bene informarsi prima di parlare a vanvera.

E’ evidente che va indagata la ragione per cui il giovane carabiniere si è sentito di esporre quel vessillo, visto che da tempo la sua simbologia è stata assunta come segno di appartenenza a movimenti di destra estrema, e che ciò non è consentito, in nessun caso, a un militare dedito alla tutela dell’ordine pubblico democratico dell’Italia. Ignoranza, superficialità, vittima della disinformazione telematica? Di tutto questo un po’?

Oggi peraltro si parla non tanto di verità che rispecchi la realtà dei fatti, ma di post-verità, che non importa la rispecchi, ma basta la adombri, sia veri-simile, altro che disquisizioni filosofiche sul vero e sul falso!

Un’altra facezia o, meglio dire, stupidità pericolosa: la foto di Salvini imbavagliato con la scritta BR sullo sfondo, manifestazione di idiozia allo stato puro, opera di minus habens da censurare e da proporre per una rieducazione quasi “alla cinese”. Scherzo, ma di fronte a certe azioni viene proprio da dirlo.

Continuiamo. Si legge ogni giorno le nuove del dittatorucolo nordcoreano, ma quanto di ciò che si legge corrisponde a verità e quanto è dovuto alla sbrigliata fantasia dei titolisti-cronisti del web? Altro: siamo sicuri che gli israeliani hanno bombardato un sito militare iraniano in Siria sabato scorso, o è un filmato vecchio o contraffatto?

In realtà, visto che nessuno può verificare del tutto ogni fonte di notizia, anche quando appare evidentemente implausibile, l’unico rimedio è l’informazione, l’acculturazione, la conoscenza, la cultura, in definitiva. E questo va detto e ripetuto, specialmente ai giovani che possono essere le vittime sacrificali di questo mostro a enne teste che è l’informazione disinformante e deformata.

E infine, per me fake news sono tutte le stupidaggini, imprecisioni, banalizzazioni, stereotipie, approssimazioni, sciatterie espressive che contraddistinguono la stragrande maggioranza dei discorsi soprattutto dei politici che si sentono e si leggono. E’ desolante il quadro che si presenta quasi ogniqualvolta un politico, di qualsiasi schieramento sia, prende la parola su qualcosa: le affermazioni sono sempre apodittiche, le riflessioni spesso senza capo né coda, la logica zoppicante, un’incapacità radicale di apprezzare le proposte altrui, come se questo fossero, proprio perché altrui, naturalmente sbagliate o insensate. E mi prende una noia desolante o una desolazione noiosa. Dai 5S al PD, dai Fratelli d’Italia alla Lega a Forza Italia, fino ai piccoli agglomerati più o meno raccogliticci che vagolano in cerca di consenso, non vi è, se non rarissimamente, uno spunto, un’idea, una proposta intelligente od originale.

Cultura personale da migliorare ed Etica della comunicazione da applicare dovrebbero essere progetti di vita obbligatori per ognuno e per tutti.

Cirint lis olmis di Diu, cercando le tracce di Dio

Cito pre’ Toni Bellina, sacerdote friulano, grande scrittore, uno dei maggiori del XX secolo nella lingua della nostra Piciule Patrie furlane, come scrive don Federico Grosso nella sua dissertazione dottorale, ostico e vilipeso, orgoglioso e umile. Nato a Venzone, esiliato nell’incantevole valle di Rivalpo e Trelli, tra i monti Sernio e Tersadia, dove le solitudini non sono mai senza una traccia di chi si può provare a cercare, e se lo si cerca significa che lo si è già trovato (Agostino).

Tornato in pianura fino alla sua dipartita (2007), non prima di aver completato la traduzione in friulano della Bibbia, lavoròn  quasi luterano iniziato dal suo maestro pre’ Checo Placereani, un ventennio prima.

Per anni tenne una rubrica sul settimanale diocesano dal titolo che ho ripetuto qui, e che ho ivi tradotto per i miei lettori non friulanofoni.

Cercando le tracce di Dio. Dove? Caro lettor mio, anche tu stai cercando le tracce di Dio? Io sì, anche quando sono nervoso come oggi, soprattutto quando impreco e divento insopportabile e ostico assai più di pre’ Toni, con cui ho condiviso un certo ascetismo, un esercizio della fatica e, in una certa misura, talora, anche del dolore.

Tracce di Dio nell’esistenza di ciascuno di noi si possono trovare, anche da chi non crede nell’ipotesi di questa Trascendenza ineffabile, di questo Essere Incondizionato, di questa Intelligenza suprema e soave, nascosta ed evidente (cf. Sapienza 13), infinita e particolare, creatrice del tutto e contenuta nel cuore di ogni uomo.

Un atto di fede il mio? O di speranza? La fede senza dubbio è fideismo, la fede con speranza è umile. A volte l’ipotesi di Dio sembra folle, quando la riflessione razionale che si basa sulla logica umana cerca mostrazioni implausibili, come attestano i generosi tentativi di Sant’Anselmo di Canterbury e di San Tommaso d’Aquino. Non  ce la può fare la mente e l’intelletto umani a penetrare il fitto mistero d’ombra inesauribile che vela e ri-vela (si noti l’ambiguità del verbo iterativo) la Presenza come presente-assenza.

E allora non ci resta che cercare le tracce, lis olmis, in friulano, le orme, le impronte, di questa (Presenza).

Leggiamo la prima parte del capitolo 13 del Libro biblico della Sapienza, versetti da 1 a 9, risalente al III o IV secolo a. C., più o meno, di autore ignoto, di scuola filosofica stoico-ellenistica, probabilmente.

1 Davvero stolti per natura tutti gli uomini/ che vivevano nell’ignoranza di Dio,/ e dai beni visibili non riconobbero colui che è,/ non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere.
2 Ma o il fuoco o il vento o l’aria sottile/ o la volta stellata o l’acqua impetuosa/ o i luminari del cielo/ considerarono come dèi, reggitori del mondo.
3 Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dèi,/ pensino quanto è superiore il loro Signore,/ perché li ha creati lo stesso autore della bellezza.
4 Se sono colpiti dalla loro potenza e attività,/ pensino da ciò/ quanto è più potente colui che li ha formati.
5 Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature/ per analogia si conosce l’autore.
6 Tuttavia per costoro leggero è il rimprovero,/ perché essi forse s’ingannano/ nella loro ricerca di Dio e nel volere trovarlo.
7 Occupandosi delle sue opere, compiono indagini,/ ma si lasciano sedurre dall’apparenza,/ perché le cose vedute sono tanto belle.
8 Neppure costoro però sono scusabili,
9 perché se tanto poterono sapere da scrutare l’universo,/ come mai non ne hanno trovato più presto il padrone?

Che possiamo dire? Che si tratta del vaneggiamento di un poeta sconosciuto?

Oppure di parole suggerite dallo Spirito che aleggia tra i rami degli alberi senza violenza e poi va dove vuole? Magari nei pensieri dello sconosciuto poeta palestinese, oppure tra i tuoi o i miei pensieri, caro lettore?

Io penso, ma forse è meglio dire, sento, che qualcosa che è Qualcuno è presente, sempre, in  noi, paziente, silenzioso, senza pretese, rispettoso della nostra libertà di esseri imperfetti e dolenti, nervosi e talora impazienti, feroci e di nuovo pacifici, ma sempre pronti ad aggredire e offendere.

Non dunque la prova ontologica del monaco benedettino diventato vescovo di Canterbury, né le prove metafisico-cosmologiche del Dottore angelico, ma l’atto di fede, il sentire profondo del cuore può forse metterci sulle tracce di Dio, anche se con il rischio di perdere il sentiero a ogni svolta, a ogni tornante, perché l’itinerario è in salita, o a ogni successivo contrafforte della montagna che si sta scalando.

Non abbiamo che da cercare le tracce, come i pellerossa delle grandi pianure dell’Ovest americano, che inseguivano le mandrie dei bisonti, e ne uccidevano solo quanti bastavano alla tribù per passare l’inverno, non di più, senza la cupidigia tipica dei “civilizzatori” venuti dall’Est, a volte armati di pistole, fucili e Bibbie.

Il Grande Spirito li aiutava, ed era Spirito e parlava attraverso gli antenati saggi con gli “uomini della medicina” della tribù, rispettato in quanto Grande e in quanto Spirito. E chi è questo Grande Spirito, e chi è il Brahman, e chi è il Tao, e chi è Dio-Yahwe-Allah? Chi?

Cercando le orme di Dio, indugio questa sera, in silenzio.

La bellezza del cielo

Il mio amico medico dottor Massimiliano mi racconta di aver visitato un centro per bambini ciechi e di aver condiviso con loro per un’ora e mezza il vedere… nulla, stando completamente al buio. Le luci erano spente e le imposte chiuse del tutto, per creare una condizione analoga a quella di chi non ci vede.

Nel buio la vita cambia, mi dice, anche sorseggiare una birra sembra diverso, le voci… sono diverse, gli spazi diventano incomprensibili per il vedente, mentre sono noti al cieco, che li padroneggia senza problemi. E dicendo queste parole mi fa ricordare un mio amico musicante straordinario, Armando, che ti parla sorridendo dal suo buio luminosissimo e ti riconosce dal passo: “Ah, sei tu, Renato… è qualche tempo che non ci vediamo” Appunto “che non ci vediamo“. Per Armando vedersi è sentirsi, annusarsi, toccarsi. Altri sensi funzionano, e molto meglio che in noi vedenti. Lui sente e odora ciò che noi vediamo, intuisce ciò che noi argomentiamo vedendo, sperimenta con gusto ciò che noi trascuriamo.

Un’ora e mezza al buio ma in mezzo a tanto fervore vitale. E all’uscita l’esclamazione gli prorompe dal fondo dell’anima: “Ma quanto è bello il cielo, che bello è camminare, che bello è parlare, che bello è annusare, che bello è fare silenzio guardando, che bello è contemplare.”  Un’esclamazione improvvisa e irresistibile, dal cuore, da un sentimento finora silenziato, da una sensibilità finalmente potenziata.

In verità di questi tempi strani e difficili è venuta meno la facoltà della contemplazione, non ci accorgiamo di tutta questa bellezza, passiamo oltre dandola per scontata

E invece nulla è scontato, perché tutto è dono, tutto è gratia gratis data, come l’anima nostra immortale, divina.

Incontrare il dolore, oppure la mancanza di qualcosa, il male-defectio boni, insegna la vita.

Stamattina, mentre arrivavo alla fabbrica eroica della Pedemontana, ecco la neve sul Ciaurlec, bianchissima, intonsa dagli ottocento metri in su, e sul Raut, sul Resettum asperrimo e sul Cornaget, remoto nella valle più ascosa. Il cielo di un’azzurrità infinita, come capita quando l’aria si fa fredda e l’inverno incombe.

Questo pomeriggio, andando io per l’ultimo impegno quotidiano, una lezione, il cielo osservavo plumbeo, quasi di neve, ma a occidente uno squarcio, quasi un trapezio irregolare, d’azzurro, ancora, permeato di venature color viola. E mi sono incantato, memore del detto della meraviglia. Eppure i colori sono l’inganno ottico della luce, che te li presenta in tutta l’indicibile varietà delle sfumature.

L’incanto, lo stupore, la meraviglia ti prendono se ti fai prendere, finalmente libero dagli affanni del fare, dell’essere-presente-sempre dove ci si aspetta tu lo sia, a dire, a rispondere, a operare per produrre beni o servizi, e denari e reddito, per te e per gli altri.

Non possiamo permetterci di evitare la nostra funzione operativa nel mondo, il nostro contributo economico alla civile convivenza, non possiamo.

Però possiamo ogni tanto fermarci, e sostare sul ciglio della strada a guardare l’infinito spazio che ci separa dalle stelle.

Il valore delle cose, piccole e grandi

Caro lettor mio,

forse il beneficio maggiore che ti dà il tempo del ripensamento, dovuto a diverse ragioni: riposo, convalescenza come itinerario di guarigione fisica, favorisce anche una sorta di percorso verso una “guarigione psichica”, anche se non sei psichicamente malato, o meglio, se non lo sei per il Manuale Diagnostico IV e V, Bibbia di psicologi e psichiatri di mezzo mondo. Ce l’ho e lo consulto spesso quando devo confrontare i casi filosofici che mi si presentano con la letteratura specifica di confine.

Sto parlando di me, che notoriamente (sorrido) non sono psicolabile, né tantomeno psicotico. Epperò, in questa fase, proprio per la mia collocazione in una delle categorie sopra elencate, ho avuto (mi sono dato) il tempo di riflettere meglio sul valore delle cose, non solo sul loro senso, tema che mi ha impegnato anni fa nella stesura di un volumetto edito da La Bassa, appunto, intitolato Il senso delle cose. Mi sono soffermato a considerare il valore di molte cose che mi sono accadute e mi stanno accadendo in questo periodo nuovo, per me strano, impegnativo, qualche volta anche drammatico, e perfino commovente. Innanzitutto la misura dell’amicizia, dell’affetto e della stima di cui godo presso molte più persone di quanto pensassi. Il mio essere un uomo difficile da trattare, duro a volte, rapido nel pensiero e pieno di pretese verso il pensiero altrui, non mi ha alienato stima e affetto da parte di molti, perché forse hanno sempre colto il disinteresse e la purezza di cuore del mio agire.

Circa il senso delle cose mi sono sempre interrogato, ma circa il loro valore ho sempre -o quasi- privilegiato quelle che mi parevano più importanti. Sbagliando. Perché tutte le cose, anche le più umili, sono importanti, se non altro perché lo sono per qualcuno, la cui opinione, umanamente parlando, vale sempre quanto la mia, non di più e non di meno. E qui non sto parlando di saperi specialistici, dove ognuno, se vuole essere intellettualmente onesto, deve parlare solamente di ciò che conosce veramente, e mai a vanvera. Su ciò io sono rigorosissimo, perché capita troppe volte di sentir pontificare di questo e di quello chiunque, come se ci si trovasse al bar Sport del paese a discutere i destini della vergognosa nazionale di calcio italiana o in uno dei tanti vieti e stupidissimi talk show televisivi.

Fino a qualche mese fa se qualcuno mi mostrava un fiore mi distraevo subito a guardare il prato, pieno di fiori, o la collina piena di colori, l’insieme olistico del mondo, facendo fatica a concentrami sul particolare… sarà per questo che noi maschi non vediamo neanche una ragnatela di un metro quadro mentre una femmina la vede anche se è di un centimetro quadrato? Forse sì, ma in me la difficoltà di vedere le cose piccole forse è più accentuata che in altri. E su questo, noto che le persone omosessuali sono molto più sensibili di me e della media dei maschi che conosco. Cromosomi corsari, direbbe Pasolini.

Ora apprezzo il criceto (che ero io con dimensioni da belva feroce) come la tigre e l’aquila, mio animale preferito, il mio indirizzo da sempre di posta elettronica. Ora apprezzo il fiore che mi viene indicato, quel fiore lì, quella nuvola lì, quel cagnolino lì, che mi abbaia petulante.

Ora, che non è allora. Agostinianamente sto imparando a vivere il presente, come unico tempo vero, senza pretendere di pro-iettarmi chissà dove e quando.

E’ vero dunque, come scrive Fernando Pessoa che il valore delle cose è dato dalla loro qualità intrinseca, che però è percepibile se ci si mette in ascolto, o in visione di queste piccolezze, senza pretendere che siano grandi e impressionanti montagne come il Cerro Torre in Patagonia o il ghiacciaio Perito Moreno, o le cascate di Iguazù, quattro volte più grandi del Niagara, che ammirai dal versante paraguayano venticinque anni fa. Ora godo più di prima delle sette cascatelle del rio Cornappo a Platischis di Taipana. Ora, non prima.

Il valore delle cose si manifesta nel sentimento, più che nell’esercizio della ragione argomentante, ed è forse per questo che i sapienti antichi, sia del versante greco-latino, sia del versante biblico-semitico, e cito solo le grandi culture mediterranee, che meglio conosco, consideravano il cuore e i visceri il luogo fisico dei sentimenti.  Anzi, per l’ambiente biblico il cuore (nefesh, in ebraico) era l’anima o la persona umana stessa, mica solo un muscolo che pompa sangue vivente! Peraltro la moderna ricerca scientifica ha mostrato come nell’intestino vi siano altrettanti neuroni che nell’encefalo. Si può pertanto parlare a giusta ragione anche di intelligenza emotiva. Forse per me, raziocinante per dovere e per necessità, l’esperienza attuale mi insegna, non solo che le cose piccole hanno valore come le cose grandi, ma che devo ascoltare di più le ragioni del cuore, perché il cuore ha ragioni che la ragione non conosce (B. Pascal).

Se non lo ho mai saputo, me l’ero dimenticato.

Il vento va e poi ritorna

Caro lettore,

il titolo poetico di questa narrazione potente di Wladimir Bukovskij mi ha sempre intrigato. Il vento va e poi ritorna, ma di qual vento si tratti bisogna leggere, immergersi nel racconto di quegli anni sovietici, quando l’utopia o la distopia “socialista” sembrava preludere all’homo novus, a una mutazione antropologica radicale, come auspicato da Saint Simon, da Fourier, da Babeuf, da Filippo Buonarroti, da Blanqui, da Eudes e dagli altri Comunardi del ’70, se non dallo stesso dottor Marx da Treviri. L’homo novus, nientemeno, non più egoista, egocentrico, egoico, strumentale verso gli altri. La convinzione soggettivista, cartesiana, e nello stesso tempo collettivista che l’uomo potesse essere riformato nella sua propria natura determinò l’illusione somma e ciò che ne conseguì. Ho conosciuto di persona militanti comunisti, rimasti allo stalinismo classico, ancora convinti, negli anni 2000 e rotti che ciò sia ragionevole, possibile, conseguibile. Eppure sarebbe bastato (basterebbe) una sana rilettura dell’antropologia classica, da Aristotele in poi, e della psicologia clinica moderna, per poterlo escludere radicalmente, se non in una prospettiva di lunghissime derive filogenetiche evolutive, peraltro condivisa solo da una parte -e forse non maggioritaria- di neuro-scienziati.

Come si fa a pensare che l’uomo possa essere reso razionalmente e certissimamente virtuoso tramite l’educazione o la rieducazione, peraltro a cura dello stato, anche se (si fa per dire) con gulag e lao-gai a disposizione, se ogni essere umano è unico, irripetibile, irriducibilmente soggetto, con le sue qualità e le sue tare, che possono essere anche biologiche, cerebro-mentali? Come si fa a escludere che nella mente degli assassini seriali, presenti non solo nelle cronache nere, ma anche in quelle delle grandi tragedie politiche di ogni tempo, ci sia qualcosa di malato, di sbagliato, di mancante?

E dunque? Proviamo a leggere un passo di una recensione del libro, presente sul web.

Nel novero delle grandi opere letterarie dei dissidenti sovietici, che hanno dato vita ad una stagione straordinaria inaugurata nel 1962 dall’indimenticato “Una giornata di Ivan Denisovic” dello storico e drammaturgo Alexander Solgenitzyn, s’inserisce a pieno diritto questo libro di Vladimir Bukovskij, “Il vento va e poi ritorna”, che non trova collocazione completa né nella saggistica né nella narrativa. Trattasi in realtà di documento politico-sociale, di guida alla sopravvivenza, possiamo definirla, per chi vive il dissenso nella società sovietica.
L’autore narra l’esperienza della cella di rigore, che ha sperimentato per lunghi anni della sua vita per non essersi voluto adeguare alle rigide direttive del regime. Una mosca bianca, che perseguiva i propri ideali di libertà, noncurante dello scherno di chi gli sta intorno, convinto della follia d’un simile comportamento. Non a caso, ai periodi di detenzione si alterneranno, per Bukovskij, i ricoveri coatti in ospedali psichiatrici. E un’esperienza tragicamente vera, che l’autore, forse proprio perché l’ha vissuta sulla propria pelle, rende con toni romanzeschi, poetici in alcuni punti“.

Il vento va e poi ritorna, come metafora, come allegoria di un qualcosa che non può passare, perché rimane con tutta la sua forza ineluttabile distruttiva e perfino devastante, in ragione della sua verità evidente. La violenza politica è stata a volte peggiore di quella militare, perché essenzialmente asimmetrica, e perciò profondamente ingiusta, iniqua, sbagliata, specialmente quando ha voluto rappresentare la perfezione illusoria della palingenesi, della rinascita integrale di un qualcosa, da radici diverse e opposte. Non si può accettare l’assolutezza di una verità, ma la verità di una assolutezza sì, come una bandiera piena di colori, l’ingenuità di un pianto vivo, la fede in qualcosa che non può morire e non deve.

Il vento va e poi ritorna, come a ogni cambio di stagione, ora che ottobre è terminato e il cielo si affida a novembre per accostarsi all’ennesimo inverno delle nostre vite. In attesa del risveglio che ineluttabilmente verrà, sì, verrà.

Gli eroi fucilati di Cercivento e i veri traditori della Patria

Non i quattro alpini fucilati all’alba a Cercivento per codardia di fronte al nemico, ma Pietro Badoglio (marchese del Sabotino e duca di Addis Abeba nientemeno!) avrei inviato al plotone di esecuzione per alto tradimento dopo la rotta di Caporetto.

“La Decimazione di Cercivento (1 luglio 2016), conosciuta anche come I fucilati di Cercivento (I fusilâz di Çurçuvint in friulano), identifica la decimazione di un intero plotone composto da ottanta Alpini dell’8° Reggimento appartenenti alla 109ª Compagnia del Battaglione Monte Arvenis allora operante sul Monte Cellon, nei pressi del passo di Monte Croce Carnico, accusati dal proprio Comandante di Compagnia, il capitano Armando Ciofi e dal suo vice tenente Pietro Pasinetti, d’insubordinazione e ribellione.

In base all’articolo 114 del codice penale militare: rivolta in faccia al nemico, per quattro Alpini le accuse del tribunale portarono alla condanna a morte, per altri ventinove a 145 anni di carcere complessivi e per i rimanenti militari in assoluzione.

Le esecuzioni capitali vennero eseguite davanti al muro di cinta del piccolo cimitero di Cercivento (Udine).

  • Caporal maggiore Silvio Gaetano Ortis da Paluzza (UD), 25 anni, contadino
  • Caporale Basilio Matiz da Timau (UD), 22 anni
  • Caporale Giovan Battista Corradazzi da Forni di Sopra (UD)
  • Soldato Angelo Massaro da Maniago (PN)”  (dal web)

La battaglia di Caporetto, o dodicesima battaglia dell’Isonzo (in tedesco Schlacht von Karfreit, o zwölfte Isonzoschlacht), venne combattuta durante la prima guerra mondiale tra il Regio Esercito Italiano e le forze austro-ungariche e tedesche.

Lo scontro, che cominciò alle ore 2:00 del 24 ottobre 1917, rappresenta la più grave disfatta nella storia dell’esercito italiano, tanto che, non solo nella lingua italiana, ancora oggi il termine Caporetto viene utilizzato come sinonimo di sconfitta disastrosa.

Con la crisi della Russia dovuta alla rivoluzione, Austria-Ungheria e Germania poterono trasferire consistenti truppe dal fronte orientale a quelli occidentale e italiano. Forti di questi rinforzi, gli austro-ungarici, con l’apporto di reparti d’élite tedeschi, sfondarono le linee tenute dalle truppe italiane che, impreparate a una guerra difensiva e duramente provate dalle precedenti undici battaglie dell’Isonzo, non ressero all’urto e dovettero ritirarsi fino al fiume Piave.

La sconfitta portò alla sostituzione del generale Luigi Cadorna (che cercò di nascondere i suoi gravi errori tattici imputando le responsabilità alla presunta viltà di alcuni reparti) con Armando Diaz. Le unità italiane si riorganizzarono abbastanza velocemente e fermarono le truppe austro-ungariche e tedesche nella successiva prima battaglia del Piave riuscendo a difendere a oltranza la nuova linea difensiva su cui aveva fatto ripiegare Cadorna.” (dal web)

 

In realtà, la responsabilità di Caporetto non può essere in alcun modo fatta ricadere sulle truppe, sui soldati, stanchi, feriti, offesi da trenta mesi di trincea, di fango, di puzzo di morti, di sangue malattie e infezioni, ma sui gruppi dirigenti, sui comandanti, a partire dall’inetto presuntuosissimo Cadorna, che stava giocare a carte in via Mercatovecchio a Udine mentre la truppa moriva dissanguata sul San Michele, sul Podgora, sul Sabotino, e ai suoi luogotenenti, in primis l’altro generale presuntuoso e incapace, Pietro Badoglio, che ignorò l’avanzata degli austro-tedeschi, che gli passarono sotto il naso a Caporetto, pur avendo i mezzi per opporre resistenza valida. Poi il fascismo, per pelosa carità di Patria lo resuscitò, facendo damnatio memoriae di Caporetto, per non ledere la grandezza della storia patria, e infine… si ricordi, fu recuperato dopo l’8 settembre come Capo del governo provvisorio post-mussoliniano, e anche in quel ruolo ebbe l’ardire di diffondere un comunicato ambiguo e nefasto per il povero Esercito italiano: annunciò l’armistizio di Cassibile con gli Alleati invitando le truppe a rispondere a ogni attacco proveniente da altrove, cioè dagli ex alleati tedeschi, i quali, sentendosi -giustamente dal loro punto di vista- traditi, si affrettarono a disarmare gli italiani e ove questi non si arrendessero ad attaccarli e, come a Cefalonia, a ucciderli tutti, come ci narra l’eroica vicenda del generale Gandin.

Per due volte Badoglio è stato nefasto per la Patria, ed è morto tranquillamente nel suo letto nel 1956, glorioso per due volte (si fa per dire) solo in Etiopia, dove adoperò anche l’iprite contro le popolazioni locali, e nella guerra italo-turca del 1911. Un bel soggetto questo immarcescibile generale piemontese, sgradito a tutti e carrierista di successo. Così a volte vanno le cose.

A fronte di quanto sopra, circa i quattro eroi fucilati a Cercivento, silenzio di tomba, anche da parte del Parlamento repubblicano. Ma c’è qualche coraggioso parlamentare che a cento anni di distanza temporale promuove una riabilitazione giuridica e morale per i quattro ragazzi vittime della sesquipedale stupida inqualificabile ignominiosa idiozia militare, in modo che i loro nomi recuperino l’onore dall’ignominia della fuga davanti al nemico?

E’ chiedere troppo onorevoli deputati e senatori friulani?

Grazie.

Le favole di Esopo e altre storie di saggezza popolare

Ho per le mani un volumetto dell’editore Salerno, inviatomi da chi si trova in ristretti orizzonti, per gentilezza amicale e omaggio di scuse. Evidentemente in questa fase delle nostre due rispettive vite non ci si capisce, e fors’anche non ci si comprende, e quindi occorrono messaggi di soccorso al reciproco intendersi.

Le favole rappresentano miti e caratteri umani spesso attraverso una sorta di antropomorfizzazione degli animali, selvatici e domestici, in situazioni assolutamente plausibili, con una morale finale che si traduce in proverbi e motti sintetici, comprensibili a chiunque. Il titolo esteso del volumetto è Aforismi politici fondati sopra le favolette di Esopo frigio, dedicate alla qualità del principe (si tratta in questo caso di Vittorio Amedeo II di Savoia) e all’arte del regnare, a cura di Emanuele Tesauro, tratto da manuali in uso fin dal ‘500 nelle scuole umanistiche; d’altro canto Gianni Mombello ritiene una fonte attendibile dell’aureo libretto il testo francese di Jean Baudoin Les fables d’Esope Phrigien pubblicato nel 1631. Il titolo della pubblicazione italiana è La politica di Esopo frigio.

Il genere letterario degli aforismi e degli apologhi moraleggianti risale prima di tutto alla tradizione greca di un Plutarco, e poi anche a quella latina di un Marziale, di un Cicerone o di un Tacito, e non solo, ma appartiene perfino alle esperienze formative dei primi apostoli della chiesa cristiana nascente, come i Padri del deserto del terzo secolo d. C.: nomi come quelli di Pacomio e Paolo di Tebe, di Antonio come raccontato da Atanasio di Alessandria, sono noti per i detti e gli apoftegmi che lasciarono in dote alle prime strutture cenobitiche egizie e del Vicino Oriente antico. San Basilio di Cesarea ne fu poi il principale fruitore quando pensò di scrivere la prima regola monastica della cristianità, fonte originale dello stesso movimento benedettino, che da lì trasse argomenti così come dalle indicazioni morali e comportamentali agostiniane. Più vicine ai nostri tempi sono le raccolte di detti aforistici ed epigrammatici di filosofi come Montaigne, Pascal, Nietszche, Schopenhauer, Karl Kraus, Wittgenstein, etc.

Non dimentichiamo poi il libro biblico dei Proverbi, vero compendio di sapienza popolare del plesso siro-palestinese risalente al primo millennio a. C.  Massime, adagi, proverbi, apologhi, aforismi, apoftegmi, in una ricchezza straordinaria e forse ancora poco conosciuta dai più.

Le più divertenti di Esopo, tanto per gradire e forse rammemorare ricordi scolastici in qualche arguto lettore.

 

DEL LUPO E DELL”AGNELLO

Alla chiara sorgente di un fresco rio beveva messere il lupo. E, bevendo, vide un agnello, che dilicatamente, con la cima de’ labri beveva nel rio, lungi foorse un tratto di pietra. Il lupo scacciò la sete con la fame e corrè sopra lo agnello, gridando: Ahi scelerato, tu m’intorbidi l’acqua. L’agnello, col cuore e con la voce tremante, lo supplicò di compatire alla sua innocenza. Percioché, bevendo sì lontano nel rio, non poteva intorbidar la fontana. Ma la crudel fiera, più altamente gridando, rispose: Invano ti scusi. Tuo costume è di volermi male. Percioché il tuo padre e la tua madre mi odiano a morte. Tu dunque ne pagherai la pena. E così dicendo sel mangiò.

allegoria: Quando il più forte vuole opprimere il debile, non gli mancano pretesti.”

 

DEL TOPO E DELLA RANA

Guerreggiava contro della rana il topo acquaiolo per la giuridizione della palude. Il topo più astuto, facendo imboscate fra l’erbe e uscendo di sotto terra, assaltava la verde nemica. Ma questa come più agile e destra, col saltellare ora inanzi ora indietro si schermiva e offendeva. Lungo tempo con le armature di foglie e lance di giunchi durò nel freddo fango la calda battaglia. Ma ecco che, troppo intesi a danneggiarsi fra loro, i piccoli avversari non si guardarono dal nibbio, il qual, calatosi di repente, divorò l’uno e l’altro.

allegoria: Quando due piccoli contrastano , il potente fa il suo profitto.

 

DEL CERVO E DELLO AGNELLO

Il cervo bugiardo accusò l’agnello davanti al lupo, dicendo: Signore, costui non mi paga un moggio di formento che mi deve. Lo agnellov quantunque sicuro di non dovergli nulla, nondimeno, temendo il lupo non pigliasse questo pretesto per mangiarlo, si sottometté di pagarlo infra pochi giorni. Apena finito il tempo, ecco che il cervo domanda il debito. Ma l’agnello, il quale non aveva più paura, si negò debitore, dicendo: Ben tu sai che il timor del lupo mi forzò a prometter e promessa fatta per forza non vale una scorza.

allegoria: Promesse forzate non vaglion nulla.”

 

DEL CANE E DELL’OMBRA

Passava il cane per un ponte stretto con un pezzo di carne tra li denti. E perché l’ombra della carne, riverberando nell’acqua, rappresentava un pezzo di carne molto maggiore, il cane disse: O che grande acquisto poss’io far oggi, per mia fè io non vo’ perderlo. Si calò dunque nel fiume, ma quando più vicino fu alla preda, tanto più lontano si trovò alla speranza. Percioché, aprendo l’avida bocca per aboccar l’ombra, la vera carne gli scappò, ed egli non ebbe né questa né quella. Onde, ritornandosene affamato, disse: O pazzo me, che non seppi moderar la mia cupidigia. Io avevo quanto mi bastava e ora per volere troppo io non ho nulla.

allegoria: Chi vuol troppo non ha poi niente.”

 

DELL’AQUILA E DEL CORBO

Fra gli scogli marini aveva l’aquila pescato una conchiglia. Ma niun profitto traea della preda, peroché né col rostro, né cogli unghioni potea squarciarla per averne il pesce che dentro vi si nasconde. Dissele allora il corbo: Eh, sciocca, vuoi tu ch’io t’in segni? Vola quant’alto puoi e lascia cader la conchiglia sul duro di questo sasso, ch’ella si romperà. Il successo fu questo: l’aquila seguì il consiglio, la conchiglia si spezzò, il pesce ne uscì e il corbo cattivello, che stava quivi aspettandolo, sel beccò.

allegoria: I consiglieri avari indirizzano al proprio comodo gli lor consigli.”

 

Non vi è dubbio alcuno che la sapienza popolare di tutti i tempi e luoghi è fondamento della filosofia morale soprattutto da un punto di vista pratico e pragmatico del saper vivere, a volte rinunziando a qualcosa per avere l’essenziale, cioè ciò che dà l’essenza vitale nell’equilibrio dei desideri, filtrati dall’intelletto e dalla ragione, e mossi da una volontà consapevole del senso delle cose e della vita stessa.

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