Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Era il 4 Agosto del 1980 a Cracovia, e uscivo dalla cattedrale nella grande Piazza del Mercato, quando…

un giovane polacco che incrociai, Roberto era a un passo da me, stavamo viaggiando sulla sua Renault 4 1100 cc verso l’Unione Sovietica, mi apostrofò così: “paolorrossiii!” tuttoattaccato, facendomi capire che mi aveva inquadrato come Italiano. Non certo perché mi avesse scambiato per il campione, troppo diverso da me e io da lui: almeno dieci centimetri e dieci chili di differenza a mio favore, allora.

Il Pablito di Spagna ’82 campione del mondo doveva ancora venire, ma aveva già incantato l’Argentina nei mondiali del ’78, quando giocò benissimo, specialmente contro la squadra di casa che fu battuta dall’Italia con un bel goal di Bettega su assist di Rossi.

Quella espressione che mi aveva identificato metonimicamente con un famoso italiano tramite la figura di un calciatore mi colpì, e ne parlammo sulla strada verso Varsavia il giorno dopo, lungo gli immensi rettilinei che dopo il confine di Brest-Litovsk portavano a Minsk.

Già quaranta anni fa il sistema mediatico la faceva da padrone e il simbolo di una nazione poteva passare per la figura di un giocatore di football.

Roberto e io eravamo colleghi nel sindacato, tutto sommato abbastanza neofiti, lui in Cgil e io in Uil, tutti e due nel settore del mobilio e dell’edilizia. Avevamo deciso di fare un lungo viaggio in auto nell’immensa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche europea.

Il programma comprendeva di entrare per la Bielorussia e quindi di fare tappa a Minsk, a Smolensk, e poi di trattenerci almeno una settimana, prima a Mosca e poi altrettanto a Leningrado, transitando per Novgorod. Saremmo poi usciti dall’Impero comunista per la Finlandia e a seguire Svezia e a scendere verso sud Danimarca, Germania, casa.

Vigeva ancora il modello “Breznev”, che solitario governava l’impero dal Cremlino. In Italia la crisi generale, economica, occupazionale mordeva. C’era una malinconia diffusa che generò utopie disperate, come quella terrorismo rosso, e tentativi di restaurazione autoritaria mediante attentati e delitti di matrice fascista e militarista. De Michelis stava per proporre i contratti di formazione e lavoro a una gioventù disoccupata. Spadolini era Presidente del Consiglio, primo non-democristiano dopo decenni; Pertini Presidente della Repubblica e Nilde Jotti Presidente della Camera dei deputati.

Questa l’Italia di quegli anni. E Paolorossi? Oggi la Gazzetta rosea ne parla in una dozzina di pagine, interpellando compagni e amici suoi, come quelli dell’82, giornalisti e politici. Opinioni e sentimenti commossi e a volte un po’ scontati. D’altra parte è difficile dire cose sensate quando muore una persona che si conosce in qualche modo, direttamente o per fama. Ognuno di noi, finché è in vita incontra la morte… degli altri.

Quest’uomo è entrato nel mito, ma era normale anche nel fisico, un metro e settantacinque o sei per settanta chili scarsi: come Pietro Mennea, non ha avuto bisogno di esibire scultoreità da palestrato, oppure centimetri e chili da giocatore di basket o da portiere, o da centravanti del terzo millennio à la Ibrahimovic, Lukaku, etc. La sua “normalità” mostrava come essa può costituire un minimo comun denominatore sufficiente per fare grandi cose in un’attività anche fortemente competitiva. E altrettanto pare Rossi mostrasse sul piano relazionale e morale.

Conosciamo la morte-degli-altri, perché la nostra non si fa conoscere prima di arrivare a trovarci. E ci trova, eccome, senza eccezioni. Da millenni l’uomo parla della morte, ma sempre della morte osservata, pensata, prevista, immaginata…

E’ uno strano “ente”, la morte: è un “ente/non-ente”, secondo una certa filosofia, come quella di Parmenide che chiamava non-essere il nulla, mentre si potrebbe anche ritenere che il non-essere possa non essere il nulla, ma qualcosa, se non altro dal punto di vista logico. Hegel, ad esempio, non la pensava come Parmenide.

Parliamo della morte senza conoscerla direttamente: la nozione di essa è per esperienza di quella degli altri oppure per comunicazione di notizia. Forse è l’unico ente/ concetto che si presenta alla nostra attenzione in questo modo.

Metafisicamente si può anche dire, con Epicuro, che la morte non ci riguarda mai direttamente, ma solo indirettamente, poiché quando essa si presenta a noi, non facciamo a tempo a conoscerla veramente, in quanto la sua presenza significa il nostro contemporaneo venire meno, il nostro immediato assentarci.

Un altro modo di parlarne concerne l’immortalità, in tre modi: a) parlando della sostanza semplice che è l’anima spirituale (cf. Fedone di Platone), ovvero, b) parlando dei miti immortali, come quelli greco-latini classici o quelli che riguardano personaggi moderni già collocati per la loro fama esemplare in una prospettiva mitica, e infine, c) come quando una persona lascia a chi resta una grande opera d’arte o una grande scoperta scientifica, sapendo che ogni scopritore, ogni creatore deve tenere presente di essersi posto sulle spalle di valorosi predecessori. Ho già parlato qui pochi giorni fa di un mito, Diego d’Argentina e di Napoli, ora questo cenno a un altro mito prestipedatorio (neologismo rubato a Gianni Brera), Paolo Rossi, qualcuno dice, un mito-mite, garbato, civile, rapido anche nel suo passaggio per questo mondo.

Mortalità e immortalità, comunque si ha a che fare con questo concetto o stato dell’essere. Paolorossi è stato un ente-umano-mortale, ma già fa parte del mito esemplare. Appena mancato. Mentre la sua persona fisica e spirituale manca veramente a chi lo amava di più, i suoi, ed è questo il sapore vero della morte e della vita.

Come quando morì di una rara malattia la mia nipotina Elena, a cinque anni, il dolore più lancinante della mia vita.

Maradona e lo spirito gregario

Inevitabilmente ripeterò anche qualcosa che in questi giorni i media – sia sportivi sia generalisti – hanno già sottolineato. Ma ne voglio scrivere lo stesso. Di Maradona. Dell’uomo e del calciatore Diego Armando, il più famoso del mondo di questi ultimi quarant’anni.

La sua morte statisticamente prematura lo ha scagliato dritto dritto nel Mito. Basti osservare i reportage da Buenos Aires e da Napoli, le sue due città dell’anima. Le foto, gli altarini, i lumini, i dazebao, le grandi immagini sui muri, attestano il mito, come quello di un santo. Cioè un “separato”, un “sancito”, un “diverso” dagli altri. La cultura greco-latina classica lo avrebbe inserito nel novero dei semidei.

Diego Maradona era un uomo piccolo di statura e talora rotondetto, ma muscolato in modo speciale. Il fisiologo o l’esperto di scienze motorie mi potrebbe spiegare che tipo di fibre poteva avere un atleta di un metro e sessantacinque scarso, che era in grado di scattare e saltare e staccare atletoni di un metro e ottantacinque, strutturati come quattrocentisti olimpici. Si veda il goal coast to coast irrogato alla orgogliosa Albione nel 1986 in Messico, per doversi chiedere “come ha fatto“?

Quel goal, insieme con quello segnato con la manita nascosta dietro la testa (la manita de Dios), sempre all’Inghilterra, è stato interpretato come una sorta di rivincita nazionale argentina dopo la fallimentare guerra della Falkland, con la quale Mrs Thatcher ha umiliato il generale Galtieri, prevalendo militarmente per un pugno di isole fredde nel Sud Atlantico. Nel mito nazionale si è inserito il mito individuale. Per l’Argentina Diego è stato come Peron e sua moglie Evita, per il Sudamerica come Fidel e come papa Francesco, che lo apostrofò in Vaticano quando el pibe andò in udienza: “Te esperavo Dieguito“, ti aspettavo Diego.

Per Napoli Maradona è stato importante come un san Gennaro contemporaneo, o perlomeno come Totò. La grande città di Partenope lo ha accolto fosse un suo scugnizzo dei Quartieri Spagnoli e Maradona si è incistato come un figlio.

Come può essere che un giocatore di football assuma tanta importanza per la cultura sociale?

Maradona è stato anche un uomo generoso, un uomo buono. Non si faceva vedere quando soccorreva bambini e adulti. Evangelicamente “la sua mano sinistra non sapeva che cosa facesse la sua mano destra”. Non si vantava. Non rimproverava i compagni di squadra che non erano alla sua eccelsa altezza tecnica nel gioco. Sembra quasi avesse fatto suo proprio l’Inno alla Carità di san Paolo, che troviamo nella Prima Lettera ai Corinzi al capitolo 13, 1-13.

Ma anche lui aveva una zona oscura. Consumatore di cocaina, Maradona oggi viene accusato in maniera esplicita di violenza su diverse donne. Ebbene, chi assume droghe e alcol è responsabile di quello che fa sotto l’influenza degli stupefacenti e dell’alcol. Maradona compreso, com’è ovvio. Anche i santi, come insegnava sant’Agostino, per esperienza personale, possono essere peccatori.

Qui sono però necessarie alcune considerazioni di psicologia teorica individuale, di psicologia sociale,  e in particolare di psicologia delle masse (o della folla) che, come ho più volte ricordato in questo sito, trova ampia spiegazione in un testo del francese Jacques Le-Bon Psicologia della folla datato verso il 1880.

La psicologia moderna e contemporanea parla di caratteri e di tipi umani, categorizzandoli in non poche modalità, che dipendono dai vari autori, da studiosi come Jung, Bateson, Freud, Rogers, Winnicott, Skinner, etc., senza trascurare la dottrina classica dei temperamenti, che risale alle filosofie del passato fino ai medici illuministi del XVIII secolo.

Da questi emergono strutture analitiche e tassonomiche che permettono di comprendere le profonde differenze tra persona e persona, ciascuna delle quali è irriducibilmente unica. La prassi e l’esperienza comuni, e le “lezioni” della storia suggeriscono la necessità di prendere atto di queste differenze, che poi si esplicitano nelle differenze di ruolo e nelle storie individuali delle varie persone.

I carismi si distribuiscono in modo vario e differente tra uomini e donne, territorio e nazione, ambiente economico e sociale, aziendale, ecclesiale, militare o civile.

Pertanto, si danno, vi sono, coloro che sono predisposti a guidare altre persone (lavoratori, soldati, religiosi, imprenditori, etc.) mantenendo la responsabilità dei risultati (cf. la teoria weberiana della leadership carismatica), e coloro che preferiscono “farsi guidare, pilotare”, o perché non se la sentono di governare strutture di persone e cose, o perché preferiscono delegare oppure, infine, perché non ne sono capaci e se ne rendono conto, la qual cosa è ottima.

Ecco, coloro che fanno parte del secondo gruppo sono più disponibili al gregariato, per cui, quando muore un “maradona”, un “lennon”, un “che guevara”, un “fidel”, un “mao” o uno “stalin”, e non chiedo perdòno qui per aver messo insieme “maradona” e “stalin”, sono i primi della fila a beatificarlo “facendolo” mito.

Gli assembramenti, le urla, i manifesti, le querimonie e i pianti sono tipici di questa tipologia antropologica.

Personalmente, come è noto ai miei lettori, non faccio parte di questa categoria umana, anche se ho partecipato a cortei, a concerti, a processioni e manifestazioni, il cui valore non disconosco certo.

Ma senza spegnere il cervello, mai.

Filippo, prima di Willy

Non capisco per quale ragione la drammatica vicenda di Willy da Colleferro ha giustamente riempito i media per due settimane, mentre l’analoga o molto simile vicenda di Filippo Limini da Bastia Umbra è stata riportata solo in articoli ben presto scomparsi alla vista, e solo sulla stampa locale dell’Italia Centrale.

Filippo

Mi puoi aiutare mio gentil lettore?

Ho studiato i fatti e certamente non si può dire che siano proprio identici a quelli che hanno causato la morte di Willy da Colleferro, ma alcune analogie e similitudini si possono trovare. Di qui la riflessione sul diverso trattamento mediatico delle due tragedie.

In sintesi, che cosa è accaduto quella notte nel centro della movida estiva a Bastia Umbra?

Siamo nei pressi della discoteca “Country” verso le quattro del mattino. Una Opel Corsa colore nero dà un colpo di clacson per farsi far strada da un crocchio di ragazzi. La risposta “c’è spazio a sufficienza” fa sì che i ragazzotti dell’auto scendano per malmenare qualcuno e lo fanno violentemente, con calci e pugni. E poi lo investono con l’auto.

Il sostituto procuratore della Repubblica Abbritti scrive di “rissa aggravata da omicidio e omicidio preterintenzionale“, così come risultano i fatti contestati a tre giovani albanesi, che sono i responsabili del fatto.

I diversi racconti della lite degenerata in rissa non corrispondono tutti, per cui pare che tra i due gruppi vi siano state diverse provocazioni verbali e fisiche.

In questo, la tragedia di Bastia Umbra sembra diversa da quella di Colleferro che riguardò il povero Willy. Diversa per modalità, ma non per esiti e non per caratteristiche di malvagità e violenza, anche se alcuni avvocati difensori affermano che i loro assistiti sono solamente imputati di “rissa aggravata da omicidio” e non da “omicidio preterintenzionale”.

Sarà anche così, e si può comprendere il distinguo un po’ sofisticato dei termini di legge penale, ma la domanda resta: quali erano le intenzioni di coloro che hanno ucciso Willy e di coloro che hanno ucciso Filippo? Quale era il grado di consapevolezza, prima ancora che del crimine che stavano commettendo, e quindi del reato penale, della violazione assoluta di un’etica del rispetto della vita umana?

Uno degli avvocati sostiene che i ragazzi incolpati della morte di Filippo, nella fretta di scappare (e quindi erano consapevoli di averla fatta grossa), “non si sono accorti di aver travolto il ragazzo” ormai a terra privo di sensi, forse già morto o forse no.

Il legale che tutela il giovane imputato di avere sferrato il colpo con un tirapugni non spiega tutto, perché deve ancora chiarire bene le cose con il suo assistito. Mi domando quale possa essere la linea di difesa di un imputato che volontariamente, consapevolmente, ha colpito un ragazzo con il tirapugni, ben sapendo che si tratta di uno strumento anche mortale. Non lo sapeva? Usava solitamente il tirapugni contro un sacco da boxe o un punching ball?

E ora veniamo agli aspetti mediatici delle due vicende, comparandole, per riflettere sulle differenze profonde della loro rispettiva trattazione.

La tragedia di Willy ha dominato la scena dell’informazione nazionale per quindici giorni, contendendo al Covid la primazia del tempo-notizia, ha occupato più volte con foto e articoli le prime pagine dei maggiori quotidiani cartacei, mentre la tragedia di Filippo è stata resa nota da striminziti comunicati sui media nazionali, mentre è stata trattata più diffusamente dai quotidiani e dalle tv dell’Italia Centrale.

Perché? Dati gli elementi di diversità dei due fatti, ma anche la identica gravità dell’atto criminale, dove sta il fomite ispiratore delle differenze in fatto di media? Forse che sta nel fatto che Willy era di colore e Filippo bianco caucasico? Se fosse così, mi sembrerebbe una ragione idiota, imbecille, perché eticamente una vita vale qualsiasi altra vita, come insegnano i grandi padri del nostro pensiero greco-latino e cristiano, da Aristotele a Tommaso d’Aquino a Kant, anche se giuridicamente i primi due non contestavano la schiavitù, e il terzo conservava pregiudizi verso le persone di colore. Seconda ragione: in Italia, salvo alcune tremendamente ignoranti e crassamente arroganti minoranze razziste e fasciste, non è diffuso un sentimento suprematista al modo degli Stati Uniti d’America di questi anni, che hanno (speriamo solo fino al 4 novembre p.v.) il presidente che si meritano.

Non abbiamo bisogno che i media progressisti si distinguano per queste… distinzioni. A me pare che costoro – sotto sotto – pensino questo: trattiamo Willy da immigrato sfortunato e fragile e Filippo da bianco borghese che forse se la è anche cercata. Non so se esagero, ma forse anche no. Il “politicamente corretto” è idiota e fa il paio, da un punto di vista intellettuale, anche se non da quello morale, con gli atteggiamenti razzistici.

Non serve, non è utile, anzi è pedagogicamente e andragogicamente dannoso per il giovani in cammino, i giovani che non hanno alba della storia passata e recente e possono essere condizionati negativamente da un’informazione parziale e bacata. Le vite di Willy e di Filippo valevano uguale, perché uguale era la loro dignità di giovani uomini in vista della vita da adulti.

E anche l’informazione avrebbe dovuto essere equanime, nel raccontare un dolore infinito, ripetuto due volte in circostanze diverse, in una società che ha bisogno di recuperare con equilibrio un pensiero critico, che è in crisi, perché non è nutrito abbastanza dall’umiltà della ricerca personale, intellettuale e morale, e talora è inficiato dall’incultura dei violenti e dalla stupidità del politically correct.

Willy

La sua morte è qualcosa di diverso e di molto più grave di una tragedia, come può essere un grave incidente stradale o un omicidio preterintenzionale. E’ qualcosa di drammaticamente significativo per comprendere lo stato della “cultura etica” italiana, intanto. Rappresenta lo stato morale dei comportamenti dei protagonisti di questo omicidio volontario, senza attenuanti, tanto malvagio quanto assurdo e stupido. E del contesto che ha partorito questi stupidi assassini, ma che ha partorito anche Willy, così diverso, così “umano”. Intendo proprio – concettualmente – la generazione sociale dell’altruismo e della stupidità assassina, senza che tale dato psicologico depotenzi in alcun modo le responsabilità morali individuali.

Possiamo certamente interpellare la psicologia sociale e e quella individuale, la sociologia e la morale corrente, sia quella religiosa sia quella laica, ma non basta l’ausilio di queste scienze, perché occorre altro al fine di cercare di penetrare almeno un po’ nell’abominio mentale e fattuale del caso, nella mente degli omicidi.

Quali sono le priorità, cioè le cose importanti per cui questi orrendi giovanotti sono stati in grado di commettere atti come l’uccisione di Willy?

Non sappiamo nulla delle famiglie nelle quali sono cresciuti, chi li ha accuditi, istruiti (?), che scuola hanno fatto, se hanno frequentato la parrocchia, che valori spiccano nel loro contesto amicale, o della palestra frequentata…

Possiamo dire che la cosiddetta movida può essere l’ambiente nel quale droga, alcol, sesso e violenza si coordinano in un perverso cocktail di bruttezza e malvagità, perché bruttezza e malvagità si connettono, come la Bibbia e la grande filosofia greca ben spiegano? Vediamo come.

Non mi pare i siano dubbi che queste quattro componenti, messe insieme o anche separate, costituiscano un vettore di squilibrio psichico e sociale significativo. La droga non può essere ritenuta un investimento esistenziale (scherzo) e così l’alcol. Circa il sesso, non intendo certamente demonizzarlo, tutt’altro, ma la sua dimensione strumentale e concultatrice della personalità soprattutto delle donne, è un fattore molto negativo di relazione.

Non parliamo di ciò che significa la violenza come elemento gravissimo di negatività. La violenza è un abbassamento dell’umano, un imbarbarimento, un imbestiamento, senza offesa alcuna per gli esseri viventi-senzienti che chiamiamo “bestie”.

Vorrei proporre a questo punto una riflessione filosofico-teologica che attiene certamente a quanto sto scrivendo, per spiegare che il rapporto morale ed estetico fra bontà e bellezza, e fra malvagità e bruttezza, che rende evidente l’assurdo e la disumanità dell’episodio citato.

In ebraico, all’inizio di Genesi, là dove si narra la creazione – in sette giorni – del mondo, del cielo, il firmamento, e della terra, degli animali e dell’uomo, lo scrittore biblico si affretta a scrivere che Dio, osservando ciò che andava creando, considerava innanzitutto che era buono ciò che creava.

Ma in quella lingua sintetica, per definire il “buono” si usa la medesima parola che si utilizza per definire il “bello”. Qualcuno potrebbe dire che, siccome si tratta di un idioma assai arcaico e provvisto di un lessico limitato, per economizzare, gli scribi di quei tempi, parliamo di venti/ trenta secoli fa, preferivano avere un solo termine per i due concetti. Può anche essere così, ma solo in parte, perché Tôb  – per la mentalità del tempo e di quei luoghi – poteva tranquillamente prevedere che ciò che si manifesta con armoniosa bellezza non può essere malvagio: si pensi alla natura, agli animali, all’uomo stesso, declinato nei due generi, maschio e femmina (“li creò”), giovani, sani e forti…

Dio infatti non può creare il male, né la bruttezza, perché ciò sarebbe in contrasto con la sua natura divina, che è innanzitutto “luce intelligente”. Per quale ragione, infatti, una luce intelligente dovrebbe, prima creare e poi mostrare cose malvagie e brutte? Sarebbe insensato!

Da tutt’altra parte, in Grecia, al tempo dei grandi filosofi, attorno al V e al IV secolo, si disquisiva di argomenti analoghi, ma in modo molto diverso. Colà si pensava e si scriveva in greco, la lingua più evoluta e ricca del tempo, capace di esprimersi con numerosi termini polisemantici (cioè con più significati), per cui non c’era il problema di sintetizzare il concetto di “bello” e di “buono” in una sola parola. Addirittura, quegli scrittori tanto dotti, Platone in primis, avevano costruito un termine composto, tecnicamente una “crasi”, tra il concetto di “bello” e quello di “buono”: kalokagathìa, dove vi è il termine kalòn, cioè il bello, e agathòn, cioè il buono: il bello-buono, in italiano.

E allora, come considerare questo orrore se gli assassini di Willy sono comunque esseri umani?

Come si sono coniugate malvagità e bruttezza nella genesi del loro agire?

Creta, Ano Viannos, la piazza delle esecuzioni

Questo luogo telematico non è solo vetrina per i miei scritti, aperta al mondo, ma anche un luogo di ospitalità. L’amico Fulvio Comin, in questa fase delle nostre vite è anche mio compagno di strada nella scrittura di un romanzo storico, che l’editore Albatros è stato disponibile a pubblicare: si tratta della storia di una famiglia ebrea che fugge da uno dei tanti pogrom antisemiti che accadevano in molte parti dell’Europa nel XVII secolo (e in molti altri tempi come manifestazione di una “malattia grande” dell’umano, il razzismo) e, nel caso, in Ucraina sulle rive del grande fiume Dniepr. La famiglia di Rizko Abrams va a Occidente… ma ne leggeremo le peripezie quando il romanzo sarà pubblicato.

Fulvio Comin

Intanto qui accolgo un racconto drammatico che Fulvio ha voluto scrivere da Creta. Un salto all’indietro in piena Seconda Guerra mondiale, nella tragedia dell’occupazione nazista.

“In questo sole sfolgorante, dentro a questo caldo che arriva come un abbraccio mortale direttamente dalla miscela di grani di sabbia del deserto africano, nati sotto l’Atlante e spinti, verso l’Europa, non una Europa, ma tante Europa, frantumate sotto i venti degli egoismi e degli interessi, piccole schegge di roccia che si incontrano con altri frammenti di roccia del deserto e non si accorgono di essere eguali ai precedenti e, nello stesso tempo, diversi quasi il confronto, quando non lo si vuol fare, fosse impossibile.

In questo sole sfolgorante dove mi ha portato Roberto, pilota comandante di grandi aerei, che guarda il mondo dall’alto, eppure sa riconoscere, i tragici segni sul terreno, quasi fossero pennellate di ferocia umana che né il vento né l’acqua riescono a cancellare e rimangono per decenni e, forse, secoli, sempre che non nasca qualcuno che vuole riscrivere la storia per camuffarla e raccontarla alla mamma, discretamente, perché non le provochi dolore, perché non ne turbi gli ultimi sogni prima di andarsene a fare i conti con l’Eternità. Se c’è!

Lei ci crede e allora cosa dobbiamo cancellare nella storia del mondo per farla contenta? Nulla, in verità, perché il Padreterno, nel momento del trapasso le confonde la memoria, le spegne la luce che illumina la verità e confonde nel grigio il bianco ed il nero e la lascia valicare il confine in uno stato di semi incoscienza. Trapasserà felice e noi ci chiederemo se questo sia giusto oppure no.

Ma noi chi siamo per porci questa domanda?

Ecco allora che, altro, ci toglie l’incomodo e neppure ce lo dice. Ci sarà pure un motivo che ci sfugge, in questa mancata comunicazione. Di sicuro, ma non ci va di cercarlo.

E allora, in questo sole sfolgorante ed immersi in questo caldo inconsueto, ecco che Roberto mi indica una tabella lungo la strada sulla quale c’è scritto, prima in greco e poi in inglese: “Lygia. Place of Nazi Executions”.

La tabella indica una strada sterrata che scende verso un falsopiano coperto da ulivi che non sappiamo se percorrere oppure no. L’assicurazione dell’auto presa in affitto ti copre eventuali danni, soltanto se percorri strade asfaltate, altrimenti il rischio è tuo.

Che ci sarà da vedere nello spiazzo dove i nazisti hanno fucilato centinaia di persone? Probabilmente nulla, se non fili d’erba tra le piante di ulivo, dimenticati dalle capre o magari una transennatura realizzata decenni dopo a delimitare ciò che ormai era evaporato come una negligenza, tra i fumi della storia.

Anche i crimini evaporano, spariscono nell’aria, come un gas mortale che nessuno vede, ma che ti entra dentro e ti devasta. E quando chiedi alla Storia, se i responsabili abbiano pagato, la risposta è sempre scoraggiante: non hanno mai pagato e neppure si sono mai pentiti o hanno lasciato uno scritto da leggere dopo la loro morte per affermare ciò che volevano, anche che avevano fatto bene a comportarsi  come si erano comportati.

Ma perché costoro non lasciano mai una traccia delle loro malefatte o “benefatte”, dopo la loro morte? Perché non scrivono in poche parole la verità? Cosa gli costa venire a patti con la propria coscienza?  E se è vero che ti confessi pensando che nell’aldilà qualcuno sia pronto a giudicarti, perché non scrivi: “sì sono stato io ad ordinare il massacro e ne sono orgoglioso… oppure… mi pento… non volevo farlo, ma gli ordini…”. Qualcosa sembra sempre salvarti.

Mi spieghi quale ideologia giustifica la strage di bambini che vanno ignari in mezzo a un prato, seguendo le madri, oppure in braccio a loro, pensando che c’è la mamma e, se c’è, sono sicuri e, invece, questi assassini, li strappano dall’abbraccio, li afferrano per i piedini, li fanno ruotare e ne fracassano le teste contro gli stipiti di una porta magari quella della casa dei bimbi, dove gli stessi si erano più volte affacciati entrando od uscendo da quell’uscio che rappresentava il confine tra la famiglia ed il mondo.

Poveri bambini che noi dimentichiamo facilmente, riducendoli a statistica: quanti erano il cinque per cento, l’otto? Non importa. Ciò che è davvero importante è che esistevano, c’erano e non hanno compreso il momento che stavano vivendo e che, un secondo dopo l’averlo forse pensato, non vivevano più.

Oltre cinquecento, tra bambini, donne, anziani, sono stati portati nel “ piazzale delle esecuzioni” e, a gruppo di sette, mitragliati.

Perché non si sono ribellati? Morte per morte, cosa cambiava?

Pensate: questa domanda la dovremmo porre a coloro che si sono lasciati fucilare senza far nulla, camminando fin sull’orlo della fossa dove poi si erano inginocchiati, aspettando il colpo alla nuca.

Perché non si sono ribellati? Domanda delle domande.

Roberto, che guarda le cose terrene dall’alto, mi accompagna al sacrario che ricorda questi morti: ci sono i nomi. Certo, ci sono i nomi e pure, stilizzate nella pietra, le figure di coloro che sono stati ammazzati, ma è come tentare di rappresentare il vento con un solido, fare di un soffio d’aria una bolla di pietra e sostenere che non pesa.

Tutto evapora.

Già, il tempo è un soffio e chi lo acchiappa finisce soltanto per contorcersi nel rimorso o in un’esaltazione che non sembra passare mai. Meglio allargare le mani e lasciarlo andare: via, un soffio di vento, polvere sparsa nell’aria. Non pesa nulla, soprattutto non ti pesa sullo stomaco.”

(Fulvio Comin)

Una primavera piena di vento

…ci sta regalando questo 20 “quasi” 20, ultimo anno del secondo decennio del terzo millennio, poiché sarà pienamente 2020 solo alle 24.00 del 31 Dicembre prossimo venturo. Ricordo la mia ira quando, in vista del e durante il Capodanno del 2000 molti si esaltavano per l’arrivo del Terzo millennio, e io ad affannarmi a dire che no, no e no, perché quello era l’ultimo Capodanno del Secondo millennio. Niente. Duri (di cervice) al pezzo dell’insipienza. Anche diversi laureati nel novero, pergiove! Perfino un dottore in matematica e informatica.

Ogni santa mattina, quando guardo fuori prima delle sette i rami e le foglie vibrano, scossi dal vento. Se esci e la temperatura sfiora i venti gradi, ti pare più bassa, perché l’aria è fresca, come nelle prime primavere della vita.

Una primavera che ci porta via Ezio Bosso, ma no, non ce lo porta via, semplicemente ora è in un “altrove” ancora più presente di prima, solo senza dolore. Il vento è come un messaggio che viene da molto lontano, specialmente il nostro Vento dell’Est, da pianure sconfinate, da oltre fiumi immensi come il Danubio e il Dniepr, forse anche dal Volga e dall’Ural. Si chiama buriàn, che diventa bora a Trieste, appena di qua del confine. confine

Ecco, è mancato Ezio Bosso, in questa primavera piena di vento, ma la musica vive per sempre. La sua musica e la musica in generale. La musica è come il vento, che viene e che va, “Il vento va e poi ritorna“, scriveva Wladimir Bukovskj affacciandosi sulla steppa dalle finestre di casa sua. Di là viene il buriàn che supera l’immensa pianura sarmatica e i monti Carpazi, per infilarsi poi nella Krajina furlana attraverso il Passo Zagradan sul monte Kolovrat, onusto di storia. E di poca gloria, per noi Italiani.

Lo racconto in molti modi questo percorso del vento. Lo ho raccontato e lo racconterò ancora, mio caro lettor paziente.

Lo ho incontrato ieri pomeriggio su qualche rettilineo della Bassa furlana dove andai in bicicletta, fidandomi del controllo dei dolorini e della resa dei muscoli. Ho rivisto le sorgive acque dello Stella, l’Anaxum latino di Plinio, con tutte le sfumature del verde, color naturae pictus, sorpassando famigliole e pedoni viandanti. Li ho salutati tutti, ricevendo in cambio un sorriso, diversamente da qualche mese fa, quando ognuno andava muto e diritto per la sua strada, disattento al suo simile che gli veniva incontro.

In montagna ci si saluta sempre, man mano che cresce l’altitudine, e la fatica e gli erti sentieri selezionano gli esseri umani. Un giorno fui sulla cima di un monte, il dolomitico Averau, che era ripido da dove lo avevo salito, una ferrata lungo un camino di circa 400 metri, e comodo, accessibile perfino alle automobili, dall’altra parte. Là in cima vi era un rifugio e signore in pelliccia a prendere il sole. Non ebbi cuore di salutarle. Mi facevano pena. Snobismo il mio, o il loro?

E’ cambiato anche il silenzio, più pieno, quasi come in un deserto di verde e di acque correnti. E queste giornate infinite contengono tutto quello che vuoi fare: scrivere, parlare, muoverti, comprare qualcosa, telefonare a qualcuno che non senti da tempo, dialogare con i mezzi telematici che fan risparmiare lavoro e fatica. Giorni lunghissimi di maggio, in attesa di giornate ancora più immense, quando giugno prelude all’estate.

Osservare Venezia nello splendore ineguagliato della sua storia, e le piazze di Napoli e il Duomo mediolanense, possente, bianco come un angelo di pietra. Ascoltare Francesco che si ricorda di tutti, uno per uno, mestiere per mestiere, vita per vita, fatica per fatica. Ricordarsi di due ricorrenze: i 50 anni dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori che il ministro Brodolini volle e il prof Giugni redasse.

Morì poche settimane dopo il compagno Giacomo e fu immediatamente accolto nel paradiso dei giusti, secondo il mio parere di teologo/ filosofo eticista. Un ateo cristiano, come molti uomini e donne buoni; i cent’anni dalla nascita di papa Karol di Polonia, da Wadowice, il coraggio, la determinazione, la testimonianza. Papa Wojtyla ci mostrò la dignità della vita, quella fine di marzo 2005, appeso al Crocifisso, mentre il cardinale Ratzinger, con in mano la Croce, il Venerdì Santo denunziò la sporcizia presente nella Chiesa stessa, Sancta et Maculata, Sancta et Meretrix, sulle tracce di sant’Agostino; così come lo stesso, da papa Benedetto, ci mostrò la dignità del lavoro, dell’impegno responsabile (ingravescente aetate, ricordo ancora quell’ablativo assoluto che scosse molti, vale a dire, ad sensum, “essendo il lavoro di pastore sempre più faticoso da sopportare alla mia età“), e lui, da lavoratore della mente e della cultura non voleva essere sopportato come un peso. Preferì il ritiro della preghiera, primo compito del pastore di anime.

Penso che anche il quotidiano comunista Il Manifesto, che lo aveva salutato, quando fu eletto, come “Pastore tedesco”, volendo significare in metafora che quell’uomo era un custode rigoroso, anzi rigido, della Tradizione, del Depositum fidei, e del Magistero della Chiesa, ebbe modo di apprezzare quella decisione ispirata a una profonda umiltà e senso di responsabilità personale.

Il card Ratzinger riuscì anche a farmi mandare un apprezzamento e un plauso quando ricevette il mio libro sull’Eros nella Bibbia, non per iscritto, ma tramite un messaggio Whattsapp. Ricordo che fu lui, così anziano e “tradizionalista” secondo molti, ad inaugurare l’account twitter “pontifex”, alla faccia di chi lo ritiene un mero passatista. Non è così: chi ha buona volontà, legga le sue chiarissime Lettere encicliche Deus Caritas est e Caritas in veritate, per capire chi è veramente quest’uomo colto e umile. E la biografia in tre volumi di Gesù di Nazaret, lettura per tutti.

Questa è la mia primavera piena di vento, che passa ogni giorno diverso che il buon Dio ci manda.

Silvia Romano, o di ciò-che-è-possibile: la “realtà” dei sogni e anche dei pro-getti, dell’immaginazione e della fantasia creativa, tutte manifestazioni della “verità”, anche nelle storie più drammatiche e angoscianti

Sicuramente Silvia Romano, liberata dopo oltre 500 giorni di prigionia nei covi di Al Shabab, dall’intelligence italiana e – pare – con il decisivo ausilio dei Turchi, ci rende tutti pieni di gioia e in purezza di cuore.

Però… e l’avversativa non è casuale, come puoi immaginare, mio gentil lettore.

Non voglio nascondertii quello che scrissi quando fu rapita: grosso modo su questo blog affermai con una certa durezza: “sarebbe stato meglio che si fosse dedicata agli anziani non autosufficienti di Treviglio o di Rho,
invece di andare in Africa“.

Una battuta istintiva, forse ispiratami dal fatto che Silvia è coetanea della mia Beatrice, e quindi mi sono immedesimato in suo padre. Un delitto aver pensato e scritto quanto sopra?

Chi non è padre (o madre) non può immaginare che cosa significhi una figlia. Semplicemente il destino di una vita, la persona di gran lunga più importante, fin da quando è stata “immaginata” (io immaginavo di voler/ poter avere una figlia da quando ero adolescente, lo dicevo a tutti, peccato che chi lo sapeva, mia povera mamma Luigia, non è più qui per confermarlo), e poi nata (me presente e attivo nella sua venuta al mondo esterno, mentre solo sua Madre era presente nel momento misterioso e inafferrabile della sua venuta al mondo… interno, come zigote), e cresciuta in corpo, mente e spirito, e accolta da un uomo, cui si è affidata.

Invece, la Vis imaginativa di Silvia, la sua generosità e il suo altruismo la hanno portata in Kenia, nell’Africa profonda, e oggi riceve, non solo l’affetto di tutta Italia, ma anche l’approvazione per la scelta fatta a suo tempo, oltre che dai “governanti” che in pompa magna (eccessiva, ma la politica dell’immagine ha le sue ragioni, no?) la vanno a “raccogliere” a Ciampino soprattutto per visibilità mediatica, e poi da parte del dottor Gino Strada (costantemente votato alla politicanza), da Saviano (eh, ci mancava!), da Fazio (che sicuramente la ospiterà nel suo invidiato programma di prima serata), da uno scrittore sopravalutato come Erri De Luca; penso anche da don Ciotti, prete cattolico molto “aperto” (tra qualche altro presbitero nostrano, il cui nome qui non faccio, ma chi mi conosce sa bene chi intendo), certamente tra molti altri. Sul fronte “opposto” si scateneranno i forti lai salviniani (questa volta non direttamente suoi, forse qualcuno ultimamente gli ha consigliato di modificare i suoi toni solitamente urlati) e meloniani, talmente prevedibili da essere stucchevoli.

Capisco razionalmente tutto, ma non condivido l’insieme della vicenda, dalla scelta iniziale al suo esito nel brutto barracano islamico verdastro (nulla a che vedere con i tradizionali coloratissimi bei vestiti femminili della tradizione somala), impostole dai delinquenti nazifascisti che l’hanno rapita, specialmente se queste missioni non sono supportate da misure di sicurezza maggiori di quelle che offre il Kenia in un villaggio a sessanta km da Malindi.

Tutti sappiamo che una disgrazia può accadere a chiunque, ovunque e in qualsiasi momento, in modo tale da poter perdere la vita. Ma, un rapimento o una morte violenta sono più probabili dove la situazione locale, socio-politica, etnica e militare è particolarmente difficile, per ragioni obiettive conosciute. Dopo la Seconda Guerra mondiale si usa dire che abbiamo vissuto 75 anni di pace, ma non è vero, perché in questi tre quarti di secolo abbiamo vissuto decine di guerre locali e regionali che hanno fatto milioni di morti: basti ricordare la Guerra di Corea nei primi anni ’50 e quella del Vietnam, dal ’63 al ’75, più o meno dalla presidenza Kennedy alla presidenza Nixon, che provocò oltre un milione di morti tra i Vietnamiti e 60.000 tra i soldati Statunitensi.

Il vicino Oriente, poi, dal ’48 a oggi è stato un teatro di guerre e guerriglie continue, per il conflitto Israelo-Palestinese (1948 – 1967 – 1973, etc..), la guerra Iran-Irak che fece un milione di morti, le due Guerre del Golfo dei due Bush e del falsario Blair. E in Africa ricordiamo, tra altre, le storie terribili delle guerre congolesi negli anni ’60 e quella tribale fra gli Hutu e i Tutsi in Ruanda negli ’80, che provocò due milioni di morti.

E abbiamo ben presente la – a noi vicinissima – Guerra balcanica negli anni ’90, che tolse la vita a quasi 400mila persone; e poi quella siriana, più recente, con mezzo milione di morti. Non dimentichiamo mai l’11 settembre 2001 americano e la conseguente Guerra infinita in Afganistan. E le dittature violente in Sudamerica (Cile, non Venezuela, caro Dimaio!), e altri orrori, come la strage cambogiana perpetrata dal criminale Pol Pot e dalla sua cricca di delinquenti, guerre e guerriglie fatte senza alcune dichiarazione formale, come usava la diplomazia politico-militare fino alla Guerra ’39/ ’45.

E torniamo da noi, per parlare di Silvia. Lei è andata in zone infestate da terroristi e sedicenti guerriglieri islamisti (falso-islamici, e lo dico da un punto di vista, sia teologico sia socio-politico, nonché etico).

Silvia ha deciso di rischiare ed è andata laggiù, venendo rapita da un gruppo organizzato, probabilmente una banda che opera border line, tra traffico di armi e di droga, il quale manteneva rapporti “affaristici” con gruppi più politico-militari come i kaedisti di Al-Shabaab. Indubbiamente Silvia è una ragazza forte e determinata, sicuramente preparata e disponibile a rischiare qualcosa, anzi molto, della sua vita. Ciò che è successo non sono ora in grado di qui descrivere. Un anno e mezzo da rapiti può essere molto dura, specialmente per una giovane donna, che rischia, oltre alla vita, anche il rispetto del suo essere-donna. Non conosciamo i dettagli del trattamento riservatole, anche se lei di primo acchito ha affermato di essere stata trattata bene, e probabilmente li conosceremo tra qualche tempo.

Vi è poi la tematica religiosa: a me pare sia stata costretta alla “conversione” all’Islam, metodica tipica di queste situazioni, anche se lei afferma che è stata una scelta spontanea e libera. Restando sul teologico-religioso, vengono in mente i casi storici dei primi cinque secoli di Cristianesimo, certamente fino al dominatum di Diocleziano, ma anche in certi casi un poco oltre, qui evitando di citare le lotte intestine al cristianesimo, che causarono migliaia di morti, almeno fino alla lotta iconoclasta del VIII/ IX secoli. La storia dei “testimoni” capaci di farsi uccidere per non abiurare alla loro fede, ci racconta in modo accurato, nei cosiddetti “martirologi” quello che successe in molti casi, ma anche queste storie andrebbero ri-studiate, perché la vulgata catechistica non le ha presentate correttamente, almeno fino al Concilio Ecumenico Vaticano II. Per la dottrina cristiano-cattolica non vi è nessun problema se si è costretti alla “conversione” con le minacce e la violenza: Santa Madre Chiesa è accogliente, sempre, verso chi ha subito violenza.

In questi casi la differenza la fa, come sempre, la persona, l’individuo, che ha capacità del tutto soggettive di sopportazione della paura, del dolore, dell’ignoto che genera un’ulteriore paura… quella della paura, un’emozione-passione tra le peggiori. Non conosciamo Silvia, né la sua capacità di sopportare una situazione senza empatia verso di lei, possiamo pensare, ma non ne siamo sicuri.

La letteratura narrativa e quella psicologica parla di una famosa sindrome, quella detta “di Stoccolma”, per la quale il prigioniero in qualche modo finisce con l’essere perfino solidale con il proprio rapitore e/ o carceriere, visto che è “passata di mano” più volte essendo tenuta in almeno sei luoghi diversi, come ha già raccontato.

Certamente, in vicende tipo quella di Silvia viene meno, ovvero si riduce il potenziale della persona che offre il suo servizio, ed emerge il possibile, cioè ciò-che-può-essere (o capitare), oppure ciò-che-può-non-essere (o capitare). Il possibile è costituito, qui scritto in modo filosoficamente assai approssimativo, dalla somma fra realtà effettuale e realtà virtuale.

Ad esempio, parliamo brevemente della sua “con-versione”, o metanoia, in greco antico. Silvia si è convertita all’Islam, ma da che cosa? da un agnosticismo di tipo giovanil-occidentale o da un cattolicesimo cristiano? e questa religione era prima da lei vissuta in modo tiepido o intenso, convinto? Tante domande che occorre farsi, psicologicamente e filosoficamente. Io non lo so, perché non conosco la sua interiorità spirituale e morale.

Quello che posso dire è che in una situazione analoga non sappiamo che cosa potrebbe fare una qualsiasi ragazza italiana di ventiquattro anni. Può anche darsi, e non so se lo sapremo mai, che la scelta della conversione sia stata fatta per evitare un matrimonio islamico, nella tradizione del quale, la Sharjia prevede come effetto immediato l’adesione della sposa alla fede del marito. Ricordo qui che, tra i Paesi a maggioranza musulmana, solo la Tunisia ha messo in Costituzione il divieto di origine semitico-patriarcale (pre-islamico, lo sottolineo, per una doverosa cura della correttezza storiografica) per la moglie dell’obbligo di aderire alla fede del marito, mentre altre Nazioni cominciano ad adeguarsi a questo principio democratico-liberale, come il Marocco, l’Egitto, l’Algeria e l’Indonesia (ti ricordo, gentile lettore, che l’Indonesia è la più grande Nazione a maggioranza musulmane del mondo).

Non dobbiamo mettere in dubbio la buona fede di Silvia, ma è lecito essere perplessi di fronte a una scelta, peraltro così immediatamente e mediaticamente conclamata come la sua. Ne saranno ammirati stuoli di giovani ragazze, e si metteranno sulle tracce del suo esempio? Ne dubito fortemente.

Altro argomento, in qualche modo collegato al precedente. Anche i sogni, l’attività onirica, fanno parte della realtà, come ben sapevano gli antichi, e in tempi più a noi vicini Sigmund Freud e Karl G. Jung. I sogni sono una dimensione del reale che fa parte della vita umana e della natura psico-fisica di essa.

L’attività onirica, cioè i sogni, oltre che come attività psicologica inconscia, possono essere anche considerati come metafora. Tutti noi sognamo una vita migliore per noi stessi e per i nostri cari e amici.

Silvia Romano ha “sognato” una realtà e un mondo “migliore”, soprattutto per i più fragili e poveri, come i bambini, e si è mossa per questo.

Per lei, ma anche per ciascuno di noi, questa realtà viene veramente generata o “creata” dagli esseri umani. La generazione è un passaggio da una vita a un’altra, un passaggio di vita, mentre la creazione appartiene a due “fonti”: la prima è quella “divina” che nessuno è obbligato a tenere veridica, poiché la fede è un atto, non un frutto del ragionamento logico-argomentativo; la seconda è quella dell’arte, della poesia, della musica. O dell’impegno sociale, come nel suo caso e in quelli di numerosissimi altri/ altre.

In questo ambito, quello dell’impegno sociale, che richiede anche la disponibilità a “rischiare del proprio”, voglio segnalare anche un altro aspetto, quello del comportamento delle Ong/ onlus, la cui correttezza morale e la cui preparazione professionale lasciano molto a desiderare. Nel caso, Silvia era nella savana africana, più vicina gli ippopotami e ai leoni che a un servizio di polizia degno di questo nome, cara fondatrice della Ong marchigiana per la quale lavorava Silvia. Mi auguro che questa drammatica vicenda suggerisca indagini approfondite da parte delle autorità italiane e magari l’adeguamento di una normativa che pare largamente insufficiente.

Ogni progetto, anche quello di Silvia, è come un “secondo sguardo” sulla realtà. Noi esseri umani abbiamo bisogno di due sguardi, il primo sull’immediato istante che accade, e mentre accade, passa, facendo transitare la sensazione del tempo dal passato al futuro, passando per il presente; il secondo è lo sguardo di medio periodo, che presuppone un progetto, che è composto di analisi prima, di sintesi, di decisione e di azione. Bene: mi chiedo se Silvia abbia avuto attenzione per i due sguardi: certamente l’impeto della scelta di andare mostra come abbia utilizzato il primo, ma forse non il secondo.

Ora per lei è tempo, dopo che si sarà riposata, di riflettere per ri-costruire un progetto per la sua vita, avendo la forza e la razionalità per il secondo sguardo, quello che permette alla volontà umana di trasformare il possibile in reale, utilizzando il potenziale, cosicché ciò-che-è-in-potenza possa diventare atto, cioè verità. Anche rispetto alla scelta di fede che si è – in qualche modo – “sentita” di compiere.

Il vento (lo spirito) soffia dove vuole

Giovanni 3, 8: “Il vento soffia dove vuole” sono parole misteriose dette da Gesù al fariseo Nicodemo, durante un colloquio durato probabilmente tutta la notte.

E’ forse lo spirito un po’ come il virus, che colpisce a casaccio? No, certo, e non per timore di essere blasfemi. Pare che il Covid-19 colpisca soprattutto “vecchi” e di già “malati”. Cosa significa oggi essere vecchi? Non certo la stessa cosa di solo mezzo secolo fa, quando se vedevo un collega di mio padre, a sua volta cinquantenne, mi sembrava vecchio. E io che di anni ne ho qualcuno più di cinquanta, mi dicono che non sembro, né sono vecchio, perfino le amiche di mia figlia, che hanno poco più di vent’anni e poi donne di trentacinque/ quaranta/ cinquanta anni. E nonostante la bestia che mi è venuta a trovare due anni e mezzo fa e che io, per il momento, ho fatto accomodare fuori stanza.

Il vento soffia…” Grazie a Dio, E non cessa di soffiare, non si ferma, nonostante il comportamento degli umani sia spesso improvvido e scellerato.

Nella tradizione cristiana Dio è “Amore-creativo”, ovvero “Creatore”, e ciò potrebbe sembrare un termine sentimentaloide o sdolcinato, dove prevale la re-lazione. In altri loci e molte volte ho ricordato come “Dio” sia di difficile se non impossibile definizione. L’ineffabilità del dire-di-Dio è nota e studiata, e meditata, e pregata dal grande misticismo cristiano, islamico, buddista. A Meister Echkart pareva normale chiedersi come l’uomo potrebbe dire di comprendere Dio con le stesse facoltà che usa per comprendere se stesso e il mondo.

Come nella vicenda del profeta Elia, si può udire la voce di Dio (IRe 19), senza capire da dove provenga. Quello che si può comprendere è che Egli soffi, cioè sia dove vuole. A volte appare lontanissimo, e invece è lì vicino a te; a volte dubiti della Sua Essenza/ Presenza, e Lui si manifesta con forza, anche se silenziosamente. Basta che si rifletta un poco e si deve ammettere che non latita, poiché la sua attiva presenza appare nella tua vita con un atto di salvezza (quando scivolai per cinquecento metri sulla neve del Coglians e riuscii a frenare a trenta metri dal baratro, oppure nella vicenda sopra citata, oppure quando mi lasciarono aperta un’arteriola che sboccava sangue rosso, nella notte…). E ad Auschwitz, dov’era? E’ la parte inconoscibile dell’economia di Dio, perché il nostro sguardo è limitato, non abbiamo una visibilità sufficiente per dire qualcosa.

Ora, con questa perniciosa influenza, la domanda ritorna. Si potrebbe allora dire che il soffio dello Spirito sta nel sacrificio dei molti che si occupano a soccorrere chi si ammala, nei loro silenzi, nel loro sudore, nel loro anonimato. La voce, in greco si dice phoné, significa sia parola sia azione, è una idea/ azione, un agire razionale e responsabile che vince sugli egoismi e mette al centro la vita di ciascuno e di tutti, ponendo la sordina al resto, e istruendoci sul fatto che “il resto” contava abbastanza poco, e forse – in qualche caso – proprio nulla. Nulla.

Questo Dio-che-parla attraverso il silenzio e l’agire quotidiano… in silenzio, è più espressivo del dio-liturgico delle messe per abitudine e delle preghiere per attrizione: “Mi pento e mi dolgo, oh mio Dio, perché ho paura dell’inferno, non per averti offeso, offendendo il mio prossimo“. Ecco che la vicenda Covid si fa “teologia del silenzio” attivo e generoso.

Le religioni sono il contorno dell’amore divino/ umano che agisce nei momenti topici, come questo, dove nell’agire si comprende ciò che si deve fare, superando i contrasti e l’egoismo individuale. Siamo chiamati ad agire, nel nostro piccolo, come Abramo, che fu chiamato (gli fu ordinato) ad andare da Ur dei Caldei fino a… non lo seppe mai prima, perché morì durante il lungo, diuturno viaggio, durante il quale gli fu dato Isacco. Gli fu dato da una voce che proveniva da dove? Era forse la voce che avrebbe dato inizio alla storia del popolo ebreo?

Studiando i dati riferiti a quel tempo troviamo che vi è una corrispondenza filologica dei termini “Habiru” ed “Ebreo”, e l’esistenza di dati archeologici che confermano e attestano la presenza degli Habiru nella Mesopotamia meridionale nel II millennio a.C. Abramo (Genesi 11, 31), secondo diversi studi, era un Arameo  o un Amorrita, un Habiru insomma, capostipite di un clan dal quale si originò la nazione ebrea, che aveva vissuto a Ur, e da qui era partito verso nord, prima in Siria poi in Palestina, verso il 2000 a.C. L’anacronismo contenuto nella Bibbia è facilmente spiegabile, se si pensa che nel II millennio Ur era una città sumera soggetta al potere della Dinastia elamita di Larsa. Solo verso il 1100 a.C. i Caldei, le genti di Khaldu, fanno la loro comparsa in Mesopotamia e la battezzarono Chaldea. I cronisti ebrei attribuirono alla città il nome che essi conoscevano, a loro contemporaneo e l’anacronismo ha quindi  una valenza positiva: colloca definitivamente la Ur biblica, luogo natale di Abramo,  nel sud della Mesopotamia, che un millennio dopo fu il territorio chiamato storicamente Chaldea. Lo Spirito / Vento divino, ha spinto Abramo verso la Palestina, verso Canaan, così come oggi sta silente accanto a ognuno di noi, se lo vuol stare a “sentire”. Non basta “ascoltare”, mai, così come non basta “guardare”, ché occorre “vedere”.

Possiamo dire che anche le nostre vite sono come il vento, forti, inarrestabili e anche fragili. Passiamo attraverso rami robusti d’albero e fra tronchi centenari, ma scivoliamo via come le foglie (Si sta come d’autunno…, canta il poeta).

Lo Spirito pone la radicale questione del poter-esser questo o quello, qui o là, insieme o da soli. La solitudine suggerita dalle norme odierne non è “solitudine”, ma solitarietà consapevole, nella quale si possono trovare (si debbono, dove il verbo “dovere” è kantiano) le ragioni di un senso ispirato dallo Spirito, che soffia dove vuole e dove necessita.

L’amore è il motore del mondo

(il Simposio di Platone)


L’amore è il motore del mondo, come spiega Diotima nel Simposio di Platone, è attività desiderante e ricerca della bellezza. Qualche giorno fa ho criticato in questa sede Benigni per la sua squallida performance al festival di Sanremo, proponendo una riflessione diversa sul Cantico dei cantici, che lui aveva strapazzato vergognosamente, lautamente pagato.

Ero ospite relatore a un convegno di tutto rispetto in quel di Udine, e lì ho proposto una riflessione in tema, utilizzando i miei studi sul poema biblico, che si configura come epitalamio, cioè poesia nuziale. Il Cantico fa parte del canone biblico, sia per gli ebrei sia per i cristiani, ed è un’ulteriore dimostrazione dell’infinita ricchezza dei testi biblici, che son stati scritti da autori sconosciuti in circa un millennio, dai tempi di Salomone a quelli degli evangelisti e di Paolo.

Quando sento parlare della Bibbia come fa Benigni o tale Biglino, che traduce con il traduttore interlineare i libri biblici, spacciandosi per biblista (mi pare non abbia neppure uno straccio di laurea in lettere o simili), mi si informicolano le ginocchia, ma di sdegno.

La Bibbia contiene miti (ad es. Genesi), storie narrate al modo degli antichi (Cronache e libri dei Re), come Tucidide e Tito Livio, testi filosofici (Sapienza, Giobbe, Qoèlet, Siracide, Proverbi), inni di ringraziamento ed invocazioni (Salmi)…

Il Cantico è ritenuto un testo sapienziale, un giardino di metafore (cf. Alonso Schoekel), un’immensa allegoria sull’amore umano, specchio di quello di Dio per l’uomo, le storie di Gesù di Nazaret (i Vangeli) e degli apostoli (Atti), le lettere di alcuni apostoli come Pietro, Giovanni e Giacomo, le lettere di Paolo, la giovannea Apocalisse…

Ho approfittato dell’occasione per analizzare la qualità di ciò che spesso ci propina la Rai che paghiamo profumatamente, e assurdamente, ogni mese, con la bolletta energetica e, in questo caso, si è raggiunto un abisso di nequizia, caro lettor mio… e ho scritto qualcosa per spiegare con rispetto quello che il Cantico dei cantici effettivamente è.

Di seguito inserisco il Power Point da me commentato nell’occasione, per poi continuare la riflessione.

La manipolazione dell’entusiasmo è in effetti il germe della mancanza di libertà

A pagina 429 dell’impressionante cronaca di Milovan Dijlas narrata nel volume La guerra rivoluzionaria Jugoslava. 1941-1945 Riflessioni e ricordi, edito da L.E.G. di Gorizia, trovo questa riflessione profonda, intelligente, illuminante di ciò che accade durante le guerre rivoluzionarie, sempre, forse, in ogni tempo e luogo.

(Milovan Dijlas)

Quei quattro anni sono stati un passaggio cruentissimo della lunga storia balcanica e, per certi versi, un prodromo, un annuncio di ciò che sarebbe (quasi) ri-accaduto cinquant’anni dopo, negli anni ’90. Quei popoli inquieti sono storicamente collocati sul crinale dei due “mondi”, l’Oriente e l’Occidente: baluardo contro l’Oriente, sia esso Ottomano o semplicemente barbarico, e nello stesso tempo antemurale dell’Oriente dentro l’Occidente.

Ricordo che sul confine orientale dell’Italia, cioè del mio Friuli, nel ’91 si sentiva quasi il rombo del cannone e si vedevano sfrecciare i Mig della Federazione Socialista Yugoslava, sopra Gorizia. Le bombe, anche se solo dimostrative, più vicine, caddero sulle piste del piccolo aeroporto di Vrsar (Orsera), terra di camping e bagni estivi spensierati per molti di noi. Nella bellissima Istria, nostra terra cugina, confinante, accogliente.

Milovan Gilas (Đilas o anche Djilas) nato a Podbišce nel Montenegro nel 1911 e morto a Belgrado nel 1995, è stato uno dei grandi capi della guerra di liberazione dal nazismo e dal fascismo in Yugoslavia e anche della rivoluzione socialista. Protagonista di primo piano in ambito politico e militare, era un intellettuale di vaglia. Il carcere lo accolse negli anni ’30 prima della Guerra ai tempi del re Alessandro, e poi lo riaccolse negli anni ’50 e ’60, quando si era accorto che il comunismo, anche quello titino, pur essendo eretico rispetto allo stalinismo, restava un modello sociale autoritario e rinnovatore di privilegi per alcuni, a scapito dei più.

Ebbe parte in causa anche nella dolorosa vicenda degli esuli istriani e dalmati di etnia italiana, che contribuì a cacciare, come riconobbe più tardi, quando la resipiscenza politica e filosofica lo portò su posizioni apertamente critiche verso il regime comunista yugoslavo. Su questo vi sono posizioni differenti anche nella storiografia italiana. Vi è chi crede in questa resipiscenza (Arrigo Petacco) e chi non del tutto, come Raoul Pupo, studioso di quegli anni e di quelle vicende. Di seguito riporto un brano dell’interviste data da Dijlas a un periodico italiano:

«[…] Ricordo che nel 1946 io ed Edward Kardelj (sic) andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare alla commissione alleata che quelle terre erano jugoslave e non italiane: ci furono manifestazioni con striscioni e bandiere. Ma non era vero? (domanda del giornalista). Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza solo nei centri abitati e non nei villaggi. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni d’ogni tipo. Così fu fatto.»
(Milovan Gilas intervistato da Alvaro Ranzoni – Panorama, 21 luglio 1991)

Vediamo ad esempio Arrigo Petacco. Nel suo libro “L’esodo. La tragedia negata degli italiani d’Istria, Venezia Giulia e Dalmazia” (Mondadori, 2000) la cita in esergo in questa forma: “Nel 1945 io e Kardelj fummo mandati da Tito in Istria. Era nostro compito indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto”

Da tali parole si può pensare che si tratti di una sorta di “autoammissione di responsabilità” anche in relazione ai successivi massacri delle foibe. Dopo la guerra di liberazione e la rivoluzione socialista, in Yugoslavia tornavano fuori i nazionalismi più feroci, prima tra popoli slavi e poi contro gli italiani. Oltre a Petacco e a Pupo possiamo citare qui lo storico Guido Rumici, il quale ritiene opportuno considerare, almeno in parte, attendibile la testimonianza di Gilas scrivendo: “Quindi possiamo fare tutte le congetture che vogliamo, ma le sue parole restano. La mia opinione personale è che poco conta che lui fosse presente a queste manifestazioni e a queste pressioni di “ogni tipo”. Gilas se ne è assunto la responsabilità organizzativa.”

Negli anni ’90, Dijlas fu contrario alla rinnovata svolta nazionalista e alle sue spinte centrifughe, manifestando fino all’ultimo un’autonomia di pensiero che lo rende abbastanza unico nel panorama dei capi comunisti dell’Europa orientale nel ‘900.

Tornando al libro, occasione di questo pezzo, ho da dire che, una volta iniziatolo, non riuscivo a staccarmene. Dijlas è stato un grande scrittore, non solo di società e di politica, non solo di rivoluzione e di guerra, ma anche capace di mostrare l’amore indistruttibile per la sua Patria controversa e variegata. Non indulge mai nel compiacimento quando narra storie trucide, come quando si trovò a giustiziare con le sue mani un giovane militare germanico, conservando sempre una sorta di pietas per l’uomo, nell’ineluttabilità del conflitto e della violenza. Vi sono passaggi perfino lirici, quando racconta delle notti passate all’addiaccio, quando vaga incerto e impaurito per i burroni e percorre strade solitamente inaccessibili per salvarsi la vita.

Il montenegrino è capace di sentimenti profondi e di analisi critica eccellente, come quando narra dei suoi incontri con Stalin, che ammira e nel medesimo tempo teme e disapprova. Esempi di psicologia relazionale sono i suoi racconti dei rapporti che ebbe con Rankovic e Kardelj, gli altri due grandi capi sotto Tito, che quando cadde in disgrazia a metà degli anni ’50 non ebbero cuore di sostenerlo. La frase che ho posto come titolo di questo articolo, ripeto, è sua, e dice benissimo come fosse fatto quest’uomo: la manipolazione dell’entusiasmo è in effetti il germe della mancanza di libertà.

Ebbene sì, Dijlas è stato un comunista e un socialista che non ha permesso che l’entusiasmo della lotta facesse venire meno, alla fine, la sua capacità di giudizio, libero. Un esempio.

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