Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: racconto (page 1 of 17)

Comunque andando

Se la meta è il viaggio, l’itineranza, la meta del viaggio è solo un luogo da cui ripartire per dove, per ogni dove, come questa mattina, estiva dal denso clima, con pensieri diversi e distinti. Pensieri del mare e di terra, pensieri di lontananza e presenza, com-presenti nella mente e nel cuore. Necessità delle vite che permangono, così come le ore e i giorni che transitano attraverso me e attraverso ognuno che vive. Spinoza comprende la necessità delle cose, volendo mostrare che le scelte son quasi geometriche (Ethica more geometrico demonstrata), ma non son tanto convinto, perché resta spazio per l’arbitrio liberante di ognuno. Non insisterò mai abbastanza sul rispetto del libero arbitrio di ogni persona, che porta conseguenze necessarie, pur agendo nella contingenza. E’ solo dal-punto-di-vista-di-Dio, sub specie aeternitatis, che tutto-è-necessario, non dal nostro.

Tra poco la birota rossa mi porterà relativamente lontano nella mattina ancora non torrida di questa estate strana, e sarò di nuovo, trovatore inesistente nell’itineranza, nella perduranza, nella tardanza di eventi futuri. Oddio. La forza non manca né la volontà di procedere, di provvedere, di attendere, di essere presenti alle cose che accadono di per sé e per me, nel dipanarsi delle mattine e dei giorni. Ce l’ho solo, un poco, con chi non comprende la complessità, tutto semplificando in un abc di azioni e reazioni superficiali e a volte insensate, pensieri e atti presenti in ogni ambiente e circostanza. Ma oltre c’è il tempo della verità, che non può non vincere, così come vince la vita, sempre, dalle spore ai batteri alla balenottera azzurra, alla grande sequoia, all’uomo.

La strada assolata mi ha stremato, la salita della collina un limite odierno delle mie forze. Un’anima pura nel corpo stanchissimo. Ascolto la musica, parole di Giovanni della Croce, mezzosoprano Giuni Russo, che non c’è più. Il Carmelo di Echt, la storia di Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce, dove sarà ora? Bea è con me, qui. Pace e silenzio e solitudine e le cose del mondo. Insondabili pensieri.

Una giornata calda, vera e dura, con pezzi di lavoro e pezzi di vita pieni di sudore e lacrime, ma è così che vanno le cose al mondo, quando il dialogo non vince, quando i media prevalgono sull’incontro, quando il fraintendimento è quasi regola, quando la pietas latita e l’apertura della mente non c’è, quando il vento è fermo e solo qualche timida brezza si insinua nella sera.

Resta la virtù di speranza, alla fine, dopo che la conoscenza e l’etica si sono stancate di operare, oramai, anche loro stremate. La speranza, come scriveva il grande solitario di Koenigsberg “che cosa posso sperare?”

E io spero molto, anche perché l’amico Claudio, un medico, tornando da un viaggio condiviso nella Mitteleuropa, sorridendo diceva, rivolgendosi a me “Ma tu che non finisci di sorprenderci sulle innumerevoli cose che sai, hai fatto un patto col diavolo, o sei tu stesso il diavolo?”, suscitando il sorriso degli astanti in viaggio, e io: “No, io sono solo il figlio maggiore, quello rimasto vivo, di Pietro, e non è poco“.

Libera nos a malo, Domine Jesu Christe. Libera, libera, libera tutti…

Padri o, a volte, “padroni”?

Tornando dalla Slovacchia ho sentito un racconto biblico, simile e dissimile a quello di Mosè e le figlie di Ietro, in ebraico  יִתְרוֹ, Yiṯrô,  che significa eccellenza. Di Ietro si parla inizialmente in Esodo 2,16, come colui che sarebbe diventato suocero di Mosè ed era sacerdote di Madian.

Ietro era il capo di una tribù di pastori nomadi che si spostavano lungo le rive del golfo di Akaba. Accolse Mosè fuggitivo dall’Egitto dove aveva ucciso un persecutore dei suoi fratelli ebrei, e gli diede in sposa sua figlia Sefora, perché aveva difeso le sue sette figlie dall’arroganza di certi pastori che le volevano scacciare dal pozzo dell’acqua (Esodo, 2,21).

Ecco, “gli diede in sposa“, il padre che dà in sposa la figlia come sua proprietà. Nel mondo semitico questo era un costume etico, cioè un qualcosa di ammesso anche dal punto di vista giuridico e sociale. Lo era e lo è ancora nel Sub-continente indiano, nonostante la legislazione liberale voluta da Nehru fin dagli anni ’60. In molte aree di cultura e religione islamica altrettanto, lasciando da parte le situazioni tribali ancora presenti in Africa e in Asia.

Vedremo dopo perché il racconto di Ietro è simile e dissimile di quello fattomi in viaggio. Ora un altro esempio di potere maschile.

Gavino Ledda, sardo, nacque in un famiglia di pastori. Il padre Abramo gli fece frequentare solo per poche settimane la prima elementare e poi lo ritirò dalla scuola. Doveva iniziarlo al lavoro di pastore.  E così Gavino crebbe analfabeta fino al servizio militare, quando incontrò Franco Marescalchi che lo convinse a riprendere gli studi. Prima ottenne la licenza elementare, poi quella media, la maturità, fino a laurearsi in glottologia a La Sapienza di Roma. Fu ammesso all’Accademia della Crusca e in seguito fu nominato assistente di filologia romanza all’Università di Cagliari. Nel 1975 narrò la propria vita nel romanzo Padre padrone, tradotto in molte lingue e vincitore del Primo Viareggio. I fratelli Taviani nel 1977 girarono un film dallo stesso titolo.

Altra storia. Nel 1965 Franca Viola fu rapita e violentata dall’ex fidanzato, che la tenne segregata per otto giorni, ma lei rifiutò il cosiddetto “matrimonio riparatore”, che era in uso specialmente nel Sud, dopo una violenza sessuale. Fu l’emblema dell’inizio della liberazione femminile in Italia.

Tante violenze sono state perpetrate e si perpetrano sulle donne, fisiche e psicologiche, da parte di un elemento maschile forse un poco debole e insicuro, che ritiene di ribadire il suo ruolo anche con la violenza, mentre invece dovrebbe riflettere sul valore straordinario della differenza di genere e sulla ricchezza umana e morale del rispetto reciproco. Perfino in Iran le donne si stanno liberando, in Tunisia, in Marocco, in Algeria e, sia pure lentamente, in Arabia Saudita.

E dunque veniamo al racconto del mio amico. Mi dice: “Ero proprio là dove siamo stati in questi giorni, in Slovacchia, per cercare qualche aggancio industriale, e alla fine un interlocutore mi ascolta e mi invita a casa sua. Mi viene a prendere in elicottero, avevo portato il mio figlio minore che allora aveva una ventina d’anni o poco più. Cena splendida e alla fine la sorpresa… fa venire le sue tre figlie in età a scalare dai venti ai sedici anni e si rivolge a mio figlio invitandolo a sceglierne una, ché gliela avrebbe data in sposa”.

La cosa finì lì, tra lo sconcerto del mio amico e di suo figlio, che abbozzarono un gentile diniego, e la sorpresa dell’anfitrione, che pensava di aver fatto una grande proposta per creare un’alleanza imprenditoriale, neanche si fosse a contrattare un matrimonio tra eredi al trono nel ‘700 dell’assolutismo monarchico.

Si era nel 2005 più o meno, nel Centro Europa in una famiglia di imprenditori.

Se il comportamento di Ietro è plausibile da un punto di vista socio-storico, il comportamento del padre di Gavino Ledda si può spiegare solo con la presenza di elementi di cultura patriarcale arcaica, oggi inaccettabile, sia dal punto di vista etico sia da quello giuridico e sociale. E il signore slovacco come si configura, se non come arcaico padre padrone?

Oggi non è ammissibile che nessuno si consideri padrone di alcun altro essere umano, sia pure il figlio. La legge sulla maggiore età non lo consente, ma vi è anche una legislazione che tutela i minori e può togliere la patria/matria potestà a qualsiasi genitore che non sia in grado di garantire di poterlo essere per la crescita e lo sviluppo umano, sociale e culturale dei figli. Ciò è altrettanto vero se si tratta di rapporti tra adulti, ché ciascuno è il vero, unico e legittimo padrone del proprio destino e delle proprie scelte di vita: una verità cristallina.

Io ho avuto un padre che non mi ha mai schiacciato e una madre libera, e così son cresciuto scegliendo di fare il mio meglio, dalla famiglia povera da cui provenivo, ho lavorato e studiato tutta la vita portando a casa soddisfazioni e crescita, che continua ancora. Che Dio li abbia nella sua gloria.

Cieli slovacchi

Si va dopo un anno e mezzo, forse un po’ di più, di nuovo in Slovacchia, verso l’azienda di Galanta, a nord-est di Bratislava, quasi al confine ungherese di Ezstergom, sul Danubio, dove sta la gran cattedrale cattolica magiara. Cieli alti e mulini a vento elettrici oltre Vienna. Il viaggio è concorde, come un canto, il mio canto concorde, viaggio e meta. Non parliamo di lavoro, né della quasi grande azienda furlana che colà produce pezzi pregiati per la grande industria europea e americana dell’automobile. La fabbrica ha quattrocento dipendenti,  e vive dove Kodaly scriveva le sue danze slave. Il vento pannonico talora la raggiunge, traversando i boschi di querce sulle lunghe colline, talaltra il caldo dell’estate.

Viaggio finalmente calmo, senza guidare io, affidato ad altri. Siamo amici più che colleghi. I Piccoli Tatra si annunziano oltre il Danubio e le fabbriche dell’Europa, Samsung e Peugeot, la centrale nucleare dell’Enel verso Trnava e Nitra. Da venerdì a domenica. La pianura, vagamente ondulata, arriva fino agli Urali, solcata dai grandi fiumi. Ricordo il Dniepr immenso nel viaggio di anni fa, e pare ci tornerò, nell’acciaieria evoluta di Dnieprpetrovsk.

La Slovacchia è al centro della vecchia Europa, e a volte mi chiedo se il disfacimento degli imperi con la nascita delle nazioni sia stata una buona o una pessima cosa. Qui c’era l’Impero Austro-Ungarico fino al 1918, la dinastia degli Asburgo. Se mi si chiedesse chi avrei scelto tra la casata germanica e i Savoia, non avrei avuto dubbi a sfavore di questi ultimi. Eppure si son fatte guerre sanguinose, milioni di morti per dividere per nazioni, e poi più recentemente ancora di più, la Slovacchia si è staccata dalla Boemia/ Moravia (Repubblica Ceca), per poi rifluire faticosamente nell’Unione Europea.

Storie, culture, lingue, tradizioni ricchissime, diverse, straordinarie oggi sono rimescolate nel web e nella globalizzazione, e forse è un bene, piuttosto che mai sopiti nazionalismi, ma restano dubbi su come lo si stia facendo. Il viaggio concilia pensieri diversi, mentre paesaggi si susseguono, villaggi e cittadine, case avite di contadini in mezzo alla grande campagna.

Il viaggio dure sette ore, son quasi settecento chilometri, si faranno diverse cose, cercando ragioni a ciò che si fa di noi a questo mondo. Il silenzio si fa filosofia, contemplazione, e solo a tratti par di riuscire a contemplare la vita, che va contemplata, vivendo, non solo vissuta dell’operare obbligato del giorno. Sono e resto un viandante, mai stato turista o forse solo in qualche gesto nella vita precedente. Ora sono viator, homo viator, spesso solitario e a volte immalinconito, in cerca di silenzi, sempre, come con la bicicletta, che mi aspetta a casa per nuovi tragitti. Ma la malinconia non è tristezza, non è accidia, è un modo di vedere il mondo da pellegrino, consapevole dell’impermanenza e del destino.

Prima di partire Haendel con il suo Zadok the priest, nella sera che viene, e poi in auto commenti dei vangeli e testo greco, Maria di Magdala e Pietro, Giovanni e il Maestro. E il Preludio all’Atto I del Lohengrin, quando i violini iniziano e finiscono, e l’atto finale dell’Oro del Reno. Wagner.

Il castello di Belà è in mezzo ai boschi lontano dai villaggi e si dorme nel silenzio naturale al confine ungherese. La puszta è immensa, il Danubio non scorre lontano da qui, come i miei sogni.

Dove tornare.

La beatitudine im-perfetta

…è anche quella del pedalare senza vento a diciotto gradi, con un po’ di ombra, i trenta all’ora li fa solo peso delle gambe e la meccanica della bici, campane che annunziano la festa, erba, odore d’erba tagliata, lontani latrati di cani nelle aie contadine, campanili tra i pioppeti nella lontananza, questa è la beatitudine del tempo sospeso, quando non pensi alle brutture del mondo e ai dolori della tua vita, o a chi ti vuole male, e stai in compagnia del paesaggio e dell’anima di chi ti vuol bene che ti raggiunge ovunque, anche da lontano, o da vicino, ché pochi chilometri oggi è vicino.

Caro lettor gentile, ti scrivo tutto d’un fiato, senza punteggiatura, o quasi, e regole grammaticali imitando Joyce, in questa prima domenica di giugno, già pienamente estivo, sapendo che il titolo è contradditorio perché la beatitudine è sempre perfettibile, non mai perfetta, se non quella di Dio, come insegna Tommaso d’Aquino, che inizia la Somma della sua Teologia con la beatitudine divina, lui parte da lì, dall’unica perfezione, che in quell’unico caso non è sinonimo di morte, perché solitamente la perfezione è il completato, il finito, il concluso, e allora anche la mia beatitudine nella corsa è im-perfetta, in-completa, in-esausta, im-passibile, im-possibile, in-adeguata, e tanti altri contrari.

La mia giornata inizia presto, all’alba, e sarà di pedalate e studio, pedalate la mattina verso un non so dove di mare, e di studio ausiliatorio verso sera, con un giovin ragazzo che ha da rimediare voti scolastici. Domenica di beatitudine più che im-perfetta, anche se la grazia della forza mi accompagna e il pensiero potente analizza e ipotizza. Attentati a Londra, attentati in Afganistan e in Irak, attentati nei cuori di molti, di bambini che non hanno di che sopravvivere, attentati nel mio cuore. Il libro di Conrad si confà a questa giornata estiva, bene meritevole dell’odio di Bruno Martino, lui cantava nei ’60 ed ero bambino e ragazzo.

Io sono povero in spirito e dignitoso in economia, non so se il regno sarà anche mio. Intanto qui sulla terra combatto la mia buona battaglia, conservando la fede in me stesso, ché non ho terminato la corsa.

L’imborghesimento sconsolante della “sinistra” politica

…anzi la sua progressiva e  crescente idiozia.

La categoria dell’imborghesimento della sinistra risale, per quanto riguarda l’ultimo mezzo secolo, almeno al decennio “di fuoco” 68/77, quando la nuova sinistra accusava di tale infamia il PCI, da pulpiti che talora erano ancora più borghesi, come alcuni che poi partorirono la presuntuosità terroristica di sinistra. In realtà il PCI, fatti salvi gli intellettuali organici laureati à la Napolitano, Chiaromonte, Amendola, Natta etc., era un partito fortemente radicato nel popolo operaio e contadino, un partito autenticamente popolare. Il PSI era più sportivamente variegato, frequentato anche da una pletora di professionisti, di architetti in cerca di commesse e anche, graziaddio, da una certa parte di popolo della vecchia scuola “nenniana”.

Le successive trasformazioni, avvenute nei decenni scorsi, che hanno fatto cambiare più volte nome al “partitone” austero di Longo e Berlinguer, fino alla commistione mal digerita con il cattolicesimo “di sinistra” nell’attuale veltronian-renziano PD, hanno lasciato spazio a frange che si sono progressivamente caratterizzate per atteggiamenti e background socio-culturale decisamente borghese, nel senso novecentesco del termine. Movimenti come quelli del “popolo viola”, riviste come Micromega del conte Flores D’Arcais, attestano questa allure intellettual-puzzetta sotto il naso.

Ne avrei molte da dire ancora, io che provenendo veramente dal popolo operaio, e che ho studiato lavorando, lasciando indietro in questo molti figli-di papà, figlio di mio padre emigrante e di mia madre sguattera, ma capace di fare iniezioni gratis al popolo povero di Rivignano, ma ne dico solo una, vista stasera sul web. Tale onorevole Gasparini del PD, appunto, ha ottenuto con un emendamento che il vitalizio dei parlamentari sia reso cospicuamente reversibile a favore dei superstiti. Intervistata da un giornalista circa l’eventuale congruità etica della misura, la signora Gasparini ha risposto: “Certo che trovo giusta la reversibilità… non vorrà mica che la moglie di un parlamentare o un figlio, rimasti vedova e orfano, debbano fare la sguattera o il giardiniere?”

Gentil mio lettore, occorrono commenti? ma questo Gasparini del PD e sua moglie sanno che cos’è la storia della classe operaia, dei sindacati, del movimento socialista europeo e italiano? sanno di come funzionavano le fabbriche dell’800 raccontate da Dickens e da Carlo Marx. Sanno come si vive nelle favelas di Rio o nelle villas miseria di Santa Maria de los Buenos Aires? Nei suburbi di Djakarta e di Nairobi? Nelle periferie immense di Lagos, del Cairo e di Mexico City?

Sanno chi erano Edouard Bernstein e Filippo Turati, Antonio Gramsci e Labriola, Giacomo Matteotti, Jean Jaures e Pietro Nenni, Umberto Terracini e Anna Kuliscioff, Dolores Ibarruri e Salvador Allende, ma anche Tina Anselmi e Lina Merlin, e mi fermo qui, ché potrei continuare per pagine e pagine.

Ma dove vivono? Sanno che la storia della democrazia e del socialismo democratico nascono dal sentimento di solidarietà  e di condivisione evangelica? Che cosa c’entrano sentimenti ed espressioni come quelle lì con la storia del progresso democratico, della partecipazione dei lavoratori alla gestione della cosa pubblica, se il pensiero e il sentimento sono da un’altra parte? Che c’entrano?

Ma io preferisco mille volte il liberale patocco, ricco sfondato o riccastro cinico, profittatore e anche un poco dichiaratamente sfruttatore, a questi falsi “sinistri”, a queste parvenze, a questi simulacri di progressismo idiota.

Almeno so che bestia è quello, e me ne difendo. Questi invece mi fanno pena e un po’ anche schifo.

Oltre le grave del Tagliamento…

…stamane vagolando in bici per il Friuli occidentale, dopo esser stato ieri per quello orientale, mi imbatto in pensieri, quasi incontrandoli, invece che da me sorti, e mi vien bene riportare un passo della Breve Storia del Friuli di Tito Maniacco, pubblicata vent’anni fa da Newton Compton per la serie mille lire cento pagine. Eccoti caro lettore una pagina del carissimo Maestro, che conobbi poco, e di cui ricordo gli occhi azzurrissimi, il sorriso buono e la lingua tagliente, come la mia.

A pagina 5 “TRACCE. Sino a quando la terrificante potenza della geologia domina la storia della natura con i suoi cataclismi, il suo abbandonare inesplicabili conchiglie sulle cime dei monti, e far nascere vulcani nel profondo di stabili mari, solo un rumore di forze materiali, fisiche, con leggi sicuramente newtoniane, ma totalmente catastrofiche, domina lo spazio atmosferico. Anche i passaggi di ere che, post Darwin natum, gli studiosi hanno battezzato con nomi reperiti nella loro memoria di studenti di greco e latino, pur abbassando i rumori delle profonde trasformazioni che dal basso salgono in alto e dall’alto tendono a cadere in basso fra pantani bollenti e fiumi di ghiaccio in avanzata o in ritirata, restano paesaggi dominati in maniera incontrastata dalla storia della natura.

E’ quando compare una lieve traccia, un’ala di farfalla contro le ossa dell’epoca dei giganti che mettono a disagio il grande Cuvier, una pietra sagomata in un certo modo e non dai minacciosi canini dei ghiacci o dallo smeriglio degli uragani, è allora che, misera nella sua arrogante presenza, Giobbe nel mondo conteso da Colui-che-sono e Satana-il-vagabondo, come un sasso appena modellato con altre pietre e lanciato contro una preda o contro un predatore o contro un uomo, nella storia della natura si inserisce la storia dell’uomo. (…)”

E allora mi sovviene la prima scena di 2001 Odissea nello spazio di Kubrick, quando lo scimmione antropomorfo scopre la potenza dell’osso di dinosauro, che diventa una clava e con la clava può difendersi dagli invasori e uccidere.

Ecco, le grave del Tagliamento mi offrono questi pensieri mentre pedalo alacre a diciotto gradi nella mattina di un maggio che sta per cedere a giugno, ancora una volta leggermente teso al vento lieve della mattina. Rumore di pedivelle e auto rare. Vespe d’epoca anche con sidecar, motociclisti dal cervello di Interceptor sfrecciano sulla statale, finché devio verso la campagna di Fiume dei Veneti, lungo il Sile e altre rogge, luminose nell’irideo scorrer delle acque. Il mio omonimo capo della gran Brovedani mi trattiene a lungo, parlando delle varie cose d’azienda che condividiamo. Gli ricordo che dobbiamo tornare a Bari e lui mi ricorda la trasferta slovacca di giugno. Salutandolo lo informo di un giovin ragazzo che visiterà l’azienda per imparare la complessità dei rapporti, a giugno avanzato, con il reparto delle umane risorse, cioè della cura delle persone.

Il ritorno è di mezzo alla grande campagna meridiana, son solo con la mia rossa Bottecchia d’alluminio e pedalo in silenzio, vigorosa andatura, finché non traversa la via un nerissimo colubro. Una foto, ché l’estate dei nostri serpenti è iniziata.

Più tardi di nuovo al paese del fiume a parlare di Verga e Manzoni, di Equi, di Volsci e Sanniti, di Dickens e del nostro Pier Paolo da Cjasarsa, e poi  la sera verrà sui pensieri e sui volti presenti al mio cuore.

Di nuovo lontano… in bici, e nel contempo vicino

Son tornato a 90 km di uscita. Dopo la reductio, dopo le visite, la RM al vasto intermedio sx, due chili in meno (79/81), che restano lì saldi, però. Energia, sonno, cibo tornati normali, sguardo meno teso, condivisione solidale, anzi intensificazione solidale che è l’eros perfetto, quello platonico, cioè il più vero e completamente umano. Vario e difficile in vita mea.

Che meraviglia, di nuovo odori, suoni di campane lontane, e anche latrati di cani, ché son vivo e viaggio lontano verso i punti cardinali e oltre. Andare sapendo e sapere andando, che si torna e si riparte ancora. Pensieri di giorni passati e rovelli per quelli futuri, che saranno, si spera. Non ansia ma pensieri. Si può dire di aver sbagliato, ma in buona fede. Esiste la buona fede? Solo in parte, altrimenti la colpa è sempre degli altri, della società, delle circostanze. E non può essere così, altrimenti vien meno il diritto positivo di quattromila anni.

Non sono riuscito a vedere neppure una tappa del Giro, per una vera disdetta, ma il Tour non me lo toglie nessuno. Nel 2018 andrò a vedere la tappa di Fabio e sosterò sul Portet d’Aspet in silenzio. Tornando valicherò l’Izoard per uno sguardo alla lapide di Fausto e di Gino, e un pensiero all’eterna canzone di Pietro.

L’eterna canzone che sostiene ispirando il mio Canto concorde di prossima pubblicazione, come ogni mio movimento in cui credo e che costituisce la mia vita. Si può cambiare molto delle nostre vite, ma i legàmi primordiali no, gli imprinting iniziali no, i ricordi lontani restano perché ti hanno costituito come i mattoni una casa. La casa bio-logica che sono io, l’animale umano che son diventato deriva da lì, anche dai lunghi racconti di ciclismo, dal nozionismo dei fiumi, delle città e delle montagne, dalla voglia che avevo di dire tutti gli ortaggi e i frutti dell’orto lungo il quale correvo a perdifiato. Eccomi qua, ecce homo, ancora integro, anche se non integerrimo, completamente umano, con le mani, con le mie passioni e le mie ragioni, quasi mai comprese tutt’intorno, se non da pochi/e.

La corsa è stata eccellente, verso oriente, dove il sole sorge, dove tutto arriva e si offre al mondo, dove la notte viene prima iscurendosi come la mia anima qualche mese o settimana fa, ora rischiarata, come illuminata.

E a volte di nuovo iscurita per ondivaghezze e incomprensioni, ché il senso di quel che si dice sfugge come colpo di vento improvviso, a chiunque ascolti, che immagina altro, non avendo lo schema conoscitivo del parlante, e allora è come si dicesse qualcosa in lingue diverse o identiche diversamente espresse, cosicché ogni giorno è intrapresa a comprendere e essere compresi.

Ma io sono in bici di nuovo come prima, e il mio traguardo è una partenza per ogni dove.

Silenti spazi dello spirito

Pedalando per contrade di prima mattina nel festivo giorno di maggio si colgono silenti spazi e quasi sovrumani, come canta il giovin favoloso di Recanati. Strade senza fine deserte, campi a perdita d’occhio, campanili oltre le cime di lontani pioppeti, incombenti quando li attraversi, cielo, questo cielo alto del confine con nuvole dalle forme cangianti. Il viaggio è lento e senza fatica, la frescura dell’ora piacevole, i pensieri vagolanti dall’animula mentis nostra.

Non vi è meta, ma solo un andare-verso, un viaggio, pur breve, nella silenziosa campagna. Stridii di rondini attorno ai campanili e improvvisi scrosci di rintocchi nunzianti la Messa eterna, che ti scuotono dai pensieri sparsi tra acque torbide e pure sorgenti. La luce del tardo mattino ti raggiunge, e ti consola della mancanza, della lontananza, nella perduranza, nella tardanza.

Villaggi lontani si annunziano con lentezza, le prime case, l’abbaiar dei cani, l’incresparsi dell’erba, e un vento leggero, come quello del profeta Elia, ti avvolge, e allora puoi pensare di appartenere all’Eterno essente, anche se a volte brancoli nell’incertezza. Sembra che il limite delle cose confini con l’infinito, così come ogni pensiero, e con l’eterno. Ogni giorno è dono e inquietudine, ogni ora è ricerca del senso, ogni minuto battiti cardiaci e ciclo della respirazione, ogni secondo un inesorabile andare-verso, mentre tutto-si-tiene nel Tutto e totalmente dell’Essere.

Ma oggi è giornata da carcerati, festa granda per una comunione, per me scandalo, lontana anni luce dall’evangelo della semplicità. Sono vicino da sempre ai carcerati innocenti, e oggi ho provato per mezza giornata, più sgradevole di quando entro veramente nell’istituzione totale. Sono e sarò sempre con chi ha conculcata la propria libertà, in ogni condizione.

E’ con questi pensieri che mi è scesa lentamente la sera, a piedi per campi lontani, nel viridescente apparire di erba, coltivi e grandi alberi, olmi di trenta metri e querce e ontani lungo corsi d’acqua di nuovo fluenti, dopo le piogge. Pensieri miei lasciati nei canali, in attesa della notte e del sonno.

Robert Duvall e Kevin Costner viaggiano nelle praterie dell’anima, e con loro cavalco in spirito.

L’animo iscurito e la luce pura

Caro lettore,

a volte sono iscurito nell’animo, per timore che lo stiramento al vasto intermedio sinistro sia qualcosa di impegnativo. Ah, la mia bicicletta amata! Non abituato al dolore, con solo cinque notti in ospedale in tutta la mia vita, di cui quattro dovute a una dimenticanza dell’ortopedico chirurgo, un’arteriola lasciata aperta dopo un’artroscopia, emorragia rimediata con un’emoglobina a 16, or sono quasi due anni. E, se questo iscurimento è forte, a volte si innesta su altri patemi, talora affettivi, esistenziali, di scelte. E si somma ad essi dando sofferenza e insofferenza, impazienza e straniamento, e uno strano, temporaneo indebolimento delle facoltà che da sempre mi hanno caratterizzato, la forza, la decisione, difficilmente impressionabile, capace di sopportare il dolore fisico e quello psichico, mio e degli altri. E di soccorrere chi aveva bisogno.

Il risultato è chiedersi che cosa ne sarà di me, ora, e dov’è tutta la mia sagesse filosofica, il dominio razionale delle cose, il controllo, il saper-cosa-fare, dire, consigliare, orientare me e gli altri. Eccomi allora, ecce homo, ecco l’uomo che veramente sono, Signor, l’omp a l’è cà, o ài fat ce ch’o hai podut, sta cun me, così prego invocando l’Incondizionato Iddio che ci vuole bene da sempre, ci ama, ci ascolta, ci sente, soprattutto, con l’aiuto dei suoi angeli, nostri custodi.

Ma l’iscurimento dell’animo fa fatica ad essere superato, e allora ringrazio qui le persone che mi vogliono bene, che mi stanno aiutando in questo momento di fatica e di pensieri, tutte, e loro sanno di essere quelle lì, che mi aiutano. Tra loro non si conoscono, se non in parte, ma io le conosco tutte, non sono molte, ma importanti, importanti per la mia vita e, spero, per la loro.

E allora l’iscurimento dell’anima può essere lenito come le ferite dell’uomo che da Gerico saliva a Gerusalemme, soccorso solo dal Samaritano, mentre il sacerdote e il levita erano passati oltre. Ecco, quando si incontrano momenti di confronto con la vita si pensa a chi può aiutarti, e se tu hai aiutato l’altro ogni volta che aveva bisogno. Mi chiedo se l’ho fatto sempre e mi dico forse sì, o qualche volta no, mi chiedo se ho saputo perdonare chi mi ha offeso. Non sempre, e non ultimamente.

L’animo iscurito, anche se fa soffrire, aiuta a riflettere, a confrontare tra loro le cose importanti e meno, urgenti e meno, per dare la giusta dimensione al dolore e alla paura, come scrivevo qualche giorno fa.

Il tempo opportuno che si percepisce, dentro quello fisico, è la dimensione giusta per la riflessione sul valore delle cose, degli atti e delle scelte che si fanno o si faranno.

Che il Signore del tempo, l’Incondizionato mi assista, come sempre.

… e quello sopra era il prequel

 

Mi ha assistito, come sempre, l’Incondizionato Iddio. Lui sa che ho ancora molte cose da fare a questo mondo, in salute e grazia sua, per me che devo avere forza e decisione, e per le persone che contano su di me. Gratias ago Domino Deo nostro, e alla luce pura che emana attraverso gli occhi delle sue creature.

andare&restare&ripartire&fermarsi

Caro lettor meridiano,

come insegnava l’oscuro ma limpidissimo Eraclito di Samo, nella vita umana il movimento e la sosta sono tutto, come modi ordinari e  nel contempo “estremi” dell’esistenza. L’uno non può fare a meno dell’altra. O siamo in movimento o sostiamo, o vegliamo o dormiamo. Un sistema binario, polare, contrapposto, ci accompagna, certamente con tutte le sfumature intermedie del rallentamento, dell’essere assonnati ma non ancora addormentati, dell’essere stanchi senza esserci ancora fermati, dell’esitazione, e così via. Sempre, però nella nostra essenza di esseri umani, come altrettanto autorevolmente spiegava Parmenide di Elea.

Senza dimenticare che stiamo parlando dello 0,3 di tutti i viventi, noi animali, mentre il 99,7, costituito dai vegetali… è sempre stabile, o vive con movimenti lentissimi e comunque radicati nella Madre terra, dal più piccolo filo d’erba alle sequoie, che sono i più grandi organismi viventi mai apparsi e sviluppatisi sul nostro pianeta.

Anche gli organi del corpo umano si muovono come sopra, il cuore con sistole e diastole, i polmoni con l’inspirazione e l’espirazione, e via dicendo.

In teologia cristiana vi è il concetto duplice di exitus e reditus, cioè una dinamica che l’anima deve operare al di fuori di sé, anche rischiando, proprio per poter tornare in sé arricchita di sapienza: uscire da sé per rientrarvi più sapienti. Il pellegrinaggio nella vita per crescere secondo la luce della verità, che si comprende solo parzialmente, nel tempo e spesso nel dolore.

Quando si sale il crinale aspro di un monte il movimento è lento, controllato, guardingo, perché il pericolo ambientale è in agguato. La montagna è una manifestazione geologica meravigliosa e arcigna, attraente e anche repulsiva nello stesso tempo. Ricordo quando si giunge su un altissimo giogo, impervio e stretto ed ecco, di là scende una serpentina ripidissima nel ghiaione, che si deve fare. La bicicletta da strada è l’altra metafora: quando si esce vuol dire ore di fatica controllata a volte ai confini di una certa ascesi masochistica, che suggerisce di accorciare, di tornare evitando le raffiche del vento, che son come muri. Andare, fermarsi, tornare, restare, come nella vita.

Nello studio occorre la pazienza perseverante dell’andare e dello stare-fuori, del rischio, dell’esame, della difficoltà inattesa e a volte sconvolgente. Ma poi c’è il risultato, sempre da confermare, mai definitivo.

Nel lavoro si arriva e si può anche andare via, le dimissioni sono sempre possibili, mentre i licenziamenti, che fino a mezzo secolo fa erano facilissimi, sono stati regolamentati per garantire un maggiore equilibrio tra le parti.

Nelle azioni umane vi è la possibilità di commettere reati o “peccati”, ma poi è previsto il giudizio, l’ammissione della colpa e l’espiazione della pena: andare e restare per riprendere il cammino possibilmente emendati. Si tratta su questo di vedere bene le cose in base a quale etica e alla “verità” intrinseca dell’agire.

Negli affetti, nelle scelte, nelle esperienze, nella vita, dove si arriva inopinatamente e da cui ci si diparte necessariamente. Per le Terre di Valinor.

Older posts

© 2017 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑