Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Signor segretario della Lega, lei non mi rappresenta, e quindi faccia bene i conti quando si attribuisce la rappresentanza di sessanta milioni di Italiani, e come me la pensano milioni di persone, cittadini di questa Nazione. Si dia una calmata e controlli la sua esaltazione, o rischia di svegliarsi bruscamente da un falso sogno

Egregio signor Salvini, la invito a fare il conti bene: lei ha preso il 17 per cento dei suffragi alle elezioni politiche del 4 marzo scorso, il 17 per cento dei votanti, che sono stati poco più del 50 per cento degli aventi diritto al voto, e dunque circa forse 3 milioni di Italiani o poco più, su 48 milioni di elettori attivi, più o meno. Innanzitutto.

Io non la ho votata e conosco più di mille persone che non l’hanno votata, anche perché aborriscono il suo linguaggio, la sua boria, la sua tracotanza, la sua arroganza, la sua prepotenza, la sua vanagloria, la sua protervia, la sua presunzione, la sua ignoranza tecnica e morale, ché son cose diverse, il suo dilettantismo espressivo, in definitiva la sua superbia, principio di tutti i vizi, anche ieri evidenziato dalla citazione sgangherata di papa Wojtyla, che fa il paio con l’esecranda esibizione del Rosario e del libercolo contenente (forse) i Vangeli durante la campagna elettorale. Glielo dice un filosofo e teologo, e anche per di più politologo e sociologo con adeguati titoli ed esperienza. Le basta? L’elenco dei sopra elencati “sottovizi” della superbia è disponibile nell’etica tomista e in quella cui faceva riferimento il professore Norberto Bobbio, ma dubito queste siano letture cui lei possa essere aduso.

E dunque, se non vuole fare figure barbine con non pochi Italiani che sono in grado di smascherarla sotto ogni profilo, come me, prima di fare certe dichiarazioni studi, studi, studi umilmente e faticosamente, nel silenzio, invece di dar fiato alle sue trombe stonate.

Lei non rappresenta 60 milioni di Italiani,  non racconti balle, ché ogni persona appena alfabetizzata lo sa.

Ho ascoltato per Radio Radicale il suo discorso in Piazza di Popolo a Roma, e mi è rimasto in memoria un solo concetto della valanga di parolone e generici concetti espressi con un tono insopportabilmente dittatoriale ed autoreferenziale. Ora manca solo che lei parli in terza persona e passi dal già insopportabile “io”, a “Salvini”.

Di ieri mattina mi è rimasto un solo lemma, più volte da lei ripetuto: buonsenso. Ad ascoltare lei pare basti il buonsenso per governare, per comprendere i problemi, per decidere. Mi sembra pochino. Il buonsenso è una dotazione implicita per svolgere attività politica e qualsivoglia altra attività umana, lo sanno anche i gatti del cortile. E non basta, ovviamente. Ma per lei non è ovvio, che significa, dal latino ob viam, per la via, quindi scontato.

Lei forse non lo sa, ma le piazze, così come gli stadi, i cortei e ogni grande assembramento sono i luoghi dove la soglia critica dell’umana intelligenza si abbassa, come spiegano autori che lei probabilmente non ha neppure sentito nominare, come Gustave Le Bon nel suo La psicologia delle masse. Contento lei…

Non ho il dato socio-statistico dei partecipanti, ma non ce l’ha neppure lei, e quindi non si illuda.

Non so come procederanno le cose, né se questo ircocervo (sa che cosa è?) di governo potrà stare in piedi, poiché l’altro viceprimoministro mi par un poco in ambasce. Lei mi par voglia imitare il suo poco imitabile omonimo, mentre gli fa capire di non darsi pensiero con il sintagma esortativo: “Stai sereno (Luigi)”. Mi par di vederlo, il giovinotto campano, oramai tremebondo anzi che no.

E intanto, nonostante voi due, l’Italia lavora, vive, va avanti. Nonostante voi due, non molto noti per esser stati lavoratori indefessi. Se rivolgo l’attenzione al suo inopinato socio, non mi pare che possa vantare grandi esperienze di studio e di lavoro. E lei? Ha mai lavorato oltre all’aver fatto politica? Leggo che ha fatto il classico, bravo! E poi? Quando ieri la sentivo scandire in piazza il verbo al modo infinito “la-vo-ra-re”, più e più volte, mi veniva da pensare: ebbene sì, lavorate pure voi che mi applaudite qui in piazza, ché a me basta rappresentarvi. Quello è il mio lavoro. Sa invece quello che ho fatto io nella vita, figlio di operai emigranti, studiando e lavorando nel contempo? Ebbene: ho maturato quarantadue anni e sette mesi di contributi, con la legge Fornero, che lei non smantellerà, nonostante i suoi proclami cui lei è il primo a non  creder veritieri, perché le stanno spiegando che è improvvido farlo, quantomeno per ragioni di finanza attuariale; nel frattempo ho conseguito tre lauree magistrali, due dottorati di ricerca e un master. E lei?

Domattina, lunedì, io come altri ventisette milioni di Italiani andrò al lavoro, in una delle aziende che seguo, e in settimana farò anche lezione in due luoghi di formazione alta, nonostante mi sia arrivata una più che dignitosa pensione da un paio di mesi, che né lei né il suo socio in affari si azzarderà a toccare, e verso sera tornerò a casa. Se ne avrò la forza andrò in palestra, così come oggi ho fatto sessanta km in bici, fisico recuperato da un pericoloso tumore, che mi è stato ben curato da un sistema sanitario vigente, non pensato da lei, ma da quelli che lei disprezza ogni volta che apre bocca: i democristiani, i socialisti, i laici e i comunisti e i loro eredi. Un sistema sanitario gratuito da una quarantina d’anni, tra i migliori del mondo.

Joseph Goebbels, ministro della propaganda del III Reich spiegava che dire per dieci volte una menzogna non basta, ché la verità vince, ma se si dice mille volte una menzogna, questa diventa “verità”. Cito qui il fanatico gerarca nazista, non certo per ipotizzare similitudini, ma per ricordare che il meccanismo della menzogna, che riguarda anche il protagonista di questo post, funziona sempre allo stesso modo.

Salvini da Milano, mi ascolti, lasci perdere i sessanta milioni di Italiani, e si accontenti dell’onesto.

Un padre alla gogna mediatica e un “maestro” fasullo

Tornando da un luogo di restrizione, dove ho incontrato qualcuno il cui pensiero si muove, mi son trovato di fronte due temi, ovviamente scelti tra altri, che il mio gentil lettore potrebbe anche considerare futili, e forse in parte lo sono, ma mi consentono una riflessione che desidero condividere, sempre con i miei pazienti lettori.

Il primo: non si vergogna il vice capo del Governo Di Maio ad aver messo alla gogna suo padre? Vergogna e gogna fanno rima, peraltro. Gli sembra di aver fatto la cosa giusta mettere un signore quasi settantenne davanti a una webcam, seduto a una scrivania abbastanza improbabile, due calcolatrici da tavolo, un po’ di post it, un fax, per fargli confessare coram populo un comportamento disdicevole come datore di lavoro, e a chiedere scusa a lui stesso “che non sapeva nulla” dell’evasione fiscale e del lavoro nero nell’azienda di famiglia, ai lavoratori senza contratto e al popolo italiano? Il tutto trasmesso sul social che più social non si può, facebook. Che vergogna, ma non per il signor Antonio, bensì per chi gli ha fatto fare la pantomima, collocabile stilisticamente -come genere comunicativo- tra il penoso e il grottesco.

I fatti. Il signor Antonio si è comportato come una miriade di altri piccoli imprenditori italiani, che a volte non possono, e forse più spesso non vogliono rispettare le leggi del lavoro. Peccato veniale? Peccato mortale? Inadempienza amministrativa? Reato? Il signor Antonio lo chiama errore. Diciamo che la scelta del vocabolo è allineata alla cultura di base della loro famiglia, che non spicca.

Caro Antonio, non è solo un errore , forse lei non lo sa, ma è probabile che neppure suo figlio lo sappia. Può darsi che il ministro del lavoro non sappia che non si può non offrire un contratto a chi lavora, sia esso a termine o a tempo indeterminato, a tempo pieno o parziale, di dipendenza o di collaborazione, a chiamata, in collaborazione coordinata e continuativa o in Partita Iva.

Forse il “ministro del lavoro” avrebbe fatto meglio a non coinvolgere mediaticamente fino a questo punto suo padre, scegliendo di parlare lui stesso con trasparenza e lealtà al 32% di chi lo ha votato tra gli aventi diritto, e al popolo tutto di questa un po’ disgraziata Nazione italiana.

Gli aspetti etici poi, sicuramente sconosciuti al ministro, sono di altro spessore. Vediamo: l’etica è una scienza, imprecisa come tutte le scienze, a eccezione della matematica, la quale è una pura convenzione segnica, per cui può essere precisa. Parlo ovviamente della matematica e della geometria classica, quella euclidea. Ogni altra scienza, come sapere strutturato da uno statuto epistemologico è per definizione imprecisa e sempre in fieri.

L’etica appartiene al sapere filosofico e si occupa del giudizio sull’agire libero dell’uomo, poiché  si muove tra ardui sentieri riflessivi sul bene sul male, e va declinata con cura nelle sue molteplici differenziazioni. Non esiste infatti una sola etica. Le varie scuole di pensiero e i periodi storici, nonché le antropologie presenti sul pianeta ne hanno prodotte diverse. Si va dal culturalismo che ammette la mutilazione dei genitali femminili (si tratta di un’etica etno-antropologica) al finalismo che mette l’uomo e tutti viventi al vertice della scala valoriale da tutelare sopra ogni cosa. L’etica, dunque, si occupa dei principi, dei valori e delle virtù e, di contro, anche dei vizi, dei peccati, teologicamente parlando, e dei reati, civil-penalmente discorrendo. Questa cosa qui, detta in cinque righe, caro vicecapodelgoverno è l’etica. Lo sapevi? Question solamente retorica. Claro que no.

 

Il secondo: nel mio paesone si è affacciato un turlupinatore di menti semplici, un imbroglione seriale. Già da me visto all’opera in un altro paesone ai confini tra Veneto e Friuli, dove l’ho facilmente sgamato, quando gli ho chiesto, davanti a una quarantina di “siorète” eleganti, qualche nome dei suoi maestri, qualche bibliografia relativa alla sua “scienza” e qualche titolo di film di cui ha citato l’esistenza, ma non il titolo, appunto. Non mi ha saputo rispondere, perché evidentemente questo signore fa parte, con indubbia abilità comunicativa, di quel novero nutrito di sedicenti esperti che girovagano per città (piccole) e campagne del belpaese, millantando conoscenze antropologiche, filosofiche e psicologiche, che non hanno. Ricordo che il tema proposto in quel di Portogruaro era l’autostima. Non credo gli sia andata tanto bene la presentazione di quel corso, in termini di iscrizioni a pagamento.

Costoro vendono appunto corsi e seminari a pagamento. Nel caso di cui qui riferisco la proposta concerne la mente umana di cui si vuol spiegare -si presuppone  o si considera sottinteso per deontologia scientifica- tutto o quasi, a leggere i titoli dei vari moduli: anatomia, fisiologia, funzionamento neuro-chimico-elettrico concernente l’encefalo, o no? E altrimenti come far capire il funzionamento della mente, che è il software, se non spiega l’hardware?  Mi insegnano gli informatici che un buon softwarista conosce almeno la struttura dell’hardware, anche senza esserne un hardwarista. Anglo-neologismi da Cruscanti, vero lettor paziente?

Posto che salti tutti ‘sti argomenti perché di pertinenza bio-neuro-scientifica e psichiatrica, probabilmente passerà al “prodotto”, cioè al pensiero e al suo funzionamento. Bene: può costui vantare un qualche titolo in campo filosofico, psicologico, pedagogico o altro di affine? Ebbene sì, qui parlo di titoli accademici, e di esperienze di docenza o pratica correlate, ad esempio le psicoterapie, la consulenza filosofica e il counseling,  ché la sola “esperienza di vita” non basta, come pensa più di qualcuno, illudendosi di pareggiare i saperi di chi quei titoli ha, solo perché “ha esperienza”. Ma andiamo!

E poi, tralasciando altre amenità, come la citazione dell’etica, circa la quale forse ignora, sia il significato etimologico, sia l’accezione corrente, sia  che esiste una specifica scienza, la filosofia morale, vengo alla diade concettuale centrale: come passare dalla “mente limitante” alla “mente creativa”, come è scritto nel pieghevole di presentazione di un convegno. E che vuol dire?

Sa forse costui che la mente è qualcosa di estremamente complesso in generale e di unico e soggettivo in particolare, per cui non si può mai parlare di “mente limitante” e di “mente creativa”, ma di soggetti umani irriducibilmente unici, che vanno analizzati con l’ausilio di tutte le scienze sopra citate?

Oppure, come si può proporre obiettivi tanto generici come sta scritto, sempre lì, sul pieghevole, in ordine sparso e incomprensibile alla normale logica della nonna Catine: Fare, Essere, Avere? E dde che? Mi echeggia piuttosto la filastrocca infantile legati a giochi con i pegni per i perdenti, del tipo: dire, fare, baciare, lettera, testamento. Vero?

Il genericismo vieto di tutto ciò è sorprendente per chi ritiene che lo studio dell’uomo e intorno all’uomo sia una cosa seria, e non sto parlando di scienziati dell’anima o della psiche.

Da filosofo consulente penso che questo signore sia un millantatore anche se non pericoloso, e spero che qualcuno, come ho fatto io nella nobile Portogruaro, lo smascheri. Girerò voce ai miei amici filosofi e psicologi, gente seria e studiata, che non vende fumo, ma cuoce e condivide arrosto con chi è disponibile a scambiare qualche idea facendo ragionamenti seri e logicamente argomentati. Gli consiglierei soprattutto di porre a Battistutta questa domanda, peraltro semplicemente tratta da una citazione presente sul depliant di presentazione dell’evento: che cosa significa “(…) riportare alla luce l’antica via della conoscenza ormai dimenticata“.

Vorrei capire dunque: se intende una sorta di tradizione orale della conoscenza (o forse intende dire “sapienza”, ma dubito che conosca bene  la differenza tra i due termini), ce l’aveva in abbondanza anche mia nonna materna Caterina, che qui cito spesso; se invece si tratta delle grandi tradizioni greco-latine (da Platone e Aristotele a Cicerone, Seneca e Marco Aurelio) e biblico-cristiane (Vangeli, san Paolo, sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, etc.), fino a Descartes, Leibniz, Hume, Locke, Kant, Hegel, Schelling, Nietzsche, Heidegger, etc., oppure hindu-buddiste (dal Buddha a Shankara) e taoiste-confuciane (Confucio e Lao-Tzu), beh, o quest’uomo mostra accreditamenti accademici di filosofo e teologo, sapendo citare dottrine, testi ed autori, avendoli letti e studiati, e potendo così commentarli, oppure si tratta di una abile circonvenzione del prossimo, se qualche umano ci sta. Beninteso, essendo questi libero di starci o meno.

Certo, i suoi “saperi” potrebbero fondarsi su quel pot pourrì senza capo né coda che è la cultura (fo’ per dir) New Age, ma a questo punto, tutto si spiega nella sua banalità.

Se qualcuno dei miei amici filosofi o psicologi avrà tempo e voglia di investire un’ora per la salute pubblica, gli sarò assai grato per un sentimento di umana fratellanza, e per l’impegno a difesa della fatica della cultura e della ricerca della verità fuggitiva.

Il Quadernaccio (storia di un assassinio al Regio Liceo Ginnasio Jacopo Stellini)

Nando Ceschia, uomo probo e gerundio contratto da Ferdinando e Fernando, ovvero gerundivo, beninteso al caso ablativo, atto a comporre solenni perifrastiche passive, ambo modi verbali infinitivi, con alti e bassi di frequentazione reciproca è presente affettivamente nella mia vita da mezzo secolo abbondante, oddio come siamo signori in età, (eufemismo edulcorato). Frequentammo insieme, e con una venticinquina di altri eroici giovini e giovinette la squola che a Rivignano era chiamata “dai siòrs” [friul., in it. dei ricchi], proprio come me, figlio di Pietro operaio emigrante cavatore di pietra, cioè lo “Stellini”, il classico, nientemeno. Simone, ora ti chiamerai Kefàs, cioè Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa. Mi scusi, il gentil lettore, la citazione gesuana.

Nando ha creatività iconografico-narrativa degna di un genius loci antropologicamente complesso: è un centramerican-napoletan-furlano. Forse è questa varietà genomica che lo rende così com’è, ricco di un’ironia unica e un umorismo mai strafalcione, sempre richiedente un po’ di sana attività cognitiva, inaccessibile ai dimaio e ai salvini che imperversano.

Eccoti, mio paziente lettor, quel che mi ha inviato su un vero e proprio assassinio dell’intelligenza accaduto, appunto, più o meno mezzo secolo or è, proprio al nobile istituto citato, di cui vanto orgogliosa frequentazione, peraltro iterata dalla mia forte figliuola.

L’idea, se proprio vogliamo azzardare un termine estremo, si era venuta imponendo quasi naturalmente, figlia di una condizione che poche congiunzioni astrali offrono agli studi, almeno in maniera così brillante. Mi trovavo, desolatamente e senza possibilità di remissione alcuna, in una gabbia di matti autentici. Da qualunque parte volgessi lo sguardo, coglievo anomale condense protoplasmatiche che dell’intelletto e del decoro sembravano fare orgogliosamente a meno. Le prime vertiginose minigonne che nulla lasciavano all’immaginazione di adolescenti strapieni di appetito (a costo della sospensione dalle lezioni), c’erano. L’assiro-pordenonese, figlio di un farmacista, che veniva a scuola vestito da Hitler con i regolari baffini a spazzola e la divisa, candidandosi a fare da mocjo Vileda dentro e fuori la classe, c’era. La valchiria dalle orecchie a salsiccia che scagliava il vocabolario Rocci contro il professore dottamente scurrile [difettando purtroppo nella mira], c’era. I templari dello spontaneismo duro e puro, che facevano singhiozzare mandrie di supplenti, accusandoli crudamente e marxianamente di “deviazionismo facocerista”, certo non mancavano all’appello. C’era pure il lanciatore di banane mature, l’atleta macho che aveva, oltre al bicipite ed al tricipide, anche l’eptacipite in zone francamente  impensabili, la figlia del primario che aveva da molto tempo smarrito la retta via, la sesta misura davvero abbondante e l’interprete carnico della “S di sappa”. C’era poi il martire, tramortito dalla chiave della canonica che dopo il colpo in testa ricevuto dal bellicoso Don Annibale , balbettava frasi in sanscrito, e la collega Leonzia per la quale i gemelli Gentile e Marx, secondo fugaci letture del “Cirannini” non esprimevano pensieri filosofici granchè diversi da quelli del Pomponazzi. “Ma quando mai mi capiterà una fortuna del genere? – arrivai faticosamente ad abbozzare – Qui bisogna cogliere l’attimo, trovare un sistema che catturi tutto questo squilibrato caravan-serrail calamitandone le tracce preziose, combattendo la spinta normalizzatrice di un Potere che intendeva fare della Sezione F un’altra Verdun. Superando se possibile  il primato della densità di morti per metro quadrato che la cittadina francese aveva tristemente conquistato nel 1916. In uno dei non rari momenti di pausa che mi venivano concessi dalle autorità del Regio istituto, il professor Cernecca, convinto che stessi intrattenendo con il collega Massimo Frizzi una discussione tanto accesa quanto di scarso profilo culturale, mi aveva spostato di banco, relegandomi a fianco dell’abbronzatissima Carmen, che fingeva di seguire rapita ed a bocca aperta la lezione, senza peraltro cogliere granchè dell’argomento in questione. Au contraire, sapendo che si trattava di matematica e desideroso di entrare a pieno nelle pieghe della materia, cominciai a contare gli elegantissimi nei che la non reticente collega mi permetteva di visionare. “Ceschia, la prego davvero, si accomodi in cortile sino alla fine della lezione”. Seguii naturalmente quell’invito non nuovo, secondo i dettami di una educazione spartanamente essenziale, giusto in tempo per assistere ad una partita di calcio di Roberto Peloi & Co. Nel disadorno quadrato al centro dell’edificio, sei ardimentosi, servendosi di un pallone da pallavolo [era questa una regola non scritta ma rispettata da tutti] segnavano uno sproposito di reti [anche grazie a dei portieri disattenti], ma nessuno teneva aggiornato il punteggio. “Eh no! – pensai – Così la tenzone ne esce falsata. Bisogna che qualcuno certifichi questi prodigi su un pezzo di carta”. Ecco… CHE QUALCUNO CERTIFICHI SU UN PEZZO DI CARTA. La cosa più semplice del mondo, come non averci pensato prima! Il pomeriggio mi recai in cartoleria e scelsi all’uopo un massiccio quadernone a quadretti con una copertina psichedelica originale, che ritenni, per marcato senso internazionalista, furoreggiasse assai nell’area sud del Congo belga. A lungo ponderai sull’incipit, convenendo alfine con me stesso che un piccolo madrigale potesse risultare calzante. “I tuoi occhi per sorridere, le tue labbra per baciare, il tuo alito per uccidere mosche e zanzare”, accompagnato dalla sfrontatezza “Chi può fare di meglio ne dia prova”. Lasciai allora il “quadernaccio” sotto il banco, per chiunque intendesse raccogliere il guanto della sfida. Per diversi mesi quella raccolta di fogli circolò liberamente in classe, raccogliendo i contributi di colleghi e colleghe. Allegri, colorati, sbracati, ironici, seri. Espressi attraverso collage, disegni, vignette, racconti, storie. I canti montani di Matèo la bagarele….”Cheste no je l’ore di bandonà l’amor” [di Alberto Francois]…”I viaggi interminabili degli scalpitanti eredi Purillo” [di Massimo Frizzi]… “Ci sono più curve a Grado oppure a Lignano? [di Enrico Barberi]. “Il potere magnetico dei mascellopidi come Mal dei Primitives, conta qualcosa in questa società,  oppure no ?” [di Maila Gori]. “Diciamolo una buona volta: l’uomo in fondo è solo un bambulto [sintesi abbozzata tra adulto e bambino]”  [di Daniela Zaninotto]. “La struggente saga del filo per tagliare la polenta” oppure “Alberto di Slobbovia è lavabile o illavabile?” [del sottoscritto]. Non mancavano le liriche poesie a ritmo spesso baciato di Pilo [Renato Pilutt]) che maldestramente cercavo di imitare con stralci che ritenevo pulsanti come   “Son piccin, cornuto e bruno, ma mi mangio un panattone”, che  ancora mi fa sanguinare il cuore dalla commozione. “Se il professore Cepparo vuol sapere da me qualcosa sulla cellula, potrei discettare sulla cellula politica” [di Claudio Giachin]. Seppure dosati, per comprensibili ragioni legate al segreto industriale, non mancavano neppure i contenuti scientifici e le ricerche applicate, sempre nobilmente volte a migliorare la condizione umana. Se la conferenza del polpaccio delle more fosse maggiore di quella delle bionde, o se un budino Elah al cioccolato, sottoposto ad intensa frittura diventasse maleodorante mucillagine prima o dopo il creme caramel. Il fluire rapito e vorticoso di questi tocchi, sul pentagramma del quadernaccio, non lasciava intuire che l’irruente sinfonia avrebbe avuto un esito brusco e drammatico. A metà dell’anno scolastico ’68-’69 la nostra classe [detta anche la Cayenna] si era trovata ad ospitare l’ennesimo girovago, figlio di un colonnello dei carabinieri trasferito ad Udine per ragioni di servizio. Il ragazzo, alto e parecchio azzimato, usava tenere la testa bene inclinata di lato, inforcare sempre i Ray-Ban da sole e fare sfoggio di una accattivante erre moscia che aveva finito per attirare un ingenuo angelo biondo  delle prime sezioni [quelle dell’alta borghesia in regola col ruolino di marcia], proditoriamente ribattezzata VOSANNA. Alla giovane lo spilungone raccontava di incomparabili successi scolastici, soprattutto nelle materie più ostiche. Cosa pesantemente fastidiosa. Non solo perché era priva di fondamento, ma perché minava alla base il profilo complessivo di una comunità che aveva faticato non poco a conquistare una posizione diciamo francamente invidiabile. Lo spunto per ristabilire le giuste distanze da quell’eretico mi venne osservando una foto di John Mayall in concerto. La piega tra il pollice e l’indice, nell’impugnare un’armonica a bocca, quando opportunamente delimitata da un cerchietto di carta, rendeva un’immagine che a me sembrava del tutto simile a quella del volto di Enzino. Questa “intuizione” mi premurai di consegnarla al quadernaccio, con una esplicativa didascalia atta a caricare il misterioso fascino quel devastante segreto. Sarebbe bastato sollevare il cerchietto per capire subito che si trattava di una mano e non di un irriguardoso deretano. Ma Enzino non sollevò mai quel cerchietto, caricando così di furore la sua vacua superficialità. Dopo giorni di affanno e di disperate ricerche, la colorata combriccola della Sezione F apprese che il figlio del milite aveva scagliato il quadernaccio nella roggia che costeggia lo Stellini, cancellando con spegio una irripetibile opera d’arte, uno spazio conquistato alla libertà di espressione. La tentazione di menarlo come un tamburo [a rispetto di Fedro la pelle d’asino era assicurata] fu forte, ma subito sostituita dalla scelta matura di adottare un comportamento non muscolare ma razionale, responsabile. Andai dalla creatura bionda e pacatamente riprecisai, con oggettivi dettagli, il profilo scolastico del suo moroso. Non senza un certo schiamazzo, chiaramente avvertito nei corridoi dell’istituto sempre affollati di entusiastici perdigiorno, ipso facto Vosanna piantò lo spilungone assassino. Nel ricordo dei miei vecchi amici, il quadernaccio conserva un posto di privilegio, per la sua straordinaria unicità. Solo tra le sue pagine vissute ad esempio, si sarebbe potuta apprendere la differenza strutturale tra le strisce pedonali ed i biscotti Pavesini. Un vero peccato, perché la roggia non lo restituirà più alla nostra spensieratezza, alla nostra gioventù.”

Nando Ceschia

Mi sono accorto che Daniela Z., mi ha tolto il primato della crasi neologistica con “bambulto”, poiché io, solo un decennio fa, creai i termine “bambazza” per dire una bambina che non era più tal ma non ancora ragazza. [Era mia figlia Bea in crescita, sulla spiaggia di Alimini]. Di tal trattatello esiste traccia in questo mio sito, basta sul web digitar “La bambazza”.

E’ più giusto eticamente pulire il culo a un vecchio di Treviglio o fare la volontaria tra in bimbi orfani in mezzo alla foresta keniota, ovvero è questa una domanda corretta?

Caro lettore,

questa è la rude domanda che ho sentito fare da più parti, in tv e sul web. La “pancia” di molta gente evidentemente se la fa, non solo gli eroi della tastiera e gli odiatori di professione. Il linguaggio corrente non somiglia per nulla alla prosa del Manzoni migliore o di Carlo Emilio Gadda, ma imita -peraltro inconsapevolmente- quella di un Bukovski ubriaco fradicio, senza sfiorar neppure lontanamente il talento.

Un altro “stigma” polemico  in argomento è il ricordo delle due Simone, e di Greta e Vanessa? La domanda  più diffusa è: “sai quanti soldini son costate per liberarle allo Stato italiano, cioè a noi“? Oggi sono diversamente incazzato, sia con Silvia Romano, sia con quelli di cui sopra, odiatori ed eroi della tastiera, e chi mi ha incontrato se ne è accorto. Ogni giorno è diverso e noi cambiamo ogni giorno di più o di meno, ognuno è più o meno forte e coraggioso, e ognuno può permettersi di più o di meno di mostrare il proprio grado di incazzatura. E’ normale aiutare chi ha di meno e soprattutto chi ha bisogno, ed è normale anche incazzarsi.

Sono d’accordo per fondamenti etici miei sull’aiuto al prossimo, ma se non si pensa a come lo si aiuta, si rischia di fare guai a se stessi e agli altri. Il buon Samaritano non temeva i briganti lungo la strada, perché era attrezzato, e stava andando verso Gerusalemme, non verso il deserto del Negev.

Vi è un rapporto tra egoismo ed altruismo, e non è detto che quest’ultimo sia sempre il sentimento adeguato da vivere. Se uno non è almeno un poco ragionevolmente egoista per difendere se stesso, come può pensare di occuparsi degli altri?

Questa Silvia ventitreenne era stata sconsigliata di andare in quel luogo da un capo volontario, non da Salvini. E lei no, lei è andata dove era più pericoloso. Coraggiosa o temeraria? La temerarietà è coraggio all’ennesima potenza o idiota generosità oppure idiozia generosa?

Ascoltavo qualche giorno fa in viaggio verso Firenze il padre missionario e giornalista Giulio Albanese, che spiegava la situazione keniana, con dovizia di particolari, lui che ha fatto dell’Africa intera la sua meta costante di lavoro e missione. Spiegava che chiudere gli occhi davanti alla miseria africana, etc., è chiudere gli occhi davanti a problemi che da tempo stanno coinvolgendo e sconvolgendo tutto il mondo, anche con il successo dei trump e dei salvini,  che spiega l’insipienza  e l’istinto suicidiario della “sinistra”.

Bada bene, gentile lettore, sai che non puoi accomunami ai buonisti da salotto che imperversano nei talk e nelle forze (meglio dire debolezze) di sinistra, ma non me la faccio raccontare da nessuno. Autonomamente penso, dopo adeguata documentazione, non come i cialtroni (quelli  son) da bar e da tastiera, che mai sbagliano solo per sentito dire dalla lor parte politicante.

Le scelte individuali comportano responsabilità individuale, ma possono, anzi sono, condizionate dal contesto in cui si vive.

E dunque: che dire della scelta di Silvia? Noi non siamo lei né siamo in lei, né conosciamo il contesto esistenziale nel quale è cresciuta, per cui ogni nostro giudizio è necessariamente parziale e insufficiente. Forse occorre, come sempre, anche in questo caso un approccio filosofico, che innanzitutto permette di non giudicare e poi di applicare la riflessione logica, che può indicarci più o meno la ragionevolezza di una scelta.

Il resto lo fa il sentimento, l’emozione, la passione per la vita, la generosità, l’apertura o aperità all’altro, in modo da costruire relazioni intersoggettive piene di verità.

Le nevi del Grappa

Il grande Sacrario si staglia a quasi 1.800 metri contro il cielo terso, azzurro dopo la neve caduta. E’ nevicato e l’inizio dell’inverno in altura si è già manifestato, ma novembre ha riportato il sole e l’azzurrità delle alte cime.

Mario scivola e lascia sulle nevi del Grappa una piccola scia di sangue. Lo soccorro come si soccorre un commilitone alpino di cent’anni fa. Con rispetto dei 24.000, di cui 20.000 ignoti morti lì, Italiani e Austro-Ungarici, sorridiamo del suo piccolo sacrificio. Sangue di viandante offerto alla Patria. Il paesaggio è sconfinato e si capisce la ragione per cui i fanti e gli alpini italiani resistettero invitti lassù. Gli obici e i cannoni da 149/13 campali erano una barriera di ferro e fuoco insuperabile. Il Monte Grappa è un acrocoro inaccessibile a chi lo attacca, e da lì è partita le riscossa dell’italico esercito, fatto giovani di tutte le regioni. Cadorna è, grazie a Dio, disarcionato da re Vittorio e dal Capo del Governo Vittorio Emanuele Orlando, e sostituito da Armando Diaz, leale hidalgo ispanico.

E viene la battaglia del Solstizio d’estate, Vittorio Veneto, il Piave, il proclama un po’ altisonante del generale Diaz, che caro lettore puoi leggere sotto, la vittoria. Le grandi Nazioni d’Europa si sono scannate per quattro anni, fiumi di sangue, immenso dolore, milioni di morti, quasi tutti giovanissimi. E ora qualcuno vuol disfare l’Europa che ha richiesto tanta sofferenza per trovare sponde comuni.

Ecco il proclama del generale Armando Diaz dopo la vittoria.

«Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 Bollettino di guerra n. 1268

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.»

(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)

L’origine del monte risale a circa dieci milioni di anni fa, per lo scontro – tuttora in atto – fra la zolla del continente africano e quella europea. La montagna è fatta di rocce marine: Calcari Grigi, il Rosso Ammonitico, il Biancone, la Scaglia Rossa.

L’uomo si fa la guerra e la natura, ferma, guarda col suo occhio poco men che eterno, rispetto alle nostre povere e brevissime vite. E mi vien pietà per coloro che scrivono, quando un uomo muore sui monti “Montagna assassina””. Ecché, sarà idiota l’umano che la sfida, pensando di poterla dominare.

E mi sovviene il passo lento degli alpini in fila verso il grande monte, camminando con calma, zaini da trenta chili in spalla e i muli con gli affusti degli obici e le mitragliatrici pesanti.

Di questo si parla con Mario scendendo verso il Brenta che circonda il monte e il Piave che lo sfiora a Est, e prima che la sera giunga rapida.

 

La piazza dei trentamila a Torino, o “Esisto solo se qualcuno mi ascolta, ovvero esisto solo se qualcuno mi legge…”, ma è proprio sempre vero?

Anche se la TAV non mi convince del tutto, fossi stato a Torino avrei partecipato alla marcia dei trentamila favorevoli a quest’opera, alle Olimpiadi invernali e a tutto quanto grillini e sindaca dai capelli di fil di ferro non vogliono fare. Mi oppongo a qualsiasi cosa questi selvaggi arroganti e ignoranti vogliano fare. E spero che i miei non pochi amici torinesi siano stati in piazza, che Elena, Stefania, Roberto, Maurizio…, perché gli riconosco un’intelligenza e una sensibilità importanti, tali da non farsi intortare da un/ a appendino (femminile o maschile?).

Sono contrario a tutto quello cui sono favorevoli questi falsi puritani della politica. Non mi convincono in nulla, né come idee e programmi, né come gruppi dirigenti e leader. Le loro idee sono prive di cultura etica e socio-politica, anzi, con i loro riferimenti generici a Rousseau, perfin pericolose. Penso che neppure il capo della Srl che li governa oggi, e suo padre R.I.P.,  conosca o abbia conosciuto poco o punto il pensiero del mediocre e troppo esaltato filosofo ginevrino. I loro leader ignoranti sono e mediocri, e perciò arroganti e protervi, a partire dal chierichetto campano, per continuare con u bellu guaglione, l’inutile reduce dal Sudamerica. Mi meraviglia come e quanto il suo viaggio sia stato tanto mediatizzato. Infatti di Di Battista chissenefrega! E la tontolona magra-piccola-anche-di-intelletto sindaco femmina di Roma?

Il tanto da lor invocato “popolo” si è ribellato in una delle capitali d’Italia, a Torino. Spero sia l’inizio di un non lunghissimo declino, sempre se altri si sveglieranno dalla loro attuale afasia. Qui entra in campo il secondo argomento, strettamente correlato al primo.

Il popolo può farsi ingannare per un periodo, e non lungo, perché poi, quando si accorge di essere buggerato dai populisti, si ribella e li manda a quel paese.

Il maestro Ennio Morricone a novanta anni suonati spiega il suo rapporto con la musica, dicendo che essa esiste solo se qualcuno la esegue e qualcuno la ascolta, e ciò può valere in qualche modo -nel mio piccolo biografico- anche per me. Con qualche osservazione diversa: questa sua concezione indica una forma di idealismo relazionale à la Martin Buber e Emmanuel Lévinas. Son d’accordo e non son d’accordo.

Non si può dire, infatti, che-si-è solo se si è ascoltati (musica e parole) e letti, poiché chi non scrive musica e parola, allora, non “sarebbe”: falso. La battuta di Morricone è metaforica, un po’ estremistica, senz’altro melodrammatica.

E poi, come la mettiamo con il silenzio? forse che il silenzio è un “nulla”? neanche per idea. Il silenzio è virtù, per san Benedetto da Norcia, ed è… musica, proprio per Morricone, Beethoven, Bach, Mozart, Haendel, Verdi, Wagner e compagnia musicante, compresa la mia Beatriz. Che cosa è una pausa tra due suoni se non musica essa stessa?

Si è certamente se si è ascoltati, visti, considerati, rispettati, letti, etc., ma anche se no. Vivendo in un bosco remoto in uno chalet di legno, puoi evitare incontri sgradevoli, limitandoti a recuperare periodicamente i viveri necessari.

Le sette donne leader sconosciute di Torino mostrano la parte di veridicità delle tesi di Morricone e di Descartes. “Penso e dunque sono, parlo e dunque sono, qualcuno mi ascolta e dunque sono, e così via…”. Infatti a volte non basta vivere nello chalet aristotelico… per essere. Può bastare per esistere, ma non per essere… per gli altri. Occorre dunque uscire dallo chalet, prendere il sentiero che porta alla strada, inforcare almeno una buona bici e giungere alla città degli uomini, e lì cercare altri simili, parlare e farsi ascoltare.

Infine occorre scegliere una piazza e riempirla, senza fare baccano, senza bandiere, pura presenza dell’esserci, essenziale dasein heideggeriano. I su nominati leader, invece, che sono ignoranti e fanatici stiano dove sono fino a scomparire, che è il loro destino segnato.

Il porto delle nebbie, il cavaliere bendato e gli orizzonti lontani

Sentirsi in balia di vettori causali che non controlli, ma della cui esistenza sei consapevole, a volte è impegnativo, difficile. Ma si fa, si va avanti, si vive, si combatte la buona battaglia mantenendo la fede, come insegna san Paolo, Saulo di Tarso in Cilicia (II Lettera a Timoteo 4, 7).

Gli esami del sangue mio, linfa vitale son buoni, anzi quasi ottimi, come se si desse un giudizio sul risanamento di un fiume prima un poco inquinato. Il cavaliere oscuro, che son io, pur non essendosi mai fermato, attende di poter partire in piena di nuovo, attende il mattino, ché la cavalcatura è pronta e gli ostelli del riposo, noti. La prima meta è il gran monte del confine, dal nome slavo, la cima del Matajur.

Il cammino inizia dal Rifugio e si divide tra il sentiero diretto verso la cima e la traversata fino alla vetta passando dal versante sloveno. Aspetto una domenica limpida in quest’autunno diverso. Nel frattempo è arrivata la bici, leggera e frusciante, pronta per cavalcate silenziose verso tutti i punti cardinali.

Nella politica, invece, vi è chi mena fendenti a caso, come un cavaliere o, meglio, un pedone, un fante bendato che deve spaccare una pentolaccia nella sagra di paese, e lì appare la faccia bambina di Di Maio sovrapposta a quella del cavaliere. Bestialità verbali formulate da questo giovane uomo del sud pieno d’ebbrezza di potere, di libido potestatis come Caligola o Caracalla. Un elenco di beceraggini sragionanti. Eccotene due o tre, mio gentile lettore.

«Lobby dei malati di cancro». 21 luglio 2016. Il vicepresidente della Camera sulla propria pagina Facebook, presentando uno studio dell’attività del M5S, parla di lobby e cita quella «dei malati di cancro». Si alza un polverone. Il mondo politico si scatena contro Di Maio. Che rimedia in un nuovo post, affermando che l’accostamento tra lobby degli inceneritori e lobby dei malati di cancro «può essere apparso infelice» ma «in Parlamento ci sono portatori di interessi negativi, come quelli degli inceneritori, e portatori di interessi positivi, come quelli appunto delle associazioni dei malati di cancro». (dal web)

«Pinochet in Venenzuela». 13 settembre 2016. Di Maio, in piena campagna referendaria, attacca il presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi. In un post su Facebook parla delle continue proteste alle iniziative pubbliche del premier, confondendo in un passaggio il Venezuela con il Cile. «Ha occupato con arroganza la cosa pubblica, come ai tempi di Pinochet in Venezuela», scrive sulla sua bacheca. L’errore geografico fa il giro del web. E il deputato M5S corregge il messaggio. (dal web)

Sono di questi giorni le parole in libertà su Draghi, sintomo ed effetto -nel contempo- di ignoranza ignorante, dissennatezza (neanche fosse vittima dei mostri dissennatori di Harry Potter) e improvvisazione verbale. I suoi sodali lo imitano come le salmerie seguono i reparti, alla cieca, animali da soma, in primis Toninelli, quello che confonde i tunnel con i viadotti. Logistica e produzione, commerciale e amministrazione, risorse umane etica d’impresa, tutto con-fuso e sgangherato: questa è la similitudine metaforica del 5Stelle e dei loro capi. Un’azienda chiuderebbe in un battibaleno se si comportasse come loro.

Salvini continua a battere la grancassa del cipiglio severo sostenendo cose implausibili, con voce minacciante, ma si comincia a vedere qualche incertezza ai lati della bocca sul suo volto ghignante. La trasparente ebbrezza di qualche settimana fa in toni trionfanti, pare incrinarsi.

Dalle altre parti pena infinita: Zingaretti brucia in un lampo tutta la simpatia di suo fratello, algebricamente. Non lo voterò mai. Chi altri? Minniti certamente, oppure io stesso, gentile lettore, lo farei bene, ma preferisco star tra le mie cose, tra lavoro e filosofia, affetti e rinascita.

Orizzonti lontani mostrano il mare, dalla cima della cuspide di confine. E ricordi legati alla Valli di un tempo, già favolose. Memoria di storie nelle balze rocciose di cascate remote. Agostino e sorella e, fino a dieci giorni fa, Gianni, mio compagno di scuola d’un tempo. Biforcazioni di vite, come lungo la via che il curato manzoniano soleva percorrere recitando l’Ufficio delle ore, ubbidendo alle prescrizioni di una Madre santa e meretrice, così detta dal gran santo omonimo del mio amico, il vescovo d’Ippona, che scriveva diciassette secoli or sono.

Nel frattempo leggo -e mi confermo- che mente e cervello non possono essere la stessa cosa, e che l’intelligenza umana, e il corpo e le umidità non possono essere ricreate in macchine di acciaio e altri materiali: muco, urina, sangue, sperma, linfe, sudore sono tipiche di chi ha un corpo e una mente-non-solo-cervello, un corpo che si scalda e si raffredda, una mente/ cuore (metafora) che può provare noia, paura, sentimenti e passioni, un qualcosa che viene generato e si corrompe. Va letta, e con gusto, Siri Hustvedt nel suo Le illusioni della certezza, edito da Einaudi.

Il tempo trascorre da nebbie d’un porto lontano a orizzonti infiniti.

Improvvisatori, dilettanti, orecchianti, apprendisti, professionisti, sapienti: il climax degli umani

Nel titolo i primi tre idealtipi weberiani di solito sono anche presuntuosi, e talora perfino arroganti; i secondi tre di solito non lo sono poiché conoscono la fatica dell’imparare.

Stavo viaggiando verso il locus di una lezione dove oggi avrei parlato della libido sexualis in Freud, comparandola anche alla libido potestatis e alla libido pecuniae, che forse sono ancora più forti della prima libido e talvolta con essa interconnessi e compresenti, come in certi satrapi di ogni tempo, sia che siano teste coronate et similia, sia che siano altri detentori di un qualche potere sugli altri umani e sulle cose. Sullo sfondo il tema dell’eros, come “attività desiderante” in Platone, che è il moto interiore capace di muovere le vite e le cose del mondo. Bei temi, vero caro lettore?

Viaggiavo ascoltando un noto canal radiofonico, rubrica economica del pomeriggio, ospite l’ex ministro Carlo Calenda, che ha scritto un libro. Oggi scrivere un libro è un’attività persin banale, non come ai tempi di Quinto Orazio Flacco o financo di Lutero, anche se  allora Gutenberg aveva già dato il suo genial contributo al mondo.

Perfino egregie persone come Totti o Jovanotti possono scrivere un libro. Figurarsi un ministro della Res Publica che si era fatto un’aura di fine pensatore, peraltro in un contesto dove l’acume intellettuale non è merce molto diffusa, quello politico. Il titolo è Orizzonti selvaggi. Capire la paura e ritrovare il coraggio. Chi lo intervista è quel noto giornalista che qualche tempo fa si vantò di un master inesistente inesistendo anche uno straccio di laurea. Oggi anche una laurea può essere presente-assente, come un libro.

Ah, dimenticavo: è lo stesso ministro che qualche settimana fa aveva “convocato”, si può proprio dire così, una cena tra “maggiorenti” del PD, secondo lui, cioè Renzi, Gentiloni e Minniti, miseramente fallita e iniziativa presa per il sedere. Ovviamente. E mi sono chiesto: che titolo aveva per convocare la cena? E perché non ha convocato anche me: chi glielo dice che io sarei meno autorevole di Gentiloni, di Renzi e Minniti? Sorrido.

Dove sono nella sua testa i congressi e le primarie per individuare i leader, caro ex ministro?

Dunque: atteggiandosi, come gli è costume fare, a maestro evoluto che alza molto lo sguardo su lontani orizzonti, l’autore del citato volume, richiesto di dire il concetto fondamentale del libro, con una certa solennità comincia un discorso di questo tipo, intendendosi la seguente una mia sintesi parafrastica: “Oggi la crisi impone ai governi, e in primis al Governo italiano di fare un investimento strategico straordinario per dimensioni sulla “formazione”, non solo quella professionale afferente alle competenze e al saper fare, ma anche rivolta ai saperi cosiddetti orizzontali come l’informatica e le lingue (sottinteso, a partire dall’inglese), etc.”

Tra me e me ho detto “vero“, ma qui manca qualcosa di ancora più originante e fondamentale: occorre intervenire, ancora prima che sulla formazione ai saperi cosiddetti trasversali od orizzontali, su un’altra e molto più profonda crisi: quella del pensiero pensante, del pensiero logico-argomentativo, che è messo da parte dalle visioni meccanicistiche che traspaiono anche dalle parole di improvvisati socio-antropologi come Calenda. Ancora una volta chi-non-sa insegna, pontifica, è docente, dall’alto di una posizione, di una fama mutuata dal sistema mediatico, non da una scienza vera, non da un costrutto culturale profondo e fondato.

Sul famoso Quadernaccio di noi liceali antichi, strenna e baedeker inimitabile  distrutto da un coglionazzo introvabile, mi par che fosse stato Nando, il magis brillante dei redattori a in-ventare un simpatico testo per un manifesto che annunziava lo sciopero degli insegnanti in una determinata vertenza, che così recitava: “Ozzi schioppero“, e uno contrario allo sciopero apostrofava un militante favorevole allo sciopero in questo modo: “Non so proppio dove avendo preso una idea simile di così“. Si può dire con un po’ di tristezza: alfabetizzazioni diverse.

Per contro gli idealtipi professionisti e sapienti parlano il necessario, non si mettono in mostra, conoscono la precarietà del sapere e il suo essere in relazione oggettiva e necessaria con gli altri saperi, perché ogni conoscenza vera è consapevole dei limiti, e della necessità di continui rinforzi, di faticoso impegno.

Simpatia, antipatia, empatia. Due persone, due storie: Ilaria Cucchi e Francesco Tedesco e… io stesso

Può darsi che quello che qui scriverò risulti a qualcuno sgradevole, ma ce l’ho in cuore da qualche anno e ora lo scrivo.

Parlo dell’antipatia, dal latino antipathia che deriva dal termine greco αντιπαθεια, formato da αντι cioè “contro” e da παθος ossia “passione”,  il quale può significare un’espressione di odiosità, un che di insopportabile, spiacevole, sgradevole, fastidioso, seccante, indisponente, malvisto, inviso e, perfino, ripugnante.

Mio padre usava quest’ultimo aggettivo quando voleva spiegarsi su una persona che proprio non gli piaceva.

E vengo al dunque.

C’è qualcosa che mi ha sempre disturbato nel comportamento di Ilaria Cucchi dopo l’omicidio del fratello Stefano. Me lo sono sempre chiesto e ho fatto non poca fatica a darmene ragione. Ci provo qui. Mi è antipatica, perché mi sembra che l’orribile morte del fratello le abbia aperto quasi una strada professionale, tant’è che le avevano perfino affidato una trasmissione televisiva, di scarso o nessun successo, e pertanto ben presto interrotta. Troppo faconda, troppo perfettina, sembrava quasi che per ogni sua apparizione televisiva avesse imparata una parte da dire, senza intoppi, quasi senza emozione apparente. Ottima parlatrice, il suo accento romanesco è stato sempre per me un antipatico disturbo.

Si tratta dell’interpretazione del ruolo troppo ben fatta, troppo efficace, troppo tutto. Mi sarei aspettato qualche intoppo, qualche incespicare della parola, qualche silenzio, no, nulla di tutto ciò. Tutto lineare.

Francesco Tedesco invece è un carabiniere che dopo nove anni dai terribili fatti dell’assassinio vergognoso e spietato di Stefano Cucchi ha parlato con il giudice, spiegando di aver tentato di bloccare i colleghi che massacravano il giovane a calci, pugni e schiaffi. La domanda è: perché parla dopo nove anni? Cosa lo ha fatto star zitto per tanto tempo? E’ coinvolto anch’egli nel massacro e ora cerca di tirarsi un poco fuori? Qualcuno nella gloriosa Arma lo ha dissuaso dal dire certe cose, spaventandolo e ricattandolo? Brutte, bruttissime cose.

Ma non dovremmo dimenticare mai, quando constatiamo queste malattie presenti anche tra i Carabinieri, figure come Salvo D’Aquisto, e non solo.

L’antipatia è un sentimento diffuso, come la simpatia, che è il suo contrario. Sono sentimenti forse un poco strani, perché irrazionali, e derivano da elementi generatori complessi: il primo impatto, i comportamenti successivi, i feromoni, che hanno addirittura a che fare con l’attrazione fisica. C’è chi è “naturalmente” repulsivo e chi, al contrario, attira. Anche nello stato nascente delle relazioni affettive scatta qualcosa che ha a che fare con ciò che esula totalmente dal ragionamento.

E’ sentimento, è “sentire”, è -misteriosamente- un’attrazione, una sin-patia, un’empatia, un qualcosa di irresistibile.

In particolare l’empatia, sempre dal greco antico “εμπαθεία” (empathéia, a sua volta composta da en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”), che veniva usata per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore-cantore al suo pubblico, significa una sorta di sentire insieme, in modo da accogliere i sentimenti dell’altro, facendosi quasi “altro”, come proponevano filosofi come Martin Buber, austriaco di origine ebraica, noto per la dottrina dell’Ich und Du, là dove l’io si fa tu e il tu diventa quasi un io, ed Emmanuel Lévinas, franco-lituano, noto invece per la dottrina del “volto-dell’altro” come condizione di vita nella quale il soggetto considera l’Altro, impersonato dal Volto proprio come un Soggetto, non mai come oggetto.

Un suggerimento esperienziale: mai esagerare in empatia, poiché potrebbero sorgere equivoci e squilibri nelle relazioni intersoggettive. Ognuno deve rimanere se stesso e dialogare difendendo innanzitutto le proprie opinioni.

Non so se personalmente sono -in generale- antipatico. Penso di no, soprattutto alla gente semplice, gli operai e le operaie che, anche se mi percepiscono come un complicato intellettuale, in qualche modo comprendono la mia natura profonda di uomo semplice, nato nel cuore del popolo e colà sempre rimasto, e per sempre, e quindi sono a loro simpatico. E, direi, alle donne, senza escludere i maschi, molti dei quali mi vogliono bene, perché comprendono il mio cuore e il disinteresse del mio agire fin da bambino, imparato da mia madre e da mio padre, che non selezionavano mai chi aiutare, ma aiutavano e basta chi ne aveva bisogno.

Ad alcuni, però, sono certamente antipatico, e ho cercato di capire se, oltre alle ragioni di carattere immediato a-razionali, che sopra ho cercato di sintetizzare, sussistono altre ragioni più connesse con il ragionamento, che sviluppano un sentimento di anti-patia nei miei confronti.

E penso di averci capito qualcosa. Di solito sono antipatico alle persone che ritengono io voglia mostrare le mie conoscenze culturali e competenze professionali, che sono -lo posso dire con serenità- vaste e variegate, come sa chi non è ottenebrato dall’antipatia e mi ha capito nella mia semplicità naturale, e nella mia quasi ingenuità buona. Queste persone cui sono antipatico cercano di evitarmi anche perché mi temono, temono di essere “sgamati” nei loro imbrogli e approssimazioni, per cui è meglio non rischiare una vicinanza da costoro ritenuta pericolosa e talora svergognante.

Può darsi che, se conoscessi dal vivo la Cucchi, cambierei idea, ma per ora così è. Queste persone non sopportano il confronto e, se possono, cercano rivincite su di me, specialmente se possono permetterselo per ragioni di potere economico o d’altro genere.

Questo lo comprendo benissimo e mi dispiace, perché penso che queste persone perdano un’opportunità, un’occasione. Come me, peraltro, perché ogni essere umano è portatore di valori di scambio.

Non vi è mai un vettore unidirezionale nei rapporti umani, mai, poiché funziona sempre uno scambio, che è un arricchimento reciproco, differenziato. Io sono sempre curioso degli altri e, anche se come per tutti funziona il meccanismo simpatia/ antipatia, prendo tempo e mi chiedo se per caso non mi stia sbagliando sulla persona tale o sull’altra. E lascio il giudizio sospeso, almeno finché non abbia una conferma inconfutabile, come può essere nell’umano, in un senso o nell’altro.

Il friulo-scintoismo, una visione del mondo, o del dolore necessario

Quando ero capo del personale della più grande azienda friulana ho avuto modo di confrontare spesso il modo di lavorare della nostra gente, operai, periti e ingegneri friulani, con il modo di lavorare di tedeschi e svedesi, famosi nel mondo per correttezza, continuità e solerzia. Ebbene, i nostri nulla rendevano ai colleghi del Nord per capacità e saper lavorare senza requie, anzi. Impegno costante, dedizione e senso di appartenenza all’azienda erano al massimo.E mi ricordavano la determinazione di mio padre, Pietro, a partire par Lis Gjermanis, così si diceva in quel friulano un po’ dolente del piccolo paese delle acque, Rivignano, insieme con cinquanta, ottanta, cento colleghi furlani, che lavoro non avevano nella Piccola Patria. Due corriere della ditta Ferrari (nulla a che vedere con le auto da corsa) piene, che una mattina dei primi di marzo si muovevano dalla Tarabane di Rivignano, la lunga piazza centrale, per arrivare in mezzo ai boschi dell’Assia in cava di pietra. Ricordo ancora il nome della ditta parastatale che Adenauer aveva voluto costituire nel dopoguerra per rilanciare la Germania ferita: Westerwaldbrüche.

Pietro, mio padre era più kantiano di Kant. “Mi tocca partire, Gigia“, disse un giorno a mia madre, ché al paese non c’era lavoro, e io e mia sorella, bambini, dovevamo mangiare.

Gli emigranti vivevano in baraken molto simili a quelle che vidi decenni dopo, in un viaggio della memoria con lui, a Dackau. Facevano le corvèe a turno in baracca a pulire far da mangiare i giovanotti friulani della Bassa che vedevano in Pietro, oramai quarantenne, un capo credibile.

Si ammalò un po’ di crepacuore quando piantarono uno sciopero per avere un aumento, e furono cacciati, salvo lui, che però tornò a casa con tutti gli altri per ripartire la primavera successiva. L’aumento lui l’aveva già concordato con la Direzione per l’anno successivo, un aumento di paga oraria cospicuo, ma ciò non era bastato.

I miei, mio padre e mia madre, non vivevano il dolore della separazione come una mortificazione, come una punizione per chissà quali peccati mai commessi, ma come uno stato di necessità. Si doveva fare così, anche se c’era tristezza e dolore.

La determinazione, la continuità dell’impegno dei lavoratori friulani era, è incomparabile. “Sante scugne” è il detto furlano più basico, cioè santo dovere. Il dovere di andare, di fare, di partire. “Libers di scugnì là“, o liberi di dover andare, il libro di Leonardo Zanier, il poeta dell’emigrazione obbligata dei Furlani, dai fradis furlans.

Friulani un po’ buddisti e un po’ scintoisti, mi vien da dire ora che sono acculturato anche grazie a quel dolore e a quelle separazioni.

Se vogliamo vedere da vicino un poco quelle grandi tradizioni religiose dell’Oriente, constatiamo che lo scintoismo privilegia, al di sopra di quello individuale, l’interesse della comunità e il pubblico benessere. Mio padre portava via cinquanta, cento capi famiglia, che si impegnavano a stare insieme, a lavorare insieme. Per questo si ammalò quando decisero lo sciopero a oltranza e furono cacciati, in quella Germania dei primi anni ’60.

Il buddismo è la matrice dello scintoismo, il quale ne è una declinazione prevalentemente giapponese. Nel buddismo troviamo la dottrina della sofferenza o duhka (sans., dukkha, pāli), che è causata dal desiderare il possesso delle cose a livello individuale, il desiderio di ricchezza (libido pecuniae) e di potere (libido potestatis). Di contro in quell’ambiente spirituale si insegna la dottrina dell’impermanenza o anitya (sans., anicca, pāli), la quale mostra come tutto sia soggetto a nascita, sviluppo e scomparsa.

Aristotele, uno dei padri della nostra cultura parla di nascita, evoluzione e corruzione di tutti i viventi. Un modo di dire analogo per accettare il concetto di impermanenza.

Bene: che dire se non che i nostri, noi così eravamo. E ora, in questo cambiamento epocale nel quale arrivano altri migranti, qui da noi, e i nostri ragazzi hanno più problemi a trovare lavoro?

C’è ancora una lezione plausibile in quelle storie che paiono tanto lontane? Caro lettore, la metto giù sotto forma di domanda, perché è più importante farsi le domande giuste, piuttosto che pretendere di avere una risposta immediata e magari semplificata per tutto.

Sommessamente dico che sì, una certa lezione si può trarre da quelle esperienze, da quegli esempi, ma non basta, poiché -pur se la storia non si ripete mai- qualcosa insegna, se la si sa leggere o, meglio, ascoltare.

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