Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: racconti

Le ragioni della scienza come sapere discorsivo-razionale e le ragioni della fede religiosa come sapere intuitivo

Bello allargare gli spazi di ogni discussione, bello che il Caffè Filosofico diventi sempre più inclusivo, dando spazio e voce a nuovi saperi e nuove persone. Ogni apertura, o aperità, come la chiamava Heidegger, porta nuove possibilità di comprensione sull’infinito “che tutto com-prende” (l’Umgreifende di Jaspers). L’amico professor Angelo Vianello, che mi saluta con un abbraccio, ne parla con acribia da biologo  e passione di credente. Il biologo è un “filosofo della natura” che esplora il mondo con lo stesso spirito di un Democrito o di un Lucrezio, con la stessa determinazione di Copernico e di Galileo; il credente è uno che si affida alla possibilità della trascendenza, di un oltre, di Dio, come ciò che non può essere capito fino in fondo con la ragione, ma com-preso, nel senso di preso-dentro, con la fede.

Il discorso antico su scienza e fede o meglio, tra scienzadimensione religiosa, ovvero tra ricerca razionale sul funzionamento della natura e ammissione di un “oltre” , si è specificata sempre meglio nei secoli a partire dalla grande stagione rinascimentale dei Marsilio Ficino e di Giovanni Pico della Mirandola, con l’acuirsi di conflitti e intolleranze, che hanno portato ai roghi del 1600 a Campo dei Fiori, quando l’inquisizione uccise a Roma il filosofo e frate nolano Giordano (Filippo) Bruno e a Pordenone il mugnaio di Montereale Valcellina Domenico Scandella (detto Menocchio), e molte centinaia di altri fino al 1800 inoltrato, e infine al processo degli anni ’30 del diciassettesimo secolo a Galileo Galilei.

Scienza e dimensione religiosa interpellano comunque la ragione, se pure in modo diverso, la prima in modo discorsivo e logico, utilizzando l’argomentazione razionale e il metodo sperimentale, la seconda ammettendo che vi sono dimensioni che sfuggono al rigore dimostrativo, emergendo dalla misteriosità dell’indicibile. In aggiunta non si può non tenere conto della triplice dimensione del mistero, quella del sacro, quella del sentimento religioso, e quello dell’atto di fede. Il sacro come senso della grandezza e potenza della natura che meraviglia e spaventa, il sentimento religioso  come manifestazione di una parte della interiorità umana esterna alla dimensione razionale della ricerca scientifica, l’atto di fede come de-cisione individuale e dono, come incontro tra umano e divino, come affidamento dell’umano e accoglimento dell’Oltre.

Non vi è contrasto radicale tra i due campi, poiché ciascuno di essi è diversamente collocato nella psiche, e connotato. Il distacco tra le due dimensioni, però, può essere in qualche modo e misura quasi “riconciliato”, se fossimo capaci di ricorrere alla vecchia nozione di scienza, quella antecedente la rivoluzione filosofica e scientifica post rinascimentale, la nozione di epistème, come scienza intrisa di sapienza, cioè di sapidità, di sguardo penetrante, di sophìa.

Il “luogo” deputato per realizzare questa conciliazione è la filosofia. La filosofia, come amore per la sapienza, è l’ambiente conoscitivo e dialogico, soprattutto nella sua insuperata versione magistrale socratico-platonica, più adatto a far dialogare sentimento religioso e ricerca scientifica, poiché essa non è subalterna ad alcun sapere, né “subalterna” alcun sapere. La filosofia è autonoma nella sua solo apparente autoreferenzialità, poiché mentre si chiede le ragioni del suo stesso argomentare, pone le basi per la riflessione radicale sul senso della vita e di tutte le cose. La filosofia si pone dei “perché”, non essendo molto interessata ai “come”, che lascia volentieri alle scienze naturali: si chiede il “perché” del nostro di umani stare-al-mondo, e se il mondo esista per noi o da noi pre-scindendo, e se saremmo arrivati fin qua senza la catastrofe d 65 milioni di anni fa che estinse i grandi rettili lasciando spazio ai mammiferi, e se su cento miliardi di galassie come la Via Lattea possano darsi intelligenze, anche diverse dalla nostra autoconsapevolezza soggettiva, e se di possa dare un “dio” in qualche modo supervisore. E se, infine, vi sia un destino, una teleologia, un luogo di compensazione del male del mondo.

Ecco allora che, se con la disciplina logica la filosofia lascia lo spazio alle matematiche  e alle scienze sperimentali, con la disciplina etica apre spazi immensi alle religioni, e dunque ai sistemi morali presenti in tutte le declinazioni del mondo, per certi versi in qualche modo sempre apparentate in quanto umane, come ben spiegava Kant.

Religione e scienza, fede e filosofia sono tutti campi di riflessione spirituale che rendono l’uomo meno ferino, meno belluino, sempre che sappia riconoscere i propri limiti, accettandoli e casomai esplorandoli fino in fondo senza atteggiarsi a simulacro arrogante e superbo di prometeiche divinità.

belle statuine, calzini irriverenti e sguardi profondi

calziniA volte, anzi molto spesso, mi capita di osservare come le persone posano il loro sguardo sul mondo, e ne scopro sempre di nuove. Osservo discretamente i miei simili, primati intelligenti (sic!), in ogni occasione e luogo, se ne ho le energie, ché a volte queste ultime latitano, come l’altra sera all’aeroporto di Bari, quando temevo di perdere la coincidenza a Fiumicino per Venezia, e la stanchezza mi ottenebrava i sensi esterni e anche quelli interni.

Guardavo e vedevo persone che gesticolavano su e giù per l’aerostazione, parlando al telefono con le cuffie, e sembravano matti. Mi chiedevo che mestiere facesse quel signore con gli occhiali e le sopracciglia folte, decidevo che era medico, e di un altro mi pareva fosse un agente di commercio, un terzo per me era un’ex ala forte di basket, e così via. Le femmine di aeroporto, invece, a meno che non siano inglesi sciattone in ferie, col calzino irriverente dentro la scarpa da ginnastica, o grosse mamme tedesche con contorno di putti e marito in proporzione, solitamente son sciantose che se la tirano, annoiatamente appoggiate ai bagagli, sguardi persi in pensieri irraggiungibili nel nulla del loro cervello.

Sguardi veramente profondi ne intercetto pochini. Anche nel quotidiano dipanarsi della vita.

Eppure la vita scorre in profondità, da quando siamo nati. Perché siamo nati? Ecco un primo quesito che è anche uno sguardo, buttato nella profondità dell’essere e poi dell’esistere. Non vedo molti sguardi gettati su questo tema, piuttosto vedo sguardi afoni, sbrecciati, intontoliti, come di meduse vestite da umani.

Consiglierei ai possessori di quegli sguardi di leggere un libro di E. M. Cioran, edito da Adelphi nel 1991, L’inconveniente di essere nati.

Sciammannati sciamano per le contrade e per le televisioni, i migliori dei quali portano calzini irriverenti. Edulcorati conduttori parlanti sopra eruttano dalle televisioni le loro litanie insulse e facce da cretini.

Scrive Cioran a p. 92 del libro suddetto: “Il problema della responsabilità avrebbe senso solo se fossimo stati consultati prima della nascita e avessimo consentito a essere proprio colui che siamo“.

Certo sarebbe comodo, così potrei inopinatamente, innocentemente anche se cautamente, ma inesorabilmente liberare il mondo dagli… chi volete quelli di sopra e quelli di sotto e di lato.

Invece, sarebbe bene effettuare una continua ricognizione, con sguardi profondi, come fari spietati (L. Molinis 2004, dalla prefazione al mio Il Senso delle Cose, ed. la bassa), che illuminano l’immensa scena del mondo e i suoi attori, più o meno attenti, più o meno presenti a se stessi, più o meno consapevoli di esser-ci (Heidegger).

Occorre almeno sfiorare il Tutto che siamo e ci circonda, senza tregua, anche quando si spegne e tace come la candela che finisce (Nirvana), e perfino l’universo o i multi-versi che siano. Occorre avere sguardi profondi, cosicché, malati di chiasso, possiamo rimediare con il silenzio chiaro all’apparire del rumoroso nulla.

A me restano dentro per sempre anche gli echi del turbine e della nebbia quieta che cala sui villaggi addormentati, mentre con l’amico girovago sulle tracce delle antiche iscrizioni glagolitiche nella domenica novembrina.

Le “porte” del sentire e quelle dell’ascolto, lo sguardo e la visione

baudelaireSi può sentire senza ascoltare e si può guardare senza vedere. Non bastano i sensi esterni dell’udito e della vista per entrare in relazione con gli altri e con il mondo. Non bastano.

Sono tempi nei quali l’attività visiva è sollecitata e solleticata da una miriade di immagini, e quella uditiva da suoni e rumori senza tregua. Ascoltare e vedere sono diventate due attività che richiedono più attenzione del passato, quando c’erano più momenti di silenzio e orizzonti più liberi. Anni fa si distingueva bene una voce umana da un rumore, mentre oggi anche ai migliori cantanti si “migliora” la performance con strumenti elettronici; anni fa la scena del mondo, anche dell’arte cinematografica, aveva pochi effetti speciali, oggi abbiamo cartoni animati talmente verisimili che sembrano film interpretati da attori in carne e ossa.

Negli ultimi anni il “sentire” e il “guardare” sono stati enfatizzati dal profluvio e dal potenziamento geometrico dei media televisivi e web, per cui basta connettersi e si è nel mondo mediatico dell’informazione perenne in tempo reale, worldwide. Oggi il problema, non è quello di avere notizie o di sentire le voci dei “protagonisti” della comunicazione, ma quello di distinguere, selezionare, esprimere un giudizio su quello che passa nell’etere, o viene scritto sulla carta stampata, figlia del web e della telefonia satellitare.

Il “sentire” come espressione del sentimento e delle sensazioni, a volte indipendente dalla riflessione, enfasi dell’emozione e dell’empatia senza limiti. Pericolosissimo. Questa deriva è originata da mode come la New Age e filosofie religiose orientali mal masticate, così come spesso proposte da sedicenti guru e furbacchioni o millantatori vari, di sapienze esoteriche e di visioni del mondo un poco “malate”.

Ascoltare è invece ben altro: è un mettersi davanti a un interlocutore , inter-locutore, cioè uno che parla-in-mezzo, riconoscendolo come tale, provvisto della stessa dignità nostra, e meritevole di attenzione, sebbene fino a… prova contraria.

Ascoltare è molto più di sentire, perché tutti i viventi senzienti sentono, ma solo un essere umano attento ascolta interpretando, e risponde. Invero anche gli animali superiori, e forse non solo loro, ascoltano come possono suoni e parole, percependo significati che magari certamente ci sfuggono, ma solo gli esseri umani sono provvisti di un linguaggio capace di feedback basati su codici linguistici condivisi, vari e completi. La risposta che riceviamo dal nostro cane è cosa diversa.

Il solo sentire può essere, non solo insufficiente, ma anche pericoloso, perché confonde i vari piani della percezione. Ben so che vi sono dottrine psicologico-letterarie che negli ultimi decenni hanno invaso le librerie enfatizzando gli aspetti percettivi del sentire, magari anche con l’ausilio di sostanze psicotrope naturali o sintetiche (cf. esperienze di Aldous Huxley, con The Doors of Perception, e altri), ma mi sembra che l’ascolto e la comprensione interpretativa sia molto distante da ciò. Leopardi non è inferiore a Baudelaire, anzi è il contrario, pur essendosi privato dell’assenzio e dell’oppio.

Per quanto concerne il guardare e il vedere si può fare un discorso analogo, forse.

Si guardano molte cose oggi, viviamo in una società guardona, visiva, ci stiamo quasi trasformando in hombres que miran pero no veen, uomini che guardano, ma non vedono. Riprendere un discorso che non sia fatto solo di sguardi distratti, ma di visione è una prospettiva bellissima, sanante le anime perse di questi tempi.

Venite e vedete“, insisteva il Maestro di Nazaret a chi gli chiedeva il perché dovesse seguirlo. “Venite e vedete”, non “guardate”. Guardare non basta, come non basta sentire, ché può essere solo una accedere alla superficie delle cose, che non è la forma sostanziale, o l’essenza o la natura della bellezza, ma solo la sua parvenza volatile e peritura.

poetica

ascoli-picenoCaro lettor nel tempo,

dopo anni di scrittura in prosa di racconti e saggi, tornerò al poema, come nella gioventù mi saliva dal cuore, guardando il mondo e lavorando a togliere il superfluo dagli scritti, per l’essenziale. Ne ho scritte tante, di liriche, le prime da liceale stupito della bellezza e del dolore, della scoperta e dell’assenza. Preparerò una silloge, un’antologia delle stagioni, dai tempi della Cerchia delle Montagne (ed. Arti Grafiche Friulane 1998-2002) a In Transitu meo (ed. Chiandetti 2004), dalle liriche pubblicate sull’Agenda Friulana agli inediti della raccolta Delle trascorse estati,  brevissimi haiku, odi elevate, calembour e giochi verbali, anafore, saturae e sonetti regolari. Di tutto un poco che, da un inizio che data un po’ meno di mezzo secolo (1968), mi pare viva ancora, rileggendo. Ho vinto anche qualche premio in giro per l’Italia.

Ho avuto molti maestri umilmente, dai lirici greci come Teocrito, Ibico, Mimnermo, Saffo, Pindaro, ai latini come Catullo e Persio, a satirici come Marziale e Giovenale; e poi il Medioevo con Guittone d’Arezzo, Guido Cavalcanti, Cino da Pistoia, Petrarca, e più vicini a noi Leopardi, Pascoli, Montale, Ungaretti, Campana, Saba, e poi Brodskij, Esenin, Achmatova, Majakovskij, Coleridge, Rimbaud, Eluard, Garcia Lorca, Neruda, Borges, Szimborska, Jimenez, Heine, e molti altri in ordine sparso nel tempo loro e mio… avendo presente la lezione platonico-aristotelica sul “bello” e sul “poetico”. La bellezza come cosa buona, perché ciò che è bello è anche buono: la kalokagathìa della filosofia greca classica e il tob genesiaco (…e Dio vide che ciò era buono-bello, il creato)

La poesia è diversa dalla musica, troppo profondamente misteriosa e a-semantica, e dalla pittura, troppo distesa e coprente: piuttosto ricorda la scultura come “arte del toglimento” di ciò che è di troppo (il marmo materia bruta che copre l’idea della statua di Prassitele e Michelangelo), o delle attività fabbrili dove il fuoco forgia e taglia il metallo dandogli forma.

Qui di seguito un qualche saggio delle stagioni poetiche di questa mia unica vita.

 

La calda stagione ha voci/ Che quietamente complottano nelle boscaglie/ Prima che tutto nell’autunno allibisca/E gli uccelli migratori se ne vadano.

 

Qui da noi sono i cimiteri pieni di neve/ A scandire il silenzio/ Ovunque/ Sgocciolano al lieve tepore i coppi/ Delle muraglie/ Ma la neve scompare/ Lasciando intermini spazi/ Senza frangivento.

 

L’ALBERO DI SICOMORO[1]

Qualche volta/ Di sera,/ Alla fine del quotidiano fibrillare,/ Val la pena di rileggere Luca/ Laddove narra di Zaccheo,/ Esattor [e imbroglione],/ Uomo di modi melliflui,/ E di tutti i tempi,/ Per verificare se non serva a ciascuno/ Salire sull’albero di sicomoro,/ Per vedere al di là del palmo del naso,/ E magari anche, [con un po’ di fortuna],/ Sentirsi chiedere:/ “Scendi di lì ché quest’oggi/ Cenerò a casa tua“.

[1] Vangelo secondo Luca 19, 1-10

 

Gelsi contro la mattina azzurra/ Voci di mattinieri uccelli/ “Niente più della gioventù/ Mi è caro”/ Ovunque vada/ Il tempo cinge con diademi la ventura/ E il gioco/ Rapidi gli anni sfumano/ Larghi silenzi stremano le ore/ I pomeriggi/ La luna/ I fili vermigli de l’amore/ In lontane regioni/ Del cuore.

 

LAGUNE

Nell’ampio volo di quei rapaci/ Nelle volute di foschia/ Nelle parole azzurre del cielo/ Nelle volte che il mare/ Raggiunge i tuoi piedi/ Nel calare della sera/ Sulla fronte tua/ Libera.

 

ETRURIA

Appena scorto un sorriso di colli/ Terra di Siena/ Macchie gialle nei boschi/ Cittadelle in cima/ Selciate/ Passi di cavalieri/ Ronde e cavalli bardati/ Cotto e pietra viva/ Nei palazzi e nelle cattedrali/ Dai secoli cistercensi/ San Galgano che finisce in cielo/ Lesene e trifore in scorci mattinali/ Pallidi ulivi/ Come in Poggio al Vento.

 

IGUAZU’

È l’onomatopea dello sciamano/ È la quebrada[1] del Sudamerica/ È il canto della tigre millenaria/ È un vento/ È il tempo fermato/ È il tempo che ritorna/ È madre e cielo e terra e rocce/ È limo fertile/ È potenza e tenerezza e dolore/ È un grido di terrore/ È voce di allegria/ È parola tronca/ È il volo rischioso delle rondini/ È un atto e perfino un desiderio/ È il colore dell’acqua sospesa.

[1] Spagn.: avvallamento, canyon

 

ABSIT LAUS ADVERBIS

Esclusiva/ mente/ Selettiva/ mente/ Completa/ mente/ Lucida/ mente/ Ferma/ mente/ Logica/ mente/ Improvvisa/ mente/ Final/ mente/ Io/ Come/ Male/ Minore.

 

CINQUE STANZE D’ARGENTINA

Nel mattino c’è vento antartico/ Appena temperato dal sole/ Per l’Avenida de Majo/ S’indovina il grande estuario/ Salmastro/ E la rotondità della terra/ Nei rettifili.

In attesa di Cordoba/ Tra omnibus multicolori/ È tutto un tourbillon/ È tutto un tango/ Un’infinita e chiara/ Meraviglia.

Il vento del nord/ Ha portato l’estate e folle multicolori/ Sotto la statua del padre Sanabria/ E verso il Cabildo/ La sierra sopraeleva l’orizzonte/ Come un’increspatura/ Acquazzoni improvvisi/ Su la pampa ineguale/ Di Carlos Paz.

Il viaggio è a ritroso/ Nel tempo interiore/ Finché la gola è sgomenta/ Sentendo i fràdis/ Di Colonia Caroja/ E i sapori di un tempo rallentato/ Da Gabriel Pietro Comisso Nicoletti/ Marcelo Veronica Mariuzza/ Ermes Rodolfo/ Josefina/ Y otros/ Y otros/ Y alambrados de otros.

Mentre si giunge al tropico del capricorno/ Ognuno ha pensieri/ Dei villaggi intravisti/ Tra i borachos/ E gli eucalipti.

 

…/ Eccovi qua,/ Compagni,/ E ora ricompattarsi/ È d’obbligo/ Per salvaguardare la sicurezza/ Della linea/ La fiducia/ Del quadro intermedio/ Vacillante/ E così credendo/ Recuperare consenso/ Tra i lavoratori/ Rimuovendo contrasti/ Omissis diffusis/ In unità fittizia

Cari compagni, se non altro/ Se non progetti di politica/ Vi accomuna la forfora.

 

Oggi è diverso il calar del sole/ Più silenzioso nella strada/ Indistinto tra le acacie/ In un pallido alone nebuloso.

A oriente già è notte/ E piano tingendosi di viola/ Seguono il calar del sole/ Le nuvole a occidente.

 

“E COME IL VENTO ODO STORMIR…”

“Quieta non movère”/ Recita l’adagio sapienziale/ Poiché rischi d’inquietar scorpioni/ Assopiti sotto il sasso/ Ovvero la serpe sibilante e linguacciuta/ Che ti minaccia.

Orbene,/ Si decide di movère/ Quando conviene a pochi/ E allora si ricorre/ Ad ogni strumento acconcio:/ Dal blandir tenero della piaggeria/ All’ordine proveniente di lontano/ Che ha durato un percorso arcano/ Nell’epifania del desiderio,/ Per ottener lo scopo/ Di un popolar suffragio,/ D’un gran voto [cambia il significato se la prima “o” è aperta o chiusa].

Ahinoi! com’è lontano il cuore/ E l’infinita inquietudine/ Di chi cercava dentro a sé e nel cielo/ Una ragion dell’esser vivo.

A noi, suppongo, si paventa il rischio/ Del mar che Dante regalò ai golosi,/ E un po’ ai violenti e ai lussuriosi/ Avvinti nel lupanare [della politica?],/ Ma,/ Visto appena da discosto/ Il mar di merda è piccolo,/ In breve la salsedine avrà partita vinta:/ Solo un poco di sporcizia/ Nel “mar grando”.[1]

[1] Cf, espressione tipica del poeta di Grado Biagio Marin

 

FONTANE[1]

Seguire con la penna trasecolate bolle/ Di luce/ Un brillio sottile di mattina/ Nello specchio liquefatto del mare/ O l’azzurreggiare/ Dell’onda/ O la traccia determinata del sole/ Che scende/ Anzi l’erba la lucertola verde/ E il perlaceo sfondo/ Tra le isole.

Seguire con la penna il cielo notturno/ Il frinire di grilli e le stelle/ Pensieri antichi/ Memorie/ Di bianche rovine/ Di castelli/ Del te stesso che eri.

Seguire con la penna/ Le tracce del volo dei cormorani/ Giù in fondo alle falesie oscure/ E l’onda che risucchia i sali/ E ivi deposita/ Caligini.

Seguire con la penna/ L’unica nube/ Bianca/ Che sonnecchia/ Di sbieco.

Seguire con la penna il passo/ I mondi nascosti dietro libri/ Letti sonnecchiando/ Riannodare remote canzoni/ Lezioni di musica/ Saltellanti ghiandaie/ Nel bestiario quotidiano/ Asciugamani multicolori/ Culitettevisioni/ E stanchezze immani/ Che hanno il colore verde della macchia/ Il cilestrino del vento/ Il viola il verdeacqua/ Il blu oltremare.

Gratias ago infine/ A chi detta di seguire con la penna il volto/ La parola/ Il lesto frusciar/ D’un animale/ La voce non vicina di un bimbo/ Un aereo lontano/ La pazienza/ Il lavoro delle donne che puliscono i cessi/ Vestali delle funzioni corporali/ Presidio del benessere.

Grazie al cielo che son vivo/ E scrivo e mangio e dormo/ E uso il corpo e lo rinnovo/ Da rimediar cotidie/ Al declino dei neuroni/ Fatto saggio del mondo/ Peritura favilla del cosmo/ Come un colore che si rappresenta/ All’occhio -ma non è-/ Come una posa un inganno con lunga esposizione/ da non bruciare la pellicola/ Per collegare il prima e il poi:

La terra/ Al mare/ A isole/ Noi/ Filo diamantino/ Di parole/ Increato arcipelago/ Isole noi.

[1] Località della costa istriana.

 

VIA VARMO

L’aspro solco slavato/ A percorrere i fossi/ E la purezza delle nubi/ Sfilacciate/ Tra filari di viti/ E le magre contorsioni dei gelsi.

Un cane/ È apparso/ In fondo alla distesa.

 

I “BARETZ”[1]

Si affacciano al lenzuolo dei monti/ Patriarchi dormienti/ Nei muggiti materni, nel fieno.

E sempre ci sono/ Lacrime discrete/ Ringhiate al grembo dei campi.

Le finestre a sera/ Proiettano l’ombra d’un erpice/ Sull’ansito caldo dei cavalli.

[1] Toponimo rurale di Rivignano.

 

E le viole pensate così deboli/ E i lunghi soffi di scirocco/ E le voci sicure del bel tempo/ Alla pioggia di fresche vampe.

Il carro che lento traccia/ Un solco nel terriccio/ I pensieri lasciati nei canali/ Le scie d’arancio alla sera

Oltre il Tagliamento.

 

LA CASA DEL MARE

Tra i pini neri venuti dalle montagne/ E il salso del mare.

Gratias agamus alle strade/ Che si snodano a spirale/ Nel vento levato.

Ai reconditi eventi che hanno creato/ Le dune.

Al lampo e al tuono che si rincorrono/ Gratias agamus.

Alle onde e alle rive blandite.

 

La vita s’alimenta/ Di giornate scandite/ Di rumori/ Voci note/ O ignote/ Pensieri d’altri cieli e d’altre strade/ Come a Firenze/ Dove si coglie/ A stare attenti/ Il sospiro d’Arnolfo/ O ser Filippo/ Vivi/ Nella contrada/ Mattini trasparenti/ E odori buoni/ E il passo/ In cerca d’antiche novità/ E di stupori/ Nati domani.

 

IL GRANAIO DEI SOGNI

Nessuno spezzi il diamante/ Che disegna il filo dei sogni/ La traccia che conduce alla stanza delle meraviglie/ Dove ci sono bauli e casse misteriose/ E il pulviscolo trasluce nel raggio meridiano/ Del sole,

E scricchiolii/ Accompagnano i passi/ Sul pavimento di legno

Dove,/ Se si fa silenzio/ Puoi rivederti bambino/ E sentire i richiami della mamma giovane/ Imbatterti negli occhi del padre/ Increduli.

Dove/ Si nascondono i sogni.

 

L’ALTRA CROCE

L’albero storto da cui pendi, o Giuda,/ Dopo aver pianto nel nascondimento/ Contrasta contro il cielo che si oscura/ In un tremendo estremo scuotimento,

Lì l’universo intero s’è sconvolto/ Vedendo il Volto, Dio vero, e Figlio,/ Dal peccato del mondo capovolto,/ Cuore di uomo di tenebra e d’orgoglio.

Silenzio è sceso, ma un discosto grido,/ Rantolo ultimo come di morente,/ Chiede perdono: è Giuda, Lui lo sente.

E i due ladroni tacciono alla fine./ Salvàti, amati, uomini la morte/ non vince: L’Oltre è promessa vostra sorte.

 

MI SONO FAMILIARI I LUPI SCURI

Il dolore intride l’anima e perfino/ Rimuove il velo al vero dentro, e tace,/ Rispondendo, se non perdi la traccia./ A me sono familiari i lupi scuri,/

Quelli che appaiono al confine/ Dei sentieri, dove escono dal bosco./ A me là sono familiari i rombi/ Dei temporali estivi, e la pioggia/

Battente e fredda sui selciati grigi./ A me qui sono familiari i lampi/ Occhio di lupo al termine, più o meno,/

Della notte, ma lontani dall’alba./ Mi sono familiari le lontane/ Frane sui monti e le valanghe atre.

 

CANTAR PER ELUANA

Qualcuno dice di lasciarla andare,/ Ma se non vuole, come si può fare?/ L’anima è viva e irrora il tenue fiato,/ Come un istante eternamente dato./

Il vento porta le parole vane,/ E non è il vento delle sue montagne./ Giuristi e medici si dan da fare/ Per aiutarla con pietà a morire./

Interrotto sentiero nella nebbia,/ Giovane che sorridi e resti ancora,/ Qual è il cammino che rimane alfine/

Di un sol filo di vita avvinto, e dove,/ E come sei pioggia diventata amara/ Al tuo sangue, che scorre nell’altrove.

 

NIRVANA

Ciò che spegne col soffio la candela:/ “Liberami dal dolore della terra”/ Sicché possa congiungermi all’eterno/ E infinito da cui tutto procede./

Le luci pallide di questo tempo/ Memorano all’occhio l’invisibile,/ Richiamando fortezza e vanagloria/ Le pulsioni, sorelle, e l’impossibile./

Lascia che il demiurgo ti resusciti/ Senza dolore e nella pura gloria:/ Tu gioirai come per la vittoria.

Ma vera non è se tu non l’abiti/ L’aspra e ventosa isola straziata/ Che vive la tua anima esiliata.

 

MYSTERIUM INIQUITATIS[1]

Non c’è concetto né ragione umana/ In grado di dar buona spiegazione,/ Solo il pensiero di un più grande bene/ Può salvare una qualche sua ragione./

Quando osservi il dolore sul dolore/ “Basta” ti esce, una tremenda voce,/ Ma non si ferma, anzi s’accentua ancora/ La dura punizione della croce./

Ma tu ma tu che credi d’esser forte,/ Forte non sei perché cagionevole,/ Come una foglia che scivola a morte/

Giù dal suo ramo dov’è appesa appena,/ E volteggiando cerca il suo dominio/ Di terra scura, per lasciar la scena.

[1] Lat.: mistero del male

 

SOGNO E’ LA VITA ED E’ IL MORIR, SVEGLIARCI[1]

Endecasillabo disincantato/ Di un uomo in vista della propria morte,/ Percorso il tempo suo disanimato/ Del senso vero dell’umana sorte./

Illuminazione non mai tardiva/ Sulla resipiscenza e sull’azione,/ Che si dipana sola e vera e viva/ Nella ricerca della sua funzione,/

In questo mondo perituro e aspro,/ Inconsapevole sollievo e incastro/ Tra le azioni umane e la prescienza/

Divina, permeata di sapienza,/ Cosicché gli sovviene il verbo vero/ Inesplicabilmente dal mistero.  

[1] Voltaire, [Francois Marie Arouet] 1694-1778

 

FINITI ILLIMITATI, …BOLLICINE 

Sfere perfette e immisurabili,/ Numero irrazionale, inconoscibili,/ Seguono i comandi della bimba,/ Nelle folate di vento a inizio/ Primavera, quali iridescenze frali/ Scompaiono per terra,/ E basta un filo d’erba per scomporle,/ O tra i rami d’albero spogli,/ O infine, baluginando/ Verso le incerte nuvole di marzo,/ E il volo delle tortore.

 

JENNIFER

Lo scuro umido fango ti ha coperta/ E sei rimasta a respirare terra:/ Dolente, informe, macerata, stremo/ Di forze estreme che il tuo bimbo chiama./

Chi ti ha guidata nell’andito buio?/ Che forza ti ha piegato dolce madre?/ Jennifer di vent’anni, e una visione/ Persa nei colpi del perduto uomo./

Ora rimane l’ombra del tuo amore/ Tenero, immortale, irresistibile,/ Lume di gloria, seme di vittoria./

E di là un pianto, sommesso, della madre,/ Alto è il silenzio nella strada attonita,/ Velata è la ragione del dolore.

 

PANTANI

Sale ancora la bici sul declivio/ Tra i raggi scintillanti del meriggio,/ Pensieri persi nella valle oscura/ Per cercare più in alto la tua pace./

Sul volto la vittoria pregustata,/ La prepari con un sorriso breve,/ Ma la strada non cede e sale ancora/ Fino sull’Alpe che il tramonto indora./

Hai negli occhi una rapida emozione/ Come se più il traguardo non ci fosse,/ E la malinconia lì ti prendesse./

Ma il cuore batte giusto e il sangue gira,/ Il vento dei tornanti giù ti attende,/ L’anima tua inquieta il tempo fende.

 

Tra Ulisse e Narciso/ Uomo e donna al mondo/ Qui mettendo in conto/ La ricerca quotidiana e lo sbalordimento/ E il mistero labirintico/ Dell’essere/ E i nomi dell’amore/ E ciò che sia felicità/ E ciò che sia dolore/ E ciò che siamo noi/ E ciò che diveniamo/ Noi che siamo/ Contenitore infinito/ E necessario/ In questa vita/ E oltre

 

BIMBA

Davanzale/ Fiore giallo che trema/ Al brivido/ Di vento/ Sul farsi/ Della stagione/

“Se come oggi/ Non fossi andata via/ Avresti ventun’anni/ E la tua primavera”/

Ma stamani/ Il fiore giallo/ E’ lì tremante/ Al tuo passaggio

 

SAUSALITO

E’ la sonnolenza ispanica/ O di un non so dove/ Una “Stoccolma” di indi e cinesi/ Con draghi e i barboni/ Come totem navajo/

E’ l’Oceano che bussa al Cancello d’Oro/ Con lunghissima onda/ Lambendo Alcatraz/ E si perde per miglia/ All’interno/ Verso la Sierra Nevada

San Francisco/ Onda pietrificata di strade/ Tenute per mano dal dio della faglia/

Infine é la nebbia/ E’ il cielo dorato/ A corona dei colli/ Fino a Sausalito

 

NEW JORK CITY

L’acrocoro fra i due fiumi/ Manhattan equorea/ Da Ellis Island alle torri gemelle/ Del World Trade Center/ E poi saliscendi ortogonali/

Di notte è respiro miagolii ritmici insonne/ Di yuppies/ &Drogati/ &Neri/ &Sanguemisto/ &Policemen/ &Homeless/ &Taxi drivers/

Speranza in una bottiglia anzi brindisi al mondo/ Con la fiaccola della libertà/ A picco tra il New Jersey/ E il Mare Oceano

 

ARRIVO A ROMA

Corrono via le immagini dei colli/ E’ l’alba chiara nuvole di Roma/ La notte passa in un intorpidirsi/ Delle chiacchiere e dei distesi corpi./

Scirocco amplia le voci di stazione,/ I palazzi umbertini han le bandiere/ All’aria in fondo a via Castro Pretorio,/ Mercanti mostra frutti colorati./

Roma rivive dopo il breve freddo,/ Si é già accaldati e non é primavera,/ Si sciolgono i languori delle donne./

Trascorsa la mattina pianamente/ Scombinando le geometrie del cielo,/ Ma fuori al sole cova primavera.

 

CONTADINI

Sono voci da aie lontane/ Richiami attutiti/ Dallo smorto, diffuso/ Pietoso autunno/ O controcanto nei discorsi/ Della sera

 

SENTIERO RILKE

Ancor che nella pura lontananza/ Là circonfusi con l’ambrato mare/ Si stemperino in scaglie variegate/ I relitti dei veli del tramonto;/

Prima che oblii discendano dai balzi/ Verso le vele e le falesie bianche,/ E la luna compaia come un nume/ Sopra il silente Carso calcinato;/

Prima che il vento stremi la boscaglia/ Tra i violacei sommacchi e la ramaglia,/ Ci è parso di vederlo camminare./

E allora abbiamo atteso che passasse,/ E più oltre scomparisse tra le ombre,/ Remote a quella sera, sul sentiero.

 

MONTE NEBO

Vero è che sono l’arameo errante/ Su cui il Signore prova la sua gloria,/ Là spero sia il fine del cammino/ Il monte Nebo, per veder la terra./

Certo il percorso è erto e faticoso/ Di tra le pietre e rugginose spine,/ Che di traverso ai passi sono poste/ Per ricordare il limite e il dolore./

E quando sarò in vista della vetta,/ E arrancherò sugli ultimi tornanti/ Il cuore in gola si farà sentire/

Rimbombando nel petto come tuono./ Così mi basterà guardare a valle:/ Sul fondo il mare e due figure sole.

 

DAL SALMO 109, VERSETTO 23

“Scompaio come l’ombra che declina”/ Ma non temo il mio destino né l’abisso/ Del tempo che manca, che non è:/ Vi è solo l’attimo che passa, quasi/ Inavvertito, lasciando impercettibili/ Sussurri, o rimbombi itineranti su nel cielo./ Resta l’attesa ma solo se la pensi,/ Ché altro ha da fare, leggera, erma di canti/ Muti e di silenti onde, male impetuoso/ Indietreggiato al sorriso degli angeli,/ Roccia senza appigli che scansa il timoroso/ -Rivelando- per un fuggevole istante,/ L’algido petalo del granito.

 

META’ TA’ PHISIKA’

Se l’ente è,/ Non è il ni-ente,/ Perché se fosse il ni-ente/ Non sarebbe l’ente;/

Piuttosto, se sembra che l’ente/ Balli il tango col ni-ente,/ Si tratta di un suo scomparire/ Prima del nuovo riapparire,/ Dell’ente.

 

E’ un remoto saluto dell’autunno/ Prossimo/ Oggi il vento levatosi all’alba/ Come uno struggimento di stagione/

Cuore mio risoluto/ Ora ascolti il pulsare/ Come un trotto sul selciato/ Della vita interna dei corpi/ E de l’amore,/ Verità dell’anima aperta/ E muta,/ Verità del sapere Incontrastabile,/

Come il primissimo istante.

 

Mors amoris/ Amor mortis./ Che sia un’alfa privativo/ La “a” di amore,/ Nel senso di essere/ Prima,/ E nonostante,/ E oltre/ La morte:/ Amore e morte/ O amore o morte?/ O solo amore?

 

RONNIE LEE GARDNER E’ MORTO

Steven Turley gli ha messo un cappuccio nero/ Sulla testa e poi la raffica./ Quattro fori nel bersaglio bianco sul cuore,/ Cinque winchester hanno tuonato,/ Uno era a salve, per illudere/ Ognuno dei cinque fucilatori di non avere ucciso./ Da 25 anni nel braccio della morte,/ Gardner, due omicidi alle spalle,/ Una vita iniziata nel degrado/ E proseguita peggio./ Ora giustizia è fatta, come ordinato nel Levitico,/Capitolo 24, versetto 17./ La sedia della fucilazione, nera,/ Era come un trono,/ Come la notte il nero tutt’intorno,/ Inutili sacchi neri di sabbia,/ Inutile sedia nera,/ Come un  trono era il luogo del peccato./ Gardner non ha scelto di essere crocifisso/ Sul tavolo a croce/ Dell’iniezione letale,/ Ha preferito il trono che spetta agli uomini/ Fatti a immagine e somiglianza di Dio/ Genesi 1 capitolo, versetto 27:/ Che lo stato guardi in faccia chi uccide./ … E il ministro di giustizia dell’Utah può dire:/ “Che il Signore perdoni chi non ha avuto pietà/ Delle sue vittime”. Il ministro di giustizia./ Ma quale giustizia può l’uomo,/ Se la sua colpa è sempre/ Inferiore al peccato, e solo Dio/ Può sapere di quanto?/ Ronnie Lee Gardner è morto,/ Ora il mondo è più “giusto”./ Amen.

 

TU INTENDI

Il tempo/ dell’eternità/ Di fronte all’angelo/ Della storia Tua/ Vòlto all’indietro/ Al sorriso aperto/ Il Volto.

Anche se tramortito/ Su e intorno/ Al tuo tempo/ Di sensi pensosi/ Di grazia/ Senza che ciò sia un faticoso/ Esercizio di sillabe.

 

DELLA MEMORIA

Nelle vuote profondità del tempo/ Nascon stelle, destini e sentimenti/ Il vento va e poi ritorna lento/ Per valli antiche corse dagli armenti./

Ricordo volti antichi d’altre ere/ Di giorni e viaggi e sguardi sconfinati/ Ricordo cieli e lente primavere/ Altri recinti, palizzate e prati./

Il vento va e poi ritorna ancora,/ Senza requie pensieri si rifanno,/ Un dolore rinasce nell’aurora./

Vince la vita come sempre al mondo/ Lo Spirito che soffia dove vuole/ Ti dona libertà anche se duole.

 

LIKE AN EPIGRAPH

…e ora qui vi saluto/ torno alla mia casa/ ai miei sogni/ e vago per il mondo/ che amo/ non pensate a me/ pensiamo insieme/ a tutta la terra

[1] Ingl.: come un’epigrafe.

Tin Piernu, o delle Valli favolose

thTin Piernu da Tercimonte-Tarčmun (1922-1990), alle pendici del Matajur, Benecia, era Valentino Trinco, pronipote di mons. Ivan Trjnko, cultore insigne delle culture locali. Lo trovo in un libro meraviglioso, qui su nelle valli, in cerca di filosofie comuni e solitudini, nei limes estremi, là dove il cielo non ha confini. Adonde el cielo no tiene frontera.

Fotografo, falegname, muratore, elettricista, pittore, intagliatore, Tin Piernu. Uomo elegante, bello, olivastro, probabilmente di cromosomi turco-bosniaci, ché a fine ‘400 questi entrarono per il Passo Solarie e dilagarono per la pianura furlana. Fotografo delle genti slave delle Valli remote, volti rimasti nell’attimo eterno dello scatto e incisi sulla carta dai sali d’argento. Un libro memorabile edito dallo Študijski Center Nediža, il Centro Studi Natisone.

Luca Laureati ha curato la parte fotografica, Michela Predan, Roberto Del Grande, Alvaro Petricig e Andrea Schincariol hanno curato i testi. I racconti che accompagnano la raccolta sono di Pierina “Perina” Crucil Valentova, Maria Iellina Lieščakova, Gino Petricig Lieščaku, Giuseppe “Bepo” Massera Šturmin, Giuseppina “Bepca” Petricig Stefičjova, Pietro “Perin” Trinco; altre testimonianze sono di Severino Braidotti, Bernarda Gos Tamažova, Irma Martinig Ručkina, Maria Elvira Martinig Pačeikina, Antonia Massera Loškina, Ferruccio Mosena Tituz, Fabio Trinco e Ivo Trinco. Le traduzioni sono di Jadranka Križman.

Il bianco e nero non cede a nessun colore, ché quanto arrivarono i colori Tin Piernu smise di fotografare. Il tempo è fermato negli scatti come un momento eterno, che resta come presente da sempre in mente Dei.

Le Valli vivono nel racconto delle immagini calate nel tempo, nei piccoli paesi dai nomi slavi, Topoluove, Lieska, Srednja, Dolenji Tarbi, Čemur, Hlasta, Clodig, Stara Gora (Castel Monte della Madonna), Polava,Utana, Landar, Ažla, Bijača, Bizonta, Dolenje Bardo, Gorenje Bardo, Bročana, Kal, Čeplešišče, Černeče, Čarnica, Kjabaj, Ščigla, Seuze, Klenje, Klin, Kolieša, Kamunjar, Gorenja Kozca, Dolenja Kozca, Hostne, Kraj, Kras, Kravar, Hrastovije, Domejža, Dorboli, Dolenja Dreka, Arbeč, Gabruca, Gnjidovca, Velik Garmak, Gruobje, Jagnjed, Jelina, Jerebi, Laze, Lombaj, Marsieli, Mašere, Medveži, Dolenja Mersa, Mečana, Matajur, Dubenije, Oblica, Obuorča, Ošnje, Ošjak, Peternel, Platac, Klinci, Petjag, Pocera, Praponca, Pulerji, Ravne, Salamanti, Podutana, Špietar, Štuoblank, Sauodnja, Škrutovo, Seuce (Sv. Lienart), Skubina, Slapovik, Solarje, Sarženta, Podbarnas, Španjud, Špinjon, Tarčet, Trinko, Vodniak, Ušivca, Barnas, Zapotok, Zverinac, … e altre borgate perse nel verde delle faggete.

Case di pietra con i nomi degli avi, per restare, e viaggi a piedi a vendere manufatti di legno, rastrelli, cucchiai, scope, stampe, chincaglierie e oggetti d’uso quotidiano, come i cramârs di Carnia. Erano i guziravci… Fino agli anni ’50.

Le foto. Occhi stupiti di bambini e volti legnosi di vecchi, giovani donne seriose dallo zigomo forte e vecchie incanutite. Prime comunioni di bimbi in abiti rimodellati da cerimonie precedenti di fratelli, giacchette stazzonate, e abitini bianchi, per fanciulle stupite. I volti si susseguono senza indugio, pagina dopo pagina, anziani con baffi e cappello, uomini fatti in doppiopetto di grisaglia delle feste comandate, vecchie col fazzoletto in testa e la bocca coi bordi in giù come ferite non rimarginate, niente gioie nei giorni, orecchie a sventola e tagli approssimativi del capello, miseria nera, occhi sbarrati e sguardi anche furbeschi, sorride la Bepca a 25 anni, è tornata dalla Svizzera e già è sposa, eremiti come Štiefan Rusacu, ragazze col sorriso di speranza, ragazzi straniti e madri senza sguardi sul futuro.

E poi i mulini e le fontane, acque correnti di iridee dissolvenze, nelle terre di cui il Provveditore Veneto della Serenissima, Tommaso Lippomano, scriveva nel 1606 “[…] di sopra la Città [di Cividale] nella Schiavonia sono poste ville numero 37, le quali si trovano libere d’ogni altro aggravio […] perché hanno antico obbligo di custodire in occasioni di peste et di guerra li cinque passi, cioè di Puffaro, et Clabuzzar, di Luico, di Cliniz, et di San Nicolò, luoghi et strade di molta importanza […]. In tutto […] quel territorio sono habitati al numero di 9800. […]”. (M. Pascolini, Università di Udine, Fontane e abbeveratoi delle valli del Judrio e del Natisone, Ed. Unione Emigranti Sloveni del Friuli Venezia Giulia, 2013).

Sconvolge constatare la saggezza della Serenissima Repubblica e la speculare stolida insipienza della politica nostrana degli ultimi cent’anni (?), per nulla migliorata con la Repubblica nata dalla Resistenza. Desolante che non si comprenda come i presidi umani vadano tutelati anche con politiche fiscali di esenzione perfino totale, in certi territori come le Valli favolose.

L’acque mi consolano e mi ricordano da dove veniamo amnioticamente, aminoacidi concretati nell’embrione ancestrale, e mi cullano con lo scorrere della loro perennità.

Sicut Philosophia Perennis, Acquae sunt mihi.

Le foto sono nel mito senza tempo, come il nunc aeternum, momento istante attimo senza misura.

E le foto di Tin Piernu mi convocano a un appello che viene da lontanissimo, da avi sconosciuti di prima delle genealogie a me note, che risalgono al 1500 o giù di lì, dalle mie parti rivignanesi. E’ certo che le mie mani parlano di storie longobarde e l’incarnato di Oriente, passando certamente per le Valli fiabesche che ho vissuto due giorni e rivivrò, a Dio piacendo, quando altri giorni opportuni e il tempo giusto incontrerà il mio procedere nel tempo che viene, da sempre in attesa del passaggio, che è un andare errando o un errare andando. Forse un mattino…

Valichi

ErtoMio ormai caro e paziente lettore,

valichi tra valli diverse, valichi e passaggi tra un ragionamento e l’altro, valichi, perché sia gli uni sia gli altri sono ardui. Son ardui perché occorre il cammino, e un buon passo per andare, e una buona logica per arrivare, alla meta, sempre provvisoria, e alla conclusione del pensiero.

Occorre tempo e fatica per raggiungerli, i valichi, e per passare da una valle all’altra, così come da un pensiero strutturato a un altro, magari in contrasto con il primo. Infatti è comodo adagiarsi su ciò che si ritiene valido, o perché lo pensiamo da sempre, o perché lo pensano tutti, o i più. Il comune sentire, o quello che riteniamo essere tale, rassicura e tranquillizza, mentre il pensiero autonomo e controcorrente inquieta e dà vertigini, le vertigini della solitudine, e dell’altezza, come scrisse Saba cantando Nietzsche:

Intorno a una grandezza solitaria/ non volano gli uccelli,/ né quei vaghi gli fanno attorno il nido,/ altro non odi che il silenzio,/ non senti altro che l’aria. (citata a memoria, forse con qualche imprecisione).

Sembra dunque che sian più difficili da superare i secondi, i valichi del pensiero, in molti casi.

Dei primi voglio citare quelli più selvaggi che conosco nella Terra del Confine.

Vi è tra le Prealpi Carniche Occidentali la Forcella Clautana, che collega l’omonima valle alla Val Silisia, per un sentiero lungo e selvaggio, verdissimo e silente. Costruito nel 1912 per ragioni militari anti-asburgiche fu percorso dal tenente Rommel dopo la rotta di Caporetto. Per strada tracce di Terapodi risalenti a duecento milioni di anni fa. Le ultime case di Claut ti salutano quando una nebbia leggera inizia da accompagnarti per le lontananze, finché non senti svanire il suono di campane che battono l’ora, e poi, dietro una curva da cui appare una forra senza fondo, più nulla.

E poi il Passo di Valbona, tra la Val Cimoliana e l’Alpago, altissima sella nota da immemorabili anni, punto di passaggio per la Cima del Col Nudo. Le “conte” dei valligiani narrano di un’antica consuetudine, oramai interrotta da decenni, secondo la quale le ragazze andate in sposa nella valle di là del valico, sarebbero passate per l’altissima sella con il corredo portato dai parenti, per raggiungere lo sposo, quasi a significare simbolicamente la durezza e l’impegno della scelta di vita. Il Passo di Valbona è sempre lì che attende qualche meditabondo viandante, come me. E lì arriverò, quest’anno, se Dio vuole, o il prossimo, se le forza ancora avrò, in questo tempo che passa e mi fa sentire il cambiamento, dentro, il mio corpo che cambia e si avvicina all’essenziale.

Tra la Val Sappadina e la parallela oltre confine, dal 1610 ogni anno si svolge un pellegrinaggio votivo. La gente parte nottetempo da Cima, risalendo l’aspra valle del Piave fino ai rifugi posti a ristoro sotto l’infinita mole calcarea bianca del Peralba. Costeggiando la grande montagna fino al passo Sesis e a quello dell’Oregone, memorie di guerra, si va giù nella verdissima conca per un Rosario alla Vergine delle vette, che porge sempre la mano agli scalatori del cielo. Si lascia la catena dell’Avanza e l’altissima Valle delle Genziane, in attesa, dietro le crode sorvolate dall’Aquila crysaetus.

Anche tra la remota Illegio e Moggio si passa per le montagne, salendo verso Prà di Lunze, remota casera tra boschi e rocce, non lontano dalla madre Amariana e dalle aspre balze del candido Sernio. Anni son trascorsi da quando vi andai, poco più che ragazzo, pranzo al sacco e gli occhi pieni di meraviglia.

All’estremo oriente della Terra del Confine, da un villaggio adagiato sotto un cielo senza confini, Topolove, un sentiero boscato ed oscuro sale sul monte e poi scende fin nella valle dello smeraldino Isonzo, a Luico. E’ la terra delle fate delle acque, le kryvapete, nascoste lungo i torrenti e nelle grotte degli orsi, condividendo con questi il calore e l’attesa della primavera. E’ lì che ci si può fermare, in attesa della notte magica, quando il campanile di Oznebrida farà sentire il suono delle sue campane, e allora appariranno, oltre il tempo, tutti  i volti che ci hanno amato e che non sono più visibili al nostro sguardo fragile, ma non ci hanno mai abbandonato, e, teneramente ci guardano e ci proteggono, anche se cambia il vento, il giorno, il mese e viene la stagione volta al giorno senza sera.

© 2017 Renato Pilutti

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