Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Le “conte” di Remigio e le stupidaggini dei giornalisti

Remigio viene con me in piscina a fare ginnastica antalgica. Lui deve essere più o meno sull’ottantina, massiccio, muscoloso, come deve essere uno che ha lavorato per quarant’anni nei manufatti di cemento. Alto forse un metro e settanta pesa novanta chili di forza pura. Niente grasso. Quadrato.

Le oche di Remigio

Parla quel veneto che è tipico dei confini con il Friuli storico, quello che si aggancia al friulano di Pasolini. E racconta racconta, forbito di parole essenziali, spesso onomatopeiche.

Remigio ha nell’aia oltre un centinaio di animali, fra pollame, conigli, oche, anatre, un’asinella e un maiale, che tiene in amicizia e non uccide personalmente. A quest’uopo ha uno stuolo di amici che provvedono alla bisogna. Lui non vuole né ammazzare né veder ammazzare gli animali. Quando gli racconto che io, come rito di passaggio, a ventidue anni, uccisi un maiale con un fucile, fulminandolo con un sol colpo, ha un moto a mezzo tra la paura e l’orrore.

Mi dice che l’asinella e il maiale dormono insieme e sembra dialoghino, in amicizia, e di questo si bea nel suo bucolico agreste angolo della campagna.

Remigio ama parlare anche dei decenni passati al lavoro, dove godeva della fiducia e dell’amicizia dei “paroni”. Là si sentiva a casa sua, nella ditta dove passava dieci ore al giorno, dove “contava”, forte della sua passione aziendale, che oggi nei testi di gestione del personale si chiama “commitment”, solito anglicismo alla moda. Noi Italiani siamo esterofili, forse connotati da complessi di inferiorità consolidati nei secoli. E pensare che l’Impero romano è di qui, il Rinascimento è di qui, Dante e Michelangelo sono di qui.

Ma che commitment e commitment! Diciamo passione, quella che Remigio ha sempre provato per la Ditta, per gli Animali che gli riempiono il cortile e la vita, per la Vita.

Tra le “conte” di Remigio e quelle di insigni giornalisti, scelgo le prima, non solo perché sono più interessanti narrativamente, ma anche perché sono più veritiere.

Un esempio? Stamani l’insigne Massimo Giannini, direttore non so di quale quotidiano titola (o fa titolare) il suo pezzo sulla situazione idrogeologica italiana “Annuncio di un’apocalisse futura”. Due errori, uno concettuale e l’altro filologico-etimologico: parlare di “annuncio” è come dire che qualcosa accadrà di nuovo, quasi necessariamente (ed è ciò che gli inglesi chiamano wishful thinking, cioè “profezia che si auto-avvera”); usare il termine “apocalisse” in luogo di “catastrofe” significa non conoscerne il significato, poiché, come è noto non solo a grecisti di chiara fama, “apocalisse” significa “rivelazione” e non “catastrofe”. Penso di avere scritto e spiegato questo almeno un centinaio di volte nei miei scritti e detti pubblici, che evidentemente non arrivano a questi culti signori.

Viva Remigio, e abbasso gli illustri signori della cronaca imprecisa e sciatta, là dove l’allure fa il paio con la noia, trista inimica dei giorni, da rifuggire con cura, magari nel rifugio delle conte di Remigio da Marignana, Friuli.

Claudio racconta… un anno di scuola o quasi

Claudio è un professore di storia e filosofia del liceo Jacopo Stellini di Udine dove insieme, nella stessa classe e sezione, la F, studiammo mezzo secolo fa, più o meno, e dove decenni dopo si è diplomata anche mia figlia Beatrice. Da tempo sto cercando memorie scritte di quegli anni e da quei compagni di scuola, e le sto trovando, a partire da quelle di Nando (o Ferdinando) C., il più famoso studente/ gerundio di quel tempo e storico tutore dei lavoratori, e di Sergio Di G., valoroso generale dell’Arma. La cara Daniela Z., per ora, è un’attenta lettrice di codeste prodezze letterarie. Per ora, perché spero di ricevere qualcosa anche da lei. E, chissà. magari anche da altri. Francesco, Alberto, Massimo, Ornella, Enrico…?

il Prof Claudio Giachin

Claudio ha voluto generosamente offrirmi questo racconto.

“Claretta Moro insegnava lettere al ginnasio, aveva avuto un incarico annuale. La sua classe era la più sventurata e sballottata della scuola. Dapprima era stata sistemata in soffitta in uno stanzino, poi nell’atrio rivolto verso via Cairoli. Venne innalzato un separè alto non più di 2 metri per separarla dal corridoio ma non dal trapestio e dal vociare di studenti, insegnanti e bidelli. In quella V ginnasio c’era uno studente ancora un po’ timido che Claretta prese a ben volere e ad additarlo alla classe come esempio di impegno e profitto. Le premure della docente un po’ inorgoglivano il giovane un po’ lo infastidivano. La grande passione di Claretta erano I Promessi Sposi; un giorno uno studente sinceramente devoto portò in classe Famiglia Cristiana e lesse un articolo che rivelava che nel pranzo dal Conte Zio erano state mangiate delle polpette di carne di venerdì. Il caso era serio dal punto di vista teologico perché lo studente sosteneva che Manzoni era caduto in peccato e probabilmente nella confessione lo aveva scordato compromettendo la salvezza.

Naturalmente Claretta sosteneva che Manzoni non aveva mangiato le polpette bensì i suoi personaggi ed era perciò innocente, ma la classe provocatoriamente era di diverso parere. La discussione tenne banco per un paio di settimane. Un giorno, a insidiare il candore degli allievi, si presentarono degli studenti universitari con dei volantini con i quali, a sostegno della richiesta di una Università a Udine, veniva proclamato uno sciopero per il giorno successivo. Claretta mise in guardia la classe dal seguire gli inviti allo sciopero di quei pericolosi sobillatori. (Il professor Petracco ex partigiano e stimato docente di greco e latino faceva parte del comitato per l’Università anche se certamente non era tra i fautori della manifestazione).  Il giorno della manifestazione, fuori dal Liceo, nel luogo di raduno della classe, si svolse un autentico dramma: le ragazze scongiuravano alcuni sciagurati dall’intraprendere una azione così pericolosa. Claretta avrebbe sofferto molto.

La giornata di fine novembre era insolitamente soleggiata e non fredda e invogliava a trascorrerla in compagnia nelle vie cittadine Non ci furono dilemmi amletici da sciogliere, il cocco della professoressa con altri due scavezzacolli disertò la scuola. Il giorno dopo Claretta chiese ai reprobi la giustificazione che nessuno aveva. Ritirò i libretti e scrisse una lunga nota ammonitrice. Scagliò poi con rabbia il libretto contro il suo preferito con l’intenzione di colpirlo tanta era la delusione provata. Il libretto cadde in un angolo della classe e lì rimase per tutta la durata delle lezioni. Il clima si fece pesante: si fronteggiavano una pedagogista che lanciava occhiatacce cattive da una parte e dall’altra uno studente con un senso d’orgoglio smisurato che non voleva piegarsi all’umiliazione di raccattare il libretto. Alla fine delle lezioni fu un’allieva a raccogliere il libretto e a consegnarlo al compagno.

Hegel sosteneva che la lettura mattutina dei giornali era una forma di preghiera laica. Si parva licet, nella classe di Claretta la lettura quotidiana intensiva dei Promessi Sposi era un atto di fede recitato giorno dopo giorno. Nessuno stupore il tema in classe di quel mese riguardò proprio la “fede” del Manzoni e il significato di “Divina Provvidenza”. L’incauto studente non si lasciò sfuggire l’occasione per scrivere “Non credo quia absurdum est”. Non scrisse proprio così nell’elegante lingua latina, ma in un volgare più prosaico e rozzo. Scoppiarono lampi e fulmini, la madre dell’imprudente venne chiamata a un colloquio urgente. “Suo figlio è un ateo senza Dio, se continuerà così diventerà un delinquente” Le madri hanno un debole per i figli maschi e non vedono le loro pericolose inclinazioni e tendono a giustificarli. “Mio figlio ha tanti difetti ma non penso abbia una tendenza a delinquere”.

Per fortuna Claretta ignorava che il miscredente era cresciuto nella prima infanzia nell’osteria del nonno socialista, dove la domenica si giocava accanitamente a briscola e a tresette, in un crescendo di imprecazioni rivolte all’Altissimo e alla di lui Madre. Il bimbo conosceva benissimo tutte le bestemmie degli avventori ma i genitori e il nonno gli vietavano di profferirle. Se Claretta lo avesse saputo chissà cosa sarebbe successo. Per Claretta valeva il detto “Nulla salus extra Ecclesiam” e l’allievo non era propriamente un frequentatore dei riti cristiani. Nei giorni seguenti avvenne una strana e imprevista metamorfosi: l’ottimo allievo si era trasformato in un viscido e pericoloso eretico. Anche i voti mutarono: gli otto si trasformarono in due più,

Claretta riponeva ancora una debole speranza nel suo ravvedimento. Venne poi un giorno nel quale consigliò alla classe di acquistare un eserciziario di latino non previsto. Il giovane si fece dare dalla madre i soldi per l’acquisto ma entrato in libreria dimenticò subito il motivo per cui era lì. Gli scaffali pieni di libri erano una tentazione troppo forte e il giovane debole non seppe resisterle e se ne uscì con alcune tragedie di Shakespeare. Un giorno Claretta decise di interrogarlo in latino anche se il voto era già deciso. L’allievo consegnò il quaderno con le versioni fatte ma chiese il libro a un compagno. Errore fatale. “Come non hai il libro”? “Lo hai comprato”? L’ingenuo rispose: “L’ho cercato ma era esaurito”. “In quali librerie sei stato”? “Da Tarantola e alla Moderna”. Il volto di Claretta si fece paonazzo, scagliò la sedia dietro di sé e uscì con passo deciso e veloce dalla classe. Tutti erano sbigottiti. Rientrò dopo aver telefonato alle librerie e disse: ”Da Bruni il testo era disponibile; portami il libretto e ti metto due per l’interrogazione”.

La considerazione del bugiardo era scesa ancora dal due più al due netto. Ciò voleva certo dire che il caso era senza speranza. “Adesso porta la richiesta di sospensione di cinque giorni dal vicepreside per la firma. Longo il vicepreside ricevette l’allievo gettandogli occhiate severe e fulminanti e non ascoltò giustificazioni di sorta. Che fare? La pedagogia correttiva di Claretta era certamente fondata sulle migliori intenzioni. Ma la perseveranza dell’allievo nell’errore e nei cattivi comportamenti richiedeva solo punizioni severe. Lo sventurato era davvero dispiaciuto e non voleva recare un dolore così forte ai suoi genitori. Decise così di frequentare un bar di via Manin ritrovo della crema dei “marinatori” udinesi. Si sa l’ozio è il peggiore dei vizi ma in questa circostanza consentiva allo studente di passare le mattinate con spensieratezza, senza rischi scolastici e con marpioni che ne conoscevano una più del diavolo.

Passarono i giorni di sospensione e anche altri finché il giovane avvertì nel profondo della coscienza una voce che lo consigliava di affrontare con coraggio le tempeste scolastiche. Un giorno attese l’uscita di Claretta dalla scuola e le comunicò la buona intenzione di riprendere a frequentare il Liceo. Claretta si premurò di avvertire subito i genitori del pentito che venne redarguito severamente a casa. Il giorno dopo, accompagnato dalla madre, varcò i portoni della scuola ma Claretta si rifiutò di accettarlo in classe. Il certificato medico presentato era palesemente un falso in atto pubblico e la professoressa non voleva essere complice di un così grave reato. La madre andò allora dal preside Vigevani che ritenne prevalente il diritto allo studio e ordinò il rientro in classe. Non ci fu nessuna benevola accoglienza. Il piccolo delinquente doveva essere isolato dal resto dei suoi compagni.

Così gli fu ordinato di isolarsi in un banco singolo in fondo alla classe e contemporaneamente a tutti gli altri allievi fu comandato di avanzare con i banchi in modo da lasciare un discreto spazio vuoto tra il confinato e le “animulae vagulae blandulae”. Non contenta di ciò, a queste ultime vietò, pena provvedimenti, di rivolgere la parola a un così pericoloso eretico e corruttore. Pochissimi furono i coraggiosi che, quando non visti, violarono il divieto. Il rendimento scolastico reale finì con il coincidere con il giudizio a priori di Claretta. Passarono giorni di solitudine, di mestizia e di rassegnazione. Venne marzo e la madre venne di nuovo convocata e informata della decisione già presa da Claretta di bocciare l’incorreggibile e la consigliò di ritirare il figlio. Forse così si sarebbero preservati meglio gli allievi dalle cattive influenze.

Così avvenne e dopo un’estate passata tra i libri l’anno scolastico venne superato in tutte le materie positivamente con una media del sette meno. Claretta faceva parte della Commissione d’Esame ma non mostrò né accanimento né risentimento. Ci fu un momento durante l’esame di riparazione di vero imbarazzo. In un momento di scarsa presenza mentale Claretta fece una domanda sul passerotto di Lesbia “Passer, delicae meae puellae”… Subito però si riprese, confortata dalla commissaria di francese. Chissà come avrebbe tradotto “passer” quel malandrino! Accortasi della domanda sconveniente riformulò la richiesta: “Parlami di Sirmione “Paene insularum, insularumque ocelle”… e dell’importanza che riveste nella poetica di Catullo. In questo caso le commissarie non si avvidero dell’ambiguità dell’incipit del carme. L’allievo però tradusse correttamente quel paene e quel che seguiva. Superata la prova chiese di essere iscritto in una nuova sezione la I F del Liceo temendo un nuovo incontro ravvicinato con Claretta e invece non la rivide più essendo ella approdata su altri lidi scolastici.”

Non occorrono commenti. La vita del nobile Liceo Ginnasio, ancorchéun tempo imperial-regio, così scorreva in quegli anni, anche come la racconta argutamente l’amico Claudio, quando eravamo fanciulli spensierati, ma non troppo, ché alle porte stava arrivando la Rivoluzione.


Da immemorabili tempi le cronache estive hanno il loro “giallo”, dai tempi dello “scandalo Montesi/ Piccioni”, delle vicenda di Fenaroli/ Ghiani e Maria Martirano, dai tempi del delitto del bitter di Arma di Taggia… è come se il popolo dei lettori abbia bisogno di qualcosa di diverso, di piccante, e misterioso, di peccaminoso e delittuoso, di drammatico o addirittura di tragico, poiché il “male” permea la vita dell’uomo, inevitabilmente, facendo anche – a volte – risaltare il bene

Quest’anno il fatto è collocato in Sicilia, tra Messina e Caronia. Protagonisti: una gradevole signora poco più che quarantenne dal sorriso smagliante (almeno sul web), il suo figlioletto quattrenne, entrambi trovati morti dopo giorni di ricerche vane, il marito un po’ trendy, le comunità locali, gli inquirenti, i volontari che si offrono per ricercare i primi due scomparsi in modo finora inspiegabile, il carabiniere in pensione che trova un corpicino “dove nessuno lo stava cercando” (parole sue un po’ indispettite), e l’ambiente, meravigliosamente estivo, siculo fin nel profondo, con il mare a portata di sguardo, il Tirreno profondo, e una piramide in ferro brunito, definita “misteriosa” da giornalisti privi di ampiezza lessicale. Tutt’intorno la boscaglia, la macchia, i maiali neri dei Nebrodi mescolati geneticamente ai cinghiali, un territorio semi-collinoso definito “impervio” da qualcuno, aggettivo che a me, abituato alle impervietà vere delle rocce e di erti pendii alpini, sembra esagerato. Un territorio che percorrerei con le infradito, che non ho mai usato.

Lo strano comportamento di chi ha visto la donna e il bimbo incamminarsi verso la boscaglia. Zitti, muti come cospiratori. Nessuno telefona ai carabinieri, al 118, nulla.

E poi lo stuolo di “esperti” o reputati (e sé reputanti tali) tali in tv e sul web, la criminologa seriosa, lo psichiatra dal cachet sempre splendido, le domande falsamente insidiose dei conduttori, emblemi di una mediocrità comunicativa evidente. Farei anche dei nomi, ma li ho fatti altrove, precedentemente. E il lettore mio sa a chi mi riferisco. E la noia incombe.

Che è successo realmente? Il super esperto di psiche afferma con fare annoiato che una “mamma” con quei conclamati (da quando?) problemi psichici non la si lascia portare via in auto un bimbo come Gioele. La criminologa, come sempre assai compunta, si distingue per una pretesa maggiore profondità di ragionamento, a sentir lei. Pagati tutti e due per dire cose che poteva intuire anche mia nonna. E ogni giorno la vicenda è in prima pagina, sia sui media di carta, sia su quelli telematici, accanto ai nuovi contagi Covid, a Lukascenko e a Trump/ Biden, in base a una per me assai discutibile gerarchia di importanza.

Siamo seri: alla fine, che importanza nazionale può avere la vicenda di Caronia per meritare tutta questa attenzione mediatica? Rispondo in base a diverse prospettive: 1) da un punto di vista etico/ filosofico personalista e teologico, la vicenda ha importanza assoluta, perché ogni (dico “ogni”) vita umana ha un valore assoluto. Ma subito obietto: e le altre migliaia di bimbi che ogni santo giorno si ammalano, son sempre più denutriti e muoiono in molte zone del mondo? Di loro si parla per numeri, non per nomi. Delle donne poi che dire? quante sono maltrattate, picchiate, stuprate, vilipese in qualsiasi modo, mutilate e uccise, mentre parliamo della (bella?) disk jockey? 2) da un punto di vista politico, la vicenda ha ben poca rilevanza; 3) da quello socio-culturale, appartiene al novero dei fenomeni attinenti agli attuali modi di vivere, frenetici e disordinati, e perciò non indica particolarità significative; 4) dal punto di vista mediatico, tutto cambia, perché l’insistenza con la quale se ne parla, contribuisce ad enfiarne l’importanza, la centralità nella gerarchia delle notizie, perché incuriosisce interpellando morbosità insite in molti, forse in quasi tutti. Ecco, è la dimensione mediatico-commerciale e quindi economica che muove la vicenda. E questo fa un po’ di tristezza. Mi viene da dire una cosa che attesta la mia scarsa simpatia per gli esperti convocati dalle tv: che cosa farebbero questi signori&signore se, specialmente d’estate, non accadessero fatti così sfiziosi, ancorché tragici? Non lo so.

Nel novero dei protagonisti della vicenda una sola persona mi ha convinto, per la scarna frase pronunziata e per il comportamento, cioè il carabiniere in pensione che ha trovato lavorando solo due o tre ore, il corpicino: alla domanda circa “come avesse fatto a trovarlo così rapidamente“, ha risposto lapidario: “Ho cercato dove gli altri non hanno cercato. Punto“. per dire che non ammetteva né repliche né commenti.

Ecco, un altro punto. Dopo venti giorni nei quali forze dell’ordine e volontari cercavano senza trovare un corpo di bimbo in una zona che è fuorviante definire “impervia” (sopra ho spiegato che cosa ragionevolmente si possa onestamente intendere per “impervio”), una persona veramente esperta, competente e disinteressata, ha risolto un caso che decine di altre persone non riuscivano a concludere in intere giornate di ricerca.

Caro lettore, sai che proprio non mi capacito? Non capisco, non riesco a comprendere come la cosa si sia risolta in questo modo. Battendo il territorio con metodo, con gruppi che avanzano in riga orizzontale e visitano ogni anfratto del rettangolo di territorio destinato, per poi spostarsi su un altro rettangolo, metodicamente, fino a coprire una superficie che ragionevolmente avrebbe potuto contenere tutto il girovagare della donna… quanto? dieci o quindici km quadrati? Un rettangolo di due/ tremila metri per sei/ settemila?

Proprio come si vede fare nei thriller americani, che pare siano più documentati del nostro reality. Ecco, mi è parso che le tv abbiano trasmesso un reality senza pagare nessuna comparsa, perché tutti erano più o meno tali.

I vergognosi 600 euro

Ferma restando la responsabilità individuale dei babbei che li hanno richiesti, i 600 euro, la colpa di questo skàndalon (in greco antico significa “pietra d’inciampo”) è di chi ha legiferato, da Giuseppe Conte in giù, con i suoi arroganti DPCM, e adesso cerca di moraleggiare e moralizzare, cioè di Salvini, pur dall’opposizione, che ora minaccia di sospendere e di non ricandidare i reprobi presenti tra i suoi, e Di Maio, ma sono i soliti noti, cioè di un Crimi, dell’ineffabile Laura Castelli tra altri (numerosamente presenti nel mondo che Grillo ha suscitato all’essere-in-qualche-modo-nel-mondo), quest’ultima incapace di cogliere questa occasione per stare zitta e non farsi ulteriori danni, non tanto dei cinque o sei poveri in spirito (non in senso “matteano”, però, e lascio al gentil lettore l’esegesi del termine, eh eh), tra cui due friulani, tali Mattiussi e Tondo (che fa finta di non conoscermi quando mi incrocia per strada, pur avendo fatto un pezzo di strada politica in qualche modo assieme qualche decennio fa). Poveretti.

Umberto Eco, fu il primo ad accorgersi della platea enorme degli imbecilli del web (e non solo)

Il popolo è incazzato, e a giusta ragione, ma questa incazzatura non basta. Dovrebbe inquietarsi (il Popolo, cioè io, tu, gentile lettore) con gli inabili che legiferano, non sapendo o non volendo sapere il senso delle norme che emanano. Rifaccio un ragionamento, più volte qui proposto: se chi emana una norma non ne conosce gli effetti è gravissimo, anche più grave del caso nel quale conosca la valenza di ciò che decide, ma decide deliberatamente per ottenere suoi scopi. Mi spiego meglio: è più pericolosa la stupidità e l’ignoranza ignorante, in questo caso colpevole, che non la pura malvagità.

In tema: qualcuno pensa che – in questa vicenda – si sia proceduto ad operare per “sputtanare” ulteriormente i “politici”, onde favorire il “sì” al prossimo referendum confermativo concernente la riduzione dei parlamentari. Come se i mestieranti della politica avessero bisogno di essere ulteriormente denigrati. Ma io non credo all’esistenza di queste sottigliezze, perché presuporrebbero un’intelligenza e una cultura politica che gli attuali “rappresentanti del popolo” non possiedono.

Al referendum del 20 e 21 settembre prossimi io voterò sì, perché sono convinto che 600 (400 deputati e 200 senatori) bastino a rappresentare il Popolo italiano, e non siano necessari tutti gli attuali 950 circa. Non è una questione numerica, ma di qualità, che da qualche decennio latita sempre più nel personale politico italiano. Dopo “tangentopoli”, il livello medio dei politici italiani si configura, oso dire, sul modello dipietrista, randellatore e giustiziere dei “vecchi” politici, ma modello di qualità molto inferiore ai “perdenti” di quel tempo. Questi “nuovi” non conoscono neppure l’abc del Diritto costituzionale e parlano, i più, un italiano approssimativo.

Ridicoli diventano poi, quando nel dibattito parlamentare devono pronunziare qualche parola in inglese, oppure quando “ci rappresentano” all’estero. Per fare il Ministro degli esteri, caro lettore, non pensi (e scusa la dimanda rettorica), che sarebbe necessario parlare un buon inglese? Almeno, dico. Nell’Italia liberale prefascista i politici, tutti, conoscevano francese e inglese, e spesso il tedesco. Mi si dirà: erano quasi tutti benestanti o nobili… sì, ma avevano anche voglia di studiare.

Confesso il mio imbarazzo quando ascolto anche alti rappresentanti istituzionali, specie se provenienti dal Movimento roussoviano-perlamordidio. Ripeto qui, dopo averlo mostrato in un pezzo precedente: a mio parere J.-J. Rousseau è stato uno dei più mediocri e pericolosi filosofi de fra il ‘700 e l’800. Quando il ragionier Casaleggio lo ha proposto come riferimento ideologico- culturale per il suo movimento ha manifestato tutta la temeraria approssimazione di una non-conoscenza della filosofia.

Tornando al tema dei 600 euro alle partite Iva, consiglierei ai miei cari lettori, di andare a leggersi le motivazioni / ragioni della scelta di chiederli all’Inps. Uno, che qui non ri-cito, ha spiegato che sono serviti a pagare spese delle attività economiche personali e familiari, ma mi vien da ridere: 600 euro!!! Che cosa risolvo con 600 euro? Cosa paghi? Te lo dico subito mio gentil lettore: una  cifra del genere basta a malapena a pagare gli oneri indiretti di uno junior che percepisce meno di 1000 euro netti al mese. Si dà il caso che il signore di cui sopra abbia un paio di decine di dipendenti… Stiamo evidentemente scherzando, caro furbacchione, ma poco accorto, di Forza qualcosa. Capace di dire subito dopo che, se lo vogliono fuori, lui cambia ancora partito, come ha già fatto un’altra volta, quando uscì dalla Balena bianca, mi pare.

Il tema è dunque morale, o etico nella sua struttura ontologica di atto umano libero. Questi signori, consiglieri regionali e / parlamentari, con emolumenti che vanno da 10.000 a 13/ 14.000 euro netti al mesi, si sono disturbati a chiedere all’Inps 600 euro. Da non credersi. Costoro non si sono minimamente posti la domanda etica: è plausibile che io, in questa situazione, e nelle condizioni in cui mi trovo (obiettivamente molto buone e di gran lunga migliori di quelle in cui si trovano la maggior parte degli Italiani) abbia pensato di inviare all’Inps la domanda per ottenere quanto per milioni di altre persone potrebbe essere vitale?

No, non si sono posti questa domanda. Il loro cinismo e un egoismo senza aggettivi li colloca in un girone di peccatori che il Poeta ha drammaticamente tratteggiato: “Oh cieca cupidigia e ira folle/ che si ci sproni nella vita e ne l’etterna poi si mal c’immolle!”. Così Dante scrive nel XII Canto dell’Inferno (vv. 49-51).” Con tali versi Dante spiega come l’avidità di beni materiali e la rabbia (rivolta alle persone) guidino l’animo degli uomini anche ad azioni molto violente, non solo all’oppressione degli altri.

Cupidigia o avarizia, il terzo vizio per gravità, secondo la Teologia morale di Tommaso d’Aquino, subito dopo – nel male – l’inarrivabile superbia e la truce invidia.

Non che i beoti richiedenti i 600 euro appartengano al girone degli avari della terra, ma forse si sono già in cammino verso quelle plaghe. Possono ancora tornare indietro, se vogliono.

L’uso imbecille della metafora

So da quando ho iniziato a scrivere che la metafora è il respiro dello spirito, o se non dello spirito, almeno della qualità letteraria.

metafora paradossale


Sappiamo che l’ars rethorica, dai tempi di Aristotele nel mondo greco e di Quintiliano in quello latino, la definisce come traslato, cioè un modo-di-dire che rinforza il concetto attraverso l’immaginazione. Bene.

E’ presente in tutte le letterature occidentali derivanti dal greco e dal latino. Se ne fa uso, sia nei testi raffinati dei romanzi, sia nel linguaggio quotidiano, a proposito del quale si pensi all’espressione “non rompermi i c.”, dove la “c” è l’iniziale di un termine notissimo a tutti. Metafora.

La metafora (dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto») in scienze linguistiche è un tropo, o, come abbiamo detto sopra una figura retorica di significato, implicante un trasferimento del significato stesso. Solitamente la metafora dovrebbe essere utilizzata per dare maggior forza ed espressività al discorso, verbale o scritto che sia. Non si deve confondere con la similitudine, che solitamente è introdotta dall’avverbio “come”, lasciando così al lettore e all’ascoltatore la possibilità totale di interpretazione.

Non importa che il termine metaforico appartenga all’area semantica del termine letterale richiamato, anzi, più lontani sono i due campi semantici e più efficace risulta la metafora.

Aristotele è stato forse il primo autore a trattare sistematicamente della metafora, nella sua Poetica, dove scrive che la metafora è un “trasferimento a una cosa di un nome proprio di un’altra o dal genere alla specie o dalla specie al genere o dalla specie alla specie o per analogia“. Alcuni esempi aristotelici, citando Omero: quando la metafora passa dal genere alla specie, “ecco che la mia nave si è fermata“, giacché “ormeggiarsi” è un certo “fermarsi“; dalla specie al genere, “e invero Odisseo ha compiuto mille e mille gloriose imprese“, giacché “mille” è “molto“; da specie a specie, “con il bronzo attingendo la vita” e “con l’acuminato bronzo tagliando“, giacché là Omero chiama “attingere” il “recidere“, mentre nel secondo caso chiama “recidere” l'”attingere”, perché ambedue i verbi rientrano nel toglier via qualcosa”… (Odissea 1457b).

Figure di significato diverso, anche se apparentate alla metafora sono la metonimia e la sineddoche. Queste figure mettono in collegamento due cose simili, come nel caso seguente “bevo una lattina di birra“, oppure “Amo Dante“, dove è chiaro che si beve il contenuto della lattina e che si apprezza la poesia dantesca.

Un’altra figura apparentata alla metafora si può considerare l’allegoria, la quale si dispiega nel paragone fra la cosa che si intende trattare con il racconto metaforico che se ne fa: un esempio può essere quello delle parabole evangeliche o dei miti classici.

Vi sono stati periodi nei quali la metafora è stata molto in auge, come durante la letteratura barocca, secentesca, oppure nel periodo di fine ottocento, quando l’immaginazione, fosse quella del padre gesuita Daniello Bartoli, che descriveva viaggi mai compiuti, o quella di Gabriele D’Annunzio.

Personalmente ritengo che, se si vuol comprendere meglio il valore di questa essenziale figura retorica, evitando di utilizzarla in modo sbagliato, e talvolta barbaro, perché frutto di probabile pigrizia o, peggio, di impreparazione, si studi il filosofo francese nostro contemporaneo Paul Ricoeur.

Mentre, per contro, soprattutto in questa fase strana che stiamo vivendo, la metafora è diventata un fatto di bulimia espressiva, specialmente sulla stampa e nei media in genere. I giornalisti la usano a palate, infastidendo moltissimo uno come me che solitamente è attento alle parole e alle espressioni che si usano.

Alcuni esempi: “Siamo in guerra“, “Le città sono spettrali“, “Il mostro” (riferito al Covid-19), “Lottare a mani nude“, “E’un’apocalisse” (con l’ennesimo uso improprio di un termine che non significa catastrofe o disastro o cataclisma, ma rivelazione, come ho scritto e detto settanta volte sette, ed ecco un esempio di metafora evangelica, tratta da un loghion con il quale Gesù risponde a una domanda di Simon Pietro circa il numero di volte che il credente è tenuto a perdonare a chi l’offende, espressione che sta in luogo di “sempre”, ovunque, ma niente, i giornalisti e soprattutto i titolisti continuano imperterriti) e molte altre. L’uso di queste espressioni serve solo a creare più ansia, più agitazione, e sono perfettamente inutili, perché non hanno alcun valore comunicativo, in quanto fuorvianti e distorcenti la realtà.

Suvvia, cari narratori improvvisati ed improbabili, emendatevi!

Il tenente colonnello Petrov e altri silenti eroi

Il tenente colonnello Stanislav Petrov potrebbe essere stato il salvatore delle nostre vite qualche decennio fa, diciamo mezzo secolo. L’amico professor Massimiano Bucchi ne parla in un libro interessantissimo pubblicato recentemente da Rizzoli, Sbagliare da professionisti. Storie di errori e fallimenti memorabili. Uno di questi “errori” sarebbe stato fatale, se commesso.

Anno 1983 nella base missilistica di Serpukhov-15 a centotrenta chilometri da Mosca suona un allarme: l’allarme predisposto per allertare l’esercito e l’intera Nazione sovietica nel caso di un attacco missilistico nucleare da parte degli USA (si era in piena guerra fredda ed echeggiava nell’aria ancora la crisi dei missili di Cuba). Capo del Partito e dell’intera Unione Sovietica era Jurij Andropov. Un comunista pragmatico, a modo suo, un uomo del popolo. Presidente degli Stati Uniti era Reagan. Personaggio controverso, del partito repubblicano.

Il tenente colonnello Petrov, analista di sistemi d’arma, avrebbe dovuto dare l’allerta, ma ebbe dubbi perché i missili annunciato dal sistema non erano un fascio di decine e decine, ma solo… cinque. L’attacco avrebbe potuto essere “vendicato” rapidamente, perché i Russi avevano un numero di testate nucleari pari agli Americani e vettori in grado di farle partire dalla Siberia per giungere in Nordamerica in meno di mezz’ora, e in Europa occidentale in dieci minuti. E Stanislav Evgrafovič  non allertò nessuno, ma aspettò, nonostante sudasse freddo e gli astanti lo guardassero terrorizzati. Passarono venticinque lunghissimi minuti, dopo i quali non accadde nulla. Il sistema aveva sbagliato. Petrov quel giorno sostituiva un collega in permesso, ma lui non faceva parte della struttura di controllo della base e dunque non era completamente preso dal sistema e dagli automatismi di controllo. Aveva pensato con la sua testa e aveva capito meglio di qualsiasi macchina. In seguito, non fu neppure promosso colonnello, perché la cosa rimase segreta per non dare la sensazione di una debolezza dei sistemi di difesa sovietici. E’ morto settantottenne nel 2017 a Vladivostok, abitando in uno di quei casermoni staliniani costruiti per il “popolo”. Chissà quanti episodi di quei decenni ci hanno nascosto: esperimenti nucleari, biologici… basti dare uno sguardo ciò che resta dell’lago Aral, cinquant’anni fa uno dei primi cinque laghi del mondo per estensione.

A proposito dell’intelligenza artificiale che, secondo alcuni, potrà sostituire l’uomo in quasi tutte le funzioni. No.

La professoressa Capobianchi ha due collaboratrici, non so se specializzande o dottorande, che lavorano con lei all’Ospedale Spallanzani di Roma. Insieme hanno isolato il “coronavirus”. Se lei percepisce una retribuzione da dirigente sanitario / docente, perché è nei ruoli, le due giovani dottoresse percepiscono mille-cinquecento euro mensili, da diversi anni, e sono precarie. Vergogna. Non mi aggiungo alla pletora dei confronti con politici inetti che percepiscono dieci volte tanto o dirigenti poco-facenti ben pagati, ma…

Che dire del loro trattamento, se proporzionato al valore del loro lavoro? Nel settore privato, in generale questo non accade, perché la qualità del lavoro, la responsabilità e la pro-attività generalmente vengono premiate con il riconoscimento di livelli di inquadramento superiori e premi di varia natura. Quanto sarebbe pagata nel privato una delle due dottoresse trentenni? Almeno con la qualifica di quadro e un migliaio di euro netti al mese in più.

Quanti altri uomini e donne, che erano, sono e rimarranno sconosciuti, hanno lavorato, lavorano e lavoreranno nel silenzio dell’anonimato per tutti noi, migliorando le nostre vite o, in alcuni casi, come quello del colonnello Petrov, salvandocele?

Come possiamo sperare che chi vale non si guardi in giro, al di fuori dell’Italia?

Soleimani, Bagdad, 3 gennaio 2020; nonno Agostino e quota 85, Carso, Prima guerra mondiale, 6/ 7 Agosto 1916

Ogni cosa ha un inizio. Se non percepiamo quando accade l’inizio ci facciamo domande. L’inizio del mondo potrebbe coincidere con l’inizio del tempo, parola di Hawking e di sant’Agostino.

E una fine. Ogni cosa ha una fine, ma anche un fine (Aristotele). La fine è cosa diversa da il fine, poiché la fine può essere sostituita per quasi omonimia dal lemma “termine”, mentre il fine significa la ragione per la quale un essere umano, ma anche un animale o una pianta, oppure un progetto sono: il diventare in atto ciò che in potenza sono fin dal primo istante (zigote, per gli umani). Il farsi-atto è il conseguimento del fine.

Ne parlo in questi giorni, quando l’uomo pare non apprendere nulla dalla storia.

Sto pensando all’uccisione del generale persiano Soleimani. Il presidente americano gioca con la storia mediante twitter, importandogli solo la sua rielezione. Mi sto chiedendo come la fine di questo militare possa costituire un fine per Trump, per gli USA, per tutti. Non ne trovo. La guerra mondiale a pezzi (copyright di papa Francesco) continua e si sviluppa.

 

Facciamo un salto all’indietro di cento e più anni. Prima guerra mondiale: Sarajevo è ormai alle spalle e da tre anni si sta combattendo crudelmente in tutta Europa. I morti sono centinaia di migliaia, e diventeranno milioni alla fine della guerra (quasi 20), sia civili sia militari. E non dimentichiamo che dopo il “nostro” 4 novembre 1918 della vittoria, si è continuato a combattere sul fronte orientale per altri tre anni, tra Russi e Polacchi, tra Sovietici rossi e Russi bianchi. Una pausa di vent’anni è stato l’intervallo per la Seconda guerra mondiale, che ha fatto oltre sessanta milioni di morti. Le tre guerre hanno avuto un termine, una fine, ma quale fine hanno raggiunto? Ad esempio, si poteva realizzare l’Unità di tutta l’Italia senza i 650.000 morti italiani? Gli storici della diplomazia più accorti affermano di sì.

La fantascienza si è posta il tema del viaggio nel tempo. Una domanda: forse che viaggiando nel tempo, sarebbe stato possibile uccidere Hitler da bambino ed evitare…

Il tempo attuale viene ormai chiamato antropocene, come tappa ulteriore della storia fisica e antropologica del pianeta. A differenza di soli cinquant’anni fa, l’uomo è oggi in grado di influire pesantemente sulle condizioni climatiche della terra, con le conseguenze che già intravediamo. E non positivamente. Antropocene è un termine diffuso negli anni ottanta dal biologo Eugene Sturmer, e adottato nel 2000 anche da Paul Crutzen, Premio Nobel per la Chimica. Crutzen formalizzò il concetto in testi quali l’articolo Geology of mankind, apparso nel 2002 su Nature, e il libro Benvenuti nell’Antropocene. Il termine apparve per la prima volta in V. Shantser, alla voce The Anthropogenic System (Period) del secondo volume della Great Soviet Encyclopedia (1973). Con il lemma si indica  l’epoca geologica che si distacca dall’olocene (la precedente), e sta a significare quanto l’uomo influisca sull’ambiente con le sue attività, che diventano le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche.

Se il precedente nome, olocene, stava a significare solo la presenza umana sul pianeta, che non trasformava la struttura stratigrafica e climatica della Terra, ora l’influenza umana le sta toccando e cambiando. Dai tempi dell’abate Stoppani che definì a fine ‘800 le ere geologiche, il quale comprese che la forza delle attività umane costituiva già un’era antropozoica, cioè con l’uomo al centro delle forze agenti sulla terra, registriamo da parte del geochimico russo Vernadskij il termine successivo, noosfera, vale a dire luogo dove l’intelligenza umana interferisce con l’ambiente in modo decisivo, termine ripreso negli anni ’70 del Novecento dal padre gesuita, teologo e paleontologo  Pierre Teilhard de Chardin. E siamo qui, con le guerre e le attività di questi tempi, mentre con fatica tentiamo di evadere dal pianeta azzurro.

 

Nonno Agostino si temeva fosse morto al largo di Durazzo, durante un naufragio dove centinaia di fanti italiani erano annegati. No. Per le strane e comunque causative vicissitudini dei percorsi informativi, il nipote omonimo e sua sorella Grazia e Gianfranco scoprirono che la vita del trentatreenne nonno era finita sul Carso, a ridosso di una trincea, dove anche Enrico Toti aveva vissuto gli ultimi giorni. Era il 6/ 7 Agosto del ’16.

Come lui milioni di altri esseri umani sono morti in guerra: dalla Prima mondiale anche milioni di civili, ciò che fino a tutto l’800 non accadeva, se non in minima parte, quella delle guerre coloniali. Inglesi e tedeschi massacrarono popolazioni intere, la giovanissima America del padri pellegrini aveva sterminato gli uomini rossi delle praterie, e gli ispanici gli indios del Sudamerica, bene presto imitati dai nuovi padroni locali, come nel caso delle stragi patagoniche di fine ‘800.

Gli ebrei sono stati oggetto di sterminio fin dal Medioevo.

Nonno Agostino era un contadino del Friuli, chiamato alla armi come milioni di altri. Alla fine del 1915 i soldati al servizio del maresciallo Cadorna, quello che giocava a tressette in via Mercatovecchio a Udine, mentre a trenta chilometri più a est si moriva in mezzo al fango, alle feci e al sangue, e se qualcuno osava protestare veniva fucilato.

Nonno Agostino invece morì per mano altrui, forse un contadino slovacco o ungherese, che era stato prelevato dal suo villaggio dai reclutatori del kaiser.

I suoi nipoti, che avevano dedotto notizie della sua morte nel naufragio in Adriatico, hanno saputo ricostruire che il nonno era morto a poche decine di chilometri da casa, a mezza giornata di carro e cavallo. Uomo giovane, per la Patria. La sua fine aveva contribuito a costruire un fine ma, abbiamo detto sopra: sarebbe stato possibile raggiungere il fine medesimo senza sangue, senza dolore. Ma così è andata, perché l’uomo non agisce per il meglio, ma per la convenienza, come spiegava Machiavelli nelle sue Lettere a Francesco Vettori, mai confondendo, però, all’incontrario di ciò che diffonde la vulgata, mezzi e fini, come Cadorna, Trump e molti altri.

Caso o causa, necessità o contingenza la morte di nonno Agostino? A posteriori non si può non pensare alla necessità, a priori avrebbe qualche chance anche il caso: il fatto è che tutto ciò che accade accade per cause: il problema dell’uomo è che conosce le cause di ciò che accade solo in minima parte, e pertanto…

La baionetta e la pietra

La guerra era iniziata da un anno per l’Italia e le cose non andavano bene, se “andare bene” in una guerra vuol dire uccidere nemici, distruggere città e creare terrori inimmaginabili. Molti fronti erano aperti, a Est come a Ovest. L’Italia era entrata in guerra, come nella Prima grande guerra, qualche mese dopo che la Germania l’aveva scatenata, invadendo la Polonia. Il tema storiografico e morale delle responsabilità dell’inizio di questo terribile evento non è di facile spiegazione, per la sua complessità e per le contraddizioni insite nei rapporti tra le grandi Potenze del tempo. In assoluto non si possono assolvere neppure la Gran Bretagna e la Francia da queste responsabilità, pur attribuendone la primaria al Reich germanico.

L’Italia era entrata in guerra impreparata, mentre Mussolini con la solita vis rethorica si scagliava contro le “demo-plutocrazie” occidentali e dava ordine di attaccare la Francia dalle Alpi Marittime. Una sanguinosa e stupida scaramuccia. Nel frattempo la Wehrmacht aveva invaso il Belgio e stava travolgendo l’esercito francese fino a raggiungere rapidamente Parigi. In realtà il Duce era stato sorpreso dall’attacco hitleriano alla Polonia e si era convinto di dover fare qualcosa per non restare troppo indietro nel concerto delle Nazioni, anche per una spartizione, a guerra vinta. Povero illuso. E allora, sottomessa facilmente l’Albania, di cui Vittorio Emanuele III si affrettò a farsi proclamare re, occorreva attaccare la Grecia, magari attraverso la Yugoslavia. L’illusione di una facile conquista durò poco. Alpini, fanteria, bersaglieri furono ben presto impantanati tra le acque e le montagne che dalla Bosnia scendevano verso la Macedonia. Ascolta se vuoi, mio gentile lettore, la dolente nenia alpina dedicata al Ponte di Perati.

Pietro aveva ventisei anni ed era di guardia quella notte sul lago di Konijc, nella valle della Neretva, Bosnia. L’Ottavo reggimento bersaglieri aveva sostenuto combattimenti aspri con i soldati yugoslavi, e con reparti di cetnici serbi. Faceva freddo e nella battaglia di giornata molti commilitoni erano morti. Anche il colonnello comandante era stato tranciato da una granata. Pietro non era un pauroso, ma in quella situazione non si poteva non temere assalti improvvisi e letali. Più avanti nel tempo, quando avevo già vent’anni, mio padre avrebbe commentato quello che accadde in questa storia premettendo queste parole: “Ero io a casa loro, a  rompere i…, ero io. E che cosa dovevano fare se non difendersi con le armi dal nostro attacco?” Aveva aspettato che fossi diventato grande per raccontarmi come si era salvato la vita quella notte e così poteva raccontarmelo.

Saran state le due o le tre di notte. I comandi italiani sapevano che quei valorosi soldati e partigiani erano usi anche a sortite notturne. L’uomo lo aggredì all’improvviso. Pietro riuscì a malapena ad evitare il colpo che l’aggressore gli stava per portargli con qualcosa di simile a una baionetta impugnata. Si girò e lo colpi a sua volta con la baionetta che aveva inastato sul moschetto. Il soldato si accasciò con un flebile grido. Era stato colpito in pieno petto dalla parte del cuore. La pozza di sangue si vedeva nel buio allargarsi, nera.

Il trambusto aveva fatto sopraggiungere alcuni commilitoni che si assicurarono che Pietro fosse incolume. Lo era. Neppure di striscio lo aveva ferito l’arma dell’aggressore. Pietro fu congedato qualche settimana dopo perché la piorrea gli aveva smangiato metà dentatura. Torno al fronte dopo mesi, imbarcandosi ad Ancona per “destinazione ignota”. In realtà, nottetempo il reparto era stato sbarcato a Patrasso per continuare la guerra. Pietro si salvò, ma l’Italia perse la guerra e la faccia.

 

Pietro aveva quarantatré anni e da tre lavorava in quella cava di pietra nell’Assia centrale, in mezzo ai boschi di conifere. Dormiva, con i suoi compagni d’emigrazione, in baracken di legno, simili a quelle che ancora si vedono a Dackau. Le ho viste anch’io, perché decenni dopo lo portai io in quei luoghi. Era partito dal Friuli, perché qua non c’era lavoro. La fabbrica di mattoni dove da dieci anni lavorava aveva chiuso e bisognava emigrare, come suo nonno, che era andato in Baviera ai primi del ‘900, a far mattoni. La ditta era un kombinat parastatale voluto da Adenauer subito dopo la Seconda guerra. Tiravano giù la montagna con la dinamite, e con le mani caricavano carrelli pieni di pietre adatte alla costruzione delle dighe sul mare olandese, che servivano a conquistare chilometri di terra coltivabile, i pölder. Lavoro pesante, paga a cottimo: tanti carrelli al giorno, tanti marchi. Pietro aveva una grande forza naturale, ché batteva a “braccio di ferro” anche omoni più alti e grossi di lui. Spesso aiutava i compagni che non ce la facevano a riempire i carrelli. Lavorava da dodici a quattordici ore al giorno. Guadagnava due volte e mezzo più che in Italia. La casa di Rivignano era da mettere a posto e noi due, io e Marina costavamo. Io poi volevo andare a scuola e parroco e insegnanti dicevano a mia mamma che dovevo fare il “liceo classico”, perché “Renato arrivava” (per dire che capivo le cose e le materie).

Un pomeriggio d’estate la carica di dinamite esplose, annunciata come al solito dal capo-cantiere, herr Sprüger, con un fischio prolungato. Tutti allora dovevano allontanarsi e Pietro seguì la procedura. Giovanni no, non si seppe perché, anche dopo la disgrazia, lui era rimasto troppo vicino al punto dell’esplosione. Un macigno di almeno cento e venti chili (dopo fu pesato) gli piombò sulla gamba destra spezzandola e provocando una brutta emorragia. Urlò disperatamente. Pietro lo sentì ed accorse. Non seppe come riuscì a spostare la pietra da solo, e nel frattempo chiamando aiuto.

Giovanni fu curato bene ma perse la gamba. Fu salvo. Prese una pensione di inabilità dal Governo Federale e tornò in Italia. Pietro lo andò a trovare quando, finita la stagione ai primi di dicembre, era tornato anche lui a casa, per ripartire, come al solito, ai primi di marzo. Gjovanin lo accolse, ma non parlava, era commosso. Bestemmiò: era la sua giaculatoria al Signore. Arpalice, la moglie, offrì un taj di vino a  Pietro. Rimasero lì tutto il pomeriggio, parlando pochissimo e lasciando fare  tutto al pensiero e agli sguardi. “Tu mi as salvât la piel, Pieri” (mi hai salvato la pelle, Pietro, trad. dal friulano). Mio padre gli rispose che altrettanto avrebbe fatto lui, ma Giovanni si schermì dicendo che non ne avrebbe avuto la forza.

Mio padre aveva provato ancora a sollevare quella pietra, ma non ce l’aveva fatta. La sua forza era servita solo per salvare Giovanni, come insegna la buona dottrina cristiana, ché lo Spirito Santo sa quando e come intervenire.

Allora mio papà mi disse: “Ho tolto una vita e ne ho recuperata un’altra“. Ho pareggiato i miei conti con Dio.

Questo era Pietro, mio padre.

“Poupou” e “Jacquot” lungo le strade di Borgogna e i tornanti dell’Izoard, scendendo dal Portet d’Aspet per affrontare il Ventoux di petrarchesca memoria, fino all’Arc de Triomphe

I due nomignoli del titolo, così, tutti soli, direbbero qualcosa solo a esperti di ciclismo, ma la citazione dei passi alpini e pirenaici dà qualche traccia anche ad altri.

Ora anche il “contadino” Raymond ha raggiunto nella visio beatifica l’elegante campione che lo batté sempre. Per otto volte Poulidor salì sul podio del Tour de France, cinque volte secondo e tre volte terzo. Una volta lo vinse anche il giovane Gimondi, nel 1965, quando terzo fu Motta.

Raymond Poulidor, nato a Masbaraud Mérignac nel ’36 è mancato a Saint-Leonard-de-Noblat qualche giorno fa. Professionista dal 1960 al 1977, vinse una Vuelta a España, sette tappe al Tour de France, una Milano-Sanremo e una Freccia Vallone, oltre ad altre decine di corse.

Ciclista professionista tra il 1960 e il 1977, ha avuto modo di correre con Louison Bobet, Federigo Martin Bahamontes, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Joop Zoetemelk e perfino con il più grande dei corridori francesi Bernard Hinault, il bretone di Yffiniac, oltre che con il Normanno.

Pensandolo mi vengono in mente le grandi estati quando ero bambino e del Tour mi parlava Pietro, mio papà. In televisione, in bianco e nero andavo a vedere le tappe del Giro d’Italia nell’osteria “da Lino”, di fronte a casa mia, ma il Tour non si vedeva, perché la Rai non lo seguiva come il Giro. Si sentivano i risultati verso sera al giornale radio. E io aspettavo di sapere chi avesse vinto la tappa e la nuova classifica. Ricordo di avere seguito, per la prima volta, il Tour del ’65 che avrebbe dovuto essere vinto da Adorni, ma poi andò diversamente. Immaginavo le assolate strade di Francia in pieno luglio e imparavo i nomi dei colli più ardui, il Puy de Dome sul Massiccio Centrale nei Vosgi, il Tourmalet, l’Aspin, l’Aubisque sui Pirenei, e poi il Croix de Fer e il Galibier, 2650 metri, dove sarei andato decenni dopo con Bea bambina, ai tempi di Armstrong e Ivan Basso, di Rasmussen e del kazako Alexandre Vinokourov, che vinse quella tappa a Briançon. Era il 2005, proprio il 14 luglio.

La sua rivalità con Anquetil fa pensare alla differenza radicale che vi era fra i due, quasi a rappresentare – sociologicamente – l’uno una Francia contadina, arcaica, dura, il Nostro, e l’altro di più la modernità, l’eleganza metropolitana e cosmopolita di Paris. Anche il loro “francese” li distingueva: il grande Normanno parlava in punta di labbra quasi geloso di non dir troppo, Poupou era di poche parole, più silente e a volte dolorosamente cosciente della fatica di pedalare e di vivere.

L’uno, Jacquot, era abituato ad arrivare primo, vinse otto grandi corse a tappe (cinque Tour, due Giri e una Vuelta), l’altro fu “abituato” alla sconfitta, ma senza che ciò lo debilitasse al punto da fargli rinunziare a combattere. Perse un Tour da Anquetil per 55 secondi, uno dei distacchi minimi di tutta la storia del Tour de France. Mi pare che solo Fignon perse per meno secondi da Lemond, forse 8 o 12, anni dopo.

Arrivare secondo non significa essere sconfitti, ma arrivare prima di tutti gli altri eccetto uno. E’ importante il secondo posto perché insegna a non esaltarsi per un primato, che è sempre friabile vicenda della vita umana, che passa.

Quando il suo grande rivale fu vicino alla morte, ancor giovane, per un tumore allo stomaco e Raymond lo andò a trovare, si sentì chiamare, mentre stava uscendo dalla stanza d’ospedale: “Raymond – disse Jacques sorridendo come poteva – anche stavolta ti batto, arrivo prima io“.

Quando sento definire Venezia “Patrimonio mondiale dell’umanità” dall’UNESCO, acronimo di “United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization”, mi viene l’orticaria

Il gentiluomo Enrico Dandolo passeggia per le calli della cittade sulle acque,  apparentemente senza meta, conversando con il suo segretario scrivano, e anche un po’ guardia del corpo. L’uomo è infatti ancora giovane, sulla trentina, bruno e robusto, delle terre furlane, che tanto piacciono ai Veneziani.  L’argomento principale è un’altra Crociata contro gli “infedeli”, per ribadire che il diritto dei Cristiani di potere accedere al Santo Sepolcro e alla Città Santa senza pericoli, ma anche… aggiunge nel mezzo del seriosissimo discorso, per ampliare il numero di fondachi per il commercio che la Serenissima già intrattiene con il Vicino Oriente, anche con i Maomettani.

Il segretario, messer Zuan da Porpetto annuisce, facendo osservare al suo signore che la sera sta scendendo per le calli e che l’umidità ottobrina potrebbe non fare bene a Sua eccellenza Serenissima. Enrico Dandolo, ha appena compiuto ottant’anni e il Gran Consiglio lo ha eletto alla carica dogale da poche settimane. Dandolo annuisce all’invito del suo fedele servitore e così si incamminano di buon passo verso palazzo. La sera offre una miriade di ombre che variano continuamente tra i canali e le pareti dei casamenti. Venezia sta diventando sempre più bella, considera fra sé e sé il vecchio gagliardo. E pensa a come dovrà muoversi se si farà la Crociata, gli sembra sia la quarta, dopo quella indetta da papa Urbano II e la altre due, spedizioni di alterna fortuna.

Prima di ritirarsi il doge chiede a Zuane (così lo chiama il gran signore venezian) di fare un giro più largo, per dare un ultimo sguardo alla Basilica, per una prece silenziosa al protettore, al gran Santo che conobbe Gesù. Dandolo era un buon cristiano, ma sapeva separare la religione dalla politica, e non mancava di criticare, a volte, con gli amici più fedeli del Consiglio dei Dieci certe iniziative del romano pontefice. San Marco appare nei chiaroscuri di mille torce che brillano come fuochi celesti dalla base alle cupole; gli pare che la cupola dell’Ascensione sia più illuminata di quella della Pentecoste, e dice a messer Zuane: “Dobbiamo provvedere”.

 

L’UNESCO è un’agenzia delle Nazioni Unite creata con il fine di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione, per promuovere “il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti  umani e le libertà fondamentali” quali sono definite e affermate dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Fondata dai vincitori del Secondo conflitto mondiale nel 1945, è entrata in vigore il 4 novembre 1946 e ratificata da venti stati. Tra le sue attività si nota soprattutto l’attenzione per l’ambiente, l’arte e la storia delle nazioni, per cui, se pone attenzione su qualche “oggetto” da tutelare particolarmente, costituisce senza dubbio un viatico potente per la sua promozione, anche turistica ed economica. I paesi fanno a gara per farsi riconoscere “Patrimonio universale dell’Umanità” dall’Unesco. L’Italia è la nazione che ha più siti con questa denominazione, per ragioni obiettive anche per un francese invidioso o per un inglese supponente.

 

Venezia, nel 1571 sostenne a Lepanto metà dello sforzo militare della flotta cristiana contro gli Ottomani, e vinse. Venezia, anche se formalmente il comandante era don Juan de Austria, un Asburgo, figlio dell’imperatore Carlo V e fratellastro di Filippo II. L’ammiraglio inimico Muezzinzade Alì Pascià morì nello scontro. Il comandante veneziano era il capitano Agostino Barbarigo, omonimo di un doge, con l’ausilio del valoroso capitan Sebastiano Venier, settantacinquenne. I genovesi erano al comando di un Doria, Gianandrea. Queste le principali forze in campo e la vittoria arrise ai cristiani, come ognun sa.

In totale, la Lega cristiana schierò in battaglia una flotta di 6 galeazze e circa 204 galere. A bordo erano imbarcati non meno di 36.000 combattenti, tra soldati (fanteria al soldo del re di Spagna, tra cui 400 archibugieri del Tercio de Cerdeña, pontificia e veneziana), venturieri e marinai, verosimilmente tutti armati di archibugio. A questi si aggiungevano circa 30.000 galeotti sferrati, ovvero tutti i rematori, schiavi esclusi, cui venivano distribuite spade e corazze per prendere parte alla mischia sui ponti delle galere. Quanto all’artiglieria, la flotta cristiana schierava, approssimativamente, 350 pezzi di calibro medio-grande (da 14 a 120 libbre) e 2.750 di piccolo calibro (da 12 libbre in giù).

Gli Ottomani avevano una forza più o meno equivalente e persero.

Dai tempi del doge Dandolo alla Battaglia di Lepanto, Venezia aveva acquisito territori italiani nel suo entroterra da Verona a Trieste, ma si era soprattutto sviluppata lungo la costa orientale dell’Adriatico dall’Istria alle isole greche. Città come Parenzo, Rovigno, Pola, Sebenico, Zara, la dioclezianea Spalato, Traù e Ragusa erano veneziane. Lo erano anche le grandi isole del Quarnero, Veglia, Cherso, Lussino, e più giù Arbe, Pago, e le Coronate, Brazza, Lesina, Curzola e Meleda, e più giù Corfù, Zante, Cefalonia e Itaca. Il Pireo era di casa, il Peloponneso (Morea) e Candia (Creta), Eubea e Cipro, e perfino Costantinopoli, nel corso della Quarta crociata nel 1204 fu brutalmente veneziana.

Così Goffredo di Villehardouin descrisse Dandolo che guidava l’assalto veneziano a Costantinopoli:

«Stava ritto tutto armato a prua della sua galera, con davanti lo stendardo di san Marco, ordinando a gran voce ai marinai di portarlo prestamente a terra, o li avrebbe puniti a dovere; sicché quelli approdarono subito, e sbarcarono con lo stendardo. Tutti i veneziani seguirono il suo esempio: quelli che stavano nei trasporti dei cavalli uscirono all’aperto, e quelli delle navi grandi salirono sulle barche e presero terra come meglio poterono.»

Durante i primi burrascosi mesi dalla conquista della città, il doge Dandolo, pur ormai vecchissimo e debilitato dal lungo viaggio via mare, riuscì ad ottenere ampi vantaggi per Venezia, stando sempre attento a non farla coinvolgere troppo nella situazione politica interna dell’ormai decadente impero bizantino.

Combatté in Oriente per una quindicina d’anni e morì dopo la battaglia di Adrianopoli all’età di novantotto anni. Era il 1205. Fu sepolto in Santa Sofia.

 

Venezia, novembre 2019. L’acqua granda è tornata. E con lei i politici, che sfilano, senza cravatta, con gli stivali (più o meno usa e getta, tanto non li usano mai nella loro vita): Conte-capodelgoverno, la ministra delle infrastrutture, che parla come una maestrina elementare alle prime armi, il governator-doge Luca Zaia, successore del delinquente Galan. Il sindaco Brugnaro, che fa fatica a parlare. Arriva, tutta commossa, la presidenta del Senato della Repubblica italiana. E poi alcuni veneziani, come Brunetta e… non ricordo.

Mi viene in mente di compararli al doge Enrico Dandolo, e sorrido amaro.

Venezia è con Parigi, Londra, New Jork, Firenze, Istanbul, Berlino, Mosca, e Roma Caput mundi,  la più famosa città del mondo, con merito, e con o senza Unesco. E aggiungerei San Pietroburgo, Pechino, Vienna e Praga.

Ma mi faccia il piacere (L’Unesco)!

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