Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: racconti (page 1 of 2)

Parlare del 25 Aprile (1945-2019) evitando le banalità e la pigrizia del “politicamente corretto”, ricercando le verità storiche e le “verità locali” che aiutano a pensare

Le feste nazionali si rispettano, perché la Storia richiede la Memoria e, se possibile, una memoria condivisa, patrimonio civile e morale che a tutt’oggi l’Italia non possiede, per ragioni che cercherò di ricordare in questo pezzo.

Il 25 Aprile, che è Festa Nazionale, fu istituito nei modi e nei tempi che qui sotto ricordo.

Su proposta del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il Principe Umberto II, allora Luogotenente del Regno d’Italia, il 22 aprile 1946 emanò un Decreto legislativo luogotenenziale (“Disposizioni in materia di ricorrenze festive“) che recitava:

«A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale

La ricorrenza venne celebrata anche negli anni successivi, ma solo il 27 maggio 1949, con la legge 260 (“Disposizioni in materia di ricorrenze festive“), essa è stata istituzionalizzata stabilmente quale festa nazionale:

«Sono considerati giorni festivi, agli effetti della osservanza del completo orario festivo e del divieto di compiere determinati atti giuridici, oltre al giorno della festa nazionale, i giorni seguenti: […] il 25 aprile, anniversario della liberazione;[…]»

La proclamazione di questa e di altre festività ricorda un poco, caro lettore, la solennità dello shabbat ebraico, quando non si può neanche togliere dal fosso l’asino del contadino ivi precipitato, fino alla lezione di Gesù, quando insegnò che non è l’uomo fatto per il sabato, ma il sabato per l’uomo (Marco 2, 27). E dunque, quasi analogamente, queste feste, come il 25 aprile, sono fatte per l’uomo e la sua storia. Affinché, possibilmente impari qualcosa.

Questi i fatti, questa la storia delle cose, che non so se molti conoscono, e forse neppure i sotto citati signori, di cui narro di seguito.

Un paio di amici-conoscenti o conoscenti-amici me lo ha ricordato insieme con gli auguri pasquali (e di pasquetta, non capisco perché, forse per una diminutio da analogia impropria degli auguri per la Pesach ebraico-cristiana), o perché ambedue sono dell’idea che io non sia abbastanza “di sinistra”, e pertanto sia utile e doveroso ricordarmi tale ricorrenza. Loro, invece, sì, sono abbastanza di sinistra. E militano.

Mi piace ricordare ai miei gentili lettori a partire dai due zelantissimi signori, che la ricorrenza del 25 Aprile NON è una festa della sinistra, ma una Festa nazionale; in quanto alla Guerra di Liberazione, che è stata una terribile guerra civile, inevitabile e sacrosanta, come attesta la storiografia più avveduta, non hanno partecipato solo militanti di sinistra, comunisti e socialisti, ma anche azionisti, cattolici e liberali, come il Colonnello Montezemolo e Edgardo Sogno, militari come il generale  Gandin che resistette a Cefalonia dopo l’8 settembre, finendo fucilato dai tedeschi con 9.000 dei suoi soldati, e i Granatieri di Sardegna che combatterono i reparti nazisti a Porta San Paolo in Roma, nonché preti e operai e contadini popolar-democristiani.

Ricordo poi ai miei due maestrini, che io, a differenza di loro che si limitano solitamente a parlare tra pochi intimi cui spesso fanno la lezioncina, loro invalso costume, ho partecipato alla ricorrenza del 25 Aprile più volte incaricato -per ruolo o per competenza- di parlarne pubblicamente, o in luoghi pubblici (ad esempio a Udine nel 1986, in piazza Libertà (a proposito di libertà!) insieme con l’onorevole Mario Lizzero, il Comandante Andrea delle Brigate Garibaldi, che mi conosceva e mi stimava, oppure in qualche auditorium o teatro.

Il 25 Aprile va ricordato e spiegato bene nelle scuole di ogni ordine e grado, nei modi più opportuni e proporzionati all’età degli alunni. E’ argumentum sviscerato, anche se mai del tutto, da innumerevoli tesi di laurea in Storia contemporanea, è oggetto di saggi e polemiche ancora non sopite.

Non vi è in tema ancora, in Italia, una memoria rispettosa e condivisa, che dica due o tre semplici cose:

a) la Guerra di Liberazione nazionale, guerra civile, sanguinosa e terribile, nel contesto storico di quegli anni (’43-’45) era inevitabile, poiché l’Italia aveva scelto l’alleanza sbagliata e compiuto azioni criminali sui popoli aggrediti (Yugoslavi, Greci, Ukraini, etc.);

b) non sarebbe stato saggio rimanere inerti di fronte ai manifesti crimini nazisti e “lasciarsi liberare” dagli Alleati e, in ogni caso in Italia, dalla latenza, dalla latitanza e dal confino, dall’esilio e dalle carceri, era sorta la Resistenza di un Popolo contro il nazismo occupatore e contro il fascismo vigliacco;

c) occorreva mostrare che in Italia vi erano ancora forze sane in grado di rilanciare il futuro della popolazione e la dignità della Nazione.

Non poco, quindi. Questo e molto altro è la Festa del 25 Aprile, festa Patria e di una Memoria sacra.

In questa data non dovrebbero esserci divisioni e provocazioni, come quella di Salvini che il 25 aprile, piuttosto che partecipare a qualche manifestazione patriottica, andrà in aereo a lottare contro le mafie. Quello è suo compito quotidiano. Si vede che lui, e quelli che più o meno la pensano come lui, preferiscono vilipendere ciò che dicono -sempre e solo a parole- di onorare e rispettare, la Patria e il Popolo italiano.

Il vento di Danzica

Non mi piace che della memoria di Adamowicz si impadroniscano, magari con pensieri di segno opposto, fascisti, sovranisti, razzisti e altri di queste genie, come fecero cinquant’anni fa con Jan Palach e fanno ancora in questi giorni per il cinquantennale.

Anche per questo qui li ricordo.

Pawel Adamowicz

Fino a tarda notte, e nonostante una temperatura polare, migliaia di persone hanno vegliato in silenzio il loro sindaco assassinato domenica sera durante un evento di beneficenza. E stamattina, sotto il vecchio municipio, un’imponente torre medievale di mattoni rossi, già ardeva un centinaio di ceri. La città governata a lungo da Pawel Adamowicz è sotto shock. Per le strade tutti parlano a bassa voce, ovunque le bandiere sono a mezz’asta mentre a ogni ora la campane delle chiese suonano a stormo.

Intanto, manifestazioni spontanee sono state organizzate anche nel centro a Varsavia, a Cracovia, a Katowice. Nella capitale, la manifestazione s’è tenuta sotto il Palazzo della cultura, nel cuore della città, è stata iniziata con un minuto di silenzio e l’inno nazionale cantato sottovoce. Il sindaco Rafal Trzaskowski ha annunciato il lutto nazionale di tre giorni per rendere omaggio al collega morto. E anche a Katowice, in silenzio, sono state accese le candele per commemorare Pawlowicz. “Difenderemo Danzica, la Polonia e l’Europa da quest’ondata di odio e di disprezzo, te lo prometto”, ha detto il presidente del Consiglio europeo ed ex premier polacco, Donald Tusk, rivolgendosi all’amico di vecchia data.

Molto amato dalla città che amministrava da vent’anni, per sei mandati consecutivi, e noto per le sue idee liberali e per l’opposizione al partito sovranista e conservatore di governo PiS, Diritto e giustizia, è stato ucciso da un 27enne, Stefan Wilmont, che era da poco uscito dal carcere dopo una condanna per rapina. L’aggressore ha agito da solo e in passato aveva sofferto di disturbi mentali. Wilmont ha detto di essersi voluto vendicare per le torture subìte durante un suo precedente arresto, avvenuto quando il partito cui faceva parte Adamowicz governava il paese.” (dal web)

Danzica, in polacco Gdańsk, in casciubo Gduńsk, in tedesco Danzig, è una città polacca situata sulla costa meridionale del Mar Baltico. E’ la sesta maggiore città della Polonia e capitale della Pomerania. La sua lunga storia, più che millenaria, la fa ricordare per diverse vicende importanti, per la storia europea a mondiale.

Danzica fu una delle più importanti città della Lega anseatica essendo una autonoma città-stato. E’ il luogo dove vi furono i primi scontri della Seconda guerra mondiale. Lì nacque Solidarnošc ai cantieri Lenin nell’estate del 1980. Mentre accadevano quei fatti, ai primi di agosto transitavo per la Polonia, da Cracovia a Varsavia a Brest-Litovsk, su una Renault 4 blu, 1100 di cilindrata, diretto a Minsk, e poi a Smolensk, Mosca, Novgorod, Leningrado e ritorno via Finlandia, con l’amico Roberto.

 

Jan Palach

Jan Palach moriva cinquant’anni fa in piazza San Venceslao, come una torcia umana. Voleva protestare nel modo più forte contro chi, la struttura politica-militare sovietica e i suoi alleati del Patto di varsavia, aveva schiacciato con la violenza la Primavera di un Socialismo dal possibile volto umano. Il presidente Alexander Dubcek era stato esautorato e esiliato in Slovacchia. Comandava di nuovo l’apparato stalinian-brezneviano classico.

Jan Palach aveva ventuno anni e studiava filosofia al Karolinum, l’antica università praghese fondata dall’imperatore Carlo IV di Lussemburgo.

Aveva scelto quel gesto, perché si era accorto che non vi potevano esserci parole o manifestazioni più forti, come avevano mostrato i monaci buddisti in Vietnam. Ai piedi della scalinata del Museo Nazionale si fermò, si cosparse il corpo di benzina e si appiccò il fuoco con un accendino. Tre giorni di tormenti terribili, ancora lucido, prima della morte.

Ai funerali partecipò una folla immensa proveniente da tutta la Nazione cecoslovacca. Lo imitarono nelle settimane successive altri studenti, sei o sette, ma quegli atti furono derubricati dal potere e dalla stampa ad azioni isolate di squilibrati, border line incapaci di reggere lo stress della vita.

Lasciò nei pressi del suo rogo i suoi appunti scritti su vari quaderni, tra i quali si poté leggere quanto segue:

 

«Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà»

Non si è mai saputo se Palach parlasse di una organizzazione effettivamente esistente, ma il suo gesto ebbe una enorme eco ovunque nel mondo, e anche in quello egemonizzato da Mosca, e costituì un momento importante del lungo cammino verso la libertà che sfociò nel 1989 a Berlino. La sinistra giovanile sessantottina, rivoltosa, italiana, francese, europea in generale non lo capì, perché era ancora un problema dubitare delle magnifiche sorti e progressive dell’Unione Sovietica. Io ero piccolo, facevo la prima, cioè il terzo anno, del liceo classico, ma la morte di Palach mi colpì molto, e soffrii.

Il teologo cattolico Zverina difese il gesto di Palach, affermando che “un suicida in certi casi non scende all’Inferno” e che “non sempre Dio è dispiaciuto quando un uomo si toglie il suo bene supremo, la vita“.

Palach oggi riposa presso l’Olsanske hrbitovy di Praga. Ci sono stato.

 

Ogni tanto la Storia sembra abbia bisogno di olocausti, come quelli biblici, e non sempre la mano dell’Angelo interviene, come nel caso del sacrifico di Isacco, quando Abramo, ubbidendo ciecamente alla richiesta di Iahwe stava per mettere a morte il figlio e il Signore-Dio lo impedì, dopo aver misurato la sua fede.

Nel caso di Palach e di Adamowicz, l’Angelo si è fermato. E questo è il mistero indicibile del male che può accadere nell’ambito della sconfinata libertà affidata all’uomo, pure nei limiti che Spinoza individuò e le neuroscienze attuali stanno confermando.

Spero che l’Angelo comunque vigili su me, su te, mio gentile lettore, per andare avanti nel destino che in qualche modo contribuiamo a costruire.

Racconti di un tempo perenne

Il soprammobile di onice

È una visita che non dismetterò mai nella mia agenda annuale. Dopo la stagione in cui si è smesso di camminare in montagna, dopo percorsi silenziosi nei boschi erti, dopo aver visto ampie radure e nubi scavallanti, udendo lontani rintocchi che segnano le ore, ronzio d’api e i silenzi del paradiso sospeso, a metà autunno.

Vado a trovare i genitori del mio amico che non c’è più. Abitano in un paesino che è fatto di raccolte scansioni di case, con l’orto. Si parla di oggi per ricordare ieri e sperare in domani. Ma stavolta mi hanno raccontato del regalo. Un soprammobile di onice. Caduto di mano alla sorella. Rotto in cento pezzi. Regalato da lui alla mamma. Una mattina l’hanno trovato ricomposto. Con tutte le linee di rottura riavvicinate come per un restauro accurato.

E non abbiamo più parlato.

Fuori c’erano odori di stoppie e vendemmia finita. Una leggera foschia incoronava le cime dei pini del colle di Santa Eufemia, come qualcuno volesse parlarci della terra impigrita nei primi freddi, dei rami appena mossi, con l’odore della stagione trascorsa. Eppure c’era nell’aria, inespresso, un canto di gioia, come un gloria sospeso, come un magnificat… Della natura insonnolita, dell’amico scomparso, una mano porta da distanze non misurabili, ma da presso, nel contempo.

Mi pareva che fosse lì, ragazzo come me, tanti anni fa, il tempo fermato misteriosamente. E io con lui.

E allora abbiamo ripreso a parlare, non dell’oggetto di onice ricomposto, ma di noi, gli uni e gli altri, ancora qui ad ascoltare il respiro della terra, ad osservare il susseguirsi delle stagioni sorseggiando il vino nuovo, scoprendo ogni volta una novità come se non vi fosse ripetizione di nulla, neanche del sorgere del sole. Ma è vero!

Il sole non sorge. È la prospettiva del nostro pianeta in rotazione che ce lo presenta ogni ventiquattro ore nella stessa posizione, a oriente. Noi abbiamo inventato “orior, óreris, óritur”, “sorgo, sorgi, sorge”, da cui oriente, perché di lì sorge il sole.

Quante parole. E poi la tua morte. Ma anch’essa non è, come non c’è il sorgere del sole. Come questo, essa è apparente. È così perché la nostra prospettiva è limitata. Perciò la scatola d’onice è di nuovo intera, perché tu…

 

Il sogno del sole mancante

Anche il corpo sogna. Sogna dei miliardi di anni in cui ha percorso – pura molecola di carbonio – tempo e spazio, e non – tempo e non – spazio.

Carlotta l’aveva sempre saputo senza averlo mai letto sui libri, che il corpo sogna. Carlotta è una di quelle ragazze toste e gentili che non mancano nella terra del confine, miscellanea di sangue temperata in mille scorrerie, emigrazioni, guerre ed improvvisi silenzi.

Mi ha raccontato un sogno, non sapendo se del corpo o della mente, ma dell’uno e dell’altra certamente. Non lo sentiva un problema quello di definire le cose: preferiva da sempre “sentirle” aprendo tutte le porte, origliando senza farsi scoprire dai maghi e dagli angeli che vivono nell’aria. Sapeva che tutti sognano, ma anche che pochi stanno attenti ai sogni, sforzandosi di ricordarli, appena svegli, almeno quelli dell’ultimo sonno. Di solito, diceva, non c’è tempo per i sogni. Oppure i sogni sono la carta patinata del rotocalco o la celluloide del primo film per una debuttante che ha vinto un concorso di bellezza. Parodia di sogni.

Il suo sogno: “mi ero trovata all’improvviso in una grande prateria, verde come solo può essere l’erba appena bagnata dalla pioggia; sullo sfondo altissime montagne, più lontane di ogni immaginazione, irraggiungibili, sotto un cielo terso. La cosa curiosa è che non mi ricordo di aver notato il sole, nonostante quello sfolgorio di colori. Ma sul momento non mi sono posta il problemaRicordo anche il suono lontano di voci umane, come richiami attutiti, e poi campane a distesa, ma dolci, quasi le onde sonore si fermassero sulla soglia del timpano per non disturbare più di tanto. Camminai a lungo, lentamente, svoltando con la strada che seguiva un percorso tortuoso nella immensa piana, finché il paesaggio cominciò ad essere ondulato: piccole colline apparvero sulla mia strada, ed iniziai a salirle. Ero uscita dal sentiero, perché mi aveva attirato un suono indefinibile: non capivo se fosse il bisbiglio del vento o un essere vivente. Ma ero tranquilla e i miei passi seguivano una traccia misteriosa che portava all’origine di quelle vibrazioni sonore. Continuai finché il suono si fece più distinto: era il singhiozzo di un bimbo. Di una bimba. La trovai dietro una svolta, sotto un cespuglio. Mi guardava per nulla stupita e come impaziente. Era ammutolita.

Sentii: “perché non mi porti via con te?”

Antonio, un ragazzo italiano, il profeta Elia e la regina Iezebel, Eliseo e gli sbeffeggiatori

Antonio Megalizzi è morto. Cherif Chekatt è morto.

Son morti tutti e due, il primo per mano del secondo e non voleva morire, il secondo per mano della polizia e voleva morire, forse, o era disponibile al rischio di morte. Certamente voleva uccidere odiando persone che non conosceva come rappresentanti di un ambiente dove è nato ma che non gli piaceva. Gli studiosi di islam ci spiegano che la dottrina salafita in particolare contribuisce a semplificare il Corano e a farlo leggere in maniera letteralistica. Gli ebrei e i cristiani hanno letto per millenni e per secoli la Bibbia in modo letteralista e la storia narra di inconcepibili conseguenze, di intolleranza e violenza. I primi sei secoli di storia cristiana sono un elenco senza fine di conflitti teologici e politici, spesso sfociati in omicidi e perfino eccidi.

Ricordiamo le lotte degli iconoclasti nel IX secolo a Costantinopoli o Bisanzio, che costò la vita a migliaia di monaci iconografi.

Tornando alle Scritture antiche, al Primo Testamento, si pensi alla condanna per lapidazione nei confronti di un’adultera, in base alla legge mosaica definita nel libro del Deuteronomio 22, 13-14.

Se una fanciulla vergine è fidanzata, e un uomo trovandola nella città, si sarà giaciuto con lei (avrà privato il fidanzato della verginità della “futura” moglie), siano ambedue condotti fuori della porta della città e siano lapidati, finché muoiano: la fanciulla, perché, pur trovandosi in città, non ha gridato, e l’ uomo perché ha violato la donna del suo prossimo. Togli così il male di mezzo a te.”

…oppure all’inquisizione, istituita dalla chiesa cattolica a partire dal XIII secolo e attiva fino al XVIII.

Se noi cristiani leggessimo la Bibbia come i salafiti leggono il Corano, potremmo essere tentati di imitare il profeta Elia, scannando centinaia di infedeli nemici. Proviamo a leggere dal Primo Libro dei re, cap. 18 dal versetto 20 al versetto 40:

Acab convocò tutti gli Israeliti e radunò i profeti sul monte Carmelo. Elia si accostò a tutto il popolo e disse: «Fino a quando zoppicherete con i due piedi? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!». Il popolo non gli rispose nulla. Elia aggiunse al popolo: «Sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. Dateci due giovenchi; essi se ne scelgano uno, lo squartino e lo pongano sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Io preparerò l’altro giovenco e lo porrò sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Voi invocherete il nome del vostro dio e io invocherò quello del Signore. La divinità che risponderà concedendo il fuoco è Dio!». Tutto il popolo rispose: «La proposta è buona!».
Elia disse ai profeti di Baal: «Sceglietevi il giovenco e cominciate voi perché siete più numerosi. Invocate il nome del vostro Dio, ma senza appiccare il fuoco». Quelli presero il giovenco, lo prepararono e invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno, gridando: «Baal, rispondici!». Ma non si sentiva un alito, né una risposta. Quelli continuavano a saltare intorno all’altare che avevano eretto. Essendo già mezzogiorno, Elia cominciò a beffarsi di loro dicendo: «Gridate con voce più alta, perché egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà». Gridarono a voce più forte e si fecero incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue. Passato il mezzogiorno, quelli ancora agivano da invasati ed era venuto il momento in cui si sogliono offrire i sacrifici, ma non si sentiva alcuna voce né una risposta né un segno di attenzione.
Elia disse a tutto il popolo: «Avvicinatevi!». Tutti si avvicinarono. Si sistemò di nuovo l’altare del Signore che era stato demolito. Elia prese dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei discendenti di Giacobbe, al quale il Signore aveva detto: «Israele sarà il tuo nome». Con le pietre eresse un altare al Signore; scavò intorno un canaletto, capace di contenere due misure di seme. Dispose la legna, squartò il giovenco e lo pose sulla legna. Quindi disse: «Riempite quattro brocche d’acqua e versatele sull’olocausto e sulla legna!». Ed essi lo fecero. Egli disse: «Fatelo di nuovo!». Ed essi ripeterono il gesto. Disse ancora: «Per la terza volta!». Lo fecero per la terza volta. L’acqua scorreva intorno all’altare; anche il canaletto si riempì d’acqua. Al momento dell’offerta si avvicinò il profeta Elia e disse: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando. Rispondimi, Signore, rispondimi e questo popolo sappia che tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore!». Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutti si prostrarono a terra ed esclamarono: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!». Elia disse loro: «Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi uno!». Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li scannò.”

Truce e ribaldo, vero, Elia? Ricorda l’orrendo video di Daesh che scanna una quindicina di cristiani copti sulla riva del Mediterraneo libico, mi pare. Lui centinaia.

 

In un altro racconto, appena successivo, troviamo Gezabele (in ebraico אִיזֶבֶל|אִיזָבֶל Izével), che è il nome di due donne menzionate nella  Bibbia, ma a noi interessa quella che era la moglie di re Achab.

Ecco la sua fine, dopo che aveva tentato in tutti i modi di convincere il re suo marito a staccarsi dalla tradizione del Dio unico… dal Secondo libro dei Re 9,33-37:

Si era truccata in modo appariscente e si era affacciata alla loggia del palazzo reale indirizzando all’usurpatore un saluto sarcastico, convinta di essere un’intoccabile. E invece il rude e brutale vincitore non aveva avuto esitazione e aveva ordinato: «‘Gettatela giù’. La gettarono giù. Il suo sangue schizzò sul muro e sui cavalli. Ieu passò sul suo corpo, poi entrò nel palazzo reale e si mise a banchettare», mentre i cani si avventavano sulle carni della regina, lasciandone solo il cranio, i piedi e le mani,”

 

Eliseo, in ebraico אֱלִישַׁע, Elišaʿ che significa “Dio è mia salvezza” (…  – 790 circa a. C. circa), fu un profeta ebraico, considerato uomo santo e sapiente anche dalla religione islamica. Nel Corano è chiamato Al-Yasa. Leggiamo un brevissimo brano che lo riguarda, tratto dal biblico Secondo libro dei Re 2, 23-25

Poi di là Eliseo salì a Bethel; e, mentre camminava per la via, uscirono dalla città dei ragazzi, i quali lo beffeggiavano, dicendo: «Sali, calvo! Sali, calvo!» Egli si voltò, li vide, e li maledisse nel nome del Signore. Allora due orse uscirono dal bosco e sbranarono quarantadue di quei ragazzi.
Di là Eliseo si recò sul monte Carmelo da dove poi tornò a Samaria.”

Dei ragazzini lo insultano e vengono sbranati da due orsi. Il Signore è troppo vendicativo? Che cosa ne trarremmo se interpretassimo tale storia in modo letteralista?

 

Vi sono decine e decine di racconti o frasi bibliche che grondano sangue, vendetta e atrocità di vario genere, spesso attuate su ordine del Signore Dio, ma vanno interpretate, contestualizzate, comprese nel contesto temporale dell’autore. Non è una questione di giustificazione morale o meno, ché l’etica biblica nulla ha a che fare con la nostra e ben poco con quella dello stesso Diritto romano. Si tratta di un’etica di popoli del deserto, di sopravvivenza, cui in seguito il Corano dette ulteriore forza semplificante.

 La cultura occidentale, con la rivoluzione filosofica e scientifica del sedicesimo secolo e in seguito con l’Illuminismo, ha maturato una visione dell’uomo e dei valori che fanno del valore dell’individuo come persona il centro dell’etica fondamentale, recuperando l’essenza del cristianesimo evangelico, quello delle Beatitudini (cf. Matteo 5, 2-8), pochissimo o quasi per nulla correlabile con la spesso cupa e drammatica narrazione biblica dei libri storici. Non dobbiamo mai dimenticare che una sana esegesi di qualsiasi libro antico deve tenere conto, non solo del contesto sociologico, giuridico e culturale del tempo nel quale è stato scritto, ma anche del genere letterario che caratterizza il testo stesso, sia esso religioso, giuridico o filosofico.
In questo senso la Bibbia è ricchissima dei più vari generi letterari. Infatti, un lettore può chiedersi che cosa c’entri il durissimo testo deuteronomico sull’adulterio, con il radioso ed eroticissimo epitalamio costituito dal Cantico dei cantici. Eppure ambedue i testi sono testi “biblici”.
Altrettanto si deve dire del testo coranico e, ad esempio, della Baghavad Gita, fonte principale dell’induismo classico, contenente non pochi episodi caratterizzati da violenza pura.
L’interpretazione metaforico-allegorica della Bibbia risale ai Padri della chiesa, ad Agostino, a Girolamo etc., con il prodromo geniale di Origene di Alessandria.
Se poi nei secoli la pratica applicazione del testo sacro dei cristiani ha portato a comportamenti quali la storia attesta, dalle crociate all’inquisizione, a un certo punto, quasi in corrispondenza con la stagione dell’Illuminismo filosofico e politico, anche l’interpretazione delle Scritture sacre ebraico-cristiane ha chiarito l’inopportunità e la pericolosità di ogni lettura letteralista del testo biblico.
E vi è stata un’evoluzione per cui, se in ambito protestante si può far risalire allo stesso Martin Luther, e ciononostante anche colà non mancarono atti di puro fanatismo come la caccia alle streghe, si dovette attendere fino al Concilio Ecumenico Vaticano Secondo (1963-1965) per superare ogni fondamentalismo cristiano.
E le guerre di religione tra cattolici e protestanti che dilaniarono l’Europa per trent’anni dal 1618 alla pace di Westfalia del 1648, le abbiamo dimenticate?
Ora, si potrebbe dire che analogamente occorrerebbe che l’intero islam riconoscesse l’esigenza di un “Illuminismo” atto a passare da una fase ancora arcaica in certe comunità o declinazioni teologiche a una fase rispettosa dei principi universali di tutela integrale dell’essere umano.
Non può essere il libro sacro, scritto in altri tempi, in altre culture, per altre sensibilità, a dettare le norme della convivenza, ma le leggi positive degli uomini d’oggi, che possono anche trarre ispirazione dagli stessi testi sacri, quando trattano di temi come la giustizia, l’uguaglianza antropologica e morale tra tutti gli uomini, il rispetto della natura, etc., ma debbono essere scritti nel rispetto dei singoli, delle nazioni e dei popoli di tutta la terra.
Inoltre, a un’interpretazione letteralista, nei casi del terrorismo islamista, si aggiunge spesso la componente criminale o militarista, per cui il combinato disposto di fanatismo e delinquenza produce gli uomini di Al Kaeda, dell’Isis, i foreign fighters, i dormienti improvvisamente risvegliati, magari nati e cresciuti in Europa, e li arma per uccidere nel mucchio, tanto per distruggere e suscitare reazioni di odio scatenanti altro odio in una perversa spirale volta ad alcunché.
Il modello di società multiculturale che ha illuso molti va dunque rivista alla luce di un lavoro diuturno di acculturazione umanistica da fare in  ogni ambiente, sapendo che devono essere finalmente sciolti anche nodi come quelli del Vicino Oriente concernenti Israele e Palestina, che qui ho evocato con forza citando diversi brani biblici. Non funziona neppure il buonismo generico di certa “sinistra” salottiera che, sorseggiando drink dall’alto di eleganti terrazze romane, pontifica sulla globalizzazione multiculturale, pensando che un progetto del genere sia realizzabile solo perché siamo tutti uguali e dobbiamo fraternizzare. Non è così semplice, cari politici e giornalisti senz’arte, convinti che siano sufficienti perorazioni generiche per risolvere problemi di immensa complessità e difficoltà, come quelli dei rapporti tra popoli e nazioni e delle migrazioni.
Cherif è morto e non occorre compiacersi di ciò come hanno fatto alcuni, mentore -more solito- Salvini, cattivo “maestro” di questi tempi difficili. Antonio è morto, e qualcuno lo chiama eroe, ma io direi che è stato una bellissima creatura di questo mondo, e che era molto più avanti del suo assassino nella comprensione delle cose della vita e del destino dell’uomo sulla Terra e oltre.

Il viaggio

Molti, forse i più, pensano che si viaggi essenzialmente o solamente per raggiungere la meta prefissa. Per costoro il viaggio, la distanza, il tempo che ci si mette per effettuarlo, il mezzo usato, le eventuali tappe non contano nulla o quasi, poiché per loro è importante il punto di arrivo, dove o vi è qualcosa da afferrare o un risultato da ottenere, siano luoghi di ferie o luoghi di trasferte di lavoro.

Immaginiamo il viaggio degli antichi, dei Fenici per mare, dei Romani per terra, le peregrinazioni dei popoli nomadi dell’Asia, i pellegrinaggi medievali, le diligenze del diciannovesimo secolo, i primi treni. L’Impero Romano doveva essere esteso non più di una ventina di giorni a cavallo da Roma. Oggi non abbiamo problemi. In giornata vado a lavoro a mille chilometri da casa e torno in serata, anche se tarda: venti, ventidue ore in tutto.

Rispetto ai molti che citavo sopra, per me, forse la cosa che conta di più è il viaggio, il sentiero, la strada, il percorso, l’itinerario. E’ l’Itinerarium mentis in Deum, come per Bonaventura da Bagnoregio. La meta resta ovviamente per me importante perché altrimenti nella mia vita non avrei conseguito risultati che richiedono mete intermedie e finali, per ragioni di studio e di lavoro, e a volte anche per vivere il mondo e le persone, ma l’itinerario di più…

Basta solo pensare al grande viaggio che feci in auto nell’Unione Sovietica, comunismo ancora imperante, o al viaggio alla ricerca del gotico francese, da Bourges a Chartres, da Rouen a Amiens, Da Beauvais a Reims. Il mio itinerario non conosce prima tutte le tappe, ma le vive di giorno in giorno, e ciò anche nel viaggio dell’anima nel grande Est russo. Colà io e Roberto vincemmo anche la rigidità concordata con gli uffici turistici del PCUS.

Caro lettore, per me è stato sempre così, fin da ragazzo. Non mi prendeva mai l’ansia di arrivare. Se avevo un impegno partivo per tempo. Semplicemente. Sono un homo viator, come racconta Gabriel Marcel in Homo viator.

Homines viatores sumus, omnes nos homines.

Constato che invece molti ragazzi d’oggi non badano all’itinerario, ma preferiscono smanettare sullo smartphone, mentre viaggiano, trascurando il paesaggio che scorre oltre il finestrino del treno o dell’auto. Sembra non gli interessi, come neppure la geografia, la topologia del territorio, lo sfondo di montagne o della grande pianura. E non capisco, faccio fatica a comprendere.

Sono in viaggio per il terzo fine settimana consecutivo, dopo Bari e Firenze, sono a Todi, per andare a Terni in un luogo di restrizione, dove vivono persone che possono viaggiare solo con il pensiero. Meno male che il pensiero arriva dovunque, in un tempo che non appartiene al krònos, ma al kairòs, perché arriva con un atto di volizione ai confini dell’universo. A confronto del pensiero la velocità della luce è paragonabile a quella di un carretto trainato da un’asina sullo sterrato color ocra del Vicino Oriente, tra il lago Van e le sorgenti del fiume Oronte.

A Todi sono arrivato presto e son riuscito a visitare l’interno della bramantesca Santa Maria della Consolazione, ecco, una tappa nell’itinerario, prima di andare in albergo, prima di visitare chi è ristretto in un carcere. E domani, tornando, vivrò la strada come un evento, non solo una situazione che prelude necessariamente all’arrivo, alla meta.

Per l’anno entrante, io che son stato più volte anche in Sud e in Nord America con i grandi aerei transoceanici, penso a un viaggio lento, di quattro o cinque giorni, in treno, tra una località e l’altra della valle del Po, alla ricerca di narratori delle pianure, sulle orme di Gianni Celati. Immagino già la trattoria adriese, tovaglie a quadretti, una caraffetta di rosso e un piatto di carne arrosto e, lì vicino, quattro anziani che se la raccontano. E io che gli offro un bicchiere di vino. “Da dove viene e dove se ne sta andando, signore?” qualcuno mi chiederà… e io, “Vengo dal Friuli, ma non so dove andrò, deciderò domattina, non ho una meta precisa“. E, dopo cena, due passi prima di ritirarmi nel vecchio albergo vicino alla stazione dei treni dove il sonno mi accoglierà, benevolo.

Florentia, seminario autunnale di Phronesis: “vado in carcere per… evadere”, mi dice Anna Maria, filosofa veneziana, che fa consulenza filosofica in carcere, e l’Anna, filosofa abruzzese, aggiunge che occuparsi dei “senza fissa dimora” le ha cambiato la vita, ovvero di come la filosofia insegna a guardare nel buio

Firenze: l’antica filosofa racconta del carcere, qui a Firenze, siamo vicino a San Lorenzo e alle cappelle Medicee. Michelangelo e ser Filippo Brunelleschi respirano vicino.

Anna Maria inizia dicendo che la consulenza filosofica non serve agli ergastolani bianchi o ostativi, perché forse sono irredimibili. O non ho capito o non sono d’accordo. Chi può dire che uno è irredimibile? E che cosa vuol dire “irredimibile”? Da che cosa ci si redime? Occorre convenire su che cosa sia la redenzione, concetto filosofico-religioso non facile. Ma poi si spiega meglio e siamo d’accordo.

Di solito ci si redime dal male. Il male ha una certa oggettività? Penso di sì.

C’è qualcuno che si “redime” pentendosi, e qualcun altro che non ritiene di doversi pentire di nulla, ma che si considera parte di un disegno più grande, oserei dire deterministico, spinoziano, su cui la volontà umana individuale conta poco o nulla.

La Anna da Pescara, filosofa insegnante e consulente vede i carcerati da anni e vive l’esperienza come una dimensione di rinforzo, prima di tutto per se stessa.

Tutte e due chiariscono innanzitutto che non visitano i carcerati, opera di misericordia spirituale, con intenti pedagogici, ma essenzialmente come luogo e occasione dove si cerca di dare gli strumenti per un rischiaramento logico sulla vita e sulle scelte, e questi strumenti possono essere accettati o anche respinti. Ognuno è -relativamente- libero.

Qualcuno/ a dei colleghi/ e precisa “molto relativamente” (libero). Spinoza non è pensatore di poco conto, e non vi è alcun cinismo nella constatazione di far parte di un contesto molto e strettamente cum-textus, con-tessuto, quasi inestricabilmente. Il mio amico tutelato nelle patrie galere sostiene di essere stato “necessitato” a fare ciò che ha fatto. Sembrerebbe una scusa a uno sguardo superficiale, e potrebbe esserlo.

Invece non è una scusa, ma è spiegazione insufficiente, poiché il libero arbitrio non è una fola, si dà, esiste, funziona. Io devo-volere-andare-in-bici, ché la bici senza la mia forza non fruscia nel vento. Il mio tono muscolare, la mia emoglobina, non dipendono solo dalla genetica, ma anche dai miei comportamenti, al punto che un giorno del 2015 mi salvarono la vita, quando un medico distratto, che mi aveva operato a un menisco, aveva dimenticato aperta un’arteriola.

Sostengono che la relazione con il carcerato cura, la relazione è terapeutica e può promuovere, senza intenzioni, anche una buona eterogenesi dei fini.  Ognuno di noi non sa che cosa può succedere in ragione di vettori causali che non conosciamo, e dunque la sola volontà individuale non basta, non è l’unico vettore.

L’impostazione della Corradini a volte ricorda quella di papa Giovanni XXIII (ma guai a dirglielo, ché la signora non sopporta molto né le parafrasi né le metafore, e ciò è un po’ poco filosofico) che distingueva rigorosamente tra peccatopeccatore, ma non ammette che si entri in ambito etico, posizione che non condivido. Si può invece entrare in quest’ambito dopo avere lavorato sul piano logico e argomentativo, allo scopo di togliere -se possibile- ogni zoppia discorsiva ragionante. Tutto l’uomo, l’uomo razionale e l’uomo etico stanno insieme: le ragioni e le differenze tra bene e male sono ben presenti alla coscienza.

Tutte e due hanno parlato del “tempo” del carcere. I ristretti ne hanno molto, e parliamo del tempo cronologico e anche di quello interiore, il kairòs. Il tempo interiore è il tempo della libertà… di pensiero, che vola libero oltre ogni confine, fisico e spirituale.

Gli ergastolani “ostativi” hanno il tempo infinito, perché non hanno nulla da fare. Tremendo, cruciale, drammatico, a volte mortalmente pericoloso.

Le due filosofe hanno visto le prostitute, gli omicidi, i mafiosi, i tossici e i pedofili, di tutti i generi e specie. Anna Maria raccomanda inoltre di non spendere molto il nome di “consulenza filosofica” con gli psicologi perché questi, di solito, con qualche eccezione, fanno fatica a capire la differenza tra il lavoro psicoterapeutico e quello filosofico pratico. Lo spiegheremo sempre meglio, anche se a me non crea alcun problema.

E poi c’è il tema del perdono, inteso come sentimento che può riguardare le vittime, ma anche le famiglie di quelli che hanno commesso delitti, e infine il perdono verso se stessi, il più difficile. Il perdono è sempre performativo, trasformante l’anima.

E il perdono ha a che fare con il tempo, perché richiede espiazione. Se il tempo si connette all’espiazione ecco che mette la persona nelle condizioni di cambiare la propria vita, poiché non si può dare colpa senza espiazione. Ogni reato presuppone una colpa, se commesso in piena avvertenza e deliberato consenso, usando un linguaggio teologico, e ogni colpa un’espiazione.

Personalmente ho la possibilità di dialogare con l’ambito delle vittime e l’ambito di coloro che le hanno rese vittime. Uomini, uomini e donne. Mondi diversi di umani. Separare il delitto dal delinquente, il peccato dal peccatore, ma non è facile.

Un altro gran tema del seminario d’autunno lo tratta la Norma, piccola e molto culta sicula, maritata a Udine con l’amico professor Giorgio. Lei parla di Alzheimer, con competenza appassionata. Pomeriggio straordinario e tremendo, nel senso che “fa tremare” anche di legittima paura di essere-umani. Può misteriosamente toccare a tutti. Può. E si spera che non capiti, poiché non vi son tante cure, o nessuna, per ora. Occorre studiarlo e accompagnare le persone lungo il cammino senza la pretesa e la spocchia di altre arti umane contermini di codificare e classificare tutto e in ogni caso.

L’Anna da Torino aveva trattato il suo lavoro alle Molinette, pioniera a proporre l’approccio filosofico al dolore, a malati e parenti, e al disagio, ai dipendenti. Il tema generale di Anna da Torino è quello delle Medical Humanities, ancora poco diffuso, e c’è dunque molto da fare, sia da parte delle amministrazioni, sia delle professioni mediche, sia infine da parte dei filosofi pratici.

La filosofia non è la badante della psiche, come pensano che tale sia -più o meno- la loro arte  molti psicologi, ma l’arte di farsi domande e di vigilare sulla struttura del pensare, ovvero di come proporre e imparare un sentiero per guardare nel buio. La filosofia è lo strumento più antico e nel contempo efficace per imparare a far le domande giuste per trovare risposte ancora interroganti.

E’ il sentiero necessario per guardare nel buio.

Il vento contrario, e io perso nello scorrere infinito del vivere, mio caro lettore…

L’autunno s’affaccia tra gli alberi dei boschi di ripa lungo l’Isonzo a metà ottobre. Son stato nella bella città sul confine, dove c’era il “muretto” sulla cortina di ferro, parola di Churchill. Qualche mio collega del tempo -un poco enfaticamente- anni fa chiamava Gorizia la “piccola Berlino”.

Una tantum son lì non per lavoro ma a fissare controlli di salute, sperando e credendo.

Dopo aver salutato qualcuno, mi pongo sulla via del ritorno, a ovest, evitando autostrade intasate. E mi perdo nell’immenso parcheggio della ditta padrona. Mobili da comporre di tutte le specie e misure, idea di Finlandia. Memoria di un viaggio lontano. Vyborg, appena fuori San Pietroburgo, sul confine tra Unione Sovietica e Finlandia, e poi Hamina ed Helsinki. Da Turku partimmo verso il largo del Golfo per Stockholm. Mariehamm è in mezzo al cupo Mar settentrionale, dove la grande nave sostò.

Boschi e laghi a perdita d’occhio, fino a che la notte scendeva sul lago Vattern. Helnsingborg ed Helsinore, del castello di Hamlet. København, Lubecca e Hannover, prima del ritorno.

L’Isonzo verdissimo queste immagini mi manda al ricordo: il grande viaggio verso la Russia, di tant’anni fa. O solo ieri, nel tempo fermato, nel tempo che ritorna? Wien, Bratislawa, Krakow, Warzsawa, Brest-Litovsk, Minsk, Smolensk, Mosca (in russo: Москва, traslitterato in cirillico: si pronunzia Moskva), Novgorod, prima di Leningrad, come allora si chiamava, nove anni prima del grande ritorno alla città del nome di Pietro il Grande.

Vorrei migliorare la mia penna per scrivere di questo sentimento. Nescio si sufficit, scilicet parva scriptura.

La malinconia mi prende in questo lento mutare del tempo. Colori di tutta la gamma dei gialli e degli ocra si confondono nella campagna. Sullo sfondo, tutt’intorno la cerchia delle montagne mi echeggia il titolo di un libro, dal Cansiglio al Carso. Sembra quasi di veder salire la pianura verso la grande quinta delle Prealpi, tra cui troneggia il Canin, immenso. Si intravedono a est le cime slovene, dal Monte Nero, il Krn, allo Jalovec. Di fronte la grande muraglia dei Musi, il Chiampon e l’Amariana.

Guido l’auto in scioltezza, come fosse un caldo abito invernale. Mi sta attorno, col suo rombo sordo, sicuro di tanti cavalli disposti alla corsa. Leon è il suo nome, e altrettale il suo aspetto di lamiera brunita.

Il tempo vien prima dello spazio, categorie dentro cui si svolge l’agire dell’uomo e il moto del mondo, come insegnava il gran solitario di Königsberg, il monte del principe, che ora si chiama, alla russa, Kaliningrad, dedicata al gran bolscevico, Michail Ivanovic, amico di Vladimir I’lich U’lianov. Lenin.

Il gran solitario passeggiava da casa a dove insegnava ogni mattina alla stessa ora, non dimenticando di passare per una preghiera alla chiesa protestante del suo quartiere. Il professore Immanuel Kant, il critico della Ragione pura, la quale si domanda che cosa sia la realtà, della Ragione pratica, la quale si domanda che cosa sia il bene e il male, ciò per cui bisogna agire secondo il Fine del bene perché… bisogna agire secondo il mismo fine, e del Giudizio, la quale si chiede che cosa sia il bello. Categoricamente, poiché il bene è il fine, il bene è la manifestazione di Dio, il quale è il noumeno, Essente unico senza una causa, non mai solamente fenomeno, cioè qualcosa manifestante se stessa, come noi umani.

Il tempo ha due dimensioni: la prima, più semplice, è fisica e non pone problemi, perché legata al movimento del kòsmos, cioè dell’ordine degli astri, mentre il secondo registra i moti interiori, e si chiama kairòs, cioè il tempo opportuno, incommensurabile, poiché si tratta del movimento dell’anima.

La malinconia autunnale si frappone tra me e i miei pensamenti nel silenzio della corsa breve. Mi attende il lavoro del pomeriggio tardo in una piccola impresa perduta nei campi della Destra Tagliamento. Ingegneri e periti, operai e impiegati mi attendono per un consulto, come fossi un medico, e consulto è, ma spirituale, fatto di parole e pensieri scambiati rigorosamente, in pace.

E poi scende, provvida e improvvisa, la sera.

Il racconto degli acciai inossidabili e della rosa varicosa (eh eh)

Donna Gabriella, tostissima imprenditrice furlana, mi ospita a cena con suo marito il dottor Livio, agronomo, capo di una piccola azienda metalmeccanica leader nella produzione e nella vendita worldwide di macchine agricole speciali.

Presenti sono e gradevoli anche i figli, diversamente disposti alla vita, tra lauree valorose come Eleonora e Beatrice, e una ricerca straordinaria del pensiero nel fiero Alberto, bello e riccioluto come un eroe romantico di Byron.

La cena procede e mi concedo finalmente perfino mezzo bicchiere di un potente vin rosso di Sardegna. E finalmente un primo e un secondo e crostini di formaggio pecorino spalmabile, anch’esso sardo. Racconti di esperienze differenti. Siamo lì dopo mezza giornata di colloqui e riflessioni in azienda.

Son trattato come un principe, come spesso accade nelle relazioni sincere, ai confini tra la professione e l’amicizia. La trasparenza è il collante della relazione. Bellissimo.

Parliamo dell’utilità del discorso, dell’etimologia e del rispetto della parola. Filologia e filosofia si connettono alla meccanica e all’economia, nei discorsi sul bene e sul male, sull’inesistenza metafisica del caso, il tutto corroborato da racconti, che sono il divertissement antropologico, più divertente ed efficace di ogni setting psicoterapeutico. Dostoevskij è più profondo, più vero e meno “fissato” di Freud. Racconto di quel corso di aggiornamento ai docenti da me svolto in un plesso scolastico di scuole medie inferiori e superiori dove ho proposto una sinossi tra struttura di persona  e struttura di personalità.

Fisicità, psichismo e spiritualità si connettono dicendo l’uguaglianza di ogni essere umano ad ogni altro, ipsum genusgenetica, ambiente e educazione declinano l’irriducibile differenza di ciascuno da ciascun altro, cosicché quegli insegnanti mi ringraziarono dicendo “Ora sappiamo come spiegare ai genitori che i loro pargoli hanno bisogno di essere seguiti meglio perché hanno un profitto insufficiente, pur non essendo meno dotati di altri ragazzi più volenterosi.” Alberto è attentissimo. Le due ragazze pure e Livio si diverte con Gabriella. A un certo punto lei racconta: “Pensate, una volta Livio, eravamo insieme da anni, eravamo in auto, si ferma davanti a una libreria, entra e poco dopo esce con un volume dal titolo Gli acciai inossidabili. Lo porta a casa e lo legge prioritariamente rispetto a ogni altra lettura.” Che lettura, mica un romanzo, mica piacevolezze, gli acciai inossidabili, e lo guarda. Lui traccheggia con un sorriso.

E continua a raccontare: “Ho perfino imparato l’acronimo A.I.S.I, vedendo le fatture di acquisto di acciaio, quando facevo l’impiegata nello studio commercialista, che significa American Iron and Steel Institute.

” Il mio controcanto è un racconto: “Ero direttore del personale nella più grande azienda friulana, che progetta e produce acciaierie chiavi in mano per tutto il mondo e partecipo a una riunione di ingegneri capi per parlare di selezione e di assunzioni di vari profili di personale, dopo aver trattato un argomento tecnologico che non mi riguardava. Viene fuori nella loro discussione il termine peritettico riferito a un tipo di acciaio. I colleghi ingegneri si guardano in faccia chiedendosi che cosa significasse il termine, che era -si vede- poco usato. Passa qualche secondo e dico -sommessamente- che forse può significare un acciaio che ha una cristallografia diversa nella parte esterna rispetto a quella interna. Mi guardano con occhi impietositi, visto che la mia formazione era ben diversa dalla loro. Ma uno di loro più accorto si dilegua e torna poco dopo con il dizionario tecnologico, dicendo che avevo ragione io. Mi guardano e spiego: certo che è così, infatti in greco la parola peritettico è composta dalla preposizione perì, che significa attorno come in perimetro, e da tetico, che deriva dal verbo tìthemi, cioè mettere, e infine: un qualcosa che sta tutt’intorno.”

Il potere del greco antico, padre e madre del linguaggio tecnico-scientifico in uso ancora oggi.

Alcuni secondi si silenzio e donna Gabriella -che è una narratrice nata- racconta che nessuno dei tre figli ha un tatuaggio, mentre una volte le capitò di vederne uno indimenticabile. Trovandosi in ospedale per un controllo a suo padre vede che si ricovera un signore germanico in età, in vacanza a Bibione, pieno di tatuaggi che pendevano dalla pinguedine da birra e per l’età. Lo accompagnava la moglie anch’essa non priva di tattoo, ma ve n’era uno assai curioso: su una gamba aveva tatuata una rosa di un rosso oramai sbiadito con un bel gambo che dalla caviglia si univa alla corolla del fiore: solo che il gambo era una… vena varicosa bluastra e in rilievo.

Ecco la fine dei tatuaggi, in ogni senso. Vedremo Icardi, Ibrahimovic, Materazzi, Nainggolan e molti altri tra trent’anni, se ci saremo. Non saranno bellissimi, commentiamo, e anche Alberto annuisce. Forse quei signori sono un poco stupidi.

E racconta del suo grande viaggio in New Zealand e in Nepal, e dei viaggi su pick up caricati con arnie di api, e dell’attraversamento della strada di un pinguino: “Ci siamo fermati e l’abbiamo raccolto, ma poi lui rompeva le palle e l’abbiamo buttato nell’oceano“. E ha ucciso un maiale quando lavorava in una fattoria, come me, dico, che da ragazzo ho fatto altrettanto con un fucile, perché l’attrezzo del norcino non funzionava. Riti di passaggio di diverse gioventù.

Mezzanotte suggerisce di ritirarci. Da tempo non ero a cena ospitato con tanta cordialità e amicizia, vivendo l’unica vita che ci è data, raccontandoci.

Buonanotte cari amici Gabriella, Livio, Eleonora, Alberto e Beatrice. Che Dio vi protegga.

Titoli e articoli tra il “falso” e il “vero” nell’attività mediatica, per una dimensione della comunicazione eticamente fondata

Quante volte, gentil lettore, capita di leggere un titolo stampa non intonato all’articolo sotteso, o addirittura in contraddizione evidente (anche solo dopo poche righe) con il testo dell’articolo. Chi non sa che il mestiere del titolista è diverso da quello dell’estensore dl pezzo, il giornalista, si meraviglia molto e non capisce. In realtà chi fa in titoli risponde a una logica diversa da quella veritativa, cioè all’intento che dovrebbe essere normale di riportare la verità dei fatti, perché ha il compito di stimolare l’interesse e la lettura, e forse l’acquisto del giornale stesso.

A questo obiettivo preminente del marketing commerciale si sacrifica dunque la verità stessa delle cose. Che poi l’articolo sottostante rimedi sistematicamente alle falsificazioni dei titoli è cosa fortemente dubbia, anche se le dimensioni di un pezzo narrativo consentono di indulgere maggiormente nei dettagli e quindi di raccontare, se capaci o se possibile, le cose come stanno.

Questo fenomeno è ancora più macroscopico ed evidente nella stampa di tendenza ideologica e/ o di partito. La medesima cosa o fatto o dichiarazione viene raccontata da questo tipo di organi in modo quasi mai obiettivo, ma sempre in qualche modo “militante” o comunque a giustificazione aprioristica della presa di posizione della parte che l’organo di stampa o web tutela e sostiene, e conseguentemente di contrasto con la parte avversa o “nemica” (virgoletto il termine perché si tratta di una inimicizia di vari generi e specie, e a volte anche finta). Infatti, quante volte capita che le prese di posizione ufficiali e quindi mediatizzate di una parte politica, non rappresentino veramente il sentiment e la posizione vera della stessa parte, ma solo uno specchietto per le allodole a fini di spiazzamento e di inganno di qualcuno. Nella comunicazione politica ciò avviene quotidianamente.

Sono da tenere in conto anche gli altri pezzi o parti che compongono l’articolo o l’intervista: oltre al titolo e al testo, spesso si trova un sommario, che costituisce una specie di raccolta dei titoli delle tesi contenute nell’articolo, il quale può avere il pregio di sintetizzare i contenuti ma, essendo di necessità brevissimo, è senz’altro a rischio di approssimazioni o di superficialità volute o in ogni caso “giustificabili” con l’esigenza della brevità.

Inoltre, nell’enorme profluvio di notizie che invadono ogni terminale telematico in nostro possesso, pc, tablet, smartphone che siano, non vi è solo un’accozzaglia informe di vero e di falso, di cui comunque non si riesce quasi mai ad avere le fonti, ma vi è anche il verosimile, che ha sempre interessato la letteratura come racconto, ma che oggi rischia di ingarbugliare ulteriormente le carte della comunicazione e dell’informazione.

Per tutto questo Fake news e fondazione etica della comunicazione sono collegate da un nesso ineludibile. Approfondiamo ancora.

I media ne fanno di tutti i colori: ritoccano, tagliano, modificano, cancellano dentro i testi delle notizie, anche fino a sconvolgerne o a tradirne totalmente il senso e il significato. Consiglio di dare uno sguardo sul web a quanto scrive il Centro Documentazione Solidea di Milano.

Una stanza del quartier generale della BBC a Londra contiene, allineati contro i muri, i box corrispondenti a tutti i giorni dei tre anni prossimi venturi. E in ogni box i nastri o i progetti di ciò che quel giorno verrà trasmesso per riempire le ventiquattro ore di programmazione televisiva. A prescindere da quello che sarà successo. A prescindere da quello che i mesi e gli anni avranno portato […] A prescindere dallo stato delle cose del giorno.”

Il brano è tratto da un articolo di Irene Bignardi [La Repubblica – 7/7/1994], e sintetizza efficacemente le riflessioni di George Steiner, tra i massimi storici della letteratura viventi, sullo stato dell’informazione oggi.

Ogni giorno un numero incalcolabile di notizie invade le agenzie, le redazioni, i network etc., senza una gerarchia. Senza un criterio analitico, in modo del tutto confuso e generico. I lettori/ spettatori restano immobili e inerti, senza possibilità di interlocuzione, se non nelle chatline, che a loro volta contengono di tutto, e soprattutto immondizia.

Di ogni notizia manca il contesto, le coordinate di riferimento, anche un minimo inquadramento socio-storico e politico, oppure economico, culturale, e così via.

Ci par di sapere tutto ma in realtà non conosciamo niente, poiché i confini tra ciò che è vero, verosimile e falso sono labilissimi. Esempi: il servizio girato dalla troupe della BBC con siringhe e profilattici sparsi ad arte per testimoniare il degrado di Reggio Calabria; o il caso Joey Skaggs, inventore e distributore di notizie false molto apprezzate dai media statunitensi, ne sono la testimonianza.

Si può dire che -paradossalmente- non si è mai saputo meno del mondo in questo tempo nel quale tutto viene comunicato in tempo reale, perché non c’è tempo per la verifica, per il confronto tra fonti diverse sulla stessa notizia, per un vaglio critico. Il sociologo Franco Ferrarotti rileva una contraddizione che mette quasi in ridicolo il profluvio di news da parte dei media: “I media, che dovrebbero, come dal nome stesso, mediare, non mediano nulla, perché vomitano in diretta tutto quanto gli capita di recepire dal mercato delle notizie”.

La sequenza dei fatti raccontati così, infatti, non dice nulla, perché non hanno la benché minima logica narrativa, ma capaci di suscitare emozioni sconvolte e reazioni immediatamente attive. In molti casi si è verificato che si trattava di autentici falsi, come quando si vide “il finto attacco missilistico su Israele durante il quale l’inviato della CNN parlava concitatamente indossando una maschera antigas mentre sullo sfondo alcuni tecnici, in tutta tranquillità e a viso scoperto, svolgevano il loro lavoro ignari di essere ripresi; si pensi al cormorano incatramato da un petrolio sbagliato; si pensi alla cattura dei prigionieri iracheni ricostruita, come in uno studio televisivo, con l’aiuto di false comparse kuwaitiane.” [dal web]

Basta che riprendiamo in mano il libro del geniale George Orwell “1984”, dove si riporta il seguente passo: “C’erano le immense stamperie con i redattori e gli esperti di tipografia, e gli studi muniti delle sofisticate attrezzature per la falsificazione delle fotografie […]. C’erano i vasti depositi dei documenti corretti, e le fornaci, ben nascoste, dove si distruggevano i documenti originali [...] “.

Orwell ha mostrato come sia possibile distorcere efficacemente la realtà, senza che il pubblico o il lettore si accorga che la realtà è ritoccata, ridefinita, tagliata, falsata, cancellata a favore della falsificazione più abietta e disonesta. Dunque, ciò che ci viene quotidianamente ammannito dai media ha spesso un’attendibilità vicina allo zero. Un altro esempio: si consideri […] una famosa fotografia del campione USA O.J. Simpson [ieri eroe sportivo, oggi imputato di omicidio] manipolata dal prestigioso Time per rendere più sinistro e minaccioso il volto del protagonista attraverso una tecnica computerizzata di annerimento dell’immagine, il loro valore di documento storico è annullato dalla superficialità e inattendibilità di chi le usa.” [dal web]

Fa specie che proprio la cosiddetta civiltà dell’ immagine sia così si dimostri oggi incapace di dare di sé documenti attendibili.

Un altro aspetto della disinformazione illustrata: “Le foto che vengono pubblicate quotidianamente sui giornali non hanno quasi mai alcun riferimento ai fatti che dovrebbero illustrare, ma sono solo sfondi occasionali che accompagnano gli articoli, quasi sempre “arricchite” con didascalie sommarie quando non arbitrarie o palesemente false.” [dal web]

Importa poco o nulla chi siano o che cosa stiano facendo i soggetti riportati nelle fotografie, poiché destinata solo e solamente portata a un a specie di “voyeurismo” emotivo, come verso gli stereotipi tragici della fame, della guerra, della malattia, che possono allora essere usate indifferentemente per la Somalia, per il Ruanda, per il Sudan: lo shock emotivo deve essere comunque garantito, e buono per tutti gli episodi e per tutte le stagioni.

Se a tutto ciò aggiungiamo l’esigenza di approcciare il tema anche da un punto di vista etico (su questo aspetto qualche anno fa ho scritto un pezzo ispirato dalle ricerche del sociologo tedesco Karl Otto Apel, ancora disponibile), allora stiamo freschi… ma per ora lascio perdere, così come lascio perdere altri esempi che possono essere tratti ogni giorno dalle cronache politiche che hanno per protagonisti soggetti che sono -di per sé- dei falsi. Non occorre neanche falsificare un Di Maio, ché ha già provveduto da solo a mettersi nel novero di cui si tratta, quello dei taroccati impliciti, intrinseci, inconsci, epperò realissimi. Oppure quanto sostengono i vergognosi forcaioli del Fatto Quotidiano, Travaglio in testa, che -mentore il dottore Di Matteo- danno per criminali galantuomini come il generale Mori e altri inquirenti coraggiosi che hanno smantellato la mafia, dopo la stagione eroica di falcone e Borsellino. NON C’E’ STATA NESSUNA TRATTATIVA STATO-MAFIA, MA SOLO ATTIVITA’ DI POLIZIA BEN CONDOTTA E CON OBIETTIVI RAGGIUNTI!

E io penso all’Italia, bella Patria nostra.

Trisillabico, sdrucciolo o tronco, Nìbalì

…Nìbali o Nibalì, à la francese.

Un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome Fausto Coppi“, la voce di Mario Ferretti canta l’airone che ha spiccato il volo staccando tutti nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia del ’49. Bartali ha 35 anni e ha forato quattro volte, arriva a Pinerolo con quasi dodici minuti di ritardo, secondo, o primo di un’altra corsa. Mio padre Pietro ascolta la radiocronaca e me la racconta vent’anni dopo.

Cambia l’anno, il giorno, la corsa, il colore della maglia e lo sponsor. Non il sentimento: Coppi o Nibali, Bartali o Pantani, è l’eterna poesia del ciclismo. L’eterno fruscio delle ruote nel vento, l’andare curva dopo curva, tornante dopo tornante, fino alla visione del mare oltre il Passo del Turchino, oppure inerpicandosi verso montagne piene di neve, anche in pieno giugno.

Ieri Nibali ha vinto a Sanremo, dopo dodici anni di dominio altrui, di campioni di fuori, francesi, tedeschi, australiani, polacchi, inglesi.

Un’altra impresa risalente a settanta anni fa. Da La Gazzetta dello Sport del 15 luglio 1948. In quella data “si corre la Cannes-Briançon, tredicesima tappa (274 km) del Tour de France che culmina con la scalata del temuto colle dell’Izoard (2.361 metri). In quella edizione la squadra italiana diretta da Alfredo Binda (e priva di Fausto Coppi) è capitanata da Gino Bartali. A trentaquattro anni, il campione fiorentino di Ponte a Ema è stato protagonista delle prime giornate ma poi ha perso terreno. Gino è settimo, attardato di oltre ventuno minuti e a guidare la classifica c’è il francese Louison Bobet. I giochi sembrano fatti.

Invece Bartali parte subito all’attacco e, dopo un testa a testa col bretone Jean Robic, va in fuga. Nessuno gli resiste e quando transita sull’Izoard è ormai solo. Gli altri dietro, staccati di minuti. Al traguardo Bobet conserva la maglia gialla ma il suo distacco in classifica generale si è ridotto a poco più di un minuto. Bartali non si ferma. Dopo quella tappa si aggiudica quella del 16 luglio e quella successiva. Bobet è raggiunto e quindi staccato. La vittoria finale al Tour è ipotecata.

Fin qui parrebbe solo una straordinaria impresa ciclistica. Se non fosse che la cronaca sportiva si incrocia, come talvolta accade, con eventi di tutt’altra natura: in questo caso quelli legati al ferimento di Palmiro Togliatti e alle drammatiche giornate che ne seguirono.”

Alla Milano-Sanremo del 1970, Michele Dancelli partì prima del Capo Berta, a settanta chilometri dall’arrivo, e vinse, rompendo un tabù che durava dall’ultima vittoria italiana di Loretto Petrucci risalente al 1953. Nel frattempo, avevano vinto scendendo dal Poggio fino a sfrecciare su via Roma Van Looy, Van Steenbergen, Eddy Merckx e altri grandi, ma più nessun italiano, fino all’impresa del bresciano coraggioso.

Finisco con Marco Pantani. Era il 4 giugno 1999, tappa del Giro d’Italia che finiva al Santuario di Oropa. Il grande corridore era in maglia rosa.

Racconta la “rosa”, che è il maggior quotidiano italiano: “Pantani dovette fermarsi e mettere i piedi a terra. Perse circa 40 secondi dal gruppo di testa, ma grazie all’aiuto di un tecnico della Shimano, che si trovava in macchina accanto a lui, riuscì a ripartire rapidamente. I suoi compagni di squadra della Mercatone Uno – fra cui Stefano Garzelli, vincitore del Giro l’anno dopo — si fermarono appena si accorsero di aver perso il loro capitano per strada, che arrivò pochi secondi dopo. Da lì, a meno di una decina di chilometri dall’arrivo al Santuario, con l’aiuto del resto della squadra, Pantani iniziò una delle più entusiasmanti rimonte nella storia delle grandi corse a tappe. Dopo aver superato una ventina di corridori nei primi chilometri, l’ultimo compagno di squadra rimasto con lui, il bresciano Marco Velo, si staccò e Pantani iniziò l’ultima parte della sua rimonta.

Recuperò circa 40 secondi di ritardo, superò complessivamente 49 corridori, fra cui Ivan Gotti, Gilberto Simoni e Paolo Savoldelli. Andò talmente forte che riuscì a riprendere anche Jalabert, che si era portato da solo in testa con uno scatto lungo la salita. A tre chilometri dall’arrivo iniziò a staccarlo, fino ad avere un vantaggio di venti secondi, guadagnati per la maggior parte nella parte più dura della salita. Tagliò il traguardo di Oropa per primo, ma senza saperlo: quando arrivò infatti non alzò le braccia e continuò a mantenere l’andatura. Se ne accorse solo qualche secondo dopo, festeggiato dai membri della sua squadra. Con quella vittoria, Pantani portò a 1 minuto e 54 secondi il suo vantaggio sul secondo in classifica, Paolo Savoldelli, e a 2 minuti e 10 secondi da Jalabert.”

Dopo che la mafia e la burocrazia fecero fuori questo grandissimo atleta, il ciclismo mi ha suscitato più malinconia che gioia, e più che guardarlo in tv l’ho vissuto finché ho potuto sulla mia rossa Bottecchia di alluminio, che mi aspetta fiduciosa per riprendere, spes contra spem, il suo fruscio nel vento.

Older posts

© 2019 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑