Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Le CANAGLIE (non le “Luci a San Siro” di Roberto Vecchioni) a SAN SIRO, e SONNY COLBRELLI: 1) da un lato la grande metafora, la Parigi-Roubaix e, dall’altro, 2) il vergognoso spettacolo di San Siro dove un’accozzaglia di imbecilli idioti ha mostrato il volto peggiore dell’Italia, fischiando l’Inno nazionale spagnolo

Da anni mi riprometto di andarci, a vedere questa gara, che non è solo tale. E’ altro, molto altro.

Vorrei partire un paio di giorni prima, per visitare almeno Bruges, o Brugge, e poi andare nei pressi della cittadina del vélodrome dell’arrivo.

Noleggerei una bici per portarmi lungo la Foresta di Arenberg, il luogo per eccellenza, della gara, avendo in tasca un baedeker della sua storia, e magari andarci con qualcuno. Gigi? Si potrebbe partire in aereo per Bruxelles e poi in auto a Bruges e a Roubaix.

I discorsi verterebbero sui vincitori, da Garin, l’italo-francese, a Rossi, a Serse e Fausto Coppi, a Tony Bevilacqua, a Rik Van Looy, l’Imperatore di Herentals.

E poi a Eddy Merckx, Roger De Vlaeminck, Johan Museeuw, a Andrea Tafi, Franco Ballerini, Francesco Moser, Fabian Cancellara, Tom Boonen, John Degenkolb, Peter Sagan, …, Sonny Colbrelli, l’ultimo uomo-del-fango.

Dicevo che questa gara ciclistica non è solo il principale evento del calendario mondiale delle corse di un giorno, assieme alla nostra Milano Sanremo, ma è anche molto altro. Per me è la super metafora della vita, come nel “suo” lo è qualsiasi corsa in bicicletta che richieda un sforzo continuo di ore e ore. Perché la bicicletta richiede proprio questo, di restare soli su un mezzo che pesa oramai sette-otto chili e di pedalare per qualsiasi strada, in piano e in salita, in discesa e sul falsopiano, di sentire il vento in faccia che ti frena e il vento sul dorso che ti lancia, di provare il dolore lancinante dell’acido lattico nelle gambe diventate come un pezzo di legno e di annusare il mondo, sentire il suono di campane e il latrare lontano dei cani, il fruscio della bici nel vento e la distanza, l’incontro di città e paesi, lo sfondo delle montagne, se non sei già in mezzo a esse, e speri che la prossima ascesa non ti tolga il fiato e ti costringa il piede a terra.

E’ come nella vita, dove incontri gioia e dolore, anzi spesso la gioia dentro il dolore e cerchi invano la pericolosa utopia della felicità.

Mentre i fischi di San Siro all’Inno nazionale spagnolo sono la manifestazione di una canagliesca incapacità di confronto, a volte millantati per tifo. Fischiare il più nobile simbolo degli avversari è idiota, imbecille, da stupidi dentro e fuori.

E’ la stessa canagliesca ignoranza dei fischi ai calciatori neri, che rimbomba ancora nei nostri stadi appena riaperti. Vorrei abbracciare Anguissa, Koulibaly e Osimhen del Napoli e fare una serie di conferenze nei bar sport e nelle sedi delle varie tifoserie (spesso schifoserie) con Lilian Thuram, guardando negli occhi spiritati e assai poco spiritosi degli aspiranti fischiatori-odiatori a comando. Sulle prime, dopo avergli chiesto perché fischiano bandiere altrui e giocatori neri, li ascolterei se hanno qualche spiegazione e poi gli chiederei se qualcuno di loro è disponibile a investire mezz’ora di tempo per ragionare in silenzio con me e con Thuram.

A costoro spiegherei che tutti gli esseri umani sono uguali in dignità e che fanno parte dello stesso medesimo genere. Tutti, bianchi, neri, gialli e di qualsiasi altro colore della pelle abbiamo una fisicità, uno psichismo e una spiritualità eguale, e che pertanto SIAMO TUTTI UGUALI IN DIGNITA’.

Purtuttavia abbiamo anche una genetica differente ognuno da qualsiasi altro, nasciamo in un ambiente diverso e abbiamo un’istruzione diversa, cosicché questi tre elementi ci rendono unici e irriducibili individui, cioè non-divisibili, ma sempre eguali in dignità.

A chi dare la colpa per queste canagliesche bestialità (absit iniuria verbis animalibus) da teppisti… forse a chi educa questi cialtroni, e poi dall’uso di ragione a loro stessi ma non dobbiamo arrenderci

Un’ultima cosa: i fischi a Donnarumma, portiere della Nazionale ed ex Milan, andato al Parigi per avere invece di sette milioni all’anno di ingaggio forse otto, guidato da quel gran furbacchione del suo procuratore, tale Raiola, che ha anche rilasciato un’intervista di cui, se fosse una persona normalmente “etica” (come si usa dire in modo impreciso e generico), si dovrebbe vergognare, evidentemente ragazzo ineducato a una normale moralità. Si liberi di quel signore, intanto, se vuole tornare a essere un ragazzo di 22 anni di successo, senza conflitti, mettendo in evidenza le sue grandi qualità di calciatore. Il portiere della Nazionale di calcio italiana non merita di fare questa fine mediatica.

22 anni, caro Gigio, svègliati, perché un po’ di quei fischi a San Siro te li sei meritati!

E infine: quale è l’Italia, quella di Mancini e Colbrelli o quella di un’accozzaglia di idioti, imbecilli e canaglia che fischia un Inno nazionale?

Spero che sia soprattutto e prevalentemente la prima. Viva questa Italia!

Capire l’Italia profonda

Mi piace ascoltare la gente, guardarla come cammina, come veste, come parla e dialoga, o litiga. Per capire l’Italia bisogna soffermarsi in ascolto, senza dare nell’occhio come un discreto passante, non come un curiosone fastidioso e pedante.

Ero a pranzo in un paese del Veneto profondo, vicino a Vittorio Veneto, zone che frequento da qualche tempo, sia per ragioni di organizzazione dell’associazione filosofica Phronesis che presiedo, sia per una presenza appena avviata in alcune importanti aziende industriali, quando la mia attenzione fu attirata dall’animato colloquio tra due uomini di mezza età, che ho in breve battezzato come artigiani titolari di una piccola impresa.

Uno dei due, in particolare, era animato dal sacro fuoco del lavoro, l’altro si mostrava più pacato e accogliente. Il primo si lamentava con foga di non trovare fresatori e tornitori, dicendo peste e corna, tra altri improperi, del reddito di cittadinanza e dei politici in generale.

Probabilmente di fede leghista, come da queste parti è maggioritario. Leghisti sono diventati negli ultimi trent’anni molti democristiani d’antàn, ma anche vecchi comunisti. Gente del popolo, dunque, delle vecchie maggioranze o minoranze… maggioritarie.

No trove gnanca un tornidor, un cal sapie portar avanti una machina. Dele nostre, te sa. Mi go comprà un tornio cal xe costà un ocjo da la testa, quasi un milion. Mi ghe lo do a un bravo e lo paghe benon, anca domila e sinquesento, siesento euro al mese neti, ma no lo catonissun su la piasa, santa Madona

E l’altro, annuendo, fa presente che lui invece è riuscito a trovarne uno, ma lo ha robà a una fabrica pi granda… dandoghe tresento euri in pi al mese.

Il primo, ancora più agitato dice che il Governo, dove semo drento anca noantri, non capise ben come se dovaria far par da una man ale fabriche e fabrichete che gavemo sul teritorio

E via avanti, finché quest’ultimo, accorgendosi che li stavo discretamente ascoltando, mi si rivolge così: “e lu, sior, capiselo i problemi che vivemo? Me par che lu ca ni scolta cusita cun atension, el sia un sior cal sa ‘ste robe. Galo cualchi nominativo de bravo tornidor o fresador?”

Un po’ spiazzato, sul momento, ma non molto, gli rispondo che son Furlàn, ma che conosco il Veneto molto bene e che mi occupa anche un po’ delle cose di cui parla lui. Ci scambiamo i biglietti da visita e lui guarda con attenzione il mio (al contrario di molti – anche gente colta – che mettono via nel taschino il biglietto da visita appena ricevuto senza degnarlo di uno sguardo), e dice. “Ma lu xe un profesòr inteletual, un cal insegna, ma al frecuenta anca le fabriche?”

Alla mia risposta affermativa si illumina e si dice contento di avermi incontrato, e che mi telefonerà, “parché mi preferiso parlar de persona, no son amigo de tutte ‘ste trapole de computer e de smarfoni, ca no me le piase“.

Se ne va salutando cordialmente il suo amico, e sorridendo a me e all’oste, che lo teneva come un buon cliente.

Non so se mi chiamerà, magari il mio biglietto finirà nell’unto di una macchina utensile, o forse no. Certo è che il dialogo tra loro e con me mi ha fatto comprendere molte cose in più del lavoro attuale e di queste nostre terre dell’estremo Nordest italico.

Voglia di lavorare senza perdere occasioni, voglia di muoversi, voglia di cercare opportunità, perché, contrariamente a quello che può pensare un burocrate incistato nella Capitale, queste piccole aziende, il cui titolare ha a malapena la “tersa media”, sono collegate con il mondo, perché magari sub-forniscono componentistica prodotta a livelli tecnologici eccelsi, note multinazionali.

Questo, molte volte la politica, ma anche le parti sociali, e anche i settori della formazione scolastica e universitaria, non conoscono bene.

Un esempio: ricordo a me e al mio gentil lettore, che gli Enti bilaterali artigiani furono un’invenzione fantasiosa di chi guidava le forze sociali negli anni ’80 e ’90. In quegli anni, da segretario regionale di una confederazione sindacale mi mossi con i colleghi e in accordo con una parte del mondo artigiano, per creare un Ente che rispondesse alle esigenze dei lavoratori e dei titolari di quelle piccole imprese. Furono costituiti due fondi, uno per il sostegno del reddito (valido fino a 13 settimane, come per la Cassa integrazione ordinaria dell’Inps) e uno per portare in una sede neutra le eventuali conflittualità fra datori di lavoro e dipendenti. Veneto e Friuli Venezia Giulia, insieme con l’Emilia Romagna furono le regioni pioniere di questi progetti, che servirono ad affrontare i momenti di crisi riducendo fortemente la drammaticità di perdite certe di posti di lavoro.

Sono orgoglioso di scrivere qui che la mia firma è presente sugli atti notarili costitutivi di quei Fondi, e che fui il primo vicepresidente dell’E.bi. Art. (Ente bilaterale Artigiano) del Friuli Venezia Giulia. Non dimentico che fui anche l’autore dell’acronimo, che mi pare assai gradevole, perché echeggia qualcosa di rinascimentale. Non scordiamoci che MIchelangelo Buonarroti a volte si firmava Michelagnolus artifex! Artefice, artigiano… artista.

Posso dire tranquillamente che conosco quel mondo artigiano, così come quello industriale, conoscenza che ben pochi politici e alti funzionari pubblici possono vantare.

Riporto anche un altro esempio “storico”, risalente alla fine degli anni ’80. Un partito assai piccolo dell’estrema sinistra di allora, Democrazia proletaria, promosse un referendum per estendere integralmente i Diritti dello Statuto del lavoratori, L. 300 del 1970, e soprattutto l’articolo 18, che tratta dei licenziamenti individuali, fino alle aziende con un solo dipendente. L’iniziativa vide contrarie, non solo le associazioni degli artigiani, ma anche i grandi sindacati confederali. La mia sigla sindacale mi affidò l’incarico di rappresentarla nelle trattative nazionali. E’ chiaro che, se il referendum fosse stato celebrato, la proposta demoproletaria, in quanto assai popolar-populista, avrebbe facilmente vinto.

Si trattava allora, per scongiurare questo rischio, come prevede la Costituzione, di far redigere una Legge che superasse lo scoglio del quesito, dando una risposta soddisfacente allo stesso, al fine di evitare il referendum.

Si discusse in sede di Commissione lavoro della Camera, quando i funzionari legislativi proposero una legge formata da un solo articolo con il quale si sarebbe esteso quanto previsto dalla Legge 300/ 1970 a tutti di dipendenti delle imprese italiane, di qualsiasi settore, comparto e dimensione fossero.

Il risultato sarebbe stato questo: la vostra parrucchiera o barbiere, con un solo dipendente, non avrebbe più potuto licenziarlo, se non per giusta causa o giustificato motivo. Una autentica imbalsamazione dello status quo, assolutamente indipendente da ogni valutazione obiettiva di merito sullo stato reale dell’azienda.

La mia meraviglia fu somma, perché compresi come quei giuristi nulla sapevano e capivano dell’Italia delle piccole imprese, quella che annovera il 90% delle strutture produttive italiane, della loro cultura e dei loro delicatissimi equilibri relazionali interni.

Allora, si concordò, partiti e sindacati, insieme con le associazioni artigiane, di predisporre un Disegno di legge per regolamentare i licenziamenti nelle imprese con meno di sedici dipendenti, cosicché fu emanata la Legge 108 nel 1989, che prevedeva una tutela risarcitoria in caso di licenziamento, vale a dire una compensazione economica proporzionata all’anzianità del lavoratore, all’anzianità di servizio e ai carichi familiari. Non sto qui a ricordare che un collega di quei tempi, poi passato rumorosamente in politica (non si ricorda talk show cui non fosse invitato), si contraddisse clamorosamente patrocinando, nella nuova veste, un referendum analogo una decina di anni dopo.

Io sono per la coerenza come virtù, non per la sua de-formazione, che è il coerentismo, ma in quel caso si trattò di una svolta a 180 gradi, che attestò un certo opportunismo e una visione di etica del lavoro assai approssimativa.

Tornando al racconto iniziale, quello dei due artigiani veneti, ebbene, da loro ho tratto l’immagine di un’Italia sana e laboriosa che costituisce la spina dorsale di questa nostra Nazione così controversa e spesso contraddittoria nelle opinioni e nella prassi politica, ma così solida negli ambiti che contano di più, quelli del lavoro e della creazione di beni da distribuire in modo equo.

Viva l’Italia e viva questo Nordest pieno di buona volontà e di genialità operativa.

America, primi anni ’90, ero in Argentina e negli USA da segretario regionale del Friuli Venezia Giulia di un sindacato confederale, e componente della Direzione nazionale, dove incontrai sindacati locali in sedi loro a Baires, a New York e a San Francisco, e… in storiche logge massoniche italo-americane, non più operative, mi dissero (forse “in sonno”, pensai, come si dice in questi casi). Una di queste logge si chiamava “Giuseppe Garibaldi” (ecco!), et alia…

Ricordo che, prima di essere rieletto al ruolo dirigente del sindacato regionale all’inizio dei ’90, fui contattato da un massone abbastanza importante che mi “consigliò” di non dare troppo spazio alla stampa cattolica nel mio ruolo, anche se “loro” comunque mi avrebbero votato con convinzione, per stima politica e culturale nei miei confronti. E fu così, peraltro, senza (ovviamente) che io gli avessi promesso nulla.

In quei primi ’91/ ’92 fui anche in America, prima a Buenos Aires e dintorni e poi negli Stati Uniti.

Incontrai emigranti italiani e friulani. Da Santa Maria de los Buenos Aires a Cordoba, a Carlos Paz, a Rosario, a Salta… ma la visita più emozionante è stata a Colonia Caroja, friulanissimo paese perso nella pampa cordobense. Lì, sentii parlare friulano, come quando ero bambino a Rivignano e ascoltavo incantato i racconti dei nonni e dei vecchi della contrada alla “fine del mondo”.

Mi colpì la “Nazione sorella”, l’Argentina, in tutte le sue manifestazioni. Ricordo che, e lo dissi agli amici argentini, che provai grande dolore quando scoppiò la Guerra per le Malvinas (uso il nome argentino), o Falkland, dicendo che il regno Unito avrebbe avuto titolo e diritto di difendere la “inglesità” delle Orcadi, delle Ebridi, delle Shetland etc. se l’Argentina le avesse pretese, ma guerreggiare in fondo all’Atlantico per un arcipelago al largo del Paese sudamericano era solo un ultimo arrogante sussulto imperiale della (dissi sorridendo) “perfida Albione”. Riflessioni, queste, che non tengono essenzialmente conto della grande storia, dei suoi flussi, dei suoi equilibri e squilibri, ma prevalentemente dei sentimenti miei.

Non contesto i meriti della Gran Bretagna sul piano storico-politico, come prima Nazione al mondo a scegliere una forma democratica di governo, nei tempi moderni (non in assoluto, perché le pòleis greche la precedettero di duemiladuecent’anni), e come potenza decisiva nella lotta al nazismo, ma la critico per lo spirito di superiorità verso tutti o quasi che tende a manifestare in ogni occasione, anche se oramai con sempre minori velleità.

Lo fa ancora, infatti, nella politica (si pensi alla Brexit), nello sport (si pensi all’Europeo di calcio e alle corse veloci nell’Olimpiade di Tokio), nel militare (gli interventi di Thatcher e Blair in Irak e altrove, senza tornare ai tempi coloniali), solo per esemplificare. In realtà, mi pare di poter dire che gli Inglesi sono strutturalmente gelosi delle grandezze altrui, e se possono, le minimizzano. Ma della Brexit sono già pentitissimi.

In Argentina visitai Rosario, dove mi fu mostrato l’immenso Rio Paranà, di cui non si intravede l’altra sponda; Cordoba, dove potei parlare a un convegno tenuto nell’Università gesuitica, la più antica del Sudamerica; Salta, sulle Ande, in vista del monte Huascaran; Iguazù, le cui cataratas tuonano nell’immensa boscaglia tropicale. Fu lì che mi vidi transitare tra le gambe un’iguana curiosa.

Negli Stati Uniti ebbi modo di vivere New York per una settimana, e San Francisco per alcuni giorni. Conobbi i nostri emigranti sparsi in varie classi sociali, e parlammo della controversa fama degli Italiani negli Stai Uniti d’America. Ci compiacemmo delle attività positive e ci dolemmo delle attività delinquenziali della mafia di origine sicula.

Ricordo che parlammo dell’ingiusta condanna a morte di Sacco e Vanzetti e dell’impresa friulana co-autrice dei volti dei quattro Presidenti americano scolpiti sul monte Rushmore nel North Dakota. L’impresa dei fratelli De Candido, emigrata da Meduno, paesino delle Prealpi friulane.

Ebbi modo camminare nottetempo da Central Park alla “punta” estrema di Manhattan, e di osservare il tratto di mare che dava su Ellis Island e la Statua della Libertà.

Mi portarono anche a Brooklin, dove visitammo la “Loggia” in sonno, su una Buick da sei metri, cordialissimo Santo P., chissà che biografia aveva… E la bistecca alta quattro dita in Times Square, da solo, con due patatone da pelare e una patata bionda che mi guardava, ma senza ottenere da me particolare attenzione. Il Moma, dove mi soffermai sui modelli di sedia più famosi e sullo stetson di John Wayne, quello di Sentieri sevaggi. Al Celebrities Cafè feci colazione osservando le foto di Kevin Kline e Meryl Streep, spesso clienti, come anche Woody Allen, che abitava ai confini tra Central Park e la Sixt Avenue, mi diceva la banconiera, che mi aveva preso in simpatia dopo il primo giorno.

Passeggiai per Broadway e sotto le Twin Towers, che ritenni un po’ bruttine, più eleganti l’Empire State Building, che salii, e la Chrisler Tower.

A San Francisco passeggiai sui pontili dei pier, osservando i leoni marini e sentendone il loro olezzo. A Lombard Street mi sembrava di essere in Italia verso Amalfi, perché i giardini sono all’italiana.

Sausalito, oltre il Golden Gate, era come una memoria dei ’70, con negozi colorati e musiche, quasi come si fosse in attesa di Carlos Santana.

Altre mete solo promesse, come Yosemite o Carson City verso il Nevada.

Non sono più tornato negli USA, mentre fui invece, più volte, in anni recenti per lavoro nella grande repubblica centroamericana del Messico, a Querètaro, memore della morte di Massimiliano d’Asburgo e di Benito Juarez. Dall’immensa Città del Mexico mi portarono alle piramidi di Teotihuacan  e lì pensai che il pensiero umano è unico, anche a distanza di migliaia di chilometri.

Qui non ricordo il grande viaggio in auto nell’Unione Sovietica di Breznev, da Minsk a Leningrado (così si chiamava allora San Pietroburgo), passando per Smolensk, Mosca e Novgorod, né quelli per le Cattedrali gotiche di Francia, da Bourges a Chartres ad Amiens, Praga, l’Ungheria e la trasferta a Bucarest per assumere decine di infermiere per i nostri ospedali. Ne ho già parlato tempo fa, anche se il ricordo è sempre vividissimo, di ogni viaggio, di ogni incontro, come quando a Cracovia un ragazzino mi gridò in faccia “Paolorossi”, perché mi aveva riconosciuto come italiano.

Vorrei nella vita riuscire ancora a visitare un po’ di Grecia classica e i luoghi della vita del Maestro di Nazaret, ad altro non anelo, perché tutto il mondo è compreso nel pensiero che gli rivolgo, bene prezioso e indispensabile per ogni essere umano. Da difendere, se ne saremo capaci.

Diritti e sovranità: la “lezione” dell’Afganistan

Il prof Strazzari della Scuola S.Anna di Pisa mi suggerisce una comparazione non consueta, quando si parla di diritti, quella fra diritti e sovranità. Di sicuro, una prospettiva riflessiva del genere non mi sarebbe mai arrivata da un’onorevole Cirinnà, o da Letta, Boschi, Dimaio, Fico, Guerini, Gelmini, Salvini, Renzi, Meloni, Letta, Di Maio, e tanto meno da Conte Giuseppe, etc. Questi signori e signore, professionisti/e della politica, non sono in grado di declinare concetti e riflessioni al di là della solita banale lezioncina che preparano per le interviste, campioni universali dell’annoiamento del prossimo. Immaginatevi una on.le Cirinnà che fa un discorso sui diritti non disgiunto dal tema della sovranità. Ipotesi per absurdum. Purtroppo, dico, ché non mi rende lieto la constatazione della povertà umana e culturale strutturali di questi soggetti dell’attuale politica italiana. Se dovessi elencare politici veramente degni di rispetto, in questo momento mi fermerei solo a Draghi e a Giorgetti, tra le figure più in vista.

Per tutti costoro, al “sicuro vitale” (vitalizio sicuro) costituito da stipendi faraonici e immeritati in quanto sproporzionati rispetto al loro valore professionale reale, al sicuro di uno Stato come l’Italia, dove funziona uno dei migliori welfare del mondo, e una legislazione costituzionale garantista e saggia, parlare di diritti&diritti è comodo e per nulla faticoso. Parlo del sintagma diritti&diritti, perché queste persone fanno fatica a declinarlo cambiandolo in questo modo, nobilmente mazziniano: diritti&doveri.

I doveri, come concetto politico-morale, sono stati pressoché silenziati – da almeno quattro decenni – nella dialettica politica e pubblicistica italiana, salvo che da qualche rara vox clamans in deserto come (umilmente) la mia.

Se nel ’70, in Italia, l’emanazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori (Legge 300) ha riequilibrato la qualità dei rapporti tra datori di lavoro e lavoratori, e nel decennio successivo si è sviluppata la legislazione che ha dato alle donne legittimi diritti finora negati, nei decenni che seguirono si è teso ad esagerare nella sottolineatura dei soli diritti, a volte confondendoli con bisogni soggettivi, anche fortemente voluttuari, i desideri e le aspettative. Mi spiego: io condivido che ogni persona possa manifestare e vivere la propria sessualità come la sua natura e cultura esprimono, e che nessuno possa permettersi di discriminarla, ma non condivido che si sviluppi, ad esempio, la maternità surrogata, perché qualcuno che non può o non vuole avere figli naturali, li possa comperare, perché non si dà, razionalmente ed eticamente (se vogliamo declinare un’etica scientifica e razionale semplicemente occidentale) un diritto di avere un figlio, ma un desiderio, un dono, una aspirazione.

Queste persone, se hanno forte il sentimento genitoriale, adottino bambini e bambine che abbisognano di una famiglia. E anche l’adozione, a parer mio, non può essere indiscriminatamente concessa a chiunque e qualunque tipo di coppia.

Sarò chiaro: ritengo inadeguata sotto il profilo pratico, e immorale sotto quello etico, l’adozione da parte di una coppia omosessuale, per ragioni evidenti di pedagogia sessuale della coppia e di qualità relazionale dei bimbi nei confronti dell’esterno. Ovviamente molti (spero non troppi) non la pensano come me, e mi piacerebbe poter dialogare con costoro evitando accuratamente gli ideologismi, ma penso ciò sia molto difficile. Mi fermo qui, perché ho parlato più volte di questi argomenti in precedenza. e vengo al tema proposto da Strazzari: il rapporto tra diritti e sovranità.

Anche su questo tema ci vengono in aiuto tre discipline filosofiche: l’antropologia filosofica e quella culturale, nonché l’etica o filosofia morale, il cui interpello non può essere evitato, pena il decadimento nell’ideologia militante à là Cirinnà (non si pensi che io ce l’abbia con questa signora, ma i suoi comportamenti e detti ufficiali di questi anni, mi portano a questa conclusione: la politica pidina non mostra attenzione o particolari conoscenze dei fondamenti delle tre scienze filosofiche citate, e con e come lei, moltissimi professionisti/e della politica).

E dunque parto dalla Filosofia morale. Analizzando le varie scuole di Etica sviluppatesi nei secoli, da pensatori greci in Occidente, e dalle filosofie religiose orientali del Buddhismo, del Confucianesimo e del Taoismo, si possono dare varie e diverse sensibilità nel giudizio sulla ricerca del bene: dall’utilitarismo all’edonismo, dall’emotivismo al prescrittivismo e deontologismo, dal culturalismo al finalismo, in ciascuna delle quali si sottolinea un particolare aspetto della qualità dell’agire umano nei confronti di se stessi e degli altri: dall’agire solo per la propria convenienza, all’agire solo per il rispetto della legge, all’agire nel rispetto di usi costumi e tradizioni (ogni lettore può attribuire la “scuola” sopra citata a ogni comportamento), all’agire per il rispetto integrale dell’essere umano (finalismo).

La cultura politica occidentale, partendo dal pensiero greco-latino, e poi evangelico-cristiano, che ha dato valore incommensurabile alla persona, è giunta, tramite l’illuminismo di Montesquieu, Beccaria e Kant in primis, alla nozione etico-politica di una giustizia che tenga conto dei diritti umani essenziali di tutti e di ciascuno.

Di contro, in Oriente, la persona singola non ha mai acquisito un valore comparabile a quello della cultura occidentale, perché il singolo essere umanoscompare sempre nel tutto, l’atman nel brahman, ad esempio nell’induismo.

Vengo dunque al tema afgano, ma che si può mutuare se si parla di altre zone critiche del pianeta, come la Somalia, il Sahel, il Niger…

Come è possibile che 75/ 80.000 miliziani taliban giungano a Kàbul (si pronunzia Kàbul, non Kabùl, così come si pronunzia Sinài, non Sìnai) in poche settimane, in una nazione di 35 milioni di abitanti e un esercito ufficiale nazionale di 300.000 uomini, se non ci fosse una sostanziale adesione della maggior parte degli abitanti? Si è trattato solo di rassegnazione, di stanchezza per decenni di conflitti? Non lo credo realistico, come condivide anche il citato collega pisano.

Si tratta dunque di fare un’operazione culturale e dialettica che metta in campo, non solo il tema dei diritti, ma anche quello della sovranità! Chi comanda in Afganistan, i portatori del verbo occidentale, o la popolazione locale, che non conosce la democrazia parlamentare? Come si conciliano questi due aspetti? Anzi, si possono conciliare tramite semplificazioni ed accelerazioni politico-militari? Domanda retorica. No.

Ovvero, si potranno conciliare solo con e dopo un paziente lavoro dialogico e collaborativo, dove filosofia, religioni, psicologia sociale, sociologia ed economia collaborino per trovare piste e metodi di riflessione comune, senza la frettolosità tipica dell’economia e soprattutto della politica attuali.

Sotto il profilo macro-politico occorre riformare profondamente e l’Onu e la Nato, attribuendo a questi due organismi prerogative che non siano, nel primo caso, di pressoché solo emissione di ottime perorazioni di principio, e la seconda al fine di costituire una forza militare veramente sovra-nazionale oltrepassando l’egemonia statunitense. Altro vi sarebbe da dire, ma qui non proseguirò, riservandomi di farlo in futuro.

Con e tra le varie culture e nazioni, occorre sviluppare un dialogo rispettoso ma fermo, prima che sui diritti, sui valori, poiché non sono concepibili diritti umani e civili se non sulla base di una adesione previa a valori condivisi. Vedi, mio gentile lettore, se non si conviene che l’etica deve riguardare il rispetto di tutti e tutte, in ogni senso, territorio e settore della convivenza umana, ogni discorso sui diritti resta privo dei fondamenti. Mi pare ciò sia di non poca importanza, per dirla con calma.

Ripeto: senza una condivisione sostanziale dei valori, i diritti scadono a una mera elencazione di desiderata, che cambiano nei momenti e nei vari territori. Anche qui un esempio fattuale di questi giorni: se non si concorda con i Taliban, ma anche con i pashtun di Massud jr., e con i Pakistani, i Cinesi, i Russi, gli Americani, i Libici, gli Irakeni, i Turchi, gli Egiziani, gli Inglesi, gli Israeliani, i Persiani, etc., anzi con le classi direzionali della politica di queste nazioni, che il valore primario è l’uomo e la sua tutela totale e integrale, ogni discorso sui diritti diventa fasullo e addirittura inutile e fuorviante.

…e poi, occorre coniugare diritti e doveri, sintagma indissolubile della condivisione umana della vita su questa Terra. I doveri sono lo specchio specchiante dei diritti; senza i doveri i diritti diventano meramente declamatori e scorciatoie retoriche di una moralità soggettivistica ed egoista. Altre strade non vi sono.

Messi, che lacrime ridicole! Jacobs sia umile. Tortu, che bel sorriso… e approfitto della visibilità del titolo per segnalare l’ultima idiozia vista su un quotidiano sportivo: parlando della staffetta vincitrice della 4 per 100 a Tokio, leggo che il primo frazionista, Lorenzo Patta, nato nel 2000, è un millennial. Ma, se si intende che “millennial” è chi è nato nel nuovo secolo, il XXI e nel nuovo millennio, il III, Patta NON E’ un millennial! Ancora, ancora c’è gente convinta che il 2000 sia il primo anno del III millennio e del XXI secolo, idioti!

Ciò che qui scriverò, caro lettore, non avrà nulla di moralistico, ma sarà semplicemente narrativo, realistico, forse solo un po’ attento agli aspetti finanziari, gestionali e di etica d’impresa, nei limiti che la mia limitata competenza in materia mi consente, incompetenza che, come sai mio caro lettore, non riguarda l’etica d’impresa.

Il signor Messi, gran calciatore e piccolissimo uomo, mi ha fatto solo malinconicamente ridere con le sue lacrime (?), mentre dalla sede della sua storica squadra di calcio, spiegava ai giornalisti le ragioni per cui dopo vent’anni se ne stava andando a Parigi, per un compenso biennale di settanta milioni netti (se ho capito bene)! Più o meno. Dal Barcellona ne aveva accettati appena (!!!) 20 (parlo di milioni all’anno, caro lavoratore medio, ma anche caro dirigente, caro Cfo, caro Ceo, caro imprenditore), ma la Liga spagnola non avrebbe ammesso un contratto del genere, vista la crisi (morale?) finanziaria ecc. ecc. del settore, e in considerazione delle regole attualmente in vigore negli organismi internazionali, come la UEFA, regole che comunque le società calcistiche di proprietà di emiri o magnati russi, come il PSG di Parigi, il Manchester City, il Chelsea e altre, stanno bellamente violando da oltre un decennio.

La dico così: oramai da oltre dieci anni la Coppa dei campioni, o Champions League, NON VIENE VINTA, MA COMPERATA!!! Diciamo, almeno dal famoso Triplete dell’Inter de Milan.

Qualche ingenuo (solo ingenuo?) scoltatore radiofonico addirittura si scandalizza perché Messi non abbia accettato di giocare agratis (così ha detto) per il club catalano. No comment. Alle radio aperte al pubblico telefonano quelli che hanno bisogno di sentirsi per radio e di farsi ascoltare dagli amici del barsport. Trattasi, solitamente, di fuoriclasse del pensiero umano contemporaneo.

Diego Armando Maradona, figura con la quale Messi non ha nulla a che vedere

Piangeva (ma senza lacrime vere, cioè acquose e salate), con il fazzolettino nascondente il falso pianto, el seňor Lionel Messi, convincendo sul suo reale dolore solo (penso) cinque o sei persone (o solo tre), in tutto il mondo. Che squallore!

Lui, come il grosso Lukaku, che pareva un eroe gladiatorio della ottima Inter dell’anno scorso (squadra tanto simpatica quanto sfigatella), e invece ha seguito il market anglo-russautocratica, che gli bonificherà 12 milioni netti (1 al mese) all’anno, invece dei (solamente) 7, poverino, che poteva confermargli la “sua” Inter. Big Rom, l’amatissimo condottiero se ne è andato dopo due anni, facendo seguito alla scelta del suo ex coach, che non poteva accettare neanche per 12 milioni all’anno, di rivincere (forse) solo lo scudetto, ma forse, ripeto. Che squallore! …cui si aggiunge anche quello del giovine portierone della Nazionale italiana, il fortissimo Gigio, governato da un grosso (di circonferenza addominale) mezzano, che mi ricorda proprio i mediatori di compravendita di buoi di paese di nonnesca memoria.

Non mi scandalizzo per gli stipendi abnormi dei calciatori, ma per la loro inconsapevolezza di vivere in una sorta di bolla esistenziale senza senso, in ragione di una vita pressoché scollegata dal resto del mondo.

Tortu Filippo, invece, è un bel ragazzone italiano, con una personalità timida ma spiccata. E’ già un campione notevole e lo diventerà ancora di più, se saprà mantenere le virtù morali che ha già mostrato in questi anni. Insieme con i suoi compagni della staffetta potrà fare grandi cose, ma soprattutto se Lamont Marcel Jacobs riuscirà a non montarsi la testa cedendo alla retorica fasulla dell’uomo più veloce del mondo. Affermazione non rispondente al vero (se non durante la finale olimpica del 100 metri piani di Tokio), perché 9.80 è un tempo già corso, anche più volte, negli ultimi vent’anni almeno da una decina di atleti (alcuni: Tim Montgomery, Tyson Gay, Johan Blake, Justin Gatlin, Travyon Borrel, Asafa Powell, Nesta Carter, etc.), che hanno spesso fatto anche meglio di Jacobs, e molto distante dal 9.58 di Usain Bolt che, nella stessa gara gli avrebbe dato almeno due metri e mezzo di distacco. Jacobs stia umile e lavori, come tutti quelli che sanno che il lavoro e la fatica pagano. Faustino Eseosa Desalù lo sa bene, e anche Lorenzino Patta, il primo frazionista ventunenne, nato nel 2000.

Patta non è un millennial, come scrivono alcuni giornalisti, che insistono nell’errore di propalare che il 2000 sia il primo anno del terzo millennio e del ventunesimo secolo. Ma diamine (per non dire di peggio)!

Possibile che non sia a loro chiaro che il 2000 è l’ultimo anno del ventesimo secolo e del secondo millennio? Non gli basta capire che la prima decina numerica, da uno a dieci, finisce con il 10 e non con il 9? Non ce la fanno a fare un’analogia tra il più semplice dei conteggi, quello da prima elementare da 1 a 10, con il rapporto che sussiste tra il 2000 e il 2001, capendo che il primo giorno del ventunesimo secolo e del terzo millennio è il primo gennaio 2021, non il primo gennaio del 2000?

Ma a Patta certo non interessa nulla di questa ignoranza colpevole dei protagonisti dei media.

A me interessa, perché costoro fanno danni a chi non sa leggere criticamente le loro fanfaluche e imprecisioni.

Rimedio nel mio piccolo, come posso, sempre sul pezzo.

I due soggetti più “sbagliati” che fanno politica oggi: Grillo e Conte G.,… e i “dintorni” della socio-politica

Non saprei chi individuare di più “sbagliato”, o stonato, tra i tanti protagonisti della politica attuale, fra Grillo e Conte, l’ex capo del governo (e anche l’altro Conte, l’ex dell’Inter, che è famoso è pure un po’ sbagliato). Ma forse il termine “sbagliato” è… errato, poiché bisogna sempre tenere conto del contesto sociale, politico e storico, aggiungerei. In altre parole, negli anni ’80 un “Grillo” non avrebbe avuto gli spazi per le sue piazzate del “vaffa…”. La politica di allora era talmente pervasiva e partiticamente orientata da non lasciare spazi ad espressioni di un populismo così teatrante.

Le piazze di Grillo non erano né una jacquerie à là Vespri siciliani o al modo dei Ciompi fiorentini, né una semi-rivolta qualunquista come quella dei “gilè gialli”, o delle “sardine” di un altro ambiguo personaggio come il loro capo Santori, né tantomeno una rivoluzione come quelle Francese e Russa. Citare queste ultime due vicende in coda alle altre è come citare Michelangelo e Raffaello dopo aver citato degli imbrattatele.

Le piazze grilline sono accadute negli anni “2000”, dopo il 2005, non prima. Intanto.

Circa Conte, che dire? Certamente che non è, sotto il profilo qualitativo, né migliore né peggiore degli altri politici, in considerazione della qualità media rilevabile in questi anni, epperò con grande pietas. Questo lo dico, per riconoscergli un certo valore relativo, anche se non è mai riuscito a toccarmi in qualche modo, né tantomeno a “emozionarmi”. Secondo me non è aiutato dal timbro vocale, dallo stile leccato e (sospetto) insincero, e dal suo sostrato avvocatizio, che gli ha ispirato dei modelli comunicazionali ed eloquio piuttosto stantii e noiosi.

Ho sempre pensato, sulle tracce del pensiero di Max Weber, che il carisma di un individuo si possa nascondere in una situazione di latenza, osservando nel concreto molti casi nei quali, inaspettatamente una persona – in una specifica situazione – si è mostrata capace in un determinato ruolo e posizione alla quale è “capitata” (come si dice, sbagliando) come per caso. Ho visto sindaci eletti da una posizione ante-elezioni da vice-outsider, essere molto migliori di carismatici predecessori. Altrettanto ho constatato accadere nel mondo economico e nelle aziende di produzione, commerciali e dei servizi, e perfino nella Chiesa…

Un’esperienza personale e non unica di questo tipo nel corso del tempo: ricordo quando, al di fuori delle aspettative, fui eletto segretario provinciale di un sindacato, l’immagine di due colleghi di altra confederazione che se ne andarono da quel congresso mettendosi le mani nei capelli, e qui ne voglio citare i nomi, perché magari qualcuno glielo riferisca: si trattava di Ennio Balbusso e di Giobattista Degano, rappresentanti della corrente socialista della Cgil. Se ne andarono come scandalizzati davanti all’elezione di un neanche trentenne, di sospette tendenze extraparlamentari (non sapevano niente di me) all’importante carica socio-politica.

Poi ebbero a ricredersi e diventarono con me quasi devoti, vista la mia acclarata capacità di trattare anche con la politica. In quegli anni i volantini “unitari” erano redatti da me e stampati spesso senza che li leggessero, tanta era la fiducia che oramai avevano riposto nella mia persona.

E torno a Conte G., autodefinitosi “avvocato del popolo” fin dai suoi primi vagiti di politico, ma già investito della carica di Presidente del Consiglio dei ministri. Già questa auto-definizione non mi piacque, e lo scrutai con particolare acribia, notando nelle sue movenze, nel suo look, nel suo modo di parlare e di muoversi sempre qualcosa che mi disturbava, qualcosa di insincero, di artefatto, come “di risulta”.

D’altra parte, il suo cosiddetto “capo politico” era un ragazzetto di poco più di trent’anni senza arte né parte, di formazione raccogliticcia e largamente insufficiente (il mio lettore sa ben che parlo del signor Di Maio). E attorno a lui stava la pletora (oggi in larga parte terrorizzata dall’ipotesi non peregrina di sparire nel nulla della notorietà e di redditi da amministratore delegato di grande azienda) di parvenù e di idealtipi alla toninelli, che dalla disoccupazione erano stati catapultati nel 33% dei consensi degli Italiani a prendere 13.000 euro/ mese più rimborsi spese varie.

A otto (2013) e a tre anni (2018), rispettivamente, da quel crescente e inaspettato successo, li vediamo ancora, in larga parte, non sapere-che-cosa-fare, per evitare le elezioni anticipate, poiché ben sanno che rimanderebbero nell’anonimato almeno metà di loro, e con il problema di cercarsi un lavoro. Anche in un’Italia che trova sempre un angolino per i “trombati”, il loro numero è troppo elevato per una ragionevole e generale speranza di ricollocazione erga omnes. Come è moralmente giusto che sia. Magari potrebbero farsi aiutare dai navigator, altra loro penosa e costosissima e inutilissima invenzione!

Ancora, circa il rapporto fra i due “Giuseppe” (Beppe e Giuseppi), fatto eclatante notato dal mio amico Gianluca, che dirige una grande azienda italo-germanica. Lui mi dice: “Come fa oggi Grillo a definire incapace e incompetente Conte, se per tre volte ce lo ha presentato quasi come un genio: la prima volta come capo del governo gialloverde, la seconda come capo del governo giallorosè e questa terza volta come capo del suo Movimento?” C’è qualcosa che non va in tutto ciò, eccome!

A questo punto mi torna alla mente un altro ricordo, concernente le conoscenze e le professionalità individuali, quello della ricollocazione dei sindacalisti, i quali, “usciti” in distacco sindacale ex articolo 31 della Legge 300 del 1970 a meno di trent’anni, abituatisi a vite da dirigenti, hanno sempre cercato, o di mantenere la loro posizione sindacale, o sono stati ricollocati nell’ampia area del terzo settore cooperativo, oppure, qualcuno più abile, nella politica regionale e nazionale. Pochissimi di loro si sono messi in gioco dopo l’esperienza sindacale, e solo coloro che avevano, o una preparazione adeguata, o un lavoro dove non gli dispiaceva tornare. Personalmente, dalla segreteria regionale generale di un sindacato e dalla direzione nazionale, sono passato alla direzione generale del personale di una multinazionale metalmeccanica. Una scelta simile a “gettarsi in acqua dove non si tocca”. Altri colleghi si sono incistati (absit iniuria verbis) nel sistema Coop: un po’ diverso, vero?

La mancata riforma dei sindacati dopo la fine del comunismo, simbolicamente datata al 1989 con la caduta del Muro di Berlino, che a cascata ha generato varie riforme politiche a livello internazionale e conseguenti dibattiti in ambito sociale e sindacale. Non tanto, però, da generare ciò che ci si sarebbe potuti aspettare da questa reale rivoluzione mondiale. In realtà era cambiato il mondo: non più la principale contrapposizione tra i blocchi, est-ovest, USA-URSS, ovvero capitalismo vs comunismo, con la variabile Cina e un’Europa che cercava (e cerca) di costituirsi come “massa critica” tra quei giganteschi competitor. Ora si trattava di comprendere come aggiustare molte cose della politica, e questo è accaduto in Italia, producendo anche ciò che è diventato il movimento grillino. In estrema e rozza sintesi.

L’oggi: Conte Giuseppe versus Grillo Giuseppe, il tema odierno. Due parole anche sul comico, che tale è restato anche quando ha deciso di riempire piazze che avevano bisogno di teatro, di vis comica, di frizzi e lazzi, urla e insulti, come in una “commedia dell’arte” di quart’ordine ed evidente sgangheratezza . Ce l’ha fatta alla grande, dal suo punto di vista, scandalizzando, provocando, urlando, sudando in mezzo a un popolo sempre più incazzato, finché il suo movimento delle Cinque Stelle si è presentato alle elezioni e ha ottenuto in breve risultati eccezionali: il 13% nel 2013, il 33% nel 2018, quasi, o poco meno, come la Democrazia cristiana e il Partito comunista dei tempi migliori negli anni ’75/ ’76.

Personalmente, e condividendo questa posizione con diverse persone con cui ho molte cose in comune, il movimento di Grillo non mi è mai piaciuto, qualcosa mi ha sempre disturbato, e anche offeso: le urla in piazza, che sono state anche la cifra della Rivoluzione francese quanto Luigi XVI fu catturato a Varennes, ma da quelle, direi, ontologicamente diverse; il disprezzo per le altrui opinioni; la tendenza all’auto-celebrazione e al narcisismo: la stessa auto-definizione di “elevato” mostra uno smisurato ego, che disturba assai, penso non solo me.

Da un lato, dunque, abbiamo l’attor comico immarcescibile di cui qualcosa abbiamo detto, e dall’altro, un avvocato d’impresa assurto ai fasti della grande politica. Ora, il loro conflitto rischia di spappolare il movimento diventato partito e di creare problemi al governo di Mario Draghi. Questo un po’ mi preoccupa, ma non mi dispera assolutamente. Se anche il partito-movimento si squagliasse, non verrebbero meno le convenienze dei parlamentari a non far cadere il Governo, e forse il numero dei voti ci sarebbero, anche se ne mancassero molti da parte del movimento stesso. E’ chiaro che personalmente mi dà da pensare un certo scivolamento “a destra” del baricentro della politica governativa.

Su questo, però, obietto a me stesso immediatamente: dire oggi “scivolamento a destra o a sinistra” va ridefinito in modo radicale, altrimenti significa assai poco. Un esempio: come può essere definita una deriva “di destra” l’iniziativa comune della Lega e del Partito radicale sul tema della giustizia, perché “a sinistra” si definisce tale iniziativa come un modo per rifiutare una qualsivoglia riforma. Non è così: che il sistema della giustizia sia in Italia in una profonda crisi istituzionale e morale, cosicché è indispensabile e urgente metterci veramente e rapidamente mano, per cui, in questo caso, la tradizione della cultura politica dei radicali, da sempre impegnati sul fronte della giustizia giusta, si è connessa con la potenza “da massa critica” della Lega per sollecitare, mediante un intervento del “popolo”, una vera e robusta riforma del settore.

Dire, come fa l’inaspettatamente assai debole segretario del PD Enrico Letta, che il referendum è qualcosa addirittura di dannoso, sarà di sinistra, ma, dico io, che sono di sinistra da prima di Letta (il quale è e resta intrinsecamente un democristiano), ma di una sinistra candidata alla sconfitta.

Torno, per finire, ai due personaggi principali di questo articolo, Grillo e Conte. Li ho definiti “sbagliati” e concludo ulteriormente motivando questo attributo. Se il tempo delle “piazze” grilline può dirsi finito, per ragioni di carattere sociologico (si pensi alla rapida esplosione delle “sardine” e alla loro altrettanto o più rapida scomparsa!): i fenomeni accadono per ragioni complesse e per concause spesso non evidenti, ma accadono, ci si deve chiedere dove Conte, se non si mette d’accordo con Grillo, possa “accasarsi” non solo politicamente, ché questo sarebbe facile (uno straccio di candidatura facile da qualche parte anche Letta gliela trova, vi ricordate quando Veltroni voleva candidare Di Pietro? Quante assurde stupidaggini nella storia della “sinistra”!). Il problema è quale possa essere una collocazione degna della sua autostima e del concetto molto alto che l’avvocato Conte ha di sé. Qui è il punto.

Un consiglio: e tornare allo studio legale? e/ o all’insegnamento cui ha titolo (anche se non occorre, caro Conte, inventare Dottorati di ricerca che non esistono o master americani altrettanto inesistenti)? Una scelta del genere è proprio un fallimento esistenziale? E’ una domanda che non rivolgerei mai a un “grillino medio”, perché ne trarrei una risposta assolutamente insufficiente e naturalmente colma di piaggeria di convenienza (basti ascoltare qualsiasi di costoro quando recitano la lezioncina del giorno davanti al microfono di un cronista); non la farei neppure a uno dei “capi” di quel partito, in quanto per varie ragioni tenderebbero a lodare Conte, riconoscendone qualità tendenti all’eccellenza, anche per non rischiare che trovi qualche altro modo per togliergli voti e ruoli. Ciò scrivendo, non voglio pessimisticamente affermare che nessuno di costoro sia, evangelicamente, un “puro di cuore” (Cf. Matteo 5, 8, delle Beatitudini), vale a dire semplicemente sincero. Tutt’altro. Se non altro per la statistica e perché le cose comunque vanno avanti, e non malissimo.

Tra i tanti altri, questi due signori sono “sbagliati” per la politica attuale, e lo dico sulla piazza mediatica dei miei lettori, sempre rispettoso delle scelte di ciascuno, in questo caso dei due citati, ma segnalando i miei dubbi, le mie perplessità e sperando scelgano di fare altro, nella vita. Per il bene dell’Italia. E non mi si dica che vi sono altri personaggi anche più perniciosi di questi due, perché lo so.

Una cosa alla volta.

RIZKO, un romanzo storico scritto a quattro mani da due amici, Fulvio e Renato, che hanno voluto dialogare con Rizko Abrams, David Abrams-Berkowitz e Alfredo Bastiani, in un viaggio del corpo e dell’anima, dal Dniepr a Lublin, poi a Crakow, a Kutná Hora, a Venezia, e infine a San Daniele del Friuli, con lo sfondo arche… mitico della Cerchia delle Montagne

Dove te ne vai, caro Rizko, lasciando le sponde del grande fiume che sfocia nel Mar Nero, non lungi da Odessa?

Il Dnepr o Dnipro si dice in russo: Днепр, Dnepr, in ucraino: Дніпро, Dnipro, in bielorusso: Дняпро [Dnjapro], in polacco Dniepr; in romeno Nipru; in italiano anche Boristene. 

Dove porti i tuoi cari, caro viandante, Ebreo errante, archetipo di tutti i viandanti in questa vita e nel mondo?

I cieli azzurri sono il nostro “contenitore”, anche se qua e là incombono nuvole, nuvole nel cielo e nuvole nelle nostre anime. Non sempre venti impetuosi riescono a cacciare lontano le nuvole, che allora restano sopra noi fino all’orizzonte, o fino alla soglia del nostro pensiero.

Siamo eternamente viandanti, caro Rizko, ed è come se ci potessimo incontrare da qualche parte, o sulla sponda del grande fiume che anni fa potei vedere in viaggio per Dnieprpetrovsk, oppure nella Galizia profonda, nella campagne di Lublin, ovvero, ancora, tralasciata Prag a occidente, già andiamo verso Kutná Hora o più a Sud, oltre le montagne.

Una volta scrissi che oltre le montagne, però viste da un Sud più vicino al mare, si narrano tante storie, ai bambini di sera, nelle lunghe invernate piene di neve, e di viandanti che arrivavano tutti intabarrati, diretti verso un dove sconosciuto anche a loro stessi… e di altri viandanti che parlavano un idioma duro, e portavano a Nord carretti pieni di oggetti di legno da vendere alle massaie, in quei villaggi sparsi per le vallate. Un andare e un venire da Nord a Sud, da Est a Ovest, ininterrotto, per secoli e secoli.

E un continuo raccontare nelle osterie, vicino ai focolari e a ceppi scoppiettanti. Ogni tanto si fermavano drappelli di soldati a pernottare, non sapendo se sarebbero sopravvissuti per giorni, per mesi o per anni, che il futuro misterioso presentava senza annunzi, ma solo con il rombo di cannoni o lo scalpitare di cavallerie nemiche.

Caro Rizko, sei passato attraverso polverose strade che ad autunno si infangano fino al perno delle ruote del tuo carretto e durava fatica l’asinella, con il tuo aiuto, a togliersi d’impaccio.

Hai lasciato eredi in Boemia, aggiunto un cognome, Berkowitz, hai lavorato tanto, anzi, i tuoi nipoti sono riusciti a vedere la luce di una sopravvivenza diversa. Hanno rischiato. E poi l’Italia, nientemeno che a Venezia, le sue luci, lo sbrilluccicare della laguna verdastra e più in fondo, oltre il Lido e Pellestrina, il Mare profondo. Qui, diventato Italiano, hai conosciuto il fiato della belva, che ha masticato i tuoi cari, e ti sei salvato per un nulla voluto dalla Provvidenza o dal caso, oppure dal tuo antico Signore degli eserciti, in cui non credevi più da tempo.

Infine hai amato, caro Alfredo Bastiani, le colline coperte di prati e di boschi del remoto Friuli, sconosciuto ai più, anche ai compatrioti, che lo confondono con il Veneto e non sanno se Utinum si trovi in pianura oppure oltre la Cerchia dei monti azzurrini che al tramonto tradiscono l’enrosadìra violetta. A San Daniele, dove si parla l’idioma duro e perfetto dei “Furlani” e dove il tuo mondo, caro Rizko, è riuscito a fermarsi e a riposare sulle rive di un piccolo lago, nel cimitero dei tuoi avi e dei tuoi nipoti, in mezzo alle morene antiche lasciate da ghiacciai primordi scolpiti dal buriàn, il vento da cui sei partito trecento anni fa.

…invece di chiacchierare in tv e di apparire sul web, perché i politici non imitano il Presidente Mattarella, mettendosi in fila in un centro di vaccinazione per mostrare quello che si deve fare, responsabilmente?… oltre ad essere maleducati in più occasioni. E altrettanto facciano i giornalisti, si mettano in fila per il vaccino, invece di blaterare tanto!

…me lo sto chiedendo: perché i politici non fanno quello che ho scritto nel titolo? Non sarebbe male vedere in fila Letta (eccolo di nuovo!) a braccetto con suo zio Gianni, Renzi, Conte, Dimaio, Boldrini, Fratojanni, Fornaro, Fico, Casellati, Salvini, Meloni, Tajani, Gelmini, Bernini, Zingaretti, Bonaccini, Zaia, Fontana, Cirio, Solinas, Serracchiani (a proposito della quale, si legga più sotto) Fedriga, Toti, Sala, Raggi, Appendino, Giani, Guerini, Lollobrigida, Orlando, Marcucci, Delrio, Berlusconi, Giorgetti, e compagnia cantante… tutti in fila come fanti, l’uno dietro e l’altro avanti, come recitavo in seconda elementare con la maestra Rolanda?

E anche qualche giornalista come Travaglio il prosopopaico, Mentana l’ex mitraglia, la Berlinguer seriosa, l’Annunziata che sembra sempre triste e compresa del suo ruolo, De Bortoli con la sua un po’ insopportabile allure alto borghese, la Gruber messa di traverso da trent’anni, Martinelli che respira ogni mezza parola detta, incomprensibile nella sua dizione zoppicante, Giorgino il sempre bambino, Semprini il rapsodico, la bella Spadorcia (veramente gradisco questa signora, e non poco, a differenza di altre colleghe sue), e poi ci sono gli ospiti pagati, psichiatri alla Crepet, molto esperto di ovvietà, docenti di fisica e matematica che si atteggiano a scienziati, ma non lo sono, e fanno magari i teologi, come Odifreddi, poliparlanti come Sgarbi, virologi e altri specialisti di arti mediche, che fanno a gara tra loro per dire l’ultima, di cui non cito alcun nome, etc., poi, siccome in generale ci sono in giro fra gli ascoltatori molti L.I.F.O., cioè Last In First Out, tradotto: l’ultima cosa ascoltata diventa quella vera, il guaio è veramente grosso.

Quanti disutilacci, quanti comportamenti, gesti, discorsi, parole isolate, ovvietà, ripetizioni, slogan, ci tocca sentire e vedere! Sembra che tutti abbiano letto la parte sulla comunicazione del Mein Kampf, dove il caporale Adolfo ci dà una chiave di lettura dell’intontimento generale dei Tedeschi fra il 1933 e il 1943/4/5, gregge manipolato à la Gustave Le Bon. Ma non hanno letto l’orrendo libro, anche se inconsapevolmente imitano il folle assassino con la loro miseria dialettica.

Meno mal che Draghi pare aver deciso che parli uno solo per informare sulle decisioni del Comitato Tecnico Scientifico sulla pandemia (forse il nostro furlàn Brusaferro) e uno solo per il Governo.

Variando il “menù”, mi sposto su Letta per due cose: ho trovato leggermente intempestivo il suo intervento sullo Jus soli, anche se condivido in linea teorico-pratica, e soprattutto etica, un progetto di vero e proprio “ripopolamento” dell’Italia. Non vi sono alternative: la situazione demografica e la cultura familiar-sociale dei nostri tempi molto difficilmente riporterà il dato statistico di sostituzione della popolazione in Italia alla percentuale del 2,1%, per cui, a meno che non immaginiamo un’Italia desertificata, non si può non considerare il tema dello Jus soli.

Necessario, dunque, ma anche eticamente fondato sul fatto che tutti gli umani sono Popolo della Terra (di egual dignità e diritti), di qualsiasi sua parte e territorio. La storia e anche i retaggi antecedenti, quelli che ci insegna la paleoantropologia, registrano spostamenti e migrazioni di popoli, e oggi non è diverso, anche se i mezzi di mobilità sono diversi da un tempo. In ogni caso ancora si vede l’uomo in cammino verso terre nuove e orizzonti più vivibili.

Chi sostiene il contrario è egoista e razzista.

L’altra lodevole citazione del neo-segretario del PD concerne la sua scelta dei vicesegretari. Mi soffermo soprattutto sulla vice-segretaria. Approvo, sottintendendo che Enrico non si è fatto incantare dagli occhi imploranti di Serracchiani, che ambiva, ambiva…, ma che noi Friulani ben conosciamo e non rimpiangiamo.

Un episodio che la riguarda: ero relatore in un convegno del mondo artigiano nel 2015 e lei, dopo aver fatto il suo intervento, di cui non ricordo un concetto che è uno, se ne è andata un attimo prima che intervenisse un caro collega, economista di vaglia. Lui, da gentiluomo, non fece un gesto di disapprovazione. Più tardi intervenni io. Se la donna presidente della mia Regione avesse piantato l’incontro un attimo prima del mio intervento, l’avrei fermata dicendole: “Presidente, si fermi ancora 10 minuti, le può essere utile ascoltare ciò che sto per dire”. Chissà che bel casino sarebbe successo! O forse no, muro di gomma, e nient’altro.

Joe Biden, un “democristiano” alla Casa Bianca

In queste settimane ho sentito parlare di Biden come di un socialista, a fini denigratori, perché negli USA essere socialista è quasi un peccato, vero senatore McCarthy o senatore Goldwater, o Mr. Trump? Vero, mestieranti nostrani dell’osservazione politica e militanti destrorsi dis-informati?

Mariano Rumor

In verità, Biden è un tipico politico democristiano di lungo corso, mi si consenta una forse strumentale metafora politica, e uso questa definizione “italiana” non a caso, come può ben capire il lettore esperto di storia contemporanea, il cui pensiero non è inficiato da una militanza acritica di destra.

Che cosa significa “democristiano”? Beh, potremmo scrivere un saggio dopo i mille e mille che sono stati scritti, della dimensione di un articolo socio-politologico oppure dello spessore fisico di un libro, che talora intimorisce per la complessità del testo e la ricchezza delle fonti. Si pensi solo a quello che è stato scritto in vita e soprattutto in morte di Aldo Moro!

Essere democristiano, per la storia italiana contemporanea, significa moltissime cose, che vanno collocate almeno in due tempi, il primo è quello della Democrazia Cristiana imperante, il secondo è quello del post, del post Tangentopoli, quando dagli stracci volati nacquero altri partiti e movimenti, che sono – sotto diverse spoglie e pezzi – arrivati fino a questo 2020.

Essere democristiano significa “stare in un centro politico” capace di agganciare, a seconda dei tempi (fino ai ’60) prevalentemente le destre, e successivamente le sinistre, fino ai comunisti.

Essere democristiano significa essere stati o Antonio Segni oppure Aldo Moro, essere stati a conoscenza di ipotesi di golpe militari, ovvero essere stati mentori del coinvolgimento del Partito Comunista nel governo, anche contro l’onnipotenza americana, anche a rischio della vita. E Moro pagò con la vita.

Essere democristiano (non posso non continuare a usare questa anafora) significa essere stati capaci di dialogare con i poteri forti, i grandi industriali e finanzieri, e nel contempo guidare il secondo maggiore sindacato dei lavoratori italiano (la Cisl).

Essere democristiano significa aver avuto la capacità di contemperare poteri e risorse, distribuendole a volte con equità e a volte ispirati (faccio per dire) da poteri mafiosi, paramafiosi o almeno da familisti amorali.

Essere democristiano significa, in ultima analisi, possedere abilità di mediazione e di governo.

Et de quo satis, etiamsi ultra procedere forsitan necesse...

E dunque, perché sopra ho descritto Biden come un democristiano sostanziale? Mi pare di poter sostenere questo paragone, poiché il politico democratico statunitense presenta una biografia politica e uno standing da mediatore strutturale, anche non privo di contraddizioni. Che il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America sia anche cattolico, e quindi consentaneo ai DC nostrani, è per me secondario rispetto ad altre categorie analitiche.

Molto semplicemente desidero spiegare i tre o quattro punti che Biden affronterà certamente con spirito di riforma.

Innanzitutto certamente metterà in sicurezza la riforma del welfare iniziata a metà degli anni ’60 dal presidente Johnson (ingiustamente ricordato solo per la guerra del Vietnam) e migliorata da Obama, che è stato peraltro un presidente molto mediocre in politica estera. Basti ricordare ciò che decise per la Libia.

In secundis, riprenderà negoziati positivi con l’Iran, e sperabilmente, anzi certamente darà una spinta ulteriore ai cosiddetti “accordi di Abramo”, memorabile come unica iniziativa positiva in quattro anni di presidenza di Trump di cui dirò più avanti in due righe.

In tertiis, Biden rientrerà negli accordi sul clima di Kioto e di Parigi, punto fondamentale per tutto il Pianeta.

Più in generale, sono certo che il Presidente eletto riprenderà a coltivare i rapporti con l’Europa che il bischero arricchito ed evasore fiscale ha frammentato e reso indecenti. Con Russia e Cina opererà un chiarimento, ché gli attuali rapporti bilaterali, sfrontatamente coltivati da The Donald sono incomprensibili.

Di Trump dico che rappresenta certamente quasi il 50% dell’America profonda e che questo dà da pensare in termini molto generali. E bisogna pensarci senza moralismi facili. Affermare che la figura-Trump sia impresentabile per assenza di cultura, cinismo e narcisismo alla potenza ennesima, non basta: bisogna chiedersi il perché di tanto seguito. Una delle ragioni è senz’altro il suo linguaggio “volgare” che “prende” i diseredati dal modello “democratico” dei clintoniani alla Hillary, che nel ’16 ha perso dal bischero, perché pochissimo convincente come politico attento alle esigenze dei moltissimi poveri, senza lavoro, e così via. Che abbiano votato Trump nel 2016 e ancora di più nel 2020 molti giovani, ispanici, neri e operai significa che il centrosinistra americano non “funziona” nel ruolo che dovrebbe avere di rappresentanza dei ceti più deboli.

Troppa Wall Street e troppo poco odore di officina tra i Democrats: un po’ lo stesso difetto (gravissimo) che caratterizza molta sinistra italiana attuale, che ha perso alla grande il contatto con i lavoratori del privato, che sono ancora, alla faccia di chi sostiene la fine del lavoro subalterno operaio/ impiegatizio dipendente, almeno venti milioni di cittadini.

Certo che il lavoro sta cambiando, certo che le dottrine della complessità portano la riflessione sociologica ed etica su lidi nuovi, ma è altrettanto certo che queste derive epocali passano per i decenni, portando con sé molto del passato senza conoscere bene (ovviamente) quello che sarà del futuro incipiente.

Ecco perché in questo pezzo parlo di un Biden “democristiano”: perché il suo modo “democristiano” di agire ricorda più i Rumor, i Moro e i Piccoli (non gli Andreotti e i Segni) di quanto si ponga a latere di un certo PD nostrano, che non è né carne né pesce, dove gli ex democristiani si sono fatti talora laicisti e molti degli ex comunisti non sono più neanche socialisti.

Ecco perché vedo con favore un Biden “democristiano” classico, capace di guardare il mondo a 360 gradi, come voleva fare, e in parte c’è riuscito, il nostro grande Alcide De Gasperi.

Le “conte” di Remigio e le stupidaggini dei giornalisti

Remigio viene con me in piscina a fare ginnastica antalgica. Lui deve essere più o meno sull’ottantina, massiccio, muscoloso, come deve essere uno che ha lavorato per quarant’anni nei manufatti di cemento. Alto forse un metro e settanta pesa novanta chili di forza pura. Niente grasso. Quadrato.

Le oche di Remigio

Parla quel veneto che è tipico dei confini con il Friuli storico, quello che si aggancia al friulano di Pasolini. E racconta racconta, forbito di parole essenziali, spesso onomatopeiche.

Remigio ha nell’aia oltre un centinaio di animali, fra pollame, conigli, oche, anatre, un’asinella e un maiale, che tiene in amicizia e non uccide personalmente. A quest’uopo ha uno stuolo di amici che provvedono alla bisogna. Lui non vuole né ammazzare né veder ammazzare gli animali. Quando gli racconto che io, come rito di passaggio, a ventidue anni, uccisi un maiale con un fucile, fulminandolo con un sol colpo, ha un moto a mezzo tra la paura e l’orrore.

Mi dice che l’asinella e il maiale dormono insieme e sembra dialoghino, in amicizia, e di questo si bea nel suo bucolico agreste angolo della campagna.

Remigio ama parlare anche dei decenni passati al lavoro, dove godeva della fiducia e dell’amicizia dei “paroni”. Là si sentiva a casa sua, nella ditta dove passava dieci ore al giorno, dove “contava”, forte della sua passione aziendale, che oggi nei testi di gestione del personale si chiama “commitment”, solito anglicismo alla moda. Noi Italiani siamo esterofili, forse connotati da complessi di inferiorità consolidati nei secoli. E pensare che l’Impero romano è di qui, il Rinascimento è di qui, Dante e Michelangelo sono di qui.

Ma che commitment e commitment! Diciamo passione, quella che Remigio ha sempre provato per la Ditta, per gli Animali che gli riempiono il cortile e la vita, per la Vita.

Tra le “conte” di Remigio e quelle di insigni giornalisti, scelgo le prima, non solo perché sono più interessanti narrativamente, ma anche perché sono più veritiere.

Un esempio? Stamani l’insigne Massimo Giannini, direttore non so di quale quotidiano titola (o fa titolare) il suo pezzo sulla situazione idrogeologica italiana “Annuncio di un’apocalisse futura”. Due errori, uno concettuale e l’altro filologico-etimologico: parlare di “annuncio” è come dire che qualcosa accadrà di nuovo, quasi necessariamente (ed è ciò che gli inglesi chiamano wishful thinking, cioè “profezia che si auto-avvera”); usare il termine “apocalisse” in luogo di “catastrofe” significa non conoscerne il significato, poiché, come è noto non solo a grecisti di chiara fama, “apocalisse” significa “rivelazione” e non “catastrofe”. Penso di avere scritto e spiegato questo almeno un centinaio di volte nei miei scritti e detti pubblici, che evidentemente non arrivano a questi culti signori.

Viva Remigio, e abbasso gli illustri signori della cronaca imprecisa e sciatta, là dove l’allure fa il paio con la noia, trista inimica dei giorni, da rifuggire con cura, magari nel rifugio delle conte di Remigio da Marignana, Friuli.

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