Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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RIZKO, un romanzo storico scritto a quattro mani da due amici, Fulvio e Renato, che hanno voluto dialogare con Rizko Abrams, David Abrams-Berkowitz e Alfredo Bastiani, in un viaggio del corpo e dell’anima, dal Dniepr a Lublin, poi a Crakow, a Kutná Hora, a Venezia, e infine a San Daniele del Friuli, con lo sfondo arche… mitico della Cerchia delle Montagne

Dove te ne vai, caro Rizko, lasciando le sponde del grande fiume che sfocia nel Mar Nero, non lungi da Odessa?

Il Dnepr o Dnipro si dice in russo: Днепр, Dnepr, in ucraino: Дніпро, Dnipro, in bielorusso: Дняпро [Dnjapro], in polacco Dniepr; in romeno Nipru; in italiano anche Boristene. 

Dove porti i tuoi cari, caro viandante, Ebreo errante, archetipo di tutti i viandanti in questa vita e nel mondo?

I cieli azzurri sono il nostro “contenitore”, anche se qua e là incombono nuvole, nuvole nel cielo e nuvole nelle nostre anime. Non sempre venti impetuosi riescono a cacciare lontano le nuvole, che allora restano sopra noi fino all’orizzonte, o fino alla soglia del nostro pensiero.

Siamo eternamente viandanti, caro Rizko, ed è come se ci potessimo incontrare da qualche parte, o sulla sponda del grande fiume che anni fa potei vedere in viaggio per Dnieprpetrovsk, oppure nella Galizia profonda, nella campagne di Lublin, ovvero, ancora, tralasciata Prag a occidente, già andiamo verso Kutná Hora o più a Sud, oltre le montagne.

Una volta scrissi che oltre le montagne, però viste da un Sud più vicino al mare, si narrano tante storie, ai bambini di sera, nelle lunghe invernate piene di neve, e di viandanti che arrivavano tutti intabarrati, diretti verso un dove sconosciuto anche a loro stessi… e di altri viandanti che parlavano un idioma duro, e portavano a Nord carretti pieni di oggetti di legno da vendere alle massaie, in quei villaggi sparsi per le vallate. Un andare e un venire da Nord a Sud, da Est a Ovest, ininterrotto, per secoli e secoli.

E un continuo raccontare nelle osterie, vicino ai focolari e a ceppi scoppiettanti. Ogni tanto si fermavano drappelli di soldati a pernottare, non sapendo se sarebbero sopravvissuti per giorni, per mesi o per anni, che il futuro misterioso presentava senza annunzi, ma solo con il rombo di cannoni o lo scalpitare di cavallerie nemiche.

Caro Rizko, sei passato attraverso polverose strade che ad autunno si infangano fino al perno delle ruote del tuo carretto e durava fatica l’asinella, con il tuo aiuto, a togliersi d’impaccio.

Hai lasciato eredi in Boemia, aggiunto un cognome, Berkowitz, hai lavorato tanto, anzi, i tuoi nipoti sono riusciti a vedere la luce di una sopravvivenza diversa. Hanno rischiato. E poi l’Italia, nientemeno che a Venezia, le sue luci, lo sbrilluccicare della laguna verdastra e più in fondo, oltre il Lido e Pellestrina, il Mare profondo. Qui, diventato Italiano, hai conosciuto il fiato della belva, che ha masticato i tuoi cari, e ti sei salvato per un nulla voluto dalla Provvidenza o dal caso, oppure dal tuo antico Signore degli eserciti, in cui non credevi più da tempo.

Infine hai amato, caro Alfredo Bastiani, le colline coperte di prati e di boschi del remoto Friuli, sconosciuto ai più, anche ai compatrioti, che lo confondono con il Veneto e non sanno se Utinum si trovi in pianura oppure oltre la Cerchia dei monti azzurrini che al tramonto tradiscono l’enrosadìra violetta. A San Daniele, dove si parla l’idioma duro e perfetto dei “Furlani” e dove il tuo mondo, caro Rizko, è riuscito a fermarsi e a riposare sulle rive di un piccolo lago, nel cimitero dei tuoi avi e dei tuoi nipoti, in mezzo alle morene antiche lasciate da ghiacciai primordi scolpiti dal buriàn, il vento da cui sei partito trecento anni fa.

…invece di chiacchierare in tv e di apparire sul web, perché i politici non imitano il Presidente Mattarella, mettendosi in fila in un centro di vaccinazione per mostrare quello che si deve fare, responsabilmente?… oltre ad essere maleducati in più occasioni. E altrettanto facciano i giornalisti, si mettano in fila per il vaccino, invece di blaterare tanto!

…me lo sto chiedendo: perché i politici non fanno quello che ho scritto nel titolo? Non sarebbe male vedere in fila Letta (eccolo di nuovo!) a braccetto con suo zio Gianni, Renzi, Conte, Dimaio, Boldrini, Fratojanni, Fornaro, Fico, Casellati, Salvini, Meloni, Tajani, Gelmini, Bernini, Zingaretti, Bonaccini, Zaia, Fontana, Cirio, Solinas, Serracchiani (a proposito della quale, si legga più sotto) Fedriga, Toti, Sala, Raggi, Appendino, Giani, Guerini, Lollobrigida, Orlando, Marcucci, Delrio, Berlusconi, Giorgetti, e compagnia cantante… tutti in fila come fanti, l’uno dietro e l’altro avanti, come recitavo in seconda elementare con la maestra Rolanda?

E anche qualche giornalista come Travaglio il prosopopaico, Mentana l’ex mitraglia, la Berlinguer seriosa, l’Annunziata che sembra sempre triste e compresa del suo ruolo, De Bortoli con la sua un po’ insopportabile allure alto borghese, la Gruber messa di traverso da trent’anni, Martinelli che respira ogni mezza parola detta, incomprensibile nella sua dizione zoppicante, Giorgino il sempre bambino, Semprini il rapsodico, la bella Spadorcia (veramente gradisco questa signora, e non poco, a differenza di altre colleghe sue), e poi ci sono gli ospiti pagati, psichiatri alla Crepet, molto esperto di ovvietà, docenti di fisica e matematica che si atteggiano a scienziati, ma non lo sono, e fanno magari i teologi, come Odifreddi, poliparlanti come Sgarbi, virologi e altri specialisti di arti mediche, che fanno a gara tra loro per dire l’ultima, di cui non cito alcun nome, etc., poi, siccome in generale ci sono in giro fra gli ascoltatori molti L.I.F.O., cioè Last In First Out, tradotto: l’ultima cosa ascoltata diventa quella vera, il guaio è veramente grosso.

Quanti disutilacci, quanti comportamenti, gesti, discorsi, parole isolate, ovvietà, ripetizioni, slogan, ci tocca sentire e vedere! Sembra che tutti abbiano letto la parte sulla comunicazione del Mein Kampf, dove il caporale Adolfo ci dà una chiave di lettura dell’intontimento generale dei Tedeschi fra il 1933 e il 1943/4/5, gregge manipolato à la Gustave Le Bon. Ma non hanno letto l’orrendo libro, anche se inconsapevolmente imitano il folle assassino con la loro miseria dialettica.

Meno mal che Draghi pare aver deciso che parli uno solo per informare sulle decisioni del Comitato Tecnico Scientifico sulla pandemia (forse il nostro furlàn Brusaferro) e uno solo per il Governo.

Variando il “menù”, mi sposto su Letta per due cose: ho trovato leggermente intempestivo il suo intervento sullo Jus soli, anche se condivido in linea teorico-pratica, e soprattutto etica, un progetto di vero e proprio “ripopolamento” dell’Italia. Non vi sono alternative: la situazione demografica e la cultura familiar-sociale dei nostri tempi molto difficilmente riporterà il dato statistico di sostituzione della popolazione in Italia alla percentuale del 2,1%, per cui, a meno che non immaginiamo un’Italia desertificata, non si può non considerare il tema dello Jus soli.

Necessario, dunque, ma anche eticamente fondato sul fatto che tutti gli umani sono Popolo della Terra (di egual dignità e diritti), di qualsiasi sua parte e territorio. La storia e anche i retaggi antecedenti, quelli che ci insegna la paleoantropologia, registrano spostamenti e migrazioni di popoli, e oggi non è diverso, anche se i mezzi di mobilità sono diversi da un tempo. In ogni caso ancora si vede l’uomo in cammino verso terre nuove e orizzonti più vivibili.

Chi sostiene il contrario è egoista e razzista.

L’altra lodevole citazione del neo-segretario del PD concerne la sua scelta dei vicesegretari. Mi soffermo soprattutto sulla vice-segretaria. Approvo, sottintendendo che Enrico non si è fatto incantare dagli occhi imploranti di Serracchiani, che ambiva, ambiva…, ma che noi Friulani ben conosciamo e non rimpiangiamo.

Un episodio che la riguarda: ero relatore in un convegno del mondo artigiano nel 2015 e lei, dopo aver fatto il suo intervento, di cui non ricordo un concetto che è uno, se ne è andata un attimo prima che intervenisse un caro collega, economista di vaglia. Lui, da gentiluomo, non fece un gesto di disapprovazione. Più tardi intervenni io. Se la donna presidente della mia Regione avesse piantato l’incontro un attimo prima del mio intervento, l’avrei fermata dicendole: “Presidente, si fermi ancora 10 minuti, le può essere utile ascoltare ciò che sto per dire”. Chissà che bel casino sarebbe successo! O forse no, muro di gomma, e nient’altro.

Joe Biden, un “democristiano” alla Casa Bianca

In queste settimane ho sentito parlare di Biden come di un socialista, a fini denigratori, perché negli USA essere socialista è quasi un peccato, vero senatore McCarthy o senatore Goldwater, o Mr. Trump? Vero, mestieranti nostrani dell’osservazione politica e militanti destrorsi dis-informati?

Mariano Rumor

In verità, Biden è un tipico politico democristiano di lungo corso, mi si consenta una forse strumentale metafora politica, e uso questa definizione “italiana” non a caso, come può ben capire il lettore esperto di storia contemporanea, il cui pensiero non è inficiato da una militanza acritica di destra.

Che cosa significa “democristiano”? Beh, potremmo scrivere un saggio dopo i mille e mille che sono stati scritti, della dimensione di un articolo socio-politologico oppure dello spessore fisico di un libro, che talora intimorisce per la complessità del testo e la ricchezza delle fonti. Si pensi solo a quello che è stato scritto in vita e soprattutto in morte di Aldo Moro!

Essere democristiano, per la storia italiana contemporanea, significa moltissime cose, che vanno collocate almeno in due tempi, il primo è quello della Democrazia Cristiana imperante, il secondo è quello del post, del post Tangentopoli, quando dagli stracci volati nacquero altri partiti e movimenti, che sono – sotto diverse spoglie e pezzi – arrivati fino a questo 2020.

Essere democristiano significa “stare in un centro politico” capace di agganciare, a seconda dei tempi (fino ai ’60) prevalentemente le destre, e successivamente le sinistre, fino ai comunisti.

Essere democristiano significa essere stati o Antonio Segni oppure Aldo Moro, essere stati a conoscenza di ipotesi di golpe militari, ovvero essere stati mentori del coinvolgimento del Partito Comunista nel governo, anche contro l’onnipotenza americana, anche a rischio della vita. E Moro pagò con la vita.

Essere democristiano (non posso non continuare a usare questa anafora) significa essere stati capaci di dialogare con i poteri forti, i grandi industriali e finanzieri, e nel contempo guidare il secondo maggiore sindacato dei lavoratori italiano (la Cisl).

Essere democristiano significa aver avuto la capacità di contemperare poteri e risorse, distribuendole a volte con equità e a volte ispirati (faccio per dire) da poteri mafiosi, paramafiosi o almeno da familisti amorali.

Essere democristiano significa, in ultima analisi, possedere abilità di mediazione e di governo.

Et de quo satis, etiamsi ultra procedere forsitan necesse...

E dunque, perché sopra ho descritto Biden come un democristiano sostanziale? Mi pare di poter sostenere questo paragone, poiché il politico democratico statunitense presenta una biografia politica e uno standing da mediatore strutturale, anche non privo di contraddizioni. Che il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America sia anche cattolico, e quindi consentaneo ai DC nostrani, è per me secondario rispetto ad altre categorie analitiche.

Molto semplicemente desidero spiegare i tre o quattro punti che Biden affronterà certamente con spirito di riforma.

Innanzitutto certamente metterà in sicurezza la riforma del welfare iniziata a metà degli anni ’60 dal presidente Johnson (ingiustamente ricordato solo per la guerra del Vietnam) e migliorata da Obama, che è stato peraltro un presidente molto mediocre in politica estera. Basti ricordare ciò che decise per la Libia.

In secundis, riprenderà negoziati positivi con l’Iran, e sperabilmente, anzi certamente darà una spinta ulteriore ai cosiddetti “accordi di Abramo”, memorabile come unica iniziativa positiva in quattro anni di presidenza di Trump di cui dirò più avanti in due righe.

In tertiis, Biden rientrerà negli accordi sul clima di Kioto e di Parigi, punto fondamentale per tutto il Pianeta.

Più in generale, sono certo che il Presidente eletto riprenderà a coltivare i rapporti con l’Europa che il bischero arricchito ed evasore fiscale ha frammentato e reso indecenti. Con Russia e Cina opererà un chiarimento, ché gli attuali rapporti bilaterali, sfrontatamente coltivati da The Donald sono incomprensibili.

Di Trump dico che rappresenta certamente quasi il 50% dell’America profonda e che questo dà da pensare in termini molto generali. E bisogna pensarci senza moralismi facili. Affermare che la figura-Trump sia impresentabile per assenza di cultura, cinismo e narcisismo alla potenza ennesima, non basta: bisogna chiedersi il perché di tanto seguito. Una delle ragioni è senz’altro il suo linguaggio “volgare” che “prende” i diseredati dal modello “democratico” dei clintoniani alla Hillary, che nel ’16 ha perso dal bischero, perché pochissimo convincente come politico attento alle esigenze dei moltissimi poveri, senza lavoro, e così via. Che abbiano votato Trump nel 2016 e ancora di più nel 2020 molti giovani, ispanici, neri e operai significa che il centrosinistra americano non “funziona” nel ruolo che dovrebbe avere di rappresentanza dei ceti più deboli.

Troppa Wall Street e troppo poco odore di officina tra i Democrats: un po’ lo stesso difetto (gravissimo) che caratterizza molta sinistra italiana attuale, che ha perso alla grande il contatto con i lavoratori del privato, che sono ancora, alla faccia di chi sostiene la fine del lavoro subalterno operaio/ impiegatizio dipendente, almeno venti milioni di cittadini.

Certo che il lavoro sta cambiando, certo che le dottrine della complessità portano la riflessione sociologica ed etica su lidi nuovi, ma è altrettanto certo che queste derive epocali passano per i decenni, portando con sé molto del passato senza conoscere bene (ovviamente) quello che sarà del futuro incipiente.

Ecco perché in questo pezzo parlo di un Biden “democristiano”: perché il suo modo “democristiano” di agire ricorda più i Rumor, i Moro e i Piccoli (non gli Andreotti e i Segni) di quanto si ponga a latere di un certo PD nostrano, che non è né carne né pesce, dove gli ex democristiani si sono fatti talora laicisti e molti degli ex comunisti non sono più neanche socialisti.

Ecco perché vedo con favore un Biden “democristiano” classico, capace di guardare il mondo a 360 gradi, come voleva fare, e in parte c’è riuscito, il nostro grande Alcide De Gasperi.

Le “conte” di Remigio e le stupidaggini dei giornalisti

Remigio viene con me in piscina a fare ginnastica antalgica. Lui deve essere più o meno sull’ottantina, massiccio, muscoloso, come deve essere uno che ha lavorato per quarant’anni nei manufatti di cemento. Alto forse un metro e settanta pesa novanta chili di forza pura. Niente grasso. Quadrato.

Le oche di Remigio

Parla quel veneto che è tipico dei confini con il Friuli storico, quello che si aggancia al friulano di Pasolini. E racconta racconta, forbito di parole essenziali, spesso onomatopeiche.

Remigio ha nell’aia oltre un centinaio di animali, fra pollame, conigli, oche, anatre, un’asinella e un maiale, che tiene in amicizia e non uccide personalmente. A quest’uopo ha uno stuolo di amici che provvedono alla bisogna. Lui non vuole né ammazzare né veder ammazzare gli animali. Quando gli racconto che io, come rito di passaggio, a ventidue anni, uccisi un maiale con un fucile, fulminandolo con un sol colpo, ha un moto a mezzo tra la paura e l’orrore.

Mi dice che l’asinella e il maiale dormono insieme e sembra dialoghino, in amicizia, e di questo si bea nel suo bucolico agreste angolo della campagna.

Remigio ama parlare anche dei decenni passati al lavoro, dove godeva della fiducia e dell’amicizia dei “paroni”. Là si sentiva a casa sua, nella ditta dove passava dieci ore al giorno, dove “contava”, forte della sua passione aziendale, che oggi nei testi di gestione del personale si chiama “commitment”, solito anglicismo alla moda. Noi Italiani siamo esterofili, forse connotati da complessi di inferiorità consolidati nei secoli. E pensare che l’Impero romano è di qui, il Rinascimento è di qui, Dante e Michelangelo sono di qui.

Ma che commitment e commitment! Diciamo passione, quella che Remigio ha sempre provato per la Ditta, per gli Animali che gli riempiono il cortile e la vita, per la Vita.

Tra le “conte” di Remigio e quelle di insigni giornalisti, scelgo le prima, non solo perché sono più interessanti narrativamente, ma anche perché sono più veritiere.

Un esempio? Stamani l’insigne Massimo Giannini, direttore non so di quale quotidiano titola (o fa titolare) il suo pezzo sulla situazione idrogeologica italiana “Annuncio di un’apocalisse futura”. Due errori, uno concettuale e l’altro filologico-etimologico: parlare di “annuncio” è come dire che qualcosa accadrà di nuovo, quasi necessariamente (ed è ciò che gli inglesi chiamano wishful thinking, cioè “profezia che si auto-avvera”); usare il termine “apocalisse” in luogo di “catastrofe” significa non conoscerne il significato, poiché, come è noto non solo a grecisti di chiara fama, “apocalisse” significa “rivelazione” e non “catastrofe”. Penso di avere scritto e spiegato questo almeno un centinaio di volte nei miei scritti e detti pubblici, che evidentemente non arrivano a questi culti signori.

Viva Remigio, e abbasso gli illustri signori della cronaca imprecisa e sciatta, là dove l’allure fa il paio con la noia, trista inimica dei giorni, da rifuggire con cura, magari nel rifugio delle conte di Remigio da Marignana, Friuli.

Claudio racconta… un anno di scuola o quasi

Claudio è un professore di storia e filosofia del liceo Jacopo Stellini di Udine dove insieme, nella stessa classe e sezione, la F, studiammo mezzo secolo fa, più o meno, e dove decenni dopo si è diplomata anche mia figlia Beatrice. Da tempo sto cercando memorie scritte di quegli anni e da quei compagni di scuola, e le sto trovando, a partire da quelle di Nando (o Ferdinando) C., il più famoso studente/ gerundio di quel tempo e storico tutore dei lavoratori, e di Sergio Di G., valoroso generale dell’Arma. La cara Daniela Z., per ora, è un’attenta lettrice di codeste prodezze letterarie. Per ora, perché spero di ricevere qualcosa anche da lei. E, chissà. magari anche da altri. Francesco, Alberto, Massimo, Ornella, Enrico…?

il Prof Claudio Giachin

Claudio ha voluto generosamente offrirmi questo racconto.

“Claretta Moro insegnava lettere al ginnasio, aveva avuto un incarico annuale. La sua classe era la più sventurata e sballottata della scuola. Dapprima era stata sistemata in soffitta in uno stanzino, poi nell’atrio rivolto verso via Cairoli. Venne innalzato un separè alto non più di 2 metri per separarla dal corridoio ma non dal trapestio e dal vociare di studenti, insegnanti e bidelli. In quella V ginnasio c’era uno studente ancora un po’ timido che Claretta prese a ben volere e ad additarlo alla classe come esempio di impegno e profitto. Le premure della docente un po’ inorgoglivano il giovane un po’ lo infastidivano. La grande passione di Claretta erano I Promessi Sposi; un giorno uno studente sinceramente devoto portò in classe Famiglia Cristiana e lesse un articolo che rivelava che nel pranzo dal Conte Zio erano state mangiate delle polpette di carne di venerdì. Il caso era serio dal punto di vista teologico perché lo studente sosteneva che Manzoni era caduto in peccato e probabilmente nella confessione lo aveva scordato compromettendo la salvezza.

Naturalmente Claretta sosteneva che Manzoni non aveva mangiato le polpette bensì i suoi personaggi ed era perciò innocente, ma la classe provocatoriamente era di diverso parere. La discussione tenne banco per un paio di settimane. Un giorno, a insidiare il candore degli allievi, si presentarono degli studenti universitari con dei volantini con i quali, a sostegno della richiesta di una Università a Udine, veniva proclamato uno sciopero per il giorno successivo. Claretta mise in guardia la classe dal seguire gli inviti allo sciopero di quei pericolosi sobillatori. (Il professor Petracco ex partigiano e stimato docente di greco e latino faceva parte del comitato per l’Università anche se certamente non era tra i fautori della manifestazione).  Il giorno della manifestazione, fuori dal Liceo, nel luogo di raduno della classe, si svolse un autentico dramma: le ragazze scongiuravano alcuni sciagurati dall’intraprendere una azione così pericolosa. Claretta avrebbe sofferto molto.

La giornata di fine novembre era insolitamente soleggiata e non fredda e invogliava a trascorrerla in compagnia nelle vie cittadine Non ci furono dilemmi amletici da sciogliere, il cocco della professoressa con altri due scavezzacolli disertò la scuola. Il giorno dopo Claretta chiese ai reprobi la giustificazione che nessuno aveva. Ritirò i libretti e scrisse una lunga nota ammonitrice. Scagliò poi con rabbia il libretto contro il suo preferito con l’intenzione di colpirlo tanta era la delusione provata. Il libretto cadde in un angolo della classe e lì rimase per tutta la durata delle lezioni. Il clima si fece pesante: si fronteggiavano una pedagogista che lanciava occhiatacce cattive da una parte e dall’altra uno studente con un senso d’orgoglio smisurato che non voleva piegarsi all’umiliazione di raccattare il libretto. Alla fine delle lezioni fu un’allieva a raccogliere il libretto e a consegnarlo al compagno.

Hegel sosteneva che la lettura mattutina dei giornali era una forma di preghiera laica. Si parva licet, nella classe di Claretta la lettura quotidiana intensiva dei Promessi Sposi era un atto di fede recitato giorno dopo giorno. Nessuno stupore il tema in classe di quel mese riguardò proprio la “fede” del Manzoni e il significato di “Divina Provvidenza”. L’incauto studente non si lasciò sfuggire l’occasione per scrivere “Non credo quia absurdum est”. Non scrisse proprio così nell’elegante lingua latina, ma in un volgare più prosaico e rozzo. Scoppiarono lampi e fulmini, la madre dell’imprudente venne chiamata a un colloquio urgente. “Suo figlio è un ateo senza Dio, se continuerà così diventerà un delinquente” Le madri hanno un debole per i figli maschi e non vedono le loro pericolose inclinazioni e tendono a giustificarli. “Mio figlio ha tanti difetti ma non penso abbia una tendenza a delinquere”.

Per fortuna Claretta ignorava che il miscredente era cresciuto nella prima infanzia nell’osteria del nonno socialista, dove la domenica si giocava accanitamente a briscola e a tresette, in un crescendo di imprecazioni rivolte all’Altissimo e alla di lui Madre. Il bimbo conosceva benissimo tutte le bestemmie degli avventori ma i genitori e il nonno gli vietavano di profferirle. Se Claretta lo avesse saputo chissà cosa sarebbe successo. Per Claretta valeva il detto “Nulla salus extra Ecclesiam” e l’allievo non era propriamente un frequentatore dei riti cristiani. Nei giorni seguenti avvenne una strana e imprevista metamorfosi: l’ottimo allievo si era trasformato in un viscido e pericoloso eretico. Anche i voti mutarono: gli otto si trasformarono in due più,

Claretta riponeva ancora una debole speranza nel suo ravvedimento. Venne poi un giorno nel quale consigliò alla classe di acquistare un eserciziario di latino non previsto. Il giovane si fece dare dalla madre i soldi per l’acquisto ma entrato in libreria dimenticò subito il motivo per cui era lì. Gli scaffali pieni di libri erano una tentazione troppo forte e il giovane debole non seppe resisterle e se ne uscì con alcune tragedie di Shakespeare. Un giorno Claretta decise di interrogarlo in latino anche se il voto era già deciso. L’allievo consegnò il quaderno con le versioni fatte ma chiese il libro a un compagno. Errore fatale. “Come non hai il libro”? “Lo hai comprato”? L’ingenuo rispose: “L’ho cercato ma era esaurito”. “In quali librerie sei stato”? “Da Tarantola e alla Moderna”. Il volto di Claretta si fece paonazzo, scagliò la sedia dietro di sé e uscì con passo deciso e veloce dalla classe. Tutti erano sbigottiti. Rientrò dopo aver telefonato alle librerie e disse: ”Da Bruni il testo era disponibile; portami il libretto e ti metto due per l’interrogazione”.

La considerazione del bugiardo era scesa ancora dal due più al due netto. Ciò voleva certo dire che il caso era senza speranza. Adesso porta la richiesta di sospensione di cinque giorni dal vicepreside per la firma. Longo il vicepreside ricevette l’allievo gettandogli occhiate severe e fulminanti e non ascoltò giustificazioni di sorta. Che fare? La pedagogia correttiva di Claretta era certamente fondata sulle migliori intenzioni. Ma la perseveranza dell’allievo nell’errore e nei cattivi comportamenti richiedeva solo punizioni severe. Lo sventurato era davvero dispiaciuto e non voleva recare un dolore così forte ai suoi genitori. Decise così di frequentare un bar di via Manin ritrovo della crema dei “marinatori” udinesi. Si sa l’ozio è il peggiore dei vizi ma in questa circostanza consentiva allo studente di passare le mattinate con spensieratezza, senza rischi scolastici e con marpioni che ne conoscevano una più del diavolo.

Passarono i giorni di sospensione e anche altri finché il giovane avvertì nel profondo della coscienza una voce che lo consigliava di affrontare con coraggio le tempeste scolastiche. Un giorno attese l’uscita di Claretta dalla scuola e le comunicò la buona intenzione di riprendere a frequentare il Liceo. Claretta si premurò di avvertire subito i genitori del pentito che venne redarguito severamente a casa. Il giorno dopo, accompagnato dalla madre, varcò i portoni della scuola ma Claretta si rifiutò di accettarlo in classe. Il certificato medico presentato era palesemente un falso in atto pubblico e la professoressa non voleva essere complice di un così grave reato. La madre andò allora dal preside Vigevani che ritenne prevalente il diritto allo studio e ordinò il rientro in classe. Non ci fu nessuna benevola accoglienza. Il piccolo delinquente doveva essere isolato dal resto dei suoi compagni.

Così gli fu ordinato di isolarsi in un banco singolo in fondo alla classe e contemporaneamente a tutti gli altri allievi fu comandato di avanzare con i banchi in modo da lasciare un discreto spazio vuoto tra il confinato e le “animulae vagulae blandulae”. Non contenta di ciò, a queste ultime vietò, pena provvedimenti, di rivolgere la parola a un così pericoloso eretico e corruttore. Pochissimi furono i coraggiosi che, quando non visti, violarono il divieto. Il rendimento scolastico reale finì con il coincidere con il giudizio a priori di Claretta. Passarono giorni di solitudine, di mestizia e di rassegnazione. Venne marzo e la madre venne di nuovo convocata e informata della decisione già presa da Claretta di bocciare l’incorreggibile e la consigliò di ritirare il figlio. Forse così si sarebbero preservati meglio gli allievi dalle cattive influenze.

Così avvenne e dopo un’estate passata tra i libri l’anno scolastico venne superato in tutte le materie positivamente con una media del sette meno. Claretta faceva parte della Commissione d’Esame ma non mostrò né accanimento né risentimento. Ci fu un momento durante l’esame di riparazione di vero imbarazzo. In un momento di scarsa presenza mentale Claretta fece una domanda sul passerotto di Lesbia “Passer, delicae meae puellae”… Subito però si riprese, confortata dalla commissaria di francese. Chissà come avrebbe tradotto “passer” quel malandrino! Accortasi della domanda sconveniente riformulò la richiesta: “Parlami di Sirmione “Paene insularum, insularumque ocelle”… e dell’importanza che riveste nella poetica di Catullo. In questo caso le commissarie non si avvidero dell’ambiguità dell’incipit del carme. L’allievo però tradusse correttamente quel paene e quel che seguiva. Superata la prova chiese di essere iscritto in una nuova sezione la I F del Liceo temendo un nuovo incontro ravvicinato con Claretta e invece non la rivide più essendo ella approdata su altri lidi scolastici.”

Non occorrono commenti. La vita del nobile Liceo Ginnasio, ancorché un tempo imperial-regio, così scorreva in quegli anni, anche come la racconta argutamente l’amico Claudio, quando eravamo fanciulli spensierati, ma non troppo, ché alle porte stava arrivando la Rivoluzione.


Da immemorabili tempi le cronache estive hanno il loro “giallo”, dai tempi dello “scandalo Montesi/ Piccioni”, delle vicenda di Fenaroli/ Ghiani e Maria Martirano, dai tempi del delitto del bitter di Arma di Taggia… è come se il popolo dei lettori abbia bisogno di qualcosa di diverso, di piccante, e misterioso, di peccaminoso e delittuoso, di drammatico o addirittura di tragico, poiché il “male” permea la vita dell’uomo, inevitabilmente, facendo anche – a volte – risaltare il bene

Quest’anno il fatto è collocato in Sicilia, tra Messina e Caronia. Protagonisti: una gradevole signora poco più che quarantenne dal sorriso smagliante (almeno sul web), il suo figlioletto quattrenne, entrambi trovati morti dopo giorni di ricerche vane, il marito un po’ trendy, le comunità locali, gli inquirenti, i volontari che si offrono per ricercare i primi due scomparsi in modo finora inspiegabile, il carabiniere in pensione che trova un corpicino “dove nessuno lo stava cercando” (parole sue un po’ indispettite), e l’ambiente, meravigliosamente estivo, siculo fin nel profondo, con il mare a portata di sguardo, il Tirreno profondo, e una piramide in ferro brunito, definita “misteriosa” da giornalisti privi di ampiezza lessicale. Tutt’intorno la boscaglia, la macchia, i maiali neri dei Nebrodi mescolati geneticamente ai cinghiali, un territorio semi-collinoso definito “impervio” da qualcuno, aggettivo che a me, abituato alle impervietà vere delle rocce e di erti pendii alpini, sembra esagerato. Un territorio che percorrerei con le infradito, che non ho mai usato.

Lo strano comportamento di chi ha visto la donna e il bimbo incamminarsi verso la boscaglia. Zitti, muti come cospiratori. Nessuno telefona ai carabinieri, al 118, nulla.

E poi lo stuolo di “esperti” o reputati (e sé reputanti tali) tali in tv e sul web, la criminologa seriosa, lo psichiatra dal cachet sempre splendido, le domande falsamente insidiose dei conduttori, emblemi di una mediocrità comunicativa evidente. Farei anche dei nomi, ma li ho fatti altrove, precedentemente. E il lettore mio sa a chi mi riferisco. E la noia incombe.

Che è successo realmente? Il super esperto di psiche afferma con fare annoiato che una “mamma” con quei conclamati (da quando?) problemi psichici non la si lascia portare via in auto un bimbo come Gioele. La criminologa, come sempre assai compunta, si distingue per una pretesa maggiore profondità di ragionamento, a sentir lei. Pagati tutti e due per dire cose che poteva intuire anche mia nonna. E ogni giorno la vicenda è in prima pagina, sia sui media di carta, sia su quelli telematici, accanto ai nuovi contagi Covid, a Lukascenko e a Trump/ Biden, in base a una per me assai discutibile gerarchia di importanza.

Siamo seri: alla fine, che importanza nazionale può avere la vicenda di Caronia per meritare tutta questa attenzione mediatica? Rispondo in base a diverse prospettive: 1) da un punto di vista etico/ filosofico personalista e teologico, la vicenda ha importanza assoluta, perché ogni (dico “ogni”) vita umana ha un valore assoluto. Ma subito obietto: e le altre migliaia di bimbi che ogni santo giorno si ammalano, son sempre più denutriti e muoiono in molte zone del mondo? Di loro si parla per numeri, non per nomi. Delle donne poi che dire? quante sono maltrattate, picchiate, stuprate, vilipese in qualsiasi modo, mutilate e uccise, mentre parliamo della (bella?) disk jockey? 2) da un punto di vista politico, la vicenda ha ben poca rilevanza; 3) da quello socio-culturale, appartiene al novero dei fenomeni attinenti agli attuali modi di vivere, frenetici e disordinati, e perciò non indica particolarità significative; 4) dal punto di vista mediatico, tutto cambia, perché l’insistenza con la quale se ne parla, contribuisce ad enfiarne l’importanza, la centralità nella gerarchia delle notizie, perché incuriosisce interpellando morbosità insite in molti, forse in quasi tutti. Ecco, è la dimensione mediatico-commerciale e quindi economica che muove la vicenda. E questo fa un po’ di tristezza. Mi viene da dire una cosa che attesta la mia scarsa simpatia per gli esperti convocati dalle tv: che cosa farebbero questi signori&signore se, specialmente d’estate, non accadessero fatti così sfiziosi, ancorché tragici? Non lo so.

Nel novero dei protagonisti della vicenda una sola persona mi ha convinto, per la scarna frase pronunziata e per il comportamento, cioè il carabiniere in pensione che ha trovato lavorando solo due o tre ore, il corpicino: alla domanda circa “come avesse fatto a trovarlo così rapidamente“, ha risposto lapidario: “Ho cercato dove gli altri non hanno cercato. Punto“. per dire che non ammetteva né repliche né commenti.

Ecco, un altro punto. Dopo venti giorni nei quali forze dell’ordine e volontari cercavano senza trovare un corpo di bimbo in una zona che è fuorviante definire “impervia” (sopra ho spiegato che cosa ragionevolmente si possa onestamente intendere per “impervio”), una persona veramente esperta, competente e disinteressata, ha risolto un caso che decine di altre persone non riuscivano a concludere in intere giornate di ricerca.

Caro lettore, sai che proprio non mi capacito? Non capisco, non riesco a comprendere come la cosa si sia risolta in questo modo. Battendo il territorio con metodo, con gruppi che avanzano in riga orizzontale e visitano ogni anfratto del rettangolo di territorio destinato, per poi spostarsi su un altro rettangolo, metodicamente, fino a coprire una superficie che ragionevolmente avrebbe potuto contenere tutto il girovagare della donna… quanto? dieci o quindici km quadrati? Un rettangolo di due/ tremila metri per sei/ settemila?

Proprio come si vede fare nei thriller americani, che pare siano più documentati del nostro reality. Ecco, mi è parso che le tv abbiano trasmesso un reality senza pagare nessuna comparsa, perché tutti erano più o meno tali.

I vergognosi 600 euro

Ferma restando la responsabilità individuale dei babbei che li hanno richiesti, i 600 euro, la colpa di questo skàndalon (in greco antico significa “pietra d’inciampo”) è di chi ha legiferato, da Giuseppe Conte in giù, con i suoi arroganti DPCM, e adesso cerca di moraleggiare e moralizzare, cioè di Salvini, pur dall’opposizione, che ora minaccia di sospendere e di non ricandidare i reprobi presenti tra i suoi, e Di Maio, ma sono i soliti noti, cioè di un Crimi, dell’ineffabile Laura Castelli tra altri (numerosamente presenti nel mondo che Grillo ha suscitato all’essere-in-qualche-modo-nel-mondo), quest’ultima incapace di cogliere questa occasione per stare zitta e non farsi ulteriori danni, non tanto dei cinque o sei poveri in spirito (non in senso “matteano”, però, e lascio al gentil lettore l’esegesi del termine, eh eh), tra cui due friulani, tali Mattiussi e Tondo (che fa finta di non conoscermi quando mi incrocia per strada, pur avendo fatto un pezzo di strada politica in qualche modo assieme qualche decennio fa). Poveretti.

Umberto Eco, fu il primo ad accorgersi della platea enorme degli imbecilli del web (e non solo)

Il popolo è incazzato, e a giusta ragione, ma questa incazzatura non basta. Dovrebbe inquietarsi (il Popolo, cioè io, tu, gentile lettore) con gli inabili che legiferano, non sapendo o non volendo sapere il senso delle norme che emanano. Rifaccio un ragionamento, più volte qui proposto: se chi emana una norma non ne conosce gli effetti è gravissimo, anche più grave del caso nel quale conosca la valenza di ciò che decide, ma decide deliberatamente per ottenere suoi scopi. Mi spiego meglio: è più pericolosa la stupidità e l’ignoranza ignorante, in questo caso colpevole, che non la pura malvagità.

In tema: qualcuno pensa che – in questa vicenda – si sia proceduto ad operare per “sputtanare” ulteriormente i “politici”, onde favorire il “sì” al prossimo referendum confermativo concernente la riduzione dei parlamentari. Come se i mestieranti della politica avessero bisogno di essere ulteriormente denigrati. Ma io non credo all’esistenza di queste sottigliezze, perché presuporrebbero un’intelligenza e una cultura politica che gli attuali “rappresentanti del popolo” non possiedono.

Al referendum del 20 e 21 settembre prossimi io voterò sì, perché sono convinto che 600 (400 deputati e 200 senatori) bastino a rappresentare il Popolo italiano, e non siano necessari tutti gli attuali 950 circa. Non è una questione numerica, ma di qualità, che da qualche decennio latita sempre più nel personale politico italiano. Dopo “tangentopoli”, il livello medio dei politici italiani si configura, oso dire, sul modello dipietrista, randellatore e giustiziere dei “vecchi” politici, ma modello di qualità molto inferiore ai “perdenti” di quel tempo. Questi “nuovi” non conoscono neppure l’abc del Diritto costituzionale e parlano, i più, un italiano approssimativo.

Ridicoli diventano poi, quando nel dibattito parlamentare devono pronunziare qualche parola in inglese, oppure quando “ci rappresentano” all’estero. Per fare il Ministro degli esteri, caro lettore, non pensi (e scusa la dimanda rettorica), che sarebbe necessario parlare un buon inglese? Almeno, dico. Nell’Italia liberale prefascista i politici, tutti, conoscevano francese e inglese, e spesso il tedesco. Mi si dirà: erano quasi tutti benestanti o nobili… sì, ma avevano anche voglia di studiare.

Confesso il mio imbarazzo quando ascolto anche alti rappresentanti istituzionali, specie se provenienti dal Movimento roussoviano-perlamordidio. Ripeto qui, dopo averlo mostrato in un pezzo precedente: a mio parere J.-J. Rousseau è stato uno dei più mediocri e pericolosi filosofi de fra il ‘700 e l’800. Quando il ragionier Casaleggio lo ha proposto come riferimento ideologico- culturale per il suo movimento ha manifestato tutta la temeraria approssimazione di una non-conoscenza della filosofia.

Tornando al tema dei 600 euro alle partite Iva, consiglierei ai miei cari lettori, di andare a leggersi le motivazioni / ragioni della scelta di chiederli all’Inps. Uno, che qui non ri-cito, ha spiegato che sono serviti a pagare spese delle attività economiche personali e familiari, ma mi vien da ridere: 600 euro!!! Che cosa risolvo con 600 euro? Cosa paghi? Te lo dico subito mio gentil lettore: una  cifra del genere basta a malapena a pagare gli oneri indiretti di uno junior che percepisce meno di 1000 euro netti al mese. Si dà il caso che il signore di cui sopra abbia un paio di decine di dipendenti… Stiamo evidentemente scherzando, caro furbacchione, ma poco accorto, di Forza qualcosa. Capace di dire subito dopo che, se lo vogliono fuori, lui cambia ancora partito, come ha già fatto un’altra volta, quando uscì dalla Balena bianca, mi pare.

Il tema è dunque morale, o etico nella sua struttura ontologica di atto umano libero. Questi signori, consiglieri regionali e / parlamentari, con emolumenti che vanno da 10.000 a 13/ 14.000 euro netti al mesi, si sono disturbati a chiedere all’Inps 600 euro. Da non credersi. Costoro non si sono minimamente posti la domanda etica: è plausibile che io, in questa situazione, e nelle condizioni in cui mi trovo (obiettivamente molto buone e di gran lunga migliori di quelle in cui si trovano la maggior parte degli Italiani) abbia pensato di inviare all’Inps la domanda per ottenere quanto per milioni di altre persone potrebbe essere vitale?

No, non si sono posti questa domanda. Il loro cinismo e un egoismo senza aggettivi li colloca in un girone di peccatori che il Poeta ha drammaticamente tratteggiato: “Oh cieca cupidigia e ira folle/ che si ci sproni nella vita e ne l’etterna poi si mal c’immolle!”. Così Dante scrive nel XII Canto dell’Inferno (vv. 49-51).” Con tali versi Dante spiega come l’avidità di beni materiali e la rabbia (rivolta alle persone) guidino l’animo degli uomini anche ad azioni molto violente, non solo all’oppressione degli altri.

Cupidigia o avarizia, il terzo vizio per gravità, secondo la Teologia morale di Tommaso d’Aquino, subito dopo – nel male – l’inarrivabile superbia e la truce invidia.

Non che i beoti richiedenti i 600 euro appartengano al girone degli avari della terra, ma forse si sono già in cammino verso quelle plaghe. Possono ancora tornare indietro, se vogliono.

L’uso imbecille della metafora

So da quando ho iniziato a scrivere che la metafora è il respiro dello spirito, o se non dello spirito, almeno della qualità letteraria.

metafora paradossale


Sappiamo che l’ars rethorica, dai tempi di Aristotele nel mondo greco e di Quintiliano in quello latino, la definisce come traslato, cioè un modo-di-dire che rinforza il concetto attraverso l’immaginazione. Bene.

E’ presente in tutte le letterature occidentali derivanti dal greco e dal latino. Se ne fa uso, sia nei testi raffinati dei romanzi, sia nel linguaggio quotidiano, a proposito del quale si pensi all’espressione “non rompermi i c.”, dove la “c” è l’iniziale di un termine notissimo a tutti. Metafora.

La metafora (dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto») in scienze linguistiche è un tropo, o, come abbiamo detto sopra una figura retorica di significato, implicante un trasferimento del significato stesso. Solitamente la metafora dovrebbe essere utilizzata per dare maggior forza ed espressività al discorso, verbale o scritto che sia. Non si deve confondere con la similitudine, che solitamente è introdotta dall’avverbio “come”, lasciando così al lettore e all’ascoltatore la possibilità totale di interpretazione.

Non importa che il termine metaforico appartenga all’area semantica del termine letterale richiamato, anzi, più lontani sono i due campi semantici e più efficace risulta la metafora.

Aristotele è stato forse il primo autore a trattare sistematicamente della metafora, nella sua Poetica, dove scrive che la metafora è un “trasferimento a una cosa di un nome proprio di un’altra o dal genere alla specie o dalla specie al genere o dalla specie alla specie o per analogia“. Alcuni esempi aristotelici, citando Omero: quando la metafora passa dal genere alla specie, “ecco che la mia nave si è fermata“, giacché “ormeggiarsi” è un certo “fermarsi“; dalla specie al genere, “e invero Odisseo ha compiuto mille e mille gloriose imprese“, giacché “mille” è “molto“; da specie a specie, “con il bronzo attingendo la vita” e “con l’acuminato bronzo tagliando“, giacché là Omero chiama “attingere” il “recidere“, mentre nel secondo caso chiama “recidere” l'”attingere”, perché ambedue i verbi rientrano nel toglier via qualcosa”… (Odissea 1457b).

Figure di significato diverso, anche se apparentate alla metafora sono la metonimia e la sineddoche. Queste figure mettono in collegamento due cose simili, come nel caso seguente “bevo una lattina di birra“, oppure “Amo Dante“, dove è chiaro che si beve il contenuto della lattina e che si apprezza la poesia dantesca.

Un’altra figura apparentata alla metafora si può considerare l’allegoria, la quale si dispiega nel paragone fra la cosa che si intende trattare con il racconto metaforico che se ne fa: un esempio può essere quello delle parabole evangeliche o dei miti classici.

Vi sono stati periodi nei quali la metafora è stata molto in auge, come durante la letteratura barocca, secentesca, oppure nel periodo di fine ottocento, quando l’immaginazione, fosse quella del padre gesuita Daniello Bartoli, che descriveva viaggi mai compiuti, o quella di Gabriele D’Annunzio.

Personalmente ritengo che, se si vuol comprendere meglio il valore di questa essenziale figura retorica, evitando di utilizzarla in modo sbagliato, e talvolta barbaro, perché frutto di probabile pigrizia o, peggio, di impreparazione, si studi il filosofo francese nostro contemporaneo Paul Ricoeur.

Mentre, per contro, soprattutto in questa fase strana che stiamo vivendo, la metafora è diventata un fatto di bulimia espressiva, specialmente sulla stampa e nei media in genere. I giornalisti la usano a palate, infastidendo moltissimo uno come me che solitamente è attento alle parole e alle espressioni che si usano.

Alcuni esempi: “Siamo in guerra“, “Le città sono spettrali“, “Il mostro” (riferito al Covid-19), “Lottare a mani nude“, “E’un’apocalisse” (con l’ennesimo uso improprio di un termine che non significa catastrofe o disastro o cataclisma, ma rivelazione, come ho scritto e detto settanta volte sette, ed ecco un esempio di metafora evangelica, tratta da un loghion con il quale Gesù risponde a una domanda di Simon Pietro circa il numero di volte che il credente è tenuto a perdonare a chi l’offende, espressione che sta in luogo di “sempre”, ovunque, ma niente, i giornalisti e soprattutto i titolisti continuano imperterriti) e molte altre. L’uso di queste espressioni serve solo a creare più ansia, più agitazione, e sono perfettamente inutili, perché non hanno alcun valore comunicativo, in quanto fuorvianti e distorcenti la realtà.

Suvvia, cari narratori improvvisati ed improbabili, emendatevi!

Il tenente colonnello Petrov e altri silenti eroi

Il tenente colonnello Stanislav Petrov potrebbe essere stato il salvatore delle nostre vite qualche decennio fa, diciamo mezzo secolo. L’amico professor Massimiano Bucchi ne parla in un libro interessantissimo pubblicato recentemente da Rizzoli, Sbagliare da professionisti. Storie di errori e fallimenti memorabili. Uno di questi “errori” sarebbe stato fatale, se commesso.

Anno 1983 nella base missilistica di Serpukhov-15 a centotrenta chilometri da Mosca suona un allarme: l’allarme predisposto per allertare l’esercito e l’intera Nazione sovietica nel caso di un attacco missilistico nucleare da parte degli USA (si era in piena guerra fredda ed echeggiava nell’aria ancora la crisi dei missili di Cuba). Capo del Partito e dell’intera Unione Sovietica era Jurij Andropov. Un comunista pragmatico, a modo suo, un uomo del popolo. Presidente degli Stati Uniti era Reagan. Personaggio controverso, del partito repubblicano.

Il tenente colonnello Petrov, analista di sistemi d’arma, avrebbe dovuto dare l’allerta, ma ebbe dubbi perché i missili annunciato dal sistema non erano un fascio di decine e decine, ma solo… cinque. L’attacco avrebbe potuto essere “vendicato” rapidamente, perché i Russi avevano un numero di testate nucleari pari agli Americani e vettori in grado di farle partire dalla Siberia per giungere in Nordamerica in meno di mezz’ora, e in Europa occidentale in dieci minuti. E Stanislav Evgrafovič  non allertò nessuno, ma aspettò, nonostante sudasse freddo e gli astanti lo guardassero terrorizzati. Passarono venticinque lunghissimi minuti, dopo i quali non accadde nulla. Il sistema aveva sbagliato. Petrov quel giorno sostituiva un collega in permesso, ma lui non faceva parte della struttura di controllo della base e dunque non era completamente preso dal sistema e dagli automatismi di controllo. Aveva pensato con la sua testa e aveva capito meglio di qualsiasi macchina. In seguito, non fu neppure promosso colonnello, perché la cosa rimase segreta per non dare la sensazione di una debolezza dei sistemi di difesa sovietici. E’ morto settantottenne nel 2017 a Vladivostok, abitando in uno di quei casermoni staliniani costruiti per il “popolo”. Chissà quanti episodi di quei decenni ci hanno nascosto: esperimenti nucleari, biologici… basti dare uno sguardo ciò che resta dell’lago Aral, cinquant’anni fa uno dei primi cinque laghi del mondo per estensione.

A proposito dell’intelligenza artificiale che, secondo alcuni, potrà sostituire l’uomo in quasi tutte le funzioni. No.

La professoressa Capobianchi ha due collaboratrici, non so se specializzande o dottorande, che lavorano con lei all’Ospedale Spallanzani di Roma. Insieme hanno isolato il “coronavirus”. Se lei percepisce una retribuzione da dirigente sanitario / docente, perché è nei ruoli, le due giovani dottoresse percepiscono mille-cinquecento euro mensili, da diversi anni, e sono precarie. Vergogna. Non mi aggiungo alla pletora dei confronti con politici inetti che percepiscono dieci volte tanto o dirigenti poco-facenti ben pagati, ma…

Che dire del loro trattamento, se proporzionato al valore del loro lavoro? Nel settore privato, in generale questo non accade, perché la qualità del lavoro, la responsabilità e la pro-attività generalmente vengono premiate con il riconoscimento di livelli di inquadramento superiori e premi di varia natura. Quanto sarebbe pagata nel privato una delle due dottoresse trentenni? Almeno con la qualifica di quadro e un migliaio di euro netti al mese in più.

Quanti altri uomini e donne, che erano, sono e rimarranno sconosciuti, hanno lavorato, lavorano e lavoreranno nel silenzio dell’anonimato per tutti noi, migliorando le nostre vite o, in alcuni casi, come quello del colonnello Petrov, salvandocele?

Come possiamo sperare che chi vale non si guardi in giro, al di fuori dell’Italia?

Soleimani, Bagdad, 3 gennaio 2020; nonno Agostino e quota 85, Carso, Prima guerra mondiale, 6/ 7 Agosto 1916

Ogni cosa ha un inizio. Se non percepiamo quando accade l’inizio ci facciamo domande. L’inizio del mondo potrebbe coincidere con l’inizio del tempo, parola di Hawking e di sant’Agostino.

E una fine. Ogni cosa ha una fine, ma anche un fine (Aristotele). La fine è cosa diversa da il fine, poiché la fine può essere sostituita per quasi omonimia dal lemma “termine”, mentre il fine significa la ragione per la quale un essere umano, ma anche un animale o una pianta, oppure un progetto sono: il diventare in atto ciò che in potenza sono fin dal primo istante (zigote, per gli umani). Il farsi-atto è il conseguimento del fine.

Ne parlo in questi giorni, quando l’uomo pare non apprendere nulla dalla storia.

Sto pensando all’uccisione del generale persiano Soleimani. Il presidente americano gioca con la storia mediante twitter, importandogli solo la sua rielezione. Mi sto chiedendo come la fine di questo militare possa costituire un fine per Trump, per gli USA, per tutti. Non ne trovo. La guerra mondiale a pezzi (copyright di papa Francesco) continua e si sviluppa.

 

Facciamo un salto all’indietro di cento e più anni. Prima guerra mondiale: Sarajevo è ormai alle spalle e da tre anni si sta combattendo crudelmente in tutta Europa. I morti sono centinaia di migliaia, e diventeranno milioni alla fine della guerra (quasi 20), sia civili sia militari. E non dimentichiamo che dopo il “nostro” 4 novembre 1918 della vittoria, si è continuato a combattere sul fronte orientale per altri tre anni, tra Russi e Polacchi, tra Sovietici rossi e Russi bianchi. Una pausa di vent’anni è stato l’intervallo per la Seconda guerra mondiale, che ha fatto oltre sessanta milioni di morti. Le tre guerre hanno avuto un termine, una fine, ma quale fine hanno raggiunto? Ad esempio, si poteva realizzare l’Unità di tutta l’Italia senza i 650.000 morti italiani? Gli storici della diplomazia più accorti affermano di sì.

La fantascienza si è posta il tema del viaggio nel tempo. Una domanda: forse che viaggiando nel tempo, sarebbe stato possibile uccidere Hitler da bambino ed evitare…

Il tempo attuale viene ormai chiamato antropocene, come tappa ulteriore della storia fisica e antropologica del pianeta. A differenza di soli cinquant’anni fa, l’uomo è oggi in grado di influire pesantemente sulle condizioni climatiche della terra, con le conseguenze che già intravediamo. E non positivamente. Antropocene è un termine diffuso negli anni ottanta dal biologo Eugene Sturmer, e adottato nel 2000 anche da Paul Crutzen, Premio Nobel per la Chimica. Crutzen formalizzò il concetto in testi quali l’articolo Geology of mankind, apparso nel 2002 su Nature, e il libro Benvenuti nell’Antropocene. Il termine apparve per la prima volta in V. Shantser, alla voce The Anthropogenic System (Period) del secondo volume della Great Soviet Encyclopedia (1973). Con il lemma si indica  l’epoca geologica che si distacca dall’olocene (la precedente), e sta a significare quanto l’uomo influisca sull’ambiente con le sue attività, che diventano le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche.

Se il precedente nome, olocene, stava a significare solo la presenza umana sul pianeta, che non trasformava la struttura stratigrafica e climatica della Terra, ora l’influenza umana le sta toccando e cambiando. Dai tempi dell’abate Stoppani che definì a fine ‘800 le ere geologiche, il quale comprese che la forza delle attività umane costituiva già un’era antropozoica, cioè con l’uomo al centro delle forze agenti sulla terra, registriamo da parte del geochimico russo Vernadskij il termine successivo, noosfera, vale a dire luogo dove l’intelligenza umana interferisce con l’ambiente in modo decisivo, termine ripreso negli anni ’70 del Novecento dal padre gesuita, teologo e paleontologo  Pierre Teilhard de Chardin. E siamo qui, con le guerre e le attività di questi tempi, mentre con fatica tentiamo di evadere dal pianeta azzurro.

 

Nonno Agostino si temeva fosse morto al largo di Durazzo, durante un naufragio dove centinaia di fanti italiani erano annegati. No. Per le strane e comunque causative vicissitudini dei percorsi informativi, il nipote omonimo e sua sorella Grazia e Gianfranco scoprirono che la vita del trentatreenne nonno era finita sul Carso, a ridosso di una trincea, dove anche Enrico Toti aveva vissuto gli ultimi giorni. Era il 6/ 7 Agosto del ’16.

Come lui milioni di altri esseri umani sono morti in guerra: dalla Prima mondiale anche milioni di civili, ciò che fino a tutto l’800 non accadeva, se non in minima parte, quella delle guerre coloniali. Inglesi e tedeschi massacrarono popolazioni intere, la giovanissima America del padri pellegrini aveva sterminato gli uomini rossi delle praterie, e gli ispanici gli indios del Sudamerica, bene presto imitati dai nuovi padroni locali, come nel caso delle stragi patagoniche di fine ‘800.

Gli ebrei sono stati oggetto di sterminio fin dal Medioevo.

Nonno Agostino era un contadino del Friuli, chiamato alla armi come milioni di altri. Alla fine del 1915 i soldati al servizio del maresciallo Cadorna, quello che giocava a tressette in via Mercatovecchio a Udine, mentre a trenta chilometri più a est si moriva in mezzo al fango, alle feci e al sangue, e se qualcuno osava protestare veniva fucilato.

Nonno Agostino invece morì per mano altrui, forse un contadino slovacco o ungherese, che era stato prelevato dal suo villaggio dai reclutatori del kaiser.

I suoi nipoti, che avevano dedotto notizie della sua morte nel naufragio in Adriatico, hanno saputo ricostruire che il nonno era morto a poche decine di chilometri da casa, a mezza giornata di carro e cavallo. Uomo giovane, per la Patria. La sua fine aveva contribuito a costruire un fine ma, abbiamo detto sopra: sarebbe stato possibile raggiungere il fine medesimo senza sangue, senza dolore. Ma così è andata, perché l’uomo non agisce per il meglio, ma per la convenienza, come spiegava Machiavelli nelle sue Lettere a Francesco Vettori, mai confondendo, però, all’incontrario di ciò che diffonde la vulgata, mezzi e fini, come Cadorna, Trump e molti altri.

Caso o causa, necessità o contingenza la morte di nonno Agostino? A posteriori non si può non pensare alla necessità, a priori avrebbe qualche chance anche il caso: il fatto è che tutto ciò che accade accade per cause: il problema dell’uomo è che conosce le cause di ciò che accade solo in minima parte, e pertanto…

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