Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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L’afona afasia della sinistra italiana attuale

Posto che parlare di sinistra, di centro e di destra politica abbia ancora un senso, e per me lo ha, anche se con alcuni aggiustamenti concettuali e semantici, mi pare che la sinistra italiana sia connotata attualmente da una afona-afasia, se ciò non fosse una sorta di ossimoro. Ma forse non lo è.

E dunque provo a superarlo, considerando la a-fasia, cioè un non-essere-in-grado-di-parlare, solo parziale, per cui si può percepire – se pur con difficoltà – la sua a-fonia. In altre parole, la sinistra parla poco e male, o meglio esprimendo concetti vaghi e confusi, con voce poco squillante e talvolta inascoltabile. Altrimenti non si capirebbe in qualche misura la vertiginosa crescita della Lega salviniana, primo dato.

Si pensi che Salvini, sui migranti non la racconta giusta, anche se sa di farlo: lui parla solo delle Ong, che certamente sono dispettose, ancorché politicamente correttissime, ma trasportano solo (e forse meno) il 10% dei migranti in cerca di terre migliori. Il 90% sfugge a Salvini, anzi se lo fa sfuggire, perché ciò non “butta” in termini elettoralistici: sono quelli che arrivano sulle coste dal Salento alla Sardegna, passando per la Calabria ionica e l’immensa costa sicula, sui barchini, oppure via terra per il Friuli Venezia Giulia dal confine sloveno, e lì veramente potrebbero nascondersi figuri sospetti. Pare che adesso si stia attrezzando per fermare le partenze con l’aiuto della marina e dell’aviazione. Intanto, dopo tanti proclami non si fa nulla per agire a monte, in Africa, dove sporchi dittatorelli, magari formati in linde università anglosassoni sfruttano vergognosamente territori e persone. Anzi, alla ex colonialista Francia, e novella tale, certe situazioni possono fare comodo, per ragioni energetiche et similia: basti ricordare la vicenda di Ustica (era un Mirage francese l’aero che abbatté il volo Itavia, mentre inseguiva un Mig 21 o 25 di Gheddafi? Un giorno o l’altro lo si saprà?), le critiche francesi quando Gheddafi entrò nel capitale sociale di Fiat, l’intervento economico dello stesso colonnello per sostenere la campagna eletterale di Sarkozy, che poi lo ringraziò con il suo omicidio nel 2011, trascinando lo sprovveduto Obama (uno dei peggiori presidenti USA per la politica estera), e ora sta ambiguamente vicino al generale Haftar, cercando sempre di danneggiare gli interessi di Eni, e quindi dell’Italia. Per non parlare della nuova grande potenza coloniale in Africa, la Cina.

Dicevo: sinistra che non riesce ad esprimere quasi nulla, impantanata tra clichés arcaici e l’imitazione dei più forti slogan della destra: non nomina quasi più i temi del lavoro e parla di “Italiani”, quasi a imitar il Salvini dello slogan “prima gli Italiani”, dimenticando quasi il consueto lemma “paese”, “del paese”, “questo paese”, per dire “Italia”. La sinistra ha dimenticato i temi sociali “radicalizzando” quasi esclusivamente i temi civili: faccio un esempio: si spende senza riserve per le Unioni civili, sacrosante, ma non si batte per una politica economica e dell’occupazione, vera. Quando ascolto un Cuperlo o un Orlando qualsiasi, che sono i più “de sinistra”, li sento proprio lontanissimi, da me e dai lavoratori. I loro discorsi restano degli auspici, delle critiche generiche senza un costrutto ideale e programmatico. Anche lo stesso D’Alema, che qualche tempo fa proponeva come docente ai pidini il coltissimo Landini, è cotto, scoppiato, rimbambino. Ho scritto “rimbambino”, sì. Bersani idem, ché “gli scappa il cazzotto”: caro Pierluigi son discorsi da “Duo di Piadena”, non da politico consumato, orsù! Sono nauseato. Sono un socialista nauseato. Quando ascolto Renzi, con la sua prosopopaica supponenza, mai domo nella sua incapacità dimostrata di ammettere gli errori fatti, gravissimi, di pentirsi, di chiedere scusa e cambiare rotta, o Zingaretti fiero del suo nulla cosmico, oppure il presuntuosetto Calenda, annoverato a sinistra non si sa come e per quale ragione, e poi i più “sinistri” à là Boldrina, Fratoianni, Lerner, e via elencando pieno di noia, mi sobbolle l’intestino e mi si inceppa lo stomaco. Non parliamo degli antagonisti come il redivivo Casarini, la Rackete tedesca, oddio, che pena! E infine, per ora, una Alessandra Sciurba di Mediterranea che ulula convinta e saccente, come fosse una socio-politologa: “si preoccupano di noi mentre l’Italia va a rotoli!”, ma vuoi due sberle giovanetta? Andrai tu a rotoli, non l’Italia.

Dove sono i compagni Di Vittorio e Lama, Togliatti, Nenni e Berlinguer, Turati e Matteotti, Morandi e Terracini, Ingrao e perfin Macaluso, e non dico Gramsci per evitare di annichilire del tutto gli odierni, Lombardi e Parri, e anche Saragat? Giuro che preferisco, a quelli di sopra, il compagno Marco Rizzo, comunista dichiarato, più puro e trasparente di loro. Con lui sì mangerei una pizza e farei una serata.

Un’altra stupidaggine della sinistra italiana del terzo millennio è stata la ricerca e l’ammirazione per modelli esteri: prima è venuto il vergognoso falsificatore Tony Blair (ti ricordi, mio caro lettore, della guerra irakena seconda?), poi Luis Rodríguez Zapatero, socialista per nulla indimenticabile, e infine l’idolo dei fratoianni e dei civati vari ed eventuali, il fallimento sorridente Alexis Tzsipras. Modelli, perlamordidio.

Mi viene in mente un’ennesima incongruità della sinistra, o forse non una incongruità, ma certamente un sintomo di grande timidezza concettuale e comunicativa e, in definitiva, politica: la sinistra da decenni non usa quasi mai il termine “patria” e raramente “nazione”, lasciando l’egemonia di queste due bellissime parole alla destra, temendo di essere associata al fascismo storico, al nazionalismo e ad altri ismi negativi. Sbagliato, clamorosamente, sbagliato, specie se si ha un po’ di senso storico e della semantica linguistica. Continui pure a dire sempre “paese” per dire Italia e vedrà che successo!

Ma ora desidero proporre una riflessione sotto vari aspetti: il profilo filosofico, quello socio-politico e quello partitico.

Filosoficamente la sinistra – classicamente – è per coniugare con equilibrio la giustizia derivante da pari dignità tra tutti gli umani, con la libertà, che sta anche a cuore alla destra liberale; da un punto di vista socio-politico la sinistra, secondo la tradizione, propone leggi e normative che creino equità sociale, sia sotto il profilo dei servizi (sanitario, scolastico, dei trasporti etc.), sia sotto il profilo socio-assistenziale e pensionistico, sia infine per quanto concerne il regime fiscale, che vuole crescente e proporzionato al reddito, salvaguardando le categorie più disagiate, che una volta si chiamavano poveri, e oggi si chiamano categorie deboli, ma sono ancora poveri; circa il profilo partitico la sinistra si è sempre mossa promuovendo una formazione “dal basso”, dai paesi, dai consigli comunali delle piccole comunità e dai quartieri delle città, dalle sezioni, che erano un luogo di incontro e di confronto, come peraltro è stato nella tradizione cattolica popolare (DC). Oggi li chiamano “circoli” e mi ricordano i salotti chic,  e a volte persino snob, della sinistra verde-giallo-viola dei diritti civili: il PD è diventato un grande partito radicale, senza gli empiti morali e culturali di un Pannella. Se li interrogo sul fondamentale “diritto alla conoscenza”, su Ustica e sui vaccini, trovo volti stupiti, e a volte… stupidi.

La destra, invece, sotto i tre profili e andando nello stesso ordine ha sempre: a) teso a sottolineare le differenze naturali tra gli uomini, non distinguendo onestamente fra differenze che appartengono alla personalità individuale (genetica, ambiente e formazione), per cui uno è o meno adatto a un certo ruolo, e le differenze che appartengono alla struttura di persona (fisicità, psichismo, spiritualità), per cui tutti gli esseri umani sono antropologicamente uguali, e quindi hanno lo stesso identico valore; alla destra solitamente questo non interessa; b) la destra tiene per gli uomini forti, non cura la formazione e la democrazia di base, preferendo la scorciatoia dell’autoritarismo, che tranquillizza e semplifica; c) non si organizza partiticamente prevedendo una partecipazione costruita dalla base, privilegiando slogan elementari che non esigono sforzi intellettuali particolari per aderirvi.

Una descrizione parziale e insufficiente, la mia, solo per dare un’idea di com’erano le cose fino a un un paio di decenni fa. Ma ora tutto è cambiato. La Democrazia cristiana che, come forma mentis, assomigliava di più alle sinistre, non c’è più da un quarto di secolo, non c’è quasi più una forza conservatrice liberale, perché la destra si è radicalizzata nel populismo sovranista del capo della Lega, e poi c’è lo strano e caotico M5 Stelle, governato da un flemmatico imprenditore dalla calvizie incipiente e da un giovane capo che sembra un commesso dell’ente regione da cui proviene.

Il paradigma autoritario, così ben studiato da Theodor Adorno negli anni ’60, è il paradigma che affascina molti, perché semplifica, risolve i problemi intellettuali e morali, pensa per tutti. Così è.

E la sinistra non si distingue: negli ultimi vent’anni ha messo in mostra un personale politico che più mediocre di così non si può. Non faccio neanche più dei nomi, oltre a quelli che ho fatto sopra, perché mi annoia.

Reggio Emilia e il male elegante: il crimine dei bimbi dati in affido per business

Affidi pilotati in cambio di denaro, bimbi separati dai veri genitori, perché indotti a parlare male dei genitori stessi tramite metodologie di condizionamento mentale. Genitori cattivi, genitori indegni, si cerca di dimostrare a tutti i costi (sembra) e affido a terzi. Si fa fatica a credere che persone perbene siano tanto malvagie.

A Reggio Emilia è stata scoperta una situazione incredibile, ma vera. Falsi in atto pubblico, manipolazioni di minori e altro di assai vergognoso nelle relazioni umane, effettuati da assistenti sociali, psicologi, psicoterapeuti e politici locali (il sindaco PD di Bibbiano) a danno di minori e delle loro famiglie.

Come funzionava? I bimbi sottratti ai genitori, venivano collocati in comunità, dove erano attivi i professionisti sopra elencati, finanziate anche tramite contributi pubblici erogati in funzione del numero dei piccoli affidati, o in famiglie esterne.

Sembra quasi incredibile che ciò sia potuto accadere, ma il sistema nostro è a maglie larghe, demandato in gran parte a competenze professionali, cui possono seguire immediatamente applicazioni pratiche come detto sopra.

Un esempio del flusso operativo: segnalazione degli insegnanti, dei medici oppure degli stessi Servizi Sociali; questi ultimi fanno delle relazioni al Giudice minorile che, nell’emergenza, senza possibilità di contraddittorio e di verifica effettiva di quanto affermato dagli operatori, colloca in via d’urgenza i bambini, presunti abusati, fuori dalla famiglia di origine, con cui ogni legame viene improvvisamente troncato (i genitori possono incontrare i figli una/due ore al mese e in alcuni casi mai). Si legge sul web:
Contemporaneamente, il Giudice incarica proprio i Servizi Sociali di approfondire la situazione; gli operatori possono gestire le indagini come vogliono senza seguire effettivamente alcuna regola; alle operazioni non possono partecipare né gli avvocati (che i Servizi vedono sovente come  un inutile fastidio) né eventuali consulenti esterni dei genitori, cui viene negato il basilare diritto di difendersi sancito dalla nostra Costituzione. Insomma, gli operatori pubblici hanno un potere discrezionale assoluto che, come la vicenda di Reggio Emilia ci insegna, può essere l’anticamera dell’abuso e del delitto. Le relazioni sono poi depositate al Giudice cui, peraltro, non sempre sono forniti gli strumenti necessari per capire la veridicità di quanto affermato; spesso, dunque, le sentenze non sono che la conferma delle opinioni (perché spesso di opinioni si tratta) dei Servizi Sociali. E anche quando ciò non accade, oppure quando gli operatori si accorgono di aver commesso un errore, i provvedimenti arrivano a distanza di anni; anni in cui i bambini hanno vissuto lontano da mamma e papà, in cui hanno sviluppato un sentimento d’abbandono che lascia un segno indelebile nei loro cuori e nelle loro vite, irrimediabilmente strappate.
La stessa dinamica peraltro si riscontra in casi diversi da quelli dell’abuso: pensiamo alle centinaia e centinaia di separazioni e divorzi, in cui i bambini sono affidati proprio ai Servizi Sociali, alle tante relazioni, dove dietro il paravento della conflittualità reciproca dei genitori si legittimano le peggiori prevaricazioni.”

Non si può dire ovviamente che operatori sociali, psicologi e psicoterapeuti siano una manica di delinquenti, ma fra di loro evidentemente alligna anche il crimine, cioè vi sono dei criminali, oppure degli incompetenti: è noto, peraltro che l’ignoranza è origine di molti danni e se è congiunta alla malvagità provoca dei peccati, secondo la teologia morale e, secondo la morale e il diritto umani, dei reati.

Quale l’origine di tale disposizione d’animo, oltre a una malvagità evidente? A mio parere due cose: a) la preparazione culturale e accademica di questi operatori: conosco il loro curriculum studiorum e, a parer mio, fa acqua da non poche parti: la letteratura di riferimento è prevalentemente contemporanea e americana; ben poco costoro studiano antropologia ed etica europee e classiche, quasi nulla. E perciò mancano loro i fondamenti: b) l’ordinamento italiano delega ai Servizi Sociali – senza alcuna forma effettiva di controllo preventivo e successivo, senza alcuna possibilità per i genitori di difendersi – ogni decisione, è un sistema che non protegge i bambini, esattamente come il caso, straordinario ma emblematico, ci insegna.

Nell’incompetenza e nella malvagità egoista sta l’origine di questi crimini gravissimi contro i bambini e le loro famiglie.

Si legge nei proclami di quel Comune: “mettere in campo tutte le azioni possibili per ridare speranza, futuro e dignità a questi minori“. Più o meno parole del sindaco Andrea Carletti, ora finito agli arresti domiciliari “per l’inchiesta sui minori dati in affido, descriveva il Servizio sociale integrato dell’Unione dei comuni della Val d’Enza, davanti alla Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza“.

Altre sue parole “accompagnare fuori dal tunnel” i minori affidati ai professionisti coinvolti. Un progetto presentato in giro come fiore all’occhiello del Comune, ma gli inquirenti hanno verificato una realtà ben diversa con l’operazione non a caso denominata “Angeli e Demoni”: un sistema illecito di gestione dei minori in affido. Si legge ancora sul web: “Ai bimbi, di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, gli psicologi e gli assistenti sociali facevano il lavaggio del cervello, mettendo in atto attività volte al allontanare i piccoli dalle famiglie d’origine“.

Si legge, ancora, in diversi siti telematici sull’argomento:

Carletti aveva anche la carica di delegato dell’Unione dei Comuni di Val d’Enza ed era considerato in prima linea in tema di politiche sociali, dato il suo lungo curriculum, riportato da AdnKronos: consigliere amministrativo al Servizio Sanità e Servizi Sociali della Provincia di Reggio Emilia, componente del Gruppo tecnico del Coordinamento delle Politiche educative della Val d’Enza e responsabile del Servizio scuola, cultura, turismo, sport, sociale al Comune di San Polo d’Enza. Tre anni fa era stato ascoltato in Commissione parlamentare infanzia e adolescenza, alla quale aveva parlato di un sistema di servizi di welfare di comunità composto da operatori estremamente competenti, un sistema abituato a saper innovare, rimodulare le proprie azioni, i propri comportamenti, i propri progetti in base al mutamento dei bisogni. All’epoca, il primo cittadino vantava di aver messo in atto. Carletti aveva illustrato il sistema, citando anche il supporto della onlus del Torinese, finita oggi al centro dell’inchiesta, sostenendo che i minori avessero trovato il coraggio di denunciare, perché sapevano di poter contare su una rete di operatori in grado di raccogliere questo loro grido e accompagnarli fuori dal tunnel”.

Un dipinto che non rispecchia ciò che è emerso dall’indagine della procura, secondo cui il sindaco era pienamente consapevole della totale illiceità del sistema e della assenza di qualunque forma di procedura ad evidenza pubblica volta all’affidamento del servizio pubblico di psicoterapia a soggetti privati. La giunta di Carletti, al contrario, ha espresso piena solidarietà al primo cittadino, dichiarandosi convinta della sua estraneità a i fatti”.

Non mi pare occorrano ulteriori commenti. C’è da sperare piuttosto che il racconto di cui sopra non sia del tutto vero, vista la credibilità degli operatori dell’informazione. Scherzo, ovviamente (sulla credibilità).

“Il vento va e poi ritorna”, sia ai tempi di Iosif Vissarionovič Džugašvili, sia ai tempi nostri dei due furfantelli (o furfarelli) che ci governano e degli inetti che li circondano

Il titolo è tratto da un romanzo cronaca di una vita. L’autore è Vladimir Konstantinovič Bukovskij (in russo Влади́мир Константи́нович Буко́вский, nato nel ’42, dissidente del regime sovietico.

Prigioniero politico rinchiuso in una psikhushka, ospedale psichiatrico, perché sotto lo stalinismo – anche brezneviano –  dissentire significava essere matto. In totale ha trascorso dodici anni tra prigioni, campi di lavoro ed ospedali psichiatrici.

Nel novero delle opere dei dissidenti lessi a sedici anni Una giornata di Ivan Denisovic di Aleksandr Solgenytsin, suggeritami dal compagno di classe e “compagno” del Pdup Claudio, allora studente un poco svogliato e ora professore di filosofia e storia al regio Ginnasio Liceo, che posso dire “di famiglia”. Oramai ivi è passata anche mia figlia Beatriz.

Il vento va e poi ritorna è un documento politico-sociale, di guida alla sopravvivenza, possiamo definirla, per chi viveva il dissenso nella società sovietica.

Cella di punizione di rigore per non essersi adeguato al regime. Fu messo in carcere e alternativamente in ospedale psichiatrico. Si legge sul web:
“Tra le pagine più toccanti del libro, inevitabile scegliere quelle dove maggiormente traspare la grande responsabilità che Bukovskij intende assumersi nei confronti delle migliaia di sofferenti per la privazione, per motivi politici, della libertà. Lui, uno studioso universitario, uomo con conoscenze in ambienti intellettuali anti-KGB, in frequente collaborazione con mezzi di comunicazione “eversivi” e giocoforza clandestini, sentiva il dovere d’essere la cassa di risonanza di questo popolo martoriato, perché tutti sapessero, perché si potesse almeno provare a mutare questo stato di cose. E così svolge frenetica attività di propaganda tra un’incarcerazione e l’altra, come lui stesso spiega chiaramente nell‘opera: “Ogni volta che mi mettevano in libertà pensavo solo a una cosa: riuscire a fare il più possibile per poi non dovermi tormentare la notte, non gemere per la rabbia causatami dalla mia irresolutezza…” La sua battaglia è senza esclusione di colpi, vi consacra ogni momento della precaria libertà. Perché se non l’avesse fatto, lui che aveva il dono straordinario della parola e dell’intelligenza per portare avanti una denuncia, “…milioni di occhi di defunti ti bruceranno l’anima con i loro sguardi indagatori di rimprovero.”

Ammonimenti dolorosi per le coscienze. Tempi tremendi nei quali all’uomo non era consentito essere tale, cioè soggetto libero, nei limiti della libertà umana.

E veniamo ai giorni nostri, quando la libertà non è limitata o compromessa tanto da regimi chiaramente e giuridicamente illiberali, ché la democrazia permette addirittura l’elezione di persone – a dir poco mediocri – come Trump, Dimaio e Salvini, ancorché furbastre.

Oggi la libertà è messa in questione da sistema mediatico, dalla comunicazione, che sceglie appositamente temi fuorvianti per distogliere il pubblico, cioè gli elettori, dai temi veri che riguardano milioni o miliardi di persone su questa Terra. Faccio un esempio: l’enfasi giornalistica posta sulle temperature di questo inizio d’estate sono evidenziate in modo abnorme, anche se i report giornalistici non trovano un gran riscontro nelle interviste che gli inviati speciali propongono ai passanti… Infatti, accade che, mentre il cronista enfatizza il caldo-che-c’è. il passante dice, con qualche ironia “Ma a fine giugno c’è sempre stato un gran caldo, fin da quando ero bambino,  e quindi bevo più acqua, sto all’ombra, vesto chiaro e leggero…”

Altro tema: i migranti: fanno notizia i 42 cristiani (o musulmani che siano) davanti a Lampedusa portati fin colà dalla ben poco eroica Carola Rackete, ma non fanno notizia le bestialità che dice Dimaio sull’Ilva di Taranto, sulle aziende della famiglia Benetton, su Whirlpool, e così via, e le fesserie che proferisce Salvini sulla flat tax e sui mini bot. Rovinose battute che, se non sia sapesse fin da ora che le cose comunque andranno avanti, cioè che l’Ilva continuerà e lavorare e che i mini bot non si faranno, né la flat tax, quantomeno in questo momento, ci sarebbe da preoccuparsi in modo drammatico.

Ma è fuffa, tutta fuffa, di politici più o meno in auge, sull’altalena del successo, che spariranno alla vista non appena ci sarà un risveglio, che ci sarà, come è vero che abbiamo un po’ di consapevolezza. Se volgo lo sguardo a sinistra trovo “cose sinistre”, e qui mi dolgo: Boldrini L., che dopo aver plaudito alla piccola e strana Thumberg ora s’è innamorata della cosiddetta “capitana”, e Zingaretti, incerto a tutto, e Delrio, sempre più immalinconito, dietro. Vada per Fratoianni che l’età e il look per fare u bellu guaglione de sinistra. E Calenda che si illude di essere di destra e di sinistra insieme. Aaah dimenticavo, c’è il dibattito sulla scomparsa della destra e della sinistra, bolso e stantio. Se la denominazione delle cose umane appartiene alla storia dei linguaggi, anche destra e sinistra nacquero storicamente circa dugentovent’anni fa ai tempi di Robespierre e Saint-Just, e quindi i valori sottesi dai due schieramenti possono cambiare nome, ma non sono scomparsi.

Competizione contro solidarietà, guadagno a ogni costo verso equilibrio tra business e umanesimo, finalità utilitarista contro finalismo morale. Vorrei dire che oggi destra e sinistra si possono coniugare con queste coppie di sintagmi concettuali.
E quindi non è vero che le due posizioni, le due sensibilità sono scomparse, ma vivono in modo diverso e in espressioni differenti.

Il mondo è diventato più piccolo, grazie all’innovazione tecnologica, all’evoluzione telematica e dei trasporti, e quindi possono non valere le distinzioni anche di solo pochi decenni fa. E’ indubbio che secoli di dominio colonialistico dell’occidente su gran parte del resto del mondo non si cancellano con un tratto di penna, né un certo tipo di dominio è scomparso: oggi il dominio si è ridefinito con altri tratti, delineati soprattutto dalla finanza globale e dai rapporti di forza tra le grandi nazioni, dagli USA alla Cina, dall’India alla Russia, dall’Europa, pur così frantumata, al Brasile e al Sudafrica.

Il vento va e poi ritorna, con questo breve verso poeticamente elegante, intitolava il suo libro lo scrittore russo, quasi significando che vi è un eterno ritorno delle cose, quasi come nell’induismo classico, in Platone, in Origene e in Nietzsche: ciò non significa che le storie si ripeteranno uguali a se stesse, ma condizioni analoghe, non identiche, porteranno a fenomeni simili, che permettono di studiare la storia come esperienza, e così evitare gli errori più clamorosi. Voglio dire: gli abitanti della terra non possono permettersi di continuare a vivere, con-vivere e lavorare come stanno facendo di questi tempi, ma debbono alzare lo sguardo per constatare i limiti di una visione del mondo superata e oramai dannosa.

Il filone giusto è quello della tutela di ogni equilibrio, sia ambientale, sia relata a una più equa divisione delle risorse nel mondo tra le varie nazioni, territori, continenti.

Meister Johannes Eckhart o del “distacco” dalle cose materiali e la ricerca del “fondo” dell’anima, il luogo di Dio. Dalla Direzione spirituale alla Filosofia pratica

Dai tempi del Maestro Eccardo da Hockheim, direttore spirituale, alla filosofia pratica dei giorni nostri: differenze e richiami 

 

Johannes Meister Eckhart ha cercato Dio per tutta la vita, come quasi ogni essere umano. Oso dirlo anche pensando agli atei, che negano il divino citandolo spesso, e quindi negando-ciò-che-citano-pensando-di-conoscere-ciò-che-negano. E penso anche ai credenti che credono in qualcosa che pensano di conoscere. Deus fugitivus  (est).

Johannes Eckhart von Hockheim (in italiano: Maestro Eccardo, nato nel 1260 in Germania ad Hockheim e morto nel 1327/8), è stato un teologo e religioso tedesco. Uno dei maggiori studiosi cristiani del Medioevo cristiano, molto importante per lo sviluppo della ricerca teologico-filosofica in Germania.

Non abbiamo immagini di Eccardo né manoscritti originali. Vi è discussione sull’attribuzione a lui di non poche omelie e trattati, sia in tedesco sia in latino. A quindici anni entra come novizio nell’Ordo Predicatorum, i seguaci di san Domenico Guzman, che già aveva annoverato tra le sue file sant’Alberto da Colonia, o Magno, forse suo futuro magister, e soprattutto san Tommaso d’Aquino. Come ogni intellettuale chierico del tempo studia artium naturalium (filosofia naturale), solemne (teologia) e generale (trivio e quadrivio), per poi essere ordinato presbitero. Poi vengono i tempi di Parigi ove studia le sentenze, di cui viene lettore, di Pietro Lombardo, a quel tempo magister omnium.

Nel 1294 è eletto priore del monastero domenicano di Erfurt e poi vicario in Turingia. Dal 1302 è magister (docente universitario) a Parigi, dove matura il nucleo fondamentale della sua teologia, presentate nelle Quaestiones parisienses. Colà teorizza il passaggio teoretico da una teologia legata alla ontologia della sostanza a una filosofia dello spirito: considerata la complessità concettuale dei due sintagmi, si possono rispettivamente descrivere così: l’ontologia della sostanza si richiama alla metafisica aristotelica e tommasiana che si fonda su ente ed essenza, mentre la filosofia dello spirito trova i suoi prodromi ispiratori in Platone e Agostino, che ritenevano il Bene spirituale superiore all’Essere stesso. Il Meister è dunque un domenicano tendenzialmente platonico.

La “carriera” di Eckhart, però, continua assumendo la guida della “provincia” domenicana di Sassonia a Erfurt, dove redige le lectiones sul Siracide. Torna poi a Parigi dove si perfeziona ulteriormente, al livello di un Tommaso d’Aquino. Scrive i trattati esegetici su Genesi, Esodo, Sapienza e Vangelo secondo Giovanni, sempre in latino. Nel 1314 è eletto vicario generale del monastero di Strasburgo, dove scrive le Omelie tedesche, le “Deutschen Predigten“. Il successivo incarico è a Colonia dove è “rettore” dello studium generale.

I suoi guai iniziano nel 1325 quando alcuni confratelli lo denunziano all’arcivescovo di Colonia Heinrich von Virneburg, per frasi e affermazioni “eretiche”, nel numero di ben 49, in seguito ridotte a 28. Per non fare una brutta fine il Maestro ritratta le proprie tesi, quelli erano i tempi. E in parte anche oggi, e io ne ho esperienza, quando un mio libro è stato considerato “eretico” dai presbiteri al potere… e di questi tempi. Io sarei, come Meister Eckhart, un pericoloso rivoluzionario della religione e della teologia, un eretico, cioè, caro lettore, uno-che-sceglie tra cose che possono essere scelte. Questa è l’eresia!

La morte avviene tre anni dopo, nel 1328. L’anno successivo la bolla papale In agro dominico condanna 17 tesi delle 28 ritenute non ortodosse. Preoccupa il potere ecclesiastico soprattutto la sua speculazione teologica “negativa”, apofatica, vale a dire dell’ineffabile… e si può anche capire, poiché le sue affermazioni sono di difficile lettura e comprensione. In quei tempi, come in ogni tempo, se non si capisce, quando si ha il potere, si preferisce condannare. Anche questo, sia pure in ambienti altri, è capitato a me pure.

Dio, secondo il Magister è “nulla” poiché è totalmente indefinibile. Infatti si può dire che l’uomo riesce solo a descrivere il “nulla-di-Dio”, poiché può solamente affermare ciò-che-non-è. Eccardo nella predica Beati pauperes in Spiritu, invita i fedeli credenti a supplicare Dio affinché li liberi da “dio”, poiché “dio” non è Dio. Che significa questo gioco di parole apparentemente scherzoso? Per lui “Dio” è un “qualcosa” di superiore all’essere, è un sovra-essere, un totem privo di ogni essenza sostanziale comprensibile dall’intelligenza umana, mentre “dio” è il “divino” cui si chiedono grazie materiali, con il quale si ha un rapporto quasi strumentale.  L’ “io sono colui che è” (eye asher eye, Esodo 3, 14), è tanto indefinibile e totale che in Lui, con Lui e per Lui non vi è altro che Esso, un Id comprendente il Tutto.

Riguardo alla coincidenza di pensiero ed essere, dibattuta nell’ambito dell’Ordine domenicano, nella prima quaestio delle Quaestiones parisienses, Eckhart risponde che pensiero ed essere sono la stessa cosa, ma Dio va identificato con l’Uno, nome che si dà a ciò che è ben al di là dell’ente e dell’essere stesso, e Dio è in primo luogo pensiero, da cui l’essere scaturisce. Si riconosce in questa linea un focus del pensiero plotiniano.

Nel Prologo all’Opus tripartitum afferma che Dio è l’essere e l’essere è Dio, mentre la creazione attraverso la moltiplicazione è un progressivo allontanamento dall’unità e perfezione originaria, in cui ogni ente è e vive solo in quanto partecipe in qualche modo e forma della natura divina, e coincide con l’anima.

Essendo Dio eterno e senza tempo, non si può dire altrettanto della sua presenza nell’anima umana, e precisamente nel suo “fondo”, nella profondità indicibile dello spirito. Nelle Prediche tedesche, Eckhart insegna che Dio quasi coincide con l’anima, con ciò manifestando una forma di immanentismo che non poteva essere accettata dai più, anche nell’ambito degli studiosi, dei teologi e dei filosofi del tempo. Nella predica 83 il Magister utilizza la metafora del fuoco, là dove il fuoco, bruciando il legno fa diventare fuoco il legno, così come Dio da diventare “Dio” l’anima, inabitandola.

Dio non nasce, secondo Eccardo, come un distaccarsi dalla propria realtà spirituale, ma come una constatazione della sua presenza in interiore homine, fin dall’inizio. Se l’imperfezione caratterizza la natura umana, la presenza di Dio è grazia santificante, sanante e costituente. Sulle tracce “agostiniane” di sant’Anselmo d’Aosta (o di Canterbury) che nel suo Proslogion afferma l’esistenza di Dio nell’intelletto, frate Echkart crede nella continua generazione del Figlio in ogni uomo, che è generazione di pace e di giustizia. Bellissimo.

Lo scandalo eretico è poi l’affermazione che ogni uomo che si pone in ascolto del “fondo dell’anima” può divinizzarsi per grazia, mentre Dio è tale per natura. Natura e grazia sono i due poli mediante i quali l’uomo è cristificato e reso partecipe del divino.

 

 

La Direzione spirituale in Meister Eckhart e la… Consulenza del filosofo

 

Le sue prediche hanno carattere di cura delle anime e quasi di guida pratica per essere condotti a Dio nel profondo dell’anima.

Occorre innanzitutto abbandonare ogni oggetto di superbia e dice: «Vuoi conoscere Dio nel modo divino, così che la tua conoscenza diventerà pura ignoranza e oblio di te stesso e di tutte le creature?» e «Non è portando al sicuro i sensi che si può realizzare ciò». E’ poi importante rinunziare a mete terrene e a volontà di potere: «dunque vi dico in assoluta verità: finché avrete dei desideri, Dio li soddisferà, avrete desiderio di eternità e di Dio fino a che non sarete perfettamente poveri. Poiché è più povero solo chi non vuole nulla e non desidera nulla.» L’umiltà è la virtù che colloca ragione e intelligenza al posto giusto, che non serve a raggiungere l’esperienza divina: «potrebbe Dio aver necessità di una luce per vedere che è sé stesso? Oltre la ragione, che cerca, c’è un’altra ragione, che non cerca oltre». Non occorre immaginare in due modi la realtà, perché basta la visio Dei«l’occhio, nel quale io vedo Dio, è lo stesso occhio, da cui Dio mi vede; il mio occhio e l’occhio di Dio, sono un solo occhio e una sola conoscenza». Non si deve avere l’affanno del fare e odiare la perdita di tempo: «alla maniera di ciò che non ho generato, non potrò mai morire, quello in cui sono vicino a ciò che genero, quello per me è mortale; per questo è necessario che si guasti col tempo». E l’attenzione ha da essere profonda: «ciò per gli uomini saggi è una questione di conoscenza mentre per i semplici è una questione di fede».

La conseguenza dell’abbandono della conoscenza, volontà, tempo, l’io, etc. è una profonda calma: «chi ha realizzato Dio sente il gusto di tutte le cose in Dio».

Si può immaginare come questa visione della fede potesse creare non pochi guai a Maestro Eccardo, e ancora avrebbe problemi ai giorni nostri, che son pieni di attivismo volontarista, senza tregua né respiro.

Nella Quinta Predica ai Tedeschi (n. 42) il Magister afferma che Dio è «al di là di ogni conoscenza». Secondo lui non è nemmen corretto attribuire a Dio qualità e virtù declinate col linguaggio umano come “bontà” o “saggezza”. Mehr noch, auchSeinsei von ihm nicht aussagbar«Io dico anche: Dio è un Essere? – non è vero; è (molto più) un essere che trascende l’essere e una nullità che trascende l’essere».

Maestro Eccardo va oltre Aristotele e Platone nella ricerca del “divino”, sulle tracce di Plotino e di Proclo: l’Uno è al di sopra del Bene e della Verità, e perfino dell’Essere.

L’essere divino è la causa causarum al di sopra di ogni altra entità, ed è accessibile solo attraverso il pensiero filosofico: non è un ente, ma l’inizio e la fine di tutti gli enti. Lo sforzo dell’anima umana è solitamente rivolto alla conoscenza degli enti ma, se vuole entrare nel divino, ha da abbandonare questa strada. Ecco che qui si può individuare un pertugio attraverso il quale avviene una liberazione, una purificazione senza fuoco, che può consentire di accedere anche al pensiero altrui. La filosofia pratica, di cui scriverò più avanti, necessita di questa liberazione, altrimenti rimane vittima dei sentimenti e degli psicologemi.

Dio è sine modo, impredicabile come l’Uno di Plotino. La mente umana non può accedervi se continua ad utilizzare la mediazione della memoria, del giudizio, della volontà e dei cinque sensi esterni. Anche le categorie aristoteliche, pur utili per conoscere la realtà, non bastano per accedere alla dimensione del divino. E’ dunque indispensabile un ritorno immediato all’Uno, che può avvenire solo con la perfezione morale e l’imitatio Cristi: Eckhart scrive «sono per l’essere ciò che Dio è», sono come Lui, non in unità con Esso. In questo modo la persona si allontana radicalmente dalla sua individualità, dalla sua intrinseca superbia, smette di temere alcunché e non desidera secondo il modo della libido, ma secondo il modo della verità. A quel punto si fa verità tutto ciò che esula dal successo, che resta solo il participio passato del verbo succedere, ed è perfettamente eticamente esteticamente puro, essenziale.

La pura ascesi sostituisce l’ambizione di diventare ciò che non si è, paradossalmente confermando la spinta nietscheana al diventare ciò che si è. Eccardo e Friedrich, ebbene sì, se li si sa accostare, anche se a un primo sguardo è difficile immaginare un più grande paradosso filosofico.

E pure i grandi idealisti tedeschi dell’800 riconoscono in Meister Eckhart e nella mistica medievale i prodromi della propria filosofia, proprio Fichte, Hegel e Schelling. Per Hegel il mistico è la pura speculazione, nientemeno e il “mistico” di Eccardo l’inizio della filosofia tedesca. In ciò emulato perfino dal suo avversario perfin inimico Schopenhauer  che paragonava l’antico magister a Sakyamuni, il suo amato Buddha.

Trovo nel bel libro di Marco Vannini, edito da Città Nuova, nella raccolta Idee del 1991 Meister Eckhart e “il fondo dell’anima” molti spunti per questa riflessione. Le istruzioni spirituali, i Sermoni latini e i Sermoni tedeschi, il Libro della consolazione divina sono probabilmente il cuore della mistica medievale.

In questi testi, termini e sintagmi rinviano, a parer mio, a molto di fondamentale per la consulenza filosofica o filosofia pratica attuale, anche a quella dell’esperienza oramai quasi ventennale di Phronesis. Proviamo ad esplorarne alcuni:

L’Eigenschaft o attaccamento all’io: per consulere correttamente e rispettosamente occorre distaccarsi dal proprium, anche se ogni filosofo è se stesso ed ha un suo stile, una sua cultura, una sua “scuola”. Nemmen quest’ultima può far premio sul distacco che si deve operare, anche a costo di scoprire crepe nel proprio pensiero. Troppe volte – ancora – l’attaccamento alla propria “scuola” vince sulla filosofia praticata con un interlocutore. Anche a me è capitato, e ho dovuto fare uno sforzo per provare a distaccarmene.

L’oberste Vernunft o potenza più alta dell’anima è la nostra salvezza di filosofi pratici: dobbiamo aver fiducia di poter approfondire cercando l’alto e il basso del pensiero, facendo silenzio, con umiltà, dentro di noi e fuori di noi. La potenza alta parlerà, ci parlerà.

Il Grund o fondo, è il sedimento sul quale dobbiamo basare la nostra riflessione, per evitare che essa scivoli su terreni autoreferenziali e tendenti all’esclusione dell’altro e di ogni altra cosa, dalla nostra  comfort zone. Insegnamento valido per ogni tipo di attività pratica, per ogni giudizio etico ed estetico. Senza grund si è preda di ogni vento.

L’Abgrund o abisso senza fondo: se il Grund è il fondamento, l’Abgrund è il luogo inafferrabile dove collocare la nostra umiltà di esseri umani e di cercatori della verità, sia che stiamo riflettendo sulla nostra vita, sia che dialoghiamo con l’altro sulla sua propria vita.

La Lebe o vita,  è lo stato dell’essere nel quale, a nostra conoscenza razionale, stiamo. La vita viene spesso definita “bene indisponibile”, ebbene: anche se possiamo non essere tutti d’accordo – filosoficamente – sulla sua indisponibilità, se questa è intesa secondo la morale cristiana (cf. J. Ratzinger), non possiamo non convenire che essa è l’unica condizione dell’essere che ci permette di consentire e di dissentire, esercitando la libera (per quanto possibile) riflessione razionale in un ambito gnoseologico condiviso con l’altro.

La Lesemeister o lettura, indica l’importanza della ricerca nel pensiero dell’altro, della documentazione perfin acribiosa di pensiero-altro, di contraddizione, di contrasto, di contrarietà: senza la dialettica il dialogo rimane sterile, cosicché la lettura regala a chi spende le energie necessarie per accedervi la possibilità di dare senso alla relazione, di darle qualità, senza la quale, ogni rapporto umano, ogni comunicazione, ogni stilema espressivo diventa sterile, inutile, innocuo.

Il Abgeschiedenheit o distacco è, appunto, il punto opposto all’attaccamento, che abbiamo visto sopra, l‘Eigenschaft: l’anima nostra deve sapersi togliere dalle panie degli interessi materiali per vivere come l’acqua scorrente tra i massi del torrente montano, poiché come questo essa deve trovare il percorso o il piccolo attracco lungo le sponde e i boschetti di ripa che si rispecchiano nel cristallino voltolarsi verso la meta, la pianura o addirittura l’infinita -a occhio umano – distesa del mare.

Beati pauperes spiritu ovvero beati i poveri in spirito, Beatitudine matteana. Quale altra sintesi è possibile per rappresentare la necessità di essere-poveri-dentro. Nessun pauperismo pietistico o miserabilistico in questa frase! La beatitudine appartiene alla semplicità, all’essenziale del non-possedere il superfluo, che scivolano via dalla mani come materia degradata. Hai mai pensato, caro lettore, alla sindrome del giocattolo al bimbo? Bene, questi si stanca presto, e così accade all’adulto, che non sa che farsene del possedere troppo, troppe case, troppe auto, troppi soldi, ché sono il fomite della noia della ripetitività. Beati i poveri in spirito.

Idem amor et Spiritus Sanctus, come sosteneva sant’Agostino, ovvero la coincidenza dell’Amore divino, che è l’amore tout court, con lo Spirito Santo. Mens, Notitia et Amor, Padre, Figlio e Spirito, secondo il vescovo di Ippona, che amava racchiudere in termini potenti interi teologemi. Come ci parla la triade delle Persone nella Natura unica di Dio, Relazioni interne al divino? Anche all’agnostico la Trinità propone la dinamica dell’umano: uscire da sé, confrontarsi con l’altro e rientrare, exitus, speculum et reditus. Nella filosofia pratica questo accade, ogni volta che si vuole o si riesce a proporre il dialogo, che diventa trialogo (cf. P. Ricoeur), il dialogo quasi perfetto, ché la perfezione assoluta non va bene, essendo essa “la” fine, non “il” fine.

L’aufheben o il togliere,  è un verbo che ricorda il lavoro per “toglimento” dello scultore (cf. Michelangelo Buonarroti): più che aggiungere è meglio togliere, rendere essenziale  il dire, specialmente quando ci si rivolge all’altro. La filosofia pratica richiede di spogliare i teoremi da ogni ridondanza, di cogliere il centro del dire del dicente-altro, di rendere evidente anche ciò che può essere nascosto magari per timidezza o per qualche barriera psicologica verso l’interlocutore “esperto”.

Il sintagma ohne Eigenschaft o senza appropriazione, descrive lo stato dell’essere umano che vuole liberarsi di ogni peso, di ogni superfluità inutile e dannosa alla comprensione dell’altro, stando nel sentiero dell’altro, che diventa proprio quando il dialogo è vero, come nella filosofia pratica esercitata con attenzione e coscienza, senza narcisismo o affezioni teoreticamente elitarie.

Il durchbrechen o fare il vuoto, fare breccia, rappresenta quasi la via verso la conoscenza di sé, che è – nel contempo – dell’altro. Il sé nell’altro e l’altro nel sé, quasi come nel dettato calcedonese (451 d. C.) senza distinzione ma senza confusione: colà si parlava delle due nature di Cristo, la sua condizione teandrica, divino-umana, mentre qui si parla di due persone di egual dignità, qualsiasi sia la posizione di ognuno dei due, necessariamente a-simmetrica dal punto di vista del ruolo (consulente/ consultante).

Durchbruch zur Gottheit o penetrazione nella Divinità, il sostantivo dopo il verbo soprastante: se in Eccardo, con tale espressione si intende la divinizzazione dell’umano, in qualche modo sulle tracce del cristianesimo orientale e del buddhismo classico, in filosofia pratica si parla di – oso dire – empatia filosofica, ché il termine greco, prima di avere a che fare con la psicologia contemporanea, dove ha mietuto un grande successo popolare e mediatico, è del tutto filosofico (en-pathos, sentire-insieme).

Tre termini: Gelassenheit, Abgeschiedenheit, geistliche Armut, o distacco, povertà dello spirito: tre modi diversi per sottolineare ancora la caratteristica di umiltà che il maestro spirituale deve sempre manifestare in ogni suo dire ed agire. L’umiltà non è virtù semplice, poiché occorre coltivarla in ogni situazione, in ogni relazione, in ogni tempo e luogo: così deve agire anche il filosofo pratico che mai si deve vantare delle proprie conoscenze, della propria scienza e cultura, della propria autorevolezza, che va sempre verificata tramite il vaglio dell’umiltà stessa.

Deus nudus, sine velamine ovvero il Dio svelato: si tratta del cuore pulsante di ogni credenza nel divino; è la misura della possibilità di conoscere il divino, ma solo nella misura dell’umano. In filosofia pratica si rimane nella dimensione concreta del conoscibile, del noetico pratico esistenziale, ma anche in questa dimensione occorre de-nudarsi con sincera fiducia verso chi si accosta a te. Ci vuole coraggio per evitare la dietrologia del complotto, ma è umanamente possibile ed è preferibile all’ipocrisia delle menti vigliacche dei sempre accoglienti, sorridenti, empaticamente falsi.

L’ein einic ein, o un unico Uno (Dio), può figurare in filosofia pratica ciò che teologicamente pone in termini di assoluta unicità del divino: anche l’umano è irriducibilmente “unico” e questo non può non guidare ogni dialogo filosofico tra l’uomo-e-l’altro. L’unicità di Dio rappresenta molto bene l’unicità di ogni singolo essere umano.

L’essenza divina più che un esse è un intelligere: l’affermazione che distingue fra l’essere e il capire pone in evidenza il divino come puro pensiero, quello che Aristotele chiamava nòesis noèseos,  pensiero di pensiero, ma in Eckhart diventa qualcosa di più, poiché esso è un tutt’uno con il sostrato spirituale della divinità, e lo spirituale sopravanza l’ontico e l’ontologico, così come l’unicità del singolo essere umano sopravanza ogni classificazione etnica o genetica. E questo ha a che fare con la filosofia pratica. In tema, consideriamo il Sermone latino n. 304, dove Eccardo Scrive: “Deus enim unus est intellectus, et intellectus est deus unus. Unde deus nunquam et nusquam est ut deus nisi in intellectu“, e anche “Quia deus, se toto esse, simpliciter est unus sive unum est” e cioè: Dio è uno, è intelletto, e non può essere altro che intelletto, semplicemente e solamente: mi si permetta una traduzione ad sensum.

Dal verbo soprastante il sostantivo Durchbruch, o penetrazione. E’ impressionante come questo termine rinvii a qualcosa che ha a che fare con l’erotismo umano ma, se Dio è amore, e se – anche teologicamente (cf. Origene e il suo commento al Cantico dei cantici) – èros è sinonimo di agàpe, cioè l’amore erotico corrisponde a quello di benevolenza, che la penetrazione sia così intesa non scandalizza chi voglia entrare veramente nel pensiero mistico del monaco renano. In filosofia pratica s’ha da curare la “penetrazione” nel sensus verborum dell’altro, con rispetto, ma anche con schietta curiosità.

La Gott lassen, o liberazione da Dio, è il paradosso eckhartiano più sconvolgente: Eccardo non intende certo una posizione agnostica o addirittura a-tea, ma la comprensione che la Gottheit, cioè la divinità, non è accessibile all’intelligenza argomentativa e dialettica ordinaria, bensì all’intelligenza intuitiva, val a dire alla capacità del cuore di accogliere Dio; per il magister il “cuore” è sinonimo di fondo dell’anima, così come la comprensione dell’altro nella filosofia pratica è uno specchiamento totale e paritetico di una dignità umana nella dignità d’ogni altro essere umano. A questo punto sono due i pensatori contemporanei che possono aver tratto dal monaco tedesco ispirazione: Martin Buber con il suo rapporto Ich/ Du, Io e tu, ed Emmanuel Lévinas, appassionato mentore del volto dell’Altro. Non vi può essere amore di Dio senza amore del prossimo, secondo la teologia sana dei cristiani, così come non vi può essere relazione umana se non in una filosofia della relazione.

La Sippenschaft, parentela con la divinità, è la metafora illuminante della relazione umana con il “divino”. Divinizzazione, parentela, possesso senza possesso, sono queste le dimensioni del rapporto uomo/ Dio, senza che ciò alimenti mai lo spirito di superbia ma, proprio per la finitezza che l’uomo constata di sé, dà la consapevolezza di dipendere in toto dalla grazia di un “dio”/ Dio disponibile a stabilirsi nel fondo di un’anima capax Dei (Agostino). Nella filosofia pratica la “parentela” è tra gli uomini che, sia pure nella a-simmetria delle condizioni, attesta l’assoluta uguaglianza ontologica di ciascuno verso ogni altro.

La Bild Gottes, o imago dei, altro non è che quanto riportato in Genesi 1, 27 (…e creò l’uomo a sua immagine), cosicché può confermare in ogni stato dell’essere umano la sua dipendenza dal “modello” divino, in quanto anima-spirituale. Non solo emanazione, non solo atman scintilla del brahman, come nella tradizione induista, l’anima spirituale è, per Eccardo, ma concetto accessibile all’intelletto limitato dell’uomo. L’anima, la psiche, l’intelligenza, la volontà, la ragione sono tutte declinazioni dello spirituale che interessa alla filosofia pratica che frequentiamo anche in Phronesis.

La Fünkleinin in der Seele, o scintilla animae, dove DIO è SENZA NOME, inesprimibile, senza immagine, come spiega Eckhart, dà la speranza di poter accedere alla più alta dimensione della spiritualità umana, che distingue il primate che siamo dagli altri animali senzienti, allo stato delle nostre conoscenze, senza che ciò escluda forme importanti di intelligenza e sensibilità in altri parenti genetici. E a questo punto siamo di nuovo sul terreno della libertà o della determinazione a essere come siamo.

Se ammettiamo un certo libero arbitrio ecco che torna, ove sia stata silenziata, la fiducia di poter essere solidali, di poter stare nel consorzio umano con tutte le nostre forze consapevoli di essere in grado di contribuire al destino buono degli uomini.

 

17 giugno 1983, il giorno dell’ingiustizia crudele

Trentasei anni fa alle 4 del mattino veniva arrestato Enzo Tortora, prelevato dai carabinieri e portato in caserma. Verso le 11 della mattina del giorno stesso viene esibito ad usum dei giornalisti antropofagi (definizione di Francesca Scopelliti, la sua compagna) in manette. Ma Tortora non abbassa lo sguardo cercando di nascondersi, non si procura un maglioncino per nascondere i ceppi, ma cammina a testa alta e pronuncia due o tre frasi per dire che è innocente.

I giudici Di Pietro (non Antonio da Montenero di Bisaccia) e di Persia e i procuratori Francesco Cedrangolo, Giorgio Fontana e Diego Marmo, poi beneficati con fulgide carriere, in vari tempi, lo hanno -di fatto- incastrato e poi giudicato colpevole, credendo alle parole di criminali come Gianni Melluso e non ricordo chi altri. Associazione camorristica e traffico di droga. Nei pizzini che avevano contribuito all’accusa c’era scritto “Tortona”, non “Tortora”, fra l’altro, ma la vista dei giudici non era buona, si vede.

Tortora si fa mesi di carcere e poi accetta la candidatura del Partito Radicale per le elezioni europee, convinto da quel profeta un po’ narciso che era Marco Pannella. E poi rinunzia all’immunità per farsi processare. Lo condannano in primo grado e torna in galera. In appello viene assolto. Qualche anno dopo morirà, posso dire di crepacuore, più che di tumore?

Tortora è l’emblema della giustizia italiana ingiusta e crudele, come lo è stata, in circostanze diverse, per Marco Pantani. Ogni volta che penso a Tortora e a Pantani mi si stringe il cuore e mi sorge una sorda rabbia, ora che riviviamo altre vicende legate a quel mondo. Intendo le lugubri storie del Consiglio Superiore della Magistratura. Probabilmente, quando uno entra a pieno titolo nel terzo potere montesquieiano, matura – più o meno – una forma di pericoloso narcisismo e libido potestatis.

Era del ’28 Enzo Claudio Marcello Tortora, nato a Genova. Famoso per molti programmi radiofonici e televisivi, tra cui La Domenica Sportiva e Portobello. Tortora morì un anno dopo la sua definitiva assoluzione.

Un po’ di storia, dal web: “Il 26 aprile 1985, il procuratore Diego Marmo, parlando di Tortora in aula lo aveva definito «cinico mercante di morte». Il legale del giornalista chiese di moderare i termini, ottenendo come risposta: «Il suo cliente è diventato deputato con i voti della camorra!», al che Tortora si alzò in piedi dicendo: «È un’indecenza!», e il pm chiese di procedere per oltraggio alla corte. Il 9 dicembre l’europarlamento respinse la richiesta di autorizzazione con il seguente comunicato:

«Il fatto che un organo della magistratura voglia incriminare un deputato del Parlamento per aver protestato contro un’offesa commessa nei confronti suoi, dei suoi elettori e, in ultima analisi, del Parlamento del quale fa parte, non fa pensare soltanto al «fumus persecutionis»: in questo caso vi è più che un sospetto, vi è la certezza che, all’origine dell’azione penale, si collochi l’intenzione di nuocere all’uomo e all’uomo politico.»

Ancora, per comprendere un poco quelle vicende, trovo la drammatica narrazione, sul web: «Per capire bene come era andata la faccenda, ricostruimmo il processo in ordine cronologico: partimmo dalla prima dichiarazione fino all’ultima e ci rendemmo conto che queste dichiarazioni arrivavano in maniera un po’ sospetta. In base a ciò che aveva detto quello di prima, si accodava poi la dichiarazione dell’altro, che stava assieme alla caserma di Napoli. Andammo a caccia di altri riscontri in Appello, facemmo circa un centinaio di accertamenti: di alcuni non trovammo riscontri, di altri trovammo addirittura riscontri a favore dell’imputato. Anche i giudici, del resto, soffrono di simpatie e antipatie… E Tortora, in aula, fece di tutto per dimostrarsi antipatico, ricusando i giudici napoletani perché non si fidava di loro e concludendo la sua difesa con una frase pungente: «Io grido: “Sono innocente”. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi».

Si dovrebbe pensare a quel galantuomo, quando si è nella posizione di chi può decidere se privare o meno della libertà personale un suo simile. Su 22.000 persone attualmente incarcerate nei vari penitenziari italiani in attesa di giudizio, circa 8.000, cioè poco più di un terzo, in base alle statistiche recenti, risulterà innocente. Ognuno di loro è persona. Se incarcerato ingiustamente, una volta riconosciuta l’innocenza, chi gli ripagherà, non tanto i danni economici, quanto i danni morali ed esistenziali? Chi? Lo Stato? IL giudice che si è sbagliato magari per superficialità, per pigrizia o per pregiudizio-atto di pura presunzione? Nessuno.

Le due cornacchie, la pantegana morta e l’animale umano

Sappiamo dai tempi di Plinio il Vecchio come sono organizzate le api, le formiche e altri insetti collaborativi. L’amico Luca mi ha detto che andrà a vedete i licaoni al parco nazionale Krüger in Sudafrica. Si sa che questi canidi selvaggi sono altamente organizzati per la caccia, un po’ come i lupi e, se in branco, evitati perfino dai leoni. Tutti questi animali collaborano per istinto naturale, ma alcuni ci mettono qualcosa di più, e sembra che la loro intelligenza sia a volte stretta parente di quella umana, manifestando forme comportamentali che appaiono anche emotive.

Caro lettore, eccoti un aneddoto dedicato a un fatto capitatomi qualche mattina fa.

Ero in viaggio per una sede aziendale, saranno state le otto del mattino. La mia velocità sui settanta. Lo sguardo mi cade sul davanti a una cinquantina di metri, rallento molto (non avevo nessuno dietro) e noto sulla mia carreggiata una cornacchia grigia che cerca di tirare con evidente difficoltà verso il ciglio della strada una pantegana morta (il roditore aveva più o meno la sua stessa stazza), uccisa, come quasi sempre capita, da un’auto. Percependo il mio arrivo, l’uccello si allontana con due battiti d’ali lasciando la preda. Supero la posizione e mi fermo sul ciglio una ventina di metri più in là. Nel frattempo arriva un’auto e la cornacchia, che aveva ripreso il suo faticoso lavoro, si sposta di nuovo. Guardo di nuovo e, con mia sorpresa, le cornacchie all’opera sono due, che rapidamente riescono a trascinare la povera pantegana defunta oltre l’asfalto e nell’erba, in un luogo atto a ulteriori operazioni alimentari, in loco o differite, ma più al sicuro.

Ripartendo, credo di aver sorriso, tra me e me, considerando la capacità collaborativa che l’evoluzione ha generato in questi corvidi “intelligenti”. E ho paragonato il comportamento osservato a molti comportamenti umani che spesso sono addirittura opposti. Per gelosia, per rabbia, per invidia, per viziosità psico-morali varie, presenti nel comportamento umano certamente dai tempi storici, che registrano questi sentimenti in tutte le cronache e le letterature, dalla Bibbia alla grande tragedia greca.

Il nome della specie è dal greco κορωνη (korōnē, che significa “gracidante”, il verso dei corvi, in genere). Kraaa, quasi inquietante il verso, ma spesso anche in silenzio, stanno, le cornacchie, a differenza di molti umani che parlano insensatamente. Sembra un verso ripetitivo ma, come tutti i versi degli animali, non lo è: non lo è il “miao” del gatto, il “bau” del cane, il “coo co coo” delle galline, il “pit” delle tacchine (che quando ero piccolo mi temevano molto, perché in un caso le ho ubriacate con le vinacce di vino, ah ah), il “quaaa quaa” di oche aggressive e bellissime. Questi versi, tutti hanno modulazioni diverse, che rappresentano complicati linguaggi infraspecifici, e (oso dire) forme emotive.

Mi vien da pensare quanto più ricco di quelli, sia il linguaggio di molti personaggi di chiara e immeritata fama dei nostri tempi. Dimanda rettorica, anzichenò.

Cornacchie, in metafora, abundant tutt’intorno, e la metafora quivi benevola non è. Cornacchie sia nel senso estetico, uomini e donne che paiono avere il becco, o adeguato istromento atto a beccar becchime altrui, sia nel senso morale, ché costoro mai pensano sia importante agire virtuosamente, perché poco utile al proprio arricchimento, improvvido e  perfin noioso.

Signore, messer Renatus (chiedo a me stesso dialogando in soliloquium): come puoi rivolgere a te stesso simil quistione? Forse che issi omeni e femmine tanto di chiara fama abbieno linguaggi più poveri degli uccelli e dei quadrupedi supra nominati?

Li nostri tempora son di ardua interpretazion e pieni di contradizion sospese, ché talora par sieno perfin fasulli o istorie di sogno.

E, come vedi, caro lettor mio, proprio per distanziarmi da questi tempi di bellezza grama, mi rifugio nell’aulico linguaggio di andati secoli, quando ogni parola significava seriamente qualcosa, rispettando la lingua e l’ascoltante, mentre, a differenza degli umani, le cornacchie “parlano” oggi come un tempo.

Gli Elleni, i Dioscuri e gli emuli odierni

Noto ai lettori fruitori di stampa e web il paragone spesso ivi proposto tra i due vicecapidelgoverno attuale ai Dioscuri, Castore e Polluce, ed eventualmente richiesto uno dei due se sapesse chi fossero, la risposta potrebbe essere (90 su 100, o di più) un fors’anche imbarazzato “no”. Se interpellato l’altro, avendo questi fatto il classico, memoria remota funzionante, forse lo saprebbe.

Andando noi a spulciare un antico testo isocrateo, potremmo trarre insegnamento per noi e per i due sopra citati. Il grande logografo, retore e pedagogo affermava: “Atene ha fatto sì che il nome di Elleni designi non più una stirpe, ma un modo di pensare. Per cui non sono chiamati Elleni quelli che hanno in comune con noi il sangue, ma quelli che hanno in comune con noi la Paidèia“, cioè la capacità di apprendere, che non si eredita con il sangue, ma si sviluppa vivendo, in qualsiasi luogo.

Isocrate, con questo discorso, anticipa l’imperatore Claudio il quale, con un memorabile discorso pronunziato in Senato, ammise che Pitti e Britanni avrebbero potuto ivi portare le loro istanze, quelli che venivano chiamati popoli barbari. Grandezza della cultura greca, grandezza di Roma. Miseria italica attuale, nella politica, nella magistratura, nel giornalismo, nel sindacalismo.

Isocrate nacque nel 436 a.C a Erchia, nell’Attica, compaesano di Senofonte. Poté ricevere un’educazione molto buona non tanto perché di famiglia fosse benestante: suo padre era un piccolo “industriale” del tempo, quanto poiché – quando l’azienda di famiglia ebbe dei rovesci – egli, per almeno un decennio lavorò come logografo, cioè scriba giudiziario  a pagamento, oggi potremmo dire cancelliere. Aristotele stesso attesta l’autenticità di alcuni testi logografici risalenti agli anni 400-390 a. C.

La sua missione, però, per come la sentiva lui stesso, era quella della paidèia, della pedagogia, dell’insegnamento, rivolto ai giovani del suo tempo. Amava farsi chiamare filosofo, mentre non gli piaceva la definizione di retore. Scrisse dall’eta di Pericle all’avvento di re Filippo II di Macedonia. Nel 390 istituì una scuola pari per importanza all’Accademia platonica. Il grande ateniese, però, non lo apprezzava, anche se con lui condivideva la grande ammirazione per Socrate e il sospetto verso i sofisti, o filodossi, che non erano (sia secondo Isocrate sia secondo Platone) amanti della verità, ma della cangiante opinione. Un altro aspetto che avvicinava i due era la considerazione per la paidèia. Non avevano, ambedue, troppa fiducia nella democrazia ateniese, mentre amavano la forma scritta dei discorsi e la cura dello stile scrittorio.

Il suo “conflitto” con il sommo competitor verteva sul giudizio che Isocrate esprimeva (a mio parere, e non solo a mio parere, sbagliando) su Platone. L’uomo di Erchia definiva inutili gli insegnamenti dell’Ateniese, perché troppo difficili e teorici, mentre i suoi, a parere suo – ovviamente – erano più orientati alla concretezza delle cose utili, che non sono sempre fondate su verità assolute. Rimproverava a Platone di occuparsi troppo di conoscenze teoriche e dunque di epistemologia, di gnoseologia, di metafisica, mentre egli riteneva necessario dare una mano alle persone con il ragionamento concreto, improntato a chiarezza e semplicità, anche basandosi sull’opinione, la δόξα. La sua fama crebbe al punto da poter chiedere compensi dalle famiglie degli alunni fino a diecimila mine, come dire almeno il doppio del costo di almeno due annualità universitarie attuale.

In realtà egli curò l’ars rethorica, che riteneva lo strumento più adatto, sia alla vita individuale e civile, sia alla vita politica. Non disdegnò l’attività politica diretta, promuovendo una politica panellenica che prevedesse la collaborazione delle diverse pòleis greche, sotto la guida di Atene, unica realtà in grado di coordinare miltarmente gli Elleni contro il pericolo persiano e di promuovere forme democratiche di governo, beninteso trattandosi della democrazia come era intesa allora. Le sue speranze morirono quando a Cheronea nel 338 i Macedoni tolsero l’indipendenza alle città greche. Mori poco dopo di inedia, si tramanda. Ultranovantenne.

 

Se Isocrate è personaggio storico, i Dioscuri appartengono alla più lussureggiante mitologia ellenica. Addirittura figli di Zeus, qualche fonte propone, ma altri li danno come figli del re di Sparta, Tindaro. Oppure altri ancora riportano che solo Polluce fosse figlio di Giove, insieme con la sorella Elena, e dunque immortali, mentre Castore, se figlio di Tindaro, sarebbe stato un mortale. Un bel pot pourrì di storie arcaiche.

Oppure addirittura Argonauti con Giasone, impegnati alla ricerca del Vello d’oro. Polluce fu anche celebrato come grande pugile, poiché sconfisse in una gara di questa disciplina il re dei Bebrici, Amico. Poco tempo dopo i gemelli diedero vita alla città eponima di Dioscuria, collocata secondo il mito in Colchide. Successivamente avrebbero fondato anche una città nel Lazio, Amyclae.

Altre “gloriose” vicende furono attribuite ai Dioscuri come la lotta contro Teseo, eroismo che gli meritò in qualche modo l’immortalità da parte di Zeus, che – come vedremo – non “funzionerà”, oppure la guerra fra gli abitanti di Locri Epizefiri e quelli di Reggio. A un certo punto però, le loro sorti si separarono. Durante il rapimento delle spose promesse di Idas e Linceo, figli di Afareo fratello di re Tindaro, Castore fu ferito a morte. Per non separarsi del tutto dal fratello Castore, volle vivere un giorno nell’Ade e un giorno sull’Olimpo.

Euripide li ricordò nella sua Elena, come mito nel quale Zeus li mise insieme per sempre nella costellazione dei Gemelli.

Che c’entrano allora i due vicecapidelgoverno con tutti questi racconti? Perché qualcuno li chiama “dioscuri”? A mio parere, non certo perché le loro res gestae somiglino in qualche modo a quelle dei due eroi mitologici, ma per pigrizia lessicale e professionale degli scribi dei nostri tempi, logografi stanchi e spesso cinicamente disincantati. Il giornalismo italiano è in crisi, come altri settori sopra elencati. Il web e la riduzione delle copie vendute dei quotidiani hanno stretto in un angolo questi professionisti della comunicazione.

Le direzioni editoriali devono rispondere ai desiderata dei loro padroni, che spesso sono banche e potentati finanziari da un lato, e alle convenienze politiche del momento. Mi chiedo come descriverebbero oggi i due vicecapidelgoverno penne come quelle di Bocca, Montanelli, Brera, Raschi, Bettiza, Calvino, Buzzati e perfino Enzo Biagi, che non ho mai particolarmente apprezzato. Come guarderebbero le varie Annunziata e Gruber, i Fazio e i Lerner, personaggi del calibro di Ruggero Orlando o Tito Stagno, per tacere di molti valorosi dei decenni dal ’50 ai primi anni ’80? Quella era gente in gamba che cercava la notizia e la viveva, queste e questi invece si accontentano dei racconti di terzi, selezionando spesso in base al loro credo politico. E allora funzionano i radical chic à-la allure accademica, ovvero i pappagalli dei capi politici maggioritari, che somigliano però ad altri uccelli, i polli.

I due vicecapidelgoverno assomigliano a Castore e Polluce solo metafisicamente, perché sono “due”, in quanto  da ogni altro punto di vista ben meschina figura, fanno. Pobrecitos.

Noa Pothoven non c’è più perché

si è tolta la vita ad Arnhem in Olanda, dove c’è una legge che permette il suicidio assistito dopo il compimento dei sedici anni, ma in questo caso lo stato non c’entra. Noa lo ha fatto a casa, pare, lasciandosi morire di fame. Voler morire, decidere di morire e poi morire interpella i più profondi precordi dell’anima.

C’è chi organizza i viaggi in Svizzera dall’Italia come la società Exit, il cui amministratore dice che il suo lavoro è come un altro e lui si limita a offrire (a pagamento) solo un supporto tecnico-logistico. Cercalo sul web, gentile lettore, ché vale la pena, per renderti conto fin dove può arrivare il freddo cinismo di qualche affarista, di qualche umano. E poi vi sono militanti radicali disponibile ad a accompagnare in Svizzera chi vuol chiudere la vicenda terrena per ragioni visibilmente comprensibili. Mi riferisco in particolare al caso di Fabiano Antoniani, più noto come Dj Fabo, di cui qui ho già scritto.

Non è banale decidere per il suicidio, fenomeno studiato da molti, fin dalle tesi degli antichi filosofi stoici, Seneca in primis, che si suicidò, certamente per ordine di Domizio Enobarbo, l’imperatore Nerone, senza attendere che qualche sicario lo uccidesse, nel caso in cui non avesse obbedito al “cesare”.

Condannato dalla dottrina morale cristiana che ritiene la vita umana bene indisponibile all’uomo, perché dono di Dio, il suicidio è stato studiato molto bene da Émile Durkheim nel 1897. Il sociologo francese era filosoficamente un positivista collettivista, per cui la società, per come è fatta, per i valori o disvalori che ha, per i problemi che pone, è ben più importante dell’individuo per la presa di decisione suicidiaria. Egli scrive:

«Se iniziamo dall’individuo, non saremo in grado di capire nulla di ciò che sta accadendo in un gruppo […] Di conseguenza, ogni volta che un fenomeno sociale viene spiegato direttamente indicando un fenomeno psicologico, possiamo essere sicuri che la spiegazione sia sbagliata”.»

Inoltre, pensava che un fenomeno sociale si potesse spiegare solo esaminando un altro fenomeno sociale, credendo in una sorta di meccanicismo causa/ effetto. Infatti afferma:

«Il suicidio coincide negativamente con il grado di integrazione nei gruppi sociali a cui l’individuo appartiene. […] Ci deve essere quindi una forza nell’ambiente comune che colpisce tutti nella stessa direzione, e il numero di suicidi individuali sarà alto o basso a seconda di quanto forte o debole sia questo potere”.»

Il suicidio. Studio di sociologia (titolo originale Le Suicide) è il testo a cui mi sto qui riferendo. Durkheim è convinto che la situazione sociale  condizioni le scelte individuali, in particolari situazioni di fragilità psicologica, fino quasi a coartare la scelta personale. Dal web: “Le statistiche mostrano che il suicidio è un fenomeno sociale normale: è un fenomeno regolare presente in molte società e, all’interno di ciascuna società, i tassi di suicidio si evolvono relativamente poco: Ciò che questi dati statistici esprimono è la tendenza al suicidio della quale ogni società è afflitta collettivamente“.

Lo studioso cercò in un primo momento di individuare le cause del suicidio e in seguito di proporre una sorta di classificazione dei tipi di suicidi, in base alle loro cause.

Venendo alla situazione attuale, da un punto di vista giuridico-legale in qualche stato è legale il suicidio assistito, nel quale il medico aiuta chi ha deciso di togliersi la vita, e differisce dall’eutanasia, poiché in questo caso il soggetto provvede a somministrarsi le sostanze mortali in modo “volontario” e autonomo.

Il tema interpella etica e religione, fortemente, e non è affrontato con superficialità in nessuno degli stati dove è ammesso. Belgio, Olanda, Colombia, Lussemburgo, Svizzera, e anche Oregon, Washington, Montana e California negli USA lo regolamentano.

Noa Pothoven, vittima di due stupri, anoressica e depressa, precedenti tentativi di suicidio, si legge, non è stata in grado di uscirne. Come è stata aiutata? Le notizie relative alla drammatica vicenda parlano di vari tentativi di rinforzarla, senza successo. Il ministero della salute olandese vuole accertare “il tipo di cure ricevute da Noa e se ci sia stato qualche errore” nei trattamenti somministrati.

Lei aveva anche scritto un libro con la sua storia nell’intento di fare coraggio ad altri giovani fragili, ma una decina di giorni fa ha rivelato sui social di voler porre fine alla sua sofferenza psichica “insopportabile e senza speranza“. “E’ da tanto che non mi sento davvero viva – aggiungeva – respiro ma non vivo” ed esortava i suoi follower a non tentare di dissuaderla. Prevedeva perfino quando sarebbe arrivata la fine: “Entro una decina di giorni“. E così è stato. “Genitori e medici – riporta il Guardian citando proprie fonti anonime – hanno concordato di non procedere all’alimentazione forzata“, una pratica consentita dalle linee guida dei medici olandesi secondo le quali “se un paziente nega il consenso alle cure, chi ne ha responsabilità può smettere di prestarne“.

Il papa ha scritto: “L’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza (…) la morte di Noa è una grande perdita per qualsiasi società civile e per l’umanità. Dobbiamo sempre affermare le ragioni positive per la vita“.

I Cinque Stelle hanno presentato una proposta di legge per l’eutanasia. Non so se e quanto abbiano approfondito il tema.

L’argomento di cui qui scrivo è di una delicatezza e profondità estrema, e le semplificazioni e le tecnicamente ignoranti considerazioni di non pochi, sui media e nella politica, non aiutano, anzi confondono. Perdere prematuramente la vita per un incidente o per malattia – purtroppo – appartiene all’esperienza comune, ma togliersela volontariamente (?) è cosa molto diversa. Torna in campo il tema della libertà. Fortissimamente. E qui rinvio al saggio di qualche settimana fa, scritto in questo sito, e a una sterminata letteratura filosofica, teologica, psicologica, sociologica e religiosa.

Per Spinoza e altri di varia provenienza teoretico-morale il suicidio, come ogni cosa-che-accade, appartiene al regno della “necessità” (ciò che non cessa), per cui non-può-non-accadere, in quanto coerente con tutti gli altri flussi causali che generano la realtà tutta.

Mio caro lettore, permettimi di dissentire da questo determinismo semi-assoluto. Non può essere che la decisione di togliersi la vita dipenda “solo” dal fatto che è previsto/ coerente-con-il-tutto la decisione suicidiaria, proprio per evitare che manchi un tassello alla… realtà. Anche accettando le teorie di Benjamin Libet dell’anticipazione (biologica) elettrochimica della decisione rispetto all’atto “libero”, non è plausibile che  non vi sia uno spazio di libertà in una decisione così drammatica, specialmente quando le “ragioni” sono di carattere psicologico-spirituale, e conseguentemente anche fisico, come nel caso di Noa o, più precisamente, nel caso del povero Lucio Magri.

Altro e diverso è il discorso di Dj Fabo. Il giovane uomo era in condizioni che definire terrificanti è un eufemismo, dopo un grave incidente stradale. La sua decisione è stata quella di cercare una fine che gli risparmiasse ulteriori tormenti. Il mio giudizio, da persona che è “uscita” (?) da una malattia gravissima, è improntato a un grande rispetto. Nel tempo e con l’esperienza ho anche cambiato idea rispetto a quella che nel 2008/ 9 mi ispirava a scrivere in un certo modo della povera furlanute Eluana, poiché ora su quella vicenda, vivendo e pensando e parlando con il dottore Amato, che la vide negli ultimi giorni, ho maturato una diversa posizione.

Libero arbitrio o meno, “proprietà” o “mandato” di ciascuno sulla sua propria vita, il tema del suicidio interpella i temi più profondi, delicati e difficili circa il valore della vita umana. E’ certo per tutti che la decisione di venire-al-mondo non è del soggetto, mentre è certo che, tecnicamente, il soggetto umano può decidere di togliersi la vita. La discussione, che deve essere sempre pacata, verte dunque su questo tema: se la vita sia un “valore” indisponibile alla volontà umana o meno. Non è una questione peregrina, poiché merita tutto il rispetto possibile e l’umiltà della ricerca e della competenza.

Se il papà o la mamma di Noa mi avessero contattato per aiutare la loro bambina, non so che cosa avrei potuto fare, chissà. Forse, utilizzando la filosofia pratica che, come si dice oggi, è una mia mia skill importante, forse – se coinvolto per tempo – si sarebbe stati capaci insieme – io e lei – di trovare un pertugio riflessivo per considerare che sarebbe valso la pena (?) continuare a vivere.

Equador, Carapaz, Italia, Fagagna del Friuli

L’Equador è una repubblica, uno stato e una nazione sudamericana, di estensione un poco minore dell’Italia e una popolazione di quasi diciassette milioni di abitanti. Si trova tra la Colombia il Perù e il Mare Oceano Pacifico. L’equatore attraversa questa terra, dandole il nome. Quito è la capitale, mentre la città più popolosa è Guayaquil.

A circa mille chilometri nell’Oceano si trovano le isole Galapagos, nelle cui acque e territori Darwin studiò la natura e poi scrisse L’origine delle specie.

Dal 1832 l’Equador è indipendente dopo essere stato colonia spagnola, e parte dello stato (la Grande Colombia) fondato da Simon Bolìvar, il libertador dal dominio spagnolo, con Colombia, Venezuela e Panama.

Ivi si parla spagnolo, ma sono lingue ufficiali anche il quechua, lo shuar, lo tsafiki e altri idiomi parlati dagli autoctoni.

Da tanto lontano, è arrivato al Giro d’Italia di quest’anno, e lo ha vinto con forza e merito, Richard Carapaz, ventiseienne andino, dalla faccia scolpita con lontane reminiscenze fisiognomiche di un altro combattente della bici, Claudio Chiappucci, che poco meno di trent’anni fa duellava con onore perfino con Miguelon Indurain e Gianni Bugno, con Argentin e Greg Lemond. Un primo argumentum che desidero agganciare al secondo, poiché entrambi rappresentano modi dell’umano agire, nei suoi chiaroscuri contraddittori, a volte strani o imprevedibili.

Altro scenario: una domenica di primavera, in quel di Fagagna, ridente borgo collinare friulano, in un campo da golf molto prestigioso, io son stato nominato da un giovin signore. Un signore più in età, incarnazione dell’arcangelo Gabriele, con cui sono in contatto da qualche tempo, onorato del fatto, io indegnissimo, proprio come Maria di Nazaret e il Profeta Mohamed, mi ha riferito che il giovin signore ebbe a citarmi per dir -seppur indirettamente- che sono una persona perbene, uno che non cannibalizza le aziende che frequenta, favorendo spostamenti di personale dall’una all’altra.

Sono ben contento che tale chiara fama percorra ponti e sentieri, strade e convalli, e giunga fin nel verde smeraldino dei prati curatissimi di un nobile deporte, se dice en castellano.

Che cosa insegna l’episodio di non spregevol natura? Che bisogna stare accorti a come dove e con chi si parla e a chi può ascoltare i nostri discorsi, anche se ora il web può tradire chiunque.

Il mio cortese informatore, a sua volta protagonista involontario di un aneddoto frizzante, mi ha detto convintamente che son stato nominato con rispetto e fiducia. Ooooh, almeno qualche volta il gossip non è dannoso.

L’episodio di cui sopra. G.T., queste le iniziali del signore, amico e collega, e non è l’acronimo di un’Alfa Romeo degli anni ’60 mi racconta: “Ero lì e, dopo avere giocato la mattina, ho aiutato, berrettino da barman in testa, un collega dell’altra grande azienda del gruppo, a distribuire tranci di pizza a giocatori e ospiti, signori e signore della borghesia buona che frequentano il prato verde nella natura. Davo loro quel che mi chiedevano e taluno o, più spesso, taluna, mi apostrofava un po’ piluccando e commentando critica i tranci…. oooh troppo salamino, ragazzo quel pezzo là, sì signora, subito. E così dalle 14 alle 17 circa. Vado a casa a cambiarmi e torno, perché sul tardi vi era una cerimoniola per ringraziar gli sponsor, tra cui la fabbrica di pizze famosa della Pedemontana. Il chairman cita i presenti e chiama anche me al tavolo presidenziale (faccio per dire) dicendo “ringrazio sentitamente il dottor G.T, amministratore delegato della multinazionale b., che ci aiutati in questa bellissima giornata”. Bene: non so se in me hanno riconosciuto il “ragazzo” che due ore prima dava fuori i tranci di pizza ma, scenario capovolto, molti a tirarmi per la giacca, complimenti, perorazioni… e io ero sempre quello là, cui ci si rivolgeva con la degnazione di un superiore verso la servitù”.

Lezioncina morale: l’umanità e di una variabilità infinita, da Carapaz al giovin signore che mi citò senza peritarsi di controllare se qualcuno lo stesse ascoltando, l’amministratore vestito da barman, i suoi “servìti” e poco dopo clientes quasi imploranti, e perciò si conferma che l’abito e il ruolo fanno il monaco, ma i presuntuosi imbecilli possono vestirsi come vogliono, firmati o meno, cosicché imbecilli (certamente non nel senso descritto dalla neuropsichiatria positivistica neo-lombrosiana, e neppure con terminologia più attuale dal Manuale medico-diagnostico V) sono e tali restano, semper et ubique. Amen.

La dannosità delle “migliori amiche” e altri guai

Ogni tanto mi chiedo la ragione per cui le ragazze di oggi debbano avere sempre bisogno della “migliore amica”, la quale non sempre ricambia il sentimento, e spesso lo tradisce con vili attività stalkizzanti. Lo psicologo ci può spiegarne le ragioni… con il bisogno di avere qualcuno che non ti giudica, che ti è vicino, ti è fedele in tutte le situazioni, e così via.

Leggo sul web: “Migliore amica non significa la preferita tra le amiche, ma significa qualcosa di più. Significa avere una persona accanto che non ti giudica e ti accetta per quello che sei, che ti ascolta, che ti scherza e ti rimprovera come se fosse un padre quando quello che fai non gli piace. Significa anche avere qualcuno su cui contare, qualcuno a cui puoi dire tutto senza provare vergogna perché lei non ti giudicherà ma saprà consigliarti. Qualcuno che sarà come una sorella e sarà difficile, impossibile, dimenticarla. E per me quel qualcuno sei tu.”

Epperò ho notizie e sono coinvolto e cercato per le mie competenze filosofico-pratiche per affrontare casi nei quali la “migliore amica” si è comportata come una autentica carogna. Allora quella non era proprio la migliore amica, ma una gelosa se non invidiosa di una ragazza più bella, più in vista, più ammirata, più desiderata.

Dopo mille moine, all’improvviso la bella sprovveduta che pensa di avere in A, per modo di dire, la migliore amica, si accorge che A la sta sputtanando sul web, e nel modo peggiore. Così piange e si dispera, si vuole quasi ammazzare. Controlla ogni momento il cellulare e se vede qualcosa che la riguarda si impanica subito, il cuore le batte forte, non sa se è rabbia o dolore, non capisce, non ci crede perché mai avrebbe immaginato che A avesse parlato di lei in quel modo e con chi, poi? La migliore amica ora è come una bestemmia. La migliore amica ora è una nemica. La delusione si alimenta con l’ammalamento della volontà e viceversa. Le ragazze “punite” dalle migliori amiche vanno in crisi a scuola e ovunque…

Altri guai non mancano, brutte facce in tv, parlari inordinati e talvolta squallidi, linguaggi impoveriti e sciatti. Non posso non dare uno sguardo al “tempo” e ai modi della politica attuale, quasi quotidianamente, ogni volta che scrivo. Mi scappa proprio. E mi pare che il concetto di “migliore amica”, rigorosamente al femminile, ché i maschi non hanno bisogno di migliori amici per qualche profonda ragione di genere che un giorno o l’altro mi deciderò a studiare, mi par la metafora della politica di governo attuale. I due soliti noti paiono proprio due “migliori amiche”, che si dicono e dicono “si va avanti”, “ah io con lui non ho nessun problema”, “le parole in libertà e le offese delle scorse settimane erano frutto della campagna elettorale”.

Dimaio e Salvini sono “due migliori amiche”, che si cercano e si insultano, si chiamano e si sputano addosso sputando in aria, però, e la fisica ci insegna che il liquido biologico emesso verso l’alto, a causa della brezza può tornare sul grifo dello sputante, e non sull’ampia e intelligente fronte della “migliore amica”. Eh Eh. Se la situazione non fosse preoccupante sarebbe comica.

Anche i discorsi dell’opposizione di sinistra sono fuori  controllo, ché quando si sente Zingaretti parlare dell’Italia (ovviamente anche lui parla “del Paese”, e non so lo intende con la P maiuscola) pare che le cose siano a un punto tale da suggerire il suicidio a tutti. Sono convinto che non se ne rende conto e nessuno gli spiega che l’effetto che fa su molti esseri pensanti, che magari votano PD (come me), è questo.

Deve cambiare il linguaggio, devono essere scelte parole più adeguate, precise, perfino raffinate per descrivere la situazione, che è grave soprattutto a causa degli atti di questo governo di sconsiderati, ma anche per atti di governi precedenti, tenendo conto degli ultimi (almeno) tre decenni.

Tornando alle “migliori amiche”, è bene riflettere sul tema. Suggerirei alle ragazze di cambiare (anch’esse) espressioni, e di parlare di “amiche” senza aggettivi, poiché il giudizio di eccellenza, a quelle età, può essere smentito in ogni momento. Le giovani menti sono ondivaghe, fragili condizionabili, perfino manipolabili e -cosa non strana se si ha qualche idea dell’evoluzione-maturazione della psiche umana- auto-manipolabili. Le ragazze, confrontandosi continuamente sui social, entrano obiettivamente in competizione, creano alleanze “stupide” contro qualcuna, per gelosia o per disinformazione e allora inizia la persecuzione. Negli ultimi anni anche con conseguenze tragiche.

Lasciate perdere le “migliori amiche”, e scegliete amiche che non sono gelose di voi, care ragazze, e coltivatevi con cura e attenzione, ché così crescete in equilibrio e virtù, per diventare donne capaci di guidare le vostre vite e aiutare i maschi con cui avrete coesioni di vita: loro ne hanno bisogno.

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