Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Messi, che lacrime ridicole! Jacobs sia umile. Tortu, che bel sorriso… e approfitto della visibilità del titolo per segnalare l’ultima idiozia vista su un quotidiano sportivo: parlando della staffetta vincitrice della 4 per 100 a Tokio, leggo che il primo frazionista, Lorenzo Patta, nato nel 2000, è un millennial. Ma, se si intende che “millennial” è chi è nato nel nuovo secolo, il XXI e nel nuovo millennio, il III, Patta NON E’ un millennial! Ancora, ancora c’è gente convinta che il 2000 sia il primo anno del III millennio e del XXI secolo, idioti!

Ciò che qui scriverò, caro lettore, non avrà nulla di moralistico, ma sarà semplicemente narrativo, realistico, forse solo un po’ attento agli aspetti finanziari, gestionali e di etica d’impresa, nei limiti che la mia limitata competenza in materia mi consente, incompetenza che, come sai mio caro lettore, non riguarda l’etica d’impresa.

Il signor Messi, gran calciatore e piccolissimo uomo, mi ha fatto solo malinconicamente ridere con le sue lacrime (?), mentre dalla sede della sua storica squadra di calcio, spiegava ai giornalisti le ragioni per cui dopo vent’anni se ne stava andando a Parigi, per un compenso biennale di settanta milioni netti (se ho capito bene)! Più o meno. Dal Barcellona ne aveva accettati appena (!!!) 20 (parlo di milioni all’anno, caro lavoratore medio, ma anche caro dirigente, caro Cfo, caro Ceo, caro imprenditore), ma la Liga spagnola non avrebbe ammesso un contratto del genere, vista la crisi (morale?) finanziaria ecc. ecc. del settore, e in considerazione delle regole attualmente in vigore negli organismi internazionali, come la UEFA, regole che comunque le società calcistiche di proprietà di emiri o magnati russi, come il PSG di Parigi, il Manchester City, il Chelsea e altre, stanno bellamente violando da oltre un decennio.

La dico così: oramai da oltre dieci anni la Coppa dei campioni, o Champions League, NON VIENE VINTA, MA COMPERATA!!! Diciamo, almeno dal famoso Triplete dell’Inter de Milan.

Qualche ingenuo (solo ingenuo?) scoltatore radiofonico addirittura si scandalizza perché Messi non abbia accettato di giocare agratis (così ha detto) per il club catalano. No comment. Alle radio aperte al pubblico telefonano quelli che hanno bisogno di sentirsi per radio e di farsi ascoltare dagli amici del barsport. Trattasi, solitamente, di fuoriclasse del pensiero umano contemporaneo.

Diego Armando Maradona, figura con la quale Messi non ha nulla a che vedere

Piangeva (ma senza lacrime vere, cioè acquose e salate), con il fazzolettino nascondente il falso pianto, el seňor Lionel Messi, convincendo sul suo reale dolore solo (penso) cinque o sei persone (o solo tre), in tutto il mondo. Che squallore!

Lui, come il grosso Lukaku, che pareva un eroe gladiatorio della ottima Inter dell’anno scorso (squadra tanto simpatica quanto sfigatella), e invece ha seguito il market anglo-russautocratica, che gli bonificherà 12 milioni netti (1 al mese) all’anno, invece dei (solamente) 7, poverino, che poteva confermargli la “sua” Inter. Big Rom, l’amatissimo condottiero se ne è andato dopo due anni, facendo seguito alla scelta del suo ex coach, che non poteva accettare neanche per 12 milioni all’anno, di rivincere (forse) solo lo scudetto, ma forse, ripeto. Che squallore! …cui si aggiunge anche quello del giovine portierone della Nazionale italiana, il fortissimo Gigio, governato da un grosso (di circonferenza addominale) mezzano, che mi ricorda proprio i mediatori di compravendita di buoi di paese di nonnesca memoria.

Non mi scandalizzo per gli stipendi abnormi dei calciatori, ma per la loro inconsapevolezza di vivere in una sorta di bolla esistenziale senza senso, in ragione di una vita pressoché scollegata dal resto del mondo.

Tortu Filippo, invece, è un bel ragazzone italiano, con una personalità timida ma spiccata. E’ già un campione notevole e lo diventerà ancora di più, se saprà mantenere le virtù morali che ha già mostrato in questi anni. Insieme con i suoi compagni della staffetta potrà fare grandi cose, ma soprattutto se Lamont Marcel Jacobs riuscirà a non montarsi la testa cedendo alla retorica fasulla dell’uomo più veloce del mondo. Affermazione non rispondente al vero (se non durante la finale olimpica del 100 metri piani di Tokio), perché 9.80 è un tempo già corso, anche più volte, negli ultimi vent’anni almeno da una decina di atleti (alcuni: Tim Montgomery, Tyson Gay, Johan Blake, Justin Gatlin, Travyon Borrel, Asafa Powell, Nesta Carter, etc.), che hanno spesso fatto anche meglio di Jacobs, e molto distante dal 9.58 di Usain Bolt che, nella stessa gara gli avrebbe dato almeno due metri e mezzo di distacco. Jacobs stia umile e lavori, come tutti quelli che sanno che il lavoro e la fatica pagano. Faustino Eseosa Desalù lo sa bene, e anche Lorenzino Patta, il primo frazionista ventunenne, nato nel 2000.

Patta non è un millennial, come scrivono alcuni giornalisti, che insistono nell’errore di propalare che il 2000 sia il primo anno del terzo millennio e del ventunesimo secolo. Ma diamine (per non dire di peggio)!

Possibile che non sia a loro chiaro che il 2000 è l’ultimo anno del ventesimo secolo e del secondo millennio? Non gli basta capire che la prima decina numerica, da uno a dieci, finisce con il 10 e non con il 9? Non ce la fanno a fare un’analogia tra il più semplice dei conteggi, quello da prima elementare da 1 a 10, con il rapporto che sussiste tra il 2000 e il 2001, capendo che il primo giorno del ventunesimo secolo e del terzo millennio è il primo gennaio 2021, non il primo gennaio del 2000?

Ma a Patta certo non interessa nulla di questa ignoranza colpevole dei protagonisti dei media.

A me interessa, perché costoro fanno danni a chi non sa leggere criticamente le loro fanfaluche e imprecisioni.

Rimedio nel mio piccolo, come posso, sempre sul pezzo.

“Impensabile”, “incredibile” (ovvero: non ci credo), “inimmaginabile”… (tre aggettivi che, pur se usati come modi di dire per significare cose grandissime e/o inaspettate, in realtà sono abbastanza idioti). Il peggiore di questi attributi è “impensabile”, mentre “invincibile”, “insuperabile” e qualche altro analogo, si possono anche accettare, sia pure con riserva. Alcuni aggettivi, di contro, come “inadeguato”, “impossibile” (con qualche dubbio dato dalla soggettività), “inaccettabile” (idem come per il precedente), “impreparato”, etc., sono del tutto congruenti con realtà fattuali

Tre espressioni molto usate, ma non perciò, nonostante siano dei modi di dire per enfatizzare la grandezza o la difficoltà di qualcosa, meno idiote. Apparentemente filosofiche, ma in realtà abbastanza inutili.

Parto da una breve analisi della preposizione “in” che dà inizio a ciascuna di quelle parole. In latino “in” significa “contro” (non solo per la definizione dello stato in luogo), di cui l’esempio più forte è senz’altro il nome del secondo più grave dei vizi capitali, l’invidia, in-vidia, che significa “guardare male, augurare male all’altro”, “in-vidêre”, cioè guardare-contro. Viene subito da dire che l’invidia è non solo un vizio gravissimo, ma è anche un capolavoro di stupidità, perché, come è noto, la quintessenza della stupidità è il volere-il-male-dell’altro senza averne alcun vantaggio.

Come si fa a dire, infatti, impensabile? Chi lo può dire? Chi può affermare che un-pensiero-non-è-pensabile? Chi è così presuntuoso da osar affermare che, siccome per lui stesso una cosa è proprio eccezionale, è impensabile? Sarà impensabile per lui, magari, ma non per me e per molti altri.

Tutto è pensabile, perché nessuno sa che cosa può essere pensabile da altri o in futuro. Né conosce i propri possibili pensieri… futuri. Il pensabile è correlato alla non-misurabilità delle esperienze umane (lasciamo stare qui la psiche degli “animali”, esclusi gli umani) e del pensiero. Basti pensare alle opere del pensiero, dell’arte, della ricerca scientifica… Come si può dire che qualcosa non è pensabile, ripeto? Il pensabile è in-finito, cioè non-finito (sempre con la preposizione “in” che contrasta). O no?

Esaminiamo ora l’incredibile. Chi può affermare che una cosa è in-credibile? Solo un superbo, come quelli che pretendono di dire che l’esistenza di Dio è incredibile, ma anche come quelli che affermano l’esistenza di Dio è credibile perché dimostrabile con un atto logico di argomentazione. Nessuno può affermare che si può mostrare razionalmente l’esistenza di Dio o il suo contrario, l’inesistenza. La nozione del “divino” può essere solo intuita meta-fisicamente, in quanto essenza-sostanza di un dono: Dio, inteso come Uno assoluto e incondizionato, non si può collocare nel modo fisico, accessibile ai sensi esterni. L’Assoluto e l’Incondizionato si collocano in un Altrove non-fisico, ma di Stato-dell’Essere, non misurabile (in-commensurabile, e qui sì, ci sta la preposizione “in”!) e conoscibile fisicamente.

Incredibile lo si sente dire dopo un’impresa di qualche genere, sportiva ad esempio. Siamo alle solite: l’uomo non conosce tutti i vettori causali della realtà effettuale, per cui viene sorpreso da qualche fatto, e dunque esclama “incredibile!”. Ma cosa? Proviamo a pensare alle vittorie italiane nella velocità atletica alle Olimpiadi di Tokio: per i presuntuosi anglosassoni (inglesi e americani, ma di più gli inglesi) è incredibile che gli Italiani abbiano vinto. Perché? Perché il loro superiority complex, almeno dall’insopportabile Churchill in poi, non può ammettere che gli Italiani siano più forti di loro in una disciplina sportiva fondamentale.

E qui mi sovviene un’ira funesta, una collera invincibile (ecco! in-vincibile, come l’ignoranza di parecchi) e un disprezzo totale per la decisione di Mussolini di mettersi con Hitler contro di loro, perdendo l’Italia e la faccia, e facendo maturare in quei popoli una disistima profonda per noi. E aggiungo anche la vigliaccheria del re traditore Vittorio Emanuele III di Savoia.

Devo dire che mi infastidisce un po’ anche l’uso di questo aggettivo “incredibile” da parte dei nostri atleti vincenti, anche se comprendo come l’emozione gli detti questa espressione, che diventa trita se detta e ripetuta tre, cinque, dieci volte. Ma li perdoniamo, perché a volte possono mancargli le parole, i sinonimi per dire sorpresa e meraviglia per la grande prestazione.

Per il concetto di inimmaginabile vale presso a poco il medesimo ragionamento sopra svolto per l’impensabile. Come si può ritenere plausibile il concetto di inimmaginabile? Che ne sa chi lo afferma circa che cosa posso immaginare io, o tu, mio gentile lettore, o uno sconosciuto che tale sempre rimarrà?

Tutto è immaginabile, come è immaginabile che si possa migliorare il record del mondo dei 100 metri piani, dall’attuale 9.58 di Usain Bolt (a proposito, si astenga dal dire castronerie sulla vittoria di Jacobs!) a un numero che può ridursi sempre più, conteggiando, oltre i centesimi attuali (58), i millesimi, i decimillesimi, i centomillesimi, i milionesimi, i decimilionesimi e via dicendo fino al numero “n” asintotico, e sempre non-finito. Ecco: 9.57/ 913462…

Il concetto di invincibile può essere accettato, anche se con la riserva di alcuni limiti. In Filosofia morale si dice invincibile un’ignoranza etica non colpevole, come può essere il non-sapere che è male mutilare le bambine, come accade in una certa cultura tribale africana, dove vigono usi e costumi, che noi possiamo definire “culturalisti” (da Etica culturalista), i quali non tengono conto che il bene della salvaguardia dell’integrità psico-fisica dell’essere umano viene prima, è più importante del rispetto di usi e costumi locali, che nel crudelissimo esempio sono funzionali al dominio sessuale del maschio sulla femmina.

Anche nello sport “invincibile” è improprio: basti pensare al fatto che, ad esempio nel ciclismo, il più forte di tutti, spesso definito dai giornalisti “invincibile”, il belga Eddy Merckx fu battuto da Bernard Thevenet, che era semplicemente un ottimo corridore, al Tour de France, mi par di ricordare, in due occasioni. Anche il meraviglioso Luis Ocaňa, peraltro sfortunatissimo, batté nettamente Merckx, sempre al Tour, una volta. Quindi il grande Belga non era invincibile.

Alcuni aggettivi, di contro, come “inadeguato” o “impreparato” sono del tutto congruenti con realtà fattuali.

E ora, non posso non sottolineare che ancora una volta i principali utilizzatori dei tre aggettivi del titolo sono gli uomini e le donne dei media, dei giornali, delle tv, del web, i quali, afflitti da un’inguaribile pigreria (pigrizia accentuata), risolvono il problema di come definire una cosa eccezionale con uno dei tre aggettivi di cui sopra. Se utilizzi uno dei tre aggettivi “sei a posto” esercitando quel mestiere, perché hai già detto il massimo, più di così non si può dire, espressioni per rappresentare concetti così estremi non puoi trovare…

Ma no. Che ne dici, gentil lettore, se cominciassimo a non utilizzare più, ogni momento, “impensabile, incredibile, inimmaginabile” e li sostituissimo con attributi adeguati alla bisogna di definire un atto, un fatto, un’impresa, una vittoria, un evento accaduto per la prima volta come la prima ascesa al K2?

Basterebbe definire la prima ascesa del K2 “evento straordinario”, cioè non-ordinario, invece di “incredibile”, anche perché “è accaduto”. O no?

In questo periodo, compresi i lockdown mi sono sentito SEMPRE sostanzialmente LIBERO (alla faccia dei libertari a corrente alternata), perché ho fatto SEMPRE, dico SEMPRE, ciò che dovevo fare e nessuno me lo ha impedito. Aaah, dimenticavo, sono stato anche offeso da qualcuno che mi ha invitato “a svegliarmi”, un “pulpito” che si nutre di web e bugiardini, non di seri studi accademici, dove la tua competenza è verificata da terzi che hanno titoli per giudicarti, fino a che io stesso ho fatto parte di questi “terzi” (docenti universitari). Detto questo, qui parlo di quisquilie, per variare il menù. Ecco: parlo degli uomini politici e delle donne “politiche”: un ambiente di noiosi, tra pochissimi “ascoltabili”; giornalisti e titolisti: una piccola accolita di disonesti che rovina una categoria talvolta eccellente

Ripeto: nonostante gli alti lai dei libertari a corrente alternata, che ululano per piazze e sul web, anche durante i lockdown più rigidi, mi sono sentito e sono stato LIBERO di agire e di dire ciò che volevo dire e di fare ciò che dovevo fare, sempre nel rispetto delle norme prudenziali, atte a tutelare la legittima personalità e libertà degli altri. e l’altrui dignità. Due volte mi hanno fermato i carabinieri, ed è bastato che dicessi: “vado nell’azienda tale, perché sono il Presidente dell’Organismo di vigilanza ex Codice etico“, e non mi è stata chiesta neppure l’auto-dichiarazione. Oggi ho il green pass e lo porto con me, finora esibito solo in piscina. Quale è il problema? Detto questo, passo alla quisquilia del giorno: “parlare male”, con pieno diritto e nozione informata, di politici e giornalisti, due tra le peggiori categorie sociali di questi tempi un pochino oscuri, soprattutto per un utilizzo scarso dell’intelletto, e una sorta di intolleranza alla fatica di studiare.

Per me la noia è il peggior stato dell’anima, peggio della paura terrorizzante, che è la paura della paura. Per me.

Più volte mi sono speso a commentare la povertà-della-qualità-della-classe-politica, il cui livello è definibile come penoso, scadente, noioso.

Quando in tv vediamo apparire le faccette dei politici e delle politiche, anzi quando vedo, perché so di me e non di altri, so già ciò che stanno per dire. Lezioncine imparate a memoria, e non perdono un colpo solo perché imparate a memoria. Mi ricordano queste filastrocche da prima elementare: “Le ochette del pantano/ vanno piano piano piano/ tutte in fila come fanti/ una dietro e l’altra avanti“… oppure: “Il mio gatto Musotondo/ verdi ha gli occhi e il pelo biondo,/ ha il nasetto impertinente/ canzonar sembra la gente./ Proprio adesso il bricconcello/ s’è cacciato nel cappello,/ e da lì contempla il mondo/ il mio gatto Musotondo“. Anzi, no, non mi ricordano per nulla queste bellissime filastrocche elementari, che non sono noiose, ma bellissime. Noiosi sono loro!

In questo campo le donne non si differenziano dai maschi: la noia li unifica nell’insopportabilità. Il linguaggio è trito, scontato, il modo di affrontare i temi è apodittico e paratattico. Noioso.

Non ho ancora capito se i giornalisti li preavvertono (penso di sì) dell’intervista, cosicché il politico/ la politica si prepara una lezioncina da recitare a raffica, con piglio, non deciso, ma arrogante, che attesta come il/ la parlante sia convinto di avere ragione e tutti gli altri torto.

Mi si può spiegare che i “tempi televisivi” richiedono semplicità e chiarezza, per cui sono da evitare ragionamenti complessi e da proporre solo conclusioni, senza premesse logiche. Per me ciò risulta essere un orrore, immediatamente dopo che mi sono annoiato. Il fatto è che la loro è una recita a favore di telecamere, perché subito dopo, tra loro, fraternizzano.

Solo due nomi, tra moltissimi, come campioni dei maschi e delle femmine: Lupi e Serracchiani.

Se veniamo ai giornalisti e ai titolisti la disonestà intellettuale dilaga. La cura dell’attendibilità delle fonti latita, il linguaggio è spesso aggressivo e impreciso, i titoli fuorvianti e imbroglioni. Il web poi “fa il suo” con il metodo “specchietto per le allodole”, dove mette in evidenza solo una parte della notizia per dare l’impressione di un male devastante che poi magari si rivela spesso solo fuffa. Esempio calcistico: “Incredibile al Napoli (in evidenza, poi puntini… e il testo prosegue così… Insigne ritarda all’allenamento)”. Cosa c’è di incredibile? o di preoccupante? nulla. Intanto, però, il tifoso del Napoli è andato in ansia. Cosa poco importante? Sì, cosa da nulla, ma intanto si è creata una agitazione mentale nella persona semplice che è il tifoso.

Esempi non virtuosi, o fastidiosi: Travaglio-arrogante-Marco e Belpietro-nonmiviennulla-Maurizio per la carta stampata, Fazio-falsetto-Fabio, Hunziker-mossetta-Michelle, Litizzetto-bruttino-Luciana, Fiorello-nonsochediresenoninutile-Rosario, e Varriale-sosiadiclaudiovilla-boh, per la tv, Alessandra-beep beep-De Stefano per il ciclismo e Paola-sgrunt-Ferrari (grazie a Dio che se ne va) per il calcio, ancora in tv, inascoltabili, come un Martinelli-accentituttisbagliati-Maurizio (che pronunzia Màttarella, invece di Mattarèlla), e Parenzo-noiasinistro-David e Cruciani-sporcaccion-Giuseppe per la radio, più Parenzo che Cruciani, perché a parer mio il peggio e più disonesto è il politicamente corretto. Dimenticavo trasmissioni radiofoniche come Sportiva, dove senti conduttori che pronunciano male l’italiano e telefonate dal pubblico in proporzione di idiozia. Probabilmente, sia la politica, sia il giornalismo rappresentano la mediocrità gaussiana di quelli che telefonano per ascoltarsi. Che p.! E moltissimi altri, che non cito qui per non annoiarmi.

Mi consolo con la memoria che mi ricorda i nomi di Bruno Raschi e Montanelli, di Gianni Brera e Biagi, di Buzzati e Claudio Gregori, che del giornalismo hanno fatto un’arte. Come cantava Califano: “Tutto il resto è noia“, anzi, no, ho sbagliato… “Tutto il testo è noia“.

Su libertà e vaccini occorre tornare con chiarezza ad Aristotele, Tommaso d’Aquino e Immanuel Kant

Leggo in tema prese di posizione filosofiche provenienti da prestigiosi colleghi, come Cacciari e Galimberti, che in parte condivido, ma prevalentemente no, direi in particolare nella metodica comunicazionale.

Del primo non condivido la posizione pubblica sul green pass, che limiterebbe la libertà individuale: ciò mi sembra che sia un po’ come guardare il dito che indica la luna, non guardare la luna, vale a il dire che le regole anti-Covid sarebbero liberticide… D’accordo con lui quando commenta la povertà politica storica, mezzosecolare, dei preposti alla salute italica, ma ciò non significa che non si debba tener conto di ciò-che-è-meglio-fare qui e ora, per combattere l’insidioso male del Sars-Cov2, epidemia, se non si vuole dire pandemia, dimostratasi già in tutta la sua pericolosità.

Mi meraviglio che un pensatore del livello suo non riesca a comprendere come non sia il caso si esprimersi verso il grande pubblico con teoresi, anche condivisibili, ma eccessivamente articolate e sofisticate, per non mettere in allarme chi non è in grado di seguirle passo passo, mentre invece sia più utile accontentarsi di proporre ragionamenti semplici, essenziali, tali da aiutare a scegliere razionalmente la gran massa delle persone di farsi il vaccino, in questo frangente, dove il vaccino è – comunque la sia veda – il male minore, e nel contempo il bene maggiore. O no?

Del secondo non apprezzo per nulla la sua oramai solita – e già vetusta – accusa al cristianesimo di aver fomentato l’egoismo da duemila anni.

Non è semplicemente vero, come ho spiegato qualche settimana fa in uno specifico articolo qui pubblicato. Onde non ripetermi, qui ricordo solo che, se è vero che il cristianesimo ha posto al centro della riflessione sui valori morali la persona umana come individuo il cui valore, appunto, è incommensurabile, ha giustapposto al tema-persona, con altrettanta forza e priorità, il concetto di comunità, di comunione, di condivisione. Ne consegue che la persona e le persone, il bene e il male sono da considerare sempre in relazione al rapporto necessario esistente nell’umana convivenza.

Sarà poi la filosofia teologica cristiana, a partire da Agostino e soprattutto con Tommaso d’Aquino a precisare meglio, con estrema e insuperabile chiarezza, il valore primario della comunità, come insieme di figli-di-Dio, riassunto poi nelle forme più solenni nella recente (1965) Enciclica conciliare Lumen gentium, là dove la Chiesa stessa, cioè l’adunanza, la raccolta dei popoli, è definita “popolo di Dio”.

C’ è, di contro, un filo rosso tra i tre grandi filosofi citati nel titolo, Aristotele, Tommaso d’Aquino e Kant, un filo che spiega con chiarezza che cosa si debba intendere per libertà e bene comune, il filo rosso di una filosofia politica irrorata dalla sapienza greco antica, dalla morale cristiana e dall’apertura culturale dell’illuminismo.

Evitando in questa sede indicazioni bibliografiche e appesantimenti specialistici, mi limito a citare, innanzitutto Aristotele, che parla esplicitamente dei doveri specifici e ineludibili “di chi entra in città”: chi entra nella pòlis deve conformarsi alle leggi della pòlis stessa, deve accettarne leggi, usanze e modi di vita, ove desideri soggiornarvi, altrimenti se ne può anche andare. Evidentemente bisogna contestualizzare la dottrina socio-politica ed etica aristotelica, non prendendola per buona come esempio assoluto per i tempi odierni.

Tommaso d’Aquino, completa il discorso morale aristotelico e la dottrina cristiana, ponendo il tema del Bene comune, che ricomprende i beni individuali e li mette in relazione, sottolineando la primazia di ciò che è più utile alle comunità, piuttosto che al singolo individuo.

Il buon frate domenicano arriva addirittura a scrivere che la stessa proprietà privata non può essere assoluta, incondizionata, poiché ogni bene è dato da Dio, per cui ogni essere umano, con la sua intelligenza e volontà, su questi beni deve esercitare un mandato al fine di salvaguardare detto bene, anche in vista di chi verrà dopo, figli e nipoti. Ogni essere umano e ogni gruppo umano, sostiene il grande filosofo cristiano, ha la responsabilità della custodia dei beni, perché, come doni del Creatore debbono essere rispettati, tutelati e utilizzati per la realizzazione di una buona vita di ciascuno e di tutti.

Di più: per Tommaso, se un tiranno usa i beni dati all’uomo solamente per la sua convenienza, esercitandovi un potere assoluto e senza poter essere contrastato, mostrandosi nell’agire come tiranno, il popolo può avere diritto di ucciderlo, per liberare tutti dal sopruso. Anche il tirannicidio, dunque, in questa visione del “bene comune” può essere moralmente ammesso. Sono certo che non molti conoscono questa dottrina tommasiana, profondamente cristiana.

Avvicinandoci ai nostri tempi, non citando tutti i numerosi pensatori che dopo Tommaso hanno posto il Bene comune” al di sopra dell’interesse individuale, giungiamo a Immanuel Kant.

Ebbene, Kant spiega molto bene nella Critica della Ragion pratica, (siamo attorno al 1800), il suo testo di Filosofia morale, che vige l’obbligo di non considerare mai l’uomo come mezzo ma sempre come fine. In sostanza, l’Uomo deve essere inteso e rispettato come soggetto-in-relazione, per cui ogni dire e ogni agire deve tenere conto del bene altrui. Un altro suo detto fondamentale è il seguente: “Fai in modo che la massima del tuo agire possa costituire legislazione universale“. Non mi pare necessitino commenti interpretativi.

E, per concludere, cito umilmente… me stesso, riprendendo la breve sintesi teoretica che ho pubblicato in un post pubblicato qualche giorno fa, sul tema della Libertà.

LA LIBERTA’

Molti non hanno alba di che cosa si possa intendere razionalmente per LIBERTA’ Ancora molti ritengono che sia “fare ciò che si vuole”, ma non è così, perché la volontà a volte è guidata da emozioni sbagliate o da ignoranza tecnica. Quelli che urlano per le piazze, sgangherati libertadores, o dicono in privato che sono per la libertà, non sanno ciò che dicono o urlano. Prima di decidere “liberamente” che cosa fare, bisogna informarsi, studiare certo, ma soprattutto valutare che cosa sia il bene maggiore e il coincidente male minore per tutti, per se stessi e anche per coloro con cui si con-vive. Essere liberi è, dunque “volere ciò che si fa”, là dove l’intelletto cosciente e la ragione argomentante aiuta a decidere per il meglio, e dunque a essere veramente liberi, nei limiti consentiti dall’essereumani.

Allora, se la decisione resta insensibile al BENE MAGGIORE COMUNE, quella che sopra abbiamo chiamato ignoranza tecnica, diventa ignoranza morale, e dunque eticamente rilevante e colpevole.

Un esempio? Si pensi al divieto di fumo nei locali chiusi legificato vent’anni fa circa dal benemerito ministro prof Sirchia. Ebbene, i fumatori di quel tempo, dopo avere un po’ brontolato, si adeguarono, capendo che la libertà di avere quel vizio era inferiore alla libertà di tutti gli altri che invece avevano deciso, per la propria salute, di non fumare. L’analogia è fortissima, l’esempio è quasi sovrapponibile… o no?

E allora, venendo al tema vaccini e libertà: come si fa ad affermare, come fanno in molti, che lo Stato ci tiene prigionieri, quando invece è il virus il soggetto da mettere nella frase che parla di prigionia. Proprio per liberare noi stessi e gli altri, per rispetto, ripeto, di noi stessi e degli altri, è utile, opportuno, necessario vaccinarsi.

Non dico obbligatorio, perché spero che il buon senso e l’intelligenza rendano superflua una normativa legalmente vincolante.

Giornalisti “villani” (senza offesa per i villani abitanti delle “ville” rurali), Marco Travaglio e David Parenzo, e i falsi liberal-democrat del non-vaccino

Qualcuno non ha limiti nell’insultare, e molti si improvvisano sapienti su ogni materia, di questi tempi. Ciò non si dovrebbe mai verificare, ma queste cose capitano. Probabilmente l’accessibilità dei nuovi media non solo favorisce, ma sollecita, interventi di tutti i generi in tutti gli ambiti su tutti gli argomenti.

In ragione di ciò, si leggono e si ascoltano facezie, stupidaggini, affermazioni azzardate, assiomi infondati, ricordi fasulli, relazioni inesistenti fra concetti inconciliabili, pretese di conoscenza senza fondamento, e altro del genere che, se non fosse talora pericoloso, potrebbe essere il soggetto di innumerevoli gag comiche.

Tornando al citato giornalista, misteriosamente innamorato di Conte, più che di Grillo, ora si è messo a parlare dei figli di papà al Governo, partendo da Draghi, cui riconosce solo saperi finanziari, mentre – a parer suo – non saprebbe un c. di socialità, sanità e molt’altro. Invece, sappiamo che Draghi si è fatto da solo, come me e molti altri.

Perché il soave giornalista non attacca due autentici “figli di papà” come Ciro Grillo e Davide Casaleggio? Potrebbe bastare, anche se questo tipo umano si meriterebbe altro di critico, che qui non gli concedo. Mi prenderebbe troppo immeritato spazio.

Un altro giornalista villano, che blatera arrogantemente per Radio e si mostra in tv, talora in compagnia di sodali che competono validamente con lui in beceraggine, ma non lo superano, come Giuseppe Cruciani, è David Parenzo, che non si perita di dare del cretino a chiunque non sia d’accordo con lui. E pensare che vi sono molti masochisti che continuano a telefonare a La Zanzara, trasmissione di Radio24, cioè di Confindustria. Ciò che mi meraviglia, ma forse sono ingenuotto, è come mai anche l’elegante presidente Bonomi accordi spazio a un format così degenerato. Ascoltare una volta, per capire. Sarà per l’audience, la maledetta audience che si nutre del brutto, del cattivo e dello sporco.

L’anima dell’uomo ha antri oscuri, forse sepolti tra l’amigdala e i lobi prefrontali, che non sono l’anima, ma l’encefalo del sapiens sapiens.

Non so se l’anima dei contemporanei sia più bacata di quella degli uomini di tempi andati: certo è che i media mostrano attualmente qualcosa di inaudito, anche rispetto al recente passato. Forse arriveremo al punto preconizzato da Spielberg in Minority report.

Io, più prudentemente, parlo di crisi del pensiero… critico e mi do da fare, nel mio piccolo, per svilupparne in giro la consapevolezza.

Un altro aspetto negativo di questi tempi è lo stalking telematico, pericolosissimo, soprattutto per i ragazzi. L’ignoranza e la volgarità incombenti rischiano di mettere a repentaglio non solo la sicurezza mentale dei giovani, ma perfino quella fisica. Si sono registrati anche casi di suicidio di ragazzini che non hanno retto la diabolica insistenza del bullismo informatico.

Altro capitolo: quello degli sguaiati falsi democrat del non-vaccino, che stanno ogni giorno superando se stessi in ignoranza colpevole (o forse no, si tratta solo di ignoranza-bestia e quindi incolpevole; cf. Tommaso d’Aquino Secunda secundae).

Se ricordi a uno di costoro che il 90% delle persone ricoverate in terapia intensiva in queste settimane sono non-vaccinati, ti risponde che è un… caso. Ma questi non sa nemmeno che cosa significhi la parola “caso”. Eppure urla, strepita, insulta, rivendica la sua libertà di infettarti. O, addirittura afferma, come certi sedicenti guru, che il Covid è un falso problema, perché ne muoiono più di malaria, o di tumore o di infarto.

Come sempre, chi non sa ragionare, perché non ha argomentazioni, e vagamente percepisce questa sua debolezza logica, cambia argomento.

Qualcuno mi ha detto che il paragone con la vicenda del fumo da me proposto in un post precedente non sta in piedi con la vicenda vaccini, perché in questo caso si viene relegati a casa se non si ha il green pass, e allora no, ho provato a spiegare che il paragone sta in piedi sul piano del rapporto che sussiste tra Bene (o supposto tale) personale e Bene comune, laddove quest’ultimo non può stare al secondo posto, mi risponde che “non gliene frega nulla del bene comune”. Mi fermo, perché dovrei dirgli che è quantomeno narcisista, egocentrico, egoista, se non vagamente affetto da un a forma abbastanza lieve di sociopatia. E taccio.

Ma continuo, con le mie limitate forze, a lavorare affinché la ragione argomentante, forte di una logica inoppugnabile, contrasti l’assenza di senno che molti in questo periodo propalano, ed esaltano con i loro comportamenti espressivi e di azione.

Sono convinto che ce la faremo.

I vaccini, la persona morta di Voghera, i referendum, la riforma della giustizia: tra un diritto eticamente fondato e giuridismi insensati, la libertà, nella “società dell’egoismo” e della “crisi del pensiero… critico”, vera e grave pandemia

…e pensare che Giuseppe Conte si propone come giurista di vaglia!

Di rientro dall’incontro con il Presidente Draghi afferma convinto che è possibile un accordo sulla “riforma della giustizia della ministra Cartabia, ma che i 5S (che lui vorrebbe dirigere ma mi pare già che non ci riesca) vigileranno onde impedire che maxi processi, come quello istruito contro i dirigenti di Autostrade Spa dopo il crollo del ponte Morandi a Genova vadano in fumo.”

E lo dice convinto. Il popolo che ascolta la tv, però, non ha né tempo, né voglia, né preparazione giuridica per andare a compulsare il testo della riforma Cartabia e si fida… pensando “ma come può dire una cosa falsa un avvocato che è stato capo del Governo?”

Invece no: la riforma scritta dalla nuova ministra, che grazie allo Spirito Santo che soffia dove vuole, a Draghi, al Presidente Mattarella e a qualche politico in questo caso accorto (e furbo, siccome si tratta di Renzi), salvaguarda assolutamente l’andamento e la conclusione di processi come quello citato, evitando ogni riduzione di tempi che ne limitino la celebrazione, fino a una legittima conclusione e auspicabili severe condanne. Ooh come mi piacerebbe vedere per un momento in manette, magari finalmente compunto, il superbo, arrogante e finora impunito ing Castellucci, di cui tutti ricordiamo l’atteggiamento insopportabile subito dopo il disastro! …anche se, come sa il mio gentil lettore, sono tutt’altro che un manettaro, nutrendo una stima “tecnica” per il giornalista Travaglio molto vicina allo zero assoluto, quello cosmico.

Costui, quando parla o scrive sembra che goda quando viene messo in galera qualcuno, e che auspichi si gettino via le chiavi, come si dice, con orrenda espressione popolare.

Fare confusione sulla prescrizione, cioè sul tempo limite per la celebrazione di un processo nei suoi tre gradi di giudizio (Primo, Appello, Cassazione), è un delitto concettuale e una mancanza di rispetto grave per l’intelletto di ogni Italiano, anche di chi non riesce a verificare la veridicità delle asserzioni (in questo caso) contiane.

A Voghera, un assessore leghista ha “sparato” (a) un marocchino trentanovenne uccidendolo. Il suo avvocato spiega che si è trattato di legittima difesa. Il Procuratore della Repubblica ha chiesto e ottenuto dal Giudice gli arresti domiciliari, intanto, con la causale di “eccesso colposo di legittima difesa”, l’indagato essendo stato aggredito con le mani dalla vittima. Deve stare rinchiuso in casa perché potrebbe essere in grado di “inquinare le prove” e di “reiterare il delitto”. Sono perplesso. Certamente il fatto che girasse con una pistola con il colpo in canna significa che la sua mentalità e visione politica è quella bronsoniana e americana del farsi-giustizia-da-sé. Naturalmente (e come poteva andare diversamente?) Salvini lo difende e quasi lo loda, mentre Letta diffonde urbi et orbi (neanche fosse un Pio Dodici) l’ennesima stupidaggine riflessiva da quando è tornato in Italia per guidare un ciondolante PD (ahimè): “Bisogna togliere le pistole ai privati”.

E subito dopo, non so se lo ha detto o se lo ha solo pensato: salvo (che) ai gioiellieri, ai tabaccai, agli autotrasportatori, ai… etc. etc. No, Letta, In Italia vi sono 7 milioni di armi da fuoco su 60 milioni di abitanti; negli USA circa 350 milioni di armi da fuoco su 330 milioni di persone, e non solo pistole, ma anche fucili d’assalto, l’uso esperto di uno dei quali può provocare (e provoca quasi ogni settimana) una strage. Gli USA hanno un problema enorme, ma in Italia è diverso: l’Italia, anzi gli Italiani e i politici che ne sono l’espressione peggiore (forse perché per avere successo in politica, di questi tempi, bisogna essere furbi, non-intelligenti, e senza remore, spregiudicati), hanno un problema legato alla debolezza preoccupante di un pensiero critico, riflessivo, e ciò è un problema di cultura sociale e morale. Ma gli Stati Uniti, e altre nazioni del mondo ce l’hanno al cubo, questo problema, senza che ciò, ovviamente, ci possa consolare.

Dei referendum sulla giustizia ho già scritto qui qualche giorno fa. Mi limito, pertanto a dire solo che è bene siano celebrati, perché non basta l’attuale riforma voluta dalla ministra Cartabia e dai Presidenti Draghi e Mattarella sulla prescrizione, circa la quale riforma già si vedono le reazioni della casta sacerdotale dei magistrati, ma serve anche altro, a partire dalla separazione delle carriere tra Pubblici ministeri e Giudici giudicanti. Anche se magari solo informati dai thriller polizieschi e avvocatizi americani, gli Italiani hanno capito che là, in America, sotto questo aspetto, funziona meglio. Mi viene in mente, tra altri, anche solo il processo ai coniugi Bazzi-Romano, quelli condannati per la strage di Erba, che probabilmente (o certamente) sono innocenti, oppure la ridicola condanna comminata alla freddissima e cinica assassina di madre e fratellino Erika De Nardo da Novi Ligure, che oggi, laureata in filosofia (mi piacerebbe verificarne la preparazione e soprattutto il rapporto che per lei esiste, se esiste, tra filosofia e vita), oppure, per ragioni ancora diverse, la vicenda del carabiniere Cerciello Rega, o quella di Meredith Kercher, dove l’americana signorina Knox Amanda se la è forse cavata a buon mercato.

Ripeto, con Calamandrei e, meglio ancora, con Tommaso d’Aquino e il padre gesuita Molinos, condivido la seguente tesi etico-giuridica che recita: “in dubio pro reo”, e dunque “meglio uno/ dieci/ cento colpevoli in libertà che un innocente in prigione”.

Infine: i vaccini tra “obbligo” e volontarietà. Immanuel Kant parlava e scriveva dell’imperativo categorico, come scelta libera ancorché necessaria (si noti l’ossimoro concettuale), spiegando che vi sono alcuni momenti e situazione nei quali si è tenuti a dover dire o fare qualcosa e non qualcosa’altro, ad esempio, in questa nostra attuale temperie e luoghi: “fare i vaccini”. Dispiace che per convincere i dubbiosi siano utili, anzi necessarie, le parole durissime, inequivocabili, del Presidente Draghi, che tutti hanno ascoltato e di cui molti pare abbiano già fatto tesoro.

Sant’Agostino e Tommaso d’Aquino scrivevano di libertas minor, vale a dire di una libertà egoistica, scarsamente lungimirante e poco supportata dall’intelletto e dalla ragione… e di libertas maior, quella sì illuminata dalla riflessione e dalla logica argomentativa. Ecco, questi sono tempi che impongono ai cittadini di scegliere la Libertas maior!

La LIBERTA’

Molti non hanno alba di che cosa si possa intendere razionalmente per LIBERTA’ Ancora molti ritengono che sia “fare ciò che si vuole”, ma non è così, perché la volontà a volte è guidata da emozioni sbagliate o da ignoranza tecnica. Quelli che urlano per le piazze, sgangherati libertadores, o dicono in privato che sono per la libertà, non sanno ciò che dicono o urlano. Prima di decidere “liberamente” che cosa fare, bisogna informarsi, studiare certo, ma soprattutto valutare che cosa sia il bene maggiore e il coincidente male minore per tutti, per se stessi e anche per coloro con cui si con-vive.

Essere liberi è, dunque “volere ciò che si fa”, là dove l’intelletto cosciente e la ragione argomentante aiuta a decidere per il meglio, e dunque a essere veramente liberi, nei limiti consentiti dall’essere umani. Allora, se la decisione resta insensibile al BENE MAGGIORE COMUNE, quella che sopra abbiamo chiamato ignoranza tecnica, diventa ignoranza morale, e dunque eticamente rilevante e colpevole.

Un esempio? Si pensi al divieto di fumo nei locali chiusi legificato vent’anni fa circa dal benemerito ministro prof Sirchia. Ebbene, i fumatori di quel tempo, dopo avere un po’ brontolato, si adeguarono, capendo che la libertà di avere quel vizio era inferiore alla libertà di tutti gli altri che invece avevano deciso, per la propria salute, di non fumare. L’analogia è fortissima, l’esempio è quasi sovrapponibile… o no?

In una fase nella quale la crisi del pensiero critico, del pensiero-pensante è la prima “pandemia” su cui lavorare, e a questo tema si dedicheranno i lavori del Seminario estivo dell’Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica, Phronesis, attualmente da me presieduta, in quel di Brescia a fine agosto, mi pare utile ricordare anche qui che la prima battaglia da combattere e da vincere è quella contro l’egoismo individualistico, che porta a confondere la libertà personale, che alcuni ritengono sia indebitamente conculcata, ad esempio con il green pass, con la libertà responsabilmente aperta alle necessità vitali di tutti, in un sentimento e atteggiamento comunitario e solidale.

Dispiace a me, da filosofo esposto sul piano nazionale come Presidente di Phronesis, ascoltare certe riflessioni del caro professor Galimberti, che ha-anche-a-che-fare con la nostra associazione, quando in tv “accusa” il cristianesimo di essere liberticida, in ragione della sua sottolineatura evangelica (di Gesù stesso) del valore della persona, a discapito della comunità. Di contro egli cita Aristotele che sosteneva come l’uomo che entra in una città deve sottomettersi alle sue leggi, altrimenti non può sottrarsi all’alternativa binaria, se essere definibile come “bestia” o come “dio”. Mi meraviglio della citazione, caro Galimberti, anche se capisco che i “tempi” televisivi impongono innanzitutto i rai fulminei delle frasi icastiche e, insieme, le sintesi nemiche dell’attenzione e della necessaria cura dell’analisi storico-filosofica.

La contraddico ricordandole che il cristianesimo è tutt’altro che anti-comunitario, come mostra tutta la sua storia, senza che qui riassuma la storia della dottrina, confermata con la massima solennità nel 1965 nella Costituzione conciliare Lumen Gentium, che al primo articolo afferma che la “Chiesa (e lei sa che tale lemma significa in greco, ekklesìa, adunanza, comunità, etc.) è il Popolo di Dio”. Popolo di Dio, tutti, dunque, nessuno escluso. Circa la citazione agostiniana là dove il grande Padre africano afferma che allo stato spetta di “togliere gli impedimenti che si frappongono alla salvezza dell’anima”, non di cercare il bene comune (peraltro valore citato in molti testi agostiniani che lei bene conosce), lei mi pare dimentichi che gli scritti di Agostino si caratterizzano per diversi sensi interpretativi, a seconda – potremmo dire – del target: i sensi allegorico e morale, per parlare ai fedeli spesso analfabeti, il senso anagogico per disquisire con i moltissimi interlocutori del suo livello culturale, cristiani e non, spiegando poi ai fedeli che “anagogico” significa “che ha a che fare con la salvezza dell’anima”.

Le sue tesi in tema, pertanto, mi sembrano, sia filosoficamente, sia teologicamente, sia storicamente non corrette, poiché, peraltro in presenza di interlocutori tutt’altro che all’altezza per discutere di questi temi, come il maleducatissimo giornalista David Parenzo (lo si ascolti per conoscerlo meglio, nella trasmissione di Radio24 “La zanzara”, dove fa a gara con i suoi colleghi Giuseppe Cruciani e tale Alberto Gottardo a chi è più volgare), non corrette e infondate circa quanto proposto dalla Teologia cristiana, dalla Tradizione dal Magistero sull’uomo e sul mondo in duemila anni. Potrei citarle mille testi a suffragio di un tanto, ma qui non lo posso fare.

Caro Galimberti, è proprio vero il contrario di quello che lei sostiene: il Cristianesimo è stato, insieme con l’etica platonico-aristotelica, che proprio Agostino, e dopo di lui papa Gregorio Magno e poi Tommaso d’Aquino, contribuì a inserire nella morale evangelica delle Beatitudini (cf. Matteo 5, 1-15 ca) il fomite ideale e morale generativo del valore morale superiore del Bene comunitario, rispetto al Bene individuale, poi declinato dall’Illuminismo e fatto progredire dalle Rivoluzioni francese e nazionali (anche se non senza contraddizioni) e dallo sviluppo delle moderne democrazie fino al welfare contemporaneo.

Ecco dunque, anche se la pandemia Covid è un gran male, cogliamo l’occasione per parlare e combattere la pandemia della crisi del pensiero. Anche questa mia riflessione che la contrasta, caro professore, serve a questo. E dunque la ringrazio e la abbraccio, da filosofo e da essere umano, anzi viceversa.

“Lei, professore, ha affermato in una pubblica conferenza e ha più volte scritto sul suo blog che la dizione genitore 1 e genitore 2 è una idiozia imbecille? Bene, ne risponderà a un giudice”… è questo che si vuole, Letta e c.?

Gli articoli 1, 4 e 7, soprattutto il n. 4, del Disegno di Legge Zan in qualche modo rendono possibile questa incredibile fattispecie. Possibile che a sinistra non ci si accorga che si sta cercando di intervenire con una sanzione penale sull’espressione di una opinione filosofico-politica? No?

l’idiozia imbecille

Vediamo i testi di questi tre articoli.

Nell’articolo 1 del ddl Zan contro l’omotransfobia e la misoginia si stabilisce in premessa che per “sesso” si intende il sesso biologico o anagrafico; per “genere” qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso; per “orientamento sessuale” l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; per “identità di genere” l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione.

Primo: la confusione che si ingenera con queste diverse dizioni è somma. Come si fa a pretendere che un articolo tipo questo possa chiarire il tema? Cosa può succedere se si intersecano le diverse definizioni nella vita quotidiana? Come si fa a mettere sullo stesso piano sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere? Mi paiono obiezioni sufficienti per semplificare il testo.

L’articolo 4 è una clausola di salvaguardia. Il DdL precisa: “Sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

Bene: proviamo a immaginare che un giudice ritenga che quanto io ho affermato e scritto più volte sul mio blog e in lezioni e conferenze, come riportato nel titolo, ritenga che tale giudizio sia o possa essere fomite di atti discriminatori e violenti (non si capisce contro chi), potrebbe chiedere per me una condanna ai sensi di quell’articolo. Non so neanche commentare una tale eventualità… Qualcuno può dirmi che non esistono giudici capaci di tali voli di fantasia giuridica, ma io non credo, perché la militanza ideologica a volte fa brutti scherzi. Non mi fido, e pertanto, occorre specificare meglio che cosa si intende per “(omissis) purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Non certo la dizione di cui sopra si tratta, penso, (che ne dici gentile lettore?), ma non mi fido lo stesso.

L’articolo 7 istituisce la “Giornata nazionale contro l’omotransfobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia” per il 17 maggio, giornata che va celebrata anche nelle scuole.

Direi proprio di no: soprattutto alla dizione “nelle scuole”, che può significare dalla scuola dell’infanzia alle superiori. Se c’è la preoccupazione che il tema sia conosciuto e discusso dai giovani in formazione, si può decidere di dare indicazioni, come Ministero della Pubblica istruzione, che se ne parli nelle scuole superiori a cura degli insegnanti di filosofia, di cultura religiosa o di materie umanistiche, là dove non è previsto lo studio della filosofia.

Questi tre punti rappresentano l’attuale aggiornamento del politicamente corretto, povero surrogato di una cultura veramente aperta, perché basata sui fondamenti antropologici, sociali e storici della nostra specie, il genere umano.

Non so se la deriva di questo pensiero mono-orientato sia irreversibile, ma io, finché avrò forza, continuerò a spiegare che per parlare dell’uccisione di un essere umano (mi scuso per il triste esempio) basta dire “omicidio”, che è l’uccisione di una persona appartenente al genere “homo (sapiens sapiens)”, e quindi maschio o femmina che sia. Non occorre inventare il termine “femminicidio”, cavolo. E di questo sono responsabili i giornalisti, sempre più intellettualmente pigri e ansiosi di scoop.

L’ultima idiozia che qui mi vien da citare è la decisione di Lufthansa di modificare il “buongiorno signore e signori” con cui si salutano i viaggiatori imbarcati, con un semplice “buongiorno” (neutro), per non offendere eventuali appartenenti a qualche altro sesso/ genere/ orientamento sessuale/ identità di genere… basta così?

Modifiche dell’articolato di legge come quelle da me qui proposte riducono la tutela della personalità individuale dei cittadini italiani, secondo quanto prevede la Costituzione della repubblica italiana?

Non mi pare, caro Letta, ma mi sembra lei ora ci stia pensando. Era tanto difficile pensarci prima? Che tristezza questa sinistra.

Gli Inglesi, più ancora che sprezzanti verso gli Italiani, sono imbecilli. Sono questi i connazionali di Francis Bacon, Isaac Newton, John Locke, David Hume, Charles Dickens, G.B. Shaw e Bertrand Russel? Gli inglesi…

che pena. E che vergogna!

Per me solo una conferma, perché ho avuto un parente acquisito di stampo razzista, colonialista e incapace di ascolto, l’idealtipo dell’inglese che ritiene las Malvinas roba sua, e i “negri” esseri inferiori, da governare quasi come un gregge.

Ci sarà una ragione per cui tutto il mondo ha tifato per l’Italia agli Europei di calcio, compresi i loro cugini scozzesi e irlandesi, e contro la Nazionale inglese?

Forse più di una.

Gli Inglesi non piacciono per molte ragioni: per una tendenza ad impadronirsi di terre e mari cresciuta in tutto il mondo dai tempi del conflitto vittorioso con l’Impero spagnolo nel XVI secolo. Da allora, l’Inghilterra fu per trecento anni la prima potenza mondiale: solo Bonaparte ne mise a rischio la primazia. Dopo Waterloo Londra tornò la capitale del mondo, fino agli scontri del XX secolo, che la videro ancora vincitrice, ma segnarono l’inizio del declino, mentre cresceva la diarchia USA-URSS. Ora il mondo è multipolare e l’Inghilterra, che ha avuto l’idea distopica di uscire dall’Unione Europea, ha perso la sua centralità.

Il Commonwealth è l’ultimo retaggio formale di un impero che fu mondiale.

Come insegna Carlo Marx, accanto ai fenomeni strutturali della storia umana, vi sono i fenomeni sovrastrutturali, quelli culturali e giuridico-politici. Il retaggio del potere inglese è rimasto solo (e non è poco!) nella pervasività dell’uso della loro praticissima lingua, che è diventata una delle tre o quattro koinè del mondo economico, politico e sociale.

Il sentiment sugli Inglesi, però, è generalmente negativo. Di loro non si sopporta la spocchia, la presunzione, il superiority complex, che ha intriso la loro cultura e la loro anima.

Gli Inglesi, in qualche modo si sentono superiori agli altri popoli, almeno in questa fase storica… sarà perché sono stati decisivi, anche se meno dei Russi e degli Americani, nella sconfitta del Nazismo, nelle cui vicende, comunque, il loro capo, Churchill ebbe comportamenti tutt’altro che lineari e più che ambigui. Il regno Unito guidato da Sir Winston, prima di considerare la Germania hitleriana come un nemico mortale, le tentò tutte per scatenarla contro l’Unione Sovietica.

Peraltro, noi Italiani abbiamo non poco da recriminare per ciò che quell’uomo politico disse e fece a nostro sfavore. Dopo averci definito “ventre molle d’Europa e popolo senza carattere”, non ebbe nessuna remora a trattare con Tito l’eventuale cessione di Trieste, Gorizia e di mezzo Friuli. Non possiamo volergli troppo bene, agli Inglesi.

Tutto ciò viene insegnato nelle loro scuole, per cui anche un bravo ragazzo come Marcus Rashford, eccellente calciatore, si toglie la medaglia d’argento assegnatagli per il secondo posto ottenuto ai Campionati europei di calcio. Ecco, anche nel gioco del calcio, siccome loro se ne ritengono gli inventori (falso, perché questo gioco in qualche modo era praticato in Italia nel Medioevo, e in forme diverse dall’antichità romana), non giocarono con altre squadre nazionali fino al 1950, perché convinti che avrebbero facilmente battuto tutti, e quindi, magnanimemente, evitavano di far fare brutte figure a tutte le altre nazioni.

Poi, quando si rassegnarono a competere, persero la prima partita con gli Stati Uniti, non proprio una potenza calcistica. E, per quanto concerne le vittorie, l’Inghilterra può annoverare solo quella del mondiale giocato in casa nel 1966 (quello del gol-non gol di Geoff Hurst). In seguito non hanno vinto più niente, mentre l’Italia ha vinto sette manifestazioni europee o mondiali (quattro mondiali, due europei e una Olimpiade); la Germania più o meno altrettanto, il Brasile pure; anche la Francia, molto anche la Spagna, l’Argentina e l’Uruguay, ma loro no.

Amavo spiegare al mio parente inglese acquisito che gli Inglesi, di fronte alle centinaia di artisti sommi di cui può vantarsi l’Italia, loro possono presentare un Turner o un Constable. Il loro più grande musicista, prima dei Beatles, è stato un tedesco di cui si sono impadroniti, Georg Friedrich Haendel. Continuo?

E così, un uomo normalmente intelligente come il capitano inglese della squadra nazionale di calcio Harry Kane, si toglie la medaglia d’argento non appena ricevuta, imitato in questo gesto, più che sprezzante verso l’Italia, imbecille, imitato da tutti i compagni, maleducati e poveri in spirito.

Se poi esaminiamo il comportamento del premier Johnson e del principe William, che non ha neanche salutato il nostro Presidente della repubblica (sua nonna Elisabetta non l’avrebbe fatto), traiamo la seguente conclusione: una storia e una cultura in declino, che non accetta il cambiamento e il principio di eguaglianza antropologica e morale fra tutti gli esseri umani, come credevano fosse i grandi inglesi citati nel titolo, ha bisogno di riflettere profondamente su se stessa, per trovare il modo di rinascere in umiltà.

Parole dal carcere

Si discute, in una giornata di questo caldissimo luglio 2021, di quello che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere, in altre carceri, e di molto altro. Il sistema pare sia un po’ questo, così come si è visto in tv e sul web. Me lo fa capire chi si trova da decenni fra ristretti orizzonti e, se pure in modi differenti, due poliziotti.

Parto da costoro. Il primo mi dice esplicitamente che, se si registrano azioni pericolose da chi fa rivolte, prima o poi ci si vendica, perché questo è l’ordine naturale delle cose. A bestia, bestia più uno, gli scappa di dire.

Il secondo, che è un graduato, mi mostra una sensibilità politica e morale che – con rispetto per lui – non mi aspettavo del tutto, dicendo che non è ammissibile eticamente che uno “strumento dello Stato” si vendichi, peraltro di persone che magari c’entrano poco o nulla con precedenti manifestazioni.

Il mio amico invece, parla di un “sistema”, cioè di una metodica che è stata introiettata nei comportamenti di chi è di guardia, ed è in qualche modo quasi “asseverata” dall’alto, checché ne dicano coloro che stanno in alto.

Come orientarsi tra queste tre opinioni così differenti? Il carcere è una istituzione totale e totalizzante, come spiegava Michel Foucault già mezzo secolo fa, e perciò in qualche misura – di fatto – al di fuori del rispetto delle norme dello “Stato di Diritto”, come quello francese o quello italiano. Epperò, come può ragionevolmente darsi un “poter-essere” al di fuori delle norme dello Stato di Diritto? Pare una contraddizione in termini.

Se uno Stato si dice di diritto, riconoscendo che le proprie prerogative giuridiche non possono eccedere quelle di ogni cittadino, in modo da metterlo in una situazione minoritaria, non dovrebbe consentire eccezioni, ovvero situazioni nelle quali ciò che significa il sintagma etico-giuridico “Stato-di-Diritto” non “funzioni”. Ebbene, non è così… e per le ragioni in base alle quali tutto, nel mondo degli uomini e nella storia, è accaduto nel corso del tempo, e ancora accade sovente e in molti luoghi e situazioni.

Il tema dei diritti è centrale da quasi due secoli e mezzo, dai tempi dell’Illuminismo francese, tedesco, italiano e anglosassone, dai tempi di Voltaire, Beccaria, Jefferson e Kant. E’ all’ordine del giorno da questo lungo periodo, perché, nonostante la chiarissima lezione evangelica, una cultura politica generale non ha saputo introiettarne il valore. In questi due secoli e mezzo i diritti sono diventati un elemento centrale delle legislazioni e della politica nella maggior parte dei paesi del mondo, dopo le crisi sistemiche dei totalitarismi del ‘900.

Ancora, però, in molte nazioni i diritti umani non sono riconosciuti, come in Corea del Nord e in Cina, ovvero dove sono negletti, ad esempio in certi regimi autoritari del Sud America, dell’Africa e dell’Europa, come in Bielorussia.

Nei paesi giuridicamente più evoluti i diritti stanno riguardando anche aspetti della vita personale fino a sfumare in un confuso giuridismo dei bisogni e dei desideri, come sta accadendo in queste settimane in Italia con gli scontri politici sul Disegno di Legge Zan, che concerne la tutela delle varie declinazioni sessuali dell’umano.

Forse il momento critico dei diritti va di nuovo valutato per rapporto ai doveri, di cui da tempo si parla pochissimo. Dovrebbe essere posto al centro in combinato disposto fra diritti e doveri, per riprendere un discorso che equilibri questi aspetti regolatori della convivenza umana.

E torno al tema carcerario della prima parte.

Comunque stiano le cose, e specialmente se si trattasse di un sistema, come mi spiega l’amico ospite di quell’istituzione da troppo tempo, i diritti umani non vanno mai negati, e dunque atti e fatti come quelli accaduti e sopra richiamati non dovrebbero avere più la possibilità di accadere.

Ma, perché vi siano speranze per una prospettiva del genere, è necessario riprendere i fondamenti etico-filosofici della Costituzione repubblicana, che all’articolo 27 parla di diritto al recupero della socialità per tutti e per ciascuno che abbia sbagliato e abbia pagato la pena per i crimini compiuti.

Anche l’ergastolo ostativo, pur misura comprensibile in un certo momento storico, oggi mostra tutta la sua evidente incostituzionalità e immoralità. Diritti dei cittadini e doveri nei comportamenti devono coniugarsi in un mix là dove la libertà di ciascuno sia contemperata al diritto alla sicurezza personale di ciascun altro, reciprocamente.

Non si dà, infatti, una libertà plausibile, se non connessa con la giustizia e la sicurezza, sempre nei limiti dell’agire umano.

Le due cornacchie e altri “volatili” (in ambo i sensi)

Insisto. Siccome lo scontro fra Grillo e Conte continua, mi sembra interessante ricorrere alla metafora per continuare i miei commenti su questa per-nulla-fondamentale battaglia politica, anche se preoccupa molto il segretario del PD. Si tratta infatti del conflitto tra due uomini di non alta statura antropologica, di moralità quantomeno – mi permetto di dire – un pochino dubbia, almeno in uno dei due, e di albagìa certa, nell’altro.

Il paragone metaforico è interessante, perché le cornacchie sono due uccelli spazzini, molto resistenti, di indubbia intelligenza naturale, come ci spiegano fior di ornitologi. E forse questi specialisti della zoologia pennuta sono particolarmente adatti ad analizzare tipi umani come quei due.

Due notizie su questi interessanti corvidi, che per parenti hanno proprio i corvi, quelli neri neri, le gazze, le ghiandaie e anche il merlo indiano.
Come la più parte dei corvidi la cornacchia grigia è un onnivoro opportunista, molto attento alla disponibilità di esercitare la sua naturale saprofagia. Una gran varietà di cibi, prevalentemente di origine animale, ma anche vegetale, è a disposizione di questi pennuti. Anche l’urbanizzazione ha favorito il loro sviluppo, dando ampi spazi di esercizio della loro versatile intelligenza. Ad esempio, a Milano, a Roma, a Napoli, i corvidi fanno concorrenza per numero perfino ai passeracei.

In generale questi uccelli frequentano areali naturali come scogliere e coste marine, alla ricerca di molluschi e crostacei, piccoli pesci ed echinodermi, e anche ricci di mare che le furbe cornacchie aprono sollevandoli in volo e facendoli cadere dall’alto. Poi, non disdegnano di pasteggiare anche con uova di gabbiani, urie, procellarie e cormorani, adocchiando i nidi e aspettando che i genitori si allontanino per nutrirsi, oppure facendosi inseguire per favorire il lavoro di un collega corvide. Certamente uno scontro con un gabbiano non converrebbe a nessuna cornacchia.
Non manca alla loro dieta anche l’apporto di animaletti, come piccoli rettili, anfibi, insetti e invertebrati vari, larve e altro di simile.

Le cornacchie attaccano talvolta gli esseri umani, come ben documenta il noto film di Hitchcock… e, pare, anche i cani. 

Ora, anche scherzando, si tratta di vedere come possiamo individuare assonanze e similitudini fra i corvidi grigio-neri e i due marpioni cinquestellati… Sulle prime si potrebbe dire che i due umani ricordano i corvidi grigio-neri perché starnazzano molto, e qui converrebbe paragonarli alle anatre, ma queste ultime sono uccelli dediti completamente alla prole e alla ricerca di nascosti pertugi tra le acque correnti e la vegetazione per nidificare in santa pace, e non rompono le scatole a nessuno.

I corvidi no, quelli circolano per campi e piazze, per viottoli e radure, svolazzando da tetti a grondaie, dai fili della luce ai tralicci, ovunque. E ovunque tu guardi li ritrovi, con il becco teso e il vociare rauco.

Il primo dei due umani può ricordare l’uccello perché ha talmente tanto urlato che la raucedine potrebbe averlo colpito in malo modo; il secondo perché possiede un timbro vocale leggermente rauco e nasale. Questo sotto il profilo dei suoni.

Sotto quello degli atteggiamenti e del look, andiamo meglio: tutti e due deambulano con presupponenza, anche se il secondo la nasconde dietro una sorta di bonomia affabilmente esposta.

Le due cornacchie della politica. E gli altri? Potrei divertirmi ad accostare anche molti altri ad animali vari, i Salvini, i Letta, le Meloni, i Berlusc, i Renzi, i Leu e affini. Ognuno di questi può ricordare un animale tale che comunque absit iniuria verbis (cioè, nessuna ingiuria con le parole). Proviamo, anche se mi vengono in mente solo uccelli: allora, Salvini un pavoncello scherzoso, la Meloni una aggressiva gallinella d’acqua, Renzi un anatrone scalpitante, Berlusc un pappagallo curioso, Letta un tacchino che fa la ruota, ma un pochino spennacchiata. Di Leu e Sinistra italiana non saprei dire, chiederò un consiglio a un ornitologo.

Così, per sorridere, caro amico lettore.

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