Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Forza e Coraggio, cari amici lettori, perché mi vergogno come Italiano di questo governo Italiano

Quello del titolo era il nome di  una squadra di atletica nella Milano degli anni ’50, di cui faceva parte mia cugina Lucilla, prima di mettersi a fare teatro. Mi pare lei fosse forte nei 400 e negli 800 metri come la Donata Govoni e la Renata Vit. Era figlia dell’Aldo Morlacchi e di Anna Pilutti, sorella maggiore di mio padre. Diventò un’attrice teatrale di gran valore e di nessuna ricchezza materiale.

Che bei ricordi. Che bel nome di squadra: vis et animus (virtus). Coraggio da cor-aticus (cor, cordis, cuore). La forza è una qualità indispensabile per vivere, mentre il coraggio è un altro suo nome, specifico dell’elenco classico delle virtù. Bisogna coltivarle in ogni momento, specialmente nei momenti in cui sembra tutto vacilli attorno a te.

Forza e coraggio, con questo tipo di governo, cari amici italiani. Questi due non hanno né forza né coraggio, ma sbruffonaggine e arroganza, male parole e confusione mentale.

Pensavo di lasciar perdere l’argomento salvimaio almeno per un po’, ma dicono e fanno talmente tante cazzate che sono costretto a tornare con la frusta.

Un altro caso è di queste settimane a inizio d’anno, quello delle navi Sea Eye e Sea Watch. La fine della vicenda veleggia (a proposito di mare) verso la sua conclusione, come i lettori sanno.

Come si fa a lasciare alla deriva cinquanta esseri umani nascondendosi dietro parole di mera e vergognosa propaganda?

Oppure il sostegno di Di Maio ai jilet jaune di Francia, in cerca di alleati per le elezioni europee, e il popolo grillino -disilluso- si ribella.

Basta sentirli parlare, come si dice, trucemente il lumbard e confusamente il napuletano, ambedue appassionati di facebook, dove annunciano con solennità le loro balle.

Sia il “reddito di cittadinanza”, sia “quota 100” sono due fanfaluche ancorché pericolose, ridicole. Il reddito di cittadinanza, statistiche economico-sociologiche alla mano, favoriranno i furbetti del lavoro nero e non stimoleranno al lavoro, mentre quota 100 farà solo confusione e sarà sgamato entro sei mesi, come una balla inattuabile.

Non parliamo poi della srl milanese che si occupa di politica, quella della famiglia Casaleggio, guru di dubbia formazione politologica, filosofica ed etica: la flemma e l’incipiente calvizie del suo capo mi fa sperare che duri poco nella posizione di potere reale nella quale si trova. Una vergogna: altro che conflitto di interessi!

La povertà intellettuale, culturale e politica dei massimi esponenti della politica della maggioranza attuale è al di sopra di ogni aspettativa, anche la più pessimistica. E le qualità di chi è all’opposizione non brillano.

Oddio, anche i supposti o sedicenti “bravì” à la Macron stanno facendo figure barbine, Macron è quello che parlato di un’Italia affetta da lebbra. Si vergogni.

Da ultimo, la breve commedia su un acronimo, in corso. Giornalisti, conduttori tv, titolisti e politici hanno deciso, non se per distrazione o per ignoranza, che la parola “tunnel” è femminile, per cui l’acronimo T.a.v., cioè Tunnel alta velocità è introdotta dall’articolo femminile “la”, e dalla preposizione articolata “della”, e dunque dicono e scrivono “la Tav”, “della Tav”, e così via. Fatto sta che “tunnel” richiede l’articolo maschile “il”. Salvo Toninelli,  forse il più… intelligente (ah ah) dei politici attuali, mi pare. Ho provato a riflettere sulla ragione di questa idiozia linguistico-espressiva e mi è venuta l’idea che la consonante “a” presente nell’acronimo Tav attragga verso la “a” per assonanza anche l’articolo che diventa “la” e la preposizione articolata “della”.

Per rimediare, suggerisco ai determinatissimi e rincoglioniti fautori della femminilità di “t.a.v.” di cambiare in “g.a.v.”, cioè galleria alta velocità, certamente femminile. E abbiamo risolto il grave problema.

Troppe righe per una stupidaggine? Forse. Ma queste stupidaggini invadono il pensiero diffuso e viene da dire quanta ragione ebbe il conte Leopardi a ironizzare ne La ginestra, su le magnifiche sorti e progressive (del mondo). Meno omicidi, meno eccidi, meno morti violente, più igiene, vita media più lunga, etc., ma più stupidità, meno logica, minor uso del ben dell’intelletto, oggi, rispetto al recente e men recente passato.

Non demordiamo, caro lettor mio.

La successione di Leonardo di Bonaccio, il Fibonacci da Pisa e il secondo principio della termodinamica o dell’entropia

Nella successione di Fibonacci, si legge in un articolo specifico sul web, matematico pisano del XIII secolo, ogni numero è il risultato della somma dei due precedenti: 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13… fino all’infinito. Fino al XIX secolo a questa successione non fu attribuita alcuna importanza, finché si scoprì che può essere applicata, per esempio, nel calcolo delle probabilità, nella sezione aurea e nel triangolo aureo.”

Troviamo la sequenza del matematico pisano in diversi ambiti naturali e “culturali”, cioè in opere umane, come ad esempio nei fregi presenti su facciate di diverse chiese, tra cui San Nicola a Pisa. La troviamo in musica, sia in quella classica, da J. S. Bach alla contemporanea di Karheinz Stockausen, sia nel rock, come nel favoloso brano dei Deep Purple Child in time, e di più ancora nel progressive dei Genesis.

Fermandoci un momento ai fregi di San Nicola il professor Armienti la pensa in questo modo:

“(…) le eleganti simmetrie dell’opera sono un richiamo diretto alle scoperte del matematico pisano, poiché se si assume come unitario il diametro dei cerchi più piccoli dell’intarsio, i più grandi hanno diametro doppio, i successivi triplo, mentre quelli di diametro 5 sono divisi in spicchi nei quadratini ai vertici del quadrato in cui è inscritto il cerchio principale, quello centrale ha diametro 13 mentre il cerchio che circoscrive i quadratini negli angoli ha diametro 8. Gli altri elementi dell’intarsio disposti secondo tracce circolari individuano circonferenze di raggio 21 e 34, infine il cerchio che circoscrive l’intarsio ha diametro 55 volte più grande del circolo minore. 1,2,3,5,8,13,21,34,55 sono i primi nove elementi della successione di Fibonacci“.

La successione di Fibonacci è un teorema matematico, collegato a molti altri, che conferma come la natura sia leggibile con strumenti matematici, come già sapevano Egizi e Mesopotamici, Euclide e Pitagora, Arabi ed Europei,  Eulero, Riemann  e Goedel, fino ai nostri giorni.

Fiori e infiorescenze, coralli e molluschi attestano la presenza di questa forma affascinante, confermando in qualche modo come la Natura ubbidisca a una superiore razionalità, che dà da pensare anche oltre l’oggetto dei suoi argomenti.

La geometria di intere piante, fiori o frutti, mostra con evidenza strutture e forme ricorrenti. Un esempio efficace si può trarre dal numero di petali dei fiori; la maggior parte ne ha 3 (come gigli e iris), 5 (ranuncoli, rose canine, plumeria), oppure 8, 13 (alcune margherite), 21 (cicoria), 34, 55 o 89 (asteracee). Anche questi numeri fanno parte della successione di cui stiamo parlando, in cui ciascun numero equivale alla somma dei due precedenti: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233…

Una significativa caratteristica della sequenza mette in evidenza che il rapporto tra qualunque numero e quello precedente nella serie tenda verso un valore ben definito: 1,618… . Si tratta del numero aureo o sezione aurea, ϕ (Phi), presente, come abbiamo visto, sia in natura sia in opere architettoniche costruite dall’uomo, come i fregi di San Nicola in Pisa o le stesse piramidi egizie. Nelle piante con foglie disposte a spirale, per ogni giro attorno al fusto ci sono in media Phi foglie, fiori o petali. Ciò significa che, girando attorno ad uno stelo e muovendosi dal basso verso l’alto, incontreremo una foglia o un fiore ogni 222,5°, valore che si ottiene dividendo l’angolo giro di 360° per Phi.

E mi fermo qui perché non sono un matematico. Occupandomi però di filosofia, non posso non notare come la trattazione della successione di Fibonacci possa fare venire in mente una legge fisica tra le più famose, la seconda della termodinamica, che si esprime anche con il concetto di entropia.

Il termine deriva dal greco antico ἐν en, “dentro”, e τροπή tropé, “trasformazione”, e significa una grandezza interpretabile come misura del disordine presente in un sistema fisico qualsiasi, incluso, compreso l’universo. Viene generalmente rappresentata dalla lettera S e nel Sistema Internazionale si misura in joule fratto kelvin (J/K).

In termodinamica classica, il primo ambito in cui l’entropia fu introdotta, come S, è stata una funzione di stato di un sistema in equilibrio termodinamico. Pertanto, si può dire che quando un sistema passa da uno stato di equilibrio ordinato a uno disordinato la sua entropia aumenta.

Il termine e il concetto di entropia è stato successivamente esteso ad ambiti non strettamente fisici, come le scienze sociali e la teoria dell’informazione. Semplificando molto, e io sono in grado di fare solo questo, perché non sono neanche un fisico, ma poi si capirà la ragione per cui mi sono imbarcato in questo argomento, si può anche affermare che l’entropia interpreta il “grado di disordine” di un sistema.

Se aumenta il disordine aumenta l’entropia, dunque, e ciò funziona anche all’incontrario. Ad esempio, si potrebbe proporre una visualizzazione dell’aumento di entropia in un sistema, raffigurando l’aumento di incompetenza e cioè di ignoranza-ignorante. In strutture organizzate (più o meno) come le aziende di produzione o di servizi ciò può risultare evidente dai dati di un’analisi del clima ben condotta, là dove gli item scelti siano sufficienti a rappresentare l’agio o il disagio crescenti o in calo del sentiment dei partecipanti-protagonisti, di solito i lavoratori.’

La presenza di una situazione entropica si può dunque registrare e segnalare, per predisporre opportuni rimedi che possono essere formazione mirata e counseling. A questo punto possiamo senz’altro intuire come sia lecito collegare in qualche modo la razionale e armoniosa successione di Fibonacci che mostra una crescita progressiva, esteticamente elegante, e il sopraggiungere di una situazione entropica, che deve essere riconosciuta per tempo, onde evitare guai maggiori all’organizzazione e alla produttività, nonché allo stato di agio psicologico e morale dei partecipanti.

Se da una lato la sequenza di Fibonacci ci può ispirare fiducia nel progressivo miglioramento dello stato mentale e fisico dei partecipanti, il secondo principio della termodinamica ci evidenzia, come in una dolorosa metafora, ciò che da u-topia iniziale del creativo start-upper, può diventare dis-topia, vale a dire modo e senso di marcia errato, o addirittura retro-topia (cf. Zygmund Bauman), cioè un agire rivolto allo sterile rimpianto del passato.

E’ bellissimo che la matematica e la fisica, se opportunamente studiate, possano aiutare efficacemente i saperi antropologici preposti alla gestione delle risorse umane e alla loro crescita, sia sotto il profilo personale, sia professionale. Mai stancarsi di studiare, cara lettrice e caro lettore.

Spes contra spem, in questi primi di gennaio 2019

Voglio qui parlare della speranza, proponendo un commento che ho pubblicato sul sito del caro amico e collega Neri Pollastri, il più valoroso consulente filosofico italiano. Neri oggi giustamente scrive che c’è poco da festeggiare in un mondo e in un tempo dove e quando la violenza e le ingiustizie sono così dilaganti. I botti ricordano le bombe di quelle le guerre, parafraso il suo scritto, e quindi non gli piacciono. Non piacciono neanche a me, per nulla, mi disturbano e mi annoiano. Non parliamo poi della inqualificabile abitudine di gettare in strada oggetti dalle finestre, rischiando di ferire qualcuno e sporcando il suolo pubblico. L’uomo a volte celebra riti che svelano con chiarezza quanto di belluino ancora permanga nella sua struttura di antropoide, mostrandosi -se così si può dire, e so di rischiare l’approssimazione sotto il profilo di una antropologia equilibrata- peggiore degli altri animali e soprattutto dei cugini antropoidi.

Intanto, Neri, buon anno a te e ai tuoi cari con speranza, perché stavolta su una cosa non concordo con te, proprio sulla definizione che dai di “speranza”. Non penso che la speranza sia una vecchia truffa ma sia due altre cose: prima di tutto è una passione che contrasta la disperazione, come insegna Tommaso d’Aquino nella sua elencazione delle undici passioni. In quanto passione è movimento, spinta interiore, ossigeno spirituale; secondo, è -teologicamente- virtù, appunto, teologale, insieme con la fede e la carità, per chi dà senso alla lezione di Paolo di Tarso (cf. 1 Corinzi 13, 13). Ma, direi, anche per la cultura laica, e non perché sia l’ultima dea, ma perché con la sua capacità di contrastare la disperazione di molti, li aiuta ad agire. Spes contra spem: infatti come si potrebbero affrontare le prove ardue che la vita ci pone, le battaglie per la giustizia che correttamente elenchi anche se a contrario, se non ci fosse la speranza ad aiutarci. Come avrei potuto aiutarmi quindici mesi fa quando mi si è rivelato il grave tumore che pare ora non ci sia più anche se mi ha lasciato sofferenza e dolori, senza speranza? Sul resto delle tue osservazioni etiche e politiche concordo senza riserve. Un abbraccio, caro amico mio.
Renato

Anch’io sono furibondo come Neri nei confronti degli egoismi terrificanti che condizionano l’agire degli attuali potenti del mondo, finanzieri e politici spregiudicati, dittatori e aspiranti tali, dilettanti allo sbaraglio le cui capacità politiche sono commisurate alle loro azioni fallimentari e alle dichiarazioni correlate che diffondono sul potente web.

Sulla speranza, però, voglio spendere qualche altra riga, poiché mi pare che sia necessario, di questi tempi un poco derelitti dalla sapienza.

La consolazione della speranza nasce dalla capacità di discernimento di ciascuno di noi, e io cerco di coltivarla sempre, anche con l’aiuto dei grandi sapienti di ogni tempo, come Paolo di Tarso. Leggiamo un passo della Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 13, dal versetto 1 al versetto 13:

“1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.
13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”

Infine, il testo del titolo di questo pezzo è tratto da un passaggio dalla Lettera ai Romani (4, 18), in cui san Paolo si riferisce ad Abramo:

«… qui contra spem in spe credidit, ut fieret pater multarum gentium, secundum quod dictum est: “ Sic erit semen tuum ”.»

cioè

«Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza
Si tratta di un esempio di fede incrollabile in un futuro migliore, anche se tutto sembra andare per il verso sbagliato. E qui c’entra di nuovo la speranza come virtù teologale e, aggiungo, anche come passione che combatte ogni pessimismo disperante.

La speranza non può demordere, poiché rappresenta la condizione dello spirito più adatta ad affrontare il futuro, essendo originata, sia dalle strutture cerebrali preposte all’istinto di sopravvivenza, come ci spiegano i neuroscienziati, sia dall’elaborazione teoretica della filosofia di ogni tempo, anche se diversamente declinata tra cinici-scettici e realisti-idealisti.

E poi questo sentimento è indispensabile per le persone, che ne hanno bisogno come dell’ossigeno per respirare, al di là di ottimismi o pessimismi di maniera o caratteriali. La speranza dunque, oltre a essere virtù e passione diventa anche sentimento, cioè un modo di sentire le cose, sia quelle che ci appartengono direttamente, sia quelle costituenti l’esternalità delle nostre vite, il mondo, poiché, se la solitudine anche nella sua versione solitaria è una condizione, o dimensione o diritto del singolo uomo e della singola donna, la condivisione empatica di una comunità-di-destino di tutti gli umani non può non fare conto sulla speranza stessa.

Solitudine, solitarietà, solidità, solidarietà

L’etimologia è la stessa, quella della radice greca òlos, cioè tutto: incredibilmente la solitudine ha a che fare con la solidità del tutto, come manifestazione, o epifania del cosmo (dal greco kòsmos), che è l’ordine delle cose. Infatti non si può stare soli, se non si è solidi.

Mi piace molto la solitudine, anche nella sua versione accentuata e voluta della solitarietà, cioè l’essere tendenzialmente solitari. Come nella perdita di una vita c’è la perdita, per chi se ne è andato, di tutto il mondo, nella solitudine c’è tutto. E ciò non significa che si deve stare sempre da soli, ma qualche volte è bene, fa bene essere soli. Come quando si ha di nuovo la forza di prendere in mano la bici leggera e di involarsi verso un dove, che non dico.

Così come è bello che solidità abbia a che fare con la solidarietà, e ciò può essere collegato alla solitudine e alla solitarietà. Infatti, se vero che la mano destra non deve sapere ciò che fa la sinistra, ecco che il bene deve essere fatto senza propaganda, né enfasi, né marketing mediatico. Leggiamo l’evangelista, che prima di seguire Gesù, faceva il daziere.

Dal Vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18
“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.
Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini, In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”.

Il fare, insegna il Maestro, sia un agire semplice e responsabile, senza secondi fini di premi e gloria attesi. Quanto diverso questo insegnamento dall’atteggiamento suggerito in ogni contesto di questi tempi nei quali vale il mostrare, l’apparire e il berciare sgangherato e ignorante sui social!

La vita è bella, anche nel dolore, il mondo terracqueo è ancora bello anche se l’uomo lo ha svilito, perché questo svilimento si può fermare. Non si deve considerare avversi l’evoluzionismo della natura, che non nasce con Darwin, ma quasi due millenni e mezzo prima, con Eraclito di Samo. Il cambiamento non esclude la presenza di un’Entità divina, poiché, proprio dal punto di vista scientifico (galileiano-contemporaneo) non si può mostrare deduttivamente né l’esistenza di Dio né il suo contrario. Chi può affermare che Dio stesso non sia evoluzionista, se così si può dire? Non una volta sola in questo sito abbiamo parlato delle generose prove teologiche dell’esistenza di Dio, da Platone a Tommaso d’Aquino, e non mi ripeto.

Una mentalità scientifica evita di fare confusione tra le discipline, ad esempio non distinguendo la fisica dalla metafisica, che è disciplina scientifica, se per scienza si intende un sapere caratterizzato da un suo proprio statuto epistemologico. La metafisica, come ogni altro sapere, ha un suo ben preciso statuto epistemologico, eccome! Questo lo dico, fraternamente, soprattutto agli atei militanti, e anche ai bigotti dell’altra sponda.

Siamo a questo mondo soli nella nascita e soli nella morte, questa è la verità. Veniamo al mondo in-interpellati, e qui viviamo nei modi infinitamente declinati, in compagnia di molti nostri simili e omologhi, primati tra i primati, non in tutto primi della classifica. Ad esempio, il mio gentile lettore sa che gli scimpanzé ci sono superiori nella memoria fotografica? L’esperimento giapponese del maschio Ayumu spiega come lui memorizzasse nove numeri e oltre in sequenza, dopo averli visti contemporaneamente per un quinto di secondo, un batter di ciglia,  mentre noi umani arriviamo a fatica a cinque. E’ chiaro e dimostrato che noi umani siamo superiori in tutto il resto, e anche nella capacità di decidere di fare il male, senz’altro meno solidali dei nostri cugini ominoidi, scimpanzé, bonobo, oranghi e gorilla (cf. Siamo così intelligenti per capire l’intelligenza degli animali? di Frans de Waal, Raffaello Cortina editore), con i quali condividiamo oltre il 98% del DNA.

Il valore dell’essere umano e della sua vita non sta -dunque- solo nella relazione io-tu, come sostengono i filosofi Martin Buber e Emmaniel Lévinas, che apprezzo, ma dai quali mi distanzia questa loro visione assoluta del valore della relazione. Certamente il “volto” dell’altro è uno specchio per il nostro “io”, certamente anche il “tu” è un “io”, ma non possiamo in ogni momento pensarci e tenere l’altro come fosse l’io singolare di ciascuno di noi. Abbiamo anche bisogno di concentrarci sul nostro proprio, irriducibilmente unico “io”, in ragione del fatto che ci-siamo e che questo nostro esser-ci è necessario fin dal nostro concepimento, e deve essere difeso, vissuto, compreso, sopportato, fino in fondo.

Il valore dell’essere umano è presente anche nell’unicità di ciascuno di noi, nella solitudine e perfino nella sua declinazione più solitaria e silente.

La presenza del male nel mondo

Invitato a tenere una prolusione filosofica a un convegno sulla sicurezza del lavoro ai primi di febbraio dalla maggiore associazione datoriale, ho preparato un Power Point di sintesi (si veda più sotto), per proporre una riflessione -la più semplice possibile- su un tema i cui contorni confinano con il mistero delle cose che la ragione umana può solo in una certa misura sfiorare, senza riuscire a rivelare completamente.

Il tema del “male nel mondo” è presente nel pensiero filosofico da migliaia di anni, in Occidente e in Oriente, ed ha ispirato letture e tesi molto diverse o addirittura contrapposte. Un tema da affrontare sempre con umiltà e spirito di confronto, anche in ambienti che hanno come loro focus il business,  il vantaggio competitivo e il risultato economico, perché l’uomo è e deve restare il fine, non mai il mezzo della tutela di qualsivoglia interesse.

Il bene e il male sono l’endiadi di ogni sapere etico elementare. Per i barbari assassini delle due studentesse scandinave sui monti dell’Atlante in Marocco, il bene è scannare due ragazze infedeli, così come per il sedicenne rom che ha massacrato un clochard palermitano.

Il bene è uccidere chi capita per Cherif Checatt, oppure buttare bombe al napalm sui villaggi vietnamiti, vero generale Westmoreland? Ancora è bene fucilare alla nuca i nemici politici alla Lubianka oppure sfruttare a due dollari l’ora mano d’opera migrante nel Tavoliere della Puglia.

Per altri il male è l’elenco di brutture e orrori che ho riportato sopra.

Approfitto di una prossima conferenza per parlarne ancora, qui.

La discussione etica sul bene e sul male è vecchia come il linguaggio umano, e come le prime prove di scrittura mescolandosi fin da subito con il Diritto, ad esempio il Codice mesopotamico del re Hammurabi (XIX secolo a. C.), i Codici giuridico-morali egizi, il biblico Deuteronomio e poi le XII Tavole romane, il Corpus iuris civilis di Giustiniano, e così via. Fino ai nostri italici Codici civile (1942) e penale (1930).

Filosofi, teologi e giuristi hanno studiato la materia, cioè la filosofia, la teologia morale e il diritto per millenni. E ancora è tema attualissimo. Ad esempio, i governanti fanno bene o male raccontare menzogne ai cittadini elettori, come stanno facendo in questi mesi i due vice capi del Governo italiano, pur avendo -dal loro punto di vista- uno scopo positivo, cioè quello di vincere le prossime elezioni? Che domanda insulsa, vero, caro lettore? E’ chiaro anche a un bambino che raccontare menzogne è male, mentre dire la verità è bene, anche se la verità è sgradevole.

Risparmiare sui dispositivi di sicurezza del lavoro per ottenere un bilancio aziendale migliore è bene o male, caro Amministratore delegato della ThyssenKrupp? Altra domanda retorica, ché oggi mi vengono così bene le domande rettoriche. Sarà perché sono un poco incazzato.

Il bene e il male si discernono prima di tutto con la coscienza, e poi con la scelta di un’etica. Non esiste infatti un’etica generica, purchessia, ma va declinata, altrimenti può essere moralmente plausibile, quindi un bene, anche mutilare i genitali di una bambina. Oppure no, se si sceglie una morale dove il fine è la tutela dell’integrità psicofisica di ogni umano.

(qui sotto, caro lettore, trovi alcune diapositive che utilizzerò in una prossima conferenza)

del male

Le sorprese della vita e la meraviglia che non finisce, sia nel bene sia nel male, stupendomi sempre, giammai rassegnato all’ovvietà

All’improvviso ti ammali, anche se hai fatto tutta una vita virtuosa, senza fumo, droga, alcol, mangiando il giusto, facendo sport, curando il corpo e l’anima. Oh, utilissimo eh, perché questi costumi ti salvano la vita. A me è successo questo. Non mi sarebbe tornata un’emoglobina a 14 se prima non avessi avuto un’emoglobina quasi fissa sul 16/ 16,5. La mia “etica”, nel senso greco antico del termine mi ha salvato, posso dire, e son tornato forte e vigoroso (quasi) come pria. Sì, pria, al modo di Totò.

Nel mio caso, poi, studi e lavori, lavori e studi tutta la vita, mai sazio di sapere, sempre curioso del mondo e delle persone, se puoi dai una mano a chi di una mano ha bisogno, sperando nella gratitudine, e cominci a farti un’idea delle persone. Di umanità mi intendo non poco, perché l’ho studiata seriamente, scientificamente, antropologicamente, psicologicamente, teologicamente, sociologicamente, filosoficamente, direttamente, (oooh quanti avverbi modali, ma così è) dialogando, conoscendo, cercando, tornando indietro, andando avanti, mettendo in questione le mie opinioni, sempre. Non come certuni che pretendono di conoscere il prossimo dall’alto della loro inconsapevole ignoranza ignorante, la più brutta specie di ignoranza.

E poi, nonostante tutto, ti sbagli: anche le persone che ritenevi fatte in un certo modo, sono fatte in un altro; avevi misurato apprezzando magari la loro capacità di mettersi alla prova, di rischiare un po’ del loro, di com-promettersi (il com-promesso è una bella cosa, caro lettor mio, poiché è un promettere-insieme), ed ecco che nel momento topico si tirano indietro, tirano proprio il culo indietro, rivelando -alla prova- una timidezza, un “rispetto umano” che confinano con la vigliaccheria.

Che delusione! Non si finisce mai di scoprire l’uomo, questo animale (in tutti i sensi conosciuti e accepiti in ogni tempo e luogo), le sue debolezze dentro grandezze che si rivelano a volte solo apparenti o evidenti nella normalità, subito spegnibili nella battaglia, proprio quando viene il momento dello scontro cruento anche se solo metaforicamente, e bisogna tirare fuori gli attributi.

A me invece la battaglia non è mai dispiaciuta, fin dai tempi adolescenziali delle botte da orbi. Non ho mai avuto paura di nessuno, perché non ho mai offeso volontariamente o con malvagità alcuno, e ho sempre piuttosto cercato di aiutare gli altri, supportato da una mia forza intrinseca, naturale, fisica e spirituale.

Ora che posso permettermi di guardare con distacco le situazioni che mi offendono nell’inerzia incredibile dei migliori che conosco, sono più che sereno, perché posso permettermelo, appunto, e perché imparo ancora di più sulla verità del mio prossimo.

La vita ti riserva sorprese, piacevoli e sgradevoli. Ecco, sopra ho provato a raccontarne una sgradevole, ma voglio equilibrare la narrazione in tema con un’esperienza gradevole, avvenuta nelle ultime settimane, assieme ad altro che non dico in questo locus, perché mio privatissimo: qualcuno in alto nel potere si è accorto che non sono un traviatore di giovani ma, se non proprio un medieval magister, sono uno a cui si possono ancora affidare corsi accademici di morale, perché le mie posizioni e i miei testi non sono diseducativi, o troppo ardui e perciò fuorvianti, ma sono dialogici, propositivi, dentro il grande fiume della ricerca sull’uomo, sui suoi affetti, sui suoi limiti, sulle sue virtù e i suoi vizi.

Le sorprese della vita.

Noi stessi siamo una sorpresa a… noi stessi, quando acquisiamo il senso di esser-ci, a questo mondo (cf. Heidegger). Que sorpresa, se dice en castellano, esser vivi, respirare, dormire, vegliare, mangiare, bere, andare di corpo, usare il corpo per fare tutte le belle cose che il nostro spirito e -ancora- il nostro corpo son predisposti a fare da Natura e da Dio, se ci crediamo. La più grande sorpresa è proprio il nostro essere-stare-al-mondo, ché sarebbe altrettanto plausibile l’incontrario, cioè il non-esser-ci. Ecco: per quale ragione siamo al mondo? Per nessuna conosciuta razionalmente. Per un disegno? Perché serviamo a far proseguire la specie umana, peraltro così dis-graziata? Per cosa? Per l’amore di Dio? Eeeh, forse.

Un’altra sorpresa tra molte altre, anche se di questi tempi fino a un certo punto, è quella degli episodi accaduti attorno a San Siro a Milano nell’ambito della partita Inter-Napoli. Mi sono chiesto come possa essere razzista e fascista un tifoso dell’Inter, cioè della squadra che ha fatto del suo nome un simbolo di accoglienza verso tutti i giocatori del mondo: Internazionale. L’ex presidente Moratti ha finanziato decine di scuole calcio per i bambini dei paesi più poveri con i colori nerazzurri. In questo e in analoghi casi, le società dove sono, la società dov’è, i giocatori milionari dove sono? I milanesi interisti dove sono, e perché non mettono in minoranza quella banda di minorati mentali che sono gli schifosi tribali della curva, capaci solo di insultare e di provocare violenze?

Ma da contesti dove vigono modelli à la Nainggolan che cosa si può pretendere? Quanta educazione manca? E Salvini, che va a braccetto con gli ultras dell’altra ex grande squadra di Milano? Che cosa possiamo sperare, si sarebbe chiesto di fronte a questi episodi, Immanuel Kant?

Steven Pinker scrive dell’esigenza di un nuovo umanesimo illuminista (cf. Illuminismo adesso. In difesa della ragione, della scienza, dell’umanesimo e del progresso, ed. Mondadori, 2018), poiché si stanno perdendo di vista le basi culturali che hanno portato l’uomo umano, il sapiens evoluto ad ammettere l’uguaglianza in dignità e il valore delle differenze di tutti e ciascuno con tutti gli altri e ciascuno, qualsiasi sia il suo colore, timbro vocale, etnia, lingua, filosofia, cultura e religione.

Un tempo non molto lontano il caucasico ariano andava per la maggiore, con il picco criminale del nazismo, ma ora sembra si sia in una fase di addormentamento generale, prodigo di ulteriore stanchezza intellettuale e morale, là dove non si fa neppure la fatica di criticare almeno le forme più idiote del razzismo, che passa per i pertugi dettati dall’ignoranza ignorante del web e dei social.

Non hanno parole e ragionamenti per confutarmi, cosicché con me usano gli hacker, mentre le “notizie” (per modo di dire) di questi giorni sono, da un lato l’attesa da parte di un vicepremier di un collega di partito che è stato in Sudamerica per otto o nove mesi, e dall’altro, che l’altro vicepremier ci informa di mangiare pane e nutella per colazione al mattino. Commenti?

Mi sono accorto che qualcuno dei tremila e passa lettori settimanali di questo blog, non condividendo certe mie tesi, non hanno risposte logico-argomentative tali da confutarmi, e allora ci provano con l’hackeraggio, ma così facendo confermano la loro povertà cognitiva, intellettuale e morale. E mi fanno sorridere, e anche dispiacere, perché non sono disponibili a rivedere le proprie idee, neanche se gli dici che gli converrebbe, per nutrire l’intelligenza che solitamente apprezza il cambiamento delle idee stesse.

Non so chi siano, o chi sia, ma ne conosco il livello, che si rivela con il tipo o lo stile di opposizione alle mie idee.

L’altra notizia è quella relativa all’attesa di un villeggiante in Sudamerica da parte di uno dei due vicepremier. Non capisco la logica giornalistica che caratterizza la gerarchia delle notizie, in questo come in altri casi analoghi. Nei tg a volte viene prima del terremoto di Catania o dell’ammazzamento di Pesaro del fratello di un collaboratore di giustizia. Funziona così? Proviamo: io oggi forse farò un giro in bici, modello in carbonio marca De Rosa: dovrebbe meritare la prima pagina di un tg, poiché non mi pare meno importante del rientro di quel signore. O no? Anche se so che non spiccherà nella gerarchia delle news di giornata. Bisognerebbe non curarsi de minimis.

Continueranno a spiccare notizie tipo quelle sopra dette, per la gioia della massa utente, provvista di soglia critica largamente insufficiente, perché priva di basi cognitive e culturali, e largamente dominata dalle emozioni di un “tifo politico” irrazionale come quello calcistico.

Forse, anche solo per rimediare un poco, in questa fase storica della cultura mondiale sarebbe bene recuperare un po’ il pensiero stoico classico, che riteneva le emozioni in larga misura dannose.

Diamo uno sguardo, ancora una volta, ché già l’abbiamo fatto in questo sito, allo stoicismo, come corrente filosofica classica. Lo stoicismo è una scuola filosofica con caratteristiche spirituali connotate da razionalità e -teologicamente- da una forma di panteismo. Zenone di Cizio è considerato, nell’Atene attorno al 300 a. C., il suo fondatore. Una fonte importante di questo orientamento è certamente quello dei cinici, che lo precedette esplicitando un certo pessimismo sulla natura umana, che oggi sappiamo dalle neuroscienze essere largamente determinata ad essere quello che è, senza che ciò giustifichi ogni azione per una supposta mancanza totale di libertà individuale.

Il nome della filosofia stoica deriva dalla Stoà, un portico dipinto che si trovava in Atena (in greco στοὰ ποικίλη, Stoà poikíle), lì dove Zenone teneva lezione. La linea teoretica principale degli stoici era di tipo etico, costituita da una forte sottolineatura delle funzioni della ragione e del controllo sulle passioni, che potevano essere dimensionate fino alla condizione mentale e spirituale dell’apatia e dell’atarassia, cioè di un dominio completo delle passioni. Nello stoicismo vi è anche un certo fatalismo, e una capacità di sopportazione di disagi e sofferenze, proprie e altrui, cui non si nega un aiuto.

Questa dottrina fu la cifra intellettuale e morale di molti insigni personaggi della cultura e della politica, come l’imperatore Marco Aurelio, Seneca, il liberto Epitteto, Catone Uticense, Cicerone e Quinto Giunio Rustico, magister di Marco Aurelio, da questi ascoltato e addirittura venerato al punto da inserirlo tra i suoi Lares, o dei protettori della casa.

Nei tempi nostri sembra che le emozioni la facciano da padrone, nel marketing, nella comunicazione, negli spot,  in ogni attività che cerchi di vendere prodotti e servizi. Non si interpella più di tanto, o per nulla, il flusso logico della ragione argomentativa, ma la si scavalca, interpellando immediatamente i sentimenti passionali ed istintuali. Per una cioccolata, per un’auto, per un vestito, per qualsiasi cosa sia vendibile…

Ma l’intelligenza non è vendibile. Né acquistabile, grazie a Dio. La ricchezza non la fa aumentare, anzi a volte la riduce, perché la fa ritenere inutile. Un altro nemico dell’intelligenza è la pigrizia, la mancanza di curiosità, e, di converso, la presupponenza e le sue correlate arroganza, protervia, prepotenza e superbia. Molte persone di potere temono l’intelligenza e la rifuggono, perché per loro è incontrollabile e quindi pericolosa: questi preferiscono gnorsì buoni per tutti i menù, subalterni fedeli esecutori di ordini.

Se le emozioni, i sentimenti e le passioni sono orientate a dominare le attività spirituali, sono veramente pericolose, dannose, istupidenti, mentre ben vengano se servono a ispirare e ad irrobustire la ragione argomentante e lo spirito.

La menzogna come vizio e le menzogne come abitudine

Le bugie clamorose propalate dal governo italiano in un questa fase, primi bugiardi i due vicecapi che in questo pezzo non citerò per nome, nauseato dalle troppe citazioni da me necessariamente subìte nell’ultimo semestre, quando non ho potuto non citarli. In altre parole, mi hanno imposto di scrivere questo articolo, anzi questo saggio breve sulla menzogna. Ricompreso tra i bugiardi è anche il premier.

Del tema si sono occupati i due grandi filosofi della Grecia antica, Platone e Aristotele, e in seguito i due grandi filosofi-teologi cristiani, sant’Agostino e san Tommaso d’Aquino. E in seguito Machiavelli, Kant e altri.

Nel nostro tempo non si possono dimenticare i Pentagon papers del 1971 citati da Hannah Arendt, come testo emblematico sul tema della menzogna in politica.

Pare che la menzogna sia un comportamento naturale, perfino universale, come anche la Bibbia conferma nel Salmo 115, 11 “omnis homo mendax”, cioè ogni uomo è mendace, bugiardo, menzognero. Platone ne parla nel libro II de La Repubblica, in qualche modo considerando la menzogna una specie di obbligo comportamentale per governare la polis. Nota è l’affermazione di Niccolò Machiavelli (Il Principe), là dove scrive della necessità di simulare e dissimulare per l’uomo di governo. Costui deve essere volpe e leone, senza fare una brutta figura da spergiuro o mentitore.

Nei nostri tempi Hannah Arendt, in Verità e politica ha scritto: “La menzogna ci è familiare fin dagli albori della storia scritta. L´abitudine a dire la verità non è mai stata annoverata tra le virtù politiche e le menzogne sono state sempre considerate giustificabili negli affari politici”. La Arendt, per questi motivi, giustificava la dissimulazione, l’inganno e la menzogna, considerandoli strumenti legittimi per l’ottenimento di fini politici, specialmente se se la menzogna era rivolta contro un nemico (cf. Pentagons Papers) .

Fra gli uomini di scienza la si pensa allo stesso modo, più o meno. Ad esempio, l’etologo e biologo britannico Richard Dawkins scrive nel suo best sellerIl gene egoista” (1976): “continueremo a imbatterci nella menzogna, nell’inganno e nello sfruttamento egoistico della comunicazione ogni qualvolta gli interessi dei geni di individui diversi non coincidono. Questo vale anche tra individui che appartengono alla stessa specie”. “Varrebbe a dire che quando gli interessi sono contrastanti, per raggiungere i propri scopi l’organismo sembra avere la sola strada della menzogna. La menzogna sarebbe dunque una capacità adattiva, una abilità personale che si contrappone alla cooperazione e alla perfetta lealtà fra individui, la quale è auspicabile, ma non sempre possibile e non sempre svolta per ragioni del tutto trasparenti. Intenzionalità della menzogna.” (dal web)

La menzogna è un atto volontario, in quanto si propone di raccontare la realtà in modo modificato e falsificato, consapevolmente e ingannevolmente. Anche l’omissione può costituire una menzogna, tant’è che in dottrina morale si prevede il peccato di omissione. Vi è addirittura qualche raffinato teologo morale che ritiene il peccato di omissione alla propria umanità il peccato per eccellenza. Un tipo di omissione è quello che commettono gli attuali governanti italiani, i quali non la raccontano giusta, rischiando di ingannare molti cittadini, specie quelli meno capaci di analizzare le notizie e di possedere e utilizzare conoscenze e spirito critico. La menzogna può avere anche chiari obiettivi, anche non negativi, come quella che si dice per proteggere i sentimenti di un’altra persona (evitarle la delusione o altri sentimenti negativi verso un’altra persona. In questo caso si parla di bugie bianche), ovvero negativi come quella che si dice per evitare una punizione (proteggere se stessi da una possibile sanzione), o quella puramente difensiva e auto-assolvente dell’inventare una realtà migliore o più rassicurante per se stessi.

Vi sono anche relazioni tra la menzogna e forme di psicopatologia, come nel caso del racconto di bugie per sfogare la fantasia, ovvero per migliorare la propria visione del mondo e la propria collocazione nel mondo come in certe forme di paranoia.

Ovviamente la menzogna ha a che fare con la verità in tutte le sue manifestazioni razionali, sia come evidenza sia come comunicazione di notizia. Dire che l’Australia non esiste significa smentire una notizia affidabile oppure un’esperienza personale. Dire che l’anima immortale non esiste come affermava la Hack, perché non dimostrabile, è invadere un terreno epistemologico con strumenti sbagliati, cioè quelli della fisica per trattare un tema metafisico. La verità è comunque un bene da maneggiare con prudenza, giustizia e carità, poiché non è sempre il caso di dire la verità nuda e cruda in qualsiasi momento e situazione. Infatti, vi possono essere momenti e situazioni che richiedono di tergiversare, di attendere che le cose si mettano in modo tale da non danneggiare altri.

Aristotele affermava che «il falso ed il vero non si trovano nelle cose stesse — come se il buono, ad esempio, fosse vero ed il male falso — ma soltanto nella mente» (Metafisica, I. VI, c. 5 – BK 1027b); idea ribadita anche da Tommaso d’Aquino, quando afferma che «così come il vero si trova principalmente nell’intelletto che nelle cose, a sua volta si trova maggiormente presente nell’atto del giudizio intellettuale che nella semplice apprensione» (De Veritate, q. 1, a. 3) in R. Spaemann, Concetti morali fondamentali, Piemme, Casale Monf. 1993, p. 110; Gregorio Magno, Regula Pastoralis.

Si può inoltre affermare la veracità come virtù esprimente la verità  delle cose, deve essere utilizzata cum grano salis, come abbiamo detto sopra, con prudenza, in quanto, se sparata in faccia comunque a chiunque e in qualsiasi momento, potrebbe creare non pochi danni. Una definizione convincente della veracità può essere la seguente: “La veracità è la rettitudine etica propria di chi, nel manifestare ciò che effettivamente ammette, non vuole recare nessun innecessario pregiudizio ad altri o a se stesso”, ovvero “come l’abitudine consolidata a comunicare, secondo prudenza, giustizia e carità, ciò che ammettiamo come vero in noi.”

Si può anche considerare la menzogna come un non-detto, o un detto-con-toni-diversi… faccio un esempio: se il cronista racconta della morte del bimbo guatemalteco, facente parte della “carovana dei migranti”, mancato in un ospedale di El Paso, dicendo: “Bimbo guatemalteco morto mentre era sotto custodia delle autorità sanitarie statunitensi“, il pensiero dell’utente va senz’altro sul versante di un giudizio negativo delle stesse “autorità” che, se il bimbo è morto, l’avrebbero trumpianamente trascurato. Penso male? No, penso che ci sia un modo distorcente e fuorviante di presentare le cose, bastano certi toni nel raccontare, se si vuol mettere a male tizio o caio, che ai più forse sfugge, ma a me, cz, no.

Oppure: i morti nel mare Mediterraneo, che sarebbero colpa per Open Arms e padre Zanotelli e Saviano e la Bordini o Boldrini come volete, e Erri De Luca, questi eroi dell’accoglienza, dell’Occidente cattivo, posto che le ragioni delle conseguenze del colonialismo le conosciamo bene, se questo Occidente fosse così orrendo, i barconi si dirigerebbero verso le coste Est del Mediterraneo per andare a combattere per lo jihad, e invece hanno le prue rivolte verso Nord, verso l’orrendo Occidente. Menzogne -in parte- sono anche questi racconti.

Il mio essere-di-sinistra non significa allinearmi al pensiero unico politicamente corretto, poiché sui singoli casi il mio pensiero, che è assolutamente autonomo, può anche sembrare di destra, ma me ne frega nulla.

Tutto questo discorso, fatto per approfondire teoreticamente il tema della verità e della menzogna, se non viene ben inteso, rischia di fuorviare la comprensione dei lettori. Che cosa può significare dire le cose con veracità o dirle infarcite di menzogne, mio caro lettore? Come si può guardare dritto negli occhi un interlocutore se gli stai raccontando balle? Se il rapporto è vìs à vìs è un bel problema, ma se è mediato dal web o dalla tv viene più facile, tanto non sai chi ti guarda. Epperò tempo alcuni mesi, e le menzogne politico-sociali proclamate spudoratamente dai soli due/ tre in questi mesi saranno scoperte, e allora?

Mi chiedo che cosa potrebbero pensare i non-citati-per-nome bugiardi se leggessero il mio breve saggio. Chissà.

Racconti di un tempo perenne

Il soprammobile di onice

È una visita che non dismetterò mai nella mia agenda annuale. Dopo la stagione in cui si è smesso di camminare in montagna, dopo percorsi silenziosi nei boschi erti, dopo aver visto ampie radure e nubi scavallanti, udendo lontani rintocchi che segnano le ore, ronzio d’api e i silenzi del paradiso sospeso, a metà autunno.

Vado a trovare i genitori del mio amico che non c’è più. Abitano in un paesino che è fatto di raccolte scansioni di case, con l’orto. Si parla di oggi per ricordare ieri e sperare in domani. Ma stavolta mi hanno raccontato del regalo. Un soprammobile di onice. Caduto di mano alla sorella. Rotto in cento pezzi. Regalato da lui alla mamma. Una mattina l’hanno trovato ricomposto. Con tutte le linee di rottura riavvicinate come per un restauro accurato.

E non abbiamo più parlato.

Fuori c’erano odori di stoppie e vendemmia finita. Una leggera foschia incoronava le cime dei pini del colle di Santa Eufemia, come qualcuno volesse parlarci della terra impigrita nei primi freddi, dei rami appena mossi, con l’odore della stagione trascorsa. Eppure c’era nell’aria, inespresso, un canto di gioia, come un gloria sospeso, come un magnificat… Della natura insonnolita, dell’amico scomparso, una mano porta da distanze non misurabili, ma da presso, nel contempo.

Mi pareva che fosse lì, ragazzo come me, tanti anni fa, il tempo fermato misteriosamente. E io con lui.

E allora abbiamo ripreso a parlare, non dell’oggetto di onice ricomposto, ma di noi, gli uni e gli altri, ancora qui ad ascoltare il respiro della terra, ad osservare il susseguirsi delle stagioni sorseggiando il vino nuovo, scoprendo ogni volta una novità come se non vi fosse ripetizione di nulla, neanche del sorgere del sole. Ma è vero!

Il sole non sorge. È la prospettiva del nostro pianeta in rotazione che ce lo presenta ogni ventiquattro ore nella stessa posizione, a oriente. Noi abbiamo inventato “orior, óreris, óritur”, “sorgo, sorgi, sorge”, da cui oriente, perché di lì sorge il sole.

Quante parole. E poi la tua morte. Ma anch’essa non è, come non c’è il sorgere del sole. Come questo, essa è apparente. È così perché la nostra prospettiva è limitata. Perciò la scatola d’onice è di nuovo intera, perché tu…

 

Il sogno del sole mancante

Anche il corpo sogna. Sogna dei miliardi di anni in cui ha percorso – pura molecola di carbonio – tempo e spazio, e non – tempo e non – spazio.

Carlotta l’aveva sempre saputo senza averlo mai letto sui libri, che il corpo sogna. Carlotta è una di quelle ragazze toste e gentili che non mancano nella terra del confine, miscellanea di sangue temperata in mille scorrerie, emigrazioni, guerre ed improvvisi silenzi.

Mi ha raccontato un sogno, non sapendo se del corpo o della mente, ma dell’uno e dell’altra certamente. Non lo sentiva un problema quello di definire le cose: preferiva da sempre “sentirle” aprendo tutte le porte, origliando senza farsi scoprire dai maghi e dagli angeli che vivono nell’aria. Sapeva che tutti sognano, ma anche che pochi stanno attenti ai sogni, sforzandosi di ricordarli, appena svegli, almeno quelli dell’ultimo sonno. Di solito, diceva, non c’è tempo per i sogni. Oppure i sogni sono la carta patinata del rotocalco o la celluloide del primo film per una debuttante che ha vinto un concorso di bellezza. Parodia di sogni.

Il suo sogno: “mi ero trovata all’improvviso in una grande prateria, verde come solo può essere l’erba appena bagnata dalla pioggia; sullo sfondo altissime montagne, più lontane di ogni immaginazione, irraggiungibili, sotto un cielo terso. La cosa curiosa è che non mi ricordo di aver notato il sole, nonostante quello sfolgorio di colori. Ma sul momento non mi sono posta il problemaRicordo anche il suono lontano di voci umane, come richiami attutiti, e poi campane a distesa, ma dolci, quasi le onde sonore si fermassero sulla soglia del timpano per non disturbare più di tanto. Camminai a lungo, lentamente, svoltando con la strada che seguiva un percorso tortuoso nella immensa piana, finché il paesaggio cominciò ad essere ondulato: piccole colline apparvero sulla mia strada, ed iniziai a salirle. Ero uscita dal sentiero, perché mi aveva attirato un suono indefinibile: non capivo se fosse il bisbiglio del vento o un essere vivente. Ma ero tranquilla e i miei passi seguivano una traccia misteriosa che portava all’origine di quelle vibrazioni sonore. Continuai finché il suono si fece più distinto: era il singhiozzo di un bimbo. Di una bimba. La trovai dietro una svolta, sotto un cespuglio. Mi guardava per nulla stupita e come impaziente. Era ammutolita.

Sentii: “perché non mi porti via con te?”

La crisi della leadership si chiama followship o di come la tirannide della plebe del web mina la democrazia

Basta guardare in questi bei giorni di primo inverno la faccia di Salvini, che ha perso ogni arroganza, quasi grato a Bruxelles per aver aiutato l’Italia a “migliorare la manovra“. E’ la stessa “faccia tosta”, solo un po’ meno ridanciana e sprezzante, che solo due mesi fa proclamava con il suo sodale affacciato a qualche balcone “Non arretreremo di un millimetro dal 2,4“. Che cosa significasse quella cifra non lo sapevano bene neppure loro. Ora sta venendo accettato il quasi assonante 2,04, dicunt invenzione del genio di Rocco Casalino, che ridacchia per lo scherzetto, e ci capiscono ancora meno.

Eccoli lì, i due, che quasi compunti cercano di spiegare le ragioni della conversione a “u” che hanno fatto. Ovviamente non riescono ad ammetterlo con chiarezza, ché perfino i più ignorantemente bolsi tra i loro sostenitori se ne accorgerebbero e gli correrebbero dietro con la scopa. Ah Ah.

Fin da subito i due si sono atteggiati a “tribuni della plebe”, chiamata “popolo”, contro le varie caste ed èlites, di cui comunque loro stessi fanno parte da anni. Ebbene sì, non solo Salvini ne fa parte da decenni, ché è stato ed è il suo unico “lavoro”, ma anche Di Maio il giovine, che è in Parlamento almeno da sei anni. Vediamo l’aspetto storico del ruolo, memori delle lezioni di storia della scuola dell’obbligo, quando ci spiegavano che Caio e TIberio Gracco erano i Tribuni della plebe della Roma repubblicana.

Il Tribunato è stato creato nel 494 a. C., dopo che il plebei avevano effettuato una secessione dalla città nel 509. E’ di quei tempi l’apologo di Menenio Agrippa che li convinse a rientrare con quel famoso discorso sul “corpo sociale e le sue membra”, conosciuto da tutti, ma non so se dai due attuali tribuni. Anche i patrizi furono allora d’accordo di creare una magistratura che si occupasse delle classi più basse, caratterizzata, come tutte le magistrature dalla sacrosanctitas, cioè da una sacralità inviolabile. Tale caratteristica dava ai tribuni la garanzia da parte dello Stato di essere difesi da qualsiasi attacco, sia politico sia fisico, soprattutto quando questi si accingevano a difendere un plebeo da un’accusa formulata da un magistrato patrizio. Si trattava dell’esercizio dello ius auxiliandi, cioè il diritto di aiuto. I primi tribuni della plebe furono Lucio Albinio e Gaio Licinio Stolone.

Chiunque toccasse un tribuno poteva essere condannato alla pena capitale, essendo quei rappresentanti riconosciuti dall’insieme dei plebei (concilia plebis et ius agendi cum plebe), con poteri che concernevano anche la possibilità di convocare il senato (ius senatus habendi). Non cose da poco.

Sotto i consoli Orazio Pulvillo e Quinto Minucio Esquilino Augurino nel IV secolo il numero dei tribuni fu elevato a dieci, due per ciascuna classe.

«Questa notizia suscitò uno spavento tale che i tribuni permisero l’arruolamento, non senza aver prima ottenuto – siccome per cinque anni erano stati presi in giro riuscendo così di ben poco aiuto alla plebe – la garanzia che in futuro sarebbero stati eletti dieci tribuni. I patrizi furono costretti ad accettare, assicurandosi però con una clausola di non rivedere più, da quel giorno in poi, gli stessi tribuni. Si passò poi subito alla nomina dei tribuni, per evitare che quella promessa, come tutte le altre in passato, non venisse mantenuta una volta finita la guerra. A 36 anni di distanza dai primi, furono allora nominati dieci tribuni, due per ciascuna classe, e si stabilì che in futuro l’elezione avrebbe seguito la stessa procedura»
(Tito Livio, Ab Urbe Condita Libri, Libro III, 30.)

Fino al 421 a. C. il tribunato fu l’unica magistratura accessibile ai plebei, ed era riservata ad essi soli, ma verso la fine della Repubblica anche i patrizi cercarono di accedervi, e un certo Clodio ci riuscì, facendosi adottare da un ramo plebeo della sua famiglia. Dal 449 i tribuni acquisirono un potere ancora maggiore con lo Ius intercessionis, cioè il diritto di veto su qualsiasi provvedimento preso da una qualsivoglia magistrato che si riteneva potesse danneggiare gli interessi della plebe, potendo perfino impedire al Senato di riunirsi, se ciò avesse pregiudicato i diritti dei plebei. Abbiamo già visto che i tribuni possedevano anche lo ius capitis, cioè il potere di comminare la pena di morte, mediante sfracellamento dalla rupe Tarpea. Vien da dire: meno male che i due attuali tribuni non hanno questo potere.

I patrizi, all’inizio dell’epoca imperiale con Augusto, trovarono il modo di accedere al potere tribunizio mediante un’investitura non della carica, ma dei poteri previsti dalla stessa. Anche Augusto ne usufruì, per cui egli ebbe anche quei poteri (tribunicia potestas) accanto a quelli riconducibili all’imperium proconsulare maius, che prevedeva la possibilità di porre il veto su qualsiasi determinazione del senato, godendo dell’immunità personale. Ecco da dove viene l’immunità dei magistrati ancora in essere. Successivamente furono tribuni “titolari” gli imperatori Tiberio, Tito, Traiano e Marco Aurelio, mentre Marco Agrippa e Druso ebbero i poteri della carica senza mai assumere il seggio imperiale.

Tornando ai nostri due contemporanei “tribuni” (purtroppo), viene da dire che usufruiscono in copia dello scivolamento del modello di leadership capace di guidare gli altri assumendo le responsabilità della guida (traduzione approssimativa del termine inglese derivante dal verbo to lead),  a una sorta di followship, cioè una situazione nella quale non funziona più come centrale democratica il Parlamento, ma il web e i suoi correlati processi psicologici di influencing telematici. Questi due non sono più neanche dei politici, ma degli influencer, che usano -a volte con perizia (specialmente Salvini) e sempre con cinismo oggi ineguagliabile- i mezzi di comunicazione più veloci ed efficaci, cioè i social.

Il Parlamento non sta discutendo più, ma vota fiducie scontate, non vi sono dibattiti se non nei talk show, luoghi del disordine logico e dell’italiano sgangherato, dove diventa accettabile, o il cupo modello proposto dall’accigliato Cacciari, che sa sempre tutto prima degli altri, da lui osservati con sufficienza e a volte con una punta di disprezzo, o quello ridancian-pornografico di Vittorio Sgarbi, che non è più neanche tanto divertente. Accanto a costoro possiamo godere delle ovvietà sesquipedali di Mauro Corona o delle traversie del suo omonimo, che è anche un poco delinquente.

Poi ci sono i sempiterni “politicamente corretti” à la Fazio (non è lo stopper argentino della Roma),  à la Lerner o Saviano, e i sermoncini di don Ciotti o di qualcuno di LeU (e stavolta non la cito… citandola, Boldrini), dal suono che suona come uno sberleffo.

Tristitia regnat, sed spes viva in corde et mente mea.

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