Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Una tragedia furlana

Una tragedia furlana come altre, perché l’uomo è fatto ovunque allo stesso modo, quasi simile agli angeli, come canta il melodioso Salmo 8, ma inteso sia nel senso di quegli esseri che servono Dio, sia nel senso di coloro che a Dio si sono ribellati in tempi prima dei tempi. Il testo del Salmo 8:

O Signore, nostro Dio,/ quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:/ sopra i cieli si innalza la tua magnificenza./  Con la bocca dei bimbi e dei lattanti/ affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,/ per ridurre al silenzio nemici e ribelli./ Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,/ la luna e le stelle che tu hai fissate,/ che cosa è l’uomo perché te ne ricordi/ e il figlio dell’uomo perché te ne curi?/ Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,/ di gloria e di onore lo hai coronato:/ gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,/ tutto hai posto sotto i suoi piedi;/ tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna;/ Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,/ che percorrono le vie del mare./ O Signore, nostro Dio,/ quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.”

Ecco come canta lo scrittore biblico, anzi il poeta salmista.

79 anni lui, architetto, benestante di soldi ma non di salute, pare. Ecco, cosa conta di più, se case da 250.000 il cui importo di vendita dividersi,  e altro, o un po’ di salute in più, soprattutto mentale e morale. 64 lei, belladonna, sommelier, ex moglie, uccisa a revolverate nell’ufficio del notaro famoso in centro della città borghese, e poi pistola in bocca e boom. Omicidio-suicidio, la coppia d’atti maledetta, che pare vada oltremodo di moda di questi tempi, ovviamente non solo di questi tempi, ma se lo sai mezz’ora dopo l’accaduto dal web, è come un moltiplicatore di eventi. Lo vedi  e lo senti cinque volte in una giornata, e ti sembrano cinque eventi, cinque tragedie, dieci morti, invece di “solo” due.

Alle solite, e comunque un caso irriducibilmente unico. Siamo qui a chiederci con moralisti, psicologi, psichiatri e sacerdoti che cosa succeda nella psiche, questa volta di un uomo anziano, di 79 anni si può dire così? che gli scatena tanta violenza contro un’altra persona e se stesso. Quanta parte abbia la premeditazione e quindi il dolo ragionato, e quante, se ve n’è, di perdita del senso e del valore delle cose e della vita delle persone. Le varie antropologie, più o meno biologizzanti o spiritualizzanti, si interrogano senza darsi soddisfazione. Noi qui non sappiamo se la cosiddetta elaborazione del lutto della separazione sia stato parte del movente, o lo sia stato di più un aspetto economico, legato agli accordi della separazione, et similia.

Fatto sta che tre ogive del revolver hanno spento due vite per volere di una volontà e di un intelletto. Partirei da qui. Caro defunto architetto: prima di tutto nessuno possiede la vita di nessuno, forse neanche la propria, anche se su ciò oggi il dibattito è molto acceso. Ebbene, possiamo concedere, laicamente, che della propria si possa disporre, ma basta così. La vita degli altri è in-vio-la-bi-le. Chi sei tu, chi sono io per disporre della vita altrui, così, a freddo, calcolando tutto? Un fatto è che io uccida una persona per difendere la mia vita o quella dei miei cari, ma lì non vi è dolo, reato o peccato, a meno che non si alzi in piedi truce moralista o un falso-buonista che abbia da protestare di eccesso colposo di legittima difesa. ve ne sono tanti, in giro, e li vorrei vedere davanti a una pistola altrui che sta per sparargli in faccia.

L’uomo che decide di uccidere e si organizza per farlo, in pubblico, in un ufficio dove son presenti altre persone, e lì vuole esibire il suo potere di vita o di morte, quasi come in un rito sacrificale, in una cerimonia stabilita nella sua testa una volta per sempre, inevitabile, incontrovertibile, a meno che qualcuno non lo scopra armato prima, ma non è così, lui è accorto, è capace di dissimulare, sorride perfino, si adegua al modo urbano dell’ufficio notarile, si siede e saluta cordialmente gli astanti, anche la sua ex moglie che vuole uccidere. E poi si alza, estrae l’arma e spara una due volte, ché la prima non era bastata, e poi recita la parte del glorioso suicida. Si mette di fronte e si spara in bocca, morendo nel suo sangue sporco di vergogna altrui, non la sua, perché non fa a tempo a vergognarsi.

Troppo pasciuto di benessere e di sfizi, quell’uomo? Chi lo sa? Chi lo conosceva un po’ forse è in grado di fare supposizioni. L’odio per una donna ancora piacente che gli sarebbe sopravvissuta per almeno vent’anni, vista la differenza di età e la media della vita femminile in Italia. Imperdonabile sopravvivergli tanto. Invidia della vita altrui? Incomprensibile per me, E per te, caro lettore?

Le persone umane sono, come abbiamo scritto qui più volte, sia uguali in dignità, sia irriducibilmente unici. Nel caso dell’architetto la differenza è stata in negativo di umanità. L’uomo, come insegnava sant’Agostino, è una commistione di bene di male, di bontà e malvagità, il bene il male è nell’uomo e dell’uomo. Una inestricabile situazione dell’esistere in questo essere-umani, cioè primati consapevoli e provvisti di linguaggio variegato, a volte melodioso e a volte sconvolgente, pesante, duro, incomprensibile.

Qualcuno sostiene, ad esempio il direttore di Radio Maria, che il diavolo è scatenato, come racconta l’Apocalisse, e quindi ispira delitti e male. Il male è nell’uomo e il bene lo deve vincere. Il male è assenza di bene, defectio boni, è mancanza, penìa secondo Platone, carenza da riempire con l’eros potente ed eterno del desiderio vitale, come ho cercato di proporre nel mio libro più profondo e impegnativo che, caro lettore, trovi qui a lato.

L’eros, o amore è il motore dell’agire umano nel mondo e forse è anche il nome di tutta la forza vitale del cosmo, nientemeno. Sorprendente, ma fino a un certo punto, poiché qualcosa tiene insieme la realtà oltre alle quattro grandi forze cosmologiche che nessuno è finora riuscito a concepire come unificate. Che sia proprio l’eros divino a costituire l’elemento che le rende Una, cioè l’Uno, che il filosofo Plotino riteneva fosse uno dei nomi di Dio, anzi il Nome?

“Sinistra” e “destra” socio-politiche nel tempo, dalla Rivoluzione francese alla globalizzazione. Vero è che i due termini significano ancora qualcosa, sia pure nell’evoluzione dei tempi e degli scenari valoriali, socio-politici ed economici

In palestra: un ragazzo in carrozzina fa ginnastica di trazione agli arti superiori, con buona volontà e costanza. Lo aiuta a sistemarsi un uomo maturo, socialista democratico da sempre (caro lettore, tu dirai “Che c’entra?”). Quest’uomo, con un abbigliamento da palestra abbastanza casuale, si mette poi a fare le sue cose con le macchine, caricando sempre di più i pesi in trazione, con soddisfazione crescente. Il ragazzo in carrozzina ha bisogno di essere di nuovo aiutato per cambiare esercizio, e si fa vicino per legargli opportunamente i polsi alla macchina prescelta un ragazzone del tipo skinhead, tutto a nero, certamente “di destra”, a sentire certi suoi commenti politici. Hai capito, caro lettore, chi è l’uomo maturo? Io.

Con il ragazzo in difficoltà, io e lo skinhead ci siamo comportati nello stesso modo. Si può dunque dedurre che essere-di destra o essere-di-sinistra non inficia una disponibilità attenta ai bisogni altrui, che attinge ad altre dimensioni interiori, psicologiche, spirituali. In altre parole non si è “buoni d’animo” se si è di destra o di sinistra.

Altro episodio: il signore maturo, cioè io, dialoga con un altro signore in età che decenni fa compì una scelta estrema di carattere politico(-militare) di sinistra, indubbiamente di sinistra. Si parla insieme di ciò che possa essere ritenuto politicamente e socio-economicamente “di sinistra”, socialista, e così via. Il signore in età che non vive in ristretti orizzonti come il secondo, il quale sta scontando una pena, la più grave dell’ordinamento italiano. Il primo, a fronte della richiesta del secondo di provare a pensare alla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, il comunismo economico come è descritto nella visione classica marx-engelsiana, risponde così: “Chi governa la complessità delle aziende e dei mercati? Sei tu in grado di fare il mio lavoro, o il lavoro di un imprenditore o di un general manager?” Silenzio, in risposta. Ecco. Il distacco tra la teoria e la possibilità prasseologica. cioè di un fare pratico è dunque evidente, lampante, incontrovertibile.

Se leggiamo oggi gli atti dei congressi della Nuova sinistra italiana (di Lotta Continua, di Avanguardia Operaia, di Potere Operaio, del Partito Comunista Marxista-Leninista, etc.) degli anni ’70, o i Quaderni Rossi di Raniero Panzieri, c’è da restare allibiti per l’astrattezza teorica e l’assenza quasi totale di agganci ragionevoli con la realtà fattuale del tempo.

Allora io passavo per moderatissimo, quasi una spia dei carabinieri, mentre quei militanti erano ritenuti e si ritenevano (per autocomprensione) dei “veri compagni”. Molti di loro li ho visti sfilare bellamente -politicamente- alla mia destra qualche anno dopo, rimanendo io fermo nella mia moderazione, come un ablativo assoluto.

Ciò che desidero dire è che destra e sinistra non sono comunque identiche, né sono scomparse, come molti stanno affermando con una faciloneria disarmante.

Sinistra è ontologicamente avere un’attenzione per l’altro, una visione comunitaria e a volte anche collettivistica delle cose (ecco un primo limite teoretico e antropologico della sinistra), destra è ontologicamente puntare sull’individualità, sui meriti soggettivi, sempre molto semplificando.

In qualche modo anch’io apprezzo valori che appaiono tradizionalmente più di destra, come quello del valore dell’individuo singolo. Ma è proprio così, o ragionando con le categorie di destra e sinistra si rischia di prendere pericolose cantonate? Pare proprio di sì, poiché il dato dell’irriducibilità individuale non è politico, ma paleoantropologico, o semplicemente antropologico.

Si è dunque irriducibilmente unici, e questo lo deve capire la sinistra più dogmatica, ma si è anche costituiti psico-biologicamente, come animali umani, in modo identico, e perciò si è depositari di pari dignità, di pari valore, qualsiasi sia il nostro ruolo sociale, qualsiasi sia il nostro reddito e il nostro potere, e questo lo dovrebbe comprendere la destra.

Diversi e uguali nello stesso tempo, come lo deve comprendere una visione del mondo capace di irrorare con i suoi valori migliori tutto o quasi l’agone politico.

Certamente oggi molti contenuti politici si stanno rimescolando, ma questo è normale, poiché appartiene alle derive socio-storiche, così come si sono sempre dipanate. Faccio un esempio: non si può negare che il liberalismo, pur non avendo più quasi ovunque una rappresentanza parlamentare, abbia fecondato positivamente la politica con i suoi valori di libertà e democrazia, così come il movimento ecologista, rappresentato dai “Verdi”, con i suoi valori connessi alla difesa dell’ambiente in cui viviamo, la Terra e il Cosmo.

Vi sono quindi dei valori condivisi tra le varie visioni del mondo, che hanno superato l’appartenenza a uno schieramento, a una sorta di genetica politica, diventando patrimonio comune, almeno delle persone ragionevoli e ragionanti, non certo di militanti, talora ignorantissimi e incapaci di condividere idee intelligenti, anche se non caratterizzate da appartenenze univoche.

La stessa Costituzione della Repubblica Italiana, ispirata dai fondamenti etici cristiani e laico-socialisti, porta nel tempo valori condivisi, in qualche modo, anche se con differenti sensibilità, da destra e da sinistra.

Se si vuole scherzare sui due storici termini che, come tutti sanno (almeno lo spero), destra e sinistra, nascono come concetti dall’assemblea costituente voluta dai rivoluzionari francesi nel 1789, si può ascoltare Giorgio Gaber, impegnato a distinguere la destra dalla sinistra annettendo rispettivamente a quest’ultima il minestrone, e alla destra la pasta, ovvero alla sinistra la doccia, e alla destra il bagno. Così per sorridere un poco.

Si può “usare” la filosofia nella selezione del personale per un’azienda, ente o comunque struttura lavorativa organizzata?

Quesito retorico anzichenò, quello del titolo. Sicuramente si può utilizzare un approccio filosofico in questa fondamentale attività aziendale. Peraltro, la selezione del personale, con la sua correlata premessa legata alla ricerca di personale, che si può mettere in moto in molti modi, dal passaparola, all’uso dei siti web, a incarichi a società di somministrazione o di ricerca e selezione, etc., è uno dei sei o sette “mestieri” tipici di un moderno Human Resource manager, come si usa dire.

Selezionare del personale significa incontrarlo a colloquio, sia con le modalità classiche, prevalentemente individuali, sia con modalità più complesse, che richiedono la presenza di più candidati all’assunzione, chiamate solitamente assessment. Su questo tema ha recentemente pubblicato presso Franco Angeli un agile e dinamico volumetto il mio amico Piero Vigutto, psicologo del lavoro.

E veniamo all’approccio filosofico della selezione del personale. In una delle occasioni di formazione continua e di formazione dei giovani filosofi di Phronesis, abbiamo pensato di proporre nella sezione nordestina questo tema, per il seminario previsto per domani 10 giugno a Mestre. Siccome la filosofia è la matrice di tutti i saperi antropologici, non si vede per quale ragione non possa essere utilizzata come ambiente per svolgere un assessment di selezione del personale, contaminando modalità più specifiche e accettando contaminazioni. Si trarrà, a parer mio, sempre giovamento dal dialogo tra varie discipline antropologiche, se questo dialogo sarà rispettoso di ogni apporto, senza confusione, ma anche senza sussiegosa superbia, tipica di chi crede di possedere il metodo della verità in tasca.

Sotto questo profilo l’approccio e lo stile filosofico, fin dai tempi di Platone e successivamente di Descartes, insegna l’arte del domandare e del dubbio, irrorando di costruttive problematicità ogni tema posto. Verità locali, direbbe il mio amico professor Zampieri, e non verità assolute, che lasciamo ad altre discipline a me altrettanto care, come la teologia.

Può essere interessante per chi si occupa di questi temi dare uno sguardo al Power Point che ho predisposto per lavorare in tema con colleghi senior e con alcuni -più giovani- in formazione. Buona lettura qui sotto.

assessment filosofico

Voglio bene a Mario Balotelli e a Tiziano Ferro, bravi ragazzi normali, mentre Salvini inanella una gaffe dietro l’altra, e altri ministri come quello dell’ambiente riconoscono che i predecessori di dicastero non erano poi così male, ma anche il capo leghista, obtorto collo, deve ammettere che Marco Minniti aveva fatto un buon lavoro

Intanto il nostro centravanti nero, di origine ghanese (proveniente dalla famiglia Barwuah) coniuga bene i congiuntivi e poi, con voce profonda da omone giovane e robusto, parla di diritti umani con semplicità senza essere mai banale. Dice che sarebbe onorato di essere il capitano della Nazionale di calcio.

Lo sarà, ma intanto è importante constatare che questo ragazzone è cresciuto, è diverso da qualche anno fa, rappresentando meglio la generazione di quasi trentenni, e anche di ragazzi più giovani.

Il bravissimo cantante romano spera di non essere pressoché “trasparente” come uomo di orientamento omosessuale, anzi quasi invisibile. Convivono in questa beata Italia tante posizioni, tante opinioni, spesso fondate su mancanza di informazione e su pregiudizi. Molti parlano senza darsi la pena di conoscere le cose di cui parlano, e spesso senza una formazione adeguata, ignorando anche i fondamenti di un argomento, fregandosene bellamente di fondare il proprio pensiero su basi conoscitive solide e affidabili. A volte è una pena ascoltare chi parla in televisione o leggere chi scrive sul web, libero come l’aria e deficiente come un minus habens.

Se perfino Balotelli mi soddisfa significa che lo chef generale dell’informazione offre un modesto menù, senza offesa per il campione.

Giù nel Sud, nei pressi di Vibo Valentia, hanno fucilato un nero (chiamato da molti “negro”, con dizione spregiativa, non etno-antropologica), del Mali, Sacko Soumajli, che si occupava di se stesso e dei suoi conterranei migranti e lavoratori a tre euro l’ora, dentro il sindacato bracciantile USB, emulo di Di Vittorio, a quasi ottanta anni dalle lotte guidata da quel grande di Cerignola. Civilissimo rappresentante dei lavoratori, dignitosissimo e sapiente, di una sapienza antica.

Salvini invece parla di “galeotti” provenienti dalla Tunisia, e deve anche scusarsi con il governo di quella piccola nazione araba, a noi molto vicina. Bettino Craxi, che amava quella nazione e a Hammamet è morto, certamente l’avrebbe bacchettato invitandolo a informarsi meglio e a parlare da ministro con più cognizione delle cose. Nel frattempo, sempre il ragazzotto lombardo invoca Orban l’ungherese, il quale comunque ci è poco amico, con i suoi amici di Visegrád.

Il Gruppo di Visegrád si è costituito tra Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia il 15 febbraio 1991, al fine di rafforzare  la cooperazione tra questi tre stati e in seguito quattro (con la divisione tra Repubblica Ceca e Slovacchia dal 1993) sotto vari aspetti della vita civile, sociale, culturale, scientifica ed economica.

L’ispirazione del Gruppo di Visegrád è stata dovuta agli incontri avvenuti nel 1335 e nel 1339 tra i re Carlo I d’Ungheria, Casimiro III di Polonia e Giovanni I di Boemia, per migliorare i rapporti commerciali ed economici tra le tre nazioni. Un evento storico per affermare l’unità d’intenti di tre saggi sovrani e di tre popoli contermini. L’Europa si costituiva anche così, magari “a pezzi”, fin dai tempi di Carlo Magno, quando il Sacro Romano Impero in qualche modo proseguiva lungo la strada dell’Impero Romano ispirato dalla Res Publica Christiana.

Salvini forse non sa queste cose, ma qualcuno gliele spiegherà. Non vi era nulla di razzista nel primigenio Gruppo di Visegrád, bensì lungimiranza e dialogo, al contrario di quello che sta sostenendo il neo-ministro degli Interni, il quale comunque riconosce il buon lavoro fatto da Marco Minniti.

L’altro “dioscuro” della nuova maggioranza, il Di Maio, invece, si occupa dei ciclisti porta-pizze a casa, i rider, lavoratori senza diritti minimi. Gli economisti dei due partiti si dividono sulla plausibilità della flat tax e del reddito di cittadinanza, cominciando a spiegare che misura senza capienza finanziaria sono irrealistiche e illusorie, cioè un inganno per gli stessi cittadini elettori che hanno creduto nel “nuovo”, nell’enfasi del cosiddetto “cambiamento”.

Non si fanno miracoli: neppure san Giovanni evangelista nel vangelo da lui ispirato, parla di “miracoli” riferendosi alle opere del Maestro di Nazaret, ma di segni, di semèia, come si dice in greco antico. E i segni sono tracce importanti  dell’agire umano. I segni significano sempre qualcosa.

Quello che speriamo le persone imparino è che non esiste la perfezione, e tantomeno in politica, ma un continuo ricercare di migliorare, anche usufruendo umilmente di esperienze altrui, anche di avversari, perfino di nemici o ritenuti tali.

L’uomo forse evolve, ma lentamente, e a volte involve, per cui occorre pazienza, umiltà, lungimiranza, capacità di sopportazione, forza morale, come insegnano i padri insigni del pensiero greco-latino e cristiano.

…e ora vediamo se Salvini sarà capace di fare meglio di Minniti (a cui, afferma, chiederà come si fa a fermare i migranti, ma come, allora anche il governo cessante era abbastanza bravo!) se Di Maio meglio di Calenda, ché meglio di Poletti non avrà problemi a fare, anche se, afferma, che il suo obiettivo personale è “migliorare la qualità della vita degli Italiani” (ingenuità o dabbenaggine?): in nome della cara Patria Italia, auguri!

Caro lettore,

finalmente, dopo quasi novanta giorni di polemiche talora stupide se non penose, abbiamo il Governo della Repubblica Italiana. Non conosco la maggior parte dei ministri, ma auguro buon lavoro a tutti, anche a Toninelli, che ha detto spesso cazzate sesquipedali, e ai due vice premier che sono la rappresentazione -differenziata- del non-sense politico serio, e non aggiungo altro, perché non smentisco un et di quello che ho scritto di loro nei tre mesi scorsi.

Vediamo se ora il pensiero dei due e dei loro militanti politici e seguaci si sposta sulle tematiche vere del popolo italiano, sull’economia, sulla società, sulla giustizia, sul diritto alla conoscenza, sul futuro concreto della nostra bella Nazione, dal pensiero volto prevalentemente a un eventuale voto e all’incremento di suffragi da realizzare. Bravo presidente Mattarella che anch’io, qui nel mio piccolo, ho sostenuto. Ho visto anche che dopo la mia lettera inviatagli, ha iniziato a utilizzar meno il termine “paese” per dire Italia, ma di più riferimenti all’Italia, agli Italiani, alla Repubblica, se non alla Patria o alla Nazione, etc. Ah (sorrido), Di Battista può tranquillamente rimanere in America, non credo manchi alla Patria, a me no certamente.

Ora invierò la lettera anche al prof Conte per vedere se condivide la mia proposta. Caro lettore, trovi la lettera in questione se vai indietro di un mese e mezzo circa.

I temi sul tavolo del nuovo governo sono molti e difficili, per cui preoccupa l’approssimazione e la banalità dei contenuti del famoso “contratto” tra i due partiti che ora hanno la responsabilità di guidare l’Italia. Una considerazione: come si fa a prevedere un surplus di spesa per circa 108 miliardi per il primo anno, con una copertura specifica di meno di un duecentesimo scarso della cifra (cioè con 500 milioni di euro)? Dove si andrà a prelevare il restante denaro? dalle solite tasche degli Italiani, da nuove tasse o accise, dall’evasione fiscale di cui si strombazza a ogni appuntamento elettorale, dalla riduzione dei costi della politica? Mi pare ci sia, come si dice, molta fuffa in tutto ciò, ovvero approssimazione e dilettantismo.

Accadrà certamente che quasi tutti i sogni di gloria dell’alleanza M5S e Lega saranno accantonati silenziosamente, a partire dalla improponibile Flat Tax e dal Reddito di cittadinanza, due esempi di misure ontologicamente e reciprocamente contraddittorie, perché l’una richiede maggiori uscite e l’altra prevede minori entrate: come a dire di poter fare di più con meno, che neanche un bambino…

Anche per questo Salvini voleva lucrare al più presto la sua furbissima credibilità con nuove elezioni da tenersi al più presto e Di Maio, consapevole -finalmente- di essere stato messo nel sacco dall’Asterix padano, no. Si pensi: il pensiero sommo di tutti e due, anche se a geometria variabile, altro non è stato che il potere per il potere, come nelle precedenti “repubbliche”, che poi non è mai del tutto vero, ma un po’ vero lo è, sempre. Il potere non negativo in sé, ma lo può diventare per come lo si esercita e per i fini per i quali lo si esercita. La differenza la fa la qualità delle azioni umane, lo spirito, il cuore di chi agisce. La moralità delle azioni è data dall’interiorità, dalle intenzioni, come insegnava il Maestro nazareno (cf. cap. 5 Vangelo secondo Matteo).

I danni che hanno fatto i due dilettanti solo nell’ultima settimana solo il Padreterno quantificarli, o il suo CFO, che probabilmente sarà Paolo di Tarso o San Benedetto, forse meglio.

Questi due hanno scambiato il governo per un gioco di monopoli, il bimbo napoletano di più, ma anche il ragazzo un po’ in carne della Lombardia. E” drammatico che la democrazia rappresentativa, quando opera con leggi elettorali così idiote, pensate e scritte da minus habens come i suoi autori omonimi. Bisognerà provvedere affinché non accadano più cose del genere.

Altra cosa: anche la stampa deve smettere di raccontare cazzate, di riferire amenità e falsità, di commentare con un rancore, così come i potentati politici alla Juncker, prima di parlare dovrebbero controllare il tasso alcolico: nel suo caso si vede dalla pelle vizza di un uomo non vecchio del ’53 che è un forte bevitore, che però non “tiene” come Churchill, e così va nel pallone del suo minuscolo Lussemburgo. Così dal pomposo e panzone e vino tinto capelli di Barroso si è passati a questo giocatore di briscola prestato alla politica che parla come se battesse il fante all’osteria.

Passando in rassegna i nuovi ministri, forse qualcosa di buono c’é, ora lavorino sodo confrontandosi senza ideologismi e rabbia in Parlamento anche con chi non li voterà. Alla guida dei due rami ci sono due persone che personalmente gradisco di gran lunga rispetto ai predecessori. Un Fico al posto di Boldrini mi sta non bene, benissimo, così come la signora Casellati al posto di un Grasso… ma chi ha pensato che poteva essere un leader politico quest’uomo spento? Bersani? ma sei fuori? D’Alema? Non posso crederci. Forse quei quattro gatti di ex vendoliani o possibilisti civatisti. Lo ripeto, a questo sinistrume ridicolo capitanato dalla fervida Boldrina preferisco il vecchio compagno Marco Rizzo, comunista all’antica.

Buona fortuna prof Conte. Faccio il tifo per lei.

Filippone, malvagia follia o folle malvagità, mentre i due beoti politici continuano a fare i babbei?

Utilizzo nel titolo un ossimoro in forma chiasmica, perché non mi viene nulla di meglio. Ancora una volta, come tante altre, la logica emotiva di Sant’Agostino mi aiuta.

A giorni dalla tragedia di Francavilla a Mare, mentre la politica scherza col fuoco di una crisi gravissima sulla pelle degli Italiani (disgraziati, disgraziatissimi Di Maio l’ignorante e Salvini il cinico), insultando il Presidente della Repubblica e i tedeschi rispondono sempre al loro prepotente istinto egemonico prussiano, questa volta con il tinto di biondo commissario europeo Guenther Oettinger, Filippone butta giù la moglie dal terrazzino di casa, e non la degna di un sguardo mentre agonizza sul selciato.

Prima domanda: che uomo è se si comporta così? Qualcuno dei soccorritori si è fatto qualche domanda di questo tipo? C’era lì qualcuno in grado di farsi qualche domanda, visto che la prima parte della disgrazia concernente la morte della moglie, pareva confermarne le modalità, di disgrazia, appunto, ma non era così?

Seconda domanda: durante le sette ore passate prima che l’uomo si gettasse di sotto non si è riusciti a predisporre qualche struttura ai piedi del viadotto per impedire che anche lui, dopo avere ammazzato la moglie a casa e buttato giù la bambina, si sfracellasse di sotto? Sempre durante le sette ore chi ha parlato con lui, uno psicologo, uno psichiatra? Che cosa gli hanno detto? Come ha risposto? Erano proprio le persone adatte a parlargli dopo quello che aveva fatto? Se dopo due o tre ore, nelle quali è possibile fare molti discorsi, la cosa non si è sbloccata, perché non si è pensato a cambiare l’interlocutore esperto, visto che sulla piazza c’erano sicuro altri psicologi, presenti sul territorio a pacchi, e anche psichiatri? Oppure guardarsi in giro cercando altri interlocutori, perché non un sacerdote o un filosofo?

Ho qualche dubbio sulla gestione del caso da un punto di vista tecnico-relazionale-comunicazionale. Posso nutrire qualche dubbio? Si sono toccate le corde giuste? Ora gli inquirenti hanno trovato all’uomo cocaina in auto e i resti di un sedativo con cui avrebbe rincoglionito la bimba Ludovica prima di scaraventarla giù. Gli hanno trovato dunque materiali già pensati, cercati, trovati e utilizzati con (folle?) lucidità. Gli psichiatri ci spiegano che alcuni psicotici di tipo schizoide hanno momenti di lucidità inframmezzati da momenti di distacco, di follia. Ebbene, che significa questo? Che nei momenti di lucidità con costoro bisogna utilizzar la logica sostanziale ordinaria, normale, fatta di domande sul bene e sul male, sulla responsabilità e sulla libertà individuale, o no? In sostanza un dialogo serrato nel quale il Filippone avrebbe potuto (?) sentirsi considerato normale?

Secondo me Filippone, nell’arco di sette lunghissime ore, avrebbe potuto capire.

Ho già detto che se fossi stato lì, avrei cercato di salvarlo e poi l’avrei strozzato di brutto dopo averlo salvato. Perché Filippone era un bravo professionista, laureato in economia, come si dice oggi un Chief of  Financial Officer (CFO). Ho l’impressione che nelle strutture pubbliche vi sia molta confusione su questo terreno e su questi argomenti.

Bene, un brav’uomo che all’improvviso diventa matto e fa una strage e nessuno lo ferma. Ah, qualcuno ha scoperto che era sconvolto perché qualche mese prima aveva perso la madre. Tutti prima o poi, se non muoiono prima, perché cari al cielo, e quanto caro al cielo sarebbe stato bene fosse stato Filippone, perdono la madre, e anche il padre, o no? Uno perde la madre e ammazza moglie  e figlia? Andiamo. Che cosa ci spiega il Manuale Diagnostico Statistico IV? Una forma maniaco-depressiva… una forma di stress post-traumatico?

Forse che sarebbe stato utile e necessario non trattarlo secondo le schema della malattia mentale, ma secondo il non-schema della normalità per cui un padre e marito non fa quello che ha fatto, ma si pente e affronta le conseguenze dei suoi atti, assumendosi la responsabilità di quanto e come agìto.

Quale forma tecnico-culturale è la più adatta a sviluppare ragionamenti di quel genere? Forse anche l’invito religioso al rispetto della vita, fondandolo sul fatto che non è a nostra disposizione, specialmente quella degli altri, a meno che non si abbia la testa sbagliata di un killer. Ma Filippone non era un killer, era un uomo normale. Oppure la logica filosofica, non la ricerca di nevrosi o psicosi, mi pare. “Quale è la ragione per la quale hai fatto quello che hai fatto, e vuoi fare ancora danni uccidendoti? Ne è valsa la pena, e varrà la pena, oh sì, adesso che le hai ammazzate forse è meglio che anche tu le segua, o no? Guarda, se vuoi ne parliamo, così poi a mente fredda puoi ammazzarti anche tu. Ma che uomo sei?” Lì avrebbe dovuto e potuto esserci un collega di Phronesis, colleghi che in in Abruzzo, nelle Marche o nel Lazio non mancano. A una o due ore di auto. Avrei potuto proporre almeno cinque o sei nomi di signori e signore, colleghi e colleghe, in grado di ben agire. Oppure, in meno di sette ore sarei arrivato anch’io, lì. per l’Adriatica, ché ho una macchina molto veloce.

Presunzione, la mia? Penso proprio di no.

La fragilità forte ovvero la forza fragile vincono sempre sull’idiozia da trivio

Colloquio con un sordomuto in azienda, insieme con una “mia” iunior, psicologa del lavoro. Lui va a prendere sempre solo il caffè, in pausa, perché i colleghi non lo invitano. Ne soffre, e si vede, eppur se ne frega. Sant’Agostino avrebbe usato, così come amava fare, il doppio ossimoro sostantivo-aggettivo e viceversa, che bene esprime la complessità e quasi la rotondità del reale: una fragilità forte in una fragile forza.

Quando ti lamenti (mi lamento) della nostra (della mia) condizione, è  come se bestemmiassimo il Dio della vita.

Il limite dell’altro è lo specchio della nostra condizione, che non bara mai.

Mentre i furbacchioni della politica (parlo sempre dei due babbei, di cui il più giovane vanta la maggiore babbeità, che oramai è un dato antropologico) tentano di barare millantando la loro aggressività per difesa del volere popolare russoviano (più precisamente “volontà popolare”), chi lavora in azienda e fa il reddito italiano da difendere continua silenziosamente a lavorare, al contrario dei due su non-nominati, che non hanno mai lavorato in vita loro, e presentano un programma-contratto che sembra scritto da una prima media inserita in una loggia massonica. Incompetenza e arroganza sbalorditive.

E torniamo al tema. Chi non ha la parola né l’udito vive in una dimensione che neppure immaginiamo, anche se talora la pietas umana ci può ispirare partecipazione e solidarietà. Noi che abbiamo tutti i sensi funzionanti conosciamo il mondo, ascoltiamo i rumori, i suoni e la musica, parliamo modulando i lemmi e i toni, possiamo essere sintetici o facondi, di poche parole o grandi oratori alla Demostene o Cicerone, oppure appassionatamente prolissi alla Pannella. Chi non ha i mezzi bio-meccanici per udire e parlare no, deve imparare i linguaggi diversamente.

Con questo lavoratore, salvo qualche labiale misteriosamente da lui compreso, abbiamo dialogato per iscritto. Straordinario il report scritto, da studiare e conservare, da apprezzare e rispettare, come esperienza neuro-linguistica, scuola di dialogo e di etica del lavoro.

Ciò accade, mentre viviamo momenti strani assai, dove la stampa, il web le tv etc., possono sdoganare irridenti marpioni come Di Battista che dice sorridendo: “se si vota mi candido”. Mi vien da dire “sai che paura di Di Battista?” Oppure danno spazio al precocemente affetto da calvizie sul sommo del capo giovin Casaleggio, il quale, con seriosità incipiente e sarcasmo forse involontario, sostiene implicitamente che diecimila votanti sulla piattaforma Rousseau, valgono come venti milioni di voti. Non riesco a capire in che modo: forse che chi aderisce alla piattaforma è più intelligente di chi non vi aderisce? Che cosa è il “popolo”, chi è il “popolo” per lui e i suoi adepti grillozzi? Forse che il “popolo” è quello che grida, che urla, che sbeffeggia chi non è d’accordo, e duecento persone sembrano diecimila perché fanno confusione? Si leggano i testi di Gustave Le Bon (cf. Psicologia della folla, 1895), studioso della psicologia delle masse, che sono le stesse, come luogo dove funziona un certo meccanismo di psicologia sociale, sia che siano in una manifestazione politica, più o meno pacifica, sia che siano allo stadio, si in ambito religioso (si pensi all’omicidio di Ipazia perpetrato da monaci cristiani fanatici nella Alessandria d’Egitto del V secolo), sia che si trovino in qualsiasi altro assembramento umano.

Circa il testo di Le Bon ecco una breve parafrasi:

Le folle sono come una forza di distruzione, priva di una visione d’insieme, indisciplinata e portatrice di decadenza (…). La massa – permeata da sentimenti  autoritari e d’intolleranza – crea un inconscio collettivo attraverso il quale l’individuo si sente deresponsabilizzato e viene privato dell’autocontrollo, ma che rende anche le folle tendenti alla conservazione e orientabili da fattori esterni, e in particolar modo dal prestigio dei singoli individui all’interno della massa stessa.” (dal web) Basta analizzare gli “idealtipi” weberiani Di Maio/ Salvini per capirci.

Ah, poi c’è un “Salvini arrabbiato”, anche qui, sai che paura?

Mi chiedo quanto siano intelligenti i sopra citati, se l’evoluzione neuronale li abbia privilegiati o meno, e temo -per loro- che non vi sia dovizia di “corticalità pensante”, e questo è pericoloso, oltremodo. Divento sempre più tifoso dei neuro-scienziati biologisti, ma non del tutto, poiché altrimenti dovremmo prendere solo per un ammasso di cellule il cervello-mente dell’uomo di Francavilla a Mare, assassino di moglie e figlia e suicida, e il ragazzo venticinquenne che ha sparato alla ex fidanzata prima di uccidersi, in Toscana l’altro ieri. E, se non si fossero suicidati, avremmo dovuto solo metterli in condizioni di non nuocere, in qualche luogo che ha ereditato i vecchi manicomi.

Non può funzionare solo in questo modo, no.

Ieri ho preso la bici e son andato per strade secondarie, ma la bici “normale”, viaggiando verso la Bassa, in mezzo ai pioppeti e ai boschi di ripa. Animali timidi si sono affacciati tra l’erba e i cespugli oramai verdissimi a fine maggio. Pensare al tempo che mi accoglie nel suo grembo e allo spazio nel quale il mio corpo umano si muove, e ai sentimenti altrui, che non conosco, a meno che non riesca a leggere dentro, a intus-legere, a essere intelligente. I classici sostenevano che la volontà è la facoltà propria di chi-è-intelligente. Chi lo sa.

Campanili lontani annunziano messe eterne, mentre ripenso al ragazzo di oggi, che sorrideva senza parlare e senza udire il suono delle mie parole. Grato di come sono.

La legge 194 ha quarant’anni e la vita miliardi, e speriamo continuino, la legge e la vita

Leggo qua e là che nel 40° della “Legge 22 maggio 1978, n.194, si scatenano insulti sanguinosi del tipo “assassina” verso donne che hanno abortito.

Vorrei ricordare a questi fanatici e fanatiche che il trend degli aborti praticati in Italia dal ’78 è vistosamente calato, nonostante l’aumento della percentuale dei medici obiettori.

Vorrei ricordare a quei militanti “per la vita” che le mammane prima del ’78 facevano abortire con intrugli di prezzemolo bollito che causavano insufficienze renali gravissime, o agivano con sonde-ferri da calza, provocando emorragie e infezioni mortali a quelle povere donne.

Vorrei ricordare agli stessi urlanti accusatori che una legge imperfetta è sempre meglio di un’assenza normativa che dà la stura, come si sa, ad ogni nefandezza. ed ora due parole sulla 194.

Il titolo della legge è il seguente: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza“, legge che ha depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto, che fino a prima era considerato una sorta di attentato alla stirpe (codice penale Alfredo Rocco del 1930, nel quale l’interruzione volontaria di gravidanza, IVG, in qualsiasi sua forma, era considerata un reato, art. 545 e ss., abrogati nel 1978). In particolare: a) causare l’aborto di una donna non consenziente (o consenziente, ma minore di quattordici anni) era punito con la reclusione da sette a dodici anni (art. 545), b) causare l’aborto di una donna consenziente era punito con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore dell’aborto, sia alla donna stessa (art. 546), c) procurarsi l’aborto era invece punito con la reclusione da uno a quattro anni (art. 547), d) istigare all’aborto, o fornire i mezzi per procedere ad esso era punito con la reclusione da sei mesi a due anni (art. 548).

In caso di lesioni o morte della donna le pene erano ovviamente inasprite (art. 549 e 550), ma, nel caso “… alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 545, 546, 547, 548 549 e 550 è stato commesso per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto, le pene ivi stabilite sono diminuite dalla metà ai due terzi.” (art. 551).

Nel 1975 tornava all’attenzione generale il tema della regolamentazione dell’aborto, soprattutto dopo l’arresto del segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, della segretaria del centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA) Adele Faccio e della militante radicale Emma Bonino, per aver praticato aborti, dopo essersi autodenunciati alle autorità di polizia.

Sul web leggiamo che “Sull’onda delle manifestazioni e delle proteste, della rivoluzione culturale e sessuale che stava coinvolgendo la società italiana, venne portata avanti la campagna abortista, che fu condotta dalla sinistra (PCI, PSI, PSDI), dai partiti liberal-capitalisti (PRI, PLI), e dal Partito Radicale.”

Ancora, cito dal web: “Il CISA era una associazione fondata da Adele Faccio che con molte altre donne si proponeva di combattere la piaga dell’aborto clandestino, creando i primi consultori in Italia e organizzando dei «viaggi della speranza» verso le cliniche inglesi e olandesi, dove grazie a voli charter e a convenzioni contrattate dal CISA, era possibile per le donne avere interventi medici a prezzi contenuti e con i mezzi tecnologicamente più evoluti. Nel 1975 dopo un incontro prima con Marco Pannella e poi con Gianfranco Spadaccia il CISA si federava con il Partito radicale, e in poche settimane entrava in funzione l’ambulatorio di Firenze presso la sede del partito. Il 5 febbraio una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore de L’espresso, presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli nn. 546, 547, 548, 549 2º Comma, 550, 551, 552, 553, 554, 555 del codice penale, riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Cominciava in questo modo la raccolta firme. Il referendum era patrocinato dalla Lega XIII maggio e da L’Espresso, che lo promossero unitamente al Partito Radicale e al Movimento di liberazione della donna. Tra le forze aderenti figuravano Lotta continua, Avanguardia operaia e PdUP-Manifesto. Dopo aver raccolto oltre 700.000 firme, il 15 aprile del 1976 con un Decreto del Presidente della Repubblica veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria, ma lo stesso Presidente Leone il primo maggio fu costretto a ricorrere per la seconda volta allo scioglimento delle Camere. Erano forti i timori dei partiti per le divisioni che poteva provocare una nuova consultazione popolare dopo l’esperienza del referendum sul divorzio dell’anno precedente. Il bisogno di adeguare la normativa si è presentato al legislatore anche in seguito alla sentenza n.27 del 18 febbraio 1975 della Corte Costituzionale. Con questa sentenza la Suprema Corte, pur ritenendo che la tutela del concepito ha fondamento costituzionale, consentiva il ricorso alla IVG per motivi molto gravi.”

Ragione per cui con la  “194” sono venuti a cadere i reati previsti dal titolo X del libro II del codice penale con l’abrogazione degli articoli dal 545 al 555, oltre alle norme di cui alle lettere b) ed f) dell’articolo 103 del T.U. delle leggi sanitarie. La 194 consente alla donna, nei casi previsti dalla legge, di ricorrere alla IVG in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza), nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica.

E’ interessante leggere qualche brano della normativa. Il prologo della legge (art. 1), recita: Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

L’art. 2 tratta dei consultori e della loro funzione in relazione alla materia della legge, indicando il dovere che hanno nei confronti della donna in stato di gravidanza: a) informarla sui diritti a lei garantiti dalla legge e sui servizi di cui può usufruire; b) informarla sui diritti delle gestanti in materia; c) suggerire agli enti locali soluzioni a maternità che creino problemi; d) contribuire a far superare le cause che possono portare all’interruzione della gravidanza.

Nei primi novanta giorni di gravidanza il ricorso alla IVG è permesso alla donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito (art. 4). L’art. 5 prevede che il padre del concepito non possa in alcun modo intromettersi nella IVG e non sia titolare di alcun diritto sul feto. La figura del padre è citata solamente quattro volte nel suddetto articolo e solamente chiamata in causa come presenza presso un consultorio, struttura sanitaria o medico di fiducia ai quali si rivolge la madre solo nel caso in cui questa vi acconsenta (comma 1 e 2).

La IVG è permessa dalla legge anche dopo i primi novanta giorni di gravidanza (art. 6): a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Le minori e le donne interdette devono ricevere l’autorizzazione del tutore o del giudice tutelare per poter effettuare la IVG. Ma, al fine di tutelare situazioni particolarmente delicate, la legge 194 prevede che (art.12): …nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.

La legge stabilisce che le generalità della donna rimangano anonime. La legge prevede inoltre che “il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite” (art. 14). inoltre, il ginecologo può esercitare l’obiezione di coscienza. Tuttavia il personale sanitario non può sollevare obiezione di coscienza allorquando l’intervento sia “indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo” (art. 9, comma 5). La donna ha anche il diritto di lasciare il bambino in affido all’ospedale per una successiva adozione e restare anonima.

A quarant’anni dalla sua adozione, il dibattito su questa normativa continua con vigore e con non sempre ragionevoli modalità di toni e contenuti. Vi sono però ancora almeno un paio di questioni, su cui si dovrebbe riflettere seriamente: il tema dell’obiezione di coscienza dei medici, che per dimensioni e motivazioni non convince, poiché si tratta di garantire comunque il funzionamento di una legge dello Stato che regolamenta un tema di delicatissima rilevanza etica e sociale e la questione del ruolo dl padre, il quale nella stesura del 1978 non ha nessuna rilevanza. Invece, proprio perché, e a maggior ragione di questi tempi in cui la violenza sembra essere uno dei tristissimi crismi del rapporto uomo-donna, dovrebbe essere preso in considerazione. Non è ragionevole, infatti, che il “secondo” genitore non possa esprimersi in alcun modo su un fatto che comunque lo riguarda, in ogni senso, morale, esistenziale ed affettivo, sia nei confronti della compagna, sia nei confronti della vita che potrebbe (o meno, e questo mi rattrista, comunque) venire al mondo.

E infine, da socialista cristiano e da teologo filosofo qual sono, desidero ricordare con gratitudine il lavoro quasi eroico svolto in quegli anni dai dirigenti del Partito radicale Marco Pannella, Adele Faccio e  Adelaide Aglietta, che non ci sono più e li rimpiango, e Emma Bonino che ci può ancora dare una mano in intelligenza e agire politico. Lo dico anche se, subito dopo, aggiungo che molti accenti delle proposte radicali non condivido, come quelle sull’eutanasia nuda e cruda (alla “svizzera”, intendo) mentre propongo piuttosto la linea etico-filosofica del mio Maestro Tommaso d’Aquino, il quale, se interpellato sulla legge 194 (perdonami, mio gentil lettore l’obbligatorio anacronismo), e dopo avere meditato come era solito umilmente fare, avrebbe detto che in casi così ardui, bisogna sempre scegliere il bene maggiore, che necessariamente deve corrispondere al male minore, e pertanto, valutati i pro e i contro avrebbe concluso circa l’opportunità di mantenere in vigore la Legge 194, in questo non d’accordo con la linea editoriale degli organi di stampa cattolici di questi giorni. Io la penso così, disponibile a confrontarmi con i colleghi teologi, con gli esperti di comunicazione, i politici e chiunque desideri discutere dell’argomento con logica documentata, realismo e onestà intellettuale.

Una normale famiglia italiana, ovvero “lo strano ordine delle cose” (Antonio Damasio)

In questo modo “una normale famiglia italiana“, come in parte nel titolo, la ha definita il questore di Chieti, commentando il tremendo episodio avvenuto dal viadotto autostradale di Francavilla a Mare, nei pressi di Lanciano, in Abruzzo, terre che conosco da decenni per via dell’olio di Giuseppe Bianco, vigoroso contadino sannita, mancato qualche anno fa. Terre severe come il Friuli. Mio padre diceva sempre che lavorava volentieri con gli abruzzesi perché gli somigliavano per forza e dedizione al lavoro, per costanza e lealtà alla parola data.

In mattinata la moglie, insegnante di lettere era caduta dal terrazzo (per mano del marito?), morendo in breve, e poco dopo l’uomo, marito e padre, dirigente laureato in economia, prendeva la figlia decenne, la portava con sé in autostrada fino al viadotto, e la buttava giù, oltre trenta metri di volo, morta, povera bambina. Ho un’ira tremenda verso quel disgraziato. E poi, dopo sette ore di tira e molla con le forze di polizia, si buttava giù anche lui, morendo sul colpo.

L’omeostasi di cui teorizza Antonio Damasio nel suo recentissimo Lo strano ordine delle cose, edito da Adelphi, si era realizzata con un (forse) duplice omicidio e un suicidio? I sentimenti metterebbero in moto tutto. Ma mi pare non sia una grande scoperta, poiché l’eros platonico dice altrettanto ancora meglio di Damasio. Non poche volte ne ho scritto qui. Aristotele e Tommaso d’Aquino parlano preferibilmente di passioni, mentre la psicologia contemporanea di emozioni, per finire con il sintagma apparentemente ossimorico di intelligenza emotiva.

La tragedia di Francavilla a Mare interpella in profondità la nostra natura, con accenti sconvolgenti. Che cosa passava per la testa a quell’uomo quando ha deciso di fare quello che ha fatto? C’è una consequenzialità logica e -se c’è- che tipo di consequenzialità logica guida azioni del genere?

Una normale famiglia italiana” a dire del questore di Chieti. Ma allora, che cos’è la normalità, caro lettore? Questo tanto abusato concetto ha forse una range, cioè un campo semantico talmente ampio da ricomprendere il gesto del dottore in economia (Ca’ Foscari) Fausto Filippone, oppure si deve parlare di situazione psichica border line non nota ai servizi sanitari, e neppure… a lui stesso? Che cos’è il “normale” come concetto teorico clinico-psicologico?

Leggendo il Manuale Diagnostico IV e V, “bibbia” internazionale delle nevrosi e delle psicosi, noto agli addetti ai lavori, psichiatri, psicoterapeuti e psicologi, ma non ignoto a me, bisogna lavorare quasi per toglimento, per sottrazione, quasi come faceva Michelangelo con il blocco di marmo per “estrarvi” la statua (sue parole parafrasate da me), per cui “normale” è… quel comportamento che non è … così e colà, colà via etc., delineandone con enorme difficoltà un profilo, o tentando di farlo.

Il senso comune direbbe che quel signore, ora defunto per propria mano, era pazzo, ma se parenti, vicini e compagni di lavoro affermano di lui ogni bene, pacifico, intelligente, responsabile… che cosa è successo? Un blackout di coscienza? una depressione fortissima che ha aperto le porte alla perdita di controllo? un atto dettato dal manifestarsi di una schizofrenia improvvisa, fino a quel momento latente?

O, come pare di evincere dalle dense pagine del professor Damasio, una ricerca tormentosa di un’omeostasi che a quel punto prevedeva la morte sua e dei due familiari più vicini e cari? Terribile.

Intanto, nel mio cuore, dopo la rabbia per cui -sinceramente, caro lettore, l’avessi soccorso io salvandolo, subito dopo l’avrei strozzato, il Filippone, ora non posso che pregare per la sua anima.

I due babbei

Facciamo un giuoco, il giuoco dei due babbei, come se fossimo dentro una novella del Decameron del grande di Certaldo o del Centonovelle di Franco Sacchetti, e il titolo del racconto fosse proprio quello.

C’erano una volta due babbei che facevano a gara per mostrarsi intelligenti, come spesso capita ai babbei, non sapendo che non occorre mostrare intelligenza, quando c’è, poiché essa deborda, si esprime, si vede, si percepisce in parole, atti e fatti. Se invece l’intelligenza è scarsa non c’è consapevolezza di tale carenza. Oggi come ieri e l’altro ieri.

Ed eccoci nel sedicesimo secolo.

Carlo V e Francesco I, dimenticando per un momento la loro irriducibile ostilità, hanno convocato alle porte di Milano il margravio del Lombardo-Veneto, sua Eccellenza messer Salvino, e il principe delle Due Sicilie sua Altezza messer Geggè Dimmaio, per discutere dell’arduo tema del fisco, cioè delle gabelle richieste dai due sovrani, tenendo anche conto dell’obolo di San Pietro esigito dal Pontefice da parte del popolo. I due regnanti hanno ascoltato le lamentazioni dei vassalli con graziosa disponibilità, ma hanno chiesto con forza di procedere a un aumento delle riscossioni gabellari, poiché le guerre in corso per le Province Unite (più o meno l’Olanda attuale)… non possono aspettare. Bene. A quel punto i due prodi sottoposti hanno proposto ai regnanti di chiedere ai banchieri di Firenze, i Medici, e di Augsburg, i Fugger, di depennare dal passivo gravemente consolidato tutti i denari finora prestati ai regnanti stessi dalle banche su nominate per allestire i rispettivi eserciti, trasformandoli in obbligazioni o in altre forme possibilmente meno o per nulla vincolanti per i debitori, cosicché non ci sarebbe stato più bisogno di gravare sul popolo contribuente.

Risparmio al mio gentile lettore la reazione dei due sovrani, che non si limitò agli insulti, ma passò alle vie di fatto, a cura delle rispettive guardie del corpo, che in ambo i casi erano mercenarie, picchieri svizzeri! In ogni caso gli insulti sopra numerari furono:

babbèo agg. e s. m. (f. -a) [da una radice onomatopeica bab-; cfr. anche babbuasso e babbuino]. – Sciocco, semplicione, credulone: sei un gran babbeo!

cretino agg. e s. m. (f. –a) [dal franco-provenz. crétin, propr. «cristiano», adoperato prima con senso di commiserazione «povero cristiano, poveraccio», poi con valore spreg.]. – Affetto da cretinismo. Nel linguaggio corrente, con sign. più generico e senza relazione con la malattia, stupido, imbecille e sim., per lo più come titolo d’ingiuria: sei un vero c.!; quanto sei c.!; mi prendi per un c.?; ci siamo comportati proprio da cretini. Anche di atti o parole che rivelano stupidità: avere un’aria c.; dare una risposta cretina.

stòlido agg. [dal lat. stolĭdus, affine a stultus«stolto»]. – Che ha o dimostra mancanza d’intelligenza, di prontezza, d’intuito: un vecchio s.come usano certi s. mariti del giorno d’oggi (C. Arrighi); per estens.: un comportamento s.una risposta stolida.

Aggettivi atti a definire persone di limitata capacità di discernimento e di buon senso o dal comportamento stolido, naturalmente menomate nelle facoltà mentali e psichiche; in psicologia, affette da imbecillità.

Sto documentandomi sulle varie definizioni che mi permettono di inquadrare il livello intellettuale e umano, non solo dei due vassalli secenteschi, ma dei loro emuli nostri contemporanei, cioè -tra non pochi altri- dei due soci che stanno cercando di fare il governo.

Il mio amico Paolo C. usa spesso la parola “babbeo” per definire il povero in spirito, ma non in senso evangelico, proprio in senso psico-neurologico. Sentirli parlare, dichiarare, rispondere dà subito l’idea dell’idiozia più crassamente evidente.

Se gli si volesse bene, e non è il mio caso, ci sarebbe da preoccuparsi ogni volta che si trovano con un microfono davanti al naso, perché potresti sentir dire, caro lettore, che “la Russia è un paese mediterraneo“, che “Lima è la capitale del Venezuela“, che la Costituzione… non so, ne hanno dette troppe: Di Maio premier perché votato da 11 milioni di italiani, in Italia non si vota il premier, e poi l’elenco dei ministri portato al Quirinale prima che il Presidente della Repubblica apra qualsiasi confronto, pazzesco.

E che dire del Comitato di Conciliazione, per risolvere eventuali controversie di merito tra le varie forze presenti nel Governo previsto soprattutto dai grillini? Che cos’è? un super-esecutivo? Ma se è già previsto in Costituzione il Consiglio di Gabinetto, che deve essere convocato dal Presidente del Consiglio e riguarda i responsabili dei principali dicasteri, come Esteri, Interni e Difesa… Non è che attorno al Comitato di Conciliazione, o addirittura dentro ci ritroveremo Casaleggio jr. o addirittura il buffone di corte fondatore?

Almeno Salvino, il margravio del Lombardo-Veneto, non ha fatto queste cappelle, ma il giovine disoccupato napoletano, o principe delle Due Sicilie, da chi è stato consigliato? da quel genio di Casaleggio jr.? Cosa succederà ora?, ora devono votare in tre o quattromila e approvare sulla piattaforma Rousseau (o bocciare) il governo?

Robis di maz, par furlan, cioè “cose da pazzi”.

I due babbei, i due stolti, i due cretini, i due imbecilli eppure se qualcuno mi chiedesse chi butterei dalla torre se Salvini o la Boldrina (oramai declino sempre al femminile il suo cognome, visto che ci tiene tanto a rendere femminile anche il neutro), butterei la seconda. Un brutto periodo, questo.

Utinam Deus nos servet.

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