Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Questa volta Salvini l’ha fatta giusta

I miei cari e pazientissimi lettori sanno che non ne perdòno una a Salvini, ma neppure a qualsiasi altro politico che manifesti ignorante superficialità intellettuale e faccia proposte insensate, a parer mio e, pur essendo da sempre e per sempre uomo di sinistra, socialista, non lascio passar nulla nemmeno se l’insipienza tocca la “mia” gente, più o meno. Specifico a chi pensa che esista una sola sinistra che non è vero, poiché io non c’entro nulla con le sinistre viola, arancione, giorotondin-morettiane, arcobaleno, radical chic etc, à la SavianBoldrinFratoianCivatiane, e neppure con l’arroganza renziana e dei suoi emuli pietosi come Lotti, Boschi e con chi ha le fisime sui “diritti civili” magari da applicarsi in Svizzera. Con costoro non c’entro nulla, e nemmeno con la ex presidenta della mia region di confine, ma con chi si occupa di diritti sociali, di welfare, di equità fiscale, di epichèia socio-politica, ebbene sì, c’entro, eccome, ovviamente da prima e infinitamente di più di quanto non c’entrino i parvenu grillini “di” e “di”, nati ieri e spariti tra oggi e domani.

Salvini è stato nel tempo oggetto di mie critiche serrate per il linguaggio greve, l’atteggiamento spesso irridente verso chi non la pensa come isso, per le scorciatoie dialettiche, per l’ambiguità… ma ora una giusta la ha fatta.

Saputo che nei moduli ministeriali per la concessione della carta di identità telematica, nei campi dove si deve apporre i nomi dei genitori, risultava scritto genitore 1 e genitore 2, per dare risposte pidine alle CirinnàBoldrinaltrodistupefacentestupidino, o al penoso Speranza, il Ministro degli affari interni ha fatto riscrivere “padre” e “madre”, suscitando immediatamente l’ira funesta delle famiglie arcobaleno. Ma, ziopaperino, che cosa hanno da protestare? Per accontentarli/ rispettarli basta predisporre anche il campo che preveda quanto di politicamente corretto c’era prima e loro compileranno dove preferiranno. Ecché, per accontentare trentamila neo-famiglie si disconosce la condizione di trentacinque/ quaranta e passa milioni di famiglie fatte di un maschio e una femmina adulti e spesso di uno o alcuni pargoli?

In questo pezzo evito di aprire una pur sempre necessaria riflessione antropologico-filosofica ed etica, poiché appesantirebbe troppo uno scritto impostato su una chiave stilistica leggiera, epperò ricordo al mio lettore che tale riflessione non può essere bypassata o evitata. Infatti bisogna approfondire seriamente, sempre, il tema di ciò che sia la coppia umana così come l’evoluzione naturale e culturale la ha configurata, e le conseguenze necessarie di questa condizione oggettiva. In questo quadro si inserisce come argumento centrale il tema dei figli, della relazione psico-affettiva, presente sia nelle relazioni inter-parentali biologiche, sia adozionali, nella quale mi sento di escludere ogni surroga della maternità e anche la possibilità di adottare da parte di coppie omosessuali. “Avere” un figlio, ed ecco che già il verbo “avere” è improprio  sbagliato, NON E’ UN DIRITTO, MA UN DONO, cari vendola di tutti i generi e specie!

In ogni caso sono per includere, non per escludere. Sempre. E’ molto semplice: l’importante è essere convinti di non avere ragione per partito preso, sempre, comunque e dovunque, e che quindi si può, anzi si devono considerare le ragioni altrui, ma chiedendo altrettanto agli altri. Se io lascio lo spazio per scrivere “genitore 1 e genitore 2”, esigo di potere trovare i campi informatici dove trovo la dizione “padre/ madre”. Perché comunque, innanzitutto, per ora, biologicamente e naturalmente si danno un padre e una madre, anche se giuridicamente questi possono trovarsi in un altrove.

Salvini ha dunque fatto bene in questo caso, anche per poterne discuterne, magari con i modi suggeriti in questo mio post, dove si privilegia la riflessione razionale e l’argomentazione logica.

Sarebbe così bello e produttivo se non si fosse così militanti fino alla tontaggine, sempre che coloro che lo sono ne siano coscienti, perché a volte la loro militanza è inconsapevole, perché sono talmente in basso in quanto al livello cognitivo e intellettuale e culturale che la militanza è l’unica dimensione psico-intellettuale a loro accessibile.

Speriamo che ogni tanto qualcuno di costoro, parlo degli homines novi della politica, abbia qualche bella pensata, che non è né di destra né di sinistra in quanto bella e intelligente, oppure può essere sia di sinistra sia di destra, come quella di Salvini che dà il la a questo pezzo.

Azioni “disumane” “dell’uomo”

Caro lettore,

sedici morti ammazzati ammassati su vetusti furgoni appesi a qualche cordame per strada di ritorno dal bestiale lavoro a tre euro l’ora. Sedici ragazzi giovani dell’Africa, facili prede di orrendi profittatori. Non ci son scuse o ragioni, se non la bestialitas dei caporali e dei loro accoliti.

Da decenni si parla di questa tratta di forze umane nel meridione italiano e ora non solo: non so che cosa abbiano fatto i sindacati eredi del grande compagno Di Vittorio, che cosa gli ispettori del lavoro, che cosa i politici eletti in loco, che cosa le associazioni d’impresa, che cosa qualsiasi altro soggetto umano a conoscenza dello sfruttamento sette/ ottocentesco di decine di migliaia di giovani di pelle scura, alloggiati alla canina via, bastonati e sfruttati con ritmi di lavoro e paghe indonesiane. Che cosa? Dove erano, dove sono? Che cosa fano dalla mattina alla sera? Congressi? Riunioni di lavoro? Piani di intervento a tavolino? Multe? Non so.

Nel titolo ho scritto “azioni disumane dell’uomo”: forse che, mio gentile lettore, trovi una qualche contraddizione nel titolo stesso? Vediamo: azioni (sostantivo-soggetto), disumane (attributo del sostantivo-soggetto), dell’uomo (genitivo, complemento di specificazione del sostantivo-soggetto). A prima vista vi è una ripetizione, perché l’attributo di “azioni”, cioè disumane, in qualche modo si giustappone al complemento di specificazione “dell’uomo”. E dunque, le azioni sono disumane, epperò sono-dell’uomo, cioè l’uomo è capace di azioni disumane, là dove l’attributo ha valenza morale e rilevanza etica. L’uomo fa il male, perché è intriso di male nella sua propria anima.

Svelo l’arcano linguistico-filosofico, per dire: Tommaso d’Aquino distingueva tra le azioni “umane”, e quindi anche tra quelle “disumane”, e le azioni dell’uomo, per chiarire bene che l’uomo, animal rationale, secondo il Philosophus Aristoteles (così Tommaso lo chiama nella Summa Theologiae) è capace di azioni buone, cioè umane: ed eccoci, vale a dire degne del suo essere animale razionale e quindi capace di conveniente bontà, e anche -di contro- di azioni malvage, vale a dire di azioni intrise di malevolenza, mancanza di rispetto, di solidarietà, di fratellanza, fino alla violenza e all’omicidio dell’altro, se tale atto  potrà essere di convenienza propria.

I neuro-scienziati tendenzialmente materialisti odierni, un po’ alla Damasio, considerano l’evoluzione un tutt’uno dai batteri di cento milioni di anni fa al sapiens di ottantamila anni fa, quello della rivoluzione cognitiva. Può darsi abbiano ragione sotto un certo profilo, ma non bastano le loro ragioni razionalistiche: occorre un pensiero più capace di accedere, almeno a tentare di accedere, alla stupefacente complessità psico-fisica dell’essere umano, cioè alle sue manifestazioni spirituali. cioè psico-morali .

E dunque, lasciando perdere qui le dimensioni giuridico-contrattuali e politico-amministrative dei casi sopra citati, appunto, e mantenendoci a un livello più generalmente antropologico, che cosa dobbiamo fare di e con quei “caporali”, dopo averli individuati e debitamente puniti secondo il nostro civile ordinamento penale? Dobbiamo credere che sono degli umani capaci di resipiscenza, di pentimento e di redenzione? Non ho rispose facili. Totò Riina fino all’ultimo ha minacciato forze dell’ordine e magistratura, ritenendosi al di sopra di ogni morale e di ogni ordinamento, e questi signori, questi uo-mi-ni di che pasta sono fatti?

Innanzitutto mi metto in ascolto della politica che comanda ora, i due partitoni che a sentir loro non sbagliano mai, che in realtà ereditano e debbono rimediare a errori altrui, dei predecessori, delle opposizioni (e mi chiedo, quali opposizioni?). Non sono letteralmente in grado di profferir verbo che abbia un qualche senso analitico e programmatico-operativo. Meno male che c’è la Polizia, i Carabinieri, la Guardia di finanza, qualche prete e la Caritas. Per il resto sguardi attoniti e parole vuote in libertà, come quelle, le solite, arroganti e distruttive, del Ministro dell’Interno o del prezzemolino-saviano.

Personalmente son convinto che le energie e le forze ci sono, ci sarebbero, solo che chi le guida, a partire dalla politica, sapesse lavorare. Il fatto è che questa classe politica cui gli Italiani hanno demandato la responsabilità di governo, NON SA LAVORARE.

Quando io incontro un giovane laureato, anche in ingegneria, in un colloquio di selezione, spesso lo spiazzo con la domanda: “scusi, lei sa lavorare?” la domanda è insidiosissima, perché se si si tratta di un giovane può suonare come una presa per il sedere, ma se si tratta di un senior di più di quaranta anni può suonare addirittura umiliante. Eppure io continuo a fare questa strana domanda, i cui esiti psico-dialogici recupero immediatamente dopo spiegando che è un modo per entrare in medias res e condividere che ogni azienda, ogni luogo di lavoro, richiede una ri-partenza mentale, un nuovo approccio, umiltà, capacità di ascolto e di mettersi in discussione, anche se la persona,  il candidato possiede ottimi titoli e una buona esperienza pregressa. Le persone più vispe mi rispondono quasi subito, dopo un legittimo attimo di smarrimento: “beh, non conosco questa azienda e pertanto all’inizio devo imparare“, e queste sono le persone che accettano anche di ripartire da un inquadramento più modesto e da una RAL (Retribuzione Annua Lorda) calmierata rispetto alla precedente. Allora si prosegue e si arriva spesso all’inserimento del perito meccanico trentacinquenne, dell’ingegnere quarantacinquenne, e si va avanti.

Questi signori e signore entrano e imparano (re-imparano) a lavorare e crescono e, dopo un periodo nel quale sono state un puro costo per l’impresa, diventano parte di una struttura che fa guadagnare e quindi creare le condizioni ineludibili per crescere insieme, reinvestire e assumere ancora persone.

I politici di cui sopra NON CONOSCONO LE COSE DI CUI SI OCCUPANO, NON SANNO LAVORARE E PRETENDONO DI INSEGNARE. Questa è la ragion principale dei fatti di cui a questo post.

Non so più farlo, né lo voglio fare, di perorare ancora umiltà e buona volontà, se non per riflettere ancora una volta con i miei gentili lettori, che non si può non partire che dalla conoscenza, dallo studio, dalla ricerca, dalla costruzione di una capacità progettuale della politica e della pubblica amministrazione, a partire dalla scuola, che deve dare gli strumenti per un’inculturazione generale all’umano. Inculturazione non acculturazione, cioè crescita della consapevolezza di essere-umani. Anche i caporali, a questo punto, potranno svestire la maschera ambigua della violenza e del ricatto e si potranno mettere creaturalmente in gioco con tutti gli altri, anche con i neri vilipesi e offesi.

Il silenzio delle pietre

Lo stimabilissimo dottore Andreoli, medico psichiatra, è anche un eccellente scrittore, anzi narratore. E pensator-filosofo, come dovrebbero essere sempre i medici. Conosco da anni il suo lavoro di divulgatore scientifico e apprezzo la sua visione ampiamente umanistica della psiche umana. Andreoli non è un positivista, né è uno spiritualista, poiché la sua visione del mondo si colloca in una dimensione equilibrata tra i due estremi idealistici, evitando le esagerazioni tipiche di coloro che la pensano in un modo solo ed evitano l’utile dialettica tra diversi e la sua connessione metafisica necessaria.

Il titolo del mio pezzo coincide con il titolo del suo romanzo-saggio edito da Rizzoli, ed è metafora splendida, solo apparentemente scontata.

Che le pietre non parlino con voce umana è noto, ma a Inverkinkaig, meravigliosa baia delle Highlands nella Scozia settentrionale le pietre sembra ti guardino. L’uomo è andato colà in cerca di silenzio e di pace, cosicché ha evitato il concerto della presenza umana, preferendo quello delle pecore racchiuse nei Croft, sorta di “maso chiuso” delle terre alte, cercando anche di comprendere la cultura clanica delle poche migliaia di persone lì abitanti dai tempi dell’imperatore Claudio, che li ammetteva perfino al Senato di Roma imperiale. Pitti e Britanni si chiamavano allora, che Adriano preferì in qualche modo separare dagli altri territori dell’Impero, facendo costruire il famoso Vallo.

Nella baia di Inverkinkaig sostano innumerevoli specie di uccelli marini, dalle berte ai gabbiani ai puffin agli aironi alle anatre selvatiche con i loro piccini nuotanti e zampettanti nell’acqua ribollente della baia. Rare case segnano il profilo delle colline, a scandire i confini dell’appezzamento familiare. McLeod e McDalglish si alternano come cognomi, ché sono i cognomi dei due clan presenti e dominanti.

L’uomo si basta vivendo di quello che compra nel villaggio più vicino, poiché non riesce a fruire dei beni del luogo: egli non sa tosare le pecore, non le sa mungere, né uccidere, non coltiva l’orto; ama soprattutto sognare al tramonto disteso nell’erica.

Verona è la città di Andreoli: al ponte San Francesco presenta la vita di una media città ricca di storie e d’arte. Lì all’incrocio semaforico lavorano giovanissimi lavavetri, che sopravvivono delle monete concesse per il servizio, da parte di chi è gentile e ancora provvisto d’umana pazienza.

Il pensiero dell’uomo che ha cercato il rifugio dal frastuono del mondo trova la frescura delle terre del Nord silente e quasi disabitato. E prova a paragonare quattro personaggi della baia di Inverkinkaig, il macellaio, il droghiere, il giornalaio e il… non so più, a quattro personaggi del mondo per ora lasciato, il mondo rumoroso e sconcertante del 21° secolo: l’intellettuale, il medico, il commerciante e il… non ricordo.

Constata che l’animale umano, sia che sia nella bella città culta occidentale sia che sia nella baia selvaggia del Mare del Nord, in compagnia degli uccelli marini, sempre quello stesso animale, è.

E dunque lui, o chi per lui, in cerca della solitudine e in continuo dialogo sulle “cose ultime” (si dice in teologia fondamentale), soprattutto sulla prima delle stesse, la morte, non trova soluzioni razionalmente soddisfacenti, poiché ovunque viva l’uomo l’interrogativo sul destino ineluttabile non prevede risposte, ma solo un cul de sac, oppure un tuffo nell”atto di fede, a scoprire gli altri tre novissimi (così chiamava le “cose ultime” papa Sarto, San Pio X), che sono: giudizio, inferno e paradiso.

Andreoli non indulge in ulteriori ricerche, ma fa fare al suo alter ego, al suo personaggio, una scelta. Nella baia di Inverkinkaig.

 

La verità della realtà e la realtà della verità, coincidentia oppositorum vel harmonia mundi?

Caro lettore,

quale è, secondo te, la strada per riprendere il buon cammino interrotto dalla dilagante indecenza attuale? Sto parlando dei tempi in cui viviamo, del linguaggio in uso, della politica, delle prospettive sociali e del lavoro, del futuro nostro sia di gente in età sia dei giovani. Ho definito il nostro cammino come un sentiero interrotto dall’indecenza, dalla disumanità, dalla bruttezza, dalla paura. Chi sa un poco di montagna conosce i sentieri interrotti, viottoli che improvvisamente si piegano a novanta gradi o spariscono nel bosco. Buona norma è tenere gli occhi bene aperti, ché i burroni son nascosti dietro le macchie più lussureggianti.

Ricordo una ascesa notturna di circa vent’anni fa al monte Quarnan, alla luce della luna. Salimmo da Montenars e fummo in vetta dopo un’ora e tre quarti di cammino, alla luce del cielo stellato e della luna. Al ritorno stemmo in guardia proprio per evitare di rotolare nel bosco, ma uno di noi non si accorse della curva stretta e precipitò per svariati metri, graffiandosi tutto. ma tutto si risolse con un poco di spavento. Il silenzio della montagna e la notte sono compagni di strada severi.

Indecenza è un mancare di decenza come eleganza naturale e come spirito buono di comunicazione. Disumanità è quasi un controsenso, un ossimoro concettuale, poiché nulla di ciò che è umano può essere definito… disumano. Nell’umano vi è il bene e anche il male. Il tema manicheo della separatezza di principio tra i due modi dell’essere umano non stanno in piedi, poiché in ogni singolo essere umano sono compresenti aspetti positivi e aspetti negativi, quasi che bene e male siano commisti e connaturali all’umano stesso. E infatti… Casomai si può essere più precisi, come suggerisce Tommaso d’Aquino: chiamare gli atti mali come atti dell’uomo, non come atti “umani”, chiedendo quindi al genitivo di specificazione la determinazione dell’autore del male fatto, così mantenendo all’aggettivo “umano” l’accezione buona che gli compete.

La bruttezza è un tratto estetico nel senso più profondo del termine, là dove si intende per estetica un manifestarsi dell’essere delle cose e delle persone, secondo l’etimologia greco antica (aisthesis). Non intendiamo dunque il dualismo oppositivo tra bellezza e bruttezza, così come è nell’accezione vulgata contemporanea. La bruttezza di cui qui parliamo è spirituale, interiore, morale. Quando si dice “è una brutta persona” non si intende che abbia tratti somatici sgradevoli, ma che è malvagia, o che comunque manifesta comportamenti moralmente disdicevoli.

Aileen Wuornos nel film Monster, se –mio caro lettore– hai visto il film, e Charlize Theron sono la stessa persona, la bruttezza e la paura, di sé e della vita.

Si discute alla Camera dei deputati al Senato della Repubblica italiana del decreto “dignità. Decine di parlamentari si iscrivono a parlare, soprattutto delle opposizioni, moderate, di destra e di centro e sinistra. Il ministro “competente” Di Maio è in aula, ma sta zitto, imbarazzato. Il poveretto. Con modi gentili e civili chi interviene lo fa, non tanto per dissentire dai contenuti del decreto, di cui anche qui ho dato ampio conto critico, ma per sottolineare l’esigenza di emanare una norma di raccordo tra vecchio ordinamento e quello nuovo, al fine di evitare licenziamenti inutili e irrazionali, dannosi per le aziende e nefasti per i lavoratori coinvolti. Nulla di nulla: la presidente della commissione Ruocco (M5S) addirittura fa l’offesa perché gli avversari osano contraddire la linea del governo.

Bene e male insieme, nell’uomo e fuori dall’uomo. Per immediata intuizione si può dire che il primo sintagma del titolo di questo pezzo “la verità della realtà” esprimerebbe una dimensione prevalentemente estensiva, mentre il secondo sintagma “la realtà della verità” una dimensione prevalentemente intensiva.

In altre parole parrebbe che la realtà non possa non contenere tutta la verità, mentre la verità -al contrario- no, poiché la realtà è fatta anche di menzogne, dissimulazioni, falsità etc.

E’ indubbio che così sia, ma anche no. Perché vi è una verità anche nella menzogna, nella falsità, nella dissimulazione. Infatti, si può dire: è vero che quella è una menzogna, è vero che quella è una falsità, è vero che quel tale dissimula, e non dice ciò che pensa.

Paradossalmente, dunque, troviamo la verità anche nel suo contrario, come ben sapeva Hegel con la sua teoria dinamica della tesi, antitesi e sintesi. La mente umana pare riuscire a comprendere tutto, pur nei suoi limiti, tant’è che si può dire: la ragione non sta mai tutta dalla stessa parte e così il torto.

La realtà è fatta di tutte le cose, che sono res, e dunque comprende il tutto, mentre la verità rappresenta ciò-che-è-vero, e quindi è reale. In latino gli “scolastici” del ‘300 usavano dire “verum et bonum et puchrum convertuntur“, cioè il vero, il buono e il bello in qualche modo si convertono l’uno nell’altro fino a coincidere.

Potremmo fare un bell’esercizio rappresentando la negatività come limite, come reciproco della positività, come coincidentia oppositorum (Card. Nicola di Kues), e infine come Harmonia mundi, pure in tanto dolore e imperfezione.

In itinere, omnes homines viatores sumus.

Para leer el Zibaldon verdadero y escribir con humildad un Zibaldon nuevo

I miei cari lettori sanno che a volte uso citazioni dirette di autori che stimo e ammiro, per introdurre temi da commentare nella situazione attuale. Questa volta invito a leggere quasi integralmente i capp. 103 e 104 dello Zibaldone di pensieri di Giacomo Leopardi, che sto ristudiando come testo filosofico di grandissima attualità, fonte di ispirazione per Nietzsche e per gli esistenzialisti nostri contemporanei, da Sartre a Heidegger. Chi fosse interessato a questo brillantissimo e profondo anche se a-sistematico testo filosofico, lo può trovare a prezzo calmierato negli Oscar Mondadori. Più avanti nell’estate proporrò anche una rilettura della penultima grande lirica del nostro “giovane favoloso”, La Ginestra, scritta da ospite nella casa del suo amico Antonio Ranieri, a Napoli.

Ci sono tre maniere di veder le cose. L’una e la più beata, di quelli per li quali esse hanno anche più spirito che corpo; e voglio dire degli uomini di genio e sensibili, ai quali non c’é cosa che non parli all’immaginazione o al cuore, e che trovano da per tutto materia di sublimarsi e di sentire e di vivere, e un rapporto continuo delle cose coll’infinito e coll’uomo, e una vita indefinibile e vaga; in somma di quelli che considerano il tutto sotto un aspetto infinito e in relazione cogli slanci dell’animo loro.

L’altra, e la piú comune, di quelli per cui le cose hanno corpo senza aver molto spirito; e voglio dire degli uomini volgari (volgari sotto il rapporto dell’immaginazione e del sentimento, e non riguardo a tutto il resto, per esempio alla scienza, alla politica ec. ec.), che senza essere sublimati da nessuna cosa trovano però in tutte una realtà, e le considerano quali elle appariscono e sono stimate comunemente e in natura, e secondo questo si regolano. Questa è la maniera naturale, e la più durevolmente felice, che senza condurre a nessuna grandezza, e senza dar gran risalto al sentimento dell’esistenza, riempie però la vita di una pienezza non sentita, ma sempre uguale e uniforme, e conduce per una strada piana e in relazione colle circostanze dalla nascita al sepolcro.

La terza, e la sola funesta e miserabile, e tuttavia la sola vera, di quelli per cui le cose non hanno né spirito né corpo, ma son tutte vane e senza sostanza; e voglio dire dei filosofi e degli uomini per lo piú di sentimento, che dopo l’esperienza e la lugubre cognizione delle cose, dalla prima maniera passano di salto a quest’ultima senza toccare la seconda, e trovano e sentono da per tutto il nulla e il vuoto, e la vanità delle cure umane e dei desideri e delle speranze e di tutte le illusioni inerenti alla vita, per modo che senza esse non è vita.

E qui voglio notare come la ragione umana di cui facciamo tanta pompa sopra gli altri animali, e nel di cui perfezionamento facciamo consistere quello che la successione e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo, giacché volendosi governare secondo questo incontrastabile principio ognuno vede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la più ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che possa giovare in questa vita, sia più vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e non mai, come si dice volgarmente, con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia dell’uomo, sia miserabile e incapace di farci non dico felici ma meno infelici, anzi di condurci alla stessa saviezza, che par tutta consistere nell’uso intero della ragione.

Perché chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose, in maniera che la successione e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo, giacché volendosi governare secondo questo incontrastabile principio ognuno vede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la piú ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che possa giovare in questa vita, sia più vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e non mai, come si dice volgarmente, con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia.”

L’intelligenza del grande pensatore  e poeta nostro elabora un testo non facile, tra cui è invece facile perdersi. Non si pensi che, siccome lo dice esplicitamente, egli sposi senza riserva la terza visione del mondo, quella pessimistico radical-nihilista. Non è così. Il conte Leopardi accompagna il lettore a una riflessione più complessa. La sua onestà intellettuale lo porta a sostenere che la natura (Dilthey direbbe Naturwissenschaften, o scienze della natura) la vince sempre sulla ragion intellettuale (sempre Dilthey direbbe Geistwissenschaften, o scienze dello spirito), ma questo non deve scoraggiare l’uomo, per cui, se l’uomo vuole co-determinarsi insieme con la circostanze che costituiscono, insieme con le iniziative della volontà individuale, il suo proprio destino, deve avere il coraggio (prima opzione) di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Ed è qui che il pessimismo leopardiano vien fuori, proprio per la sua onestà intellettuale, ed è in questo modo che il suo ragionamento si manifesta come attualissimo, in una fase storica, la nostra, che vede il deliquio del pensiero argomentante e della logica raziocinante. Leopardi è un romantico disilluso, non un disperato disperante, e la differenza tra i due profili ideal-tipici è radicale.

Vi è di più, come sempre, vi è un’ulteriorità negli scritti leopardiani, siano essi in forma di poesia, siano essi in forma di prosa filosofica. A me par di intravedere in Leopardi la penna e le intenzioni di un pedagogo eccelso, dello stesso livello di un Aristotele o di un sant’Agostino. Infatti, sia il filosofo di Stagira, sia il vescovo di Ippona pensano che l’uomo abbia le risorse interiori, psichiche e spirituali per emergere anche dalle peggiori situazioni, sia pure con modi e mezzi diversi: Aristotele confida nella potenza del pensiero logico, della necessità intrinseca, stringente della riflessione sillogistica, per cui l’uomo riesce a comprendere il flusso e la ragione degli eventi e a intervenire su di essi, con la sapienza maturata nell’esperienza esistenziale individuale; Agostino in qualche modo crede altrettanto e aggiunge, di suo, che se l’uomo chiede aiuto con umiltà a Dio, l’Incondizionato non può non ascoltarlo, dandogli l’acutezza intellettuale e le risorse energetiche necessarie alla propria vita.

E per concludere questo strano e commisto mio scriver domenicale, aggiungo un’antica poesia in quartine e versi ottonari, mia cugina Giuditta la custodì nel tempo interiore, che scrissi in onore di Catine, mia nonna materna, ottantenne da pochi giorni. Io ne avevo ventiquattro e studiavo allora Scienze Politiche e lavoravo in fabbrica con tuta da metalmeccanico, come da foto qui sopra a destra. lavoro, operaio, studio e scrittura, come proprio un ricercar mio proprio, in forma di Zibaldone, forse un poco arcimboldesco.

L’occasione è un compleanno,/ ma l’intento è ricordare/ come fosse d’un sol anno/ della nonna il camminare.// Dopo che fu la campagna/ tra i vigneti e il patriarcato/ a forgiarla e a dar sostanza/ a ciò che noi siam risultato.// Ancor giovine e inesperta/ lei ben presto si sposò/ per portare al miglior fine/ ciò che in lei valor trovò.// Venner presto sette figli,/ due purtroppo se n’andorno/ ma dei cinque rimanenti/ lei fu fiera e loro attorno.// Era il tempo dei saluti,/ false glorie e miti affini,/ la miseria e gli starnuti/ solo vanto dei bambini.// E passarono i “vent’anni”,/ dura guerra poi passò,/ cominciarono a sposarsi/ i figli e lei pace trovò.// La rinascita: altro mondo,/ i primi soldi un po’ men scarsi,/ ma purtroppo ancora in fondo/ d’uopo è d’accontentarsi.// Che è che alfine noi vogliamo/ pianamente festeggiare,/ se non lei che solamente/ a noi del tempo può parlare?”

E che il sole di luglio non esageri, e il tempo giusto l’accompagni.

La musica perfetta e/ è infinita

Caro lettor del sabato,

Sigiswald Kuijken dirige per me nel solitario mattino La Petite Bande. eseguendo i dodici Concerti Grossi di Arcangelo Corelli.  I dodici concerti sono suddivisi in sonate da chiesa, i primi otto, e in sonate da camera gli ultimi quattro, e sono databili agli anni a cavallo del 1700.  Corelli ha diviso ogni concerto in quattro, cinque o sei tempi, scegliendo diversi stilemi in voga nel suo tempo, praticati anche da Bach e Händel, come la gavotta, la sarabanda, il preludio, il minuetto, l’allemanda e la giga.

Nato in Romagna nel 1653 Corelli muore a Roma nel 1713,  questo nostro grande, forse troppo poco citato, è stato un compositore fondamentale della musica strumentale barocca, poi proseguita con alcuni suoi valenti allievi come Pietro Locatelli e Francesco Geminiani, ma anche a livello europeo. Non si possono non riscontrare influenze corelliane anche nella musica di Georg Friedrich Händel, come vedremo.

A Roma, dove visse a lungo. fu al servizio, prima del cardinale Benedetto Pamphili e poi del cardinale Pietro Ottoboni. La stessa Cristina regina di Svezia lo tenne come musicista prediletto. Suonò insieme con altri insigni musicisti, con un grandissimo Alessandro Scarlatti, con Bernardo Pasquini e con Giovanni Bononcini nel “Coro d’Arcadia” con il nome di Arcomelo Arimanteo. Interessante il ritrovamento presso il Conservatorio di Firenze di una Fuga a quattro voci con un soggetto solo, celata sotto lo pseudonimo-anagramma di Gallario Riccoleno. Il tema della Fuga contiene un tema del tutto simile a quello del celebre Allelujah del Messiah di Händel, per cui di potrebbe dedurre che il grande sassone fu allievo di Corelli durante un suo soggiorno in Italia.

E poi non posso non tornare all’ascolto della Missa Papae Marcelli di Giovanni Pierluigi da Palestrina eseguito dal Regensburger Domspatzen diretto da Theobald Schrems,  e a Giovanni Gabrieli, veneziano, il quale mi allieta da decenni con le sue infinita coloriture degli ottoni e delle voci, con gli Alleluja, i Deus Deus meus, i salmi e le antifone che ascolto dai vinili preziosi registrati in San Marco dai The Gregg Smith Singers diretti da E. Power Biggs,  e dai The Texas Boys Choir diretti da Vittorio Negri. Gli echi della basilica-moschea del Mediterraneo restano sospesi nell’aria come volute di cori angelici. Ascoltando queste musiche non si può rimanere nell’inerzia agnostica. Il divino prorompe dall’umano con forza ed armonia inaudita.

Non è necessario un atto di fede esplicito per aderire a queste musiche, ma basta lasciare che esse muovano dentro di noi quello che si lascia muovere della nostra anima. San Paolo, Sant’Agostino e frate Martino Lutero pensavano a questo: a un lasciarsi coinvolgere senza rifiutare nulla dell’apparire di Dio nel nostro spirito attraverso la musica, che per Agostino era doppia preghiera. Il grande misticismo renano di Johannes Meister Eckhart o quello di Ildegarda di Bingen sosteneva che se si fa silenzio nel fondo dell’anima Dio non può non apparire sommessamente, senza obbligare nessuno a dialogare in silenzio con l’anima stessa, visto che son della stessa natura. E così altrettanto pensano i sufi musulmani.

Anche se in modo differente si propone il misticismo orientale hindu-buddista, forse meno comprensibile per noi, poiché rivolto al Tutto. Noi occidentali, figli della Bibbia e della Filosofia greca, siamo affezionati alla singolarità della Persona, alla sua unicità irriducibile, che è vera, ma è anche soffio o scheggia del divino del Tutto (cf. ortodossia greca e Schleiermacher).

La musica, come arte ineffabile, non ha bisogno di traduzioni: essa penetra insinuandosi nei misteriosi pertugi del nostro mondo interiore, lentamente, leggermente, continuamente, ineluttabilmente. E questi avverbi modali, nel mentre contengono come suffisso “mente”, evocano la mente, cioè quel qualcosa di imprendibile, inafferrabile, inaudito, sfuggente, come il pensiero che da essa è prodotto.

La musica emerge dallo strumento e dalle corde vocali umane, ma non può non dirsi musica anche il fruscio delle foglie scosse dal vento, o il soffio stesso del vento. E perfino quella del tuono che accompagna il fulmine e lo scroscio della cascata montana, e il mormorio della sorgente.

E allora Corelli, Palestrina, Gabrieli sono lo specchio raccoglitore di questa meraviglia in-tonata, rotonda e perfetta e infinita come l’essere parmenideo, mentre scorre, senza contraddizioni, nel suo infinito.

epinicio quotidiano

Chi  non è a digiuno di studi classici sa che cosa è un epinicio, un canto di vittoria, traslitterazione della parola greca composta dalla preposizione epì, cioè intorno a, e nìke, cioè vittoria. Caro lettor mio, approfitto per dirti che la pronunzia del nome dell’importante ditta di calzature “nike”, è da mantenere come è scritto, in quanto parola greca, non all’inglese “naik” o addirittura “naiki”.

Il testo di questo canto poteva essere anche di un autore famoso, di un poeta, di un Bacchilide o di un Pindaro, che ne scrisse oltre quaranta, per cantare i vincitori delle Olimpiadi.

Nell’epinicio si descriveva l’atleta, si proponeva una biografia brevissima con cenni ai suoi ascendenti e allusioni mitologiche. Infine l’autore non dimenticava la parte etico-pedagogica che le gesta dell’atleta sottintendevano, in una strutture composta da strofe, antistrofi ed epodi.

L’epinicio è un cantare l’evento, la meraviglia della forza, il coraggio del vincitore e sembrerebbe difficilmente riferibile alla vita quotidiana. Ma forse è bene approfondire la riflessione. Lo farò anche con l’aiuto di un caro amico, pensatore umile e profondo, il professor Stefano Zampieri.

Chi è l’atleta di cui qui desidero parlare? Chi mi vuol bene sa che sono in ascesi anacoretica da qualche giorno, chi mi vuol bene, beninteso, lo sa. Ebbene ne sono uscito, e ora quasi quasi mi dedico un epinicio, senza l’illusione che sia un canto di vittoria olimpico, ma un canto razionale di rinascita, etimologia che mi si confà.

Senza iattanza e vanagloria, ma con il sommesso orgoglio di aver continuato ad essere me stesso. Come si sa ogni canto celebrativo rischia la retorica corriva e annoiante, per cui mi premurerò di non cadere nell’inganno dell’autocelebrazione. Si è quel che si è per un intreccio di numerosissime concause regolate, si fa per dire, dal principio di complessità, su cui si sta affaticando da tempo Alberto Felice De Toni con lavori pregevoli.

Lo stato delle cose è sempre provvisorio, continuamente alla ricerca di un’omeostasi, cioè di un equilibrio il meno precario possibile. Parlo della salute di ciascuno di noi, di una struttura organizzata come un’azienda, di una classe scolastica, di un reparto sanitario o militare in missione. Le variabili e le sorprese possibili sono incommensurabili e sorprendenti. Le causali, le origini, le sorgenti di ogni stato di cose sono numerosissime e interconnesse, a volte difficili anche da leggere e da dipanare. Giocano la partita i comportamenti del singolo, di chi gli sta attorno, delle circostanze e degli eventi che variano il menù della quotidianità.

Molto bello su questo tema il volumetto del mio amico Stefano Zampieri, filosofo veneziano, Per una filosofia della vita quotidiana, edito da Diogene. Zampieri connette in maniera lucidissima la dimensione del quotidiano e quella degli eventi che a volte scombinano il quotidiano stesso, sul quale si ha da avere uno sguardo filosofico, cioè analitico, ma anche logico-analogico. Ragione e sentimento, per parafrasare Jane Austen, non possono non stare-insieme, perché appartengono al quotidiano di ciascuno di noi. Tutto è autentico nella vita quotidiana, dove la routine è letteralmente rotta dall’inaspettato e sorprendente evento (ereignis), cosicché non dobbiamo temerla perché svilente o annoiante. In Zampieri si osserva una qualche nota critica nei confronti dell’Heidegger di Essere e Tempo, là dove il pensatore tedesco critica la vita inautentica. Si può convenire con Stefano che può darsi una vita inautentica in ogni tempo storico umano, ad esempio nel consumismo contemporaneo, ma non nel quotidiano vissuto con sincerità e apertura al mondo.

Può anche darsi che la noia della vita quotidiana ne sveli in qualche modo l’assurdità, ma la soluzione non è la ricerca romantica o dannunziana della vita eroica, unica, meravigliosa, bensì l’accoglimento della normalità del buon senso, che rinforza creando le condizioni spirituali per accettare l’evento, l’eccezionalità, sia come sia: crescita professionale inaspettata, una malattia, un amore… ecco sembra incredibile accostare la malattia e l’amore, ma ci sta, come evento, come cesura, come discontinuità impegnativa e veritativa. Pertanto, occorre essere pronti (è l’estote parati evangelico, Matteo 24, 44), scegliendo una filosofia del quotidiano, capace di tenere insieme la routine e l’evento, con sapienza e paziente umiltà (aggiungo io) creaturale.

Una lettura eccellente per me, cui dedico un epinicio senza alcuna sicumera, in uscita da un’esperienza durissima e con la speranza di una quotidianità ritrovata e serena.

Lo stupro tra diritto, etica e libero arbitrio

L’orrore del gesto è smisurato, segno di paradossale debolezza del masculo.

Pertanto, non può non sorprendere la sentenza emessa in questi giorni dalla Corte di Cassazione circa una condanna per stupro di tre “signori”, dove l’alta Corte ha negato le aggravanti che anche il mero buon senso avrebbe dovuto prevedere, in quanto la vittima era alterata dai fumi dell’alcol, e pertanto non in grado di decidere di sé liberamente. In sentenza si dice infatti che l’aggravante sarebbe stata prevista solo se i violentatori avessero somministrato essi stessi la bevanda alcolica. In altre parole la signora stessa si sarebbe liberamente messa nelle condizioni di inferiorità psichica e, ubriacatasi, quasi quasi par di leggere tra le righe, ben le sta se la hanno violentata.

Frequentando diversi giuristi per lavoro, poiché spesso il loro lavoro “confina” con il mio in ambito aziendalistico, contrattuale o della sicurezza mi sono fatto l’idea che pochi di loro abbiano una adeguata preparazione filosofica, nonostante la filosofia del diritto dovrebbe essere una disciplina guida per ogni curriculum di studi giuridici previsti per la laurea. In realtà, da quando vi è stata la liberalizzazione dell’accesso alle facoltà universitarie, ci si trova spesso di fronte a signore e signori che provengono da qualsiasi scuola superiore per poi conseguire una laurea qualsivoglia. E allora, in ambito giuridico troviamo avvocati che hanno fatto ragioneria, in ambito umanistico laureati in lettere docenti delle medie che hanno fatto un istituto tecnico. Gli uni e gli altri sprovvisti di latino. Ma come si può fare il giurista se non si ha alba della lingua nella quale sono state scritte le norme fondamentali del diritto romano, che è presupposto conoscitivo per ogni sviluppo della materia? Ma come si può fare il professore di italiano se non si conosce l’etimologia fondamentale della nostra bella lingua romanza?

Non bastano certo, per il primo e anche per il secondo caso i corsi di latinetto che si fanno all’università, per cercare di parificare la preparazione di costoro con quelli che provengono dal classico, o almeno dallo scientifico?

Ebbene, la norma lo consente e allora si va avanti, con i risultati che abbiamo davanti agli occhi.

Tornando al nostro caso mi sembra evidente che nella sentenza della Cassazione si adombri un’ignoranza marchiana, innanzitutto di carattere antropologico-filosofico e immediatamente dopo di profilo etico-filosofico. In altre parole gli illustri giuristi non sanno come è fatto l’uomo, spiritualmente e psichicamente. Ignorano i due percorsi decisionali che appartengono alla fisiologia psichica dell’umano: il ruolo dei sentimenti e delle emozioni (più correttamente si dovrebbe parlare di passioni), e l’esercizio dell’attività raziocinante.

L’aver fatto ragioneria o perito turistico non consente di sapere che il primo grande psicologo fu il filosofo Aristotele e il secondo il filosofo e teologo sant’Agostino, e che prima di arrivare a Wundt, Charcot e Freud vi è una riflessione di due millenni e mezzo sull’uomo che non si può ignorare. Per dire, e la psicologia degli ultimi cento e cinquanta anni. Costoro ignorano tutto ciò. e si vede.

Veniamo all’aspetto di filosofia morale: se abbiamo detto che l’agire umano è governato sia dai sentimenti sia dalla ragione, dobbiamo chiederci in che concerto essi si pongano per poter stabilire che l’atto umano in situazione possa effettivamente ritenersi libero e responsabile. In questa sede non ripropongo l’appassionante tema del rapporto esistente tra  dimensione psicologico-riflessiva e assetto fisico-neurale del soggetto, tema che appassiona da decenni neuro-scienziati, filosofi, psicologi e uomini di chiesa, per cui, tra posizioni intermedie dialoganti, vi sono posizioni estreme tra un biologismo meccanicista e uno spiritualismo radicale, ma mi fermo sul caso di cui stiamo parlando.

Dunque: una donna è stata violentata da tre uomini ed era ubriaca dopo essere stata a cena con loro. Il tribunale, in primo grado li assolve, li condanna in appello e infine la suprema corte sentenzia come sappiamo, implicitamente affermando che non c’è aggravante per i colpevoli se la vittima si è messa nelle condizioni di non poter decidere per scelta sua, in quanto ha liberamente bevuto. Beh, allora mi sembra che siamo a un cinismo supremo e desolante. Bisognerebbe leggere il dispositivo della sentenza, e se ci riuscirò lo leggerò, ma mi pare inaccettabile che pilatescamente (se ne sono lavate le mani) o sulle tracce di Caino (“non sono mica io il custode di mio fratello”) i tre delinquenti siano stati assolti dal fatto di non avere fatto nulla per mantenere alla loro “amica” un tasso di umanità degno di questo nome, anzi di aver approfittato vilmente delle sue condizioni.

Amica? Amici? Conoscenti? Imprudente lei? certamente, ma cinici loro come di più non si può. E desolatamente superficiali o inculti i magistrati dell’ultima istanza giurisdizionale.

zero positivo

…è la classificazione del mio sangue, non me lo ricordavo, ora l’ho fissato in mente. Non so se e quanto mi servirà saperlo, ora che è tutto scritto registrato classificato, messo a disposizione dal mio assenso.

La cosa strana è che viviamo tempi nei quali si nota un contrasto stridente, tra l’enfasi posta dalla normativa europea sulla privacy e il fatto che i media, il web e la telematica ci esponga sempre di più al pubblico. Mi si potrebbe rispondere che le norme sulla privatezza dei dati sono state emanate proprio per questa ragione, per il rischio sempre più incombente di essere messi in piazza, completamente nudi e inermi.

E’ una battaglia senza fine, e forse già persa dalla privatezza, in lotta con la rete. In ogni caso bisogna essere preparati e non accettare di diventare strumento stupido in mano al marketing mediatico, e non è facile. Sono al lavoro brillantissimi professionisti della promozione commerciale che stanno cercando di mapparci rigorosamente: usi, costumi, preferenze, tendenze d’acquisto, ma non ci possono condizionare con degli elettrodi. Il nostro libero arbitrio è sempre legato ai neuroni che possediamo, alla cultura e all’esperienza maturate individualmente, non siamo in Matrix o in Minority report, film di cui raccomando una paziente visione a chi non li abbia ancora visti. Ma bisogna guardarli con attenzione, perché sono dei capolavori filosofico-cinematografici, dove Spielberg e i fratelli Wachowski si sono espressi al loro meglio.

Zero positivo è una sigla come tante e serve a specificare una tassonomia ematica. L’importante è che ognuno di noi, pur scegliendo un partito, un’azienda, una chiesa, una filosofia, un tipo di consumo, non sia mai classificabile una volta per tutte. Leggevo il resoconto quasi surreale dell’Assemblea del PD che ha eletto Martina segretario e in particolare il discorso di Renzi: non c’è niente da fare, non cambia, l’arroganza è sempre la stessa, l’inquadramento tassonomico dell’ideal-tipo politico che rappresenta è immarcescibile. Non si rende conto di essere un rottamatore, ma di tutto ciò che tocca. Fa specie che anche gli altri galletti si becchino in cerca di becchime, l’ultimo arrivato Calenda che già vuole smantellare un partito che il 4 marzo ha comunque preso il 19% ed è il secondo partito italiano, e Orlando gli ribatte di essere un “pariolino”. Forse ha pure ragione.

Si beccano e l’Italia, grazie a Dio, va avanti e altrove, con il suo lavoro, la sua buona volontà, la sua resistenza, il suo genio, il suo intrinseco sapere morale e civile, come ben sapeva l’abate Gioberti. Oggi, invece di Gioberti, Rosmini, Cattaneo, Ferrari, Mazzini, il conte di Cavour e la contessa Cristina di Belgioioso, sentiamo concionare Salvini, Di Maio, Renzi, Gelmini, Boldrini e ancora Berlusconi (poco grazie a Dio), Saviano, e li mescolo non a caso. Quasi disperante. Solo trent’anni o quarant’anni fa c’erano altre discussioni, altri dialoghi, altre sintesi politiche, ideologiche, etiche, con nomi che tutti conoscono, anche i giovani un poco studiosi della storia recente, come la mia ragazza poco più che ventenne.

A volte mi chiedo come potrei fare per far sapere a questi “capi” del partito cui sono così faticosamente iscritto che cosa penso di loro, quanto poco li valuti e li stimi, informandoli, perché non lo sanno o fanno finta di non saperlo, di quanto più grande è la popolazione che non è lì, nelle stanze del Nazareno, me compreso, senza false modestie, perdio. E quanti la pensano come me, che vorrebbero fare qualcosa se non venissero stoppati dalla nomenclatura di mediocri che tende una rete di sicurezza per impedire intrusioni di pericolosi concorrenti, che potrebbero nei loro pensieri togliergli la pagnotta, fin dalle strutture regionali. Ma non temano da me, ché io vivo del mio da sempre. Si consideri la ex governatrice e i suoi fidi, parlo di quello che lei, romanina, chiamava in pubblico FVG la mia bellissima regione.

Un’altra idiozia da zero in condotta è quella thailandese dei dodici piccoli “atleti” (poverini hanno gambette di sedano), dove un immenso cretino, il loro allenatore, li ha portati  a pericolare in una grotta umida e lunghissima, senza essere uno speleologo, probabilmente per farsi bello agli occhi dei ragazzi.

Quanto il mio sangue sia zero positivo e quanto costoro siano solo zero è un dato di fatto.

Del decreto “Dignità” e storie circostanti, ovvero del perché preferisco Ermal Meta a Salvini

Pare a volte di avere due governi in carica, non si capisce se sopra o sotto il presidente Conte. I due vice parlano a raffica, Salvini con veemenza, Di Maio più pacatamente. Mentre il primo è eroicamente impegnato sui migranti e polemizza con Boeri presidente dell’Inps, cui oppone frecciate da bar all’escussione seria di dati demografico-attuariali, il secondo si propone per dare un colpo al cerchio e uno alla botte sul piano delle regole del lavoro, facendo il giovin sinistro. Chissà cosa pensa suo padre, ex MSI. Bene, il giovine si è convertito.

Ho già scritto altrove  che il decreto “dignità” è una pennellata di vernice trasparente che può stupire solo chi non ha pratica di regole del lavoro. Infatti le aziende serie, dopo la canonica protesta di Confindustria, non se ne stanno preoccupando granché. Chi sa ricercare, selezionare e reclutare bene il personale, dico con competenza e professionalità, e sa anche scegliere con attenzione le tipologie contrattuali a disposizione, non può spaventarsi se i contratti a termine vengono un poco ridotti nelle modalità d’uso. In un anno si capisce molto bene se un lavoratore è adatto all’azienda o meno, non occorrono ventiquattro o trentasei mesi, che comunque il Parlamento potrà anche in parte o del tutto ripristinare, né può spaventare la descrizione della motivazione del tempo determinato, lavorando le aziende in tempo reale e quindi sempre bisognose di aggiustamenti.

Dico qui sommessamente a Di Maio, da cui mi distanzia non solo l’anagrafe, ma anche le competenze e l’esperienza in tema (quando lui nasceva io studiavo e praticavo ciò su cui legifera, da anni), che non è stato “licenziato” (nella comune accezione) il Jobs act e che in tema di precarietà, dovrebbe accettare di farsi dare qualche lezione da un punto di vista concettuale, filosofico, socio-politico e giuridico. So che i discorsi sono preparati da altri, ma le fesserie che gli sento proclamare sono davvero ciclopiche.

L’impressione che traggo da queste prime azioni del governo sorto faticosamente dal 4 marzo, sebbene in assenza di palpabili opposizioni (che pena il mio PD), è che i due si stiano intanto spendendo nei pezzi di programma contrattato che non costano, anzi che forse fanno risparmiare, forse per guadagnare tempo per pensare a come dilazionare i tempi per gli azzardati e costosissimi altri piani di intervento come il reddito di cittadinanza, la riforma della legge Fornero e la flat tax.

La scelta di emanare rapidamente il decreto ha un poco sconcertato le parti sociali, che hanno reagito diversamente: i sindacati con qualche favore non privo di pretenziose perplessità; i datori di lavoro contrari, specialmente gli industriali. Finora non si sono espressi più di tanto gli artigiani, ma penso che non siano troppo spaventati. Quando tuona Di Maio non se ne accorge nessuno.

Il fatto è che i criteri seguiti dalle imprese per assumere non corrispondono meccanicisticamente a quello che pensano questi novelli legulei, come scrivo più sopra. Il numero di lavoratori occupati è creato dai volumi di lavoro disponibili, innanzitutto, e poi dall’organizzazione del lavoro, cioè dagli orari e dalle turnistiche, non tanto, o comunque in misura molto minore dai modelli contrattuali. In ogni caso anche modelli contrattuali più rigidi non sono di per sé un impedimento dirimente.

Circa poi il discorso vertenziale ex articolo 18 e dintorni, se resta il vincolo dell’illegittimità per licenziamenti discriminatori di vario genere, non crea gravi problemi, e comunque non maggiori che nel passato più o meno pre Jobs act. Il modello risarcitorio funziona ed è, nei fatti, operativo anche grazie ai sindacati di categoria. Il costo del licenziamento si alza sì, ma su questo non ritengo che il discorso sia concluso. Una sola considerazione di buon senso: non si potrà chiedere alle piccole aziende più di quanto non si chieda attualmente per la risoluzione di un rapporto di lavoro, per ragioni facilmente intuibili da chi ha un po’ di pratica della questione, non certo a teorici astratti alla Fratoianni, per cui questo decreto è solo un ” primo passo”, verso cosa? mi verrebbe da chiedergli, verso la chiusura delle aziende?

Piuttosto occorre pensare a incentivi strutturati per la conferma a tempo indeterminato. Puro buon senso caro avv. prof. dott. Conte, se anche lei vuol metterci il naso, visto che lei è giurista e i suoi azionisti sono politici puri, cioè culturalmente il nulla, in questo caso, ché in altri casi non è stato e non è così.

E’ da chiarire bene, infine, il ruolo e la funzione del lavoro in somministrazione che, così come è stato sperimentato negli ultimi quasi due decenni, ha solo bisogno di po’ di manutenzione.

Salvini dal canto suo non si fa e non ci fa mancare niente in termini di linguaggio iattanza e sicumera. Dopo aver apprezzato il lavoro di Minniti, ha preso una strada non poco  contraddittoria, tra i suoi amici del gruppo di Visegrad e i ministri di Austria e Germania: nessuno di questi vuole i migranti e neppure Salvini, nonostante le sue acrobazie verbali. Spero che si calmi nel suo e soprattutto nel nostro interesse.

Criticando i due dioscuri della politica italiana attuale non intendo assolutamente esimermi dal criticare la mia parte politica (più o meno), cioè quella sinistra riformista che da troppo tempo oramai si è praticamente disinteressata dei profondi cambiamenti socio-economici e culturali avvenuti in Italia e nel mondo, privilegiando la dimensione soggettiva del “diritti” (ah quanti danno hanno fatto professoroni e professorini alla Rodotà), al punto da quasi trasformare il PD in un partito radicale di massa, che Tommaso d’Aquino definirebbe come contraddictio in adjecto, una contraddizione radicale, e che Lenin avrebbe giustamente e duramente criticato da un punto di vista di scienza politica pura. Non si può dare infatti un partito radicale di massa, poiché la massa non può essere radicale e neppure radicalizzata, ma solo manipolata (cf. ancora Le Bon, che cito spesso in questo blog), se si fa manipolare, e questo la storia insegna, non accade raramente.

Occuparsi per mesi quasi a tempo pieno e quasi tutto il gruppo dirigente, ad esempio, di unioni gay e di stepchild adoption, ha mostrato al pubblico elettore che l’erede della storicamente massiccia sinistra italiana aveva perso la bussola dietro a questioni sì importanti, ma non più del reddito da lavoro dipendente, dell’equità fiscale, della sanità, della scuola e dell’università.

Questo è successo: un terribile distacco dalla realtà concreta, solida, rotonda e infrangibile come l’essere, direbbe il terribile Parmenide di Elea. Ma i due non sanno neanche chi fosse, o forse Salvini sì come memo liceal classico. Questo è successo: invece i due e i loro seguaci hanno parlato semplice e chiaro, sbagliando millanta volte nei contenuti ma in modo tale da far dire, ad esempio, a mia zia: “non ho capito quello che ha detto ma lo ha detto bene.”

Per tutto ciò, un po’ per celia e un po’ per non morir, tutta la vita Ermal Meta piuttosto che Salvini o Di Maio, mio caro lettor paziente.

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