Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La coscienza: “actum habitusque, quid humana conscientia est?”

Avere una coscienza“, “avere coscienza di…”, “essere di coscienza“, sono tre frasi dal significato diverso: la prima ha un significato morale, legato alla scelta, al discernimento di principi etici dati (intendo una delle “etiche” possibili, da quella utilitarista, a quella culturalista, a quella del fine, dove il fine è l’uomo stesso, tra altre); la seconda ha un significato analogo a “essere consapevoli, consci di…”, cioè sapere quello che succede; la terza la potresti sentire, caro lettor del sabato, come un’apostrofe a te rivolta, sulle tracce di sant’Agostino, da pensatori come Descartes, Bergson, Husserl, Piaget e qualche altro, e significa una specie di identificazione del tuo “essere” con la tua coscienza.

Un paio d’anni fa fui addirittura invitato a parlare di questo argumentum così importante a Berceto, sull’Appennino parmense, al Primo festival nazionale della Coscienza. Fu bello. C’erano anche -in diverse conferenze- relatori con Boncinelli e Galimberti. e io. Umilmente. Di questo e di altre cose molti non si ricordano e mi trattano come fossi uno così, forse qualsiasi, su questi temi, ma è perché non sanno nulla. E tra loro annovero anche, purtroppo, imprenditori, dirigenti e gente che fa politica a tempo pieno. Si arrangino, ché io mi arrangio con il mio e con la gente che sa apprezzare i miei sforzi e quello che so e che posso fare, per me certamente, ma anche per gli altri.

Dire che la coscienza quasi corrisponde alla persona è una visione antropologica ben precisa, che valorizza questa misteriosa dimensione interiore, sulla quale già scrissi non poche volte, anche in questo sito. Qui desidero richiamare alcuni concetti, vista la confusione che si fa un po’ ovunque su questo tema. Amplierò dunque i concetti proposti nell’incipit.

Ricordo innanzitutto -semplicemente- le due accezioni principali delle neuroscienze e della psicologia contemporanee che, per gli statuti epistemologici delle quali scienze, si danno solitamente in due modi:

a) un’accezione di coscienza come sinonimo di consapevolezza-del-sé, cioè sapere di esser-ci (Heidegger), di essere a questo mondo e,

b) un’accezione di coscienza come “luogo” spirituale dove si discernono i principi morali di bene e di male.

Ciò detto, se sopra ho ricordato in un breve elenco i filosofi che fanno quasi coincidere la persona con la coscienza, richiamo anche altri “classici”, antropologi-filosofi ed eticisti della grande Tradizione mediterranea, cioè greco-latina e cristiana, da Aristotele a Kant, passando per Plotino, Tommaso d’Aquino, Locke, Hume, Berkeley, etc..

Nel titolo scrivo il quesito an conscientia (sit) actum vel habitus. Cercherò di chiarire che cosa l’etica insieme con l’antropologia filosofica classiche e moderne intendano per actum e per habitus, ovvero per consapevolezza di sé, principi comportamentali mantenuti nel tempo, virtù, valori, etc..

Per Platone la coscienza umana è essenzialmente conoscitiva legata integralmente alla dottrina delle Idee, cardine della sua filosofia. Leggiamo questo brano:

Le Idee, infatti, oltre ad essere realtà ontologiche a sé stanti, immutabili ed eterne, che fungono da modello al Demiurgo per plasmare il mondo, ovvero forme con le quali è strutturata la realtà empirica, sono altresì presenti nella coscienza umana, come forme intellettuali, mediante le quali l’uomo comprende la dimensione sensibile dell’esistenza. La coscienza, quindi, nella dottrina platonica, corrisponde, sotto l’aspetto del mito, all’anima, la quale, avendo vissuto nell’Iperuranio, conserva in sé il ricordo delle Idee. Da ciò, scaturisce la concezione platonica della conoscenza innata, proprio perché già presente nell’anima e, quindi, nella coscienza di ogni essere umano (Fedone, Critone, Repubblica). Anche Aristotele identifica la coscienza con l’anima ma, a differenza di Platone, non strettamente nell’ambito della conoscenza, quanto piuttosto riguardo al concetto di tempo. Il filosofo di Stagira indaga sul rapporto tra il tempo e il movimento per far assumere ai due concetti una connotazione concreta. Il movimento è nel tempo e il tempo non può esistere senza movimento. Per Aristotele, infatti, il tempo è “il numero del movimento secondo il prima e il poi”, intendendo per numero la funzione del contare, che non è possibile senza avere coscienza della successione numerica. Dato che l’esistenza del tempo è empiricamente ovvia e chiaramente riscontrabile, la sua percezione è un fatto di coscienza. Per coscienza, dunque, Aristotele intende l’anima, unico ente in grado di determinare un prima e un poi in relazione alla vita del singolo individuo (Fisica, De Anima).”

Plotino, di contro, ritiene che nella coscienza si manifestino le verità più alte e la loro stessa fonte, cioè Dio. Come Agostino che scrive (…) in teipsum redi, quia in interiore homine habitat veritas“, vale a dire torna in te stesso, poiché nella tua coscienza abita la verità”, Plotino parla di “ritorno a se stesso”, “ritorno alla interiorità”, “riflessione su di sé”. In questo modo Plotino mette al centro la riflessione introspettiva, contro un privilegiare la mera conoscenza delle cose esterne (Enneadi).

Il Cristianesimo, da San Paolo e dai Padri della Chiesa, il concetto di coscienza viene ricondotto a quello di morale. Si pensi all’uso comune del sintagma “voce della coscienza”, che parla quasi a suggerire le cose buone da fare e le cattive da evitare, come in latino si dice: “bonum faciendum, malum vitandum“. In sant’Agostino, correlata alla frase sopra riportata troviamo una altro concetto ad essa coerente: la coscienza dunque è Mens superior inhaerens Deo, mente superiore insita in Dio, poiché Dio è per l’uomo Essere e Verità, Trascendenza e Rivelazione, Padre e Logos. Ciò che Dio rivela, in quanto rivelato-da-Lui, non può essere falso, ma necessariamente è vero, e sulla verità delle cose illumina la mente-anima umana. Quanto di psicologico moderno in questa visione! (cf. Confessiones, De vera religione).

Anche fra’ Tommaso d’Aquino intende la coscienza sempre ed esclusivamente come coscienza morale. La sua stessa definizione (“scienza con l’altro”), spiega come l’agire umano buono, cioè la recta ratio agibilium, l’agire buono secondo ragione, fosse diversa dall’agire recta ratio factibilium, cioè un agire purchessia. Per Tommaso le azioni dell’uomo erano cosa diversa dalle azioni umane, poiché le seconde hanno una struttura morale di rispetto del fine dell’agire, che è il benessere fisico e spirituale (oggi diremmo psichico, ma basta intendersi, se è vero com’è vero che psychè in greco antico significa anima) dell’uomo stesso, mentre le prime appartengono all’uomo (sono dell’uomo) come semplice complemento di specificazione. La coscienza è dunque atto della persona che liberamente si muove nel mondo e nella sua vita propria, stando tra gli altri. La legge cui si riferisce, agendo, è la sinderesi, cioè un habitus che contiene la legge morale naturale. (cf. Summa Theologiae I e II secundae, e De Veritate). San Tommaso quindi afferma che la coscienza è atto nella singolarità dell’azione, ed è “abito“, cioè abitudine, virtù, principio, valore, nella adesione alla legge morale che la natura e Dio stesso ha instillato nel cuore dell’uomo.

La rivoluzione filosofica moderna, iniziata con Renè Descartes, porta la riflessione sulla coscienza dall’ambito strettamente teologico-morale, a quello delle dottrine cognitive e gnoseologiche. L’uomo, per Cartesio, innanzitutto possiede la capacità di ragionare, e la consapevolezza di possedere nella mente i propri contenuti mentali. La coscienza, dunque, è la consapevolezza soggettiva di sentire e ragionare, perché il pensare implica il sapere di stare pensando. Nella mente cosciente esistono le idee di cui si ha coscienza, idee che possono anche non corrispondere alla verità delle cose. Una sola è certamente, indefettibilmente e indubitabilmente vera, il sapere di stare pensando e quindi da ciò dedurre di essere un essere pensante: cogito ergo sum. San Tommaso avrebbe risposto rovesciando la frase così: sum ergo cogito, sono e perciò penso.

Partire dal cogito significa un pensare ciò che può essere… pensato. Il pensiero è sempre pensiero di qualcosa. Anche quando si risponde alla domanda “A che cosa pensi?” e si risponde “a nulla“, si dà una risposta errata, poiché il “nulla” è qualcosa, in logica, cioè un qualcosa che non si può definire se non in quel modo. Perfino Dio, nella teologia apofatica, può essere definito come “nulla”, in quanto la nozione del divino è inesprimibile. Si pensi alle tradizioni mistiche ebraiche, cristiane e musulmane.

Per Descartes la res cogitans, è nettamente distinta dal corpo, la res extensa , mentre per Gottfried Leibniz vi è una unità di coscienza e conoscenza nell’uomo, chiamata appercezione, che è  è il fondamento ultimo della coscienza e dell’io (cf. Monadologia).

In tema l’empirismo inglese, con John Locke propose una nozione della  coscienza come la percezione di ciò che passa nella mente di un uomo, o meglio, le sue idee. La coscienza, quindi, è l’io che possiede e sviluppa tutte le attività mentali (Saggio sull’intelletto umano). Il vescovo George Berkeley  fu ancora più radicale di Locke, poiché era convinto che l’esistenza stessa delle cose si commisura solo in quanto queste sono percepite come esistenti (esse est percipi), ovvero se e quando si ha coscienza della loro esistenza: per questo pensatore purissimo idealista, le cose, le res extensae cartesiane sono solo proiezioni mentali senza importanza, mentre le sensazioni di esse sono la… verità.

Circa il tema della coscienza, un giorno alla Facoltà teologica dell’Emilia Romagna, mentre passeggiavo nel chiostro del Convento di san Domenico, che è sepolto nella Basilica, ebbi un’incertezza quando il filosofo domenicano padre Giovanni Bertuzzi, ex abrupto, mi chiese se, secondo me, la coscienza fosse una “atto” o un “abito” (habitus). Rimasi incerto per un attimo e risposi “atto”, ma poi ci pensai ancora. Un tentativo di risposta, caro lettore, la trovi in questo brano.

Raccomando a chi mi legge, di ascoltare la voce della coscienza più di quella della convenienza personale, specialmente quando si è chiamati a decidere sulla vita degli altri, perché spesso, osservo, vince nel processo decisionale, che è complesso -di suo- una pericolosa frettolosità, che è figlia della superficialità e madre dell’ingiustizia.

“Non sopportavo la sua felicità”, così spiegano il loro orrendo delitto il ragazzo dei Murazzi di Torino e l’uomo siculo

I due assassini, il ragazzo dei Murazzi di Torino, e l’uomo siculo, spiegano il loro delitto con la non sopportazione della felicità altrui. Eppure, noi non sappiamo come stanno gli altri, noi non sappiamo quello che gli altri pensano di noi. Il giudizio altrui è sempre altro rispetto al nostro, anche sulle loro proprie vite. Nulla sappiamo, possiamo solo supporre. Così è accaduto che la felicità presunta abbia armato la mano all’invidioso, che ha iniziato a odiare mortalmente. Così è dunque della felicità presunta, posto che si tratti di felicità, termine arduo e di difficile applicazione descrittiva.

La gelosia e l’invidia sono da sempre presenti nell’animo umano, come veleni diversi (l’invidia molto di più, a mio parere) che torcono a volte l’anima verso l’odio.

La gelosia nasce presto, fin da piccoli, verso genitori e fratelli, e poi si sviluppa nei confronti di molte altre figure, per esempio i colleghi che si trovano sul lavoro, ma anche in altri ambiti. Essa può nascere, sia per volontà imitativa, sia per timore di perdere le qualità che si hanno o che si crede di avere, magari nella dura competizione della vita. Questo sentimento segnala la possibilità, vera o presunta, di perdere qualcosa o qualcuno, e funziona non solo in relazione ai fatti presenti, all’esperienza che si vive nel presente, ma anche in funzione o causata da ricordi e flussi mentali diversi.

Quella che ha a che fare con le relazioni affettive / amorose è spesso accompagnata da altre emozioni o sentimenti, come la paura, la rabbia, la vergogna o la tristezza. A volte accade che la gelosia provochi perfino una riduzione dell’autostima che uno ha di sé, e nel contempo provochi una apparentemente contraddittoria aggressività verso chi si pensa sia causa di gelosia.

Nel sentirsi gelosi si può provare sentimenti ambivalenti e aggressivi nei confronti della persona “amata” e motivo di ingelosimento, anche perché si può pensare che questa favorisca, quasi, la presenza di un soggetto rivale. Questa aggressività può addirittura provocare scatti di violenza collerica e perfino di manifestazioni dell’odio. Nei casi più estremi può addirittura provocare gesti estremi e tragedie.

La memoria può favorire anche processi mentali di rimuginio e tormento negativi per la persona stessa, là dove possono svilupparsi ragionamenti sbagliati da inferenze e deduzioni completamente errate. Nei casi più gravi si possono verificare perfino deliri che inducono a minacciare supposti nemici, assolutamente in-ventati da una vis imaginativa insana. In questi casi siamo nel campo delle psicopatologie.

L’invidia viene classificata dagli studiosi contemporanei come emozione assai apparentata alla gelosia. L’antropologia e l’etica classiche, invece, la collocano nell’ambito dei vizi morali capitali, addirittura nella seconda posizione per gravità, dopo la vanagloria e la superbia (orgoglio spirituale). Su questo vediamo come la pensa Tommaso d’Aquino nella quaestio 36 della Summa Theologiae. Ne scrissi già cinque anni or sono in questo stesso sito, citando anche san Gregorio Magno, papa. Leggiamo frate Tommaso.

“1. Come dice S. Gregorio [ib.], “i vizi capitali sono così connessi tra loro, che nascono l’uno dall’altro. Infatti la prima figlia della superbia è la vanagloria, che non appena ha corrotto un’anima, subito partorisce l’invidia: poiché nel desiderare la potenza di un gran nome, si duole al pensiero che un altro possa raggiungerla”. Perciò non è detto che un vizio capitale non possa nascere da un altro vizio: purché esso non manchi di efficacia nel produrre altre specie di peccati. Tuttavia, forse per il fatto che l’invidia nasce manifestamente dalla vanagloria, essa non è considerata un vizio capitale né da S. Isidoro, [Sent. 2, 37] né da Cassiano [De instit. coenob. 5, 1].
2. Da queste parole non si deve desumere che l’invidia sia il più grave dei peccati, ma che quando il demonio riesce a insinuarla induce l’uomo ad accogliere il diavolo nel suo cuore in una maniera speciale: poiché, come aggiunge S. Gregorio, “la morte è entrata nel mondo per l’invidia del diavolo”. C’è però un’invidia che è ricordata fra i peccati più gravi, cioè l’invidia della grazia altrui, in forza della quale uno si rattrista dell’aumento stesso della grazia di Dio, e non soltanto del bene del prossimo. Per cui essa viene considerata un peccato contro lo Spirito Santo: poiché con essa uno invidia in qualche modo lo Spirito Santo, il quale viene glorificato nelle sue opere.
3. Il numero delle figlie dell’invidia può essere stabilito nel modo seguente, poiché l’invidia ha nel suo processo un principio, un termine medio e un termine finale. Si ha un principio nel fatto che uno tenta di sminuire la gloria altrui: o di nascosto, e allora c’è la mormorazione, o apertamente, e allora c’è la detrazione. Si ha un termine medio nel fatto che uno, nel tentativo di sminuire la gloria altrui, o ci riesce, e allora abbiamo l’esultanza per le avversità, o non ci riesce, e allora abbiamo il dolore per i successi. Si ha poi il termine finale nello stesso odio: poiché come il bene che piace causa l’amore, così la tristezza produce l’odio, come si è detto [q. 34, a. 6]. In un certo senso però il dolore per il successo altrui si identifica con l’invidia: in quanto cioè uno si addolora dell’altrui successo in quanto questo implica una certa gloria. Invece in un altro senso esso è figlio dell’invidia: cioè in quanto i successi del prossimo contrastano con gli sforzi dell’invidioso, il quale cerca di impedirli. L’esultanza per le avversità, invece, non si identifica direttamente con l’invidia, ma ne è una conseguenza: infatti dalla tristezza per il bene del prossimo, cioè dall’invidia, segue logicamente l’esultanza per le sue disgrazie.”

Pure definendola emozione meno profonda della gelosia, i moderni riconoscono l’invidia come un sentimento che porta a odiare il bene altrui, e scusate se è poco! E’, ammettono (D’Urso 2013, ad es.) un sentimento di malanimo verso gli altri, perché magari questi possiedono un bene che personalmente non si possiede.

Perché lui sì e io no? E’ la domanda dell’invidioso, che -letteralmente- è colui-che-guarda-male-l’altro (dal verbo latino in-vidère, guardare contro, di mal-occhio).

L’invidioso prova sentimenti di rivalità e senso di inferiorità verso l’altro, poiché non possiede qualità o beni che il secondo (l’invidiato) possiede. L’invidia si manifesta attraverso una sorta di malanimo rancoroso, che non si ferma a un desiderio di volere possedere ciò che possiede l’altro, ma perfino di impedire che l’altro abbia a disposizione quel bene. In realtà l’invidioso realizza un confronto sociale dal quale risulta perdente, e conseguentemente altrettanto l’immagine di sé che egli ritiene di avere presso la comunità, e infine, come abbiamo visto, avviene un calo o una perdita dell’autostima (Frijda 1986). A volte entra in gioco anche un giudizio concernente la giustizia, che fa pensare a un suo venir meno, nel caso in cui l’invidioso ritenga che l’invidiato non si “meriti” certi beni.

Anche se gli studiosi moderni, soprattutto gli psicologi non vedono nell’invidia un sentimento di negatività molto maggiore rispetto alla gelosia, in qualche caso ammettono che lo sia, come nel caso di Castelfranchi Miceli e Parisi (1988). Per costoro l’invidia mostra come l’invidioso soffra del bene altrui, e qui riemerge il pensiero del teologo d’Aquino: l’invidioso soffre per i successi altrui e conseguentemente si auto-svaluta e mette in moto un circolo vizioso di dolore spirituale che aumenta sempre di più.

Questo sentimento a volte è denegato, ma individuato e indicato negli altri, perché magari genera vergogna nell’invidioso. “Oooh io, quando mai, non mi frega niente di quello che pinco palla ha, ha comprato, del suo potere, del successo con le donne che ha“. Ah Ah. (cf. Girotti, Marchetti e Antonietti, 1992).

Si può ritenere che tale pensiero derivi addirittura da un fondamento culturale di matrice filosofica, per la nostra gente, e costituisca perfino uno stigma. Ricordo che Aristotele nella Retorica definiva l’invidia come “un dolore causato da una buona fortuna che appare presso presone simili a noi” e come “passione disonesta e propria delle persone disoneste”.

In tempi nei quali essere “perdenti” è quasi un delitto contro se stessi, è quasi impossibile non essere invidiosi dei “vincenti”. Soprattutto l’invidia, ma anche in qualche misura la gelosia sono difettosità psico-morali, o emozioni, o sentimenti, o passioni, di origine sociale, nel confronto che si realizza obiettivamente tra esseri umani. La loro spiacevolezza è indubbia, poiché crea situazioni spirituali penose e a volte dolorose, in qualche caso addirittura insopportabili.

Non si può negare che a volte, sia la gelosia sia l’invidia possano assumere caratteristiche  e dimensioni patologiche, di nevrosi. All’inizio del loro manifestarsi si può dire che si tratta di caratteristiche molto “umane”, comprensibili e perfino compatibili con l’ordinarietà della vita, ma al loro acuirsi le cose cambiano.

Trovo questa ricerca specifica, che riporto di seguito: “Allo scopo di comprendere le differenze individuali Marrazziti e collaboratori (2010) hanno recentemente sviluppato un questionario inerente al tema della gelosia, con lo scopo di classificare le manifestazioni di gelosia nella popolazione non patologica, sulla base di quattro ipotetici profili: gelosia ossessiva, depressiva, associata ad ansia da separazione e paranoide. Le tipologie di gelosia si caratterizzano per i seguenti aspetti: nella forma ossessiva, sono presenti sentimenti egodistonici ed intrusivi di gelosia che la persona non riesce a far cessare; nella forma depressiva, la persona prova un senso di inadeguatezza rispetto al partner, aumentando il rischio percepito di tradimento; nella forma con associata ansia da separazione, la prospettiva di una perdita del partner appare intollerabile, e vi è un rapporto di dipendenza e di continua ricerca di vicinanza; nella forma paranoide, vi è un’estrema diffidenza e sospettosità, con comportamenti controllanti ed interpretativi. Tale strumento rappresenta un utile collegamento tra normalità e patologia, ed ha lo scopo di portare luce su un fenomeno molto diffuso, sebbene poco studiato, e fonte di disagio psicologico in un’ampia parte della popolazione. Affrontando quindi il tema del continuum tra normalità e patologia, presentiamo brevemente la descrizione dgelosia normale e patologica. Si parla di gelosia normale quando è inseparabile dall’amore per il partner e mostra livelli di attivazione fisiologica accettabili. Non vi è rigidità e pervasività dei pensieri e nelle credenze legate alla sospettosità e minaccia di perdita del partner; non vi sono dilaganti comportamenti compulsivi di controllo, di investigazione ne’ comportamenti aggressivi e coercitivi. Invece, la gelosia patologica si genera da comportamenti che non trovano riscontro nella realtà, da azioni infondate, e deriva, sostanzialmente, da un’angoscia che prende forma nella mente senza nessun riscontro oggettivo. Quest’angoscia produce delle vere e proprie rappresentazioni mentali in cui si costruiscono ad hoc lo scenario, il rivale e, più di tutto, le prove dell’infedeltà. Quindi, la realtà viene erroneamente interpretata e tutto può essere frainteso. Questo, può portare a dei veri e propri deliri di gelosia che in alcuni casi sono all’origine di delitti passionali. Si tratta, dunque, di autentico delirio florido, esattamente come affermava Freud anni or sono, e rappresenta la parte più patologica della gelosia. Nei casi più estremi infatti non è raro che vi siano deliri di riferimento specifici definiti deliri di gelosia.”

Questa forma di gelosia genera a volte una paura irrazionale dell’abbandono e tristezza per la possibile perdita; una sospettosità per ogni comportamento relazionale del partner verso persone dell’altro sesso; il controllo di ogni comportamento dell’ altro; un’aggressività verso i possibili rivali (magari presunti); un’aggressività persecutoria verso il partner e infine una sensazione d’ inadeguatezza e di scarsa autostima verso se stessi. Si tratta di una sorta di dipendenza affettiva e relazionale, in uno stato via via di sempre maggiore fragilità psicologica e di vulnerabilità a supposti “attacchi” altrui ai nostri equilibri affettivi. Questi stati d’animo possono scivolare verso situazioni patologiche border line, fomiti possibili di aggressività con conseguenze che possono essere tragiche, con sentimenti che diventano persecutori e violenti, patologici.

Anche se l’invidia è “ufficialmente” molto spregiata in generale, essa non è compresa fino in fondo come vizio grave della coscienza. Ciò che provoca spesso, astio, rancore e perfino odio rischia addirittura di de-umanizzare l’oggetto di questo sentimento, costituendolo bersaglio di denigrazione, maldicenza, calunnia e perfino violenza, pur di ottenerne un suo abbassamento personale e sociale.  Infine, non è improbabile che il provare invidia sia sintomo di una concezione di sé autocommiserante e prodromo di una qualche depressione.

I due soggetti citati all’inizio probabilmente son fatti così, con l’aggiunta di una dose di narcisismo, come spiegano anche gli psicologi citati in questa riflessione.

Gelosia, dunque, come sentimento non sempre e non del tutto negativo, invidia, invece, come sentimento che deriva in uno dei vizi più gravi, come insegnano l’antropologia e l’etica classiche.

Marcus Maximusque, temporum nostrum “consules” ferrarumque fabri

L’uggiosa giornata mi porta nella zona degli artigiani, Bassa furlana. Cerco l’officina dei lontani cugini Pilutti, fabbri artisti lavoratori onesti. Marco e Massimo son magri e guardano negli occhi. Il mio buon lettore sa che avrei dovuto chiamarmi Marco anch’io, ma scopro che c’è comunque un Marco nella mia famiglia verticale e orizzontale. Gli farò vedere la genealogia che l’arguto, quasi frate certosino, Tarcisio Valentinis mi ha predisposto, per rispetto e affetto. Risale al ‘500, siamo quasi una famiglia antica, cara Bea, ultima della schiatta.

C’è ancora la fucina di Efesto, anzi due, una di matrice dei nativi americani, l’altra cecoslovacca. Diplomi e foto, a partire da quella di nonu Checu, il fondatore dell’officina. Massimo va a studiare anche nel castello Boemo, l’arte del ferro e della forgia. Il loro parlare ha la sapienza di antiche abitudini, non una parola fuori posto, è un dire quello-che-è, diretto.

Siamo nella campagna intersecata dalle grandi strade che portano ovunque e anche al mare, ma sembra di essere nel tempo dei padri. C’è silenzio nell’officina fabbrile, mi aspettavano, e c’è anche Giacomo, il più giovane, silente.

Babbo Pilutti costruì la prima campata, e ce l’aveva fatta con i guadagni, la seconda anche con un prestito bancario. Dopo gli ’80 i tempi sono cambiati: è come se il mondo avesse smesso di capire il lavoro manuale di valore, mi spiegano. Ma non rinuncerebbero a quello che fanno, non solo perché è l’altro dna delle loro vite, ma perché ha qualcosa di alchemico, come i lavori dei misteriosi cercatori di verità del Medioevo, mezzi teologi e mezzi naturalisti.

Nel loro dire Dio ha un posto, Dio esiste ed è, naturalmente. Ma non il Deus-sive-Natura di spinoziana convinzione, ma il Dio-Persona di Agostino e Lutero.

Massimo e Marco, in ordine inverso per età, magri e tranquillamente loquaci, là dove l’homo loquens si accosta all’homo faber. Massimo ha scritto un distico latino sul’arte fabbrile e la memoria mi rinvia a anni passati, quando altri parenti ronchisani eran lontano, in Canada. La zia Rosina, zio Toni e Claudio e Paolo.

Bimbo andavo da zia Enrica che in ginocchio faceva cruciverba con il soriano appoggiato al suo petto accogliente. “Prendi le pere cadute dall’albero, Renato, ché son più buone“, mi raccomandava. Ogni tanto sparavo col flobert pallini dall’altalena. E mio padre mi parlava dei parenti più a sud lungo l’asta del Tagliamento. Commercianti a Latisana e a Ronchis, parlava del padre di Marco e di Massimo.

Li ho guardati bene per scoprire eventuali somiglianze derivanti da lontane condivisioni genomiche, se non fenotipiche, ma non ho trovato granché, se non un remoto cenno di color olivastro che caratterizza me, mia figlia e, ascendendo, mia mamma Luigia e suo padre Dante. Loro son più chiari, caucasici, mentre io pare abbia preso dalla trasmissione matrilineare che in mio nonno esemplificava quasi un tipo arabeggiante, o siro-palestinese, ripreso da Bea.

Gli incroci sono profondi e misteriosi nelle generazioni e nel tempo.

Nel frattempo, mentre penso alle cose varie della mia vita e scrivo, mi giunge col telefono la cara voce di pre’ Agnul, diuturno e sempiterno amico sacerdote, che mi chiede orientamento per un giovin studioso. Mi dico entusiasta, che mi chiami pure!,  gli rispondo, poiché ora son pronto, come precettore e anche, se non padre, forse zio spirituale di non pochi, che desiderano studiare e pensare per comprendere, edificando il loro proprio de-stino, co-costruendolo -come insegna il professore Severino- insieme alla Provvidenza divina e a causali sconosciute.

Anche codesto argumentum tangiamo coi consules della lontana parentela, memori di venire da lontano e fiduciosi di andare lontano, con chi ci seguirà, anche dopo che avremo tolto il nostro peso dalla sempre Madre Terra.

“Tagliare la corda”, ovverosia togliere la fiducia, ché “fides” in latino significa metaforicamente anche “corda” o legame, simpatico no?

Tagliare la corda” nel significato corrente e da alcuni secoli significa nella cultura espressiva occidentale -metaforicamente- fuggire, scappare, per evitare un pericolo o un rischio. Bello è sapere che, etimologicamente-letteralmente, vuol dire perdere la fiducia, poiché fides, appunto, in latino, di quasi certa derivazione fenicia, ha anche il significato metaforico di corda, in quanto oggetto atto a costruire un legame.

Un sinonimo o quasi è sicuramente il termine lealtà, correttezza (cf. art. 1337 c.c.) che indica e rappresenta nel codice civile italiano uno dei valori più importanti caratterizzanti i rapporti fra le persone, e tra le persone e i soggetti collettivi, come ad esempio le imprese, ma anche le strutture gerarchiche militari, scolastiche, ecclesiali e d’ogni altro genere e specie.

Ha due possibili origini. La prima, testimoniata anche da Virgilio, risale al linguaggio degli antichi marinai che indicavano l’azione del salpare con l’espressione “incidere funes”, cioè “tagliare le corde”, il che era quanto materialmente facevano e che si fa a tutt’oggi in caso d’ emergenza. L’altra origine fa riferimento a prigionieri, schiavi o animali che riuscivano a fuggire liberandosi delle corde che li imprigionavano.

Togliere la fiducia è un atto grave derivante da azioni in proporzione altrettanto gravi. La fiducia è il collante di ogni contratto tra due contraenti: venditore/ acquirente, datore di lavoro/ dipendente, docente/ allievo, etc.. Se viene meno la fiducia il contratto si impoverisce improvvisamente della sua essenza e viene meno pur esso.

Fidarsi è la prima cosa della relazione inter-umana. Si pensi a due compagni (o camerati) combattenti in guerra, quante guerre!, se non si fidano di stare spalla a spalla l’uno con l’altro, la loro sorte è segnata.

Si pensi alla fiducia sul lavoro, in ogni contesto, grande o piccolo che sia, ma specialmente nelle piccole imprese, nell’artigianato e nel commercio al dettaglio: il dipendente-collaboratore è -di fatto- un alter ego del titolare, per cui se questi manca, lo sostituisce pressoché del tutto, sul piano operativo. Pensiamo alle assenze dal lavoro, o assenteismo, ad esempio: se manca una persona su tre dipendenti in un’azienda artigiana, manca il 33% del totale, ed è come se ne mancassero trenta in un’azienda di cento addetti. Il disagio o addirittura il danno è più che proporzionale. Ecco: la fiducia crea le condizioni di possibilità di andare avanti, nientemeno, ovvero di interrompere un progetto, di far chiudere un’impresa economica. Siamo in un campo di importanza basilare per la vita economica e sociale di una comunità.

I governi per governare devono meritarsi la fiducia, mentre le opposizioni non “credono” mai al governo, come se questo sbagliasse sempre, e ciò per definizione e per la stampa. Sappiamo che i governi non sbagliano sempre, Nè le opposizioni. Sento Zingaretti affermare che l’Italia è alla rovina. Appunto, contro il governo, e ne ha ben ragioni dal suo punto di vista, ma soprattutto, se non solamente, per la stampa, e in parte per le lotte intestine, sempre presenti nei partiti. Ma ha detto una cazzata, una grande cazzata, perché NON E’ VERO CHE L’ITALIA E’ ALLA ROVINA O CHE STA PRECIPITANDO, non esageriamo, Zingaretti! Queste affermazioni sono formulate mentre tutte le mattine 26 milioni di italiani vanno a lavorare, lo ripeto spesso, 7 milioni di studenti studiano, 35 milioni di casalinghe fanno casa per loro e per i familiari. e poi, 7 milioni di volontari condividono tempo ed energie con altre persone che hanno bisogno. Andiamo!

Non usiamo le parole impropriamente, perdio! Lo scrivo ancora, non stancandomi mai di ripeterlo: le parole sono più che pietre, le parola cambiano il mondo, le cose, la vita. Se sono sbagliate, fanno danni anche gravissimi, e possono perfino uccidere. Lasciamo le parole in libertà ai discorsi scarsissimi dei governanti attuali, non mescoliamoci con questa genia di inetti e incompetenti, altrimenti vien da pensare che questa genia abbia anche altri adepti, anche all’opposizione. Non ne sarei meravigliato, anche se pur sempre turbato, e giammai rassegnato.

Si pensi alla fiducia nei rapporti interpersonali, in ogni contesto, da quello affettivo a quello amicale, fiducia che irrora i rapporti stessi e non può essere sostituita da nessun altro sentimento, o passione, come gli antichi chiamavano i sentimenti.

La fiducia è un affidamento, un dare credito a un altro, un sentimento positivo e costruttivo, capace di creare alleanze vitali. Senza fiducia non si possono creare alleanze né masse critiche adeguate a una battaglia politica o sociale, diamine!

La fiducia è una corda che collega due parti, rendendole più forti.

Un aneddoto storico: nel 1586 papa Sisto V, per abbellire piazza San Pietro, ordinò che vi fosse innalzato il grande obelisco che tuttora vi si ammira, ma che a quel tempo si trovava dietro la Basilica Vaticana. L’obelisco era posto ad una estremità del Circo di Nerone, per volere di Caligola trasportato a Roma da Eliopoli, dove si trovava nel Forum Iulii. L’obelisco era quasi a posto quando si videro le funi surriscaldarsi pericolosamente, con il rischio che prendessero fuoco. Il monolito sarebbe caduto rovinosamente a terra. Allora nel gran silenzio si levò una voce temeraria a gridare: Daghe l’aiga ae corde! (espressione ligure-ponentina per “Acqua alle funi!”). Il consiglio fu seguito subito dagli architetti con ottimo risultato. A sventare il pericolo era stato il capitano Benedetto Bresca, marinaio ligure, che sapeva bene che le corde di canapa si scaldano per la frizione degli argani e inoltre si accorciano quando vengono bagnate.

Bresca fu subito arrestato, ma Sisto V come ricompensa invece della punizione gli diede larghi privilegi, una lauta pensione e il diritto di issare la bandiera pontificia sul suo bastimento. Inoltre Bresca avrebbe chiesto ed ottenuto il privilegio, per sé e per i suoi discendenti, di fornire alla Chiesa di San Pietro le palme per la Settimana Santa. Ancora oggi Bresca viene ricordato nella sua città natale, Sanremo.

La fiducia non fa “tagliare la corda”, ma rinforza la qualità relazionale tra le persone, per il bene comune. Non mi pare poco, caro lettor mio.

De familia e de soli iure, quisquilie o pinzillachere?

Titolo in latino per la solennità dei duo argumenta, ma poi aggiungo una domanda alla Totò, perché molto spesso il livello del dibattito sui due temi rasenta l’indecente o il ridicolo. Pertanto mi è venuto da scomodare un’espressione caratteristica del nostro comicus maximus.

Sulla famiglia si scontrano due posizioni estreme, lasciando poco spazio a chi vuol ragionare. Da un lato chi non è d’accordo chiama indifferentemente “sfigati” (dimaio) quelli di Verona, dall’altro si dà dell’assassino a chi accetta la normativa italiano che prevede la pratica dell’aborto in certe condizioni, entro la normativa della Legge 194 che si intitola alla tutela della maternità.

Non si va da nessuna parte se l’atteggiamento non è quello dell’uso della ragione, applicando le conoscenze etiche, scientifiche e sociologico-culturali al tema. La famiglia è una struttura storicamente declinata in diversi modi, solo che osserviamo il bacino mediterraneo, tra la Grecia, Roma e il plesso giudaico e Vicino Orientale o biblico. In Oriente le regole sono ancora differenti, come nelle aree animiste dell’Africa, dell’Asia e delle Americhe.

Nella modernità è emerso il discorso dell’uguaglianza fra i sessi, per la quale le donne debbono avere gli stessi diritti degli uomini (i maschi). Basti pensare a due cose: in Italia le donne poterono votare per la prima volta solo nel 1946, l’altro ieri, e il delitto d’onore fu di fatto abolito in Italia solo nel 1975. In altre parole la donna è stata per i due aspetti una sub-persona fino a pochi decenni fa. Se pensiamo anche a quando santa madre Chiesa ammise l’esistenza dell’anima nell’essere umano femminile, non più di due secoli e mezzo fa, il discorso sull’ineguaglianza è abbastanza completo.

L’unione familiare, pertanto, non può non risentire di questi fatti, per cui il consorzio familiare deve tenere conto dell’uguaglianza di diritti e doveri, sia nella reciprocità della coppia, sia verso i figli.

Circa poi l’omosessualità, nessuna persona ragionevole parla di patologia: tale modalità relazionale esiste fin dall’antichità (e restiamo sempre nel plesso mediterraneo), assumendo -specialmente in certe fasi- addirittura una dignità pedagogica, specie nella Grecia classica e a Roma. Personalmente non condivido quest’ultima declinazione, ma ne prendo atto, se voglio essere intellettualmente onesto.

Altri tre aspetti, invece, di ciò che sostengono gli iper-libertari in tema di famiglia e di sesso non condivido, soprattutto il secondo e il terzo, e sono a) le adozioni da parte di coppie omosessuali, se non in certi casi: è meglio comunque stare in una famiglia di questo tipo per un bambino che lo stare in un orfanotrofio, b) la maternità surrogata, i cui termini non occorre io spieghi qui e c) il sistema LGBT, in base al quale ognuno la mattina, svegliandosi, può decidere a che sesso appartenere, o giù di lì. Andiamo!

Aggiungo: se è vero che la famiglia è un dato antropologico naturale e anche culturale, bisogna considerare anche la qualità della genitorialità, che non è certissimamente sempre e in ogni caso degna di questo nome, poiché vi sono genitori naturali degeneri, così come genitori adottivi meravigliosi.

Invito da questa piccola tribuna, gli uni e gli altri a ragionare, a riflettere, ad ascoltare le ragioni altrui, filosoficamente, con rispetto e disponibilità alla reciproca comprensione.

Ius soli (in latino «diritto del suolo») significa giuridicamente l’acquisizione della cittadinanza di una nazione per essere nati sul suo territorio, anche se i genitori sono nati altrove, in altre nazioni. L’altra modalità è quella dello ius sanguinis (ovvero «diritto del sangue»), cioè la trasmissione della cittadinanza del genitore ai figli, come discendenti, là dove il luogo di nascita non c’entra nulla.

Nel continente americano quasi tutte le nazioni applicano lo ius soli senza problemi. Stati Uniti, Canada, tutta l’America Meridionale. In Europa altrettanto fanno Francia, Germania, Irlanda e Regno Unito. In Italia si applica solo in tre casi: a) per nascita sul territorio italiano da genitori ignoti; b) per nascita sul territorio italiano da genitori apolidi; c) per nascita sul territorio italiano da genitori stranieri impossibilitati a trasmettere al soggetto la propria cittadinanza secondo la legge dello stato di provenienza.

Vi è un ulteriore caso nel quale viene applicato lo ius soli allo straniero, in virtù dell’art. 4, comma 2, della Legge 5 febbraio 1992 n. 91, allo straniero nato in Italia e che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, come a Mario Balotelli e a Moise Kean, per le fortune della nostra Nazionale di calcio. “In questo caso la persona diventa cittadino italiano di diritto se dichiara di voler acquisire la cittadinanza italiana entro un anno dal raggiungimento degli anni diciotto di età, quindi senza le condizioni normalmente richieste (reddito sufficiente, incensuratezza, circostanze di merito, ecc.) per ottenere la cittadinanza per naturalizzazione. Tale beneficio viene perso in mancanza di volontà espressa entro un anno dal raggiungimento della maggiore età, dopo di che la cittadinanza è ottenibile solo tramite le norme ordinarie.” (art. sopra citato)

Mi sembra che i trend mondiali stiano indicando che il tema della cittadinanza vada declinato in modo diverso dal passato. Lo ius soli è la scelta più realistica e razionale, in un mondo sempre più collegato e correlato, senza paura di contaminazioni, di invasioni e di sostituzioni. Ancora una volta è il dialogo la medicina più giusta tra esseri umani diversi per pigmentazione della pelle e storie, ma identici per patrimonio genetico, come insegnano le scienze contemporanee, e non Alfred Rosenberg e De Gobineau.

Bisogna imparare a essere cittadini del mondo, essendo cittadini di dove si è nati.

Io mi sento (con moderato orgoglio) senza nessuno spirito nazionalistico, ma con grande amore per la mia Terra e per tutta la Terra, Friulano, Italiano, Europeo, etnicamente Caucasico, figlio della Terra, e perfino Figlio di Dio, tra i miliardi dei miei simili-identici in dignità, se pure diversissimi da me.

Dio è stato  bravo ad evitare la noia della somiglianza assoluta.

Facilitare e complicare, animare e addormentare

Nelle associazioni, nei club, nei caffè letterari e filosofici che si stanno proficuamente diffondendo, nelle parrocchie, e anche nei corsi formazione aziendali e scolastico-universitari, accanto alla figura del docente, e a volte il docente stesso lo è, sta sviluppandosi la figura dell’animatore… di un seminario, di un laboratorio o workshop, e ora perfino quella del cosiddetto facilitatore.  Cioè di colui che “facilita” l’andamento dell’evento promuovendo il dialogo, segnalando le principali tematiche, e invitando tutti a prendere la parola liberamente, nel rispetto della posizione di ciascuno.

Che cosa erano gli antichi filosofi classici come Aristotele o Epicuro, che passeggiavano spiegando e discutendo, animando quindi il dibattito con e tra gli allievi? Erano già loro degli animatori o facilitatori? Il Peripato e il Giardino, ma anche l’Accademia platonica che luoghi erano, se non dove si poteva discutere di tutto, epperò sempre rispettando le regole del maestro?

Ho conosciuto non pochi che si definivano o venivano definiti “animatori”, ed erano invece degli “addormentatori”, e non lo dico per celia, bensì seriamente. Ora mi sta venendo il dubbio se la figura del “facilitatore”, soprattutto nei dialoghi e nelle comunità di ricerca di carattere filosofico, sia paradossalmente forse meno utile del “complicatore” o addirittura, se vogliamo essere precisi, del “complessificatore”, stante la differenza sostanziale dei concetti di complicazione e complessità.

Oggi tutto tende ad essere facilitato, ad esempio sul lavoro mediante le macchine innovative, l’automazione e l’intelligenza artificiale. Forse che procedere ad ulteriori facilitazioni anche nella discussione inter-umana è utile, oppure è dannoso?

Questo voglio discutere qui, con i miei gentili lettori.

Innanzitutto io non sono quello col nasone, nell’immagine sopra. Tuttalpiù potrei essere quello in basso a sinistra quasi seduto, perché il sedicente “animatore” mi sta divertendo, e nello stesso tempo mi perplime (mi rende perplesso). Per me animare un dialogo collettivo, un seminario, un laboratorio di discussione non è solo divertissement, un modo di passare il tempo magari gioiosamente, per vincere la noia o perché non-si-sa-cosa-fare, ma è anche porre problemi, cioè cose -messe-lì, come dice la parola greca pròblema, dal verbo pro-bàllein, cioè gettare qualcosa davanti al cammino del viandante.

Può essere compito dell’animatore quello di facilitare gli interventi dei partecipanti, specialmente di quelli più timidi e incerti nel parlare in pubblico, ma deve essere anche quello di complicare le cose, di mettere a tema sempre nuove questioni, di interpellare i presenti seminando il dubbio, e perfino scandalizzando. In greco skàndalon significa pietra d’inciampo: ecco, appunto, occorre far inciampare discussioni troppo lisce, troppo scontate, dove si manifestano idee fruste e risapute, dove ognuno tende e “militare” per sé e contro gli altri.

Siccome siamo animali “domesticati” da qualche centinaio di migliaia di anni, è importante interrogarsi su come questa “domesticazione” possa procedere ancora. Il forte dubbio che si stia sviluppando in modo differenziato, non tanto da un punto di viste geo-sociologico (nella jungla del Gabon più lentamente che a New York), bensì da un punto di vista soggettivo. In altre parole i deliranti ignoranti sproloquianti sul web, liberamente liberi di scrivere le indecenze più sgangherate e offensive, prima ancora che per una normale etica della comunicazione, per una logica elementare, sono quelli che necessiterebbero di vedersi complicare, e non poco, la loro beotissima vita, non da animatori, ma da addormentatori del loro istinto bassamente sanguinario, e da complicatori delle loro idee improntate al becerume più sguaiato.

La vita è complicata e non semplificabile. Pertanto non è il caso di cercare facilitatori, o addirittura di fidarsi di furbissimi guru, capaci di intortare club e perfino colmi teatri, in qualche caso. Potrei fare nomi, che qui evito (alcuni li ho già fatti in passato), ma ne segnalo la presenza e il tentativo di proporre le più idiote stranezze teoriche, che vanno da studi improvvisati sull’autostima al convincimento che la Terra sia piatta o che gli Americano non siano mai stati sulla Luna.

In questo caso, se devo riprendere il titolo, mi auguro che vi siano sempre più a disposizione gentili complicatori, maestri competenti e umili professori.

Le buone ragioni della bambina manipolata e mediatizzata e la sragione di Brenton Tarrant

Un certo fastidio mi dà, Greta Thunberg, caro lettore,  perché i bambini devono fare cose da bambini, e non essere usati dai grandi, sia pure per fini buoni. Ma vorrei capire di più di questa improvvisata piccola diva del web. C’è perfino qualche idiota che la sta candidando al premio Nobel. Conosco personalmente almeno una decina di persone che potrebbero meritare quel premio, e forse me compreso (sto scherzando?), ma non la piccoletta dalle trecce un poco unte. Non so se ha la sindrome di Asperger, se sì, mi dispiace, e la  bimba non mi piace di più per questo.

Apprezzando le loro buonissime intenzioni, mi piacerebbe sapere dove hanno buttato le cicche i trecentomila giovani che hanno sfilato per centinaia città del mondo, e le lattine di birra o le bottiglie di plastica, o i pezzi di hamburger… chissà se sono stati almeno un po’ coerenti con la loro giusta battaglia o se, una cosa è protestare con fresco vigore e un’altra è contribuire o meno alla pulizia urbana.

Chi si occupa di queste cose dovrebbe, prima di parlare, leggere almeno il libro di  Mark A. Maslin e Simon L. Lewis, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’antropocene, edito da Einaudi. Lì troverebbe qualche spunto per uscire dal genericismo e dalla propaganda. Sul clima e sulla geologia attuale della terra le cose sono molto più complicate di come intendono farla passare i politici e i gestori della comunicazione, in generale.

A Christchurch (pensa, caro lettore, Chiesa di Cristo) in Nuova Zelanda un ventottenne ha ucciso una cinquantina di persone in preghiera in due moschee e ne ha feriti altrettanti. Ho sentito sentimenti di vendetta qua e là, del genere “Ben gli sta… pensino al Bataclan“. Sulle armi aveva scritto i nomi di quelli che lui riteneva difensori della superiorità bianca, da Carlo Martello a Luca Traini (sic), passando per Sebastiano Venier e Agostino Barbarigo condottieri veneziani a Lepanto. I due erano al comando delle potentissime galeazze che frantumarono il centro della flotta turca.

Certamente si sta vivendo una fase storica nella quale “subculture” come il sovranismo nazionalista, il suprematismo bianco, l’estremismo islamista  e il settarismo esoterista, stanno minando le basi del ragionamento razionale del sapiens.

Sembra che più diventiamo colti e “scienziati”, più la medicina ci salva e ci fa stare meglio, più riusciamo a ridurre la fatica e lo sfruttamento, e più si ampliano sentimenti e modi di pensare assurdi o violenti, in un turbinio di neo-nihilismo auto-distruttivo e irrazionale.

Altri centri di interesse di questi giorni confusionari: Trump, campione della menzogna, la Cina, colosso gentilmente aggressivo, la Turchia, la Persia e Putin, silente ma presente.

Di Trump, che alla sua elezione tradussi con “Tromba”, ottenendo la giudiziosa correzione di un lettore che mi ricordò come si dicesse in inglese tromba, cioè “trumpet”, a cui risposi “grazie, lo so, ma invoco la libertà creativa“, si può dire che fa ogni giorno quello che ci si aspetta, perché è il prodotto della grande e -naturalmente- imperfetta democrazia americana. Dagli USA ci si può aspettare un Kennedy, bello iper-glorificato, che inizia la guerra del Vietnam,  Nixon/ Reagan, spregiati come sudaticci e attori mediocri, che fanno la pace con Mao e con Gorbacev. La democrazia è il miglior modo di governare, dimaio permettendo (lo dico per ridere).

La Cina: quelli che si ritraggono spaventati, come su ogni altro argumento, dovrebbe umllmente studiare la storia di questa immensa nazione. Essa viene da lontano e Confucio è il suo ispiratore. Filosofo laico e religioso nello stesso tempo, insegna il rispetto e la gerarchia, l’obbedienza e l’impegno; per di lì son passati i grandi imperatori dinastici e, dal XX secolo, Sun Yat Sen e Mao Ze Dong, Deng Hsiao Ping e Xi Jinping, “imperatore” -di diritto e di fatto- fino alla morte. Se gli americani USA la vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

La Turchia: Recep Tayip Erdogan, il sultano odierno, non ha il fascino di Salah el Din e di Solimano il Magnifico, ma è il sultano odierno. I Turchi sono una grande nazione, nostri cugini diretti, caucasici centrasiatici, veniamo dalle stesse parti da tremila anni. Abbiamo rispetto (congiuntivo esortativo) noi “europeani”, e gli USA, di Trump o di Obama (il mediocrissimo politico estero, uno dei peggiori presidenti verso il mondo, una vergogna rispetto a Roosevelt, ad Eisenhower e perfino a Bill Clinton) ne abbiano altrettanto.

La Persia, che oggi si chiama Iran. Avremmo potuto essere tutti persiani, Roma permettendo, se a Mantinea e a Maratona, l’Atene insuperabile per intelligenza non li avesse battuti. Ma sono giovani, belli, e presto, le donne in testa si ribelleranno ai pretoni che imperversano da un quarantennio. Ma prima c’era sua maestà Reza Pahlavi, servo degli USA, democratico? Abbiamo rispetto, aiutiamoli, invece di sanzionarli.

Putin: il vero e per sempre capo della grande e santa madre Russia è… nientemeno che il Cristo Pantocrator, il Cristo padrone (perché creatore del mondo), quello che si vede nelle cupole ortodosse e nelle icone più solenni, il Cristo, la sua grandezza, e tutto ruota attorno a lui. Né Lenin né Stalin son riusciti a svellere la sua potenza, il suo radicamento nel popolo. Dopo Cristo, il principe Wladimir di Kiev, e poi Ivan IV il Terribile, Pietro I il Grande, Caterina II, Stalin, Gorbacev, Eltsin, e Putin. Se gli americani USA vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

Potrei continuare con l’Islam, che però mi suscita un impegno diverso, e già ne scrissi molto in questo mio sito. La grande cultura della sua storia non finisce con i kalashnikov dei fanatici che sparano ululando Allah u akbar. Dio non c’entra nulla nella loro follia, caro Spinoza, ma forse il tuo determinismo non arrivava a tanto.

Torniamo a Greta e a Brenton Tarrant. Alla prima auguro di non farsi manipolare più di tanto e al secondo di fare più galera di Anders B. Breivik (solo 21 anni in Norvegia, pena massima prevista, anche per 77 omicidi perpetrati a sangue freddo, spietatamente, otto anni fa), al fine di avere tempo sufficiente per pensare e pentirsi, e sentirsi quello che ha fatto: uno che ha usato il libero arbitrio per scendere nella scala dell’essere al livello dei demòni. Il suo karma sarà un cammino lunghissimo di dolore, infinitesima parte del dolore da lui causato.

Digitalizzazione, intelligenza artificiale e libero arbitrio

Se il gran filosofo Spinoza, ebreo portoghese olandese fosse vivo ai nostri giorni, sarebbe interessante parlare con lui del disastro aereo accaduto qualche giorno fa vicino a Addis Abeba, e di molto altro, come la pervasività dell’informatica, della digitalizzazione sempre più spinta e perfino dell’Intelligenza Artificiale.

Baruch Spinoza (in ebraico ברוך שפינוזה, Baruch; in latino Benedictus de Spinoza; in portoghese Bento de Espinosa; in spagnolo Benedicto De Espinoza), nato a Amsterdam nel 1642 e morto a L’Aia nel 1677, può essere considerato uno dei maggiori pensatori razionalisti di ogni tempo, precursore massimo dell’Illuminismo settecentesco e della modernità.

Di seguito, caro lettore, per entrare subito in medias res, ti propongo un passo del cherem, la maledizione con la quale fu scomunicato e espulso dalla comunità ebraica della capitale olandese, per blasfemia e ateismo.

Con l’aiuto del giudizio dei santi e degli angeli, con il consenso di tutta la santa comunità e al cospetto di tutti i nostri Sacri Testi e dei 613 comandamenti che vi sono contenuti, escludiamo, espelliamo, malediciamo ed esecriamo Baruch Spinoza. Pronunciamo questo cherem nel modo in cui Giosuè lo pronunciò contro Gerico. Lo malediciamo nel modo in cui Eliseo ha maledetto i ragazzi e con tutte le maledizioni che si trovano nella Legge. Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme e quando veglia, quando entra e quando esce. Che l’Eterno non lo perdoni mai. Che l’Eterno accenda contro quest’uomo la sua collera e riversi su di lui tutti i mali menzionati nel libro della Legge; che il suo nome sia per sempre cancellato da questo mondo e che piaccia a Dio di separarlo da tutte le tribù di Israele affliggendolo con tutte le maledizioni contenute nella Legge.”

Perché parlare di Spinoza se nel titolo si dice della digitalizzazione e del libero arbitrio? Che c’entrano tali concetti o che cosa c’entra lo stesso Spinoza? Proviamo a vedere un poco come stanno le cose, se pur in sintesi.

Innanzitutto Spinoza sostiene la assoluta Necessità dell’Essere delle cose così come sono, e delle sue modifiche, sulla base di un determinismo rigoroso, e superiore/ superante ogni manifestazione del Soggetto, cioè dell’Io.  Per lui, l’Io nulla può, perché, e ciò basta, non esercita su se stesso e sulle cose alcun arbitrio, e tanto meno libero. Già a questo punto si pone il tema della causa causante e degli effetti, di cui il soggetto non è (non sarebbe) responsabile, in ultima analisi. Già a questo punto si può cogliere la “pericolosità” di tale pensiero, la sua radicalità impressionante, se non la si contestualizza nel tempo del pensatore e in un’ottica teoretica, cioè filosofica.

Egli spiega questa contraddizione certa affermando che Dio stesso, essendo atto e pensiero originario, causa se stesso e anche tutte le cose, cioè -essendo causa sui- in lui c’è l’origine di sé ma anche di tutto ciò che esiste, perché Esso (per Spinoza Dio è impersonale, vale a dire non è un “Egli”, un “Lui”) è l’origine di ogni essenza e di ogni esistenza, ed è l’origine di tutta la realtà materiale e non materiale, poiché è l’uno-tutto. Quando Dio crea se stesso contemporaneamente appare l’universo e l’universo è Esso stesso. Ecco il senso della famosissima frase: Deus sive Natura, cioè Dio ovvero la Natura.

Non si dà alcuna diversità fra Dio e tutte le cose, vale a dire che non esiste alcuna cosa, al di fuori di Dio, che ne limiti l’essenza e anche l’esistenza. Un esempio: il triangolo è (come) Dio, ma il triangolo è anche la somma degli angoli interni uguale a 180 gradi, quindi come il triangolo è Dio anche la somma degli angoli interni è il triangolo, e anche tutte le cose sono Dio, quindi causa (il triangolo, Dio) ed effetto (la somma degli angoli interni, la Natura) coincidono. Ecco una ipotesi di spiegazione della Trinità stessa, per cui gli angoli A, B e C rappresenterebbero il Padre, il Figlio e lo Spirito, essendo, ognuna delle tre Persone coincidente con tutta l’area dell’angolo di pertinenza, ma anche dell’intero triangolo!

Per Spinoza, siccome Dio osserva una legge che-si-è-dato-da-solo, non la può contraddire e pertanto è necessitato ad osservarla, in quanto la Legge è Dio stesso. Dio è nello stesso tempo autonomo e necessitato. Dio, quando decide, decide per tutti e tutto, e per sempre. La libertà coincide con la necessità, sfuggendo ad ogni contingenza e volere singolare.

Secondo Spinoza, gli uomini si sono illusi di essere liberi nell’intelletto, nel corpo e nella volontà, mentre in Lui sono la stessa cosa, cioè sono solo attributi dell’essere-uomo, che è parte della sostanza divina, e dunque, non essendoci distinzione, non c’è libero arbitrio, non c’è la libertà come la intendiamo noi. Per Spinoza l’uomo è determinato a essere quello che è, senza pensare ad alcun finalismo o merito personale.  L’uomo deve vivere tranquillo «sopportando l’uno e l’altro volto della fortuna, giacché tutto segue dall’eterno decreto di Dio con la medesima necessità con cui dall’essenza del triangolo segue che i suoi tre angoli sono uguali a due retti… Non odiare, non disprezzare, non deridere, non adirarsi con nessuno, non invidiare in quanto negli altri come in te non c’è una libera volontà (tutto avviene perché così è stato deciso)» 

Un determinismo quasi assoluto che sembra togliere ogni senso all’etica e al principio di responsabilità, ma non è così: l’uomo deve comportarsi bene perché fare il bene è premio in sé, cosicché la memoria di un buon agire nella vita è ciò che mantiene nel tempo l’esempio di una moralità generale.

Il mondo nel quale viviamo, per Spinoza, è l’unico dei mondi possibili, perché Dio è perfetto senza essere “finito”, e questa è l’unica contraddizione in termini che la logica può sopportare, cosicché caso e contingenza non possono darsi. In qualche modo anch’io sono spinozista, quando mostro l’inesistenza logica del caso, con il diagramma noto a qualcuno con il quale ho confidenza.

Il Dio di Spinoza non è dunque un Dio libero, e  invece lo è, poiché nessun altro lo determina nel suo agire, e l’uomo, pur non possedendo il libero arbitrio, in Dio è… libero. Una sua espressione tratta dall’Ethica more geometrico demonstrata:

«Sulla nozione del possibile, in Spinoza, si può sostenere: la possibilità, intesa come la contingenza delle cose, non sussiste; ovvero tutto avviene secondo cause.

Se -appunto- vivesse oggi, forse Spinoza sarebbe un sostenitore della AI, dell’Intelligenza artificiale e di una digitalizzazione completa della vita umana. Ma qui bisogna capirsi bene. Altri pensatori non la vedono come lui, i due grandi Greci, Platone e Aristotele, Sant’Agostino, San Tommaso d’Aquino, mentre frate Martin Luther ne è un poco il prodromo. Per i grandi appena citati l’uomo è libero e risponde delle proprie azioni, perché è distinto da Dio che lo ha creato libero. Che poi Dio conosca tutto sub specie aeternitatis è un’altra faccenda: un atto di fede (leggi due post precedenti).

Vi sono seguaci di Spinoza anche ai nostri tempi, come Nick Bostrom, autore di Superintelligenza, ed. Boringhieri, nel quale sostiene che dovremo connetterci con le macchine al punto da dover concordare, bene che vada, con loro… il da farsi.

La riflessione razionale la logica argomentativa aiutano, come in molti casi mi capita di spiegare a chi pensa che le accelerazioni e la superficialità paghino di più: ogni cosa che riguarda gli umani non può essere risolta mediante giudizi sommari a base di affermazioni del tipo “cazzate” o, di contro, “figate”. Troppo facile e troppo pericoloso, caro lettor mio. La digitalizzazione non può sostituire il ragionamento umano, MAI.

La caduta del Boeing 737 Max8 in Etiopia, quasi evocando la vicenda di HAL9000 in 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, ci dice che le macchine sbagliano e che l’uomo deve ancora vigilare sul loro funzionamento. Eccome. Bene la telematica, la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, ma l’uomo (homo sapiens) è bene che resti il padrone del proprio destino, altrimenti possiamo immaginare come può andare a finire.

Risoluzione o dissolvenza

Quando eravamo alle elementari dovevamo risolvere in aritmetica i primi problemi. Si scriveva il testo del problema, con tutti i dati necessari e poi si aggiungeva la parola “Risoluzione”. Sotto la “Risoluzione” si cercava di mettere le operazioni necessarie fino a una soddisfacente conclusione.

Se invece vi era un tema da fare, magari alle medie e poi alle superiori, ecco che, dopo il titolo, si scriveva “Svolgimento”, e giù con il testo, due tre, quattro facciate di fogli protocollo. Era il mio momento, scrivere, scrivere.

Anche nella vita quotidiana tutt’oggi vi sono “problemi” da risolvere, questioni, dilemmi, talvolta anche tri-lemmi, o comunque difficoltà vere, ma talora è possibile trattarli in modo diverso. La disciplina, o l’approccio che può aiutarci in questo è la filosofia pratica, che insegna a individuare, prima ancora che il problema in sé, se il problema si… dia, cioè se si tratti effettivamente di un “problema”.

Se il ragionamento logico ci suggerisce che si tratta di un falso problema, a volte si può arrivare a dissolverlo, senza la necessità di risolverlo, comprendendo che esso non sussisteva. Dissoluzione o dissolvenza invece di risoluzione.

Anzi vi è anche una terza possibilità, quella di rinviare una decisione, perché difficile, magari per ragioni di bottega o di partito. Quello che ieri il governo del cosiddetto avvocato degli italiani Giuseppe Conte ha deciso, è proprio questo: rinviare la scelta di fare il Tunnel, o Treno dell’Alta Velocità sulla tratta Torino-Lione per vigliaccheria e opportunismo. Almeno ora, se possibile, è chiaro che questi qua che governano l’Italia, Salvini compreso, sono delle persone miserande, indegne di governare.

Torniamo al tema: risoluzione o dissolvenza. Ragionando con il bene dell’intelletto: quale è il problema del famoso tunnel, spesso declinato -incomprensibilmente- al femminile, quello della decrescita felice, come spiega imaginificamente Serge Latouche? Ma che? Decrescita perché si tolgono due milioni di camion dalla strada ogni anno, e il proporzionale inquinamento?

Tra Salvini e Di Maio “sono peggio tutti e due”, direbbe Slavoj Zizek, paragonando soluzioni entrambe pessime. Anche Jean-Paul Sartre aveva presente l’essere e il nulla (1942), dove l’uno non poteva darsi senza l’altro. Si pensi anche ai falsi modesti, che fanno a gara nel dirsi, cioè nel giudicarsi poco o… nulla e, come sa bene il mio gentile lettore, ne conosco non pochi. Costoro non vedono l’ora che l’interlocutore gli dica: “Ma nooo, tu sei bravissimo, sei il migliore.” Un bel disastro.

Risoluzione o dissolvenza, cioè affrontare il problema oppure considerarlo inesistente, cioè inevidente perché nullo. Ad esempio, per restare nella vita quotidiana, ciò accade quando si pensa che un’altra persona con la quale abbiamo rapporti, ce l’abbia con noi, e invece non è vero, perché siamo solo noi a pensarlo, con un pizzico di paranoia, magari perché ci sembra ci abbia salutato a fatica l’altro ieri. Può darsi che esageriamo con il sentirci “centro del mondo”, e pertanto, ogni sospetto o ipotesi che non lo siamo ci manda in crisi. In realtà è vero che non-siamo-il-centro-del-mondo, ci mancherebbe, ma solo un essere umano tra sette miliardi e mezzo, certamente unico e irripetibile, ma uno dei sette miliardi e mezzo. Siamo il centro d’amore dei nostri cari, ma non esistiamo nemmeno per chi non ci conosce, o siamo solamente una eco per chi sa che esistiamo, ma che con il quale non abbiamo rapporti significativi.

E’ dunque un problema il nostro venir-meno per chi ci conosce a malapena? No, la nostra presenza nel mondo, al nostro mancare, è un dissolvimento del nostro nome e della nostra remota presenza nella sua memoria.

Talvolta capita nei processi educativi. Ho esperienza di ambiti familiari nei quali il genitore o la genitrice esaltano il figlio o la figlia, specialmente all’esterno della famiglia, facendo a gara con figli di altri, a tal punto che ogni piccola crepa nella irresistibile ascesa del pargolo diventa una tragedia. E’ un problema? Sì per l’educatore maldestro, ma no, in realtà. proprio perché l’educatore è maldestro. Si tratta di un non-problema che sarebbe utile dis-solvere invece che faticare a ri-solvere con faticosi processi alle intenzioni e improbabili analisi della supposta inefficienza del figlio.

Ecco come si complica la vita delle persone, con le migliori intenzioni.

Mi par, dunque, che accanto al tema della risoluzione dei problemi sia utile e sano che sussista anche la possibilità della loro dissoluzione, cioè della constatazione che essi non esistono come problemi reali, ma sono tali solo nella nostra mente, che ragiona male, in quel caso, mettendo al centro ciò che deve  salubremente stare in periferia, dove si respira aria buona e cantano indisturbati gli uccelli.

Oggi, che il modello comunicativo è fatto dalla presenza sui social, per moltissimi, ecco che ciò costituisce un moltiplicatore di problemi falsi, che richiedono di essere risolti, generatori di ansia e di malesseri psichici. Siccome non si può abolire il web e i suoi accessori, bene sarebbe pensarci al fine di creare la consapevolezza di questo fenomeno dannoso e spesso fomite di sempre ulteriori disallineamenti nel giudizio sul valore delle cose che osserviamo e che ci accadono.

L’atto di fede

Fede, speranza e carità sono le virtù teologali, che fondano l’adesione alla religione cristiana. A supporto si annotano le quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, mutuate dalla filosofia greca e sviluppate da sant’Agostino, frate Giovanni Cassiano, papa san Gregorio Magno e san Tommaso d’Aquino. Se l’uomo riesce ad aderire virtuosamente alle sette virtù, secondo la sana dottrina, sviluppa la sua propria umanità. Anche la cultura laico-illuministica ha tradotto e apprezzato almeno le quattro virtù cardinali, che sono integralmente umane.

L’atto di fede in Dio nella dottrina cristiana, cattolica, ortodossa e protestante, e nelle altre fedi è uno dei punti di raccordo principali, anche se declinati in modo diverso: ad esempio, se nel Cristianesimo è ritenuto indispensabile credere nel Dio di Gesù Cristo che è nella sua Persona, Dio, e che Dio stesso è in tre Persone, il Padre il Figlio e lo Spirito, nel Buddhismo non si dà primariamente la credenza in (un qualche) Dio o “dio”, bensì nella virtuosità dell’agire umano, il quale causa direttamente il karma individuale.

Non occorre, mio caro lettore, che mi soffermi più di tanto su ciò che significa “karma”, poiché è quasi universalmente noto. Voglio solo dire che anche questa nozione antropologico-teologica trova una sua declinazione diversificata anche nel plesso giudaico-cristiano e islamico, con il tema del premio per i virtuosi e la condanna per i viziosi. Soprattutto nella fase iniziale di queste grandi religioni, ma anche fino a tempi molto recenti in certe zone e aree socio-culturali, era invalsa anche la credenza in un sistema di premi/ punizioni  durante la vita dell’uomo, che se li meriterebbe con il suo comportamento. Il male, secondo questa dottrina si manifesterebbe anche nelle malattie e negli infortuni, a fronte di comportamenti malvagi. L’esperienza, però, insegna la fallacia di tale teoria, poiché molte persone “malvagie” hanno vite “fortunate”, almeno apparentemente, mentre spesso ai virtuosi capita di tutto.

Tornando al nostro tema, ecco un modello di cristiano actum fidei: Io credo con fede ferma, che vi è un Dio, il quale premia i buoni, e castiga i cattivi. Credo, che questo Dio è uno solo in tre persone uguali, e realmente distinte, Padre, Figliuolo, e Spirito Santo. Credo , che il Figliuolo di Dio s’ è fatto Uomo nell’ utero purissimo di Maria Vergine per opera dello Spirito Santo. Come Uomo è morto sulla Croce per li nostri peccati, e nel terzo dì resuscitò da morte. Credo tutte le altre verità , che crede ed insegna la Santa Chiesa Cattolica. E tutte queste cose le credo, perché Iddio verità infallibile le ha rivelate alla stessa Santa Chiesa.

(Continuiamo con il testo latino di un’altra formula dell’atto di fede)

«Domine Deus,/ firma fide credo et confiteor omnia/ et singula quae sancta ecclesia Catholica proponit,/ quia tu, Deus, ea omnia revelasti,/ qui es aeterna veritas et sapientia/  quae nec fallere nec falli potest./ In hac fide vivere et mori statuo./ Amen.»

(…con la mia traduzione)

Signore Dio, credo e confesso con fede ferma tutte le cose che la santa Chiesa propone, poiché tu, oh Dio, le hai rivelate tutte, tu che sei eterna verità e sapienza, che non può essere fallace né ingannare. In questa fede stabilisco di vivere e di morire. Amen.

E dunque, l’atto di fede è solo un atto religioso? Parrebbe di sì, ma forse anche no. A volte sentiamo altre esperienze. Pure a me è capitato recentemente, quando mi si è manifestata una malattia severa. Il mio caro amico Fabio, amministratore di fiducia di alcune piccole aziende per un grande imprenditore friulano, mi ha detto che, quando gli ho comunicato la notizia della malattia che mi aveva colpito, lo ha… colpito il mio tono di voce, il mio modo di raccontarglielo, la mia calma.

Gli è parso che, in quel momento, l’atto di fede si stesse manifestando come atto di fiducia nell’umano. E’ lui che mi  ha ispirato questo pezzo. E ha continuato: “Quando me lo hai detto, lo hai fatto senza enfasi e piagnistei“. E allora gli ho risposto: “Mi sono concentrato nella fede di potercela fare“.

Ricordo che abbiamo parlato di filosofia stoica, rimembrando quella antica dottrina che insegnava come l’uomo può sopportare anche gli eventi più ardui e dolorosi senza perdere il senso delle cose e della propria vita, senza inutili illusioni, ma anche senza disperare.

Ebbene, proprio questo è successo, quando sono stato messo duramente alla prova: ho constatato la serietà della credenza nella forza di “una” fede, fosse pure nella capacità umana di farcela, e anche nella possibilità che tale “fede” possa muovere una forza ulteriore. L’antropologia teologica cristiana spiega che Dio, quando l’uomo che si rivolge a lui con fede ha bisogno di un aiuto, questo aiuto arriva, silenziosamente, ma con certezza.

Si pensi che anche il diavolo ha fede e teme Dio perché sa di essere più debole. Caro lettore, prendi in mano il libro di Giobbe, dove Dio stesso dà la parola al satana, cui affida perfino, almeno per un certo tempo, il destino dell’uomo-Giobbe, il quale all’inizio è “in alto”, ricco, potente, ammirato, e poi cade, ma resiste, vivendo nel destino buono e nel destino malo, fedele a Dio e vittima del diavolo.

Così a me è capitato, e ho avuto fede.

Siamo più forti di quello che pensiamo, (pare).

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