Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Alla ricerca del maestro perduto

Mio padre ha avuto per tutte e cinque gli anni delle elementari il severissimo Signor Maestro Polizzi, siculo; mia madre, sempre per tutti i cinque anni delle elementari, il friulanissimo Signor Maestro De Colle. Due maestri maschi, per cinque anni, che vediamo seriosi nelle foto con gli alunni, loro in grisaglia e cravatta, con i baffi il primo, senza il secondo. Erano il “Signor Maestro“, cui si doveva rispetto e deferenza, cui ci si rivolgeva con il “lei” e cui si rispondeva solo se interrogati. Una figura che, specialmente nelle piccole comunità, aveva lo stesso status sociale del parroco, del medico condotto, del maresciallo dei carabinieri e del sindaco.

Da alcuni decenni, invece, vediamo immagini di studenti seduti sui banchi con le terga rivolte all’insegnante, lo sguardo strafottente, etc. Non faccio di ogni erba un fascio, né intono un peana ai bei tempi andati maledicendo il lascito sessantottino, ché sarebbe un’assurda e improvvida operazione nostàlghia, ma vediamo un po’…

L’Ocse denuncia la progressiva scomparsa degli insegnanti maschi dalle scuole, in particolare dell’infanzia e primarie. Il Risultato è: uno squilibrio sull’impatto cognitivo dei bambini” è il titolo di un pezzo molto interessante che trovo sull’ultimo numero di GQ Magazine Italia. Alcuni dati:

1.300 euro al mese che diventano 1.600 solo dopo vent’anni; sono 10.545 i maestri di scuola primaria contro 236.000 insegnanti femmine, meno del 4%; nella scuola dell’infanzia i maschi rappresentano lo 0,7% del totale del corpo insegnanti: 612 su 87.701; alle medie i maschi sono il 22%, alle superiori il 33%. La media generale Ocse è: 68% insegnanti donne, il 32% uomini (cf. Gender imbalances in the teaching profession) L’antropologa Ida Magli sostiene che siamo a una forma di matriarcato neppur tanto surrettizia.

Il fatto è che la cura dei bambini è stata sempre prerogativa del femminile, fin dalla nascita, come natura comanda, ma vi sono dei problemi in tutto ciò. Se si vuole un’educazione equilibrata l’elemento maschile resta indispensabile, alla faccia dei confusionari incolti cultori (bell’ossimoro vero?) del gendering: se non c’è nessuno che riesce a dire al bambino in formazione educazionale, in crescita del carattere, anche dei discorsi semplici e netti, maschili, dunque, come se interrogasse Tex Willer, che riconosce con chiara nettezza i buoni e i cattivi, e aiuta i primi punendo i secondi, si crea un loop valoriale originario originante molti guai successivi. Non sto dicendo che occorre un certo manicheismo formale per formare i caratteri a valori morali chiari e condivisibili, ma che è indispensabile fornire ai bambini gli strumenti per esercitare fin dagli anni della scuola primaria una certa capacità di giudizio critico sulle azioni e sulle espressioni umane. Questo è possibile solo se vi è un’integrazione tra la sensibilità e le sfumature della pedagogia declinata al femminile, e la forza che traspare da una presa di posizione di tipo maschile. Non è un caso se la natura ha provveduto così, operando con gameti complementari alla perpetuazione delle specie viventi, non solo dei mammiferi.

Un maestro elementare intervistato dalla rivista afferma: “Ho conosciuto colleghi maschi caproni e colleghe capre, ma mi sembra che il contributo maschile possa essere considerato importante per come l’insegnante maschio affronta la difficoltà, mai drammatizzandola come tendono a fare le femmine, che poi accudiscono l’alunno spaventato, bensì un poco relativizzando il fatto e invitando l’alunno a darsi da fare a scuotersi, a muoversi, a reagire“. Appunto: si tratta di un approccio pedagogico diverso, virile, capace di e-ducere energie e reattività, piuttosto che comprensione e coccole.

Il maestro può fare un lavoro utile e complementare a quello che fanno le sue colleghe, proprio per dare completezza al processo educativo primario, così come il ruolo del papà è indispensabile quando vi è la sua presenza, e anche qui non sto dicendo che le sole famiglie bene educanti sono quelle regolari, poiché abbiamo millanta esempi del contrario. In famiglie “regolari” sono avvenuti e avvengono violenze e delitti inenarrabili, mentre bimbi educati da un solo genitore o dai nonni sono riuscite splendide persone adulte. Dico solo che sarebbe bene rendersi conto dell’utilità di un riequilibrio tra i generi nell’ambito dell’insegnamento scolastico, rendendolo più attrattivo, anche economicamente.

Gli insegnanti in Italia percepiscono stipendi vergognosi, cari governi, cari ministri messi lì anche se scarsamente scolarizzati: ecco, se per altri ministeri non vedo l’esigenza  di porvi a capo un tecnico della materia, per questo ministero ne vedrei tutta l’importanza. Si nomini un valido pedagogista al posto di una che non ha neanche fatto le scuole superiori. Per favore.

L’Ave Maria della glottologa

Clara Ferranti insegna glottologia e linguistica all’università di Macerata, e sembra abbia commesso quasi un crimine: chiedere di recitare insieme agli studenti del suo corso un’Ave Maria per la pace nel mondo.

il rettore Adornato e il collettivo studentesco Officina l’hanno attaccata così: “Ha limitato la libertà personale, bisogna reagire a questi soprusiInvitiamo pertanto pubblicamente la professoressa a scusarsi pubblicamente per il suo comportamento, nella speranza che l’Università prenda le dovute misure affinché una cosa del genere non si ripeta più. Invitiamo gli studenti a segnalare comportamenti di questo tipo, sia a noi di Officina sia allo sportello dell’Università, senza mai abbassare la testa di fronte a soprusi di questo tipo ma reagendo prontamente.” Prosa elegantissima, come si vede. Un’Ave Maria recitata all’università sarebbe un sopruso, una prevaricazione intollerabile, secondo i nullafacenti del collettivo, pelandroni a cottimo.

Il rettore, disinformatissimo, da parte sua ha scritto alla comunità studentesca e al collegio dei docenti le seguenti solenni parole: “Se i fatti, come sembra (sembra? ndr), corrispondono alla denuncia fatta dagli studenti, si tratta di un atteggiamento assolutamente improprio e censurabile. L’università è uno spazio di convivenza pacifica e rispettosa di opinioni, culture e fedi religiose. Non è luogo di gesti divisivi, né tantomeno di imposizione“.

In realtà, il racconto della docente, intervistata dal Resto del Carlino è di ben altro tipo. La Ferranti dice di aver proposto la preghiera in termini assolutamente volontari e tali da non inficiare tempi e modi della lezione, in piena libertà.

Che se ne trae? E’ l’ennesimo goffo manifestarsi del politically correct, in questa Italia succube e piagnona, dove un’impiegata dell’Onu può diventare terza carica dello Stato, candidata da animi puri di cuore come Vendola, il papà falso e truffaldino.

Che dire ancora? Che il genere e le specie dei bigotti è ben lungi dall’estinguersi. Se prima del Concilio Vaticano Secondo i parroci avevano un grande ascendente sui comportamenti dei fedeli, il loro “essere chiesa” è stato ampiamente copiato dal mondo laicista, dalle vestali del “non facciamo il presepe a Natale, togliamo i crocefissi dalla aule, ché altrimenti i musulmani si offendono“. Su questo tema ha ragione perfino il ghigno petulante di Salvini, che per me è tutto dire.

Chiesa è stato il Pcus del periodo stalinista e brezneviano, imbalsamato bestione preistorico della politica, chiesa è stato il Partito comunista cinese di Mao Ze Dong, quando Deng Hsiao Ping era considerato un traditore da spedire in un lao-gai. Chiesa è stato anche il Partito comunista italiano, almeno fino al 1973, quando Berlinguer ebbe il coraggio di dire al Congresso del Pcus che “era finita la spinta propulsiva dell’Unione Sovietica“, rischiando di essere ammazzato a Sofia dai soliti killer in conto terzi del satellite bulgaro.

Mi fa molta tristezza constatare che non siamo andati molto lontano, anzi, si può registrare quasi un’involuzione cognitiva dell’ermeneutica attuale dei fatti storici recenziori.

Il bigottismo alligna ovunque non c’è la disponibilità e la disposizione psicologica al confronto, al dialogo, dove ogni interlocutore non si presenta con i crismi della solenne Verità, ma con ipotesi razionali, logiche e argomentanti sulla verità, ovvero, sulle verità. E non si tratta in questo modo di avallare un semplicistico relativismo cognitivo, ma di apprezzare il contributo che ogni essere pensante-riflettente può portare alla ricerca umana del vero, del buono, del giusto, del bello, i famosi trascendentali platonici cui tutti naturalmente tendiamo, per natura costitutiva dell’essere umano.

Nel caso segnalato e qui narrato nessuno era stato obbligato a dire l’Ave Maria, ma più di qualcuno si era unito alla docente, recitando l’antica preghiera risalente nella sua prima stesura a un millennio fa all’incirca, chi in italiano, chi in latino… “Ave Maria gratia plena Dominus tecum…”.

Un esercizio di libertà di scelta. Ora si potrebbe eccepire circa l’opportunità di una proposta del genere, e qui potremmo anche convenire che la Ferranti sia stata un poco ingenua, o forse no, forse solo coraggiosa, madre davvero, non surrogata o d’altro genere. Lo dice un socialista classico come me, socialista e cristiano, e amante della meravigliosa figura femminile di Maria di Nazaret sposa di Josef e mamma di Jesus, attenta all’ascolto delle nostre miserie e per la nostra salute fisica e spirituale. Ave Maria piena di grazia

Consigli buoni in una lettera sapienziale del mio maestro

LETTERA DI TOMMASO D’AQUINO A UNO STUDENTE

 

Carissimo, giacché mi hai chiesto in che modo tu debba applicarti allo studio, per acquistare il tesoro della scienza, ecco in proposito il mio consiglio:

non voler entrare subito in mare, ma arrivaci attraverso i ruscelli, perché è dalle cose più facili che bisogna pervenire alle più difficili. Questo è dunque l’avviso mio, che ti servirà di regola.

Voglio che tu eviti i discorsi inutili;/ abbi purezza di coscienza;/ non trascurare la preghiera;/ ama il raccoglimento;/ sii cordiale con tutti;/ non essere curioso dei fatti altrui;/ non avere eccessiva familiarità con alcuno, perché essa genera disprezzo e dà occasione di trascurare lo studio;/ non divagare su tutto;/ cerca di imitare gli esempi delle persone rette;/ non guardare chi è colui che parla, ma tieni a mente tutto ciò che di buono egli dice;/ procura di comprendere ciò che leggi e ascolti;/ certificati delle cose dubbie e studiati di riporre nello scrigno della memoria tutto ciò che ti sarà possibile;/ non cercare, infine, cose superiori alla tua capacità.

Seguendo queste norme, metterai fronde e produrrai utili frutti dove il Signore ti ha destinato a vivere.

Mettendo in pratica questi insegnamenti, potrai raggiungere la mèta alla quale tu aspiri.

Addio.

 

O Signore, dammi acutezza nell’intendere, capacità nel ritenere, ordine e facilità nell’apprendere, sottigliezza nell’interpretare e nel parlare.

(Tommaso d’Aquino)

 

Il mio buon maestro era anche un ottimo pedagogo, e un sereno docente, scevro da intendimenti top-down, capace di ascolto, attento al bene vero, come si evince dal suo capolavoro teologico, la Summa Theologiae. Basti una lettura tranquilla delle Quaestiones 1 e 2, artt. 1-8, I II, denominate Il fine ultimo dell’uomo, dove Tommaso propone con semplicità, appoggiandosi a volte a sant’Agostino e a volte ad Aristotele, una visione della vita e dei suoi valori molto bella, e anche attuale.

Per il mite monaco domenicano non serve la iattanza superba dei successi mondani, del denaro, del piacere fine a se stesso, o del potere, vera libido di tutti i tempi, ma più semplicemente basta tenere conto del fine che ogni uomo, ogni essere relazionale ha, quello di agire secondo i princìpi dell’umano, che corrispondono alla stessa lex divina, perché altro non possono essere. Dio stesso è immagine e causa esemplare di una umanità vera, come narra con grande chiarezza il libro della Genesi (1, 27).

Tommaso studia l’uomo basandosi su un’antropologia realista, che muove da una visione razionalmente unitaria dell’essere viventepensante, autoconsapevole, in qualche modo depositario di un libero arbitrio più forte di qualsiasi condizionamento esterno o circostanziale. Il tema, per un moralista realista come il santo d’Aquino, è decisivo, e su questo basa anche la sua dottrina sul peccato, sui vizi e sulle virtù. Tommaso riconosce umilmente di essere debitore dei grandi Padri della chiesa nascente, soprattutto di Agostino, cui lo lega una straordinaria devozione, che però non gli impedisce di dissentire quando il grande padre africano indulge forse troppo in visioni di tipo emotivo-volontaristico, senz’altro più vicine alla nostra sensibilità di quanto non lo siano le idee tommasiane, ma talora quasi prodromo di analisi psicologiche che si svilupparono solo negli ultimi due secoli! Agostino è più moderno di Tommaso, tant’è che mi è capitato di proporre la sua immensa figura come santo protettore degli psicologi ad amici psicologi, suscitando un certo loro interesse. Un altro gran personaggio dei primi secoli assai caro all’aquinate è Severino Boezio con il suo De consolatione philosophiae, e un altro è il vescovo Ambrogio di Milano, e anche papa Gregorio Magno, benedettino, autore del meraviglioso testo Moralia in Job.

Tommaso a un certo punto, conversando con questi grandi, ha bisogno del supporto di quello che lui chiama il “filosofo”, cioè Aristotele, l’unico capace di offrirgli la strumentazione logico-metafisica adatta a riflettere sulla valenza razionale degli atti umani liberi. Ma il suo razionalismo non ha nulla della freddezza e dell’antropocentrismo cartesiani, poiché si dipana attento anche alla fondamentale dimensione delle passioni, che modernamente chiamiamo emozioni, con la classica tassonomia bipartita di cinque contrari e una solitaria, l’ira, di cui abbiamo trattato pochi giorni fa in un post precedente.

In sostanza Tommaso d’Aquino ci propone un pensiero equilibrato e forte, fiducioso, in definitiva, nella capacità umana di riflettere usando l’argomentazione logica e la coscienza riflessa, senza omettere di dar valore ai sentimenti e alle emozioni/ passioni, cui comunque non risparmia un’analisi critica e profondamente consapevole.

In altre parole, questo straordinario maestro di umanità ci invita a guardare a tutto tondo l’essere umano, e per questo ci ha regalato un testo sistematico forse insuperabile, la Somma Teologica, che è anche filosofica e antropologica. Per san Tommaso parlare di Dio è parlare dell’uomo, creatura figlia di un Creatore-Padre, non mai tiranno irrispettoso e volubile come le divinità olimpiche capricciose e imprevedibili. Il Dio di Tommaso è prevedibile perché è sinonimo di Amore, anzi, dell’Amore, di Eros e di Agape, dove la caritas è tutt’uno con la dimensione affettiva e anche erotica.

E su questo caro lettor mio, fammi citare senza superbia il mio testo in tema che trovi qui a lato.

Le opere dell’uomo secondo un sapere etico e “Le operette morali” del Poeta-Filosofo

Leggendo il meraviglioso testo leopardiano, scritto a più riprese tra il 1824 e il 1831, vien da fare un paragone con l’etica odierna che va per la maggiore, quella scientista-positivista, in auge da un secolo e mezzo. Là dove il grande poeta-filosofo di Recanati mette in guardia gli uomini dalla ybris, proterva convinzione di poter dominare la natura e tramite essa il mondo, oggi molti sono convinti che tutto ciò che la scienza può fare si debba poter fare, indipendentemente da un giudizio morale di merito.

Leopardi fa parlare, personalizzandoli e antropomorfizzandoli, molti soggetti, come la Terra e a Luna, lo Gnomo e il Folletto, la Morte e la Moda, e poi anche un Fisico e un Metafisico, Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez, Porfirio e Plotino, etc.

Per dire del dialogo, ad esempio, tra un Fisico e un Metafisico: Leopardi qui mette in campo il paragone tra una vita lunghissima, ai limiti dell’immortalità, scelta preferita dal Fisico e una vita intensa e di qualità elevata, come invece indica come preferibile il Metafisico, e chiaramente si pone dalla parte di quest’ultimo, confermando che ciò che deve importare all’uomo saggio e sapiente è la qualità umana e morale delle azioni che compie, non la loro quantità e visibilità; oppure del confronto fra Colombo e Gutierrez: nel dialogo tra i due navigatori la riflessione verte sul coraggio e la capacità degli uomini di mettersi alla prova, non tanto sfidando la Natura, che è incomparabilmente più potente e grande, quanto di usare tutti i beni mentali, spirituali e fisici di cui sono dotati per esplorare ciò che la Natura sviluppa nel mondo, ma con l’umiltà dettata dalla conoscenza e dal rispetto del limite che gli uomini saggi ben conoscono e accettano; infine, nel bellissimo dialogo tra i due filosofi neo-platonici Plotino e Porfirio, maestro e allievo, ma in questo caso quasi dei prestanome per un Leopardi che evolve nelle sue opinioni morali sulla vita e sul suo valore, si possono individuare alcuni profondissimi aspetti filosofici, che danno al dialogo stesso il valore di un’epigrafe etica tra le più elevate del pensiero ottocentesco.

Se Porfirio-Leopardi più giovane disdegna il valore intrinseco della vita, anche se colma di sofferenze, Plotino-Leopardi più vecchio recupera di contro questo valore come accettazione della elevatezza spirituale, scelta per la vita comunque, al di là di ogni fuga suicidiaria, che è egoista in quanto evitante, e di una scelta che tiene conto del consorzio umano, del fatto che ogni uomo è nel contesto dell’umanità tutta, cui deve rispetto e attenzione per il comune destino.

L’etica di Leopardi è portatrice di una visione del mondo stoica, non mai scettica, e chiaramente aperta alla verità del cuore e degli atteggiamenti conseguenti. Leopardi non tradisce mai se stesso, né si lascia prendere la mano da un pessimismo di maniera, né cosmico né autobiografico: egli è consapevole delle difficoltà presenti in ogni esperienza di vita, segnato dalla propria in profondità fin dall’infanzia, ma non recrimina, non eleva alti lai contro la sorte, contro il destino, ma si limita a constatare che l’uomo, creatura tra tutte quella consapevole del meraviglioso dramma di essere-al-mondo, gettati nel mondo, ha da accettare questa condizione, che è un bene in sé, un appartenere all’essere e all’averne coscienza, e piena contezza.

In questo essere-nel-mondo l’uomo opera e opera secondo una morale che, nel caso suo, fa a meno del Dio delle religioni, ma accoglie fino in fondo la creaturalità dell’umano, il limite, la perduranza del dolore, la precarietà del vivere.

E la sua poesia, specie quella di alcuni degli idilli maggiori, come L’infinito, come Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, come La ginestra, suo penultimo canto, si correla armoniosamente con i pensieri delle Operette Morali, in una sinfonia di filosofia poetante o di poesia pensante, e mai l’apparenza (o l’apparire) di un ossimoro fu meno probabile.

Giacomo Leopardi in questo senso ha gli occhi e il cuore di un veggente disincantato e perfino ironico, a volte, mai abbandonato alla disperazione, ma sempre dignitosamente aggrappato alla sua forza vitale, alla ricerca di forme sempre nuove di bellezza e di verità. Egli “vede” -precorrendoli- i tempi successivi, come se il futuro, le aspettative, la contemporaneità gli comparissero davanti in un nitore abbagliante, con tutte le contraddizioni, le illusioni, le false promesse e le profezie fuorvianti di altri profeti, o sé putanti tali, quelli sì arrogantemente protesi a insegnare a vivere a tutti.

Operette nel senso di “piccole opere”, umiltà vera e non falsa modestia di un uomo cui dobbiamo essere grati non solo per la sublime poetica, ma anche per un pensiero profondo e onesto, limpido e incondizionato. Grazie per sempre, piccolo grande amico, conte Giacomo da Recanati.

Le favole di Esopo e altre storie di saggezza popolare

Ho per le mani un volumetto dell’editore Salerno, inviatomi da chi si trova in ristretti orizzonti, per gentilezza amicale e omaggio di scuse. Evidentemente in questa fase delle nostre due rispettive vite non ci si capisce, e fors’anche non ci si comprende, e quindi occorrono messaggi di soccorso al reciproco intendersi.

Le favole rappresentano miti e caratteri umani spesso attraverso una sorta di antropomorfizzazione degli animali, selvatici e domestici, in situazioni assolutamente plausibili, con una morale finale che si traduce in proverbi e motti sintetici, comprensibili a chiunque. Il titolo esteso del volumetto è Aforismi politici fondati sopra le favolette di Esopo frigio, dedicate alla qualità del principe (si tratta in questo caso di Vittorio Amedeo II di Savoia) e all’arte del regnare, a cura di Emanuele Tesauro, tratto da manuali in uso fin dal ‘500 nelle scuole umanistiche; d’altro canto Gianni Mombello ritiene una fonte attendibile dell’aureo libretto il testo francese di Jean Baudoin Les fables d’Esope Phrigien pubblicato nel 1631. Il titolo della pubblicazione italiana è La politica di Esopo frigio.

Il genere letterario degli aforismi e degli apologhi moraleggianti risale prima di tutto alla tradizione greca di un Plutarco, e poi anche a quella latina di un Marziale, di un Cicerone o di un Tacito, e non solo, ma appartiene perfino alle esperienze formative dei primi apostoli della chiesa cristiana nascente, come i Padri del deserto del terzo secolo d. C.: nomi come quelli di Pacomio e Paolo di Tebe, di Antonio come raccontato da Atanasio di Alessandria, sono noti per i detti e gli apoftegmi che lasciarono in dote alle prime strutture cenobitiche egizie e del Vicino Oriente antico. San Basilio di Cesarea ne fu poi il principale fruitore quando pensò di scrivere la prima regola monastica della cristianità, fonte originale dello stesso movimento benedettino, che da lì trasse argomenti così come dalle indicazioni morali e comportamentali agostiniane. Più vicine ai nostri tempi sono le raccolte di detti aforistici ed epigrammatici di filosofi come Montaigne, Pascal, Nietszche, Schopenhauer, Karl Kraus, Wittgenstein, etc.

Non dimentichiamo poi il libro biblico dei Proverbi, vero compendio di sapienza popolare del plesso siro-palestinese risalente al primo millennio a. C.  Massime, adagi, proverbi, apologhi, aforismi, apoftegmi, in una ricchezza straordinaria e forse ancora poco conosciuta dai più.

Le più divertenti di Esopo, tanto per gradire e forse rammemorare ricordi scolastici in qualche arguto lettore.

 

DEL LUPO E DELL”AGNELLO

Alla chiara sorgente di un fresco rio beveva messere il lupo. E, bevendo, vide un agnello, che dilicatamente, con la cima de’ labri beveva nel rio, lungi foorse un tratto di pietra. Il lupo scacciò la sete con la fame e corrè sopra lo agnello, gridando: Ahi scelerato, tu m’intorbidi l’acqua. L’agnello, col cuore e con la voce tremante, lo supplicò di compatire alla sua innocenza. Percioché, bevendo sì lontano nel rio, non poteva intorbidar la fontana. Ma la crudel fiera, più altamente gridando, rispose: Invano ti scusi. Tuo costume è di volermi male. Percioché il tuo padre e la tua madre mi odiano a morte. Tu dunque ne pagherai la pena. E così dicendo sel mangiò.

allegoria: Quando il più forte vuole opprimere il debile, non gli mancano pretesti.”

 

DEL TOPO E DELLA RANA

Guerreggiava contro della rana il topo acquaiolo per la giuridizione della palude. Il topo più astuto, facendo imboscate fra l’erbe e uscendo di sotto terra, assaltava la verde nemica. Ma questa come più agile e destra, col saltellare ora inanzi ora indietro si schermiva e offendeva. Lungo tempo con le armature di foglie e lance di giunchi durò nel freddo fango la calda battaglia. Ma ecco che, troppo intesi a danneggiarsi fra loro, i piccoli avversari non si guardarono dal nibbio, il qual, calatosi di repente, divorò l’uno e l’altro.

allegoria: Quando due piccoli contrastano , il potente fa il suo profitto.

 

DEL CERVO E DELLO AGNELLO

Il cervo bugiardo accusò l’agnello davanti al lupo, dicendo: Signore, costui non mi paga un moggio di formento che mi deve. Lo agnellov quantunque sicuro di non dovergli nulla, nondimeno, temendo il lupo non pigliasse questo pretesto per mangiarlo, si sottometté di pagarlo infra pochi giorni. Apena finito il tempo, ecco che il cervo domanda il debito. Ma l’agnello, il quale non aveva più paura, si negò debitore, dicendo: Ben tu sai che il timor del lupo mi forzò a prometter e promessa fatta per forza non vale una scorza.

allegoria: Promesse forzate non vaglion nulla.”

 

DEL CANE E DELL’OMBRA

Passava il cane per un ponte stretto con un pezzo di carne tra li denti. E perché l’ombra della carne, riverberando nell’acqua, rappresentava un pezzo di carne molto maggiore, il cane disse: O che grande acquisto poss’io far oggi, per mia fè io non vo’ perderlo. Si calò dunque nel fiume, ma quando più vicino fu alla preda, tanto più lontano si trovò alla speranza. Percioché, aprendo l’avida bocca per aboccar l’ombra, la vera carne gli scappò, ed egli non ebbe né questa né quella. Onde, ritornandosene affamato, disse: O pazzo me, che non seppi moderar la mia cupidigia. Io avevo quanto mi bastava e ora per volere troppo io non ho nulla.

allegoria: Chi vuol troppo non ha poi niente.”

 

DELL’AQUILA E DEL CORBO

Fra gli scogli marini aveva l’aquila pescato una conchiglia. Ma niun profitto traea della preda, peroché né col rostro, né cogli unghioni potea squarciarla per averne il pesce che dentro vi si nasconde. Dissele allora il corbo: Eh, sciocca, vuoi tu ch’io t’in segni? Vola quant’alto puoi e lascia cader la conchiglia sul duro di questo sasso, ch’ella si romperà. Il successo fu questo: l’aquila seguì il consiglio, la conchiglia si spezzò, il pesce ne uscì e il corbo cattivello, che stava quivi aspettandolo, sel beccò.

allegoria: I consiglieri avari indirizzano al proprio comodo gli lor consigli.”

 

Non vi è dubbio alcuno che la sapienza popolare di tutti i tempi e luoghi è fondamento della filosofia morale soprattutto da un punto di vista pratico e pragmatico del saper vivere, a volte rinunziando a qualcosa per avere l’essenziale, cioè ciò che dà l’essenza vitale nell’equilibrio dei desideri, filtrati dall’intelletto e dalla ragione, e mossi da una volontà consapevole del senso delle cose e della vita stessa.

Il continuo e il discreto in matematica, in fisica e in filosofia, tra complicazione e complessità

Discreto e continuo sono due concetti matematici e fisici ma anche filosofici.

Il “discreto” -intuitivamente- è costituito da parti isolate e non attigue, mentre il “continuo” è costituito da un numero infinito di elementi senza spazi vuoti. Al fine di perfezionare le definizioni è però necessario fissare il contesto disciplinare di riferimento. In matematica è la topologia dove si considera lo spazio dove i punti considerati sono isolati e distinguibili

Il “continuo”, invece, si riferisce a funzioni tra spazi topologici e non agli spazi topologici stessi, e quindi costituisce, insieme con i punti connessi una sorta di compattamento o addensamento, dove ogni punto A appartiene anche a ogni punto X. Ad esempio i numeri razionali sono un insieme non continuo e non discreto, perché ogni numero razionale contiene un numero infinito di numeri razionali, ed è denso perché ogni numero irrazionale, ma non può essere considerato continuo in quanto al suo interno possiede un’infinità di “buchi”, in ragione della mancanza dei numeri irrazionali. Già Aristotele e Zenone di Elea studiarono questi aspetti del continuum e del discretum (cf. l’apologo paradossale del piè veloce Achille e della tartaruga).

Con Pitagora il pensiero occidentale impostò il tema del pensiero binario o degli opposti tra il finito, positivo e portatore di ordine, e l’infinito mentore dell’incontrario. Però, considerando i rapporti tra i due concetti di finito e infinito i Pitagorici trassero la nozione di armonia misurabile, numerabile. Tra i numeri, quantificabili e misurabili vi sono i rapporti tra essi, chiamati λογοι, indispensabili per costruire concettualmente una αναλογια, cioè una proporzione, una sorta di uguaglianza di rapporti. Infatti, la τετρακτυς (il triangolo quaternario) era da loro ritenuta una figura sacra, come rappresentazione grafica del numero 10 e somma aritmetica dei primi quattro numeri (1 – 2 – 3 – 4), sulla quale addirittura gli allievi della scuola Pitagorica pronunziavano il giuramento più impegnativo. In ogni caso, anche per loro, come per Aristotele e per pensatori e matematici più antichi, “ciò che non ha limite non è rappresentabile esaurientemente nel nostro pensiero, ed è perciò inconoscibile“, come l’infinito stesso, considerato un limite del pensiero e non un pensiero del limite.

L’archetipo stesso di infinito lo fornirono i numeri irrazionali, come ad es. il {\sqrt {2}}: mediante una dimostrazione per assurdo, è possibile trovare approssimazioni razionali della radice di 2, senza però mai arrivare ad una soluzione definitiva. L’approssimazione, o l’indefinito avvicinamento ad una meta che non si può mai raggiungere, è stata centrale nella matematica classica, e per quasi 2500 anni, la concezione di infinito è stata oggetto di studi e polemiche ed evoluzioni. Ma la realtà è un insieme infinito, un’onda ininterrotta, o piuttosto un sistema finito, cioè numerabile e commensurabile? In ogni caso, anche se la realtà delle cose fosse davvero continua, infinita, la nostra conoscenza sarebbe sempre più vincolata dai limiti dei nostri sensi. (dal web).

In fisica si può studiare un corpo materiale sia come un corpo discreto, costituito da particelle elementari distinte le une dalle altre, sia come un corpo continuo, in quanto il numero elevatissimo, la coesione e l’interdipendenza tra queste particelle fanno sparire qualsiasi granularità, almeno a livello macroscopico, (dal web) poiché la realtà non è un sistema continuo, mentre invece, sia in matematica sia in fisica si deve rappresentare una sorta di struttura molecolare, in qualche modo “finita” in quanto occupante spazio, con una certa densità, una certa massa, un certo campo di temperatura e di accelerazione con misure definite (ad esempio i fotoni), dunque discrete.

Si potrebbe dire che l’unico sistema davvero continuo sia quello spazio-tempo, così come Einstein ha dimostrato nella sua teoria della Relatività Generale che il concetto di spazio e di tempo non sono assoluti ma relativi, nel senso che dipendono dal sistema di riferimento in cui si trova l’osservatore, e costituiscono il continuum spazio-temporale con quattro dimensioni (tre dimensioni spaziali ed una temporale). Inoltre, anche questo sistema può essere guardato con la lente d’ingrandimento ed analizzato con la scala di Planck, che esamina le distanze spazio-temporali in termini di stringhe piccolissime e monodimensionali,  quasi come una “granularità” dello spazio-tempo.(dal web)

Lo stesso modello continuo della meccanica è stato messo in discussione, trattandosi di ambiti estremamente diversificati, come quello dei corpi solidi e dei fluidi, liquidi o gassosi (legge di Pascal e leggi di Eulero e Newton). Dei liquidi si deve tenere anche conto di eventuali viscosità, altrimenti si può parlare solo di liquidi ideali.

L’analisi matematica sarebbe applicabile al mondo reale solo se questo fosse costituito da oggetti ed eventi di carattere continuo: al contrario, la stragrande maggioranza dei fenomeni del mondo reale è caratterizzata dalla discretizzazione o digitalizzazione (dall’inglese digit = cifra) di oggetti, collezioni, fenomeni, i quali spesso agiscono in combinazione. Una linea tracciata con la matita è un sistema continuo. Le estrazioni del lotto, numero dopo numero, sono un sistema discreto (discontinuo). (dal web)

La classificazione per insiemi, la enumerazione numerale naturale e la combinazione (matrici, diagrammi, etc.) consentono di costruire un algoritmo, cioè un modello di matematica discreta, ambiente logico in cui si possono trovare molte soluzioni pratiche e operative anche negli ambienti e settori di lavoro.

Ed ecco che siamo all’ambito filosofico. Che cosa vi è di più “continuo” al mondo di un essere umano, e nell’essere umano della mente-cervello? Non solo per i novanta miliardi di neuroni e le innumerevoli sinapsi presenti (ecco l’indefinito quasi… infinito). Le scienze umane sono le più imprecise, medicina compresa, perché legate al continuo divenire eracliteo della vita. Non vi sono tappe intermedie o fermate tipo bus, ma un continuo scorrere del flusso biologico, vitale, esistenziale, psicologico, e perfino etico-morale.

Dal concepimento, anzi dall’inizio (sconosciuto) di una determinata filogenesi, si muove qualcosa che non smetterà più di muoversi, producendo vita e malattia, guarigioni e fine della vita fisica, peraltro recuperabile sotto altre spoglie, solo chimico-fisiche per gli increduli, e anche spirituali per chi crede nella vita eterna.

E dunque lo studio di un’antropologia umana è forse il più complesso e difficile tra gli ambiti del reale che il pensiero umano può intraprendere, perché “ambientato” nell’incertezza del continuum, nella vastità dei problemi, nella numerosità delle circostanze e degli incroci causali e non casuali (quanto importante può essere la metatesi di una “u”!), se non nel senso dell’infinita loro numerosità,  etc.: basti pensare agli effetti diversi che può fare sui polmoni l’abuso del fumo o meno. A qualcuno questo comportamento può generare malattie severe, ad altri nulla o quasi. Che cosa interviene a fare la differenza? Non lo sappiamo o , meglio, possiamo sapere qualcosa se approfondiamo la ricerca sulle condizioni “storiche” e attuali di quell’organismo vivente, e le compariamo con un altro che ha dato esiti differenti all’abuso dello stesso vizio. Un altro esempio, come si può spiegare la risposta diversa ai farmaci che può dare un organismo ammalato rispetto ad un altro affetto dalla stessa patologia? Probabilmente si può comprendere -e fors’anche spiegare- tenendo conto, appunto, del continuum che costituisce il corpo (e l’anima) umani, anzi il composto umano, come bene scrive Aristotele, composto non solo di molti organi biologici, vegetativi e psicologico-spirituali, ma complesso e indistricabile, inestricabile, a volte indivisibile, quasi come la natura teandrica in Gesù Cristo (cf, XXVIII Canone del Concilio di Calcedonia, 451 d. C., e mi si passi il temerario paragone teo-logico). Anche dal punto di vista energetico l’uomo deve considerare la complessità del continuum, centellinando, se serve, ogni movimento e selezionando quelli indispensabili e necessari, o anche solo utili al fine di utilizzare le riserve e le forze adeguate allo sforzo da fare, senza sprechi inutili.

L’uomo è la complessità continua per eccellenza, più di ogni ordine matematico o fisico, perché la biologia studia il vivente,  che per definizione non si ferma mai, come invece si può fermare una macchina o un calcolo. Mentre ciò che è discreto è numerabile, come può essere il valore numerico dei componenti di un motore elettromeccanico informatizzato (20.000 parti, per dire) e quindi conoscibile e spiegabile a terzi in dettaglio dal/dagli ingegnere/i progettista/i, ciò che è complesso può essere solo com-preso senza la pretesa di fornire spiegazioni esaurienti. Il continuum è la nostra vita personale e collettiva, è l’ambito della società e della politica, è l’ambito delle scelte di valore di un’etica umana, sempre migliorabile e rivedibile al fine di migliorare la vita stessa di tutti e di ciascuno, nel rispetto dell’ambiente, che il continuum dei continua, mio paziente lettore.

 

Perché la superbia è caput vitiorum, cioè il peggiore dei vizi?

I pensatori classici da Platone ai Padri della chiesa, come sant’Agostino e san Gregorio Magno, a scrittori e teologi come Evagrio Pontico, Giovanni Climaco e Giovanni Cassiano, hanno sempre classificato la superbia come il vizio principale, anzi il capo di tutti i vizi, l’origine originante, la fonte, la sorgente di ogni cattivo comportamento, di ogni immoralità.

Il superbo pensa innanzitutto di essere diverso e comunque migliore di ogni altro, che deve accettare questa posizione di subalternità. Il superbo concede a se stesso il nulla osta per commettere qualsiasi azione, compresa -ad esempio- tra gli altri sei vizi o peccati capitali: può essere invidioso, avaro, accidioso, iracondo, goloso e lussurioso in ogni modo e misura, perché al superbo, in quanto creatura superiore è concesso tutto.

Così ne descrive la figura allegorica  Cesare Ripa nella sua Iconologia del 1611:

Donna bella et altera, vestita nobilmente di rosso, coronata d’oro,
di gemme in gran copia, nella destra mano tiene un pavone et nel-
la sinistra un specchio, nel quale miri et contempli sé stessa.

La superbia può essere studiata non solo sotto il profilo teologico-morale o etico-filosofico, ma anche sotto il profilo psicologico, e ciò è molto interessante. In realtà il superbo manifesta con l’atteggiamento superbo una scarsa autostima verso di sé, poiché sente il continuo bisogno di mostrare a se stesso e al mondo di essere il migliore, ma si tratta solo di una proiezione del sé oltre la sua realtà propria, evidenziando così un’incapacità radicale, strutturale di accettare i propri limiti.

Un altro tratto del superbo è il narcisismo e il bisogno costante di autoaffermazione, perfino nei rapporti affettivi, cosicché la sua centralità, il suo credere che tutto il mondo giri attorno a lui, non fa che irrigidirlo in una posizione sempre più autodistruttiva. Chi è superbo fa fatica a crescere psicologicamente e spiritualmente, perché non è disponibile al cambiamento e, nel suo caso, a una vera e propria “conversione del cuore”, mentre si rende sempre più incapace di buone relazioni sociali e anche affettive.

La temperie socio-culturale attuale è ricca (si fa per dire) di superficialità, culto dell’apparire, di narcisismo e di gossip, e così nutre la superbia come una malattia psicologica perniciosa e molto grave. Forse si può far risalire questo dilagare della superbia addirittura alla rivoluzione filosofica iniziata con Descartes, il quale con le migliori intenzioni del buon cristiano, volendo smantellare un aristotelismo di maniera, ha scatenato la belva dell’individualismo soggettivista, ispirando cattivi eponimi a considerarsi quasi creatori del mondo, non creature del mondo.

Se a livello psicologico e relazionale la superbia fa molti danni, questi si aggravano se li esamina dal punto di vista spirituale, talché il superbo si pone quasi al posto di Dio o di un “dio” se ateo professo. E qui bisogna stare attenti, perché anche molte persone religiosamente attive e praticanti sono in realtà superbe, perché usano degli atti esteriori del culto per mostrare se stessi, non tanto la fede in Dio.

Se confrontata con gli altri vizi la superbia danneggia molto più gravemente lo spirito dell’uomo, come ben sapeva Tommaso d’Aquino (cf. Summa Theologiae, I II), che riteneva il superbo colui che nutre un amore disordinato per il proprio bene al di sopra di altri beni superiori. Pertanto il superbo, mentre esalta se stesso all’inverosimile, denigra e disprezza gli altri senza alcuna ragione. Chi è superbo, secondo Tommaso, vuole esserlo mettendo in moto la pura volontà senza ragionare, perché se usasse il bene dell’intelletto si accorgerebbe dei propri limiti e sarebbe umile, e quindi saggio, sapiente. La superbia funziona dunque come un accecamento dell’anima.

Vi sono poi due tipi di superbia: il primo è quello di chi si vanta delle proprie qualità, che possono anche esserci, e in questo caso si tratta di vanagloria, proprio così “vana gloria”, cioè gloria inutile; il secondo è quello di chi si annette qualità e meriti che assolutamente non ha, e quindi rischia di coprirsi di ridicolo, soprattutto in settori come la scienza e la politica. Si sa che scientia tamen inflat, la scienza gonfia, se non vissuta in modo umile, così come la politica diventa mero esercizio di potere e non servizio alla comunità.

Chi è convinto di avere sempre ragione in qualsiasi situazione, modo e tempo, è un superbo arrogante, che tende alla protervia e alla prepotenza, spesso connotato nei modi da una grande presupponenza e boria: questi non riconosce mai i propri errori.

Un altro aspetto che denota il superbo è la sottolineatura inutile di essere migliore di altri (e può anche essere vero) senza mai attendere che ciò sia un’attestazione condivisa e accettata, tant’è che egli si fa vedere tale anche dalla postura, a volte dalla camminata altezzosa e indifferente, e a volte ama insultare gli altri con epiteti di disprezzo, spesso di nascosto, perché molto spesso il superbo è anche vigliacco.

Il superbo è anche orgoglioso, ma di un orgoglio esagerato e sbagliato, al punto da prendersela anche per inezie che lui ritiene siano state fatte o sgarbi nei suoi confronti, per cui non è mai disponibile a perdonare e a riconoscere gli errori altrui anche se minimi.,

Egli pretende sempre di avere accanto nel lavoro dei subordinati, non dei colleghi o collaboratori che, pur subalterni, sarebbero in grado di portare un contributo originale e creativo al lavoro stesso; il superbo riesce ad affidare solo compiti la cui esecuzione controlla occhiutamente, ma non mai deleghe per fare crescere le persone che lavorano con lui, e fidandosi progressivamente di questa crescita. Di solito tende all’ingratitudine se aiutato in caso di necessità, e a fare domande spesso per mettere in difficoltà l’altro, più che per imparare e ammettere -a sua volta- di dover crescere.

Il superbo tende a disprezzare le opinioni altrui, anche se espresse da persone competenti sulla materia in questione, perché si sente naturalmente tuttologo e sapiente in ogni disciplina: in questo modo rischia di fare figure barbine, perché facilmente smascherabile. Non ci si può documentare sulla stampa quotidiana e pretendere di essere degli esperti di un determinato campo del sapere. Il sapere vero è frutto di un atteggiamento prima di tutto umile, e poi di studi lunghi e severi, da cui il superbo, nella sua iattanza presupponente, rifugge volentieri, perché troppo faticoso.

Una vita e un atteggiamento mentale centrati solo sull’“io” fanno letteralmente scomparire anche solo l’ipotesi di Dio dall’orizzonte esistenziale. Per Sant’Agostino, la superbia non è altro che una perversa e anche un poco ridicola imitazione di Dio, così come per San Tommaso è un contrapporsi irragionevolmente al Divino, come un competitore da sconfiggere.

La superbia è dunque il peggiore e origine di tutti gli altri vizi, a partire dal secondo più grave, cioè l’invidia, perché disintegra una sana antropologia, cioè una visione razionale dei limiti e anche della grandezza indubbia dell’essere umano, che resta comunque una creatura, pur se autoconsapevole e provvista di senso morale.

La virtù di umiltà è il più forte contrappeso e antidoto alla superbia, in una sana medicina della mente e del cuore.

L’ira è un vizio o una passione?

Per Tommaso d’Aquino, maestro dei miei maestri, è l’uno e l’altra, a seconda di come si manifesta. Ne sono stato sempre interessato perché, sotto una maschera di feroce autocontrollo, che mi ha permesso una vita relazionale molto buona e di imparare “mestieri” che hanno nella qualità relazionale il loro perno, a parere di molti, quasi tutti, io ne sarei esente. Ma non è così, e pertanto spero che nel mio caso si tratti prevalentemente di una passione. Come non è molto noto, Tommaso, sulla scia aristotelica e agostiniana, ma anche di Nemesio di Emesa, di Giovanni Damasceno e di Giovanni Cassiano, distingueva le passioni in cinque coppie contrapposte: amore/odio, desiderio/fuga, piacere/dolore, speranza/disperazione, timore/audacia, cui si aggiunge l’ira, passione in se stessa contraddittoria e perciò priva di contrario; circa i vizi, l’ira fa parte di quel pacchetto di sette, noto fin dal catechismo di san Pio X che chi è nato fino agli anni ’50 e ’60 era quasi costretto a imparare a memoria: superbia, invidia, accidia, cupidigia, ira, gola, lussuria, tra i quali i primi cinque sono ritenuti i più gravi perché “spirituali”, mentre gola e lussuria sono più “corporali”, e quindi meno gravi.

In proposito è bello leggere il manuale redatto in latino dai confessori padri cappuccini del XVI secolo, che occupa undici volumi per le violazioni peccaminose dei dieci comandamenti, di cui due di questi volumi, ironicamente, sono dedicati al de sexto, cioè alla lussuria, contemplando tutte le fattispecie e sotto specie, specialmente della… masturbazione, con penitenze proporzionate al piacere provato. Oggi diremmo: uh uh.

Tornando all’ira, ecco perché il sapiente aquinate la colloca sia tra i vizi sia tra le passioni. Tra i vizi perché, se incontrollata, può sfociare nella collera e anche nella violenza omicida, tra la passioni poiché nella giusta misura può aiutare gli esseri umani a superare prove ardue. Ora, la misura dell’ira non è facilmente definibile, in quanto legata alle situazioni e ai caratteri delle persone.

Quella di Tommaso d’Aquino è la prima analisi delle passioni che potremmo definire psicologica, anche se non nel senso moderno e clinico del termine, occupandosi del sottile gioco che intercorre tra pulsioni pre-morali dell’anima e giudizio razionale improntato a una qualche etica della vita umana, e quindi moralmente rilevante. Tommaso sa che siamo (non abbiamo) corpo e anima, unificati nel sinolo aristotelico, cioè nell’unità sostanziale dell’umano, che non inficia per nulla la sua spiritualità e il suo desiderio di assoluto. Una linea che da Aristotele, passando per Agostino e Tommaso d’Aquino porta dritta dritta alle scienze psicologiche moderne e contemporanee, ad esempio di uno Jung o di un Rogers, che erano attenti lettori dei pensatori classici.

Pertanto l’ira è diversa dalla collera e dalla probabile conseguente violenza, perché può costituire il prodromo di uno slancio vitale (cf, Henri Begson) e un aiuto prezioso in situazioni di pericolo, se temperata da un’altra passione quella del coraggio, e da una virtù cardinale, come la prudenza, madre di tutte le virtù umane. Pe fare un esempio concreto e attuale, il coraggio e la prudenza che hanno avuto le lavoratrici e i lavoratori della Roncadin di Meduno, quando due settimane fa si sono trovati coinvolti nell’incendio della fabbrica e ne sono usciti incolumi per riprendere il lavoro solo un paio di giorni dopo. Coraggio e prudenza, aggiunti alla preparazione dovuta a una buona formazione sono stati gli elementi psicologici e morali che hanno impedito la tragedia. Grandioso.

Ecco perché conviene pensare che l’ira sia una cosa buona se ben declinata e utilizzata.

Un ultimo esempio: anche nelle relazioni inter-soggettive, specialmente quelle tra capi e collaboratori, a volte conviene che vi sia uno scatto d’ira, in base alla situazione e ai caratteri degli interlocutori, per rendere il dialogo più assertivo e convincente. Vi sono persone, specialmente se impegnate in ruoli esecutivi, che hanno bisogno di essere guidate con una certa fermezza di toni, quasi fino alla burbanza e all’autoritarismo formale, senza che ciò diventi un conculcamento della personalità, ma solo perché c’è bisogno di dare certezza alle indicazioni operative. Un capo deve saper essere in molti modi, modificandoli a seconda dei casi, degli interlocutori e delle circostanze. Declinare i moti dell’ira come passione, allora, diventa uno strumento efficace di gestione e di leadership.

E io sono iracondo? Ebbene sì, e non poco, ma vigilo con attenzione e cerco di indirizzare le mie migliori energie a questo, sapendo che se non c’è vigilanza si rischia di perdere il controllo delle situazioni e la propria credibilità negli ambienti di lavoro e ovunque.

E quindi, buona ira a tutti.

Mattutino

I monaci basiliani (San Basilio di Cesarea è l’autore della prima regola monastica della grande chiesa del IV secolo) utilizzavano lo schema qui a latere per la preghiera quotidiana, e il modello benedettino ne tenne conto, specie nelle clausure. Ogni tratto della notte e della giornata era buono per elevare al Signore la preghiera del cuore che iniziava spesso, soprattutto nella chiesa d’Oriente, con una bellissima giaculatoria cioè, da sua etimologia, un “dardo” (lat. iaculum) lanciato verso Dio: “Signore, Figlio di Dio Padre onnipotente, abbi pietà di me peccatore“.

Era non solo l’umile rivolgersi all’Incondizionato, ma anche  il riconoscimento del limite oggettivo e soggettivo dell’essere umano, della sua finitezza, della sua miseria, al contrario della iattanza che contraddistingue molto del pensare, del dire e dell’agire odierno sul web, sulla carta patinata dei magazine, in tv. Oggi sembra che l’uomo si sia fatto quasi omnipotente, vantandosi senza un minimo di umiltà della sua scienza, della sua tecnologia, della sua capacità di modificare il pianeta Terra e se stesso. Bene, benissimo i progressi della medicina, della biologia, della fisica, ma non tutto ciò che consentono di fare, è lecito fare, poiché vi sono dei limiti etici a parer mio insuperabili. Straordinario è il lavoro che è stato fatto sulla genetica animale e umana, e il poter usare le cellule staminali per guarire patologie gravi, ma non il loro utilizzo per modificare, ad esempio, il genere di un nascituro. Ottima cosa usare le risorse presenti sulla terra per migliorare la vita delle persone, ma non abusarne fino a danneggiare in modo speriamo non irreparabile l’ambiente stesso, che è come l’utero di una madre per il feto. L’ambiente e gli altri animali non vanno mitizzati, ma rispettati per il loro ruolo nell’equilibrio più generale. E qui mi rivolgo specialmente ai più accesi animalisti e vegani: cercate di vedere le cose a partire dall’umana autocoscienza, e non dal mero vivente, perché -per coerenza- dovremmo morire di fame, in quanto anche l’insalata geme e soffre quando viene raccolta. Non lasciare un cane in autostrada è bene, trattarlo come fosse un bambino è male.

E infine, l’uomo d’oggi non deve mai dimenticare di essere spesso solo un nano sulle spalle dei giganti del pensiero e della ricerca precedenti, da Platone e Aristotele a Cartesio e Galileo, Darwin, Einstein, Curie, Freud, Dirac etc., che hanno via via elaborato e corretto, sia pure in parte, il pensiero dei predecessori.

Al mattino vengono a volte questi pensieri, prima di andare al lavoro, o avendolo già iniziato “in remoto” via e-mail o watts app, tra le sei e le sette quando il silenzio ancora avvolge casa e le vie adiacenti, verso la grande campagna, che trascolora nell’autunno. Un bel merlo maschio è venuto a trovarmi mentre scrivo sul terrazzino verso il giardino interno, e osservo l’ulivo sempreverde che sbarbaglia i raggi del primo sole.

E poi vien l’ora della partenza per una delle aziende che seguo, quella che mi dà più “pensieri”, ma anche soddisfazioni, in questo periodo, il “fabbricone” di pizze della pedemontana, dove le persone (con l’aiuto del Padreterno) hanno fatto un miracolo, dieci giorni fa, cioè di farla ripartire due giorni dopo un devastante incendio.  Miracoli che può fare l’intelligenza, la dedizione, il cuore delle persone umane, dai proprietari a ogni dipendente, dirigente, quadro, impiegato o operaio che sia.

L’uomo può se vuole scavalcare montagne, esplorare territori sconosciuti, definire nuovi limiti a se stesso e alla forme organizzate, perché ha in dotazione una mente plastica e adatta ad affrontare le emergenze, anche quando sono tremende. Sono orgoglioso di fare parte anche di questo gruppo, dopo aver affrontato in anni precedenti gravi emergenze occupazionali, sempre risolte senza danni per le imprese e per i lavoratori.

E questo basta e avanza per darmi forza senso al mio agire, fin da questi pensieri mattutini, tra l’ulivo, un merlo maschio e il lavoro da fare.

Buona giornata a te caro lettore.

Impressioni d’ottobre

Parafrasando la gloriosa PFM (Premiata Forneria Marconi), che cantò settembre, il primo giorno d’ottobre merita un pensiero. Il risveglio più lento della domenica è accolto da un suono di campane, proveniente dal centro del paesone delle Terre di Mezzo, ma echeggia il suono di tanti anni fa, a casa dei miei, mia, in quel di Ravignano, come scriveva Ippolito Nievo ne Le confessioni di un italiano.

Mi torna alla mente, ecco la memoria, il ricordo, ed ecco per dove passa l’oggetto della memoria, per il “cuore” (ri-cor-do), l’arrivo di quelle domeniche autunnali, quando si andava a pranzo dalla nonna Catine, e c’era polenta e coniglio, e papà Pietro era ancora in Germania, e lo sarebbe stato fino ai primi di dicembre. Magari papà aveva appena scritto una lettera a mamma Gigia, e lei l’aveva portata dalla nonna, per leggerla insieme, tanto non c’erano dentro mai cose intime loro, ma sempre di tutti… e i bambini come stanno?, io e mia sorella Marina, che stava ancora bene.

A volte nel pomeriggio arrivavano cugini e cugine che oggi, anzi da qualche anno, ho perso di vista, ma funziona così, i parenti li perdi di vista se non hai da condividere nulla, mentre gli amici restano, così come gli amori veri, anche se declinati nel tempo in modo diverso.

Stavo dai nonni volentieri, e guardavo la nonna valutare il risultato della piccola vendemmia di merlot appena finita, duecento litri di ottimo rosso dal sapore mandorlato, che anch’io contribuivo a produrre, dalla vendemmia ai vari travasi, compresa la pigiatura, cui provvedevo a piedi nudi nel tino, insieme con nonno Dante. A proposito, ecco un legame con la mia bambina, che ha quel nome santificato nella Commedia divina dal Poeta sommo che a tutti noi insegna. Anzi, ricordo che verso i dieci o dodici anni ero già abbastanza forte e grande da sostituire nonna Catine nello spargimento del solfato di rame sulle viti a primavera con la pompa apposita, portata in spalla.

Le campane di stamattina poi mi riportano alla mente altri momenti di quegli anni giovanili, la Settimana santa con il loro silenzio e l’esplosione del Gloria pasquale, il mese di maggio e i suoi rinnovati tepori, le grandi festività post-pasquali come la Pentecoste, antica come il libro degli Atti scritto da san Luca, e il Corpus Domini, risalente al “miracolo di Bolsena” e alla “consulenza teologica” di  Tommaso d’Aquino, che aiutò il papa di allora, Urbano IV, a ricordare quel che era accaduto a quel sacerdote boemo incredulo, di nome Pietro da Praga, con una festività apposita. Era il 1264. Mi ricordano le festività natalizie, avvolte nel tepore delle cucine e delle case un poco dimesse del vecchio paese lontano da tutto. Il mio paese.

E talvolta andavo dalla zia Enrica, la sorella maggiore di mio padre, sposata a un benestante, che possedeva trecento campi friulani, circa cento ettari, il nobile Massimiliano Gattolini da Romans di Varmo, cui dovevo dare del “lei”, e chiamare “signor Zio”. Anche la zia si poteva fregiare così del titolo di “nobildonna” Enrica Pilutti Gattolini. A modo suo mi voleva bene, pur mantenendo quel distacco che oramai era fisiologicamente dovuto tra la sua nuova famiglia di possidenti e quella di origine, quella di mio padre operaio emigrante, una differenza di censo insuperabile. Mi faceva raccogliere e portare via le squisite pere e mele cadute, e per un periodo mi pagò anche delle lezioni di solfeggio. Non è mancata vecchia, perché beveva e fumava, e ricordo la grossa gatta siamese che teneva, diceva lei, per scaldarla, vicino al suo seno prosperoso. La sorte poi non è stata benigna con i suoi figli, i miei tre cugini, e con tutta l’avita famiglia.

Nel mio cortile, che allora vedevo tanto grande, con un gelso storto ed enorme al centro, con i miei amici facevamo giochi interminabili, finché le mamme non venivano a prenderci per la cena. E poi c’era il pollaio con oche anatre galline e ogni altro volatile commestibile ai tempi, senza tante storie di sicurezza alimentare. Le cosce d’oca messe via nel loro grasso bianco per l’inverno, una squisitezza.

E l’orto pieno di ottime verdure e frutta, lungo lungo, almeno cinquanta metri, che arrivava fino alla roggia in fondo, ora interrata, acque limpide dove ci si poteva anche lavare, e lo zio Aldo da Milano lo faceva volentieri, mentre la zia Anna, la zia “Nute”, se la tirava fumando sul portone con la Ada dei Nonis, che faceva impazzire me bambino, con le sue tette enormi, messe bene in vista dalla scollatura generosa. Non sapevo perché, ma così era a quell’età mia, forse inconsciamente memore della mamma. Poi i miei gusti sono un po’ cambiati, in tema.

E altri innumerevoli amici e conoscenti si affacciavano al mezzo portone sempre aperto di via Umberto I, 81, amici di papà Pietro, suor Vincenza che veniva a chiamare mia madre perché un’anziana aveva bisogno di una iniezione, don Aurelio per parlare della mia “vocazione” sacerdotale, che delusi ampiamente, ma poi, caro don Aurelio, che mi insegnò le prime parole di greco quando a sei sette anni chierichetto servivo il Mattutino della Settimana santa, son diventato anche teologo patentato, cioè professore dei corsi per diventare prete. Non prete, ma studioso delle Sacre scritture e di quanto si è scritto su di esse.

Da lì partivo adolescente per andare a scuola a Udine, al mitico liceo classico Stellini, la “scuèle dai siòrs“, la scuola dei signori, dicevano in paese, meravigliandosi che un ragazzo povero potesse frequentarla.

Quando poi son diventato una persona nota, molto mediatizzata, ero conteso in tutte le osterie per bevi un tai insieme. Così era nel tempo di Rivignano, in quegli anni, mesi, giorni del ricordo di questo primo giorno di ottobre, circa metà della mia vita passata con i piedi nell’erba.

E ora, che sono tornato con i piedi nell’erba, ringrazio l’Incondizionato Dio per la mia vita, e lo prego di dare salute e serenità a chi mi è caro, e anche agli altri umani di questo mondo.

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