Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: psicologia (page 1 of 45)

Le grandi derive della storia e i diversi sguardi umani sul mondo

Tra papa Bergoglio e Salvini vi sono certamente persone che tengono per l’uno o per l’altro: se si “tiene” per il primo il secondo risulta inviso e viceversa. Ad esempio sul tema epocale dei migranti e dello ius soli. Manicheisticamente, come ai tempi di sant’Agostino o delle lotte guelfi-ghibellini del nostro gran Medioevo.

Sappiamo che dai tempi preistorici tutte le popolazioni del mondo si sono spostate, più o meno, dai territori di origine, a volte muovendosi per migliaia o decine di migliaia di chilometri. Pensiamo alle trasmigrazioni di popolazioni asiatiche o amerinde attraverso lo stretto di Bering, alle migrazioni dei popoli Indoeuropei dall’Asia Centrale all’Anatolia, alla Tracia, e all’Europa, agli esodi nel Vicino Oriente antico, come narra la Bibbia, fino ai fenomeni attuali di enormi masse di migranti che salgono dall’Africa equatoriale verso il Mediterraneo, o provengono da zone di guerra o di miseria afro-asiatiche.

Detto questo, i popoli che si sono spostati, o si sono inseriti nei nuovi contesti socio-etnici in qualche modo (in molti modi) integrandosi, o hanno conquistato i nuovi territori, come racconta la Bibbia con dovizia di particolari (cf. libro dei Giudici).

Ora sta accadendo un fenomeno epocale che non può essere fermato con misure militari o di polizia, perché ha a che fare con la distribuzione dei beni nel mondo, che è iniqua, con la qualità di vita che si differenzia in maniera radicale tra Occidente e i territori da cui provengono queste genti, e dunque l’inerzia “fisica” della deriva è inarrestabile. Anche mio padre, quando non trovava lavoro in Italia è andato in Germania dove lo ha trovato.

Questo non significa che si possono accogliere tutti e in qualsiasi modo. Ma vuol dire anche che le grandi Nazioni ricche e sviluppate, meta agognata di queste persone, e non dico le fallimentari e quasi inutili organizzazioni sovra-statuali (ONU in primis), debbono porsi, ed è già tardissimo, il tema dello sviluppo nelle terre di provenienza di questi esodi, in Africa, in Asia, e tenere conto che “tutto-si-tiene”, guerre in corso, guerre sbagliate fatte dai colonialisti di un secolo fa e di pochi anni fa, avidi di terre, ricchezze varie e petrolio.

Ora in Italia si pone con urgenza nell’agenda politica il tema dello Ius soli, cioè del diritto di cittadinanza di chi nasce qui, pur provenendo da qualsiasi altrove. Negli Stati Uniti d’America vige da secoli, perché è in Costituzione, mentre da noi il diritto di cittadinanza è regolamentato da leggi vecchie di un paio di decenni, abbastanza arzigogolate, e ora fondamentalmente ingiuste e inefficaci. Non le sto a riassumere qui: basti dire che il diritto di cittadinanza è concesso ai bimbi nati da almeno un genitore italiano, o comunque solo al compimento del diciottesimo anno di età, e così via. Pare ci siano oltre un milione e mezzo di bambini, ragazzi e giovani che, se fosse emanata la norma dello ius soli, diventerebbero immediatamente italiani.

Se mi si chiedesse se sto con Salvini o il papa, io non esiterei a dire che sto con la ragione, perché hanno in parte torto tutti e due. Il primo perché, nel suo stile a-logico e sgangherato, fa di ogni erba un fascio, usando i social, mescolando un tema gigantesco con le paturnie dei disinformati e blandendo i sentimenti e gli egoismi peggiori. Salvini fa male anche a mettere insieme il tema dei migranti con il terrorismo, perché porta solo acqua al mulino della confusione.

Al papa rimprovero un certo semplicismo, che gli fa dire, una po’ à la Bertinotti d’antàn, che tutti hanno diritto di essere accolti, se fuggono da miseria, guerre e altre disgrazie. Certamente, ma agendo in contemporanea su tutta la tastiera delle cose da fare, comprese politiche di sviluppo e commerciali più eque e solidali nei e con i paesi di provenienza dei migranti.

Sto con la ragione argomentante, perché non parteggio, non ho bisogno di “stare con”, avendo un’autonomia di giudizio che non richiede conferme nel mondo dei più noti, e non sempre più accorti.

L’auto-contraddizione è inaccettabile, insopportabile e intellettualmente disonesta

Più che sopportabili e spesso molto utili sono la contraddizione, la contrarietà, il contrasto, la polemica, e anche il conflitto in un dialogo vero, serrato, tra due persone, tra due intelligenze, tra due posizioni, tra due schieramenti teorici, tra due partiti, tra due squadre, nella competizione che prevede di darsi da fare, anche per vincerla.

La contraddizione è utile anche quando si manifesta nella stessa persona, perché può essere un sano antidoto al vizio irrigidente del coerentismo, cioè dell’idea che se si è seri non si debba mai cambiare idea. Il che è pura idiozia.

Cambiare idea e quindi contraddirsi nel tempo non è male, anzi. Meglio contraddirsi che smettere di pensare. Quelli che ripetono sempre gli stessi stereotipi concettuali, le stesse idee immodificabili, sono destinati al rincoglionimento progressivo, e neppure tanto lento.

Essere in disaccordo e contrariare qualcuno spesso è molto sano, perché impone di continuare a riflettere, a discutere, ad approfondire, non accontentandosi di avere avuto ragione spegnendo il dialogo.

Contrastare anche polemicamente, con vigore e convinzione può mettere in dubbio radicati convincimenti, spesso pigramente conservativi e dunque stantii e infine probabilmente dannosi.

L’autocontraddizione, invece, è inaccettabile, insopportabile, e intellettualmente disonesta. Mi spiego. Poniamo che una persona abbia fatto di ideali etico-politici di giustizia sociale l’oggetto focale della propria vita e che a questa persona sia stata disponibile a sacrificare tutto il meglio della propria stessa vita, anche la libertà. Sto pensando ai duri e puri di tutti gli estremismi di sinistra che storicamente si sono alternati sulla scena del mondo, anche se declinati in modi molto diversi, dalle sollevazioni di piazza all’uso delle armi, agli attentati e agli omicidi.

Poniamo anche che questa persona, dopo un periodo di carcerazione molto lungo, e ragionevolmente sufficiente per considerare estinto il debito della pena meritata per il reato compiuto, in sé gravissimo, e quindi condannata a un ergastolo ostativo (fine pena mai), non voglia in alcun modo chiedere dei permessi di uscita dal carcere cui avrebbe diritto, adducendo ragioni di coerenza e di testimonianza indefettibile. Bene: siamo di fronte a un comportamento evidentemente auto-contradditorio, poiché l’afflato generosamente speso per la giustizia sociale, anche se per un astratto popolo lavoratore, che non si è mai agganciato al progetto estremistico, si scontra con la superbia del rifiuto di ogni misura attenuativa della pena. “Devono propormi loro il permesso, ché io non lo chiederò mai a uno stato che rifiuto e non riconosco“, questa la sua dottrina a supporto del rifiuto.

Ebbene, rifiutata dal popolo che non si è “fatto liberare” da lui e dalle “avanguardie proletarie”, questa persona si rifiuta di chiedere qualsiasi cosa. E dunque come si può conciliare logicamente l’empito e l’impeto di generosità altruistica della militanza, con l’autoesclusione da ogni processo di ripensamento e di recupero a una vita normale?

Non si concilia, perché nella stessa persona accade un processo psico-morale connotato da uno smisurato orgoglio spirituale, che è fomite e origine di un’auto-contraddizione insopportabile prima di tutto sul piano logico, e successivamente anche su quello morale.

Gli sguardi, i momenti, l’intuizione, il coglimento del senso, il valore di ogni cosa che si fa

Ultimamente, mi rimproverano un po’ di questo carissime persone, che sto facendo forse un po’ troppa autocritica della mia frenesia operativa, del mio muovermi multitasking, del mio essere-presente in molte situazioni, del mio scrivere e pubblicare, tre libri in due mesi (per circostanze e coincidenze), etc. Ma stai un po’ tranquillo ché ti fai male, dai, sembra emergere dal mio prezioso network di amicizie e solidali colleganze. Va bene, devo rallentare anche per manutenermi un po’ in questa fase un poco dolente.

Epperò, mi fa notare qualche altro, stai attento a non esagerare con l’autocritica, perché se hai fatto tante cose, se sei così rock, ti sarà pur piaciuto, sarà pur servito a qualcosa.

E allora che fare? Non è facile portarsi sul ciglio della strada per riflettere un poco sulla corsa, senza abbandonarla, ché il mio è sempre un rally, e mi piace da sempre, da quando portavo bibite, studiavo allo Stellini e giocavo a basket, ancora pochissimo attento alle ragazze (poi ho recuperato).

E’ chiaro che tutto questo fremente incedere nella mia vita non dipende solo da un’opzione fondamentale, come direbbe il padre gesuita Karl Rahner, ma anche da miriadi di micro-decisioni quotidiane, da vettori causali alieni e da volontà altrui, e infine da circostanze plurime. Faccio un esempio: se spostandomi da un’azienda a un’altra a cavallo della mezza giornata, non riesco a mangiare perché sono distanti quaranta chilometri l’una dall’altra e, mentre termino verso le 13 nella prima, ho da iniziare alle 14.15 nell’altra, che faccio? Un tramezzo? Un caffè e dolcetto? Nulla, o solo acqua? Questa è spesso la mia vita, miracolo se riesco a sedermi una o due volte alla settimana con Michele o qualche altro collega a pranzo, un primo o un secondo-contorno e dolcetto e un taglio di vino rosso.

Quanti sono gli sguardi, le parole non dette, le parole dette, le correzioni, l’uso combinato di e-mail, watts app, sms, rinvii, discorsi brevi sul ciglio della porta di un ufficio, un gesto d’intesa, una caterva ogni giorno, ed è bellissimo, perché il dialogo è vivo, vero, potente, trasversale, nutriente sul piano psichico ed efficace su quello operativo.

E i momenti? Tutti diversi, tutti da in-ventare (cioè da -latinamente- invenire, cioè trovare, ché inventare significa trovare ciò che già c’è nell’intelligenza del mondo  e dell’uomo). Ogni momento ha la sua irriducibile unica preziosità di tesoro nascosto e svelato, è la alètheia greca, la verità locale e formale che si svela-ri-velandosi (cf. Heidegger), ogni attimo genera miracoli, mira (cose meravigliose), se ci si crede volendo fare quello che di meglio sappiamo fare.

L’intuizione delle cose poi aiuta la riflessione razionale: posso fare anche questo oggi, o devo rinviare? Ci sta, se lo aspettano, rinviare è dannoso? Io non rinvio mai, seguo l’istinto, ragiono ma immediatamente procedo, anche senza completare il sillogismo argomentativo, se colgo che è meglio fare subito, piuttosto che rinviare.

Ed ecco che incontri il coglimento del senso, cioè la verità-importanza- validità dell’aver operato senza ulteriori indugi, dell’essere partito come una scheggia arrivando in tempo e salutando chi lasci senza ansia da prestazione. Non mi pare di aver fatto cose insensate in questa mia velocità di pensiero, di parole e opere. Non mi pare di aver peccato granché di omissioni, cioè di non avere pensato detto o fatto ciò che avrei dovuto, nel ganglio centralissimo della mia posizione esistenziale, operativa e umana, nelle relazioni che ho e che coltivo.

Il valore di ogni cosa che si fa è presente nel farla e nei suoi effetti, immediati o mediati o futuri che siano. Intanto hanno e sono un valore le cose che si fanno, se pensate con cognizione di causa, con rispetto dei fondamenti e della qualità relazionale.

Rimanere inerti è colpevole, come insegna il Maestro di Nazaret in molti passi del suo annunzio nuovo per l’uomo e per il mondo, ma specialmente nella famosa parabola dei talenti, là dove lo scrittore del vangelo secondo Matteo (25, 14-30) raccomanda di usarli per il fine buono cui sono destinati, pena il deragliamento dalla propria vita e da quella degli altri esseri umani, un deragliamento dal mondo e dalla vita.

Io non deraglio, ma viaggio dritto come un fuso sulla mia strada, che alcuni conoscono e altri no, ma va bene così.

Visioni di una sfera

…dagli infiniti punti, prisma infinito, fatta di piramidi infinitesime, “tridimensionale con il minimo rapporto superficie/volume: ciò spiega perché a tale forma tendono molti oggetti fisici, dalle gocce di liquido ai corpi celesti. Ad esempio, le bolle sono sferiche perché la tensione superficiale tende a minimizzare l’area a parità di volume.” (dal web). Peraltro, il cilindro circoscritto ha un volume che è 3 / 2 rispetto a quello della sfera, ed una superficie laterale che è la stessa di quella della sfera. Questo fatto, e le formule scritte sopra, erano già noti ad Archimede. Una sfera è definibile anche come formata da un cerchio ruotante intorno al suo diametro.

La sua forma suggerisce perfezione, al punto che Parmenide di Elea la paragonava all’essere stesso, per dare un’immagine di assolutezza e di intangibilità, cioè di perfezione. L’essere-che-è-e-non-può-non-essere.

La sfera è cognitivamente illuminante perché metafora dell’infinita congerie dei percorsi riflessivi, del pensiero umano e della manifestazione creativa. Si pensi alla smisurata possibilità espressiva di una lingua come l’italiano (suggerisco di leggere qualche pagina del padre Daniello Bartoli, gesuita, gran viaggiatore del XVII sec., o di Gadda o di D’Annunzio), della musica di Bach o di Mozart, della poliedricità di Michelangelo Buonarroti, dell’eclettismo di Giovanni Pico della Mirandola o di Goethe, ma anche della mente di un contadino empirico di una vallecola resiana, che coltiva l’aglio inarrivabile di quella nascosta plaga montana, per restare qui da noi.

E anch’io traggo spunti dalla sfera per allargare il mio sguardo, di questi tempi, cominciando ad abbandonare la visione lineare, progressiva, quasi di conquista che ho sempre avuto, per fermarmi a guardare tutt’intorno, con una pazienza che non ho mai avuto, tutt’intorno e anche dentro di me, ché anche ognuno di noi è come una sfera, nell’infinita poliedricità del proprio essere.

Mi è capitato di vivere momenti come una fuga continua verso qualcosa e da qualcosa, quasi ad evitare la contemplazione di ciò che è lì, come fosse una perdita di tempo. Non sempre, certo, poiché mi hanno attirato e “fermato” i contorni del sacro, del sublime, come la grande montagna ascesa, le possenti nuvole all’orizzonte, il mare, il grande monumento umano, come la cattedrale di Chartres. Ma… poi la fuga è ricominciata, nel quotidiano.

Sto comprendendo che mi sfuggiva qualcosa, nella coazione a ripetere del fare, dell’agire, del divenire “eracliteo” inarrestabile di atti, fatti, mete raggiunte, scopi conseguiti, fini e orizzonti acquisiti. “Acquisiti”, appunto, e poi? In realtà la sfera dell’essere è infinita, e perciò stesso, indefinitamente sfugge ad essere posseduta, spostando sempre più in là i suoi confini. E ora capisco meglio che è più sano così, affinché questa perduranza dell’incerto e dell’impreciso possa mantenere viva una linea e un ambiente spirituale mai domo, ma sempre disponibile all’imperfezione, all’approssimazione, al “quasi”.

Anche la radura fa parte del bosco. Ecco, forse devo fermarmi un poco in questa radura ampia e ariosa, per riprendere il cammino nel bosco, per uno degli innumeri sentieri che si dipartono tra gli alberi frondosi, senza trascurare altre radure, ascoltando i rumori dei rami che si frangono, delle foglie che volteggiano e cadono, degli animali che furtivamente si spostano, evitandomi accuratamente, perché sanno che io sono l’animale più pericoloso.

Tengo le briglie del mio cavallo in mano, e cammino, finalmente, smettendo il galoppo continuo, disposto a riprenderlo, ma senza trascurare di accorgermi di ciò che mi sta attorno, anche quando mi sembra flebile e forse insignificante, perché accorgersi (ad corrigendum) è già un correggersi. Non si manifestò forse Dio al profeta Elia in una brezza leggera, e non nel fuoco, nel tuono o nel terremoto? (Cf. 1 Re 19, 11-13).

Se così è, ogni cosa ha una sua ragione la cui totalità (intesa come tutto e totalmente) ci sfugge e ci sfuggirà sempre, ma è e sarà sempre spinta e motivazione alla ricerca dell’infinita, o non-finita, platea delle origini, o fonti, o cause del suo proprio essere.

E allora ci possiamo connettere alla pagina fondamentale, che è un frammento, del poemetto “Sulla natura” del grande e “terribile” eleate, come lo definì Platone…

« Εἰ δ’ ἄγ’ ἐγὼν ἐρέω, κόμισαι δὲ σὺ μθον ἀκούσας, αἵπερ ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός εἰσι νοῆσαι· ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, Πειθοῦς ἐστι κέλευθος – Ἀληθείῃ γὰρ ὀπηδεῖ – ,
ἡ δ’ ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι, τὴν δή τοι φράζω παναπευθέα ἔμμεν ἀταρπόν· οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν – οὐ γὰρ ἀνυστόν – οὔτε φράσαις.
… τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι. »
(IT)« … Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l’una che “è” e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità);
l’altra che “non è” e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo….Infatti lo stesso è pensare ed essere. »

Perseveranza e purificazione

Mi sembra che la classica virtù di perseveranza (cf. quaestio 137, Secunda secundae, Summa Theologiae, Tommaso d’Aquino), possa essere, da un lato correlata alla virtù di costanza, come capacità di permanere in una decisione dedicata e precisa per un fine, dall’altra, come insegna il mio Maestro, alla virtù di fortezza, come sua componente essenziale, connessa intrinsecamente alla fondamentale virtù di pazienza, in quanto capacità di sopportazione in condizioni ardue di prove difficili. La perseveranza richiede pazienza e così dà linfa ed energia alla virtù di fortezza che si chiama anche coraggio.

La perseveranza è una virtù raccomandata  specialmente ai pigri, e in particolare ai pigri di talento, alcuni/e dei/delle quali qui mi leggono, affetti/e non tanto da pigrizia, ma da una sua versione a volte un poco accidiosa, e perciò più responsabilmente considerabile, la pigrèria (mio neologismo ad hoc). E dunque, orsù orsetti e orsette, datevi una mossa!

Un altro nesso potrebbe essere trovato con la “virtù” di coerenza, che però non va presa in maniera integralistica e assoluta, poiché le circostanze possono cambiare e quindi rendere necessaria una revisione del processo decisionale. In molti casi un eccesso di coerenza può non essere utile o addirittura dannoso: non si può dire che si fa così perché si è fatto sempre così. In molti ambiti della vita “aver fatto sempre così” può essere stato sbagliato, sulla base di nuove conoscenze e saperi scientifici o esperienziali.

Perseveranza, costanza, pazienza, coerenza stanno insieme dunque, cum grano salis, e possono anche costituire per la psiche e la morale umana, oltre ad un percorso di rinforzo morale e psichico, un vero itinerario di purificazione interiore.

Il termine purificazione deriva dall’etimo greco pyr, cioè fuoco, e significa una sorta di attività di rinnovamento e pulizia interiore, attraverso la ricerca e il recupero di un’essenzialità vitale e spirituale. A volte bisogna -appunto- quasi “bruciare” vecchie convinzioni e abitudini, al fine di creare le condizioni per un rinnovamento dello spirito vitale, o dello spirito tout court. In realtà, la vita contemporanea ci ha offerto una pletora di opportunità esagerata, in ogni settore dei beni fruibili, dalla comunicazione ai cibi, dai viaggi alle opportunità di carriera, e a volte ci siamo fatti fagocitare da questa abbondanza disordinata, non distinguendo le cose essenziali da quelle inutili, voluttuarie o addirittura dannose. Molte volte gli orpelli del consumismo ci hanno ottenebrato le facoltà raziocinanti non facendoci distinguere bene il grano dalla zizzania (cf. Matteo 13, 24-30), cioè le cose buone ed essenziali, dalle cose inutili, inessenziali e forse “cattive” nel senso di “male”.

La perseveranza ha dunque a che fare con la purificazione, perché è un esercizio, un’ascesi (in greco), una scelta razionale e morale per un miglioramento e una crescita dell’anima spirituale e un rischiaramento delle scelte esistenziali.

Io stesso penso di aver esagerato in qualche modo, non tanto nel consumismo in genere, quanto nell’aver forse preteso troppo da me, non quietandomi mai nelle attività varie di studio lavoro sport e di relazione. Sto imparando ora che occorre trovare la misura giusta delle cose, per poter essere perseveranti e non solo guidati da un entusiasmo-del-fare che può essere esagerato e dannoso.

Io che son “filosofo” (si può anche sorridere di questo) devo imparare a fare una vita più filosofica e meno pratica e tesa al risultato, devo kantianamente e anche per me stesso rivedere alcune modalità esistenziali, che mi permettano di adeguare ritmi di impegno più consoni e rispettosi del tempo che vivo e della mia persona. Qui mi impegno per me e per l’affetto e l’interesse di chi mi legge.

Il sole nella pioggia

A volte accade, anche stamane, dopo la bufera. Il verde agostano delle foglie fa intravedere scaglie d’azzurro intervallate da nubi leggere. Dopo la bufera. Come nella mia anima. La prima notte di quiete si affaccia sul mondo come un mirum. Se desidero musica nella casa solitaria vuol dire che qualcosa mi illumina l’anima.

Ho la mia grande casa a disposizione. I rumori li produco solo io e la mia musica. Poi uscirò e starò bene incontrando qualcuno. Anche la piscina mi aspetta e il riposo. Una lezione nel pomeriggio al volenteroso ragazzo, che andrà avanti nel suo liceo. Metodo e razionalità.

Ascolto le antiche Orme, Gaber, Los Marcello Ferial e van De Sfroos, allietando le prime ore del sabato. Il nostro tempo è sempre il sabato, cioè il tempo dell’attesa senza ansia, sapendo che l’incontro con il dolore è esperienza e ascesi, cioè esercizio fisico e mentale, come ben sapevano gli antichi sapienti. Imparo ogni giorno il cambiamento come il disvelarsi di un incantesimo, o incantamento.

Il tempo si dipana veramente come kairòs, come tempo del cuore, mentre la cronologia sfuma nei giorni passati, svanendo. Sant’Agostino, i volti nel mio tempo, Johnny Cash, Woody Guthrie, Robert Johnson e Jimi Hendrix mi fan visita sorridendo stamane, con i soliloqui, il blues padano e quello americano.

E oggi è come nel titolo della canzone di Alice, la carissima Carla Bissi, con cui condivisi una pizza a Udine tant’anni fa, Il sole nella pioggia.

Ogni parola che proferisco, ogni parola che scrivo è insufficiente a dire la gioia di un risveglio buono, fresco come all’inizio, come all’alba del mondo. E penso alle persone che mi vogliono bene, a quelle che si fanno vive oppure condividono i miei silenzi. E gioisco.

L’andirivieni delle cose e dei pensieri rotolano nel fiume infinito dell’essere, e divengono-come-altro mantenendosi dentro l’alveo della vita nostra.

Il fiume dell’essere mi ricorda l’immenso Dniepr a Dnieprpetrovsk, che scavalcai qualche anno fa, meravigliandomi della sua potenza, o l’ancor più imponente Rio Paranà a Rosario d’Argentina, una ventina d’anni fa. Tanto ampio da non vedere l’altra sponda. La nostra vita è navigazione in mare aperto, oltre Gebel el Tarik, nell’Oceano, nel Mare-Oceano sfidato da Verrazzano e da Colombo, da Vasco de Gama e da Fernando de Magalaes, ogni giorno, non solo per un anno o per pochi anni.

E così si attende, si spera, ci si illumina e rattrista, per poi riprendere colore, come fa il sole che spunta tra le nuvole piene di pioggia, inopinatamente, quando si ferma il turbine del vento, e tutto si placa, quando si apre il cuore.

Il colloquio

Il colloquio è una forma di dialogo, e si usa molto nei luoghi di lavoro, dalle acciaierie agli uffici pubblici ad ogni altrove, soprattutto nelle nazioni a più alto sviluppo industriale e dei servizi. La metodologia nella contemporaneità trae origine dagli studi di psicologia sociale e di sociologia nel mondo anglosassone, iniziati negli USA a partire dagli anni ’30. In Italia si sono affermati forse solo negli ultimi due o tre decenni.

Si tratta di un dialogo cordiale, aperto, atto, sia a conoscere nuove persone come procedura di selezione, sia a una attività di “manutenzione” di personale già inserito, o in inglese -come è invalso dire- follow up.

E’ comunque un’arte antica, nota e praticata dai filosofi classici, soprattutto da Platone, ma anche da Epicuro, Seneca, sant’Agostino e altri.

E’ anche una delle attività più difficili che si possano svolgere a livello aziendale, perché le variabili possono essere infinite, trattandosi di un incontro tra personalità irriducibilmente uniche nel contesto dato, e a questo mondo. Pertanto occorre molta cura nella sua gestione.

Occorre mettersi in ascolto attivo, ob-audire (cioè obbedire, strano no?) dicevano i padri latini, evitando sia un eccesso di empatia sia la genericità o banalizzanti stereotipie. Ogni colloquio è un evento a sé stante, non ripetitivo, poiché cambia l’interlocutore, o cambia il tempo dell’interlocuzione. Manuali e role play sono piste teorico-pratiche da conoscere, ma senza la pretesa (sarebbe sbagliato) di copiarle. Se si incontra una persona nuova si avrà l’accortezza innanzitutto di metterla a suo agio, se una persona già conosciuta si può partire in qualsiasi modo, perché dipende dalla ragione per cui fa il colloquio, che potrebbe andare dalla comunicazione di un riconoscimento a una contestazione o sanzione disciplinare.

Gentil lettore, ti racconto un episodio, di un colloquio assolutamente eterodosso, per dire come la variabilità sia infinita, che mi è capitato di fare qualche settimana fa, per confermare come ogni incontro sia evento, atto unico e irripetibile. Sono in un’azienda importante a livello nazionale e non solo, fuori regione.

Lui compare alla porta del salottino dove sono ospitato, essendo io in trasferta, ma non lo faccio entrare subito perché sono impegnato in un colloquio già programmato e di non poca importanza.

Alla fine, ormai io ero rimasto solo, entra, incazzato, livido. Lo guardo in volto, intensamente e in silenzio.

Non lo faccio sedere, ma gli dico di cambiare espressione, immediatamente, “ché io non parlo con volti imbruttiti dalla rabbia o da altri sentimenti mali.”

Gli chiedo le ragioni di tanta rabbia e lui mi dice che non sopporta che le “sue persone” interloquiscano con chiunque in azienda. Allora gli spiego i ruoli, chiarendo che le persone che hanno interloquito con le “sue persone”  avevano pieno titolo per ruolo e posizione aziendale, per parlare, chiedere “come va”, convocare le “sue persone”, , etc.

E quindi lo invito a non essere paranoico e a recuperare il senso delle cose e dei fatti, in una prospettiva collaborativa e proattiva. Restiamo insieme a ragionare per più di mezz’ora e, a un certo punto lui cambia espressione e prende colore, ammettendo che veramente non sa che cosa lo prenda quando teme di “perdere il controllo”… Gli dico, “appunto, tu hai bisogno di tenere sempre tutto sotto controllo, e quindi emani ansia, sfiducia metodica, stancando e allontanando le persone, che ti vedono pian piano come un impiccio, se non come un nemico.”

E aggiungo che sarebbe utile ripartisse da lui stesso, curandosi una sorta di, gli dico, “io ferito e un poco quasi tramortito che ti fa soffrire e alla fine ti frena, cosicché tu devi darti tempo devi regalarti spazi, evitando di essere disponibile giorno e notte, sabati e domeniche. Riposati la testa, dismetti l’elmo e l’armatura e ringuaina la spada.

E altri episodi del genere mi sono capitati, tutti diversi, ma tutti con il minimo comun denominatore dell’ego debordante e nello stesso tempo insicuro o, come dicono gli psicologi, caratterizzati da un’autostima espansa, che è sinonimo di insicurezza profonda, soprattutto di se stessi.

C’è un gran lavoro da fare, come sempre e ciascuno di noi lo deve fare innanzitutto verso se stesso.

La gioia

Caro lettor domenicale,

la gioia non è la felicità, come ho qui già scritto. Lo proviamo ogni dì che passa. E’ il semplice gaudium latino, non la felicitas, falsamente duratura, se non fecondata (felicitas-fe) dall’impegno e dalla fatica quotidiana.

Ho scritto altrove che la gioia può anche contenere o essere contenuta dal dolore. Il miglioramento di una situazione di salute precaria genera gioia, fa sorridere: sta capitando proprio anche a me che mi son preso un’infreddatura con mal di schiena inusitato, che mi fa innervosire, soprattutto perché temo rallenti i miei ritmi, le cose che ho da fare. Ma forse è una lezione meritata, devo rall-en-ta-re. E accettare anche che i comportamenti degli altri non siano sempre rock, ma anche len-ti. Mi fa innervosire, ma così è la varietà antropologica degli umani. So di saperlo per molta teoria, ma a volte faccio fatica ad accettarlo.

Leggo sul Sole 24Ore della domenica che il sorriso nelle foto-ritratto ha iniziato a diffondersi solo quando nel 1943 il presidente USA Roosevelt volle dare un messaggio ottimistico alla nazione americana nel mezzo della Seconda guerra mondiale, il cui esito era ancora in bilico. La leggenda narra che qualcuno gli suggerì di pronunciare il mitico “cheese“, per aprire la bocca a modo di smile e mostrare i denti, trasmettendo cordialità e fiducia. E dunque gioia. Sarà. Sicuramente Hitler, Mussolini, Stalin, Franco, Salazar, dittatori di differente crudeltà, difficilmente si facevano fotografare sorridenti nei loro uffici pubblici, poiché, al contrario, una grinta da sicumera, vera o falsa che fosse, certamente gli giovava. Vi sono anche foto di Hitler e di Stalin sorridenti, ma il primo è con la sua cagna pastore tedesco che amava e Eva Braun nei pressi, e il secondo a tavola, dove imperava la vodka e i suoi racconti che tutti erano tenuti ad ascoltare devotamente (cf. Conversazioni con Stalin, Milovan Gilas, Feltrinelli, Milano 1962).

Dopo Roosevelt è partita la “campagna sorriso” a tutti denti da Hollywood, cioè da quello che sarebbe diventato il sistema mass-mediatico che oggi impera, dove tutti devono essere belli, forti e sorridenti. Io nelle mie foto non sorrido quasi mai. E che c’è da sorridere in generale? A volte me lo rimproverano, ma non mi interessa molto.

Se sfogliamo, invece, alcuni vecchi album o raccolte di foto dei decenni passati, anzi dalla seconda metà dell’800, notiamo che le espressioni delle persone ritratte sono prevalentemente composte e seriose: padri di famiglia con il vestito buono e con i baffi, donne giovani che sembrano già di mezz’età, bimbi compunti con il vestito da marinaretto, o della prima comunione, gli anziani seduti e in mezzo alla compagnia dei parenti. Tutti serissimi, specie i nostri friulani o delle genti valligiane (cf. su questo sito il mio pezzo Tin Piernu, che sarà pubblicato anche sull’Agenda Friulana 2018). A volte non aprivano la bocca perché avevano denti cariati o mancanti.

E allora, dove albergava la gioia, se tutti erano così seri? Forse che la diffusa povertà del tempo li rendeva tristi? No, basta leggere le cronache dei paesi, in friulano, sloveno, slavo delle valli, veneto del Friuli occidentale, maranese, per capire che nel poco che avevano i nostri avi trovavano molte cose di cui gioire, cose semplici, la festa di paese, il giorno domenicale, i licòfs, cioè la conclusione della costruzione di una casa, comunioni, battesimi e matrimoni, quando, chissà perché, molti erano in grado di suonare qualcosa, con l’armonica a bocca, la fisarmonica o la chitarra. Gioia con poco e anche a volte per poco, perché magari qualcuno doveva fare la valigia per la Germania il lunedì dopo (ricordi di mio padre in partenza), oppure doveva fare “san Martino”, c’erano ancora mezzadri che lasciavano la casa colonica, almeno nei racconti della mia infanzia.

La gioia è un sentimento semplice, un sentimento vero, trasparente come l’acque delle sorgenti montane. La gioia non ha bisogno di orpelli e di far figurare bene le situazioni, perché è gratuita, spontanea, è la manifestazione di una verità interiore. Posso provare gioia nel dolore, perché ho capito qualcosa della mia vita, che mi sfuggiva, un sentimento, e ciò mi basta per gioire, anche in questi giorni in cui combatto con un mal di schiena mai provato.

Ecco, la gioia è una medicina spirituale, che sorge quando entri in sintonia con la tua verità di essere umano e con la verità di chi ti vuol bene. La gioia è nel fare del bene, perché questo fare fa bene, la gioia è nel perdono, soprattutto a se stessi, ché dobbiamo spesso perdonarci per le cazzate che pensiamo o facciamo, e infine è nel rispetto degli altri, delle loro scelte fatte in libertà e responsabilità: un sentimento pienamente disinteressato, e perciò pienamente umano, oltre ogni istintualità, oltre ogni paura, oltre ogni paranoia. Questa è la gioia.

L’io e il mondo, il tempo e la memoria

Come siamo fatti bene, come funziona bene il nostro cervello! Stavo pensando che se dovessimo ricordare più o meno in contemporanea tutti i dolori, le sofferenze, le mancanze della nostra vita, non reggeremmo, forse.

Invece, lui seleziona, colleziona, “dimentica”, ricorda, memorizza, anestetizza, amnesizza e riporta in mente, e fa tutto questo nel tempo che percepiamo scorrere, più o meno velocemente (cf. Agostino, Bergson, Einstein). Questo “lui” è un “io”, il nostro-io, bio-macchina che presuppone, contiene, pone la sua stessa coscienza di essere come autocoscienza-consapevolezza, o di esser-ci (cf. Heidegger), ed è anche un “tu-io”, non tanto quando -empaticamente- ci mettiamo nei panni di un altro, ma proprio quando, quasi innaturalmente, pensiamo all’altro come un “io”, capace di pensare-se-stesso-e-il-mondo (cf. Fichte) esattamente come noi, anche se a modo suo.

Anzi, secondo il pensiero idealista moderno (Fichte, Schelling, Hegel), è pressoché tutt’uno con il mondo, poiché altro e altrimenti non si può conoscere se non nell’io-penso (qualcosa), al di là della conoscenza empirica che ovviamente è ammessa, ci mancherebbe.

Se Descartes, con il suo “cogito, ergo sum”, aveva separato l’io pensante dal mondo, auto-fondando la verità della conoscenza del reale nel io-penso stesso, Kant aveva voluto ancora distinguere la possibilità della conoscenza tra ciò-che-appare come fenomeno (l’aisthesis aristotelica, o apparizione dell’essere), e ciò-che-è-in-sé-e-per-sé, che lui chiama noùmeno. Un ultimo tentativo di ammettere la sussistenza di un mondo reale al di fuori della percezione soggettiva. L’idealismo ha poi portato questo percorso alle estreme conseguenze, prodromi di derive novecentesche che bene conosciamo: gli idealismi che si son fatti totalitarismi.

Per questo non è male recuperare un sano pensiero realista, più umile e consono al limite umano, riprendendo le formidabili lezioni di Aristotele e Tommaso d’Aquino, capaci di coniugare la possibilità di conoscenza di una realtà che pre-esiste ed esiste nonostante l’uomo e la sua stessa possibilità di conoscenza, ed esiste perché possiede un’essenza sua propria, che Spinoza, un po’ ateisticamente, avrebbe identificato con Dio stesso (Deus sive Natura). La Realtà esiste prescindendo dalla nostra conoscenza, così come la storia della mia famiglia si è dipanata per cinquecento anni, di cui ho precise tracce genealogiche, nonostante il mio fratellino Antonio sia morto a soli due mesi e non abbia mai conosciuto nessuno di questa genealogia.

E’ bene riconoscere un’oggettività al mondo, una sua verità indipendente da noi, che conosciamo per evidenza, quando appercepiamo le cose, e per comunicazione di notizia, quando ci fidiamo della parola o degli scritti di un altro circa una cosa che non conosciamo direttamente, ad esempio, per quanto mi riguarda, dell’esistenza dell’Australia (non ci sono mai stato, e potrei supporre, se fossi un idealista puro, che non esistesse finché non ne avessi avuto esperienza diretta).

Altrimenti, si può anche dire che l’essere delle cose tende ad apparire nella sua verità o a scomparire (cf. Bontadini e Barzaghi), ovvero a non manifestarsi, perché non possiamo conoscere tutto, anzi, più avanziamo nella conoscenza altrettanto avanziamo nella consapevolezza e constatazione della nostra ignoranza, nel senso tecnico-etimologico del termine. Ovvero, infine, come ritiene Severino, ogni cosa-che-è, è eterna come eterno essente e non può non-essere, per sempre.

Conosciamo e ricordiamo, dunque, ma con dei limiti, in parte determinati dalla nostra genetica, dall’ambiente in cui siamo vissuti e cresciuti e dall’educazione-formazione acquisite e in divenire, in parte da un lavorio silenzioso che il nostro mente-cervello elabora anche quando dormiamo, quando riposiamo, quando soffriamo, quando siamo contenti, quando comprendiamo qualcosa e quando ci sfugge perché troppo complicata o mal spiegata, quando interpretiamo male le dinamiche della vita nostra e di quella degli altri, e infine quando qualcosa ci illumina e comprendiamo ciò che fino a un attimo prima ci pareva oscuro.

Abituati all’alternarsi del giorno e della notte e all’andirivieni ritmico delle stagioni, siamo però dentro un corso lineare che è la nostra vita, la quale inesorabilmente scorre verso… Sta a noi attendere al senso di questo verso, alla sua direzione, cercando di trovarne tracce ovunque, anche nel dolore e nella mancanza, nella confusione e nell’assenza, nell’abbandono e nel dissenso, perché la vita stessa è una via e una verità, come scrive Giovanni al capitolo 14 versetto 6.

“Equilibrio” è il nome della felicità

L’abusato termine “felicità” deriva dall’etimo sanscrito “fe”, che ha significato di fecondità. In greco si dice makarìa, con un significato più simile a “gioia”, parola molto apprezzata da Joseph Ratzinger, e non banalmente. Il latino ne ha recepito l’etimologia indoeuropea con “felicitas”.

Nell’accezione comune, derivante dalla cultura filmico-televisiva delle telenovelas, aggiornamento contemporaneo dei romanzi d’appendice di fine ‘800, la felicità sembra essere il fine auspicabile  e raggiungibile di uno stato di vita.

Non è così, perché ciò è pura illusione. Non si dà veramente mai “…e vissero felici e contenti“, contenti magari sì perché è un accontentarsi, sentimento nobilissimo e realistico. Non si può dare in assoluto la “felicità”, perché presuppone uno stato di continuità irrealistico, ingenuo e perfino un poco stupido. La vita fisica e quella psichica, generata dai tre fattori ineludibili come la genetica, l’ambiente vitale e l’educazione, sono determinate a essere in una strutturale indeterminazione e im-prevedibilità. Il dolore e la malattia, il distacco da una persona cara o la sua morte, possono sopravvenire in qualsiasi momento e allora anche uno stato di benessere, che si può chiamare “felicità” va a farsi benedire.

Qualcuno sa che alcuni anni fa scrissi a quattro mani con l’amica psicologa Anita Zanin un volume dal titolo “Educare all’infelicità”, proprio per mettere in guardia educatori e genitori da facili buonismi illusori nei confronti di figli e allievi, perché la vita presenta quotidianamente prove che ci portano a confrontarci con il bene e con il male, con il dolore e la sofferenza, con la mancanza e con…  momenti di gioia.

Si deve dunque considerare in situazione la relatività del benessere: infatti, quando si supera uno stato di dolore o di mancanza vi è un rasserenamento; quando da una malattia si passa alla convalescenza, pur non essendo ancora nel pieno delle forze, si prova “gioia”.

Un esempio pratico che mi riguarda e che chi mi conosce o legge questo sito da tempo ha già sentito raccontare. La genetica e i miei costumi esistenziali mi hanno dato un fisico di rara forza e resistenza. Bene. Due anni fa, diagnosticatami  la rottura del menisco interno destro, vengo operato in day hospital, dimesso in serata, ma con una piccola (!) dimenticanza: un’arteriola lasciata aperta. Nottetempo emorragia maggiore, difficile da guardare, pronto soccorso, salvo perché ho emoglobina naturale a 16 come il povero Pantani. Tentativi di toglimento di sangue e siero a freddo inutili. Re-intervento chirurgico dopo due giorni con le prime e uniche quattro notti passate in ospedale in tutta la mia vita. Emartro gigantesco, gamba dimagrita, crollo a settantun chili dai miei abituali settantanove/ ottanta per centottantacinque centimetri. Il fisioterapista che mi prende in carico mi dice che spera non vi siano danni alle cartilagini dovuti a sangue e siero corrosivi. Mi vede in due mesi almeno venti volte, dolore fortissimo nel trattamento robusto che ritiene di praticarmi, mi rimette in piedi e in bici come e meglio di prima.

Ero nel dolore, anche perché non abituato, ma quando ho visto i miglioramenti e la ripresa sono stato immediatamente in uno stato di gioia, di ritrovato equilibrio.

In un altro caso recente, sempre legato allo sport praticato, il ciclismo, una zoppia induce un sanitario a esprimere un’ipotesi di diagnosi un poco frettolosa circa  l’origine del dolore muscolare, e abbastanza infausta. Mi rifiuto di farmi ricoverare d’urgenza, faccio una risonanza magnetica che manifesta una mera contrattura da sforzo con versamento ematico, riassorbito con alcune fisioterapie e la continuità sportiva. Ho passato una settimana d’inferno prima della RM, ma poi la gioia della scoperta del limite del male e della sua rapida risolvibilità.

Gioia dunque, non felicità, gioia dentro il dolore, nel continuo andirivieni delle condizioni della nostra vita, fisica, psichica, emotiva, affettiva, spirituale.

Altre narrazioni potrebbero arricchire questo mio scritto, relativa a dimensioni più emotive e spirituali, che hanno visto recentemente alternarsi gioia e dolore nella mia vita, ma mi consenta il gentil lettore di soprassedere, tornando al tema iniziale, che asserisce l’impossibilità reale di una “felicità piena e continua”, e la preferibilità di denominarla con un termine meno cinematografico, cioè “equilibrio”, ebbene sì, tra gioia e dolore.

Al mio gentile lettore consiglio di riflettere su questo tema, considerando comunque la bellezza di ogni vita, nella libertà che ci dà il nostro essere unici e irripetibili, e la nostra dignità personale imperdibile e intoccabile.

Older posts

© 2017 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑