Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Spes contra spem, in questi primi di gennaio 2019

Voglio qui parlare della speranza, proponendo un commento che ho pubblicato sul sito del caro amico e collega Neri Pollastri, il più valoroso consulente filosofico italiano. Neri oggi giustamente scrive che c’è poco da festeggiare in un mondo e in un tempo dove e quando la violenza e le ingiustizie sono così dilaganti. I botti ricordano le bombe di quelle le guerre, parafraso il suo scritto, e quindi non gli piacciono. Non piacciono neanche a me, per nulla, mi disturbano e mi annoiano. Non parliamo poi della inqualificabile abitudine di gettare in strada oggetti dalle finestre, rischiando di ferire qualcuno e sporcando il suolo pubblico. L’uomo a volte celebra riti che svelano con chiarezza quanto di belluino ancora permanga nella sua struttura di antropoide, mostrandosi -se così si può dire, e so di rischiare l’approssimazione sotto il profilo di una antropologia equilibrata- peggiore degli altri animali e soprattutto dei cugini antropoidi.

Intanto, Neri, buon anno a te e ai tuoi cari con speranza, perché stavolta su una cosa non concordo con te, proprio sulla definizione che dai di “speranza”. Non penso che la speranza sia una vecchia truffa ma sia due altre cose: prima di tutto è una passione che contrasta la disperazione, come insegna Tommaso d’Aquino nella sua elencazione delle undici passioni. In quanto passione è movimento, spinta interiore, ossigeno spirituale; secondo, è -teologicamente- virtù, appunto, teologale, insieme con la fede e la carità, per chi dà senso alla lezione di Paolo di Tarso (cf. 1 Corinzi 13, 13). Ma, direi, anche per la cultura laica, e non perché sia l’ultima dea, ma perché con la sua capacità di contrastare la disperazione di molti, li aiuta ad agire. Spes contra spem: infatti come si potrebbero affrontare le prove ardue che la vita ci pone, le battaglie per la giustizia che correttamente elenchi anche se a contrario, se non ci fosse la speranza ad aiutarci. Come avrei potuto aiutarmi quindici mesi fa quando mi si è rivelato il grave tumore che pare ora non ci sia più anche se mi ha lasciato sofferenza e dolori, senza speranza? Sul resto delle tue osservazioni etiche e politiche concordo senza riserve. Un abbraccio, caro amico mio.
Renato

Anch’io sono furibondo come Neri nei confronti degli egoismi terrificanti che condizionano l’agire degli attuali potenti del mondo, finanzieri e politici spregiudicati, dittatori e aspiranti tali, dilettanti allo sbaraglio le cui capacità politiche sono commisurate alle loro azioni fallimentari e alle dichiarazioni correlate che diffondono sul potente web.

Sulla speranza, però, voglio spendere qualche altra riga, poiché mi pare che sia necessario, di questi tempi un poco derelitti dalla sapienza.

La consolazione della speranza nasce dalla capacità di discernimento di ciascuno di noi, e io cerco di coltivarla sempre, anche con l’aiuto dei grandi sapienti di ogni tempo, come Paolo di Tarso. Leggiamo un passo della Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 13, dal versetto 1 al versetto 13:

“1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.
13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”

Infine, il testo del titolo di questo pezzo è tratto da un passaggio dalla Lettera ai Romani (4, 18), in cui san Paolo si riferisce ad Abramo:

«… qui contra spem in spe credidit, ut fieret pater multarum gentium, secundum quod dictum est: “ Sic erit semen tuum ”.»

cioè

«Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza
Si tratta di un esempio di fede incrollabile in un futuro migliore, anche se tutto sembra andare per il verso sbagliato. E qui c’entra di nuovo la speranza come virtù teologale e, aggiungo, anche come passione che combatte ogni pessimismo disperante.

La speranza non può demordere, poiché rappresenta la condizione dello spirito più adatta ad affrontare il futuro, essendo originata, sia dalle strutture cerebrali preposte all’istinto di sopravvivenza, come ci spiegano i neuroscienziati, sia dall’elaborazione teoretica della filosofia di ogni tempo, anche se diversamente declinata tra cinici-scettici e realisti-idealisti.

E poi questo sentimento è indispensabile per le persone, che ne hanno bisogno come dell’ossigeno per respirare, al di là di ottimismi o pessimismi di maniera o caratteriali. La speranza dunque, oltre a essere virtù e passione diventa anche sentimento, cioè un modo di sentire le cose, sia quelle che ci appartengono direttamente, sia quelle costituenti l’esternalità delle nostre vite, il mondo, poiché, se la solitudine anche nella sua versione solitaria è una condizione, o dimensione o diritto del singolo uomo e della singola donna, la condivisione empatica di una comunità-di-destino di tutti gli umani non può non fare conto sulla speranza stessa.

Solitudine, solitarietà, solidità, solidarietà

L’etimologia è la stessa, quella della radice greca òlos, cioè tutto: incredibilmente la solitudine ha a che fare con la solidità del tutto, come manifestazione, o epifania del cosmo (dal greco kòsmos), che è l’ordine delle cose. Infatti non si può stare soli, se non si è solidi.

Mi piace molto la solitudine, anche nella sua versione accentuata e voluta della solitarietà, cioè l’essere tendenzialmente solitari. Come nella perdita di una vita c’è la perdita, per chi se ne è andato, di tutto il mondo, nella solitudine c’è tutto. E ciò non significa che si deve stare sempre da soli, ma qualche volte è bene, fa bene essere soli. Come quando si ha di nuovo la forza di prendere in mano la bici leggera e di involarsi verso un dove, che non dico.

Così come è bello che solidità abbia a che fare con la solidarietà, e ciò può essere collegato alla solitudine e alla solitarietà. Infatti, se vero che la mano destra non deve sapere ciò che fa la sinistra, ecco che il bene deve essere fatto senza propaganda, né enfasi, né marketing mediatico. Leggiamo l’evangelista, che prima di seguire Gesù, faceva il daziere.

Dal Vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18
“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.
Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini, In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”.

Il fare, insegna il Maestro, sia un agire semplice e responsabile, senza secondi fini di premi e gloria attesi. Quanto diverso questo insegnamento dall’atteggiamento suggerito in ogni contesto di questi tempi nei quali vale il mostrare, l’apparire e il berciare sgangherato e ignorante sui social!

La vita è bella, anche nel dolore, il mondo terracqueo è ancora bello anche se l’uomo lo ha svilito, perché questo svilimento si può fermare. Non si deve considerare avversi l’evoluzionismo della natura, che non nasce con Darwin, ma quasi due millenni e mezzo prima, con Eraclito di Samo. Il cambiamento non esclude la presenza di un’Entità divina, poiché, proprio dal punto di vista scientifico (galileiano-contemporaneo) non si può mostrare deduttivamente né l’esistenza di Dio né il suo contrario. Chi può affermare che Dio stesso non sia evoluzionista, se così si può dire? Non una volta sola in questo sito abbiamo parlato delle generose prove teologiche dell’esistenza di Dio, da Platone a Tommaso d’Aquino, e non mi ripeto.

Una mentalità scientifica evita di fare confusione tra le discipline, ad esempio non distinguendo la fisica dalla metafisica, che è disciplina scientifica, se per scienza si intende un sapere caratterizzato da un suo proprio statuto epistemologico. La metafisica, come ogni altro sapere, ha un suo ben preciso statuto epistemologico, eccome! Questo lo dico, fraternamente, soprattutto agli atei militanti, e anche ai bigotti dell’altra sponda.

Siamo a questo mondo soli nella nascita e soli nella morte, questa è la verità. Veniamo al mondo in-interpellati, e qui viviamo nei modi infinitamente declinati, in compagnia di molti nostri simili e omologhi, primati tra i primati, non in tutto primi della classifica. Ad esempio, il mio gentile lettore sa che gli scimpanzé ci sono superiori nella memoria fotografica? L’esperimento giapponese del maschio Ayumu spiega come lui memorizzasse nove numeri e oltre in sequenza, dopo averli visti contemporaneamente per un quinto di secondo, un batter di ciglia,  mentre noi umani arriviamo a fatica a cinque. E’ chiaro e dimostrato che noi umani siamo superiori in tutto il resto, e anche nella capacità di decidere di fare il male, senz’altro meno solidali dei nostri cugini ominoidi, scimpanzé, bonobo, oranghi e gorilla (cf. Siamo così intelligenti per capire l’intelligenza degli animali? di Frans de Waal, Raffaello Cortina editore), con i quali condividiamo oltre il 98% del DNA.

Il valore dell’essere umano e della sua vita non sta -dunque- solo nella relazione io-tu, come sostengono i filosofi Martin Buber e Emmaniel Lévinas, che apprezzo, ma dai quali mi distanzia questa loro visione assoluta del valore della relazione. Certamente il “volto” dell’altro è uno specchio per il nostro “io”, certamente anche il “tu” è un “io”, ma non possiamo in ogni momento pensarci e tenere l’altro come fosse l’io singolare di ciascuno di noi. Abbiamo anche bisogno di concentrarci sul nostro proprio, irriducibilmente unico “io”, in ragione del fatto che ci-siamo e che questo nostro esser-ci è necessario fin dal nostro concepimento, e deve essere difeso, vissuto, compreso, sopportato, fino in fondo.

Il valore dell’essere umano è presente anche nell’unicità di ciascuno di noi, nella solitudine e perfino nella sua declinazione più solitaria e silente.

La presenza del male nel mondo

Invitato a tenere una prolusione filosofica a un convegno sulla sicurezza del lavoro ai primi di febbraio dalla maggiore associazione datoriale, ho preparato un Power Point di sintesi (si veda più sotto), per proporre una riflessione -la più semplice possibile- su un tema i cui contorni confinano con il mistero delle cose che la ragione umana può solo in una certa misura sfiorare, senza riuscire a rivelare completamente.

Il tema del “male nel mondo” è presente nel pensiero filosofico da migliaia di anni, in Occidente e in Oriente, ed ha ispirato letture e tesi molto diverse o addirittura contrapposte. Un tema da affrontare sempre con umiltà e spirito di confronto, anche in ambienti che hanno come loro focus il business,  il vantaggio competitivo e il risultato economico, perché l’uomo è e deve restare il fine, non mai il mezzo della tutela di qualsivoglia interesse.

Il bene e il male sono l’endiadi di ogni sapere etico elementare. Per i barbari assassini delle due studentesse scandinave sui monti dell’Atlante in Marocco, il bene è scannare due ragazze infedeli, così come per il sedicenne rom che ha massacrato un clochard palermitano.

Il bene è uccidere chi capita per Cherif Checatt, oppure buttare bombe al napalm sui villaggi vietnamiti, vero generale Westmoreland? Ancora è bene fucilare alla nuca i nemici politici alla Lubianka oppure sfruttare a due dollari l’ora mano d’opera migrante nel Tavoliere della Puglia.

Per altri il male è l’elenco di brutture e orrori che ho riportato sopra.

Approfitto di una prossima conferenza per parlarne ancora, qui.

La discussione etica sul bene e sul male è vecchia come il linguaggio umano, e come le prime prove di scrittura mescolandosi fin da subito con il Diritto, ad esempio il Codice mesopotamico del re Hammurabi (XIX secolo a. C.), i Codici giuridico-morali egizi, il biblico Deuteronomio e poi le XII Tavole romane, il Corpus iuris civilis di Giustiniano, e così via. Fino ai nostri italici Codici civile (1942) e penale (1930).

Filosofi, teologi e giuristi hanno studiato la materia, cioè la filosofia, la teologia morale e il diritto per millenni. E ancora è tema attualissimo. Ad esempio, i governanti fanno bene o male raccontare menzogne ai cittadini elettori, come stanno facendo in questi mesi i due vice capi del Governo italiano, pur avendo -dal loro punto di vista- uno scopo positivo, cioè quello di vincere le prossime elezioni? Che domanda insulsa, vero, caro lettore? E’ chiaro anche a un bambino che raccontare menzogne è male, mentre dire la verità è bene, anche se la verità è sgradevole.

Risparmiare sui dispositivi di sicurezza del lavoro per ottenere un bilancio aziendale migliore è bene o male, caro Amministratore delegato della ThyssenKrupp? Altra domanda retorica, ché oggi mi vengono così bene le domande rettoriche. Sarà perché sono un poco incazzato.

Il bene e il male si discernono prima di tutto con la coscienza, e poi con la scelta di un’etica. Non esiste infatti un’etica generica, purchessia, ma va declinata, altrimenti può essere moralmente plausibile, quindi un bene, anche mutilare i genitali di una bambina. Oppure no, se si sceglie una morale dove il fine è la tutela dell’integrità psicofisica di ogni umano.

(qui sotto, caro lettore, trovi alcune diapositive che utilizzerò in una prossima conferenza)

del male

Le sorprese della vita e la meraviglia che non finisce, sia nel bene sia nel male, stupendomi sempre, giammai rassegnato all’ovvietà

All’improvviso ti ammali, anche se hai fatto tutta una vita virtuosa, senza fumo, droga, alcol, mangiando il giusto, facendo sport, curando il corpo e l’anima. Oh, utilissimo eh, perché questi costumi ti salvano la vita. A me è successo questo. Non mi sarebbe tornata un’emoglobina a 14 se prima non avessi avuto un’emoglobina quasi fissa sul 16/ 16,5. La mia “etica”, nel senso greco antico del termine mi ha salvato, posso dire, e son tornato forte e vigoroso (quasi) come pria. Sì, pria, al modo di Totò.

Nel mio caso, poi, studi e lavori, lavori e studi tutta la vita, mai sazio di sapere, sempre curioso del mondo e delle persone, se puoi dai una mano a chi di una mano ha bisogno, sperando nella gratitudine, e cominci a farti un’idea delle persone. Di umanità mi intendo non poco, perché l’ho studiata seriamente, scientificamente, antropologicamente, psicologicamente, teologicamente, sociologicamente, filosoficamente, direttamente, (oooh quanti avverbi modali, ma così è) dialogando, conoscendo, cercando, tornando indietro, andando avanti, mettendo in questione le mie opinioni, sempre. Non come certuni che pretendono di conoscere il prossimo dall’alto della loro inconsapevole ignoranza ignorante, la più brutta specie di ignoranza.

E poi, nonostante tutto, ti sbagli: anche le persone che ritenevi fatte in un certo modo, sono fatte in un altro; avevi misurato apprezzando magari la loro capacità di mettersi alla prova, di rischiare un po’ del loro, di com-promettersi (il com-promesso è una bella cosa, caro lettor mio, poiché è un promettere-insieme), ed ecco che nel momento topico si tirano indietro, tirano proprio il culo indietro, rivelando -alla prova- una timidezza, un “rispetto umano” che confinano con la vigliaccheria.

Che delusione! Non si finisce mai di scoprire l’uomo, questo animale (in tutti i sensi conosciuti e accepiti in ogni tempo e luogo), le sue debolezze dentro grandezze che si rivelano a volte solo apparenti o evidenti nella normalità, subito spegnibili nella battaglia, proprio quando viene il momento dello scontro cruento anche se solo metaforicamente, e bisogna tirare fuori gli attributi.

A me invece la battaglia non è mai dispiaciuta, fin dai tempi adolescenziali delle botte da orbi. Non ho mai avuto paura di nessuno, perché non ho mai offeso volontariamente o con malvagità alcuno, e ho sempre piuttosto cercato di aiutare gli altri, supportato da una mia forza intrinseca, naturale, fisica e spirituale.

Ora che posso permettermi di guardare con distacco le situazioni che mi offendono nell’inerzia incredibile dei migliori che conosco, sono più che sereno, perché posso permettermelo, appunto, e perché imparo ancora di più sulla verità del mio prossimo.

La vita ti riserva sorprese, piacevoli e sgradevoli. Ecco, sopra ho provato a raccontarne una sgradevole, ma voglio equilibrare la narrazione in tema con un’esperienza gradevole, avvenuta nelle ultime settimane, assieme ad altro che non dico in questo locus, perché mio privatissimo: qualcuno in alto nel potere si è accorto che non sono un traviatore di giovani ma, se non proprio un medieval magister, sono uno a cui si possono ancora affidare corsi accademici di morale, perché le mie posizioni e i miei testi non sono diseducativi, o troppo ardui e perciò fuorvianti, ma sono dialogici, propositivi, dentro il grande fiume della ricerca sull’uomo, sui suoi affetti, sui suoi limiti, sulle sue virtù e i suoi vizi.

Le sorprese della vita.

Noi stessi siamo una sorpresa a… noi stessi, quando acquisiamo il senso di esser-ci, a questo mondo (cf. Heidegger). Que sorpresa, se dice en castellano, esser vivi, respirare, dormire, vegliare, mangiare, bere, andare di corpo, usare il corpo per fare tutte le belle cose che il nostro spirito e -ancora- il nostro corpo son predisposti a fare da Natura e da Dio, se ci crediamo. La più grande sorpresa è proprio il nostro essere-stare-al-mondo, ché sarebbe altrettanto plausibile l’incontrario, cioè il non-esser-ci. Ecco: per quale ragione siamo al mondo? Per nessuna conosciuta razionalmente. Per un disegno? Perché serviamo a far proseguire la specie umana, peraltro così dis-graziata? Per cosa? Per l’amore di Dio? Eeeh, forse.

Un’altra sorpresa tra molte altre, anche se di questi tempi fino a un certo punto, è quella degli episodi accaduti attorno a San Siro a Milano nell’ambito della partita Inter-Napoli. Mi sono chiesto come possa essere razzista e fascista un tifoso dell’Inter, cioè della squadra che ha fatto del suo nome un simbolo di accoglienza verso tutti i giocatori del mondo: Internazionale. L’ex presidente Moratti ha finanziato decine di scuole calcio per i bambini dei paesi più poveri con i colori nerazzurri. In questo e in analoghi casi, le società dove sono, la società dov’è, i giocatori milionari dove sono? I milanesi interisti dove sono, e perché non mettono in minoranza quella banda di minorati mentali che sono gli schifosi tribali della curva, capaci solo di insultare e di provocare violenze?

Ma da contesti dove vigono modelli à la Nainggolan che cosa si può pretendere? Quanta educazione manca? E Salvini, che va a braccetto con gli ultras dell’altra ex grande squadra di Milano? Che cosa possiamo sperare, si sarebbe chiesto di fronte a questi episodi, Immanuel Kant?

Steven Pinker scrive dell’esigenza di un nuovo umanesimo illuminista (cf. Illuminismo adesso. In difesa della ragione, della scienza, dell’umanesimo e del progresso, ed. Mondadori, 2018), poiché si stanno perdendo di vista le basi culturali che hanno portato l’uomo umano, il sapiens evoluto ad ammettere l’uguaglianza in dignità e il valore delle differenze di tutti e ciascuno con tutti gli altri e ciascuno, qualsiasi sia il suo colore, timbro vocale, etnia, lingua, filosofia, cultura e religione.

Un tempo non molto lontano il caucasico ariano andava per la maggiore, con il picco criminale del nazismo, ma ora sembra si sia in una fase di addormentamento generale, prodigo di ulteriore stanchezza intellettuale e morale, là dove non si fa neppure la fatica di criticare almeno le forme più idiote del razzismo, che passa per i pertugi dettati dall’ignoranza ignorante del web e dei social.

Non hanno parole e ragionamenti per confutarmi, cosicché con me usano gli hacker, mentre le “notizie” (per modo di dire) di questi giorni sono, da un lato l’attesa da parte di un vicepremier di un collega di partito che è stato in Sudamerica per otto o nove mesi, e dall’altro, che l’altro vicepremier ci informa di mangiare pane e nutella per colazione al mattino. Commenti?

Mi sono accorto che qualcuno dei tremila e passa lettori settimanali di questo blog, non condividendo certe mie tesi, non hanno risposte logico-argomentative tali da confutarmi, e allora ci provano con l’hackeraggio, ma così facendo confermano la loro povertà cognitiva, intellettuale e morale. E mi fanno sorridere, e anche dispiacere, perché non sono disponibili a rivedere le proprie idee, neanche se gli dici che gli converrebbe, per nutrire l’intelligenza che solitamente apprezza il cambiamento delle idee stesse.

Non so chi siano, o chi sia, ma ne conosco il livello, che si rivela con il tipo o lo stile di opposizione alle mie idee.

L’altra notizia è quella relativa all’attesa di un villeggiante in Sudamerica da parte di uno dei due vicepremier. Non capisco la logica giornalistica che caratterizza la gerarchia delle notizie, in questo come in altri casi analoghi. Nei tg a volte viene prima del terremoto di Catania o dell’ammazzamento di Pesaro del fratello di un collaboratore di giustizia. Funziona così? Proviamo: io oggi forse farò un giro in bici, modello in carbonio marca De Rosa: dovrebbe meritare la prima pagina di un tg, poiché non mi pare meno importante del rientro di quel signore. O no? Anche se so che non spiccherà nella gerarchia delle news di giornata. Bisognerebbe non curarsi de minimis.

Continueranno a spiccare notizie tipo quelle sopra dette, per la gioia della massa utente, provvista di soglia critica largamente insufficiente, perché priva di basi cognitive e culturali, e largamente dominata dalle emozioni di un “tifo politico” irrazionale come quello calcistico.

Forse, anche solo per rimediare un poco, in questa fase storica della cultura mondiale sarebbe bene recuperare un po’ il pensiero stoico classico, che riteneva le emozioni in larga misura dannose.

Diamo uno sguardo, ancora una volta, ché già l’abbiamo fatto in questo sito, allo stoicismo, come corrente filosofica classica. Lo stoicismo è una scuola filosofica con caratteristiche spirituali connotate da razionalità e -teologicamente- da una forma di panteismo. Zenone di Cizio è considerato, nell’Atene attorno al 300 a. C., il suo fondatore. Una fonte importante di questo orientamento è certamente quello dei cinici, che lo precedette esplicitando un certo pessimismo sulla natura umana, che oggi sappiamo dalle neuroscienze essere largamente determinata ad essere quello che è, senza che ciò giustifichi ogni azione per una supposta mancanza totale di libertà individuale.

Il nome della filosofia stoica deriva dalla Stoà, un portico dipinto che si trovava in Atena (in greco στοὰ ποικίλη, Stoà poikíle), lì dove Zenone teneva lezione. La linea teoretica principale degli stoici era di tipo etico, costituita da una forte sottolineatura delle funzioni della ragione e del controllo sulle passioni, che potevano essere dimensionate fino alla condizione mentale e spirituale dell’apatia e dell’atarassia, cioè di un dominio completo delle passioni. Nello stoicismo vi è anche un certo fatalismo, e una capacità di sopportazione di disagi e sofferenze, proprie e altrui, cui non si nega un aiuto.

Questa dottrina fu la cifra intellettuale e morale di molti insigni personaggi della cultura e della politica, come l’imperatore Marco Aurelio, Seneca, il liberto Epitteto, Catone Uticense, Cicerone e Quinto Giunio Rustico, magister di Marco Aurelio, da questi ascoltato e addirittura venerato al punto da inserirlo tra i suoi Lares, o dei protettori della casa.

Nei tempi nostri sembra che le emozioni la facciano da padrone, nel marketing, nella comunicazione, negli spot,  in ogni attività che cerchi di vendere prodotti e servizi. Non si interpella più di tanto, o per nulla, il flusso logico della ragione argomentativa, ma la si scavalca, interpellando immediatamente i sentimenti passionali ed istintuali. Per una cioccolata, per un’auto, per un vestito, per qualsiasi cosa sia vendibile…

Ma l’intelligenza non è vendibile. Né acquistabile, grazie a Dio. La ricchezza non la fa aumentare, anzi a volte la riduce, perché la fa ritenere inutile. Un altro nemico dell’intelligenza è la pigrizia, la mancanza di curiosità, e, di converso, la presupponenza e le sue correlate arroganza, protervia, prepotenza e superbia. Molte persone di potere temono l’intelligenza e la rifuggono, perché per loro è incontrollabile e quindi pericolosa: questi preferiscono gnorsì buoni per tutti i menù, subalterni fedeli esecutori di ordini.

Se le emozioni, i sentimenti e le passioni sono orientate a dominare le attività spirituali, sono veramente pericolose, dannose, istupidenti, mentre ben vengano se servono a ispirare e ad irrobustire la ragione argomentante e lo spirito.

La menzogna come vizio e le menzogne come abitudine

Le bugie clamorose propalate dal governo italiano in un questa fase, primi bugiardi i due vicecapi che in questo pezzo non citerò per nome, nauseato dalle troppe citazioni da me necessariamente subìte nell’ultimo semestre, quando non ho potuto non citarli. In altre parole, mi hanno imposto di scrivere questo articolo, anzi questo saggio breve sulla menzogna. Ricompreso tra i bugiardi è anche il premier.

Del tema si sono occupati i due grandi filosofi della Grecia antica, Platone e Aristotele, e in seguito i due grandi filosofi-teologi cristiani, sant’Agostino e san Tommaso d’Aquino. E in seguito Machiavelli, Kant e altri.

Nel nostro tempo non si possono dimenticare i Pentagon papers del 1971 citati da Hannah Arendt, come testo emblematico sul tema della menzogna in politica.

Pare che la menzogna sia un comportamento naturale, perfino universale, come anche la Bibbia conferma nel Salmo 115, 11 “omnis homo mendax”, cioè ogni uomo è mendace, bugiardo, menzognero. Platone ne parla nel libro II de La Repubblica, in qualche modo considerando la menzogna una specie di obbligo comportamentale per governare la polis. Nota è l’affermazione di Niccolò Machiavelli (Il Principe), là dove scrive della necessità di simulare e dissimulare per l’uomo di governo. Costui deve essere volpe e leone, senza fare una brutta figura da spergiuro o mentitore.

Nei nostri tempi Hannah Arendt, in Verità e politica ha scritto: “La menzogna ci è familiare fin dagli albori della storia scritta. L´abitudine a dire la verità non è mai stata annoverata tra le virtù politiche e le menzogne sono state sempre considerate giustificabili negli affari politici”. La Arendt, per questi motivi, giustificava la dissimulazione, l’inganno e la menzogna, considerandoli strumenti legittimi per l’ottenimento di fini politici, specialmente se se la menzogna era rivolta contro un nemico (cf. Pentagons Papers) .

Fra gli uomini di scienza la si pensa allo stesso modo, più o meno. Ad esempio, l’etologo e biologo britannico Richard Dawkins scrive nel suo best sellerIl gene egoista” (1976): “continueremo a imbatterci nella menzogna, nell’inganno e nello sfruttamento egoistico della comunicazione ogni qualvolta gli interessi dei geni di individui diversi non coincidono. Questo vale anche tra individui che appartengono alla stessa specie”. “Varrebbe a dire che quando gli interessi sono contrastanti, per raggiungere i propri scopi l’organismo sembra avere la sola strada della menzogna. La menzogna sarebbe dunque una capacità adattiva, una abilità personale che si contrappone alla cooperazione e alla perfetta lealtà fra individui, la quale è auspicabile, ma non sempre possibile e non sempre svolta per ragioni del tutto trasparenti. Intenzionalità della menzogna.” (dal web)

La menzogna è un atto volontario, in quanto si propone di raccontare la realtà in modo modificato e falsificato, consapevolmente e ingannevolmente. Anche l’omissione può costituire una menzogna, tant’è che in dottrina morale si prevede il peccato di omissione. Vi è addirittura qualche raffinato teologo morale che ritiene il peccato di omissione alla propria umanità il peccato per eccellenza. Un tipo di omissione è quello che commettono gli attuali governanti italiani, i quali non la raccontano giusta, rischiando di ingannare molti cittadini, specie quelli meno capaci di analizzare le notizie e di possedere e utilizzare conoscenze e spirito critico. La menzogna può avere anche chiari obiettivi, anche non negativi, come quella che si dice per proteggere i sentimenti di un’altra persona (evitarle la delusione o altri sentimenti negativi verso un’altra persona. In questo caso si parla di bugie bianche), ovvero negativi come quella che si dice per evitare una punizione (proteggere se stessi da una possibile sanzione), o quella puramente difensiva e auto-assolvente dell’inventare una realtà migliore o più rassicurante per se stessi.

Vi sono anche relazioni tra la menzogna e forme di psicopatologia, come nel caso del racconto di bugie per sfogare la fantasia, ovvero per migliorare la propria visione del mondo e la propria collocazione nel mondo come in certe forme di paranoia.

Ovviamente la menzogna ha a che fare con la verità in tutte le sue manifestazioni razionali, sia come evidenza sia come comunicazione di notizia. Dire che l’Australia non esiste significa smentire una notizia affidabile oppure un’esperienza personale. Dire che l’anima immortale non esiste come affermava la Hack, perché non dimostrabile, è invadere un terreno epistemologico con strumenti sbagliati, cioè quelli della fisica per trattare un tema metafisico. La verità è comunque un bene da maneggiare con prudenza, giustizia e carità, poiché non è sempre il caso di dire la verità nuda e cruda in qualsiasi momento e situazione. Infatti, vi possono essere momenti e situazioni che richiedono di tergiversare, di attendere che le cose si mettano in modo tale da non danneggiare altri.

Aristotele affermava che «il falso ed il vero non si trovano nelle cose stesse — come se il buono, ad esempio, fosse vero ed il male falso — ma soltanto nella mente» (Metafisica, I. VI, c. 5 – BK 1027b); idea ribadita anche da Tommaso d’Aquino, quando afferma che «così come il vero si trova principalmente nell’intelletto che nelle cose, a sua volta si trova maggiormente presente nell’atto del giudizio intellettuale che nella semplice apprensione» (De Veritate, q. 1, a. 3) in R. Spaemann, Concetti morali fondamentali, Piemme, Casale Monf. 1993, p. 110; Gregorio Magno, Regula Pastoralis.

Si può inoltre affermare la veracità come virtù esprimente la verità  delle cose, deve essere utilizzata cum grano salis, come abbiamo detto sopra, con prudenza, in quanto, se sparata in faccia comunque a chiunque e in qualsiasi momento, potrebbe creare non pochi danni. Una definizione convincente della veracità può essere la seguente: “La veracità è la rettitudine etica propria di chi, nel manifestare ciò che effettivamente ammette, non vuole recare nessun innecessario pregiudizio ad altri o a se stesso”, ovvero “come l’abitudine consolidata a comunicare, secondo prudenza, giustizia e carità, ciò che ammettiamo come vero in noi.”

Si può anche considerare la menzogna come un non-detto, o un detto-con-toni-diversi… faccio un esempio: se il cronista racconta della morte del bimbo guatemalteco, facente parte della “carovana dei migranti”, mancato in un ospedale di El Paso, dicendo: “Bimbo guatemalteco morto mentre era sotto custodia delle autorità sanitarie statunitensi“, il pensiero dell’utente va senz’altro sul versante di un giudizio negativo delle stesse “autorità” che, se il bimbo è morto, l’avrebbero trumpianamente trascurato. Penso male? No, penso che ci sia un modo distorcente e fuorviante di presentare le cose, bastano certi toni nel raccontare, se si vuol mettere a male tizio o caio, che ai più forse sfugge, ma a me, cz, no.

Oppure: i morti nel mare Mediterraneo, che sarebbero colpa per Open Arms e padre Zanotelli e Saviano e la Bordini o Boldrini come volete, e Erri De Luca, questi eroi dell’accoglienza, dell’Occidente cattivo, posto che le ragioni delle conseguenze del colonialismo le conosciamo bene, se questo Occidente fosse così orrendo, i barconi si dirigerebbero verso le coste Est del Mediterraneo per andare a combattere per lo jihad, e invece hanno le prue rivolte verso Nord, verso l’orrendo Occidente. Menzogne -in parte- sono anche questi racconti.

Il mio essere-di-sinistra non significa allinearmi al pensiero unico politicamente corretto, poiché sui singoli casi il mio pensiero, che è assolutamente autonomo, può anche sembrare di destra, ma me ne frega nulla.

Tutto questo discorso, fatto per approfondire teoreticamente il tema della verità e della menzogna, se non viene ben inteso, rischia di fuorviare la comprensione dei lettori. Che cosa può significare dire le cose con veracità o dirle infarcite di menzogne, mio caro lettore? Come si può guardare dritto negli occhi un interlocutore se gli stai raccontando balle? Se il rapporto è vìs à vìs è un bel problema, ma se è mediato dal web o dalla tv viene più facile, tanto non sai chi ti guarda. Epperò tempo alcuni mesi, e le menzogne politico-sociali proclamate spudoratamente dai soli due/ tre in questi mesi saranno scoperte, e allora?

Mi chiedo che cosa potrebbero pensare i non-citati-per-nome bugiardi se leggessero il mio breve saggio. Chissà.

“Fatto”, il participio passato di don Babbeo

Forse Di Maio sibilando “fatto” intendeva, poveretto, che lui, è in qualche modo… fatto. Tutto pressoché falso, inventato, tutto pressoché niente.

Non si capisce come il “sedicente concreto popolar Salvini” ci sia stato, a questo nulla: forse perché ha in testa le elezioni anticipate che forse gli permetteranno di lucrare qualche percentuale di consensi in più, forse, magari ai danni del collega.

In Italia non ci sono sollevazioni popolari, né sindacali, afona anche se urlante e frustrata l’opposizione, quando può farlo. La bella donna Bernini è la più eloquente, e spicca perfino Renzi nella contestazione senatizia, l’autore della fattura elettronica. Non spicca Marcucci, del PD, che sembra passare di lì per caso, inutilmente arrogante.

I due risultati principali che i “dioscuri” -per modo di dir-  vantano, NON esistono: la Fornero è quasi intatta, e gli conviene tenerla così per ragioni finanziarie attuariali, e il reddito di cittadinanza è una presa in giro per importi e platea di beneficiari presumibili. Ed è dannoso, diseducativo, andragogicamente devastante. Se i “dioscuri “vogliono, gli spiego il significato di “andragogicamente”, poiché dubito lo conoscano. ll resto dell’elenco dei “fatto” è meno importante di ogni titolo di “fatto” enunziato. Ridicola, penosa e squallidamente ingiusta è la mancata indicizzazione delle pensioni al di sopra dei millecinquecento euro, e non lo dico perché mi riguarda: ce la faccio lo stesso, grazie a Dio, perché l’importo della mia dignitosa liquidazione pensionistica non mi viene toccato (né gli emolumenti dei miei lavori che continuano): non è “d’oro”. Temevo, però.

Nuove tasse e meno occupazione, com’era prevedibile: il decreto cosiddetto “dignità” è il contrario di ciò che serve al mercato del lavoro: lo dice  un esperto, cioè io, un esperto, al contrario dei tre babbalucchi (crasi tra …  e … ? marameo), ebben sì, oramai sono tre, ché nel novero di questi “statisti” ora comprendo anche il felpato capodelgoverno. E’ dannoso, il decretodignità. Indegno.

La “manovra”, scritta sotto dettatura a Bruxelles, e ricopiata malamente negli uffici governativi italiani, non ha neanche il tempo di essere discussa in Parlamento, come prevede la Costituzione della Repubblica Italiana. Mi pare una cosa grave, vero, caro lettore?

C’è da vergognarsi dei nostri governanti, Conte-master-farlocco compreso, che comunque sono stati messi lì dagli Italiani. E non dico che devono vergognarsi gli Italiani, forse devono studiare un po’ di più, ma questo è difficile, faticoso, e la fatica si cerca di evitare, solitamente. Meglio la realtà virtuale del web, e lo dico senza noiosi moralismi. Oppure la lettura di giornali-che-la-pensano-come-me-e-non-come-te.

In Francia Macron qualche problema ce l’ha, e anche il prode Orban in Ungheria. La cosiddetta Brexit è immobilizzata nella sua irrazionalità democraticista e gli Inglesi se ne sono già pentiti.

Sembra che “mal comune sia mezzo gaudio”, ma non è così. Le cose non vanno bene in diverse nazioni: sembra manchi soprattutto ragionevolezza, dialogo, rispetto reciproco, dove l’intelligenza umana pare non avere spazio, oppure ha lo spazio che si merita in questa fase storica, dove sembra essere sopraffatta da passioni elementari e arcaiche. Gran lavoro da fare, mio gentil lettore!

La differenza radicale tra percezione e realtà

Anche se inconsapevolmente, per ignoranza ignorante o tecnica, di cui sono solo parzialmente responsabili e “colpevoli”, Di Maio e Salvini, più il primo del secondo, che è maggiormente scafato, stanno ponendo un tema filosofico radicale, centrale nella riflessione occidentale da due millenni e mezzo: quello della relazione esistente tra percezione soggettiva e realtà oggettiva. Inconsapevolmente sono schierati con gli idealisti universali e sempiterni, anche se il loro idealismo nulla ha a che vedere con Platone, sant’Agostino, Descartes, Berkeley, Kant, Hegel, Fichte, Schelling e Heidegger o Gentile. Il loro idealismo è ben povera cosa: è un pensare che le cose siano come le dicono loro in ogni caso, anche se mi vien difficile ritenere che siano così sprovveduti da pensare di dire la verità, o di dirla almeno in parte, quando proferiscono evidenti menzogne.

Proprio men che nulla hanno poi a che vedere con il realismo degli atomisti à la Democrito, Leucippo e Lucrezio, o con i realisti capeggiati da Aristotele, Averroè e san Tommaso d’Aquino, per proceder con gli empiristi inglesi à la Locke e Hume, con Comte il positivista e Carlo Marx, per finire con i filosofi-scienziati nostri contemporanei come Popper, Frege, Rorty e Russell, solo per esemplificare diverse scuole.

In altre e più semplici parole, i primi, al netto dell’uso del buon senso che ci fa capire come un tavolo sia un tavolo e non l’idea del tavolo e un albero un albero, non l’idea dell’albero, il primo gruppo di pensatori sottolinea come la soggettività sia la chiave della conoscenza, con la sintesi meravigliosa di Renato Cartesio: penso dunque sono. E sono in quanto penso, ovvero ciò che penso corrisponde alla realtà delle cose.

Il secondo gruppo di pensatori, cui mi sento più volentieri di appartenere, ritiene invece che il mondo delle cose e le cose del mondo siano anche indipendentemente dal mio-pensarle. Anche se non le pensassi, ovvero io non fossi mai nato, tutto il resto da me esisterebbe ugualmente. O no?

Venendo ai nostri due cultissimi politici, in questi giorni, un po’ faticosamente ghignando (Salvini) e un po’ cercando -senza trovarlo- un tono adatto alla sconfitta inflitta al loro governo dall’Unione Europea (Di Maio) per trasformarla in una qualche vittoria, abbiamo un esempio chiarissimo di credenza, non nella realtà delle cose, ma nella parafrasi di questa come trasformazione della realtà stessa dalla sua propria oggettività, a ciò-che-si-è sperato, ad una interpretazione soggettiva atta ad imbrogliare le carte della comunicazione e della percezione dei “cittadini” elettori.

Per loro la realtà sembra che non sia quella-che-è, ma quella-che-si-è- sperato(hanno sperato)-fosse. Illusioni e disillusioni, disinformazione pacchiana e disonesta. Abbiamo già nei giorni scorsi esemplificato le falsificazioni comunicative sui dati del bilancio accettato dall’Europa, espresse dai due per guadagnare tempo, per preparare la campagna elettorale in qualche modo.

Ma anche i più semplici, e non vuol dire stupidi, caro lettore, si accorgeranno presto che il reddito di cittadinanza sarà una fola e così quota 100, e molte altre poste su cui si erano esaltati da balconi e palchi. Lo sanno anche loro due, ma non sanno come dirlo.

Idealisti della miseria intellettuale e morale.

La crisi della leadership si chiama followship o di come la tirannide della plebe del web mina la democrazia

Basta guardare in questi bei giorni di primo inverno la faccia di Salvini, che ha perso ogni arroganza, quasi grato a Bruxelles per aver aiutato l’Italia a “migliorare la manovra“. E’ la stessa “faccia tosta”, solo un po’ meno ridanciana e sprezzante, che solo due mesi fa proclamava con il suo sodale affacciato a qualche balcone “Non arretreremo di un millimetro dal 2,4“. Che cosa significasse quella cifra non lo sapevano bene neppure loro. Ora sta venendo accettato il quasi assonante 2,04, dicunt invenzione del genio di Rocco Casalino, che ridacchia per lo scherzetto, e ci capiscono ancora meno.

Eccoli lì, i due, che quasi compunti cercano di spiegare le ragioni della conversione a “u” che hanno fatto. Ovviamente non riescono ad ammetterlo con chiarezza, ché perfino i più ignorantemente bolsi tra i loro sostenitori se ne accorgerebbero e gli correrebbero dietro con la scopa. Ah Ah.

Fin da subito i due si sono atteggiati a “tribuni della plebe”, chiamata “popolo”, contro le varie caste ed èlites, di cui comunque loro stessi fanno parte da anni. Ebbene sì, non solo Salvini ne fa parte da decenni, ché è stato ed è il suo unico “lavoro”, ma anche Di Maio il giovine, che è in Parlamento almeno da sei anni. Vediamo l’aspetto storico del ruolo, memori delle lezioni di storia della scuola dell’obbligo, quando ci spiegavano che Caio e TIberio Gracco erano i Tribuni della plebe della Roma repubblicana.

Il Tribunato è stato creato nel 494 a. C., dopo che il plebei avevano effettuato una secessione dalla città nel 509. E’ di quei tempi l’apologo di Menenio Agrippa che li convinse a rientrare con quel famoso discorso sul “corpo sociale e le sue membra”, conosciuto da tutti, ma non so se dai due attuali tribuni. Anche i patrizi furono allora d’accordo di creare una magistratura che si occupasse delle classi più basse, caratterizzata, come tutte le magistrature dalla sacrosanctitas, cioè da una sacralità inviolabile. Tale caratteristica dava ai tribuni la garanzia da parte dello Stato di essere difesi da qualsiasi attacco, sia politico sia fisico, soprattutto quando questi si accingevano a difendere un plebeo da un’accusa formulata da un magistrato patrizio. Si trattava dell’esercizio dello ius auxiliandi, cioè il diritto di aiuto. I primi tribuni della plebe furono Lucio Albinio e Gaio Licinio Stolone.

Chiunque toccasse un tribuno poteva essere condannato alla pena capitale, essendo quei rappresentanti riconosciuti dall’insieme dei plebei (concilia plebis et ius agendi cum plebe), con poteri che concernevano anche la possibilità di convocare il senato (ius senatus habendi). Non cose da poco.

Sotto i consoli Orazio Pulvillo e Quinto Minucio Esquilino Augurino nel IV secolo il numero dei tribuni fu elevato a dieci, due per ciascuna classe.

«Questa notizia suscitò uno spavento tale che i tribuni permisero l’arruolamento, non senza aver prima ottenuto – siccome per cinque anni erano stati presi in giro riuscendo così di ben poco aiuto alla plebe – la garanzia che in futuro sarebbero stati eletti dieci tribuni. I patrizi furono costretti ad accettare, assicurandosi però con una clausola di non rivedere più, da quel giorno in poi, gli stessi tribuni. Si passò poi subito alla nomina dei tribuni, per evitare che quella promessa, come tutte le altre in passato, non venisse mantenuta una volta finita la guerra. A 36 anni di distanza dai primi, furono allora nominati dieci tribuni, due per ciascuna classe, e si stabilì che in futuro l’elezione avrebbe seguito la stessa procedura»
(Tito Livio, Ab Urbe Condita Libri, Libro III, 30.)

Fino al 421 a. C. il tribunato fu l’unica magistratura accessibile ai plebei, ed era riservata ad essi soli, ma verso la fine della Repubblica anche i patrizi cercarono di accedervi, e un certo Clodio ci riuscì, facendosi adottare da un ramo plebeo della sua famiglia. Dal 449 i tribuni acquisirono un potere ancora maggiore con lo Ius intercessionis, cioè il diritto di veto su qualsiasi provvedimento preso da una qualsivoglia magistrato che si riteneva potesse danneggiare gli interessi della plebe, potendo perfino impedire al Senato di riunirsi, se ciò avesse pregiudicato i diritti dei plebei. Abbiamo già visto che i tribuni possedevano anche lo ius capitis, cioè il potere di comminare la pena di morte, mediante sfracellamento dalla rupe Tarpea. Vien da dire: meno male che i due attuali tribuni non hanno questo potere.

I patrizi, all’inizio dell’epoca imperiale con Augusto, trovarono il modo di accedere al potere tribunizio mediante un’investitura non della carica, ma dei poteri previsti dalla stessa. Anche Augusto ne usufruì, per cui egli ebbe anche quei poteri (tribunicia potestas) accanto a quelli riconducibili all’imperium proconsulare maius, che prevedeva la possibilità di porre il veto su qualsiasi determinazione del senato, godendo dell’immunità personale. Ecco da dove viene l’immunità dei magistrati ancora in essere. Successivamente furono tribuni “titolari” gli imperatori Tiberio, Tito, Traiano e Marco Aurelio, mentre Marco Agrippa e Druso ebbero i poteri della carica senza mai assumere il seggio imperiale.

Tornando ai nostri due contemporanei “tribuni” (purtroppo), viene da dire che usufruiscono in copia dello scivolamento del modello di leadership capace di guidare gli altri assumendo le responsabilità della guida (traduzione approssimativa del termine inglese derivante dal verbo to lead),  a una sorta di followship, cioè una situazione nella quale non funziona più come centrale democratica il Parlamento, ma il web e i suoi correlati processi psicologici di influencing telematici. Questi due non sono più neanche dei politici, ma degli influencer, che usano -a volte con perizia (specialmente Salvini) e sempre con cinismo oggi ineguagliabile- i mezzi di comunicazione più veloci ed efficaci, cioè i social.

Il Parlamento non sta discutendo più, ma vota fiducie scontate, non vi sono dibattiti se non nei talk show, luoghi del disordine logico e dell’italiano sgangherato, dove diventa accettabile, o il cupo modello proposto dall’accigliato Cacciari, che sa sempre tutto prima degli altri, da lui osservati con sufficienza e a volte con una punta di disprezzo, o quello ridancian-pornografico di Vittorio Sgarbi, che non è più neanche tanto divertente. Accanto a costoro possiamo godere delle ovvietà sesquipedali di Mauro Corona o delle traversie del suo omonimo, che è anche un poco delinquente.

Poi ci sono i sempiterni “politicamente corretti” à la Fazio (non è lo stopper argentino della Roma),  à la Lerner o Saviano, e i sermoncini di don Ciotti o di qualcuno di LeU (e stavolta non la cito… citandola, Boldrini), dal suono che suona come uno sberleffo.

Tristitia regnat, sed spes viva in corde et mente mea.

Teratologia dei cacasotto e dei due asini bugiardi

…ne conosco un pacco – di cacasotto– e mi fanno pena, soprattutto per loro stessi. La loro è una forma di vigliaccheria, blanda finché si vuole, ma di questo si tratta. Il cacasotto è un fifone, un pauroso. Certamente è un egoista. Piccolo, poiché è piccolo in tutto, ma egoista.

Ora vediamo l’etimologia del grecismo presente nel titolo: teratologìa s. f. [dal gr. τερατολογία, propr. «esposizione, raccolta di cose mostruose», comp. di τερατο «terato-» e λογία «-logia»].

Ebbene, mi par evidente che i cacasotto siano di per sé mostruosi nel loro egoismo autoreferenziale. Paiono, o vogliono apparire, pieni di energie, quasi tronfi, ma in realtà, appunto, rischiano di apparire più fifoni di quello che sono. Se la fanno sotto, piuttosto che affrontare un confronto, figuriamoci uno scontro. A volte lo scontro è inevitabile, perché l’interlocutore, o è stupido o è malvagio. E allora è necessario combattere. ma costoro preferiscono far flanella nella loro comfort zone.

A volte i cacasotto si nascondono dietro paroloni come “senso di responsabilità” e “senso di appartenenza”, che chiamano trionfalmente in inglese commitment. Cercano di turlupinare il prossimo fingendo coraggio laddove non ne hanno, e non sono neppure onesti come don Abbondio, che si dichiarava così: “se uno non ha il coraggio non se lo può dare“.

Temono non tanto per la propria incolumità, ma per le proprie sicurezza economiche e di status, che non va mai diminuito, perché costituisce la loro essenza: casa, auto, sono i symbol che attestano il loro livello sociale, disponibili a difenderli con unghie e denti. Che squallor!

Farò qualche esempio: uno che ti conosce bene, ti apprezza pure, ma non muove un dito per darti una mano se hai bisogno, timoroso di crearsi problemi, ovvero per mera pigrizia; un altro che teme di perdere il proprio standing se si espone a tuo favore pur in una situazione assolutamente innocua; un terzo che…

E poi abbiamo anche gli asini-bugiardi qui spesso citati per altro che per lodi: ad esempio Di Maio, il quale afferma che l’Italia conferisce 20 miliardi all’anno all’Europa, mentre invece sono 13 di cui 11 vengono resi sotto forma di contributi, e quindi al netto sono 2: una falsificazione del 1000%; oppure, sempre lo stesso asino bugiardo: “Vi è stato il 40%  di trasformazioni di contratti di lavoro da tempo determinato a indeterminato nel terzo trimestre del 2018, e quindi un successo del Decreto Dignita“, dimenticandosi di dire, però,  che nel primo e nel secondo trimestre dell’anno in corso le trasformazioni sono state rispettivamente del 57 e del 47% con la normativa del Jobs act. Balle sesquipedali, dunque, ché il cosiddetto “Dignità” ha peggiorato la situazione..

Oppure l’altro socio, quello che fraternizza con i delinquenti degli stadi, afferma che la “Fornero” sta venendo smontata pezzo per pezzo, e ciò non è per niente vero, perché la cosiddetta “quota 100” interesserà forse un paio di centomila lavoratori, forse, riforma  dunque con mille limiti ed eccezioni. La “Fornero” resta perché gli conviene, a Salvini, e a qualsiasi che governi, e ciò per ragioni finanziarie-attuariali. E che ne è della flat tax, che sarebbe interessata pure a me con il 43% di fiscalità complessiva che mi ritrovo? Con la manovra le tasse sono aumentate. Come si vede, ciò che dice in tema di programmi di governo quest’uomo son propaganda e balle.

Tornando al “campioncino” (incredibilmente sempre ben rasato) campano sul cosiddetto “reddito di cittadinanza”: nonostante l’enfasi tutt’ora posta sul tema, si dimentica di dire che dai 9 o 17 miliardi che millantava di poter spendere solo un mese fa e sei mesi fa, rispettivamente, ha dovuto fare marcia indietro fino a 6: poco più di un terzo, e dunque la capienza per persona avente diritto, chissà in base a quali calcoli ISEE, per mese, passa dai vantati 780 euro a 400 forse. E altre falsità che qui potrei elencare.

Questi due imbroglioni vanno smascherati colpo su colpo. Peccato che le opposizioni sono quasi afone o poco credibili, con una Forza Italia ridotta ai minimi termini e un PD capace solo di litigare al proprio interno. Dei sinistri di LeU neppure dico, così come evito di citare i pochi seguaci meloniani, ché sono, gli uni e gli altri, insignificanti.

Ho scritto questo pezzo per mettere vicino le povertà mentali e politiche di questa fase italiana, ma orgoglioso che 27 milioni di Italiani ogni giorno vanno silenziosamente a lavorare, quasi 8 milioni di studenti a studiare e forse 40 milioni di donne a renderci la vita più degna di essere vissuta, nonostante i cacasotto, di cui manca un pur breve elenco, che non riporto perché si tratta di persone da me conosciute e che spero migliorino, i bugiardi e gli asini di cui sopra.

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