Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Ai confini della vita: suicidio assistito, eutanasia ed etica della vita umana

Consideriamo i due termini, eutanasia e suicidio assistito, di significato diverso e di origine, rispettivamente, greca e latina. Eu-tanasia deriva dai lemmi greci eu, cioè buono, e thànatos, morte, a comporre il sintagma “buona morte”; mentre suicidio, è dai lemmi latini sui, cioè di sé, e caedo, cioè uccido, a comporre il termine “uccisione di se stessi”.

Se ne parla da tempo in Italia e altrove si pratica (da tempo). Le due fattispecie pongono temi e problemi importanti di etica generale, e di etica della vita umana in particolare. Essi interpellano il valore della vita e la sua disponibilità.

Non è facile raccapezzarsi trattando di questi profondi e radicali argomenti, evitando politicismi, ideologismi e superficialità, che non mancano mai dalla propaganda presente nei media.

La sentenza della Consulta del 25 settembre 2019, che ha discusso il caso di Dj Fabo, Fabiano Antoniani, che un paio di anni fa è stato accompagnato dal militante radicale Cappato in Svizzera per il suicidio assistito, ha depenalizzato l’art. 580 del codice penale. Fabiano Antoniani, come si sa, era cieco e tetraplegico a seguito di un gravissimo incidente stradale, ma era in grado di esprimere una volontà cosciente. Che fosse in condizioni di estremo disagio, di dolore e di dipendenza dagli altri e dagli strumenti medici era fuori questione. La sua chiara volontà di andarsene per porre fine a tanti tormenti, altrettanto.

La normativa italiana, fino a ieri non prevedeva nulla che potesse permettere di affrontare un caso così estremo, come peraltro accadeva nei casi precedenti di Welby e di Eluana, di cui mi sono molto occupato a suo tempo, esprimendo pensieri, lo dico senza tema di sembrare incoerente, un poco diversi da quelli che vengo dicendo, dopo anni di riflessioni filosofico-morali che ho affrontato con impegno e un non banale dolore mio, interiore. Peraltro la mia esperienza personale dell’ultimo biennio mi ha fatto toccare con mano che cosa significhi essere colpiti da un male grave che, grazie a Dio, alla solidarietà umana e all’affetto (amore) che mi ha circondato, alla scienza medica eccellente che si è occupata di me, e alla mia volontà di farcela che si può definire ferrea, è stato messo sotto controllo.

In tema, aggiungo, le forze politiche e i luoghi istituzionali italiani preposti (il Parlamento) nulla hanno prodotto, in alcun senso, per cui è dovuta intervenire la Consulta, ancora una volta surrogando una politica inerte. Immagino la difficoltà di una classe politica mediamente così ignorante, come quella attuale, nell’affrontare tematiche come questa.

Per parlarne in modo corretto bisogna ripartire dal concetto di etica e di etica della vita umana.

Ho già detto sopra che in passato ho trattato già questo tema, e in modo differente da come intendo trattarlo ora, non sotto il profilo metodologico, ma sotto il profilo dei contenuti.

Qualche anno fa, analizzando il caso della signora Englaro, ero perplesso davanti alla rilevanza mediatica che suo padre aveva sollevato, che in qualche modo mi disturbava, e anche da certe vicinanze politiche di personaggi della mia regione, che conosco bene, e che non hanno la mia stima.

Soprattutto mi angustiava un altro aspetto, quello etico generale relativo alla vita umana.

Innanzitutto per me era ed è fondamentale chiarire e condividere il significato di etica, che non è un sapere ballerino e superficiale, ma un sapere scientifico, epistemico, fondato su concetti precisi e incontrovertibili. L’Etica deve essere considerata come la scienza che dirime in modo chiaro un giudizio su ciò che sia bene o male nell’uomo e per l’uomo, a partire dalla salvaguardia rigorosa della sua integrità psico-fisica.

Pensavo inoltre alla vita come “dono” disinteressato dei genitori (e, per chi crede, di Dio), sul quale ciascuno può vantare un “mandato” non proprietario. Conosciamo le implicazioni psicologiche e antropologiche del dono, e delle sue implicazioni morali. Se la vita è dono, pensavo, non si può disporne a piacimento.

Negli anni ho sviluppato una posizione teoretica ed etica che mi ha portato a superare questa dimensione, senza rifiutarla. Infatti, se pure la vita è dono, può darsi che le circostanze non dipendenti dalla libera (per quanto possibile) volontà del beneficiario, io, tu, gentile lettore, che abbiamo avuto il dono della vita per mezzo della quale stiamo silenziosamente dialogando, rendano questo dono troppo pesante da accettare ancora, e da sopportare, come nei casi citati.

E allora, se, come la Corte costituzionale ha deliberato, sussistano quattro condizioni chiaramente individuabili: a) malattia grave non guaribile, b) sofferenze insopportabili per la persona, c) dipendenza assoluta da macchine e farmaci senza i quali la vita si spegnerebbe, d) volontà della persona liberamente espressa, il suicidio assistito è ragionevole che sia ammissibile senza risvolti penali per chi aiuti la persona in situazione ad attuarlo.

Altro concetto è invece quello dell’eutanasia, cioè di una morte desiderata e procurata tramite terzi, per ragioni che possano non essere quelle sopra elencate, come ad esempio uno stato depressivo di una qualche gravità. Mi viene in mente il caso di Lucio Magri, che volle morire non per ragioni relative al suo stato di salute fisica. In quei casi non mi sento di convenire sotto il profilo etico, ma di fare una proposta. Mi pare che lo stesso nome, eu-tanasia, possa essere considerato un triste eu-femismo, cioè un modo di dire edulcorato di un fatto assai negativo: non si tratta infatti, a mio parere, di “buona morte”, ma di “cattiva morte”, se si vuole, in greco, kako-tanasia.

In tempi nei quali imperversano millantatori, sedicenti esperti, guru di tutte le risme e imbroglioni variamente matricolati, il sapere filosofico può essere una valida medicina spirituale. Mi chiedo se, in luogo di chi ha avuto vicino Magri, ci fossi stato io o un mio collega filosofo pratico, sarei/ saremmo riuscito/ i a portarlo a riflessioni diverse, tali da rischiarare la sua mente al fine di farlo uscire dalla tremenda tristezza nella quale era indubbiamente precipitato?

Non lo so, ma ho fiducia che il sapere filosofico e l’impostazione pratica, dialogica di tale sapere, possano esser uno strumento razionale, accessibile a tutti per affrontare anche gli stati d’animo più oscuri e perfino terrificanti.

Con le mie forze, cercherò di essere presente nelle situazioni a rischio (mi è già capitato e qualcosa di positivo sono riuscito a fare), mettendomi in situazione empatica e cercando di comprendere l’altro/ a fino a condividere con lui/ lei ogni possibilità di pensiero sul valore intrinseco della vita di ciascun essere umano.

L’analfabetismo funzionale e i suoi rimedi

Da tempo utilizzo spesso, come caro lettore avrai senz’altro constatato, la campana di Gauss per sintetizzare la statistica percepita, e perciò non oggettiva, dell’alfabetizzazione primaria/ funzionale degli italiani, basandomi sulla crisi del pensiero critico, sulle scelte di voto e su altri parametri che citerò più avanti. Mi sono accorto che lo schema “10/ 80/ 10% è accettato anche da altri ricercatori di varie discipline scientifiche. L’ultimo dei quali è il prof Gilberto Corbellini, che leggo volentieri sul Sole24Ore della Domenica, inserto culturale, ma che ho anche criticato nel post precedente per via della sua proposta di utilizzo dell’ossitocina volatile per ridurre la xenofobia tribale ancora largamente diffusa tra le persone.

E dunque, 10 da collocare alla sx della curva centrale, rappresentante la condizione conoscitiva peggiore, 10 da collocare alla dx della curva centrale, rappresentante la condizione conoscitiva migliore, e 80% da attribuire alla curva centrale, rappresentante la stragrande maggioranza degli individui. Questo è il punto: oggi non basta una conoscenza media e tanto meno mediocre delle cose, poiché si colloca immediatamente nell’insufficienza conoscitiva, troppo varie, numerose e diverse sono le nozioni che ciascuno deve padroneggiare, per leggere e interpretare (comprendere/ capire) un normale testo sul web, che non sia costituito da affermazioni stupidamente apodittiche e perciò infondate, o di insulti sgangherati e beceri.

E non è neppure una questione di soli e meri titoli di studio, ché conosco diversi laureati non dotati di una cultura sufficiente, diplomati idem, etc.. Bisogna vedere caso per caso. Ho già scritto altrove – non poche volte – di aver conosciuto “terze medie” con una cultura di tutto rispetto (ad es. Pierre Carniti, prestigioso segretario generale della Cisl degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso) e, per contro, sé dicenti intellettuali da strapazzo.

L’esempio della politica è inquietante. Abbiamo trascorso un anno e mezzo di deliri, parolacce facenti parte di un lessico quasi specializzato nell’insulto, semplificazioni a-critiche, definizioni assurde o addirittura insensate, assenza quasi totale di logica argomentativa, da Salvini a Toninelli a Bonafede a Marcucci a Crimi a Boschi a Toti a Meloni, agli indecenti Delle Vedove di Fratelli d’Italia, “topone” Toti, Zoffili e Francassini (e chi sono?) della Lega ascoltati recentemente, e altri che non rammento ora. Non si offenda il mio gentil lettore se cito otto o nove di destra e solo due di sinistra, ché neppure la sinistra culta è esente da macroscopiche défaillance cognitive ed espressive.

Ho ascoltato il non brillantissimo discorso di Conte per il voto di fiducia alla Camera. I presenti si sono invece “sentiti” per scalpitante, irrefrenabile incapacità di ascolto e conseguente mero tifo contrario, peggio che in uno stadio di quart’ordine. Una vergogna. Partigiani non ragionanti, esplicitamente ignoranti.

Vi è una definizione Unesco del 1984 di analfabetismo funzionale che riporto: “(…) La condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità“.

Il termine fu introdotto “per sovvenuta esigenza di un concetto di alfabetizzazione superiore rispetto a quello di alfabetizzazione minima, introdotto dall’agenzia nel 1958 – nell’indagine veniva sollevata la questione delle campagne di alfabetizzazione di massa, suggerendo che esse avrebbero dovuto mirare a standard di alfabetizzazione più elevati del semplice saper leggere e scrivere, e concentrarsi sullo sviluppo della capacità di saper utilizzare tali competenze nelle relazioni fra sé e la propria comunità e le situazioni socioeconomiche della vita.”

La “rimozione” della memoria di chi ha appena governato e di nuovo governa con altri è una drammatica dimensione dell’incultura tout court del personale politico attuale.

Trovo scritto e riporto dal web un pezzo in tema abbastanza condivisibile: “L’acquisizione di abilità cognitive è divisibile in “competenze, applicazioni, apprendimento e capacità d’analisi”, in una complessità sfuggente per cui una definizione esaustiva non è raggiunta; si introduce inoltre il concetto di alfabetizzazione funzionale (o anche letteratismo, dall’inglese literacy) per rappresentare quel livello più elevato di alfabetizzazione più orientato alla pratica (nel lavoro etc.) e all’uso continuativo dell’abilità di lettura e scrittura. L’obiettivo principale di tali competenze non è il raggiungimento di un dato strumentale (il saper leggere e scrivere), ma l’utilizzo di tale capacità per partecipare attivamente ed efficacemente a tutte quelle attività che richiedono un certo livello di conoscenza della comunicazione verbale. I dettagli applicativi, le specifiche attività, essendo dinamici ed emergenti nello sviluppo di una società, non possono essere fissati precisamente. I criteri per valutare il fenomeno variano da nazione a nazione e da ricerca a ricerca.”

Bene, mi confermo nell’idea che l’analfabetismo funzionale sia molto diffuso, pericolosamente pervasivo, e che meriti la massima attenzione se non vogliamo scivolare su una china dalle drammatiche prospettive. I rimedi sono quelli che diverse persone pensose e pensanti propongono e che io, nel mio piccolo, cerco qui di promuovere: favorire lo studio, dare risorse alla scuola e all’università, aiutare le famiglie non agiate a far studiare i figli meritevoli e capaci, instillare nel bimbi e nei ragazzi la passione per l’impegno conoscitivo, la curiosità per il sapere, abituarli alla fatica e agli insuccessi. Questa è la “medicina” obbligatoria per uscire da questa impasse che è non solo della cultura, ma della stessa convivenza civile.

Il futuro inizia… prima

Che cosa significhi il titolo vediamo insieme. La frase mi è venuta così, all’improvviso, e l’ho scritta. Secondo sant’Agostino il tempo futuro non ha consistenza ontologica, vale a dire non è (cf. Libro XI de  Le Confessioni), ma è solamente speranza, così come il passato è memoria, esistendo solo il presente, ma come presente-del-presente, continuamente cangiante, ché ogni istante si trasforma in passato e annichila l’istante che era futuro fino a… un istante prima. Insomma, si potrebbe anche dire che tutte e tre le dimensioni temporali non esistono in sé e per sé, ma solo in relazione tra loro e, secondo la dottrina fisica della relatività generale di Einstein, per rapporto allo spazio. Costituiscono così un’unica dimensione detta spazio-tempo. E il tempo esiste concettualmente – per come lo intendiamo correntemente – solo da un punto di vista logico, non fisico e neppur metafisico. Ma, che cosa può significare la frase nel titolo “Il futuro inizia prima“? Se le si può attribuire un significato condiviso, ha poi senso, oppure no?

Proviamo ad analizzare parola per parola. Del termine “futuro” abbiamo già detto sopra.  Vediamo ora i lemmi “inizia” e “prima”, un verbo e un avverbio temporale.

Parlare del verbo “iniziare” non è semplice. L’immagine che ho posto sopra rappresenta il dottor Spock (Leonard Nimoy), protagonista della saga cinematografica Star Trek, nel film Il futuro ha inizio. Un titolo di film dice e non dice, nel senso che è definito, non tanto per rappresentare la sua eventuale profondità concettuale, ma piuttosto la dimensione di marketing dell’opera cinematografica. Dell’inizio è un argomento sul quale si può parlare sempre: ecco che compare l’avverbio “sempre”, da me usato solitamente con cautela, così come utilizzo con attenzione l’avverbio “mai”, in quanto hanno una misura dis-umana o sovra-umana (mentre solitamente non ci si perita troppo di usarli nel linguaggio quotidiano con i tipi espressivi “ti amerò per sempre“, “non ti lascerò mai“, eh eh…, cf. anche Canto V Inferno).

Quando inizia qualcosa? La vita sulla terra quando ha avuto inizio? Quando è plausibile che l’anima umana sia presente nello zigote, o nella morula, o nella blastula, o nel feto, o nel nascituro? Quest’ultima era una domanda teologica che ha affaticato molti scrittori religiosi e pensatori per secoli. Affinché inizi qualcosa occorre un fondamento? Occorrono dei semi fecondi? Occorre quello che i filosofi classici chiamavano lògos spermaticòs (tradotto dal greco: l’intelligenza feconda; cf. Apologia di san Giustino martire, rivolta all’imperatore Marco Aurelio)? E prima del big bang hawkinghiano che cosa c’era? Ovvero, che cosa faceva Dio prima di creare il mondo? Forse che preparava l’inferno per chi si fa questa domanda? (sant’Agostino)? Fin dove arriva il confine, che è il reciproco/ opposto dell’inizio, dell’universo in espansione? Mentre scrivo e tu, gentil lettore mi leggi, l’universo si espande, e quindi ogni risposta è fasulla. Non lo sappiamo.

Qualche fisico sostiene che queste misure, dall’inizio, possono constare in oltre 250 miliardi di anni/ luce. Penso che occorra una linea lunga oltre la distanza di qui alla luna per scrivere questo numero in naturali arabi.

Vediamo il termine “prima”. Si tratta di un avverbio temporale che indica un qualcosa che antecede qualcos’altro. Antequam. Ma ogni cosa, come ogni numero algebrico viene, sia prima di un altro, sia dopo un altro; ogni numero è al centro della serie in-finita (cioè non-finita) dei numeri di ogni genere e specie, come insegnano gli arit-metici fin dai tempi classici (Eulero e C.). Aristotele spiegava che il tempo si misura secondo un “prima” e un “poi”. Bene: l’abbiamo già visto. Ogni evento precede e segue un altro evento.

E dunque… la frase “il futuro inizia prima” ha qualche significato? Da un punto di vista poetico-metaforico ci sta, suona bene, appare come un soffio concettuale misterioso, ma da un punto di vista logico che cosa può (se può) significare? Potrebbe avere un senso di preannunzio, di aspettativa, come quando si sa che dovrebbe accedere (accadrà) qualcosa e si viene presi da una certa ansia: un colloquio di lavoro prossimo, un intervento chirurgico importante, un figlio che arriva, una candidatura politica che si spera vada a buon fine, e molto altro. Ognuno di noi si accorge che il futuro arriva prima.

C’è un’altra ragione per cui pare che si possa dire quanto nel titolo? Forse una ragione neuro-biologica. Quel poco che ancora sappiamo del cervello ci spiega come sia plastico, come si modifichi arricchendosi continuamente e come interferisca con tutto quanto accade nel nostro corpo e nella nostra vita, essendo il terminale di tutte le attività nervose e luogo dove si forma nientemeno che il pensiero e dove trova sede fisica la coscienza-di-esserci, e forse anche quella morale. Mi vengono quasi i brividi nel pensare queste cose, l’importanza del cervello, che si è evoluto in milioni di anni, fino ad ora, prefigurando ogni momento il futuro. C’è anche la tesi di Benjamin Libet che sostiene l’anticipazione neurale della decisione di un’azione umana rispetto alla consapevolezza soggettiva che essa accadrà.

Per quanto riguarda l’inizio, non posso concludere se non ricordandone la citazione più alta, quella giovannea, quella con la quale l’evangelista teologo inizia il suo vangelo, con un prologo: Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, en archè en o lògos, cioè “in principio era Dio“. Il principio era Dio. Alfa e Omega, inizio e fine. San Giovanni sapeva.

Si sa che il pensiero è il “mezzo” più veloce esistente in natura, più della luce, forse più di qualsiasi altro modo del moto. Ebbene, c’è qualcuno che desidera controllarlo, a fin di bene s’intende, magari impedendo che si pensi male, che si sia mal disposti verso gli altri, che si sia magari razzista o cose del genere. Un esempio.

Leggo che lo storico della medicina Corbellini suggerisce di usare l’ossitocina per ridurre l’ostilità verso il diverso, la xenofobia tribale che denoterebbe il cervello umano, fin nel profondo dalla zona limbica, originaria. Far respirare ossitocina agli xenofobi, nazionalisti, sovranisti, salvinisti, etc., affinché diventino solidali e accoglienti.

Non riesco a trovare parole per commentare tale superbia, che pretende di operare in modo da sostituirsi alla natura evolventesi e anche alla cultura, che deve dare umanità alla stessa nostra natura. Usare l’ossitocina per migliorare le prestazioni cerebrali, prevenendo il manifestarsi dell’avversione verso l’altro, prima ancora che quest’altro appaia all’orizzonte, mi pare un’idiozia, prima ancora che una follia.

E’ indispensabile richiamare i fondamenti etico-politici dell’agire umano, analizzare la situazione e il fabbisogno sociale, verificare le compatibilità economico-finanziarie dello Stato, decidere scegliendo con chiarezza e precisione, pianificare, programmare le attività, legiferare: è il mestiere di chi governa… per il quale bisogna avere le competenze e la passione morale

“Learn, discuss and then decide”. In the most famous of his “Useless Sermons“, Luigi Einaudi, the great economist and second President of the Italian Republic, posed the question that is still crucial for all lawmakers: “Is deciding without knowing of any use?”. His answer was clear: no, it is not. “Hasty laws beget new laws meant to amend and perfect; but since the new ones stem from the urgent need to remedy the flaws of the badly designed ones, they are inapplicable, unless enforced through subterfuges, requiring further perfection, thus becoming one big entangled knot, which nobody can undo (…)”.

Evaluation is the tool that, while not replacing the political decision in the democratic circuit, allows lawmakers to decide wittingly, taking duly informed decisions. The goal of the assessment is not to bias the lawmakers, rather to educate them as to the consequences of their decisions, hence promoting knowledge and information transparency, which are crucial aspects of the decision-making process.

(Luigi EINAUDI)

 

Ora che, bene o male, si sta definendo il nuovo governo italiano, con l’alleanza fra PD e M5S, mi chiedo se e come i contraenti abbiamo presente, sia il flusso logico-operativo così come descritto nel titolo, poiché saltare anche uno solo dei passaggi proposti, porta tutti nella confusione e nell’impossibilità di fare alcunché, sia l’insegnamento di Luigi Einaudi sopra riportato in inglese.

Sotto il profilo logico-filosofico si potrebbero ulteriormente “spacchettare” i passaggi, ad esempio della fase riflessiva e deliberativa, prima della fase operativa. Faccio un esempio derivante dalla tradizione classica, greco-latina e medievale.

Al fine di operare una scelta razionale, Aristotele e Tommaso d’Aquino propongono alcuni precisi step, i seguenti cinque: riflessione, consiglio, consenso, deliberazione, azione. Come si vede si tratta di un processo logico, che necessita di un confronto duplice, con se stessi e con gli altri. L’uomo saggio non agisce trascurando di utilizzare queste fasi del pensare e dell’agire.

Ora mi chiedo come invece stiano impostando le scelte di governo coloro che questo prossimo governo vogliono fare. Stanno forse distinguendo la varie fasi, per valorizzarle, al fine di evitare errori, per quanto possibile? Non mi pare proprio. Questi stanno andando avanti in mezzo a contraddizioni e scatti in avanti, indietro, di lato, nella confusione lessicale e dialogica più strampalata, ognuno, chi più chi meno, impegnato a difendere il proprio scranno, il proprio privilegio, almeno da Conte in giù, ché Conte un lavoro ce l’ha, e Di Maio no, a meno che non si consideri un lavoro degno del suo prestigio quello di vendere bibite allo stadio San Paolo.

In assoluto sappiamo che vendere bibite allo stadio è attività degnissima, ma ora, dopo aver fatto a venticinque anni il vicepresidente della Camera e a poco più di trenta il vicecapodelgoverno e il ministro in dicasteri importanti, no. Lo capisco, anche se non condivido. Qualcuno dovrebbe spiegargli che la vita è fatta anche di alti e bassi, di salute e malattia, di successi e sconfitte, alternativamente, come il giorno si alterna alla notte, come ogni movimento naturale: generazione/ corruzione, nascita/ morte, sole/ pioggia, e via elencando.

La vita è una parabola di parabole (non nella accezione di racconto evangelico, ma nell’accezione di figura matematica).

Prima di tutto occorre richiamare sempre i fondamenti etico-politici cui ci si riferisce, analizzare la situazione e il fabbisogno, verificare le compatibilità economico-finanziarie, decidere scegliendo la via più razionale, pianificare i tempi e i modi dell’azione, programmare i vari passaggi individuando le risorse necessarie, legiferare, verificare che la legge sia rispettata: ché è il mestiere di chi governa. E poi, nel dettaglio, occorre operare di seguito in questo modo, ogniqualvolta s’ha da prendere una decisione, dando tempo e attenzione ai seguenti passaggi: a) riflessione, b) consiglio, c) consenso, d) deliberazione, e) azione.

Qualcuno talora mi dice che scrivo “troppo difficile”, e pretendo troppo dagli altri. Può essere che scriva difficile, ma io intanto pretendo moltissimo da me, perché ognuno deve dare il massimo di quello che ha, per se stesso e per il bene comune. Ho sempre bene presente come linea guida la Parabola matteana dei talenti (25, 14-30), che mi ispira e mi guida. Che uno sia dotato di uno, due o cinque talenti, li deve fare fruttare, proprio per diventare se stesso.

Mi chiedo se i politici e i governanti attuali abbiano mai letto o ascoltato un commento sulla parabola citata, e resto sconsolato.

Peraltro, se questo governo incipiente è definito da chi lo avversa di sinistra-sinistra, io che sono di sinistra democratica e moderata, socialista riformista, non condivido. Se il “contenitore PD” è un soggetto per me sufficientemente riformista, ma anche pieno di contraddizioni, il M5S non lo è, e pertanto non mi piace. Anche nel PD vi sono tendenze che non condivido, come quelle sui “diritti civili” tipo eutanasia, LGBT, etc., mentre non noto altrettanta attenzione per le questioni economiche, sociali, contrattuali, assicurative e assistenziali: il PD non è più un qualcosa, come i vecchi partiti di sinistra e buona parte della Democrazia cristiana profondamente vocata ai diritti sociali ispirati a basi etiche di eguaglianza delle opportunità ed equità tra le persone, ma un partito interclassista più attento alla tecnocrazia e all’innovazione, che stanno assurgendo alla dimensione del mito contemporaneo, specie in persone come Calenda, freddissimo saputo liberal-democratico. Non mi ci vedo far completamente squadra con tipi del genere, ma nemmeno con un altro animale a sangue freddo come Renzi… e Zingaretti mi par troppo fragile, non ben preparato e “competitivo” sotto il profilo della cultura politica e della leadership. C’è molto da fare lì.

Dei 5S e della loro intrinseca mediocrità ho scritto fin troppo in questi anni, sceverando limiti, difetti, incongruenze e contraddizioni miste a ignoranza arrogante e arroganza ignorante. Che si può dire quando loro tentano di spiegarci il significato e il “valore” della piattaforma Rousseau? Si tratta di un oggetto misterioso, per certi aspetti in-analizzabile, inqualificabile, di proprietà privata, presuntuosamente ispirato dai suoi fondatori e gestori. Non dovrebbe essere neppure un quesito proponibile se un voto negato di questo pomeriggio possa mettere in questione l’accordo di governo che PD e M5S stanno perfezionando, dopo essersi impegnati a farlo davanti al Presidente della repubblica, in ragione dell’art. 1 della Costituzione italiana. E invece, giornalisti e politici si stanno chiedendo gravemente se tale quesito si ponga, o meno.

Per analogia di proporzionalità (cf. Aristotele, Tommaso d’Aquino e Cornelio Fabro) la consultazione sulla piattaforma Rousseau è paragonabile alla mozione finale di una Direzione del PD o di Forza Italia, che impegna e sollecita i gruppi a fare, a costruire e bla e bla… Null’altro. E invece vi è chi sostiene che il governo potrebbe non nascere se prevalessero i “no”. Non riesco neanche a dire che si tratta di follia pura, di violazione della Carta costituzionale, di uno sgarbo istituzionale verso Mattarella, e altre cose ragionevoli. Proprio non ce la faccio, perché sono incredulo si possa arrivare a tanta nequizia intellettuale e perfino cognitiva.

Oltre a fargli un esame di Educazione civica, a questi qua, gli sottoporrei un paio di quesiti per misurarne l’attitudine cognitiva: un aforisma di Kurt Goedel e un detto risalente alla grecità filosofica classica. Il grande matematico tedesco, per dire come non tutto fosse matematizzabile sotto il profilo gnoseologico ebbe a dire, a titolo di esempio “Questa frase è falsa“. Ebbene, immediatamente si coglie l’aporeticità dell’affermazione, e non occorre dica di più a intelligenze normali. A tal Eubulide di Megara si attribuisce invece questa altra frase “Tutti i Megaresi sono menzogneri“. Occorre spiegare? Se sì, non ammetterei a fare politica amministrativa chi necessitasse di spiegazioni.

Non ho il morbìn (in lingua friulana significa più o meno “le palle”, metaforicamente parlando) di ri-citare qui i peggiori di quel Movimento, i cui fatti (pochi assai) e detti (troppi) sono eloquentissimi per attestare e dar conto del loro scarsissimo valore. Ben memore della qualità e del valore di ben altri “politici”, resto ogni giorno di più esterrefatto delle banalità che li sento pronunziare, delle incongruenze argomentative, delle auto-contraddizioni quotidiane, che bellamente ammanniscono a un pubblico che loro pensano, forse (poveretti loro!), non sia in grado di un discernimento sottile e spietato nei loro confronti. Faccio un nome solo, risparmiando qui la mia solita querimonia su Dimaio: Di Battista, detto il Dibba, confidenzialmente che, ciondolon ciondoloni, pensa di pensare. Ahinoi!, e che lo Spirito ci aiuti.

Edgar Morin, Giuseppe Conte, il “nuovo umanesimo” e la scimmia assassina

A Piacenza una donna, l’ennesima, Elisa, è scomparsa sulle colline. 28 anni, carina, un uomo di 45 è uscito di testa. Chissà.

Silvia è sparita in Kenia, forse ora è schiava dei folli Al Shabab, in Somalia, i Somali sono pericolosi, magri, veloci, spietati.

E questi, assieme ad altri feroci episodi, caratterizzano molto dell’attuale condizione umana, che si sta rivelando ancora essere in parte scimmia ferina, antropoide assassino.

Sul Sole24 Ore della Domenica di oggi, 1 settembre 2019, il genetista Guido Barbujani fa il punto sulla genetica e sull’ignoranza aggressiva (tra le varie ignoranze) in tema. Trascrivo alla lettera alcuni passaggi.

“(…) Nel febbraio 2018 mi chiamano a parlarne in un programma televisivo, e l’intervista finisce poi su Youtube. Qualche tempo dopo mi viene la curiosità di leggere i commenti. Sono parecchie pagine. A parte quelli che danno per scontato che l’umanità è stata manipolata geneticamente dagli Anmunaki, vengo definito ciarlatano, prezzolato, becero, merdoso moralista, ultimo genetista darwiniano scovato chissà dove, cartomante abbruttito dalla miseria, ebete. Copio qui il parere di un signore che si firma aramb10: Sicuramente Barbujani è ebreo, come Barbara Spectre. Ebreo del cazzo. Non è colpa mia neanche se sei un Ebreo lebbroso e in passato la tua stirpe è stata salvata (purtroppo) anche se piangete sempre per la shoah. (…) Lasciare l’ultima parola a un ebreo di mmmerda come te è un attributo positivo di chi rispetta l’umanità ma ne distingue le razze, specialmente con la tua, e poi dimmi di che etnia è il tuo cane ops o di che razza. Le razze esistono idiota, che poi la tua sia da eliminare questa è altra cosa, anzi la cosa.

Barbujani non reagisce a un commento di tale bassezza, ma io sì, e spero che aramb10 legga il mio blog. Il suo scritto è, non solo rappresentazione inequivocabile di un’ignoranza scientifica sesquipedale, ma anche di una rozzezza argomentativa quasi insuperabile, anzi di una privazione totale di logica e soprattutto, e per me è la cosa più grave (forse), di una cultura daterzamediaforsepresachissàcomealbardello sport di uno sperduto borgo di fantàsia. Il nulla. Bene.

Torno al paziente scienziato Barbujani, riprendendo alcune sue considerazioni iniziali.

“Parliamo di genetica. La pelle non lascia fossili, ma oggi esiste un metodo di machine learning, una forma di intelligenza artificiale, che permette di capire di che colore fosse la pelle di persone del passato, se nelle loro ossa è rimasto un po’ di DNA. Il margine di errore, al momento, è sotto il 4%. Genetisti inglesi sono riuscii a estrarre DNA dai resti, conservati al Museo di Storia Naturale di Londra, di un uomo di 9mila anni fa: il Cheddar man. Il risultato è stato sorprendente: Cheddar man e altri suoi contemporanei, in Spagna, Svizzera e Lussemburgo, avevano pelli molto scure (e, tre di loro, occhi azzurri). Insomma gli Europei hanno conservato molto a lungo, fino al mesolitico, la pelle scura dei loro antenati africani.”

E allora, ben poco caro aramb10 e altri che la pensate come lui, quanti siete? Per me finisce qui, sperando in una vera e propria redenzione intellettuale in molti. Alcuni ne conosco anch’io, ma non mi leggono, o non hanno le palle per commentare quello che scrivo in questo blog.

Per quanto riguarda Barbujani, non mi sono chiesto neanche per un attimo se sia credente o a-teo, se per lui il Dio-uomo (che è la visione top-down del credente), la dimensione teandrica, o l’Uomo-dio (che è la visione bottom-up del non-credente dai tempi di Democrito e, passando per Feuerbach, fino a noi) siano concetti da considerare, magari non nell’ambito della sua scienza, la biologia, ma in ambito teo-logico, cioè là dove ci si chiede qualcosa su Dio e sul rapporto che Egli, ove esista, abbia o non abbia con noi, con l’uomo. Non mi interessa, ovvero, potrebbe interessarmi se ci conoscessimo. Per ora mi basta sapere che è un ricercatore meritevole di grande rispetto, anche per il suo garbo e la sua capacità di sopportazione degli insulti da parte di chi non ha né arte né parte.

Altro tema: il discorso che il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha fatto in sede programmatica del nuovo governo. Egli ha citato il “nuovo Umanesimo” (sperando io che non l’abbia fatto su suggerimento dell’ing. Casalino, ma che sia farina del suo sacco), come indirizzo filosofico del suo prossimo agire. Intanto mi compiaccio che abbia ritenuto utile partire dal sapere filosofico per poi parlare di politica, ma mi piacerebbe capire meglio.

Intanto, noi occidentali neo-latini sappiamo che il concetto è rinascimentale, risalente a studiosi come il grande Giovanni Pico della Mirandola, filosofo neoplatonico fiorentino, del giro del Magnifico Lorenzo, e lo fa risalire alla Humanitas latina, presente nella grande letteratura imperiale, in Cicerone, in Virgilio, in Ovidio, in Orazio, in Seneca e in molti altri, e che è di Terenzio il detto (ripreso da sant’Agostino), qui da me riportato a memoria (forse con qualche errore) “nihil humanum mihi alienum est”, cioè nulla di umano mi è estraneo.

Il platonismo umanistico-rinascimentale del citato Pico e di un Marsilio Ficino è stato lo snodo di un passaggio di rivalutazione dell’umano come soggetto intelligente e autonomo, dopo la stagione straordinaria della teologia scolastica tommasiana e bonaventuriana, la stagione dell’intelletto e della volontà come doni di Dio all’uomo, doni tali da renderlo libero. L’Umanesimo e il Rinascimento italiani sono stati una stagione di luce per il mondo, così come lo è stata, anche se in modo diverso, quella medievale. Dante fu il supremo vate del Medioevo, e il suo quasi contemporaneo Petrarca, il prodromo del futuro prossimo, loro.

Da Descartes in poi, fino a Nietzsche, e passando per Spinoza, Kant e Hegel, l’uomo si è guardato dentro, scoprendo di avere la possibilità di crescere, comprendendo sempre di più il mysterium del suo essere-nel-mondo, senza esser-del-tutto-del-mondo (fra costoro chi più chi meno).

Ed eccoci a una nuova polemica. Edgar Morin è un filosofo e pedagogista ancora vivente, quasi centenario. Anch’egli parla di “nuovo umanesimo”, penso io, intendendolo al modo dei classici e dei rinascimentali, cioè: il valore dell’uomo che può anche pre-scindere da Dio, ma non lotta contro il concetto di Dio e la credenza in Dio, come fanno gli atei militanti à là Margherita Hack o il Piero Angela, divulgatore di ateismo televisivo. Massoni impliciti, non storici. E anche sulla massoneria si dovrebbe fare un discorso più ampio ed equanime, storicamente fondato.

Sul richiamo al nuovo umanesimo fatto da Conte, è intervenuto qualche dì or sono il padre Livio di Radio Maria, con una conferenza di ottimo livello, pacata e documentata. Il suo pensiero su questo nuovo umanesimo è negativo, perché ne vede gli aspetti più deteriori e superbi, connotati da un’illusione ottica: la convinzione che l’uomo possa bastarsi e che ogni sguardo nell’altrove sia inutile, se non deleterio.

Non sono in buona parte d’accordo con il religioso scolopio per un paio di ragioni, una teo-logica e l’altra filosofica: la fede non deve temere mai la cultura, la ricerca dell’uomo su di sé e sulla natura; inoltre, l’uomo è un essere capace di meraviglia (Platone, Aristotele, ma anche Agostino), per cui ogniqualvolta le sue conoscenze aumentano, può aumentare anche la glorificazione del Divino, declinato come Dio-Padre, Figlio e Spirito. Caro padre Livio, non temiamo chi non è da temere, come Barbujani, ma da aiutare e ammirare. Piuttosto, combattiamo con i fautori dell’ignoranza, come il gran partito che si è recentemente castrato da solo e quello rappresentato dai suoi ex alleati di nuovo al governo dell’Italia. Combattiamo contro i fanatici di tutte le risme, new age religiosi, terrapiattisti, vegani intolleranti, animalisti senza se e ma, etc.. Questa è la battaglia da fare, non contro il “nuovo Umanesimo”, che può invece rappresentare una vera rinascita, un nuovo Rinascimento, così come accadde mezzo millennio fa, e si irradiò in tutta Europa.

Anche il professore Michele Ciliberto la pensa più o meno come me, affermando in un suo volume recente (Il Nuovo Umanesimo, ed. Laterza) che oggi sia possibile un nuovo umanesimo. Oggi occorre ripensare alla condizione umana, che oggi vive un periodo drammatico. Egli scrive “È il punto che ha colto con grande acutezza Papa Francesco il quale si è reso conto che le fondamenta di un intero mondo sono ormai finite e che oggi sta nascendo in modo faticoso e talvolta tragico una nuova realtà, per molti aspetti sconosciuta. Basta pensare, per fare solamente un caso, a ciò che significano, per il destino dell’Europa, le ondate di immigrati che si rovesciano senza sosta sul nuovo continente. Da qui a pochi decenni il nostro sarà un mondo compiutamente multiculturale, multi-religioso, multi etnico. Questa è la realtà e non serve pensare che si possa contrastarla costruendo steccati o addirittura, come pure è avvenuto, reticolati. Sono destinati a saltare. (…)”.

La battaglia da fare è quella della conoscenza come diritto inalienabile, parte del diritto all’auto-determinazione individuale e alla libertà di pensiero e di scrittura, di azione e di scelta, sempre nel rispetto delle leggi giuste e come la nostra costituzione repubblicana, che va certamente aggiornata in alcune parti, ma sempre mantenendo i suoi straordinari principi e valori umanistici e rispettosi di ogni scelta filosofica e religiosa.

BABBEI: l’80/ 90% centrale e i 5/ 10 a dx e sx della curva a campana di Gauss, e la sua utilità per valutare la distribuzione delle intelligenze individuali

Carl Friedrich Gauss è stato uno dei maggiori matematici dei XVIII e XIX secoli. Di famiglia modesta, studiò a Gottinga fino al dottorato in matematica, ma non è mai stato professore ordinario, bensì solo docente straordinario e con poca passione per l’insegnamento. Il princeps mathematicorum, si mantenne agli studi con il beneplacito del duca di Brunswick, ché come si usava al tempo, o un intellettuale aveva mezzi suoi per sopravvivere, oppure faceva la fame, a meno che qualche illuminato mecenate non provvedesse a lui con una pensione o prebende di sopravvivenza.

Famoso per le sue ricerche teoriche, queste sono state utilizzate con efficacia anche nelle discipline sociologiche e statistiche.

Nella teoria della probabilità la distribuzione normale (detta gaussiana) è una forma spesso utilizzata come prima approssimazione per descrivere variabili casuali a valori reali che tendono a concentrarsi attorno a un singolo valore medio. Il grafico della funzione di densità di probabilità associata è simmetrico e ha una forma a campana, nota come campana di Gauss (o anche come curva degli errori).

La distribuzione normale è considerata il caso base delle distribuzioni di probabilità continue a causa del suo ruolo  nel teorema del limite centrale. Più specificamente, assumendo certe condizioni, la somma di n variabili casuali con media e varianza finite tende a una distribuzione normale al tendere di n all’infinito. Grazie a questo teorema, la distribuzione normale si incontra spesso nelle applicazioni pratiche, venendo usata in statistica, in biologia e nelle scienza sociali, come un semplice modello per fenomeni complessi.

Sul web trovo il racconto seguente: “Gauss era un perfezionista e un lavoratore accanito. Secondo Isaac Asimov, mentre stava lavorando ad un problema, sarebbe stato interrotto per riferirgli che sua moglie stava morendo. Gauss avrebbe risposto: “Ditele di aspettare un attimo, sono impegnato”. Questo aneddoto è aspramente contestato in Gauss, Titano della Scienza di Waldo Dunnington come una “scemenza tipica di Asimov”. Non fu uno scrittore molto prolifico, rifiutando di pubblicare qualcosa che non fosse assolutamente perfetto. Il suo motto era difatti Pauca sed matura (Poche cose, ma mature). I suoi diari personali indicano che egli compì molte importanti scoperte matematiche anni o decenni prima che i suoi contemporanei le pubblicassero. Lo storico matematico Eric Temple Bell stima che, se Gauss avesse pubblicato per tempo tutte le sue scoperte, avrebbe anticipato i matematici di almeno cinquant’anni.

Tra i suoi pochi allievi si annoverano comunque Bernhard Riemann e Richard Dedekind.

Ascoltando per abitudine Radio Radicale, che mi pare una delle emittenti di miglior qualità (i grillini volevano chiuderla perché temono la qualità e la cultura, come anche Grillo ha – paradossalmente – evidenziato qualche giorno fa), da quando c’è la crisi di governo, la redazione dà quaranta (40) secondi di tempo al pubblico, ai singoli ascoltatori, per dire ciascuno la propria sulla crisi stessa. Il conduttore non commenta mai  gli interventi, limitandosi a invitare chi interviene a un minimo di decenza espressiva, specie quando la persona scivola sul terreno degli insulti, delle minacce e dei malauguri, tipo “spero che a quello là (di solito un politico, ndr) venga un ictus, o che sua figlia venga violentata...” e orrori del genere.

Più di qualsiasi trattato socio-antropologico e psico-sociale, ascoltando gli interventi che, meno male son contenuti in rigorosi quaranta (40) secondi, mi sto facendo un’idea delle persone che chiamano, uno spaccato degli Italiani che votano (una testa-un voto, tutti del medesimo valore, è la democrazia, caro lettor mio!), che lavorano, che spendono, che studiano (poco, pochissimo!), che vogliono avere un ruolo, etc. etc., e quindi decidono delle scelte politiche nelle varie consultazioni elettorali.

Innanzitutto faccio, psico-sociologicamente,  un piccolo distinguo, anche se molto grezzo: di solito intervengono per radio persone che hanno bisogno di ascoltarsi e di poter dire ai conoscenti di essere-stati-per-radio e poi specificare con un “mi hai sentito? Gliele ho cantate, aha ah!” La mia amica psicologa Anita Zanin mi potrebbe dire che queste persone di solito soffrono di scarsa autostima.

Ebbene: il livello degli interventi è a dir poco pietoso, penoso, il più delle volte squallido, caratterizzato da un analfabetismo generale impressionante, espresso da frasi senza capo né coda, da ragionamenti che tali non sono, da affermazioni insensate o comunque non documentate, da concetti fumosi e a volte del tutto incomprensibili, anche perché forse non chiari neppure al parlante, e da un analfabetismo politico pressoché assoluto.

Un esempio: “Devono decidere gli Italiani – affermano quelli che sono contrari al governo PD/ 5S oramai prospettato – perché lo dice la Costituzione (che costoro non hanno certamente mai letto, ndr)”, ignorando che la Costituzione afferma, all’art. 1: “(…) La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nella misura e nei limiti previsti dalla Costituzione“, non pensando che elezioni politiche si tengono ogni cinque anni e che i governi si formano nel Parlamento degli eletti. L’articolo 1 dice che la sovranità si esercita da parte del popolo nelle forme e nei limiti della Costituzione, che norma la nostra democrazia parlamentare.

Quindi vi sono dei limiti! Ad esempio quelli che sono imposti dall’esistenza di un Parlamento con poteri di rappresentanza e di costituire Governi, cari fautori della democrazia diretta, ignoranti che siete!  Che cosa c’entri con la sovranità del voto di poche decine di migliaia di iscritti 5S con la democrazia è misterium paulum gaudiosum, piuttosto è roba da falsi guru e fattucchieri da strapazzo, quale era Casaleggio senior (ne aveva anche il look misteriosofico) e quale è lo junior. Andiamo oltre, per favore, neanche perdere tempo con tali pinzillachere (Totò docuit).

C’è quasi da vergognarsi di questa fauna umana italiota che parla per radio, pensando di dire qualcosa, e invece no, emette solo inutile fiato inquinando la mente di chi ascolta. E’ impressionante il basso livello culturale di costoro, inaudito, non pensavo che fosse di tale nientificante disvalore, no, caro lettore.

Ora Meloni, Salvini e, buon ultimo, Berlusconi, invocano le elezioni: ma queste si sono tenute un anno e mezzo fa il 4 marzo 2018, e pertanto in Parlamento si può formare una nuova maggioranza con i numeri degli eletti in quella data. Il prossimo governo sarà legittimamente un “governo-voluto-dagli-italiani”, nei modi e misura previsti dalla Costituzione, non il contrario. Neppure questo di sa. Queste cose non vengono esplicitare dai media, né tanto meno da chi ha interesse a tornare immediatamente a votare. Quello che rimprovero ai fautori del voto anticipato è la disonestà intellettuale, prima ancora che la linea politica o la visione etica delle cose. Ooh, naturalmente ho ben presente anche le giravolte del PD, che con Zingaretti voleva tornare al voto rapidamente solo un mese fa, e anche i numeri risicati che la nuova maggioranza avrà in Senato.

Tornando alla campana di Gauss, e alle sue funzioni di densità e di frequenza, e considerando che essa possa misurare tre dimensioni suddivise verticalmente tra un 5 o 10% alla sinistra e altrettanto alla destra, resta un 80/ 90 % nel mezzo, cui mi pare di poter dire appartengano in proporzione gli Italiani. Usando la scala Likert a 5 gradienti per misurare, se pur alla buona, i livelli intellettivi e cognitivi, potremmo avere un 5/ 10% di oligofrenici (mi si perdoni la rudezza espressiva e anche un certo azzardo), un 5/ 10% di persone pensanti, che non ignorano la fatica della ricerca della verità (ne conosco non poche), e un 80/ 90% di pigri, mediocri o pappagalli, di vari generi e specie, il gregge che ha sempre bisogno di parole d’ordine, di un capo arrogante e di semplificazioni al limite dell’indecenza, e oltre. Ecco la ragione per cui, solo ieri, su venti (20) interventi ascoltati in una mezz’ora circa, solo uno (1) aveva i crismi della ragionevolezza di un sillogismo semplice e la coerenza razionale e logico di una argomentazione. Diciannove (19) interventi erano pattume linguistico e lessicale.

Disperarsi? No, continuare a lavorare, ciascuno nel suo, con umiltà e pervicace resistenza. Per ciò fare occorre cambiare prospettiva, io devo cambiarla. Devo smettere di scandolezzarmi per la situazione e prendere atto con realismo critico che la… realtà è quella che è. Questi siamo. Proviamo a considerare i partecipanti che riempiono talk show, capaci di applaudire al solo sentir nominare l’ospite, e poi di applaudirlo appena apre bocca, qualsiasi cosa dica. Chi sono questi? Sono pagati per presenziare e applaudire?

Altro esempio: la trasmisssione di Radio 24, di proprietà confindustriale, La Zanzara: ebbene, questo format, gestito dal giornalista Cruciani e dai (per me) insopportabili David Parenzo e Alberto Gottardo, dal linguaggio becero e maleducato, esempi del politically correct più aggressivo e noioso, è una trasmissione seguitissima. Anche lì, chi ha il coraggio di telefonare sa di poter essere maltrattato fino all’insulto: telefonando, a meno che non si sia uno Sgarbi, cui è concesso quanto e come i conduttori fanno e dicono, è facile essere apostrofati con complimenti come  “cretino, deficiente, roba da manicomio, ecco che arriva l’ambulanza, etc.”. Eppure telefonano in molti, quasi sempre dicendo stupidaggini sesquipedali, ovvietà e banalità prevedibili e stantie. Eppure telefonano. Masochisti, o semplicemente stupidi. Quanti sono? Qualcuno di costoro mi legge e si incazza con me? Ho qualche dubbio, perché il mio blog è pre-selettivo, non è come quello di Di Battista e o di Salvini.

Ah, dimenticavo: si sentono tutti dire, a partire da Salvini e continuando con chi vuoi, caro lettore, che “gli altri” sono poltronari o poltronisti, salvo il parlante al momento. Mi pare che siano tutti ben assisi su poltrone che rendono da 12 e 15 mila euro al mese. Salvini, Bernini, Meloni, D’Uva, Guerini, etc., suvvia!

Devo dire a me stesso che  devo accettare la situazione, senza pensare che le cose siano come io auspico che siano.

“Vieni avanti, cretino!” Da Totò a Sordi, da Ridolini a Tafazzi e Cetto Laqualunque e fino a Salvini, Di Maio, Toninelli o Di Battista, et multi alii, che possono dirsi onorati di stare in simil compagnia

Caro il mio lettor paziente,

puoi pensare che l’elenco dei nominati nel titolo sia quantomeno curioso e non si capisca bene quale criterio suggerisca di accostarli, in qualche modo. Provo a spiegarlo a me stesso. Tutti e otto hanno a che fare, se pure in modo diverso, con l’umorismo e la comicità. Addirittura si potrebbero aggiungere altri nominativi, come quello eccelso di Chaplin e di Buster Keaton, quello molto buono di Harold Loyd, di Erminio Macario, del Pappagone di Peppino De Filippo, del Fracchia villaggesco e di altri, perfino di Corrado Guzzanti, passando per il Walter Chiari de i Fratelli De Rege, e così via.

Vieni avanti, cretino“, ecco, questo invito potrebbe essere il motto chiave. Ognuno di quelli può aver fatto (ha fatto) il “cretino”, in modo più o meno efficace, per far ridere, o anche, nei casi migliori, per far pensare (Chaplin, Keaton, e anche il Villaggio di Fantozzi). Mi pare certo che, sempre qualcuno degli elencati, non solo ha fatto il “cretino” con i suoi comportamenti, ma ha mostrato una consistenza ontologica di “cretinità” personale. Poi cercherò di fondare su qualche riflessione questa mia asserzione.

Ti ricordo, caro lettore, il significato etimologico-filosofico di ontologia: si tratta, appunto, della “scienza dell’essere”, previa a ogni altra scienza e conoscenza, poiché senza una conoscenza, anzi una domanda sull’esseredelle-cose non è possibile alcuna conoscenza successiva, più tecno-scientifica, più di dettaglio, tipica di ogni statuto epistemologico disciplinare.

Torniamo a noi. Se nell’elenco nominativo di cui sopra si può osservare una consistenza ontologica della “cretinità”, ovvero della “stupidità”, termine quasi sinonimico, nell’uso comune, anche se il primo termine ha anche una valenza di carattere medico-biologico, come rinvio al difetto neuro-psichico del cretinismo, malattia studiata e considerata almeno da un paio di secoli. Questa accezione, però, qui non ci interessa, perché l’accezione contemporanea, più culturalmente a-specifica, dice di più di ciò che intendo trattare qui.

Se andassimo, infatti, ad analizzare i termini, i concetti, i ragionamenti, la logica argomentativa, la coerenza, la fondazione etica dei soggetti politici sopra citati, cui fanno buona compagnia molti loro colleghi di tutti i partiti, ci accorgeremmo che è difficile trovare, nella pur ricchissima lingua italiana, altri termini che dicano qualcosa delle caratteristiche di quelle persone.

Fermandoci, appunto, per il momento solo sui concetti linguistici e grammaticali, semantici e narratologici sopra detti, ci potremmo chiedere quale sia la qualità dei termini usati nell’eloquio corrente dei quattro “campioni” politici sopra citati, rispondendoci subito: inadeguati, ripetitivi, stereotipati, poveri, inopportuni… basta così? Circa i concetti: confusi, contradditori, imprecisi, stantii… basta così? Circa i ragionamenti: zoppicanti, privi di ogni consecutio logica, smemorati di altri ragionamenti precedenti sul tema stesso, magari appena pronunziati, completamente contradditori, incompleti, vacui… basta così? Circa la logica argomentativa: incongrua, incoerente, priva di basi di appoggio, apodittica (quasi sempre)… basta così?  Circa la coerenza: qui siamo alla commedia, anzi al trash, poiché quasi mai si può registrare coerenza nelle prese di posizione sui medesimo argomento in tempi diversi; dall’oggi al domani costoro ribaltano completamente l’idea precedente… basta così? Circa la fondazione etica: confusione perfino sulla nozione filosofico-giuridica di etica, incapacità di discernimento sui valori, confusione semantica e morale… basta così?

Non so se serve che continui la mia analisi. E’ forse troppo spietata? Pretendo troppo dai politici? Non lo so, mi pare di no, per una semplice ragione: che se gli umoristi e i comici possono permettersi illogicità, confusione, smemoratezza, contraddizioni logiche, umoralità, etc.., anzi, queste caratteristiche sono l’humus, la sostanza e la forma stessa (che è la stessa cosa) dell’efficacia del loro lavoro e della loro professionalità, i politici no, non possono permetterselo, anzi, al contrario, essi devono mostrare le virtù opposte (a questi vizi), direbbe Tommaso d’Aquino.

Proviamo ad applicare il precedente schema analitico ai politici di alcuni decenni fa, proviamo a rispondere mettendo nelle medesima griglia concettuale Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Alcide De Gasperi, Ugo La Malfa, Pietro Nenni fino a Bettino Craxi (e ne mancano molti altri, anche seconde linee che oggi sopravanzerebbero di gran lunga, per qualità, i protagonisti attuali).

Che dire, dunque? Meno male… ora un Di Battista oggi pare sia stato zittito dai suoi stessi compagni di movimento. Forse non tutto è perduto. Avevo fiducia che fosse così, ora sono più sereno. C’è molto lavoro da fare: io, nel mio piccolo, son qui a disposizione. Lo dico al Partito al quale sono iscritto, pieno dei difetti sopra elencati, ma almeno disposto – per storia e idee – rivolto al meglio.

Per concludere riporto qui sotto un brano di Marx e di Engels che tratta del “cretinismo parlamentare”, certamente con un’accezione diversa da quella che ho cercato di analizzare io, ma che comunque mette in guardia contro ogni “santificazione” dei sistemi politici, perfino del migliore, la democrazia parlamentare, attualmente in vigore in Italia, come previsto e regolamentato dalla Costituzione repubblicana… figurarsi una metodologia falsamente democratica come quella del modello 5S (il sistema cosiddetto “Rousseau” appartenente a una famiglia di imprenditori privati), dove votano, quando va bene, poche decine di migliaia di iscritti, versus 50 milioni di aventi diritto al voto democratico a suffragio universale in Italia (cf. post precedente). Non scherziamo!

Cretinismo parlamentare, infermità che riempie gli sfortunati che ne sono vittime della convinzione solenne che tutto il mondo, la sua storia e il suo avvenire, sono retti e determinati dalla maggioranza dei voti di quel particolare consèsso rappresentativo che ha l’onore di annoverarli tra i suoi membri, e che qualsiasi cosa accada fuori delle pareti di questo edificio, – guerre, rivoluzioni, costruzioni di ferrovie, colonizzazione di intieri nuovi continenti, scoperta dell’oro di California, canali dell’America centrale, eserciti russi, e tutto quanto ancora può in qualsiasi modo pretendere di esercitare un’influenza sui destini dell’umanità,- non conta nulla in confronto con gli eventi incommensurabili legati all’importante questione, qualunque essa sia, che in quel momento occupa l’attenzione dell’onorevole loro assemblea.”

Marx-Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania., 27 luglio 1852 ? o sett 1851 ? – Opere scelte, (Edizioni Mosca), vol. 2, p. 112

 

p.s.

l’amico Ezio mi suggerisce di aggiungere due nominativi all’elenco di politici del titolo. Accetto il suggerimento volentieri. Eccoli: Prodi, il sopravvalutato,  e Renzi, il furbastro semper in qualche modo arrogante, e anche Marcucci (il chi è?) e Calenda (il presumido, che si è dimesso dal PD, evviva evviva). Mi sembrava ingenerosi verso di loro… trascurarli. Eh eh

 

evviva

Per una critica della ragione ipocondriaca, sulle ardue tracce di Schopenhauer

Noto ai più (chissà se è poi vero?) che la struttura di persona dà pari dignità a tutti gli umani e che la struttura di personalità dice l’irriducibile unicità di ciascuno, qui affermo e dico – apoditticamente per ora – che non solo siamo diversi l’uno dall’altro, ma che ci differenzia anche la minore o maggiore capacità di pensiero. Beninteso non sto scrivendo che, contro le ricerche neuro-scientifiche più recenti e affidabili e contro la stessa evidenza dei fatti, vi siano persone che non hanno il dono del pensiero, ma che vi è un numero cospicuo di esse che hanno questo dono naturale in misura minima, insufficiente. Persone che comunque votano e quindi decidono come chi ha una dotazione sufficiente o buona o eccellente.

Per i grillini, addirittura, non solo uno vale uno, ma quell’uno vale per stabilire una linea politica se vota su un sistema informatico governato da una esserreelle privata, e il numero dei votanti, contro i 50 milioni di aventi diritto in Italia, è di qualche decina di migliaia.

Cioè: io che sono informato, studiato e culto, e non pochi altri che conosco, e che hanno caratteristiche analoghe alle mie, devo farmi decidere la vita da gente che spesso è carente sotto il profilo della capacità di pensiero, come si evince dal profluvio di bestialità che si leggono sul web, di gente incapace di pensiero critico, di un benché minimo se pur rozzo sillogismo naturale (dico, quelli di mia nonna Caterina, con la sua terza elementare), provvista di un lessico grezzo e minimale, di una grammatica e una sintassi che riflettono una profonda ignoranza letterale e una altrettanta arroganza verbale: ignoranza e arroganza, lo sappiamo, sono direttamente proporzionali tra loro. Siamo circondati da persone di questo tipo. La fatica che faccio, talora, a sopportarle, è improba, perché in queste persone manca la benché minima umiltà, poiché sono solo capaci di dire, di ascoltare per nulla.

Platone sosteneva che al governo dovessero andare le persone competenti e che tale oligarchia della mente fosse la più adatta al governo della cosa pubblica. Aristotele definiva la politèia come la più nobile delle arti umane.

Qua, ora, sta accadendo invece l’incontrario.

Perché parlo di una ragione ipocondriaca? Può l’ipocondria come nevrosi essere provvista di ragione? E’ un atto di presunzione quello che sto descrivendo in queste righe? E’ superbia? E’ vanagloria? Proviamo a riflettere.

Non mi pare sia vanagloria, perché non sto vantando conoscenze che non ho e di ciò mi “faccio perfino bello” (si fa per dire) di fronte al mondo; non mi pare sia superbia, poiché non penso di essere esentato da un’etica del fine che rispetta la struttura umana, limitandomi a dei giudizi sulle differenze tra umani; non mi sembra sia presunzione, perché non presumo altro rispetto a un qualcosa di facilmente mostrabile, per comunicazione di notizia e per tutta evidenza… e infine, non mi pare sia manifestazione di ipocondria, a meno che non si ritenga che segnalare gli altrui limiti e differenze non configuri questo grave difetto psico-morale.

Espressomi con questo articolato syn-logismo, mi permetto allora di affermare che questo tipo di “ipocondria”, cioè di paura per la propria incolumità psico-fisica, (a questo punto virgoletto il termine, per non equivocare), ha una sua ragion d’essere, e non va confusa con la mania di persecuzione altrimenti detta paranoia. Non posso essere giudicato paranoico se mi permetto di confrontarmi con un Dibattista o un Vitocrimi e di concludere che tra me, e non pochi altri, e questi signori vi è, senza alcun dubbio, se fanno fede i loro interventi, un abisso di differenza culturale, etc etc. o no? Per evidenza, dico, differenza che risulterebbe chiarissima se vi fosse l’occasione di un confronto davanti a terzi.

Caro lettore, è ovvio che non mi sto vantando (anche se a uno sguardo superficiale potrebbe parere che sì), ma sto guardando le cose da “ipocondriaco sano”, impaurito dalla vertigine che mi dà tanta incompetenza così vicina al potere. Mi spaventa che questi tizi, cui si possono aggiungere a piacimento leghisti, a partire dal sottufficiale loro capo, pidini e fascisti di vari generi e specie, possano usare il potere che hanno o che potrebbero avere. Ad libitum,

Di seguito propongo un testo clinico sull’ipocondria:

Un paziente è definito ipocondriaco (affetto da ipocondria) quando continua a male interpretare alcune sensazioni corporee nonostante abbia ricevuto rassicurazioni mediche pertinenti, valide e ben fondate, e nonostante abbia le capacità intellettive per comprendere le informazioni ricevute.

Nell’ipocondria la preoccupazione può riguardare le funzioni corporee (per es. il battito cardiaco, la respirazione); alterazioni fisiche di lieve entità (per es. piccole ferite o una saltuaria allergia); oppure sensazioni fisiche indistinte o confuse (per es. “cuore affaticato”, “vene doloranti”).

La persona attribuisce questi sintomi o segni alla malattia sospettata ed è molto preoccupata per il loro significato e per la loro causa. Le preoccupazioni possono riguardare numerosi apparati, in momenti diversi o simultaneamente.

In alternativa ci può essere preoccupazione per un organo specifico o per una singola malattia (per es. la paura di avere una malattia cardiaca).

I soggetti con l’ipocondria possono allarmarsi se leggono o sentono parlare di una malattia, se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato, ed a causa di osservazioni, sensazioni o eventi che riguardano il loro corpo.

La preoccupazione riguardante le malattie temute spesso diviene per il soggetto un elemento centrale della immagine di sé, un argomento abituale di conversazione, e un modo di rispondere agli stress della vita.

 

Ebbene, io temo per me e non solo per me che il potere gestito da figure come quelle citate e loro affini, possa farmi molto male. Ho paura, perché questi sono inconsapevoli, non del tutto responsabili dei loro detti e azioni, e ciò si deduce dall’improbabilità razionale degli stessi, dalla rozzezza dei ragionamenti, dalla contraddittorietà degli interventi, da quasi tutto il loro agire.

Vi è, dunque, una ragione ipocondriaca ed è oltremodo legittimo sottoporla a una critica, a un giudizio, a una chiarificazione dimostrativa della sua pericolosità materiale e morale. Come altrove più volte ho scritto, il rimedio è lo studio umile e paziente, la cultura che si fa con la fatica, l’onestà intellettuale, la generosità evangelica e semplicemente umana, la capacità di ascolto, il riconoscimento dell’altro, anche di chi ti insulta senza ragione perché non ha ragioni logiche, né pensiero critico, né conoscenza.

Le “colpe” della famiglia e della scuola e della politica

Famiglia e scuola in Occidente si sono macchiate di gravi colpe nell’ultimo trenta/ quarantennio, certamente anche per il tipo di civiltà che si è affermata, efficientista e numeristica, ma anche per insipienza intrinseca della ragione politica e delle decisioni amministrative degli organi pubblici, del potere legislativo e di quello esecutivo, di parlamenti e governi.

Al  termine “colpa” qui attribuisco l’accezione comune di errore-fatto-con-responsabilità, piena avvertenza (o quasi), cioè consapevolezza e deliberato consenso. E’ più o meno la nozione teologica di “peccato mortale”.

Altra “colpa” o “ragione della colpa” è la progressiva sottovalutazione del ragionamento e del sentimento, ambedue – dimensioni conoscitive – sempre più bastonate dal processo mediatico e dalla crisi del pensiero critico, la strada obbligata per il discernimento razionale delle cose del mondo e delle vicende umane, delle vite.

Che cosa è il pensiero critico, se non la capacità di sottoporre al vaglio della ragione e dei dati di conoscenza ogni atto o fatto umano? Ebbene, questa dimensione umana è ampiamente in crisi, nel senso che è in difficoltà molto gravi.

Vorrei scomodare la parte oscura del pensiero cartesiano, che non manca, per trovare un’origine originante (di) questa crisi, ma mi sembra troppo complicato per gli scopi di questo pezzo. E dunque lascio perdere (anche perché ne ho parlato non poche volte precedentemente altrove, anche in questo sito), dicendo soltanto che la superbia attuale è stata essenzialmente generata dall’io debordante e vanaglorioso, poi ulteriormente esaltato dagli idealismi ottocenteschi (da Hegel a Marx), pressoché dimentico della realtà oggettiva e dello spirito di comunitarietà che ha sempre costruito – anche con modalità molto diverse – le società umane nella storia dell’uomo. In altre parole, il soggettivismo spinto post-cartesiano, hegeliano, fichtiano ha progressivamente messo all’angolo il concetto di realtà in sé, su cui vi sono da qualche tempo alcuni timidi virgulti di pensiero, ma molto timidi (cf. le ultime opere di Maurizio Ferraris). Come se tutto dipendesse dal giudizio, se non dall’opinione soggettiva: “io penso che…” con ciò che segue, dove il pensiero soggettivo non è tenuto all’uso del sillogismo logico, ma basta si basi sull’apodittica affermazione di un “io” che parla e che giudica. Un “io” si può sbagliare, se presume troppo di sé. La dico così: il mondo e gli altri esistono anche se io non partecipo di questa realtà, non essendo mai nato (magari).

Solo un accenno alla storia generalissima del pensiero umano, a partire dai miti. I miti sono modelli umani, tra alcuni Zeus, per il comando, Marte-Ares per la lotta, Dioniso per gli istinti, Atena per lo studio, Ermes per la comunicazione, etc…, e lo sono stati fino alla scoperta filosofica del Lògos, cioè del ruolo fondamentale della ragione per analizzare, conoscere, discernere, decidere, e infine operare…

L’antropologia e la storia sono le ancelle disciplinari di questa ricerca storico-filosofica. L’uomo ha poi inventato i riti, per definire ruoli e posizioni nelle società che si costituivano, dai riti di passaggio a quelli legati alla morte e alla nascita, e così via.

Fino a qualche decennio fa le nostre nonne raccontavano storie, che noi ascoltavamo, fino circa alla mia generazione. Ora le nonne sono occupate più dai lifting, lasciando agli smartphone i loro vecchi compiti. Scherzo, ma non troppo.

Il desiderio di vita, la conoscenza del male e della morte, come capitava a me da chierichetto, quando partecipavo ai funerali e si andava a casa a prendere il defunto per le esequie, erano elementi conoscitivi naturali, peraltro inevitabili. Fino a trenta/ quaranta anni fa si moriva in casa, se non altro nell’immenso contado montano e agricolo dell’Italia. Si nasceva anche, in casa. Oggi no: la nascita è spedalizzata, la morte idem.

Le mappe culturali dell’età evolutiva di quando eravamo bambini noi erano impresse con forza dalla vita, così come le mappe emotive, poiché il ragionamento e i sentimenti si imparano con i genitori e in famiglia, con gli amici e nelle comunità. L’amore è conoscenza non razionale, intuitiva, è motore vitale, attività desiderante, dove i genitori assolvono ruoli diversi e complementari e così pure i componenti della coppia umana. Ai sostenitori dell’assoluta eguaglianza tra la famiglia genitoriale “classica”, “naturale” (virgoletto per non offendere nessuno), e quella omosessuale suggerisco di informarsi a livello scientifico sull’importanza della differenza di genere fra i genitori, intesi come padre e madre. La concezione, la nascita e lo sviluppo di un bimbo ha a che fare non solo con la psicologia dell’età evolutiva e con la pedagogia, ma anche con la biologia. Siamo corpo, siamo odori, siamo consistenza muscolare, per cui il papà è più “duro” della mamma, che è più morbida! Skin to skin significa che il figlio / la figlia hanno bisogno anche di annusare la madre e anche il padre da nati, così come da nascituri, da feti, hanno bisogno di sentire la voce di tutti e due i genitori, sapendo che quella della madre rimbomba dentro e quella del padre è un sussurro un po’ cupo che viene da fuori. Ciò non significa che solo questo tipo di assetto familiare “produca” figli sani e positivi, poiché vi sono miriadi di esempi del contrario, ma altrettanto che non si può fare di ogni erba un fascio. Non è vero che ogni modello è uguale a un altro.

In politica occorre vigilare sul linguaggio che è scivolato a livelli preoccupanti per qualità espressiva, per lessico, per modi e per toni. Attualmente la politica si serve del web al suo peggio e il web si serve della politica e in parte (notevole) la determina. Per vivere questi tempi bisogna combattere la noia dell’horror vacui, cui spesso i giovani cedono.

Personalmente, io che sono di sinistra moderata, non mi sento rappresentato da alcun partito che si rifaccia a quella area, perché a volte cerco perfino a destra qualche risposta. Paradossale! Quando la sinistra si incarta solo sui diritti civili, oppure si immerge nei paradisi della tecnocrazia, dimenticando quelli sociali, per cui è nata, non mi appartiene più. Che cosa possa avere a che fare io con tipi come un Marcucci (e chi è?), Delrio (ha un eloquio annoiante di infinita tristezza), Cirinnà e Calenda è evidente: nulla. Vi è una grande confusione nell’offerta politica, dovuta a ignoranza tecnica, a banalizzazione concettuale, a superficialità e ad assenza di logica.

Quando vedo e ascolto Salvini sbraitante dal suo sito così: “Se qualcuno pensa… e bla bla (s’intende di fare un governo con il PD, etc.), mi  vien da pensare “ma chi sei tu che vuoi impedire di pensare? sai che ognuno è libero per natura di pensare quello che vuole, anche i carcerati? ma chi credi di essere, lo Spirito Santo?” Se qualcuno pensa… ebbene sì, caporalmaggiore Salvini, “qualcuno pensa, mettiti il cuore in pace, e datti una calmata. Togliti dal tono quella boria insopportabile!”

Occorre recuperare l’importanza della letteratura, dell’arte, della storia, del pensiero filosofico può essere medicina forse amara, certamente faticosa, ma indispensabile. Occorre educazione non solo istruzione, formazione non solo addestramento, per sviluppare l’intelligenza divergente, l’intelligenza critica, ché le competenze tecniche si acquisiscono facilmente.

Il voto politico è quello che è oggi per tutte queste ragioni. Tutto si tiene, tutto è legato, famiglia, scuola, politica.

Per dire, mi pare una citazione interessante sui giovani di oggi la seguente, che illumina sulla situazione: i ragazzi di oggi sono come “angeli che Dio non aveva previsto” (Jacques Maritain a Paolo VI, sui giovani dai 16 ai 30 anni).

Penso che non abbiamo bisogno di angeli oggi, su questa terra, ma di ragazzi che crescono con equilibrio.

Arguzie e facezie, nonché quisquilie “stelliniane” di mezzo secolo fa

Ancora la memoria del carissimo e valoroso amico Nando, o Ferdinando che dire si voglia, tanto gerundio era, è e rimane tale, pesca dallo sterminato compendio di aneddoti risalenti al precedente secolo e millennio, che la frequentazione del nobile Regio ginnasio-liceo udinese, eredità barnabitica e napoleonica, produsse con dovizia di impegno da parte di molti, irrorata da anni spiritosi e da spiriti impetuosi, o il contrario… ma fai tu, caro lettore, come desideri.

 

La vittoria del fazzoletto

Guai a distrarsi. Dovevamo tenere sempre desta l’ attenzione se volevamo riuscire a contrastare, dentro e fuori le mura del Regio Liceo, la mugghiante reazione anti-libertaria che mirava a tenere gli studenti nel comodo posto loro assegnato, quello tra gli imbambolati ippocampi e le bitorzolute oloturie. Un impegno enorme, che richiedeva tante energie ed una volontà di ferro. Quel giorno tuttavia abbiamo rischiato di essere presi sul fianco destro, quello meno presidiato. L’eccellente collega ed amico Renato Pilutti, noto per le sue brillanti performance scolastiche (tanto scritte che orali) in tutte le materie , aveva ricevuto, su un foglio accortamente piegato in quattro, una poesia con dedica, da tale Adele, una sorta di valchiria bionda che per scelta si era fatta bocciare più e più volte così da continuare a rimanere una candida ginnasiale. Mitico il ricordo di lei che durante il rinfresco di Carnevale, in classe, dopo averlo ubriacato, aveva cercato di concupire dietro la lavagna, uno dei più repellenti fra gli insegnanti dell’Istituto. Una sorta di Huriah Heep dallo sguardo inquietantemente alieno ed un sorriso da coniglio. Che il Messaggero Veneto, con il tripudio della plebaglia implume ma feroce, aveva immortalato sulle sue pagine, mentre i Vigili del Fuoco cercavano di recuperargli le dita incastrate in una macchinetta distributrice di chewingum, sferici e variamente colorati. A Renato, già dai primi versi tuttavia, appariva evidente la natura altamente provocatoria ed impudicamente sessuale del messaggio ricevuto. Colto da comprensibile turbamento, con le gambe che leopardianamente facevano giacomo giacomo, Renato avverte allora il bisogno di sedersi e di chiedere a me consiglio su come divincolarsi da quelle spire bizzarre, sicuramente non cercate, provando ad escludere il delitto come soluzione francamente definitiva. Con perizia stende un fazzoletto su una mattonella del corridoio, così da poter chiedere conforto alla parete e discettare nelle migliori condizioni possibili con il sottoscritto, evidentemente ritenuto (ne vado fiero) un esperto di esseri fantasticamente sotto-naturali. Mi accovaccio al suo fianco, pur non disponendo di fazzoletto, giusto in tempo per assistere ad una scena che ci avrebbe tolto dai guai. Come in una sequenza filmica al rallentatore, Adele passa dinnanzi a noi tenendo per mano un morettino riccioluto che sembra avere una decina di anni meno di lei e che, inebriato ed orgogliosamente impettito, si libra a mezzo metro dal suolo. “E’ fatta Renato, la maliarda ha rinvenuto la sua vittima sacrificale, sei fuori dal tunnel… EVVIVA!”. Un lampo di felicità destinato a durare poco. Il Professor Zepparo, che di lì a poco ci avrebbe tenuto lezione, entrando in aula nota la nostra posizione inusuale e ci apostrofa: “Alzatevi subito, non si sta seduti sul pavimento del corrrridoio”. Con una calma da sapiente cherubino, Renato replica prontamente e con tono pacato: “Professore mi scusi, lei è tratto in inganno. Non sono seduto sul pavimento, ma su un fazzoletto. Non credo vi siano norme che impediscano di sedere su un fazzoletto, almeno così ritengo”. A sostegno dell’arguta difesa mi alzo e mostrando le terga aggiungo: “Professore, lei ha ragione nel mio caso perché come vede sono del tutto disadorno. Ma il collega Pilutti siede su un fazzoletto, tra l’altro a mio avviso di pregevole fattura, e mi risulta che la convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo prevedano questa condizione come condizione da tutelare, se non proprio da estendere.” Nel frattempo Enrico Barberi, sempre prodigo di solidarietà in situazioni come questa, si acquatta anch’egli. “Professore, io sono seduto su una copia di Lotta Continua, è proibito ?”. La discussione finisce per assumere i contorni dell’epidemia e quasi tutti gli originaloni di quel caravan serrail che era la Sezione F, danno corso ad una estesa rappresentazione teatrale, rigorosamente priva di testo, ma non per questo meno passionale. “E’ pur vero che non è la sua materia professore – puntualizza Claudio Giachin – ma il collega Pilutti le ha posto una osservazione di natura squisitamente filosofica, alla quale lei sta opponendo argomentazioni senza senso”. “Ah, è così? Domani mi porto un trespolo, mi appollaio su e voglio vedere cosa succede”. “Zepparo ce l’ha con noi perché non capiamo mai e poi mai quello che dice”. La pressione ai bulbi oculari dell’insegnante stesso raggiunge preoccupanti livelli da record, in drammatico contrasto cromatico con il completo color pisello abitualmente indossato. Clicca più volte la penna in maniera parossistica e si dirige verso la cattedra con una intenzione intuibilmente repressiva. Dopo un cenno rapido alla combriccola vociante, entro anch’io e mi chiudo la porta alla spalle. “Professore si fermi adesso – affermo con lo sguardo più accigliato possibile – , non sia insensato. Vuole scrivere una nota al più bravo studente di questa scuola solo perché non ha colto la sua sottigliezza? Vuole proprio che qui dentro scoppi un altro Vietnam ?”. Il riferimento (forse un pò esagerato) al Sud Est asiatico, al delta del Mekong e alle offensive del Teth si sono rivelate sufficienti a neutralizzare la situazione. Il fazzoletto di Pilutti ha vinto alla grande e quella volta la nota sul registro non c’è stata. E Adele ? Credo che quella furbacchiona abbia giustamente continuato a divertirsi, inseguendo un sapore di libertà che non a tutti è permesso neppure comprendere.

 

Il Regio Liceo-Ginnasio Jacopo Stellini e la Santa banana che lo teneva in piedi

La scolarizzazione di massa aveva riempito il tempio della borghesia bene di Udine di un confuso esercito di aspiranti a non si sa bene cosa, ma così fastidiosamente numerosi da obbligare le autorità scolastiche a fare i conti con gli spazi a disposizione. Fu così che iniziammo la IV Ginnasio in solaio, in uno stanzone poco invitante, disadorno, dai soffitti meno alti rispetto agli altri piani, e annunciato, sul pianerottolo, da due grandi armadi in legno scuro, uno dei quali scoprimmo essere pieno, inspiegabilmente, di tutoli secchi (torsoli di pannocchia). Un lodevole spirito di adattamento ci portò ad accettare quella logistica, senza immaginare che sarebbe stata sede di episodi incomparabili, degni di narrazione. Fu lì ad esempio che Sergio Di Giovanni stramazzò al suolo fulminato da un colpo di chiave della canonica (mezzo chilo di ferro) che il nostro insegnante di religione (Don C/Annibale) gli indirizzò sul capo con inusitata vigoria, perché colpevole di avere riso durante la sua lezione. A nulla era valso il mio timido tentativo di attribuire la risata non alla disarmante lezione del troglodita  ma ad una mia battuta innocente sul davanzale fiorito della morosa del malcapitato, che ogni tanto indirizzava allo stesso occhiate da cerbiatta. Fu lì che Enrico, già atleta della Libertas Udine, volle saggiare la tenuta del pavimento saltando a piè pari da due banchi sovrapposti, con il risultato di provocare il distacco e il deflagrante schianto di una palla luminosa di vetro nella sottostante Segreteria. Quando da quest’ultima si fiondarono da noi per conoscere le cause del trambusto (si sosteneva che tre devoti servitori dello Stato avessero rischiato la ghirba), fece da contrappeso il più estatico rapimento mistico collettivo cui abbia mai assistito. Ma la cosa più densa di significati e punti di riflessione, la si deve a Francesco Bianchini (meglio noto come Checco). Figlio unico, godeva dell’amore incondizionato dei suoi genitori, che ritenevano doveroso munirlo, ogni sacrosanto giorno, di una banana per colazione. Il frutto peraltro doveva avere il giusto grado di maturazione, reso evidente dalla picchiettatura scura sulla buccia. Quel giorno particolare ci vennero consegnati i compiti svolti, e al povero Checco era toccato un voto particolarmente infamante (molti altri erano infamanti ma non a quel punto). Rimase fissamente catatonico sino al quarto d’ora di intervallo. Al suono della campanella, quasi fosse un segnale, profferendo frasi sconnesse, assai fantasiose e cariche di effetto, afferrò la banana e la scagliò violentemente verso un angolo del soffitto. Miracolosamente, contravvenendo alle conclamate leggi della fisica, quel amalgama giallognolo non cadde al suolo, ma rimase lì, dove il suo proprietario l’aveva indirizzato. Le ore passavano, i giorni passavano ma il distacco non avveniva. Il sottoscritto, con Massimo Frizzi ed Alberto Francois, pensò allora che la sezione F era stata teatro di un evento celestiale, carico di strane atmosfere, e che tutto ciò doveva trovare la giusta cornice di risalto. Alla spicciolata, portammo qualcuno delle altre classi a vedere la cosa, e le positive reazioni raccolte ci consigliarono ti tentare coraggiosamente il business: far pagare il biglietto come si faceva per le Grotte di Postumia. Alberto (Frank 84, dato che era un patito dell’Equipe di Maurizio Vandelli) dedicò tutto il suo estro artistico per elaborare un prototipo di biglietto all’altezza del freak. Ma quella maledetta banana pensò bene di spegnere all’improvviso la sua prodigiosa funzione, finendo miseramente a terra. A quest’ora avremmo potuto essere ricchi sfondati come i Krupp ! Ah, dimenticavo. In uno dei due armadi di legno, successivamente svuotati dei tutoli, il bidello Superman (era alto meno di un metro e mezzo), trovò Enzino e Rosanna che, al buio, limonavano con trasporto. La repressione statale si fece sentire arcigna, con un sonoro giorni di sospensione per gli audaci , ma soprattutto con la chiusura a chiave degli armadi stessi, non perché troppo scuri dentro e fuori, ma perché giudicati troppo invitanti. Attribuendo forse al tutolo un qualche significato simbolico di natura insospettabilmente erotica.

(Ferdinando Ceschia)

 

E, stellinianamente, de quo…satis.

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