Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: psicologia sociale (page 1 of 31)

La piazza dei trentamila a Torino, o “Esisto solo se qualcuno mi ascolta, ovvero esisto solo se qualcuno mi legge…”, ma è proprio sempre vero?

Anche se la TAV non mi convince del tutto, fossi stato a Torino avrei partecipato alla marcia dei trentamila favorevoli a quest’opera, alle Olimpiadi invernali e a tutto quanto grillini e sindaca dai capelli di fil di ferro non vogliono fare. Mi oppongo a qualsiasi cosa questi selvaggi arroganti e ignoranti vogliano fare. E spero che i miei non pochi amici torinesi siano stati in piazza, che Elena, Stefania, Roberto, Maurizio…, perché gli riconosco un’intelligenza e una sensibilità importanti, tali da non farsi intortare da un/ a appendino (femminile o maschile?).

Sono contrario a tutto quello cui sono favorevoli questi falsi puritani della politica. Non mi convincono in nulla, né come idee e programmi, né come gruppi dirigenti e leader. Le loro idee sono prive di cultura etica e socio-politica, anzi, con i loro riferimenti generici a Rousseau, perfin pericolose. Penso che neppure il capo della Srl che li governa oggi, e suo padre R.I.P.,  conosca o abbia conosciuto poco o punto il pensiero del mediocre e troppo esaltato filosofo ginevrino. I loro leader ignoranti sono e mediocri, e perciò arroganti e protervi, a partire dal chierichetto campano, per continuare con u bellu guaglione, l’inutile reduce dal Sudamerica. Mi meraviglia come e quanto il suo viaggio sia stato tanto mediatizzato. Infatti di Di Battista chissenefrega! E la tontolona magra-piccola-anche-di-intelletto sindaco femmina di Roma?

Il tanto da lor invocato “popolo” si è ribellato in una delle capitali d’Italia, a Torino. Spero sia l’inizio di un non lunghissimo declino, sempre se altri si sveglieranno dalla loro attuale afasia. Qui entra in campo il secondo argomento, strettamente correlato al primo.

Il popolo può farsi ingannare per un periodo, e non lungo, perché poi, quando si accorge di essere buggerato dai populisti, si ribella e li manda a quel paese.

Il maestro Ennio Morricone a novanta anni suonati spiega il suo rapporto con la musica, dicendo che essa esiste solo se qualcuno la esegue e qualcuno la ascolta, e ciò può valere in qualche modo -nel mio piccolo biografico- anche per me. Con qualche osservazione diversa: questa sua concezione indica una forma di idealismo relazionale à la Martin Buber e Emmanuel Lévinas. Son d’accordo e non son d’accordo.

Non si può dire, infatti, che-si-è solo se si è ascoltati (musica e parole) e letti, poiché chi non scrive musica e parola, allora, non “sarebbe”: falso. La battuta di Morricone è metaforica, un po’ estremistica, senz’altro melodrammatica.

E poi, come la mettiamo con il silenzio? forse che il silenzio è un “nulla”? neanche per idea. Il silenzio è virtù, per san Benedetto da Norcia, ed è… musica, proprio per Morricone, Beethoven, Bach, Mozart, Haendel, Verdi, Wagner e compagnia musicante, compresa la mia Beatriz. Che cosa è una pausa tra due suoni se non musica essa stessa?

Si è certamente se si è ascoltati, visti, considerati, rispettati, letti, etc., ma anche se no. Vivendo in un bosco remoto in uno chalet di legno, puoi evitare incontri sgradevoli, limitandoti a recuperare periodicamente i viveri necessari.

Le sette donne leader sconosciute di Torino mostrano la parte di veridicità delle tesi di Morricone e di Descartes. “Penso e dunque sono, parlo e dunque sono, qualcuno mi ascolta e dunque sono, e così via…”. Infatti a volte non basta vivere nello chalet aristotelico… per essere. Può bastare per esistere, ma non per essere… per gli altri. Occorre dunque uscire dallo chalet, prendere il sentiero che porta alla strada, inforcare almeno una buona bici e giungere alla città degli uomini, e lì cercare altri simili, parlare e farsi ascoltare.

Infine occorre scegliere una piazza e riempirla, senza fare baccano, senza bandiere, pura presenza dell’esserci, essenziale dasein heideggeriano. I su nominati leader, invece, che sono ignoranti e fanatici stiano dove sono fino a scomparire, che è il loro destino segnato.

La gazzella svamputa, o svampita, o solo vecchia? E gli svamputi, o svampiti?

Gallina vecchia fa… e quel  che ne segue, vecchi modi di dire della saggezza natural-popolare, ma la citazione della gazzella come animale che può invecchiare o addirittura “rincoglionire”, non poteva che nascere tra le righe dell’incontro settimanale con l’AD di una grande azienda nazional-furlan-germanica. Tante robe, no?

Sopra ho messo l’indimenticabile immagine di Wilma Rudolph, la “gazzella nera”, vincitrice di 100 e 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma del ’60, gazzella vera.

Lavorando si fanno molte e diverse cose, a volte intervallate da brevi momenti linguisticamente creativi, per commentare processi aziendali e comportamenti individuali. Si in-ventano a volte perfino neologismi, che vuol dire “si trovano”, poiché in-ventare significa (in latino invenire) trovare ciò che già esiste. Non si crea nulla dal nulla, cosicché vi è il piacere di scoprire l’esistenza di cose, parole, pensieri, concetti, percetti e sentimenti.

Ad esempio, la vamp, nel linguaggio cinematografico (esteso poi anche al varietà e ad altri spettacoli), è un’attrice che rappresenta il tipo artistico della donna fatale, dal fascino altero e misterioso, il cui potere di seduzione è affidato a un erotismo languido, allusivamente legato a un’immagine femminile di stampo melodrammatico. La svampita o svamputa, è una che ha smesso di essere vamp, allora? Oppure è anche qualcos’altro?

La lingua è vivente e si modifica nel tempo, ma non a piacimento dei singoli, bensì per successive concrezioni abitudinarie, come spiega bene il vocabolario annuale Zingarelli e l’Accademia della Crusca, caro professor Sabatini. Ad esempio, osservando il mondo e le persone, mi sovvengono parole, segni e suoni differenti, nuovi. Anni fa guardando mia figlia cresciuta, non più bambina, ma non ancora ragazza, coniai il termine intermedio bambazza, che per qualche tempo divertì i miei conoscenti e venne perfino sdoganata sul web. Si trattava di una crasi fra bambina e ragazza.

Più avanti nel tempo declinai al femminile il greve e realistico termine maschile di “culo” in cula, perché più sonoramente significante. Vuoi metter “cula”, per dire le terga femminili, caro amico lettore? La cosa fece non poco divertire i miei interlocutori amicali e letterari.

Ora l’amico Gianluca mi propone un participio passato irregolare tratto da un verbo -per ora- inesistente “svam-pire“, ovvero un etimo esistente ed operante come vamp, che significa, come scritto sopra -correntemente- donna appariscente e affascinante. Svamputa, allora, è donna non-più-vamp, e anche un poco… svampita, vale a dir intontita.

Ma vi sono anche gli svampiti/ svamputi maschi. Se no che giustizia c’è? Ne ho due esempi nuovi, oltre ai soliti noti della politica come il ministro dei trasporti e delle infrastrutture attuale.

Uno è il “governator”  del Lazio (bum!), Nicola Zingaretti, che titolo eh “governatore”?, svampito del PD, mostrante come tale categoria antropologica possa pervenire da ogni dove: questi, pur essendo opportunamente informato da tecnici e scienziati che spiegano come la termo-valorizzazione sia da preferire nello smaltimento dei rifiuti solidi urbani rispetto alla discarica, che è cocktail party perpetuo di gabbiani, topastri e altri animali poco attraenti, continua a mandare in Abruzzo decine di migliaia di tons di rifiuti, non avendo voluto far completare l’impianto di smaltimento di Colleferro. Ormai anche i meno culti sanno che ciò che residua dalla raccolta differenziata e viene recuperato come materia seconda, può venire bruciato per produrre energia, fuorché lui e qualcun altro, come molti 5S. Un po’ svampito?

Altri svampitelli o svamputelli sono i ragazzi e i lor genitori della classe Ipsia “Floriani” di Vimercate, dove qualcuno, spenta la luce, ha preso a sediate l’insegnante di italiano e storia, mandandola in ospedale.

Non uno, né dei giovini virgulti, né dei men che cinquantenni genitori, ha avuto il pensamiento di scusarsi. Nemmeno si son posti il tema dello scusarsi. Forse che pensano di aver avuto ragione. E il preside, poi, che commenta dicendo della professoressa “Forse è un po’ rigida?” Dove lo mandiamo il “dirigente scolastico” (nuovo nome del preside), al club degli svampiti?

Più pericolosi degli svampiti sono poi gli indegni, o indecenti, che andrebbero cacciati senza indugio, laddove avessero ruoli istituzionali: tra questi un campione è tale Rocco Casalino, portavoce dell’afono Conte. E’ stato registrato mentre diceva che vecchi, bambini e down gli fanno schifo. A me, invece, fa schifo lui.

“Uno che è vissuto/ con la forza di un giovane uomo/ nel cuore del mondo/ e dava/ a quei pochi uomini che conosceva/ tutto”

Nel titolo ho messo la traduzione italiana della brevissima lirica scritta nella parlata friulana della destra Tagliamento del nostro più grande poeta, Pier Paolo Pasolini: “Un al à vivùt/ cu la fuarsa di un zòvin omp/ tal còur dal mont,/ e al ghi dèva, a chej pucs òmis ch’al cognosseva/ dut“.

Ecco, dare tutto quello che si ha, molto spesso incompresi, ché se si dà si dà se stessi, nientemeno. Non ci son calcoli da fare, né timori, né dolori insopportabili se si vuol vivere una vita vera. Occorre solo un po’ di prudenza che non è mai rallentamento vigliacco, ma valutazione delle opportunità e delle forze in campo. E’ la classica phrònesis, una saggezza prudente, o una saggia prudenza, che è anche manifestazione di umiltà e di consapevolezza del proprio limite.

Ricordo al mio gentil lettore che i sintagmi appena proposti, messi in modo oppositivo reciproco tra sostantivo e aggettivo erano molto cari alle catechesi che sant’Agostino proponeva nelle sue Omelie, per cui chi fosse interessato può trovare tutte le opere del santo vescovo, filosofo e teologo, in italiano e latino, tra le quali centinaia di omelie, nel sito www.augustinus.it .

Un altro brevissimo componimento nel friulano delle Prealpi pordenonesi: “Signour, l’omp l’è ca, o ai fat ce c’o ai podut par chest mont e par chel atri, si sin intindùz, amen“, cioè “Signore, ecco l’uomo, ho fatto ciò che ho potuto per questo mondo e per l’altro, ci siamo capiti, amen“. Si tratta di una preghiera da me raccolta dalla voce di un vecchio di Tramonti di Sopra, mi pare, o di Campone, sempre di quelle Valli aspre e meravigliose.

La poesia di Pier Paolo e la breve preghiera si assomigliano, perché il friulano, nella sua durezza di accenti riesce ad essere facilmente poesia e preghiera. I due brani dicono il limite di energie, di intelletto, di volontà e anche di santità dell’uomo, e anche l’atto eroico di esplorarlo.

Il valore della vita è pari per ciascun essere umano, così come la dignità che dà la struttura di persona, costituita da fisicità, psichismo e spiritualità, mentre la diversità irriducibile è data dalla struttura di personalità, che accoglie la genetica, l’educazione e l’ambiente in cui uno è nato ed è cresciuto. Dunque: se la dignità è data dalla struttura di persona, la struttura di personalità dice l’irriducibile differenza di ciascheduno da ogni altro, fosse pure il fratello gemello monozigote.

Se uno dà ciò che ha dà ed è il massimo che può dare, come la vedova di cui parla Gesù nel capitolo 12 del Vangelo secondo Marco, lei aveva versato al tempio due leptòn, cioè due centesimi dell’epoca, ma con cuore puro, aveva dato di più del fariseo che si compiaceva di avere versato una somma cospicua per il tesoro del Tempio.

Il valore delle cose dipende dagli intendimenti, dal cuore di chi opera, non dalla quantità venale del valore della cosa stessa. Può valere di più regalare una “Panda” usata che non una Ferrari, se per comprare la Panda uno fa un contratto di acquisto rateale, perché altro non può permettersi.

Il regalo come dono è lo stesso gesto di donare, così come la sostanza delle cose è la loro forma, e così come il meta-messaggio è più importante del messaggio. Faccio un esempio: se si decide di fare un certo tipo di azione relazionale in un gruppo organizzato, come una serie di colloqui, si deve rispondere innanzitutto alla domanda “perché lo faccio?” e non “come lo faccio?”, non preoccupandosi più di tanto della canonicità od ortodossia, secondo le letterature scientifiche in uso, del metodo utilizzato, che è assolutamente secondario, rispetto al fine che ci si è dati, e che è diverso, caso per caso, tempo per tempo, situazione per situazione. Il “perché” è la domanda filosofica per eccellenza, mentre il “come” appartiene alle discipline positive induttivo-deduttive, ma viene dopo. Circa il dono aggiungo una suggestione, che si può trovare nel trattato dal tema omonimo dell’antropologo Marcel Mauss: bisogna verificare come e quanto il dono sia espressione di altruismo e non anche altro, ad esempio, rispetto di un rito o di una tradizione, oppure, ed è la cosa più sottile, una sottesa manifestazione di egoismo implicito.

Infine,  ancora per quanto concerne il dono o regalo, non ha importanza il suo valore commerciale, ma il sentimento con il quale lo si offre.

Della sostanza che è forma e della forma che è sostanza ho più volte qui esemplificato con l’esempio michelangiolesco del toglimento di materia prima dal marmo finché non compare l’idea, cioè la forma, vale e dire la struttura sostanziale della statua.

Che dire dunque della verità o meno di ogni umana relazione? Che essa è sempre sottoposta alla verifica della purezza di cuore dei soggetti in relazione. Chi la verifica questa purezza di cuore’ Ognuno dei soggetti che si relazionano, con la pazienza, con l’esperienza, con il rispetto reciproco, che è un “guardarsi-in-faccia”, come dice l’etimologia del termine “rispetto” (dal verbo latino respicere, cioè guardare dritto davanti a sé, cioè in faccia all’altro). Non basta la tolleranza, perché la tolleranza è un guardare all’altro dall’alto di una superiorità sempre solo supposta, un top-down fastidioso e repulsivo, ma ci vuole il rispetto, così come è meglio suggerire che consigliare (il consiglio è sempre un qualcosa di top-down, e poi puzza, se non di mafia, di ambiente para-mafioso, mentre il suggerimento è qualcosa di amichevole, quasi di fraterno o sororale), così come è previsto dalla buona filosofia pratica che pratico ormai, insieme a valorosi colleghi, da molti anni: la Philosophische Praxis, che può essere una salutare medicina per le anime perse di questi tempi.

Stamane un bambino mi sorrideva…

di un sorriso puro, come può essere quello di un bambino. Mi ha consolato. Ne avevo bisogno. La giornata di ieri si dipanava in sintonia con il tempo meteorologico, e a fatica.

Il valore delle cose e la “qualità della vita” non si basano su tabelle precostituite, su modelli sociologici o sulla loro economicità e lucratività, ma sul contributo di umanizzazione che apportano. L’uomo è un primate evolventesi, anche se lentamente e con contraddizioni. In particolare non condivido il concetto corrente di qualità della vita, poiché sottende valenze e parametri troppo quantitativi, come si evince anche dagli item utilizzati nelle ricerche socio-metriche. Come si fa a dire che la qualità della vita in Trentino è superiore a quella di Lecce, basandoci solo su dati quantitativi Istat? La vita umana è molto più complessa ed è costituita da elementi in buona parte non misurabili, sfuggenti, oserei dire… spirituali.

Nella vita le strade si incrociano, divergono, pochi sono i rettilinei, di più i sentieri aspri di montagna, i camminamenti, le cenge altissime sotto le crode, le tracce antiche di pastori e cacciatori, quasi impercettibili tra la macchia e le radure.

Gli incontri sono pieni di incognite, come una espressione algebrica, anzi di più. Il sentimento accompagna lo stato di veglia e condiziona i sonni e l’attività onirica. A volte ti sembra di aver capito la persona e invece no, non hai capito nulla: è diversa da come pensavi, in meglio o in peggio. Occupandomi anche di selezione del personale ho i sensi allenati, ma non bastano. Solitamente uso quattro item: a) atteggiamento, cioè come la persona si presenta al colloquio, b) competenze, cioè la professionalità espressa in conoscenze ed esperienza, c) potenziale, vale a dire quello che il candidato può diventare o aspirare ad essere in una struttura organizzata, d) inseribilità, che significa il grado di possibilità di successo della new entry nel gruppo già costituito. Forse l’aspetto più difficile.  A ogni item attribuisco un valore da uno a cinque: si tratta di una scala di valutazione psico-sociale risalente agli studi psico-metrici di Rensis  Likert, che operava negli Stati Uniti d’America negli anni ’30.

La scelta si può basare anche sulla comparazione dei risultati ottenuti dai vari candidati, ma non può essere fondata solo su questi risultati. Occorre anche il dialogo, il giudizio sull’espressività, sulla qualità del linguaggio e dell’ascolto, per decidere al meglio, poiché l’uomo è incommensurabile. Ogni individuo è unico, indivisibile, imparagonabile: è irriducibilmente soggetto originale.

Osservo le persone quando aspetto, quando viaggio, quando cammino, e soprattutto quando colloquio o dialogo e cerco di capire i loro destini, i loro mestieri, le loro inclinazioni. Mi interessano tutte, anche quelle che mi hanno offeso, perché mi chiedo se si sia trattato di ignoranza, di stupidità o di cattiveria. In ogni caso di miseria si è trattato. E poi, passatami la rabbia, ché io non sono rancoroso, se richiesto, gli do una mano come prima.

Il sorriso del bambino goriziano mi ha allargato il cuore.

Basta poco, che è tanto, tantissimo; un sorriso, un muoversi dei muscoli facciali fino ad allargare la bocca con gli angoli rivolti verso l’alto, e gli occhi luminosi. Il sorriso illumina gli occhi e questi il sorriso.

Nel pomeriggio con la bici da strada, mi son regalato una De Rosa in carbonio, finalmente! ho incrociato molti. Mi guardavano un poco meravigliati che avessi le maniche corte della muta estiva il 3 novembre, ma io non sono freddoloso, abituato alle camere fredde della mia infanzia, temprato. La giornata era buona e ho rivisto il “Flùn“, cioè lo Stella, il fiume di risorgiva che i locali chiamano semplicemente “il Fiume”, perché lo è per antonomasia. Più del magno, immenso Tagliamento, il quale in questi giorni aveva un chilometro d’acqua. Ma il Tiliaventum è a regime torrentizio e talvolta si nasconde sotto le immense grave, quando la siccità prevale.

Lo Stella, invece, ha sempre acque smeraldine quae fluunt dall’alta pianura sino alla Laguna di Marano e Grado, scorrendo in meandri torti tra boschi fittissimi e canneti impenetrabili.

Silenzii fondi accompagnavano il brusio degli ingranaggi raffinati della bici, marca Campagnolo, e con poca fatica ero a trentacinque orari, in assenza di vento. Sentivo i muscoli delle gambe vibrare e i polmoni respirare a pieno. Solo il remoto dolore vertebrale mi ricordava che ho un accompagnamento da trattare con cura. Palestra e fisio, per migliorare e poter tornare anche sui sentieri aspri dei monti, che mi aspettano.

Il sorriso del bimbo mi ha tolto stamane dai loghismòi, dai cattivi pensieri che mi turbavano. Stamane avevo bisogno della voce profonda di un egùmeno, un abate ortodosso, con la sua tonante o sussurrata voce di baritono naturale. Ma un essere umano comunque mi ha soccorso, una donna dall’animo puro.

Riemerso dal sonno sul presto ho ascoltato le voci dal mondo, notando ancora i tic, i modi-di-dire, gli errori espressivi dei narratori. Ancora una volta ho sentito chiamare apocalisse un disastrocataclismadisgrazia. Quella della feroce alluvione diffusa nei giorni scorsi in Italia. Caro dottore Borrelli, responsabile nazionale della protezione civile, “apocalisse” significa “rivelazione”, non altro.

E i politici la solita storia nota fatta di ignoranza ignorante, arroganza e protervia. Solo il comandante De Falco, quello che disse a vigliacco-Schettino “Torni a bordo, cazzo!”, ha avuto un’espressione felice: “No, non temo di finire il mio lavoro di deputato, ché siamo tutti a scadenza“. ben detto, cz, aggiungo io, in attesa che la luce del giorno e la temperatura mi permetta di inforcare ancora il mezzo leggero e frusciante verso altre strade, in questo 4 di novembre, anniversario della Vittoria, e giorno come tutti gli altri, dono dell’Incondizionato.

“Furia cavallo del West” e le idiozie, da quelle generiche a quelle animaliste, per le quali la medicina giusta è l’invettiva

Canzone colonna sonora dei telefilm omonimi, di Paul Bradley Coulding, più noto come Mal dei Primitives, inglese, ma oramai da tempo friulano. Furia cavallo del West: in bianconero, il bellissimo stallone amico dei ragazzini.

Un orso sta per sbranare un agnello, al che Furia si avventa zoccolante con tutta la sua “furia” stallonesca e mette in fuga il grande plantigrado, ma non troppo grande, ché se fosse stato un grizzly adulto o un orso polare, forse il cavallone se la sarebbe data a gambe.

Ebbene, la domanda che mi faccio e porgo ai miei sempre gentili lettori è questa: se l’orso per nutrirsi cerca di azzannare l’agnello e il cavallone glielo impedisce, per chi “tiene” l’animalista”? Forse che si trova in un cul de sac? Deve l’orso seguire la sua natura e il suo istinto di grosso onnivoro-carnivoro, o gli porgiamo un kilo di mele e un barattolo di marmellata, ovvero, è “giusto” che il possente stallone nero gli impedisca di alimentarsi perché così sopprimerebbe un altro animale, o no?

E, allo stesso animalista chiederei: vengono tormentati i cagnolini di Striscia la notizia o il pappagallo di Portobello? Oppure stanno bene, sono coccolati e comodi? E’ meglio stare lì con Greggio e tra le tette della Hunziker o in un canile, a rischio di iniezione letale?

E i pesciolini rossi? Come stanno i pesci rossi nella vaschetta di casa, nutriti dai bimbi e guardati con affetto dalle nonne?

Altrove ho scritto della stupidità come stato psichico che induce un comportamento inutile e dannoso, in coerenza con quanto spiega bene nella sua Storia della stupidità Carlo Maria Cipolla. Scrissi anche del collegamento stretto esistente tra presunzione e ignoranza, caratteristica diffusa tra i politici del Movimento 5S e non solo. Questi tipi umani sono presenti anche nella Lega, nel PD e in Forza Italia. Costoro sono anche caratterizzati da una quasi assoluta mancanza di vergogna. La mancanza di vergogna è un altro atteggiamento insopportabile, per il quale uno si sente indefettibilmente nel giusto, anche quando sbaglia, e non riesce a scusarsi neppure quando è evidente l’offesa fatta a qualcuno.

Riconoscere i propri errori e scusarsi è un atto di forza interiore, altro che quelli dell’omonimo film di Schwarzenegger!

Vi è anche un rapporto biunivoco tra stupidità e malvagità, che è preferibile, addirittura, alla prima condizione dell’anima, quella della stupidità, poiché dai malvagi ti puoi difendere, mentre dagli stupidi è più difficile, poiché sono pericolosamente imprevedibili, pensando essi di essere intelligenti.

Un altro aspetto correlato è quello della superficialità e della banalizzazione, che comporta un impoverimento del linguaggio e delle modalità espressive. Gli stupidi sono presuntuosi e incapaci di provar vergogna, parlano per sentito dire e pontificano su ciò che non conoscono. Un esempio acclarato è quello dell’attuale ministro dei  trasporti, il riccioluto Toninelli.

Una manifestazione di estrema stupidità: una docente di storia di 55 anni, insegnante in una scuola superiore di Vimercate -il “Floriani”- è stata presa a sediate nella schiena da alcuni suoi allievi, che hanno prima spento la luce, i vigliacchi, e poi hanno colpito la professoressa. E i loro genitori? Che quoziente intellettivo possono esprimere? Che valori morali vivono?

Un ulteriore esempio di comportamento malo o comunque sbagliato è quello di chi pensa di poter bruciare le tappe della propria crescita, mancando di rispetto a chi più sa, senza darsi pensiero se ciò significhi offendere, deludere, competere senza ragione ponendosi in forma arrogante e pretenziosa?

Correlato a quest’ultimo tipo umano vi è il caso di chi presume di sapere non sapendo: costui solitamente non accetta il sapere altrui, specie se è guadagnato sul campo del tempo e della fatica, perché la sua pigrizia gli fa pensare che basti informarsi sui giornali che scrivono ciò che lui stesso si aspetta che scrivano. Faccio un esempio: se il suo “giornale” scrive che il presidente Mattarella è comunista, Mattarella è comunista. Semplificazioni pacchiane, spirito critico uguale a zero. Queste sono persone che, nella loro arrogante ignoranza, riescono ad offendere senza darsi pensiero. Persone che solitamente vivono per mangiare, non l’incontrario. O giù di lì.

E i genitori di Desirée? Cosa faceva la ragazzina in quel luogo, chi la custodiva, chi aveva a casa? Chi se ne occupava? Abbiamo risolto il problema chiamando “bestie” i quattro bastardi che l’hanno drogata e violentata, o serve altro?

Idiozie che meritano solenni invettive, pedagogia dei fatti.

Il porto delle nebbie, il cavaliere bendato e gli orizzonti lontani

Sentirsi in balia di vettori causali che non controlli, ma della cui esistenza sei consapevole, a volte è impegnativo, difficile. Ma si fa, si va avanti, si vive, si combatte la buona battaglia mantenendo la fede, come insegna san Paolo, Saulo di Tarso in Cilicia (II Lettera a Timoteo 4, 7).

Gli esami del sangue mio, linfa vitale son buoni, anzi quasi ottimi, come se si desse un giudizio sul risanamento di un fiume prima un poco inquinato. Il cavaliere oscuro, che son io, pur non essendosi mai fermato, attende di poter partire in piena di nuovo, attende il mattino, ché la cavalcatura è pronta e gli ostelli del riposo, noti. La prima meta è il gran monte del confine, dal nome slavo, la cima del Matajur.

Il cammino inizia dal Rifugio e si divide tra il sentiero diretto verso la cima e la traversata fino alla vetta passando dal versante sloveno. Aspetto una domenica limpida in quest’autunno diverso. Nel frattempo è arrivata la bici, leggera e frusciante, pronta per cavalcate silenziose verso tutti i punti cardinali.

Nella politica, invece, vi è chi mena fendenti a caso, come un cavaliere o, meglio, un pedone, un fante bendato che deve spaccare una pentolaccia nella sagra di paese, e lì appare la faccia bambina di Di Maio sovrapposta a quella del cavaliere. Bestialità verbali formulate da questo giovane uomo del sud pieno d’ebbrezza di potere, di libido potestatis come Caligola o Caracalla. Un elenco di beceraggini sragionanti. Eccotene due o tre, mio gentile lettore.

«Lobby dei malati di cancro». 21 luglio 2016. Il vicepresidente della Camera sulla propria pagina Facebook, presentando uno studio dell’attività del M5S, parla di lobby e cita quella «dei malati di cancro». Si alza un polverone. Il mondo politico si scatena contro Di Maio. Che rimedia in un nuovo post, affermando che l’accostamento tra lobby degli inceneritori e lobby dei malati di cancro «può essere apparso infelice» ma «in Parlamento ci sono portatori di interessi negativi, come quelli degli inceneritori, e portatori di interessi positivi, come quelli appunto delle associazioni dei malati di cancro». (dal web)

«Pinochet in Venenzuela». 13 settembre 2016. Di Maio, in piena campagna referendaria, attacca il presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi. In un post su Facebook parla delle continue proteste alle iniziative pubbliche del premier, confondendo in un passaggio il Venezuela con il Cile. «Ha occupato con arroganza la cosa pubblica, come ai tempi di Pinochet in Venezuela», scrive sulla sua bacheca. L’errore geografico fa il giro del web. E il deputato M5S corregge il messaggio. (dal web)

Sono di questi giorni le parole in libertà su Draghi, sintomo ed effetto -nel contempo- di ignoranza ignorante, dissennatezza (neanche fosse vittima dei mostri dissennatori di Harry Potter) e improvvisazione verbale. I suoi sodali lo imitano come le salmerie seguono i reparti, alla cieca, animali da soma, in primis Toninelli, quello che confonde i tunnel con i viadotti. Logistica e produzione, commerciale e amministrazione, risorse umane etica d’impresa, tutto con-fuso e sgangherato: questa è la similitudine metaforica del 5Stelle e dei loro capi. Un’azienda chiuderebbe in un battibaleno se si comportasse come loro.

Salvini continua a battere la grancassa del cipiglio severo sostenendo cose implausibili, con voce minacciante, ma si comincia a vedere qualche incertezza ai lati della bocca sul suo volto ghignante. La trasparente ebbrezza di qualche settimana fa in toni trionfanti, pare incrinarsi.

Dalle altre parti pena infinita: Zingaretti brucia in un lampo tutta la simpatia di suo fratello, algebricamente. Non lo voterò mai. Chi altri? Minniti certamente, oppure io stesso, gentile lettore, lo farei bene, ma preferisco star tra le mie cose, tra lavoro e filosofia, affetti e rinascita.

Orizzonti lontani mostrano il mare, dalla cima della cuspide di confine. E ricordi legati alla Valli di un tempo, già favolose. Memoria di storie nelle balze rocciose di cascate remote. Agostino e sorella e, fino a dieci giorni fa, Gianni, mio compagno di scuola d’un tempo. Biforcazioni di vite, come lungo la via che il curato manzoniano soleva percorrere recitando l’Ufficio delle ore, ubbidendo alle prescrizioni di una Madre santa e meretrice, così detta dal gran santo omonimo del mio amico, il vescovo d’Ippona, che scriveva diciassette secoli or sono.

Nel frattempo leggo -e mi confermo- che mente e cervello non possono essere la stessa cosa, e che l’intelligenza umana, e il corpo e le umidità non possono essere ricreate in macchine di acciaio e altri materiali: muco, urina, sangue, sperma, linfe, sudore sono tipiche di chi ha un corpo e una mente-non-solo-cervello, un corpo che si scalda e si raffredda, una mente/ cuore (metafora) che può provare noia, paura, sentimenti e passioni, un qualcosa che viene generato e si corrompe. Va letta, e con gusto, Siri Hustvedt nel suo Le illusioni della certezza, edito da Einaudi.

Il tempo trascorre da nebbie d’un porto lontano a orizzonti infiniti.

Del “male”

Caro lettore,

ti propongo un breve saggio sul tema del male alla luce della teologia cristiana classica, cioè quella informata essenzialmente al pensiero di Sant’Agostino e  di San Tommaso d’Aquino, comunque diversa dall’etica sottesa in un post precedente,  di solo qualche giorno fa, quello dedicato al tema del “valore” in Max Scheler e altri. Non è una lettura facile ma, se affrontata con un po’ di pazienza, forse può servire a rischiarare alcuni concetti al giorno d’oggi quando la banalizzazione concettuale e la pigrizia del pensiero sembrano farla da padroni. Mi pare quindi una lettura produttiva anche per un non-cristiano, se non altro come esercizio riflessivo che può essere utile, in generale, anche a qualche rischiaramento della logica e dell’argomentazione dialettica sulle cose della vita.

il male, nella sua opposizione al bene, si definisce come ciò che è dannoso, inopportuno, contrario alla giustizia, alla morale o all’onestà, ovvero ciò che è considerato in qualche modo indesiderabile, come il male fisico di qualsiasi genere.

La filosofia analizza il male anche nella dimensione metafisica e morale, a livello teoretico.

Circa il male si sono spesi fiumi di inchiostro e su questo concetto si sono affaticati grandi intelletti nei millenni, a volte vanamente. Propongo dunque alcune considerazioni su ciò che (il male, appunto) viene considerato da evitarsi pressoché da ogni morale umana, salvo poi dimenticarsene nell’agire quotidiano dei singoli e talora dei gruppi.

In particolare, se innanzitutto il Bene coincide con il Fine dell’agire umano, là dove per “Fine” si intende ciò-che-è-buono, la privazione del fine è privazione del bene, si tratta di quello che intendiamo con la parola male.

Scrive il domenicano padre Sergio Parenti:

L’agire è compiutezza, perfezione dell’agente. Infatti il raggiungimento del fine è perfezione dell’azione. L’azione poi è perfezione della capacità operativa: bene della vista è vedere. Ma le capacità di agire sono la conseguenza di un modo d’esistere che in esse trova la connaturale perfezione e compiutezza, altrimenti si avrebbe qualcosa che non viene attuato e per questo manca. Per rapporto alla natura dell’agente, dunque, parleremo propriamente di privazione: cioè essa è negazione in un determinato soggetto, non una qualsiasi negazione. E tale privazione, in quanto privazione di un bene connaturale diventa un male. Un sasso che non vede, non ha la vista, ma non lo diciamo “privo”. Un gatto, invece, se non è capace di vedere, è cieco. Se vi si riflette un poco, ci si accorge che queste denominazioni non sono affatto arbitrarie, ma corrispondono all’uso del linguaggio quotidiano.”[1]

Le privazioni dunque sono un “ente di ragione”, ma il male in quanto tale può essere definito in qualche modo, magari aiutati da sant’Agostino e san Tommaso d’Aquino:[2]

– il male in sé e per sé non esiste, né è qualcosa nel senso comune di queste parole,

– il fine di ogni cosa o essere è il bene,

– non vi è alcun “sommo male”, o dio del male,

– nessuna azione, di per sé, tende al male. Anche in chi agisce deliberatamente, il male, di per sé, è “preterintenzionale” (cioè non è l’oggetto vero del tendere della volontà),

– il male è spiegato e causato da un bene,

– il male, di per sé, non causa nulla,

– un male suppone un bene nell’oggetto desiderato: “Malum in rebus incidit praeter intentionem agentium“, cioè, il male capita, nelle cose, indipendentemente dall’intenzione dell’agente. Questo è il senso della preteritenzionalità sopra richiamata, che non toglie, beninteso, la responsabilità del soggetto agente.:Malum, etsi non sit causa per se, est tamen causa per accidens”, cioè, il male, anche se di per sé non è una causa, è però una causa “per accidens“. Si intende che non è una causa propria, ma derivata, come da una goccia fredda deriva benessere al corpo umano nella calura. Ci aiuta in questo difficile e inusitato cammino sant’Agostino, con la sua dottrina del male morale.

 

Del male morale

Nell’agire morale sembra molto strano e quasi paradossale che si affermi che il male è preterintenzionale, dato che il male deve derivare da consapevolezza intellettuale e consenso volitivo. La preterintenzionalità, anche nel diritto penale corrente, rappresenta il riconoscimento del male non voluto,[6] ma qui siamo su un terreno diverso dal diritto. Siamo in filosofia morale, o in etica. Se un atto moralmente rilevante dipende da alcune condizioni.

L’agire volontario libero è proprio dell’uomo. Ma perché sia così definibile e per determinarne la responsabilità, occorre fare un passo avanti. Dobbiamo cercare un difetto a monte dell’agire.

Possiamo dunque dedurre con certezza che il male non potrà mai distruggere totalmente il bene, ma che il bene, oltre gli ottimismi di maniera, ma anche evitando ogni pur sotterranea forma di nichilismo o di manicheismo, va perseguito con intelligenza acuta e costante, per orientare la volontà, affinché sia realizzato il fine vero e buono[5] di chi agisce.

Sant’Agostino così scrive:

Così mi fu chiaro come le cose che vanno soggette a corruzione, sono buone: poiché, se fossero buone in grado sommo e assoluto, andrebbero esenti da corruzione, e se non fossero buone, non andrebbero soggette a corruzione (…). Giacché la corruzione nuoce, e non potrebbe nuocere se non diminuisse il bene (…). Che se verranno private totalmente del bene, cesseranno affatto di esistere, dacché, se continueranno ad esistere, saranno meglio di prima, perché rimarranno incorruttibili. Ora c’è asserzione più mostruosa del dire che le cose che sono state private totalmente del bene, sono migliori? Dunque se saranno private totalmente del bene, cesseranno di esistere; dunque, fintantoché esistono, sono buone; dunque, qualsiasi cosa che esiste, è buona. E il male, di cui cercavo l’origine, non è una sostanza, perché, se fosse una sostanza, sarebbe un bene … Perciò vidi chiaramente come Tu facesti buone tutte le cose e come, d’altra parte, non esistono sostanze che Tu non abbia fatte“.[4]

Omne malum est in aliquo bono fundatum”, cioè, ogni male si fonda in qualche bene. E’ di immediata intuizione, poiché ogni male, per esistere, deve interferire in un qualche bene.

Malum non causatur nisi a bono“, cioè, il male non è causato se non dal bene. Diciamo anche “è colpa della cattiveria”, che , allora, causa deficiens, causa che deficita, insufficiente, causa-non-efficiente.

Qui è utile considerare alcuni concetti per approfondire le responsabilità soggettive dell’agire malo:[3]

– il bene conosciuto,

– la capacità di riconoscerlo,

– la capacità di tendere ad esso, o volontà,

– la capacità di conseguirlo effettivamente.

 

Il peccato ovvero una violazione dell’ordine come armonia

Usiamo questo termine teologico (peccato) anche in etica per capirci meglio. Potremmo anche parlare di violazione o di reato, ma ci collocheremmo nell’ambito, non distante ma sostanzialmente di altra natura, del diritto. Mentre i termini colpa e pena sono comuni, alla morale e al diritto.

Nell’ottica di una vita orientata al fine, il peccato si configura come una aversio a fine,[7] utilizzando il linguaggio agostiniano e tommasiano.[8]

Dobbiamo convenire che è necessario “purificare” il percorso conoscitivo cioè intellettuale fino a giungere all’azione della volontà. Ma anch’essa, come facoltà desiderante deve essere esaminata attentamente, al fine di escludere che vi siano condizionamenti tali da conculcarne il libero operare. Il punctum dolens è allora il suo rapporto con l’intelligenza. Chi la esercita veramente (l’intelligenza) deve saper discernere tra i beni, cioè se essi siano ordinati al fine, o meno, del soggetto agente (dell’uomo, in definitiva). Questo è il punto dirimente, e difficilissimo della morale.

 

Il male, il vizio, la colpa, il peccato

Secondo la comune accezione il male è il contrario del bene, cioè si oppone al bene come un qualche cosa che lo impedisce o lo contrasta, per un’immediata intuizione dell’atto umano come non buono. Si può dire che si tratta di un significato accettabile, anche se incompleto, perché del male, come dei correlati concetti filosofici, etici, religiosi e giuridici citati nel titolo, si possono e si debbono chiarire anche altre dimensioni. Più precisamente, vi è opposizione di contraddizione tra virtù e vizio, cioè gli habitus (disposizione stabile dell’animo umano orientata al bene o al male), che fondano le azioni umane rispettivamente buone o di malizia. Possiamo dire che l’idea del male è presente nella legge naturale che ogni uomo ha inscritto nel “cuore”,[9] così come è nozione ammessa in tutte le culture, filosofie e religioni. Nel manicheismo[10], filosofia religiosa proveniente dall’altopiano iranico e molto diffusa ai tempi del primo cristianesimo, insieme con lo zoroastrismo e il mazdeismo, vi è una concezione talmente dualistica della realtà, che prevede perfino l’esistenza, accanto a un Principio o Dio del Bene, di un Principio del male, che così condizionerebbe la volontà umana piegandola al male stesso.

Dopo Aristotele, che sarà recuperato prima da Boezio e successivamente da San Tommaso, l’analisi più approfondita sulla questione del male viene filosoficamente sviluppata da Sant’Agostino. Il Dottore d’Ippona, partendo dalle giovanili posizioni manichee, che forse nel substrato del suo pensiero conserverà a lungo, tratteggia un’analisi sul principio del male il quale costituirà in seguito la base, sia per il pensiero morale di Tommaso, sia per la riflessione moderna e contemporanea.[11]

Sant’Agostino concepisce il male secondo tre gradi o dimensioni: il male metafisico, il male morale e il male fisico, reciprocamente in qualche modo collegati e interdipendenti. Attenzione, però, al linguaggio, che è strettamente filosofico: il male metafisico è l'”imperfezione”, nel senso che ogni res umana, ogni atto umano, ogni modo dell'”essere” (nella duplice accezione di infinito sostantivo e di principio di analogia) umano, è limitato, defettibile, perfettibile, incompleto, o errato, colpevole, e via dicendo. E dunque, in questo senso il male è da intendersi come “non essere”, come deficienza di bene. Il male metafisico è quindi un “non essere” oggettivo, ineliminabile, appartenendo esso alla stessa natura delle cose umane.

Vi è poi il male morale, che è quello che più interessa le azioni umane. Il male morale è il non conformare l’agire pratico alla legge naturale, naturalmente conforme alla legge divina. Fin qui il filosofo africano. Più ancora San Tommaso, soprattutto nella Somma teologica, sviluppa la morale delle virtù, riprendendo Agostino nello schema delle Etiche aristoteliche (soprattutto la Nicomachea), e sostenendo che, se la volontà umana si conforma all’intelletto delle cose, non può non agire virtuosamente, guidata dalla prudenza[12], la quale sovrintende alle altre virtù (oggi diremmo valori o qualità). E’ una visione un po’ strana, forse, per la contemporaneità, dove si contendono il campo etico una morale dell’obbligo, della colpa e del peccato, e una morale, spesso amorale, del relativo e del contingente.[13] Il male morale, dunque, per Agostino suppone la colpa e il peccato, che è un “mancare” verso Dio e verso il prossimo. Suppone una responsabilità che è insita nell’umano libero arbitrio. In altre parole, Dio non impedisce il male, pur conoscendolo nella sua prescienza, perché all’uomo è data costitutivamente la libertà di scelta.[14]

Vi è infine il male fisico, la malattia, la sofferenza in tutti i suoi gradi, che appartengono al modo d’essere del vivente (le piante), sensibile (gli animali), sensibile e razionale (l’uomo), che sono imperfetti e mortali. Nell’uomo, il male fisico può essere anche inteso come conseguenza del male morale, ma senza che fra i due mali vi sia un rapporto di causa-effetto. Ciò è particolarmente evidente nei mali dello spirito, nelle sofferenze interiori, nelle somatizzazioni dei sensi di colpa (qui non intesi come mere nevrotizzazioni), che non sono semplicemente da rimuovere, ma bisogna verificarli alla luce della coscienza morale.

Per ciò che concerne il “peccato”, il quale presuppone la colpa derivante dal libero esercizio della volontà, si può dire che si tratta di un principio di valutazione morale, che lede la natura, la coscienza, e la “legge”, e che è presente in ambedue le Tradizioni cui fa riferimento la nostra cultura e la nostra scienza etica, sia quella greco-latina, sia quella giudaica. Nella Bibbia,[15] i cui principali significati si trovano nelle aree semantiche di infedeltà (mà’al), di “oltrepassamento” (àbar), e ingiustizia-violenza (àwel), vi è anche il concetto generale del peccato come di un senso di fallimento (àwòn, letteralmente: mancare il bersaglio). Nei Vangeli sinottici e di san Giovanni, e in san Paolo (specialmente nella Lettera ai Romani), i lessemi greci rinviano a concetti e significati analoghi, poiché, per ingiustizia troviamo adichìa – adikia (dalla radice di dikaiusìne – dikaiusyne, giustizia), e amartìa – amartìa per peccato di infedeltà.

Nell’etica greca e latina (Platone, Aristotele, Seneca, Marco Varrone, Cicerone, Marco Aurelio) così ben studiata da Agostino e Tommaso, troviamo, sia pure senza la dimensione soprannaturale della rivelazione cristiana, un’impostazione che possiede ampie corrispondenze soprattutto nell’ambito morale connotato dall’azione delle virtù e degli opposti vizi. In ambito cristiano si mantiene dunque un’impostazione legata al valore della fedeltà a Dio, la cui negazione (aversio a Deo, conversio ad creaturas: allontanamento da Dio per scegliere i beni finiti, cioè le creature) porta al peccato, cioè all’atto umano malo, a tutti i peccati, sia contro se stessi sia contro gli altri.

Ricapitolando possiamo dire: il male di per sé non è come principio, ma esiste ed è conseguenza della responsabile e libera azione dell’uomo, che di sé decide, anche quando agisce verso gli altri, perché in fondo ogni “peccato” è di omissione alla propria umanità. Cioè di rifiuto della possibilità di essere intelligenti.

 

[1] Parenti S. o.p., Logica e decisione etica. Tra principi e concretezza, pro manuscripto, Convento san Domenico, Modena 2002, p. 21

[2] San Tommaso d’Aquino, Summa contra gentiles, III libro, capp. I – XVI; S. Agostino, Confessiones, lib. VII, cap. XII

[3] Cfr. San Tommaso d’Aquino, S. Th., I-II

[4] Sant’Agostino, Confessiones, lib. VII, cap. XII

[5] Ancora una volta incontriamo i “trascendentali” che si convertono l’uno nell’altro: il bello nel vero e questi nel bene.

[6] Pensiamo agli incidenti stradali: viaggio ad una velocità adeguata rispetto al codice della strada, al mezzo che guido e alle condizioni del traffico e della strada, mi attraversa la strada all’improvviso un pedone, lo investo ed egli muore. Altro sarebbe il senso dell’esempio se, nella stessa situazione, io non avessi rispettato il limite di velocità: sarei stato imputabile almeno di omicidio colposo.

[7] Lat.: una digressione, una fuga, un rifiuto del fine (per cui si è a questo mondo)

[8] Cfr. San Tommaso d’Aquino, S. Th., I-II, q. 72, a. 5, c: “(…) quando anima deordinatur per peccatum usque ad aversionem ab ultimo fine, scilicet Deo, cui unimur per caritatem, tunc est peccatum mortale: quando vero fit deordinatio citra aversionem a Deo, tunc est peccatum veniale“, cioè, quando l’anima si disordina per mezzo del peccato fino a porsi in avversione al fine ultimo, cioè a Dio, vi è peccato mortale: quando invero non si tratta di una vera avversione a Dio, allora vi è peccato veniale; Cfr. anche ibidem, q. 74, a. 9, c.; q. 7, a. 8, c.; q. 87, a. 5, ad 1um.

[9]Cuore è qui inteso secondo il significato semitico di “centro della persona”.

[10] da Mani, sapiente e sacerdote iranico, III-IV sec. d. C.

[11] sia nella linea neo-tomista di un Maritain o di un padre Fabro, sia nella linea induzionista-riflessiva di Cartesio, Kant, Husserl, Heidegger, Edith Stein, ma anche dello stesso Sartre.

[12] come recta ratio agibilium, retta ragione delle cose da farsi

[13] Cfr. l’ impostazione neo-radicale, che è un po’ oggi, purtroppo, trasversale, nelle sinistre politiche e anche nella destra tecnocratica.

[14] Cfr. anche B. Ochino, Laberinti del libero arbitrio, a cura di M. Bracali, ed. Leo S. Olschki, Firenze 2004

[15] Cfr. ad esempio Esodo 23, 21 e Isaia 1, 2) il riferimento al peccato è verbalmente amplissimo, constando di oltre trenta etimi (ebraico – aramaici).

Simpatia, antipatia, empatia. Due persone, due storie: Ilaria Cucchi e Francesco Tedesco e… io stesso

Può darsi che quello che qui scriverò risulti a qualcuno sgradevole, ma ce l’ho in cuore da qualche anno e ora lo scrivo.

Parlo dell’antipatia, dal latino antipathia che deriva dal termine greco αντιπαθεια, formato da αντι cioè “contro” e da παθος ossia “passione”,  il quale può significare un’espressione di odiosità, un che di insopportabile, spiacevole, sgradevole, fastidioso, seccante, indisponente, malvisto, inviso e, perfino, ripugnante.

Mio padre usava quest’ultimo aggettivo quando voleva spiegarsi su una persona che proprio non gli piaceva.

E vengo al dunque.

C’è qualcosa che mi ha sempre disturbato nel comportamento di Ilaria Cucchi dopo l’omicidio del fratello Stefano. Me lo sono sempre chiesto e ho fatto non poca fatica a darmene ragione. Ci provo qui. Mi è antipatica, perché mi sembra che l’orribile morte del fratello le abbia aperto quasi una strada professionale, tant’è che le avevano perfino affidato una trasmissione televisiva, di scarso o nessun successo, e pertanto ben presto interrotta. Troppo faconda, troppo perfettina, sembrava quasi che per ogni sua apparizione televisiva avesse imparata una parte da dire, senza intoppi, quasi senza emozione apparente. Ottima parlatrice, il suo accento romanesco è stato sempre per me un antipatico disturbo.

Si tratta dell’interpretazione del ruolo troppo ben fatta, troppo efficace, troppo tutto. Mi sarei aspettato qualche intoppo, qualche incespicare della parola, qualche silenzio, no, nulla di tutto ciò. Tutto lineare.

Francesco Tedesco invece è un carabiniere che dopo nove anni dai terribili fatti dell’assassinio vergognoso e spietato di Stefano Cucchi ha parlato con il giudice, spiegando di aver tentato di bloccare i colleghi che massacravano il giovane a calci, pugni e schiaffi. La domanda è: perché parla dopo nove anni? Cosa lo ha fatto star zitto per tanto tempo? E’ coinvolto anch’egli nel massacro e ora cerca di tirarsi un poco fuori? Qualcuno nella gloriosa Arma lo ha dissuaso dal dire certe cose, spaventandolo e ricattandolo? Brutte, bruttissime cose.

Ma non dovremmo dimenticare mai, quando constatiamo queste malattie presenti anche tra i Carabinieri, figure come Salvo D’Aquisto, e non solo.

L’antipatia è un sentimento diffuso, come la simpatia, che è il suo contrario. Sono sentimenti forse un poco strani, perché irrazionali, e derivano da elementi generatori complessi: il primo impatto, i comportamenti successivi, i feromoni, che hanno addirittura a che fare con l’attrazione fisica. C’è chi è “naturalmente” repulsivo e chi, al contrario, attira. Anche nello stato nascente delle relazioni affettive scatta qualcosa che ha a che fare con ciò che esula totalmente dal ragionamento.

E’ sentimento, è “sentire”, è -misteriosamente- un’attrazione, una sin-patia, un’empatia, un qualcosa di irresistibile.

In particolare l’empatia, sempre dal greco antico “εμπαθεία” (empathéia, a sua volta composta da en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”), che veniva usata per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore-cantore al suo pubblico, significa una sorta di sentire insieme, in modo da accogliere i sentimenti dell’altro, facendosi quasi “altro”, come proponevano filosofi come Martin Buber, austriaco di origine ebraica, noto per la dottrina dell’Ich und Du, là dove l’io si fa tu e il tu diventa quasi un io, ed Emmanuel Lévinas, franco-lituano, noto invece per la dottrina del “volto-dell’altro” come condizione di vita nella quale il soggetto considera l’Altro, impersonato dal Volto proprio come un Soggetto, non mai come oggetto.

Un suggerimento esperienziale: mai esagerare in empatia, poiché potrebbero sorgere equivoci e squilibri nelle relazioni intersoggettive. Ognuno deve rimanere se stesso e dialogare difendendo innanzitutto le proprie opinioni.

Non so se personalmente sono -in generale- antipatico. Penso di no, soprattutto alla gente semplice, gli operai e le operaie che, anche se mi percepiscono come un complicato intellettuale, in qualche modo comprendono la mia natura profonda di uomo semplice, nato nel cuore del popolo e colà sempre rimasto, e per sempre, e quindi sono a loro simpatico. E, direi, alle donne, senza escludere i maschi, molti dei quali mi vogliono bene, perché comprendono il mio cuore e il disinteresse del mio agire fin da bambino, imparato da mia madre e da mio padre, che non selezionavano mai chi aiutare, ma aiutavano e basta chi ne aveva bisogno.

Ad alcuni, però, sono certamente antipatico, e ho cercato di capire se, oltre alle ragioni di carattere immediato a-razionali, che sopra ho cercato di sintetizzare, sussistono altre ragioni più connesse con il ragionamento, che sviluppano un sentimento di anti-patia nei miei confronti.

E penso di averci capito qualcosa. Di solito sono antipatico alle persone che ritengono io voglia mostrare le mie conoscenze culturali e competenze professionali, che sono -lo posso dire con serenità- vaste e variegate, come sa chi non è ottenebrato dall’antipatia e mi ha capito nella mia semplicità naturale, e nella mia quasi ingenuità buona. Queste persone cui sono antipatico cercano di evitarmi anche perché mi temono, temono di essere “sgamati” nei loro imbrogli e approssimazioni, per cui è meglio non rischiare una vicinanza da costoro ritenuta pericolosa e talora svergognante.

Può darsi che, se conoscessi dal vivo la Cucchi, cambierei idea, ma per ora così è. Queste persone non sopportano il confronto e, se possono, cercano rivincite su di me, specialmente se possono permetterselo per ragioni di potere economico o d’altro genere.

Questo lo comprendo benissimo e mi dispiace, perché penso che queste persone perdano un’opportunità, un’occasione. Come me, peraltro, perché ogni essere umano è portatore di valori di scambio.

Non vi è mai un vettore unidirezionale nei rapporti umani, mai, poiché funziona sempre uno scambio, che è un arricchimento reciproco, differenziato. Io sono sempre curioso degli altri e, anche se come per tutti funziona il meccanismo simpatia/ antipatia, prendo tempo e mi chiedo se per caso non mi stia sbagliando sulla persona tale o sull’altra. E lascio il giudizio sospeso, almeno finché non abbia una conferma inconfutabile, come può essere nell’umano, in un senso o nell’altro.

I modi del potere tra dominio e servizio

Gli attuali governanti italiani, in particolare i due vicepresidenti del Consiglio dei ministri, non sanno distinguere tra le due declinazioni classiche del potere, la declinazione come dominio e quella come servizio, perché sono ignoranti in tutti e due i sensi dell’ignoranza: nel senso tecnico in quanto hanno poca o punta preparazione costituzionale, e in senso morale in quanto non sanno distinguere tra le cose buone da fare e le cose cattive da evitare o, come dicevano i padri latini e i teologi scolastici, a partire da san Tommaso d’Aquino: bona agenda, mala vitanda sunt.

Il potere esercitato come dominio è quello della tirannide, così come variamente declinata. Nel caso citato, pur non connotandosi come tiranni di tipo classico, Di Maio e Salvini si comportano come tali: il loro linguaggio è spesso triviale (più in Salvini) e approssimativo (più in Di Maio, ma anche Salvini non è un fuoriclasse del lessico), si nota la loro tendenza a minacciare e ad irridere gli avversari politici che sono così trattati da nemici cui non concedere requie, e tantomeno ascolto. Tal modo di fare dà la misura, non solo della loro cultura generale molto approssimativa, ma anche di una certa perfidia popolana, non popolare o populista, neppur dissimulata.

Il ghigno di Salvini e il sorriso da saputello dello scugnizzo sono espressioni evidenti di sentimenti negativi, sono linguaggio del corpo oltremodo aggressivo e incapace di dialogo. Non sopportano i giornalisti che li osservano, a meno che non abbiano un atteggiamento prono, ma questo accade, grazie a Dio, raramente.

Né l’uno né l’altro dialoga, ma pontifica, proclama, dichiara, arringa, con l’evidente miserando piacere di ascoltarsi-dire-quello-che-dice. I due non conoscono il potere della parola o meglio, ne constatano l’efficacia senza porsi mai il tema della corrispondenza tra le parole che proferiscono e la realtà delle cose, o la verità delle stesse. Nel loro caso la distinzione tra realtà e verità non si pone mai. Potrebbero anche coincidere, ma non è un loro tema. Non so se si rendono conto di imbrogliare il famoso “popolo”, o meno. A proposito, quando dicono di avere dalla loro “gli Italiani”, dovrebbero fare i conti bene, non basandosi sulle prospezioni elettorali che li danno -attualmente- sommati al 60%, poiché si tratterebbe del 60% della metà degli avanti diritto al voto, e dunque, anche a essere benevoli, possono di dire di rappresentare -insieme- il 30% degli Italiani, una minoranza, dunque.

Abbiamo governanti tracotanti, prepotenti, arroganti e protervi, nullapensanti, anzi malpensanti. Dopo la tracotanza, la prepotenza, l’arroganza e la protervia viene la violenza. Appartiene a questo contesto anche il premier Conte, anche se questi si muove in modo più felpato. Non ha i modi tracotanti dei suoi due capi, ma il fatto che ripeta con altre parole e altri sistemi le medesime cose, sollecita la domanda per quale ragione sia d’accordo, se per convincimento o se per convenienza.

Nel primo caso può venire associato alle due modalità di ignoranza sopra descritte, nel secondo, poveri noi ché misero è il menù imbandito.

Non mi piace neppure il modo di fare il presidente dell’Inps di Tito Boeri, anche se potrebbe avere qualche o molte ragioni, perché confonde il suo ruolo tecnico-gestionale, con un ruolo politico, che non ha.

I veri grandi uomini politici, come Hammurabi, Ramses II, Salomone, Ciro il Grande, Alessandro di Macedonia, Augusto, Marco Aurelio, Adriano, Carlo Magno, Salah-el-Din, Lorenzo il Magnifico, Carlo V d’Asburgo, Maria Teresa d’Austria, Napoleone, il Conte di Cavour tra altri, hanno esercitato il potere senz’altro come dominio, ma anche come servizio. Si vedano, infatti, le conseguenze storico-politiche e socio-economiche del loro agire.

Chi usa il potere solo nella versione del dominio esprime una sorta di ubriacatura, parlando e operando come sotto effetto di sostanze esaltanti la percezione e l’eloquio, ma non la trasparenza e la razionalità del pensiero. Gli antichi Greci chiamavano questo stato psico-morale ybris, cioè una sorta di orgoglio spirituale che conduce la persona a mostrarsi in tutta la propria malsana ambizione e vanagloria.

Chi è affetto da ybris molto facilmente è preda del vaniloquio, della maldicenza e dell’insulto, che usa per ampliare il proprio potere, o comunque la sensazione soggettiva del proprio potere, che spesso non coincide con il potere vero di cui è formalmente titolare.

“Valore” e “valori” in Max Scheler e in altri pensatori


Max Scheler può essere considerato il pensatore contemporaneo che ha più e meglio approfondito il tema dei “valori” in ambito etico-filosofico, a volte dialogando e a volte polemizzando con il filosofo della politica Carl Schmitt.

Egli si mantiene in ambito rigorosamente filosofico, poiché rifiuta di sottomettere i valori ad ogni declinazione psicologistica o economicistica. Per lui i valori appartengono a una dimensione simpatetica della relazione tra umani, avendo “valore” in sé, non in funzione di qualcos’altro. Non contro Kant, ma quasi -si potrebbe dire- oltre Kant, Scheler ritiene che sia l’altezza morale del valore a qualificare l’intenzione morale dell’individuo che riflette, sceglie e agisce.

Per lui vige una gerarchia non convenzionale e crescente dei valori:1) i valori sensibili, 2) i valori vitali, 3) i valori spirituali e 4) i valori del sacro. Come si vede sono posti in scala, e c’è da pensare che lo stesso Abraham Maslow possa essersi ispirato a questa impostazione, quando elaborò la teoria dei “bisogni”.  Si tratta, per Scheler di una progressiva apertura dell’uomo al mondo (Weltoffenheit).

Il valore non coincide con bene e fine, poiché bene è un concetto che comprende sì il valore, un certo valore, ma non del tutto, in quanto il valore va oltre. Il fine è financo un termine che può anche non tendere o avere un valore, se è cattivo. in qualche modo il valore per Scheler è un dato trascendente, un po’ à la Platone, non tanto funzionale al benessere di stampo pratico tipico dell’etica aristotelico-tomista, ripresa in Italia, nel ‘900, dal Neotomismo di pensatori e docenti come Sofia Vanni-Rovighi e Gustavo Bontadini, ma senza escluderlo.

Per Scheler il valore è qualcosa che viene prima di ogni attributo delle cose, perché ne è l’origine, quasi. E’ generante le cose. E’ struttura di apertura al mondo, giammai costitutivo di ogni gerarchia dei valori o di un rapporto di forza fra i valori, per cui il valore superiore è quello capace d’imporsi “militarmente” sugli altri, poiché il bene è il volere il valore più alto in relazione alla solidarietà verso la comunità illimitata delle persone che amano. Essendo aperità, come scrive Heidegger, il valore si esprime sempre entitativamente, non solo puntualmente nel tempo dell’agire umano.

I valori personali si affermano non distruggendo i valori economici, ma solo dopo che i valori economici sono stati «appagati» e rilasciano, in un processo di sublimazione, la loro energia ai valori superiori. Nella storia, per Scheler, l’uomo si è sempre dedicato, tranne in rare e momentanee eccezioni, all’arte e alla cultura solo dopo aver appagato in qualche misura la fame e i bisogni primari, e qui torna l’assonanza e la coerenza della “gerarchia dei valori” di Scheler con la “gerarchia dei bisogni” di Maslow.

La recezione e l’accettazione del valore richiede pertanto un complesso processo non solo ermeneutico ma pure formativo (problema della Bildung della personalità e dell’analfabetismo emozionale della persona): per Scheler infatti il punto di partenza dell’uomo non è l’ordo amoris ma piuttosto un disordine del cuore che va costantemente rettificato grazie all’esemplarità altrui (Vorbild).

Nel pensiero classico la nozione di valore, mentre in Platone si riferisce al bene, bello, giusto, vero, che sono poi le idee trascendentali,[1] secondo Aristotele, il valore è anzitutto ciò-che-vale-per-se-stesso, l’atto puro di essere, e solo successivamente si rifà anche all’economia, così come essenzialmente accade anche nella scienza economica classica – moderna di un Adam Smith o di un Ricardo, e perfino in Karl Marx.

Il termine greco è axìa – α̉xίa, vale a dire “merci”. Il valore riguarda quindi innanzitutto delle merci, che possono essere vendute o scambiate. Risale poi alle notazioni di Adam Smith la distinzione brillante fra “valore d’uso” e “valore di scambio”, là dove il filosofo ed economista inglese separa nettamente ciò che ha un valore suo proprio, anche incommensurabile, ma solo “d’uso”, come l’acqua che si beve o l’aria che si respira, e ciò che possiede, di per sé, anche e soprattutto un valore “di scambio”, come le merci e il lavoro umano, i quali sono quantificabili, pesabili in termini di corrispettivo monetario, e vendibili, concetti che Ricardo e Marx avrebbero successivamente sviluppato.[2] [3] [4]

San Tommaso recupera dalla tradizione platonico – aristotelica, e anche agostiniana, soprattutto la nozione di valore come essere, come bene, come giusto. Il valore è dunque la dignità della perfezione dell’essere, è un suo atto, è suo perché di natura, in quanto stimata e conosciuta da un soggetto conoscente (l’uomo). Nella modernità e nel mondo contemporaneo la nozione di valore è stata variamente considerata.

Se Kant aveva ritenuto come valore primario la purezza della legge morale “a priori”, autori successivi più vicini a noi, come il Lotze, il Brentano e il von Ehrenfels[5] sottolinearono gli aspetti più sentimentali o emozionali del valore. Più plausibili rispetto alla visuale che stiamo tentando di comporre in questo lavoro, possiamo ritenere le posizioni di Max Scheler, di cui abbiamo trattato sopra, e di Nikolaus Hartmann,[6] anche se forse indulsero in un certo fenomenologismo:[7] infatti, pur ammettendo che il concetto di valore possa essere ascrivibile a ciò che è bene, pur tuttavia questo bene è trasceso dal concetto di valore, che sarebbe una sorta di entità superiore, quasi platonicamente eidètica.[8] Si può capire lo sforzo di questi autori, se lo si contestualizza nella temperie culturale di fine ‘ 800.

Per quanto riguarda Heidegger,[9] la sua lezione nel campo delle scienze etiche non si può distaccare dalla sua ricerca teoretica e metafisica. Il maestro di Heidelberg rimprovera a Nietzsche di non aver saputo uscire dalla gabbia nichilista nella quale si è messo, ipotizzando per l’essere umano un “valore” inaudito e inconcepibile, quello di essere addirittura il sostituto del “dio (o meglio del Dio, n.d.r.) che è morto“. Che sarebbe morto, ma dopo tre giorni, secondo i Vangeli e Francesco Guccini risorge.

Interessante è la posizione di Jean Paul Sartre, che distingue con grande acume e creando un altrettanto grande sconcerto, fra l’essere-in-sé di coscienza, cioè la negazione di ogni sua datità sostanziale, e l’essere-per-sé, questo sì provvisto quasi di una facoltà creatrice, divina. Per Sartre l’uomo si crea la propria storia, l’uomo è la propria storia, sostanza, essenza. Siamo distanti da san Tommaso, ma in fondo non troppo, perché basterebbe intendersi su ciò che si intende per storia ed essenza o sostanza o natura. Se per storia si intende il puro divenire eracliteo, le due posizioni sono inconciliabili, ma se per storia si intende la possibilità di attuazione di ciò che è in natura insieme con ciò che le circostanze e la volontà umana producono, il suo principio di movimento e di sviluppo,[10] allora le due posizioni possono confrontarsi e non respingersi.

Possiamo infine citare per capacità comunicativa il sociologo F. Alberoni, che sostiene come i valori essenziali ed eterni dell’uomo, della sua vita, del suo destino non siano transeunti, ma richiedano di essere accolti e ascoltati con sempre maggiore attenzione.[11]

A questo punto, forse, è conveniente ammettere che il valore è nuovamente e classicamente da fondarsi sull’essere. In che modo?

Anche seguendo l’indicazione heideggeriana, che tenta di ricomporre un dialogo interrotto con la nozione dell’essere e di dare ad essa tutto il suo fondamento assiologico, poiché non collegare e correlare il valore all’essere, specularmente significherebbe relazionarlo al nulla, e dunque sarebbe una proposizione, in questo caso, assurda.

Si tratta ora di dichiarare nettamente chi stia al vertice di una prima scala di valori puramente umana, non temendo di collocarvi l’uomo stesso,[12] e non dimenticando Dio (almeno concettualmente), se si vuole definire la scala assoluta dei valori stessi. Ma in questo caso si pone la questione della credenza di fede. Il valore primo di questo mondo, l’uomo, riesce, anche perché è primo nell’ordine intellettuale, a comprendere la scala o gerarchia dei valori e dei beni, e riesce a goderne, anzi è qui per goderne, secondo ragione, in tutta la molteplicità nella quale si manifestano. E, a questo proposito, si possono anche in qualche modo classificare:[13] vi sono i valori elementari, o vitali, i valori estetico-razionali e i valori spirituali e/o metafisico-religiosi, tra i quali si può annoverare anche il valore morale.[14] Un altro aspetto su cui convenire è quello dell’assolutezza, ma anche della storicità del valore.

Assolutezza poiché il valore non può essere sottoposto alla distruttività del relativismo, senza perdere in razionalità; storicità, perché il valore stesso è una manifestazione storica, profondamente concreta e umanamente plausibile. La questione sta nel rapporto che vi è tra i due termini: non si deve intendere, infatti, l’assolutezza come un distacco intellettualistico e superbo dalla realtà storica, ma, d’altro canto, non si deve ritenere la storicità come un debito da pagare alla relativizzazione del valore. Il precetto “non uccidere” è stato certamente interpretato in modo diverso nella diacronia degli eventi storici universali, ma resta un precetto assoluto, che deve essere rispettato da ogni retta coscienza.

E’ Platone che spiega con più chiarezza, forse, in che modo si debba intendere l’assolutezza e l’universalità dei valori, che poi coincidono con le attribuzioni trascendentali degli enti/essenti. Egli sostiene che bisogna passare dalle cose belle al bello in sé, dai beni diversi al bene in sé, dalle azioni giuste alla giustizia in sé, etc..[15] In questo modo ciò che è particolare e contingente diventa, alla luce della ragione, universale e necessario. Ma Kant, fedele alla gnoseologia della sua prima Critica,[16] sostiene l’inconoscibilità degli enti in sé e per sé, ma solo delle loro manifestazioni fenomeniche, puntuali, contingenti, e dunque anche l’infondatezza di una conoscenza morale basata su valori assoluti.[17] Per Kant l’unica conoscenza “certa ed evidente”[18] è quella delle scienze fisico-sperimentali, al di fuori delle quali, si stende un oceano infido di imbrogli, antinomie e sofismi.

Su questa strada si sono poi posti anche autori come Max Weber con la sua teoria delle “visioni del mondo” differenti. La questione, ai nostri giorni, resta più che mai aperta, soprattutto in considerazione degli sviluppi della scienza, e quindi delle varie attribuzioni valoriali che vengono formulate nei confronti degli eventi scientifici e delle scelte legislative nei vari paesi.[19]

Quello che è certo è che non si possono confondere i valori con le procedure organizzative di qualsiasi genere e specie.

 

[1] In metafisica si dice nozione trascendentale ciò che è predicabile di ogni ente.

[2] Oggi in economia si parla di merci, prodotti e servizi vendibili.

[3] Ad es. sulla legge ferrea dei salari.

[4] Ad es. sulla nozione di plusvalore e sfruttamento del lavoro ( che sono altre questioni di rilevanza morale).

[5] Filosofi tedeschi, rispettivamente: (1817 – 1881), (1838 – 1917), (1859 – 1932).

[6] Hartmann N., filosofo tedesco, 1885 – 1950.

[7] Cfr. le posizioni in merito di E. Husserl e K. Jaspers.

[8] Cioè, riferita al cosiddetto “mondo delle idee”.

[9] Cfr. Heidegger M., in Sentieri interrotti, 1957, La sentenza di Nietzsche “Dio è morto”.

[10] Cfr. sul concetto di natura il p. M.J. Nicolas, L’idea di natura in san Tommaso d’Aquino, Tolosa,1972, tr. it. p. R. Coggi, Studium Theologicum Philosophicum S. Thomae, Bologna 2004.

[11] Cfr. Alberoni F., Le ragioni del bene e del male, Milano 1981.

[12] Cfr. dizione tommasiana circa l’uomo: “(…) persona significat id quod est perfectissimum in tota natura, scilicet subsistens in rationali creatura“, cioè, persona significa ciò che è perfettissimo nella natura tutta, così come sussiste nella creatura intellettuale, S. Th., q. 29, a. 3c.

[13] In proposito, anche la letteratura psico-sociologica contemporanea ha formulato delle dizioni classificatorie: ad es. cfr. A. Maslow con la sua “teoria dei bisogni”, in Motivazione e personalità, Ed. Armando, Roma 1998.

[14] Cfr. Mondin B., Il valore uomo, Roma, 1983.

[15] Cfr. particolarmente nel dialogo Simposio.

[16] La Critica della Ragione pura.

[17] Precisiamo qui l’accezione di “assoluto”, ab-solutum, non scioglibile, non modificabile.

[18] Cfr. con la dizione di scienza proposta dal p. G. Barzaghi o.p., in Dialettica della Rivelazione, “(…) La scienza è conoscenza certa ed evidente di un enunciato in forza del suo perché proprio, adeguato e prossimo”.

[19] Consideriamo qui le diverse posizioni che esistono sulle ricerche che coinvolgono la vita umana al suo nascere (i temi che riguardano l’embrione), e al suo declinare (i temi che riguardano l’eutanasia).

Older posts

© 2018 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑