Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: psicologia sociale (page 1 of 43)

Un “socialismo” riemerge cautamente dal Covid-19

Nessuno si scandalizzi, ma penso proprio che si tratti di questo: la solidarietà sociale oramai in queste settimane (mesi?) si sta orientando verso una condivisione obbligata certo, ma reale, di condizioni e di abitudini. Già negli ultimi tre quarti di secolo, cioè dal secondo dopoguerra, forme di welfare socialdemocratico hanno preso piede in molte nazioni, mentre il comunismo falliva.

Willy Brandt

Non si deve temere di usare la parola “socialismo”, pur se molti lo confondono ancora con il comunismo, anche se, da un punto di vista storico-declaratorio, a giusta ragione. Infatti la dizione completa dell’acronimo U.R.S.S., significa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Il socialismo sovietico era un comunismo di stato, così come quello cinese di Mao-Tze-Dong, che ancora vive nell’autocrazia liberal-comunista di Hi Hsin Ping.

Bisogna comunque distinguere in modo rigoroso tra i due concetti. Il socialismo è una dottrina proponente riforme sociali gradualiste (soprattutto dall’uscita della proposta marxiana, molto più radicale, perché rivoluzionaria), che nasce dalla Rivoluzione francese, tramite personaggi come Babeuf, Filippo Buonarroti, e poi il conte di Saint-Simon, Fourier e Proudhon, che proponeva venature già anarchiste. Poi è arrivato Karl Marx, il quale insieme con il suo sodale Friedrich Engels ha scritto i principali testi del socialismo scientifico (per distinguerlo rigorosamente da quello chiamato con una certa sufficienza ironica “utopistico”), altrimenti detto materialismo dialettico, base per tutte le rivoluzioni sociali successive dell’800 e del ‘900, che sappiamo come sono andate.

A metà’ 800 fu fondata l’Internazionale socialista, cui aderivano socialisti umanisti della tradizione francese, seguaci di Marx-Engels e anarchici à la Bakunin. Ma vi partecipavano anche “democratici” repubblicani come Mazzini, che viveva a Londra ed era distantissimo, sotto il profilo politico-sociale, dall’uomo di Treviri.

Nell’ottobre (o novembre, secondo il calendario giuliano vigente nel mondo cristiano ortodosso) del 1917 scoppiò la Rivoluzione bolscevica, che dette inizio alla più grande esperienza socialista, anzi comunista, della storia. Nel frattempo, si sviluppava un’altra linea socialista, quella “riformista” (termine impreciso per quei decenni, ma attuale dalla seconda metà del ‘900), il cui maggior teorico fu Eduard Bernstein, che trovò soprattutto nell’Europa del Nord i maggiori adepti.

Nel 1921 a Livorno il Congresso del Partito Socialista Italiano “partorì” – nel corso di una feroce diatriba – nientemeno che il Partito Comunista d’Italia, promosso da personaggi come Gramsci, Togliatti, Terracini, Bordiga, che ne fu il primo segretario. Il Partito Socialista era spaccato fra gradualisti à la Bissolati e Turati e massimalisti come Serrati. Dalle file del PSI era uscito anche Benito Mussolini, a suo tempo fautore di un socialismo sindacal-rivoluzionario ispirato, più che dalla tradizione teorica del socialismo, da una sorta di vitalismo filosofico i cui ispiratori erano piuttosto il francese Georges Sorel e perfino Nietzsche.

Altrove ho scritto (e qui lo confermo) che il cavalier Benito aveva tratti fascistoidi nel suo modo di essere, di pensare e di fare anche quando era socialista, e rimase in qualche modo socialista anche da fascista. Su questo protagonista della politica e della storia italiana (e non solo) il mio lettore non può esimersi da una buona lettura del fondamentale testo del professor De Felice “Mussolini il duce“, per capirci qualcosa di importante al di fuori della polemica politica.

La nascita del Partito Comunista (ricordo che questo partito fu fedelissimo all’Unione Sovietica almeno fino al 1973, e che fu Berlinguer a distaccarlo da essa) in Italia provocò la paradossale situazione che il socialismo riformista fu quasi sempre minoritario e debole, per decenni chiamato addirittura social-fascismo da parte del comunisti, a differenza di ciò che riuscì a fare nel Nord Europa. Certamente va riconosciuto ai comunisti italiani di essere stati fondamentali nella lotta anti nazista/ fascista, anche se non con qualche contraddizione, se si pensa al discorso dei confini orientali dell’Italia, dove traccheggiò, tentato dalle sirene del maresciallo Tito.

Il Partito Socialista poi, nel 1949, dopo essere stato per l’ultima volta maggioritario rispetto al PCI nelle elezioni del 1948, vinte alla grande dalla Democrazia Cristiana, si spaccò tra un Partito che restava con Pietro Nenni e un pezzo più piccolo che se ne andava con Giuseppe Saragat, fondandosi come Partito Socialdemocratico italiano. Poco più di un decennio dopo il Partito Socialista si spaccava di nuovo, ma questa volta “a sinistra” con la fondazione dello PSIUP il Partito Socialista di Unità Proletaria, prodromo e contenitore di parte della successiva “Nuova Sinistra” post-sessantottina, soprattutto di Avanguardia Operaia, poi Democrazia Proletaria, mentre Lotta Continua e Potere Operaio ebbero origini differenti, provenienti anche da contesti socio-culturali cattolici.

In quegli anni, sull’onda del Concilio Vaticano Secondo, e della Dottrina sociale della Chiesa rinnovata sotto Giovanni XXII e Paolo VI, si era mossa la cultura cristiano-cattolica verso sponde di sensibilità sociale molto forti, anche con religiosi e prelati di alto profilo: si pensi al padre scolopio Ernesto Balducci, al padre Servo di Maria David Maria Turoldo, al parroco dell’Isolotto di Firenze don Enzo Mazzi, all’abate benedettino di San Paolo fuori le Mura Dom Giovanni Franzoni, e senza dimenticare don Lorenzo Milani, forse il più noto fra questi. Il cattolicesimo “di sinistra”, però, si rivolgeva, più che alla tradizione socialista riformista, direttamente al Partito Comunista e anche alla Nuova Sinistra, di cui costituiva, in parte, bacino di crescita.

Non dimentichiamo che anche alcuni tra i fondatori delle Brigate Rosse, cioè fautori della scelta armata, come lo stesso Renato Curcio e sua moglie Margherita Cagol erano di matrice cattolica.

Poi è arrivato Craxi, che riuscì anche più di Nenni ad essere “governativo”, in mezzo a non poche traversie. Circa la sua morte mi vergogno dell’Italia, che lo lasciò morire in esilio.

Negli ultimi vent’anni il mondo è cambiato, con la telematica, la nuova comunicazione in tempo reale, la finanza al comando, i nuovi linguaggi, generando una confusione difficilmente decrittabile. Il mio gentile lettore mi potrà dare atto che il mio continuo, diuturno impegno, è di cercare con questo strumento (il blog Sul Filo di Sofia), con i libri che pubblico, con le conferenze e le lezioni accademiche e aziendali che svolgo, con le relazioni che curo all’interno del mio network, con la mia attività di coordinamento di parte dell’Associazione filosofica cui appartengo, di contribuire – nel mio piccolissimo – a dipanare questa confusione, riflettendo, dialogando, proponendo idee per riprendere a dare sostanza al pensiero riflettente, che è in profonda crisi.

Ripeto spesso, forse fino ad annoiare i miei interlocutori, che la più vera e profonda crisi di questi anni, anzi di questi decenni, è la “crisi del pensiero umano”, che pare talvolta aver rinunziato alle sue potentissime e insostituibili prerogative di strumento di comprensione delle cose, della vita e del mondo, come insegna la storia del pensiero stesso di tutti i tempi. “Tornare” ad Aristotele, a sant’Agostino, a Tommaso d’Aquino, a Kant, al Buddha, a Lao-Tzu, a Wittgenstein e anche al vero Nietzsche, è indispensabile. Così come è indispensabile rileggere i libri biblici Giobbe e Qoèlet, il Discorso della montagna (quello delle Beatitudini), attribuito al Maestro di Nazaret, così come lo riporta l’evangelista Matteo al capitolo quinto.

Perché, dunque, in questo contesto parlo di nuovo di “socialismo”? Perché, se diamo a questo termine storico-politico il suo più profondo significato etico possiamo capirci bene. Non si tratta di un “socialismo” legato a tecnicalità organizzative della politica e dell’amministrazione pubblica, del governo dell’economia e della finanza, che metta in questione la libertà di iniziativa dei singoli, dei gruppi e delle nazioni, ma si tratta di pensarlo in funzione e a vantaggio della vita dell’uomo e alla tutela del mondo.

Socialismo“, allora, può significare un occhio nuovo che ciascuno deve avere verso il suo simile e verso il mondo, una capacità di declinazione della distribuzione dei beni e della giustizia, improntati all’equità, insieme alla necessità di riconoscere a tutti il diritto alla vita e a risorse sufficienti per renderla dignitosa. Mi spiego con un esempio. Per il mio lavoro, soprattutto, ho da sempre contatti con persone potenti e provviste di grandi mezzi economici (imprenditori e le loro famiglie, e io di solito son sempre riuscito ad allargare i rapporti dai temi aziendali ai temi personali e familiari degli imprenditori, sempre su loro richiesta); bene: due o tre di loro (capo azienda in due casi e familiare stretto in un altro caso) mi hanno detto: “Renato, dobbiamo cambiare mentalità e anche abitudini, almeno in parte“, e io ho risposto: “Sì, caro/ a …, certamente la mentalità, su cui, come sai, ragiono da quando ci conosciamo, ma per quanto riguarda le abitudini, per me non cambia nulla o quasi, poiché la mia vita era sobria e resta sobria“. Silenzio, da parte dell’interlocutore/ interlocutrice per qualche secondo, e poi “E’ vero, tu queste cose le sai, perché le vivi“.

Ecco. Se anche la sobrietà, l’umiltà, il senso del limite (caro lettore, dai uno sguardo a un articolo pubblicato qui qualche giorno fa, in tema), la pazienza che è sinonimo di coraggio, diventano virtù comuni, allora si potrà praticare un “socialismo umanistico” pienamente plausibile ed eticamente razionale, ferme restando le conquiste delle migliori dottrine sociali che l’uomo ha pensato e praticato nei secoli, come un liberalismo responsabile e anche forme di welfare sociale che si può chiamare, senza tema di scandalizzare nessuno, socialismo. Ecco perché mi pare di poter dire, come nel titolo di questo pezzo, che si percepisce l’emergere di “un socialismo”, già nel pieno della crisi generata dal Covid-19.

Garibaldi, Proudhon (fors’anche il dottor Marx e perfino Lenin), Bernstein, Turati, Nenni, Saragat e Craxi, Palme e Rabin, Brandt e Mitterrand, ma anche Gramsci e Berlinguer, da un lato,e pure i cristiani delle varie chiese, i fedeli islamici, i buddhisti e i taoisti, si potranno in qualche modo ri-conoscere (conoscere-di-nuovo) in questo “socialismo”.

Il “limes” attorno a ogni cosa, il limite dei corpi, delle cose, del mondo

Forse, tra spazio e tempo il punto di riferimento più importante è il “limite”. Da Aristotele e a Kant i due concetti sono considerati categorie trascendentali, cioè valide sopra ogni altra determinazione conoscitiva della realtà.

limite di una funzione

Il concetto di limite era noto fin dall’antichità, da Archimede di Siracusa fino ai moderni Newton, Leibniz, Euler, D’Alembert. Nel XIX abbiamo la rigorosa definizione di Cauchy e con il tedesco Heine. Successivamente se ne occuparono Dedekind, Bolzano e Cantor.

Nel 1922 Eliakim Hastings Moore ed H.L. Smith proposero una nozione generale topologica di limite, che è quella attualmente utilizzata in matematica. Queste notizie solo per attestare come il concetto interessò intensivamente gli studiosi di matematica.

Riassumendo, il concetto di limite è dunque matematico, fisico e anche metafisico: è matematico, come abbiamo visto sopra, è fisico per immediata intuizione, è infine metafisico se si fa lo sforzo di trascendere la materialità concreta delle cose e si passa al livello concettuale, che è comunque reale.

Il limite è la nostra epidermide, che separa fisicamente il nostro corpo dal resto del mondo; è il confine di casa nostra, del comune dove abitiamo, della regione, dello stato, dell’Europa e perfino dell’intero pianeta. I limiti che vanno dal nostro comune di abitazione all’Europa (concetto da intendere oggi in termini più politici che geografici) sono stati determinati dalla storia e dalla politica, battaglie e guerre comprese, mentre il limite del nostro corpo e quello del pianeta sono stati determinati dalla natura e dalla cosmologia.

E’ come se tra ciascuno di noi e il mondo intero ci fosse, come dire, lo spazio della libertà. Possiamo passare dal congiuntivo all’indicativo, perché c’è lo spazio della libertà umana, anche se variamente declinata.

Il limite percepito nella situazione generata dal Covid-19 è generale e certamente fa pensare, fors’anche, anzi di sicuro, a tutte le cose della vita di ciascuno, ai valori, alle priorità, perfino alle scelte etiche. La socialità solidale è uno di questi valori, molto spesso proclamata con enorme vis retorica, ma altrettanto sovente non rispettata con azioni concrete.

Quando osservo la scena attuale delle strade e delle piazze quasi vuote, in Italia e nel mondo, penso alle vite di tutti (o quasi), che sempre più si assomigliano. Non va più in ferie, più o meno costose, neppure chi se lo può permettere; cambiano le abitudini realizzando una certa uguaglianza sociale. Oso dire una forma di “socialismo” doloroso, ma di socialismo.

Questo socialismo non è strettamente “politico”, ma culturale, esistenziale, fattuale. L’aspirazione all’uguaglianza declinata secondo equità è presente nel pensiero umano dai tempi dei pensatori classici greci, e dai valori espressi nella dottrina evangelica.

I quasi duemila anni che decorrono dalla redazione del capitolo sulle “beatitudini” nei vangeli secondo Matteo e Luca hanno visto varie modalità interpretative, spesso tra aspri conflitti. Il versetto 27 del capitolo primo di Genesi esprime il concetto dell’immagine divina nella figura umana; in Colossesi 3, 11 e in Galati 3, 28 san Paolo proclama l’uguaglianza sostanziale tra tutti gli uomini. Molti miti teologico-politologici hanno attraversato i secoli, da frate Gioacchino da Fiore, passando per Thomas More e Tomaso Campanella, fino agli utopisti francesi post Rivoluzione francese, del genere di Proudhon, e a Marx/ Engels/ Lenin/ Stalin/ Mao.

Tra il 1959 e il 1964 a Bad Godesberg i socialisti tedeschi rinunziarono al marxismo come teoresi politica; Lord Beveridge, un conservatore inglese, subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, avviò un potente piano di welfare che durò fino a Mrs. Thatcher, ma Blair lo riprese.

In Italia, la Democrazia cristiana di Fanfani e Moro, insieme con il Centrosinistra storico, Pietro Nenni principale supporter, e la benevola astensione comunista, realizzò un welfare importante, pressoché esemplare per il mondo, nientemeno.

Ora qualcosa di importante cambierà: la pandemia del Covid obbliga tutti a innanzitutto a pensare al limite, e poi a ripensare alla scala valoriale della propria vita. Cantare oggi l’Inno di Mameli non è più solo nota di colore, ma molto altro, ancora in parte – per i più – inconsapevole.

Chiamiamola socialità solidale, come si vuole, mio gentile lettore, ma si tratta di una forma di socialismo democratico, un esercizio morale prima ancora che politico. E’ l’occasione perché i governi mettano in discussione, tutti insieme, Trump compreso, lo strapotere della finanza internazionale, subordinandola alla difese del Bene comune. Un tema, quello del limite e quello della solidarietà sociale, che riprenderò.

Le due libertà: a) di fare, b) di dire

I Greci avevano a disposizione e utilizzavano con precisione due lemmi per dire la libertà, eleutherìa, che significa libertà-di-fare, e parresìa, cioè libertà di dire.

In questo pezzo, lasciando stare la eleutheria, di cui qui ho trattato più volte, voglio soffermarmi sulla parresìa, cioè sulla capacità/ volontà di dire le cose il più possibile nel modo più vero e attendibile.

La parresìa (dal grecoπαρρησία, composto di pan (tutto) e rhema, ciò che viene detto) nel significato letterale significa non solo la “libertà di dire tutto”, ma anche la franchezza nell’esprimersi. I filosofi cinici, in particolare, utilizzavano questa libertà, quasi a “imitazione dei cani” (da cui “cinici”, appunto”, i quali a volte abbaiano o latrano senza requie.

Riporto un aneddoto famoso concernente Diogene di Sinope:

«[Alessandro] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. “Io sono Alessandro, il gran re”, disse. E a sua volta Diogene: “Ed io sono Diogene, il cane“. Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: “Mi dico cane perché faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi.”»

La parresìa quindi significa non solo isegoria, vale a dire la possibilità di parlare a tutti in pubblico (da isos = uguale e ὰγορεύω parlare in pubblico), ma anche l’espressione della libertà di parola riconosciuta a tutti i cittadini nelle assemblee che si tenevano nelle pòleis, governate secondo i princìpi dell’antica democrazia greca.

Ciò detto, per la storia del termine e la sua comprensione, rimprovero da anni, nel mio piccolo, soprattutto la categoria dei giornalisti (lasciamo stare i politici, qui, che sono spesso “insigni” campioni della dissimulazione e della menzogna). Non raramente i professionisti della carta stampata, delle tv e del web, non curano il proprio linguaggio, al fine di renderlo al meglio chiaro e rispondente ai fatti raccontati.

Un esempio: qualche giorno fa ascolto il cronista di una importante emittente (mi pare fra le più affidabili), Canale 48, che racconta le percentuali delle persone che-si-muovono da casa in Lombardia. Letteralmente dice: “pare che almeno il 40% della popolazione esca di casa, nonostante tutte le raccomandazioni (…)”. Dove sta la falsificazione o quantomeno l’elemento semantico fuorviante della comunicazione? A mio parere, sta nella sottolineatura negativa di una percentuale assolutamente plausibile, tenendo conto della struttura demografica e produttiva della Lombardia, che è la più ampia d’Italia. In Lombardia vi sono più di quattro milioni di lavoratori dipendenti, su otto milioni di abitanti. Che si registri il movimento del 40% di otto milioni non è scandaloso, è semplicemente ovvio. Poniamo che il 25% stia ormai lavorando nella modalità smart (percentuale probabilmente eccessiva), siamo comunque a tre milioni di cittadini che si muovono per lavoro, cui si devono aggiungere le persone che stanno facendo la spesa o che vanno in farmacia (o in edicola, e in pochi altri luoghi). Il 40% è dunque plausibile, caro cronista e caro lettore! Se tu metti giù la notizia sottolineandone la scandalosità e il dato di imprudenza, fai un pessimo servizio alla verità delle cose, crei confusione e stress! Non te ne accorgi? O segui una linea guida impartitati dai superiori? Se sì, è un’idiozia e meritate un’invettiva tu e i tuoi superiori.

Un altro aspetto generale di questa comunicazione è relativo alla scelta delle parole e ai toni usati dai giornalisti, specialmente in questa fase. Osservandoli da decenni, leggendoli e ascoltandoli, mi son fatto l’idea che, sia i termini e le espressioni, sia i toni utilizzati, sono largamente inadeguati e mediocri. Infatti, noto uno scarso ricorso ai sinonimi, che pure in italiano sono abbondantissimi, e l’utilizzo di modi espressivi spesso esagerati e inutilmente, anzi pericolosamente, drammatizzanti, inutilmente patetici, non costruttivi. Sappiamo anche che quando queste modalità debordano, chi ascolta, piano piano smette di concentrarsi sul senso e sul significato di ciò che sente dire, perché in qualche modo la mente “si difende” da un eccesso di negatività. Inoltre, a differenza di qualche decennio fa, i giornalisti sono quasi tutti laureati e quindi dovrebbero possedere una certa cultura generale, una migliore capacità di selezione della gerarchia delle notizie, e una metodica sistematica nella ricerca e nella verifica delle fonti da cui traggono le informazioni. In realtà, la qualità dell’informazione non si suddivide tra quella che proviene da informatori laureati e quella fornita da non-laureati, ma dipende, come molte (forse tutte) attività umane dalla qualità delle singole persone. Ne ho la prova con la mia esperienza e le mie conoscenze personali.

Forse mi illudo, ma non smetto di pretendere che questi professionisti si impegnino di più a lavorare meglio, nell’interesse generale.

Il coraggio nascosto dell’Homo Italicus

Nel secondo libro dell’Etica a Nicomaco, Aristotele descrive il rapporto tra vizi e virtù contrapposte. Ad esempio, trattando del coraggio, lo giustappone alla paura, ma lo considera media virtus, perché all’estremo opposto c’è la temerarietà.

Goffredo Mameli sotto la cenere…

Il coraggio, dunque, è indispensabile per affrontare le avversità della vita, il dolore e la minaccia. Insieme con l’ira giusta è la virtù che conviene avere. Anche l’ira, pur essendo annoverata tra i vizi, diventa passione, quando è declinata a supporto del coraggio. I greci, con il termine aretè, cioè fortezza (coraggio) chiamavano addirittura la virtù in quanto tale, mentre l’altro nome di virtù era phronesis, cioè saggezza, prudenza: per Aristotele entrambe erano virtù etiche, ma la prudenza era anche virtù dianoetica, perché dialoga con la sapienza, cioè la sophia.

Questo impianto antropologico filosofico può funzionare anche oggi, quando questi termini sono stati tradotti in linguaggio corrente, più psicologico.

La premessa mi è utile per considerare il coraggio degli Italiani in questo frangente difficile. Nelle difficoltà gli Italiani è come se si svegliassero da un torpore generico e a volte un poco vile. Il dato etno-antropologico ci descrive come un popolo emotivo e poco combattivo, ma si tratta di una semplificazione madornale. Prima di tutto vi è da dire che gli Italiani sono un “popolo di popoli”, poiché – ad esempio – il carattere dei Friulani è molto diverso da quello dei Campani, mentre può essere in qualche modo giustapposto a quello degli Abruzzesi e dei Sardi, che è forte e di poche parole. I Lombardi e i Piemontesi sono determinati, per la loro storia e la loro attualità. I Romani non assomigliano per nulla ai loro antenati della Roma repubblicana, ricordando piuttosto il Tardo Impero Romano, diciamo da Decio in poi (250 ca d. C.).

In mezzo a tutti, poi, ci sono i leoni da tastiera, gli imbecilli che creano disordine e caos, divertendosi miseramente con le loro idiote bufale che spargono a pieni bit sul web e nei social. Come si dice, la mamma degli imbecilli è sempre incinta.

Sono una minoranza, ma molto dannosi, perché l’effetto moltiplicatore del web può essere devastante. La maggioranza delle persone, a partire da medici e paramedici sta mostrando una capacità di lavoro e di resistenza straordinari o… ordinari (meglio dire), perché è ” nelle corde” della nostra gente. I “buoni”, direbbero Platone e sant’Agostino (non quello pessimista della predestinazione), sono sempre in più dei “cattivi” e il padre Urs von Balthasar ci confermerebbe la sua idea, di stampo origeniano, di un inferno… vuoto e di un demonio sconfitto e implorante davanti all’Incondizionato.

Torna in mente il libro biblico dedicato a quel gran (nel senso di ricco) signore che era Giobbe, che Iahwe sapeva essere talmente forte da metterlo nelle mani del satana, affinché questi lo tormentasse in tutti i modi, con la malattia, con il ripudio da parte della moglie, con la morte dei figli, con la perdita di tutti i beni, in quanto sapeva che avrebbe resistito a tutte le tentazioni, che anche i suoi “migliori” amici gli facevano balenare.

I nostri medici, i nostri infermieri e infermiere, in queste settimane sono come Giobbe, sudati e stanchi, probabilmente sporchi e affamati, ma non mollano, stanno sul fronte, sulla trincea dove davanti a loro non hanno pericolosi cecchini con il Mauser, ma invisibili molecole che vagolano libere come l’aria, nell’aria, negli e dagli effluvi umani.

Giobbe, lo sappiamo dal grande scrittore biblico che ne narra le vicende, alla fine vive, vince, recupera tutto quello che aveva, ed era molto ricco, facciamo conto un Bill Gates dei nostri tempi. Recupera tutto, perché ha creduto, ha avuto fede.

Altri “Giobbe” sono gli insegnanti, che si sono ri-qualificati in utilizzatori del web, di tutte le età si sono messi in gioco con skype, superando l’esigenza dell’insegnamento in presenza, che sappiamo essere in assoluto il più efficace.

Gli investimenti governativi su questa vicenda sembrano essere cospicui, ma sono solo per l’emergenza: il Covid-19 spero ci insegni, anzi insegni ai governanti, che sanità e scuola sono i punti di forza assoluti: occorre mettere a disposizione più risorse in modo definitivo, anche per rendere le retribuzioni proporzionate a una misura di dignità che è ampiamente misconosciuta per i medici giovani e per tutti gli insegnanti, che sono pagati una miseria, in Italia. Faccio un esempio: un professore di liceo di quarant’anni oggi guadagna circa 1700 euro netti al mese: rispetto a un mercato del lavoro inteso in senso generale, la retribuzione corretta dovrebbe essere di almeno 2500 euro netti al mese, vale a dire come quella di un quadro delle aziende private. Un medico giovane, sotto i trent’anni, dovrebbe percepire almeno 2000 euro netti al mese, e così via.

Denari ben investiti in giustizia retributiva (cf. libro V dell’Etica a Nicomaco di Aristotele).

Il coraggio, dunque, è una virtù, un valore, un principio, per declinare il concetto nei tre modi quasi equivalenti, è oggi fondamentale, così come la prudenza, altra virtus virtutum, che equilibra il comportamento umano, che oggi dobbiamo coltivare con determinazione e perseveranza.

Il lascito di questa vicenda, che genererà ancora dolore e perdita, potrà essere una crescita di consapevolezza e perfino di cultura, se si continuerà a viverla come, mi pare, gli Italiani stanno mostrando di saperla vivere.

E, come suggerisce Raffaele Morelli, questo è il tempo del fare, dello scrivere, del leggere, non quello dei bilanci. Non pensiamo al futuro, a pro-getti, cioè non gettiamo-avanti i pensieri, ma pensiamo a ciò che facciamo, alla musica che ascoltiamo. Haendel e Miles Davis, Maria Kalogeropoulos, la Callas, Montale, Dante, il Leopardi della Ginestra, il racconto di Renzo e Lucia, Steinbeck, NCIS e Chicago PD, Fellini e Scorsese, Kubrick e Sergio Leone, siano nostri amici.

Un malato di SLA ci parla dalla tv dicendo una frase degna di Platone, del Buddha e di Gesù di Nazaret: “Ci stiamo accorgendo di essere tutti uguali“.

La Patria

Amo la mia Patria, l’Italia, e la nomino volentieri chiamandola così, a differenza della maggior parte dei politici e dei giornalisti. Il termine è andato in crisi dopo la Seconda guerra mondiale anche perché il fascismo aveva fatto strame di questa parola, del suo valore intrinseco, dei suoi “echi” morali, della sua storia. Così come del lemma “nazione”, sostituito pressoché sempre da “paese”.






La Nazione è ciò che unisce un popolo, mentre il paese è il modo generico per dire di un luogo, di un territorio, come in tedesco, più o meno, si dice Land, e in inglese, Country. La Nazione comprende la Patria, la Lingua, (le Lingue), la Storia, la Tradizione, la Memoria e i Miti: la Nazione è mitopoietica, cioè è una costruttrice di “miti”. Pensiamo agli imperi, da quello cinese antico, a quello di Ciro il grande, a quello Romano, a quello Ottomano, a quello Sovietico, a Napoleone, o a quello marittimo degli Inglesi.

Ora abbiamo di nuovo la Cina, la Russia e soprattutto gli Stati Uniti d’America. Pensa, mio gentile lettore, che fin dalla scuola dell’obbligo, gli studenti americani, leggono il mito di fondazione della loro Patria, vista come “città sulla collina”, erta in alto, capace di difendersi da tutto e da tutti. La Patria dei padri pellegrini e dell’inizio. Il nome di Roma è richiamato in decine di città americane, caput mundi riconosciuta da loro e quasi dimenticata da noi. Dove si trova il Parlamento americano? Sulla Capitol Hill, sulla Collina del… Campidoglio, a Washington.

Noi Italiani, invece, che siamo insediati sul territorio del centro dell’Impero più importante della Storia, quello Romano, non manifestiamo amor patrio, oramai da settantacinque anni, come se con il maggio ’45, ucciso Mussolini e finito il fascismo, l’Italia intera (o quasi) si vergognasse di essere tale. Certo è che i fascismi novecenteschi e soprattutto il nazismo sono stati responsabili di abomini inenarrabili, ma lo è stato anche lo stalinismo. Eppure Stalin, dopo aver stretto la sua Patria in una morsa d’acciaio, è riuscito a trasformare la dolorosa esperienza del ‘900 in “Vittoria nella grande Guerra patriottica”. E la Francia, sconfitta dalla Wehrmacht in poche settimane, capace di dar vita alla Repubblica di Vichy, poi siede al tavolo dei vincitori e al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Da sconfitta, praticamente vincitrice. Ma anche gli Italiani hanno fatto la resistenza. Se non guidati da un De Gaulle, migliaia si sono sacrificati contro gli oppressori tedeschi e i fascisti corrivi. Niente, per tre quarti di secolo, la Patria è scomparsa, anche dal linguaggio dei Presidenti della Repubblica, a eccezione di Ciampi, e forse di Einaudi e De Nicola.

E ora voglio parlare delle carceri. La nostra grande Nazione, la nostra Patria, stato democratico e di diritto le gestisce malissimo, ed è una vergogna. Un dato: il 34% dei carcerati, uno su tre, è detenuto in attesa di giudizio, e quindi si tratta di persone innocenti fino a sentenza passata in giudicato: in Gran Bretagna il 10%. Queste persone stanno male, peggio di tutti noi, e stanno pagando una pena aggiuntiva a quella comminata “in nome del Popolo italiano”. Sono preoccupati e isolati, stanno protestando. Ma occorre una protesta espressa in modo drammatico per capire, politicamente e moralmente che qualcosa di radicale s’ha da fare? Tra l’altro le proteste sono più forti dove meno è osservato l’art. 27 della Costituzione che prevede il recupero morale e sociale dei detenuti. Che significa ciò?

Ad esempio si potrebbero assumere misure come queste: a) mandare a casa con il bracciale elettronico almeno diecimila detenuti per reati non gravi, che hanno ancora pochi mesi da scontare; b) altri diecimila, scelti fra le persone più disponibili a stare-nella-società, cui applicare forme di indulto o di amnistia; c) non trattenere in carcere autori di piccoli reati legati allo spaccio… Fanno circa venticinquemila persone che sgraverebbero il sistema carcerario riportando gli spazi interni a una condizione semplicemente umana. E poi, non appena passata questa buriana, avviare una riforma complessiva della giustizia che comprenda anche il sistema penale, che è uno dei peggiori del mondo.

Si tratta in questo modo di mostrare a noi stessi, a noi Italiani, che la Patria Italia è uno Stato forte, democratico, capace di assumere, sia in situazioni “normali”, sia in situazioni straordinarie come l’attuale, decisioni coraggiose e socialmente civili, moralmente umane.

Beninteso, una Patria capace di aprirsi al mondo, all’Europa e a ogni altra Nazione, ché ogni chiusura è non capire ciò che il mondo intero è, così piccolo e così prezioso. Non serve la Patria propria se non si comprende la Patria di ciascuno e di tutti gli altri.

Dal DPCM del 9 Marzo 2020: “(…) per comprovate ragioni (lavoro, salute, approvvigionamenti, ndr) (…)” o di una certa inadeguatezza del capo-del-governo-avvocato-del-popolo

Il Decreto del Presidente del Consiglio che fa dell’Italia (lui la chiama “penisola”, e dunque tutto il Nord ne sarebbe escluso, secondo la nozione geografico-fisica di penisola), a un certo punto, dopo avere elencato i divieti, mette in fila le tre possibilità di movimento che gli Italiani conservano.

Ciò che mi colpisce è l’espressione “per comprovate ragioni”, perché sembrerebbe un permesso che viene concesso per eccezione, se capisco bene il senso in lingua italiana? Ma chi è l’autore del testo? Un funzionario? Il drittissimo suo portavoce Casalino? Lui stesso, il capodelgoverno-avvocatodegli italiani?

Pazzesco: avv. Conte, lei sa che ogni santo giorno, per una media di circa 240 giorni all’anno, non meno di 23 milioni di lavoratori sono in azienda / ufficio / fabbrica? Lei sa che ve ne sono 3 milioni nel pubblico impiego? D’accordo che gli insegnanti sono in parte a casa, ma gli uffici pubblici sono aperti.

Si può dunque dire che “solo per comprovate ragioni” queste persone si possono muovere? Non era meglio dire e scrivere “in positivo”, dando un messaggio POSITIVO, che sono salvaguardati gli spostamenti per andare al lavoro? Che cosa sarebbe cambiato? Nulla sotto il profilo pratico, tutto sotto il profilo psicologico e comunicazionale. Ma, anche se il Casalino o chi per lui, una laurea ce l’hanno, questo pensiero non li ha neppure sfiorati.

Mi auguro che al Governo non venga in mente di fermare anche i trasporti e il lavoro, come propongono Salvini e i suoi. Sarebbe un’idiozia.

E ha ragione anche Sgarbi, che, pur esagerando com’è solito fare, denuncia un andazzo qualunquista e incapace di distinguere tra valori e oggetti diversi, seguendo le emozioni che sono sempre prevalenti sulla ragione. Con ciò non voglio mettere in dubbio le decisioni prese dal Governo, ancorché, nel flusso degli eventi, spesso contraddittorie e incomprensibili, ma noto un’ansia da prestazione che non fa il paio con la competenza politico-amministrativa e soprattutto relativa alle modalità comunicativo-relazionali fra la politica e il “pubblico”, fra i decisori e il “Popolo italiano”. Il quale popolo ha certamente anche bisogno di qualche strigliata in situazioni come l’attuale, ma non può essere trattato come fosse un’accozzaglia di ignoranti e di meri esecutori.

E poi la loro parte la fanno anche i media, i direttori di giornalini e giornaloni che si sentono autorizzati a dare la linea, loro che sono degli specchi orecchianti (mi si passi l’ossimoro) della realtà, non avendo né una preparazione filosofica sui beni, sulla vita e sulla giustizia, e quindi su un’etica generale, né sono scienziati fisici o biologico-medici. Eppure pontificano dall’alto dei loro saperi generici e presuntuosi. Piuttosto, potrebbero dedicarsi a segnalare e riportare anche ciò che sta accadendo di meraviglioso e di positivo, interpellando magari nei loro triti talk show chi sa meglio che cosa potrebbe succedere di positivo, di fronte a una vicenda come questa, nella mente umana, che è plastica e resistente, e soprattutto – se rispettata, se e quando merita – aliena da banalizzazioni e superficialità.

Rivolgo qui solo un invito alla ragione a chi mi legge: a) osservare rigorosamente le regole che ormai tutti conoscono, e b) portare un contributo di buona volontà nell’area decisionale ancora giustamente affidata alla responsabilità individuale.

Isteria, panico e ragion riflessiva

In questi giorni d’ansia ho spesso “messo vicino” due o tre modi di stare-al-mondo-con-la-testa (e i visceri?), ad esempio giustapponendo isteria, panico e ragione riflessiva. E se ne potrebbero aggiungere altri.

Dagli studi di Freud abbiamo appreso che cosa si intendeva per isteria tra ‘800 e ‘900: una sindrome nevrotica (gli pareva) tipicamente femminile legata, sia ai modelli di vita borghesi di quel tempo, sotto il profilo psico-sociologico, sia, soprattutto per la denominazione lessicale alla fisiologia. Isteria, infatti, deriva dal greco ysteron, cioè utero. Da qui la dizione vulgata circa il presunto, presumibile o falso cosiddetto “carattere uterino” delle donne.

Nei decenni più recenti gli studiosi hanno piuttosto riportato questa sindrome nel campo psicologico (talora psicanalitico), di sindromi depressive et similia. Anche la Sindrome di Ganser, particolarmente presente nell’universo carcerario pare appartenere a quest’area sintomatica.

Quando ero bambino io, mezzo secolo fa, si parlava prevalentemente di esaurimento nervoso, per dire che uno “non era giusto” (sottinteso, con la testa), oggi diremmo: psichicamente.

L’antropologia culturale (cf. Ernesto De Martino) ha annesso a queste sindromi anche elementi di autosuggestione, presenti sovente nell’universo femminile e legati anche a una territorialità culturale meridionale, per quanto riguarda l’Italia. Autosuggestione, teatralità, tarantismo, e cose simili. A me sovviene, conoscendo la terra di Puglia, assolata e antichissima, la musica e i balli della Taranta.

I clinici, i neurologi e gli psichiatri, distinguono nell’isteria “classica” fra sintomi somatici, come un’alterazione del sistema nervoso, ma anche disturbi all’apparato gastrico e intestinale, e sintomi psichici, quali amnesie, eccitazione psicomotoria, acinesie, forme depressive, per curare i quali si ritengono adatte le psicoterapie ma, aggiungo, potrebbero essere sperimentate anche le forme dialogiche della filosofia pratica, che un po’ conosco e attuo, con grande cura e rispetto. Come miei valorosi colleghi.

Con il DSM-III (1980) e i successivi IV e V, il concetto d’isteria o nevrosi isterica è stato sostituito da tre modalità differenti: a) un disturbo somatoforme; b) un disturbo dissociativo dell’identità; c) un disturbo della personalità di tipo istrionico.

Il panico, per contro, è una sensazione di paura spesso nella misura del terrore improvviso, anche collettivo, che supera ogni possibilità riflessiva immediata, il quale compare a fronte di un pericolo reale o presunto, portando irresistibilmente l’individuo e a volte il gruppo ad atti avventati o inconsulti. In quei momenti ragione riflessiva e logica argomentativa è come se dormissero, soggiogate dall’emozione (o passione, come dicevano i classici) della paura. Ne consegue uno stato d’ansia e perfino di angoscia (che è generata da una paura della… paura), spesso in modalità collettiva.

Questo si può dire che sta succedendo, o che è successo nei giorni scorsi, con l’accaparramento di generi alimentari oltre ogni fabbisogno individuale e familiare, in queste settimane di Covid-19. Il fenomeno può essere ancora definito, specie giornalisticamente, come un’isteria di massa.

Etimologicamente il lemma ha origine greca, e si tratta del πανικός, vale a dire riferentesi al dio Pan, in quanto facente parte integrale dei fenomeni naturali, specialmente quelli meno conosciuti e sacrali, perfino.

La riflessività è da tempi immemorabili la dimensione che caratterizza l’uomo, con le sue dimensioni logiche e di argomentazione. Se fino a mezzo millennio fa essa era quasi confinata agli intellettuali del tempo, filosofi, religiosi, medici, studiosi della natura e letterati, mentre l’uomo “comune” doveva sostanzialmente sottostare a quelle categorie, che erano pressoché le sole abilitate a “pensare” e comunque a dominare, dalla rivoluzione filosofica e scientifica, anche l’uomo comune, quelle che Marx avrebbe definito “le masse”, ha avuto sempre più titolo per pensare.

Ma oggi che cosa sta succedendo? Se da un lato la conoscenza scientifica e quella legata alle professioni favorisce il pensiero autonomo e creativo, dall’altro il web e la diffusione di una quantità smisurata di informazioni contribuisce a confondere, a fuorviare, ad ingannare falsificando l’opinione comune, assai spesso. Nonostante si sia passati dal concetto di “predestinazione” di tipo religioso, teologico-salvifico, a quello di “progetto” autonomo e individuale per la vita spirituale e materiale, accade che prendano piede opinioni assurde e ingannatrici.

Proprio nei tempi in cui è più accessibile l’informazione e l’acculturazione scientifica, si propalano in vari ambienti follie come il “terrapiattismo” o il “no-vax”, vantandole come vere scoperte, alla faccia dei ricercatori seri, che vengono da taluni chiamati sprezzantemente “professoroni”.

Se mia nonna, con la terza elementare, ammetteva tranquillamente l’eliocentrismo (ne parlai pure con lei), comprendendolo senza difficoltà, ora incontro persone fornite almeno di diploma, che sposano le assurdità più strane, sostenendole spesso con arrogante sicumera e, se contraddette, capaci di insulti e disprezzo. Se troverò anche laureati di quel tipo ne scriverò qui.

Mentre accade tutto questo, dunque, torna in auge l’autosuggestione, il panico, l’isteria collettiva, mentre magari in azienda, le stesse persone sperimentano modalità conoscitive e organizzative come la learning organization, il sensemaking, il knoweledge management, il reflective management.

Una parte della mente è oggi – in molte persone – disponibile, con tutta evidenza, alla regressione emotiva. L’importante è esserne consapevoli.

Un umanesimo per oggi, ai tempi del Covid-19

San Paolo nella Lettera ai Colossesi al capitolo terzo, versetto 11 scrive: ”
Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti“,, e nel capitolo terzo, al versetto 28 della Lettera ai Galati: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù“.


Ecco le basi antropologiche ed etiche dell’uguaglianza umana.

Si tratta della prima affermazione chiara e inequivocabile dell’uguaglianza fra tutti gli uomini nella cultura occidentale. In quei brani Paolo si richiama implicitamente a Genesi capitolo 1 versetto 27, dove lo scrittore torachico afferma che “Dio creò l’uomo a sua immagine (e somiglianza).

Paolo, cioè Saulo di Tarso in Cilicia, sotto i monti del Tauro, non molto distante da Antiochia, una delle metropoli del tempo, era un fariseo ebreo sensibile alla cultura ellenistica. Aveva studiato la Sacra scrittura a Gerusalemme con il grande rabbino Gam’liel, ed era abituato a frequentare i “gentili”, cioè le genti, diverse dal popolo del Libro. Nel 49 aveva “vinto”, faccio per dire, il primo “concilio”, quello convocato a Gerusalemme per definire alcuni princìpi fondamentali dell’evangelizzazione. Contro il fermo parere di Giacomo il Maggiore (il “fratello” del Signore), e pure di Pietro, Paolo aveva fatto togliere l’obbligo della circoncisione per coloro che si convertivano all’Evangelo di Cristo.

Il suo sguardo era rivolto al mondo, a tutto l’Impero e oltre. Ecco che allora si possono comprendere i versetti sopra citati, che lui scrisse nelle Lettere agli abitanti di Colossi in Grecia e ai Galati, abitanti della regione prossima al Bosforo, tra Oriente e Occidente.

Più o meno in quegli stessi anni, a Roma, l’imperatore Claudio pronunziava il famoso discorso in Senato, con il quale ammetteva con chiarezza che di quella altissima assise avrebbero potuto far parte anche i Pitti e i Britanni, popolazioni considerate finora barbariche, se si fossero riconosciute parte dell’Impero, e rispettosi delle sue leggi.

Con san Paolo inizia un pensiero nuovo sull’uomo, e viene per la prima volta ammessa con chiarezza l’uguaglianza di ogni uomo con chiunque altro, fosse pure l’uno l’imperatore e l’altro uno schiavo o un liberto. Ciò non generò come conseguenza immediata il pensiero dell’ingiustizia della schiavitù, e conseguenti modifiche alle norme legislative, ma fece iniziare una riflessione che portò al cambiamento, lentissimo sotto il profilo storico, ma definitivo.

Il pensiero successivo, sia quello dei Padri antichi, greci e latini, da Origene a Gregorio Magno, sia della Scolastica, sia infine della filosofia moderna e contemporanea, a partire da Descartes, parte sine ullo dubio dalle affermazioni paoline, Illuminismo compreso. Altrimenti come si potrebbe comprendere la triade concettuale dei rivoluzionari giacobini Fraternité, Egalité e Liberté. Se la fraternità è un “tipico” cristiano, e l’uguaglianza idem, la libertà è comunque un “portato” del cristianesimo, soprattutto nell’esemplarità dell’esperienza di Gesù di Nazaret. Quale uomo è stato più libero di lui di dire e di fare, per dirla alla greca? Tanto libero da sacrificare la propria vita. Se Gesù fosse stato più “politico”, il governatore romano Ponzio Pilato non avrebbe “dovuto” condannarlo a morte, e a quella morte ignominiosa. Il processo a Gesù è stato un processo politico e il decisore, pur riottoso (Pilato non voleva condannare a morte Gesù, anche se aveva una dimestichezza crudele con le condanne a morte), ha dovuto cedere alla piazza e allo scandalo religioso che il Sinedrio sadduceo aveva suscitato. Chi era in piazza a gridare “Bar-abbà”? Il popolo, ma quale popolo? Il popolo vicino al sinedrio, uguale a tutti i “popoli” che gridano in piazza per sostenere l’uomo forte, chiunque esso sia. In quella vicenda l’uomo più forte era il gran sacerdote Caiafas.

Funziona sempre così, come spiegano i costumi dell’armatore Achille Lauro (non è il ragazzotto del trap) e ogni altro “uomo da piazza”, compreso il capo delle attuali sardine, non diverso da chi primariamente combatte. E come spiega bene lo psicologo sociale Gustave Le Bon nel suo per nulla datato “La psicologia della folla“, testo che risale agli ultimi anni dell’800.

Ora si parla di un “nuovo Umanesimo”, come se occorresse riscrivere i testi di Giovan Pico della Mirandola e del Machiavelli, che mi permetto di annettere comunque all’Umanesimo anche contro la sua dichiarata posizione di pensatore materialista, atomista, lucreziano, democriteo, e quindi ben lontano da ogni speculazione di origine platonica. Machiavelli non era l’uomo del cinismo politico, secondo la comune errata accezione tuttora invalsa tra le persone superficiali, ma l’uomo con il “senso dello Stato” forse più serio e conseguente della nostra storia italiana. In proposito consiglio il bel volume di Michele Ciliberto Nicolò Machiavelli. Ragione e follia edito da Laterza. Non occorre alcun “nuovo umanesimo” da inventare, come vorrebbe fare e non capisco il perché, l’attuale capo del governo italiano, poiché i principi, i fondamenti dell’Umanesimo sono già scritti limpidamente nell’Evangelo di Gesù, nelle Lettere di Paolo (cf. supra), e nelle Dichiarazioni universali dei Diritti dell’uomo, sia quella americana di fine ‘700, sia quella europea del secondo dopoguerra.

E ora, con l’occasione di questo Covid-19 vien messo alla prova proprio l’Umanesimo, la sua caratura, la sua sostanza, la sua condivisione, soprattutto nel settore della comunicazione sociale. E allora ricompare in evidenza l’uomo con le sue mediocrità, i suoi vizi, le sue dissimulazioni furbesche, le sue insincerità, le sue menzogne. L’Italia sta soffrendo (per ora) più di altre nazioni, eppur si polemizza, e le altre nazioni pare guardino all’Italia come a un popolo di “untori” manzoniani. In Italia, anche in questa situazione, c’è chi è più “bravo” degli altri ad affrontare il problema, a allora critica, a volte senza proporre nulla. La stampa in primis. Titoli urlati e falsi, ripetitività quasi compiaciuta nel dare le notizie peggiori, il sottile nefando piacere di “essere arrivati prima” della concorrenza a dire la novità.

Mi pare che si possano dire alcune cose. Non bisogna dare ascolto più di tanto alle cronache giornalistiche, spesso ripetitive e, siccome sono in gara tra loro, a testate televisive, siti web, carta stampata quotidiana, etc.; è bene ascoltare con spirito critico i politici, non solo quelli che approfittano di questa situazione per fare campagna elettorale, ma anche chi in questo momento si trova tra i decisori, cioè il Governo e i Presidenti di regione / provincia (ove esistono ancora), Sindaci e così via. Meglio dare attenzione alla Protezione civile, e soprattutto ai medici e ai ricercatori specializzati, cioè virologi, immunologi, infettivologi e biologi, i quali in generale sono intellettualmente onesti, anche se – in qualche caso – si nota una qualche ricerca di visibilità. Si capisce che magari uno / una che per decenni ha lavorato nel silenzio e nell’ignoranza dei più, con retribuzioni inadeguate ed inique, trovi in questo modo una sorta di soddisfazione… vicaria. E’ umano, quasi troppo umano, direbbe il grande di Roecken.

L’ultima dei politici riguarda una gaffe clamorosa, ma non più di tanto, visto che riguarda Di Maio. Siccome facendo politica ha imparato, non so se dai suoi o dai giornali, oppure in un corso accelerato di lingua inglese, che media si pronunzia midia e plus si pronunzia plas, non sapendo che si tratta di latino e non di inglese, e deducendo che lo fosse, si è fatto beccare a dire “coronavairus“, pronunziando all’inglese la “i” di virus. Commenti?

Ebbene, son tempi – questi – certamente bisognosi di un nuovo umanesimo, ma molto più di un serio recupero di alfabetizzazione primaria. Pazienza, dai.

La manipolazione dell’entusiasmo è in effetti il germe della mancanza di libertà

A pagina 429 dell’impressionante cronaca di Milovan Dijlas narrata nel volume La guerra rivoluzionaria Jugoslava. 1941-1945 Riflessioni e ricordi, edito da L.E.G. di Gorizia, trovo questa riflessione profonda, intelligente, illuminante di ciò che accade durante le guerre rivoluzionarie, sempre, forse, in ogni tempo e luogo.

(Milovan Dijlas)

Quei quattro anni sono stati un passaggio cruentissimo della lunga storia balcanica e, per certi versi, un prodromo, un annuncio di ciò che sarebbe (quasi) ri-accaduto cinquant’anni dopo, negli anni ’90. Quei popoli inquieti sono storicamente collocati sul crinale dei due “mondi”, l’Oriente e l’Occidente: baluardo contro l’Oriente, sia esso Ottomano o semplicemente barbarico, e nello stesso tempo antemurale dell’Oriente dentro l’Occidente.

Ricordo che sul confine orientale dell’Italia, cioè del mio Friuli, nel ’91 si sentiva quasi il rombo del cannone e si vedevano sfrecciare i Mig della Federazione Socialista Yugoslava, sopra Gorizia. Le bombe, anche se solo dimostrative, più vicine, caddero sulle piste del piccolo aeroporto di Vrsar (Orsera), terra di camping e bagni estivi spensierati per molti di noi. Nella bellissima Istria, nostra terra cugina, confinante, accogliente.

Milovan Gilas (Đilas o anche Djilas) nato a Podbišce nel Montenegro nel 1911 e morto a Belgrado nel 1995, è stato uno dei grandi capi della guerra di liberazione dal nazismo e dal fascismo in Yugoslavia e anche della rivoluzione socialista. Protagonista di primo piano in ambito politico e militare, era un intellettuale di vaglia. Il carcere lo accolse negli anni ’30 prima della Guerra ai tempi del re Alessandro, e poi lo riaccolse negli anni ’50 e ’60, quando si era accorto che il comunismo, anche quello titino, pur essendo eretico rispetto allo stalinismo, restava un modello sociale autoritario e rinnovatore di privilegi per alcuni, a scapito dei più.

Ebbe parte in causa anche nella dolorosa vicenda degli esuli istriani e dalmati di etnia italiana, che contribuì a cacciare, come riconobbe più tardi, quando la resipiscenza politica e filosofica lo portò su posizioni apertamente critiche verso il regime comunista yugoslavo. Su questo vi sono posizioni differenti anche nella storiografia italiana. Vi è chi crede in questa resipiscenza (Arrigo Petacco) e chi non del tutto, come Raoul Pupo, studioso di quegli anni e di quelle vicende. Di seguito riporto un brano dell’interviste data da Dijlas a un periodico italiano:

«[…] Ricordo che nel 1946 io ed Edward Kardelj (sic) andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare alla commissione alleata che quelle terre erano jugoslave e non italiane: ci furono manifestazioni con striscioni e bandiere. Ma non era vero? (domanda del giornalista). Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza solo nei centri abitati e non nei villaggi. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni d’ogni tipo. Così fu fatto.»
(Milovan Gilas intervistato da Alvaro Ranzoni – Panorama, 21 luglio 1991)

Vediamo ad esempio Arrigo Petacco. Nel suo libro “L’esodo. La tragedia negata degli italiani d’Istria, Venezia Giulia e Dalmazia” (Mondadori, 2000) la cita in esergo in questa forma: “Nel 1945 io e Kardelj fummo mandati da Tito in Istria. Era nostro compito indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto”

Da tali parole si può pensare che si tratti di una sorta di “autoammissione di responsabilità” anche in relazione ai successivi massacri delle foibe. Dopo la guerra di liberazione e la rivoluzione socialista, in Yugoslavia tornavano fuori i nazionalismi più feroci, prima tra popoli slavi e poi contro gli italiani. Oltre a Petacco e a Pupo possiamo citare qui lo storico Guido Rumici, il quale ritiene opportuno considerare, almeno in parte, attendibile la testimonianza di Gilas scrivendo: “Quindi possiamo fare tutte le congetture che vogliamo, ma le sue parole restano. La mia opinione personale è che poco conta che lui fosse presente a queste manifestazioni e a queste pressioni di “ogni tipo”. Gilas se ne è assunto la responsabilità organizzativa.”

Negli anni ’90, Dijlas fu contrario alla rinnovata svolta nazionalista e alle sue spinte centrifughe, manifestando fino all’ultimo un’autonomia di pensiero che lo rende abbastanza unico nel panorama dei capi comunisti dell’Europa orientale nel ‘900.

Tornando al libro, occasione di questo pezzo, ho da dire che, una volta iniziatolo, non riuscivo a staccarmene. Dijlas è stato un grande scrittore, non solo di società e di politica, non solo di rivoluzione e di guerra, ma anche capace di mostrare l’amore indistruttibile per la sua Patria controversa e variegata. Non indulge mai nel compiacimento quando narra storie trucide, come quando si trovò a giustiziare con le sue mani un giovane militare germanico, conservando sempre una sorta di pietas per l’uomo, nell’ineluttabilità del conflitto e della violenza. Vi sono passaggi perfino lirici, quando racconta delle notti passate all’addiaccio, quando vaga incerto e impaurito per i burroni e percorre strade solitamente inaccessibili per salvarsi la vita.

Il montenegrino è capace di sentimenti profondi e di analisi critica eccellente, come quando narra dei suoi incontri con Stalin, che ammira e nel medesimo tempo teme e disapprova. Esempi di psicologia relazionale sono i suoi racconti dei rapporti che ebbe con Rankovic e Kardelj, gli altri due grandi capi sotto Tito, che quando cadde in disgrazia a metà degli anni ’50 non ebbero cuore di sostenerlo. La frase che ho posto come titolo di questo articolo, ripeto, è sua, e dice benissimo come fosse fatto quest’uomo: la manipolazione dell’entusiasmo è in effetti il germe della mancanza di libertà.

Ebbene sì, Dijlas è stato un comunista e un socialista che non ha permesso che l’entusiasmo della lotta facesse venire meno, alla fine, la sua capacità di giudizio, libero. Un esempio.

Il tenente colonnello Petrov e altri silenti eroi

Il tenente colonnello Stanislav Petrov potrebbe essere stato il salvatore delle nostre vite qualche decennio fa, diciamo mezzo secolo. L’amico professor Massimiano Bucchi ne parla in un libro interessantissimo pubblicato recentemente da Rizzoli, Sbagliare da professionisti. Storie di errori e fallimenti memorabili. Uno di questi “errori” sarebbe stato fatale, se commesso.

Anno 1983 nella base missilistica di Serpukhov-15 a centotrenta chilometri da Mosca suona un allarme: l’allarme predisposto per allertare l’esercito e l’intera Nazione sovietica nel caso di un attacco missilistico nucleare da parte degli USA (si era in piena guerra fredda ed echeggiava nell’aria ancora la crisi dei missili di Cuba). Capo del Partito e dell’intera Unione Sovietica era Jurij Andropov. Un comunista pragmatico, a modo suo, un uomo del popolo. Presidente degli Stati Uniti era Reagan. Personaggio controverso, del partito repubblicano.

Il tenente colonnello Petrov, analista di sistemi d’arma, avrebbe dovuto dare l’allerta, ma ebbe dubbi perché i missili annunciato dal sistema non erano un fascio di decine e decine, ma solo… cinque. L’attacco avrebbe potuto essere “vendicato” rapidamente, perché i Russi avevano un numero di testate nucleari pari agli Americani e vettori in grado di farle partire dalla Siberia per giungere in Nordamerica in meno di mezz’ora, e in Europa occidentale in dieci minuti. E Stanislav Evgrafovič  non allertò nessuno, ma aspettò, nonostante sudasse freddo e gli astanti lo guardassero terrorizzati. Passarono venticinque lunghissimi minuti, dopo i quali non accadde nulla. Il sistema aveva sbagliato. Petrov quel giorno sostituiva un collega in permesso, ma lui non faceva parte della struttura di controllo della base e dunque non era completamente preso dal sistema e dagli automatismi di controllo. Aveva pensato con la sua testa e aveva capito meglio di qualsiasi macchina. In seguito, non fu neppure promosso colonnello, perché la cosa rimase segreta per non dare la sensazione di una debolezza dei sistemi di difesa sovietici. E’ morto settantottenne nel 2017 a Vladivostok, abitando in uno di quei casermoni staliniani costruiti per il “popolo”. Chissà quanti episodi di quei decenni ci hanno nascosto: esperimenti nucleari, biologici… basti dare uno sguardo ciò che resta dell’lago Aral, cinquant’anni fa uno dei primi cinque laghi del mondo per estensione.

A proposito dell’intelligenza artificiale che, secondo alcuni, potrà sostituire l’uomo in quasi tutte le funzioni. No.

La professoressa Capobianchi ha due collaboratrici, non so se specializzande o dottorande, che lavorano con lei all’Ospedale Spallanzani di Roma. Insieme hanno isolato il “coronavirus”. Se lei percepisce una retribuzione da dirigente sanitario / docente, perché è nei ruoli, le due giovani dottoresse percepiscono mille-cinquecento euro mensili, da diversi anni, e sono precarie. Vergogna. Non mi aggiungo alla pletora dei confronti con politici inetti che percepiscono dieci volte tanto o dirigenti poco-facenti ben pagati, ma…

Che dire del loro trattamento, se proporzionato al valore del loro lavoro? Nel settore privato, in generale questo non accade, perché la qualità del lavoro, la responsabilità e la pro-attività generalmente vengono premiate con il riconoscimento di livelli di inquadramento superiori e premi di varia natura. Quanto sarebbe pagata nel privato una delle due dottoresse trentenni? Almeno con la qualifica di quadro e un migliaio di euro netti al mese in più.

Quanti altri uomini e donne, che erano, sono e rimarranno sconosciuti, hanno lavorato, lavorano e lavoreranno nel silenzio dell’anonimato per tutti noi, migliorando le nostre vite o, in alcuni casi, come quello del colonnello Petrov, salvandocele?

Come possiamo sperare che chi vale non si guardi in giro, al di fuori dell’Italia?

« Older posts

© 2020 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑