Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Le buone ragioni della bambina manipolata e mediatizzata e la sragione di Brenton Tarrant

Un certo fastidio mi dà, Greta Thunberg, caro lettore,  perché i bambini devono fare cose da bambini, e non essere usati dai grandi, sia pure per fini buoni. Ma vorrei capire di più di questa improvvisata piccola diva del web. C’è perfino qualche idiota che la sta candidando al premio Nobel. Conosco personalmente almeno una decina di persone che potrebbero meritare quel premio, e forse me compreso (sto scherzando?), ma non la piccoletta dalle trecce un poco unte. Non so se ha la sindrome di Asperger, se sì, mi dispiace, e la  bimba non mi piace di più per questo.

Apprezzando le loro buonissime intenzioni, mi piacerebbe sapere dove hanno buttato le cicche i trecentomila giovani che hanno sfilato per centinaia città del mondo, e le lattine di birra o le bottiglie di plastica, o i pezzi di hamburger… chissà se sono stati almeno un po’ coerenti con la loro giusta battaglia o se, una cosa è protestare con fresco vigore e un’altra è contribuire o meno alla pulizia urbana.

Chi si occupa di queste cose dovrebbe, prima di parlare, leggere almeno il libro di  Mark A. Maslin e Simon L. Lewis, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’antropocene, edito da Einaudi. Lì troverebbe qualche spunto per uscire dal genericismo e dalla propaganda. Sul clima e sulla geologia attuale della terra le cose sono molto più complicate di come intendono farla passare i politici e i gestori della comunicazione, in generale.

A Christchurch (pensa, caro lettore, Chiesa di Cristo) in Nuova Zelanda un ventottenne ha ucciso una cinquantina di persone in preghiera in due moschee e ne ha feriti altrettanti. Ho sentito sentimenti di vendetta qua e là, del genere “Ben gli sta… pensino al Bataclan“. Sulle armi aveva scritto i nomi di quelli che lui riteneva difensori della superiorità bianca, da Carlo Martello a Luca Traini (sic), passando per Sebastiano Venier e Agostino Barbarigo condottieri veneziani a Lepanto. I due erano al comando delle potentissime galeazze che frantumarono il centro della flotta turca.

Certamente si sta vivendo una fase storica nella quale “subculture” come il sovranismo nazionalista, il suprematismo bianco, l’estremismo islamista  e il settarismo esoterista, stanno minando le basi del ragionamento razionale del sapiens.

Sembra che più diventiamo colti e “scienziati”, più la medicina ci salva e ci fa stare meglio, più riusciamo a ridurre la fatica e lo sfruttamento, e più si ampliano sentimenti e modi di pensare assurdi o violenti, in un turbinio di neo-nihilismo auto-distruttivo e irrazionale.

Altri centri di interesse di questi giorni confusionari: Trump, campione della menzogna, la Cina, colosso gentilmente aggressivo, la Turchia, la Persia e Putin, silente ma presente.

Di Trump, che alla sua elezione tradussi con “Tromba”, ottenendo la giudiziosa correzione di un lettore che mi ricordò come si dicesse in inglese tromba, cioè “trumpet”, a cui risposi “grazie, lo so, ma invoco la libertà creativa“, si può dire che fa ogni giorno quello che ci si aspetta, perché è il prodotto della grande e -naturalmente- imperfetta democrazia americana. Dagli USA ci si può aspettare un Kennedy, bello iper-glorificato, che inizia la guerra del Vietnam,  Nixon/ Reagan, spregiati come sudaticci e attori mediocri, che fanno la pace con Mao e con Gorbacev. La democrazia è il miglior modo di governare, dimaio permettendo (lo dico per ridere).

La Cina: quelli che si ritraggono spaventati, come su ogni altro argumento, dovrebbe umllmente studiare la storia di questa immensa nazione. Essa viene da lontano e Confucio è il suo ispiratore. Filosofo laico e religioso nello stesso tempo, insegna il rispetto e la gerarchia, l’obbedienza e l’impegno; per di lì son passati i grandi imperatori dinastici e, dal XX secolo, Sun Yat Sen e Mao Ze Dong, Deng Hsiao Ping e Xi Jinping, “imperatore” -di diritto e di fatto- fino alla morte. Se gli americani USA la vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

La Turchia: Recep Tayip Erdogan, il sultano odierno, non ha il fascino di Salah el Din e di Solimano il Magnifico, ma è il sultano odierno. I Turchi sono una grande nazione, nostri cugini diretti, caucasici centrasiatici, veniamo dalle stesse parti da tremila anni. Abbiamo rispetto (congiuntivo esortativo) noi “europeani”, e gli USA, di Trump o di Obama (il mediocrissimo politico estero, uno dei peggiori presidenti verso il mondo, una vergogna rispetto a Roosevelt, ad Eisenhower e perfino a Bill Clinton) ne abbiano altrettanto.

La Persia, che oggi si chiama Iran. Avremmo potuto essere tutti persiani, Roma permettendo, se a Mantinea e a Maratona, l’Atene insuperabile per intelligenza non li avesse battuti. Ma sono giovani, belli, e presto, le donne in testa si ribelleranno ai pretoni che imperversano da un quarantennio. Ma prima c’era sua maestà Reza Pahlavi, servo degli USA, democratico? Abbiamo rispetto, aiutiamoli, invece di sanzionarli.

Putin: il vero e per sempre capo della grande e santa madre Russia è… nientemeno che il Cristo Pantocrator, il Cristo padrone (perché creatore del mondo), quello che si vede nelle cupole ortodosse e nelle icone più solenni, il Cristo, la sua grandezza, e tutto ruota attorno a lui. Né Lenin né Stalin son riusciti a svellere la sua potenza, il suo radicamento nel popolo. Dopo Cristo, il principe Wladimir di Kiev, e poi Ivan IV il Terribile, Pietro I il Grande, Caterina II, Stalin, Gorbacev, Eltsin, e Putin. Se gli americani USA vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

Potrei continuare con l’Islam, che però mi suscita un impegno diverso, e già ne scrissi molto in questo mio sito. La grande cultura della sua storia non finisce con i kalashnikov dei fanatici che sparano ululando Allah u akbar. Dio non c’entra nulla nella loro follia, caro Spinoza, ma forse il tuo determinismo non arrivava a tanto.

Torniamo a Greta e a Brenton Tarrant. Alla prima auguro di non farsi manipolare più di tanto e al secondo di fare più galera di Anders B. Breivik (solo 21 anni in Norvegia, pena massima prevista, anche per 77 omicidi perpetrati a sangue freddo, spietatamente, otto anni fa), al fine di avere tempo sufficiente per pensare e pentirsi, e sentirsi quello che ha fatto: uno che ha usato il libero arbitrio per scendere nella scala dell’essere al livello dei demòni. Il suo karma sarà un cammino lunghissimo di dolore, infinitesima parte del dolore da lui causato.

Digitalizzazione, intelligenza artificiale e libero arbitrio

Se il gran filosofo Spinoza, ebreo portoghese olandese fosse vivo ai nostri giorni, sarebbe interessante parlare con lui del disastro aereo accaduto qualche giorno fa vicino a Addis Abeba, e di molto altro, come la pervasività dell’informatica, della digitalizzazione sempre più spinta e perfino dell’Intelligenza Artificiale.

Baruch Spinoza (in ebraico ברוך שפינוזה, Baruch; in latino Benedictus de Spinoza; in portoghese Bento de Espinosa; in spagnolo Benedicto De Espinoza), nato a Amsterdam nel 1642 e morto a L’Aia nel 1677, può essere considerato uno dei maggiori pensatori razionalisti di ogni tempo, precursore massimo dell’Illuminismo settecentesco e della modernità.

Di seguito, caro lettore, per entrare subito in medias res, ti propongo un passo del cherem, la maledizione con la quale fu scomunicato e espulso dalla comunità ebraica della capitale olandese, per blasfemia e ateismo.

Con l’aiuto del giudizio dei santi e degli angeli, con il consenso di tutta la santa comunità e al cospetto di tutti i nostri Sacri Testi e dei 613 comandamenti che vi sono contenuti, escludiamo, espelliamo, malediciamo ed esecriamo Baruch Spinoza. Pronunciamo questo cherem nel modo in cui Giosuè lo pronunciò contro Gerico. Lo malediciamo nel modo in cui Eliseo ha maledetto i ragazzi e con tutte le maledizioni che si trovano nella Legge. Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme e quando veglia, quando entra e quando esce. Che l’Eterno non lo perdoni mai. Che l’Eterno accenda contro quest’uomo la sua collera e riversi su di lui tutti i mali menzionati nel libro della Legge; che il suo nome sia per sempre cancellato da questo mondo e che piaccia a Dio di separarlo da tutte le tribù di Israele affliggendolo con tutte le maledizioni contenute nella Legge.”

Perché parlare di Spinoza se nel titolo si dice della digitalizzazione e del libero arbitrio? Che c’entrano tali concetti o che cosa c’entra lo stesso Spinoza? Proviamo a vedere un poco come stanno le cose, se pur in sintesi.

Innanzitutto Spinoza sostiene la assoluta Necessità dell’Essere delle cose così come sono, e delle sue modifiche, sulla base di un determinismo rigoroso, e superiore/ superante ogni manifestazione del Soggetto, cioè dell’Io.  Per lui, l’Io nulla può, perché, e ciò basta, non esercita su se stesso e sulle cose alcun arbitrio, e tanto meno libero. Già a questo punto si pone il tema della causa causante e degli effetti, di cui il soggetto non è (non sarebbe) responsabile, in ultima analisi. Già a questo punto si può cogliere la “pericolosità” di tale pensiero, la sua radicalità impressionante, se non la si contestualizza nel tempo del pensatore e in un’ottica teoretica, cioè filosofica.

Egli spiega questa contraddizione certa affermando che Dio stesso, essendo atto e pensiero originario, causa se stesso e anche tutte le cose, cioè -essendo causa sui- in lui c’è l’origine di sé ma anche di tutto ciò che esiste, perché Esso (per Spinoza Dio è impersonale, vale a dire non è un “Egli”, un “Lui”) è l’origine di ogni essenza e di ogni esistenza, ed è l’origine di tutta la realtà materiale e non materiale, poiché è l’uno-tutto. Quando Dio crea se stesso contemporaneamente appare l’universo e l’universo è Esso stesso. Ecco il senso della famosissima frase: Deus sive Natura, cioè Dio ovvero la Natura.

Non si dà alcuna diversità fra Dio e tutte le cose, vale a dire che non esiste alcuna cosa, al di fuori di Dio, che ne limiti l’essenza e anche l’esistenza. Un esempio: il triangolo è (come) Dio, ma il triangolo è anche la somma degli angoli interni uguale a 180 gradi, quindi come il triangolo è Dio anche la somma degli angoli interni è il triangolo, e anche tutte le cose sono Dio, quindi causa (il triangolo, Dio) ed effetto (la somma degli angoli interni, la Natura) coincidono. Ecco una ipotesi di spiegazione della Trinità stessa, per cui gli angoli A, B e C rappresenterebbero il Padre, il Figlio e lo Spirito, essendo, ognuna delle tre Persone coincidente con tutta l’area dell’angolo di pertinenza, ma anche dell’intero triangolo!

Per Spinoza, siccome Dio osserva una legge che-si-è-dato-da-solo, non la può contraddire e pertanto è necessitato ad osservarla, in quanto la Legge è Dio stesso. Dio è nello stesso tempo autonomo e necessitato. Dio, quando decide, decide per tutti e tutto, e per sempre. La libertà coincide con la necessità, sfuggendo ad ogni contingenza e volere singolare.

Secondo Spinoza, gli uomini si sono illusi di essere liberi nell’intelletto, nel corpo e nella volontà, mentre in Lui sono la stessa cosa, cioè sono solo attributi dell’essere-uomo, che è parte della sostanza divina, e dunque, non essendoci distinzione, non c’è libero arbitrio, non c’è la libertà come la intendiamo noi. Per Spinoza l’uomo è determinato a essere quello che è, senza pensare ad alcun finalismo o merito personale.  L’uomo deve vivere tranquillo «sopportando l’uno e l’altro volto della fortuna, giacché tutto segue dall’eterno decreto di Dio con la medesima necessità con cui dall’essenza del triangolo segue che i suoi tre angoli sono uguali a due retti… Non odiare, non disprezzare, non deridere, non adirarsi con nessuno, non invidiare in quanto negli altri come in te non c’è una libera volontà (tutto avviene perché così è stato deciso)» 

Un determinismo quasi assoluto che sembra togliere ogni senso all’etica e al principio di responsabilità, ma non è così: l’uomo deve comportarsi bene perché fare il bene è premio in sé, cosicché la memoria di un buon agire nella vita è ciò che mantiene nel tempo l’esempio di una moralità generale.

Il mondo nel quale viviamo, per Spinoza, è l’unico dei mondi possibili, perché Dio è perfetto senza essere “finito”, e questa è l’unica contraddizione in termini che la logica può sopportare, cosicché caso e contingenza non possono darsi. In qualche modo anch’io sono spinozista, quando mostro l’inesistenza logica del caso, con il diagramma noto a qualcuno con il quale ho confidenza.

Il Dio di Spinoza non è dunque un Dio libero, e  invece lo è, poiché nessun altro lo determina nel suo agire, e l’uomo, pur non possedendo il libero arbitrio, in Dio è… libero. Una sua espressione tratta dall’Ethica more geometrico demonstrata:

«Sulla nozione del possibile, in Spinoza, si può sostenere: la possibilità, intesa come la contingenza delle cose, non sussiste; ovvero tutto avviene secondo cause.

Se -appunto- vivesse oggi, forse Spinoza sarebbe un sostenitore della AI, dell’Intelligenza artificiale e di una digitalizzazione completa della vita umana. Ma qui bisogna capirsi bene. Altri pensatori non la vedono come lui, i due grandi Greci, Platone e Aristotele, Sant’Agostino, San Tommaso d’Aquino, mentre frate Martin Luther ne è un poco il prodromo. Per i grandi appena citati l’uomo è libero e risponde delle proprie azioni, perché è distinto da Dio che lo ha creato libero. Che poi Dio conosca tutto sub specie aeternitatis è un’altra faccenda: un atto di fede (leggi due post precedenti).

Vi sono seguaci di Spinoza anche ai nostri tempi, come Nick Bostrom, autore di Superintelligenza, ed. Boringhieri, nel quale sostiene che dovremo connetterci con le macchine al punto da dover concordare, bene che vada, con loro… il da farsi.

La riflessione razionale la logica argomentativa aiutano, come in molti casi mi capita di spiegare a chi pensa che le accelerazioni e la superficialità paghino di più: ogni cosa che riguarda gli umani non può essere risolta mediante giudizi sommari a base di affermazioni del tipo “cazzate” o, di contro, “figate”. Troppo facile e troppo pericoloso, caro lettor mio. La digitalizzazione non può sostituire il ragionamento umano, MAI.

La caduta del Boeing 737 Max8 in Etiopia, quasi evocando la vicenda di HAL9000 in 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, ci dice che le macchine sbagliano e che l’uomo deve ancora vigilare sul loro funzionamento. Eccome. Bene la telematica, la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, ma l’uomo (homo sapiens) è bene che resti il padrone del proprio destino, altrimenti possiamo immaginare come può andare a finire.

Risoluzione o dissolvenza

Quando eravamo alle elementari dovevamo risolvere in aritmetica i primi problemi. Si scriveva il testo del problema, con tutti i dati necessari e poi si aggiungeva la parola “Risoluzione”. Sotto la “Risoluzione” si cercava di mettere le operazioni necessarie fino a una soddisfacente conclusione.

Se invece vi era un tema da fare, magari alle medie e poi alle superiori, ecco che, dopo il titolo, si scriveva “Svolgimento”, e giù con il testo, due tre, quattro facciate di fogli protocollo. Era il mio momento, scrivere, scrivere.

Anche nella vita quotidiana tutt’oggi vi sono “problemi” da risolvere, questioni, dilemmi, talvolta anche tri-lemmi, o comunque difficoltà vere, ma talora è possibile trattarli in modo diverso. La disciplina, o l’approccio che può aiutarci in questo è la filosofia pratica, che insegna a individuare, prima ancora che il problema in sé, se il problema si… dia, cioè se si tratti effettivamente di un “problema”.

Se il ragionamento logico ci suggerisce che si tratta di un falso problema, a volte si può arrivare a dissolverlo, senza la necessità di risolverlo, comprendendo che esso non sussisteva. Dissoluzione o dissolvenza invece di risoluzione.

Anzi vi è anche una terza possibilità, quella di rinviare una decisione, perché difficile, magari per ragioni di bottega o di partito. Quello che ieri il governo del cosiddetto avvocato degli italiani Giuseppe Conte ha deciso, è proprio questo: rinviare la scelta di fare il Tunnel, o Treno dell’Alta Velocità sulla tratta Torino-Lione per vigliaccheria e opportunismo. Almeno ora, se possibile, è chiaro che questi qua che governano l’Italia, Salvini compreso, sono delle persone miserande, indegne di governare.

Torniamo al tema: risoluzione o dissolvenza. Ragionando con il bene dell’intelletto: quale è il problema del famoso tunnel, spesso declinato -incomprensibilmente- al femminile, quello della decrescita felice, come spiega imaginificamente Serge Latouche? Ma che? Decrescita perché si tolgono due milioni di camion dalla strada ogni anno, e il proporzionale inquinamento?

Tra Salvini e Di Maio “sono peggio tutti e due”, direbbe Slavoj Zizek, paragonando soluzioni entrambe pessime. Anche Jean-Paul Sartre aveva presente l’essere e il nulla (1942), dove l’uno non poteva darsi senza l’altro. Si pensi anche ai falsi modesti, che fanno a gara nel dirsi, cioè nel giudicarsi poco o… nulla e, come sa bene il mio gentile lettore, ne conosco non pochi. Costoro non vedono l’ora che l’interlocutore gli dica: “Ma nooo, tu sei bravissimo, sei il migliore.” Un bel disastro.

Risoluzione o dissolvenza, cioè affrontare il problema oppure considerarlo inesistente, cioè inevidente perché nullo. Ad esempio, per restare nella vita quotidiana, ciò accade quando si pensa che un’altra persona con la quale abbiamo rapporti, ce l’abbia con noi, e invece non è vero, perché siamo solo noi a pensarlo, con un pizzico di paranoia, magari perché ci sembra ci abbia salutato a fatica l’altro ieri. Può darsi che esageriamo con il sentirci “centro del mondo”, e pertanto, ogni sospetto o ipotesi che non lo siamo ci manda in crisi. In realtà è vero che non-siamo-il-centro-del-mondo, ci mancherebbe, ma solo un essere umano tra sette miliardi e mezzo, certamente unico e irripetibile, ma uno dei sette miliardi e mezzo. Siamo il centro d’amore dei nostri cari, ma non esistiamo nemmeno per chi non ci conosce, o siamo solamente una eco per chi sa che esistiamo, ma che con il quale non abbiamo rapporti significativi.

E’ dunque un problema il nostro venir-meno per chi ci conosce a malapena? No, la nostra presenza nel mondo, al nostro mancare, è un dissolvimento del nostro nome e della nostra remota presenza nella sua memoria.

Talvolta capita nei processi educativi. Ho esperienza di ambiti familiari nei quali il genitore o la genitrice esaltano il figlio o la figlia, specialmente all’esterno della famiglia, facendo a gara con figli di altri, a tal punto che ogni piccola crepa nella irresistibile ascesa del pargolo diventa una tragedia. E’ un problema? Sì per l’educatore maldestro, ma no, in realtà. proprio perché l’educatore è maldestro. Si tratta di un non-problema che sarebbe utile dis-solvere invece che faticare a ri-solvere con faticosi processi alle intenzioni e improbabili analisi della supposta inefficienza del figlio.

Ecco come si complica la vita delle persone, con le migliori intenzioni.

Mi par, dunque, che accanto al tema della risoluzione dei problemi sia utile e sano che sussista anche la possibilità della loro dissoluzione, cioè della constatazione che essi non esistono come problemi reali, ma sono tali solo nella nostra mente, che ragiona male, in quel caso, mettendo al centro ciò che deve  salubremente stare in periferia, dove si respira aria buona e cantano indisturbati gli uccelli.

Oggi, che il modello comunicativo è fatto dalla presenza sui social, per moltissimi, ecco che ciò costituisce un moltiplicatore di problemi falsi, che richiedono di essere risolti, generatori di ansia e di malesseri psichici. Siccome non si può abolire il web e i suoi accessori, bene sarebbe pensarci al fine di creare la consapevolezza di questo fenomeno dannoso e spesso fomite di sempre ulteriori disallineamenti nel giudizio sul valore delle cose che osserviamo e che ci accadono.

giornalisti e politici occupano il 90% dello spazio dei media, una noiosa vergogna, mentre la realtà “di fuori” è il 90% e viaggia silente per conto suo e coincide con la verità delle cose

LEGENDA PER IL LETTORE: il testo sottostante è quasi privo di punteggiatura con frasi apodittiche e ipotattiche messe lì come mi son venute; in corsivo le cose importanti, in stampatello le cose oggettivamente di minor importanza o del tutto idiote

Travaglio che commenta la presa di posizione del ministro Salvini che commenta i titoli di Repubblica che riporta il non detto del mancato incontro a cena tra Salvini Di Maio e Conte, e via dicendo

quello che accade dove si fa l’economia, i pezzi fatti in una manifattura, l’Ebidta della stessa, gli investimenti di una fabbrica innovativa, le assunzioni  effettuate nell’ultimo semestre nel settore manifatturiero metalmeccanico stanno a pagina 15 del quotidiano x e y, primo e secondo d’Italia

Fazio che ospita Di Battista, nullafacente e nullapensante, ops forse la trasmissione è Dimartedì, che peccato non lo ricordo, imperdonabile! e poi a Piazzapulita l’ospitata di Toninelli che sbaglia logica, storia, tempi e modi della sua narrazione e commenti e l’indomani commenti su tutti i quotidiani non oltre pagina 2, perché l’opinione del ministro dei trasporti è importante… per i media, non per gli Italiani

l’azienda x o y ha migliorato la performance delle esportazioni del 10% sull’anno precedente e l’azienda a o b ha assunto altre 80 persone negli ultimi sei mesi raggiungendo e superando  i 600 dipendenti, azienda nata solo dieci anni fa: questa notizia si trova a pag. 23

la seconda notizia -in ordine gerarchico- del tg tal dei tali è la posizione di Grillo sulle vaccinazioni, essendo Grillo un noto clinico a livello internazionale, mentre su un altro tg si svolge un talk dove gli ospiti sono due politici e due giornalisti che se la cantano e se la suonano, i secondi che raccontano dei primi e i primi che criticano gli avversari-nemici politici, incapaci di dire che cosa intendono fare per rimediare a limiti e difficoltà sociali: ambedue i gruppi distanti dalla realtà di due o una misura, ché il mondo va da un’altra parte mentre questi parlano, cianciano, blaterano, talora competenza inesistente o scarsissima (quando va bene)

le università di Roma (nell’area umanistica) e Milano (Politecnico) sono tra le prime del mondo, così come alcuni licei classici italiani, e si vede dalla brillantezza dei nostri studenti, ma la notizia si trova a pagina 48 dell’inserto settimanale del quotidiano che si colloca al secondo posto delle vendite nazionali

il web si preoccupa dell’assenza di Di Battista dal web stesso, ponendolo quasi come problema, notizia non vomitevole, bensì inutile

i giovani si stanno accorgendo che occorre impegnarsi in prima persona, non solo per se stessi, ma per la propria e le altrui terre e patrie, senza nazionalismi, imparando le lingue, non temendo il confronto e cercando di farsi opinioni proprie

la Casaleggio Srl e C. toppa con la sua piattaforma Rousseau, in prima pagina su tutti i quotidiani nazionali, anche se il posto giusto e proporzionato, come notizia, potrebbe essere quella dell’ultima dell’inserto di un foglio della Brianza

nel silenzio dell’agire quotidiano vi sono mille e mille (numero ebraico per innumerabile, come settanta volte sette) azioni dialogiche, crescita della comprensione tra diversi, nascita di nuove idee per l’economia e l’occupazione 

nel talk show la conduttrice mette a confronto un grillino e un forzista, o un leghista e un piddino interrompendoli, quando non rispondono come lei si aspetta, non accorgendosi che gli argomenti sono trattati senza alcun aggancio con la realtà delle cose, e che quello è il vero problema

mentre crescono le discriminazioni etniche, secondo i media, ma non ci credo, vi sono innumerevoli atti di incontro, di solidarietà e di fratellanza tra diversi

quasi ogni trasmissione tv, salvo qualche eccezione, più evidente nei commenti parlati ai giornali, mette in evidenza l’auto-referenzialità dei politici, di questi tempi del genere Salvini vs Di Maio, come se i destini della Patria fossero lì consegnati, più o meno

anche la Chiesa si muove, nella lenta deriva dei duemila anni, chiarendo ciò che era oscuro, grazie al vescovo di Roma e a molti altri volenterosi

la maggior parte dei media continua, contro ogni logica e scelta filologica a “dare del femminile” (la, della) all’acronimo T.A.V., che significa Tunnel Alta Velocità, dove evidentemente (anche agli incliti, forse) “tunnel” è sostantivo maschile e richiede l’articolo “il” e la preposizione “del”: se ne è accorto perfino Toninelli

milioni di volontari  operano continuamente per dare una mano a chi ha bisogno, in tutti gli ambienti e settori della vita nazionale, senza nessun cenno, o quasi, nei media: non fa audience!

una “tempesta emotiva” pare sufficiente a dimezzare la pena per un omicidio, e dico omicidio non femminicidio, da trenta a quindici anni: anche i giudici dovrebbero studiare meglio e di più neuropsichiatria e filosofia morale, anzi nell’ordine inverso: filosofia morale e neuropsichiatria, per un corretto approccio disciplinare

dà fiducia vedere che lavoratori e imprenditori non si arrendono mai, anche di fronte alle più grandi difficoltà che derivano da un mondo sempre più – anche se sgangheratamente- connesso, e anche se ciò non produce evidenti entusiasmi da parte di un pubblico condizionabile 

su dieci canali televisivi almeno tre presentano -ogni giorno che Dio ci manda- talk show con applausi telecomandati eseguiti da un gregge di umani penosamente colà aggregati

nel silenzio dei più, che non viene percepito dai media, nascono e si sviluppano pensieri di crescita del livello di umanità 

e potrei continuare ad libitum… 

Quello che alcuni scienziati non comprendono del “sacro”, del “religioso” del “teologale” e del “divino”, o di come può darsi un utile dialogo fra scienza e fede, mentre imperversano molti ciarlatani, sia in politica, sia nel mondo mediatico e formativo

La lettera che Galileo scrisse alla duchessa Cristina di Lorena nel …, là dove afferma che la Bibbia non insegnacome si vadia in Cielo, bensì come vadia il cielo“, dovrebbe essere letta con attenzione dagli scienziati veri di oggi. Di quelli improvvisati alla Biglino, che traduce il testo sacro in modo letteralista, interlineare, neppure parlo. Come questi, ve ne sono altri che credono ai miti come fossero storie vere, per i quali Enuma Elish, Ninurta e Marduk sono esseri realmente vissuti o viventi.

Ascoltando o leggendo certe affermazioni in tema religioso di persone di cultura come i professori Odifreddi e Hack, vien da pensare che, proprio da parte loro, nel momento in cui lo affrontano, si osserva una sorta di desistenza di metodo, del metodo scientifico. Se per metodo scientifico, anche nella dizione “ristretta” di stampo galileiano, si intende ciò che può essere mostrato o per evidenza o per deduzione controvertibile (si consideri la seguente espressione “scientifico è ciò di cui si può dire la ragione in base al suo perché completo, adeguato e prossimo“), la plausibilità dell’esistenza di Dio può porsi o non porsi con altrettanta forza logico-argomentativa.

In altra parole, come si fa a non considerare che l’affermazione seguente (presente nel Proslogion di Sant’Anselmo d’Aosta o di Canterbury) “Deus est ens quo maius cogitari nequit”, cioè “Dio è ciò di cui non si può pensare nulla di più grande“, possa anche essere considerata assurda o almeno non del tutto fondata? Su questo Tommaso d’Aquino ebbe ed ha ragione, a mio parere, criticandola in parte, perché si tratta di una proposizione meramente logica, in quanto, se di Dio si deve dire che è … e … e …, cioè onnipotente, eterno, buono, etc. etc., altrimenti non sarebbe Dio, è evidente che Dio è quel qualcosa di cui non si può pensare alcunché di maggiore. Stiamo parlando dell’idea di Dio.

Tommaso cercò -per contro- di mostrare l’esistenza dell’Incondizionato attraverso le cinque prove cosmologico-metafisiche di moto, causa, di necessità, di gradualità del bene, di fine, e comunque ne fu scontento, comprendendo che la via logico-razionale per mostrare l’esistenza di Dio resta comunque zoppa, o comunque debole, perché “pretende” di inquadrare in termini di intelligenza umana ciò che -ontologicamente- infinitamente la supera.

Peraltro, anche se ciò c’entra solo in parte come esempio, anche certe intuizione della fisica moderna e contemporanea furono tali, cioè fraintese o non credute veritiere, finché non si riuscì a dimostrane la plausibilità e la veridicità.

Il tema di Dio è -però- di altra natura, ed è in ogni caso inserito del climax ascendente costituito dal sacro, dal religioso e dal teologale. Come altrove in questo sito ho scritto, e qui ripeto, perché utile, il sacro appartiene alla sensibilità umana che sa cogliere emotivamente, induttivamente, intuitivamente, la grandezza degli Enti, e se ne spaventa oppure ne gode: un mare in tempesta, lo spigolo del Nanga Parbat, un volto bellissimo, anche marmoreo, ad esempio; il religioso appartiene alla storia umana, che si è declinata anche con la credenza nel soprannaturale, nel divino; il teologale ha a che fare con lo spirituale, con la possibilità reale di credere in un Dio Onnipotente, Eterno, Misericordioso, Buono, Incondizionato, etc..

Gli Odifreddi e le Hack non si sono fatti e non si fanno impressionare da nessuna di queste tre dimensioni: capisco che la terza dimensione non gli appartenga, ma la prima e la seconda sono studiate scientificamente quanto le loro dottrine matematiche e fisiche. Naturalmente preferisco loro, e di gran lunga, ai cialtroni che visitano le varie comunità proponendosi ai semplici come ciarlatani credibili. Li si trova in tv, come nel caso di Vanna Marchi, che ha pagato il suo debito delinquenziale alla giustizia, ma anche in alcune sale parrocchiali o biblioteche civiche. Alcuni li ho smascherati partecipando alle loro commedie grottesche, che purtroppo molte persone hanno ingenuamente subìto.

Non credo sia impossibile conciliare in sede cognitiva e intellettuale le due dimensioni, della fede religiosa e della scienza, ma -all’incontrario- che addirittura i due processi conoscitivi possano esser l’un l’altro di ausilio.

Fides et Ratio, Jane Austen direbbe Sense and Sensibility, cioè ragionesentimento, come le due ali che consentono all’uomo di sostentarsi e addirittura di diventare se stesso, come auspica Nietzsche. Sappiamo che l’uomo è sùn-olon, vale a dire, in greco antico “con il tutto, comprendendo il tutto”, come insegna Aristotele, cioè “ente unitario”, ma abbiamo comunque bisogno di distinguere tra corpo e mente, oppure anima e corpo o, addirittura, paolinamente, corpo, anima e spirito.

Se così è, non possiamo ammettere, se vogliamo essere intellettualmente onesti, che si sottovaluti la dimensione cosiddetta “trascendentale”, ovvero spirituale, anche nel senso religioso del termine.

Mi pare si possa dire che in un tempo nel quale pare che l’ignoranza sia un titolo di merito, invece che l’incontrario, perché viene temuta come minaccia da chi non ritiene che la cultura e le competenze siano un fatto positivo, sia importante avere la pazienza e la forza morale per crescere sotto ogni profilo, umano e professionale. L’esempio deleterio che molti politici stanno dando non può essere una linea guida per alcuno, soprattutto per le giovani generazioni, che hanno bisogno, non di arroganti sbruffoni o millantatori e falsificatori, ma di maestri di rettitudine  e di saperi.

La disonestà come criterio per una vita “cinica”, ma non tutti nel senso classico del termine, bensì anche secondo i comportamenti di molti contemporanei

L’arresto e la messa ai domiciliari dei genitori di Renzi mi suggerisce una riflessione sul cinismo eretto a criterio esistenziale, così come altri casi emersi in questi tempi. Che cosa si può dire del comportamento dei due signori Renzi, a quanto si sa, nella gestione delle coop da loro fondate. Loro insistono di essere tranquilli, ché sarebbe tutto spiegabile: lo spero per loro, ma mi viene qualche dubbio. Non mi pare si arresti a cuor leggero, anche per una bancarotta fraudolenta. Che poi l’illustre figlio scriva, con la consueta bullaggine che lo ha reso antipatico fin dai primordi, che si tratta di una scelta giurisdizionale a orologeria, completa la frittata, e non certo a favore, ma a ulterior disdoro della famiglia.

Nomi come quelli di Buzzi e Carminati, sigle di inchieste come Mafia Capitale, rattristano i più, che sono onesti cittadini italiani, e deludono, mi deludono, Spero sempre che i valori dell’onestà, della probità, della sobrietà prevalgano sull’egoismo, sull’utilitarismo accumulatorio.

Come altrove scrissi, qui non intendo il cinismo filosofico di Antistene e di Diogene di Sinope, degnissimi pensatori dell’antica Grecia. Caro lettore, ricorderai certamente l’aneddoto che narra dell’incontro tra Diogene e Alessandro di Macedonia il quale, ammirato del filosofo, gli chiese che cosa avrebbe potuto fare per lui e ricevette in risposta un lapidario: “Magari togliti di lì, Alessandro, ché mi copri il sole“. Il padrone del mondo di allora non faceva paura al filosofo. La filosofia non deve temere nulla, se viene servita degnamente, con umiltà e onestà intellettuale.

Il cinismo classico è un dignitoso pensare, correlato anche all’epicureismo, allo stoicismo, allo scetticismo e a tutte le filosofie che danno il giusto valore alle cose, dubitando e mettendo in questione i concetti, fino a Machiavelli, Hobbes e al grande Hume. A Leopardi e a Nietzsche. Oserei dire che, senza tema di blasfemia, anche il nostro grande Maestro di Nazareth, a volte, manifestava un fondo di cinismo, quando toglieva enfasi ai detti e ai fatti, di cui lui stesso era straordinario protagonista.

“Gesù gli disse: Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.” (Marco 10, 18), così apostrofava chi lo stava lodando. Gesù di Nazareth non voleva fronzoli e orpelli, e aborriva le lodi e i lodatori. Sto pensando -per contro- ai numerosi lecchini che ho incontrato e incontro nella mia vita e che si son fatti strada aiutando i vincitori e lodando il potere, comunque fosse (o sia) esercitato.

In Oriente, il Tao prevede tra i suoi insegnamenti un fondo di realismo cinico. Il cinismo intende contrastare le grandi illusioni dell’umanità, ovvero la ricerca della ricchezza, del potere, della fama, del piacere. Il cinismo ricerca davvero la felicità, ma una felicità che sia vivere in accordo con la natura e con le vite di tutto il cosmo.

I cinici classici ritenevano che per raggiungere uno stato di “felicità”, o di eudaimonia, fosse preferibile bastarsi, essersi sufficienti, quasi in autarchia, ovvero con una forma di ascesi, rispettando sempre la verità delle cose, la greca parresia. Diogene di Sinope si faceva bastare una botte e il sole. Magari anche qualcosa di più: per lui io sarei un benestante pasciuto, quasi un edonista, altro che cinico.

I cinici veri, secondo i maestri greci, devono caratterizzarsi per la loro imperturbabilità e impassibilità, anche nei momenti della prova, dolorosi e difficili, senza temere di dire anche cose sgradevoli, in assoluta mancanza di rispetto umano. Su questo, ci riesco abbastanza, e a volte anche troppo, con la parresia.

Tiziano Renzi cinico lo è certamente, e io pure, in qualche modo, ma che differenza tra i due modi di essere cinici, e di portare o non portare la barba!

Modello economicistico e modello politico nelle trattative socio-sindacali

Ne posso parlare con cognizione di causa, eccome, visto ciò che feci nella vita precedente, e ciò che ancora sto facendo in questa seconda interminabilis vita.

Il sindacalismo è una delle arti politiche più raffinate della contemporaneità, anche se molti si improvvisano esperti, pur provenendo da percorsi di dubbia formazione. Il sindacalismo non è una militanza politica in senso stretto, ma un “mestiere” che insegna a mediare, a pensare anche mettendosi nei panni della controparte, sviluppando la capacità del compromesso.

Questa parola trasmette un prevalente senso di negatività, quasi che si tratti di una rinunzia, di un atto di vigliaccheria. Invece, la stessa etimologia ci aiuta a comprenderne la positività intrinseca: compromesso deriva dal sintagma latino cum-promittere, cioè promettere-insieme.

Il compromesso è quindi un patto che prevede due dimensioni: la prima è il riconoscimento dell’altro come interlocutore legittimo; la seconda è la disponibilità a rinunziare almeno a una parte delle proprie esigenze richieste, per venire incontro all’altro. Non è un segno di debolezza, ma di forza, di capacità di attendere momenti migliori per riprendere una trattativa che, al momento, ha ottenuto realisticamente il risultato massimo possibile.

Storicamente il sindacalismo moderno, nato in Europa nella seconda metà dell’800, ha avuto prodromi importanti anche secoli prima, con le corporazioni di mestiere e le “gilde”. Un secolo e mezzo fa le dottrine solidaristiche socialiste e cristiane hanno promosso le prime Società di Mutuo Soccorso e Leghe professionali, soprattutto dopo la stipula del Patto di Fratellanza del 1888. Una Confederazione Generale del Lavoro nasce attorno al 1890, quasi contemporaneamente alla fondazione del Partito Socialista Italiano e alla emanazione dell’Enciclica leoniana Rerum novarum. Gli operai e i proletari diventano protagonisti, accanto alla borghesia produttiva.

In Italia, il fascismo propone una forma sindacale corporativista, à la Menenio Agrippa, per poi cedere il passo di nuovo a un sindacalismo progressivo “di classe”, anche se -sostanzialmente- sempre moderato. La nuova Cgil, rinata nel 1944 con il “Patto di Roma” tra le componenti comunista, cattolica e laica, si scompone nel 1948 e nel 1950 in Cgil, Cisl e Uil, una cum l’inizio della “guerra fredda”.

Nel 1970 il sindacalismo italiano ottiene il risultato socio-politico più importante della sua storia, con l’emanazione da parte del Governo di Centro sinistra della Legge 300, lo Statuto dei diritti dei lavoratori.

La fine del comunismo politico del 1989 non smuove la triadicità del sindacalismo confederale italiano, come si sarebbe potuto pensare (e sperare). Ancora oggi, il sindacalismo “maggiormente rappresentativo” italiano si esprime in tre forme, guidato da gruppi dirigenti sempre più mediocri, di cui ho conoscenza diretta e personale.

La disamina storico-politica che ho svolto in sintesi che più sobria non si può, mi serve per dire che il sindacalismo in ogni caso è una modalità dialettica e dialogica indispensabile per l’equilibrio della società italiana, tant’è che anche gli imprenditori nel tempo hanno messo in piedi associazioni confederali e di categoria per discutere utilmente di contratti e legislazione sociale con i sindacati dei lavoratori e con i governi.

In azienda il sindacalismo, a mio parere, si esprime al suo meglio e con maggiore utilità. In questo ambito allora, serve sviluppare un modello complesso che non sia condizionato, né da un eccesso di economicismo, né da un eccesso di compartecipazione. Se si esagera con il dare peso agli aspetti economici, alle convenienze costistiche, si rischia di bloccare ogni dialogo; se si dà troppo spazio ai sindacati in azienda -nel modello italiano che non prevede il dualismo della mitbestimmung tedesco (struttura duale della contrattualistica)- il rischio è di offrire il destro di intervento sui processi della governance, per la quale i sindacalisti attuali non sono preparati.

L’equilibrio tra i due estremi non è facile da conseguire, per cui si deve tenere conto che in ogni azienda è da costruire un modello ad hoc, e ogni momento storico della vita aziendale richiede aggiustamenti e modifiche.

Il sindacalismo è un’attività politica che, come si diceva sopra, non mette al centro una militanza ideologica, anche se ogni dirigente ha diritto di ispirarsi a chi vuole, ma sempre tenendo conto che l’obiettivo, il fine, è estremamente pratico e converge necessariamente verso un accordo di compromesso.

Il sindacalismo sano non fa la rivoluzione, ma favorisce la partecipazione e le riforme atte a migliorare la vita dei lavoratori e le performance dell’azienda, senza confusione di ruoli e nel rispetto delle prerogative normative e consuetudinarie.

La forza della mente al centro e nelle periferie dell’anima e del corpo

«Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in tempi costruiti dalle mani dell’ uomo, né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di lui stirpe noi siamo. Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana. Dopo essere passato sopra ai tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».

Così san Paolo davanti all’Aeropago di Atene come ci racconta san Luca nel libro del Atti degli Apostoli al capitolo 17 (22-31). Non ebbe successo, perché gli ateniesi filosofanti, come direbbe il professor Guccini, erano molto scafati con i parlatori di piazza, i sofisti ambulanti e i sapienti di tutte le scuole. Un fondamento di cinismo scettico li aveva permeati dopo cinque o sei secoli di altissima filosofia. Dopo Socrate, Platone e Aristotele, che per un secolo avevano calcato i selciati della gran capitale d’Ellade ragionando profondi pensieri, anche un Zenone di Cizio era arrivato al Pireo, e molti altri. E Paolo di Tarso, il fariseo ellenizzante era solo uno dei tanti. Perché un testo paolino per parlare di corpo, mente etc.?

Perché san Paolo introduce anche un terzo elemento nella sua visione antropologica, lo “spirito”, che lui distingue rigorosamente dalla mens, dal nous greco, o anima in latino. Egli ha presente lo pneuma, lo spiritus che spira,  il soffio, la ruah in ebraico. Ovvero ciò che, da un punto di vista ontologico ci “apparenta”, in qualche modo, alla divinità. Non per caso, l’Oriente ortodosso parla di divinizzazione dell’uomo. Paolo desidera rappresentare la dimensione altissima dell’uomo, che è “simile” a Dio come recita Genesi (1,27).

Le dottrine neuro-scientifiche contemporanee non si interessano a tutto ciò, ma si occupano d’altro, studiando l’evoluzione senza negare la trascendenza. Ci sono invece personaggi che intervengono su questi temi, senza arte né parte, come un sedicente “studioso” dal misterioso curriculum studiorum: parlo di Mauro Biglino. Questo signore, formatosi al liceo classico, di una umiltà presuntuosa stupefacente, afferma che “la Bibbia non parla di Dio” (cf. volume omonimo), recuperando un letteralismo sparito dal Cristianesimo dai tempi, non di Origene (III secolo), ma di Filone di Alessandria (I secolo) e presente oggigiorno solamente presso l’islam più radicale come il wahabismo tribale. Ripeto: la sua umiltà è solo apparente, come quella di tanti falsi modesti sulla piazza, molti dei quali conosco.

Anima, corpo e spirito. Connessi, o come se fossero tali. Oppure mente e corpo, come usiamo dire da duemila e quattrocento anni, dualisti come Platone.

Se qualcuno afferma che la mente può da sola cambiare le cose, magari guarendo una malattia grave, penso dica una fola. Non ci sono poche persone che lo sostengono, e sono le stesse per le quali il tumore si può curare con degli infusi, o i vaccini fanno male; persone che frequentano guaritori e sciamani che si fanno pagare, gente senza scrupoli, che illude e delude, facendo danni psichici e materiali immensi. Questi non credono allo sbarco dell’uomo sulla luna, ma pensano che le Torri gemelle siano state abbattute per ordine di Bush, e addirittura che la terra sia piatta. Frequentano adoratori di alberi e camere essudatorie, e a volte anche sedute spiritiche.

Costoro fanno del male soprattutto a loro stessi e lo fanno alle persone psicolabili che incontrano. Rabbia e pena mi fanno, ma sono disponibile ad aiutarle, se vogliono farsi aiutare.

Se qualcun altro, invece, sostiene, che la mente non c’entra nulla o quasi con le vicende del corpo e di tutta la persona, afferma una stupidaggine, come, sia gli antichi avevano intuito, e le scienze psicologiche e biologiche moderne e contemporanee hanno mostrato, lo psico-somatismo è una realtà, potremmo dire, quasi auto-evidente. La mente c’entra, eccome, con il corpo, perché convive con e nel corpo, anzi è corpo. Noi siamo, non “abbiamo”, mente e corpo.

Pertanto i processi di guarigione sono connessi come gli elementi di san Paolo, per cui si può dire che insieme contribuiscono alla guarigione di anime e corpi. Magari anche un poco pregando.

Stupidità, furbizia e intelligenza nel pot purrì dell’etere

Capisco che la comunicazione televisiva e soprattutto telematica ha le sue esigenze, e quindi non discrimina né sottilizza troppo in base alla stupidità, alla furbizia o all’intelligenza e alla cultura delle persone che presenta, anzi, quando si tratta di esemplari penosamente cagionevoli, li sceglie per mostrarli nei loro limiti e far crescere l’audience, come accadeva nei secoli passati e fino a pochi decenni fa, quando nei circhi e nelle fiere si mostravano esseri umani affetti da nanismo o elefantiasi e altre “mostruosità”, senza niuna pietas. E quindi da Fazio, dalla Venier, da Porro, da Formigli, dalla De Filippi, che accoglie un’orda di minus habens, da Del Debbio, dalla Berlinguer, dalla D’Urso, più o meno come la De Filippi per “aura” socio-culturale, va qualsiasi sia ortaggio senziente di parvenza umana, dall’alfa all’omega, da 1 a 10, da -10 a +10, sopra l’81 di QI e talora, mi viene il dubbio, sotto.

Possiamo trovare in quei format, sia intellettuali rispettabili, illuministicamente e umanisticamente onesti, à la  professore Sabatini dell’Accademia della Crusca, che sdogana magnanimamente la transitività del verbo uscire, beninteso nel “parlato” quotidiano specie napoletano (es. esci il cane! invece che fai uscire il cane), e qualche altro nome potrei fare, sia guitti non sempre sopportabili alla Mauro Corona, ovvero furbissimi venditori di mezze ore come Sgarbi, che cultura ne ha da vendere, o Saviano che invece no, o Crepet, ch’è mezz’e’ mmezzo (ascoltare ben per creder), ovvero ancora polituncoli che hanno raggiunto una immeritata notorietà con comparsate amm’ezz  a vittorie elettorali contingenti.

Ad esempio, che ha da dirci quel bellu guaglione dal sorriso perennemente sardonico, come la D’Urso ce l’ha stereotip, che chiamano amichevolmente Dibba? Che ha da dirci di interessante? Cronache di viaggio? E chissenefrega, potremmo dir senza tema di offendere la storia del giornalismo, e men che men della cultura? Opinioni politiche? Repetita iuvant. Certo, ripetere giova, talora, e in questo caso sì, sì e sì.

Mi pare che da lì non si cavi granché, che ne dici mio gentil lettore, pazientissimo quando tocco questi temi, io divertendomi, ma non so quanto facendo divertire te?

Torniamo al punto. Sul web e in tv non occorre essere o dire cose intelligenti e colte, perché i due mezzi macinano tutto, non c’è verifica della veridicità di quanto si sente proferire, tuttalpiù un contraddittorio sgangherato, salvo nel casi delle più paurose ed evidenti gaffes, come scambiare la capitale della Colombia per quella del Venezuela, o il Mar Nero per il Mediterraneo, o Saragat per Salvemini, o D’Annunzio per Ottavio Bottecchia. Scherzo ora, ma non troppo.

Tv e web sono diventati dei luoghi dove in generale, con rare eccezioni, si combatte la pessima battaglia del pressapochismo e dell’incultura, quasi che il sapere spaventasse. Oppure richiedesse troppa fatica. Scrivo da tempo in molti modi che da due o tre decenni almeno è in crisi la logica, il piacere dell’argomentazione che richiede documentazione, tempo, pazienza e capacità di ascolto. Facciamo solo un confronto tra gli attuali dibattiti politici e la “Tribuna politica” degli anni ’60 e ’70. Non c’è storia: oggi un parlarsi addosso furente e confusivo, allora un dare la parola per tempi stabiliti prima, garbo e rispetto per gli interlocutori. Allora il contraddittorio prevedeva la conoscenza dell’argomento, oggi no, ognuno può sproloquiare come gli capita e vuole, al momento. Il risultato è una pericolosissima disinformazione, fondamentale alimento o conseguenza, a seconda se di chi parla e di chi ascolta, della disonestà intellettuale e della menzogna.

Dove cercare riparo da tanta devastazione? Non c’è riparo, bisogna starci dentro, fino in fondo. E’ inevitabile, e moralmente ineccepibile. Non possiamo voltarci dall’altra parte, mai. Nel nostro “piccolo” che a volte è inopinatamente e insperabilmente “grande” dobbiamo kantianamente continuare a insistere, al di là di ogni principio morale, ma non nel senso nietschiano del termine, che prevede un background essenzialmente cinico, bensì nel senso de-ontologico, cioè di un “fare perché deve essere fatto”. Devo perché devo (il perito industriale Bertinotti direbbe senza se e senza ma).

Una delle bonifiche da curare nei linguaggi espressivi di parole, proposizioni e discorsi è, non dico l’abolizione, ma la riduzione drastica delle avversative. I veri esperti di comunicazione, come il mio amico Romano, sanno benissimo che quando in un discorso si inserisce un “ma” o un “però”, l’oggetto dell’affermazione precedente viene irrimediabilmente limitato, ridotto, o -a volte- addirittura distrutto. Di solito chi usa molte avversative, non solo è incerto nelle sue convinzioni, ma spesso desidera sempre salvaguardare un’uscita di sicurezza, non si sa mai. Le avversative, certamente servono a strutturare il dubbio, l’opinabilità, l’esigenza di approfondire, ma se inutili, sono dannose, a volte in maniera grave.

Un altro aspetto curioso, da conoscere e da correggere è l’uso di avversative in luogo di particelle di congiunzione. Già ne parlai un paio di volte in questa sede. Da qualche anno molti abusano del “piuttosto”, che è ovviamente -come, mozartianamente, san tutti e tutte- un’avversativa. Si sentono frasi del tipo “siamo andati in ferie in Maremma piuttosto che a Viareggio, piuttosto che a Capalbio (radical chic docent), piuttosto che…”. Meglio mettere al posto di “piuttosto” “e”. Diverso sarebbe il caso se il parlante volesse proporre al suo amichevole interlocutore delle alternative tra Maremma, Viareggio, Capalbio, etc.. In quel caso sì ci starebbe “andrei in ferie a … piuttosto che a … piuttosto che a …”. Magari in questo caso meglio usare “o”, più breve e meno faticoso di “piuttosto”, seguendo la natura, che è sparagnina, intelligentemente sparagnina.

I personaggi di cui sopra, a eccezione di Sgarbi e Sabatini, non sarebbero in grado di seguirci in questi semplicissimi ragionamenti. Male, vero?

E noi insistiamo, con pazienza e grazia.

Il vaccino “radicale” contro le post-verità in un tempo di distopie cognitive, di disponibilità euristiche esagerate e di distorsioni delle conferme

Il titolo non è facile e lo spiego, quasi con una “legenda”. Qualcuno può anche rimproverarmi e dirmi “scrivi come mangi”, ma anche il cibo, nelle sue varie declinazioni e scuole e culture, non è semplicissimo, né semplificabile. sarebbe un insulto alla meravigliosa arte di tanti e tante chef operativi in tutto il mondo. In ogni sapere, se si vuol semplificare, lo si può fare, distorcendo e falsificando i “i pezzi di verità” che si riesce a cogliere con la pazienza, la perseveranza e l’umiltà della ricerca, come ben sapevano gli antichi pensatori e come hanno confermano anche i migliori epistemologi moderni e contemporanei, da Bayes a Popper.

Vediamo. Intanto, “radicale”: ebbene, qui non intendo il significato quasi sinonimico di “estremistico”, per cui si possono usare i sintagmi politologici di “destra radicale” o di “sinistra radicale”, ma intendo il termine riferito al movimento politico liberal-radicale del Secondo dopoguerra, che prese il nome dal radicalismo ottocentesco, ma si declinò in modi molto differenti, basandosi su basi dottrinali ed etico-politiche di chiarissima radice liberal-democratica. Di questo movimento-partito furono fondatori ed eponimi giornalisti come Ernesto Rossi e Mario Pannunzio, e politici come Marco Pannella. Forse un altro filone originante il movimento radicale contemporaneo si può rinvenire negli afflati liberal-democratici e socialisteggianti di Giustizia e Libertà dei fratelli Carlo e Nello Rosselli e di Emilio Lussu. I meriti indubbi di questa piccola pattuglia di colti idealisti ebbe grandi meriti nella modernizzazione del pensiero laico italiano ed europeo su tanti temi. Qui ne ricordo uno che mi sta particolarmente a cuore: il Diritto alla Conoscenza, diritto molto sottovalutato e a volte negletto in questi tempi di tempesta mediatica e di attacco alla scienza come dimensione essenziale del sapere umano. A me basti ricordare che ciò che mi è capitato nel 2017 forse sarebbe stato rapidamente mortale trent’anni prima. E Invece…

Prima di tutto è bene ricordare il gravissimo errore, molto diffuso, che si sente fare quando si avalla la distinzione radicale tra le due culture, quella “scientifica”, cioè la matematica, la fisica, la biologia, la geologia, la medicina e via andando, e quella “umanistica”, cioè le lettere, la filosofia, la storia, le varie antropologie, etc.. In realtà, se vogliamo finalmente superare questa angusta distinzione, basta ammettere che tutti i “saperi” sono, sia scientifici, sia umanistici, a seconda dello statuto epistemologico che si adotta. Per spiegarmi meglio porto qui due esempi che già altre volte utilizzai in questa sede e altrove: 1) se il prof. Stephen  Hawking o il prof. Roger Penrose, dalle cattedre di Cambridge o di Oxford si pongono (se la sono posta) la questione dell’origine dell’universo o dei buchi neri, trattano pienamente un tema fisico e astrofisico, e quindi scientifico; se gli stessi, in una conferenza, si pongono la questione del “perché” esistono (anche per loro stessi) quei temi o quegli oggetti che gli interessa studiare, trattano un tema filosofico, fors’anche religioso e senza dubbio umanistico. E dunque, come si vede, le due culture, i due saperi non sono staccati e contrapposti, ma possono, non solo coesistere, ma anche darsi una mano. Un altro esempio: 2) se il prof. Giovanni Frau, insigne filologo e friulanista, si affatica su tassonomie di antichi sememi delle lingue ladine, tra le quali il friulano, e le compara tra di loro e con altre di diversi ceppi, fa un lavoro senz’altro scientifico, ma se si viene a salutarmi dopo una mia conferenza, complimentandosi con me per la stessa, dicendo con affettuosa ammirazione “Lei è…. bla bla, la sua conferenza è statala ho molto apprezzata“, il suo giudizio agisce su un piano culturale, relazionale e magari storico-filosofico, e dunque pienamente umanistico.

Continuiamo a lavorare sul “titolo”.

Oggi molti parlano e scrivono di post-verità, cioè dell’ammissibilità della menzogna come oggetto cognitivo e moralmente accettabile, perché inevitabile. In altre parole: se in politica giova dire il falso come “insegna” ogni giorno quel gran bugiardo di Trump, o i piccoli bugiardi della politica attuale, specialmente il due “Diqualcosa“, machiavellicamente ciò va accettato come inevitabile, per cui, siccome è impossibile avviare un’analisi veritativa logico-scientifica per ogni affermazione o tesi, in quanto non c’è tempo, tanto vale lasciarla lì in balia del rapidissimo mutare delle opinioni e della valanga di tesi successive che immediatamente la seppelliranno. Purtroppo non in una valanga di risate, poiché a volte hanno tempo di fare danni indicibili. Queste approssimazioni, queste falsificazioni, figlie di superficialità e arroganza permeano molti ambienti. A me capita, non raramente, di assistere alla pervicace conferma di un errore concettuale, nonostante la segnalazione dello stesso, o da parte mia, se l’argomento è di mia pertinenza, o citando un testo o tesi affidabili, verificabili e solide.

Ciò provoca, ovviamente, distopie cognitive, vale la dire il convincimento di essere-nel-giusto, anche se non lo si è. Perché accade tutto ciò? Certamente perché quasi tutti hanno poco tempo per documentarsi seriamente, oppure non lo ritengono indispensabile, fidandosi del profluvio informativo del web. Faccio un esempio: se devo trattare in una relazione o in un corso il tema etico dei valori, so bene che la documentazione richiesta è immensa, partendo dal significato etimologico, dalla storia dell’accezione del lemma, per continuare con le tesi filosofiche, teologiche e generalmente antropologiche su di esso. Devo poi fare un lavoro di contestualizzazione del suo uso, senso e significato nelle varie culture e tempi. Un lavoro serio, mai banale, impegnativo, lungo.

Una delle ragioni per cui si è giunti a questo punto, ovvero delle cause, non solo correlative (oh quanta gente fa confusione fra causazione e correlazione, e poi tra causa e caso!), sono le disponibilità euristiche esagerate che abbiamo a disposizione. Che significa? Che abbiamo una tale abbondanza di materiali info e disinformativi da perdersi e annegarsi dentro. Gli psicologi chiamano queste falsificazioni bias, per cui già si stanno disponendo contromisure di… disbiasing. Chissà se funzioneranno, bisogna perseverare.

Si osservano spesso anche forme di distorsione delle conferme, cioè una sorta di manipolazione verbale, espressiva e cognitiva delle tesi che vengono presentate come vincenti. Anche qui un esempio. Proviamo a pensare al tema del Tunnel per l’Alta Velocità sulla tratta ferroviaria Torino-Lione, di cui si tratta e si polemizza da anni, in acronimo T.A.V., dove la “T” è la lettera iniziale di “Tunnel”, un sostantivo maschile. Chiedo a te, mio gentil lettore, come mai (quasi) tutti dicono e scrivono “la” T.A.V., “della” T.A.V., come se “Tunnel” fosse un sostantivo femminile. In un altro post ho provato a proporre un cambiamento di sostantivo per mantenere il femminile, cioè “Galleria” al posto di “Tunnel”, ma quasi nessuno mi dà retta. E’ importante? Devo incazzarmi? Si tratta di stupidità imitativa, di pigrizia, di mancanza di curiosità? Di condizionamento acustico-verbale, cioè dell’attrazione della “a” di T.A.V.? Di  Bias, di troppa disponibilità euristica, di testarda superficialità?

Restiamo in tema “T.A.V.”, ma nel merito socio-politico-economico della questione. Avete sentito un dibattito di merito che mettesse in campo tutti i saperi scientifici atti a poter formulare un giudizio sereno e documentato? Io no, mai, solo urla, un parlarsi sopra indecente, nell’impossibilità di una discussione non inquinata dall’ideologia o dalle convenienze politiche contingenti dei vari schieramenti, anche perché si è in vista di una importante consultazione elettorale.

Ti capita, gentile lettore, di avere una possibilità seria di dibattito sul tema del gender, della fecondazione eterologa o della maternità surrogata o del fine vita? A me no. Piuttosto, mio caro lettore, mi capita di incrociare persone che si fidano di sedicenti “scienziati” alternativi, che non si sa se e dove e con chi hanno studiato, ma sono affascinanti per un certo tipo di persone. L’Italia è piena di guru e ciarlatani che lucrano sull’ingenuità e la superba ignoranza di molti, i quali poi parlano non sapendo di ciò che parlano, e solitamente lo fanno senza disponibilità all’ascolto e con arroganza talora insopportabile. Sempre qui, in questa mia agorà abbastanza ben frequentata, ho raccontato come sgamài un sedicente esperto di autostima, leadership, qualità relazionale e comunicazione, che stava per intortare una quarantina di signore in un bel paesone friul-veneto. Non c’è solo la Vanna Marchi in giro, ma molte e molti suoi emuli che trovano ascolto e soldini per l’iscrizione a fantomatici corsi di formazione, eventi, riti para-spirituali, momenti di iniziazione et similia.

Vedete come, allora, sia importante battersi come e finché si può per il diritto alla conoscenza, che è fatta di pazienza, fatica, capacità di discernimento, umiltà, poiché rifugge dalle semplificazioni, dalle sintesi frettolose, dall’assenza di analisi, dai preconcetti, dalle pre-comprensioni e dagli ideologismi.

Il diritto alla conoscenza è come il diritto all’aria pulita e all’acqua potabile, è un luogo dove si sviluppa l’onestà intellettuale e la vera amicizia tra umani.

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