Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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…e come il vento odo stormir tra queste piante…

Tratto da L’infinito, il verso, interno a un enjambement, del conte Giacomo da Recanati, evoca in me memorie e sentimenti arcani.

Trovo che la grande poesia o la grande musica siano il modo migliore per elevare lo spirito quando nuove consuetudini rovinano la spiritualità, come quella del Natale.

Il vento, il suo stormire, l’ordine delle parole voluto dal poeta creatore ci fa recuperare la bellezza degli eventi che rischiano di perderla, annegati nei lustrini dei nuovi costumi mercantili.

Il Natale è memoria trasfigurata di una venuta, è storia sobriamente raccontata dagli antichi scrittori, e creduta. Il Natale è metafora della nascita e anche di ogni ri-nascita, perché ogni anno si presenta nel tempo stabilito a ricordarci l’evento dell’Incarnazione del Verbo di Dio. E invece è diventato smemoratezza dell’evento e occasione di generiche festività godute qua e là, come ferie. Non molto di più.

Nelle città e nei luoghi di villeggiatura è un brillio reiterato di lampade e lustrini, persa di vista o quasi la sua ragion d’essere. Ma accadono anche altre cose in questi giorni a cavallo dei due anni che si succedono.

Leggo sul web che una maestra di Zoppola (provincia di Pordenone per i miei lettori extraregionali), per non “turbare” la sensibilità dei suoi alunni non-cristiani, ha sostituito il nome di Gesù, anzi il suo suono-segno-significato, in una canzoncina natalizia, con “Perù“, assonante e nulla più. Il nome di una nazione sudamericana al posto del nome di Gesù di Nazaret, punto di riferimento religioso per due miliardi di umani, e genetliaco storico della nostra vicenda, compresi i non cristiani, ché non risulta usino altri riferimenti, se non quello del genetliaco gesuano, siano essi buddisti, islamici, induisti, confuciani, scintoisti, animisti e atei, cioè la maggioranza di noi occidentali.

Peraltro, alcune festività religiose come il Natale e la Pasqua hanno conservato date diverse nello stesso ambito cristiano, ad esempio presso gli ortodossi, che hanno mantenuto il calendario giuliano, cosicché posticipano il Natale di una dozzina di giorni rispetto al 25 dicembre.

A che cosa attribuire la cialtronata zoppolesca o zoppoliana? A ignoranza crassa o a un istinto del politicamente corretto, oramai talmente diffuso da venire introiettato al punto da suggerire azioni preventive per evitare chissà che cosa. Mi proporrò per tenere una lezione gratuita alla pedagogista della destra Tagliamento, sulle citazioni gesuane e mariane presenti nel Corano, su Isshà (Gesù) e Mariam, sua madre, che è forse più nominata di Fatima (figlia di Mohamed) e di Kadijia (moglie del Profeta).

Il rispetto, cara maestra (e di che?) è un guardare-negli-occhi-l’altro, come insegna la sana etimologia latina del verbo respicere, riconoscendogli pari dignità ma, appunto, senza abbassare lo sguardo, ché altrimenti non si può guardare negli occhi, ma si guardano i calzari… dell’altro. E’ così che lei vuole muoversi nella nuova pedagogia multi-polare, poli-centrica, prona al punto da modificare la nostra storia e la nostra cultura sedimentatasi in millenni?

La vicenda fa il paio con quella dei presepi e di altre storie di autocensura sulle festività cristiane per come vengono vissute da qualche anno in molti istituti della scuola dell’obbligo, in Italia.

Epperò non condivido le reazioni grevi delle forze politiche oggi denominate sovraniste, come la Lega, che reagiscono chiedendo di non riconoscere pari diritti civili a persone che vengono da altri mondi, se pure con i dovuti percorsi di inserimento, e nei tempi corretti, come propone il testo della legge non approvata sulla cittadinanza legata alla presenza in un territorio e all’accettazione serena della cultura, nonché alla conoscenza della storia e delle norme legislative di quel territorio.

Ognuno sia quello che vuol essere, qui da noi e ovunque, rispettando la medesima condizione e diritto verso qualsiasi altro, senza la pretesa di possedere verità intangibili e da far imparare a tutti, con le buone o con le cattive. La soluzione non è quella di imitare, quasi per spirito di vendetta, i totalitarismi politici e gli stati etici o le teocrazie, di qualsiasi genere e specie essi siano, ma quella di dialogare accettando tutte le diversità rispettose delle… diversità altrui.

E ora me ne torno alla poesia e alla musica, che sono due consolazioni sempiterne, caro lettore di fine anno. E che quest’anno se ne vada in gloria.

Al di là dell’orizzonte

Nel 1567 Giovanni Pierluigi da Palestrina scrisse la Missa Papae Marcelli, che stamane ascolto, eseguita dal Regensburger Domspatzen, diretta da Theobald Schrems, in un vinile edito da Archiv negli anni ’80. E poi Musica per cori multipli, ottoni e organo di Giovanni Gabrieli, veneziano, eseguiti nella Basilica di San Marco da The Gregg Smith Singers diretto da Gregg Smith e dal The Texas Boys Choir, diretto da George Bragg, in vinili della CBS registrati nei primi anni ’80, il più felice sposalizio di acustica e musica della storia, si legge in copertina. Tra i brani, Salmi come il 33, 1-4 Deus in nomine tuo, e il 62, 3 Deus, Deus meus. Voci ed echi che si rincorrono di cupola in cupola, e tra le volte colorate della meravigliosa basilica.

E ringrazio il mio amico Marco per la cosa bellissima che mi ha scritto, compreso il titolo soprastante. Eccola: “Ognuno, nella propria vita, si è fermato ad osservare il sole tramontare dietro l’orizzonte e, nel mentre, ad apprezzare la natura circostante inondata da quella luce dorata che rende magica e profonda quella sensazione di pace che proviamo nell’osservarla. Ma la vera magia del momento, per quanto splendido e immenso possa essere il panorama, si nasconde proprio lì dove sogni e desideri prendono forma: al di là dell’orizzonte.  Questo anno ti voglio augurare sia la fortuna di scoprire nuovi e infiniti orizzonti, connessi tutti alla tua vita, che la forza necessaria per mantenere coraggiosa e indomita la tua anima… e ti regalo il tramonto che, questo anno, più di ogni altro, ha trattenuto i miei occhi inchiodati lì a osservarlo, cercando di scoprire cosa si celasse dietro quella linea che solo la nostra mente può oltrepassare.” …ma io preferisco l’alba stamattina, o l’albore e poi l’aurora, caro Marco, dal nome che avrei dovuto avere io se mio padre non avesse cambiato idea all’ultimo momento.

E’ il mio buon Natale ai pazienti lettori e alle pazienti lettrici, Natale che significa sempre nascita, ma qualche volta anche ri-nascita, come prelude  e significa, appunto, il mio stesso nome, dall’etimologia battesimale, antichissima.

Il bambino che non trovò di meglio che nascere al freddo e al gelo è di nuovo tra noi, come sempre, ci crediamo o meno. Io lo immagino con un’increspatura di sorriso perfino ironica sul suo volto beato, benedicendo gli increduli, tra i quali talvolta mi annovero anch’io.

25 dicembre, solstizio d’inverno, le giornate riprenderanno presto ad allungarsi, festa pre-cristiana del Sol Invictus, coincidente con la convenzione della data di nascita di Jehoshua ben Joseph ben Nazaret, di Gesù figlio di Giuseppe di Nazaret, della casa di Davide, che andò a registrarsi a Betlehem da cui proveniva il gran re, insieme con la sua giovanissima sposa Maria.

Non importa che si sia in prima fila nella credenza, si può esitare, ma quello che non ha bisogno di atti-di-fede formali è la vita che ci è data, in tutte le sue multiformi manifestazioni, nelle gioie e anche nel disagio incomprensibile, che a volte colleghiamo alla nostra esperienza, e anche ai nostri errori, vivendolo perfino talora come una retribuzione fisica di una eventuale colpa morale. Ma non è così.

L’imponderabile futuro che viene (cf. Agostino, Confessiones, Libro undecimo), costruito da tutti gli attimi transìti e attuali, connesso con il tutto dei cromosomi e dei geni, dell’ambiente e della storia piccola e grande, commesso con la terra mater e matrigna talora, con metafora abusata, leopardiana.

Siamo qui, indefettibilmente, attivi e in attesa di tutte quelle connessioni che non conosciamo e ci conviene sapere che non controlliamo, perché al di fuori della nostra volontà e possibilità di agire: esse sono oggettive e necessarie, e non mai casuali, se non dal nostro povero punto di vista, ché ogni effetto ha una sua propria causa, il più delle volte sconosciuta alle possibilità conoscitive, e talvolta cognitive, dell’umano genere, mie, tue, caro lettore.

E allora l’augurio di Marco, di guardare al di là dell’orizzonte, si attaglia bene alla nostra vita, ma questo sguardo deve essere senza iattanza, senza presunzione, umile.

Al di là dell’orizzonte c’è la vita che viene, perché l’orizzonte si sposta a mano a mano che andiamo, che camminiamo, e a volte si allarga, se saliamo su una collina, di più se su una montagna, come quelle del confine che abbiamo noi, tante delle quali ho salito e che, se Dio vorrà, salirò ancora.

Un altro anno è andato

Nella conta degli anni il 2017 si sta per collocare in archivio. Un anno potente, crudele, da non rimpiangere. Per me. E anche, lo so, per molti.

C’è da essere sconfortati come sono di solito gli opinionisti che vanno per la maggiore nei quotidiani, cotidie scriventi e scrivono e non han molte altre virtù (da libera eco carducciana). E invece no.

Nonostante Trump e il suo essere più che presidente degli americani, tycoon di se stesso, falso e autentico nel contempo mentre il parrucchino e i denti gli si rinnovano a seconda della bisogna. Eppur è stato votato da metà votanti, quantomeno, e anche Michele Serra si è accorto, più gramscianamente che marxianamente, che i governati non son meglio dei governanti. L’uomo non si emenda per decreto, vivaddio! E’ una bella conquista, convincersi che l’homo novus è quello che siamo ogni giorno, pazientemente più vecchi e saggi, quando ce ne rendiamo conto, però, di essere ogni giorno più vecchi e saggi. Peccato che molta parte della sinistra politica, quella spesso maggioritaria qui da noi, abbia sempre pensato che il sol dell’avvenire appartenesse, non tanto alla pazienza delle riforme democratiche e sociali, ma a una palingenesi antropologica, lasciando alla destra -ovviamente- il culto dell’individuale arroganza, ma senza apprezzare molto, se non recentissimamente, l’irriducibile differenza di ogni soggetto da qualsiasi altro, dico, soggetto umano. Collettivismo senz’anima individuale. Non lasciamo alle destre l’apprezzamento della persona-individuo e la nozione di patria e di matria, perdio!

Le guerre sono lì, numerose, varie,  tutte crudeli, quasi innumerabili, non dichiarate, gli ambasciatori sono livree che non servono, sono mestieri imbalsamati per ruoli oramai finiti. Epperò servirebbero le ambascerie, eccome, se si capisse che non è questione di tecnica comunicativa, ma di buone relazioni, di sincera voglia di conoscere quell’altro lì, quello là, che di solito non capisco, e che talora aborro o addirittura -inspiegabilmente- odio.

Siamo in sette miliardi abbondanti sul bel pianeta  ancor pieno d’acque, e saremo –secundo el parer de li studiosi– dieci o undici tra mezzo secolo. Un chilo di carne di manzo richiede decine di ettolitri d’acqua per essere prodotto, forse che (nonne più congiuntivo) non sarebbe meglio utilizzare meglio la qualità nutrizionale dei cibi, piuttosto che la standardizzazione? E’ chiaro che lo standard riduce i costi… ma a breve, ché nel medio-lungo farà danni intuibili anche all’inclito. Cioè a me e a te, caro lettor, che pensavi fossi scomparso dall’etere. E come vedi stavo solo riposando un po’.

Pare che il terrorismo sia una dimensione endemica della storia umana. Accanto ai fatti di cronaca, noti a tutti, emergono ricordi di varia natura, come la cattura in Portogallo di uno dei responsabili della strage di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974. Ovvero, di Norbert Feher, alias Igor il Russo, dopo nove mesi di latitanza e una scia di sei o sette morti, che viene catturato in Spagna. Serial killer criminale comune determinato freddo spietato e terrorista perché terrorizza?

La salma di Vittorio Emanuele III torna in Italia da Alessandria d’Egitto su un volo di Stato, è ragionevole o no? Non condivido perché il giudizio storico sul re-soldato non può non essere severo, non foss’altro, ed è moltissimo, che per la firma delle Leggi razziali del ’38 e per la vigliacca fuga a Brindisi dopo l’8 settembre ’43. Va bene che riposi a Vicoforte accanto ad Elena, ma sarebbe stato meglio fosse tornato con mezzi diversi e privati.

La salute è il bene primo della vita, lo sentiamo dir fin dall’infanzia e quando questa vacilla temiamo, barcolliamo, teniam paura e chiamiam la mamma. Scherzo, ma non troppo, caro viandante della rete che indugi sul mio scritto. E dunque abbiamo da tenerla da conto, se pur sappiamo che non tutto, anzi forse un po’ poco, dipende da le nostre voluntadi. Ma basta che queste sien poste verso la cura positiva del corpo e dell’anima nostra, con passion e umilitade, e anche con la disposizione d’animo della preghiera all’Onnipotente Iddio che tutto vede e sa e contempla dal suo sguardo sine limite ullo.

Ambiente: vedere un orso polare che si accascia morente di fame è scena quasi inguardabile. Che cosa stiamo facendo alla Terra? Ce la faremo a capire, o almeno a comprendere che noi stessi siamo gli autori del nostro proprio destino terracqueo, almeno (o di più, perfino) come per quanto riguarda la nostra salute individuale?

Un altro fatto da mettere qui, non perché sia bello, ma perché ha una sua densità politica: il neo costituito governo -si diceva un tempo- clerico-fascista (ma è una dizione forse ingenerosa per il giovanissimo cancelliere democristiano Kurz) intende concedere la cittadinanza austriaca ai cittadini italiani tedescofoni  dell’Alto Adige o Sud Tirolo, che dire si voglia. Mi sembra faccia il paio con altre tendenze, non patriottiche, ma nazionaliste e patriottarde, ultimamente apparse in Polonia e in Ungheria, come se gli ex satelliti dell’URSS volessero affrancarsi dal passato stalinista diventando razzisti e fascistoidi. Bruttino, anzi brutto. In Italia non mancano i mentori di questa tendenza che spero venga sconfitta.

Leggo dopo anni di nuovo un libro bellissimo, Narratori delle pianure, edito da Feltrinelli nel 1985, autore Gianni Celati, che insegna lingua e letteratura anglo-americana all’Università di Bologna e quella italiana in Inghilterra, se non sbaglio. Che cosa c’entra il libro con questo piccolo riepilogo sull’anno che se ne sta andando? C’entra perché racconta, narra di cose piccole che avvengono o sono avvenute lungo il corso del nostro gran fiume Po, che è grande per noi italiani, ma è ben piccolo se comparato ai grandi alvei dei fiumi asiatici, africani, americani. Io che ho visto il Paranà a Rosario d’Argentina e il Dniepr nell’omonima città ucraina, lo posso ben dire.

Celati narra storie piccine, ma non per questo insignificanti, cosicché mi ha suggerito l’idea di imitarlo, per zittire il frastuono talora orrendo della cronaca. Partire a primavera, dedicandovi una settimana, in treno, lungo l’asta del Po, magari un poco più su, dal Cavallino o da Chioggia in laguna, in treno, con uno di quei treni locali che si fermano ovunque c’è una stazione. Un poco senza mete precise. E scendere, che so, alla stazione per Porto Tolle, alla foce, e poi a Porto Garibaldi, evitando Ravenna. Risalire fino a Adria e pernottare, per arrivare il giorno dopo a Polesella. E poi Ostiglia e Mantova. Qui sì fare una sosta per l’Alberti e Andrea Mantegna. E poi Mirandola, Viadana e Casalmaggiore. Un po’ in treno e un po’ con il bus. Pernottare quando vien pomeriggio e si deve decidere. E cenare in trattoria, cercando quelle che hanno le tovaglie e quadrettoni rossi e il vino sfuso, rosso però, Sangiovese penso, stante la zona.

Per finire nella Bassa milanese, ma senza toccar la metropoli, ché sarò a caccia di silenzi e di discorsi fatti sottovoce nei vicoli e fuori delle osterie, sotto i portici antichi delle cittadine di pianura.

Un libro che raccomando al mio gentil lettore.

Per lasciar perdere le “cose grandi”, i grandi problemi del mondo, della società e della politica, non perché non mi interessino più, ma per respirare di nuovo aria pura, l’aria pulita delle cose semplici, quelle che mi hanno visto crescere al paese strano “delle acque”, a Rivignano. I cortili, i richiami attutiti dalla distanza, il parlato a volte urlato e talaltra quasi un bisbiglio, onomatopea della riservatezza dei semplici, come mia madre, che parlava forte solo perché abituata da ragazzina ai rumori della filanda di Palmanova, dove l’avevano impiegata a tredici anni, prima di andare a servizio a Torino, nella casa avita del colonnello Torquato Vanzi, da Poggibonsi, ufficiale di cavalleria del regio Esercito Italiano in pensione.

Dormire in qualche locanda lungo il Po, e svegliarsi senza fretta per prendere il prossimo treno o bus verso occidente, prima di tornare a oriente, dove sorge il sole, dove c’è il sapore della nascita e di tutta la mia vita.

Gerusalemme! Gerusalemme!

Caro lettore,

il titolo è quello di un libro di Collins e Lapierre, ma l’intendimento mio è quello di parlare di questa città, ora che Trump l’ha sbattuta sulle prime pagine di tutto il mondo, e la sua decisione sta già provocando feriti e morti, la sua decisione, come atto concreto, ma insieme con la Storia, la grande Storia di questa città, di questa parte di mondo che si chiama per noi Vicino Oriente e Storia del mondo. Ed è anche un pezzo della storia recente dei presidenti americani: basta cercare sul web le dichiarazioni di Bill Clinton, di George W. Bush e di Barack Obama in tema, tutti e tre decisissimi a proclamare Gerusalemme capitale di Israele!

Gerusalemme (in ebraico: יְרוּשָׁלַיִם‎, Yerushalayim, Yerushalaim e/o Yerushalaym; in arabo: القُدس‎, al-Quds, “la (città) santa”, sempre in arabo: أُورْشَلِيم‎, Ūrshalīm, in greco Ιεροσόλυμα, Ierosólyma, in latino Hierosolyma o Ierusalem, per antonomasia è definita “La Città Eterna“), capitale giudaica (del Regno di Giuda) tra il X e il VI secolo a. C., è la capitale contesa di Israele e città santa per l’Ebraismo, per il Cristianesimo e per l’Islam. E’ situata sull’altopiano che separa la costa orientale del Mar Mediterraneo dal Mar Morto, a est di Tel Aviv, a sud di Ramallah, a ovest di Gerico e a nord di Betlemme.

Il luogo è citato in testi antichissimi fin dal II millennio a. C., ma il primo dato storicamente plausibile è la sua occupazione da parte della tribù Amorrita dei Gebusei e la successiva più solida conquista da parte del re Davide attorno all’anno 1000 a. C. I più importanti momenti successivi per la città si possono riferire al regno di Salomone. Il gran re fece costruire il Tempio, segno e simbolo di Israele per mezzo millennio, fino alla sua distruzione perpetrata nel 587 da Nabucodonosor, che deportò in Babilonia i maggiorenti ebrei. Un’altra data fondamentale è il 538, quando il re dei Persiani Ciro il Grande (e fu grande veramente), con un Editto liberò gli Ebrei che tornarono in patria e riedificarono il tempio e le mura della loro capitale. Nel 331 Gerusalemme fu conquistata da Alessandro Magno, come tutte le città e i regni fino al fiume Indo, ma la conquista fu precaria, poiché passò di mano ad altre dinastie egizie e siriache come i Tolomei e i Seleucidi, fino alla guerra di liberazione che, nel II secolo portò al potere la dinastia degli Asmonei, mentori i bellicosi fratelli Maccabei.

Finché il generale e triumviro romano Gneo Pompeo la conquistò (63 a. C.). Il secolo successivo vede le vicende della nascita vita e morte di Gesù di Nazaret tra i regni dei due Erode, il primo detto il Grande, e il secondo detto Antipa. Tito, nel 70 e Adriano nel 132 d. C. soffocarono due tremende ribellioni popolari nel sangue, marcando il sigillo dell’Impero romano sulla Città, che fu distrutta di nuovo.

L’imperatore Costantino ridette vita cristiana alla città che resistette a vari tentativi di conquista, come quello di del re sasanide persiano Cosroe, poi sconfitto dall’imperatore bizantino Eraclio I, fino a quando arrivò l’Islam nel VII secolo, prima con i califfi Omayyadi di Damasco (638) e poi con gli Abbasidi di Bagdad. Nei tre secoli successivi si affacciarono altri conquistatori, come i Turchi Selgiuchidi di Malik Shah I. Furono infine i Fatimidi d’Egitto a impadronirsi di Gerusalemme, fino al 1099, quando la Prima Crociata li scacciò a un prezzo inenarrabile di sanguinose stragi.

Alterne vicende e varie crociate non impedirono la riconquista musulmana della città, soprattutto a partire dalle imprese di Salah-el-Din. Dal XVI, dal regno del sultano Solimano il Magnifico,  e fino al 1917 Gerusalemme fu sottoposta al dominio turco-ottomano della Sublime Porta di Costantinopoli. E siamo ai nostri giorni, al Protettorato britannico del generale Allenby (1917), alla proclamazione dell’internazionalizzazione di Gerusalemme, sotto il controllo dell’ONU per favorire la convivenza di cristiani, musulmani ed ebrei, con il Trattato sulla Partizione del territorio tra Israele e popolazione palestinese. Sappiamo comunque che ciò non bastò alla pacificazione dell’area. Tutt’altro.

Il resto è storia dell’ultimo mezzo secolo, dalla Guerra dei Sei Giorni (1967) alle “Intifade”, o giorni della collera, come quello in corso.

Eccoci al dunque, alla dimensione politica della decisione trumpiana.

Su questo vi sono posizioni diverse, variamente declinate. E’ evidente e più che ovvia la reazione forte del mondo arabo-musulmano, ma anche della “grande Turchia” di Erdogan e dell’Iran sciita. Più tiepida la reazione sunnita dei sauditi e dell’Egitto, perché le contraddizioni insite nel mondo musulmano dettano comportamenti e prese di posizioni a volte difficilmente comprensibili a noi occidentali. L’Europa ha reagito contrariata dalla decisione di Trump, soprattutto con l’attivissimo presidente francese Macron.

Se si dovesse dividere in due categorie le reazioni alla decisione del Presidente USA, si potrebbe dire che i politically correct non hanno condiviso, mentre gli altri, o sono rimasti in silenzio o hanno condiviso. Destra e sinistra si sono espresse -più o meno- come ci si può aspettare classicamente dai due schieramenti: a favore di Trump la destra, contro la sinistra. Papa Francesco ha invitato alla prudenza, saggiamente.

Ma la contraddizione in seno al popolo della sinistra sussiste: come la mettiamo con le dichiarazioni, oramai storiche, di Clinton e di Obama?

E con la Storia di cui sopra, come la mettiamo? Gerusalemme è la capitale di Davide, Goffredo di Buglione, di Saladino, di Solimano, di Allenby o di Ben Gurion e di Golda Meir? E’ la capitale di Arafat o di Rabin? Di Abu Mazen o di Netanyahu? Se dovessi esprimermi su questi due ultimi personaggi terrei per Abu Mazen, ma solo perché non sopporto Netanyahu. Ma così non funziona.

Non so quello che potrà succedere nei prossimi giorni, settimane, mesi, ma so che qualcosa doveva succedere di fronte allo stallo che caratterizza una trattativa trentennale. Che i due popoli, le due nazioni debbano convivere su un territorio così esiguo è fuori di dubbio e che ciò sia molto difficile altrettanto. Ma non c’è alternativa.

Come fare? Non esistono ricette e soluzioni facili, ma solo la ricerca paziente di un accordo che riconosca il diritto a Israele di esistere e prosperare, così come il diritto ad avere uno stato alla nazione palestinese, con i corollari fondamentali del territorio, della disponibilità di acqua, energia, di un’economia capace di creare lavoro e reddito diffuso. La miseria è sempre fomite di disastri, così come l’indisponibilità al dialogo, l’incapacità di ascolto, il razzismo.

Vedo che comunque ancora manca la pazienza della riflessione razionale, dell’argomentazione logica, lasciando così lo spazio all’ideologismo più vieto. La divisione non dovrebbe essere tra chi “tiene per” Trump e chi lo avversa, ma tra chi ragiona con l’intelletto disponibile e chi preferisce, spesso per pigrizia o per ignoranza, essere contro comunque, a prescindere, e a favore  di qualcosa d’altro, comunque, a prescindere.

Personalmente ritengo che la decisione americana su Gerusalemme sia stata sbagliata, soprattutto perché inquinata da esigenze di politica interna USA, e da intenti legati a battaglie politiche che poco hanno a che fare con i diritti dei popoli israeliano e palestinese, non perché errata in assoluto.

Gerusalemme è storicamente la capitale di Israele, ma, se alziamo lo sguardo oltre la contingenza, e anche oltre la Storia, è anche la capitale del popolo palestinese, e, di più ancora, è la capitale spirituale di tutto il mondo, al pari di Roma, di Atene, di Istanbul, di Benares, su questo piccolo meraviglioso Pianeta.

Cirint lis olmis di Diu, cercando le tracce di Dio

Cito pre’ Toni Bellina, sacerdote friulano, grande scrittore, uno dei maggiori del XX secolo nella lingua della nostra Piciule Patrie furlane, come scrive don Federico Grosso nella sua dissertazione dottorale, ostico e vilipeso, orgoglioso e umile. Nato a Venzone, esiliato nell’incantevole valle di Rivalpo e Trelli, tra i monti Sernio e Tersadia, dove le solitudini non sono mai senza una traccia di chi si può provare a cercare, e se lo si cerca significa che lo si è già trovato (Agostino).

Tornato in pianura fino alla sua dipartita (2007), non prima di aver completato la traduzione in friulano della Bibbia, lavoròn  quasi luterano iniziato dal suo maestro pre’ Checo Placereani, un ventennio prima.

Per anni tenne una rubrica sul settimanale diocesano dal titolo che ho ripetuto qui, e che ho ivi tradotto per i miei lettori non friulanofoni.

Cercando le tracce di Dio. Dove? Caro lettor mio, anche tu stai cercando le tracce di Dio? Io sì, anche quando sono nervoso come oggi, soprattutto quando impreco e divento insopportabile e ostico assai più di pre’ Toni, con cui ho condiviso un certo ascetismo, un esercizio della fatica e, in una certa misura, talora, anche del dolore.

Tracce di Dio nell’esistenza di ciascuno di noi si possono trovare, anche da chi non crede nell’ipotesi di questa Trascendenza ineffabile, di questo Essere Incondizionato, di questa Intelligenza suprema e soave, nascosta ed evidente (cf. Sapienza 13), infinita e particolare, creatrice del tutto e contenuta nel cuore di ogni uomo.

Un atto di fede il mio? O di speranza? La fede senza dubbio è fideismo, la fede con speranza è umile. A volte l’ipotesi di Dio sembra folle, quando la riflessione razionale che si basa sulla logica umana cerca mostrazioni implausibili, come attestano i generosi tentativi di Sant’Anselmo di Canterbury e di San Tommaso d’Aquino. Non  ce la può fare la mente e l’intelletto umani a penetrare il fitto mistero d’ombra inesauribile che vela e ri-vela (si noti l’ambiguità del verbo iterativo) la Presenza come presente-assenza.

E allora non ci resta che cercare le tracce, lis olmis, in friulano, le orme, le impronte, di questa (Presenza).

Leggiamo la prima parte del capitolo 13 del Libro biblico della Sapienza, versetti da 1 a 9, risalente al III o IV secolo a. C., più o meno, di autore ignoto, di scuola filosofica stoico-ellenistica, probabilmente.

1 Davvero stolti per natura tutti gli uomini/ che vivevano nell’ignoranza di Dio,/ e dai beni visibili non riconobbero colui che è,/ non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere.
2 Ma o il fuoco o il vento o l’aria sottile/ o la volta stellata o l’acqua impetuosa/ o i luminari del cielo/ considerarono come dèi, reggitori del mondo.
3 Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dèi,/ pensino quanto è superiore il loro Signore,/ perché li ha creati lo stesso autore della bellezza.
4 Se sono colpiti dalla loro potenza e attività,/ pensino da ciò/ quanto è più potente colui che li ha formati.
5 Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature/ per analogia si conosce l’autore.
6 Tuttavia per costoro leggero è il rimprovero,/ perché essi forse s’ingannano/ nella loro ricerca di Dio e nel volere trovarlo.
7 Occupandosi delle sue opere, compiono indagini,/ ma si lasciano sedurre dall’apparenza,/ perché le cose vedute sono tanto belle.
8 Neppure costoro però sono scusabili,
9 perché se tanto poterono sapere da scrutare l’universo,/ come mai non ne hanno trovato più presto il padrone?

Che possiamo dire? Che si tratta del vaneggiamento di un poeta sconosciuto?

Oppure di parole suggerite dallo Spirito che aleggia tra i rami degli alberi senza violenza e poi va dove vuole? Magari nei pensieri dello sconosciuto poeta palestinese, oppure tra i tuoi o i miei pensieri, caro lettore?

Io penso, ma forse è meglio dire, sento, che qualcosa che è Qualcuno è presente, sempre, in  noi, paziente, silenzioso, senza pretese, rispettoso della nostra libertà di esseri imperfetti e dolenti, nervosi e talora impazienti, feroci e di nuovo pacifici, ma sempre pronti ad aggredire e offendere.

Non dunque la prova ontologica del monaco benedettino diventato vescovo di Canterbury, né le prove metafisico-cosmologiche del Dottore angelico, ma l’atto di fede, il sentire profondo del cuore può forse metterci sulle tracce di Dio, anche se con il rischio di perdere il sentiero a ogni svolta, a ogni tornante, perché l’itinerario è in salita, o a ogni successivo contrafforte della montagna che si sta scalando.

Non abbiamo che da cercare le tracce, come i pellerossa delle grandi pianure dell’Ovest americano, che inseguivano le mandrie dei bisonti, e ne uccidevano solo quanti bastavano alla tribù per passare l’inverno, non di più, senza la cupidigia tipica dei “civilizzatori” venuti dall’Est, a volte armati di pistole, fucili e Bibbie.

Il Grande Spirito li aiutava, ed era Spirito e parlava attraverso gli antenati saggi con gli “uomini della medicina” della tribù, rispettato in quanto Grande e in quanto Spirito. E chi è questo Grande Spirito, e chi è il Brahman, e chi è il Tao, e chi è Dio-Yahwe-Allah? Chi?

Cercando le orme di Dio, indugio questa sera, in silenzio.

Il misticismo religioso cristiano e islamico nella storia e oggi

L’attentato jihadista alla moschea sufi di al-Rawdah, a Bir al-Abed, nel governatorato del Nord Sinai, mi suggerisce di trattare brevemente questo meraviglioso tema.

Il misticismo è un modo di porsi del sentimento religioso e filosofico che ricerca l’unione intima col divino, mediante l’ascesi e la meditazione interiore. Si tratta di una disposizione dell’anima tesa a una specie di dedizione totale, a una religiosità profonda e sincera.

Il termine trae origine dal verbo greco mùo, ein, cioè nascondere per far intravedere, quasi, da cui mystikòs.

E’ presente in tutte le tradizioni, in quelle orientali come l’induismo e il buddismo, che qui non tratterò, e anche, fortemente in quelle mediterranee, semitiche, o del libro, nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islam.

Mi fermerei essenzialmente su queste due ultime tradizioni, a partire da quella cristiana.

 

NEL CRISTIANESIMO

Il misticismo cristiano, e questo lo si ignora molto, in verità, oggi molti preferendo le mode orientaleggianti magari mutuate dalla New Age, si è sviluppato nel tempo fin dai primordi della tradizione evangelica, con i Padri del deserto presenti nel delta del Nilo come anacoreti, e con le prime esperienze cenobitiche di Basilio il Grande, peraltro autore della prima regola monastica. Si è trattato di pratiche di vita e di preghiera di tipo ascetico che hanno influenzato e sono state influenzate a loro volta dalla teologia della chiesa nascente e poi, più precisamente dalle due tradizioni che si sono sviluppate anche separatamente, quella occidentale cattolica, e quella orientale ortodossa, almeno dai tempi del patriarca Fozio, IX secolo. Figure gigantesche, come quelle di Origene e di Agostino hanno a  che fare con queste tradizioni, così come in personaggi meno noti ai più, come Evagrio Pontico, Giovanni Climaco e Giovanni Cassiano.

Con questi personaggi il misticismo si collega alla teologia, ma con una metodologia che sposa, alla lettura e alla preghiera, un forte spirito e pratiche ascetiche, cioè esercizi di semplicità e di povertà materiale, quasi a contrasto di una ricchezza spirituale inusitata.

Più avanti nel tempo, prima per il tramite del composito movimento benedettino fin dal VI secolo, non vi è dubbio che la teologia ebbe a che fare molto con il misticismo, per dire, anche con il maggiore dei teologi medievali, quel Tommaso d’Aquino che è nella linea della mia formazione come nessun altro. Dimenticanza di sé, sobrietà di costumi, meditazione profonda e contemplazione sono gli elementi esistenziali dell’approccio mistico al sentimento religioso, e conoscono un acme straordinario nei secoli che vanno dal XII al XVI, con lo sviluppo, specialmente nel mondo benedettino di straordinarie esperienze. Nomi come quelli che seguono, san Francesco e santa Caterina da Siena per la tradizione italiana, Johannes Meister Eckhart, Heinrich Suso, Johannes Tauler, e badesse come Beatrice di Nazareth, Beatrice van Tienen, Hadewich e Ildegarda di Bingen, per la cultura religiosa germanica, ovvero per quella ispanica, Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, costituiscono esempi straordinari di pratiche mistiche, che vanno dalla contemplazione estatica della Scrittura, con la Lectio Divina, prodromo inesauribile di ogni Sacra Doctrina, alle visioni, anch’esse di tipo estatico (che è uno stare-fuori-di-sé, dal greco èk-stasis).

In tempi più vicini a noi troviamo altre figure che qui preferisco non richiamare, perché di profilo di gran lunga inferiore a quelle sopra citate, come se il misticismo si fosse un poco perduto, con la modernità, eccezion fatta forse per un… filosofo, il danese Søren Kierkegaard. Si può forse citare papa Giovanni Paolo Secondo, con la sua attenzione per la conterranea, la beata suor Faustina Kowalska e per il padre Pio da Pietrelcina, proclamato santo.

 

NELL’ISLAM

Nell’islam il sufismo o tasāwwuf  (in arabo: تصوّف‎, taṣawwuf, cioè lana) è la forma di ricerca caratteristica della cultura islamica. I sufi almeno la pensano così, come le pacifiche persone della moschea del massacro. Anche dal punto di vista filosofico il sufismo si pone con nettezza come una linea di pensiero e di meditazione sull’esistenza umana che non ha nulla a che fare con il letteralismo della linea wahabita, propugnata, speriamo solo finora da grandi plessi politico-religiosi come quello saudita (auguriamoci che il prossimo re Salman muova le acque stagnanti e promuova un illuminismo musulmano, perché anche l’occidente cristiano necessitò di un illuminismo laico, benedetti siano in eterno Montesquieu, D’Alembert, Voltaire e Kant, e perfino de Lamettrie!), e puntello ideologico oggettivo dei sanguinosi terrorismi in azione da qualche anno. Pare addirittura che la linea sufi preceda lo stesso sviluppo della religione islamica come filosofia dell’esistenza (un esistenzialismo filosofico, ovvero che essa derivi sì (cf. Titus Burckhardt) dalla tradizione del Profeta Mohamed, ma ne sia stata una versione poi storicamente minoritaria, poiché, in ogni caso, il sufismo si appoggia sempre alla simbologia coranica, anche nella sua ricerca esoterica e, appunto, mistica.

Vi sono anche ipotesi di studio che collegano il sufismo islamico ad altre tradizioni e modalità religiose, precedenti e parallele, come lo zoroastrismo e il mazdeismo presenti nel Vicino Oriente quasi come intermezzo con il grande plesso religioso hindu-buddistico. Infatti, la tradizione sufi sostiene che il movimento nacque comunque da fedeli musulmani e compagni del Profeta (detti ahl al-ṣuffa, cioè “quelli della panca”) che si riunivano per recitare il dhikr a Medina.

Tutti gli ordini sufi ricollegano molti dei propri precetti agli insegnamenti di Maometto così come tramandati da ′Alī b. Tālib, suo cugino e genero, tranne i Nakhsbandi che si ispirano ad Abū Bakr. Tuttavia i musulmani Aleviti e Bektashi (e alcuni Sciiti) affermano che ogni ordine sufi deriva dal lignaggio spirituale (silsila) dei dodici imam, le guide spirituali islamiche previste nel ′ahadith dei dodici successori, ed erano tutti discendenti di Maometto tramite Fātima e ʿAlī. Perciò ʿAlī viene considerato il “padre del sufismo”.

In ogni caso il sufismo è un movimento trasversale ed esiste un sufismo sunnita, uno sciita ed uno ibadita, come esistono sunniti, sciiti ed ibaditi che si riferiscono solo alla moschea e non anche ad un maestro sufi.” (dal web)

 

GLI ELEMENTI COMUNI E ANCHE IN QUALCHE MODO UNIFICANTI DEL MISTICISMO

Non vi è dubbio alcuno che il misticismo, comunque declinato, e specialmente nelle due grandi tradizioni religiose cristiana e musulmana, hanno elementi fondamentali in comune, al di là dei testi ispiratori, Primo o Antico e Nuovo Testamento (Il Vangelo, le Lettere apostoliche e l’Apocalisse), cioè la Bibbia in senso esteso per i cristiani, il Corano per i musulmani, che sono in ogni caso collegati storicamente e letterariamente, pur permanendovi enormi differenze narratologiche e teologiche.

Se è impossibile mettere in sinossi le Scritture ebraico-cristiane e quelle islamiche, come possiamo fare per i vangeli secondo Matteo, Marco e Luca, detti sinottici, escludendovi quello secondo Giovanni e quelli definiti apocrifi o gnostici, è invece possibile e ragionevole comparare le tradizioni mistiche, perché queste hanno in comune non poco nel rapporto con il divino.

Sia nella tradizione cristiana, sia in quella musulmana il punto focale è l’abbandono (che è anche il significato etimologico del lemma islam!) al divino come riconoscimento della trascendenza e della potenza creatrice cui ogni preghiera è dovuta, ogni pensiero va elevato, ogni sentimento dedicato.

Pertanto, l’abbandono estatico, orante, lega misteriosamente, ecco l’elemento mistico,  l’umano al divino, al di fuori e al di là di ogni sillogismo logico e argomentativo tipico del flusso intellettuale umano, eleva lo spirito umano al sopra delle contingenze e degli affanni quotidiani, illumina la via della vita togliendo orpelli, ostacoli e scandali dal sentiero che si percorre ognuno di noi, e infine allena la mente e il cuore, cioè la persona, ad accettare la vita così com’è, senza pretendere di viverne un’altra, magari più funzionale e, come si dice oggi con orribile termine, vincente. Qui, in questo mondo e in questa vita non si deve vincere un bel niente, perché la vita stessa è sempre una vittoria e basta.

Perciò l’attentato alla moschea sufi di al-Rawdah è un attentato anche contro di noi, perché è contro l’umano integrale che popola questo piccolo meraviglioso pianeta che non abbiamo ancora imparato a rispettare. I bambini, le donne, i vecchi, gli uomini uccisi laggiù sono nostro fratelli di sangue e di destino. Pregare per loro e per le loro famiglie è lo stesso che pregare per noi, non dimenticando le anime disgraziate degli assassini e dei politici e dei religiosi che non riescono o non vogliono intervenire per togliere alla base le folli ragioni del terrorismo, con la cultura, con l’economia, con la giustizia.

La pace è figlia della cultura e della giustizia, non dimentichiamolo.

1968/2018… senti l’estate che torna

Cinquant’anni fa, in pieno ’68 Le Orme di Tagliapietra e Pagliuca nel ’68 cantavano così:

“Su spegni quel fuoco ti prego/ L’inverno è un ricordo lontano/ Stasera non sento più freddo/ Stammi vicina dammi la mano/ Stasera ti vedo diversa/ I tuoi occhi hanno un altro colore/ In strada c’è aria di festa/ Ora la gente, pensa all’amore

Senti l’estate che torna/ Senti con tutti suoi sogni/ Senti l’estate che torna/ Tra noi

Il vento del nord se ne è andato/ E lascia nell’aria un sapore/ Di cose lasciate al passato/ Senza rimpianto/ Senza dolore

Senti l’estate che torna/ Senti con tutti suoi sogni/ Senti l’estate che torna/ Tra noi.”

Era un pop non ancora progressive, prima della fine dei ’60, quando speranze e illusioni erano quasi tutt’uno per i ragazzi del tempo. Liceali, aspiranti periti, geometri o ragionieri, o già giovani operai che fossero. Albe radiose sembravano prepararsi per quella generazione, così piena di promesse per quei tempi, così pieni di ansia di cambiamento, così piena di gioia.

Il ’68, mitizzato, lodato e vituperato, tradito, illusore e portatore di sogni. Controverso. Le Orme erano un gruppo musicale capace di rappresentare bene quella temperie, così come i Pooh erano già la bandiera musicale del sentimento amoroso nazional-popolare, e i Nomadi di quello politico e sociale.

Non si sapeva bene dove si stava andando a parare, salvo che era chiara una  cosa: non si accettava più il diktat dell’obbedienza a scatola chiusa, acritica, del “fai come ti dico io, perché te lo dico io“. Era la lotta contro ogni tipo di autoritarismo, in famiglia (la figura del padre), in fabbrica (la figura del padrone), in chiesa (la figura del prete), a scuola (la figura del professore). Quattro “p” per dire potere.

Era la lotta contro quattro figure che rappresentavano l’autorità costituita nei vari settori della vita umana, autorità spesso quasi assoluta, e fomite di reazioni forti, di ribellione e di malcontento. In questo senso il ’68 è stato salutare, perché negli anni successivi qualcosa è avvenuto: per quanto riguarda il padre il nuovo Diritto di famiglia ha sancito la parità tra i generi dei genitori; circa la fabbrica lo Statuto dei diritti dei lavoratori ha riequilibrato i “poteri” tra datore di lavoro e lavoratori; per quanto concerne la chiesa è stato il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo a mettere al centro, oltre alla gerarchia (immarcescibile), i fedeli, cioè il “popolo di Dio” (cf. Lumen Gentium 1); infine, per ciò che attiene la scuola, beh qui non saprei, perché quello che è successo dopo non è molto lusinghiero. Infatti, forse è da qui che dovremmo partire per criticare utilmente il ’68.

Se gli aspetti politici, giuridici, sociali e del costume apportati dal ’68 sono stati di gran lunga positivi, il suo profilo filosofico merita, a mio parere, una critica radicale. Infatti, se è stata giusta e sacrosanta la critica dura e vincente all’autoritarismo, sbagliata, improvvida e intellettualmente debole è stata la critica alle dimensioni concettuali della conoscenza e su ciò, per non creare equivoci, mi spiego meglio. Certamente non è in questione il discorso della ricerca scientifica, che è andata e va utilmente avanti, ma il discorso sulla logica argomentativa, tipica del pensiero riflettente. Anche a causa delle riforme scolastiche, che hanno disgraziatamente semplificato oltremodo i corsi curricolari, anche universitari, è andato in crisi nientemeno che il pensiero, che si è progressivamente disabituato al concerto cognitivo costituito dalle due fasi, quella intuitiva, induttiva, eidetica e quella deduttiva, sillogistica, argomentativa.

Oggi si è diventati tutti troppo sbrigativi, non avendo più la pazienza discorsiva della ricerca umile e paziente di ogni “verità locale” (Zampieri) che plausibilmente si ponga davanti all’intelletto raziocinante.

E dunque si assiste a prese di posizione socio-politiche spesso insensate, proposte sul web senza ratio e senza rispetto per i saperi, urlata sui media e nei talk show dal primo che passa di lì, orecchiata da politici ignoranti e altrettanto arroganti, accettata per stanchezza (se non per altro) da un pubblico estenuato.

Ecco perché la canzone delle Orme, il cui testo apprezziamo più sopra è come un auspicio: che ritorni l’estate del ’68, cioè la sua parte migliore, a scaldare i nostri cuori e a illuminare le nostre menti.

Finestre sulle solitudini

…mi sembra di vedere quando incontro giovani, ragazzi e men giovani, per strada, gli occhi rivolti al display di uno iphone o di uno smartphone, finestre sulle solitudini.

Ecco l’immagine che mi ispirano: ognuno solo sul cuor della terra  -à  la Quasimodo- trafitto dal video (e non da un raggio di sole) o da un’immagine carpita tra uno spot e l’altro.

Son lì che cincischiano attoniti, braccio contro braccio, spalla contro spalla, se sono in macchina, oppure semplicemente seduti accanto in un bar caffè pub osteria, quindici, sedici diciassette, ma a diciott’anni poi invece c’è l’auto di un amico che li porta via, e in auto continuano, testa bassa, a smanettare imperterriti.

Se qualcuno fosse lì presente sentirebbe l’inesistente dialogo tra i due o tre viandanti motorizzati, fatto di mmm, sssh, e altri illuminanti monosillabi borbo-rigmati forse da una regressione paleo-antropologica.

Finestre sulle solitudini, o no? Qualcuno me lo dice? C’è un diciottenne che legge questo blog e mi può illuminare? Forse che stanno inventando nuovi linguaggi da studiare seriamente al corso di glottologia e linguistica generale a lettere? Chiederò a Bea che studia lì.

Dove e quando si è interrotto il parlato normale, sviluppatosi negli ultimi 5 o 10 mila anni? Negli anni ’80 nella Silicon Valley? A New York, a London, a Milano, a Paris, a Santa Maria de los Angeles? O in uno dei borghi natii e selvaggi della nostra penisola, in uno dei borghi più belli d’Italia, cioè del mondo?

Smanettano così anche i cinque imbecilli delinquenti che hanno picchiato, ultimi tra le miriadi di bande di sciammannati attive, quel pakistano, o indiano, o marocchino, o quel che volete, anche un barbone? Anche quei minus habens si danno appuntamenti nefasti dalle loro finestre sulle solitudini? Chi hanno a casa, che padri, che madri, che sorelle, che altra parentela o affini? Hanno gente che li difende, o vicini che dicono quando il fattaccio diventa irrimediabile come un delitto, e allora dicono compunti davanti al cronista: “era così un bravo ragazzo, chi l’avrebbe mai detto?”

Dove sono finiti gli occhi di un vicinato curioso, ma attento, di un tempo, dove si è spenta la vigilanza implicita del quartiere? Che volti stanno dietro le felpe anonime che ciondolano per le strade a tutte le ore del giorno e fino alle ore piccole? “Dove vai?” “In giro“, la risposta più faconda e ricca di particolari.

E, se qualche insegnante delle superiori (si fa per dire… superiori, e de che?) si permette di segnalare ai genitori che c’è qualcosa che non va nei comportamenti del giovin rampollo, rischia di beccarsi una denuncia a i carabinieri o al TAR. Nessuno tocchi il mio bambino, o bambina, ché da qualche tempo son diventate molestatrici bulle anche le ragazzine. Mobbing, stalking, straining, gerundi inglesi entrati nel lessico normale della cronaca e delle denunce.

Forse che l’aggressività sociale che si percepisce, si respira perfino, li sta mettendo in un angolo quasi sulla difensiva? Gli esempi di violenza sociale, politica, militare non mancano. In tempo reale sul web appare di tutto, dalle follie del coreano Ping Pong e di parrucchino Trump, alle dichiarazioni di innocenza di Battisti, agli attentati casuali del terrorismo jihadista, agli omicidi casalinghi irrisolti, come quello di Denise Pipitone e di altri casi incredibili, come quello di Sara Scazzi, etc.

Oggi si uccide meno di un tempo ma lo si sa subito, e si coglie la follia consapevole dell’assassino, come la zia di Sara che strangola la nipote perché più bella e ricercata di Sabrina, sua figlia. Come si fa a uccidere per gelosia paesana o per invidia parentale? Come si fa? In che mondo spirituale vive quella donna, in quale miseria morale suo cognato Michele Misseri, che nasconde il cadavere “in campagna”, come si dice laggiù.

E poi il profluvio di talk show, dove per due anni si parla di un delitto, con esperti/ esperte o sedicenti tali, criminologi in carriera, psicologi forensi, ex alti ufficiali e giornalisti “specializzati” in delitti, torture e rapine. Il tutto condito da cronache di attentati, di guerre non dichiarate, ma combattute in giro per il mondo, e pare che attualmente ve ne siano almeno un centinaio in corso.

I ragazzi orecchiano tutto questo, certo distrattamente, ma qualcosa li colpisce, loro che son privi di strumenti critici, analitici, e a volte anche cognitivi, perché poco coltivati, aiutati, ascoltati da chi sta a casa con loro, quando sono a casa, o c’è qualcuno che li aspetta, a casa. L’intelligenza umana è una dotazione naturale da coltivare, però: non può essere lasciata lì inerte, inerme di fronte al turbinio del mondo che gira, che cambia, che si agita, di fronte a tutto ciò che nasce, che cresce, che diminuisce e che muore.

I ragazzi sono rimasti soli, ed è anche per questo che smanettano afoni e a volte perfino afasici davanti alle loro finestre di solitudine.

Tempora bona veniant

Il tropo liturgico ottocentesco recita così: tempora bona veniant, cioè verranno [o potranno venire] i tempi delle cose buone, riferendosi al percorso della salvezza delle anime. Possiamo mutuare la frase per riferirci anche ai corpi e alle cose umane, ai beni, che si dicono “bona“, esattamente come l’aggettivo “buono“, o “buoni“, si veda il caso del neutro plurale del titolo [bonum, i – bona, orum]. Il tropo continua così: Pax Christi veniat, Regnum Christi veniat, verrà la pace di Cristo, verrà il regno di Cristo, e poi il refrain Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat, un po’ controriformista o papalino alla Pio X.

Bello, però, solenne come erano le liturgie, cioè le azioni del popolo in preghiera, un tempo, purtroppo sostituite da canti e cerimonie spesso trascurate e sciatte.

Papa Ratzinger aveva provato a proporre un recupero della bellezza liturgica nei canti e nelle omelie, ma non c’è riuscito. Si fa, anche nella Chiesa [come nelle aziende], con il patrimonio umano che si ha, con tanto realismo e anche un po’ di rassegnazione. Utinam [voglia il cielo che] che in questo caso “rassegnazione” si possa intendere nel suo senso proprio, profondo, di “ri-segnazione”, cioè di ri-partenza, di rilancio. Speriamo.

Per qualche imperscrutabile ragione questo 2017 rappresenta per me e anche per il contesto che mi sta intorno un anno difficile, che Elisabetta II definirebbe forse quasi orribile (lo disse dell’anno in cui sui figlio Charles divorziò da Diana Spencer), forse in assoluto esagerando, ma dal suo punto di vista forse no.

In ogni caso un anno impegnativo, arduo, da affrontare con una dose di pazienza e di slancio anche un poco iracondo. Il mio lavoro si è sviluppato ancora in qualità, sapendo che devo vigilare affinché la quantità non debordi e mi faccia peggiorare ciò che conta di più, la qualità. La salute è stata messa a dura prova, fatto inaudito nella mia vita sportiva, ma sto lavorando per recuperarla e tornare in bici. Altri aspetti sono problematici ma li taccio, ché ho sempre posto limiti alla confidenzialità di questo mio luogo pubblico, ossimoro amatissimo e utile, per chi mi conosce bene e di più per chi mi conosce poco o punto, e magari pretende di conoscermi. Ho continuato a incontrare persone attente e persone disattente, persone grate e persone ingrate, così come si suddividono sociologicamente e caratterialmente nell’universo umano.

Nel mondo invece le cose, anche se guardate di fatto con gli occhiali della vicinanza, vi sono molte cose che non vanno, a partire dall’uso delle capacità cognitive, quelle sì messe sotto scacco in maniera preoccupante. Da almeno dieci anni scrivo, dico, insisto sul fatto che la vera origine (originante) della crisi odierna non è etica, politica o sociale o, meglio, lo è anche, ma è innanzitutto intellettuale, cognitiva, riflessiva, cioè del pensiero e dell’argomentazione logica.

Il pensiero umano ogni tanto va in crisi, come è successo in certi periodi storici, che potremmo definire “assiali”, e sto pensando ad esempio alla fase che segnò la fine dell’Impero Romano d’Occidente o, ancora di più, alla parte centrale del “secolo breve”, il XX, che vide il mondo scannarsi in due guerre mondiali e in vari tremendi totalitarismi. Che cosa è stata la versione staliniana del socialismo se non una crisi terribile del pensiero critico, così come in dimensioni ancora più patologiche, il nazismo, e ora il terrorismo insensato degli jihadisti?

Si diceva un tempo “il ben dell’intelletto” per significare il maggior bene di cui l’uomo è dotato, ben superiore a ogni altro, al sentimento, alle emozioni, alle passioni di ogni genere e specie, poiché esso permette di accedere alla conoscenza delle verità “locali”, che possono qualificare la realtà delle cose, delle vite, di ogni uomo e  di tutti gli uomini. L’intelletto muove il pensiero e questo permette alla ragione di esercitarsi nella logica, nell’argomentazione razionale, atta a comprendere il flusso degli accadimenti e il fluire dei ragionamenti, la loro verifica e anche la loro falsificazione, se del caso.

L’intelligenza autoriflessiva dell’uomo e il linguaggio sono i due elementi che lo differenziano radicalmente dagli altri animali, compresi i parenti più prossimi, come i primati. Ebbene, forse questa intelligenza negli ultimi anni si è essenzialmente esercitata nell’innovazione tecnologica della telematica e delle varie ingegnerie, bio-meccaniche, molecolari, etc., ma ben poco nella riflessione razionale sull’uomo e sulle derive che sta scegliendo: l’ambiente è devastato dai cambiamenti climatici in qualche misura determinati dall’agire umano in campo economico e geo-politico; le relazioni internazionali tra le nazioni sono precarie e confuse, dove la fine dello scontro tra est e ovest è stato sostituito dal contrasto/ conflitto/ confronto tra nord e sud del mondo, che determina guerre non dichiarate e grandi migrazioni; la comunicazione è diventata pervasiva e fuorviante mediante il web e altri mezzi del tempo reale, per cui si hanno spesso sensazioni deformate della realtà; il divario di qualità della vita tra le nazioni è aumentato e anche tra le categorie sociali, dove si rilevano nuove fasce di precarizzazione e di impoverimento; i sistemi del welfare classico sono in crisi, non sostituiti dai nuovi welfare aziendali o privati. E così via.

In questo contesto i giovani osservano con patemi d’animo il loro futuro, e si adattano sempre di più alla sua nebulosità, accettando lavori quasi senza regole, anzi una nuova concezione del lavoro, che va declinata al plurale: nuovi lavori. Personalmente ci sono dentro da più di due decenni e questo è forse il mio vantaggio e la mia relativa tranquillità. Ebbene sì, il lavoro classico, contrattuale, con orari e regole giuridicamente scanditi, è in declino, perché sta sempre più assumendo i connotati di una declinazione esistenziale dentro altre declinazioni: si vive, si lavora, si viaggia, si studia, si lavora ancora studiando, si studia lavorando, si accettano cambiamenti, flessibilità di orario e di location, dove scompare la vecchia classe lavoratrice, sostituita da miliardi di singoli operatori di tutti i mestieri, ciascuno dei quali sta cambiando al proprio interno.

Le forze politiche sono al lumicino in quanto a qualità del personale che vi si dedica, e pure le forze sociali, i sindacati, non sono mai stati guidati da gruppi dirigenti così scarsi sotto il profilo qualitativo.

In ogni caso non posso e non voglio indulgere al pessimismo, ché sarebbe fuori luogo perché in mezzo a tanta devastazione intellettuale ed etica intravedo barlumi luminosi, proprio nel mondo giovanile, che secondo me riuscirà a prendere per mano questo mondo, usando i mezzi potentissimi che la tecnologia gli mette a disposizione. il 2.0, il 4.0 o quello che volete, saranno un risparmio di tempo stupido e un salvadanaio di creatività, per una ripartenza, un rilancio, che non solo è possibile ma è nelle cose stesse, è nella sinusoide degli eventi, è sullo sfondo della speranza di cui si intravedono i prodromi, i segnali deboli epperò nitidi, per chi li sa scrutare.

Ebbene sì, Tempora bona veniant.

Mattutino

I monaci basiliani (San Basilio di Cesarea è l’autore della prima regola monastica della grande chiesa del IV secolo) utilizzavano lo schema qui a latere per la preghiera quotidiana, e il modello benedettino ne tenne conto, specie nelle clausure. Ogni tratto della notte e della giornata era buono per elevare al Signore la preghiera del cuore che iniziava spesso, soprattutto nella chiesa d’Oriente, con una bellissima giaculatoria cioè, da sua etimologia, un “dardo” (lat. iaculum) lanciato verso Dio: “Signore, Figlio di Dio Padre onnipotente, abbi pietà di me peccatore“.

Era non solo l’umile rivolgersi all’Incondizionato, ma anche  il riconoscimento del limite oggettivo e soggettivo dell’essere umano, della sua finitezza, della sua miseria, al contrario della iattanza che contraddistingue molto del pensare, del dire e dell’agire odierno sul web, sulla carta patinata dei magazine, in tv. Oggi sembra che l’uomo si sia fatto quasi omnipotente, vantandosi senza un minimo di umiltà della sua scienza, della sua tecnologia, della sua capacità di modificare il pianeta Terra e se stesso. Bene, benissimo i progressi della medicina, della biologia, della fisica, ma non tutto ciò che consentono di fare, è lecito fare, poiché vi sono dei limiti etici a parer mio insuperabili. Straordinario è il lavoro che è stato fatto sulla genetica animale e umana, e il poter usare le cellule staminali per guarire patologie gravi, ma non il loro utilizzo per modificare, ad esempio, il genere di un nascituro. Ottima cosa usare le risorse presenti sulla terra per migliorare la vita delle persone, ma non abusarne fino a danneggiare in modo speriamo non irreparabile l’ambiente stesso, che è come l’utero di una madre per il feto. L’ambiente e gli altri animali non vanno mitizzati, ma rispettati per il loro ruolo nell’equilibrio più generale. E qui mi rivolgo specialmente ai più accesi animalisti e vegani: cercate di vedere le cose a partire dall’umana autocoscienza, e non dal mero vivente, perché -per coerenza- dovremmo morire di fame, in quanto anche l’insalata geme e soffre quando viene raccolta. Non lasciare un cane in autostrada è bene, trattarlo come fosse un bambino è male.

E infine, l’uomo d’oggi non deve mai dimenticare di essere spesso solo un nano sulle spalle dei giganti del pensiero e della ricerca precedenti, da Platone e Aristotele a Cartesio e Galileo, Darwin, Einstein, Curie, Freud, Dirac etc., che hanno via via elaborato e corretto, sia pure in parte, il pensiero dei predecessori.

Al mattino vengono a volte questi pensieri, prima di andare al lavoro, o avendolo già iniziato “in remoto” via e-mail o watts app, tra le sei e le sette quando il silenzio ancora avvolge casa e le vie adiacenti, verso la grande campagna, che trascolora nell’autunno. Un bel merlo maschio è venuto a trovarmi mentre scrivo sul terrazzino verso il giardino interno, e osservo l’ulivo sempreverde che sbarbaglia i raggi del primo sole.

E poi vien l’ora della partenza per una delle aziende che seguo, quella che mi dà più “pensieri”, ma anche soddisfazioni, in questo periodo, il “fabbricone” di pizze della pedemontana, dove le persone (con l’aiuto del Padreterno) hanno fatto un miracolo, dieci giorni fa, cioè di farla ripartire due giorni dopo un devastante incendio.  Miracoli che può fare l’intelligenza, la dedizione, il cuore delle persone umane, dai proprietari a ogni dipendente, dirigente, quadro, impiegato o operaio che sia.

L’uomo può se vuole scavalcare montagne, esplorare territori sconosciuti, definire nuovi limiti a se stesso e alla forme organizzate, perché ha in dotazione una mente plastica e adatta ad affrontare le emergenze, anche quando sono tremende. Sono orgoglioso di fare parte anche di questo gruppo, dopo aver affrontato in anni precedenti gravi emergenze occupazionali, sempre risolte senza danni per le imprese e per i lavoratori.

E questo basta e avanza per darmi forza senso al mio agire, fin da questi pensieri mattutini, tra l’ulivo, un merlo maschio e il lavoro da fare.

Buona giornata a te caro lettore.

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