Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: profezia (page 1 of 5)

Comunque andando

Se la meta è il viaggio, l’itineranza, la meta del viaggio è solo un luogo da cui ripartire per dove, per ogni dove, come questa mattina, estiva dal denso clima, con pensieri diversi e distinti. Pensieri del mare e di terra, pensieri di lontananza e presenza, com-presenti nella mente e nel cuore. Necessità delle vite che permangono, così come le ore e i giorni che transitano attraverso me e attraverso ognuno che vive. Spinoza comprende la necessità delle cose, volendo mostrare che le scelte son quasi geometriche (Ethica more geometrico demonstrata), ma non son tanto convinto, perché resta spazio per l’arbitrio liberante di ognuno. Non insisterò mai abbastanza sul rispetto del libero arbitrio di ogni persona, che porta conseguenze necessarie, pur agendo nella contingenza. E’ solo dal-punto-di-vista-di-Dio, sub specie aeternitatis, che tutto-è-necessario, non dal nostro.

Tra poco la birota rossa mi porterà relativamente lontano nella mattina ancora non torrida di questa estate strana, e sarò di nuovo, trovatore inesistente nell’itineranza, nella perduranza, nella tardanza di eventi futuri. Oddio. La forza non manca né la volontà di procedere, di provvedere, di attendere, di essere presenti alle cose che accadono di per sé e per me, nel dipanarsi delle mattine e dei giorni. Ce l’ho solo, un poco, con chi non comprende la complessità, tutto semplificando in un abc di azioni e reazioni superficiali e a volte insensate, pensieri e atti presenti in ogni ambiente e circostanza. Ma oltre c’è il tempo della verità, che non può non vincere, così come vince la vita, sempre, dalle spore ai batteri alla balenottera azzurra, alla grande sequoia, all’uomo.

La strada assolata mi ha stremato, la salita della collina un limite odierno delle mie forze. Un’anima pura nel corpo stanchissimo. Ascolto la musica, parole di Giovanni della Croce, mezzosoprano Giuni Russo, che non c’è più. Il Carmelo di Echt, la storia di Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce, dove sarà ora? Bea è con me, qui. Pace e silenzio e solitudine e le cose del mondo. Insondabili pensieri.

Una giornata calda, vera e dura, con pezzi di lavoro e pezzi di vita pieni di sudore e lacrime, ma è così che vanno le cose al mondo, quando il dialogo non vince, quando i media prevalgono sull’incontro, quando il fraintendimento è quasi regola, quando la pietas latita e l’apertura della mente non c’è, quando il vento è fermo e solo qualche timida brezza si insinua nella sera.

Resta la virtù di speranza, alla fine, dopo che la conoscenza e l’etica si sono stancate di operare, oramai, anche loro stremate. La speranza, come scriveva il grande solitario di Koenigsberg “che cosa posso sperare?”

E io spero molto, anche perché l’amico Claudio, un medico, tornando da un viaggio condiviso nella Mitteleuropa, sorridendo diceva, rivolgendosi a me “Ma tu che non finisci di sorprenderci sulle innumerevoli cose che sai, hai fatto un patto col diavolo, o sei tu stesso il diavolo?”, suscitando il sorriso degli astanti in viaggio, e io: “No, io sono solo il figlio maggiore, quello rimasto vivo, di Pietro, e non è poco“.

Libera nos a malo, Domine Jesu Christe. Libera, libera, libera tutti…

Il canto concorde (del trovatore inesistente)

Caro mio lettor d’infra settimana,

è il titolo della silloge di liriche che Segno mi pubblicherà a giorni. Canto come canna, come corde vocali, come osso ioide che canta, concorde nel senso che vi è un solo canto alla vita, con-un-cuore-solo (con-corde), e dunque tutti i canti convergono verso un centro, un fuoco immortale che non brucia, come il roveto ardente nel libro dell’Esodo.

Trovatore, trobadour, io sono un trovatore stilnovista in realtà, novello Guinizzelli o Cavalcanti o Cino da Pistoia o Lapo Gianni o Pier delle Vigne o Ciullo (Cielo) d’Alcamo o Giacomino da Verona. Talora sconsiderato come Pietro Aretino.

Io canto.

Inesistente perché il canto concorde esiste già dall’eterno, fin dalla fondazione del mondo (apò katabolès kòsmou), e quindi non serve che io veramente esista, sono solo un tramite, una voce per il canto. Vi sono persone che mi amano e persone che preferiscono che io non esista, ma io esisto. Eccome! Esistere è un ex-sistere, cioè uno-stare-fuori-dall’essere per mostrarsi al mondo, senza  perdere l’essere.

E poi vi sono persone che non mi conoscono veramente, alcune perché non gliene frega nulla, e questo è accettabile, ma alcune perché non ce la fanno a conoscermi, poiché la conoscenza richiede fatica, studio, ascolto, accettazione, confronto e talora scontro, profondità. A volte, come si dice, “il cavallo non beve“.

C’è dunque il canto concorde, liriche che ho scritto in decenni di attività fabbrile, costruzioni di testi fatti di parole messe lì non a caso, ma perché percuotessero le menti e i cuori dei lettori. Cari nemici che mi pensate inesistente, fatevene una ragione: sono a questo mondo e resterò finché Dio vorrà. E farò la mia vita con chi la condivide e la condividerà, certo come è certo il domani e come lo è stato il ieri e come lo sta essendo l’oggi che si spegne nella notte.

Il canto concorde è fatto de La cerchia delle montagne, pubblicato nel 1998, de In transitu meo, pubblicato nel 2004, e di decine di pezzi inediti, alcuni premiati anche a Roma e altrove, magari studiati nella forma insegnataci da Guido d’Arezzo e portata all’empireo dal sommo Francesco, e ripresa romanticamente da Ugo da Zante. Sonetti. E poi brevissime odi o haiku nostrani, e scorci della mia vita, dai sedici anni che avevo in poi.

Le prime sono quelle del liceale capace di piangere, le ultime sono quelle dell’uomo ancora capace di piangere.

Ho appena da giorni in mano La grotta delle Duje Babe e a giorni mi arriverà il gran libro dell’eros biblico da Siena, editor Cantagalli, 600 pagine di ricerca accurata della bellezza. Sull’amore umano. Coincidenze? Non so.

La Provvidenza e lo Spirito mi stanno accompagnando per perigliosi e ardui sentieri di questa mia vita, di questa parte della mia vita. Lo so.

Silenti spazi dello spirito

Pedalando per contrade di prima mattina nel festivo giorno di maggio si colgono silenti spazi e quasi sovrumani, come canta il giovin favoloso di Recanati. Strade senza fine deserte, campi a perdita d’occhio, campanili oltre le cime di lontani pioppeti, incombenti quando li attraversi, cielo, questo cielo alto del confine con nuvole dalle forme cangianti. Il viaggio è lento e senza fatica, la frescura dell’ora piacevole, i pensieri vagolanti dall’animula mentis nostra.

Non vi è meta, ma solo un andare-verso, un viaggio, pur breve, nella silenziosa campagna. Stridii di rondini attorno ai campanili e improvvisi scrosci di rintocchi nunzianti la Messa eterna, che ti scuotono dai pensieri sparsi tra acque torbide e pure sorgenti. La luce del tardo mattino ti raggiunge, e ti consola della mancanza, della lontananza, nella perduranza, nella tardanza.

Villaggi lontani si annunziano con lentezza, le prime case, l’abbaiar dei cani, l’incresparsi dell’erba, e un vento leggero, come quello del profeta Elia, ti avvolge, e allora puoi pensare di appartenere all’Eterno essente, anche se a volte brancoli nell’incertezza. Sembra che il limite delle cose confini con l’infinito, così come ogni pensiero, e con l’eterno. Ogni giorno è dono e inquietudine, ogni ora è ricerca del senso, ogni minuto battiti cardiaci e ciclo della respirazione, ogni secondo un inesorabile andare-verso, mentre tutto-si-tiene nel Tutto e totalmente dell’Essere.

Ma oggi è giornata da carcerati, festa granda per una comunione, per me scandalo, lontana anni luce dall’evangelo della semplicità. Sono vicino da sempre ai carcerati innocenti, e oggi ho provato per mezza giornata, più sgradevole di quando entro veramente nell’istituzione totale. Sono e sarò sempre con chi ha conculcata la propria libertà, in ogni condizione.

E’ con questi pensieri che mi è scesa lentamente la sera, a piedi per campi lontani, nel viridescente apparire di erba, coltivi e grandi alberi, olmi di trenta metri e querce e ontani lungo corsi d’acqua di nuovo fluenti, dopo le piogge. Pensieri miei lasciati nei canali, in attesa della notte e del sonno.

Robert Duvall e Kevin Costner viaggiano nelle praterie dell’anima, e con loro cavalco in spirito.

L’animo iscurito e la luce pura

Caro lettore,

a volte sono iscurito nell’animo, per timore che lo stiramento al vasto intermedio sinistro sia qualcosa di impegnativo. Ah, la mia bicicletta amata! Non abituato al dolore, con solo cinque notti in ospedale in tutta la mia vita, di cui quattro dovute a una dimenticanza dell’ortopedico chirurgo, un’arteriola lasciata aperta dopo un’artroscopia, emorragia rimediata con un’emoglobina a 16, or sono quasi due anni. E, se questo iscurimento è forte, a volte si innesta su altri patemi, talora affettivi, esistenziali, di scelte. E si somma ad essi dando sofferenza e insofferenza, impazienza e straniamento, e uno strano, temporaneo indebolimento delle facoltà che da sempre mi hanno caratterizzato, la forza, la decisione, difficilmente impressionabile, capace di sopportare il dolore fisico e quello psichico, mio e degli altri. E di soccorrere chi aveva bisogno.

Il risultato è chiedersi che cosa ne sarà di me, ora, e dov’è tutta la mia sagesse filosofica, il dominio razionale delle cose, il controllo, il saper-cosa-fare, dire, consigliare, orientare me e gli altri. Eccomi allora, ecce homo, ecco l’uomo che veramente sono, Signor, l’omp a l’è cà, o ài fat ce ch’o hai podut, sta cun me, così prego invocando l’Incondizionato Iddio che ci vuole bene da sempre, ci ama, ci ascolta, ci sente, soprattutto, con l’aiuto dei suoi angeli, nostri custodi.

Ma l’iscurimento dell’animo fa fatica ad essere superato, e allora ringrazio qui le persone che mi vogliono bene, che mi stanno aiutando in questo momento di fatica e di pensieri, tutte, e loro sanno di essere quelle lì, che mi aiutano. Tra loro non si conoscono, se non in parte, ma io le conosco tutte, non sono molte, ma importanti, importanti per la mia vita e, spero, per la loro.

E allora l’iscurimento dell’anima può essere lenito come le ferite dell’uomo che da Gerico saliva a Gerusalemme, soccorso solo dal Samaritano, mentre il sacerdote e il levita erano passati oltre. Ecco, quando si incontrano momenti di confronto con la vita si pensa a chi può aiutarti, e se tu hai aiutato l’altro ogni volta che aveva bisogno. Mi chiedo se l’ho fatto sempre e mi dico forse sì, o qualche volta no, mi chiedo se ho saputo perdonare chi mi ha offeso. Non sempre, e non ultimamente.

L’animo iscurito, anche se fa soffrire, aiuta a riflettere, a confrontare tra loro le cose importanti e meno, urgenti e meno, per dare la giusta dimensione al dolore e alla paura, come scrivevo qualche giorno fa.

Il tempo opportuno che si percepisce, dentro quello fisico, è la dimensione giusta per la riflessione sul valore delle cose, degli atti e delle scelte che si fanno o si faranno.

Che il Signore del tempo, l’Incondizionato mi assista, come sempre.

… e quello sopra era il prequel

 

Mi ha assistito, come sempre, l’Incondizionato Iddio. Lui sa che ho ancora molte cose da fare a questo mondo, in salute e grazia sua, per me che devo avere forza e decisione, e per le persone che contano su di me. Gratias ago Domino Deo nostro, e alla luce pura che emana attraverso gli occhi delle sue creature.

andare&restare&ripartire&fermarsi

Caro lettor meridiano,

come insegnava l’oscuro ma limpidissimo Eraclito di Samo, nella vita umana il movimento e la sosta sono tutto, come modi ordinari e  nel contempo “estremi” dell’esistenza. L’uno non può fare a meno dell’altra. O siamo in movimento o sostiamo, o vegliamo o dormiamo. Un sistema binario, polare, contrapposto, ci accompagna, certamente con tutte le sfumature intermedie del rallentamento, dell’essere assonnati ma non ancora addormentati, dell’essere stanchi senza esserci ancora fermati, dell’esitazione, e così via. Sempre, però nella nostra essenza di esseri umani, come altrettanto autorevolmente spiegava Parmenide di Elea.

Senza dimenticare che stiamo parlando dello 0,3 di tutti i viventi, noi animali, mentre il 99,7, costituito dai vegetali… è sempre stabile, o vive con movimenti lentissimi e comunque radicati nella Madre terra, dal più piccolo filo d’erba alle sequoie, che sono i più grandi organismi viventi mai apparsi e sviluppatisi sul nostro pianeta.

Anche gli organi del corpo umano si muovono come sopra, il cuore con sistole e diastole, i polmoni con l’inspirazione e l’espirazione, e via dicendo.

In teologia cristiana vi è il concetto duplice di exitus e reditus, cioè una dinamica che l’anima deve operare al di fuori di sé, anche rischiando, proprio per poter tornare in sé arricchita di sapienza: uscire da sé per rientrarvi più sapienti. Il pellegrinaggio nella vita per crescere secondo la luce della verità, che si comprende solo parzialmente, nel tempo e spesso nel dolore.

Quando si sale il crinale aspro di un monte il movimento è lento, controllato, guardingo, perché il pericolo ambientale è in agguato. La montagna è una manifestazione geologica meravigliosa e arcigna, attraente e anche repulsiva nello stesso tempo. Ricordo quando si giunge su un altissimo giogo, impervio e stretto ed ecco, di là scende una serpentina ripidissima nel ghiaione, che si deve fare. La bicicletta da strada è l’altra metafora: quando si esce vuol dire ore di fatica controllata a volte ai confini di una certa ascesi masochistica, che suggerisce di accorciare, di tornare evitando le raffiche del vento, che son come muri. Andare, fermarsi, tornare, restare, come nella vita.

Nello studio occorre la pazienza perseverante dell’andare e dello stare-fuori, del rischio, dell’esame, della difficoltà inattesa e a volte sconvolgente. Ma poi c’è il risultato, sempre da confermare, mai definitivo.

Nel lavoro si arriva e si può anche andare via, le dimissioni sono sempre possibili, mentre i licenziamenti, che fino a mezzo secolo fa erano facilissimi, sono stati regolamentati per garantire un maggiore equilibrio tra le parti.

Nelle azioni umane vi è la possibilità di commettere reati o “peccati”, ma poi è previsto il giudizio, l’ammissione della colpa e l’espiazione della pena: andare e restare per riprendere il cammino possibilmente emendati. Si tratta su questo di vedere bene le cose in base a quale etica e alla “verità” intrinseca dell’agire.

Negli affetti, nelle scelte, nelle esperienze, nella vita, dove si arriva inopinatamente e da cui ci si diparte necessariamente. Per le Terre di Valinor.

…kài èiden kài epìsteusen, e vide e credette nel Crocifisso Risorto

Scegliendo tra i quattro racconti della Passione di Cristo, cito il versetto 8 del capitolo 20 del vangelo secondo Giovanni, per centrare il cuore della fede cristiana. Se non c’è la sequela dell’atto di fede attribuito dal redattore di quell’evangelo all’apostolo che Gesù amava, non c’è fede cristiana, come scrive con nettezza san Paolo nella Prima  lettera ai Corinzi al capitolo 15 versetto 14, (…) Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. (…)

Il discepolo che Gesù amava (Giovanni?) aveva corso più di Pietro, più anziano, ed era arrivato prima al sepolcro vuoto. Era stata Maria di Magdala, amica e discepola del Maestro, ad avvertirli, dopo che lei la mattina del giorno dopo il sabato si era recata prestissimo, ancora con il buio al luogo dove avevano deposto Gesù, nella tomba nuova messa a disposizione da Giuseppe d’Arimatea. Il buio è la prima pennellata del racconto, un buio profondo, che può essere anche simbolo della solitudine di quella donna, e di chi stava con il Rabbi di Nazaret, ucciso con disonore due giorni prima.

Poi arrivano Pietro e “Giovanni” è trovano la tomba vuota, il sudario che aveva avvolto il corpo del Maestro e la benda messa sul volto, piegata in un angolo (entetuligmènon, verbo greco medio-passivo). Il crocifisso risorto. E poi il racconto, anzi i quattro racconti proseguono.

Ma io qui, in un tempo tremendo che non voglio descrivere perché tutti lo conoscono, e parlo del tempo che viviamo, di guerra a pezzi e di sfacelo della ragione umana, mi soffermo sulla simbologia profonda del Crocifisso e del Risorto. Anche per chi non crede sono la più potente sintesi della vita umana, che si dipana e si declina tra dolore e suo superamento, e anche perfino gioia.

Ogni dolore umano è una “crocifissione”, nelle sue mille gradazioni, e ogni suo superamento, anche parziale, è una “risurrezione”. La vita umana è contenuta tra queste due polarità, ogni giorno, per ogni essere umano, da sempre, per cui ognuno di noi può chiedersi, con Kant, che cosa posso sapere, che cosa è giusto fare, che cosa posso sperare? E allora viene in soccorso la mente (lo spirito), declinata nell’intelletto e nella ragione che opera, se vogliamo, seguendo la logica argomentativa naturale, base necessaria di ogni ricerca di ciò che sia bene o male per l’uomo stesso. Prima di ogni scelta eticamente fondata occorre “mettere in moto” la ragione, cosa non semplice e non molto diffusa ultimamente, sembra. Che cosa sono gli attentati, gli omicidi, le minacce, le guerre asimmetriche, gli imbrogli finanziari, i fanatismi di ogni genere e specie, da quelli religiosi a quelli alimentari, il rifiuto di ogni compassione umana, la stupidità diffusa, debordante, in molti ambienti. L’elenco non mette tutto sullo stesso piano, ma costituisce uno scenario dove i fenomeni sono apparentati da un uso insufficiente o negativo della ragione, con una prevalenza delle peggiori passioni.

La tentazione è quella di ritirarsi, di far finta che non ci sia nulla, o comunque che non si possa far nulla per migliorare l’umano, la cui struttura mentale è quasi identica a quella di mezzo milione di anni fa. Ma non è così che si deve fare, poiché ogni momento è il momento per intervenire, senza strafare, con le proprie forze, anche nella debolezza, ché le opere contano sempre meno delle intenzioni al bene.

Qui sotto troviamo la risposta di Paolo, il quale intende dire di aver fatto quello che ha potuto con le opere, ma soprattutto con l’ausilio della fede, certamente in Dio, ma anche nell’uomo di volontà buona.

Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede” (2 Timoteo 4, 7).

Vale sempre la pena provarci, proprio perché il Crocifisso è Risorto.

Se un giorno

In giro con lievi minacce di pioggia, con la bici, cercando di evitare le nuvole più scure, e anelando alla schiarita, là in fondo. Così il mio Sabato santo, con il dolore muscolare quasi andato e l’equilibrio ritrovato, forse. Musiche arcane risuonano e sentimenti rinnovati come aquile in volo appaiono sereni fino all’orizzonte del paradosso di Zenone di Elea, cui mi riferisco parlando con il giovine Isacco. Ermal Meta mi fa visita come fosse un viaggiatore nella notte d’inverno. Vietato morire. La cerchia dei monti a oriente è limpida come solo può esserlo a metà di questo aprile infinito. Schivo la pioggia leggiera leggermente pedalando. Sono momenti come tutti gli altri, unici, a volte inquinati dalla stupidità come quella degli agnelli adottati dalla terza carica dello stato, e poi si va avanti, L’albergo dove mi fermo per un caffè è in mezzo al nulla, ed è lì da un secolo, retrò, da fuga, riparo, dimenticanza. Campagne a perdita d’occhio fino alla linea azzurrina dei monti. Non so se domani sarà e con chi. Partirò nell’incanto della vita quotidiana, caro amico che leggi ancora, pazientemente. E’ vivere come un canto un grido un pianto, un rancore, un amore che può crescere senza fine, come insegna san Paolo. Se un giorno sarò ai confini del mondo e della mia vita sarà un incanto. Se un giorno il dolore appannerà il mio viso, non mancherà l’incanto della vita avuta, caro viandante, caro viaggiatore della notte. Notizie arriveranno da lontano, da un paese lontano, fin dalla fine del tempo che non è. Se un giorno incontrerò il destino, come è successo ogni giorno passato, ma che dico? il destino ti accompagna ogni ora che passa, ogni desiderio che ti spinge alla vita. Le emozioni senza voce e senza respiro sono sempre con te. Giardini infiniti mi vengono incontro mentre pedalo, antiche canzoni, nenie di bambino. Il me stesso che ero mi torna alla mente, anche se non ricordo l’anno che era, il giorno, che vita, la mia, certo, quella di un tempo e sempre della stessa anima piena. Cieli immensi e immenso amore, cantava Lucio. E canto. Giovani virgulti osservo sulle ripe e verdissime radure, caro amico. Se un giorno senza parole mi viene incontro senza sapere quello che accadrà, oh sì, e non tremo al pensiero di sapere che quei cieli immensi e alti della mia terra saranno visti anche quando la stagione sarà finita, l’antologia delle stagioni eterne oramai stampata. Se un giorno sai che ogni giorno è il migliore, perché è l’unico, non ve n’è altri di giorni come quel giorno. Come ieri e come tre giorni fa e come oggi stesso… pieno di vento e di nuvole, è stata meraviglia. Pensaci. Se un giorno incontri la notte oscura ma presaga dell’alba allora è bellissimo, anche la notte più buia. Nulla si perde mai, né la tristezza né la gioia, tutto si connette come insegnava Benedicto de Espinoza, scandalizzando i più. E Dio è con noi ovunque, anche se un giorno lo dimentichi. Se un giorno paure e ipocondrie ti prendono, la cura della relazione ti salva come lo sguardo tutt’intorno al mondo. E nessuno di noi invecchia veramente, ché il tempo scompare nell’infinito vagare del cosmo. Amico mio che vivi e leggi e pensi nell’infinità libertà dell’essenza. Un giorno ti dirò.

Rivignan, oh my Spoon River!

Caro e paziente mio lettor della domenica,

Bruno Cumero (Cumar) era il meccanico della mia prima auto una 1100 D, milledue di cilindrata, fumo di Londra, settantamila lire a mio zio Renato, cinquemila lire di spesa per la patente da privatista. Cammino per il cimitero di Rivignano, mi son fermato alle tombe dei miei e poi ho proseguito per un’ora e mezza, attorno alla bellissima chiesa della Beata Vergine del Rosario con la Madonna e bambino del Blaceo.

Elena, la piccola mia nipotina, morta a cinque anni per una rara malattia. Solo io l’ho vista quando era mancata, distesa tutta lunga sulla pietra, troppo grande lo strazio per Marina e suo marito. Non mi esce di mente il ricordo e dal cuore il dolore. L’epigrafe dolce che le scrissi è lì di struggimento senza fine.

Mia madre la sempre presente e mio padre di continua meraviglia vivo. Mi fermo da loro brevemente, ché mi sono intorno ogni giorno, e dentro, e mi parlano silenziosamente, sostenendomi. E la nonna Caterina, maestra di vita dei miei giovanissimi anni.

E giro e giro, e trovo centinaia di volti che ricordo, anche persone più giovani, ragazzi morti in qualche incidente stradale, la famiglia socialista Gloazzo, tutti e due i ragazzi giovani. Le epigrafi dei vecchi sacerdoti, don Giuseppe Del Bianco, 47 anni cappellano a Rivignano, cacciatore, labbro leporino, sguardo determinato.

La schiatta ampia e robusta dei Meret, ramo “Balìn”, pezzi d’uomini dal sorriso ironico, contadini forti, comunisti non dichiarati, cavalli scuri e carri gommati: mio padre e mio nonno con i ceppi sradicati dalle ripe, loro clienti. Cinquanta, sessanta quintali di legna da vendere per arrotondare le entrate della nostra famiglia.

Il professor Ferrara da Bari, insegnava a Latisana, giovane padre di Edelweiss, di Gianna e… Francesco, mio coetaneo, e il professore De Sabata che poté studiare e mio padre no. Aldo Tonizzo e Baron Toaldo morti in Africa.

I Tavani, alti e grossi e quella che aveva portato via uno di loro alla figlia.

La vecchia Rosanna dei Durigon della montagna carnica, i Vogrig di Grimacco, de-stino, come insegna Emanuele Severino, i Vetach e i Pielich della val Resia.

E anche volti che mi fanno dire “Ma è morto anche lui?” E poi William Viola, socialdemocratico, fratello di Leonida mai tornato dalla Russia, Seconda guerra mondiale. Italo dei Presacco, l’unico senza croce, comunista, un fascio di spighe accanto alla foto, in bassorilievo e suo fratello Ugo, morto nella notte di fine anno del ’74, in un modo crudele.

E poi le tombe senza lapide, le croci di legno del provvisorio, tombe dimenticate, da parenti lontani o da nessuno, ultime persone di una schiatta che finisce.

Le grandi famiglie che hanno la “casetta” con le tombe messe una sull’altra nelle pareti, i Collavini, sior Giovanni, sior Vitorio, con una “t” in rivignanese. Ci passo davanti ricordando quando ragazzino portavo bibite le cinque estati del liceo Stellini, con Ennio e Franco e il Leoncino della OM. Fin verso la Bassa, a Titiano, Precenicco e Pertegada, che io chiamavo “profondo Sud”. Si pranzava polenta e coniglio al “Benvenuto” di Rivarotta e poi giù, una cassa per mano fin nelle cantine delle osterie, o con i fusti di birra da venticinque litri. A diciassette anni ero alto un metro e ottantadue, tre centimetri meno di me adulto, e pesavo settantadue chili, basket e casse di bibite, all right.

E poi gli emigranti che erano stati via con mio padre in Germania, Gino Della Ricca imponente e prepotente, il piccolo e agile Zorzitto, e poi il bel ragazzo Beppino Valentinis morto a ventidue anni con il suo Maggiolino sotto un camion, mentre dalla baracca della foresta di Ramholtz scendeva al paese per le ragazze che lo adoravano. Bello come un Gregory Peck giovane. Mio padre l’aveva ammonito di non correre quella sera maledetta.

E quelli strani, si diceva fossero un po’ pedofili, il Nino e l’altro, da cui guardarsi. Eppure con me mai tentato nulla. Si vede che apparivo disposto altrove. E la Lisetta, morta giovane? E la Jeannette, venuta dal Belgio, che pattinava benissimo Il Lago dei Cigni. E poi ragazzotti poco più grandi di me, caduti con la moto a trent’anni. E Mario, omonimo, predecessore mio nel gruppo musicale come cantante, quando c’era il Torvis alla chitarra e Franco c. (indicibile) al sax, l’altro Franco alla batteria e vie indenant.

Ecco la Itala, che faceva sognare i ragazzi…, andata via a quarant’anni. E la Tina del Caffè Rocco, grassa e cordiale.

Qua e là poi le tombe dei pazzerelli, protetti dal paese, e i border line, allora si diceva i puars simpri cjocs (poveri sempre ubriachi), con pochi denti e la barba incolta.

Ecco la Nilde, Leonilde, detta la “beghelone”, cioè quella che urla, che “berla”, in friuloveneto, e la Pine dai òus (delle uova) che faceva la pipì, me bambino, nei cortili, allargando le gambe, in piedi. E lasciava una piccola pozza dopo essersi asciugata con la gonna.

E perfino Adriano, ironico e bello, improvvisamente andatosene, per il cuor fragile. Quante partite, quante botte, quante avventure quattordicenni con lui.

Potrei continuare, ma mi fermo ancora davanti alla piccola tomba di Elena e leggo “Anch’io che passo/ ti ringrazio/ stellina della sera/ mi insegnasti ciò/ che non sapevo/ continua a farlo piano/ mandi.

Brividi marzolini nel cimitero silente.

Karl Jaspers vs. Martin Heidegger, in excelsis philosophia perennis!

« Da sempre – scrive Jaspers- i filosofi tra loro contemporanei si incontrano in alta montagna, sopra un vasto altopiano roccioso. Da lassù lo sguardo spazia sulle montagne nevose e ancora più in basso sulle valli abitate dagli uomini e sull’orizzonte lontano e in ogni dove sotto il cielo. Là, il sole e le stelle sono più lucenti che in qualsiasi altra parte. E l’aria è talmente pura che dissolve ogni opacità, talmente fredda che non lascia levarsi alcun fumo, talmente limpida che uno slancio del pensiero si diffonde in spazi immensi. […] Oggi sembra che su questo altopiano non ci sia nessuno da incontrare. Ho avuto l’impressione […] di incontrarne uno soltanto e – tranne lui – nessun altro. Quest’uomo però è stato un mio cavalleresco avversario: le potenze che noi servivamo, infatti, erano irriducibili tra loro. Presto apparve evidente che noi non potevamo affatto parlare uno con l’altro. E così la gioia si trasformò in dolore, un dolore particolarmente inconsolabile, come se si fosse perduta una possibilità che sembrava prossima, a portata di mano. Così è andata tra me e Heidegger. Per questo trovo insopportabili, senza alcuna eccezione, tutte le critiche che egli ha subito: lassù, infatti, su quell’altopiano, non avrebbero trovato posto. Per questo vado alla ricerca della critica che diventa reale nella sostanza del pensiero stesso, alla ricerca della lotta che rompe l’assenza di comunicazione dell’inconciliabile, della solidarietà che lassù – trattandosi di filosofia – è ancora possibile anche tra chi è più estraneo. Una critica e una lotta intese in questo senso sono forse possibili, eppure vorrei, per così dire, tentare di catturarne l’ombra »
(K. Jaspers, Notizen zu Martin Heidegger. Monaco, Zurigo, Piper, 1978, pp. 263-4. Cit. in Volpi Guida a Heidegger, p.45)

 

Per me pure il pensiero umano si libra altissimo sopra le cose del mondo, anche se i biologisti pensano che sia una mera produzione bio-elettrica dell’encefalo. Lo sia pure, ma ciononostante è capace di accedere a concetti meravigliosi, quello di Bello, di Bene, di Verità, … di Dio, e poi di proporre riflessioni logiche, e racconti di emozioni, di struggimenti dell’anima, è capace di condividere spazi con altri pensieri, o di discutere dialogando, è capace di proiettarsi in avanti e indietro, accettando il cambiamento e anche generandolo. Altissime sono le sue prerogative, come Jaspers dice con afflato poetico nella metafora della montagna.

Ho voluto riportare questo testo perché i due pensatori si stagliano nella storia filosofica del ‘900 in modo particolare e solenne. La ricerca sul senso e sui significati della vita umana e delle cose è il focus perenne della filosofia, che fa premio su qualsiasi differenza teoretica, come provo a mostrare in seguito citando un paio di estratti di brani miei sui due filosofi, pubblicati su Sacra Doctrina nel 2016.

 

(Jaspers)

“(…) La scienza e ogni ermeneutica per Jaspers falliscono sempre, quando pretendono di conquistare la conoscenza del tutto, senza una “metafisica del tutto”, l’unica conoscenza che può inglobare un sapere che non si chieda costantemente quali sono i suoi limiti, lo stato delle cose, il che-cosa-per-chi.[1]

Jaspers ritiene che la conoscenza delle cose e del mondo debba essere freilassen, “libera di esprimersi” nel percorso della ricerca individuale e quotidiana. Non vi è dunque altra via della conoscenza, e specialmente dei fatti che fanno la storia dell’uomo che l’ermeneutica, come approccio -nel contempo umile e altrettanto pieno- della speranza di una possibilità di comprensione. L’Uno che tiene insieme il Tutto, però, in un certo modo è indivisibile, perché i nessi e le relazioni della sua complessità ne impediscono la completa ed esauriente disamina e spiegazione. Anzi, al contrario, ove fosse plausibile e possibile una totale spiegazione della totalità e della sua complessità, ciò sarebbe un impoverimento della conoscenza.

Una parte della possibilità di conoscenza appartiene in qualche modo a una specie di dimensione praeter-razionale, vale a dire non completamente accessibile alle facoltà cognitive. Infatti tutto appartiene all’infinito, a una dimensione mai completamente accessibile all’uomo, rimanendo sovrabbondante e al di là di una soglia impenetrabile che altri -ma non Jaspers- chiamano talvolta mistero. Potremmo dire: la complessità di questa totalità in qualche modo corrisponde concettualmente al termine inconscio,[2] in quanto luogo e modo della realtà stessa dell’esistere soggettivo, ma che si dà solo al di fuori del flusso cosciente e conoscibile della realtà della veglia. E i “nessi” che tengono unita la complessità come “Totalità” sono il luogo ove risiede la densità inaudita del limite della comprensione umana.

L’ermeneutica, per Jaspers, è la via della comprensione fiduciosa, e perciò stesso l’atteggiamento capace di accettazione del limite intrinseco alla stessa condizione umana e alla sua possibilità di intelligenza delle cose e del mondo. La grenz Situazion è lo stato umano reale, in tutta la sua crudezza e ineluttabilità:

 

«L’angustia della situazione reale dipende dalla resistenza che essa oppone, e come tale essa limita la libertà ed è legata a possibilità limitate»[3]

 

In Jaspers troviamo una consapevolezza del limite, anche se senza cedimenti a un anelito teso verso l’insopprimibile esigenza dell’uomo di conoscere sempre più il senso del suo stesso vivere e del suo comprendere la vita e le cose del mondo. In questo senso e modo Jaspers si pone quasi come un ulisside eterno o redivivo. Il carattere apofatico della ragione, il suo essere quasi una dimensione praeter-razionale del pensiero logico-argomentativo, somiglia quasi al mare oceano che la accoglie indefinatamente disponibile, anche se presago di pericoli non del tutto visibili all’orizzonte, ma ben presenti al cuore dell’uomo.

Con Jaspers si manifesta in modo originale l’inquietudine del nostro tempo: in lui la dialettica platonica[4] si fonde all’anelito incerto ed infinito dei tempi, tempi nei quali si registra il tramonto di ogni apodittica certezza, e il dramma di un futuro in cui la speranza è intrisa di foschi presagi, che però non la annichiliscono mai. Con Platone Jaspers ha in comune la consapevolezza che la ricerca della verità resta per l’uomo un’impresa in-finita, accompagnando l’umana esistenza senza mai giungere a una meta, che non sia anche una ulteriore stazione di partenza, un’ulteriore prospettiva della ricerca: una sorta di inquietudine della “navigazione” accompagna il pensiero di Jaspers, consapevole della complessità nella quale l’essere si pone, non tanto come manifestazione o di-svelamento di tipo heideggeriano, ma come itinerario diuturno e faticoso e, in fondo, platonicamente dialettico.”

 

[1] Cf. Ibidem , PH III, [Philosophie], cit., in particolare da 676 a 727.

[2] Che Jaspers mutua dalle teorie freudiane, avendole frequentate con intensità.

[3]Jaspers K., ‘Situazione limite’, [Philosophie], cit., 687.

[4] Jaspers K, I Grandi filosofi, Longanesi, Milano 1973, 326: “Platone è il fondatore di ciò che soltanto da lui in poi porta il nome di filosofia nel senso pieno. Intendere Platone non significa commisurarlo a un concetto precedente di filosofia, ma farne misura di valutazione di ciò che è venuto dopo di lui e di se stessi, sia che lo si segua, sia che si facia qualcosa di completamente diverso”.

 

(Heidegger)

(…) Come il Da-sein è dinamico, e l’interpretazione è sempre rivolta in-avanti-a-sé-essendo-già-in [nell’avvenire], così il linguaggio dell’espressione poetica e artistica è un “linguaggio ontologico”, perché esprime l’uomo nella sua totalità esistenziale e ontica [cioè relativa al suo “essere ente”].[1]

La filosofia, come la poesia, è un pensiero poetante mentre è pensiero pensante. La verità si manifesta attraverso il linguaggio e tutte le sue figure, a partire dalla metafora, che dà respiro al pensiero, come ossigeno spirituale, e in tutte le stratificazioni polisemiche della parola. Ogni parola interpella la totalità, ogni parola rinvia ad altro, come l’io al tu, simboleggiando[2] indefinitamente lo scivolamento dei significati e dei sensi nei contesti infiniti, e negli ambiti di ricezione del messaggio. Metalinguaggio e linguaggio si intersecano e si aiutano, esigendo un rigore distintivo nella scelta dei termini, ma lasciando nel contempo una grande libertà all’ermeneuta, all’interprete, al lettore-ascoltatore. Occorre distinguere per unire, occorre separare per collegare. Il rapporto esistente fra pensiero e linguaggio si raccorda per Heidegger in una sorta di ontologia ermeneutica.

La poesia [Dichtung] è l’essenza di tutte le arti,[3] poiché creare, escogitare, inventare è un insieme di significati del verbo tedesco dichten:

 

«La verità, come illuminazione e nascondimento dell’ente, accade in quanto gedichtet, poetata».[4]

«L’opera d’arte linguistica, la poesia in senso stretto, ha una posizione peculiare nell’insieme delle arti».[5]

 

Il linguaggio rende manifesta la stessa struttura della mondità [cioè dell’essere del mondo]. La precomprensione dell’essere stesso, per Heidegger si concreta di fatto nel linguaggio,

 

«Dove non c’è linguaggio non c’è nessun aprimento dell’ente […]. Il linguaggio, nominando l’ente, per la prima volta lo fa accadere alla parola e all’apparire».[6]

 

Il linguaggio è essenzialmente poesia, e dunque è sempre indefinitamente e inesauribilmente simbolico. Anche se non ogni parlare è creazione, perché la comunicazione si limita ad un agire dentro una feritoia già aperta dal linguaggio. L’uomo, inoltre, è Gesprach [dialogo], poiché se l’uomo dispone del linguaggio a sua volta quest’ultimo dispone dell’uomo, perché l’uomo “vi nasce dentro”. L’uomo è così un messaggero, un “Hermes” del linguaggio.

L’apertura alla verità è sempre di carattere linguistico:

 

«La presenza [l’essere delle cose] è, come presenza, un presentarsi di volta in volta all’essere dell’uomo, in quanto è un appello [Geheiss] che di volta in volta chiama l’uomo. L’essere dell’uomo è, come tale, ascoltante, perché è sottoposto all’appello che lo chiama, alla presenza. Questo sempre identico, questa coappartenenza [Zusammengehören] di chiamata e ascolto, sarà dunque l’essere?».[7]

 

L’ermeneutica è anche un pensiero dell’essere. Se l’evento [Ereignis] dell’essere, sostiene Heidegger, si dà nell’unità di appello e risposta, allora sarà nel linguaggio inteso assolutamente [e non come strumento della comunicazione] che si dovrà intendere il darsi dell’essere stesso. Heidegger giunge ad un’ermeneutica ontologica o ad una ontologia ermeneutica. Le cose sono da comprendere nelle parole o nella Parola, in ragione della quale ad essa bisogna riferirsi. In quest’ambito il filosofo tedesco propone il termine Geviert [quadrato], per tentare la rappresentazione delle quattro dimensioni dell’essere, le due appartenenti alla mondità, e le due della divinità: la terra e i mortali, il cielo e i divini. Sintesi delle dimensioni dell’apertura del Sein, il Geviert. E, in questo contesto, è la parola che be-dingt, rende cosa la cosa [Ding].[8] Le cose, i fatti, ogni evento [Ereignis] appaiono dunque attraverso la parola, trascendendo ciò che si intende correntemente, e dunque risalendo a ritroso per le rive del significato originario, dell’etimo, fino al fonema fondante.

Il pensiero è ermeneutica pura, perché è in ascolto del linguaggio. E lo è, almeno a partire dal significato che diede a questo termine Schleiermacher. L’interpretazione, in questo senso, altro non è che risalire dal segno al significato. È l’ermeneutica che permette in qualche modo di superare, quello che dice principium reddendae rationis, e di collegare gli spazi vuoti che si aprono fra l’essere e il nulla, o fra l’ente e il ni-ente, posti ai limiti della percezione e delle possibilità di conoscenza.[9] Specialmente quando questa conoscenza approccia il linguaggio, sia come detto sia come scritto. Heidegger chiama questo tipo di interpretazione Er-örterung, cioè il luogo-dove-la-Parola-risuona.[10]

 

«Che cos’altro è leggere se non raccogliere:[11] raccogliersi nel raccoglimento in ciò che, in quel che è detto, rimane non-detto?».[12]

 

Perché il totalmente esplicitato è chiuso nel Grund, nel fondamento, e non tra più spazi per dire altro da quello che si può dire. Accanto alla parola, per Heidegger così simbolicamente infinita, bisogna che trovi spazio il silenzio e l’ascolto del silenzio. I silenzi sono il luogo più profondo che risponde al parlare e allo scrivere dell’uomo.[13] Solo il pensiero ermeneutico può soddisfare l’esigenza di conoscenza dell’alterità che muoveva la metafisica classica stessa, sul cui versante talora essa stessa rimaneva muta. Leggiamo ancora qualche passaggio.

 

«Che il linguaggio diventi solo a questo punto oggetto del nostro esame deve far capire come il fenomeno linguaggio abbia le sue radici nella costituzione esistenziale dell’esserci».[14]

«Il discorso è articolazione ‘significante’ della struttura comprensibile dell’essere nel mondo».[15]

 

Per Heidegger occorre por fine a “una certa metafisica” che separa, per apprendere una metafisica nella quale l’essere e l’ente siano ricompresi nella realtà dell’esser-ci [Da-sein], di cui il linguaggio e l’applicazione ermeneutica dell’esegesi, siano i mentori principali. Ma su questo punto il pensiero heideggeriano resta in qualche modo ambiguo, irrisolto, aporetico. Heidegger non imbocca la via dell’analogia di stampo tommasiano, preferendo affidarsi a un modo espressivo che evoca il primo manifestarsi dell’essere, cioè la poesia, così permanendo al di qua della divisione tra soggetto e oggetto, origine del pensiero greco classico. Il senso che in ogni caso si annuncia non è disponibile, così come la verità non è più adaequatio intellectus et rei, bensì di-svelamento [α̉λήθεια], apparizione.

Per Heidegger, se non si può dare una definizione oggettiva del tempo, e quindi della distanza insuperabile costituita dalla diacronia delle storie umane, e tra i vari autori e lettori, si può però ritenere il linguaggio come sorta di orizzonte che accomuna ed entro il quale si opera e opera l’essere: ma il linguaggio e l’interpretazione non si possono trattare in qualsiasi modo, perché costituiscono aperture o almeno interstizi tra i quali passa la nostra esperienza, la nostra esistenza, e passiamo noi come enti-che-sono-lì, gettati nel mondo. Essere e linguaggio appartengono alla stessa verità [α̉λήθεια], alla medesima ontologia, poiché nel linguaggio troviamo libertà, pur se vincolati alle regole dell’etimologia, della sintassi e della grammatica, ma una libertà che trova i suoi confini nell’essere rivelabile per mezzo del linguaggio. Non è possibile l’arbitrio in questo campo, essendo questa libertà una dimensione comunque bisognosa di un’illuminazione, quella dell’essere che dobbiamo custodire con cura.

[1] Heidegger afferma che la verità dell’essere è, in greco, a-lètheia, cioè non-obliamento o disvelamento manifestato tramite il linguaggio umano:

«Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora» [Sein und Zeit, Essere e Tempo, 157].

La questione dell’essere [Seinfrage] come linguaggio [sapere ontologico] differenzia la questione dell’essere come esistere [sapere ontico o esistentivo], che va considerato nel tempo. Ancora Heidegger:

«Ciò che determina ambedue, essere e tempo [Sein und Zeit, cit., 198], in ciò che è loro proprio, cioè nella loro coappartenenza, noi lo chiamiamo Das Ereignis [l’Evento]”.

Vale a dire che è-in-ciò-che-accade che avviene la conoscenza della verità. E in ambito etico: «Se in conformità al significato fondamentale della Parola ethos, il termine etica vuol dire che con questo nome si pensa il soggiorno [terreno] dell’uomo, allora il pensiero che pensa la verità dell’essere […] è già in sé l’etica originaria” [Sein und Zeit, cit., 203]. Il filosofo tedesco vuol dire che l’uomo è valore-in-sé, non valore derivato, come vogliono altre prospettive. Infatti, secondo lui Genesi [1, 27] conferma ciò con più forza, presentando l’uomo come immagine del divino.

Dunque, l’uomo deve porsi davanti all’essere rispettando e coltivando il linguaggio, rifuggendo la sciatteria e l’approssimazione, il pressapochismo e l’illazione, ponendosi in una situazione di ascesi [gr. àskesis, che vuol dire letteralmente “esercizio”], di raccoglimento-che-lascia-essere [Gelassenheit], ma avendo presente il rischio di un ottundimento che oggi può essere causato dalle tecnoscienze e dalla sottovalutazione della crisi cognitiva ed etica in atto.

 

[2] Sùmbolon, simbolo è ciò che unisce, ed è il contrario del diàbolos, che è ciò-che-divide, il separatore, l’avversario.

[3] Cf. Massarenti A., Il pensiero di Martin Heidegger. Opere scelte di grandi filosofi; testi a cura di G. Vattimo, Introduzione a Heidegger, Ed. Laterza&Figli Spa, Roma – Bari 1971, 175.

[4] Cf. Heidegger M., Unterweges zur Sprachen, Pfüllingen, 1959, trad. it. di Chiodi P., 1971, a cura di Massarenti A., Il pensiero di Martin Heidegger. Opere scelte di grandi filosofi, ed. Il Sole 24 Ore Spa, Milano 2006, 56.

[5] Ibidem, 57.

[6] Ibidem.

[7] Cf. Heidegger M., Zur Seinfrage, pubblicato dapprima con il titolo Uber “Die Linie”, nel vol. Freundschaftliche Begenungen, in onore di E. Jünger, Frankfurt 1955, e poi, separatamente, ivi, 1956, trad. it. Chiodi P., 1971, a cura di Massarenti A., Il pensiero di Martin Heidegger. Opere scelte di grandi filosofi, 58.

[8] Cf. Heidegger M., Unterweges zur Sprachen, cit., 96.

[9] Sia essa di tipo analitico, o sintetico, o dialettico, o analogico.

[10] Cf. Heidegger M., Unterweges zur Sprachen, cit., 37; serve anche confrontare il termine Er-örterung, qui utilizzato dall’autore, con Erklärung, spiegazione, e Erläuterung, delucidazione, utilizzati altrove.

[11] Anche qui gioca l’etimo tedesco, il quale è analogo a quello latino, dove legere significa anche raccogliere.

[12] Cf. Ibidem, Unterweges zur Sprachen, cit., 48: è un passo di una lettera del 1950 a E. Staiger, riprodotta in E. Staiger, Die Kunst der Interpretation, Zürich 1955.

[13] Cf. Ibidem, 186.

[14] Cf. Heidegger M., Sein und Zeit, cit., 199.260.

[15] Ibidem, Sein und Zeit, cit., 200.261.

 

Uno parla (Jaspers) dell’apertura all’infinito, l’altro (Heidegger) dell’inquietudine umana per lo scoprimento della verità dell’essere, come un avere-cura di sé e degli altri nell’esercizio della vita, anch’esso infinito.

 

La “tardanza”, ut sensus sempiterni actique temporis

Il termine dantesco (muovi novella mia non far tardanza) è ormai un neologismo, e non mio, e mi incanta. E’ nella lettera di una persona che curo, in ristretti orizzonti, che ha scritto a Bea, in ritardo, ritardissimo, come risposta, ma ha scritto. Negli anni ho proposto alcuni neologismi che qui non ripeto, ma che hanno preso piede sul web, ma questo è bellissimo, anche se è aulico sembrando un neologismo. La tardanza. Suona come quasi dimenticanza, eppure è solo il nome in-ventato, cioè (latinamente) trovato di una risposta tardiva.

Ho scritto l’altro giorno del senso del tempo, e forse non ho colto questo, di senso. La tardanza mi ricorda anche la perdonanza, di medieval memoria, cioè il per-dono, o dono iterato. E anche la danza, come assonanza, come baldanza, come…

Ma è proprio vero che il tempo cronologico, che ci domina, deve vincere sempre? Non è ora di rallentare un poco? Lo dico a me, cretino!, e di fermarsi a contemplare il mondo, mundus semper Deo reconciliatus, infinita Dei Caritate?

A volte le cose della vita, i passi fatti, gli errori compiuti, le amnesie, le omissioni, sono più importanti dell’efficienza, della redditività e del business, che dominano quasi incontrastati il mondo. Oggi guardavo fiori di primavera, nella collina, mentre mi muovevo in auto. La primavera tornata e il sentimento dell’estate che torna.

E mi veniva in mente che la vita vince, vince sempre, sulla corruzione e sulla morte.

E allora vi è l’indugio, il rallentamento, il recupero, l’attesa, il silenzio, il vento turbinoso che si ferma e resta una brezza leggera come il passo di Dio nel Libro dei Re, quello sentito sommessamente da Elia.

La tardanza è una versione del tempo interiore, che si può gestire, ma affrancandosi dal tempo della produzione necessitata. Non rimpiango nulla, né mi pento della frenesia vitale della mia corsa, della fatica fatta, della forza profusa, ma forse è tempo, è giunto il tempo del raccolto, e del rallentamento, della comprensione, dunque, della mia verità totale. Infatti si è rotto un velo, fatto di silenzio e di rattenuta discrezione, e ora mi scorre la vita anche fuori dall’alveo, nella tardanza, che è una dimenticanza, che è una lontananza, che è una perdonanza, che è un’itineranza, che è una perduranza, che è una danza… che è un’assenza.

Older posts

© 2017 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑