Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Donne Persiane

Charles Louis de Secondat, Barone de La Brède et de Montesquieu mi viene in mente per assonanza del titolo di questo pezzo con il suo

Lettere Persiane, Lettres persanes), pubblicata anonima nel 1721 ad Amsterdam. Lo scambio epistolare fra due persiani che viaggiano in Europa, Usbeck e Rica, offre a Montesquieu l’espediente per pubblicare, in forma di lettere, brillanti saggi nei quali la società e le istituzioni (francesi innanzi tutto), sono descritte secondo moduli relativisti, adottando il punto di vista di esponenti di una cultura diversa da quella europea. Con satira sferzante, vi si traccia un quadro disincantato dell’assolutismo francese, della crisi finanziaria conseguente alla politica economica attuata da Luigi XIV, della crisi dei parlamenti e della società civile nel suo complesso. La critica dei costumi si estende anche alla polemica religiosa in cui si vede un segno di instabilità e decadenza che alimenta dispute e divisioni più che la fede. Veicolo potente dei temi relativisti e della critica alle istituzioni politiche e religiose durante tutta l’età illuminista, le L. p. rappresentano un testo in cui secondo l’auspicio iniziale dell’autore «il carattere e l’intenzione sono così scoperti» da non ingannare «se non chi vorrà ingannarsi da sé» (dalla Prefazione sul web).


Charles Louis de Secondat, Barone de La Brède et de Montesquieu

La Persia evoca territori sconfinati, leggende e meravigliose città. Il nome “Persia” evoca uno dei più grandi imperi dell’antichità, ci ricorda il Re dei re Ciro il Grande, che liberò gli Ebrei dalla cattività babilonese nel 525 ca a. C., e i successori di Ciro, Dario, Serse, che combatterono le pòleis greche e furono sconfitti.

“Persia” evoca Alessandro il Macedone che la conquistò, con le battaglie di Isso e di Gaugamela, arrivando con i suoi soldati fino alle porte dell’India a contemplare le acque turbinose del fiume Indo, che scendono dall’Himalaia.

“Persia” evoca ancora altre dinastie come i Sasanidi che lottarono con i basilèi bizantini, prima di essere travolti da popolazioni turcomanne e mongoliche.

“Persia” evoca una delle due grandi dottrine dell’Islam, quella sciita, che si ritiene la più vicina alle origini, tramite una parentela diretta con Mohamed, l’uomo della Profezia.

“Persia” ora evoca la rivoluzione delle donne, dopo quaranta tre anni di teocrazia.

Nei decenni passati non sono mancati i tentativi di liberazione del popolo iraniano, caratterizzato però dal solo impegno delle donne. Ora pare che le cose siano cambiate. L’occasione è stata la morte di Masha Amini, accusata dalla “polizia morale” di indossare il velo islamico in modo scorretto. E uccisa.

Due parole sul velo che, nella versione più “moderata” ricorda le nostre donne dei secoli passati, ma anche fino al Concilio Vaticano II. E anche le meravigliose Madonne di Antonello da Messina e di Giovanni Bellini, che illustrano un fascino femmineo di grande spiritualità. Una meraviglia estetica e d’armonia coloristica.

Abbiamo l’hijab, un foulard normale che copre i capelli e il collo della donna, lasciando scoperto il viso. Nel Corano il termine è utilizzato in maniera generica, ma oggi è diffuso per indicare la copertura minima prevista dalla shari’a per la donna musulmana. Questa normativa prevede non solo che la donna veli il proprio capo (nascondendo fronte, orecchie, nuca e capelli), ma anche che indossi un vestito lungo e largo, in modo da celare le forme del corpo, che si chiama khimar, diversamente lungo e modellato.

Un altro nome di questa lunga veste è jibab, oppure abaya.

Nel Vicino Oriente e in Egitto sono diffusi i seguenti tipi di veli: abbiamo il niqab, che copre il volto della donna e che può (nella maggior parte dei casi) lasciare scoperti gli occhi. Il niqab può essere diffuso in due forme più specifiche: quella saudita e quello yemenita. Il primo è un copricapo composto da uno, due o tre veli, con una fascia che, passando dalla fronte, viene legata dietro la nuca. Il secondo è composto da due pezzi: un fazzoletto triangolare a coprire la fronte (come una bandana) e un altro rettangolare che copre il viso da sotto gli occhi a sotto il mento.

Se vogliamo specificare ulteriormente… l’abaya (sopracitato), diffuso nel Golfo Persico è un abito lungo dalla testa ai piedi, leggero ma coprente, lascia completamente scoperta la testa, ma normalmente viene indossato sotto ad un niqab.

Ed eccoci ai veli diffusi in Iran: abbiamo il chador, che è generalmente nero, ma può essere anche colorato (ricordo un chador che mi fece vedere la assai da me, e non solo, rimpianta, signora Cecilia Danieli, che andò spesso in Iran per ragioni commerciali dell’Azienda) e indica sia un velo sulla testa, sia un mantello su tutto il corpo.

Possiamo completare la carrellata con i veli diffusi in Afghanistan: quivi troviamo il burqa, che è perlopiù azzurro, con una griglia all’altezza degli occhi, e copre interamente il corpo della donna. Tecnicamente, assolve le funzioni del niqab e del khimar.

Tradizione, cultura, religione, politica: tradizione e cultura in senso storico-antropologico; religione in senso teologico normativo; socio-politico nel senso, inaccettabile, di costrizione.

Ho distinto i tre/ quattro sensi per individuare le ragioni della ribellione che sta prendendo sempre più piede nella grande Nazione persiana. Sembra proprio che l’occasione della morte di Masha sia per ora capace di suscitare proteste più vibranti e generali di quelle precedenti. Ho già scritto qualche giorno fa che non si tratta più solo di sporadiche manifestazioni di piazza limitate alla capitale Teheran e a qualche altra grande città come Isfahan, ma di manifestazioni diffuse in tutto il territorio nazionale, fino ai lontani monti Zagros che confinano con l’Afganistan e le repubbliche ex sovietiche d’Asia.

Si tratta di manifestazioni non-armate, perché le persone tengono in mano solo i veli che simboleggiano l’oppressione politico-normativa che è diventata insopportabile. Si coglie un sentimento diffuso di ricerca della libertà intesa come rispetto dei diritti delle persone, e si sente anche la fiducia che le varie polizie degli ayatollah non potranno uccidere o arrestare tutti e tutte.

Le carceri scoppiano di prigionieri politici e anche di donne, vi sono morti e feriti. Un accenno anche alla signorina Alessia Piperno, colà tenuta in prigione. A lei, come a qualsiasi altro giovane generoso, che pensa di potersi immergere nei luoghi più pericolosi del mondo senza riflettere più di tanto sui rischi, magari anche sostenuti dai genitori, porgo un invito a riflettere sulla congruità e sulla razionalità morale di scelte come la sua, che nulla apportano alla causa delle donne nel mondo, se non una testimonianza inutile e costosa per l’erario italiano.

Quella iraniana è una rivoluzione, non una jacquerie ribellistica à là Ciompi o Vespri siciliani. E’ una “cosa” pericolosa, che pare progressivamente assomigliare alla Francia del 1789. Spero di non sbagliare. Si tratta di seguirne le vicendi in modo non inerte, come cittadini e Paesi democratici.

“fèstina lente” ovvero “adelante, Pedro, pero con juicio…”, il latino e lo spagnolo in aiuto alla grande incertezza

…del maggiore partito della sinistra italiana dopo la sconfitta elettorale.

Mi ero ripromesso, dopo il titolo-articolo pubblicato lunedì 26 settembre post crash in ogni senso della politica italiana, di tornare sul tema.

Approfitto del fatto di avere ascoltato per due o tre ore in viaggio in auto gli interventi nella direzione nazionale del Partito Democratico, dove si è consumato un autò da fè impressionante del gruppo dirigente, un atto di auto accusa impregnato di un po’ di contrizione e di molta attrizione. Uso questi due termini teologico-morali, contrizione e attrizione per tenermi nel mood della riunione che, iniziata con la relazione del segretario Letta, capace di citare per due volte dei passaggi evangelici, è poi proseguita con altre citazioni di altri oratori, abbastanza a sproposito, sia delle Sacre scritture sia di espressioni in lingua greca e in lingua latina.

Per il PD tutto, una riflessione informativa: contrizione significa dolore e pentimento per il male compiuto come offesa a Dio stesso; attrizione è come dire dolore (anche se non tanto) e pentimento per il male compiuto, e non per avere offeso Dio, ma per paura della pena eterna dell’inferno. Una differenza radicale, tanto grande da far concepire teologicamente la contrizione come sufficiente per accedere al purgatorio, anche a fronte di peccati gravi e senza la confessione formale dei peccati, e l’attrizione come atteggiamento sufficiente per il perdono divino, ma solo dopo una confessione formale. Detto altrimenti, il peccatore contrito è atteso comunque dal purgatorio, il peccatoreattrito può rischiare l’inferno.

Questo vale per la casistica canonico-penalistica classica. Che cosa c’entra con la direzione del PD? Vedremo più avanti: qui mi limito a dire che tutti/ tutte erano almeno “attriti/ e” per il male commesso di avere sbagliato, non solo la campagna elettorale, ma le politiche degli ultimi dieci o dodici anni, troppo confusamente “governativistiche” e poco attente ai bisogni del popolo, cui sono stati più attenti i populisti di destra e di sinistra. “Di sinistra” per modo di dire, visto che si tratta dei grillini.

C’è chi ha tirato fuori di nuovo le “agorà (!!!) democratiche“, nonostante, se si vuole usare correttamente il greco, si debba scrivere “agorài“, perché l’espressione è plurale. Mi sono affaticato a scriverglielo due o tre volte a “contatti PD nazionale”, ma si vede che, o non leggono, oppure la cosa non gli sembra importante. Possibile che non vi sia nessuno in quei luoghi che abbia fatto uno straccio di liceo classico? Una volta da quelle parti c’era il professor Alessandro Natta, oggi ci sono invece le Serracchiani et similia.

Altra perla odierna, peraltro pronunziata da una delle migliori intervenute, la Ascani. A un certo punto ha esclamato una cosa del genere: “…dobbiamo essere saggi, come suggerisce il detto latino festìna lente (cioè affrettati lentamente, sottinteso, con saggezza), con l’accento sulla “i”, mentre si deve scrivere e dire fèstina lente, con l’accento sulla “e”.

Anche qui, è importante questa cosa? poco, molto?… dico, rispetto al quasi deserto propositivo della riunione, su cui arrivo subito. Se si vuole essere seri, e seeri non à la Calenda, ma à la Marco Aurelio, sarebbe bene rispettare anche le nostre madrilingua, e non usarle a sproposito.

Di più: Pollastrini, una “storica” dell’antico Pci, a un certo punto ha detto con enfasi che “ci vuole uno spirito santo” (al minuscolo perché noi laici… alla faccia dei cattolici del PD, che però probabilmente poco conoscono dello Spirito Santo come terza Persona della SS. Trinità, Dio Unitrino). Figurarsi la Pollastrini. Dimenticavo, lei intendeva lo “spirito santo” (rigorosamente minuscolo!) come “partecipazione popolare”.

Su questo potremmo anche disquisire e fors’anche (pur se solo in parte) convenire, perché, teologicamente, lo Spirito Santo “soffia dove vuole” e pertanto può senz’altro “soffiare” sulla partecipazione popolare, visto che la Chiesa è il Popolo di Dio (cf. Lumen Gentium I, Roma 1965).

Naturalmente provvederò a inviare alla direzione del PD una copia di questo pezzo e i riferimenti bibliografici per una, se non necessaria, opportuna acculturazione specifica, se si vuole persistere nelle citazioni filosofiche e scritturistiche.

Vengo al dunque. Innanzitutto l’analisi del voto. Solo Letta prova a farla con una sufficiente dovizia di supporti logici e di argomentazioni, oltre al cavalleresco tirarsi indietro come segretario, virtù presente in pochissimi altri di quel consesso. Certo, gli spettava, ma almeno mostra una onestà intellettuale di cui gli altri / le altre sono nella maggioranza (degli interventi che ascolto) privi/ e. Non uso lo schwa, IMBECILLI! (qui mi rivolgo ai tifosi/ e di questa idiozia)

Si sbaglia Letta, a parer mio, però, quando prova a ri-sostenere che la colpa del fallimento del “campo largo”, che doveva comprendere tutti, da Renzi & Calenda a Fratoianni, e forse a Ferrando e Marco Rizzo, e soprattutto i 5 Stelle, è da attribuire al furbo capo di questi ultimi. No, caro Letta: è sbagliato il concetto e il progetto. Non puoi far ragionevolmente convivere Renzi & Calenda con Fratoianni (e mi fermo qui), se quest’ultimo ha sempre votato contro il Governo Draghi. Ma come fai solo a pensarlo? Già Prodi sbagliò clamorosamente quando onorò di credibilità il Bertinotti che lo pugnalò “senza se e senza ma” (ridicolo sintagma che il perito chimico di Torino si attribuì orgogliosamente, così come con altrettale sentimento si gloriò talvolta di non avere mai firmato un accordo). Repetita quoque non juvant (se proprio si vuole ostinatamente usare il latino).

O il PD è capace (non lo è stato finora), sperando che lo sia in futuro, di proporre una politica riformistica complessiva dove possano armonizzarsi diritti & doveri sociali (dimenticati dal PD per un decennio) e civili (privilegiati dal PD per un decennio, peraltro senza successo, scimmiottando una sorta di partito radicale di massa), oppure non avrà futuro, perché sarà sostituito del tutto, “a destra” dal duo liberal-riformista R & C, e “a sinistra” da quel dandy-falsodemocristiano di Conte e codazzo cantante. Senza che con questa citazione di destra e sinistra sia un modo per con-fonderle. Ma oggi non bastano questi due poli: piuttosto si esige di distinguere tra culture politiche populiste che sono sempre più rossobrune e culture politiche dell’intelligenza, della competenza e della ragionevolezza.

Non ho ascoltato chiarezza sul piano programmatico, mentre già il Partito deve fare i conti con le fughe in avanti di chi si auto-candida alla segreteria come De Micheli o Schlein (pure!). All’improvviso, come la canzone di Mina. La “gente” (chissà se De Micheli si ritiene “gente” o benaltro dalla gente) non ha il senso delle proporzioni, a volte.

Quale il tema? Come si può sintetizzare un riformismo realistico e capace di leggere i “segni dei tempi”. Eppure non è difficilissimo. Equità sotto il profilo fiscale, NON aumentando tasse in alto, ma equilibrando le aliquote alle categorie produttive, diciamo fino a 150.000/ 200.000 di reddito annuo, che è lo stipendio di un dirigente industriale bravo e responsabile, che deve essere alleato del riformismo. Si tratta della borghesia intelligente e produttiva che anche Marx apprezzava moltissimo, ma sembra che i suoi mezzi nipotini non la capiscano. Mi spiego meglio: non sto parlando dei vacanzieri di Capalbio, che sono bene rappresentati anche nel PD, ma di chi opera nell’economia reale, non nel terzo settore privilegiato degli influencer e del giornalismo televisivo, che è uno dei settori più deleteri di questi ultimi anni.

Circa il Reddito di cittadinanza, invece di seguire a papera i 5S (cf. esperimento di etologia di Konrad Lorenz), recuperare il Reddito di inclusione selezionando le posizioni dei percettori e obbligandoli a considerare seriamente le offerte di lavoro. Politiche attive del lavoro fatte da chi le sa fare, cioè le società di somministrazione, non dai fantasiosi navigator, opera del Dimaio vincitore delle povertà e tritato dalla sua stessa ambizione, senza senso della misura. La sorte lo ha collocato finalmente dove meritava di stare da tempo, l’oblio.

Il PD dovrebbe saper parlare di diritti civili senza allinearsi al mainstream (dico e scrivo ancora una volta, ahi ahi Letta!) della scuola materna obbligatoria dai tre anni di età, del D.D. L. Zan, che, così come è congegnato, prevede il reato di opinione. Io, socialista autentico e antico, ho scritto cinquanta volte che la maternità surrogata (evitando l’espressione atroce di “utero in affitto”) è un abominio morale e socio-culturale, così come quasi lo è l’adozione da parte di coppie omosessuali, per ragioni educazionali e socio-culturali. Per queste affermazioni, in base allo “Zan” potrei essere denunziato da qualche anima bella, inquisito da qualche giudice ecumenico e condannato. Ma siamo impazziti?

Sono esempi di come il PD si è perso, non è stato più né socialista né cattolico democratico. Posso continuare.

Sulla pace e la guerra. Senza fumisterie incomprensibili, il PD dica tutto insieme che l’Ucraina, aggredita, deve essere sostenuta fino al raggiungimento di una situazione che la metta in sicurezza, evitando qui di parlare di Crimea e/o Donbass sì, Crimea e/o Donbass no, ma chiarendo che la pace la pace la pace su cui ululano Conte e altri non si ottiene se non da una onorevole posizione di autodifesa. Non vada in piazza il PD su una “piattaforma” grillina” o vagamente pacista. Potrebbero svegliarsi i partigiani della pace in sonno da cinquant’anni, perfettamente “sovietici”, a volte ingenuamente nascosti anche in mezzo ai cattolici.

Il PD smascheri chi si attribuisce ogni merito di qualsiasi cosa, come ancora si azzardano a fare i 5 STELLE CHE HANNO PERSO – RISPETTO AL 2018 – CINQUE MILIONI DI VOTI, e parlano come se il 25 settembre avessero vinto, su questo aiutati da giornalisti e giornaliste almeno superficiali (tipo la Manuela Moreno di Rai 2 Post).

Non si vergogni (c’è qualche d’uno che comincia a vergognarsi, come fa Salvini, quasi, nel PD) di avere sostenuto il governo Draghi, che ha mostrato il volto buono e forte dell’Italia. Agenda o non agenda Draghi, l’Italia, con quest’uomo è stata più credibile e creduta nel mondo. Sulla lotta alla pandemia, sul tema della guerra e su quello energetico, anche Meloni, intelligentemente, e fregandosene di Salvini e dei suoi seguaci un po’ vigliacchetti (pensavo che Giorgetti avesse più attributi, mi sbagliavo), si sta collegando alle politiche del governo Draghi, con cui non vuole creare una cesura pericolosa, ma vuole proseguirne le parti più efficaci, per l’Italia.

C’è una grossa e profonda riflessione da fare sulla democrazia, sui meccanismi della rappresentanza in una società ipermediatizzata, su ciò che sia reazione e su ciò che sia conservatorismo… perché anche io sono progressista socialmente e nel contempo conservatore del bello italiano e della cultura. Reazione e conservatorismo non sono la stessa cosa, cari del PD! Troppi di voi fanno confusione, o per ideologia o per carenze culturali, di grazia!

Per la verità non ho ascoltato solo le cose più ovvie dai politici più politicanti (maschi o femmine che fossero), perché diversi interventi si sono distinti per lucidità e passione, ma, guarda caso, non tanto quelli dei “potentati” (e anche qui vi sono delle distinzioni da fare, ad esempio un Misiani non dice mai banalità), ma piuttosto gli interventi delle persone più “di confine”, come la calabrese Bossio o la italo-iraniana, di cui non ricordo il nome, che ha spiegato come il cambiamento stia avvenendo nella sua grande Nazione, non solo per la presa di posizione delle donne, ma ancora di più perché assieme con le figlie stanno scendendo in piazza i padri, con le sorelle i fratelli, con le mogli i mariti.

Analogamente, un partito che non tenga le donne nel loro giusto merito, non può cambiare, soprattutto se le donne non imparano a solidarizzare tra loro e se i maschi non la smettono con le “quote rosa”, WWF della distinzione di genere.

Infine, invece di continuare a demonizzare “la peggiore destra d’Europa” (lo ho sentito affermare anche oggi), il PD vada a vedere perché Fratelli d’Italia, con un gruppo dirigente piuttosto mediocre, a parte la leader, Crosetto e qualche altro, ha preso il 26% dei voti dati? Un 26% di imbecilli? Mi pare di no.

Io non la ho votata, ma non ho neanche votato PD, io che dovrei trovarmi lì di casa… Qualcuno se lo vuol chiedere? Gli interessa?

Il Presente e il Potere, anche in vista delle elezioni politiche 2022 in Italia

Il praesens, il tempo presente, secondo Agostino è l’unico concetto di tempo che abbia senso, poiché il passato deve essere affidato alla memoria e il futuro non si può conoscere né prevedere. Lo scrive splendidamente nel celeberrimo testo che troviamo nel LIbro XI delle Confessiones.

il generale tedesco Erwin Rommel (che per me merita rispetto)

Fino alla scoperta einsteiniana della relatività generale, che è una dottrina della scienza fisica, e anche dopo, l’intuizione del grande filosofo e Padre della chiesa africano è rimasta la più sinteticamente icastica ed efficace della cultura occidentale.

Per quale ragione nel titolo ho collegato tempo e potere? Quale è la relazione plausibile e necessaria fra i due concetti? E’ intuitiva: perché il potere si esercita concretamente nel presente, anche se certamente trae origine nel passato e può durare nel futuro, e vive nello spirito-che-attraversa-la-Storia e, secondo Hegel, la dirige, la orienta, dottrina, cui aggiungo – cristianamente – l’itinerario salvifico dell’anima umana: l’Itinerarium mentis in Deum, come spiega il padre francescano san Bonaventura da Bagnoregio. Lo Spirito è l’Oriente della Storia e, potremmo aggiungere, è anche il luogo originario delle grandi dottrine religiose. Specifico, però, che in senso metastorico e filosofico lo Spirito nulla c’entra con la semantica della spiritualità religiosa.

Il tempo è correlato allo spazio, secondo Einstein, e ha a che fare con la vita dell’universo e di ciascuna delle nostre vite. Vi sono teorie, senza conferme esperienziali, di un diverso modo di dipanarsi del tempo e dello spazio che pongono l’ipotesi di universi paralleli, oppure di poter viaggiare nel tempo, come nel film di Zemeckis e in Terminator. Vi è di tutto sul tema del tempo, laddove il presente si smantella continuamente in un fluire senza ordine logico.

Sappiamo di vivere nel tempo perché nasciamo, viviamo e moriamo, e perché le prime due dimensioni le constatiamo insieme con gli altri, mentre la terza possiamo solo osservare dall’esterno, come insegnava Epicuro.

Il potere, il kràtos (in greco antico Κράτος), è un personaggio mitologico, e rappresenta il potere di dominio, il potere che soggioga e si impone sugli altri e/ sugli avversari, e infine il potere politico democratico ed economico-gestionale. E’ correlato all’autorità, che si colloca laddove il potere stesso viene esercitato e, peraltro, il potere viene esercitato da chi ha autorità su qualcuno o molti, e sulle cose. Si pensi al potere che eserciteranno i rappresentanti delle forze politiche che vinceranno le elezioni di domenica 25 settembre 2022 in Italia. Democraticamente, e quindi con una minoranza che potrà discutere, contestare, proporre altro rispetto alle decisioni di chi ha vinto ed avrà un ruolo di esercizio del potere, e l’autorità giuridico-formale per attuarlo.

Aristotele, Alessandro il Macedone, Seneca, Cicerone, Cesare, Annibale, Scipione, Agostino, Carlo Magno, Alessio Comneno, Tommaso d’Aquino, Federico II di Svevia, Gengis Khan, Timur Lenk, Salah el Din, Solimano il Magnifico, Carlo V d’Asburgo, Wallenstein, Luigi XIV, Pietro il Grande, Montesquieu, Rousseau, Napoleone Bonaparte, Kutuzov, Hegel, Pio IX, Vittoria d’Inghilterra, Caterina II di Russia, Giolitti, Kemal Atatürk, Mussolini, Stalin, Hitler, Zukhov, Patton, von Kleist, Rommel, Churchill, Eisenhower, Tojo, Ciang Kai Sheck, Mao Tze Dong, Deng Hsiao Ping, Gandhi, Nehru, De Gaulle, Kennedy, Nasser, Gheddafi, Breznev, Walesa, Komeini, Woytjla, Saddam, Kelsen, Craxi, Andreotti, Agnelli, Putin e molti altri che potrei ricordare, cui il lettore può aggiungere altre decine, nella politica, nel mondo militare, nel mondo religioso e in quello economico, se ne sono interessati, filosofando alcuni e praticandolo i più, negli ultimi duemila e quattrocento anni.

Esiste il potere dell’autorità legittima, diversamente sviluppatasi nel tempo, dalle monarchie alle dittature, fino alle democrazie, che hanno avuto prodromi fino dalla Grecia classica, ma vi è anche un potere di natura diversa, più psicologica e spirituale, il potere della ratio operandi e della moral suasion.

Giova qui ricordare anche il violentissimo potere patriarcale, così come ha confessato telefonicamente di avere esercitato il padre di Saman, diciottenne pakistana, uccisa nel 2021 in Italia dal padre, che si è sentito offeso nella dignità, perché lei “ha osato” contravvenire agli ordini paterni di accettare solamente nozze ordinate dal genitore. Giova anche ricordare che anche in Italia, fino quasi agli anni ’80 del secolo scorso, vigeva la legislazione e la prassi giuridica del delitto d’onore, cui era riconosciuta una specie di dignità morale che meritava una punizione penale molto blanda: se qualcuno, per motivi d’onore ammazzava una donna della propria casa (figlia, sorella, moglie, etc.) veniva punito, non con i 21 anni che sono previsti dall’ordinamento penale italiano per un omicidio non premeditato e senza aggravanti, ma con 5 o 7 anni al massimo, di carcere. Si pensi, il cosiddetto “omicidio d’onore” non veniva considerato premeditato, come invece era senza dubbio alcuno, per la sua stessa struttura ontologica di crimine radicale.

Mi limito qui a citare solo l’esempio della povera Saman, senza citare le legislazioni che, nel tempo, hanno collocato la donna, salvo rare eccezioni, al di fuori del potere e del suo esercizio. Possiamo citare in questo senso il Codice di Hammurapi, i libri biblici del Deuteronomio e del Levitico, la legislazione romana delle XII Tavole, il Corpus Iuris Civilis giustinianeo, le Leggi longobarde, quasi tutta la Legislazione islamica fino ai giorni nostri, e infine anche quella italiana che “concesse” il voto alle donne solamente nel 1946, superando lo Statuto Albertino che datava 1848.

Proviamo qui ora ad esaminare in breve le differenze tra potere reale, giuridicamente dato e poter derivante dalla moral suasion. Il potere esercitato dall’autorità riconosciuta per legge, che si colloca nella posizione prevista, come nel caso di ruoli e posizioni acquisite per elezione, come in generale nella politica e nell’associazionismo, oppure per nomina, modalità più diffusa nel privato economico: un deputato viene eletto dal popolo, mentre un Amministratore delegato o un Presidente viene nominato dal Consiglio di Amministrazione di un’azienda. Una differenza formale radicale, che si sostanzia anche nell’agire di un “eletto” rispetto a un “nominato”. Infatti, l’AD nominato deve rispondere solo al Consiglio di Amministrazione e alla Proprietà dei risultati del suo agire direttivo, per cui se è manchevole nei suoi compiti di direzione può venire anche immediatamente sostituito; il deputato eletto, invece, deve rispondere, prima di tutto ai suoi elettori, ma anche a tutto il corpo elettorale e alla propria parte politica. La durata dell’incarico del deputato è prefissata in cinque anni, salvo che, come in questo caso, non siano convocate le elezioni anticipate.

Ciò detto, torniamo alla ratio operandi e alla moral suasion, che è un altro tipo di “potere”. La ragione dell’operare viene compresa da chi dirige un ente, anche se viene da qualcuno che non fa parte del gruppo dirigente (CdA, Board, Presidente, Amministratore unico o delegato, Direzione generale…). Esperienza personale di cui di seguito parlo.

Presiedo una dozzina di organismi di vigilanza nei modelli dei Codici etici aziendali. Non devo, non voglio, non mi piace interferire nei flussi gerarchici aziendali, ma sto in una posizione tale che mi permette di dialogare con i vertici aziendali e le proprietà senza interposizioni e di fatto in qualche modo influisco sulle decisioni, mediante una ratio cogitandi et operandi riconosciuta dai miei interlocutori, e una certa moral suasion, che può essere efficace. E’ un modo non usuale di esercitare una forma di potere indiretta, ufficiosa, pacata, con l’equilibrio di chi non è direttamente coinvolto nei processi gerarchici, ma può osservarli dall’esterno con un interesse essenzialmente morale, nel quale sono assenti i tipici processi psicologici dell’autoaffermazione del proprio ego, di quella che chiamo libido potestatis (Lat.: piacere di esercitare il potere).

In altre parole, si può anche esercitare un potere utile ed eticamente fondato, influenzando positivamente chi lo detiene per ruolo, posizione e legittima autorità giuridicamente data.

Il caro amico Alberto Felice De Toni, con il collega Bastianon, ha scritto un volume fondamentale sul tema, Isomorfismo del potere, edito da Marsilio, nel quale analizza la dimensione del potere secondo la sua amata scienza della complessità, che afferisce non solo all’esercizio tradizionale del potere che attiene alla politica, all’economia e all’ambito militare, per tacere della chiesa, ma si declina all’interno di ogni ambiente in maniera sistemica. Cito un passo della prefazione: “Così come nella cristallografia, sistemi tra loro diversi, ma con proprietà analoghe, in quanto strutture sociali, presentano similitudini circa il fenomeno del potere. Queste similitudini sono i cosiddetti isomorfismi.

Infine un accenno alla politica di queste ore: pur avendo del potere solo una vaga nozione filosofico-psicologica, il solito ineffabile Conte mette in guardia il mondo dalla moral suasion sui nuovi governanti che Mario Draghi potrebbe operare, in ragione del suo prestigio e della sua credibilità nazionale e internazionale (che a Conte mancano, e lui lo sa anche se non lo ammette), con ciò riconoscendogli quel valore che il grillino ha disprezzato, con le sue spregevoli azioni atte a far cadere il Governo di unità nazionale, riuscendoci con la collaborazione di altri avventurieri come Salvini.

E dunque, il potere non è, di per sé, buono o malo, come ritengono le dottrine anti-autoritarie di ogni tempo, che confondono autoritarismo e autorevolezza, ma trae valore morale positivo solamente dal modo in cui viene esercitato per fini buoni, vale a dire fini che diano risposte di tutela, vita e sviluppo equilibrato per tutti i soggetti interessati dall’esercizio del potere stesso.

Caro amico lettore, ti esorto, VAI A VOTARE!

Mi rivolgo a te in modo confidenziale, caro lettore, con il “tu”, come mi pare peraltro faccio sempre. Ma stavolta più convinto, di questo “tu”.

Il primo Presidente della Repubblica Italiana avv. Enrico De Nicola firma la carta Costituzionale

L’articolo 48 della Costituzione della Repubblica Italiana parla del diritto-dovere di partecipare a tutte le consultazioni elettorali, che siano politiche o amministrative, ovvero referendarie, in base al suffragio universale che in Italia esiste SOLO dal 1946, quando furono ammesse al voto anche le… donne!!! Evviva. Eccolo:

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività.”

Una bella novità in tema, questa volta, è che possono votare per il Senato della Repubblica anche i diciottenni, mentre fino al 2018, alle precedenti consultazioni politiche, il limite era di 21 anni.

Forse, però, la più grande novità, prevista da una Legge dello Stato, è il cambiamento radicale dei numeri di deputati e senatori, che passano, per la Camera dei deputati, da 630 a 400, e per il Senato della repubblica da 315 a 200.

La normativa di merito è la seguente: detta legge costituzionale prevede la riduzione del numero dei parlamentari, da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori elettivi. La proposta di legge costituzionale A.C. 1585-B è stata approvata in via definitiva dalla Camera dei deputati, nella seduta dell’8 ottobre 2019, in seconda deliberazione.

Anche qui, dico evviva, perché non mi convincono i critici di questa riforma, che sostengono sia avvenuta una riduzione effettiva della rappresentanza democratica. Io penso che non sia vero per la semplice ragione che basta che questa rappresentanza sia equamente distribuita fra i territori e le popolazioni, anche se, in questa tornata, il modello soffre di una legge elettorale, il cosiddetto “rosatellum” che costituisce l’ennesima fallacia (si pensi che un modello precedente era chiamato “porcellum” dallo stesso suo estensore, l’on. Roberto Calderoli della Lega che, dopo averlo scritto, si accorse “che faceva schifo”, parole sue, più o meno come l’attuale “rosatellum“); per la cronaca tra i due sistemi qualcuno ebbe anche cuore di proporre il cosiddetto “italicum“, anch’esso fortemente deficitario sotto il profilo della rappresentanza in materia di sistema elettorale.

Il sistema elettorale è comunque ancora una volta da cambiare per trovare una sintesi tra le esigenze della rappresentanza degli elettori e le esigenze della governabilità, come proponeva Craxi quarant’anni fa, morto in esilio, non più colpevole di corruzione degli altri politici del tempo.

E vengo alla campagna elettorale che è giunta agli ultimi giorni utili. Qualcuno dei partecipanti a questa campagna ha osservato come questa sia la più stupida a memoria di elettore italiano. Condivido. Stupida, sgangherata, insensata. Parto dall’ultimo aggettivo: insensata, perché avrebbe potuto svolgersi regolarmente tra cinque mesi, come previsto dal quinquennio costituzionale; sgangherata per il livello del dibattito politico; insensata perché il Governo Draghi è caduto su una impuntatura de minimis (il termovalorizzatore di Roma) attuata dall’ineffabile, per me insopportabile, mediocrissimo, dandy foggiano, cioè Conte, supportato dal ghignante ignorante improvvisato scappato di casa segretario della Lega, e dalla tiepidezza di Berlusconi.

Non cito Meloni, perché – coerente nel tempo – questa donna, che spero non diventi Capo del Governo, ma se lo diventerà sarà una scelta perfettamente democratica, cari voi che contestate questa verità, ha ottenuto ciò che chiedeva da anni. Non salvo nemmeno il PD, che da quasi un quindicennio, dai tempi di Veltroni, ha guide deboli e incapaci, salvo forse il miglior periodo del primo Bersani che fece delle riforme dignitose come ministro, e della prima fase di Renzi. Zingaretti stia nel Lazio e Letta torni mestamente a Parigi. Quest’ultimo mi deprime, addirittura. Degli altri non mi curo, salvo il dire, più avanti, qualcosa del cosiddetto Terzo Polo, che è sorto in vista di queste elezioni anticipate.

Resto sulla politica. Che idee propongono i vari contendenti per la nostra (parzialmente) disgraziata Italia? Provo a sintetizzare: a destra il trio Berlusca, Meloni, Salvini propone tre idee, non molto conciliabili, perché vanno dal populismo sgarrupato della Lega, con il discorotto dei 30 miliardi cui si è affezionato il ragazzo stagionato e stazzonato di Padania, al nazionalismo arcaicizzante e ancora fascistoide di Fratelli d’Italia, fino al conservatorismo paraecumenico assai passé di Forza Italia, coalizione che probabilmente vincerà, ma… chissà dopo: voleranno stracci, probabilmente.

A sinistra abbiamo un PD ancora massiccio, ma disastrato da un’assenza imbarazzante di direzione politica: Letta ha fatto tutta la campagna elettorale teso solo a rintuzzare le posizioni della destra meloniana, incapace di promuovere una proposta di sinistra riformista degna di una appartenenza al filone socialista democratico: occuparsi più o meno solamente di LGBT e di tassare i patrimoni non mi sembrano grandi pensate. Anche il suo viaggio a Berlino è stato come un capitolo fuori tempo e luogo de La Recherche di Marcel Proust, non una iniziativa politica accorta.

I 5Stelle, oramai ex grillini e paracontiani (finché dura), sono una sinistra senza arte né parte, come la maggior parte di quelli che ivi militano. Militano? Prenderanno voti dalla parte centrale della “gaussiana” dei mediocri. Le cose che racconta il cosiddetto “avvucato del popolo” stanno tra la pura invenzione semantica e semiotica e la più pacchiana disonestà politica. Costui mente sapendo di mentire. Una vergogna tra le più grandi della storia repubblicana.

I due gruppettari della sinistra ecologista non meritano nemmeno il paragone con altri sconfittori della sinistra sinistra, paragonabili al Bertinotti che si vantava di non firmare mai accordi sindacali o d’altro genere. Bella roba, come se firmare accordi fosse un disonore, invece di costituire l’essenza della negoziazione democratica.

Devo dire qualcosa di Di Maio, transfuga dalla breve storia, forse arrivato al capolinea? Anche no. Oppure di figuri come Paragone, aggressivo come una donnola incazzata e affamata, come il “compagno” Marco Rizzo tifoso di Josip Dgiugasvili fuori tempo massimo, oppure del bel magistrato eroicamente prestato alla politica come De Magistris?

Resta, quasi infine, donna Emma da Bra del Piemonte, che conserva una sua dignità.

E per finire il Terzo Polo, guidato da due campioni di antipatia come Renzi e Calenda, due benestanti che riescono anche a pensarla giusta su tanti temi. Li voterò, ma non uscirei con loro neanche per una pizza.

Viva l’Italia!

“Ove tende questo vagar mio breve (…)?” (Giacomo Leopardi) “Homo viator (sum)…” (Gabriel Marcel)

La citazione leopardiana che assume il meraviglioso verso del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, mi permette di riflettere sul senso. Senso in termini generali, senso in termini esistenziali.

Palazzo Leopardi a Recanati

(…) Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale
?

Il poeta si pone la domanda filosofica, tipica del conte Giacomo, circa l’indirizzo, o il senso della sua propria vita. Che è breve. Che è un “andare”.

E’ la domanda che ogni anima pensosa si fa, non pretendendo di trovare risposte facili. “(…) ove tende/ questo vagar mio breve (…)?”, e accettando la fatica della diuturna ricerca del senso.

E dunque la vita è un vagare breve verso… Leopardi l’agnostico, non parla di “vita eterna”, di aldilà, ma fa rimanere il suo poetar filosofico al di qua. Lui interpella, anche in questa poesia, la luna che occhieggia dal cielo notturno ed è testimone degli eventi che accadono, come quello del pastore errante nelle immense steppe dell’Asia, ma anche come quello del giovane figlio di Monaldo e Adelaide, fratello di Francesco e Paolina, inquietamente speranzoso di trovare una strada per il suo “vagare”. Milano, Firenze, Napoli. I premi, i riconoscimenti, lo studio “matto e disperatissimo”, l’attività letteraria, gli amori infelici. A un certo punto, il senso della sua vita è l’amore senza speranza per Fanny Targioni Tozzetti. Ecco, il tema dell’eros anche in Leopardi si pone. Un eros non solo carnale, ma completo, totale, capace di dare, appunto, un senso al “vagar (suo) breve”.

Noi lettori e successori di Leopardi sotto il profilo storico, sappiamo come è stato il suo “vagar”. Conosciamo e ammiriamo i suoi scritti e la sua capacità di preveggenza sotto il profilo filosofico morale e anche storico.

Leopardi ha scritto in altri idilli di un “affanno (suo) che dura” e di “magnifiche sorti e progressive (del mondo e dell’umanità)”, con amara ironia. Abbiamo constatato come le sorti del mondo, degli esseri umani e del loro “vagare”, è stato ondivago, contraddittorio, perfino “apocalittico”, dopo Leopardi, e fino a noi. Nevvero, Vladimir Vladimirovic Putin?

Nonostante il progresso scientifico e tecnologico, vi sono state le peggiori guerre della storia, e proprio – in qualche significativa misura – in ragione di quel progresso! Lo sappiamo, dobbiamo ammetterlo.

Noi tutti siamo chiamati a tentare una risposta alla domanda del poeta, per riuscire – almeno in parte – a comporre un’idea di percorso buono per le nostre vite.

Interpello un altro autore, diversissimo dal Nostro grande poeta, il filosofo e drammaturgo francese contemporaneo Gabriel Marcel, di solito sussunto dalla critica alle scuole esistenzialistiche, anche se disorganicamente, perché di quelle scuole fanno parte pensatori come Jean-Paul Sartre, ma anche, in un certo senso, come Martin Heidegger, come Emmanuel Mounier e Jacques Maritain.

Riporto alcuni passi del citato autore dal testo L’Io e l’Altro, che non tanto stranamente echeggia (perché non ricordarlo?) il mio L’Uomo e l’Altro.

«Se si astrae dalle teorie e dalle definizioni proposte dai filosofi, per rivolgere la propria attenzione all’esperienza diretta, si è portati a riconoscere che l’atto il quale pone l’io, o, più esattamente, mediante il quale l’io si pone, è sempre identico a se stesso. È quest’atto che dobbiamo cercare di cogliere senza lasciarci fuorviare dalle finzioni accumulate in questo campo dalla speculazione nel corso della storia. Dobbiamo studiare attentamente le espressioni correnti, popolari del linguaggio, espressioni che rimangono molto più aderenti all’esperienza di quelle ricercate e standardizzate del linguaggio filosofico.» […]

«L’esempio più elementare, il più terra terra, è anche il più istruttivo. Penso in questo momento al bambino che porta alla madre dei fiori che ha appena colto nei prati. L’intonazione trionfale del bambino, e soprattutto il gesto, anche solo abbozzato, che accompagna questo annuncio. Il bambino si auto designa all’ammirazione e alla gratitudine: io, io qui presente, ho colto questi splendidi fiori; non crederai certo che sia stata la bambina, o mia sorella; li ho colti io e nessun altro. Questa esclusione è fondamentale: sembra che il bambino voglia attirare su di sé, quasi materialmente, l’attenzione, la lode estasiata: sarebbe terribile se questa lode andasse a un’altra persona, in questo caso assolutamente priva di merito. In questo modo il bambino si designa, si offre all’altro per ricevere da lui un tributo.» […]

«Penso che si debba insistere sulla presenza dell’altro, o più esattamente degli altri, implicita in questa affermazione: sono io che… Ci sono, da una parte, gli esclusi al quale tu non devi pensare, e c’è, dall’altra, quel tu al quale il bambino si rivolge e che prende a testimonio. Nell’adulto questa stessa affermazione diverrà meno roboante; si ammanterà di un alone di falsa modestia nella quale è facile riconoscere il gioco complesso dell’ipocrisia sociale. Lasciando da parte le impostazioni diversa nella quale si riflettono le convenzioni sociali, scopriamo la profonda identità dell’atto.» […]

Gabriel Marcel ci dice in modo spietato, in questo testo e forse meglio in Homo viator, edito in italiano da Astrolabio nel 1980, come noi umani adulti ci comportiamo, proprio nel dare-senso alle nostre vite. Come i bambini, senza avere le “ragioni” dei bambini, e dunque la giustificazione dell’egoismo-bambino.

Certo, rimaniamo “bambini” anche da adulti, come ben spiega Eric Bernstein con la sua teoria della “transazione” tra le varie età della vita. Possiamo anche restare “bambini” quando riusciamo a divertirci, ma non possiamo giustificarci con la nostra “bambinaggine” quando siamo egoisti, autoreferenziali, egocentrici a volte fino all’egolatria, e alla violenza che pratichiamo per auto affermarci sugli altri.

Per provare almeno a comprendere dove stiamo “vagando” e perché stiamo “vagando” così come lo facciamo, dobbiamo uscire da noi stessi. Occorre un exitus, come insegnavano gli antichi Padri, sia latini, sia cristiani, sia Seneca, sia Agostino, per poter avere un reditus umano, razionale, in noi stessi.

Dobbiamo uscire-da-noi-stessi e osservare il mondo e gli altri esseri umani come noi, per constatare la nostra piccolezza, la nostra fragilità, il nostro “vagar (necessariamente) breve”, la nostra inevitabile fine.

Dobbiamo uscire-da-noi-stessi, e accettare il vagar (nostro) breve, per poter poi tornare in noi stessi, quia veritas habitat in corde hominis (lat.: perché la verità abita nel cuore dell’uomo…).Per cui, come insegnava ancora sant’Agostino “in teispsum redi, quia… (lat.: rientra in te stesso, perché, e ciò che segue)”.

Leopardi cerca il senso della propria vita, constatando (umilmente) che si tratta di un’intrapresa difficilissima, e spesso apprendiamo dalla sua biografia che infine constata di non riuscirci, di non esserci riuscito, cosicché egli si volge a quello che molti, un po’ semplicisticamente, hanno definito “pessimismo cosmico” leopardiano. Mi pare invece di poter dire che il “pessimismo leopardiano”, che pure è certamente “cosmico”, per la sua capacità di visione, è soprattutto “antropologico”, versato sul tema dell’uomo e dei suoi limiti, al di là della sua presupponenza e arroganza: ecco il “questo vagar mio breve”.

Oh, come dovrebbero molti dei potenti di questo mondo, anche i micro-potenti, talora in-potenti, della nostra politica, a partire da un Salvini e da un Conte, tra gli altri (più o meno tutti gli altri, ma loro due particolarmente!) sedersi in circolo e ascoltare le riflessioni di qualcuno che gli sappia “leggere” questo Leopardi e questo Marcel.

Forse la smetterebbero almeno con l’atteggiamento superbo e colmo di albagia vendicativa (non si sa contro chi), ferma restando l’esigenza radicale di smetterla con le falsità che ululano alla luna, prima di tutto, e di studiare studiare studiare, in secundis.

E, dopo Leopardi e Marcel, ascoltare una lettura e un commento (perché no, anche mio) del capitolo terzo di Qoèlet… “vanità delle vanità, tutto è vanità” (soprattutto la loro).

La Bibbia ci insegna a considerare i “segni dei tempi”, cioè i messaggi che dobbiamo saper cogliere per il cambiamento, sia nelle nostre vite, sia nei nostri ruoli, sia nelle strutture sociali cui partecipiamo. Il testo che cito è il capitolo III del Qoèlet, che fu scritto attorno al III/ II secolo avanti Cristo, probabilmente da un filosofo ellenista di scuola cinico-scettica (anche Gesù di Nazaret probabilmente conosceva questi indirizzi filosofici), che si aggirava per il Vicino Oriente antico. Riporto i primi versetti del capitolo citato…

[1]Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.

Un tale che non ha saputo fermarsi nei tempi giusti, come gli avrebbe suggerito Qoèlet

[2]C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.

[3]Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.

[4]Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.

[5]Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.

[6]Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.

[7]Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.

[8]Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

[9]Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?

(…)

Qoèlet non desidera certo disincentivare l’impegno di ciascuno, ma semplicemente far presente che tutto ciò che facciamo deve tenere conto del cambiamento, sia di quello oggettivo provocato dal trascorrere del tempo e delle vita, sia di quello generato da noi con il nostro agire, sia di quello derivante da tutti gli altri “vettori causali” che fanno parte delle circostanze su cui non abbiamo possibilità di interferire, e quindi sollecita e richiede la saggezza di accettare, e perfino di promuovere il cambiamento, per il Bene comune che spesso coincide con il Bene proprio.

In tempi più a noi vicini, possiamo trovare due grandi personalità pubbliche che hanno posto il tema del cambiamento, proponendo il sintagma “Segni dei tempi“, che dovremmo saper cogliere, volendo coglierli. I “segni dei tempi” sono quei “messaggi” che si possono cogliere da un’interpretazione attenta della complessità del reale, che non può mai essere compreso per scorciatoie e semplificazioni. I “segni dei tempi”, se bene interpretati e compresi suggeriscono che cosa e in quali tempi creare le condizioni per un mutamento. Anche rivoluzionario, se pure raramente, come la grande Storia spiega. Più spesso nella modalità riformistica, che è più accettabile da “chi viene cambiato”, ed è più ragionevole per chi promuove il cambiamento. In altre parole, il socialismo è meglio, molto meglio, del comunismo.

I due cui si ascrive il sintagma “segni dei tempi” sono il famoso Sindaco di Firenze e promotore di una Cultura della Pace professor Giorgio La Pira e papa Montini, Paolo VI.

Nella politica, nell’economia, nello sport, nella cultura, ovunque siamo attivi come esseri umani, dovremmo saper cogliere i “segni dei tempi”, che possono dire diverse cose:

a) siamo stanchi e non abbiamo più le energie per condurre le cose con la dovuta e necessaria responsabilità;

b) le nostre idee non bastano più per conseguire il Bene comune, e sono – perciò – superate;

c) noi stessi (o chiunque), non siamo (non è) più nelle condizioni di competere, ad esempio nello sport;

d) non ci presentiamo (alcuni non si presentano), con la nostra (loro) immagine, con la dovuta e necessaria dignità nella nostra (loro) persona…

Provo a fare degli esempi per ciascuna di queste quattro fattispecie:

per a) potrei essere anch’io nella conduzione di una importante Associazione nazionale;

per b) potrebbe essere un “Andreotti” o un “Berlusconi”, che non si sono rassegnati (il primo) o non si rassegnano (il secondo) a passare la mano ad altri più giovani e vigorosi;

per c) potrebbero essere atleti come il ciclista Nibali, come i calciatori Ibrahimovic e Ronaldo, e altri;

per d) potrebbero essere figure come Piero Angela, che ha continuato a presentarsi in tv in condizioni precarie. Oggi, giovedì 8 settembre 2022, in questo luogo aggiungo anche Elisabetta II di Windsor (regina solo perché Edoardo VIII sposò una divorziata americana e abdicò a favore del papà di Elisabetta Giorgio VI), che è rimasta fino all’ultimo respiro. Ascolto che tutto il mondo la piange. Io no, se non come qualsiasi altro essere umano che muore.

Scrivo queste cose con il massimo rispetto per le persone, caro lettore.

Ammetto che a questo mio discorso si può opporre una grandiosa eccezione: quella di papa Wojtyla, che restò nel ministerium Petri in condizioni tremendamente precarie, per mostrare la profonda umanità del suo dolore, condiviso con tutto il dolore e il peccato del mondo,… ma il suo successore, papa Benedetto XVI ha proposto un’altra scelta, opposta, basata sulla constatazione della sua “ingravescente aetate” (trad. it.: essendo la mia età non più in grado di sopportare il carico…), costrutto della lingua latina, un ablativo assoluto che riconosce il limite, la finitezza, il transeunte della vita umana.

Certamente queste mie idee sono criticabili: una critica la esprimo io stesso, immediatamente. Potrebbe anche darsi che ciò-che-è il “vecchio” non abbia successori, in ragione della qualità scarsa dei più giovani; può darsi che il “vecchio” desideri abbandonare certi impegni per riposare un po’ di più, ma non perché sia superato per le idee e le iniziative (potrebbe trattarsi di a), cioè del mio caso); nei casi dello sport ogni disciplina e ogni atleta fa storia a sé, per cui uno a trentacinque anni smette, ma potrebbe continuare con profitto per altri due o tre anni, mentre uno a trenta anni potrebbe smettere, perché non è più motivato ai sacrifici durissimi degli allenamenti. Nella storia del calcio vi sono stati due esempi di campioni che si sono ritirati nel pieno delle forze a soli trentadue anni, Giampiero Boniperti e Michel Platini. Marco Van Basten, invece, smise di giocare a ventinove anni, nel pieno fulgore della sua immensa classe calcistica, perché non aveva più le cartilagini delle caviglie: causa di forza maggiore, in questo caso.

Non è detto che Qoèlet non suggerirebbe anche a qualche persona relativamente giovane di fermarsi, di cambiare mestiere, di togliersi di torno, come farebbero bene a fare non pochi politici di neanche cinquanta anni. La differenza, quindi, non la fa l’età assoluta, ma il valore individuale e la capacità di analizzarsi e di essere capaci di mollare e di farsi sostituire.

Caro lettore, non pensi che sia utile e saggio questo discorso, proprio di questi tempi nei quali pare che primeggiare, essere in evidenza, comandare, vincere (“essere vincenti”, horribile dictu!), sia l’unica cosa che conta nella vita e nella società?

Piango e ricordo Michail Sergeevič Gorbačëv, riformatore visionario nel grande Mistero russo, nel momento in cui le brutture, la maleducazione, l’incultura, la barbarie sembrano prevalere

La Grande Madre Russia forse piange quest’uomo come me, anche se a modo suo, modo che io non posso capire, se non solo in parte. Certamente, in questa fase storica a “geometria variabile”, cioè in diverse maniere, sulla base di diversi giudizi storici e politici, anche contraddittori se non contrari.

Dopo la morte di Antonin Cernienko nel 1985, il Praesidium del Comitato centrale del Soviet Supremo del Partito Comunista dell’Unione Sovietica seguì il consiglio che il precedente Segretario generale del Pcus Yuri Andropov aveva dato ai suoi compagni, di eleggere un sessantenne. Invece, avevano eletto Cernienko, un altro ottantenne, ma poi, alla sua morte, avevano scelto Gorbačëv, un uomo di neanche cinquanta cinque anni.

E fu la rivoluzione, oppure le riforme radicali. Furono la Perestrojka e la Glasnost, la trasparenza e il cambiamento. E lo fu, ma solo in parte. La società russo-sovietica “profonda”, insieme con le Repubbliche asiatiche e il complesso dei “Paesi satelliti” europei, erano un congegno, un non-combinato disposto troppo complicato perché l’azione del pur onnipotente Segretario generale del Partito potesse generare conseguenze decisive e definitive in termini di democratizzazione e modernizzazione.

Forse anche questi due termini sono inadeguati, anzi senza forse, perché vi era di più. Anche restando nell’ambito dell’ex URSS, i retaggi erano (e sono, poiché le conseguenze della grande Storia sono ancora fortemente attive e condizionanti) enormemente profondi, perché si potesse e si possa tuttora parlare di democrazia come la intendiamo noi: intendo il retaggio zarista, che era “Grande Russo”, soprattutto nella visione di Caterina II, e il retaggio cristiano ortodosso, teologicamente “Cristico”, ma non nel senso del Gesù povero rabbi itinerante, ma nel senso del Cristo trionfante e Pantocratore, cioè creatore e padrone del mondo. Gli stessi sàloi, i monaci itineranti “pazzi per Cristo” della Tradizione russa, il cui ultimo malvagio rappresentante, Rasputin, aveva voce a Palazzo imperiale presso l’imperatrice Alexandra Fedorovna Romanova, erano la rappresentazione di questa “cristicità” assoluta del potere russo.

Lo csar, Stalin, Breznev e oggi Putin sono l’estrema rappresentazione di quella linea metastorica. Come vedi, caro lettore, ho letteralmente “saltato” Gorbačëv, perché, nonostante i suoi poteri fossero teoricamente uguali a quelli di Stalin e di Leonid Breznev, lui decise di esercitarli in modo differente dai suoi predecessori, in quanto aveva in testa quello che poi ha fatto, con i risultati contraddittori che abbiamo constatato.

L’Unione Sovietica era il più grande stato di ogni tempo, socialista, anzi comunista, non democratico, e la rivoluzione di Gorbačëv fu fatta dall’elite sovietica, non dal popolo. Tra l’altro, anche la Grande Rivoluzione del 1917 era stata voluta e fatta da élite intellettuali e politiche, prima mensceviche e poi bolsceviche. Il popolo, come le salmerie, seguiva, e questo è stato uno dei limiti di quella grande Rivoluzione.

Sulle prime Reagan lo osteggiò, quasi per mettere alla prova la potenza industriale e militare sovietica, ma poi con lui stipulò straordinari accordi per evitare il conflitto nucleare, e Bush senior proseguì su questa strada.

Ora sembra che le cose siano tornate indietro, con Putin e con la congerie di capi mondiali di scarso carisma e qualità politica. La Cina tenta dove può, e può molto, di sostituirsi agli Americani, e in Africa ci riesce pure. La vicenda Taiwan è solo la punta dell’iceberg della volontà di potenza di XI, pretendente imperatore del Cielo.

L’Occidente, quando è stato sciolto il Patto di Varsavia, non ha saputo studiare ed attuare una diversa architettura Nato, tale da non far credere ai “Grandi Russi” attuali di essere una minaccia.

Dentro l’Occidente, l’Unione Europea va avanti e poi indietro nei suoi tentativi di maggiore unificazione d’intenti strategici sotto il profilo politico, economico e anche militare, soffrendo difficoltà che a volte paiono insormontabili, dovute ai diversi interessi dei singoli Paesi, soprattutto dei maggiori, tra i quali annoveriamo ovviamente la nostra Italia.

C’è un terzo del mondo che soffre la fame e la sete, ci sono trenta guerre non dichiarate, ci sono turpissimi commerci di esseri umani e di droga.

Culturalmente le élite mondiali, controllate in buona parte dalla grande finanza, non si occupano se non della propria sopravvivenza, sviluppo e mantenimento del potere.

Le sinistra politiche, quella italiana in particolare, è snob e vilmente ritrosa a guardarsi dentro, nella sua attuale insipienza. Il “compagno” Marco Rizzo, con un tweet che brinda alla morte dei Gorbačëv, è la rappresentazione della miseria di questa sinistra, che Karl Marx, Gramsci, Turati e perfino Lenin criticherebbero con durezza. La destra politica si barcamena, supposta maggioranza, dentro “culture” e inculture da “basso impero”.

Gli imprenditori, intendo come associazione, non come singoli, hanno bisogno (sembra) di “marcare il territorio” servendosi anche di media tipo Radio 24 che ospita orrori mediatici come La Zanzara, dove un conduttore villano e impunito furoreggia insultando gli sprovveduti che gli telefonano, con il moccolo retto da un collega che gli fa controcanto da “sinistra”. Ampiamente ed evidentemente falso e falsificatore. Dei sindacati non dico, perché il giudizio sarebbe impietoso.

Il Vicino (non Medio, cari giornalisti e politici, ché il Medio Oriente inizia dal Golfo Persico!) Oriente islamico è coinvolto da infiniti turbinii e conflitti civili economico-religiosi, di cui gli Occidentali non hanno poche responsabilità, Usa e Regno Unito in testa, ma anche la Francia, almeno per la storia libica recente.

La guerra d’invasione scatenata da Putin contro l’Ucraina e contro l’Occidente, è l’ultimo e più grave evento che preoccupa, con le sue connessioni strategiche con il tema energetico.

Vi è il Papa di Roma che ha una visione, forse l’unica in questo momento, di prospettiva.

La morte di Michail Sergeevič, che sarà sepolto, pare, senza funerali di stato (o forse con), e ciò è almeno non ipocrita, accanto a Raissa, fautore di una utopia generosa, si scontra con le distopie attuali, ma la speranza, con san Paolo e con Marco Pannella, non muore mai.

Caro lettore, ti immagini se al Ministero dell’Interno, dopo le elezioni, andasse un amico di Putin, cioè Salvini? …però, voi iscritti al PD dite a Letta di non continuare a fare errori tattici: Zan, jus schola, ora tassazione su eredità, e altre proposte poco tempestive che NON portano neanche un voto… perché sono cose che si fanno DOPO!!! (Un po’ di competenze politiche, santoiddio!). Non so se Letta non riesce a pensarci o se ha consiglieri inadeguati, cosa forse ancora peggiore

Sono esplicito: non mi fido dello sbruffone di colore verde che proclama di voler fare cose impossibili. Non lo nomino neppure.

Anche quella signora che prenderà più voti di lui, e che ufficialmente sta più a destra, mi disturba meno, perché è più coerente e meno casinista. Di lei, quanto ad atlantismo, inteso non nel senso kissingeriano o bushiano o trumpiano, e nemmeno bideniano (per scarsa lucidità), mi fido di più che non degli altri due, che non nomino.

Si tratta di un atlantismo che mi ricorda perfino quello di Berlinguer che, quando nel 1973, dopo il golpe di Pinochet in Cile, affermò, facendo oltremodo incazz. Breznev, che si sentiva più al sicuro sotto l’ombrello della Nato, piuttosto che sotto quello del Patto di Varsavia.

Tant’è che i sovietici, tramite i bulgari (sempre loro, vero caro papa Wojtyla? ovunque tu sia, santo nel paradiso dei beati) cercarono di farlo fuori per le vie solitarie di Sofia.

Io sono per un “atlantismo” alla Berlinguer, che non era solo tattico, ma strategico. Con tutti i loro difetti, le democrazie occidentali, anche se a volte sostengono sistemi incompatibili con i principi democratici, sono cento volte meglio del populismo dittatoriale di Russia e Cina, dove il nazionalismo si associa a un conservatorismo rosso (Cina) e a un tradizionalismo di colore almeno marron scuro (Russia).

Ricordi, mio caro lettore, le “camicie brune” di Ernst Roehm? Quelle che prima stettero fedelmente al servizio di Hitler e poi furono fatte fuori dalle SS non appena furono ritenute in odore di eresia nazionalsocialista e quindi inaffidabili dal Pazzo? Bene, molti pezzi della cultura populista, tradizionalista, falso-cristiana sembrano apparentate a questa orribile eredità.

Proviamo a vedere altri. In questo novero confuso, populista e demagogico, un posto d’onore spetta, in Italia, ai Cinque Stelle, nate dalla fantasia di un comico televisivo e piazzaiolo: costoro hanno dato risposta a uno scontento macrognoso tra il 2013 e il 2018 arrivando fino al 33%. Pensare che si tratta della percentuale che Veltroni aveva raggiunto con il PD nel 2008, dopodiché si dimise. Incomprensibile, se non si pensa all’invidia dalemiana. Poi Renzi, altro campione di supponenza arrogante, fece di peggio, con il suo 41% alle Europee del 2014: volle intestarsi la sconfitta nel referendum per le riforme istituzionali e divenne un fragile partitino di centro, che però fece valere molto efficacemente negli anni successivi.

La sinistra è stata storicamente specializzata a dividersi,e perfino a spezzettarsi (si pensi alla sempre rinnovata stagione dei partitini a sinistra del PCI/ PDS/ DS/ PD, da Lotta Continua a Sinistra Italiana) e a scontare pene che i suoi elettori non meritavano, e non meritano, a partire dal Congresso del Partito Socialista Italiano del 1921. Il Partito di quell’anno era scosso da profonde divisioni tra gradualisti (tra cui mi colloco io da quando ero bambino, perché mio padre mi spiegava che gli operai devono mostrare il loro valore prima di chiedere nuovi diritti, e la sua vita fu un esempio di socialista silenzioso e coerente, mentre suo cognato, il mio zio ricco, il “Signor Zio” Massimiliano Gattolini mi chiedeva che simpatie politiche avessi consigliandomi le sue, per il Partito Liberale) e massimalisti, che diventarono comunisti.

Caro lettore, prova a guardare sul web i socialisti di ogni tempo, trovi di tutto, non solo Bissolati Leonida, Mussolini (sic!) Benito (in memoria del rivoluzionario messicano Benito Juarez), Turati Filippo, Costa Andrea, Kuliscioff Anna, Balabanoff Angelica, Morandi Rodolfo, Lombardi Riccardo, Nenni Pietro, Craxi Benedetto detto Bettino e si suoi due figli, Sacconi Maurizio, Brunetta Renato, De Michelis Gianni, Martelli Claudio, Spini Valdo, De Martino Francesco, Mancini Giacomo, Formica Rino, Marianetti Agostino, Boniver Margherita, Del Turco Ottaviano, Viglianesi Italo, i cari Pierre Carniti, Giorgio Benvenuto e Marco Biagi, la carissima Roberta Breda, ma anche quelli che sarebbero diventati comunisti a Livorno nel ’21: trovi Gramsci Antonio, Togliatti Palmiro, Terracini Umberto, Bordiga Amadeo, Bombacci Nicola, che sarebbe stato fucilato con i gerarchi catturati da Audisio Walter a Dongo il 29 aprile del ’45, e gridò, morendo “viva il Socialismo“, che lui aveva creduto sopravvivesse nel fascismo mussoliniano. E perfino Bertinotti Fausto, che da buon uomo di sinistra fece cadere Prodi Romano per poi avere Berlusconi Silvio. Poverino, Bertinotti, intendo.

Torno ai 5S, smagriti dopo le defezioni dimaiane e individuali. Ridotti ai minimi termini, come meritano. E come soprattutto merita il loro sussiegoso presidente, già da me qui “cantato” come uno dei tre superbi narcisi della politica italiana. Letta li ha corteggiati fino a che, una cum la destra più bieca (non quella meloniana, chiarisco, perché Meloni è stata sorpresa e spiazzata per questa anticipazione da nulla dei tempi delle elezioni, e ha telefonato a Draghi per capirci qualcosa sulle cose da fare ineluttabili per il PNRR e non solo), non hanno fatto cadere l’unico Governo decente che l’Italia poteva (e può) permettersi in questi tempi storici. Draghi, non solo governava bene, ma era diventato la guida dell’Europa, con un Macron indebolito e uno Scholz poco meno che esistente.

Tajani e Letta hanno sostenuto Draghi fino a che non è stato “fatto fuori” dai vecchi alleati gialloverdi, che obiettivamente lo sono ancora. Per la sua dignità personale non avrebbe potuto rimanere in mezzo a dei traditori, anzi molto meno, a dei poveretti. Ora, di “agenda Draghi” parlano solo l’eterno parvenù del San Paolo, ora Stadio “Diego Armando Maradona”, che mi viene da piangere alla possibilità che dovrebbe saper spiegare politica a me; e il chiacchierante pariolino, che ha una parola buona per tutti come queste “Inetto, inadeguato, sega!” rivolte poche settimane fa a Letta con il quale oggi dovrà obiettivamente allearsi.

Ora, caro lettore, dimmi che cosa dovrebbe votare un vecchio socialista cattolico come me, dimmi tu. Non ti dico chi voterò, ma il suo profilo, e lo voterò turandomi una delle due narici del naso: voterò uno che con una manciata di voti ha mandato a casa due volte Conte e ha lavorato perché Draghi diventasse capo del Governo di questa amata e sfortunata Patria.

Di persona questo giovane uomo non mi piace, perché ha un atteggiamento spocchioso e superbo, ebbene sì, anche lui, come diversi altri! La spocchia superba è una malattia diffusa tra i politici, e anche tra alcune uome (o uomine?) politiche. E non si adontino di questi miei scherzi lessicali le donne, femministe o meno che siano. Tantomeno se si tratta di una Annunziata o di una De Gregorio.

Pensa, caro lettore, che la sua segreteria mi ha invitato all’assise del partito tramite twitter, e io ho ringraziato scrivendo che io all’assise del suo partito potrei anche partecipare, ma come relatore. Uno dei relatori, intendo, ovviamente.

E’ superbia la mia? No, consapevolezza, quella che lui, di sé (seguo le indicazioni del prof Serianni sull’accentazione di “sé”) stesso, come i più, non ha.

La Filosofia, come sapere, resterà nel tempo, anche se molte discipline e processi di studio e di lavoro umano rapidamente mutano e cambieranno ancora: “blockchain”, “metaverso”, “intelligenza artificiale”, o A.I., stanno rivoluzionando il modo di pensare e di eseguire il lavoro, come ultime evoluzioni dell’informatica e della telematica

La rivoluzione informatica degli ultimi tre decenni abbondanti ha già radicalmente modificato il modo di lavorare nelle aziende industriali e commerciali, e anche nella pubblica amministrazione, anche se lì con maggiore lentezza. L’informatica individuale ha preso il sopravvento sui grandi mainframe degli anni ’80 e ’90.

Oramai quasi tutte le modalità operative di produzione sono “servite” dai sistemi automatizzati dall’informatica. L’innovazione tecnologica procede speditamente in tutti i settori produttivi, richiedendo sempre nuove professionalità e specializzazioni.

Va in questa direzione il varo del nuovo modello di studi tecnici integrato tra gli ITI e le aziende, sull’ottimo modello tedesco. Accanto a questo è importante che a nessuno venga in mente la sciagurata idea di smantellare i licei, con i loro tipici studi di filosofia e latino (il classico e lo scientifico), e greco (classico), perché questi saperi restano fondamentali per la strutturazione logica del pensiero umano, a qualsiasi scopo esso sia dedicato.

La cultura è una, una sola, in tutte le sue declinazioni umanistico-scientifiche.

Quando devo fondare questo mio convincimento, sia in un colloquio a due, sia in un intervento seminariale o di docenza, sia in una conferenza, utilizzo questi due esempi: 1) facciamo conto di trovarci alla Facoltà di Lettere di X e di incontrare il prof. XY, glottologo delle lingue asiatiche, che sta svolgendo una ricerca su un idioma quasi perduto del ceppo uralo-altaico; sta predisponendo una tabella con i morfemi, gli etimi radicali e i grafemi, cercando di definirne anche la pronunzia. Ebbene: si tratta di una ricerca umanistica (la disciplina generale del professore è la linguistica) o scientifica?

La domanda è impropria, poiché la ricerca è sia umanistica, sia scientifica, in quanto l’esito darà una risposta a una dimensione fondamentale di certe popolazioni, e nel contempo descriverà una struttura linguistica e quindi comunicazionale provvista di senso.

2) Ci trasferiamo alla Facoltà di Fisica, che comprende anche Astrofisica, di Z, e incontriamo il professor S.H. (è riconoscibile!). Ci spiega che le sue ricerche sull’origine dell’universo e dei buchi neri, nonostante lui sia sempre stato agnostico, lo hanno sempre interpellato sull’esistenza o meno di un’Intelligenza creatrice, in altre parole, di Dio. Non trovando risposte. Se l’avessi incontrato davvero mi sarei trattenuto con lui sulle “forme” del sapere: la ricerca di Dio non può appartenere direttamente alla Fisica, ma solo indirettamente (cf. Sapienza 13).

E veniamo alla domanda sul tipo di ricerca: il prof S.H. si sta facendo domande scientifiche o umanistiche? Sia umanistiche sia scientifiche, poiché i meccanismi chimico-fisici della formazione dell’universo appartengono alle discipline che studia, ma la domanda sull’Intelligenza creatrice è “solo” umanistica, perché la domanda su Dio, che ci si fa in Teologia e in Metafisica, è una domanda… sull’uomo.

Su questo tema, qualche anno fa ho cortesemente polemizzato in questa sede con il Prof. Carlo Rovelli, cui rimproveravo con garbo di “trattare male” la tesi platonica sull’immortalità dell’anima che il Grande ateniese ha proposto specialmente nel dialogo Fedone.

Di questi tempi si stanno – però – proponendo ulteriori modelli operativi come il blockchain, che è un registro digitale, cioè una struttura-dati condivisa e immutabile. Nel 2008, Satoshi Nakamoto (pseudonimo), utilizzando blockchain, inventò bitcoin che poi prese la sua strada autonoma e, per me, fortemente dubbia sotto il profilo morale, e forse anche finanziario (ma questo non è pensier mio). In sostanza blockchain dovrebbe contribuire a migliorare i processi informatici e i collegamenti telematici, sia nei processi produttivi, sia nei collegamenti civili e nella pubblica amministrazione.

Accanto al sistema precedente possiamo citare il metaverso, dai tempi in cui Neal Stephenson nel 1992 scrisse Snow Crash, per proporre quello che si può chiamare “universo virtuale”. Si tratta di un insieme di spazi virtuali attraversati da avatar, che sarebbero anche “più avanti” rispetto alla stessa realtà virtuale. Tramite questo sistema ci si può sentire con amici, partecipare a un concerto, esplorare sconosciuti paesaggi, senza muoversi da casa.

In tempi di pandemia, l’ideale, potrebbe sembrare.

Ma sorge subito, però, un tipico dubitar filosofico…: dopo qualche tempo, non è che il sistema metaverso ci potrebbe abituare a una solitudine non ricercata in sé, come possono esserlo le passeggiate in silenzio, o il gusto dell’escursione montana, oppure, ancora, l’andare in bici per strade secondarie nella frescura. In questi tre casi la solitudine non può scivolare nel senso di un rifiuto degli altri, perché risponde solamente all’essenziale esigenza che ha ogni essere umano di starsene a volte per conto suo, senza sentire parole inutili, urla scomposte e atti noiosi di altri.

Abbiamo bisogno di questa solitudine, e il metaverso usiamolo per lavorare.

Terzo tema: l’Intelligenza artificiale. Molti certamente ricordano il film Minority report, nel quale Tom Cruise fa parte della polizia predittiva, che si occupa di prevenire i delitti e arresta i probabili/ possibili/ (quasi) certamente progettatori ed esecutori di delitti di tutti i generi.

L’intelligenza artificiale lavora mediante collegamenti informatici che imitano l’intelligenza umana mediante l’analogia e la logica razionale di base, ma, di contro, un pensatore laico come Stephen Hawking, ancora nel 2014, ha messo in guardia l’ambiente accademico e il sistema massmediologico dai pericoli dell’AI.

I prodromi dell’intelligenza artificiale si possono trovare addirittura nei secoli passati, nelle ricerche di matematici e fisici come, nel 1623 Wilhelm Schickard, nel 1674 Gottfried Wilhelm von Leibniz, nel 1834, 1837 Charles Babbage, nel 1937 Claude Shannon a Yale, nel 1936 Alan Turing, e poi Mc Culloch e Pitts nel 1956 al Dartmouth College, fino alle ultime evoluzioni fisico-informatiche.

Bello, perché tutto ciò che la scienza produce è importante per l’uomo e per l’umanità tutta, specialmente quando scopre ciò che può essere utile in natura e si muove per proteggere la natura come in questo periodo sarebbe essenziale. La scienza e la tecnica possono servire per ridurre l’inquinamento da combustibili fossili… ad esempio, riprendiamo con il nucleare di ultima generazione? …. servono per migliorare la difesa del territorio e del clima terracqueo, per sconfiggere sindromi e malattie.

Ma l’intelligenza artificiale, se considerata addirittura sostitutiva di quella umana, rischia di essere una delle modalità attuali del peccato di superbia. Sto pensando alla gravidanza surrogata, alla clonazione umana, a tutto ciò che mette in questione la struttura morale della realtà naturale.

E’ vero che la cultura umana ha modificato la natura delle cose, ma non bisogna esagerare. A questo proposito, ci si deve porre, a mio parere, una domanda: c’è un sapere che riesce e mettere in guardia da questo rischio? Domanda retorica, perché la risposta è di tutta evidenza, almeno da due millenni e mezzo.

La Filosofia. La filosofia non morirà mai e non potrà essere sostituita neppure dal machine learning, poiché questo sapere si interroga sui princìpi primi, sulle ragioni dell’esistenza umana cosciente nel mondo, sul funzionamento della logica e dell’argomentazione razionale,sul bene e sul male, sulle scelte morali e sulla scala virtuosa o viziosa dell’agire libero.

E, oltre alla frequentazione dei grandi classici, dai due Greci che non occorre nominare tanto sono conosciuti, ad Agostino e Tommaso d’Aquino, fino a Kant e Hegel, a Heidegger, a Emanuele Severino, e al padre Cornelio Fabro, da Flumigano (Ud) per la cui biografia scrissi la prefazione, mi consolo con questo pensare.

Il compito di chi la pratica è immenso.

Ci penso ogni giorno per rinforzare il mio impegno, nel mio piccolo, per proporre la filosofia come sapere che riesce, analizzando con cura razionale ogni cosa e ogni fatto, a discernere le strade buone dalle strade male della vita di ognuno, delle famiglie, delle aziende e di ogni gruppo organizzato, dei popoli e delle nazioni.

La dignità di Mario Draghi, la vergogna e lo schifo dei grillini e della destra… e l’applauso dei vigliacchi che scappano dall’aula, “Giuda” redivivi, senza offesa per Giuda Iscariota, che ha avuto senz’altro più dignità morale dei parlamentari fuggiaschi

La dignità è quella di Mario Draghi e di non molti altri in Parlamento. Lo schifo e la vergogna sono invece tutti dei grillini dell’avvocaticchio foggiano (non lo nominerò più) e della destra, che si è rivelata per quello che è, un’accozzaglia di brutti soggetti.

Di Maio è fuori luogo nella foto, con la sua resispiscenza, dopo una vita in comune con chi è rimasto populista d’accatto

Anche il PD ha le sue responsabilità nella costruzione di questa crisi gravissima, con la inopportunità di certe proposte poco vicine al comune sentire delle persone: il DDL Zan, di dubbia plausibilità etico-antropologica, la cannabis e lo jus scholae (ho già spiegato che si dovrebbe dire schola e non ne ripeto le ragioni).

Torno a Draghi. L’insigne uomo di economia prestato alla politica ha sostenuto i destini dell’Italia per meno di diciotto mesi con autorevolezza e chiarezza di idee, in un contesto di pandemia e di guerra.

I populisti d’antico corso, mantenuti a quindicimila euro al mese in un’Italia con 5 milioni di poveri, assieme con i parvenù dei seguaci di un comico fuori di testa e di un legale dalla voce improbabile, hanno fatto fuori la persona migliore che poteva continuare a guidare l’Italia.

Draghi è stato non solo bravo e capace, ma anche corretto e coraggioso, parlando non mai solo di diritti, ma anche di impegno e di doveri.

Mi vergogno di questo Parlamento. Prima di concludere riporto una definizione storico-politica del populismo, per marcare la differenza tra chi era definito in questo modo in tempi di legittime lotte per la giustizia sociale, mentre quelli attuali non meritano neanche tale definizione, siano essi di destra, siano di sinistra, per modo di dire.

il Populismo
Il termine nasce come traduzione di una parola russa: il movimento populista è stato infatti un movimento politico e intellettuale della Russia della seconda metà del XIX secolo, caratterizzato da idee socialisteggianti e comunitarismo rurale che gli aderenti ritenevano legate alla tradizione delle campagne russe.

Ora si andrà a votare. Non so quello che succederà. Spero solo che il leader di una Lega (sto pensando agli Zaia, ai Giorgetti e ai Fedriga) incapace di smarcarsi dalla sua arroganza prenda il minimo dei voti, che la romanina che guida la destra destra non vinca, e che l’uomo di Foggia rimanga con un mucchio di foglie secche in mano. E finalmente ci liberi dalla sua voce.

Una scemenza, una idiozia, un’azione imbecille, quella di far cadere il governo Draghi.

Mi auguro che il popolo italiano la faccia pagare cara a chi la ha causata.

Però, il grande pensiero umano più sapiente e la grande poesia ci possono aiutare, in questo momento di misfatto…

Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave senza nocchiere in gran tempesta,/ donna non di provincie, ma bordello! (Dante, Purgatorio, VI), e…

san Paolo e Marco Pannella proponevano sempre nei momenti di difficoltà l’ossimoro “Spes contra spem“, per dire che la virtù teologale e la passione di speranza non devono mai morire!

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