Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il “limes” attorno a ogni cosa, il limite dei corpi, delle cose, del mondo

Forse, tra spazio e tempo il punto di riferimento più importante è il “limite”. Da Aristotele e a Kant i due concetti sono considerati categorie trascendentali, cioè valide sopra ogni altra determinazione conoscitiva della realtà.

limite di una funzione

Il concetto di limite era noto fin dall’antichità, da Archimede di Siracusa fino ai moderni Newton, Leibniz, Euler, D’Alembert. Nel XIX abbiamo la rigorosa definizione di Cauchy e con il tedesco Heine. Successivamente se ne occuparono Dedekind, Bolzano e Cantor.

Nel 1922 Eliakim Hastings Moore ed H.L. Smith proposero una nozione generale topologica di limite, che è quella attualmente utilizzata in matematica. Queste notizie solo per attestare come il concetto interessò intensivamente gli studiosi di matematica.

Riassumendo, il concetto di limite è dunque matematico, fisico e anche metafisico: è matematico, come abbiamo visto sopra, è fisico per immediata intuizione, è infine metafisico se si fa lo sforzo di trascendere la materialità concreta delle cose e si passa al livello concettuale, che è comunque reale.

Il limite è la nostra epidermide, che separa fisicamente il nostro corpo dal resto del mondo; è il confine di casa nostra, del comune dove abitiamo, della regione, dello stato, dell’Europa e perfino dell’intero pianeta. I limiti che vanno dal nostro comune di abitazione all’Europa (concetto da intendere oggi in termini più politici che geografici) sono stati determinati dalla storia e dalla politica, battaglie e guerre comprese, mentre il limite del nostro corpo e quello del pianeta sono stati determinati dalla natura e dalla cosmologia.

E’ come se tra ciascuno di noi e il mondo intero ci fosse, come dire, lo spazio della libertà. Possiamo passare dal congiuntivo all’indicativo, perché c’è lo spazio della libertà umana, anche se variamente declinata.

Il limite percepito nella situazione generata dal Covid-19 è generale e certamente fa pensare, fors’anche, anzi di sicuro, a tutte le cose della vita di ciascuno, ai valori, alle priorità, perfino alle scelte etiche. La socialità solidale è uno di questi valori, molto spesso proclamata con enorme vis retorica, ma altrettanto sovente non rispettata con azioni concrete.

Quando osservo la scena attuale delle strade e delle piazze quasi vuote, in Italia e nel mondo, penso alle vite di tutti (o quasi), che sempre più si assomigliano. Non va più in ferie, più o meno costose, neppure chi se lo può permettere; cambiano le abitudini realizzando una certa uguaglianza sociale. Oso dire una forma di “socialismo” doloroso, ma di socialismo.

Questo socialismo non è strettamente “politico”, ma culturale, esistenziale, fattuale. L’aspirazione all’uguaglianza declinata secondo equità è presente nel pensiero umano dai tempi dei pensatori classici greci, e dai valori espressi nella dottrina evangelica.

I quasi duemila anni che decorrono dalla redazione del capitolo sulle “beatitudini” nei vangeli secondo Matteo e Luca hanno visto varie modalità interpretative, spesso tra aspri conflitti. Il versetto 27 del capitolo primo di Genesi esprime il concetto dell’immagine divina nella figura umana; in Colossesi 3, 11 e in Galati 3, 28 san Paolo proclama l’uguaglianza sostanziale tra tutti gli uomini. Molti miti teologico-politologici hanno attraversato i secoli, da frate Gioacchino da Fiore, passando per Thomas More e Tomaso Campanella, fino agli utopisti francesi post Rivoluzione francese, del genere di Proudhon, e a Marx/ Engels/ Lenin/ Stalin/ Mao.

Tra il 1959 e il 1964 a Bad Godesberg i socialisti tedeschi rinunziarono al marxismo come teoresi politica; Lord Beveridge, un conservatore inglese, subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, avviò un potente piano di welfare che durò fino a Mrs. Thatcher, ma Blair lo riprese.

In Italia, la Democrazia cristiana di Fanfani e Moro, insieme con il Centrosinistra storico, Pietro Nenni principale supporter, e la benevola astensione comunista, realizzò un welfare importante, pressoché esemplare per il mondo, nientemeno.

Ora qualcosa di importante cambierà: la pandemia del Covid obbliga tutti a innanzitutto a pensare al limite, e poi a ripensare alla scala valoriale della propria vita. Cantare oggi l’Inno di Mameli non è più solo nota di colore, ma molto altro, ancora in parte – per i più – inconsapevole.

Chiamiamola socialità solidale, come si vuole, mio gentile lettore, ma si tratta di una forma di socialismo democratico, un esercizio morale prima ancora che politico. E’ l’occasione perché i governi mettano in discussione, tutti insieme, Trump compreso, lo strapotere della finanza internazionale, subordinandola alla difese del Bene comune. Un tema, quello del limite e quello della solidarietà sociale, che riprenderò.

Il coraggio nascosto dell’Homo Italicus

Nel secondo libro dell’Etica a Nicomaco, Aristotele descrive il rapporto tra vizi e virtù contrapposte. Ad esempio, trattando del coraggio, lo giustappone alla paura, ma lo considera media virtus, perché all’estremo opposto c’è la temerarietà.

Goffredo Mameli sotto la cenere…

Il coraggio, dunque, è indispensabile per affrontare le avversità della vita, il dolore e la minaccia. Insieme con l’ira giusta è la virtù che conviene avere. Anche l’ira, pur essendo annoverata tra i vizi, diventa passione, quando è declinata a supporto del coraggio. I greci, con il termine aretè, cioè fortezza (coraggio) chiamavano addirittura la virtù in quanto tale, mentre l’altro nome di virtù era phronesis, cioè saggezza, prudenza: per Aristotele entrambe erano virtù etiche, ma la prudenza era anche virtù dianoetica, perché dialoga con la sapienza, cioè la sophia.

Questo impianto antropologico filosofico può funzionare anche oggi, quando questi termini sono stati tradotti in linguaggio corrente, più psicologico.

La premessa mi è utile per considerare il coraggio degli Italiani in questo frangente difficile. Nelle difficoltà gli Italiani è come se si svegliassero da un torpore generico e a volte un poco vile. Il dato etno-antropologico ci descrive come un popolo emotivo e poco combattivo, ma si tratta di una semplificazione madornale. Prima di tutto vi è da dire che gli Italiani sono un “popolo di popoli”, poiché – ad esempio – il carattere dei Friulani è molto diverso da quello dei Campani, mentre può essere in qualche modo giustapposto a quello degli Abruzzesi e dei Sardi, che è forte e di poche parole. I Lombardi e i Piemontesi sono determinati, per la loro storia e la loro attualità. I Romani non assomigliano per nulla ai loro antenati della Roma repubblicana, ricordando piuttosto il Tardo Impero Romano, diciamo da Decio in poi (250 ca d. C.).

In mezzo a tutti, poi, ci sono i leoni da tastiera, gli imbecilli che creano disordine e caos, divertendosi miseramente con le loro idiote bufale che spargono a pieni bit sul web e nei social. Come si dice, la mamma degli imbecilli è sempre incinta.

Sono una minoranza, ma molto dannosi, perché l’effetto moltiplicatore del web può essere devastante. La maggioranza delle persone, a partire da medici e paramedici sta mostrando una capacità di lavoro e di resistenza straordinari o… ordinari (meglio dire), perché è ” nelle corde” della nostra gente. I “buoni”, direbbero Platone e sant’Agostino (non quello pessimista della predestinazione), sono sempre in più dei “cattivi” e il padre Urs von Balthasar ci confermerebbe la sua idea, di stampo origeniano, di un inferno… vuoto e di un demonio sconfitto e implorante davanti all’Incondizionato.

Torna in mente il libro biblico dedicato a quel gran (nel senso di ricco) signore che era Giobbe, che Iahwe sapeva essere talmente forte da metterlo nelle mani del satana, affinché questi lo tormentasse in tutti i modi, con la malattia, con il ripudio da parte della moglie, con la morte dei figli, con la perdita di tutti i beni, in quanto sapeva che avrebbe resistito a tutte le tentazioni, che anche i suoi “migliori” amici gli facevano balenare.

I nostri medici, i nostri infermieri e infermiere, in queste settimane sono come Giobbe, sudati e stanchi, probabilmente sporchi e affamati, ma non mollano, stanno sul fronte, sulla trincea dove davanti a loro non hanno pericolosi cecchini con il Mauser, ma invisibili molecole che vagolano libere come l’aria, nell’aria, negli e dagli effluvi umani.

Giobbe, lo sappiamo dal grande scrittore biblico che ne narra le vicende, alla fine vive, vince, recupera tutto quello che aveva, ed era molto ricco, facciamo conto un Bill Gates dei nostri tempi. Recupera tutto, perché ha creduto, ha avuto fede.

Altri “Giobbe” sono gli insegnanti, che si sono ri-qualificati in utilizzatori del web, di tutte le età si sono messi in gioco con skype, superando l’esigenza dell’insegnamento in presenza, che sappiamo essere in assoluto il più efficace.

Gli investimenti governativi su questa vicenda sembrano essere cospicui, ma sono solo per l’emergenza: il Covid-19 spero ci insegni, anzi insegni ai governanti, che sanità e scuola sono i punti di forza assoluti: occorre mettere a disposizione più risorse in modo definitivo, anche per rendere le retribuzioni proporzionate a una misura di dignità che è ampiamente misconosciuta per i medici giovani e per tutti gli insegnanti, che sono pagati una miseria, in Italia. Faccio un esempio: un professore di liceo di quarant’anni oggi guadagna circa 1700 euro netti al mese: rispetto a un mercato del lavoro inteso in senso generale, la retribuzione corretta dovrebbe essere di almeno 2500 euro netti al mese, vale a dire come quella di un quadro delle aziende private. Un medico giovane, sotto i trent’anni, dovrebbe percepire almeno 2000 euro netti al mese, e così via.

Denari ben investiti in giustizia retributiva (cf. libro V dell’Etica a Nicomaco di Aristotele).

Il coraggio, dunque, è una virtù, un valore, un principio, per declinare il concetto nei tre modi quasi equivalenti, è oggi fondamentale, così come la prudenza, altra virtus virtutum, che equilibra il comportamento umano, che oggi dobbiamo coltivare con determinazione e perseveranza.

Il lascito di questa vicenda, che genererà ancora dolore e perdita, potrà essere una crescita di consapevolezza e perfino di cultura, se si continuerà a viverla come, mi pare, gli Italiani stanno mostrando di saperla vivere.

E, come suggerisce Raffaele Morelli, questo è il tempo del fare, dello scrivere, del leggere, non quello dei bilanci. Non pensiamo al futuro, a pro-getti, cioè non gettiamo-avanti i pensieri, ma pensiamo a ciò che facciamo, alla musica che ascoltiamo. Haendel e Miles Davis, Maria Kalogeropoulos, la Callas, Montale, Dante, il Leopardi della Ginestra, il racconto di Renzo e Lucia, Steinbeck, NCIS e Chicago PD, Fellini e Scorsese, Kubrick e Sergio Leone, siano nostri amici.

Un malato di SLA ci parla dalla tv dicendo una frase degna di Platone, del Buddha e di Gesù di Nazaret: “Ci stiamo accorgendo di essere tutti uguali“.

Il vento (lo spirito) soffia dove vuole

Giovanni 3, 8: “Il vento soffia dove vuole” sono parole misteriose dette da Gesù al fariseo Nicodemo, durante un colloquio durato probabilmente tutta la notte.

E’ forse lo spirito un po’ come il virus, che colpisce a casaccio? No, certo, e non per timore di essere blasfemi. Pare che il Covid-19 colpisca soprattutto “vecchi” e di già “malati”. Cosa significa oggi essere vecchi? Non certo la stessa cosa di solo mezzo secolo fa, quando se vedevo un collega di mio padre, a sua volta cinquantenne, mi sembrava vecchio. E io che di anni ne ho qualcuno più di cinquanta, mi dicono che non sembro, né sono vecchio, perfino le amiche di mia figlia, che hanno poco più di vent’anni e poi donne di trentacinque/ quaranta/ cinquanta anni. E nonostante la bestia che mi è venuta a trovare due anni e mezzo fa e che io, per il momento, ho fatto accomodare fuori stanza.

Il vento soffia…” Grazie a Dio, E non cessa di soffiare, non si ferma, nonostante il comportamento degli umani sia spesso improvvido e scellerato.

Nella tradizione cristiana Dio è “Amore-creativo”, ovvero “Creatore”, e ciò potrebbe sembrare un termine sentimentaloide o sdolcinato, dove prevale la re-lazione. In altri loci e molte volte ho ricordato come “Dio” sia di difficile se non impossibile definizione. L’ineffabilità del dire-di-Dio è nota e studiata, e meditata, e pregata dal grande misticismo cristiano, islamico, buddista. A Meister Echkart pareva normale chiedersi come l’uomo potrebbe dire di comprendere Dio con le stesse facoltà che usa per comprendere se stesso e il mondo.

Come nella vicenda del profeta Elia, si può udire la voce di Dio (IRe 19), senza capire da dove provenga. Quello che si può comprendere è che Egli soffi, cioè sia dove vuole. A volte appare lontanissimo, e invece è lì vicino a te; a volte dubiti della Sua Essenza/ Presenza, e Lui si manifesta con forza, anche se silenziosamente. Basta che si rifletta un poco e si deve ammettere che non latita, poiché la sua attiva presenza appare nella tua vita con un atto di salvezza (quando scivolai per cinquecento metri sulla neve del Coglians e riuscii a frenare a trenta metri dal baratro, oppure nella vicenda sopra citata, oppure quando mi lasciarono aperta un’arteriola che sboccava sangue rosso, nella notte…). E ad Auschwitz, dov’era? E’ la parte inconoscibile dell’economia di Dio, perché il nostro sguardo è limitato, non abbiamo una visibilità sufficiente per dire qualcosa.

Ora, con questa perniciosa influenza, la domanda ritorna. Si potrebbe allora dire che il soffio dello Spirito sta nel sacrificio dei molti che si occupano a soccorrere chi si ammala, nei loro silenzi, nel loro sudore, nel loro anonimato. La voce, in greco si dice phoné, significa sia parola sia azione, è una idea/ azione, un agire razionale e responsabile che vince sugli egoismi e mette al centro la vita di ciascuno e di tutti, ponendo la sordina al resto, e istruendoci sul fatto che “il resto” contava abbastanza poco, e forse – in qualche caso – proprio nulla. Nulla.

Questo Dio-che-parla attraverso il silenzio e l’agire quotidiano… in silenzio, è più espressivo del dio-liturgico delle messe per abitudine e delle preghiere per attrizione: “Mi pento e mi dolgo, oh mio Dio, perché ho paura dell’inferno, non per averti offeso, offendendo il mio prossimo“. Ecco che la vicenda Covid si fa “teologia del silenzio” attivo e generoso.

Le religioni sono il contorno dell’amore divino/ umano che agisce nei momenti topici, come questo, dove nell’agire si comprende ciò che si deve fare, superando i contrasti e l’egoismo individuale. Siamo chiamati ad agire, nel nostro piccolo, come Abramo, che fu chiamato (gli fu ordinato) ad andare da Ur dei Caldei fino a… non lo seppe mai prima, perché morì durante il lungo, diuturno viaggio, durante il quale gli fu dato Isacco. Gli fu dato da una voce che proveniva da dove? Era forse la voce che avrebbe dato inizio alla storia del popolo ebreo?

Studiando i dati riferiti a quel tempo troviamo che vi è una corrispondenza filologica dei termini “Habiru” ed “Ebreo”, e l’esistenza di dati archeologici che confermano e attestano la presenza degli Habiru nella Mesopotamia meridionale nel II millennio a.C. Abramo (Genesi 11, 31), secondo diversi studi, era un Arameo  o un Amorrita, un Habiru insomma, capostipite di un clan dal quale si originò la nazione ebrea, che aveva vissuto a Ur, e da qui era partito verso nord, prima in Siria poi in Palestina, verso il 2000 a.C. L’anacronismo contenuto nella Bibbia è facilmente spiegabile, se si pensa che nel II millennio Ur era una città sumera soggetta al potere della Dinastia elamita di Larsa. Solo verso il 1100 a.C. i Caldei, le genti di Khaldu, fanno la loro comparsa in Mesopotamia e la battezzarono Chaldea. I cronisti ebrei attribuirono alla città il nome che essi conoscevano, a loro contemporaneo e l’anacronismo ha quindi  una valenza positiva: colloca definitivamente la Ur biblica, luogo natale di Abramo,  nel sud della Mesopotamia, che un millennio dopo fu il territorio chiamato storicamente Chaldea. Lo Spirito / Vento divino, ha spinto Abramo verso la Palestina, verso Canaan, così come oggi sta silente accanto a ognuno di noi, se lo vuol stare a “sentire”. Non basta “ascoltare”, mai, così come non basta “guardare”, ché occorre “vedere”.

Possiamo dire che anche le nostre vite sono come il vento, forti, inarrestabili e anche fragili. Passiamo attraverso rami robusti d’albero e fra tronchi centenari, ma scivoliamo via come le foglie (Si sta come d’autunno…, canta il poeta).

Lo Spirito pone la radicale questione del poter-esser questo o quello, qui o là, insieme o da soli. La solitudine suggerita dalle norme odierne non è “solitudine”, ma solitarietà consapevole, nella quale si possono trovare (si debbono, dove il verbo “dovere” è kantiano) le ragioni di un senso ispirato dallo Spirito, che soffia dove vuole e dove necessita.

Ne la profonda e chiara sussistenza/ …

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza
;

e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ’l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri
.

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ’l mio viso in lei tutto era messo
.

Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige
,

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa
,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Dante esprime, anzi canta la sua fede nell’Eterno Dio-Unitrino, immaginando di “vedere” con gli occhi dell’anima ciò che non è concesso vedere da nessun uomo vivente. La visio dell’Alighieri conclude una serie di visiones che prese avvio, oltre che da numerosi passi biblici, sia del Primo sia del Nuovo testamento, da scritti di molti autori medievali. Ne cito uno fra i tanti: il monaco benedettino Valafrido di Reichenau, che operò a cavallo fra il IX e il X secolo presso la corte carolingia (Carlo il Calvo, nipote di Carlo Magno).

Dante, però, a differenza dei predecessori, osò l’inosabile: immaginare di avere la visibilità della SS. Trinità, non di qualche episodio attribuito a questo o a quel abate, venerabile o beato o addirittura proclamato santo, che fosse.

La Trinità è il Dio cristiano, cattolico, ortodosso, riformato (secondo la storia del cristianesimo), di cui si sono occupati, prima di Dante, i grandi teologi, come Agostino d’Ippona nello specifico ampio trattato. Si pensi che, concludendolo, il grande Africano quasi si scusa con il Signore per avere osato tanto!

Forse la prima indiretta citazione si trova in Matteo 28, 19: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo“.

In Giovanni 14, 26 leggiamo: “Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.”

San Paolo scrisse ai Corinzi nella Seconda lettera 13, 14: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi“.

Senza citare altri passi neotestamentari che alludono alla Trinità, troviamo già a cavallo tra il I e il II secolo espressioni “trinitaristiche” in Clemente di Roma e in Ignazio di Antiochia.

Per riassumere non è corretto affermare che il Padre o il Figlio, in quanto alla divinità, siano due esseri. L’affermazione indefettibile e cruciale della fede cristiana (cattolica, ortodossa e riformata) è che esiste un solo salvatore, Dio, e la salvezza è manifestata in Gesù Cristo, attraverso lo Spirito Santo. Lo stesso concetto può essere espresso in quest’altra forma sillogistica di primo tipo (aristotelica):

  1. Soltanto Dio può salvare (premessa maggiore)
  2. Gesù Cristo salva (premessa minore)
  3. Gesù Cristo è Dio (conclusione necessaria)

…ovvero nell’entimema (sillogismo sintetico): “Dio salva mediante il Cristo in quanto Dio“.

Non è possibile né ragionevole semplificare il concetto più di un tanto. Sant’Agostino esplicita il concetto arricchendolo di paronimi e quasi-sinonimi capaci di dire la Trinità nell’Unità in questo modo: Dio unico si conosce (nel suo Figlio, Verbo, Pensiero, Sapienza) e si ama in esso (Spirito Santo, Amore). E inoltre: non si può avere conoscenza diretta del Padre, poiché egli è trascendente, ma si può “vederlo” solo mediante il corpo di uomo di Gesù.

In ambito teologico viene fatta una distinzione fra la Trinità da un punto di vista “ontologico” (ciò che Dio è) e da un punto di vista “economico” (ciò che Dio fa). Secondo il primo punto di vista le persone della Trinità sono uguali, mentre non lo sono dall’altro punto di vista, cioè hanno ruoli e funzioni differenti. L’affermazione “Figlio di”, “Padre di” e anche “Spirito di” implica una dipendenza, cioè una subordinazione delle persone. Il trinitarismo ortodosso rifiuta il “subordinazionismo ontologico”, affermando che il Padre, essendo la fonte di tutto, ha una relazione monarchica con il Figlio e lo Spirito. Ireneo di Lionee, il più importante teologo del II secolo, scrive: “Il Padre è Dio, e il Figlio è Dio, poiché tutto ciò che è nato da Dio è Dio.” Si tratta, dunque di un “subordinazionismo economico”, altro e altrimenti detto “monarchianismo“, “sabellianesimo“, “patripassianismo“, “docetismo“, a seconda che il concetto ricada sulla persona del “Padre” o su una dottrina teologica.

Affermazioni in tema sono presenti in altri scrittori pre-niceni, cioè prima dello scoppio della controversia ariana (il prete Ario fu il più conseguente e costante detrattore della divinità di Gesù, che per lui non era il Cristo).

San Giustino martire, ad esempio, scrive nell’Apologia dedicata all’imperatore Marco Aurelio o nel Dialogo con Trifone (non ricordo bene):

«vediamo ciò che avviene nel caso del fuoco, che non è diminuito se serve per accenderne un altro, ma rimane invariato; e ugualmente ciò che è stato acceso esiste per se stesso, senza inferiorità rispetto a ciò che è servito per comunicare il fuoco. La Parola di Sapienza è in sé lo stesso Dio generato dal Padre di tutto

Metafora straordinaria, vero, caro lettore? E Ilario di Poitiers, nel suo De Trinitate successivamente afferma:

«Noi non togliamo al Padre la sua Unicità divina, quando affermiamo che anche il Figlio è Dio. Poiché egli è Dio da Dio, uno da uno; perciò un Dio perché Dio è da Se stesso. D’altro lato il Figlio non è meno Dio perché il Padre è Dio uno. Poiché l’Unigenito Figlio non è senza nascita, così da privare il Padre della Sua unicità divina, né è diverso da Dio, ma poiché Egli è nato da Dio

I primi scrittori cristiani, dopo la controversia ariana conclusasi con il Concilio di Nicea (325) convocato dall’imperatore Costantino, così si esprimono al riguardo della S.S. Trinità, oltre a chi abbiamo citato sopra:

«Quando affermo che il Figlio è distinto dal Padre, non mi riferisco a due dèi, ma intendo, per così dire, luce da luce, la corrente dalla fonte, ed un raggio dal sole» (Ippolito di Roma)

«Il carattere distintivo della fede in Cristo è questo: il figlio di Dio, ch’è Logos Dio in principio infatti era il Logos, e il Logos era Dio (Giovanni 1, 1ss, ndr)– che è sapienza e potenza del Padre Cristo infatti è potenza di Dio e sapienza di Dio – alla fine dei tempi si è fatto uomo per la nostra salvezza. Infatti Giovanni, dopo aver detto: In principio era il Logos, poco dopo ha aggiunto e il logos si fece carne, che è come dire: diventò uomo. E il Signore dice di sé: perché cercate di uccidere me, un uomo che ha detto la verità? e Paolo, che aveva appreso da lui, scrive: Un solo Dio, un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo» (Atanasio di Alessandria, il “vincitore”, seppur sui generis, del Concilio di Nicea, nella sua Seconda lettera a Serapione).

L’interpretazione trinitaria è stata nei secoli uno degli elementi di distinzione fra Chiesa latina e Chiesa greca. Se ambedue riconoscono l’unità delle tre Persone divine nell’unica natura indivisa, per cui ciascuna di esse è pienamente Dio secondo gli attributi (eternità, onnipotenza, onniscienza etc.), ciascuna è a sua volta distinta e inconfondibile rispetto alle altre due, ma si pone il problema di come comprendere le relazioni che intercorrono fra di esse.

Il Simbolo niceno-constantinopolitano (detto comunemente il Credo) approvato nel Concilio del 381 tenutosi a Costantinopoli, nel quale si parlava e si scriveva in greco, e la prevalente presenza di vescovi e religiosi della Chiesa orientale aveva un suo peso, si affermò con chiarezza il seguente dogma: il Figlio è generato dal Padre, mentre lo Spirito Santo è spirato dal Padre. Il Padre è dunque l’unica origine della Trinità. Con il Concilio di Toledo, a prevalente partecipazione di vescovi occidentali , e utilizzando anche la lingua latina, si scrisse il dogma in modo differente e, come vedremo, radicalmente differente, se l’etimologia, la semantica e la teologia detta hanno il loro giusto peso. A Toledo, si stabilì unilateralmente che lo Spirito Santo procede anche dal Figlio (si tratta della millenaria questione del cosiddetto Filioque).

Per specificare: se per gli Orientali (che da allora e sempre di più assunsero il nome di “ortodossi”, cioè depositari della retta fede), “lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio” (per Filium), per gli occidentali “lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio“, dove la congiunzione “que” corrisponde a “et”, e pertanto…

Anche oggi gli Ortodossi rifiutano la dizione occidentale, e si tratta di una delle due principali diversità dogmatiche che separano la chiesa di Roma, da quella di Istanbul, di Sofia, di Bucarest, di Belgrado, di Kiev, di Mosca, etc. (non dimentichiamo che le chiese orientali sono autocefale, cioè non hanno un papa, cioè un vescovo principale). Peraltro la dizione orientale era stata promossa fin dai primi sette secoli da insigni teologi come Gregorio di Nissa, Massimo il Confessore e Giovanni Damasceno, tutti riconosciuti come “santi”.

I cristiani “riformati” da Lutero e Calvino in poi hanno accettato la dizione “cattolica”, quella del filioque, s’intende.

Pur avendone parlato altrove in questo sito, completo questa sintesi sul tema trinitario, non dimenticando le vicende legate ai conflitti teologici fra “Roma” e il grande e coltissimo patriarca Fozio da Costantinopoli, senza trascurare ciò che accadde nel 1054, quando si verificò lo scisma tra Costantinopoli e Roma, fra Michele Cerulario patriarca greco e il cardinale Uberto da Silvacandida, legato di papa Leone IX.

Coloro che invece ritengono, dal periodo illuminista in poi, che la figura di Gesù di Nazaret (sia egli il Cristo o meno) sia puramente mitica, devono accontentarsi, e non è poco, della poesia di Dante, che comunque, in quanto non solo “poetica”, ma anche “poietica” è di densissima entità.

Dopo, dunque, questo breve excursus storico-teologico, torno a Dante, e precisamente al finale del XXXIII Canto della Terza cantica, alla sua miracolosa immagine.
La Trinità sussiste, cioè esiste di-per-sé, senza bisogno di alcun altro “ente”: sussiste in modo chiaro ed evidente, come lo è la Verità, ed appare (phainetài) con tre “giri eguali ma di diverso colore. Ogni giro è connesso e si riflette nell’altro, quasi fosse (ed è) lo stesso, nonostante si colga una differenza.

Continua poi la narrazione dell’immagine che “appare”, finché il poeta non si senta quasi debilitato (mancò possa), e dunque incapace di proseguire nel racconto della visione, e zittisce sapendo per intuizione che null’altro un uomo può discernere e altrettanto dire, del “divino”, se non abbandonandosi al silenzio.

Dante con questa chiusa si inserisce a pieno titolo nella teologia apofatica, quella del silenzio, quella dei suoi contemporanei mistici, renani e italiani, quella del “nulla-di-Dio”, cioè di un Dio infinitamente sfuggente, che si deve guardare come fece Mosè sul Sinài, coprendosi il volto con il mantello, per non dovere aspettare la morte umana… per poter accedere alla vita divina.

L’amore è il motore del mondo

(il Simposio di Platone)


L’amore è il motore del mondo, come spiega Diotima nel Simposio di Platone, è attività desiderante e ricerca della bellezza. Qualche giorno fa ho criticato in questa sede Benigni per la sua squallida performance al festival di Sanremo, proponendo una riflessione diversa sul Cantico dei cantici, che lui aveva strapazzato vergognosamente, lautamente pagato.

Ero ospite relatore a un convegno di tutto rispetto in quel di Udine, e lì ho proposto una riflessione in tema, utilizzando i miei studi sul poema biblico, che si configura come epitalamio, cioè poesia nuziale. Il Cantico fa parte del canone biblico, sia per gli ebrei sia per i cristiani, ed è un’ulteriore dimostrazione dell’infinita ricchezza dei testi biblici, che son stati scritti da autori sconosciuti in circa un millennio, dai tempi di Salomone a quelli degli evangelisti e di Paolo.

Quando sento parlare della Bibbia come fa Benigni o tale Biglino, che traduce con il traduttore interlineare i libri biblici, spacciandosi per biblista (mi pare non abbia neppure uno straccio di laurea in lettere o simili), mi si informicolano le ginocchia, ma di sdegno.

La Bibbia contiene miti (ad es. Genesi), storie narrate al modo degli antichi (Cronache e libri dei Re), come Tucidide e Tito Livio, testi filosofici (Sapienza, Giobbe, Qoèlet, Siracide, Proverbi), inni di ringraziamento ed invocazioni (Salmi)…

Il Cantico è ritenuto un testo sapienziale, un giardino di metafore (cf. Alonso Schoekel), un’immensa allegoria sull’amore umano, specchio di quello di Dio per l’uomo, le storie di Gesù di Nazaret (i Vangeli) e degli apostoli (Atti), le lettere di alcuni apostoli come Pietro, Giovanni e Giacomo, le lettere di Paolo, la giovannea Apocalisse…

Ho approfittato dell’occasione per analizzare la qualità di ciò che spesso ci propina la Rai che paghiamo profumatamente, e assurdamente, ogni mese, con la bolletta energetica e, in questo caso, si è raggiunto un abisso di nequizia, caro lettor mio… e ho scritto qualcosa per spiegare con rispetto quello che il Cantico dei cantici effettivamente è.

Di seguito inserisco il Power Point da me commentato nell’occasione, per poi continuare la riflessione.

Il tenente colonnello Petrov e altri silenti eroi

Il tenente colonnello Stanislav Petrov potrebbe essere stato il salvatore delle nostre vite qualche decennio fa, diciamo mezzo secolo. L’amico professor Massimiano Bucchi ne parla in un libro interessantissimo pubblicato recentemente da Rizzoli, Sbagliare da professionisti. Storie di errori e fallimenti memorabili. Uno di questi “errori” sarebbe stato fatale, se commesso.

Anno 1983 nella base missilistica di Serpukhov-15 a centotrenta chilometri da Mosca suona un allarme: l’allarme predisposto per allertare l’esercito e l’intera Nazione sovietica nel caso di un attacco missilistico nucleare da parte degli USA (si era in piena guerra fredda ed echeggiava nell’aria ancora la crisi dei missili di Cuba). Capo del Partito e dell’intera Unione Sovietica era Jurij Andropov. Un comunista pragmatico, a modo suo, un uomo del popolo. Presidente degli Stati Uniti era Reagan. Personaggio controverso, del partito repubblicano.

Il tenente colonnello Petrov, analista di sistemi d’arma, avrebbe dovuto dare l’allerta, ma ebbe dubbi perché i missili annunciato dal sistema non erano un fascio di decine e decine, ma solo… cinque. L’attacco avrebbe potuto essere “vendicato” rapidamente, perché i Russi avevano un numero di testate nucleari pari agli Americani e vettori in grado di farle partire dalla Siberia per giungere in Nordamerica in meno di mezz’ora, e in Europa occidentale in dieci minuti. E Stanislav Evgrafovič  non allertò nessuno, ma aspettò, nonostante sudasse freddo e gli astanti lo guardassero terrorizzati. Passarono venticinque lunghissimi minuti, dopo i quali non accadde nulla. Il sistema aveva sbagliato. Petrov quel giorno sostituiva un collega in permesso, ma lui non faceva parte della struttura di controllo della base e dunque non era completamente preso dal sistema e dagli automatismi di controllo. Aveva pensato con la sua testa e aveva capito meglio di qualsiasi macchina. In seguito, non fu neppure promosso colonnello, perché la cosa rimase segreta per non dare la sensazione di una debolezza dei sistemi di difesa sovietici. E’ morto settantottenne nel 2017 a Vladivostok, abitando in uno di quei casermoni staliniani costruiti per il “popolo”. Chissà quanti episodi di quei decenni ci hanno nascosto: esperimenti nucleari, biologici… basti dare uno sguardo ciò che resta dell’lago Aral, cinquant’anni fa uno dei primi cinque laghi del mondo per estensione.

A proposito dell’intelligenza artificiale che, secondo alcuni, potrà sostituire l’uomo in quasi tutte le funzioni. No.

La professoressa Capobianchi ha due collaboratrici, non so se specializzande o dottorande, che lavorano con lei all’Ospedale Spallanzani di Roma. Insieme hanno isolato il “coronavirus”. Se lei percepisce una retribuzione da dirigente sanitario / docente, perché è nei ruoli, le due giovani dottoresse percepiscono mille-cinquecento euro mensili, da diversi anni, e sono precarie. Vergogna. Non mi aggiungo alla pletora dei confronti con politici inetti che percepiscono dieci volte tanto o dirigenti poco-facenti ben pagati, ma…

Che dire del loro trattamento, se proporzionato al valore del loro lavoro? Nel settore privato, in generale questo non accade, perché la qualità del lavoro, la responsabilità e la pro-attività generalmente vengono premiate con il riconoscimento di livelli di inquadramento superiori e premi di varia natura. Quanto sarebbe pagata nel privato una delle due dottoresse trentenni? Almeno con la qualifica di quadro e un migliaio di euro netti al mese in più.

Quanti altri uomini e donne, che erano, sono e rimarranno sconosciuti, hanno lavorato, lavorano e lavoreranno nel silenzio dell’anonimato per tutti noi, migliorando le nostre vite o, in alcuni casi, come quello del colonnello Petrov, salvandocele?

Come possiamo sperare che chi vale non si guardi in giro, al di fuori dell’Italia?

Infortuni ragionevolmente imprevedibili: esistono ancora?… Libertà individuale, regole e “involontario in causa”

Paolo, dirigente di Unindustria di Pordenone, è un ingegnere e un uomo creativo, umanista nel senso più ampio del termine. Un amico che stimo sotto tutti i profili, per la sua simpatia e competenza professionale. Quest’anno mi ha invitato a tenere una relazione a un convegno dal titolo molto sibillino, oltre che classicamente retorico “Infortuni ragionevolmente prevedibili: esistono ancora?”.

Gli interventi degli altri relatori sono stati vari ed equilibrati, certamente integrati e integrabili: quello del sociologo professore all’Università di Trento,  Massimiano Bucchi, autore di diversi volumi tra cui il recente edito da Rizzoli Sbagliare da professionisti. Storie di errori e fallimenti memorabili, del giudice Antonio Lazzàro, uomo di grande esperienza giuridica, della Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione di Luxottica ingegner Ambra Ambroset, e dello psicologo vicentino Antonio Zuliani, esperto di “psicologia sociale delle catastrofi”.

Duecentocinquanta tecnici e studiosi in una grande sala della Fiera di Pordenone. Conferenza valida anche per crediti di aggiornamento per gli ingegneri, i periti industriali, i geometri e i responsabili del servizio di prevenzione e protezione aziendali. Mancavano del tutto o quasi i capi azienda intesi come primi azionisti e titolari. Certamente non erano i primi invitati, ma anche se lo fossero stati, a mia esperienza, ne sarebbero venuti pochi, molto pochi. Quale la ragione? Ebbene, costoro, per ruolo e self consciousness sono troppo convinti che non gli serva stare insieme a molti altri, precipuamente di ruoli tecnici ed operativi, in quanto loro “comandano” ed essenzialmente sanno già tutto, o quasi tutto, proprio perché… comandano.

Infatti, salvo qualche virtuosa eccezione spesso a me nota, il loro retro-pensiero è questo “se io ho inventato questa azienda e altri no, anzi lavorano per me, vuol dire che io sono diverso e non ho bisogno di studiare come loro“, non capendo che studiare fa sempre bene, perché apre la mente e fa capire come, studiando, ci si accorge di avere sempre bisogno (socraticamente) di studiare ancora e ancora e ancora, perché la scienza e la sapienza non hanno confini, non hanno limiti.

Ho provato a proporre un contributo a modo di meta-intervento filosofico, e ho ritenuto di svolgerlo in questo modo…

infortuni ragionevolmente prevedibili

L’anima e l’eternità degli “enti” per il maestro Emanuele Severino e per… me

A 91 anni Emanuele Severino se ne è andato tra gli eterni, come crede e dice e scrive lui, da sempre, dal sempre eterno della sua vita. Parmenideo anti-eracliteo, cristiano nel senso metafisico e non teo-logico del termine. Il filosofo, il professore, è stato rimosso dalla docenza alla Cattolica mezzo secolo fa, perché il suo insegnamento è stato ritenuto da Santa Madre Chiesa incompatibile con il tomismo (non tanto con l’agostinismo) dei fondamenti cattolici.

Poi a Cà Foscari, nella luce della laguna, ha formato centinaia di docenti e forse qualche filosofo, e infine a Milano con Massimo Cacciari all’Università San Raffaele – Vita e Salute: docente di filosofia e filosofo non sono sinonimi. Chissà che cosa sono io, caro lettore?

Ora la sua anima non è ad animare un altro corpo, ma è dov’era da sempre, nell’eternità, in ciò che latinamente si può dire interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio. La visione del mondo e della vita di Severino presuppone la possibilità che vi sia un luogo/ stato dell’essere dove si può osservare tutto e totalmente delle cose, che si può dire ex parte Dei o sub specie aeternitatis, anche se il filosofo non la chiama “Dio”, concetto che appartiene alla teologia. Si potrebbe chiamare “assoluto”, “incondizionato”, fermi restando i nomi presenti nella tradizione monoteista come “eterno”, “onnipotente”, “signore”, “misericordioso” e  altre decine (soprattutto in ambito teologico islamico).

Per Severino, e anche per un altro maestro mio, il padre domenicano Barzaghi l’eternità degli “enti” sussiste. Proviamo con un esempio: facciamo conto di stare dietro a una scrivania e di mostrare una mano, poi di nasconderla dietro la scrivania stessa. La mano appare e poi scompare, ma senza smettere di “essere” o, come si intende comunemente, di “esistere”. L’apparizione della mano non è una mera “apparizione”, ma la ricomparsa di un “ente” (qualcosa-che-è) che non smette di essere (esistere) anche quando scompare alla vista, ma non alla vita. Ogni gesto che facciamo, anche uno sfregamento del mento, dura in eterno, poiché nessuno, neppure l’onnipotenza di Dio può far-non-essere-stato quel gesto, una volta che esso è stato compiuto. Anche la relatività generale einsteiniana lo conferma, poiché ciò che accade è, e se è, è per sempre, pur se sottoposto alla legge fisica citata. Betelgeuse, se diventerà una gigante rossa dopo la sua esplosione nucleare, si “farà vedere da noi” solo fra… cento anni, ma intanto sarà visibile immediatamente a chi fosse distante solo trecentomila chilometri da essa, in un minuto secondo, un soffio.

Ora, ad esempio, parliamo dell’anima: ruah, pnèuma, anima, per dirla in ebraico, greco e latino-italiano. Che cosa sia in molti se lo sono chiesto, studiosi e chiunque.

Trattati e lettere e omelie sono stati scritti dai maggiori. In Occidente e in Oriente, dove l’anima è ritenuta una scheggia di “divino” o d’infinito, come nella dizione hindu atman, che deriverebbe dal brahman, cioè dallo “spirito divino del mondo”. Anime che si possono reincarnare in creature più nobili o meno, a seconda del karma, cioè del retaggio morale di una vita, dottrina retributiva presente anche nel giudaismo biblico e nel paleo-cristianesimo (popolarmente anche dopo). Anime che si possono elevare fino quasi all’illuminazione del bodhissatva (buddhismo) ovvero dell’avatar (hinduismo), così come nel plesso mediterraneo vi sono i “santi”.

Essa è, secondo la teologia cristiana classica aristotelico-tommasiana: forma sostanziale del corpo. E’ sostanza, essenza, natura, principio di moto e sede di tutte le facoltà spirituali (volontà, intelligenza, memoria, sensibilità). Sempre in ambiente teologico l’anima è creata da Dio, mentre il corpo viene formato dai gameti genitoriali; essa è immortale e tramite della spiritualità umana.

Nell’Antico Testamento si concepisce l’anima come una struttura mista con il corpo ed è collocata nel “cuore” dell’uomo, non inteso come muscolo pompante il sangue, ma come centro dell’essere, del pensare e delle emozioni, il nefesh.

In Genesi Dio insuffla in Adam l’anima insieme con la vita: in sostanza lo anima. Nei più antichi testi biblici (l’ebraica Torah) non si parla mai di anima, immortalità e sopravvivenza dell’anima individuale dopo la morte. L’idea di immortalità dell’anima deriva piuttosto dal pensiero filosofico greco classico, o come elemento del mondo (presocratici, stoici ed epicurei), ovvero principio dell’essere (Aristotele) o, ancora, principio del movimento (Platone e neoplatonici).

Secondo Genesi l’essere umano è composto da: a) la terra, elemento materiale; b) l’alito vitale, elemento spirituale comunicato alla materia; c) l’anima vivente, che è il risultato dell’operazione svolta da Dio insufflando lo spirito nella materia. L’animazione impressa al corpo di Adamo non è un’anima-sostanza. Anima e spirito possono essere pensati indipendentemente.

I padri della Chiesa (tra i principali Ireneo di Lione, Cipriano di Cartagine, Agostino, Gregorio Magno, etc.) si sono basati soprattutto sulla dottrina platonica (cf. Fedone) e plotiniana, senza ignorare lo gnosticismo e lo stoicismo. Per alcuni di essi l’anima umana è costituita da materiale finissimo, non potendo essere concepita come del tutto immateriale. Fu sant’Agostino, attorno al 400, che propose un’idea o immagine dell’anima come di un nocchiero che guida il corpo, cioè la persona. Circa mezzo millennio dopo, con la riscoperta del pensiero aristotelico si iniziò a pensare unitariamente all’essere umano come composto unificato di anima e corpo (il sinolo aristotelico, da syn òlon, cioè con-il-tutto). Per Tommaso d’Aquino l’uomo è un “composto” di corpo e anima, ovvero materia e forma; è dunque al tempo stesso sostanza spirituale (cioè essere ragionevole dotato di intelletto) ed essere animale (dotato di un corpo informato dall’anima sensitiva e vegetativa). Le sostanze spirituali sono per lui forme separate, che esistono indipendentemente da qualunque connessione con la materia, e costituiscono un unico individuo per ogni specie animale; nel caso specifico dell’uomo, invece, ogni singolo individuo è perfettamente distinto dagli altri (l’anima è forma per se subsistens), in quanto solo così si può convalidare la credenza nell’immortalità dell’anima individuale. Per l’Aquinate l’uomo è composto di corpo e anima, vale a dire di materia e forma (essenza. sostanza, natura). Inoltre, siccome l’anima è una sostanza semplice di natura spirituale, non è corruttibile, e perciò può essere… immortale. Infatti, solo le sostanze composite (complicate, complesse) sono corruttibili in quanto generabili.

La filosofia e la teologia cristiane dei tempi moderni si sono orientate sul concetto di persona, anche per parlare dell’anima. Consultiamo un autore contemporaneo come Norman M. Ford (1988),  che scrive l’anima non è un oggetto concreto, ma un principio di vita non empirico, e di conseguenza non è direttamente riscontrabile con i metodi dell’osservazione scientifica […] è un principio di vita non-materiale o spirituale, necessario a spiegare gli aspetti non quantitativi degli atti autocoscienti razionali di conoscenza e libera scelta. Non è possibile ricorrere a metodi di investigazione puramente empirici per osservare direttamente la presenza dell’anima come tale o l’inizio della sua presenza.

Tornando all’Antico Testamento, lo spirito è il principio della vita, universale, impersonale, immortale, ovvero la parte superiore dell’uomo, dove risiedono l’intelligenza, la ragione e la coscienza morale, e dunque materia e spirito sono due elementi non individuali, di cui solo il secondo persiste alla morte, mentre l’anima vivente e vivificante è un elemento individuale che sussiste solo finché il corpo è in vita. Per l’antico ambiente giudaico l’anima è mortale.

La Chiesa Cattolica si richiama dottrinalmente all’Antico Testamento, dove il termini anima e spirito non sono usati con coerente costanza terminologica, ma in modo scambievole. San Paolo, poi, influenzato dall’ellenismo ne parla in termini differenziati distinguendo con cura senso, significato e utilizzo dei due termini. Per l’Apostolo l’uomo è proprio composto da tre dimensioni: corpo, anima e spirito. E’ dal Concilio di Vienne (1312/ 1313)  che questa dottrina è diventata parte della Tradizione cattolica e del Magistero. L’anima, dunque, è sede della mente, della volontà e delle emozioni, ed è preposta al controllo di tutti pensieri umani e di tutte le azioni che conseguono. Nella modernità le dottrine psicologiche, sia pure con terminologie differenti, hanno attribuito alla mente questo ruolo. Mente è comunque un termine che trae le sue origini dall’etimologia latina di mens/ memoria/ memorare, molto cara ad Agostino che addirittura la usò come metafora per indicare il Padre nella Trinità: Mens, Notitia et Amor, ovvero Padre, Figlio e Spirito Santo, secondo il grande teologo africano.

Se anima è un concetto condiviso fra teologia e psicologia moderna, spirito ha invece un’accezione eminentemente teologica, in quanto è il tramite per il quale l’uomo ha una qualche conoscenza di Dio e con lui in qualche modo… comunica. Lo spirito è collocato ontologicamente al di sopra dell’anima e la può orientare secondo l’ispirazione divina, al bene. Infatti, come insegna Tommaso, l’anima ha un’origine diversa dal corpo, poiché è sostanza semplice ed è spirituale, mentre il corpo è complesso ed è materiale.

Molte e diverse sono le dottrine teologiche sull’anima: vi sono opinioni che la ritengono creata da Dio all’atto del concepimento (Alberto Magno), altre all’atto della nascita, altre ancora quando la struttura encefalica si può considerare completata, e quindi dopo la nascita. Tommaso d’Aquino parlava di quaranta giorni per i maschi e di ottanta per le femmine. Su queste opinioni si possono proporre diversi giudizi, tenendo conto delle conoscenze naturali del tempo, che rendevano un po’ confusa la nozione, che si collocava fra biologia e metafisica. Il “tipo” di anima conferita all’uomo, inoltre, è completamente diversa dall’ente-anima che fa vivere gli anima-li, i quali la possiedono solo nelle dimensioni vegetativa e sensitiva. Vi sono però anche posizioni curiose, come quella di san Girolamo, che consolava i credenti affermando che avrebbero incontrato gli animali cui in vita sono stati più affezionati, perfino in paradiso. I possessori di animali odierni, però, per loro sfortuna, si dichiarano spesso agnostici o addirittura atei. Non sanno quello che si perdono.

Tommaso d’Aquino riteneva che l’anima intellettiva, dando forma e struttura alla materia e rendendola vivente, non sia collocata in alcun in alcun luogo particolare del corpo, che compenetra totalmente. L’anima si «esprime nel corpo» e lo contiene. L’anima è il principio vitale da cui scaturisce ogni azione corporea, da quelle dell’apparato locomotore a quelle della psiche. Il Concilio di Vienne (1312-1313) afferma: «riproviamo come erronea e contraria alla verità della fede cattolica, ogni dottrina o tesi che asserisce temerariamente o suggerisce sotto forma di dubbio che la sostanza dell’anima razionale o intellettiva non è veramente per sé la forma del corpo umano». Ma già Agostino d’Ippona aveva autorevolmente affermato: «in ciascun corpo l’anima è tutta in tutto il corpo, così com’è tutta in qualsivoglia parte di esso».

Per la Chiesa Cattolica l’animazione razionale del neonato è stato un tema non molto trattato. Si può dire che in passato la vita fetale non era considerata pienamente umana (non dimentichiamo che Margherita Hack parlava a volte dello zigote, della blastula e della morula come di un mucchietto di cellule, paradossalmente d’accordo con gli antichi teologi). Se vogliamo però applicare lo schema aristotelico-tomista non possiamo dimenticare che i due gameti che producono – pariteticamente – lo zigote (23 cromosomi y + 23 cromosomi x) hanno in potenza, cioè provvedono il potenziale per lo sviluppo dell’essere umano che sarà, tutto e totalmente. Se quindi si concepisce l’anima in termini non strettamente fisici, ma anche metafisici, non possiamo non ammettere che l’umanità sia infusa totalmente fin dai istanti di vita dello zigote, pur essendo questo “ente” unicellulare. A chi non ammette la dimensione metafisica questo ragionamento non interessa, ovviamente.

Per Tommaso d’Aquino, il sangue stesso è già un essere umano “potenziale” che diviene essere umano “in atto” sotto l’azione del pneuma (lo spirito) presente nel seme. E’ comunque Dio stesso a intervenire con un atto creativo, dando alla creatura vegetativo-sensitiva una dimensione razionale e spirituale, infondendo l’anima.

La teologia contemporanea conviene sulla posizione di sant’Alberto Magno (l’anima sussiste dall’atto del concepimento), ma solo successivamente (quando?) inizierebbe ad operare? Sul tema sarei dell’idea di esprimerci con enorme cautela, anche e soprattutto per le implicazioni etiche che esso ha con il tema dell’aborto.

Ci si può chiedere se vi siano “prove razionali” dell’esistenza dell’anima. Si può ragionevolmente affermare che le maggiori sono di carattere psicologico: la consapevolezza dell’individualità; la consapevolezza dell’esistenza della propria anima; la cognizione della distinzione fra anima e corpo; la consapevolezza dell’opposizione fra anima e corpo; la persistenza dell’Io rispetto ai mutamenti del corpo; la presenza di attività spirituale; il senso di responsabilità; la ripugnanza verso l’idea di una morte definitiva. Queste caratteristiche sono anche utili a mostrare, forse, la plausibilità dell’esistenza di un “ente” come l’anima. Essa, oltre a manifestare i tratti psicologici sopra elencati, può essere illustrata anche come segue: principio di vita; immagine di Dio; vera essenza dell’uomo; costante dell’essere; principio che umanizza il corpo; principio della razionalità umana e dello psichismo; principio dell’individualità; fonte della personalità; principio della soggettività; principio della coscienza e della consapevolezza; parte migliore dell’uomo; fonte dell’interiorità e della vita personale; principio del libero arbitrio e della volontà; essenza dell’essere e dell’Io; coscienza morale.

Circa la “vita” dell’anima  la teologia cattolica tradizionale sostiene che dopo la morte (del corpo) l’anima continui a sussistere separatamente, essendo immateriale e quindi non potendo dissolversi in qualcosa d’altro, come accade al corpo. La separazione dell’anima dal corpo permette inoltre che Dio possa avere una relazione spirituale con una sostanza che gli “somiglia” (cf . Genesi 1, 27), per cui la fa sussistere con la sua propria essenza, mentre il corpo sarà ripreso dopo la resurrezione finale, in altra forma sostanziale.

La morte è, dunque, la separazione dell’anima dal corpo, ma resta comunque parziale. Mentre il corpo non procede con le sue funzioni vitali, l’anima continua a “vivere” separatamente. Dopo la morte l’Io umano non si spegne, ma si “sposta” in uno stato dell’essere diverso, non più percepibile dagli altri, ma presente in uno stadio/ stato spirituale. L’anima, pertanto, continua a vivere, ma non più mediante il corpo, bensì autonomamente.

Per la teologia cristiana, l’unica eccezione nel morire è costituita dalla morte di Maria, che fu vera morte, ma non tale da far sì che il corpo si decomponesse. Il dogma (non obbligante) dell’Assunzione di Maria, anche se presente nella Tradizione fin dal V secolo, è di proclamazione molto recente (1950, sotto papa Pio XII) sostiene l’assunzione della Madre del Signore in anima e corpo.

Le visiones medievali sono la rappresentazione più forte dello stato e dell’attività dell’anima dopo la morte, tra le quali il poema dantesco è la più nota.

L’attività dell’anima dopo la morte, in particolare in quello stato sospeso rappresentato dal purgatorio, veniva descritta in passato quasi come un viaggio fantastico, durante il quale è possibile il contatto tra ciò che appartiene all’Io e il mondo ultraterreno. Per questo durante il Medioevo vi fu una fioritura di racconti di viaggi estatici nei mondi ultraterreni; l’esempio più noto è quello della Divina Commedia.

Circa il destino dell’anima, la dottrina cattolica prevede che essa si possa trovare nelle condizioni spirituali “meritate” in vita, con una qualche analogia con il karma hindu-buddistico, e un “arricchimento” medievale, sconosciuto ai Padri del cristianesimo primitivo, quello della purificazione (da pyr, fuoco in greco) purgatoriale, se i peccati commessi non siano stati tali da impedire la visio beatifica della Santissima Trinità (cf. Canto XXXIII del Paradiso dantesco) e facciano meritare il “silenzio eterno di Dio” (cf. J. Ratzinger)

A differenza della cultura religiosa cristiana e musulmana, che prevede la resurrezione finale delle anime e dei corpi, quella giudaica la ignorava. E’ nella Lettera agli ebrei che si parla per la prima volta in maniera chiara di resurrezione finale. Si tratta di un dogma fondamentale correlato a quello dell’immortalità dell’anima. e per queste ragioni: a) se l’essenza dell’uomo fosse lo spirito, non si comprenderebbe perché Dio l’avrebbe fatto compagno della carne; b) essendo l’anima “forma del corpo” è del tutto innaturale che essa si trovi separata dal corpo, e dunque tende a ricongiungersi ad esso; c) poiché l’anima e il corpo commettono insieme il bene e il male, entrambi debbono ricevere il premio o la punizione.

Infine, il cristianesimo non ammette la reincarnazione, tipica dottrina delle tradizioni religiose orientali. Vi sono comunque teorie in questo senso anche in ambito cristiano, come nel caso di Origene, per il quale le anime non solo sono immortali, ma anche… eterne.

Per la maggior parte della sua storia il Cristianesimo ha sostanzialmente condiviso l’idea platonica di una netta separazione dell’anima dal corpo; e per questo motivo il Simbolo degli apostoli parla di «resurrezione della carne», espressione che non compare nel Nuovo Testamento né nel Credo di Costantinopoli (e in quelli precedenti), dove si parla sempre di «resurrezione dei morti» (solo nel 1513, con il Concilio Laterano V, l’immortalità dell’anima è divenuta dogma). Ma nei Vangeli non si parla di immortalità per tutti gli uomini o per tutte le anime; la resurrezione degli empi serve solo ad applicare loro la pena definitiva della distruzione col fuoco, giacché il definitivo concetto di inferno, inteso come luogo di dannazione eterna, nasce solo con Tertulliano e Origene.

Per l’apologetica, l’uomo prova un desiderio naturale di integrità della propria persona, dovuto al fatto che l’anima è la forma del corpo e come tale tende a essergli unito. Questa certezza soggettiva, rafforzata definitivamente dalla fede, sarebbe la prima prova della necessaria immortalità, e appagherebbe un desiderio ben presente anche nei filosofi pagani. L’immortalità dell’anima sarebbe inoltre dimostrabile con la semplice ragione: l’anima è immortale in quanto immateriale e non scomponibile; se infatti l’intelletto opera prescindendo dalla materia (ovvero, se l’agire segue direttamente all’essere), l’anima non può che essere immateriale e dunque immortale, perché solo la realtà materiale è soggetta alla corruzione.

L’ente anima può essere considerato forse il modello di eternità degli enti, anche se il concetto di eternità non coincide affatto con quello di immortalità, in quanto l’eterno è in-creato, mentre l’immortale no.

Gentil lettore, considera questo mio sforzo come un omaggio a Emanuele Severino, che ora conosce de visu, gli eterni, e a cui auguro, anche se lui ne ha fortemente dubitato, la visione beatifica degli angeli e dei santi.

Mysterium tremendum et fascinans et mirum et horribile, dalla bellezza al genocidio e viceversa: l’uomo libero (e non) in azione

Mistero tremendo e affascinante, meraviglioso, e anche orribile, è ciò che nasconde o paventa il senso e il sentimento del “sacro”. Il sacro è ciò che sta separato dal resto, e non è – semanticamente – il contrario di “pro-fano”, bensì di esecrando. Il profano sta di fronte al “fanum”, cioè al tempio. L’esecrando è qualcosa di spregevole, come – penso io – i Rosari e i Vangeli branditi in piazza come armi improprie. L’esecrando profano, cioè quanto di più orrido ci può essere al mondo, quantomeno nella comunicazione sociale. Nella pratica è il disprezzo dell’uomo, disprezzo comunque declinato.

Leggo il tremendo volume di Georges Bensoussan Genocidio. Una passione europea, edito da Marsilio. Bensoussan è uno storico e sociologo francese che parla del de-stino, quasi della vocazione europea al genocidio, richiamante antiche e meno antiche memorie e dottrine. Se non vogliamo citare le stragi del grande Caio Giulio Cesare, di tribù di Usipeti e Tencteri, prima illuse e poi tradite, passiamo oltre, magari parlando della dottrina castiglian-aragonese de la limpieza de sangre, prodromo ideologico della conversione forzata al cristianesimo cattolico, o della cacciata dalla Spagna degli ebrei da parte di Isabella e Ferdinando, magnifici re cristiani e razzisti integrali.

Se vogliamo, poi, facciamo un salto, oltre la razionalità illuministica, in pieno romanticismo ottocentesco. Di quella temperie si nutrirono a iosa i razzisti moderni. Leggere le dottrine mediche del tempo è sconvolgente. Francesi che ritenevano inferiori i tedeschi, e questi, anche senza ascoltare l’Anello del Nibelungo wagneriano, esaltante il germanesimo eterno, reputavano inferiori tutti gli altri, i popoli slavi in primis. Già nella Germania guglielmina, ebrei e popoli dell’Est erano ritenuti buoni solo per servire la superiorità razziale germanica. D’altra parte, i polacchi e gli ucraini furono campioni di pogrom, dal ‘600 e fino al XX secolo.

I turchi (giovani e men giovani per citare le denominazioni di coloro che abbatterono il sultanato ottomano, o subirono questo radicale cambiamento) assassinarono tra il ‘915 e il ‘917 almeno un milione e mezzo di armeni.

La Prima guerra mondiale, con le sue immani stragi, dalla Somme a Verdun al Fronte orientale russo-ucraino-polacco al Carso, fu la prova dello spregio totale della vita umana, che non era più soppressa – una alla volta – da una palla di fucile o da un colpo di baionetta al cuore o alla carotide, ma diventava immediatamente fango insanguinato misto a feci e cadaveri, e nelle trincee e nelle buche provocate dai 305 campali, che annunziavano la morte immediata con un terribile sibilo.

I civili in quella guerra furono trattati spesso come i militari, i feriti al di fuori di ogni convenzione umanitaria. Venne meno il riconoscimento dell’umanità della persona, come forse mai nella storia. E, lasciando perdere altre stragi coloniali, arriviamo al male assoluto e anche banale, secondo Hannah Arendt, del nazismo.

Ancora un po’ di dottrina morale: la strada delle azioni male dell’uomo (Tommaso d’Aquino distingue le azioni umane da quelle dell’uomo, dove l’aggettivo ha valenza di giudizio etico, mentre il genitivo è solo un complemento di specificazione, tecnicalmente neutro) era pronta: si trattava di percorrerla con metodo professionale, con gli esperti di logistica e gli ingegneri civili, con gli strateghi della morte collettiva ed anonima. Ma, anche in campo teologico cristiano, la visione tommasiana non aveva un’adesione generale, poiché in molti ambienti restava in auge una dottrina anti-ebraica e premessa del futuro antisemitismo, come si può registrare in certi scritti di Pietro il Venerabile, e di non pochi altri teologi cristiani di quel tempo e dei secoli successivi, sia di area cattolica, sia di area riformata.

L’anti-ebraismo, l’antisemitismo, l’eugenismo e infine il razzismo hanno radici lontane, composite e comuni.

In pieno periodo guglielmino, alcuni in Germania sostenevano che la Guerra dei trent’anni conclusasi con la pace di Westfalia nel 1648 poteva essere un prodromo di un’altra “Guerra dei trent’anni”, iniziata nel 1914, che si sarebbe dovuta concludere con lo sterminio degli ebrei e la sottomissione dei popoli slavi, e con la conquista da parte della Germania di uno spazio vitale essenziale a Est.

Chi visitò le trincee dopo Verdun non ebbe parole umane da dire, sostiene Georges Bensoussan. Sarebbe stata necessaria forse la penna di Dante o di Shakespeare, non di meno.

Non dimentichiamo che anche Voltaire e Jefferson erano razzisti, sostenendo la differenza biologica tra le “razze”. De Maistre, acutissimo filosofo cristiano sosteneva che l’Illuminismo, con l’esaltazione della ragione, aveva fuorviato il giudizio sull’uomo che, per lui, restava peccatore radicale (dal peccato originale biblico) e bisognoso di un dominio totale da parte della struttura statuale, sulle tracce di Hobbes, ma con più radicalità.

La biologia di Linneo e Buffon fu estremizzata sostenendo che la natura “parlava chiaro”: come le piante si fanno largo nella foresta per cercare il sole, così l’uomo, con la sua capacità intellettuale, si fa largo e vince chi è più forte/ intelligente, ed è bene che avvenga la selezione naturale anche in ambito umano. Un darwinismo sociale estremo ante litteram.

Il pensiero di De Maistre, attivo ai primi dell’800, fu estremizzato da razzisti teorici conclamati come de Gobineau, Rosenberg e Chamberlain, qualche decennio dopo. L’anti-illuminismo di molti romantici, e poi di decadenti e di futuristi creò l’humus intellettuale per i fascismi del ‘900. Lo stesso pensiero di Schopenhauer e di Nietzsche fu da costoro utilizzato in ambiti extra-filosofici, ampiamente pratici e politici.

Fra gli intellettuali tedeschi dell’800 si rileva una maggioranza di neo-darwiniani antisemiti, capaci di strutturare il loro pensiero filosofico sulla differenza razziale, cosicché si può dire che il terreno per le ideologie naziste era già ben “arato” da quasi un secolo prima. Tra costoro, tra i pochi a distinguersi per tesi umanistiche contrarie, fu il grande storico e filologo Theodor Mommsen, mentre il campione delle tesi opposte può essere considerato il biologo iper-darwiniano Ernst Haeckel.

Poligenismo (contro il monogenismo degli studi di paleoantropologia contemporanea più affidabili, prof. Leakey docet, e scoperta recentissima dell’homo sinalensis, coerenti peraltro con il testo biblico di Genesi 1.3), darwinismo sociale e biologismo positivista sono stati le fonti primarie dei razzismi dei decenni successivi, tocca dire, fino a noi.

Il Mein Kampf hitleriano è un pamphlet di orrida propaganda razzista e antisemita, con tesi mutuate ruvidamente da quel milieu.

Ancora, andando su e giù per la storia moderna: il medico inglese White, ai primi dell’800, sosteneva che i pigmei potevano essere il famoso anello mancante tra scimmie e umani, mentre un’interpretazione ideologica de L’origine delle specie di Darwin ispirò molto “scienziati” germanici a trovare differenze radicali fra “negri” e bianchi, fra ariani ed ebrei.

Anche la tratta dei neri africani, resi schiavi, a Ovest dalle potenze europee, e da Est dai potentati arabi, è figlia di questo pensiero razzista: il numero di persone catturate sulle coste occidentali e orientali dell’Africa  e schiavizzate tra il XVII e il XVIII secolo pare ammonti a non meno di trenta milioni di persone, un quarto delle quali perì durante le traversate oceaniche dell’Atlantico e dell’Indiano.

Addirittura, Goebbels sposò l’idea che gli ebrei si potessero paragonare a fastidiosi parassiti o addirittura a virus pericolosi, non solo per il mantenimento della superiorità del germanesimo antropologico, di cui facevano primariamente parte i tedeschi e, in subordine, gli inglesi e gli altri anglosassoni, ma anche per la stessa sopravvivenza di questi popoli “superiori”. Nella Germania nazista circolavano testi che sostenevano l’analogia fra le geniali scoperte dei batteriologi e microbiologi Robert Koch e Edward Jenner, i quali avevano individuato gli antidoti a malattie/ epidemie terribili  come la tubercolosi e il vaiolo, e il programma di sterminio degli ebrei da parte nazista.

Alla fine dell’800 circolò anche l’abietto falso detto Protocollo del savi di Sion, che sosteneva il progetto di dominio sul mondo da parte degli ebrei.

E così la Shoah si inserisce in un alveo di violenza teorico-pratica accettata, anzi costituita come necessaria, di cui qui non scrivo nulla, perché richiederebbe tutta la mia giornata, questa settimana e oltre, per raccontare solo una parte dell’orrore, il quale deve essere spiegato bene ai bambini e ai giovani… e i men giovani che scherzano ignorantemente con il razzismo, il suprematismo, il sovranismo e l’antisemitismo.

Contro la triade valoriale della Rivoluzione francese, Libertà, Uguaglianza e Fraternità, è stata da costoro opposta un’altra triade: Ineguaglianza, Determinismo e Biologismo razzista.

 

Ha dunque a che fare con tutto questo il concetto di “sacro”? Ebbene sì, ma nella sua versione demoniaca, malvagia.

Pertanto, il sacro ha soprattutto a che fare con la bellezza, come studiò e spiegò bene nel 1927 il filosofo tedesco Rudolf Otto, nel suo Das Heilige, tradotto in italiano con il titolo Il Sacro dal professor Ernesto Bonaiuti, sacerdote spretato da papa Ratti perché “modernista” (il modernismo era una linea teologica che, ante litteram rispetto al Concilio ecumenico vaticano secondo, proponeva un dialogo continuo e libero con il mondo, come ben descritto dalla Costituzione conciliare Gaudium et Spes del 1965 e dalla grande enciclica di Paolo VI emanata nel 1967 Populorum Progressio). Otto analizza la dimensione del sacro da un punto di vista filosofico-antropologico in modo molto profondo e utile anche per noi del XXI secolo.

Per lui il “sacro” è mysterium tremendum et fascinans, et mirum, et horridum. Esso appartiene a una sorta di dimensione assoluta dell’essere (cf. A. Olmi o.p, filosofo domenicano, 2003), ineffabile da un punto di vista descrittivo, ovvero più vicino all’opus poeticum che non a quello philosophicum. Un esempio: forse La ginestra leopardiana descrive il rapporto fra uomo e natura meglio di tanti trattati di geologia e di biologia, e anche meglio dello Spinoza del Tractatus politicus-theologicus. L’essere di cui parla il padre Olmi è il sostrato metafisico di ogni cosa, che possiede un’essenza e una vita sua propria negli enti singolari. L’essere è concetto universale che nel sacrum (ieròs, in greco antico) si manifesta alla sua massima potenza, coinvolgendo la psiche e le emozioni umane fino allo straniamento.

Se quanto detto sopra in estrema sintesi sull’esperienza del male morale viene trasposto nell’area concettuale del bene  e del bello, il bonum pulchrumque, comunque ciò impegna la percezione fisica, intellettuale ed emotiva dell’uomo ai massimi livelli. Gli esempi non mancano: la possanza di una grande montagna che ti fa sentire, come uomo, piccolo e fragile, un mare in burrasca, l’eruzione di un vulcano, lo scenario multicolore di un’aurora boreale, l’ampiezza di un fiume siberiano come lo Jenisej, o africano, come il Congo, o sudamericano, come il Rio delle Amazzoni, o europeo, come il Dniepr, e quant’altro impressioni i sensi e sentimenti di un essere umano in stato di veglia.

Il sacro è manifestazione assoluta dell’essere (delle cose), ma anche stimolo ad approfondire la capacità di comprensione e di apprezzamento delle cose stesse.

Vedi, dunque, mio gentil lettore, come sia corretta la distinzione dei contrari del lemma “sacro”: non dunque profano, ma esecrando, cioè orribile, dis-umanomalvagio o malo, in una visione morale del mondo umano e naturale che scelga un’etica del fine, dove il fine è la salvaguardia dell’integrità psico-fisica dell’uomo stesso, in tutte le sue manifestazioni etniche, storiche e sociali, e della natura come ambiente nel quale nascono, si sviluppano e vivono i viventi, tutti.

E alla fine, per fare sì che questo mio pezzo, oltre a costituire una riflessione generale sul tema proposto, sia più utile, richiamo ai miei gentili lettori la radicale distinzione fra struttura di persona (che dà eguale dignità a ogni essere umano, in qualsivoglia stato, situazione e tempo esso viva) e struttura di personalità (che conferisce l’irriducibile differenza di ciascuno da ciascun altro), perché la dignità e la differenza sono l’essenza del sacro, e origine del bene e di ogni bellezza.

Blizzard

Un vento diverso da quello che sentì Elia (come si racconta nel biblico Primo Libro dei Re 19, 11-16). Il vento di Elia era quasi una brezza leggera, come la voce di Dio.

Il blizzard. Non può soffiare alle latitudini del profeta, ma molto più a Nord, là dove uomini intabarrati vincono la vita sopravvivendo in giornate brevi. Colà il freddo è crudele e le notti lunghissime. Anche una capanna di tronchi e un fuoco può bastare per la vita, e carne d’alce.

Raccontava lo zio Toni, emigrato in British Columbia, ai confini dell’Alaska. Il blizzard può alzarsi di notte, furtivo come un grizzly affamato, oppure di giorno, annunciandosi con brevi folate sempre più fredde e l’iscurirsi progressivo del basso orizzonte. I tronchi della foresta impediscono che lo sguardo umano penetri oltre le prime file dei fusti altissimi dell’abetaia già piena di neve. A volte il vento viene dal Minnesota e sale inesorabile verso il grande Nord.

Anche Dersu Uzala conosce quel vento e lo chiama per nome, nel suo antico idioma siberiano. Lo conosce da quando avi lontanissimi nel tempo attraversarono su piroghe coraggiose lo Stretto tra i continenti, fra Eurasia e Americhe, lassù nel Mare artico, esplorato da Vitus Bering di Danimarca, alla fine del Seicento. Qualcuno si era fermato alle Aleutine, per un periodo, isole sperse da Est a Ovest nell’Oceano mare. Per poi ripartire, alcuni verso Ovest, altri verso Est. Tant’è che i volti sono rimasti uguali, gli occhi fessure atte a sopportare l’infinito biancore della neve distesa fino all’orizzonte.

Oltre la latitudine dei ghiacci e delle nevi eterne vive il grande orso polare, più a Sud la tigre bianca, il cui spirito dialoga con Dersu. Come il vento. Anche il lupo vagola inquieto per i grandi boschi del Nord, forte del branco, in cerca di qualche ungulato. Uccelli neri nel cielo, corvi, forse. Per il resto un grande silenzio, ché i passi sulla neve si perdono in uno scalpiccio sommesso.

A volte mi pare che l’anima mia attenda il blizzard. E questo vento arriva, magari sulle note di Georg Philip Telemann o di Orlando di Lasso, una mattina qualsiasi, in un giorno del Signore. La quiete non basta.  Il blizzard interiore è come un dolore, è il dolore, quello che ti fa sentire vivo, nelle tue carni, e nel tuo spirito.

Quando il vento freddo del Nord si annuncia sempre più forte oltre gli scuri della capanna nella radura, è come quando il dolore arriva improvviso nel tuo corpo e ti mette in guardia. Così, come il boscaiolo o il cercatore d’oro che ha traversato lo Yukon o lo Jenisej per trovare qualcosa, si ferma a riflettere nella capanna per non farsi travolgere dal blizzard, chi è raggiunto dal dolore cerca una risposta al dolore, per combatterlo, per non farsi vincere, per andare oltre.

Come il cacciatore di pellicce si ferma nella capanna del cercatore d’oro, così l’uomo del mondo trovato dal dolore si ferma per poi ripartire sempre. E questo “sempre” è avverbio temporale che conosce le cose: il blizzard si fermerà dietro l’ultima fila di abeti neri che circondano la radura e il dolore scomparirà nel sonno o nel cammino, fino alla fine.

Le trombe di una musica antica annunciano il passo leggero della lince, che esce dalla tana in cerca di una preda, e anche la forza ritrovata dei muscoli vivi, oltre il dolore. Anche se il vento ha piegato gli alberi antichi della foresta, questi non si sono spezzati. Non si è spezzato l’uomo.

La pista è lunga tra gli alberi e oltre i fiumi, così come l’alternarsi del dolore e della quiete. Non sa il cercatore d’oro dove la pista lo porterà, se ad Anchorage o ai ghiacci del Mar Bianco, non sa l’uomo del mondo dove lo porterà il dolore. Ma il cercatore d’oro ha incontrato un cacciatore di pellicce, e l’uomo del mondo ha trovato parole di altri uomini e donne del mondo che gli hanno detto: “La pista è giusta, vai avanti, tieni duro, ché la notte sta finendo e l’alba si annuncia oltre le cime, oltre la cerchia di quelle montagne innevate“. A volte l’ira sopraggiunge come una fiera nel cuore dell’uomo dei boschi che nulla ha trovato, e nel cuore dell’uomo del mondo che fatica a procedere. Ma poi si perde nello sguardo e nel silenzio sopraggiunto.

Lo Spirito Santo, il Paraclito, veglia, sia sul cercatore d’oro, sia sul viandante per il mondo, che conosce il dolore e anche il primo accendersi dell’aurora.

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