Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: profezia (page 1 of 9)

Azioni “disumane” “dell’uomo”

Caro lettore,

sedici morti ammazzati ammassati su vetusti furgoni appesi a qualche cordame per strada di ritorno dal bestiale lavoro a tre euro l’ora. Sedici ragazzi giovani dell’Africa, facili prede di orrendi profittatori. Non ci son scuse o ragioni, se non la bestialitas dei caporali e dei loro accoliti.

Da decenni si parla di questa tratta di forze umane nel meridione italiano e ora non solo: non so che cosa abbiano fatto i sindacati eredi del grande compagno Di Vittorio, che cosa gli ispettori del lavoro, che cosa i politici eletti in loco, che cosa le associazioni d’impresa, che cosa qualsiasi altro soggetto umano a conoscenza dello sfruttamento sette/ ottocentesco di decine di migliaia di giovani di pelle scura, alloggiati alla canina via, bastonati e sfruttati con ritmi di lavoro e paghe indonesiane. Che cosa? Dove erano, dove sono? Che cosa fano dalla mattina alla sera? Congressi? Riunioni di lavoro? Piani di intervento a tavolino? Multe? Non so.

Nel titolo ho scritto “azioni disumane dell’uomo”: forse che, mio gentile lettore, trovi una qualche contraddizione nel titolo stesso? Vediamo: azioni (sostantivo-soggetto), disumane (attributo del sostantivo-soggetto), dell’uomo (genitivo, complemento di specificazione del sostantivo-soggetto). A prima vista vi è una ripetizione, perché l’attributo di “azioni”, cioè disumane, in qualche modo si giustappone al complemento di specificazione “dell’uomo”. E dunque, le azioni sono disumane, epperò sono-dell’uomo, cioè l’uomo è capace di azioni disumane, là dove l’attributo ha valenza morale e rilevanza etica. L’uomo fa il male, perché è intriso di male nella sua propria anima.

Svelo l’arcano linguistico-filosofico, per dire: Tommaso d’Aquino distingueva tra le azioni “umane”, e quindi anche tra quelle “disumane”, e le azioni dell’uomo, per chiarire bene che l’uomo, animal rationale, secondo il Philosophus Aristoteles (così Tommaso lo chiama nella Summa Theologiae) è capace di azioni buone, cioè umane: ed eccoci, vale a dire degne del suo essere animale razionale e quindi capace di conveniente bontà, e anche -di contro- di azioni malvage, vale a dire di azioni intrise di malevolenza, mancanza di rispetto, di solidarietà, di fratellanza, fino alla violenza e all’omicidio dell’altro, se tale atto  potrà essere di convenienza propria.

I neuro-scienziati tendenzialmente materialisti odierni, un po’ alla Damasio, considerano l’evoluzione un tutt’uno dai batteri di cento milioni di anni fa al sapiens di ottantamila anni fa, quello della rivoluzione cognitiva. Può darsi abbiano ragione sotto un certo profilo, ma non bastano le loro ragioni razionalistiche: occorre un pensiero più capace di accedere, almeno a tentare di accedere, alla stupefacente complessità psico-fisica dell’essere umano, cioè alle sue manifestazioni spirituali. cioè psico-morali .

E dunque, lasciando perdere qui le dimensioni giuridico-contrattuali e politico-amministrative dei casi sopra citati, appunto, e mantenendoci a un livello più generalmente antropologico, che cosa dobbiamo fare di e con quei “caporali”, dopo averli individuati e debitamente puniti secondo il nostro civile ordinamento penale? Dobbiamo credere che sono degli umani capaci di resipiscenza, di pentimento e di redenzione? Non ho rispose facili. Totò Riina fino all’ultimo ha minacciato forze dell’ordine e magistratura, ritenendosi al di sopra di ogni morale e di ogni ordinamento, e questi signori, questi uo-mi-ni di che pasta sono fatti?

Innanzitutto mi metto in ascolto della politica che comanda ora, i due partitoni che a sentir loro non sbagliano mai, che in realtà ereditano e debbono rimediare a errori altrui, dei predecessori, delle opposizioni (e mi chiedo, quali opposizioni?). Non sono letteralmente in grado di profferir verbo che abbia un qualche senso analitico e programmatico-operativo. Meno male che c’è la Polizia, i Carabinieri, la Guardia di finanza, qualche prete e la Caritas. Per il resto sguardi attoniti e parole vuote in libertà, come quelle, le solite, arroganti e distruttive, del Ministro dell’Interno o del prezzemolino-saviano.

Personalmente son convinto che le energie e le forze ci sono, ci sarebbero, solo che chi le guida, a partire dalla politica, sapesse lavorare. Il fatto è che questa classe politica cui gli Italiani hanno demandato la responsabilità di governo, NON SA LAVORARE.

Quando io incontro un giovane laureato, anche in ingegneria, in un colloquio di selezione, spesso lo spiazzo con la domanda: “scusi, lei sa lavorare?” la domanda è insidiosissima, perché se si si tratta di un giovane può suonare come una presa per il sedere, ma se si tratta di un senior di più di quaranta anni può suonare addirittura umiliante. Eppure io continuo a fare questa strana domanda, i cui esiti psico-dialogici recupero immediatamente dopo spiegando che è un modo per entrare in medias res e condividere che ogni azienda, ogni luogo di lavoro, richiede una ri-partenza mentale, un nuovo approccio, umiltà, capacità di ascolto e di mettersi in discussione, anche se la persona,  il candidato possiede ottimi titoli e una buona esperienza pregressa. Le persone più vispe mi rispondono quasi subito, dopo un legittimo attimo di smarrimento: “beh, non conosco questa azienda e pertanto all’inizio devo imparare“, e queste sono le persone che accettano anche di ripartire da un inquadramento più modesto e da una RAL (Retribuzione Annua Lorda) calmierata rispetto alla precedente. Allora si prosegue e si arriva spesso all’inserimento del perito meccanico trentacinquenne, dell’ingegnere quarantacinquenne, e si va avanti.

Questi signori e signore entrano e imparano (re-imparano) a lavorare e crescono e, dopo un periodo nel quale sono state un puro costo per l’impresa, diventano parte di una struttura che fa guadagnare e quindi creare le condizioni ineludibili per crescere insieme, reinvestire e assumere ancora persone.

I politici di cui sopra NON CONOSCONO LE COSE DI CUI SI OCCUPANO, NON SANNO LAVORARE E PRETENDONO DI INSEGNARE. Questa è la ragion principale dei fatti di cui a questo post.

Non so più farlo, né lo voglio fare, di perorare ancora umiltà e buona volontà, se non per riflettere ancora una volta con i miei gentili lettori, che non si può non partire che dalla conoscenza, dallo studio, dalla ricerca, dalla costruzione di una capacità progettuale della politica e della pubblica amministrazione, a partire dalla scuola, che deve dare gli strumenti per un’inculturazione generale all’umano. Inculturazione non acculturazione, cioè crescita della consapevolezza di essere-umani. Anche i caporali, a questo punto, potranno svestire la maschera ambigua della violenza e del ricatto e si potranno mettere creaturalmente in gioco con tutti gli altri, anche con i neri vilipesi e offesi.

Il pranzo avanzato

La cosiddetta moltiplicazione dei pani e dei pesci è un episodio evangelico descritto in due modi nel testo sacro. Nel primo modo il racconto è presente in tutti e tre  i Vangeli sinottici e in Giovanni: Gesù sfama con cinque pani e due pesci cinquemila uomini (cf. Matteo 14,13-21, Marco 6,30-44, Luca 9, 12-17, Giovanni 6, 1-14). E’ l’unico “miracolo”, oltre alla Resurrezione e all’Ultima Cena (istituzione dell’Eucarestia) narrato in tutti e quattro di vangeli canonici. Avverto il mio gentile lettore che qui siamo in un ambiente prettamente teologico della nostra riflessione.

Il secondo modo o secondo miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, è presente in due racconti evangelici, quelli di Matteo 15.32-30 e Marco 8.1-10: nel racconto si dice che Gesù sfamò quattromila uomini con sette pani e pochi pesciolini.

Non dobbiamo preoccuparci della diversità dei due racconti, poiché le fonti evangeliche sono differenti, le redazioni pure e le copie delle varie redazioni altrettanto. E’ impossibile stabilire con certezza la maggiore o minore veridicità dei due racconti, anche se, pur rimanendo in ambito teologico-simbolico, è evidente che se un racconto è presente in quattro “tradizioni” evangeliche e l’altro solo in due, qualcosa dovrà pur significare. Ciò che stupisce è il rapporto tra il pochissimo cibo a disposizione e la capacità di Gesù di soddisfare le esigenze di nutrizione di migliaia di persone, come vedremo nel testo giovanneo sottostante, che ho scelto per esemplificare. Il cibo per il corpo è importante, fondamentale, ma lo è altrettanto quello per l’anima, cioè l’eucaristia, che è prefigurata nei “miracoli” potremmo dire alimentari del Maestro. Gesù non sottovaluta mai l’aspetto fisico della vita umana, anzi, da  buon ebreo osservante egli ritiene che il corpo e l’anima, fatti a immagine di Dio, debbano essere parimenti rispettati e curati, sempre, in ogni tempo e luogo.

Anche san Paolo negli Atti degli Apostoli evoca l’episodio dell’Ultima Cena, quasi come garanzia gesuana di una vita che viene salvata dalle procelle naturali e spirituali. Egli sta viaggiando in nave verso l’Italia e la nave si imbatte in una tempesta e, rassicurato in sogno dall’angelo sulle vite dei suoi compagni di viaggio, l’Apostolo rende grazie a Dio e spezza il pane riuscendo a sfamare duecento e settantasei viandanti per il mare periglioso, lì presenti (…) dopo quattordici giorni passati a digiuno, senza prendere nulla (Atti 27.33-35).

Il miracolo è il segno della diversità di Gesù da tutti gli altri rabbi e taumaturghi itineranti. Il testo che abbiamo scelto, quello di Giovanni, non parla precisamente di miracoli, ma di segni, di testimonianze, di riferimenti a una divinità che sussiste nell’Uomo di Nazaret. θαύμα [τό]  (thàuma ) si dice in greco, come accadimento di qualcosa di straordinario creduto dovuto all’intervento divino, ovvero di fatto che ha dell’incredibile e che suscita stupore e meraviglia, ma Giovanni non usa questo termine, preferendo un altro lemma σημεῖον [τό] (semèion), cioè segno che suscita stupore e meraviglia.

E dunque leggiamo direttamente il primo brano riferito alla moltiplicazione dei pani e dei pesci.

 

Il testo di Giovanni 6,1-14

1 Dopo questi fatti, Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!».

Il versetto 12 ci parla del “pranzo avanzato”, cioè dei beni sovrabbondanti che l’uomo ha a disposizione per vivere. “Nulla vada perduto” (12b), scrive l’autore del vangelo secondo Giovanni.

Quanto, invece, va perduto dei beni a disposizione, ogni giorno che Dio manda sulla terra? Quanto spreco, quanta noncuranza, quanto egoismo, quanto disinteresse! Non sto parlando solo del “banco alimentare” che funziona un po’ ovunque, né delle mense della Caritas o dei padri cappuccini, capillarmente operanti, in centri piccoli e grandi, ma dell’anima delle persone, spesso ottusa e chiusa a ogni pensiero rivolto all’altro senza secondi fini.

Sta divulgandosi un pensiero stolto, uno sguardo insincero, un agire miope e privo di tenerezza. Molti non sentono anche se ascoltano e non vedono anche se guardano. Come possiamo avanti in questo modo?

Ministro dell’Interno Salvini, non ti rendi conto di usare un linguaggio che titilla, non la verità delle cose, ma la sua interpretazione maligna, pericolosamente fuorviante, inadatta soprattutto a rendere consapevoli dei problemi gravi di questo mondo, i giovani? Che prezzo intendi ancora far pagare all’ambito del tuo potere, a fini di propaganda? Non comprendi che il tuo cinismo linguistico e concettuale può essere disastroso, perché molti nella loro semplicità psico-antropologica ti prendono sul serio e si armano e picchiano e forse uccidono?

Para leer el Zibaldon verdadero y escribir con humildad un Zibaldon nuevo

I miei cari lettori sanno che a volte uso citazioni dirette di autori che stimo e ammiro, per introdurre temi da commentare nella situazione attuale. Questa volta invito a leggere quasi integralmente i capp. 103 e 104 dello Zibaldone di pensieri di Giacomo Leopardi, che sto ristudiando come testo filosofico di grandissima attualità, fonte di ispirazione per Nietzsche e per gli esistenzialisti nostri contemporanei, da Sartre a Heidegger. Chi fosse interessato a questo brillantissimo e profondo anche se a-sistematico testo filosofico, lo può trovare a prezzo calmierato negli Oscar Mondadori. Più avanti nell’estate proporrò anche una rilettura della penultima grande lirica del nostro “giovane favoloso”, La Ginestra, scritta da ospite nella casa del suo amico Antonio Ranieri, a Napoli.

Ci sono tre maniere di veder le cose. L’una e la più beata, di quelli per li quali esse hanno anche più spirito che corpo; e voglio dire degli uomini di genio e sensibili, ai quali non c’é cosa che non parli all’immaginazione o al cuore, e che trovano da per tutto materia di sublimarsi e di sentire e di vivere, e un rapporto continuo delle cose coll’infinito e coll’uomo, e una vita indefinibile e vaga; in somma di quelli che considerano il tutto sotto un aspetto infinito e in relazione cogli slanci dell’animo loro.

L’altra, e la piú comune, di quelli per cui le cose hanno corpo senza aver molto spirito; e voglio dire degli uomini volgari (volgari sotto il rapporto dell’immaginazione e del sentimento, e non riguardo a tutto il resto, per esempio alla scienza, alla politica ec. ec.), che senza essere sublimati da nessuna cosa trovano però in tutte una realtà, e le considerano quali elle appariscono e sono stimate comunemente e in natura, e secondo questo si regolano. Questa è la maniera naturale, e la più durevolmente felice, che senza condurre a nessuna grandezza, e senza dar gran risalto al sentimento dell’esistenza, riempie però la vita di una pienezza non sentita, ma sempre uguale e uniforme, e conduce per una strada piana e in relazione colle circostanze dalla nascita al sepolcro.

La terza, e la sola funesta e miserabile, e tuttavia la sola vera, di quelli per cui le cose non hanno né spirito né corpo, ma son tutte vane e senza sostanza; e voglio dire dei filosofi e degli uomini per lo piú di sentimento, che dopo l’esperienza e la lugubre cognizione delle cose, dalla prima maniera passano di salto a quest’ultima senza toccare la seconda, e trovano e sentono da per tutto il nulla e il vuoto, e la vanità delle cure umane e dei desideri e delle speranze e di tutte le illusioni inerenti alla vita, per modo che senza esse non è vita.

E qui voglio notare come la ragione umana di cui facciamo tanta pompa sopra gli altri animali, e nel di cui perfezionamento facciamo consistere quello che la successione e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo, giacché volendosi governare secondo questo incontrastabile principio ognuno vede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la più ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che possa giovare in questa vita, sia più vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e non mai, come si dice volgarmente, con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia dell’uomo, sia miserabile e incapace di farci non dico felici ma meno infelici, anzi di condurci alla stessa saviezza, che par tutta consistere nell’uso intero della ragione.

Perché chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose, in maniera che la successione e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo, giacché volendosi governare secondo questo incontrastabile principio ognuno vede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la piú ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che possa giovare in questa vita, sia più vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e non mai, come si dice volgarmente, con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia.”

L’intelligenza del grande pensatore  e poeta nostro elabora un testo non facile, tra cui è invece facile perdersi. Non si pensi che, siccome lo dice esplicitamente, egli sposi senza riserva la terza visione del mondo, quella pessimistico radical-nihilista. Non è così. Il conte Leopardi accompagna il lettore a una riflessione più complessa. La sua onestà intellettuale lo porta a sostenere che la natura (Dilthey direbbe Naturwissenschaften, o scienze della natura) la vince sempre sulla ragion intellettuale (sempre Dilthey direbbe Geistwissenschaften, o scienze dello spirito), ma questo non deve scoraggiare l’uomo, per cui, se l’uomo vuole co-determinarsi insieme con la circostanze che costituiscono, insieme con le iniziative della volontà individuale, il suo proprio destino, deve avere il coraggio (prima opzione) di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Ed è qui che il pessimismo leopardiano vien fuori, proprio per la sua onestà intellettuale, ed è in questo modo che il suo ragionamento si manifesta come attualissimo, in una fase storica, la nostra, che vede il deliquio del pensiero argomentante e della logica raziocinante. Leopardi è un romantico disilluso, non un disperato disperante, e la differenza tra i due profili ideal-tipici è radicale.

Vi è di più, come sempre, vi è un’ulteriorità negli scritti leopardiani, siano essi in forma di poesia, siano essi in forma di prosa filosofica. A me par di intravedere in Leopardi la penna e le intenzioni di un pedagogo eccelso, dello stesso livello di un Aristotele o di un sant’Agostino. Infatti, sia il filosofo di Stagira, sia il vescovo di Ippona pensano che l’uomo abbia le risorse interiori, psichiche e spirituali per emergere anche dalle peggiori situazioni, sia pure con modi e mezzi diversi: Aristotele confida nella potenza del pensiero logico, della necessità intrinseca, stringente della riflessione sillogistica, per cui l’uomo riesce a comprendere il flusso e la ragione degli eventi e a intervenire su di essi, con la sapienza maturata nell’esperienza esistenziale individuale; Agostino in qualche modo crede altrettanto e aggiunge, di suo, che se l’uomo chiede aiuto con umiltà a Dio, l’Incondizionato non può non ascoltarlo, dandogli l’acutezza intellettuale e le risorse energetiche necessarie alla propria vita.

E per concludere questo strano e commisto mio scriver domenicale, aggiungo un’antica poesia in quartine e versi ottonari, mia cugina Giuditta la custodì nel tempo interiore, che scrissi in onore di Catine, mia nonna materna, ottantenne da pochi giorni. Io ne avevo ventiquattro e studiavo allora Scienze Politiche e lavoravo in fabbrica con tuta da metalmeccanico, come da foto qui sopra a destra. lavoro, operaio, studio e scrittura, come proprio un ricercar mio proprio, in forma di Zibaldone, forse un poco arcimboldesco.

L’occasione è un compleanno,/ ma l’intento è ricordare/ come fosse d’un sol anno/ della nonna il camminare.// Dopo che fu la campagna/ tra i vigneti e il patriarcato/ a forgiarla e a dar sostanza/ a ciò che noi siam risultato.// Ancor giovine e inesperta/ lei ben presto si sposò/ per portare al miglior fine/ ciò che in lei valor trovò.// Venner presto sette figli,/ due purtroppo se n’andorno/ ma dei cinque rimanenti/ lei fu fiera e loro attorno.// Era il tempo dei saluti,/ false glorie e miti affini,/ la miseria e gli starnuti/ solo vanto dei bambini.// E passarono i “vent’anni”,/ dura guerra poi passò,/ cominciarono a sposarsi/ i figli e lei pace trovò.// La rinascita: altro mondo,/ i primi soldi un po’ men scarsi,/ ma purtroppo ancora in fondo/ d’uopo è d’accontentarsi.// Che è che alfine noi vogliamo/ pianamente festeggiare,/ se non lei che solamente/ a noi del tempo può parlare?”

E che il sole di luglio non esageri, e il tempo giusto l’accompagni.

Francesco papa, il cardinale Umberto di Silvacandida e il patriarca costantinopolitano Michele Cerulario sono insieme a San Nicola di Bari in un bel mattino d’estate del terzo millennio

Francesco papa ha incontrato una ventina di patriarchi, metropoliti ed egumeni del Vicino Oriente cristiano, cattolici di rito caldeo, copti (cioè in greco eigùptioi, egizi), ortodossi costantinopolitani e russi, a San Nicola, vetusta meravigliosa insigne basilica barese, porta sull’Oriente.

E mi ha fatto sovvenire, in questo dì d’estate piena e di mia ascesi necessaria e benefica, lo scisma del 1054, mentre sto leggendo la Biblioteca del Patriarca Fozio, primo scismatico da Roma, di due secoli prima. Li chiamiamo scismi, dal verbo greco skìzomai, divido, separo (da cui schizofrenia), solo perché è il nostro punto di vista, tant’è che la grande chiesa d’Oriente ha voluto chiamarsi ortodossa, cioè “della retta opinion di fede”.

E mi sovvengono le figure del cardinale Umberto di Silvacandida, legato di papa Leone IX, del patriarca costantinopolitano Michele Cerulario, e dei loro anatematismi reciproci scagliati con ira nella Basilica della Santa Sapienza, l’insuperabile Santa Sofia, voluta da Giustiniano imperatore, a maggior gloria dell’Onnipotente.

Non dimentichiamo che i dogmi cristiani, soprattutto i due fondamentali, quello trinitario e quello concernente la natura di Cristo, sono stati oggetto di diatribe complicatissime a partire dalla fine del II secolo e fino almeno all’VIII, senza comunque lasciare soluzioni definitive per tutti. Pareva che a Calcedonia, nel concilio del 451 si fosse raggiunto un consenso condiviso, sia su Cristo, come unica persona in due nature, sia sul tema trinitario, ma poi non è stato così. In sintesi, il cristianesimo orientale ha sempre conservato una visione trinitaria subordinaziana, monarchiana, patripassiana, che significa gerarchia tra Padre, Figlio e Spirito, anche se certe icone paiono attestare l’incontrario (cf. la Trinità di Andreï Roublev), mentre l’occidente si è mantenuto su una visione trinitaria assolutamente paritetica, sulle tracce di Agostino (cf. De Trinitate). Personaggi e nomi come quelli di Nestorio, Eutiche, Cirillo di Alessandria, Teodoreto di Cirro, Teodoro di Mopsuestia, Ibas di Edessa, questi ultimi tre importanti anche per alcune vicende della chiesa aquileiese (Scisma dei Tre Capitoli) e altri sono il fulcro di queste complicatissime e interminabili discussioni e reciproche scomuniche.

I temi dello scisma del 1054, se oggi commentati, potrebbero suscitare fors’anche un poca di ilarità, ma allora…:

il primo e teologicamente più importante atteneva l’inserimento del Filioque , vale a dire la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio (Filioque) nel Credo niceno-costantinopolitano da parte della Chiesa latina, atto non accettabile dalla Chiesa orientale, che si basava sul testo del Concilio di Efeso (431). La diatriba pare sia stata originata nella Spagna Visigota del VI secolo per controbattere l’arianesimo che sosteneva la primazia del Padre e la coeternità di Figlio e Spirito, per cui non poteva darsi una doppia paternità dello Spirito, mentre in occidente venne proposto il testo seguente, tuttora in vigore: “Credo nello Spirito Santo, […] che procede dal Padre e dal Figlio [Filioque, appunto], e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato.” L’Oriente non accettò mai tale formulazione, preferendo la dizione “…procede dal Padre attraverso il Figlio”, lo Spirito, s’intende. Pensi la questione, il mio gentil lettore, alla luce della confusione concettual-terminologica, socio-giuridica ed etica in tema di paternità e maternità ai nostri giorni.

Un altro tema, ma non dei principali e comunque rimasto irrisolto, fu quello degli azzimi: ancora oggi il Pane eucaristico è azzimo in Occidente e salato in Oriente: la due chiese mangiano il corpo transustanziato di Cristo o salato o azzimo. Non sto scherzando.

Invece, un tema cruciale era ed è ancora, anche se attenuato, dopo l’incontro del 1964 tra papa Paolo VI e il patriarca Atenagoras di Costantinopoli, è quello concernente il primato universale di giurisdizione del papa, ossia se il Vescovo di Roma dovesse essere considerato un’autorità superiore a quella degli altri patriarchi. Su questo tema, tutti i cinque patriarchi della Chiesa (Alessandria, Gerusalemme, Antiochia, Costantinopoli e Roma) concordavano di attribuire gli onori  più elevati al vescovo di Roma, ma non in modo assoluto e soprattutto dal punto di vista giurisdizionale e di potere reale in ambito teologico e organizzativo.

I fatti di quel 16 luglio del 1054: papa Leone IX inviò a Costantinopoli il cardinale Umberto di Silvacandida al fine di cercare di risolvere l’intricata questione, ma tutto finì nel peggiore dei modi, come detto sopra. I due interlocutori depositarono sull’altare di Santa Sofia le reciproche scomuniche, che però non avrebbero avuto nessun valore canonico e giuridico, in quanto nel frattempo papa Leone IX era morto.

Da quel momento ognuna delle due chiese rivendicò per sé il titolo di “Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica” e di custode dell’Ortodossia cristiana. Nel 1453 il sultano turco Selgiuchide Mehmet II conquistò Costantinopoli e questo fatto allontanò ancora di più la chiesa orientale da quella di Roma. Neppure i tentativi di un Concilio quasi coevo, tenutosi a Firenze ebbero successo, fino ai tempi nostri, a Paolo VI e Atenagoras, e a Francesco.

Ma pare che la strada dell’unione sia ancora lunga, e il cammino impervio e faticoso. Anche questi fatti attestano la disunione tra gli umani su questo piccolo maltrattato pianeta, che Dio lo guardi con misericordia.

Noterelle sul Cristianesimo antico scritte durante la mia ascesi (dal greco àskesis, cioè “esercizio”) come anacoreta del XXI secolo

Caro lettore,

da ieri mattina, come chi mi vuol bene sa, sono alloggiato come un monaco anacoreta, e avendo un po’ di tempo in più traggo vantaggio dalla lettura di un monumentale tomo regalatomi da un amico rinchiuso, per ragioni diverse dalle mie, in ristretti orizzonti, la Biblioteca del gran patriarca costantinopolitano Fozio (IX secolo), volume edito dalla Scuola Normale di Pisa, che ha suscitato l’ammirazione della piccola filologa che mi ritrovo in casa, mia figlia Bea.

Non solo alloggiato come un monaco, ma anche spiritualmente sono disposto a tale stato, e ciò mi fa bene, per riposarmi corpo e anima.

Parto dal motto che introduce il testo di Fozio, che è in greco e italiano:

Si usava radunarsi ogni giorno per la lettura/ e interpretazione di un’opera principale,/ esattamente come ancora oggi i nostri/ amici cristiani sono soliti radunarsi negli/ stabilimenti dedicati allo studio, noti con il/ nome di scuole, ogni giorno per approfondire/ un’opera principale tra i libri degli antichi.” (Hunain Ibn Ishak, Sulle traduzioni di Galeno, p. 15 Bergsträsser)

Ecco quali erano i rapporti tra cristiani, musulmani ed ebrei in quegli anni, anche se certamente non mancavano i conflitti, non solo poiché si era alla vigilia della aspra e controversa stagione delle Crociate, ma anche perché si consumava con Fozio la prima grande spaccatura con il “papa” di Roma, anzi con il vescovo di Roma. Infatti l’intestazione della Biblioteca così recita, … di Fozio, vescovo di Costantinopoli e patriarca ecumenico, cioè patriarca di tutta l‘ecumene cristiana, certamente al di sopra dei patriarcati di Gerusalemme, Alessandria d’Egitto e Antiochia di Siria, ma non secondo neppure a Roma. La successiva e più grave rottura nel mondo cristiano, mentre l’islam si espandeva, avvenne nel luglio del 1056, ai tempi del patriarca Michele Cerulario e di papa Leone IX.

In ogni caso è bello constatare in questi nostri tempi circonfusi di ignoranza e di ignoranti che c’era, pure in presenza di molti contrasti, una sorta di dialogo fin da quei tempi tra le grandi tradizioni religiose, teologiche e filosofiche sviluppatesi attorno al Mediterraneo.

Le dottrine teologiche cristiane si dibattevano ancora tra due estremi, il nestorianesimo (dal nome di un patriarca costantinopolitano del V secolo, Nestorio) sostenitore della mera umanità di Gesù di Nazaret, che dunque era Cristo, cioè unto da Dio Padre, ma non consustanziale al Padre, molto forte ad Antiochia, e il monofisismo, molto forte ad Alessandria, il quale credeva vi fosse in Gesù Cristo solo la natura divina (mono, cioè uno, phusis, cioè natura), nonostante quello che era stato il consenso calcedonese (Concilio di Calcedonia del 451) tra le varie posizioni. Il tema trinitario e quello delle due nature di Gesù Cristo, quella umana e quella divina nell’unità teandrica o unione ipostatica (una Persona in due Nature), affaticò per secoli vescovi, patriarchi, monaci, teologi e imperatori, senza risolversi in una posizione unitaria, fino ai nostri tempi.

In qualche modo, possiamo osservare, sia il nestorianesimo, che forse aveva influenzato le origini dell’islam, poiché Mohamed incontrò probabilmente nei vasti deserti e durante le sue peregrinazioni nella penisola arabica diversi monaci nestoriani, sia il monofisismo che ben si sposava con l’assoluta trascendenza di Allah, erano dottrine complesse e molto diffuse, tali da affaticare la cristianità in almeno sette concili (quasi) ecumenici. Cosicché vedi, caro lettore, come i legami tra queste grandi tradizioni fosse molto forte, pur nelle differenze che nel tempo si sono anche accentuate: infatti, se la fonte era comune, la Bibbia degli ebrei, il suo prosieguo è stato differenziato, con il Nuovo testamento (Vangeli canonici, Lettere apostoliche e Apocalisse) per i cristiani, e il Corano per i musulmani. Si devono comunque registrare anche altre “sacre scritture”, come l Talmud (babilonese e gerosolimitano) e la Kabbala per gli ebrei, i Vangeli apocrifi e altri Scritti intertestamentari per i cristiani, e i commenti (Hadith di Mohamed e altri testi) al Corano per i musulmani. Nel tempo si sono registrate molte difficoltà di dialogo, escludendo finora ogni ipotesi di riunificazione, perfino nell’ambito cristiano. Il dialogo interreligioso è proseguito a fasi alterne, fino ai nostri tempi difficili. In ambito cristiano si è perfino assistito all’ulteriore separazione dovuta alla Riforma protestante nel XVI secolo.

Nei primi secoli cristiani vissero e scrissero innumerevoli autori, tra i quali alcuni furono definiti “Padri della Chiesa”, e proclamati santi, come Sant’Ireneo di Lione, San Giustino, San Basilio di Cesarea, San Gregorio di Nissa suo fratello, San Gregorio di Nazianzo, San Girolamo, Sant’Agostino, San Giovanni Crisostomo, San Giovanni Damasceno e altri; mentre alcuni sono definiti come scrittori cristiani, tra i quali spicca per profondità di pensiero e di esegesi Origene di Alessandria, che fu anche proscritto e anatematizzato dall’imperatore Giustiniano nel 553: Origene, infatti, aveva sostenuto alcune dottrine che non erano piaciute alla “grande chiesa, come quella dell’apocatastasi, cioè della salvezza di tutti in Cristo, grazie al sacrificio incommensurabile del Figlio di Dio in remissione dei peccati del mondo.

Altri autori, vocati propriamente all’ascetismo furono Evagrio Pontico, monaco, fatto santo per i suoi meriti di moralista rigoroso e Giovanni Cassiano, fondatore di monasteri e santo, prima di giungere alla grande stagione di San Benedetto, che dette inizio a una gloriosa vicenda, quella del monachesimo occidentale, inizio ragionevole dell’idea di Europa come res publica christiana.

La costruzione del tempo

Come sostiene il grande di Ulm, la cui casa natale dista due o trecento metri da un Danubio quasi neonato, perché Donaueschingen, la sorgente del gran fiume d’Europa con la sua fonte circolare, si trova a sessanta chilometri a nord ovest o poco più, il tempo è relato allo spazio, come quarta dimensione e quindi non è assoluto, cioè non è sciolto da ogni vincolo (ab-solutum). Come dire che l’istante dato e misurato dal krònos, dall’orologio cosmico acceso sulla realtà, non esiste, non ha consistenza reale. Eppure il tempo procede, è misurabile secondo il criterio noto da millenni, così come definito da Aristotele “il tempo scorre secondo un prima e un poi“, e perfezionato  nell’ultimo secolo. Procede senza esistere, dunque? In un certo senso sì e in un altro no: se per “esistere” intendiamo un suo “essere” consistente e autonomo, possiamo dire che il tempo non ha l’essere; se per “esistere” intendiamo un porsi al di fuori del nulla, ebbene esso esiste. In questo caso si intende un nulla di carattere logico, ché il nulla logico esiste, eccome! Forse il ragionamento può parere cervellotico, ma la metafisica ci aiuta in campi che sono proibiti alle scienze fisiche e matematiche, essendo un sapere originario, pre e a-scientifico nel senso galileiano del termine, intuitivo, e perciò comunque plausibile.

Anche il vescovo di Ippona, assiso sul seggio episcopale della città nordafricana tra il quarto e il quinto secolo, la pensava un po’ allo stesso modo, intuitivamente, millesettecent’anni prima. Oggi, come vedi mio caro lettore, all’inizio non metto neppure i nomi dei personaggi citati, sapendo che sai bene di chi sto parlando, di due grandi personaggi del pensiero occidentale che alla questione del tempo hanno dedicato molte riflessioni: il primo utilizzando le scienze matematiche e fisiche, il secondo l’intuizione filosofica, giungendo a risultati che presentano qualche analogia. Sant’Agostino, lo posso citare, scrive nel libro undecimo delle sue Confessioni che il tempo è un oggetto difficile da definire, riflettendo sulle sue tre dimensioni in cui si manifesta, il presente, il passato e il futuro. Si può giocare, secondo lui proprio sull’infinito scorrere degli istanti che trasformano il presente in futuro senza mai fermarsi, incessantemente, necessariamente. E qui l’etimologia dell’avverbio ci viene in aiuto: necessario è dal sintagma latino nec cessat, cioè non cessa, e perciò continua. Eccolo il tempo, qualcosa che si costruisce e si costituisce nella consapevolezza del transito di quegli istanti mobili e irrefrenabili. In altre parole il tempo è una dimensione legata alla consapevolezza di chi osserva la realtà, di per sé non esistendo, analogamente a ogni altra dimensione del reale.

Questa visione, senz’altro largamente idealistica, è quella platonico-agostiniana, più tardi ripresa e rilanciata da Descartes, per il quale ogni cosa trae la sua esistenza dalla consapevolezza dell’osservatore umano. La linea aristotelico-tommasiana, invece, sostiene la verità di un’essenza della realtà, indipendente  dall’osservatore. Chi ha ragione? Chi ritiene che ogni cosa esista solo se viene osservata, o chi ritiene che esista comunque, sia se sia osservata o meno? La differenza la fa la nozione di essere: per gli idealisti essa coincide più o meno con la nozione di esistenza, mentre per il realisti, costituisce una realtà autonoma, indipendente.

E dunque si può dire che hanno in qualche modo ragione tutte e due le linee di pensiero, l’una perché sostiene la soggettività della percezione delle cose, al di fuori della quale, nulla si può dire che sia e tantomeno il tempo, l’altra poiché ritiene che la realtà prescinda da chi la percepisce, e quindi la sua oggettività. In assoluto parrebbe avere più ragioni quest’ultima posizione perché l’uomo ominizzato, il sapiens è su questa terra, al culmine di una evoluzione di milioni di anni, da meno di duecentomila anni, e prima di lui il mondo e il “tempo” già esistevano.

Ma, secondo la nostra sensibilità e percezione che cosa è il tempo? Posto che sia cosmologicamente relativo, come insegnava l’uomo di Ulm, noi come lo viviamo, in situazione, esistenzialmente? Ecco che qui entra in gioco la nostra psiche, la nostra interiorità. E scopriamo che il tempo scorre veloce o lento a seconda di come stiamo dentro di noi. I Greci e i Padri della chiesa lo chiamavano kairòs, tempo opportuno o interiore, potremmo dire. A differenza del tempo fisico, il krònos, il kairòs non è misurabile, poiché appartiene all’interiorità di ciascuno, che non è accessibile ad altri che al soggetto stesso, e neanche del tutto. Vi è infatti una parte del mondo interiore, si chiami il “fondo dell’anima”, come lo definiva Meister Eckhart, o freudianamente inconscio, essa sfugge a definizioni esclusive e totalizzanti, mantenendosi in qualche modo e misura occultata, nascosta, misteriosa. In quella dimensione funziona solo il kairòs, mentre il krònos è silente, ameno che non venga in mente di guardare l’orologio.

Anche nella mia vita, come in quella di ciascuno, il tempo è stato costruito in molti modi, ovvero l’ho vissuto in molti modi. Con il passare degli anni mi è parso che sia aumentata la mia sensibilità al kairòs, forse perché si è sviluppata la sensibilità al mondo interiore, riducendo la superficialità, la banalizzazione, la frettolosità, che sono figlie degeneri del tempo cronologico. Per assaporare la vita il tempo cronologico va gestito con cura, senza diventarne schiavi. Uno dei problemi di questo tempo è proprio questo: una sorta di auto-schiavizzazione dove il padrone diventa il tempo, un padrone sempre più tiranno, se non cisi accorge.

Fare le cose richiede tempo, e le macchine ci permettono di ridurre il tempo di lavoro. Vi è un verbo orrendo, ottimizzare, che rappresenta il risparmio del tempo di lavoro, un verbo che sintetizza l’accelerazione dell’uso del tempo disponibile, riduce i tempi della riflessione e del dialogo, ma grazie alla natura e a Chi la governa, non potrà mai battere in velocità ed efficienza il pensiero il quale, magari nella solitudine e a volte nella solitarietà, altra dimensione della solitudine, permette la meditazione e la contemplazione, al fine di riprendere, almeno in parte, il controllo razionale della costruzione del tempo, senza dimenticare lo spazio infinito delle emozioni, respiro dell’anima.

Le parole “armate”

Mandare “un bacione” a Saviano da parte del ministro Salvini, non è un atto amichevole e affettuoso, anche se letteralmente questo significa, un gesto di affettività, peraltro non erotico, ma amichevole, fraterno: il bacione è quello che Odoardo Spadaro (“la porti un bacione a Firenze“) mandava a Firenze nella vecchia canzone degli anni ’30.

L’espressione del ministro degli interni come stile letterario si colloca tra il grottesco e il minaccioso, non so quanto consapevolmente da parte del suo pronunziante, ma abbastanza. Poteva evitarlo, mantenendo un fondo di eleganza, quello che gli può essere rimasto nel lessico usuale. Il fatto è che Salvini improvvisa poco, perché ha maturato una capacità di uso delle parole notevole. Non è colto, anche se si vanta di aver fatto il classico, ma è furbo, perché ha selezionato un lessico adatto a una cifra popolar-semplificata, tanto che colpisce le persone di scarsa cultura, le quali magari non ricordano quello che dice ma ricordano che “lo dice bene”. Incredibile, ma vero. Funziona così: “non mi ricordo quello che ha detto, ma lo ha detto così bene.”

Negli anni ha maturato uno stile comunicativo di grande efficacia, perché usa frasi brevi, poche coordinate e subordinate, di solito messe lì in modo paratattico, e quindi immediatamente comprensibili, poiché ogni proposizione è di fatto staccata dalle altre con il suo verbo reggente e i suoi complementi. E, in generale, si capisce quello che dice, salvo quelli citati sopra.

Ogni tanto condivido perfino io quello che dice, come quando in questi giorni dà dell’arrogante a Macron. Macron è più che arrogante, è un beota come Sarkozy, e come Hollande, i poveretti che hanno abitato l’Eliseo negli ultimi quindici anni.

Ancora su Salvini: i pensieri che esprime sono elementari, semplici e, quando sono allusivi, non lasciano mai eccessivi spazi interpretativi. Se dice “La nave non attraccherà a un porto italiano“, anche se poi i migranti saranno trasbordati su una nave militare italiana e portati in Sicilia, ciò che resta nella mente degli udenti è il concetto del non attracco, non quello del trasbordo. Il popolo capisce che quei migranti non verranno in Italia, anche se è vero il contrario. Oppure, quando parla di vaccini, si propone come padre non come ministro, e parla dei suoi bambini commuovendo gli ascoltatori presenti al comizio, che lo vedono come uno di loro, anche se dice sciocchezze sesquipedali sul piano scientifico. “Lo dico come padre“, e la gente si scioglie in applausi di consenso, come se parlare come padre sia garanzia di verità scientifica attestata da esperimenti ufficiali.

Basta ricordare quali e quanti benefici produsse il vaccino “Sabin” negli anni ’50 e ’60 nel combattere la allora diffusissima poliomielite. Il ministro-sceriffo piace come può piacere l’albo western dell’immarcescibile Tex Willer. Anche a me piacciono Tex, suo figlio Kit, Tiger Jack e Kit Carson, ma so che sono strisce meravigliosamente concepite e racconti in cui ti immergi volentieri, curati e fantasiosi, in un Ovest verosimile e in un ambiente etico per certi aspetti condivisibile, a volte un poco manicheo, ma plausibile in un contesto socio-storico di frontiera.

Tante volte ho scritto qui dell’importanza del linguaggio, dai tempi della grande filosofia greca, si pensi al profondo conflitto tra Socrate, Platone e Aristotele da un lato, i quali sostenevano la corrispondenza possibile tra detti e realtà, e i sofisti, che sostenevano la relatività delle affermazioni rispetto alla realtà, passando per le altre letterature classiche, come quella dei Padri della chiesa, medievali e moderne, per cui si dice che le parole sono pietre o simili alla spada, così come esplicitamente detto nella Lettera agli Ebrei (4, 12)… “Infatti la parola di Dio è viva,/ efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio;/ essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito,/ delle giunture e delle midolla/ e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.”

Quelli che usano “parole armate” non lo sanno, ma usano il linguaggio senza preoccuparsi degli effetti di un mancato controllo dei modi, oppure degli effetti di un eloquio privo di filtri. Uno dei difetti principali del comunicante è la mancata cura dei “filtri” espressivi, per cui costoro parlano con chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione sempre nello stesso modo, incuranti delle conseguenze: anzi questi parlanti non si pongono nemmeno il tema delle conseguenze del loro dire. Una delle lezioni più importanti di un corso serio sulla comunicazione verbale è quella che riguarda l’esigenza di controllare ciò che si dice alla luce di come lo si dice. Non occorre pensare alle maschere pirandelliane di “Uno, nessuno, centomila”, poiché si possono fare gravi danni senza far finta di essere diversi da come si è. Le parole, con i loro sinonimi, numerosissimi nel vocabolario italiano, le posture e la gestualità illimitate, infinitamente declinabili, permettono una comunicazione priva di ogni limite strutturale ed espressivo.

E’ possibile dire l’infinito caleidoscopio del reale e anche dell’irreale, dei fatti concreti e di quelli immaginati, del sogno, dell’ignoto e del mistero, come insegnava Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea De Chirico, fratello del più noto Giorgio).

Mi chiedo se a volte sia meglio trattare con un ignorante totale o con uno che possiede una cultura mediocre, ma che presume di essere colto. Direi con il primo ideal-tipo, così come è preferibile chi è un poco malvagio allo stupido. L’ignorante e il malvagio permettono contromisure, il presuntuoso e lo stupido, no.

Lo stupido e il sedicente colto usano parola armate senza accorgersene, oppure ne colgono solo in parte l’efficacia espressiva ed il valore semantico, come chi usa titoli per insultare il prossimo. Quei tipi non sanno che è diverso cogliere in fallo l’altro criticando o correggendo l’errore come atto, e come episodio, dall’insultare con titoli la persona stessa, mentre l’ignorante e il malvagio sono, rispettivamente, quasi innocenti o comunque battibili sul piano logico.

Tra i centinaia di aforismi sul potere della parole ne scelgo tre, il primo dell’antropologo Gustave Le Bon, studioso di psicologia delle folle: “Certe parole sembrano possedere un potere magico formidabile. Migliaia di uomini si son fatti uccidere per parole di cui non hanno mai compreso il significato, e spesso anche per parole che non hanno nessun significato.”

Il secondo della poetessa polacca Wislawa Szymborska: “(…) Quando pronuncio la parola Futuro/ la prima sillaba va già nel passato./ Quando pronuncio la parola Silenzio,/ lo distruggo./ Quando pronuncio la parola Niente,/ creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.”

Il terzo è dii Sigmund Freud: “Uno è padrone di ciò che tace e schiavo di ciò di cui parla.”

Ecco: da Confucio al Buddha, da Platone e Aristotele a sant’Agostino, dal Venerabile Beda a sant’Anselmo d’Aosta, da san Tommaso d’Aquino a Descartes, da Leibniz a François-Marie Arouet (Voltaire), da Marx a Heidegger, da Einstein a Heisenberg, da Wittgenstein a Pareyson, da Jaspers a Severino e Barzaghi, che Dio lo benedica, le menti più acuminate si sono occupate delle parole, e delle parole “armate” in particolare, conoscendone la pericolosità intrinseca, ma anche le opportunità che creano.

Con pazienza e buona volontà, leggendo e studiando, ascoltando e parlando, camminando e cantando, nel mio piccolo, anche nel mio dolore, cerco di proseguire su quei sentieri, sopportando e supportando, che son sinonimi mio caro lettore, fino a che la forza e la luce mi assisteranno qui. Per dopo si vedrà.

La sagra delle rane, la deiezione terroristica e il “contratto” di governo

Momenti di comunione, feste popolari celebrate davanti ai templi o, in epoca cristiana, alle chiese hanno a che fare con il sacro, inteso come dimensione potente dell’essere, come ponte tra la vita ordinaria dell’uomo e ciò che sfugge da questa ordinarietà. Un testo importante in tema, che consiglio al mio gentile lettore è Das Heilige, Il Sacro, scritto da Rudolf Otto nel 1927, e tradotto in italiano da Ernesto Bonaiuti, docente di filosofia e sacerdote sospeso a divinis per “modernismo”, una posizione riformista all’interno di una chiesa cattolica ancora molto dogmatica. Lontanissimo ancora era il Concilio Ecumenico Vaticano II di papa Roncalli e Paolo VI (1963-1965, io ero già bambino consapevole, chierichetto, impressionato dai duemila padri in bianco nella Basilica di San Pietro).

“Sagra” deriva etimologicamente dal lemma latino sacer, cioè “sacro”, legato al sacro, al religioso, a qualcosa di grande, e infine a qualcosa di solenne e festoso. L’antropologo israeliano Harari, che insegna a Oxford, da me citato nel post precedente, si fa una domanda: quanto contente possono essere le rane della sagra di Rivis di Sedegliano, provincia di Udine, che oramai è un evento storico, nell’ambito di una tradizione, di diventare cibo fritto per gli umani? per gli animali-umani che siamo noi?

La domanda sembra peregrina ma non lo è. Senza essere animalisti, è importante che ci si renda conto che tutti i viventi senzienti soffrono, provano dolore, senza arrivare alle esagerazioni dei vegani che sostengono addirittura la sofferenza dell’insalata, quando viene colta. Si può anche ridere. Ogni tanto incontro qualcuno convinto (veramente?) che la Terra sia piatta a l’insalata soffra, persone che disprezzano chi legge e studia, vantandosi della propria ignoranza, a volte con disprezzo e violenza verbale inauditi. Come facciamo, allora, a meravigliarci se l’animale umano in situazione riesca ad agire come l’assassino di Parigi di iersera?

Pensavo a queste cose quando stavo andando a prendere qualche porzione di rane fritte per casa. Potrebbe venire anche da ridere, ma può far ridere o piangere qualsiasi cosa, dipende dall’ottica. dall’angolo visuale. I cinici non piangono mai, i sentimentali forse troppo.

Mentre tornavo, dunque, apprendo dalla radio che a Parigi e nell’isola di Java, nella città di Surabaya, ancora si muove il terrorismo. Coltello sulla Senna e armi da fuoco in Indonesia. Mentre noi aspettiamo un piatto sul gran fiume, altri umani disperano e si disperano uccidendo.

A Milano i due “vincitori” del 4 marzo elaborano i cosiddetto “contratto” di Governo, mentre il Presidente della repubblica svolge in piazza a Dogliani una lectio di diritto costituzionale su Luigi Einaudi, forse per “parlare a nuora”. Dubito che i due studiosi del “Pirellone”, Di Maio e Salvini, abbiano letto anche una sola pagina di Einaudi. Forse neppure sapevano che fosse venuto al mondo (Di Maio, ignora la posizione geografica della Russia, mentre io bambino di dieci anni conoscevo i nomi e lunghezze di tutti i maggiori fiumi del mondo, le altezze dei quattordici “ottomila” e le capitali). Mattarella dice che il Presidente della Repubblica non è un notaio, né un mero ratificatore di decisione altrui… parla di moral suasion, ma anche di possibilità di opporre veti a decisioni che non stiano in piedi. Egli, il Presidente è il custode della Costituzione, per tutti noi. Fidiamoci. Il Presidente  ricorda quando il suo predecessore Einaudi non seguì le indicazioni della Democrazia Cristiana di De Gasperi e nominò Presidente del consiglio l’onorevole Pella, mostrando le proprie prerogative costituzionali e i propri legittimi poteri. Ri-dico: fidiamoci, anche se il presuntuosetto campano afferma “Occorre pazienza perché stiamo scrivendo la storia“. Bum!

Torno al trittico argomentativo: rane, terrorismo, politica. Io tranquillo, le rane pronte. Non ho notizie da Parigi né da Milano. Non siamo disperati qui in Italia, ma un poco pre-occupati, vista la situazione politica.

Circa le rane e la sera che viene, son sereno. Con il terrorismo dovremo convivere, come abbiamo convissuto con guerre e armistizi, con stupidità e intelligenza, con violenza e cura, con Travaglio e Fazio. A proposito, avverto Travaglio che, più lui insulta Berlusconi e più quest’ultimo mi diventa simpatico, e penso anche a molti che come me lo hanno aborrito per due decenni.

Un’ultima idiozia da invettiva: sento Speranza di Leu (il nome di questo partito ha anche un brutto e cupo suono) attardarsi a criticare il PD, che ha perso milioni di voti, lui dice, per politiche sbagliate. Ma io chiedo a Speranza e ai Fratoianni, Civati, Boldrini, Bersani (D’Alema, più intelligente di costoro, almeno sta zitto, mentre i citati parlano senza vergognarsi), dove sono andati i voti persi dal PD? sono venuti a voi, poveri illusi, o sono andati all’ignorante Di Maio e all’insulso e pericoloso Casaleggio jr., oppure sono rimasti a casa il 4 marzo scorso? L’hai finita di fare le pulci agli altri, professorino da nulla, Roberto Speranza?

Circa il governo, qualcosa si farà, stiamo a vedere.

Strange Days e Giobbe, il muto profeta

Strani giorni  è un film di Kathryn Bigelow del 1995, con Ralph Fiennes e Angela Bassett, un film capace di specchiare le vite nelle vite degli altri, e in playback, musica a manetta su false vite a Santa Maria de los Angeles, dove diveggiano cantanti rock malati, come la politica italiana attuale nella vergogna. Visto una delle sere scorse. Fantasy con la violenza intrinseca della vita contemporanea, notturno, apparentemente senza capo né coda, ma non è così.

Squallida fantasy e vergogna , invece, a quel nesci di Di Maio, senza nervi e senza rughe, vergogna a quel gran salame di Salvini, una coppia intrinsecamente bolsa e comprensibile solo alla luce di questi strani giorni. Strange days.

Per consolare i miei lettori ora riporterò due testi bellissimi, il primo di sublime e beata speranza, tratto dall’evangelo secondo Matteo al capitolo quinto, notissimo, scuola e indirizzo per ogni buona vita, il testo de le Beatitudini, e il secondo di politica fine e garbatamente elevata, quella del Partito Radicale italiano, del cui Statuto il preambolo è meraviglia etica e politica.

 

Le Beatitudini – Mt. 5,1-12

Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli./ Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli./ Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati./ Beati i miti, perché avranno in eredità la terra./ Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati./ Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia./ Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio./ Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio./ Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli./ Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,/ diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia./ Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.”

Per un’etica della vita umana, ma anche  per l’intelligenza, bastano le Beatitudini, che Matteo mette in bocca al Maestro come ammaestramento definitivo, sufficiente e sovrabbondante per ognuna delle nostre vite, caro lettore. Beatitudine come distacco dagli affanni e immersione nella giustizia, nel senso biblico del termine. La giustizia biblica nulla ha di giuridico, occidental-illuministico o dirigistico, poiché si innesta nell’armonia di vissuti naturali, come interpretasse la verità delle vite, senza sforzo alcuno… ed è così: la tà Biblìa è, non a caso, il libro dei libri, scritto in non meno di mill’anni da decine di autori sconosciuti, dai grandi re Davide e Salomone, dal grande profeta e poeta Isaia e dai suoi sodali e successori Geremia, Ezechiele, Osea, Zaccaria, Malachia, e così via. Rima inutile ma bellissima.

Beati i puri di cuore, e che significa se non che la trasparenza illumina di luce ogni cuore? Beati i poveri in spirito, e che significa se non che nulla di posseduto è importante? Beati coloro che piangono e che significa se non che verrà pure la gioia? Beati i miti e che significa se non che non occorre l’arroganza, mai? Beati gli assetati e affamati di giustizia, e che significa se non che la giustizia, intesa come armonia, verrà? Beati i misericordiosi, e che significa se non che vi sarà un giusto contrappasso di misericordia? Beati gli operatori di pace, e che significa se non che il loro nome sarà quello di “figli di Dio”? Beati i perseguitati per la giustizia, e che significa se non che il loro sacrificio e anche il loro dolore sarà riconosciuto come merito? Beati coloro che riceveranno insulti e persecuzioni e male parole come maldicenze e calunnie, e che significa se non che saranno premiati con la Visione beatifica di Dio stesso?

Beatitudini come linea guida, sottile linea rossa dell’esistenza, come responsabilità individuale e capacità di scelta.

E ora, dalle Beatitudini a un testo che -apparentemente- può essere considerato campione di una laicità quasi contraltare dello scritto matteano, ma non è così, perché può essere, invece, giustapposto, quasi come traduzione contemporanea della sapienza sociale trasparente dal Nuovo testamento, così come proposto dall’evangelista. Il linguaggio del preambolo è chiarissimamente attuale, ma si fonda sulla sapienza antica e immortale del Libro dei Libri, il

 

Preambolo allo Statuto del Partito Radicale Trans-nazionale trans-partito

Il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito proclama il diritto e la legge, diritto e legge anche politici del Partito Radicale, proclama nel loro rispetto la fonte insuperabile di legittimità delle istituzioni, proclama il dovere alla disobbedienza, alla non-collaborazione, alla obiezione di coscienza, alle supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge. Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, allo stretto rispetto, all’attiva difesa di due leggi fondamentali quali: La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo (auspicando che l’intitolazione venga mutata in “Diritti della Persona”) e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo nonché delle Costituzioni degli Stati che rispettino i principi contenuti nelle due carte; al rifiuto dell’obbedienza e del riconoscimento di legittimità, invece, per chiunque le violi, chiunque non le applichi, chiunque le riduca a verbose dichiarazioni meramente ordinatorie, cioè a non-leggi. Dichiara di conferire all’imperativo del “non uccidere” valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa.

Ecco, quanti richiami evangelici se si legge di “(…) supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge (…) Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, (…) ai Diritti della Persona (…) Dichiara di conferire all’imperativo del non uccidere valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa“.

Il verso dell’umano è questo, laico e cristianissimo, evangelico e contemporaneo. Che differenza c’è parlare di beatitudine o di speranza? La speranza è virtù e passione, e questo è vero e valido, sia per la dottrina evangelica sia per quella politica laica e socialista. Io mi ci riconosco in entrambe. E’ virtù legata alla beatitudine (la beata speranza) ed è passione come aiuto indispensabile alla buona vita, contro ogni di-sperazione.

Infine, il romanzo di Mendel Singer, il Giobbe rothiano che riceve dal Signore ogni prova della vita, prima di avere il suo premio. Caro lettore, ti raccomando sommessamente di leggerlo, ché ti giova, affinché tu possa constatare per conto tuo come l’Incondizionato pre-vede mentre tu pro-cedi, e ascolta chi inter-cede per te con l’amore, la speranza e la preghiera, potentissimo ausilio e silenzioso ristoro dell’anima.

In Siria si gasano popolazioni inermi (forse), si scagliano missili, e dunque: come si sta in Italia senza Governo, mentre il mondo va avanti con semi-guerre e diplomazie ambigue?

Trump, Macron e Theresa May lanciano nella notte un attacco ai centri di ricerca e stoccaggio di armi chimiche in Siria (pare sia così, sperando non si tratti della fotocopia della gran bufala di Tony Blair vs. Saddam Hussein del 2003), mentre i Russi protestano e non si sa che cosa potrà accadere. In realtà la posta in gioco è l’egemonia politico-militare sul Vicino Oriente. Francia e Inghilterra non “possono” stare fuori dai tempi di Sykes-Picot, gli Americani per ragioni legate alla geo-politica globale (Trump o non-Trump), La Russia non molla gli spazi conquistati sulla costa orientale del Mediterraneo e desidera mantenere le basi militari di Tartus (l’antica Tortosa dei crociati) e Latakia (l’antica Laodicea di san Paolo e di sant’Ignazio, vescovo di Antiochia). In questo scenario Arabia Saudita, Israele, Iran e Turchia non stanno a guardare: l’intreccio è complicatissimo e contradditorio. E l’Italia, con Gentiloni in prorogatio e la politica nel grottesco, o quasi? In questa situazione, nessuno parla più di Brexit, del colonnello russo avvelenato, dei guai di Trump, etc. L’Occidente si ricompatta? No, è una fase tattica.

La domanda che si può fare il culto e l’inclito, il neutro o il filo-russo, il filo-americano e l’europeista: si sta meglio a interpretare il ruolo da protagonisti-aggressivi à la Macron, se pur oramai nel piccolo di quasi ex potenza, o il ruolo da deuteragonisti come l’Italia, che è guidata da un Governo attivo “per gli affari correnti”, ma non riesce, imitando altre grandi e meno grandi nazioni europee, a mettere insieme un Governo derivante dal risultato elettorale del 4 marzo scorso?

IN SIRIA (pezzo che ho inviato a Filosopolis, blog del mio amico filosofo Neri Pollastri stamattina)

La Siria fa parte, dopo essere stata culla dei linguaggi sillabici (Ebla, Ugarit, etc.) e parte di quella “Mezzaluna fertile” dove iniziò un pezzo di civiltà, in ogni senso si intenda questo termine, scrittura, appunto, sedentarizzazione di popolazioni significative, fondazione di città, origine di un’agricoltura intelligente con un uno “sfruttamento” altrettale delle non molte risorse idriche, e altrettanto si può dire per un artigianato e per arti figurative di livello eccellente (si contempli Palmira, per citare solo un luogo), etc., è stata con l’area palestinese che va dalle alture di Golan, dove pare sia stata collocata la cittadina di Cana (cf. Giovanni 2, 1-10), che non si troverebbe dove ora ti portano le guide se vai in visita ai luoghi di Gesù di Nazaret, al deserto del Negev, la culla del primissimo cristianesimo.
Anche san Paolo, che era di Tarso, un po’ a Nord, sotto i monti del Tauro e oltre il fiume Oronte che scorre ad Aleppo (!), città “romana” (oggi diremmo “turca” o jazida?) passò per la Siria più e più volte. Anzi, non era forse diretto a Damasco per perseguitare i seguaci del nazareno quando incontrò in qualche modo il Maestro? (vedi tela di pari tema, del Caravaggio, in Santa Maria del Popolo a Roma)
E potrei continuare, perché siro-palestinesi erano diversi personaggi di cui si parla in Giovanni e nei vangeli sinottici, etc. E, in seguito, altri “pezzi” della primitiva “grande Chiesa” erano di lì. Cito qui due o tre personaggi di tutto rilievo: Nemesio di Emesa (oggi Homs), vescovo e autore di un bel trattato di antropologia filosofica (Περὶ φύσεως ἀνθρώπου, cioè Della natura dell’uomo), Efrem il Siro, pensatore  e poeta di vaglia, Ignazio di Antiochia, vescovo e martire, che scrisse una lettera alle sette chiese della zona, tra le quali Laodicea (l’attuale Latakia, così cara ai Russi odierni per la base militare che vogliono mantenere sul Mediterraneo!), e così via.
La Siria è culla importantissima di parte della nostra cultura cristiana indefettibile, caro Neri, oltre ad essere la terra bellissima e struggente che tu ben descrivi.

Mane diu, o mane Deo, come preferisci, mio caro Neri e caro lettore della domenica.

Older posts

© 2018 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑