Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La solitudine cosmologica e il paradosso esistenziale

Val la pena vivere? Una domanda che certamente si fanno in tanti a questo mondo, esseri pensanti, e parlo di noi, homo sapiens. E se la sono fatta senza dubbio moltissimi anche in passato. Se la sono fatta certamente, mi permetto di pensare, anche suicidi come Socrate e Seneca, i quali di sicuro avrebbero preferito vivere ancora, evitando di suicidarsi per ordine dello stato, la democrazia ateniese e la tirannide imperiale neroniana, rispettivamente. Caro lettore, ti ripeto la domanda: val la pena vivere?

Che domanda!, potresti dirmi. Eppure penso che molti umani si facciano questa domanda, specialmente quando incontrano avversità importanti, malattie gravi, impoverimento disperante, mancanza di qualcosa di molto importante per la vita. E allora vi sono anche decisioni radicali. Oramai vanno in Svizzera a concludere la vita non pochi italiani con malattie gravi o terminali e anche persone che non desiderano semplicemente più vedere le albe e i tramonti. Senza far nomi, ricordo la scelta di un raffinato politico di sinistra che qualche anno fa prese la decisione. Mi rattristai non poco, perché avevo nel tempo letto ciò che scriveva e anche rapidamente conosciuto durante un convegno.

Non riesco quindi a dire se valga la pena vivere o no, Dovessi applicarmi a una risposta di carattere teologico cristiano, risponderei che sì, eccome vale la pena vivere, non solo perché la vita mia è unica, ma anche poiché non la possiedo, essendo proprietà divina.

Se scelgo la visione filosofica, dipende da quale scelgo: se la mia filosofia è un personalismo esistenziale risponderei ancora di sì, ché vale comunque la pena vivere; se invece la mia filosofia è di stampo scettico-stoico-nihilista, anche no, ma non è detto.

Sapendo che la vita umana ha un suo percorso e decorso e che, se non si muor giovani, si invecchia con tutte le notazioni del caso, si può anche avere paura dell’invecchiamento, del dolore, dell’indebolimento. Oppure si può accettare questi cambiamenti se si riesce ad avere una visione alta della vita e della sua complessità. La vita in generale ha un che di inesprimibile e quella umana in modo particolare, con la sua complessità e misteriosità.

La vita viene, la vita vince, non ti chiede il permesso se ti fa diventar zigote. Quando ci sei ci sei, e basta. E poi come essere umano entri nella storia del mondo, entri nell’ambito del diritto, dei diritti, ne sei soggetto. Quando hai l’uso di ragione divieni consapevole anche di avere dei doveri.

Poi il tempo fisico-cronologico passa, intervallato da momenti di kairòs, momenti del tempo interiore, opportuno. Cambi, ti fermi, riparti, ti ammali, guarisci. Provi paura e la superi, con il coraggio; a volte ti viene da fare il temerario, altre volte la tentazione è la vigliaccheria.

Incontri persone che ti sono inferiori, ma hanno più potere di te e ti viene da mandare tutto alla malora, ma poi resisti. Questa è la vita: mediazione tra l’essere e il poter essere, tra l’essere e il dover essere. Resisti perché non vale la pena rompersi la testa contro un muro, duro anche se sbrecciato, oppure di gomma, dove rimbalzi, o dove ti impantani. E’ meglio stare liberi, all’aria, respirando profondamente.

A quanto sappiamo fino ad ora, siamo soli nel cosmo, cioè nell’ordine delle cose, e il silenzio delle galassie ci circonda. Chissà se vi sono altre “intelligenze” là in giro, e perché dovremmo esser-ci solo noi, direbbe Heidegger? Infatti non c’è ragion sufficiente per pensarlo: più plausibile è che qualcuno vi sia là in giro. Non sono mancati indizi finora, di queste presenze, ma nessuno è stato finora confermato al di là di ogni ragionevole dubbio, per cui questo dubbio rimane.

Non so se mi piacerebbe ci fossero altre intelligenze al mondo, capaci di onomaturgia, cioè di inventare parole, concetti, idee. Parole d’autore, neologismi che nutrono una lessicologia rinnovantesi, estro e inventiva, che spesso mi intrigano: ho inventato anch’io qualche parola, e chissà se qualche abitante altro del kòsmos è in grado di fare altrettanto, magari con altri strumenti, come ipotizzano Nick Bostrom o Lovecraft nella sua mitologia dei Grandi Antichi.

… che fare dell’ansia e di questo “benedetto” stress?

Insegnaci ad aver cura e a non curare/ insegnaci a starcene quieti”  (Thomas Stearns Eliot), si potrebbe iniziare così questa breve riflessione del grande poeta inglese su un termine oggi tanto usato e anche ab-usato.

L’ansia è come il rasoio di frate Guglielmo d’Occam, ma dannosa, solitamente non utile all’intelligenza come il metodo filosofico del francescano di Oxford. L’ansia taglia i dendriti che conducono ai neuroni depositari della memoria e danneggia lo studio e il lavoro. Lo studente ansioso fa fatica a studiare e perde le nozioni; al relatore ansioso succede la medesima cosa, così come al docente.

I manuali descrivono l’ansia come uno stato psichico dell’individuo cosciente, caratterizzato da forte apprensione, preoccupazione e anche paura. In questi casi la persona fa fatica a trovare un adattamento alla situazione e all’ambiente dove vive un’esperienza.

Chi si trova in questo stato prova a volte anche sensazioni fisiche negative come palpitazioni, dolori al petto e/o respiro corto, nausea, tremore interno, fino alle manifestazioni del panico. Può esistere come disturbo cerebrale primario, oppure può essere associata ad altri problemi medici, inclusi altri disturbi psichiatrici o conflitti interiori. Amigdala e ippocampo, che sono parti del sistema limbico pare siano molto coinvolti dalla sensazione dell’ansia, forse anche una reazione a situazioni che potrebbero risultare dannose e quindi da evitare.

Le dottrine e metodologie orientali dello yoga e del tai chi sono utili a rimediare all’ansia e allo stress, e funzionano anche come antinfiammatori. Lo stress può essere anche motivazionale, ed è lo stress buono, l’eustress (termine greco-anglo-latino), mentre il distress (etimologicamente analogo) è dannoso. E’ fuori discussione l’utilità di un certo stress (da stringo, strictus).

Si combatte l’ansia e lo stress anche con un corretto muoversi dell’inspirazione/ espirazione, confermato da decine di studi sullo stress sui sistemi immunitari, con positive conseguenze perfino a livello di DNA.

Oggi si lavora sulla cosiddetta mindfulness o consapevolezza, attenzione. Se vi è costanza in questo approccio vengono contrastati gli effetti della tensione, riduce le citochine infiammatorie e promuove i fattori positivi come il BDNF o brain derived neurotrophic factor.

Sembra anche che cantare riduca il cortisolo, ormone dello stress, e che perfino il tumore possa in qualche misura essere prevenuto e il criceto impazzito (cioè io stesso), guarito.

Un modo antico per combattere l’ansia è la riflessione, la capacità di usare la logica e la filosofia naturale e pratica, talché è possibile lavorare sugli stati ansiosi aiutando le persone ad aiutarsi, utilizzando le facoltà intellettive e il metodo dell’argomentazione. Ogni persona può trovare la strada della consapevolezza e distaccarsi da questo condizionamento psichico e morale molto pericoloso.

Parlo di questo argomento perché molto spesso vengo interrogato sul tema e non se ne parla mai troppo.

Jacques Prevert scriveva così: “Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro per dare l’esempio“.

Far filosofia nell’educandato delle fanciulle povere in Firenze, esempio di gravissima discriminazione di genere e ancor più culturale, storicamente data i cui residui fenomenologici sono ancora presenti nella testa di molti maschi

Florentia è anche la capitale dei sovrani senza regno, coloro che filosofano, anzi che con-filosofano, come scrivo nel post precedente.

Il fine settimana di questa prima decade di settembre  è occupato intensivamente nei colloqui sabatini e nel laboratorio collettivo domenicale, mentre campane tutt’intorno chiamano alla Messa. Si fatica, ma si va avanti, incontrando le persone nella sala capitolare di un convento femminile del ‘500, oppure nel chiostro. Gli archi essenziali inquadrano pezzi di cielo oppure i camminamenti ampi che portano ai vari ambienti.

A Firenze, tra le infinitamente numerose opere d’arte e reperti storici, seguendo l’entusiasmante elenco di lavori supremi di bellezza, c’è il rischio di trascurare meravigliosi siti, considerati -perciò- minori.

Questo sito di via Faenza, si chiama il Fuligno, perché è stato fondato da una nobildonna proveniente dalla cittadina umbra, la Beata Angiolina contessa di Corbara. Nel tempo, dal ‘500 in poi, è stato convento di monache benedettine e agostiniane, fino all’arrivo delle Figlie della carità di Saint Vincent de-Paul a metà ‘800, educandato per le bambine e le ragazze povere, destinate a una vita in subordine del maschio di turno, padre o marito che fosse. Come molte donne musulmane, e anche nostrane, di oggi. Duole dirlo.

Nel convento vi sono opere d’arte di alto livello: su tutte, forse, Alessandro Allori e la sua Crocefissione e il crocifisso ligneo di Benedetto da Maiano. In un’altra sala troviamo una dolcissima Annunciazione di Bicci di Lorenzo.

Per noi è interessante sfogliare i regolamenti che nel tempo si sono succeduti, per gestire questo luogo di raccolta di bimbe, ragazze e giovani donne. Chi le scriveva erano monaci e chi le applicava madri superiore e badesse.

Queste ragazze, prevalentemente dei ceti più poveri, non erano più interessate a tener casa, e stavano in serbanza per diventare monache, ecco un passaggio di uno di quei testi regolamentari. Le mendicanti erano addirittura pencole e pericolanti in senso morale, secondo la morale oppressiva e maschilista del tempo, in base alla quale le donne dovevano solo obbedire e basta. Un’altra categoria di donne che venivano accolte nell’Educandato era quello delle fanciulle fiorentine povere prive di genitori, orfane, o senza chi in qualche modo le sostenesse.

Nel capitolo 8 del regolamento dell’Educatorio, o Educandato, si legge “(…) le educande devono avere un contegno di buone figlie, professando sinceramente alle (suore) medesime pronta obbedienza e sottomissione, (…) e professeranno sempre il rispetto e la totale dipendenza al Sovrintendente, al Direttore spirituale e alla Superiora (…)”.

Nello Statuto dell’Educandato emanato nel 1888, sotto Crispi e re Umberto I, si legge all’articolo 1 “(…) tale Educatorio è istituito per la educazione cristiana e civile di fanciulle povere della città e preferibilmente orfane“. Al cap. 4 si legge “Al direttore spirituale è affidata la condotta morale di tutte le commoranti (…).” E al comma 7 è scritto “(…) il Direttore spirituale esaminerà tutti i libri che vorranno leggere le educande approvando quelli che riterrà adatti e rigettando gli altri“.

Al cap. 8, comma 7: “Parimenti senza una ascoltatrice si proibisce di parlare in qualunque parte dell’Educatorio con qualsivoglia persona (…)”.

Straordinario l’art. 3. “(…) Lo scopo è quello di istruire le alunne nella religione cattolica, nell’intero corso elementare, nella lingua francese e specialmente in ogni specie di lavori femminili per farne buone madri di famiglia, e renderle atte a sostenere uffici di Governanti, Guardarobe, Cameriere, Bambinaie, o distinte Operaie“. E basta: non si prevedeva che una donna potesse fare carriera. L’accesso all’università era quasi vietato anche alle figlie dei benestanti, conti o gran borghesi che fossero. La prima laureata italiana è di metà ‘600. Ancora nell’800 se una ragazza manifestava l’intenzione di studiare Teologia veniva dirottata a Filosofia, perché la Teologia era “roba da maschi”, troppo difficile ed elevata per le femmine.

Il Sacerdote direttore spirituale, ogni domenica “ha da tenere omelie edificanti alle signorine educande per ammaestrarle nei doveri morali e religiosi ed a risvegliare in esse gli affetti verso la famiglia e la patria.”

Il testo della dottoressa Francesca Maria Casini, autrice del volume Il Fuligno ieri e oggi è addirittura esaltante (si fa per dire), nella sua cultura discriminatoria. Leggiamo: “tutto il lavoro (…) si eseguisce dalle educande per assuefarle a compiere i doveri propri del loro sesso e della loro condizione.

E oggi? Che possiamo dire di oggi? Senza fare del vieto femminismo al maschile, si può dire che vi è molta strada da fare ancora, a partire dall’educazione familiare. A proposito in quei regolamenti si parlava sempre di educazione, ma non nel senso etimologico del termine (torre fuori, oggi diremmo, i talenti), e mai di acculturazione e formazione. Finché le mamme continueranno a educare in modo differenziato da un punto di vista della dignità della persona, maschi e femmine, non ne potremo uscire.

Ma oggi anche il padre è in crisi, e lo è da quasi mezzo secolo. Il discorso è complesso, terribile, affascinante. Non evitiamolo.

Oooh natura matrigna, pensa che finora non ho visto titoli del tipo “torrente assassino”, “acque malvagie”, “orrore tra le gole” “fiume della morte” e così via

Quanti morti travolti dal turbinoso sconvolto torrente! Finora non ho visto titoli del tipo “torrente assassino”, “acque malvagie”, “orrore tra le gole” “fiume della morte” e così via. Ma c’è da  aspettarselo, ché si trova sempre qualche titolista di pigrizia infame e di cultura approssimativa, magari anche laureato in lettere o scienze della comunicazione, ma qui l’ignoranza si capirebbe. I miei gentili lettori sanno quanta poca considerazione io abbia maturato nel tempo per questa inutile facoltà universitaria, che definirei in battuta “vorrei ma non posso“.

Le Gole del Raganello, si trovano in una Riserva naturale protetta istituita nel 1987 in Calabria ed occupa una superficie di 1.600 ettari all’interno del Parco nazionale del Pollino.  (dal web)

Una bellezza selvaggia attira gente di tutti i tipi, atleti e imprudenti, rafters, canyoners e improvvisatori. Mi piacerebbe sapere chi erano quelli della disgrazia, se e come erano preparati. Il torrente è molto vario e molto impegnativo, incassato tra due alte pareti rocciose che arrivano anche a 700 metri. Un vero e proprio altissimo canyon. Per percorrerlo occorre un’attrezzatura analoga a quella in uso per le vie attrezzate o ferrate alpine, se non si vuole partire già in debito con la morte, e lì pare che ci fossero anche degli imbecilli/ imbecille con le infradito. Oh, lo dico subito, di queste morti non sono colpa Di Maio o Salvini oppure ologramma-Conte, e neppure l’opposizione. Berlusconi e Martina meno di tutti, poverini. E assolvo anche l’ex qualcosa Boldrini.

La configurazione scoscesa e accidentata richiede una preparazione seria e un’attenzione straordinaria alla meteorologia, poiché il tempo atmosferico è soggetto a improvvisi cambiamenti. Non dimentichiamo che le catene montuose di Calabria, risentono dell’influsso dei due mari, lo Jonio e il Tirreno che non distano più di quaranta chilometri in linea d’aria.

Conosco anch’io ambienti analoghi a quello del Raganello: in alto Canal del Ferro nel Tarvisiano si trovano il Rio Bianco e il Rio degli Uccelli, indescrivibili e selvaggi ambienti di natura montana, dove si sono perse non poche persone senza mai essere ritrovate. Si può cadere in un precipizio e allora addio, perché sul fondo scorrono le acque turbinose del Rio, per cui è bene essere in compagnia, ben allenati e rispettosi dell’ambiente di media montagna, e perciò caratterizzato da una flora lussureggiante, dove le latifoglie cominciano a far spazio alle conifere sempreverdi e non, abeti, pini e qualche raro larice. Si è sui mille metri circa cosicché anche l’escursione termica può essere significativa e pericolosa.

Ho delle foto bellissime del Rio Bianco e di una lontana (nel tempo) escursione. Conto di tornarci, con la prudenza dettata dall’ambiente severissimo e dal tempo trascorso. Allora avevo poco più di trent’anni ed ero fortissimo, specie su terreni scoscesi e variamente disposti, tra ripidissime ascese e discese, piccole pareti attrezzate e cenge aeree. Non ho mai avuto claustrofobia o vertigini, che sono un qualcosa di molto serio e complesso.

La parola vertigine è propriamente un conflitto neurosensoriale e definisce una illusoria sgradevole sensazione di movimento del corpo o dello spazio circostante dovuta a un conflitto tra le informazioni provenienti dai recettori periferici (occhi, orecchi, propriocettori come recettori muscolari, tendinei, articolari) o a una erronea interpretazione centrale di esse. In sintesi, qualsiasi percezione di movimento in assenza di reale movimento. Questa sensazione può essere appena percettibile o può essere così grave da comportare difficoltà nel mantenimento dell’equilibrio e nello svolgimento delle attività quotidiane. Le vertigini possono svilupparsi improvvisamente e durare per alcuni secondi oppure possono durare molto più a lungo. In caso di vertigini gravi, i sintomi possono essere costanti e durare per diversi giorni, rendendo la vita normale molto difficile. Alla vertigine possono associarsi sintomi di tipo neurovegetativo (nausea, vomito e tachicardia), otologico come l’ipoacusia, ossia diminuzione dell’udito; acufeni, ossia percezione di ronzii o sibili che non esistono nell’ambiente) e neurologico (tremori, ipostenia – diminuzione della forza, dismetria – alterazione nella esecuzione di movimenti fini, adiadococinesia – perdita della coordinazione in alcuni movimenti), cefalea.” (dal web)

Sembra non poco per chi si trovi in un ambiente impegnativo e difficile, e magari non ne ha consapevolezza mettendo a repentaglio la propria vita, e a volte quella degli altri. Queste persone si sono avventurate lungo l’arduo crinale del torrente senza conoscenza dell’ambiente, sottovalutandolo e scambiando un percorso severo per una camminatina in fondo all’orto. Ora ci si può anche muovere a pietà, ma più ancora vien da imprecare contro l’ennesimo dimostrazione di stupidità umana. Ci manca solo il piagnisteo classico di certe latitudini, contro lo Stato, che avrebbe dovuto pensarci, li avrebbe dovuti proteggere, e mi vien da chiedermi e chiedergli, proteggere da chi? dalla loro stessa stupidità? Chissà, forse Saviano non ci farà mancare un saggio del suo moralismo, per il quale la colpa degli eventi è sempre di altri.

J.F.K, che aveva tanti difetti, ma anche qualche pregio, in un famoso discorso chiese agli Americani non che cosa la loro grande Nazione avrebbe potuto fare per loro, ma l’incontrario. Così io chiederei ai più sventati di quella comitiva sul rio Raganello, e anche ai pensosi.

Azioni “disumane” “dell’uomo”

Caro lettore,

sedici morti ammazzati ammassati su vetusti furgoni appesi a qualche cordame per strada di ritorno dal bestiale lavoro a tre euro l’ora. Sedici ragazzi giovani dell’Africa, facili prede di orrendi profittatori. Non ci son scuse o ragioni, se non la bestialitas dei caporali e dei loro accoliti.

Da decenni si parla di questa tratta di forze umane nel meridione italiano e ora non solo: non so che cosa abbiano fatto i sindacati eredi del grande compagno Di Vittorio, che cosa gli ispettori del lavoro, che cosa i politici eletti in loco, che cosa le associazioni d’impresa, che cosa qualsiasi altro soggetto umano a conoscenza dello sfruttamento sette/ ottocentesco di decine di migliaia di giovani di pelle scura, alloggiati alla canina via, bastonati e sfruttati con ritmi di lavoro e paghe indonesiane. Che cosa? Dove erano, dove sono? Che cosa fano dalla mattina alla sera? Congressi? Riunioni di lavoro? Piani di intervento a tavolino? Multe? Non so.

Nel titolo ho scritto “azioni disumane dell’uomo”: forse che, mio gentile lettore, trovi una qualche contraddizione nel titolo stesso? Vediamo: azioni (sostantivo-soggetto), disumane (attributo del sostantivo-soggetto), dell’uomo (genitivo, complemento di specificazione del sostantivo-soggetto). A prima vista vi è una ripetizione, perché l’attributo di “azioni”, cioè disumane, in qualche modo si giustappone al complemento di specificazione “dell’uomo”. E dunque, le azioni sono disumane, epperò sono-dell’uomo, cioè l’uomo è capace di azioni disumane, là dove l’attributo ha valenza morale e rilevanza etica. L’uomo fa il male, perché è intriso di male nella sua propria anima.

Svelo l’arcano linguistico-filosofico, per dire: Tommaso d’Aquino distingueva tra le azioni “umane”, e quindi anche tra quelle “disumane”, e le azioni dell’uomo, per chiarire bene che l’uomo, animal rationale, secondo il Philosophus Aristoteles (così Tommaso lo chiama nella Summa Theologiae) è capace di azioni buone, cioè umane: ed eccoci, vale a dire degne del suo essere animale razionale e quindi capace di conveniente bontà, e anche -di contro- di azioni malvage, vale a dire di azioni intrise di malevolenza, mancanza di rispetto, di solidarietà, di fratellanza, fino alla violenza e all’omicidio dell’altro, se tale atto  potrà essere di convenienza propria.

I neuro-scienziati tendenzialmente materialisti odierni, un po’ alla Damasio, considerano l’evoluzione un tutt’uno dai batteri di cento milioni di anni fa al sapiens di ottantamila anni fa, quello della rivoluzione cognitiva. Può darsi abbiano ragione sotto un certo profilo, ma non bastano le loro ragioni razionalistiche: occorre un pensiero più capace di accedere, almeno a tentare di accedere, alla stupefacente complessità psico-fisica dell’essere umano, cioè alle sue manifestazioni spirituali. cioè psico-morali .

E dunque, lasciando perdere qui le dimensioni giuridico-contrattuali e politico-amministrative dei casi sopra citati, appunto, e mantenendoci a un livello più generalmente antropologico, che cosa dobbiamo fare di e con quei “caporali”, dopo averli individuati e debitamente puniti secondo il nostro civile ordinamento penale? Dobbiamo credere che sono degli umani capaci di resipiscenza, di pentimento e di redenzione? Non ho rispose facili. Totò Riina fino all’ultimo ha minacciato forze dell’ordine e magistratura, ritenendosi al di sopra di ogni morale e di ogni ordinamento, e questi signori, questi uo-mi-ni di che pasta sono fatti?

Innanzitutto mi metto in ascolto della politica che comanda ora, i due partitoni che a sentir loro non sbagliano mai, che in realtà ereditano e debbono rimediare a errori altrui, dei predecessori, delle opposizioni (e mi chiedo, quali opposizioni?). Non sono letteralmente in grado di profferir verbo che abbia un qualche senso analitico e programmatico-operativo. Meno male che c’è la Polizia, i Carabinieri, la Guardia di finanza, qualche prete e la Caritas. Per il resto sguardi attoniti e parole vuote in libertà, come quelle, le solite, arroganti e distruttive, del Ministro dell’Interno o del prezzemolino-saviano.

Personalmente son convinto che le energie e le forze ci sono, ci sarebbero, solo che chi le guida, a partire dalla politica, sapesse lavorare. Il fatto è che questa classe politica cui gli Italiani hanno demandato la responsabilità di governo, NON SA LAVORARE.

Quando io incontro un giovane laureato, anche in ingegneria, in un colloquio di selezione, spesso lo spiazzo con la domanda: “scusi, lei sa lavorare?” la domanda è insidiosissima, perché se si si tratta di un giovane può suonare come una presa per il sedere, ma se si tratta di un senior di più di quaranta anni può suonare addirittura umiliante. Eppure io continuo a fare questa strana domanda, i cui esiti psico-dialogici recupero immediatamente dopo spiegando che è un modo per entrare in medias res e condividere che ogni azienda, ogni luogo di lavoro, richiede una ri-partenza mentale, un nuovo approccio, umiltà, capacità di ascolto e di mettersi in discussione, anche se la persona,  il candidato possiede ottimi titoli e una buona esperienza pregressa. Le persone più vispe mi rispondono quasi subito, dopo un legittimo attimo di smarrimento: “beh, non conosco questa azienda e pertanto all’inizio devo imparare“, e queste sono le persone che accettano anche di ripartire da un inquadramento più modesto e da una RAL (Retribuzione Annua Lorda) calmierata rispetto alla precedente. Allora si prosegue e si arriva spesso all’inserimento del perito meccanico trentacinquenne, dell’ingegnere quarantacinquenne, e si va avanti.

Questi signori e signore entrano e imparano (re-imparano) a lavorare e crescono e, dopo un periodo nel quale sono state un puro costo per l’impresa, diventano parte di una struttura che fa guadagnare e quindi creare le condizioni ineludibili per crescere insieme, reinvestire e assumere ancora persone.

I politici di cui sopra NON CONOSCONO LE COSE DI CUI SI OCCUPANO, NON SANNO LAVORARE E PRETENDONO DI INSEGNARE. Questa è la ragion principale dei fatti di cui a questo post.

Non so più farlo, né lo voglio fare, di perorare ancora umiltà e buona volontà, se non per riflettere ancora una volta con i miei gentili lettori, che non si può non partire che dalla conoscenza, dallo studio, dalla ricerca, dalla costruzione di una capacità progettuale della politica e della pubblica amministrazione, a partire dalla scuola, che deve dare gli strumenti per un’inculturazione generale all’umano. Inculturazione non acculturazione, cioè crescita della consapevolezza di essere-umani. Anche i caporali, a questo punto, potranno svestire la maschera ambigua della violenza e del ricatto e si potranno mettere creaturalmente in gioco con tutti gli altri, anche con i neri vilipesi e offesi.

Il pranzo avanzato

La cosiddetta moltiplicazione dei pani e dei pesci è un episodio evangelico descritto in due modi nel testo sacro. Nel primo modo il racconto è presente in tutti e tre  i Vangeli sinottici e in Giovanni: Gesù sfama con cinque pani e due pesci cinquemila uomini (cf. Matteo 14,13-21, Marco 6,30-44, Luca 9, 12-17, Giovanni 6, 1-14). E’ l’unico “miracolo”, oltre alla Resurrezione e all’Ultima Cena (istituzione dell’Eucarestia) narrato in tutti e quattro di vangeli canonici. Avverto il mio gentile lettore che qui siamo in un ambiente prettamente teologico della nostra riflessione.

Il secondo modo o secondo miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, è presente in due racconti evangelici, quelli di Matteo 15.32-30 e Marco 8.1-10: nel racconto si dice che Gesù sfamò quattromila uomini con sette pani e pochi pesciolini.

Non dobbiamo preoccuparci della diversità dei due racconti, poiché le fonti evangeliche sono differenti, le redazioni pure e le copie delle varie redazioni altrettanto. E’ impossibile stabilire con certezza la maggiore o minore veridicità dei due racconti, anche se, pur rimanendo in ambito teologico-simbolico, è evidente che se un racconto è presente in quattro “tradizioni” evangeliche e l’altro solo in due, qualcosa dovrà pur significare. Ciò che stupisce è il rapporto tra il pochissimo cibo a disposizione e la capacità di Gesù di soddisfare le esigenze di nutrizione di migliaia di persone, come vedremo nel testo giovanneo sottostante, che ho scelto per esemplificare. Il cibo per il corpo è importante, fondamentale, ma lo è altrettanto quello per l’anima, cioè l’eucaristia, che è prefigurata nei “miracoli” potremmo dire alimentari del Maestro. Gesù non sottovaluta mai l’aspetto fisico della vita umana, anzi, da  buon ebreo osservante egli ritiene che il corpo e l’anima, fatti a immagine di Dio, debbano essere parimenti rispettati e curati, sempre, in ogni tempo e luogo.

Anche san Paolo negli Atti degli Apostoli evoca l’episodio dell’Ultima Cena, quasi come garanzia gesuana di una vita che viene salvata dalle procelle naturali e spirituali. Egli sta viaggiando in nave verso l’Italia e la nave si imbatte in una tempesta e, rassicurato in sogno dall’angelo sulle vite dei suoi compagni di viaggio, l’Apostolo rende grazie a Dio e spezza il pane riuscendo a sfamare duecento e settantasei viandanti per il mare periglioso, lì presenti (…) dopo quattordici giorni passati a digiuno, senza prendere nulla (Atti 27.33-35).

Il miracolo è il segno della diversità di Gesù da tutti gli altri rabbi e taumaturghi itineranti. Il testo che abbiamo scelto, quello di Giovanni, non parla precisamente di miracoli, ma di segni, di testimonianze, di riferimenti a una divinità che sussiste nell’Uomo di Nazaret. θαύμα [τό]  (thàuma ) si dice in greco, come accadimento di qualcosa di straordinario creduto dovuto all’intervento divino, ovvero di fatto che ha dell’incredibile e che suscita stupore e meraviglia, ma Giovanni non usa questo termine, preferendo un altro lemma σημεῖον [τό] (semèion), cioè segno che suscita stupore e meraviglia.

E dunque leggiamo direttamente il primo brano riferito alla moltiplicazione dei pani e dei pesci.

 

Il testo di Giovanni 6,1-14

1 Dopo questi fatti, Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!».

Il versetto 12 ci parla del “pranzo avanzato”, cioè dei beni sovrabbondanti che l’uomo ha a disposizione per vivere. “Nulla vada perduto” (12b), scrive l’autore del vangelo secondo Giovanni.

Quanto, invece, va perduto dei beni a disposizione, ogni giorno che Dio manda sulla terra? Quanto spreco, quanta noncuranza, quanto egoismo, quanto disinteresse! Non sto parlando solo del “banco alimentare” che funziona un po’ ovunque, né delle mense della Caritas o dei padri cappuccini, capillarmente operanti, in centri piccoli e grandi, ma dell’anima delle persone, spesso ottusa e chiusa a ogni pensiero rivolto all’altro senza secondi fini.

Sta divulgandosi un pensiero stolto, uno sguardo insincero, un agire miope e privo di tenerezza. Molti non sentono anche se ascoltano e non vedono anche se guardano. Come possiamo avanti in questo modo?

Ministro dell’Interno Salvini, non ti rendi conto di usare un linguaggio che titilla, non la verità delle cose, ma la sua interpretazione maligna, pericolosamente fuorviante, inadatta soprattutto a rendere consapevoli dei problemi gravi di questo mondo, i giovani? Che prezzo intendi ancora far pagare all’ambito del tuo potere, a fini di propaganda? Non comprendi che il tuo cinismo linguistico e concettuale può essere disastroso, perché molti nella loro semplicità psico-antropologica ti prendono sul serio e si armano e picchiano e forse uccidono?

La musica perfetta e/ è infinita

Caro lettor del sabato,

Sigiswald Kuijken dirige per me nel solitario mattino La Petite Bande. eseguendo i dodici Concerti Grossi di Arcangelo Corelli.  I dodici concerti sono suddivisi in sonate da chiesa, i primi otto, e in sonate da camera gli ultimi quattro, e sono databili agli anni a cavallo del 1700.  Corelli ha diviso ogni concerto in quattro, cinque o sei tempi, scegliendo diversi stilemi in voga nel suo tempo, praticati anche da Bach e Händel, come la gavotta, la sarabanda, il preludio, il minuetto, l’allemanda e la giga.

Nato in Romagna nel 1653 Corelli muore a Roma nel 1713,  questo nostro grande, forse troppo poco citato, è stato un compositore fondamentale della musica strumentale barocca, poi proseguita con alcuni suoi valenti allievi come Pietro Locatelli e Francesco Geminiani, ma anche a livello europeo. Non si possono non riscontrare influenze corelliane anche nella musica di Georg Friedrich Händel, come vedremo.

A Roma, dove visse a lungo. fu al servizio, prima del cardinale Benedetto Pamphili e poi del cardinale Pietro Ottoboni. La stessa Cristina regina di Svezia lo tenne come musicista prediletto. Suonò insieme con altri insigni musicisti, con un grandissimo Alessandro Scarlatti, con Bernardo Pasquini e con Giovanni Bononcini nel “Coro d’Arcadia” con il nome di Arcomelo Arimanteo. Interessante il ritrovamento presso il Conservatorio di Firenze di una Fuga a quattro voci con un soggetto solo, celata sotto lo pseudonimo-anagramma di Gallario Riccoleno. Il tema della Fuga contiene un tema del tutto simile a quello del celebre Allelujah del Messiah di Händel, per cui di potrebbe dedurre che il grande sassone fu allievo di Corelli durante un suo soggiorno in Italia.

E poi non posso non tornare all’ascolto della Missa Papae Marcelli di Giovanni Pierluigi da Palestrina eseguito dal Regensburger Domspatzen diretto da Theobald Schrems,  e a Giovanni Gabrieli, veneziano, il quale mi allieta da decenni con le sue infinita coloriture degli ottoni e delle voci, con gli Alleluja, i Deus Deus meus, i salmi e le antifone che ascolto dai vinili preziosi registrati in San Marco dai The Gregg Smith Singers diretti da E. Power Biggs,  e dai The Texas Boys Choir diretti da Vittorio Negri. Gli echi della basilica-moschea del Mediterraneo restano sospesi nell’aria come volute di cori angelici. Ascoltando queste musiche non si può rimanere nell’inerzia agnostica. Il divino prorompe dall’umano con forza ed armonia inaudita.

Non è necessario un atto di fede esplicito per aderire a queste musiche, ma basta lasciare che esse muovano dentro di noi quello che si lascia muovere della nostra anima. San Paolo, Sant’Agostino e frate Martino Lutero pensavano a questo: a un lasciarsi coinvolgere senza rifiutare nulla dell’apparire di Dio nel nostro spirito attraverso la musica, che per Agostino era doppia preghiera. Il grande misticismo renano di Johannes Meister Eckhart o quello di Ildegarda di Bingen sosteneva che se si fa silenzio nel fondo dell’anima Dio non può non apparire sommessamente, senza obbligare nessuno a dialogare in silenzio con l’anima stessa, visto che son della stessa natura. E così altrettanto pensano i sufi musulmani.

Anche se in modo differente si propone il misticismo orientale hindu-buddista, forse meno comprensibile per noi, poiché rivolto al Tutto. Noi occidentali, figli della Bibbia e della Filosofia greca, siamo affezionati alla singolarità della Persona, alla sua unicità irriducibile, che è vera, ma è anche soffio o scheggia del divino del Tutto (cf. ortodossia greca e Schleiermacher).

La musica, come arte ineffabile, non ha bisogno di traduzioni: essa penetra insinuandosi nei misteriosi pertugi del nostro mondo interiore, lentamente, leggermente, continuamente, ineluttabilmente. E questi avverbi modali, nel mentre contengono come suffisso “mente”, evocano la mente, cioè quel qualcosa di imprendibile, inafferrabile, inaudito, sfuggente, come il pensiero che da essa è prodotto.

La musica emerge dallo strumento e dalle corde vocali umane, ma non può non dirsi musica anche il fruscio delle foglie scosse dal vento, o il soffio stesso del vento. E perfino quella del tuono che accompagna il fulmine e lo scroscio della cascata montana, e il mormorio della sorgente.

E allora Corelli, Palestrina, Gabrieli sono lo specchio raccoglitore di questa meraviglia in-tonata, rotonda e perfetta e infinita come l’essere parmenideo, mentre scorre, senza contraddizioni, nel suo infinito.

Francesco papa, il cardinale Umberto di Silvacandida e il patriarca costantinopolitano Michele Cerulario sono insieme a San Nicola di Bari in un bel mattino d’estate del terzo millennio

Francesco papa ha incontrato una ventina di patriarchi, metropoliti ed egumeni del Vicino Oriente cristiano, cattolici di rito caldeo, copti (cioè in greco eigùptioi, egizi), ortodossi costantinopolitani e russi, a San Nicola, vetusta meravigliosa insigne basilica barese, porta sull’Oriente.

E mi ha fatto sovvenire, in questo dì d’estate piena e di mia ascesi necessaria e benefica, lo scisma del 1054, mentre sto leggendo la Biblioteca del Patriarca Fozio, primo scismatico da Roma, di due secoli prima. Li chiamiamo scismi, dal verbo greco skìzomai, divido, separo (da cui schizofrenia), solo perché è il nostro punto di vista, tant’è che la grande chiesa d’Oriente ha voluto chiamarsi ortodossa, cioè “della retta opinion di fede”.

E mi sovvengono le figure del cardinale Umberto di Silvacandida, legato di papa Leone IX, del patriarca costantinopolitano Michele Cerulario, e dei loro anatematismi reciproci scagliati con ira nella Basilica della Santa Sapienza, l’insuperabile Santa Sofia, voluta da Giustiniano imperatore, a maggior gloria dell’Onnipotente.

Non dimentichiamo che i dogmi cristiani, soprattutto i due fondamentali, quello trinitario e quello concernente la natura di Cristo, sono stati oggetto di diatribe complicatissime a partire dalla fine del II secolo e fino almeno all’VIII, senza comunque lasciare soluzioni definitive per tutti. Pareva che a Calcedonia, nel concilio del 451 si fosse raggiunto un consenso condiviso, sia su Cristo, come unica persona in due nature, sia sul tema trinitario, ma poi non è stato così. In sintesi, il cristianesimo orientale ha sempre conservato una visione trinitaria subordinaziana, monarchiana, patripassiana, che significa gerarchia tra Padre, Figlio e Spirito, anche se certe icone paiono attestare l’incontrario (cf. la Trinità di Andreï Roublev), mentre l’occidente si è mantenuto su una visione trinitaria assolutamente paritetica, sulle tracce di Agostino (cf. De Trinitate). Personaggi e nomi come quelli di Nestorio, Eutiche, Cirillo di Alessandria, Teodoreto di Cirro, Teodoro di Mopsuestia, Ibas di Edessa, questi ultimi tre importanti anche per alcune vicende della chiesa aquileiese (Scisma dei Tre Capitoli) e altri sono il fulcro di queste complicatissime e interminabili discussioni e reciproche scomuniche.

I temi dello scisma del 1054, se oggi commentati, potrebbero suscitare fors’anche un poca di ilarità, ma allora…:

il primo e teologicamente più importante atteneva l’inserimento del Filioque , vale a dire la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio (Filioque) nel Credo niceno-costantinopolitano da parte della Chiesa latina, atto non accettabile dalla Chiesa orientale, che si basava sul testo del Concilio di Efeso (431). La diatriba pare sia stata originata nella Spagna Visigota del VI secolo per controbattere l’arianesimo che sosteneva la primazia del Padre e la coeternità di Figlio e Spirito, per cui non poteva darsi una doppia paternità dello Spirito, mentre in occidente venne proposto il testo seguente, tuttora in vigore: “Credo nello Spirito Santo, […] che procede dal Padre e dal Figlio [Filioque, appunto], e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato.” L’Oriente non accettò mai tale formulazione, preferendo la dizione “…procede dal Padre attraverso il Figlio”, lo Spirito, s’intende. Pensi la questione, il mio gentil lettore, alla luce della confusione concettual-terminologica, socio-giuridica ed etica in tema di paternità e maternità ai nostri giorni.

Un altro tema, ma non dei principali e comunque rimasto irrisolto, fu quello degli azzimi: ancora oggi il Pane eucaristico è azzimo in Occidente e salato in Oriente: la due chiese mangiano il corpo transustanziato di Cristo o salato o azzimo. Non sto scherzando.

Invece, un tema cruciale era ed è ancora, anche se attenuato, dopo l’incontro del 1964 tra papa Paolo VI e il patriarca Atenagoras di Costantinopoli, è quello concernente il primato universale di giurisdizione del papa, ossia se il Vescovo di Roma dovesse essere considerato un’autorità superiore a quella degli altri patriarchi. Su questo tema, tutti i cinque patriarchi della Chiesa (Alessandria, Gerusalemme, Antiochia, Costantinopoli e Roma) concordavano di attribuire gli onori  più elevati al vescovo di Roma, ma non in modo assoluto e soprattutto dal punto di vista giurisdizionale e di potere reale in ambito teologico e organizzativo.

I fatti di quel 16 luglio del 1054: papa Leone IX inviò a Costantinopoli il cardinale Umberto di Silvacandida al fine di cercare di risolvere l’intricata questione, ma tutto finì nel peggiore dei modi, come detto sopra. I due interlocutori depositarono sull’altare di Santa Sofia le reciproche scomuniche, che però non avrebbero avuto nessun valore canonico e giuridico, in quanto nel frattempo papa Leone IX era morto.

Da quel momento ognuna delle due chiese rivendicò per sé il titolo di “Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica” e di custode dell’Ortodossia cristiana. Nel 1453 il sultano turco Selgiuchide Mehmet II conquistò Costantinopoli e questo fatto allontanò ancora di più la chiesa orientale da quella di Roma. Neppure i tentativi di un Concilio quasi coevo, tenutosi a Firenze ebbero successo, fino ai tempi nostri, a Paolo VI e Atenagoras, e a Francesco.

Ma pare che la strada dell’unione sia ancora lunga, e il cammino impervio e faticoso. Anche questi fatti attestano la disunione tra gli umani su questo piccolo maltrattato pianeta, che Dio lo guardi con misericordia.

Noterelle sul Cristianesimo antico scritte durante la mia ascesi (dal greco àskesis, cioè “esercizio”) come anacoreta del XXI secolo

Caro lettore,

da ieri mattina, come chi mi vuol bene sa, sono alloggiato come un monaco anacoreta, e avendo un po’ di tempo in più traggo vantaggio dalla lettura di un monumentale tomo regalatomi da un amico rinchiuso, per ragioni diverse dalle mie, in ristretti orizzonti, la Biblioteca del gran patriarca costantinopolitano Fozio (IX secolo), volume edito dalla Scuola Normale di Pisa, che ha suscitato l’ammirazione della piccola filologa che mi ritrovo in casa, mia figlia Bea.

Non solo alloggiato come un monaco, ma anche spiritualmente sono disposto a tale stato, e ciò mi fa bene, per riposarmi corpo e anima.

Parto dal motto che introduce il testo di Fozio, che è in greco e italiano:

Si usava radunarsi ogni giorno per la lettura/ e interpretazione di un’opera principale,/ esattamente come ancora oggi i nostri/ amici cristiani sono soliti radunarsi negli/ stabilimenti dedicati allo studio, noti con il/ nome di scuole, ogni giorno per approfondire/ un’opera principale tra i libri degli antichi.” (Hunain Ibn Ishak, Sulle traduzioni di Galeno, p. 15 Bergsträsser)

Ecco quali erano i rapporti tra cristiani, musulmani ed ebrei in quegli anni, anche se certamente non mancavano i conflitti, non solo poiché si era alla vigilia della aspra e controversa stagione delle Crociate, ma anche perché si consumava con Fozio la prima grande spaccatura con il “papa” di Roma, anzi con il vescovo di Roma. Infatti l’intestazione della Biblioteca così recita, … di Fozio, vescovo di Costantinopoli e patriarca ecumenico, cioè patriarca di tutta l‘ecumene cristiana, certamente al di sopra dei patriarcati di Gerusalemme, Alessandria d’Egitto e Antiochia di Siria, ma non secondo neppure a Roma. La successiva e più grave rottura nel mondo cristiano, mentre l’islam si espandeva, avvenne nel luglio del 1056, ai tempi del patriarca Michele Cerulario e di papa Leone IX.

In ogni caso è bello constatare in questi nostri tempi circonfusi di ignoranza e di ignoranti che c’era, pure in presenza di molti contrasti, una sorta di dialogo fin da quei tempi tra le grandi tradizioni religiose, teologiche e filosofiche sviluppatesi attorno al Mediterraneo.

Le dottrine teologiche cristiane si dibattevano ancora tra due estremi, il nestorianesimo (dal nome di un patriarca costantinopolitano del V secolo, Nestorio) sostenitore della mera umanità di Gesù di Nazaret, che dunque era Cristo, cioè unto da Dio Padre, ma non consustanziale al Padre, molto forte ad Antiochia, e il monofisismo, molto forte ad Alessandria, il quale credeva vi fosse in Gesù Cristo solo la natura divina (mono, cioè uno, phusis, cioè natura), nonostante quello che era stato il consenso calcedonese (Concilio di Calcedonia del 451) tra le varie posizioni. Il tema trinitario e quello delle due nature di Gesù Cristo, quella umana e quella divina nell’unità teandrica o unione ipostatica (una Persona in due Nature), affaticò per secoli vescovi, patriarchi, monaci, teologi e imperatori, senza risolversi in una posizione unitaria, fino ai nostri tempi.

In qualche modo, possiamo osservare, sia il nestorianesimo, che forse aveva influenzato le origini dell’islam, poiché Mohamed incontrò probabilmente nei vasti deserti e durante le sue peregrinazioni nella penisola arabica diversi monaci nestoriani, sia il monofisismo che ben si sposava con l’assoluta trascendenza di Allah, erano dottrine complesse e molto diffuse, tali da affaticare la cristianità in almeno sette concili (quasi) ecumenici. Cosicché vedi, caro lettore, come i legami tra queste grandi tradizioni fosse molto forte, pur nelle differenze che nel tempo si sono anche accentuate: infatti, se la fonte era comune, la Bibbia degli ebrei, il suo prosieguo è stato differenziato, con il Nuovo testamento (Vangeli canonici, Lettere apostoliche e Apocalisse) per i cristiani, e il Corano per i musulmani. Si devono comunque registrare anche altre “sacre scritture”, come l Talmud (babilonese e gerosolimitano) e la Kabbala per gli ebrei, i Vangeli apocrifi e altri Scritti intertestamentari per i cristiani, e i commenti (Hadith di Mohamed e altri testi) al Corano per i musulmani. Nel tempo si sono registrate molte difficoltà di dialogo, escludendo finora ogni ipotesi di riunificazione, perfino nell’ambito cristiano. Il dialogo interreligioso è proseguito a fasi alterne, fino ai nostri tempi difficili. In ambito cristiano si è perfino assistito all’ulteriore separazione dovuta alla Riforma protestante nel XVI secolo.

Nei primi secoli cristiani vissero e scrissero innumerevoli autori, tra i quali alcuni furono definiti “Padri della Chiesa”, e proclamati santi, come Sant’Ireneo di Lione, San Giustino, San Basilio di Cesarea, San Gregorio di Nissa suo fratello, San Gregorio di Nazianzo, San Girolamo, Sant’Agostino, San Giovanni Crisostomo, San Giovanni Damasceno e altri; mentre alcuni sono definiti come scrittori cristiani, tra i quali spicca per profondità di pensiero e di esegesi Origene di Alessandria, che fu anche proscritto e anatematizzato dall’imperatore Giustiniano nel 553: Origene, infatti, aveva sostenuto alcune dottrine che non erano piaciute alla “grande chiesa, come quella dell’apocatastasi, cioè della salvezza di tutti in Cristo, grazie al sacrificio incommensurabile del Figlio di Dio in remissione dei peccati del mondo.

Altri autori, vocati propriamente all’ascetismo furono Evagrio Pontico, monaco, fatto santo per i suoi meriti di moralista rigoroso e Giovanni Cassiano, fondatore di monasteri e santo, prima di giungere alla grande stagione di San Benedetto, che dette inizio a una gloriosa vicenda, quella del monachesimo occidentale, inizio ragionevole dell’idea di Europa come res publica christiana.

Le parole “armate”

Mandare “un bacione” a Saviano da parte del ministro Salvini, non è un atto amichevole e affettuoso, anche se letteralmente questo significa, un gesto di affettività, peraltro non erotico, ma amichevole, fraterno: il bacione è quello che Odoardo Spadaro (“la porti un bacione a Firenze“) mandava a Firenze nella vecchia canzone degli anni ’30.

L’espressione del ministro degli interni come stile letterario si colloca tra il grottesco e il minaccioso, non so quanto consapevolmente da parte del suo pronunziante, ma abbastanza. Poteva evitarlo, mantenendo un fondo di eleganza, quello che gli può essere rimasto nel lessico usuale. Il fatto è che Salvini improvvisa poco, perché ha maturato una capacità di uso delle parole notevole. Non è colto, anche se si vanta di aver fatto il classico, ma è furbo, perché ha selezionato un lessico adatto a una cifra popolar-semplificata, tanto che colpisce le persone di scarsa cultura, le quali magari non ricordano quello che dice ma ricordano che “lo dice bene”. Incredibile, ma vero. Funziona così: “non mi ricordo quello che ha detto, ma lo ha detto così bene.”

Negli anni ha maturato uno stile comunicativo di grande efficacia, perché usa frasi brevi, poche coordinate e subordinate, di solito messe lì in modo paratattico, e quindi immediatamente comprensibili, poiché ogni proposizione è di fatto staccata dalle altre con il suo verbo reggente e i suoi complementi. E, in generale, si capisce quello che dice, salvo quelli citati sopra.

Ogni tanto condivido perfino io quello che dice, come quando in questi giorni dà dell’arrogante a Macron. Macron è più che arrogante, è un beota come Sarkozy, e come Hollande, i poveretti che hanno abitato l’Eliseo negli ultimi quindici anni.

Ancora su Salvini: i pensieri che esprime sono elementari, semplici e, quando sono allusivi, non lasciano mai eccessivi spazi interpretativi. Se dice “La nave non attraccherà a un porto italiano“, anche se poi i migranti saranno trasbordati su una nave militare italiana e portati in Sicilia, ciò che resta nella mente degli udenti è il concetto del non attracco, non quello del trasbordo. Il popolo capisce che quei migranti non verranno in Italia, anche se è vero il contrario. Oppure, quando parla di vaccini, si propone come padre non come ministro, e parla dei suoi bambini commuovendo gli ascoltatori presenti al comizio, che lo vedono come uno di loro, anche se dice sciocchezze sesquipedali sul piano scientifico. “Lo dico come padre“, e la gente si scioglie in applausi di consenso, come se parlare come padre sia garanzia di verità scientifica attestata da esperimenti ufficiali.

Basta ricordare quali e quanti benefici produsse il vaccino “Sabin” negli anni ’50 e ’60 nel combattere la allora diffusissima poliomielite. Il ministro-sceriffo piace come può piacere l’albo western dell’immarcescibile Tex Willer. Anche a me piacciono Tex, suo figlio Kit, Tiger Jack e Kit Carson, ma so che sono strisce meravigliosamente concepite e racconti in cui ti immergi volentieri, curati e fantasiosi, in un Ovest verosimile e in un ambiente etico per certi aspetti condivisibile, a volte un poco manicheo, ma plausibile in un contesto socio-storico di frontiera.

Tante volte ho scritto qui dell’importanza del linguaggio, dai tempi della grande filosofia greca, si pensi al profondo conflitto tra Socrate, Platone e Aristotele da un lato, i quali sostenevano la corrispondenza possibile tra detti e realtà, e i sofisti, che sostenevano la relatività delle affermazioni rispetto alla realtà, passando per le altre letterature classiche, come quella dei Padri della chiesa, medievali e moderne, per cui si dice che le parole sono pietre o simili alla spada, così come esplicitamente detto nella Lettera agli Ebrei (4, 12)… “Infatti la parola di Dio è viva,/ efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio;/ essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito,/ delle giunture e delle midolla/ e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.”

Quelli che usano “parole armate” non lo sanno, ma usano il linguaggio senza preoccuparsi degli effetti di un mancato controllo dei modi, oppure degli effetti di un eloquio privo di filtri. Uno dei difetti principali del comunicante è la mancata cura dei “filtri” espressivi, per cui costoro parlano con chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione sempre nello stesso modo, incuranti delle conseguenze: anzi questi parlanti non si pongono nemmeno il tema delle conseguenze del loro dire. Una delle lezioni più importanti di un corso serio sulla comunicazione verbale è quella che riguarda l’esigenza di controllare ciò che si dice alla luce di come lo si dice. Non occorre pensare alle maschere pirandelliane di “Uno, nessuno, centomila”, poiché si possono fare gravi danni senza far finta di essere diversi da come si è. Le parole, con i loro sinonimi, numerosissimi nel vocabolario italiano, le posture e la gestualità illimitate, infinitamente declinabili, permettono una comunicazione priva di ogni limite strutturale ed espressivo.

E’ possibile dire l’infinito caleidoscopio del reale e anche dell’irreale, dei fatti concreti e di quelli immaginati, del sogno, dell’ignoto e del mistero, come insegnava Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea De Chirico, fratello del più noto Giorgio).

Mi chiedo se a volte sia meglio trattare con un ignorante totale o con uno che possiede una cultura mediocre, ma che presume di essere colto. Direi con il primo ideal-tipo, così come è preferibile chi è un poco malvagio allo stupido. L’ignorante e il malvagio permettono contromisure, il presuntuoso e lo stupido, no.

Lo stupido e il sedicente colto usano parola armate senza accorgersene, oppure ne colgono solo in parte l’efficacia espressiva ed il valore semantico, come chi usa titoli per insultare il prossimo. Quei tipi non sanno che è diverso cogliere in fallo l’altro criticando o correggendo l’errore come atto, e come episodio, dall’insultare con titoli la persona stessa, mentre l’ignorante e il malvagio sono, rispettivamente, quasi innocenti o comunque battibili sul piano logico.

Tra i centinaia di aforismi sul potere della parole ne scelgo tre, il primo dell’antropologo Gustave Le Bon, studioso di psicologia delle folle: “Certe parole sembrano possedere un potere magico formidabile. Migliaia di uomini si son fatti uccidere per parole di cui non hanno mai compreso il significato, e spesso anche per parole che non hanno nessun significato.”

Il secondo della poetessa polacca Wislawa Szymborska: “(…) Quando pronuncio la parola Futuro/ la prima sillaba va già nel passato./ Quando pronuncio la parola Silenzio,/ lo distruggo./ Quando pronuncio la parola Niente,/ creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.”

Il terzo è dii Sigmund Freud: “Uno è padrone di ciò che tace e schiavo di ciò di cui parla.”

Ecco: da Confucio al Buddha, da Platone e Aristotele a sant’Agostino, dal Venerabile Beda a sant’Anselmo d’Aosta, da san Tommaso d’Aquino a Descartes, da Leibniz a François-Marie Arouet (Voltaire), da Marx a Heidegger, da Einstein a Heisenberg, da Wittgenstein a Pareyson, da Jaspers a Severino e Barzaghi, che Dio lo benedica, le menti più acuminate si sono occupate delle parole, e delle parole “armate” in particolare, conoscendone la pericolosità intrinseca, ma anche le opportunità che creano.

Con pazienza e buona volontà, leggendo e studiando, ascoltando e parlando, camminando e cantando, nel mio piccolo, anche nel mio dolore, cerco di proseguire su quei sentieri, sopportando e supportando, che son sinonimi mio caro lettore, fino a che la forza e la luce mi assisteranno qui. Per dopo si vedrà.

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