Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Un altro anno è andato

Nella conta degli anni il 2017 si sta per collocare in archivio. Un anno potente, crudele, da non rimpiangere. Per me. E anche, lo so, per molti.

C’è da essere sconfortati come sono di solito gli opinionisti che vanno per la maggiore nei quotidiani, cotidie scriventi e scrivono e non han molte altre virtù (da libera eco carducciana). E invece no.

Nonostante Trump e il suo essere più che presidente degli americani, tycoon di se stesso, falso e autentico nel contempo mentre il parrucchino e i denti gli si rinnovano a seconda della bisogna. Eppur è stato votato da metà votanti, quantomeno, e anche Michele Serra si è accorto, più gramscianamente che marxianamente, che i governati non son meglio dei governanti. L’uomo non si emenda per decreto, vivaddio! E’ una bella conquista, convincersi che l’homo novus è quello che siamo ogni giorno, pazientemente più vecchi e saggi, quando ce ne rendiamo conto, però, di essere ogni giorno più vecchi e saggi. Peccato che molta parte della sinistra politica, quella spesso maggioritaria qui da noi, abbia sempre pensato che il sol dell’avvenire appartenesse, non tanto alla pazienza delle riforme democratiche e sociali, ma a una palingenesi antropologica, lasciando alla destra -ovviamente- il culto dell’individuale arroganza, ma senza apprezzare molto, se non recentissimamente, l’irriducibile differenza di ogni soggetto da qualsiasi altro, dico, soggetto umano. Collettivismo senz’anima individuale. Non lasciamo alle destre l’apprezzamento della persona-individuo e la nozione di patria e di matria, perdio!

Le guerre sono lì, numerose, varie,  tutte crudeli, quasi innumerabili, non dichiarate, gli ambasciatori sono livree che non servono, sono mestieri imbalsamati per ruoli oramai finiti. Epperò servirebbero le ambascerie, eccome, se si capisse che non è questione di tecnica comunicativa, ma di buone relazioni, di sincera voglia di conoscere quell’altro lì, quello là, che di solito non capisco, e che talora aborro o addirittura -inspiegabilmente- odio.

Siamo in sette miliardi abbondanti sul bel pianeta  ancor pieno d’acque, e saremo –secundo el parer de li studiosi– dieci o undici tra mezzo secolo. Un chilo di carne di manzo richiede decine di ettolitri d’acqua per essere prodotto, forse che (nonne più congiuntivo) non sarebbe meglio utilizzare meglio la qualità nutrizionale dei cibi, piuttosto che la standardizzazione? E’ chiaro che lo standard riduce i costi… ma a breve, ché nel medio-lungo farà danni intuibili anche all’inclito. Cioè a me e a te, caro lettor, che pensavi fossi scomparso dall’etere. E come vedi stavo solo riposando un po’.

Pare che il terrorismo sia una dimensione endemica della storia umana. Accanto ai fatti di cronaca, noti a tutti, emergono ricordi di varia natura, come la cattura in Portogallo di uno dei responsabili della strage di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974. Ovvero, di Norbert Feher, alias Igor il Russo, dopo nove mesi di latitanza e una scia di sei o sette morti, che viene catturato in Spagna. Serial killer criminale comune determinato freddo spietato e terrorista perché terrorizza?

La salma di Vittorio Emanuele III torna in Italia da Alessandria d’Egitto su un volo di Stato, è ragionevole o no? Non condivido perché il giudizio storico sul re-soldato non può non essere severo, non foss’altro, ed è moltissimo, che per la firma delle Leggi razziali del ’38 e per la vigliacca fuga a Brindisi dopo l’8 settembre ’43. Va bene che riposi a Vicoforte accanto ad Elena, ma sarebbe stato meglio fosse tornato con mezzi diversi e privati.

La salute è il bene primo della vita, lo sentiamo dir fin dall’infanzia e quando questa vacilla temiamo, barcolliamo, teniam paura e chiamiam la mamma. Scherzo, ma non troppo, caro viandante della rete che indugi sul mio scritto. E dunque abbiamo da tenerla da conto, se pur sappiamo che non tutto, anzi forse un po’ poco, dipende da le nostre voluntadi. Ma basta che queste sien poste verso la cura positiva del corpo e dell’anima nostra, con passion e umilitade, e anche con la disposizione d’animo della preghiera all’Onnipotente Iddio che tutto vede e sa e contempla dal suo sguardo sine limite ullo.

Ambiente: vedere un orso polare che si accascia morente di fame è scena quasi inguardabile. Che cosa stiamo facendo alla Terra? Ce la faremo a capire, o almeno a comprendere che noi stessi siamo gli autori del nostro proprio destino terracqueo, almeno (o di più, perfino) come per quanto riguarda la nostra salute individuale?

Un altro fatto da mettere qui, non perché sia bello, ma perché ha una sua densità politica: il neo costituito governo -si diceva un tempo- clerico-fascista (ma è una dizione forse ingenerosa per il giovanissimo cancelliere democristiano Kurz) intende concedere la cittadinanza austriaca ai cittadini italiani tedescofoni  dell’Alto Adige o Sud Tirolo, che dire si voglia. Mi sembra faccia il paio con altre tendenze, non patriottiche, ma nazionaliste e patriottarde, ultimamente apparse in Polonia e in Ungheria, come se gli ex satelliti dell’URSS volessero affrancarsi dal passato stalinista diventando razzisti e fascistoidi. Bruttino, anzi brutto. In Italia non mancano i mentori di questa tendenza che spero venga sconfitta.

Leggo dopo anni di nuovo un libro bellissimo, Narratori delle pianure, edito da Feltrinelli nel 1985, autore Gianni Celati, che insegna lingua e letteratura anglo-americana all’Università di Bologna e quella italiana in Inghilterra, se non sbaglio. Che cosa c’entra il libro con questo piccolo riepilogo sull’anno che se ne sta andando? C’entra perché racconta, narra di cose piccole che avvengono o sono avvenute lungo il corso del nostro gran fiume Po, che è grande per noi italiani, ma è ben piccolo se comparato ai grandi alvei dei fiumi asiatici, africani, americani. Io che ho visto il Paranà a Rosario d’Argentina e il Dniepr nell’omonima città ucraina, lo posso ben dire.

Celati narra storie piccine, ma non per questo insignificanti, cosicché mi ha suggerito l’idea di imitarlo, per zittire il frastuono talora orrendo della cronaca. Partire a primavera, dedicandovi una settimana, in treno, lungo l’asta del Po, magari un poco più su, dal Cavallino o da Chioggia in laguna, in treno, con uno di quei treni locali che si fermano ovunque c’è una stazione. Un poco senza mete precise. E scendere, che so, alla stazione per Porto Tolle, alla foce, e poi a Porto Garibaldi, evitando Ravenna. Risalire fino a Adria e pernottare, per arrivare il giorno dopo a Polesella. E poi Ostiglia e Mantova. Qui sì fare una sosta per l’Alberti e Andrea Mantegna. E poi Mirandola, Viadana e Casalmaggiore. Un po’ in treno e un po’ con il bus. Pernottare quando vien pomeriggio e si deve decidere. E cenare in trattoria, cercando quelle che hanno le tovaglie e quadrettoni rossi e il vino sfuso, rosso però, Sangiovese penso, stante la zona.

Per finire nella Bassa milanese, ma senza toccar la metropoli, ché sarò a caccia di silenzi e di discorsi fatti sottovoce nei vicoli e fuori delle osterie, sotto i portici antichi delle cittadine di pianura.

Un libro che raccomando al mio gentil lettore.

Per lasciar perdere le “cose grandi”, i grandi problemi del mondo, della società e della politica, non perché non mi interessino più, ma per respirare di nuovo aria pura, l’aria pulita delle cose semplici, quelle che mi hanno visto crescere al paese strano “delle acque”, a Rivignano. I cortili, i richiami attutiti dalla distanza, il parlato a volte urlato e talaltra quasi un bisbiglio, onomatopea della riservatezza dei semplici, come mia madre, che parlava forte solo perché abituata da ragazzina ai rumori della filanda di Palmanova, dove l’avevano impiegata a tredici anni, prima di andare a servizio a Torino, nella casa avita del colonnello Torquato Vanzi, da Poggibonsi, ufficiale di cavalleria del regio Esercito Italiano in pensione.

Dormire in qualche locanda lungo il Po, e svegliarsi senza fretta per prendere il prossimo treno o bus verso occidente, prima di tornare a oriente, dove sorge il sole, dove c’è il sapore della nascita e di tutta la mia vita.

Gerusalemme! Gerusalemme!

Caro lettore,

il titolo è quello di un libro di Collins e Lapierre, ma l’intendimento mio è quello di parlare di questa città, ora che Trump l’ha sbattuta sulle prime pagine di tutto il mondo, e la sua decisione sta già provocando feriti e morti, la sua decisione, come atto concreto, ma insieme con la Storia, la grande Storia di questa città, di questa parte di mondo che si chiama per noi Vicino Oriente e Storia del mondo. Ed è anche un pezzo della storia recente dei presidenti americani: basta cercare sul web le dichiarazioni di Bill Clinton, di George W. Bush e di Barack Obama in tema, tutti e tre decisissimi a proclamare Gerusalemme capitale di Israele!

Gerusalemme (in ebraico: יְרוּשָׁלַיִם‎, Yerushalayim, Yerushalaim e/o Yerushalaym; in arabo: القُدس‎, al-Quds, “la (città) santa”, sempre in arabo: أُورْشَلِيم‎, Ūrshalīm, in greco Ιεροσόλυμα, Ierosólyma, in latino Hierosolyma o Ierusalem, per antonomasia è definita “La Città Eterna“), capitale giudaica (del Regno di Giuda) tra il X e il VI secolo a. C., è la capitale contesa di Israele e città santa per l’Ebraismo, per il Cristianesimo e per l’Islam. E’ situata sull’altopiano che separa la costa orientale del Mar Mediterraneo dal Mar Morto, a est di Tel Aviv, a sud di Ramallah, a ovest di Gerico e a nord di Betlemme.

Il luogo è citato in testi antichissimi fin dal II millennio a. C., ma il primo dato storicamente plausibile è la sua occupazione da parte della tribù Amorrita dei Gebusei e la successiva più solida conquista da parte del re Davide attorno all’anno 1000 a. C. I più importanti momenti successivi per la città si possono riferire al regno di Salomone. Il gran re fece costruire il Tempio, segno e simbolo di Israele per mezzo millennio, fino alla sua distruzione perpetrata nel 587 da Nabucodonosor, che deportò in Babilonia i maggiorenti ebrei. Un’altra data fondamentale è il 538, quando il re dei Persiani Ciro il Grande (e fu grande veramente), con un Editto liberò gli Ebrei che tornarono in patria e riedificarono il tempio e le mura della loro capitale. Nel 331 Gerusalemme fu conquistata da Alessandro Magno, come tutte le città e i regni fino al fiume Indo, ma la conquista fu precaria, poiché passò di mano ad altre dinastie egizie e siriache come i Tolomei e i Seleucidi, fino alla guerra di liberazione che, nel II secolo portò al potere la dinastia degli Asmonei, mentori i bellicosi fratelli Maccabei.

Finché il generale e triumviro romano Gneo Pompeo la conquistò (63 a. C.). Il secolo successivo vede le vicende della nascita vita e morte di Gesù di Nazaret tra i regni dei due Erode, il primo detto il Grande, e il secondo detto Antipa. Tito, nel 70 e Adriano nel 132 d. C. soffocarono due tremende ribellioni popolari nel sangue, marcando il sigillo dell’Impero romano sulla Città, che fu distrutta di nuovo.

L’imperatore Costantino ridette vita cristiana alla città che resistette a vari tentativi di conquista, come quello di del re sasanide persiano Cosroe, poi sconfitto dall’imperatore bizantino Eraclio I, fino a quando arrivò l’Islam nel VII secolo, prima con i califfi Omayyadi di Damasco (638) e poi con gli Abbasidi di Bagdad. Nei tre secoli successivi si affacciarono altri conquistatori, come i Turchi Selgiuchidi di Malik Shah I. Furono infine i Fatimidi d’Egitto a impadronirsi di Gerusalemme, fino al 1099, quando la Prima Crociata li scacciò a un prezzo inenarrabile di sanguinose stragi.

Alterne vicende e varie crociate non impedirono la riconquista musulmana della città, soprattutto a partire dalle imprese di Salah-el-Din. Dal XVI, dal regno del sultano Solimano il Magnifico,  e fino al 1917 Gerusalemme fu sottoposta al dominio turco-ottomano della Sublime Porta di Costantinopoli. E siamo ai nostri giorni, al Protettorato britannico del generale Allenby (1917), alla proclamazione dell’internazionalizzazione di Gerusalemme, sotto il controllo dell’ONU per favorire la convivenza di cristiani, musulmani ed ebrei, con il Trattato sulla Partizione del territorio tra Israele e popolazione palestinese. Sappiamo comunque che ciò non bastò alla pacificazione dell’area. Tutt’altro.

Il resto è storia dell’ultimo mezzo secolo, dalla Guerra dei Sei Giorni (1967) alle “Intifade”, o giorni della collera, come quello in corso.

Eccoci al dunque, alla dimensione politica della decisione trumpiana.

Su questo vi sono posizioni diverse, variamente declinate. E’ evidente e più che ovvia la reazione forte del mondo arabo-musulmano, ma anche della “grande Turchia” di Erdogan e dell’Iran sciita. Più tiepida la reazione sunnita dei sauditi e dell’Egitto, perché le contraddizioni insite nel mondo musulmano dettano comportamenti e prese di posizioni a volte difficilmente comprensibili a noi occidentali. L’Europa ha reagito contrariata dalla decisione di Trump, soprattutto con l’attivissimo presidente francese Macron.

Se si dovesse dividere in due categorie le reazioni alla decisione del Presidente USA, si potrebbe dire che i politically correct non hanno condiviso, mentre gli altri, o sono rimasti in silenzio o hanno condiviso. Destra e sinistra si sono espresse -più o meno- come ci si può aspettare classicamente dai due schieramenti: a favore di Trump la destra, contro la sinistra. Papa Francesco ha invitato alla prudenza, saggiamente.

Ma la contraddizione in seno al popolo della sinistra sussiste: come la mettiamo con le dichiarazioni, oramai storiche, di Clinton e di Obama?

E con la Storia di cui sopra, come la mettiamo? Gerusalemme è la capitale di Davide, Goffredo di Buglione, di Saladino, di Solimano, di Allenby o di Ben Gurion e di Golda Meir? E’ la capitale di Arafat o di Rabin? Di Abu Mazen o di Netanyahu? Se dovessi esprimermi su questi due ultimi personaggi terrei per Abu Mazen, ma solo perché non sopporto Netanyahu. Ma così non funziona.

Non so quello che potrà succedere nei prossimi giorni, settimane, mesi, ma so che qualcosa doveva succedere di fronte allo stallo che caratterizza una trattativa trentennale. Che i due popoli, le due nazioni debbano convivere su un territorio così esiguo è fuori di dubbio e che ciò sia molto difficile altrettanto. Ma non c’è alternativa.

Come fare? Non esistono ricette e soluzioni facili, ma solo la ricerca paziente di un accordo che riconosca il diritto a Israele di esistere e prosperare, così come il diritto ad avere uno stato alla nazione palestinese, con i corollari fondamentali del territorio, della disponibilità di acqua, energia, di un’economia capace di creare lavoro e reddito diffuso. La miseria è sempre fomite di disastri, così come l’indisponibilità al dialogo, l’incapacità di ascolto, il razzismo.

Vedo che comunque ancora manca la pazienza della riflessione razionale, dell’argomentazione logica, lasciando così lo spazio all’ideologismo più vieto. La divisione non dovrebbe essere tra chi “tiene per” Trump e chi lo avversa, ma tra chi ragiona con l’intelletto disponibile e chi preferisce, spesso per pigrizia o per ignoranza, essere contro comunque, a prescindere, e a favore  di qualcosa d’altro, comunque, a prescindere.

Personalmente ritengo che la decisione americana su Gerusalemme sia stata sbagliata, soprattutto perché inquinata da esigenze di politica interna USA, e da intenti legati a battaglie politiche che poco hanno a che fare con i diritti dei popoli israeliano e palestinese, non perché errata in assoluto.

Gerusalemme è storicamente la capitale di Israele, ma, se alziamo lo sguardo oltre la contingenza, e anche oltre la Storia, è anche la capitale del popolo palestinese, e, di più ancora, è la capitale spirituale di tutto il mondo, al pari di Roma, di Atene, di Istanbul, di Benares, su questo piccolo meraviglioso Pianeta.

Cirint lis olmis di Diu, cercando le tracce di Dio

Cito pre’ Toni Bellina, sacerdote friulano, grande scrittore, uno dei maggiori del XX secolo nella lingua della nostra Piciule Patrie furlane, come scrive don Federico Grosso nella sua dissertazione dottorale, ostico e vilipeso, orgoglioso e umile. Nato a Venzone, esiliato nell’incantevole valle di Rivalpo e Trelli, tra i monti Sernio e Tersadia, dove le solitudini non sono mai senza una traccia di chi si può provare a cercare, e se lo si cerca significa che lo si è già trovato (Agostino).

Tornato in pianura fino alla sua dipartita (2007), non prima di aver completato la traduzione in friulano della Bibbia, lavoròn  quasi luterano iniziato dal suo maestro pre’ Checo Placereani, un ventennio prima.

Per anni tenne una rubrica sul settimanale diocesano dal titolo che ho ripetuto qui, e che ho ivi tradotto per i miei lettori non friulanofoni.

Cercando le tracce di Dio. Dove? Caro lettor mio, anche tu stai cercando le tracce di Dio? Io sì, anche quando sono nervoso come oggi, soprattutto quando impreco e divento insopportabile e ostico assai più di pre’ Toni, con cui ho condiviso un certo ascetismo, un esercizio della fatica e, in una certa misura, talora, anche del dolore.

Tracce di Dio nell’esistenza di ciascuno di noi si possono trovare, anche da chi non crede nell’ipotesi di questa Trascendenza ineffabile, di questo Essere Incondizionato, di questa Intelligenza suprema e soave, nascosta ed evidente (cf. Sapienza 13), infinita e particolare, creatrice del tutto e contenuta nel cuore di ogni uomo.

Un atto di fede il mio? O di speranza? La fede senza dubbio è fideismo, la fede con speranza è umile. A volte l’ipotesi di Dio sembra folle, quando la riflessione razionale che si basa sulla logica umana cerca mostrazioni implausibili, come attestano i generosi tentativi di Sant’Anselmo di Canterbury e di San Tommaso d’Aquino. Non  ce la può fare la mente e l’intelletto umani a penetrare il fitto mistero d’ombra inesauribile che vela e ri-vela (si noti l’ambiguità del verbo iterativo) la Presenza come presente-assenza.

E allora non ci resta che cercare le tracce, lis olmis, in friulano, le orme, le impronte, di questa (Presenza).

Leggiamo la prima parte del capitolo 13 del Libro biblico della Sapienza, versetti da 1 a 9, risalente al III o IV secolo a. C., più o meno, di autore ignoto, di scuola filosofica stoico-ellenistica, probabilmente.

1 Davvero stolti per natura tutti gli uomini/ che vivevano nell’ignoranza di Dio,/ e dai beni visibili non riconobbero colui che è,/ non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere.
2 Ma o il fuoco o il vento o l’aria sottile/ o la volta stellata o l’acqua impetuosa/ o i luminari del cielo/ considerarono come dèi, reggitori del mondo.
3 Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dèi,/ pensino quanto è superiore il loro Signore,/ perché li ha creati lo stesso autore della bellezza.
4 Se sono colpiti dalla loro potenza e attività,/ pensino da ciò/ quanto è più potente colui che li ha formati.
5 Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature/ per analogia si conosce l’autore.
6 Tuttavia per costoro leggero è il rimprovero,/ perché essi forse s’ingannano/ nella loro ricerca di Dio e nel volere trovarlo.
7 Occupandosi delle sue opere, compiono indagini,/ ma si lasciano sedurre dall’apparenza,/ perché le cose vedute sono tanto belle.
8 Neppure costoro però sono scusabili,
9 perché se tanto poterono sapere da scrutare l’universo,/ come mai non ne hanno trovato più presto il padrone?

Che possiamo dire? Che si tratta del vaneggiamento di un poeta sconosciuto?

Oppure di parole suggerite dallo Spirito che aleggia tra i rami degli alberi senza violenza e poi va dove vuole? Magari nei pensieri dello sconosciuto poeta palestinese, oppure tra i tuoi o i miei pensieri, caro lettore?

Io penso, ma forse è meglio dire, sento, che qualcosa che è Qualcuno è presente, sempre, in  noi, paziente, silenzioso, senza pretese, rispettoso della nostra libertà di esseri imperfetti e dolenti, nervosi e talora impazienti, feroci e di nuovo pacifici, ma sempre pronti ad aggredire e offendere.

Non dunque la prova ontologica del monaco benedettino diventato vescovo di Canterbury, né le prove metafisico-cosmologiche del Dottore angelico, ma l’atto di fede, il sentire profondo del cuore può forse metterci sulle tracce di Dio, anche se con il rischio di perdere il sentiero a ogni svolta, a ogni tornante, perché l’itinerario è in salita, o a ogni successivo contrafforte della montagna che si sta scalando.

Non abbiamo che da cercare le tracce, come i pellerossa delle grandi pianure dell’Ovest americano, che inseguivano le mandrie dei bisonti, e ne uccidevano solo quanti bastavano alla tribù per passare l’inverno, non di più, senza la cupidigia tipica dei “civilizzatori” venuti dall’Est, a volte armati di pistole, fucili e Bibbie.

Il Grande Spirito li aiutava, ed era Spirito e parlava attraverso gli antenati saggi con gli “uomini della medicina” della tribù, rispettato in quanto Grande e in quanto Spirito. E chi è questo Grande Spirito, e chi è il Brahman, e chi è il Tao, e chi è Dio-Yahwe-Allah? Chi?

Cercando le orme di Dio, indugio questa sera, in silenzio.

Il misticismo religioso cristiano e islamico nella storia e oggi

L’attentato jihadista alla moschea sufi di al-Rawdah, a Bir al-Abed, nel governatorato del Nord Sinai, mi suggerisce di trattare brevemente questo meraviglioso tema.

Il misticismo è un modo di porsi del sentimento religioso e filosofico che ricerca l’unione intima col divino, mediante l’ascesi e la meditazione interiore. Si tratta di una disposizione dell’anima tesa a una specie di dedizione totale, a una religiosità profonda e sincera.

Il termine trae origine dal verbo greco mùo, ein, cioè nascondere per far intravedere, quasi, da cui mystikòs.

E’ presente in tutte le tradizioni, in quelle orientali come l’induismo e il buddismo, che qui non tratterò, e anche, fortemente in quelle mediterranee, semitiche, o del libro, nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islam.

Mi fermerei essenzialmente su queste due ultime tradizioni, a partire da quella cristiana.

 

NEL CRISTIANESIMO

Il misticismo cristiano, e questo lo si ignora molto, in verità, oggi molti preferendo le mode orientaleggianti magari mutuate dalla New Age, si è sviluppato nel tempo fin dai primordi della tradizione evangelica, con i Padri del deserto presenti nel delta del Nilo come anacoreti, e con le prime esperienze cenobitiche di Basilio il Grande, peraltro autore della prima regola monastica. Si è trattato di pratiche di vita e di preghiera di tipo ascetico che hanno influenzato e sono state influenzate a loro volta dalla teologia della chiesa nascente e poi, più precisamente dalle due tradizioni che si sono sviluppate anche separatamente, quella occidentale cattolica, e quella orientale ortodossa, almeno dai tempi del patriarca Fozio, IX secolo. Figure gigantesche, come quelle di Origene e di Agostino hanno a  che fare con queste tradizioni, così come in personaggi meno noti ai più, come Evagrio Pontico, Giovanni Climaco e Giovanni Cassiano.

Con questi personaggi il misticismo si collega alla teologia, ma con una metodologia che sposa, alla lettura e alla preghiera, un forte spirito e pratiche ascetiche, cioè esercizi di semplicità e di povertà materiale, quasi a contrasto di una ricchezza spirituale inusitata.

Più avanti nel tempo, prima per il tramite del composito movimento benedettino fin dal VI secolo, non vi è dubbio che la teologia ebbe a che fare molto con il misticismo, per dire, anche con il maggiore dei teologi medievali, quel Tommaso d’Aquino che è nella linea della mia formazione come nessun altro. Dimenticanza di sé, sobrietà di costumi, meditazione profonda e contemplazione sono gli elementi esistenziali dell’approccio mistico al sentimento religioso, e conoscono un acme straordinario nei secoli che vanno dal XII al XVI, con lo sviluppo, specialmente nel mondo benedettino di straordinarie esperienze. Nomi come quelli che seguono, san Francesco e santa Caterina da Siena per la tradizione italiana, Johannes Meister Eckhart, Heinrich Suso, Johannes Tauler, e badesse come Beatrice di Nazareth, Beatrice van Tienen, Hadewich e Ildegarda di Bingen, per la cultura religiosa germanica, ovvero per quella ispanica, Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, costituiscono esempi straordinari di pratiche mistiche, che vanno dalla contemplazione estatica della Scrittura, con la Lectio Divina, prodromo inesauribile di ogni Sacra Doctrina, alle visioni, anch’esse di tipo estatico (che è uno stare-fuori-di-sé, dal greco èk-stasis).

In tempi più vicini a noi troviamo altre figure che qui preferisco non richiamare, perché di profilo di gran lunga inferiore a quelle sopra citate, come se il misticismo si fosse un poco perduto, con la modernità, eccezion fatta forse per un… filosofo, il danese Søren Kierkegaard. Si può forse citare papa Giovanni Paolo Secondo, con la sua attenzione per la conterranea, la beata suor Faustina Kowalska e per il padre Pio da Pietrelcina, proclamato santo.

 

NELL’ISLAM

Nell’islam il sufismo o tasāwwuf  (in arabo: تصوّف‎, taṣawwuf, cioè lana) è la forma di ricerca caratteristica della cultura islamica. I sufi almeno la pensano così, come le pacifiche persone della moschea del massacro. Anche dal punto di vista filosofico il sufismo si pone con nettezza come una linea di pensiero e di meditazione sull’esistenza umana che non ha nulla a che fare con il letteralismo della linea wahabita, propugnata, speriamo solo finora da grandi plessi politico-religiosi come quello saudita (auguriamoci che il prossimo re Salman muova le acque stagnanti e promuova un illuminismo musulmano, perché anche l’occidente cristiano necessitò di un illuminismo laico, benedetti siano in eterno Montesquieu, D’Alembert, Voltaire e Kant, e perfino de Lamettrie!), e puntello ideologico oggettivo dei sanguinosi terrorismi in azione da qualche anno. Pare addirittura che la linea sufi preceda lo stesso sviluppo della religione islamica come filosofia dell’esistenza (un esistenzialismo filosofico, ovvero che essa derivi sì (cf. Titus Burckhardt) dalla tradizione del Profeta Mohamed, ma ne sia stata una versione poi storicamente minoritaria, poiché, in ogni caso, il sufismo si appoggia sempre alla simbologia coranica, anche nella sua ricerca esoterica e, appunto, mistica.

Vi sono anche ipotesi di studio che collegano il sufismo islamico ad altre tradizioni e modalità religiose, precedenti e parallele, come lo zoroastrismo e il mazdeismo presenti nel Vicino Oriente quasi come intermezzo con il grande plesso religioso hindu-buddistico. Infatti, la tradizione sufi sostiene che il movimento nacque comunque da fedeli musulmani e compagni del Profeta (detti ahl al-ṣuffa, cioè “quelli della panca”) che si riunivano per recitare il dhikr a Medina.

Tutti gli ordini sufi ricollegano molti dei propri precetti agli insegnamenti di Maometto così come tramandati da ′Alī b. Tālib, suo cugino e genero, tranne i Nakhsbandi che si ispirano ad Abū Bakr. Tuttavia i musulmani Aleviti e Bektashi (e alcuni Sciiti) affermano che ogni ordine sufi deriva dal lignaggio spirituale (silsila) dei dodici imam, le guide spirituali islamiche previste nel ′ahadith dei dodici successori, ed erano tutti discendenti di Maometto tramite Fātima e ʿAlī. Perciò ʿAlī viene considerato il “padre del sufismo”.

In ogni caso il sufismo è un movimento trasversale ed esiste un sufismo sunnita, uno sciita ed uno ibadita, come esistono sunniti, sciiti ed ibaditi che si riferiscono solo alla moschea e non anche ad un maestro sufi.” (dal web)

 

GLI ELEMENTI COMUNI E ANCHE IN QUALCHE MODO UNIFICANTI DEL MISTICISMO

Non vi è dubbio alcuno che il misticismo, comunque declinato, e specialmente nelle due grandi tradizioni religiose cristiana e musulmana, hanno elementi fondamentali in comune, al di là dei testi ispiratori, Primo o Antico e Nuovo Testamento (Il Vangelo, le Lettere apostoliche e l’Apocalisse), cioè la Bibbia in senso esteso per i cristiani, il Corano per i musulmani, che sono in ogni caso collegati storicamente e letterariamente, pur permanendovi enormi differenze narratologiche e teologiche.

Se è impossibile mettere in sinossi le Scritture ebraico-cristiane e quelle islamiche, come possiamo fare per i vangeli secondo Matteo, Marco e Luca, detti sinottici, escludendovi quello secondo Giovanni e quelli definiti apocrifi o gnostici, è invece possibile e ragionevole comparare le tradizioni mistiche, perché queste hanno in comune non poco nel rapporto con il divino.

Sia nella tradizione cristiana, sia in quella musulmana il punto focale è l’abbandono (che è anche il significato etimologico del lemma islam!) al divino come riconoscimento della trascendenza e della potenza creatrice cui ogni preghiera è dovuta, ogni pensiero va elevato, ogni sentimento dedicato.

Pertanto, l’abbandono estatico, orante, lega misteriosamente, ecco l’elemento mistico,  l’umano al divino, al di fuori e al di là di ogni sillogismo logico e argomentativo tipico del flusso intellettuale umano, eleva lo spirito umano al sopra delle contingenze e degli affanni quotidiani, illumina la via della vita togliendo orpelli, ostacoli e scandali dal sentiero che si percorre ognuno di noi, e infine allena la mente e il cuore, cioè la persona, ad accettare la vita così com’è, senza pretendere di viverne un’altra, magari più funzionale e, come si dice oggi con orribile termine, vincente. Qui, in questo mondo e in questa vita non si deve vincere un bel niente, perché la vita stessa è sempre una vittoria e basta.

Perciò l’attentato alla moschea sufi di al-Rawdah è un attentato anche contro di noi, perché è contro l’umano integrale che popola questo piccolo meraviglioso pianeta che non abbiamo ancora imparato a rispettare. I bambini, le donne, i vecchi, gli uomini uccisi laggiù sono nostro fratelli di sangue e di destino. Pregare per loro e per le loro famiglie è lo stesso che pregare per noi, non dimenticando le anime disgraziate degli assassini e dei politici e dei religiosi che non riescono o non vogliono intervenire per togliere alla base le folli ragioni del terrorismo, con la cultura, con l’economia, con la giustizia.

La pace è figlia della cultura e della giustizia, non dimentichiamolo.

Consigli buoni in una lettera sapienziale del mio maestro

LETTERA DI TOMMASO D’AQUINO A UNO STUDENTE

 

Carissimo, giacché mi hai chiesto in che modo tu debba applicarti allo studio, per acquistare il tesoro della scienza, ecco in proposito il mio consiglio:

non voler entrare subito in mare, ma arrivaci attraverso i ruscelli, perché è dalle cose più facili che bisogna pervenire alle più difficili. Questo è dunque l’avviso mio, che ti servirà di regola.

Voglio che tu eviti i discorsi inutili;/ abbi purezza di coscienza;/ non trascurare la preghiera;/ ama il raccoglimento;/ sii cordiale con tutti;/ non essere curioso dei fatti altrui;/ non avere eccessiva familiarità con alcuno, perché essa genera disprezzo e dà occasione di trascurare lo studio;/ non divagare su tutto;/ cerca di imitare gli esempi delle persone rette;/ non guardare chi è colui che parla, ma tieni a mente tutto ciò che di buono egli dice;/ procura di comprendere ciò che leggi e ascolti;/ certificati delle cose dubbie e studiati di riporre nello scrigno della memoria tutto ciò che ti sarà possibile;/ non cercare, infine, cose superiori alla tua capacità.

Seguendo queste norme, metterai fronde e produrrai utili frutti dove il Signore ti ha destinato a vivere.

Mettendo in pratica questi insegnamenti, potrai raggiungere la mèta alla quale tu aspiri.

Addio.

 

O Signore, dammi acutezza nell’intendere, capacità nel ritenere, ordine e facilità nell’apprendere, sottigliezza nell’interpretare e nel parlare.

(Tommaso d’Aquino)

 

Il mio buon maestro era anche un ottimo pedagogo, e un sereno docente, scevro da intendimenti top-down, capace di ascolto, attento al bene vero, come si evince dal suo capolavoro teologico, la Summa Theologiae. Basti una lettura tranquilla delle Quaestiones 1 e 2, artt. 1-8, I II, denominate Il fine ultimo dell’uomo, dove Tommaso propone con semplicità, appoggiandosi a volte a sant’Agostino e a volte ad Aristotele, una visione della vita e dei suoi valori molto bella, e anche attuale.

Per il mite monaco domenicano non serve la iattanza superba dei successi mondani, del denaro, del piacere fine a se stesso, o del potere, vera libido di tutti i tempi, ma più semplicemente basta tenere conto del fine che ogni uomo, ogni essere relazionale ha, quello di agire secondo i princìpi dell’umano, che corrispondono alla stessa lex divina, perché altro non possono essere. Dio stesso è immagine e causa esemplare di una umanità vera, come narra con grande chiarezza il libro della Genesi (1, 27).

Tommaso studia l’uomo basandosi su un’antropologia realista, che muove da una visione razionalmente unitaria dell’essere viventepensante, autoconsapevole, in qualche modo depositario di un libero arbitrio più forte di qualsiasi condizionamento esterno o circostanziale. Il tema, per un moralista realista come il santo d’Aquino, è decisivo, e su questo basa anche la sua dottrina sul peccato, sui vizi e sulle virtù. Tommaso riconosce umilmente di essere debitore dei grandi Padri della chiesa nascente, soprattutto di Agostino, cui lo lega una straordinaria devozione, che però non gli impedisce di dissentire quando il grande padre africano indulge forse troppo in visioni di tipo emotivo-volontaristico, senz’altro più vicine alla nostra sensibilità di quanto non lo siano le idee tommasiane, ma talora quasi prodromo di analisi psicologiche che si svilupparono solo negli ultimi due secoli! Agostino è più moderno di Tommaso, tant’è che mi è capitato di proporre la sua immensa figura come santo protettore degli psicologi ad amici psicologi, suscitando un certo loro interesse. Un altro gran personaggio dei primi secoli assai caro all’aquinate è Severino Boezio con il suo De consolatione philosophiae, e un altro è il vescovo Ambrogio di Milano, e anche papa Gregorio Magno, benedettino, autore del meraviglioso testo Moralia in Job.

Tommaso a un certo punto, conversando con questi grandi, ha bisogno del supporto di quello che lui chiama il “filosofo”, cioè Aristotele, l’unico capace di offrirgli la strumentazione logico-metafisica adatta a riflettere sulla valenza razionale degli atti umani liberi. Ma il suo razionalismo non ha nulla della freddezza e dell’antropocentrismo cartesiani, poiché si dipana attento anche alla fondamentale dimensione delle passioni, che modernamente chiamiamo emozioni, con la classica tassonomia bipartita di cinque contrari e una solitaria, l’ira, di cui abbiamo trattato pochi giorni fa in un post precedente.

In sostanza Tommaso d’Aquino ci propone un pensiero equilibrato e forte, fiducioso, in definitiva, nella capacità umana di riflettere usando l’argomentazione logica e la coscienza riflessa, senza omettere di dar valore ai sentimenti e alle emozioni/ passioni, cui comunque non risparmia un’analisi critica e profondamente consapevole.

In altre parole, questo straordinario maestro di umanità ci invita a guardare a tutto tondo l’essere umano, e per questo ci ha regalato un testo sistematico forse insuperabile, la Somma Teologica, che è anche filosofica e antropologica. Per san Tommaso parlare di Dio è parlare dell’uomo, creatura figlia di un Creatore-Padre, non mai tiranno irrispettoso e volubile come le divinità olimpiche capricciose e imprevedibili. Il Dio di Tommaso è prevedibile perché è sinonimo di Amore, anzi, dell’Amore, di Eros e di Agape, dove la caritas è tutt’uno con la dimensione affettiva e anche erotica.

E su questo caro lettor mio, fammi citare senza superbia il mio testo in tema che trovi qui a lato.

Mattutino

I monaci basiliani (San Basilio di Cesarea è l’autore della prima regola monastica della grande chiesa del IV secolo) utilizzavano lo schema qui a latere per la preghiera quotidiana, e il modello benedettino ne tenne conto, specie nelle clausure. Ogni tratto della notte e della giornata era buono per elevare al Signore la preghiera del cuore che iniziava spesso, soprattutto nella chiesa d’Oriente, con una bellissima giaculatoria cioè, da sua etimologia, un “dardo” (lat. iaculum) lanciato verso Dio: “Signore, Figlio di Dio Padre onnipotente, abbi pietà di me peccatore“.

Era non solo l’umile rivolgersi all’Incondizionato, ma anche  il riconoscimento del limite oggettivo e soggettivo dell’essere umano, della sua finitezza, della sua miseria, al contrario della iattanza che contraddistingue molto del pensare, del dire e dell’agire odierno sul web, sulla carta patinata dei magazine, in tv. Oggi sembra che l’uomo si sia fatto quasi omnipotente, vantandosi senza un minimo di umiltà della sua scienza, della sua tecnologia, della sua capacità di modificare il pianeta Terra e se stesso. Bene, benissimo i progressi della medicina, della biologia, della fisica, ma non tutto ciò che consentono di fare, è lecito fare, poiché vi sono dei limiti etici a parer mio insuperabili. Straordinario è il lavoro che è stato fatto sulla genetica animale e umana, e il poter usare le cellule staminali per guarire patologie gravi, ma non il loro utilizzo per modificare, ad esempio, il genere di un nascituro. Ottima cosa usare le risorse presenti sulla terra per migliorare la vita delle persone, ma non abusarne fino a danneggiare in modo speriamo non irreparabile l’ambiente stesso, che è come l’utero di una madre per il feto. L’ambiente e gli altri animali non vanno mitizzati, ma rispettati per il loro ruolo nell’equilibrio più generale. E qui mi rivolgo specialmente ai più accesi animalisti e vegani: cercate di vedere le cose a partire dall’umana autocoscienza, e non dal mero vivente, perché -per coerenza- dovremmo morire di fame, in quanto anche l’insalata geme e soffre quando viene raccolta. Non lasciare un cane in autostrada è bene, trattarlo come fosse un bambino è male.

E infine, l’uomo d’oggi non deve mai dimenticare di essere spesso solo un nano sulle spalle dei giganti del pensiero e della ricerca precedenti, da Platone e Aristotele a Cartesio e Galileo, Darwin, Einstein, Curie, Freud, Dirac etc., che hanno via via elaborato e corretto, sia pure in parte, il pensiero dei predecessori.

Al mattino vengono a volte questi pensieri, prima di andare al lavoro, o avendolo già iniziato “in remoto” via e-mail o watts app, tra le sei e le sette quando il silenzio ancora avvolge casa e le vie adiacenti, verso la grande campagna, che trascolora nell’autunno. Un bel merlo maschio è venuto a trovarmi mentre scrivo sul terrazzino verso il giardino interno, e osservo l’ulivo sempreverde che sbarbaglia i raggi del primo sole.

E poi vien l’ora della partenza per una delle aziende che seguo, quella che mi dà più “pensieri”, ma anche soddisfazioni, in questo periodo, il “fabbricone” di pizze della pedemontana, dove le persone (con l’aiuto del Padreterno) hanno fatto un miracolo, dieci giorni fa, cioè di farla ripartire due giorni dopo un devastante incendio.  Miracoli che può fare l’intelligenza, la dedizione, il cuore delle persone umane, dai proprietari a ogni dipendente, dirigente, quadro, impiegato o operaio che sia.

L’uomo può se vuole scavalcare montagne, esplorare territori sconosciuti, definire nuovi limiti a se stesso e alla forme organizzate, perché ha in dotazione una mente plastica e adatta ad affrontare le emergenze, anche quando sono tremende. Sono orgoglioso di fare parte anche di questo gruppo, dopo aver affrontato in anni precedenti gravi emergenze occupazionali, sempre risolte senza danni per le imprese e per i lavoratori.

E questo basta e avanza per darmi forza senso al mio agire, fin da questi pensieri mattutini, tra l’ulivo, un merlo maschio e il lavoro da fare.

Buona giornata a te caro lettore.

Il paese delle mele

Echeggiando quasi il titolo di un vecchio film, che vedeva protagonista la allora giovanissima Sophie Marceau, iersera mi sono trovato a ricordare una amica scomparsa, anziana e intelligentissima, un’insegnante, una “maestra” vera di vita e di studio, nell’accezione più alta e aristotelica del termine, Marcella da Pantianicco, il “paese delle mele”. Il tempo delle mele è quello della gioventù, della scoperta, dei primi palpiti del sentimento amoroso, ma il paese delle mele è un locus animae, in mezzo alla campagna silenziosa delle Terre di Mezzo. Ne ho parlato così, a un pubblico attento, partecipe del ricordo e della memoria vera di una grande donna del Friuli.

Come vedete, se pure arrivato in ritardo per qualche mio limite attuale,  ho aderito molto volentieri a questa iniziativa che ricorda la carissima amica Marcella Cisilino, cui mi ha invitato Marisa Loszsach.

Ho conosciuto Marcella non molti anni fa, forse una quindicina, in occasione di un incontro culturale, e da quel momento si è creata una corrente empatica… e di un comune sentire su molte cose, che mi piace chiamare consentaneità, parola molto cara a un papa ingiustamente un poco dimenticato, Paolo VI.

Prima di tutto, quindi, come sempre accade nelle relazioni, vale la qualità della relazione stessa, non la frequenza e la quantità.

In seguito vi sono stati diversi incontri e dibattiti che ci ha visti compresenti, come quelli del Club Unesco di Udine, cara professoressa Capria D’Aronco…

E incontri a due, cui Marcella mi invitava per un aperitivo condito di argomenti sempre nuovi, in un tempo di banalizzazioni e di stereotipie mediatiche abbastanza infame.

Se dovessi dire tre termini che possono sintetizzare, a mio parere, il modo d’essere di Marcella, direi: curiosità inesauribile, onestà intellettuale, originalità nella ricerca, sui campi che la interessavano, ad esempio la musicologia, oltre alla saggistica, alla didattica e all’educazione dei ragazzi.

La curiosità si manifestava nella sua capacità di ascolto, oggi merce molto rara, e di interloquire con garbo sulle varie questioni, mai indulgendo alla vieta tuttologia oggi tanto di moda in tv, sul web e nelle occasioni socio-politiche della scena mediatica. Marcella avrebbe scosso la testa desolata ad ascoltare un Di Maio, cucciolo aspirante politico, e ora candidato a guidare il governo dal suo partito!, inventato ieri da un comico, confondere capitali di nazioni, date storiche e dire altre poco memorabili facezie, o il buonismo di certe cariche istituzionali (la terza magari, senza fare nomi?) che pretendono di farci allievi dei migranti come stile di vita… mentre mio padre emigrante per lavoro in Germania diventò un po’ tedesco, per modo di dire, ma restando friulano nel profondo, così come il senegalese deve rispettare le leggi italiane “diventando un po’ italiano”, ma restando senegalese nel profondo, finché il tempo delle generazioni future avrà fatto il suo corso.

Questa è la natura delle cose in un’antropologia sana.

O, aggiungo questa ultima, sempre immaginando Marcella in ascolto dell’avvocatessa campana che dice “i migranti forse non sanno che non devono stuprare (con un sottinteso pensiero di antropologia culturale che ammette lo stupro in quanto costume locale introiettato e piega un’etica elementare di rispetto della vita umana e della sua integrità, in nome di mere consuetudini arcaiche e tribali)”. Sarebbe come se noi friulani chiudessimo un occhio sulla quantità inenarrabile di incesti avvenuti fino a pochi decenni fa anche in nostre plaghe, forse discoste dai centri principali, ma sempre “nostre”.

L’onestà intellettuale di Marcella si manifestava nel suo radicale rifiuto di parlare di cose che non conosceva o di interloquire con chi le conosceva premettendo sempre un “forse”, oppure “non potrebbe essere che…”, o ancora “scusa se mi permetto, ma a me pare che…”, con un garbo gentile e nello stesso tempo naturalmente autorevole. La sua credibilità infatti si fondava su una fondamentale umiltà, che però non scivolava mai nella vieta falsa modestia, malattia morale molto diffusa in giro. Un esempio: so di persone abbastanza in vista a livello pubblico, che si sono scritte addosso un’autobiografia, dicono loro… spinti a farlo da amici che “dai scrivi qualcosa di te che hai fatto tante cose nella vita, dai…”, e ho in mente laici, e anche chierici, senza che ciò mi meravigli più di tanto. Infatti non penso che un sacramento in più dia la virtù, ma la penso come Aristotele e Tommaso d’Aquino, cioè che la virtù si nutre di comportamenti buoni, sani e costanti nel tempo, con l’aiuto di Dio, se si crede. La virtù è un “abito morale”, un costume buono consolidato nell’intelletto e nella volontà.

L’onestà nella ricerca di Marcella è misurabile nei suoi scritti. Io ho avuto da lei in dono, ad esempio, una originalissima e completa, anche se sintetica, Storia della notazione musicale, in cui lei spiega con poche essenziali didascalie e molti schemi la nascita della notazione musicale e del ben conosciuto pentagramma, nel plesso mediterraneo a partire dai modelli dei Greci. I Greci poetavano cantando e accompagnandosi con strumenti a corda, sia nella lirica sia nella tragedia con l’uso del coro. L’agile volumetto tratta poi dello sviluppo della notazione nella musica sacra, a partire dal Canto gregoriano (VI secolo d.C.) e dall’arte trobadorica italo-francese. Se si può dire un nome di quei tempi facciamo quello del probabile inventore del sonetto, Guido d’Arezzo.

Essendo poi io da un dodicennio il curatore dell’Agenda Friulana dell’editore Chiandetti, abbiamo ospitato almeno un paio di volte Marcella con suoi saggi di musicologia dedicati a stili e argomenti più vicini alla modernità.

E, da ultimo, permettetemi di dire una cosa: una decina di anni fa Marcella mi avvisò che si stava organizzando il Premio nazionale di poesia dedicato a Gioia Turoldo Malnis, nipote del padre David Maria. Lo vinsi con un sonetto che vi leggerò, dedicandolo qui ora a lei, che certamente ci ascolta da qualche “dove” Dio vuole.

Il titolo è: Mi sono familiari i lupi scuri

 

(lo trovate da qualche parte in questo sito, più indietro)

Il sole nella pioggia

A volte accade, anche stamane, dopo la bufera. Il verde agostano delle foglie fa intravedere scaglie d’azzurro intervallate da nubi leggere. Dopo la bufera. Come nella mia anima. La prima notte di quiete si affaccia sul mondo come un mirum. Se desidero musica nella casa solitaria vuol dire che qualcosa mi illumina l’anima.

Ho la mia grande casa a disposizione. I rumori li produco solo io e la mia musica. Poi uscirò e starò bene incontrando qualcuno. Anche la piscina mi aspetta e il riposo. Una lezione nel pomeriggio al volenteroso ragazzo, che andrà avanti nel suo liceo. Metodo e razionalità.

Ascolto le antiche Orme, Gaber, Los Marcello Ferial e van De Sfroos, allietando le prime ore del sabato. Il nostro tempo è sempre il sabato, cioè il tempo dell’attesa senza ansia, sapendo che l’incontro con il dolore è esperienza e ascesi, cioè esercizio fisico e mentale, come ben sapevano gli antichi sapienti. Imparo ogni giorno il cambiamento come il disvelarsi di un incantesimo, o incantamento.

Il tempo si dipana veramente come kairòs, come tempo del cuore, mentre la cronologia sfuma nei giorni passati, svanendo. Sant’Agostino, i volti nel mio tempo, Johnny Cash, Woody Guthrie, Robert Johnson e Jimi Hendrix mi fan visita sorridendo stamane, con i soliloqui, il blues padano e quello americano.

E oggi è come nel titolo della canzone di Alice, la carissima Carla Bissi, con cui condivisi una pizza a Udine tant’anni fa, Il sole nella pioggia.

Ogni parola che proferisco, ogni parola che scrivo è insufficiente a dire la gioia di un risveglio buono, fresco come all’inizio, come all’alba del mondo. E penso alle persone che mi vogliono bene, a quelle che si fanno vive oppure condividono i miei silenzi. E gioisco.

L’andirivieni delle cose e dei pensieri rotolano nel fiume infinito dell’essere, e divengono-come-altro mantenendosi dentro l’alveo della vita nostra.

Il fiume dell’essere mi ricorda l’immenso Dniepr a Dnieprpetrovsk, che scavalcai qualche anno fa, meravigliandomi della sua potenza, o l’ancor più imponente Rio Paranà a Rosario d’Argentina, una ventina d’anni fa. Tanto ampio da non vedere l’altra sponda. La nostra vita è navigazione in mare aperto, oltre Gebel el Tarik, nell’Oceano, nel Mare-Oceano sfidato da Verrazzano e da Colombo, da Vasco de Gama e da Fernando de Magalaes, ogni giorno, non solo per un anno o per pochi anni.

E così si attende, si spera, ci si illumina e rattrista, per poi riprendere colore, come fa il sole che spunta tra le nuvole piene di pioggia, inopinatamente, quando si ferma il turbine del vento, e tutto si placa, quando si apre il cuore.

Comunque andando

Se la meta è il viaggio, l’itineranza, la meta del viaggio è solo un luogo da cui ripartire per dove, per ogni dove, come questa mattina, estiva dal denso clima, con pensieri diversi e distinti. Pensieri del mare e di terra, pensieri di lontananza e presenza, com-presenti nella mente e nel cuore. Necessità delle vite che permangono, così come le ore e i giorni che transitano attraverso me e attraverso ognuno che vive. Spinoza comprende la necessità delle cose, volendo mostrare che le scelte son quasi geometriche (Ethica more geometrico demonstrata), ma non son tanto convinto, perché resta spazio per l’arbitrio liberante di ognuno. Non insisterò mai abbastanza sul rispetto del libero arbitrio di ogni persona, che porta conseguenze necessarie, pur agendo nella contingenza. E’ solo dal-punto-di-vista-di-Dio, sub specie aeternitatis, che tutto-è-necessario, non dal nostro.

Tra poco la birota rossa mi porterà relativamente lontano nella mattina ancora non torrida di questa estate strana, e sarò di nuovo, trovatore inesistente nell’itineranza, nella perduranza, nella tardanza di eventi futuri. Oddio. La forza non manca né la volontà di procedere, di provvedere, di attendere, di essere presenti alle cose che accadono di per sé e per me, nel dipanarsi delle mattine e dei giorni. Ce l’ho solo, un poco, con chi non comprende la complessità, tutto semplificando in un abc di azioni e reazioni superficiali e a volte insensate, pensieri e atti presenti in ogni ambiente e circostanza. Ma oltre c’è il tempo della verità, che non può non vincere, così come vince la vita, sempre, dalle spore ai batteri alla balenottera azzurra, alla grande sequoia, all’uomo.

La strada assolata mi ha stremato, la salita della collina un limite odierno delle mie forze. Un’anima pura nel corpo stanchissimo. Ascolto la musica, parole di Giovanni della Croce, mezzosoprano Giuni Russo, che non c’è più. Il Carmelo di Echt, la storia di Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce, dove sarà ora? Bea è con me, qui. Pace e silenzio e solitudine e le cose del mondo. Insondabili pensieri.

Una giornata calda, vera e dura, con pezzi di lavoro e pezzi di vita pieni di sudore e lacrime, ma è così che vanno le cose al mondo, quando il dialogo non vince, quando i media prevalgono sull’incontro, quando il fraintendimento è quasi regola, quando la pietas latita e l’apertura della mente non c’è, quando il vento è fermo e solo qualche timida brezza si insinua nella sera.

Resta la virtù di speranza, alla fine, dopo che la conoscenza e l’etica si sono stancate di operare, oramai, anche loro stremate. La speranza, come scriveva il grande solitario di Koenigsberg “che cosa posso sperare?”

E io spero molto, anche perché l’amico Claudio, un medico, tornando da un viaggio condiviso nella Mitteleuropa, sorridendo diceva, rivolgendosi a me “Ma tu che non finisci di sorprenderci sulle innumerevoli cose che sai, hai fatto un patto col diavolo, o sei tu stesso il diavolo?”, suscitando il sorriso degli astanti in viaggio, e io: “No, io sono solo il figlio maggiore, quello rimasto vivo, di Pietro, e non è poco“.

Libera nos a malo, Domine Jesu Christe. Libera, libera, libera tutti…

…andando, gentili viandanti incontro

…dopo che Michele è andato a pedalare in cielo, in bici ti passano  a un metro  mezzo, gentili

di sabato pomeriggio sono lungo la rosta di destra del Tiliaventum verso Portus Tisanae

la morte e il dolore producono civiltà, pare, ma non ovunque, qui sembra di sì, chissà per quanto, e quindi saluto e son grato ai guidatori che mi lasciano scorrere sul ciglio della strada perigliosa nel tempo dell’estate, auscultando il cuore e polmoni, lungo il gran fiume furlano

io salvo nel flusso della statale, ecco che mi sovviene Canzone per un’amica dei Nomadi, con le trombe che cantano la vita giovane andata via, testo del maestro Guccini, “…quando la vita è fuggita… sull’autostrada cercavi la vita… voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi, voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi“, voce amica eternamente di Augusto Daolio, che Dio l’abbia in gloria

mi dice Bea che ha visto civiltà e amor al gay pride di Udine, la ascolto, lei mi dice che sarei stato un po’ confuso, ma mi sarebbe piaciuto, mi fido della bimba mia oramai fattasi donna

ogni giorno che passa è rapido e quasi non lascia respiro, il sole svanisce se pensi al domani, un figlio dei fiori non pensa al domani

ogni alito di vento ogni brezza ti lascia presagire un dio, o forse Dio, che ti assomiglia, o il contrario, e ti accompagna nella veglia e nel sonno

arrivi al tuo limite nel lavoro del giorno, quando ti sembra di non farcela a sopportare l’incomprensione, la distanza, il muso duro dell’altro, la riunione lo sconcerto, ognuno sulle sue, e manderesti tutto in malora

ma poi ci dormi sopra e tutto riparte, hai ancora tempo per sentire scampanii, odore d’erba tagliata e fioriture di tigli, e speranze

tutto si tiene, tutto nel tempo si ricompone, come sapeva il gran Benedetto Spinoza, anche se non tutto è giusto, ma si aggiusta nell’incastro della necessità, come pensa il mio amico Cesare, ristretto tra mura arcigne

e le cose più difficili accadono o supposte tali, ma erano già scritte e previste nel gran libro del destino

e oggi ch’è domenica verso la Laguna di Marano, foce del fiume verde cupo, dello Stella, che confina con l’Isola detta d’Oro e con il mare

lacerti di Roma, di patriarchi austeri e di Venezia con calma e ritmo nella piena estate, nelle brezze inattese e nei silenzi,

rondini razzenti attorno ai campanili e l’odore dei tigli, io ricordo il limitare di gioventù quando guardavo

i cieli alti di questa landa di confine, che mi accompagnano ancora, e vivo e so e faccio e spero, così come Kant per la vecchia Koenigsberg, assorto

in cerca della verità

find the way to my heart

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