Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Stamane un bambino mi sorrideva…

di un sorriso puro, come può essere quello di un bambino. Mi ha consolato. Ne avevo bisogno. La giornata di ieri si dipanava in sintonia con il tempo meteorologico, e a fatica.

Il valore delle cose e la “qualità della vita” non si basano su tabelle precostituite, su modelli sociologici o sulla loro economicità e lucratività, ma sul contributo di umanizzazione che apportano. L’uomo è un primate evolventesi, anche se lentamente e con contraddizioni. In particolare non condivido il concetto corrente di qualità della vita, poiché sottende valenze e parametri troppo quantitativi, come si evince anche dagli item utilizzati nelle ricerche socio-metriche. Come si fa a dire che la qualità della vita in Trentino è superiore a quella di Lecce, basandoci solo su dati quantitativi Istat? La vita umana è molto più complessa ed è costituita da elementi in buona parte non misurabili, sfuggenti, oserei dire… spirituali.

Nella vita le strade si incrociano, divergono, pochi sono i rettilinei, di più i sentieri aspri di montagna, i camminamenti, le cenge altissime sotto le crode, le tracce antiche di pastori e cacciatori, quasi impercettibili tra la macchia e le radure.

Gli incontri sono pieni di incognite, come una espressione algebrica, anzi di più. Il sentimento accompagna lo stato di veglia e condiziona i sonni e l’attività onirica. A volte ti sembra di aver capito la persona e invece no, non hai capito nulla: è diversa da come pensavi, in meglio o in peggio. Occupandomi anche di selezione del personale ho i sensi allenati, ma non bastano. Solitamente uso quattro item: a) atteggiamento, cioè come la persona si presenta al colloquio, b) competenze, cioè la professionalità espressa in conoscenze ed esperienza, c) potenziale, vale a dire quello che il candidato può diventare o aspirare ad essere in una struttura organizzata, d) inseribilità, che significa il grado di possibilità di successo della new entry nel gruppo già costituito. Forse l’aspetto più difficile.  A ogni item attribuisco un valore da uno a cinque: si tratta di una scala di valutazione psico-sociale risalente agli studi psico-metrici di Rensis  Likert, che operava negli Stati Uniti d’America negli anni ’30.

La scelta si può basare anche sulla comparazione dei risultati ottenuti dai vari candidati, ma non può essere fondata solo su questi risultati. Occorre anche il dialogo, il giudizio sull’espressività, sulla qualità del linguaggio e dell’ascolto, per decidere al meglio, poiché l’uomo è incommensurabile. Ogni individuo è unico, indivisibile, imparagonabile: è irriducibilmente soggetto originale.

Osservo le persone quando aspetto, quando viaggio, quando cammino, e soprattutto quando colloquio o dialogo e cerco di capire i loro destini, i loro mestieri, le loro inclinazioni. Mi interessano tutte, anche quelle che mi hanno offeso, perché mi chiedo se si sia trattato di ignoranza, di stupidità o di cattiveria. In ogni caso di miseria si è trattato. E poi, passatami la rabbia, ché io non sono rancoroso, se richiesto, gli do una mano come prima.

Il sorriso del bambino goriziano mi ha allargato il cuore.

Basta poco, che è tanto, tantissimo; un sorriso, un muoversi dei muscoli facciali fino ad allargare la bocca con gli angoli rivolti verso l’alto, e gli occhi luminosi. Il sorriso illumina gli occhi e questi il sorriso.

Nel pomeriggio con la bici da strada, mi son regalato una De Rosa in carbonio, finalmente! ho incrociato molti. Mi guardavano un poco meravigliati che avessi le maniche corte della muta estiva il 3 novembre, ma io non sono freddoloso, abituato alle camere fredde della mia infanzia, temprato. La giornata era buona e ho rivisto il “Flùn“, cioè lo Stella, il fiume di risorgiva che i locali chiamano semplicemente “il Fiume”, perché lo è per antonomasia. Più del magno, immenso Tagliamento, il quale in questi giorni aveva un chilometro d’acqua. Ma il Tiliaventum è a regime torrentizio e talvolta si nasconde sotto le immense grave, quando la siccità prevale.

Lo Stella, invece, ha sempre acque smeraldine quae fluunt dall’alta pianura sino alla Laguna di Marano e Grado, scorrendo in meandri torti tra boschi fittissimi e canneti impenetrabili.

Silenzii fondi accompagnavano il brusio degli ingranaggi raffinati della bici, marca Campagnolo, e con poca fatica ero a trentacinque orari, in assenza di vento. Sentivo i muscoli delle gambe vibrare e i polmoni respirare a pieno. Solo il remoto dolore vertebrale mi ricordava che ho un accompagnamento da trattare con cura. Palestra e fisio, per migliorare e poter tornare anche sui sentieri aspri dei monti, che mi aspettano.

Il sorriso del bimbo mi ha tolto stamane dai loghismòi, dai cattivi pensieri che mi turbavano. Stamane avevo bisogno della voce profonda di un egùmeno, un abate ortodosso, con la sua tonante o sussurrata voce di baritono naturale. Ma un essere umano comunque mi ha soccorso, una donna dall’animo puro.

Riemerso dal sonno sul presto ho ascoltato le voci dal mondo, notando ancora i tic, i modi-di-dire, gli errori espressivi dei narratori. Ancora una volta ho sentito chiamare apocalisse un disastrocataclismadisgrazia. Quella della feroce alluvione diffusa nei giorni scorsi in Italia. Caro dottore Borrelli, responsabile nazionale della protezione civile, “apocalisse” significa “rivelazione”, non altro.

E i politici la solita storia nota fatta di ignoranza ignorante, arroganza e protervia. Solo il comandante De Falco, quello che disse a vigliacco-Schettino “Torni a bordo, cazzo!”, ha avuto un’espressione felice: “No, non temo di finire il mio lavoro di deputato, ché siamo tutti a scadenza“. ben detto, cz, aggiungo io, in attesa che la luce del giorno e la temperatura mi permetta di inforcare ancora il mezzo leggero e frusciante verso altre strade, in questo 4 di novembre, anniversario della Vittoria, e giorno come tutti gli altri, dono dell’Incondizionato.

A-crazia (dal greco a-kratìa), vale a dire governo senza oppressione, in tempi in cui le democrazie tendono a somigliare pericolosamente a demo-kratùre, dove il potere si esercita senza rispetto

Il mio amico Francesco Ferrari, filosofo pratico e socio di Phronesis, è ricercatore e docente all’Università di Jena. Ha scritto recentemente un agile volumetto: La comunità postsociale. Azione e pensiero politico di Martin Buber, edito da Castelvecchi. Il filosofo ebreo tedesco si è battuto tutta la vita per un socialismo religioso da una prospettiva ebraica non populista, e nemmeno sovranista. Di questi tempi leggere un testo come quello di Francesco allarga il cuore e le facoltà raziocinanti.

Lo consiglierei ai due vicecapidelgoverno, che sono -come ognun sa- notissimi intellettuali, particolarmente versati in discipline socio-politiche, storiche ed etico-giuridiche. Son convinto che ne trarrebbero un gran utile, ove riuscissero ad andare oltre pagina 15, che per me è il segno di una certa (nell’accezione di aggettivo partitivo, non attributivo) intellettualità.

Il pensatore cui Francesco ha dedicato un solerte suo impegno era socialista, ma di un socialismo intriso di utopismo e di umanitarismo. Non marxista. Il socialismo dei kibbutzim, specie di cooperative agricole e artigiane israeliane dove si condivide il lavoro e il reddito.

Il suo socialismo non poteva non connettersi con una forma particolare di democrazia, chiamata a-crazia, cioè un modello di governo non aggressivo e violento, mai, ben lontano dalle demokrature di questi anni, ma anche dalle democrazie zoppicanti che costituiscono il nerbo, si fa per dire, dell’Occidente attuale.

Contrario alla pena di morte, Martin Buber dialogò con David Ben Gurion ai tempi del processo Eichmann a Tel Aviv nel 1961. Adolf Eichmann fu impiccato e le sue ceneri sparse nel Mediterraneo, a monito futuro, Buber dissenziente.

Ispiratore dello Yad Vashem, Buber è il pensatore della relazione tra l’io e il tu (Ich und Du), dove il tu diventa io e l’io è tale come significato e valore soggettivo solo in relazione al tu. Sembra un’esagerazione estremistica questa di Buber, ma se ci pensiamo bene, in un tempo nel quale l’egoismo spiccio la fa da padrone non fa male.

Un altro tema cui il pensatore ebreo germanico si dedica è la riflessione sulla democrazia, lui che ha conosciuto da ebreo la fase infernale del nazismo, così come si è sviluppata in violenza inaudita dopo la conferenza di Wannsee, auspici condottieri Himmler e Heydrich, loro servitor fedele il già sopra citato Eichmann.

Democrazia, o governo del popolo monarchia, oligarchia, o governo dei pochi, acrazia, o governo non autoritario,  plutocrazia, o governo dei ricchi, meritocrazia, o metodo premiante i migliori, eucrazia, o buon esercizio del potere, cacocrazia, o cattivo esercizio del potere, etc. possiedono la radice kràtos, in greco potere, salvo monarchia che è composta da mònos, unico, e archè, principio, mentre dittatura no, perché deriva dall’iterativo dicto, dico ordinando, dico con autorità, in latino.

Addirittura vi è il Cristo pantokràtor, cioè il “signore del tutto”, molto presente nella tradizione teologica e iconografica o iconologica ortodossa. Vederlo nell’ovale dell’abside del sublime Duomo di Monreale, o a Ravenna.

Il discorso del potere è sempre presente. Da millenni. Inevitabile, il potere, come dimensione della con-vivenza.

Tratto da Daniel, propongo un breve brano scelto dal professor Ferrari per dar inizio al libro, e lì Buber scrive: “Tutto ciò che questo tempo ci ha dato dovrebbe essere riconquistato autenticamente nel corso di una nuova e inaudita lotta in nome della realtà. Ciò che adesso ha il suo esserci spettrale nella fretta sciagurata, nella dispersione e nella finalità, nell’apparenza dell’essere informati e nella falsa sicurezza – tutto questo deve diventare vita reale, vita vissuta. E questa è la vita dell’immediatezza e del legame fra gli uomini.”

L’anarchismo acratico di Buber è rispettoso e delicato, quasi, attento alla fragilità degli uomini, poiché a lui non interessa più di tanto la Gesellschaft, cioè la Società, ma la Gemeinschaft, la Comunità. La Societas è un qualcosa che lascia freddi, mentre per contro la Communitas communitarum è il dove della con-divisione, della con-vivenza, è il kibbutz nel deserto innaffiato da lontane acque faticosamente captate.

Buber pare sentirsi come un rabdomante spirituale, che cerca l’acqua dissetante dell’eguaglianza tra diversi, non un sionismo ferocemente identitario ed esclusivo, ma una fraternità umana inclusiva. Nella mia vita ho passato momenti in cui chi mi stava vicino parlava con compiacimento di esclusività, e io provavo un disagio. Buber, tra non molti altri, mi aiuta a pensare l’inclusione tra diversi, non la confusione -beninteso- ma una teo-politica intrisa di socialismo democratico, e a-cratico, giammai violento e impositivo.

L’utopia di questo socialismo in Buber e, mi permetto di dire, anche in Francesco Ferrari, non vive la distanza dal principio di realtà, ma la accompagna come ipotesi possibile, come un dispiegarsi fraterno del presente verso un futuro rischiarato.

Filosofia perenne e Filosofia pratica, per una vita filosofica, cioè una vita vera

Oltre ad essere il titolo di un lavoro molto importante dello psichiatra e filosofo tedesco Karl Jaspers, è anche un mio intendimento esistenziale, la philosophia perennis. Ché non se ne può fare a meno, se si è umani ragionevoli e pensanti. Lo sanno anche i bambini che chiedono “perché, perché, perché…”. La filosofia è il sapere che insegna a fare domande e a cercare umilmente pezzi di risposta alla ricerca delle verità della vita.

Nella sua opera filosofica, Jaspers dialoga con l’esistenzialismo di autori ottocenteschi come Kierkegaard, e con pensatori molto diversi tra loro: Nietzsche, Max Weber, Dilthey e Husserl. La summa del suo pensiero ha il titolo semplice e tautologico di Filosofia, dove sviluppa il cuore del suo pensiero antropologico e psicologico sull’uomo. Gli interessano soprattutto le “situazioni limite”, come stati dell’anima particolarmente adatti a una “chiarificazione dell’esistenza”.

Mi interessa Jaspers perché all’inizio del ‘900 ebbe la stessa sensazione che ottant’anni dopo maturò un altro tedesco, il professor Gerd Achenbach, quasi nauseato da una situazione accademica relativa agli studi filosofici che gli pareva, oltre che stantia, perfin paludosa, al punto che, fin da quando era studente ebbe questo convincimento: “Era mio impulso salvarmi spiritualmente“. Persino Husserl lo stanca, per cui cerca nuovi stimoli più indietro nel tempo, in Kierkegaard e Nietzsche, a suo pare più capaci di cogliere i significati e il senso della vita “vera e propria”, “concreta”.

Con questi autori Jaspers recupera una lezione già diffusamente praticata dagli antichi Maestri Greci e Cristiani (da Platone, Aristotele, Epicuro, Plotino a Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino), e forse, dopo Descartes, un poco negletta, rispetto allo spazio che aveva fin dall’antichità e dal Medioevo quando riguardava soprattutto il soggetto del pensiero, vale a dire l’uomo e la sua esistenza come “ciò che non diventa mai oggetto, l’origine partendo dalla quale penso e agisco, ciò che si rapporta a se stessa e, in ciò, alla sua trascendenza“.

Il suo schema è il seguente: – Esserci (Da-sein): l’esser qui proprio di tutte le cose che sono al mondo; – Esistenza (Existenz): definisce solo la condizione dell’uomo che non può essere definita completamente, ma solo chiarita, delucidata, analizzata; – Trascendenza (Transzendenz): ciò che è al di là della situazione attuale dell’esistenza, definisce la stessa pratica del filosofare come scoperta.

Jaspers va oltre le due grandi tendenze dottrinali della filosofia ottocentesca, il positivismo e l’idealismo, ritenendole entrambe dogmatiche e incapaci di cogliere il punto di vista del soggetto, senza pretendere che sia comunque il punto di vista in assoluto più valido, poiché la prima troppo materialistico-meccanicistica, e la seconda pericolosamente “campata per aria” e foriera di illusioni: non si dà solo il soggetto, né solo l’oggetto, ma una dinamica che rinvia il primo al secondo e viceversa; e ancora, il soggetto non si annulla nell’oggetto non diventando tutt’uno con esso, né accade viceversa.

Il lavoro filosofico da fare è la chiarificazione del senso dell’esistenza, che “non è né qualità, né quantità, né relazione, né fondamento (…)”, mentre le situazioni-limite sono come un muro contro il quale urtiamo: esse sono il dolore, il caso (da trattare -per me- con molta attenzione), la lotta, la guerra, la morte.

Oltre a tutto ciò può essere plausibile per Jaspers anche una dimensione trascendente, che corrisponde al Deus absconditus, cioè il Dio nascosto e sconosciuto, della teologia negativa di origine mistico-medievale, quindi non il Dio esplicito della Chiesa trionfante, e nemmeno il Deus-sive-Natura di Baruch Spinoza.

Ecco che possiamo a questo punto tornare ad Achenbach e alla sua proposta di Philosophische Praxis, di Filosofia pratica, vissuta, connessa e commessa con la vita dalla quale quasi non si distingue, se non per il pensiero-che-la-pensa, la vita. La consulenza filosofica e la filosofia pratica che rinasce da tempi lontanissimi, quelli di Socrate, Platone e Aristotele, Epicuro e Zenone di Cizio, et multi alii, con questo studioso tedesco, ma anche con altri autori, talora anche più affascinanti come l’israeliano Ran Lahav, si pone all’attenzione delle persone come una possibilità di approfondimento delle cose della vita e del mondo sorprendenti.

In un tempo, parlo del secondo dopoguerra, nel quale la Direzione spirituale della Chiesa sta declinando  a causa della secolarizzazione e anche per la crisi delle vocazioni sacerdotali, e le psicoterapie di varie scuole stanno dilagando e, ciò che può preoccupare, vi è una proliferazione di guru e truffatori cialtroni d’ogni genere e specie, la filosofia torna ad essere un approccio interessante, una possibilità di lettura delle cose risanante, a partire dal riconoscimento dell’Altro, di ogni Altro essere umano come interlocutore paritetico per valore e dignità etico-ontologica.

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

Il finale de La tempesta , ultima opera del “bardo” contiene i versi che danno il titolo a questo pezzo. E’ una storia di sovrani e usurpatori di isole mediterranee e magia, ma io preferisco parlare anche solo dei due versi citati, che Shakespeare scrisse o dettò, da quel gran poeta lirico che era. E soprattutto…

Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e chissà che cosa vuol dire. Proviamo a fantasticare anche noi: che siamo a questo mondo volatili come i sogni è fuori di dubbio, e parlo delle nostre singole vite, e che noi sognamo “cose vere”, cioè delle res, è altrettanto vero: è vero che i sogni sono veri. Anche se Rorty direbbe semplicemente che “i sogni sono veri“. Volatili e veri come noi stessi.

I sogni poi, il Dr. Freud pensa, sono messaggi dell’inconscio: ebbene questo inconscio, se c’è, è parte profonda della nostra psiche. …

Ma provo a declinare il tema in un modo forse insolito o inaspettato per un testo del genere, che è letterario, parte di una commedia.

Papa Francesco non è compreso da molti, e anche da non pochi teologi, miei colleghi di scienza. Riporto un suo scritto, cercando poi di spiegare il collegamento con lo splendido verso shakespeariano.

Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37).

Che c’entra questo brano tratto dal capo 49 dell’esortazione papale Evangelii Gaudium con la poesia di Shakespeare? C’entra perché questo brano teologico-pastorale  è il brano di un sognatore. Francesco sogna una chiesa molto diversa da quella che fa notizia, da quella dei mantelli rossi e delle belle vite. Il papa sogna. E sogna come ognuno di noi, sapendo che i sogni sono reali. Ma Francesco papa è un sognatore concreto, che quest’ossimoro definisce in modo eccellente: un sognatore concreto capace di guardare negli occhi chi incontra e la persona a cui si rivolge, con attenzione particolare a chi è più disagiato e, quando serve, anche ai suoi confratelli, presbiteri o vescovi che siano, specialmente quando sbagliano.

Circa questo tema mi verrebbe voglia di scrivergli per raccontargli  quello che mi sta succedendo in questo periodo con vescovi e presbiteri locali, gelosi di me per recondite e incomprensibili ragioni. Ma mi convien seguire il Poeta maximo quando canta con Virgilio “Non ti curar di lor, ma guarda e passa” (Inf. III, 51), come fraternamente mi consiglia di fare un carissimo amico prete.

Sappiamo che se non si sogna non si può stare bene, poiché una parte del ciclo circadiano non funziona. Nel pieno del sonno R.E.M. (Rapid Eye Movements), la parte centrale di un ciclo, si sogna. E poi di solito si dimentica. Solo gli ultimi sogni, in vista del risveglio, nel centro dell’ultimo sonno R.E.M. possono essere ricordati al risveglio, ma, se non ci si affretta a raccontarseli, o a scriverne una traccia, scompaiono in una nebbia smemorante. Eppure non possiamo negare che i sogni sono esistiti, cioè sono-stati-qualcosa, non nulla. Pertanto i sogni sono veri.

Se la nostra vita ha la sostanza dei sogni è vera, eccome è vera, per cui il paradosso del grande inglese è solo apparente, caro lettor mio. In realtà Shakespeare intende dire che vita e sogni sono correlati in una verità sostanziale.

Come non ricordare infine Calderon de la Barca con il suo La vida es sueňo?

E dunque … noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.

La solitudine cosmologica e il paradosso esistenziale

Val la pena vivere? Una domanda che certamente si fanno in tanti a questo mondo, esseri pensanti, e parlo di noi, homo sapiens. E se la sono fatta senza dubbio moltissimi anche in passato. Se la sono fatta certamente, mi permetto di pensare, anche suicidi come Socrate e Seneca, i quali di sicuro avrebbero preferito vivere ancora, evitando di suicidarsi per ordine dello stato, la democrazia ateniese e la tirannide imperiale neroniana, rispettivamente. Caro lettore, ti ripeto la domanda: val la pena vivere?

Che domanda!, potresti dirmi. Eppure penso che molti umani si facciano questa domanda, specialmente quando incontrano avversità importanti, malattie gravi, impoverimento disperante, mancanza di qualcosa di molto importante per la vita. E allora vi sono anche decisioni radicali. Oramai vanno in Svizzera a concludere la vita non pochi italiani con malattie gravi o terminali e anche persone che non desiderano semplicemente più vedere le albe e i tramonti. Senza far nomi, ricordo la scelta di un raffinato politico di sinistra che qualche anno fa prese la decisione. Mi rattristai non poco, perché avevo nel tempo letto ciò che scriveva e lo avevo anche conosciuto durante un convegno.

Non riesco quindi a dire in assoluto se valga la pena vivere o no. Dovessi applicarmi a una risposta di carattere teologico cristiano, risponderei che sì, eccome vale la pena vivere, non solo perché la vita mia è unica, ma anche poiché non la possiedo, essendo proprietà divina.

Se scelgo la visione filosofica, dipende da quale scelgo: se la mia filosofia è un personalismo esistenziale risponderei ancora di sì, ché vale comunque la pena vivere; se invece la mia filosofia è di stampo scettico-stoico-nihilista, anche no, ma non è detto.

Sapendo che la vita umana ha un suo percorso e decorso e che, se non si muor giovani, si invecchia con tutte le notazioni del caso, e si può anche avere paura dell’invecchiamento, del dolore, dell’indebolimento. Oppure si può accettare questi cambiamenti se si riesce ad avere una visione alta della vita e della sua complessità. La vita in generale ha un che di inesprimibile e quella umana in modo particolare, con la sua complessità e misteriosità.

La vita viene, la vita vince, non ti chiede il permesso se ti fa diventar zigote. Quando ci sei ci sei, e basta. E poi come essere umano entri nella storia del mondo, entri nell’ambito del diritto, dei diritti, ne sei soggetto. Quando hai l’uso di ragione divieni consapevole anche di avere dei doveri.

Poi il tempo fisico-cronologico passa, intervallato da momenti di kairòs, momenti del tempo interiore, opportuno. Cambi, ti fermi, riparti, ti ammali, guarisci. Provi paura e la superi, con il coraggio; a volte ti viene da fare il temerario, altre volte la tentazione è la vigliaccheria.

Incontri persone che ti sono inferiori, ma hanno più potere di te e ti viene da mandare tutto alla malora, ma poi resisti. Questa è la vita: mediazione tra l’essere e il poter essere, tra l’essere e il dover essere. Resisti perché non vale la pena rompersi la testa contro un muro, duro anche se sbrecciato, oppure di gomma, dove rimbalzi, o dove ti impantani. E’ meglio stare liberi, all’aria, respirando profondamente.

A quanto sappiamo fino ad ora, siamo soli nel cosmo, cioè nell’ordine delle cose, e il silenzio delle galassie ci circonda. Chissà se vi sono altre “intelligenze” là in giro, e perché dovremmo esser-ci solo noi, direbbe Heidegger? Infatti non c’è ragion sufficiente per pensarlo: più plausibile è che qualcuno vi sia là in giro. Non sono mancati indizi finora, di queste presenze, ma nessuno è stato finora confermato al di là di ogni ragionevole dubbio, per cui questo dubbio rimane.

Non so se mi piacerebbe ci fossero altre intelligenze al mondo, capaci di onomaturgia, cioè di inventare parole, concetti, idee. Parole d’autore, neologismi che nutrono una lessicologia rinnovantesi, estro e inventiva, che spesso mi intrigano: ho inventato anch’io qualche parola, e chissà se qualche abitante altro del kòsmos è in grado di fare altrettanto, magari con altri strumenti, come ipotizzano Nick Bostrom o Lovecraft nella sua mitologia dei Grandi Antichi.

… che fare dell’ansia e di questo “benedetto” stress?

Insegnaci ad aver cura e a non curare/ insegnaci a starcene quieti”  (Thomas Stearns Eliot), si potrebbe iniziare così questa breve riflessione del grande poeta inglese su un termine oggi tanto usato e anche ab-usato.

L’ansia è come il rasoio di frate Guglielmo d’Occam, ma dannosa, solitamente non utile all’intelligenza come il metodo filosofico del francescano di Oxford. L’ansia taglia i dendriti che conducono ai neuroni depositari della memoria e danneggia lo studio e il lavoro. Lo studente ansioso fa fatica a studiare e perde le nozioni; al relatore ansioso succede la medesima cosa, così come al docente.

I manuali descrivono l’ansia come uno stato psichico dell’individuo cosciente, caratterizzato da forte apprensione, preoccupazione e anche paura. In questi casi la persona fa fatica a trovare un adattamento alla situazione e all’ambiente dove vive un’esperienza.

Chi si trova in questo stato prova a volte anche sensazioni fisiche negative come palpitazioni, dolori al petto e/o respiro corto, nausea, tremore interno, fino alle manifestazioni del panico. Può esistere come disturbo cerebrale primario, oppure può essere associata ad altri problemi medici, inclusi altri disturbi psichiatrici o conflitti interiori. Amigdala e ippocampo, che sono parti del sistema limbico pare siano molto coinvolti dalla sensazione dell’ansia, forse anche una reazione a situazioni che potrebbero risultare dannose e quindi da evitare.

Le dottrine e metodologie orientali dello yoga e del tai chi sono utili a rimediare all’ansia e allo stress, e funzionano anche come antinfiammatori. Lo stress può essere anche motivazionale, ed è lo stress buono, l’eustress (termine greco-anglo-latino), mentre il distress (etimologicamente analogo) è dannoso. E’ fuori discussione l’utilità di un certo stress (da stringo, strictus).

Si combatte l’ansia e lo stress anche con un corretto muoversi dell’inspirazione/ espirazione, confermato da decine di studi sullo stress sui sistemi immunitari, con positive conseguenze perfino a livello di DNA.

Oggi si lavora sulla cosiddetta mindfulness o consapevolezza, attenzione. Se vi è costanza in questo approccio vengono contrastati gli effetti della tensione, riduce le citochine infiammatorie e promuove i fattori positivi come il BDNF o brain derived neurotrophic factor.

Sembra anche che cantare riduca il cortisolo, ormone dello stress, e che perfino il tumore possa in qualche misura essere prevenuto e il criceto impazzito (cioè io stesso), guarito.

Un modo antico per combattere l’ansia è la riflessione, la capacità di usare la logica e la filosofia naturale e pratica, talché è possibile lavorare sugli stati ansiosi aiutando le persone ad aiutarsi, utilizzando le facoltà intellettive e il metodo dell’argomentazione. Ogni persona può trovare la strada della consapevolezza e distaccarsi da questo condizionamento psichico e morale molto pericoloso.

Parlo di questo argomento perché molto spesso vengo interrogato sul tema e non se ne parla mai troppo.

Jacques Prevert scriveva così: “Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro per dare l’esempio“.

Far filosofia nell’educandato delle fanciulle povere in Firenze, esempio di gravissima discriminazione di genere e ancor più culturale, storicamente data i cui residui fenomenologici sono ancora presenti nella testa di molti maschi

Florentia è anche la capitale dei sovrani senza regno, coloro che filosofano, anzi che con-filosofano, come scrivo nel post precedente.

Il fine settimana di questa prima decade di settembre  è occupato intensivamente nei colloqui sabatini e nel laboratorio collettivo domenicale, mentre campane tutt’intorno chiamano alla Messa. Si fatica, ma si va avanti, incontrando le persone nella sala capitolare di un convento femminile del ‘500, oppure nel chiostro. Gli archi essenziali inquadrano pezzi di cielo oppure i camminamenti ampi che portano ai vari ambienti.

A Firenze, tra le infinitamente numerose opere d’arte e reperti storici, seguendo l’entusiasmante elenco di lavori supremi di bellezza, c’è il rischio di trascurare meravigliosi siti, considerati -perciò- minori.

Questo sito di via Faenza, si chiama il Fuligno, perché è stato fondato da una nobildonna proveniente dalla cittadina umbra, la Beata Angiolina contessa di Corbara. Nel tempo, dal ‘500 in poi, è stato convento di monache benedettine e agostiniane, fino all’arrivo delle Figlie della carità di Saint Vincent de-Paul a metà ‘800, educandato per le bambine e le ragazze povere, destinate a una vita in subordine del maschio di turno, padre o marito che fosse. Come molte donne musulmane, e anche nostrane, di oggi. Duole dirlo.

Nel convento vi sono opere d’arte di alto livello: su tutte, forse, Alessandro Allori e la sua Crocefissione e il crocifisso ligneo di Benedetto da Maiano. In un’altra sala troviamo una dolcissima Annunciazione di Bicci di Lorenzo.

Per noi è interessante sfogliare i regolamenti che nel tempo si sono succeduti, per gestire questo luogo di raccolta di bimbe, ragazze e giovani donne. Chi le scriveva erano monaci e chi le applicava madri superiore e badesse.

Queste ragazze, prevalentemente dei ceti più poveri, non erano più interessate a tener casa, e stavano in serbanza per diventare monache, ecco un passaggio di uno di quei testi regolamentari. Le mendicanti erano addirittura pencole e pericolanti in senso morale, secondo la morale oppressiva e maschilista del tempo, in base alla quale le donne dovevano solo obbedire e basta. Un’altra categoria di donne che venivano accolte nell’Educandato era quello delle fanciulle fiorentine povere prive di genitori, orfane, o senza chi in qualche modo le sostenesse.

Nel capitolo 8 del regolamento dell’Educatorio, o Educandato, si legge “(…) le educande devono avere un contegno di buone figlie, professando sinceramente alle (suore) medesime pronta obbedienza e sottomissione, (…) e professeranno sempre il rispetto e la totale dipendenza al Sovrintendente, al Direttore spirituale e alla Superiora (…)”.

Nello Statuto dell’Educandato emanato nel 1888, sotto Crispi e re Umberto I, si legge all’articolo 1 “(…) tale Educatorio è istituito per la educazione cristiana e civile di fanciulle povere della città e preferibilmente orfane“. Al cap. 4 si legge “Al direttore spirituale è affidata la condotta morale di tutte le commoranti (…).” E al comma 7 è scritto “(…) il Direttore spirituale esaminerà tutti i libri che vorranno leggere le educande approvando quelli che riterrà adatti e rigettando gli altri“.

Al cap. 8, comma 7: “Parimenti senza una ascoltatrice si proibisce di parlare in qualunque parte dell’Educatorio con qualsivoglia persona (…)”.

Straordinario l’art. 3. “(…) Lo scopo è quello di istruire le alunne nella religione cattolica, nell’intero corso elementare, nella lingua francese e specialmente in ogni specie di lavori femminili per farne buone madri di famiglia, e renderle atte a sostenere uffici di Governanti, Guardarobe, Cameriere, Bambinaie, o distinte Operaie“. E basta: non si prevedeva che una donna potesse fare carriera. L’accesso all’università era quasi vietato anche alle figlie dei benestanti, conti o gran borghesi che fossero. La prima laureata italiana è di metà ‘600. Ancora nell’800 se una ragazza manifestava l’intenzione di studiare Teologia veniva dirottata a Filosofia, perché la Teologia era “roba da maschi”, troppo difficile ed elevata per le femmine.

Il Sacerdote direttore spirituale, ogni domenica “ha da tenere omelie edificanti alle signorine educande per ammaestrarle nei doveri morali e religiosi ed a risvegliare in esse gli affetti verso la famiglia e la patria.”

Il testo della dottoressa Francesca Maria Casini, autrice del volume Il Fuligno ieri e oggi è addirittura esaltante (si fa per dire), nella sua cultura discriminatoria. Leggiamo: “tutto il lavoro (…) si eseguisce dalle educande per assuefarle a compiere i doveri propri del loro sesso e della loro condizione.

E oggi? Che possiamo dire di oggi? Senza fare del vieto femminismo al maschile, si può dire che vi è molta strada da fare ancora, a partire dall’educazione familiare. A proposito in quei regolamenti si parlava sempre di educazione, ma non nel senso etimologico del termine (torre fuori, oggi diremmo, i talenti), e mai di acculturazione e formazione. Finché le mamme continueranno a educare in modo differenziato da un punto di vista della dignità della persona, maschi e femmine, non ne potremo uscire.

Ma oggi anche il padre è in crisi, e lo è da quasi mezzo secolo. Il discorso è complesso, terribile, affascinante. Non evitiamolo.

Oooh natura matrigna, pensa che finora non ho visto titoli del tipo “torrente assassino”, “acque malvagie”, “orrore tra le gole” “fiume della morte” e così via

Quanti morti travolti dal turbinoso sconvolto torrente! Finora non ho visto titoli del tipo “torrente assassino”, “acque malvagie”, “orrore tra le gole” “fiume della morte” e così via. Ma c’è da  aspettarselo, ché si trova sempre qualche titolista di pigrizia infame e di cultura approssimativa, magari anche laureato in lettere o scienze della comunicazione, ma qui l’ignoranza si capirebbe. I miei gentili lettori sanno quanta poca considerazione io abbia maturato nel tempo per questa inutile facoltà universitaria, che definirei in battuta “vorrei ma non posso“.

Le Gole del Raganello, si trovano in una Riserva naturale protetta istituita nel 1987 in Calabria ed occupa una superficie di 1.600 ettari all’interno del Parco nazionale del Pollino.  (dal web)

Una bellezza selvaggia attira gente di tutti i tipi, atleti e imprudenti, rafters, canyoners e improvvisatori. Mi piacerebbe sapere chi erano quelli della disgrazia, se e come erano preparati. Il torrente è molto vario e molto impegnativo, incassato tra due alte pareti rocciose che arrivano anche a 700 metri. Un vero e proprio altissimo canyon. Per percorrerlo occorre un’attrezzatura analoga a quella in uso per le vie attrezzate o ferrate alpine, se non si vuole partire già in debito con la morte, e lì pare che ci fossero anche degli imbecilli/ imbecille con le infradito. Oh, lo dico subito, di queste morti non sono colpa Di Maio o Salvini oppure ologramma-Conte, e neppure l’opposizione. Berlusconi e Martina meno di tutti, poverini. E assolvo anche l’ex qualcosa Boldrini.

La configurazione scoscesa e accidentata richiede una preparazione seria e un’attenzione straordinaria alla meteorologia, poiché il tempo atmosferico è soggetto a improvvisi cambiamenti. Non dimentichiamo che le catene montuose di Calabria, risentono dell’influsso dei due mari, lo Jonio e il Tirreno che non distano più di quaranta chilometri in linea d’aria.

Conosco anch’io ambienti analoghi a quello del Raganello: in alto Canal del Ferro nel Tarvisiano si trovano il Rio Bianco e il Rio degli Uccelli, indescrivibili e selvaggi ambienti di natura montana, dove si sono perse non poche persone senza mai essere ritrovate. Si può cadere in un precipizio e allora addio, perché sul fondo scorrono le acque turbinose del Rio, per cui è bene essere in compagnia, ben allenati e rispettosi dell’ambiente di media montagna, e perciò caratterizzato da una flora lussureggiante, dove le latifoglie cominciano a far spazio alle conifere sempreverdi e non, abeti, pini e qualche raro larice. Si è sui mille metri circa cosicché anche l’escursione termica può essere significativa e pericolosa.

Ho delle foto bellissime del Rio Bianco e di una lontana (nel tempo) escursione. Conto di tornarci, con la prudenza dettata dall’ambiente severissimo e dal tempo trascorso. Allora avevo poco più di trent’anni ed ero fortissimo, specie su terreni scoscesi e variamente disposti, tra ripidissime ascese e discese, piccole pareti attrezzate e cenge aeree. Non ho mai avuto claustrofobia o vertigini, che sono un qualcosa di molto serio e complesso.

La parola vertigine è propriamente un conflitto neurosensoriale e definisce una illusoria sgradevole sensazione di movimento del corpo o dello spazio circostante dovuta a un conflitto tra le informazioni provenienti dai recettori periferici (occhi, orecchi, propriocettori come recettori muscolari, tendinei, articolari) o a una erronea interpretazione centrale di esse. In sintesi, qualsiasi percezione di movimento in assenza di reale movimento. Questa sensazione può essere appena percettibile o può essere così grave da comportare difficoltà nel mantenimento dell’equilibrio e nello svolgimento delle attività quotidiane. Le vertigini possono svilupparsi improvvisamente e durare per alcuni secondi oppure possono durare molto più a lungo. In caso di vertigini gravi, i sintomi possono essere costanti e durare per diversi giorni, rendendo la vita normale molto difficile. Alla vertigine possono associarsi sintomi di tipo neurovegetativo (nausea, vomito e tachicardia), otologico come l’ipoacusia, ossia diminuzione dell’udito; acufeni, ossia percezione di ronzii o sibili che non esistono nell’ambiente) e neurologico (tremori, ipostenia – diminuzione della forza, dismetria – alterazione nella esecuzione di movimenti fini, adiadococinesia – perdita della coordinazione in alcuni movimenti), cefalea.” (dal web)

Sembra non poco per chi si trovi in un ambiente impegnativo e difficile, e magari non ne ha consapevolezza mettendo a repentaglio la propria vita, e a volte quella degli altri. Queste persone si sono avventurate lungo l’arduo crinale del torrente senza conoscenza dell’ambiente, sottovalutandolo e scambiando un percorso severo per una camminatina in fondo all’orto. Ora ci si può anche muovere a pietà, ma più ancora vien da imprecare contro l’ennesimo dimostrazione di stupidità umana. Ci manca solo il piagnisteo classico di certe latitudini, contro lo Stato, che avrebbe dovuto pensarci, li avrebbe dovuti proteggere, e mi vien da chiedermi e chiedergli, proteggere da chi? dalla loro stessa stupidità? Chissà, forse Saviano non ci farà mancare un saggio del suo moralismo, per il quale la colpa degli eventi è sempre di altri.

J.F.K, che aveva tanti difetti, ma anche qualche pregio, in un famoso discorso chiese agli Americani non che cosa la loro grande Nazione avrebbe potuto fare per loro, ma l’incontrario. Così io chiederei ai più sventati di quella comitiva sul rio Raganello, e anche ai pensosi.

Azioni “disumane” “dell’uomo”

Caro lettore,

sedici morti ammazzati ammassati su vetusti furgoni appesi a qualche cordame per strada di ritorno dal bestiale lavoro a tre euro l’ora. Sedici ragazzi giovani dell’Africa, facili prede di orrendi profittatori. Non ci son scuse o ragioni, se non la bestialitas dei caporali e dei loro accoliti.

Da decenni si parla di questa tratta di forze umane nel meridione italiano e ora non solo: non so che cosa abbiano fatto i sindacati eredi del grande compagno Di Vittorio, che cosa gli ispettori del lavoro, che cosa i politici eletti in loco, che cosa le associazioni d’impresa, che cosa qualsiasi altro soggetto umano a conoscenza dello sfruttamento sette/ ottocentesco di decine di migliaia di giovani di pelle scura, alloggiati alla canina via, bastonati e sfruttati con ritmi di lavoro e paghe indonesiane. Che cosa? Dove erano, dove sono? Che cosa fano dalla mattina alla sera? Congressi? Riunioni di lavoro? Piani di intervento a tavolino? Multe? Non so.

Nel titolo ho scritto “azioni disumane dell’uomo”: forse che, mio gentile lettore, trovi una qualche contraddizione nel titolo stesso? Vediamo: azioni (sostantivo-soggetto), disumane (attributo del sostantivo-soggetto), dell’uomo (genitivo, complemento di specificazione del sostantivo-soggetto). A prima vista vi è una ripetizione, perché l’attributo di “azioni”, cioè disumane, in qualche modo si giustappone al complemento di specificazione “dell’uomo”. E dunque, le azioni sono disumane, epperò sono-dell’uomo, cioè l’uomo è capace di azioni disumane, là dove l’attributo ha valenza morale e rilevanza etica. L’uomo fa il male, perché è intriso di male nella sua propria anima.

Svelo l’arcano linguistico-filosofico, per dire: Tommaso d’Aquino distingueva tra le azioni “umane”, e quindi anche tra quelle “disumane”, e le azioni dell’uomo, per chiarire bene che l’uomo, animal rationale, secondo il Philosophus Aristoteles (così Tommaso lo chiama nella Summa Theologiae) è capace di azioni buone, cioè umane: ed eccoci, vale a dire degne del suo essere animale razionale e quindi capace di conveniente bontà, e anche -di contro- di azioni malvage, vale a dire di azioni intrise di malevolenza, mancanza di rispetto, di solidarietà, di fratellanza, fino alla violenza e all’omicidio dell’altro, se tale atto  potrà essere di convenienza propria.

I neuro-scienziati tendenzialmente materialisti odierni, un po’ alla Damasio, considerano l’evoluzione un tutt’uno dai batteri di cento milioni di anni fa al sapiens di ottantamila anni fa, quello della rivoluzione cognitiva. Può darsi abbiano ragione sotto un certo profilo, ma non bastano le loro ragioni razionalistiche: occorre un pensiero più capace di accedere, almeno a tentare di accedere, alla stupefacente complessità psico-fisica dell’essere umano, cioè alle sue manifestazioni spirituali. cioè psico-morali .

E dunque, lasciando perdere qui le dimensioni giuridico-contrattuali e politico-amministrative dei casi sopra citati, appunto, e mantenendoci a un livello più generalmente antropologico, che cosa dobbiamo fare di e con quei “caporali”, dopo averli individuati e debitamente puniti secondo il nostro civile ordinamento penale? Dobbiamo credere che sono degli umani capaci di resipiscenza, di pentimento e di redenzione? Non ho rispose facili. Totò Riina fino all’ultimo ha minacciato forze dell’ordine e magistratura, ritenendosi al di sopra di ogni morale e di ogni ordinamento, e questi signori, questi uo-mi-ni di che pasta sono fatti?

Innanzitutto mi metto in ascolto della politica che comanda ora, i due partitoni che a sentir loro non sbagliano mai, che in realtà ereditano e debbono rimediare a errori altrui, dei predecessori, delle opposizioni (e mi chiedo, quali opposizioni?). Non sono letteralmente in grado di profferir verbo che abbia un qualche senso analitico e programmatico-operativo. Meno male che c’è la Polizia, i Carabinieri, la Guardia di finanza, qualche prete e la Caritas. Per il resto sguardi attoniti e parole vuote in libertà, come quelle, le solite, arroganti e distruttive, del Ministro dell’Interno o del prezzemolino-saviano.

Personalmente son convinto che le energie e le forze ci sono, ci sarebbero, solo che chi le guida, a partire dalla politica, sapesse lavorare. Il fatto è che questa classe politica cui gli Italiani hanno demandato la responsabilità di governo, NON SA LAVORARE.

Quando io incontro un giovane laureato, anche in ingegneria, in un colloquio di selezione, spesso lo spiazzo con la domanda: “scusi, lei sa lavorare?” la domanda è insidiosissima, perché se si si tratta di un giovane può suonare come una presa per il sedere, ma se si tratta di un senior di più di quaranta anni può suonare addirittura umiliante. Eppure io continuo a fare questa strana domanda, i cui esiti psico-dialogici recupero immediatamente dopo spiegando che è un modo per entrare in medias res e condividere che ogni azienda, ogni luogo di lavoro, richiede una ri-partenza mentale, un nuovo approccio, umiltà, capacità di ascolto e di mettersi in discussione, anche se la persona,  il candidato possiede ottimi titoli e una buona esperienza pregressa. Le persone più vispe mi rispondono quasi subito, dopo un legittimo attimo di smarrimento: “beh, non conosco questa azienda e pertanto all’inizio devo imparare“, e queste sono le persone che accettano anche di ripartire da un inquadramento più modesto e da una RAL (Retribuzione Annua Lorda) calmierata rispetto alla precedente. Allora si prosegue e si arriva spesso all’inserimento del perito meccanico trentacinquenne, dell’ingegnere quarantacinquenne, e si va avanti.

Questi signori e signore entrano e imparano (re-imparano) a lavorare e crescono e, dopo un periodo nel quale sono state un puro costo per l’impresa, diventano parte di una struttura che fa guadagnare e quindi creare le condizioni ineludibili per crescere insieme, reinvestire e assumere ancora persone.

I politici di cui sopra NON CONOSCONO LE COSE DI CUI SI OCCUPANO, NON SANNO LAVORARE E PRETENDONO DI INSEGNARE. Questa è la ragion principale dei fatti di cui a questo post.

Non so più farlo, né lo voglio fare, di perorare ancora umiltà e buona volontà, se non per riflettere ancora una volta con i miei gentili lettori, che non si può non partire che dalla conoscenza, dallo studio, dalla ricerca, dalla costruzione di una capacità progettuale della politica e della pubblica amministrazione, a partire dalla scuola, che deve dare gli strumenti per un’inculturazione generale all’umano. Inculturazione non acculturazione, cioè crescita della consapevolezza di essere-umani. Anche i caporali, a questo punto, potranno svestire la maschera ambigua della violenza e del ricatto e si potranno mettere creaturalmente in gioco con tutti gli altri, anche con i neri vilipesi e offesi.

Il pranzo avanzato

La cosiddetta moltiplicazione dei pani e dei pesci è un episodio evangelico descritto in due modi nel testo sacro. Nel primo modo il racconto è presente in tutti e tre  i Vangeli sinottici e in Giovanni: Gesù sfama con cinque pani e due pesci cinquemila uomini (cf. Matteo 14,13-21, Marco 6,30-44, Luca 9, 12-17, Giovanni 6, 1-14). E’ l’unico “miracolo”, oltre alla Resurrezione e all’Ultima Cena (istituzione dell’Eucarestia) narrato in tutti e quattro di vangeli canonici. Avverto il mio gentile lettore che qui siamo in un ambiente prettamente teologico della nostra riflessione.

Il secondo modo o secondo miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, è presente in due racconti evangelici, quelli di Matteo 15.32-30 e Marco 8.1-10: nel racconto si dice che Gesù sfamò quattromila uomini con sette pani e pochi pesciolini.

Non dobbiamo preoccuparci della diversità dei due racconti, poiché le fonti evangeliche sono differenti, le redazioni pure e le copie delle varie redazioni altrettanto. E’ impossibile stabilire con certezza la maggiore o minore veridicità dei due racconti, anche se, pur rimanendo in ambito teologico-simbolico, è evidente che se un racconto è presente in quattro “tradizioni” evangeliche e l’altro solo in due, qualcosa dovrà pur significare. Ciò che stupisce è il rapporto tra il pochissimo cibo a disposizione e la capacità di Gesù di soddisfare le esigenze di nutrizione di migliaia di persone, come vedremo nel testo giovanneo sottostante, che ho scelto per esemplificare. Il cibo per il corpo è importante, fondamentale, ma lo è altrettanto quello per l’anima, cioè l’eucaristia, che è prefigurata nei “miracoli” potremmo dire alimentari del Maestro. Gesù non sottovaluta mai l’aspetto fisico della vita umana, anzi, da  buon ebreo osservante egli ritiene che il corpo e l’anima, fatti a immagine di Dio, debbano essere parimenti rispettati e curati, sempre, in ogni tempo e luogo.

Anche san Paolo negli Atti degli Apostoli evoca l’episodio dell’Ultima Cena, quasi come garanzia gesuana di una vita che viene salvata dalle procelle naturali e spirituali. Egli sta viaggiando in nave verso l’Italia e la nave si imbatte in una tempesta e, rassicurato in sogno dall’angelo sulle vite dei suoi compagni di viaggio, l’Apostolo rende grazie a Dio e spezza il pane riuscendo a sfamare duecento e settantasei viandanti per il mare periglioso, lì presenti (…) dopo quattordici giorni passati a digiuno, senza prendere nulla (Atti 27.33-35).

Il miracolo è il segno della diversità di Gesù da tutti gli altri rabbi e taumaturghi itineranti. Il testo che abbiamo scelto, quello di Giovanni, non parla precisamente di miracoli, ma di segni, di testimonianze, di riferimenti a una divinità che sussiste nell’Uomo di Nazaret. θαύμα [τό]  (thàuma ) si dice in greco, come accadimento di qualcosa di straordinario creduto dovuto all’intervento divino, ovvero di fatto che ha dell’incredibile e che suscita stupore e meraviglia, ma Giovanni non usa questo termine, preferendo un altro lemma σημεῖον [τό] (semèion), cioè segno che suscita stupore e meraviglia.

E dunque leggiamo direttamente il primo brano riferito alla moltiplicazione dei pani e dei pesci.

 

Il testo di Giovanni 6,1-14

1 Dopo questi fatti, Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!».

Il versetto 12 ci parla del “pranzo avanzato”, cioè dei beni sovrabbondanti che l’uomo ha a disposizione per vivere. “Nulla vada perduto” (12b), scrive l’autore del vangelo secondo Giovanni.

Quanto, invece, va perduto dei beni a disposizione, ogni giorno che Dio manda sulla terra? Quanto spreco, quanta noncuranza, quanto egoismo, quanto disinteresse! Non sto parlando solo del “banco alimentare” che funziona un po’ ovunque, né delle mense della Caritas o dei padri cappuccini, capillarmente operanti, in centri piccoli e grandi, ma dell’anima delle persone, spesso ottusa e chiusa a ogni pensiero rivolto all’altro senza secondi fini.

Sta divulgandosi un pensiero stolto, uno sguardo insincero, un agire miope e privo di tenerezza. Molti non sentono anche se ascoltano e non vedono anche se guardano. Come possiamo avanti in questo modo?

Ministro dell’Interno Salvini, non ti rendi conto di usare un linguaggio che titilla, non la verità delle cose, ma la sua interpretazione maligna, pericolosamente fuorviante, inadatta soprattutto a rendere consapevoli dei problemi gravi di questo mondo, i giovani? Che prezzo intendi ancora far pagare all’ambito del tuo potere, a fini di propaganda? Non comprendi che il tuo cinismo linguistico e concettuale può essere disastroso, perché molti nella loro semplicità psico-antropologica ti prendono sul serio e si armano e picchiano e forse uccidono?

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