Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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In Siria si gasano popolazioni inermi (forse), si scagliano missili, e dunque: come si sta in Italia senza Governo, mentre il mondo va avanti con semi-guerre e diplomazie ambigue?

Trump, Macron e Theresa May lanciano nella notte un attacco ai centri di ricerca e stoccaggio di armi chimiche in Siria (pare sia così, sperando non si tratti della fotocopia della gran bufala di Tony Blair vs. Saddam Hussein del 2003), mentre i Russi protestano e non si sa che cosa potrà accadere. In realtà la posta in gioco è l’egemonia politico-militare sul Vicino Oriente. Francia e Inghilterra non “possono” stare fuori dai tempi di Sykes-Picot, gli Americani per ragioni legate alla geo-politica globale (Trump o non-Trump), La Russia non molla gli spazi conquistati sulla costa orientale del Mediterraneo e desidera mantenere le basi militari di Tartus (l’antica Tortosa dei crociati) e Latakia (l’antica Laodicea di san Paolo e di sant’Ignazio, vescovo di Antiochia). In questo scenario Arabia Saudita, Israele, Iran e Turchia non stanno a guardare: l’intreccio è complicatissimo e contradditorio. E l’Italia, con Gentiloni in prorogatio e la politica nel grottesco, o quasi? In questa situazione, nessuno parla più di Brexit, del colonnello russo avvelenato, dei guai di Trump, etc. L’Occidente si ricompatta? No, è una fase tattica.

La domanda che si può fare il culto e l’inclito, il neutro o il filo-russo, il filo-americano e l’europeista: si sta meglio a interpretare il ruolo da protagonisti-aggressivi à la Macron, se pur oramai nel piccolo di quasi ex potenza, o il ruolo da deuteragonisti come l’Italia, che è guidata da un Governo attivo “per gli affari correnti”, ma non riesce, imitando altre grandi e meno grandi nazioni europee, a mettere insieme un Governo derivante dal risultato elettorale del 4 marzo scorso?

IN SIRIA (pezzo che ho inviato a Filosopolis, blog del mio amico filosofo Neri Pollastri stamattina)

La Siria fa parte, dopo essere stata culla dei linguaggi sillabici (Ebla, Ugarit, etc.) e parte di quella “Mezzaluna fertile” dove iniziò un pezzo di civiltà, in ogni senso si intenda questo termine, scrittura, appunto, sedentarizzazione di popolazioni significative, fondazione di città, origine di un’agricoltura intelligente con un uno “sfruttamento” altrettale delle non molte risorse idriche, e altrettanto si può dire per un artigianato e per arti figurative di livello eccellente (si contempli Palmira, per citare solo un luogo), etc., è stata con l’area palestinese che va dalle alture di Golan, dove pare sia stata collocata la cittadina di Cana (cf. Giovanni 2, 1-10), che non si troverebbe dove ora ti portano le guide se vai in visita ai luoghi di Gesù di Nazaret, al deserto del Negev, la culla del primissimo cristianesimo.
Anche san Paolo, che era di Tarso, un po’ a Nord, sotto i monti del Tauro e oltre il fiume Oronte che scorre ad Aleppo (!), città “romana” (oggi diremmo “turca” o jazida?) passò per la Siria più e più volte. Anzi, non era forse diretto a Damasco per perseguitare i seguaci del nazareno quando incontrò in qualche modo il Maestro? (vedi tela di pari tema, del Caravaggio, in Santa Maria del Popolo a Roma)
E potrei continuare, perché siro-palestinesi erano diversi personaggi di cui si parla in Giovanni e nei vangeli sinottici, etc. E, in seguito, altri “pezzi” della primitiva “grande Chiesa” erano di lì. Cito qui due o tre personaggi di tutto rilievo: Nemesio di Emesa (oggi Homs), vescovo e autore di un bel trattato di antropologia filosofica (Περὶ φύσεως ἀνθρώπου, cioè Della natura dell’uomo), Efrem il Siro, pensatore  e poeta di vaglia, Ignazio di Antiochia, vescovo e martire, che scrisse una lettera alle sette chiese della zona, tra le quali Laodicea (l’attuale Latakia, così cara ai Russi odierni per la base militare che vogliono mantenere sul Mediterraneo!), e così via.
La Siria è culla importantissima di parte della nostra cultura cristiana indefettibile, caro Neri, oltre ad essere la terra bellissima e struggente che tu ben descrivi.

Mane diu, o mane Deo, come preferisci, mio caro Neri e caro lettore della domenica.

Bardonecchia, dove l’arroganza francese si è manifestata in tutta la sua iattanza, quasi con una “eclissi” della ragione

In friulano, nella mia lingua madre di ceppo ladino con importanti prestiti germanici e slavi, si dice “eclìs”, cioè eclisse, o eclissi, ed avviene dalla prospettiva terrestre solitamente quando la luna passa-davanti al sole, ovvero quando un qualsiasi corpo celeste, come un pianeta o un satellite, si frappone tra una sorgente di luce, cosicché uno dei due corpi celesti sopracitati entra nel cono d’ombra o di penombra, venendo occultato.

La parola “eclissi” deriva dal greco ἔκ (ek), preposizione che significa “da” (moto da luogo), e λείπειν, (leipein), che significa “allontanarsi” ovvero “nascondersi”, “rendersi invisibile”, ma io ne propongo qui sotto una diversa, e non sono sicuro che sia un grande azzardo.

Il termine potrebbe avere forse la stessa etimologia di “ekklesìa“, da ek-kalèo, “raduno”, “chiamo”, sempre in greco antico, e cioè, sostantivando il verbo, adunanza, chiamata, e derivare alla lontana perfino dal lemma ebraico corrispondente “kahàl”. Eclisse, dunque, non solo, come nascondimento, ma anche come chiamata. Che bello!

Magari qualche accademico attento e curioso mi potrebbe smentire, lieto io di discuterne. Se teniamo il significato posto per primo, in ogni caso è molto interessante, soprattutto per la valenza metaforica dei lemmi allontanamento, nascondimento rinvianti alla nozione di verità, così come proposta dal filosofo Martin Heidegger, che chiamava la verità “non-nascondimento”, cioè in greco antico a-lètheia, lontano-dal-fiume-infero-della-dimenticanza, il Lete.

Eclissi del sacro, eclissi del pensiero, eclissi o sonno della ragione (che genera mostri) ecco i sintagmi forti molto diffusi, di cui abbiamo molti esempi, come tra altri l’episodio di Bardonecchia, dove dei doganieri francesi hanno inseguito un migrante per raccogliere le sue urine al fine di controllare se fosse drogato o no. I gendarmi francesi, caro Monsieur le President Emmanuel Macron, non avevano alcun diritto di sconfinare venendo a “lavorare” in Italia. Eppure, non solo non si scusano, ma sostengono il loro pieno diritto di agire come hanno agito.

I Francesi, come spesso gli accade, anche in questo caso sono stati arroganti e stupidi. Ricordo al mio gentil lettore anche il tremendo episodio del DC9 Itavia colpito e inabissatosi nel mare di Ustica il 27 giugno del 1980; domanda: c’entravano Mirage o Corsair francesi partiti da una base in Corsica; oppure F 14 Tomcat o Awacs americani, che risultavano in volo in quei minuti più o meno sul mar Tirreno (cf. quanto noto sul web della “strage di Ustica”), magari a caccia di Mig 21 libici? Comprendo che la grande nazione francese, molto attiva ai tempi del colonialismo, ora è oggetto di attenzione da parte dei fanatici islamisti e ha già pagato un prezzo di sangue insopportabile negli anni scorsi. Un altro aspetto da non sottovalutare, che riguarda il contesto francese è il brutale omicidio dell’anziana signora ebrea Mireille Knoll, superstite della Shoah, segno di un revival preoccupante e orrendo di antisemitismo vestito di antisionismo, che narra le cose come un secolo e passa fa, quando ancora accadevano i pogrom nell’Europa orientale, “a cura” di polacchi e  russi, e in Francia le cose non andavano tanto bene per gli ebrei: si ricordi in tema l’affaire Dreyfuss. In attesa di ciò che nessuna mente umana avrebbe potuto pensare, vale a dire quanto è stato pensato e deciso nella cosiddetta “conferenza di Wannsee” il 20 gennaio 1942, mentori presenti Reynard Heydrich, SS-Obergruppenführer, Heinrich Mueller, capo della Gestapo e SS-Gruppenführer,  Einrich Himmler, capo di tutti e due, tra altri gerarchi di alto livello del regime nazista, le cui decisioni furono in seguito attuate con enorme dovizia di mezzi logistici (coordinatore Adolf Eichmann – SS-Obersturmbannführer), cinismo e umanamente ancora indecifrabile crudeltà.

Se eclissi, oltre a nascondimento significa anche chiamata, ascoltiamo le parole del papa, pronunziate il giorno di Pasqua, ché ci possono aiutare: “(…) Le donne che sono andate per ungere il corpo del Signore si sono trovate davanti a una sorpresa (…) gli annunci di Dio sono sempre una sorpresa perché il nostro Dio è il Dio delle sorprese (…) C’è sempre una sorpresa dietro l’altra, Dio non sa fare un annuncio senza sorprenderci e la sorpresa è quello che ti tocca là dove non lo aspetti. Per dirlo con il linguaggio dei giovani: la sorpresa è un colpo basso. Non te lo aspetti, Lui va e ti commuove (…) La gente corre lascia tutto quello che sta facendo, anche la casalinga, lascia le patate nella pentola. Le troverà bruciate ma l’importante è correre per vedere quella sorpresa, quell’annuncio“. E il Papa chiede se oggi noi siamo capaci di fare altrettanto, sorprenderci e correre. “E oggi, in questa Pasqua del 2018, io che? tu che?”

Proviamo a vedere se siamo capaci di andare oltre l’eclissi, oltre il nascondimento, oltre il sonno della ragione, per cogliere le pascaliane ragioni del cuore, se siamo capaci di ascoltare, anzi di auscultare le ragioni che vengono dal profondo, dal silenzio che si fa nell’anima (cf. Johannes Meister Echkart), Le voci di dentro, come son chiamate da Eduardo De Filippo in un suo lavoro del 1948.

O come, semplicemente, sono i silenzi ai confini della campagna, dove vivo da un anno e mezzo, stamattina accompagnato da Rossini e Mozart, e poi da Modest Mussorgsky, che innerva di romanticismo le storie antiche della Santa Madre Russia, con Promenade, Gnomus, Il vecchio castello, Tuileries de Paris, Limoges, Catacombae, Baba-Yaga e  La Grande Porta di Kiev, archi e timpani tonitruanti, per farmi sentire l’anima che viene dall’Est.

Ho sempre preferito eventualmente andarmene, o comunque “star leggero” in ogni ambiente prima di stancarmi e di stancare…

…e l’ho fatto sempre, nei vari studi (che comunque ho terminato sempre, riprendendone altri), e lavori, cosicché il sentimento lasciato a chi restava è stato sempre di nostalgia.

A ventisette anni, dopo aver fatto il liceo classico, unico periodo di studio a tempo pieno della mia vita, intervallato da estati a portare bibite, lavoravo già da otto anni in fabbrica e studiavo politica. Sono entrato nel sindacato e vi son rimasto finché non mi ha chiamato a dirigere il personale la più grande azienda del Friuli. Nel sindacato ero lì già pronto per Roma, per posizioni nazionali, ma ho preso il bivio della grande impresa.

Giocavo a basket non male, guardia tiratore con il mio 1,84 ben distribuito su 80 kili. La bicicletta sarebbe arrivata a trent’anni, mai più mollata fino alla malattia. Ma mi dicono che la riprenderò in mano presto.

Guardavo le stagioni trascorrere, prima lente nel mio paese, con estati infinite, in un ambiente bellissimo, pieno d’acque.

A Buttrio nell’enorme azienda a capo del personale son rimasto finché mi è parso possibile, e me ne sono andato quando ho raggiunto un punto che mi permetteva di salutare successivamente chiunque a testa alta, in obbedienza alla mia coscienza.

I successivi lavori, di consulenza in grandi aziende e men grandi, di studio fino ai massimi livelli accademici di teologia e filosofia e insegnamento accademico, non sono mai stati esclusivi, ma sempre vari, tali da farmi sempre in qualche modo desiderare e chiamare da altri soggetti, da nuovi committenti. Non ho mai avuto la sensazione dello stancamento mio e dei miei interlocutori. Nulla puzzava mai tra me e loro.

La montagna era (ed è) l’altra mia passione: son stato su tutte le più alte cime delle Giulie e delle Carniche, nei silenzi fondi del mio camminare in solitudine, del mio ascendere prudente verso azzurrità indicibili, come quella del Cridola, o dello Jof Fuart, del Montasio con partenza in notturna, e perfin della Civetta immensa, dell’eccelso monte Pelmo. Del Peralba qui ho più volte cantato,  e attendo di riaver le forze per tornarvi. Ho visto tracce d’unghioni d’orso sul Monte di Cabia e la lince alla Forcella Giaf. L’aquila mi ha salutato sopra il Coglians e il Matajur.

Negli affetti mi son capitate nel tempo molte cose che qui, poiché son le più delicate, non dico, anch’esse in qualche modo coerenti con la mia inquietudine. Ho una figlia bella, aggressiva (si sa difendere), e intelligente. Suona l’arpa e canta e studia lettere.

Non avrei mai sopportato di aspettare con ansia di andare in pensione, e ora quel momento non è molto lontano, anche se non significherà che fermerò il mio lavoro, per il quale ho già incarichi per i prossimi anni. E tantomeno lo studio, e di scrivere libri.

Caro lettore, mi rivolgo a te, come quasi ogni giorno faccio, perché mi fai compagnia, e ogni tanto ho bisogno di raccontarmi a te, anche se non mi rispondi, ma so che leggi e so anche, più o meno, chi sei, e ti saluto.

E forse, è proprio la distanza fra te e me che permette uno scambio che continua nel tempo, noi siamo alla giusta distanza, non ci pestiamo i piedi, non ci disturbiamo. E’ stata la mia scelta fin dall’inizio. E funziona.

Grazie a te che parli con me in silenzio.

Trisillabico, sdrucciolo o tronco, Nìbalì

…Nìbali o Nibalì, à la francese.

Un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome Fausto Coppi“, la voce di Mario Ferretti canta l’airone che ha spiccato il volo staccando tutti nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia del ’49. Bartali ha 35 anni e ha forato quattro volte, arriva a Pinerolo con quasi dodici minuti di ritardo, secondo, o primo di un’altra corsa. Mio padre Pietro ascolta la radiocronaca e me la racconta vent’anni dopo.

Cambia l’anno, il giorno, la corsa, il colore della maglia e lo sponsor. Non il sentimento: Coppi o Nibali, Bartali o Pantani, è l’eterna poesia del ciclismo. L’eterno fruscio delle ruote nel vento, l’andare curva dopo curva, tornante dopo tornante, fino alla visione del mare oltre il Passo del Turchino, oppure inerpicandosi verso montagne piene di neve, anche in pieno giugno.

Ieri Nibali ha vinto a Sanremo, dopo dodici anni di dominio altrui, di campioni di fuori, francesi, tedeschi, australiani, polacchi, inglesi.

Un’altra impresa risalente a settanta anni fa. Da La Gazzetta dello Sport del 15 luglio 1948. In quella data “si corre la Cannes-Briançon, tredicesima tappa (274 km) del Tour de France che culmina con la scalata del temuto colle dell’Izoard (2.361 metri). In quella edizione la squadra italiana diretta da Alfredo Binda (e priva di Fausto Coppi) è capitanata da Gino Bartali. A trentaquattro anni, il campione fiorentino di Ponte a Ema è stato protagonista delle prime giornate ma poi ha perso terreno. Gino è settimo, attardato di oltre ventuno minuti e a guidare la classifica c’è il francese Louison Bobet. I giochi sembrano fatti.

Invece Bartali parte subito all’attacco e, dopo un testa a testa col bretone Jean Robic, va in fuga. Nessuno gli resiste e quando transita sull’Izoard è ormai solo. Gli altri dietro, staccati di minuti. Al traguardo Bobet conserva la maglia gialla ma il suo distacco in classifica generale si è ridotto a poco più di un minuto. Bartali non si ferma. Dopo quella tappa si aggiudica quella del 16 luglio e quella successiva. Bobet è raggiunto e quindi staccato. La vittoria finale al Tour è ipotecata.

Fin qui parrebbe solo una straordinaria impresa ciclistica. Se non fosse che la cronaca sportiva si incrocia, come talvolta accade, con eventi di tutt’altra natura: in questo caso quelli legati al ferimento di Palmiro Togliatti e alle drammatiche giornate che ne seguirono.”

Alla Milano-Sanremo del 1970, Michele Dancelli partì prima del Capo Berta, a settanta chilometri dall’arrivo, e vinse, rompendo un tabù che durava dall’ultima vittoria italiana di Loretto Petrucci risalente al 1953. Nel frattempo, avevano vinto scendendo dal Poggio fino a sfrecciare su via Roma Van Looy, Van Steenbergen, Eddy Merckx e altri grandi, ma più nessun italiano, fino all’impresa del bresciano coraggioso.

Finisco con Marco Pantani. Era il 4 giugno 1999, tappa del Giro d’Italia che finiva al Santuario di Oropa. Il grande corridore era in maglia rosa.

Racconta la “rosa”, che è il maggior quotidiano italiano: “Pantani dovette fermarsi e mettere i piedi a terra. Perse circa 40 secondi dal gruppo di testa, ma grazie all’aiuto di un tecnico della Shimano, che si trovava in macchina accanto a lui, riuscì a ripartire rapidamente. I suoi compagni di squadra della Mercatone Uno – fra cui Stefano Garzelli, vincitore del Giro l’anno dopo — si fermarono appena si accorsero di aver perso il loro capitano per strada, che arrivò pochi secondi dopo. Da lì, a meno di una decina di chilometri dall’arrivo al Santuario, con l’aiuto del resto della squadra, Pantani iniziò una delle più entusiasmanti rimonte nella storia delle grandi corse a tappe. Dopo aver superato una ventina di corridori nei primi chilometri, l’ultimo compagno di squadra rimasto con lui, il bresciano Marco Velo, si staccò e Pantani iniziò l’ultima parte della sua rimonta.

Recuperò circa 40 secondi di ritardo, superò complessivamente 49 corridori, fra cui Ivan Gotti, Gilberto Simoni e Paolo Savoldelli. Andò talmente forte che riuscì a riprendere anche Jalabert, che si era portato da solo in testa con uno scatto lungo la salita. A tre chilometri dall’arrivo iniziò a staccarlo, fino ad avere un vantaggio di venti secondi, guadagnati per la maggior parte nella parte più dura della salita. Tagliò il traguardo di Oropa per primo, ma senza saperlo: quando arrivò infatti non alzò le braccia e continuò a mantenere l’andatura. Se ne accorse solo qualche secondo dopo, festeggiato dai membri della sua squadra. Con quella vittoria, Pantani portò a 1 minuto e 54 secondi il suo vantaggio sul secondo in classifica, Paolo Savoldelli, e a 2 minuti e 10 secondi da Jalabert.”

Dopo che la mafia e la burocrazia fecero fuori questo grandissimo atleta, il ciclismo mi ha suscitato più malinconia che gioia, e più che guardarlo in tv l’ho vissuto finché ho potuto sulla mia rossa Bottecchia di alluminio, che mi aspetta fiduciosa per riprendere, spes contra spem, il suo fruscio nel vento.

Ricordando Davide Astori: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”

Davide Astori è mancato in silenzio qua vicino, a Udine, la notte prima di giocare con la forte squadra friulana, quasi completamente priva di friulani. Più internazionale della gloriosa Inter di Milano.

Quando l’ho saputo dai media, che poi -martellanti- non hanno smesso di ripetere la notizia tutta la domenica, ho prima provato una grande pena, come per un uomo di quarantasette anni del mio paese, morto allo stesso modo tre giorni fa, e poi ho pensato alla folgorante lirica ungarettiana, ispirata al poeta dalla guerra che visse in divisa da fante a pochi chilometri più a sud-est di Udine, tra Santa Maria la Longa, il Carso e l’Isonzo, dove si combattè per tre anni, crudelmente.

Quando vai a Gorizia, caro lettore, prima di arrivarvi, guarda alla tua destra, verso sud e vedrai una lunga altura di altezza collinare chiamata Monte, il Monte San Michele. Lì in pochi giorni morirono forse trentamila soldati di ambedue i fronti, e ruscelli insanguinati si versarono nelle acque smeraldine dell’Isonzo, il meraviglioso fiume italo-sloveno, limite e simbolo unente di due nazioni.

Davide non è morto in guerra, ma aveva l’età degli ufficiali di quei due eserciti, di tenenti, capitani e maggiori. E anche lui era capitano, il capitano della squadra di una città tra le più belle del mondo, forse in assoluto la più ricca di capolavori d’arte figurativa.

Davide Astori era un bravo calciatore e un atleta alto e forte, controllato come lo sono in Italia gli sportivi professionisti. Bene. Eppure lui non c’è più. Hanno fatto l’autopsia e ci diranno qualcosa. Forse l’impianto elettrico del suo sistema cerebrale e cardio-circolatorio ha detto basta, improvvisamente, senza preavviso e senza che vi fossero pur remoti prodromi clinici.

Ecco che se ne è andato, come può capitare in qualsiasi momento a chiunque, come dice il Vangelo secondo Matteo “Vegliate dunque perché voi non sapete il giorno e l’ora” (25, 13), là dove Gesù parla ai discepoli della “fine del mondo”, tema apocalittico, e dunque rivelativo, come dice l’etimologia di “apocalisse” (cari maghi dei mass media, che usate il termine “apocalisse” per parlare di catastrofi, cataclismi e disastri, poveri beoti!). Ma a noi interessa il nostro giorno e la nostra ora, e non li conosciamo, né possiamo conoscerli.

Il venir meno della vita è mistero, anche se possiamo pensare, anzi lo sappiamo per esperienza che essa può venire meno per ragioni anagrafiche, oppure per malattia o incidenti. Di solito viviamo non pensandoci più di tanto, perché è meglio così. Non conosciamo direttamente quest’ultimo momento, perché coincide con il venir meno della nostra coscienza, se questa non è già venuta meno prima. E le scienze medico-biologiche informano quelle giuridiche per definire bene il fenomeno, che è del tutto naturale, come spiega l’assioma conclusivo del principale sillogismo aristotelico “gli uomini, come tutti i viventi, sono mortali“, così com’è nella sua forma abbreviata di entimema.

Davide lascia moglie e bimba. Tutti lasciamo qualcuno e qualcuno ha lasciato noi. Alla fine, prima o poi siamo tutti orfani e rendiamo orfano qualcuno, se abbiamo procreato. Questo non è consolante: è reale. Hegel direbbe che è anche razionale. Vero ma doloroso, come può essere ciò-che-è-reale.

La filosofia, scriveva nel suo meraviglioso volume pensato e redatto nel carcere di re Teodorico, che sospettava di lui come traditore, che la Filosofia dà consolazione (De consolatione philosophiae), Severino Boezio. Possiamo anche convenire, ma non ci basta. Certamente. Il pensiero razionale non basta, specie quando si tocca con mano il dolore e l’invecchiamento, che tocca a molti. A Davide non è toccato, perché se ne è andato come una foglia in piena estate, poiché la sua vita non aveva ancora nulla di autunnale, come se qualche robusta mano avesse scosso il ramo dell’albero ben prima del vento di stagione.

Non ci sono parole adatte a consolare chi lo amava e rimane qui, specie la bimba, ma anche la sua donna e i suoi genitori e fratelli. Se in qualche modo queste mie parole arriveranno fino a loro mi piacerebbe dirgli che il loro ragazzo marito padre ora vive nella visione beatifica di Chi tutto sa, tutto comprende, tutto ama e attende in uno stato di grazia tutti noi che, anche se non l’abbiamo conosciuto, gli vogliamo bene, se pure non nello strazio tremendo dei suoi cari, perché nel comune destino.

Non basta, ma è tutto quello che si può dire prima di fare silenzio, oppure si può anche evitare di dire, facendo subito silenzio.

E ora la Terza Repubblica, o della carica dei “tecnicamente ignoranti” incazzati che ora devono mostrare di saper governare, e il declino di presuntuosi alla Renzi, co-distruttore di una sinistra riformista, quasi geneticamente incapace, vien da dire, di ammettere sue personali responsabilità della débacle del PD, e alla Berlusconi, mai-rassegnato-allo-scorrere-del-tempo

Non mi auguravo questo risultato nelle politiche di ieri, ma l’Italia va avanti, 24 milioni di italiani questa mattina sono andati al lavoro, 7 milioni di alunni a studiare, decine di milioni di donne a lavorare in casa anche per 30 milioni di maschi, piccoli, grandi e vecchi. Al di là e nonostante Di Maio e Salvini, Berlusconi e Renzi, vincitori e sconfitti, oppure presuntuosi come D’Alema e Bersani, poveretti. Di Grasso, di quel presuntuoso di Enrico Rossi, di Fratoianni, di Civati, e di Boldrini dirò poco, pochissimo, perché gli Italiani ne hanno fatto stracci, come meritavano.

Forse ora, per capire qualcosa di più, occorre riprendere anche un discorso storico-sociologico sulle differenze interne alle popolazioni italiche, dai tempi dei Greci e dei Sanniti, dei Romani e dello Stato pontificio, sul meridionalismo e sul piemontesismo, o sul lombardo veneto e il Granducato di Toscana. Qualcuno sta paragonando, ad esempio, in modo non peregrino l’appeal del M5S alle politiche “assistenzialiste” di Achille Lauro, etc..

Con mia grande gioia, Renzi ha annunziato le proprie dimissioni, e alla buon’ora, dopo aver fracassato il PD, che era l’ultimo grande partito vero sulla scena politica italiana, epperò, anche dimettendosi ha continuato con pervicacia nella sua opera di devastazione di un pezzo fondamentale della sinistra riformista italiana. Se fosse stato un minimo “generoso”, anzi ragionevole, avrebbe dovuto dimettersi subito dopo l’esiziale esito del referendum costituzionale di fine ’16, ma non l’ha fatto, perché la sua presunzione arrogante fino alla protervia ha prevalso su ogni altra considerazione politica. E’ riuscito, infatti, a fare ancora danni, come il varo di una legge elettorale che è stata, funereo contrappasso, la sua “attuale” tomba politica, oltre che essere una strepitosa cazzata o c.ta di fantozziana memoria, caro ragionier Rosato (puarèt, par furlan). Perdonami, mio sempre cortese lettore, questo tono forse un poco acrimonioso, ma non posso perdonare -ora- a questo parvenu borioso e sostanzialmente ignorante, di avere massacrato un pezzo di storia politica italiana, cui appartengo con orgoglio dal versante socialista, che non morirà con la fine politica di Renzi, che auspico per il bene dell’Italia, da quando avevo l’uso di ragione e finché saprò di stare a questo mondo.

Il vaffa a Renzi glielo dico io, oggi, con vera anche se amara soddisfazione.

d’alema e bersani stanno sul Sunset boulevard da tempo e ieri glielo hanno detto chiaramente gli Italiani, che tra le righe sanno anche essere saggi, non solo talora ignorantelli. Gli elettori, da un lato hanno premiato teste di vitello come salvini e di maio, dall’altro hanno smontato buffole strabordanti come grassoboldrini, che spero abbiano capito la loro individual insussistenza. Questi due proprio non tengono substantia, essentia nec forma, direbbe Tommaso d’Aquino, che pregherebbe per le loro povere anime di incliti sciocchini, e quasi persin da compatire.

Ora il pallino è nelle mani costituzionali dell’onesto Presidente Mattarella. Meno male. Di lui possiamo fidarci come custode esperto delle nostre Norme fondative, quelle di Calamandrei, Togliatti, Ruini, Nenni, De Gasperi, etc., quelle di fine ’47 inizio ’48, quando questi coraggiosi pensarono a una Costituzione piena di sanissimi e solidi principi di uguaglianza, equità e giustizia, ispirati dal più elevato pensiero politico liberal-socialista e cristiano-cattolico. L’Italia più sana, che ancora vive, forse oggi un po’ sotto la cenere, come braci non spente e non mai spegnibili. Credo e spero, oppure spero e credo, oppure, come insegnava sant’Agostino, credo ut intelligam et intelligo ut credam, cioè credo per comprendere e comprendo per credere. Il miglior pensiero politico laico e cristiano li aveva ispirati, qualcuno dice, auspice lo Spirito Santo, che soffia dove vuole, non perché si stesse ragionando e decidendo a Roma… o forse anche, perché Roma era e resta caput mundi, senza che tale sintagma un po’ nazionalista infici il mio e il tuo, caro lettore, senso di pace ed eguaglianza tra tutti gli esseri umani e tutti i popoli, senza alcuna distinzione, come recita la nostra Carta, che per questo è Sacra.

E dunque, teniamo duro e teniamoci per mano, lavorando e cantando, sperando e credendo, amando più ancora la nostra bella Patria Italia e i nostri cari, comprendendo il prossimo di tutti i colori, studiando e cambiando (anche idea), perché qualcosa dovrà pur accadere, e se accade significa che qualcuno opera, nell’evidenza dei mass media o nel silenzio e nel nascondimento, come Maria di Nazaret, che custodiva nel suo cuore il segreto più grande.

Ecco, magari ricordiamoci che forse anche un’Ave Maria può essere un rispettoso esercizio di umiltà creaturale, caro lettor della sera.

In questo 11 febbraio di pieno inverno Marco ci racconta (1, 40-45) una storia del Maestro, che consola

“Un giorno, in una città che stava visitando, un lebbroso gli si fece incontro lungo la via e, appena lo vide, gli si gettò ai piedi supplicandolo dicendo: “Signore, se tu lo vuoi, puoi guarirmi”. Gesù non vide colpa in lui, quindi, allungò la mano, lo toccò nella sua infermità, e gli disse: “Lo voglio, sìì guarito”.

Subito la lebbra sparì dall’uomo. Lo mandò in pace dicendogli di non dirlo a nessuno: “Recati, piuttosto, dal sacerdote e mostrati a lui perché ne dia testimonianza. Poi recati al Tempio e fa l’offerta del sacrificio, come ha stabilito Mosè, perché questa diventi per loro un’attestazione di guarigione”.

Il lebbroso non ascoltò quella raccomandazione tanta era la gioia per l’avvenuta guarigione. Infatti, appena Gesù fu partito da quel luogo, l’uomo si dette a divulgare il fatto a chiunque incontrasse. Così e anche per altri fatti la fama di Gesù si diffuse sempre di più nella regione.

Una folla numerosa accorreva a Lui da ogni parte dei villaggi e delle città. Si radunavano per ascoltarne la parola e per farsi guarire dalle malattie. Gesù, a sera, poi si ritirava in luoghi deserti a pregare e meditare ogni qualvolta vi riusciva.”

Il racconto si trova anche nei vangeli secondo san Matteo (8, 1-4) e secondo san Luca (5, 12-16) e, un po’ stranamente, vista la tendenza di san Marco a essere solitamente più sintetico degli altri evangelisti sinottici, questa volta, al contrario, indugia in un racconto più lungo, con dovizia di particolari che nei testi paralleli mancano, e mi riferisco soprattutto al dialogo tra il malato e Gesù. Si tratta del cuore del racconto ed è per questo che ho scelto la versione marciana. “Se tu vuoi, puoi“, dice il lebbroso, e Gesù decide e agisce, raccomandandogli di non fare propaganda all’evento straordinario, e piuttosto di andare dal sacerdote affinché questi attesti l’avvenuta guarigione.

Gesù tocca un immondo anche se la Legge di Mosè prescriveva la sua emarginazione. La visione arcaica, vetero-testamentaria considerava i lebbrosi reietti da Dio e dagli uomini, colpevoli sicuramente di gravi peccati, direttamente o indirettamente in ragione di peccati commessi dai genitori o dagli avi.

E’ chiaro che la medicina del tempo non aveva rimedi a quella grave e contagiosa malattia, e dunque la società si rivolgeva al diritto religioso per rimediare, inventando colpe immaginarie per giustificare la presenza della malattia e del dolore, quasi fosse una sorta di giustizia retributiva, che per il Maestro di Nazaret è manifestamente assurda, visto il suo intervento deciso.

Gesù viola la legge mosaica e diventa pure lui immondo, andando oltre la Scrittura e le regole ivi riportate, tranquillamente, e sapendo (Lui sa) di interpretare il volere divino. E anche il lebbroso ha capito la compassione del Maestro, che lui intuisce dicendogli “Se tu vuoi, puoi“, e Gesù, mosso fin nei visceri (rahumin) a compassione, vuole.

Ciò significa molto: che il dolore vissuto (dal lebbroso) e  compreso (da Gesù) è più istruttivo della gioia, è a talora fonte di sapienza profonda, paradossalmente.

La guarigione del tempio avviene fuori dal Tempio, e nonostante le norme dettate dall’autorità religiosa, cosicché è qualcosa di straordinario per quel tempo, ma anche per noi. Anche noi abbiamo bisogno di cercare al di fuori della norma, della consuetudine, di ogni confort zone che siamo tentati di coltivare nella nostra vita e nel nostro lavoro.

La comodità attrae chiunque, ma affloscia lo spirito, così come la desuetudine all’impegno, alla fatica e, posso ben dirlo, al dolore, che non auguro a nessuno, e scongiuro ogni giorno curandomi e pregando, ma comprendendo, forse, le ragioni dell’imperfezione, del divenire, del cambiamento, della vita, come esercizio e come accettazione.

“(…) Non mi avete fatto niente… con le vostre inutili guerre (…)”, nella “preistoria” attuale di questo mondo!

Caro lettor mio della domenica,

nel titolo è la Terra che parla agli Esseri Umani arrancanti lungo la china, non so se ascendente in termini di consapevolezza morale, della loro umanità.

Ecco il testo della canzone vincente il festival di Sanremo, a guisa di spunto riflessivo più ampio,

A Il Cairo non lo sanno che ore sono adesso/ Il sole sulla Rambla oggi non è lo stesso/ In Francia c’è un concerto/  la gente si diverte/ Qualcuno canta forte/ Qualcuno grida a morte/ A Londra piove sempre ma oggi non fa male/ Il cielo non fa sconti neanche a un funerale/ A Nizza il mare è rosso di fuochi e di vergogna/ Di gente sull’asfalto e sangue nella fogna/ E questo corpo enorme che noi chiamiamo Terra/ Ferito nei suoi organi dall’Asia all’Inghilterra/ Galassie di persone disperse nello spazio/ Ma quello più importante è lo spazio di un abbraccio/ Di madri senza figli, di figli senza padri/ Di volti illuminati come muri senza quadri/ Minuti di silenzio spezzati da una voce/ Non mi avete fatto niente/ Non mi avete fatto niente/ Non mi avete tolto niente/ Questa è la mia vita che va avanti/ Oltre tutto, oltre la gente/ Non mi avete fatto niente/ Non avete avuto niente/ Perché tutto va oltre le vostre inutili guerre/ C’è chi si fa la croce/ E chi prega sui tappeti/ Le chiese e le mosche/ l’Imàm e tutti i preti/ Braccia senza mani/ Facce senza nomi/ Scambiamoci la pelle/ In fondo siamo umani/ Perché la nostra vita non è un punto di vista/ E non esiste bomba pacifista/ Non mi avete fatto niente/ Non mi avete tolto niente/ Questa è la mia vita che va avanti/ Oltre tutto, oltre la gente/ Non mi avete fatto niente/ Non avete avuto niente/ Perché tutto va oltre le vostre inutili guerre/ Le vostre inutili guerre/ Cadranno i grattaceli/ E le metropolitane/ I muri di contrasto alzati per il pane/ Ma contro ogni terrore che ostacola il cammino/ Col sorriso di un bambino/ Col sorriso di un bambino/ Col sorriso di un bambino/ Non mi avete fatto niente/ Non avete avuto niente/ Non mi avete fatto niente/ Le vostre inutili guerre/ Non mi avete tolto niente/ Le vostre inutili guerre/ Non mi avete fatto niente/ Le vostre inutili guerre/ Non avete avuto niente/ Le vostre inutili guerre/ Sono consapevole che tutto più non torna/ La felicità volava/ Come vola via una bolla.”

Meta e Moro, con la loro vibrante canzone ci fermano sul ciglio del marciapiede a pensare. Viviamo in un tempo che parla di IA, cioè intelligenza artificiale, cui pare potremo affidare, se pure con prudenza, tra pochi decenni alcune incombenze attualmente “umane”, e ciò nonostante registriamo nell’ultimo secolo o poco più il massimo di violenza tra gli esseri umani, con le guerre più sanguinose e il maggior numero di morti e feriti rispetto a ogni altro periodo storico.

Che dobbiamo pensare e fare allora, si chiedono i due cantautori? Rispondere con un sorriso agli schiaffi che riceviamo, direi, traducendo in linguaggio teologico cristiano, anche se semi-apocrifo: porgendo l’altra guancia. Aggiungo: chi ci riesce. Io stesso, che son provvisto di una qualche facoltà raziocinante, faccio a volte tanta fatica a comportarmi in modo aperto, alto, auto-controllato. Una fatica boia, e so che molti lettori mi capiscono e condividono.

Per tornare “dentro” un pensiero capace quantomeno di comprendere la -oso chiamarla così- plausibilità fattuale della violenza inter-umana, ho la necessità di interpretare le “scienze dure” dell’evoluzione, come le chiamava Wilhelm Dilthey (Naturwissenschaften), per distinguerle rigorosamente dalle Geistwissenschaften, o “Scienze dello Spirito”, la filosofia e la psicologia. I pazzoidi drogati dell’Isis o Luca Traini, per dire dell’ultimo, può darsi abbiano anche delle limitazioni nell’hardware cerebrale, e precisamente nell’area dei lobi orbito-frontali dell’encefalo. Non lo  so, lo ipotizzo -comunque da osservatore profano, ché un teologo-filosofo non è un neuro-scienziato-  in base alle scuole neuro-scientifiche più biologiste, come nel caso di Adrian Raine (cf. L’anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine, edito da Mondadori Education nel 2016), già da me un paio di volte citato in questo sito.

Se ci orientiamo verso una progressiva “biologizzazione” delle “Scienze dello Spirito”, usando il linguaggio diltheyano, rischiamo di togliere ogni responsabilità morale all’agire umano e ogni plausibilità razionale al diritto penale, e quindi alle relazioni colpa-pena e responsabilità individuale-libero arbitrio-espiazione. Io non ce la faccio a “biologizzare” tutto. Ragionevolmente ritengo opportuno lasciare uno spazio importante anche alla libertà soggettiva, sia nella sua accezione moderna, che potremmo -agostinianamente- definire maior, sia nella sua accezione limitativa, quasi lombrosiana-rainiana, o forse, per meglio dire, luterana. Su quest’ultima citazione non dimentichiamo il durissimo dibattito che divise ai loro tempi frate Martin Lutero ed Erasmo da Rotterdam, rispettivamente sul servo o sul libero arbitrio.

Traini o qualsiasi Kouachi (strage al Charlie Hebdo) delle cronache nere del terrorismo recenti, non sono dei mutilati orbito-frontali, ma degli esseri umani deliberanti e responsabili delle loro azioni, che possiamo anche, giornalisticamente, definire “folli”, ma in qualche misura deliberate e “libere”. Folli e libere nel contempo, caro lettore.

Ecco, “giornalisticamente” scrivo qui sopra, e aggiungo subito “politicamente”. La politica e i media (si legge come si scrive, caro lettore, perché è latino non inglese) hanno in gran misura fallato e fallito anche questa volta, con rare, rarissime eccezioni. Non sto qui a distinguere troppo, ché la miseria analitica dei commentatori e l’opportunismo collocato tra afasia, ignavia ed ignoranza dei politici è sconsolante. I primi, ripeto, con rare eccezioni (forse Mauro su La Repubblica,  Ferrara su Il Foglio e L’Avvenire, quotidiano della C.E.I.), hanno semplicemente fatto da eco ai loro padroni editori o ai riferimenti partitici cui afferiscono o si piccano di condizionare (vergogna Travaglio!); i secondi, con l’eccezione del Presidente Mattarella, in questo caso meno inamidato di altre volte, sono stati, o afasici per ignoranza e opportunismo, come la setta di Grillo-Di Maio, o politicamente corretti (che noia!) come i Liberi e Uguali, o imbarazzati come il PD e Forza Italia (come vedi, caro lettore, qui li accomuno). La Lega attraversa un momento di nervosa e arrogante ignoranza, tecnica e politica (per avere sulla punta delle dita la nozione di “ignoranza tecnica” suggerisco lo studio di Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, tutta, 5.000 pagine in sei voll., Edizioni Dehoniane Bologna, circa 300 euro di costo, oh Salvini!). Amen.

Il caro professor Joseph Ratzinger così scrive al Corriere della Sera: “Nel lento scemare delle forze fisiche, interiormente sono in pellegrinaggio verso Casa…”

…perché molti lettori avevano richiesto come stesse Benedetto XVI, tramite il giornalista Massimo Franco.

Mi ha commosso il linguaggio del vecchio prete e professore agostiniano, e papa “emerito” che ha rinunziato al ministero petrino con parole echeggianti queste ultime, qui messe nel titolo. Allora Ratzinger disse in latino, fornendo le ragioni della rinunzia “ingravescente aetate, cioè essendo la mia età oltremodo avanzata... me ne vado, perché non ho più le energie necessarie, umane, per continuare nel mio compito”, così parafraso le sue precise parole che sorpresero il mondo, non solo cattolico. Bello. Sereno.

Ingravescente aetate: chi sa un po’ di latino può apprezzare l’ablativo assoluto che racconta uno stato d’animo e una condizione fisica, un’età avanzata raggiunta, una consapevolezza, una coscienza del limite delle energie che si hanno a disposizione dopo che il tempo è transitato, o forse, meglio, dopo che noi siamo-passati dentro il tempo, che è fermo.

In pellegrinaggio verso Casa. Pellegrinaggio come essere-viandante da sempre e per sempre, Casa con la maiuscola, dice quest’uomo. L’accettazione dello scorrere del tempo e del cambiamento è una gran lezione per chiunque sappia leggere dentro il garbo malinconico delle parole ratzingeriane. Forse adesso, che quest’uomo pubblico per nulla amante della fama temporale, si è ritirato, lo si comprende meglio. Quello che Il Manifesto, annunziandone l’elezione aveva chiamato spiritosamente con la sua copertina iconograficamente magistrale il “pastore tedesco”, giocando sull’equivoco espressivo della nota razza canina, sta facendosi capire con questo suo modo di porsi al mondo, oltre che alla cattolicità, in modo limpidissimo, nella sua semplicità e umiltà di uomo di studio e di chiesa che accetta la vecchiaia come un dato provvidenziale, tutt’uno con il suo stesso essere ed essere-stato, senza che il “prima”, costituito da prestigio e ruolo, in qualche modo compaia come rimpianto o recriminazione. Sto incamminandomi da pellegrino verso la Casa, scrive il teologo, verso la Casa del Padre, potrei aggiungere, perché così si dice in questi casi.

La cognizione del viaggio, dell’essere sempre homines viatores aiuta ognuno di noi, sempre, facendo pensare alla precarietà, cioè alla condizione naturale del porsi in preghiera, ognuno di noi precarius, consapevole della propria fragilità e di un destino da co-costruire insieme con tanti altri vettori causali, con gli altri che incontriamo, con chi sfioriamo, con chi evitiamo anche senza sapere di farlo, con chi camminiamo ogni giorno.

Ratzinger si è ritirato in preghiera e nell’umiltà del silenzio obbediente alla sua umanità, anelando a una patria comune dello spirito, alla quiete della contemplazione, meditando sulla bellezza e l’unicità della vita, di ogni vita.

Ascolto queste sue parole, a mia volta nel silenzio dell’esperienza attuale, nella fatica della scelta quotidiana, nel lavoro, nello studio, nell’ascolto della mia anima e di quella degli altri, che mi parla in mille modi, più profondamente se è di chi mi vuol bene, alternando gioia e dolore, respiro amoroso dell’unica vita donatami.

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…

Si parla tanto, a proposito e molto più spesso a sproposito, di solidarietà come valore, e Luca ha in tema un bellissimo racconto nel suo evangelo, tra altri altrettanto profondi. Ne raccomanderei la lettura e la meditazione.

« 25 Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». 26 Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». 27 Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». 28 E Gesù: «Hai risposto bene; fa questo e vivrai». 29 Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». 30 Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». 37 Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa lo stesso». » (Luca, 10, 25-37)

Come al solito Gesù “scandalizza” i suoi interlocutori, scegliendo un “eretico” o addirittura “idolatra”, come il Samaritano, a guisa di esempio morale, mettendo così in luce contemporaneamente l’azione solidale e disinteressata di quell’uomo e, in qualche modo paradossalmente, l’ipocrisia comportamentale degli uomini di religione del suo tempo (e, non raramente, di tutti i tempi), il sacerdote e il levita. Quello che conta, ancora una volta nell’insegnamento del Maestro, è la verità dei fatti, non i vuoti formalismi. Un altro esempio del genere si trova nel vangelo secondo Giovanni, nell’episodio della “samaritana al pozzo di Giacobbe” (cap. 4), dove la donna, “miscredente”, “pagana”, comprende e attua semplicemente la carità del dissetare chi ha bisogno, senza chiedersi chi questi sia.

L’amico in vinculis  sorprendendomi non poco, o anche no, mi invia una certa qual sua parafrasi, anzi una totale ri-scrittura della parabola gesuana del samaritano. La propongo al mio lettor gentile.

Egli allora gli disse: Va, e unisciti a loro e comportati allo stesso modo. Infatti, per un uomo che scendeva da Gerusalemme verso Gerico, se non un sacerdote, che per caso passerà di là, vedrà l’uomo ferito, passerà dall’altra parte della strada e proseguirà, se neanche un levita del Tempio, che passerà per quella strada, lo vedrà e magari lo scanserà e proseguirà, almeno un uomo della Samaria che sia in viaggio, gli passi accanto, lo veda e ne abbia compassione ci sarà; gli andrà vicino, verserà olio e vino sulle sue ferite e gliele fascerà; poi lo caricherà sul suo asino e lo porterà a una locanda e farà tutto il possibile per aiutarlo; il giorno dopo tirerà fuori due monete d’argento, le darà al padrone dell’albergo, gli dirà di aver cura di lui e, se spenderà di più, che pagherà lui quando ritorna.

Mentre non un sacerdote, non un levita del Tempio, non un uomo che sia uno, di qualunque città o villaggio, di tutta la regione di Samaria, passerà ai briganti accanto, li vedrà a ne avrà compassione, e andrà loro vicino, figuriamoci, e verserà olio e vino sulle loro ferite e gliele fascerà, né li caricherà poi sul suo asino e li porterà a una locanda e farà tutto il possibile per aiutarli, né il giorno dopo tirerà fuori due monete d’argento e le darà al padrone dell’albergo, gli dirà di aver cura di loro e che pagherà lui, se spenderà di più, se tu e i briganti, incontrando un uomo che scende da Gerusalemme verso Gerico, non lo avrete preso a bastonate, gli avrete portato via tutto e poi ve ne sarete andati lasciandolo mezzo morto. Potrai così, scendendo da Gerusalemme verso Gerico, incontrare i briganti. Che ti prendano a bastonate, ti portino via tutto e se ne vadano lasciandoti lì, mezzo morto, sulla strada.

Per tutto quello che resta.”

Caro amico mio che ti trovi in vinculis, tu non solo hai in qualche modo parafrasato san Luca, ma hai cercato di leggere nel profondo del pensiero del Maestro, che tutto comprende, tutto conosce, tutto perdona, magari se, sommessamente, senza strepiti, gli chiedi anche “perdono”, caro amico mio in vinculis. Amen.

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