Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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E’ bene non confondere mai la persona agente con il reato commesso

…come insegnano le buone Filosofia e Teologia morali. Ricordo qui il chiarissimo detto di papa Giovanni XXIII: “bisogna essere contro il peccato, mai contro il peccatore“.

Oppure, citando volentieri, tra altra importante letteratura filosofica in tema, l’Etica di Pietro Abelardo, recentemente “riscoperta” dal collega phronetico prof. Roberto Di Bacco e spiegata in un bel volume dal titolo omonimo pubblicato dall’editore Segno, laddove Abelardo chiarisce con inestimabile precisione la differenza fra peccatum e vitium, in modo tale da comprendere come il primo concetto teologico è comparabile al reato penale, mentre il secondo a una declinazione malvagia continua del comportamento umano. Ma anche in questo caso, l’uomo non è condannato tutto e totalmente in quanto tale (essere umano, animal rationale), ma è chiamato a redimersi, perché ciò è nelle sue possibilità, o potenzialità, come si dice in psicologia. Aristotele docet.

Peraltro, senz’altro ispirato anche da queste sane dottrine cristiane, nonché dall’Illuminismo classico (cf. Cesare Beccaria in Dei delitti e delle pene, 1764), la Costituzione della Repubblica Italiana, all’articolo 27 prevede (quasi proclamandola con una certa solennità) la possibilità per l’autore di un crimine, in quanto essere umano, di redimersi, poiché la pena stessa non deve mai essere disumana e degradante. E, aggiungo, senza rimedio, definitiva (quasi condanna-a-morte-a-vita) come l’ergastolo ostativo, nella definizione italiana. Sappiamo che così non è, per varie ragioni sulle quali qui cercherò di dire qualcosa.

Resta sempre in discussione e inesaurita (inesauribile?) la storica diatriba fra libero arbitrio, secondo la visione aristotelico-tomista e kantiana, e il determinismo meccanicistico derivante dall’atomismo greco-latino (Democrito, Leucippo e Lucrezio) fino allo spinozismo e alla linea calvinista e luterano-evangelica, che tanto bene ha fatto per lo sviluppo economico dell’Occidente (cf. Max Weber, ne Il Protestantesimo e lo spirito del Capitalismo), ma altrettanto male ha indotto e ancora induce nella sua versione moralista e individualista americana, che nel trumpiano “America first” ha avuto lo sviluppo più malato, degenere e pericoloso.

Ora si legge di nuovo sui media della vicenda concernente la storia dei fratelli Savi, protervi assassini degli anni ’80. Uno dei tre, Alberto Savi, dopo 30 anni, si trova libero in permesso (cf. Legge penitenziaria del 1975), mentre con i fratelli Roberto e Fabio in Emilia Romagna, è stato un pluriomicida di 24 persone, se non ricordo male, fra cui tre carabinieri, nella tragicamente famosa strage del Pilastro a Bologna. In carcere il signor Alberto “avrebbe fatto un percorso redentivo” di riflessione morale e di pentimento. Su ciò non ho nulla da obiettare, poiché anch’io condivido lo spirito e la “lettera” della morale di Abelardo, della pastorale di papa Giovanni e del principio giuridico espresso all’art. 27 della Costituzione repubblicana, ma ho molto da dire, in termini di equità, circa l’ingiusta applicazione di questi princìpi nei confronti di tutti quanti i detenuti, di uno dei quali, ergastolano, mi occupo come Tutore legale.

Infatti, ad altri, magari perché non lo chiedono, come nel caso del mio tutelato, l’Amministrazione penitenziaria nulla concede. Ripeto: ne ho esperienza diretta come Tutore legale di un detenuto condannato all’ergastolo per crimini politici, che è “dentro” oramai da quasi trentanove anni. Siccome lui, per una sorta di malinteso “orgoglio spirituale” e per altri fattori che qui taccio per rispetto di lui, non chiede nulla, nulla gli viene concesso, perché è stato più o meno “dimenticato”, proprio dimenticato.

Anche i miei tentativi di sensibilizzazione della “politica” finora sono stati vani. Solo qualcuno appartenente alla Chiesa cattolica mi ha dato un qualche ascolto, cercando di far migliorare le condizioni logistiche della sua detenzione, magari avvicinandolo a dove abito io.

Tornando al tema fondamentale, cioè la necessità etico-razionale di separare con nettezza l’autore di un “delitto” dal delitto stesso, colui che compie un reato dal reato stesso. In che modo lo mostriamo?

Direi in modo molto semplice: un atto umano singolo non può esaurire il giudizio etico su una vita intera, poiché ogni atto umano è frutto di più fattori, tra i quali la volontà personale, checché sostengano i meccanicisti di ogni tempo e luogo. Inoltre, ogni vissuto umano è complesso e comporta una pluralità di atti e comportamenti non sempre mali, anzi: è noto alla sapienza popolare che ogni essere umano è capace sia di efferatezze sia, nel contempo, di atti generosi. La contraddizione accompagna ogni vita, ogni biografia. C’entrano poi, e massicciamente, le circostanze, che contemplano fattori diversi, vettori causali che non sono sotto il controllo del soggetto agente, eventuale autore del delitto/ reato.

Qualcuno ama anche inserire il tema del “caso”, che può darsi, se non altro per ragioni di corrente modalità espressiva umana, ma che, se si vuole applicare una logica rigorosa, potrebbe anche non essere dato in generale, salvo che nel mondo delle micro-particelle quantistiche. Infatti, il “caso” altro non è che il fattore sconosciuto all’agente umano il quale non può obiettivamente controllare tutti i vettori causali degli effetti reali.

Altri sottolineano molto il tema della fortuna, un tempo chiamata dagli antichi fato, che sarebbe per costoro decisiva in ogni situazione, in ogni evento. All’altro si augura infatti, in tutte le lingue occidentali “buona fortuna”, poiché si ritiene che essa abbia comunque un grande ruolo nelle umane vicende. In Oriente, invece, la visione è legata di più al destino, al karma, che si co-costruisce soggettivamente, all’interno di un dato contesto esistenziale, con le proprie azioni.

Quale è dunque il karma di quel signor Alberto, pluri-assassino, ora pentito e in permesso premio? Quale il karma del mio tutelato “irridotto” spiritualmente, ma collocato nei ristretti orizzonti del carcere? Quali sono le proporzioni fra atti compiuti, crimini effettuati, reati riconosciuti e pena scontata, e misura dell’espiazione vissuta? Non saprei rispondere in maniera chiara e netta.

Quello che provo dentro me è comunque, se paragono le due situazioni, un profondo senso di ingiustizia, là dove occorrerebbe, non solo osservare le leggi, per quanto siano sempre imperfettamente giuste ed eque sotto il profilo umano, ma anche praticare l’antica sapienza dell’epicheia, cioè della “giustizia-giusta”.

Maradona e lo spirito gregario

Inevitabilmente ripeterò anche qualcosa che in questi giorni i media – sia sportivi sia generalisti – hanno già sottolineato. Ma ne voglio scrivere lo stesso. Di Maradona. Dell’uomo e del calciatore Diego Armando, il più famoso del mondo di questi ultimi quarant’anni.

La sua morte statisticamente prematura lo ha scagliato dritto dritto nel Mito. Basti osservare i reportage da Buenos Aires e da Napoli, le sue due città dell’anima. Le foto, gli altarini, i lumini, i dazebao, le grandi immagini sui muri, attestano il mito, come quello di un santo. Cioè un “separato”, un “sancito”, un “diverso” dagli altri. La cultura greco-latina classica lo avrebbe inserito nel novero dei semidei.

Diego Maradona era un uomo piccolo di statura e talora rotondetto, ma muscolato in modo speciale. Il fisiologo o l’esperto di scienze motorie mi potrebbe spiegare che tipo di fibre poteva avere un atleta di un metro e sessantacinque scarso, che era in grado di scattare e saltare e staccare atletoni di un metro e ottantacinque, strutturati come quattrocentisti olimpici. Si veda il goal coast to coast irrogato alla orgogliosa Albione nel 1986 in Messico, per doversi chiedere “come ha fatto“?

Quel goal, insieme con quello segnato con la manita nascosta dietro la testa (la manita de Dios), sempre all’Inghilterra, è stato interpretato come una sorta di rivincita nazionale argentina dopo la fallimentare guerra della Falkland, con la quale Mrs Thatcher ha umiliato il generale Galtieri, prevalendo militarmente per un pugno di isole fredde nel Sud Atlantico. Nel mito nazionale si è inserito il mito individuale. Per l’Argentina Diego è stato come Peron e sua moglie Evita, per il Sudamerica come Fidel e come papa Francesco, che lo apostrofò in Vaticano quando el pibe andò in udienza: “Te esperavo Dieguito“, ti aspettavo Diego.

Per Napoli Maradona è stato importante come un san Gennaro contemporaneo, o perlomeno come Totò. La grande città di Partenope lo ha accolto fosse un suo scugnizzo dei Quartieri Spagnoli e Maradona si è incistato come un figlio.

Come può essere che un giocatore di football assuma tanta importanza per la cultura sociale?

Maradona è stato anche un uomo generoso, un uomo buono. Non si faceva vedere quando soccorreva bambini e adulti. Evangelicamente “la sua mano sinistra non sapeva che cosa facesse la sua mano destra”. Non si vantava. Non rimproverava i compagni di squadra che non erano alla sua eccelsa altezza tecnica nel gioco. Sembra quasi avesse fatto suo proprio l’Inno alla Carità di san Paolo, che troviamo nella Prima Lettera ai Corinzi al capitolo 13, 1-13.

Ma anche lui aveva una zona oscura. Consumatore di cocaina, Maradona oggi viene accusato in maniera esplicita di violenza su diverse donne. Ebbene, chi assume droghe e alcol è responsabile di quello che fa sotto l’influenza degli stupefacenti e dell’alcol. Maradona compreso, com’è ovvio. Anche i santi, come insegnava sant’Agostino, per esperienza personale, possono essere peccatori.

Qui sono però necessarie alcune considerazioni di psicologia teorica individuale, di psicologia sociale,  e in particolare di psicologia delle masse (o della folla) che, come ho più volte ricordato in questo sito, trova ampia spiegazione in un testo del francese Jacques Le-Bon Psicologia della folla datato verso il 1880.

La psicologia moderna e contemporanea parla di caratteri e di tipi umani, categorizzandoli in non poche modalità, che dipendono dai vari autori, da studiosi come Jung, Bateson, Freud, Rogers, Winnicott, Skinner, etc., senza trascurare la dottrina classica dei temperamenti, che risale alle filosofie del passato fino ai medici illuministi del XVIII secolo.

Da questi emergono strutture analitiche e tassonomiche che permettono di comprendere le profonde differenze tra persona e persona, ciascuna delle quali è irriducibilmente unica. La prassi e l’esperienza comuni, e le “lezioni” della storia suggeriscono la necessità di prendere atto di queste differenze, che poi si esplicitano nelle differenze di ruolo e nelle storie individuali delle varie persone.

I carismi si distribuiscono in modo vario e differente tra uomini e donne, territorio e nazione, ambiente economico e sociale, aziendale, ecclesiale, militare o civile.

Pertanto, si danno, vi sono, coloro che sono predisposti a guidare altre persone (lavoratori, soldati, religiosi, imprenditori, etc.) mantenendo la responsabilità dei risultati (cf. la teoria weberiana della leadership carismatica), e coloro che preferiscono “farsi guidare, pilotare”, o perché non se la sentono di governare strutture di persone e cose, o perché preferiscono delegare oppure, infine, perché non ne sono capaci e se ne rendono conto, la qual cosa è ottima.

Ecco, coloro che fanno parte del secondo gruppo sono più disponibili al gregariato, per cui, quando muore un “maradona”, un “lennon”, un “che guevara”, un “fidel”, un “mao” o uno “stalin”, e non chiedo perdòno qui per aver messo insieme “maradona” e “stalin”, sono i primi della fila a beatificarlo “facendolo” mito.

Gli assembramenti, le urla, i manifesti, le querimonie e i pianti sono tipici di questa tipologia antropologica.

Personalmente, come è noto ai miei lettori, non faccio parte di questa categoria umana, anche se ho partecipato a cortei, a concerti, a processioni e manifestazioni, il cui valore non disconosco certo.

Ma senza spegnere il cervello, mai.

Don Roberto e “la carne di Cristo”

Lui definiva in questo modo gli ultimi, i poveri poveri, carne di Cristo. Teologicamente non è una bestialità. Per nulla. il “Corpo mistico” di Cristo è la Chiesa universale e il Popolo di Dio è la Chiesa, e viceversa. Il sillogismo semplice finisce con una necessaria conclusione: anche l’assassino del sacerdote è “carne di Cristo”.

Paradossale? Sì, come è paradossale il Cristianesimo, che è – in senso stretto di filosofia religiosa – una non-religione, ma è la sequela di una Persona, quella di Gesù Cristo.

Molti infatti, quando elencano le religioni presenti nel mondo, mettono il cristianesimo al primo posto per quantità di fedeli, seguito dall’islam e via via, ma la classificazione, così concepita, è impropria, ovvero può andare bene per una semplificazione. In realtà, il cristianesimo evangelico è qualcosa di profondamente diverso da tutte le altre “religioni”, poiché non si fonda sulla base essenziale di testi sacri, che pure nel cristianesimo stesso non mancano, basti pensare ai due “Testamenti” e alle Lettere apostoliche, ma piuttosto sulla Persona e sull’esperienza terrena di Gesù di Nazaret, detto il Cristo.

Anche nelle altre grandi esperienze religiose vi sono persone che si sono poste a mediazione tra l’uomo e il divino, come Mohamed, come Mosè, come il Buddha, pur se quest’ultimo in modo estremamente diverso, in ragione di una concezione del divino molto distante dal cristianesimo, dallo stesso islam e dal giudaismo.

Cristo, invece, prevede la sua sequela, cioè il “seguirlo”, essenzialmente, semplicemente, duramente, umanamente. Anche fino al sacrificio estremo.

Se i Gesuiti nel loro motto scrivono (sequela) perinde ad cadaver, cioè fino alla morte, e la testimonianza di milioni di persone conferma quanto detto sopra, si può dire che don Roberto Malgesini ha seguito alla lettera Gesù di Nazaret.

Gli ultimi e i penultimi e i terzultimi… sono stati e sono tutti allo stesso livello per la carità cristiana. Don Roberto si occupava prevalentemente degli “ultimi” e per questo è stato anche criticato non poco. Bisogna chiarire che cosa si intende per “ultimi”. Forse che questa categoria sociale, e ancor di più morale, è costituita solo da chi vive in ristrettezze economiche estreme, al punto da non poter mettere in tavola due pasti al giorno? Si intendono i barboni, i senzacasa, i rovinati economicamente al punto da non avere più un tetto sopra la testa, che magari fino a poco tempo prima vivevano in certa agiatezza?

Certamente sì, ma ve ne sono anche altri, magari poveri, o poverissimi sotto altri profili, più spirituali. Anche questi sono, erano per don Roberto, “carne di Cristo”.

Qualcuno ha accusato questo presbitero di “buonismo”, nella recente tradizione di criticare chi ha attenzione disinteressata per gli altri, a volte confondendo il “buonismo” con il “politicamente corretto”, errore madornale!

Non conoscevo questo prete, ma mi pare che lui e il suo impegno nulla c’entrassero con il politically correct, ma piuttosto con l’incorrect

Don Roberto non era “buonista”, ma buono, un uomo buono che riteneva la sua missione essere quella di guardare all’altro come un altro se stesso, come un “cristo” ambulante, un’occasione per le opere di misericordia spirituali e corporali, che sono la pratica del cristianesimo vero.

Dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi... è la semplice liturgia, cioè azione del popolo, che riconosce in ogni “tu” un “io”, anche se povero e lacero.

Chi lo ha ucciso non ha pensato a queste cose e ha agito per rabbia e per paura, perché occuparsi degli ultimi è anche incontrare la rabbia e la paura. I sentimenti di rabbia e paura sono parte delle condizioni dello spirito umano, sono sentimenti umani.

Ecco, don Roberto non ha avuto paura della paura, osando starne in mezzo anche a rischio della sua vita, che ha perduto per acquisirne una più alta, se si crede.

Willy

La sua morte è qualcosa di diverso e di molto più grave di una tragedia, come può essere un grave incidente stradale o un omicidio preterintenzionale. E’ qualcosa di drammaticamente significativo per comprendere lo stato della “cultura etica” italiana, intanto. Rappresenta lo stato morale dei comportamenti dei protagonisti di questo omicidio volontario, senza attenuanti, tanto malvagio quanto assurdo e stupido. E del contesto che ha partorito questi stupidi assassini, ma che ha partorito anche Willy, così diverso, così “umano”. Intendo proprio – concettualmente – la generazione sociale dell’altruismo e della stupidità assassina, senza che tale dato psicologico depotenzi in alcun modo le responsabilità morali individuali.

Possiamo certamente interpellare la psicologia sociale e e quella individuale, la sociologia e la morale corrente, sia quella religiosa sia quella laica, ma non basta l’ausilio di queste scienze, perché occorre altro al fine di cercare di penetrare almeno un po’ nell’abominio mentale e fattuale del caso, nella mente degli omicidi.

Quali sono le priorità, cioè le cose importanti per cui questi orrendi giovanotti sono stati in grado di commettere atti come l’uccisione di Willy?

Non sappiamo nulla delle famiglie nelle quali sono cresciuti, chi li ha accuditi, istruiti (?), che scuola hanno fatto, se hanno frequentato la parrocchia, che valori spiccano nel loro contesto amicale, o della palestra frequentata…

Possiamo dire che la cosiddetta movida può essere l’ambiente nel quale droga, alcol, sesso e violenza si coordinano in un perverso cocktail di bruttezza e malvagità, perché bruttezza e malvagità si connettono, come la Bibbia e la grande filosofia greca ben spiegano? Vediamo come.

Non mi pare i siano dubbi che queste quattro componenti, messe insieme o anche separate, costituiscano un vettore di squilibrio psichico e sociale significativo. La droga non può essere ritenuta un investimento esistenziale (scherzo) e così l’alcol. Circa il sesso, non intendo certamente demonizzarlo, tutt’altro, ma la sua dimensione strumentale e concultatrice della personalità soprattutto delle donne, è un fattore molto negativo di relazione.

Non parliamo di ciò che significa la violenza come elemento gravissimo di negatività. La violenza è un abbassamento dell’umano, un imbarbarimento, un imbestiamento, senza offesa alcuna per gli esseri viventi-senzienti che chiamiamo “bestie”.

Vorrei proporre a questo punto una riflessione filosofico-teologica che attiene certamente a quanto sto scrivendo, per spiegare che il rapporto morale ed estetico fra bontà e bellezza, e fra malvagità e bruttezza, che rende evidente l’assurdo e la disumanità dell’episodio citato.

In ebraico, all’inizio di Genesi, là dove si narra la creazione – in sette giorni – del mondo, del cielo, il firmamento, e della terra, degli animali e dell’uomo, lo scrittore biblico si affretta a scrivere che Dio, osservando ciò che andava creando, considerava innanzitutto che era buono ciò che creava.

Ma in quella lingua sintetica, per definire il “buono” si usa la medesima parola che si utilizza per definire il “bello”. Qualcuno potrebbe dire che, siccome si tratta di un idioma assai arcaico e provvisto di un lessico limitato, per economizzare, gli scribi di quei tempi, parliamo di venti/ trenta secoli fa, preferivano avere un solo termine per i due concetti. Può anche essere così, ma solo in parte, perché Tôb  – per la mentalità del tempo e di quei luoghi – poteva tranquillamente prevedere che ciò che si manifesta con armoniosa bellezza non può essere malvagio: si pensi alla natura, agli animali, all’uomo stesso, declinato nei due generi, maschio e femmina (“li creò”), giovani, sani e forti…

Dio infatti non può creare il male, né la bruttezza, perché ciò sarebbe in contrasto con la sua natura divina, che è innanzitutto “luce intelligente”. Per quale ragione, infatti, una luce intelligente dovrebbe, prima creare e poi mostrare cose malvagie e brutte? Sarebbe insensato!

Da tutt’altra parte, in Grecia, al tempo dei grandi filosofi, attorno al V e al IV secolo, si disquisiva di argomenti analoghi, ma in modo molto diverso. Colà si pensava e si scriveva in greco, la lingua più evoluta e ricca del tempo, capace di esprimersi con numerosi termini polisemantici (cioè con più significati), per cui non c’era il problema di sintetizzare il concetto di “bello” e di “buono” in una sola parola. Addirittura, quegli scrittori tanto dotti, Platone in primis, avevano costruito un termine composto, tecnicamente una “crasi”, tra il concetto di “bello” e quello di “buono”: kalokagathìa, dove vi è il termine kalòn, cioè il bello, e agathòn, cioè il buono: il bello-buono, in italiano.

E allora, come considerare questo orrore se gli assassini di Willy sono comunque esseri umani?

Come si sono coniugate malvagità e bruttezza nella genesi del loro agire?

Caro papà…

e questa volta non si tratta del mio, ma di quello del mio amico Cesidio, dal nome di uno sconosciuto santo appenninico. Suo padre è mancato e lui ha voluto scrivere qualcosa, come una lettera, un qualcosa per la memoria e per chi lo ha conosciuto.

“Sembrerà banale, ma risulterebbe alquanto difficile adesso ed in poco tempo descrivere il sognatore che era Nino Antidormi, così come l’utilizzo di frasi di circostanza mal si presterebbero a rendere onore e merito alla sua memoria soprattutto se descrivessero solo i suoi innumerevoli pregi di uomo, rendendo minima o assente ogni sorta di difetto. Di quello che è stato un eterno ragazzo piace invece partire proprio dai difetti e dal fatto che non ne ha mai fatto mistero.

Sua era la capacità innata di renderli “leggeri” citandoli spesso con un’auto ironia che strappava sempre fragorose risate. Questo spirito gli ha sempre fatto affrontare la vita e le situazioni peggiori, tra cui anche la malattia, con una forza d’animo che solo in pochi riescono ad avere. La parola d’ordine della sua vita è stata Amore: in primo luogo per la vita stessa, che ha cercato di rendere piena con qualsiasi cosa potesse condividere con gli altri e poi lottando fino alla fine per mantenerla. Non è un caso che la prova tangibile di quanto vissuto sia rappresentata dalla sua famiglia e dall’elevato numero di persone che nutrono, ancor oggi, nei suoi confronti stima ed amicizia. Per tutti sempre una parola, un consiglio, un aiuto senza mai risparmiarsi.

Come uomo lascia un vuoto incolmabile, un piacere ascoltarlo e non solo per la retorica utilizzata ma anche per l’arguzia e la facilità con le quali trovava sempre la parola giusta per tutti quelli che ne avevano bisogno. Come marito, spesso citava con ironia, di aver trovato in Pina tutto ciò che era il contrario dell’anima gemella, ma con lei aveva dato vita ad una famiglia numerosa e molto unita. Come figlio e fratello non ha mai perso il legame con la sua terra d’origine, la stessa che gli ha dato forse quel senso di protezione tipica dei pastori per il proprio gregge oltre che l’eleganza e la fierezza delle genti d’Abruzzo. Come amico, dai legami giovanili con lo sport, la scuola, l’intrattenimento, a quelli legati al mondo della scuola che come docente ha vissuto, sono innumerevoli le attestazioni di stima ed affetto che ancor oggi gli vengono attribuite. Come padre, nonno e zio rimane e rimarrà nella memoria quale esempio da seguire per la modalità con la quale ha affrontato la vita cercando sempre l’aspetto positivo delle cose, aiutando sempre la crescita nel rispetto dell’unicità di ciascuno e nel capire che la vera ricchezza sta nell’amore incondizionato verso la propria famiglia.

Che il Dio Consolatore possa dar sollievo a quanti ne sentiranno la temporanea mancanza, ciascuno per il lasso di tempo che gli è dato avere e che ancora li divide dal ritrovarlo nella dimensione eterna. Corre l’obbligo di chiudere con una citazione dell’immenso Sant’Agostino: “Coloro che ci hanno lasciato non sono degli assenti, non sono degli invisibili: tengono i loro occhi pieni di GLORIA puntati nei nostri pieni di LACRIME”.

Nulla vi è da aggiungere, se non un abbraccio, caro Caesidius.

I due Alex, simbolo di vitalità, e la giornalista portasfiga

Anni fa conobbi il primo dei due Alex di cui qui parlo. Era Alexander Langer, politico, giurista e filosofo sud Tirolese. Spesso si trovava nei pressi dell’ala ecologista del sindacato nel quale ho avuto un qualche ruolo per tredici anni. Di matrice cattolica e lottacontinuista era diventato il trait d’union tra la cultura ecologista germanica dei gruenen, i verdi e i primi vagiti dell’ecologismo italiano. Meraviglioso il suo slogan che contrapponeva tre concetti “duri” … ad altrettanti concetti “dolci”, cioè citius, altius, fortius, ossia “più veloce, più alto, più forte” versus lentius, profundius, suavius, vale a dire più lento, più profondo, più soave”.

Alexander Langer

Fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e leader europeo di tale impostazione politica. Pace, diritti umani e ambiente erano i suoi principali centri interesse politico e morale. Pur essendo Altoatesino-Sudtirolese e germanofono, non si confuse mai con le lotte etno-nazionaliste, che rifuggiva e combatteva.

Negli anni tra l’87 e il ’90 partecipai un paio di volte a Città di Castello alla “sua” iniziativa mondialista, la “Fiera delle utopie concrete”, dove l’ossimoro implicito cercava ispirazione dai quattro elementi naturali di Empedocle: fuoco, aria, terra e acqua.

A lui interessavano le nozioni e i rapporti tra Nord e Sud e con l’Est del mondo, tant’è che la sua personale crisi ebbe origine ai tempi della Guerra e delle stragi in Bosnia nel primi anni ’90. Tuzla e Srbrenica furono il luoghi del suo tormento insopportabile. Pur essendo inesorabilmente pacifista, non lo era a senso unico e in modo imbecille, come molti, perché era in grado di sostenere – senza sentirsi in contrasto con i propri fondamenti morali – l’esigenza, alla bisogna, di un “intervento internazionale armato”, definendo i caschi blu “ostaggi dileggiati”, e chiedendo di inviare soldati per “fermare l´aggressione”“proteggere le vittime”“punire i colpevoli”, e impedire che “la conquista etnica con la forza delle armi torni a essere legge in Europa”.

Molti di sinistra e Verdi lo abbandonarono, perché, loro sì, facenti parte di quelle comitive imbelli e non-pensanti comunque contrari a ogni tipo di uso delle armi, in qualsivoglia situazione. Prima di togliersi la vita nei pressi di Firenze nell’estate del 1995 lasciò lo scritto che segue.

“I pesi mi sono diventati davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto.”

Alexander Langer riposa nel piccolo cimitero di Telves accanto ai suoi genitori.

Il secondo Alex è Zanardi, che tutti conoscono, e a cui tutti gli Italiani tengono, perché simbolo di forza e di capacità/ volontà di ripresa, dopo il drammatico incidente automobilistico che quasi vent’anni fa gli troncò le gambe. Dedicandosi alla handbyke è diventato un atleta meraviglioso e fortissimo, vincitore di campionati mondiali e di paralimpiadi. Esempio per tutti quelli che hanno avuto una disgrazia menomante. Non mi cito, perché io non ho perso arti, ma ho combattuto e combatto contro il dolore fisico.

Stiamo aspettando notizie buone dall’Ospedale di Siena dove è ricoverato, e preghiamo, se crediamo.

Dopo aver ricordato l’amico Langer e Zanardi, come esempi di positività, di contro cito un esempio fastidioso di negatività.

C’è una inviata speciale di alcune delle principali testate televisive che da Pechino sembra, per toni e testi, quasi godere delle disgrazie che racconta. Insopportabile: la sua enfasi narrativa pare preludere all’annuncio di una catastrofe nucleare o almeno di una serie di devastanti tifoni oceanici. Pare goda usando quei toni. Chissà se se ne accorge o se qualcuno glielo ha fatto notare. Ripeto: per me è insopportabile. Si chiama Botteri. E la si ricorda per altre precedenti dis-grazie narrate.

I due Alex sono un inno alla vita, quest’ultima, no.

Adnan, siculo-pakistano è morto, ucciso dalla mafia dei caporali. La sua tragica fine, dimenticata dai media, “vale” moralmente come quella di George

Caltanissetta è una città della bella Sicilia piena di sole, abitata dai Nisseni. Tutt’intorno vibra la vita antica della Trinacria greca, bizantina e islamica.

Adnan Siddique

Adnan lì viveva da cinque anni a Caltanissetta. Lì lavorava, lì cercava di collaborare civicamente e moralmente alla vita sociale e lavorativa degli autoctoni e dei suoi connazionali lì residenti. E’ stato ucciso a coltellate per aver difeso dei braccianti attivi nelle campagne, colà, come in altre parti d’Italia, brutalmente sfruttati dai cosiddetti “caporali”, delinquenti professi e cinicamente attivi.

Adnan Siddique era un manutentore di macchine tessili, ed era quindi un operatore specializzato, colto di cultura del lavoro, sensibile. Quando ha accompagnato un connazionale a sporgere denuncia perché retribuito con una cifra che era solo metà di quella contrattuale, la sua storia personale è cambiata. Ha iniziato a subire minacce e aggressioni fisiche fino all’epilogo tragico del 3 Giugno scorso, quando, in casa sua, è stato ammazzato con un coltello da macellaio. Sono stati fermati diversi suoi connazionali, che evidentemente si erano integrati nel crimine locale, imparando il peggio di quella sub-cultura, e portando il peggio della propria.

Per le sub-culture il valore della vita umana del singolo essere umano è molto basso, quasi inesistente, scambiabile per pochi denari o per l’ottenimento di beni di esiguo valore, o per vendetta rispetto a comportamenti che questi assassini ritengono pregiudizievoli dei propri affari o “privilegi”.

Questi assassini sono persone ignoranti e violente, per le quali sopprimere un uomo o una donna costituisce nient’altro che un “fatto tecnico”, da attuare rapidamente e possibilmente senza farsi scoprire.

Non saprei qualificare (non parlo di quantificarlo) il rimorso rispetto al proprio stato interiore, in quanto, se il valore della vita umana altrui è tanto inconsistente, pare evidente che non provochi significative reazioni psicologiche. L’assenza di empatia, che sia totale o parziale, è l’ambiente psico-spirituale e morale nel quale possono essere assunte certe decisioni finalizzate all’omicidio.

La tragedia è stata denunziata da vicini di Adnan che lo hanno sentito gridare, e in breve i carabinieri hanno intercettato alcuni degli assassini sporchi di sangue.

Perché bisogna parlare di questo atroce delitto, almeno come si è giustamente parlato e si continua, dell’orrore di Minneapolis? Anche se nel caso italiano non sono coinvolte le forze dell’ordine?

Un alto ufficiale dell’Arma , amico mio, mi ha spiegato come avviene l’addestramento delle reclute. Si cura molto l’aspetto tecnico, ma si dovrebbe curare di più e meglio quello psico-morale. Eventi come quelli di Cucchi, Uva e Aldrovandi non dovrebbero succedere, anche se nei grandi numeri, la statistica ci insegna che qualcosa non è prevedibile nell’agire umano.

Nel caso di Caltanissetta, invece, i carabinieri sono arrivati in soccorso, come in innumerevoli altri casi, che non conoscono la ribalta delle cronache. Ma lì Adnan era già morto.

In Italia viviamo in una temperie psico-morale più matura e civile di quelle americana, perché veniamo da più lontano (e speriamo di andare lontano), anche se molti non ci amano, in giro per il mondo, magari perché gelosi, come lo sono diversi grandi popoli a noi molto vicini, che non voglio neanche citare, poiché lo ho fatto altre volte.

Questi tempi, però, suggeriscono di stare in guardia, perché la mondializzazione e la globalizzazione non sono solo un fenomeno economico-finanziario, ma anche qualcosa di legato alla comunicazione in tempo reale e alle sue deformazioni. Un omicidio come quello di Adnan è connesso, sia all’ambiente nel quale è avvenuto, sia all’oggettività dei grandi flussi umani che stano accadendo da qualche decennio.

Per questo occorre vigilare sui modi del cambiamento globalizzante e investire denaro pubblico nella formazione dei giovani e nell’assistenza alle famiglie disagiate. Anche in Italia abbiamo non poco lavoro da fare.

Il 2 Giugno e l’appartenenza: ognuno di noi appartiene a… “qualcosa”: a se stesso (con dei limiti), alla famiglia, al proprio territorio, alla Patria (si può dire o lasciamo che lo dica solo la destra politica?), all’azienda dove lavora, a una religione, a una associazione, a una squadra di calcio… ad libitum

La morte crudele di George Floyd sta scuotendo l’America, e paradossalmente può perfino giovare a Trump. Io penso che Trump abbia battuto Hillary Rodham Clinton, non solo perché il sistema elettorale americano è quantomeno strampalato, ma perché nell’America profonda albergano ancora sentimenti razzisti, e diffusi non poco.

L’appartenenza

Non solo i suprematisti bianchi, nazistoidi e fascisti, ma anche altre fasce di popolazione civile negli USA conservano – nel profondo – sentimenti ancora razzisti, che sono come incistati in una memoria antica, vorrei dire quasi da annettere a una sorta di genetica storica.

Ora, la scelta peggiore del Presidente americano potrebbe essere quella di mandare le “Troops“, cioè la polizia militare, che è abituata a scenari di guerra esterni, e dunque non al controllo di vie e piazze metropolitane.

In realtà, il malcontento americano ha ragioni profonde, che vengono da molto lontano: Rosa Parks che si rifiutò negli anni ’50 di cedere il suo posto in bus a un viaggiatore bianco, l’Act emanato dal Presidente Johnson che parificò i diritti tra le etnie bianca, afroamericana e ispanica, la lezione di Martin Luther King, ucciso per le sue lotte, e anche di Malcolm X, morto allo stesso modo, ma anche la presenza nello sport delle glorie americane di innumerevoli neri, basti pensare al basket e all’atletica leggera, dove quei “tipi” umani dominano, e tali ragioni non bastano.

In America, nell’America della grande campagna, della provincia di mille e mille piccole comunità locali, vive ancora un sentimento nutrito di razzismo, di appartenenza a una visione insopprimibile di superiorità bianca, e di malcontento per ogni violazione di questo convincimento quasi scritto nel sangue. E poi vi è un’altra componente: lo spirito della frontiera in America non si è spento: non è molto diverso da quello che aveva abituato la gente ad impiccare un colpevole di abigeato, fino a fine ‘800: se rubavi un cavallo a Wichita o a Tombstone nel 1881, potevi essere condannato a morte per impiccagione sulla pubblica piazza, poiché il cavallo, in quelle terre “selvagge” (per i bianchi), era condizione di vita o di morte per il suo possessore.

Se ci si vuole documentare ulteriormente sulla cultura razzista americana, e sulle cause socio-culturali dei delitti razziali, come quello di Rodney King del 1992, si trovano tracce in qualcosa che si muoveva nell’immediato dopoguerra negli Stati del Sud come le Slave Patrols (pattuglie schiaviste), presenti nella composita Nazione fin dalle misure antirazziste del Presidente Lincoln nel 1865. Se nel 1868 i cosiddetti Codici Neri avevano posto nella Costituzione federale le norme volute dal grande Presidente, nel 1888 le Leggi Jim Crow riportavano la situazione a prima di Lincoln. E così si andò avanti per quasi un altro secolo durante il quale, fono alle misure emanate dal Presidente Johnson, il linciaggio di un nero non veniva in alcun modo punito.

Per gli Americani la Patria è questa congerie potente di sentimenti e di spirito di appartenenza, vale a dire che la Patria americana, quella dei Padri pellegrini e della conquista dei territori contro Inglesi, Francesi e Spagnoli, è qualcosa di sacro, di mitologico, di eterno. Per questo il loro patriottismo si esprime nelle guerre, anche in quelle di liberazione, che hanno liberato anche noi, e in quelle che si sono convinti fossero di liberazione, ma erano altro, di pericoloso e dannoso, come la Seconda Guerra del Golfo, per la quale George W. Bush,
supportato dal “deficiente” Blair, imbrogliò il suo popolo, che si fece imbrogliare, però.

Il 2 Giugno è la Festa della repubblica. Il Presidente Mattarella si è detto “(…) fiero del suo Paese“. Mi sono chiesto perché non abbia detto “fiero dell’Italia” oppure “fiero della sua Patria“, cioè perché il termine “Patria” non si riesca a dire nelle più alte sfere, lasciandolo in uso alla destra. Oggi lo griderà Meloni in Piazza del Popolo.

Ti ricordo, mio gentil lettore, su suggerimento della collega professoressa Anna Colaiacovo da Pescara, che l’ultimo Presidente della repubblica che usava correntemente la dizione “Patria” fu Carlo Azeglio Ciampi, certamente non uomo di sinistra, ma senz’altro non di destra, garbato, colto e sincero democratico.

Io sono di sinistra (moderata) e non temo di nominare l’Italia come mia Patria. Provo senso di appartenenza per la Patria, senza sentirmi per nulla di destra. Sono passati 75 dalla fine del fascismo, anzi 77, e qualcuno ha ancora paura di parlare di “Patria”. Si pensi che due o tre anni fa scrissi su questo tema una lettera al Presidente, il quale mi rispose con un biglietto di suo pugno, con molto garbo e riconoscenza. Ma tant’è.

Commitment è il termine anglofono di dire l’appartenenza in azienda, quando si scelgono gli item per le analisi del clima. Ebbene, i lavoratori sono quasi sempre orgogliosi di appartenere all’azienda dove lavorano, la sentono “loro”, quasi come “propria”, parlano dell’azienda dove lavorano dicendo spesso “la mia azienda”, sapendo bene che l’aggettivo possessivo non significa che la possiedono in senso proprio, ben conoscendo i principi della proprietà privata, che apprezzano e stimano. Nella mia non breve esperienza di frequentazione di aziende, di cui alcune molto importanti e di cospicue dimensioni, sia nei momenti “normali”, sia nei momenti difficili o addirittura drammatici, i lavoratori hanno sentito la “loro azienda” ancora più “loro”, come Bene comune da salvaguardare prima e al di là di ogni cosa. E qui ricordo, senza citarla ancora, una delle aziende che mi sono più care, con la quale collaboro da più di un decennio, quando due anni e mezzo fa fu colpita da un gravissimo incendio: bene, tutti i dipendenti si strinsero attorno all’imprenditore e, insieme, la fecero rinascere più grande e forte di prima.

Questa è l’Appartenenza con la A maiuscola!

Un altro modo di “appartenere” è quello del tifo sportivo, specialmente quello calcistico, in questa tipologia caratteristica soprattutto dei maschi. Fanno male i politici che amministrano il settore a sottovalutare questo tipo di appartenenza. Nella vicenda calcistica di questi mesi e settimane ho sentito il Ministro dello sport affermare di essere ministro dello sport, non del calcio. Che significa questa sottolineatura scontata? Che c’è una sorta di vezzosa o snobistica avversione per questo sport, che in Italia è, non solo il più popolare, ma anche lo sport che con i suoi incassi garantisce anche agli altri sport opportuni finanziamenti attraverso lo Stato e il Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

Posso parlare anche dell’appartenenza a qualche scuola filosofica. Anche in questo ambito vi sono persone e colleghi che ritengono la loro propria impostazione ideologico-teoretica la unica degna di studio e di attenzione, mentre le altre sono solo sottospecie incomplete, imperfette o addirittura dannose. E’ vero il contrario: ogni modello di pensiero umano, dispiegatosi nella storia, dai naturalisti pre-socratici, ai grandi Greci da Socrate, ai Padri della chiesa cristiana antica, ai Medievali, fino ai Moderni (da Galileo e Descartes), fino ai contemporanei, il pensiero umano, qui in Occidente come in Oriente ha rappresentato il modello per ogni riflessione critica e logico-argomentativa, indispensabile per il progresso scientifico e per il miglioramento del lavoro e della vita umana. Chi tra i pensatori odierni (questa strana e dannosa scuola annovera – in particolare – grazie a Dio fra pochi altri, un filosofo francese, mio collega nella filosofia pratica, con il quale non ho quasi nulla da spartire) ritiene che tutto si risolva tra un e un no, uno 0 e un 1, una x o una y, ponendo l’alternativa secca, binaria, tra due poli / estremi, fa un grave danno al pensiero, poiché la realtà è molto più complessa e di faticosa e paziente comprensione. Il manicheismo, cioè una visione del mondo e della vita morale umana impostati dal sacerdote persiano Mani, è stato nell’antichità cristiana, (III, IV e V sec.) un grave momento di scontro con il cristianesimo, che era più dialogico e dialettico, basato sui Vangeli e sulla grande tradizione filosofica greca platonico-aristotelica e stoico/ scettica (quest’ultima rinvenibile, anche, tra le righe, nei loghia (detti) di Gesù di Nazaret, mia personale opinione teologica, così come sono riportati dagli evangelisti). Ci sono ancora dei “manichei” odierni, che pensano di avere sempre ragione e che gli altri abbiano sempre torto. Costoro, questi moderni manichei, sono dei settari che fanno del male prima di tutto a se stessi, e poi agli altri e alle strutture dove operano.

Se infine parliamo delle religioni, troviamo ulteriori esempi di come l’appartenenza non deve mai essere connotata da assolutismo e fanatismo. La grande storia racconta in tema molte drammatiche vicende, ad esempio, in Oriente tra Indù e Musulmani che si scannarono per secoli, e soprattutto nel bacino mediterraneo, tra Cristiani e Islamici, su cui ci sarebbe molto da dire, ma anche tra Cristiani e… Cristiani: basti ricordare la Guerra dei Trent’anni (1618/ 1648) fra Cattolici e Riformati, cioè fra Nord e Sud Europa, che provocò centinaia di migliaia di morti. Ci volle la Pace di Westfalia per trovare un modus vivendi decente. E ad oggi questa storia è tutt’altro che terminata. L’islam negli ultimi decenni ha conosciuto un’involuzione terroristica che ha trovato precisi e drammatici agganci e concause in politiche economiche e militari dell’Occidente, soprattutto a guida USA, ma anche a guida degli ex paesi coloniali come la Francia (guerra civile di Libia dal 2011) e la Gran Bretagna (Seconda Guerra del Golfo, con la nefanda politica di Tony Blair).

Potrei continuare, ma mi pare basti. Il tema dell’appartenenza, dunque, è importante, fondamentale, maledettamente serio, sia per l’umana convivenza sia per la crescita civile, morale e culturale delle persone, di tutte le nazioni e di tutti i continenti della Terra.

George Floyd è morto, ucciso per strada a Minneapolis, nell'(in)-civile America (?)

Derek Chauvin, poliziotto 46enne, da 19 in polizia, ha ucciso George Floyd tenendolo bloccato a terra con un ginocchio sul collo, dopo averlo ammanettato. Il filmato di un passante sottolinea l’inesorabile decisione del poliziotto di continuare nella sua azione, nonostante il povero uomo catturato si stesse lamentando che non respirava più “I cannot breathe, I cannot br...”

Arrivata l’ambulanza George è morto.

In un primo momento, con la prima autopsia, è stato insinuato che Floyd fosse cardiopatico e quindi indebolito, mentre l’autopsia successiva, indipendente, ha confermato quello che si è visto davanti al mondo: che George Floyd è morto per soffocamento meccanico dovuto alla pressione del ginocchio del poliziotto durata almeno dieci minuti. Si tratta di omicidio, se di primo o di secondo grado, secondo l’ordinamento penale americano, lo stabilirà una giuria popolare, sempre se il procuratore vorrà proporre gli esiti di tutte e due le autopsie..

Sono stupìto ogni volta che accade un fatto del genere. Non ce la faccio a rassegnarmi che il metodo western sia ancora vivissimo negli USA. Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha chiesto perché l’omicida non fosse in carcere per omicidio, intanto. Poi è stato incarcerato con l’accusa di omicidio preterintenzionale, cioè non voleva ucciderlo: si è realizzata – come si dice in filosofia – un’eterogenesi dei fini.

Mi chiedo che cosa abbia prodotto tutto ciò e c’è da pensare molto, con l’aiuto di psicologia, sociologia, storia, cultura, politica, filosofia morale… umanità.

La polizia americana ha una tradizione di brutalità: circa 1000 morti all’anno al momento della cattura o nei dintorni.

Altre cronache però mettono in vista altri aspetti sulla Polizia americana, come quelli del rischio che corrono nella lotta alla delinquenza. Molti poliziotti perdono la vita facendo il loro lavoro. E dunque, quando si pensa e si esamina il caso di George Floyd, non si può non pensare anche al contesto sociale, culturale e politico in cui le cose avvengono.

A volte pare che in America la cultura razzista sia ancora ben radicata, senza voler dire che il Ku Klux Klan sia ancora quello che era in Georgia e in Alabama negli anni ’50 e ’60. E anche che il West selvaggio sia ancora ben presente nel pensare e nel fare “americano”. Uso ancora questo aggettivo scorretto, “americano”, perché ci si capisce bene. Statunitense è troppo lento.

Il corpaccione del poliziotto che ha causato la morte di Floyd è un emblema di quel modo di “fare” pubblica sicurezza, uno stile, un mood.

Ora le strade di Minneapolis e di altre città americane sono in subbuglio.

Si può definire, di fronte a questi eventi, in-civile l’America statunitense? E’ legittimo? Che cosa significa essere civili? Avere accettato alcuni principi etici fondamentali: a) lo stato di diritto e quindi l’uguaglianza sostanziale tra tutti gli esseri umani tra loro e nei confronti dello Stato, innanzitutto, quello nato dalla Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo partorito dalle due grandi Rivoluzioni di fine ‘700, a loro volta ispirate, più prossimamente dall’Illuminismo di un Montesquieu, e prima ancora dalla dottrina biblico-paolina (cf. Genesi 1, 27; Lettera ai Galati 3, 28; Lettera ai Colossesi 3, 11), principi ribaditi poco più di settant’anni fa dopo la Seconda Guerra mondiale; b) la parità di diritti tra uomini e donne, faticosamente conquistata, ma non del tutto e non ovunque, come sappiamo (si pensi che il diritto di voto alle donne in Italia risale solo al 1946!); c) l’uguaglianza di opportunità di studio, lavoro e crescita individuale e sociale; e, se vogliamo anche altre declinazioni più precise dei diritti&doveri dell’uomo.

Intere aree del mondo e nazioni non conoscono, né applicano questi principi, tuttora, e ciò è un tema e problema centrale di questi decenni che viviamo. Le donne avranno un ruolo principale nella “liberazione” da queste catene fisiche, politiche e da panìe culturali insopportabili.

Su questo tema potrebbe essere utile rileggere perfino il nostro Mazzini, filosofo politico un poco dimenticato, che scrisse “Dei diritti e dei doveri“, quando di diritti si parlava ancora molto faticosamente, a partire da quello della libertà individuale e sociale, e della connessa giustizia, senza la quale la libertà stessa è indebolita e… afona.

E dunque, tornando al povero George Floyd, quanto civile è la grande e democratica America, che è stata indispensabile nel XX secolo per sconfiggere le tirannie più pericolose, ma si è anche persa in politiche e scelte militari sbagliate, o addirittura nefande, come nella guerra del Vietnam e nel sostegno a squallide e tremende dittature militari (ad esempio nella vicenda cilena), oppure interferendo pesantemente nella vita di nazioni come l’Italia, alla luce dei principi geopolitici di Yalta, decisi con due immensi campioni di cinismo politico-morale come Stalin e Churchill?

Domanda lunghissima, che lascia anche me che la ho formulata, senza respiro.

Risponderei che non si può definire in-civili gli Stati Uniti d’America, ma immediatamente occorre dire che molta strada questa grande Nazione deve fare per raggiungere uno standard più equilibrato di vita civile. C’è molto lavoro da fare sul piano culturale, a partire dalle scuole e dalle comunità locali. Le leggi americane sono improntate ai più nobili principi di Libertà e Giustizia, dai tempi dei Padri fondatori come Washington e Jefferson, che pure erano ancora schiavisti, ma cominciavano a pensare all’uomo come un essere parimenti portatore dei medesimi diritti. L’America di Thoreau e di Emerson sta sotto le righe dell’America crudele e competitiva, e ancora razzista tra le pieghe dell’anima di molti.

Occorre che anche quell’America emerga alla luce, in ogni città, in ogni quartiere, in ogni famiglia: così allora casi come quello di Minneapolis, Minnesota, non accadranno più. Forse.

Una primavera piena di vento

…ci sta regalando questo 20 “quasi” 20, ultimo anno del secondo decennio del terzo millennio, poiché sarà pienamente 2020 solo alle 24.00 del 31 Dicembre prossimo venturo. Ricordo la mia ira quando, in vista del e durante il Capodanno del 2000 molti si esaltavano per l’arrivo del Terzo millennio, e io ad affannarmi a dire che no, no e no, perché quello era l’ultimo Capodanno del Secondo millennio. Niente. Duri (di cervice) al pezzo dell’insipienza. Anche diversi laureati nel novero, pergiove! Perfino un dottore in matematica e informatica.

Ogni santa mattina, quando guardo fuori prima delle sette i rami e le foglie vibrano, scossi dal vento. Se esci e la temperatura sfiora i venti gradi, ti pare più bassa, perché l’aria è fresca, come nelle prime primavere della vita.

Una primavera che ci porta via Ezio Bosso, ma no, non ce lo porta via, semplicemente ora è in un “altrove” ancora più presente di prima, solo senza dolore. Il vento è come un messaggio che viene da molto lontano, specialmente il nostro Vento dell’Est, da pianure sconfinate, da oltre fiumi immensi come il Danubio e il Dniepr, forse anche dal Volga e dall’Ural. Si chiama buriàn, che diventa bora a Trieste, appena di qua del confine. confine

Ecco, è mancato Ezio Bosso, in questa primavera piena di vento, ma la musica vive per sempre. La sua musica e la musica in generale. La musica è come il vento, che viene e che va, “Il vento va e poi ritorna“, scriveva Wladimir Bukovskj affacciandosi sulla steppa dalle finestre di casa sua. Di là viene il buriàn che supera l’immensa pianura sarmatica e i monti Carpazi, per infilarsi poi nella Krajina furlana attraverso il Passo Zagradan sul monte Kolovrat, onusto di storia. E di poca gloria, per noi Italiani.

Lo racconto in molti modi questo percorso del vento. Lo ho raccontato e lo racconterò ancora, mio caro lettor paziente.

Lo ho incontrato ieri pomeriggio su qualche rettilineo della Bassa furlana dove andai in bicicletta, fidandomi del controllo dei dolorini e della resa dei muscoli. Ho rivisto le sorgive acque dello Stella, l’Anaxum latino di Plinio, con tutte le sfumature del verde, color naturae pictus, sorpassando famigliole e pedoni viandanti. Li ho salutati tutti, ricevendo in cambio un sorriso, diversamente da qualche mese fa, quando ognuno andava muto e diritto per la sua strada, disattento al suo simile che gli veniva incontro.

In montagna ci si saluta sempre, man mano che cresce l’altitudine, e la fatica e gli erti sentieri selezionano gli esseri umani. Un giorno fui sulla cima di un monte, il dolomitico Averau, che era ripido da dove lo avevo salito, una ferrata lungo un camino di circa 400 metri, e comodo, accessibile perfino alle automobili, dall’altra parte. Là in cima vi era un rifugio e signore in pelliccia a prendere il sole. Non ebbi cuore di salutarle. Mi facevano pena. Snobismo il mio, o il loro?

E’ cambiato anche il silenzio, più pieno, quasi come in un deserto di verde e di acque correnti. E queste giornate infinite contengono tutto quello che vuoi fare: scrivere, parlare, muoverti, comprare qualcosa, telefonare a qualcuno che non senti da tempo, dialogare con i mezzi telematici che fan risparmiare lavoro e fatica. Giorni lunghissimi di maggio, in attesa di giornate ancora più immense, quando giugno prelude all’estate.

Osservare Venezia nello splendore ineguagliato della sua storia, e le piazze di Napoli e il Duomo mediolanense, possente, bianco come un angelo di pietra. Ascoltare Francesco che si ricorda di tutti, uno per uno, mestiere per mestiere, vita per vita, fatica per fatica. Ricordarsi di due ricorrenze: i 50 anni dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori che il ministro Brodolini volle e il prof Giugni redasse.

Morì poche settimane dopo il compagno Giacomo e fu immediatamente accolto nel paradiso dei giusti, secondo il mio parere di teologo/ filosofo eticista. Un ateo cristiano, come molti uomini e donne buoni; i cent’anni dalla nascita di papa Karol di Polonia, da Wadowice, il coraggio, la determinazione, la testimonianza. Papa Wojtyla ci mostrò la dignità della vita, quella fine di marzo 2005, appeso al Crocifisso, mentre il cardinale Ratzinger, con in mano la Croce, il Venerdì Santo denunziò la sporcizia presente nella Chiesa stessa, Sancta et Maculata, Sancta et Meretrix, sulle tracce di sant’Agostino; così come lo stesso, da papa Benedetto, ci mostrò la dignità del lavoro, dell’impegno responsabile (ingravescente aetate, ricordo ancora quell’ablativo assoluto che scosse molti, vale a dire, ad sensum, “essendo il lavoro di pastore sempre più faticoso da sopportare alla mia età“), e lui, da lavoratore della mente e della cultura non voleva essere sopportato come un peso. Preferì il ritiro della preghiera, primo compito del pastore di anime.

Penso che anche il quotidiano comunista Il Manifesto, che lo aveva salutato, quando fu eletto, come “Pastore tedesco”, volendo significare in metafora che quell’uomo era un custode rigoroso, anzi rigido, della Tradizione, del Depositum fidei, e del Magistero della Chiesa, ebbe modo di apprezzare quella decisione ispirata a una profonda umiltà e senso di responsabilità personale.

Il card Ratzinger riuscì anche a farmi mandare un apprezzamento e un plauso quando ricevette il mio libro sull’Eros nella Bibbia, non per iscritto, ma tramite un messaggio Whattsapp. Ricordo che fu lui, così anziano e “tradizionalista” secondo molti, ad inaugurare l’account twitter “pontifex”, alla faccia di chi lo ritiene un mero passatista. Non è così: chi ha buona volontà, legga le sue chiarissime Lettere encicliche Deus Caritas est e Caritas in veritate, per capire chi è veramente quest’uomo colto e umile. E la biografia in tre volumi di Gesù di Nazaret, lettura per tutti.

Questa è la mia primavera piena di vento, che passa ogni giorno diverso che il buon Dio ci manda.

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