Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Un delitto a Codroipo, l’omicidio di una donna e madre

Come i miei cari lettori sanno, mi occupo, tra altre attività accademiche e di consulenza etica aziendale, di relazioni intersoggettive nell’ambito della Consulenza filosofica individuale, anche come presidente dell’Associazione italiana per la consulenza filosofica Phronesis (in base alla Legge 4 del 2013 sulle professioni non ordinistiche), così chiarendo ciò che differenzia questa pratica dalle psicoterapie, pratica le cui prerogative sono le seguenti:

“La consulenza filosofica si realizza nel rapporto tra un filosofo consulente e un consultante o un gruppo di consultanti, affrontando le questioni importanti e  impegnative della vita, mediante l’indagine delle esperienze individuali. (omissis)

        La consulenza filosofica prende le mosse prevalentemente da questioni in vario modo problematiche portate dal consultante [questioni etiche, relazionali, esistenziali, relazionali, decisioni complesse, dubbi, revisioni progettuali, scelte, separazioni, lutti, cambiamenti, etc.]. Questo passaggio al consulere è esplicito e configura una variazione sostanziale rispetto ad un esercizio di pratica.

La consulenza filosofica:

  • opera sulle questioni proposte a partire dalla “messa in questione” interrogativa delle forme di pensiero, delle ragioni, dei vissuti, dei valori, delle visioni del mondo, e di quant’altro offerto allo sviluppo del dialogo;
  • riconduce il discorso del consultante ai suoi presupposti-concetti, principi e valori, in modo da far emergere la visione del mondo che essi costituiscono e le eventuali incoerenze e incongruenze con la vita;
  • a partire dal piano configurato dall’analisi dialogica e relativo alla visione del mondo del consultante, la consulenza filosofica rende possibili trasformazioni ed eventuali ampliamenti della visione del mondo del consultante
  • anche proponendo percorsi creativi, metaforici, immaginativi, aprendo scenari e prospettando alternative.

La consulenza filosofica ha il fine fondamentale di chiarire, arricchire, rendere più articolata e profonda la visione del mondo del consultante, sulla base del presupposto che discutere/discernere l’esperienza in modo chiaro, ricco, complesso e profondo sia condizione ottimale per orientarsi nel mondo.

        La consulenza filosofica riguarda l’esperienza di vita del consultante, cioè l’agire concreto in quanto connesso alle forme del pensiero.

        La consulenza filosofica pone i diversi interlocutori su un piano di parità e pari dignità, pur riconoscendo una diversità di ruolo;

        La consulenza filosofica richiede l’adesione esplicita e consapevole da parte del consultante.

        La consulenza filosofica non utilizza la filosofia in forma strumentale in vista di scopi propri di altri saperi, pratiche o discipline.

        La consulenza filosofica è contraddistinta da un generale atteggiamento di franchezza reciproca.

Nella consulenza filosofica nessun punto di vista viene accettato per via di autorità e tutte le argomentazioni, ivi comprese quelle prodotte dal filosofo, sono sottoposte al vaglio critico interno al dialogo.”

Come si può constatare si tratta di una metodica chiaramente distinguibile da altri interventi che concernano il rapporto tra pensiero e azione nell’uomo e quindi anche gli atti che questi può compiere.

L’omicidio di una donna e madre di Codroipo, come altri atti analoghi attesta come, più che la ricerca di particolari nevrosi, psico o sociopatie inerenti l’attore del crimine, che è il tipico percorso correntemente praticato, come si evince anche dai commenti dei testimoni, “ Chi lo avrebbe mai detto…. Erano così due brave persone… Come mai non ci si è accorti prima…” e via banalizzando, forse occorrerebbe prevedere l’apertura di sportelli di educazione etica e di chiarificazione sui valori esistenziali veri, progetti che potrebbero interessare le comunità locali e soprattutto le strutture amministrative del Comune, o religioso-comunitarie come la Parrocchia.

E dunque si tratta di un profondissimo tema e problema di cultura, nel quale la visione del mondo del maschio è ancora molto arretrata, prigioniera di una concezione patriarcale e arcaica dei rapporti d’affetto nella coppia. Nonostante la modernità abbia portato il comune sentire nella “cultura dei diritti” civili, sociali, del lavoro, etc., resta nel fondo dell’anima un sostrato che “permette” di pretendere, di possedere l’altro/ a, di non accettare l’autonomo esercizio della libertà individuale, che le leggi ora garantiscono, ma la psiche maschile, nel profondo, a volte non accetta.

Non dimentichiamo che le leggi civili e penali che distinguevano in gravità gli atti di infedeltà e l’omicidio se commessi da un uomo o da una donna, sgravando il maschio in modo radicale sono state in vigore fino a poco più di quaranta anni fa.

La psiche umana-maschile invece resta – per molti – nel passato.

Perciò, oltre al lavoro che possono fare e fanno i colleghi e le colleghe filosofi/ e pratici/ he, mi sono permesso di proporre qui luoghi e modalità di riflessione sui fondamenti delle vite umane, tutte, e dei valori che appartengono ad esse.

Certamente in una feconda alleanza collaborativa con psicologi, pedagogisti e psichiatri, occorrerebbe lavorare in team, sviluppando una indispensabile filiera di conoscenze sull’uomo, che nessuna specializzazione, di per sé, possiede in toto.

Armi e violenza: se e quanto l’abbondanza di armi può alimentare la violenza; quisquilie e pinzillachere: il fantomatico e narcisistico viaggio di Salvini a Mosca; Litizzetto, ignoranza e scorrettezza alla tv di Stato

Le ultime stragi in America (e non so neanche se si tratti delle ultime, mentre scrivo e pubblico il pezzo), quella di Uvalde nel Texas e quella di Tulsa in Oklaoma, attestano un fenomeno sociale più che drammatico, tragico. Senza avere la minima esitazione, ed è questo che appare dalle cronache, ragazzini appena maggiorenni imbracciano un fucile d’assalto appena acquistato, oppure già a disposizione in casa, e lo usano sparando all’impazzata verso bambini, ragazzi e insegnanti. E contro chiunque, solo considerando tempi recenti, da Columbine in poi. Parliamo di fatti che accadono negli Stati Uniti d’America, la Nazione con la maggiore economia, il più potente esercito e i maggiori centri di ricerca del mondo. Una grande Nazione democratica.

Gli Usa vantano 250 scarsi di storia, più o meno. Sono un popolo bambino.

Li caratterizza ancora, nel profondo, una sorta di pionierismo western, proprio come nei film hollywoodiani e in quelli di Sergio Leone. La possibilità di sparare, per il cittadino, è garantita dal Secondo emendamento alla Costituzione Federale del 1779, quella voluta e scritta da George Washington e Thomas Jefferson, che fu il redattore materiale del seguente testo:

«A well regulated militia being necessary to the security of a free state, the right of the people to keep and bear arms shall not be infringed«Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto.»

Un altro aspetto di grande importanza culturale e socio-politica è la presenza di una sottesa cultura protestante, che è prevalente fin dalla fondazione dello Stato federale. Tra l’altro, si tratta di un “protestantesimo” di tipo calvinista, diffuso negli Usa in varie declinazioni, e quindi più sensibile all’individualismo, che smorza gli elementi comunitari intrinseci del Cristianesimo. In sostanza, per la cultura americana, chi merita vince, perché chi non vince, in qualche modo, avrebbe dei peccati da espiare, o comunque non merita (davanti a Dio). Quasi un karma a rovescio in versione occidentale. La ho scritta in modo grezzo e superficialmente teologico. Mi si perdoni la sciatteria teoretica.

In aggiunta agli aspetti culturali, in quella grande Nazione sono molto attive le lobby, come la NRA, National Rifle Association. Si tratta dunque di comprendere, anche senza condividere, la situazione che è costituita da diversi (e potenti) soggetti in campo.

In queste settimane le stragi sembrano non finire, e l’auspicio di regolamentare la vendita delle armi ai privati proviene da molti ambienti e arriva fino al Presidente che, di per sé, parrebbe voler far emanare una normativa in questo senso, ma anche lui deve fare in conti con la cultura politica che appartiene a tutte e due le grandi forze della Nazione, il Grand Old Party e i Democrats, che quasi pari sono, nel contesto americano. Che presidente sia Truman o Eisenhower, Kennedy o Nixon, Clinton o Bush 1 o 2, Obama o Trump, nulla cambia.

C’è molto, molto lavoro da fare, a partire dalla scuola, a partire da quelle scuole superiori che gli Americani chiamano “licei”, ma che licei non sono, almeno secondo i nostri standard, perché danno – in generale – una formazione umanistica scadente, licei – dunque – per modo di dire. Ai college più prestigiosi, e alle lauree vere, infine, solo i ricchi o almeno i benestanti possono accedere, i poveri no. Questa è la situazione americana, per cui occorrerà tempo e volontà politica per cambiare il sensus vitae di un grande popolo. La famosa American way of life è intrisa anche di questa cultura.

SALVINI. Salvini vuole convincere Putin a fare la pace e pertanto andrebbe volentieri a Mosca al Cremlino per formulare una proposta all’amico (suo) Vladimir. Subito ci si può chiedere: a che titolo? A titolo di capitan Narciso?

Ora pare che, proprio i suoi, i più intelligenti (Giorgetti, Zaia, Fedriga e altri), lo stiano fermando. Lui si definisce, more solito, un italiano-che-dà-un-contributo-alla-pace, in rappresentanza di tutti gli Italiani. Ebbene, NO, Salvini, lei non mi rappresenta. E altrettanto ritenga che la pensino decine di milioni di Italiani, certamente quelli che NON la votano, che sono, appunto, decine di milioni. Cala cala, capitan Trinchetto!

Un consiglio da cittadino-non-suo-elettore, ma patriota: stia al suo posto, e lasci fare a chi ha titolo giuridico-istituzionale per poterlo fare, cioè il Capo del Governo e il Ministro degli Esteri. Non penserà mica che la sua presenza possa essere efficace, quasi lei fosse papa Francesco, che peraltro lei spesso cita a sproposito. Lasci stare la Teologia morale, che non è pane per i suoi denti. Abbia, se non altro, buon senso.

LITIZZETTO. La Litizzetto Luciana, peraltro con una laurea in lettere, si è scagliata contro i cinque referendum sulla giustizia che si celebreranno domenica 12 giugno 2022.

Alla tv di Stato si è assistito a un suo comizio senza contraddittorio condito di scorrettezze e inesattezze gravi. Lei non può e non deve dire, pena che chi la ascolta, certamente più competente di quanto lei non pensi, che i referendum sono stati causati dal Parlamento, perché è vero proprio il suo contrario: sono stati generati dall’inerzia del Parlamento.

Nel merito, poi, che si debbano separare le carriere tra chi accusa e chi giudica è lapalissiano, che si debba contemperare il fondamentale diritto alla libertà dei cittadini con l’altrettanto importante diritto alla sicurezza, è fuori questione, e pertanto si debba limitare la carcerazione preventiva, che colpisce, per il 50%, degli innocenti. Provi lei solo a pensare di essere arrestata senza colpa.

Ma lei non è una liberale, o magari una socialista-liberale, lei è comunista, per cui della libertà (altrui) poco o nulla glien cale.

Come vedi, caro lettore, se conosci la mia posizione di socialista riformista (oggi privo e privato di un “contenitore politico”), puoi constatare che non ho mai problemi, non solo a criticare la destra, se ritengo lo meriti, ma anche, e altrettanto, la sinistra. Di un tipo di sinistra di cui non faccio né farò mai parte.

Eresie e scomuniche

Le eresie sono delle scelte, dal verbo greco airèo: e dunque àiresis, che significa scelta, come sostantivo. Pertanto, ogni volta che facciamo una scelta siamo – formalmente – eretici rispetto alla scelta di un altro che invece, in democrazia, è libero di scegliere diversamente da noi; diversamente avviene se si sceglie in modo contrario alle scelte ufficiali in un sistema che impone con leggi, regole e relative sanzioni per chi violi le leggi stesse, come gli assolutismi di ogni genere, tempo e luogo, e le dittature moderne e contemporanee.

Alcuni primi esempi: eretici erano (?) i cristiani che nei primi secoli credevano o meno, a seconda di chi “vinceva” il dato concilio o sinodo, nella doppia natura di Gesù Cristo, oppure, in tempi a noi più vicini, cinque o quattrocento anni fa, quando frate Martin Lutero si staccò dal cattolicesimo romano e abolì la mediazione ecclesiastica tra i fedeli e Dio, proponendo, in sostituzione, sola Scriptura, sola Fides, sola Gratia (gratis data), cioè un rapporto diretto dell’uomo con la Divinità.

O, sempre per offrire qui una prima sintesi che approfondirò più avanti, quando nel 1956, Nikita Chruščëv , primo segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica denunziò i crimini di Stalin, e in questo modo fu “eretico” rispetto alla linea guida che per quarant’anni aveva caratterizzato il pensiero rivoluzionario di sinistra mondiale. Ma andiamo per gradi.

Nelle antichità cristiane, dopo secoli di confronti e conflitti teologici per stabilire i principi metafisici della SS. Trinità e la teandricità (divino-umanità o doppia natura umano-divina) di Cristo, colui che si poneva fuori dalla retta dottrina (orto-dossia, dal greco orthòs, cioè retto, e dòxa, dottrina) era dichiarato eretico e come tale trattato, e veniva scomunicato

Ci vollero diversi Concilii ecumenici per trovare una sintesi teologica sui due temi fondamentali e fondativi del Cristianesimo, sulla Persona di Cristo e sulla SS. Trinità. Nel frattempo, chi sosteneva una tesi, se vinceva un concilio scomunicava gli avversari, salvo poi essere scomunicato da costoro quando “vincevano” e quegli perdeva.

Il Concilio di Calcedonia del 451 riuscì in qualche modo a fermare i conflitti e a calmare gli animi con il cosiddetto Consensus christologicus… sulla persona e le due nature di Cristo, ma solo per un periodo, perché nei sei secoli seguenti, tra la cristianità orientale e quella romana- occidentale accadde di tutto, tra concilii e sinodi, fino al fatidico 1054, quando fra il legato del papa Umberto da Silva Candida e il patriarca bizantino Michele Cerulario, vi fu lo scambio di reciproche scomuniche scritte e depositate in specifici libelli nella basilica di Santa Sofia, con l’esplicita accusa di eresia. Eccoci!

Il tema dello scontro era ed è rimasto – di fatto fino a oggi – e vedremo più avanti quanto sia ancora importante, quello della SS. Trinità, per cui nell’oriente cristiano, da allora, anzi da molto prima, dal IV, V e VI secolo, dagli scontri il prete Ario e il patriarca Atanasio, e poi fra il patriarca alessandrino Cirillo e quello costantinopolitano Nestorio. E nel IX secolo fu la volta di Fozio, coltissimo patriarca di Bisanzio, per tre volte assurto al vertice della chiesa del’oriente e per tre volte accusato di eresia, scomunicato, sostituito e poi… reintegrato nelle sue funzioni patriarcali.

Mille anni fa o poco meno si separò l’oriente dall’occidente cristiano, non solo sull’accidente del pane azzimo eucaristico, scelto dall’occidente cristiano, ma soprattutto sulla questione trinitaria delle processione dello Spirito santo, che per gli occidentali procede dal Padre e (parimenti, ndr) dal Figlio “et de Patre Filioque procedit Spiritus sanctus“, non “per Filium“. Tutti i lettori sanno che si tratta dell’incipit fondamentale del Credo cristiano.

E siamo ancora qui a parlarne, addirittura distinguendo in queste settimane e mesi di guerra, fra gli ortodossi di Kijv e gli ortodossi di Mosca, tra Epifanij e Kirill.

Vediamo altri esempi.

1521, alla Dieta di Worms, Martin Luther, convocato dall’imperatore Carlo V per dar conto delle sue tesi esposte con il famoso testo di Wittenberg, con le quali di fatto sconfessava il modo-di-essere-cristiani propugnato dalla “Chiesa di Roma e del papa”. Frate Martin non cedette e fu condannato all’esilio. Protetto dal Principe Elettore Federico III di Sassonia, riuscì a continuare nella sua “eresia”, e a svilupparne la diffusione.

Nel frattempo Jean Cauvin, Calvino a Ginevra, e Ulrich Zwingli a Zurigo, facevano quasi altrettanto, cioè ereticando portavano su un altro sentiero, rispetto a Roma, intere popolazioni. Il prosieguo del luteranesimo e del calvinismo ha contribuito primariamente a costruire la cultura moderna anglosassone con le conseguenze che Max Weber ha ben descritto tre secoli dopo nel suo “Il Protestantesimo e lo spirito del capitalismo“.

L’acme di quello scontro tra Roma e la Germania fu la Guerra dei Trent’anni che insanguinò l’Europa centrale dal 1618 al 1648, e finì con l’accordo detto della Pace di Westfalia, in base alla quale i popoli avrebbero seguìto la scelta religiosa dei loro principi, con il motto cuius regio eius religio , vale a dire:”di chi [è] il regno, di lui [sia] la religione”, Quella era la libertà intesa al modo europeo del tempo!

Eretici religiosi che cambiano la storia del mondo. Sono definibili “eretici” dunque Lutero, Calvino, Zwingli, Melantone e soci?

O Jan Hus, finito sul rogo a Costanza un secolo prima, per aver professato quasi le stesse idee dei due grandi riformatori, che però morirono nel proprio letto?

Non possiamo dimenticare i grandi eretici italiani. Lo fu il frate domenicano Girolamo Savonarola, che si oppose alla chiesa di Leone X, papa Medici, che riuscì a liberarsi di lui quando il frate si espose con troppo fanatismo purificatore dei costumi in Firenze. Lo furono i frati domenicani Tommaso Campanella e Giordano Bruno: il primo scampò al rogo perché ebbe la capacità politica di tenersi buono un cardinale cui dedicava i suoi libri evangelico-comunisti come La città del sole, mentre il secondo, più filosoficamente coerente e rigoroso nel distinguere tra scienza e fede, finì sul rogo in Campo de’ Fiori a Roma, nel febbraio del 1600.

A fine ‘500 anche in Friuli vi fu un famoso caso di eresia, quello del mugnaio di Montereale Valcellina Domenico Scandella, detto Menocchio, che mori sul rogo, dopo avere molto insistito a fare l’eretico (il frate francescano che lo inquisiva non voleva proprio condannarlo), al modo di Giordano Bruno (in proposito si legga il libro, edito da Einaudi, dell’antropologo Carlo Ginzburg Il formaggio e i vermi). La dico così, per non dover entrare in dettagli che qui non ho tempo di proporre.

Ma il più famoso degli eretici, che rischiò veramente la condanna a morte fu Galileo Galilei. La scampò, anche lui in qualche modo “aiutato” da un cardinale intelligente, il gesuita Roberto Bellarmino, che gli consiglio di considerare i suoi scritti rivoluzionari come mere ipotesi, non come verità che contraddicevano direttamente la cosmologia biblica. Scrisse Galileo, a un certo punto, alla granduchessa Cristina di Lorena: “La Bibbia non insegna come vadia il cielo, ma come si vadia in Cielo“.

E, per attestare come quando l’uomo raggiunge il potere, qui ricordo l’eretico Calvino che, quando fu al potere a Ginevra, non esitò a far condannare Michele Servetus, medico e filosofo, che stava criticando la nuova teocrazia protestante instaurata. Come dire che quando gli eretici prendono il potere, trovano sempre – a loro volta – eretici da condannare.

La scomunica, nella storia, dopo l’accusa di eresia è stata sostanzialmente questo: essere cacciati fuori dalla comunità, dalla possibilità di comunicazione e di dialogo, di partecipazione alla vita collettiva, etc. E a volte peggio, come descritto in alcuni dei casi precedenti.

Un altro clamoroso esempio di accusa di eresia e conseguente scomunica fu quello del filosofo portoghese-ebreo-olandese Baruch Spinoza, di cui molti sanno l’importanza nella storia del pensiero umano. Ebbene: il 27 luglio 1656 ad Amsterdam il ventiquattrenne Baruch Spinoza, titolare di una ditta commerciale, viene convocato dai collegio dei rabbini nella sinagoga della città.

È stato accusato, su delazione di due suoi ex amici, di non credere nell’immortalità dell’anima individuale e di ritenere Dio un essere corporeo. Baruch (Benedictus), “Bento” per i familiari, alla richiesta di una formale abiura, che lo avrebbe completamente riabilitato, ribadisce integralmente le sue tesi in un discorso, purtroppo perduto, intitolato “Apologia”.

Come un nuovo Socrate Spinoza, detto dai suoi accusatori “l’uomo più empio del secolo”, riceve solenne scomunica (cḥerem). Il verdetto, durissimo, lo esclude per sempre dalla sua comunità, imponendo a ogni suo membro di interrompere qualunque rapporto con il condannato, a pena del medesimo trattamento.

Nell’isolamento più completo, odiato da tutti, ebreo rinnegato dalla sua gente, eretico temutissimo da tutta l’Europa cristiana, nel ristretto recinto di libero pensiero dell’Olanda dei lumi, Spinoza, uno dei filosofi più influenti della storia, porrà le basi ideologiche dello Stato moderno.

Un altro esempio, questo di carattere socio-politico, per chiarire ancora il tema qui proposto delle eresie e delle scomuniche.

Nikita Chruščëv , nel 1956, al XX Congresso del Pcus, in un documento prima secretato e nell’occasione esposto, criticò Stalin, cioè Iosif Vissarionovič Džugašvili, e le sue politiche, denunziandone il tradimento del marxismo più puro con la pratica del “culto della personalità”, che il dittatore georgiano aveva promosso fin dalla sua ascesa al potere assoluto verso la fine degli anni ’20, e la politica di distruzione politica e fisica di ogni dissenso, con quelle che sono state chiamate “purghe”, una tragicissima serie di accuse e conseguenti esecuzioni capitali di persone di altissimo profilo e meriti rivoluzionari come Nikolaj Bucharin, Zinoviev e Kamenev, fino all’ordinato omicidio di Lev Davidovich Trotskij, suo massimo contraltare rivoluzionario, eseguito da sicari stalinisti (Ramon Mercadèr etc., e chissà che non ci fosse nei paraggi anche qualche comunista italiano o italiana, friulo-giuliani? Non lo so, chissà…) a Ciudad de Mexico nel 1940. Oltre che di migliaia di “oppositori”, anche solo sospettati di non aderire alla linea del capo. In proposito una utile lettura può essere il libro del grande leader sloveno comunista Milovan Gilas “Conversazioni con Stalin“. E anche le note autobiografiche di Palmiro Togliatti, che con Stalin ebbe una lunga e pericolosa frequentazione.

Una lettura “stalinista” della vicenda la si può trovare nella “Storia del Pcus e dell’Unione Sovietica” della cultrice di questa disciplina storica, la dottoressa Adriana Chiaia (peraltro laureata in fisica), mancata da qualche anno, che ho avuto la ventura di conoscere. Questa simpaticissima studiosa, amava porre in nota nelle biografie che proponeva, se si trattava di un dirigente processato e fucilato negli anni dal ’35 al ’39 circa, la formulazione “deceduto nel...”, semplicemente. Quando le facevo notare che i decessi erano causati dalla fucilazione, mi rispondeva “Ovvio, si trattava di traditori della Patria“. Ecco, traditori rispetto alla visione staliniana e stalinista (della Chiaia), e qui siamo alla distorsione più patente della verità, un po’ come sta succedendo in questi giorni, se ascoltiamo le narrazioni di un Vladimir Solovev, che giustifica i missili nucleari a Kaliningrad ma non l’adesione alla Nato di Finlandia e Svezia (che preferirei sia ritardata e di molto, per il momento), oppure di un Toni Capuozzo, o di Alessandro Orsini, che sostiene come “i bambini starebbero meglio sotto una dittatura che in una situazione di guerra“.

Nel rapporto del ’56, Chruščëv elencò numerose illegalità di Stalin, denunciò la sua violazione del principio leninista della guida collettiva, e fece i nomi di molti di coloro che erano stati irregolarmente processati e giustiziati prima della Seconda guerra mondiale. Si può dire che la relazione del Primo segretario, evitando di attribuire anche al Partito le responsabilità dei crimini, che invece intestò completamente a Stalin, non andò fino in fondo con la sua critica, perché avrebbe dovuto cogliere le contraddizioni intrinseche al modello marx-leninista, cosa che invece fu nelle corde e nelle azioni di Michail Gorbacev una quarantina di anni dopo, quando tramite un percorso di chiarimento, la glasnost, propose il cambiamento radicale del sistema in un senso progressivamente democratico, la perestrojka.

Bene, ora Putin, da quando ha dichiarato che la più grande tragedia del XX secolo è stata lo sfaldamento dell’URSS, cioè dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, non vuol altro dire che il destino della Russia non può essere individuato se non nella sua tradizione autocratica, zarista e stalinista. Più asiatica che europea, ortodossa nel senso letterale del termine, verticistica, monarchiana

Ecco, dunque, che qui torna l’elemento teo-logico delle divisioni, contrasti e scontri dei primi secoli cristiani. L’oriente cristiano non accettò mai la “parità” fra le tre Persone della Santissima Trinità e fu perciò definito “monarchiano”, perché il Padre ha – dall’eternità – sempre maggiore dignità divina del Figlio e soprattutto dello Spirito Santo, Che, secondo loro, procede dal Padre attraverso il Figlio, e non dal Padre e dal Figlio, Che, a sua volta, è eternamente generato dal Padre. Putin, senza essere un teologo, ma non credo lo sia (scientificamente) neppure Kirill, è un “monarchiano”, per cui permane il conflitto millenario tra Costantinopoli, la Seconda Roma, e Roma, ora che il vertice ortodosso si è spostato a Mosca, non a caso chiamata con gusto tutto russo “Terza Roma”, come città che più di tutte, più di Roma e dell’attuale Istanbul, difenderebbe il Cristianesimo.

Per gli orientali quello che conta è il Padre, per il tramite del Cristo pantocratore (cioè “creatore del tutto” apò katabolès kòsmou, fin dalla fondazione del cosmo, come scrive Giovanni nell’Apocalisse), lo csar, il Primo segretario, il Presidente, tutti primi assoluti. Non primi-inter pares à là premier di tipo occidental-europeo, ma primi e basta, come Vladimir Vladimirovic Putin.

Anche questo è un racconto, che viene da molto lontano, nel tempo.

Se osserviamo la cina, dopo Mao-ze-dong, la vicenda comunista ha tentato delle riforme con Deng hsiao ping, confermate nel modello-Shangai, ma ora il bi-presidente (aspirante tri) signor Xi (non signor Ping, caro ministro Dimaio!), desidera il trono a vita. Vedremo. E chi non sta con lui, è un eretico e viene scomunicato. Come Navalny in Russia. Uguale.

E ora termino tra poche righe, altrimenti non mi fermo più.

Che dire del nostro occidente pasciuto e imbelle?

Che cosa direbbe Baruch Spinoza se avesse accesso al web e ai social di oggi? E anche Wittgenstein? Che cosa direbbe anche sant’Agostino di fronte a cristianesimi così declinati? O che direbbero san Basilio Magno, o san Gregorio di Nazianzo, o san Gregorio Palamàs, o san Benedetto da Norcia?

Ascolto l’Utrecht Te Deum di Georg Friedrich Haendel per ristorarmi lo spirito, che è esacerbato, e ha bisogno di pace.

La Via Crucis di papa Francesco

Venerdì Santo.

Il giorno del Sacrificio di Cristo sulla croce, il giorno dell’esecuzione capitale di quest’uomo, dell’Uomo-Dio secondo la nostra dottrina cristiana. La truce vicenda è raccontata nei quattro vangeli canonici secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni con toni e modi differenti, sui quali qui non mi soffermo. E’ ricordata da san Paolo nelle sue lettere alle varie città e territori che si andavano “cristianizzando”. E’ commentata da migliaia di autori: teologi, esegeti, biblisti, catechisti, scrittori e divulgatori di vario genere con libri e articoli, nel corso dei due millenni che ci separano da quell’evento. E’ ripresa da una lunga tradizione cinematografica di diverso valore teologico e artistico, dal discreto Re dei re, all’orrido The passion diretto da Mel Gibson, pretenziosamente “filologico”

La data di quel supplizio atroce, ma soprattutto la data di nascita di quell’uomo, hanno determinato il conteggio degli anni nei due millenni successivi per quasi tutta l’umanità. Anche l’Islam ne tiene conto, perché il 622 dopo Cristo, data del viaggio da La Mecca a Medinah di Mohamed (l’Egjra), da cui parte il conteggio del tempo cronologico dei muslim, si riferisce alla data cristiana della nascita di Gesù Cristo. Vi è solo una differenza nel calendario in ambito cristiano, che comunque considera le vicende di Cristo come centrali: nel mondo cattolico e riformato la data del Natale è condivisa il 25 dicembre, peraltro data simbolica, corrispondente alla ricorrenza mitraica del Sol Invictus, mentre nell’Oriente ortodosso, che ha mantenuto il calendario giuliano, non riconoscendo la riforma del calendario gregoriana, il Natale è spostato a gennaio di circa una dozzina di giorni. La Pasqua di una settimana.

Il Colosseo, fatto costruire dall’imperatore Flavio Vespasiano negli anni ’70 per celebrare le vittorie militari di suo figlio Tito proprio in Palestina, e per pascere il popolo che amava panem et circenses (un po’ come ai giorni nostri con il gioco del calcio), è il luogo eponimo del sacrificio e del dolore. E’ il monumento più visitato d’Italia e del mondo.

Ebbene, gli ultimi papi hanno deciso di celebrare la liturgia del Venerdì Santo proprio lì, con la processione e la recita delle quattordici stazioni dello Stabat mater dolorosa/ iuxta crucem lacrimosa/ dum pendebat Filius/ … (Stava la madre addolorata/ in lacrime presso la croce/ alla quale era appeso il Figlio/ …), scritta da frate Jacopone da Todi. E’ il simbolo del dolore umano di ogni tempo e luogo.

E’ la rievocazione del sacrificio di Cristo sulla croce, la pena capitale più atroce di quei tempi, eseguita sui peggiori criminali, perché i cittadini romani potevano avere l’onore di essere decapitati. Un colpo e via, senza (quasi) soffrire. Come accadde a san Paolo, che rivendicò il suo essere Civis Romanus presso il procuratore dell’Impero che lo aveva giudicato e condannato a morte in Roma verso il 65 d.C..

Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret (qui utilizzo il nome civico del Rabbi) fu condannato per sedizione politica e blasfemia, da un cinico funzionario dell’Impero tiberiano, Pontius Pilatus, militare e uomo di mondo di quei tempi e di tutti i tempi, che aveva lo jus capitis (il potere di condannare a morte) tra i suoi poteri e non aveva voglia di storie con il Sinedrio dei maggiorenti politico-religiosi di Gerusalemme e con il popolo che tumultuava in piazza, istigato dai capi.

Il valore teologico e morale di quella morte e di quel sacrificio è incommensurabile. Si dice nella buona teologia che la morte in croce di Cristo ha un valore talmente grande da “coprire” tutto il peccato del mondo, come recita l’Agnus Dei: Agnello di Dio, tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi“. Anche i Peccati attuali di Putin e dei suoi vilmente imbelli (paradossale, vero?) soci, ma anche quelli di Biden etc. Ma vi è una condizione diversa tra questi due peccatori attuali, evidente, che non ripeto. Non mi si urli che Biden non ha attaccato nessuno, perché lo so. Sto parlando di “Biden”, simbolicamente per dire dei peccati dell’Occidente, innumerevoli, nel tempo e nella storia. E che comunque non compensano né tantomeno “giustificano” l’attuale peccato di Putin.

Vi sono uomini di chiesa (o giù di lì) come don Ciotti, che reclamano il disarmo totale. In altre parole: se io cerco di parlare con te e tu mi punti un’arma contro e mi spari, io continuo, rantolando, a chiederti di parlare. Insensato.

L’analogia del sacrificio della Croce è un altro, non è quello di “porgere l’altra guancia”, come sostengono i pacifisti a prescindere dal comportamento di chi ti aggredisce. Il detto gesuano significa, per analogia metaforica (cari pacifisti-a-prescindere, sapete che cosa sono un’analogia, una metafora o un’allegoria? Sono “figure logico-retoriche”), che l’uomo offeso non deve vendicarsi, ma deve cercare di trovare un modo per accordarsi con l’altro, se è possibile.

Gesù ha anche detto di essere venuto a portare tra gli uomini non fiorellini di prato ma la spada (mia ermeneutica un po’ colorita), cioè contraddizione, per cui la buona teologia e un’etica semplicemente umana ammettono anche la legittima difesa, come atto moralmente lecito e perfino doveroso se si tratta di difendere familiari e persone deboli. L’Ucraina, proprio in base alla morale cristiana, ha il diritto di difendersi, anche con le armi, e pertanto è legittimo, per la morale cristiana stessa, aiutarla in ogni modo e anche militarmente (cf. mie citazioni in articoli precedenti di Tommaso d’Aquino in Summa Theologiae).

E ora, differentemente dall’opinione che avevo un paio di mesi fa, mi sembra non solo eticamente accettabile, ma anche razionale e previdente, che Finlandia e Svezia chiedano di essere inserire nel sistema di difesa della Nato, cari pacifisti-a-prescindere.

Ho scritto qui qualche giorno fa che il papa a volte in queste settimane ha fatto un po’ di confusione, ma ora mi pare che si sia chiarito. Il senso teologico, ma anche la simbologia relazionale e pedagogica, di far portare la Croce della Via crucis del Venerdì Santo a due famiglie, una russa e una ucraina, è teologicamente corretto, quasi segno e strumento sacramentale, perché anche per i Russi ora e in futuro c’è una Via crucis, una via della croce. Quando queste ostilità finiranno, quali conseguenze vi saranno anche per il Popolo russo, che in parte è disinformato e manipolato?

Le critiche ucraine a questa decisione di Francesco sono fuori luogo

In realtà la Via crucis ha a che fare con le vite di tutti, anche in Occidente, pur essendo cruentemente celebrata in queste settimana soprattutto in quella grande Nazione dell’Europa, che è l’Ucraina.

Qui taccio delle altre Via crucis in corso nel mondo, dallo Yemen a varie zone dell’Africa e del Vicino Oriente, per evitare il detto della compensazione esemplare tra mali diversi, perché tutti mali, sono.

Due leader – in modo diverso – un po’ confusi: il papa e Conte (Giuseppi), “leader” si dice, il primo per posizione oggettiva (è il “Papa”), il secondo tra virgolette, cioè secondo il “segno logico” delle virgolette, per modo di dire: “leader”, perché contrastato al suo interno da uno che è più “leader” di lui, Dimaio, e quindi non-leader

Papa Francesco è un po’ confuso sulla guerra di aggressione della Russia all’Ucraina. Probabilmente è anche un problema linguistico: pensando lui in lingua spagnola, non riesce a cogliere le sfumature dell’italiano, per cui il suo linguaggio, il suo codice espressivo è a volte impreciso e quindi confuso. Secondo: ho l’impressione che la sua preparazione culturale sulla storia contemporanea e sulla storia dell’Europa sia un pochino carente. Attenzione, non sto “parlando male del papa”: sto solo cercando di individuare i limiti dei suoi ragionamenti, che poi gli suggeriscono errori di valutazione etico-politica, creando così problemi alla stessa diplomazia vaticana.

Mi spiego: a distanza di due o tre giorni, questi ultimi dei primi di aprile 2022, in sei o sette interventi, tutti ampiamente mediatizzati, gli sentiamo dire, quasi contemporaneamente: a) la guerra è colpa di tutti (più o meno), b) la guerra è sacrilega (ok, ma non si esprime su chi la ha scatenata, questa guerra), c) l’aumento degli armamenti è moralmente inaccettabile (dove lo mette, Francesco, il diritto alla legittima difesa, tema chiarito con autorevolezza alta da sant’Agostino e da Tommaso d’Aquino), d) si dice disponibile a fare tutto per la pace, ma che cosa è questo tutto? e) del patriarca Kirill dice che loro due hanno condiviso sulla necessità di fermare la guerra (mentre si sente ancora una volta il patriarca moscovita benedire le truppe russe)… e potrei continuare.

Francesco è confuso e, siccome è sovrano assoluto non solo della Città del Vaticano, ma anche, di fatto, della Chiesa cattolica (cioè universale), questa confusione può generare ulteriore confusione teologica e, ciò che è più grave, morale. Penso che qualcuno dovrebbe aiutarlo di più e meglio, soffermandosi con lui sul senso e sul significato delle espressioni – che lui usa – sulla guerra, in italiano, anche se l’italiano e il castellano sudamericano, che costituisce il suo sostrato linguistico, pur essendo due lingue neolatine molto simili e, nella verbologia, quasi identiche tramite la comune matrice latina, a volte non danno il medesimo senso e significato alle espressioni. Francesco pensa in spagnolo e parla in italiano: ciò non è banale e necessita di una interpretazione di ciò che il papa desidera dire, un po’ più sofisticata. Qualcuno lo dovrebbe aiutare, ripeto.

Un esempio tra centinaia che si possono proporre: in spagnolo l’aggettivo “rico”, cioè ricco, che si può utilizzare, ad esempio, per apprezzare un cibo assai succulento, ha un campo semantico che “allarga” il concetto di “ricchezza” degli ingredienti, dal significato di quantità (il “molto”) anche alla loro qualità (il “buono”) intrinseca.

Circa le affermazioni di Francesco sopra riportate, non posso non osservare criticamente la sua (volontaria?) ritrosia a citare la Russia e Putin come responsabili indubitabili dello scatenamento del conflitto armato (altro termine linguistico-letterario per dire guerra). Forse che lo fa per non ampliare la distanza esistente con la “teologia” del patriarca Kirill? Forse che lo fa per avere un ruolo più credibilmente pratico per favorire una mediazione con la Russia putiniana? Forse. Ma, vale la pena essere ambigui, sia per carenze linguistiche, sia per scelta “politica”, in una situazione oramai così tragica? Non riesco a crederci, per cui a mio pare il papa sbaglia. Per il momento.

Conte (Giuseppi): chi mi legge su questo blog e altrove, sa bene che non ho stima “tecnica” per questo politico, fin dal suo affacciarsi alla notorietà, dal nulla. Ammetto che vi sono aspetti di questa disistima che precedono il mio giudizio sulla qualità politica delle sue prese di posizione, come il timbro vocale (che mi dà fastidio, specie quando urla, come in questo ultimo periodo), come il look, a mio parere eccessivamente “leccato” (ciuffo troppo corvino?, pochette, e altre piccole cose ridondanti), come l’esibizione di una cultura politico-giuridica che non poche volte ha mostrato qualche zoppìa e imprecisione (non alla Di Maio, ma ancora meno accettabile perché proveniente da un signore che si vanta di una certa cultura, a differenza del citato parvenù), come la faticosità dell’eloquio, che non è scorrevole, ma sempre il risultato di una laboriosa (ed evidente) ricerca del termine più adatto, peraltro con scarsi risultati, e altro…

Se veniamo alla dimensione politica, l’uomo mostra ancora maggiori difficoltà: non essendo un grillino della prima ora, si vede a occhio la-fatica-che-fa-a-fare il grillino. In realtà Conte è un democristiano fuori tempo massimo, perché non ha l’allure, lo slancio e l’entusiasmo presuntuosamente sgangherato di un Dibattista (ebbene sì, anche l’allure, non importa se fa un pochino ridere), o l’occhio pulito di un Dimaio o della Raggi (oddio!).

Ora, essendo lui incazzato nero per essere stato sostituito, con la soddisfazione dei più, da una persona di uno spessore incomparabilmente maggiore del suo, Draghi, ma dovendo mostrarsi leale al governo di unità nazionale, pare non saper come fare per caratterizzarsi e diversificare la sua posizione da quella di Mario Draghi.

In aggiunta, oramai lo fa anche perché la campagna elettorale è iniziata da tempo, e durerà tutti i prossimi sedici mesi (non dimentichiamo che i 5S hanno accettato Draghi per non andare a votare subito, e così dimezzare seggi e stipendi, sapendo di non poter pretendere di raccattare più del 15/ 16% di suffragi, contro il 33% del 2018, e dunque la truppa si sarebbe scagliata contro lui e contro gli altri maggiorenti se si fosse andati a votare dopo il “Conte 2”).

Sul tema degli armamenti e dei relativi maggiori investimenti anche da parte dell’Italia, che dice di non vedere come Draghi, si è barcamenato e si barcamena come può, per non smentire l’appoggio al Governo, mentre non vota quanto il Governo propone in tema, o lo vota solo se il voto è “di fiducia”, per non farsi sbattere fuori dalla maggioranza. Incauto e miserello.

Potrei continuare su tutti e due ma mi fermo qui, sperando che almeno il primo trovi una maggiore lucidità, per l’importanza che può avere la sua persona e il suo ruolo al fine di far terminare la tragedia in corso.

Del secondo homo confuso men che un fico secco mi cale.

Del tirannicidio: basi teoretiche, consonanze e contrasti fra le teologie cristiane, quella cattolica occidentale di fra’ Tommaso d’Aquino e quella ortodossa orientale dell’egùmeno Gregorio Palamàs; alcune considerazioni sul tema, dall’antichità al dibattito odierno

Il ridicolo equivoco interpretativo dei concetti proposti da Domenico Quirico su La Stampa di Torino – qualche giorno fa – sul tema del tirannicidio, derivante da una traduzione non so se volutamente scorretta o dalla volontà di cercare un casus belli per litigare con l’Italia, ha convinto l’ambasciatore russo in Italia a denunziare alla Procura di Roma una sorta di incitamento al delitto tramite stampa, quando invece, se il titolo del pezzo ha posto in maniera ipotetica la plausibilità di uccisione del presidente Putin per fermare la guerra di aggressione in Ucraina, il contenuto era chiarissimamente contrario a quella scelta violenta.

Perciò mi pare utile parlarne qui ampliando il discorso ai fondamenti del pensiero teologico e filosofico, sia orientale, sia occidentale.

Partiamo dal termine: tirannicidio deriva dal termine greco tyrànnos.

Pisistrato

Il termine “tiranno” è di origine greca e significa letteralmente “signore”; Erodoto nelle Storie usa il termine τύραννος (týrannos) (cf. Storie III, 80-82), che vuol dire “signore della città”. In seguito le cose cambiano, anche alla luce del pensiero platonico e aristotelico, che pongono la questione della legittimità del potere e della sua costituzione.

Tiranno è innanzitutto il termine attribuito a qualcuno che conquista il potere e poi lo mantiene in maniera egemonica, in qualche modo dispotica, autarchica, e a volte anche con modalità repressive e violente. Un altro termine pressoché equivalente è “dittatore”. Con il termine “tiranno” nell’antica Grecia dei secoli VII e VI avanti Cristo si definiva chi colui che si impadroniva del potere con modalità rivoluzionarie, opponendosi al sovrano o al politico in carica per tradizione o per elezione. Spesso il nuovo “capo” era sostenuto dal popolo, che soffriva per una gestione del potere precedente divenuta insopportabile.

Il tiranno, dunque, a quei tempi non era un usurpatore tout court, perché talora governava senza stravolgere sostanzialmente le leggi e le istituzioni preesistenti. Inoltre ricopriva personalmente e affidava a suoi fidi le maggiori magistrature, promuoveva lo sviluppo dei commerci, delle opere pubbliche e dell’agricoltura, generalmente nell’interesse del popolo sottomesso ed in contrapposizione ai privilegi dell’aristocrazia. I nomi dei più noti “tiranni” intesi in codesto senso: Policrate di Samo, Clistene di Sicione, Pisistrato di Atene e Dionisio di Siracusa, che chiamò perfino Platone per avere da lui consigli. Storia che non finì molto bene, forse perché i tiranni di tutte le epoche preferiscono gli yesmen, non persone di cultura libera e più vasta della loro. Anche oggi è così.

Si può dire che il tiranno moderno non assomiglia più di tanto a quei tipi di tiranno. L’accezione del termine è molto cambiata nei secoli.

La tirannide come categoria politica e forma di governo è stata trattata nella cultura occidentale, per la prima volta in maniera rigorosa, da Platone nel dialogo Repubblica.

Proprio con il pensiero di Platone e di Aristotele inizia una riflessione sulla tirannide e sulla sua legittimità, laddove il potere del tiranno sia acquisito senza la ricerca di un consenso tra i cittadini, e quindi di una sorta, oggi diremmo, patto costituzionale tra cittadini, ovvero, di contro, sia acquisito a seguito di un processo di corruttela e di scorretto acquisto di consensi.

La tirannide era ritenuta ad Atene un disvalore assoluto e generava paura nei più, timorosi di non avere più la possibilità di discutere dell’esercizio del potere politico, in rappresentanza degli interessi generali. Si tenga sempre presente che gli “interessi generali” di allora non si riferivano a un suffragio universale, bensì al diritto di una significativa… minoranza di capifamiglia possidenti: da questo novero erano esclusi meteci ed iloti, cioè i capifamiglia poveri del contado e le persone pervenute dall’esterno.

Molto interessante è il fatto che il personaggio “tiranno” era oggetto di molta attenzione da parte dei tragediografi, che con il teatro riuscivano a trattare un tema molto arduo e pericoloso per la stessa vita di chi lo trattava.

È proprio sulla scena teatrale infatti che la paura e il disprezzo per il tiranno vengono vissuti con immediatezza, è sulla scena che la tirannide appare sempre meno una soluzione politica e si trasforma in una dimensione umana, in una caratterizzazione di una figura etica e psicologica.

La critica alla figura del tiranno aveva lo scopo di evitare che un singolo cittadino avesse nelle sue mani tutto il potere, dispoticamente. Durante la Guerra del Peloponneso, scoppiata tra Ateniesi e Spartani, il grande Aristofane pronunzia la seguente frase: “Per cinquant’anni non ne ho mai sentito il nome (del tiranno, ndr) e ora va più del pesce conservato.”

Si pensi che l’accusa di tirannide fu formulata anche a Pericle, ed è tutto dire. Tucidide scrive di lui in questo modo: “Era una democrazia a parole, ma di fatto si trattava del potere del primo cittadino“. Erodoto propone una delle prime descrizioni della tirannide (cf. Tripolitikòs lògos ), nella quale si esprime elogiando la democrazia (ovviamente intesa secondo l’idea dei tempi, cf. supra),e criticando la tirannide. Ecco le sue parole: “Come d’altronde il potere di uno solo potrebbe essere cosa conveniente se gli è lecito fare ciò che vuole senza renderne conto? (…) Dai beni che ha a disposizione gli nasce la prepotenza, mentre l’invidia è connaturata all’uomo fin da principio.

Il tiranno di cui si parla è empio, sfrenato, diffidente e sospettoso, avido, molto simile alla figura che descriverà Platone ne La Repubblica qualche decennio dopo. E’ molto interessante la descrizione erodotea, perché mette in evidenza anche gli aspetti psicologici della “nascita” del tiranno, il quale può anche essere, di per sé, un uomo buono e virtuoso, ma, messo nelle condizioni di esercitare un potere inusitato e grandioso, può cambiare radicalmente diventando arrogante, prepotente, protervo fino all’esercizio della violenza come metodo di agire quotidiano.

Non si possono non riconoscere in questa descrizione i tratti psico-morali dei tiranni che abbiamo storicamente conosciuto nell’ultimo secolo, il XX. La disponibilità di ogni bene e di ogni potere produce in lui la prepotenza (hybris).

Platone, invece, va oltre. Egli vede nel tiranno l’esempio di un essere umano abbandonato dalla razionalità e quindi disponibile ad ogni sorta di eccesso e di agire negativo verso gli altri, i cittadini.

Inoltre, la rappresentazione del tiranno approfondisce anche altri aspetti di questa figura, che sono molto attuali! Si pensi al sentimento della paura, che non solo il tiranno provoca negli altri, ma che egli stesso prova, intuendo di poter in qualsiasi momento perdere la propria posizione ed essere abbattuto, anche perdendo la vita, magari ucciso da chi subisce la sua prepotenza, che può ordire complotti e congiure per liberarsi dal tiranno. Pisistrato e i suoi successori sono gli esempi eponimi della modalità di governo tirannica di quei decenni, in Grecia, una modalità che ha i tratti della tirannide autoreferenziale e finalizzata solo nel suo mantenimento, ma anche i tratti di una tirannide che potremmo definire paleo-populista, perché si opponeva all’aristocrazia dei “migliori” (àristoi) cittadini.

Forse che questo non echeggia qualcosa di contemporaneo? A me ricorda un pochino l’uno vale uno dei grillini, o il vociare scomposto del “salvinismo”. Lo scrivo neppure tanto sommessamente. Grillo (Conte no, perché troppo flaccido) e Bossi/ Salvini potrebbero anche assomigliare a controfigure del tiranno populista.

Aristotele nel V capitolo della Politica individuò tre tipi di tiranno:

  • il capopopolo o demagogo, che acquisisce il potere ergendosi a difensore degli umili; (un “salvini”?)
  • l’ex magistrato, che fonda il suo potere assoluto partendo da una base istituzionale; (un “di pietro”, meno male che non ce l’ha fatta)
  • il monarca o l’oligarca degenerato, che non sopprime ed anzi aumenta i privilegi dell’aristocrazia. (Putin, proprio lui!)

Aristotele ricorda che e prime due tipologie di tiranno furono molto diffuse nella Grecia continentale, mentre la terza invece, molto più rara, si sviluppò solo nelle città dell’Asia Minore, ad esempio i satrapi persiani e poi i diadochi di Alessandro il Grande.

Dimenticavo: nelle situazioni in cui nell’antica Grecia di discuteva di democrazia e tirannide, ebbe anche posto un concetto che cercava di descrivere una forma embrionale di democrazia: l’isonomia, cioè una forma di governo che potesse avvalersi di leggi equilibrate e giuste (ìsos nòmos).

Infine, solo per completare il lessico di questi temi ricordo un altro modo di dire una figura tirannica o dittatoriale, nella Grecia antica era autarca, dal greco àrkes, comando e àrkein, comandare.

GREGORIO PALAMAS

E ora vengo a Gregorio Palamàs (in greco Γρηγόριος Παλαμάς, Grigòrios Palamàs; 1296-1359), che è stato un monaco cristiano ortodosso, e in seguito arcivescovo.

Monaco del Monte Athos nella Penisola Calcidica, si può definire teologo e mistico, e fece carriera, diventando Arcivescovo di Tessalonica (che è la moderna Salonicco, come è noto ai miei lettori, ma non a diversi politici di alto ruolo e di basso livello).

L’esicasmo, cioè la “preghiera del cuore”, costituisce il fulcro della sua teologia mistica, che egli spiegò approfonditamente nell’opera Filocalia, titolo molto utilizzato tra i teologi dell’Oriente cristiano classico, a partire da Origene. E’ Venerato come santo dalla Chiesa ortodossa (nella cui liturgia la seconda domenica di Quaresima è appunto chiamata Domenica di Gregorio Palamàs), mentre è ricordato liturgicamente nella Chiesa Cattolica Melkita e e nelle Chiese Cattoliche Orientali di rito bizantino in comunione con Roma. La sua festa cade il 14 novembre.

Iniziò i suoi studi di retorica e di filosofia con Teodoro Melchita, manifestando ottime qualità che gli avrebbero potuto aprire una brillante carriera nel funzionariato imperiale (ecco che già qui si può osservare come nell’oriente cristiano si coltivavano i talenti adatti a sostenere il potere civile), ma lui non si sentiva portato, in quanto vedeva nella vita monastica l’ambiente spirituale che sentiva più affine alla sua anima di credente.

Si ritirò, dunque, sul Monte Athos sotto la guida spirituale dell’egumeno (priore) Teolepto, che lo introdusse alla “preghiera del cuore”, di cui l’esempio classico così suona: “Gesù, Figlio di Dio Onnipotente, abbi pietà di me, peccatore“, da ripetersi come le avemarie del rosario e come i novantanove nomi di Allah nell’Islam, in sequenza instancabile, come un mantra buddista. Legàmi sovra-religiosi indubbi.

Gregorio non si è mai ritenuto un pensatore, un filosofo o un teologo in senso accademico. Per lui la cultura ha una sua funzione ma la pratica cristiana e la visione di Dio è qualcosa di assolutamente superiore. Gregorio scrive nella Filocalia:

«È una conoscenza più alta di quella sulla natura, dell’astronomia e di tutta la filosofia attorno ad esse, non solo sapere Dio e che l’uomo conosca se stesso ed il proprio ordine ma pure che il nostro intelletto sappia la propria debolezza. […] Infatti l’intelletto che conosce la propria debolezza ha trovato anche da dove può giungere la salvezza, avvicinarsi alla luce della conoscenza ed assumere una sapienza vera, che non si dissolve con questo secolo.»

Commenta scrivendo che avrebbe potuto scrivere in modo retorico per stupire i suoi ascoltatori ma, invece, ha ritenuto opportuno evitarlo. Leggiamo ancora, dalla sua opera citata:

«La conoscenza della sapienza profana come potrà cacciare fuori dall’anima tutta la malvagità creata dall’ignoranza, se a far questo non basta neppure la conoscenza dell’insegnamento evangelico? […] Neppure la conoscenza del Dio che ha creato queste cose [il mondo visibile e quello invisibile], da sola non può giovare a nessuno. […] Vedi che la sola conoscenza, senza l’amore, non purifica affatto l’anima ma l’uccide. […] L’educazione profana serve alla conoscenza naturale, ma non può mai divenire spirituale, a meno che non accompagni la fede e l’amore di Dio, o meglio ancora, a meno che non sia rigenerata dall’amore e dalla grazia che vi si manifesta.»

Gregorio fu un grande estimatore di Dionigi l’Areopagita, filosofo e teologo neoplatonico, ma lui non lo scrisse mai, perché non voleva confondersi con i filosofi di professione (potremmo dire, sulle tracce di Agostino, che pure era debitore di Platone in molti concetti filosofico-teologici, come nel concetto di Dio come Bene in-sé), anche se si trattasse di quelli a lui più affini. Leggiamo ancora:

«[…] con la filosofia i conoscitori della natura e gli scrutatori delle stelle, che si vantano di sapere tutte le cose, non possono accorgersi di nessuna di quelle su elencate [le verità rivelate]. Essi ritennero che il sovrano dell’oscurità intellettuale [il demonio] e tutte le potenze ribelli sotto di lui fossero non solo superiori a loro stessi ma dèi. Li onorarono con dei templi, offrirono dei sacrifici ed assoggettarono se stessi ai loro rovinosissimi oracoli, dai quali ovviamente furono quasi sempre ingannati, attraverso sacerdoti senza sacralità e sudicie purificazioni che ispiravano un’abominevole presunzione, e profeti e profetesse che erravano il più lontano possibile dall’effettiva verità.»

Gregorio, in questo sulle tracce di Platone (ricordiamo gli agraphà dògmata del grande ateniese, cioè i non-scritti che avrebbero contenuto, anche secondo Aristotele, le idee più alte del Maestro), iniziò a comporre le sue opere quando ne fu costretto. Il suo pensiero si può trarre dagli scritti a difesa del modello di vita monastico e dalle pratiche spirituali dei monaci atòniti (del Monte Athos).

Palamàs, inizia a scrivere anche per contrastare le idee di un monaco-filosofo da poco giunto a Costantinopoli: Barlaam di Calabria.

Barlaam giunse a Costantinopoli apparentemente per motivi di fede, ritenendo che i greci avevano conservato una purezza cristiana persa dai latini. Uno dei suoi primi trattati, infatti, riguarda proprio la difesa di alcune posizioni di fede greche. Appena giunto nella capitale imperiale iniziò ad insegnare filosofia ricevendo attenzione e plauso di un’élite che stava riscoprendo i classici greci. Giunto alle sue orecchie che alcuni monaci facevano strane pratiche d’orazione nel Monte Athos, volle recarvisi per scoprire di cosa si trattava. Nell’Athos, probabilmente, ricevette una pessima spiegazione riguardo a tali pratiche e ne fu scandalizzato. Fece ritorno a Costantinopoli col fermo proposito di denunciare come demoniaco quanto aveva visto. Iniziò subito a diffondere le sue opinioni attirandosi l’attenzione di Palamàs.

Il santo dapprincipio fu mite e consigliò al suo interlocutore di limitarsi alla sola filosofia, tralasciando d’invadere un campo che non era di sua competenza. Barlaam non desistette e, con argomentazioni filosofiche, ripropose le medesime accuse in modo ancor più incisivo e convinto. Solo allora la polemica s’infiammò.

La polemica tra Barlaam e Palamàs ha un interesse che supera di molto il contrasto d’idee tra i due personaggi. Barlaam si può in un certo senso considerare un umanista, il rappresentante di una nuova sensibilità, di un modo nuovo d’osservare il mondo e le idee religiose. Come tale, egli dava un notevole peso alla filosofia neoplatonica (nella quale leggeva in modo particolare lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita). Barlaam traccia una netta distinzione tra il regno increato (Dio) e la mente umana in quanto tale. Egli formula una specie d’ “agnosticismo” per quanto riguarda la realtà divina in se stessa.

Ad esempio, siccome per lui, in definitiva, il regno di Dio è inaccessibile all’uomo, non ha senso alcuno il contrasto dogmatico tra Oriente ed Occidente sul Filioque nel campo della conoscenza secolare, pone Platone e Aristotele al più alto livello, al pari della Bibbia e dei Padri della Chiesa per la teologia. Per Barlaam è possibile «conoscere Dio solo attraverso il mondo creato mentre le affermazioni negative su Dio, espresse dallo Pseudo Dionigi, servono unicamente a determinare ciò che Dio non è». Barlaam pensava che, alla fine, lo studio e l’apprendimento fossero più importanti della preghiera e della contemplazionee. Coerentemente con ciò, riteneva una perdita di tempo sottratto allo studio lo stile di vita dei monaci atoniti, completamente incentrato sull’orazione esicasta, ossia su quella preghiera che, includendo particolari tecniche, era fatta nella quiete o “esichìa”.

Barlaam ridicolizzò i monaci esicasti definendoli “omphalompsychoi”, ossia persone che situavano la presenza dell’anima nell’ombelico. Barlaam si oppose agli esicasti, accusandoli d’essere messalianii e cioè di pretendere di vedere l’Essenza Divina con gli occhi del corpo, cosa negata persino da Platone.

Gregorio iniziò col difendere l’esicasmo e passò, in seguito, a ribadire che i profeti hanno un grado di conoscenza del divino che non si può minimamente paragonare a quello di un filosofo, giacché solo i profeti potevano realmente vederLo e sentirLo nel proprio cuore mentre il filosofo Lo poteva solo congetturare. Ciò che l’uomo poteva vedere di Dio non era il Dio in se stesso (la sua sostanza) ma i suoi effetti. Inoltre, l’uomo non può risalire a Dio dalla realtà creata poiché non vi è alcun paragone tra il creato e l’increato (il regno di Dio) (È qui la differente lettura che Palamas e la tradizione orientale hanno dello Pseudo-Dionigi). Non è possibile instaurare tra i due alcun genere d’analogia. Nonostante ciò l’uomo, per grazia, è in grado d’avere esperienza dell’increato e di entrare in comunione con Dio che gli si rivela. Nel sistema palamita è escluso alla radice l'”agnosticismo” barlaamita.

Nelle seguenti parole di Palamàs, in risposta a Barlaam, notiamo la sintesi di alcune sue posizioni che lo oppongono a Barlaam:

«Non è affatto utile né opportuno, anzi è invece fin troppo dannoso per tutti cercare nelle parole le cose superiori alle parole, gettare i misteri in pasto al popolo, affidare questi temi all’ascolto ed all’intendimento dei bambini, incitare i laici contro i monaci ed offrire motivi di non poca confusione alla Chiesa di Cristo.»

Queste parole mostrano la profonda differenza nella formazione dei due uomini: il primo, il filosofo Barlaam, aveva grande fiducia nella ragione, che poteva risalire a Dio dalle realtà create. Il secondo, Gregorio, ravvisava nella ragione dei limiti quando si trattava di parlare di Dio, dal momento che Egli è oltre tutto il concepibile e l’umanamente immaginabile. Il primo riteneva utile coinvolgere tutti, il secondo comprendeva che certi argomenti hanno bisogno di prudenza e di profonda formazione spirituale per essere abbordati. Il primo creava una distanza tra il mondo dei laici e quello dei monaci, quasi che questi ultimi fossero il retaggio di un’epoca oramai sorpassata. Il secondo non faceva alcuna differenza tra i due, dal momento che i monaci altro non sono che dei laici i quali vivono radicalmente le esigenze battesimali.

In merito alla questione della possibilità da parte dell’uomo di maturare la conoscenza del Dio trascendente e sostanzialmente inconoscibile, Gregorio distinse fra il conoscere Dio nella sua essenza (in greco ousia) e il conoscere Dio nelle sue “energie” (in greco energeiai), che si possono tradurre con “effetti”, “manifestazioni” o “attività”, per sgombrare il campo da equivoci che le moderne connotazioni esoteriche della parola “energie” possono addurre. Gregorio mantenne la convinzione che fosse impossibile conoscere Dio nella sua essenza (chi sia Dio in e per se stesso), ma mostrò la possibilità di conoscerlo nelle sue “energie” (conoscere che cosa Dio faccia e chi Egli sia in relazione alla creazione e all’uomo), dal momento che Dio si è rivelato nel Figlio suo. Nelle sue argomentazioni Gregorio si rifece ai Padri della Chiesa che lo precedettero, in particolare ai Padri Cappadocii al punto che, per alcuni, compie una geniale sintesi di tutto il pensiero patristico fino ad allora.

Le idee barlaamite furono definitivamente rigettate in due sinodi: uno del giugno e l’altro dell’agosto 1341, entrambi tenuti a Costantinopoli. In seguito alla sua condanna, il Calabro tornò in Italia, fu fatto vescovo di Gerace dal papa e, in seguito, ambasciatore papale a Costantinopoli per preparare un’unione tra la Chiesa greca e quella romana. Le trattative fallirono. Per breve tempo fu pure maestro di greco del Petrarca .

Il pensiero teologico di Gregorio Palamàs è intimamente connesso con l’esperienza cristiana e, quindi, con la mistica. La sua non è teoria o semplice filosofia né, tantomeno, un pensiero di matrice “neoplatonico” come sostengono alcuni. Tra il neoplatonismo e Palamàs c’è quasi un abisso. Palamàs è categorico: solo l’uomo spirituale può essere il trasmettitore di una tradizione spirituale che ha profondi legami con la tradizione dogmatica e ad essa rimanda costantemente. Un uomo che, sulla base della pura logica, presume di farlo conduce fuori strada. Costui viene definito “psichico”, ossia intellettuale. Gregorio ne ha chiara coscienza:

«Chi si fida dei propri ragionamenti e delle indagini compiute attraverso di essi, perché pensa di trovare tutta la verità con distinzioni, sillogismi ed analisi, non può né conoscere le esperienze dell’uomo spirituale né credere in esse. In effetti costui è psichico: ‘ma chi è psichico’, dice ‘non riceverà le manifestazioni dello Spirito’, né può farlo: quindi chi non le conosce e non vi crede, come potrà renderle conoscibili e credibili, confrontandosi con gli altri? Per questo se uno insegna sulla sobrietà senza esichìa, senza la sobrietà dell’intelletto e senza l’esperienza dei suoi effetti spirituali ed ineffabili, ma invece conformandosi ai propri ragionamenti e cercando in tutti i modi d’indagare con la parola il bene superiore alla parola, è chiaramente caduto in un’estrema follia e, nella sua sapienza, è davvero divenuto pazzo, in quanto ha scioccamente supposto di poter esaminare con una conoscenza naturale le manifestazioni che sono superiori alla natura e le profondità di Dio conosciute solo dallo Spirito.»

Gregorio Palamàs non ha fatto dei trattati sistematici di teologia, divisi per temi specifici. Quando si trovava davanti ad un problema urgente in cui era richiesta la sua risposta, componeva degli scritti. In questo modo, per risalire alla sua visione dell’uomo, all’antropologia, siamo costretti ad esaminare l’insieme dei suoi scritti. Per Palamàs, l’uomo è una realtà composta di realtà materiali (il corpo) e di realtà spirituali (l’anima e lo spirito). La sua antropologia è strettamente biblica e patristica. Tuttavia, egli quando mostra che l’uomo è fatto per Dio, indica precisamente che ogni sua parte e realtà possono deificarsi, corpo compreso. Palamàs afferma a tal proposito:

«Il piacere spirituale che dall’intelletto giunge al corpo, per nulla peggiorato per la comunione con il corpo, trasforma il corpo e lo rende spirituale, ed esso respinge i cattivi appetiti carnali e non abbassa più l’anima, ma si solleva con essa, fino al punto che l’uomo intero è Spirito, com’è descritto: ‘Colui che è dello Spirito è Spirito’. Ma tutto questo diventa chiaro solo nell’esperienza.»

L’uomo non può giungere a Dio con il pensiero razionale (la cosiddetta “dianoia”) ed è per questo che Palamas si oppone a Barlaam. Tuttavia, l’uomo può intuire la presenza divina con la parte più elevata della sua intelligenza intuitiva (il cosiddetto “nouss“). Il “nous” è una specie di “occhio spirituale” che dev’essere purificato per potersi accostare al divino, intravvederlo e goderne. Il “nous”, o intelletto spirituale, dopo essersi staccato da tutti i legami che lo ottenebrano (le passioni e gli attaccamenti mondani) viene calato nel cuore, ossia nella realtà più intima dell’uomo ed è lì che, nella grazia divina, viene deificato e risplende. La preghiera esicasta ha un ruolo importante in questa discesa del “nous” nel cuore. Risplendendo l’occhio interiore, anche tutto il corpo si trova nella luce. In questo senso i monaci esicasti interpretano il famoso versetto del salmo in cui il salmista dice: «E alla tua luce, vediamo la luce» (Sl 35,10).

«In contrasto con Barlaam, che cercava d’eliminare completamente la passionalità dell’anima [influsso neoplatonico], st. Gregorio Palamas non ha cercato l’annientamento di ciò che è legato al corpo (l’irascibile e il concupiscibile), ma, piuttosto, porlo al servizio del bene e dell’amore.»
(Staniloae Dumitru)

Il santo atonita ha un’antropologia particolarmente dinamica: ha un aspetto legato all’immagine di Cristo, nuovo uomo, e un aspetto trinitario. Riguardo a quest’ultimo, «alla luce della Rivelazione», la natura umana è «natura trinitaria dopo la suprema Trinità, poiché al di sopra di tutte, è fatta a sua immagine, composta da un intelletto (nous), dalla parola (lògos) e dallo spirito (pneuma)». Questo è l’ordine che deve conservare. È in questo che consiste la “bellezza” propria all’uomo preservata «attraverso la fede, la propensione e la disposizione a Lui».

L’antropologia palamita, riprendendo i percorsi classici ascetici dei padri del deserto, è animata da un profondo ottimismo, dal momento che all’uomo è data la possibilità d’essere ontologicamente dio, nella sua Grazia. Palamàs riporta, adattandolo ai suoi tempi, il famoso adagio di Atanasio d’Alessandria in base al quale «Dio si è fatto uomo perché l’uomo si facesse dio».

Questo genere di antropologia ottimista non è molto condiviso in chi si muove con presupposti filosofico-tomistici (qui, infatti, non si parla di “nous”) ed è escluso nei presupposti del pensiero luterano (per i quali l’uomo può essere solo giustificato in quanto inguaribilmente peccatore e quindi distante da Dio).

Per Palamàs la storia della salvezza è un processo in continua realizzazione: Dio opera in ogni istante nel mondo attraverso le sue divine energie. Sono le divine energie che mantengono il mondo in vita, agiscono nell’uomo, lo convertono e lo attraggono a Dio. All’interno di questo quadro generale si situa la vita sacramentale: il fedele nel momento in cui assume i sacramenti (o misteri) partecipa in modo particolare a quelle divine energie che pervadono la realtà. La vita che Dio infonde attraverso l’azione sacramentale procede da Lui stesso e quindi è un atto increato: “Tutte le cose che ci sono state date e concesse in grazia da Dio – dice Gregorio – non sono pari, né ciascuna di esse è una creatura”.

Dio da’ realmente se stesso, non un suo effetto creato, punto che lo divide dalla visione aristotelico-tomista. Inoltre, il misticismo palamita non è sganciato dalla Chiesa, come se fosse un’attività individualistica ma fa parte della storia della salvezza stabilita da Dio nella Chiesa. Il centro di questa storia è Dio stesso che infonde le sue energie all’intero cosmo.

«[…] grazie alla partecipazione di questo pane divino [quello dell’eucaristia], non solo siamo attaccati, ma anche mescolati al corpo di Cristo, e diveniamo non solo un solo corpo, ma anche un solo spirito con Lui. Vedi che la smisurata grandezza dell’amore di Dio verso di noi interviene e si mostra attraverso la distribuzione di questo pane e di questo vino?.»
(Gregorio Palamàs)

Ma è bene sottolineare che, per lui, i sacramenti non sono e non saranno mai dei fini ma puri mezzi per giungere a Dio. L’asceta che non ha la possibilità di accedervi frequentemente, può comunque purificare se stesso attraverso le “lacrime di penitenza”. Palamàs esorta il suo popolo nei termini seguenti:

«Quindi, vi prego, non tralasciamo d’invocarLo con digiuni, preghiere, lacrime ed in tutti i modi, finché non ci si avvicini e ci guarisca.»
(Gregorio Palamàs, Omelia IX)
«Con un intenso dolore e pentimento e con le lacrime, vale a dire con il più drastico farmaco per l’espiazione “Dio non disprezzerà”, dice, “un cuore contrito ed umiliato”; e l’afflizione che piace a Dio attiva un pentimento senza pentimenti per la salvezza, e «colui che semina la sua preghiera nelle lacrime mieterà il perdono nella gioia.»
(Gregorio Palamàs, Omelia XXVIII)

La sua teologia, dunque, pone un accento tutto particolare sul bisogno di purificazione dell’uomo, attività previa e contemporanea a tutto il resto. Una vita sacramentale che prescinda da queste basi finirebbe per rinnegare se stessa. Sembra, perciò, che Palamas conoscesse le critiche che, in tal senso, esprimeva san Simeonee il Nuovo teologo, proprio qualche secolo prima (XI sec.).

«Ogni prete, diacono e pure monaco, se partecipa alla grazia divina con tutte le condizioni previe stabilite dai Padri, allora è un autentico vescovo, anche se non fosse ancora fatto tale dagli uomini. Al contrario, chiunque non fosse iniziato alla vita spirituale, verrebbe falsamente ordinato, pure se la sua ordinazione lo stabilisse al di sopra degli altri, lo dirigesse e lo facesse comportare in modo arrogante.»

È solo considerando seriamente questa preminenza carismatica che siamo in grado di comprendere i termini apparentemente “anarchici” dell’ecclesiologia di Palamàs:

«Poiché, dunque, in Cristo Gesù non c’è né maschio né femmina, né greco né giudeo, ma tutti sono una cosa sola, secondo il divino Apostolo, “così in Lui non c’è né chi comanda, né chi è comandato”, ma tutti, per mezzo della sua grazia, siamo una sola cosa per la fede in Lui, e formiamo il solo corpo della sua Chiesa, avendo Lui come unica testa.»
(Gregorio Palamàs, Omelia XV)

Sempre la preminenza carismatica, che pone l’accento sull’esperienza, fa proclamare, ad esempio, la grazia sacramentale increata (mentre per il tomismo la grazia, pur soprannaturale, è definita “creata” coerentemente con i suoi presupposti filosofici)]. La Chiesa è veramente rappresentata da coloro che hanno esperito tale grazia.

È solo per questo, non per vana erudizione, che Gregorio ama citare le colonne della Chiesa: Dionigi Areopagita, Massimo il Confessore, Basilio Magno, Atanasio di Alessandria, Gregorio di Nissa e altri. Allora, scagliarsi contro i monaci (o ritenerli qualcosa di tutto sommato marginale o poco influente), per Gregorio, non è porsi contro un partito o una parte ma contro la Chiesa stessa poiché essi conservano, vivendolo, il deposito di fede di tutta la Chiesa. Il Tomo Sinodale di condanna a Barlaam, che risente dell’influsso gregoriano, dichiara significativamente:

«Se qualcun altro manifestasse di muovere contro i monaci una di quelle accuse dette o scritte da lui contro i monaci, “o meglio contro la Chiesa stessa”, o in generale di d’attacarli in tali questioni [sia] sottoposto alla stessa condanna […] anche lui sarà scomunicato e tagliato fuori dalla santa cattolica ed apostolica Chiesa di Cristo e dalla comunità ortodossa dei cristiani.»

La Chiesa, quale comunità dei santi divinizzati, rappresenta la garanzia del retto cammino. Gregorio afferma:

«Ho un nugolo di martiri insieme al quale sarò condotto all’incontro col Promesso; ho una squadra di giusti, coi quali otterrò la superiore resurrezione; farò parte della Chiesa con i confessori della fede; sarò nel numero dell’assemblea dei primogeniti; parteciperò di doni ed onori immortali.»
(Gregorio Palamàs)

La funzione sacerdotale, nella Chiesa, ha un ruolo medicinale. Il sacerdote, oltre ad amministrare le medicine della Grazia, ossia i sacramenti, dev’essere in grado di conoscere il cammino che porta a Dio, e precedere i fedeli in esso. In caso contrario, come affermerebbe pure Simeone il Nuovo Teologo, non trasmette il carisma apostolico.
Il suo ruolo non è, dunque, di puro insegnamento ma di testimonianza vivente.

«Nella sua omelia per il giorno di Pasqua, Gregorio Palamàs esorta ciascun cristiano, dopo aver partecipato alla divina liturgia domenicale, di cercare assiduamente qualcuno che, imitando gli apostoli, rinchiusi il giorno della crocefissione, viva per lo più isolato, nel silenzio con il Signore immerso nella preghiera esicasta e nella salmodia, conducendo una vita irreprensibile. Questo cristiano deve accostarsi a lui, entrare nella sua casetta come se fosse un luogo celeste pieno della potenza santificante dello Spirito Santo […] e interrogarlo su Dio e le cose divine imparandole con umiltà e richiedendo l’aiuto della sua preghiera”.»

Il concetto monastico e carismatico di Chiesa espresso da Palamas influisce fortemente ancor oggi nell’Oriente cristiano mentre l’Occidente esprime un concetto piuttosto istituzionale e legale.

E’ questo un dilemma etico/giuridico, che ci accompagna fin dall’antichità, col quale si sono cimentati filosofi ed artisti, laici e religiosi, massoni e gesuiti, santi e peccatori, rivoluzionari e lacchè del potere.

DEL TIRANNICIDIO

Da Luciano di Samosata a Cicerone, da S. Tommaso d’Acquino a Lorenzino dei Medici, dalla rivoluzione inglese a quella francese, da Mazzini ai regicidi anarchici, da Tolstoi alle rivoluzioni del XX secolo, e fino ai giorni nostri, non si è mai smesso di ragionare sul tirannicidio, questo gesto di extrema ratio del “diritto di resistenza”.

Ma il tirannicidio è giustificato oppure no ? E’ solo da comprendere o è anche da condividere ? E’ sempre da condannare o dipende dai casi ? Serve a qualcosa o è inutile, o addirittura controproducente ? E’ sufficiente essere eletto dal popolo sovrano per non essere un tiranno o è sufficiente non essere eletto per non diventarlo ?

La dottrina cattolica, ad esempio, distingue tra il “tiranno per usurpazione” (tyrannus in titula, cioè che ha preso il potere illegalmente) ed il “tiranno per oppressione” (tyrannus in regimine, cioè che abusa del potere che ha ricevuto legalmente).

Uno dei riferimenti più datati attribuito a Cicerone che oltre ad affermare che “chi sfugge alla giustizia nei tribunali deve attendersi di trovarla nelle strade” dice anche che “Bellum est in eos qui Judiciis coerceri non possunt” ovvero “facciamo la guerra a coloro contro cui nulla può la legge” .

Ma il riferimento più esplicito sul vero significato del tirannicidio, uno dei testi che meglio spiega se sia lecito o meno uccidere un tiranno, o un dittatore, lo si trova nel Commento alle sentenze di Tommaso d’Aquino (cf. anche mio articolo del 3 marzo u.s.).

Ed è opportuno citare qui uno dei passi più significativi del testo, riferito all’oggetto del nostro approfondimento: “Colui che allo scopo di liberare la patria uccide il tiranno viene lodato e premiato quando il tiranno stesso usurpa il potere con la forza contro il volere dei sudditi, oppure quando i sudditi sono costretti al consenso. E tutto ciò, quando non è possibile il ricorso ad una istanza superiore, costituisce una lode per colui che uccide il tiranno ”.

E quest’ultimo passaggio è spiegato così dal Prof. Aldo Vendemiati : “Se il tiranno è un feudatario, si può ricorrere all’imperatore per rimuoverlo. Ma se non esiste un imperatore, il tiranno va ucciso”.

Questo pensiero va ben oltre rispetto a ciò che scriveva il giurista e filosofo Ugo Grozio nel De Jure belli ac pacis : “Un re che si dichiara apertamente nemico del suo popolo, e che abdica così al suo potere, sia da combattere fino alla fine”.

Qualche anno prima Giovanni di Salisbury , ragionando sul diritto di tirannicidio, affermava che “non soltanto è permesso ma è anche equo e giusto uccidere i tiranni . . . e in quanto immagine di malvagità, il più delle volte va addirittura ucciso” potendosi sostenere il principio fondamentale della difesa sociale e che, per analogia, è “dunque possibile considerare come se fosse una legittima difesa personale ”.

Nel 1414 Claudio Fleury fa la “telecronaca” delle numerose sessioni di una Assemblea tenutasi in Francia a partire dal 30 Novembre, presso l’Università di Parigi, sugli scritti di Giovanni il Piccolo che citava tutti i casi di tirannicidio della Bibbia e sosteneva la tesi che “Ciascun tiranno deve e può essere lodevolmente e per merito ucciso da qualunque suo vassallo e suddito in qualunque forma ”.

E ancora: “E’ lecito a ciascun suddito senza niun mandato o comandamento, secondo la legge morale, naturale, e divina, di uccidere o far uccidere ogni tiranno . . . non solamente è lecito, ma è onorevole, meritorio parimente . . . ”

E sono citate dall’autore una serie di uccisioni a partire da quella di Lucifero a quella di Finees, figlio di Eleazaro, che uccise Zambri, di Giuditta che uccise Oloferne, di Joab che uccise Abner , e molte altre ancora.

Parole forti su questo argomento, sulla necessità di uccidere i tiranni, sono scritte dal gesuita Juan de Mariana nel 1599: “Riteniamo che si debbano tentare tutti i rimedi per rinsavirlo prima di giungere a un punto estremo e gravissimo. Ma se ogni speranza fosse oramai tolta e se fossero in pericolo la salute pubblica e la sanità della religione, chi sarà tanto povero di saggezza da non ammettere che sia lecito abbattere il tiranno con diritto, con le leggi e con le armi ?”

Ed infine non si può non citare quanto scrive Maximilien Robespierre : “Quali sono le leggi che la sostituiscono allora ? (ndr: la Costituzione) Quelle della natura, quella che è alla base della stessa società: la salvezza del popolo. Il diritto di punire il tiranno e quello di deporlo dal trono sono la stessa cosa . . . il processo al tiranno è l’insurrezione, il suo giudizio è la caduta della sua potenza, la sua pena quella che richiede la libertà del popolo”.

Ma è sorprendente ed inaspettato trovare, e leggere, quanto scritto in un documento relativamente recente, nella Costituzione conciliare del 1965 Gaudium et Spes : “Dove i cittadini sono oppressi da un’autorità pubblica che va al di là delle sue competenze, essi non ricusino di fare quelle cose che sono oggettivamente richieste dal bene comune e sia perciò lecito difendere i propri diritti contro gli abusi dell’autorità”. Autore: Paolo VI

Ma in una società complessa, di capitalismo avanzato, può esistere la figura del tiranno oppure il “potere” è spersonalizzato ed ogni membro della classe dirigente può essere subito rimpiazzato ?

Spesso il dibattito si è intrecciato e confuso con quello della lotta armata, la clandestinità, il terrorismo ma se teniamo distinti i due piani, come fece l’Alfieri , possiamo arrivare alla conclusione che, anche se talvolta può esistere una congiura, il tirannicidio, il più delle volte, è frutto di iniziative individuali ed occasionali; rientrano, invece, in una categoria “mista” gli attentati subiti da Luis Carrero Blanco nel 1973 e riuscito, da Anastasio Somoza Debayle nel 1980 e riuscito, da Augusto José Ramón Pinochet Ugarte nel 1985 e non riuscito.

Di solito il tirannicida va, o vorrebbe andare, a colpo sicuro, ammazza, o cerca di ammazzare, il tiranno o, al minimo, un suo strettissimo collaboratore.

Qualche anno fa il dibattito si è riacceso a proposito della “guerra preventiva” contro l’Iraq; qualcuno ha giustificato l’aggressione e l’invasione con la necessità di eliminare Ṣaddām Ḥusayn ʿAbd al-Majīd al-Tikrītī ; tale interpretazione non è condivisibile perché il tirannicidio, oltre ad avere le caratteristiche sopra specificate, deve essere compiuto “dal basso”, da un suddito, dall’oppresso, comunque da una vittima del tiranno, da qualcuno che ha subito il suo potere.

Di solito si afferma che il “terrorista di oggi è lo statista di domani” .

Per l’impero britannico George Washington era un terrorista, per l’impero austro-ungarico terroristi erano i carbonari e la Giovine Italia, per gli occupanti tedeschi erano terroristi i partigiani, negli anni 1930-1940 Yitzhak Shamir, uno dei padri della patria israeliana, era un terrorista responsabile di attentati anti-arabi ed anti-britannici tra cui, nel novembre del 1944, l’omicidio del rappresentante inglese in Egitto Lord Walter Edward Guinness, barone Moyne.

Per buona parte della sua vita Nelson Mandela è stato definito “terrorista” anche da un leader di governo europeo come Margaret Thatcher.

Allo stesso modo si può dire che il regicida/tirannicida all’inizio viene considerato un “folle” ed un “criminale” per poi essere ricordato come martire, eroe e precursore dei tempi.

A partire dal VI secolo a.C., ad Atene, diverse statue di bronzo celebrarono il tirannicidio compiuto da Armodio e Aristogitone a danno del tiranno Ipparco.

Gaetano Bresci, autore dell’attentato a Umberto I° , è celebrato come eroe e vendicatore dei proletari e viene commemorato da una statua a Carrara .

Sferzante e pieno di tragico realismo è quanto scrive James Connolly : “Per le vie di Milano cento donne della classe operaia vengono uccise con la baionetta o a colpi di arma da fuoco, stringendo al seno i loro bimbi affamati mentre la buona società riserva loro un trafiletto di giornale. Una imperatrice è pugnalata in una strada di Ginevra e, apriti cielo, l’Umanità ne è sconvolta ! Sarà forse l’impietosa mano della storia a rovesciare la procedura dedicando a quell’olocausto di lavoratrici un intero capitolo in quanto martiri dell’umanità e confinando l’assassinio dell’imperatrice in una nota a piè pagina”?

Dissacrante e cinico può essere giudicato quanto scritto da Lenin : “In verità quanto accaduto al re del Portogallo è solo un incidente sul lavoro legato al mestiere di re . . . Da parte nostra ci limitiamo ad aggiungere che una sola cosa ci dispiace: che il movimento repubblicano in Portogallo non abbia regolato i conti con tutti gli avventurieri in modo sufficientemente aperto e deciso”.

E restano distanti e contraddittori i giudizi, la “memoria divisa”, sugli avvenimenti di Piazzale Loreto e sulle diverse versioni e ricostruzione dei fatti che ancora oggi, nonostante i numerosi studi effettuati, restano ancora parzialmente dubbi e nel mistero.

Ed oggi ?

Oggi non esiste più il nuovo principe ma il nuovo despota collettivo, la casta; l’attentato al tiranno di ieri è cosa molto meno complessa della lotta alla casta di oggi, anche perché questa non ha una sola testa, ma mille teste e come una piovra estende i suoi tentacoli in ogni strato della società.

Non basta il complotto o l’atto isolato, ci vuole una complessa opera collettiva, articolata e ben organizzata.

Molto altro si potrebbe scrivere e tanto si potrebbe dibattere su questo argomento, anche riferito alle più quotidiane vicende della nostra vita spicciola e professionale, ovviamente solo metaforicamente e non riferibili a re o tiranni; lo scopo di queste poche righe era quello di offrire lo spunto per ulteriori riflessioni personali anche nell’ambito delle proprie vicissitudini.

Quanto da me scritto in questo saggio non ha la pretesa di costituire un itinerario teorico di verità, ma certamente di documentata riflessione. Ciò mi permette di rispondere a una domanda che mi è stata fatta e che probabilmente può essere nel cuore implicitamente di qualche lettore: “Chi sono quelle persone che ho citato nei vari ruoli per dire, affermare, decidere, etc…?”

E’ semplice: (ha titolo di essere citato in una ricerca scientifia) chi variamente opera nella storia umana, le cui vicende vanno analizzate con acribia e precisione documentale e non ideologicamente. Se si parla di teologia non si può applicare lo statuto epistemologico dell’ateismo militante, proprio perché l’ateismo è una ideologia. Lo statuto epistemologico dell’agnosticismo, invece, non si scontra con l’onestà intellettuale della ricerca. L’ateismo professato con astio, sì.

Concludo: la dottrina cattolica prevede il tirannicidio con chiarezza, quella ortodossa, no. E Putin che cosa è? Un tiranno? Conclusione retorica a una domanda retorica.

Il possibile ruolo di papa Francesco per la pace: se accettasse l’invito di Zelensky di andare a Kijv, sarebbe al sicuro? Una visita del genere sarebbe opportuna, efficace?

Circa la sicurezza personale di papa Francesco se accettasse l’invito del presidente ucraino Zelensky di andare a Kijv mi sento di dire che, in generale, nessuno avrebbe interesse a fargli del male, neppure, per dire, i Ceceni amici di Putin. I Russi certamente, no. Potrebbe essere solo vittima dell’azione folle di un militare che, contravvenendo agli ordini, cercasse di colpirlo con un’arma molto potente, per dire un missile ipersonico lanciato dalla Bielorussia, magari. Pure illazioni: nessuno colpirebbe il papa. troppo esposta e importante a livello planetario è la sua figura, perché qualcuno possa osare farlo.

Invece, circa l’opportunità e l’efficacia di una sua visita a Kijv, mi sento di approfondire e di discutere il tema. Cercherò di riflettere su tutti e due questi concetti, separandoli.

L’opportunità: ebbene, questa è legata a una riflessione molto complessa. Innanzitutto bisogna pensare che, da un punto di vista cristiano, cattolico (e anche ortodosso) e quindi ecumenico, i Russi hanno la stessa dignità umana degli Ucraini e lo stesso diritto di essere salvaguardati come esseri umani.

Di contro, gli Ucraini, che in questa tragica vicenda, sono gli aggrediti, hanno, non solo il medesimo diritto di essere tutelati in generale, nella situazione, hanno anche il diritto primario di sopravvivere e di vivere.

Nel contesto, il patriarca Kirill e i rapporti con l’ortodossia sono uno degli elementi caratterizzanti della situazione in Russia. Sappiamo che storicamente questa declinazione cristiana è stata sempre, con una certa fluida facilità, in una posizione di supporto al potere politico, dallo zarismo classico di una Caterina Seconda fino allo stesso Vladimir Vladimirovich Putin.

Ciò deriva da una Teologia assolutamente verticale, molto diversa da quella cattolica, Teologia che prevede la possibilità spirituale della divinizzazione dell’uomo, la quale è rappresentata e quasi simboleggiata dalle persone poste agli apici della società, ancora una volta, come Putin, esempio iconico. Nella tradizione russo-orientale l’antropologia del capo, oltre che la storia e la normativa politico-amministrativa generali, sono molto diverse da quelle occidentali, che sono profondamente intrise dei valori della democrazia elettiva a suffragio universale; un esempio: mentre il presidente degli Stati Uniti d’America può rimanere in carica al massimo otto anni, che corrispondono a due mandati, di contro, Putin è al potere da ventidue.

L’efficacia: non possiamo dire con certezza alcunché. Una eventuale visita di Francesco a Kijv, innanzitutto deve fare i conti con il fatto di trovarsi fisicamente nel pieno del mondo ortodosso come capo assoluto dei cattolici del mondo. Non solo, dobbiamo precisare che il mondo religioso ortodosso ex sovietico (per capirci) è spaccato tra il patriarcato di Mosca rappresentato da Kirill, che non si distingue per autonomia dal potere politico, e l’autorità religiosa di Kijv nella persona del metropolita Epifanij. Fatto tutt’altro che secondario. Da ciò segue che, sotto il profilo dell’efficacia in ambito culturale e religioso di una visita di papa Francesco, restano in me forti perplessità, mentre invece l’efficacia politica di una vista di papa Francesco, potrebbe essere più significativa. In questa situazione, Francesco è percepito più come un “politico” di altissimo profilo morale, che come un capo religioso.

Voglio dirlo chiaramente: il prestigio del papato, almeno da una sessantina d’anni, cioè da Giovanni XXIII e dagli esiti del Concilio Ecumenico Vaticano secondo, il papato ha assunto una visibilità e un’efficacia morale e politica sempre più grande. Sulla matrice di questo giudizio si ricordino, tra non pochi altri, almeno due eventi/ situazioni: il primo, il ruolo di papa Roncalli nello scongiuramento di una impellente possibilità di guerra tra le grandi potenze di allora, al tempo della “crisi dei missili” di Cuba; il secondo, il ruolo di papa Wojtyla nell’implosione del comunismo sovietico, che Gorbacev accompagnò sul piano politico, fino allo scompaginamento totale di quel mondo.

Aggiungo comunque qui, subito, che tale scompaginamento, oggi, ex post e a ragion veduta, forse è stata un pochino troppo frettoloso e poco attento alle sensibilità e agli interessi dei Russi “centrali” e “orientali”, quelli di Mosca, di San Pietroburgo, di Kazan, di Irkutsk, di Novosibirsk, di Rostov sul Don etc. In parole semplici, discuterei a fondo il tema della “russicità” dei territori, dal confine polacco di Brest Litovsk agli Urali, che papa Wojtyla vedeva un tutt’uno con il resto dell’Europa (ricordiamo il suo motto che recitava “l’Europa va dall’Atlantico agli Urali”), mentre invece, non solo l’attuale Russia putiniana, ma più in generale la Russia storica, si ritiene qualcosa di più e di diverso rispetto all’essere considerata solo la grande e massiccia propaggine orientale dell’Europa, che finisce geograficamente con la catena lunghissima dei Monti Urali e a sud con i monti del Caucaso e delle nazioni ivi insistenti.

Starei molto attento alla dizione wojtyliana perché, a mio parere, è incompleta, e non tiene conto di quanto e come la Russia sia e si senta anche “asiatica”, e non solo per l’immensità dei dodici milioni di chilometri quadrati che costituiscono la Federazione Russa extra-europea.

Ciò che sto scrivendo non deve comunque far equivocare il senso del mio stesso scritto. Non sto intendendo neppure surrettiziamente che vi sia un qualche diritto della Russia per attaccare l’Ucraina. No e no.

Ora, la priorità assoluta è la fine delle battaglie, dei bombardamenti e degli scontri che hanno come fine immediato di provocare vittime. Evito discorsi di mera pietà umana, che è implicita nei miei ragionamenti, per concentrarmi su ciò che mi pare essenziale.

In contemporanea occorre che si attuino trattative serie e sincere tra le parti con l’aiuto di chi-conta, la Nato, la Cina, gli Usa e, perché no, Turchia e Israele, per ragioni diverse.

L’esito non può che essere la condivisione di un ordine concordato che rispetti le volontà dei singoli popoli e nazioni. La Russia non può e non deve pretendere di ri-creare la situazione ex sovietica, esplicitamente o implicitamente, perché la Storia non può e non deve “tornare indietro”. Le nazioni dell’ex Patto di Varsavia hanno liberamente deciso di essere-Europa, di aderire all’Unione e alla Nato. Su ciò, è cosa saggia non prevedere che l’Ucraina possa entrare nella Nato, essendo invece plausibile e accettabile (anche dalla Russia), nell’Unione Europea.

Tornando all’ipotetica visita a Kijv di papa Francesco, mi sento di dire che potrebbe essere utile, fermo restando che sotto il profilo moral-religioso sarebbe gestibile in nome di una comune fede cristiana, sulla quale anche il patriarca Kirilli dovrebbe trovarsi d’accordo.

Circa il tema degli armamenti, suggerirei di tenere in considerazione due articoli della nostra Costituzione repubblicana, l’articolo 11 che spiega con chiarezza la scelta dell’Italia di ripudiare la guerra come mezzo per risolvere le controversie tra le nazioni, e l’articolo 52, che dice con altrettanta chiarezza i termini del dovere di difendere la Patria da ogni attacco esterno.

La Patria Ucraina è stata attaccata e penso, ragionevolmente e per la proprietà etico-politica transitiva, che debba difendersi in questa fase anche con le armi. Aiutarla in questo senso è semplicemente interpretare coerentemente l’articolo 52 della nostra Costituzione.

Se papa Francesco sostiene che non bisogna aiutare militarmente l’Ucraina, a mio parere si sbaglia.

Di contro, se si riesce a garantire la sua sicurezza personale, papa Bergoglio vada pure a Kijv a portare la sua potente testimonianza e rappresentanza cristiana. Sotto questo profilo, Russi e Ucraini sono Figli di Dio allo stesso modo spirituale, per cui la dedicazione e l’affidamento – decisi da lui stesso – delle due amate Nazioni al cuore di Maria, la Theotokos (la Madre di Dio) degli Ortodossi, presente in mille e mille icone, è una decisione meravigliosa di preghiera e di testimonianza cristiana.

Il male dell’individualismo e le sue origini, la guerra e l’eterogenesi dei fini

René Descartes e il suo cogito ergo sum sono, per certi aspetti, il punto d’inizio dell’individualismo moderno. il “penso dunque sono” rappresenta un modo icastico di dire che il pensiero precede l’essere, nel senso che senza pensiero neppure l’essere può darsi.

Mi permetto – sommessamente, senza iattanza – di dissentire da tanto pensatore, in questo flusso logico-deduttivo.

Sulla linea di Aristotele e Tommaso d’Aquino ritengo, piuttosto, che l’essere (di tutte le cose) preceda il pensare, non fosse che perché il mondo esiste anche prescindendo da ognuno di noi, che potrebbe non-essere-mai-nato o essere già defunto.

Il grande francese mio omonimo (…mi onoro di condividerne il nome) potrebbe obiettare che “se io non-ci-sono, che il mondo ci sia o meno, non me ne cale, poiché, appunto, non posso conoscerlo“. A mia volta rispenderei che non possiamo considerarci unici centri del mondo e ragion sufficiente per proclamarne l’esistenza, perché ci sono, vivono, esistono anche gli… altri. O no?

Wilhelm Wundt

Prima di Descartes, frate Martin Luther aveva staccato il fedele cristiano dalla mediazione della chiesa, offrendogli la possibilità di una relazione diretta con Dio, attraverso la lettura personale delle Scritture, con l’Atto di fede e la richiesta della Grazia santificante individuale. Nella versione calvinista ciò è stato ulteriormente accentuato, poiché, secondo tale teologia l’individuo può meritare, con il suo impegno e la sua lotta, ogni bene. Su questa visione del mondo ha molto e ben scritto Max Weber nel suo fondamentale “Il Protestantesimo e lo Spirito del capitalismo“.

Queste linee di pensiero hanno caratterizzato molto la modernità è il soggettivismo insito in essa, fino a far sviluppare una torbidaegolatria, quella del “tutto intorno a te”, tristamente riportato perfino dagli spot pubblicitari

I dittatori sono esempi di individualismo egolatrico, così come lo sono, per dimensioni diverse, anche minimali, tutti i pericolosi ciarlatani settari che imperversano in America, intesa come Usa.

Sembra incredibile che loschi e improbabili figuri riescano a condizionare, manipolare, spaventare, fino a coartare la volontà individuale di individui e di gruppi di persone. Figuri che a volte nascondono le proprie tracce dietro ipotesi religiose o morali, ingannando chi riescono ad avvicinare, specialmente le persone più deboli e condizionabili.

I dittatori del XX secolo, e i loro accoliti principali hanno eretto a scienza di malvagità il loro egoismo e i vizi di prepotenza, arroganza e protervia, tutti figli della superbia scelta come linea guida delle loro azioni, indifferenti a ogni etica elementare del rispetto cui ha diritto ogni essere umano come persona.

Convinti di essere “speciali”, hanno costituito esempi mali per tutti coloro che si sono trovati in posizioni di potere e non hanno mai ritenuto che l’esercizio del potere assunto in posizioni di comando fosse un esercizio di servizio agli altri, non di mera ed egoistica autoaffermazione di sé stessi. Mi sto riferendo a tutti, proprio a tutti gli esseri umani che esercitano un potere, qualsivoglia e in qualsiasi settore della vita umana.

Lo stesso si può affermare dei dittatori attuali, dei dittatori senza controllo che governano al di fuori di ogni verifica democratica. Ve ne sono molti, nel mondo. Non è neppure necessario nominare quello più in evidenza in queste settimana, perché noto a tutti. Non merita la citazione del suo nome, poiché il nome rappresenta qualcosa di individuo, di unico, perfino di sacro. Chi opera come quest’uomo infanga il suo stesso nome, e anche la sua attribuzione di umanità. Ma vi sono anche altri egolatri, che non necessariamente fanno la guerra con le armi, ma con altri mezzi che possono obbligare e schiavizzare il prossimo o i cittadini, o interi popoli: si pensi ad esempio agli emiri del petrolio o a certi improbabili gallonati generali africani…

Il dolore della guerra, di questa guerra come di tutte le guerre, è tanto vero quanto inaccettabile, e in qualche modo sarà pagato, nel senso che un contrappasso e una nemesi sono nell’ordine delle cose.

Uno dei modi di questa nemesi sarà senza alcun dubbio l’eterogenesi dei fini che questo dittatore crudele pensa di poter conseguire. La nemesi è una sorta di “vendetta” della moralità e della giustizia.

Questa guerra da lui voluta sta rinforzando l’Europa che, con tutti i suoi difetti, è il luogo dove si vive meglio al mondo, dove i diritti sono ragionevolmente rispettati e ogni cittadino può dire la sua senza temere di essere arrestato e portato in un luogo remoto.

Ciò però non deve farci dimenticare che molto vi è da cambiare anche da noi, nella politica e nella società, recuperando il pensiero critico attualmente un pochino in sonno, la cura e la bellezza della convivenza e della cultura vera che ha dialogato nel tempo con la natura, senza offenderla.

La guerra e il racconto

I racconti di guerra sono un antico genere letterario, dai tempi degli storici greci Senofonte, Erodoto e Tucidide, e di quelli latini come Tito Livio, Svetonio, Giulio Cesare (che narrò le sue proprie imprese militari) e Tacito, per citare solo i maggiori e più studiati fin dal liceo. Mi viene qui solo da ricordare il grande romanzo di Lev Tolstoj Guerra e Pace, che ricorda il fallito tentativo di Napoleone di impadronirsi della Grande Madre Russia, come la chiamano da due secoli e oltre zaristi, sovietici, putiniani e cristiani ortodossi. La posizione del Patriarca Kirill si comprende (senza in alcun modo giustificarla) anche da questo aspetto storico-culturale.

Tralascio tutto ciò che sta in mezzo per duemila anni e vengo al XX secolo, quando, dopo le due Guerre mondiali, se ne raccontarono gli eventi e le sorti.

Per quanto attiene alle guerre successive, tutte sanguinosissime, tutte non dichiarate, tutte informali e asimmetriche, da quella di Corea negli anni ’50 a quella del Vietnam nel decennio successivo, a quelle africane, asiatiche e sudamericane, per finire con le invasioni in nazioni europee dell’Armata rossa negli anni ’50/ ’60, e gli interventi Usa e Nato in Afganistan (già attaccato precedentemente dall’Unione Sovietica) negli anni 2000, in Irak, in Siria e in Libia (dove si manifestò la tragica insipienza politico-militare di due leader come il francese Sarkozy e il presidente Obama), nei Balcani insanguinati nell’ultimo decennio del secondo millennio, vi è solo da dire che le guerre non hanno mai smesso di insanguinare il mondo. Per tacere di quelle dimenticate o mai poste con chiarezza e costanza sotto i riflettori dei media, come le guerre/ stragi del Ruanda, della Somalia, del Sudan o dello Yemen.

Ora, la domanda che mi faccio è: come viene raccontata questa guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, per volere di Putin e della sua cricca (uso un termine del periodo sovietico, non a caso)?

Sento in giro molte analisi raccogliticce e disinformate/ disinformanti chi ne sa ancora meno del parlante a vanvera.

Chi, dopo avere brevemente deplorato, quasi per un obbligo morale, l’attacco militare dei Russi all’Ucraina, sente il bisogno di affrettarsi a dire che… “comunque nel Donbass da molti anni i cittadini russi sono angariati dagli ucraini, etc.”, forse non ha la benché minima nozione di ciò che realmente sta accadendo, perché anche se fossero vere le angherie di cui si parla, non c’è proporzione alcuna con ciò che sta facendo la Russia putiniana in Ucraina.

E questo dovrebbe bastare per non usare i due piatti della bilancia con gli stessi pesi, o quasi. Io non riesco più a discutere con persone che hanno questa posizione.

Leggo e ascolto “titoli” di articoli e servizi noncuranti della precisione nel racconto dei fatti e soprattutto noncuranti dell’effetto psico-morale sulle menti delle persone di narrazioni piene di un uso spropositato di aggettivi terrorizzanti. Rendo onore – di contro – a inviati in loco di varie testate, come Ilario Piagnerelli e Laura Tangherlini, persone coraggiose.

Che la guerra, le bombe, gli scoppi, i ferimenti, il sangue, la fame, il freddo creino terrore è fuori discussione, ma è sbagliato e sadomasochista “infierire” sugli ascoltatori/ lettori con particolari inutilmente raccapriccianti. Non è moralmente ammissibile fare ciò, e non è neppure utile alla correttezza e alla completezza dell’informazione. E’ come girare una lama in una ferita, invece di lenirla, perché ferita è, e va raccontata e possibilmente curata e guarita.

Osservo i giovani venti/ trentenni che sono confusi: cresciuti nella società dove tutto accade o sembra accadere in tempo reale, non si sono ancora ripresi dal disastro cognitivo ed etico della pandemia, che si prendono addosso lo spaventoso scenario della guerra. E sto parlando dei nostri giovani, che non andranno a combattere. Ci si figuri che cosa accade nelle menti e nei cuori dei loro coetanei ucraini, e anche dei militari di leva russi che sono mandati a combattere senza saperlo. E a morire.

Il ruolo e la responsabilità morale dei giornalisti è enorme. Tanto di cappello agli inviati in loco che non mollano, come chi sta in questi giorni a Kijv, a Karkijv, a Mariupol, e a chi attende a Odessa e a Lviv (Lvov, Lemberg, Leopoli: quattro nomi per un crogiolo d’immensa cultura europea!).

Non altrettanta gratitudine a chi redige titoli schiamazzanti di guerre nucleari, di guerre mondiali, di rischio atomico incombente, di bombardamenti a tappeto (costoro non hanno presente le due atomiche americane, la distruzione di Dresda da parte degli Alleati, e quella di Coventry da parte dei nazisti, l’uso del napalm in Vietnam… studiare, amici miei, studiare, prima di usare espressioni erratissime!), e via spaventando.

Questi scenari sono implausibili, non fosse altro perché Putin (o chi per esso), non potranno non fermarsi prima, pena la loro distruzione, perché si sono inimicati l’Occidente intero, che è molto più forte e attrezzato della Russia da sola, sotto ogni profilo, a partire da quello economico, che resta il più importante. Vi è la variabile-Cina, ma l’Impero del Sol levante, sempre quello che è da millenni, confuciano e taoista, sa che cosa fare per non interrompere la sua ambiziosa marcia sul mondo.

Ora, l’Occidente deve trovare un modo per dare garanzie alla Russia di non schiacciarla sugli Urali, con una Nato alle porte di casa, il dittatore del Cremlino deve avere una resipiscenza nell’accontentarsi di questo: una Ucraina sul modello austriaco-svizzero, neutrale, una tutela dei cittadini russi nel Donbass con opportune autonomie amministrative e culturali e, se si ritiene, la Crimea, come accesso al Mare meridionale (Nero e Mediterraneo), cui la Russia ha strategicamente bisogno di avere accesso.

Ogni grande nazione (che sia grande per territorio o deterrenza militare come la Turchia, o sia grande per ragioni etnico-culturali e militari come Israele) può avere un ruolo positivo, grandi madri d’Europa comprese, come la Germania, la Francia e l’Italia. Sperando che gli Usa stiano fermi con le mani, cioè non estraendo la Colt 45.

Russia vs Ucraina (e viceversa): una storia complicatissima da conoscere

Sul “prima”, cioè sulle vicende arcaiche della Russia ho già parlato quanto basta in precedenti articoli. Qui ricordo solo che, dopo l’arrivo di Cimmeri e Norreni, e quindi dei rematori Rus, il principe Vladimir di Kiev, già cristiano, allargò la sua Rus verso Mosca, mentre a Novgorod si attestava un altro principe, e Mosca doveva ancora assumere importanza primaria per le Russie.

Caterina II di Russia

Dello zarismo, pure, ho già scritto qualche giorno fa. Qui è utile solo ricordare che le dinastie, da Aleksandr Nevskij, principe di Novgorod, e poi con i Romanov, a partire da Pietro I e da Caterina II (che peraltro era una principessa tedesca), la monarchia imperiale allargò ulteriormente i domini moscoviti, ma sempre con un certo rispetto delle varie regioni e popoli. Non dimentichiamo che nel Tredicesimo secoli arrivarono in queste plaghe i Mongoli dell’Orda d’oro che nelle terre russe rimasero per oltre un secolo. Il loro retaggio rimase un pochino diffuso, soprattutto nel khanato di Crimea.

Nel 1917 la Rivoluzione Bolscevica fece cessare la dinastia zarista instaurando, metaforicamente, la dinastia leninian-staliniana, che durò fino a Gorbacev. Nel 1962 l’ukraino Kruscev “donò” la Crimea alla Repubblica socialista sovietica di Ukraina.

Nel 1991 finì il comunismo e si avviò un periodo confuso di democratizzazione “alla russa”, con Boris Eltsin.

E siamo a Putin, ben presto ammiratissimo dalle destre europee, che lo vedevano come vindice della tradizione dei “valori” popolari, contro la “deriva morale” dell’Occidente. Nel 2014 la Crimea russofona fu ri-acquisita motu proprio alla Russia da Putin. E’ di questi giorni la riproposizione mediatica ridicolmente penosa delle pregresse lodi a Putin da parte di Berlusconi e soprattutto di Salvini. Che figuraaa!

Lo sfaldamento dell’Unione Sovietica ha lasciato irrisolte alcune questioni fra Russia e Ucraina: la flotta sovietica del Mar Nero, la gestione delle testate nucleari dell’URSS colà presenti, le risorse minerarie del Donbass.

La presidenza ucraina di Kucma, dai primi anni 2000 è stata controversa e non priva di scandali e corruzione, al punto che il suo partito si rivolta e abbiamo la cosiddetta “rivolta arancione” nel 2004, con alla guida Julia Timoscenko (nazionalista europeista), del partito “Patria”.

Dal 2004 inizia un alternarsi di presidenza e di governi, tra quelli filorussi di Yanukovich e quelli filooccidentali di Yuschenko e Timoscenko

A un certo punto il gioco di fa duro, con l’avvelenamento di Yuscenko, accusato di nazismo, solita vecchia storia ancora attuale

Nel 2014, dopo alterne vicende, Yanukovich vince le elezioni e allora si scatena Piazza Maydan, con proteste tra le due fazioni , che si erano contrastate continuamente.

Nel 2008 era stato stipulato un accordo con l’Unione Europea per staccare l’Ucraina dalla Russia.

Nel 2014 Yanukovich fugge a est e poi in Russia, mentre in Crimea e a est nel Donbass scoppiano rivolte. Kiev dichiara l’ucraino come unica lingua

Il 13 marzo 2014 si celebra in Crimea un referendum, che a larga maggioranza è per l’adesione alla Russia. Altre rivolte accadono nel Donetsk e nel Luhansk (Donbass).

L’Ucraina reagisce e riconquista parte del Donbass (Mariupol), ma subito si scatena la controffensiva dei “ribelli” russofili.

Ed eccoci agli “Accordi di Minsk nel 2014 per soluzione mediata. Ancora a Minsk nel gennaio 2015 si aggiornano gli Accordi per raffreddare il conflitto a bassa intensità che nel frattempo continua nel Donbass.

In questi anni tutti ci si è dimenticati delle guerre a bassa intensità.

Ultime cose prima della guerra: nel 2019 Poroshenko è sostituito da Zelensky, attore teatrale e televisivo che in una sit com simula di fare il politico.

Una situazione complicatissima, dunque, dove la Federazione Russa si colloca su un versante nettamente oppositivo alla nuova Ucraina e alla Nato.

Non si può negare che il conflitto trasformatosi in guerra cruenta ha origini antiche ed ha origine in problemi irrisolti.

Vi sono i diritti dei due popoli, ma oggi, con chiarezza, vi è anche uno dei due che aggredisce e l’altro che è aggredito.

I due diritti sono i seguenti: a) non si deve schiacciare la Russia verso gli Urali; 2) l’Ucraina ha diritto di autodeterminare il proprio futuro.

Gli spazi per un accordo equilibrato ed equo ci sono, e non sto qui a ripetere quello che ormai tutti sanno. Ho solo da dire che la ragione deve tornare a prevalere sulle emozioni, come insegnava Aristotele, filosofi stoici come l’imperatore Marco Aurelio (cf. Pensieri), che ben conosceva il senso della guerra, e molti altri sapienti del nostro Occidente, e parimenti quelli dell’Oriente antico, come Lao Tzu, il cui adagio andrebbe studiato a memoria e introiettato, secondo il quale il miglior esito di un conflitto è quello di una saggia mediazione, tale da evitare il confronto fisico, che genera solo feriti, morti, fame, dolore e odio.

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