Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Francesco papa, il cardinale Umberto di Silvacandida e il patriarca costantinopolitano Michele Cerulario sono insieme a San Nicola di Bari in un bel mattino d’estate del terzo millennio

Francesco papa ha incontrato una ventina di patriarchi, metropoliti ed egumeni del Vicino Oriente cristiano, cattolici di rito caldeo, copti (cioè in greco eigùptioi, egizi), ortodossi costantinopolitani e russi, a San Nicola, vetusta meravigliosa insigne basilica barese, porta sull’Oriente.

E mi ha fatto sovvenire, in questo dì d’estate piena e di mia ascesi necessaria e benefica, lo scisma del 1054, mentre sto leggendo la Biblioteca del Patriarca Fozio, primo scismatico da Roma, di due secoli prima. Li chiamiamo scismi, dal verbo greco skìzomai, divido, separo (da cui schizofrenia), solo perché è il nostro punto di vista, tant’è che la grande chiesa d’Oriente ha voluto chiamarsi ortodossa, cioè “della retta opinion di fede”.

E mi sovvengono le figure del cardinale Umberto di Silvacandida, legato di papa Leone IX, del patriarca costantinopolitano Michele Cerulario, e dei loro anatematismi reciproci scagliati con ira nella Basilica della Santa Sapienza, l’insuperabile Santa Sofia, voluta da Giustiniano imperatore, a maggior gloria dell’Onnipotente.

Non dimentichiamo che i dogmi cristiani, soprattutto i due fondamentali, quello trinitario e quello concernente la natura di Cristo, sono stati oggetto di diatribe complicatissime a partire dalla fine del II secolo e fino almeno all’VIII, senza comunque lasciare soluzioni definitive per tutti. Pareva che a Calcedonia, nel concilio del 451 si fosse raggiunto un consenso condiviso, sia su Cristo, come unica persona in due nature, sia sul tema trinitario, ma poi non è stato così. In sintesi, il cristianesimo orientale ha sempre conservato una visione trinitaria subordinaziana, monarchiana, patripassiana, che significa gerarchia tra Padre, Figlio e Spirito, anche se certe icone paiono attestare l’incontrario (cf. la Trinità di Andreï Roublev), mentre l’occidente si è mantenuto su una visione trinitaria assolutamente paritetica, sulle tracce di Agostino (cf. De Trinitate). Personaggi e nomi come quelli di Nestorio, Eutiche, Cirillo di Alessandria, Teodoreto di Cirro, Teodoro di Mopsuestia, Ibas di Edessa, questi ultimi tre importanti anche per alcune vicende della chiesa aquileiese (Scisma dei Tre Capitoli) e altri sono il fulcro di queste complicatissime e interminabili discussioni e reciproche scomuniche.

I temi dello scisma del 1054, se oggi commentati, potrebbero suscitare fors’anche un poca di ilarità, ma allora…:

il primo e teologicamente più importante atteneva l’inserimento del Filioque , vale a dire la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio (Filioque) nel Credo niceno-costantinopolitano da parte della Chiesa latina, atto non accettabile dalla Chiesa orientale, che si basava sul testo del Concilio di Efeso (431). La diatriba pare sia stata originata nella Spagna Visigota del VI secolo per controbattere l’arianesimo che sosteneva la primazia del Padre e la coeternità di Figlio e Spirito, per cui non poteva darsi una doppia paternità dello Spirito, mentre in occidente venne proposto il testo seguente, tuttora in vigore: “Credo nello Spirito Santo, […] che procede dal Padre e dal Figlio [Filioque, appunto], e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato.” L’Oriente non accettò mai tale formulazione, preferendo la dizione “…procede dal Padre attraverso il Figlio”, lo Spirito, s’intende. Pensi la questione, il mio gentil lettore, alla luce della confusione concettual-terminologica, socio-giuridica ed etica in tema di paternità e maternità ai nostri giorni.

Un altro tema, ma non dei principali e comunque rimasto irrisolto, fu quello degli azzimi: ancora oggi il Pane eucaristico è azzimo in Occidente e salato in Oriente: la due chiese mangiano il corpo transustanziato di Cristo o salato o azzimo. Non sto scherzando.

Invece, un tema cruciale era ed è ancora, anche se attenuato, dopo l’incontro del 1964 tra papa Paolo VI e il patriarca Atenagoras di Costantinopoli, è quello concernente il primato universale di giurisdizione del papa, ossia se il Vescovo di Roma dovesse essere considerato un’autorità superiore a quella degli altri patriarchi. Su questo tema, tutti i cinque patriarchi della Chiesa (Alessandria, Gerusalemme, Antiochia, Costantinopoli e Roma) concordavano di attribuire gli onori  più elevati al vescovo di Roma, ma non in modo assoluto e soprattutto dal punto di vista giurisdizionale e di potere reale in ambito teologico e organizzativo.

I fatti di quel 16 luglio del 1054: papa Leone IX inviò a Costantinopoli il cardinale Umberto di Silvacandida al fine di cercare di risolvere l’intricata questione, ma tutto finì nel peggiore dei modi, come detto sopra. I due interlocutori depositarono sull’altare di Santa Sofia le reciproche scomuniche, che però non avrebbero avuto nessun valore canonico e giuridico, in quanto nel frattempo papa Leone IX era morto.

Da quel momento ognuna delle due chiese rivendicò per sé il titolo di “Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica” e di custode dell’Ortodossia cristiana. Nel 1453 il sultano turco Selgiuchide Mehmet II conquistò Costantinopoli e questo fatto allontanò ancora di più la chiesa orientale da quella di Roma. Neppure i tentativi di un Concilio quasi coevo, tenutosi a Firenze ebbero successo, fino ai tempi nostri, a Paolo VI e Atenagoras, e a Francesco.

Ma pare che la strada dell’unione sia ancora lunga, e il cammino impervio e faticoso. Anche questi fatti attestano la disunione tra gli umani su questo piccolo maltrattato pianeta, che Dio lo guardi con misericordia.

Noterelle sul Cristianesimo antico scritte durante la mia ascesi (dal greco àskesis, cioè “esercizio”) come anacoreta del XXI secolo

Caro lettore,

da ieri mattina, come chi mi vuol bene sa, sono alloggiato come un monaco anacoreta, e avendo un po’ di tempo in più traggo vantaggio dalla lettura di un monumentale tomo regalatomi da un amico rinchiuso, per ragioni diverse dalle mie, in ristretti orizzonti, la Biblioteca del gran patriarca costantinopolitano Fozio (IX secolo), volume edito dalla Scuola Normale di Pisa, che ha suscitato l’ammirazione della piccola filologa che mi ritrovo in casa, mia figlia Bea.

Non solo alloggiato come un monaco, ma anche spiritualmente sono disposto a tale stato, e ciò mi fa bene, per riposarmi corpo e anima.

Parto dal motto che introduce il testo di Fozio, che è in greco e italiano:

Si usava radunarsi ogni giorno per la lettura/ e interpretazione di un’opera principale,/ esattamente come ancora oggi i nostri/ amici cristiani sono soliti radunarsi negli/ stabilimenti dedicati allo studio, noti con il/ nome di scuole, ogni giorno per approfondire/ un’opera principale tra i libri degli antichi.” (Hunain Ibn Ishak, Sulle traduzioni di Galeno, p. 15 Bergsträsser)

Ecco quali erano i rapporti tra cristiani, musulmani ed ebrei in quegli anni, anche se certamente non mancavano i conflitti, non solo poiché si era alla vigilia della aspra e controversa stagione delle Crociate, ma anche perché si consumava con Fozio la prima grande spaccatura con il “papa” di Roma, anzi con il vescovo di Roma. Infatti l’intestazione della Biblioteca così recita, … di Fozio, vescovo di Costantinopoli e patriarca ecumenico, cioè patriarca di tutta l‘ecumene cristiana, certamente al di sopra dei patriarcati di Gerusalemme, Alessandria d’Egitto e Antiochia di Siria, ma non secondo neppure a Roma. La successiva e più grave rottura nel mondo cristiano, mentre l’islam si espandeva, avvenne nel luglio del 1056, ai tempi del patriarca Michele Cerulario e di papa Leone IX.

In ogni caso è bello constatare in questi nostri tempi circonfusi di ignoranza e di ignoranti che c’era, pure in presenza di molti contrasti, una sorta di dialogo fin da quei tempi tra le grandi tradizioni religiose, teologiche e filosofiche sviluppatesi attorno al Mediterraneo.

Le dottrine teologiche cristiane si dibattevano ancora tra due estremi, il nestorianesimo (dal nome di un patriarca costantinopolitano del V secolo, Nestorio) sostenitore della mera umanità di Gesù di Nazaret, che dunque era Cristo, cioè unto da Dio Padre, ma non consustanziale al Padre, molto forte ad Antiochia, e il monofisismo, molto forte ad Alessandria, il quale credeva vi fosse in Gesù Cristo solo la natura divina (mono, cioè uno, phusis, cioè natura), nonostante quello che era stato il consenso calcedonese (Concilio di Calcedonia del 451) tra le varie posizioni. Il tema trinitario e quello delle due nature di Gesù Cristo, quella umana e quella divina nell’unità teandrica o unione ipostatica (una Persona in due Nature), affaticò per secoli vescovi, patriarchi, monaci, teologi e imperatori, senza risolversi in una posizione unitaria, fino ai nostri tempi.

In qualche modo, possiamo osservare, sia il nestorianesimo, che forse aveva influenzato le origini dell’islam, poiché Mohamed incontrò probabilmente nei vasti deserti e durante le sue peregrinazioni nella penisola arabica diversi monaci nestoriani, sia il monofisismo che ben si sposava con l’assoluta trascendenza di Allah, erano dottrine complesse e molto diffuse, tali da affaticare la cristianità in almeno sette concili (quasi) ecumenici. Cosicché vedi, caro lettore, come i legami tra queste grandi tradizioni fosse molto forte, pur nelle differenze che nel tempo si sono anche accentuate: infatti, se la fonte era comune, la Bibbia degli ebrei, il suo prosieguo è stato differenziato, con il Nuovo testamento (Vangeli canonici, Lettere apostoliche e Apocalisse) per i cristiani, e il Corano per i musulmani. Si devono comunque registrare anche altre “sacre scritture”, come l Talmud (babilonese e gerosolimitano) e la Kabbala per gli ebrei, i Vangeli apocrifi e altri Scritti intertestamentari per i cristiani, e i commenti (Hadith di Mohamed e altri testi) al Corano per i musulmani. Nel tempo si sono registrate molte difficoltà di dialogo, escludendo finora ogni ipotesi di riunificazione, perfino nell’ambito cristiano. Il dialogo interreligioso è proseguito a fasi alterne, fino ai nostri tempi difficili. In ambito cristiano si è perfino assistito all’ulteriore separazione dovuta alla Riforma protestante nel XVI secolo.

Nei primi secoli cristiani vissero e scrissero innumerevoli autori, tra i quali alcuni furono definiti “Padri della Chiesa”, e proclamati santi, come Sant’Ireneo di Lione, San Giustino, San Basilio di Cesarea, San Gregorio di Nissa suo fratello, San Gregorio di Nazianzo, San Girolamo, Sant’Agostino, San Giovanni Crisostomo, San Giovanni Damasceno e altri; mentre alcuni sono definiti come scrittori cristiani, tra i quali spicca per profondità di pensiero e di esegesi Origene di Alessandria, che fu anche proscritto e anatematizzato dall’imperatore Giustiniano nel 553: Origene, infatti, aveva sostenuto alcune dottrine che non erano piaciute alla “grande chiesa, come quella dell’apocatastasi, cioè della salvezza di tutti in Cristo, grazie al sacrificio incommensurabile del Figlio di Dio in remissione dei peccati del mondo.

Altri autori, vocati propriamente all’ascetismo furono Evagrio Pontico, monaco, fatto santo per i suoi meriti di moralista rigoroso e Giovanni Cassiano, fondatore di monasteri e santo, prima di giungere alla grande stagione di San Benedetto, che dette inizio a una gloriosa vicenda, quella del monachesimo occidentale, inizio ragionevole dell’idea di Europa come res publica christiana.

Le parole “armate”

Mandare “un bacione” a Saviano da parte del ministro Salvini, non è un atto amichevole e affettuoso, anche se letteralmente questo significa, un gesto di affettività, peraltro non erotico, ma amichevole, fraterno: il bacione è quello che Odoardo Spadaro (“la porti un bacione a Firenze“) mandava a Firenze nella vecchia canzone degli anni ’30.

L’espressione del ministro degli interni come stile letterario si colloca tra il grottesco e il minaccioso, non so quanto consapevolmente da parte del suo pronunziante, ma abbastanza. Poteva evitarlo, mantenendo un fondo di eleganza, quello che gli può essere rimasto nel lessico usuale. Il fatto è che Salvini improvvisa poco, perché ha maturato una capacità di uso delle parole notevole. Non è colto, anche se si vanta di aver fatto il classico, ma è furbo, perché ha selezionato un lessico adatto a una cifra popolar-semplificata, tanto che colpisce le persone di scarsa cultura, le quali magari non ricordano quello che dice ma ricordano che “lo dice bene”. Incredibile, ma vero. Funziona così: “non mi ricordo quello che ha detto, ma lo ha detto così bene.”

Negli anni ha maturato uno stile comunicativo di grande efficacia, perché usa frasi brevi, poche coordinate e subordinate, di solito messe lì in modo paratattico, e quindi immediatamente comprensibili, poiché ogni proposizione è di fatto staccata dalle altre con il suo verbo reggente e i suoi complementi. E, in generale, si capisce quello che dice, salvo quelli citati sopra.

Ogni tanto condivido perfino io quello che dice, come quando in questi giorni dà dell’arrogante a Macron. Macron è più che arrogante, è un beota come Sarkozy, e come Hollande, i poveretti che hanno abitato l’Eliseo negli ultimi quindici anni.

Ancora su Salvini: i pensieri che esprime sono elementari, semplici e, quando sono allusivi, non lasciano mai eccessivi spazi interpretativi. Se dice “La nave non attraccherà a un porto italiano“, anche se poi i migranti saranno trasbordati su una nave militare italiana e portati in Sicilia, ciò che resta nella mente degli udenti è il concetto del non attracco, non quello del trasbordo. Il popolo capisce che quei migranti non verranno in Italia, anche se è vero il contrario. Oppure, quando parla di vaccini, si propone come padre non come ministro, e parla dei suoi bambini commuovendo gli ascoltatori presenti al comizio, che lo vedono come uno di loro, anche se dice sciocchezze sesquipedali sul piano scientifico. “Lo dico come padre“, e la gente si scioglie in applausi di consenso, come se parlare come padre sia garanzia di verità scientifica attestata da esperimenti ufficiali.

Basta ricordare quali e quanti benefici produsse il vaccino “Sabin” negli anni ’50 e ’60 nel combattere la allora diffusissima poliomielite. Il ministro-sceriffo piace come può piacere l’albo western dell’immarcescibile Tex Willer. Anche a me piacciono Tex, suo figlio Kit, Tiger Jack e Kit Carson, ma so che sono strisce meravigliosamente concepite e racconti in cui ti immergi volentieri, curati e fantasiosi, in un Ovest verosimile e in un ambiente etico per certi aspetti condivisibile, a volte un poco manicheo, ma plausibile in un contesto socio-storico di frontiera.

Tante volte ho scritto qui dell’importanza del linguaggio, dai tempi della grande filosofia greca, si pensi al profondo conflitto tra Socrate, Platone e Aristotele da un lato, i quali sostenevano la corrispondenza possibile tra detti e realtà, e i sofisti, che sostenevano la relatività delle affermazioni rispetto alla realtà, passando per le altre letterature classiche, come quella dei Padri della chiesa, medievali e moderne, per cui si dice che le parole sono pietre o simili alla spada, così come esplicitamente detto nella Lettera agli Ebrei (4, 12)… “Infatti la parola di Dio è viva,/ efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio;/ essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito,/ delle giunture e delle midolla/ e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.”

Quelli che usano “parole armate” non lo sanno, ma usano il linguaggio senza preoccuparsi degli effetti di un mancato controllo dei modi, oppure degli effetti di un eloquio privo di filtri. Uno dei difetti principali del comunicante è la mancata cura dei “filtri” espressivi, per cui costoro parlano con chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione sempre nello stesso modo, incuranti delle conseguenze: anzi questi parlanti non si pongono nemmeno il tema delle conseguenze del loro dire. Una delle lezioni più importanti di un corso serio sulla comunicazione verbale è quella che riguarda l’esigenza di controllare ciò che si dice alla luce di come lo si dice. Non occorre pensare alle maschere pirandelliane di “Uno, nessuno, centomila”, poiché si possono fare gravi danni senza far finta di essere diversi da come si è. Le parole, con i loro sinonimi, numerosissimi nel vocabolario italiano, le posture e la gestualità illimitate, infinitamente declinabili, permettono una comunicazione priva di ogni limite strutturale ed espressivo.

E’ possibile dire l’infinito caleidoscopio del reale e anche dell’irreale, dei fatti concreti e di quelli immaginati, del sogno, dell’ignoto e del mistero, come insegnava Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea De Chirico, fratello del più noto Giorgio).

Mi chiedo se a volte sia meglio trattare con un ignorante totale o con uno che possiede una cultura mediocre, ma che presume di essere colto. Direi con il primo ideal-tipo, così come è preferibile chi è un poco malvagio allo stupido. L’ignorante e il malvagio permettono contromisure, il presuntuoso e lo stupido, no.

Lo stupido e il sedicente colto usano parola armate senza accorgersene, oppure ne colgono solo in parte l’efficacia espressiva ed il valore semantico, come chi usa titoli per insultare il prossimo. Quei tipi non sanno che è diverso cogliere in fallo l’altro criticando o correggendo l’errore come atto, e come episodio, dall’insultare con titoli la persona stessa, mentre l’ignorante e il malvagio sono, rispettivamente, quasi innocenti o comunque battibili sul piano logico.

Tra i centinaia di aforismi sul potere della parole ne scelgo tre, il primo dell’antropologo Gustave Le Bon, studioso di psicologia delle folle: “Certe parole sembrano possedere un potere magico formidabile. Migliaia di uomini si son fatti uccidere per parole di cui non hanno mai compreso il significato, e spesso anche per parole che non hanno nessun significato.”

Il secondo della poetessa polacca Wislawa Szymborska: “(…) Quando pronuncio la parola Futuro/ la prima sillaba va già nel passato./ Quando pronuncio la parola Silenzio,/ lo distruggo./ Quando pronuncio la parola Niente,/ creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.”

Il terzo è dii Sigmund Freud: “Uno è padrone di ciò che tace e schiavo di ciò di cui parla.”

Ecco: da Confucio al Buddha, da Platone e Aristotele a sant’Agostino, dal Venerabile Beda a sant’Anselmo d’Aosta, da san Tommaso d’Aquino a Descartes, da Leibniz a François-Marie Arouet (Voltaire), da Marx a Heidegger, da Einstein a Heisenberg, da Wittgenstein a Pareyson, da Jaspers a Severino e Barzaghi, che Dio lo benedica, le menti più acuminate si sono occupate delle parole, e delle parole “armate” in particolare, conoscendone la pericolosità intrinseca, ma anche le opportunità che creano.

Con pazienza e buona volontà, leggendo e studiando, ascoltando e parlando, camminando e cantando, nel mio piccolo, anche nel mio dolore, cerco di proseguire su quei sentieri, sopportando e supportando, che son sinonimi mio caro lettore, fino a che la forza e la luce mi assisteranno qui. Per dopo si vedrà.

Colate d’acciaio, cadute, scivolamenti, rischi, pericoli e loro prevenzione sul lavoro. Cultura della vita e cultura del lavoro devono camminare insieme

Il 2018, a un terzo dal suo inizio, sembra non aver fine nel presentare il conto di morti e feriti sul lavoro in Italia. Siamo a metà maggio e i dati sono impressionanti, come se fossimo tornati a prima delle normative attuali, che sono buone, cioè del Decreto 81 del 2008, se non del famosissimo “626” del 1994.

Occupandomi molto da vicino di questi temi, dall’osservatorio degli organismi di vigilanza e dei codici etici, non so darmi ragioni sufficienti di questi dati così preoccupanti. Nel concreto del mio lavoro mi informo quasi quotidianamente anche sugli infortuni meno gravi e anche sui mancati infortuni. Io stesso qualche giorno fa ho assistito a un “mancato infortunio”: un operaio è scivolato da uno scalino di almeno venticinque centimetri rischiando di picchiare il mento su uno spigolo a novanta gradi molto appuntito. L’ha salvato sicuramente il tono muscolare delle gambe, la reattività dei riflessi e la tenuta muscolo-tendinea del ginocchio destro. Come vedi, mio gentile lettore, entro proprio nel dettaglio fisico-posturale dell’accadimento, perché ogni fatto è legato o causato da infinitesimi micro dettagli, che possono modificare in meglio o in peggio la situazione, causando o meno conseguenze.

Le aziende più avvedute nell’organizzazione e nella gestione operativa, e rispettose delle normative vigenti, in diverse delle quali opero, lavorano curando con attenzione l’informazione e la formazione dei lavoratori, la strutturazione del servizio di prevenzione e protezione, la presenza di una buona vigilanza sanitaria, e infine una qualità relazionale e gestionale dei capi che sia in grado di trasmettere buone pratiche, sia con l’esempio e le raccomandazioni, sia all’occorrenza utilizzando la censura ad hoc, e il codice disciplinare contrattuale. Posto che la situazione sia sotto controllo sotto il profilo tecnico, normativo e della vigilanza, se accadono infortuni bisogna dunque volgere l’attenzione ai comportamenti dei singoli lavoratori e dei gruppi di lavoro.

Quando a metà degli anni ’50, in piena ricostruzione post bellica, il legislatore italiano decise di intervenire in tema di sicurezza del lavoro emanando, prima il Decreto legislativo 547 nel 1955 sulle norme antinfortunistiche, e l’anno dopo il Decreto 303 dedicato all’igiene del lavoro, all’ambiente e alle malattie professionali. Il sostrato teorico, etico e politico di questi due provvedimenti era fondato sulla fiducia nella possibilità di risanare gli ambienti e i posti di lavoro, e di renderli sicuri puntando essenzialmente, se non totalmente, sulla ricerca tecno-scientifica, tant’è che la stessa dizione normativa fin da allora invalsa per definire il massimo di possibilità di salvaguardia dell’incolumità psico-fisica dei lavoratori era un riferimento alle ultime e più avanzate scoperte delle tecno-scienze. In sostanza ci si basava e si riponeva una fiducia pressoché totale nella capacità dell’uomo di monitorare e di perfezionare quasi fino a una definizione teorica della sicurezza… assoluta. Illusioni? Direi di no, forse un eccesso di ottimismo, che ben presto ha generato l’esigenza di una profonda riflessione sul tema, riprendendo a porre al centro l’agire umano responsabile, frutto della riflessione razionale.

Nei decenni successivi lo sviluppo quantitativo e qualitativo dell’economia italiana e in particolare dei settori industriali, con particolare attenzione al manifatturiero, e l’aumento dell’occupazione hanno fatto comprendere, sia agli imprenditori, sia ai lavoratori e ai sindacati, che sarebbe stato necessario recuperare un nuovo protagonismo dell’uomo e della donna al lavoro, insieme con la consapevolezza di essere protagonisti del proprio quotidiano, non solo del proprio futuro. Nel frattempo, l’Unione europea, dai primi anni ’80, emanava alcune direttive in tema di sicurezza del lavoro e dell’ambiente, che sarebbero state riprese nei primi anni ’90 dalla legislazione italiana, proprio con il Decreto legislativo 626 del ’94.

In ambito politico europeo, a partire dalla Germania, cresceva nel contempo una nuova sensibilità ambientalista-ecologista con i movimenti “verdi” (i grünen), che contribuiva a indirizzare anche la legislazione lavoristica in tema di sicurezza del lavoro (security). Io stesso, nella precedente vita professionale in ambito socio-politico, ebbi modo di conoscere quel mondo e quelle sensibilità: si organizzavano convegni, corsi, seminari, collegando strettamente mondo del lavoro, della cultura e della politica. Ricordo ancora la Fiera delle Utopie Concrete di Città di Castello alla fine degli anni ’80, dedicata ai quattro elementi empedoclei dell’acqua, dell’aria, della terra e del fuoco, con ospiti che conobbi, gente del calibro di Ivan Illich e di Alex Langer. Altri anni pieni di speranza, più di oggi, ma non dobbiamo disperare.

Dopo la tragedia della Thyssen Krupp del 2007 in Italia è cresciuta la sensibilità, sia sotto il profilo normativo specifico, con il Decreto 152 del 2006 sull’Ambiente, e con il Decreto 81 del 2008 sulla tutela della salute e sicurezza del lavoro, che coinvolge sempre di più e meglio i lavoratori, sia nelle politiche e nelle buone prassi della sicurezza stessa, sia sotto il profilo etico-legislativo con il Modello di Organizzazione e Gestione ex Decreto 231 del 2001 e con i Codici etici. Personalmente ne sono coinvolto da poco meno di un decennio presiedendo organismi di vigilanza di aziende e associazioni di tutto rispetto per importanza e dimensioni di fatturato e occupazionali, là dove il tema della sicurezza del lavoro e dell’ambiente è sicuramente il principale.

Non si può che continuare su questa strada, informando e formando i lavoratori, collaborando con i rappresentanti aziendali e con i sindacati, con le strutture sanitarie e gli Istituti pubblici con l’Inail e l’Inps.

Sotto il profilo culturale si tratta di mettere al centro un’antropologia dei valori e un’etica declinata secondo il rispetto primario della vita e dell’incolumità psico-fisica delle persone che lavorano e dei cittadini che vivono dove si lavora. Ambiente e sicurezza vanno coniugati insieme, difendendo il business insieme con la qualità esistenziale di tutti e di ciascuno.

In Siria si gasano popolazioni inermi (forse), si scagliano missili, e dunque: come si sta in Italia senza Governo, mentre il mondo va avanti con semi-guerre e diplomazie ambigue?

Trump, Macron e Theresa May lanciano nella notte un attacco ai centri di ricerca e stoccaggio di armi chimiche in Siria (pare sia così, sperando non si tratti della fotocopia della gran bufala di Tony Blair vs. Saddam Hussein del 2003), mentre i Russi protestano e non si sa che cosa potrà accadere. In realtà la posta in gioco è l’egemonia politico-militare sul Vicino Oriente. Francia e Inghilterra non “possono” stare fuori dai tempi di Sykes-Picot, gli Americani per ragioni legate alla geo-politica globale (Trump o non-Trump), La Russia non molla gli spazi conquistati sulla costa orientale del Mediterraneo e desidera mantenere le basi militari di Tartus (l’antica Tortosa dei crociati) e Latakia (l’antica Laodicea di san Paolo e di sant’Ignazio, vescovo di Antiochia). In questo scenario Arabia Saudita, Israele, Iran e Turchia non stanno a guardare: l’intreccio è complicatissimo e contradditorio. E l’Italia, con Gentiloni in prorogatio e la politica nel grottesco, o quasi? In questa situazione, nessuno parla più di Brexit, del colonnello russo avvelenato, dei guai di Trump, etc. L’Occidente si ricompatta? No, è una fase tattica.

La domanda che si può fare il culto e l’inclito, il neutro o il filo-russo, il filo-americano e l’europeista: si sta meglio a interpretare il ruolo da protagonisti-aggressivi à la Macron, se pur oramai nel piccolo di quasi ex potenza, o il ruolo da deuteragonisti come l’Italia, che è guidata da un Governo attivo “per gli affari correnti”, ma non riesce, imitando altre grandi e meno grandi nazioni europee, a mettere insieme un Governo derivante dal risultato elettorale del 4 marzo scorso?

IN SIRIA (pezzo che ho inviato a Filosopolis, blog del mio amico filosofo Neri Pollastri stamattina)

La Siria fa parte, dopo essere stata culla dei linguaggi sillabici (Ebla, Ugarit, etc.) e parte di quella “Mezzaluna fertile” dove iniziò un pezzo di civiltà, in ogni senso si intenda questo termine, scrittura, appunto, sedentarizzazione di popolazioni significative, fondazione di città, origine di un’agricoltura intelligente con un uno “sfruttamento” altrettale delle non molte risorse idriche, e altrettanto si può dire per un artigianato e per arti figurative di livello eccellente (si contempli Palmira, per citare solo un luogo), etc., è stata con l’area palestinese che va dalle alture di Golan, dove pare sia stata collocata la cittadina di Cana (cf. Giovanni 2, 1-10), che non si troverebbe dove ora ti portano le guide se vai in visita ai luoghi di Gesù di Nazaret, al deserto del Negev, la culla del primissimo cristianesimo.
Anche san Paolo, che era di Tarso, un po’ a Nord, sotto i monti del Tauro e oltre il fiume Oronte che scorre ad Aleppo (!), città “romana” (oggi diremmo “turca” o jazida?) passò per la Siria più e più volte. Anzi, non era forse diretto a Damasco per perseguitare i seguaci del nazareno quando incontrò in qualche modo il Maestro? (vedi tela di pari tema, del Caravaggio, in Santa Maria del Popolo a Roma)
E potrei continuare, perché siro-palestinesi erano diversi personaggi di cui si parla in Giovanni e nei vangeli sinottici, etc. E, in seguito, altri “pezzi” della primitiva “grande Chiesa” erano di lì. Cito qui due o tre personaggi di tutto rilievo: Nemesio di Emesa (oggi Homs), vescovo e autore di un bel trattato di antropologia filosofica (Περὶ φύσεως ἀνθρώπου, cioè Della natura dell’uomo), Efrem il Siro, pensatore  e poeta di vaglia, Ignazio di Antiochia, vescovo e martire, che scrisse una lettera alle sette chiese della zona, tra le quali Laodicea (l’attuale Latakia, così cara ai Russi odierni per la base militare che vogliono mantenere sul Mediterraneo!), e così via.
La Siria è culla importantissima di parte della nostra cultura cristiana indefettibile, caro Neri, oltre ad essere la terra bellissima e struggente che tu ben descrivi.

Mane diu, o mane Deo, come preferisci, mio caro Neri e caro lettore della domenica.

Bardonecchia, dove l’arroganza francese si è manifestata in tutta la sua iattanza, quasi con una “eclissi” della ragione

In friulano, nella mia lingua madre di ceppo ladino con importanti prestiti germanici e slavi, si dice “eclìs”, cioè eclisse, o eclissi, ed avviene dalla prospettiva terrestre solitamente quando la luna passa-davanti al sole, ovvero quando un qualsiasi corpo celeste, come un pianeta o un satellite, si frappone tra una sorgente di luce, cosicché uno dei due corpi celesti sopracitati entra nel cono d’ombra o di penombra, venendo occultato.

La parola “eclissi” deriva dal greco ἔκ (ek), preposizione che significa “da” (moto da luogo), e λείπειν, (leipein), che significa “allontanarsi” ovvero “nascondersi”, “rendersi invisibile”, ma io ne propongo qui sotto una diversa, e non sono sicuro che sia un grande azzardo.

Il termine potrebbe avere forse la stessa etimologia di “ekklesìa“, da ek-kalèo, “raduno”, “chiamo”, sempre in greco antico, e cioè, sostantivando il verbo, adunanza, chiamata, e derivare alla lontana perfino dal lemma ebraico corrispondente “kahàl”. Eclisse, dunque, non solo, come nascondimento, ma anche come chiamata. Che bello!

Magari qualche accademico attento e curioso mi potrebbe smentire, lieto io di discuterne. Se teniamo il significato posto per primo, in ogni caso è molto interessante, soprattutto per la valenza metaforica dei lemmi allontanamento, nascondimento rinvianti alla nozione di verità, così come proposta dal filosofo Martin Heidegger, che chiamava la verità “non-nascondimento”, cioè in greco antico a-lètheia, lontano-dal-fiume-infero-della-dimenticanza, il Lete.

Eclissi del sacro, eclissi del pensiero, eclissi o sonno della ragione (che genera mostri) ecco i sintagmi forti molto diffusi, di cui abbiamo molti esempi, come tra altri l’episodio di Bardonecchia, dove dei doganieri francesi hanno inseguito un migrante per raccogliere le sue urine al fine di controllare se fosse drogato o no. I gendarmi francesi, caro Monsieur le President Emmanuel Macron, non avevano alcun diritto di sconfinare venendo a “lavorare” in Italia. Eppure, non solo non si scusano, ma sostengono il loro pieno diritto di agire come hanno agito.

I Francesi, come spesso gli accade, anche in questo caso sono stati arroganti e stupidi. Ricordo al mio gentil lettore anche il tremendo episodio del DC9 Itavia colpito e inabissatosi nel mare di Ustica il 27 giugno del 1980; domanda: c’entravano Mirage o Corsair francesi partiti da una base in Corsica; oppure F 14 Tomcat o Awacs americani, che risultavano in volo in quei minuti più o meno sul mar Tirreno (cf. quanto noto sul web della “strage di Ustica”), magari a caccia di Mig 21 libici? Comprendo che la grande nazione francese, molto attiva ai tempi del colonialismo, ora è oggetto di attenzione da parte dei fanatici islamisti e ha già pagato un prezzo di sangue insopportabile negli anni scorsi. Un altro aspetto da non sottovalutare, che riguarda il contesto francese è il brutale omicidio dell’anziana signora ebrea Mireille Knoll, superstite della Shoah, segno di un revival preoccupante e orrendo di antisemitismo vestito di antisionismo, che narra le cose come un secolo e passa fa, quando ancora accadevano i pogrom nell’Europa orientale, “a cura” di polacchi e  russi, e in Francia le cose non andavano tanto bene per gli ebrei: si ricordi in tema l’affaire Dreyfuss. In attesa di ciò che nessuna mente umana avrebbe potuto pensare, vale a dire quanto è stato pensato e deciso nella cosiddetta “conferenza di Wannsee” il 20 gennaio 1942, mentori presenti Reynard Heydrich, SS-Obergruppenführer, Heinrich Mueller, capo della Gestapo e SS-Gruppenführer,  Einrich Himmler, capo di tutti e due, tra altri gerarchi di alto livello del regime nazista, le cui decisioni furono in seguito attuate con enorme dovizia di mezzi logistici (coordinatore Adolf Eichmann – SS-Obersturmbannführer), cinismo e umanamente ancora indecifrabile crudeltà.

Se eclissi, oltre a nascondimento significa anche chiamata, ascoltiamo le parole del papa, pronunziate il giorno di Pasqua, ché ci possono aiutare: “(…) Le donne che sono andate per ungere il corpo del Signore si sono trovate davanti a una sorpresa (…) gli annunci di Dio sono sempre una sorpresa perché il nostro Dio è il Dio delle sorprese (…) C’è sempre una sorpresa dietro l’altra, Dio non sa fare un annuncio senza sorprenderci e la sorpresa è quello che ti tocca là dove non lo aspetti. Per dirlo con il linguaggio dei giovani: la sorpresa è un colpo basso. Non te lo aspetti, Lui va e ti commuove (…) La gente corre lascia tutto quello che sta facendo, anche la casalinga, lascia le patate nella pentola. Le troverà bruciate ma l’importante è correre per vedere quella sorpresa, quell’annuncio“. E il Papa chiede se oggi noi siamo capaci di fare altrettanto, sorprenderci e correre. “E oggi, in questa Pasqua del 2018, io che? tu che?”

Proviamo a vedere se siamo capaci di andare oltre l’eclissi, oltre il nascondimento, oltre il sonno della ragione, per cogliere le pascaliane ragioni del cuore, se siamo capaci di ascoltare, anzi di auscultare le ragioni che vengono dal profondo, dal silenzio che si fa nell’anima (cf. Johannes Meister Echkart), Le voci di dentro, come son chiamate da Eduardo De Filippo in un suo lavoro del 1948.

O come, semplicemente, sono i silenzi ai confini della campagna, dove vivo da un anno e mezzo, stamattina accompagnato da Rossini e Mozart, e poi da Modest Mussorgsky, che innerva di romanticismo le storie antiche della Santa Madre Russia, con Promenade, Gnomus, Il vecchio castello, Tuileries de Paris, Limoges, Catacombae, Baba-Yaga e  La Grande Porta di Kiev, archi e timpani tonitruanti, per farmi sentire l’anima che viene dall’Est.

Ho sempre preferito eventualmente andarmene, o comunque “star leggero” in ogni ambiente prima di stancarmi e di stancare…

…e l’ho fatto sempre, nei vari studi (che comunque ho terminato sempre, riprendendone altri), e lavori, cosicché il sentimento lasciato a chi restava è stato sempre di nostalgia.

A ventisette anni, dopo aver fatto il liceo classico, unico periodo di studio a tempo pieno della mia vita, intervallato da estati a portare bibite, lavoravo già da otto anni in fabbrica e studiavo politica. Sono entrato nel sindacato e vi son rimasto finché non mi ha chiamato a dirigere il personale la più grande azienda del Friuli. Nel sindacato ero lì già pronto per Roma, per posizioni nazionali, ma ho preso il bivio della grande impresa.

Giocavo a basket non male, guardia tiratore con il mio 1,84 ben distribuito su 80 kili. La bicicletta sarebbe arrivata a trent’anni, mai più mollata fino alla malattia. Ma mi dicono che la riprenderò in mano presto.

Guardavo le stagioni trascorrere, prima lente nel mio paese, con estati infinite, in un ambiente bellissimo, pieno d’acque.

A Buttrio nell’enorme azienda a capo del personale son rimasto finché mi è parso possibile, e me ne sono andato quando ho raggiunto un punto che mi permetteva di salutare successivamente chiunque a testa alta, in obbedienza alla mia coscienza.

I successivi lavori, di consulenza in grandi aziende e men grandi, di studio fino ai massimi livelli accademici di teologia e filosofia e insegnamento accademico, non sono mai stati esclusivi, ma sempre vari, tali da farmi sempre in qualche modo desiderare e chiamare da altri soggetti, da nuovi committenti. Non ho mai avuto la sensazione dello stancamento mio e dei miei interlocutori. Nulla puzzava mai tra me e loro.

La montagna era (ed è) l’altra mia passione: son stato su tutte le più alte cime delle Giulie e delle Carniche, nei silenzi fondi del mio camminare in solitudine, del mio ascendere prudente verso azzurrità indicibili, come quella del Cridola, o dello Jof Fuart, del Montasio con partenza in notturna, e perfin della Civetta immensa, dell’eccelso monte Pelmo. Del Peralba qui ho più volte cantato,  e attendo di riaver le forze per tornarvi. Ho visto tracce d’unghioni d’orso sul Monte di Cabia e la lince alla Forcella Giaf. L’aquila mi ha salutato sopra il Coglians e il Matajur.

Negli affetti mi son capitate nel tempo molte cose che qui, poiché son le più delicate, non dico, anch’esse in qualche modo coerenti con la mia inquietudine. Ho una figlia bella, aggressiva (si sa difendere), e intelligente. Suona l’arpa e canta e studia lettere.

Non avrei mai sopportato di aspettare con ansia di andare in pensione, e ora quel momento non è molto lontano, anche se non significherà che fermerò il mio lavoro, per il quale ho già incarichi per i prossimi anni. E tantomeno lo studio, e di scrivere libri.

Caro lettore, mi rivolgo a te, come quasi ogni giorno faccio, perché mi fai compagnia, e ogni tanto ho bisogno di raccontarmi a te, anche se non mi rispondi, ma so che leggi e so anche, più o meno, chi sei, e ti saluto.

E forse, è proprio la distanza fra te e me che permette uno scambio che continua nel tempo, noi siamo alla giusta distanza, non ci pestiamo i piedi, non ci disturbiamo. E’ stata la mia scelta fin dall’inizio. E funziona.

Grazie a te che parli con me in silenzio.

Trisillabico, sdrucciolo o tronco, Nìbalì

…Nìbali o Nibalì, à la francese.

Un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome Fausto Coppi“, la voce di Mario Ferretti canta l’airone che ha spiccato il volo staccando tutti nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia del ’49. Bartali ha 35 anni e ha forato quattro volte, arriva a Pinerolo con quasi dodici minuti di ritardo, secondo, o primo di un’altra corsa. Mio padre Pietro ascolta la radiocronaca e me la racconta vent’anni dopo.

Cambia l’anno, il giorno, la corsa, il colore della maglia e lo sponsor. Non il sentimento: Coppi o Nibali, Bartali o Pantani, è l’eterna poesia del ciclismo. L’eterno fruscio delle ruote nel vento, l’andare curva dopo curva, tornante dopo tornante, fino alla visione del mare oltre il Passo del Turchino, oppure inerpicandosi verso montagne piene di neve, anche in pieno giugno.

Ieri Nibali ha vinto a Sanremo, dopo dodici anni di dominio altrui, di campioni di fuori, francesi, tedeschi, australiani, polacchi, inglesi.

Un’altra impresa risalente a settanta anni fa. Da La Gazzetta dello Sport del 15 luglio 1948. In quella data “si corre la Cannes-Briançon, tredicesima tappa (274 km) del Tour de France che culmina con la scalata del temuto colle dell’Izoard (2.361 metri). In quella edizione la squadra italiana diretta da Alfredo Binda (e priva di Fausto Coppi) è capitanata da Gino Bartali. A trentaquattro anni, il campione fiorentino di Ponte a Ema è stato protagonista delle prime giornate ma poi ha perso terreno. Gino è settimo, attardato di oltre ventuno minuti e a guidare la classifica c’è il francese Louison Bobet. I giochi sembrano fatti.

Invece Bartali parte subito all’attacco e, dopo un testa a testa col bretone Jean Robic, va in fuga. Nessuno gli resiste e quando transita sull’Izoard è ormai solo. Gli altri dietro, staccati di minuti. Al traguardo Bobet conserva la maglia gialla ma il suo distacco in classifica generale si è ridotto a poco più di un minuto. Bartali non si ferma. Dopo quella tappa si aggiudica quella del 16 luglio e quella successiva. Bobet è raggiunto e quindi staccato. La vittoria finale al Tour è ipotecata.

Fin qui parrebbe solo una straordinaria impresa ciclistica. Se non fosse che la cronaca sportiva si incrocia, come talvolta accade, con eventi di tutt’altra natura: in questo caso quelli legati al ferimento di Palmiro Togliatti e alle drammatiche giornate che ne seguirono.”

Alla Milano-Sanremo del 1970, Michele Dancelli partì prima del Capo Berta, a settanta chilometri dall’arrivo, e vinse, rompendo un tabù che durava dall’ultima vittoria italiana di Loretto Petrucci risalente al 1953. Nel frattempo, avevano vinto scendendo dal Poggio fino a sfrecciare su via Roma Van Looy, Van Steenbergen, Eddy Merckx e altri grandi, ma più nessun italiano, fino all’impresa del bresciano coraggioso.

Finisco con Marco Pantani. Era il 4 giugno 1999, tappa del Giro d’Italia che finiva al Santuario di Oropa. Il grande corridore era in maglia rosa.

Racconta la “rosa”, che è il maggior quotidiano italiano: “Pantani dovette fermarsi e mettere i piedi a terra. Perse circa 40 secondi dal gruppo di testa, ma grazie all’aiuto di un tecnico della Shimano, che si trovava in macchina accanto a lui, riuscì a ripartire rapidamente. I suoi compagni di squadra della Mercatone Uno – fra cui Stefano Garzelli, vincitore del Giro l’anno dopo — si fermarono appena si accorsero di aver perso il loro capitano per strada, che arrivò pochi secondi dopo. Da lì, a meno di una decina di chilometri dall’arrivo al Santuario, con l’aiuto del resto della squadra, Pantani iniziò una delle più entusiasmanti rimonte nella storia delle grandi corse a tappe. Dopo aver superato una ventina di corridori nei primi chilometri, l’ultimo compagno di squadra rimasto con lui, il bresciano Marco Velo, si staccò e Pantani iniziò l’ultima parte della sua rimonta.

Recuperò circa 40 secondi di ritardo, superò complessivamente 49 corridori, fra cui Ivan Gotti, Gilberto Simoni e Paolo Savoldelli. Andò talmente forte che riuscì a riprendere anche Jalabert, che si era portato da solo in testa con uno scatto lungo la salita. A tre chilometri dall’arrivo iniziò a staccarlo, fino ad avere un vantaggio di venti secondi, guadagnati per la maggior parte nella parte più dura della salita. Tagliò il traguardo di Oropa per primo, ma senza saperlo: quando arrivò infatti non alzò le braccia e continuò a mantenere l’andatura. Se ne accorse solo qualche secondo dopo, festeggiato dai membri della sua squadra. Con quella vittoria, Pantani portò a 1 minuto e 54 secondi il suo vantaggio sul secondo in classifica, Paolo Savoldelli, e a 2 minuti e 10 secondi da Jalabert.”

Dopo che la mafia e la burocrazia fecero fuori questo grandissimo atleta, il ciclismo mi ha suscitato più malinconia che gioia, e più che guardarlo in tv l’ho vissuto finché ho potuto sulla mia rossa Bottecchia di alluminio, che mi aspetta fiduciosa per riprendere, spes contra spem, il suo fruscio nel vento.

Ricordando Davide Astori: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”

Davide Astori è mancato in silenzio qua vicino, a Udine, la notte prima di giocare con la forte squadra friulana, quasi completamente priva di friulani. Più internazionale della gloriosa Inter di Milano.

Quando l’ho saputo dai media, che poi -martellanti- non hanno smesso di ripetere la notizia tutta la domenica, ho prima provato una grande pena, come per un uomo di quarantasette anni del mio paese, morto allo stesso modo tre giorni fa, e poi ho pensato alla folgorante lirica ungarettiana, ispirata al poeta dalla guerra che visse in divisa da fante a pochi chilometri più a sud-est di Udine, tra Santa Maria la Longa, il Carso e l’Isonzo, dove si combattè per tre anni, crudelmente.

Quando vai a Gorizia, caro lettore, prima di arrivarvi, guarda alla tua destra, verso sud e vedrai una lunga altura di altezza collinare chiamata Monte, il Monte San Michele. Lì in pochi giorni morirono forse trentamila soldati di ambedue i fronti, e ruscelli insanguinati si versarono nelle acque smeraldine dell’Isonzo, il meraviglioso fiume italo-sloveno, limite e simbolo unente di due nazioni.

Davide non è morto in guerra, ma aveva l’età degli ufficiali di quei due eserciti, di tenenti, capitani e maggiori. E anche lui era capitano, il capitano della squadra di una città tra le più belle del mondo, forse in assoluto la più ricca di capolavori d’arte figurativa.

Davide Astori era un bravo calciatore e un atleta alto e forte, controllato come lo sono in Italia gli sportivi professionisti. Bene. Eppure lui non c’è più. Hanno fatto l’autopsia e ci diranno qualcosa. Forse l’impianto elettrico del suo sistema cerebrale e cardio-circolatorio ha detto basta, improvvisamente, senza preavviso e senza che vi fossero pur remoti prodromi clinici.

Ecco che se ne è andato, come può capitare in qualsiasi momento a chiunque, come dice il Vangelo secondo Matteo “Vegliate dunque perché voi non sapete il giorno e l’ora” (25, 13), là dove Gesù parla ai discepoli della “fine del mondo”, tema apocalittico, e dunque rivelativo, come dice l’etimologia di “apocalisse” (cari maghi dei mass media, che usate il termine “apocalisse” per parlare di catastrofi, cataclismi e disastri, poveri beoti!). Ma a noi interessa il nostro giorno e la nostra ora, e non li conosciamo, né possiamo conoscerli.

Il venir meno della vita è mistero, anche se possiamo pensare, anzi lo sappiamo per esperienza che essa può venire meno per ragioni anagrafiche, oppure per malattia o incidenti. Di solito viviamo non pensandoci più di tanto, perché è meglio così. Non conosciamo direttamente quest’ultimo momento, perché coincide con il venir meno della nostra coscienza, se questa non è già venuta meno prima. E le scienze medico-biologiche informano quelle giuridiche per definire bene il fenomeno, che è del tutto naturale, come spiega l’assioma conclusivo del principale sillogismo aristotelico “gli uomini, come tutti i viventi, sono mortali“, così com’è nella sua forma abbreviata di entimema.

Davide lascia moglie e bimba. Tutti lasciamo qualcuno e qualcuno ha lasciato noi. Alla fine, prima o poi siamo tutti orfani e rendiamo orfano qualcuno, se abbiamo procreato. Questo non è consolante: è reale. Hegel direbbe che è anche razionale. Vero ma doloroso, come può essere ciò-che-è-reale.

La filosofia, scriveva nel suo meraviglioso volume pensato e redatto nel carcere di re Teodorico, che sospettava di lui come traditore, che la Filosofia dà consolazione (De consolatione philosophiae), Severino Boezio. Possiamo anche convenire, ma non ci basta. Certamente. Il pensiero razionale non basta, specie quando si tocca con mano il dolore e l’invecchiamento, che tocca a molti. A Davide non è toccato, perché se ne è andato come una foglia in piena estate, poiché la sua vita non aveva ancora nulla di autunnale, come se qualche robusta mano avesse scosso il ramo dell’albero ben prima del vento di stagione.

Non ci sono parole adatte a consolare chi lo amava e rimane qui, specie la bimba, ma anche la sua donna e i suoi genitori e fratelli. Se in qualche modo queste mie parole arriveranno fino a loro mi piacerebbe dirgli che il loro ragazzo marito padre ora vive nella visione beatifica di Chi tutto sa, tutto comprende, tutto ama e attende in uno stato di grazia tutti noi che, anche se non l’abbiamo conosciuto, gli vogliamo bene, se pure non nello strazio tremendo dei suoi cari, perché nel comune destino.

Non basta, ma è tutto quello che si può dire prima di fare silenzio, oppure si può anche evitare di dire, facendo subito silenzio.

E ora la Terza Repubblica, ovvero il ritorno della Prima, o della carica dei “tecnicamente ignoranti” incazzati che ora devono mostrare di saper governare, e il declino di presuntuosi alla Renzi, co-distruttore di una sinistra riformista, quasi geneticamente incapace, vien da dire, di ammettere sue personali responsabilità della débacle del PD, e alla Berlusconi, mai-rassegnato-allo-scorrere-del-tempo

Non mi auguravo questo risultato nelle politiche di ieri, ma l’Italia va avanti, 24 milioni di italiani questa mattina sono andati al lavoro, 7 milioni di alunni a studiare, decine di milioni di donne a lavorare in casa anche per 30 milioni di maschi, piccoli, grandi e vecchi. Al di là e nonostante Di Maio e Salvini, Berlusconi e Renzi, vincitori e sconfitti, oppure presuntuosi come D’Alema e Bersani, poveretti. Di Grasso, di quel presuntuoso di Enrico Rossi, di Fratoianni, di Civati, e di Boldrini dirò poco, pochissimo, perché gli Italiani ne hanno fatto stracci, come meritavano.

Forse ora, per capire qualcosa di più, occorre riprendere anche un discorso storico-sociologico sulle differenze interne alle popolazioni italiche, dai tempi dei Greci e dei Sanniti, dei Romani e dello Stato pontificio, sul meridionalismo e sul piemontesismo, o sul lombardo veneto e il Granducato di Toscana. Qualcuno sta paragonando, ad esempio, in modo non peregrino l’appeal del M5S alle politiche “assistenzialiste” di Achille Lauro, etc..

Con mia grande gioia, Renzi ha annunziato le proprie dimissioni, e alla buon’ora, dopo aver fracassato il PD, che era l’ultimo grande partito vero sulla scena politica italiana, epperò, anche dimettendosi ha continuato con pervicacia nella sua opera di devastazione di un pezzo fondamentale della sinistra riformista italiana. Se fosse stato un minimo “generoso”, anzi ragionevole, avrebbe dovuto dimettersi subito dopo l’esiziale esito del referendum costituzionale di fine ’16, ma non l’ha fatto, perché la sua presunzione arrogante fino alla protervia ha prevalso su ogni altra considerazione politica. E’ riuscito, infatti, a fare ancora danni, come il varo di una legge elettorale che è stata, funereo contrappasso, la sua “attuale” tomba politica, oltre che essere una strepitosa cazzata o c.ta di fantozziana memoria, caro ragionier Rosato (puarèt, par furlan). Perdonami, mio sempre cortese lettore, questo tono forse un poco acrimonioso, ma non posso perdonare -ora- a questo parvenu borioso e sostanzialmente ignorante, di avere massacrato un pezzo di storia politica italiana, cui appartengo con orgoglio dal versante socialista, che non morirà con la fine politica di Renzi, che auspico per il bene dell’Italia, da quando avevo l’uso di ragione e finché saprò di stare a questo mondo.

Il vaffa a Renzi glielo dico io, oggi, con vera anche se amara soddisfazione.

d’alema e bersani stanno sul Sunset boulevard da tempo e ieri glielo hanno detto chiaramente gli Italiani, che tra le righe sanno anche essere saggi, non solo talora ignorantelli. Gli elettori, da un lato hanno premiato teste di vitello come salvini e di maio, dall’altro hanno smontato buffole strabordanti come grassoboldrini, che spero abbiano capito la loro individual insussistenza. Questi due proprio non tengono substantia, essentia nec forma, direbbe Tommaso d’Aquino, che pregherebbe per le loro povere anime di incliti sciocchini, e quasi persin da compatire.

Ora il pallino è nelle mani costituzionali dell’onesto Presidente Mattarella. Meno male. Di lui possiamo fidarci come custode esperto delle nostre Norme fondative, quelle di Calamandrei, Togliatti, Ruini, Nenni, De Gasperi, etc., quelle di fine ’47 inizio ’48, quando questi coraggiosi pensarono a una Costituzione piena di sanissimi e solidi principi di uguaglianza, equità e giustizia, ispirati dal più elevato pensiero politico liberal-socialista e cristiano-cattolico. L’Italia più sana, che ancora vive, forse oggi un po’ sotto la cenere, come braci non spente e non mai spegnibili. Credo e spero, oppure spero e credo, oppure, come insegnava sant’Agostino, credo ut intelligam et intelligo ut credam, cioè credo per comprendere e comprendo per credere. Il miglior pensiero politico laico e cristiano li aveva ispirati, qualcuno dice, auspice lo Spirito Santo, che soffia dove vuole, non perché si stesse ragionando e decidendo a Roma… o forse anche, perché Roma era e resta caput mundi, senza che tale sintagma un po’ nazionalista infici il mio e il tuo, caro lettore, senso di pace ed eguaglianza tra tutti gli esseri umani e tutti i popoli, senza alcuna distinzione, come recita la nostra Carta, che per questo è Sacra.

E dunque, teniamo duro e teniamoci per mano, lavorando e cantando, sperando e credendo, amando più ancora la nostra bella Patria Italia e i nostri cari, comprendendo il prossimo di tutti i colori, studiando e cambiando (anche idea), perché qualcosa dovrà pur accadere, e se accade significa che qualcuno opera, nell’evidenza dei mass media o nel silenzio e nel nascondimento, come Maria di Nazaret, che custodiva nel suo cuore il segreto più grande.

Ecco, magari ricordiamoci che forse anche un’Ave Maria può essere un rispettoso esercizio di umiltà creaturale, caro lettor della sera.

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