Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Vite e morti operaie ed etica del lavoro

I quattro operai morti sul lavoro ieri a Milano sono la punta dell’iceberg di una situazione molto seria. Fino a un paio di anni fa (2015) il trend annuale di decessi sul lavoro, a far data dall’emanazione nel 1996 del Decreto Legislativo 626, nel 2008 sostituito dal Decreto Legislativo 81, era in decrescita certa. Si era arrivati a poco meno di settecento, numero comunque di dimensioni terribili, ma si partiva due decenni prima da quasi duemila morti sul lavoro per anno. Nel 2017, invece, si è tornati a sfiorare il migliaio, come nel 2016. Analizzando le fattispecie delle causali, restano in prima fila gli incidenti stradali nel settore dei trasporti, le cadute dall’alto in edilizia, gli schiacciamenti in agricoltura e nell’industria, riportando qui alcuni dati senza pretese di precisione statistica.

Personalmente mi occupo da anni anche di sicurezza e di igiene del lavoro nelle mie attività di consulenza direzionale d’impresa, e di formazione, non sotto il profilo tecnicale della pratica di prevenzione, tipica dei Responsabili del Servizio di Prevenzione e Protezione, in acronimo RSPP, che devono essere presenti in ogni luogo di lavoro, pubblico o privato che sia, ma sotto il profilo della vigilanza etica del tema, dei valori sottesi ad ogni attività d’impresa, e quindi degli indirizzi organizzativi e gestionali da fornire alle direzioni aziendali.

Come presidente di alcuni Organismi di Vigilanza ai sensi del Decreto Legislativo 231 del 2001, con i miei colleghi dove l’organismo è collegiale, e in ogni caso là dove sono Garante unico del Modello organizzativo, ho sempre posto il tema della sicurezza del lavoro al primo posto tra gli argomenti curati e trattati. Sappiamo che il Modello organizzativo vigente ai sensi della citata normativa, ha avuto una particolare spinta dopo la tremenda tragedia della Thyssen Krupp di Torino, che ha mostrato come in pieno ventunesimo secolo ancora vi sia tanto cinismo gestionale da porre in pericolo le vite dei lavoratori. Il cosiddetto “Modello 231” di Organizzazione e Gestione non inficia la linea gerarchica dei soggetti economici o comunque operativi di cui si occupa, poiché non emette ordini di servizio o direttive, ma si pone in una posizione di osservazione autonoma dei modi gestionali dei gruppi dirigenti, intervenendo di propria iniziativa o su segnalazione di chiunque noti una violazione di legge o comportamenti incongrui e tali da pregiudicare il rispetto delle leggi e l’incolumità delle persone nell’agire quotidiano, predisponendo verbali di indirizzo e suggerimenti agli enti e ai soggetti decisori. In questo modo, il soggetto impresa-ente si pone giuridicamente in quello che viene chiamato “regime esimente”, rispetto alla giurisdizione della magistratura in ordine alla commissione di illeciti amministrativi e di reati penali. In altre parole, il magistrato che conduce un’inchiesta a fronte di una violazione di legge riterrà responsabile dell’atto la persona che ha commesso l’atto stesso, esimendo l’azienda dalle responsabilità.

Detto questo in una sintesi non precisissima, ma sufficiente a far capire al lettore il senso del discorso, torno al tema dei tre morti sul lavoro a Milano. Si dice che non ha funzionato l’allarme che avrebbe dovuto segnalare la presenza di gas letale nell’area di lavoro. Certamente tutte le macchine e impianti che l’uomo costruisce a fini lavorativi, possono subire dei guasti ed avere delle imperfezioni, su questo nessuno nutre dubbi, per cui ogni soggetto economico è tenuto ad utilizzare ciò che il mercato delle macchine e degli impianti, nonché ciò che le tecno-scienze suggeriscono nella loro continua evoluzione, offrono di meglio in tema di sicurezza. Così come deve verificare il livello di formazione degli addetti e il suo aggiornamento costante, le condizioni fisiche e psichiche dei lavoratori e il modo della gestione in essere, onde ridurre al minimo lo stress non legato all’impegno obiettivo del lavoro stesso. Quello su cui ci si deve soffermare è un altro tema, quello di una visione del lavoro che sia supportato da un’etica ben declinata e conosciuta da tutti i soggetti coinvolti.

Non l’uomo per il lavoro ma il lavoro per l’uomo, sosteneva con la veemenza sua tipica papa Wojtyla. Io, di famiglia operaia, che ho visto mio padre partire per le Germanie (come si diceva allora) da quando avevo cinque anni e fino ai mei diciotto, avevo una visione quasi sacrale del lavoro, che mi ha portato spesso sul  versante di una sua quasi assolutizzazione. Ho dovuto anch’io rivedere alcune posizioni mie, ricredermi e in questa fase mia, in modo particolare.

Nella mia attività considero ancora il lavoro decisiva per l’uomo, ma correlata e delimitata in quadro di equilibrio esistenziale.

Teniamo conto che il lavoro è una necessità e anche un mito, sia sul versante storico delle dottrine e delle prassi socialistiche, sia sul versante liberal-liberista del capitalismo, tutti consapevoli che l’attività umana è indispensabile per trasformare la materia e costruire beni necessari alla vita delle persone e dei popoli. Ma forse è tempo di ri-declinarne la valenza etica, riflettendo sulla sua distribuzione e sulla giustizia che deve caratterizzare la sua remunerazione.

Nel mio piccolo ho sempre curato questo aspetto, esercitando talora poteri diretti e talaltra quella che oggi sia chiama moral suasion, direi con successo.

Infatti, il maggior numero di infortuni avviene là dove vi è un’organizzazione più deficitaria, là dove ci sono operatività in subappalto con ribassi vergognosi, là dove la vita umana è ritenuta un optional, non il focus del valore etico dell’agire. E’ su questo piano, etico-morale e, vorrei dire, addirittura antropologico e culturale, che si deve agire. La politica ha il compito della normazione, ma ogni persona, impresa, parti sociali, sindacati, associazioni datoriali, scuole, università, famiglie, la chiesa stessa, devono riflettere sul lavoro come dimensione esistenziale importantissima, ma non unica, della vita umana.

Alcune strepitose idiozie nelle proposte pre-elettorali della politica attuale

…anche se ho già utilizzato questo trittico post-rinascimentale di uomini politici di discutibile valore, lo metto pure qui, perché ben intonato al testo che segue, dopo una premessa filosofica, in vista delle elezioni politiche del 4 marzo prossimo, perché i politici spesso non sanno neanche di ciò che parlano, come si potrà ben dedurre dagli otto esempi sotto riportati. Bene.

Per me la parola e il discorso, il dialogo e i concetti sono un crogiolo incandescente, che serve all’uomo per chiarificare il pensiero, dipanare le contraddizioni, accettando la diversità e ponendo le diverse posizioni al vaglio del senso critico alla ricerca del senso di ogni cosa che si afferma o si nega, di ogni cosa che si fa o si disfà. Il crogiolo presuppone un fuoco che purifica, brucia parzialità e presunzioni, smaschera finzioni e certezze apparentemente acclarate. La fiamma calda della discussione civile problematizza, pone, domanda, senza la pretesa di avere risposte per ogni quesito, senza la superbia del prepotente o l’arroganza del sé putante culto e intelligente. Pazienza e coraggio a temperare le emozioni, ma senza spegnerle, solo per lasciarle de-cantare, appunto, nel crogiolo infuocato della relazione. La verità può dis-velarsi, e sempre parzialmente, solo se il ricercatore non la pretende, non la brama solo per sé, non la vuole costruire. Lo sguardo e la parola dell’altro ci può far scoprire percorsi e mondi concettuali finora impensati, eppure plausibili, tanto quanto i nostri, anche se a volte radicalmente diversi, fors’anche solo perché diversamente detti, e comunicati e confessati.

Diversamente dalla politica, dove vale solo quello che pensa, dice e propone la tua parte, mentre è da esecrare quanto propone la parte avversa. Un assurdo logico e un delitto morale.

E ora, caro lettore, desidero proporre alla tua attenzione, appunto, un po’ per sorridere e un po’ per meditare, otto sesquipedali stronzate provenienti da tutto l’arco costituzionale, e le ragioni per cui sono tali:

9/10 euro di salario minimo, mentore Renzi: è impossibile stabilire un salario minimo in questo modo, non tenendo conto della situazione concreta, del settore operativo e della redditività aziendale, per cui potrebbero essere equi in qualche caso 8 euro o anche 12/15, e poi bisogna vedere e dire se lordi o netti. La proposta di Renzi è, dunque, genericamente casuale e imprecisa/ incompleta;

critiche al Jobs Act, mentori destra e grillini: è una critica ingenerosa che mostra una radicale non conoscenza dei contratti a termine e del rapporto tra flessibilità e precarietà, che non sono sinonimi ma neanche opposti. Il Jobs Act ha funzionato abbastanza e comunque, in una situazione media, un contratto a termine vale non molto meno di uno a tempo indeterminato in base alla legge citata, il quale è comunque potenzialmente a termine entro i 36 mesi, cari critici senza arte né parte;

abolizione delle tasse universitarie, mentore Grasso e suoi sostenitori plaudenti: caro presidente del Senato della Repubblica e “ragazzo rosso”, non le sembra che la sua proposta, ancorché onerosissima, sia un regalo alle famiglie benestanti o quasi, visto che chi ha l’ISEE bassa ed è studente meritevole per profitto le tasse non le paga?

vaccini, mentori M5S e Salvini: non so se vivete in questo mondo o in uno immaginario, visto che la scienza e la ricerca hanno ridotto così tanto le malattie in quest’ultimo mezzo secolo;

canone Rai, mentore Renzi: e così rendiamo ancora più generico e commerciale il servizio pubblico; ma invece, perché non si occupa dei tetti sfondati dei compensi ai Fazio e ai Vespa, piuttosto?

pensione minima a 1000 euro, mentore Berlusconi: bisogna anche dire, esimio, dove si vanno a prendere le risorse, o no?

reddito di cittadinanza, mentore Di Maio: come detto e di più per le pensioni minime, e con un’aggravante: caro Di Maio, lei vive sulle nuvole da inespertissimo anche se altrettanto arrogante per posture e detti, ignaro degli elementi basici della psiche umana: se lei dà quasi 2000 euro al mese a una famiglia di quattro persone, specie di certe zone italiane, chi glielo fa fare di cercarsi un lavoro da 1200/ 1400 euro?

abolizione della legge Fornero, mentori Salvini, sinistra sinistra, Di Maio: come per i due punti precedenti.

Basta?

Uni-verso o multi-versi? Uni-versale o multi-versale? Uni-versità o multi-versità?

Scrive Paolo Boschini docente e amico filosofo modenese, nel suo bell’articolo “Multi-versum. Presupposti filosofici per un pensiero della differenza convergente“, pubblicato nel numero 42, Luglio-Dicembre 2017 della rivista Teologia dell’Evangelizzazione, che siamo abituati da sempre a trattare le cose del mondo  in cui viviamo riferendoci all’uni-verso, sia nel senso fisico del termine, sia nel senso logico. In altre parola noi intendiamo “universo” come un qualcosa che, da un lato contiene tutto quello che conosciamo, cosmo, terra, vita, umani e, dall’altro, ogni aspetto della vita soggettiva, della cultura, della morale, cioè della conoscenza del “tutto”. Sappiamo, peraltro, che molti fisici già da tempo parlano di multi-versi

In realtà, egli osserva, a un certo punto dell’evoluzione culturale dell’Occidente, superate le ultime stantie reminiscenze “scolastiche”, che di aristotelico-tommasiano oramai avevano ben poco, con Galileo e Descartes, si è capito che lo studio della realtà doveva far conto di un’analisi puntuale di ogni cosa, utilizzando il metodo induttivo-deduttivo, senza la pretesa di sintetizzare ogni sapere in una nozione meramente metafisica del suo stesso “essere”.

In ogni caso, per quanto mi riguarda, salvo senza alcun patema o dubbio la metafisica classica dell’ente, dell’essenza e dell’essere, perché mi permette di fare su ogni cosa, o ente, un discorso generalissimo che vale sempre e comunque: se io analizzo una matita, potrò sempre dire che essa è un uno, prima ancora di analizzarla sotto il profilo matematico e fisico (lunghezza e peso), e chimico (è fatta di legno, grafite, etc.). Metafisicamente la matita è un “uno” avente l’essenza sua tipica, senza la pretesa di dire di più.

Paolo, nel redigere l’articolo si ispira anche al discorso di papa Francesco tenuto al Consiglio d’Europa a Strasburgo il 25 novembre 2014, quando Bergoglio provò a stimolare la pur mediocre assemblea con parole in qualche modo pro-fetiche, nel senso di adatte a quell’uditorio in quel momento storico e cariche di positività: “(…) Possiamo legittimamente parlare di un’Europa multipolare. Le tensioni -tanto quelle che costruiscono quanto quelle che disgregano-  si verificano tra molteplici poli culturali, religiosi, e politici. L’Europa oggi affronta la sfida di globalizzare ma in modo originale questa multipolarità. (…) Globalizzare in modo originale -sottolineo in modo originale- la multipolarità comporta la sfida di un’armonia costruttiva, libera da egemonie che, sebbene pragmaticamente sembrerebbero facilitare il cammino, finiscono per distruggere l’originalità culturale e religiosa dei popoli” (brano tratto da L’albero e le radici, in Sognare l’Europa, EDB, Bologna 2017, 45-46).

Occorre dunque comprendere il pluralismo, passando dall’idea che tutto sia riconducibile alla semplificazione, all’idea multi-polare di ogni cosa che può essere vista in modo prismatico e differenziato, a seconda dei luoghi, dei tempi e dei percettori.

Il senso del pluralismo sta in un mondo che  non pretende di imporre a nessuno un centro, poiché il mondo è senza centro, come sostiene Raimon Panikkar nel suo Il mito del pluralismo. La torre di Babele. Una meditazione sulla non-violenza (in Culture e religioni in dialogo. Pluralismo e interculturalità, Jaca Book, Milano 2009). Ma vi è un passo ulteriore da fare, quello di giungere a una visione del mondo e delle cose non più soltanto pluralista ma multi-versale, che significa, non solo accettare che le cose siano interpretabili in molti modi, ma lo siano anche partendo da diversi punti di vista, da una ragione e un sapere che si possono definire multi-versali, non solamente uni-versali, e non è un cambiamento di poco conto.

Beninteso non si tratta di un cedimento logico al relativismo contemporaneo, per cui è indifferente A o B se -di volta in volta- conviene anche solo utilitaristicamente A o B, indipendentemente da valore veritativo e morale intrinseco di A e di B, ma si tratta di un porre-in-relazione A con B e con C e avanti, rispettando, non solo le diverse opinioni, ma i differenti ambiti socio-culturali da cui le opinioni stesse provengono, non attribuendo mai in modo pre-giudiziale valore di verità assoluta a ognuna di esse, ma apprezzandone il valore in relazione al nostro metro di giudizio, ed evitando gli anacronismi e, di contro, antropologismi generici, come quelli dello studioso che ammette “eticamente” l’infibulazione delle bambine solo perché è in uso presso certe culture tribali, senza porsi una domanda sul valore dell’integrità e dell’intangibilità morale e psico-fisica di ogni essere umano.

Un altro punto di riferimento proposto da Boschini è il richiamo a Galileo, specie nella Lettera a Cristina di Lorena sull’uso della Bibbia nelle argomentazioni scientifiche, con la quale il grande pisano spiega che la Bibbia è utile, anzi indispensabile, per coltivare la dimensione religiosa dell’uomo e la sua propria fede, mentre la ricerca scientifica lo è per la conoscenza fisica e pratica del mondo e di tutte le cose, e a Denis Diderot (cf. Enciclopedia, Diderot – D’Alembert), come sistematore di una molteplicità del conoscere, senza che questa infici l’unitarietà del sapere e l’unità del mondo. Bibbia e ricerca non confliggono se le si lascia “agire” nei loro propri ambiti.

Possiamo condividere che la  realtà è composta da verità locali (cf. Zampieri), e che essa contiene la verità, pur avendo principi oscuri, ovvero princìpi dall’oscurità, con diversità radicali, codici linguistici vari e differenze interpretative. La realtà/ verità è dunque diversa da Facebook, o da ogni altro social, che sintetizza arbitrariamente tutto ciò che viene ivi caricato, mentre la vita vera si dipana tra il non-essere-ancora e il poter-essere di ogni esperienza.

Oso dire anche, alla luce del “multi” in sostituzione del “uni”, che una filosofia della conoscenza può essere oggi quella della fusione degli orizzonti (cf. H. G. Gadamer), della metafora infinita (cf. P. Ricoeur), o dell’interpretazione inesauribile (cf. L. Pareyson), atta a favorire una sorta di convergenza relazionale (Boschini) e intensificazione solidale (sintagma mio) tra tutte le persone, al fine di collegare e cor-relare di nuovo intelligenze e cuori attualmente sempre più separati e disgiunti. Abbiamo bisogno di un pensiero multi-versale, per recuperare solidarietà e comprensione, vincendo l’anomia dell’egoismo narcisistico che dilaga da qualche decennio. E c’è speranza, a parere mio.

E infine, caro lettore, che ne diresti se anche l’istituzione accademica che dai tempi del Medioevo occidentale siamo usi chiamare “università“, si denominasse -a maggiore ragione- “multi-versità“?

Il mercato del nulla… o quasi

Parafrasando me stesso e… Eugenio Montale, mi è venuto in mente questo titolo.

Qualcuno ricorda che anni fa scrissi un pezzo, poi pubblicato -se non ricordo male- nel volume La sapienza del koala, dal titolo assonante, cioè I professori del nulla, con il quale mi riferivo ironicamente a quegli intellettuali da strapazzo che avevano iniziato a imperversare nei talk show, criminologi, massmediologi, psico-neuro-socio-tele-esperti, matematici che fanno i teologi e teologi che fanno i tuttologhi o i tuttologi (cioè quelli che vogliono insegnarti la fisica quantistica e non conoscono nemmeno il teorema di Pitagora), che sono la stessa cosa ma fa figo distinguerli, e così via.

Invece la parafrasi montaliana è più seria. Il maggior poeta italiano del ‘900 scrisse un volumetto dal titolo identico a questo del post, Il mercato del nulla.

Trascrivo letteralmente dall’aureo volumetto pubblicato nei mesi scorsi dal Corriere della Sera per la serie Grandangolo su Eugenio Montale, curato da Massimo Natale:

Ne Il mercato del nulla, per esempio (dell’ottobre 1961) si denuncia la “quasi totale scomparsa della conversazione (probabilmente il solo divertimento dei nostri antenati)“, e il fatto che “lo scambio di idee sia diventato un genere particolare di spettacolo. Tre o quattro persone che sono ritenute qualificate, abilitate a esprimere idee, si radunano attorno a una tavola rotonda, e il pubblico, stupito e annoiato (o, aggiungerei io, comandato ad applaudire), assiste al loro colloquio.”

A distanza di quasi mezzo secolo siamo ancora qui, con il profluvio di talk show, uno più demente dell’altro, fatto di protagonisti sedicenti esperti e di un pubblico, che sembra figlio di quello descritto da Montale, allora.

La cifra stilistico-comunicativa dello spettacolo è costituita, in generale, da due elementi: il primo, è un costante “parlarsi sopra”, senza rispetto per interlocutori e ascoltatori, e del tempo necessario per un ascolto attivo, il secondo, un uso della lingua italiana che definire povero e banale è perfin generoso, poiché a volte è di uno squallore irritante, caratterizzato da un lessico stereotipato e ripetitivo, povero e banale, e da coniugazioni verbali approssimative, preludio di una volgare destrutturazione del periodo in unità paratattiche prevedibili e noiose. Con qualche eccezione onorevole, come nel caso di Enrico Mentana, se il gentil lettore me lo consente, e fors’anche di Nicola Porro.

Gli altri, a partire dall’immarcescibile untuoso Vespa,  passando per Floris, Bonolis e Fazio, l’ammiccante strapagato, e altri ancora di cui mi impegno a dimenticare i nomi, sono i mentori di un livello comunicazionale vicino alla dannosità morale, per approssimazione informativa e modalità espositiva.

Un altro ambito nel quale da decenni svolte un mercato dl nulla, o quasi, è quello della politica. Comunicazione e politica dunque, ovvero comunicazione della politica e politica della comunicazione. Non gli unici due ambiti dell’impoverimento antropologico attuale, ma tra i principali, fermo restando che il caput vitiorum di questa deriva è la crisi della riflessione, del pensiero raziocinante, della logica argomentativa, cui segue necessariamente (direbbe Spinoza) la crisi di ogni altra disciplina umana, a partire dal sapere etico.

C’è da essere, più che sconcertati, ché non è più il tempo dello sconcerto, oramai addirittura delusi, con solo uno spiraglio in fondo di speranza che crescano le generazioni giovanili a ripulire questa melma. Ma con un’avvertenza, che non si pensi al giovanilismo come a una panacea, a un rimedio erga omnes et erga universas res: infatti Di Maio ha trentuno anni e sembra un veciùt (vecchietto in lingua friulana), per abbigliamento, stereotipi e ripetitività verbosa.

Le prime linee della politica, fo per dir, cioè i personaggi più importanti dello scenario attuale, annoverano cinque o sei personaggi che vanno analizzati e comparati con i loro predecessori degli anni ’50/ ’60/ ’70/ primi ’80, anche se non possiamo trovare simmetrie perfette, a fronte di n cambiamento radicale delle denominazioni e dei contenitori partitici, poiché i partiti di trent’anni fa non esistono più. Quelli di oggi ne escono a pezzi. Proviamo: Renzi vs Berlinguer, Moro e Craxi. Voi direte che non vale. Un pivello contro tre pesi massimi delle tre tradizioni popolari italiane, quella comunista, quella cattolica e quella socialista. Ma il Partito democratico in parte è erede di tutte e tre e il segretario ne porta oneri e onori, si fa per dire. Se Berlinguer era un francescano laico, Moro uno studioso paziente e buono, mentre Craxi la quintessenza del criterio politico anche nella sua versione cinica. E Renzi?

Salvini va confrontato con il fondatore della Lega Bossi e non fa una gran figura: grezzi e popolani tutti e due, ma il giovane ha un ghigno inquietante, ma sarà colpa della muscolatura facciale.

La Meloni con Almirante, e qui non serve dire di più, che Almirante, fascistissimo, era di ben altra tempra culturale e politica.

Berlusconi andrebbe paragonato a Malagodi, me della forza politica di questi rappresenta ben di più, poiché Forza Italia, nelle sue varie versioni, è molto più grande del vecchio Partito Liberale, ma molto più piccola sotto il profilo culturale e politico: infatti dovremmo salvare forse solo Martino e Frattini di quella linea classica. Berlusconi è comunque un unicum, un fainomenon di questi ultimi decenni, quando la politica si è fatta commissariare da giudici e uomini d’affari, soprattutto in Italia. Ecco, se vogliamo, con l’eccezione di Violante, anche la prova dei giudici in politica è stata ai limiti dell’indecenza culturale, Di Pietro e Ingroia mentori, con il loro codazzo di laudatores à la Travaglio.

Oppure, continuando in questo gioco leggero, possiamo paragonare Di Battista a Claudio Martelli, che ne dite? Ci sta?

Nel titolo c’è l’attenuazione del “quasi”, e pertanto si può anche citare qualche figura decente, di questi tempi, variamente sparsa a destra, centro e sinistra oppure in ciò che ne rimane declinata in questi tempi. Nella Lega Roberto Maroni e Zaia?

E a sinistra? Veltroni sì, ma non D’Alema, e Bersani, purtroppo perché mi è simpatico, sta declinando rancoroso. Grillo non merita comparazioni, se non con il Pappagone di Peppino De Filippo. E questo ha inventato un movimento-partito che accontenta un votante italiano su quattro. Si dice sempre male dei governanti, ma chi li manda lì, chi elegge i sindaci? Gli elettori. E pertanto, si deve ammetter che ogni comune e ogni nazione ha il sindaco e il governo che si merita. O no?  Della signora Boldrini non voglio dir nulla, ché si arrangia da sola a restare nella storia come figura di sbieco, capitata lì.

L’amarezza, lo sconcerto, il disincanto forse oggi la fanno da padroni, ma ancora di più la pigrizia mentale, le generalizzazioni, l’accontentarsi della prima e della seconda pagina del web, la dismissione della lettura di libri, l’informazione di parte, dove ognuno (o i più) cercano solo conferme ai propri pre-giudizi. Oh, san Tommaso d’Aquino, spiega tu che i pre-giudizi sono giudizi incompleti, e che nessuno si può fare un’idea leggendo solo stampa e prese di posizione della propria squadra del cuore, ma deve allargare lo sguardo, altrimenti rischia di trovarsi l’analfabeta Di Maio capo del governo.

Se poi passiamo ai sindacati, compariamo Barbagallo della Uil a Enzo Mattina, a Silvano Veronese, a Benvenuto, oppure anche a Renato Pilutti, posso dirlo? Vogliamo paragonare la signora Camusso a Giuseppe Di Vittorio, a Vittorio Foa e a Bruno Trentin o Luciano Lama, e la Furlan a Pierre Carniti?

Declino. Dove sono i prodromi della speranza, caro lettore? A mio parere nella lettura seria e continua di testi vari e affidabili, nella cultura, nella paziente opera di crescita spirituale, intellettuale e morale di ciascuno: solo così possiamo nutrire la speranza di una crescita nuova. Io ho fiducia.

Un altro anno è andato

Nella conta degli anni il 2017 si sta per collocare in archivio. Un anno potente, crudele, da non rimpiangere. Per me. E anche, lo so, per molti.

C’è da essere sconfortati come sono di solito gli opinionisti che vanno per la maggiore nei quotidiani, cotidie scriventi e scrivono e non han molte altre virtù (da libera eco carducciana). E invece no.

Nonostante Trump e il suo essere più che presidente degli americani, tycoon di se stesso, falso e autentico nel contempo mentre il parrucchino e i denti gli si rinnovano a seconda della bisogna. Eppur è stato votato da metà votanti, quantomeno, e anche Michele Serra si è accorto, più gramscianamente che marxianamente, che i governati non son meglio dei governanti. L’uomo non si emenda per decreto, vivaddio! E’ una bella conquista, convincersi che l’homo novus è quello che siamo ogni giorno, pazientemente più vecchi e saggi, quando ce ne rendiamo conto, però, di essere ogni giorno più vecchi e saggi. Peccato che molta parte della sinistra politica, quella spesso maggioritaria qui da noi, abbia sempre pensato che il sol dell’avvenire appartenesse, non tanto alla pazienza delle riforme democratiche e sociali, ma a una palingenesi antropologica, lasciando alla destra -ovviamente- il culto dell’individuale arroganza, ma senza apprezzare molto, se non recentissimamente, l’irriducibile differenza di ogni soggetto da qualsiasi altro, dico, soggetto umano. Collettivismo senz’anima individuale. Non lasciamo alle destre l’apprezzamento della persona-individuo e la nozione di patria e di matria, perdio!

Le guerre sono lì, numerose, varie,  tutte crudeli, quasi innumerabili, non dichiarate, gli ambasciatori sono livree che non servono, sono mestieri imbalsamati per ruoli oramai finiti. Epperò servirebbero le ambascerie, eccome, se si capisse che non è questione di tecnica comunicativa, ma di buone relazioni, di sincera voglia di conoscere quell’altro lì, quello là, che di solito non capisco, e che talora aborro o addirittura -inspiegabilmente- odio.

Siamo in sette miliardi abbondanti sul bel pianeta  ancor pieno d’acque, e saremo –secundo el parer de li studiosi– dieci o undici tra mezzo secolo. Un chilo di carne di manzo richiede decine di ettolitri d’acqua per essere prodotto, forse che (nonne più congiuntivo) non sarebbe meglio utilizzare meglio la qualità nutrizionale dei cibi, piuttosto che la standardizzazione? E’ chiaro che lo standard riduce i costi… ma a breve, ché nel medio-lungo farà danni intuibili anche all’inclito. Cioè a me e a te, caro lettor, che pensavi fossi scomparso dall’etere. E come vedi stavo solo riposando un po’.

Pare che il terrorismo sia una dimensione endemica della storia umana. Accanto ai fatti di cronaca, noti a tutti, emergono ricordi di varia natura, come la cattura in Portogallo di uno dei responsabili della strage di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974. Ovvero, di Norbert Feher, alias Igor il Russo, dopo nove mesi di latitanza e una scia di sei o sette morti, che viene catturato in Spagna. Serial killer criminale comune determinato freddo spietato e terrorista perché terrorizza?

La salma di Vittorio Emanuele III torna in Italia da Alessandria d’Egitto su un volo di Stato, è ragionevole o no? Non condivido perché il giudizio storico sul re-soldato non può non essere severo, non foss’altro, ed è moltissimo, che per la firma delle Leggi razziali del ’38 e per la vigliacca fuga a Brindisi dopo l’8 settembre ’43. Va bene che riposi a Vicoforte accanto ad Elena, ma sarebbe stato meglio fosse tornato con mezzi diversi e privati.

La salute è il bene primo della vita, lo sentiamo dir fin dall’infanzia e quando questa vacilla temiamo, barcolliamo, teniam paura e chiamiam la mamma. Scherzo, ma non troppo, caro viandante della rete che indugi sul mio scritto. E dunque abbiamo da tenerla da conto, se pur sappiamo che non tutto, anzi forse un po’ poco, dipende da le nostre voluntadi. Ma basta che queste sien poste verso la cura positiva del corpo e dell’anima nostra, con passion e umilitade, e anche con la disposizione d’animo della preghiera all’Onnipotente Iddio che tutto vede e sa e contempla dal suo sguardo sine limite ullo.

Ambiente: vedere un orso polare che si accascia morente di fame è scena quasi inguardabile. Che cosa stiamo facendo alla Terra? Ce la faremo a capire, o almeno a comprendere che noi stessi siamo gli autori del nostro proprio destino terracqueo, almeno (o di più, perfino) come per quanto riguarda la nostra salute individuale?

Un altro fatto da mettere qui, non perché sia bello, ma perché ha una sua densità politica: il neo costituito governo -si diceva un tempo- clerico-fascista (ma è una dizione forse ingenerosa per il giovanissimo cancelliere democristiano Kurz) intende concedere la cittadinanza austriaca ai cittadini italiani tedescofoni  dell’Alto Adige o Sud Tirolo, che dire si voglia. Mi sembra faccia il paio con altre tendenze, non patriottiche, ma nazionaliste e patriottarde, ultimamente apparse in Polonia e in Ungheria, come se gli ex satelliti dell’URSS volessero affrancarsi dal passato stalinista diventando razzisti e fascistoidi. Bruttino, anzi brutto. In Italia non mancano i mentori di questa tendenza che spero venga sconfitta.

Leggo dopo anni di nuovo un libro bellissimo, Narratori delle pianure, edito da Feltrinelli nel 1985, autore Gianni Celati, che insegna lingua e letteratura anglo-americana all’Università di Bologna e quella italiana in Inghilterra, se non sbaglio. Che cosa c’entra il libro con questo piccolo riepilogo sull’anno che se ne sta andando? C’entra perché racconta, narra di cose piccole che avvengono o sono avvenute lungo il corso del nostro gran fiume Po, che è grande per noi italiani, ma è ben piccolo se comparato ai grandi alvei dei fiumi asiatici, africani, americani. Io che ho visto il Paranà a Rosario d’Argentina e il Dniepr nell’omonima città ucraina, lo posso ben dire.

Celati narra storie piccine, ma non per questo insignificanti, cosicché mi ha suggerito l’idea di imitarlo, per zittire il frastuono talora orrendo della cronaca. Partire a primavera, dedicandovi una settimana, in treno, lungo l’asta del Po, magari un poco più su, dal Cavallino o da Chioggia in laguna, in treno, con uno di quei treni locali che si fermano ovunque c’è una stazione. Un poco senza mete precise. E scendere, che so, alla stazione per Porto Tolle, alla foce, e poi a Porto Garibaldi, evitando Ravenna. Risalire fino a Adria e pernottare, per arrivare il giorno dopo a Polesella. E poi Ostiglia e Mantova. Qui sì fare una sosta per l’Alberti e Andrea Mantegna. E poi Mirandola, Viadana e Casalmaggiore. Un po’ in treno e un po’ con il bus. Pernottare quando vien pomeriggio e si deve decidere. E cenare in trattoria, cercando quelle che hanno le tovaglie e quadrettoni rossi e il vino sfuso, rosso però, Sangiovese penso, stante la zona.

Per finire nella Bassa milanese, ma senza toccar la metropoli, ché sarò a caccia di silenzi e di discorsi fatti sottovoce nei vicoli e fuori delle osterie, sotto i portici antichi delle cittadine di pianura.

Un libro che raccomando al mio gentil lettore.

Per lasciar perdere le “cose grandi”, i grandi problemi del mondo, della società e della politica, non perché non mi interessino più, ma per respirare di nuovo aria pura, l’aria pulita delle cose semplici, quelle che mi hanno visto crescere al paese strano “delle acque”, a Rivignano. I cortili, i richiami attutiti dalla distanza, il parlato a volte urlato e talaltra quasi un bisbiglio, onomatopea della riservatezza dei semplici, come mia madre, che parlava forte solo perché abituata da ragazzina ai rumori della filanda di Palmanova, dove l’avevano impiegata a tredici anni, prima di andare a servizio a Torino, nella casa avita del colonnello Torquato Vanzi, da Poggibonsi, ufficiale di cavalleria del regio Esercito Italiano in pensione.

Dormire in qualche locanda lungo il Po, e svegliarsi senza fretta per prendere il prossimo treno o bus verso occidente, prima di tornare a oriente, dove sorge il sole, dove c’è il sapore della nascita e di tutta la mia vita.

Gerusalemme! Gerusalemme!

Caro lettore,

il titolo è quello di un libro di Collins e Lapierre, ma l’intendimento mio è quello di parlare di questa città, ora che Trump l’ha sbattuta sulle prime pagine di tutto il mondo, e la sua decisione sta già provocando feriti e morti, la sua decisione, come atto concreto, ma insieme con la Storia, la grande Storia di questa città, di questa parte di mondo che si chiama per noi Vicino Oriente e Storia del mondo. Ed è anche un pezzo della storia recente dei presidenti americani: basta cercare sul web le dichiarazioni di Bill Clinton, di George W. Bush e di Barack Obama in tema, tutti e tre decisissimi a proclamare Gerusalemme capitale di Israele!

Gerusalemme (in ebraico: יְרוּשָׁלַיִם‎, Yerushalayim, Yerushalaim e/o Yerushalaym; in arabo: القُدس‎, al-Quds, “la (città) santa”, sempre in arabo: أُورْشَلِيم‎, Ūrshalīm, in greco Ιεροσόλυμα, Ierosólyma, in latino Hierosolyma o Ierusalem, per antonomasia è definita “La Città Eterna“), capitale giudaica (del Regno di Giuda) tra il X e il VI secolo a. C., è la capitale contesa di Israele e città santa per l’Ebraismo, per il Cristianesimo e per l’Islam. E’ situata sull’altopiano che separa la costa orientale del Mar Mediterraneo dal Mar Morto, a est di Tel Aviv, a sud di Ramallah, a ovest di Gerico e a nord di Betlemme.

Il luogo è citato in testi antichissimi fin dal II millennio a. C., ma il primo dato storicamente plausibile è la sua occupazione da parte della tribù Amorrita dei Gebusei e la successiva più solida conquista da parte del re Davide attorno all’anno 1000 a. C. I più importanti momenti successivi per la città si possono riferire al regno di Salomone. Il gran re fece costruire il Tempio, segno e simbolo di Israele per mezzo millennio, fino alla sua distruzione perpetrata nel 587 da Nabucodonosor, che deportò in Babilonia i maggiorenti ebrei. Un’altra data fondamentale è il 538, quando il re dei Persiani Ciro il Grande (e fu grande veramente), con un Editto liberò gli Ebrei che tornarono in patria e riedificarono il tempio e le mura della loro capitale. Nel 331 Gerusalemme fu conquistata da Alessandro Magno, come tutte le città e i regni fino al fiume Indo, ma la conquista fu precaria, poiché passò di mano ad altre dinastie egizie e siriache come i Tolomei e i Seleucidi, fino alla guerra di liberazione che, nel II secolo portò al potere la dinastia degli Asmonei, mentori i bellicosi fratelli Maccabei.

Finché il generale e triumviro romano Gneo Pompeo la conquistò (63 a. C.). Il secolo successivo vede le vicende della nascita vita e morte di Gesù di Nazaret tra i regni dei due Erode, il primo detto il Grande, e il secondo detto Antipa. Tito, nel 70 e Adriano nel 132 d. C. soffocarono due tremende ribellioni popolari nel sangue, marcando il sigillo dell’Impero romano sulla Città, che fu distrutta di nuovo.

L’imperatore Costantino ridette vita cristiana alla città che resistette a vari tentativi di conquista, come quello di del re sasanide persiano Cosroe, poi sconfitto dall’imperatore bizantino Eraclio I, fino a quando arrivò l’Islam nel VII secolo, prima con i califfi Omayyadi di Damasco (638) e poi con gli Abbasidi di Bagdad. Nei tre secoli successivi si affacciarono altri conquistatori, come i Turchi Selgiuchidi di Malik Shah I. Furono infine i Fatimidi d’Egitto a impadronirsi di Gerusalemme, fino al 1099, quando la Prima Crociata li scacciò a un prezzo inenarrabile di sanguinose stragi.

Alterne vicende e varie crociate non impedirono la riconquista musulmana della città, soprattutto a partire dalle imprese di Salah-el-Din. Dal XVI, dal regno del sultano Solimano il Magnifico,  e fino al 1917 Gerusalemme fu sottoposta al dominio turco-ottomano della Sublime Porta di Costantinopoli. E siamo ai nostri giorni, al Protettorato britannico del generale Allenby (1917), alla proclamazione dell’internazionalizzazione di Gerusalemme, sotto il controllo dell’ONU per favorire la convivenza di cristiani, musulmani ed ebrei, con il Trattato sulla Partizione del territorio tra Israele e popolazione palestinese. Sappiamo comunque che ciò non bastò alla pacificazione dell’area. Tutt’altro.

Il resto è storia dell’ultimo mezzo secolo, dalla Guerra dei Sei Giorni (1967) alle “Intifade”, o giorni della collera, come quello in corso.

Eccoci al dunque, alla dimensione politica della decisione trumpiana.

Su questo vi sono posizioni diverse, variamente declinate. E’ evidente e più che ovvia la reazione forte del mondo arabo-musulmano, ma anche della “grande Turchia” di Erdogan e dell’Iran sciita. Più tiepida la reazione sunnita dei sauditi e dell’Egitto, perché le contraddizioni insite nel mondo musulmano dettano comportamenti e prese di posizioni a volte difficilmente comprensibili a noi occidentali. L’Europa ha reagito contrariata dalla decisione di Trump, soprattutto con l’attivissimo presidente francese Macron.

Se si dovesse dividere in due categorie le reazioni alla decisione del Presidente USA, si potrebbe dire che i politically correct non hanno condiviso, mentre gli altri, o sono rimasti in silenzio o hanno condiviso. Destra e sinistra si sono espresse -più o meno- come ci si può aspettare classicamente dai due schieramenti: a favore di Trump la destra, contro la sinistra. Papa Francesco ha invitato alla prudenza, saggiamente.

Ma la contraddizione in seno al popolo della sinistra sussiste: come la mettiamo con le dichiarazioni, oramai storiche, di Clinton e di Obama?

E con la Storia di cui sopra, come la mettiamo? Gerusalemme è la capitale di Davide, Goffredo di Buglione, di Saladino, di Solimano, di Allenby o di Ben Gurion e di Golda Meir? E’ la capitale di Arafat o di Rabin? Di Abu Mazen o di Netanyahu? Se dovessi esprimermi su questi due ultimi personaggi terrei per Abu Mazen, ma solo perché non sopporto Netanyahu. Ma così non funziona.

Non so quello che potrà succedere nei prossimi giorni, settimane, mesi, ma so che qualcosa doveva succedere di fronte allo stallo che caratterizza una trattativa trentennale. Che i due popoli, le due nazioni debbano convivere su un territorio così esiguo è fuori di dubbio e che ciò sia molto difficile altrettanto. Ma non c’è alternativa.

Come fare? Non esistono ricette e soluzioni facili, ma solo la ricerca paziente di un accordo che riconosca il diritto a Israele di esistere e prosperare, così come il diritto ad avere uno stato alla nazione palestinese, con i corollari fondamentali del territorio, della disponibilità di acqua, energia, di un’economia capace di creare lavoro e reddito diffuso. La miseria è sempre fomite di disastri, così come l’indisponibilità al dialogo, l’incapacità di ascolto, il razzismo.

Vedo che comunque ancora manca la pazienza della riflessione razionale, dell’argomentazione logica, lasciando così lo spazio all’ideologismo più vieto. La divisione non dovrebbe essere tra chi “tiene per” Trump e chi lo avversa, ma tra chi ragiona con l’intelletto disponibile e chi preferisce, spesso per pigrizia o per ignoranza, essere contro comunque, a prescindere, e a favore  di qualcosa d’altro, comunque, a prescindere.

Personalmente ritengo che la decisione americana su Gerusalemme sia stata sbagliata, soprattutto perché inquinata da esigenze di politica interna USA, e da intenti legati a battaglie politiche che poco hanno a che fare con i diritti dei popoli israeliano e palestinese, non perché errata in assoluto.

Gerusalemme è storicamente la capitale di Israele, ma, se alziamo lo sguardo oltre la contingenza, e anche oltre la Storia, è anche la capitale del popolo palestinese, e, di più ancora, è la capitale spirituale di tutto il mondo, al pari di Roma, di Atene, di Istanbul, di Benares, su questo piccolo meraviglioso Pianeta.

La bandiera della Regia-Imperial Marina (Reichskriegsflagge) del Secondo Reich e altre facezie o stupidità sul web

…è quella esposta in una caserma dell’Arma in quel di Firenze, caro compagno Fratoianni, nulla di nazista, ma molto di prussiano, compresa l’aquila arrogante e certamente aggressiva del logo-marchio teutonico, anzi, teutonicissimo. Almeno informati, se non vuoi formarti con elementi fondamentali di Storia dell’Europa contemporanea. Un’aquila gradita a quel mondo, certamente militarista, che ha caratterizzato molta storia di quella grande nazione europea, dove l’aristocrazia junker aveva molto peso, ma anche dove, sia pure soprattutto per contrastare il socialismo nascente, ma non solo, il gran Cancelliere Ottone di Bismarck costruiva il primo sistema pensionistico europeo sul finire degli anni ’80 del XIX secolo. Ecco una fake new della più bell’acqua!

La bandiera di guerra tedesca come quella appesa in caserma era di uso comune nella prima guerra mondiale: aveva i colori nazionali della Prussia in bianco e nero, l’aquila prussiana, la croce nordica, con il tricolore rosso bianco-nero imperiale tedesco nel cantone superiore con una croce di ferro. E’ il vessillo di guerra del Secondo Reich, precedente rispetto al nazismo ma molto usato dai militanti dell’estrema destra.” (dal web)

Ma ciò non significa nazismo, né fascismo, bensì ignoranza crassa, da parte -probabilmente- del giovane carabiniere della caserma Baldissera, e pure dell’onorevole Fratoianni, meno escusabile del militare, o no?

Forse bisognerebbe chiamare l’uno e l’altro a un corso accelerato di storia contemporanea, per spiegare loro chi sia stato il colonnello von Stauffenberg, junker prussiano, che nell’estate del ’44 attentò alla vita di Hitler, non riuscendo per una serie di circostanze, nel suo intento. E anche di tutti i contrasti che spesso divisero le visioni del Führer da quelle degli alti gradi militari della Wermacht.

Non sto qui a difendere l’esercito tedesco che fu responsabile di efferatezze inenarrabili durante il Secondo conflitto mondiale, ma semplicemente a dire che è bene informarsi prima di parlare a vanvera.

E’ evidente che va indagata la ragione per cui il giovane carabiniere si è sentito di esporre quel vessillo, visto che da tempo la sua simbologia è stata assunta come segno di appartenenza a movimenti di destra estrema, e che ciò non è consentito, in nessun caso, a un militare dedito alla tutela dell’ordine pubblico democratico dell’Italia. Ignoranza, superficialità, vittima della disinformazione telematica? Di tutto questo un po’?

Oggi peraltro si parla non tanto di verità che rispecchi la realtà dei fatti, ma di post-verità, che non importa la rispecchi, ma basta la adombri, sia veri-simile, altro che disquisizioni filosofiche sul vero e sul falso!

Un’altra facezia o, meglio dire, stupidità pericolosa: la foto di Salvini imbavagliato con la scritta BR sullo sfondo, manifestazione di idiozia allo stato puro, opera di minus habens da censurare e da proporre per una rieducazione quasi “alla cinese”. Scherzo, ma di fronte a certe azioni viene proprio da dirlo.

Continuiamo. Si legge ogni giorno le nuove del dittatorucolo nordcoreano, ma quanto di ciò che si legge corrisponde a verità e quanto è dovuto alla sbrigliata fantasia dei titolisti-cronisti del web? Altro: siamo sicuri che gli israeliani hanno bombardato un sito militare iraniano in Siria sabato scorso, o è un filmato vecchio o contraffatto?

In realtà, visto che nessuno può verificare del tutto ogni fonte di notizia, anche quando appare evidentemente implausibile, l’unico rimedio è l’informazione, l’acculturazione, la conoscenza, la cultura, in definitiva. E questo va detto e ripetuto, specialmente ai giovani che possono essere le vittime sacrificali di questo mostro a enne teste che è l’informazione disinformante e deformata.

E infine, per me fake news sono tutte le stupidaggini, imprecisioni, banalizzazioni, stereotipie, approssimazioni, sciatterie espressive che contraddistinguono la stragrande maggioranza dei discorsi soprattutto dei politici che si sentono e si leggono. E’ desolante il quadro che si presenta quasi ogniqualvolta un politico, di qualsiasi schieramento sia, prende la parola su qualcosa: le affermazioni sono sempre apodittiche, le riflessioni spesso senza capo né coda, la logica zoppicante, un’incapacità radicale di apprezzare le proposte altrui, come se questo fossero, proprio perché altrui, naturalmente sbagliate o insensate. E mi prende una noia desolante o una desolazione noiosa. Dai 5S al PD, dai Fratelli d’Italia alla Lega a Forza Italia, fino ai piccoli agglomerati più o meno raccogliticci che vagolano in cerca di consenso, non vi è, se non rarissimamente, uno spunto, un’idea, una proposta intelligente od originale.

Cultura personale da migliorare ed Etica della comunicazione da applicare dovrebbero essere progetti di vita obbligatori per ognuno e per tutti.

Tra operatività e strategia

Il mio amico Gianluca, che dirige una grande azienda friulana, mi ha offerto un’interessante endiadi o sintagma di economia pratica: il rapporto tra l’operatività gestionale quotidiana di un’azienda e la strategia di sviluppo che la proprietà può avere in mente per il futuro. Si tratta di due dimensioni che si conciliano in un circolo virtuoso solo se si riesce, comunque, a tenerle anche rigorosamente separate, sia nella “testa” dei gruppi dirigenti, sia nella prassi dell’agire concreto.

L’operatività quotidiana è necessaria per la vita dell’azienda, ovvero di ogni struttura organizzata. Si tratta di governare processi e flussi lavorativi, decisionali, progettuali che hanno una scansione giornaliera, settimanale, mensile o pluri-mensile, secondo un normale diagramma di Gantt/ PERT, i cui protagonisti sono dirigenti, quadri, impiegati e operai a tutti i livelli, ciascuno nel suo ruolo. La figura più adatta a governare l’operatività è senz’altro quella del direttore generale (general manager).

La strategia, invece, appartiene al pensiero creativo di chi ha la vision, cioè la proprietà, che può immaginare il futuro come progetto, come percorso anche pluriennale, su cui investire energie, risorse economiche e soprattutto lavorare per la crescita del fattore decisivo in ogni organizzazione, il patrimonio umano. Ecco: siamo di nuovo a questo concetto. Il fattore umano, nella sua espressione virtuosa e anche nelle sue difettosità, resta e si conferma come il più importante dei fattori coinvolti in un’attività economica organizzata, come può essere un’azienda odierna. Questo principio generalissimo vale anche per qualsiasi altra struttura umana organizzata, oserei dire, in ogni situazione.

Parlavo in questi giorni con il direttore dell’Istituto superiore di scienze religiose della mia diocesi, e ricordavo come una ventina di anni fa fui coinvolto dall’allora direttore della Caritas, il mio carissimo amico don Angelo, per ripensarne il modello organizzativo. Lui si rendeva perfettamente conto che occorreva dare alla struttura di quel fondamentale “centro pastorale” della chiesa locale una organizzazione più razionale, dove si distinguesse in maniera rigorosa l’operatività quotidiana del soccorso alle persone, dalla progettualità più impegnativa che concerneva anche una pedagogia della carità, atta a far crescere spiritualmente le persone stesse.

E dunque si lavorò insieme con molti, presbiteri e laici a ripensare quella organizzazione, riuscendo a conciliare, mi parve egregiamente, lo spirito della Caritas, con la sua efficienza, fattore non secondario anche ad una lettura evangelica della carità non ferma alla catechesi dottrinale, ma profondamente innervata e incarnata nella vita concreta di donne e di uomini e della società tutta.

Mi sono poi accorto che l’analisi di Gianluca, da cui sono partito, corrispondeva, quasi sovrapponendosi ad essa, alla visione antropologica che io ho chiamato anche in questa sede, più volte, come prospettiva dei “due sguardi”, cioè lo sguardo sul qui-e-ora e lo sguardo di breve-medio, che consentono di separare i due modi e momenti, anche psicologicamente: l’impegno mentale, progettuale, programmatico e pianificatorio, rendendoli opportunamente e diversamente efficaci.

Vi è una virtù sopra tutte che aiuta a realizzare questo doppio binario operativo, forse due, l’umiltà in primis, e secondariamente la pazienza: due virtù tipiche della tradizione benedettina, che nel mondo occidentale per prima applicò criteri antropologici all’organizzazione ecclesiale dei monasteri. Ancora oggi la Santa Regola del Patrono d’Europa può costituire ispirazione feconda per chi dirige aziende o enti che fanno conto del lavoro di molte persone, ciascuna nel suo ruolo e nella sua mansione, ciascuna con la sua propria responsabilità e ognuno con una responsabilità verso tutti.

I due sguardi, ovvero la visione operativa e quella strategica sono la linea guida di ogni intelligente modello organizzativo che fa conto della condivisione di un progetto, e insieme di ogni differenza intellettuale e professionale, ricchezza inesauribile e integrabile in una struttura che vive e cresce armonicamente per conseguire un bene comune.

Non occorre essere un whistleblower per dire la verità…

anche se a  volte fa male, e può anche provocare disguidi o danni a chi la dice. Perfino la perdita del posto di lavoro, come è capitato a un gentiluomo nelle settimane scorse che denunziò le Ferrovie Nord per qualche malversazione interna a quell’azienda. Ora il legislatore ha promulgato una legge che sembra possa tutelare la persona onesta, che magari ha sgamato un imbroglione proprio sul posto di lavoro. Si tratta di morale naturale, direi, praticata con semplicità da chiunque, se provvisto/ a di principi etici, specie se introiettati da giovane, anzi da giovanissimo/ a.

La legge di cui si parla dovrebbe garantire anonimato e tutele per chi rivela atti e fatti scorretti o in violazione di norme e leggi. Esistono molte leggi, in America e anche qui da noi per proteggere i testimoni. In Italia, com’è ovvio, esiste il Codice Civile e quello Penale, e un corpus iuris di tutto rispetto, abbiamo la “legge Severino” dal 2012 per contrastare la corruzione, dal 2001 è in vigore il Decreto legislativo 231, quello dei Codici etici, di cui mi interesso da quasi un decennio, studiandolo e praticandolo in concreto come presidente di alcuni Organismi di vigilanza aziendali. Anch’io dunque sono stato e sono destinatario di segnalazioni e denunce, che tengo ben riservate nell’ambito del mio ufficio di presidenza. E agisco indagando o facendo miratamente indagare fino ad avere una ragionevole certezza di verità e poter così fornire indicazioni alle direzioni aziendali di riferimento.

Ma, vien da dire, l’uomo contemporaneo, a quasi quattromila anni dal Codice caldeo di re Hammurabi, a duemila e trecento dal primo corpus latino delle XII Tavole, e a millecinquecento dall’emanazione del Corpus iuris civilis  dell’imperatore Giustiniano, ha ancora bisogno di norme, di tutele, di regole scritte per potersi permettere di dire la verità di fatto, al fine di ottenere anche una verità di diritto, o processuale, se serve. Ecco: la verità di fatto è sempre e ancora, o può esserlo, diversa dalla verità di diritto, perché resta plausibile la condanna di un innocente, anche a morte dove vige questa orrenda pena, oppure l’assoluzione di un colpevole. L’imperfezione umana.

Che sia però necessario tutelare chi svela ipotesi serie di verità è quantomeno singolare. Testimoni della verità variamente declinati: trovo sul web Julian Assange accanto a Giacomo Matteotti, Serpico e Edward Snowden, e tanti altri che più o meno coraggiosamente hanno svelato atti e misfatti. C’è una certa differenza tra Assange e Matteotti, caro il mio lettore? Penso di sì.

E dunque  che dire? Che l’uomo creatura imperfetta, parente autoconsapevole dentro il regno animale, può fare e disfare la verità, come gli pare, essendo la verità una declinazione particolare della realtà, con la quale non coincide sempre, ovvero sì, ma non nella consapevolezza condivisa. La verità è realtà che si fa certezza per evidenza o per comunicazione di notizia attendibile. Questo è il punto: l’evidenza è al di sopra di ogni sospetto, è la prova provata, è l’habeas corpus sempre richiesto nei processi, ma la comunicazione di notizia non lo è, sempre e comunque, perché vi può essere la falsa testimonianza, e uno dei Dieci Comandamenti sinaitici (Esodo 20, 16), l’ottavo, la proibisce severamente, così come il Codice penale italiano tuttora in vigore dal 1930.

Si può pensare all’essere umano come a un essere completamente sincero? O, comunque, dire sempre la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, formula da tutti conosciuta delle testimonianza processuali, è opportuno, giusto, saggio? Sapete che sarei per dire, no. A volte non è il caso in un determinata situazione, a volte non è opportuno per il momento dato, a volte detta lì per lì potrebbe fare danni peggiori che a tacerla… insomma la verità può fare anche molto male, ma resta insopprimibile, soprattutto da un punto di vista morale. Infatti non vi può essere un’etica della menzogna, se non come paradosso  teorico.

Oggi abbiamo bisogno di una legge sul whistleblowing, e va bene, ma forse è il caso di insistere sull’educazione a una moralità di comportamenti sempre più solidale, attenta all’altro, educativa, umana, senza illuderci di raggiungere la perfezione, che non è di questo mondo, ma lavorando per avvicinarci ad essa secondo i limiti umani. Sarebbe abbastanza per cominciare a sorridere, anche perché pare che nello slang popolare whistleblower abbia un significato quantomeno spiritoso.

La qualità dei politici, anche dei giovani-nati-vecchi, è l’attuale miseria della politica?

Ricordo che ventotto anni fa partecipavo per la Uil nazionale a riunioni e seminari per la riforma dell’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori  Legge 300/70 (ancora al tempo!), e uno come Bertinotti, che era in Cgil segretario confederale, in qualche modo, magari obtorto collo,  condivideva che non potesse essere ragionevolmente esteso anche alle piccole e piccolissime imprese come “tutela reale” del posto di lavoro, e che quindi come sindacati si dovesse aderire alla formula “risarcitoria” poi regolamentata dalla Legge 108. Dieci anni dopo circa, lo troviamo sul fronte opposto, come segretario del Partito della Rifondazione Comunista a proporre un referendum, andato poi nullo, analogo a quello che proponeva Democrazia Proletaria nel 1989. Coerenza dei fantasiosi o coglionaggine dei presuntuosi elegantoni dalla evve arrotata?

Idem Bersani, le cui ultime uscite mi fanno desiderare sempre meno di mangiare una pizza con lui. Ricordiamo tutti le lenzuolate (suo pittoresco copyright emiliano) di riforme liberali che propose come ministro dell’industria del governo Prodi. Oggi sostiene che sull’art. 18, che sarebbe per lui da ripristinare in toto, vive o muore una possibile alleanza elettorale con il PD. Ma questo è lo stesso signore di cui prima? O è un altro? Ma queste nuove posizioni, diciamo con un po’ di ironia, “rivoluzionarie” sono solo in odium Rentianum? Se sì, e temo che lo sia, che squallore!

Avrei anche altri esempi più regionali, miei, citando vecchi compagni riformisti, ora tornati rivoluzionari per lo stesso sentiment bersaniano o antirenziano, che è lo stesso, ma risparmio ai gentili lettori la noia.

Se volessi citare il non mai sopito presuntuoso e sussiegoso (nei toni) D’Alema, ne avrei  da scrivere, ma lascio perdere.

Ho scritto qui, e non poche volte, che a me Renzi non piace: non mi piace il suo viso, i suoi atteggiamenti posturali da praima dona (in inglese), il suo inglese stropicciato, la sua sbrigatività argomentativa, la sua ironia spesso fuori luogo, ingenua e controproducente, come quando prende per il sedere i “cespugli” alla sua sinistra, che sarebbero ventinove, ma lui di questi cespugli avrebbe bisogno come dell’acqua da bere nel deserto per poter sperare qualcosa alle prossime politiche. Invece fa il “maggioritario” senza averne plausibili certezze, le sue circonlocuzioni falsamente argute, ecco. Così come aborro il ghigno di Salvini, i suoi toni, le sue smargiassate, o la confusione mentale di Grillo.

Questi personaggi, compreso il fin troppo laudato Professore Prodi, assai flemmatico e annoiante per eloquio e toni, sono dei nani rispetto al personale politico dei decenni tra i ’60 e gli ’80: persone come Moro, Nenni, Saragat, Berlinguer, Craxi, Terracini, lo stesso Ugo La Malfa erano di ben altra tempra politica e culturale. Se poi torniamo indietro di altri due decenni troviamo De Gasperi e Togliatti, dei giganti della politica, e prima ancora Turati etc.. Ora è una devastazione di mediocritas, per nulla aurea, ma miserevole. Pensate, siamo costretti a sentite le intemerate di un Di Battista, e chi è?, di un Rosato, dall’altra parte del tavolo, di un Alfano, oh Dio! Ne avrei da citare centinaia di meno noti e altrettanto inutili, o perfin dannosi.

Ma a me interessa l’Italia e gli Italiani, cittadini di tutti tipi, donne, uomini, vecchi, bambini, sani, operai e impiegati, dirigenti e imprenditori, liberi professionisti e attori teatrali, malati, disoccupati, militari, preti, ignoranti e culti, tutti, tuttissimi.

E quindi la politica e i politici dovrebbero avere lo stesso mio interesse prospettico, ma non perché ce l’ho io, ma perché è ragionevole, razionale, logico, eticamente e politicamente fondato.

E invece no: la politica e i politici sanno quasi solo fare calcoli meschini di bottega elettoralistica, dove comincia a spiccare per saggezza ottantunenne Berlusconi che non voterò mai, ma che a questo punto dovrei forse votare per riconoscergli il merito di saper guardare oltre la sua bottega, finalmente.

I politici sono incapaci di riconoscere qualsiasi merito a proposte dell’avversario, i cui contenuti magari avrebbero proposto in modo identico se le circostanza l’avessero consentito, stando al governo piuttosto che all’opposizione. Quella cosa lì è giusta, ma siccome la  propone lui è sbagliata. Follia, pura follia, oppure cinico opportunismo. Ma la gggente se ne accorge e non va più a votare, né Grillo, né Renzi, né Berlusconi, né Salvini, perché è stanca, scazzata, come si dice, non perché è semplicemente dis-interessata, o lo è perché la politica e i suoi attori attuali sono il mare magnum della mediocrità politica ed etica.

Il fatto è che la classe politica, spesso senza arte né parte, e sempre tanta presunzione, come nel chierichetto Di Maio, è quasi totalmente rappresentata dai peggiori, a volte corroborata (si fa per dire) da sindacalisti in tristissima grisaglia mentale come la signora Camusso.

Non saprei che suggerire: le persone più dotate di cultura e buon senso se ne stanno lontane. Vi immaginate me che dialogo con Renzi o con Salvini, o anche con Bersani, e scusatemi l’autovalutazione, realistica però,… ne uscirebbero con le ossa rotte. Ma, state pur sicuri, che questi signori e i loro mentori regionali non accetteranno mai di confrontarsi con chi ne ha di più anche se meno noto, per cruda e nuda paura, paura, paura, come quella del berbe Di Maio, che ogni tanto si ricorda di essere una nullità.

Così tutto continua nel disincanto di una trasformazione radicale della democrazia/ democrazie occidentali, sempre più malate, sempre più annoianti, sempre più distanti dai problemi reali e dalle persone. Meno male che i più si dedicano con sentimenti buoni, volontà ottimista e conoscenze serie, al lavoro, all’operare, con una ratio operandi esemplare, che tiene in piedi nazioni come l’Italia, Patria nostra e non  un “paese” qualsiasi.

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