Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: politica (page 1 of 26)

E’ indispensabile richiamare i fondamenti etico-politici dell’agire umano, analizzare la situazione e il fabbisogno sociale, verificare le compatibilità economico-finanziarie dello Stato, decidere scegliendo con chiarezza e precisione, pianificare, programmare le attività, legiferare: è il mestiere di chi governa… per il quale bisogna avere le competenze e la passione morale

“Learn, discuss and then decide”. In the most famous of his “Useless Sermons“, Luigi Einaudi, the great economist and second President of the Italian Republic, posed the question that is still crucial for all lawmakers: “Is deciding without knowing of any use?”. His answer was clear: no, it is not. “Hasty laws beget new laws meant to amend and perfect; but since the new ones stem from the urgent need to remedy the flaws of the badly designed ones, they are inapplicable, unless enforced through subterfuges, requiring further perfection, thus becoming one big entangled knot, which nobody can undo (…)”.

Evaluation is the tool that, while not replacing the political decision in the democratic circuit, allows lawmakers to decide wittingly, taking duly informed decisions. The goal of the assessment is not to bias the lawmakers, rather to educate them as to the consequences of their decisions, hence promoting knowledge and information transparency, which are crucial aspects of the decision-making process.

(Luigi EINAUDI)

 

Ora che, bene o male, si sta definendo il nuovo governo italiano, con l’alleanza fra PD e M5S, mi chiedo se e come i contraenti abbiamo presente, sia il flusso logico-operativo così come descritto nel titolo, poiché saltare anche uno solo dei passaggi proposti, porta tutti nella confusione e nell’impossibilità di fare alcunché, sia l’insegnamento di Luigi Einaudi sopra riportato in inglese.

Sotto il profilo logico-filosofico si potrebbero ulteriormente “spacchettare” i passaggi, ad esempio della fase riflessiva e deliberativa, prima della fase operativa. Faccio un esempio derivante dalla tradizione classica, greco-latina e medievale.

Al fine di operare una scelta razionale, Aristotele e Tommaso d’Aquino propongono alcuni precisi step, i seguenti cinque: riflessione, consiglio, consenso, deliberazione, azione. Come si vede si tratta di un processo logico, che necessita di un confronto duplice, con se stessi e con gli altri. L’uomo saggio non agisce trascurando di utilizzare queste fasi del pensare e dell’agire.

Ora mi chiedo come invece stiano impostando le scelte di governo coloro che questo prossimo governo vogliono fare. Stanno forse distinguendo la varie fasi, per valorizzarle, al fine di evitare errori, per quanto possibile? Non mi pare proprio. Questi stanno andando avanti in mezzo a contraddizioni e scatti in avanti, indietro, di lato, nella confusione lessicale e dialogica più strampalata, ognuno, chi più chi meno, impegnato a difendere il proprio scranno, il proprio privilegio, almeno da Conte in giù, ché Conte un lavoro ce l’ha, e Di Maio no, a meno che non si consideri un lavoro degno del suo prestigio quello di vendere bibite allo stadio San Paolo.

In assoluto sappiamo che vendere bibite allo stadio è attività degnissima, ma ora, dopo aver fatto a venticinque anni il vicepresidente della Camera e a poco più di trenta il vicecapodelgoverno e il ministro in dicasteri importanti, no. Lo capisco, anche se non condivido. Qualcuno dovrebbe spiegargli che la vita è fatta anche di alti e bassi, di salute e malattia, di successi e sconfitte, alternativamente, come il giorno si alterna alla notte, come ogni movimento naturale: generazione/ corruzione, nascita/ morte, sole/ pioggia, e via elencando.

La vita è una parabola di parabole (non nella accezione di racconto evangelico, ma nell’accezione di figura matematica).

Prima di tutto occorre richiamare sempre i fondamenti etico-politici cui ci si riferisce, analizzare la situazione e il fabbisogno, verificare le compatibilità economico-finanziarie, decidere scegliendo la via più razionale, pianificare i tempi e i modi dell’azione, programmare i vari passaggi individuando le risorse necessarie, legiferare, verificare che la legge sia rispettata: ché è il mestiere di chi governa. E poi, nel dettaglio, occorre operare di seguito in questo modo, ogniqualvolta s’ha da prendere una decisione, dando tempo e attenzione ai seguenti passaggi: a) riflessione, b) consiglio, c) consenso, d) deliberazione, e) azione.

Qualcuno talora mi dice che scrivo “troppo difficile”, e pretendo troppo dagli altri. Può essere che scriva difficile, ma io intanto pretendo moltissimo da me, perché ognuno deve dare il massimo di quello che ha, per se stesso e per il bene comune. Ho sempre bene presente come linea guida la Parabola matteana dei talenti (25, 14-30), che mi ispira e mi guida. Che uno sia dotato di uno, due o cinque talenti, li deve fare fruttare, proprio per diventare se stesso.

Mi chiedo se i politici e i governanti attuali abbiano mai letto o ascoltato un commento sulla parabola citata, e resto sconsolato.

Peraltro, se questo governo incipiente è definito da chi lo avversa di sinistra-sinistra, io che sono di sinistra democratica e moderata, socialista riformista, non condivido. Se il “contenitore PD” è un soggetto per me sufficientemente riformista, ma anche pieno di contraddizioni, il M5S non lo è, e pertanto non mi piace. Anche nel PD vi sono tendenze che non condivido, come quelle sui “diritti civili” tipo eutanasia, LGBT, etc., mentre non noto altrettanta attenzione per le questioni economiche, sociali, contrattuali, assicurative e assistenziali: il PD non è più un qualcosa, come i vecchi partiti di sinistra e buona parte della Democrazia cristiana profondamente vocata ai diritti sociali ispirati a basi etiche di eguaglianza delle opportunità ed equità tra le persone, ma un partito interclassista più attento alla tecnocrazia e all’innovazione, che stanno assurgendo alla dimensione del mito contemporaneo, specie in persone come Calenda, freddissimo saputo liberal-democratico. Non mi ci vedo far completamente squadra con tipi del genere, ma nemmeno con un altro animale a sangue freddo come Renzi… e Zingaretti mi par troppo fragile, non ben preparato e “competitivo” sotto il profilo della cultura politica e della leadership. C’è molto da fare lì.

Dei 5S e della loro intrinseca mediocrità ho scritto fin troppo in questi anni, sceverando limiti, difetti, incongruenze e contraddizioni miste a ignoranza arrogante e arroganza ignorante. Che si può dire quando loro tentano di spiegarci il significato e il “valore” della piattaforma Rousseau? Si tratta di un oggetto misterioso, per certi aspetti in-analizzabile, inqualificabile, di proprietà privata, presuntuosamente ispirato dai suoi fondatori e gestori. Non dovrebbe essere neppure un quesito proponibile se un voto negato di questo pomeriggio possa mettere in questione l’accordo di governo che PD e M5S stanno perfezionando, dopo essersi impegnati a farlo davanti al Presidente della repubblica, in ragione dell’art. 1 della Costituzione italiana. E invece, giornalisti e politici si stanno chiedendo gravemente se tale quesito si ponga, o meno.

Per analogia di proporzionalità (cf. Aristotele, Tommaso d’Aquino e Cornelio Fabro) la consultazione sulla piattaforma Rousseau è paragonabile alla mozione finale di una Direzione del PD o di Forza Italia, che impegna e sollecita i gruppi a fare, a costruire e bla e bla… Null’altro. E invece vi è chi sostiene che il governo potrebbe non nascere se prevalessero i “no”. Non riesco neanche a dire che si tratta di follia pura, di violazione della Carta costituzionale, di uno sgarbo istituzionale verso Mattarella, e altre cose ragionevoli. Proprio non ce la faccio, perché sono incredulo si possa arrivare a tanta nequizia intellettuale e perfino cognitiva.

Oltre a fargli un esame di Educazione civica, a questi qua, gli sottoporrei un paio di quesiti per misurarne l’attitudine cognitiva: un aforisma di Kurt Goedel e un detto risalente alla grecità filosofica classica. Il grande matematico tedesco, per dire come non tutto fosse matematizzabile sotto il profilo gnoseologico ebbe a dire, a titolo di esempio “Questa frase è falsa“. Ebbene, immediatamente si coglie l’aporeticità dell’affermazione, e non occorre dica di più a intelligenze normali. A tal Eubulide di Megara si attribuisce invece questa altra frase “Tutti i Megaresi sono menzogneri“. Occorre spiegare? Se sì, non ammetterei a fare politica amministrativa chi necessitasse di spiegazioni.

Non ho il morbìn (in lingua friulana significa più o meno “le palle”, metaforicamente parlando) di ri-citare qui i peggiori di quel Movimento, i cui fatti (pochi assai) e detti (troppi) sono eloquentissimi per attestare e dar conto del loro scarsissimo valore. Ben memore della qualità e del valore di ben altri “politici”, resto ogni giorno di più esterrefatto delle banalità che li sento pronunziare, delle incongruenze argomentative, delle auto-contraddizioni quotidiane, che bellamente ammanniscono a un pubblico che loro pensano, forse (poveretti loro!), non sia in grado di un discernimento sottile e spietato nei loro confronti. Faccio un nome solo, risparmiando qui la mia solita querimonia su Dimaio: Di Battista, detto il Dibba, confidenzialmente che, ciondolon ciondoloni, pensa di pensare. Ahinoi!, e che lo Spirito ci aiuti.

BABBEI: l’80/ 90% centrale e i 5/ 10 a dx e sx della curva a campana di Gauss, e la sua utilità per valutare la distribuzione delle intelligenze individuali

Carl Friedrich Gauss è stato uno dei maggiori matematici dei XVIII e XIX secoli. Di famiglia modesta, studiò a Gottinga fino al dottorato in matematica, ma non è mai stato professore ordinario, bensì solo docente straordinario e con poca passione per l’insegnamento. Il princeps mathematicorum, si mantenne agli studi con il beneplacito del duca di Brunswick, ché come si usava al tempo, o un intellettuale aveva mezzi suoi per sopravvivere, oppure faceva la fame, a meno che qualche illuminato mecenate non provvedesse a lui con una pensione o prebende di sopravvivenza.

Famoso per le sue ricerche teoriche, queste sono state utilizzate con efficacia anche nelle discipline sociologiche e statistiche.

Nella teoria della probabilità la distribuzione normale (detta gaussiana) è una forma spesso utilizzata come prima approssimazione per descrivere variabili casuali a valori reali che tendono a concentrarsi attorno a un singolo valore medio. Il grafico della funzione di densità di probabilità associata è simmetrico e ha una forma a campana, nota come campana di Gauss (o anche come curva degli errori).

La distribuzione normale è considerata il caso base delle distribuzioni di probabilità continue a causa del suo ruolo  nel teorema del limite centrale. Più specificamente, assumendo certe condizioni, la somma di n variabili casuali con media e varianza finite tende a una distribuzione normale al tendere di n all’infinito. Grazie a questo teorema, la distribuzione normale si incontra spesso nelle applicazioni pratiche, venendo usata in statistica, in biologia e nelle scienza sociali, come un semplice modello per fenomeni complessi.

Sul web trovo il racconto seguente: “Gauss era un perfezionista e un lavoratore accanito. Secondo Isaac Asimov, mentre stava lavorando ad un problema, sarebbe stato interrotto per riferirgli che sua moglie stava morendo. Gauss avrebbe risposto: “Ditele di aspettare un attimo, sono impegnato”. Questo aneddoto è aspramente contestato in Gauss, Titano della Scienza di Waldo Dunnington come una “scemenza tipica di Asimov”. Non fu uno scrittore molto prolifico, rifiutando di pubblicare qualcosa che non fosse assolutamente perfetto. Il suo motto era difatti Pauca sed matura (Poche cose, ma mature). I suoi diari personali indicano che egli compì molte importanti scoperte matematiche anni o decenni prima che i suoi contemporanei le pubblicassero. Lo storico matematico Eric Temple Bell stima che, se Gauss avesse pubblicato per tempo tutte le sue scoperte, avrebbe anticipato i matematici di almeno cinquant’anni.

Tra i suoi pochi allievi si annoverano comunque Bernhard Riemann e Richard Dedekind.

Ascoltando per abitudine Radio Radicale, che mi pare una delle emittenti di miglior qualità (i grillini volevano chiuderla perché temono la qualità e la cultura, come anche Grillo ha – paradossalmente – evidenziato qualche giorno fa), da quando c’è la crisi di governo, la redazione dà quaranta (40) secondi di tempo al pubblico, ai singoli ascoltatori, per dire ciascuno la propria sulla crisi stessa. Il conduttore non commenta mai  gli interventi, limitandosi a invitare chi interviene a un minimo di decenza espressiva, specie quando la persona scivola sul terreno degli insulti, delle minacce e dei malauguri, tipo “spero che a quello là (di solito un politico, ndr) venga un ictus, o che sua figlia venga violentata...” e orrori del genere.

Più di qualsiasi trattato socio-antropologico e psico-sociale, ascoltando gli interventi che, meno male son contenuti in rigorosi quaranta (40) secondi, mi sto facendo un’idea delle persone che chiamano, uno spaccato degli Italiani che votano (una testa-un voto, tutti del medesimo valore, è la democrazia, caro lettor mio!), che lavorano, che spendono, che studiano (poco, pochissimo!), che vogliono avere un ruolo, etc. etc., e quindi decidono delle scelte politiche nelle varie consultazioni elettorali.

Innanzitutto faccio, psico-sociologicamente,  un piccolo distinguo, anche se molto grezzo: di solito intervengono per radio persone che hanno bisogno di ascoltarsi e di poter dire ai conoscenti di essere-stati-per-radio e poi specificare con un “mi hai sentito? Gliele ho cantate, aha ah!” La mia amica psicologa Anita Zanin mi potrebbe dire che queste persone di solito soffrono di scarsa autostima.

Ebbene: il livello degli interventi è a dir poco pietoso, penoso, il più delle volte squallido, caratterizzato da un analfabetismo generale impressionante, espresso da frasi senza capo né coda, da ragionamenti che tali non sono, da affermazioni insensate o comunque non documentate, da concetti fumosi e a volte del tutto incomprensibili, anche perché forse non chiari neppure al parlante, e da un analfabetismo politico pressoché assoluto.

Un esempio: “Devono decidere gli Italiani – affermano quelli che sono contrari al governo PD/ 5S oramai prospettato – perché lo dice la Costituzione (che costoro non hanno certamente mai letto, ndr)”, ignorando che la Costituzione afferma, all’art. 1: “(…) La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nella misura e nei limiti previsti dalla Costituzione“, non pensando che elezioni politiche si tengono ogni cinque anni e che i governi si formano nel Parlamento degli eletti. L’articolo 1 dice che la sovranità si esercita da parte del popolo nelle forme e nei limiti della Costituzione, che norma la nostra democrazia parlamentare.

Quindi vi sono dei limiti! Ad esempio quelli che sono imposti dall’esistenza di un Parlamento con poteri di rappresentanza e di costituire Governi, cari fautori della democrazia diretta, ignoranti che siete!  Che cosa c’entri con la sovranità del voto di poche decine di migliaia di iscritti 5S con la democrazia è misterium paulum gaudiosum, piuttosto è roba da falsi guru e fattucchieri da strapazzo, quale era Casaleggio senior (ne aveva anche il look misteriosofico) e quale è lo junior. Andiamo oltre, per favore, neanche perdere tempo con tali pinzillachere (Totò docuit).

C’è quasi da vergognarsi di questa fauna umana italiota che parla per radio, pensando di dire qualcosa, e invece no, emette solo inutile fiato inquinando la mente di chi ascolta. E’ impressionante il basso livello culturale di costoro, inaudito, non pensavo che fosse di tale nientificante disvalore, no, caro lettore.

Ora Meloni, Salvini e, buon ultimo, Berlusconi, invocano le elezioni: ma queste si sono tenute un anno e mezzo fa il 4 marzo 2018, e pertanto in Parlamento si può formare una nuova maggioranza con i numeri degli eletti in quella data. Il prossimo governo sarà legittimamente un “governo-voluto-dagli-italiani”, nei modi e misura previsti dalla Costituzione, non il contrario. Neppure questo di sa. Queste cose non vengono esplicitare dai media, né tanto meno da chi ha interesse a tornare immediatamente a votare. Quello che rimprovero ai fautori del voto anticipato è la disonestà intellettuale, prima ancora che la linea politica o la visione etica delle cose. Ooh, naturalmente ho ben presente anche le giravolte del PD, che con Zingaretti voleva tornare al voto rapidamente solo un mese fa, e anche i numeri risicati che la nuova maggioranza avrà in Senato.

Tornando alla campana di Gauss, e alle sue funzioni di densità e di frequenza, e considerando che essa possa misurare tre dimensioni suddivise verticalmente tra un 5 o 10% alla sinistra e altrettanto alla destra, resta un 80/ 90 % nel mezzo, cui mi pare di poter dire appartengano in proporzione gli Italiani. Usando la scala Likert a 5 gradienti per misurare, se pur alla buona, i livelli intellettivi e cognitivi, potremmo avere un 5/ 10% di oligofrenici (mi si perdoni la rudezza espressiva e anche un certo azzardo), un 5/ 10% di persone pensanti, che non ignorano la fatica della ricerca della verità (ne conosco non poche), e un 80/ 90% di pigri, mediocri o pappagalli, di vari generi e specie, il gregge che ha sempre bisogno di parole d’ordine, di un capo arrogante e di semplificazioni al limite dell’indecenza, e oltre. Ecco la ragione per cui, solo ieri, su venti (20) interventi ascoltati in una mezz’ora circa, solo uno (1) aveva i crismi della ragionevolezza di un sillogismo semplice e la coerenza razionale e logico di una argomentazione. Diciannove (19) interventi erano pattume linguistico e lessicale.

Disperarsi? No, continuare a lavorare, ciascuno nel suo, con umiltà e pervicace resistenza. Per ciò fare occorre cambiare prospettiva, io devo cambiarla. Devo smettere di scandolezzarmi per la situazione e prendere atto con realismo critico che la… realtà è quella che è. Questi siamo. Proviamo a considerare i partecipanti che riempiono talk show, capaci di applaudire al solo sentir nominare l’ospite, e poi di applaudirlo appena apre bocca, qualsiasi cosa dica. Chi sono questi? Sono pagati per presenziare e applaudire?

Altro esempio: la trasmisssione di Radio 24, di proprietà confindustriale, La Zanzara: ebbene, questo format, gestito dal giornalista Cruciani e dai (per me) insopportabili David Parenzo e Alberto Gottardo, dal linguaggio becero e maleducato, esempi del politically correct più aggressivo e noioso, è una trasmissione seguitissima. Anche lì, chi ha il coraggio di telefonare sa di poter essere maltrattato fino all’insulto: telefonando, a meno che non si sia uno Sgarbi, cui è concesso quanto e come i conduttori fanno e dicono, è facile essere apostrofati con complimenti come  “cretino, deficiente, roba da manicomio, ecco che arriva l’ambulanza, etc.”. Eppure telefonano in molti, quasi sempre dicendo stupidaggini sesquipedali, ovvietà e banalità prevedibili e stantie. Eppure telefonano. Masochisti, o semplicemente stupidi. Quanti sono? Qualcuno di costoro mi legge e si incazza con me? Ho qualche dubbio, perché il mio blog è pre-selettivo, non è come quello di Di Battista e o di Salvini.

Ah, dimenticavo: si sentono tutti dire, a partire da Salvini e continuando con chi vuoi, caro lettore, che “gli altri” sono poltronari o poltronisti, salvo il parlante al momento. Mi pare che siano tutti ben assisi su poltrone che rendono da 12 e 15 mila euro al mese. Salvini, Bernini, Meloni, D’Uva, Guerini, etc., suvvia!

Devo dire a me stesso che  devo accettare la situazione, senza pensare che le cose siano come io auspico che siano.

Per una critica della ragione ipocondriaca, sulle ardue tracce di Schopenhauer

Noto ai più (chissà se è poi vero?) che la struttura di persona dà pari dignità a tutti gli umani e che la struttura di personalità dice l’irriducibile unicità di ciascuno, qui affermo e dico – apoditticamente per ora – che non solo siamo diversi l’uno dall’altro, ma che ci differenzia anche la minore o maggiore capacità di pensiero. Beninteso non sto scrivendo che, contro le ricerche neuro-scientifiche più recenti e affidabili e contro la stessa evidenza dei fatti, vi siano persone che non hanno il dono del pensiero, ma che vi è un numero cospicuo di esse che hanno questo dono naturale in misura minima, insufficiente. Persone che comunque votano e quindi decidono come chi ha una dotazione sufficiente o buona o eccellente.

Per i grillini, addirittura, non solo uno vale uno, ma quell’uno vale per stabilire una linea politica se vota su un sistema informatico governato da una esserreelle privata, e il numero dei votanti, contro i 50 milioni di aventi diritto in Italia, è di qualche decina di migliaia.

Cioè: io che sono informato, studiato e culto, e non pochi altri che conosco, e che hanno caratteristiche analoghe alle mie, devo farmi decidere la vita da gente che spesso è carente sotto il profilo della capacità di pensiero, come si evince dal profluvio di bestialità che si leggono sul web, di gente incapace di pensiero critico, di un benché minimo se pur rozzo sillogismo naturale (dico, quelli di mia nonna Caterina, con la sua terza elementare), provvista di un lessico grezzo e minimale, di una grammatica e una sintassi che riflettono una profonda ignoranza letterale e una altrettanta arroganza verbale: ignoranza e arroganza, lo sappiamo, sono direttamente proporzionali tra loro. Siamo circondati da persone di questo tipo. La fatica che faccio, talora, a sopportarle, è improba, perché in queste persone manca la benché minima umiltà, poiché sono solo capaci di dire, di ascoltare per nulla.

Platone sosteneva che al governo dovessero andare le persone competenti e che tale oligarchia della mente fosse la più adatta al governo della cosa pubblica. Aristotele definiva la politèia come la più nobile delle arti umane.

Qua, ora, sta accadendo invece l’incontrario.

Perché parlo di una ragione ipocondriaca? Può l’ipocondria come nevrosi essere provvista di ragione? E’ un atto di presunzione quello che sto descrivendo in queste righe? E’ superbia? E’ vanagloria? Proviamo a riflettere.

Non mi pare sia vanagloria, perché non sto vantando conoscenze che non ho e di ciò mi “faccio perfino bello” (si fa per dire) di fronte al mondo; non mi pare sia superbia, poiché non penso di essere esentato da un’etica del fine che rispetta la struttura umana, limitandomi a dei giudizi sulle differenze tra umani; non mi sembra sia presunzione, perché non presumo altro rispetto a un qualcosa di facilmente mostrabile, per comunicazione di notizia e per tutta evidenza… e infine, non mi pare sia manifestazione di ipocondria, a meno che non si ritenga che segnalare gli altrui limiti e differenze non configuri questo grave difetto psico-morale.

Espressomi con questo articolato syn-logismo, mi permetto allora di affermare che questo tipo di “ipocondria”, cioè di paura per la propria incolumità psico-fisica, (a questo punto virgoletto il termine, per non equivocare), ha una sua ragion d’essere, e non va confusa con la mania di persecuzione altrimenti detta paranoia. Non posso essere giudicato paranoico se mi permetto di confrontarmi con un Dibattista o un Vitocrimi e di concludere che tra me, e non pochi altri, e questi signori vi è, senza alcun dubbio, se fanno fede i loro interventi, un abisso di differenza culturale, etc etc. o no? Per evidenza, dico, differenza che risulterebbe chiarissima se vi fosse l’occasione di un confronto davanti a terzi.

Caro lettore, è ovvio che non mi sto vantando (anche se a uno sguardo superficiale potrebbe parere che sì), ma sto guardando le cose da “ipocondriaco sano”, impaurito dalla vertigine che mi dà tanta incompetenza così vicina al potere. Mi spaventa che questi tizi, cui si possono aggiungere a piacimento leghisti, a partire dal sottufficiale loro capo, pidini e fascisti di vari generi e specie, possano usare il potere che hanno o che potrebbero avere. Ad libitum,

Di seguito propongo un testo clinico sull’ipocondria:

Un paziente è definito ipocondriaco (affetto da ipocondria) quando continua a male interpretare alcune sensazioni corporee nonostante abbia ricevuto rassicurazioni mediche pertinenti, valide e ben fondate, e nonostante abbia le capacità intellettive per comprendere le informazioni ricevute.

Nell’ipocondria la preoccupazione può riguardare le funzioni corporee (per es. il battito cardiaco, la respirazione); alterazioni fisiche di lieve entità (per es. piccole ferite o una saltuaria allergia); oppure sensazioni fisiche indistinte o confuse (per es. “cuore affaticato”, “vene doloranti”).

La persona attribuisce questi sintomi o segni alla malattia sospettata ed è molto preoccupata per il loro significato e per la loro causa. Le preoccupazioni possono riguardare numerosi apparati, in momenti diversi o simultaneamente.

In alternativa ci può essere preoccupazione per un organo specifico o per una singola malattia (per es. la paura di avere una malattia cardiaca).

I soggetti con l’ipocondria possono allarmarsi se leggono o sentono parlare di una malattia, se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato, ed a causa di osservazioni, sensazioni o eventi che riguardano il loro corpo.

La preoccupazione riguardante le malattie temute spesso diviene per il soggetto un elemento centrale della immagine di sé, un argomento abituale di conversazione, e un modo di rispondere agli stress della vita.

 

Ebbene, io temo per me e non solo per me che il potere gestito da figure come quelle citate e loro affini, possa farmi molto male. Ho paura, perché questi sono inconsapevoli, non del tutto responsabili dei loro detti e azioni, e ciò si deduce dall’improbabilità razionale degli stessi, dalla rozzezza dei ragionamenti, dalla contraddittorietà degli interventi, da quasi tutto il loro agire.

Vi è, dunque, una ragione ipocondriaca ed è oltremodo legittimo sottoporla a una critica, a un giudizio, a una chiarificazione dimostrativa della sua pericolosità materiale e morale. Come altrove più volte ho scritto, il rimedio è lo studio umile e paziente, la cultura che si fa con la fatica, l’onestà intellettuale, la generosità evangelica e semplicemente umana, la capacità di ascolto, il riconoscimento dell’altro, anche di chi ti insulta senza ragione perché non ha ragioni logiche, né pensiero critico, né conoscenza.

Le “colpe” della famiglia e della scuola e della politica

Famiglia e scuola in Occidente si sono macchiate di gravi colpe nell’ultimo trenta/ quarantennio, certamente anche per il tipo di civiltà che si è affermata, efficientista e numeristica, ma anche per insipienza intrinseca della ragione politica e delle decisioni amministrative degli organi pubblici, del potere legislativo e di quello esecutivo, di parlamenti e governi.

Al  termine “colpa” qui attribuisco l’accezione comune di errore-fatto-con-responsabilità, piena avvertenza (o quasi), cioè consapevolezza e deliberato consenso. E’ più o meno la nozione teologica di “peccato mortale”.

Altra “colpa” o “ragione della colpa” è la progressiva sottovalutazione del ragionamento e del sentimento, ambedue – dimensioni conoscitive – sempre più bastonate dal processo mediatico e dalla crisi del pensiero critico, la strada obbligata per il discernimento razionale delle cose del mondo e delle vicende umane, delle vite.

Che cosa è il pensiero critico, se non la capacità di sottoporre al vaglio della ragione e dei dati di conoscenza ogni atto o fatto umano? Ebbene, questa dimensione umana è ampiamente in crisi, nel senso che è in difficoltà molto gravi.

Vorrei scomodare la parte oscura del pensiero cartesiano, che non manca, per trovare un’origine originante (di) questa crisi, ma mi sembra troppo complicato per gli scopi di questo pezzo. E dunque lascio perdere (anche perché ne ho parlato non poche volte precedentemente altrove, anche in questo sito), dicendo soltanto che la superbia attuale è stata essenzialmente generata dall’io debordante e vanaglorioso, poi ulteriormente esaltato dagli idealismi ottocenteschi (da Hegel a Marx), pressoché dimentico della realtà oggettiva e dello spirito di comunitarietà che ha sempre costruito – anche con modalità molto diverse – le società umane nella storia dell’uomo. In altre parole, il soggettivismo spinto post-cartesiano, hegeliano, fichtiano ha progressivamente messo all’angolo il concetto di realtà in sé, su cui vi sono da qualche tempo alcuni timidi virgulti di pensiero, ma molto timidi (cf. le ultime opere di Maurizio Ferraris). Come se tutto dipendesse dal giudizio, se non dall’opinione soggettiva: “io penso che…” con ciò che segue, dove il pensiero soggettivo non è tenuto all’uso del sillogismo logico, ma basta si basi sull’apodittica affermazione di un “io” che parla e che giudica. Un “io” si può sbagliare, se presume troppo di sé. La dico così: il mondo e gli altri esistono anche se io non partecipo di questa realtà, non essendo mai nato (magari).

Solo un accenno alla storia generalissima del pensiero umano, a partire dai miti. I miti sono modelli umani, tra alcuni Zeus, per il comando, Marte-Ares per la lotta, Dioniso per gli istinti, Atena per lo studio, Ermes per la comunicazione, etc…, e lo sono stati fino alla scoperta filosofica del Lògos, cioè del ruolo fondamentale della ragione per analizzare, conoscere, discernere, decidere, e infine operare…

L’antropologia e la storia sono le ancelle disciplinari di questa ricerca storico-filosofica. L’uomo ha poi inventato i riti, per definire ruoli e posizioni nelle società che si costituivano, dai riti di passaggio a quelli legati alla morte e alla nascita, e così via.

Fino a qualche decennio fa le nostre nonne raccontavano storie, che noi ascoltavamo, fino circa alla mia generazione. Ora le nonne sono occupate più dai lifting, lasciando agli smartphone i loro vecchi compiti. Scherzo, ma non troppo.

Il desiderio di vita, la conoscenza del male e della morte, come capitava a me da chierichetto, quando partecipavo ai funerali e si andava a casa a prendere il defunto per le esequie, erano elementi conoscitivi naturali, peraltro inevitabili. Fino a trenta/ quaranta anni fa si moriva in casa, se non altro nell’immenso contado montano e agricolo dell’Italia. Si nasceva anche, in casa. Oggi no: la nascita è spedalizzata, la morte idem.

Le mappe culturali dell’età evolutiva di quando eravamo bambini noi erano impresse con forza dalla vita, così come le mappe emotive, poiché il ragionamento e i sentimenti si imparano con i genitori e in famiglia, con gli amici e nelle comunità. L’amore è conoscenza non razionale, intuitiva, è motore vitale, attività desiderante, dove i genitori assolvono ruoli diversi e complementari e così pure i componenti della coppia umana. Ai sostenitori dell’assoluta eguaglianza tra la famiglia genitoriale “classica”, “naturale” (virgoletto per non offendere nessuno), e quella omosessuale suggerisco di informarsi a livello scientifico sull’importanza della differenza di genere fra i genitori, intesi come padre e madre. La concezione, la nascita e lo sviluppo di un bimbo ha a che fare non solo con la psicologia dell’età evolutiva e con la pedagogia, ma anche con la biologia. Siamo corpo, siamo odori, siamo consistenza muscolare, per cui il papà è più “duro” della mamma, che è più morbida! Skin to skin significa che il figlio / la figlia hanno bisogno anche di annusare la madre e anche il padre da nati, così come da nascituri, da feti, hanno bisogno di sentire la voce di tutti e due i genitori, sapendo che quella della madre rimbomba dentro e quella del padre è un sussurro un po’ cupo che viene da fuori. Ciò non significa che solo questo tipo di assetto familiare “produca” figli sani e positivi, poiché vi sono miriadi di esempi del contrario, ma altrettanto che non si può fare di ogni erba un fascio. Non è vero che ogni modello è uguale a un altro.

In politica occorre vigilare sul linguaggio che è scivolato a livelli preoccupanti per qualità espressiva, per lessico, per modi e per toni. Attualmente la politica si serve del web al suo peggio e il web si serve della politica e in parte (notevole) la determina. Per vivere questi tempi bisogna combattere la noia dell’horror vacui, cui spesso i giovani cedono.

Personalmente, io che sono di sinistra moderata, non mi sento rappresentato da alcun partito che si rifaccia a quella area, perché a volte cerco perfino a destra qualche risposta. Paradossale! Quando la sinistra si incarta solo sui diritti civili, oppure si immerge nei paradisi della tecnocrazia, dimenticando quelli sociali, per cui è nata, non mi appartiene più. Che cosa possa avere a che fare io con tipi come un Marcucci (e chi è?), Delrio (ha un eloquio annoiante di infinita tristezza), Cirinnà e Calenda è evidente: nulla. Vi è una grande confusione nell’offerta politica, dovuta a ignoranza tecnica, a banalizzazione concettuale, a superficialità e ad assenza di logica.

Quando vedo e ascolto Salvini sbraitante dal suo sito così: “Se qualcuno pensa… e bla bla (s’intende di fare un governo con il PD, etc.), mi  vien da pensare “ma chi sei tu che vuoi impedire di pensare? sai che ognuno è libero per natura di pensare quello che vuole, anche i carcerati? ma chi credi di essere, lo Spirito Santo?” Se qualcuno pensa… ebbene sì, caporalmaggiore Salvini, “qualcuno pensa, mettiti il cuore in pace, e datti una calmata. Togliti dal tono quella boria insopportabile!”

Occorre recuperare l’importanza della letteratura, dell’arte, della storia, del pensiero filosofico può essere medicina forse amara, certamente faticosa, ma indispensabile. Occorre educazione non solo istruzione, formazione non solo addestramento, per sviluppare l’intelligenza divergente, l’intelligenza critica, ché le competenze tecniche si acquisiscono facilmente.

Il voto politico è quello che è oggi per tutte queste ragioni. Tutto si tiene, tutto è legato, famiglia, scuola, politica.

Per dire, mi pare una citazione interessante sui giovani di oggi la seguente, che illumina sulla situazione: i ragazzi di oggi sono come “angeli che Dio non aveva previsto” (Jacques Maritain a Paolo VI, sui giovani dai 16 ai 30 anni).

Penso che non abbiamo bisogno di angeli oggi, su questa terra, ma di ragazzi che crescono con equilibrio.

Arguzie e facezie, nonché quisquilie “stelliniane” di mezzo secolo fa

Ancora la memoria del carissimo e valoroso amico Nando, o Ferdinando che dire si voglia, tanto gerundio era, è e rimane tale, pesca dallo sterminato compendio di aneddoti risalenti al precedente secolo e millennio, che la frequentazione del nobile Regio ginnasio-liceo udinese, eredità barnabitica e napoleonica, produsse con dovizia di impegno da parte di molti, irrorata da anni spiritosi e da spiriti impetuosi, o il contrario… ma fai tu, caro lettore, come desideri.

 

La vittoria del fazzoletto

Guai a distrarsi. Dovevamo tenere sempre desta l’ attenzione se volevamo riuscire a contrastare, dentro e fuori le mura del Regio Liceo, la mugghiante reazione anti-libertaria che mirava a tenere gli studenti nel comodo posto loro assegnato, quello tra gli imbambolati ippocampi e le bitorzolute oloturie. Un impegno enorme, che richiedeva tante energie ed una volontà di ferro. Quel giorno tuttavia abbiamo rischiato di essere presi sul fianco destro, quello meno presidiato. L’eccellente collega ed amico Renato Pilutti, noto per le sue brillanti performance scolastiche (tanto scritte che orali) in tutte le materie , aveva ricevuto, su un foglio accortamente piegato in quattro, una poesia con dedica, da tale Adele, una sorta di valchiria bionda che per scelta si era fatta bocciare più e più volte così da continuare a rimanere una candida ginnasiale. Mitico il ricordo di lei che durante il rinfresco di Carnevale, in classe, dopo averlo ubriacato, aveva cercato di concupire dietro la lavagna, uno dei più repellenti fra gli insegnanti dell’Istituto. Una sorta di Huriah Heep dallo sguardo inquietantemente alieno ed un sorriso da coniglio. Che il Messaggero Veneto, con il tripudio della plebaglia implume ma feroce, aveva immortalato sulle sue pagine, mentre i Vigili del Fuoco cercavano di recuperargli le dita incastrate in una macchinetta distributrice di chewingum, sferici e variamente colorati. A Renato, già dai primi versi tuttavia, appariva evidente la natura altamente provocatoria ed impudicamente sessuale del messaggio ricevuto. Colto da comprensibile turbamento, con le gambe che leopardianamente facevano giacomo giacomo, Renato avverte allora il bisogno di sedersi e di chiedere a me consiglio su come divincolarsi da quelle spire bizzarre, sicuramente non cercate, provando ad escludere il delitto come soluzione francamente definitiva. Con perizia stende un fazzoletto su una mattonella del corridoio, così da poter chiedere conforto alla parete e discettare nelle migliori condizioni possibili con il sottoscritto, evidentemente ritenuto (ne vado fiero) un esperto di esseri fantasticamente sotto-naturali. Mi accovaccio al suo fianco, pur non disponendo di fazzoletto, giusto in tempo per assistere ad una scena che ci avrebbe tolto dai guai. Come in una sequenza filmica al rallentatore, Adele passa dinnanzi a noi tenendo per mano un morettino riccioluto che sembra avere una decina di anni meno di lei e che, inebriato ed orgogliosamente impettito, si libra a mezzo metro dal suolo. “E’ fatta Renato, la maliarda ha rinvenuto la sua vittima sacrificale, sei fuori dal tunnel… EVVIVA!”. Un lampo di felicità destinato a durare poco. Il Professor Zepparo, che di lì a poco ci avrebbe tenuto lezione, entrando in aula nota la nostra posizione inusuale e ci apostrofa: “Alzatevi subito, non si sta seduti sul pavimento del corrrridoio”. Con una calma da sapiente cherubino, Renato replica prontamente e con tono pacato: “Professore mi scusi, lei è tratto in inganno. Non sono seduto sul pavimento, ma su un fazzoletto. Non credo vi siano norme che impediscano di sedere su un fazzoletto, almeno così ritengo”. A sostegno dell’arguta difesa mi alzo e mostrando le terga aggiungo: “Professore, lei ha ragione nel mio caso perché come vede sono del tutto disadorno. Ma il collega Pilutti siede su un fazzoletto, tra l’altro a mio avviso di pregevole fattura, e mi risulta che la convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo prevedano questa condizione come condizione da tutelare, se non proprio da estendere.” Nel frattempo Enrico Barberi, sempre prodigo di solidarietà in situazioni come questa, si acquatta anch’egli. “Professore, io sono seduto su una copia di Lotta Continua, è proibito ?”. La discussione finisce per assumere i contorni dell’epidemia e quasi tutti gli originaloni di quel caravan serrail che era la Sezione F, danno corso ad una estesa rappresentazione teatrale, rigorosamente priva di testo, ma non per questo meno passionale. “E’ pur vero che non è la sua materia professore – puntualizza Claudio Giachin – ma il collega Pilutti le ha posto una osservazione di natura squisitamente filosofica, alla quale lei sta opponendo argomentazioni senza senso”. “Ah, è così? Domani mi porto un trespolo, mi appollaio su e voglio vedere cosa succede”. “Zepparo ce l’ha con noi perché non capiamo mai e poi mai quello che dice”. La pressione ai bulbi oculari dell’insegnante stesso raggiunge preoccupanti livelli da record, in drammatico contrasto cromatico con il completo color pisello abitualmente indossato. Clicca più volte la penna in maniera parossistica e si dirige verso la cattedra con una intenzione intuibilmente repressiva. Dopo un cenno rapido alla combriccola vociante, entro anch’io e mi chiudo la porta alla spalle. “Professore si fermi adesso – affermo con lo sguardo più accigliato possibile – , non sia insensato. Vuole scrivere una nota al più bravo studente di questa scuola solo perché non ha colto la sua sottigliezza? Vuole proprio che qui dentro scoppi un altro Vietnam ?”. Il riferimento (forse un pò esagerato) al Sud Est asiatico, al delta del Mekong e alle offensive del Teth si sono rivelate sufficienti a neutralizzare la situazione. Il fazzoletto di Pilutti ha vinto alla grande e quella volta la nota sul registro non c’è stata. E Adele ? Credo che quella furbacchiona abbia giustamente continuato a divertirsi, inseguendo un sapore di libertà che non a tutti è permesso neppure comprendere.

 

Il Regio Liceo-Ginnasio Jacopo Stellini e la Santa banana che lo teneva in piedi

La scolarizzazione di massa aveva riempito il tempio della borghesia bene di Udine di un confuso esercito di aspiranti a non si sa bene cosa, ma così fastidiosamente numerosi da obbligare le autorità scolastiche a fare i conti con gli spazi a disposizione. Fu così che iniziammo la IV Ginnasio in solaio, in uno stanzone poco invitante, disadorno, dai soffitti meno alti rispetto agli altri piani, e annunciato, sul pianerottolo, da due grandi armadi in legno scuro, uno dei quali scoprimmo essere pieno, inspiegabilmente, di tutoli secchi (torsoli di pannocchia). Un lodevole spirito di adattamento ci portò ad accettare quella logistica, senza immaginare che sarebbe stata sede di episodi incomparabili, degni di narrazione. Fu lì ad esempio che Sergio Di Giovanni stramazzò al suolo fulminato da un colpo di chiave della canonica (mezzo chilo di ferro) che il nostro insegnante di religione (Don C/Annibale) gli indirizzò sul capo con inusitata vigoria, perché colpevole di avere riso durante la sua lezione. A nulla era valso il mio timido tentativo di attribuire la risata non alla disarmante lezione del troglodita  ma ad una mia battuta innocente sul davanzale fiorito della morosa del malcapitato, che ogni tanto indirizzava allo stesso occhiate da cerbiatta. Fu lì che Enrico, già atleta della Libertas Udine, volle saggiare la tenuta del pavimento saltando a piè pari da due banchi sovrapposti, con il risultato di provocare il distacco e il deflagrante schianto di una palla luminosa di vetro nella sottostante Segreteria. Quando da quest’ultima si fiondarono da noi per conoscere le cause del trambusto (si sosteneva che tre devoti servitori dello Stato avessero rischiato la ghirba), fece da contrappeso il più estatico rapimento mistico collettivo cui abbia mai assistito. Ma la cosa più densa di significati e punti di riflessione, la si deve a Francesco Bianchini (meglio noto come Checco). Figlio unico, godeva dell’amore incondizionato dei suoi genitori, che ritenevano doveroso munirlo, ogni sacrosanto giorno, di una banana per colazione. Il frutto peraltro doveva avere il giusto grado di maturazione, reso evidente dalla picchiettatura scura sulla buccia. Quel giorno particolare ci vennero consegnati i compiti svolti, e al povero Checco era toccato un voto particolarmente infamante (molti altri erano infamanti ma non a quel punto). Rimase fissamente catatonico sino al quarto d’ora di intervallo. Al suono della campanella, quasi fosse un segnale, profferendo frasi sconnesse, assai fantasiose e cariche di effetto, afferrò la banana e la scagliò violentemente verso un angolo del soffitto. Miracolosamente, contravvenendo alle conclamate leggi della fisica, quel amalgama giallognolo non cadde al suolo, ma rimase lì, dove il suo proprietario l’aveva indirizzato. Le ore passavano, i giorni passavano ma il distacco non avveniva. Il sottoscritto, con Massimo Frizzi ed Alberto Francois, pensò allora che la sezione F era stata teatro di un evento celestiale, carico di strane atmosfere, e che tutto ciò doveva trovare la giusta cornice di risalto. Alla spicciolata, portammo qualcuno delle altre classi a vedere la cosa, e le positive reazioni raccolte ci consigliarono ti tentare coraggiosamente il business: far pagare il biglietto come si faceva per le Grotte di Postumia. Alberto (Frank 84, dato che era un patito dell’Equipe di Maurizio Vandelli) dedicò tutto il suo estro artistico per elaborare un prototipo di biglietto all’altezza del freak. Ma quella maledetta banana pensò bene di spegnere all’improvviso la sua prodigiosa funzione, finendo miseramente a terra. A quest’ora avremmo potuto essere ricchi sfondati come i Krupp ! Ah, dimenticavo. In uno dei due armadi di legno, successivamente svuotati dei tutoli, il bidello Superman (era alto meno di un metro e mezzo), trovò Enzino e Rosanna che, al buio, limonavano con trasporto. La repressione statale si fece sentire arcigna, con un sonoro giorni di sospensione per gli audaci , ma soprattutto con la chiusura a chiave degli armadi stessi, non perché troppo scuri dentro e fuori, ma perché giudicati troppo invitanti. Attribuendo forse al tutolo un qualche significato simbolico di natura insospettabilmente erotica.

(Ferdinando Ceschia)

 

E, stellinianamente, de quo…satis.

Bracconieri e masnadieri di tutti i generi e di tutte le specie, di ieri e di oggi

Sappiamo che nell’antichità la selvaggina era considerata res nullius, cioè proprietà di nessuno.

La proprietà privata e il Medioevo comportarono che la selvaggina divenisse esclusiva proprietà del feudatario, del re e dei loro ospiti. E il popolo, per sfamarsi, si dedicò al bracconaggio, che divenne reato da codice penale. Negli anni ’90 in Italia la selvaggina ha acquisito lo status di patrimonio indisponibile dello Stato. La fauna selvatica, a quel punto, diventa disponibile solo a chi ha una regolare licenza di caccia, sulla base della Legge 11 Febbraio 1992, n. 157, in materia di Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio e a leggi regionali in materia e ai rispettivi regolamenti provinciali (della provincia in cui si esercita l’attività venatoria). Qualsiasi altra forma di abbattimento o cattura di fauna selvatica è considerata bracconaggio e pertanto perseguibile penalmente.

Il masnadiere è un furfante, malvivente, bandito; un uomo d’arme che faceva parte di una masnada; un ladrone, assassino di strada: s’abbatté in alcuni li quali mercatanti parevanoe erano masnadieri e uomini di malvagia vita e condizione (Boccaccio). Nell’uso comune, genericamente, persona disonesta e prepotente. La masnada [dal provenzale maisnada, che è il latino mansionata (cfr. lat. mansio –onis «soggiorno, dimora», da cui il francese maison «casa» e l’italiano magione)]. – Nel medioevo: L’insieme dei servi ministeriali, originariamente schiavi, adibiti nella casa del signore alle occupazioni domestiche, che nell’epoca feudale ottennero, in grazia dei servigi e soprattutto delle armi che recavano in guerra al loro signore, concessioni di feudi, entrando a far parte della gerarchia feudale: uomini di masnadagente di masnada. Schiera di uomini armati, compagnia di ventura: Con gran cuorea lancia e spada! Uguccion de la Faggiola Messo ha in punto la masnada (Carducci). letteralmente con significato più generico, schiera, accolta di persone: E poi rigiugnerò la mia masnada (Dante). Nell’uso comune, in senso spregiativo, gruppo di persone che agiscono insieme e di comune accordo, o anche singolarmente ma con scopi e metodi simili, in modo prepotente e disonesto: una masnada di furfantidi ladridi avventurieri, etc. (da Enciclopedia Italiana Treccani)

I contadini-montanari huzuli della Galizia carpatica erano considerati masnadieri, come raccontano i Singer, Pollack e Joseph Roth.

Ebbene, io penso che molti politici italiani attuali siano assimilabili per i loro comportamenti  a dei masnadieri, a dei bracconieri, senza arte né parte. Un elenco, comprendente personaggi di diversi partiti: Marcucci del PD, Di Battista dei 5S, Toti dei “totisti”, Toninelli dei 5S, Di Maio idem, Salvini della Lega, Bonafede dei 5S, Serracchiani del PD, Guerini idem, Boldrini di LeU (acronimo che pare uno sberleffo), Meloni sorella d’Italia, Boschi, elegante nulla, e il suo capo, il bullescamente attivo Renzi.

Masnadieri, bracconieri son come, questi e altri che non ricordo, né mi sforzo di ricordare. Proviamo ad approfondire nello specifico: uno come Marcucci, ricco di famiglia, arrogante nei modi, capace di passare dai liberali alla Margherita e infine al PD; antipatico senza nessuna cura per migliorare, dall’eloquio impreciso e stereotipato; uno come Di Battista, ciondolante con la camicia fuori dei pantaloni, 39/ 41enne, a seconda delle giornate; altrettanto impreciso del precedente “campione” di non-aurea-mediocritas nell’eloquio e sprovvisto di cultura degna della sua immeritata fama; uno come Toti, che ha lo stesso nome dell’eroico bersagliere che scagliò la stampella oltre la trincea prima di morire; con una “t” di meno – nel cognome – rispetto a Totti, vero grande nel suo mestiere; sovrappeso e inspiegabile somiglianza col cartoon dedicato alle pantegane; uno come Toninelli, che t’imbarazza non appena prende la parola, perché ti chiedi come faccia a stare lì, e ti vergogni per lui; uno come Di Maio di cui si può elencare gli strafalcioni che attestano l’impreparazione di base con annessa presunzione: come sempre, l’assenza di vergogna s’accompagna all’ignoranza e alla prepotenza, anche se condita da sorrisi forzati; uno come Salvini, maestro di comunicazione straccia contemporanea, senza pudore, come chi ho già apprezzato, dico per dire, qui sopra, capace di voltagiri e gabbane a ogni momento che lui ritenga convenirgli; uno come Bonafede che, interrogato in diritto, farfuglia e borborigma, Ministro della giustizia!; una come Serracchiani, campionessa di opportunismo e falsa dedizione, anche se provvista di voce argentina; una come Boldrini, che non ha mai smesso di fare l’impiegata per la tutela dei rifugiati dell’Onu, titolo di merito e limite nel contempo; una come Meloni, dai modi aggressivi e sicumeri, sempre tentante di crescere in every sense; una come Boschi, cui non annetto alcun commento; uno come Renzi che ricordo capace di dar la mano a uno e insieme – nel contempo – guardare e parlare con un altro essere umano (gliene frega nulla di nessuno). E altri e altri masnadieri e bracconieri. Dovrei citare in questo elenco anche Grillo e Casaleggio, ma non lo faccio, perché non meritano la mia fatica.

Oltre a costoro vi sono poi altre figure barbine, come la Racketa e Greta, che ora veleggia con il secchio in mano, da Plymouth verso New York, in compagna del Grimaldo-Casiraghi, coerede di una dinastia genovese di pirati. Queste non sono bracconiere, ma prede accessibili ad altri e veri bracconieri.

Anzi, direi, tutti quelli elencati son solo bracconieri, cioè quei tali che pescano dal patrimonio indisponibile dello Stato, fino a che non vengono fermati, impunemente. Lavorano nottetempo, in silenzio, convinti di essere bravi e perfino onesti. Non intellettualmente, ché non conoscono il concetto e la differenza fra i due tipi di onestà, quella fattuale e quella intellettuale. Tutt’intorno i Trump, che in politica estera non è peggio di Obama, monsieur le Président Macron, degno successor dell’imbecille Sarkozy, i terroristi di tutte le risme, il panzon presidente della Corea settentrionale e dittatorucoli vari dell’Africa, del Sudamerica e dell’Asia.

L’amico Franco a questo punto mi ricorda chi erano i bracconieri veri dei nostri paesi, fino a qualche decennio fa: povera gente che aveva bisogno di catturare in qualche modo, anche non consentito, pesci, anguille e qualche uccello commestibile, una lepre, un fagiano, perfino un riccio spinoso, e a volte un gatto, per mangiare, solo per mangiare. E allora, la similitudine metaforica in questo caso decade, non sta più in piedi, perché se chiamassimo in questo senso bracconieri i politici di cui sopra ho riportato un breve e incompleto elenco, diverrebbe un titolo di merito, un titolo di correttezza civica. Il popolo che, in qualche modo, si arrangia, senza affamare nessuno. Grazie Franco.

Ad multos annos, ma non ai bracconieri in metafora, bensì alla polizia ambientale, ai carabinieri e agli altri di cui ci si può fidare.

La fatica della verità

La giustizia, sia come virtù sia come prassi ha una enorme incombenza: l’accertamento della verità. Basterebbe questa considerazione per dare il giusto valore al tema della verità, che però deborda da questa dimensione, poiché attiene nientemeno che alla grande questione della conoscenza. E’ vero che l’uomo è andato sulla Luna? E’ vero che la terra è rotonda? E’ vero che uccidere è male? E’ vero che… e che… e che? Conosco anche qualche “terrapiattista” che pensa di avere ragione e ti aggredisce se non gli credi oppure qualche sovranista che ritiene la razza bianca superiore e ti insulta se non aderisci alla sua aberrazione. Vedi, caro lettore, quanto è importante il tema della verità? Lo so che lo sai, ma è solo per dire, anche per me.

La questione del vero (il latino veritas, il greco alètheia), che primariamente non è questione di giustizia, ma di scienza dell’essere delle cose, ha affaticato filosofi, legislatori, teologi e giuristi da quasi quattro millenni (dal codice di Hammurabi, ai libri biblici di Esodo, Levitico, Deuteronomio, a Solone, alle Tavole del diritto romano, al Corpus iuris civilis di Giustiniano, al Corano, e poi fino a noi), muovendo l’umana ricerca nei campi più elevati delle dottrine dei concetti, della critica della conoscenza e della metafisica. In questa sede dobbiamo barcamenarci dunque fra filosofia e diritto. I grandi del pensiero umano, più volte altrove citati, hanno sempre cercato di associare la nozione di vero (come verità) alle nozioni di buono e di bello, come se il concetto trascendentale (cioè generale) di vero potesse rappresentare tutti i concetti trascendentali di ordine positivo, così come se ciascuno degli altri potesse svelare il vero, in quanto buono e bello.

Questa “circolarità” e quasi “sostituibilità” terminologica è perfino rassicurante, quasi consolante, come se la pervasività del senso e del significato, in qualche  modo comune, di questi concetti ci desse una specie di maggiore sicurezza nell’analisi dei fatti e atti umani, e di tutte le cose. Adaequatio intellectus et rei (lat: concordanza dell’intelletto e dell’oggetto), è l’espressione sintetica formulata dalla gnoseologia classica (Aristotele, Averroè, san Tommaso, ma anche, in un certo altro modo, da Cartesio in poi, fino a Hegel). Non fu poi più individuata un’espressione migliore, anche se il filone idealista la rovesciò, parlando di adaequatio rei ad intellectum, cioè di adeguamento dell’oggetto al modo di comprendere dell’intelletto, a dire degli idealisti, da intendersi come la necessaria reazione ad una visione troppo materialistica (ecco la confusione fra materialismo e realismo!): adaequatio intellectus ad rem, cioè la concordanza dell’intelletto all’oggetto. Sappiamo oggi di quali disastri tale concezione sia stata indirettamente fomentatrice se non portatrice: una gnoseologia soggettivistica conduce infatti direttamente al relativismo soggettivo e quindi a quello morale. Abbiamo detto altrove che sia Hitler (e Pinochet e Franco, etc.) che Stalin (e Pol Pot e Milosevic, etc.) sono figli, sia pure non voluti, di quella concezione.

Era stato Immanuel Kant, già preso dalla grande stagione dell’Aufklärung (1) a tentare una specie di composizione fra le due posizioni, quella realista della tradizione e quella idealista, nata con Cartesio, suggerendo nella Critica della ragion pura, una via: in sostanza Kant sosteneva che gli oggetti, o enti extramentali (io, tu, le cose, il mondo, la vita, etc.) sono conoscibili solo in tanto in quanto si rappresentano in un concetto mentale (sono quindi fenomeni, dal verbo deponente greco fàinomai, mi manifesto), ma non in se stessi (o noùmeni, dal termine greco noùs, intelletto). In un certo senso, ad esempio sotto il profilo psicologico, la visione kantiana è condivisibile, perché ognuno percepisce le cose per come esse si rappresentano alla mente, ma si può obiettare che ogni cosa esiste anche in sé, ed è compito della ricerca scientifica, nelle varie discipline e tra le discipline, esplorarne i principi e gli elementi costitutivi. La fatica della ricerca della verità: così si potrebbe completare il titolo di questa riflessione.

Ognuno di noi vi è chiamato, per dare significato al proprio rapporto con il mondo, con le cose del mondo, e soprattutto con gli altri, cercando di interpretare ciò che percepisce alla luce piena di sapienza di un intelletto aperto. Giudici e politici, confessori e psicologi, ma ciascun uomo non deve dimenticare che la verità è spesso sfuggente, nascosta, composita e apparentemente contraddittoria, ma accessibile e sanante per ogni spirito umano.

Questo detto, il mio gentile lettore valuti, ma con serenità, il profluvio di enormi e innumerevoli panzane, balle, fake, menzogne che hanno proferito, senza il minimo senso di vergogna, i due dioscuri appena cessati, o quasi, Salvini e Dimaio, di molte consapevoli, di altre meno, e questo è ancora più grave. In buona compagnia dell’avvocato degli italiani e dello sbruffone toscano, e di altri ancora. Di questi tempi e di precedenti storie, ma oggi è più grave perché la vita di noi tutti è oggi.

[1] Ted.: illuminismo

La violenza bianca, ma sapete ignorantissimi e violenti giovanotti USA che eravamo tutti neri come il carbon, all’inizio, quando ci siamo erti in piedi per monitorare la savana e i suoi perigli? No? Oh babbei, studiate, studiate!

…e cercate di avere in classe con voi anche il Presidente in carica! (ché gli farebbe bene, forse).

L’ennesima strage negli Stati Uniti d’America fa riflettere su molte cose. E’ violenza allo stato puro, intanto e, come quella dei terroristi, solo debolmente – o per nulla – “giustificata” da teoremi e teorie messe per iscritto e veicolate sul web e dalle tv. Che la violenza sia un dato permanente nella storia umana è noto, anche se oggi sembra addirittura in crescita, come dato percepito, contrariamente alle statistiche, che attesta il contrario, per la rapidità e completezza con le quali diventa di dominio pubblico. In altri pezzi, infatti, ho ricordato (cf. Il declino della violenza di Steven Pinker, 2011) come statisticamente la violenza e il numero dei morti ammazzati siano in declino, e non lo farò di nuovo.

Qui mi interessa cercare di analizzare brevemente le ragioni di certe sue esplosioni, come quelle delle due ultime stragi americane a El Paso e a Dayton.

L’origine della specie umana, dall’Homo naledensis (1700K anni fa, cioè un milione e settecentomila anni) e da Lucy, la piccola donna della Rift Valley scoperta dal professor Leakey, presenta dei tipi umanoidi di pelle scura, neri, pelle che poi, con l’andare dei millenni e lo spostamento dall’Africa centrale verso nord, verso l’Egitto e la Mezzaluna fertile, il Golfo arabico e la Mesopotamia, si è progressivamente schiarita, fino a diventare pallida come quella dell’assassino plurimo di Oslo Anders Breivik. Che si è creduto e si crede superiore a chi-non-è-bianco-latteo come lui, solo perché ha 1.700K anni di meno del Naledensis. Così come Crusius, quello del mercato di El Paso o Tarrant, quello che ha ucciso nei mesi scorsi quasi cinquanta fedeli musulmani a Christchurch in Nuova Zelanda.

Follia?, come dice Trump con i suoi cinguettii, ebbene no! Troppo comodo: anche se avessero ragione Spinoza e Libet al 100%, troppo comodo.

Si tratta di gesti definibili come “folli”, ma non di follia nel senso psico-patologico, come da Manuale Medico-Diagnostico IV o V. Almeno pare. I killer di El Paso e di Dayton non erano ricoverati psichiatrici in fuga, né persone sottoposte a Trattamento Sanitario Obbligatorio. Erano e sono ragazzi americani ventenni, completamente immersi nell’humus culturale e nel mood sociologico attuali, fatti di telematica, web a manetta, superficialità informativa e ignoranza tecnica e morale clamorose. Il risultato, su menti fragili e incapaci di discernimento e di pensiero critico, è quello che abbiamo visto. Hanno compiuto stragi, senza guardare in faccia a nessuno: addirittura il ragazzo di Dayton ha fucilato sua sorella e il fidanzato di questa.

Strage non significa propriamente distruzione di massa come in guerra o omicidio plurimo, anche se di fatto stragi possono essere compiute, sia da privati cittadini, sia da governi o strutture militari. Dresda e Coventry sono due nomi che ricordano stragi compiute tramite bombardamenti a tappeto.

Specialmente negli USA vi sono esempi – oramai storici – di stragi compiute da singoli cittadini, per vendetta o per frustrazione, da lavoratori licenziati o maltrattati, che covano odio per anni e infine danno la stura alla violenza non selettiva, quasi a far pagare a chiunque altro il proprio dolore. Lo stalking e lo straining, e anche il mobbing possono costituire moventi. E poi vi sono queste esplosioni di violenza di difficile spiegazione, a partire da Columbine.

Altre stragi sono avvenute nelle carceri durante rivolte dei detenuti. Non occorre ricordare quanto già più volte qui trattato: le stragi dei vari terrorismi, da quelli politici a quelli religiosi, ambedue fanatismi irrazionali, eppure capaci di coinvolgere molti.

Il nome di Anders Breivik non si dimentica: 77 morti ammazzati fra Oslo e Utoya nel 2011. L’assassino ebbe addirittura a protestare per la qualità morale della detenzione, non pentito, anzi convinto di aver fatto bene con il suo agire in difesa della “razza bianca”.

Questi ultimi sono solo la punta dell’iceberg di una situazione che preoccupa. La disponibilità di armi da un lato, il degrado culturale dall’altro costituiscono i punti che generano processi causali difficili da fermare. Ma su questi due ambiti bisogna lavorare.

Lavorare da parte di chi e come? Tutti sono chiamati a occuparsi di questo tema ampiamente educativo, a partire dalle famiglie e dalle scuole. Anche se in Italia (finora) non sono accaduti episodi del genere, abbiamo comunque avuto recentemente fatti su cui riflettere. Si pensi a Corinaldo e alla strage in discoteca, alle sue motivazioni superficialmente criminali della banda di giovanissimi ladri, assolutamente insensibili all’incolumità altrui; si pensi al diciassettenne che ha buttato giù da una balaustra un cassonetto colpendo un dodicenne e ferendolo gravemente, solo perché era incacchiato. Il 17enne non si è chiesto minimamente se avrebbe potuto ferire qualcuno con il suo gesto iracondo.

La scuola: decine di migliaia di insegnanti precari sono stati regolarizzati da Renzi cinque anni fa e ora altrettanti lo saranno dal governo in carica. La qualità cultural-pedagogica di molti di questi è scarsa o addirittura insufficiente, perché premiati da cursus studiorum non rigorosi e selettivi. Che cosa possono dare agli adolescenti costoro? Il governo grillin-leghista pare voglia addirittura annullare le prove Invalsi per timore che svelino l’arcano di una impreparazione diffusa. Nascondiamo lo sporco sotto il tappeto, invece di pulire la stanza.

Che cosa possiamo pensare di questi progetti? Chi sarà in grado, per competenze e autorevolezza, di occuparsi dei nostri ragazzi, e-ducandoli? Certo. educandoli, perché ogni umano ha un potenziale latente che può essere fatto emergere con le dovute modalità. Perfino il truce Crusius di El Paso. Teniamo duro, ognuno nel proprio, con perseveranza.

Le dimensioni antropologiche, morali e professionali del lavoro

La connessione esistente tra le categorie morali e quelle economiche.

Il lavoro è lavoro dell’uomo (genitivo soggettivo), vale a dire che il lavoro ha come soggetto l’uomo: è di lui che esso è espressione e piena realizzazione, è in lui che trova il suo significato e il suo scopo, ed è lui che gli dà senso e valore. L’uomo non dovrebbe mai essere considerato oggetto o semplice strumento di lavoro: non possiamo parlare di “lavoro dell’uomo” (genitivo oggettivo) come diciamo “lavoro del legno” o “lavoro della terra”, l’uomo non è una cosa, non è qualcosa su cui o per mezzo del quale possiamo lavorare, tutto al più è colui per il quale o con il quale possiamo qualificare il nostro lavoro. Non si tratta certo soltanto di una questione grammaticale o di un problema di parole: vi è un dato di fatto di notevole importanza e un principio etico di grande valore che vanno presi in seria considerazione  a questo proposito, e che possono farci scoprire una interessante convergenza tra ragioni economiche e principi etici.

Il dato di fatto è che oggi diventa sempre più rilevante il ruolo dell’uomo nel lavoro. Mentre in passato era la naturale fecondità della terra il principale fattore della ricchezza, mentre il lavoro era come l’aiuto e il sostegno di tale fecondità, nel nostro tempo diventa sempre più importante il ruolo del lavoro umano come fattore produttivo di ricchezze immateriali e materiali. Possedere la terra che produce  frutti o i minerali da cui si ricavano i prodotti o l’energia per i fabbisogni dell’uomo non è più sufficiente per ricavare da questi beni naturali la ricchezza che deriva dalla capacità di possedere gli strumenti per trasformare questi prodotti  e di elaborarli in modo che possano essere distribuiti e commercializzati nell’attuale mercato globalizzato. La distanza tra la terra e la commercializzazione dei suoi prodotti va sempre più aumentando, il rapporto tra la produzione e la vendita è diventato sempre più complesso, la filiera tra la produzione e la distribuzione di un bene di consumo va sempre più allungandosi cosicché nei suoi diversi passaggi si inseriscono fattori positivi, come il miglioramento della qualità nella elaborazione dei materiali, nella produzione  e nella presentazione dei prodotti, o negativi, come la speculazione finanziaria o l’aumento immotivato dei prezzi.

In questo contesto il fattore umano diventa sempre più determinante, come diventa sempre più importante l’insieme delle relazioni personali e sociali che comporta questo mutato tipo di lavoro. “Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno. Il lavoro è tanto più fecondo e produttivo quanto più l’uomo è capace di conoscere le potenzialità produttive della terra e di leggere in profondità i bisogni dell’altro uomo, per il quale il lavoro è fatto (cf. Centesimus annus, n.31). Ne deriva che anche dal punto di vista economico il capitale che più di ogni altro determina il valore e la qualità del lavoro e della sua organizzazione è quello umano: è l’uomo con le sue conoscenze e competenze, con la sua creatività e intraprendenza, ma soprattutto con le sue capacità di relazionarsi e di collaborare con gli altri che costituisce  la ricchezza e la risorsa principale nel campo del lavoro.

A questo dato di fatto, che caratterizza la trasformazione nel rapporto tra l’uomo e il lavoro nella società attuale, dovrebbe corrispondere un principio morale di grande importanza: valorizzare il lavoro significa valorizzare chi lavora, la qualità del lavoro dipende dalla qualità del soggetto che opera in esso. Valorizzare le qualità lavorative umane significa rendere la persona che lavora sempre più consapevole dei suoi diritti e delle sue responsabilità, significa portarlo alla conoscenza delle leggi e delle regole che deve seguire, ma soprattutto si rende urgente una formazione sempre più completa del lavoratore che lo renda capace di adeguarsi ai diversi compiti che gli possono essere assegnati in un mondo del lavoro in continua trasformazione, e di collaborare alla organizzazione e alla distribuzione del lavoro in modo da non essere soltanto uno strumento passivo e un esecutore di ordini, ma un soggetto attivo, capace di far parte di una struttura lavorativa che assume sempre di più la forma di una “équipe”. Chi è stato preparato a compiere soltanto dei gesti meccanici non riesce facilmente a cambiare mansione in strutture lavorative che cambino continuamente. Chi non riesce a creare un clima di collaborazione e di partecipazione comune alle finalità di un lavoro difficilmente riesce a raggiungere i risultati voluti.

Il modello di realizzazione dell’uomo nel lavoro fin qui presentato, sia dal punto di vista economico sia da quello dell’etica, non si realizza senza un radicale cambiamento di mentalità. E la mentalità non cambia senza un’adeguata formazione a sviluppare le virtù e le capacità richieste per creare una dimensione lavorativa tale da far chiamare le aziende e le imprese vere “comunità di lavoro”. Speriamo che queste osservazioni di carattere economico e queste esigenze etiche non rimangano chiuse nei libri di sociologia e nei documenti della Chiesa, ma trovino ascolto e accoglienza in coloro che ne sono i diretti interessati: i responsabili delle imprese e tutti coloro che dovrebbero essere i loro collaboratori.

 

La professionalità al servizio della persona. La persona al servizio del bene comune

Se il lavoro è persona diventa qualità: “L’empio prende in prestito e non restituisce, ma il giusto ha compassione e dà in dono” (Sal. 36).

A questo punto possiamo intendere la professionalità nel lavoro come l’insieme delle qualità che il lavoratore in generale, e l’imprenditore in particolare, devono avere per il bene dell’azienda, o impresa o ente pubblico in cui lavora, e per le persone che vi lavorano. Ecco cosa ha affermato a proposito il Prof. Angelo Ferro: “Il lavoro acquista una connotazione motivazionale triangolare. E’ la necessità che spinge a lavorare. Ma non basta: occorre trovare diletto nel lavoro; Se il lavoro è svolto per diletto, esso è per gli adulti ciò che il gioco è per i bambini: qualcosa a cui possiamo dedicarci senza mai stancarci e attraverso cui stabiliamo rapporti profondi con le persone, senza tante parole. Il triangolo si chiude con l’approcciare il lavoro quale missione. Il risultato del proprio lavoro nel produrre un bene od un servizio è in definitiva soddisfare un bisogno di un’ altra persona, ossia, in generale, incrementare la felicità dell’altro, pensando all’altro in una virtualità di condivisione”.

Vi è un tipo di qualità indispensabile affinché le imprese non solo abbiano successo, ma siano imprese “buone”. E queste qualità sono quelle di tipo morale. Un “abile” imprenditore può raggiungere risultati eccellenti nel profitto e nell’incremento di una impresa anche senza “scrupoli morali”. Ma se non è onesto, se non tratta in modo giusto i collaboratori e i destinatari del suo lavoro, e se non tiene conto nei suoi scopi del bene comune, non può essere anche un “buon” imprenditore. Le virtù morali sono una cosa diversa dall’abilità, e non si acquisiscono solo con l’esperienza o l’intelligenza, ma attraverso l’uso dei propri talenti e delle proprie capacità a un fine di bene. Così pure la rettitudine morale non è sufficiente a garantire la riuscita di un’impresa; occorre saper esercitare i propri talenti naturali e le proprie capacità tecnico-professionali

 

I valori specificamente cristiani del lavoro

Nel suo incontro con il mondo della cultura al Collège des Bernardins Benedetto XVI ha messo in evidenza come  il valore del lavoro nella regola benedettina tragga le sue origini dalla cultura ebraico-cristiana e non da quella greco-romana, per la quale l’ideale di vita era l’“otium” e non il lavoro come “opus Dei” come continuazione dell’opera creativa e come valorizzazione del “negotium” che anche etimologicamente è negazione dell’otium.  “Nel mondo greco il lavoro fisico era considerato l’impegno dei servi. Il saggio, l’uomo veramente libero si dedicava unicamente alle cose spirituali; lasciava il lavoro fisico come qualcosa di inferiore a quegli uomini che non sono capaci di questa esistenza superiore nel mondo dello spirito. Assolutamente diversa era la tradizione giudaica: tutti i grandi rabbi esercitavano allo stesso tempo anche una professione artigianale… I cristiani, che con ciò continuavano nella tradizione da tempo praticata dal giudaismo, dovevano inoltre sentirsi chiamati in causa dalla parola di Gesù nel Vangelo di Giovanni, con la quale Egli difendeva il suo operare in giorno di Sabato: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (5, 17)… Dio lavora; continua a lavorare nella e sulla storia degli uomini. In Cristo Egli entra come Persona nel lavoro faticoso della storia. “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”. Dio stesso è il Creatore del mondo, e la creazione non è ancora finita. Dio lavora, ergázetai. Così il lavorare degli uomini doveva apparire come un’espressione particolare della loro somiglianza con Dio e l’uomo, in questo modo, ha facoltà e può partecipare all’operare di Dio nella creazione del mondo. Del monachesimo fa parte, insieme con la cultura della parola, una cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo dell’Europa, il suo ethos e la sua formazione del mondo sono impensabili. Questo ethos dovrebbe però includere la volontà di far sì che il lavoro e la determinazione della storia da parte dell’uomo siano un collaborare con il Creatore, prendendo da Lui la misura. Dove questa misura viene a mancare e l’uomo eleva se stesso a creatore deiforme, la formazione del mondo può facilmente trasformarsi nella sua distruzione”.

Da questo testo si evince che l’impresa e il lavoro in generale possono diventare un luogo privilegiato  per realizzare la vocazione della persona umana chiamata a continuare l’opera della creazione e a realizzare in sé l’immagine divina impressa in lui dal creatore. Sotto questo aspetto l’impresa viene sentita non più soltanto come “una organizzazione di lavoro”, bensì come “una comunità di uomini che si muove unita coinvolgendosi in finalità condivise”[1], una comunità di persone che vivono il lavoro come un dono da valorizzare e condividere con gli altri.

Il senso cristiano del lavoro in generale, e dell’imprenditore in particolare, è quello di sentire lo spirito di iniziativa, la creatività, l’inventiva e la realizzazione dell’impresa come  una “opus Dei”, vale a dire come una partecipazione, nella dimensione umana, all’opera creatrice di Dio e una realizzazione della sua vocazione: “L’uomo deve soggiogare la terra, la deve dominare, perché come ‘immagine di Dio’ è una persona, cioè un essere soggettivo capace di agire in modo programmato e razionale, capace di decidere di sé e tendente a realizzare se stesso” (Laborem exercens, n. 6).

Cfr. CDSC, n.339: “I componenti dell’impresa devono essere consapevoli che la comunità nella quale operano rappresenta un bene per tutti e non una struttura che permette di soddisfare esclusivamente gli interessi personali di qualcuno”,

Dio, Patria e Famiglia

E’ un sintagma amato dal fascismo storico italiano, mussoliniano, post ’29, e oggi, più o meno, usato – anche se non sempre esplicitamente – nella comunicazione politica dalla robusta demokratura putiniana: Dio, Patria e Famiglia, in maiuscolo anche i lemmi secondo e terzo, oppure, se fossimo in filosofia allo stato puro, potrebbero stare – tutti e tre – anche in minuscolo, senza che ciò significhi mancanza di rispetto.

Proviamo ad approfondire, distinguendo parola per parola: dio-patria-famiglia.

Una prima considerazione sintetica: se presi separatamente, i concetti sottesi ai tre termini sono molto importanti, anzi centrali, fondamentali nella storia umana, per le società e per le vite umane singole. Dio è l’essere supremo, l’Incondizionato, il cui sguardo tutto vede e prevede; la Patria è la Terra dei padri, dove si è nati, dove si vive dalla nascita, oppure dove si vive tout court (io sono per lo ius soli, senza nutrire alcun dubbio); la Famiglia è il locus dove di dà origine alla vita e la si trasmette, dove agisce il processo educativo, ovvero – al contrario – dove spesso accadono anche terribili cose e nefande. Onorevole Cirinnà permettendo, per la quale pare che ogni modello di convivenza possa avere lo stesso nome, come se potessimo, indifferentemente, chiamare “tavolo” la “sedia” e viceversa. Mi chiedo, ogni tanto, che tipo di cultura abbiano certi politici.

In alcuni e alcune, come la sopra citata lo slogan suscita indignazione, nonostante un semplice sforzo di comprensione storiografica, ma nutrito di conoscenza, dovrebbe smitizzare il tema. Non si devono dimenticare i Patti Lateranensi del ’29, che mettevano il cattolicesimo al posto della religione di stato, come fu il cristianesimo ai tempi di Teodosio I; la Patria era posta come luogo morale dove fosse naturale credere nella frase “dulce et decorum est pro patria mori“, morire per la Patria come ipotesi plausibile; la famiglia fatta da una maschio, una femmina e i figli come unico modello di convivenza nucleare, dove, allora, la donna era posta in famiglia come soggetto e struttura subalterna al marito-maschio-padre.

Non si può non dire che anche nella Russia attuale il terzetto di sostantivi sia di fatto accostato e apprezzato, nella Russia di Putin. Proviamo a vedere: la Russia è da mille anni una nazione cristianissima, fatto salvo il settantennio staliniano, quando però la religiosità covava sotto la cenere, e fu addirittura riesumata da Stalin quando diventò “piccolo Padre” e invocò il Padreterno con il patriarca moscovita per salvare dai nazisti la Santa Madre Russia. Il Dio dei Russi è soprattutto l’immagine di Cristo, del Cristo Pantocrator, creatore e signore di tutto. La dottrina cristiana ortodossa, l’iconologia e il sentimento sono caratteristiche peculiari del popolo russo. E molti fra gli Italiani amano, riamati, il Popolo russo, per varie ragioni, anche se nel ’41 abbiamo mandato da quelle parti 220.000 uomini in armi, molti dei quali sono morti, ma non pochi sono stati salvati dalle babuscke con il velo nero, le mamme e le nonne ukraine. Amiamo la Russia perché non è l’America, che in qualche modo dà anche fastidio, nonostante sia stata decisiva per la nostra liberazione, ma se i Sovietici comunisti non avessero impegnato un esercito armatissimo di 4 milioni di effettivi, forse anche Albione avrebbe dovuto cedere e gli Stati Uniti… Chissà. E i Russi amano l’Italia perché è inarrivabile come storia, ambiente, arte, cultura, bellezza, e perché c’è Roma, c’è stato l’Impero romano, e Mosca ama chiamarsi la Terza Roma.

La Patria per i russi è sentimento sacro, che si unisce a Dio e alla Famiglia, anche se in qualche modo, anzi in molti modi. Potrebbe bastare questo confronto per spiegare che la triade di grandi concetti non esaurisce i suoi significati nel cartello esibito dalla Cirinnà, che stranamente appartiene al partito al quale sono iscritto e dalla quale mi divide pressoché tutto. Vuol dire che il PD assomiglia sempre di più alla democrazia Cristiana, con buona pace del segretario attuale. Basta. Preferisco tornare alla riflessione teorica sul tema, per cercare di spiegare a me stesso come su questo piano l’accostamento è molto azzardato.

Dio si colloca in una dimensione sostanzialmente inconoscibile, mentre la patria e la famiglia appartengono a ciò che i sensi e i sentimenti possono raggiungere, per cui, o si pensa che anche Dio sia accessibile come la patria e la famiglia, e ciò e immediatamente assurdo, oppure si ritiene che lo statuto epistemologico del divino sia completamente diverso, distinto e distante dagli altri due. Se così fosse, come io penso che sia, il sintagma triadico già si colloca in una possibilità di comprensione ardua, se non impossibile. Forse possono darci un ausilio la dottrina del cardinale Kerns, cioè Nicola di Kues, vescovo di Bressanone, con il concetto della coincidentia oppositorum, può darci un aiuto, o fors’anche il Bonaventura dell’Itinerarium mentis in Deum, o infine il Maestro Eccardo dei Sermoni latini. Non meno di Plotino, studioso dell’Uno, dei sufi e dei sapienti dell’induismo e del buddismo. Questi insigni, infatti, pensano che Dio stesso sia accessibile, ma solo nel fondo dell’anima, nel cuore dell’uomo quando si accende la voce flebile della coscienza, quando ci si mette umilmente in ascolto della verità che parla dentro di noi… e si creda che qualcuno lassù pensi a noi.
Allora, cari sostenitori e cari detrattori della triade concettuale, come la mettiamo? Abbiamo studiato un po’ per poterne parlare con cognizione e rispetto delle parole? Non mi pare.
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