Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La solitudine cosmologica e il paradosso esistenziale

Val la pena vivere? Una domanda che certamente si fanno in tanti a questo mondo, esseri pensanti, e parlo di noi, homo sapiens. E se la sono fatta senza dubbio moltissimi anche in passato. Se la sono fatta certamente, mi permetto di pensare, anche suicidi come Socrate e Seneca, i quali di sicuro avrebbero preferito vivere ancora, evitando di suicidarsi per ordine dello stato, la democrazia ateniese e la tirannide imperiale neroniana, rispettivamente. Caro lettore, ti ripeto la domanda: val la pena vivere?

Che domanda!, potresti dirmi. Eppure penso che molti umani si facciano questa domanda, specialmente quando incontrano avversità importanti, malattie gravi, impoverimento disperante, mancanza di qualcosa di molto importante per la vita. E allora vi sono anche decisioni radicali. Oramai vanno in Svizzera a concludere la vita non pochi italiani con malattie gravi o terminali e anche persone che non desiderano semplicemente più vedere le albe e i tramonti. Senza far nomi, ricordo la scelta di un raffinato politico di sinistra che qualche anno fa prese la decisione. Mi rattristai non poco, perché avevo nel tempo letto ciò che scriveva e anche rapidamente conosciuto durante un convegno.

Non riesco quindi a dire se valga la pena vivere o no, Dovessi applicarmi a una risposta di carattere teologico cristiano, risponderei che sì, eccome vale la pena vivere, non solo perché la vita mia è unica, ma anche poiché non la possiedo, essendo proprietà divina.

Se scelgo la visione filosofica, dipende da quale scelgo: se la mia filosofia è un personalismo esistenziale risponderei ancora di sì, ché vale comunque la pena vivere; se invece la mia filosofia è di stampo scettico-stoico-nihilista, anche no, ma non è detto.

Sapendo che la vita umana ha un suo percorso e decorso e che, se non si muor giovani, si invecchia con tutte le notazioni del caso, si può anche avere paura dell’invecchiamento, del dolore, dell’indebolimento. Oppure si può accettare questi cambiamenti se si riesce ad avere una visione alta della vita e della sua complessità. La vita in generale ha un che di inesprimibile e quella umana in modo particolare, con la sua complessità e misteriosità.

La vita viene, la vita vince, non ti chiede il permesso se ti fa diventar zigote. Quando ci sei ci sei, e basta. E poi come essere umano entri nella storia del mondo, entri nell’ambito del diritto, dei diritti, ne sei soggetto. Quando hai l’uso di ragione divieni consapevole anche di avere dei doveri.

Poi il tempo fisico-cronologico passa, intervallato da momenti di kairòs, momenti del tempo interiore, opportuno. Cambi, ti fermi, riparti, ti ammali, guarisci. Provi paura e la superi, con il coraggio; a volte ti viene da fare il temerario, altre volte la tentazione è la vigliaccheria.

Incontri persone che ti sono inferiori, ma hanno più potere di te e ti viene da mandare tutto alla malora, ma poi resisti. Questa è la vita: mediazione tra l’essere e il poter essere, tra l’essere e il dover essere. Resisti perché non vale la pena rompersi la testa contro un muro, duro anche se sbrecciato, oppure di gomma, dove rimbalzi, o dove ti impantani. E’ meglio stare liberi, all’aria, respirando profondamente.

A quanto sappiamo fino ad ora, siamo soli nel cosmo, cioè nell’ordine delle cose, e il silenzio delle galassie ci circonda. Chissà se vi sono altre “intelligenze” là in giro, e perché dovremmo esser-ci solo noi, direbbe Heidegger? Infatti non c’è ragion sufficiente per pensarlo: più plausibile è che qualcuno vi sia là in giro. Non sono mancati indizi finora, di queste presenze, ma nessuno è stato finora confermato al di là di ogni ragionevole dubbio, per cui questo dubbio rimane.

Non so se mi piacerebbe ci fossero altre intelligenze al mondo, capaci di onomaturgia, cioè di inventare parole, concetti, idee. Parole d’autore, neologismi che nutrono una lessicologia rinnovantesi, estro e inventiva, che spesso mi intrigano: ho inventato anch’io qualche parola, e chissà se qualche abitante altro del kòsmos è in grado di fare altrettanto, magari con altri strumenti, come ipotizzano Nick Bostrom o Lovecraft nella sua mitologia dei Grandi Antichi.

La superbia e l’invidia del politico tra cene presunte e dintorni

Mi ha stupito, ma non più di tanto, il ridicolo atto di superbia dell’ex ministro Carlo Calenda che, dall’alto della sua autostima, ha invitato a cena Renzi, Gentiloni e Minniti, cioè i due capi dei governi PD appena passati più il ministro più brillante, per discutere, loro sì uomini molto importanti, del futuro del Partito democratico, da tempo in crisi di identità e di consensi.

In quattro come i tre più uno – moschettieri Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan (che sarebbe Calenda), o come Tex Willer (sempre lui, il calen di maggio) e i suoi tre pards, Kit Carson, Tiger Jack e Kit il figlio di Tex.

Ma come gli è venuto in mente di rendere pubblica una cosa del genere? Perché non li ha invitati a cena in privato e non ha evitato di informare l’universo mondo di tanto importante convivio. Infatti, chissenefrega di Calenda e dei suoi inviti a cena? E io che pensavo fosse intelligente, magari un po’ più di molti compagni di partito di vertice, ma no, è un montato come tanti altri.

All’ex ministro dello sviluppo economico ha risposto Nicola Zingaretti, famoso anche perché fratello del bravo attore Luca, checché lui ne dica, proponendo una cena con la cosiddetta “società civile”, cioè la gente “comune”: operai, studenti, disoccupati. Eccolo là: gente “comune”, perché lui non è “comune”. In Veneto, a meno di venti chilometri da casa mia, si dice “peso il tacòn del buso“, cioè peggio il rattoppo dello strappo sulla giacca riciclata del nonno in una famiglia povera, facente parte della “società civile”, o della gente comune.

Facciamo il punto: il PD è quella roba lì almeno al vertice, o sé putante tale: il segretario Martina neppur considerato. Gli altri un po’ più sotto, le Boschi e le Pinotti, l’Orlando e c., scomparsi. L’unico guardabile, se non altro per eleganza e stile è il colonnello Cuperlo, ma in tanta solitudine.

Stavo pensando a mettermi in gioco partecipando alla prossima stagione congressuale del partito di cui sopra, ma dovrei avere qualche garanzia che la nave dei mediocri e dei folli non mi faccia fuori subito, perché sai, mio gentile lettore, non vale niente contro le alleanze degli stupidi, ché contro queste perdi, perdi sempre. Son capaci, se non di batterti sul piano dialettico-qualitativo, di riempire il tuo nome di contumelie seppellendoti sotto una montagna di falsità nutrite di invidia.

Questi sono persi in un luogo senza tempo e senza spazio.

Dall’altra parte, caro lettore, abbiamo le sublimi, si fa sempre per dire, intelligenze furbette di Salvini e Di Maio: questo secondo non sa neppure che cosa è la vergogna. Dopo ogni gaffe, riparte da capo, nel suo completino scuro, capello corto perfettamente tagliato ed eloquio arrogantemente impreciso. Il bimbo arrogante ora “pretende” che il ministro dell’economia prof. Giovanni Tria “trovi i soldi per gli Italiani“. Come? Magari rapinando banche?

Il primo ha più esperienza e la usa: non vi è argomento di cui non si interessi, lanciando campagne quotidiane sui social, capace ogni giorno di battute assai memorabili, come “molti nemici molto onore”, e altro d’ameno.

Ora i governativi sono al sessanta per cento dei consensi stimati, un più dieci in meno di quattro mesi, mentre tutti gli altri calano.

Cercano di tener la barra del vascello a dritta i ministri degli Esteri e dell’Economia, dove cerca di ingerirsi il prode ultraottantenne Savona. Il premier, o non so come chiamarlo, anzi sì, presidente del Consiglio dei ministri (ex art. 92 della Costituzione della Repubblica Italiana), non appare come solitamente appare -in metafisica- l’essere all’evidenza, forte di una debole voce qualsiasi, l’avvocato del popolo, novello Marat dallo studiato ciuffetto scuro in fronte.

Tornando a “sinistra” troviamo l’acronimo-sberleffo “L.E.U.”, che non sa che fare, ma non è un guaio perché non se ne accorge nessuno, o forse solo qualche nostalgico un poco disinformato.

A centro-destra, non posso non riconoscere un qualche merito, una qualche malinconica razionalità al vice di Berlusconi, l’Antonio vicepres del Parlamento europeo, e… udite udite, perfino allo stesso cavalier Silvio. Non l’avrei mai pensato. Accanto a questi abbiamo quel-che-resta del fascismo dolce della romanina, front woman speculare al partitino di sinistra sopra citato.

Mi perdoni il lettore questi ragionamenti intrisi di para-lombrosismi surrettizi, ma faccio fatica a evitarli, una fatica boia.

… che fare dell’ansia e di questo “benedetto” stress?

Insegnaci ad aver cura e a non curare/ insegnaci a starcene quieti”  (Thomas Stearns Eliot), si potrebbe iniziare così questa breve riflessione del grande poeta inglese su un termine oggi tanto usato e anche ab-usato.

L’ansia è come il rasoio di frate Guglielmo d’Occam, ma dannosa, solitamente non utile all’intelligenza come il metodo filosofico del francescano di Oxford. L’ansia taglia i dendriti che conducono ai neuroni depositari della memoria e danneggia lo studio e il lavoro. Lo studente ansioso fa fatica a studiare e perde le nozioni; al relatore ansioso succede la medesima cosa, così come al docente.

I manuali descrivono l’ansia come uno stato psichico dell’individuo cosciente, caratterizzato da forte apprensione, preoccupazione e anche paura. In questi casi la persona fa fatica a trovare un adattamento alla situazione e all’ambiente dove vive un’esperienza.

Chi si trova in questo stato prova a volte anche sensazioni fisiche negative come palpitazioni, dolori al petto e/o respiro corto, nausea, tremore interno, fino alle manifestazioni del panico. Può esistere come disturbo cerebrale primario, oppure può essere associata ad altri problemi medici, inclusi altri disturbi psichiatrici o conflitti interiori. Amigdala e ippocampo, che sono parti del sistema limbico pare siano molto coinvolti dalla sensazione dell’ansia, forse anche una reazione a situazioni che potrebbero risultare dannose e quindi da evitare.

Le dottrine e metodologie orientali dello yoga e del tai chi sono utili a rimediare all’ansia e allo stress, e funzionano anche come antinfiammatori. Lo stress può essere anche motivazionale, ed è lo stress buono, l’eustress (termine greco-anglo-latino), mentre il distress (etimologicamente analogo) è dannoso. E’ fuori discussione l’utilità di un certo stress (da stringo, strictus).

Si combatte l’ansia e lo stress anche con un corretto muoversi dell’inspirazione/ espirazione, confermato da decine di studi sullo stress sui sistemi immunitari, con positive conseguenze perfino a livello di DNA.

Oggi si lavora sulla cosiddetta mindfulness o consapevolezza, attenzione. Se vi è costanza in questo approccio vengono contrastati gli effetti della tensione, riduce le citochine infiammatorie e promuove i fattori positivi come il BDNF o brain derived neurotrophic factor.

Sembra anche che cantare riduca il cortisolo, ormone dello stress, e che perfino il tumore possa in qualche misura essere prevenuto e il criceto impazzito (cioè io stesso), guarito.

Un modo antico per combattere l’ansia è la riflessione, la capacità di usare la logica e la filosofia naturale e pratica, talché è possibile lavorare sugli stati ansiosi aiutando le persone ad aiutarsi, utilizzando le facoltà intellettive e il metodo dell’argomentazione. Ogni persona può trovare la strada della consapevolezza e distaccarsi da questo condizionamento psichico e morale molto pericoloso.

Parlo di questo argomento perché molto spesso vengo interrogato sul tema e non se ne parla mai troppo.

Jacques Prevert scriveva così: “Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro per dare l’esempio“.

Far filosofia nell’educandato delle fanciulle povere in Firenze, esempio di gravissima discriminazione di genere e ancor più culturale, storicamente data i cui residui fenomenologici sono ancora presenti nella testa di molti maschi

Florentia è anche la capitale dei sovrani senza regno, coloro che filosofano, anzi che con-filosofano, come scrivo nel post precedente.

Il fine settimana di questa prima decade di settembre  è occupato intensivamente nei colloqui sabatini e nel laboratorio collettivo domenicale, mentre campane tutt’intorno chiamano alla Messa. Si fatica, ma si va avanti, incontrando le persone nella sala capitolare di un convento femminile del ‘500, oppure nel chiostro. Gli archi essenziali inquadrano pezzi di cielo oppure i camminamenti ampi che portano ai vari ambienti.

A Firenze, tra le infinitamente numerose opere d’arte e reperti storici, seguendo l’entusiasmante elenco di lavori supremi di bellezza, c’è il rischio di trascurare meravigliosi siti, considerati -perciò- minori.

Questo sito di via Faenza, si chiama il Fuligno, perché è stato fondato da una nobildonna proveniente dalla cittadina umbra, la Beata Angiolina contessa di Corbara. Nel tempo, dal ‘500 in poi, è stato convento di monache benedettine e agostiniane, fino all’arrivo delle Figlie della carità di Saint Vincent de-Paul a metà ‘800, educandato per le bambine e le ragazze povere, destinate a una vita in subordine del maschio di turno, padre o marito che fosse. Come molte donne musulmane, e anche nostrane, di oggi. Duole dirlo.

Nel convento vi sono opere d’arte di alto livello: su tutte, forse, Alessandro Allori e la sua Crocefissione e il crocifisso ligneo di Benedetto da Maiano. In un’altra sala troviamo una dolcissima Annunciazione di Bicci di Lorenzo.

Per noi è interessante sfogliare i regolamenti che nel tempo si sono succeduti, per gestire questo luogo di raccolta di bimbe, ragazze e giovani donne. Chi le scriveva erano monaci e chi le applicava madri superiore e badesse.

Queste ragazze, prevalentemente dei ceti più poveri, non erano più interessate a tener casa, e stavano in serbanza per diventare monache, ecco un passaggio di uno di quei testi regolamentari. Le mendicanti erano addirittura pencole e pericolanti in senso morale, secondo la morale oppressiva e maschilista del tempo, in base alla quale le donne dovevano solo obbedire e basta. Un’altra categoria di donne che venivano accolte nell’Educandato era quello delle fanciulle fiorentine povere prive di genitori, orfane, o senza chi in qualche modo le sostenesse.

Nel capitolo 8 del regolamento dell’Educatorio, o Educandato, si legge “(…) le educande devono avere un contegno di buone figlie, professando sinceramente alle (suore) medesime pronta obbedienza e sottomissione, (…) e professeranno sempre il rispetto e la totale dipendenza al Sovrintendente, al Direttore spirituale e alla Superiora (…)”.

Nello Statuto dell’Educandato emanato nel 1888, sotto Crispi e re Umberto I, si legge all’articolo 1 “(…) tale Educatorio è istituito per la educazione cristiana e civile di fanciulle povere della città e preferibilmente orfane“. Al cap. 4 si legge “Al direttore spirituale è affidata la condotta morale di tutte le commoranti (…).” E al comma 7 è scritto “(…) il Direttore spirituale esaminerà tutti i libri che vorranno leggere le educande approvando quelli che riterrà adatti e rigettando gli altri“.

Al cap. 8, comma 7: “Parimenti senza una ascoltatrice si proibisce di parlare in qualunque parte dell’Educatorio con qualsivoglia persona (…)”.

Straordinario l’art. 3. “(…) Lo scopo è quello di istruire le alunne nella religione cattolica, nell’intero corso elementare, nella lingua francese e specialmente in ogni specie di lavori femminili per farne buone madri di famiglia, e renderle atte a sostenere uffici di Governanti, Guardarobe, Cameriere, Bambinaie, o distinte Operaie“. E basta: non si prevedeva che una donna potesse fare carriera. L’accesso all’università era quasi vietato anche alle figlie dei benestanti, conti o gran borghesi che fossero. La prima laureata italiana è di metà ‘600. Ancora nell’800 se una ragazza manifestava l’intenzione di studiare Teologia veniva dirottata a Filosofia, perché la Teologia era “roba da maschi”, troppo difficile ed elevata per le femmine.

Il Sacerdote direttore spirituale, ogni domenica “ha da tenere omelie edificanti alle signorine educande per ammaestrarle nei doveri morali e religiosi ed a risvegliare in esse gli affetti verso la famiglia e la patria.”

Il testo della dottoressa Francesca Maria Casini, autrice del volume Il Fuligno ieri e oggi è addirittura esaltante (si fa per dire), nella sua cultura discriminatoria. Leggiamo: “tutto il lavoro (…) si eseguisce dalle educande per assuefarle a compiere i doveri propri del loro sesso e della loro condizione.

E oggi? Che possiamo dire di oggi? Senza fare del vieto femminismo al maschile, si può dire che vi è molta strada da fare ancora, a partire dall’educazione familiare. A proposito in quei regolamenti si parlava sempre di educazione, ma non nel senso etimologico del termine (torre fuori, oggi diremmo, i talenti), e mai di acculturazione e formazione. Finché le mamme continueranno a educare in modo differenziato da un punto di vista della dignità della persona, maschi e femmine, non ne potremo uscire.

Ma oggi anche il padre è in crisi, e lo è da quasi mezzo secolo. Il discorso è complesso, terribile, affascinante. Non evitiamolo.

Derelitta, la “cultura” è il “nuovo nero” o il “nuovo ispanico”, perché ha la tuta arancione dei carcerati americani, e a volte sembra messa nel “miglio verde” dei dead men walking, ma non ce la faranno le Fedeli e affini. A volte la cultura declina o si ammorba o viene addirittura odiata, come accadde ottanta anni fa con l’emanazione delle infami leggi razziste contro gli Ebrei, a firma di Mussolini e di Vittorio Emanuele III, basta ascoltare l’attuale capo del Governo, il leader absconditus… per avere un esempio del violento e vergognoso attacco

La tuta arancione, come fossi prigioniero a Guantanamo, mi si attaglia, pare, come fossi un nero o un ispanico. Caro lettore, tu ti chiederai il perché, ed è l’argomento di questo post.

Me lo ha suggerito un valoroso tecnico elettronico che ho sentito a colloquio in un’evoluta azienda friulana, nicchia di idee, ancorché poco nota, l’amico Paolo.

Oggi la tuta arancione significa che chi rispetta la cultura, se ne nutre, la considera importante, la indossa, come fosse un derelitto, un nero negli anni trenta in Alabama o un ispanico nei quaranta o cinquanta nell’Ohio. Se sai qualcosa, soprattutto in senso socratico, come spiegavo un paio di post addietro, vieni attaccato dagli ingelositi o addirittura invidiosi, che ti guardano di mal occhio. Sei un derelitto.

Oggi il sapere è negletto, ridotto a pillole twitterabili. Odio le pillole di saggezza e mi verrebbe da sputare in faccia a chi -pensando di farmi un complimento- definisce in  questo modo i miei saggi di etica generale.

La cultura è coltivazione, è fatica del dissodare un terreno, che sono i neuroni, e poi usare l’erpice per rifinire i coltivi, o i pensieri.

Sono passati ottanta anni dalle leggi infami contro gli Ebrei Italiani emanate da un re d’Italia che meriterebbe per questo lo stesso epiteto, e altri per la sua vigliaccheria mostrata con la fuga a Brindisi, lasciando l’Italia senza guida. Di quei tempi il piccolo re Savoia avrebbe meritato la fucilazione per alto tradimento della Patria, e lo dico io che son contrario alla pena di morte.

Qualche giorno fa è mancato il professore Luca Cavalli Sforza che, al contrario di re e duce ha studiato e spiegato ben altro: che non esistono le razze e che gli esseri umani sono interfecondi e hanno tutti modalità emotive e sensibilità spirituali, e pertanto sono portatori dello stesso valore.

Partendo dallo studio del moscerino Drosophila e soprattutto sui batteri, ha in seguito scoperto diverse mappe genetiche umane dai  suoi primordi evolutivi, seguendone migrazioni, contro-migrazioni, spostamenti, scambi continui, adattamenti, per concludere che tutte queste mappe conducevano a una sola sorgente antropologica, quella africana. Se tutti gli uomini derivano dallo stesso ceppo, Cavalli Sforza, con il programma Human Genome Diversity Project fece ragionare la comunità scientifica (e non solo) sull’unicità genetica e culturale di ciascun essere umano, rendendo scientificamente desueto, quando non socialmente pericoloso, l’uso del termine “razza umana”. E’ stato non solo un ricercatore di prim’ordine ma anche un divulgatore scientifico di enorme talento.

La scienza è stata da lui proposta con rigore e umiltà, la stessa scienza che oggi spesso è negletta, la stessa scienza di Levi Montalcini, Renato Dulbecco e Antonio Damasio, per tacer di altri valorosi. Una scienza rigorosa e democratica insieme, quella di cui i dimaio di turno non sanno che farsene.

E vada per un fuoricorso, come il viceprimoministroeministrodellosviluppoeconomicooedellavoro, auff, respiro, ma anche Conte, il premier invisibile, che una laurea ce l’ha, magari non illuminata da tutti i master millantati nel falso curriculum vitae di presentazione, anche lui, in odio -chissà fors’anche involontario-  al sapere o per insipienza oggi ha detto un’enorme sciocchezza, evitando di dire ciò che era necessario dire.

In odio al sapere o per insipienza.

La sciocchezza: intervistato da non-so-chi si è sperticato in lodi inusitate a dimaio, che non ha alcun merito, per la stipula dell’accordo Ilva, dimenticandosi di citare sindacati e impresa, che sono stati e sono i veri protagonisti, poveretto lui, non sa come funzionano le cose, l’avvocato degli italiani, ma va.

In odio al sapere o per insipienza.

 

Dicon sempre “questo paese”… e mai “l’Italia”, ché si vede -come nome- gli fa schifo

Ascolto con ben poco piacere le voci diversamente rauche da fumatrici di Anna Maria Furlan e Susanna Camusso, que hablan dei maximi sistemi, con competenze approssimative e discorsi che, si sente lontano un milio, son redatti da ghost writer trentenni, laureati, a differenza di lor due, anche se una laurea non è sinonimo di cultura, ma una sua assenza, salvo rare eccezioni (Giuseppe Di Vittorio e Pierre Carniti e qualcun altro di quell’ambiente) può mettere a repentaglio un sapere che deve intendersi sotteso, se si azzardano certi discorsi analitici o con qualche parvenza di epistemologia disciplinare. Non cito neanche il terzo pittoresco frequentatore della Uil’s University (ah ah ah!), che non so dove sia, né se esista veramente, se non nella spiritata e non spiritosa metafora dell’adombrato signore. Il fatto è che i discorsi costruiti puzzano di falso a un orecchio a malapena esercitato.

Quando le sento parlare, sempre con toni di saccenza e spesso accusatori verso interlocutori che dovrebbero imparare tutto o quasi da loro, mi capita di far spesso  una sorta di analisi strutturalista del discorso stesso. Ad esempio, ascoltando stamane Furlan al convegno di Area Dem, ho registrato il verbo “immaginare” per sei volte nei primi quattro minuti di parlato. La parola “lavoro” è stata da lei proferita almeno venti volte nei primi dieci minuti di parlato. Troppo, vero? Queste non conoscono i sinonimi di cui abbonda la lingua di “questo paese”, cioè l’Italiano. E neppure i loro ghost writer, parmi, desolatamente.

Non sanno dire “l’Italia” o non vogliono pronunziare il bel nome di Patria nostra? A volte usano la preposizione semplice “in” per sostenere un aggettivo determinativo, cioè “questo”, cui segue inesorabilmente “paese”. Meglio -e alquanto più onesto (ma lor nol sanno)-  sarebbe utilizzassero l’aggettivo desueto, ottocentesco, “codesto”, per distanziare ancor di più il loro sentiment dall’Italia, come concetto e lemma linguistico, valore etico e storico-politico, e perfin suono.  A volte hanno in uso l’articolo determinativo “il” per sostenere il termine “paese”, generica traduzione di country o di land, come a dire più o meno regione. Gli pesa o gli fa schifo citare il nome proprio della nostra terra, l’Italia? Vorrei vedere se magari gli piacerebbe di più Enotria o Trinacria o … qualche altro nome arcaico. Mi hanno da tempo stancato queste due fumatrici dall’eloquio ovvio, così come innumeri politici e giornalisti pigrerrimi. E i titolisti dell’ovvio.

Non pretendo dicano “la nostra Patria”, perché il loro generico sinistrismo linguistico le ha indefettibilmente portate a censurare il nome della terra dei padri, ma Italia potrebbe stare nel loro lessico. Oppure ora si deve abolire ogni cenno al nome perché Salvini ha coniato il furbo (e nulla più) slogan “prima gli Italiani”?

Se così fosse, miseria! Miseria nera.

Che fare dunque? Una battaglia, quasi come per il congiuntivo, attaccato da tutte le parti, e non per cattiva volontà, ma per pigra ignoranza o pigrizia ignorante, che son quasi sinonimi. Mi meraviglia il fatto che anche seriosi glotto-linguisti, di cui qui non faccio nomi, poiché spero in una loro resipiscenza, son spesso indulgenti nei confronti di chi usa l’indicativo in luogo del congiuntivo nelle frasi che lo richiedono per dar respiro al concetto e all’intenzione dell’agente. Danno ragione di tale indulgenza spiegando la dinamicità delle lingue, la loro quasi motilità storica, dicendo a volte: “Ma noi non parliamo mica l’italiano di Dante e Boccaccio, del Petrarca e di Machiavelli, e neppure di Leopardi, né quello di Giovanni Pascoli o del Vate D’Annunzio“. Non mi sembra una ragion sufficiente, direbbe il grande Leibniz.

E così non parmi accettabile senza lottare questa negligenza nel dire “l’Italia”, quando si cita questa terra benedetta -se vogliamo- dalla sorte, dalla deriva dei continenti che l’ha fatta così com’è, in medio aequoris Mediterranei.

Non accetterò mai, finché forza vitale avrò, né mi arrenderò non combattendo per questo fine. Ho scritto perfino al presidente Mattarella, al capo del governo e al segretario del mio partito, non ai due vice, troppo scarsi per capire il tema posto, e solo il più alto in grado mi ha risposto con garbo, tenendone anche conto nel suo dire successivo. Ecco che serve l’umile battaglia di ciascun di noi, se il fine è buono e la ragione è commessa con la natura delle cose (cf. G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, 1820/ 21), come un intarsio artistico, come l’arredo dello studiolo del Signor duca Federigo di Montefeltro, nella splendida Urbino.

Hoc unum scio, nihil me scire

Già informai qualche tempo fa il mio gentil lettore che in questa fase della mia vita, tra altre attività di studio e ricerca, approfondisco con gusto il pensiero del filosofo-poeta nostro massimo, il conte Leopardi da Recanati. La riflessione espressamente “socratica” che qui riporto, tratta dallo Zibaldone di pensieri, scritto negli anni 1920/ 21 da lui giovanissimo, è particolarmente valida di questi tempi saccenti e superficiali, o meglio, popolati da molte persone saccenti e spesso superficiali. Il conte Leopardi è spietato, e ne godo, con queste categorie di persone. Leggiamo insieme una parte della sezione 449.

“(…) Ora è cosa dimostrata dalla continua esperienza, che l’uomo si determina al credere tanto più facilmente, prontamente, e certamente, quanto più è vicino allo stato naturale, come appunto accade negli animali, che non hanno né difficoltà né lentezza né dubbio intorno alle loro idee o credenze innate nel senso detto di sopra. E così il fanciullo, l’ignorante, ec. E per lo contrario, quanto più si è lontani dallo stato naturale, cioè quanto più si sa, tanto maggior difficoltà e lentezza si prova alla determinazione dell’intelletto e tanto minor forza, ossia certezza, ha questa determinazione o credenza. Così che la certezza degli uomini nel credere (e quindi la determinazione e forza nell’operare, ch’è in ragion diretta colla certezza del credere) è in ragione inversa del loro sapere. Hoc unum scio, me nihil scire: famoso detto di quell’antico sapiente. E questa è la conclusione, la sostanza, il ristretto, la sommità, la mèta, la perfezione della sapienza. Laddove il fanciullo e l’ignorante si può dire che crede di non ignorar nulla: e se non altro, crede di saper di certo tutto quello che crede. E questa è la sommità dell’ignoranza (onde credendo quello ch’é conforme alla natura, e credendolo in questo modo, ne viene a esser felice perfetto). In maniera che, dove alla determinazione dell’uomo, non è necessario, anzi non può servir altro che la credenza; la cognizione, la quale si vuol che sola sia capace a determinarlo, viene a esser nemica della credenza e però della determinazione. E invece che l’ignoranza tal qual è in natura, (non l’assoluta, cioè la negazione di ogni credenza o determinazione dell’intelletto, che in natura non si dà) conduca l’uomo o l’animale all’indifferenza, come pretendono; ve lo conduce anzi il sapere (e l’eterna esperienza lo prova). E l’uomo tanto meno, tanto più difficilmente, lentamente, e dubbiamente si determina, quanto più sa. Tanto minore è la determinazione, quanto maggiore è il sapere. E tanto è lungi che la credenza sia incompatibile coll’ignoranza, che per lo contrario è molto più compatibile coll’ignoranza che col sapere.” (G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, 449)

Son consapevole del dolore e della sofferenza che genera il sapere (pur conscio, e soprattutto in quanto così conformato), rispetto all’ignoranza saccente che da tutt’intorno contempla il nulla pensando di contemplare il cosmo, ovverossia l’ordine delle cose. Quando guardo in volto l’ignorante saccente, specie se ricco e potente, mi vien come un’ombra di pietà, che non è neppur parente della pietas latino-cristiana, ma è proprio il sentimento della desolazione. E voglio specificare che questo sentimento è in essenza costituito di rabbia e di delusione, essendo la mia speranza mai doma di poter pensare a cose migliori, a menti e riflessioni più acute, curiose e capaci di relazioni buone e di alleanze intelligenti.

Ho a che fare spesso con soggetti umani di tal fatta, che dunque vanno evitati con cura -se possibile- (e talora possibile non è, perché s’ha pur da vivere), oppur vanno blanditi per impedir loro, a loro insaputa, di danneggiare il kòsmos, cioè l’ordine delle cose. In questi casi è proprio il caso di profittar di tali mancanze, utilizzando a fin di bene il presuntuoso ignaro, mentre’egli pensa di usare te, non accorgendosi il tapino che sei tu a usar lui, ma a fin di bene, un bene che lui / lei non capisce e neppure comprende, ma i maschi son più numerosi delle femmine in questa categoria di persone. Non serve schiantarsi contro un carro armato, è meglio agire come gli “assaltatori con le bombe a mano” della pazienza e di un’accortezza perfin sorridente.  Non è facile sorridere davanti alla stupidità presumida, se dice en castellano, poiché il primo moto sarebbe quello di mandare in malora tutto e ritirarsi a vita privata. Ma non va bene, poiché sarebbe ingeneroso nei confronti di chi ancora pensa, riflette, lavora, spera, come insegnava il solitario di Kðnigsberg, il professore Immanuel.

E poi vi sono i permaleuses che temono ogni tua azione, paventando che sia diretta contro e dunque nutrono illegittime suspiciones y sentimientos infirmados.

Son persone che, se gli proponi un neologismo oppure un lemma desueto si scervellano per capire il fin secundo, come fosse necessitato per la tua malevolenza presunta. Se tu dici queste cose insolite “chissà che cosa ti passa per la capa“, a suo danno, su di te ei pensa e sospetta. Ecco un esempio.

Alba, prima luce del mattino, o dilucolo; all’alba voce dotta recuperata dal latino diluculum, da dilucère ‘essere luminoso, essere chiaro’, e significa i crepuscoli di alba e tramonto, luoghi in cui il dilucère. I pensieri non sono mai così chiari come quando si esce di casa al dilucolo, pare.

Ma certe persone si arrabbiano perché gli dà fastidio che tu conosca il dilucolo. Gelose, anche, sono. E a volte invidiose del bene altrui, ignorando di essere affette da un vizio, certamente il peggiore, dopo la superbia, il vizio dell’invidia, come insegnano papa san Gregorio Magno e frate san Tommaso d’Aquino.

L’invidia è un guardare-male l’altro, dal latino invidère, guardare di storto, di mal occhio.

Ecco, dunque, se così è, il tempo in cui viviamo pretende un rallentamento intelligente, un metodo, che significa trovare una via, un sistema, cioè un qualcosa che abbia struttura, capace di argomentare logicamente le scelte e i discorsi che si fanno.

Contro le deformazioni del vizio, occorre ancora, come sempre, filosofia.

Sicut Horatius Flaccus scribebat, multi dicunt et dici posse aurea mediocritas vel, adfirmare possumus, in medio stat virtus, sicut Aristoteles cogitabat, così come s’ha da valutar bene i cattivi giudizi sull’Italia, che non considerano tutto ciò che va bene, né quanto di male c’è in molte nazioni che se la tirano o di cui comunque non si parla

Caro lettore,

la vulgata dell’orazian sintagma “aurea mediocritas” posto nel titolo a volte si confonde con un altro motto di origine aristotelica e scolastico-medievale “In medio stat virtus“, cioè la virtù sta nel mezzo di due estremi: in sostanza è meglio non essere troppo virtuosi, caritatevoli, altruisti, disponibili con gli altri, o con il prossimo, come dice il Vangelo, ma è meglio esserlo… moderatamente. O a volte per nulla, se si vuole estendere il senso del non-detto oltre l’esplicito invito alla moderazione.

Di seguito, per documentarci, riporto l’Ode oraziana citata nel titolo, con la traduzione italiana.

Orazio, libro II, ode 10 – Aurea mediocritas – Voces

Rectius vives, Licini, neque altum/ semper urgendo neque, dum procellas/ cautus horrescis, nimium premendo/ litus iniquum.// auream quisquis mediocritatem/ diligit, tutus caret obsoleti/ sordibus tecti, caret invidenda/ sobrius aula.// Saepius ventis agitatur ingens/ pinus et celsae graviore casu/ decidunt turres feriuntque summos/ fulgura montis.// Sperat infestis, metuit secundis/ alteram sortem bene praeparatum/ pectus: informis hiemes reducit/ Iuppiter, idem// submovet; non, si male nunc, et olim/ sic erit: quondam cithara tacentem/ suscitat Musam neque semper arcum/ tendit Apollo.// Rebus angustis animosus atque/  fortis adpare, sapienter idem/ contrahes vento nimium secundo/ turgida vela.

In italiano

Vivrai meglio, o Licinio, senza spingerti sempre in alto mare né, mentre cautamente temi le tempeste, non seguirai troppo da vicino la costa pericolosa./ Chiunque prediliga la preziosa via di mezzo, al sicuro, resta lontano dallo squallore di una casa fatiscente; moderato, e sta lontano da un palazzo che crea invidia./ Molto spesso il pino troppo alto è agitato dai venti, e le torri più elevate sono quelle che crollano al suolo in modo più rovinoso, ed i fulmini colpiscono le cime dei monti./ Un animo ben preparato nella situazione avversa si augura una sorte favorevole, nella buona teme la sorte contraria. Squallidi inverni scatena su di noi Giove ed è lui stesso che li allontana./ E se le cose ora vanno male, non è detto che sarà così anche la prossima volta: talvolta, Apollo con la cetra risveglia la poesia [fino ad allora] silenziosa, e non sempre tende l’arco./ Nelle avversità mostra un animo forte e coraggioso, ed allo stesso modo, saggiamente, raccogli le vele gonfiate da un vento troppo favorevole.

«Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ‘l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.
Tutti lo miran, tutti onor li fanno »

Dante, Inferno, IV, 130-133

 

Ho voluto mettere in premessa questa parte filosofico-letteraria per riflettere con te, mio caro lettore, sui giudizi che spesso si sentono tranciare sull’Italia, che non sono mai moderati, riflessivi, credibilmente realistici, come se l’Italia fosse il centottantesimo paese del mondo, in ogni classifica. Stupidaggini. Tanto per fare un raffronto, di seguito ti elenco un po’ di stati che qualche problemuccio hanno, e mi sembra di non poco conto. Cari giornalisti, titolisti e politici dell’opposizione attuale, di qualsiasi opposizione, ché i vizi restano gli stessi, imparate la moderazione riflessiva o la riflessione moderata e un uso ponderato del lessico italiano, che è ricchissimo. ma lo sapete o lo ignorate?

La ginestra, fiore del deserto, canto del filosofo-poeta, o del ponte Morandi a Genova che non le sopravvive

La ginestra o Il fiore del deserto è la penultima lirica di Giacomo Leopardi, scritta nella primavera del 1836 a Torre del Greco nella villa Ferrigni e pubblicata postuma nell’edizione de I Canti nel 1845.

Qui su l’arida schiena/ Del formidabil monte/ Sterminator Vesevo,/ La qual null’altro allegra arbor nè fiore,/ Tuoi cespi solitari intorno spargi,/ Odorata ginestra,/ Contenta dei deserti. Anco ti vidi/ De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade/ Che cingon la cittade/ La qual fu donna de’ mortali un tempo,/ E del perduto impero/ Par che col grave e taciturno aspetto/ Faccian fede e ricordo al passeggero./ Or ti riveggo in questo suol, di tristi/ Lochi e dal mondo abbandonati amante,/ E d’afflitte fortune ognor compagna./ Questi campi cosparsi/ Di ceneri infeconde, e ricoperti/ Dell’impietrata lava,/ Che sotto i passi al peregrin risona;/ Dove s’annida e si contorce al sole/ La serpe, e dove al noto/ Cavernoso covil torna il coniglio;/ Fur liete ville e colti,/ E biondeggiàr di spiche, e risonaro/ Di muggito d’armenti;/ Fur giardini e palagi,/ Agli ozi de’ potenti/ Gradito ospizio; e fur città famose/ Che coi torrenti suoi l’altero monte/ Dall’ignea bocca fulminando oppresse/ Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno/ Una ruina involve,/ Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi/ I danni altrui commiserando, al cielo/ Di dolcissimo odor mandi un profumo,/ Che il deserto consola. A queste piagge/ Venga colui che d’esaltar con lode/ Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto/ E’ il gener nostro in cura/ All’amante natura. E la possanza/ Qui con giusta misura/ Anco estimar potrà dell’uman seme,/ Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,/ Con lieve moto in un momento annulla/ In parte, e può con moti/ Poco men lievi ancor subitamente/ Annichilare in tutto./ Dipinte in queste rive/ Son dell’umana gente/ Le magnifiche sorti e progressive.

Fiore del deserto che il Vesuvio accoglie, la ginestra nasce e vive dove ogni traccia di uomo e di animale può attestare un passaggio. Serpi, armenti, e altri animali, così come esseri umani e piante, in questo colorato mondo cresce la ginestra, qui dove la natura potente, con un respiro può tutto annichilare. Il poeta pensa e il filosofo canta, nell’intro del grande idillio, consapevole della bellezza possente e della severità imponderabile di ciò che muove la Terra al proprio interno, capace di rendere nulla ogni traccia. Il deserto è il luogo della prova. Cita senza nominarla la gran città di Pompei e altre, dove l’uomo si è gloriato di vivere e in un istante la vita benedetta è stata risucchiata dal gran fuoco, respiro irresistibile della Terra. L’uomo, sembra sottendere il poeta-filosofo, non deve gloriarsi di nulla, poiché in un attimo può perdere tutto, non avendo alcun merito di ciò che ha o possiede, o comunque meno di quello che generalmente pensi di avere.

Tutta la superbia umana e financo la speranza, spes contra spem, possono essere sciolte nel turbine degli eventi, e le magnifiche sorti e progressive del mondo umano, dirute.

Qui mira e qui ti specchia,/ Secol superbo e sciocco,/ Che il calle insino allora/ Dal risorto pensier segnato innanti/ Abbandonasti, e volti addietro i passi,/ Del ritornar ti vanti,/ E proceder il chiami./ Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,/ Di cui lor sorte rea padre ti fece,/ Vanno adulando, ancora/ Ch’a ludibrio talora/ T’abbian fra se./ Non io/ Con tal vergogna scenderò sotterra;/ Ma il disprezzo piuttosto che si serra/ Di te nel petto mio,/ Mostrato avrò quanto si possa aperto:/ Ben ch’io sappia che obblio/ Preme chi troppo all’età propria increbbe./ Di questo mal, che teco/ Mi fia comune, assai finor mi rido./ Libertà vai sognando, e servo a un tempo/ Vuoi di novo il pensiero,/ Sol per cui risorgemmo/ Della barbarie in parte, e per cui solo/ Si cresce in civiltà, che sola in meglio/ Guida i pubblici fati./ Così ti spiacque il vero/ Dell’aspra sorte e del depresso loco/ Che natura ci diè. Per questo il tergo/ Vigliaccamente rivolgesti al lume/ Che il fe palese: e, fuggitivo, appelli/ Vil chi lui segue, e solo/ Magnanimo colui/ Che se schernendo o gli altri, astuto o folle,/  Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Il poeta volge il suo sguardo al tempo, al suo tempo che vive, pieno della superbia di una scienza che pensa e si pensa assoluta, inconfutabile, capace di discernere ogni cosa, di capire e quindi di dominare la natura stessa. “Secol superbo e sciocco“. Leopardi ha una visione limpidissima della situazione sua, nella quale vive, del mondo “moderno” così come si è evoluto e come promette di evolvere.  E l’uomo, in questo contesto si sente pronto a sfidare non solo la sorte, ma anche la natura e la sua manifestazione più possente, com’è quella degli astri, ma senza speranza, ché la iattanza indebolisce, prima ancora che il pensiero, il sentimento.

La contemporanea sua progenie appare come un’accolita d’ingenui bimbi (il “pargoleggiar”, neo-verbo assai adatto a presentare il secol superbo e sciocco), e anche la libertà alla fine appare quale è, solo presunta, perché l’uomo, preferendo l’illusione, disdegna il vero, in quanto talora paurosamente… vero.

Uom di povero stato e membra inferme/ Che sia dell’alma generoso ed alto,/ Non chiama se nè stima/ Ricco d’or nè gagliardo,/ E di splendida vita o di valente/ Persona infra la gente/ Non fa risibil mostra;/ Ma se di forza e di tesor mendico/ Lascia parer senza vergogna, e noma/ Parlando, apertamente, e di sue cose/ Fa stima al vero uguale./ Magnanimo animale/ Non credo io già, ma stolto,/ Quel che nato a perir, nutrito in pene,/ Dice, a goder son fatto,/ E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove/ Felicità, quali il ciel tutto ignora,/ Non pur quest’orbe, promettendo in terra/ A popoli che un’onda/ Di mar commosso, un fiato/  D’aura maligna, un sotterraneo crollo/ Distrugge sì, che avanza/ A gran pena di lor la rimembranza./ Nobil natura è quella/ Che a sollevar s’ardisce/ Gli occhi mortali incontra/ Al comun fato, e che con franca lingua,/ Nulla al ver detraendo,/ Confessa il mal che ci fu dato in sorte,/ E il basso stato e frale;/ Quella che grande e forte/ Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire/ Fraterne, ancor più gravi/ D’ogni altro danno, accresce/ Alle miserie sue, l’uomo incolpando/ Del suo dolor, ma dà la colpa a quella/ Che veramente è rea, che de’ mortali/ Madre è di parto e di voler matrigna./ Costei chiama inimica; e incontro a questa/ Congiunta esser pensando,/ 
Siccome è il vero, ed ordinata in pria/ L’umana compagnia,/ Tutti fra se confederati estima/ Gli uomini, e tutti abbraccia/ Con vero amor, porgendo/ Valida e pronta ed aspettando aita/ Negli alterni perigli e nelle angosce/ Della guerra comune. Ed alle offese/ Dell’uomo armar la destra, e laccio porre/ Al vicino ed inciampo,/  Stolto crede così, qual fora in campo/ Cinto d’oste contraria, in sul più vivo/ Incalzar degli assalti,/ Gl’inimici obbliando, acerbe gare/ Imprender con gli amici,/ E sparger fuga e fulminar col brando/ Infra i propri guerrieri./ Così fatti pensieri/ Quando fien, come fur, palesi al volgo,/ E quell’orror che primo/ Contra l’empia natura/ Strinse i mortali in social catena,/ Fia ricondotto in parte/ Da verace saper, l’onesto e il retto/ Conversar cittadino,/ E giustizia e pietade, altra radice/ Avranno allor che non superbe fole,/ Ove fondata probità del volgo/ Così star suole in piede/ Quale star può quel ch’ha in error la sede.

L’uomo veramente forte, anche se fisicamente indebolito, non disdegna di mostrarsi com’è, agli altri e al mondo, senza tema di esser svilito e umiliato. Egli sa che colpa del suo stato è la natura, più che madrematrigna, la quale agisce senza occuparsi di sentimenti o ragione umani, erogando dolore a suo piacimento senza timor di far male, ché e priva di ragione e sentimento, la natura crudele. La natura è addirittura empia, secondo il poeta, cioè non-pia, blasfema, ma anche questo giudizio va considerato moderando la tentazione dell’antropomorfismo, che alla fine non spiega nulla. Altro l’uomo non può, nello stato in cui si trova. Vita è combattimento senza rassegnazione, ma forse con ri-segnazione , vale a dir la forza di ripartire ogni volta che il fato o la natura si scatenano.

Sovente in queste rive,/ Che, desolate, a bruno/ Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,/ Seggo la notte; e sulla mesta landa/ In purissimo azzurro/ Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,/ Cui di lontan fa specchio/ Il mare, e tutto di scintille in giro/ Per lo vòto/  Seren brillar il mondo./ E poi che gli occhi a quelle luci appunto,/ Ch’a lor sembrano un punto,/ E sono immense, in guisa/ Che un punto a petto a lor son terra e mare/ Veracemente; a cui/ L’uomo non pur, ma questo/  Globo ove l’uomo è nulla,/ Sconosciuto è del tutto; e quando miro/ Quegli ancor più senz’alcun fin remoti/ Nodi quasi di stelle,/ Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo/ E non la terra sol, ma tutte in uno,/ Del numero infinite e della mole,/ Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle/ O sono ignote, o così paion come/ Essi alla terra, un punto/ Di luce nebulosa; al pensier mio/ Che sembri allora, o prole/ Dell’uomo? E rimembrando/ Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno/ Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,/ Che te signora e fine/ Credi tu data al Tutto, e quante volte/ Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro/ Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,/ 
Per tua cagion, dell’universe cose/ Scender gli autori, e conversar sovente/ Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi/ Sogni rinnovellando, ai saggi insulta/ Fin la presente età, che in conoscenza/ Ed in civil costume/ Sembra tutte avanzar; qual moto allora,/ Mortal prole infelice, o qual pensiero/ Verso te finalmente il cor m’assale?/ Non so se il riso o la pietà prevale.

Mentre la coscienza e la consapevolezza umana si rendono costantemente conto della potenza irresistibile della natura, questa continua a manifestare con il suo silenzio la sua bellezza infinita. E allora si può contemplare il mare, di nuovo, e il cielo, la terra e le stelle di numero infinito. Si deve dunque vivere quasi percossi dalla potenza degli eventi, mentre ci prende la meraviglia per la bellezza della natura, per altri versi pericolosa fino alla morte, come l’esperienza storica e la memoria dei popoli insegnano. E, ciononostante, il poeta e filosofo è consapevole che la possanza della natura risiede su quel granello di sabbia che è il pianeta Terra, rispetto agli astri che popolano l’universo. E l’uomo che cosa è, dunque, se le proporzioni son queste? Come fa e perché matura superbia e smisurati orgogli? A che fine? Con qual coraggio e sentimento? Pietà o un riso ilare possono o debbono segnare questi aspri pensieri?

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,/ Cui là nel tardo autunno/ Maturità senz’altra forza atterra,/ D’un popol di formiche i dolci alberghi,/ Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l’opre/ E le ricchezze che adunate a prova/ Con lungo affaticar l’assidua gente/ avea provvidamente al tempo estivo,/ Schiaccia, diserta e copre
In un punto; così d’alto piombando,/ Dall’utero tonante/ Scagliata al ciel, profondo/ Di ceneri e di pomici e di sassi/ Notte e ruina, infusa/ Di bollenti ruscelli,/ O pel montano fianco/ Furiosa tra l’erba/ Di liquefatti massi/ E di metalli e d’infocata arena/ Scendendo immensa piena,/ Le cittadi che il mar là su l’estremo/ Lido aspergea, confuse/ E infranse e ricoperse/ In pochi istanti: onde su quelle or pasce/ La capra, e città nove/ Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello/ Son le sepolte, e le prostrate mura/ L’arduo monte al suo piè quasi calpesta./ Non ha natura al seme/ Dell’uom più stima o cura/ Che alla formica: e se più rara in quello/ Che nell’altra è la strage,/ Non avvien ciò d’altronde/ Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

Il racconto dell’eruzione esplode come lava incandescente, là dove gli uomini si erano affaticati -come formiche- a procurarsi e riparare il cibo preparandosi a tempi più grami. E vien qui da pensare alle catastrofi tutte accadute nel tempo e nella storia. Se il Vesèvo sterminator ha forze superiori e incontrollabili, altre vicende, come quella del ponte Morandi a Genova dipendono dall’agire umano, non solo dal degrado naturale dei materiali. I morti, i feriti e gli sfollati a centinaia, non hanno più casa per il ponte crollato e il rischio di nuovi crolli. Case costruite sotto il ponte o il ponte costruito sopra le case? Ma come si fa? Come ci si può abituare? Se non si può spostare il Vesuvio, anzi ci si avvicina ad esso abitando alle sue falde, ci si può abituare a vivere tra i piloni giganteschi di un ponte in cemento armato?

Il ponte non è il vulcano, e il vulcano non è il ponte. Quasi da preferire il vulcano. Se Leopardi avesse visto il ponte chissà che idillio…

Ben mille ed ottocento/ Anni varcàr poi che spariro, oppressi/ Dall’ignea forza, i popolati seggi,/ E il villanello intento/ Ai vigneti, che a stento in questi campi/  Nutre la morta zolla e incenerita,/ Ancor leva lo sguardo/ Sospettoso alla vetta/ Fatal, che nulla mai fatta più mite/ Ancor siede tremenda, ancor minaccia/ A lui strage ed ai figli ed agli averi/ Lor poverelli. E spesso/ Il meschino in sul tetto/ Dell’ostel villereccio, alla vagante/ Aura giacendo tutta notte insonne,/ E balzando più volte, esplora il corso/ Del temuto bollor, che si riversa/ Dall’inesausto grembo/ Sull’arenoso dorso, a cui riluce/ Di Capri la marina/ E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo/ Del domestico pozzo ode mai l’acqua/ Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,/ Desta la moglie in fretta, e via, con quanto/ Di lor cose rapir posson, fuggendo,/ Vede lontano l’usato/ Suo nido, e il picciol campo,/ Che gli fu dalla fame unico schermo,/ Preda al flutto rovente/ Che crepitando giunge, e inesorato/ Durabilmente sovra quei si spiega./ Torna al celeste raggio/ Dopo l’antica obblivion l’estinta/ Pompei, come sepolto/ Scheletro, cui di terra/
Avarizia o pietà rende all’aperto;/ E dal deserto foro/ Diritto infra le file/ Dei mozzi colonnati il peregrino/ Lunge contempla il bipartito giogo/ E la cresta fumante,/
Ch’alla sparsa ruina ancor minaccia./ E nell’orror della secreta notte/ Per li vacui teatri, per li templi/ Deformi e per le rotte/ Case, ove i parti il pipistrello asconde,/
Come sinistra face/ Che per voti palagi atra s’aggiri,/ Corre il baglior della funerea lava,/ Che di lontan per l’ombre/ Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge./ Così, dell’uomo ignara e dell’etadi/ Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno/ Dopo gli avi i nepoti,/ Sta natura ognor verde, anzi procede/ Per sì lungo cammino,/ Che sembra star. Caggiono i regni intanto,/ Passan genti e linguaggi: ella nol vede:/ E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

Mentre la terra trema ancora, in quest’Italia fragile e bellissima, ché la bellezza è sempre fragile, ho nostalgia di consoli e imperatori. Se al posto di Di Maio sedesse Marco Aurelio, sentiremmo lo Stato vivo e non questo barcollo preoccupante. Perfino il “villanel”, dopo la tregenda continuerebbe il suo lavoro nel campo, sapendo che vi è chi veglia sul destin suo e della sua famiglia. Qui invece imberbi al comando inveiscono contro il capro dell’espiazione, non sapendo, cioè non avendo sapor sapido in bocca, niente sale, solo odio, manca la “s” di sodio. E poi il cloruro per il composto chimico del sale. Se al posto dell’Amministratore di Atlantia Castellucci fosse venuto a parlare con chi ha avuto la disgrazia un prefetto alle opere pubbliche dell’imperatore Antonino Pio non avrebbe fatto schifo come il dirigente citato.

In lontananza il mare, isole di favola, Capri Ischia e l’onde della risacca potente sulle spiagge. Gli eredi di quel villanel son qui a guardare le opere crollate nutriti ancora di speranza lieve.

E tu, lenta ginestra,/ Che di selve odorate/ Queste campagne dispogliate adorni,/ Anche tu presto alla crudel possanza/ Soccomberai del sotterraneo foco,/ Che ritornando al loco/ Già noto, stenderà l’avaro lembo/ Su tue molli foreste. E piegherai/ Sotto il fascio mortal non renitente/ Il tuo capo innocente:/ Ma non piegato insino allora indarno/ Codardamente supplicando innanzi/ Al futuro oppressor; ma non eretto/ Con forsennato orgoglio inver le stelle,/ Nè sul deserto, dove/ E la sede e i natali/ Non per voler ma per fortuna avesti;/ Ma più saggia, ma tanto/ Meno inferma dell’uom, quanto le frali/ Tue stirpi non credesti/ O dal fato o da te fatte immortali.

Anche la ginestra, che pur vive su ogni costa, ogni crinale, può soccombere al fuoco e al terremoto, come gli umani di Genova e di ogni dove terracqueo. Il tempo si dispiega, anzi gli eventi piegano il tempo. Le vite son piegate nel tempo ma riemergono sempre, come se Dio ci fosse, può pensare il poeta agnostico e filosofo interrogante. Oppure, siccome Dio c’è perché noi ci siamo, come pensava lo stesso poeta insieme con Feuerbach, rivolgiamoci a lui, come ieri ha fatto l’episcopo genovese e l’imam musulmano, che ha parlato del Dio Unico e del Signore che tutto sa e tutti ascolta. No, caro direttore di LIbero, Bagnasco non ha sdoganato il capo religioso islamico, che ha parlato nella laicissima “chiesa” genovese, ma ha con lui solo convissuto, condiviso il dolore umano, uguale per tutti. E mi fermo qui, ché non siamo in sedi catechetiche, bensì filosofiche e poetiche, cioè fabbrili, creative, umanissime. Per la verità.

…un partito e un’area politica inesistenti

il PD, il Partito Democratico, voluto dall’ancor oggi più intelligente tra i suoi dirigenti, Walter Veltroni. E non sono masochista, anche se potrei sembrarlo, oh caro lettor, perché a quel partito sono iscritto.

Se ne sono andati “a sinistra”, un pochi dal PD e alcuni restando lì dov’erano come già facenti parte di qualche cespuglio di malpancisti congeniti, personaggi come l’immarcescibile D’Alema, non simpaticissimo ma abile, politico di mestiere e di vocazione, incazzato con Renzi perché questi, nel momento del potere, non lo ha indicato al posto di ologramma-Mogherini al ruolo pomposo e inesistente di “Alto (oooh Dio!) Rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri”; D’Alema, allievino di Togliatti, pioniere del PCI vs PCUS, successore di Berlinguere e Occhetto; come Bersani, simpatico (sempre meno, però, ché dalla pizza che con lui avrei gustato finché tentava di far politica, ora son rimasto a un misero e faticoso stuzzichino e un sangiovese, proprio per mandarlo giù) mestierante emiliano del vecchio e glorioso Partitone, che rimpiango pur avendolo non poco avversato anche se sempre io da quei dirigenti stimato; come Speranza, nato vissuto e riciclato all’ombra dei due padri nobili, di suo poco più che un nome e un cognome di grande potenza evocativa, e spero che la virtù appassionata di “speranza” lo adiuvi, anzichenò; come Boldrini, impiegata dell’Onu dal sorriso enigmatico a nascondere il nulla propositivo e dialettico la qual, talora, osa perfin un dire incazzato o perlomen serioso, e bùm; come Pietro Grasso, analfabeta totale della politica; come Fratoianni, prosecutor del vendolismo, un altro “bellu guaglione”, direbbe Prodi echeggiando il suo pensiero il giovin Rutelli, altro fatto-de-Roma e di poc’altro, ché è meglio Totti Francesco alla grandissima, e null’altro (aggiungo io, sempre sul morettin stroppiciatello); come Prodi stesso, democristo sopravvalutato tutta la vita, dai tempi di Andreotti e dell’Iri; e per finir Enrico Rossi di Toscana, come pochi, anche nell’esiguo contesto del partitino, vanaglorioso e di  superbia intriso.

Veniam ora al PD e ai suoi poco commendevoli profili: Serracchiani, su cui non ho qui più parole, già dette e scritte troppe, e non lusinghiere, come dire flatus vocis nullius; forlaniana in todo, e come il glorioso leader (???) marchigiano, capace di parlare di tutto dicendo nulla (a un tal che interrogava il prode Arnaldo dicendogli “… ma Presidente, lei sta parlando da venti minuti e non ha detto praticamente niente“, egli rispose ironico “e pensi che potrei andare avanti per ore“), appunto; Marcucci, presidente dei senatori, olà, dal baffo quasi flamencato e l’eloquio aggressivo da che pppaura, ma dai! E Renzi? Ha avuto la fortuna di nascer nei dintorni di Florentia e quella di dissipare ben presto il suo talento bolsamente incompleto: è il principale distruttore del Partito Democratico voluto dal Walter romano e da qualche milioni di Taliani; Orfini: echeggiando il mito resta un’incompiuta delicata e un pochin malmostosa; Martina: la barba non gli dona granché, ma forse serve a fornire una vagula credibilità al ruolo; Lotti, la precoce alopecia frontale; Guerini: la barba grigiastra lo ha sollevato, ma solo un pochino; Rosato: un apparente participio passato, usurpa il cognome di un grande stopper milanista di decenni fa, il prode Roberto, coetaneo di Gianni Rivera (un sommo dentro un elenco di nani); Boschi: a volte va bene da guardare anche se la noia ti sorprende immantinente, e chi l’avrebbe mai detto? Delrio: non oso criticare un buon medico e padre di ben nove pargoletti, mi par, ma forse potrebbe sorridere un poco e dir meno volte “paese”, in luogo di Italia, come quasi tutti abitualmente fanno; Calenda: neanche arrivato e già vuol distrugger tutto.

Disaster disharmonia mundi! Nostalgia perfin di Galloni e Mastella, nonché di Signorile e Bufalini; non parliamo poi di Moro, Berlinguer, Craxi e Martelli… ci fossero ancora, ché questi non sanno nemmen fare opposizione al governo pazzoide che ci governa. Un deliquio della politica.

Poi a livello locale Dio ne scampi, ché i potentati (si fa peddire) son impauriti anche dell’ombra proppia chepperò non hanno, perché evanescenti.

Non sono come Calenda e non chiedo nulla, solo mi chiedo: c’è qualchedun che vuole sedersi a ragionare di un socialismo democratico, semplice e culto? Avverto subito che non son militante, al fin di non rischiare mai la deriva militonta, ché la soglia critica mai vien meno, Deo gratias.

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