Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Soleimani, Bagdad, 3 gennaio 2020; nonno Agostino e quota 85, Carso, Prima guerra mondiale, 6/ 7 Agosto 1916

Ogni cosa ha un inizio. Se non percepiamo quando accade l’inizio ci facciamo domande. L’inizio del mondo potrebbe coincidere con l’inizio del tempo, parola di Hawking e di sant’Agostino.

E una fine. Ogni cosa ha una fine, ma anche un fine (Aristotele). La fine è cosa diversa da il fine, poiché la fine può essere sostituita per quasi omonimia dal lemma “termine”, mentre il fine significa la ragione per la quale un essere umano, ma anche un animale o una pianta, oppure un progetto sono: il diventare in atto ciò che in potenza sono fin dal primo istante (zigote, per gli umani). Il farsi-atto è il conseguimento del fine.

Ne parlo in questi giorni, quando l’uomo pare non apprendere nulla dalla storia.

Sto pensando all’uccisione del generale persiano Soleimani. Il presidente americano gioca con la storia mediante twitter, importandogli solo la sua rielezione. Mi sto chiedendo come la fine di questo militare possa costituire un fine per Trump, per gli USA, per tutti. Non ne trovo. La guerra mondiale a pezzi (copyright di papa Francesco) continua e si sviluppa.

 

Facciamo un salto all’indietro di cento e più anni. Prima guerra mondiale: Sarajevo è ormai alle spalle e da tre anni si sta combattendo crudelmente in tutta Europa. I morti sono centinaia di migliaia, e diventeranno milioni alla fine della guerra (quasi 20), sia civili sia militari. E non dimentichiamo che dopo il “nostro” 4 novembre 1918 della vittoria, si è continuato a combattere sul fronte orientale per altri tre anni, tra Russi e Polacchi, tra Sovietici rossi e Russi bianchi. Una pausa di vent’anni è stato l’intervallo per la Seconda guerra mondiale, che ha fatto oltre sessanta milioni di morti. Le tre guerre hanno avuto un termine, una fine, ma quale fine hanno raggiunto? Ad esempio, si poteva realizzare l’Unità di tutta l’Italia senza i 650.000 morti italiani? Gli storici della diplomazia più accorti affermano di sì.

La fantascienza si è posta il tema del viaggio nel tempo. Una domanda: forse che viaggiando nel tempo, sarebbe stato possibile uccidere Hitler da bambino ed evitare…

Il tempo attuale viene ormai chiamato antropocene, come tappa ulteriore della storia fisica e antropologica del pianeta. A differenza di soli cinquant’anni fa, l’uomo è oggi in grado di influire pesantemente sulle condizioni climatiche della terra, con le conseguenze che già intravediamo. E non positivamente. Antropocene è un termine diffuso negli anni ottanta dal biologo Eugene Sturmer, e adottato nel 2000 anche da Paul Crutzen, Premio Nobel per la Chimica. Crutzen formalizzò il concetto in testi quali l’articolo Geology of mankind, apparso nel 2002 su Nature, e il libro Benvenuti nell’Antropocene. Il termine apparve per la prima volta in V. Shantser, alla voce The Anthropogenic System (Period) del secondo volume della Great Soviet Encyclopedia (1973). Con il lemma si indica  l’epoca geologica che si distacca dall’olocene (la precedente), e sta a significare quanto l’uomo influisca sull’ambiente con le sue attività, che diventano le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche.

Se il precedente nome, olocene, stava a significare solo la presenza umana sul pianeta, che non trasformava la struttura stratigrafica e climatica della Terra, ora l’influenza umana le sta toccando e cambiando. Dai tempi dell’abate Stoppani che definì a fine ‘800 le ere geologiche, il quale comprese che la forza delle attività umane costituiva già un’era antropozoica, cioè con l’uomo al centro delle forze agenti sulla terra, registriamo da parte del geochimico russo Vernadskij il termine successivo, noosfera, vale a dire luogo dove l’intelligenza umana interferisce con l’ambiente in modo decisivo, termine ripreso negli anni ’70 del Novecento dal padre gesuita, teologo e paleontologo  Pierre Teilhard de Chardin. E siamo qui, con le guerre e le attività di questi tempi, mentre con fatica tentiamo di evadere dal pianeta azzurro.

 

Nonno Agostino si temeva fosse morto al largo di Durazzo, durante un naufragio dove centinaia di fanti italiani erano annegati. No. Per le strane e comunque causative vicissitudini dei percorsi informativi, il nipote omonimo e sua sorella Grazia e Gianfranco scoprirono che la vita del trentatreenne nonno era finita sul Carso, a ridosso di una trincea, dove anche Enrico Toti aveva vissuto gli ultimi giorni. Era il 6/ 7 Agosto del ’16.

Come lui milioni di altri esseri umani sono morti in guerra: dalla Prima mondiale anche milioni di civili, ciò che fino a tutto l’800 non accadeva, se non in minima parte, quella delle guerre coloniali. Inglesi e tedeschi massacrarono popolazioni intere, la giovanissima America del padri pellegrini aveva sterminato gli uomini rossi delle praterie, e gli ispanici gli indios del Sudamerica, bene presto imitati dai nuovi padroni locali, come nel caso delle stragi patagoniche di fine ‘800.

Gli ebrei sono stati oggetto di sterminio fin dal Medioevo.

Nonno Agostino era un contadino del Friuli, chiamato alla armi come milioni di altri. Alla fine del 1915 i soldati al servizio del maresciallo Cadorna, quello che giocava a tressette in via Mercatovecchio a Udine, mentre a trenta chilometri più a est si moriva in mezzo al fango, alle feci e al sangue, e se qualcuno osava protestare veniva fucilato.

Nonno Agostino invece morì per mano altrui, forse un contadino slovacco o ungherese, che era stato prelevato dal suo villaggio dai reclutatori del kaiser.

I suoi nipoti, che avevano dedotto notizie della sua morte nel naufragio in Adriatico, hanno saputo ricostruire che il nonno era morto a poche decine di chilometri da casa, a mezza giornata di carro e cavallo. Uomo giovane, per la Patria. La sua fine aveva contribuito a costruire un fine ma, abbiamo detto sopra: sarebbe stato possibile raggiungere il fine medesimo senza sangue, senza dolore. Ma così è andata, perché l’uomo non agisce per il meglio, ma per la convenienza, come spiegava Machiavelli nelle sue Lettere a Francesco Vettori, mai confondendo, però, all’incontrario di ciò che diffonde la vulgata, mezzi e fini, come Cadorna, Trump e molti altri.

Caso o causa, necessità o contingenza la morte di nonno Agostino? A posteriori non si può non pensare alla necessità, a priori avrebbe qualche chance anche il caso: il fatto è che tutto ciò che accade accade per cause: il problema dell’uomo è che conosce le cause di ciò che accade solo in minima parte, e pertanto…

Senatore Salvini, da teologo a politico “tecnicamente” ignorante, le dico: non ce la farà a riportare l’Italia nel Medioevo peggiore, quello del fanatismo manicheo (ma lei sa che cosa è stato e può essere ancora il manicheismo?)

Non parlo del Medioevo luminoso di Simone Martini, Duccio di Buonisegna, Cimabue, Giotto, Guido Cavalcanti, Dante, Petrarca, Federico II, Pier delle Vigne, e poi Masaccio, Piero della Francesca e mille altri, né degli altrettanto luminosi periodi successivi del Rinascimento, della rivoluzione scientifica e filosofica, del Barocco, fino a Leopardi e Manzoni. Parlo del Medioevo incapace di comprendere la differenza, la donna, gli ebrei, il mondo altro, che era altrettanto degno di essere chiamato umano. Gentil lettore, e visibilissimo senatore, leggete se volete Genocidio. Una passione europea, di Georges Bensoussan, già da me citato nell’articolo precedente.

Il suo grido al congresso della Lega, senatore: “Vogliamo un’Italia cristiana, cristiana, cristiana, cristiana” (quattro volte cristiana, basta una, no?), non solo non è bello, ma è anche stupido, antistorico e dannoso perfino dal punto di vista di una teologia dell’evangelizzazione. Se si vuole portare in giro il messaggio cristiano, questo non è più il tempo dello spadone del conte Raimondo di Tolosa a Gerusalemme (lei sa chi era?), o delle galeazze di Sebastiano Venier a Lepanto (lei sa chi era?), ovvero delle mitraglie del generale Franco (lei, più o meno, sa chi era, penso: per me era un cristianissimo delinquente). Il cristianesimo si “porta in giro” piuttosto con la lezione evangelica, testimoniata da mille e mille missionari e missionarie e strutture di volontari come le Caritas che, sia in Italia, sia nelle zone più povere del pianeta attestano – con il loro operare – l’uguaglianza in dignità, l’uguaglianza ontologica (cioè della struttura di essere) di tutti gli esseri umani, vera lezione cristiana e biblica (cf. Genesi 1, 27 “(…) e Dio creò l’uomo a sua immagine“, non l’uomo bianco, nero, giallo, rosso, cristiano, islamico, buddista, animista, ebreo, scintoista, agnostico, ateo… L’uomo. Non è cristiano pensare che il cristiano sia il migliore, anzi l’unico.

Intanto, per essere rispettosi della storia e della teologia, si dovrebbe dire “cristiano-cattolica” e, forse (anzi, oso dir, certamente) lei non sa che “cattolico” in greco antico (katà òlon) significa secondo-il-tutto, come ben spiega la Dottrina sociale della Chiesa, e quindi non secondo-una-parte: dalla Rerum novarum di papa Leone XIII alla Laudato sii di Francesco, passando per la Pacem in terris di Giovanni XXIII, la Populorum progressio di Paolo VI, la Centesimus annus di papa Wojtyla, e la Caritas in veritate di papa Ratzinger, tacendo di diverse altre molto importanti per una visione cristiana del mondo e dell’uomo, che nulla hanno a che fare con la “dottrina” sottesa di chi, dopo aver brandito in piazza rosari e vangeli, ora brandisce un presepe. Senatore Salvini.

Non credo che alle persone di buon senso interessi tornare a un cristianesimo che poteva piacere a Pietro il Venerabile o a Innocenzo III, un abate cluniacense (cioè dell’abbazia di Cluny) e un papa che vivevano nella Res publica christiana, quando altro non c’era in Europa, che era l’unico pezzo di mondo interessante, al tempo. Ma lei sa chi erano Pietro il Venerabile e Innocenzo III, così per dire?

Poche parole per descrivere, per lei e per chi ne ha bisogno, circa lo sviluppo del cristianesimo come tradizione religiosa. Dal cosiddetto Editto di Milano di Costantino e Licinio (313), e da quello di Teodosio il Grande (381) il cristianesimo diventò religio imperii. Nei secoli successivi la teologia cristiana accompagnò la politica fino al suo massimo rappresentato dal periodo carolingio, che si definì anche Res publica Christiana. Erano tempi nei quali Carlo Magno convertiva i Sassoni a fil di spada. Un altro momento di relazione-conflitto fra potere temporale e spirituale fu due secoli dopo rappresentato dal contrasto (lotta per le investiture di vescovi e abati) fra papa Gregorio VII (Ildebrando da Soana) e Enrico IV. Un punto di grande alleanza fra troni e religione fu la vicenda complessa delle crociate, che furono indette non solo per liberare il Santo sepolcro, al grido di “Deus vult“, urlato da Pietro l’Eremita, ma anche per sviluppare i commerci e acquisire potere nel Mediterraneo orientale.

Il grande imperatore Federico II di Svevia, nipote del Barbarossa, litigò con il papa del tempo fino ad essere scomunicato. E nel frattempo, però, sviluppava, con merito, in area cristiana, cultura e scienza, con ebrei, musulmani e cristiani. Dante, cristianissimo e cattolico, seppe bene distinguere tra potere temporale e spirituale, auspicando una politica capace di rispondere alle esigenze del popolo, non solo in una visione cristiana, ma semplicemente umana.

Nel frattempo, due soggetti emergevano, quasi a rappresentare il male assoluto, da quei secoli, e fu questo che in parte li rese bui, la donna e l’ebreo, simboli del potere diabolico sull’uomo. Il diavolo era rappresentato dalla femmina sessuata, irresistibilmente attrattiva per il maschio e perciò pericolosa, e l’ebreo, deicida (lei sa che fino ai tempi di  papa Roncalli, in ambito cattolico si recitava una prece che che conteneva la richiesta al Signore di “convertire i perfidi giudei“).

Aah dimenticavo: forse pochi sanno che nei primi sette/ otto secoli in ambito cristiano vi furono lotte teologiche sui dogmi cristiani, in particolare sui due massimi: quello trinitario e quello sulla natura di Gesù (Cristo). Sappia che non per tutti – in quei tempi – Gesù di Nazaret era il Cristo, cioè il masiàh (in ebraico), il salvatore atteso dalla storia biblica, e quindi Gesù non era il Messia-Christòs (l’unto, il messia, in greco) solo per gli ebrei, ma anche per molti cristiani, come il patriarca di Costantinopoli Nestorio. Anzi, aggiungo subito un’altra cosa: è molto probabile che monaci nestoriani, in giro per la penisola arabica ad evangelizzare, abbiano incontrato – a cavallo fra il VI e il VII secolo – il giovane Mohamed, che faceva il cammelliere per Kadijia, una ricca vedova poi sua moglie, affascinandolo con la dottrina monoteista dell’unico Dio-Signore biblico e di Gesù, suo Figlio. L’islam è diretta filiazione del cristianesimo orientale, così come il cristianesimo è debitore dell’ebraismo-giudaismo della sua stessa esistenza.

Le lotte fra monofisiti (tipo Cirillo di Alessandria, che credeva Gesù di Nazaret pura immagine umana del Cristo, il quale possedeva pertanto la sola natura divina) e nestoriani, convinti della piena e sola umanità di Gesù, assunse spesso i connotati di una lotta politica e sociale intrisa di violenza fisica. In quel contesto, Ipazia, filosofa e matematica neo-platonica fu straziata da monaci monofisiti crudeli come i peggiori jihadisti dell’Is. Un altro aspetto storico-politico-religioso da non trascurare è il conflitto fra Oriente e Occidente cristiano (non dimentichiamo che i primi sette Concili ecumenici furono convocati in località orientali, vicine a Bisanzio, a partire dal costantiniano Concilio di Nicea, 325), che portò progressivamente allo scisma (separazione) fra chiesa romana e chiesa bizantina (la quale da allora si definì ortodossa, cioè vera erede delle dottrine cristiane, dal greco orthòs, retto, e dòxa, dogma) del 1054 (fra Leone IX, il card. Umberto da Silvacandida suo legato e il patriarca Michele Cerulario). Già il grande e coltissimo patriarca Fozio, verso l’850 aveva compiuto dei passi teologicamente divisivi da Roma. In quegli anni, nel IX secolo, a Costantinopoli vi fu la lotta contro le immagini sacre (iconoclastia) la quale costò la vita a migliaia di monaci iconografi, che l’imperatore faceva morire per annegamento nel Mar di Marmara. Leone III l’Isaurico era il vero capo della chiesa orientale. Vogliamo mettere il cappello sulla chiesa di oggi come Leone Isaurico, senatore? A nulla servì il concilio di Firenze (1431 e anni seguenti) per una riconciliazione. Si dovette aspettare il 1964 per un abbraccio simbolico fra Occidente (papa Paolo VI) e Oriente (il patriarca Athenagoras) per un riavvicinamento. Intanto il patriarcato di Mosca (per questo detta “terza Roma”) sostituiva Costantinopoli per l’ortodossia orientale, in termini d’importanza.

Un’altra data da memorizzare, anche da parte sua, senatore, è il 1517, quando frate Martin Luther pubblicò le 95 tesi anti-romane e diede inizio alla Riforma protestante, di cui furono coequipier Jean Cauvin (Calvino) da Ginevra, futuro mentore del protestantesimo anglosassone e americano (dei Bush e dei Trump, per modo di dire, se Trump, e anche Bush junior possono dirsi cristiani), e Ulrich Zwingli da Zurigo. Poi scoppiò la Guerra dei Trent’anni (1618-1648) che sconvolse l’Europa centrale, opponendo principi cattolici e principi protestanti, il tempo nel quale i cittadini dovevano essere per forza dello stesso credo del loro sovrano “cuius regio eius religio“. E’ questo il cristianesimo che vogliamo, senatore? Dalle sue parole urlate “cristiana, cristiana, cristiana, cristiana (l’Italia)”, pare proprio di sì.

Ciò, alla faccia di Galileo che scriveva alla duchessa Cristina di Lorena “La Bibbia insegna come si vadia in cielo, non come vadia il cielo“, distinguendo rigorosamente tra scienza e fede, così come non si stancava di ripetere papa Giovanni Paolo II, da lei spesso impropriamente citato, non conoscendo, in tutta evidenza, il suo pensiero. Papa Wojtyla chiese anche scusa per il processo a Galileo, e forse in cuor suo pensava anche a Giordano Bruno, a Tommaso Campanella e a una miriade di “streghe” abbruciate o annegate nella (e dalla) cristianità imperante, agli ebrei cacciati dai cristianissimi sovrani di Spagna Isabella e Ferdinando, e agli indios sterminati in nome di Cristo da Cortès e Pizarro nel siglo de oro della Spagna imperante.

Questo “cristianesimo”, assai poco evangelico (ma i vangeli lei li ha letti, magari – umilmente – con un buon commento esegetico e teologico? ché se letti così come un libercolo qualsiasi forse le potrebbero dir poco), è stato, non solo la base positiva della crescita umana dell’Europa e di molta parte del mondo, e quindi sua fonte primaria (alla faccia dei burocrati brussellesi e dei tecnocrati relativisti, vede che uso anch’io qualche volta qualche concetto a lei gradito?), ma anche il fomite storico di assai poco commendevoli politiche, anzi, di spaventose bestialità. E’ stato, insieme – paradossalmente – con lo scientismo darwiniano male inteso dell’800, fomite dell’eugenismo, cioè della dottrina fisico-antropologica che non sopporta il diverso, il malato, l’eccentrico, lo zingaro, l’ebreo, l’omosessuale, lo slavo, la donna, cioè chi non corrisponde al criterio del maschio alto e forte, possibilmente biondo e nordico. Poligenismo vs monogenismo: tanti “adamo”, o un solo “adamo”, come le scienze paleoantropologiche contemporanee hanno confermato? E inoltre, Thor al posto di Zeus e di Jahwe e di Allah e del Signore Dio di Gesù Cristo. Lo sa, lei, tutto questo?

Si realizzò, negli ultimi cento e cinquanta anni, una strana e tremenda alleanza fra questo “cristianesimo” cattolico e chi credeva a un Gesù ariano (i tedeschi, prima ancora del nazismo inventarono l’arianesimo, cioè una strana e assurda antropologia che non si peritava di annettere fraudolentemente le più strane dottrine paleoantropologiche all’etica della vita umana). Per costoro Gesù era un paleo-ariano, chissà come proveniente dai monti Zagros della Persia o addirittura dall’Indo, in un buffo (se non fosse stato poi tragico) miscuglio di mazdeismo e zoroastrismo (sa che cosa sono queste due tradizioni religiose, senatore?) Pensi che questi geni sostenevano che Adamo parlasse… in tedesco. Fu diffuso tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 il falso denominato Protocollo dei Savi di Sion, per giustificare l’anti-ebraismo pratico, e quindi anche azioni di soppressione fisica di chi, sosteneva il delinquenziale pamphlet, aveva intenzione di dominare il mondo. Il nazismo si impiantò su radici già ben solide, poiché le leggi razziali del Reich (1933-35) e quelle italiane (l’infamia del 1938) trovarono ampie “giustificazioni” teoriche, o ritenute tali da quei governanti.

L’orrore indicibile di Auschwitz, Majdanek, Bergen Belsen, Dackau e decine di altri inferni voluti dall’uomo-ariano-tedesco-razzista-eugenista-nazionalista-sovranista sono filiazione diretta di quanto sopra.

Tornando all’arianesimo, dura fatica vedere in omuncoli brutti e piccoli (qui sono un po’ lombrosiano, ma costoro se lo meritano) come Himmler, Hitler stesso e Eichmann (compresi i distinguo della Arendt tra male radicale e male banale, per la trattazione dei quali rinvio al prossimo articolo), esemplari tipici di quella teoria antropologica; forse solo Reynhard Heydrich era coerente con l’arianesimo, alto e biondo, e glaciale e spietato, com’era. Patetico.

Si leggano, per utile documentazione, se possibile in sinossi, il libro di Ernest Renan Vita di Gesù, quello di Agnes Heller Gesù, l’ebreo, e quello di Romano Guardini Il Signore, per cercare di capirci qualcosa. Gesù era un ebreo-galileo di duemila anni fa. Punto.

E mi avvio a terminare questa intemerata, però documentata, caro senatore. Tutta nella mia testa, perché occorre studiare, studiare, studiare, studiare (4 volte) per sapere qualcosa, e soprattutto sapere – socraticamente – di-non-sapere.

Quello che preoccupa non è un ritorno del nazismo-fascismo-eugenismo (che è il peggiore tra questi concetti), ma l’espandersi, favorito dalla pervasività e dalla potenza a-critica dei media, di forme di nazionalismo razzista, di sovranismo, di anti-ebraismo, di islamofobia, tutte posizioni generiche e politicamente esiziali, perché derivanti da semplificazioni, da banalizzazioni concettuali e storiografiche, da incompetenza e ignoranza madornali.

Ancora una volta dico e ripeto: solo il pensiero critico può aiutare la conoscenza e anche la militanza politica, che non è una brutta cosa, ma deve essere supportata dall’onestà intellettuale di un dire e scrivere documentato e fondato, giammai su parole d’ordine semplificate, emotivamente coinvolgenti e intrinsecamente falsificatorie.

Senatore, lasci perdere rosari, vangeli e presepi e si convinca che l’Italia può accogliere credenti e non credenti, cristiani e musulmani, buddisti e senzadio agnostici o atei. L’importante è che tutti costoro sappiano che, proprio perché possiedono la medesima dignità di esseri umani, debbono rispettare le leggi di questo Stato in cui vivono, accettandone il modello democratico-parlamentare, che è il migliore dei sistemi finora inventati dall’uomo.

E, in questo ambito, è forse proprio il cristianesimo-cattolico, ma non declinato come propone lei in maniera esclusiva, la dottrina religiosa e morale più adatta per sviluppare, non tanto la tolleranza, ma il rispetto radicale tra uguali.

Mysterium tremendum et fascinans et mirum et horribile, dalla bellezza al genocidio e viceversa: l’uomo libero (e non) in azione

Mistero tremendo e affascinante, meraviglioso, e anche orribile, è ciò che nasconde o paventa il senso e il sentimento del “sacro”. Il sacro è ciò che sta separato dal resto, e non è – semanticamente – il contrario di “pro-fano”, bensì di esecrando. Il profano sta di fronte al “fanum”, cioè al tempio. L’esecrando è qualcosa di spregevole, come – penso io – i Rosari e i Vangeli branditi in piazza come armi improprie. L’esecrando profano, cioè quanto di più orrido ci può essere al mondo, quantomeno nella comunicazione sociale. Nella pratica è il disprezzo dell’uomo, disprezzo comunque declinato.

Leggo il tremendo volume di Georges Bensoussan Genocidio. Una passione europea, edito da Marsilio. Bensoussan è uno storico e sociologo francese che parla del de-stino, quasi della vocazione europea al genocidio, richiamante antiche e meno antiche memorie e dottrine. Se non vogliamo citare le stragi del grande Caio Giulio Cesare, di tribù di Usipeti e Tencteri, prima illuse e poi tradite, passiamo oltre, magari parlando della dottrina castiglian-aragonese de la limpieza de sangre, prodromo ideologico della conversione forzata al cristianesimo cattolico, o della cacciata dalla Spagna degli ebrei da parte di Isabella e Ferdinando, magnifici re cristiani e razzisti integrali.

Se vogliamo, poi, facciamo un salto, oltre la razionalità illuministica, in pieno romanticismo ottocentesco. Di quella temperie si nutrirono a iosa i razzisti moderni. Leggere le dottrine mediche del tempo è sconvolgente. Francesi che ritenevano inferiori i tedeschi, e questi, anche senza ascoltare l’Anello del Nibelungo wagneriano, esaltante il germanesimo eterno, reputavano inferiori tutti gli altri, i popoli slavi in primis. Già nella Germania guglielmina, ebrei e popoli dell’Est erano ritenuti buoni solo per servire la superiorità razziale germanica. D’altra parte, i polacchi e gli ucraini furono campioni di pogrom, dal ‘600 e fino al XX secolo.

I turchi (giovani e men giovani per citare le denominazioni di coloro che abbatterono il sultanato ottomano, o subirono questo radicale cambiamento) assassinarono tra il ‘915 e il ‘917 almeno un milione e mezzo di armeni.

La Prima guerra mondiale, con le sue immani stragi, dalla Somme a Verdun al Fronte orientale russo-ucraino-polacco al Carso, fu la prova dello spregio totale della vita umana, che non era più soppressa – una alla volta – da una palla di fucile o da un colpo di baionetta al cuore o alla carotide, ma diventava immediatamente fango insanguinato misto a feci e cadaveri, e nelle trincee e nelle buche provocate dai 305 campali, che annunziavano la morte immediata con un terribile sibilo.

I civili in quella guerra furono trattati spesso come i militari, i feriti al di fuori di ogni convenzione umanitaria. Venne meno il riconoscimento dell’umanità della persona, come forse mai nella storia. E, lasciando perdere altre stragi coloniali, arriviamo al male assoluto e anche banale, secondo Hannah Arendt, del nazismo.

Ancora un po’ di dottrina morale: la strada delle azioni male dell’uomo (Tommaso d’Aquino distingue le azioni umane da quelle dell’uomo, dove l’aggettivo ha valenza di giudizio etico, mentre il genitivo è solo un complemento di specificazione, tecnicalmente neutro) era pronta: si trattava di percorrerla con metodo professionale, con gli esperti di logistica e gli ingegneri civili, con gli strateghi della morte collettiva ed anonima. Ma, anche in campo teologico cristiano, la visione tommasiana non aveva un’adesione generale, poiché in molti ambienti restava in auge una dottrina anti-ebraica e premessa del futuro antisemitismo, come si può registrare in certi scritti di Pietro il Venerabile, e di non pochi altri teologi cristiani di quel tempo e dei secoli successivi, sia di area cattolica, sia di area riformata.

L’anti-ebraismo, l’antisemitismo, l’eugenismo e infine il razzismo hanno radici lontane, composite e comuni.

In pieno periodo guglielmino, alcuni in Germania sostenevano che la Guerra dei trent’anni conclusasi con la pace di Westfalia nel 1648 poteva essere un prodromo di un’altra “Guerra dei trent’anni”, iniziata nel 1914, che si sarebbe dovuta concludere con lo sterminio degli ebrei e la sottomissione dei popoli slavi, e con la conquista da parte della Germania di uno spazio vitale essenziale a Est.

Chi visitò le trincee dopo Verdun non ebbe parole umane da dire, sostiene Georges Bensoussan. Sarebbe stata necessaria forse la penna di Dante o di Shakespeare, non di meno.

Non dimentichiamo che anche Voltaire e Jefferson erano razzisti, sostenendo la differenza biologica tra le “razze”. De Maistre, acutissimo filosofo cristiano sosteneva che l’Illuminismo, con l’esaltazione della ragione, aveva fuorviato il giudizio sull’uomo che, per lui, restava peccatore radicale (dal peccato originale biblico) e bisognoso di un dominio totale da parte della struttura statuale, sulle tracce di Hobbes, ma con più radicalità.

La biologia di Linneo e Buffon fu estremizzata sostenendo che la natura “parlava chiaro”: come le piante si fanno largo nella foresta per cercare il sole, così l’uomo, con la sua capacità intellettuale, si fa largo e vince chi è più forte/ intelligente, ed è bene che avvenga la selezione naturale anche in ambito umano. Un darwinismo sociale estremo ante litteram.

Il pensiero di De Maistre, attivo ai primi dell’800, fu estremizzato da razzisti teorici conclamati come de Gobineau, Rosenberg e Chamberlain, qualche decennio dopo. L’anti-illuminismo di molti romantici, e poi di decadenti e di futuristi creò l’humus intellettuale per i fascismi del ‘900. Lo stesso pensiero di Schopenhauer e di Nietzsche fu da costoro utilizzato in ambiti extra-filosofici, ampiamente pratici e politici.

Fra gli intellettuali tedeschi dell’800 si rileva una maggioranza di neo-darwiniani antisemiti, capaci di strutturare il loro pensiero filosofico sulla differenza razziale, cosicché si può dire che il terreno per le ideologie naziste era già ben “arato” da quasi un secolo prima. Tra costoro, tra i pochi a distinguersi per tesi umanistiche contrarie, fu il grande storico e filologo Theodor Mommsen, mentre il campione delle tesi opposte può essere considerato il biologo iper-darwiniano Ernst Haeckel.

Poligenismo (contro il monogenismo degli studi di paleoantropologia contemporanea più affidabili, prof. Leakey docet, e scoperta recentissima dell’homo sinalensis, coerenti peraltro con il testo biblico di Genesi 1.3), darwinismo sociale e biologismo positivista sono stati le fonti primarie dei razzismi dei decenni successivi, tocca dire, fino a noi.

Il Mein Kampf hitleriano è un pamphlet di orrida propaganda razzista e antisemita, con tesi mutuate ruvidamente da quel milieu.

Ancora, andando su e giù per la storia moderna: il medico inglese White, ai primi dell’800, sosteneva che i pigmei potevano essere il famoso anello mancante tra scimmie e umani, mentre un’interpretazione ideologica de L’origine delle specie di Darwin ispirò molto “scienziati” germanici a trovare differenze radicali fra “negri” e bianchi, fra ariani ed ebrei.

Anche la tratta dei neri africani, resi schiavi, a Ovest dalle potenze europee, e da Est dai potentati arabi, è figlia di questo pensiero razzista: il numero di persone catturate sulle coste occidentali e orientali dell’Africa  e schiavizzate tra il XVII e il XVIII secolo pare ammonti a non meno di trenta milioni di persone, un quarto delle quali perì durante le traversate oceaniche dell’Atlantico e dell’Indiano.

Addirittura, Goebbels sposò l’idea che gli ebrei si potessero paragonare a fastidiosi parassiti o addirittura a virus pericolosi, non solo per il mantenimento della superiorità del germanesimo antropologico, di cui facevano primariamente parte i tedeschi e, in subordine, gli inglesi e gli altri anglosassoni, ma anche per la stessa sopravvivenza di questi popoli “superiori”. Nella Germania nazista circolavano testi che sostenevano l’analogia fra le geniali scoperte dei batteriologi e microbiologi Robert Koch e Edward Jenner, i quali avevano individuato gli antidoti a malattie/ epidemie terribili  come la tubercolosi e il vaiolo, e il programma di sterminio degli ebrei da parte nazista.

Alla fine dell’800 circolò anche l’abietto falso detto Protocollo del savi di Sion, che sosteneva il progetto di dominio sul mondo da parte degli ebrei.

E così la Shoah si inserisce in un alveo di violenza teorico-pratica accettata, anzi costituita come necessaria, di cui qui non scrivo nulla, perché richiederebbe tutta la mia giornata, questa settimana e oltre, per raccontare solo una parte dell’orrore, il quale deve essere spiegato bene ai bambini e ai giovani… e i men giovani che scherzano ignorantemente con il razzismo, il suprematismo, il sovranismo e l’antisemitismo.

Contro la triade valoriale della Rivoluzione francese, Libertà, Uguaglianza e Fraternità, è stata da costoro opposta un’altra triade: Ineguaglianza, Determinismo e Biologismo razzista.

 

Ha dunque a che fare con tutto questo il concetto di “sacro”? Ebbene sì, ma nella sua versione demoniaca, malvagia.

Pertanto, il sacro ha soprattutto a che fare con la bellezza, come studiò e spiegò bene nel 1927 il filosofo tedesco Rudolf Otto, nel suo Das Heilige, tradotto in italiano con il titolo Il Sacro dal professor Ernesto Bonaiuti, sacerdote spretato da papa Ratti perché “modernista” (il modernismo era una linea teologica che, ante litteram rispetto al Concilio ecumenico vaticano secondo, proponeva un dialogo continuo e libero con il mondo, come ben descritto dalla Costituzione conciliare Gaudium et Spes del 1965 e dalla grande enciclica di Paolo VI emanata nel 1967 Populorum Progressio). Otto analizza la dimensione del sacro da un punto di vista filosofico-antropologico in modo molto profondo e utile anche per noi del XXI secolo.

Per lui il “sacro” è mysterium tremendum et fascinans, et mirum, et horridum. Esso appartiene a una sorta di dimensione assoluta dell’essere (cf. A. Olmi o.p, filosofo domenicano, 2003), ineffabile da un punto di vista descrittivo, ovvero più vicino all’opus poeticum che non a quello philosophicum. Un esempio: forse La ginestra leopardiana descrive il rapporto fra uomo e natura meglio di tanti trattati di geologia e di biologia, e anche meglio dello Spinoza del Tractatus politicus-theologicus. L’essere di cui parla il padre Olmi è il sostrato metafisico di ogni cosa, che possiede un’essenza e una vita sua propria negli enti singolari. L’essere è concetto universale che nel sacrum (ieròs, in greco antico) si manifesta alla sua massima potenza, coinvolgendo la psiche e le emozioni umane fino allo straniamento.

Se quanto detto sopra in estrema sintesi sull’esperienza del male morale viene trasposto nell’area concettuale del bene  e del bello, il bonum pulchrumque, comunque ciò impegna la percezione fisica, intellettuale ed emotiva dell’uomo ai massimi livelli. Gli esempi non mancano: la possanza di una grande montagna che ti fa sentire, come uomo, piccolo e fragile, un mare in burrasca, l’eruzione di un vulcano, lo scenario multicolore di un’aurora boreale, l’ampiezza di un fiume siberiano come lo Jenisej, o africano, come il Congo, o sudamericano, come il Rio delle Amazzoni, o europeo, come il Dniepr, e quant’altro impressioni i sensi e sentimenti di un essere umano in stato di veglia.

Il sacro è manifestazione assoluta dell’essere (delle cose), ma anche stimolo ad approfondire la capacità di comprensione e di apprezzamento delle cose stesse.

Vedi, dunque, mio gentil lettore, come sia corretta la distinzione dei contrari del lemma “sacro”: non dunque profano, ma esecrando, cioè orribile, dis-umanomalvagio o malo, in una visione morale del mondo umano e naturale che scelga un’etica del fine, dove il fine è la salvaguardia dell’integrità psico-fisica dell’uomo stesso, in tutte le sue manifestazioni etniche, storiche e sociali, e della natura come ambiente nel quale nascono, si sviluppano e vivono i viventi, tutti.

E alla fine, per fare sì che questo mio pezzo, oltre a costituire una riflessione generale sul tema proposto, sia più utile, richiamo ai miei gentili lettori la radicale distinzione fra struttura di persona (che dà eguale dignità a ogni essere umano, in qualsivoglia stato, situazione e tempo esso viva) e struttura di personalità (che conferisce l’irriducibile differenza di ciascuno da ciascun altro), perché la dignità e la differenza sono l’essenza del sacro, e origine del bene e di ogni bellezza.

Da decenni scrivo quello che le “sardine” ora chiedono, qui e altrove ma… un suggerimento: il giovane Santori, con il suo presenzialismo mediatico risulta già antipatico

Linguaggi, espressioni, modi… ne parlo e ne scrivo qui da decenni, criticando la violenza, l’approssimazione, le contraddizioni della politica, specialmente, anzi quasi solamente, della destra politica.

I media destrorsi sono preoccupati e accusano le sardine di non avere contenuti politici. Forse ignorano che filosoficamente anche solo proporre metodi e modi nuovi è proporre “contenuti”, perché la forma è sostanza, la forma definisce e determina ciò che è sostanziale, come le forme del David (qui citato più volte) sono, SONO la statua del David: senza quella forma il marmo che costituisce la struttura statuaria è mera materia prima, cioè marmo di Carrara.

Dunque: le sardine propongono forme di comunicazione per far risalire la politica a un livello accettabile: a) non più, se non per eccezione, comunicazione chat, ma dalle segreterie ufficiali di ministeri ed enti, b) non turpiloquio, ma uso corretto e rispettoso dell’italiano, c) riconoscimento dell’avversario politico evitandone la demonizzazione, d) accettazione della complessità dei temi e dei problemi e impegno a una documentazione costante.

Non abbiamo bisogno di programmi da loro, ché già li sappiamo i programmi sani per l’Italia. Servono altri modi, un’altra educazione, un’altra eleganza. Non Rosari e Vangeli sbandierati, non parolacce e minacce, non annunzi di palingenesi impossibili, ma promesse di impegno quotidiano, di competenza, di continuità nel lavoro politico, umile e forte.

Gli attuali politici che vanno per la maggiore fanno fatica a studiare i dossier pure se aiutati da staff numerosi, ma non si sa quanto competenti. Basta ascoltare le interviste, quasi tutte prevedibili con discorsi preconfezionati, quasi gli intervistati leggessero il “gobbo” in uso quando si va in tv.

La stampa e i pensatori destrorsi della carta e della tv attaccano le sardine, perché non sanno che… pesci pigliare, e allora si abbandonano alla metafora del tonno che in un sol boccone fa strame del branco di piccoli pesci azzurri. Chi è il tonno?

Epperò un consiglio lo do ai capi di questo movimento, specialmente a Santori. Si guardino dallo scambiare il loro neo-apparire con l’essere qualcosa. Sono abili, ma rischiano di stancare, anche perché non aiutati dalla prossemica, che trovo fin troppo studiata. A Santori consiglio anche di tagliarsi i capelli e di fare il trentaduenne vero, ché il suo look è fermo ai diciott’anni. Stia attento. A persone come me che pensano su modi e metodi più o meno come loro hanno avuto la forza e l’abilità/ tempestività di cogliere l’attimo giusto per comparire alla ribalta da prima che loro nascessero, non fanno né caldo né freddo.

Siano cauti, umili, non imitino negli errori i 5S, che son partiti un po’ come loro e poi si sono sfilacciati, perché convinti che si possa improvvisare in politica.

Ruotino i portavoce (Santori, ad esempio, già dopo queste poche settimane, mi ha stancato), studino e lavorino dentro i partiti. Evitino le facili ribalte mediatiche, non facendosi attrarre dal successo. Pensino che questa parola è innanzitutto il participio passato del verbo succedere.

A chi è intelligente, ciò basti.

La libertà di scelta

Il tema della libertà di scelta coinvolge tutta la vita umana, di tutti e relativamente a tutto.

L’ASS 5 di Pordenone mi ha invitato a trattare questo tema una mattina di questo dicembre 2019, quando si discuterà della tutela della salute umana in ogni ambiente, a partire da quello di lavoro.

Dimensioni etiche e giuridiche, aspetti filosofici e psicologici radicali, modalità organizzative gestionali ed organizzative, ipotesi di investimenti e di budget, sono coinvolti ed intrecciati in un percorso obbligato di scelte non mai facili.

Proporrò una riflessione filosofica sulla “libertà” di scelta che l’uomo ha di fronte ai suoi propri “detti” e alle azioni compiute, che deve essere essere esercitata in scienza e coscienza, come si dice, sempre. Le virgolette che ho posto nella parola libertà stanno a significare come il tema da sempre a (oserei dire)… sempre, sia controverso, difficile e complesso, al punto da non potere avere una risposta definitiva e completamente esauriente, interpellando essa tutte le scienze umane, da quelle fisico-biologiche, a quelle psico-spirituali, a quelle morali, secondo – a parer mio – un’etica del fine, ove il fine è la salvaguardia dell’uomo integrale e della natura.

(Nella foto lo psicologo e filosofo Steven Pinker)

Per il mio intervento nel seminario utilizzerò i Power Point qui sotto inseriti

del male e del dolore

la scelta libera

Viaggio in Galizia

Parafrasando i racconti, ovvero sulle tracce di Joseph Roth e dei fratelli Singer, si Deus vult, con un valoroso coequipier, che in gioventù viaggiò quasi senza soste su una Opel Kadett fino a Istanbul, a maggio, quando già i segni dell’estate vicina si fanno sentire, ma con moderazione, si andrà in Galizia, la nazione-non stato, presente in tre o quattro paesi, un po’ come il Popolo kurdo, che vive tra Turchia, Siria, Irak e Iran, male accetto ovunque.

Io stesso viaggiai in gioventù, su una Renault 4 (1100 cc) fino a Leningrado (così allora si chiamava), passando da Vienna, Bratislava, Cracovia, Varsavia, Brest-Litovsk, Minsk, Smolensk, Mosca, Novgorod, e al ritorno, da Vyborg, Helsinki, Turku, Stoccolma, Helsingborg, Copenaghen e Hannover… fino a Rivignano, da cui io e Roberto eravamo partiti un mese prima. Viaggi nella memoria e nella storia, la nostra e quella generale. Fulvio era con Ferruccio, a Istanbul.

Ora, andremo in Galizia, che ora non ha capitale, ma un sentimento diffuso, germanico, polacco, slovacco, ungherese ed ebraico. C’è anche un’altra Galizia che si trova in Spagna, e una Galazia, una terra amata e percorsa da Paolo di Tarso, ai cui abitanti dedicò una memorabile lettera, dove scrive, al capitolo terzo, versetto ventotto, che tutti gli uomini sono uguali,  con parole come: “non c’è ebreo non c’è greco, non c’è uomo non c’è donna, ma in Cristo tutti sono figli di Dio” (parafrasi mia). Sovrapposizioni e assonanze di nomi di terre e di popoli.

Una terra chiamata in molti modi, quasi polisemantica, a rappresentare altrettante lingue e idiomi del ceppo slavo, germanico, yiddish, ugro-finnico. Ucraini, ruteni. polacchi, cechi e slovacchi, ungheresi, romeni, russi, la Galizia è una regione suddivisa nei tempi storici in tanti stati/ paesi, regni e imperi. Si è chiamata anche Galizia e Lodomiria (in tedesco Königreich Galizien und Lodomerien), nome datole dal re Andrea II d’Ungheria fin dal XIII secolo; quando apparteneva all’Austria-Ungheria dal 1772 al 1918, per esempio, aveva Leopoli (Lvov-Lviv). come capitale. Galizia-Lodomiria potrebbe derivare dalla latinizzazione delle due città di Haliç e Volodymir, ancora in territorio ungherese.

Inoltre, il nome Galizia, probabilmente, siccome è presente nella Spagna settentrionale e nella Turchia a cavallo del Bosforo, come Galazia, potrebbe derivare da un etimo comune di origine celtica, ma potrebbe avere anche tratto origine dallo slavo antico halyca/galica che significa “collina spoglia”, o da halka/galka che significa taccola, uccello che venne rappresentato nello stemma cittadino e in seguito anche su quello della Galizia. Il nome, comunque, nasce prima dello stemma.

Un altro passaggio storico fu quello dei regnanti ungheresi i quali mantennero il titolo di re della Galizia e della Ludomiria fino al XVI secolo quando tale titolo, di cui si fregiò anche Maria Teresa, passò alla casata asburgica, che ormai stava costruendo il suo grande Impero.

Vi andremo dunque a maggio inoltrato, Fulvio e io, e penso Anita e forse un’altra persona per fare un quartetto atto ai dialoghi e alla compagnia.

L’ipotesi è di partire in aereo per Cracovia e di lì poi in auto portarci verso le città polacche e galiziane di Przemsyl e Rzeszów, fino a Leopoli. Con il treno arriveremo a Kiev, dove sosteremo presso la Grande Porta cantata da Modesto Mussorgski, nel suo poema sinfonico Quadri d’una esposizione. Chissà se, verso sera, vicino a quella porta, troveremo la strega Baba Yaga, vivente già a i tempi del principe Vladimir mille anni fa, come si racconta nelle sere invernali, quando la neve copre le izbe e i villaggi, i fienili e le strade persi nell’infinita pianura ucraina.

Quando si viaggia verso Est si prova una sensazione strana. Basta uscire dalla porta orientale del Friuli che cambiano gli odori: le foreste sono più scure e i comignoli fumano. Vi è, diffuso, un odore di legno e di carbone bruciato. I villaggi sparsi non hanno subìto il tormento della modernizzazione selvaggia del XX secolo. La povertà è dignitosa, le ragazze sono belle. Cracovia è stata capitale del regno di Polonia, e sede del principe vescovo, ultimo dei quali non si dimentica Stefan Wyszyński. Da lì l’Oriente si dipana oltre i Tatra tra boschi e colline, e grandi fiumi.

La Wehrmacht non è riuscita  distruggere tutti gli shetl del popolo ebraico della diaspora orientale, gli askenaziti. Il mondo ortodosso si avvicina con le sue architetture fiorite. Si chiamano cristiano-ortodossi perché dal 1054 ritengono di possedere la vera fede nel Cristo Pantocrator, il creatore del mondo, e forse sono – nello stesso tempo – più severi e più indulgenti dei cattolici. Le città di Polonia ti accolgono con la fierezza di una storia e di una memoria tremenda.

Majdanek prende con il suo alto silenzio, nel quale pare che sussurri infiniti ti colgano di sorpresa, come un vento silente. Le anime dei morti assassinati ancora guardano al campo, e lo faranno per l’eternità.

La pianura ucraina è immensa, la terra nera, quella che a piedi percorsero duecentomila fanti e alpini italiani quasi ottanta anni fa, mandati allo sbaraglio da un Capo del governo pazzo e crudele. Qua e là si intravedono ancora le izbe che accolsero la fredda disperazione di ventenni feriti, delusi, sconfitti.

Leopoli parla di due mondi, di tre di quattro lingue e culture: il mondo polacco e il mondo russo; le lingue dei popoli che lì nei secoli sono passati e si sono insediati.

Il treno attraverserà la pianura vallonata che porta alla capitale, quella Kiev che accolse mille anni fa il messaggio di Cristo portato da Cirillo e Metodio e dai loro seguaci, viandanti coraggiosi, fin nelle steppe e ai confini della taigà odorante di resina, e rifugio inaccessibile dei lupi e degli orsi. Andremo.

I pessimi, i mediocri e la speranza

“Pessimo” è superlativo assoluto di “cattivo” oppure di “malo” e, nella scala Likert (cf. R. Likert, 1935 ca) si trova all’ultimo posto corrispondendo a 1 in una scala di 5 che va, appunto, da “pessimo” a “ottimo” o “eccellente” (superlativo assoluto di “buono”), cioè 5, passando per “mediocre” (2), “medio” (3) e “buono” (4).

In docimologia, cioè nella metodologia scientifica della valutazione delle prestazioni, utilizzata nei luoghi di lavoro, e utilizzabile anche  a scuola e all’università, la “scala Likert” si connette bene con gli item, o criteri che ogni ambiente applica. Ad esempio, nel luoghi di lavoro io utilizzo, incrociandoli con i numeri della scala citata i seguenti: a) atteggiamento, b) conoscenze, c) potenziale, d) inseribilità.

In un esame delle superiori o universitario, ad esempio, si possono utilizzare concetti come “atteggiamento”, “preparazione specifica”, “qualità dell’esposizione”, “curiosità”, etc.

Valutare le persone è dunque non semplicissimo. I politici, però, sono talmente visibili che non risulta molto arduo esprimere un giudizio su di loro, sempre che si sia ben documentati sul loro agire e su come e cosa dicono, e che si conosca un minimo di… docimologia, altrimenti si fanno chiacchiere o si proferiscono insulti, come si sente a La Zanzara su Radio24 (che si vergognino, e il peggiore è Parenzo, maschera dell’ovvietà di sinistra).

Pertanto, con una certa tranquillità mi cimento in una valutazione di quell’ambiente e dei loro principali soggetti attuali, che si caratterizzano per una mediocrità desolante e diffusa, sia da un punto di vista culturale, sia da un punto di vista di capacità politiche.

Parto dal primo personaggio, che per me è insopportabile. Esaminerò, di lui e dei successivi tre le espressioni del volto, la prossemica, il timbro vocale e il linguaggio. Specifico subito che il loro voto finale oscilla fra 1 e 2, ma più prossimo all’1:

Salvini: le espressioni, accentuate dal baffo arcuato, tendono ad essere sempre sprezzanti; la prossemica è cameratesco-amical-popolana (non populista!); il timbro vocale, da tenore secondo, è sicuro e marcatamente assertivo (sembra voler dire “quel che dico è la verità“); il linguaggio è volutamente greve, spesso minaccioso, declaratorio, banale, semplice nella sua ripetitività;

Di Battista: le espressioni, tipiche del bullo di semi-periferia, stanno a mostrare l’auto-consapevolezza di essere, nell’insieme, un “bellu guaglione“; la prossemica è ciondolante e annoiata; il timbro vocale… qualsiasi; il linguaggio idem, e si caratterizza per banalità concettuali e logorrea ripetitiva;

Di Maio: le espressioni mostrano la tendenza (anzi il bisogno) di un continuo atteggiarsi, dovuto all’imbarazzo di una inadeguatezza interiore e tormentosa; la prossemica è da leader acclarato, ma poco convinto di sé; il timbro vocale vernacolo; il linguaggio povero sotto il profilo lessicale e inadeguato per grammatica e semantica;

Renzi: le espressioni sono quelle classiche del prepotente, capace di far finta di interessarsi all’altro; la prossemica è da primo della classe, senza  se e senza ma, fastidiosa; il timbro vocale falso intellettuale con incespicamenti dovuti a una cultura raffazzonata; il linguaggio è un pot pourrì di battutismo giovanilistico e furbescamente corrivo.

Da Conte in giù e a latere vi è un coacervo di mediocri, che mi annoierei e annoierei troppo il gentil lettore, se indulgessi in successive analisi. Qualche nome? Marcucci e Orlando del PD, l’iraconda Lezzi e l’incomprensibile Bonafede dei 5S, la Gelmini di Forza Italia, anche se se la tira in una impari competizione con la Bernini (e non che questa sia una fuoriclasse) e soprattutto con la Carfagna, la Meloni, che non commento. Insopportabile il campano De Luca del PD, così come lo sta diventando Franceschini. Di Lotti e della Boschi ho un’opinione non buona. De Berlusconi necesse non est dicere, quia nimis per annos diximus.

Personaggi di discreto o buon valore li troviamo qua e là: Zaia della Lega, forse Bonaccini del PD. Mi sfuggono certamente altri, che si salvano. La maggioranza, comunque, utilizzando lo schema proposto all’inizio è di imbarazzante mediocrità.

Ora una amenità: nei miei vari lavori incontro professionisti di tutti i tipi e competenze, cercando di smascherare i cialtroni e i guru senza arte ne parte. Molti miei contatti, anche amicali, sono con psicologi, per vicinanza operativa, talora: anche tra questi bisogna distinguere. Dico con piacere che la maggior parte di loro è costituita da persone intelligenti e preparate, ma c’è qualcuno che stona e stroppia: i fanatici della Programmazione Neurolinguistica, di matrice americana (cf. Grindner, Dilts e il famigerato Bandler). Bene, una di costoro una volta mi apostrofò perché in una conferenza mi ero un po’ intrattenuto sul concetto di “speranza” che, secondo lei, andrebbe abolito dal lessico comune. Addirittura. Stavo spiegando al pubblico che la speranza è, sulla base delle dottrine antropologiche classiche, sia passione sia virtù. Se come virtù possiamo considerarla concetto teologico cristiano, facente parte della triade con la fede e la carità, e quindi non impegnativa per i non credenti, in quanto passione fa parte dell’elenco delle passioni, come da classificazione aristotelica (le 11 passioni fra cui 5 contrapposte e l’ira in solitaria), peraltro accettata anche dai pensatori successivi e anche grosso modo dalla psicologia moderna, che magari preferisce chiamarle emozioni.

Ho detto a questa “dottoressa” che “una vita senza speranza è… disperata. Le basta, mia cara?”

Ebbene, io ho speranza che l’analisi di cui sopra, con il contributo delle generazioni più giovani, cambi.

Eventualmente chiederò di aggiornarla a qualche mio allievo.

Scavare dentro di sé con dolore…

Marx, cioè il dr. Karl Marx da Treviri è stato un genio.

Un genio in varie scienze: l’economia, la politologia (non la politica), la sociologia in particolare ma, pur essendosi laureato in filosofia con una tesi su Democrito, fu un filosofo mediocre, anzi quasi nullo, e certamente perfino dannoso in antropologia filosofica, cioè nel discorso filosofico sull’uomo.

In tutta la sua vita, pur essendo stato un grande lettore (faceva quasi solo quello, di lavoro, oltre a scrivere) dei classici fino al suo “amato” Hegel, non capì (o non volle capire) alcunché dell’analisi profondissima che già esisteva sull’uomo e sulla sua struttura che era già a disposizione di studiosi e lettori comuni, anche se mancava ancora il lavoro fondamentale di Freud e di Jung, al suo tempo. Kant, però, gli era stato quasi contemporaneo e la Critica della Ragione pura pratica avrebbe dovuto interessare il gran Carlo. Non fu così. Socrate e Platone, Aristotele, Epicuro, Zenone di Cizio, Pirrone di Elide, Sesto Empirico, Lucio Anneo Seneca, Marco Aurelio, Agostino, papa Gregorio Magno, Tommaso d’Aquino, Erasmo, frate Martin Lutero, Leibniz, Hume e Locke lo colpirono poco o punto, forse solo un poco questi due ultimi, maestri dell’empirismo inglese. Infatti, per la tesi di laurea, come abbiam visto, scelse l’atomista Democrito, e certamente lesse pure Lucrezio, seguace latino del greco. Un mio amico che si trova in ristretti orizzonti direbbe: “Questi erano del suo partito“, scherzosamente.

In altre parole, il “pensiero forte” sull’uomo dei grandi Greci, di Agostino, Tommaso e Kant non gli interessava ma, e questo un poco sorprende, neppure tanto il “pensiero debole” dei cinici e degli scettici classici, più di tanto: Sesto, Pirrone e Zenone non nascondevano i difettacci dell’uomo, mentre Seneca e il grande imperatore filosofo addirittura scrivevano trattati aforistici e numerose lettere, che erano dei veri discorsi antropologici, per spiegare come l’uomo avesse avuto sempre ed abbia bisogno di un ammaestramento singolo, individuale, continuo, poiché, di per sé, è debole e cagionevole sotto il profilo spirituale e morale. Ai nostri tempi, poi, sarebbero stati Freud e Jung più di tutti a scavare nel profondo.

Marx era convinto che l’uomo, tutto l’uomo e tutti gli uomini, potessero essere ri-formati nel profondo mediante una modifica radicale dei rapporti sociali, dei rapporti di produzione, togliendo ai “padroni” la proprietà privata dei mezzi di produzione, per affidarli a non meglio definite “commissioni o consigli operai” (i soviet?). Teniamo conto che Marx parla della situazione dell’industria britannica di metà ‘800. Vedesse oggi come lavorano i dipendenti di Elon Mask, non avrebbe un lessico adeguato per commentare, come è ovvio.

Altrimenti si può dire che le modifiche sociali ed economiche, secondo Marx, avrebbero prodotto, non dico come eterogenesi dei fini, ma come risultato secondario, una ristrutturazione dell’essere umano, così come avrebbero riformato le strutture economiche e sociali.

Quando parlo di questi argomenti, durante lezioni accademiche o conferenze solitamente uso una tabella che pone in sinossi due sintagmi collegati anche se diversi: la struttura di persona e la struttura di personalità. Si tratta di una sintesi molto didascalica fra un’antropologia filosofica e una psicologia fondamentale largamente condivisa. Elenco di seguito gli item che compongono le due colonne in sinossi: per quanto concerne la struttura di persona abbiamo la fisicità, che dice del corpo umano e del suo funzionamento; lo psichismo, che dice il funzionamento della mente; la spiritualità, atta a spiegare la predisposizione e la capacità dell’uomo di meravigliarsi, di stupirsi, di credere nella Trascendenza. Bene: i tre item sono uguali e corrispondenti in ogni essere umano, di qualsiasi etnia sia, qualsiasi sia la sua esperienza e il tempo della sua vita. Che cosa dice questa prefetta equivalenza ed uguaglianza? Dice chiaramente, assolutamente, inconfutabilmente, pari dignità, per cui fra il presidente a vita della Cina Xi e un bimbo abitante nel più remoto villaggio del Pamir non c’è alcuna differenza.

Per quanto concerne la struttura di personalità, anche qui abbiamo tre item: la genetica, che dice l’irriducibile unicità del vivente uomo, fin dal suo concepimento e in seguito, feto, nascituro, bimbo, etc. (si pensi alle bene conosciute differenze psicologiche e comportamentali dei gemelli monozigoti); l’ambiente che condiziona con la sua particolarità  lo sviluppo degli esseri umani, dando a ciascuno un imprinting e un destino, almeno in parte; l’educazione, diversa per ogni essere umano, fattore fondamentale di sviluppo soggettivo. Ebbene, la struttura di personalità consegna a ogni persona un peculiare percorso di vita, una vocazione, una possibilità che ha “quel” essere umano, e non altri, mai. Che cosa conferma questa irriducibile differenza? Conferma, senza tema di smentite, che ogni uomo/ donna, persona è unico/ a, e perciò chiarisce come ciascuno possa/ debba percorrere la sua propria strada, co-costruendo il proprio destino, cioè qualcosa di forte, di decisivo, di ineluttabile (cf. Emanuele Severino).

Caro dottor Marx, chissà se in qualche stato dell’essere potremo confrontarci, magari all’Università spirituale di Noûs, su questi temi e convenire che non è possibile riformare l’uomo, e renderlo più solidale e capace di empatia solo con le riforme delle strutture economiche e sociali, ma che occorre molto altro: il riconoscimento reciproco, il dialogo, il sentimento, perfino il dolore? Lo spero.

Il deliquio della politica attuale, per cultura generale, cultura dell’informazione e cultura politica

Diruta, deleta, masochisticamente indebolita, qui in Italia, la politica. E non consola il mal comune mezzo gaudio, se facciamo dei confronti con gli altri stati. Un esempio di queste ore: Zingaretti fa una convention (oggi si dice così) del PD, proponendo un rinnovamento radicale, con Landini, non so se anche con “greta”, o forse anche con la “racketa” (spero di no, altrimenti vuol dire il PD è alla frutta),  ma giustamente, a mio parere, riparlando di ius soli et culturae, e di cambiare i decreti sicurezza salviniani. Politicamente condivido queste due misure.

Dimaio risponde che nel momento in cui c’è il gravissimo tema di ex-Ilva e di Venezia, è improvvido parlare d’altro. Primo pensiero: come i gatti (o i cani, che è la stessa cosa) i politici attuali riescono a pensare a una sola cosa per volta. Se invece che una vi sono due emergenze contemporanee, vanno in tilt.

In matematica, storia, lettere, molti politici, anche laureati e di primo piano, secondo il valore loro proprio, che è assai scarso, sono insufficienti (ignoranti): Polverini, Di Girolamo, Fassina, Puglia, Buccarella, Zoggia, Mussi, Formigoni, Carella, Tabacci, Epifani, Alaimo, Lavagno, Richetti, Centinaio, Currò, Dato, Dimaio, Boccuzzi, Roccella, Casini, Cappelletti, Cicchitto, tra molti altri e altre (capre e capri) interrogati/ e dalle Jene, non ce la fanno. Salvini dice che “migranti” è un gerundio. Solo Buttiglione ce la fa. Che pena. Un’ignoranza crassa, vergognosa. Su circa un centinaio di interpellati, solo due o tre riescono a rispondere correttamente a domande tipo “data di inizio della Rivoluzione francese, 1789 o 1803; idem per la Rivoluzione russa 1917 o 1921; data della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo?; data dell’Unità d’Italia 1861 o 1871; data di promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana 1944 o 1947/8”; e altre date d’importanza e notorietà per una cultura da scuole medie ben fatte.

Vi è addirittura un tale (deputato o senatore, non ricordo) che raggiunge e supera il ridicolo, rispondendo a una domanda trabocchetto sulla “Lamenia”, uno stato che tutti (o quasi, evidentemente) sanno che non esiste. Forse costui ha appena visto il film fanta-storico-politico Il prigioniero di Zenda con Stewart Granger, che ne dite? Molti rispondono alla domanda “Norvegia e Svizzera” faranno un referendum per restare o uscire dall’UE come il Regno Unito, non mostrando di sapere che le due nazioni non fanno parte dell’UE. Ah, anche la Lamenia indirà un referendum confermativo con il plauso del citato parlamentare! E, gentile lettore, ti ricordi di quando Dimaio affermò che Pinochet fu dittatore in Venezuela e che la Russia è uno stato mediterraneo, oltre ad altri clamorosi svarioni? Oggi è ministro degli esteri e per ricoprire tale carica dovrebbe possedere nozioni non-banali di storia, geografia, cultura generale e geopolitica, che non ha.  Dobbiamo proprio incaricare questi personaggi incompetenti a rappresentarci, oppure, se vengono messi lì dei non-politici di professione, questi vengono pressoché denigrati come “tecnici”? Ebbene, forse che io sono solo un “tecnico”, visto che ho nozioni non-banali delle discipline su citate? E conosco altri con caratteristiche analoghe alle mie, ma nessuno che conti della “politica” li c… onsidera (volevo usare un altro verbo, più spiccio, ma un po’ volgaruccio). Bada bene, lettor mio, non mi sto candidando, sto solo ragionando, ché ho altro e di più interessante da fare in questa fase della mia vita. Continuo?

Qualcuno potrebbe dire: ma allora solo umanisti, linguisti, giuristi, letterati e filosofi possono fare politica? No, rispondo, basta curarsi di una propria base culturale e approfondire la conoscenza della lingua italiana  e del suo uso ordinario.

La cultura è un bene non libresco, erudito e pedante, ma respiro dell’anima, dello spirito, della psiche, è mezzo per comprendere l’infinita complessità dell’umano e della sua storia, dei modi espressivi e del funzionamento delle cose, dall’uni o multi-verso al cervello. E’ questo, non privilegio per pochi, ma diritto per tutti.

Certo è che, per acquisirne in misura dignitosa occorre fatica, sacrificio, proprio nel senso etimologico del termine che è “rendere-sacro-qualcosa” (dal latino sacrum facere). Facili sono le semplificazioni, le banalizzazioni, i giudizi sommari e manichei, gli estremismi polari e intolleranti, le definizioni apodittiche senza fondamento. Facile è denigrare la persona non entrando nel merito di quello che sostiene, contestandone eventualmente i fondamenti, le basi conoscitive, la documentazione sottesa. Facile è farsi belli con un pensiero semplificato accattivante, capace di stuzzicare sentimenti allo stato di pure emozioni, ma siamo in un tempo nel quale le emozioni sembrano santificate dal marketing mediatico e ogni ricerca della verità per tappe e umile ricerca sembra una perdita di tempo.

Caro lettore, prova ad ascoltare su Radio 24 La zanzara, condotta da un laureato, il giornalista Cruciani, che immediatamente, se appena qualcuno che telefona prova a porre questioni di complessità su un tema, lo sbeffeggia insultandolo con epiteti quasi sempre vergognosi, in questo spalleggiato da altri due giornalisti intellettualmente disonesti, l’uno, David Parenzo, che fa il sinistro alla moda, e l’altro, tale Gottardo, sfortunato perfino nel timbro vocale. Tre sporcaccioni. A volte sono stato tentato di telefonare, ma mi sono trattenuto: non sopporterei infatti di farmi insultare, senza possibilità di replica (perché ti buttano giù la chiamata dicendoti “imbecille”) da figuri del genere. Il conduttore spiega, se richiesto, questo suo comportamento con esigenze di “ritmo” radiofonico, pensando che gli ascoltatori, tutti, più o meno, cambierebbero canale se qualcuno si “impancasse”, secondo lui, in teoresi faticose. Non so se Cruciani si adegua a quello che lui ritiene sia il livello culturale del target degli ascoltatori, o se lavora, per qualche assai oscura ragione, per abbassare questo livello. Questo comportamento è, di per sé, un insulto all’intelligenza e alla cultura di molti. Non comprendo come Confindustria, proprietaria di Radio 24, possa permettere uno scempio culturale e morale del genere.

Di contro, gli ignorantelli dei 5S hanno fatto di tutto per far chiudere Radio Radicale, dove veramente tutti hanno la parola e possono portare un pensiero autonomo, anche complicato, per ora non riuscendovi. Speriamo non ci riescano.

Così è, se ti pare, caro lettor mio.

Quando sento definire Venezia “Patrimonio mondiale dell’umanità” dall’UNESCO, acronimo di “United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization”, mi viene l’orticaria

Il gentiluomo Enrico Dandolo passeggia per le calli della cittade sulle acque,  apparentemente senza meta, conversando con il suo segretario scrivano, e anche un po’ guardia del corpo. L’uomo è infatti ancora giovane, sulla trentina, bruno e robusto, delle terre furlane, che tanto piacciono ai Veneziani.  L’argomento principale è un’altra Crociata contro gli “infedeli”, per ribadire che il diritto dei Cristiani di potere accedere al Santo Sepolcro e alla Città Santa senza pericoli, ma anche… aggiunge nel mezzo del seriosissimo discorso, per ampliare il numero di fondachi per il commercio che la Serenissima già intrattiene con il Vicino Oriente, anche con i Maomettani.

Il segretario, messer Zuan da Porpetto annuisce, facendo osservare al suo signore che la sera sta scendendo per le calli e che l’umidità ottobrina potrebbe non fare bene a Sua eccellenza Serenissima. Enrico Dandolo, ha appena compiuto ottant’anni e il Gran Consiglio lo ha eletto alla carica dogale da poche settimane. Dandolo annuisce all’invito del suo fedele servitore e così si incamminano di buon passo verso palazzo. La sera offre una miriade di ombre che variano continuamente tra i canali e le pareti dei casamenti. Venezia sta diventando sempre più bella, considera fra sé e sé il vecchio gagliardo. E pensa a come dovrà muoversi se si farà la Crociata, gli sembra sia la quarta, dopo quella indetta da papa Urbano II e la altre due, spedizioni di alterna fortuna.

Prima di ritirarsi il doge chiede a Zuane (così lo chiama il gran signore venezian) di fare un giro più largo, per dare un ultimo sguardo alla Basilica, per una prece silenziosa al protettore, al gran Santo che conobbe Gesù. Dandolo era un buon cristiano, ma sapeva separare la religione dalla politica, e non mancava di criticare, a volte, con gli amici più fedeli del Consiglio dei Dieci certe iniziative del romano pontefice. San Marco appare nei chiaroscuri di mille torce che brillano come fuochi celesti dalla base alle cupole; gli pare che la cupola dell’Ascensione sia più illuminata di quella della Pentecoste, e dice a messer Zuane: “Dobbiamo provvedere”.

 

L’UNESCO è un’agenzia delle Nazioni Unite creata con il fine di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione, per promuovere “il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti  umani e le libertà fondamentali” quali sono definite e affermate dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Fondata dai vincitori del Secondo conflitto mondiale nel 1945, è entrata in vigore il 4 novembre 1946 e ratificata da venti stati. Tra le sue attività si nota soprattutto l’attenzione per l’ambiente, l’arte e la storia delle nazioni, per cui, se pone attenzione su qualche “oggetto” da tutelare particolarmente, costituisce senza dubbio un viatico potente per la sua promozione, anche turistica ed economica. I paesi fanno a gara per farsi riconoscere “Patrimonio universale dell’Umanità” dall’Unesco. L’Italia è la nazione che ha più siti con questa denominazione, per ragioni obiettive anche per un francese invidioso o per un inglese supponente.

 

Venezia, nel 1571 sostenne a Lepanto metà dello sforzo militare della flotta cristiana contro gli Ottomani, e vinse. Venezia, anche se formalmente il comandante era don Juan de Austria, un Asburgo, figlio dell’imperatore Carlo V e fratellastro di Filippo II. L’ammiraglio inimico Muezzinzade Alì Pascià morì nello scontro. Il comandante veneziano era il capitano Agostino Barbarigo, omonimo di un doge, con l’ausilio del valoroso capitan Sebastiano Venier, settantacinquenne. I genovesi erano al comando di un Doria, Gianandrea. Queste le principali forze in campo e la vittoria arrise ai cristiani, come ognun sa.

In totale, la Lega cristiana schierò in battaglia una flotta di 6 galeazze e circa 204 galere. A bordo erano imbarcati non meno di 36.000 combattenti, tra soldati (fanteria al soldo del re di Spagna, tra cui 400 archibugieri del Tercio de Cerdeña, pontificia e veneziana), venturieri e marinai, verosimilmente tutti armati di archibugio. A questi si aggiungevano circa 30.000 galeotti sferrati, ovvero tutti i rematori, schiavi esclusi, cui venivano distribuite spade e corazze per prendere parte alla mischia sui ponti delle galere. Quanto all’artiglieria, la flotta cristiana schierava, approssimativamente, 350 pezzi di calibro medio-grande (da 14 a 120 libbre) e 2.750 di piccolo calibro (da 12 libbre in giù).

Gli Ottomani avevano una forza più o meno equivalente e persero.

Dai tempi del doge Dandolo alla Battaglia di Lepanto, Venezia aveva acquisito territori italiani nel suo entroterra da Verona a Trieste, ma si era soprattutto sviluppata lungo la costa orientale dell’Adriatico dall’Istria alle isole greche. Città come Parenzo, Rovigno, Pola, Sebenico, Zara, la dioclezianea Spalato, Traù e Ragusa erano veneziane. Lo erano anche le grandi isole del Quarnero, Veglia, Cherso, Lussino, e più giù Arbe, Pago, e le Coronate, Brazza, Lesina, Curzola e Meleda, e più giù Corfù, Zante, Cefalonia e Itaca. Il Pireo era di casa, il Peloponneso (Morea) e Candia (Creta), Eubea e Cipro, e perfino Costantinopoli, nel corso della Quarta crociata nel 1204 fu brutalmente veneziana.

Così Goffredo di Villehardouin descrisse Dandolo che guidava l’assalto veneziano a Costantinopoli:

«Stava ritto tutto armato a prua della sua galera, con davanti lo stendardo di san Marco, ordinando a gran voce ai marinai di portarlo prestamente a terra, o li avrebbe puniti a dovere; sicché quelli approdarono subito, e sbarcarono con lo stendardo. Tutti i veneziani seguirono il suo esempio: quelli che stavano nei trasporti dei cavalli uscirono all’aperto, e quelli delle navi grandi salirono sulle barche e presero terra come meglio poterono.»

Durante i primi burrascosi mesi dalla conquista della città, il doge Dandolo, pur ormai vecchissimo e debilitato dal lungo viaggio via mare, riuscì ad ottenere ampi vantaggi per Venezia, stando sempre attento a non farla coinvolgere troppo nella situazione politica interna dell’ormai decadente impero bizantino.

Combatté in Oriente per una quindicina d’anni e morì dopo la battaglia di Adrianopoli all’età di novantotto anni. Era il 1205. Fu sepolto in Santa Sofia.

 

Venezia, novembre 2019. L’acqua granda è tornata. E con lei i politici, che sfilano, senza cravatta, con gli stivali (più o meno usa e getta, tanto non li usano mai nella loro vita): Conte-capodelgoverno, la ministra delle infrastrutture, che parla come una maestrina elementare alle prime armi, il governator-doge Luca Zaia, successore del delinquente Galan. Il sindaco Brugnaro, che fa fatica a parlare. Arriva, tutta commossa, la presidenta del Senato della Repubblica italiana. E poi alcuni veneziani, come Brunetta e… non ricordo.

Mi viene in mente di compararli al doge Enrico Dandolo, e sorrido amaro.

Venezia è con Parigi, Londra, New Jork, Firenze, Istanbul, Berlino, Mosca, e Roma Caput mundi,  la più famosa città del mondo, con merito, e con o senza Unesco. E aggiungerei San Pietroburgo, Pechino, Vienna e Praga.

Ma mi faccia il piacere (L’Unesco)!

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