Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Cieli slovacchi

Si va dopo un anno e mezzo, forse un po’ di più, di nuovo in Slovacchia, verso l’azienda di Galanta, a nord-est di Bratislava, quasi al confine ungherese di Ezstergom, sul Danubio, dove sta la gran cattedrale cattolica magiara. Cieli alti e mulini a vento elettrici oltre Vienna. Il viaggio è concorde, come un canto, il mio canto concorde, viaggio e meta. Non parliamo di lavoro, né della quasi grande azienda furlana che colà produce pezzi pregiati per la grande industria europea e americana dell’automobile. La fabbrica ha quattrocento dipendenti,  e vive dove Kodaly scriveva le sue danze slave. Il vento pannonico talora la raggiunge, traversando i boschi di querce sulle lunghe colline, talaltra il caldo dell’estate.

Viaggio finalmente calmo, senza guidare io, affidato ad altri. Siamo amici più che colleghi. I Piccoli Tatra si annunziano oltre il Danubio e le fabbriche dell’Europa, Samsung e Peugeot, la centrale nucleare dell’Enel verso Trnava e Nitra. Da venerdì a domenica. La pianura, vagamente ondulata, arriva fino agli Urali, solcata dai grandi fiumi. Ricordo il Dniepr immenso nel viaggio di anni fa, e pare ci tornerò, nell’acciaieria evoluta di Dnieprpetrovsk.

La Slovacchia è al centro della vecchia Europa, e a volte mi chiedo se il disfacimento degli imperi con la nascita delle nazioni sia stata una buona o una pessima cosa. Qui c’era l’Impero Austro-Ungarico fino al 1918, la dinastia degli Asburgo. Se mi si chiedesse chi avrei scelto tra la casata germanica e i Savoia, non avrei avuto dubbi a sfavore di questi ultimi. Eppure si son fatte guerre sanguinose, milioni di morti per dividere per nazioni, e poi più recentemente ancora di più, la Slovacchia si è staccata dalla Boemia/ Moravia (Repubblica Ceca), per poi rifluire faticosamente nell’Unione Europea.

Storie, culture, lingue, tradizioni ricchissime, diverse, straordinarie oggi sono rimescolate nel web e nella globalizzazione, e forse è un bene, piuttosto che mai sopiti nazionalismi, ma restano dubbi su come lo si stia facendo. Il viaggio concilia pensieri diversi, mentre paesaggi si susseguono, villaggi e cittadine, case avite di contadini in mezzo alla grande campagna.

Il viaggio dure sette ore, son quasi settecento chilometri, si faranno diverse cose, cercando ragioni a ciò che si fa di noi a questo mondo. Il silenzio si fa filosofia, contemplazione, e solo a tratti par di riuscire a contemplare la vita, che va contemplata, vivendo, non solo vissuta dell’operare obbligato del giorno. Sono e resto un viandante, mai stato turista o forse solo in qualche gesto nella vita precedente. Ora sono viator, homo viator, spesso solitario e a volte immalinconito, in cerca di silenzi, sempre, come con la bicicletta, che mi aspetta a casa per nuovi tragitti. Ma la malinconia non è tristezza, non è accidia, è un modo di vedere il mondo da pellegrino, consapevole dell’impermanenza e del destino.

Prima di partire Haendel con il suo Zadok the priest, nella sera che viene, e poi in auto commenti dei vangeli e testo greco, Maria di Magdala e Pietro, Giovanni e il Maestro. E il Preludio all’Atto I del Lohengrin, quando i violini iniziano e finiscono, e l’atto finale dell’Oro del Reno. Wagner.

Il castello di Belà è in mezzo ai boschi lontano dai villaggi e si dorme nel silenzio naturale al confine ungherese. La puszta è immensa, il Danubio non scorre lontano da qui, come i miei sogni.

Dove tornare.

Discrezionalità emotiva e razionalità

Nella gestione delle risorse umane o, come si si diceva una volta, del personale, vi è il rischio costante della “discrezionalità emotiva”, cioè di un sentimento che può anche ottenebrare o almeno obnubilare una equità nel trattamento dei colleghi che vengono coordinati e devono rispondere a un capo. Non è possibile nell’agire umano quotidiano un comportamento sempre equanime, razionalmente ineccepibile per spirito di giustizia ed equilibrio. Sarebbe eroico, sovrumano, da santi. Detto questo, come riflessione consapevole, bisogna però chiedersi come si può fare per ridurre al minimo la discrezionalità emotiva, che spesso può sfociare in parzialità, se non in un vero “ammalamento” della struttura, se i privilegi si diffondono e vengono percepiti come tali dalla generalità delle persone coinvolte nel contesto lavorativo, ma anche di qualsiasi altro genere.

E’ normale che le relazioni tra le persone, in ogni contesto, e tra capi e dipendenti, tra colleghi, siano di una variabilità infinita e possano collocarsi da un polo di ostilità reale e manifesta e al polo opposto di simpatia e di affezione. E’ pure normale che un capo tenda a comportarsi diversamente con chi si colloca (nel suo sentire) nei pressi del polo 1 e con chi si colloca (nel suo sentimento) nei pressi del polo 2. Non è però cosa opportuna che ciò si consolidi e diventi la cifra delle caratteristiche gestionali di quell’area aziendale o comunque operativa.

Se non è possibile l’equità assoluta, in ogni caso la giustizia è una virtù da perseguire sempre, con pazienza, e nel tempo. E’ un esercizio faticoso e necessario, che prova il senso di equilibrio e la capacità di ciascuno di superare pre-comprensioni e pregiudizi sugli altri, muovendo, oltre alla dimensione emotiva, anche le facoltà razionali e il metodo raziocinante.

A volte scopriamo di esserci sbagliati su una determinata persona, e facciamo fatica ad ammetterlo, oppure quasi ci dispiace che non meritasse la nostra indifferenza od ostilità; qualche altra volta veniamo delusi da chi pensavamo fosse migliore e ci dispiace anche questo esito. In realtà forse siamo troppo auto-centrati su noi stessi, attribuendo alla nostra capacità di discernimento quasi il crisma dell’infallibilità.

Ogni essere umano si manifesta come può, e mai del tutto, per varie ragioni: a) per non scoprirsi troppo, b) per una certa sospettosità “naturale”, c) per prudenza… Pertanto non abbiamo mai tutti gli elementi per comprendere (più che capire) l’altro in tutte le sue sfaccettature psicologiche, culturali e morali.

In ambiente di lavoro, se si hanno responsabilità di conduzione, è cosa prudente confrontarsi sempre con i colleghi quando ci sembra di dover esprimere un giudizio, specie se negativo, su una persona, perché un altro osservatore può notare aspetti che a noi sfuggono, proprio per il prevalere, a volte, di aspetti più legati la chimismo empatico o al suo contrario, cioè a forme di simpatia o antipatia immediate e razionalmente inspiegabili.

L’essere umano è l’oggetto più complesso dell’universo conosciuto, più degli angeli (che sono sostanze semplici), come insegna la teologia classica, e pertanto va considerato con tutta l’umiltà e la pazienza cognitiva di cui disponiamo, al fine di evitare cantonate ed errori che danneggerebbero gravemente la struttura organizzativa, il nostro lavoro e le nostre vite.

L’imborghesimento sconsolante della “sinistra” politica

…anzi la sua progressiva e  crescente idiozia.

La categoria dell’imborghesimento della sinistra risale, per quanto riguarda l’ultimo mezzo secolo, almeno al decennio “di fuoco” 68/77, quando la nuova sinistra accusava di tale infamia il PCI, da pulpiti che talora erano ancora più borghesi, come alcuni che poi partorirono la presuntuosità terroristica di sinistra. In realtà il PCI, fatti salvi gli intellettuali organici laureati à la Napolitano, Chiaromonte, Amendola, Natta etc., era un partito fortemente radicato nel popolo operaio e contadino, un partito autenticamente popolare. Il PSI era più sportivamente variegato, frequentato anche da una pletora di professionisti, di architetti in cerca di commesse e anche, graziaddio, da una certa parte di popolo della vecchia scuola “nenniana”.

Le successive trasformazioni, avvenute nei decenni scorsi, che hanno fatto cambiare più volte nome al “partitone” austero di Longo e Berlinguer, fino alla commistione mal digerita con il cattolicesimo “di sinistra” nell’attuale veltronian-renziano PD, hanno lasciato spazio a frange che si sono progressivamente caratterizzate per atteggiamenti e background socio-culturale decisamente borghese, nel senso novecentesco del termine. Movimenti come quelli del “popolo viola”, riviste come Micromega del conte Flores D’Arcais, attestano questa allure intellettual-puzzetta sotto il naso.

Ne avrei molte da dire ancora, io che provenendo veramente dal popolo operaio, e che ho studiato lavorando, lasciando indietro in questo molti figli-di papà, figlio di mio padre emigrante e di mia madre sguattera, ma capace di fare iniezioni gratis al popolo povero di Rivignano, ma ne dico solo una, vista stasera sul web. Tale onorevole Gasparini del PD, appunto, ha ottenuto con un emendamento che il vitalizio dei parlamentari sia reso cospicuamente reversibile a favore dei superstiti. Intervistata da un giornalista circa l’eventuale congruità etica della misura, la signora Gasparini ha risposto: “Certo che trovo giusta la reversibilità… non vorrà mica che la moglie di un parlamentare o un figlio, rimasti vedova e orfano, debbano fare la sguattera o il giardiniere?”

Gentil mio lettore, occorrono commenti? ma questo Gasparini del PD e sua moglie sanno che cos’è la storia della classe operaia, dei sindacati, del movimento socialista europeo e italiano? sanno di come funzionavano le fabbriche dell’800 raccontate da Dickens e da Carlo Marx. Sanno come si vive nelle favelas di Rio o nelle villas miseria di Santa Maria de los Buenos Aires? Nei suburbi di Djakarta e di Nairobi? Nelle periferie immense di Lagos, del Cairo e di Mexico City?

Sanno chi erano Edouard Bernstein e Filippo Turati, Antonio Gramsci e Labriola, Giacomo Matteotti, Jean Jaures e Pietro Nenni, Umberto Terracini e Anna Kuliscioff, Dolores Ibarruri e Salvador Allende, ma anche Tina Anselmi e Lina Merlin, e mi fermo qui, ché potrei continuare per pagine e pagine.

Ma dove vivono? Sanno che la storia della democrazia e del socialismo democratico nascono dal sentimento di solidarietà  e di condivisione evangelica? Che cosa c’entrano sentimenti ed espressioni come quelle lì con la storia del progresso democratico, della partecipazione dei lavoratori alla gestione della cosa pubblica, se il pensiero e il sentimento sono da un’altra parte? Che c’entrano?

Ma io preferisco mille volte il liberale patocco, ricco sfondato o riccastro cinico, profittatore e anche un poco dichiaratamente sfruttatore, a questi falsi “sinistri”, a queste parvenze, a questi simulacri di progressismo idiota.

Almeno so che bestia è quello, e me ne difendo. Questi invece mi fanno pena e un po’ anche schifo.

La tras-figurazione dei diritti

L’ultimo diritto che ho sentito dichiarare sulla titolistica mediatica è il “diritto di morire”, con riferimento alla costruenda legislazione sul “fine vita”, denominata Dichiarazione Anticipata di Trattamento (D.A.T.). “Diritto di morire”. E’ un diritto “morire”? Secondo la biologia e la storia umana il “morire” è l’ultimo atto del vivere, della vita. Come si fa a chiamare “diritto” un fatto ineluttabile per tutti i viventi, l’uomo in primis, che è consapevolmente mortale? Un “diritto” è un qualche cosa di legato al divenire del sapere etico e alla normativa umana, storica, politica, giuridica, è una prerogativa, tuttalpiù una potestà, non altro.

Che occorra regolamentare il “fine vita” come norma anagrafico-biologica ed etico-giuridica, affinché faccia parte dell’ordinamento civilistico di una grande nazione è fuori questione, ma che si trasformi concettualmente e terminologicamente in un “diritto” è non solo assurdo, ma decisamente insensato sotto il profilo logico-argomentativo. Non vi è alcun dubbio che si debbano correggere storture come l’accanimento terapeutico e un eccesso di tecnicalità nel tenere in vita (e quale vita in qualche caso?) un essere umano a tutti i costi, cosicché forse gli esempi di Eluana e Welby ci dicono qualcosa, e  spero anche al cardinal Ruini, ma trasformare un atto ineluttabile facente parte dell’esistere del vivente in un diritto è dunque assurdo, insensato e perfin stupido.

Altro discorso che va trattato con cura estrema è quello che i recenti episodi “svizzeri” propongono: Magri, Fabo etc., dove si tratta di suicidio assistito e di eutanasia strano vocabolo auto-contradditorio ancorché eufemistico (appunto!) nella sua etimologia greco-antica, che edulcora uno dei passaggi radicali dell’essere dell’uomo a questo mondo, che nasce a fatica (Leopardi) e a volte può morire a fatica. Lucio Magri ha voluto evitare di “morire a fatica” perché “depresso”. Qualcuno lo aiutato, gli ha parlato? E i vecchi compagni del Manifesto e del Pdup che dicono? Tutto a posto?

Sempre in tema di “diritti” voglio citare quelli legati ai temi delle coppie omosessuali, delle adozioni e delle maternità surrogate. Mi sembra che si possano dire due cose: a) i diritti, se tali, cioè strutturati secondo principi razionalmente e generalmente condivisibili, non possono essere considerati come una coperta che si può tirare da tutte le parti, e spiego la metafora: non è la stessa cosa una coppia genitoriale eterosessuale, naturale o adottiva che sia, e una coppia “genitoriale” omosessuale, necessariamente votata alla mera adozione; b) non tutto ciò che la scienza può permettere di fare in termini pratici, come la fecondazione eterologa e l’impianto dello zigote nell’utero di una donna “terza” rispetto ai gameti costituenti lo zigote ricevuto, è ragionevole e eticamente fondato, se si ha una visione dell’etica non meramente utilitaristica e congiunturale.

Nel primo esempio risulta evidente come un papà e una mamma rispettivamente maschio e femmina non siano la stessa cosa di un” papà” e una “mamma” dello stesso sesso, sia sotto il profilo educativo del figlio, sia sotto il profilo relazionale e sociale presente e futuro di quest’ultimo; nel secondo esempio mi pare inequivocabile la prevalenza di un tecnicismo al servizio di scelte connotate da un macroscopico egoismo.

Per quanto riguarda il tema del  gender, siamo daccapo: anche se molte legislazioni oramai prevedono una sorta di “discrezionalità culturale” nella scelta soggettiva di appartenere a una certa categoria sessuale, ciò non significa che la natura si faccia condizionare dalla legislazione umana. Resta fermo il rispetto per l’omosessualità, come inclinazione complessa della persona, da non enfatizzare da un lato, e dall’altro a cui non negare opportune riflessioni scientificamente critiche sotto il profilo psico-biologico, culturale e sociale.

E così via. In altre parole si può dire che non tutto ciò che si ritiene conveniente, per qualsivoglia ragione, deve poter diventare un “diritto”, se ripugna alla ragione discorsiva usata con tutti i passaggi di una sana logica argomentativa.

Se “il cavallo non beve”…

Il peggior interlocutore che uno si possa augurare in ogni situazione esistenziale e in ogni attività è il presuntuoso stupido, perché imprevedibile, e di solito non sa di essere stupido, presuntuoso e imprevedibile. Ci si accorge di ciò se nel dialogo l’uso o l’invocazione della logica e dell’argomentazione razionale, anche se proposta con la massima semplicità, non “paga”, non incide, non funziona, non ha efficacia, perché il soggetto che si ha di fronte ha la presunzione di sapere e la correlata e proporzionale superbia di volerlo perfino imporre. La vecchia metafora del titolo spiega bene la tipologia e il senso di ciò che segue.

Una delle situazioni che mi fa più incazzare è come questa: capita di sentire un tizio o una tizia, attivi in un certo settore, che sproloquiano vantando conoscenze e competenze che non gli appartengono. Parlano come libri stampati (si fa per dire) di organizzazione aziendale, di costi, di fatturato, di relazione tra costi, ricavi e fatturato, senza avere alba di tutto ciò, sotto un profilo conoscitivo disciplinare o esperienziale diretto. In questi giorni a Milano ho chiesto a una sindacalista, che vantava indimostrate conoscenze sociologiche e organizzative, se avesse studi di economia o giù di lì, e la risposta, datami con aria di sufficienza quasi come una gentile concessione, è stata accompagnata da una sorta di ghigno sardonico.

Ho provato allora a sollecitarla con un elementare concetto di etica generale di derivazione aristotelico-tommasiana, quella del male minore o del bene maggiore, così dicendo: “Se dobbiamo salvare una struttura produttiva chiedendo una diminuzione delle ore lavorate che passi anche attraverso una ristrutturazione con riduzione di personale, l’uso di ammortizzatori sociali e di incentivi aziendali, al fine di salvare l’unità produttiva, che facciamo?” E ho continuato “Si può dire che salvare un’unità produttiva che occupa decine di persone è un bene maggiore che salvare uno o pochi posti di lavoro”. Volto inespressivo e silenzio.

Il suo sguardo e il suo mutismo mi ha fatto capire che non aveva capito, ovvero “il cavallo non aveva bevuto”. Il grave è che proprio non-aveva-capito, non è che non abbia voluto capire, cioè non c’era proprio, cognitivamente, anche perché ottenebrata da pre-comprensioni ideologiche (pregiudizi, dunque, vale a dire giudizi incompleti) e stereotipi di “sinistra”, si potrebbe dire, ma in realtà assolutamente miopi e conservatori. Vi sono purtroppo strutture socio-politiche che oggi hanno sul campo figure inadeguate, e comunque in grado di manipolare altre persone, influenzabili dallo strano “carisma di ruolo” dell’inetta. Sto parlando di delegate sindacali che subiscono la funzionaria territoriale.

Si è andati avanti molto tergiversando e poco concludendo, davanti al muro di gomma posto dalla persona. Vi sono stati momenti di tensione smorzati solo grazie al “mestiere” della mia delegazione.

A un certo punto il mio collega, alla fine di una discussione prevalentemente improduttiva, si è lasciato volutamente scappare una battuta di questo tipo: “Bene, se non troviamo una soluzione condivisa, vorrà dire che perso questo tram la prossima volta vi troverete a parlare con un altro. Chissà se sarà meglio o peggio per voi”. Camilleri direbbe che il volto dell’interlocutrice era basito, poiché non si era acceso il lume del comprendonio, neppure a quell’elegante ultimatum. Infatti ha continuato sulle sue, senza dare la sensazione di entrare in sintonia cognitiva con chi così le stava parlando, scuotendo la testolina in segno di diniego, addirittura quasi sprezzante. Perché il presuntuoso è anche sprezzante, in quanto ritiene i propri interlocutori non alla sua altezza. È un circolo vizioso dal quale è quasi impossibile uscire, non essendovi la disponibilità di mettersi in discussione, di dubitare dei propri convincimenti, di non essere sospettoso, di poter -anche solo in ipotesi- cambiare idea. È una delle ragioni per cui i “semplificatori” di idee e narrazioni e i predicatori populisti di tutte le risme hanno successo, trovando favorevoli ascolti in una tipologia antropologica diffusa oltre misura.

E pensare che si stava e si sta discutendo di posti di lavoro seriamente a rischio, se non si interviene smettendo le cure omeopatiche per la truce ma utilissima chirurgia, sempre detto in metafora.

Le ragioni della scienza come sapere discorsivo-razionale e le ragioni della fede religiosa come sapere intuitivo

Bello allargare gli spazi di ogni discussione, bello che il Caffè Filosofico diventi sempre più inclusivo, dando spazio e voce a nuovi saperi e nuove persone. Ogni apertura, o aperità, come la chiamava Heidegger, porta nuove possibilità di comprensione sull’infinito “che tutto com-prende” (l’Umgreifende di Jaspers). L’amico professor Angelo Vianello, che mi saluta con un abbraccio, ne parla con acribia da biologo  e passione di credente. Il biologo è un “filosofo della natura” che esplora il mondo con lo stesso spirito di un Democrito o di un Lucrezio, con la stessa determinazione di Copernico e di Galileo; il credente è uno che si affida alla possibilità della trascendenza, di un oltre, di Dio, come ciò che non può essere capito fino in fondo con la ragione, ma com-preso, nel senso di preso-dentro, con la fede.

Il discorso antico su scienza e fede o meglio, tra scienzadimensione religiosa, ovvero tra ricerca razionale sul funzionamento della natura e ammissione di un “oltre” , si è specificata sempre meglio nei secoli a partire dalla grande stagione rinascimentale dei Marsilio Ficino e di Giovanni Pico della Mirandola, con l’acuirsi di conflitti e intolleranze, che hanno portato ai roghi del 1600 a Campo dei Fiori, quando l’inquisizione uccise a Roma il filosofo e frate nolano Giordano (Filippo) Bruno e a Pordenone il mugnaio di Montereale Valcellina Domenico Scandella (detto Menocchio), e molte centinaia di altri fino al 1800 inoltrato, e infine al processo degli anni ’30 del diciassettesimo secolo a Galileo Galilei.

Scienza e dimensione religiosa interpellano comunque la ragione, se pure in modo diverso, la prima in modo discorsivo e logico, utilizzando l’argomentazione razionale e il metodo sperimentale, la seconda ammettendo che vi sono dimensioni che sfuggono al rigore dimostrativo, emergendo dalla misteriosità dell’indicibile. In aggiunta non si può non tenere conto della triplice dimensione del mistero, quella del sacro, quella del sentimento religioso, e quello dell’atto di fede. Il sacro come senso della grandezza e potenza della natura che meraviglia e spaventa, il sentimento religioso  come manifestazione di una parte della interiorità umana esterna alla dimensione razionale della ricerca scientifica, l’atto di fede come de-cisione individuale e dono, come incontro tra umano e divino, come affidamento dell’umano e accoglimento dell’Oltre.

Non vi è contrasto radicale tra i due campi, poiché ciascuno di essi è diversamente collocato nella psiche, e connotato. Il distacco tra le due dimensioni, però, può essere in qualche modo e misura quasi “riconciliato”, se fossimo capaci di ricorrere alla vecchia nozione di scienza, quella antecedente la rivoluzione filosofica e scientifica post rinascimentale, la nozione di epistème, come scienza intrisa di sapienza, cioè di sapidità, di sguardo penetrante, di sophìa.

Il “luogo” deputato per realizzare questa conciliazione è la filosofia. La filosofia, come amore per la sapienza, è l’ambiente conoscitivo e dialogico, soprattutto nella sua insuperata versione magistrale socratico-platonica, più adatto a far dialogare sentimento religioso e ricerca scientifica, poiché essa non è subalterna ad alcun sapere, né “subalterna” alcun sapere. La filosofia è autonoma nella sua solo apparente autoreferenzialità, poiché mentre si chiede le ragioni del suo stesso argomentare, pone le basi per la riflessione radicale sul senso della vita e di tutte le cose. La filosofia si pone dei “perché”, non essendo molto interessata ai “come”, che lascia volentieri alle scienze naturali: si chiede il “perché” del nostro di umani stare-al-mondo, e se il mondo esista per noi o da noi pre-scindendo, e se saremmo arrivati fin qua senza la catastrofe d 65 milioni di anni fa che estinse i grandi rettili lasciando spazio ai mammiferi, e se su cento miliardi di galassie come la Via Lattea possano darsi intelligenze, anche diverse dalla nostra autoconsapevolezza soggettiva, e se di possa dare un “dio” in qualche modo supervisore. E se, infine, vi sia un destino, una teleologia, un luogo di compensazione del male del mondo.

Ecco allora che, se con la disciplina logica la filosofia lascia lo spazio alle matematiche  e alle scienze sperimentali, con la disciplina etica apre spazi immensi alle religioni, e dunque ai sistemi morali presenti in tutte le declinazioni del mondo, per certi versi in qualche modo sempre apparentate in quanto umane, come ben spiegava Kant.

Religione e scienza, fede e filosofia sono tutti campi di riflessione spirituale che rendono l’uomo meno ferino, meno belluino, sempre che sappia riconoscere i propri limiti, accettandoli e casomai esplorandoli fino in fondo senza atteggiarsi a simulacro arrogante e superbo di prometeiche divinità.

La connivenza implicita

Caro lettore,

la connivenza implicita è una sorta di “patologia sociale”, più o meno grave, tipica delle organizzazioni. Si potrebbe dire una forma edulcorata del familismo amorale che invece sottende una cultura e comportamenti definibili certamente come mafiosi. Del familismo amorale, che qui non tratterò, esistono in circolazione diversi studi sociologici.

In quasi tutte le organizzazioni consolidate, aziendali, scolastiche, militari, politiche, ecclesiali è quasi impossibile non trovare forme di connivenza implicita, con aspetti variegati, che vanno dal sistema delle alleanze e solidarietà dei gruppi di potere, fino alla gestione spicciola del chiudere un occhio, o tutti e due, se la persona “vicina”, amica, sbaglia, così coprendone in qualche modo l’errore o minimizzandolo.

Partendo dalle alleanze di potere si può dire che fanno parte di una “fisiologia” ordinaria delle organizzazioni, e quindi vanno considerate come tali, e in quanto tali spesso sono utili o indispensabili per gestire le cose, sostenere momenti di stress o di cambiamento: l’importante è che non debordino da un ambito di legittima gestione del potere gerarchico ad atteggiamenti dannosi per la struttura e per le sue finalità.

Se invece parliamo più precisamente di connivenze implicite, si vuol dire qualcosa che può confinare con possibilità di “ammalamento” delle strutture e delle relazioni intersoggettive e di gruppo. Onde evitare questo rischio, ricordo che le banche hanno quasi da sempre avuto l’usanza di cambiare il direttore di filiale dopo un certo periodo, proprio per evitare un eccesso di confidenzialità con la clientela, tale da porre a rischio l’equanimità dei comportamenti verso tutti i clienti. Come abbiamo visto ciò non ha evitato l’enorme marciume constatato nel settore in questi anni, ma tant’è.

Non è facile evitare le connivenze implicite, perché nascono progressivamente e si manifestano -talora- come dice lo stesso sintagma, inavvertitamente, inconsapevolmente o, appunto, implicitamente. L’implicito, nelle relazioni umane, come si sa non ha bisogno di parole, dichiarazioni, prese d’impegno, perché si basa su una conoscenza profonda tra gli individui e su una robusta esperienza condivisa.

Vi sono vari gradi di questo fenomeno, i più blandi dei quali sono essenzialmente forme di cameratismo e di comprensione reciproca, mentre i più forti possono scivolare verso forme di parzialità da parte dei capi e di riduzione dello spirito di equanimità nel trattamento dei colleghi.

La connivenza implicita non va sottovalutata poiché, oltre a poter diventare eticamente discutibile o chiaramente negativa, rischia di mettere a repentaglio l’equilibrio dei rapporti dei capi con i collaboratori e tra i collaboratori, e ciò costituirebbe una forte negatività gestionale e relazionale.

In questi casi diventa importante e imprescindibile il ruolo “terzo” di Risorse umane, a tutela di una sorta di “giustizia” generale nei rapporti e di un equilibrio tra le persone e le reti collaborative, indispensabile per il buon andamento della struttura aziendale, ma anche di qualsiasi altro sistema organizzativo.

Ciò che la leadership non è

Siamo “circondati” dalla leadership.

Il termine inglese dall’ampio campo semantico, intraducibile con una sola parola in italiano, e meritevole di una perifrasi, negli ultimi decenni ha spopolato ovunque. Non vi è campo dove non sia considerato, dalla politica all’economia, dai fenomeni religiosi a quelli culturali, dal sistema dei media all’innovazione tecnologica, dalla ricerca scientifica allo sport, e via andando. Sempre da decenni circolano testi e manuali, a cura di psicologi, sociologi e antropologi, che spiegano come funziona, a partire da grandi esemplificazioni storiche e da citazioni di grandi personaggi stagliati nei secoli con le loro figure grandi e a volte terribili, come Alessandro Magno, Annibale, Giulio Cesare, Augusto, Gengis Khan, Napoleone, fino ai quasi contemporanei piuttosto chiaroscurali o “eroi” negativi come Hitler e, se pur diversamente, Stalin.

Nella contemporaneità, se si deve metter giù qualche nome, può venire in mente Putin, papa Francesco, ma forse anche di più personaggi come Bill Gates, Steve Jobs, Zuckerberg, e perfino Federer o Giorgio Armani. Leader riconosciuti nei loro campi, e anche oltre. Ma che la leadership sia solo la manifestazione di una grandezza solitaria (come quella del Nietzsche cantato da Saba) è falso. La leadership è qualcosa di molto più pervasivo e diffuso. Basti dire che se ciascuno dei personaggi sopra elencati non avesse avuto dei maestri (Aristotele per Alessandro il Grande), un contesto e collaboratori all’altezza, la loro stessa leadership non si sarebbe manifestata con altrettanta evidenza e potenza. E qui sta il punto: forse la leadership che si manifesta nei “grandi personaggi” è soprattutto la loro capacità di scegliere i collaboratori e di valorizzarli, non temendone l’eventuale carisma e potenziale. Farei solo un esempio, quello di Cesare che adotta Ottaviano, il futuro Augusto, primo princeps dell’Impero romano, la più straordinaria struttura politica e militare della storia, probabilmente.

Spesso, però, così non accade. Dal mio osservatorio economico e sociale posto nel mondo delle imprese e della formazione osservo piuttosto l’attuarsi di leadership “ristrette”, parafrasando per modo di dire Einstein, leadership asfittiche, micragnose, gelose, in definitiva deboli, per cui mi sento di elencare brevemente alcuni atteggiamenti che non sono da leader, ma tuttalpiù da manager piuttosto timorosi e preoccupati. Ecco.

Non è esercizio di leadership vera quella di coloro che, a fronte di un’analisi altrui, ribattono subito con avversative del tipo “ma, però”, e quindi sono immediatamente esclusivi, invece che inclusivi, non cogliendo quello che di buono e vero sta nel dire altrui.

Non è esercizio di leadership vera quando si esagera nell’uso del pronome “io” se ci si riferisce a lavori fatti “a più mani” e da più teste, invece di usare il “noi”.

Non è esercizio di leadership vera quando nelle riunioni, invece di suggerire come si potrebbe migliorare il lavoro tra colleghi, si tende a metterli in difficoltà con toni perentori e inquisitori, invece che accompagnare il discorso verso una progettazione condivisa del lavoro.

Non è esercizio di leadership vera quando nel riferire fatti e temi che riguardano colleghi terzi, magari assenti, si omettono passaggi e particolari che, se citati, potrebbero cambiare il senso del report o della relazione. In questo caso si tratta anche di disonestà intellettuale e di scarsa attenzione a un’etica elementare.

Potrei continuare.

Ebbene, nella quotidianità, ma specialmente quando si studia la leadership in seminari e corsi specifici, ci si dovrebbe chieder quanto sia coerente con gli asserti teorici studiati il comportamento quotidiano concomitante e successivo, evidenziati dai casi esposti sopra “in negativo”, che possono essere tranquillamente rovesciati in indicazioni proattive utili.

Ce lo si chiede? Ho l’impressione che spesso non sia così, e pertanto vale la pena di acquisire questa consapevolezza e non restare fermi, pena l’esercizio di una leadership solo ordinaria, e povera di valore e di potenziale di crescita.

La sofferenza umana è plausibile o assurda?

Per un razionalista materialista il problema della sofferenza umana è presto risolto: siccome in natura tutto cambia, tutto si combina e si scombina e, quando tocca all’uomo che ha un bell’impianto nocicettivo, cioè capace di sentire il dolore, le cose non cambiano. Il dolore naturale ci sta, è presente, dal parto alla morte, passando per malattie e incidenti, per infortuni e aggressioni, per omicidi e guerre, per attentati e crudeltà di ogni genere.

Per un realista che crede a qualcosa di spirituale il problema è invece complicatissimo, perché interpella la presenza o l’assenza di Dio.

Hans Küng scrive a pag. 575 del suo Essere cristiani (ed. BUR, 2013) che Auschwitz costituisce lo scandalo massimo della storia umana anche come interpello a Dio, un Dio strano, che pare sordo e cieco di fronte a quell’azione. Pierre Bayle e Feuerbach prima, Nietzsche e Freud poi hanno smascherato un’immagine di Dio vendicativo, così come i dualisti manichei e Marcione, e tra noi oggigiorno anche Mancuso Vito, novello marcionita manicheo, novello Agostino junior, che vuole uccidere “Deus”-Jahwe, per tenersi il Dio padre buono di Gesù di Nazaret. Ma Dio, se è Dio, come può essere malvagio? Oppure parzialmente potente? O indolente?… se guarda e non interviene nel grande male? Questo si chiedevano i “maestri del sospetto” sopracitati.

Solo il grande Leibniz, sulle tracce di Agostino, ha provato a parlare di una teodicea, cioè una filosofia della storia dove Dio si manifesta nel tempo rispettando la libertà dell’uomo, e quindi la presenza del male si dà in vista di un bene futuro… Non facile da accettare.

In realtà, l’uomo ha bisogno di essere redento, per poter diventare sempre più tale, ominizzandosi. Credo fermamente che solo la redenzione giunge fin nei precordi profondi dell’umano, superando il fisico e lo psichico, e arrivando al vero strato profondo dell’umana filogenesi.

Forse può aiutare ancora, come da più di duemila anni, leggere Giobbe, che mostra come si può credere in modo incrollabile in Dio, nonostante il male stupido e inspiegabile. Il male non si spiega e neppure si interpreta, perché il male, come carenza di bene, appartiene al vero senza avere un’essenza. Il male è vero ma puramente esiste, senza essere.

E allora ha qualche senso anche l’assurdo, il sacrificio, cioè il rendere-sacro qualcosa, della Croce, il nazareno inchiodato e morente, abbandonato dagli uomini e anche da… Dio. Ma no, da Dio no.

L’insensatezza della morte di Gesù di Nazaret è l’unica spiegazione del male del mondo, che quella morte espia fino in fondo. Non c’è altro, se non l’assurdo. E perché non sia assurdo e anodino questo nostro stare al mondo, accompagnati dal dolore. All’uomo, a me a te gentile lettore, spetta di decidere: se la morte di Gesù sulla croce sia veramente l’offerta di senso che cerchiamo. Espiazione vicaria, spiegava a teologia il padre Cavalcoli, sbeffeggiato sul web da un branco di stronzi. Che altro può essere se non questo, il senso di ogni desolazione, dolore, sofferenza, mancanza, privazione?

La morte di Gesù il nazareno è segno della com-passione di Dio, che guarda alla nostra libertà, tentato di togliercela per il nostro bene, perché anche Dio è tentato dalla bontà, ma poi si pente e ci lascia liberi nell’errore, e perfino nel crimine.

Dio si pente, come è raccontato in tanti passi biblici, perché Dio è a nostra immagine, o al contrario, e a volte modello, o idea della grandezza e del limite.

Oh mio Dio, aiutami a essere qui a questo mondo cercando la verità su di me.

L’arroganza degli ignoranti

Ernesto Galli della Loggia offre su un grande quotidiano di sabato 25 scorso una disanima condivisibile sul fenomeno politico “grillino”. Caro lettor mio, recuperalo sul Corrierone di Milàn para el tu web, ne val la pena.

Socrate sosteneva con non malcelata ironia di “sapere di non sapere”. Invece questi anti-socratici dei “grillini” non sostengono il contrario, cioè di “sapere di sapere”, ma si comportano come se lo dicessero ogni qualvolta aprono bocca. Loro sanno e sanno fare (Raggi docet), loro sanno parlare con chiarezza e competenza, e soprattutto usando il dialogo e l’ars rethorica con gran acume dialettico (cf. Di Maio e Di Battista in specie). Loro sanno essere (ah ah ah!). Per loro la nòesis e la dianoia platoniche (per sapere cosa sono occorre studiare miei cari, non solo alla triennale di scienze della comunicazione) non hanno segreti, e neppur la logica aristotelica. Non parliamo poi di quella di Russel, Frege, Searle e Rorty, su cui tengono seminari settimanali presso le loro sedi. Sono consequenziali e irresistibilmente convincenti, specie quando dicono che si alleeranno solo con coloro che accetteranno i loro programmi politici, economici e sociali, perché sono perfetti in sé e per sé, sartrianamente (per eventuali lor lettori e supporter: relativamente a J.-P. Sartre). Uuuuh che paura… la perfezione!, l’assenza di ogni peccato, anche veniale!, ma allora sono stati già redenti, per loro la parusia (studiare miei cari, studiare!) del Signore è già venuta. Non vi è più il “non ancora”, perché godono già della beatifica Visione dell’Incondizionato. Ma andiamo!

Hanno tutti i peggiori difetti del politicante italiota, incapace di analisi, scarso nella sintesi, settario e anche bacchettone: sembrano la crasi di un democristiano alla Rotondi e di un vendoliano, e quest’ultimo per coprire a sinistra (non la mia, però).

Come sappiamo l’ignoranza tecnica inconsapevole è la madre di tutte le arroganze ma, anche se inconsapevole (perché nessuno gli dice che sparano cazzate e loro, di per loro, non ne hanno contezza), non è meno colpevole. Io non insegno a un ingegnere civile a fare i calcoli di struttura per la costruzione di un ponte. Loro sì, perché unti dai sondaggi che li danno vincenti. Ahinoi, pensa, caro lettor mio, in che condizioni sono gli altri partiti. Riassumiamo? Il PD si spezzò lasciando un 3/4% di duri e puri (mi vien da ridere, oh D’Alema!), Forzitalia soffre l’assenza di ser Silvio, purtroppo per anni in mano a nani e ballerine (copyright del compagno socialista Rino Formica), al centro ex DC denton Alfano e poco più, a destra un’urlante piccoletta dei quartieri romani e il ghignante Matteo dei lombardi, anch’essi poco raccomandabili. Ma come mai? Gli è che il popul taliàn è un po’ così, facile agli entusiasmi renziani e subito dopo corrivo di chi urla di più, semplificando e amplificando un’assenza imbarazzante di pensiero politico degno di tal nobile nome. Un popolo spesso geniale, ma più costantemente sventurato.

Tra i proclami salviniani e i motti di spirto emilian bersaniani non vi è molto altro, forse ora solo la seriosa competenza del Presidente e il garbo gentil del Capo del Governo. E allora, in questa oramai penosa paupertà, eccoli, i prodi chiericotti del comicone. Arroganti, ignoranti, petulanti come anatre olandesi nella stia, in attesa del liberatorio svolazzar sull’aia mattutino. Ricordo mia madre che “parava su” le galline, le tacchine e le anatre a ogni venire della sera, con il mio aiuto bambino, e la mattina le liberava con grida di incoraggiamento, un fascio di radicchio tagliato e il pastone. Oh come chioccolavano, stridevano quaquaravano le beate papere, galline, tacchine. Poi usciva il gallo e il tacchinon masculo, che aveva tante piume grige, ah però, assomigliava al comicon genovese. Gallo, tacchino, ocone, buono per questa stagione di passioni tristi (cf. M. Benasayag).

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