Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Veri e falsi maschi “alfa”, veri leader o solamente manager, tipi e tipe carismatici/ he e narcisi/ e

Parlando di leadership (tenendo come linea guida soprattutto lo studio in tema di Max Weber), e di persone carismatiche, è inevitabile incappare nel discorso dei maschi “alfa” e del loro ruolo nei contesti organizzati, partendo pure dalla famiglia. Dico subito che vi sono anche le femmine alfa. Per esempio mia figlia Beatrice lo è, come lo era mia nonna materna Catine (Caterina), e mia cugina Lucilla, nota attrice di prosa, mancata quattro anni fa. Alfa era mia zia Enrica, sorella maggiore di papà Pietro, che a suo modo lo era anche lui, anche se con molta modestia vera. Lo è anche mia suocera Maria Assunta.

Non lo era mia mamma Luigia e neppure le principali donne della mia vita, poiché con le due che lo erano, ai tempi della mia giovinezza, sono durato al massimo sei/ otto mesi. Con le altre, di dopo, una vita.

Chiarisco subito un punto: essere alfa non significa essere più intelligenti dei non-alfa. Un altro punto: molti manager non sono leader: i due concetti sono radicalmente diversi, poiché, mentre il manager ha un ruolo, per ragioni le più varie, un leader può essere quasi chiunque (si pensi al Craxi men che trentenne, segretario di Nenni, ad esempio), anche chi è molto indietro nella gerarchia (politica aziendale, ecclesiastica, etc.), ma può crescere fino alla leadership per carisma e per il fatto che è un vero alfa.

Io non potrei avere un rapporto continuativo con una femmina alfa, perché la simmetricità danneggia (anzi rovina) la coppia umana, e mi limito a considerare quella costituita da maschio e femmina. Nel mio caso sarebbe insopportabile, proprio perché chi mi conosce sa che io stesso sono un maschio alfa, senza che tale affermazione sia una vanteria, in quanto tale caratteristica mi è riconosciuta da quando, a otto/ dieci anni, ero “capo” dei chierichetti in chiesa a Rivignano, con ottanta miei compagnucci in mini-talare (si era ai tempi del rivoluzionario Concilio Ecumenico Vaticano II), e punto di riferimento per Monsignor Prevosto Don Aurelio, che mi trattava da “grande”, quasi.

Poi capoclasse alle medie, capitano nella squadra di basket, animale leader di profitto (soprattutto in greco e latino) al liceo, caporeparto del reparto di verniciatura quando facevo lo studente-operaio, segretario generale di un sindacato, per solo un mese coordinatore-portavoce, su proposta di diversi parlamentari laici e cattolici, ex comunisti e socialisti, di una nuova forza politica a livello regionale (era la metà degli anni ’90 e nasceva la poco fortunata Alleanza Democratica), direttore del personale in una grande azienda, provvisto di sei pergamene accademiche (fra cui due PhD), presidente di organismi di vigilanza aziendali di aziende notevoli e coordinatore di colleghi filosofi sul territorio.

E senza aver mai sofferto della sindrome da libido potestatis: Questo è importante: a me del-potere-per-il-potere non frega alcunché, cioè… nulla! La libido potestatis e sua sorella la libido pecuniae non mi hanno mai preso e tanto meno condizionato. Avrei dovuto essere diverso da come sono, ma non sarei stato io. Forse, invece, alla libido in senso primario e più proprio (freudiano, ma forse è meglio dire da Cantico dei cantici), sono sempre stato… sensibile. Sono stato e sono un maschietto e poi un maschio “alfa” senza alcun interesse per comandare, eppure la mia opinione e posizione è stata sempre tenuta in buona o addirittura grande considerazione dagli altri. Il potere diretto mi fa quasi ridere, e provo un po’ di compassione per chi vive per esso. Preferisco di gran lunga esercitare della moral suasion, che è più discreta e alla lunga più efficace.

Il generale Massimo

Di maschi alfa, ve ne sono di veri e di falsi. Che vuol dire? Che alcuni di costoro riescono con naturalezza a mostrarsi leader per un carisma evidente e giammai forzato, altri invece hanno bisogno di “veri” leader che li sovrastano e che (i primi) accettano di buon grado, per mostrare in qualche modo la loro tendenza a comportarsi da maschi alfa, o comunque ad allearsi con costoro, ma la maggior parte delle volte non ci riescono, perché tale caratteristica personologica non si può mutuare da un terzo. O c’è o non c’è, come l’essere e il non-essere parmenideo.

Gli etologi alla Konrad Lorenz, per dire, studiano le gerarchie animali, definendo i capi branco, gruppo, stormo, etc. proprio “maschi-alfa”. Tra costoro, si tratta di specie che vivono in gruppo, possiamo ricordare i lupi, i licaoni, i leoni, i cervi, gli elefanti, dove tra questi ultimi il “capo” è una femmina anziana. In questi gruppi la gerarchia si stabilisce attraverso lotte rituali tra aspiranti al “titolo” di capo, lotte che a volte possono anche avere conseguenze mortali, ma in una minoranza di casi. Gli animali, a differenza degli esseri umani, accettano il verdetto del confronto, senza poi congiurare contro il nuovo capo, come spesso fanno gli uomini.

In certe specie animali può comunque succedere che il “capo” vincente desideri eliminare i concorrenti anche pro futuro, sopprimendo i piccoli avuti dal predecessore, ma le femmine-madri fanno buona guardia: si pensi alle leonesse e anche alle scrofe di cinghiale, alle orse…

La storia insegna che anche tra gli umani ha avuto larga applicazione di un’arma di guerra tra le più atroci: lo stupro delle femmine degli sconfitti, applicata d esempio anche nelle Guerre balcaniche degli anni ’90 del XX secolo. Noi c’eravamo e questi racconti giunsero fino a noi, di vicende che accadevano a meno di mille chilometri dal Friuli, dove vivo io.

Il gruppo animal-sociale sta con l’individuo alfa anche nella caccia e in qualche modo nella riproduzione, quando il capo decide – più o meno – tutto.

Prendendo spunto dal comportamento animale, anche nella specie umana vengono indicati – abbastanza impropriamente – individui “alfa”, che avrebbero caratteristiche “dominanti” nella società e nei rapporti interpersonali.

Esistono anche le donne “alfa”, e ognuno di noi ne conosce qualcuna. Non meno del maschio, quel tipo di donna è resistente a ogni avversità, è coraggiosa, combattiva, un avversario duro per chiunque. La leadership di questi tipi umani si manifesta abbastanza presto, anche se può stare per lunghi periodo in una sorta di latenza, che può terminare quando l’occasione la smuove. L’essere leader e alfa, allora, esplode.

Gli/ le alfa sono persone che riescono a pensare alle cose migliori per sé, per dare soddisfazione alle proprie ambizioni, e sono capaci di grandi sacrifici e di grande impegno. Sono competitivi e determinati, sempre fiduciosi in se stessi. La loro forza è la capacità di essere credibili, mostrando sempre uno stile assertivo nella comunicazione, e sono senza scrupoli – talora – quando si accorgono di poter manipolare gli altri.

A volte gli alfa non sono tali, ma solamente dei gran narcisisti, non realmente bravi e intelligenti, persone guida e responsabili, ma molto bravi a fingere. Non è possibile che un vero alfa basi il suo (presunto) carisma di leader sulla falsità, poiché prima o poi il gioco viene scoperto. Il narcisista, a differenza del vero alfa, ha bisogno di sottolineare continuamente le sue capacità e i suoi successi e, se ha potere, gode nel sentirselo ricordare dagli altri. Anzi, i suoi subalterni devono sapere che una delle principali attività loro richieste, se vogliono mantenere la posizione raggiunta, è l’adulazione del capo (fino all’adorazione, come ai tempi delle sovranità assolute e divinizzate, si pensi alle monarchie orientali, ma anche ai capimafia et similia), un continuo riconoscimento di superiorità nei confronti di tutti gli altri.

Molto spesso il “falso alfa”-narciso è anche geloso e permaloso. A volte è perfino invidioso, arrivando a soffrire per i successi altrui, quando l’invidia si trasforma in odio. Attenzione: l’invidia è la deformazione “patologica” della gelosia, ed è il secondo per gravità (dopo la superbia) dei sette vizi capitali, secondo la morale classica. Tipi di questo genere di solito temono i talenti più giovani, perché sono fondamentalmente insicuri e hanno paura che chi vale di più gli porti via il posto e soprattutto il potere. Queste caratteristiche sono tipiche di chi in realtà non è un vero leader, ma è un capo (ove lo sia) fasullo. Ne conosco alcuni, e tu, caro lettore? Fai attenzione: spesso queste figure ci tengono anche ad apparire virtuose, giuste, perfette (o quasi). E non scordiamo che spesso il narcisismo è così grave da configurarsi come una vera sociopatia, a volte assai pericolosa per gli altri, come ci spiegano gli psico-criminologi, e gli psico-thriller americani, così ben fatti da sembrare cronache.

Ora facciamo un gioco, mio caro lettore… quanti maschi o femmine alfa, o falsi-alfa, o narcisi conosci? Che lavoro fanno? A che classe sociale appartengono? Hanno “inventato” più o meno da soli la loro crescita o sono “figli/ figlie di papà”? …

Io ne conosco non pochi, dell’uno e dell’altro genere, ma qui non farò nomi, perché mi limiterò a descriverne alcuni per caratteristiche tali da dipingerli con una certa cura ed eventualmente farli riconoscere – con indubbio gusto – da qualche mio lettore. E infine a proporre un elenco molto incompleto di alfa, molto, molto diversi tra loro.

Idealtipi “weberiani”: abbiamo il cinico-opportunista-curioso, oppure il falso-umile, oppure ancora l’attore-giocoliere, o… ad libitum, tanti da riempire il capitolo di un testo di caratterologia psicologica.

Vediamo qualche tipo, che è leader di fatto e di diritto senza essere maschio “alfa”: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Questo signore di buone maniere, ma non poco superbo, è uno dei trecentomila e più avvocati presenti sulla piazza italiana, nulla di più, con rispetto parlando della sua professione, ovviamente.

Un altro che non merita alcun riconoscimento leaderistico da maschio alfa, carisma a zero è Dimaio: proprio stamattina ha affermato in un’intervista che “ciò che si è fatto durante la pandemia, caratterizzato dalla trasparenza permette di evitare gli errori del futuro“, del o nel futuro? Bah.

Invece qualche tipo, che è leader di fatto e di diritto, essendo veramente un maschio “alfa”: Antonio Conte, l’allenatore dell’Inter. Stesso cognome del capodelgoverno, diversissima caratura di personalità; oppure un tipo come Boris Johnson, o come Putin, o Kurz? chi dei tre lo è? Kurz certamente no, inquietante giovinetto democristiano che starebbe bene con la divisa della Hitlerjugend,…forse lo è, invece, l’omonimo colonnello Kurz di Apocalypse Now, che ne dici, caro lettore?

Sicuramente Pericle era un maschio alfa, Milziade e Temistocle pure. Gesù di Nazaret (e in che modo!) Giovanni di Patmos, e Paolo di Tarso…

Salah el-Din lo era, il conte Raimondo di Tolosa (Prima crociata) pure, Timur-Lenk, Genghis-Khan, Siddharta Gautama (il Buddha), Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, diversi imperatori romani, sì, certamente, fin da Cesare Augusto, Vespasiano, Tito, Traiano, Adriano, Marco Aurelio, Antonino Pio, Diocleziano, Costantino, tutti maschi “alfa”.

Maschi alfa erano diversi papi, come Gregorio Magno, Gregorio VII, Bonifacio VIII, Innocenzo III, Giulio II, Pio II (Enea Silvio Piccolomini), quello che faceva lavorare Bernardino di Betto, chiamato il Pinturicchio, Karol Wojtyla e qualche altro. Maschio alfa anche don Rodrigo de Borja, cioè Alessandro VI, padre di Lucrezia e Cesare Borgia, con dei difettucci, ma alfa.

Politici e militari italiani come Lorenzo il Magnifico, Bartolomeo Colleoni, Giovanni de’ Medici (delle Bande Nere) il Conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Francesco Crispi, Giovanni Giolitti, Benito Mussolini, Filippo Turati, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Aldo Moro (nonostante il suo stile garbato, che non significa “mancanza di p.”), Benedetto Craxi, Enrico Berlinguer, Silvio Berlusconi. Ai nostri tempi, nessuno, neanche Renzi e Salvini, che si credono tali: alla grossa questi due lo sono (alfa), ma i difetti che mostrano, soprattutto l’arroganza e la politica urlata, finiscono con il nullificarne il carisma. Si vedrà.

Maschi e femmine alfa erano santi e sante come Francesco d’Assisi (Giovanni di Pietro di Bernardone), Antonio da Padova (Fernando de Soana), Caterina de’ Benincasa (da Siena), Teresa d’Avila, san Juan de la Cruz, Edith Stein (Teresa Benedetta della Croce), Giovanni Bosco, padre Pio da Pietrelcina, tra non pochi altri.

Artisti e poeti/ scrittori/ attori e registi come Fidia, Omero, Publio Virgilio Marone, Quinto Orazio Flacco, Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio, Francesco Petrarca, Ludovico Ariosto, William Shakespeare, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Fedor Dostoevskij, Honorè de Balzac, Gustave Flaubert, Charles Dickens, Jane Austen, Lev Tolstoij, Michelangelo Buonarroti, Leonardo da Vinci, Michelangelo Merisi-Caravaggio, Gianlorenzo Bernini, Johann Sebastian Bach, Georg Friedrich Haendel, Ludwig van Beethoven, Richard Wagner, Giuseppe Verdi, Lev Tolstoj, Gabriele D’Annunzio, Pablo Picasso, John Lennon, Miles Davis, Charlie Chaplin, Stan Laurel, Spencer Tracy, Katherine Hepburn, Stanley Kubrick, Robert De Niro, Jean Reno, Clint Eastwood, Federico Fellini…

Di altre nazioni e tempi, capi come Abramo, Mosè, Ramses II, re Davide, Giulio Cesare, Publio Cornelio Scipione, Gneo Pompeo, Alessandro il Grande, Federico II (Stupor mundi) di Svevia, Carlo V d’Asburgo, Pietro I il Grande, Caterina II di Russia, Napoleone, Cromwell, Lincoln, De Gaulle, Wladimir I’lic Ulianov (Lenin), Josip Dgiugasvilj (Stalin), Lev Bronstein (Trotskij), Josip Broz (Tito) Michail Gorbacev, Franklin D. Roosevelt, Mao-Tze-Dong, Ciu en Lai, Deng Hsiao Ping, John e Bob Kennedy, Margaret Thatcher, Bill Clinton, Angela Merkel, tra altri, non pochi. Certamente maschi “alfa” anche se non privi di difetti e di narcisismo (Mussolini, Stalin, Hitler, Raynard Heydrich, questi ultimi tre “alfa” di malvagità terrificante).

Filosofi come Platone, Aristotele, Eraclito, Parmenide, Epicuro, sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, il beato Giovanni Duns Scoto, sant’Anselmo d’Aosta, san Bonaventura da Bagnoregio, Renè Descartes, Johann G. Leibniz, John Locke, David Hume, Immanuel Kant, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Friedrich Schelling. Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Ludwig Wittgenstein…

Nello sport secondo me sono stati e sono alfa: Costante Girardengo, Alfredo Binda, Gino Bartali, Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Bernard Hinault, Francesco Moser, Eddy Merckx, Franco Baresi, Armando Picchi, Gianni Rivera, Valentino Mazzola, Diego Maradona, Nereo Rocco, Helenio Herrera, Alfredo Di Stefano, Nino Benvenuti, Gianpiero Boniperti, Mohammed Alì, Valentina Vezzali, Sugar Ray Leonard, Alberto Juantorena, Gigi Riva, Ferenc Puskas, Luis Suarez (quello dell’Inter, non il dentone antipatico del Barcellona), Bobby Charlton, Gigi Meroni, Gaetano Scirea, Mario Kempes, Franz Beckenbauer, Daniel Passarella, Francesco Totti, Giorgio Chinaglia, Socrates, George Best, Roberto Mancini…

E questo discorso potrebbe continuare a lungo, ma ce n’è già abbastanza per riflettere.

L’anima della rinascenza

Solitamente usiamo il termine “anima” al di là della dizione platonica e aristotelica di sostanza- guida delle azioni umane agìte tramite il corpo, di essenza dell’umanità stessa, di sostanza o natura della vita consapevole dell’uomo, e al di là della nozione religiosa, sia del ceppo greco-latino, sia biblico, sia orientale, concepita come qualcosa di immortale o addirittura eterna (induismo, Origene, etc.) per dire che ogni cosa o azione umana ha un’anima, per dire che l’anima è una guida alla comprensione delle cose del mondo e dell’uomo stesso.

Tutto ha un’anima nel dire abbastanza comune. Per gli animisti siberiani e del Grande Nord, per quelli del Sud America e dell’Africa “tutte le cose hanno un’anima“, dall’uomo agli animali alle pietre, dalle acque al vento. In I Re 19, 11-12, perfino Dio è una brezza leggera, che coglie il profeta Elia.

Gli disse: «Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. (…)

Dio si manifesta ad Elia in modo sommesso, quasi delicato, e ciò ci insegna a sviluppare le nostre capacità di ascolto, di attenzione anche alle piccole cose, a quelli che chiamiamo segnali deboli. Ciò che non è tonitruante o prepotente o arrogantemente proposto, ci deve interessare, rendendo più acuti i nostri sensi interni, che presiedono alla comprensione vera delle cose.

Diamo uno sguardo al grande film di Kurosawa Dersu Uzala. Il piccolo uomo delle grandi pianure. Va visto per avere un’idea della nozione di anima presso i popoli della Siberia, a modo di esempio. L’anima è l’essenza vitale del tutto.

La rinascenza è un modo della ri-nascita, un tornare da capo per essere meglio di prima, come spiega la storia italiana. Il Rinascimento storico è un nome che le persone del tempo non conoscevano e non usavano e, come per altri periodi storici antichi, medievali e moderni, fu semplicemente dato dagli storiografi.

Per ri-nascere occorre metter in ordine molte cose: cultura, coesione sociale, politica, economia, diritto. La rinascenza, come nel Rinascimento storico, significa un rilancio della persone e della sua unicità, della sua autonomia. I classici greco-latini, ripresi da Giovan Pico della Mirandola nel suo De hominis dignitate, usavano dire homo faber ipsius fortunae, cui aggiungerei, con il contributo delle circostanze, cioè di tutti i vettori causali di cui il singolo non ha conoscenza né nozione.

L’uomo vitruviano di Leonardo da Vincio

Le potenzialità umane, insite in ciascuno in modo diverso, sono uniche in ogni persona e costituiscono la struttura portante della dignità umana.

Già Platone ed Epicuro, e poi Agostino fino a Hegel hanno proposto la dialettica come il metodo più adatto alla ricerca della verità. La dialettica è scambio di idee, è capacità di ascolto, uso rispettoso della parola, coltivazione del dubbio e dell’interiorità.

«La mistica immagine della Rinascita e della Riforma aveva vissuto, sotto entrambi i suoi aspetti, attraverso tutto il Medioevo […] ora, dopo lo slancio religioso del XII secolo […] dopo Gioacchino, Francesco, Domenico, dopo l’illimitato flusso di entusiasmo religioso, quell’immagine si muta nell’espressione di un sentimento e di un bisogno di tipo puramente umano, che dapprima empie di sé solo singoli individui, poi anche ampi circoli, ed al quale si mischiano la esigenza e l’immaginazione della fantasia, dell’anima sensibile
(K. Burdach, Dal Medioevo alla Riforma)

Il brano di Burdach ci dà un po’ il senso della “rinascita” storica in Italia, che influenzò tutta Europa, costituendo immagine di cambiamento radicale della concezione dell’uomo nel mondo e nella natura. Ri-nasce l’esigenza di una crescita psicologica e culturale dell’uomo, anche oltre la dimensione teologica, con un’esperienza estetica (intesa nel senso dell’àisthesis aristotelica, cioè come manifestazione dell’essere, non nel banale senso estetistico di comune accezione).

Ora sta accadendo quello che sappiamo e molti ne parlano, i più blaterando, anche molti “scienziati”, spesso in contraddittorio sgangherato tra loro.

Sembra quasi che una sorta di “provvidenza” (non scomodo “Dio” per questo) abbia deciso di insegnare all’uomo che la Terra non è un bene disponibile a ogni uso, quasi in memoria di un retaggio teologico-biblico legato alla legge della colpa/ espiazione.

Forse la Provvidenza, mediante il linguaggio-della-Terra ci ricorda che è meglio dare uno sguardo al Tutto, al Bene-che-è-comune, su cui abbiamo una responsabilità di mandato, come fossimo dei CEO, come fossimo finalmente umani.

Se lo stupore e la meraviglia sono il papà e la mamma della filosofia, lo “wow” (pronunzia “uauh”) detto a ogni piè sospinto, è idiozia perfetta, ma forse è meglio sentire questi versi primordiali piuttosto che molte, moltissime asserzioni che inopinatamente dilagano, a cura dei “militanti dell’ignoranza”, per la perfetta disinformazione del popolo

Le onomatopee sono forse una delle fonti delle lallazioni primordiali che prelusero alle prime forme di linguaggio. I suoni di meraviglia (wow, appunto, oppure oooh), di stupore impaurito (eph), di dispiacere (sigh, sob), di sorpresa (gulp), etc. tutte tratte sia dal mondo Disney, sia… dalle dottrine di Noam Chomsky.

Noam Chomsky

Pare che anche mamma e papà derivino da due suoni essenziali, arcaici: mmm, cioè il suono della suzione del latte dalla mammelle materne, e pth, forse, rappresenta lo sputicchiare del bimbo. Di lì mamma e papà che, più o meno con gli stessi suoni, sono presenti in tutte le lingue? Chi lo sa?

Avram Noam Chomsky (nato nel 1928) è un linguista, filosofo, scienziato cognitivista, esperto di comunicazione, attivista e saggista. Americano, ma di chiara origine est-europea.

Aspro critico della politica estera statunitense, si e sempre proposto come illuminista scettico e agnostico, anche se non stupidamente anticlericale.

Lo cito qui per il suo lavoro sulla grammatica generativa, di cui alcuni elementi essenziali sono presenti fin dall’opera Syntactic Structures del 1957: il trattato si caratterizza per la ricerca delle strutture innate del linguaggio naturale (cf. supra). E’ evidente come il suo pensiero tanga anche filosofia, psicologia, neurologia e perfino la matematica.

Accanto alle onomatopee sopra citate torno – quasi per assonanza – su un tema a me caro, quello dell’ignoranza al potere. Sembra che certi politicanti ambiscano ad essere ricordati per la loro militanza inconsapevole nel partito degli ignoranti. Non occorre che qui ri-citi i soliti noti, ché il mio lettore conosce perché da me “cantati” ad libitum qui, in questo sito.

Ne parlavo in questi giorni con il filosofo siracusano Davide Miccione, mio collega in Phronesis, condividendo la tesi sopra stante.

Mi va di parlare di queste cose in questi giorni, quando le parole e le espressioni complete sono ricolme di falsità e di asserzioni infondate o fuorvianti, che sono propalate da due categorie di ignoranti: quelli “tecnici” e quelli “consapevoli” e quindi colpevoli.

Oltre a ciò, direi che si potrebbe classificare gli attori operanti nella società in alcune categorie perfettamente tassonomiche. E dunque abbiamo:

a) chi ha potere politico ed è, spesso, o tecnicamente o colpevolmente ignorante, ma, nel caso dei politici lo è – sempre – colpevolmente, insieme con suoi supporter ed elettori (diciamola chiara!);

b) chi ha potere economico, riferendomi in particolare a chi può trarre profitto illecito dalla situazione, come certi finanzieri, e certi titolari di centri di ricerca e di case farmaceutiche;

c) chi ha potere “culturale”, comunicativo e mediatico: sto pensando al linguaggio sciatto e fuorviante di molti giornalisti e al litigio quotidiano fra gli esperti, virologi, immunologi, pneumologi, infettivologi di tutti i generi e di tutte le specie, alcuni di loro diventati oramai divi dei media (pronunciasi mèdia, è latino non inglese). Ho in mente nomi – dei primi (i giornalisti) e dei secondi (i medici-biologi) – che non faccio, perché ciascun mio lettore li possa individuare liberamente. Ovviamente tra questi secondi non annovero chi opera in corsia, cui va la mia ammirazione, come a qualsiasi altro lavoratore che per fare il suo lavoro rischia la propria vita.

Per completare i dati indicherei una seconda classificazione:

  1. la categoria dei complottisti, tipo quelli che sono convinti della responsabilità diretta di George W. Bush nell’abbattimento delle Twin Towers nel 2001; che l’uomo non è mai giunto sulla Luna; con la sottocategoria estremistica di coloro che ritengono la Terra essere piatta: costoro di solito fanno parte (cf. supra) del gruppo ignorante tecnico;
  2. la categoria dei dubitanti-ragionanti, cioè di coloro che, per la salvezza della loro stessa mente, dubitano – cartesianamente – circa ciò che sentono dire, anche sui vaccini e sul G5.

Il Governo, dopo avere scelto un gruppo di “scienziati” nel senso comune del termine, visto che il termine “scienza” per i più (ma non per me) significa solamente saperi legati alla biologia, alla fisica e alle discipline correlate, ha designato un altro gruppo di esperti affiancare al primo nell’individuazione delle scelte da suggerire al Governo stesso. Bene: di questo gruppo fanno parte economisti (il numero più cospicuo), e qualche sociologo/ psicologo.

Nessuno ha pensato alla filosofia, come sapere generale, e pure quello deputato a riflettere sulla scala dei valori e sul bene/ male, la diade che interpella più profondamente le scelte morali e le linee etiche di una politica.

Non mi resta che essere desolato continuando a combattere con i miei amici e colleghi che questo pensano, e non si rassegnano.

Quanta paura di morir di fame, o dello shopping compulsivo

…in queste settimane, caro lettor mio! Parcheggio nell’apposita area di un supermercato ed entro, faccio una spesetta di diciassette/ venti euro, come un altro paio di volte in settimana, e mi guardo in giro, davanti, dietro, a lato a destra e a sinistra. Carrelli non pieni, di più. Faccio attenzione ai pagamenti e sento: 125, 150, 180 euro, anche 205! Due carrelli. Certo c’è anche gente che fa la spesa per i genitori anziani, o per parenti/ amici che hanno chiesto un favore, ma ciò non spiega tutto.

Homo sapiens sapiens?

La commessa, quando la saluto, mi dice che è sempre così. Paura di morir di fame? Eppure non siamo in Sudan in tempi di carestie ricorrenti, o nell’Albania dei primi anni ’90, e neanche nell’Ucraina degli anni ’30, o nella Repubblica di Weimar degli anni ’20. E potrei continuare ad libitum.

Abitiamo nella nazione settima del mondo per ricchezza, con il miglior cibo e i migliori vini del mondo, il tutto vario e differenziato al massimo: prodotti industriali eccellenti e prodotti locali pieni di sapori e colori.

Steven Pinker è un noto psicologo statunitense, che leggo volentieri. Nei suoi due principali trattati, Il declino della violenza del 2010 e Illuminismo oggi dell’anno passato, egli sostiene che vi sono sufficienti elementi, dati e fonti, per poter affermare che l’uomo sta procedendo da un milione e settecentomila anni circa nel processo evolutivo di “ominazione”, e si può notare una crescita, un “miglioramento” delle sue prestazioni intellettuali e della qualità morale delle sue azioni, qualità morale intesa secondo un’etica cristiano-illuministica che più o meno i più condividono. Un elegante “quasi-lombrosismo” al contrario, parlando in modo grezzo.

In altre parole, secondo Pinker vi sarebbe una crescita, lenta ma certa, dei lobi orbito-frontali della corteccia cerebrale, per cui staremmo diventando sempre più intelligenti e… più buoni.

Epperò, guardando ciò che accade nel supermercato qualche dubbio mi sorge.

Circa il “più intelligenti” mi pare che le cose siano più complesse, direi ad personam, ad hominem, essendo ciascuno di noi umani terribilmente (mi si passi l’avverbio metaforizzante) unici! Quante e quali differenze tra me e te, gentil lettore, o qualsiasi non-lettore, oggettive, genetiche, ambientali, culturali. Certo.

E per quanto concerne gli aspetti morali? L’essere più o meno buoni? Ecco, anche su questo tema si sono spesi i filosofi e gli eticisti più grandi, dai due sommi greci (Platone&Aristotele) e al quasi loro contemporaneo Siddharta Gotama (il Buddha, l’Illuminato), ai Padri della Chiesa antica, a Pietro Abelardo, che andrebbe riscoperto per la sua rigorosa e raffinata, modernissima, distinzione fra vizio, colpa e peccato, a Tommaso d’Aquino, fino a Kant e ai nostri giorni.

E’ noto e attestato che il comportamento umano è costituito da vari fattori, individualisoggettivipersonologici, ambientali e culturali. E dunque, dove sorge, dove si alimenta la malvagità? Dove si costituisce la colpa, il peccato, il reato? Bene, quest’ultimo è oggettivo, ove acclarato, poiché si tratta della violazione di norme penali previste dalla Legge, da quasi quattromila anni (Codice del re caldeo Hammurabi) e poi dai codici biblici, che hanno più di tremila anni, e poi dalle Dodici Tavole romane (V secolo a.C.), al Codex Iuris civilis giustinianeo (XV secolo d.C.), etc.. Il peccato e la colpa sono invece soggettivi, di difficile analisi e individuazione.

Ciò, parlando del male e della malvagità, nelle sue varie declinazioni ma, se dovessimo volgere la nostra attenzione ai comportamenti umani più in generale? Ad esempio verso la tematica proposta nel titolo di questo pezzo?

In questo caso si tratta di “pensiero critico”, mio caro lettore, vero? In quali condizioni si trova oggigiorno il pensiero critico, cioè la capacità di riflessione, di argomentazione logica? O meglio: quanto vale, quanto condiziona le scelte la razionalità? Dicendolo in concreto: nella situazione attuale, pur sapendo – più o meno tutti – che non mancherà il cibo, perché molti si affannano a procurarsene, come se si dovesse subire un assedio? Come se si fosse abitanti dell’antica Meghiddo di Siria, stretta nella morsa delle truppe del faraone Tutmosis III, che voleva punire il principe di Kadesh, colà rifugiatosi? Colà si era nel XV secolo avanti Cristo, e un assedio prolungato poteva significare veramente la morte per fame e per sete, anzi all’incontrario.

Vedendo i carrelli pieni di cibo, confesso che ho proprio pensato a quell’assedio tragico, e mi sono chiesto: ma siamo veramente cambiati nel tempo, ci siamo evoluti da un punto di vista delle facoltà razionali, come sostiene il prof Steven Pinker (anche se lui considera più ampie derive temporali, come ad esempio la rivoluzione cognitiva che lui fa risalire a circa settantamila anni fa, o la rivoluzione agricola, molto più recente, cioè a circa dodicimila anni fa)?

Mi sorgono dubbi e pensieri. Ma forse la ragione di ciò sta in un altro aspetto: il rapporto fra razionalità logico-argomentativa ed emozioni, e mi torna alla mente che sappiamo come le emozioni, o passioni, come le chiamavano gli antichi sapienti, sono più forti della ragione argomentante, la vincono, la sopraffanno, quantomeno in un primo momento del processo mentale.

E dunque comprendo le file e la quantità degli acquisti, legami ancestrali con l’istinto di sopravvivenza.

Covid-19, vi sarà un “terzo” cambio di paradigma planetario: di mentalità e di modello socio-economico

…dopo Galileo (e prima di lui Aristarco di Samo (IV secolo a. C.), Roberto Grossatesta (XIII secolo d. C) e Niccolò Copernico (XV secolo d. C.), e dopo Einstein, Bohr, Heisenberg e Planck (XX secolo)?

immagine del bosone di Higgs (Gianotti e Tonelli)

Qui trascurando l’antichissima scoperta del fuoco e l’invenzione della ruota, possiamo dire che:

considerando

a) il periodo “assiale”, come lo chiama Jaspers dal VIII al V secolo a. C., che mostra la quasi contemporaneità del Buddha, di Confucio, dei tragèdi greci, di Isaia, etc., e la

b) venuta di Gesù detto il Cristo come due eventi di complessità ancora maggiore,

Il primo cambio di paradigma universale è forse stato la scoperta che la terra non è centrale nell’universo, ma periferica, o centrale come tutto è centrale nell’universo, e comunque appartenendo a un sistema, quello solare, galattico, intergalattico, mentre

il secondo cambio di paradigma universale è stato la scoperta dello spazio-tempo e del rapporto fra vuoto e pieno, dove lo stato di vuoto produce l’universo (da 14 miliardi anni circa) restando in qualche modo vuoto, si dice nella nuova meccanica e in astrofisica. Si produce così lo spazio-tempo dal vuoto. Non dal nulla, che è un concetto logico e metafisico. Un esempio: lo 0 è uguale a +2-2, e così via, fluttuando sopra e sotto ma senza scostarsi di molto dallo 0, e comunque tornando a passare per lo 0: sono le cosiddette fluttuazioni quantistiche (elettroni/ positroni, quark/ antiquark, etc.) nel vuoto. L’essere di Parmenide.

…ho detto di questi due cambi di paradigma da ignorante tecnico, da orecchiante, e il lettore mi perdonerà, ma è solo per introdurre quanto segue.

Oggi, che il mondo si è planetarizzato, e l’ominazione è molto avanzata e probabilmente finita, così come la conoscevamo essere stata da migliaia di anni, Covid-19 è forse un oggetto capace di cambiare il paradigma della convivenza su questo pianeta.

La crisi del pensiero critico è stato uno dei leit motif miei, di questi anni, lo sai, caro lettore, perché su questo abbiamo condiviso molti dialogi, magari aventi altri “oggetti”, ma che lì portavano me, e anche te, anche se certamente in modi diversi. Bene. Riflettendo ad ampio raggio, cioè partendo da alcune grenz Situazion, à la Jaspers, di carattere storico, mi permetto di pensare e anche di sperare (verbo abbastanza inviso ai piennellisti) ma straordinariamente filosofico (e teologico), che Covid-19 sta forse creando le condizioni per un cambio di paradigma (proprio nel senso che Thomas Kuhn diede al termine).

Mi sembra che, se lavoriamo in questo senso, e lo fanno, più o meno consciamente, anche le grandi agenzie educative, si potrebbe essere protagonisti e spettatori di un cambiamento grande. Sopra ho citato Galileo e poi Einstein/ Planck, che operarono al “centro” dei due forse massimi cambiamenti di paradigma dell’ultimo millennio (forse dei due ultimi due e mezzo).

Il “tempo ritrovato” è obiettivamente proprio il centro di questo cambiamento, perché potrebbe significare un riconsegnare valore a molte cose dimenticate nel bailamme della post-modernità: linguaggio, qualità relazionale, scala valoriale tra beni materiali e beni spirituali, amicizia e amore, cultura e perfino… lo sport (si pensi alla ridicola “tragedia” del campionato di calcio sospeso!).

Su questi temi intervistano “tutti” per modo di dire, molti dei quali sono intellettualmente disonesti: alcuni parlano di cose che non conoscono e trovano sempre persone ad applaudire. Uno di questi è il quasi onnipresente Odifreddi che dice di fare lezioni di logica matematica e poi si perde in una inutile aneddotica e in filosofemi raccogliticci e imprecisi. Il sapere richiede fatica, la divulgazione no, basta un po’ di ars retorica d’accatto.

Leggo un’intervista a Jeremy Rifkin, che è di ben altra tempra. Lo studioso ritiene che effettivamente vi sarà questo radicale cambiamento. Da economista e sociologo egli ritiene che:

a) le immense risorse dei fondi pensione potrebbero essere volte alla costruzione di bio-regioni, spostando gli investimenti dai combustibili fossili all’economia sostenibile;

b) si potranno sviluppare modalità informative, formative e di discussione in teleconferenza riducendo viaggi interminabili e spesso di dubbia utilità;

c) si valorizzeranno, nel senso non solo economicistico del termine, i territori e i beni storici, archeologici e artistici;

d) si recupererà un tempo per la riflessione individuale e di gruppo, favorendo lo studio e la ricerca. E molto altro che per il momento non intravedo, o intravedo confusamente.

Ecco, questo penso, e dunque guardo con un occhio attento e anche incline al sorriso, con il massimo rispetto – è chiaro – per chi soffre e per chi non è più tra noi.

Passerà certo, ma ci sarà una eterogenesi dei fini, paradossalmente anche nel male.

L’ora della medicina è l’ora della filosofia

…come nei tempi antichi, quando i medici erano filosofi, e spesso viceversa.

Galeno da Pergamo

La medicina e la filosofia sono sempre state collegate, quasi scienze “sorelle”, perché entrambe si occupano dell’uomo, della sua vita e della sua salute, fisica e spirituale, anzi, in qualche modo, specialmente in Aristotele, del tutto connesse. Che la salute fisica e spirituale siano strettamente correlate, lo sappiamo tutti, o quasi.

Non si può non partire da Ippocrate di Coo (o Kos, in greco), cioè Ἱπποκράτης, Hippokrátēs; nato nel 460 circa in quell’isola e moro a Larissa nel 377 a. C., che fu medico, geografo e scrittore, facente parte di quell’aristocrazia intellettuale che segnò gran parte della cultura antica di cui siamo tuttora grandemente debitori. Ippocrate cambiò radicalmente il concetto e le modalità pratiche della medicina del suo tempo, che era troppo legata alle riflessioni teologico-filosofiche intese come pura teoria (theorìa in greco significa visione), qualificando la medicina come sapere e professione autonoma.

Il suo Corpus Hippocraticum riassunse tutte le conoscenza naturali e cliniche del suo tempo e di tutte le scuole mediche precedenti, anche esterne alla Grecia.

Prima di citare i grandi filosofi classici, propongo un cenno a Galeno di Pergamo, attivo oltre cinque secoli dopo. Nato nella città anatolica nel 129, morì a Roma nel 201 circa d. C.. Per tredici secoli le sue dottrine e le sue pratiche andarono per la maggiore in tutto il mondo europeo e mediterraneo, fino alle rivoluzioni filosofiche e scientifiche del ‘500/ ‘600. Dal suo nome deriva la galenica, vale a dire l’arte di preparare i farmaci da parte del farmacista in farmacia.

Medicina e filosofia, differenti disciplinarmente, sono collegate fin da tempi molto antichi. Infatti, pressoché tutti i filosofi nel corso del tempo hanno fatto proprie molte metafore mediche per dire il loro pensiero filosofico. Molti di essi erano anche medici, per cui connettevano la capacità di curare il corpo con la necessità di curare anche l’anima, che non era ritenuta un’entità indipendente dal corpo e viceversa. Si può dire che avevano una visione che oggi definiremmo “olistica”.

Teniamo conto che il termine greco φιλοσοφία è composto di φιλεῖν (phileîn), “amare” e σοφία (sophía), “sapienza”, ed è, dunque, “amore per la sapienza”. Già l’etimologia obbliga, quasi, a pensare al ruolo del medico, che deve “sapere” molte cose per poter operare con efficacia per il benessere dell’uomo.
Inoltre, l’agire del medico non può non essere mosso anche dalla capacità di essere compassionevole, e anche qui l’etimologia del termine ci illumina sulla sua posizione e ruolo sociale. Il lemma “compassione” deriva dal latino cum pati, soffrire insieme, ma anche dal greco pàsco, soffro. Si pensi ai due termini sim-patia ed em-patia, entrambi derivanti dallo stesso verbo greco, significando rispettivamente: a) sentire con (con l’altro) e b) sentire come (l’altro)…

Il medico, dunque, si muove mosso da un sentire il bisogno dell’altro e se ne prende cura, perché percepisce la vulnerabilità di quella persona, e sa che potrebbe essere la propria (persona), in un altro momento,

Se i termini della questione sono questi, già si intuisce il legame naturale, intrinseco, profondo, che sussiste tra le due discipline, la medicina e la filosofia, come abbiamo detto, fin da tempi molto antichi e in particolare dalla civiltà classica greca, che vide lo svilupparsi decisivo delle dottrine filosofiche e anche delle nozioni legate alle scienze naturali e della medicina. Il rapporto tra le due scienze si incontra in una antropologia che ha una dimensione fisica collegata a una dimensione teoretico-intellettuale, un’antropologia fisica che descrive l’uomo, come è fatto, come si suppone sia generato, come termini la sua vita, come possa ammalarsi, e una antropologia filosofica, che studia l’anima dell’uomo, la psyché, la sua spiritualità, il suo pensiero, la capacità di ragionamento, le emozioni…

Fin da mezzo millennio prima di Cristo si capiva come fosse indispensabile, accanto alle capacità di cura delle malattie e del dolore fisico, una conoscenza dei “rimedi” da attuare per il disagio e il dolore spirituale. In questo senso si pensi già ai dialoghi platonici, agli insegnamenti di Epicuro, alla Fisica di Aristotele. Era dunque importante per quei nostri predecessori cercare qualche significato sull’ordine delle cose. Costoro sapevano che dare un orientamento filosofico al proprio pensiero aiutasse e supportasse chi è di fronte al dolore umano e alla morte.

Nell’antichità la morte era una dimensione che poneva il medico perfino in una dimensione “sacrale”, fino addirittura a divinizzarlo. La malattia era collegata al divino quasi come punizione che il “dio” irrogava all’uomo peccatore (visione presente anche nel mondo biblico). Si trattava di un modello di tipo “teurgico”, nel quale potevano avere un ruolo anche forze negative, demoniache. Vi era nella medicina un lato che poteva essere ricondotto al misticismo se non alla magia.

Solo con Ippocrate questa visione delle cose si modificarono assumendo connotati di tipo razionale, o scientifico, per quei tempi. Il medico di Kos, nel trattato “L’Arte medica”, descrivendo questa abilità, dimostrò che la medicina può aiutare l’uomo nella guarigione oppure ridurre la sofferenza con mezzi materiali. Il Giuramento, cui ancora oggi si fa riferimento attesta che quell’antico “dottore” aveva una visione della vita molto completa, per la quale da curare era l’uomo, tutto l’uomo, quando in esso si manifestava qualche male. Molte volte Ippocrate cita l’essere umano con il termine “ánthropos” (essere umano), mostrando così quanto veniamo dicendo.

La relazione medico-paziente è da sempre una delle più importanti tra i vari rapporti umani, commisto di empatia e di competenza, dove ciascuno si mette in relazione con l’altro nel suo proprio ruolo, ed è una situazione a-simmetrica, necessariamente, anche se possibilmente non improntata a paternalismo e autoritarismo. Questo lo sapevano bene gli antichi pensatori, cui ora daremo un poco la voce.

Ad esempio, Socrate (470 a.C. – 399 a. C.) con il metodo maieutico (dal greco “maieutiké”), che si proponeva di “tirar fuori” dall’allievo pensieri personali, senza imporgli le proprie opinioni con la retorica e l’arte della persuasione. Il metodo socratico era una specie di “parto intellettuale”, essendo Socrate convinto che “è sapiente solo chi sa di non sapere”, mentre chi si illude di sapere, ignora la sua ignoranza.

Continuiamo con Platone (428 a.C. – 348 a.C.): per il sommo ateniese la filosofia era indispensabile per la crescita dell’uomo virtuoso. Come i suoi contemporanei anche lui credeva (chissà come “credeva”?) che Asclepio fosse il fondatore dell’arte medica, come fa affermare al medico Eurissimaco nel Simposio, Anche nel Timeo, (XXXI, e, a, et XXXII, b, b, p, et XXXIII, b, c, d) il filosofo si occupa di storia naturale (biologia) e medicina, sostenendo che gli “dei” collocarono il centro della vita nel midollo, e anche l’anima. La sua visione non poteva che essere materialista, ma solo nel senso della concretezza corporea, e ciò sorprende un po’, epperò solo chi pensa che Platone fosse un astratto spiritualista. Aggiunge poi che la parte più “divina” dell’uomo è collocata nel… cervello. Descrive poi, sempre nel Timeo le collocazioni nei vari organi interni (cuore, fegato, polmoni, etc.) che lui ritiene appartengano alle varie passioni e caratteristiche dell’anima maschile e dell’anima femminile.

In un altro dialogo, il Fedro (XXV a, b), Platone descrive gli umori e le parti fluide del corpo (sangue, flegma, bile, etc.) e la tripartizione anatomica: “cervello” dove ha sede, come affermato nel mito dell’anima, l’anima, psyché, che governa due “destrieri” che sono “il cuore” (nobile e buono) e “il fegato” (non buono) (Fedro, XXV a,b.).

Un altro aspetto che Platone cura è quello della “pedagogia, anzi dell’andragogia (l’insegnamento agli adulti) della medicina. Per lui come usava fare Ippocrate, suo contemporaneo, il medico deve educare il malato, ma anche ogni persona, a tutelare la propria salute (sembra qui echeggi già l’articolo 9 dello Statuto dei Diritti dei lavoratori, Legge 330 del 1970, dove si prevede che il lavoratore si curi, non solo della propria salute e sicurezza, ma anche di quella dei colleghi!).
Nel dialogo Gorgia, Platone colloquia con questo filosofo (Gorgia da Lentini in Sicilia, non dimentichiamo che Platone trascorse non poco tempo a Siracusa) parlando di medicina, e lì cita Socrate e la sua idea che esistano quattro tèchnai buone: ginnastica e medicina (che riguardano il corpo), legislazione e giustizia (che riguardano l’anima).

Aristotele (384 a. C – 322 a. C.) si interessa della medicina in molte sue opere, nelle quali discorre chiaramente del rapporto tra medicina e filosofia; trattò anche non poco l’anatomia e la fisiologia, avendo una grande opinione, come il suo maestro Platone, di Ippocrate. Ricordiamo una delle opere meno note dello Stagirita, i Parva Naturalia, nella quale si interessa della salute e della malattia, indicando le scienze adeguate a questi temi profondamente umani: partendo dallo studio della natura, sostiene Aristotele, i filosofi passano trattare questioni di medicina, così come i medici, che però procedono ulteriormente con la ricerca e l’applicazione di sempre più efficaci terapie. Ecco qui il termine terapia, che nella classicità significa “cura in generale dell’uomo“, e quindi sia psicologica e morale, sia della parte corporea.

Ad esempio, nell’opera morale sua maggiore, l’Etica Nicomachea, scrive: ”(…) i malati ascoltano con attenzione le cose che dicono i medici, ma non fanno nulla di quello che viene loro prescritto. E quindi, proprio come quelli non sono sani nel corpo, se si curano in modo simile, nemmeno sono sani nell’anima (…)”. Un rapporto necessario tra anima e spirito, fra corpo e anima!
Inoltre, Aristotele, si occupò non poco anche di anatomo-fisiologia e di zoologia, saperi fino al suo tempo del tutto o quasi inesistenti.

Nel trattato De Anima, Aristotele descrisse la vita come: “la capacità di nutrirsi da sé, di crescere e di deperire. Ogni vivente è dotato di anima, che fa la differenza tra vivente e non vivente; l’anima è l’atto primo di un corpo naturale dotato di organi”.

Oltre alle qualità sensitive e di locomozione, l’uomo possiede caratteristiche particolari e uniche in natura, l’intelletto, definito noûs (da cui attività noetiche cioè intellettuali), organo (spirituale) preposto alle attività intellettive e ad approcciare le realtà intelligibili, vale a dire tutta la realtà. Anche Aristotele, derivando il concetto da Platone, considera immortale la parte dell’anima che non dipende dalla corporeità, come il pensiero.

L’uomo è dunque un composto di materia e di spirito, chiamato synolon, cioè il tutto-insieme, compenetrati tra loro in modo da non poter esistere l’uno senza l’altro.

Riporto qui alcune tesi aristoteliche ritenute valide fino al Rinascimento: “Aristotele immaginò che la riproduzione nella specie umana avvenisse attraverso il sangue mestruale, congelato ad opera del principio attivo dello sperma, successivamente trasformato in una sostanza amorfa da cui derivava l’embrione. Ma il numero elevato di dati raccolti da Aristotele e dai suoi assistenti costituì la base di ogni progresso scientifico, oltre che il libro di testo del sapere per duemila anni.” (autore non noto, dal web, ma la tesi riportata corrisponde)

La medicina ippocratica e platonico-aristotelica si fondava, dunque, sul concetto di malattia e sul medico interamente dedicato alle esigenze del paziente, allo studio della patologia non perdendo di vista la sua umanità.

Possiamo ricordare anche, nel III secolo a. C., Erofilo e Erasistrato, i quali accentuarono l’aspetto globale delle condizioni psico-fisiche della persona, senza fermarsi al solo aspetto fisico. La medicina greca giunse a Roma tramite alcuni greci liberti, che avevano studiato nelle “scuole” filosofiche e scientifiche della Grecia, collegandosi strettamente alla Dottrina cristiana, quando ivi giunse verso la metà del I secolo con Paolo.

Il Cristianesimo portò nella cultura imperiale del tempo il concetto-valore di persona, come valore incommensurabile, e ciò in qualche modo fu il controcanto dell’ampliamento di misure che oggi chiameremmo socio-assistenziali promosse da alcuni imperatori, a partire da Augusto, che istituì una sorta di primo welfare per le persone più disagiate, seguìto da Vespasiano, Adriano, Marco Aurelio.

La dottrina del Maestro di Nazaret, così come riportata nei vangeli e nell’opera dei discepoli si mosse in questo senso, trovando interlocutori interessati anche nella filosofia romana, come in Seneca. Questi (4 a.C. – 65 d. C.), che qualcuno sostiene ebbe a conoscere san Paolo, descrive in questo modo il medico: “(…) il vero medico si è preoccupato di me più del dovuto; è stato in ansia non per la sua reputazione ma per me; non si è limitato a indicarmi i rimedi ma li ha applicati con le sue stesse mani; è stato fra quelli che ansiosamente mi assistevano: di conseguenza io sono in obbligo ad un uomo simile non come medico ma come amico” (De beneficiis, VI, 16,2. ). Seneca proponeva una visione unitaria, monistica, dell’uomo, per la quale anima e corpo sono due entità intercomunicanti in quanto consustanziali e attraversate da un unico “spiritus coibente”.

Nelle Epistulae morales ad Lucilium, scrive in tempi vicini alla sua morte ordinata dall’ex “allievo” Domizio Enobarbo (Nerone): “Senza la filosofia l’animo è malato, se anche il corpo è in forze. Curiamo prima la salute dell’anima, poi del corpo. E’ da stolti esercitare i muscoli come pazzi; se è troppo il peso del corpo l’anima diviene meno attiva. La troppa fatica negli esercizi fisici esaurisce lo spirito e l’abbondanza di cibo ostacola l’acutezza d’ingegno. Ma ci sono esercizi facili da fare come corsa, salto, sollevamento; ma qualsiasi cosa tu faccia torna subito all’anima ed esercitala notte e giorno”.

Galeno di Pergamo (129-199), la cui immagine ho posto all’inizio di questo breve saggio, studiò filosofia che in seguito collegò positivamente a quella medica. Secondo lui non si può essere un buon medico se non si conoscono logica, fisica ed etica, cioè l’insieme dell’autentica filosofia, con le parole. “(…) chi è un vero medico è sempre anche filosofo. Sul fatto che ai medici abbisogni la filosofia per adoperar bene l’arte non credo abbia bisogno di dimostrazione. (…) ”(GAROFANO I. – VEGETTI M., Galeno, Opere scelte, Utet, Torino 1978, p. 76).

Si può dire che Galeno rimase – per le scienze mediche – punto di riferimento per più di mille anni.

Infine riporto alcune parole di Plotino (203 – 270 d. C.), il quale nelle Enneadi, in seguito pubblicate dal suo allievo e biografo Porfirio: “Quando poi pretendono di liberarsi dalle malattie, avrebbero ragione, se lo volessero fare mediante la temperanza e un regime regolare di vita, come fanno i filosofi; (…), il genere di filosofia, da noi perseguito, fra gli altri beni raccomanda la semplicità dei costumi e la purezza dei pensieri, ricerca l’austerità non l’arroganza, ci ispira una confidenza accompagnata da ragione e da molta sicurezza, da prudenza e da massima circospezione”.

Dopo questa breve esplorazione del passato, ora posso/ possiamo, con calma, decidere di esplorare come le due discipline, la medicina e la filosofia, insieme con le scienze psicologiche, prime cugine anzi figlie “di primo letto”, della filosofia, possono oggi collaborare, soprattutto in ragione dei tempi che viviamo, in presenza del Covid-19.

Oggi, i filosofi e gli psicologi possono essere i primi alleati dei medici e degli infermieri, ma anche di tutti coloro che operano in condizioni di libertà ristretta, come i carcerati e coloro che vigilano nelle carceri, solo a modo di esempio. Sono onorato che la mia Associazione filosofica, Phronesis, sia su questa strada di bene.

Il “limes” attorno a ogni cosa, il limite dei corpi, delle cose, del mondo

Forse, tra spazio e tempo il punto di riferimento più importante è il “limite”. Da Aristotele e a Kant i due concetti sono considerati categorie trascendentali, cioè valide sopra ogni altra determinazione conoscitiva della realtà.

limite di una funzione

Il concetto di limite era noto fin dall’antichità, da Archimede di Siracusa fino ai moderni Newton, Leibniz, Euler, D’Alembert. Nel XIX abbiamo la rigorosa definizione di Cauchy e con il tedesco Heine. Successivamente se ne occuparono Dedekind, Bolzano e Cantor.

Nel 1922 Eliakim Hastings Moore ed H.L. Smith proposero una nozione generale topologica di limite, che è quella attualmente utilizzata in matematica. Queste notizie solo per attestare come il concetto interessò intensivamente gli studiosi di matematica.

Riassumendo, il concetto di limite è dunque matematico, fisico e anche metafisico: è matematico, come abbiamo visto sopra, è fisico per immediata intuizione, è infine metafisico se si fa lo sforzo di trascendere la materialità concreta delle cose e si passa al livello concettuale, che è comunque reale.

Il limite è la nostra epidermide, che separa fisicamente il nostro corpo dal resto del mondo; è il confine di casa nostra, del comune dove abitiamo, della regione, dello stato, dell’Europa e perfino dell’intero pianeta. I limiti che vanno dal nostro comune di abitazione all’Europa (concetto da intendere oggi in termini più politici che geografici) sono stati determinati dalla storia e dalla politica, battaglie e guerre comprese, mentre il limite del nostro corpo e quello del pianeta sono stati determinati dalla natura e dalla cosmologia.

E’ come se tra ciascuno di noi e il mondo intero ci fosse, come dire, lo spazio della libertà. Possiamo passare dal congiuntivo all’indicativo, perché c’è lo spazio della libertà umana, anche se variamente declinata.

Il limite percepito nella situazione generata dal Covid-19 è generale e certamente fa pensare, fors’anche, anzi di sicuro, a tutte le cose della vita di ciascuno, ai valori, alle priorità, perfino alle scelte etiche. La socialità solidale è uno di questi valori, molto spesso proclamata con enorme vis retorica, ma altrettanto sovente non rispettata con azioni concrete.

Quando osservo la scena attuale delle strade e delle piazze quasi vuote, in Italia e nel mondo, penso alle vite di tutti (o quasi), che sempre più si assomigliano. Non va più in ferie, più o meno costose, neppure chi se lo può permettere; cambiano le abitudini realizzando una certa uguaglianza sociale. Oso dire una forma di “socialismo” doloroso, ma di socialismo.

Questo socialismo non è strettamente “politico”, ma culturale, esistenziale, fattuale. L’aspirazione all’uguaglianza declinata secondo equità è presente nel pensiero umano dai tempi dei pensatori classici greci, e dai valori espressi nella dottrina evangelica.

I quasi duemila anni che decorrono dalla redazione del capitolo sulle “beatitudini” nei vangeli secondo Matteo e Luca hanno visto varie modalità interpretative, spesso tra aspri conflitti. Il versetto 27 del capitolo primo di Genesi esprime il concetto dell’immagine divina nella figura umana; in Colossesi 3, 11 e in Galati 3, 28 san Paolo proclama l’uguaglianza sostanziale tra tutti gli uomini. Molti miti teologico-politologici hanno attraversato i secoli, da frate Gioacchino da Fiore, passando per Thomas More e Tomaso Campanella, fino agli utopisti francesi post Rivoluzione francese, del genere di Proudhon, e a Marx/ Engels/ Lenin/ Stalin/ Mao.

Tra il 1959 e il 1964 a Bad Godesberg i socialisti tedeschi rinunziarono al marxismo come teoresi politica; Lord Beveridge, un conservatore inglese, subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, avviò un potente piano di welfare che durò fino a Mrs. Thatcher, ma Blair lo riprese.

In Italia, la Democrazia cristiana di Fanfani e Moro, insieme con il Centrosinistra storico, Pietro Nenni principale supporter, e la benevola astensione comunista, realizzò un welfare importante, pressoché esemplare per il mondo, nientemeno.

Ora qualcosa di importante cambierà: la pandemia del Covid obbliga tutti a innanzitutto a pensare al limite, e poi a ripensare alla scala valoriale della propria vita. Cantare oggi l’Inno di Mameli non è più solo nota di colore, ma molto altro, ancora in parte – per i più – inconsapevole.

Chiamiamola socialità solidale, come si vuole, mio gentile lettore, ma si tratta di una forma di socialismo democratico, un esercizio morale prima ancora che politico. E’ l’occasione perché i governi mettano in discussione, tutti insieme, Trump compreso, lo strapotere della finanza internazionale, subordinandola alla difese del Bene comune. Un tema, quello del limite e quello della solidarietà sociale, che riprenderò.

Giuseppe il “sociologo”, ovvero la neuro-biologia della malvagità: se così è, può darsi anche una neuro-etica?

Continuo la mia riflessione sul libero arbitrio e sulle capacità/ possibilità di scelta per il bene o per il male dell’individuo umano.

Questa volta parto da un racconto fattomi da una persona di origine meridionale, un signore calabrese da molti anni in Friuli, ma capace di narrare con grande efficacia il clima sociale e la cultura di quelle plaghe, che ha favorito l’insorgere, prima di un “familismo amorale” e poi delle forme strutturate di mafia, con ciò che comporta in termini di criminalità organizzata , di attività omicidiarie collegate al ricatto e alla minaccia sistematica.

In paese Don Pasquale era molto potente; aveva proprietà di famiglia in campagna e in centro, e anche nella cittadina vicina, che dava sul bellissimo mare Jonio. Il paese è inerpicato sui primi contrafforti dell’Aspromonte ed è circondato da boschi verdissimi e pascoli rigogliosi. Un giorno, mentre sorseggiava un calice di buon Gravina di Puglia, ghiacciato, erano quasi le cinque del pomeriggio e lui a quell’ora riceveva qualche amico o conoscente (a lui utile, il come, lo vedremo), ma qualche volta sorseggiava il buon vino in solitudine, nel silenzio della mezza montagna e dell’ora. La stagione era di settembre, quando l’estate non se n’è ancora andata e l’autunno esita a farsi vivo. A quattrocento metri sul mare c’era sempre un venticello che conciliava il buon riposo o i conversari. A un certo punto chiamò un suo aiutante, visto che ne aveva sempre un paio a portata di voce e gli disse: “Antò, conosci il massaro Michele, che ogni tanto viene a servizio nelle nostre campagne?” “Sissignore, rispose Antonio, e Don Pasquale proseguì: “Vai da lui e digli che Don Pasquale vuole parlargli; digli che venga qua domani alle cinque“. Antonio sparì, annuendo.

L’indomani, puntualissimo, anzi un con un po’ di anticipo, massaro Michele si era presentato, cappello in mano, era davanti a Don Pasquale. Questi, cordialissimo, gli diede la mano e la tolse quando Michele voleva accennare a un bacio sul dorso della mano, e gli disse: “Massaro Michele, come state, e la vostra signora? Aaah, perdonate, vi dovete ancora maritare… ho sentito, vi maritate, dunque?” Michele, profondendosi in un inchino dalla sedia di vimini dove si era accomodato, rispose: “La sapete giusta Voi, Don Pasquale, mi devo ancora maritare sì, ma prima devo avere la possibilità di trovare casa, che non è facile con il mio lavoro, un giorno qua un giorno là, anche da Vossignoria…” Don Pasquale lo interruppe con tono amabile: “Massaro Michele, non continuate suvvia, ché, se è solo per questo, consideratevi a cavallo. Ho giusto una casetta verso le nostre campagne, che ora non ospita nessuno, linda, pulita, giusto adatta a voi e alla vostra signora… futura“. “Ma, rispose Michele tutto confuso, ora come ora non potrei darvi nessuna pigione, ché avremo spese per il mobilio e…” Don Pasquale lo interruppe di nuovo, con gentile decisione: “Vi dico, Michele, che non dovete darvi pensiero per nulla: la casetta è bel che arredata, anzi potete anche servirvi per il vestito della sposa nel mio negozio di Vibo, giù al mare. Andate con lei, scegliete ciò che più le aggrada e venitemi a salutare. Sarà il mio regalo di nozze“.

Michele era tutto in confusione e non sapeva che cosa fare. Si alzò e cominciò a ringraziare tutto imbarazzato, e non se ne andava. Allora Don Pasquale lo congedò in modo gentile e… un po’ brusco, dicendo: “Ora pensate solo al vostro matrimonio, maritatevi, riposatevi e venite da me tra qualche giorno, ma vi manderò a chiamare. Avrò forse bisogno da voi di un servizio, ma piccolo, piccolo“. Michele, andandosene, annuiva annuiva, mentre gli scappò di dire: “Don Pasquale, servitore vostro, farò quello che mi chiedete, grazia, grazie, grazie…”

Il matrimonio ebbe luogo il sabato successivo, gran festa di paese, con amici e vicini, e i parenti venuti dalla Puglia con un camioncino pieno di frutta e di vin bianco. Michele e la sua Vincenza, che conosceva fin da ragazzi, erano raggianti. Nella casetta nuova si sentivano in paradiso. Michele aveva anche deciso di prendersi una settimana di riposo, che lui chiamava così, perché non conosceva il termine “ferie”.

Una mattina, di prima mattina, mentre Michele faceva colazione con uva, marmellata e pane di quello che dura a lungo, una pagnotta grande cotta da sua moglie, arrivò in motocicletta Antonio, che abbiamo già incontrato qualche tempo fa, e senza indugio disse a Michele: “Miché, Don Pasquale ti vuole parlare. Puoi venire subito?” Michele esitò solo un istante, poi disse alla moglie di avvertire massaro Lodovico che non sarebbe andato al lavoro la mattina e si sarebbero visto in campagna al pomeriggio. Lodovico era il soprastante di Don Evangelista, proprietario di molta campagna sull’altro versante della montagna.

Michele arrivò alla villa di Don Pasquale sul suo motorino, seguendo Antonio. Fu introdotto subito nel patio dove il padrone stava fumando un sigaro. Senza voltarsi Don Pasquale disse a Michele: “Eccoti, caro Michele, oggi ho proprio bisogno che tu mi dia una mano“… “Per servirvi, Don Pasquale, ditemi“. “Ebbene, cominciò a parlare il padrone, mi pare che sei in buona salute, e dicendo queste parole, si voltò invitando Michele a sedersi, e continuò “tu conosci certamente don Vito da… Ebbene, devi sapere che questo, faccio per dire, “don” Vito mi ha sempre mancato di rispetto, lo sapevi?” E Michele: “No, Don Pasquale, a me è sembrato sempre un galantuomo, gentile con tutti e…” ma Don Pasquale lo interruppe un po’ bruscamente, e la cosa cominciò a impensierire Michele, ma solo un pochino, per il momento. Don Pasquale riprese a parlare dicendo: “Don Vito è un maleducato e un cattivo soggetto. Pensa che ora campa diritti su un terreno che è mio da generazioni, sostenendo che il nonno mio lo aveva commutato con un altro terreno e che, se la cosa non sta bene, ci avrebbe pensato lui a mettermi a posto. E lo va dicendo per le osterie e per i paesi. Mi è arrivata voce da un caro amico di Cosenza che perfino in città don Vito si vanta di potermi mettere a posto come sa fare lui”.

A quel punto Michele cominciò a preoccuparsi, perché qualcosa gli diceva di cose brutte. Infatti, Don Pasquale lo incalzò con una domanda: “Tu, Michele, hai un fucile, sai sparare?” “No, non ho un fucile, ma sparare so, perché mio padre me lo insegnò che ero giovane… rispose Michele titubante e Don Pasquale “Nessun problema, disse e chiamò Antonio, che comparve in un lampo. “Antonio, vai a prendere quel fucile bello lustro, quasi nuovo, che funziona sempre, sai che lo abbiamo usato, sia per la selvaggina piccola, sia per quella… grande, quello a canne sovrapposte“. Antonio ricomparve in meno di un minuto, ché Don Pasquale teneva le sue armi, ben lucidate, in bella mostra, nel soggiorno grande in una vetrina. Lì, ben messi in piedi aveva almeno una decina di fucili di diverse fogge, da quelle da caccia a doppia canna a quelli che ricordavano piuttosto armi da guerra, e un paio di pistole, una a tamburo, un revolver, e una tipo “beretta” dei carabinieri.

Si rivolse a Michele e gli disse “E’ tuo, tuo per sempre, ma devi farmi un servizio, un piccolo favore…, e tergiversava, mentre Michele era sempre più pallido, devi sparare a quel fottutissimo di don Vito, anche senza ammazzarlo, sparagli alle gambe, così capisce, e comunque anche se crepa, non c’è problema. Se lo sarà meritato…” A quel punto Michele fu sul punto di non farcela e si tenne agli spigoli della sedia dov’era seduto. Borbottò, mentre si sentiva svenire, un timorosoSissignore, e dove devo far farlo, Don Pasquale?” Il padrone chiamo Antonio e gli spiegò come lui avrebbe dovuto portare Michele sul posto, che era adatto a un agguato, conoscendo le abitudini di don Vito, che soleva frequentare quella tal strada, che era una scorciatoia per andare in monte verso le sue proprietà.

“Non devi temere nulla, Michele, ci sono qua io, tu non avrai nessuna responsabilità”. E la cosa si fece. Una mattina presto, i due si appostarono dietro una roccia che sporgeva sulla strada, e il colpo di fucile, sparato da Michele, raggiunse don Vito nella parte alta delle gambe e causando un’emorragia mortale. Nessuno venne a cercare Michele, che per un po’, senza evitare di frequentare le osterie e i bar della zona, cercò di parlare poco e di ascoltare molto. Dopo mesi i carabinieri andarono alla casa di Don Pasquale, che fu raggiunto da un avviso di garanzia, ma non vi fu alcun seguito, perché lui personalmente aveva un alibi di ferro, nessuno aveva parlato e l’arma non era mai stata trovata, perché Michele l’aveva nascosta in campagna in uno stallo che gli aveva indicato Antonio.

Il tempo passava e Don Pasquale, che nel frattempo non aveva fatto mancare nulla a Michele, lo chiamò di nuovo e di nuovo e di nuovo. Sempre per la stessa ragione. Michele era diventato ora un assassino esperto. Era uno di loro. Mafioso.

 

Il tremendo racconto mi ha spiegato la mafia, o forse un certo tipo di mafia, più e meglio di qualsiasi trattato di sociologia o di antropologia culturale. E ho continuato a chiedermi quanto si possa essere liberi nelle decisioni per il bene o il male… Certo è che la cultura espressa nel racconto di cui sopra deve essere collegata come una concausa alle politiche sociali ed economiche che nel tempo i governi italiani e quelli locali hanno attuato nel Meridione, fin da prima dell’unità d’Italia, prima di Garibaldi e di Nino BIxio.

 

E torniamo alla biologia. Studi molto recenti hanno mostrato l’importanza di distinguere le varianti genetiche che hanno a che vedere con il metabolismo dei neurotrasmettitori, al fine di comprendere la possibilità che si sviluppino comportamenti antisociali e si commettano atti criminali. Ciò comunque non può essere considerato né sufficiente né necessario, perché l’individuo così caratterizzato commetta reati o abbia comportamenti antisociali. Su questo argomento è interessante consultare il professore Pietro Pietrini dell’Università degli Studi di Pisa e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Psicologia Clinica all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, intervenuto alla quarta edizione di Trieste Next, BIO-logos, the future of life. Lo studioso invita a non farsi condizionare da facili scorciatoie come l’accettazione di concetti del tipo “Neurobiologia della cattiveria”, certamente mediatico e a modo suo accattivante, perché le cose sono molto più complesse. Non si può ridurre tutto al biologico, e lo dice un neuroscienziato, non un filosofo. Molto interessante. E’ una posizione analoga, in parte, a quella che da un paio di decenni sostiene il professor Steven Pinker, psicologo sociale americano, che io cito spesso in questi miei pezzi.

Pietrini consente che si stia discutendo da molto tempo se la genetica di un individuo sopravanzi con i suoi effetti, quelli generati dall’ambiente e dall’educazione (e qui mi rivolgo ai miei lettori e studenti che hanno ben presente la sinossi che sempre propongo tra struttura di persona e struttura di personalità). Questa annosa questione, che si può sintetizzare con il sintagma nature vs culture non ha senso, poiché ambedue concorrono alla costruzione della persona.

Il ricercatore continua ricordando che, dopo la codifica del genoma umano (Dulbecco e altri, 2003) si sono cominciate a studiare le varianti alleliche di numerosi geni. Posto che come esseri umani abbiamo tutti lo stesso patrimonio genetico, composto da circa 22mila geni, vi è poi una grande variabilità individuale, che può ammontare fino a 30 milioni di possibilità alleliche, anche come semplice sostituzione di una singola lettera nella sequenza del gene. Pietrini ricorda il nome di questo allele: single nucleotide polymorphism (Snip), cioè di polimorfismo a singolo nucleotide. Ricorda a noi profani che “basta la sostituzione di una sola lettera del codice del Dna (di un singolo nucleotide, appunto) perché la proteina che viene trascritta abbia caratteristiche anche molto diverse da quella originale, cioè quella trascritta dal gene nella forma più diffusa, la cosiddetta forma wild. Ebbene, per quanto riguarda lo studio dei geni che giocano un ruolo nello sviluppo del comportamento e della personalità dell’individuo, si è visto che esistono varianti alleliche di geni che codificano per neurotrasmettitori e recettori cerebrali che sono significativamente associate con la modulazione del comportamento.”

Subito dopo, però, specifica che “non vi è alcun effetto deterministico: vale a dire, nessuna variante allelica determina alcun comportamento. Quello che invece si è scoperto è che certe varianti alleliche modulano il rischio che l’individuo da adulto sviluppi un comportamento antisociale ed aggressivo, se da piccolo è stato allevato in un ambiente malsano, è stato maltrattato e/o abusato. Al contrario, se l’individuo è cresciuto in un ambiente sano, ricco di attenzioni e di stimoli, queste stesse varianti sembrano favorire lo sviluppo di un comportamento pro-sociale. Dunque, si può parlare di “geni di plasticità”, nel senso che queste varianti alleliche sembrano modulare la suscettibilità dell’individuo all’ambiente che lo circonda. Si comprende quindi come geni e ambiente siano due fattori inscindibili nello sviluppo del comportamento umano. E come la lunga diatriba tra i sostenitori che tutto è nella biologia e coloro che per contro ascrivono il comportamento al solo effetto dell’ambiente e della cultura-educazione, sia priva di fondamento”.

A Pietrini piace comunque fare sempre riferimento al sapere etico-filosofico quando si trattano questi temi, e cita in proposito Platone: ‘Perché malvagio nessuno è di sua volontà, ma il malvagio diviene malvagio per qualche sua prava disposizione del corpo e per un allevamento senza educazione, e queste cose sono odiose a ciascuno e gli capitano contro sua voglia’ (Timeo, 86 e)”.

Un ultimo aspetto che chi mi conosce sa che non trascuro mai quando tratto temi come questo è il riferimento al contesto giuridico-penale dell’agire umano antisociale o criminale. Torna in questione il tema della libertà, e quanto questa facoltà sia presente nell’agire umano. Il sistema penale, da quasi quattromila anni presuppone che l’essere umano sia responsabile delle proprie azioni, e pertanto ne debba rispondere quando queste sono riprovevoli. Si tratta della premessa necessaria per ammettere la stessa imputabilità del soggetto agente, ovvero l’esclusione di essa con i conseguenti esiti di carattere penale.

In tema Pietrini avverte che, se un individuo non possiede da sempre o non possiede più tutte le funzioni dei lobi frontali a causa di un trauma, di una malattia, o di un processo neuro-degenerativo, costui non possa essere ritenuto responsabile di comportamenti anche criminali. In ogni caso, chi opera contro le norme morali e le leggi della convivenza civile in modo consapevole, e ciò sia dimostrabile, non può non essere ritenuto colpevole e meritevole di condanna e di espiazione di una pena. Colpa e pena appartengono alla consapevolezza, sia nel diritto penale, sia nelle dottrine filosofico-teologiche classiche, da Platone in poi.

Se non si può cedere al determinismo filosofico-biologico, è altrettanto importante conoscere bene le condizioni cerebrali e mentali di ogni attore e autore di gesti ascrivibili all’essere umano. Tommaso d’Aquino distingueva fra “atti umani”, cui attribuiva un’accezione di scelta morale per il bene, dagli “atti dell’uomo”, che rappresentavano semplicemente l’agire dello stesso, indipendentemente dal giudizio morale sugli atti stessi.

Nell’intervento citato, lo studioso cita casi accaduti presso i Tribunali di Trieste e di Como, dove sono stai presi in considerazione elementi di alterata funzionalità cerebrale e di vulnerabilità genetica riportati nelle perizie psichiatriche degli imputati, così come abbiamo visto nell’articolo precedente, nel quale ho riportato la sentenza di un Tribunale del Tennessee, chiamato a giudicare un delitto effettuato da un uomo non in grado di intendere e volere nella pienezza delle sue facoltà, e quindi della sua libertà.

Il tema è immenso e difficile.  Anche il racconto da cui ho iniziato questo articolo suggerisce una riflessione: oltre ai deficit fisico-psichici, non possiamo trascurare gli elementi “culturali” e antropologici, per comprendere gli abissi nei quali talora l’uomo si viene a trovare.

Il gene della “malvagità” MAO-A, la libertà e la colpa: innocenza morale o peccato/ reato?

Se dovessimo ammettere che, se un essere umano fosse dotato del “gene della malvagità”, ovvero se mancasse di alcune parti fondamentali della corteccia prefrontale, quella preposta alla riflessione razionale, che in tale situazione verrebbe impedita, ovvero queste parti fossero condizionate dal suddetto gene, per cui mancasse pure  di un funzionamento corretto dei neurotrasmettitori responsabili dell’umore, come la dopamina, la noradrenalina e la serotonina, tra decine di altri, come conseguenza immediata e incontrovertibile, dovremmo ammettere l’inutilità e l’inapplicabilità di qualsivoglia codice morale e penale, religioso e civile.

Da Hammurabi in poi, per quanto riguarda la cultura del plesso Mediterraneo, e quindi egizia, semitica e greco-latina, compresi i successori.

Come in ogni caso, sono i fatti concreti che ci possono ispirare ulteriori riflessioni, oltre alle dottrine giuridiche ed etiche, che sempre consideriamo Riporto un caso trovato sul web, che pone questo tema.

 

E’ il 16 ottobre del 2006 e Davis Bradley Waldroup, nella sua roulotte sulle montagne del Tennessee, si sta ubriacando. Sta aspettando sua moglie Penny dalla quale si sta separando. I rapporti tra i due sono molto tesi e i loro quattro figli ovviamente ne risentono. Quando la moglie ed i 4 ragazzi arrivano alla roulotte sono accompagnati da un’amica di Penny, Leslie Bradshaw. Davis affronta la moglie imbracciando un fucile calibro 22. Il litigio degenera e Waldroup esplode otto colpi di fucile contro l’amica della moglie, uccidendola.

Penny si da alla fuga in direzione delle montagne ma l’uomo le spara un colpo di fucile alle spalle, poi la raggiunge e la ferisce ulteriormente con un coltello. Quindi la colpisce con un badile, poi con un machete le procura dozzine di ferite, mozzandole anche un dito. Trascina la donna ormai in stato di semi incoscienza nella roulotte e qui le sfila le mutandine con l’intenzione di avere un rapporto sessuale con la moglie. Infuriato perché la donna non reagisce, urla ai figli di venire a dire addio alla madre.

Penny però, nonostante abbia numerose ferite, e sia interamente ricoperta di sangue approfitta di un attimo di distrazione del marito e fugge. La polizia arriverà  qualche minuto dopo, trovandosi sulla scena di una carneficina: sangue sulle pareti, sul furgone, sui tappeti, persino sulla Bibbia che Waldroup stava leggendo mentre beveva quella sera. Oltre alle cruente prove materiali, presenti in enorme quantità, c’è anche l’aperta confessione di Davis di aver avuto fin dall’inizio intenzione di uccidere. Il suo destino sembra segnato: per un omicidio volontario di primo grado così efferato e per un secondo tentato omicidio lo stato del Tennessee prevede la pena di morte.

Il 25 marzo del 2009, dopo 11 ore di camera di consiglio, il gran giurì di Polk County emise il verdetto: sequestro aggravato e omicidio volontario ai danni di Leslie Bradshaw e sequestro aggravato e tentato omicidio di secondo grado della moglie, Penny. Trentadue anni di carcere. Waldroup aveva scampato la pena capitale grazie alla strategia difensiva dei suoi legali che si basava sulla genetica.

La strategia della difesa si fondava sulla monoamino-ossidasi A, o MAO-A. Il gene MAO-A codifica un enzima la cui funzione è distruggere i neurotrasmettitori. Questi ultimi sono le molecole messaggero che si muovono nelle sinapsi quando pensiamo o compiamo un’azione e la regolazione della loro attività è una componente essenziale di una vita normale. Ci sono circa un centinaio di neurotrasmettitori ma tra i più importanti e conosciuti ci sono la dopamina, la serotonina e la noradrenalina. Queste molecole sono responsabili del nostro umore e delle dipendenze da alcol, gioco o sesso. La MAO-A non fa che tagliare via una parte delle molecole una volta che queste hanno trasmesso il loro messaggio da una cellula all’altra e in questo modo le rende inutilizzabili.

Il gene MAO-A è indispensabile per una vita normale e nell’ambito comportamentale è stato associato a patologie come l’autismo, l’Alzheimer, il disturbo bipolare, ed il disturbo da deficit d’attenzione e iperattività e la depressione grave. Negli ultimi anni dello scorso secolo alcuni studi avvalorarono l’ipotesi che particolari varianti del MAO-A ricorrevano più spesso in persone con comportamenti aggressivi, impulsivi o criminali.

Verso il 2004 il MAO-A fu ribattezzato «il gene del guerriero». Nel 2009 un algerino che viveva in Italia, Abdelmalek Bayout, ebbe uno sconto di pena di un anno per l’omicidio di un colombiano dopo una perizia della difesa che lo indicava come portatore del gene MAO-A difettoso. Questo incrocio tra diritto e genetica è però pericoloso in quanto etichettare uno specifico gene come il “gene della malvagità” di fronte a studi non ancora definitivi e incompleti rischia di alimentare un “giustificazionismo genetico” di fronte a crimini orribili ed efferati.

 

Non possiamo accettare quanto riportato per come è riportato – come rischio – nell’ultima riga del brano, mi pare, anzi ne sono convinto.

Torna da capo l’ennesimo diuturno, faticoso, difficilissimo tema del libero arbitrio, cioè della polarità fra necessità e libertà, fra Lutero, Spinoza e Benjamin Libet da un lato, Aristotele, Agostino, Tommaso, Erasmo e Kant dall’altro, per tacere di altri meno noti.

Non possiamo non ritenere che noi agiamo decidendo in qualche modo e misura liberamente di fare il bene o il male, o azioni ambigue, intermedie. Il latino possiede due verbi per dire ed esprimere l’azione del “fare”: agere e facere, con due accezioni diverse, poiché il primo esprime genericamente un’attività purchessia, il secondo, invece, un’attività virtuosa, vale a dire “volta al bene” proprio e altrui. In latino, pertanto, se si vuole citare un agire virtuoso, non si dice bona facienda, bensì bona agenda (sunt), vale a dire “le cose buone sono da fare“, come raccomandazione e auspicio (e, implicitamente, evitando quelle male), proprio per questa ragione semantica.

Il mio carattere personale è segnato da una notevole capacità di controllo, tant’è che i più (i quali mi conoscono di meno) ritengono che io sia una persona quasi imperturbabile, avendo nella mia vita professionale dimostrato molte volte e in situazioni non poco ardue, una pazienza e una capacità di ascolto tali da far concludere positivamente dialoghi e trattative estremamente difficili. Non è del tutto così, poiché io sono anche collerico, iracondo, e non poco. Sbotto a volte, ma non mai in pubblico, con una violenza verbale inusitata e talora sono stato tentato (sono tentato), a fronte di situazioni di contrasto duro, di passare a vie di fatto. Forse che ho il gene di cui sopra? Forse che sarei capace di arrivare ad estreme conseguenze? Sinceramente non lo so. Una cosa so, senza dubbio: che sarei capace di usare ogni mezzo per difendere, ad esempio, mia figlia. Anche un’arma mortale.

La legittima difesa è ammessa dai codici civili/ penali di ogni nazione provvista di leggi da “stato di diritto”, ed è ammessa pure dalla grande tradizione morale, filosofica e teologica. Tommaso d’Aquino ha parole chiarissime sulla eventualità che uno, nel difendersi o per difendere un suo caro, tolga la vita all’aggressore, sottolineando che il male dato è un male minore rispetto al male evitato.

Ma ciò che sembra generare il gene MAO-A è altro. Lo spazio che sussiste fra la violenza immotivata e la violenza da legittima difesa è da studiare con cura, interfacciando le discipline neuroscientifiche con quelle etiche e antropologiche, al fine di trovare un’area nella quale si possa decidere se il male fatto dipende da un condizionamento biologico irresistibile, e perciò non punibile, o da malvagità individuale che ha rilevanza morale e penale.

Rifletto su queste cose, mentre alto (non qualitativamente) è il dibattito italiano sulla cosiddetta “prescrizione” dei processi penali, nel quale vi sono addetti ai lavori come l’ex procuratore Pier Camillo Davigo che ritengono le persone “assolte” da accuse, in qualche modo, solo dei “colpevoli che l’hanno fatta franca”, in ciò sostenuto dal giornalista Travaglio. Per questi due, che per fortuna appartengono a una minoranza (credo e spero) in questa nostra Italia, evidentemente, o il gene della malvagità è presente in tutti i DNA, ma allora nessuno sarebbe colpevole, oppure tutti sono liberamente malvagi e pertanto tutti (tra i quali pure io e te, gentil lettore) vanno messi in galera, intanto. Grazie a Dio e a un’umanità che non demorde dal suo destino, così non è.

Infortuni ragionevolmente imprevedibili: esistono ancora?… Libertà individuale, regole e “involontario in causa”

Paolo, dirigente di Unindustria di Pordenone, è un ingegnere e un uomo creativo, umanista nel senso più ampio del termine. Un amico che stimo sotto tutti i profili, per la sua simpatia e competenza professionale. Quest’anno mi ha invitato a tenere una relazione a un convegno dal titolo molto sibillino, oltre che classicamente retorico “Infortuni ragionevolmente prevedibili: esistono ancora?”.

Gli interventi degli altri relatori sono stati vari ed equilibrati, certamente integrati e integrabili: quello del sociologo professore all’Università di Trento,  Massimiano Bucchi, autore di diversi volumi tra cui il recente edito da Rizzoli Sbagliare da professionisti. Storie di errori e fallimenti memorabili, del giudice Antonio Lazzàro, uomo di grande esperienza giuridica, della Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione di Luxottica ingegner Ambra Ambroset, e dello psicologo vicentino Antonio Zuliani, esperto di “psicologia sociale delle catastrofi”.

Duecentocinquanta tecnici e studiosi in una grande sala della Fiera di Pordenone. Conferenza valida anche per crediti di aggiornamento per gli ingegneri, i periti industriali, i geometri e i responsabili del servizio di prevenzione e protezione aziendali. Mancavano del tutto o quasi i capi azienda intesi come primi azionisti e titolari. Certamente non erano i primi invitati, ma anche se lo fossero stati, a mia esperienza, ne sarebbero venuti pochi, molto pochi. Quale la ragione? Ebbene, costoro, per ruolo e self consciousness sono troppo convinti che non gli serva stare insieme a molti altri, precipuamente di ruoli tecnici ed operativi, in quanto loro “comandano” ed essenzialmente sanno già tutto, o quasi tutto, proprio perché… comandano.

Infatti, salvo qualche virtuosa eccezione spesso a me nota, il loro retro-pensiero è questo “se io ho inventato questa azienda e altri no, anzi lavorano per me, vuol dire che io sono diverso e non ho bisogno di studiare come loro“, non capendo che studiare fa sempre bene, perché apre la mente e fa capire come, studiando, ci si accorge di avere sempre bisogno (socraticamente) di studiare ancora e ancora e ancora, perché la scienza e la sapienza non hanno confini, non hanno limiti.

Ho provato a proporre un contributo a modo di meta-intervento filosofico, e ho ritenuto di svolgerlo in questo modo…

infortuni ragionevolmente prevedibili

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