Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: paleoantropologia (page 1 of 17)

Siamo tutti neri e poi caucasici, o… o… o… esseri umani interfecondi e perciò depositari di pari dignità

Caro lettore,

questo è un pezzo particolarmente dedicato a chiunque nutra sentimenti o pensieri razzisti o suprematisti bianchi, neri, gialli, e di qualsiasi altro colore.

Il termine europoide o caucasoide indica una classificazione antropologica dell’Homo sapiens, definibile a partire dalla forma del cranio ed altre caratteristiche craniometriche ed antropometriche: tale termine infatti identifica non solo gli Europei ma anche quasi tutti gli Africani settentrionali e i Mediorientali. Con le recenti migrazioni che hanno seguito le scoperte geografiche il gruppo si è diffuso anche nelle Americhe (principalmente negli Stati Uniti, nel Canada e nel Cono Sud risaltando nell’Argentina) e in Oceania (attualmente nella maggior parte dell’Australia e in Nuova Zelanda).

Nonostante il termine “razza” venga messo in dubbio da molti antropologi culturali e sociali, questo lemma rimane in uso nelle branche biologiche e scientifiche dell’antropologia, particolarmente tra gli antropologi fisici e forensi, oltre che tra molti genetisti, a causa della possibilità di riconoscere un individuo caucasoide tramite analisi genetiche e misurazioni antropometriche del suo scheletro.

Il suffisso -oide è usato per riferirsi a classificazioni antropologiche come mongoloide o negroide, mentre è preferibile usare Caucasico per riferirsi alle popolazioni che abitano il Caucaso, come i georgiani, gli armeni e gli azeri. I due termini sono però molto spesso usati erroneamente per indicare l’etnia europoide.

In ogni caso, proveniamo tutti, primariamente, dall’Africa meridionale (Homo Naledensis) e dalla Rift Valley (Lucy), e successivamente dal crogiuolo caucasico. Proviamo a leggere più sotto parte di un capitolo inserito da Joseph Roth nel reportage pubblicato nel 1926 sulla Frankfurter Zeitung, dal titolo Viaggio in Russia. A nove anni dalla Rivoluzione d’Ottobre (iniziata il 7 novembre 1917 del calendario gregoriano), il grande scrittore ebreo-austro-galiziano parte per un lungo viaggio verso l’Est europeo fino ai confini delle immense plaghe euro-asiatiche, e registra paesaggi, impressioni, colori, odori, lezzi inenarrabili, musiche, balli e malinconie, bimbi scalzi e mendicanti cenciosi, attraversa fiumi come il Dniepr e il Volga immensi, e scrive, scrive, mostrando che ogni forma di razzismo è ottusa e antiscientifica. E questo ci deve consolare e rassicurare.

Però, prima di dare uno sguardo agli elenchi di popoli incontrati dallo scrittore, partiamo da una classificazione generale  di carattere antropologico, che distingue questi tipi fisici principali all’interno del gruppo caucasoide:

– mediterraneo: costituisce una componente cospicua dei popoli della Penisola iberica, delle isole mediterranee, della Francia del sud, dell’Italia, della Grecia e del Nord Africa,

dinarica (detto anche illirico): dominante nei Balcani occidentali,

alpina: dominante nell’Europa centrale,

nordico: dominante nella Scandinavia occidentale, sulle coste del Mare del Nord, del Mar Baltico occidentale, presente accanto ad altri tipi fisici in tutta Europa,

baltico: dominante nell’Europa orientale e sulle coste del Mar Baltico orientale,

cromagnoide: dominante in Europa settentrionale, presenta caratteristiche simili a quelle degli scheletri dei cacciatori/raccoglitori (Cro-Magnon) del Paleolitico e Mesolitico europeo,

orientalide: dominante in Medio Oriente,

irano-afgano: dominante nelle popolazioni Medio-orientali.

 

Vediamo ora l’elencazione che ne fa Roth, suddividendo in ulteriori classificazioni le popolazioni del ceppo caucasico incontrate nel suo viaggio, e il risultato è impressionante.

Nei 455.000 chilometri quadrati dell’immensa plaga montagnosa ha recensito oltre cinquanta popoli, traendone i nomi da una vecchia guida tipo Touring Club. Alcuni: i nogai, i kara-nogai, i turcomanni che ancora portano l’anello al naso; i caraciai; i curdi, nazione sparsa oggi su quattro stati (Turchia, Irak, Siria, Iran), i mugali e i lesghi di etnia daghestana; nel distretto kubruico si trovano i chaputlinci, i chinalunghi, i buduchi, i çekci, i krizli, i curini e i tati che sono un resto degli antichi persiani; nel distretto di Nucha si trovano i vartesi e i nidseh; i talisci nel distretto di Lengoran; nelle steppe muganiche vivono tribù fatte deportare dallo zar per punizione, e sono i duchoborcy, i molocani, gli starovercy e i sobotniki; nei villaggi di Gojza e Samachov vivono tribù sveve (!) di fede mennonita; nei villaggi di Privolnaja e di Probos vivono popolazioni ebraiche dette gerim, sono gli ebrei delle montagne.

I popoli del Caucaso sono jafetidi (dal nome del figlio del patriarca biblico Noè Jafet, oppure alarodici, come i chetiti biblici e gli urartu, discendenti degli antichi Caldei; jafetidi sono i nairi e i mittani, che compaiono fin da testi cuneiformi assiri, in ogni caso apparentati con gli abitanti di Cipro e di Creta, con i pelasgi, i liguri, gli etruschi, gli iberi e i baschi.

Così, tanto per farsi un’idea dell’enorme varietà antropologica di una plaga tutto sommato non enorme della zona di confine euro-asiatica, come diligentemente riporta Joseph Roth.

Che dire se non che la ricchezza infinita delle declinazioni etniche ci impone una riflessione seria e paziente, ma soprattutto rispettosa e ammirata dell’incoercibile diversità in cui si è espressa la Natura e la Storia?

Edith Scaravetti, Toulouse, France

Edith Scaravetti, colpevole di aver ucciso il marito violento con una carabina e averlo murato nel cemento, è stata condannata a 3 anni di carcere contro i 20 che chiedeva l’accusa.” (dal web)

Nella sentenza di Tolosa i giurati hanno tenuto conto di tutte le angherie subite dalla trentunenne, con tre figli, in dieci anni di convivenza matrimoniale. “Omicidio involontario” e perciò di gravità molto inferiore alle altre fattispecie del volontario e del premeditato. La signora Scaravetti, di chiara origine italiana, era in carcere dal 21 novembre del ’14 ed è stata immediatamente posta in libertà.

La sua difesa ha descritto durante il processo la personalità del marito, Laurent Baca, “uomo che esigeva tutto, che ha fatto vivere per 10 anni un vero calvario a Edith Scaravetti“, fatto di “violenze fisiche, psichiche e sessuali“. Per questo “non potete giudicare Edith Scaravetti come una volgare assassina“.

Quest’uomo la picchiava, anche perché spesso ubriaco, e forse spacciava. Un infelice pieno di problemi che scaricava su lei e sui figli. I fatti, così come raccontati dalle cronache del tempo:

Il 6 agosto 2014, lui rientra alle tre di notte, la tira giù dal letto, la prende a calci, la fa rotolare dalle scale, afferra una carabina calibro 22 e se la punta alla tempia. Le dice: fammi vedere se sei capace di farlo. Edith forse preme il grilletto o forse il colpo parte chi sa come, non lo ricorda, non lo sa. Sa che prende il corpo di Laurent Baca e lo nasconde in giardino, poi, quando arrivano le mosche e il fetore, se lo carica in spalla, lo porta in soffitta e lo seppellisce sotto una colata di cemento. Per tre mesi, fa finta di nulla.”

Il resto è noto, e ora una riflessione, utile per considerare il valore della vita umana, di ogni vita, di una vita specifica, quella lì, nel contesto, però. In generale il valore della vita del singolo ha assunto diverse connotazioni a seconda dei tempi, dell’ètnos e dell’ethos cui ci si riferisce. Oggi che la pena di morte anche per i più gravi reati sta lentamente uscendo dagli ordinamenti penali di quasi tutte le nazioni (ogni anno qualche stato aderisce alla dichiarazione Onu contro la pena di morte, oppure la ha sospesa da tempo motu proprio), il valore della singola vita umana pare essere lievitato, come da un’ispirazione morale comune, che potremmo far tranquillamente ascendere alla lezione evangelica, a Gesù di Nazaret, lezione che ha lentamente permeato i fondamenti etici e giuridici della maggior parte delle nazioni.

Parto dalla pena di morte, per dire che si tratta dell’ambito etico-giuridico legato alla legislazione generale che l’uomo ha definito nel tempo come regola di convivenza, e per la tutela delle collettività. Oggi la maggioranza degli esseri umani è probabilmente contraria e le conseguenze normative si constatano come scrivo sopra.

Altro tema è quello dell’omicidio e della legittima difesa che può causare un omicidio. Ecco: se l’uccisione di un altro essere umano è, in sé, cosa gravissima, colpa, reato e… in ambito teologico, peccato, avvenendo in particolari circostanze, come quelle della legittima difesa di sé e dei propri cari, oppure in una situazione di guerra, come nel caso di mio padre che uccise all’arma bianca un greco nel 1942, e io sono a questo mondo in ragione di questo tristissimo evento, assume connotazioni morali diverse. Già il caso di mio padre è profondamente differente da quello di Edith: infatti lui mi raccontò costernato quei fatti  dicendo “ero io a casa sua” (nella disgraziata guerra italo-greca).

Edith si è trovata in una situazione terribile, quando il marito ubriaco ha fatto la bravata di puntarsi il fucile alla tempia e di istigarla a premere il grilletto se avesse avuto il coraggio. Quali sentimenti, quali terrori, quale spavento in quel frangente in quella donna? Che cosa poteva riuscire a pensare, magari con i figli piccoli presenti?

Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae, III-II, 64, 7, propone la dottrina del male minore e del diritto all’autodifesa in modo molto chiaro, come si legge di seguito:

Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore. Orbene, codesta azione non può considerarsi illecita, per il fatto che con essa s’intende di conservare la propria vita: poiché è naturale per ogni essere conservare per quanto è possibile la propria esistenza. Tuttavia un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine. Se quindi uno nel difendere la propria vita usa maggiore violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita.”

E dunque, posto che Edith non volesse premere il grilletto uccidendo così il marito, a quale punto di sopportazione era arrivata? Nessuno lo sa e lo può sapere. Quanta paura fisica per sé e per i propri figli aveva? Nessuno lo sa e lo può sapere.

Per questo a me sembra, e lo dico sapendo di trattare un tema delicatissimo, la giuria, se ha colto negli occhi e nelle parole di Edith un dispiacere per l’accaduto, anche se i suoi comportamenti dopo i fatti sono sgangherati e colpevolizzanti, come l’aver nascosto il cadavere, ha ritenuto che quella signora non aveva intenzione di uccidere il marito, cosicché ha fatto bene a decidere una pena minima.

In proposito la buona Teologia, se parliamo di intenzioni del cuore ad operare una scelta piuttosto che un’altra, ci viene ancora in soccorso. Basti leggere alcuni versetti del Vangelo secondo Matteo al capitolo quinto (dal versetto 27 al 48), che così recitano:

Voi avete udito che fu detto: Non commettere adulterio./  Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per appetirla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore./  Ora, se l’occhio tuo destro ti fa cadere in peccato, cavalo e gettalo via da te; poiché val meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, e non sia gettato l’intero tuo corpo nella geenna./ E se la tua man destra ti fa cadere in peccato, mozzala e gettala via da te; poiché val meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, e non vada l’intero tuo corpo nella geenna./ Fu detto: Chiunque ripudia sua moglie, le dia l’atto del divorzio./ Ma io vi dico: Chiunque manda via la moglie, salvo che per cagion di fornicazione, la fa essere adultera; e chiunque sposa colei ch’è mandata via, commette adulterio./ Avete udito pure che fu detto agli antichi: Non ispergiurare, ma attieni al Signore i tuoi giuramenti./ Ma io vi dico: Del tutto non giurate, né per il cielo, perché è il trono di Dio;/ né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re./ Non giurar neppure per il tuo capo, poiché tu non puoi fare un solo capello bianco o nero./ Ma sia il vostro parlare: Sì, sì; no, no; poiché il di più vien dal maligno./ Voi avete udito che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente./ Ma io vi dico: Non contrastate al malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra;/ ed a chi vuol litigar teco e toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello./ E se uno ti vuol costringere a far seco un miglio, fanne con lui due./ Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un imprestito, non voltar le spalle./ Voi avete udito che fu detto: Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico./ Ma io vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano,/ affinché siate figliuoli del Padre vostro che è nei cieli; poiché Egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti./ Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno anche i pubblicani lo stesso?/ E se fate accoglienze soltanto ai vostri fratelli, che fate di singolare? Non fanno anche i pagani altrettanto?/ Voi dunque siate perfetti, com’è perfetto il Padre vostro celeste.”

E un tanto basti, mio gentil lettore, per comprendere che le ragioni del cuore, insieme con la riflessione razionale, quando questa è possibile, sono quelle che governano una morale sana a giusta, come insegna il Maestro.

La Casaleggio e C. Srl verso l’orrore

Caro lettor mio,

per iniziare questo pezzo ti propongo di andare sui vangeli come ti spiego dopo, là dove il Procuratore romano Ponzio Pilato, lavandosi le mani delle sorti di uno in cui non aveva visto colpe, e nell’occasione della Pasqua ebraica (Pesah) che prevedeva la consuetudine di liberare un prigioniero, propone al “popolo” la scelta tra Gesù e Barabba, ottenendo dalla folla (non dal popolo) l’urlo belluino che segue: “Bar-abba, Bar-abba“, con le conseguenze che conosciamo (cf. Marco 15, 7; Matteo 27, 16; Luca 23, 19; Giovanni 18, 40, dove Barabba viene variamente definito omicida, prigioniero famoso o semplicemente brigante).

Barabba (aramaico בר-אבא, Bar-abbâ, letteralmente “figlio del padre”) o Gesù Barabba (Yeshua Bar-abbâ, letteralmente “Yeshua, figlio del padre”, come riportato in alcuni manoscritti del Vangelo secondo Matteo) era, secondo i quattro vangeli canonici, un ebreo appartenente probabilmente al partito degli zeloti, detenuto.” (dal web)

Ora, caro lettore, vediamo la ragione per la quale ho esordito con citazioni evangeliche, la cui analogia certamente coglierai con quanto segue. E parliamo di politica.

Già il padre dell’attuale titolare della Casaleggio e C. Srl, Gianroberto, aveva teorizzato la fine di tutti i partiti, come mediatori di democrazia, e l’avvento in loro totale sostituzione, della democrazia del web, per cui il “popolo sovrano” avrebbe deciso votando le proposte del M5S e affini o successori tipologici. Il tutto echeggiando una lettura raccogliticcia e da divulgazione à la Giacobbo/ Lucarelli della filosofia di Jean Jacques Rousseau, che era già confuso di suo nelle idee e negli scritti, nonché sufficientemente fanatico.

Infatti il ginevrino scrisse di “volontà generale” intendendo, comunque, con questa espressione di filosofia politica una nozione vicina al concetto di “ricerca del bene comune”, non tanto un devastante dominio delle maggioranze sulle minoranze. Ma tant’è, la Casaleggio e C. governa questo processo info-politico a nome e per conto di questo nuovo potente partito, che vuol continuare a chiamarsi movimento  pretendendo di irridere secoli di storia, anzi forse millenni, e almeno dai tempi di Pericle.

Ogni tanto penso alle idee che Marx aveva maturato sui suoi seguaci “marxisti” e si sa da testimonianze attendibili, che li avrebbe presi a schiaffi, proprio per il loro dichiararsi tali. Altrettanto posso pensare di Rousseau rispetto a questi penosi orecchianti. Ricordo quando comparvero nel 2013 i Crimi e le Lombardi e mi chiesi da dove uscissero tali analfabeti. Poi sono addirittura peggiorati e i loro capo politico, in grisaglia con faccia da bambino, è il peggiore, forse.

Il fatto è che i partiti sono veramente al lumicino, e anche la Lega non pensi di essere la vittoriosa del futuro, ché la verità delle cose fa presto a venir fuori e le bugie o le false promesse hanno gambe corte e lunghe a seconda dei casi, corte per svelare l’inganno, lunghe per rifilare solenni calci in culo agli improvvidi.

Di Forza Italia sappiamo tutto, ché è legata a doppio filo con il destino del suo fondatore e immarcescibile prence, il dottor Silvio, migliorato col tempo. Del PD male, spiace dirlo, ed è il partito a me ora più affine, ma non finché lo governava l’arrogante di Rignano sull’Arno.

Non parlo degli altri frammenti più o meno nostalgici, sperando che molte persone di buona volontà la mostrino in questo frangente difficile e contorto, partecipando, dando una mano a chi non crede nelle semplificazioni mortuarie e nella subornazione degli ingenui, a chi odia i manipolatori di tutte le risme e vuol mettere in guardia gli schiavi del web dallo stesso web omnipresente e furbescamente fascinoso.

Non può essere la macchina apparentemente intelligente, il caso di Facebook di queste ore lo dimostra, a dominare l’uomo, lasciamo stare le previsioni di Nick Bostrom, di cui qui parlo più indietro, ma l’incontrario. E perciò, cari Casaleggio e C. vi auguro di camminare sempre più soli verso l’orrore, anche se spero per tutti, e dunque anche per voi, nella resipiscenza, nel ripensamento, nella conversione anche per i peggiori delinquenti, tra i quali ancora non vi annovero.

De bestialitate vel de humana stultitia

Francisco Goya è l’autore dell’acquaforte-acquatinta del 1797, che ho scelto per illustrare questo post: Il sonno della ragione genera mostri. Il dipinto mi parso adatto a commentare qual metafora immaginifica i molti “mostri mediatici” che ci vengono erogati quotidianamente dal sistema della comunicazione.

La bestialità nel codice teologico-morale classico è un peccato gravissimo legato a una sessualità deviata, e ciò  fino a tre secoli fa, significando le pratiche con animali, persone dello stesso sesso e “Giudei”.

Bestialitade è, quando non solamente si perverte l’appetito, e la ragion pratica, ma ancora s’adopera contr’alla natura, per bestiali operazioni. Così recita un testo dell’Accademia della Crusca e, più o meno, anche il manuale per i confessori voluto da san Pio V e perfezionato dai Padri Cappuccini nel XVI secolo.

Pazzesco mettere vicino la copula con un cane, l’omosessualità e gli Ebrei, ma può anche essere metaforicamente un’indicazione di grave mancanza cognitiva/ culturale. Qui tratterò soprattutto questo aspetto metaforico, dopo aver fatto solo un breve cenno all’etimologia teologico-morale.

Politici e giornalisti dicono spesso bestialità in Italia e altrove: basti dare uno sguardo al quasi sempre ingeneroso verso l’Italia quotidiano inglese The Guardian. Una risale a questi ultimi giorni: l’intellettuale (faccio così per dire), con occhiali, barbetta breve e riccioloni del M5S, tal Danilo Toninelli, ha affermato che, siccome il loro movimento ha vinto le elezioni, non solo pretendono di presiedere il Governo della Repubblica Italiana, ma vogliono anche la Presidenza della Camera, non si sa in base a quale vincolante norma o consuetudine politica.

Ricordo al non imberbe e non poco presuntuoso esponente politico che nel ’72, nel ’76 e nel ’78, pur essendo state vinte dalla Democrazia Cristiana le consultazioni politiche, la Presidenza della Camera dei deputati andò, rispettivamente, a un socialista (per suffragi terzo partito a quelle elezioni) che sarebbe successivamente stato eletto Presidente della repubblica, Sandro Pertini, e a due prestigiosi e stimabilissimi esponenti del Partito Comunista Italiano, Pietro Ingrao e Nilde Iotti. Negli anni ’90 furono Presidenti della Camera Giorgio Napolitano e Luciano Violante, del Partito Democratico della Sinistra, che non era stato il primo partito -per consensi- alle elezioni precedenti, ma il secondo.

E studiare un po’ la storia contemporanea, on. Toninelli, prima di sparare cazzate?

Un’altra bestialità del giorno, ma non fa passar giorno senza dirne una, l’ha detta proprio oggi l’onnipresente sui media (checché ne dica, miagolando lamentosamente) Salvini: che si possa fare un’altra riforma elettorale in sette, diconsi 7, giorni. Bum! Dài, Salvini, anche tu, non sparare cazzate, ché ci avete messo del vostro, tutti o quasi tutti a fare, prima il porcellum, a cura del tuo compagno di partito Calderoli, ghignante a guisa di tuo maestro in smorfie e ghigni, e ora, a cura di quella volpe di Rosato del PD, l’omonima boiata, non si capisce perché goffamente latineggiante.

Un’altra c.ta, e il gentil lettore, fortunatamente abituato a un linguaggio mio spesso elevato, se non addirittura aulico, quando l’argomento merita, mi perdoni, ma qui…, la ha detta, sempre Salvini, poche ore fa: che il Regolamento della Riforma carceraria è una misura “salvaladri”, battuta propagandistica disonesta in sé e tecnicamente sbagliata. Il politico in questione titilla i sentimenti più beceri dei più disinformati e pigri utenti di mamma tv e del web, questa è la semplice elementare verità che lo riguarda. “Salvaladri” cosa?, quando questa misura, in una situazione carceraria -quella italiana- indegna di una grande nazione civile, e vergognosa sotto il profilo dei diritti umani e civili, in aperta ed evidente violazione dell’art. 27 della Costituzione che vieta pene disumane e degradanti, affida comunque ogni decisione per consegnare a misure alternative al carcere chi ha una condanna entro i quattro anni di reclusione, al giudice di sorveglianza, e quindi non vi è alcun automatismo.

Un altro personaggio prodigo di stupidaggini è il Governatore pugliese, Emiliano, che riesce spesso ad essere dalla parte più insipiente di ogni decisione politica, sia all’interno del suo partito, il PD, sia sotto il profilo amministrativo: basti osservare i suoi ricorsi al Tar sulla vicenda dell’Ilva di Taranto. Non so dove quest’uomo, ex giudice non dimissionario, viva, se in cielo in terra o in nessun luogo.

Altra esemplar manifestazione di hebetudo simplex è quella della Meloni, che tromboneggia in romanesco neanche fosse appollaiata sulla curva sud dei laziali o romanisti non importa, proponendosi come premier, in quanto donna, ma dài. Vinci le elezioni come frau Angela e poi ti proponi, non con il 4 per cento dei voti.

Se si vuole posso continuare impunemente questa triste carrellata di ben poco aurea mediocritas, ma forse è preferibile smettere e passare ad altro titolo, che certamente qualcosa o qualcuno mi ispirerà ben presto, anzi, immantinente, caro lettor mio. E ringraziami (scherzo, sai) perché stavolta ti ho risparmiato la Boldrini.

Stephen Hawking, con la sua dolorosa esperienza ci ha insegnato il potere della mente

…e l’ho capito bene in questa fase della mia vita. Grazie caro Stephen, ti ho ammirato per decenni, tu tetraplegico, ammalato di SLA, ricercatore e docente sulla cattedra di Newton a Cambridge, mandi, par furlan, che il Signor a ti tegni cun sé. Soi sicur.

Ha scritto libri di scienza e di divulgazione popolare con precisione e umiltà. Ha vinto le sue battaglie combattendo con tutto il coraggio necessario e anche di più. Io che da otto mesi sono messo alla prova e oggi posso dire di stare molto meglio, perché studio, lavoro, prego, bestemmio pregando, scrivo, vado in palestra, penso a Stephen, che a sua volta pensava alla “teoria del tutto”, per cercare una sintesi tra le quattro forze (gravità, nucleare forte, nucleare debole, elettromagnetismo), la dottrina della relatività generale (Einstein) e quella quantistica (Heisenberg).

Il tempo che gli avevano preconizzato era di soli due anni dall’ammalamento, e lui è durato fino a settantasei, cioè oltre mezzo secolo in più del pronostico, a dire che le previsioni umane, anche se connotate di scienza, sono spesso lontane dal vero accadere delle cose, poiché la differenza la fanno, oltre ai farmaci, lo spirito, la dimensione psico-morale che è irriducibile a ogni positivistico conto, a ogni previsione epidemiologica o statistica.

La vita tende sempre alla vittoria, emergendo dalle falle del corpo, struggendosi e aggrappandosi alle liane della speranza, passione e virtù per la vittoria. La sua voce resa artificiale dalla macchina, la paralisi degli arti, la dolente piegatura del capo, gli occhiali troppo grandi sul volto emaciato, non vincevano mai sul pensiero e sulla mente fervidamente vitale. Fino ad ora, ma ora il suo venir meno è un’altra vittoria, non solo temporale, ma vera, di una verità real-metaforica, come le cose migliori del mondo umano, e dell’intero universo, o multi-verso che sia, non lo sappiamo, né lui lo sapeva, mentre ricercava la teoria del tutto.

Lui era ben più della teoria che ricercava, ché la teoria era dentro di lui ed ora permea il suo ricordo e la memoria del suo combattimento, così rappresentabile a parole se chiediamo a san Paolo un aiuto “Ho combattuto la mia buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (2 Timoteo 1, 7). Ebbene, Stephen ha combattuto, ha terminato la sua corsa (terrena), ha conservato la fede… nell’intelligenza dell’uomo che lui, per parte sua, ha usato con dovizia parsimoniosa e con generosità totale, nella ricerca, nell’insegnamento, nella scrittura di testi difficili e anche divulgativi, con l’umiltà di chi sa di poter dare pur avendo molto da chiedere, anzi proprio in ragione di questa sua necessità. Hawking ha ampiamente pareggiato il conto del dare-avere, partita doppia della sua vita per rapporto con quella degli altri, della mia, della tua, caro lettore che indugi su questo mio scritto.

E ora la sua anima placata dopo la lunga corsa, può attendere alla contemplazione della poesia del cielo profondo e stellato, che lui amava, cercando di capirne i segreti, senza carpirli ad alcuno, anche a quel Dio di cui dubitava, ma che non escludeva dall’orizzonte degli eventi, poiché ogni tanto si affacciava alla sua mente la domanda antropologica, io lo presumo anche se non lo ho letto da nessuna parte: “perché l’universo esiste e non no, perché io esisto e non no… forse io esisto e lui esiste affinché io possa contemplarlo e ammirarlo?”

Desidero pensare questi pensieri che a parer mio si attagliano molto al pensiero del grande scienziato, tanto grande da sapersi rendere umile davanti all’infinito mistero del cosmo.

Medito su questi pensieri che me lo rendono affine in umanità e vicino nel pensamento, e mi viene da pregare l’Incondizionato Iddio che da qualche parte forse sorride, senza prenderci mai in giro, perché siamo sue creature, del nostro spaesamento. Il sorriso dolente di Hawking, deformato dal male, mi pareva esprimere la profondità di questo mistero immenso, quello del dilatarsi dello spazio-tempo, quello del rapporto tra la relatività generale e il moto imprevedibile delle micro-particelle regolate (si fa per dire) dalla meccanica quantistica, che è celeste come può immaginarsi l’armonia delle sfere e la musica di Bach, quella dei Brandeburghesi, così immaterialmente vocati a rappresentare ciò che non può esserlo se non con un atto di pura illuminazione richiesta con l’umile preghiera di chi sa di non sapere.

Che il Signore del tempo e dello spazio ti accolga tra le sue braccia paterne, Stephen.

 

Lo “webete”, pronunzia “uèbete”

Oh mio gentil lettore, indovina chi è, ti darò alcune tracce.

E mi aiuterà il valoroso e stimabile giornalista Enrico Mentana.

“In risposta a quelli che chiama «avvelenatori del Web», Mentana ha imbastito negli ultimi giorni una strenua ed encomiabile battaglia. E nel rispondere all’ennesimo sconosciuto che lo contestava polemizzando sugli immigrati che stanno negli hotel di lusso mentre i terremotati dormono in tendopoli, il Direttore ha toccato un nuovo apice e coniato un’offesa che dimostra come la lingua, usata da chi ne è maestro, è ancora una spada efficacissima.

Mi stavo giusto chiedendo se sarebbe spuntato fuori un altro così decerebrato da pensare e poi scrivere una simile idiozia», commenta il giornalista. «Lei pensa che il prossimo le sia simile. Ma non c’è distanza maggiore che tra il virtuoso e il virtuale: eppure per lei se uno non grufola contro gli invasori è un fake. Lei è un webete.” (dal web)

Il webete è uno che pensa di sapere e non sa, scrive molto su twitter  perché non può permettersi un blog tipo questo a meno che non paghi un altro in grado di farlo, fa politica ed è già arrivato a livelli notevoli per questi tempi un po’ disgraziati, approfittando del vuoto pneumatico che lo circonda. Ha un aspetto gentile, educato, un taglio di capelli da bravo ragazzo, un eloquio solo apparentemente forbito, ché, se si sta attenti, litiga con i congiuntivi, necessari in italiano nelle frasi concessive e ipotetiche. Non conosce l’ottativo e l’esortativo. Ha frequentato un istituto superiore tra i più facili. Niente università, lavoretti qua e là. Si è candidato a capo del governo senza alcuna vergogna, e lo ha votato un italiano su tre, quasi, e tra quelli che sono andati a votare che sono un italiano su quattro. In assoluto lo ha votato un italiano su quattro aventi diritto al voto. Ha osato paragonarsi a De Gasperi, non suscitando a parer mio una sufficiente ilarità.

Torniamo al suo peccato di presunzione, perché sappiamo come questo vizio sia prodromo di un altro e più pericoloso vizio, l’arroganza, a sua volta origine della prepotenza e infine della protervia, come insegnavano Tommaso d’Aquino e Norberto Bobbio, e come ho già scritto qui recentemente.

Quello che si fa fatica a capire è come lo abbia votato un italiano su tre rispetto a chi è andato a votare e un italiano su quattro tra chi ha diritto al voto. C’è chi dice che si tratta di un voto di rifiuto dei vecchi partiti e quindi di un voto purchessia. Ma questa ipotesi non accontenta.

E ora che succederà? Ci troveremo questo semi-analfabeta capo del governo, caro Mentana? Lei ha certamente capito di chi parlo, ma anche, oso dire, tutti i miei non pochi lettori. A proposito, miei carissimi, sapete di essere quasi tremila alla settimana? Non male, vero?

Cosa si deve fare per intraprendere una strada diversa, che faccia giustizia degli ignoranti e dei webeti? Forse niente di che, perché questi sono molto diffusi: ad esempio, tra essi va annoverato l’attuale gran capo della destra, che ha una dozzina d’anni più del webete iunior, appartenendo alla stessa categoria di presuntuosi arroganti. Si tratterà di scegliere tra uno dei due per il governo, o no? Spero di no.

Vi sarà una soluzione diversa? Provo a dirla. Siccome è chiaro che ha vinto il centrodestra, checché ne dica il primo e più imberbe webete, l’unica possibilità che possa far sì che il PD, dove non mancano i webeti, ma sono meno numerosi che altrove, e perciò prendono meno voti (paradossale? non so), abbia interesse a votare per far nascere tale governo, è che il premier non sia il webete dal baffo minaccioso ma un altro, magari un veneto o un lombardo che hanno già mostrato capacità di governo nelle loro grandi regioni.

Il webete iunior, figlio della piattaforma Rousseau, intitolata a uno dei più mediocri e pericolosi filosofi moderni, dall’alto della sua scienza economica orecchiata nella Casaleggio e C. e al corso di perito turistico, mi pare, ha chiamato il prof ministro Padoan “avvelenatore di pozzi”. Lui invece è quello che promette il reddito garantito a chi cerca un reddito, magari schivando il lavoro.

Mio padre, quando non lo trovava in Italia, è emigrato in Germania, caro giggino. Ops, mi è scappato un nome.

“Scio me ne scire”, cioè so di non sapere (in latino), detto sapienziale sconosciuto a molti, specialmente agli ignoranti

Stamattina, 4 marzo, mi son portato al seggio dove dovevo votare, ma la fila era in-aspettabile e pertanto son fuggito per tornarvi a ore pasti, magari verso le 19.30. Tanta gente, e ho pensato “speriamo che questa chiamata alle armi non significhi poi che vincono i pazzi della destra o i presuntuosi incliti seguaci del pagliaccio genovese e del bimbo beota“. Ma se dovesse accadere, significa che l’Italia è questa. Basta. anche per colpe gravissime di una sinistra che, o è radical chic, preferendo abitare i salotti romani invece di comprendere i gravi problemi del lavoro, dell’occupazione e dei servizi sociali a partire da scuola e sanità, e qui generalizzo, perché mi sono stancato di vedere che non capiscono i danni che può fare un’ipotesi dell’Iva al 22%, e comunque si dilania in lotte interne indebolendosi e diventando, di anno in anno, sempre più insignificante, anomica.

Edgar Nahoum “Morin” è un filosofo e sociologo ebreo sefardita di cultura francese di novantasette anni, consapevole dei tempi che viviamo e, più in generale, delle difficoltà che l’uomo ha nel comprendere se stesso, la natura e il mondo, mentre Trump e i suoi ammiratori, anche italiani, lodano l’ignoranza, l’incompetenza e la rozzezza analitica, e vincono le elezioni. E’ uscito presso l’editore Cortina il suo Conoscenza Ignoranza Mistero, che regalerei volentieri a Salvini e Di Maio se si impegnassero a leggerlo e a commentarlo dalla prima all’ultima pagina con me. Umanamente non mi sono per nulla simpatici, ma farei questo sacrificio per il bene comune e per caritas intellectualis, umanissima, ancora prima che cristiana.

Edgar Morin sostiene che noi umani sappiamo tutto di niente e poco di molto. Ciò che ci circonda è stupore e mistero, immerso in chiaroscuri ineffabili, per cui se non siamo in grado di costruire “comunità di destino” siamo destinati (pardòn per la tautologia cacofonica), al declino, come genere umano. Per lui, se da un lato la vita è una manifestazione straordinaria dell’essere con la sua bellezza cosmica, cioè dell’ordine come dice la parola greca, con la capacità di pensiero e di autoconsapevolezza presente nell’essere umano, con le costruzioni intellettuali dell’arte, della scienza e della tecnica, che permettono di vivere meglio, fare meno fatica e sconfiggere malattie, di contro l’esperienza storica mostra anche una faccia contraria, contraddittoria, terribile con le guerre, i massacri, le crudeltà inenarrabili dell’uomo sull’uomo. Intelligenza contro cinismo, ricerca contro pigrizia e assuefazione, umiltà contro presunzione, onestà contro malaffare, e si potrebbe continuare ad libitum… Ci si chiede, e Morin se lo chiede, come mai l’uomo non impari quasi nulla dalla storia, dai suoi errori e non si trovano risposte. Il tema del male è presente da quando l’umanità ha il suo “uso di ragione” e una radice etica nel cuore, ma in pieno XX secolo, e tutt’ora sono accaduti e accadono eventi che fanno pensare come del male sia intrisa l’anima dell’uomo, fino al punto da viverlo senza patemi eccessivi, né particolari sensi di colpa, specialmente in alcune situazione. Basti pensare allo studio sulla sua banalità, come la chiama Hannah Arendt. ” Ho organizzato i treni per Auschwitz perché era mio compito, come direttore della logistica del Reich.” Queste le parole a sua difesa, pronunziate freddamente, quasi con un rattenuto sorriso, da Adolf Eichmann nell’aula del Tribunale di Tel Aviv nel 1961.

Il neuro-scienziato Wolf Singer afferma di conoscere del cervello umano oggi molto meno di quanto conosceva vent’anni fa. Ad esempio la tremenda malattia dell’Alzheimer non ha ancora rimedi, e altre come essa. Emil du Bois-Reymond proponeva, dopo le scoperte di Darwin nel 1870 di utilizzare, non solo la definizione di homo sapiens per noi stessi, ma anche, alla bisogna di… homo demens.

Il fatto è che, unico caso, quando si parla dell’uomo e della sua mente, bisogna ammettere che essa, tramite il cervello, studia se stessa, in una circolarità labirintica e inquietante, per cui siamo e non siamo padroni-della-nostra-mente.

Di contro, troviamo un’altra ricerca, quella di Tom Nichols, che pubblica La conoscenza e i suoi nemici: l’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, edito da Luiss University Press (Roma 2018). In questo volume l’autore cita, appunto, la vittoria di Trump negli USA, come dimostrazione della sua tesi. Infatti Trump,tra le pericolose facezie che ha diffuso in campagna elettorale e anche dopo la sua elezione, ha ammesso candidamente di essersi informato e formato sulla politica estera con i programmi televisivi del mattino, e ha insinuato che Barack Obama non fosse americano perché… glielo ha detto qualcuno, e ha accusato il suo rivale alle primarie repubblicane Ted Cruz di aver fatto parte, non direttamente per ragioni anagrafiche, ma con la sua famiglia, del complotto ordito per assassinare il presidente Kennedy nel 1963.

In altre parole si sta diffondendo una sorta di epistemologia laudatoria dell’ignoranza, della grettezza, dell’impreparazione, della volgarità e, come contraltare, una specie di avversione per la competenza, la cultura, il sapere strutturato e credibile. Un errore antropologico madornale, che poi si riflette su un’etica ben declinata: una cosa è dire che tutti gli esseri umani sono uguali in dignità, perché sono costituiti dalla stessa struttura-di-persona, un’altra cosa è affermare che gli esseri umani sono tutti uguali come struttura-di-personalità, come dire che genetica, ambiente ed educazione sono uguali per tutti, e che quindi ognuno può fare il neuro-scienziato o l’operatore ecologico, indifferentemente. Un FALSO madornale, clamoroso e pericolosissimo.

Questo è l’implicito che ha fatto vincere Trump e reggerebbe figure come Salvini e Di Maio, e non pochi altri.

Lo Spirito Santo, che soffia dove vuole, ce la mandi buona.

La vergognosa ignoranza di Matteo Salvini contro la “docta ignorantia” di Socrate e Nicolò Cusano

Caro lettor d’inizio settimana,

la dottrina filosofica classica distingue tra “ignoranza ignorante”, tautologia necessaria e ne esamineremo la ragione, e “ignoranza tecnica”. Ognuno di noi, anche fosse la persona più colta del mondo è comunque “tecnicamente ignorante” (participio presente che regge l’accusativo) qualcosa, molte cose, e anzi, più è colta, e più si rende conto -seguendo Socrate- (secondo il detto del grande filosofo greco “so di non sapere”) di ignorare molte cose.

L’ignoranza tecnica non fa commettere o non presuppone alcuna colpa morale, necessariamente, intuitivamente:  infatti, non si può sapere tutto, neanche di un argomento singolo, cosicché non vi è colpevolezza se non si conosce in modo adeguato un fatto o un oggetto, ovvero se si pensano cose sbagliate di essi, validando una sorta di scostamento tra la realtà ed una percezione della stessa, che nel caso risulterebbe errata. A meno che non ci si vanti di una conoscenza insufficiente e/ o erronea, perché in quel caso si configurerebbe certamente una responsabilità morale e, secondo la morale cristiana, peccato.

Generalizzando, dunque,  il termine ignoranza significa una mancanza di conoscenza o di un particolare sapere. Il termine latino ignorantia deriva dal greco gnorìzein, ed ha assunto nel tempo un’accezione sempre più negativa, man mano che si è attribuito al termine una sempre maggiore valenza, potremmo dire, “volontaria”, e quindi di cui si ha responsabilità.

Nel mondo greco-latino l’ignoranza non è mai stata apprezzata, come è ovvio, a meno che non la si intenda socraticamente, come atto di umiltà e di curiosità di apprendere sempre cose nuove: una “sana ignoranza”, potremmo dire, recuperata quasi duemila anni dopo dal teologo cardinale Nicola di Kues (Cusano) con il suo concetto di dotta ignoranza, vale a dire l’ignoranza consapevole, e perciò porta di accesso spirituale e, aggiungerei con un termine della psicologia contemporanea, cognitiva, della sapienza. Altrove, come in Estremo Oriente, troviamo dottrine diverse dalle nostre: ad esempio nel buddismo l’ignoranza è considerata come  un velo, che induce le passioni e causa le conseguenti rinascite: per questo in base a quella filosofia religiosa è preferibile non desiderare nulla di superfluo al fine di evitare il dolore, sempre presente nella vita umana, e di più in chi è più avido di possesso.

Tornando a Socrate, chi confessa la propria ignoranza compie il primo passo verso la sapienza, in greco sophìa, da sophòs, vale a dire “illuminato” (da phòs, luce), la quale però apparteneva ai cosiddetti sofisti solo apparentemente, perché questi “filosofi” (o “filodossi”, come ebbe a chiamarli successivamente Platone, vale a dire amanti dell’opinione-propria) erano troppo superbi per essere veramente saggi e sapienti.

Nel titolo poi scrivo anche il nome del politico leghista, cioè Matteo, per non dare per scontato che sia l’unico “Salvini” di fama, in quanto vi è un omonimo giudice e un altro omonimo gran maestro massone.

Davanti al Duomo di Milano qualche giorno fa il politico in questione ha comiziato giurando di osservare la Costituzione della Repubblica Italiana, per tanti anni sbeffeggiata dal suo partito insieme alla bandiera tricolore, il Vangelo, la Buona novella di Gesù di Nazaret, brandendo anche un Rosario mariano, e così mostrando coram populo (e che significa questo sintagma latino, signor Salvini? e che significa sintagma?), non la propria dotta, ma la propria sesquipedale (e sesquipedale, che significa?) ignoranza.

Infatti dubito che, se lo interrogassi, Salvini saprebbe dirmi sui simboli religiosi cristiano-cattolici usati, che cosa significa “vangeli sinottici” o “vangeli apocrifi”, e ancor di più quando nella storia della Chiesa cattolica sia comparsa la preghiera iterata (a proposito chissà se sa che cosa significa l’aggettivo “iterata”) del Rosario e se sì, di quante Avemarie sia composto e che cosa siano e significhino i “misteri” richiamati nella sua recita, etc. etc. E, in ogni caso, la citazione e l’uso di simboli religiosi in un comizio politico è inopportuno, goffo e disdicevole.

Mi fermo qui per non infierire troppo crudelmente sulla sua per me certissima colpevole ignoranza teologica e catechetica che, nel momento in cui si accorgesse di possederla, dovrebbe farlo vergognare e seguire celermente  il consiglio di Wittgenstein, facente parte degli asserti fondamentali del Tractatus Logico-Philosophicus: “Di ciò che non si sa si taccia“.

Da ultimo, solo per mettere in guardia qualche mio lettore (se c’è) di simpatie salviniane, non dico leghiste, mi chiedo quanto Salvini conosca il contesto storico-socio-politico, la genesi, il sostrato etico-ideale e il testo stesso della Costituzione della Repubblica Italiana, ovvero se abbia solo orecchiato tutto ciò, più o meno come il suo quasi sodale grillino, altro mostro di evidente vergognosa ignoranza ignorante e proporzionata presunzione.

Follia filosofica e visionarietà progettuale

Ho letto in questi giorni Nick Bostrom, fisico, filosofo e neuroscienziato svedese quarantacinquenne, PhD alla London School of Economics, direttore del Future of Humanity Institute di Oxford, nel suo Superintelligenza. Tendenze, pericoli, strategie, Bollati Boringhieri, 2018, regalatomi per il mio compleanno da Alina e Stefano. Un libro furbamente intelligente-intrigante e socialmente pericoloso, se il lettore non possiede una buona cultura filosofico-scientifica e una sufficiente soglia critica.

Per esemplificare, forse un po’arbitrariamente una parte del suo pensiero, pur correndo il classico rischio della fuorvianza o devianza interpretativa dovuta all’estrapolazione di un brano dal testo completo, ma Bostrom me lo perdonerà perché leggo tra le righe che è uomo di spirito, ti propongo, caro lettore, quanto si trova a pag. 161, in una manchette a sfondo grigio, certamente scelta dal grafico per dare maggiore importanza al testo:

“(…) Per alcuni lettori il fatto che la capacità di eseguire 10 alla 85esima potenza operazioni computazionali sia molto importante potrebbe non essere ovvio, quindi è utile contestualizzarla. Potremmo, per esempio, confrontare questo numero con la nostra stima (box 3 cap. 2) che sarebbero necessarie 10 alla 31esima meno 10 alla 44esima operazioni per simulare tutte le operazioni neuronali che avranno avuto luogo nella storia della vita sulla Terra. In alternativa, supponiamo che i computer siano usati per far girare emulazioni globali del cervello umano che vivono una vita ricca e felice interagendo tra loro in ambienti virtuali. Una stima tipica dei requisiti computazionali per far girare un’emulazione è 10 alla 18esima operazioni al secondo. Per far girare un’emulazione per 100 anni soggettivi quindi sarebbero necessarie grosso modo 10 alla 27esima operazioni. Ciò significa che si potrebbero creare almeno 10 alla 58esima vite umane in emulazione anche con ipotesi abbastanza prudenti riguardo all’efficienza del computronium.

In altre parole, supponendo che l’universo osservabile non contenga civiltà extraterrestri, a essere in gioco sono almeno 10 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 vite umane (anche se il numero reale è probabilmente maggiore). Se rappresentiamo tutta la felicità provata (e qui viene il bello, ndr) nel corso di una di queste vite con una sola lacrima di gioia, la felicità di queste anime potrebbe riempire gli oceani della Terra una volta al secondo e continuare a farlo per 100 miliardi di millenni. E’ molto importante assicurarci che siano davvero lacrime di gioia.

Occorrono commenti logorroici? Non penso, perché basta solo chiedersi come le lacrime di gioia escono dalle celle lacrimali, per quale ragione, in che contesto, in chi, per risponderci che il mero esempio computazionale è uno sterilissimo gioco accademico statistico. Infatti, l’ultima domanda che si fa Bostrom fa crollare l’intero impianto argomentativo. Basti solo pensare che si potrebbe indurre la lacrimazione in millanta altri modi, o che l’espressione gioiosa del volto potrebbe essere bio-elettricamente stimolata fino alla stereo-tipizzazione. Et de quo satis.

… e poi quanto si legge a pag.197, dove Bostrom sviluppa il tema etico-morale della sua ricerca in un capitolo dal titolo “Crimine morale”, che significa come si renda perfettamente conto di quanto va scrivendo.

“(…) Non voglio dire che dal punto di vista morale la creazione di simulazioni senzienti sia necessariamente sbagliata in ogni situazione. Molto dipenderebbe dalle situazioni in cui vivono questi esseri, in particolare dalla qualità edonica (e che è? lo so bene ciò che è,  ndr) delle loro esperienze, ma forse anche da molti altri fattori. Anche se elaborare un’etica per questi problemi è un compito che esula dagli scopi di questo libro, un punto chiaro è che si potrebbe produrre una gran quantità di morti e sofferenze tra menti simulate o digitali e, a fortiori, di risultati moralmente catastrofici.

Una superintelligenza digitale potrebbe avere anche altre ragioni strumentali, oltre a quelle epistemiche, per eseguire computazioni che istanziano menti senzienti, o che comunque infrangono le norme morali: potrebbe minacciare di maltrattare simulazioni senzienti, o impegnarsi a ricompensarle, allo scopo di ricattare o incentivare vari agenti esterni, oppure potrebbe creare simulazioni per indurre incertezza indessicale negli osservatori esterni.”

Mi fermo qui perché il testo si commenta da sé.

Ma poi, andando avanti, quando Bostrom ipotizza di viaggiare al 50% o al 99% della velocità della luce, cosa ovviamente impossibile allo stato presente e futuro delle cose, cosicché potremmo intercettare pianeti abitati da intelligenze pari o superiori alle nostre, con visioni morali molto diverse, vien da pensare che si possono fare le ipotesi più strampalate, in onore del pensiero pensante e in quanto tale potenzialmente pensante qualsiasi cosa e mai stanco di pensare, perché si pensa anche quanto si pensa di non pensare, appunto, pensando di non pensare. Platone e Aristotele, in fondo, pensavano che la filosofia fosse un’attività beata, anche se non la si volesse finalizzare a nient’altro che al piacere di pensare in modo elevato, e perciò apportatore di gioia spirituale. Perché no? Anch’io, in fondo, ho un’idea della filosofia più legata al piacere intellettuale che alla sua funzionalità pratica, se non nella sua branca morale.

Nella visione di Bostrom, per avviarmi a concludere questa breve e parziale esegesi di uno dei suoi testi, forse sarebbe addirittura preferibile un’etica declinata secondo l’AI, affidata a macchine che acquisiscono i connotati neuro-morfici delle reti corticali del cervello umano, un po’ come raccontato in film del genere Robocop, Terminator, Matrix e, appunto, lo spielberghiano AI.

L’umanesimo rimanente nella visione ipotizzata nel libro qui citato potrebbe essere, da un lato la ECG o ecografia cerebrale generale, e la VET, cioè la volontà estrapolata coerente. Ciò che resta dell’uomo biologico: what remains the human kind.

L’importante è che l’uomo pensi, ricerchi, scriva, comunichi, ma sempre con l’umiltà della consapevolezza del proprio limite.

A volte seguire le regole e fare la cosa giusta non è la stessa cosa, o della “giustizia giusta” (in greco antico si dice epicheia)

La giustizia giusta, secondo Aristotele e Tommaso d’Aquino è l’epicheia. Il doctor angelicus (Tommaso) la definisce in latino in questo modo: aequitas iustitia dulcore misericordiae temperata, cioè una giustizia temperata dall’equità misericorde, val inoltre a dire una giustizia che non tiene conto solo della norma scritta, ma anche delle circostanze particolari che, se non considerate, potrebbero rendere ingiusta l’applicazione della norma stessa.

Il termine e il concetto stesso di epicheia ha la sua origine nella Grecia classica, per cui bisogna partire da lì, colloquiando con autori come Gorgia e Aristotele, Tucidide e Plutarco, Esiodo ed Euripide, e con autori meno noti presenti su papiri del tempo (VI-IV sec. a. C.; I-II sec. d. C.).

Innanzitutto il termine epicheia è polisemantico, cioè propone diversi significati. Lasciando in questa sede da parte gli autori “minori” sull’argomento, mi soffermerei essenzialmente sui due padri “magni” del pensiero greco, Platone e Aristotele.

In Platone il termine assume vari significati come “equità”, “convenienza” o “moderazione”, come si può trovare nei testi seguenti: Politico 294 a-301 a, e Leggi, VI, 757 a ss. Nel Politico Platone, tra l’altro, afferma che «il perfetto monarca sarà sempre da preferire alla più perfetta legislazione, perché la legge irrigidita nella scrittura non si può adattare con sufficiente prontezza al mutar delle situazioni e non permette perciò di fare nel necessario momento ciò che è veramente necessario». Le leggi scritte sono dunque rigide, poiché  esse non possono «attribuire con precisione a ciascun individuo ciò che gli conviene»

In ogni caso Platone sa che non esiste il governante perfetto, come anche noi sappiamo, empiricamente, essendoci sempre il rischio di imbattersi in sotto il dominio di incompetenti e crudeli tiranni. Per questo, spiega, le leggi sono necessarie anche se imperfette, con queste parole «Io credo, infatti, che contro le leggi stabilite sulla base di una lunga esperienza e per consiglio di uomini che le hanno meditate con cura nei singoli particolari e che hanno persuaso la popolazione a promulgarle, chi osasse agire contro questi leggi, commetterebbe un errore, sconvolgendo ogni attività in misura ancora maggiore di quanto facciano le leggi scritte».

Un passaggio interpretativo non facile è quello contenuto in Leggi, VI, 757 a ss., dove si propone, forse per la prima volta in filosofia politica la questione dello “Stato di Diritto”, cioè ciò che attiene l’eguaglianza dei cittadini nei confronti dello Stato.

In ogni caso Platone propone l’idea di dare a ciascuno secondo i meriti e i bisogni (da chi ha copiato il dottor Marx quest’idea?), anche se ciò è molto difficile da realizzare, in quanto si configura come una sorta di eguaglianza proporzionale., vale a dire una forma di egualitarismo equo, che in parte ossimoro, in parte metafora di una verità morale difficilmente definibile, poiché fa correre sempre il rischio nel giudice/ legislatore di commettere parzialità a favore o a sfavore dei singoli.

In Aristotele l’epicheia diventa una virtù di enorme importanza, con conseguenze decisive nel successivo pensiero morale cristiano-cattolico, come si evince soprattutto dall’Etica Nicomachea, libro V, 1137 a 31-1138 a 3 e dalla Retorica, libro I, 1374 a-1375 b. Anche la Grande Etica, II, 1198 b -1199 a contiene un ampio riferimento, peraltro meglio sviluppato nello scritto a Nicomaco.

Occorre ricordare che il grande stagirita è il primo filosofo a credere che l’etica sia il sapere precipuo della vita buona e delle virtù, cioè di ciò che dal cristianesimo in poi si dice “Etica della persona”. Questo tipo di etica, a differenza di quanto sostengono pensatori contemporanei, figli dello scetticismo di tutti i tempi (nel prossimo post tratterò del pensatore svedese Nick Bostrom), afferma con chiarezza che è fondata su: a) una ragione pratica, dei suoi principi, delle sue condizioni e della sua attività; b) da una propria teoria dell’azione; c) e da un modo particolare di intendere il ruolo della norma e il suo rapporto con le virtù morali in quanto principi pratici, antropologici, ontologici e -in teologia morale- anche teologici.

Aristotele tratta dell’epicheia verso la fine del libro V dell’Etica Nicomachea, libro dedicato alla giustizia. E’ evidente che questa virtù è strettamente correlata alla giustizia, pur non essendo la stessa virtù, e comunque non è facile co-relarle, se si giustappongono in termini alternativi come nel seguente schema: infatti, appare strano che l’equo, che è qualcosa di diverso e ulteriore rispetto al giusto, sia tuttavia degno di lode: infatti, se sono diversi, o il giusto non è buono o l’equo non è giusto; o se entrambi sono buoni, essi sono la stessa cosa.

Ma non è così, come spiega Aristotele nel seguente brano: «Ciò che produce l’aporia è il fatto che l’equo è sì giusto, ma non il giusto secondo la legge, bensì un correttivo del giusto legale. Il motivo è che la legge è sempre una norma universale, mentre di alcuni casi singoli non è possibile trattare correttamente in universale. Nelle circostanze, dunque, in cui è inevitabile parlare in universale, ma non è possibile farlo correttamente, la legge prende in considerazione ciò che si verifica nella maggioranza dei casi, pur non ignorando l’errore dell’approssimazione. E non di meno è corretta: l’errore non sta nella legge né nel legislatore, ma nella natura della cosa, giacché la materia delle azioni ha proprio questa intrinseca caratteristica. Quando, dunque, la legge parla in universale, ed in seguito avviene qualcosa che non rientra nella norma universale, allora è legittimo, laddove il legislatore ha trascurato qualcosa e non ha colto nel segno, per avere parlato in generale, correggere l’omissione, e considerare prescritto ciò che il legislatore stesso direbbe se fosse presente, e che avrebbe incluso nella legge se avesse potuto conoscere il caso in questione. Perciò l’equo è giusto, anzi migliore di un certo tipo di giusto, non del giusto in senso assoluto, bensì del giusto che è approssimativo per il fatto di essere universale. Ed è questa la natura dell’equo: un correttivo della legge, laddove è difettosa a causa della sua universalità. Questo, infatti, è il motivo per cui non tutto può essere definito dalla legge: ci sono dei casi in cui è impossibile stabilire una legge, tanto che è necessario un decreto. Infatti, di una cosa indeterminata anche la norma è indeterminata, come il regolo di piombo usato nella costruzione di Lesbo: il regolo si adatta alla configurazione della pietra e non rimane rigido, come il decreto si adatta ai fatti. Che cosa è dunque l’equo, e che è giusto e migliore di un certo tipo di giusto, è chiaro. Da ciò risulta manifesto anche chi è l’uomo equo: è equo infatti chi è incline a scegliere e a fare effettivamente cose di questo genere, e a chi non è pignolo nell’applicare la giustizia fino al peggio, ma è piuttosto portato a tenersi indietro, anche se ha il conforto della legge. Questa disposizione, Hèxis,  (il latino habitus electivus, che sarà ripreso sistematicamente da Tommaso d’Aquino, ndr), è l’epicheia, che è una forma speciale di giustizia e non è una disposizione di genere diverso». (cf. parte finale dell’Etica a Nicomaco)

Aristotele intende dunque l’epicheia come una vera e propria virtù morale dell’uomo, una virtù della vita buona e del ben vivere, non una mera interpretazione soggettiva della legge. Ciò significa che essa non è l’interpretazione della legge positiva fatta dal legislatore o dal giudice quando i termini della legge sono oscuri. In ogni caso è un correttivo della legge, laddove essa è carente per la sua universalità e incapacità di interpretare i singoli fatti concreti, il giusto e l’ingiusto, ma quello lì, non quello generico o generale. La prima versione latina dell’Etica Nicomachea, dovuta a Roberto Grossatesta, rendeva, infatti, il termine greco con directio. Virtù direttiva come capacità di orientare la scelta verso ciò che è giusto, anche se legalmente non secondo la norma. Una frase aristotelica che illumina quest’ultimo passaggio è la seguente: “…è legittimo considerare prescritto ciò che il legislatore stesso direbbe se fosse presente, e che avrebbe incluso nella legge se avesse potuto conoscere il caso in questione.” E la seguente: “… non è pignolo nell’applicare la giustizia fino al peggio, ma è piuttosto portato a tenersi indietro, anche se ha il conforto della legge.”

 

In Tommaso d’Aquino troviamo alcuni commenti all’Etica Nicomachea

Egli tratta del testo aristotelico nella lectio 16 del libro V del suo Commento, che si può sintetizzare come segue. Intanto, Tommaso conferma che l’epicheia è un habitus, una virtù, e concretamente «est quaedam species iustitiae, et non est alius habitus a iustitia legali», cioè si tratta di una specie di giustizia, poiché altro non vi è altra virtù dalla giustizia legale. Secondo la traduzione latina su cui lavora, S. Tommaso spiega che il compito dell’epicheia è la directio iusti legalis, cioè la direzione della giustizia legale, poiché di certe materie non è possibile parlare in termini universali con totale esattezza.

Il punto in cui S. Tommaso sembra aggiungere qualcosa è il suo richiamo al diritto naturale, del quale parla Aristotele nello stesso libro V. «Verum est enim quod id quod est epiiches est quoddam iustum et est melius quodam alio iusto: quia, ut supra dictum est, iustum quo cives utuntur dividitur in naturale et legale: est autem id quod est epiiches melius iusto legali, sed continentur sub iusto naturali. Et sic non dicitur melius quam iustum, quasi sit quoddam aliud genus separatum a genere iusti. Et cum ambo sint bona, scilicet iustum legale et epiiches, melius est illud quod est epiiches».

E qui di seguito, per concludere, propongo alcuni passi latini di facile comprensione in tema.

Tommaso propone alcuni esempi, tratti dai commenti greci del testo aristotelico, e che sono diventati classici. «Sicut reddere depositum secundum se iustum est et ut in pluribus bonum; in aliquo tamen casu potest esse malum, puta si reddatur gladius furioso». Più avanti: «Sicut in quadam civitate statutum fuit sub poena capitis quod peregrini non ascenderent muros civitatis, ne scilicet possent dominium civitatis usurpare. Hostibus autem invadentibus, peregrini quidam ascendentes muros civitatis defendunt civitatem ab hostibus, quos tamen non est dignum capite puniri. Esset enim contra ius naturale ut benefactoribus poena rependeretur. Et ideo secundum iustum naturale oportet hic dirigere iustum legale». Si vede come l’epicheia, nel primo caso, evita qualcosa di moralmente negativo e, nel secondo, evita di andare contro il diritto naturale. L’applicazione della legge positiva va regolata secondo il diritto naturale. In questa ottica, l’epicheia non è qualcosa che si può benevolmente applicare, ma va necessariamente applicata. Ciò è richiesto dalla giustizia e dall’ordine morale.

Non manca il riferimento all’atteggiamento proprio del virtuoso: «et dicit quod talis non est acribodikaios, idest diligenter exequens iustitiam ad deterius, idest ad puniendum, sicut illi qui sunt rigidi in puniendo, sed diminuunt poenas quamvis habeant leges adiuvantem ad puniendum. Non enim poenae sunt per se intentae a legislatore, sed quasi medicina quaedam peccatorum. Et ideo epiiches non plus apponit de poena quam sufficiat ad cohibenda peccata». Neanche qui si può evitare l’impressione di duplicità. Si passa ad un altro argomento, specificamente ad una tematica di diritto penale.

Negli esempi prima riportati non si tratta di essere mite nel punire, o di non punire più di quanto basta per reprimere i peccati, ma di situazioni nelle quali punire sarebbe stato moralmente cattivo e intrinsecamente ingiusto, in quanto sarebbero state punite azioni che in realtà non rientravano nella legge che stabiliva la pena.

In ogni caso, San Tommaso propone riflessioni di notevole interesse per il diritto penale, specialmente quando il giudice valuta le attenuanti eventualmente rinvenibili nelle intenzioni dell’atto delittuoso detto reato.

Infine, anche in teologia morale cristiana, partendo dalle cosiddette “avversative matteane”, caro lettore, al cap 5 del vangelo secondo Matteo, dopo il vrs, 8 che conclude l’elenco delle Beatitudini, trovi la fonte originaria e originante di ogni commento teologico successivo, come quello sopra citato del buon Tommaso d’Aquino, mio maestro sopra tutti.

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