Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La ricerca della Libertà

A Mestre facciamo i seminari bimestrali di Phronesis del Nordest. Stamane, penultima domenica novembrina ho trattato, per i colleghi filosofi e per i giovani in formazione il tema de La liberta di scelta, ovvero Libertà è fare ciò che si vuole o Volere ciò che si fa? Ovvero, ancora, Topologia e Dimensioni della liberta. Tema arduo e controverso da qualche migliaio di anni.

In treno ho pensato al tema da svolgere e proporre e il seminario non è stato male, tra diverse opinioni. Non una lectio magistralis, ma una lectio rationalis, uno scambio teorico-pratico su una dimensione/ valore fondamentale della vita umana.

E’ bello vedere cortili e case tagliate dalla corsa del treno, campagne del tardo autunno piene di colori, campanili all’orizzonte e l’autostrada in lontananza che conduce via a est e a ovest, stoppie gialle e vigne promettenti, la terra in attesa dell’inverno, piccole stazioni, immensi cieli e i ragazzi, colleghi e più giovani che mi aspettano con amicizia.

Bella la loro accoglienza. Il presidente Phronesis nordestino prof Ubizzo che mi dice “ma cosa fai qui“, e io gli rispondo “sto abbastanza bene e poi avevo preso un impegno con… noi“. E sorride. E il caro amico Francesco, che insegna a Jena. A Jena, da Hegel! Rispettosamente attenti alla mia lezione seminariale sulla libertà (che trovate, oh miei cari lettori, in PP più indietro nel blog, se volete). Due ore di dialogo intenso, niente prosopopee autorali o citazionistiche, ma letteratura comunemente condivisa tra addetti ai lavori, ed esperienze individuali da proporre, sull’esercizio della libertà.

Ragionare insieme per cercare di capire, o almeno di comprendere come la libertà si coniughi al bene, alla responsabilità, alla convivenza tra uguali, ma possa anche coniugarsi con il male, con la malvagità, con l’odio e con la violenza. E discutere su che fare per darle valore.

Cito un libro di poesie friulane dell’emigrante scrittore Leonardo Zannier “Libers di scugni là“, cioè “Liberi di dover andare“, kantianamente, ossimoro tremendo ma non disperato, mai, come quando mio padre partiva per le Germanie (si diceva così, al plurale, negli anni ’60) alla fine febbraio o agli inizi di marzo per le cave di pietra dell’Assia, pietra che serviva alle dighe olandesi dei pölder, per fermare il mare e recuperare terre coltivabili.

La libertà è nozione policroma, polisemica, analoga, ché si può dire in molti modi, aristotelicamente è un pollakòs legòmenon (traslitterando). Ed è anche per questo che è concepita diversamente dalle persone, dai popoli, dalle varie culture. A volte la vulgata della libertà recita un “fare ciò che si vuole“, ma una dizione più saggia potrebbe recitare, come insegna Tommaso d’Aquino, così “volere ciò che si fa“, dove la volontà agisce illuminata dalla ragione raziocinante, non l’incontrario.

Vi è poi la lezione gramsciana che parla di un ottimismo della volontà per irrobustire le scelte libere della ragione. Oppure possiamo ricordare Pascal che parla di ragioni del cuore a sostenere una volontà capace di agire non solo per ragioni intellettualistiche, ma anche per ragioni emotive. Intelligenza emotiva, che dà libertà, intuizione eidetica (Platone) che richiama e reclama libertà.

Spinoza, come gli Stoici antichi, non ci crede molto e neppure Lutero, ma Erasmo sì, e anche io, abbastanza, altrimenti, che cosa si farebbe di quattromila anni di diritto penale, dal Codice di Hammurabi in poi, se tutti fossimo determinati a essere quello che siamo, magari dei criminali come Riina o uno dei tanti serial killer delle cronache nere, anche italiane. In proposito, Donato Bilancia, sedici omicidi, ha ottenuto il primo permesso di uscita dopo circa vent’anni di carcere. Per contro, un ergastolano che io conosco, è dentro da trentaquattro anni e non ha ucciso nessuno.

Il libero arbitrio secondo sant’Agostino è temprato alla luce della grazia paolina e della scrittura e della fede, come nel gran monaco agostiniano di Erfurt, che di questi tempi cinquecent’anni fa si scagliava a Wittenberg contro le simoniache compravendite di indulgenze della curia romana.

E la libertà di guidare l’auto delle donne saudite, o di uscire senza essere accompagnate da un maschio di famiglia, dove la mettiamo? Per noi è una libertà scontatissima, per loro ancora no. Quindi la libertà si coniuga anche diacronicamente nei luoghi diversi del mondo e nei vari momenti della storia. In Italia ebbero diritto di voto solo nel 1946 le donne, l’altrieri!

Insomma un tema immenso, su cui riflettere senza tema di perdere il tempo che la ricerca della libertà richiede.

E allora siamo, per la libertà,… cavalli in corsa all’orizzonte, come i nostri sogni irraggiungibili (S. Endrigo)?

Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada (Matteo 13, 4)

Caro lettor del sabato,

la vita spesso nasce da un seme. I gameti umani sono semi. Il seme è simbolo e segno vitale di crescita.

Il gesto antico del seminatore è ampio, ieratico, autorevole, quasi sacerdotale, il suo passo lento e cadenzato, il suo sguardo rivolto alle zolle delle terra e all’orizzonte, passo dopo passo, gesto dopo gesto, mentre l’ora del giorno passa fino ai velamenti del tramonto. E allora il seminatore fa ritorno alla sua casa, oltre la collina, dove si intravedono -da lontano- le prime brume del crepuscolo.

La parabola del seminatore è raccontata nei tre vangeli sinottici (Matteo 13, 1-23, Marco 4.1-20 e Luca 8, 4) e nel Vangelo di Tommaso (9). Ecco il testo matteano, semplice da interpretare ma difficile da capire, come spesso accade con gli scritti sapienziali.

«In quel giorno Gesù, uscito di casa, si mise a sedere presso il mare; e una grande folla si radunò intorno a lui; cosicché egli, salito su una barca, vi sedette; e tutta la folla stava sulla riva. Egli insegnò loro molte cose in parabole, dicendo: «Il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; gli uccelli vennero e la mangiarono. Un’altra cadde in luoghi rocciosi dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; ma, levatosi il sole, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. Un’altra cadde tra le spine; e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra cadde nella buona terra e portò frutto, dando il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi [per udire] oda».  Allora i discepoli si avvicinarono e gli dissero: «Perché parli loro in parabole?» Egli rispose loro: «Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli; ma a loro non è dato. Perché a chiunque ha sarà dato, e sarà nell’abbondanza; ma a chiunque non ha sarà tolto anche quello che ha. Per questo parlo loro in parabole, perché, vedendo, non vedono; e udendo, non odono né comprendono. E si adempie in loro la profezia d’Isaia che dice: “Udrete con i vostri orecchi e non comprenderete; guarderete con i vostri occhi e non vedrete; perché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile: sono diventati duri d’orecchi e hanno chiuso gli occhi, per non rischiare di vedere con gli occhi e di udire con gli orecchi, e di comprendere con il cuore e di convertirsi, perché io li guarisca”. Ma beati gli occhi vostri, perché vedono; e i vostri orecchi, perché odono! In verità io vi dico che molti profeti e giusti desiderarono vedere le cose che voi vedete, e non le videro; e udire le cose che voi udite, e non le udirono. «Voi dunque ascoltate che cosa significhi la parabola del seminatore! Tutte le volte che uno ode la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e porta via quello che è stato seminato nel cuore di lui: questi è colui che ha ricevuto il seme lungo la strada. Quello che ha ricevuto il seme in luoghi rocciosi, è colui che ode la parola e subito la riceve con gioia, però non ha radice in sé ed è di corta durata; e quando giunge la tribolazione o persecuzione a motivo della parola, è subito sviato. Quello che ha ricevuto il seme tra le spine è colui che ode la parola; poi gli impegni mondani e l’inganno delle ricchezze soffocano la parola che rimane infruttuosa. Ma quello che ha ricevuto il seme in buona terra, è colui che ode la parola e la comprende; egli porta del frutto e, così, l’uno rende il cento, l’altro il sessanta e l’altro il trenta». (Matteo 13, 1-23)

Pensavo a questo racconto gesuano, per certi versi così strano, ripercorrendo con la memoria l’evento seminariale di qualche sera fa all’Università di Udine. Avevo in aula trentacinque persone, manager del personale di provata esperienza, attivi sia nel settore pubblico sia nel privato, e comunque umilmente curiosi di mettersi in gioco, e giovani laureati magistrali desiderosi di cogliere l’occasione del master per entrare ancora di più e meglio nel complesso mestiere del “capo del personale”, come si diceva una volta, fino a venticinque o trenta anni fa. Oggi, anglicizzando, si dice Human Resource Manager o, un po’ acronimizzando, HR Manager.

Ho fatto loro una carrellata sintetica delle attività che formano, cioè danno forma sostanziale al “mestiere”, ma ben presto abbiamo lavorato insieme, con domande, risposte, commenti e interlocuzioni circolari. Le tre ore, dalle diciotto alle ventuno, sono volate via. La mia situazione, ancora dolente e energeticamente limitata, non ne ha risentito più di tanto. Ci siamo capiti, ci siamo tenuti vicino, abbiamo lavorato insieme, ed è stato bellissimo. Alcuni dei giovani mi invieranno il curriculum e farò il possibile per aiutarli a individuare un’azienda o un ente dove sviluppare lo stage pratico. Addirittura, lo sforzo condiviso è stato benefica medicina per me.

Ma, tornando al vangelo secondo Matteo 13, 1-23, che cosa lega lo scritto sapienziale antico all’evento di cui qui parlo? Penso sia la comune e sincera ricerca della verità su un tema fondamentale: la crescita dell’uomo, la sua progressiva umanizzazione, la sua capacità di diventare se stesso (cf. Nietzsche). E allora, se è vero che il seme produce a seconda del terreno su cui cade, opportunamente seminato da una mano sapiente, è altrettanto vero che l’efficacia di una formazione dipende certo dalla qualità del modello corsuale adottato e dei docenti coinvolti, ma ancora di più dal cuore e dallo spirito di chi vi partecipa.

Durante la lezione si sono alternate molte voci, quelle dei senior esperti hanno narrato esperienze vissute, mentre quelle dei giovani hanno espresso volontà e speranze ragionevoli, in tempi cui sembra che questa virtù piena di passione sia negletta, trascurata, o considerata ingenua, dai sapienti smagati che sanno sempre tutto prima di informarsi su qualcosa. Ho visto sui volti di tutte le età presenti, dai venticinque ai sessantacinque anni, la disponibilità allo stupore, alla meraviglia che, come insegnavano e insegnano ancora i padri magni della Grecia classica, sono il fomite e l’origine di ogni sapere, a partire da quello filosofico: la disponibilità allo stupore, la curiosità del sapere. Nell’evento si sono incontrate persone che hanno studiato diritto, economia, filosofia, psicologia, scienza politica, scienze ingegneristiche e perfino biologia, per riflettere insieme sul senso delle cose, della vita e del lavoro, senza preconcetti, pregiudizi o pre-comprensioni, capaci di difendersi dall’assalto fuorviante dei media e dei potentati del pensiero unico, tanto dissimulati quanto pericolosi. Ecco, è importante riflettere insieme sul senso delle cose e del tutto in cui siamo immersi.

E, andandomene a casa, mi sono sentito utile. Penso di aver sorriso, guidando, mentre qualche fitta di dolore mi ricordava che la battaglia continua, come in ogni vita umana, facendoti fare i conti con il tuo proprio limite, da esplorare con forza e coraggio nei giorni venturi, nel lavoro, in lezioni, conferenze e dibattiti, oltre alle attività aziendali che curo con attenzione.

Ieri sera abbiamo seminato insieme su un terreno fertile semi buoni.

E ho ringraziato l’Incondizionato Iddio di tutto ciò che mi dona, per rendermi sempre più consapevole dell’incommensurabile valore  della vita, del suo essere dono senza prezzo e senza limiti. E lo ringrazio anche questa sera, dopo la prima seduta in palestra per ricercare di nuovo il tono muscolare perduto. Grazie dunque a chi mi legge, a chi mi chiama, a chi mi manifesta affetto e stima, contribuendo in maniera decisiva alla mia guarigione. Non pensavo che la mia burbanza, il mio carattere difficile (“stai attento a come parli con Renato” è un detto diffuso) mi avessero riservato la sorpresa di tanta stima e di tanto affetto.

Grazie grazie grazie.

In una silenziosa sera d’autunno a parlare del senso del tempo

Sarei stata qui ad ascoltarla fino a mezzanotte“, mi dice una signora salutandomi, ed erano le ventidue e quarantacinque di un incontro iniziato due ore e un quarto prima. Di venerdì sera, nel bel borgo pedemontano dei coltelli d’acciaio. Per strada quasi nessuno al ritorno quaranta chilometri in poco più di mezz’ora, li ho fatti, un poco dolorante, nel silenzio sospeso della notte incombente. Dopo Spilimbergo il ponte sul grande Fiume, la curva a destra e poi i rettilinei per il bivio delle Terre di Mezzo, verso casa.

Giornata di fatica un poco temeraria, vissuta Time after time come canta il pezzo di Miles Davis, ed eccomi di nuovo –after midnight–   davanti alla tastiera del mio pc-tablet, anche se stasera mi hanno regalato una penna e una matita, i miei ospiti organizzatori della conferenza, perché io scriva qualche volta a mano. A mano oramai scrivo solo a chi non ha computer, ad esempio a un carcerato con cui dialogo da un decennio, un ergastolano mio tutelato.

Abbiamo dialogato sul tempo dandoci tempo, perdendo e ritrovando tempo, con-dividendo, con-vivendo tempo, senza fretta e senza calcoli utilitaristici. Ecco altre persone nel mondo che non “investono” (caro amico Ermanno gentilmente presente!) soltanto nel tempo, ma lo creano vivendolo, curiosando pazientemente nei suoi interstizi misteriosi e profondi.

Abbiamo parlato delle dimensioni varie, e a volte contraddittorie del tempo, che non cede alle semplificazioni delle vulgate mediatiche, ma si staglia oltre, vive al di sopra, si propone come costrutto esistenziale, non tanto come misurazione matematica dei movimenti del cosmo, cioè dell’ordine universale. Il tempo interiore prevale come concetto cognitivo e come percetto neuro-fisiologico. Il nous, cioè l’intuizione eidetica prevale sull’argomentazione logica, questa sera come sempre, in un uditorio prevalentemente femminile, di lavoratrici e donne di famiglia, operaie e insegnanti. Ancora una volta ha avuto ragione Platone.

Penso, mentre l’auto corre tranquilla sui rettifili deserti, che vale sempre la pena fermarsi a parlare. Anch’io, se non per la stanchezza di una giornata infinita, quasi un azzardo per il mio stato attuale, sarei andato a bere un bicchiere con Paolo e Ilario e con chi altri saranno andati. Ma ci rivedremo per parlare della libertà e della comunicazione nella qualità relazionale, presto.

Settimane, le prossime, di conferenze, lezioni e convegni cui mi hanno invitato come relatore e docente. Bellissimo sfidare la dolorosa fatica di queste settimane, accettando questo surplus, vivendolo nei tempi condivisi.

Essenziale e superfluo stanno di fronte al tempo e ne subiscono la legge inesorabile, dice Alejandro Jodorowskij, ed è vero, poiché ciò che sta sulla superficie delle cose (il superfluo) si volatilizza presto, non essendo coeso con le cose stesse, mentre ciò che sta-dentro-le cose, nell’essenza (nell’essenziale) costituisce -letteralmente- le cose stesse. Pensa, caro lettore, al nucleo della cellula umana, al fuoco del centro della Terra, allo zigote da cui ognuno di noi è venuto al mondo, pensa a Roma, che pur se così sporca, resta caput mundi…

Il centro delle cose, l’essenza, la sostanza, la natura (cf. P.-J. Nicolas) , filosoficamente quasi sinonimi, muovono verso le periferie dell’essere connettendosi in modo continuo e profondo, creando sinapsi e sinusoidi, andando e venendo come nella respirazione, come nella ritmica cardiaca di sistole e diastole, come il pensiero della vita e la vita del pensiero. A proposito, caro lettore, secondo te, come si pongono tra loro questi due ultimi sintagmi? Come si connette la vita del pensiero pensante  con il pensiero della vita vivente? Cartesio risponderebbe che viene prima il pensiero della vita (vivente), in quanto unica connessione vera con la vita stessa, ma forse altrettante ragioni potrebbe avere Tommaso d’Aquino, la cui contraria opinione si fonderebbe sull’evidenza che la vita del pensiero attesta la presenza di chi pensa, della persona stessa, di chi è dotato di intelletto, ragione volontà viventi in un corpo concreto.

Idealismo vs. realismo, ancora una volta. Personalmente inclino verso un realismo ragionato e non materialista, come invece fa il mio amico carcerato, specie se si tratta di un materialismo idealista, ossimoro non improbabile nelle menti di ha preteso di cambiare il mondo, palingeneticamente, con la canna fumante di una pistola e il popolo dietro. Popolo che non si è mai mosso dietro gli estremisti, come ben sapeva lo stesso Vladimir Il’ic, quando scrisse l’acuto pamphletL’estremismo malattia infantile del comunismo“.

Per me, dunque, il tempo è la categoria trascendentale (Kant) dove si manifesta, dove accade l’epifania della luce conoscitiva, dell’intelligenza, del leggere-dentro le cose e i fatti della vita umana e del mondo, ed è forse più importante dello spazio dove la vita si muove, tant’è che nella dimensione einsteiniana della relatività, basta una categoria “tempo” a dare senso al combinato disposto delle tre dimensioni della categoria “spazio”, e a spiegarci come non si possa dare l’assolutezza del tempo come verità presente a tutti gli osservatori del cosmo.

Nel tempo le cose si dipanano, si spiegano, a volte addirittura si com-prendono, ed è la dimensione conoscitiva più difficile poiché concerne la complessità infinita del vivente-autocosciente-umano. Darsi tempo, come devo fare io in questa fase, di più e meglio che nel passato, è come una medicina -a volte amara- ma benefica, sulla strada di una sempre maggiore capacità di vivere pienamente il proprio destino, come itinerario che sta-lì, costruito dagli infiniti nessi causali delle circostanze e da volontà indipendenti l’una dall’altra, e dalla mia volontà, speranzosamente esercitata su una libertà consapevole.

Finestre sulle solitudini

…mi sembra di vedere quando incontro giovani, ragazzi e men giovani, per strada, gli occhi rivolti al display di uno iphone o di uno smartphone, finestre sulle solitudini.

Ecco l’immagine che mi ispirano: ognuno solo sul cuor della terra  -à  la Quasimodo- trafitto dal video (e non da un raggio di sole) o da un’immagine carpita tra uno spot e l’altro.

Son lì che cincischiano attoniti, braccio contro braccio, spalla contro spalla, se sono in macchina, oppure semplicemente seduti accanto in un bar caffè pub osteria, quindici, sedici diciassette, ma a diciott’anni poi invece c’è l’auto di un amico che li porta via, e in auto continuano, testa bassa, a smanettare imperterriti.

Se qualcuno fosse lì presente sentirebbe l’inesistente dialogo tra i due o tre viandanti motorizzati, fatto di mmm, sssh, e altri illuminanti monosillabi borbo-rigmati forse da una regressione paleo-antropologica.

Finestre sulle solitudini, o no? Qualcuno me lo dice? C’è un diciottenne che legge questo blog e mi può illuminare? Forse che stanno inventando nuovi linguaggi da studiare seriamente al corso di glottologia e linguistica generale a lettere? Chiederò a Bea che studia lì.

Dove e quando si è interrotto il parlato normale, sviluppatosi negli ultimi 5 o 10 mila anni? Negli anni ’80 nella Silicon Valley? A New York, a London, a Milano, a Paris, a Santa Maria de los Angeles? O in uno dei borghi natii e selvaggi della nostra penisola, in uno dei borghi più belli d’Italia, cioè del mondo?

Smanettano così anche i cinque imbecilli delinquenti che hanno picchiato, ultimi tra le miriadi di bande di sciammannati attive, quel pakistano, o indiano, o marocchino, o quel che volete, anche un barbone? Anche quei minus habens si danno appuntamenti nefasti dalle loro finestre sulle solitudini? Chi hanno a casa, che padri, che madri, che sorelle, che altra parentela o affini? Hanno gente che li difende, o vicini che dicono quando il fattaccio diventa irrimediabile come un delitto, e allora dicono compunti davanti al cronista: “era così un bravo ragazzo, chi l’avrebbe mai detto?”

Dove sono finiti gli occhi di un vicinato curioso, ma attento, di un tempo, dove si è spenta la vigilanza implicita del quartiere? Che volti stanno dietro le felpe anonime che ciondolano per le strade a tutte le ore del giorno e fino alle ore piccole? “Dove vai?” “In giro“, la risposta più faconda e ricca di particolari.

E, se qualche insegnante delle superiori (si fa per dire… superiori, e de che?) si permette di segnalare ai genitori che c’è qualcosa che non va nei comportamenti del giovin rampollo, rischia di beccarsi una denuncia a i carabinieri o al TAR. Nessuno tocchi il mio bambino, o bambina, ché da qualche tempo son diventate molestatrici bulle anche le ragazzine. Mobbing, stalking, straining, gerundi inglesi entrati nel lessico normale della cronaca e delle denunce.

Forse che l’aggressività sociale che si percepisce, si respira perfino, li sta mettendo in un angolo quasi sulla difensiva? Gli esempi di violenza sociale, politica, militare non mancano. In tempo reale sul web appare di tutto, dalle follie del coreano Ping Pong e di parrucchino Trump, alle dichiarazioni di innocenza di Battisti, agli attentati casuali del terrorismo jihadista, agli omicidi casalinghi irrisolti, come quello di Denise Pipitone e di altri casi incredibili, come quello di Sara Scazzi, etc.

Oggi si uccide meno di un tempo ma lo si sa subito, e si coglie la follia consapevole dell’assassino, come la zia di Sara che strangola la nipote perché più bella e ricercata di Sabrina, sua figlia. Come si fa a uccidere per gelosia paesana o per invidia parentale? Come si fa? In che mondo spirituale vive quella donna, in quale miseria morale suo cognato Michele Misseri, che nasconde il cadavere “in campagna”, come si dice laggiù.

E poi il profluvio di talk show, dove per due anni si parla di un delitto, con esperti/ esperte o sedicenti tali, criminologi in carriera, psicologi forensi, ex alti ufficiali e giornalisti “specializzati” in delitti, torture e rapine. Il tutto condito da cronache di attentati, di guerre non dichiarate, ma combattute in giro per il mondo, e pare che attualmente ve ne siano almeno un centinaio in corso.

I ragazzi orecchiano tutto questo, certo distrattamente, ma qualcosa li colpisce, loro che son privi di strumenti critici, analitici, e a volte anche cognitivi, perché poco coltivati, aiutati, ascoltati da chi sta a casa con loro, quando sono a casa, o c’è qualcuno che li aspetta, a casa. L’intelligenza umana è una dotazione naturale da coltivare, però: non può essere lasciata lì inerte, inerme di fronte al turbinio del mondo che gira, che cambia, che si agita, di fronte a tutto ciò che nasce, che cresce, che diminuisce e che muore.

I ragazzi sono rimasti soli, ed è anche per questo che smanettano afoni e a volte perfino afasici davanti alle loro finestre di solitudine.

Le opere dell’uomo secondo un sapere etico e “Le operette morali” del Poeta-Filosofo

Leggendo il meraviglioso testo leopardiano, scritto a più riprese tra il 1824 e il 1831, vien da fare un paragone con l’etica odierna che va per la maggiore, quella scientista-positivista, in auge da un secolo e mezzo. Là dove il grande poeta-filosofo di Recanati mette in guardia gli uomini dalla ybris, proterva convinzione di poter dominare la natura e tramite essa il mondo, oggi molti sono convinti che tutto ciò che la scienza può fare si debba poter fare, indipendentemente da un giudizio morale di merito.

Leopardi fa parlare, personalizzandoli e antropomorfizzandoli, molti soggetti, come la Terra e a Luna, lo Gnomo e il Folletto, la Morte e la Moda, e poi anche un Fisico e un Metafisico, Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez, Porfirio e Plotino, etc.

Per dire del dialogo, ad esempio, tra un Fisico e un Metafisico: Leopardi qui mette in campo il paragone tra una vita lunghissima, ai limiti dell’immortalità, scelta preferita dal Fisico e una vita intensa e di qualità elevata, come invece indica come preferibile il Metafisico, e chiaramente si pone dalla parte di quest’ultimo, confermando che ciò che deve importare all’uomo saggio e sapiente è la qualità umana e morale delle azioni che compie, non la loro quantità e visibilità; oppure del confronto fra Colombo e Gutierrez: nel dialogo tra i due navigatori la riflessione verte sul coraggio e la capacità degli uomini di mettersi alla prova, non tanto sfidando la Natura, che è incomparabilmente più potente e grande, quanto di usare tutti i beni mentali, spirituali e fisici di cui sono dotati per esplorare ciò che la Natura sviluppa nel mondo, ma con l’umiltà dettata dalla conoscenza e dal rispetto del limite che gli uomini saggi ben conoscono e accettano; infine, nel bellissimo dialogo tra i due filosofi neo-platonici Plotino e Porfirio, maestro e allievo, ma in questo caso quasi dei prestanome per un Leopardi che evolve nelle sue opinioni morali sulla vita e sul suo valore, si possono individuare alcuni profondissimi aspetti filosofici, che danno al dialogo stesso il valore di un’epigrafe etica tra le più elevate del pensiero ottocentesco.

Se Porfirio-Leopardi più giovane disdegna il valore intrinseco della vita, anche se colma di sofferenze, Plotino-Leopardi più vecchio recupera di contro questo valore come accettazione della elevatezza spirituale, scelta per la vita comunque, al di là di ogni fuga suicidiaria, che è egoista in quanto evitante, e di una scelta che tiene conto del consorzio umano, del fatto che ogni uomo è nel contesto dell’umanità tutta, cui deve rispetto e attenzione per il comune destino.

L’etica di Leopardi è portatrice di una visione del mondo stoica, non mai scettica, e chiaramente aperta alla verità del cuore e degli atteggiamenti conseguenti. Leopardi non tradisce mai se stesso, né si lascia prendere la mano da un pessimismo di maniera, né cosmico né autobiografico: egli è consapevole delle difficoltà presenti in ogni esperienza di vita, segnato dalla propria in profondità fin dall’infanzia, ma non recrimina, non eleva alti lai contro la sorte, contro il destino, ma si limita a constatare che l’uomo, creatura tra tutte quella consapevole del meraviglioso dramma di essere-al-mondo, gettati nel mondo, ha da accettare questa condizione, che è un bene in sé, un appartenere all’essere e all’averne coscienza, e piena contezza.

In questo essere-nel-mondo l’uomo opera e opera secondo una morale che, nel caso suo, fa a meno del Dio delle religioni, ma accoglie fino in fondo la creaturalità dell’umano, il limite, la perduranza del dolore, la precarietà del vivere.

E la sua poesia, specie quella di alcuni degli idilli maggiori, come L’infinito, come Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, come La ginestra, suo penultimo canto, si correla armoniosamente con i pensieri delle Operette Morali, in una sinfonia di filosofia poetante o di poesia pensante, e mai l’apparenza (o l’apparire) di un ossimoro fu meno probabile.

Giacomo Leopardi in questo senso ha gli occhi e il cuore di un veggente disincantato e perfino ironico, a volte, mai abbandonato alla disperazione, ma sempre dignitosamente aggrappato alla sua forza vitale, alla ricerca di forme sempre nuove di bellezza e di verità. Egli “vede” -precorrendoli- i tempi successivi, come se il futuro, le aspettative, la contemporaneità gli comparissero davanti in un nitore abbagliante, con tutte le contraddizioni, le illusioni, le false promesse e le profezie fuorvianti di altri profeti, o sé putanti tali, quelli sì arrogantemente protesi a insegnare a vivere a tutti.

Operette nel senso di “piccole opere”, umiltà vera e non falsa modestia di un uomo cui dobbiamo essere grati non solo per la sublime poetica, ma anche per un pensiero profondo e onesto, limpido e incondizionato. Grazie per sempre, piccolo grande amico, conte Giacomo da Recanati.

Dell’umana complessità psicologica, tra maschile e femminile

andare è anche un restare tornare riandare, come movimento, non solo del corpo umano, del respiro, ma più ancora della psiche. Il pensiero lavora sempre, diversamente nello stato di veglia, quando è governato, come sembra, dall’intelletto, ma anche dalle strutture biologiche del cervello, rispetto allo stato di sonno. Il pensiero è movimento, corrente, flusso inarrestabile. Attorno all’attività cogitativa si muove il mondo, che alcuni ritengono sia tale solo perché pensato come tale, gli idealisti di ogni genere e specie, da Platone a Heidegger. Beninteso, non nel senso ingenuo di non credere che il mondo esista anche senza di noi, o nonostante noi, ma nel senso che il pensiero umano dà la misura e il senso di tutto-ciò-che-esiste, cioè di ciò che sta fuori (exsistit).

Non smetto mai di meravigliarmi quando scopro l’infinita varietà, anzi l’infinità di questo pensiero, specialmente se ascolto persone che hanno qualcosa da dirmi e quindi da darmi. La ricchezza del pensiero ricolma oceani, preoccupa e riempie di gioia, ti annichila e ti solleva, ti abbatte e ti fa ri-nascere, come il participio passato che è il mio stesso nome (ri-natus), Petri voluntate. Che Dio lo abbia nella sua gloria.

Quando ritieni di aver capito, cioè capto, catturato lo spirito, l’anima, la psiche di una persona, perché ti è molto vicina e la conosci, ecco che questo “aver capito” è solo un atto di somma presunzione, poiché al più puoi aver com-preso, cioè preso-dentro in qualche modo delle tue facoltà analitiche e sintetiche una qualche verità di quella persona, ma non mai “capito”. La verità di quella persona è infinitamente ridondante rispetto a ciò che ti arriva di lei, specie se declinato al femminile. La donna è un universo di meravigliose sinapsi, cosicché là dove tu pensi di trovare un dendrita ne trovi cinque, collegati fra loro e oltre.

Il cervello maschile procede per sillogismi, quello femminile per intuizioni di tipo angelico, come insegna la buona teologia, che vuol dire anche diabolico (il diavolo è un angelo, prima di tutto, per natura), se si tratta di una femmina malvagia. Ne ho conosciute, ma anche di buone, trasparenti, pure di cuore. In questo caso la sorpresa è continua, non tanto per i tipi psicologici studiati dai grandi maestri da Jung in poi, quanto per l’unicità di ciascuna persona, che non è, se non alla grossissima, codificabile, classificabile, categorizzabile.

La sorpresa è non solo la perenne capacità di ri-pensare in modi diversi le cose, le esperienze, i fatti vissuti, ma addirittura la capacità, quasi, di ri-crearne i contorni, facendo percepire all’interlocutore qualcosa di straordinario, di insolito, di spiazzante. La ferrea logica aristotelica allora non”tiene” più, soppiantata da un processo mentale rapidissimo e perfino in grado i turbare chi dorme sonni più tranquilli, come il maschio medio ponderato (eh eh).

Ma il piacere della scoperta di tanta caleidoscopica dovizia di umanità, supera ogni sconcerto possibile, rendendo più prismatica la lettura della realtà, anzi, si potrebbe dire, mutuando l’immagine dalla geometria dei solidi, più “sferica”, là dove sussistono infiniti punti immateriali atti a costituirne la superficie. La creatività del femminile è senza limiti, quasi a voler testimoniare la differenza originaria e originante dei due generi, di questi tempi confusi e di pigro pensiero,  E lo è a tal punto da creare talora imbarazzo e fastidio, ma solo nei poveri di spirito, e non nel senso di Matteo 5 e via andando, poiché quelli sono “poveri” nel senso di dare ai beni un giusto e non eccessivo valore, questi sono poveri perché mediocri e altrettanto presuntuosi, genere e specie ricchissima di esemplari umani.

“…gli immigrati forse non sanno che non debbono violentare” (terrificante frase pronunciata da una avvocatessa a Salerno)

Leggo stamattina questa incredibile frase pronunciata, sembra, dall’avvocato Carmen Di Genio del Comitato delle Pari opportunità di Salerno. E’ talmente assurda, stupida, illogica, cognitivamente improbabile che mi sono sentito di mettere quel “sembra”, poiché un essere umano, femmina, laureato in giurisprudenza, italiano, non dovrebbe poter pronunziarla, e neppure pensarla. Siamo al di là di ogni ordine naturale di ogni genere e specie del linguaggio umano. Siamo al belluino pre-morale che, guardando l’abbigliamento beige, sobrio ed elegante dell’avvocatessa, non mi sembra appartenerle. Ma al modello culturale radical chic oggi è tutto concesso.

Se la frase, così come pronunciata, stava dentro un contesto, come si dice, anche questo non la manleva della sua pericolosissima gravità di messaggio mediatizzato. E non serve che vada giù l’eroico Gasparri a protestare, basta togliere questa signora dal ruolo e farla blaterare in circoli privati, dove ci si allena ad approssimative discussione di antropologia culturale. Mi pare si tratti della stessa ideologia di quegli studiosi di tale disciplina, che confondono la plausibilità socio-antropologica dell’infibulazione come “cultura tribale” africana, con la sua ammissibilità sotto il profilo etico. E’ come dire che, siccome un fenomeno esiste avrà le sue “buone ragioni”, e morta là.

Non è così. Io non so che sottile ragionamento stesse svolgendo a Salerno l’avvocato Di Genio, ma so che per logica comunicativa e mero buon senso non si deve mai cedere a espressioni che lascino un minimo di ambiguità in tema di tutela della condizione umana. Può anche darsi che i “costumi naturali” machisti dell’homo africanus che ha inventato, con la complicità delle donne dominanti, la mutilazione dei genitali delle bambine, prevedano che il maschio stesso possa vantare un potere di predazione sulla femmina, qualunque e ovunque essa si trovi, ma questo non può essere ammesso neppure come ipotesi legata a un’ignoranza “naturale” dei diritti umani, che sono inviolabili, quell’avvocatessa potrebbe dire “secondo le conquiste della nostra etica e della nostra cultura”. Certo che sì, ma non basta. A chi violenta perché lo ritiene un suo diritto, come si è visto fare con facilità anche in Italia nell’ultimo periodo, e come è accaduto la notte del Capodanno di un paio di anni fa a Colonia, bisogna innanzitutto “fermare le mani” e gli altri organi interessati, in qualsiasi modo, anche con le cattivissime, poi giudicarlo e punirlo e, se non pentito e convinto di avere compiuto un’azione malvagia, ricacciarlo oltremare con un biglietto di sola andata. D’accordo presidenta Boldrini, o ha dei dubbi in proposito?

Stiamo vivendo un periodo di grande confusione culturale e morale, ma soprattutto, come ho scritto già più volte, di grande crisi cognitiva. E’ il pensiero che comunque domina l’agire umano, se non vogliamo scendere la scala evolutiva dell’ominazione percorsa in un paio di milioni di anni. Non si può che tornare al valore del pensiero, per migliaia di anni espressione profonda e misteriosa dell’organo che presiede primariamente all’evoluzione, il cervello. Nell’ultimo periodo troppo spazio è stato dato all’emozione sentimentaloide del “sentire”, a una sorta di “etica dell’emozione”, che spesso ha prevalso sulla ragione, rompendo la feconda endiadi che corrobora l’una con l’altro, la ragione con il sentimento. Complici i nuovi media, l’uomo contemporaneo ha lasciato spesso in un angolo la facoltà del pensare, sostituendolo con quella del mero “sentire”, che ha in comune anche con i cugini animali. L’eguale dignità tra tutti gli umani non deve fare dimenticare le irriducibili differenze tra i singoli e tra le culture, che non vanno rimosse, ma studiate, non per uniformarle a standard astratti, ma per renderle umanamente compatibili.

Per questo la frase di Di Genio, è intrinsecamente sbagliata e fuorviante, qualsiasi sia stato il contesto in cui è stata pronunziata.

La realtà delle cose non è mai pigra, e ogni giorno è unico lungo il cammino infinito della vita

Noi umani numeriamo, classifichiamo, mettiamo in ordine, abbiamo bisogno di tassonomie, categorie, classi, ordini, famiglie di viventi, minerali, tipi di economia, di sistemi politici, di modelli sociali, di dottrine religiose, etc…, così ci mettiamo tranquilli, per modo di dire, pensando di avere tutto, o quasi, sotto controllo. Riusciamo perfino a pensare, nella nostra ansia di standardizzazione, che sia possibile “ingegnerizzare” in qualche modo anche la gestione delle persone nelle strutture organizzative, come ad esempio le aziende. Ma non è così, perché alla fin fine ogni vicenda, ogni vita umana è unica e a sé stante, ogni cammino originale e irripetibile. Individuale (“Ognuno sta solo sul cuor della terra…, Salvatore Quasimodo”)

Le giornate che si vivono sono sempre, pur nell’elenco innumere, uniche e, una volta transitate, non si ripetono, se non per sommi capi, se non come cornice di consuetudini, di atti quotidiani, da quello del sonno a ciò che si fa in stato di veglia, alimentarsi, metabolizzare i cibi, lavorare, incontrare, staccarsi dagli altri, alternare compagnia e solitudine. Ogni giorno è unico lungo il cammino. Ogni giorno è un lungo cammino lungo il quale puoi incontrare il dolore tuo e quello degli altri, e poi anche la gioia, che a volta sta lì dentro il dolore, a questi alternandosi. Il cammino è sempre più importante della meta, perché quest’ultima altro non è se non una tappa di un percorso ulteriore che sempre ti aspetta.

Sto capendo sempre di più che l’alternarsi del dolore e della gioia è un itinerario di conoscenza e di consapevolezza, e alla fine è un itinerario della coscienza d’essere.

Di conoscenza perché finalmente riesci a trasformare la corsa, anche quella in bici, in un pellegrinaggio, che ti permette di osservare le persone, i luoghi, gli atteggiamenti, le miserie, le grandezze e le cadute dei tuoi simili, e quindi di com-prendere meglio tutto e capire, cioè prendere-dentro e penetrare le “verità locali”, cioè imperfette e transeunti, ma con barlumi di luce, e capire di più anche ciò che prima ti sfuggiva o appariva nebuloso e informe: linguaggi, espressioni, silenzi, più o meno fragorosi, assenze, lamentele, reazioni strane, e via andando per la strada che fai.

Di consapevolezza perché guardandoti allo specchio riconosci tratti che prima ti sfuggivano, difetti, umanità nascoste, debolezze e anche punti di forza inattesi e sconosciuti, e ti collochi diversamente nello scenario del tuo mondo e del mondo, riducendo la distanza tra ciò che pensavi dovessero essere e ciò che effettivamente sono. La consapevolezza fa maturare quel principio di realtà che ci ha insegnato Aristotele, e che qualche volta ci sfugge, per frettolosità o per pigrizia. La realtà delle cose non è mai pigra.

La coscienza d’essere è come il contenitore di tutto, è il senso di appartenenza (aziendalmente si chiama commitment, ed è indispensabile per la collaborazione tra colleghi) a un tutto che ti trascende da sempre e per sempre, finalmente.

Il tempo che scorre è esso stesso un contenitore del tutto, categoria trascendentale secondo Kant, ma è anche uno stato interiore nel quale si svolgono, si dipanano tutti gli eventi e le storie umane e del mondo, nella soggettività di ciascuno di noi, negli alti e bassi che accadono, nelle vicende che capitano.

E allora è vero che ogni giorno è unico lungo il cammino della vita, reiterando solo la cornice delle ventiquattro ore, ma colmando di significati e soprattutto di senso questo nostro essere-al-mondo, anche se, come scrive Heidegger, inconsapevolmente gettati-in-questo-mondo.

Consentanietà ed empatia per la gestione sana delle relazioni interpersonali

Empatia è termine derivante da un glossario psicologico contemporaneo largamente in uso. Deriva dal greco en-pathos, cioè sentire (e anche soffrire, nel senso di sop-portare) dentro insieme. Oramai parlare di empatia, da quando la vulgata psicologistica (non psicologica) è diventata patrimonio televisivo e del web, di esperti, o sé putanti tali e con buon cachèt annesso, ma più spesso di pericolosi improvvisatori in materia, è quasi come parlare in Italia della pasta al ragù. Scontato,  e perfin banale.

La consentaneità è invece un termine dal profilo più filosofico-giuridico-letterario, un poco desueto, che significa essere-d’accordo, contrattualizzare una convenzione, o meglio, creare le condizioni per stipulare un accordo. Si può dire che essa descrive la fase antecedente alla stesura e alla firma di un testo su cui si sia riusciti a trovare un minimo comun denominatore, tale da poter essere condiviso da due o più parti in causa.

I due termini non sono dunque strettamente sinonimi, sia pure in ambiti culturali e disciplinari diversi. Penso però che andrebbero collegati su un piano razionale, là dove l’empatia, dimensione emotiva per eccellenza, può fungere da approccio e primo “collante” del rapporto che si sta creando, ma senza esagerare ché, lo sappiamo, un eccesso di empatia può rivelarsi pericoloso, perché porta chi lo vive in questo modo a un’identificazione troppo forte con l’altra persona, interlocutore, cliente, fornitore o chiunque sia, e con i legittimi interessi di questi. In una trattativa di lavoro o commerciale, ma anche nella normale relazione inter-umana (inter-personale, inter-soggettiva), l’abbandonarsi all’empatia porta il dialogo su un binario unico, che ben presto si dirige verso un ponte sospeso sul nulla.

L’empatia deve essere commisurata alla situazione, e quindi vigilata con cura. A quel punto entra in campo la dimensione razionale della consentaneità, cioè del sentire-insieme, del con-sentire su un affare, su un progetto di lavoro… e magari anche di vita. Esagerare con l’empatia è ridurre il dialogo tra due persone, che sono due “interessi”, a mero colloquio buonista improduttivo, quantomeno per una delle due parti.

Come in ogni altra attività umana, sia di pensiero, sia d’azione (ah caro buon vecchio Mazzini!) si deve prevedere e attuare l’intervento di tutte e due le dimensioni spirituali e psichiche che denotano l’essere umano, quella del sentimento e quella della ragione (cf. J. Austen). Oggi molti studiosi parlano di intelligenza emotiva, e va bene lo stesso, perché si riassume nello stesso sintagma la doppia faccia della relazione, l’una delle quali non può prescindere dall’altra, pena, o la sua vanificazione pratica se si mette in campo la sola empatia, oppure l’incomprensione radicale se l’empatia manca.

Non possiamo mai pretendere di entrare in sintonia (syn-tònos, dal greco: con-lo-stesso-tono) con alcuno, se non ci spendiamo in qualche modo sul piano dell’energia emotiva, per poi passare all’analisi razionale delle cose da discutere e/ o da fare insieme. Nell’economia contemporanea la partnership e la comakership, richiedono questa lucidità di vedute, insieme con la pazienza e la perseveranza necessarie per la costruzione di una relazione di qualità, precondizione per ogni passo ulteriore nel segno della collaborazione di lavoro e anche nell’ambito degli affetti.

Un esempio pratico: in ragione di esperienze fatte e studi approfonditi sono ritenuto abbastanza esperto del fenomeno del mobbing, per cui vengo anche consultato da colleghi e uomini d’azienda, fenomeno presente da sempre in tutti gli ambiti e ora bene attestato e codificato anche negli ambiti lavorativi, aziendali e non  (si riscontra anche nella scuola, nella sanità, nell’esercito, nella chiesa…). Ebbene, per cercare di capire le origini del fenomeno in un dato contesto, ho sempre applicato la “ricetta” congiunta di empatiaconsentaneità. L’empatia mi è servita a creare fiducia e confidenza nelle persone che ritenevo indispensabile interpellare per indagare sul fenomeno e conoscerlo, e la consentaneità per condividere una soluzione razionale al problema che si sarebbe potuto porre, se non conosciuto, arginato e risolto.

Su questo tema e su altri di carattere relazionale non ci si può improvvisare, ma bisogna osservare le cose in maniera paziente, certosina, e perfin sofisticata, scoprendo i segnali più deboli, e poi studiare studiare studiare, fino a raggiungere una ragionevole certezza di conoscenza e quindi di intervento risolutivo.

Si potrebbero fare anche altri esempi, ma questo basti per dire ancora una volta come il bene dell’intelletto e le sue ragioni (cf. Pascal) vadano sempre coniugate con le ragioni del cuore.

Come il sole riflesso sulla superficie cangiante del mare

A pagina 203 del suo ponderoso volume Platone 2.0, La rinascita della filosofia come palestra di vita, edito quest’anno da Mimesis, il mio amico Giorgio Giacometti, filosofo (posso dire?) neo-platonico contemporaneo, e studioso di Schelling, propone questa bellissima frase-verso, che riporto qui sopra nel titolo, a un suo interlocutore ospite di sedute di filosofia pratica. Si tratta di un piccolo industriale disorientato che ha confuso, o con-fuso per tutta la vita azienda e famiglia, facendo della seconda, in sintesi, una parte della prima: famiglia e azienda quasi indistinguibili, per cui sono nati problemi, incomprensioni, crisi, separazioni. La meravigliosa immagine del mare riflette uno stato delle cose, una condizione abbastanza comune nella vita personale e familiare degli esseri umani, specialmente di questi tempi sconvolti e disarticolati, che la cronaca ci fa pensare come i peggiori di ogni altro tempo, e invece è vero il contrario… forse.

La “superficie cangiante del mare“, quasi di montaliana memoria (cf. “Meriggiare pallido e assorto (…) osservare tra frondi il palpitare/ lontano di scaglie di mare …”), rappresenta con la metafora “scaglie” l’immagine dell’indefinibile mutazione e andirivieni delle onde sulla superficie della sconfinata distesa d’acqua di un mare o addirittura di un oceano, immisurabili e imprendibili, come le gocce della pioggia, come i raggi del sole e il mulinìo del vento novembrino.

Cangiante è  termine aulico per cambiante, quest’ultimo participio presente sgradevole all’udito, mentre la sua versione “alta” fa tanto lemma poetico e, come spesso capita, poietico, cioè costruttore di un qualcosa, e forse distruttore d’altro. Cambiare, oggi si deve cambiare, in organizzazione aziendale vi è la teoria del change management, della gestione snella (lean), efficace, della leadership situazionale, dove anche gli organigrammi possono venire scon-volti da un’idea nuova, più brillante ed efficace della linea guida precedente. Solo che in azienda e in economia il cambiamento produce disorientamenti momentanei, modifiche organizzative e un “dolore” personale controllato, o comunque controllabile, soprattutto nel caso di una perdita di posizione o del posto di lavoro stesso: in altri contesti, invece, il cambiamento può essere più doloroso perché più legato ai sentimenti e alle emozioni. Nelle vite individuali a volte càpita questa fluidità sofferente, questo scorrere delle cose, che dipende solo in parte dalle volontà singole. Secondo il pensiero di Baruch Spinoza e anche di un mio amico ristretto in vinculis, “tutto si tiene”, cioè accade, anche inopinatamente, anche contro le convenzioni, le leggi, i contratti, perché più forte, più potente, in definitiva, più umano.

Si pensi all’innamoramento e a tutto ciò che gli è connesso. Scaglie di mare, cangianti scaglie di mare. Onde, increspature del grande oceano della vita, come nel film di Andreij Tarkovskij, Solaris, dove c’è un “oceano che pensa” o, direbbe sant’Agostino, un “pensiero come oceano“. E io dico che il pensiero è più grande di ogni oceano, perché è il dialogo dell’anima con se stessa (Platone), flusso dell’immenso, ché in una frazione infinitesima di secondo arriva fino ai confini dell’universo a quattordici miliardi di anni luce.

E, in questo turbinare della vita, dove sta la morale ordinaria? dove le convenienze? dove i convenevoli? Non al centro, ma a lato, con il rispetto dovuto. Più forte è la vita, che vince sempre come nelle musiche di Haendel, ascolto ora il Dettinger Te Deum, nel pomeriggio settembrino, mentre la luce dell’autunno veniente taglia di traverso i rami dell’ulivo e la siepe di bosso che divide da un prato il mio giardino.

Il mio sguardo si perde verso le alte cime degli alberi del parco delle Risorgive, in attesa che venga l’ora del bicchiere di vino con big Mario, all’osteria dell’angolo qui vicino, per darci il tempo di racconti e di memorie, tra silenzi che scendono tra le parole. Tutte preziose, tutte pesate dall’esperienza, a volte dure, ma mai volgari, comprensive e settarie nello stesso tempo, ché l’incazzarsi è sano come ogni segno di vita, sempre che sia ben diretto, e non ingiusto a colpire anime innocenti, che sono anime salve.

Oh voci del coro potente, o trombe, ottoni dal suono di cristallo, ascoltate il canto dell’anima mia.

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