Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Oltre le grave del Tagliamento…

…stamane vagolando in bici per il Friuli occidentale, dopo esser stato ieri per quello orientale, mi imbatto in pensieri, quasi incontrandoli, invece che da me sorti, e mi vien bene riportare un passo della Breve Storia del Friuli di Tito Maniacco, pubblicata vent’anni fa da Newton Compton per la serie mille lire cento pagine. Eccoti caro lettore una pagina del carissimo Maestro, che conobbi poco, e di cui ricordo gli occhi azzurrissimi, il sorriso buono e la lingua tagliente, come la mia.

A pagina 5 “TRACCE. Sino a quando la terrificante potenza della geologia domina la storia della natura con i suoi cataclismi, il suo abbandonare inesplicabili conchiglie sulle cime dei monti, e far nascere vulcani nel profondo di stabili mari, solo un rumore di forze materiali, fisiche, con leggi sicuramente newtoniane, ma totalmente catastrofiche, domina lo spazio atmosferico. Anche i passaggi di ere che, post Darwin natum, gli studiosi hanno battezzato con nomi reperiti nella loro memoria di studenti di greco e latino, pur abbassando i rumori delle profonde trasformazioni che dal basso salgono in alto e dall’alto tendono a cadere in basso fra pantani bollenti e fiumi di ghiaccio in avanzata o in ritirata, restano paesaggi dominati in maniera incontrastata dalla storia della natura.

E’ quando compare una lieve traccia, un’ala di farfalla contro le ossa dell’epoca dei giganti che mettono a disagio il grande Cuvier, una pietra sagomata in un certo modo e non dai minacciosi canini dei ghiacci o dallo smeriglio degli uragani, è allora che, misera nella sua arrogante presenza, Giobbe nel mondo conteso da Colui-che-sono e Satana-il-vagabondo, come un sasso appena modellato con altre pietre e lanciato contro una preda o contro un predatore o contro un uomo, nella storia della natura si inserisce la storia dell’uomo. (…)”

E allora mi sovviene la prima scena di 2001 Odissea nello spazio di Kubrick, quando lo scimmione antropomorfo scopre la potenza dell’osso di dinosauro, che diventa una clava e con la clava può difendersi dagli invasori e uccidere.

Ecco, le grave del Tagliamento mi offrono questi pensieri mentre pedalo alacre a diciotto gradi nella mattina di un maggio che sta per cedere a giugno, ancora una volta leggermente teso al vento lieve della mattina. Rumore di pedivelle e auto rare. Vespe d’epoca anche con sidecar, motociclisti dal cervello di Interceptor sfrecciano sulla statale, finché devio verso la campagna di Fiume dei Veneti, lungo il Sile e altre rogge, luminose nell’irideo scorrer delle acque. Il mio omonimo capo della gran Brovedani mi trattiene a lungo, parlando delle varie cose d’azienda che condividiamo. Gli ricordo che dobbiamo tornare a Bari e lui mi ricorda la trasferta slovacca di giugno. Salutandolo lo informo di un giovin ragazzo che visiterà l’azienda per imparare la complessità dei rapporti, a giugno avanzato, con il reparto delle umane risorse, cioè della cura delle persone.

Il ritorno è di mezzo alla grande campagna meridiana, son solo con la mia rossa Bottecchia d’alluminio e pedalo in silenzio, vigorosa andatura, finché non traversa la via un nerissimo colubro. Una foto, ché l’estate dei nostri serpenti è iniziata.

Più tardi di nuovo al paese del fiume a parlare di Verga e Manzoni, di Equi, di Volsci e Sanniti, di Dickens e del nostro Pier Paolo da Cjasarsa, e poi  la sera verrà sui pensieri e sui volti presenti al mio cuore.

La donna terapeuta

(Qui accanto Keira Knightley e Michael Fassbender in A Dangerous method )

La donna si è sempre presa cura di tutti, dei bimbi, dei vecchi e degli uomini. E’ terapeuta per natura, se diamo all’antica parola greca il suo significato filosofico originario: il “prendersi cura” di qualcuno. Vediamo da dove “viene” questa straordinaria parola, prima di tornare al tema specifico.

Il termine terapia deriva dal greco θεραπεία (therapeía) e si può intendere bene nell’accezione di “procedura verso la guarigione”, soprattutto in ambito medico-clinico. Da un secolo e mezzo circa del termine filosofico si è impadronita anche la psicologia, nel trattamento dei disturbi mentali o di alterazioni psico-sociali.

Il significato di terapia oggi dipende dalle definizioni di salute e patologia e degli strumenti diagnostici utilizzati per analizzarle. Sappiamo anche che le terapie possono essere denominate in modi diversi: farmacologiche, chirurgiche, profilattiche, di sostegno, riabilitative, o palliative (ad esempio del dolore).Tra le terapie riabilitative e palliative troviamo: la fisioterapia, la pet therapy, la musico terapia, la clown terapia, l’arte terapia, la moto terapia, la prano-terapia, etc.

Ma la terapia è anche qualcosa d’altro, è attenzione, e pochi oggi hanno attenzione per l’altro. Io stesso sono cagionevole di attenzione.

Detta anche “cura” la terapia è un concetto applicabile a ogni attività volta ad alleviare, ridurre o estinguere uno stato di disagio. Da un punto di vista giuridico le terapie possono essere esercitate solo da professionisti riconosciuti, come il medico, lo psichiatra, lo psicologo, il fisioterapista, etc. E’ in discussione se possa definirsi terapia anche il counseling o la consulenza filosofica: nel senso corrente del termine penso di no, mentre se la intendiamo nel senso classico, socratico-platonico, direi di sì, soprattutto se si tiene conto di un’accezione più universale, più antropologicamente completa, come quella del “prendersi cura” dell’intera persona, non solo del sintomo o della malattia.

Ma la terapia è anche qualcosa d’altro, è considerazione dell’altro come altro-io, non come tu, e io, sempre cagionevole, ogni mattina mi esercito a considerare l’altro come un io, come fossi io.

Denominati Terapeuti erano i membri di un movimento religioso giudaico presenti dal I secolo soprattutto in Egitto e fino alla Grecia. La loro dottrina era piuttosto sincretistica (cf. Filone di Alessandria, De vita contemplativa, e Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiatica), mentre i costumi di vita erano caratterizzati da sobrietà, studio e riflessione sulle Scritture sacre, in qualche modo simili a quelli degli Esseni.

La preghiera per i Terapeuti era importante anche come ispirazione pratica per le prime chiese cristiane: uno dei testi più antichi di preghiera eucaristica è la paleoanafora alessandrina contenuta nel papiro Strasbourg Gr. 254, la quale mostra una chiara dipendenza dalla benedizione di Yotzer Or, uno dei testi che precedono lo Shema Israel (ascolta Israele) nella liturgia giudaica, così come la preghiera del mattino o della luce che viene fu ispirazione forte per il primo monachesimo cristiano dei Padri del deserto.

Filone di Alessandria riferisce che per i Terapeuti la preghiera era una medicina che curava non solo l’anima ma anche il corpo, tutta la persona credente.

Ma i terapeuti oggi sono le donne, ovunque nel mondo, liberanti prima ancora di essere liberate, nei mondi chiusi dell’islam radicale, ma anche di certi nostri ambienti e culture giudicanti, e ciononostante restano terapeute, curatrici attente e senza pretesa di gratitudine.

Io sono convinto che nell’evoluzione millenaria che ci ha condotto ai nostri tempi, sia rimasta la donna, come femmina del genere umano, a possedere ancora integre le qualità terapeutiche primordiali, perché tutto, madre, figlia, amante, sposa, amica, ascoltatrice paziente, perdonante, in attesa di attenzione, che spesso non arriva.

Ma lei è lì.

L’essere, il linguaggio e la scrittura

Il processo di ominizzazione è iniziato circa 4/6 milioni di anni fa, quando da un fascio filogenetico si sono distinti esseri in grado di scendere dagli alberi, di ergersi nella savana a vigilare e scrutare e infine a scoprire il fuoco e la possibilità della cottura della carne. Così insegnano le più recenti ricerche paleoantropologiche. L’Homo Naledensis, recentemente scoperto In Africa meridionale, sembra essere l’ominide da qui poi sarebbe derivato l’Erectus e il Sapiens, che risale a non più di circa 150 mila anni fa, cioè noi.

La cottura dei cibi ha sicuramente giovato allo sviluppo delle facoltà cognitive nel sistema neurale, fino a creare le possibilità di una proto-fonetica fisica, soprattutto con lo sviluppo delle corde vocali e dell’osso ioide, atta allo sviluppo di un primo linguaggio che può dirsi “umano”.

Si può pensare dunque che i nostri antichi iniziarono a comunicare, prima con i gesti e successivamente con borborigmi semplici che diventarono sempre più sofisticati fino ad essere un linguaggio, con significati codificati e condivisi.

Questo si è trattato nel Caffè Filosofico di iersera, a cura di due esperti, uno psicologo e un medico. Peccato che non si sia parlato della scrittura, perché, dopo la codifica di suoni significanti qualcosa, l’uomo ha cominciato a produrre pittogrammi, cioè segni significanti qualcosa, sulle prime di carattere solo iconico-ideografico e, solo molto più recentemente, forse non più di 4000 anni fa (Ugarit) la produzione di sintesi sillabiche, prodromo della costruzione di parole e frasi. L’indoeuropeo può essere considerato un po’ la base di quest’ultima radicale e evoluzione, con i suoi discendenti come le lingue fenicia, quelle semitiche, e infine il greco arcaico e antico (cf. A. Marcolongo, La lingua geniale, Laterza 2016).

L’essere, il pensiero e la scrittura. Si può dire che in qualche modo sono “apparentati”, non nel senso di essere-la-stessa-cosa, ma dimensioni della cosa stessa secondo prospettive diverse: si può dire che la con-sistenza sostanziale delle cose si può pensare e si può scrivere. In questo senso hanno ragione Heidegger e Wittgenstein, che attribuiscono al linguaggio una verità ontologica. Le parole dicono le cose e esprimono i pensieri, anche se in modo diverso. Le cose sono sempre più ridondanti rispetto alla loro descrizione, così come i pensieri non sono mai del tutto esprimibili con la parola scritta.

Per questo bisogna vigilare sul linguaggio, sulle parole che si dicono o si scrivono, perché ogni parola pronunziata ha un peso, provoca conseguenze, come a me è successo di subire qualche giorno fa. Parole forse un po’ troppo “in libertà” mi hanno creato, per la loro provenienza specialistica (medica), qualche non banale patema d’animo, oggi fugato da analisi cliniche negative, parole che hanno generato preoccupazione e sofferenza psicologica, intervenendo con la loro “verità” situata in un tempo quando non era ancora possibile smentirle. Bisogna stare molto attenti a quello che si dice, evitando diagnosi azzardate, così come insulti e giudizi incongrui (pregiudizi), sempre, non apostrofando le altre persone a male parole, non usando le parole come clave, ma come modi di accesso all’altro, alla sua spiritualità, alla sua verità di persona.

L’essere è dunque pensiero e linguaggio, parola e scrittura, e perciò stesso va considerato come qualcosa che il linguaggio, la parola e la scrittura dicono e fanno esistere.

Come non si deve mancare di rispetto alle persone proferendo insulti, così non si deve mancare di rispetto alla parola, usandola senza discernimento.

andare&restare&ripartire&fermarsi

Caro lettor meridiano,

come insegnava l’oscuro ma limpidissimo Eraclito di Samo, nella vita umana il movimento e la sosta sono tutto, come modi ordinari e  nel contempo “estremi” dell’esistenza. L’uno non può fare a meno dell’altra. O siamo in movimento o sostiamo, o vegliamo o dormiamo. Un sistema binario, polare, contrapposto, ci accompagna, certamente con tutte le sfumature intermedie del rallentamento, dell’essere assonnati ma non ancora addormentati, dell’essere stanchi senza esserci ancora fermati, dell’esitazione, e così via. Sempre, però nella nostra essenza di esseri umani, come altrettanto autorevolmente spiegava Parmenide di Elea.

Senza dimenticare che stiamo parlando dello 0,3 di tutti i viventi, noi animali, mentre il 99,7, costituito dai vegetali… è sempre stabile, o vive con movimenti lentissimi e comunque radicati nella Madre terra, dal più piccolo filo d’erba alle sequoie, che sono i più grandi organismi viventi mai apparsi e sviluppatisi sul nostro pianeta.

Anche gli organi del corpo umano si muovono come sopra, il cuore con sistole e diastole, i polmoni con l’inspirazione e l’espirazione, e via dicendo.

In teologia cristiana vi è il concetto duplice di exitus e reditus, cioè una dinamica che l’anima deve operare al di fuori di sé, anche rischiando, proprio per poter tornare in sé arricchita di sapienza: uscire da sé per rientrarvi più sapienti. Il pellegrinaggio nella vita per crescere secondo la luce della verità, che si comprende solo parzialmente, nel tempo e spesso nel dolore.

Quando si sale il crinale aspro di un monte il movimento è lento, controllato, guardingo, perché il pericolo ambientale è in agguato. La montagna è una manifestazione geologica meravigliosa e arcigna, attraente e anche repulsiva nello stesso tempo. Ricordo quando si giunge su un altissimo giogo, impervio e stretto ed ecco, di là scende una serpentina ripidissima nel ghiaione, che si deve fare. La bicicletta da strada è l’altra metafora: quando si esce vuol dire ore di fatica controllata a volte ai confini di una certa ascesi masochistica, che suggerisce di accorciare, di tornare evitando le raffiche del vento, che son come muri. Andare, fermarsi, tornare, restare, come nella vita.

Nello studio occorre la pazienza perseverante dell’andare e dello stare-fuori, del rischio, dell’esame, della difficoltà inattesa e a volte sconvolgente. Ma poi c’è il risultato, sempre da confermare, mai definitivo.

Nel lavoro si arriva e si può anche andare via, le dimissioni sono sempre possibili, mentre i licenziamenti, che fino a mezzo secolo fa erano facilissimi, sono stati regolamentati per garantire un maggiore equilibrio tra le parti.

Nelle azioni umane vi è la possibilità di commettere reati o “peccati”, ma poi è previsto il giudizio, l’ammissione della colpa e l’espiazione della pena: andare e restare per riprendere il cammino possibilmente emendati. Si tratta su questo di vedere bene le cose in base a quale etica e alla “verità” intrinseca dell’agire.

Negli affetti, nelle scelte, nelle esperienze, nella vita, dove si arriva inopinatamente e da cui ci si diparte necessariamente. Per le Terre di Valinor.

“Voglio la mamma! Voglio la mia mamma!”

Leggo su Libero un pezzo di Melania Rizzoli (23 aprile 2017) dal titolo più o meno simile a quello di questo mio. Libero è senz’altro un quotidiano che si colloca a “destra”, ma con tinte liberali indubbie, in coerenza con il “nome”. Sotto la direzione del marpione scafatissimo Feltri sr. non ha fatto mai battaglie codine o bigotte. Per questo l’articolo citato ha una sua credibilità. Rizzoli racconta che “(…) una bambina di tre anni, figlia biologica di un componente di una coppia di gay  e di una madre surrogata, ogni volta che piange disperata, grida, chiama e invoca tra le lacrime la mamma, pur non avendola mai conosciuta, gettando nello sconforto i due genitori (per uno dei due virgoletterei volentieri il termine). (…)”. Il blogger canadese John Hart è il padre adottivo della figlia naturale del suo compagno…

La piccola ha vissuto con loro da quando aveva sei mesi e quindi non può avere alcun ricordo cosciente della madre, e loro due, racconta Hart, si fanno chiamare “daddy” e “papà”, rispettivamente, non so in che lingua, ché dall’articolo non si capisce bene.

Ma la bimba, in un supermercato, non contenta della spesa che “daddy” stava facendo per lei, ha cominciato a chiamare la mamma, con grande imbarazzo degli astanti, che all’inizio non capivano e poi un po’ sì.

Il tema è quello della sottrazione programmata del principale dei genitori “naturali” di ogni mammifero-essere umano, la mamma. La mamma in cui ci si forma da uno zigote unicellulare, fusione di un gamete maschile e di un gamete femminile, la mamma da cui si nasce, la mamma da cui si sugge il latte, che si chiama “mamma” proprio perché il termine deriva dal suono onomatopeico della suzione del seno “mm mmm… mam-ma“, mother, mummymutter, mater, maman, metèr, etc..

Dolce e Gabbana, coppia omosessuale si è a suo tempo già intelligentemente dichiarata contraria alle adozioni da parte di coppie gay. Altri invece se ne sono vantati, come di uno scoop affettivo irresistibile, tipo Vendola.

La ricerca della madre è istintuale, antecedente a ogni deposito culturale o di modello familiare eterosessuale. Il bimbo, come anche la persona in difficoltà, indebolita dagli anni o in pericolo, chiama la “mamma”, come se la protezione dell’utero fosse in definitiva l’unica radicale condizione di stabilità, di rassicurazione e di verità affettiva.

Il più forte rapporto d’amore negli umani è quello tra madre e figlio/ a, di gran lunga superiore a ogni altro legame, compreso quello del padre. Può succedere di tutto, anche ogni sorta di violenza intra-familiare o extra, ma la madre resta l’ultimo baluardo, l’ultimo e più forte vincolo posto dall’evoluzione naturale nella filogenesi delle generazioni.

Non so se questo è difficile da capire o l’egoismo di certe persone troppo forte, tale da ottenebrare il raziocinio naturale.

La “tardanza”, ut sensus sempiterni actique temporis

Il termine dantesco (muovi novella mia non far tardanza) è ormai un neologismo, e non mio, e mi incanta. E’ nella lettera di una persona che curo, in ristretti orizzonti, che ha scritto a Bea, in ritardo, ritardissimo, come risposta, ma ha scritto. Negli anni ho proposto alcuni neologismi che qui non ripeto, ma che hanno preso piede sul web, ma questo è bellissimo, anche se è aulico sembrando un neologismo. La tardanza. Suona come quasi dimenticanza, eppure è solo il nome in-ventato, cioè (latinamente) trovato di una risposta tardiva.

Ho scritto l’altro giorno del senso del tempo, e forse non ho colto questo, di senso. La tardanza mi ricorda anche la perdonanza, di medieval memoria, cioè il per-dono, o dono iterato. E anche la danza, come assonanza, come baldanza, come…

Ma è proprio vero che il tempo cronologico, che ci domina, deve vincere sempre? Non è ora di rallentare un poco? Lo dico a me, cretino!, e di fermarsi a contemplare il mondo, mundus semper Deo reconciliatus, infinita Dei Caritate?

A volte le cose della vita, i passi fatti, gli errori compiuti, le amnesie, le omissioni, sono più importanti dell’efficienza, della redditività e del business, che dominano quasi incontrastati il mondo. Oggi guardavo fiori di primavera, nella collina, mentre mi muovevo in auto. La primavera tornata e il sentimento dell’estate che torna.

E mi veniva in mente che la vita vince, vince sempre, sulla corruzione e sulla morte.

E allora vi è l’indugio, il rallentamento, il recupero, l’attesa, il silenzio, il vento turbinoso che si ferma e resta una brezza leggera come il passo di Dio nel Libro dei Re, quello sentito sommessamente da Elia.

La tardanza è una versione del tempo interiore, che si può gestire, ma affrancandosi dal tempo della produzione necessitata. Non rimpiango nulla, né mi pento della frenesia vitale della mia corsa, della fatica fatta, della forza profusa, ma forse è tempo, è giunto il tempo del raccolto, e del rallentamento, della comprensione, dunque, della mia verità totale. Infatti si è rotto un velo, fatto di silenzio e di rattenuta discrezione, e ora mi scorre la vita anche fuori dall’alveo, nella tardanza, che è una dimenticanza, che è una lontananza, che è una perdonanza, che è un’itineranza, che è una perduranza, che è una danza… che è un’assenza.

Il senso del tempo

Il tempo fisico e il tempo interiore, il tempo occidentale e il tempo orientale, il tempo del lavoro e il tempo del riposo, il tempo dei carcerati e il tempo di fuori, il tempo lineare e  il tempo ciclico, cioè quello delle stagioni, il tempo del sacro e il tempo del profano, il tempo della camminata in salita e il tempo della maratona, il tempo della salute e il tempo della malattia, il tempo dei giovani e quello di chi ha qualche anno di più, il tempo dell’uomo e quello di Dio, l’eternità…

Il senso del tempo è complesso, incontenibile in una definizione semplice, esaustiva. E aggiungo: in senso assoluto il tempo non esiste, perché è relato allo spazio, come ci ha insegnato il genio di Ulm.

Se ne sono occupati Parmenide e Zenone di Elea (celebre il suo paradosso del piè veloce Achille e della tartaruga), Platone, Aristotele, sant’Agostino, Leibniz, Kant, Bergson, Einstein, Lorentz, Hawking, e ognuno di noi in ogni momento… di tempo.

Esploriamo insieme il primo capoverso.

Innanzitutto il tempo fisico e il tempo interiore: il primo è misurabile secondo lo schema dei secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni, lustri, secoli, millenni… eoni (direbbe uno gnostico), e quindi ha una sua oggettività, perché è quello cosmico (cioè dell’ordine conosciuto), della rotazione terrestre e della rivoluzione della Terra attorno al Sole; il secondo è immisurabile, perché non scorre, ma si sente dentro l’anima (cf. Agostino, libro XI Confessiones); può durare un attimo oppure ore e ore, e ciò dipende dagli stati interiori, dal malessere o benessere della mente e del corpo. E’ indefinito, misterioso, affettivo, profondo. I greci lo chiamavano kairòs, cioè “tempo opportuno”, distinguendolo dal krònos, il tempo lineare, misurabile.

Il tempo occidentale è diverso dal tempo orientale: qui da noi siamo più legati a orari precisi, scanditi, rigorosi, a volte rigidi, e ci arrabbiamo se non si rispettano gli orari, gli appuntamenti, gli impegni presi nel tempo condiviso; è titolo di vanto che i treni e gli aerei partano e arrivino in orario; in oriente è diverso: non vi è questa rigidità, ma una sorta di indulgenza per il ritardo, per la lentezza, per il rinvio, per l’attesa. Quale dei due sia più saggio lascio al lettore il giudizio.

Il tempo del lavoro e il tempo del riposo: eccoci a una struttura tutta compresa nel tempo misurabile, poiché di solito è dato un tempo per il lavoro, così come è stabilito dalle leggi e dai contratti, ma anche dagli impegni presi nelle libere professioni; il tempo del lavoro sta lentamente accorciandosi, grazie alla tecnologia e all’innovazione. Si dovrebbe renderlo sempre più creativo e meno noioso, sia per dividere le opportunità di lavoro tra più persone, sia per connetterlo sempre di più con la vita. Io mi sento un privilegiato, perché sono riuscito in questo, incastrando decenni di lavoro e di studio, in contemporanea, e oggi faccio attività che sono ricerca intellettuale e ricerche che sono utili agli altri sul piano pratico.

Il tempo dei carcerati e il tempo delle persone libere: frequento le carceri da decenni, per assistere e comprendere. Il tempo di chi vive in ristretti orizzonti è diverso dal mio, dal tuo, mio gentile lettore, perché è collocato dentro uno spazio. Il tempo in quello spazio si dilata infinitamente, per cui le giornate scorrono lente, lentissime, ma chi colà vive non se ne rende conto, perché non le considera, non le conta, non le valuta. Un giorno dopo l’altro, cantava Luigi Tenco, la vita se ne va. Come tutte le vite, ma quelle dei carcerati in modo più lento, anche se spesso loro se ne vanno prima di noi.

Il tempo lineare e il tempo ciclico, quello delle stagioni: in realtà osserviamo tutti e due questi modi del tempo: ci è noto quello lineare, delle ore e dei giorni e anche quello delle stagioni, che cambiano e che ritornano, perennemente, a nostra memoria, e a quella dei nostri avi (cf. Esiodo). Si va avanti negli anni, ma primavera torna sempre, e poi le altre stagioni, come le canta Antonio Vivaldi.

Il tempo del sacro e quello del profano, cioè di ciò-che-sta-di fronte-al-tempio (il fanum): in realtà il tempo del sacro è tutto il tempo che viviamo, non solo quello delle domeniche  e delle altre feste comandate dalla tradizione cattolica, ché tutto il tempo è sacro, nel senso che è il tempo della vita, mentre piuttosto possono essere esecrande alcune azioni dentro il tempo, come quelle degli assassini di Alatri, e di altri innumerevoli delitti dell’uomo che tenta di diventare tale (cf. Nietzsche), con grande fatica.

Il tempo della camminata in salita e quello della maratona: diversissimi, perché il primo deve sopportare la conquista di un dislivello e la progressiva rarefazione dell’aria, il secondo si sente nel ritmo ed è scandito dai chilometri fatti. Il tempo in salita sostituisce la distanza ed è condizionato dall’ambiente, dalla meteorologia, dalle condizioni fisiche di chi sale lungo il crinale del monte.

Il tempo della salute e quello della malattia: il primo è quasi come se non ex-istesse, è leggero, dato per scontato, come un diritto (eeeh i diritti!), il secondo a volte non passa mai, nella solitudine di un letto a guardare il soffitto o l’andirivieni di medici e infermieri, e si vive quasi fosse un’ingiustizia.

Il tempo dei giovani è frenetico, oggi scandito dalle connessioni continue via web pc cell tablet, mentre per chi ha qualche anno di più scorre in modo diverso, più similmente alle altre fattispecie sopra elencate, ché i giovani, specialmente i digital born, non hanno proprio il senso del tempo, vivono, e forse è un bene, chissà?

Il tempo dell’uomo è diverso dal “tempo di Dio”, dall’eternità, come viene chiamato in teologia, cioè il tempo senza tempo, il nunc aeternum, che non ha inizio né fine e attende ciascuno di noi perché ce ne rendiamo conto, essendo già immersi nella sua luce.

Il senso del tempo è sempre diverso, è il manifestarsi delle cose nel tragitto, il loro significato, il loro valore, la loro verità per ognuno di noi, che vive nel tempo, anche se il tempo fugge, pur non essendo. Infatti è solo il contenitore della vita, come lo spazio, di cui è gemello monozigote. Per ora nel luogo dove vivo, perché dell’oltre nulla so.

Emanuele di Alatri

Caro lettore,

Emanuele è morto ucciso da un branco di delinquenti appartenenti alla gente “normale”. La statistica psichiatrica spiega che atti di questo genere sono commessi solo nel 10% dei casi da soggetti psicopatici, mentre il restante 90% è opera dei “normali”. Sarà anche che la violenza inter-umana è in declino rispetto al passato, come spiega nel suo classico libro in tema edito nel 2012 Steven Pinker, ma è difficile sopportare azioni come quella di Alatri. Gli specialisti della mente aggiungono anche che certi soggetti, se ottenebrati da alcol e droghe, in situazione di branco, abbassandosi radicalmente l’autocensura e la soglia critica morale, magari anche anempatici, possono diventare autori di nefandezze come quella di Alatri. E si è anche tentati di riprendere per mano un certo biologismo materialista alla Lombroso, o almeno alla Adrian Raine (cf. il suo Anatomia della violenza, Mondadori Università, 2016).

L’azione mala appartiene all’uomo e alla sua libertà. L’azione mala è compiuta dunque in piena responsabilità, ché quando si decide di bere o di drogarsi si sa di poter perdere del tutto o in parte il controllo delle proprie azioni. E quindi si decide di poter diventare dei criminali. I due maledetti bastardi, fratelli di 27 e 20 anni che hanno massacrato Emanuele ora meriterebbero di essere processati per direttissima, prendere l’ergastolo e chiudere il discorso qui, anche se avessero lesioni congenite orbito-frontali, ma così non accadrà, in questo stato di semi-diritto, di semi-democrazia, di paradossi giuridici, per cui chi delinque in questo modo è spesso condannato a pene risibili in proporzione alla gravità del delitto commesso, che in questo caso è aggravato dalla futilità e dalla crudeltà. In un contesto di omertà locale legata a una tradizione nefasta.

Detto questo d’impeto, rientro in un tono che mi è più consono. Quale è la lezione che si trae dall’ennesimo crimine contro la persona? Una lezione complessa, da equilibrare con cura, rifuggendo dai due estremi della colpa totalmente individuale e dalla colpa sociale, o sociologica che sia. Ho letto infatti alcuni commenti di benpensanti “politicamente corretti” alla Gianfranco Bettin, che, dopo avere fatto un rapido cenno alla responsabilità individuale dell’azione mala, si sono subito affrettati a buttarla sul sociale, sui cattivi esempi televisivi, sui linguaggi violenti etc. Tutto vero, ma non esageriamo. Conosco persone che hanno avuto infanzie disgraziate e che sono meravigliosamente umane, così come ne conosco altre, viziate e privilegiate, che sono esseri spregevoli. Si dirà: la sofferenza tempra e l’agio rammollisce. Vero anche questo, ma fino a un certo punto. E allora?

Il lavoro da fare è immenso, in una situazione in cui le agenzie educative sono indebolite e la cultura della responsabilità individuale piuttosto negletta. Non è né di destra né di sinistra riprendere un discorso fondato sull’antropologia reale, non su quella presunta, ipotizzata o auspicata. Se non si agisce con fermezza e lungimiranza nell’ambito educativo, la deriva attuale non potrà che peggiorare, sapendo che molte persone, ambienti e situazioni sono degradati a un punto tale da non consentire scorciatoie ottimistiche. Una disciplina fondamentale che potrebbe servire è la consulenza filosofica, così come è declinata nella modernità, sulle tracce di Socrate e Platone, dall’esperienza del professor Achenbach a quella di Phronesis, e quindi alla mia. Consulenza filosofica individuale e di gruppo, che gli Enti locali potrebbero promuovere, a partire dal Comune di Alatri: seminari e riflessioni sui valori umani, sulla pari dignità, concetti semplici da capire anche da parte di persone “normali”. In questo modo si porterebbero nell’ambito sociale sollecitazioni razionali, culturali e morali in grado di ristrutturare il pensiero. Ancora una volta l’intelletto e la ragione sono la dimensione e il luogo dove si può sviluppare la crescita interiore delle persone.

Forse occorrerebbe perfino, oso dire, una revisione dello stato di diritto nel senso di operare una sorta di contaminazione obbligatoria di buona cultura morale sociale nelle zone meno civili della nazione, magari imponendo insegnanti e pedagogisti provenienti da fuori, anche dall’estero, ben pagati e motivati. Occorre mescolare le carte, come un tempo faceva la leva obbligatoria, inopinatamente depennata dall’ordinamento. Idee di destra? Ma non fatemi ridere, sono solo idee nel vuoto pneumatico che ci affligge.

Ah, aggiungo una penultima: è apparsa sul web una infinita stronza vegana che ha postato la foto di Emanuele pescatore con una bella trota catturata e la didascalia seguente: “Emanuele è stato ucciso, e anche il pesce“. Ignobile.

E  un’ultima: il giorno stesso dell’omicidio un Gip romano ha rilasciato il più vecchio delle due carogne dopo una notte in guardina, perché gli avevano trovato in casa centinaia di dosi di coca, maria giovanna e hashish, ma siccome “era per uso di gruppo”, allora…

La coscienza morale è un lusso di questi tempi?

Qui, caro lettore, stiamo senz’altro trattando dell’accezione morale della coscienza, non di quella neuro-psicologica, che potremmo chiamare coscienza-consapevolezza d’essere esistentivo, o coscienza riflessa.

Nella storia umana piena di guerre sanguinose, di imbrogli e truffe, piena di superficialità, di ignoranza colpevole, di manipolazioni intellettuali e ottusa noia, non ultimo fomite di delitti e malefatte, anche se spesso sottovalutato, sembra veramente sia stato sempre e sia in qualche modo ancora un lusso avere una coscienza e ascoltarla.

Il dibattito su ciò che sia la coscienza morale è presente nella storia del pensiero occidentale da almeno due millenni e mezzo (in quello orientale da più tempo ancora), ma ha assunto una connotazione forte e distinta soprattutto con il pensiero di Platone e di Aristotele (cf. Etica a Nicomaco, etc.), ma anche delle “scuole” scettiche, stoiche e ciniche. Il pensiero cristiano, a partire dal riconoscimento della persona umana come valore in qualche modo assoluto (Vangeli canonici e Lettera di Paolo ai Galati 3, 28 come fonti principali) ha sviluppato il tema nelle sue varie declinazioni patristiche (Giovanni Cassiano, Giovanni Climaco, Agostino e Gregorio Magno tra diversi altri) e filosofiche (in primis con Tommaso d’Aquino), fino alla modernità (Kant, Marx, Nietzsche, etc.) e alla contemporaneità (Heidegger, Jaspers, Elisabeth Anscombe, Martha Nussbaum, Cornelio Fabro, etc.).

Secondo la dottrina classica la coscienza dovrebbe essere Lex aeterna in rationali creatura, cioè la capacità di “sentire” dentro che un’azione è buona o mala, che un detto è onesto o falso, che un apprezzamento è giusto o ingiusto, e così andando. La coscienza come voce interiore che, se non è zittita dalla crudeltà e dal cinismo, indirizza e giudica le azioni umane libere, per quanto possibile.

La coscienza va relata al tema della libertà, che a sua volta si declina in vari modi: da quello liberale classico del fare ciò che è consentito rispettando la libertà altrui (Stuart Mill, etc.), a quello edonista-emotivista del “fare ciò che si vuole”, a quello etico-personalista del “volere ciò che si fa”, con una sottolineatura forte del momento razionale e logico argomentativo della scelta morale.

 

Breve excursus storico-filosofico

Citiamo innanzitutto il Codice del re Caldeo Hammurapi del XIX secolo a. C., il Decalogo biblico (Esodo e Deuteronomio) e il Codice Levitico (VII/X sec): già in questi testi legislativi si riflettono un’etica umana rispettosa di certi limiti. La coscienza aveva cominciato a funzionare a livello giuridico-normativo e socio-politico.

E’ chiaro che la “misura della coscienza” va contestualizzata e storicizzata, perché la nozione del valore da attribuire alle cose, agli atti e alla vita umana è cambiato nel tempo, in modo diacronico rispetto ai vari luoghi abitati del pianeta. In ogni caso una carrellata non sistematica su fatti orribili accaduti nel tempo è utile.

Torno molto indietro solo con due esempi: la strage di Tessalonica voluta dall’imperatore Teodosio nel 390, convocatore cristianissimo del Primo Concilio di Costantinopoli e la strage di ebrei e musulmani perpetrata da Goffredo di Buglione e Raimondo di Tolosa il 15 luglio del 1099 a Gerusalemme. Si possono poi ricordare, tra le altre, le stragi degli Albigesi nel 1209 a Beziers (“Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”, la frase di un capo crociato, l’Amaury, a un soldato dubbioso), la notte di San Bartolomeo tra il 23 e il 24 agosto 1572 in cui vennero sterminati migliaia di Ugonotti (protestanti); i roghi di Bruno e Serveto; il genocidio degli Armeni perpetrato dai Turchi nel 1915; la morte per fame di milioni di contadini e i fucilati per paranoia del capo, sotto Stalin; la Shoah voluta da Hitler, Himmler e Heydrich; il bombardamento tedesco di Coventry; quello alleato di Dresda e del quartiere di San Lorenzo a Roma, fino ai due supremi atti di terrorismo di ogni tempo, il volo dell’Enola Gay autorizzato dal presidente Truman su Hiroshima e poi dell’altro B29 su Nagasaki.

Dov’è la coscienza di Gheddafi che ordina Lokerbie e quella di Sarkozy che vuole Gheddafi morto e scatena l’inferno; dov’è la coscienza di Saddam Hussein che gasa i Curdi e quella di Bush “il demente” e Blair “l’idiota” che scatena un altro inferno. E quella di Bin Laden?

Dov’è la coscienza di Parolisi che ammazza a coltellate la moglie per? non si sa… e quella dell’ometto bergamasco che uccide una bimba per eiacularle sopra; dov’è la coscienza di Stasi che ammazza la fidanzata (se è veramente colpevole, però!), e quella di Donato Bilancia che uccide diciassette donne; dov’è la coscienza di Leonarda Cianciulli che saponifica il prossimo; dov’è la coscienza di Chikatylo, e quella di Ted Bundy, o quella di Jeffrey Dahmer? E quella dei “soldati di Allah” che ammazzano a Londra, Madrid, Parigi, Bruxelles e Nizza. Soldati di chi? Quanta ignoranza, fanatismo, arretratezza… si tratta forse della diacronia nell’ominizzazione. Recuperiamo, via!, non solo il dato sociologico, ma anche un poco Lombroso o Adrian Raine (cf. Anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine, Mondadori Università, Milano 2015).

Abbiamo sentito dire che l’assassino “islamista” di Nizza era depresso perché la moglie lo stava mollando, ma dài, il depresso si suicida, non ammazza, beati giornalisti e buonisti del c.zo! Paranoico, forse (cf. Manuale Medico Diagnostico IV).

Come facciamo a chiamare “danni collaterali” i bambini, donne, vecchi uccisi dai bombardieri americani, francesi o russi, solo perché erano nei dintorni di un capo jihadista? E quella di Erdogan, democratico dittatore?

Dov’è la coscienza di Totò Riina e dov’era quella del giudice che condannava Enzo Tortora?

E l’elenco potrebbe continuare sine die, anche se il buon Steven Pinker ci spiega che la violenza è in declino (cf. Il declino della violenza, Feltrinelli, Milano 2012). Speriamo, ma il declino sarà lento e molto lungo.

Il sogno come metafora dell’aldilà

La tradizione semitica ebraico-giudaica supponeva come aldilà, cioè un oltre-vita, l’esistenza dello sheol, luogo umbratile e solitario, e solo nel secondo libro dei Maccabei vi è un cenno fuggevole a una sorta di “vita eterna” post mortem; la tradizione cristiana e soprattutto quella islamica hanno dato configurazione all’aldilà come luogo di pace e serenità, o addirittura di delizie, il p-a-r-d-e-s, da cui paradiso, oppure l’inferno, nozione-luogo di tormenti eterni, ovvero di solitudine infinita dell’anima per  l’assenza di Dio, come spiegato recentemente da papa Ratzinger.

San Girolamo, esegeta coltissimo, ma burbero e iracondo, sosteneva che in paradiso gli esseri umani troveranno anche gli animali che gli hanno fatto compagnia in vita.

La cosmologia insegna che non vi sono luoghi del genere nell’universo o nei multi-versi che siano, a stringhe, periodici, secondo Origene, o Giordano Bruno o Einstein o Hawking. E allora? Dov’è, se c’è il paradiso o l’inferno, o addirittura il purgatorio, nozione teologico-letteraria medievale?

Proviamo a pensare ai tre stati in cui si può trovare l’uomo vivente: lo stato di veglia, lo stato di sonno e lo stato di coma. Il primo è caratterizzato dalla coscienza vigile, il secondo coincide con la perdita di coscienza e l’immersione in una dimensione di assenza dal flusso psicologico e motorio della veglia, il terzo è ancora diverso, simile al sonno ma causato da traumi o indotto farmacologicamente.

Esaminiamo lo stato di sonno. In questa condizione l’attività cerebrale è febbrile, e si sogna. Nella parte centrale del sonno REM, a metà circa di un ciclo circadiano i sogni ci portano in mondi fantastici, a volte paurosi, dove vengono meno le leggi della fisica e della natura conosciute, dove facciamo incontri inopinati e accadono cose senza senso… apparente, cioè senza il senso ordinario dello stato di veglia.

I sogni sono stati oggetto di studio e interpretazione da millenni, la Bibbia è piena di sogni: hanno sognato Giacobbe il patriarca, il padre di Gesù di Nazaret Giuseppe, etc.. Freud e Jung hanno scritto fior di trattati in tema.

Ecco, forse potremmo metaforicamente prendere in considerazione lo stato di sonno e di sogno per farci un’idea di un qualcosa che sta oltre le coordinate cognitive note alla ricerca neuro-scientifica attuale.

L’Oltre può essere considerato uno “stato dell’essere”, una modalità della presenza esistentiva di un soggetto o anima come vogliamo chiamarlo.

Tommaso d’Aquino parla di visio beatifica , cioè di visione della ineffabile Luce divina, già all’inizio della sua grande Summa theologiae, partendo così dall’epilogo della vita umana, dall’èskaton, per parlare dell’uomo, della sua vita, della conoscenza e delle scelte morali secondo il libero arbitrio, sempre relazionato al limite umano, epperò verso un Fine ultimo.

Il padre Dante tratta il tema dell’aldilà nel suo poema supremo.

Se vi è qualche momento in cui la mia fede teologale, talora vacillante, si rafforza è quando accadono fatti come quelli di Dj Fabo: allora penso che Dio esiste, perché lo ha atteso nella Sua luce fin dalla fondazione del mondo (apò katabolès kòsmou).

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