Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: paleoantropologia (page 1 of 23)

Non trovo più neanche un elettrauto, dove sono spariti tutti? A me, invece, il mio dentista ha disdetto l’appuntamento per l’igiene…, ma che cosa sta succedendo?

Il vaccino aveva evitato molti morti e la pandemia sembrava oramai in sonno. Aveva avuto il suo acme un anno e mezzo prima e aveva spaventato il mondo. Con un documento verdolino tutti avevano ripreso a girare dappertutto senza intoppi. Il lavoro e il reddito pro capite erano aumentati in modo inaspettato, perché tutti avevano acquisito una fiducia nel futuro che prima non c’era.

Sembrava che una società fino a un anno o due prima un po’ anchilosata si fosse risvegliata, e avesse ripreso di buona lena un cammino che ricordava i ritmi dei primi anni ’60 del XX secolo, quelli che vengono ricordati come anni del Boom Economico, che trascinò con sé anche uno sviluppo demografico superiore a ogni attesa, il cosiddetto Baby Boom.

Certamente il mondo aveva reagito in modo diverso al Sars-Cov2, si può dire secondo le possibilità: Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Canada, Australia e… Cina se la erano cavata abbastanza bene, gli Stati Uniti un po’ meno, perché sono nazioni più o meno doviziose di soldi, di scienza e di logistica, ma la Namibia, il Sud Sudan, il Niger, la Somalia, l’Afganistan, lo Yemen, l’immenso alveare dell’India e altri posti lontani avevano avuto un numero imprecisato di infettati e di morti.

Se le statistiche relative a infettati, malati, guariti e vaccinati potevano essere abbastanza credibili per il primo elenco di paesi, per quelle citate in seguito, no.

Il mondo era cambiato, ma la gente non aveva ancora compreso in che misura e modi fosse cambiato. Ai più, anche ai media e ai politici, rimasti al livello mediocre di prima della pandemia, non era chiaro ciò che avrebbe provocato la terribile e subdola malattia infettiva, che aveva decimato città e campagna,e non solo nelle nazioni meno sviluppate. Anche civilissime città come quelle dell’arco prealpino italiano avevano sofferto malattie e morte. Era ancora negli occhi di tutti il lugubre spettacolo degli autocarri militari che portavano nottetempo o nella scarsa luce del crepuscolo mattutino le bare dei morti nei cimiteri.

Anche il lavoro era molto cambiato. Si era cominciato a praticare, specialmente nel pieno della pandemia, il lavoro in remoto, o in smart work, da casa, soprattutto da parte di chi aveva mansioni impiegatizie, amministrative o tecniche che fossero. Oramai i potenti mezzi informatici e telematici permettevano collegamenti in tempo reale tra le sedi delle compagnie industriali, logistiche e commerciali e i luoghi di effettuazione del lavoro, la casa dei lavoratori.

Si sparse l’idea che pian piano tutto il lavoro si sarebbe trasferito a casa propria, perché, ciò che era già possibile compiere in remoto oramai era acquisito, mentre le attività che avevano fino a quel tempo richiesto l’intervento manuale dell’uomo, si stavano trasferendo rapidamente, tramite una innovazione tecnologica, informatica e robotica, sempre più a macchine gestite da intelligenza artificiale o eseguite da programmati e instancabili robot.

Ciò era già praticato da almeno un decennio nelle aziende chimiche e meccaniche più evolute, e si stavano sempre più espandendo.

Qualcuno, però, aveva cominciato ad accorgersi che c’era qualche problema.

Con un lavoro sempre più distaccato dalla sua origine organizzativa e gestionale, stavano cambiando anche altre cose: ad esempio, il rapporto con i colleghi di lavoro, oramai già da un paio di decenni rarefatto dai collegamenti informatici (le mail e i messaggini telefonici) e dalla loro efficienza. I più accorti tra gli imprenditori e i dirigenti, ma anche tra i lavoratori, i più attenti fra gli studiosi, cominciarono a percepire una sorta di incrinamento della qualità relazionale tra colleghi e tra i leader e i loro collaboratori. Si cominciava a non ricordare più bene i nomi dei colleghi, i loro volti, le loro voci, le loro famiglie, i viaggi fatti assieme, le affettività, le antipatie e le simpatie. Le persone non erano più persone, ma ruoli, mansioni, posizioni, nient’altro.

Oramai la voce umana, prima percepita con l’apparato uditivo, si stava limitando a qualche telefonata, ma più ancora a dei comunicati “vocali” inviati nella messaggistica gratuita in tempo immediato (più ancora che reale, cui le persone si erano abituati dallo sviluppo del web, cioè dai primi anni 2000).

Si stava perdendo di vista quello che storicamente, almeno dai trentenni in su, era stato il rapporto inter-soggettivo e interpersonale tra colleghi, con i collaboratori, con i superiori. Ma vi è di più: oramai una schiera di misteriosi ed eleganti criminali del web stavano hackerando indifferentemente obiettivi generici e mirati, con i loro tremendi ransomware, che si prestavano a ricatti di tutti i generi verso le malcapitate vittime degli attacchi.

Vi fu un periodo di barcollante incertezza.

La politica non sapeva che pesci pigliare, come normare queste novità estreme del lavoro, se e come e dove considerare soggetto fiscale i grandi web player, che ormai guadagnavano più dei maggiori gruppi industriali e commerciali del mondo.

Ma vi fu ancora di più: questo abbandono progressivo del lavoro dalle sue proprie sedi, mediante l’uso dell’automazione e della telematica sempre più spinto, costrinse gli istituti tecnici superiori e le facoltà tecniche a progettare e a programmare corsi sempre più intrisi di saperi innovativi guidati dall’intelligenza artificiale. Nelle università si insegnava solo con la semplificata e impoverita koinè inglese oramai in uso da decenni in tutto il mondo.

I beni della Terra interessavano i decisori solo come elementi e fattori di energie rinnovabili, anche se i combustibili fossili erano ancora le fonti prevalenti di energia. Persi negli algoritmi e nei diagrammi progettuali, i leader non si guardavano neanche più in giro, non apprezzavano più il Requiem di Mozart, la Nike di Samotracia, la Pietà dell’Opera del Duomo di Firenze di Michelangelo Buonarroti, gli idilli del conte Giacomo e le opere di Shakespeare o di Sofocle, il XXXIII Canto del Paradiso dantesco, ma nemmeno un tramonto d’autunno sulle Alpi o su una spiaggia amalfitana.

I giovani si iscrivevano a questi istituti formativi con sempre maggiore entusiasmo, quasi evitando, e certamente dimenticando, le facoltà di scienze umane, la filosofia, la psicologia, gli studi sull’uomo e per l’uomo, tutto l’uomo, corpo-anima-spirito dell’uomo, privilegiando la strumentalità e la mera efficienza, che diventavano da mezzo (indispensabile per ridurre la fatica delle persone…), fine. L’uomo non stava venendo – da… se stesso – più percepito come fine delle sue stesse azioni, ma come strumento reiteratamente destinato a innovare senza fine, in ogni settore, e senza alcuna domanda sugli effetti successivi di questa concentrazione sui mezzi divenuti fini.

L’effetto che, però, fece riconsiderare questa fanatizzazione del nuovo, fu un fenomeno inaspettato: comunque l’uomo, anche se ormai abitava in case caratterizzate dalla tecnologia domotica, non trovava più un manutentore, un elettricista, un elettronico, un idraulico, un barbiere, perché tutti gli strumenti per la vita casalinga erano (ritenuti) perfetti e esenti da ogni rischio di rottura.

Soprattutto coloro (ed erano ancora alcuni miliardi sulla Terra) che ancora non si erano troppo “domotizzati”, non trovavano più qualcuno che venisse ad aggiustare un rubinetto, a sbloccare uno scarico di cesso intasato,
un igienista dentale, non trovavano più un elettrauto, perché non tutti, anzi pochissimi, potevano disporre di Tesla da 65.000 dollari…

E allora scesero in piazza in tutto il mondo. I giornalisti si svegliarono dai loro beati sonni, seguiti dai politici. Gli studiosi riscoprirono Aristotele e Kant, e anche Freud e Jung, ma anche il capitolo Quinto del Vangelo secondo Matteo, quello delle Beatitudini, i Discorsi di Benares del principe Siddharta Gautama, L’arte della guerra (per non fare la guerra) di Lao-Tzu, e si fermarono a riflettere, perché forse avevano esagerato.

Il fatto è che questo racconto, nato da un sogno raccontatomi dall’amico Gianluca, si ferma prima che gli uomini e le donne (nel sogno) si rendessero conto che era un… sogno.

Meno male che era un sogno (premonitore).

La Tecnologia tecnocratica (Tèkne + Lògos) crea un’Antropologia (‘Anthropos + Lògos) verso il “Trans-umanesimo”?

Nella storia , la tecnologia ha sempre modificato la vita degli esseri umani, a partire dall’invenzione della ruota e dalla scoperta dell’utilizzo del fuoco.

L’evoluzione della scienza ha accompagnato e assistito l’incremento della tecnica applicata a tutte le attività umane, da quelle economiche a quelle militari.

Si pensi alla tecnologia evolutissima che gli antichi Egizi utilizzarono per la costruzione delle piramidi, oppure ai sistemi di irrigazione realizzati dagli Assiri e dai Babilonesi, sfruttando le acque dell’Eufrate e del Tigri; si ricordi l’enorme lavoro che richiese la costruzione della Grande Muraglia ai Cinesi di tremila anni fa.

I Romani unificarono l’impero, certamente con le legioni, lo Jus e la lingua latina, nel rispetto di tutte le lingue locali che via via incontravano, ma anche con la costruzione di un reticolo di strade sistemate nel modo più razionale che si potesse pensare. Ancora oggi, grandi vie di comunicazione efficienti, specialmente in Italia, portano il nome dei Magistrati romani che le vollero costruire.

Nel Medioevo la scienza procedette spedita, nell’esame della Terra e del Cosmo. Ben prima di Copernico e Galileo, Roberto Grossatesta, francescano ricordato anche perché fu tra i fondatori della Universitas Oxoniense (Oxford) comprese l’eliocentrismo, sulle tracce di Aristarco di Samo che ebbe ragion teorica sulle opinioni di Aristotele, ma perse la partita per l’enorme prestigio del filosofo che, in questo ambito, errò.

Anche lo studio dell’anatomia, della fisiologia e quindi della medicina umana viaggiò nei secoli da Ippocrate e Galeno fino alla modernità, superando via via errori e pregiudizi sul funzionamento del corpo umano. In Oriente si procedette in modo diverso con le tradizioni olistiche, omeopatiche e psico-fisiche dei Cinesi e degli Indiani.

La psiche fu studiata dagli antichi filosofi greci, dando poi il nome alla scienza della mente, la psicologia, come branca della filosofia della natura, o della fisica, come la chiamava Aristotele.

Ebbene, non sto qui a ricordare gli studi dell’ultimo secolo e mezzo in tema, dai maestri di Freud ai nostri giorni, perché argomento noto ai miei lettori.

Mi soffermerò invece sul rapporto oggi sempre più pervasivo esistente ed operante tra tecno-scienze e mente-corpo umani, nella furente evoluzione delle tecnicalità e dei mezzi attuali di informazione, formazione e produzione. I famosi mèdia (pronunzia “mèdia“, latino, neutro plurale di medium, mezzo, checché ne dica quella valorosa giovin filologa di mia figlia Beatriz), sono il tramite di tutta questa radicale evoluzione.

La domotica (la casa automatizzata mediante elementi di intelligenza artificiale), la robotica, come strumento per ottimizzare le strutture produttive riducendo al minimo la fatica umana e anche la noia della ripetitività delle operazioni, la ricerca biomedica della genetica, per una anamnesi precoce di difettosità intrinseche della struttura corporea, la nuova fisica delle micro particelle, etc. sono solo titoli di un’immensa evoluzione scientifica e tecnica che sta avvenendo, in parte (molto piccola), sotto gli occhi non sempre attenti dei più, in parte senza che questi “più” se ne accorgano, al punto da far nascere anche improbabili teorie su complotti atti a governare, non solo le menti umane, ma anche le scelte individuali, da parte di non meglio identificati gruppi di potere politico-finanziario.

Si parla (e si straparla) di algoritmi oramai in grado di condizionare le scelte sui consumi e sugli orientamenti culturali e perfino sessuali delle persone. Vero è che, nel momento in cui si entra a far parte dell’immensa comunità del web e dell’online, si entra nella rete commerciale di chi questi sistemi ben conosce, usa e sfrutta. Certo è che, sulla base dei click che si fanno, si viene censiti, in modo da venire oggetto di promozioni commerciali di vari generi e specie.

Il sempre più ampio fenomeno degli hacker non fa che accentuare questo trend, a volte mettendo seriamente a rischio il lavoro, i collegamenti finanziari e commerciali, e l’economia in generale. Su questo tavolo giocano un risiko complesso e nascosto vecchie e nuove “grandi potenze”, le quali hanno capito molto bene che oggi più dei cacciabombardieri da due Mach e mezzo, sono necessarie sofisticate tecnologie informatiche, tali da intercettare e mettere in difficoltà competitor e avversari economici.

La vicenda di questa pandemia, di questo Sars Cov-2 (il fatto che sia così classificato già dice come sia stato prevedibile e già censito) sta mostrando elementi di ignoranza tecnica (di ritorno, ma anche di andata) pervasivi. Un laboratorio prezioso svolto nel corso del seminario estivo di Brescia della Associazione per la consulenza filosofica da me attualmente presieduta, Phronesis, proprio in questi ultimi giorni di agosto 2021, mostra come l’intera vicenda abbia connotazioni di complessità estrema, e vada analizzata con l’acribia filosofica che manca al dibattito pubblico.

Non si può parlare con faciloneria e banali semplificazioni di argomenti così complessi come il Covid e le misure per affrontarlo. Quello che è importante è, ancora una volta, l’informazione scientifica seria e fondata su elementi e dati onesti, e non solo sulla quantitatività dei numeri: quanti infettati, quanti guariti, quante terapie intensive, quanti decessi, etc., ma anche su ciò che questo stato di cose genera individualmente, socialmente, nelle famiglie, nelle scuole e nei luoghi dell’economia. Intendo dire: sullo spirito, sull’anima, sulla psiche delle persone e degli operatori che si occupano della malattia.

Oggi si assiste alla contrapposizione neo-manichea tra vaccinisti e no vax, derivante da due classificazioni ancora più ampie, quella dei negazionisti (ad e. sulla Shoah) o revisionisti (ad e. sulla Resistenza italiana ’43 – ’45), e quella di chi ritiene di dover rispettare le norme date dalla legislazione pubblica, in nome del bene maggiore della comunità.

Anche il tema della libertà è maltrattato e mal proposto. Più volte ho proposto qui e altrove di ritenere la libertà una dimensione legata, non all’arbitrio emotivo del “fare-ciò-che-si-vuole”, ma alla ragione del “volere-ciò-che-si-fa”.

In questa fase, nella quale la pandemia del Covid ha mostrato tutta la sua pericolosità e virulenza, un esercizio responsabile della libertà, come sopra intesa, è VACCINARSI, non confondendo la libertà responsabile con la licenza di poter infettare gli altri, infettandosi.

Tutto si sta modificando e il rischio di una disumanizzazione è forte, e non solo nel giudizio neo-manicheo degli avversari, che diventano nemici, ma anche nel non governo dell’innovazione tecnologica, quando questa interviene sull’umano, sul corpo e anche sull’anima.

Molti irresponsabili oggi straparlano di transumanesimo, che dovrebbe essere accettato in nome della tecnologia e della scienza, di una scienza separata dall’etica… e qui, per etica intendo, come ben sa chi mi conosce, un’etica declinata chiaramente secondo un fine, quello della salvaguardia dell’umano tutto intero e della natura nella quale l’umano stesso vive e può prosperare, se riprende a riflettere seriamente sull’impatto che la vita delle persone, dei popoli e delle nazioni ha sull’intero sistema del Pianeta Terra.

Gli Inglesi, più ancora che sprezzanti verso gli Italiani, sono imbecilli. Sono questi i connazionali di Francis Bacon, Isaac Newton, John Locke, David Hume, Charles Dickens, G.B. Shaw e Bertrand Russel? Gli inglesi…

che pena. E che vergogna!

Per me solo una conferma, perché ho avuto un parente acquisito di stampo razzista, colonialista e incapace di ascolto, l’idealtipo dell’inglese che ritiene las Malvinas roba sua, e i “negri” esseri inferiori, da governare quasi come un gregge.

Ci sarà una ragione per cui tutto il mondo ha tifato per l’Italia agli Europei di calcio, compresi i loro cugini scozzesi e irlandesi, e contro la Nazionale inglese?

Forse più di una.

Gli Inglesi non piacciono per molte ragioni: per una tendenza ad impadronirsi di terre e mari cresciuta in tutto il mondo dai tempi del conflitto vittorioso con l’Impero spagnolo nel XVI secolo. Da allora, l’Inghilterra fu per trecento anni la prima potenza mondiale: solo Bonaparte ne mise a rischio la primazia. Dopo Waterloo Londra tornò la capitale del mondo, fino agli scontri del XX secolo, che la videro ancora vincitrice, ma segnarono l’inizio del declino, mentre cresceva la diarchia USA-URSS. Ora il mondo è multipolare e l’Inghilterra, che ha avuto l’idea distopica di uscire dall’Unione Europea, ha perso la sua centralità.

Il Commonwealth è l’ultimo retaggio formale di un impero che fu mondiale.

Come insegna Carlo Marx, accanto ai fenomeni strutturali della storia umana, vi sono i fenomeni sovrastrutturali, quelli culturali e giuridico-politici. Il retaggio del potere inglese è rimasto solo (e non è poco!) nella pervasività dell’uso della loro praticissima lingua, che è diventata una delle tre o quattro koinè del mondo economico, politico e sociale.

Il sentiment sugli Inglesi, però, è generalmente negativo. Di loro non si sopporta la spocchia, la presunzione, il superiority complex, che ha intriso la loro cultura e la loro anima.

Gli Inglesi, in qualche modo si sentono superiori agli altri popoli, almeno in questa fase storica… sarà perché sono stati decisivi, anche se meno dei Russi e degli Americani, nella sconfitta del Nazismo, nelle cui vicende, comunque, il loro capo, Churchill ebbe comportamenti tutt’altro che lineari e più che ambigui. Il regno Unito guidato da Sir Winston, prima di considerare la Germania hitleriana come un nemico mortale, le tentò tutte per scatenarla contro l’Unione Sovietica.

Peraltro, noi Italiani abbiamo non poco da recriminare per ciò che quell’uomo politico disse e fece a nostro sfavore. Dopo averci definito “ventre molle d’Europa e popolo senza carattere”, non ebbe nessuna remora a trattare con Tito l’eventuale cessione di Trieste, Gorizia e di mezzo Friuli. Non possiamo volergli troppo bene, agli Inglesi.

Tutto ciò viene insegnato nelle loro scuole, per cui anche un bravo ragazzo come Marcus Rashford, eccellente calciatore, si toglie la medaglia d’argento assegnatagli per il secondo posto ottenuto ai Campionati europei di calcio. Ecco, anche nel gioco del calcio, siccome loro se ne ritengono gli inventori (falso, perché questo gioco in qualche modo era praticato in Italia nel Medioevo, e in forme diverse dall’antichità romana), non giocarono con altre squadre nazionali fino al 1950, perché convinti che avrebbero facilmente battuto tutti, e quindi, magnanimemente, evitavano di far fare brutte figure a tutte le altre nazioni.

Poi, quando si rassegnarono a competere, persero la prima partita con gli Stati Uniti, non proprio una potenza calcistica. E, per quanto concerne le vittorie, l’Inghilterra può annoverare solo quella del mondiale giocato in casa nel 1966 (quello del gol-non gol di Geoff Hurst). In seguito non hanno vinto più niente, mentre l’Italia ha vinto sette manifestazioni europee o mondiali (quattro mondiali, due europei e una Olimpiade); la Germania più o meno altrettanto, il Brasile pure; anche la Francia, molto anche la Spagna, l’Argentina e l’Uruguay, ma loro no.

Amavo spiegare al mio parente inglese acquisito che gli Inglesi, di fronte alle centinaia di artisti sommi di cui può vantarsi l’Italia, loro possono presentare un Turner o un Constable. Il loro più grande musicista, prima dei Beatles, è stato un tedesco di cui si sono impadroniti, Georg Friedrich Haendel. Continuo?

E così, un uomo normalmente intelligente come il capitano inglese della squadra nazionale di calcio Harry Kane, si toglie la medaglia d’argento non appena ricevuta, imitato in questo gesto, più che sprezzante verso l’Italia, imbecille, imitato da tutti i compagni, maleducati e poveri in spirito.

Se poi esaminiamo il comportamento del premier Johnson e del principe William, che non ha neanche salutato il nostro Presidente della repubblica (sua nonna Elisabetta non l’avrebbe fatto), traiamo la seguente conclusione: una storia e una cultura in declino, che non accetta il cambiamento e il principio di eguaglianza antropologica e morale fra tutti gli esseri umani, come credevano fosse i grandi inglesi citati nel titolo, ha bisogno di riflettere profondamente su se stessa, per trovare il modo di rinascere in umiltà.

Le due cornacchie e altri “volatili” (in ambo i sensi)

Insisto. Siccome lo scontro fra Grillo e Conte continua, mi sembra interessante ricorrere alla metafora per continuare i miei commenti su questa per-nulla-fondamentale battaglia politica, anche se preoccupa molto il segretario del PD. Si tratta infatti del conflitto tra due uomini di non alta statura antropologica, di moralità quantomeno – mi permetto di dire – un pochino dubbia, almeno in uno dei due, e di albagìa certa, nell’altro.

Il paragone metaforico è interessante, perché le cornacchie sono due uccelli spazzini, molto resistenti, di indubbia intelligenza naturale, come ci spiegano fior di ornitologi. E forse questi specialisti della zoologia pennuta sono particolarmente adatti ad analizzare tipi umani come quei due.

Due notizie su questi interessanti corvidi, che per parenti hanno proprio i corvi, quelli neri neri, le gazze, le ghiandaie e anche il merlo indiano.
Come la più parte dei corvidi la cornacchia grigia è un onnivoro opportunista, molto attento alla disponibilità di esercitare la sua naturale saprofagia. Una gran varietà di cibi, prevalentemente di origine animale, ma anche vegetale, è a disposizione di questi pennuti. Anche l’urbanizzazione ha favorito il loro sviluppo, dando ampi spazi di esercizio della loro versatile intelligenza. Ad esempio, a Milano, a Roma, a Napoli, i corvidi fanno concorrenza per numero perfino ai passeracei.

In generale questi uccelli frequentano areali naturali come scogliere e coste marine, alla ricerca di molluschi e crostacei, piccoli pesci ed echinodermi, e anche ricci di mare che le furbe cornacchie aprono sollevandoli in volo e facendoli cadere dall’alto. Poi, non disdegnano di pasteggiare anche con uova di gabbiani, urie, procellarie e cormorani, adocchiando i nidi e aspettando che i genitori si allontanino per nutrirsi, oppure facendosi inseguire per favorire il lavoro di un collega corvide. Certamente uno scontro con un gabbiano non converrebbe a nessuna cornacchia.
Non manca alla loro dieta anche l’apporto di animaletti, come piccoli rettili, anfibi, insetti e invertebrati vari, larve e altro di simile.

Le cornacchie attaccano talvolta gli esseri umani, come ben documenta il noto film di Hitchcock… e, pare, anche i cani. 

Ora, anche scherzando, si tratta di vedere come possiamo individuare assonanze e similitudini fra i corvidi grigio-neri e i due marpioni cinquestellati… Sulle prime si potrebbe dire che i due umani ricordano i corvidi grigio-neri perché starnazzano molto, e qui converrebbe paragonarli alle anatre, ma queste ultime sono uccelli dediti completamente alla prole e alla ricerca di nascosti pertugi tra le acque correnti e la vegetazione per nidificare in santa pace, e non rompono le scatole a nessuno.

I corvidi no, quelli circolano per campi e piazze, per viottoli e radure, svolazzando da tetti a grondaie, dai fili della luce ai tralicci, ovunque. E ovunque tu guardi li ritrovi, con il becco teso e il vociare rauco.

Il primo dei due umani può ricordare l’uccello perché ha talmente tanto urlato che la raucedine potrebbe averlo colpito in malo modo; il secondo perché possiede un timbro vocale leggermente rauco e nasale. Questo sotto il profilo dei suoni.

Sotto quello degli atteggiamenti e del look, andiamo meglio: tutti e due deambulano con presupponenza, anche se il secondo la nasconde dietro una sorta di bonomia affabilmente esposta.

Le due cornacchie della politica. E gli altri? Potrei divertirmi ad accostare anche molti altri ad animali vari, i Salvini, i Letta, le Meloni, i Berlusc, i Renzi, i Leu e affini. Ognuno di questi può ricordare un animale tale che comunque absit iniuria verbis (cioè, nessuna ingiuria con le parole). Proviamo, anche se mi vengono in mente solo uccelli: allora, Salvini un pavoncello scherzoso, la Meloni una aggressiva gallinella d’acqua, Renzi un anatrone scalpitante, Berlusc un pappagallo curioso, Letta un tacchino che fa la ruota, ma un pochino spennacchiata. Di Leu e Sinistra italiana non saprei dire, chiederò un consiglio a un ornitologo.

Così, per sorridere, caro amico lettore.

Il corpo e la mente

…e lo spirito, se vogliamo conoscere san Paolo. E l’anima, che è molto importante, nelle sue varie accezioni, da quella animistica, presente in molte culture tribali a quella spiritualistica, tipica del contesto mediterraneo giudaico-cristiano-islamico e diversamente declinato nel plesso hindu-buddistico e confuciano-scintoista.

Sàrx e sòma sono strettamente collegati alla psychè, che significa anima e anche farfalla, e allo pnèuma, che vuol dire soffio, vento, spirito… O, come sosteneva Aristotele synolon, cioè il composto umano qualificante l’essere umano, tesi antropologica completamente accolta da Tommaso d’Aquino, dai razionalisti sette-ottocenteschi Hume, Locke e Kant e, in sostanza, anche dalle scienze psicologiche e neurologiche moderne e contemporanee.

Corpo e Anima

Si usa dire che si-ha-il corpo, come si-ha-l’anima, mentre invece si dovrebbe dire che si-è-il-corpo-proprio, si-è-la-propria-anima.

La filosofia ha spesso parlato del corpo in modo divisivo e straniante, a volte. Dualistico. Ma ciò si può intendere bene se viene collocato nel tempo storico, che anche quello dell’evoluzione del pensiero umano. Il dualismo si è sempre posto in contrasto con il monismo, secondo la tradizione classica della filosofia, sia occidentale sia orientale.

Il corpo è-ciò-che-si-vede in tutta la sua evidenza, dell’uomo, l’anima è-il-nome-di-ciò-che-non si-vede, dell’uomo. Noi umani abbiamo bisogno di distinguere, di discernere, di sceverare nelle e tra le cose.

La mente, mens in latino, che rinvia a memoria, e anche alla greca mnemosyne, rappresenta in modo più tecnico ciò che è spirituale, impalpabile, imponderabile, tant’è che la risposta alla domanda “Hai afferrato il concetto?” In senso proprio, quello dell’afferrare concerne la dimensione fisica, materiale configura sostanzialmente la domanda, ma può essere considerata nella sua dimensione metaforica, cioè traslata.

Il concetto è qualcosa di mentale, ma è anche il participio passato del verbo concepire, cioè far-nascere, anche fisicamente. Nella mente, dunque, nascono i concetti tramite il flusso del pensiero, come insegnano le neuroscienze.

Vi è ancora molto da dire… e così introduciamo il tema della “persona”, nella sua accezione cristiano-classica: persona non è individuo, perché “individuo” è ciò-che-non-è-divisibile, e quindi lo è (individuo) anche un albero o un gatto.

Persona invece è, sulla traccia della sua etimologia, un qualcosa di legato a un contesto teatrale greco-latino, proprio all’ambiente teatrale della cavea, che richiedeva toni e timbri di voce degli attori atti a farsi ascoltare anche da coloro che erano seduti nell’ultima fila in alto del teatro. Gli attori, dunque, indossavano una maschera per far risuonare (per-sonare) la propria voce.

Persona, dunque, come maschera, dall’antichità… che strano, vero? E siamo già a Pirandello, con il suo Uno, nessuno, centomila, che attesta la consapevolezza pratica che ognuno di noi, corpo-mente-anima-spirito, deve, DEVE, per relazionarsi e vivere in mezzo agli altri, indossare maschere, le più adeguate alle situazioni che ognuno di noi vive quotidianamente.

Il senso comune vorrebbe dire che maschera fosse sinonimo di falsità e menzogna, ma non è così o, meglio dire, può non essere così. A volte abbiamo proprio bisogno di non-dire-tutto ciò che le nostre emozioni o sentimenti ci suggerirebbero, e allora la razionalità ci suggerisce prudenza, e dunque di fingere – in parte – e di non dire tutto, o di dirlo in modo più edulcorato e molto accorto. Ciò per perseguire un bene maggiore, che sarebbe invece negletto se si fosse sempre e completamente sinceri fino all’ingenuità. Alla verità non si può mai accedere del tutto, e anche la filosofica parresìa deve avere dei limiti.

Il gran dottore viennese, scopre cento anni fa, come la altrettanto gran vulgata dispone per il lettore, i sotterranei della coscienza cosciente, l’inconscio o subconscio, ricettacolo del non-dicibile, perché non evidente alla coscienza, e chiama super-io la coscienza, cioè quell’ente che i classici ritenevano essere la persona stessa, la sua anima, la sua interiorità, la sua verità ontologica.

Ma forse non è noto a tutto l’orbe terracqueo che millesettecento anni prima del citato dottore, un dottore di tipo diverso, di etnia numida e di nome latino, Aurelio Agostino, dialogava con la propria anima nei “Soliloquia”, peraltro preceduto da due imperatori pensanti, Elio Adriano e Marco Aurelio. Trascurando altri, come l’immenso Plotino, da duemila e cinquecento anni a oggi.

Ecco, la storia dell’uomo come corpo anima e spirito è lunga e doviziosa di spunti, tutti utili e inclusivi al fine di una visione filosofica della persona, che è individuo, ma anche e soprattutto coscienza di essere e coscienza nel dire e nel fare.

…cani, porci, gatti ed esseri umani, un bestiario che si diffonde, o di come da mezzo secolo il Quoziente Intellettivo del Pianeta stia calando. Osserviamo, a testimonianza di ciò, un patrimonio linguistico, lessicale, espressivo e, in ultimo, cognitivo in declino, metodi argomentativi quasi assenti, sentiamo insulti grossolani e impertinenti asserti. Come ci difendiamo? Come contrattacchiamo?

cani, gatti, porci e esseri umani sono animali intelligenti. Senzienti, emotivi, capaci di affetti, memori.

Il cane scodinzola, ti segue, abbaia e latra, guaisce, ti guarda con occhioni lucidi: guarda il muso di un Boxer, di un Labrador, di…

Il gatto miagola intelligenti domande e risposte, con occhi tondi, colorati espressivi oltremodo. La coda alzata e le orecchie all’indietro significano che è allegro oppure furente e sta per attaccare. Una poesia che ho imparato in prima elementare: “Il mio gatto Musotondo/ verdi ha gli occhi e il pelo biondo./ Ha il nasetto impertinente/ canzonar sembra la gente./Proprio adesso il bricconcello/ s’è cacciato nel cappello/ e da lì contempla il mondo/ il mio gatto Musotondo.

I porci sono animali meravigliosi, anche se amano rotolarsi nella mota. Ricordo Yurko, un imponente maschio di duecentocinquanta chili che Giorgio Pacor da Arta apostrofava duramente se non ubbidiva, e il gran porco si metteva seduto davanti al padrone con le orecchie basse chiedendo perdono con un mugolio penoso. E ricordo anche quando, ventiduenne, “dovetti” uccidere un maiale con un fucile. Lo avevamo acquistato, mia sorella e io, da un contadino, ma il norcino non era riuscito a ucciderlo con la “pistola” utilizzata per la trista ma necessaria bisogna nel suo mestiere (che qui non descrivo per evitare inutili truculenze). Allora mi prestai a compiere quell’atto, perché il maiale era stato comprato, e si doveva macellare. Per me fu come un “rito di passaggio”. Ci pensai a lungo: il maiale non aveva sofferto, perché il colpo lo aveva fulminato, e il senso di colpa mi lasciò dopo poco tempo.

Gli esseri umani sono i più splendidi primati mammiferi vertebrati ecc. ecc., che l’evoluzione (e Dio creatore) ha posto a vivere sulla Terra. E i più crudeli, assassini, egoisti, anempatici, furenti sfruttatori della bellezza. A loro, spesso, preferisco altri primati, come i gorilla, o altri animali come i su nominati. Sì, anche i porci.

Viviamo un momento storico della Terra, non solo dell’Umanità, ma anche del Vivente e del Minerale, che richiede un surplus di intelligenza, e invece ce n’è di meno.

Per ciò nei nostri tempi è necessario diffondere la consapevolezza di un grave impoverimento dei linguaggi umani, del lessico comune, delle espressioni comunicazionali, e quindi delle lingue parlate, della qualità relazionale tra gli esseri umani, e infine del loro livello cognitivo. Una situazione che la scuola e l’università non stanno riuscendo ad affrontare e a risolvere.

Il problema è serio, serissimo. Se vogliamo prenderne atto, implicitamente accettiamo un grande compito morale, come cittadini e come intellettuali. E’ compito di tutti porsi il tema di una caritas intellectualis per il buon fine comune, come insegnava il professor Joseph Ratzinger, da molti stracapito e poco considerato.

Infatti, la complessità attuale, paradossalmente, è affrontata nel modo peggiore e potenzialmente devastante.

Cani, gatti, porci e esseri umani fanno parte del vivente terracqueo, ma solo gli umani hanno responsabilità di mandato su di esso. Il tema del clima, il tema dell’utilizzo delle risorse concernono le decisioni umane. Ma anche il tema delle relazioni tra paesi e nazioni, tra territori e sistemi politico-amministrativi, tra gruppi e organizzazioni, tra le singole persone, tra le famiglie (si pensi, nella versione negativa, al familismo amorale) nelle comunità, dai nuclei familiari di vario genere e specie alla scuola, al sistema sanitario, all’esercito, alle varie realtà ecclesiali, appartiene all’uomo, a tutti gli esseri umani di questo mondo.

Se questo è vero, quale può essere, precipuamente, il ruolo dei saperi umanistici, antropologici e della filosofia in particolare?

Questo sito, che vive ormai da quasi quattordici anni, si è speso per la parte maggiore in riflessioni attinenti questi temi. Ora, per il fatto che i colleghi e le colleghe di Phronesis, l’Associazione Nazionale per la Consulenza filosofica, mi hanno eletto (mi pare, con convinzione) presidente, sento ancora maggiormente questa esigenza e questo dovere “kantiano” (e cristiano): di occuparmi di questa crisi del pensiero pensante e dei linguaggi, prima ancora che dei comportamenti e dell’etica come sapere relativo al giudizio razionale sull’agire libero (buono o malo) dell’uomo.

La filosofia non può prescindere dalla filologia e nemmeno dalla morale sociale, che peraltro è parte integrante del sapere filosofico.

Dobbiamo fare qualcosa di più, ho detto ai colleghi di Phronesis e a tutte le persone che a vario titolo frequento. A tutti. E così mi muovo in ogni ambiente dove vivo e lavoro, per consulenze e docenze, in riunioni e colloqui, nelle relazioni esistenziali e nel contesto della vita.

Evviva! Biden è il Presidente di tutti gli Americani, nello squallore deluso dei trumpiani nostrani. Occorre una sinistra moderata e una destra propositiva: perché “zio Joe” è il “democristiano giusto” per questo momento storico dell’America e del mondo, e perché, purtroppo, Trump è il cieco distruttore di una utile destra liberale. Comunque è la fine di un incubo durato quattro anni, incubo iniziato nel comico e tramontato nel grottesco

Non so perché qualche brillante intellettuale italiano, ancorché “di sinistra”, sta definendo la figura del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America fiacco, sbiadito e mediocre. Certamente la figura del nuovo Commander in chief, non spicca per carisma esteriore come un Obama o un Clinton, di trent’anni più giovani all’atto dell’elezione, ma ciò significa poco o nulla. Anche Blair sembrava avere carisma, e poi s’è visto quanto fosse fasullo, come politico e come socialdemocratico, quando imbrogliò il mondo con la pericolosa e immorale falsificazione storica delle armi di distruzione di massa – inesistenti – di Saddam l’Irakeno.

Purtroppo, a volte la sinistra italiana si innamora di leader quasi trasparenti per valore reale, come il citato Tony e come – in parte – Obama stesso, piuttosto mediocre in politica estera. Si ricordino le sue poche idee e confuse sulla Siria, quando, se non fosse stato per papa Francesco, si sarebbe imbarcato in una guerra contro il crudele Assad, per cui sarebbe stato obiettivamente alleato dell’Isis. Incredible! E come quando seguì la follia vigliacca di Sarkozy nell’attacco a Gheddafi. La Libia e l’intero Mediterraneo ancora stanno pagando per quegli errori di strategia politico-militare, e l’Italia in particolare.

Questi politici statunitensi, anche se possiedono brillanti titoli accademici, dottorati etc. (mi piacerebbe vedere quanto sia realmente difficile conseguire i loro titoli di studio, avendo necessariamente mucho dinero a disposizione) conseguiti a Yale, Stanford o Harvard, sono ignorantissimi in storia.

Quando parlo di saggezza della destra americana penso a Bush senior, che si fermò prima di arrivare a Bagdad, a differenza del suo indegno figlio e del compare di questi, il citato liblab inglese; e penso anche a Nixon, poverino di qualità, peraltro, ma capace di far finire la Guerra del Vietnam, forse la pagina più vergognosa della Storia degli USA. Se vogliamo essere realisti, anche considerando la questione da “sinistra”, una destra seria è indispensabile: ricordiamoci di Eisenhower, mentre a volte la “sinistra” americana in qualche modo s’inceppa, talvolta anche nelle esperienze più gloriose, come quella del magnifico J. F. K.. Ricordati della Baia dei Porci, caro Presidente John Fitzgerald!

Per questo ritengo Trump colpevole, oltre che verso l’America e il Mondo, anche per la sua pericolosa e quasi folle insipienza, forse ancora di più nei confronti del suo schieramento politico, che lo deve ringraziare (scherzo) per il disastro che ha compiuto. Eppure, va aggiunto, avendo preso oltre 70 milioni di voti significa che gli USA hanno una base popolar-populista che rappresenta quasi metà della Nazione e, anche se repubblicani classici come George W. Bush e il generale Colin Powell non sono trumpiani, il problema di Biden sarà come dialogare con questa metà del popolo americano.

E torniamo al supposto scarso carisma di Joe Biden, come sostengono diversi radical chic italioti.

Max Weber ci ha insegnato che il carisma è un dono in-divenire, echeggiando quasi san Paolo che parla di carismi, cioè di doni del Signore, specifici, destinati alla solidarietà tra fratelli, tra uguali.

Tornando al carisma, caro lettore, quante volte ci è capitato di osservare che un sindaco eletto da outsider, si è rivelato rapidamente molto valido e capace di amministrare, e anche carismatico? Che cosa significa ciò? Che il carisma, come molte altre qualità umane, non è del tutto innato, ma in buona misura è costruibile, mediante l’esperienza, l’ascolto e la cultura, oh cari amici troppo impressionabili dagli uomini “forti” e un po’ tromboni, come echeggia il morfema cognominale dell’americano graziaddio oggi perdente.

Grazie a Dio, e al Popolo americano, The Donald termina qui la sua carriera tra il fantastico e il pazzoide. Evviva. Quella grande Nazione ora si merita altro.

Mi basta esprimere la mia soddisfazione per questa svolta, utile per gli Americani e il Mondo, essendo stato mandato a casa un pazzoide narcisista e incompetente.

Un’osservazione non può non riguardare la stampa, anzi i media. Continuo a sentir utilizzare un po’ ovunque, in tv, sul web e sul cartaceo, un verbo assurdo quando si parla del feroce e irrazionale disappunto di Trump per la sconfitta. Sento infatti usare l’espressione “Trump NON CONCEDE la vittoria a Biden“, Ma, santoiddio, come si fa a usare il verbo concedere, quando non si tratta di una concessione graziosa da parte di un sovrano assoluto come nella Francia del XVII secolo, quando Luigi XIV poteva concedere o meno un privilegio o una sinecura a un vescovo o a un marchese, perché ai nostri tempi si tratta di un’elezione democratica, il cui risultato è oggettivo: chi prende più voti vince, altro che “concedere, riconoscere”.

Dei sentimenti di Trump verso la sua sconfitta ci può interessare molto, se siamo suoi tifosi, ma non è il mio caso, come si capisce, poiché io lo aborro per disistima e per comprensione lucida del rischio che costituisce un tipo come lui, provvisto legalmente di un potere immenso. Dei sentimenti, delle sue concessioni, dei suoi riconoscimenti nulla mi cale, caro lettore.

Buen retiro in salute, mio per niente caro immobiliarista fallito e politico pericoloso.

Un’ultima riflessione merita questa conclusione delle presidenziali americane. Il nuovo Presidente, mettendosi in posizione da leader, ha voluto citare il capitolo terzo del Qoèlet, là dove lo scrittore biblico afferma, tra altre alternative esistenziali opposte, che vi è un tempo per il male e un tempo per la guarigione. Ecco, l’America ora è nelle condizioni per guarire da una serie di malattie morali e sociali gravi: l’odio per il sapere, l’odio per la democrazia, l’avversione per le grandi strutture internazionali come l’Unione Europea, un titillare continuo la violenza razziale, il disprezzo per le problematiche del clima globale, e altro che il populismo trumpiano ha cavalcato per quattro anni e ora è stato fermato. Epperò, se Biden ha preso quasi 75 milioni di voti, Trump ha superato la cifra di 70 milioni: ciò significa che gli USA sono una grande e composita Nazione spezzata in due.

Forse il compito primario del nuovo ticket presidenziale, nel quale la signora Harris può rappresentare il futuro (se non si monterà la testa, visto che è meticcia, intelligente e bella, tre caratteristiche perfette per il politically correct), e sarà l’impegno più arduo, potrebbe essere il lavoro di unificazione patriottica.

Natura umana e diritti civili

C’è chi si è sorpreso per quanto ha detto papa Francesco sulle unioni civili delle coppie omosessuali, quando ha affermato che queste coppie hanno dei diritti civili come tutte le altre persone e tipologie di coppia, distinguendo con nettezza, però, fra questo tipo di convivenza e il matrimonio cattolico. Sento parlare di “teologi contro”. Ebbene, anch’io ho il titolo accademico maggiore in Teologia e Filosofia e qui dico la mia.

Il papa, come suo solito, non è stato ambiguo, e di questi tempi nei quali la comunicazione s’è fatta confusa e confusiva, è un indubbio merito.

L’omosessualità è uno stato di vita di tipo diverso da quello etero.

Oggi possiamo dire che l’omosessualità “è una variante naturale del comportamento animale che comporta l’attrazione emozionale, affettiva e/ o sessuale verso persone dello stesso sesso.”

Dico subito che in molte antiche culture le modalità relazionali omo sono state molto diffuse. Nel corso del tempo e dei diversi territori l’omosessualità è stata accettate o aborrita, sia dal punto di vista della sensibilità culturale e sociale, sia dal punto di vista giuridico-legale.

Nel primo caso questo comportamento veniva considerato come una manifestazione di arricchimento della qualità delle relazioni interumane, mentre nel secondo caso veniva denegato e punito penalmente a livello civile, e considerato peccaminoso dalle morali religiose, come quella cristiano cattolica.

Nella seconda metà del secolo scorso la nozione di omosessualità non è stata più considerata malattia o crimine, mentre in ambito ecclesiologico cattolico ha continuato a costituire figura di peccato morale. Sotto il profilo scientifico internazionale vien tolta dalla International Statistical Classification of Diseases, Injuries anda Causes of Death (17 maggio 1990).

In questo momento, comunque, varie e diverse sono le legislazioni vigenti nelle Nazioni di ogni continente, dalla restrittiva (e occhiuta) Polonia alla iperliberal Australia. In certe regioni a cultura islamica (islamista) l’atto omosessuale è addirittura punito con la morte. Dire in questo caso “medioevo” è fare un grave torto al “Medioevo”.

Non vi è dubbio che molte persone con tendenze omosessuali non ne parlino, temendo la disapprovazione sociale e anche l’emarginazione e la condanna morale. Non è, peraltro, vero, che le esplicitazioni di questo stato di vita risalga solo ad anni recenti, poiché anche nell’Ottocento vi furono manifestazioni ed esternazioni di queste modalità sessuali individuali. Situazioni evidenti di omofobia si registrano tuttora in molti luoghi. Le dizioni lesbica e gay sono comunque abbastanza accettate nella comunicazione di massa.

Si possono citare in tema gli studi (risalenti agli anni ’70) di Michel Foucault, che svilupparono una tesi sociologico-culturale dell’omosessualità da giustapporre a quella biologistica. Per il filosofo francese la sessualità umana dipenderebbe essenzialmente dalle strutture sociali e familiari e dalle varie modalità di esercizio del potere socio-politico. In altre parole, nei suoi volumi intitolati Storia della sessualità (trilogia divisa in La volontà di SapereL’uso dei piacereiLa cura di sé ai quali si unisce l’incompiuto e recentissimamente pubblicato Le confessioni della carne) Foucault “riscopre e rivaluta il concetto di “afrodisia“, ovvero tutto quanto pertiene all’ambito della sessualità, facendone un concetto essenzialmente culturale, nel quale la posta in gioco non è la carne e il piacere della pratica sessuale, ma lo status degli attori sociali, siano essi uomini, donne, giovani.” (dal web)

Tornando indietro nel tempo, possiamo citare alcuni aspetti storici del tema sessuale, osservando quanto avveniva nella Grecia classica. In quei tempi la vita sessuale non era caratterizzata da aure morali o moralistiche: era come la medicina, la dietetica e la… ginnastica. Il rituale erotico-sessuale era un modo tranquillamente accettato dalla cultura del tempo, anche se si distingueva a seconda delle classi sociali. In generale, si trattava di praticare il sesso in modo equilibrato, per evitare guai di carattere salutistico, e non per altre ragioni, ad esempio di tipo etico.

Tutto cambiò con l’etica cristiana primigenia, ancorché mutuata dalle Scritture (lo dico tranquillamente da teologo) in modo letteralistico e oltremodo occhiuto. Il sesso venne considerato instrumentum diaboli e fomite di peccaminosità. Mi dolgo che tale visione abbia accompagnato (ufficialmente) per millenni la dottrina morale cristiana e cattolica in particolare. Diciamo che, fino ad anni molto prossimi, il popolo non doveva peccare, mentre le guide del popolo potevano farlo, purché non coram populo. Peccare sessualmente provocava imbarazzo e condanna sociale. Solo con papa Francesco qualcosa sta cambiando sul piano normativo, ma già papa Benedetto XVI aveva scritto qualcosa di molto chiaro per la valorizzazione della dimensione erotica dell’amore. Ma la sua splendida enciclica Deus Caritas est è più citata che letta. Si fa fatica a leggere e nessuna fatica a citare ciò che altri hanno scritto e letto.

Tornando ai Greci, a quei tempi l’erotismo era un gioco estetizzante, nel quale entrava anche l’omosessualità, come variante del tutto naturale.

Foucault, nei testi sopra citati, ha posto l’accento sull’asimmetria sociale del gioco erotico in quei tempi storici, là dove si distingueva chi aveva potere e chi non lo aveva, chi poteva corteggiare (l’eràstes) un uomo o una donna, e chi poteva essere corteggiato (l’eròmenos). Il giovane maschio adulto benestante poteva intrattenere rapporti con giovanissimi maschi e giovani donne in condizione di schiavitù. Non vi era un rapporto tra pari. Questo ufficialmente, ma altre fonti attestano che si praticavano spesso e volentieri anche rapporti fra “pari” a livello sociale (ne parla lo stesso Platone nel Simposio e ne Le Leggi).

Varie fonti parlano anche del dono come strumento di approccio e corteggiamento per poi procedere in ambito sessuale. Si dia anche uno sguardo al ben successivo Satiricon dello scrittore latino Petronio Arbitro.

Questi rapporti non avevano necessariamente una componente fisica, poiché spesso predominante era la componente amicale, e perfino pedagogica: nella stessa esperienza socratica, come si legge quando il racconto platonico propone l’amicizia di Alcibiade, che non si sarebbe fermato alla paidèia, ma fu Socrate a fermarlo ben prima della soglia dell’atto omosessuale.

Foucault ritiene che il sesso praticato o evitato, così come la bulimia e il digiuno siano state pratiche completamente umane e non criticabili sotto il profilo morale, perché appartenenti a una cultura che le ammetteva dentro una possibilità analitica e valutativa di un pensiero umano essenzialmente individualistico dell’Età Ellenistica.

Sicuramente il giudizio di negatività del sesso praticato e soprattutto dell’omosessualità, tipiche della cultura morale cristiana, tocca dirlo, è stato anche un instrumentum regni, un modo del dominio delle gerarchie.

Non temo di proporre queste riflessioni, sapendo che sono controverse. Sono un cristiano cattolico, e un teologo-filosofo che riflette, sia sulla base scritturistica, sia sulla base della ricerca filosofica laica, convinto – ovviamente – di non possedere la verità, ma sempre costantemente appassionato alla sua ricerca, almeno di un frammento di essa, che ci supera infinitamente.

Nel mio piccolo, ho cercato di capire di più studiando per anni questo tema nei racconti biblici e alla fine ho pubblicato un volume cospicuo, che è stato letto e accettato anche in ambienti ecclesiastici: La Parola e i Simboli nella Bibbia per una Teologia dell’Eros, edito da Cantagalli di Siena.

Spero che questa mia fatica sia stata utile anche a qualcuno (oltre che a me stesso).

Antonio Demarco, Lecce: l’invidia è il secondo dei vizi capitali per gravità, dopo la superbia ed è ad essa collegato, nonché all’odio e alla violenza

Invidia è una parola che spesso si usa a sproposito, intendendo magari “gelosia”. Anticipo qui, per spiegarlo meglio più avanti, che l’invidia deriva dal latino in-vidère, cioè guardare male, di malocchio, di storto, al punto da creare le premesse per l’odio e successivamente anche per la violenza.

Pare che l’episodio di Lecce dove lo studente ventunenne ha massacrato la giovane coppia “troppo felice” il flusso psichico che ha condotto al delitto duplice, abbia funzionato proprio così. Ora si scatenerà la canea degli esperti televisivi nel vari talk show, pagati bene bene, ognuno con la sua teoria e la sua “medicina”, per modo di dire. Mi pare già di sentirli concionare, pro-vocati dai vari esperti in delitti e crimini: la criminologa, il malinconico psichiatra che va di moda fra le signore di buona famiglie, a altri più o meno noti.

Tra i giornalisti cito uno intelligente, che scrive bene: Giuliano Ferrara. Ferrara cita sul Foglio addirittura la violenza biblica e i romanzi granguignoleschi dell’800, per parlare dei fatti di Lecce. “Uccidere la felicità” è il titolo, per dire che l’invidia si manifesta fin dall’arcaica vita pastorale di Caino e poi prosegue a diffondersi nei villaggi e nelle città che l’uomo viene fondando, fino ai nostri giorni. L’invidia è sperare, augurare il male agli altri, è godere del male degli altri, è non ammettere che vi possa essere gioia al di fuori del proprio controllo. E questo è un atto di superbia, fomite e madre dell’invidia e maggiore dei peccati.

Un altro giornalista, a me non simpatico per il suo ambiguo passato di estremista, il cui nome qui non riporto (ma che il lettore attento potrebbe intuire ) cita Dostoevskij e Pierpaolo Pasolini per dire che sono stati forse i maggiori “cantori” dell’homo crudelis dei nostri tempi. Vero, ma costoro erano grandi scrittori, mentre costui dovrebbe citare anche se stesso come cattivo, cattivissimo maestro di odio e di violenza negli anni ’60 e ’70.

Consiglio di riprendere un autore un poco dimenticato, il monaco benedettino dell’Undecimo secolo Pietro Abelardo, famoso per aver “fornicato” con una donna che amava. Anche nel suo caso, non solo le regole canoniche e civili hanno provveduto a punirlo, ma anche l’invidia della felicità di due esseri umani. Il mio caro collega Roberto Di Bacco filosofo e docente torinese, pubblicherà presto, con mia grande gioia, un volumetto sull’Etica di Abelardo. Sarebbe una buona lettura per tutti.

Vediamo che cosa scrive dell’invidia un filosofo-teologo eticista come Tommaso d’Aquino.

Secondo il suo pensiero (cf. quaestio 36 della Summa Theologiae, Secunda secundae pars) l’invidia è il secondo più grave vizio capitale, dopo la superbia. L’invidia per San Tommaso è un “invidère“, un “guardare male” l’altro, una specie di odio, o di tristezza d’animo per i beni altrui, sulle tracce del pensiero aristotelico (Retorica 2, 19), e di San Gregorio Magno (Moralia 5, 46).
L’invidia è secondo la morale cristiana un peccato mortale e un vizio capitale, dunque, e ha delle “figlie” degeneri: la mormorazione, che è occulta, la detrazione , che è esplicita; essa partorisce perfino l’esultanza per l’infelicità altrui, e il dolore per i successi di un altro.
La gelosia è invece un sentimento più flebile, anche se a volte dannoso. Nei casi migliori è un desiderio di imitazione di qualcuno più bravo perché più grande, tipico tra fratelli, cosicché non è – in sé – più di tanto dannosa, ma se è invece un cattivo sentire verso uno più capace sul lavoro, e perciò lo si denigra o lo si bypassa, non va bene, perché in quel caso si trasforma in invidia. Poi c’è la gelosia d’amore, plausibile in una giusta misura, ma solo se non deriva da un’insicurezza individuale.
Quante situazioni, casi e circostanze conosciamo, nelle quali si è manifestata la mala pianta dell’invidia? Che fare per estirparla? Oppure ci appartiene ineluttabilmente? Ce ne serviamo? Se sì abbiamo bisogno di un lavacro interiore, di pentimento e di perdono.

Che cosa sta accadendo in questa società pervasa di ignoranza e di cattiveria? Come è stato possibile il duplice delitto di Lecce e come il suicidio di un undicenne a Napoli che si è gettato dall’11o piano perché, come spiega in una lettera ai genitori “doveva seguire l’Uomo nero“, come si legge sul web.

Il web e i social sono pericolosi se non usati bene, se chi li utilizza non possiede i criteri di giudizio per servirsene positivamente evitando ciò che di male possono propalare. I giovani e i giovanissimi possono esserne vittime.

Scrivevo sopra che per Tommaso d’Aquino anche la mormorazione è pericolosa, ma aggiungerei, con papa Francesco, che lo è anche il pettegolezzo, il gossip, che sono male piante da estirpare, come il lavorio delle malelingue nei condomini e nei quartieri.

Ma soprattutto è da estirpare la stupidità che alligna nell’ignoranza e si avvale di questa per trasformarsi in prepotenza, protervia e arroganza violente.

Don Roberto e “la carne di Cristo”

Lui definiva in questo modo gli ultimi, i poveri poveri, carne di Cristo. Teologicamente non è una bestialità. Per nulla. il “Corpo mistico” di Cristo è la Chiesa universale e il Popolo di Dio è la Chiesa, e viceversa. Il sillogismo semplice finisce con una necessaria conclusione: anche l’assassino del sacerdote è “carne di Cristo”.

Paradossale? Sì, come è paradossale il Cristianesimo, che è – in senso stretto di filosofia religiosa – una non-religione, ma è la sequela di una Persona, quella di Gesù Cristo.

Molti infatti, quando elencano le religioni presenti nel mondo, mettono il cristianesimo al primo posto per quantità di fedeli, seguito dall’islam e via via, ma la classificazione, così concepita, è impropria, ovvero può andare bene per una semplificazione. In realtà, il cristianesimo evangelico è qualcosa di profondamente diverso da tutte le altre “religioni”, poiché non si fonda sulla base essenziale di testi sacri, che pure nel cristianesimo stesso non mancano, basti pensare ai due “Testamenti” e alle Lettere apostoliche, ma piuttosto sulla Persona e sull’esperienza terrena di Gesù di Nazaret, detto il Cristo.

Anche nelle altre grandi esperienze religiose vi sono persone che si sono poste a mediazione tra l’uomo e il divino, come Mohamed, come Mosè, come il Buddha, pur se quest’ultimo in modo estremamente diverso, in ragione di una concezione del divino molto distante dal cristianesimo, dallo stesso islam e dal giudaismo.

Cristo, invece, prevede la sua sequela, cioè il “seguirlo”, essenzialmente, semplicemente, duramente, umanamente. Anche fino al sacrificio estremo.

Se i Gesuiti nel loro motto scrivono (sequela) perinde ad cadaver, cioè fino alla morte, e la testimonianza di milioni di persone conferma quanto detto sopra, si può dire che don Roberto Malgesini ha seguito alla lettera Gesù di Nazaret.

Gli ultimi e i penultimi e i terzultimi… sono stati e sono tutti allo stesso livello per la carità cristiana. Don Roberto si occupava prevalentemente degli “ultimi” e per questo è stato anche criticato non poco. Bisogna chiarire che cosa si intende per “ultimi”. Forse che questa categoria sociale, e ancor di più morale, è costituita solo da chi vive in ristrettezze economiche estreme, al punto da non poter mettere in tavola due pasti al giorno? Si intendono i barboni, i senzacasa, i rovinati economicamente al punto da non avere più un tetto sopra la testa, che magari fino a poco tempo prima vivevano in certa agiatezza?

Certamente sì, ma ve ne sono anche altri, magari poveri, o poverissimi sotto altri profili, più spirituali. Anche questi sono, erano per don Roberto, “carne di Cristo”.

Qualcuno ha accusato questo presbitero di “buonismo”, nella recente tradizione di criticare chi ha attenzione disinteressata per gli altri, a volte confondendo il “buonismo” con il “politicamente corretto”, errore madornale!

Non conoscevo questo prete, ma mi pare che lui e il suo impegno nulla c’entrassero con il politically correct, ma piuttosto con l’incorrect

Don Roberto non era “buonista”, ma buono, un uomo buono che riteneva la sua missione essere quella di guardare all’altro come un altro se stesso, come un “cristo” ambulante, un’occasione per le opere di misericordia spirituali e corporali, che sono la pratica del cristianesimo vero.

Dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi... è la semplice liturgia, cioè azione del popolo, che riconosce in ogni “tu” un “io”, anche se povero e lacero.

Chi lo ha ucciso non ha pensato a queste cose e ha agito per rabbia e per paura, perché occuparsi degli ultimi è anche incontrare la rabbia e la paura. I sentimenti di rabbia e paura sono parte delle condizioni dello spirito umano, sono sentimenti umani.

Ecco, don Roberto non ha avuto paura della paura, osando starne in mezzo anche a rischio della sua vita, che ha perduto per acquisirne una più alta, se si crede.

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