Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Contratto di lavoro e contratto psicologico

firma-contratto-di-lavoroIl diritto ci insegna che il contratto è un negozio nel quale vi sono due o più contraenti (dal verbo latino cumtrahere). Vi sono vari tipi di contratto, tra loro simili ma non identici, come il contratto di acquisto e il contratto di lavoro. Il contratto di acquisto di un bene durevole, ad esempio un’auto o una casa, prevede un accordo commerciale tra un venditore e un compratore nel quale si stabilisce il prezzo della transazione, le modalità e i tempi del pagamento.

Il contratto di lavoro, prevede comunque, analogamente, uno “scambio”, ma di natura e tipologia assai diverse: nel contratto di lavoro si realizza un accordo tra persone, non la vendita di un bene tra due o più persone. Il contratto di lavoro prevede uno scambio molto più complesso e duraturo nel tempo: se nella transazione commerciale vi è l’alienazione di un bene contro la corresponsione di una somma concordata sulla base di un prezzo condiviso del bene stesso, nel contratto di lavoro, avviene una pattuizione che si dipana e vive nel tempo.

Il lavoratore e il datore di lavoro concordano per iscritto uno “scambio” possibilmente equo tra prestazione e retribuzione, ma questo comporta un’alea che nella mera transazione commerciale non c’è. Il contratto di lavoro, infatti, dura nel tempo, sia esso a tempo determinato o indeterminato; è dinamico, passibile di modifiche, di cambiamenti, di trasferimenti, di crescita, di novazioni.

E comporta anche una dimensione completamente diversa dal mero contratto di compravendita: la dimensione psicologica e relazionale. Il rapporto di lavoro, oltre che essere regolato da un contratto a valenza giuridico-normativa, è regolato da un patto psicologico e comportamentale.

Non può darsi un contratto di lavoro, se non vi è anche un patto di altro genere, un patto che vincoli i modi di fare, di lavorare, di dialogare, di relazionarsi tra i vari soggetti, tra datore di lavoro e dipendente e tra questi e tutti gli altri colleghi. Il contratto di lavoro costituisce e costruisce una relazione, un qualcosa di incommensurabile, di non esprimibile con algoritmi numerici, di irriducibile alla mera transazione economica.

In qualche modo è un fatto e un atto creativo, sorprendente, che mette in gioco fino in fondo i due contraenti, il datore di lavoro e il dipendente, e non consente di pre-vederne gli esiti e i successi o insuccessi. Fa parte dell’eterno dipanarsi della complessità e degli intrecci di vite, menti, esperienze e aspettative diverse.

E’ uno tra modi più validi di collaborare tra diversi, dopo tante esperienze storiche fallimentari, per costruire progetti e aumentare ricchezza da condividere e vite da convivere, bene.

Nel tempo e nella storia

bob-dylanRobert Zimmermann, nato a Duluth nel ’41, mi ha accompagnato con altri dall’adolescenza, fino a che scrissi qualcosa su di lui. Qualche anno fa l’ho visto e ascoltato -un poco imbolsito- a Padova, su richiesta di Bea che stava diventando musicante. Ecco gli antichi versi per Bob Dylan, pubblicati nel 2004 (In Transitu meo, Chiandetti ed.)

 

PASSEGGIANDO PER DULUTH

Intravide el su duende Federigo,/ Per le strade piovose, con Bob Dylan./ “What’s el duende?”/ E’ forse il dàimon, lo swing,/ O quel lieve traccheggio che li sfiora?/ E’ sìncope (συνκοπη),/ O il tempo rubato di Brailowski, che esegue Sebastian di Sassonia?/ O è la tua/la mia folìa, un lottare/ non pensare “é un sentire/non capire”/ come di Paganini disse Goethe?/ Capire nulla e poi vagare/ Per l’albe montagne, che esistono/ Solo perché tramonti la luna.

 

E altro che allora scrivevo, talora ascoltando il piccolo poeta ebreo, forse remoti echi del paradiso in Knocking on heaven’s door.

 

GIUNTI SULL’ONDA DELL’ANTICO FIUME

Alla porta del mare la salmastra brezza è vinta, e trasparente e memore/ Dei ghiacci frammisti alla pietra frantumata,/ Del vento per mille albe levato/ E di ogni seme sparso nella piana,/ Delle vite nascoste tra i ciottoli nell’acqua impervia del fiume neonato,/ Degli occhi impauriti degli animali/ E dei primi stupori di un uomo.

 

E altro…

 

LIBERATI ENDACASILLABI

Quando qui la stagione si rinnova/ E a maggio i fiori annidano le serpi,/ Raggi incerti del sole tra le nubi/ E incanto di profumi sulle gote.

 

Senza la metafora/ E l’ambiguo nostro procedere-nel-mondo,/ Moriremmo nel dolore,/ Sopraffatti dall’esistere,/ Enti non bastevoli,/ Come siamo.

 

PASCAL

Inframmezzati echi dell’immenso/ Scendono e risalgono le scale tonali,/ e la risacca commenta la sera./

Ci si chiede quanto manca per l’alba,/ Quando vuoto e silenzio/ Son pieni d’ogni parola che pensi umana:/ Lès prèludes ètèrnelles/ Dello stesso infinito scenario,/ oh, verba numquam apta dicibili!

 

OTTO&BERNELLI

Alla festa del borgo ne l’autunno,/ Tammurria/ti ritmi e scalpitii/ Dietro i bambini o coppie infreddolite,/

E i musicanti./

Occhi sgranati inseguono le giostre rutilanti,/ Ma son pochi,/

Nel primo pomeriggio di quel sabato./

Scintilla in fondo una gran luna,/ Nastro di luce di melanconia/ Sui piccoli giostrai.

 

LA NOIA DEGLI ANGELI

Or più non batte/ Che l’ala del mio sogno,/ Ma la protervia del vento mi sostiene,/

E un desiderio aspro di vita./

Or più non sento pulsare/ Che il cuore della terra.

Oh, che il dolore venga, dell’uomo,/ A insaporirmi le narici!/ Oh, inabitate stanze mie del mondo perfettibile a me ignoto,/

Oh, graziose voci dei viventi mortali,/ Oh carezze di mani sconosciute,/

Abbiate tempo di aspettarmi,/ Ché il mio tempo d’angelo/ E’ trascorso,/

E la domanda accolta.

 

(I primi due versi sono stati raccolti da un’iscrizione posta su una stele nel Parco della Rimembranza – Colle S.Elia, Redipuglia – Gorizia)

 

ERRANTI

Dove si può trovare la cesura/

O l’umana ambiguità che dis/separa l’errante dall’errante,/

Colui che -si dice- sbagli, da colui che va per strade alla ricerca/ Di sé, e del proprio posto, senza meta, poiché non v’è luogo sicuro al mondo, né altro rifugio o spiegazione/ Del mistero umano e delle lacrime;/

E, di più, dunque, come si può con/fondere l’errore/

Con l’errante?

 

IN MUART DAL FRADI

Gòtin i cops/ Su la rudìne,/ Plòe di dicembre./

Sgrignôli claps davòur di ì,/ Chiâf bas, cidìne:/

Vot di chel mês tànchu àis fa/ Si soteràve il prin./

Il timp,/ Cul frêt e cu l’estât/ Al pàsse.

 

Titolo: in morte del fratello; la lirica è in lingua friulana nella parlata rivignanese 

Trad. dal friulano: Gocciano i coppi/ Sulla ghiaia/ Pioggia decembrina// Sgra-no i sassi/ Dietro a lei/ Testa bassa, zitta// Otto di quel mese/ Tanti anni fa/ Si sep-pelliva il primo// Il tempo,/ Col freddo e con l’estate/ Passa

 

PADRE

Nel dormiveglia ti ho sognato,/ Che tornavi, vivo, dalla guerra/ Estranea:/ Durazzo e Igoumenitsa,/ Con lo zaino vuoto,/ Tu non domo,/ Ma dovevi ripartire/ Con lo zaino/ Del lavoro;/ Era come già sapessi/ Che non ti avrei più avuto.

 

ELENA

Tua madre ha detto/ Che avrai freddo/ Stasera, nella terra./ Ma tu/ Consolala da altrove/ Raccontandole i giochi che fai.

 

LE CICALE DI SAN MARTINO

Ha agito lo scalpello di krònos/ Dove l’uomo sopraffece se stesso,/ Ma dove non ha continuato,/ Son rimasti gli aperti spazi/ Della muta ricordanza, / Crescendo gli alberi e i fiori,/ E in essi profusi i colori.

Lì l’uomo s’è fermato/ Al Ricordo dei morti in battaglia,/ Incidendo con Nomi ed Epigrafi/ Le pietre e la muraglia/ Lungo il vialetto ventoso,/ E sistemando l’ossario di crani/ Con le bocche digrignate,/ Nello sfolgorante mezzodì ritmato/ Dalle elitre instancabili/ Delle cicale.

San Martino della Battaglia (e Solferino): seconda Guerra d’indipendenza, 1859

 

ELEGIA

Gatti sonnecchianti nel meriggio/ Antico d’un giorno di tardo inverno,/ Altri colori, altre leggende in sogno/ Nel paese invecchiato, altre parole./

Catìne morta da poco./ Il paese ha connotati esausti,/ Un rifugio impallidito col tempo:/ Le voci, mia madre, i morti e i campi,/ E la scansione più lontana/ Dell’infanzia.

Le parole odorano d’un basso/ Orizzonte di castagne acerbe./ Il vento va qua e là,/ E le ombre.

 

…per onorare Dylan,  per ricordare mia madre e mio padre, la piccola Elena e anche, ma un poco, Dario Fo.

i miserabili

marketing-della-pauraNon è solo il titolo di un grande romanzo di Victor Hugo, di cui esistono varie versioni cinematografiche, ma anche un’apostrofe proporzionata del comportamento di molti, ultimo dei quali Salvini, che insulta il Presidente Ciampi appena deceduto. Un’altra: Salvini a Pontida ha detto che il suo papa è Benedetto XVI: il poveretto non sa che il papa è sempre quello regnante, non lo decide lui e perciò, volente o nolente il cultissimo politico, ora è Francesco.

Altri miserabili, fatto che mi addolora, pare siano alcuni dirigenti della Uil nazionale come Barbagallo, Angeletti, Bosco, etc. ora inquisiti per aver distratto soldi del sindacato spendendoli in una crociera ufficialmente destinata a una “riflessione strategica” (ah ah ah, visto il livello epistemologico dei soggetti) denominata “Progetto condiviso”. Mi addolora anche perché nella vita precedente ho fatto parte della famiglia sindacale dove ho conosciuto galantuomini e donne come Giorgio Benvenuto, Silvano Veronese, Vincenzo Mattina, Raffaele Grappone, Loris Zaffra, Rino Zulian, Renzo Fasiolo, Arno Teutsch, Franco Lago, Anna Marin, Nando Ceschia e via andando.

E ve ne sono altri ad libitum, in tutti i settori sociali, economici, comunicazionali, ecclesiali, politici, mass-mediologici, e chi ne ha ne metta, caratterizzati da due principi fondamentali, a volte intrecciati, a volte no: la stupidità e la malignità. Nel caso sindacale di cui sopra propendo per la prima causa generatrice, peraltro trattata in un post precedente, di gran lunga la più pericolosa per il prossimo. Invece, quando si tratta di malignità, solitamente chiamata cattiveria, non è molto difficile individuarla e combatterla con successo.

vaffanculo, ovvero va a fa’n culo (eh?)

bottegaCaro lettor,

non è che la mia prosa sia  scivolata così grillinamente in basso. Gli è che ogni espressione ha un’origine, un fomite, un primo pronunziante l’espressione stessa. Nel caso, lungi da esserlo stato il comico politicante, si può far risalire il detto, forse, al Rinascimento italico. Si sa che gli artisti, dai maggiori a quelli più andanti, operavano a bottega con dei garzoni, aiutanti, giovani mandati lì dai padri, per i quali questi ultimi pagavan pigione e anche l’istruzione professionale del “maestro” pittor, o scultor, o fabbro-ferraiol-armaiol che fosse.

E allora cotesti giovini stavano lì rispettosamente, non com’è in uso ai nostri tempi che si dan perfin le terga al professore in aula, in ascolto attento dell’artigiano-artista che li aveva accolti, a volte come figli, per imparare un’arte.

Nelle botteghe dei pittori fiorentini o veneziani molti giovini operavano: pare che Jacopo Robusti, il sommo “Tintoretto”, ne avesse un tempo fino a quaranta. E che facevano costoro per li primi tempora? Preparavano le malte per l’a-fresco, sminuzzavano il lapislazzuli e il carminio per gli azzurri e i rossi, e per tutti gli altri colori, e dopo un po’ di tempo il magistro li invitava a tirar di rosso e blu i mantelli e i cieli e l’acque, fino a che non avessero imparato la lezione.

Sol dopo anni di duro esperimento, veniano invitati a provar la forma umana, ma non le mani, li piedi e i volti, ché eran ancora compito del capo, ma forse le terga delle figure umane e animali, che son più tonde e facili da fare.

E allora, nelle botteghe piene di colori e tele e pennelli e secchi, si poteva udir il perentorio invito del maestro: “Zuane, va a fa’n culo (eh?)!, nel senso di procedere alla dipintura delle terga di una figura umana o di cavallo, o animal altro che fosse.

Oggi l’espressione ha assunto un significato che ha nitor d’insulto, e un senso ambiguo e sessualmente inteso, ma così non era.

E adunque, come possiamo mettere le cose? Dirla ancora come un tempo? Ovvero tener per buono il nuovo senso? Sia come sia, è difficile astenersi dall’uso attual, per tutti i diavoli, e per i loro accolti umani che meritano l’invito, pure troppo gentil, talora.

L’educazione civica

tatataCaro lettore,

il nostro pensiero ha bisogno, sia di riflettere sulle cose generali, sui progetti, sulle norme che devono essere valide per tutti in una società organizzata, sia su ciò che sta accadendo, soggettivamente, qui e ora. Ha bisogno di uno sguardo sul tempo presente-che-passa, e di uno sguardo sul breve-medio, anche se in modo diverso, più intuitivo nel primo caso e più discorsivo nel secondo.

La nomotetica (dal greco nòmos, legge-norma, e tìthemi, porre) è la “scienza che si concentra nell’individuazione e nell’elaborazione di leggi generali”. e perciò si configura come struttura o cornice degli accadimenti in qualche modo dipendenti dalle azioni umane regolate, nel tempo. Moltissimo -però- sfugge alla nomotetica, nientemeno che tutto quello che sta fuori dal libero arbitrio dei singoli decisori: forse la maggior parte dei vettori causali e degli effetti causati. Un esempio: il codice della strada è uno strumento “nomotetico”, ma quanto e quante volte viene violato?

Idiografico si dice di “ricerca, indagine et similia il cui oggetto di studio è un caso particolare e specifico e non una classe di fenomeni dalla cui analisi trarre leggi e regole generali”, e qui siamo al soggettivo, al puntuale, alla decisione e all’azione del momento.

A volte il pensiero, ancorché preceda la decisione di agire (e a volte sembra proprio il contrario, specie nelle reazioni immediate), che qualche ricerca neuro-scientifica mette in serio dubbio, è incerto, incespica, “batte in testa”, e dunque non basta per assumere decisioni corrette. Nella mia esperienza constato non raramente come accada questo, e allora bisogna cercare un rimedio: ma più che un rimedio è un ambiente ciò che necessita trovare, una capacità di con-tenere gli atti e le reazioni. A volte è meglio non puntualizzare la propria posizione nel contrasto, altre volte è necessario, invece, farsi valere, anche per ragioni di carattere pedagogico.

Poco fa un bambino mi ha chiesto di tirargli giù da una griglia elevata il suo pallone, l’ho fatto e lui, lanciato un urletto di gioia ha preso ad allontanarsi: l’ho chiamato e gli ho detto un po’ severamente: “neanche un grazie?”, e allora lui, non poco stupito, mi ha biascicato uno strascicatissimo e imbarazzato “grazie”. Ma neppure a dir grazie oggi si insegna ai bambini, e sono anche convinto che se i genitori del pargolo avessero sentito la mia apostrofe correttiva, mi avrebbero redarguito “perché nessuno si deve permettere di…”.

Ecco a cosa potrebbe servire un po’ di nomotetica pedagogica: a ripristinare l’educazione civica, sapere oggi edulcorato nella interculturalità, nella dottrina dell’accoglienza et similia.

Mi par già di sentire gli alti lai dei politicamente corretti dell’agone politico (nomi a profusione, i soliti, presidenta della camera in testa) e mediatico (Lerner, Floris, Santoro e dintorni): ma che, scherzi? che educazione civica, che rispetto, che dire dei formalissimi ed ipocriti grazie…

fashion blogger e icone social

via di TorinoOspite di un talk show su una tv privata ho imparato che cosa sono le icone social e le fashion blogger. Finora ne avevo solo sentito parlare, ma non riuscivo a distinguere le due figure.

Ora il loro ruolo mi è noto e non ne sono impressionato più di tanto. In trasmissione c’era una rappresentante per categoria, più un frizzante giornalista radio. Le due ragazze non avevano sbavature estetiche, erano “perfette”.

Mi preoccupa la perfezione. Di simpatico c’è stato che non ho percepito fanatismi o esaltazioni particolari, anzi, una delle due, la più matura, mi ha chiesto a un certo punto, in diretta, se io non consideri stucchevole e superficiale il loro lavoro, e lo stesso sistema di valori sotteso. La domanda mi ha in qualche modo sorpreso e le ho risposto di no, ché la differenza, nella vita e nel lavoro, la fanno sempre le persone.

Interpello Bea sul ruolo e mi scaraventa una risposta irriferibile.

Penso che il fenomeno sia coerente con i nostri tempi e il tipo di comunicazione leggera e superficiale che funziona, pericolosa solo se non si è consapevoli di com’è fatta e dei suoi limiti.

In definitiva, un’esperienza “istruttiva” e non sgradevole: mi chiedo, però, che cosa succederà di queste ragazze, quando la levigata perfezione della giovinezza lascerà il posto a qualche ruga espressiva, a qualche segno del tempo.

Se saranno capaci di autoconsapevolezza passeranno ad attività più consone alle nuove età che avranno, altrimenti resteranno nostalgie delle icone che erano un tempo.

Il gatto del Papa

il gatto di papa BenedettoJoseph Ratzinger è stato Papa della Chiesa Cattolica per otto anni (2005-2013). Un grande maestro di teologia (chi vuole dia uno sguardo alla sua “Vita di Gesù di Nazaret“, in tre volumi, o provi a  scorrere la prosa limpidissima delle sue tre lettere encicliche, la Deus Caritas est, la Caritas in Veritate e la Spe Salvi, e c’è del suo anche nella lettera sulla fede firmata da papa Francesco, la Lumen Fidei). Ed è anche un uomo mite e gentile, non mediatico come alcuni suoi predecessori, ma vero.

Mi sono fatto nel tempo un’opinione su di lui con notizie, posso assicurare, affidabili. ha anche altri due atout che lo possono fa apprezzare molto: ama i gatti e Mozart. Mi sembra che siano due segni evidenti di finezza umana.

Da ultimo, un fatto: la sua rinunzia canonica al pontificato per ingravescente aetate, e un trarne lucidamente le conseguenze. Un gesto, un modo silenzioso e umile di farsi da parte per lasciare spazi a chi può procedere nella missione ardua di condurre ancora avanti, nel Tempo della Salvezza, il Popolo di Dio, che annovera tutti gli esseri umani, compresi i lontani e i dispersi.

La piazza e la stazione

Anversa-Centraal_Station_of_Middenstatie_2Ciò che mi disturba, ovviamente (anche per la mia biografia), non è la piazza San Giovanni piena di gente e bandiere, che nella storia italiana, come tante altre piazze del mondo per le diverse nazioni, è stata molto importante, ma la sua presunzione e il potenziale illusorio. Non sto parlando del milione di persone (di più, di meno? non importa) che ieri hanno sfilato per Roma, chiamati dalla Cgil a protestare contro le misure sul lavoro impostate dal Governo. Sto parlando dei gruppi dirigenti, sia di quel sindacato (gli altri sindacati non navigano in acque di consapevolezza molto migliori, e questo non è “mal comune mezzo gaudio”), sia dei politici pidini presenti, lasciamo stare quelli di Sel, che stanno su una nuvoletta di noiose narrazioni.

Quei signori e signore, non so quanto consapevolmente (a volte nutro seri dubbi sulla loro lucidità), hanno fatto rimbombare parole illusorie e menzognere, sia quando hanno espresso giudizi sulle ipotesi riformistiche del lavoro governative, sia quando hanno “minacciato” tuoni e fulmini (sciopero generale) per cambiare radicalmente la manovra, e per una ragione molto semplice: costoro stanno ormai rappresentando quasi solo se stessi, e poco e male anche quel “milione” di persone generose della piazza, le quali, ahiloro, sono una minoranza della minoranza dei lavoratori italiani.

Se i capi della manifestazione romana, a partire dalla tristissima, per voce, sguardi e concetti espressi, signora Camusso, sono in buona fede, li perdoniamo, ma sono inadeguati; se invece al contrario conoscono la situazione, sanno di mentire e recitano una parte in commedia, sono degli irresponsabili.

Il mondo e l’Italia stanno andando da un’altra parte.

E veniamo alla stazioncina dismessa di Firenze dove il capo del Governo ha riunito una convenzione. Non so bene che cosa è stato detto; ho sentito i toni, che non mi sono parsi radicalmente alternativi né ostili alla piazza romana, e neppur miracolistici o particolarmente guasconi. Mi sembra che si stia imboccando una strada ragionevole sulla quale perseverare.

Ora è tempo di tenere duro con tutti quelli che nulla vogliono cambiare, come i burocrati europei in dismissione (Barroso, hidalgo stagionato, grasso e borioso), come i burocrati italiani impauriti dal cambiamento, come le “bindi” e le altre madonnine infilzate di una sinistra spaesata e afona.

I ragazzi e le ragazze di oggi si aspettano che facciamo qualcosa per loro, smettendola di pensare solo a chi, bene o male, garanzie e diritti acquisiti, in tutta la loro dubbia valenza etica, lì ha già portati a casa.

Io lo debbo a mia figlia Bea e a tutti i ragazzi e ragazze che incontro nelle aziende che seguo, e nei corsi a me affidati.

Occhi pieni di speranza, più passione che virtù teologale, ma ora va bene così.

Le barbe inutili

barbuomoLunghe, corte, curate, incolte, massoniche, da colonnello degli alpini, da frate francescano, da Homo Neanderthalensis, tante barbe.

Se un tempo la barba maschile era chiamata “onor del mento” e i baffi “onor del labbro”, se i carbonari e patrioti di primo ‘800 avevano quasi tutti la barba, come Mazzini, Emilio Bandiera, Petöfi  e Garibaldi, se Aristotele, Michelangelo, San Pietro e San Paolo avevano la barba, molti imperatori romani non la portavano (Augusto, Adriano, Tiberio… altri sì come Marco Aurelio), e neppure Alessandro, Cesare e Napoleone (Annibale sì), oggi la barba può far talora ridere o inorridire. Non sempre, beninteso, perché certe barbe di patriarchi alpini o del deserto sono vere, sincere.

Dostoevskij e Tolstoj sì, mi convincono, perché quella barba gli appartiene. Victor Hugo pure.

Ma Leopardi, Foscolo e Manzoni non tenevano la barba, Verdi sì, Rossini no. Bach, Haendel, Mozart e Beethoven no, Liszt e Schubert neppure, nemmeno Schumann e Mendelssohn. Non ne avevano bisogno.

Un caso di barba (quello ridicoloso) è quello del politico Civati (ah sì, Civati? Qualche volta… Civati? piùomeno, un nome che somiglia a un verbo coniugabile bene nella forma interrogativa: civati? un po’ come vedesti, ci andasti?); l’altro quello di un? non so come definirlo… politico, religioso, capobanda fanatico, quello col barbone scuro che tuona dal pulpito di Mosul e ordina decapitazioni, una ogni dieci giorni, sentivo stamani.

Un’altra barba inutile è quella di Scalfari, che da sessant’anni sussiegosamente insegna a vivere a tutti. Homo perfectus sine defectu (ah ah ah).

Vi sono anche baffi inutili, tenuti da sempre per darsi importanza, quasi per rendere più imponente una figura altrimenti striminzita, come nel caso di D’Alema. Vladimir Ilic Ulianov, pur così piccolo, era comunque imponente. Baffi utili e consoni quelli del capitano Francesco De Gregori e di suo nipote, che ha anche la barba. Come Guccini (ci sta bene) e Andy Luotto, non De Andrè, glabro e liscio.

Nel nostro tempo, differentemente dal passato, la barba non è più sinonimo di dignità virile, ma spesso simbolo di: una nostalgia sessantottina, pigrizia, sussiego egocentrico, impegno sociale, intellettualismo…

La barba come orpello, come scusa, come barba. Che barba.

Due o tre volte ho provato a farmela crescere, ma dopo una settimana al massimo mi sono annoiato, avevo prurito, e l’ho tagliata.

Come fosse un nascondimento inattuale, inopportuno, incongruo, inadeguato, maschera sulla maschera del volto, che si mette per difesa dal mondo e dagli altri, come uno scudo di seriosa autorevolezza.

metafore stupide

keep-calm-i-have-the-bestest-bestie-there-isLa metafora è la più importante struttura retorica, utilizzata, sia nella versificazione poetica, sia nei testi narrativi, sia nei trattati filosofici. Insieme con la metafora sono utilizzate alcune sue forme o intensificazioni come la metonimia (un nome per un altro), la sineddoche (una parte per il tutto), e l’allegoria (un racconto metaforico). Poi vi sono la parabola, l’aneddoto e così via.

Un suo uso distorto e fuorviante è molto diffuso, specialmente in ambito giornalistico. Quante volte ti capita, caro ospite, di leggere un titolo  e di non trovare nulla di un tanto nel testo? Ciò serve -evidentemente- per attirare l’attenzione anche al prezzo di allontanare la verità delle cose.

Un caso di tal genere sta accadendo in questi giorni a Firenze, dopo l’arresto del cosiddetto “mostro 2” (il primo era Pietro Pacciani)”, o “bestia” (absit iniuria animalibus) quello che ha violentato negli ultimi dieci anni molte prostitute e ha ucciso l’ultima “crocifiggendola“.

Bene: che Riccardo Viti sia anche una carogna orrenda, oltre che un uomo pieno di problemi, sembra essere certo.

Ma, sia il termine mostro, sia il termine bestia sono abbastanza fuorvianti: ad esempio è denominata bestia il “mostro dell’Apocalisse di Giovanni” (13, 1-8), a anche… una pacifica gallina nostrana o il criceto di Bea. Si dice a volte mostro o mostruoso anche di prestazioni sportive fuori dal comune, di gente come Ibrahimovic o Bolt.

Infine: nel caso citato un termine mi sembra assolutamente fuori luogo, scorretto, colpevolmente gonfiato e disonesto, il termine “crocefissione“. La povera donna romena è stata infatti legata a mani aperte a un guard rail, non inchiodata mani e piedi a un legno come Gesù di Nazaret o Spartaco. Il termine è usato a solo scopo orrorifico e scoopistico. Una vergogna semantica che si aggiunge all’orrore del fatto. Il Viti risponde dell’orrendo atto compiuto, ma non ha colpa della vergogna semantica.

Poco importante? A me non pare, perché la cattiva informazione può fare molti danni, specie a chi non possiede una soglia critica adeguata ai tranelli del giornalismo disonesto.

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