Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Chi era “Jesus ben Joseph ben Nazaret”, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret, era durissimo con ipocriti (che definisce “sepolcri imbiancati”) e formalisti, e dolce con i bambini e con le prostitute? Forse un uomo un po’ strano per il mainstream odierno? Anche Putin dovrebbe rileggere questi due passi evangelici e meditare sul loro senso teologico e morale, e il patriarca Kirill, pure. Visto che tutti e due sono (si dicono) cristiani…

L’immagine di Gesù edulcorata da “santino” che ricordiamo dalla nostra infanzia, biondo, occhiceruleo con la barba fluente bipartita, non corrisponde per nulla al Gesù vero, quello che la ricerca storica, assai approfondita e sempre più ricca di particolari, sta rimandandoci da qualche decennio.

Innanzitutto Gesù di Nazaret era un ebreo, di etnia semita, e quindi simile alle genti che ancora popolano la Palestina: era un ebreo palestinese, e quindi quasi sicuramente con i capelli e la barba scuri e la pelle olivastra. Probabilmente non era di alta statura, ma nella media dei maschi del tempo.

Per capire che tipo di uomo era, non considerando qui i complessi aspetti teologici della sua natura, che ci porterebbero sul versante arduo della metafisica, leggiamo questi pochi versetti di un passo del Vangelo secondo Marco (13-16).

(omissis) Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

Tra Gesù e i discepoli a volte c’è qualche, diremmo oggi, disallineamento, e il maestro si indigna, li rimprovera, li corregge, senza giri di parole edulcorate o “delicate”. Va al sodo, arrabbiandosi, perché pretende da uomini adulti una capacità di comprensione delle cose veramente importanti.

Gesù capisce bene la psicologia di quei bimbi, che sono uguali a quelli di oggi, pieni di vita e di energia. Va oltre il formalismo del rispetto umano, rimproverando i suoi, perché non manifestano la sensibilità che si deve avere per piccoli esseri umani che crescono.

Il verbo indignarsi [in greco aganakteō] descrive una situazione interiore di collera, un atteggiamento deciso, forte. Gesù va in collera con gli adulti, perché costoro hanno in mente solo la loro stessa modalità di guardare le cose del mondo, anche se sono padri, nonni e zii. Gesù non ha donne da rimproverare, ma solo uomini maschi. Mi viene da osservare ciò, che conferma la diversa capacità dei due sessi di comprendere la psiche dei bambini. Le mamme, le zie e le nonne non avrebbero rimproverato i bambini.

(Lasciate che i bambini vengano a me. Anche quelli di Bucha e di Mariupol!)

…nel senso, si può intendere, che i piccoli, essendo puri di cuore, possono comprendere meglio degli adulti l’ammaestramento del rabbi nazareno.

E aggiungo: il pensiero, la riflessione, il raziocinio dei “grandi”, a volte mal si concilia con l’intuizione dell’atto di fiducia, cioè di fede. Gesù non diffida dell’intelligenza umana, ma invita, implicitamente, a utilizzare anche gli altri sensi, quelli spirituali, per comprendere meglio i valori che la vita pone davanti agli occhi del copro, che a volte sono ciechi. Egli invita a usare di più gli “occhi dell’anima” o “del cuore”.

Nel Vangelo secondo Luca (18, 10-14), leggiamo quest’altra parabola:

« Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato »


A quei tempi i farisei erano un gruppo politico molto importante e popolare. Si potrebbe dire di “centro-sinistra”, perché il “centro-destra”, per modo di dire, era occupato dai Sadducei, religiosamente e socialmente più tiepidi, e rigorosamente attenti alla legge mosaica.

I pubblicani, invece, erano ebrei che collaboravano con l’amministrazione dell’Impero romano, riscuotendo a loro nome le tasse, e godevano di una fama pessima. Venivano ritenuti pubblici peccatori.

La parabola inizia con lo spiegare che nessuno può dirsi giusto solo perché osserva formalisticamente le leggi. Occorre altro.
Occorre essere convinti della correttezza morale delle leggi che si osservano.

Un esempio pratico connesso a queste, ore, giorni, settimane…

Le tv e il web, oltre alla immagini della guerra vergognosa, danno anche Putin che si propone come fedele cristiano. Candela accesa in mano va ad ascoltare il sodale patriarca Kirill che benedice ciò che sta facendo la grande Nazione governata da quell’uomo.

Il Presidente russo è come il fariseo di cui Gesù racconta la vicenda.
Formalisticamente sta con la “legge”, ma umanamente la viola.

Gesù rimprovererebbe duramente l’uomo che ritiene di essere nel giusto, ma non lo è, e gli chiederebbe conto dei suoi ordini che vanno contro i princìpi primi di una morale semplicemente umana.

Due leader – in modo diverso – un po’ confusi: il papa e Conte (Giuseppi), “leader” si dice, il primo per posizione oggettiva (è il “Papa”), il secondo tra virgolette, cioè secondo il “segno logico” delle virgolette, per modo di dire: “leader”, perché contrastato al suo interno da uno che è più “leader” di lui, Dimaio, e quindi non-leader

Papa Francesco è un po’ confuso sulla guerra di aggressione della Russia all’Ucraina. Probabilmente è anche un problema linguistico: pensando lui in lingua spagnola, non riesce a cogliere le sfumature dell’italiano, per cui il suo linguaggio, il suo codice espressivo è a volte impreciso e quindi confuso. Secondo: ho l’impressione che la sua preparazione culturale sulla storia contemporanea e sulla storia dell’Europa sia un pochino carente. Attenzione, non sto “parlando male del papa”: sto solo cercando di individuare i limiti dei suoi ragionamenti, che poi gli suggeriscono errori di valutazione etico-politica, creando così problemi alla stessa diplomazia vaticana.

Mi spiego: a distanza di due o tre giorni, questi ultimi dei primi di aprile 2022, in sei o sette interventi, tutti ampiamente mediatizzati, gli sentiamo dire, quasi contemporaneamente: a) la guerra è colpa di tutti (più o meno), b) la guerra è sacrilega (ok, ma non si esprime su chi la ha scatenata, questa guerra), c) l’aumento degli armamenti è moralmente inaccettabile (dove lo mette, Francesco, il diritto alla legittima difesa, tema chiarito con autorevolezza alta da sant’Agostino e da Tommaso d’Aquino), d) si dice disponibile a fare tutto per la pace, ma che cosa è questo tutto? e) del patriarca Kirill dice che loro due hanno condiviso sulla necessità di fermare la guerra (mentre si sente ancora una volta il patriarca moscovita benedire le truppe russe)… e potrei continuare.

Francesco è confuso e, siccome è sovrano assoluto non solo della Città del Vaticano, ma anche, di fatto, della Chiesa cattolica (cioè universale), questa confusione può generare ulteriore confusione teologica e, ciò che è più grave, morale. Penso che qualcuno dovrebbe aiutarlo di più e meglio, soffermandosi con lui sul senso e sul significato delle espressioni – che lui usa – sulla guerra, in italiano, anche se l’italiano e il castellano sudamericano, che costituisce il suo sostrato linguistico, pur essendo due lingue neolatine molto simili e, nella verbologia, quasi identiche tramite la comune matrice latina, a volte non danno il medesimo senso e significato alle espressioni. Francesco pensa in spagnolo e parla in italiano: ciò non è banale e necessita di una interpretazione di ciò che il papa desidera dire, un po’ più sofisticata. Qualcuno lo dovrebbe aiutare, ripeto.

Un esempio tra centinaia che si possono proporre: in spagnolo l’aggettivo “rico”, cioè ricco, che si può utilizzare, ad esempio, per apprezzare un cibo assai succulento, ha un campo semantico che “allarga” il concetto di “ricchezza” degli ingredienti, dal significato di quantità (il “molto”) anche alla loro qualità (il “buono”) intrinseca.

Circa le affermazioni di Francesco sopra riportate, non posso non osservare criticamente la sua (volontaria?) ritrosia a citare la Russia e Putin come responsabili indubitabili dello scatenamento del conflitto armato (altro termine linguistico-letterario per dire guerra). Forse che lo fa per non ampliare la distanza esistente con la “teologia” del patriarca Kirill? Forse che lo fa per avere un ruolo più credibilmente pratico per favorire una mediazione con la Russia putiniana? Forse. Ma, vale la pena essere ambigui, sia per carenze linguistiche, sia per scelta “politica”, in una situazione oramai così tragica? Non riesco a crederci, per cui a mio pare il papa sbaglia. Per il momento.

Conte (Giuseppi): chi mi legge su questo blog e altrove, sa bene che non ho stima “tecnica” per questo politico, fin dal suo affacciarsi alla notorietà, dal nulla. Ammetto che vi sono aspetti di questa disistima che precedono il mio giudizio sulla qualità politica delle sue prese di posizione, come il timbro vocale (che mi dà fastidio, specie quando urla, come in questo ultimo periodo), come il look, a mio parere eccessivamente “leccato” (ciuffo troppo corvino?, pochette, e altre piccole cose ridondanti), come l’esibizione di una cultura politico-giuridica che non poche volte ha mostrato qualche zoppìa e imprecisione (non alla Di Maio, ma ancora meno accettabile perché proveniente da un signore che si vanta di una certa cultura, a differenza del citato parvenù), come la faticosità dell’eloquio, che non è scorrevole, ma sempre il risultato di una laboriosa (ed evidente) ricerca del termine più adatto, peraltro con scarsi risultati, e altro…

Se veniamo alla dimensione politica, l’uomo mostra ancora maggiori difficoltà: non essendo un grillino della prima ora, si vede a occhio la-fatica-che-fa-a-fare il grillino. In realtà Conte è un democristiano fuori tempo massimo, perché non ha l’allure, lo slancio e l’entusiasmo presuntuosamente sgangherato di un Dibattista (ebbene sì, anche l’allure, non importa se fa un pochino ridere), o l’occhio pulito di un Dimaio o della Raggi (oddio!).

Ora, essendo lui incazzato nero per essere stato sostituito, con la soddisfazione dei più, da una persona di uno spessore incomparabilmente maggiore del suo, Draghi, ma dovendo mostrarsi leale al governo di unità nazionale, pare non saper come fare per caratterizzarsi e diversificare la sua posizione da quella di Mario Draghi.

In aggiunta, oramai lo fa anche perché la campagna elettorale è iniziata da tempo, e durerà tutti i prossimi sedici mesi (non dimentichiamo che i 5S hanno accettato Draghi per non andare a votare subito, e così dimezzare seggi e stipendi, sapendo di non poter pretendere di raccattare più del 15/ 16% di suffragi, contro il 33% del 2018, e dunque la truppa si sarebbe scagliata contro lui e contro gli altri maggiorenti se si fosse andati a votare dopo il “Conte 2”).

Sul tema degli armamenti e dei relativi maggiori investimenti anche da parte dell’Italia, che dice di non vedere come Draghi, si è barcamenato e si barcamena come può, per non smentire l’appoggio al Governo, mentre non vota quanto il Governo propone in tema, o lo vota solo se il voto è “di fiducia”, per non farsi sbattere fuori dalla maggioranza. Incauto e miserello.

Potrei continuare su tutti e due ma mi fermo qui, sperando che almeno il primo trovi una maggiore lucidità, per l’importanza che può avere la sua persona e il suo ruolo al fine di far terminare la tragedia in corso.

Del secondo homo confuso men che un fico secco mi cale.

SHAME!!! Una GRANDE VERGOGNA: titoli e articoli su omicidi, guerra e pandemia

Non so più come esprimere la mia critica, lo sconcerto, il dissenso e perfino uno stupìto dispregio per molti titoli e articoli che si leggono sui giornali e sul web, che si ascoltano in tv e su quasi ogni medium (pronunzia mèdium, santoiddio!).

Grande rispetto e ammirazione, invece, esprimo per gli inviati speciali, che raccontano le cose umane, spesso le più orrende, rischiando la vita.

Degli omicidi: molti cronisti stanno raccontando l’omicidio e lo sfregio della signora Maltesi, definendola “porno attrice”, come se fosse indispensabile così qualificarla per il “diritto di cronaca” (infame, in questo caso), o piuttosto perché è più “sfizioso” (aggettivo abusato e noioso) scrivere dell’attività pomeridiana e notturna della donna, invece che dire con semplicità della sua condizione di giovane madre di una bambina.

Per i media, in genere, e ciò è squallido per non dire spregevole, quello che conta è soprattutto la vendibilità della notizia, non la sua essenzialità e verità. Vergogna!

Altro tema, più generale: quando i media riferiscono di un “femminicidio”, che – alla lettera – è un omicidio, (omi-cidio da homo caedere, vale a dire “uccidere un essere umano”), aggiungono subito che si è trattato di un delitto generato da una insopportabile (per l’assassino) gelosia, ma evitando accuratamente di focalizzarsi sull’assassino, oppure citandolo quasi solo en passant, come se
il focus morale e sostanziale dell’atto non sussistesse nell’omicida. Tra l’altro, se dovessimo accettare la dizione “femminicidio”, per coerenza linguistico-semantica, quando viene ammazzato un uomo-maschio, dovremmo prevedere e utilizzare il termine “maschicidio”. O no?

Un racconto mediatico eticamente accettabile dovrebbe invece sottolineare innanzitutto la malvagità dell’omicida, e l’eventuale ragione-causa del suo atto, magari una gelosia malata o altro. Attenzione: un caso del genere pone immediatamente il tema dell’insopprimibile e inesorabile responsabilità morale personale di chi ha ucciso, e, dopo una approfondita analisi del fatto, di una sanzione proporzionata, certa e rapida. Se si dovesse pretendere di “spiegare” (nel senso di dare ragione o causa di) un crimine, specialmente se efferato, con la malattia mentale, tutto il Diritto penale della cultura occidentale, dal Codice di Hammurabi ai giorni nostri, risulterebbe, sarebbe insensato.

Così funziona di questi tempi, ed è insopportabile che nel 2022 si possa riscontrare nel retro-pensiero di questi cronisti, quasi ancora fossero condizionati dalla teoria e prassi giuridica e dalla legislazione penale, che è stata cambiata in Italia solo nel 1981, la cultura (si fa per dire) del delitto d’onore, per il quale l’omicida prendeva sette o otto anni di condanna, spesso ridotti fattualmente alla metà. Non è il caso dell’orrendo delitto citato qui sopra, ma i narratori lo hanno trattato, in qualche modo, con gli stilemi socio-etico-linguistici di trenta/ quaranta anni fa.

C’è da essere furibondi e quasi increduli per il fatto che esistano ancora modi di concepire e raccontare questi crimini in modo da mettere alla berlina la vittima, mentre quasi si tacciono le responsabilità del suo carnefice.

Che ne dite cari giornalisti e titolisti? Mi sbaglio? Perché non modificate il vostro modo di raccontare queste tragedie? Non vi accorgete di quello che voi fate, e fate pensare?

Della guerra di aggressione della Russia all’Ucraina.

Anche su questo tema partiamo dai titoli e dalle espressioni più usate: bombardamento a tappeto, rischio di guerra nucleare, stragi di centinaia, anzi di migliaia di persone, di cento o duecento bambini, con dati e numeri che appaiono scarsamente verificati nelle loro fonti. Penso questo, perché la medesima notizia viene data spesso in modo differente nello stesso articolo/ servizio/ giornale/ programma. Così non sai a chi prestare fede e finisci con non credere a nessuno.

Di recentissima fama mediatica, tale professor Orsini, della Luiss (quando nel sottopancia tvdel parlante si cita una università prestigiosa, in ragione della proprietà transitiva di base, il prestigio passa direttamente al soggetto lì presente), che ad osservarlo bene nel linguaggio para-verbale sembra depresso, i giornalisti Travaglio e Santoro, la docente Di Cesare, altri (pochini, per la verità, quasi nessuno (evangelicamente) puro di cuore, a differenza del povero compagno internazionalista Edi Ongaro morto nel Donbass mentre combatteva per la libertà del popolo russo, poverino), raccontano balle sesquipedali, facendo della realtà di fatto, strame.

Mi piacerebbe che frate Tommaso dei conti d’Aquino potesse oggi apostrofarli con il suo magistrale “Contra factum non valet argumentum” (contro un fatto non si dà argomentazione contraria), per zittirli una buona volta.

Altro tema: consideriamo la mediatica enfasi, assai generalizzata, sul tema lgbtq e diritti civili correlati. Esagerata, un mainstream falsamente vestito da rispetto per il diverso, ed è, invece, piuttosto, la proclamazione e l’esaltazione di un particolare modo di vivere. Non condivido l’enfasi, mentre sulla scelta individuale di sentirsi sessualmente a, b o c, ovviamente, nulla ho da dire. E comunque il sentirsi è discutibile, pur non ritenendo (più) alcuno di noi l’omosessualità essere una malattia o un peccato morale.

E qui ora scrivo una cosa politicamente scorrettissima, rischiando di attirarmi critiche e reprimende da parte di qualche anima bella: non sopporto più il profluvio di scene di sesso omosessuali filmate e trasmesse, provando per esse un mio schifo naturale insopprimibile, e neanche sopporto quelle di sesso etero, che sono ancora più abbondanti, perché quasi sempre inutili, ridondanti e, non raramente, volgari. Sono di mentalità arretrata? Può darsi. Chiedo solo di non essere continuamente obbligato a subirle, con il massimo rispetto per le scelte di ciascun altro.

Si faccia sesso come ci si sente, ma non me lo si sbatta in faccia, anche se posso spegnere o cambiare canale.

L’ultima cosa, ma non meno delle altre citate vergognosamente FALSA o scorretta! Proprio oggi leggo questo seguente titolo su un quotidiano nazionale, a proposito del Covid: “Ospedali pieni”. Ma come? Sono pieni, se le percentuali di occupazione dei posti letto sono, rispettivamente, del 12% per quanto concerne le terapie intensive e del 15% nei reparti ordinari? Da quando in qua il 12% e il 15% (anche sommati) sono uguali al 100% del tutto?

Ok, anche facendo venia sulla “metaforicità” dell’aggettivo “pieno”, e sul suo utilizzo markettaro, che cosa può pensare l’ascoltatore/ spettatore/ lettore di una così clamorosa balla?

Che pietà, oltre che vergogna per questi mestieranti, che sono, o intellettualmente disonesti, oppure tecnicamente ignoranti.

Tertium non datur.

Del tirannicidio: basi teoretiche, consonanze e contrasti fra le teologie cristiane, quella cattolica occidentale di fra’ Tommaso d’Aquino e quella ortodossa orientale dell’egùmeno Gregorio Palamàs; alcune considerazioni sul tema, dall’antichità al dibattito odierno

Il ridicolo equivoco interpretativo dei concetti proposti da Domenico Quirico su La Stampa di Torino – qualche giorno fa – sul tema del tirannicidio, derivante da una traduzione non so se volutamente scorretta o dalla volontà di cercare un casus belli per litigare con l’Italia, ha convinto l’ambasciatore russo in Italia a denunziare alla Procura di Roma una sorta di incitamento al delitto tramite stampa, quando invece, se il titolo del pezzo ha posto in maniera ipotetica la plausibilità di uccisione del presidente Putin per fermare la guerra di aggressione in Ucraina, il contenuto era chiarissimamente contrario a quella scelta violenta.

Perciò mi pare utile parlarne qui ampliando il discorso ai fondamenti del pensiero teologico e filosofico, sia orientale, sia occidentale.

Partiamo dal termine: tirannicidio deriva dal termine greco tyrànnos.

Pisistrato

Il termine “tiranno” è di origine greca e significa letteralmente “signore”; Erodoto nelle Storie usa il termine τύραννος (týrannos) (cf. Storie III, 80-82), che vuol dire “signore della città”. In seguito le cose cambiano, anche alla luce del pensiero platonico e aristotelico, che pongono la questione della legittimità del potere e della sua costituzione.

Tiranno è innanzitutto il termine attribuito a qualcuno che conquista il potere e poi lo mantiene in maniera egemonica, in qualche modo dispotica, autarchica, e a volte anche con modalità repressive e violente. Un altro termine pressoché equivalente è “dittatore”. Con il termine “tiranno” nell’antica Grecia dei secoli VII e VI avanti Cristo si definiva chi colui che si impadroniva del potere con modalità rivoluzionarie, opponendosi al sovrano o al politico in carica per tradizione o per elezione. Spesso il nuovo “capo” era sostenuto dal popolo, che soffriva per una gestione del potere precedente divenuta insopportabile.

Il tiranno, dunque, a quei tempi non era un usurpatore tout court, perché talora governava senza stravolgere sostanzialmente le leggi e le istituzioni preesistenti. Inoltre ricopriva personalmente e affidava a suoi fidi le maggiori magistrature, promuoveva lo sviluppo dei commerci, delle opere pubbliche e dell’agricoltura, generalmente nell’interesse del popolo sottomesso ed in contrapposizione ai privilegi dell’aristocrazia. I nomi dei più noti “tiranni” intesi in codesto senso: Policrate di Samo, Clistene di Sicione, Pisistrato di Atene e Dionisio di Siracusa, che chiamò perfino Platone per avere da lui consigli. Storia che non finì molto bene, forse perché i tiranni di tutte le epoche preferiscono gli yesmen, non persone di cultura libera e più vasta della loro. Anche oggi è così.

Si può dire che il tiranno moderno non assomiglia più di tanto a quei tipi di tiranno. L’accezione del termine è molto cambiata nei secoli.

La tirannide come categoria politica e forma di governo è stata trattata nella cultura occidentale, per la prima volta in maniera rigorosa, da Platone nel dialogo Repubblica.

Proprio con il pensiero di Platone e di Aristotele inizia una riflessione sulla tirannide e sulla sua legittimità, laddove il potere del tiranno sia acquisito senza la ricerca di un consenso tra i cittadini, e quindi di una sorta, oggi diremmo, patto costituzionale tra cittadini, ovvero, di contro, sia acquisito a seguito di un processo di corruttela e di scorretto acquisto di consensi.

La tirannide era ritenuta ad Atene un disvalore assoluto e generava paura nei più, timorosi di non avere più la possibilità di discutere dell’esercizio del potere politico, in rappresentanza degli interessi generali. Si tenga sempre presente che gli “interessi generali” di allora non si riferivano a un suffragio universale, bensì al diritto di una significativa… minoranza di capifamiglia possidenti: da questo novero erano esclusi meteci ed iloti, cioè i capifamiglia poveri del contado e le persone pervenute dall’esterno.

Molto interessante è il fatto che il personaggio “tiranno” era oggetto di molta attenzione da parte dei tragediografi, che con il teatro riuscivano a trattare un tema molto arduo e pericoloso per la stessa vita di chi lo trattava.

È proprio sulla scena teatrale infatti che la paura e il disprezzo per il tiranno vengono vissuti con immediatezza, è sulla scena che la tirannide appare sempre meno una soluzione politica e si trasforma in una dimensione umana, in una caratterizzazione di una figura etica e psicologica.

La critica alla figura del tiranno aveva lo scopo di evitare che un singolo cittadino avesse nelle sue mani tutto il potere, dispoticamente. Durante la Guerra del Peloponneso, scoppiata tra Ateniesi e Spartani, il grande Aristofane pronunzia la seguente frase: “Per cinquant’anni non ne ho mai sentito il nome (del tiranno, ndr) e ora va più del pesce conservato.”

Si pensi che l’accusa di tirannide fu formulata anche a Pericle, ed è tutto dire. Tucidide scrive di lui in questo modo: “Era una democrazia a parole, ma di fatto si trattava del potere del primo cittadino“. Erodoto propone una delle prime descrizioni della tirannide (cf. Tripolitikòs lògos ), nella quale si esprime elogiando la democrazia (ovviamente intesa secondo l’idea dei tempi, cf. supra),e criticando la tirannide. Ecco le sue parole: “Come d’altronde il potere di uno solo potrebbe essere cosa conveniente se gli è lecito fare ciò che vuole senza renderne conto? (…) Dai beni che ha a disposizione gli nasce la prepotenza, mentre l’invidia è connaturata all’uomo fin da principio.

Il tiranno di cui si parla è empio, sfrenato, diffidente e sospettoso, avido, molto simile alla figura che descriverà Platone ne La Repubblica qualche decennio dopo. E’ molto interessante la descrizione erodotea, perché mette in evidenza anche gli aspetti psicologici della “nascita” del tiranno, il quale può anche essere, di per sé, un uomo buono e virtuoso, ma, messo nelle condizioni di esercitare un potere inusitato e grandioso, può cambiare radicalmente diventando arrogante, prepotente, protervo fino all’esercizio della violenza come metodo di agire quotidiano.

Non si possono non riconoscere in questa descrizione i tratti psico-morali dei tiranni che abbiamo storicamente conosciuto nell’ultimo secolo, il XX. La disponibilità di ogni bene e di ogni potere produce in lui la prepotenza (hybris).

Platone, invece, va oltre. Egli vede nel tiranno l’esempio di un essere umano abbandonato dalla razionalità e quindi disponibile ad ogni sorta di eccesso e di agire negativo verso gli altri, i cittadini.

Inoltre, la rappresentazione del tiranno approfondisce anche altri aspetti di questa figura, che sono molto attuali! Si pensi al sentimento della paura, che non solo il tiranno provoca negli altri, ma che egli stesso prova, intuendo di poter in qualsiasi momento perdere la propria posizione ed essere abbattuto, anche perdendo la vita, magari ucciso da chi subisce la sua prepotenza, che può ordire complotti e congiure per liberarsi dal tiranno. Pisistrato e i suoi successori sono gli esempi eponimi della modalità di governo tirannica di quei decenni, in Grecia, una modalità che ha i tratti della tirannide autoreferenziale e finalizzata solo nel suo mantenimento, ma anche i tratti di una tirannide che potremmo definire paleo-populista, perché si opponeva all’aristocrazia dei “migliori” (àristoi) cittadini.

Forse che questo non echeggia qualcosa di contemporaneo? A me ricorda un pochino l’uno vale uno dei grillini, o il vociare scomposto del “salvinismo”. Lo scrivo neppure tanto sommessamente. Grillo (Conte no, perché troppo flaccido) e Bossi/ Salvini potrebbero anche assomigliare a controfigure del tiranno populista.

Aristotele nel V capitolo della Politica individuò tre tipi di tiranno:

  • il capopopolo o demagogo, che acquisisce il potere ergendosi a difensore degli umili; (un “salvini”?)
  • l’ex magistrato, che fonda il suo potere assoluto partendo da una base istituzionale; (un “di pietro”, meno male che non ce l’ha fatta)
  • il monarca o l’oligarca degenerato, che non sopprime ed anzi aumenta i privilegi dell’aristocrazia. (Putin, proprio lui!)

Aristotele ricorda che e prime due tipologie di tiranno furono molto diffuse nella Grecia continentale, mentre la terza invece, molto più rara, si sviluppò solo nelle città dell’Asia Minore, ad esempio i satrapi persiani e poi i diadochi di Alessandro il Grande.

Dimenticavo: nelle situazioni in cui nell’antica Grecia di discuteva di democrazia e tirannide, ebbe anche posto un concetto che cercava di descrivere una forma embrionale di democrazia: l’isonomia, cioè una forma di governo che potesse avvalersi di leggi equilibrate e giuste (ìsos nòmos).

Infine, solo per completare il lessico di questi temi ricordo un altro modo di dire una figura tirannica o dittatoriale, nella Grecia antica era autarca, dal greco àrkes, comando e àrkein, comandare.

GREGORIO PALAMAS

E ora vengo a Gregorio Palamàs (in greco Γρηγόριος Παλαμάς, Grigòrios Palamàs; 1296-1359), che è stato un monaco cristiano ortodosso, e in seguito arcivescovo.

Monaco del Monte Athos nella Penisola Calcidica, si può definire teologo e mistico, e fece carriera, diventando Arcivescovo di Tessalonica (che è la moderna Salonicco, come è noto ai miei lettori, ma non a diversi politici di alto ruolo e di basso livello).

L’esicasmo, cioè la “preghiera del cuore”, costituisce il fulcro della sua teologia mistica, che egli spiegò approfonditamente nell’opera Filocalia, titolo molto utilizzato tra i teologi dell’Oriente cristiano classico, a partire da Origene. E’ Venerato come santo dalla Chiesa ortodossa (nella cui liturgia la seconda domenica di Quaresima è appunto chiamata Domenica di Gregorio Palamàs), mentre è ricordato liturgicamente nella Chiesa Cattolica Melkita e e nelle Chiese Cattoliche Orientali di rito bizantino in comunione con Roma. La sua festa cade il 14 novembre.

Iniziò i suoi studi di retorica e di filosofia con Teodoro Melchita, manifestando ottime qualità che gli avrebbero potuto aprire una brillante carriera nel funzionariato imperiale (ecco che già qui si può osservare come nell’oriente cristiano si coltivavano i talenti adatti a sostenere il potere civile), ma lui non si sentiva portato, in quanto vedeva nella vita monastica l’ambiente spirituale che sentiva più affine alla sua anima di credente.

Si ritirò, dunque, sul Monte Athos sotto la guida spirituale dell’egumeno (priore) Teolepto, che lo introdusse alla “preghiera del cuore”, di cui l’esempio classico così suona: “Gesù, Figlio di Dio Onnipotente, abbi pietà di me, peccatore“, da ripetersi come le avemarie del rosario e come i novantanove nomi di Allah nell’Islam, in sequenza instancabile, come un mantra buddista. Legàmi sovra-religiosi indubbi.

Gregorio non si è mai ritenuto un pensatore, un filosofo o un teologo in senso accademico. Per lui la cultura ha una sua funzione ma la pratica cristiana e la visione di Dio è qualcosa di assolutamente superiore. Gregorio scrive nella Filocalia:

«È una conoscenza più alta di quella sulla natura, dell’astronomia e di tutta la filosofia attorno ad esse, non solo sapere Dio e che l’uomo conosca se stesso ed il proprio ordine ma pure che il nostro intelletto sappia la propria debolezza. […] Infatti l’intelletto che conosce la propria debolezza ha trovato anche da dove può giungere la salvezza, avvicinarsi alla luce della conoscenza ed assumere una sapienza vera, che non si dissolve con questo secolo.»

Commenta scrivendo che avrebbe potuto scrivere in modo retorico per stupire i suoi ascoltatori ma, invece, ha ritenuto opportuno evitarlo. Leggiamo ancora, dalla sua opera citata:

«La conoscenza della sapienza profana come potrà cacciare fuori dall’anima tutta la malvagità creata dall’ignoranza, se a far questo non basta neppure la conoscenza dell’insegnamento evangelico? […] Neppure la conoscenza del Dio che ha creato queste cose [il mondo visibile e quello invisibile], da sola non può giovare a nessuno. […] Vedi che la sola conoscenza, senza l’amore, non purifica affatto l’anima ma l’uccide. […] L’educazione profana serve alla conoscenza naturale, ma non può mai divenire spirituale, a meno che non accompagni la fede e l’amore di Dio, o meglio ancora, a meno che non sia rigenerata dall’amore e dalla grazia che vi si manifesta.»

Gregorio fu un grande estimatore di Dionigi l’Areopagita, filosofo e teologo neoplatonico, ma lui non lo scrisse mai, perché non voleva confondersi con i filosofi di professione (potremmo dire, sulle tracce di Agostino, che pure era debitore di Platone in molti concetti filosofico-teologici, come nel concetto di Dio come Bene in-sé), anche se si trattasse di quelli a lui più affini. Leggiamo ancora:

«[…] con la filosofia i conoscitori della natura e gli scrutatori delle stelle, che si vantano di sapere tutte le cose, non possono accorgersi di nessuna di quelle su elencate [le verità rivelate]. Essi ritennero che il sovrano dell’oscurità intellettuale [il demonio] e tutte le potenze ribelli sotto di lui fossero non solo superiori a loro stessi ma dèi. Li onorarono con dei templi, offrirono dei sacrifici ed assoggettarono se stessi ai loro rovinosissimi oracoli, dai quali ovviamente furono quasi sempre ingannati, attraverso sacerdoti senza sacralità e sudicie purificazioni che ispiravano un’abominevole presunzione, e profeti e profetesse che erravano il più lontano possibile dall’effettiva verità.»

Gregorio, in questo sulle tracce di Platone (ricordiamo gli agraphà dògmata del grande ateniese, cioè i non-scritti che avrebbero contenuto, anche secondo Aristotele, le idee più alte del Maestro), iniziò a comporre le sue opere quando ne fu costretto. Il suo pensiero si può trarre dagli scritti a difesa del modello di vita monastico e dalle pratiche spirituali dei monaci atòniti (del Monte Athos).

Palamàs, inizia a scrivere anche per contrastare le idee di un monaco-filosofo da poco giunto a Costantinopoli: Barlaam di Calabria.

Barlaam giunse a Costantinopoli apparentemente per motivi di fede, ritenendo che i greci avevano conservato una purezza cristiana persa dai latini. Uno dei suoi primi trattati, infatti, riguarda proprio la difesa di alcune posizioni di fede greche. Appena giunto nella capitale imperiale iniziò ad insegnare filosofia ricevendo attenzione e plauso di un’élite che stava riscoprendo i classici greci. Giunto alle sue orecchie che alcuni monaci facevano strane pratiche d’orazione nel Monte Athos, volle recarvisi per scoprire di cosa si trattava. Nell’Athos, probabilmente, ricevette una pessima spiegazione riguardo a tali pratiche e ne fu scandalizzato. Fece ritorno a Costantinopoli col fermo proposito di denunciare come demoniaco quanto aveva visto. Iniziò subito a diffondere le sue opinioni attirandosi l’attenzione di Palamàs.

Il santo dapprincipio fu mite e consigliò al suo interlocutore di limitarsi alla sola filosofia, tralasciando d’invadere un campo che non era di sua competenza. Barlaam non desistette e, con argomentazioni filosofiche, ripropose le medesime accuse in modo ancor più incisivo e convinto. Solo allora la polemica s’infiammò.

La polemica tra Barlaam e Palamàs ha un interesse che supera di molto il contrasto d’idee tra i due personaggi. Barlaam si può in un certo senso considerare un umanista, il rappresentante di una nuova sensibilità, di un modo nuovo d’osservare il mondo e le idee religiose. Come tale, egli dava un notevole peso alla filosofia neoplatonica (nella quale leggeva in modo particolare lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita). Barlaam traccia una netta distinzione tra il regno increato (Dio) e la mente umana in quanto tale. Egli formula una specie d’ “agnosticismo” per quanto riguarda la realtà divina in se stessa.

Ad esempio, siccome per lui, in definitiva, il regno di Dio è inaccessibile all’uomo, non ha senso alcuno il contrasto dogmatico tra Oriente ed Occidente sul Filioque nel campo della conoscenza secolare, pone Platone e Aristotele al più alto livello, al pari della Bibbia e dei Padri della Chiesa per la teologia. Per Barlaam è possibile «conoscere Dio solo attraverso il mondo creato mentre le affermazioni negative su Dio, espresse dallo Pseudo Dionigi, servono unicamente a determinare ciò che Dio non è». Barlaam pensava che, alla fine, lo studio e l’apprendimento fossero più importanti della preghiera e della contemplazionee. Coerentemente con ciò, riteneva una perdita di tempo sottratto allo studio lo stile di vita dei monaci atoniti, completamente incentrato sull’orazione esicasta, ossia su quella preghiera che, includendo particolari tecniche, era fatta nella quiete o “esichìa”.

Barlaam ridicolizzò i monaci esicasti definendoli “omphalompsychoi”, ossia persone che situavano la presenza dell’anima nell’ombelico. Barlaam si oppose agli esicasti, accusandoli d’essere messalianii e cioè di pretendere di vedere l’Essenza Divina con gli occhi del corpo, cosa negata persino da Platone.

Gregorio iniziò col difendere l’esicasmo e passò, in seguito, a ribadire che i profeti hanno un grado di conoscenza del divino che non si può minimamente paragonare a quello di un filosofo, giacché solo i profeti potevano realmente vederLo e sentirLo nel proprio cuore mentre il filosofo Lo poteva solo congetturare. Ciò che l’uomo poteva vedere di Dio non era il Dio in se stesso (la sua sostanza) ma i suoi effetti. Inoltre, l’uomo non può risalire a Dio dalla realtà creata poiché non vi è alcun paragone tra il creato e l’increato (il regno di Dio) (È qui la differente lettura che Palamas e la tradizione orientale hanno dello Pseudo-Dionigi). Non è possibile instaurare tra i due alcun genere d’analogia. Nonostante ciò l’uomo, per grazia, è in grado d’avere esperienza dell’increato e di entrare in comunione con Dio che gli si rivela. Nel sistema palamita è escluso alla radice l'”agnosticismo” barlaamita.

Nelle seguenti parole di Palamàs, in risposta a Barlaam, notiamo la sintesi di alcune sue posizioni che lo oppongono a Barlaam:

«Non è affatto utile né opportuno, anzi è invece fin troppo dannoso per tutti cercare nelle parole le cose superiori alle parole, gettare i misteri in pasto al popolo, affidare questi temi all’ascolto ed all’intendimento dei bambini, incitare i laici contro i monaci ed offrire motivi di non poca confusione alla Chiesa di Cristo.»

Queste parole mostrano la profonda differenza nella formazione dei due uomini: il primo, il filosofo Barlaam, aveva grande fiducia nella ragione, che poteva risalire a Dio dalle realtà create. Il secondo, Gregorio, ravvisava nella ragione dei limiti quando si trattava di parlare di Dio, dal momento che Egli è oltre tutto il concepibile e l’umanamente immaginabile. Il primo riteneva utile coinvolgere tutti, il secondo comprendeva che certi argomenti hanno bisogno di prudenza e di profonda formazione spirituale per essere abbordati. Il primo creava una distanza tra il mondo dei laici e quello dei monaci, quasi che questi ultimi fossero il retaggio di un’epoca oramai sorpassata. Il secondo non faceva alcuna differenza tra i due, dal momento che i monaci altro non sono che dei laici i quali vivono radicalmente le esigenze battesimali.

In merito alla questione della possibilità da parte dell’uomo di maturare la conoscenza del Dio trascendente e sostanzialmente inconoscibile, Gregorio distinse fra il conoscere Dio nella sua essenza (in greco ousia) e il conoscere Dio nelle sue “energie” (in greco energeiai), che si possono tradurre con “effetti”, “manifestazioni” o “attività”, per sgombrare il campo da equivoci che le moderne connotazioni esoteriche della parola “energie” possono addurre. Gregorio mantenne la convinzione che fosse impossibile conoscere Dio nella sua essenza (chi sia Dio in e per se stesso), ma mostrò la possibilità di conoscerlo nelle sue “energie” (conoscere che cosa Dio faccia e chi Egli sia in relazione alla creazione e all’uomo), dal momento che Dio si è rivelato nel Figlio suo. Nelle sue argomentazioni Gregorio si rifece ai Padri della Chiesa che lo precedettero, in particolare ai Padri Cappadocii al punto che, per alcuni, compie una geniale sintesi di tutto il pensiero patristico fino ad allora.

Le idee barlaamite furono definitivamente rigettate in due sinodi: uno del giugno e l’altro dell’agosto 1341, entrambi tenuti a Costantinopoli. In seguito alla sua condanna, il Calabro tornò in Italia, fu fatto vescovo di Gerace dal papa e, in seguito, ambasciatore papale a Costantinopoli per preparare un’unione tra la Chiesa greca e quella romana. Le trattative fallirono. Per breve tempo fu pure maestro di greco del Petrarca .

Il pensiero teologico di Gregorio Palamàs è intimamente connesso con l’esperienza cristiana e, quindi, con la mistica. La sua non è teoria o semplice filosofia né, tantomeno, un pensiero di matrice “neoplatonico” come sostengono alcuni. Tra il neoplatonismo e Palamàs c’è quasi un abisso. Palamàs è categorico: solo l’uomo spirituale può essere il trasmettitore di una tradizione spirituale che ha profondi legami con la tradizione dogmatica e ad essa rimanda costantemente. Un uomo che, sulla base della pura logica, presume di farlo conduce fuori strada. Costui viene definito “psichico”, ossia intellettuale. Gregorio ne ha chiara coscienza:

«Chi si fida dei propri ragionamenti e delle indagini compiute attraverso di essi, perché pensa di trovare tutta la verità con distinzioni, sillogismi ed analisi, non può né conoscere le esperienze dell’uomo spirituale né credere in esse. In effetti costui è psichico: ‘ma chi è psichico’, dice ‘non riceverà le manifestazioni dello Spirito’, né può farlo: quindi chi non le conosce e non vi crede, come potrà renderle conoscibili e credibili, confrontandosi con gli altri? Per questo se uno insegna sulla sobrietà senza esichìa, senza la sobrietà dell’intelletto e senza l’esperienza dei suoi effetti spirituali ed ineffabili, ma invece conformandosi ai propri ragionamenti e cercando in tutti i modi d’indagare con la parola il bene superiore alla parola, è chiaramente caduto in un’estrema follia e, nella sua sapienza, è davvero divenuto pazzo, in quanto ha scioccamente supposto di poter esaminare con una conoscenza naturale le manifestazioni che sono superiori alla natura e le profondità di Dio conosciute solo dallo Spirito.»

Gregorio Palamàs non ha fatto dei trattati sistematici di teologia, divisi per temi specifici. Quando si trovava davanti ad un problema urgente in cui era richiesta la sua risposta, componeva degli scritti. In questo modo, per risalire alla sua visione dell’uomo, all’antropologia, siamo costretti ad esaminare l’insieme dei suoi scritti. Per Palamàs, l’uomo è una realtà composta di realtà materiali (il corpo) e di realtà spirituali (l’anima e lo spirito). La sua antropologia è strettamente biblica e patristica. Tuttavia, egli quando mostra che l’uomo è fatto per Dio, indica precisamente che ogni sua parte e realtà possono deificarsi, corpo compreso. Palamàs afferma a tal proposito:

«Il piacere spirituale che dall’intelletto giunge al corpo, per nulla peggiorato per la comunione con il corpo, trasforma il corpo e lo rende spirituale, ed esso respinge i cattivi appetiti carnali e non abbassa più l’anima, ma si solleva con essa, fino al punto che l’uomo intero è Spirito, com’è descritto: ‘Colui che è dello Spirito è Spirito’. Ma tutto questo diventa chiaro solo nell’esperienza.»

L’uomo non può giungere a Dio con il pensiero razionale (la cosiddetta “dianoia”) ed è per questo che Palamas si oppone a Barlaam. Tuttavia, l’uomo può intuire la presenza divina con la parte più elevata della sua intelligenza intuitiva (il cosiddetto “nouss“). Il “nous” è una specie di “occhio spirituale” che dev’essere purificato per potersi accostare al divino, intravvederlo e goderne. Il “nous”, o intelletto spirituale, dopo essersi staccato da tutti i legami che lo ottenebrano (le passioni e gli attaccamenti mondani) viene calato nel cuore, ossia nella realtà più intima dell’uomo ed è lì che, nella grazia divina, viene deificato e risplende. La preghiera esicasta ha un ruolo importante in questa discesa del “nous” nel cuore. Risplendendo l’occhio interiore, anche tutto il corpo si trova nella luce. In questo senso i monaci esicasti interpretano il famoso versetto del salmo in cui il salmista dice: «E alla tua luce, vediamo la luce» (Sl 35,10).

«In contrasto con Barlaam, che cercava d’eliminare completamente la passionalità dell’anima [influsso neoplatonico], st. Gregorio Palamas non ha cercato l’annientamento di ciò che è legato al corpo (l’irascibile e il concupiscibile), ma, piuttosto, porlo al servizio del bene e dell’amore.»
(Staniloae Dumitru)

Il santo atonita ha un’antropologia particolarmente dinamica: ha un aspetto legato all’immagine di Cristo, nuovo uomo, e un aspetto trinitario. Riguardo a quest’ultimo, «alla luce della Rivelazione», la natura umana è «natura trinitaria dopo la suprema Trinità, poiché al di sopra di tutte, è fatta a sua immagine, composta da un intelletto (nous), dalla parola (lògos) e dallo spirito (pneuma)». Questo è l’ordine che deve conservare. È in questo che consiste la “bellezza” propria all’uomo preservata «attraverso la fede, la propensione e la disposizione a Lui».

L’antropologia palamita, riprendendo i percorsi classici ascetici dei padri del deserto, è animata da un profondo ottimismo, dal momento che all’uomo è data la possibilità d’essere ontologicamente dio, nella sua Grazia. Palamàs riporta, adattandolo ai suoi tempi, il famoso adagio di Atanasio d’Alessandria in base al quale «Dio si è fatto uomo perché l’uomo si facesse dio».

Questo genere di antropologia ottimista non è molto condiviso in chi si muove con presupposti filosofico-tomistici (qui, infatti, non si parla di “nous”) ed è escluso nei presupposti del pensiero luterano (per i quali l’uomo può essere solo giustificato in quanto inguaribilmente peccatore e quindi distante da Dio).

Per Palamàs la storia della salvezza è un processo in continua realizzazione: Dio opera in ogni istante nel mondo attraverso le sue divine energie. Sono le divine energie che mantengono il mondo in vita, agiscono nell’uomo, lo convertono e lo attraggono a Dio. All’interno di questo quadro generale si situa la vita sacramentale: il fedele nel momento in cui assume i sacramenti (o misteri) partecipa in modo particolare a quelle divine energie che pervadono la realtà. La vita che Dio infonde attraverso l’azione sacramentale procede da Lui stesso e quindi è un atto increato: “Tutte le cose che ci sono state date e concesse in grazia da Dio – dice Gregorio – non sono pari, né ciascuna di esse è una creatura”.

Dio da’ realmente se stesso, non un suo effetto creato, punto che lo divide dalla visione aristotelico-tomista. Inoltre, il misticismo palamita non è sganciato dalla Chiesa, come se fosse un’attività individualistica ma fa parte della storia della salvezza stabilita da Dio nella Chiesa. Il centro di questa storia è Dio stesso che infonde le sue energie all’intero cosmo.

«[…] grazie alla partecipazione di questo pane divino [quello dell’eucaristia], non solo siamo attaccati, ma anche mescolati al corpo di Cristo, e diveniamo non solo un solo corpo, ma anche un solo spirito con Lui. Vedi che la smisurata grandezza dell’amore di Dio verso di noi interviene e si mostra attraverso la distribuzione di questo pane e di questo vino?.»
(Gregorio Palamàs)

Ma è bene sottolineare che, per lui, i sacramenti non sono e non saranno mai dei fini ma puri mezzi per giungere a Dio. L’asceta che non ha la possibilità di accedervi frequentemente, può comunque purificare se stesso attraverso le “lacrime di penitenza”. Palamàs esorta il suo popolo nei termini seguenti:

«Quindi, vi prego, non tralasciamo d’invocarLo con digiuni, preghiere, lacrime ed in tutti i modi, finché non ci si avvicini e ci guarisca.»
(Gregorio Palamàs, Omelia IX)
«Con un intenso dolore e pentimento e con le lacrime, vale a dire con il più drastico farmaco per l’espiazione “Dio non disprezzerà”, dice, “un cuore contrito ed umiliato”; e l’afflizione che piace a Dio attiva un pentimento senza pentimenti per la salvezza, e «colui che semina la sua preghiera nelle lacrime mieterà il perdono nella gioia.»
(Gregorio Palamàs, Omelia XXVIII)

La sua teologia, dunque, pone un accento tutto particolare sul bisogno di purificazione dell’uomo, attività previa e contemporanea a tutto il resto. Una vita sacramentale che prescinda da queste basi finirebbe per rinnegare se stessa. Sembra, perciò, che Palamas conoscesse le critiche che, in tal senso, esprimeva san Simeonee il Nuovo teologo, proprio qualche secolo prima (XI sec.).

«Ogni prete, diacono e pure monaco, se partecipa alla grazia divina con tutte le condizioni previe stabilite dai Padri, allora è un autentico vescovo, anche se non fosse ancora fatto tale dagli uomini. Al contrario, chiunque non fosse iniziato alla vita spirituale, verrebbe falsamente ordinato, pure se la sua ordinazione lo stabilisse al di sopra degli altri, lo dirigesse e lo facesse comportare in modo arrogante.»

È solo considerando seriamente questa preminenza carismatica che siamo in grado di comprendere i termini apparentemente “anarchici” dell’ecclesiologia di Palamàs:

«Poiché, dunque, in Cristo Gesù non c’è né maschio né femmina, né greco né giudeo, ma tutti sono una cosa sola, secondo il divino Apostolo, “così in Lui non c’è né chi comanda, né chi è comandato”, ma tutti, per mezzo della sua grazia, siamo una sola cosa per la fede in Lui, e formiamo il solo corpo della sua Chiesa, avendo Lui come unica testa.»
(Gregorio Palamàs, Omelia XV)

Sempre la preminenza carismatica, che pone l’accento sull’esperienza, fa proclamare, ad esempio, la grazia sacramentale increata (mentre per il tomismo la grazia, pur soprannaturale, è definita “creata” coerentemente con i suoi presupposti filosofici)]. La Chiesa è veramente rappresentata da coloro che hanno esperito tale grazia.

È solo per questo, non per vana erudizione, che Gregorio ama citare le colonne della Chiesa: Dionigi Areopagita, Massimo il Confessore, Basilio Magno, Atanasio di Alessandria, Gregorio di Nissa e altri. Allora, scagliarsi contro i monaci (o ritenerli qualcosa di tutto sommato marginale o poco influente), per Gregorio, non è porsi contro un partito o una parte ma contro la Chiesa stessa poiché essi conservano, vivendolo, il deposito di fede di tutta la Chiesa. Il Tomo Sinodale di condanna a Barlaam, che risente dell’influsso gregoriano, dichiara significativamente:

«Se qualcun altro manifestasse di muovere contro i monaci una di quelle accuse dette o scritte da lui contro i monaci, “o meglio contro la Chiesa stessa”, o in generale di d’attacarli in tali questioni [sia] sottoposto alla stessa condanna […] anche lui sarà scomunicato e tagliato fuori dalla santa cattolica ed apostolica Chiesa di Cristo e dalla comunità ortodossa dei cristiani.»

La Chiesa, quale comunità dei santi divinizzati, rappresenta la garanzia del retto cammino. Gregorio afferma:

«Ho un nugolo di martiri insieme al quale sarò condotto all’incontro col Promesso; ho una squadra di giusti, coi quali otterrò la superiore resurrezione; farò parte della Chiesa con i confessori della fede; sarò nel numero dell’assemblea dei primogeniti; parteciperò di doni ed onori immortali.»
(Gregorio Palamàs)

La funzione sacerdotale, nella Chiesa, ha un ruolo medicinale. Il sacerdote, oltre ad amministrare le medicine della Grazia, ossia i sacramenti, dev’essere in grado di conoscere il cammino che porta a Dio, e precedere i fedeli in esso. In caso contrario, come affermerebbe pure Simeone il Nuovo Teologo, non trasmette il carisma apostolico.
Il suo ruolo non è, dunque, di puro insegnamento ma di testimonianza vivente.

«Nella sua omelia per il giorno di Pasqua, Gregorio Palamàs esorta ciascun cristiano, dopo aver partecipato alla divina liturgia domenicale, di cercare assiduamente qualcuno che, imitando gli apostoli, rinchiusi il giorno della crocefissione, viva per lo più isolato, nel silenzio con il Signore immerso nella preghiera esicasta e nella salmodia, conducendo una vita irreprensibile. Questo cristiano deve accostarsi a lui, entrare nella sua casetta come se fosse un luogo celeste pieno della potenza santificante dello Spirito Santo […] e interrogarlo su Dio e le cose divine imparandole con umiltà e richiedendo l’aiuto della sua preghiera”.»

Il concetto monastico e carismatico di Chiesa espresso da Palamas influisce fortemente ancor oggi nell’Oriente cristiano mentre l’Occidente esprime un concetto piuttosto istituzionale e legale.

E’ questo un dilemma etico/giuridico, che ci accompagna fin dall’antichità, col quale si sono cimentati filosofi ed artisti, laici e religiosi, massoni e gesuiti, santi e peccatori, rivoluzionari e lacchè del potere.

DEL TIRANNICIDIO

Da Luciano di Samosata a Cicerone, da S. Tommaso d’Acquino a Lorenzino dei Medici, dalla rivoluzione inglese a quella francese, da Mazzini ai regicidi anarchici, da Tolstoi alle rivoluzioni del XX secolo, e fino ai giorni nostri, non si è mai smesso di ragionare sul tirannicidio, questo gesto di extrema ratio del “diritto di resistenza”.

Ma il tirannicidio è giustificato oppure no ? E’ solo da comprendere o è anche da condividere ? E’ sempre da condannare o dipende dai casi ? Serve a qualcosa o è inutile, o addirittura controproducente ? E’ sufficiente essere eletto dal popolo sovrano per non essere un tiranno o è sufficiente non essere eletto per non diventarlo ?

La dottrina cattolica, ad esempio, distingue tra il “tiranno per usurpazione” (tyrannus in titula, cioè che ha preso il potere illegalmente) ed il “tiranno per oppressione” (tyrannus in regimine, cioè che abusa del potere che ha ricevuto legalmente).

Uno dei riferimenti più datati attribuito a Cicerone che oltre ad affermare che “chi sfugge alla giustizia nei tribunali deve attendersi di trovarla nelle strade” dice anche che “Bellum est in eos qui Judiciis coerceri non possunt” ovvero “facciamo la guerra a coloro contro cui nulla può la legge” .

Ma il riferimento più esplicito sul vero significato del tirannicidio, uno dei testi che meglio spiega se sia lecito o meno uccidere un tiranno, o un dittatore, lo si trova nel Commento alle sentenze di Tommaso d’Aquino (cf. anche mio articolo del 3 marzo u.s.).

Ed è opportuno citare qui uno dei passi più significativi del testo, riferito all’oggetto del nostro approfondimento: “Colui che allo scopo di liberare la patria uccide il tiranno viene lodato e premiato quando il tiranno stesso usurpa il potere con la forza contro il volere dei sudditi, oppure quando i sudditi sono costretti al consenso. E tutto ciò, quando non è possibile il ricorso ad una istanza superiore, costituisce una lode per colui che uccide il tiranno ”.

E quest’ultimo passaggio è spiegato così dal Prof. Aldo Vendemiati : “Se il tiranno è un feudatario, si può ricorrere all’imperatore per rimuoverlo. Ma se non esiste un imperatore, il tiranno va ucciso”.

Questo pensiero va ben oltre rispetto a ciò che scriveva il giurista e filosofo Ugo Grozio nel De Jure belli ac pacis : “Un re che si dichiara apertamente nemico del suo popolo, e che abdica così al suo potere, sia da combattere fino alla fine”.

Qualche anno prima Giovanni di Salisbury , ragionando sul diritto di tirannicidio, affermava che “non soltanto è permesso ma è anche equo e giusto uccidere i tiranni . . . e in quanto immagine di malvagità, il più delle volte va addirittura ucciso” potendosi sostenere il principio fondamentale della difesa sociale e che, per analogia, è “dunque possibile considerare come se fosse una legittima difesa personale ”.

Nel 1414 Claudio Fleury fa la “telecronaca” delle numerose sessioni di una Assemblea tenutasi in Francia a partire dal 30 Novembre, presso l’Università di Parigi, sugli scritti di Giovanni il Piccolo che citava tutti i casi di tirannicidio della Bibbia e sosteneva la tesi che “Ciascun tiranno deve e può essere lodevolmente e per merito ucciso da qualunque suo vassallo e suddito in qualunque forma ”.

E ancora: “E’ lecito a ciascun suddito senza niun mandato o comandamento, secondo la legge morale, naturale, e divina, di uccidere o far uccidere ogni tiranno . . . non solamente è lecito, ma è onorevole, meritorio parimente . . . ”

E sono citate dall’autore una serie di uccisioni a partire da quella di Lucifero a quella di Finees, figlio di Eleazaro, che uccise Zambri, di Giuditta che uccise Oloferne, di Joab che uccise Abner , e molte altre ancora.

Parole forti su questo argomento, sulla necessità di uccidere i tiranni, sono scritte dal gesuita Juan de Mariana nel 1599: “Riteniamo che si debbano tentare tutti i rimedi per rinsavirlo prima di giungere a un punto estremo e gravissimo. Ma se ogni speranza fosse oramai tolta e se fossero in pericolo la salute pubblica e la sanità della religione, chi sarà tanto povero di saggezza da non ammettere che sia lecito abbattere il tiranno con diritto, con le leggi e con le armi ?”

Ed infine non si può non citare quanto scrive Maximilien Robespierre : “Quali sono le leggi che la sostituiscono allora ? (ndr: la Costituzione) Quelle della natura, quella che è alla base della stessa società: la salvezza del popolo. Il diritto di punire il tiranno e quello di deporlo dal trono sono la stessa cosa . . . il processo al tiranno è l’insurrezione, il suo giudizio è la caduta della sua potenza, la sua pena quella che richiede la libertà del popolo”.

Ma è sorprendente ed inaspettato trovare, e leggere, quanto scritto in un documento relativamente recente, nella Costituzione conciliare del 1965 Gaudium et Spes : “Dove i cittadini sono oppressi da un’autorità pubblica che va al di là delle sue competenze, essi non ricusino di fare quelle cose che sono oggettivamente richieste dal bene comune e sia perciò lecito difendere i propri diritti contro gli abusi dell’autorità”. Autore: Paolo VI

Ma in una società complessa, di capitalismo avanzato, può esistere la figura del tiranno oppure il “potere” è spersonalizzato ed ogni membro della classe dirigente può essere subito rimpiazzato ?

Spesso il dibattito si è intrecciato e confuso con quello della lotta armata, la clandestinità, il terrorismo ma se teniamo distinti i due piani, come fece l’Alfieri , possiamo arrivare alla conclusione che, anche se talvolta può esistere una congiura, il tirannicidio, il più delle volte, è frutto di iniziative individuali ed occasionali; rientrano, invece, in una categoria “mista” gli attentati subiti da Luis Carrero Blanco nel 1973 e riuscito, da Anastasio Somoza Debayle nel 1980 e riuscito, da Augusto José Ramón Pinochet Ugarte nel 1985 e non riuscito.

Di solito il tirannicida va, o vorrebbe andare, a colpo sicuro, ammazza, o cerca di ammazzare, il tiranno o, al minimo, un suo strettissimo collaboratore.

Qualche anno fa il dibattito si è riacceso a proposito della “guerra preventiva” contro l’Iraq; qualcuno ha giustificato l’aggressione e l’invasione con la necessità di eliminare Ṣaddām Ḥusayn ʿAbd al-Majīd al-Tikrītī ; tale interpretazione non è condivisibile perché il tirannicidio, oltre ad avere le caratteristiche sopra specificate, deve essere compiuto “dal basso”, da un suddito, dall’oppresso, comunque da una vittima del tiranno, da qualcuno che ha subito il suo potere.

Di solito si afferma che il “terrorista di oggi è lo statista di domani” .

Per l’impero britannico George Washington era un terrorista, per l’impero austro-ungarico terroristi erano i carbonari e la Giovine Italia, per gli occupanti tedeschi erano terroristi i partigiani, negli anni 1930-1940 Yitzhak Shamir, uno dei padri della patria israeliana, era un terrorista responsabile di attentati anti-arabi ed anti-britannici tra cui, nel novembre del 1944, l’omicidio del rappresentante inglese in Egitto Lord Walter Edward Guinness, barone Moyne.

Per buona parte della sua vita Nelson Mandela è stato definito “terrorista” anche da un leader di governo europeo come Margaret Thatcher.

Allo stesso modo si può dire che il regicida/tirannicida all’inizio viene considerato un “folle” ed un “criminale” per poi essere ricordato come martire, eroe e precursore dei tempi.

A partire dal VI secolo a.C., ad Atene, diverse statue di bronzo celebrarono il tirannicidio compiuto da Armodio e Aristogitone a danno del tiranno Ipparco.

Gaetano Bresci, autore dell’attentato a Umberto I° , è celebrato come eroe e vendicatore dei proletari e viene commemorato da una statua a Carrara .

Sferzante e pieno di tragico realismo è quanto scrive James Connolly : “Per le vie di Milano cento donne della classe operaia vengono uccise con la baionetta o a colpi di arma da fuoco, stringendo al seno i loro bimbi affamati mentre la buona società riserva loro un trafiletto di giornale. Una imperatrice è pugnalata in una strada di Ginevra e, apriti cielo, l’Umanità ne è sconvolta ! Sarà forse l’impietosa mano della storia a rovesciare la procedura dedicando a quell’olocausto di lavoratrici un intero capitolo in quanto martiri dell’umanità e confinando l’assassinio dell’imperatrice in una nota a piè pagina”?

Dissacrante e cinico può essere giudicato quanto scritto da Lenin : “In verità quanto accaduto al re del Portogallo è solo un incidente sul lavoro legato al mestiere di re . . . Da parte nostra ci limitiamo ad aggiungere che una sola cosa ci dispiace: che il movimento repubblicano in Portogallo non abbia regolato i conti con tutti gli avventurieri in modo sufficientemente aperto e deciso”.

E restano distanti e contraddittori i giudizi, la “memoria divisa”, sugli avvenimenti di Piazzale Loreto e sulle diverse versioni e ricostruzione dei fatti che ancora oggi, nonostante i numerosi studi effettuati, restano ancora parzialmente dubbi e nel mistero.

Ed oggi ?

Oggi non esiste più il nuovo principe ma il nuovo despota collettivo, la casta; l’attentato al tiranno di ieri è cosa molto meno complessa della lotta alla casta di oggi, anche perché questa non ha una sola testa, ma mille teste e come una piovra estende i suoi tentacoli in ogni strato della società.

Non basta il complotto o l’atto isolato, ci vuole una complessa opera collettiva, articolata e ben organizzata.

Molto altro si potrebbe scrivere e tanto si potrebbe dibattere su questo argomento, anche riferito alle più quotidiane vicende della nostra vita spicciola e professionale, ovviamente solo metaforicamente e non riferibili a re o tiranni; lo scopo di queste poche righe era quello di offrire lo spunto per ulteriori riflessioni personali anche nell’ambito delle proprie vicissitudini.

Quanto da me scritto in questo saggio non ha la pretesa di costituire un itinerario teorico di verità, ma certamente di documentata riflessione. Ciò mi permette di rispondere a una domanda che mi è stata fatta e che probabilmente può essere nel cuore implicitamente di qualche lettore: “Chi sono quelle persone che ho citato nei vari ruoli per dire, affermare, decidere, etc…?”

E’ semplice: (ha titolo di essere citato in una ricerca scientifia) chi variamente opera nella storia umana, le cui vicende vanno analizzate con acribia e precisione documentale e non ideologicamente. Se si parla di teologia non si può applicare lo statuto epistemologico dell’ateismo militante, proprio perché l’ateismo è una ideologia. Lo statuto epistemologico dell’agnosticismo, invece, non si scontra con l’onestà intellettuale della ricerca. L’ateismo professato con astio, sì.

Concludo: la dottrina cattolica prevede il tirannicidio con chiarezza, quella ortodossa, no. E Putin che cosa è? Un tiranno? Conclusione retorica a una domanda retorica.

Tra vigliaccheria, ignoranza, disonestà intellettuale e “dissonanza cognitiva”

Il 22 marzo 2022 Volodymyr Zelensky ha parlato al Parlamento italiano e molti deputati e senatori non sono stati presenti, in aula, per svariate ragioni o motivi o cause. Un piccolo elenco di ragioni, motivi, cause, tre termini non sinonimici, più o meno credibili: covidizzati (quanti? boh), malati “normali” (quanti? boh), attività politiche sui territori (quanti? boh), scelta politica da “filoputiniani” ufficiosi (quanti? boh), “anime belle” (quante? boh) etc.

Per “leggere” bene i fenomeni osservati occorre distinguere rigorosamente il significato di “ragioni”, che stanno per elaborati/ costrutti decisionali legati alla riflessione razionale, mediante la logica argomentativa; il significato di “motivi”, che stanno per spinte emozionali interiori; il significato di “cause”, che è legato al meccanismo di generazione di effetti dati mediante cause date. A volte, anzi spesso, molti utilizzano il termine “motivi”, che è molto psicologistico, per dire anche “ragioni” o “cause”. Scorrettamente.

Leon Festinger

E poi anche vigliacchi tout court. Ovvero, ignoranti o disonesti intellettualmente, oppure dissonanti cognitivi, che non sopportano di avere un conflitto interiore, e quindi preferiscono evitare la riflessione del loro proprio io con il sé.

Ieri ad ascoltare Zelensky mancava un terzo del Parlamento italiano, per ragioni e tipologie umane come sopra riportate. Solo tre o quattro nomi tra i trecento disonorevolmente assenti: Boldrini, che era presente ma non aveva votato per gli aiuti in armi (oh anima bella!), non capendo che le armi servono per la difesa, anche se, intrinsecamente, possono anche offendere: non è che un fucile funziona solo se devo contrastare un altro che mi aggredisce con un fucile, funziona comunque. Lo capisce anche un bambino: questi qua , no, non capiscono. Fratoianni, e non so neppure perché io spenda energie e a citarlo. Il fascio-leghista Pillon e lo stalinista cinquestelluto Petrocelli. Poveri, ma non in ispirito, bensì in patrimonio cognitivo. Senza parlare di Salvini, che si è intortato sulle sue confuse contraddizioni anche all’estero (leggasi tafazzesco viaggio in Polonia), e ora fa il mite contro le armi, quali che siano e comunque usate. Fuori di testa, oppure peggio.

Proviamo a vedere se vi sono ipotesi psicologiche caratterizzanti, anche se solo in parte, questo tipo di mentalità e di scelte, che sono così discutibili, se non assurde e irresponsabili. Eticamente vergognose. Ipotizzerei il costrutto della Dissonanza cognitiva, concetto sintagmatico studiato da Leon Festinger poco più di una sessantina di anni fa (1957).

Leon Festiger, sociologo e psicologo americano del XX secolo è il primo studioso che propone il concetto di Dissonanza cognitiva, con il quale ha messo alle strette la precedente prevalente “scuola comportamentista” americana di Watson e Skinner.

Per Festiger, allievo di Kurt Lewin, lo schema “stimolo-risposta” era insufficiente per comprendere e anche determinare il comportamento umano. I suoi studi empirico-laboratoriali hanno costituito un notevole incremento degli studi di psicologia sociale, senza però dimenticare l’approccio indispensabile ai fenomeni, agli atti individuali liberi presenti nella vita reale.

La dissonanza cognitiva non è altro che una sensazione scaturita da un conflitto fra idee, convinzioni, valori e atteggiamento dell’individuo. In poche parole, consiste nel sostenere due o più pensieri o idee che risultano in contraddizione tra loro, generando disagio e tensione nel soggetto stesso, oltre che sconcerto nell’interlocutore.

Leggiamo sul web: Nel suo trattato intitolato “Teoria della dissonanza cognitiva”, Festinger parla proprio di questo meccanismo psicologico, tipico di noi umani, che oltre ad attivare idee e informazioni che possono intensificare la contraddizione, può anche cercare di ridurla e, come diceva l’autore, fare in modo che i conti tornino. Con il termine dissonanza cognitiva si intende una dissociazione mentale tra la realtà e il proprio comportamento, nel tentativo di giustificare le nostre abitudini o i nostri atteggiamenti contraddittori con atteggiamenti razionali privi di fondamento. In questo modo si mente a se stessi, senza provare dolore psichico o delusione morale.

E’ una forma di manipolazione della realtà. Il suo contrario è la consonanza cognitiva, che fa funzionare la nostra lettura della realtà, senza contraddizioni. Un esempio: se Putin aggredisce l’Ucraina, il dissonante cognitivo non riesce a parlare di aggressore, il nuovo csar (troppo onore, Putin!) e di aggredito, l’Ucraina. Sembra semplice, ma per chi “soffre” di dissonanza cognitiva non lo è.

Si tratta di vedere quanto disagio psicologico genera la dissonanza cognitiva, anzi, primariamente, se lo genera, perché vi sono persone che non soffrono della propria ignoranza, anzi, a volte se ne vantano. Costoro non sono presenti dentro il “principio di realtà”, poiché se ne stanno bellamente fuori, e pare non ne soffrano neppure.

Festinger ipotizzò tre modi per diminuire l’incongruenza psicologica:

  • Il pensiero incoerente viene modificato per renderlo più somigliante all’altro: ad esempio, quando dobbiamo risparmiare, ma dobbiamo comunque spendere dei soldi, adeguiamo una delle due intenzioni all’altra, anche se nella condizione reale non potremmo farlo.
  • Moltiplicare le giustificazioni a favore dell’atteggiamento incongruente, ammesse anche a livello sociale: ad esempio, se beviamo troppo, anche se siamo consapevoli che non fa bene, potremo sempre affermare che “il vino fa buon sangue”.
  • Diminuire la dissonanza tentando di lasciare meno contrasti fra le risposte contraddittorie: ad esempio, sappiamo che mangiare meno grassi è indubbiamente più salutare, ma se non riusciamo a farne a meno, possiamo giustificare la nostra risposta affermando che è “meglio vivere felici piuttosto che tristi a causa dei troppi sacrifici”.

La dissonanza cognitiva struttura l’autogiustificazione, riducendo ansia e tensione che sono ineliminabili del tutto, perché la realtà si ribella alla cattiva interpretazione.

Tale condizione mentale si alimenta con la bassa autostima, che spesso convive con l’arroganza e la pretesa di essere sempre nel giusto.

Dunque abbiamo un circolo vizioso del tipo studiato a fondo da Watzlavick: a) bassa autostima, b) presunzione di sapere, c) arroganza/ prepotenza, d) dissonanza cognitiva. Un bel loop, vero? Un loop adattissimo ad inventare sia menzogne gravi sia bugie lievi, perché chi ne è affetto non si accontenta della realtà, se non gli piace, ma pretende di cambiarle i connotati, per pacificare la propria interiorità e continuare ad occupare spazi intellettuali nelle relazioni umane.

Pare, di contro, che talora la dissonanza cognitiva possa anche aiutarci, quando siamo nell’incertezza della scelta, quando il consilium, cioè la riflessione, non è sufficiente per la electio, vale a dire la scelta, ma dobbiamo comunque scegliere a) o b), oppure quando si deve affrontare un grande dolore o una grande perdita. In questi casi la dissonanza ci aiuta ad attenuare lo stress, ma dopo un po’ è preferibile ri-guardare e riconsiderare la realtà per quello che essa è, senza crearcene un’altra a nostro uso e consumo.

Dissonanti cognitivi o semplicemente ignoranti, o disonesti, o vigliacchi, i 300 parlamentari mancanti ieri ad ascoltare Zelensky?

Il male dell’individualismo e le sue origini, la guerra e l’eterogenesi dei fini

René Descartes e il suo cogito ergo sum sono, per certi aspetti, il punto d’inizio dell’individualismo moderno. il “penso dunque sono” rappresenta un modo icastico di dire che il pensiero precede l’essere, nel senso che senza pensiero neppure l’essere può darsi.

Mi permetto – sommessamente, senza iattanza – di dissentire da tanto pensatore, in questo flusso logico-deduttivo.

Sulla linea di Aristotele e Tommaso d’Aquino ritengo, piuttosto, che l’essere (di tutte le cose) preceda il pensare, non fosse che perché il mondo esiste anche prescindendo da ognuno di noi, che potrebbe non-essere-mai-nato o essere già defunto.

Il grande francese mio omonimo (…mi onoro di condividerne il nome) potrebbe obiettare che “se io non-ci-sono, che il mondo ci sia o meno, non me ne cale, poiché, appunto, non posso conoscerlo“. A mia volta rispenderei che non possiamo considerarci unici centri del mondo e ragion sufficiente per proclamarne l’esistenza, perché ci sono, vivono, esistono anche gli… altri. O no?

Wilhelm Wundt

Prima di Descartes, frate Martin Luther aveva staccato il fedele cristiano dalla mediazione della chiesa, offrendogli la possibilità di una relazione diretta con Dio, attraverso la lettura personale delle Scritture, con l’Atto di fede e la richiesta della Grazia santificante individuale. Nella versione calvinista ciò è stato ulteriormente accentuato, poiché, secondo tale teologia l’individuo può meritare, con il suo impegno e la sua lotta, ogni bene. Su questa visione del mondo ha molto e ben scritto Max Weber nel suo fondamentale “Il Protestantesimo e lo Spirito del capitalismo“.

Queste linee di pensiero hanno caratterizzato molto la modernità è il soggettivismo insito in essa, fino a far sviluppare una torbidaegolatria, quella del “tutto intorno a te”, tristamente riportato perfino dagli spot pubblicitari

I dittatori sono esempi di individualismo egolatrico, così come lo sono, per dimensioni diverse, anche minimali, tutti i pericolosi ciarlatani settari che imperversano in America, intesa come Usa.

Sembra incredibile che loschi e improbabili figuri riescano a condizionare, manipolare, spaventare, fino a coartare la volontà individuale di individui e di gruppi di persone. Figuri che a volte nascondono le proprie tracce dietro ipotesi religiose o morali, ingannando chi riescono ad avvicinare, specialmente le persone più deboli e condizionabili.

I dittatori del XX secolo, e i loro accoliti principali hanno eretto a scienza di malvagità il loro egoismo e i vizi di prepotenza, arroganza e protervia, tutti figli della superbia scelta come linea guida delle loro azioni, indifferenti a ogni etica elementare del rispetto cui ha diritto ogni essere umano come persona.

Convinti di essere “speciali”, hanno costituito esempi mali per tutti coloro che si sono trovati in posizioni di potere e non hanno mai ritenuto che l’esercizio del potere assunto in posizioni di comando fosse un esercizio di servizio agli altri, non di mera ed egoistica autoaffermazione di sé stessi. Mi sto riferendo a tutti, proprio a tutti gli esseri umani che esercitano un potere, qualsivoglia e in qualsiasi settore della vita umana.

Lo stesso si può affermare dei dittatori attuali, dei dittatori senza controllo che governano al di fuori di ogni verifica democratica. Ve ne sono molti, nel mondo. Non è neppure necessario nominare quello più in evidenza in queste settimana, perché noto a tutti. Non merita la citazione del suo nome, poiché il nome rappresenta qualcosa di individuo, di unico, perfino di sacro. Chi opera come quest’uomo infanga il suo stesso nome, e anche la sua attribuzione di umanità. Ma vi sono anche altri egolatri, che non necessariamente fanno la guerra con le armi, ma con altri mezzi che possono obbligare e schiavizzare il prossimo o i cittadini, o interi popoli: si pensi ad esempio agli emiri del petrolio o a certi improbabili gallonati generali africani…

Il dolore della guerra, di questa guerra come di tutte le guerre, è tanto vero quanto inaccettabile, e in qualche modo sarà pagato, nel senso che un contrappasso e una nemesi sono nell’ordine delle cose.

Uno dei modi di questa nemesi sarà senza alcun dubbio l’eterogenesi dei fini che questo dittatore crudele pensa di poter conseguire. La nemesi è una sorta di “vendetta” della moralità e della giustizia.

Questa guerra da lui voluta sta rinforzando l’Europa che, con tutti i suoi difetti, è il luogo dove si vive meglio al mondo, dove i diritti sono ragionevolmente rispettati e ogni cittadino può dire la sua senza temere di essere arrestato e portato in un luogo remoto.

Ciò però non deve farci dimenticare che molto vi è da cambiare anche da noi, nella politica e nella società, recuperando il pensiero critico attualmente un pochino in sonno, la cura e la bellezza della convivenza e della cultura vera che ha dialogato nel tempo con la natura, senza offenderla.

La guerra e il racconto

I racconti di guerra sono un antico genere letterario, dai tempi degli storici greci Senofonte, Erodoto e Tucidide, e di quelli latini come Tito Livio, Svetonio, Giulio Cesare (che narrò le sue proprie imprese militari) e Tacito, per citare solo i maggiori e più studiati fin dal liceo. Mi viene qui solo da ricordare il grande romanzo di Lev Tolstoj Guerra e Pace, che ricorda il fallito tentativo di Napoleone di impadronirsi della Grande Madre Russia, come la chiamano da due secoli e oltre zaristi, sovietici, putiniani e cristiani ortodossi. La posizione del Patriarca Kirill si comprende (senza in alcun modo giustificarla) anche da questo aspetto storico-culturale.

Tralascio tutto ciò che sta in mezzo per duemila anni e vengo al XX secolo, quando, dopo le due Guerre mondiali, se ne raccontarono gli eventi e le sorti.

Per quanto attiene alle guerre successive, tutte sanguinosissime, tutte non dichiarate, tutte informali e asimmetriche, da quella di Corea negli anni ’50 a quella del Vietnam nel decennio successivo, a quelle africane, asiatiche e sudamericane, per finire con le invasioni in nazioni europee dell’Armata rossa negli anni ’50/ ’60, e gli interventi Usa e Nato in Afganistan (già attaccato precedentemente dall’Unione Sovietica) negli anni 2000, in Irak, in Siria e in Libia (dove si manifestò la tragica insipienza politico-militare di due leader come il francese Sarkozy e il presidente Obama), nei Balcani insanguinati nell’ultimo decennio del secondo millennio, vi è solo da dire che le guerre non hanno mai smesso di insanguinare il mondo. Per tacere di quelle dimenticate o mai poste con chiarezza e costanza sotto i riflettori dei media, come le guerre/ stragi del Ruanda, della Somalia, del Sudan o dello Yemen.

Ora, la domanda che mi faccio è: come viene raccontata questa guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, per volere di Putin e della sua cricca (uso un termine del periodo sovietico, non a caso)?

Sento in giro molte analisi raccogliticce e disinformate/ disinformanti chi ne sa ancora meno del parlante a vanvera.

Chi, dopo avere brevemente deplorato, quasi per un obbligo morale, l’attacco militare dei Russi all’Ucraina, sente il bisogno di affrettarsi a dire che… “comunque nel Donbass da molti anni i cittadini russi sono angariati dagli ucraini, etc.”, forse non ha la benché minima nozione di ciò che realmente sta accadendo, perché anche se fossero vere le angherie di cui si parla, non c’è proporzione alcuna con ciò che sta facendo la Russia putiniana in Ucraina.

E questo dovrebbe bastare per non usare i due piatti della bilancia con gli stessi pesi, o quasi. Io non riesco più a discutere con persone che hanno questa posizione.

Leggo e ascolto “titoli” di articoli e servizi noncuranti della precisione nel racconto dei fatti e soprattutto noncuranti dell’effetto psico-morale sulle menti delle persone di narrazioni piene di un uso spropositato di aggettivi terrorizzanti. Rendo onore – di contro – a inviati in loco di varie testate, come Ilario Piagnerelli e Laura Tangherlini, persone coraggiose.

Che la guerra, le bombe, gli scoppi, i ferimenti, il sangue, la fame, il freddo creino terrore è fuori discussione, ma è sbagliato e sadomasochista “infierire” sugli ascoltatori/ lettori con particolari inutilmente raccapriccianti. Non è moralmente ammissibile fare ciò, e non è neppure utile alla correttezza e alla completezza dell’informazione. E’ come girare una lama in una ferita, invece di lenirla, perché ferita è, e va raccontata e possibilmente curata e guarita.

Osservo i giovani venti/ trentenni che sono confusi: cresciuti nella società dove tutto accade o sembra accadere in tempo reale, non si sono ancora ripresi dal disastro cognitivo ed etico della pandemia, che si prendono addosso lo spaventoso scenario della guerra. E sto parlando dei nostri giovani, che non andranno a combattere. Ci si figuri che cosa accade nelle menti e nei cuori dei loro coetanei ucraini, e anche dei militari di leva russi che sono mandati a combattere senza saperlo. E a morire.

Il ruolo e la responsabilità morale dei giornalisti è enorme. Tanto di cappello agli inviati in loco che non mollano, come chi sta in questi giorni a Kijv, a Karkijv, a Mariupol, e a chi attende a Odessa e a Lviv (Lvov, Lemberg, Leopoli: quattro nomi per un crogiolo d’immensa cultura europea!).

Non altrettanta gratitudine a chi redige titoli schiamazzanti di guerre nucleari, di guerre mondiali, di rischio atomico incombente, di bombardamenti a tappeto (costoro non hanno presente le due atomiche americane, la distruzione di Dresda da parte degli Alleati, e quella di Coventry da parte dei nazisti, l’uso del napalm in Vietnam… studiare, amici miei, studiare, prima di usare espressioni erratissime!), e via spaventando.

Questi scenari sono implausibili, non fosse altro perché Putin (o chi per esso), non potranno non fermarsi prima, pena la loro distruzione, perché si sono inimicati l’Occidente intero, che è molto più forte e attrezzato della Russia da sola, sotto ogni profilo, a partire da quello economico, che resta il più importante. Vi è la variabile-Cina, ma l’Impero del Sol levante, sempre quello che è da millenni, confuciano e taoista, sa che cosa fare per non interrompere la sua ambiziosa marcia sul mondo.

Ora, l’Occidente deve trovare un modo per dare garanzie alla Russia di non schiacciarla sugli Urali, con una Nato alle porte di casa, il dittatore del Cremlino deve avere una resipiscenza nell’accontentarsi di questo: una Ucraina sul modello austriaco-svizzero, neutrale, una tutela dei cittadini russi nel Donbass con opportune autonomie amministrative e culturali e, se si ritiene, la Crimea, come accesso al Mare meridionale (Nero e Mediterraneo), cui la Russia ha strategicamente bisogno di avere accesso.

Ogni grande nazione (che sia grande per territorio o deterrenza militare come la Turchia, o sia grande per ragioni etnico-culturali e militari come Israele) può avere un ruolo positivo, grandi madri d’Europa comprese, come la Germania, la Francia e l’Italia. Sperando che gli Usa stiano fermi con le mani, cioè non estraendo la Colt 45.

Russia vs Ucraina (e viceversa): una storia complicatissima da conoscere

Sul “prima”, cioè sulle vicende arcaiche della Russia ho già parlato quanto basta in precedenti articoli. Qui ricordo solo che, dopo l’arrivo di Cimmeri e Norreni, e quindi dei rematori Rus, il principe Vladimir di Kiev, già cristiano, allargò la sua Rus verso Mosca, mentre a Novgorod si attestava un altro principe, e Mosca doveva ancora assumere importanza primaria per le Russie.

Caterina II di Russia

Dello zarismo, pure, ho già scritto qualche giorno fa. Qui è utile solo ricordare che le dinastie, da Aleksandr Nevskij, principe di Novgorod, e poi con i Romanov, a partire da Pietro I e da Caterina II (che peraltro era una principessa tedesca), la monarchia imperiale allargò ulteriormente i domini moscoviti, ma sempre con un certo rispetto delle varie regioni e popoli. Non dimentichiamo che nel Tredicesimo secoli arrivarono in queste plaghe i Mongoli dell’Orda d’oro che nelle terre russe rimasero per oltre un secolo. Il loro retaggio rimase un pochino diffuso, soprattutto nel khanato di Crimea.

Nel 1917 la Rivoluzione Bolscevica fece cessare la dinastia zarista instaurando, metaforicamente, la dinastia leninian-staliniana, che durò fino a Gorbacev. Nel 1962 l’ukraino Kruscev “donò” la Crimea alla Repubblica socialista sovietica di Ukraina.

Nel 1991 finì il comunismo e si avviò un periodo confuso di democratizzazione “alla russa”, con Boris Eltsin.

E siamo a Putin, ben presto ammiratissimo dalle destre europee, che lo vedevano come vindice della tradizione dei “valori” popolari, contro la “deriva morale” dell’Occidente. Nel 2014 la Crimea russofona fu ri-acquisita motu proprio alla Russia da Putin. E’ di questi giorni la riproposizione mediatica ridicolmente penosa delle pregresse lodi a Putin da parte di Berlusconi e soprattutto di Salvini. Che figuraaa!

Lo sfaldamento dell’Unione Sovietica ha lasciato irrisolte alcune questioni fra Russia e Ucraina: la flotta sovietica del Mar Nero, la gestione delle testate nucleari dell’URSS colà presenti, le risorse minerarie del Donbass.

La presidenza ucraina di Kucma, dai primi anni 2000 è stata controversa e non priva di scandali e corruzione, al punto che il suo partito si rivolta e abbiamo la cosiddetta “rivolta arancione” nel 2004, con alla guida Julia Timoscenko (nazionalista europeista), del partito “Patria”.

Dal 2004 inizia un alternarsi di presidenza e di governi, tra quelli filorussi di Yanukovich e quelli filooccidentali di Yuschenko e Timoscenko

A un certo punto il gioco di fa duro, con l’avvelenamento di Yuscenko, accusato di nazismo, solita vecchia storia ancora attuale

Nel 2014, dopo alterne vicende, Yanukovich vince le elezioni e allora si scatena Piazza Maydan, con proteste tra le due fazioni , che si erano contrastate continuamente.

Nel 2008 era stato stipulato un accordo con l’Unione Europea per staccare l’Ucraina dalla Russia.

Nel 2014 Yanukovich fugge a est e poi in Russia, mentre in Crimea e a est nel Donbass scoppiano rivolte. Kiev dichiara l’ucraino come unica lingua

Il 13 marzo 2014 si celebra in Crimea un referendum, che a larga maggioranza è per l’adesione alla Russia. Altre rivolte accadono nel Donetsk e nel Luhansk (Donbass).

L’Ucraina reagisce e riconquista parte del Donbass (Mariupol), ma subito si scatena la controffensiva dei “ribelli” russofili.

Ed eccoci agli “Accordi di Minsk nel 2014 per soluzione mediata. Ancora a Minsk nel gennaio 2015 si aggiornano gli Accordi per raffreddare il conflitto a bassa intensità che nel frattempo continua nel Donbass.

In questi anni tutti ci si è dimenticati delle guerre a bassa intensità.

Ultime cose prima della guerra: nel 2019 Poroshenko è sostituito da Zelensky, attore teatrale e televisivo che in una sit com simula di fare il politico.

Una situazione complicatissima, dunque, dove la Federazione Russa si colloca su un versante nettamente oppositivo alla nuova Ucraina e alla Nato.

Non si può negare che il conflitto trasformatosi in guerra cruenta ha origini antiche ed ha origine in problemi irrisolti.

Vi sono i diritti dei due popoli, ma oggi, con chiarezza, vi è anche uno dei due che aggredisce e l’altro che è aggredito.

I due diritti sono i seguenti: a) non si deve schiacciare la Russia verso gli Urali; 2) l’Ucraina ha diritto di autodeterminare il proprio futuro.

Gli spazi per un accordo equilibrato ed equo ci sono, e non sto qui a ripetere quello che ormai tutti sanno. Ho solo da dire che la ragione deve tornare a prevalere sulle emozioni, come insegnava Aristotele, filosofi stoici come l’imperatore Marco Aurelio (cf. Pensieri), che ben conosceva il senso della guerra, e molti altri sapienti del nostro Occidente, e parimenti quelli dell’Oriente antico, come Lao Tzu, il cui adagio andrebbe studiato a memoria e introiettato, secondo il quale il miglior esito di un conflitto è quello di una saggia mediazione, tale da evitare il confronto fisico, che genera solo feriti, morti, fame, dolore e odio.

Guerra e legittima difesa? Rispettivamente, Russia (Putin) e Ucraina

Leggo sulla stampa che, dando armi all’Ucraina, di fatto come Nazioni europee siamo in guerra con la Russia, anche se ciò non è vero. Da niuna parte, in nessuno scritto vedo citare il concetto di morale pratica di “legittima difesa”, che in ogni ordinamento etico-giuridico è prevista, fin dai testi legislativi archetipici, sia dell’Occidente sia dell’Oriente.

Per sintetizzare, interpello in tema la morale di Tommaso d’Aquino, che ne trattò diffusamente nella sua Summa Theologiae.

Innanzitutto Tommaso distingue gli atti umani tra “buoni o cattivi in rapporto alla ragione; poiché, […], il bene umano consiste nell’essere conforme alla ragione, e il male nell’essere contrario alla ragione” (Summa Theologiae I-II, 18, 5, co.).

Già questa secca definizione ci può trovare un po’ spiazzati, spiazzati perché noi moderni abbiamo forse perso il senso di ciò che sia conforme e di ciò che sia non conforme e contrario alla ragione, e il senso e il significato del termine “ragione”. Tommaso ci potrebbe aiutare molto anche a rischiarare concettualmente il significato di “ragione”, che per lui (e dovrebbe essere così pure per noi) è la recta ratio agibilium, vale a dire il “retto pensiero intellettuale per agire cose eticamente fondate sul rispetto dell’uomo” (traduzione ad sensum).

Per valutare un atto umano secondo ragione, Tommaso ci aiuta in questo modo, proponendo tre elementi costitutivi di esso: a) l’oggetto dell’atto, b) il fine e c) le circostanze.

L’oggetto è l’atto concreto, visibile, “ragionevolmente” scelto mediante il proprio libero arbitrio. Però, tale atto è da valutare anche in relazione alle caratteristiche di chi lo compie, poiché altro è ciò che può compiere una persona di potere, altro è ciò che può fare una persona che non ha potere. Nel caso dell’agire di Putin tale riflessione è molto interessante.

Il fine si definisce con il-perché un soggetto compie un tale atto, ed è costituito da due intenzioni: a) l’intenzione prossima, che definisce la specie dell’oggetto (nel caso della guerra all’Ucraina può essere il blocco immediato di un allargamento della NATO all’Ucraina, che peraltro non era all’ordine del giorno), e b) l’intenzione ulteriore, che invece stabilisce il fine decisivo proprio di un atto (nel caso della guerra all’Ucraina può essere l’intenzione di Putin di tentare di ristabilire i confini dell’influenza russa più o meno ai vecchi confini dell’URSS, non escludendo di riprendersi anche, del tutto o in parte, gli ex “Paesi satelliti”).

Ordinariamente, l’atto è più importante del fine, ma nell’intenzione (del cuore, direbbe Gesù di Nazaret) il fine è più importante dell’atto.

Le circostanze, per Tommaso d’Aquino, si possono suddividere in sette classi: chi, cosa, dove, con che mezzo, perché, come, quando. Vedi, caro lettore, come le 5 double W (who, which, what, when, where + how) dell’imperante, e per me fastidiosa, cultura aziendalistica inglese hanno antenati illustri! Aaah, cari guru dell’organizzazione aziendale, forse siete un pochino ignorantelli…, voi siete quelli per cui il termine “agile”, si pronunzia “agiail”. Incredibile dictu. Imbecille.

Le circostanze possono influire in tre modi sulla fondazione etica di un atto umano. Primo: alcune circostanze sono trascurabili, e perciò provocano conseguenze insignificanti per quanto concerne un giudizio morale sull’atto stesso. Secondo: alcune circostanze sono accidentali (o casuali, termine da prendere, però, con le pinze) sull’atto e rappresentano solo un indizio, che può essere di carattere aggravante o riducente.

Infine, terza ipotesi: possono sussistere delle circostanze molto importanti, al punto da modificare la natura stessa dell’atto.

Oltre a quanto sopra descritto, per ogni atto umano (la decisione guerresca di Putin), si devono considerare le conseguenze prodotte, a partire da quelle principali: nel caso della guerra in corso, morti uccisi, freddo, disagi di tutti i generi, ferimenti, dolore proporzionato alle condizioni di ciascuno, laddove i vecchi, i bambini e gli ammalati stanno peggio.

Gli effetti moralmente cattivi/ negativi di un atto sono da attribuire alla responsabilità dell’agente che lo compie (Putin), anche se non si può dire che l’agente stesso abbia precipuamente e primariamente voluto – come fine – uccidere vecchi, donne a bambini, ma tale effetto era tra le possibilità di un’azione militare, che non può mai essere, come si dice, con edulcorata e indecente retorica, “chirurgica”.

A questo punto, Tommaso, figlio del suo tempo, fa l’esempio di un Crociato che ammazza un nemico per difendere la Cristianità, e spiega come l’effetto dell’uccisione di un “infedele”, di per sé, moralmente negativo, non lo è primariamente e del tutto, perché il fine è quello di salvaguardare il bene maggiore, che per il Crociato è costituito dalla Cristianità. Per noi questo paragone, ovviamente, non regge, mentre per gli integralisti islamici regge ancora. Vedi, gentile lettore, come debba fare ancora molta strada la cultura giuridico morale di un certo islam!

Secondo la morale tommasiana, dunque, considerando il duplice effetto possibile di un’azione, uno buono e uno cattivo, si possono individuare quattro condizioni che rendono possono rendere un atto legittimo. In questo ci aiuta il filosofo domenicano Giovanni di San Tommaso (1589-1644):

  1. L’atto stesso è buono o quantomeno neutro, basta che non sia cattivo.
  2. L’effetto cattivo non è oggetto dell’intenzione.
  3. L’effetto buono non è prodotto tramite l’effetto cattivo.
  4. L’effetto buono è più importante dell’effetto cattivo.

Ovviamente, il frate domenicano si ispira al Doctor Angelicus, (magister multorum, etiamque mihi) che scrive:

«Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore. Orbene, codesta azione non può considerarsi illecita, per il fatto che con essa s’intende di conservare la propria vita: poiché è naturale per ogni essere conservare per quanto è possibile la propria esistenza. Tuttavia un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine. Se quindi uno nel difendere la propria vita usa maggiore violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita» (Summa Theologiae II-III, 64, 7, co.)

San Tommaso è lucidissimo, quando afferma che un’azione che abbia per fine la difesa della propria vita non sia per sé stessa illegittima, nemmeno nel caso in cui abbia come effetto l’uccisione dell’aggressore; ma questa azione può diventare illegittima per eccesso di reazione (quello che nel diritto penale contemporaneo si definisce come “eccesso colposo di legittima difesa”). Non esiste dunque una difesa illegittima (in linea di principio l’autodifesa è sempre legittima), ma una difesa sproporzionata.

Un esempio: le guerre americane nel Medioriente portate avanti dall’amministrazione Bush con quell’imbroglione menzognero di Tony Blair, e in seguito dall’amministrazione Obama, sono un fulgido (fo per dir) modo di difendersi, offendendo in maniera sproporzionata Nazioni e Popoli, in relazione al fine con il quale dichiaravano di voler proteggere il proprio paese (leggasi interessi economici).

Ora, se riferiamo, per analogia, questa lezione morale alle vicende della guerra di aggressione in corso da parte della Russia (di Putin) all’Ucraina, non si pone, caro Domenico Quirico, che scrivi su La Stampa, il tema di una guerra contro la Russia da parte dell’Occidente (Italia compresa), poiché invia armi all’Ucraina, ma il tema – di altissima e inconfutabile Legittimazione Morale – di una LEGITTIMA DIFESA.

Nella fotografia, e – diversamente – nei video, vi è una “sovrabbondanza ontologica” dell’essere

Nunc aeternum“, o l’ora eterna… si ferma nello scatto della foto. Ciò è fondamentale mentre guardiamo le immagini che ci arrivano dalla guerra. Come per quanto concerne ogni altra immagine di cui prendiamo visione.

Diverso è il discorso che possiamo fare se consideriamo le figure in movimento del cinema, dai tempi dei fratelli Lumiere, e ora dei video che tutti auto-produciamo con il cellulare e condividiamo con il… mondo.

Ma restiamo sul tema della foto.

L’espressione video, ma ferma come in uno scatto fotografico, di Gerasimov, generale comandante di Stato maggiore russo in ascolto di Putin, che annuncia l’alert nucleare, non è entusiasta delle parole che sta ascoltando, anzi, il volto, denotano una grave preoccupazione e anche sconcerto. Il Presidente lo sta sorprendendo di bruttissimo. Forse.

Il militare “parla” stando zitto e dice – senza proferir verbo – cose molto gravi, che sente, percepisce e avverte come possibili: una defaillance politico-militare-economico-finanziaria della sua Nazione.

Proviamo a riflettere su una foto, come per esempio quella del film chapliniano del “Monello”, o quella che rappresenta la morte di un miliziano lealista (cioè anti-franchista) nella Guerra di Spagna del 1936, di Robert Capa.

Chaplin sta seduto, apparentemente senza pensieri particolari, con il bimbo vicino. Guarda fisso davanti a sé, l’obiettivo, il fotografo, un altro soggetto umano od oggetto? Non sappiamo. Già questo ci fa capire come la mera rappresentazione di un uomo seduto, con bombetta in testa e le braccia conserte, in cravatta e giacca, etc., apre i confini del senso su un mistero. Il mistero, come ci insegna la Teologia filosofica è un “che-che-si-disvela-lentamente“, dal verbo greco myo, myein.

Charlot trasmette silente un senso di muta preoccupazione per il futuro suo e del bimbetto che gli siede accanto. Riflette sul fatto che sono poveri tutti e due, su ciò che potrà fare, su dove potrà andare, su dove fermarsi, su come sostentarsi, su come parlare con gli altri, su, su, sulle… infinite possibilità della vita.

Il miliziano colpito a morte, colto dall’obiettivo del fotografo americano, non rappresenta solo l’archetipo della morte violenta per un colpo d’arma da fuoco in guerra. Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernő Friedmann, ungherese americano, nato a Budapest nel 1913 e morto a Tay Ninh nel 1954, appena quarantenne, coglie l’attimo nel quale una vita si spegne e un uomo entra nella dimensione nulla-vivente.

Cosa racconta lo scatto? Non solo l’assurdità della guerra come strumento per dirimere i contrasti tra gli esseri umani, ma tutto, del soldato morente: che è nato, ha vissuto, ha amato ed è stato amato, ha riso e pianto, si è arruolato, che è morto. Nel mezzo ci sono le persone a noi sconosciute, che ha incontrato nella sua vita, a partire dai suoi genitori, forse ha avuto fratelli e sorelle, certamente parenti, amici, maestri, uomini di chiesa, datori di lavoro, militari, commilitoni… e, accanto alla sua, possiamo immaginare le vite di tutti questi altri, di tutto il suo mondo, che da quell’attimo dovrà fare a meno di lui.

Ecco, ora proviamo a trasfondere queste riflessioni sul volto del generale Gerasimov, su quello di Zelenski, e anche su quello di Putin che, dicono in queste ore, ha un volto senza sguardo. Un modo di dire, senz’altro, una metafora per rappresentarlo in tutta la sua cruda e feroce freddezza umana, che appare. Appare. Che cosa vuol dire “apparire”? forse che appare cio-che-non-è, perché è pura apparenza, vale a dire “esteticità”, non àisthesis, che è la manifestazione dell’essere? Ma è poi vero che dentro di sé, Putin ha solo un vuoto pneumatico di umanità?

Certamente in lui, come si dice con pessima espressione, “al netto” di un’analisi psicologica che potrebbe rivelare nevrosi profonde e forse altro, vi sono anche pensieri ed emozioni. Forse le seconde, in questa fase, prevalgono sui primi; forse Putin è talmente preso dal suo “genio”, nel senso dello jinn musulmano, o del dàimon platonico, patriottico, di cui in queste ore/ giorni non riesce a liberarsi.

Le mie, è ovvio, sono pure elucubrazioni, perché non conosco Putin, come peraltro non lo conoscono tutti quelli che ne parlano sui giornali e sul web, ma penso che, sotto il profilo umano, etico-filosofico e infine anche pratico, che avrebbe bisogno di aiuto, di molto aiuto. Paradossalmente questo killer di bambini e di civili ha bisogno di aiuto.

In questi giorni mi chiedo dove sia il Patriarca di tutte le Russie, sua santità Kirill… perché, fosse lui come Francesco il papa cattolico, sarebbe al Cremlino a proporre una direzione spiritual-filosofica a Vladimir. L’ortodossia solitamente e storicamente si adegua al potere. Ma la Russia, pur avendo conosciuto perfino Rasputin (viene bene anche il giochino verbale Ras-Putin), ora non ha consiglieri spirituali. Può avere, però, consiglieri economici, del genere di Roman Abramovich. Questi si devono muovere.

E L’Europa? Eccola qua, la-bella-addormentata-sugli-euri! Avrei tante cose da dire su questo nostro continente ricco e stanco, che ora pare svegliarsi in un sussulto di dignità, da un diuturno torpore.

Ma se guardo in faccia Charles Michel, quello che negli incontri ufficiali ignora frau Ursula Von der Leyen (perché se non specifico di chi si tratta, nessuno associa il volto di Michel al suo nome) il pessimo tra i peggiori, mi vien da sperare ben poco.

Ecco, che cosa mi fa pensare la sovrabbondanza ontologica di una fotografia.

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