Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Le “colpe” della famiglia e della scuola e della politica

Famiglia e scuola in Occidente si sono macchiate di gravi colpe nell’ultimo trenta/ quarantennio, certamente anche per il tipo di civiltà che si è affermata, efficientista e numeristica, ma anche per insipienza intrinseca della ragione politica e delle decisioni amministrative degli organi pubblici, del potere legislativo e di quello esecutivo, di parlamenti e governi.

Al  termine “colpa” qui attribuisco l’accezione comune di errore-fatto-con-responsabilità, piena avvertenza (o quasi), cioè consapevolezza e deliberato consenso. E’ più o meno la nozione teologica di “peccato mortale”.

Altra “colpa” o “ragione della colpa” è la progressiva sottovalutazione del ragionamento e del sentimento, ambedue – dimensioni conoscitive – sempre più bastonate dal processo mediatico e dalla crisi del pensiero critico, la strada obbligata per il discernimento razionale delle cose del mondo e delle vicende umane, delle vite.

Che cosa è il pensiero critico, se non la capacità di sottoporre al vaglio della ragione e dei dati di conoscenza ogni atto o fatto umano? Ebbene, questa dimensione umana è ampiamente in crisi, nel senso che è in difficoltà molto gravi.

Vorrei scomodare la parte oscura del pensiero cartesiano, che non manca, per trovare un’origine originante (di) questa crisi, ma mi sembra troppo complicato per gli scopi di questo pezzo. E dunque lascio perdere (anche perché ne ho parlato non poche volte precedentemente altrove, anche in questo sito), dicendo soltanto che la superbia attuale è stata essenzialmente generata dall’io debordante e vanaglorioso, poi ulteriormente esaltato dagli idealismi ottocenteschi (da Hegel a Marx), pressoché dimentico della realtà oggettiva e dello spirito di comunitarietà che ha sempre costruito – anche con modalità molto diverse – le società umane nella storia dell’uomo. In altre parole, il soggettivismo spinto post-cartesiano, hegeliano, fichtiano ha progressivamente messo all’angolo il concetto di realtà in sé, su cui vi sono da qualche tempo alcuni timidi virgulti di pensiero, ma molto timidi (cf. le ultime opere di Maurizio Ferraris). Come se tutto dipendesse dal giudizio, se non dall’opinione soggettiva: “io penso che…” con ciò che segue, dove il pensiero soggettivo non è tenuto all’uso del sillogismo logico, ma basta si basi sull’apodittica affermazione di un “io” che parla e che giudica. Un “io” si può sbagliare, se presume troppo di sé. La dico così: il mondo e gli altri esistono anche se io non partecipo di questa realtà, non essendo mai nato (magari).

Solo un accenno alla storia generalissima del pensiero umano, a partire dai miti. I miti sono modelli umani, tra alcuni Zeus, per il comando, Marte-Ares per la lotta, Dioniso per gli istinti, Atena per lo studio, Ermes per la comunicazione, etc…, e lo sono stati fino alla scoperta filosofica del Lògos, cioè del ruolo fondamentale della ragione per analizzare, conoscere, discernere, decidere, e infine operare…

L’antropologia e la storia sono le ancelle disciplinari di questa ricerca storico-filosofica. L’uomo ha poi inventato i riti, per definire ruoli e posizioni nelle società che si costituivano, dai riti di passaggio a quelli legati alla morte e alla nascita, e così via.

Fino a qualche decennio fa le nostre nonne raccontavano storie, che noi ascoltavamo, fino circa alla mia generazione. Ora le nonne sono occupate più dai lifting, lasciando agli smartphone i loro vecchi compiti. Scherzo, ma non troppo.

Il desiderio di vita, la conoscenza del male e della morte, come capitava a me da chierichetto, quando partecipavo ai funerali e si andava a casa a prendere il defunto per le esequie, erano elementi conoscitivi naturali, peraltro inevitabili. Fino a trenta/ quaranta anni fa si moriva in casa, se non altro nell’immenso contado montano e agricolo dell’Italia. Si nasceva anche, in casa. Oggi no: la nascita è spedalizzata, la morte idem.

Le mappe culturali dell’età evolutiva di quando eravamo bambini noi erano impresse con forza dalla vita, così come le mappe emotive, poiché il ragionamento e i sentimenti si imparano con i genitori e in famiglia, con gli amici e nelle comunità. L’amore è conoscenza non razionale, intuitiva, è motore vitale, attività desiderante, dove i genitori assolvono ruoli diversi e complementari e così pure i componenti della coppia umana. Ai sostenitori dell’assoluta eguaglianza tra la famiglia genitoriale “classica”, “naturale” (virgoletto per non offendere nessuno), e quella omosessuale suggerisco di informarsi a livello scientifico sull’importanza della differenza di genere fra i genitori, intesi come padre e madre. La concezione, la nascita e lo sviluppo di un bimbo ha a che fare non solo con la psicologia dell’età evolutiva e con la pedagogia, ma anche con la biologia. Siamo corpo, siamo odori, siamo consistenza muscolare, per cui il papà è più “duro” della mamma, che è più morbida! Skin to skin significa che il figlio / la figlia hanno bisogno anche di annusare la madre e anche il padre da nati, così come da nascituri, da feti, hanno bisogno di sentire la voce di tutti e due i genitori, sapendo che quella della madre rimbomba dentro e quella del padre è un sussurro un po’ cupo che viene da fuori. Ciò non significa che solo questo tipo di assetto familiare “produca” figli sani e positivi, poiché vi sono miriadi di esempi del contrario, ma altrettanto che non si può fare di ogni erba un fascio. Non è vero che ogni modello è uguale a un altro.

In politica occorre vigilare sul linguaggio che è scivolato a livelli preoccupanti per qualità espressiva, per lessico, per modi e per toni. Attualmente la politica si serve del web al suo peggio e il web si serve della politica e in parte (notevole) la determina. Per vivere questi tempi bisogna combattere la noia dell’horror vacui, cui spesso i giovani cedono.

Personalmente, io che sono di sinistra moderata, non mi sento rappresentato da alcun partito che si rifaccia a quella area, perché a volte cerco perfino a destra qualche risposta. Paradossale! Quando la sinistra si incarta solo sui diritti civili, oppure si immerge nei paradisi della tecnocrazia, dimenticando quelli sociali, per cui è nata, non mi appartiene più. Che cosa possa avere a che fare io con tipi come un Marcucci (e chi è?), Delrio (ha un eloquio annoiante di infinita tristezza), Cirinnà e Calenda è evidente: nulla. Vi è una grande confusione nell’offerta politica, dovuta a ignoranza tecnica, a banalizzazione concettuale, a superficialità e ad assenza di logica.

Quando vedo e ascolto Salvini sbraitante dal suo sito così: “Se qualcuno pensa… e bla bla (s’intende di fare un governo con il PD, etc.), mi  vien da pensare “ma chi sei tu che vuoi impedire di pensare? sai che ognuno è libero per natura di pensare quello che vuole, anche i carcerati? ma chi credi di essere, lo Spirito Santo?” Se qualcuno pensa… ebbene sì, caporalmaggiore Salvini, “qualcuno pensa, mettiti il cuore in pace, e datti una calmata. Togliti dal tono quella boria insopportabile!”

Occorre recuperare l’importanza della letteratura, dell’arte, della storia, del pensiero filosofico può essere medicina forse amara, certamente faticosa, ma indispensabile. Occorre educazione non solo istruzione, formazione non solo addestramento, per sviluppare l’intelligenza divergente, l’intelligenza critica, ché le competenze tecniche si acquisiscono facilmente.

Il voto politico è quello che è oggi per tutte queste ragioni. Tutto si tiene, tutto è legato, famiglia, scuola, politica.

Per dire, mi pare una citazione interessante sui giovani di oggi la seguente, che illumina sulla situazione: i ragazzi di oggi sono come “angeli che Dio non aveva previsto” (Jacques Maritain a Paolo VI, sui giovani dai 16 ai 30 anni).

Penso che non abbiamo bisogno di angeli oggi, su questa terra, ma di ragazzi che crescono con equilibrio.

Arguzie e facezie, nonché quisquilie “stelliniane” di mezzo secolo fa

Ancora la memoria del carissimo e valoroso amico Nando, o Ferdinando che dire si voglia, tanto gerundio era, è e rimane tale, pesca dallo sterminato compendio di aneddoti risalenti al precedente secolo e millennio, che la frequentazione del nobile Regio ginnasio-liceo udinese, eredità barnabitica e napoleonica, produsse con dovizia di impegno da parte di molti, irrorata da anni spiritosi e da spiriti impetuosi, o il contrario… ma fai tu, caro lettore, come desideri.

 

La vittoria del fazzoletto

Guai a distrarsi. Dovevamo tenere sempre desta l’ attenzione se volevamo riuscire a contrastare, dentro e fuori le mura del Regio Liceo, la mugghiante reazione anti-libertaria che mirava a tenere gli studenti nel comodo posto loro assegnato, quello tra gli imbambolati ippocampi e le bitorzolute oloturie. Un impegno enorme, che richiedeva tante energie ed una volontà di ferro. Quel giorno tuttavia abbiamo rischiato di essere presi sul fianco destro, quello meno presidiato. L’eccellente collega ed amico Renato Pilutti, noto per le sue brillanti performance scolastiche (tanto scritte che orali) in tutte le materie , aveva ricevuto, su un foglio accortamente piegato in quattro, una poesia con dedica, da tale Adele, una sorta di valchiria bionda che per scelta si era fatta bocciare più e più volte così da continuare a rimanere una candida ginnasiale. Mitico il ricordo di lei che durante il rinfresco di Carnevale, in classe, dopo averlo ubriacato, aveva cercato di concupire dietro la lavagna, uno dei più repellenti fra gli insegnanti dell’Istituto. Una sorta di Huriah Heep dallo sguardo inquietantemente alieno ed un sorriso da coniglio. Che il Messaggero Veneto, con il tripudio della plebaglia implume ma feroce, aveva immortalato sulle sue pagine, mentre i Vigili del Fuoco cercavano di recuperargli le dita incastrate in una macchinetta distributrice di chewingum, sferici e variamente colorati. A Renato, già dai primi versi tuttavia, appariva evidente la natura altamente provocatoria ed impudicamente sessuale del messaggio ricevuto. Colto da comprensibile turbamento, con le gambe che leopardianamente facevano giacomo giacomo, Renato avverte allora il bisogno di sedersi e di chiedere a me consiglio su come divincolarsi da quelle spire bizzarre, sicuramente non cercate, provando ad escludere il delitto come soluzione francamente definitiva. Con perizia stende un fazzoletto su una mattonella del corridoio, così da poter chiedere conforto alla parete e discettare nelle migliori condizioni possibili con il sottoscritto, evidentemente ritenuto (ne vado fiero) un esperto di esseri fantasticamente sotto-naturali. Mi accovaccio al suo fianco, pur non disponendo di fazzoletto, giusto in tempo per assistere ad una scena che ci avrebbe tolto dai guai. Come in una sequenza filmica al rallentatore, Adele passa dinnanzi a noi tenendo per mano un morettino riccioluto che sembra avere una decina di anni meno di lei e che, inebriato ed orgogliosamente impettito, si libra a mezzo metro dal suolo. “E’ fatta Renato, la maliarda ha rinvenuto la sua vittima sacrificale, sei fuori dal tunnel… EVVIVA!”. Un lampo di felicità destinato a durare poco. Il Professor Zepparo, che di lì a poco ci avrebbe tenuto lezione, entrando in aula nota la nostra posizione inusuale e ci apostrofa: “Alzatevi subito, non si sta seduti sul pavimento del corrrridoio”. Con una calma da sapiente cherubino, Renato replica prontamente e con tono pacato: “Professore mi scusi, lei è tratto in inganno. Non sono seduto sul pavimento, ma su un fazzoletto. Non credo vi siano norme che impediscano di sedere su un fazzoletto, almeno così ritengo”. A sostegno dell’arguta difesa mi alzo e mostrando le terga aggiungo: “Professore, lei ha ragione nel mio caso perché come vede sono del tutto disadorno. Ma il collega Pilutti siede su un fazzoletto, tra l’altro a mio avviso di pregevole fattura, e mi risulta che la convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo prevedano questa condizione come condizione da tutelare, se non proprio da estendere.” Nel frattempo Enrico Barberi, sempre prodigo di solidarietà in situazioni come questa, si acquatta anch’egli. “Professore, io sono seduto su una copia di Lotta Continua, è proibito ?”. La discussione finisce per assumere i contorni dell’epidemia e quasi tutti gli originaloni di quel caravan serrail che era la Sezione F, danno corso ad una estesa rappresentazione teatrale, rigorosamente priva di testo, ma non per questo meno passionale. “E’ pur vero che non è la sua materia professore – puntualizza Claudio Giachin – ma il collega Pilutti le ha posto una osservazione di natura squisitamente filosofica, alla quale lei sta opponendo argomentazioni senza senso”. “Ah, è così? Domani mi porto un trespolo, mi appollaio su e voglio vedere cosa succede”. “Zepparo ce l’ha con noi perché non capiamo mai e poi mai quello che dice”. La pressione ai bulbi oculari dell’insegnante stesso raggiunge preoccupanti livelli da record, in drammatico contrasto cromatico con il completo color pisello abitualmente indossato. Clicca più volte la penna in maniera parossistica e si dirige verso la cattedra con una intenzione intuibilmente repressiva. Dopo un cenno rapido alla combriccola vociante, entro anch’io e mi chiudo la porta alla spalle. “Professore si fermi adesso – affermo con lo sguardo più accigliato possibile – , non sia insensato. Vuole scrivere una nota al più bravo studente di questa scuola solo perché non ha colto la sua sottigliezza? Vuole proprio che qui dentro scoppi un altro Vietnam ?”. Il riferimento (forse un pò esagerato) al Sud Est asiatico, al delta del Mekong e alle offensive del Teth si sono rivelate sufficienti a neutralizzare la situazione. Il fazzoletto di Pilutti ha vinto alla grande e quella volta la nota sul registro non c’è stata. E Adele ? Credo che quella furbacchiona abbia giustamente continuato a divertirsi, inseguendo un sapore di libertà che non a tutti è permesso neppure comprendere.

 

Il Regio Liceo-Ginnasio Jacopo Stellini e la Santa banana che lo teneva in piedi

La scolarizzazione di massa aveva riempito il tempio della borghesia bene di Udine di un confuso esercito di aspiranti a non si sa bene cosa, ma così fastidiosamente numerosi da obbligare le autorità scolastiche a fare i conti con gli spazi a disposizione. Fu così che iniziammo la IV Ginnasio in solaio, in uno stanzone poco invitante, disadorno, dai soffitti meno alti rispetto agli altri piani, e annunciato, sul pianerottolo, da due grandi armadi in legno scuro, uno dei quali scoprimmo essere pieno, inspiegabilmente, di tutoli secchi (torsoli di pannocchia). Un lodevole spirito di adattamento ci portò ad accettare quella logistica, senza immaginare che sarebbe stata sede di episodi incomparabili, degni di narrazione. Fu lì ad esempio che Sergio Di Giovanni stramazzò al suolo fulminato da un colpo di chiave della canonica (mezzo chilo di ferro) che il nostro insegnante di religione (Don C/Annibale) gli indirizzò sul capo con inusitata vigoria, perché colpevole di avere riso durante la sua lezione. A nulla era valso il mio timido tentativo di attribuire la risata non alla disarmante lezione del troglodita  ma ad una mia battuta innocente sul davanzale fiorito della morosa del malcapitato, che ogni tanto indirizzava allo stesso occhiate da cerbiatta. Fu lì che Enrico, già atleta della Libertas Udine, volle saggiare la tenuta del pavimento saltando a piè pari da due banchi sovrapposti, con il risultato di provocare il distacco e il deflagrante schianto di una palla luminosa di vetro nella sottostante Segreteria. Quando da quest’ultima si fiondarono da noi per conoscere le cause del trambusto (si sosteneva che tre devoti servitori dello Stato avessero rischiato la ghirba), fece da contrappeso il più estatico rapimento mistico collettivo cui abbia mai assistito. Ma la cosa più densa di significati e punti di riflessione, la si deve a Francesco Bianchini (meglio noto come Checco). Figlio unico, godeva dell’amore incondizionato dei suoi genitori, che ritenevano doveroso munirlo, ogni sacrosanto giorno, di una banana per colazione. Il frutto peraltro doveva avere il giusto grado di maturazione, reso evidente dalla picchiettatura scura sulla buccia. Quel giorno particolare ci vennero consegnati i compiti svolti, e al povero Checco era toccato un voto particolarmente infamante (molti altri erano infamanti ma non a quel punto). Rimase fissamente catatonico sino al quarto d’ora di intervallo. Al suono della campanella, quasi fosse un segnale, profferendo frasi sconnesse, assai fantasiose e cariche di effetto, afferrò la banana e la scagliò violentemente verso un angolo del soffitto. Miracolosamente, contravvenendo alle conclamate leggi della fisica, quel amalgama giallognolo non cadde al suolo, ma rimase lì, dove il suo proprietario l’aveva indirizzato. Le ore passavano, i giorni passavano ma il distacco non avveniva. Il sottoscritto, con Massimo Frizzi ed Alberto Francois, pensò allora che la sezione F era stata teatro di un evento celestiale, carico di strane atmosfere, e che tutto ciò doveva trovare la giusta cornice di risalto. Alla spicciolata, portammo qualcuno delle altre classi a vedere la cosa, e le positive reazioni raccolte ci consigliarono ti tentare coraggiosamente il business: far pagare il biglietto come si faceva per le Grotte di Postumia. Alberto (Frank 84, dato che era un patito dell’Equipe di Maurizio Vandelli) dedicò tutto il suo estro artistico per elaborare un prototipo di biglietto all’altezza del freak. Ma quella maledetta banana pensò bene di spegnere all’improvviso la sua prodigiosa funzione, finendo miseramente a terra. A quest’ora avremmo potuto essere ricchi sfondati come i Krupp ! Ah, dimenticavo. In uno dei due armadi di legno, successivamente svuotati dei tutoli, il bidello Superman (era alto meno di un metro e mezzo), trovò Enzino e Rosanna che, al buio, limonavano con trasporto. La repressione statale si fece sentire arcigna, con un sonoro giorni di sospensione per gli audaci , ma soprattutto con la chiusura a chiave degli armadi stessi, non perché troppo scuri dentro e fuori, ma perché giudicati troppo invitanti. Attribuendo forse al tutolo un qualche significato simbolico di natura insospettabilmente erotica.

(Ferdinando Ceschia)

 

E, stellinianamente, de quo…satis.

Bracconieri e masnadieri di tutti i generi e di tutte le specie, di ieri e di oggi

Sappiamo che nell’antichità la selvaggina era considerata res nullius, cioè proprietà di nessuno.

La proprietà privata e il Medioevo comportarono che la selvaggina divenisse esclusiva proprietà del feudatario, del re e dei loro ospiti. E il popolo, per sfamarsi, si dedicò al bracconaggio, che divenne reato da codice penale. Negli anni ’90 in Italia la selvaggina ha acquisito lo status di patrimonio indisponibile dello Stato. La fauna selvatica, a quel punto, diventa disponibile solo a chi ha una regolare licenza di caccia, sulla base della Legge 11 Febbraio 1992, n. 157, in materia di Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio e a leggi regionali in materia e ai rispettivi regolamenti provinciali (della provincia in cui si esercita l’attività venatoria). Qualsiasi altra forma di abbattimento o cattura di fauna selvatica è considerata bracconaggio e pertanto perseguibile penalmente.

Il masnadiere è un furfante, malvivente, bandito; un uomo d’arme che faceva parte di una masnada; un ladrone, assassino di strada: s’abbatté in alcuni li quali mercatanti parevanoe erano masnadieri e uomini di malvagia vita e condizione (Boccaccio). Nell’uso comune, genericamente, persona disonesta e prepotente. La masnada [dal provenzale maisnada, che è il latino mansionata (cfr. lat. mansio –onis «soggiorno, dimora», da cui il francese maison «casa» e l’italiano magione)]. – Nel medioevo: L’insieme dei servi ministeriali, originariamente schiavi, adibiti nella casa del signore alle occupazioni domestiche, che nell’epoca feudale ottennero, in grazia dei servigi e soprattutto delle armi che recavano in guerra al loro signore, concessioni di feudi, entrando a far parte della gerarchia feudale: uomini di masnadagente di masnada. Schiera di uomini armati, compagnia di ventura: Con gran cuorea lancia e spada! Uguccion de la Faggiola Messo ha in punto la masnada (Carducci). letteralmente con significato più generico, schiera, accolta di persone: E poi rigiugnerò la mia masnada (Dante). Nell’uso comune, in senso spregiativo, gruppo di persone che agiscono insieme e di comune accordo, o anche singolarmente ma con scopi e metodi simili, in modo prepotente e disonesto: una masnada di furfantidi ladridi avventurieri, etc. (da Enciclopedia Italiana Treccani)

I contadini-montanari huzuli della Galizia carpatica erano considerati masnadieri, come raccontano i Singer, Pollack e Joseph Roth.

Ebbene, io penso che molti politici italiani attuali siano assimilabili per i loro comportamenti  a dei masnadieri, a dei bracconieri, senza arte né parte. Un elenco, comprendente personaggi di diversi partiti: Marcucci del PD, Di Battista dei 5S, Toti dei “totisti”, Toninelli dei 5S, Di Maio idem, Salvini della Lega, Bonafede dei 5S, Serracchiani del PD, Guerini idem, Boldrini di LeU (acronimo che pare uno sberleffo), Meloni sorella d’Italia, Boschi, elegante nulla, e il suo capo, il bullescamente attivo Renzi.

Masnadieri, bracconieri son come, questi e altri che non ricordo, né mi sforzo di ricordare. Proviamo ad approfondire nello specifico: uno come Marcucci, ricco di famiglia, arrogante nei modi, capace di passare dai liberali alla Margherita e infine al PD; antipatico senza nessuna cura per migliorare, dall’eloquio impreciso e stereotipato; uno come Di Battista, ciondolante con la camicia fuori dei pantaloni, 39/ 41enne, a seconda delle giornate; altrettanto impreciso del precedente “campione” di non-aurea-mediocritas nell’eloquio e sprovvisto di cultura degna della sua immeritata fama; uno come Toti, che ha lo stesso nome dell’eroico bersagliere che scagliò la stampella oltre la trincea prima di morire; con una “t” di meno – nel cognome – rispetto a Totti, vero grande nel suo mestiere; sovrappeso e inspiegabile somiglianza col cartoon dedicato alle pantegane; uno come Toninelli, che t’imbarazza non appena prende la parola, perché ti chiedi come faccia a stare lì, e ti vergogni per lui; uno come Di Maio di cui si può elencare gli strafalcioni che attestano l’impreparazione di base con annessa presunzione: come sempre, l’assenza di vergogna s’accompagna all’ignoranza e alla prepotenza, anche se condita da sorrisi forzati; uno come Salvini, maestro di comunicazione straccia contemporanea, senza pudore, come chi ho già apprezzato, dico per dire, qui sopra, capace di voltagiri e gabbane a ogni momento che lui ritenga convenirgli; uno come Bonafede che, interrogato in diritto, farfuglia e borborigma, Ministro della giustizia!; una come Serracchiani, campionessa di opportunismo e falsa dedizione, anche se provvista di voce argentina; una come Boldrini, che non ha mai smesso di fare l’impiegata per la tutela dei rifugiati dell’Onu, titolo di merito e limite nel contempo; una come Meloni, dai modi aggressivi e sicumeri, sempre tentante di crescere in every sense; una come Boschi, cui non annetto alcun commento; uno come Renzi che ricordo capace di dar la mano a uno e insieme – nel contempo – guardare e parlare con un altro essere umano (gliene frega nulla di nessuno). E altri e altri masnadieri e bracconieri. Dovrei citare in questo elenco anche Grillo e Casaleggio, ma non lo faccio, perché non meritano la mia fatica.

Oltre a costoro vi sono poi altre figure barbine, come la Racketa e Greta, che ora veleggia con il secchio in mano, da Plymouth verso New York, in compagna del Grimaldo-Casiraghi, coerede di una dinastia genovese di pirati. Queste non sono bracconiere, ma prede accessibili ad altri e veri bracconieri.

Anzi, direi, tutti quelli elencati son solo bracconieri, cioè quei tali che pescano dal patrimonio indisponibile dello Stato, fino a che non vengono fermati, impunemente. Lavorano nottetempo, in silenzio, convinti di essere bravi e perfino onesti. Non intellettualmente, ché non conoscono il concetto e la differenza fra i due tipi di onestà, quella fattuale e quella intellettuale. Tutt’intorno i Trump, che in politica estera non è peggio di Obama, monsieur le Président Macron, degno successor dell’imbecille Sarkozy, i terroristi di tutte le risme, il panzon presidente della Corea settentrionale e dittatorucoli vari dell’Africa, del Sudamerica e dell’Asia.

L’amico Franco a questo punto mi ricorda chi erano i bracconieri veri dei nostri paesi, fino a qualche decennio fa: povera gente che aveva bisogno di catturare in qualche modo, anche non consentito, pesci, anguille e qualche uccello commestibile, una lepre, un fagiano, perfino un riccio spinoso, e a volte un gatto, per mangiare, solo per mangiare. E allora, la similitudine metaforica in questo caso decade, non sta più in piedi, perché se chiamassimo in questo senso bracconieri i politici di cui sopra ho riportato un breve e incompleto elenco, diverrebbe un titolo di merito, un titolo di correttezza civica. Il popolo che, in qualche modo, si arrangia, senza affamare nessuno. Grazie Franco.

Ad multos annos, ma non ai bracconieri in metafora, bensì alla polizia ambientale, ai carabinieri e agli altri di cui ci si può fidare.

L’oscura, silente, benefica presenza

Anni fa, caro lettore, pubblicai il pezzo che qui riporto, tale e quale. Mi sembra sia il tempo e le circostanze giusti per proporlo a una rilettura, si vis.

Nei giorni di ciascuno, quando il silenzio ci aiuta nella riflessione interiore, quando si riesce ad abbandonare lo strepito quotidiano, sorge dalle profondità dell’anima un fiotto irrefrenabile, come una colata di lava incandescente, come un torrente reso turbinoso dalla piena. Pensieri, rimorsi, ipotesi, pentimenti, moti d’ira raffrenati, intuizioni .. e poi é come se, su tutto questo materiale confuso, si ergesse un giudice pacato e severo: la nostra coscienza. Per giorni, settimane, mesi, a volte anni, essa tace, avvolta nell’oscurità dell’anima, nel torpore di una volontà ferita, ma a un certo punto essa riemerge, senza prepotenza, senza iattanza, in punta di piedi, quasi per non disturbare. E allora lentamente illumina l’ombra profonda che c’è dentro di noi, prima con barlumi infinitesimi, che ci permettono di intravedere qualcosa, e poi con sempre maggiore vigore ci mostra la nostra condizione. Fino a che non riusciamo a vedere con chiarezza ciò che prima era avvolto dalle caligini, avviluppato dalle panie della nostra cecità. Ci mostra il male che è dentro di noi, la nostra superbia e la nostra cupidigia, madri maligne delle cattive azioni che abbiamo compiuto. Siamo stati superbi e dunque abbiamo smesso di ascoltare, di imparare, di avere attenzione per noi stessi e per gli altri, travolti da quella che pensavamo fosse una vera, sana attenzione per noi stessi. Siamo stati cupidi e dunque abbiamo desiderato per noi beni sbagliati, finiti, disordinati, pensandoli adatti alla nostra vita. Abbiamo messo la sordina alla retta ragione scambiando il male con il bene.

Come impostare allora la vita, allorquando, alla fine di un lungo tunnel male o punto illuminato, si trova la via d’uscita? Non certo pensando di avere sconfitto tutta l’umana fragilità che è in noi, che ci costituisce, almeno parzialmente. Essa è parte non  eliminabile della nostra struttura personale, e ci rende cagionevoli, bisognosi di aiuto. Essa è uno specchio nel quale ritrovare la via dell’umiltà, che si oppone alla superbia come il bene al male. Il problema che ci sta di fronte è come riuscire ad armonizzare ricomponendo le nostre straordinarie facoltà di esseri intelligenti, cioè come ricostruire la nostra identità creaturale.

Lo sforzo è grande e non privo di incertezze, cadute, ripensamenti, stanchezza. La perseveranza è la virtù da invocare e praticare. Proprio quando sembra che non ce la facciamo, che l’impegno sia troppo grande, smisurato, allora capita che ci accorgiamo di avere fatto un passo avanti, magari impercettibile. Ciò che fino a qualche tempo prima ci pareva nebuloso e incerto, comincia a stagliarsi alla nostra coscienza con un certo nitore.

Ecco: la cosa giusta da fare è questa. Lì mi stavo sbagliando.. La coscienza non ha voce stentorea, più spesso fa fatica a varcare la soglia della nostra percezione interiore, perché siamo affannati a fare mille cose, frastornati da innumerevoli interessi e incombenze. E non ci mettiamo in ascolto.

Ma la voce (la coscienza) è resistente. E capace di emergere nei momenti di silenzio, quando finalmente fermiamo il nostro attivismo e ci predisponiamo al riposo. Occorrerebbe andarle incontro ogni giorno. Donarsi momenti di contemplazione e di cura del nostro spirito, fermandoci a osservare le cose, gli altri, il mondo, ma da fermi. In silenzio. E valutare le nostre azioni, soppesarle, confrontarle, chiedendoci se sono state congrue con il nostro esistere, se sono state buone, per noi e per gli altri.

I credenti di tutte le religioni e i seguaci di tutte le etiche dei valori lo chiamano esame di coscienza, o giù di lì, ciò che è il solo modo che permette a quella presenza avvolta nella nostra oscurità interiore, di uscire dalla latenza cui spesso la costringiamo, per illuminare finalmente la nostra via di una luce pura.

E’ dunque nella mia coscienza che si fa presente, in qualche modo, la normatività morale. La intendiamo qui dunque come

quell’atto della ragione pratica che, alla luce dei primi principi del bene, della scienza etica e dell’esperienza personale illumina il soggetto su ciò che deve fare o evitare hic et nunc nella sua personalissima e irripetibile situazione.”[1]

Il giudizio etico della coscienza è allora la norma prossima della moralità e dell’obbligazione di una determinata azione dell’agente razionale (l’uomo).

E’ a questo punto che dovrebbe scattare, quell’atto che Aristotele chiama proàiresis, cioè la decisione per il bene proprio dell'”ente”, il quale dovrebbe essere riconosciuto quasi per connaturalità, per simpatia, per esercizio di retta ragione.[2]

Un’altra questione concerne il rispetto dovuto alla coscienza erronea. Per coscienza erronea si intende quell’atto di coscienza che non persegue il fine dell’ente secondo la sua propria natura, ma non per cattiva volontà, piuttosto per una qualche forma di ignoranza momentaneamente invincibile. Nonostante tale atto sia erroneo, esso va rispettato, fino a che un approfondimento illuminato dalla retta ragione non porti il soggetto a cambiare la propria decisione. 

Un suggerimento ai politici attuali: leggete questo pezzo, leggete, leggete…

 

[1] Cfr. POPPI A., Per una fondazione razionale dell’etica, Studium, Padova 1994.

[2] Cfr. TOMMASO d’Aquino, De veritate, q. 17, a. 1.

La fatica della verità

La giustizia, sia come virtù sia come prassi ha una enorme incombenza: l’accertamento della verità. Basterebbe questa considerazione per dare il giusto valore al tema della verità, che però deborda da questa dimensione, poiché attiene nientemeno che alla grande questione della conoscenza. E’ vero che l’uomo è andato sulla Luna? E’ vero che la terra è rotonda? E’ vero che uccidere è male? E’ vero che… e che… e che? Conosco anche qualche “terrapiattista” che pensa di avere ragione e ti aggredisce se non gli credi oppure qualche sovranista che ritiene la razza bianca superiore e ti insulta se non aderisci alla sua aberrazione. Vedi, caro lettore, quanto è importante il tema della verità? Lo so che lo sai, ma è solo per dire, anche per me.

La questione del vero (il latino veritas, il greco alètheia), che primariamente non è questione di giustizia, ma di scienza dell’essere delle cose, ha affaticato filosofi, legislatori, teologi e giuristi da quasi quattro millenni (dal codice di Hammurabi, ai libri biblici di Esodo, Levitico, Deuteronomio, a Solone, alle Tavole del diritto romano, al Corpus iuris civilis di Giustiniano, al Corano, e poi fino a noi), muovendo l’umana ricerca nei campi più elevati delle dottrine dei concetti, della critica della conoscenza e della metafisica. In questa sede dobbiamo barcamenarci dunque fra filosofia e diritto. I grandi del pensiero umano, più volte altrove citati, hanno sempre cercato di associare la nozione di vero (come verità) alle nozioni di buono e di bello, come se il concetto trascendentale (cioè generale) di vero potesse rappresentare tutti i concetti trascendentali di ordine positivo, così come se ciascuno degli altri potesse svelare il vero, in quanto buono e bello.

Questa “circolarità” e quasi “sostituibilità” terminologica è perfino rassicurante, quasi consolante, come se la pervasività del senso e del significato, in qualche  modo comune, di questi concetti ci desse una specie di maggiore sicurezza nell’analisi dei fatti e atti umani, e di tutte le cose. Adaequatio intellectus et rei (lat: concordanza dell’intelletto e dell’oggetto), è l’espressione sintetica formulata dalla gnoseologia classica (Aristotele, Averroè, san Tommaso, ma anche, in un certo altro modo, da Cartesio in poi, fino a Hegel). Non fu poi più individuata un’espressione migliore, anche se il filone idealista la rovesciò, parlando di adaequatio rei ad intellectum, cioè di adeguamento dell’oggetto al modo di comprendere dell’intelletto, a dire degli idealisti, da intendersi come la necessaria reazione ad una visione troppo materialistica (ecco la confusione fra materialismo e realismo!): adaequatio intellectus ad rem, cioè la concordanza dell’intelletto all’oggetto. Sappiamo oggi di quali disastri tale concezione sia stata indirettamente fomentatrice se non portatrice: una gnoseologia soggettivistica conduce infatti direttamente al relativismo soggettivo e quindi a quello morale. Abbiamo detto altrove che sia Hitler (e Pinochet e Franco, etc.) che Stalin (e Pol Pot e Milosevic, etc.) sono figli, sia pure non voluti, di quella concezione.

Era stato Immanuel Kant, già preso dalla grande stagione dell’Aufklärung (1) a tentare una specie di composizione fra le due posizioni, quella realista della tradizione e quella idealista, nata con Cartesio, suggerendo nella Critica della ragion pura, una via: in sostanza Kant sosteneva che gli oggetti, o enti extramentali (io, tu, le cose, il mondo, la vita, etc.) sono conoscibili solo in tanto in quanto si rappresentano in un concetto mentale (sono quindi fenomeni, dal verbo deponente greco fàinomai, mi manifesto), ma non in se stessi (o noùmeni, dal termine greco noùs, intelletto). In un certo senso, ad esempio sotto il profilo psicologico, la visione kantiana è condivisibile, perché ognuno percepisce le cose per come esse si rappresentano alla mente, ma si può obiettare che ogni cosa esiste anche in sé, ed è compito della ricerca scientifica, nelle varie discipline e tra le discipline, esplorarne i principi e gli elementi costitutivi. La fatica della ricerca della verità: così si potrebbe completare il titolo di questa riflessione.

Ognuno di noi vi è chiamato, per dare significato al proprio rapporto con il mondo, con le cose del mondo, e soprattutto con gli altri, cercando di interpretare ciò che percepisce alla luce piena di sapienza di un intelletto aperto. Giudici e politici, confessori e psicologi, ma ciascun uomo non deve dimenticare che la verità è spesso sfuggente, nascosta, composita e apparentemente contraddittoria, ma accessibile e sanante per ogni spirito umano.

Questo detto, il mio gentile lettore valuti, ma con serenità, il profluvio di enormi e innumerevoli panzane, balle, fake, menzogne che hanno proferito, senza il minimo senso di vergogna, i due dioscuri appena cessati, o quasi, Salvini e Dimaio, di molte consapevoli, di altre meno, e questo è ancora più grave. In buona compagnia dell’avvocato degli italiani e dello sbruffone toscano, e di altri ancora. Di questi tempi e di precedenti storie, ma oggi è più grave perché la vita di noi tutti è oggi.

[1] Ted.: illuminismo

La violenza bianca, ma sapete ignorantissimi e violenti giovanotti USA che eravamo tutti neri come il carbon, all’inizio, quando ci siamo erti in piedi per monitorare la savana e i suoi perigli? No? Oh babbei, studiate, studiate!

…e cercate di avere in classe con voi anche il Presidente in carica! (ché gli farebbe bene, forse).

L’ennesima strage negli Stati Uniti d’America fa riflettere su molte cose. E’ violenza allo stato puro, intanto e, come quella dei terroristi, solo debolmente – o per nulla – “giustificata” da teoremi e teorie messe per iscritto e veicolate sul web e dalle tv. Che la violenza sia un dato permanente nella storia umana è noto, anche se oggi sembra addirittura in crescita, come dato percepito, contrariamente alle statistiche, che attesta il contrario, per la rapidità e completezza con le quali diventa di dominio pubblico. In altri pezzi, infatti, ho ricordato (cf. Il declino della violenza di Steven Pinker, 2011) come statisticamente la violenza e il numero dei morti ammazzati siano in declino, e non lo farò di nuovo.

Qui mi interessa cercare di analizzare brevemente le ragioni di certe sue esplosioni, come quelle delle due ultime stragi americane a El Paso e a Dayton.

L’origine della specie umana, dall’Homo naledensis (1700K anni fa, cioè un milione e settecentomila anni) e da Lucy, la piccola donna della Rift Valley scoperta dal professor Leakey, presenta dei tipi umanoidi di pelle scura, neri, pelle che poi, con l’andare dei millenni e lo spostamento dall’Africa centrale verso nord, verso l’Egitto e la Mezzaluna fertile, il Golfo arabico e la Mesopotamia, si è progressivamente schiarita, fino a diventare pallida come quella dell’assassino plurimo di Oslo Anders Breivik. Che si è creduto e si crede superiore a chi-non-è-bianco-latteo come lui, solo perché ha 1.700K anni di meno del Naledensis. Così come Crusius, quello del mercato di El Paso o Tarrant, quello che ha ucciso nei mesi scorsi quasi cinquanta fedeli musulmani a Christchurch in Nuova Zelanda.

Follia?, come dice Trump con i suoi cinguettii, ebbene no! Troppo comodo: anche se avessero ragione Spinoza e Libet al 100%, troppo comodo.

Si tratta di gesti definibili come “folli”, ma non di follia nel senso psico-patologico, come da Manuale Medico-Diagnostico IV o V. Almeno pare. I killer di El Paso e di Dayton non erano ricoverati psichiatrici in fuga, né persone sottoposte a Trattamento Sanitario Obbligatorio. Erano e sono ragazzi americani ventenni, completamente immersi nell’humus culturale e nel mood sociologico attuali, fatti di telematica, web a manetta, superficialità informativa e ignoranza tecnica e morale clamorose. Il risultato, su menti fragili e incapaci di discernimento e di pensiero critico, è quello che abbiamo visto. Hanno compiuto stragi, senza guardare in faccia a nessuno: addirittura il ragazzo di Dayton ha fucilato sua sorella e il fidanzato di questa.

Strage non significa propriamente distruzione di massa come in guerra o omicidio plurimo, anche se di fatto stragi possono essere compiute, sia da privati cittadini, sia da governi o strutture militari. Dresda e Coventry sono due nomi che ricordano stragi compiute tramite bombardamenti a tappeto.

Specialmente negli USA vi sono esempi – oramai storici – di stragi compiute da singoli cittadini, per vendetta o per frustrazione, da lavoratori licenziati o maltrattati, che covano odio per anni e infine danno la stura alla violenza non selettiva, quasi a far pagare a chiunque altro il proprio dolore. Lo stalking e lo straining, e anche il mobbing possono costituire moventi. E poi vi sono queste esplosioni di violenza di difficile spiegazione, a partire da Columbine.

Altre stragi sono avvenute nelle carceri durante rivolte dei detenuti. Non occorre ricordare quanto già più volte qui trattato: le stragi dei vari terrorismi, da quelli politici a quelli religiosi, ambedue fanatismi irrazionali, eppure capaci di coinvolgere molti.

Il nome di Anders Breivik non si dimentica: 77 morti ammazzati fra Oslo e Utoya nel 2011. L’assassino ebbe addirittura a protestare per la qualità morale della detenzione, non pentito, anzi convinto di aver fatto bene con il suo agire in difesa della “razza bianca”.

Questi ultimi sono solo la punta dell’iceberg di una situazione che preoccupa. La disponibilità di armi da un lato, il degrado culturale dall’altro costituiscono i punti che generano processi causali difficili da fermare. Ma su questi due ambiti bisogna lavorare.

Lavorare da parte di chi e come? Tutti sono chiamati a occuparsi di questo tema ampiamente educativo, a partire dalle famiglie e dalle scuole. Anche se in Italia (finora) non sono accaduti episodi del genere, abbiamo comunque avuto recentemente fatti su cui riflettere. Si pensi a Corinaldo e alla strage in discoteca, alle sue motivazioni superficialmente criminali della banda di giovanissimi ladri, assolutamente insensibili all’incolumità altrui; si pensi al diciassettenne che ha buttato giù da una balaustra un cassonetto colpendo un dodicenne e ferendolo gravemente, solo perché era incacchiato. Il 17enne non si è chiesto minimamente se avrebbe potuto ferire qualcuno con il suo gesto iracondo.

La scuola: decine di migliaia di insegnanti precari sono stati regolarizzati da Renzi cinque anni fa e ora altrettanti lo saranno dal governo in carica. La qualità cultural-pedagogica di molti di questi è scarsa o addirittura insufficiente, perché premiati da cursus studiorum non rigorosi e selettivi. Che cosa possono dare agli adolescenti costoro? Il governo grillin-leghista pare voglia addirittura annullare le prove Invalsi per timore che svelino l’arcano di una impreparazione diffusa. Nascondiamo lo sporco sotto il tappeto, invece di pulire la stanza.

Che cosa possiamo pensare di questi progetti? Chi sarà in grado, per competenze e autorevolezza, di occuparsi dei nostri ragazzi, e-ducandoli? Certo. educandoli, perché ogni umano ha un potenziale latente che può essere fatto emergere con le dovute modalità. Perfino il truce Crusius di El Paso. Teniamo duro, ognuno nel proprio, con perseveranza.

“Non sarà la tua assenza, ma il vuoto che hai lasciato nei nostri cuori”, un cartello di profondità metafisica, per ricordare Mario Cerciello Rega, carabiniere che è morto facendo il suo lavoro, ucciso. La randomizzata condizione dell’esistente. Il caso e la necessità

Non sarà la tua assenza, ma il vuoto che hai lasciato nei nostri cuori“, un cartello esposto a Somma Vesuviana.

Leggo che la giovane moglie “se la sentiva”, la possibile tragedia. Non fosse andato a quel servizio, non sarebbe morto. Ascolto per Radio 24 durante la diretta de La zanzara le farneticazioni vergognose di tale Gottardo, recente ospitato da Cruciani, atto allo scandalo che è il fine ultimo dello squallore di quella emittente. Confindustria complice, che tristezza.  Le parole sono indicibili, cioè infami (dal greco antico): per costui il vicebrigadiere è semplicemente un lavoratore deceduto sul lavoro, come un edile che cade dal tetto e un trasportatore che esce di strada. Se la morte è morte, sia che sia naturale sia che sia violenta; se la morte sul lavoro è morte sul lavoro, sia che sia un gruista, sia che sia un carabiniere, manca, nelle affermazioni del farneticante sopra citato, l’approfondimento del contesto, poiché altro è finire schiacciati da un crollo (mi perdoni il gentile lettore questa prosa violenta) e altro finire massacrati da un assassino che accoltella otto volte, mentre si cerca di tutelare la sicurezza dei cittadini.

Leggo le infamie che alcuni venditori di fumo dei media stanno diffondendo, Parenzo e Saviano in primis. Ancora si paragona l’assassinio del carabiniere a una qualsiasi morte sul lavoro, un edile che cade dal tetto o un trasportatore che esce di strada per stanchezza. Tragedie che accadono a centinaia ogni anno.

Destino? Non poteva non capitare? L’intelligente scugnizzo vicecapodegoverno afferma che “si poteva e si doveva evitare“, perché Roma è “fuori controllo” e invece dovrebbe essere sotto controllo: surrettizio attacco al suo verboso coequipier, più che alla sindaca sua compagna di partito.

Nel contesto si sono poi inseriti due imbecilli: un’insegnante che ha postato una frase di stupidità e malignità indicibile e un carabiniere che ha bendato uno dei due ragazzi americani, fotografandolo e così creando un caso che sta quasi ottenebrando i fatti del tremendo omicidio. Come si può dire: la stupidità al potere, non l’immaginazione.

Un’altra perfetta idiozia è la visita in carcere ai due giovani  delinquenti effettuata da tale Scalfarotto, deputato del PD, preoccupato di come sono trattati, mentre il segretario di questo (che è il mio partito, faticosamente) borbotta critiche debolissime al governo, incapace di proporre alcunché.

Una partita a calcio o a ping pong o a tennis e il pugilato sono atti di discipline sportive diverse, ma non solo in senso agonistico, atletico e regolamentare. Un esempio: sapere prima dove va la pallina di ping pong è arduo; più facile è prevedere uno swing (gancio) o un uppercut (colpo al mento dal basso) nella boxe. Si potrebbe dire che il caso lavora di più nel ping pong e di meno nel pugilato, ove ammettiamo filosoficamente, il caso per le vie più generali. Il pugilatore, come si diceva aulicamente, di solito pensa e sa dove portare il suo colpo, che parte al momento opportuno cercando di sorprendere l’avversario: basti ricordare come si muoveva sul ring Mohammed Alì o Cassius Clay, bell’uomo di un metro e novanta e novanta chili, quasi una farfalla che danzava e all’improvviso colpiva. Oppure il nostro grande Nino Benvenuti, elegante e potente. La decisione per sferrare il colpo era consapevole, Benjamin Libet permettendo.

Il mio gentile lettore sa che personalmente sostengo in modo non radicale, ma problematico, la tesi dell’inesistenza del caso nei casi della vita, utilizzando un diagramma logico di mio conio, quello dell’incrocio stradale tra due vie di diversa gerarchia, due auto che si scontrano all’uscita di uno stop sotto lo sguardo di due osservatori diversamente collocati nella scena, il primo (molto preoccupato) sul marciapiede della strada per la quale transita l’auto che non “farà lo stop” pur dovendolo fare, e il secondo (altrettanto, anzi più preoccupato ancora) sullo spigolo del terrazzino al primo piano della villa che si trova sull’incrocio tra le due strade.

Il primo non sa che l’auto procedente lungo la strada dove lui si trova, che non pare accennare ad alcun rallentamento nell’approssimarsi dello stop, si scontrerà con un’altra auto che procede verso l’incrocio beatamente certa del suo diritto di precedenza; il secondo, che riesce a guardare nei due sensi perpendicolari, è invece in grado di calcolare i tempi dell’impatto inesorabilmente necessario, grazie alla sua posizione dominate l’intera scena.

Ovviamente qui c’entrano, sia Spinoza e il suo determinismo per il quale nella realtà “tutto-si-tiene”, sia Erasmo da Rotterdam per cui l’essere umano è sostanzialmente “libero-di-decidere”.

Il caso è chiamato anche random, interessante per le scienze sperimentali, nelle quali si definisce quale allocazione rigorosamente casuale dare alle unità sperimentali dei gruppi trattati. L’avverbio “rigorosamente” indica che l’assegnazione casuale dei moti significa privo criterio programmabile e prevedibile, ma non solo.

L’uccisione di Cerciello è frutto di quale caso o destino cinico e baro (di saragattiana memoria), oppure del suo deliberato senso del dovere? E’ tutta lineare la vicenda di Cerciello, o vi è qualcosa di non conosciuto, di non riferito? Se erano in borghese, lui e Varriale, perché non hanno almeno tirato fuori la Beretta calibro 9 di cui sono dotati, e che fa paura al solo vederla? Hanno rinunziato all’arma perché i due erano “solo” ragazzi” e pensavano di poterli ridurre a miti consigli senza violenza? Hanno avuto paura di un processo nel quale sarebbero stati coinvolti se avessero usato l’arma e ucciso qualcuno? La decisione di usare solo le mani, venendo sopraffatti era consapevole? A mio parere sì, ancora una volta Libet permettendo.

Con grande tristezza mi tocca dire che Cerciello è morto necessariamente, sotto il profilo filosofico, anche se avrebbe potuto non-morire se avesse impugnato l’arma in dotazione e in suo possesso pur essendo in quel momento in borghese. Che sia stato condizionato dal clima che si respira in Italia è fuori di dubbio: magari essere processati per uso improprio dell’arma in dotazione… Quali pensieri passano per la testa in quei momenti a un carabiniere trentacinquenne, tirato su a senso del dovere e sprezzo del pericolo?

Altro aspetto di cronaca connessa: l’insegnante (la professoressa di storia dell’arte, professoressa!!! e che cosa può professare una infelice del genere?) che posta un frase irriferibile sulla morte di Mario: “…uno di meno, peraltro stupido” (parafrasi mia perfin pietosa dell’infinita imbecillità della donna).

Il fatto è che, se hanno spazio e importanza mediatica un Di Battista (ma nessuno lo ferma?, dico, nel suo stesso interesse), lo possono avere anche altri dello stesso livello cognitivo.

Il tema è sempre quello: a fronte di una drastica riduzione dei crimini, la percezione del rischio è cresciuta, in ragione della proporzionata decrescita del pensiero critico, per cui non importa chi parla o chi scrive, purché urli, solletichi e titilli coscienze a-critiche, suggerendo i pensieri più semplici, elementari, banali e perciò peggiori. Mi meraviglio che il Papa  non abbia avuto una parola per Mario, e neppure per le famiglie angariate di Bibbiano.

La solitudine del portiere

Romeo ci ha preso gusto e mi ha inviato anche questo racconto, che mi piace inserire in questo sito percorso da fremiti, tumulti e sentimenti diversissimi, nel tempo.

 

Ho trascorso molte ore di molti anni con le spalle volte a un rettangolo: tre lati di legno e uno di terra. Questa, gli antichi, o almeno alcuni dei tanti antichi, l’avrebbero immaginata come uno spazio piatto e illimitato, un lenzuolo senza fine, una pianura incessante costellata di fiumi e di segreti pensieri, di fuochi spaventosi e di piccole luci tremolanti nelle notti. E di tante altre cose ancora, conosciute o desiderate soltanto. Oppure avrebbero immaginato la porta al centro esatto di un disco sospeso nel cielo, il grande piatto di un banchetto cosmico.

Ora invece lo sa, o pensa di saperlo, il portiere afflitto. Sa che la terra parte dai due pali e piano piano s’incurva, in un lento ritornare su se stessa. L’incessante pianura di calpestate solitudini è solo un punto, se vista da lontano, la palla di un gioco che nessuno capisce.

Il portiere cammina cammina con la testa bassa, con la miracolosa sofferenza che fa guadare i fiumi e oltrepassare i monti; cammina, inseguendo le tracce di un gol.

É un bisonte fragile, va dritto sulla sua strada cieca, aspettando il colpo fatale e la caduta sulle gambe spezzate. Ma il colpo non arriva, il tempo passa e il cerchio finalmente si chiude. Il portiere è di nuovo tra i pali, con la zavorra dei suoi pensieri irrisolti.

Ho trascorso molte ore di molti anni… avevo davanti il sole o la pioggia o la nebbia leggera di certi autunni infiniti.

Nella nebbia danzavano silenziose figurine, svuotate di forza, di ardore e di rabbia.

La nebbia è un limbo, un limbo di soffocante stupore. La vita si fiacca nella nebbia, perde i suoi margini.

Allora, in un attimo, dalla potenza incalcolabile di un tiro ultraterreno, dai piedi assassini di un centravanti fantasma, spunta la palla maledetta, implacabile; entra nel breve spazio dell’unica realtà conosciuta, dove attendevi la vigliaccata, l’attacco al fulmicotone, la cosa dall’altro mondo. L’abbraccio con la sfera, bellissima.

Sì, il portiere è un masochista, gode come un maiale quando abbraccia una cannonata, se la stringe al petto, rotola insieme con lei, sottosopra, in un travolgente Kamasutra, spettacolo per gli occhi increduli dei suoi compagni, impalati, come sottoaceti nella nebbia.

Ma credetemi, non è soltanto questione di sesso, c’è dell’amore: il portiere prende la palla tra le mani, l’accarezza, l’alza verso il cielo come un pater romano e come un padre sano le dà un bel calcio sul culo, per consegnarla al suo destino parabolico.

Tra il portiere e la palla c’è un rapporto incestuoso, di sesso, di amore filiale, di amore paterno.

Il portiere, meglio di chiunque altro, ne conosce l’infanzia poliedrica, l’intarsio meraviglioso di pentagoni bianchi e di esagoni neri; sa che la natura sferica è soltanto illusione, ma che il tempo darà ragione a questa illusione, levigando levigando. Allora il nero si sposerà col bianco e sarà un grigio uniforme, sporco di terra.

La bellezza perde il suo rigore, invecchiando; ma si abbandona alle cose del mondo, a volte con gioia, a volte con dignitosa rassegnazione: così si contamina, di altra bellezza.

Il pallone diventa erba, fango, sputi; diventa polvere e cielo.

Il portiere accarezza il pallone e non sente più il perimetro del pentagono: sente la curva appassita della sfera. Il tempo ha smussato gli spigoli; resta soltanto la curva, perchè la curva è dolcezza, e la dolcezza non ha paura del tempo. I polpastrelli del portiere sentono minuscoli frammenti pencolanti, brandelli di carne viva, pulviscoli di pelle che finalmente si staccano e vagano come pollini stanchi nell’aria, per poi posarsi sul prato. Passano i tacchetti impietosi e li calcano: e come tante altre cose, finiscono sottoterra.

Fermatevi un attimo, lasciate riposare la palla. Ascoltate queste parole. Io penso tanti pensieri, tra i pali, e vedo l’incomprensibile foga di questo mondo. Vi vedo andare avanti e indietro come scalmanati. Vedo gli schizzi di fango e le zolle di terra. Vedo le nuvole rabbiose dei temporali in arrivo, e sento lo scroscio festante della pioggia. Ora siete di nuovo lontani, palombari lontani, pesci boccheggianti di uno sconfinato acquario.

La sfera rotolando si bagna e si veste di natura oceanica; e voi siete pesci, che calciate l’oceano.

Le cose non sono così semplici come voi pensate: perchè in realtà non pensate, correte soltanto.

Voi credete di essere lì, ora; ma siete anche altrove, siete i vostri frammenti che avete lasciato: siete le lacrime, il sangue, le particelle perdute negli anni.

É un lento accomiatarsi da se stessi, un modo inconsapevole di carezzare la morte.

É così strano: si carezza la morte, spargendo i semi della propria vita.

Sono trascorsi molti anni d’allora. Non faccio più il portiere. Ho una barba cespugliosa, gli occhiali da miope e la calotta molle di un’aristocratica pancetta.

Ma ricordatevi che ogni curva è dolcezza e la dolcezza sa giocare a scacchi col tempo.

Dentro la pancia un brontolio, un altro mistero. Potrebbe essere qualunque cosa: un sintomo di fame, l’emozione di questo momento o forse un cancro.

Sono fermo, ai margini della strada, dove una volta c’era la porta.

Il campo non esiste piu: al suo posto c’è una casa. Non si sente nessun rumore. Le case, ora, hanno i muri spessi di cemento armato e i doppi vetri; le case sono fortezze, diceva un grande poeta. Anche le stanze, dico io.

La terra, sotto le fondamenta, è stata smossa dalle ruspe; sono state rimescolate le carte del gioco: il sangue di Roberto, dopo quella tremenda falciata; la pelle dei polpacci che mi grattavo nell’attesa; gli sputi fenomenali e incessanti di Fiorenzo: sotto, in fondo, prima del Tartaro, ci sarà una palude immonda della sua saliva. E tante altre cose, non solo nostre, anche dei nostri padri, dei nostri nonni; finanche la pisciata di un bambino che non poteva nemmeno immaginare i nostri padri e i nostri nonni.

E sopra, nella casa, chissà se qualcuno ride, chissà se qualcuno studia? Chissa quanti scompartimenti di solitudini…

Le cose non sono così semplici come voi pensate. Ma voi nemmeno pensate, voi correte soltanto. Il portiere sì che pensa, quando passa il suo tempo, tra i pali.

 

Dedicato a tutti i portieri che hanno subito almeno nove gol in una sola partita.

 

Romeo Pignat, 1991

 

Ho inserito la foto del grandissimo portiere russo Lev Jascin, dopo aver pensato anche a Banks, Zoff, Buffon e Donnarumma, tra altri ancora (n.d.r.)

 

Reggio Emilia e il male elegante: il crimine dei bimbi dati in affido per business

Affidi pilotati in cambio di denaro, bimbi separati dai veri genitori, perché indotti a parlare male dei genitori stessi tramite metodologie di condizionamento mentale. Genitori cattivi, genitori indegni, si cerca di dimostrare a tutti i costi (sembra) e affido a terzi. Si fa fatica a credere che persone perbene siano tanto malvagie.

A Reggio Emilia è stata scoperta una situazione incredibile, ma vera. Falsi in atto pubblico, manipolazioni di minori e altro di assai vergognoso nelle relazioni umane, effettuati da assistenti sociali, psicologi, psicoterapeuti e politici locali (il sindaco PD di Bibbiano) a danno di minori e delle loro famiglie.

Come funzionava? I bimbi sottratti ai genitori, venivano collocati in comunità, dove erano attivi i professionisti sopra elencati, finanziate anche tramite contributi pubblici erogati in funzione del numero dei piccoli affidati, o in famiglie esterne.

Sembra quasi incredibile che ciò sia potuto accadere, ma il sistema nostro è a maglie larghe, demandato in gran parte a competenze professionali, cui possono seguire immediatamente applicazioni pratiche come detto sopra.

Un esempio del flusso operativo: segnalazione degli insegnanti, dei medici oppure degli stessi Servizi Sociali; questi ultimi fanno delle relazioni al Giudice minorile che, nell’emergenza, senza possibilità di contraddittorio e di verifica effettiva di quanto affermato dagli operatori, colloca in via d’urgenza i bambini, presunti abusati, fuori dalla famiglia di origine, con cui ogni legame viene improvvisamente troncato (i genitori possono incontrare i figli una/due ore al mese e in alcuni casi mai). Si legge sul web:
Contemporaneamente, il Giudice incarica proprio i Servizi Sociali di approfondire la situazione; gli operatori possono gestire le indagini come vogliono senza seguire effettivamente alcuna regola; alle operazioni non possono partecipare né gli avvocati (che i Servizi vedono sovente come  un inutile fastidio) né eventuali consulenti esterni dei genitori, cui viene negato il basilare diritto di difendersi sancito dalla nostra Costituzione. Insomma, gli operatori pubblici hanno un potere discrezionale assoluto che, come la vicenda di Reggio Emilia ci insegna, può essere l’anticamera dell’abuso e del delitto. Le relazioni sono poi depositate al Giudice cui, peraltro, non sempre sono forniti gli strumenti necessari per capire la veridicità di quanto affermato; spesso, dunque, le sentenze non sono che la conferma delle opinioni (perché spesso di opinioni si tratta) dei Servizi Sociali. E anche quando ciò non accade, oppure quando gli operatori si accorgono di aver commesso un errore, i provvedimenti arrivano a distanza di anni; anni in cui i bambini hanno vissuto lontano da mamma e papà, in cui hanno sviluppato un sentimento d’abbandono che lascia un segno indelebile nei loro cuori e nelle loro vite, irrimediabilmente strappate.
La stessa dinamica peraltro si riscontra in casi diversi da quelli dell’abuso: pensiamo alle centinaia e centinaia di separazioni e divorzi, in cui i bambini sono affidati proprio ai Servizi Sociali, alle tante relazioni, dove dietro il paravento della conflittualità reciproca dei genitori si legittimano le peggiori prevaricazioni.”

Non si può dire ovviamente che operatori sociali, psicologi e psicoterapeuti siano una manica di delinquenti, ma fra di loro evidentemente alligna anche il crimine, cioè vi sono dei criminali, oppure degli incompetenti: è noto, peraltro che l’ignoranza è origine di molti danni e se è congiunta alla malvagità provoca dei peccati, secondo la teologia morale e, secondo la morale e il diritto umani, dei reati.

Quale l’origine di tale disposizione d’animo, oltre a una malvagità evidente? A mio parere due cose: a) la preparazione culturale e accademica di questi operatori: conosco il loro curriculum studiorum e, a parer mio, fa acqua da non poche parti: la letteratura di riferimento è prevalentemente contemporanea e americana; ben poco costoro studiano antropologia ed etica europee e classiche, quasi nulla. E perciò mancano loro i fondamenti: b) l’ordinamento italiano delega ai Servizi Sociali – senza alcuna forma effettiva di controllo preventivo e successivo, senza alcuna possibilità per i genitori di difendersi – ogni decisione, è un sistema che non protegge i bambini, esattamente come il caso, straordinario ma emblematico, ci insegna.

Nell’incompetenza e nella malvagità egoista sta l’origine di questi crimini gravissimi contro i bambini e le loro famiglie.

Si legge nei proclami di quel Comune: “mettere in campo tutte le azioni possibili per ridare speranza, futuro e dignità a questi minori“. Più o meno parole del sindaco Andrea Carletti, ora finito agli arresti domiciliari “per l’inchiesta sui minori dati in affido, descriveva il Servizio sociale integrato dell’Unione dei comuni della Val d’Enza, davanti alla Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza“.

Altre sue parole “accompagnare fuori dal tunnel” i minori affidati ai professionisti coinvolti. Un progetto presentato in giro come fiore all’occhiello del Comune, ma gli inquirenti hanno verificato una realtà ben diversa con l’operazione non a caso denominata “Angeli e Demoni”: un sistema illecito di gestione dei minori in affido. Si legge ancora sul web: “Ai bimbi, di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, gli psicologi e gli assistenti sociali facevano il lavaggio del cervello, mettendo in atto attività volte al allontanare i piccoli dalle famiglie d’origine“.

Si legge, ancora, in diversi siti telematici sull’argomento:

Carletti aveva anche la carica di delegato dell’Unione dei Comuni di Val d’Enza ed era considerato in prima linea in tema di politiche sociali, dato il suo lungo curriculum, riportato da AdnKronos: consigliere amministrativo al Servizio Sanità e Servizi Sociali della Provincia di Reggio Emilia, componente del Gruppo tecnico del Coordinamento delle Politiche educative della Val d’Enza e responsabile del Servizio scuola, cultura, turismo, sport, sociale al Comune di San Polo d’Enza. Tre anni fa era stato ascoltato in Commissione parlamentare infanzia e adolescenza, alla quale aveva parlato di un sistema di servizi di welfare di comunità composto da operatori estremamente competenti, un sistema abituato a saper innovare, rimodulare le proprie azioni, i propri comportamenti, i propri progetti in base al mutamento dei bisogni. All’epoca, il primo cittadino vantava di aver messo in atto. Carletti aveva illustrato il sistema, citando anche il supporto della onlus del Torinese, finita oggi al centro dell’inchiesta, sostenendo che i minori avessero trovato il coraggio di denunciare, perché sapevano di poter contare su una rete di operatori in grado di raccogliere questo loro grido e accompagnarli fuori dal tunnel”.

Un dipinto che non rispecchia ciò che è emerso dall’indagine della procura, secondo cui il sindaco era pienamente consapevole della totale illiceità del sistema e della assenza di qualunque forma di procedura ad evidenza pubblica volta all’affidamento del servizio pubblico di psicoterapia a soggetti privati. La giunta di Carletti, al contrario, ha espresso piena solidarietà al primo cittadino, dichiarandosi convinta della sua estraneità a i fatti”.

Non mi pare occorrano ulteriori commenti. C’è da sperare piuttosto che il racconto di cui sopra non sia del tutto vero, vista la credibilità degli operatori dell’informazione. Scherzo, ovviamente (sulla credibilità).

“Il vento va e poi ritorna”, sia ai tempi di Iosif Vissarionovič Džugašvili, sia ai tempi nostri dei due furfantelli (o furfarelli) che ci governano e degli inetti che li circondano

Il titolo è tratto da un romanzo cronaca di una vita. L’autore è Vladimir Konstantinovič Bukovskij (in russo Влади́мир Константи́нович Буко́вский, nato nel ’42, dissidente del regime sovietico.

Prigioniero politico rinchiuso in una psikhushka, ospedale psichiatrico, perché sotto lo stalinismo – anche brezneviano –  dissentire significava essere matto. In totale ha trascorso dodici anni tra prigioni, campi di lavoro ed ospedali psichiatrici.

Nel novero delle opere dei dissidenti lessi a sedici anni Una giornata di Ivan Denisovic di Aleksandr Solgenytsin, suggeritami dal compagno di classe e “compagno” del Pdup Claudio, allora studente un poco svogliato e ora professore di filosofia e storia al regio Ginnasio Liceo, che posso dire “di famiglia”. Oramai ivi è passata anche mia figlia Beatriz.

Il vento va e poi ritorna è un documento politico-sociale, di guida alla sopravvivenza, possiamo definirla, per chi viveva il dissenso nella società sovietica.

Cella di punizione di rigore per non essersi adeguato al regime. Fu messo in carcere e alternativamente in ospedale psichiatrico. Si legge sul web:
“Tra le pagine più toccanti del libro, inevitabile scegliere quelle dove maggiormente traspare la grande responsabilità che Bukovskij intende assumersi nei confronti delle migliaia di sofferenti per la privazione, per motivi politici, della libertà. Lui, uno studioso universitario, uomo con conoscenze in ambienti intellettuali anti-KGB, in frequente collaborazione con mezzi di comunicazione “eversivi” e giocoforza clandestini, sentiva il dovere d’essere la cassa di risonanza di questo popolo martoriato, perché tutti sapessero, perché si potesse almeno provare a mutare questo stato di cose. E così svolge frenetica attività di propaganda tra un’incarcerazione e l’altra, come lui stesso spiega chiaramente nell‘opera: “Ogni volta che mi mettevano in libertà pensavo solo a una cosa: riuscire a fare il più possibile per poi non dovermi tormentare la notte, non gemere per la rabbia causatami dalla mia irresolutezza…” La sua battaglia è senza esclusione di colpi, vi consacra ogni momento della precaria libertà. Perché se non l’avesse fatto, lui che aveva il dono straordinario della parola e dell’intelligenza per portare avanti una denuncia, “…milioni di occhi di defunti ti bruceranno l’anima con i loro sguardi indagatori di rimprovero.”

Ammonimenti dolorosi per le coscienze. Tempi tremendi nei quali all’uomo non era consentito essere tale, cioè soggetto libero, nei limiti della libertà umana.

E veniamo ai giorni nostri, quando la libertà non è limitata o compromessa tanto da regimi chiaramente e giuridicamente illiberali, ché la democrazia permette addirittura l’elezione di persone – a dir poco mediocri – come Trump, Dimaio e Salvini, ancorché furbastre.

Oggi la libertà è messa in questione da sistema mediatico, dalla comunicazione, che sceglie appositamente temi fuorvianti per distogliere il pubblico, cioè gli elettori, dai temi veri che riguardano milioni o miliardi di persone su questa Terra. Faccio un esempio: l’enfasi giornalistica posta sulle temperature di questo inizio d’estate sono evidenziate in modo abnorme, anche se i report giornalistici non trovano un gran riscontro nelle interviste che gli inviati speciali propongono ai passanti… Infatti, accade che, mentre il cronista enfatizza il caldo-che-c’è. il passante dice, con qualche ironia “Ma a fine giugno c’è sempre stato un gran caldo, fin da quando ero bambino,  e quindi bevo più acqua, sto all’ombra, vesto chiaro e leggero…”

Altro tema: i migranti: fanno notizia i 42 cristiani (o musulmani che siano) davanti a Lampedusa portati fin colà dalla ben poco eroica Carola Rackete, ma non fanno notizia le bestialità che dice Dimaio sull’Ilva di Taranto, sulle aziende della famiglia Benetton, su Whirlpool, e così via, e le fesserie che proferisce Salvini sulla flat tax e sui mini bot. Rovinose battute che, se non sia sapesse fin da ora che le cose comunque andranno avanti, cioè che l’Ilva continuerà e lavorare e che i mini bot non si faranno, né la flat tax, quantomeno in questo momento, ci sarebbe da preoccuparsi in modo drammatico.

Ma è fuffa, tutta fuffa, di politici più o meno in auge, sull’altalena del successo, che spariranno alla vista non appena ci sarà un risveglio, che ci sarà, come è vero che abbiamo un po’ di consapevolezza. Se volgo lo sguardo a sinistra trovo “cose sinistre”, e qui mi dolgo: Boldrini L., che dopo aver plaudito alla piccola e strana Thumberg ora s’è innamorata della cosiddetta “capitana”, e Zingaretti, incerto a tutto, e Delrio, sempre più immalinconito, dietro. Vada per Fratoianni che l’età e il look per fare u bellu guaglione de sinistra. E Calenda che si illude di essere di destra e di sinistra insieme. Aaah dimenticavo, c’è il dibattito sulla scomparsa della destra e della sinistra, bolso e stantio. Se la denominazione delle cose umane appartiene alla storia dei linguaggi, anche destra e sinistra nacquero storicamente circa dugentovent’anni fa ai tempi di Robespierre e Saint-Just, e quindi i valori sottesi dai due schieramenti possono cambiare nome, ma non sono scomparsi.

Competizione contro solidarietà, guadagno a ogni costo verso equilibrio tra business e umanesimo, finalità utilitarista contro finalismo morale. Vorrei dire che oggi destra e sinistra si possono coniugare con queste coppie di sintagmi concettuali.
E quindi non è vero che le due posizioni, le due sensibilità sono scomparse, ma vivono in modo diverso e in espressioni differenti.

Il mondo è diventato più piccolo, grazie all’innovazione tecnologica, all’evoluzione telematica e dei trasporti, e quindi possono non valere le distinzioni anche di solo pochi decenni fa. E’ indubbio che secoli di dominio colonialistico dell’occidente su gran parte del resto del mondo non si cancellano con un tratto di penna, né un certo tipo di dominio è scomparso: oggi il dominio si è ridefinito con altri tratti, delineati soprattutto dalla finanza globale e dai rapporti di forza tra le grandi nazioni, dagli USA alla Cina, dall’India alla Russia, dall’Europa, pur così frantumata, al Brasile e al Sudafrica.

Il vento va e poi ritorna, con questo breve verso poeticamente elegante, intitolava il suo libro lo scrittore russo, quasi significando che vi è un eterno ritorno delle cose, quasi come nell’induismo classico, in Platone, in Origene e in Nietzsche: ciò non significa che le storie si ripeteranno uguali a se stesse, ma condizioni analoghe, non identiche, porteranno a fenomeni simili, che permettono di studiare la storia come esperienza, e così evitare gli errori più clamorosi. Voglio dire: gli abitanti della terra non possono permettersi di continuare a vivere, con-vivere e lavorare come stanno facendo di questi tempi, ma debbono alzare lo sguardo per constatare i limiti di una visione del mondo superata e oramai dannosa.

Il filone giusto è quello della tutela di ogni equilibrio, sia ambientale, sia relata a una più equa divisione delle risorse nel mondo tra le varie nazioni, territori, continenti.

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