Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Mattutino

I monaci basiliani (San Basilio di Cesarea è l’autore della prima regola monastica della grande chiesa del IV secolo) utilizzavano lo schema qui a latere per la preghiera quotidiana, e il modello benedettino ne tenne conto, specie nelle clausure. Ogni tratto della notte e della giornata era buono per elevare al Signore la preghiera del cuore che iniziava spesso, soprattutto nella chiesa d’Oriente, con una bellissima giaculatoria cioè, da sua etimologia, un “dardo” (lat. iaculum) lanciato verso Dio: “Signore, Figlio di Dio Padre onnipotente, abbi pietà di me peccatore“.

Era non solo l’umile rivolgersi all’Incondizionato, ma anche  il riconoscimento del limite oggettivo e soggettivo dell’essere umano, della sua finitezza, della sua miseria, al contrario della iattanza che contraddistingue molto del pensare, del dire e dell’agire odierno sul web, sulla carta patinata dei magazine, in tv. Oggi sembra che l’uomo si sia fatto quasi omnipotente, vantandosi senza un minimo di umiltà della sua scienza, della sua tecnologia, della sua capacità di modificare il pianeta Terra e se stesso. Bene, benissimo i progressi della medicina, della biologia, della fisica, ma non tutto ciò che consentono di fare, è lecito fare, poiché vi sono dei limiti etici a parer mio insuperabili. Straordinario è il lavoro che è stato fatto sulla genetica animale e umana, e il poter usare le cellule staminali per guarire patologie gravi, ma non il loro utilizzo per modificare, ad esempio, il genere di un nascituro. Ottima cosa usare le risorse presenti sulla terra per migliorare la vita delle persone, ma non abusarne fino a danneggiare in modo speriamo non irreparabile l’ambiente stesso, che è come l’utero di una madre per il feto. L’ambiente e gli altri animali non vanno mitizzati, ma rispettati per il loro ruolo nell’equilibrio più generale. E qui mi rivolgo specialmente ai più accesi animalisti e vegani: cercate di vedere le cose a partire dall’umana autocoscienza, e non dal mero vivente, perché -per coerenza- dovremmo morire di fame, in quanto anche l’insalata geme e soffre quando viene raccolta. Non lasciare un cane in autostrada è bene, trattarlo come fosse un bambino è male.

E infine, l’uomo d’oggi non deve mai dimenticare di essere spesso solo un nano sulle spalle dei giganti del pensiero e della ricerca precedenti, da Platone e Aristotele a Cartesio e Galileo, Darwin, Einstein, Curie, Freud, Dirac etc., che hanno via via elaborato e corretto, sia pure in parte, il pensiero dei predecessori.

Al mattino vengono a volte questi pensieri, prima di andare al lavoro, o avendolo già iniziato “in remoto” via e-mail o watts app, tra le sei e le sette quando il silenzio ancora avvolge casa e le vie adiacenti, verso la grande campagna, che trascolora nell’autunno. Un bel merlo maschio è venuto a trovarmi mentre scrivo sul terrazzino verso il giardino interno, e osservo l’ulivo sempreverde che sbarbaglia i raggi del primo sole.

E poi vien l’ora della partenza per una delle aziende che seguo, quella che mi dà più “pensieri”, ma anche soddisfazioni, in questo periodo, il “fabbricone” di pizze della pedemontana, dove le persone (con l’aiuto del Padreterno) hanno fatto un miracolo, dieci giorni fa, cioè di farla ripartire due giorni dopo un devastante incendio.  Miracoli che può fare l’intelligenza, la dedizione, il cuore delle persone umane, dai proprietari a ogni dipendente, dirigente, quadro, impiegato o operaio che sia.

L’uomo può se vuole scavalcare montagne, esplorare territori sconosciuti, definire nuovi limiti a se stesso e alla forme organizzate, perché ha in dotazione una mente plastica e adatta ad affrontare le emergenze, anche quando sono tremende. Sono orgoglioso di fare parte anche di questo gruppo, dopo aver affrontato in anni precedenti gravi emergenze occupazionali, sempre risolte senza danni per le imprese e per i lavoratori.

E questo basta e avanza per darmi forza senso al mio agire, fin da questi pensieri mattutini, tra l’ulivo, un merlo maschio e il lavoro da fare.

Buona giornata a te caro lettore.

Impressioni d’ottobre

Parafrasando la gloriosa PFM (Premiata Forneria Marconi), che cantò settembre, il primo giorno d’ottobre merita un pensiero. Il risveglio più lento della domenica è accolto da un suono di campane, proveniente dal centro del paesone delle Terre di Mezzo, ma echeggia il suono di tanti anni fa, a casa dei miei, mia, in quel di Ravignano, come scriveva Ippolito Nievo ne Le confessioni di un italiano.

Mi torna alla mente, ecco la memoria, il ricordo, ed ecco per dove passa l’oggetto della memoria, per il “cuore” (ri-cor-do), l’arrivo di quelle domeniche autunnali, quando si andava a pranzo dalla nonna Catine, e c’era polenta e coniglio, e papà Pietro era ancora in Germania, e lo sarebbe stato fino ai primi di dicembre. Magari papà aveva appena scritto una lettera a mamma Gigia, e lei l’aveva portata dalla nonna, per leggerla insieme, tanto non c’erano dentro mai cose intime loro, ma sempre di tutti… e i bambini come stanno?, io e mia sorella Marina, che stava ancora bene.

A volte nel pomeriggio arrivavano cugini e cugine che oggi, anzi da qualche anno, ho perso di vista, ma funziona così, i parenti li perdi di vista se non hai da condividere nulla, mentre gli amici restano, così come gli amori veri, anche se declinati nel tempo in modo diverso.

Stavo dai nonni volentieri, e guardavo la nonna valutare il risultato della piccola vendemmia di merlot appena finita, duecento litri di ottimo rosso dal sapore mandorlato, che anch’io contribuivo a produrre, dalla vendemmia ai vari travasi, compresa la pigiatura, cui provvedevo a piedi nudi nel tino, insieme con nonno Dante. A proposito, ecco un legame con la mia bambina, che ha quel nome santificato nella Commedia divina dal Poeta sommo che a tutti noi insegna. Anzi, ricordo che verso i dieci o dodici anni ero già abbastanza forte e grande da sostituire nonna Catine nello spargimento del solfato di rame sulle viti a primavera con la pompa apposita, portata in spalla.

Le campane di stamattina poi mi riportano alla mente altri momenti di quegli anni giovanili, la Settimana santa con il loro silenzio e l’esplosione del Gloria pasquale, il mese di maggio e i suoi rinnovati tepori, le grandi festività post-pasquali come la Pentecoste, antica come il libro degli Atti scritto da san Luca, e il Corpus Domini, risalente al “miracolo di Bolsena” e alla “consulenza teologica” di  Tommaso d’Aquino, che aiutò il papa di allora, Urbano IV, a ricordare quel che era accaduto a quel sacerdote boemo incredulo, di nome Pietro da Praga, con una festività apposita. Era il 1264. Mi ricordano le festività natalizie, avvolte nel tepore delle cucine e delle case un poco dimesse del vecchio paese lontano da tutto. Il mio paese.

E talvolta andavo dalla zia Enrica, la sorella maggiore di mio padre, sposata a un benestante, che possedeva trecento campi friulani, circa cento ettari, il nobile Massimiliano Gattolini da Romans di Varmo, cui dovevo dare del “lei”, e chiamare “signor Zio”. Anche la zia si poteva fregiare così del titolo di “nobildonna” Enrica Pilutti Gattolini. A modo suo mi voleva bene, pur mantenendo quel distacco che oramai era fisiologicamente dovuto tra la sua nuova famiglia di possidenti e quella di origine, quella di mio padre operaio emigrante, una differenza di censo insuperabile. Mi faceva raccogliere e portare via le squisite pere e mele cadute, e per un periodo mi pagò anche delle lezioni di solfeggio. Non è mancata vecchia, perché beveva e fumava, e ricordo la grossa gatta siamese che teneva, diceva lei, per scaldarla, vicino al suo seno prosperoso. La sorte poi non è stata benigna con i suoi figli, i miei tre cugini, e con tutta l’avita famiglia.

Nel mio cortile, che allora vedevo tanto grande, con un gelso storto ed enorme al centro, con i miei amici facevamo giochi interminabili, finché le mamme non venivano a prenderci per la cena. E poi c’era il pollaio con oche anatre galline e ogni altro volatile commestibile ai tempi, senza tante storie di sicurezza alimentare. Le cosce d’oca messe via nel loro grasso bianco per l’inverno, una squisitezza.

E l’orto pieno di ottime verdure e frutta, lungo lungo, almeno cinquanta metri, che arrivava fino alla roggia in fondo, ora interrata, acque limpide dove ci si poteva anche lavare, e lo zio Aldo da Milano lo faceva volentieri, mentre la zia Anna, la zia “Nute”, se la tirava fumando sul portone con la Ada dei Nonis, che faceva impazzire me bambino, con le sue tette enormi, messe bene in vista dalla scollatura generosa. Non sapevo perché, ma così era a quell’età mia, forse inconsciamente memore della mamma. Poi i miei gusti sono un po’ cambiati, in tema.

E altri innumerevoli amici e conoscenti si affacciavano al mezzo portone sempre aperto di via Umberto I, 81, amici di papà Pietro, suor Vincenza che veniva a chiamare mia madre perché un’anziana aveva bisogno di una iniezione, don Aurelio per parlare della mia “vocazione” sacerdotale, che delusi ampiamente, ma poi, caro don Aurelio, che mi insegnò le prime parole di greco quando a sei sette anni chierichetto servivo il Mattutino della Settimana santa, son diventato anche teologo patentato, cioè professore dei corsi per diventare prete. Non prete, ma studioso delle Sacre scritture e di quanto si è scritto su di esse.

Da lì partivo adolescente per andare a scuola a Udine, al mitico liceo classico Stellini, la “scuèle dai siòrs“, la scuola dei signori, dicevano in paese, meravigliandosi che un ragazzo povero potesse frequentarla.

Quando poi son diventato una persona nota, molto mediatizzata, ero conteso in tutte le osterie per bevi un tai insieme. Così era nel tempo di Rivignano, in quegli anni, mesi, giorni del ricordo di questo primo giorno di ottobre, circa metà della mia vita passata con i piedi nell’erba.

E ora, che sono tornato con i piedi nell’erba, ringrazio l’Incondizionato Dio per la mia vita, e lo prego di dare salute e serenità a chi mi è caro, e anche agli altri umani di questo mondo.

Il paese delle mele

Echeggiando quasi il titolo di un vecchio film, che vedeva protagonista la allora giovanissima Sophie Marceau, iersera mi sono trovato a ricordare una amica scomparsa, anziana e intelligentissima, un’insegnante, una “maestra” vera di vita e di studio, nell’accezione più alta e aristotelica del termine, Marcella da Pantianicco, il “paese delle mele”. Il tempo delle mele è quello della gioventù, della scoperta, dei primi palpiti del sentimento amoroso, ma il paese delle mele è un locus animae, in mezzo alla campagna silenziosa delle Terre di Mezzo. Ne ho parlato così, a un pubblico attento, partecipe del ricordo e della memoria vera di una grande donna del Friuli.

Come vedete, se pure arrivato in ritardo per qualche mio limite attuale,  ho aderito molto volentieri a questa iniziativa che ricorda la carissima amica Marcella Cisilino, cui mi ha invitato Marisa Loszsach.

Ho conosciuto Marcella non molti anni fa, forse una quindicina, in occasione di un incontro culturale, e da quel momento si è creata una corrente empatica… e di un comune sentire su molte cose, che mi piace chiamare consentaneità, parola molto cara a un papa ingiustamente un poco dimenticato, Paolo VI.

Prima di tutto, quindi, come sempre accade nelle relazioni, vale la qualità della relazione stessa, non la frequenza e la quantità.

In seguito vi sono stati diversi incontri e dibattiti che ci ha visti compresenti, come quelli del Club Unesco di Udine, cara professoressa Capria D’Aronco…

E incontri a due, cui Marcella mi invitava per un aperitivo condito di argomenti sempre nuovi, in un tempo di banalizzazioni e di stereotipie mediatiche abbastanza infame.

Se dovessi dire tre termini che possono sintetizzare, a mio parere, il modo d’essere di Marcella, direi: curiosità inesauribile, onestà intellettuale, originalità nella ricerca, sui campi che la interessavano, ad esempio la musicologia, oltre alla saggistica, alla didattica e all’educazione dei ragazzi.

La curiosità si manifestava nella sua capacità di ascolto, oggi merce molto rara, e di interloquire con garbo sulle varie questioni, mai indulgendo alla vieta tuttologia oggi tanto di moda in tv, sul web e nelle occasioni socio-politiche della scena mediatica. Marcella avrebbe scosso la testa desolata ad ascoltare un Di Maio, cucciolo aspirante politico, e ora candidato a guidare il governo dal suo partito!, inventato ieri da un comico, confondere capitali di nazioni, date storiche e dire altre poco memorabili facezie, o il buonismo di certe cariche istituzionali (la terza magari, senza fare nomi?) che pretendono di farci allievi dei migranti come stile di vita… mentre mio padre emigrante per lavoro in Germania diventò un po’ tedesco, per modo di dire, ma restando friulano nel profondo, così come il senegalese deve rispettare le leggi italiane “diventando un po’ italiano”, ma restando senegalese nel profondo, finché il tempo delle generazioni future avrà fatto il suo corso.

Questa è la natura delle cose in un’antropologia sana.

O, aggiungo questa ultima, sempre immaginando Marcella in ascolto dell’avvocatessa campana che dice “i migranti forse non sanno che non devono stuprare (con un sottinteso pensiero di antropologia culturale che ammette lo stupro in quanto costume locale introiettato e piega un’etica elementare di rispetto della vita umana e della sua integrità, in nome di mere consuetudini arcaiche e tribali)”. Sarebbe come se noi friulani chiudessimo un occhio sulla quantità inenarrabile di incesti avvenuti fino a pochi decenni fa anche in nostre plaghe, forse discoste dai centri principali, ma sempre “nostre”.

L’onestà intellettuale di Marcella si manifestava nel suo radicale rifiuto di parlare di cose che non conosceva o di interloquire con chi le conosceva premettendo sempre un “forse”, oppure “non potrebbe essere che…”, o ancora “scusa se mi permetto, ma a me pare che…”, con un garbo gentile e nello stesso tempo naturalmente autorevole. La sua credibilità infatti si fondava su una fondamentale umiltà, che però non scivolava mai nella vieta falsa modestia, malattia morale molto diffusa in giro. Un esempio: so di persone abbastanza in vista a livello pubblico, che si sono scritte addosso un’autobiografia, dicono loro… spinti a farlo da amici che “dai scrivi qualcosa di te che hai fatto tante cose nella vita, dai…”, e ho in mente laici, e anche chierici, senza che ciò mi meravigli più di tanto. Infatti non penso che un sacramento in più dia la virtù, ma la penso come Aristotele e Tommaso d’Aquino, cioè che la virtù si nutre di comportamenti buoni, sani e costanti nel tempo, con l’aiuto di Dio, se si crede. La virtù è un “abito morale”, un costume buono consolidato nell’intelletto e nella volontà.

L’onestà nella ricerca di Marcella è misurabile nei suoi scritti. Io ho avuto da lei in dono, ad esempio, una originalissima e completa, anche se sintetica, Storia della notazione musicale, in cui lei spiega con poche essenziali didascalie e molti schemi la nascita della notazione musicale e del ben conosciuto pentagramma, nel plesso mediterraneo a partire dai modelli dei Greci. I Greci poetavano cantando e accompagnandosi con strumenti a corda, sia nella lirica sia nella tragedia con l’uso del coro. L’agile volumetto tratta poi dello sviluppo della notazione nella musica sacra, a partire dal Canto gregoriano (VI secolo d.C.) e dall’arte trobadorica italo-francese. Se si può dire un nome di quei tempi facciamo quello del probabile inventore del sonetto, Guido d’Arezzo.

Essendo poi io da un dodicennio il curatore dell’Agenda Friulana dell’editore Chiandetti, abbiamo ospitato almeno un paio di volte Marcella con suoi saggi di musicologia dedicati a stili e argomenti più vicini alla modernità.

E, da ultimo, permettetemi di dire una cosa: una decina di anni fa Marcella mi avvisò che si stava organizzando il Premio nazionale di poesia dedicato a Gioia Turoldo Malnis, nipote del padre David Maria. Lo vinsi con un sonetto che vi leggerò, dedicandolo qui ora a lei, che certamente ci ascolta da qualche “dove” Dio vuole.

Il titolo è: Mi sono familiari i lupi scuri

 

(lo trovate da qualche parte in questo sito, più indietro)

Missa solemnis K 337 e Coronation Mass K 317, di Wolfi, ho Mozart nella mia sera

Suona la English Chamber Orchestra diretta da Stephen Cleobury, canta il King’s College Choir di Cambridge. Non le ascoltavo da un paio d’anni. Ora lo spirito si eleva nella sera e nel Gloria. Gloria in excelsis, et in terra pax, et in corde meo pax et spes sit.

Sorrido. Laudamus te, benedicimus te, adoramus te, glorificamus te, gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam. Il contralto ricanta in melodia quanto il coro ha già proposto. Sono un privilegiato che posso sentire questa musica con le mie stagionate meravigliose Tannoy, nel silenzio della casa, da solo, si sta bene in solitudine, anzi nella solitarietà scelta, sapendo che molte persone, quelle giuste, ti vogliono bene.

Crucifixus etiam pro nobis, sub Pontio Pilato, passus, passus, passus et sepultus est. Morto per noi. Ma i violini…

Et resurrexit tertia die secundum scripturas…, certo che è risorto, eghèrthe, è stato risuscitato dalla Sua divinità benedetta e benedicente. Osanna in excelsis. Sia resa lode e gloria nelle altezze sideree indicibili, che parole umane cercano di inutilmente cantare, come Dante fece per tutti noi al modo umano.

Le voci del Coro di Cambridge sembrano provenire dai cori angelici dove l’armonia regna, e la pace e la giustizia vestita di armonia.

Cum Sancto Spiritu. Sembra la sintesi di tutta la bellezza del mondo, quella umana e quella divina, i paesaggi, le montagne, il verde della campagna, l’orizzonte del cielo e quello del mare. La musica proviene e promana da parti sconosciute, linguaggio ancestrale e sempre nuovo, non necessita di traduzioni o spiegazioni perché sta davanti e dentro di te, come una luce pura.

Il giovane Mozart è qui in casa mia, sedicenne come quando scrisse la Coronation Mass, e conversiamo, un po’ in latino e un po’ a gesti. Si è seduto sul vecchio divano, lui è piccolo rispetto a me e mi chiede che cosa faccio e come mai ho tante musiche sue, lì nei vecchi meravigliosi vinili, quasi cinquanta, e nei cd. Ma, mi dice, si sente meglio dai vinili, gli dico io, il suono è più caldo e vero.

Mi chiede il giovine Wolfi quanti dischi in vinile abbia, e gli rispondo circa mille. In silenzio li passa in rassegna, poi mi chiede chi era quella bella ragazza che usciva quando lui è entrato furtivamente a trovarmi, e se è lei che suona l’arpa celtica, che guarda con interesse. Mia figlia Bea suona l’arpa e canta, gli rispondo, chiedendogli se mai voglia ritornare, d’accordo con me, per ascoltarla a sua insaputa. Lei non vorrebbe mai, perché si schermisce sempre.

E così la sera è andata avanti, io e lui, mentre il buio scendeva quasi settembrino. Si stava anche in silenzio, ha voluto un tè e null’altro. Non aveva il parrucchino ma i suoi capelli castani e il suo naso ben pronunciato. Gli ho chiesto dell’imperatore Giuseppe II e mi ha detto che è un brav’uomo intelligente, molto più del vescovo di Salisburgo Colloredo, di cui il padre Leopold era servo.

A un certo punto si è un poco immalinconito, perché doveva andare via, e affrontare un lungo viaggio fino a Vienna, dove lo aspettava Leopold. Io lo avrei trattenuto per la notte e anche per domani, domenica, magari per parlare ancora e fare una passeggiata insieme.

Non ha voluto, anzi si è alzato perché ha sentito il nitrito dei cavalli che arrivavano fuori del mio portone. Gli ho dato la mano e lui me l’ha stretta nella sua manina adolescente, sorridendomi prima di andarsene.

Tu forse, caro lettore, penserai che io sia impazzito… ebbene sì, di queste gioie che stanno in mezzo al resto della vita, grato all’Eterno Padre che provvede a tutto, a Mozart e anche a me, nella notte che viene.

Interludi filosofici

Oggi nell’ineguagliabile Firenze, all’Assemblea nazionale di Phronesis, l’Associazione italiana dei Filosofi “pratici”, e tra un mese e mezzo, l’8 luglio,  a Berceto di Parma, in buona compagnia di pensatori insigni come Boncinelli, Cacciari e Galimberti, in qualità di relatore al Primo Festival Nazionale della Coscienza.

Sono interludi filosofici per la sanità mentale. La mia, e non solo. Perché l’esercizio filosofico è sempre ascesi, è sempre musica, sempre poesia. Ascesi come sacri-ficio, un rendere-sacro-ciò-che-si-fa operando con il pensiero e la riflessione razionale, accettando e dominando, per quanto possibile, le emozioni; musica come infinito dipanarsi del suono, parola, significato e senso del dire quello che si può dire del pensato, ma mai del tutto e totalmente, ché il pensato deborda, sovrabbonda ai limiti dell’indicibile; poesia, come costruzione di nuovi percorsi del sensibile emotivo tramite la parola, in tutte le sue declinazioni, come luogo della metafora implicita, luogo della creazione della comunicazione e della relazione intersoggettiva, tra esseri umani. Ascesi, musica e poesia, a contorno e supporto della filosofia come habitus,  ambiente nel quale ci si dà il tempo per pensare. Ah quanto tempo si dovrebbe dedicare al pensiero! All’uso del pensiero e alla sua traduzione in parole, proprio in tempi nei quali l’uno e le altre non sono curate più di tanto, in cui vagolano in libertà apparente, e schiavitù reale della superba ignoranza.

Ogni pensiero, anche quello di non-pensare, è un moto proprio interiore che ci trascende. La nostra umanità, anzi il grado della nostra umanità si manifesta quando riusciamo a tra-durlo in parole, senza tra-dirlo più di tanto. Ma vi è di più: siamo più umani quando riusciamo a non-pensare e a dire il male, giudizi affrettati, insulti, offese sanguinose e immeritate all’altro, quando riusciamo a non definire l’altro con titoli e termini di condanna.

Siamo più umani quando riflettiamo e riusciamo a trasmettere il senso dell’infinito procedere del nostro tempo umano e del cambiamento, e li accettiamo come costitutivi del senso delle nostre vite, quando accogliamo il transeunte e il precario, il volto nuovo e un lavoro nuovo, una nuova casa e una nuova amicizia o amore.

Siamo più umani quando non ci crogioliamo sulle sicurezze acquisite, sulle certezze che ci sembrano indispensabili, e invece non lo sono, perché ogni vita è itinerario, processo, gradualità, scoperta, cosicché la fissità del posseduto e del certo diventa ostacolo alla crescita e alla comprensione del mondo e degli altri.

Siamo più umani quando ci accettiamo nel nostro limite, sempre da ricercare e accettare al suo manifestarsi, credendo fermamente che ce la possiamo fare in questa indagine infinita.

Ecco, caro lettor di questa domenica di maggio e oltre, a che cosa serve la filosofia, e perché questi interludi sono salubri per la mente e per il cuore.

Ovunque tu sia, chiunque tu sia, ti auguro ogni bene, e anche di accompagnarmi silenziosamente, o anche scrivendomi se vuoi, in questa diuturna meravigliosa esplorazione del senso delle cose e del senso della vita.

A love supreme, il male e l’inesistente

Caro lettor paziente,

John Coltrane nella mia giovinezza, insieme con Miles Davis, Mc Coy Tyner e altri, del free iazz, nobilissimi. “I will do all I can to be worthy of Thee O Lord./ It all has to do with it./ Thank you God (…) God Breathes through us so completely,/ so gently we hardly feel it, yet,/ it is our everything./ Thank you, God./ … Scriveva Coltrane.

Un amore supremo, cantava e canta per sempre con il suo meraviglioso sax, quando forse ormai il male supremo lo stava portando via nei secondi ’60. Lo ascoltavo alternandolo a volta con Chet Baker, specie quando mi prendeva un’inspiegabile melanconia e allora la tromba discreta dell’uomo bianco duettava nella mia anima con il sassofono del nero.

Avevo bisogno di ascoltare quei suoni rarefatti, finché non mi rasserenavo, e allora non c’era che Solea, Miles Davis dal vivo a Montreux con Quincy Jones. Le note dei solisti si connettevano a sentimenti miei, reconditi e gelosi, togliendo il marùm dei miei giovani anni, il fiottare dell’ansia, e ancora, che è passato tempo, ancora. Ora per diverse ragioni e stagioni, ora. Ma la musica, un doppio pregare della creatura, mi accompagna. Il vento si è fermato tra le foglie, come il fermarsi del vecchio efficiente vinile che ascolto, dopo averlo ripulito con cura. Come se stessi coccolando la mia anima spirituale, o l’anima di chiunque abbia bisogno di me, a guisa di guida alpina, capace di trovare una traccia del sentiero, prima confuso e ora forse rischiarato, almeno un poco.

La musica è più potente di ogni parola, perché si intrattiene tra le pause, è figlia del silenzio, e non si traduce. La musica trasforma il senso dello stare-al-mondo, lo avvolge, gli dà una trasparenza e una speranza. Anche il Requiem di Mozart o quello di Verdi, lo Stabat mater del giovine Pergolesi, il Nunc dimittis di Haendel e la Messa in Si minore del Kantor di Lipsia.

E Otis Redding sussurrante The dock of the bay, scritta prima dell’ultimo volo sul lago.

Sembra a volte essere armonia di sfere altissime, celesti, coro di angeli, mentre l’umanità si arrabatta o dà anche il peggio di sé.

Ho sentito il presidente Mattarella, non so se male imbeccato, dire una cosa sbagliata dopo il rogo di Centocelle, dopo la morte di Elizabeth, Francesca e Angelica… che si è trattato di un “atto al di sotto del genere umano“. No, Presidente, è un atto dell’uomo, ma dis-umano. L’uomo può fare cose così e le fa, così come può commentare sul web “Tre zingari in meno“. Il male costituisce in qualche parte l’uomo, è nell’uomo, come scelta di rifiuto del bene, come egocentrismo egolatrico, come ignoranza colpevole, come crudeltà, come freddezza, inganno, an-empatia, odio, vendetta,  come umanità irredenta.

A love supreme canta John Coltrane e altri umani vomitano l’indicibile, questo è il concerto talora stonato del mondo, cui dobbiamo attenzione, cura quotidiana, ascolto, condanna, sanzione, con lo studio, la riflessione, il lavoro, la preghiera.

Ma c’è anche un altro estremo che voglio cantare, malinconicamente. Il canto di Coltrane sta di fronte al suo contrario come l’ente sta di fronte al ni-ente, come l’essere sta al nulla. Se il canto di Coltrane è l’esistente, nella foschia lontana si intravede l’inesistente, che è tale solo perché non si vuole ammettere che esiste. E così, come ogni ente ha il suo nulla-di-ente, così ogni esistente ha il suo contrario, che esiste anche di più: apparente contraddizione solo per il senso comune, ma lineare nozione metafisica. Ebbene: anche se io stesso posso risultare in-esistente per alcuni, dichiaro che exsisto, eccome, per la gloria di Dio e del canto d’amore supremo di John Coltrane.

Balaustrata di brezza/ per appoggiare/ la mia/ malinconia.” (G. Ungaretti)

E la vita continua sai che continua e gioca con noi

IN MUART DAL FRADI

Gòtin i cops/ Su la rudìne,/ Plòe di dicembre./ Sgrignôli claps davòur di ì,/ Chiâf bas, cidìne:/ Vot di chel mês tàncj àis fa/ Si soteràve il prin./ Il timp,/ Cul frêt e cu L’estât al passe.

Friul.: in morte del fratello; la lirica è in lingua friulana nella parlata rivignanese

 Trad. dal friulano: gocciano i coppi/ sulla ghiaia/pioggia decembrina//sgrano i sassi/dietro a lei/testa bassa zitta//otto di quel mese/tanti anni fa/si seppelliva il primo//il tempo/col freddo e con l’estate/passa

 

Gelsi contro la mattina azzurra/ Voci di mattinieri uccelli/ “Niente più della gioventù/ Mi è caro“/ Ovunque vada/ Il tempo cinge con diademi la ventura/ E il gioco/ Rapidi gli anni sfumano/ Larghi silenzi stremano le ore/ I pomeriggi/ La luna/ I fili vermigli de l’amore/ In lontane regioni/ Del cuore.

 

Blues

Le bende sul dolore sono strette/ Le acque hanno sapore/ Occhi furtivi guatano le ombre/ Incombono parole/ Resta il disegno del crepuscolo/ Adombrati sogni/ Rombano frane in fondo al mondo/ Piogge asciugate/ Onde tracimano le divelte briglie/ Cuore

 

E’ un remoto saluto dell’autunno prossimo/ Oggi il vento levatosi all’alba/ Come uno struggimento di stagione/ Cuore mio risoluto

Ora ascolti il pulsare /Come un trotto sul selciato/ Della vita interna dei corpi e de l’amore,

Verità dell’anima aperta e muta,/ Verità del sentire incontrastabile,/ Come il primissimo istante.

 

Tra Ulisse e Narciso/ Uomo e donna al mondo/ Qui mettendo in conto/ La ricerca quotidiana e lo sbalordimento/ E il mistero labirintico/ Dell’essere/ E i nomi dell’amore/ E ciò che sia felicità/ E ciò che sia dolore/ E ciò che siamo noi/ E ciò che diveniamo/ Noi che siamo/ Contenitore infinito/ E necessario/ In questa vita/ E oltre

 

Che dire se non che l’Uno, l’Unità del Tutto viene prima del Vero, ma il Vero precede il Bello e il Buono, in questa vita e oltre…

(Caro Lettor mio, solo una piccola anteprima de l’Antologia delle eterne Stagioni, di prossima pubblicazione)

non corsa, ma viaggio

Oramai primavera è nell’aria. Compleanno della nonna Catine, la mamma di Gigia, mia madre, andata via a ottantacinque anni nell”80. Da un angolo della finestra le verdargentee foglie dell’ulivo vibrano quasi, al soffio di un lieve vento dell’est. Ancora una volta la stagione si rinnova, e tornano gli odori della terra smossa, dell’erba bagnata da un piovasco, e i voli di uccelli mattutini. Tra poco sarò per strada in compagnia del fruscio noto delle ruote e dell’ingranaggio cambio-pedaliera.

Vento contrario mi avversa da est, come parvenza di burian, ma si va. Non posso (non voglio) girare la prora verso orizzonti a favore di vento.

Prefiero continuar sulla strada senza forzare, incline al viaggio più che alla corsa. La corsa è un anelito alla meta, è una gara, un agone nel quale si dispongono le forze, anche fino a morirne: infatti agone e agonia hanno la stessa radice. No. Mi dispongo al viaggio, che è un andare, anche senza la meta da raggiungere, ché conta il percorso, la perduranza della strada, gli orizzonti diversi dietro a ogni curva.

Il viaggio copre la distanza, anche se il punto di partenza rispetto a quello estremo, grazie alla rotazione della terra, specie se indirizzi la prora verso est, ti ritrovi più a ovest, ché la terra ruota su se stessa  a quasi duemila chilometri all’ora. Tu vai a trenta verso est e ti ritrovi dopo un’ora a millenovecento chilometri a ovest. Per questo non comprendo l’ansia di molti per viaggi esotici, da raccontare nei pranzi, agli “amici”, sperando nell’invidia malcelata di questi. Ah Signor,  come nonmenefreganulla!

Io viaggio con le sole mie forze, senza voler vincere alcuna battaglia, solo quella con la brezza di primavera che mi coglie improvvisa di lato o davanti, come un muro di solido vento. Caro amico che leggi, non ti conosco, ma condivido con te la fermata, il silenzio, il pensiero sul tempo che passa, sul transito delle nostre vite, e questo ci accomuna, umani entrambi, allegri e tristi, stanchi e pieni di forza, caro amico che leggi.

E ancora: la vita non corre in discesa, come la strada prescelta questa mattina di foglie vibranti, di acque, di pezzi di cielo tra nubi più alte e bianche. La vita continua a salire, impercettibile, come il sentiero sul crinale del monte, come il cammino della serpe su un sasso, come il volo dell’aquila beata sulla cresta di confine.

E ringrazio ancora chi mi ha predisposto al viaggio, con la forza nelle mie caviglie magre e nei glutei che tengono insieme la gamba e il suo ritmo. Cedevole alla vita e duro nel vivere, così come si deve.

Il mio sentiero è di sassi e asfalto, di ansie e silenzi, ma è giusto e vero, e quindi è bello e anche buono, nonostante il dolore e la distanza, nonostante. Cioè anche se nulla osta, o qualcosa osta.

Il Concerto n. 5 per pianoforte e orchestra in Mi bemolle maggiore di Ludwig van Beethoven, finalmente!

Arturo Benedetti Michelangeli al pianoforte e i Berliner Philarmoniker, il concerto “Imperatore” dedicato da Beethoven all’arciduca Rodolfo Giovanni d’Asburgo, prende alla gola e ai visceri, almeno me, da quando ero ragazzo e comprai quel vinile, ancora vivo nella mia collezione. Ho anche un’esecuzione di Maurizio Pollini e direttore Karl Boehm. Composto verso il 1810, fu eseguito per la prima volta a Lipsia e l’anno successivo a Vienna. Finalmente lo riascolto dopo un tempo troppo lungo.

Dura quasi tre quarti d’ora ed è in tre movimenti: Allegro/ Adagio un poco mosso (in si maggiore)/ Rondò: Allegro.

Non so dire cose tecniche né fare un’esegesi musicale, ma so che è complesso e pieno di pathos, pieno di virtuosismi mai fine a se stessi, ma essenziali nel sottolineare il movimento massiccio dell’orchestra, e qui parlo del pianoforte.

Mi chiedo che impressione avrebbe avuto Beethoven se ai suoi tempi avesse avuto a disposizione uno Steinway o un Fazioli da Sacile, chissà… come avrebbe proposto la melodia di dolcezza sublime dell’Adagio, con il prolungamento della nota impossibile per i limiti degli strumenti del suo tempo. Musica gioiosa e insieme evocativa, romantica nella sua potente e trascinante vibrazione.

Riascoltando il concerto mi viene in mente tutto il tempo passato dalle prime scoperte musicali, all’acquisto delle casse Tannoy, e il “grande nero” Sansui, poi sostituito da un Pioneer, e la piastra Yamaha a trazione diretta, e non dico qui quanto mi dissanguarono, che sono ancora vive e suonano come “essere in una sala da concerto”. Le mie priorità fin dai vent’anni erano queste, la bellezza delle cose, della musica, dei paesaggi, l’unicità delle persone, il loro mistero il loro destino.

Mio padre ancora vigoroso ascoltava nella stanza di là le mie musiche e ogni tanto mi chiedeva di chi erano. Conosceva Verdi e Rossini, non tanto i grandi tedeschi, forse un po’ Mozart. Quando poi passavo al rock e al blues, con Otis Redding e Jimi Hendrix, e i Cream, con l’introvabile Wheels of fire, e i Chicago al Fillmore West, un quadruplo dal vivo che ancora mi offrono cinquecento euro per averlo, interveniva mia madre e mi chiedeva di abbassare il volume. Beati tempi, visti con gli occhi di oggi, ma beati anche i tempi di oggi che hanno questi occhi, ancora più affinati nel guardare, nel cogliere, forse, con sguardi più profondi la verità delle cose e delle persone.

E la musica continua come la vita e suona con noi, il nostro ritmo interiore il nostro bilancio energetico permettendo… e ogni giorno un miracolo questo essere al mondo, e non no, questo conoscere quanto si può, questo amare come si può, questo respirare profondo e guardare la cerchia dei monti dalla pianura o nella pedemontana dove spesso si lavora.

E mi vien gratitudine, ancora, per chi mi ha voluto e mi ha portato alla vita, quei due che son mancati anni fa, eppur son presenti, ogni giorno che passa, nel mio cuore, le ultime loro parole presenti nel mio tempo, che è l’unico tempo del mondo.

Il paese degli angeli

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

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Due sotto zero, sono arrivato a Tramonti di Sotto per il tortuoso lungolago, nella sera che scende già dopo le quattro e mezza del pomeriggio, dalle montagne scure.

Il borgo è avvolto da un silenzio alto, e le stelle stanno a guardare, luminose. Da Marianna ci sono i musicanti insigni. Io parlo par furlan a  una platea di avventori, e mi sento dentro il loro mondo, quasi del tutto. Prima ero andato verso la locanda a bere qualcosa di caldo e poi avevo indugiato per la vie a guardare gli angeli dei presepi illuminati, nella notte incombente.

Il sindic ci dice che deve andare alla fieste dal stramp, la festa dello strambo, come se non fosse strambo ciascuno di noi, ma non lo ammettiamo volentieri. Invece in Val Tramontina non si fanno problemi.

La verità delle cose appare a chi la sa e la vuole guardare, nel tempo che passa. Molti vivono sopra la superficie delle cose, aspirando a multiproprietà, a sciare in località alla moda, andando dove la quota è alta, sul mare.

Tramonti non supera i seicento metri, eppure è un luogo dove lo spirito si può riposare come nelle Valli favolose.  Non c’è molta gente in giro e quelli che sono si accontentano, cioè sono-contenti del luogo dove sono nati e dove vivono. Non cercano mondane stagioni e ambienti di prestigio, secondo i codici del mondo. Gli piace la Valle antica dei tramonti e le montagne selvagge che la circondano, con nomi remoti, il Cornaget, il Resettum, il Raut, che si affaccia alla pianura come bastione altissimo, duemila metri e passa, milleduecento sopra la strada della Palla Barzana, che porta nei borghi delle meraviglie, a Andreis, Poffabro, Frisanco.

Nell’osteria si fanno vicini i valligiani, pochi quando discorro del libro, le parole sono sempre ardue, di più quando i menestrelli aprono il torrente cristallino della musica. La musica si confonde con i visceri, con i precordi della vita semplice. Vecchie melodie si diffondono dai piccoli altoparlanti e gli astanti iniziano il canto, insieme, in coro, quasi a squarciagola, mentre la Claudia Grimaz sorride con gesto antico di cantatrice, e Loris muove le dita rapido, sulla chitarra. L’ultimo pezzo che ascolto, prima di tornare, è Sirio, storia di una nave di emigranti italiani inabissatasi nell’Oceano mare ai primi del Novecento. Le storie si ripetono, non nuove quelle del Mediterraneo attuale. Chi fugge va e la vita, a volte, se ne va.

Ascolto al ritorno il vecchio pezzo di Califano, Minuetto, canta Domenica Bertè, o in arte Mia Martini. Infine la vita è semplice: andare fino a Tramonti, bere un bicchiere di rosso, parlare dieci minuti di un libro bello, quasi oramai classico, mettersi lì, a occhi socchiusi, in ascolto della musica, mentre la notte viene e la vita continua e gioca con noi, mentre il vento e il fiume ti aspettano oltre la macchia oscura del bosco.

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