Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Interludi filosofici

Oggi nell’ineguagliabile Firenze, all’Assemblea nazionale di Phronesis, l’Associazione italiana dei Filosofi “pratici”, e tra un mese e mezzo, l’8 luglio,  a Berceto di Parma, in buona compagnia di pensatori insigni come Boncinelli, Cacciari e Galimberti, in qualità di relatore al Primo Festival Nazionale della Coscienza.

Sono interludi filosofici per la sanità mentale. La mia, e non solo. Perché l’esercizio filosofico è sempre ascesi, è sempre musica, sempre poesia. Ascesi come sacri-ficio, un rendere-sacro-ciò-che-si-fa operando con il pensiero e la riflessione razionale, accettando e dominando, per quanto possibile, le emozioni; musica come infinito dipanarsi del suono, parola, significato e senso del dire quello che si può dire del pensato, ma mai del tutto e totalmente, ché il pensato deborda, sovrabbonda ai limiti dell’indicibile; poesia, come costruzione di nuovi percorsi del sensibile emotivo tramite la parola, in tutte le sue declinazioni, come luogo della metafora implicita, luogo della creazione della comunicazione e della relazione intersoggettiva, tra esseri umani. Ascesi, musica e poesia, a contorno e supporto della filosofia come habitus,  ambiente nel quale ci si dà il tempo per pensare. Ah quanto tempo si dovrebbe dedicare al pensiero! All’uso del pensiero e alla sua traduzione in parole, proprio in tempi nei quali l’uno e le altre non sono curate più di tanto, in cui vagolano in libertà apparente, e schiavitù reale della superba ignoranza.

Ogni pensiero, anche quello di non-pensare, è un moto proprio interiore che ci trascende. La nostra umanità, anzi il grado della nostra umanità si manifesta quando riusciamo a tra-durlo in parole, senza tra-dirlo più di tanto. Ma vi è di più: siamo più umani quando riusciamo a non-pensare e a dire il male, giudizi affrettati, insulti, offese sanguinose e immeritate all’altro, quando riusciamo a non definire l’altro con titoli e termini di condanna.

Siamo più umani quando riflettiamo e riusciamo a trasmettere il senso dell’infinito procedere del nostro tempo umano e del cambiamento, e li accettiamo come costitutivi del senso delle nostre vite, quando accogliamo il transeunte e il precario, il volto nuovo e un lavoro nuovo, una nuova casa e una nuova amicizia o amore.

Siamo più umani quando non ci crogioliamo sulle sicurezze acquisite, sulle certezze che ci sembrano indispensabili, e invece non lo sono, perché ogni vita è itinerario, processo, gradualità, scoperta, cosicché la fissità del posseduto e del certo diventa ostacolo alla crescita e alla comprensione del mondo e degli altri.

Siamo più umani quando ci accettiamo nel nostro limite, sempre da ricercare e accettare al suo manifestarsi, credendo fermamente che ce la possiamo fare in questa indagine infinita.

Ecco, caro lettor di questa domenica di maggio e oltre, a che cosa serve la filosofia, e perché questi interludi sono salubri per la mente e per il cuore.

Ovunque tu sia, chiunque tu sia, ti auguro ogni bene, e anche di accompagnarmi silenziosamente, o anche scrivendomi se vuoi, in questa diuturna meravigliosa esplorazione del senso delle cose e del senso della vita.

A love supreme, il male e l’inesistente

Caro lettor paziente,

John Coltrane nella mia giovinezza, insieme con Miles Davis, Mc Coy Tyner e altri, del free iazz, nobilissimi. “I will do all I can to be worthy of Thee O Lord./ It all has to do with it./ Thank you God (…) God Breathes through us so completely,/ so gently we hardly feel it, yet,/ it is our everything./ Thank you, God./ … Scriveva Coltrane.

Un amore supremo, cantava e canta per sempre con il suo meraviglioso sax, quando forse ormai il male supremo lo stava portando via nei secondi ’60. Lo ascoltavo alternandolo a volta con Chet Baker, specie quando mi prendeva un’inspiegabile melanconia e allora la tromba discreta dell’uomo bianco duettava nella mia anima con il sassofono del nero.

Avevo bisogno di ascoltare quei suoni rarefatti, finché non mi rasserenavo, e allora non c’era che Solea, Miles Davis dal vivo a Montreux con Quincy Jones. Le note dei solisti si connettevano a sentimenti miei, reconditi e gelosi, togliendo il marùm dei miei giovani anni, il fiottare dell’ansia, e ancora, che è passato tempo, ancora. Ora per diverse ragioni e stagioni, ora. Ma la musica, un doppio pregare della creatura, mi accompagna. Il vento si è fermato tra le foglie, come il fermarsi del vecchio efficiente vinile che ascolto, dopo averlo ripulito con cura. Come se stessi coccolando la mia anima spirituale, o l’anima di chiunque abbia bisogno di me, a guisa di guida alpina, capace di trovare una traccia del sentiero, prima confuso e ora forse rischiarato, almeno un poco.

La musica è più potente di ogni parola, perché si intrattiene tra le pause, è figlia del silenzio, e non si traduce. La musica trasforma il senso dello stare-al-mondo, lo avvolge, gli dà una trasparenza e una speranza. Anche il Requiem di Mozart o quello di Verdi, lo Stabat mater del giovine Pergolesi, il Nunc dimittis di Haendel e la Messa in Si minore del Kantor di Lipsia.

E Otis Redding sussurrante The dock of the bay, scritta prima dell’ultimo volo sul lago.

Sembra a volte essere armonia di sfere altissime, celesti, coro di angeli, mentre l’umanità si arrabatta o dà anche il peggio di sé.

Ho sentito il presidente Mattarella, non so se male imbeccato, dire una cosa sbagliata dopo il rogo di Centocelle, dopo la morte di Elizabeth, Francesca e Angelica… che si è trattato di un “atto al di sotto del genere umano“. No, Presidente, è un atto dell’uomo, ma dis-umano. L’uomo può fare cose così e le fa, così come può commentare sul web “Tre zingari in meno“. Il male costituisce in qualche parte l’uomo, è nell’uomo, come scelta di rifiuto del bene, come egocentrismo egolatrico, come ignoranza colpevole, come crudeltà, come freddezza, inganno, an-empatia, odio, vendetta,  come umanità irredenta.

A love supreme canta John Coltrane e altri umani vomitano l’indicibile, questo è il concerto talora stonato del mondo, cui dobbiamo attenzione, cura quotidiana, ascolto, condanna, sanzione, con lo studio, la riflessione, il lavoro, la preghiera.

Ma c’è anche un altro estremo che voglio cantare, malinconicamente. Il canto di Coltrane sta di fronte al suo contrario come l’ente sta di fronte al ni-ente, come l’essere sta al nulla. Se il canto di Coltrane è l’esistente, nella foschia lontana si intravede l’inesistente, che è tale solo perché non si vuole ammettere che esiste. E così, come ogni ente ha il suo nulla-di-ente, così ogni esistente ha il suo contrario, che esiste anche di più: apparente contraddizione solo per il senso comune, ma lineare nozione metafisica. Ebbene: anche se io stesso posso risultare in-esistente per alcuni, dichiaro che exsisto, eccome, per la gloria di Dio e del canto d’amore supremo di John Coltrane.

Balaustrata di brezza/ per appoggiare/ la mia/ malinconia.” (G. Ungaretti)

E la vita continua sai che continua e gioca con noi

IN MUART DAL FRADI

Gòtin i cops/ Su la rudìne,/ Plòe di dicembre./ Sgrignôli claps davòur di ì,/ Chiâf bas, cidìne:/ Vot di chel mês tàncj àis fa/ Si soteràve il prin./ Il timp,/ Cul frêt e cu L’estât al passe.

Friul.: in morte del fratello; la lirica è in lingua friulana nella parlata rivignanese

 Trad. dal friulano: gocciano i coppi/ sulla ghiaia/pioggia decembrina//sgrano i sassi/dietro a lei/testa bassa zitta//otto di quel mese/tanti anni fa/si seppelliva il primo//il tempo/col freddo e con l’estate/passa

 

Gelsi contro la mattina azzurra/ Voci di mattinieri uccelli/ “Niente più della gioventù/ Mi è caro“/ Ovunque vada/ Il tempo cinge con diademi la ventura/ E il gioco/ Rapidi gli anni sfumano/ Larghi silenzi stremano le ore/ I pomeriggi/ La luna/ I fili vermigli de l’amore/ In lontane regioni/ Del cuore.

 

Blues

Le bende sul dolore sono strette/ Le acque hanno sapore/ Occhi furtivi guatano le ombre/ Incombono parole/ Resta il disegno del crepuscolo/ Adombrati sogni/ Rombano frane in fondo al mondo/ Piogge asciugate/ Onde tracimano le divelte briglie/ Cuore

 

E’ un remoto saluto dell’autunno prossimo/ Oggi il vento levatosi all’alba/ Come uno struggimento di stagione/ Cuore mio risoluto

Ora ascolti il pulsare /Come un trotto sul selciato/ Della vita interna dei corpi e de l’amore,

Verità dell’anima aperta e muta,/ Verità del sentire incontrastabile,/ Come il primissimo istante.

 

Tra Ulisse e Narciso/ Uomo e donna al mondo/ Qui mettendo in conto/ La ricerca quotidiana e lo sbalordimento/ E il mistero labirintico/ Dell’essere/ E i nomi dell’amore/ E ciò che sia felicità/ E ciò che sia dolore/ E ciò che siamo noi/ E ciò che diveniamo/ Noi che siamo/ Contenitore infinito/ E necessario/ In questa vita/ E oltre

 

Che dire se non che l’Uno, l’Unità del Tutto viene prima del Vero, ma il Vero precede il Bello e il Buono, in questa vita e oltre…

(Caro Lettor mio, solo una piccola anteprima de l’Antologia delle eterne Stagioni, di prossima pubblicazione)

non corsa, ma viaggio

Oramai primavera è nell’aria. Compleanno della nonna Catine, la mamma di Gigia, mia madre, andata via a ottantacinque anni nell”80. Da un angolo della finestra le verdargentee foglie dell’ulivo vibrano quasi, al soffio di un lieve vento dell’est. Ancora una volta la stagione si rinnova, e tornano gli odori della terra smossa, dell’erba bagnata da un piovasco, e i voli di uccelli mattutini. Tra poco sarò per strada in compagnia del fruscio noto delle ruote e dell’ingranaggio cambio-pedaliera.

Vento contrario mi avversa da est, come parvenza di burian, ma si va. Non posso (non voglio) girare la prora verso orizzonti a favore di vento.

Prefiero continuar sulla strada senza forzare, incline al viaggio più che alla corsa. La corsa è un anelito alla meta, è una gara, un agone nel quale si dispongono le forze, anche fino a morirne: infatti agone e agonia hanno la stessa radice. No. Mi dispongo al viaggio, che è un andare, anche senza la meta da raggiungere, ché conta il percorso, la perduranza della strada, gli orizzonti diversi dietro a ogni curva.

Il viaggio copre la distanza, anche se il punto di partenza rispetto a quello estremo, grazie alla rotazione della terra, specie se indirizzi la prora verso est, ti ritrovi più a ovest, ché la terra ruota su se stessa  a quasi duemila chilometri all’ora. Tu vai a trenta verso est e ti ritrovi dopo un’ora a millenovecento chilometri a ovest. Per questo non comprendo l’ansia di molti per viaggi esotici, da raccontare nei pranzi, agli “amici”, sperando nell’invidia malcelata di questi. Ah Signor,  come nonmenefreganulla!

Io viaggio con le sole mie forze, senza voler vincere alcuna battaglia, solo quella con la brezza di primavera che mi coglie improvvisa di lato o davanti, come un muro di solido vento. Caro amico che leggi, non ti conosco, ma condivido con te la fermata, il silenzio, il pensiero sul tempo che passa, sul transito delle nostre vite, e questo ci accomuna, umani entrambi, allegri e tristi, stanchi e pieni di forza, caro amico che leggi.

E ancora: la vita non corre in discesa, come la strada prescelta questa mattina di foglie vibranti, di acque, di pezzi di cielo tra nubi più alte e bianche. La vita continua a salire, impercettibile, come il sentiero sul crinale del monte, come il cammino della serpe su un sasso, come il volo dell’aquila beata sulla cresta di confine.

E ringrazio ancora chi mi ha predisposto al viaggio, con la forza nelle mie caviglie magre e nei glutei che tengono insieme la gamba e il suo ritmo. Cedevole alla vita e duro nel vivere, così come si deve.

Il mio sentiero è di sassi e asfalto, di ansie e silenzi, ma è giusto e vero, e quindi è bello e anche buono, nonostante il dolore e la distanza, nonostante. Cioè anche se nulla osta, o qualcosa osta.

Il Concerto n. 5 per pianoforte e orchestra in Mi bemolle maggiore di Ludwig van Beethoven, finalmente!

Arturo Benedetti Michelangeli al pianoforte e i Berliner Philarmoniker, il concerto “Imperatore” dedicato da Beethoven all’arciduca Rodolfo Giovanni d’Asburgo, prende alla gola e ai visceri, almeno me, da quando ero ragazzo e comprai quel vinile, ancora vivo nella mia collezione. Ho anche un’esecuzione di Maurizio Pollini e direttore Karl Boehm. Composto verso il 1810, fu eseguito per la prima volta a Lipsia e l’anno successivo a Vienna. Finalmente lo riascolto dopo un tempo troppo lungo.

Dura quasi tre quarti d’ora ed è in tre movimenti: Allegro/ Adagio un poco mosso (in si maggiore)/ Rondò: Allegro.

Non so dire cose tecniche né fare un’esegesi musicale, ma so che è complesso e pieno di pathos, pieno di virtuosismi mai fine a se stessi, ma essenziali nel sottolineare il movimento massiccio dell’orchestra, e qui parlo del pianoforte.

Mi chiedo che impressione avrebbe avuto Beethoven se ai suoi tempi avesse avuto a disposizione uno Steinway o un Fazioli da Sacile, chissà… come avrebbe proposto la melodia di dolcezza sublime dell’Adagio, con il prolungamento della nota impossibile per i limiti degli strumenti del suo tempo. Musica gioiosa e insieme evocativa, romantica nella sua potente e trascinante vibrazione.

Riascoltando il concerto mi viene in mente tutto il tempo passato dalle prime scoperte musicali, all’acquisto delle casse Tannoy, e il “grande nero” Sansui, poi sostituito da un Pioneer, e la piastra Yamaha a trazione diretta, e non dico qui quanto mi dissanguarono, che sono ancora vive e suonano come “essere in una sala da concerto”. Le mie priorità fin dai vent’anni erano queste, la bellezza delle cose, della musica, dei paesaggi, l’unicità delle persone, il loro mistero il loro destino.

Mio padre ancora vigoroso ascoltava nella stanza di là le mie musiche e ogni tanto mi chiedeva di chi erano. Conosceva Verdi e Rossini, non tanto i grandi tedeschi, forse un po’ Mozart. Quando poi passavo al rock e al blues, con Otis Redding e Jimi Hendrix, e i Cream, con l’introvabile Wheels of fire, e i Chicago al Fillmore West, un quadruplo dal vivo che ancora mi offrono cinquecento euro per averlo, interveniva mia madre e mi chiedeva di abbassare il volume. Beati tempi, visti con gli occhi di oggi, ma beati anche i tempi di oggi che hanno questi occhi, ancora più affinati nel guardare, nel cogliere, forse, con sguardi più profondi la verità delle cose e delle persone.

E la musica continua come la vita e suona con noi, il nostro ritmo interiore il nostro bilancio energetico permettendo… e ogni giorno un miracolo questo essere al mondo, e non no, questo conoscere quanto si può, questo amare come si può, questo respirare profondo e guardare la cerchia dei monti dalla pianura o nella pedemontana dove spesso si lavora.

E mi vien gratitudine, ancora, per chi mi ha voluto e mi ha portato alla vita, quei due che son mancati anni fa, eppur son presenti, ogni giorno che passa, nel mio cuore, le ultime loro parole presenti nel mio tempo, che è l’unico tempo del mondo.

Il paese degli angeli

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Due sotto zero, sono arrivato a Tramonti di Sotto per il tortuoso lungolago, nella sera che scende già dopo le quattro e mezza del pomeriggio, dalle montagne scure.

Il borgo è avvolto da un silenzio alto, e le stelle stanno a guardare, luminose. Da Marianna ci sono i musicanti insigni. Io parlo par furlan a  una platea di avventori, e mi sento dentro il loro mondo, quasi del tutto. Prima ero andato verso la locanda a bere qualcosa di caldo e poi avevo indugiato per la vie a guardare gli angeli dei presepi illuminati, nella notte incombente.

Il sindic ci dice che deve andare alla fieste dal stramp, la festa dello strambo, come se non fosse strambo ciascuno di noi, ma non lo ammettiamo volentieri. Invece in Val Tramontina non si fanno problemi.

La verità delle cose appare a chi la sa e la vuole guardare, nel tempo che passa. Molti vivono sopra la superficie delle cose, aspirando a multiproprietà, a sciare in località alla moda, andando dove la quota è alta, sul mare.

Tramonti non supera i seicento metri, eppure è un luogo dove lo spirito si può riposare come nelle Valli favolose.  Non c’è molta gente in giro e quelli che sono si accontentano, cioè sono-contenti del luogo dove sono nati e dove vivono. Non cercano mondane stagioni e ambienti di prestigio, secondo i codici del mondo. Gli piace la Valle antica dei tramonti e le montagne selvagge che la circondano, con nomi remoti, il Cornaget, il Resettum, il Raut, che si affaccia alla pianura come bastione altissimo, duemila metri e passa, milleduecento sopra la strada della Palla Barzana, che porta nei borghi delle meraviglie, a Andreis, Poffabro, Frisanco.

Nell’osteria si fanno vicini i valligiani, pochi quando discorro del libro, le parole sono sempre ardue, di più quando i menestrelli aprono il torrente cristallino della musica. La musica si confonde con i visceri, con i precordi della vita semplice. Vecchie melodie si diffondono dai piccoli altoparlanti e gli astanti iniziano il canto, insieme, in coro, quasi a squarciagola, mentre la Claudia Grimaz sorride con gesto antico di cantatrice, e Loris muove le dita rapido, sulla chitarra. L’ultimo pezzo che ascolto, prima di tornare, è Sirio, storia di una nave di emigranti italiani inabissatasi nell’Oceano mare ai primi del Novecento. Le storie si ripetono, non nuove quelle del Mediterraneo attuale. Chi fugge va e la vita, a volte, se ne va.

Ascolto al ritorno il vecchio pezzo di Califano, Minuetto, canta Domenica Bertè, o in arte Mia Martini. Infine la vita è semplice: andare fino a Tramonti, bere un bicchiere di rosso, parlare dieci minuti di un libro bello, quasi oramai classico, mettersi lì, a occhi socchiusi, in ascolto della musica, mentre la notte viene e la vita continua e gioca con noi, mentre il vento e il fiume ti aspettano oltre la macchia oscura del bosco.

Nel tempo e nella storia

bob-dylanRobert Zimmermann, nato a Duluth nel ’41, mi ha accompagnato con altri dall’adolescenza, fino a che scrissi qualcosa su di lui. Qualche anno fa l’ho visto e ascoltato -un poco imbolsito- a Padova, su richiesta di Bea che stava diventando musicante. Ecco gli antichi versi per Bob Dylan, pubblicati nel 2004 (In Transitu meo, Chiandetti ed.)

 

PASSEGGIANDO PER DULUTH

Intravide el su duende Federigo,/ Per le strade piovose, con Bob Dylan./ “What’s el duende?”/ E’ forse il dàimon, lo swing,/ O quel lieve traccheggio che li sfiora?/ E’ sìncope (συνκοπη),/ O il tempo rubato di Brailowski, che esegue Sebastian di Sassonia?/ O è la tua/la mia folìa, un lottare/ non pensare “é un sentire/non capire”/ come di Paganini disse Goethe?/ Capire nulla e poi vagare/ Per l’albe montagne, che esistono/ Solo perché tramonti la luna.

 

E altro che allora scrivevo, talora ascoltando il piccolo poeta ebreo, forse remoti echi del paradiso in Knocking on heaven’s door.

 

GIUNTI SULL’ONDA DELL’ANTICO FIUME

Alla porta del mare la salmastra brezza è vinta, e trasparente e memore/ Dei ghiacci frammisti alla pietra frantumata,/ Del vento per mille albe levato/ E di ogni seme sparso nella piana,/ Delle vite nascoste tra i ciottoli nell’acqua impervia del fiume neonato,/ Degli occhi impauriti degli animali/ E dei primi stupori di un uomo.

 

E altro…

 

LIBERATI ENDACASILLABI

Quando qui la stagione si rinnova/ E a maggio i fiori annidano le serpi,/ Raggi incerti del sole tra le nubi/ E incanto di profumi sulle gote.

 

Senza la metafora/ E l’ambiguo nostro procedere-nel-mondo,/ Moriremmo nel dolore,/ Sopraffatti dall’esistere,/ Enti non bastevoli,/ Come siamo.

 

PASCAL

Inframmezzati echi dell’immenso/ Scendono e risalgono le scale tonali,/ e la risacca commenta la sera./

Ci si chiede quanto manca per l’alba,/ Quando vuoto e silenzio/ Son pieni d’ogni parola che pensi umana:/ Lès prèludes ètèrnelles/ Dello stesso infinito scenario,/ oh, verba numquam apta dicibili!

 

OTTO&BERNELLI

Alla festa del borgo ne l’autunno,/ Tammurria/ti ritmi e scalpitii/ Dietro i bambini o coppie infreddolite,/

E i musicanti./

Occhi sgranati inseguono le giostre rutilanti,/ Ma son pochi,/

Nel primo pomeriggio di quel sabato./

Scintilla in fondo una gran luna,/ Nastro di luce di melanconia/ Sui piccoli giostrai.

 

LA NOIA DEGLI ANGELI

Or più non batte/ Che l’ala del mio sogno,/ Ma la protervia del vento mi sostiene,/

E un desiderio aspro di vita./

Or più non sento pulsare/ Che il cuore della terra.

Oh, che il dolore venga, dell’uomo,/ A insaporirmi le narici!/ Oh, inabitate stanze mie del mondo perfettibile a me ignoto,/

Oh, graziose voci dei viventi mortali,/ Oh carezze di mani sconosciute,/

Abbiate tempo di aspettarmi,/ Ché il mio tempo d’angelo/ E’ trascorso,/

E la domanda accolta.

 

(I primi due versi sono stati raccolti da un’iscrizione posta su una stele nel Parco della Rimembranza – Colle S.Elia, Redipuglia – Gorizia)

 

ERRANTI

Dove si può trovare la cesura/

O l’umana ambiguità che dis/separa l’errante dall’errante,/

Colui che -si dice- sbagli, da colui che va per strade alla ricerca/ Di sé, e del proprio posto, senza meta, poiché non v’è luogo sicuro al mondo, né altro rifugio o spiegazione/ Del mistero umano e delle lacrime;/

E, di più, dunque, come si può con/fondere l’errore/

Con l’errante?

 

IN MUART DAL FRADI

Gòtin i cops/ Su la rudìne,/ Plòe di dicembre./

Sgrignôli claps davòur di ì,/ Chiâf bas, cidìne:/

Vot di chel mês tànchu àis fa/ Si soteràve il prin./

Il timp,/ Cul frêt e cu l’estât/ Al pàsse.

 

Titolo: in morte del fratello; la lirica è in lingua friulana nella parlata rivignanese 

Trad. dal friulano: Gocciano i coppi/ Sulla ghiaia/ Pioggia decembrina// Sgra-no i sassi/ Dietro a lei/ Testa bassa, zitta// Otto di quel mese/ Tanti anni fa/ Si sep-pelliva il primo// Il tempo,/ Col freddo e con l’estate/ Passa

 

PADRE

Nel dormiveglia ti ho sognato,/ Che tornavi, vivo, dalla guerra/ Estranea:/ Durazzo e Igoumenitsa,/ Con lo zaino vuoto,/ Tu non domo,/ Ma dovevi ripartire/ Con lo zaino/ Del lavoro;/ Era come già sapessi/ Che non ti avrei più avuto.

 

ELENA

Tua madre ha detto/ Che avrai freddo/ Stasera, nella terra./ Ma tu/ Consolala da altrove/ Raccontandole i giochi che fai.

 

LE CICALE DI SAN MARTINO

Ha agito lo scalpello di krònos/ Dove l’uomo sopraffece se stesso,/ Ma dove non ha continuato,/ Son rimasti gli aperti spazi/ Della muta ricordanza, / Crescendo gli alberi e i fiori,/ E in essi profusi i colori.

Lì l’uomo s’è fermato/ Al Ricordo dei morti in battaglia,/ Incidendo con Nomi ed Epigrafi/ Le pietre e la muraglia/ Lungo il vialetto ventoso,/ E sistemando l’ossario di crani/ Con le bocche digrignate,/ Nello sfolgorante mezzodì ritmato/ Dalle elitre instancabili/ Delle cicale.

San Martino della Battaglia (e Solferino): seconda Guerra d’indipendenza, 1859

 

ELEGIA

Gatti sonnecchianti nel meriggio/ Antico d’un giorno di tardo inverno,/ Altri colori, altre leggende in sogno/ Nel paese invecchiato, altre parole./

Catìne morta da poco./ Il paese ha connotati esausti,/ Un rifugio impallidito col tempo:/ Le voci, mia madre, i morti e i campi,/ E la scansione più lontana/ Dell’infanzia.

Le parole odorano d’un basso/ Orizzonte di castagne acerbe./ Il vento va qua e là,/ E le ombre.

 

…per onorare Dylan,  per ricordare mia madre e mio padre, la piccola Elena e anche, ma un poco, Dario Fo.

No dream is too high

claudio monteverdiE’ il titolo di un libro di Buzz Aldrin, ottantasei anni, quello che passeggiò sulla Luna con Neil Armstrong quarantasette anni fa. Edito dalla National Geographic di Washington, ha anche un sottotitolo Life lessons from a Man Who Walked on the Moon. Mentre noi sul piccolo pianeta azzurro cerchiamo di diventare ciò che (forse) siamo nei precordi. Ma diacronicamente, a fatica, con grande fatica, rallentamenti, ritorni, ascese e discese agli inferi.

Le Symphonie Sacrae  di Giovanni Gabrieli, veneziano, mi accompagnano nella sera con il loro infinito colorarsi d’infinito. Esegue The Taverner Choir e il London Cornett and Sackbut Ensemble, edito da L’Oiseau Lyre, Florilegium Series. Direttore Andrew Parrott.

Non riesco a credere siamo ancora così poveramente autocentrati e invidiosi, leggendo Aldrin e ascoltando Gabrieli. La grandezza campeggia su tanta pochezza, e mi domando: come si fa ad essere così legati al proprio, al ricettacolo del possedimento, del potere, della violenza? Come facciamo a non incespicare sul sasso dello scandalo mentre barcolliamo, uomini in divenire, forse?

Leggo qualche passo di Arendt, di Weil e di Etty Hillesum, tutte donne ebree, che hanno avuto a che fare con l’abisso dialogando senza paura. E poi una lettera di Edith Stein al suo mentore, il padre Erich Przywara, mentre ascolto le voci sopraniste, maschi che cantano “di testa” il Magnificat di Monteverdi, e poi ancora di Gabrieli il Suscipe, Quem vidistis pastores, Jubilate Deo, Misericordia, Surrexit Christus…

Forse è il caso di tornare alla diatriba del 1524 tra Erasmo e frate Martino, che discutevano circa il libero o il servo arbitrio, più orientato il primo a credere nella possibilità di un certo agire libero dell’uomo, mentre il secondo, convinto assertore della non-presenza della libertà, e pertanto dell’esigenza della grazia divina e della misericordia, del sentirsi -di Dio- bruciare i visceri (rahumin) di misericordia (hesed), per la povera anima che abbiamo. Peccatori.

Sentivo oggi dire che i soldi, anche se c’è la salute, sono ancora più decisivi di quella. Ah, povera anima confusa! Stamani e ieri ho fatto settanta chilometri in bici spendendo quattro euro e quattro euro per ristori in bar e osterie. Son bastati, e io convivevo con la beatitudo del sentirmi vivo e stanco, vigoroso e bisognoso, transeunte e immortale. Se voglio ho anche i tremila euro per una vacanza a Cuba o a Santo Domingo, ma non mi interessa.

Il mio alleluja è per la quotidianità che mi dà la forza di cercare il Vivente per ogni dove, nei silenzi della campagna, nello scampanio delle pievi minori nascoste da infinite lande di verde, nelle interpoderali a perdita d’occhio tra i pioppi, populus alba, femminile latino, altissimi, tra cui occhieggia il sole pomeridiano, ancora forte, e qualche brezza respira tra frondi rarefatti.

Deus Deus meus, che stai nell’eterno, sai che io, e tutti i piccoli viventi talora pensanti, siamo qui, anima mea et in vita mea, attendo vivendo il presente unico tempo vero, nella tua luce. Amen

Il mare d’inverno

mare e invernoIl mare d’inverno/ è solo un film in bianco e nero/ visto alla t.v./ e verso l’interno/ qualche nuvola/ dal cielo/ che si butta giù/ sabbia bagnata/ una lettera/ che il vento/ sta portando via/ punti invisibili/ rincorsi dai cani/ stanche parabole/ di vecchi gabbiani/ e io che rimango/ qui sola/ a cercare un caffè.// Il mare d’inverno/ è un concetto che il pensiero/ non considera/ è poco moderno/ è qualcosa che nessuno/ mai desidera/ alberghi chiusi/ manifesti già sbiaditi/ di pubblicità/ macchine tracciano/ solchi su strade/ dove la pioggia/ d’estate non cade/ e io che non riesco nemmeno/ a parlare con me./ Mare mare/ qui non viene mai nessuno/ a trascinarmi via/ mare mare/ qui non viene mai nessuno/ a farci compagnia/ mare mare/ non ti posso guardare così/ perché/ questo vento/ agita anche me/ questo vento/ agita anche me.// Passerà il freddo/ e la spiaggia lentamente/ si colorerà/ la radio e i giornali/ e una musica/ banale si diffonderà/ nuove avventure/ discoteche illuminate/ piene di bugie/ ma verso sera/ uno strano concerto/ e un ombrellone/ che rimane aperto/ mi tuffo perplesso/ e momenti/ vissuti di già/./ Mare mare/ qui non viene mai nessuno/ a trascinarmi via,/ mare mare/ qui non viene mai nessuno/ a farci compagnia,/ mare mare/  non ti posso guardare così/ perché/ questo vento/ agita anche me/ questo vento/ agita anche me,/ mare mare/ qui non viene mai nessuno/ a trascinarmi via,/ mare mare/ qui non viene mai nessuno/ a farci compagnia,/ mare mare/ non ti posso guardare così,/ perché/ questo vento/ agita anche me/ questo vento/ agita anche me.”

Testo di Enrico Ruggeri e canto della sorella Bertè giovane, quella ancora viva. Penso che lo struggimento di questo brano sia non inferiore a un Lieder schubertiano o una lirica di Novalis. Lo ascolto nella piena estate che esplode ogni giorno, a qualche ora, in questo tripudio temporalesco oramai tropicale.

Il mare d’inverno ce l’abbiamo dentro, come mare e come inverno, e a volte ci può piacere, nella sua malinconia, nella sua solitudine. Abbiamo bisogno del mare d’inverno e della montagna innevata e silente, dove passo dopo passo inoltrarci. L’immenso abita il nostro cuore e il fondo dell’anima, e ci permette di cercare quello che le luci e i rumori della ribalta ci nascondono nel quotidiano.

Il fondo dell’anima è un Mare oceano, è l’abisso dove si può trovare tutto quello che manca in superficie. Oggi la superficie dilaga, e la profondità latita: è per questo che bisogna abitare il mare d’inverno, lasciandolo perdere, forse, talora, nell’estate assolata piena di rumore.

Abbiamo bisogno della brezza leggera che soffia inaspettata alla fine dell’afa, e ci regala la gioia inattesa. Abbiamo bisogno della parola inaspettata e gentile, che viene dall’altro, a volte non conosciuto.

Ci piace, però, anche la collina e la terra di mezzo, tra questa e la marina che balugina in mezzo alle fronde della pineta, nel meriggiare montaliano.

Ci piace la scogliera e la falesia bianchissima a picco sul mare, e il colore del sommacco  rossastro sul monte roccioso del Carso. Cr come etimo sanscrito della pietra, che vive nei nomi di Carnia, Carniola, Carinzia, Caravanke, monte Nero, nel Krn, di là dell’Isonzo… Carso, etimo lentissimo, Car-so, che nel dirlo rallenti la sillabazione, fin quasi a fermarti, come per un indugio di attesa, che la lenta sera d’estate, estenuata, richiede.

Oh, il vento d’autunno rabbrividente della boscaglia oltre il pianoro petroso, che passa di traverso i paesini di sasso del confine, e preannunzia l’inverno, e i racconti di caccia delle genti a cavallo nelle contrade, qui da noi. L’ultimo suono del corno rimbomba nelle valli e verso remoti tratturi di transumanza.

Oh, il buio notturno che scende dai tetti embricati sui vicoli stretti del borgo montano, e un vento più fresco preannunzia l’inverno.

Oh, i sogni realissimi, ristoro della mente che si aggiusta nel sonno.

Oh, il mare d’inverno è nel cuore dell’uomo e nel senso misterico e silente del tempo.

Deus Deus meus

giovanni gabrieliSalmo 62 (3): Deus, Deus meus, ad te de/ luce vigilo./ Sitivit in te anima mea, quam/ multipliciter tibi caro mea./ In terra deserta et invia et/ inaquosa:/ sic in sancto apparui tibi, / ut viderem virtutem tuam et/ gloriam tuam./ Quoniam melior est misericordia tua/ super vitas:/ labia me laudabunt te./ Sic benedicam te in vita mea:/ et in nomine tuo levabo manus meas. 

L’invocazione a Dio (Deus in latino, caro Mancuso, tu che lo vuoi abolire, “Deus”) è struggente: l’uomo ha bisogno di Dio, con tutto se stesso, specie quando si trova nelle ambasce e nei pericoli della vita; è allora che  di più necessita della divina virtù e della gloria ineffabile… e della misericordia. Lode e benedizioni a Dio (Deus) da parte dell’uomo che umilmente si accetta nel suo limite. Ho preferito parafrasare il testo latino, invece che tradurlo, per rendere il senso, per quanto mi è stato possibile, secondo il sentire contemporaneo.

Ancora una volta, l’ennesima e in futuro quante Dio vorrà, ho ascoltato Giovanni Gabrieli veneziano (di padre carnico), che ha messo in musica l’antichissimo testo, attribuito al re Davide, ma forse di derivazione egizia. Un inno di invocazione al dio-unico Aton-Ra, e poi a Yahwe, e poi a Deus, a Dio, caro Mancuso, che è sempre quello, cui noi piccolissimi umani diamo titoli, ma sarebbe bene tacessimo, invece di scrivere tomi su tomi per vivisezionarlo. Illusi.

Con i Gregg Smith Singers e The Texas Boys Choir, diretti da George Bragg. Vinili comprati negli anni ’70, quando i nati nei ’60 erano bambini.

Registrazioni veneziane in San Marco, il luogo per il quale quelle musiche ineffabili sono state scritte dal grandissimo Giovanni. Le voci cantano in latino, intrecciandosi e movendosi sotto le volte arcane di mosaici antichi. E cantano “Deus Deus meus“, Dio Dio mio, con un atto di fede che la musica espande fino al cielo, come insegnava sant’Agostino.

Solo e disteso in sul divan di casa, socchiudo gli occhi e lo spirito si espande. Allora comprendo come sia la nostra vita (in vita mea, canta Davide re) cagionevole ed esposta, cosicché il canto disteso dei cori, il salmodiare arcaico dell’invocazione mi prepara lentamente, mi apre la mente, mi irrora i sensi interni di luce e di frescura.

La musica e il testo si commettono come un intarsio indicibile, nei ritmi che cambiano, nell’allungamento delle vocali che si rincorrono di voce in voce, sotto le volte arcane di San Marco. E il tempo del canto si rinnova ogni volta, anche se fuori il controcanto è dei temporali di questa strana tarda primavera. Un cielo cangiante tra azzurrità e cupi cumulo-nembi, da cui immagino possa apparire al suono delle trombe angeliche il Figlio dell’Uomo, mentre la nostra povera invocazione “Deus Deus meus”, sale nell’empireo, oltre il tempo-spazio che ci affanniamo a studiare, nell’eterno nunc (qui e ora) di ciascuna vita.

Deus Deus meus, è un segreto che ho confidato a chi lascerò a questo mondo, non sola, sole, soli.

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