Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Non trovo più neanche un elettrauto, dove sono spariti tutti? A me, invece, il mio dentista ha disdetto l’appuntamento per l’igiene…, ma che cosa sta succedendo?

Il vaccino aveva evitato molti morti e la pandemia sembrava oramai in sonno. Aveva avuto il suo acme un anno e mezzo prima e aveva spaventato il mondo. Con un documento verdolino tutti avevano ripreso a girare dappertutto senza intoppi. Il lavoro e il reddito pro capite erano aumentati in modo inaspettato, perché tutti avevano acquisito una fiducia nel futuro che prima non c’era.

Sembrava che una società fino a un anno o due prima un po’ anchilosata si fosse risvegliata, e avesse ripreso di buona lena un cammino che ricordava i ritmi dei primi anni ’60 del XX secolo, quelli che vengono ricordati come anni del Boom Economico, che trascinò con sé anche uno sviluppo demografico superiore a ogni attesa, il cosiddetto Baby Boom.

Certamente il mondo aveva reagito in modo diverso al Sars-Cov2, si può dire secondo le possibilità: Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Canada, Australia e… Cina se la erano cavata abbastanza bene, gli Stati Uniti un po’ meno, perché sono nazioni più o meno doviziose di soldi, di scienza e di logistica, ma la Namibia, il Sud Sudan, il Niger, la Somalia, l’Afganistan, lo Yemen, l’immenso alveare dell’India e altri posti lontani avevano avuto un numero imprecisato di infettati e di morti.

Se le statistiche relative a infettati, malati, guariti e vaccinati potevano essere abbastanza credibili per il primo elenco di paesi, per quelle citate in seguito, no.

Il mondo era cambiato, ma la gente non aveva ancora compreso in che misura e modi fosse cambiato. Ai più, anche ai media e ai politici, rimasti al livello mediocre di prima della pandemia, non era chiaro ciò che avrebbe provocato la terribile e subdola malattia infettiva, che aveva decimato città e campagna,e non solo nelle nazioni meno sviluppate. Anche civilissime città come quelle dell’arco prealpino italiano avevano sofferto malattie e morte. Era ancora negli occhi di tutti il lugubre spettacolo degli autocarri militari che portavano nottetempo o nella scarsa luce del crepuscolo mattutino le bare dei morti nei cimiteri.

Anche il lavoro era molto cambiato. Si era cominciato a praticare, specialmente nel pieno della pandemia, il lavoro in remoto, o in smart work, da casa, soprattutto da parte di chi aveva mansioni impiegatizie, amministrative o tecniche che fossero. Oramai i potenti mezzi informatici e telematici permettevano collegamenti in tempo reale tra le sedi delle compagnie industriali, logistiche e commerciali e i luoghi di effettuazione del lavoro, la casa dei lavoratori.

Si sparse l’idea che pian piano tutto il lavoro si sarebbe trasferito a casa propria, perché, ciò che era già possibile compiere in remoto oramai era acquisito, mentre le attività che avevano fino a quel tempo richiesto l’intervento manuale dell’uomo, si stavano trasferendo rapidamente, tramite una innovazione tecnologica, informatica e robotica, sempre più a macchine gestite da intelligenza artificiale o eseguite da programmati e instancabili robot.

Ciò era già praticato da almeno un decennio nelle aziende chimiche e meccaniche più evolute, e si stavano sempre più espandendo.

Qualcuno, però, aveva cominciato ad accorgersi che c’era qualche problema.

Con un lavoro sempre più distaccato dalla sua origine organizzativa e gestionale, stavano cambiando anche altre cose: ad esempio, il rapporto con i colleghi di lavoro, oramai già da un paio di decenni rarefatto dai collegamenti informatici (le mail e i messaggini telefonici) e dalla loro efficienza. I più accorti tra gli imprenditori e i dirigenti, ma anche tra i lavoratori, i più attenti fra gli studiosi, cominciarono a percepire una sorta di incrinamento della qualità relazionale tra colleghi e tra i leader e i loro collaboratori. Si cominciava a non ricordare più bene i nomi dei colleghi, i loro volti, le loro voci, le loro famiglie, i viaggi fatti assieme, le affettività, le antipatie e le simpatie. Le persone non erano più persone, ma ruoli, mansioni, posizioni, nient’altro.

Oramai la voce umana, prima percepita con l’apparato uditivo, si stava limitando a qualche telefonata, ma più ancora a dei comunicati “vocali” inviati nella messaggistica gratuita in tempo immediato (più ancora che reale, cui le persone si erano abituati dallo sviluppo del web, cioè dai primi anni 2000).

Si stava perdendo di vista quello che storicamente, almeno dai trentenni in su, era stato il rapporto inter-soggettivo e interpersonale tra colleghi, con i collaboratori, con i superiori. Ma vi è di più: oramai una schiera di misteriosi ed eleganti criminali del web stavano hackerando indifferentemente obiettivi generici e mirati, con i loro tremendi ransomware, che si prestavano a ricatti di tutti i generi verso le malcapitate vittime degli attacchi.

Vi fu un periodo di barcollante incertezza.

La politica non sapeva che pesci pigliare, come normare queste novità estreme del lavoro, se e come e dove considerare soggetto fiscale i grandi web player, che ormai guadagnavano più dei maggiori gruppi industriali e commerciali del mondo.

Ma vi fu ancora di più: questo abbandono progressivo del lavoro dalle sue proprie sedi, mediante l’uso dell’automazione e della telematica sempre più spinto, costrinse gli istituti tecnici superiori e le facoltà tecniche a progettare e a programmare corsi sempre più intrisi di saperi innovativi guidati dall’intelligenza artificiale. Nelle università si insegnava solo con la semplificata e impoverita koinè inglese oramai in uso da decenni in tutto il mondo.

I beni della Terra interessavano i decisori solo come elementi e fattori di energie rinnovabili, anche se i combustibili fossili erano ancora le fonti prevalenti di energia. Persi negli algoritmi e nei diagrammi progettuali, i leader non si guardavano neanche più in giro, non apprezzavano più il Requiem di Mozart, la Nike di Samotracia, la Pietà dell’Opera del Duomo di Firenze di Michelangelo Buonarroti, gli idilli del conte Giacomo e le opere di Shakespeare o di Sofocle, il XXXIII Canto del Paradiso dantesco, ma nemmeno un tramonto d’autunno sulle Alpi o su una spiaggia amalfitana.

I giovani si iscrivevano a questi istituti formativi con sempre maggiore entusiasmo, quasi evitando, e certamente dimenticando, le facoltà di scienze umane, la filosofia, la psicologia, gli studi sull’uomo e per l’uomo, tutto l’uomo, corpo-anima-spirito dell’uomo, privilegiando la strumentalità e la mera efficienza, che diventavano da mezzo (indispensabile per ridurre la fatica delle persone…), fine. L’uomo non stava venendo – da… se stesso – più percepito come fine delle sue stesse azioni, ma come strumento reiteratamente destinato a innovare senza fine, in ogni settore, e senza alcuna domanda sugli effetti successivi di questa concentrazione sui mezzi divenuti fini.

L’effetto che, però, fece riconsiderare questa fanatizzazione del nuovo, fu un fenomeno inaspettato: comunque l’uomo, anche se ormai abitava in case caratterizzate dalla tecnologia domotica, non trovava più un manutentore, un elettricista, un elettronico, un idraulico, un barbiere, perché tutti gli strumenti per la vita casalinga erano (ritenuti) perfetti e esenti da ogni rischio di rottura.

Soprattutto coloro (ed erano ancora alcuni miliardi sulla Terra) che ancora non si erano troppo “domotizzati”, non trovavano più qualcuno che venisse ad aggiustare un rubinetto, a sbloccare uno scarico di cesso intasato,
un igienista dentale, non trovavano più un elettrauto, perché non tutti, anzi pochissimi, potevano disporre di Tesla da 65.000 dollari…

E allora scesero in piazza in tutto il mondo. I giornalisti si svegliarono dai loro beati sonni, seguiti dai politici. Gli studiosi riscoprirono Aristotele e Kant, e anche Freud e Jung, ma anche il capitolo Quinto del Vangelo secondo Matteo, quello delle Beatitudini, i Discorsi di Benares del principe Siddharta Gautama, L’arte della guerra (per non fare la guerra) di Lao-Tzu, e si fermarono a riflettere, perché forse avevano esagerato.

Il fatto è che questo racconto, nato da un sogno raccontatomi dall’amico Gianluca, si ferma prima che gli uomini e le donne (nel sogno) si rendessero conto che era un… sogno.

Meno male che era un sogno (premonitore).

Beatrice (Bebe) Vio mostra come la “gioia”, quel sentimento che in latino si dice “gaudium”, prevalga sulla “felicità”

Quando vedo o ascolto Beatrice (Maria-Adelaide-Marzia)-Bebe Vio, nata nel 1997, provo gioia. Provo la gioia che la ragazza mi trasmette con il suo entusiasmo, il suo sorriso, la sua eccelsa classe sportiva.

Pur essendo stata tormentata fin da piccola da una tremenda meningite che la ha mutilata, Bebe è una grande campionessa dello sport che si dice parolimpico, nella specialità della scherma, arma del fioretto, ma a mio parere si dovrebbe dire “dello sport”, e basta. Mi viene da pensare che se (uso l’ipotetica nonostante solitamente io rifugga da simulazioni a-storiche) avesse potuto usufruire dei suoi arti e di un corpo integro, avrebbe potuto imitare e seguire in grandezza sportiva l’immensa Valentina Vezzali.

Le sue performance mi offrono l’occasione di parlare della gioia, come sentimento positivo cui si anela sempre, anche se spesso si preferisce parlare di felicità… dopo di che ci si accorge che la felicità, intesa come stato di benessere gioioso continuo non si può mai dare, perché non c’è, non existe, cioè non sta dentro e fuori di noi.

Qualche giorno fa ho scritto dell’etimologia di felicità, che va fatta risalire alla radice sanscrita fe, che significa fecondità. Ecco, allora potrebbe darsi che l’etimo antico ci possa aiutare a darle un senso.

Nel caso della Bebe, dire che manifesta non solo gioia ma anche felicità di vivere, si può. Questa ragazza di ventiquattro anni, martoriata dalla sorte, da quello strano e incomprensibile (agli occhi e al sentimento) garbuglio di volontà umane, circostanze, genetica, ambiente… che a volte chiamiamo DESTINO, riesce a mostrare una felicità di vivere, almeno davanti alle telecamere, che fa provare ai lamentosi di ogni genere e specie, se riflessivi, un sentimento di vergogna e quasi di blasfemia, quando si lamentano, come si dice in Friuli, “di gamba sana”, che significa lamentarsi di inezie.

Devo dirti, caro lettore che, pur a volte soffrendo penosi dolori alle vertebre dorsali, lascito del tumore terribile che mi colpì quattr’anni fa, il pensiero di una ragazza coraggiosa come Beatrice Vio, mi aiuta a lamentarmi il meno possibile e mi ispira un po’ di vergogna se indulgo un pochino troppo nel lamentarmi, quando qualcuno mi chiede come sto.

Torniamo al sentimento della gioia, che ritengo più realistico di quello della felicità. Tre lustri fa, più o meno, con la mia carissima amica, la psico-pedagogista Anita Zanin, scrissi e pubblicai un volume che si configurava come una sorta di contro-manuale di pedagogia dell’età evolutiva. Ebbene, decidemmo di intitolarlo “Educare all’infelicità”, proprio per sottolineare la problematicità del termine, e per segnalare tutti gli “errori” educativi che gli “educatori”, genitori e insegnanti in primis, rischiano di commettere, se non tengono conto che non si può insegnare dall’alto ciò che andrà a costituire la struttura di personalità dei bambini, ma che si deve piuttosto “accompagnarli”, nella loro crescita, rispettando in ogni momento le caratteristiche delle piccole persone in evoluzione, dando loro delle dritte generali, ma soprattutto orientandoli con l’esempio e con la coerenza comportamentale.

Il volume, presentato a suo tempo durante la rassegna Pordenonelegge, ha avuto un certo successo, ma, abbiamo pensato che ciò sia avvenuto soprattutto per la paradossalità del titolo, con il quale abbiamo inteso pro-vocare curiosità, ma anche sottolineare, proprio ponendo un termine dal significato contrario della felicità, come questa condizione sia un tema arduo e largamente simbolico nella vita umana.

In-felicità certamente significa mancanza di benessere e di gioia, ma può anche favorire l’acquisizione di una consapevolezza che lo star-bene è una conquista della mente, della riflessione razionale e morale sui valori essenziali e non volatili, della vita.

Si può essere “felici” (virgoletto per restare nella logica del pensiero che qui cerco di esprimere), anche quando manca qualcosa alla nostra vita, ad esempio una parte di agio, un pezzo di salute fisica, una parte di sicurezza, solo se riusciamo a declinare questo “essere-felici” come una capacità spirituale di cogliere la gioia di vivere in (di) ciò che vale veramente: un rapporto sincero con l’altro, un sentirsi utile in una comunità, una capacità di ascoltare e di farsi ascoltare, una accettazione del limite nostro e degli altri, che è la condizione esistenziale più vera della vita umana, e di (e in) questo limite, una volta esplorato e còlto, sapersi ac-contentare.

Messi, che lacrime ridicole! Jacobs sia umile. Tortu, che bel sorriso… e approfitto della visibilità del titolo per segnalare l’ultima idiozia vista su un quotidiano sportivo: parlando della staffetta vincitrice della 4 per 100 a Tokio, leggo che il primo frazionista, Lorenzo Patta, nato nel 2000, è un millennial. Ma, se si intende che “millennial” è chi è nato nel nuovo secolo, il XXI e nel nuovo millennio, il III, Patta NON E’ un millennial! Ancora, ancora c’è gente convinta che il 2000 sia il primo anno del III millennio e del XXI secolo, idioti!

Ciò che qui scriverò, caro lettore, non avrà nulla di moralistico, ma sarà semplicemente narrativo, realistico, forse solo un po’ attento agli aspetti finanziari, gestionali e di etica d’impresa, nei limiti che la mia limitata competenza in materia mi consente, incompetenza che, come sai mio caro lettore, non riguarda l’etica d’impresa.

Il signor Messi, gran calciatore e piccolissimo uomo, mi ha fatto solo malinconicamente ridere con le sue lacrime (?), mentre dalla sede della sua storica squadra di calcio, spiegava ai giornalisti le ragioni per cui dopo vent’anni se ne stava andando a Parigi, per un compenso biennale di settanta milioni netti (se ho capito bene)! Più o meno. Dal Barcellona ne aveva accettati appena (!!!) 20 (parlo di milioni all’anno, caro lavoratore medio, ma anche caro dirigente, caro Cfo, caro Ceo, caro imprenditore), ma la Liga spagnola non avrebbe ammesso un contratto del genere, vista la crisi (morale?) finanziaria ecc. ecc. del settore, e in considerazione delle regole attualmente in vigore negli organismi internazionali, come la UEFA, regole che comunque le società calcistiche di proprietà di emiri o magnati russi, come il PSG di Parigi, il Manchester City, il Chelsea e altre, stanno bellamente violando da oltre un decennio.

La dico così: oramai da oltre dieci anni la Coppa dei campioni, o Champions League, NON VIENE VINTA, MA COMPERATA!!! Diciamo, almeno dal famoso Triplete dell’Inter de Milan.

Qualche ingenuo (solo ingenuo?) scoltatore radiofonico addirittura si scandalizza perché Messi non abbia accettato di giocare agratis (così ha detto) per il club catalano. No comment. Alle radio aperte al pubblico telefonano quelli che hanno bisogno di sentirsi per radio e di farsi ascoltare dagli amici del barsport. Trattasi, solitamente, di fuoriclasse del pensiero umano contemporaneo.

Diego Armando Maradona, figura con la quale Messi non ha nulla a che vedere

Piangeva (ma senza lacrime vere, cioè acquose e salate), con il fazzolettino nascondente il falso pianto, el seňor Lionel Messi, convincendo sul suo reale dolore solo (penso) cinque o sei persone (o solo tre), in tutto il mondo. Che squallore!

Lui, come il grosso Lukaku, che pareva un eroe gladiatorio della ottima Inter dell’anno scorso (squadra tanto simpatica quanto sfigatella), e invece ha seguito il market anglo-russautocratica, che gli bonificherà 12 milioni netti (1 al mese) all’anno, invece dei (solamente) 7, poverino, che poteva confermargli la “sua” Inter. Big Rom, l’amatissimo condottiero se ne è andato dopo due anni, facendo seguito alla scelta del suo ex coach, che non poteva accettare neanche per 12 milioni all’anno, di rivincere (forse) solo lo scudetto, ma forse, ripeto. Che squallore! …cui si aggiunge anche quello del giovine portierone della Nazionale italiana, il fortissimo Gigio, governato da un grosso (di circonferenza addominale) mezzano, che mi ricorda proprio i mediatori di compravendita di buoi di paese di nonnesca memoria.

Non mi scandalizzo per gli stipendi abnormi dei calciatori, ma per la loro inconsapevolezza di vivere in una sorta di bolla esistenziale senza senso, in ragione di una vita pressoché scollegata dal resto del mondo.

Tortu Filippo, invece, è un bel ragazzone italiano, con una personalità timida ma spiccata. E’ già un campione notevole e lo diventerà ancora di più, se saprà mantenere le virtù morali che ha già mostrato in questi anni. Insieme con i suoi compagni della staffetta potrà fare grandi cose, ma soprattutto se Lamont Marcel Jacobs riuscirà a non montarsi la testa cedendo alla retorica fasulla dell’uomo più veloce del mondo. Affermazione non rispondente al vero (se non durante la finale olimpica del 100 metri piani di Tokio), perché 9.80 è un tempo già corso, anche più volte, negli ultimi vent’anni almeno da una decina di atleti (alcuni: Tim Montgomery, Tyson Gay, Johan Blake, Justin Gatlin, Travyon Borrel, Asafa Powell, Nesta Carter, etc.), che hanno spesso fatto anche meglio di Jacobs, e molto distante dal 9.58 di Usain Bolt che, nella stessa gara gli avrebbe dato almeno due metri e mezzo di distacco. Jacobs stia umile e lavori, come tutti quelli che sanno che il lavoro e la fatica pagano. Faustino Eseosa Desalù lo sa bene, e anche Lorenzino Patta, il primo frazionista ventunenne, nato nel 2000.

Patta non è un millennial, come scrivono alcuni giornalisti, che insistono nell’errore di propalare che il 2000 sia il primo anno del terzo millennio e del ventunesimo secolo. Ma diamine (per non dire di peggio)!

Possibile che non sia a loro chiaro che il 2000 è l’ultimo anno del ventesimo secolo e del secondo millennio? Non gli basta capire che la prima decina numerica, da uno a dieci, finisce con il 10 e non con il 9? Non ce la fanno a fare un’analogia tra il più semplice dei conteggi, quello da prima elementare da 1 a 10, con il rapporto che sussiste tra il 2000 e il 2001, capendo che il primo giorno del ventunesimo secolo e del terzo millennio è il primo gennaio 2021, non il primo gennaio del 2000?

Ma a Patta certo non interessa nulla di questa ignoranza colpevole dei protagonisti dei media.

A me interessa, perché costoro fanno danni a chi non sa leggere criticamente le loro fanfaluche e imprecisioni.

Rimedio nel mio piccolo, come posso, sempre sul pezzo.

“Il sangue del ’68”

Sono stati arrestati finalmente! Quei presuntuosi, narcisi, insopportabilmente convinti di essere dalla parte del giusto.

Il Presidente MItterrand

La cosiddetta “dottrina MItterrand” è stata sepolta, non so se per convenienza, resipiscenza o per altre ragioni (forse di tutto un po’) da Macron. Era ora.

Ricordo ancora il ghigno feroce e insopportabile di Cesare Battisti (ooh tanto nome profanato da un delinquente che la sorte ha destinato all’omonimia di un glorioso Patriota!), colà supportato, tra eleganti intellettuali della Rive Gauche, anche da madame la (ex) prémiere dame Carla Brunì in Sarkozy, la di-sinistra borghesissima flebile pseudo-cantatrice di nenie insopportabili come le facce da impuniti degli arrestati. E dalla sorella connessa, ora francesissima, la Valerie Bruni Tedeschi. E, tra altri, Jean-Luc Godard, che pare aver dimenticato la nouvelle vague de cinemà.

Siccome ho un numero di lettori attenti, ho già ricevuto la sollecitazione a parlare di questo tema. Lo faccio volentieri, stentando anche a nominare quei figuri, a partire dal lottatore continuo che, in combutta con altri (tra cui uno che pontifica da anni sui giornali), assassinò il commissario Luigi Calabresi. Come sai, mio gentile lettore, io sono socialista come il presidente Pertini, che era un vero patriota, e se fosse dipeso da lui avrebbe punito assai più duramente di come sono stati puniti quelli che pensavano di rifarsi alla Resistenza per giustificare crimini efferati ed assurdi sotto il profilo politico e sociale. A mio parere, di quei protagonisti, per quanto ne so (e l’argomento è da me conosciuto in profondità), forse solo uno merita rispetto, Alberto Franceschini.

Sai anche, mio caro lettore, che mi sono assunto da molti anni il ruolo di tutore nei confronti di una persona, coinvolta nei crimini di quegli anni, ma che ha pagato a sufficienza per ciò che ha fatto o ha contribuito a fare. Persona non responsabile diretta di reati di sangue, persona.

Anche i sette arrestati/ e sono persone, ma sono persone che non hanno riconosciuto la dignità di persona a chi hanno ucciso o ferito, sia che fosse un generale dei Carabinieri sia che fosse un appuntato della Polizia di Stato. Persone, tutte con la medesima dignità.

E ora, caro lettore, non incentrandosi questo pezzo sulla riflessione politica, ti dico che cosa a mia volta direi a questi/e sette, se li avessi in un’aula per svolgere insieme un seminario (vorrei chiamarlo) “redentivo”, ex art. 27 della Costituzione della repubblica Italiana.

Ecco: userei il paginone di una lavagna a fogli mobili e lo dividerei in due verticalmente con un pennarello rosso o nero o verde, non importa.

Quasi alla sommità del foglio traccerei una linea a incrociare quella verticale creando due rettangoli, sia al di sopra sia al di sotto, e in fondo al paginone traccerei una linea analoga.

Nel primo rettangolo in alto a sinistra scriverei STRUTTURA DI PERSONA, nel secondo rettangolo in alto a destra scriverei STRUTTURA DI PERSONALITA’. Bene.

Poi chiederei ai / alle sette persone presenti in aula che cosa scriverebbero in colonna sia sulla parte sinistra del rettangolo maggiore, sia sulla parte destra: Sono convinto, perché ho sperimentato questo esercizio, sia con quadri e dirigenti aziendali, sia in corsi accademici di antropologia filosofica, sia in corsi di aggiornamento di docenti delle scuole superiori, che, insieme, riusciremmo a scrivere, dopo aver impostato una riflessione comune partendo da precise domande, i seguenti termini…

a) alla domanda “che cosa ci costituisce come persone?”… certamente arriveremmo a una risposta triplice: 1) la corporeità, 2) lo psichismo, 3) la spiritualità, poiché: la corporeità è la caratteristica più visibile e unificante di tutti gli esseri umani: ciò è mostrato dalla biologia generativa, per la quale noi mammiferi ci riproduciamo tutti allo stesso modo, anche se appartenenti a etnie le più differenti (una donna inuit può partorire unendosi con un aborigeno dell’Oceania); lo psichismo è presente in ogni essere umano, anche se si manifesta in modi diversissimi in base alle culture e alle tradizioni locali (un londinese senz’altro gioisce in modo differente rispetto a un napoletano!); la spiritualità, intesa in un senso a-ultra-religioso, appartiene senz’altro a ogni essere umano, in quanto tutti, anche i / le sette persone di cui qui trattasi, provano stupore, meraviglia per la bellezza, la grandezza, la forza della natura, la grazia del volto di un bimbo, etc.

Ebbene, se tutto ciò è vero e lo condividiamo, chiederei ai presenti: “che cosa ci dice razionalmente il diagramma logico che abbiamo condiviso?”

Ecco, qui a mio parere potrebbe esserci un intoppo, poiché saremmo immediatamente nel centro della contraddizione filosofico-esistenziale delle loro biografie. Sarei curioso di vedere chi mi risponderebbe… “Il diagramma logico ci dice che tutti gli esseri umani hanno pari dignità, hanno diritto alla vita, alla salute, all’abitazione, alla cultura, al lavoro, etc. etc.” E scriverei la dizione “pari dignità” nel rettangolo in basso a sinistra.

Sono convinto che nella saletta formazione il silenzio scenderebbe, palpabile, in quanto loro sette – ciò è attestato obiettivamente dalle rispettive autobiografie – non hanno mai vissuto con la consapevolezza della verità inconfutabile di quel diagramma antropologico-morale.

Continuerei, invitandoli a suggerirmi che cosa scrivere nel rettangolone a destra, proprio sotto il titolo Struttura di personalità; forse lì sarebbe più facile condividere la scelta, perché ognuno di loro, peraltro di cultura medio-alta, non avrebbe grandi problemi a individuare nei seguenti tre elementi ciò che costituisce la Struttura di personalità, come segue: a) genetica, poiché ogni essere umano è caratterizzato dal suo proprio DNA (e su questo porterei l’esempio dei gemelli monozigoti, che comunque, dopo il periodo della prima crescita, hanno esperienze esistenziali differenti); b) educazione, che differenzia le persone in base alla scolarità e alle esperienze fatte; c) ambiente, idem: ogni ambiente produce esiti differenti nelle vite individuali.

Questo secondo paradigma molto facilmente porterebbe il gruppo seminariale a condividere che i tre elementi statuiscono l’irriducibile unicità e differenza di ciascun essere umano rispetto a qualsiasi altro/ a.

Fatto questo, li inviterei a raccogliere le idee, mettendo vicino le due tesi derivanti dall’analisi antropologica condivisa. Se il raziocinio prevalesse nel gruppo, dovrebbe emergere una conclusione condivisa: avendo a suo tempo non considerato la pari dignità degli esseri umani, tutti loro hanno commesso dei crimini contro l’uomo, peccando innanzitutto di ignoranza colpevole (perché erano consapevoli delle conseguenze del loro agire), prima ancora che di atti che costituiscono reati (o peccati, teologicamente).

Sono convinto, però, che qualcuno più colto e anche più cinico, potrebbe “tirar fuori” il tema della necessità storica di lottare per l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani, anche non rispettando il diritto alla vita delle persone, intese come singoli. E questo è proprio l’ultimo tema filosofico-morale: si può sacrificare sull’altare di una giustizia generale la vita umana di una o più persone, in base a scelte di individui e piccoli gruppi che si attribuiscono questo compito, come se l’universalità dei popoli (qui mettiamo magari solo il Popolo italiano) li avesse delegati a ciò?

Farei loro queste domanda e mi piacerebbe sentire le risposte… se queste venissero dalle loro bocche.

Temo che il seminario si concluderebbe nel silenzio e nell’imbarazzo, se ho considerato con sufficiente lucidità le loro intelligenze e le loro cultura individuali. Chi lo sa…

E’ chiaro che costoro meritano il carcere che, viste le loro anagrafi, farei loro assaggiare per qualche anno, per poi, dopo qualche tempo, li rimanderei a casa in libertà vigilata. Così come chiederei di fare immediatamente all’Amministrazione penitenziaria nei confronti del mio tutelato, che oramai pare esser diventato un mero dimenticato fascicolo penale, essendo comunque una persona.

E alla politica chiederei di rivedere le norme penali in funzione dei Diritti costituzionali, in particolare agli artt. 3 e 27, caro lettor mio

Maradona e lo spirito gregario

Inevitabilmente ripeterò anche qualcosa che in questi giorni i media – sia sportivi sia generalisti – hanno già sottolineato. Ma ne voglio scrivere lo stesso. Di Maradona. Dell’uomo e del calciatore Diego Armando, il più famoso del mondo di questi ultimi quarant’anni.

La sua morte statisticamente prematura lo ha scagliato dritto dritto nel Mito. Basti osservare i reportage da Buenos Aires e da Napoli, le sue due città dell’anima. Le foto, gli altarini, i lumini, i dazebao, le grandi immagini sui muri, attestano il mito, come quello di un santo. Cioè un “separato”, un “sancito”, un “diverso” dagli altri. La cultura greco-latina classica lo avrebbe inserito nel novero dei semidei.

Diego Maradona era un uomo piccolo di statura e talora rotondetto, ma muscolato in modo speciale. Il fisiologo o l’esperto di scienze motorie mi potrebbe spiegare che tipo di fibre poteva avere un atleta di un metro e sessantacinque scarso, che era in grado di scattare e saltare e staccare atletoni di un metro e ottantacinque, strutturati come quattrocentisti olimpici. Si veda il goal coast to coast irrogato alla orgogliosa Albione nel 1986 in Messico, per doversi chiedere “come ha fatto“?

Quel goal, insieme con quello segnato con la manita nascosta dietro la testa (la manita de Dios), sempre all’Inghilterra, è stato interpretato come una sorta di rivincita nazionale argentina dopo la fallimentare guerra della Falkland, con la quale Mrs Thatcher ha umiliato il generale Galtieri, prevalendo militarmente per un pugno di isole fredde nel Sud Atlantico. Nel mito nazionale si è inserito il mito individuale. Per l’Argentina Diego è stato come Peron e sua moglie Evita, per il Sudamerica come Fidel e come papa Francesco, che lo apostrofò in Vaticano quando el pibe andò in udienza: “Te esperavo Dieguito“, ti aspettavo Diego.

Per Napoli Maradona è stato importante come un san Gennaro contemporaneo, o perlomeno come Totò. La grande città di Partenope lo ha accolto fosse un suo scugnizzo dei Quartieri Spagnoli e Maradona si è incistato come un figlio.

Come può essere che un giocatore di football assuma tanta importanza per la cultura sociale?

Maradona è stato anche un uomo generoso, un uomo buono. Non si faceva vedere quando soccorreva bambini e adulti. Evangelicamente “la sua mano sinistra non sapeva che cosa facesse la sua mano destra”. Non si vantava. Non rimproverava i compagni di squadra che non erano alla sua eccelsa altezza tecnica nel gioco. Sembra quasi avesse fatto suo proprio l’Inno alla Carità di san Paolo, che troviamo nella Prima Lettera ai Corinzi al capitolo 13, 1-13.

Ma anche lui aveva una zona oscura. Consumatore di cocaina, Maradona oggi viene accusato in maniera esplicita di violenza su diverse donne. Ebbene, chi assume droghe e alcol è responsabile di quello che fa sotto l’influenza degli stupefacenti e dell’alcol. Maradona compreso, com’è ovvio. Anche i santi, come insegnava sant’Agostino, per esperienza personale, possono essere peccatori.

Qui sono però necessarie alcune considerazioni di psicologia teorica individuale, di psicologia sociale,  e in particolare di psicologia delle masse (o della folla) che, come ho più volte ricordato in questo sito, trova ampia spiegazione in un testo del francese Jacques Le-Bon Psicologia della folla datato verso il 1880.

La psicologia moderna e contemporanea parla di caratteri e di tipi umani, categorizzandoli in non poche modalità, che dipendono dai vari autori, da studiosi come Jung, Bateson, Freud, Rogers, Winnicott, Skinner, etc., senza trascurare la dottrina classica dei temperamenti, che risale alle filosofie del passato fino ai medici illuministi del XVIII secolo.

Da questi emergono strutture analitiche e tassonomiche che permettono di comprendere le profonde differenze tra persona e persona, ciascuna delle quali è irriducibilmente unica. La prassi e l’esperienza comuni, e le “lezioni” della storia suggeriscono la necessità di prendere atto di queste differenze, che poi si esplicitano nelle differenze di ruolo e nelle storie individuali delle varie persone.

I carismi si distribuiscono in modo vario e differente tra uomini e donne, territorio e nazione, ambiente economico e sociale, aziendale, ecclesiale, militare o civile.

Pertanto, si danno, vi sono, coloro che sono predisposti a guidare altre persone (lavoratori, soldati, religiosi, imprenditori, etc.) mantenendo la responsabilità dei risultati (cf. la teoria weberiana della leadership carismatica), e coloro che preferiscono “farsi guidare, pilotare”, o perché non se la sentono di governare strutture di persone e cose, o perché preferiscono delegare oppure, infine, perché non ne sono capaci e se ne rendono conto, la qual cosa è ottima.

Ecco, coloro che fanno parte del secondo gruppo sono più disponibili al gregariato, per cui, quando muore un “maradona”, un “lennon”, un “che guevara”, un “fidel”, un “mao” o uno “stalin”, e non chiedo perdòno qui per aver messo insieme “maradona” e “stalin”, sono i primi della fila a beatificarlo “facendolo” mito.

Gli assembramenti, le urla, i manifesti, le querimonie e i pianti sono tipici di questa tipologia antropologica.

Personalmente, come è noto ai miei lettori, non faccio parte di questa categoria umana, anche se ho partecipato a cortei, a concerti, a processioni e manifestazioni, il cui valore non disconosco certo.

Ma senza spegnere il cervello, mai.

Quando Sigrid mi aggiustava il nodo della cravatta

Ragazzini vestiti da uomini eravamo. Al liceo, al nobile regio liceo-ginnasio, dove io ero – per alcuni – lì come per sbaglio. Unico, forse, figlio della classe operaia in quel luogo.

Il Liceo Ginnasio Jacopo Stellini di Udine

Gli altri compagni e compagne erano o figli e figlie di militari, o di professionisti, o di impiegati pubblici, o di commercianti. Ero, per le regole di classe di quegli anni, fuori posto. Anche la mia preparazione, dopo la terza media e nei primi mesi della quarta ginnasio, era inferiore a quella di molti compagni, ma ben presto pareggiò la loro: forse a febbraio non avevo più nessun handicap verso alcun compagno. Le ragazze mi sembravano grandi, molto grandi, e io mi sentivo piccolo, molto piccolo, ma non di statura. Loro guardavano quelli di seconda e terza liceo: da quattordicenni si interessavano ai diciottenni che, a loro volta erano spesso figli di papà benestanti che li portavano a scuola in auto. Ma erano dei rivoluzionari. Taluni avevano già la macchina personale, magari “solo” una Fiat 500 o una Mini Morris.

Ricordo ancora uno studente (ho in mente il suo cognome che qui non riporto, ma forse, se leggerà, si potrà anche riconoscere), militante della FGCI, cioè della Federazione Giovanile Comunista Italiana, che, quando pioveva, scendeva davanti alla nobile scalinata, da una grossa Mercedes grigia, pulitissima con suo padre al volante. La militanza politica era prevalentemente a sinistra, anche (anzi soprattutto) al liceo, ma a sinistra del Partito Comunista. Io che mi sentivo socialista, per via di mio papà e delle prime letture politiche, mi sentivo esterno, estraneo a un mondo che era profondamente borghese, eppure parlava di proletariato, di lotta di classe e di rivoluzione. C’era qualcosa che non mi quadrava.

I maschietti erano obbligati dal dress code dell’istituto e del tempo a giacca e cravatta, codice che il ’68 avrebbe smantellato. La ragazze indossavano il grembiule nero, che le rendeva carine come dei corvi giovinetti. E le professoresse idem, anche loro con il grembiule nero. I professori, invece, indossavano giacca e cravatta come noi ragazzini.

Non avevo capi di gran pregio, ma ero pulito e dignitoso. Non avevo ancora imparato a far bene il nodo della cravatta e , ricordo, una mattina, una mia compagna tedesca, Sigrid, mi sistemò con cura il nodo e mi diede un buffetto cameratesco. Non so se avesse simpatia per me, ma lo fece con naturalezza estrema. E io neanche mi vergognai. Lo dissi a mia madre e lei sorrise. Ma poi imparai a fare bene i nodi della cravatta, finché la cravatta fu un obbligo, perché poi venne il tempo dei maglioni, degli eskimo verde oliva, dei jeans e delle scarpe da ginnastica.

Il liceo era cambiato. La rivoluzione era alle porte, ma il racconto di quei tempi è cantata meglio dal mio amico Nando, che ne ha fatto una saga, una serie di fatti narrati che meriterebbe la pubblicazione di un volume. Il mio amico Sergio ha pubblicato un volume, Le case di via Feletto, dove racconta quegli anni dalla prospettiva di dove abitavano famiglie di militari come la sua. Non so se altri compagni del tempo abbiano scritto qualcosa. Sarebbe bello.

Ho cercato sul web quella Sigrid e mi pare di averla trovata, mi pare che faccia attività nel mondo della comunicazione, nella sua Germania, ma mezzo secolo fa mi aggiustava il nodo della cravatta.

Tanto tempo è passato e siamo ancora qua per qualche tempo a raccontarcela, più in età, con la memoria buona, dopo vicende tutte diverse, studi, lavori, amori, figli fatti e figli evitati, forse anche figli inconsapevoli di essere stati generati da quelli della sezione F. Un saluto e un abbraccio a chi di loro, della vecchia F, mi possa e mi voglia leggere.

Furbizia versus intelligenza

Molti scambiano queste due caratteristiche psicologico-spirituali, oppure le ritengono talmente analoghe da apparentarle indebitamente. La furbizia o furberia, come concetto, crea difficoltà a chi voglia collocarla nel novero dei vizi o delle virtù. Può apparire virtù, se serve a salvaguardare chi la usa da pericoli e rischi, ma può altrettanto apparire come un vizio se viene utilizzata per l’inganno a scapito di qualcuno e a favore di chi la usa.

Secondo alcuni linguisti la parola furbo deriva dal francese “fourbe” (ladro). Ma secondo altre più recenti ipotesi la parola “furbo” verrebbe dal latino fur-furis” (ladro) trasformatosi poi, fra il IV e il VI secolo d.C., in ”furvus”, voce attestata anche con il significato di ”nero, fosco, buio”.

L’intelligenza o, nel classico linguaggio dei filosofi, l’intelletto, è la facoltà raziocinante, la capacità di “leggere-dentro” le cose (dal latino intus-legere, da cui intellectus, cioè intelligenza). A volte si nota che le persone intelligenti sono poco furbe: già questa constatazione è illuminante sul fatto che si tratta di due caratteristiche umane, e anche animali, molto differenti. Non dimentichiamo che anche degli animali si può dire, in vario modo, che sono intelligenti e/ o furbi. Un’intera aneddotica mitologica ne parla, da Esopo a Gianni Rodari: il leone, il gatto e la volpe (Collodi), il cane, il cavallo, la pantera e la tigre (Kipling), l’orso, i paperi, i topi (Disney). E via dicendo.

L’antropomorfizzazione degli animali, con riferimento a intelligenza furbizia è nota. Di seguito ho scelto di pubblicare alcuni aforismi non banali in tema.

La furbizia è l’idea che lo stupido ha dell’intelligenza. (P. Caruso)

Pino Caruso è stato un comico, ma mi pare che qui sia stato molto filosofico: la comicità è un’arte che ha molto a che fare con l’amore-per-la-vera-sapienza.

La furbizia è un surrogato truffaldino dell’intelligenza. Se questa riscuote più credito, quella ottiene più successo. (R. Gervaso)

Roberto Gervaso è stato un giornalista di vaglia, anche se di orientamento politico a me per nulla affine, epperò qui coglie nel segno.

Che la furbizia sia caratteristica servile, e mai signorile, è la sola fondamentale scoperta politica che milioni di italiani devono ancora fare. (M. Serra)

Michele Serra possiede un’arguzia tagliente, come quella di certi aforisti rinascimentali.

I furbi ci fottono sempre al momento giusto, nel posto giusto, col sorriso giusto. Camminano con sprezzo anche sopra la loro merda. (Charles Bukowski)

Lo scrittore americano non lesina l’uso di termini popolari, per modo di dire: anche la merda va bene per chiarire i concetti.

È più facile che sia furbo un cretino che un intelligente. (Roberto Gervaso)

…e questa è la peggior punizione del furbo.

Quando tra gli imbecilli ed i furbi si stabilisce una alleanza, state bene attenti che il fascismo è alle porte.
(Leonardo Sciascia)

…attenzione, attenzione!

La mia totale mancanza di furbizia mi condanna ad un’esistenza irragionevolmente e svantaggiosamente onesta. (I. Bauer)

Ida Bauer dissimula molto bene un dispiacere che non prova, perché sa che nulla paga di più di una coscienza onesta, nella vita.

La furbizia non è una qualità né troppo buona, né troppo cattiva: oscilla tra il vizio e la virtù. Non c’è incontro in cui non la si possa e, forse, non la si debba sostituire con la prudenza. (J. de La Bruyere)

Jean de La Bruyere, da buon uomo dell’età barocca, ama interloquire con circonlocuzioni che mettono il lettore nelle condizioni di dover pensare, e al cosa è molto utile, specie di questi tempi.

Quasi nessuno scopre mai che le sue azioni feriscono davvero gli altri. La gente non migliora, diventa solo più furba. Quando diventi più furbo, non smetti di strappare le ali alle mosche, cerchi solo di trovare dei motivi migliori per farlo. (S. King)

Stephen King ha ben presente come è l’umano, quando sfiora il demoniaco e la malvagità, lasciando l’amaro in bocca, con poca speranza. Non nulla, ma molto poca.

Il motivo per cui stupidi e furfanti se la cavano meglio al mondo di uomini più saggi e onesti è che sono più vicini al carattere generale dell’umanità, che è null’altro che un insieme di inganno e stupidità. (S. Butler)

Samuel Butler manifesta un pessimismo quasi cosmico, sfiduciato praticamente del tutto nei confronti dell’umano.

Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. I furbi si fanno sostituire.
(R. “Freak” Antoni)

Umorismo fine quello di “Freak” Antoni.

La furbizia è la sorella stupida dell’intelligenza. (Paola Poli)

Più aforismatica di così…

Io mi sono allenato per 20 anni, ho avuto una carriera lunghissima come velocista, ma non mi sono mai neanche strappato. Invece, se avessi fatto uso di steroidi anabolizzanti, mi sarei strappato chissà quante volte. Lo sport deve rimanere l’ultimo baluardo del tessuto sociale per quanto riguarda il rispetto delle regole. Insomma, tra gli atleti deve vincere il più bravo, non il più furbo. (P. Mennea)

Pietro Mennea è un pedagogista morale naturale. Il grande atleta che è stato si riflette come una metafora sulla dimensione esistenziale di ciascun uomo libero e pensante.

In Italia quella tra cittadino e legalità è una relazione sofferta, la cultura di questo Paese di corporazioni è basata soprattutto su furbizia e privilegio. (G. Colombo)

L’antico giudice milanese, praticando da tutta la vita persone dedite alla violazione delle leggi, si è fatta un’idea monocorde, penso non condivisibile, dell’Italia.

Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro. (G. Prezzolini)

Quanto mancano persone come Prezzolini al nostro tempo, in mezzo a tanto inutile e pericoloso “politicamente corretto”!

L’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. (I. Svevo)

La metafora equazionale di Ettore Schmitz sta in piedi come una analoga algebrica.

La verità è che è più furbo scappare. Lo scontro migliore è quello che eviti. Ma io non ho mai sostenuto di essere furbo. Solo ostinato e ogni tanto irritabile. (L. Child)

Ecco che Leo Child specifica ciò che è meglio essere, piuttosto che furbo, Sono d’accordo, pienamente.

La furbizia non è un aspetto dell’intelligenza, ma la faccia nascosta della disonestà.
(P. Caruso)

Il comico siculo, conoscendo dal vivo molta disonestà, afferma con chiarezza da che parte sta, proprio guardandosi in giro dove vive e più in generale.

L’imbecille totale è preferibile a chi mette la furberia al servizio della stupidità. Il primo, di solito, è innocuo; il secondo, pericoloso a se stesso e agli altri perché, scambiando la furberia per intelligenza, non capisce quanto sia stupido. (R. Gervaso)

L’acutezza gervasiana penso qui raggiunga un suo culmine, poiché è una verità centrale sapere che chi pensa di essere intelligente perché è furbo, in realtà è proprio uno stupido.

L’italiano ha un tale culto per la furbizia che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. (G. Prezzolini)

Concludo con questo divertente paradosso del grande Prezzolini, al quale perdoniamo qualche appartenenza (o quasi) politica, anche solo per la sua intelligenza simpatica.

Furbizia e intelligenza, quindi, non sono neppure sorelle e neanche cugine, ma due caratteristiche mentali differenti, là dove ciascuna qualità può essere comunque utilizzata con correttezza. Anche nei vangeli troviamo accenni alla furbizia, senza che ciò significhi doppiezza e ambiguità immorali. Basti considerare il loghion gesuano che si trova in Matteo 18, 3: «Se non diventerete come i bambini non entrerete nel Regno dei cieli», aveva appunto ammonito Gesù.

Un altro locus evangelico troviamo in Luca al capitolo 16 (1-13), dove una parabola racconta di una utile e “virtuosa” astuzia: «il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza». La lode narrata da Gesù appare non come una sorta di sorprendente giudizio immorale, ma come un riconoscimento della scaltrezza come qualità di sopravvivenza.

Non dimentichiamo infine anche le lodi del Maestro di Nazaret a certi comportamenti astuti del serpente, invitando l’uomo ad imitarlo, ma mantenendosi puro come colomba (cf. Matteo 10, 16), per vivere con intelligenza.

L’anima della rinascenza

Solitamente usiamo il termine “anima” al di là della dizione platonica e aristotelica di sostanza- guida delle azioni umane agìte tramite il corpo, di essenza dell’umanità stessa, di sostanza o natura della vita consapevole dell’uomo, e al di là della nozione religiosa, sia del ceppo greco-latino, sia biblico, sia orientale, concepita come qualcosa di immortale o addirittura eterna (induismo, Origene, etc.) per dire che ogni cosa o azione umana ha un’anima, per dire che l’anima è una guida alla comprensione delle cose del mondo e dell’uomo stesso.

Tutto ha un’anima nel dire abbastanza comune. Per gli animisti siberiani e del Grande Nord, per quelli del Sud America e dell’Africa “tutte le cose hanno un’anima“, dall’uomo agli animali alle pietre, dalle acque al vento. In I Re 19, 11-12, perfino Dio è una brezza leggera, che coglie il profeta Elia.

Gli disse: «Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. (…)

Dio si manifesta ad Elia in modo sommesso, quasi delicato, e ciò ci insegna a sviluppare le nostre capacità di ascolto, di attenzione anche alle piccole cose, a quelli che chiamiamo segnali deboli. Ciò che non è tonitruante o prepotente o arrogantemente proposto, ci deve interessare, rendendo più acuti i nostri sensi interni, che presiedono alla comprensione vera delle cose.

Diamo uno sguardo al grande film di Kurosawa Dersu Uzala. Il piccolo uomo delle grandi pianure. Va visto per avere un’idea della nozione di anima presso i popoli della Siberia, a modo di esempio. L’anima è l’essenza vitale del tutto.

La rinascenza è un modo della ri-nascita, un tornare da capo per essere meglio di prima, come spiega la storia italiana. Il Rinascimento storico è un nome che le persone del tempo non conoscevano e non usavano e, come per altri periodi storici antichi, medievali e moderni, fu semplicemente dato dagli storiografi.

Per ri-nascere occorre metter in ordine molte cose: cultura, coesione sociale, politica, economia, diritto. La rinascenza, come nel Rinascimento storico, significa un rilancio della persone e della sua unicità, della sua autonomia. I classici greco-latini, ripresi da Giovan Pico della Mirandola nel suo De hominis dignitate, usavano dire homo faber ipsius fortunae, cui aggiungerei, con il contributo delle circostanze, cioè di tutti i vettori causali di cui il singolo non ha conoscenza né nozione.

L’uomo vitruviano di Leonardo da Vincio

Le potenzialità umane, insite in ciascuno in modo diverso, sono uniche in ogni persona e costituiscono la struttura portante della dignità umana.

Già Platone ed Epicuro, e poi Agostino fino a Hegel hanno proposto la dialettica come il metodo più adatto alla ricerca della verità. La dialettica è scambio di idee, è capacità di ascolto, uso rispettoso della parola, coltivazione del dubbio e dell’interiorità.

«La mistica immagine della Rinascita e della Riforma aveva vissuto, sotto entrambi i suoi aspetti, attraverso tutto il Medioevo […] ora, dopo lo slancio religioso del XII secolo […] dopo Gioacchino, Francesco, Domenico, dopo l’illimitato flusso di entusiasmo religioso, quell’immagine si muta nell’espressione di un sentimento e di un bisogno di tipo puramente umano, che dapprima empie di sé solo singoli individui, poi anche ampi circoli, ed al quale si mischiano la esigenza e l’immaginazione della fantasia, dell’anima sensibile
(K. Burdach, Dal Medioevo alla Riforma)

Il brano di Burdach ci dà un po’ il senso della “rinascita” storica in Italia, che influenzò tutta Europa, costituendo immagine di cambiamento radicale della concezione dell’uomo nel mondo e nella natura. Ri-nasce l’esigenza di una crescita psicologica e culturale dell’uomo, anche oltre la dimensione teologica, con un’esperienza estetica (intesa nel senso dell’àisthesis aristotelica, cioè come manifestazione dell’essere, non nel banale senso estetistico di comune accezione).

Ora sta accadendo quello che sappiamo e molti ne parlano, i più blaterando, anche molti “scienziati”, spesso in contraddittorio sgangherato tra loro.

Sembra quasi che una sorta di “provvidenza” (non scomodo “Dio” per questo) abbia deciso di insegnare all’uomo che la Terra non è un bene disponibile a ogni uso, quasi in memoria di un retaggio teologico-biblico legato alla legge della colpa/ espiazione.

Forse la Provvidenza, mediante il linguaggio-della-Terra ci ricorda che è meglio dare uno sguardo al Tutto, al Bene-che-è-comune, su cui abbiamo una responsabilità di mandato, come fossimo dei CEO, come fossimo finalmente umani.

L’ora della medicina è l’ora della filosofia

…come nei tempi antichi, quando i medici erano filosofi, e spesso viceversa.

Galeno da Pergamo

La medicina e la filosofia sono sempre state collegate, quasi scienze “sorelle”, perché entrambe si occupano dell’uomo, della sua vita e della sua salute, fisica e spirituale, anzi, in qualche modo, specialmente in Aristotele, del tutto connesse. Che la salute fisica e spirituale siano strettamente correlate, lo sappiamo tutti, o quasi.

Non si può non partire da Ippocrate di Coo (o Kos, in greco), cioè Ἱπποκράτης, Hippokrátēs; nato nel 460 circa in quell’isola e moro a Larissa nel 377 a. C., che fu medico, geografo e scrittore, facente parte di quell’aristocrazia intellettuale che segnò gran parte della cultura antica di cui siamo tuttora grandemente debitori. Ippocrate cambiò radicalmente il concetto e le modalità pratiche della medicina del suo tempo, che era troppo legata alle riflessioni teologico-filosofiche intese come pura teoria (theorìa in greco significa visione), qualificando la medicina come sapere e professione autonoma.

Il suo Corpus Hippocraticum riassunse tutte le conoscenza naturali e cliniche del suo tempo e di tutte le scuole mediche precedenti, anche esterne alla Grecia.

Prima di citare i grandi filosofi classici, propongo un cenno a Galeno di Pergamo, attivo oltre cinque secoli dopo. Nato nella città anatolica nel 129, morì a Roma nel 201 circa d. C.. Per tredici secoli le sue dottrine e le sue pratiche andarono per la maggiore in tutto il mondo europeo e mediterraneo, fino alle rivoluzioni filosofiche e scientifiche del ‘500/ ‘600. Dal suo nome deriva la galenica, vale a dire l’arte di preparare i farmaci da parte del farmacista in farmacia.

Medicina e filosofia, differenti disciplinarmente, sono collegate fin da tempi molto antichi. Infatti, pressoché tutti i filosofi nel corso del tempo hanno fatto proprie molte metafore mediche per dire il loro pensiero filosofico. Molti di essi erano anche medici, per cui connettevano la capacità di curare il corpo con la necessità di curare anche l’anima, che non era ritenuta un’entità indipendente dal corpo e viceversa. Si può dire che avevano una visione che oggi definiremmo “olistica”.

Teniamo conto che il termine greco φιλοσοφία è composto di φιλεῖν (phileîn), “amare” e σοφία (sophía), “sapienza”, ed è, dunque, “amore per la sapienza”. Già l’etimologia obbliga, quasi, a pensare al ruolo del medico, che deve “sapere” molte cose per poter operare con efficacia per il benessere dell’uomo.
Inoltre, l’agire del medico non può non essere mosso anche dalla capacità di essere compassionevole, e anche qui l’etimologia del termine ci illumina sulla sua posizione e ruolo sociale. Il lemma “compassione” deriva dal latino cum pati, soffrire insieme, ma anche dal greco pàsco, soffro. Si pensi ai due termini sim-patia ed em-patia, entrambi derivanti dallo stesso verbo greco, significando rispettivamente: a) sentire con (con l’altro) e b) sentire come (l’altro)…

Il medico, dunque, si muove mosso da un sentire il bisogno dell’altro e se ne prende cura, perché percepisce la vulnerabilità di quella persona, e sa che potrebbe essere la propria (persona), in un altro momento,

Se i termini della questione sono questi, già si intuisce il legame naturale, intrinseco, profondo, che sussiste tra le due discipline, la medicina e la filosofia, come abbiamo detto, fin da tempi molto antichi e in particolare dalla civiltà classica greca, che vide lo svilupparsi decisivo delle dottrine filosofiche e anche delle nozioni legate alle scienze naturali e della medicina. Il rapporto tra le due scienze si incontra in una antropologia che ha una dimensione fisica collegata a una dimensione teoretico-intellettuale, un’antropologia fisica che descrive l’uomo, come è fatto, come si suppone sia generato, come termini la sua vita, come possa ammalarsi, e una antropologia filosofica, che studia l’anima dell’uomo, la psyché, la sua spiritualità, il suo pensiero, la capacità di ragionamento, le emozioni…

Fin da mezzo millennio prima di Cristo si capiva come fosse indispensabile, accanto alle capacità di cura delle malattie e del dolore fisico, una conoscenza dei “rimedi” da attuare per il disagio e il dolore spirituale. In questo senso si pensi già ai dialoghi platonici, agli insegnamenti di Epicuro, alla Fisica di Aristotele. Era dunque importante per quei nostri predecessori cercare qualche significato sull’ordine delle cose. Costoro sapevano che dare un orientamento filosofico al proprio pensiero aiutasse e supportasse chi è di fronte al dolore umano e alla morte.

Nell’antichità la morte era una dimensione che poneva il medico perfino in una dimensione “sacrale”, fino addirittura a divinizzarlo. La malattia era collegata al divino quasi come punizione che il “dio” irrogava all’uomo peccatore (visione presente anche nel mondo biblico). Si trattava di un modello di tipo “teurgico”, nel quale potevano avere un ruolo anche forze negative, demoniache. Vi era nella medicina un lato che poteva essere ricondotto al misticismo se non alla magia.

Solo con Ippocrate questa visione delle cose si modificarono assumendo connotati di tipo razionale, o scientifico, per quei tempi. Il medico di Kos, nel trattato “L’Arte medica”, descrivendo questa abilità, dimostrò che la medicina può aiutare l’uomo nella guarigione oppure ridurre la sofferenza con mezzi materiali. Il Giuramento, cui ancora oggi si fa riferimento attesta che quell’antico “dottore” aveva una visione della vita molto completa, per la quale da curare era l’uomo, tutto l’uomo, quando in esso si manifestava qualche male. Molte volte Ippocrate cita l’essere umano con il termine “ánthropos” (essere umano), mostrando così quanto veniamo dicendo.

La relazione medico-paziente è da sempre una delle più importanti tra i vari rapporti umani, commisto di empatia e di competenza, dove ciascuno si mette in relazione con l’altro nel suo proprio ruolo, ed è una situazione a-simmetrica, necessariamente, anche se possibilmente non improntata a paternalismo e autoritarismo. Questo lo sapevano bene gli antichi pensatori, cui ora daremo un poco la voce.

Ad esempio, Socrate (470 a.C. – 399 a. C.) con il metodo maieutico (dal greco “maieutiké”), che si proponeva di “tirar fuori” dall’allievo pensieri personali, senza imporgli le proprie opinioni con la retorica e l’arte della persuasione. Il metodo socratico era una specie di “parto intellettuale”, essendo Socrate convinto che “è sapiente solo chi sa di non sapere”, mentre chi si illude di sapere, ignora la sua ignoranza.

Continuiamo con Platone (428 a.C. – 348 a.C.): per il sommo ateniese la filosofia era indispensabile per la crescita dell’uomo virtuoso. Come i suoi contemporanei anche lui credeva (chissà come “credeva”?) che Asclepio fosse il fondatore dell’arte medica, come fa affermare al medico Eurissimaco nel Simposio, Anche nel Timeo, (XXXI, e, a, et XXXII, b, b, p, et XXXIII, b, c, d) il filosofo si occupa di storia naturale (biologia) e medicina, sostenendo che gli “dei” collocarono il centro della vita nel midollo, e anche l’anima. La sua visione non poteva che essere materialista, ma solo nel senso della concretezza corporea, e ciò sorprende un po’, epperò solo chi pensa che Platone fosse un astratto spiritualista. Aggiunge poi che la parte più “divina” dell’uomo è collocata nel… cervello. Descrive poi, sempre nel Timeo le collocazioni nei vari organi interni (cuore, fegato, polmoni, etc.) che lui ritiene appartengano alle varie passioni e caratteristiche dell’anima maschile e dell’anima femminile.

In un altro dialogo, il Fedro (XXV a, b), Platone descrive gli umori e le parti fluide del corpo (sangue, flegma, bile, etc.) e la tripartizione anatomica: “cervello” dove ha sede, come affermato nel mito dell’anima, l’anima, psyché, che governa due “destrieri” che sono “il cuore” (nobile e buono) e “il fegato” (non buono) (Fedro, XXV a,b.).

Un altro aspetto che Platone cura è quello della “pedagogia, anzi dell’andragogia (l’insegnamento agli adulti) della medicina. Per lui come usava fare Ippocrate, suo contemporaneo, il medico deve educare il malato, ma anche ogni persona, a tutelare la propria salute (sembra qui echeggi già l’articolo 9 dello Statuto dei Diritti dei lavoratori, Legge 330 del 1970, dove si prevede che il lavoratore si curi, non solo della propria salute e sicurezza, ma anche di quella dei colleghi!).
Nel dialogo Gorgia, Platone colloquia con questo filosofo (Gorgia da Lentini in Sicilia, non dimentichiamo che Platone trascorse non poco tempo a Siracusa) parlando di medicina, e lì cita Socrate e la sua idea che esistano quattro tèchnai buone: ginnastica e medicina (che riguardano il corpo), legislazione e giustizia (che riguardano l’anima).

Aristotele (384 a. C – 322 a. C.) si interessa della medicina in molte sue opere, nelle quali discorre chiaramente del rapporto tra medicina e filosofia; trattò anche non poco l’anatomia e la fisiologia, avendo una grande opinione, come il suo maestro Platone, di Ippocrate. Ricordiamo una delle opere meno note dello Stagirita, i Parva Naturalia, nella quale si interessa della salute e della malattia, indicando le scienze adeguate a questi temi profondamente umani: partendo dallo studio della natura, sostiene Aristotele, i filosofi passano trattare questioni di medicina, così come i medici, che però procedono ulteriormente con la ricerca e l’applicazione di sempre più efficaci terapie. Ecco qui il termine terapia, che nella classicità significa “cura in generale dell’uomo“, e quindi sia psicologica e morale, sia della parte corporea.

Ad esempio, nell’opera morale sua maggiore, l’Etica Nicomachea, scrive: ”(…) i malati ascoltano con attenzione le cose che dicono i medici, ma non fanno nulla di quello che viene loro prescritto. E quindi, proprio come quelli non sono sani nel corpo, se si curano in modo simile, nemmeno sono sani nell’anima (…)”. Un rapporto necessario tra anima e spirito, fra corpo e anima!
Inoltre, Aristotele, si occupò non poco anche di anatomo-fisiologia e di zoologia, saperi fino al suo tempo del tutto o quasi inesistenti.

Nel trattato De Anima, Aristotele descrisse la vita come: “la capacità di nutrirsi da sé, di crescere e di deperire. Ogni vivente è dotato di anima, che fa la differenza tra vivente e non vivente; l’anima è l’atto primo di un corpo naturale dotato di organi”.

Oltre alle qualità sensitive e di locomozione, l’uomo possiede caratteristiche particolari e uniche in natura, l’intelletto, definito noûs (da cui attività noetiche cioè intellettuali), organo (spirituale) preposto alle attività intellettive e ad approcciare le realtà intelligibili, vale a dire tutta la realtà. Anche Aristotele, derivando il concetto da Platone, considera immortale la parte dell’anima che non dipende dalla corporeità, come il pensiero.

L’uomo è dunque un composto di materia e di spirito, chiamato synolon, cioè il tutto-insieme, compenetrati tra loro in modo da non poter esistere l’uno senza l’altro.

Riporto qui alcune tesi aristoteliche ritenute valide fino al Rinascimento: “Aristotele immaginò che la riproduzione nella specie umana avvenisse attraverso il sangue mestruale, congelato ad opera del principio attivo dello sperma, successivamente trasformato in una sostanza amorfa da cui derivava l’embrione. Ma il numero elevato di dati raccolti da Aristotele e dai suoi assistenti costituì la base di ogni progresso scientifico, oltre che il libro di testo del sapere per duemila anni.” (autore non noto, dal web, ma la tesi riportata corrisponde)

La medicina ippocratica e platonico-aristotelica si fondava, dunque, sul concetto di malattia e sul medico interamente dedicato alle esigenze del paziente, allo studio della patologia non perdendo di vista la sua umanità.

Possiamo ricordare anche, nel III secolo a. C., Erofilo e Erasistrato, i quali accentuarono l’aspetto globale delle condizioni psico-fisiche della persona, senza fermarsi al solo aspetto fisico. La medicina greca giunse a Roma tramite alcuni greci liberti, che avevano studiato nelle “scuole” filosofiche e scientifiche della Grecia, collegandosi strettamente alla Dottrina cristiana, quando ivi giunse verso la metà del I secolo con Paolo.

Il Cristianesimo portò nella cultura imperiale del tempo il concetto-valore di persona, come valore incommensurabile, e ciò in qualche modo fu il controcanto dell’ampliamento di misure che oggi chiameremmo socio-assistenziali promosse da alcuni imperatori, a partire da Augusto, che istituì una sorta di primo welfare per le persone più disagiate, seguìto da Vespasiano, Adriano, Marco Aurelio.

La dottrina del Maestro di Nazaret, così come riportata nei vangeli e nell’opera dei discepoli si mosse in questo senso, trovando interlocutori interessati anche nella filosofia romana, come in Seneca. Questi (4 a.C. – 65 d. C.), che qualcuno sostiene ebbe a conoscere san Paolo, descrive in questo modo il medico: “(…) il vero medico si è preoccupato di me più del dovuto; è stato in ansia non per la sua reputazione ma per me; non si è limitato a indicarmi i rimedi ma li ha applicati con le sue stesse mani; è stato fra quelli che ansiosamente mi assistevano: di conseguenza io sono in obbligo ad un uomo simile non come medico ma come amico” (De beneficiis, VI, 16,2. ). Seneca proponeva una visione unitaria, monistica, dell’uomo, per la quale anima e corpo sono due entità intercomunicanti in quanto consustanziali e attraversate da un unico “spiritus coibente”.

Nelle Epistulae morales ad Lucilium, scrive in tempi vicini alla sua morte ordinata dall’ex “allievo” Domizio Enobarbo (Nerone): “Senza la filosofia l’animo è malato, se anche il corpo è in forze. Curiamo prima la salute dell’anima, poi del corpo. E’ da stolti esercitare i muscoli come pazzi; se è troppo il peso del corpo l’anima diviene meno attiva. La troppa fatica negli esercizi fisici esaurisce lo spirito e l’abbondanza di cibo ostacola l’acutezza d’ingegno. Ma ci sono esercizi facili da fare come corsa, salto, sollevamento; ma qualsiasi cosa tu faccia torna subito all’anima ed esercitala notte e giorno”.

Galeno di Pergamo (129-199), la cui immagine ho posto all’inizio di questo breve saggio, studiò filosofia che in seguito collegò positivamente a quella medica. Secondo lui non si può essere un buon medico se non si conoscono logica, fisica ed etica, cioè l’insieme dell’autentica filosofia, con le parole. “(…) chi è un vero medico è sempre anche filosofo. Sul fatto che ai medici abbisogni la filosofia per adoperar bene l’arte non credo abbia bisogno di dimostrazione. (…) ”(GAROFANO I. – VEGETTI M., Galeno, Opere scelte, Utet, Torino 1978, p. 76).

Si può dire che Galeno rimase – per le scienze mediche – punto di riferimento per più di mille anni.

Infine riporto alcune parole di Plotino (203 – 270 d. C.), il quale nelle Enneadi, in seguito pubblicate dal suo allievo e biografo Porfirio: “Quando poi pretendono di liberarsi dalle malattie, avrebbero ragione, se lo volessero fare mediante la temperanza e un regime regolare di vita, come fanno i filosofi; (…), il genere di filosofia, da noi perseguito, fra gli altri beni raccomanda la semplicità dei costumi e la purezza dei pensieri, ricerca l’austerità non l’arroganza, ci ispira una confidenza accompagnata da ragione e da molta sicurezza, da prudenza e da massima circospezione”.

Dopo questa breve esplorazione del passato, ora posso/ possiamo, con calma, decidere di esplorare come le due discipline, la medicina e la filosofia, insieme con le scienze psicologiche, prime cugine anzi figlie “di primo letto”, della filosofia, possono oggi collaborare, soprattutto in ragione dei tempi che viviamo, in presenza del Covid-19.

Oggi, i filosofi e gli psicologi possono essere i primi alleati dei medici e degli infermieri, ma anche di tutti coloro che operano in condizioni di libertà ristretta, come i carcerati e coloro che vigilano nelle carceri, solo a modo di esempio. Sono onorato che la mia Associazione filosofica, Phronesis, sia su questa strada di bene.

Un “socialismo” riemerge cautamente dal Covid-19

Nessuno si scandalizzi, ma penso proprio che si tratti di questo: la solidarietà sociale oramai in queste settimane (mesi?) si sta orientando verso una condivisione obbligata certo, ma reale, di condizioni e di abitudini. Già negli ultimi tre quarti di secolo, cioè dal secondo dopoguerra, forme di welfare socialdemocratico hanno preso piede in molte nazioni, mentre il comunismo falliva.

Willy Brandt

Non si deve temere di usare la parola “socialismo”, pur se molti lo confondono ancora con il comunismo, anche se, da un punto di vista storico-declaratorio, a giusta ragione. Infatti la dizione completa dell’acronimo U.R.S.S., significa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Il socialismo sovietico era un comunismo di stato, così come quello cinese di Mao-Tze-Dong, che ancora vive nell’autocrazia liberal-comunista di Hi Hsin Ping.

Bisogna comunque distinguere in modo rigoroso tra i due concetti. Il socialismo è una dottrina proponente riforme sociali gradualiste (soprattutto dall’uscita della proposta marxiana, molto più radicale, perché rivoluzionaria), che nasce dalla Rivoluzione francese, tramite personaggi come Babeuf, Filippo Buonarroti, e poi il conte di Saint-Simon, Fourier, Blanqui e Proudhon, che proponeva venature già anarchiste. Poi è arrivato Karl Marx, il quale insieme con il suo sodale Friedrich Engels ha scritto i principali testi del socialismo scientifico (per distinguerlo rigorosamente da quello chiamato con una certa sufficienza ironica “utopistico”), altrimenti detto materialismo dialettico, base per tutte le rivoluzioni sociali successive dell’800 e del ‘900, che sappiamo come sono andate.

A metà’ 800 fu fondata l’Internazionale socialista, cui aderivano socialisti umanisti della tradizione francese, seguaci di Marx-Engels e anarchici à la Bakunin. Ma vi partecipavano anche “democratici” repubblicani come Mazzini, che viveva a Londra ed era distantissimo, sotto il profilo politico-sociale, dall’uomo di Treviri.

Nell’ottobre (o novembre, secondo il calendario giuliano vigente nel mondo cristiano ortodosso) del 1917 scoppiò la Rivoluzione bolscevica, che dette inizio alla più grande esperienza socialista, anzi comunista, della storia. Nel frattempo, si sviluppava un’altra linea socialista, quella “riformista” (termine impreciso per quei decenni, ma attuale dalla seconda metà del ‘900), il cui maggior teorico fu Eduard Bernstein, che trovò soprattutto nell’Europa del Nord i maggiori adepti.

Nel 1921 a Livorno il Congresso del Partito Socialista Italiano “partorì” – nel corso di una feroce diatriba – nientemeno che il Partito Comunista d’Italia, promosso da personaggi come Gramsci, Togliatti, Terracini, Bordiga, che ne fu il primo segretario. Il Partito Socialista era spaccato fra gradualisti à la Bissolati e Turati e massimalisti come Serrati. Dalle file del PSI era uscito anche Benito Mussolini, a suo tempo fautore di un socialismo sindacal-rivoluzionario ispirato, più che dalla tradizione teorica del socialismo, da una sorta di vitalismo filosofico i cui ispiratori erano piuttosto il francese Georges Sorel e perfino Nietzsche.

Altrove ho scritto (e qui lo confermo) che il cavalier Benito aveva tratti fascistoidi nel suo modo di essere, di pensare e di fare anche quando era socialista, e rimase in qualche modo socialista anche da fascista. Su questo protagonista della politica e della storia italiana (e non solo) il mio lettore non può esimersi da una buona lettura del fondamentale testo del professor De Felice “Mussolini il duce“, per capirci qualcosa di importante al di fuori della polemica politica.

La nascita del Partito Comunista (ricordo che questo partito fu fedelissimo all’Unione Sovietica almeno fino al 1973, e che fu Berlinguer a distaccarlo da essa) in Italia provocò la paradossale situazione che il socialismo riformista fu quasi sempre minoritario e debole, per decenni chiamato addirittura social-fascismo da parte del comunisti, a differenza di ciò che riuscì a fare nel Nord Europa. Certamente va riconosciuto ai comunisti italiani di essere stati fondamentali nella lotta anti nazista/ fascista, anche se non con qualche contraddizione, se si pensa al discorso dei confini orientali dell’Italia, dove traccheggiò, tentato dalle sirene del maresciallo Tito.

Il Partito Socialista poi, nel 1949, dopo essere stato per l’ultima volta maggioritario rispetto al PCI nelle elezioni del 1948, vinte alla grande dalla Democrazia Cristiana, si spaccò tra un Partito che restava con Pietro Nenni e un pezzo più piccolo che se ne andava con Giuseppe Saragat, fondandosi come Partito Socialdemocratico italiano. Poco più di un decennio dopo il Partito Socialista si spaccava di nuovo, ma questa volta “a sinistra” con la fondazione dello PSIUP il Partito Socialista di Unità Proletaria, prodromo e contenitore di parte della successiva “Nuova Sinistra” post-sessantottina, soprattutto di Avanguardia Operaia, poi Democrazia Proletaria, mentre Lotta Continua e Potere Operaio ebbero origini differenti, provenienti anche da contesti socio-culturali cattolici.

In quegli anni, sull’onda del Concilio Vaticano Secondo, e della Dottrina sociale della Chiesa rinnovata sotto Giovanni XXII e Paolo VI, si era mossa la cultura cristiano-cattolica verso sponde di sensibilità sociale molto forti, anche con religiosi e prelati di alto profilo: si pensi al padre scolopio Ernesto Balducci, al padre Servo di Maria David Maria Turoldo, al parroco dell’Isolotto di Firenze don Enzo Mazzi, all’abate benedettino di San Paolo fuori le Mura Dom Giovanni Franzoni, e senza dimenticare don Lorenzo Milani, forse il più noto fra questi. Il cattolicesimo “di sinistra”, però, si rivolgeva, più che alla tradizione socialista riformista, direttamente al Partito Comunista e anche alla Nuova Sinistra, di cui costituiva, in parte, bacino di crescita.

Non dimentichiamo che anche alcuni tra i fondatori delle Brigate Rosse, cioè fautori della scelta armata, come lo stesso Renato Curcio e sua moglie Margherita Cagol erano di matrice cattolica.

Poi è arrivato Craxi, che riuscì anche più di Nenni ad essere “governativo”, in mezzo a non poche traversie. Circa la sua morte mi vergogno dell’Italia, che lo lasciò morire in esilio.

Negli ultimi vent’anni il mondo è cambiato, con la telematica, la nuova comunicazione in tempo reale, la finanza al comando, i nuovi linguaggi, generando una confusione difficilmente decrittabile. Il mio gentile lettore mi potrà dare atto che il mio continuo, diuturno impegno, è di cercare con questo strumento (il blog Sul Filo di Sofia), con i libri che pubblico, con le conferenze e le lezioni accademiche e aziendali che svolgo, con le relazioni che curo all’interno del mio network, con la mia attività di coordinamento di parte dell’Associazione filosofica cui appartengo, di contribuire – nel mio piccolissimo – a dipanare questa confusione, riflettendo, dialogando, proponendo idee per riprendere a dare sostanza al pensiero riflettente, che è in profonda crisi.

Ripeto spesso, forse fino ad annoiare i miei interlocutori, che la più vera e profonda crisi di questi anni, anzi di questi decenni, è la “crisi del pensiero umano”, che pare talvolta aver rinunziato alle sue potentissime e insostituibili prerogative di strumento di comprensione delle cose, della vita e del mondo, come insegna la storia del pensiero stesso di tutti i tempi. “Tornare” ad Aristotele, a sant’Agostino, a Tommaso d’Aquino, a Kant, al Buddha, a Lao-Tzu, a Wittgenstein e anche al vero Nietzsche, è indispensabile. Così come è indispensabile rileggere i libri biblici Giobbe e Qoèlet, il Discorso della montagna (quello delle Beatitudini), attribuito al Maestro di Nazaret, così come lo riporta l’evangelista Matteo al capitolo quinto.

Perché, dunque, in questo contesto parlo di nuovo di “socialismo”? Perché, se diamo a questo termine storico-politico il suo più profondo significato etico possiamo capirci bene. Non si tratta di un “socialismo” legato a tecnicalità organizzative della politica e dell’amministrazione pubblica, del governo dell’economia e della finanza, che metta in questione la libertà di iniziativa dei singoli, dei gruppi e delle nazioni, ma si tratta di pensarlo in funzione e a vantaggio della vita dell’uomo e alla tutela del mondo.

Socialismo“, allora, può significare un occhio nuovo che ciascuno deve avere verso il suo simile e verso il mondo, una capacità di declinazione della distribuzione dei beni e della giustizia, improntati all’equità, insieme alla necessità di riconoscere a tutti il diritto alla vita e a risorse sufficienti per renderla dignitosa. Mi spiego con un esempio. Per il mio lavoro, soprattutto, ho da sempre contatti con persone potenti e provviste di grandi mezzi economici (imprenditori e le loro famiglie, e io di solito son sempre riuscito ad allargare i rapporti dai temi aziendali ai temi personali e familiari degli imprenditori, sempre su loro richiesta); bene: due o tre di loro (capo azienda in due casi e familiare stretto in un altro caso) mi hanno detto: “Renato, dobbiamo cambiare mentalità e anche abitudini, almeno in parte“, e io ho risposto: “Sì, caro/ a …, certamente la mentalità, su cui, come sai, ragiono da ben prima che ci conoscessimo, ma per quanto riguarda le abitudini, per me non cambia nulla o quasi, poiché la mia vita era sobria e resta sobria“. Silenzio, da parte dell’interlocutore/ interlocutrice per qualche secondo, e poi “E’ vero, tu queste cose le sai, perché le vivi“.

Ecco. Se anche la sobrietà, l’umiltà, il senso del limite (caro lettore, dai uno sguardo a un articolo pubblicato qui qualche giorno fa, in tema), la pazienza che è sinonimo di coraggio, diventano virtù comuni, allora si potrà praticare un “socialismo umanistico” pienamente plausibile ed eticamente razionale, ferme restando le conquiste delle migliori dottrine sociali che l’uomo ha pensato e praticato nei secoli, come un liberalismo responsabile e anche forme di welfare sociale che si può chiamare, senza tema di scandalizzare nessuno, socialismo. Ecco perché mi pare di poter dire, come nel titolo di questo pezzo, che si percepisce l’emergere di “un socialismo”, già nel pieno della crisi generata dal Covid-19.

Garibaldi, Proudhon (fors’anche il dottor Marx e perfino Lenin), Bernstein, Turati, Nenni, Saragat e Craxi, Palme e Rabin, Brandt e Mitterrand, ma anche Gramsci e Berlinguer, da un lato,e pure i cristiani delle varie chiese, i fedeli islamici, i buddhisti e i taoisti, si potranno in qualche modo ri-conoscere (conoscere-di-nuovo) in questo “socialismo”.

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