Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il senso del tempo

Il tempo fisico e il tempo interiore, il tempo occidentale e il tempo orientale, il tempo del lavoro e il tempo del riposo, il tempo dei carcerati e il tempo di fuori, il tempo lineare e  il tempo ciclico, cioè quello delle stagioni, il tempo del sacro e il tempo del profano, il tempo della camminata in salita e il tempo della maratona, il tempo della salute e il tempo della malattia, il tempo dei giovani e quello di chi ha qualche anno di più, il tempo dell’uomo e quello di Dio, l’eternità…

Il senso del tempo è complesso, incontenibile in una definizione semplice, esaustiva. E aggiungo: in senso assoluto il tempo non esiste, perché è relato allo spazio, come ci ha insegnato il genio di Ulm.

Se ne sono occupati Parmenide e Zenone di Elea (celebre il suo paradosso del piè veloce Achille e della tartaruga), Platone, Aristotele, sant’Agostino, Leibniz, Kant, Bergson, Einstein, Lorentz, Hawking, e ognuno di noi in ogni momento… di tempo.

Esploriamo insieme il primo capoverso.

Innanzitutto il tempo fisico e il tempo interiore: il primo è misurabile secondo lo schema dei secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni, lustri, secoli, millenni… eoni (direbbe uno gnostico), e quindi ha una sua oggettività, perché è quello cosmico (cioè dell’ordine conosciuto), della rotazione terrestre e della rivoluzione della Terra attorno al Sole; il secondo è immisurabile, perché non scorre, ma si sente dentro l’anima (cf. Agostino, libro XI Confessiones); può durare un attimo oppure ore e ore, e ciò dipende dagli stati interiori, dal malessere o benessere della mente e del corpo. E’ indefinito, misterioso, affettivo, profondo. I greci lo chiamavano kairòs, cioè “tempo opportuno”, distinguendolo dal krònos, il tempo lineare, misurabile.

Il tempo occidentale è diverso dal tempo orientale: qui da noi siamo più legati a orari precisi, scanditi, rigorosi, a volte rigidi, e ci arrabbiamo se non si rispettano gli orari, gli appuntamenti, gli impegni presi nel tempo condiviso; è titolo di vanto che i treni e gli aerei partano e arrivino in orario; in oriente è diverso: non vi è questa rigidità, ma una sorta di indulgenza per il ritardo, per la lentezza, per il rinvio, per l’attesa. Quale dei due sia più saggio lascio al lettore il giudizio.

Il tempo del lavoro e il tempo del riposo: eccoci a una struttura tutta compresa nel tempo misurabile, poiché di solito è dato un tempo per il lavoro, così come è stabilito dalle leggi e dai contratti, ma anche dagli impegni presi nelle libere professioni; il tempo del lavoro sta lentamente accorciandosi, grazie alla tecnologia e all’innovazione. Si dovrebbe renderlo sempre più creativo e meno noioso, sia per dividere le opportunità di lavoro tra più persone, sia per connetterlo sempre di più con la vita. Io mi sento un privilegiato, perché sono riuscito in questo, incastrando decenni di lavoro e di studio, in contemporanea, e oggi faccio attività che sono ricerca intellettuale e ricerche che sono utili agli altri sul piano pratico.

Il tempo dei carcerati e il tempo delle persone libere: frequento le carceri da decenni, per assistere e comprendere. Il tempo di chi vive in ristretti orizzonti è diverso dal mio, dal tuo, mio gentile lettore, perché è collocato dentro uno spazio. Il tempo in quello spazio si dilata infinitamente, per cui le giornate scorrono lente, lentissime, ma chi colà vive non se ne rende conto, perché non le considera, non le conta, non le valuta. Un giorno dopo l’altro, cantava Luigi Tenco, la vita se ne va. Come tutte le vite, ma quelle dei carcerati in modo più lento, anche se spesso loro se ne vanno prima di noi.

Il tempo lineare e il tempo ciclico, quello delle stagioni: in realtà osserviamo tutti e due questi modi del tempo: ci è noto quello lineare, delle ore e dei giorni e anche quello delle stagioni, che cambiano e che ritornano, perennemente, a nostra memoria, e a quella dei nostri avi (cf. Esiodo). Si va avanti negli anni, ma primavera torna sempre, e poi le altre stagioni, come le canta Antonio Vivaldi.

Il tempo del sacro e quello del profano, cioè di ciò-che-sta-di fronte-al-tempio (il fanum): in realtà il tempo del sacro è tutto il tempo che viviamo, non solo quello delle domeniche  e delle altre feste comandate dalla tradizione cattolica, ché tutto il tempo è sacro, nel senso che è il tempo della vita, mentre piuttosto possono essere esecrande alcune azioni dentro il tempo, come quelle degli assassini di Alatri, e di altri innumerevoli delitti dell’uomo che tenta di diventare tale (cf. Nietzsche), con grande fatica.

Il tempo della camminata in salita e quello della maratona: diversissimi, perché il primo deve sopportare la conquista di un dislivello e la progressiva rarefazione dell’aria, il secondo si sente nel ritmo ed è scandito dai chilometri fatti. Il tempo in salita sostituisce la distanza ed è condizionato dall’ambiente, dalla meteorologia, dalle condizioni fisiche di chi sale lungo il crinale del monte.

Il tempo della salute e quello della malattia: il primo è quasi come se non ex-istesse, è leggero, dato per scontato, come un diritto (eeeh i diritti!), il secondo a volte non passa mai, nella solitudine di un letto a guardare il soffitto o l’andirivieni di medici e infermieri, e si vive quasi fosse un’ingiustizia.

Il tempo dei giovani è frenetico, oggi scandito dalle connessioni continue via web pc cell tablet, mentre per chi ha qualche anno di più scorre in modo diverso, più similmente alle altre fattispecie sopra elencate, ché i giovani, specialmente i digital born, non hanno proprio il senso del tempo, vivono, e forse è un bene, chissà?

Il tempo dell’uomo è diverso dal “tempo di Dio”, dall’eternità, come viene chiamato in teologia, cioè il tempo senza tempo, il nunc aeternum, che non ha inizio né fine e attende ciascuno di noi perché ce ne rendiamo conto, essendo già immersi nella sua luce.

Il senso del tempo è sempre diverso, è il manifestarsi delle cose nel tragitto, il loro significato, il loro valore, la loro verità per ognuno di noi, che vive nel tempo, anche se il tempo fugge, pur non essendo. Infatti è solo il contenitore della vita, come lo spazio, di cui è gemello monozigote. Per ora nel luogo dove vivo, perché dell’oltre nulla so.

Marco Pantani, o degli eterni essenti

Sale ancora la bici sul declivio/ Tra i raggi scintillanti del meriggio,/ Pensieri persi nella valle oscura/ Per cercare più in alto la tua pace.

Sul volto la vittoria pregustata,/ La prepari con un sorriso breve,/ Ma la strada non cede e sale ancora/ Fino sull’Alpe che il tramonto indora.

Hai negli occhi una rapida emozione/ Come se più il traguardo non ci fosse,/ E la malinconia lì ti prendesse.

Ma il cuore batte giusto e il sangue gira,/ Il vento dei tornanti giù ti attende,/ L’anima tua inquieta il tempo fende.

Scrivevo così, in forma di sonetto regolare, di Marco Pantani, quando correva, prima della tragedia, prima dell’inganno di Madonna di Campiglio in quel giugno del ’99 quando, dopo aver vinto Giro e Tour de France del ’98, si accingeva a vincere ancora. E presto in qualche modo pubblicherò questi versi, per lui, in suo onore.

Ora la storia sembra tornar fuori, come ha sempre chiesto la sua madre dolorosa, convinta che gli avessero ammazzato il figlio, dentro, con la provetta falsificata e il dato di eritropoietina a 50, 5. Squalificato.  Giro vinto ufficialmente da quel bravo ragazzo di Ivan Gotti. Anch’io ho l’eritropoietina a 49, naturale, perché faccio sport aerobici da quando avevo quindici anni. E’ come se mi fossi allenato sempre sui vulcani di Tenerife, perché non ho mai mollato, e sono diventato un signore in età, ancora capace di fare cento chilometri a trenta all’ora. Marco era un campione, un uomo intelligente, fortissimo e fragile, come ogni grande persona. Gli voglio bene, anche a nome di Pietro, mio papà, che mi raccontava di Coppi, di Bartali, e anche di Bottecchia, il nome della mia bici.

Quando Marco si alzava sui pedali e buttava via la bandana si sapeva che sarebbe partito, sul prossimo strappo, sul tornante duro, e se ne sarebbe andato, per arrivare prima, come diceva, per accorciare la sofferenza. Nessuno, a parte Fausto, di cui ho memoria nei racconti di mio padre e nella registrazione famosa di Mario Ferretti “…un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi“, mi ha emozionato così, come il grande campione romagnolo, leggero come un ramo di salice e forte come un’antilope.

E allora, siano maledetti in eterno quelli che hanno rovinato Marco, siano dannati nel più profondo degli inferni, come silenzio assoluto di Dio.

Ma io penso che, siccome gli eventi sono eterni essenti, anche il sorriso di Marco, anche i suoi muscoli serici e vibranti, anche le sue parole mai banali, siano eterni. Nulla finisce perché tutto sopravvive, anzi vive, nella struttura dell’altro, come una genetica dell’essere, come un filo rosso che congiunge il prima e il poi e poi ancora ciò che viene e ciò che deve venire, che non sappiamo, ma sappiamo che verrà, con una lacrima e un sorriso, anch’essi eterni.

Con-vivere, con-dividere, col-laborare, co-operare, con-versare

11-La-ziggurat-di-Monte-d-Accoddì-Sardegna-da-LuoghimisteriosiVerbi -composti- all’infinito che dicono come l’uomo debba cercare sempre, o quasi, di stare con i suoi simili nella vita e nel lavoro. Certamente anche la solitudine e la sua variante solitarietà hanno un valore: anacoreti, profeti itineranti, viandanti e viaggiatori, io stesso che con la bici mi sposto per decine di chilometri, non viviamo sempre quei verbi.

Di solito gli obiettivi e l’esigenza di fare “massa critica” accomunano gli esseri umani in progetti condivisi, che vanno portati avanti insieme perché richiedono energie e risorse superiori a quelle di una singola persona. Così è accaduto fin dai primordi tribali, nella fondazione delle prime città, nell’organizzazione di eserciti e di gruppi di lavoratori: come avrebbero potuto essere costruite le torri mesopotamiche (zigurrath) o le piramidi egizie, senza immense squadre di operai, capi e progettisti? E così via nel tempo storico.

Nel nostro tempo è ancora più vero che i verbi del titolo vanno declinati convintamente e continuamente. Proviamo a spiegarcelo.

CONVIVERE. Da quando abbiamo capito, dopo la fine dell’antropocentrismo, che siamo su un piccolo pianeta perso nell’immensità, abbiamo il dovere di pensare alla Terra come un luogo dove convivere… ma quanto è difficile! Nonostante il secolo scorso, fine del millennio, sia stato il più sanguinoso della storia umana, nel secolo attuale l’uomo continua a comportarsi come se non avesse capito niente. Solo alla bomba atomica pare sia stata messa la sordina, fatta salva la tremenda possibilità che qualche pazzoide non la usi, più o meno “sporca” o potente.

CONDIVIDERE. Nord e Sud del mondo non condividono, ma si dividono ancora, con una distribuzione delle risorse assolutamente inadeguata e ingiusta e, come non bastasse, di nuovo si guardano in cagnesco pezzi di Est e di Ovest, con geometrie variabili. Culture e religioni contribuiscono a dividere ulteriormente gli esseri umani, rinfocolandosi odi e spiriti di vendetta difficilmente arginabili.

COLLABORARE. Ho scritto sopra che l’uomo non va da nessuna parte se non ammette di aver bisogno di collaborare con i suoi simili. Lo constato quotidianamente dove opero, in aziende, luoghi della formazione, iniziative socio-culturali. Oggi si sprecano sintagmi inglesi per dire che bisogna lavorare insieme, accettando e apprezzando le differenze individuali e valorizzando talenti e vocazioni, ma spesso termini come Team building, Team work, belli e simpatici da dire, lasciano il tempo che trovano, perché sentimenti come l’egoismo, l’egocentrismo o addirittura l’egolatria di chi si trova in posizioni di potere, rendono vane e vuote di significato espressioni come quelle citate.

COOPERARE. Operare insieme è uno sviluppo collaborativo. Nella cooperazione, ognuno deve sentirsi parte importante del gruppo, sapendo che il successo proprio è nel contempo il successo degli altri, non il contrario. Nessuno può pensare di farcela da solo, neanche a cambiare una gomma d’auto nel freddo e nel vento.

CONVERSARE. Concludo con questo verbo, perché tra tutti, a parer mio, è il più importante. Conversare, sia nella modalità del colloquio amicale, sia nella modalità del dialogo, più stringente e impegnativo. Ambedue le modalità necessitano però di un requisito fondamentale, il riconoscimento reciproco tra le persone, cioè l’accettazione dell’unicità di ogni interlocutore e il suo valore. Se non c’è questa condizione, ogni dialogo perde di significato e diventa un vuoto esercizio di parole, in tempi in cui lo spreco e quasi il dileggio del linguaggio umano sono al massimo.

E infine, occorre dire che abbiamo tempo, visto che siamo come siamo solo da pochissimo tempo rispetto all’età della Terra e dell’Universo, ci spiegano i cosmologi: se facciamo conto che il tempo del mondo sia proporzionato a una giornata, il tempo dell’uomo è paragonabile solo agli ultimi ventitré secondi della giornata stessa. Un soffio, di umiltà.

Cumo tu poetis denant dal Pari, cjar amì, pre’ Meni, ora tu poeti davanti al Padre, caro amico, pre’ Meni

pre MeniCjar pre’ Meni,

ho saputo che te ne sei andato stanotte,  e io ti ricordo con affetto, le nostre conversazioni sul poetare come lavorare, come essere operai della parola. O anatomopatologhi… della parola, che è sacra, pregnante, densa, piena di verità, se la si rispetta. La parola, oggi strapazzata, negletta, che tu curavi con acribia amicale ed esperta. Tu scrivevis a man, cun cure e precision, e io leevi ce che o vevin di publicâ su le Agende Furlane, che si onorave de to presince.

Ricordo le serate dei tuoi compleanni sotto il ciliegio di casa tua, in quel di Casasola di Majano, a giugno, che era caldo ma non troppo, e a iere une schirie di amis di dut il Friûl. E i tiei poemas, e lis puisis che tu as scrit par l’Agende di Chiandet che o curi fin dal 2005 fin ue. Ogni an un tema, sonets, haiku, liricutis… E gli uccelli accompagnavano le conversazioni fino a sera tarda, anche con Ario Cargnelutti da Gemona, caro compagno di tante vicende in Friuli, ator pal Friûl, e fuori, magari a Roma al Fogolâr Furlan dal cjarissim ami Adriano Degano, che a clamavin ducj “dotôr”. Tu eri prete restando uomo normale, non eri clericale.

Non sto qui a dire della sua candidatura al premio Nobel per la letteratura proposta dalle università di Innsbruck e Klagenfurt, meritatissima.

Mi piace citare invece i titoli dei tuoi poemi in friulano, quasi cinquantamila versi: Anilusi, I Dumblis Patriarcai, La Gnot di Colomban, L’Ancure te Natisse, Colomps di Etrurie, Flôr pelegrin, Fanis, Crist Padan, che tu mi regalasti negli anni, con la ritrosia dell’umiltà vera, mite, carattere tuo schivo e un poco burbero, di uomo dei monti del Canal del Ferro. Non dimentico la tua prefazione a Il viaggio di Johann Rheinwald, mio strano romanzo semi-autobiografico, l’unico finora, pubblicato nel 2007. Già dieci anni fa!

E poi le tue parole essenziali a qualche presentazione dell’Agenda Friulana, ricordo una sera latisanese del 2010, con i canti di Ennio Zampa e mia figlia ancora piccola ma già capace di dialogare di poesia e musica.

Caro don Domenico, cjar pre’ Meni, o vuei onorati cun une to puisie che o vin publicât te agende dal 2017, dedicade a un grant Sant, che a mi a mi sta tant dongje dal cûr e da la ment: san Tomâs di Aquin

 

S’o cjantin l’Eucarestie/ Cui biei cjanz di prucission,/ Di Tomâs  a jê armonie/ e divine devozion.

Lui al ere teologâl,/ Filosofic di reson./ Al sclarive il mont normâl/ E i valors de Redenzion.

Pai studenz al è une mane,/ Se la ment’ e tegnin sane.”

 

Specie di questi tempi inordinati e pieni di confusione.

Graciis, grazie, gratias tibi ago frater meus, poeta!

 

 

Il castello sulla collina

castello-darcanoTortuosi sentieri, carrarecce e interpoderali, costeggiate di boschetti di ripa intervallati da radure e corsi d’acqua, fattisi strade nel tempo, scavallano le colline dell’antica morena, e all’improvviso il maniero appare nella radura alta oltre le fronde del bosco. Ha un nome arcano, Castello d’Arcano. Già evocativo il suo nome, misterioso e solitario il percorso che ivi conduce il viandante, fatto di curve, ripide rampe e ariose discese, fino al borgo di Sopra.

Le anime dei conti ogni tanto lo visitano, dalla pace dell’eterno in cui stanno, ma solo i conti e le contesse buoni d’animo, ché gli altri sono separati dalla visione di Dio, nella solitudine di silenzio per antiche perfidie.

La mia corsa inizia al mattino, zero gradi e le dita si muovono per scaldarsi, il sistema cardiocircolatorio lavora forte e respiro, io respiro la profondità immensa del cielo. Ben presto la cerchia azzurrina delle montagne mi viene incontro, oltre le terre scure dei campi arati, e borghi si stagliano sulle colline, campane annunziano la domenica del primo gennaio, auspicio di un altro miracolo dei giorni a venire. Giorni che vengono nel tempo che si costruisce mentre costruisce lo spazio. Spazio-tempo come sintagma apparentemente ossimorico, ma in realtà metafora reciprocamente armonica, quasi proporzione di bellezza.

Oltre l’alta pianura inizia il saliscendi della morena, in mezzo a boschi fattisi d’oro e marrone nell’inverno.

La salita non facile mi porta al piccolo borgo d’Arcano superiore dove l’avito castello torreggia alto verso la bella San Daniele, nella piena mattina di sole.

Un gruppo di ciclisti mi chiama per delle foto reciproche. Cameratismo, la lieve fatica del pedalare, ritmico, costante, auscultante i piccoli dolori del muscolo.

E poi la discesa senza fretta dal picco arrotondato che dà sulle vallecole circostanti, nella solitudine mattutina, appena rotta qua e là da un abbaiar di cani o da un motore agricolo.

Ristoro, calma, silenzio, ancora salite e discese nell’ora che passa.

La stanchezza mi è dolce, e la calma di vento foriera di corsa.

Nostalghìa

kosakenlandCaro lettor paziente,

il brano seguente è tratto dal “Il viaggio di Johann Rheinwald“, pubblicatomi dall’editrice Libra di Pordenone nel 2007. Lo propongo qui per onorare il vecchio partigiano che me lo narrò, mancato qualche giorno fa a novantadue anni. Il funerale laico ascolta il silenzio della campagna e mi fa ricordare le poche parole dell’uomo, sobrio nel raccontare vicende di guerra e guerriglia, di anni crudeli, di schifo e di sangue. Nell’ora che precede il crepuscolo e il sole taglia di sbieco l’orizzonte.

Tra il sonno e la veglia di quella lunghissima notte, Johann fece memoria di un racconto che aveva ascoltato in un caldo meriggio sulle colline, narratore il vecchio partigiano, che di solito stava silente, e si commuoveva per poco, consapevole di avere a lungo vissuto, e che la vita gli stava lasciando ulteriori frammenti in cui riporre i ricordi e i dubbi sul dopo. Intanto, però, fra un sospiro che gli faceva aggrottare le sopracciglia ancora folte, e un colpo di tosse che gli sollevava il torace, amava raccontare. Il caldo talvolta gli faceva rallentare il flusso delle parole, ma la narrazione intanto fluiva in tutta la sua distensione, con i dettagli e i sentimenti antichi ben collocati e perfino debordanti dalle parole stesse. Talvolta il vecchio partigiano veniva rimbrottato dalla moglie, che non amava l’affabulazione letteraria, lei che aveva dovuto occuparsi concretamente di come far quadrare le giornate, il cibo e i tre figli, qualche volta in solitudine, quasi animale da soma aggiogato sotto la calura di quelle immense estati.

“I quattro stavano bighellonando per le colline fin dalla prima mattina. Uno di loro aveva solo vent’anni e lo sguardo di chi cercava una sua verità nello smarrimento della guerra, delle deportazioni e della precarietà. Gli altri tre erano un po’ più grandi, ma sembravano meno consapevoli che molto del futuro si stava giocando in quelle settimane, in quei mesi pieni di soprassalti e di paura. Non avevano con sè fucili di precisione o pistole militari. Un paio di loro solamente, ben nascosti sotto la giacca, che pendeva da una parte, avevano dei vecchi revolver carichi, forse di fabbricazione austriaca. La prima domenica di settembre voleva dire ancora, da quelle parti, in mezzo alle verdi colline della terra del confine, le feste del patrono e le sagre di paese, immancabilmente celebrate da tempi immemorabili. Significava anche il primo, discreto, impercettibile rinfrescarsi dell’aria, quasi un’anticipazione delle giornate a venire di primo autunno, quando l’aria si fa più limpida dopo i piovaschi, e l’odore di stoppie e di terra bagnata sale forte alle narici del viandante. In quell’anno, era il penultimo dell’ultima grande guerra, osservava il più giovane dei quattro, le macchine erano ancora pochissime per le strade: era un evento quando la Balilla del medico condotto risaliva la china erta della Rìve di Gambìn verso San Daniele, dopo avere girovagato per le borgate. L’auto del dottore, quando c’era siccità, sollevava un gran polverone che saliva, e si rendeva visibile oltre i boschetti della ripa, ma s’infangava tutta se era piovuto. A volte si piantava sull’ orma carrareccia lasciata dai pesanti carri agricoli con le ruote ferrate, e allora il vecchio medico tornava indietro in paese in cerca di aiuto. Approfittava della passeggiata per guardarsi intorno. I rilievi dolci delle colline facevano da supporto alla cerchia azzurrina dei monti, che erano così vicini nelle serate d’inverno, e più lontani nelle interminabili giornate estive. Poi, secondo la stagione, ammirava i crochi e le forsizie, e poi i papaveri e i fiordalisi, che gli ricordavano un amore non dimenticato della sua gioventù, una signorina della città, che veniva a villeggiare a Spilimbergo, e lui la andava a trovare di nascosto dai suoi, in bicicletta, oltre il grande fiume che risplendeva nel brillìo delle acque, verso il crepuscolo. Erano soprattutto i tigli a confonderlo, con il forte profumo delle infiorescenze a corimbo, procurandogli un moto di antiche nostalgie. Non ricordava precisamente il perché, ma tutto gli sembrava una sequenza di lodi, uno splendore di gloria, pensava, per l’uomo, e forse (per Dio). Ma su Dio non indugiava a lungo. Talora, in questo suo peregrinare in cerca di soccorso, finiva quasi per dimenticarsene il motivo, e allora si fermava a parlare sulle aie con i mezzadri, del raccolto, dell’ultimo nato nella stalla, e dell’ultimo nato alla nuora giovane.

I quattro, all’improvviso, avevano intravisto i mustacchi scuri di un cosacco, sul tram che viaggiava dalla città al borgo arroccato sulla collina, che allora attraversa la morena arrampicandosi per il viottoli e lungo i declivi, costeggiando boschetti e piccoli rivi. “Disarmiamolo”, aveva detto uno di loro. Salirono sveltamente anche loro sul tram e si prepararono all’azione. Si accorsero subito che con il cosacco intravisto ve n’erano altri tre, due seduti per terra, a modo loro, e uno sul sedile. Erano stati chiamati nella terra del confine con la promessa di una terra per loro. Echeggiò nei loro cuori quasi un pensiero biblico, erano buoni cristiani dell’ortodossia e i pope li avevano istruiti nelle lunghissime sere dell’inverno, leggendogli le storie di Gògol e le Storie Sacre: la Terra Promessa. Avevano abbandonato, armi, cavalli, masserizie e famiglie al seguito, le steppe infinite che si trovano oltre i grandi fiumi. Avevano lasciato gli odori forti dei falò di betulla e di pino, e i canti e le danze al suono dei violini, che duravano fino a notte fonda, quando anche i giovani più forti cadevano stremati di stanchezza e pur sorridenti. Si raccontavano allora, nell’antico dialetto dei padri, di immani scorrerie, di popoli che vivono oltre la grande taigà, dove domina l’orso e la grande tigre bianca, che compare nella notte come uno spirito, e soffia la sua forza dalle narici.

A questo pensava il più giovane dei quattro quando intimò il “mani in alto” ai cosacchi. Uno di loro, il più massiccio, quello con i mustacchi, era un calmucco della Siberia. Per un lungo attimo rimasero tutti interdetti, spaventati gli uni e gli altri. I cosacchi perché non sapevano quale potesse essere la loro sorte; i partigiani perché non sapevano più che farsene, di quei quattro omaccioni odorosi di stalla e di cavalli. In silenzio, in un silenzio irreale, che aveva coinvolto anche gli altri passeggeri, due o tre vecchi che andavano a trovare i parenti, giunsero alla stazione successiva. Dettero una rapida voce ai prigionieri per farli scendere e si interrogarono con gli sguardi sul da farsi. Decisero subito, senza una parola. Li accompagnarono all’osteria della stazione e gli offrirono da bere. Poi, agli increduli ordinarono di andarsene, dopo averli disarmati. Uno solo dei cosacchi aveva timidamente accennato un moto di resistenza, impugnando la sciabola ricurva. Ma per un attimo. Quella sciabola fa ancora mostra di sé in una bacheca casalinga, muta, intoccabile, come il passato.

Dove andrete ora, poveri diavoli, pensò il più giovane dei quattro partigiani, dove?”

E il pensiero gli corse alla primavera del ’45, quando si seppe che molti di quei tristi cavalieri erano fuggiti dalle grandi montagne, per i tornanti scoscesi, scivolando nei burroni e morendo tra i flutti ghiacciati della Drava.

Forse ancora un canto lontanissimo li ricorda attorno a un fuoco di rami di betulla, e un violino, dove inizia o dove finisce il mondo.

Nel tempo e nella storia

bob-dylanRobert Zimmermann, nato a Duluth nel ’41, mi ha accompagnato con altri dall’adolescenza, fino a che scrissi qualcosa su di lui. Qualche anno fa l’ho visto e ascoltato -un poco imbolsito- a Padova, su richiesta di Bea che stava diventando musicante. Ecco gli antichi versi per Bob Dylan, pubblicati nel 2004 (In Transitu meo, Chiandetti ed.)

 

PASSEGGIANDO PER DULUTH

Intravide el su duende Federigo,/ Per le strade piovose, con Bob Dylan./ “What’s el duende?”/ E’ forse il dàimon, lo swing,/ O quel lieve traccheggio che li sfiora?/ E’ sìncope (συνκοπη),/ O il tempo rubato di Brailowski, che esegue Sebastian di Sassonia?/ O è la tua/la mia folìa, un lottare/ non pensare “é un sentire/non capire”/ come di Paganini disse Goethe?/ Capire nulla e poi vagare/ Per l’albe montagne, che esistono/ Solo perché tramonti la luna.

 

E altro che allora scrivevo, talora ascoltando il piccolo poeta ebreo, forse remoti echi del paradiso in Knocking on heaven’s door.

 

GIUNTI SULL’ONDA DELL’ANTICO FIUME

Alla porta del mare la salmastra brezza è vinta, e trasparente e memore/ Dei ghiacci frammisti alla pietra frantumata,/ Del vento per mille albe levato/ E di ogni seme sparso nella piana,/ Delle vite nascoste tra i ciottoli nell’acqua impervia del fiume neonato,/ Degli occhi impauriti degli animali/ E dei primi stupori di un uomo.

 

E altro…

 

LIBERATI ENDACASILLABI

Quando qui la stagione si rinnova/ E a maggio i fiori annidano le serpi,/ Raggi incerti del sole tra le nubi/ E incanto di profumi sulle gote.

 

Senza la metafora/ E l’ambiguo nostro procedere-nel-mondo,/ Moriremmo nel dolore,/ Sopraffatti dall’esistere,/ Enti non bastevoli,/ Come siamo.

 

PASCAL

Inframmezzati echi dell’immenso/ Scendono e risalgono le scale tonali,/ e la risacca commenta la sera./

Ci si chiede quanto manca per l’alba,/ Quando vuoto e silenzio/ Son pieni d’ogni parola che pensi umana:/ Lès prèludes ètèrnelles/ Dello stesso infinito scenario,/ oh, verba numquam apta dicibili!

 

OTTO&BERNELLI

Alla festa del borgo ne l’autunno,/ Tammurria/ti ritmi e scalpitii/ Dietro i bambini o coppie infreddolite,/

E i musicanti./

Occhi sgranati inseguono le giostre rutilanti,/ Ma son pochi,/

Nel primo pomeriggio di quel sabato./

Scintilla in fondo una gran luna,/ Nastro di luce di melanconia/ Sui piccoli giostrai.

 

LA NOIA DEGLI ANGELI

Or più non batte/ Che l’ala del mio sogno,/ Ma la protervia del vento mi sostiene,/

E un desiderio aspro di vita./

Or più non sento pulsare/ Che il cuore della terra.

Oh, che il dolore venga, dell’uomo,/ A insaporirmi le narici!/ Oh, inabitate stanze mie del mondo perfettibile a me ignoto,/

Oh, graziose voci dei viventi mortali,/ Oh carezze di mani sconosciute,/

Abbiate tempo di aspettarmi,/ Ché il mio tempo d’angelo/ E’ trascorso,/

E la domanda accolta.

 

(I primi due versi sono stati raccolti da un’iscrizione posta su una stele nel Parco della Rimembranza – Colle S.Elia, Redipuglia – Gorizia)

 

ERRANTI

Dove si può trovare la cesura/

O l’umana ambiguità che dis/separa l’errante dall’errante,/

Colui che -si dice- sbagli, da colui che va per strade alla ricerca/ Di sé, e del proprio posto, senza meta, poiché non v’è luogo sicuro al mondo, né altro rifugio o spiegazione/ Del mistero umano e delle lacrime;/

E, di più, dunque, come si può con/fondere l’errore/

Con l’errante?

 

IN MUART DAL FRADI

Gòtin i cops/ Su la rudìne,/ Plòe di dicembre./

Sgrignôli claps davòur di ì,/ Chiâf bas, cidìne:/

Vot di chel mês tànchu àis fa/ Si soteràve il prin./

Il timp,/ Cul frêt e cu l’estât/ Al pàsse.

 

Titolo: in morte del fratello; la lirica è in lingua friulana nella parlata rivignanese 

Trad. dal friulano: Gocciano i coppi/ Sulla ghiaia/ Pioggia decembrina// Sgra-no i sassi/ Dietro a lei/ Testa bassa, zitta// Otto di quel mese/ Tanti anni fa/ Si sep-pelliva il primo// Il tempo,/ Col freddo e con l’estate/ Passa

 

PADRE

Nel dormiveglia ti ho sognato,/ Che tornavi, vivo, dalla guerra/ Estranea:/ Durazzo e Igoumenitsa,/ Con lo zaino vuoto,/ Tu non domo,/ Ma dovevi ripartire/ Con lo zaino/ Del lavoro;/ Era come già sapessi/ Che non ti avrei più avuto.

 

ELENA

Tua madre ha detto/ Che avrai freddo/ Stasera, nella terra./ Ma tu/ Consolala da altrove/ Raccontandole i giochi che fai.

 

LE CICALE DI SAN MARTINO

Ha agito lo scalpello di krònos/ Dove l’uomo sopraffece se stesso,/ Ma dove non ha continuato,/ Son rimasti gli aperti spazi/ Della muta ricordanza, / Crescendo gli alberi e i fiori,/ E in essi profusi i colori.

Lì l’uomo s’è fermato/ Al Ricordo dei morti in battaglia,/ Incidendo con Nomi ed Epigrafi/ Le pietre e la muraglia/ Lungo il vialetto ventoso,/ E sistemando l’ossario di crani/ Con le bocche digrignate,/ Nello sfolgorante mezzodì ritmato/ Dalle elitre instancabili/ Delle cicale.

San Martino della Battaglia (e Solferino): seconda Guerra d’indipendenza, 1859

 

ELEGIA

Gatti sonnecchianti nel meriggio/ Antico d’un giorno di tardo inverno,/ Altri colori, altre leggende in sogno/ Nel paese invecchiato, altre parole./

Catìne morta da poco./ Il paese ha connotati esausti,/ Un rifugio impallidito col tempo:/ Le voci, mia madre, i morti e i campi,/ E la scansione più lontana/ Dell’infanzia.

Le parole odorano d’un basso/ Orizzonte di castagne acerbe./ Il vento va qua e là,/ E le ombre.

 

…per onorare Dylan,  per ricordare mia madre e mio padre, la piccola Elena e anche, ma un poco, Dario Fo.

Batteri, insetti e animali “superiori”, o della symphonialitas di Ildegarda

genesisOgni tanto vien da sorridere al pensiero di come ci auto-percepiamo nella natura. Secondo Genesi1, ubbidendo senz’altro a Dio, abbiamo dato i nomi agli altri esseri viventi, in particolare agli animali, ma poi ci siamo montati la testa.

27Dio creò l’uomo a sua immagine;/ a immagine di Dio lo creò;/ maschio e femmina li creò./ 28Dio li benedisse e disse loro:/ «Siate fecondi e moltiplicatevi,/ riempite la terra;/ soggiogatela e dominate/ sui pesci del mare/ e sugli uccelli del cielo/ e su ogni essere vivente,/ che striscia sulla terra».

Dio parla e ordina con benevolenza, e noi ci siamo montati la testa, pensando di essere “padroni” assoluti di ciò su cui ci è stato consegnato un mandato. La traduzione dall’ebraico in greco e in latino del verbo “soggiogare” non ha  alcuna accezione legata alla tirannia, ma solo alla responsabilità: significa “guidare”, esprimere una “leadership”; se lo scrittore biblico avesse conosciuto l’inglese avrebbe usato questa formidabile polisemia contemporanea: leadership. Dio non ci ha demandato il potere, ma ci ha affidato un compito e un impegno.

Ecco: quando noi non ci saremo più, qui sul pianeta azzurro, batteri e insetti, che sono molto più vitali di noi umani, e qualche mammifero molto resistente e fertile, come i roditori, ci saranno ancora.

Suggerisco al mio cortese lettor domenicale, come cura spirituale contro le gravi malattie della vanagloria e della superbia, di spendere trentanove euri per un libro bellissimo: Visioni (Scivias, anagramma probabile di Scito Dei vias, cioè Conoscete le vie di Dio, a cura di Anna Maria Sciacca, prefazione di Enrico dal Covolo, Edizioni Castelvecchi, Roma 2016) dell’abbadessa benedettina Ildegarda di Bingen (1147-1179), morta poco più che trentenne, capace di contrastare il papa e anche Federico Barbarossa, se del caso. Nel volume anche sue ricerche di erboristeria e di farmacopea del suo tempo medievale. Luce tra le tante di un periodo tutt’altro che oscuro.

Un passaggio a tema etico: “Signore, dammi per tua forza il dono del fuoco, che in me estingua la passione della perversità, per bere con giusti sospiri all’acqua della fonte viva, che mi faccia godere della vita eterna, io che sono cenere e polvere, che guarda più alle opere delle tenebre che a quelle della luce.”

E un altro, a tema teologico, sulla Trinità: “La luce senza origine, cui nulla manca, è il Padre. La forma d’uomo di color zaffiro, senza macchia d’imperfezione, invidia e iniquità, indica il Figlio… Tutta questa luce, ardente d’un fuoco dolcissimo, privo di ogni forma di arida e tenebrosa mortalità, rappresenta lo Spirito Santo, grazie al quale l’Unigenito di Dio fu concepito secondo la carne… Lo Spirito infonde nel mondo la luce del vero splendore.”

Una lettura per politici e bykers, per scalatori del nulla e professori di qualcosa, per ruffiani e prostitute del marketing mediatico, per incliti e culti, per euforici e disforici, per depressi ed entusiasti, per medici e giudici, per giornalisti e pornografi dell’informazione, per profittatori e simoniaci, per cinici ed eroi, per villani e cortigiani, per ogni essere umano, per me e per te che leggi in questa domenica di fine estate.

Apocalissi e apocalittica

Marlon_Brando_as_Col._KurtzDalla Treccani:

apocalìttico agg. e s. m. [dal gr. ἀποκαλυπτικός] (pl. m. –ci). – 1. agg. a. Che riguarda le apocalissi, o è da esse derivato: aspettative a.; letteratura a. (anche come s. f., l’apocalittica), designazione generica di tutti gli scritti, redatti fra il 2° sec. a. C. e il 2° sec. d. C. in ambiente giudaico e cristiano, che si propongono di spiegare religiosamente i misteri dell’origine e del destino del mondo. b. Per estens., in relazione con i castighi divini preannunciati nelle apocalissi, terribile, atroce, catastrofico: Goya dipinge i disastri della guerra con una fantasia a.; la visione a. di quell’immane incendio. c. Riferito a persona, fortemente pessimista, che vede tutto nero nel presente e nell’avvenire: scrittore, filosofo a.; come sei a. in queste tue previsioni! 2. s. m. Scrittore di apocalisse, apocalittista. ◆ Avv. apocalitticaménte, in modo o con fantasia apocalittica, con nero pessimismo: prevedere, descrivere, rappresentare apocalitticamente il prossimo avvenire.

Il colonnello Kurtz di Apocalypse now ne è un eponimo, per la tragica determinazione a essere quello che vuol essere.

“Apocalittica” è un vocabolo nato in Germania circa duecent’anni fa. Fu coniato da biblisti e studiosi delle antichità giudaico-cristiane per rappresentare testi che in qualche modo ricordassero l’Apocalisse di Giovanni.

Si tratta, dunque, di un termine moderno, che gli antichi autori dei libri cosiddetti “apocalittici” non conoscevano, né usavano. Il suo significato è molto ampio, come riconosce la declaratoria Treccani. Se il suo significato etimologico greco è “rivelazione”, con il tempo ha preso a voler dire anche ciò che la rivelazione rivela, cioè qualcosa di drammatico, catastrofico, terribile, tremendo, tragico, pauroso… quasi da fine del mondo.

Attualmente il termine si applica a testi giudaici e cristiani: esso descrive, con differenze teoriche anche notevoli,  movimenti o gruppi o correnti spirituali che sono stati socialmente significativi nel tempo, soprattutto legati a categorie sociali sofferenti e  oppresse, ma anche gruppi colti e socialmente elevati, e perfino, ovviamente, un genere (o più generi) letterari.

Da un punto di vista storico, l’apocalittica ha segnato i momenti più drammatici e cruciali per la storia d’Israele: l’epoca postesilica babilonese; il periodo ellenistico, specie riferito alla persecuzione dei Giudei ad opera del sovrano seleucide Antioco IV Epìfane (175-164 a.C.); infine gli anni che seguirono la distruzione del tempio da parte di Tito nel 70 d.C.

La profezia veterotestamentaria è stata sicuramente il primo ambito letterario dove si è manifesta l’apocalittica. Anche nel Nuovo testamento troviamo tracce importanti, oltre al testo fondamentale di Giovanni: citazioni o allusioni a testi apocalittici (anche non canonici), vocabolario e simbolismo, immagini e concetti che tuttavia devono essere compresi all’interno del contesto e delle forme letterarie in cui si trovano (vangelo o lettera) e, in particolare, della novità cristiana, che dà un’impronta cristologica ai testi.

Il Cristo è la manifestazione dell’intervento divino nella Storia della salvezza, la cui  “pienezza” è riposta, appunto, nella del Figlio come la persona umano-divina Gesù di Nazaret, che vive, muore e risorge… Quale “apocalisse” più grande se non l’Incarnazione stessa di Dio?

Nelle storie riferite a Gesù-Cristo sono presenti diversi elementi o temi apocalittici: il tema del giudizio con relativi castighi e ricompense, dei due “eoni” (il mondo presente e il mondo a-venire), la risurrezione dei morti, gli esseri angelici e demoniaci etc.. Gesù stesso ha utilizzato parole e perifrasi spesso molto legate all’apocalittica, come quando ha recuperato il tema del Figlio dell’uomo, tratto da Daniele (cf. sotto).

Tornando al rapporto tra profezia e apocalittica, possiamo far riferimento specialmente all’esilio babilonese, alla caduta della monarchia israelitica, alla perdita dell’indipendenza politica e alla distruzione del tempio di Salomone, tutti fatti che hanno messo in questione l’integrità della nazione ebraica nella storia. Di seguito alcuni estratti in tema dal  web, con qualche mio commento.

Nella profezia classica il giudizio divino sui peccati del popolo ha in vista una conversione, un mutamento etico da viversi nella storia, ed è così anche nei profeti Geremia ed Ezechiele, in cui però si acuiscono i toni pessimistici circa la possibilità umana di un mutamento e si formula la speranza di una novità, un novum, certamente ancora intrastorico, ma che Dio stesso opererà: è la «nuova alleanza» che Dio stipulerà (Ger 31,31-34), è lo “spirito nuovo” che Dio metterà nei cuori dei figli d’Israele (Ez 36,26). Soprattutto in Ezechiele si fa strada una scrittura che prelude o già sconfina nell’apocalittica: visioni, simboli e immagini pittoresche (Ez 1-3; 37), descrizione visionaria del tempio futuro che esprime la speranza dell’Israele nuovo e ideale (Ez 40-48). Molti temi e simboli che saranno correnti nelle successive apocalissi (anche nell’Apocalisse giovannea) si trovano nella profezia di Ezechiele: i quattro esseri animati (Ez 1,4ss.); la figura dalle sembianze umane assisa su un trono di zaffiro, posto su un firmamento simile a cristallo splendente (Ez 1,26- 28); il rotolo scritto su un lato e sull’altro e la sua manducazione da parte del profeta (Ez 2,8-3,3); Gog e Magog (Ez 38-39); il tempio e la sua misurazione (Ez 40,1ss); la presenza dell’angelo mediatore che spiega la visione al profeta (Ez 40,3ss.) etc.”

Ecco, bisogna tener conto di tutta la simbologia, l’allegoria, il compendio di metafore che questo racconti propongono, senza cadere nel tranello di pensare che in qualche modo si possano interpretare alla lettera, salvo poi inorridire e far inorridire gli astanti, o i lettori, con storie di crudeltà “divine” e ingiustizie inaccettabili.

La fede nella forza della parola di Dio fa sì che in Israele le profezie antiche, che non si sono ancora storicamente compiute, non vengano abbandonate, ma rilette nelle nuove situazioni storiche, magari da discepoli di quegli stessi profeti che le avevano pronunciate, e vengano proiettate in un futuro ancora più lontano, alla ”fine dei giorni”. Quanto al Secondo-Isaia, negli ultimi anni dell’esilio, egli vede una “cosa nuova” (Is 43,19; 48,6) che Dio sta per attuare nella storia: questa novità sarà il compimento delle antiche profezie, il rinnovamento dei prodigi di un tempo e la piena realizzazione della salvezza. Il compimento solo parziale degli annunci dello stesso Secondo-Isaia e la nuova crisi e la profonda disillusione che il ritorno suscitò in un Israele profondamente lacerato al proprio interno fra rientrati dall’esilio e quanti erano rimasti in patria, fu il terreno in cui sorse la profezia del Terzo-Isaia, che accentuò i toni escatologici e l’attesa di un intervento salvifico divino e di una radicale trasformazione cosmica: ”Ecco, infatti, io creo nuovi cieli e nuova terra” (Is 65,17; vedi anche 66,22). Sempre nell’immediato post-esilio, l’attesa messianica presente nell’escatologia di Aggeo è ripresa da Zaccaria (Zc 1-8), che annuncia un intervento divino servendosi di visioni spiegate dalla mediazione di un angelo e di un’ampia gamma di simboli che ritorneranno nella letteratura apocalittica: i cavalieri su cavalli di diverso colore (Zc 1,7-17), le corna (2,1-4), il candelabro e i due olivi (4,1-5), il rotolo (5,2), i carri (6,1-8) ecc. Il brano chiamato comunemente dagli esegeti “grande apocalisse di Isaia” (Is 24-27), è di origine post-esilica e il suo inserimento tra gli oracoli dell’Isaia dell’ottavo secolo sembra già un’attuazione di quella pseudonimia a cui la letteratura apocalittica farà ricorso in modo metodico. Le immagini di un Dio guerriero che combatte l’ultimo nemico, la morte (25,7-8; 26,14.19), e i riferimenti a un conflitto celeste che oppone Dio all’«esercito di lassù» (24,21), rendono particolarmente eloquente l’inserzione di questi capitoli dopo gli oracoli sui popoli (Is 13- 3 23). Con il libro di Daniele, redatto intorno al 165 a.C., si compie il passaggio da brani o elementi apocalittici presenti in testi profetici a un libro di forma apocalittica. Il radicamento, tanto a livello di contenuto che di forme letterarie, dell’apocalittica nella profezia sembra dunque evidente, anche se in essa emerge pure la ripresa di elementi sapienziali: si pensi alla caratterizzazione di Daniele come sapiente, e a quelle tematiche – di chiara matrice sapienziale – che sottostanno a molti testi apocalittici giudaici, quali l’origine del mondo, il problema del male, la libertà dell’uomo, la giustizia di Dio, la retribuzione.”

Quando l’apocalittica-profetica parla di “cieli nuovi e terre nuove”, ancora una volta usa un linguaggio immaginifico, adatto alle narrazioni, alle rappresentazioni verbali, pittoriche (quanti capolavori nell’arte occidentale!), metafisiche, e dunque, come insegnava Origene, bisogna sempre passare dalla dimensione letteralista a quella spirituale, e in seguito a quella morale, e infine a quella anagogica, cioè elevante come linguaggio solo parzialmente comprensibile con i criteri linguistico-razionali a disposizione. Occorre accettare “razionalmente” il mistero, come ossimoro umanissimo del limite umano.

La visione, elemento decisivo con cui l’apocalittico esprime letterariamente la sua conoscenza per rivelazione del piano divino, è già presente anche nella più antica profezia e, anche se qui essa è normalmente subordinata all’elemento “parola”, che deve trasmettere e comunicare il senso della visione stessa, in certi casi appare come un vero e proprio ingresso alla presenza di Dio e della sua corte celeste (1Re 22,19-23; Is 6,1ss.). L’apocalittico agisce in una condizione storica e politica molto diversa da quella in cui si muovevano i profeti: non c’è più la monarchia e non ci sono più gli scontri tra profeta e re; inoltre il profeta è normalmente un uomo della parola, che si rivolge al popolo parlandogli direttamente, sicché la profezia è fenomeno anzitutto orale, mentre l’apocalittica nasce “scritta”. Il libro profetico specifica (spesso, ma non sempre) il nome del profeta e magari anche le circostanze storiche in cui egli ha operato; il testo apocalittico, invece, è solitamente pseudepigrafo, cioè attribuito non al suo vero autore ma a un personaggio autorevole del passato. Gli orizzonti sovente ristretti o centrati su Israele nella profezia, si allargano a livello cosmico, universale e mondiale nell’apocalittica. Se per i profeti il castigo o il male può essere evitato con la conversione, con un mutamento di condotta, nell’apocalittica la salvezza viene da un intervento sovrano e straordinario di Dio. Il libro di Daniele è pseudepigrafo (ambientato a Babilonia all’epoca di Nabucodònosor, in realtà è stato composto nei primi anni della rivolta maccabaica, probabilmente intorno al 165 a.C.), e va spiegato in riferimento alla situazione tragica d’Israele: il sovrano Antioco IV Epìfane perseguita i figli d’Israele fedeli all’alleanza e cerca di ellenizzare i costumi giudaici. Si pone il problema dell’imperversare devastante del male nella storia (concepita come un movimento di progressiva degenerazione in cui si susseguono regni che incrudeliscono sempre più finché sono distrutti: Dn 7,1ss.) e della giustizia di Dio, del suo intervento salvifico: molti giusti vengono martirizzati e vanno incontro alla morte pur di non rinunciare alla propria fedeltà alla Legge. Di fronte a questa situazione l’autore afferma l’assoluta signoria di Dio: la risurrezione dei giusti, dei martiri, dei fedeli, per la vita eterna (Dn 12,1-3) ne è il segno. L’apocalittico valuta il presente a partire dal futuro: Daniele sa dove va la storia e può fornire anche una visione globale della storia futura e del destino degli individui. La visione delle settanta settimane di anni (che collocano l’ultima nel tempo di composizione di Daniele: Dn 9), la figura del Figlio dell’uomo, la visione delle quattro bestie mostruose (Dn 7,1-7), sono elementi che segneranno l’apocalittica posteriore.”

La visione è dunque rivelazione della parola “divina”, se e quando questa si esprime, con modalità e tempistiche del tutto diverse dalla umane narrazioni, e perciò assume valenze meta-storiche e meta-politiche, capaci a volte di illuminare il presente. Quanti Antico IV Epifane abbiamo rivisto nella storia antica, moderna e contemporanea?

L’arco di tempo coperto dai testi apocalittici giudaici copre quasi mezzo millennio: dal V/IV sec. a.C. alla fine del I sec. d.C. Posto particolarmente rilevante all’interno di questa letteratura occupa 1Enoc (o Enoc etiopico), comprendente cinque opere composte in epoche diverse: dopo un’introduzione (1Enoc 1-5), abbiamo il Libro dei Vigilanti (1Enoc 6-36, scritto probabilmente fra il V e il IV sec.; è il più antico testo apocalittico), il Libro delle Parabole (1Enoc 37-71; risalente al periodo tra la fine del I sec. a.C. e l’inizio del I sec. d.C.; è di capitale importanza per il NT a motivo del rilievo che esso accorda alla figura del Figlio dell’uomo), il Libro dell’Astronomia (1Enoc 72-82; del III sec. a.C. o forse più antico, quasi contemporaneo del Libro dei Vigilanti; si occupa soprattutto di problemi di calendario), il Libro dei Sogni (1Enoc 83-90; databile intorno al 160 a.C., è praticamente contemporaneo del libro di Daniele), l’Epistola di Enoc (1Enoc 91-104; metà del I sec. a.C.). Questo “pentateuco enochico” gode a tutt’oggi di grandissima importanza 4 spirituale, teologica e liturgica nella chiesa etiopica. Ad esso si deve accostare 2Enoc (o Enoc slavo), del I sec. d.C. Nell’attuale, magmatica fase degli studi sull’apocalittica, tra gli studiosi vi è chi adotta la definizione di “tradizione enochica” o “enochismo” per indicare le opere attribuite al veggente Enoc, e nelle quali è riconoscibile una vera e propria corrente di pensiero apocalittica centrata sulla figura di Enoc (destinatario delle rivelazioni divine). Estremamente importanti sono anche le apocalissi giudaiche che vanno sotto il nome di Quarto libro di Esdra (4Esdra: testo molto conosciuto e citato nel mondo cristiano antico, medievale e anche moderno, visto che, benché dichiarato non canonico dal Concilio di Trento, alla fine del XVI sec. fu stampato in appendice, dopo il NT, nella edizione Clementina della Vulgata), e Apocalisse siriaca di Baruc (o 2Baruc), entrambe da situarsi alla fine del I sec. d.C. La conoscenza rivelata di cui gode l’apocalittico e il messaggio trascendente che intende trasmettere (spesso concernente la vita nell’aldilà, la risurrezione, l’immortalità dell’anima, il giudizio finale, la trasformazione cosmica che segnerà il passaggio dall’eone presente all’eone futuro ecc) trova nel linguaggio aperto ed evocativo del simbolismo il mezzo più adatto per esprimersi. Le apocalissi abbondano di simboli, spesso sgargianti e barocchi: simboli teriomorfi (che cioè utilizzano animali per significare altre realtà), cosmici (in particolare i fenomeni e gli sconvolgimenti cosmici), cromatici, antropologici (ad es. le vesti), numerici. Se l’apocalittico volge uno sguardo intriso di pessimismo sulla storia, che vede traversata dall’azione del Maligno, egli rassicura i credenti che vivono tempi bui riaffermando la signoria di Dio sulla storia stessa. La concezione della storia come preordinata da Dio, già scritta sulle “tavole celesti”, rientra in questo intento. Il carattere simbolico del linguaggio apocalittico è espresso anche dall’ampio ricorso ad allusioni e riferimenti al patrimonio di immagini tradizionali quali, soprattutto, i testi biblici, in particolare profetici, che vengono reinterpretati: si può pensare alla profezia di Geremia sui settant’anni dell’esilio (25,11-12; 29,10) ripresa e reinterpretata da Daniele (9,1ss.). Il destinatario umano delle rivelazioni è normalmente un personaggio venerabile del passato (Enoc, Daniele, Esdra, Baruc…) capace di predire ciò che avverrà in futuro, un futuro che comprende sia il tempo critico in cui si situa l’autore reale – spesso l’ultimo periodo della storia del mondo – sia il futuro ulteriore che sarà l’epoca della salvezza. L’autore reale, nascondendosi dietro alla pseudonimia, non ottiene solo il fine di conferire autorevolezza e antichità allo scritto, ma lo pone anche in continuità con la tradizione anteriore. Il procedimento accentua anche il senso del determinismo storico che traversa le opere apocalittiche.”

Ho ripreso questi testi per dire come occorra fare attenzione quando si parla di “apocalisse e apocalittica”, proprio perché il senso e l’accezione dei termini vanno inquadrati nel divenire storico. Troppe volte e in troppe occasioni e contesti si usano termini a vanvera, trascurando la loro origine, i significati etimologici e i contesti in cui sono stati proposti , si sono sviluppati e vivono tuttora. Usare il termine “apocalisse” per “catastrofe”, “cataclisma” e affini, va bene, purché si sappia da dove viene il termine, e come è stato usato nella letteratura mitico-religiosa e nella poesia tragica e lirica.

Peraltro, quello che sta accadendo in questi anni conserva la drammaticità consueta della storia umana, amplificata dai media e dalla velocità dell’informazione.

Forse occorre anche richiamarsi a una “nuova apocalittica”, rivelativa dello “stato di avanzamento” in cui si trova l’uomo, intendendo con tale espressione proprio il “processo di ominizzazione” ancora ampiamente in corso, probabilmente in termini diacronici a livello individuale, senza che ciò risulti emotivamente drammatico.

In altre parole pare di poter dire che alcuni “esseri umani” sono “meno umani” di altri, superando il “sociologismo” politicamente corretto degli ultimi tre decenni di analisi socio-politica ed etico-antropologica, ed accettando la lenta crescita, che opera senza fine, dell’ordine logico nel mondo, e nell’uomo di questo mondo.

L’uomo di Louisville

Muhammad aliFarfalla e ape, lingua di Lousiville, e non so cos’altro… i giornalisti hanno inventato per parlare di Cassius Marcellus Clay/ Muhammad Alì, ah, dimenticavo, “il più grande”, che non è certo solo un atto di immodestia che caratterizzava questo meraviglioso uomo, ma anche l’occasione per ulteriori pigrizie cronachistiche.

Quando i media, cioè i giornalisti inventano una metafora, ribollendola poi per decenni, è il momento che dormo il sonno del giusto. Non li sopporto. Se la metafora è un po’ l’ossigeno del pensiero, quando è frusta e ripetuta, ne diventa il veleno.

Muhammad Alì è morto, ma è vivo per sempre. Non so se si possa definire il più grande atleta di ogni tempo, io propenderei per Owens o per Merckx, ma è certo che è stato una grande persona del nostro tempo, più grande di quanto i suoi cantori, spesso fastidiosi (come Minà) abbiano capito.

Dimenticavo, ai tempi in cui il campione era imbattibile, cioè prima della condanna per il rifiuto di combattere in Vietnam, i giornalisti, ogni qualvolta Alì doveva incontrare un peso massimo bianco, tipo l’argentino Oscar Bonavena o Don Quarry, scrivevano di questi come della “speranza bianca”, con non so se consapevole moto razzistico. “Speranza bianca”, cioè un pugile che avrebbe potuto ristabilire quasi, anche fra i pesi massimi della boxe, la supremazia bianca. Dire schifosi, è poco.

Per me Alì ha rappresentato un’immagine grande e vera di sportivo e di essere umano consapevole, mai banale, mai falsamente modesto, come certuni che conosco e che appartengono a militanze apparentemente più spirituali, e di cui parlerò nel post successivo.

Tedoforo parkinsoniano ad Atlanta, capace di dire “Non combatto i vietcong, non mi hanno mai chiamato negro“, vincitore di Foreman a Kingshasa nel ’74, bullo e mite di cuore, simbolo più grande anche suo malgrado. Così lo ricordo, senza squilli di tromba, nei commenti che allora si faceva con mio padre, nel tempo andato, sempre presente.

 

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