Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Pensieri, parole e opere per una “sinistra nuova”, evitando – per quanto possibile – le omissioni

Sono interessato a dare un contributo, nel mio piccolo, alla ricerca di temi, argomenti, priorità, ma soprattutto valori etici e politici per una “sinistra nuova”, non per una “nuova sinistra”, sintagma che potrebbe creare qualche ambiguità o fraintendimenti. Mi piacerebbe che questa mia riflessione arrivasse anche nelle stanze dove in molti si stanno dando da fare per farsi eleggere nuovi capi del Partito Democratico. Senza false modestie, penso che potrebbe essergli utile (se non opportuno o addirittura necessario, visto che da anni (o decenni? dai tempi di Veltroni?) – da quelle parti – non si producono concetti e pensieri di filosofia socio-politica, vero Franceschini, Bersani, Orlando, Zingaretti et co.?, evitando di citare i giovani alla Provenzano, che assomigliano maledettamente ai quattro citati prima.

Storicamente, in Italia, sia la sinistra comunista sia la sinistra socialista, anche se con modalità e in misura diverse, hanno avuto come stella polare il discorso e il valore etico-politico-sociale dell’uguaglianza.

Tale valore ha poi dialogato, almeno dalla seconda metà del XIX secolo, non mancando di confliggere, anche con il mondo cattolico, che per parte sua ha sempre tenuto in evidenza il sentimento e il valore della fratellanza universale tra tutti gli uomini, ispirandosi innanzitutto al biblico versetto 1,26 di Genesi “(Egli, Dio stesso) fece l’uomo a sua immagine“.

L’entimema (sillogismo abbreviato) Dio uomo genere umano, ha ispirato per millenni teorie (dottrine) e prassi dei movimenti religiosi ispirati dal Cristianesimo nelle sue tre principali declinazioni del Cattolicesimo, dell’Ortodossia orientale e del Protestantesimo, anche se quest’ultima modalità storico-religiosa si è distinta abbastanza chiaramente dalla visione cattolica (soprattutto), la quale ha conservato, nel rispetto del nome “cattolico” (che nel sintagma greco katà òlon significa secondo-il-tutto), una valenza morale pratico di universalità.

In altre parole, il Protestantesimo, come si evince dai fondamentali studi di Max Weber (cf. soprattutto L’Etica protestante e lo Spirito del capitalismo), ha evidenziato come la Grazia divina tenda a “privilegiare” (termine oltremodo impreciso) chi si dà da fare nella vita confidando nella Grazia stessa: teologicamente, sulle tracce della lezione paolina e di sant’Agostino, primo ispiratore di frate Martin Luther.

La visione egualitaria delle sinistre storiche si è dunque incontrata con la visione universale del cristianesimo cattolico, costruendo un’alleanza di fatto, soprattutto nelle prassi sociali e sindacali di tutto il ‘900, spesso addirittura in concorrenza per acquisire più adepti tra i lavoratori e nella società civile.

Esemplifico: dopo l’avvio della Guerra fredda negli anni successivi alla Seconda Guerra mondiale, la CGIL unitaria (come rappresentanza generale della sinistra sociale), ritrovatasi, dopo il ventennio fascista, con il Patto di Roma del 1944 (mentori il grande e compianto Bruno Buozzi, Giuseppe Di Vittorio e Giulio Pastore) si spaccò, prima in due parti, con la nascita della CISL (sindacato cattolico) nel 1948, e poi in tre parti, con la nascita nel 1950 della UIL, punto di riferimento delle forze laiche, come socialdemocratici, socialisti e repubblicani (nomi definitivi dopo un periodo di altre denominazioni acronimiche).

Negli anni successivi vi fu concorrenza soprattutto tra la CGIL, che era costituita da tutti coloro che nel mondo del lavoro facevano riferimento al Partito Comunista Italiano e alla maggioranza dei Socialisti (anche dell’area più radicale di Unità proletaria), e la CISL, e il maggiore tema nel quale si dialogò e ci si scontrò era il tema dell’uguaglianza salariale. In quegli anni, solo una parte della FIOM (Federazione Impiegati ed Operai Metallurgici) e la UIL sottolineavano anche l’importanza dell’inquadramento per livelli, con il quale andare a riconoscere capacità professionali diverse e a retribuirle in proporzione.

Tant’è che il mondo dei media coniò anche un termine abbastanza sgradevole nei toni e negli intendimenti per definire la comune sensibilità egualitaristica tra la maggioranza della CGIL e la CISL: andò in auge il termine “cattocomunisti”.

Solo per citare un altro fenomeno intrinseco alla sinistra politica: nei decenni tra gli anni ’60 e gli anni ’80/ ’90, si mossero anche forze di estrema sinistra, variamente denominate, che “nutrirono” gli ulteriori estremismi dell’Autonomia organizzata di un Toni Negri (cattivissimo maestro), fino alle organizzazioni della lotta armata delle Brigate Rosse e di Prima Linea (mentre a destra operava lo stragismo orrendo dei Nar e altri, una cum i servizi segreti deviati). L’onestissima “ragazza del XX secolo”, Rossana Rossanda, riconobbe negli estremismi citati un album di famiglia della sinistra italiana, che non è stata sempre – nella storia – gradualista e parlamentare.

Una nota mia personalissima: nei decenni successivi al massimo fulgore delle organizzazioni di estrema sinistra, mi sono visto sorpassare a destra da innumerevoli ex militanti duri e puri che mi consideravano, essendo io socialista gradualista, più o meno una “spia dei carabinieri”. Ricordo che quando andavo a trovare qualche amico mio, a cui volevo bene anche se non condividevo nulla della sua posizione politica, in quei “centri sociali”, che furono anche fucina di scelte individuali armate, appena mi vedevano si davano la voce (sottovoce): “attenti che arriva Renato, cambiamo argomento“.

Ovviamente si dovrebbe (dovrei) meglio specificare questi fenomeni e questi schieramenti (ad esempio, andrebbe fatto un discorso a parte sui sindacati del Pubblico impiego, dove la Cisl esercitava una sorta di egemonia, con una cultura di stampo corporativistico e conservativo, stante la concorrenza del sindacalismo autonomo), perché la realtà era molto più frastagliata, variegata e complessa. Non dobbiamo dimenticare che tra lavoratori del Pubblico e lavoratori del Privato sussistevano differenze (peraltro ancora presenti) radicali a livello legislativo ricorrenti agli ultimi due decenni del secolo precedente, quando il capo del Governo Francesco Crispi definì giuridicamente il ruolo dell’impiegato pubblico.

Proseguendo in questa analisi sintetica ricordiamo i regi decreti del 1922 sulla distinzione tra qualifiche di operaio e di impiegato, e l’istituzione di Inps e Inail nel 1933, e poi passiamo al secondo dopoguerra.

Negli anni ’60 si tentò l’unità sindacale tra le tre maggiori confederazioni, ma il progetto non riuscì, confermando una sorta di incapacità delle forze sociali di auto-riformarsi, potendosi dire che la fine del comunismo post 1989 non ha generato quasi alcun cambiamento nel sindacato, mentre alcuni partiti della sinistra sono stati smantellati dai giudici ai tempi di tangentopoli. Solo il PCI-PDS se la cavò…

Vengo al nucleo concettuale cui desidero continuare a dare spazio, sulla traccia di post immediatamente precedenti. Se storicamente le sinistre hanno sostenuto prevalentemente il valore dell’uguaglianza nella sicurezza, ora dovrebbe essere in grado di comprendere l’importanza dell’equità nella libertà, che le giovani generazioni mostrano di preferire, stanchi dell’egualitarismo collettivistico delle sinistra storiche.

Se la sinistra non riuscirà a dare centralità a questa “riforma etico-culturale”, l’importanza di un pensiero “di sinistra” sarà sempre meno significativo se vogliamo parlare più in generale dell’economia e della società italiana.

Riassumendo, l’Italia è la 3a potenza economica d’Europa, è 1a o 2a nella manifattura, 1a nel settore metalmeccanico, ma è penultima dell’aumento del Pil e ha lasciato i salari fermi da almeno trent’anni.

Mi chiedo: quante responsabilità ha la sinistra politica (i partiti) e quella sociale (i sindacati) in questo deliquio retributivo?

I lavoratori italiani, a differenza dei loro colleghi delle principali Nazioni, sono gli unici ad avere perso potere d’acquisto, nonostante il meraviglioso sistema del Made in Italy.

Le persone, e i lavoratori in primis, temono il futuro e, anche quando hanno mezzi economici, non spendono, e dunque la domanda interna crolla, mentre sul versante pubblico mancano gli investimenti e una seria riforma per la sburocratizzazione del sistema.

Può la sinistra suggerire un pensiero politico economico nuovo, di rilancio dello sviluppo? A mio parere sì, ma non deve continuare a pensare e a muoversi come sta facendo ora.

Può essere ancora attuale un pensiero socialista democratico che faccia chiarezza sul valore intrinseco delle imprese in un bilanciamento tra diritti e doveri, sia degli imprenditori sia dei lavoratori?

Domanda retorica: io ci credo, mi piacerebbe ci credessero anche quelli che stanno preparando il loro Congresso, tra dichiarazioni presuntuose e paura del cambiamento! E altri tutt’intorno.

Il raglio dell’asino, ovvero di come la verità “scappa” (nel senso che è incomprimibile) sempre da tutte le parti. Alcuni asini di questi tempi: i genitori, oltre a diversi politici

L’amico Franco che non è esente da peccati, come peraltro ciascuno di noi, io in primis, mi ha offerto una interessante metafora, quella dell’asino che, anche se travestito da cavallo, non potrà mai confondere il suo padrone o il compratore, circa la sua natura di equino.

In altre parole, pure se agghindato come un destriero, un asino sarà sempre tale, perché prima o poi gli scapperà un potente raglio.

Il raglio non è un nitrito… E questo vale in ogni ambiente e in ogni situazione. Quante persone che sono asini cercano in tutti i modi di assomigliare a cavalli!

Attenzione, non sto denigrando l’asino, che è un animale intelligente, splendido, ma sto ragionando sul bisogno che molti hanno di apparire ciò che non sono. La politica è uno degli ambienti più ricchi di cavalli che ragliano.

L’attuale capo dei 5 Stelle è uno di questi. Parlo di Giuseppe Conte da Foggia, avvocato. Ma è solo un esempio, perché questo signore è in buona compagnia tra i suoi sodali e al di fuori, negli altri partiti. Devo dire che, dopo queste elezioni politiche, il meno “asino” di tutti, nonostante abbia compiuto molti errori di conduzione del suo partito, si è rivelato Enrico Letta, che ha capito di avere concluso il suo percorso e di aver esaurito la sua “spinta propulsiva” (efficace espressione berlingueriana) in un partito più confuso di lui. Per passione politica, mi auguro che il nuovo segretario rinnovi anche lo staff del segretario uscente, perché di livello politico penoso, impresentabile, con ciò augurandomi/ loro che vi siano persone migliori di queste ultime. Anzi, ci credo.

L’asino (Equus africanus asinus – Linnaeus, 1758), detto anche somaro, è un mammifero perissodattilo della famiglia Equidae. Deriva dall’asino selvatico africano (Equus africanus) attraverso una selezione della sottospecie nubiana.

Non occorre qui descriva l’asino, animale energico e nevrile, addomesticato dall’uomo da millenni, forse dal 3000 a.C. in Egitto, diffuso in diverse razze nelle varie regioni del mondo, le cui forme e abitudini sono note a tutti o quasi. Forse non ai ragazzi delle ultime generazioni, come mostra il racconto con il quale chiudo questo articolo.

L’animale è adatto al trasporto di some e al traino di carretti anche su terreni difficili, utilizzato anche dalla truppe alpine, anche se meno del suo fratello maggiore, il mulo, che nasce da un asino e da una cavalla.

Ai primi del ‘900 fu anche pubblicata dai socialisti una rivista di critica e satira contro gli scandali di quegli anni e le repressioni poliziesche, chiamata L’Asino, sotto la guida di Guido Podrecca, universitario cividalese e pupazzettista straordinario. I cattolici editarono Il Mulo, per far contro ai socialisti. Tanto per raccontare a chi non lo sa cose di un secolo fa e oltre.

L’asino di Buridano (o “Paradosso dell’asino”) è un apologo tradizionalmente attribuito al filosofo della prima metà del XIV sec. Giovanni Buridano (1295-1300 circa – 1361), ma che probabilmente non è dovuto a lui, poiché non si trova negli scritti di Buridano, né corrisponde alle sue idee relativamente alla libertà, dato che piuttosto egli oscilla tra il volontarismo e l’identificazione (aristotelico-averroistica) di intelletto e volontà. È probabile che la storia, derivata da un problema del De caelo (Aristotele, De caelo, II, 295 b 31-34), sia nata nelle discussioni di scuola, ove è documentata.

L’apologo narra come un asino posto tra due cumuli di fieno perfettamente uguali e alla stessa distanza non sappia quale scegliere, morendo di fame e sete nell’incertezza.

Secondo Buridano l’intelletto è sempre in grado di indicare all’uomo quale sia la scelta giusta tra le varie diverse alternative tanto che se, per assurdo, la scelta fosse costituita da due elementi identici la volontà si paralizzerebbe a meno che non si scegliesse di non scegliere. Esamina il paradosso nel II libro dell’Etica:

Per commentare il racconto riporto due riflessioni, la prima di Baruch Spinoza:

«In quarto luogo si può obiettare: se l’uomo non opera per libertà del volere, che cosa accade quando si trovi in uno stato di equilibrio come l’asino di Buridano? Morirà di fame e di sete? Se lo concedo, sembra che io concepisca un’asina o una statua di uomo, non un uomo; se invece lo nego, ne consegue che egli può determinare sé stesso e quindi ha la facoltà di andare [verso il cibo] e di fare quel che vuole. (…) Per quanto riguarda la quarta obiezione, concedo che l’uomo, posto in un tale equilibrio (cioè di chi non percepisce altro che la sete e la fame, tale cibo e tale bevanda, che distano ugualmente da lui), perirà di fame e di sete. Se mi domando: un tale uomo non è da considerare piuttosto un asino che un uomo? rispondo di non saperlo, come non so in qual modo sia da considerare chi si impicca e come siano da considerare i bambini, gli stolti, i pazzi ecc.»

…la seconda di Johann Gottfried Leibniz:

«(…)È vero che bisognerebbe affermare, se il caso fosse possibile, che l’asino finirebbe per morire di fame…Infatti l’universo non potrebbe essere bipartito…in modo che tutto fosse uguale e simile da una parte e dall’altra, come una ellissi o un’altra figura in un piano, del numero di quelle che io chiamo ambidestre, che siano bipartite da qualche linea retta passante per il centro…. Vi saranno perciò molte cose, dentro e fuori l’asino, anche se non ci appaiono, che lo determineranno a dirigersi piuttosto da una parte che dall’altra. E benché l’uomo sia libero, mentre l’asino non lo è, non cessa perciò d’essere vero, e per la stessa ragione, che anche nell’uomo il caso di un equilibrio perfetto tra due parti è impossibile e che un angelo, o Dio almeno, potrebbe sempre trovare la ragione del partito preso dall’uomo, indicando la causa o la ragione inclinante che l’ha realmente indotto a prenderlo, anche se questa ragione molto spesso è composta ed inconcepibile a noi stessi, perché la connessione delle cause le une con le altre va molto lontano.»

Ora la risposta della ragione per cui ho scomodato Buridano e il “suo” asino. Trovo anche gli asini siano numerosi non solo nella politica, ma anche nella ordinaria vita civile e familiare. Un esempio di asineria clamorosa.

A Wollogong in Australia si è svolto in questi giorni di inizio autunno il campionato mondiale di ciclismo. La notte prima delle gara su strada dei professionisti, poi vinta dal meraviglioso Remco Evenepoel, alcune ragazzine scapestrati hanno impedito di dormire a Mathieu Van der Poel, grande generoso campione olandese, figlio di Adrie e nipote di Raymond Poulidor. Probabilmente Mathieu è uscito sul corridoio e può avere forse rimproverato e anche spinto qualcuna delle piccole teppistelle, figlie di genitori imbecilli. La mattina la polizia gli ha sequestrato il passaporto e comunicato che dovrà rimanere per sei settimane a disposizione delle autorità locali per un processo. Poi, si è saputo che tutto si è risolto con una multa di 1500 dollari a Van der Poel. Becco e bastonato.

Resta un fatto: dove erano i genitori dei ragazzini che all’una di notte imperversavano nei corridoi dell’albergo? Dove era il personale dell’albergo? Dove lo staff della squadra olandese? Come si tratteranno le piccole teppiste, con un bonario rabbuffo?

Se la cosa fosse successa qualche decina di anni fa, le ragazzine avrebbero temuto l’arrivo dei genitori, mentre ora al contrario i genitori difendono i propri piccoli idioti a prescindere dai loro comportamenti, come raccontano numerosi fatti di cronaca italiana che registrano aggressioni a insegnanti, insulti e denunce. I giovanissimi maleducati, invece, rimangono largamente impuniti e soprattutto, ciò che è peggio, in-educati.

E’ un insulto all’asino paragonare queste generazioni di genitori al nobile equino, ma lui capirà che si tratta di una metafora legata a una certa immagine popolare, e la sopporterà.

Caro lettore, ti immagini se al Ministero dell’Interno, dopo le elezioni, andasse un amico di Putin, cioè Salvini? …però, voi iscritti al PD dite a Letta di non continuare a fare errori tattici: Zan, jus schola, ora tassazione su eredità, e altre proposte poco tempestive che NON portano neanche un voto… perché sono cose che si fanno DOPO!!! (Un po’ di competenze politiche, santoiddio!). Non so se Letta non riesce a pensarci o se ha consiglieri inadeguati, cosa forse ancora peggiore

Sono esplicito: non mi fido dello sbruffone di colore verde che proclama di voler fare cose impossibili. Non lo nomino neppure.

Anche quella signora che prenderà più voti di lui, e che ufficialmente sta più a destra, mi disturba meno, perché è più coerente e meno casinista. Di lei, quanto ad atlantismo, inteso non nel senso kissingeriano o bushiano o trumpiano, e nemmeno bideniano (per scarsa lucidità), mi fido di più che non degli altri due, che non nomino.

Si tratta di un atlantismo che mi ricorda perfino quello di Berlinguer che, quando nel 1973, dopo il golpe di Pinochet in Cile, affermò, facendo oltremodo incazz. Breznev, che si sentiva più al sicuro sotto l’ombrello della Nato, piuttosto che sotto quello del Patto di Varsavia.

Tant’è che i sovietici, tramite i bulgari (sempre loro, vero caro papa Wojtyla? ovunque tu sia, santo nel paradiso dei beati) cercarono di farlo fuori per le vie solitarie di Sofia.

Io sono per un “atlantismo” alla Berlinguer, che non era solo tattico, ma strategico. Con tutti i loro difetti, le democrazie occidentali, anche se a volte sostengono sistemi incompatibili con i principi democratici, sono cento volte meglio del populismo dittatoriale di Russia e Cina, dove il nazionalismo si associa a un conservatorismo rosso (Cina) e a un tradizionalismo di colore almeno marron scuro (Russia).

Ricordi, mio caro lettore, le “camicie brune” di Ernst Roehm? Quelle che prima stettero fedelmente al servizio di Hitler e poi furono fatte fuori dalle SS non appena furono ritenute in odore di eresia nazionalsocialista e quindi inaffidabili dal Pazzo? Bene, molti pezzi della cultura populista, tradizionalista, falso-cristiana sembrano apparentate a questa orribile eredità.

Proviamo a vedere altri. In questo novero confuso, populista e demagogico, un posto d’onore spetta, in Italia, ai Cinque Stelle, nate dalla fantasia di un comico televisivo e piazzaiolo: costoro hanno dato risposta a uno scontento macrognoso tra il 2013 e il 2018 arrivando fino al 33%. Pensare che si tratta della percentuale che Veltroni aveva raggiunto con il PD nel 2008, dopodiché si dimise. Incomprensibile, se non si pensa all’invidia dalemiana. Poi Renzi, altro campione di supponenza arrogante, fece di peggio, con il suo 41% alle Europee del 2014: volle intestarsi la sconfitta nel referendum per le riforme istituzionali e divenne un fragile partitino di centro, che però fece valere molto efficacemente negli anni successivi.

La sinistra è stata storicamente specializzata a dividersi,e perfino a spezzettarsi (si pensi alla sempre rinnovata stagione dei partitini a sinistra del PCI/ PDS/ DS/ PD, da Lotta Continua a Sinistra Italiana) e a scontare pene che i suoi elettori non meritavano, e non meritano, a partire dal Congresso del Partito Socialista Italiano del 1921. Il Partito di quell’anno era scosso da profonde divisioni tra gradualisti (tra cui mi colloco io da quando ero bambino, perché mio padre mi spiegava che gli operai devono mostrare il loro valore prima di chiedere nuovi diritti, e la sua vita fu un esempio di socialista silenzioso e coerente, mentre suo cognato, il mio zio ricco, il “Signor Zio” Massimiliano Gattolini mi chiedeva che simpatie politiche avessi consigliandomi le sue, per il Partito Liberale) e massimalisti, che diventarono comunisti.

Caro lettore, prova a guardare sul web i socialisti di ogni tempo, trovi di tutto, non solo Bissolati Leonida, Mussolini (sic!) Benito (in memoria del rivoluzionario messicano Benito Juarez), Turati Filippo, Costa Andrea, Kuliscioff Anna, Balabanoff Angelica, Morandi Rodolfo, Lombardi Riccardo, Nenni Pietro, Craxi Benedetto detto Bettino e si suoi due figli, Sacconi Maurizio, Brunetta Renato, De Michelis Gianni, Martelli Claudio, Spini Valdo, De Martino Francesco, Mancini Giacomo, Formica Rino, Marianetti Agostino, Boniver Margherita, Del Turco Ottaviano, Viglianesi Italo, i cari Pierre Carniti, Giorgio Benvenuto e Marco Biagi, la carissima Roberta Breda, ma anche quelli che sarebbero diventati comunisti a Livorno nel ’21: trovi Gramsci Antonio, Togliatti Palmiro, Terracini Umberto, Bordiga Amadeo, Bombacci Nicola, che sarebbe stato fucilato con i gerarchi catturati da Audisio Walter a Dongo il 29 aprile del ’45, e gridò, morendo “viva il Socialismo“, che lui aveva creduto sopravvivesse nel fascismo mussoliniano. E perfino Bertinotti Fausto, che da buon uomo di sinistra fece cadere Prodi Romano per poi avere Berlusconi Silvio. Poverino, Bertinotti, intendo.

Torno ai 5S, smagriti dopo le defezioni dimaiane e individuali. Ridotti ai minimi termini, come meritano. E come soprattutto merita il loro sussiegoso presidente, già da me qui “cantato” come uno dei tre superbi narcisi della politica italiana. Letta li ha corteggiati fino a che, una cum la destra più bieca (non quella meloniana, chiarisco, perché Meloni è stata sorpresa e spiazzata per questa anticipazione da nulla dei tempi delle elezioni, e ha telefonato a Draghi per capirci qualcosa sulle cose da fare ineluttabili per il PNRR e non solo), non hanno fatto cadere l’unico Governo decente che l’Italia poteva (e può) permettersi in questi tempi storici. Draghi, non solo governava bene, ma era diventato la guida dell’Europa, con un Macron indebolito e uno Scholz poco meno che esistente.

Tajani e Letta hanno sostenuto Draghi fino a che non è stato “fatto fuori” dai vecchi alleati gialloverdi, che obiettivamente lo sono ancora. Per la sua dignità personale non avrebbe potuto rimanere in mezzo a dei traditori, anzi molto meno, a dei poveretti. Ora, di “agenda Draghi” parlano solo l’eterno parvenù del San Paolo, ora Stadio “Diego Armando Maradona”, che mi viene da piangere alla possibilità che dovrebbe saper spiegare politica a me; e il chiacchierante pariolino, che ha una parola buona per tutti come queste “Inetto, inadeguato, sega!” rivolte poche settimane fa a Letta con il quale oggi dovrà obiettivamente allearsi.

Ora, caro lettore, dimmi che cosa dovrebbe votare un vecchio socialista cattolico come me, dimmi tu. Non ti dico chi voterò, ma il suo profilo, e lo voterò turandomi una delle due narici del naso: voterò uno che con una manciata di voti ha mandato a casa due volte Conte e ha lavorato perché Draghi diventasse capo del Governo di questa amata e sfortunata Patria.

Di persona questo giovane uomo non mi piace, perché ha un atteggiamento spocchioso e superbo, ebbene sì, anche lui, come diversi altri! La spocchia superba è una malattia diffusa tra i politici, e anche tra alcune uome (o uomine?) politiche. E non si adontino di questi miei scherzi lessicali le donne, femministe o meno che siano. Tantomeno se si tratta di una Annunziata o di una De Gregorio.

Pensa, caro lettore, che la sua segreteria mi ha invitato all’assise del partito tramite twitter, e io ho ringraziato scrivendo che io all’assise del suo partito potrei anche partecipare, ma come relatore. Uno dei relatori, intendo, ovviamente.

E’ superbia la mia? No, consapevolezza, quella che lui, di sé (seguo le indicazioni del prof Serianni sull’accentazione di “sé”) stesso, come i più, non ha.

Il mito di Narciso

A corredo e documentazione scientifica del precedente post sullo stesso tema (o quasi), ho la grazia da parte dell’autrice, professoressa Anna Colaiacovo, carissima collega di Phronesis e valorosa docente di filosofia, di pubblicare questo saggio.

Nel mito, Narciso è un giovane bellissimo, che suscita passione negli altri, ma non è in grado di ricambiarli in alcun modo. Innamorato della propria immagine, muore perché non può congiungersi con essa.

Narciso deriva dal termine greco Nàrke, può essere tradotto con torpore (pensate a narcotico): Narciso è totalmente narcotizzato dalla propria immagine.   Il termine allude al sonno, ma anche alla morte (il narciso era un fiore molto utilizzato nei riti funebri).

Innamorata di Narciso è la ninfa Eco che, punita da Era perché con le sue chiacchiere la distraeva dai tradimenti del marito, poteva ripetere soltanto le ultime parole pronunciate dall’altro. Eco si consuma d’amore per Narciso al punto che   di lei rimane solo… l’eco. Eco e Narciso si corrispondono: totalmente chiuso agli altri, Narciso ama la propria immagine riflessa nell’acqua. Non può farlo se non immergendosi in essa, e quindi morendo.  Completamente assorbita dall’altro, Eco non è più nessuno. 

I Greci proibivano all’uomo l’uso dello specchio, le donne ne avevano l’uso esclusivo. Perché?  Lo specchio rischiava di bloccare gli uomini in se stessi, mentre sappiamo bene che  nella Grecia antica spettava agli uomini occuparsi della sfera politico-sociale, aprirsi agli altri , mentre alle donne invece era riservata la casa e, in particolare, il gineceo. Le donne potevano uscire solo in particolari occasioni, durante le cerimonie religiose. Le donne avevano necessità dello specchio per prepararsi allo sguardo maschile, dovevano guardarsi prima di essere oggetto dello sguardo dell’uomo. La donna esiste come riflesso dell’altro ed Eco la rappresenta.

Narciso muore giovane. Alla sua nascita il vate Tiresia aveva previsto per lui una lunga vita, a una condizione però: Se non conoscerà se stesso. Il Conosci te stesso, quasi un paradigma della grecità, viene rovesciato. É paradossale che Narciso muoia per conoscersi, ma il punto è: per conoscere che cosa? Il riflesso di sé, l’essere nulla.

Lacan: Lo stadio dello specchio

Nel processo di costruzione dell’identità, lo stadio dello specchio (studiato da Lacan) è un passaggio fondamentale. L’essere umano, quando nasce, non è dotato, come gli animali, di istinti che  garantiscono l’adattamento al mondo esterno. La relazione con il mondo, tra l’ organismo e l’ambiente, è mediata dall’immaginario. Il bambino, tra i sei e i diciotto mesi,  di fronte a uno specchio, all’inizio cerca  di afferrare l’immagine che gli appare, come se si trattasse di un oggetto reale. Poi si rende conto che è un’immagine. Infine che è la sua immagine, diversa dalla madre che è con lui.  In una fase in cui  non ha ancora la padronanza del proprio corpo e si vive come frammentato, il piccolo acquista una prima consapevolezza di sè come un tutto unitario (la propria immagine unificata) attraverso lo sguardo dell’altro, perché è questo sguardo che conferma che è lui.

Ed ecco  allora  la pietra angolare dell’identità: Ho bisogno dell’altro per diventare me stesso. Ed è un processo cognitivo e affettivo insieme.

Ma chi sono io? Per dire IO abbiamo bisogno di raddoppiare noi stessi, abbiamo bisogno di un soggetto e di un oggetto: “Laddove mi vedo, non ci sono, dove ci sono, non mi vedo”. (Lacan)

Da un lato c’è un corpo-pulsionale, la grande ragione  del corpo (Nietzsche), dall’altro l’io immagine.

Ognuno di noi deve confrontarsi con questo doppio e con un’immagine di sè che è intima e nello stesso tempo estranea.

L’illusione narcisistica consiste nel tentativo (disperato) di far coincidere noi stessi con la nostra  immagine e nel non riconoscere all’altro da noi una realtà autonoma. Nel mito, infatti, Narciso, del tutto insensibile all’amore di Eco, muore perché sprofonda nell’acqua cercando di congiungersi  con la propria immagine.

Nel processo di costruzione dell’identità, la fase narcisistica è fondamentale, ma va superata attraverso lo sviluppo della capacità di entrare in relazione con l’altro. Occorre riconoscere che l’altro ha una vita separata dalla nostra, che non è semplicemente un oggetto preda del nostro narcisismo e non è neppure qualcuno in cui ci annulliamo completamente come avviene in un  film geniale come Zelig (1983) di W. Allen.

Una rappresentazione letteraria di Narciso

Il mito ci indica una strada che viene percorsa nella letteratura da altre figure che incarnano il narcisismo. Prima fra tutte: Don Giovanni (o Casanova). Sono  figure che attraggono molto, come accade spesso con i narcisi.

Chi è Don Giovanni?

Don Giovanni è invece fondamentalmente un seduttore. Il suo amore non è psichico ma sensuale, e l’amore sensuale secondo il suo concetto non è fedele, ma assolutamente privo di fede, non ama una ma tutte, vale a dire seduce tutte. Esso infatti è soltanto nel momento, ma il momento è concettualmente pensato come la somma dei momenti, e così abbiamo il seduttore”.[1]

Secondo Søren Kierkegaard, Don Giovanni è un esteta. L’etimologia della parola rinvia al termine greco “aistesis” che significa sensazione. L’esteta è colui che vive nell’immediatezza del desiderio,  Non sceglie mai, perché la scelta è quell’atto che porta al superamento dello stadio estetico e genera l’individualità e la personalità morale.

 Don Giovanni, nelle sue numerose varianti letterarie, conquista tante donne. Pensiamo alla lista che il servo Leporello esibisce nella famosa “aria del catalogo”, nel primo atto dell’opera di Mozart, su libretto di Da Ponte. É il desiderio ad avere un effetto seducente sulle donne anche se, poi, Don Giovanni utilizza la finzione e usa l’inganno per far sì che la realtà si pieghi ai suoi voleri. In realtà Don Giovanni, che è un camaleonte e diventa i personaggi che recita, coltiva l’illusione dell’onnipotenza e non conosce limiti; non può abbandonarsi al sentimento perché rischia di perdersi.

Narciso non consegna la propria immagine al confronto con l’altro. Caravaggio lo rappresenta mentre contempla la propria immagine nell’acqua, ed è un’immagine immersa nel buio; Don Giovanni non svela la propria identità: Donna folle! Indarno gridi: chi son io tu non saprai!, canta all’inizio del dramma giocoso di Mozart. Rivelarsi, infatti, andare autenticamente verso l’altro espone alla rottura del guscio narcisistico. E che cosa si nasconde dietro quel guscio? Il volto nascosto di narciso è, secondo Julia Kristeva[2], la depressione.

Chiariamo meglio questo punto. Nel momento in cui ognuno di noi si lascia andare all’amore si trova in una condizione di estrema vulnerabilità: ci si scopre indifesi, in balia dell’altro, esposti al rischio di fallimento e di sofferenza. Mantenerci aperti alle esperienze emotive, abbandonarsi alla fluidità del sentimento significa abbandonare tutte le corazze difensive e esporsi alla possibilità del tradimento e al dolore a esso connesso.

I narcisisti non sono disposti a correre questo rischio. Perché?

A un livello superficiale il narcisista si presenta come una persona dominante, sicura di sé, di successo.  In realtà è fondamentalmente un insicuro che non è in grado di affrontare la paura di doversi riconoscere e accettare come una persona inadeguata e vulnerabile e che, proprio per difendersi da questi sentimenti per lui inaccettabili, esprime una continua esaltazione di sé.

Attualità

La modernità liquida

Riprendiamo il discorso su Narciso volgendolo verso l’attualità. Possiamo dire che il tempo in cui viviamo educa al narcisismo, che è uno dei maggiori problemi dell’epoca contemporanea. Vediamo perché. L’età moderna inizia con il tramonto dell’ordine medievale, il rifiuto di ogni autorità trascendente e l’esaltazione dell’individualità. Individualità che significa libertà e responsabilità. Pensiamo a Cartesio, il padre della filosofia moderna. Parte dal dubbio, un dubbio che diventa radicale per arrivare poi alla prima certezza: cogito, ergo sum. La ragione si autolegittima, non ho bisogno di nessuno, neppure di Dio per affermarlo. L’io diventa consapevole della propria esistenza e della potenza della propria volontà. Siamo di fronte a un Io prometeico, con una profonda stima di sé, che in vari modi caratterizzerà i tempi moderni, in particolar modo l’illuminismo e lo sviluppo dell’economia politica. Prometeo come simbolo dell’orgoglio umano che con lo sviluppo della scienza e della tecnica infrange i limiti della natura per produrre progresso e ricchezza. 

La prima fase della modernità, quella solida, era fondata su istituzioni durevoli e stabili, su un controllo razionale dello spazio e del territorio, sulla negoziazione dei diritti. Dal punto di vista dell’individuo, era basata sulla fiducia: nelle proprie capacità (posso imparare a fare qualcosa), negli altri (ciò che ho appreso mi viene riconosciuto) e nelle istituzioni, nella loro stabilità (garantiranno che ciò che ho costruito nella mia vita varrà anche domani). Il pilastro di questo modello (secondo Bauman, endemicamente esposto al rischio di totalitarismo) era la razionalità, ovvero la fiducia nella capacità umana di conoscere e controllare, attraverso la scienza e la tecnica, il corso degli eventi e di indirizzarlo verso il progresso (considerato l’unico motore della storia).

L’esistenza di uno spazio pubblico, il luogo deputato alla discussione politica, testimoniava la presenza di una società civile in cui i cittadini potevano far sentire la propria voce e partecipare così allo sviluppo collettivo.

La società della modernità liquida, la nostra, è caratterizzata, invece, da una erosione della politica a scapito dell’economia: da leggi di mercato spietate e da istituzioni che non sono in grado di regolarne gli effetti (il mercato non persegue alcuna certezza, anzi prospera sull’incertezza). Oggi dominano la precarietà e la sfiducia (tutti lo sappiamo, basta guardarsi intorno) che Bauman ben rappresenta attraverso una metafora: “L’insicurezza odierna assomiglia alla sensazione che potrebbero provare i passeggeri di un aereo nello scoprire che la cabina di pilotaggio è vuota”.[3]

La sfiducia nella politica e nella possibilità di cambiare il mondo (poiché sappiamo che il vero potere, nell’età della globalizzazione, è extraterritoriale e fluttuante), ci porta ad affrontare i problemi individualmente e a ricercare la nostra autenticità in un altrove che può essere il cibo, lo shopping, il ballo…

Il consumatore ha preso il posto del cittadino e gli spazi pubblici sono diventati i luoghi in cui scegliamo che cosa acquistare o quelli in cui ci divertiamo.

La cultura del narcisismo

In questa situazione quali spazi di autonomia può avere l’individuo? E quali relazioni può stabilire con i suoi simili?

Se la precarietà è dappertutto e rende incerto il futuro, il problema non è più quello di avere forze sufficienti per raggiungere un obiettivo domani, ma nell’essere continuamente vigili sulle strade percorribili (opportunità?), oggi. Privo di riferimenti certi, l’individuo deve agire in tempi rapidi, sempre pronto al cambiamento, in un continuo calcolo di costi e benefici. Ed ecco allora che l’identità personale prende la forma di una continua sperimentazione.  Secondo Christopher Lasch “le identità di cui si va alla ricerca ai nostri giorni sono quelle che possono essere indossate e poi scartate come un abito”.[4]  Da un lato, rispetto al passato, abbiamo certamente margini di libertà e flessibilità più ampi, ma, dall’altro, siamo esposti al rischio continuo di cadere nell’ansia da prestazione, perché, sul piano concreto, le libertà sono limitate e il singolo viene lasciato completamente solo, a tal punto  che tende a percepire gli altri come ostacoli per la sua affermazione. Se l’autoaffermazione, però, non si realizza, l’individuo tende a colpevolizzarsi: non sono stato capace. Da qui il rischio della depressione.

In un mondo di esperienze frammentate, gli individui hanno in comune la tendenza ai rapporti discontinui, ai legami deboli, facilmente gestibili e di breve durata, ma l’unico gestore dei legami – immaginate la rete di internet con i relativi nodi – rimane il creatore stesso che ne ha il controllo e che può cancellare l’altro in un istante. Naturalmente, però, tutti gli individui hanno le stesse possibilità e da qui nasce una grande insicurezza.

Le relazioni, quando si creano, devono potersi sciogliere facilmente perché sono viste come un impedimento verso altre opportunità, una limitazione delle libertà.

Nella modernità liquida il soggetto, estraneo alla vita pubblica, incapace di relazioni durevoli e di reale confronto con l’altro, tende a investire le proprie energie emotive nel culto di sé, del proprio corpo e della propria immagine. La libido è tutta concentrata su di sé e sottratta all’altro da sé.

Il selfie: narcisismo o bisogno di relazione?

Forse Steve Jobs non pensava, inserendo  sui suoi smartphone la fotocamera frontale, di dare avvio a comportamenti così compulsivi e diffusi come quelli che vediamo quotidianamente. Fotografarsi e condividere le foto sui social network è diventata, oggi,  una vera e propria mania.

Che cosa spinge persone di tutte le età a farsi un selfie  nelle condizioni e nei luoghi più impensati? Che senso ha  fotografarsi   durante un funerale (è accaduto anche questo!) o in una situazione talmente precaria da mettere a rischio la propria vita?  Certo, in questi comportamenti la componente narcisistica è molto forte, ma, accanto al bisogno di   rappresentazione di sé, c’è un’esigenza altrettanto forte di condivisione sociale. Convivono il  bisogno di specchiarsi e di testimoniare la propria presenza agli altri.

C’è, in definitiva, un problema di identità.

Nel tempo del  capitalismo avanzato, il potere, come ci ha insegnato Foucault,  non si presenta più in forma dispotica, ma entra nella vita e si insinua nei meccanismi e nei procedimenti emotivi quotidiani. Si sviluppa  all’interno di un fitto reticolo mobile e concreto di rapporti, si  trasforma in un potere seduttivo apparentemente innocuo rispetto al passato e  prende la forma di regole comportamentali interiorizzate dai singoli. Il potere agisce sugli individui attraverso le “pratiche”, perché ognuno di noi diventa quello che è attraverso  quello che fa ogni giorno, attraverso i luoghi che abita, i  gesti che compie, le relazioni che intreccia, i dispositivi che utilizza.

I dispositivi (cioè qualsiasi cosa abbia la capacità di determinare e orientare pensieri, gesti, comportamenti) con cui abbiamo a che fare quotidianamente ci inducono ad agire in un determinato modo, influiscono sul funzionamento del nostro cervello e ci trasformano. I dispositivi informatici, ad esempio, stanno cambiando radicalmente  il nostro modo di vivere e il nostro modo di vivere il tempo, dal momento che non esiste   più  una netta  distinzione tra tempo del lavoro e tempo libero. Il mercato ci richiede di essere sempre connessi e visibili ed è una richiesta che è ormai diventata una nostra esigenza.

Siamo soggettività che si pensano libere e che  in realtà rispondono “liberamente” all’applicazione dei poteri.

La pratica del selfie, in particolare, rivela molto del nostro tempo, di una fase storica in cui l’accessibilità e la condivisione sembrano diventate un “obbligo” e  il confine tra pubblico e privato sfuma sempre più. 

Ma rivela soprattutto molto di noi, del nostro  bisogno ossessivo di esserci – IO CI SONO! GUARDAMI- che alimenta il dubbio di non esserci, nell’attesa spasmodica di un like.

Prof.ssa Anna Colaiacovo


[1] S. Kierkegaard, Enten-Eller, a c. di A. Cortese, vol. I, Adelphi, Milano 1981, p.163

[2] J. Kristeva, Sole nero, Feltrinelli, Milano, 1988

[3] Z. Bauman, la solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano 2000, pag. 28

[4] C. Lasch, L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Milano, Feltrinelli, 1985, pag.24

“Narciso”, il bel giovine del mito greco-latino, e i suoi attuali emuli nostrani: Berlusconi, Salvini, Conte (in ordine temporale di “successo” personale), e alcuni altri, anche non meno in vista dei tre citati (almeno in parte), di cui tratterò nel testo. Parliamo del narcisismo, e anche della sua deriva istrionica: un disturbo non banale della personalità

Prima di tutto, il mio lettore può chiedersi l’origine del “nome” (ma credo la conosca) di questo atteggiamento-comportamento verso la vita propria e quella degli altri, che ha indubbiamente anche una connotazione nevrotica, come vedremo più avanti, citando i testi scientifici e letterari più accreditati, ed esemplificandolo con la proposizione di tre persone, di tre “figure” politiche italiane del nostro tempo: Berlusconi, Salvini e Conte. Non trascurerò di citare anche un testo biblico che ha profondamente a che fare con Narciso, il Qoèlet, l’Ecclesiaste. Vedremo in quale modo.

Intanto parto dal mito di Narciso, così come è riportato dalla tradizione letteraria greco-latina.

Narciso (in greco antico: Νάρκισσος, Nárkissos) è un personaggio mitologico della tradizione greca. Si tratta di un ragazzo molto bello, molto attivo nella caccia. Il suo carattere, però, è disdegnoso verso gli altri fino a uno spregio un po’ crudele. Come sempre, se abbiamo presente i racconti dei grandi poemi epici, gli “Dei” sono gelosi degli uomini che hanno particolari doti, per cui, anche nei confronti di Narciso, non sopportandone la “popolarità”, possiamo dire con un’espressione moderna, lo puniscono con la morte, che è quasi – nei modi in cui è avvenuta – una morte auto-inflitta dalla sua vanità: Narciso si specchia in un corso d’acqua, si compiace della bella immagine che vede, perde l’equilibrio, cade in acqua e muore annegato. Vien da dire che quell’atletico ragazzo non sapeva nuotare…

Già a questo punto verrebbe da dire che l’autocompiacimento vanesio fa perdere l’equilibrio mentale, o no?

Vi sono varie versioni del mito: una si trova nei Papiri di Ossirinco ed èattribuita a tale Partenio; un’altra nelle Narrazioni di Conone, datata fra il 36 a. C. e il 17 d. C, mentre le più note sono la versione di Ovidio, contenuta nelle Metamorfosi, e quella di Pausania, presente nella sua Guida o Periegesi della Grecia.

Si tratta di racconti di carattere morale, nei quali Narciso appare come un superbo insensibile, che perciò viene punito dagli dei, che gli rimproverano di non aver accettato nessun compagno, nemmeno Eros: un ammonimento ai giovani di quei tempi?

In dettaglio esaminiamo il mito greco: Narciso aveva molti innamorati, che lui costantemente respingeva fino a farli desistere dal… volerlo omosessualmente. Solo un giovane ragazzo, Aminia, non si dava per vinto, tanto che Narciso gli donò una spada perché si uccidesse. Aminia, obbedendo al volere di Narciso, si trafisse l’addome davanti alla sua casa, avendo prima invocato gli dei per ottenere una giusta vendetta, il cui compimento avvenne come sappiamo. Si tratta del racconto dell’immagine riflessa e dell’innamoramento (stupidissimo) di Narciso per se stesso e della sua mortale caduta in acqua.

Il racconto, però, nelle diverse narrazioni, ha due esiti finali: il primo è quello dell’annegamento, mentre il secondo racconta del suicidio con la spada da parte di Narciso, la stessa spada che aveva donato ad Aminia affinché si uccidesse. Dal sangue sparso di Narciso sarebbe nato dalla terra l’omonimo fiore.

Per chi ama il genere posso consigliare di leggere l’ampia versione ovidiana nelle Metamorfosi, dove il poeta narra anche della nascita e della vita del bel giovane, quasi, come si dice oggi, costruendo un prequel.

Interessante il fatto che, nel compiersi della tragedia finale, dopo alcuni interventi dei massimi dèi olimpici, fu la volta di… Nemesi (eccola qua!), che condusse Narciso alla sua “giusta” fine di superbo e vanesio.

Il romantico funerale fu celebrato dalla ninfe Naiadi e Driadi, che cercarono il corpo per innalzarlo sul rogo, ma trovarono “solo” il fiore omonimo. Struggente! (non scherzo).

Vi è però una contraddizione in questo racconto, perché il poeta greco Pamphos, prima che il mito fosse molto diffuso, scrisse nei suoi versi che quando Persefone fu rapita da Ade, stava raccogliendo proprio dei narcisi.

Narciso come fonte di ispirazione artistica

Il mito di Narciso è stato una continua fonte d’ispirazione per gli artisti fino ad oggi, sia nella pittura, sia nella musica, oltre che in altre narrazioni. Caravaggio, Nicolas Poussin, William Turner e Salvador Dalì, tra altri.

La letteratura contemporanea si è rivolta al mito di Narciso con John Keats, e soprattutto, direi, nelle opere filosofiche e letterarie di André Gide con Il Trattato di Narciso, 1891, e Oscar Wilde, autore del celeberrimo Il ritratto di Dorian Grey. Né trascurabili sono alcuni personaggi “narcisiani” (e narcisisti) in Dostoevskij, come Jakov Petrovic Goljadkin ne Il sosia, 1846.

Anche Stendhal ne Il rosso e il nero (1830) propone nel personaggio di Mathilde un tipico carattere narcisista: dice difatti il principe Korasoff a Julien Sorel: “Guarda solo se stessa, invece di guardare voi, e così non vi conosce”.

In qualche modo, perfino Hermann Melville si riferisce al mito di Narciso nel suo romanzo Moby Dick, quando Ismaele spiega che il mito è la chiave di tutto, riferendosi alla questione se sia possibile ritrovare l’essenza della verità all’interno del mondo fisico.

In Italia troviamo Giovanni Pascoli: nei Poemi Conviviali egli dedica il poemetto I Gemelli a Narciso, traendo ispirazione dalla variante riportata da Pausania.

Per finire, cito anche Rainer Maria Rilke, che non trascura il tema del narcisismo in molte sue liriche, come fa anche Edgar Allan Poe… e Hermann Hesse (Narciso e Boccadoro), William Faulkner in Santuario, Paulo Coelho in L’alchimista… Pare proprio che Narciso sia pervasivo, a dir poco.

In Musica troviamo parecchie citazioni. Alcune: a Narciso è dedicato il secondo pezzo del trittico dei Miti op. 30 per violino e pianoforte, del compositore polacco Karol Szymanowski, License to Kill di Bob Dylan; il gruppo metal greco Septic Flesh ha inciso una canzone su Narciso (intitolata Narcissus) nel suo album Communion; il testo della canzone Reflection dei  Tool è parzialmente incentrato sul mito di Narciso; altre canzoni inerenti al mito sono: Narcissus di Alanis Morissette, The daffodil lament dei The Cranberries e Deep six di quel narciso di… Marilyn Manson.

In Italia troviamo: Narciso, tratta dall’album Pierrot Lunairee del gruppo omonimo, La lira di Narciso, tratta dall’album Bianco sporco dei Marlene Kuntz, Parole di burro tratta dall’album Stato di necessità di Carmen Consoli, Una storia d’amore e di vanità di Morgan (Da A ad A. Teoria delle catastrofi), La Cantata del Fiore di Nicola Piovani, et alii...

Un degno finale di queste citazioni può essere il seguente: Pink Narcissus (1971) è un film di James Bidgood sulle fantasie di un ragazzo dedito alla prostituzione maschile.

Il “narcisismo” in Psicologia

Nel 1898 Havelock Ellis, un sessuologo inglese, usa il termine narcissus-like in un suo studio sull’autoerotismo, riferendosi alla “masturbazione eccessiva”, quando la persona diventa il proprio unico oggetto sessuale, essendone soggetto. Soggetto e oggetto insieme.

Nel 1899, lo psicologo tedesco Paul Näche è il primo studioso ad utilizzare il termine “narcisismo” in uno studio sulle “perversioni” sessuali, per come erano ritenute allora.

Nel 1911, Otto Rank pubblica il primo scritto che possiamo definire “psicoanalitico” specificamente centrato sul narcisismo, collegandolo alla vanità e all’auto-ammirazione superba.

E veniamo al clou di queste ricerche: nel 1914 Sigmund Freud pubblica il saggio Introduzione al narcisismo, nel quale sviluppa il significato del termine, con i concetti di narcisismo primario e di narcisismo secondario o protratto.

Da qualche decennio il narcisismo è considerato un disturbo della personalità come amore esagerato di un soggetto umano verso la propria immagine e per se stesso. Alcuni testi:

A pag. 191 del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali per la Medicina generale, edito da Masson in Milano nel 2004, poi aggiornato alcuni anni fa, ma senza sostanziali modifiche nei temi qui trattati, si leggono, all’interno del capitolo sui Disturbi di personalità, le seguenti considerazioni al punto F60.8:

DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’. Un quadro pervasivo di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatia (ecco!, ndr). Per esempio, il soggetto ha fantasie di successo o potere illimitati, crede di essere “speciale”, richiede eccessiva ammirazione, ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, sfrutta le relazioni interpersonali, invidia gli altri (suggerisco di considerare il significato etimologico-morale del gravissimo vizio dell’invidia, ndr), ed è arrogante.

Ed inoltre: I soggetti con Disturbo Narcisistico di Personalità chiedono con insistenza attenzione ed ammirazione, ed inizialmente possono anche idealizzare gli altri, per poi disprezzarli se sono “guardati dall’alto in basso” o delusi. Possono essere comuni anche la ricerca del “miglior” medico e il richiedere una particolare attenzione. Il soggetto può avere difficoltà ad accettare o ad adattarsi alla diagnosi di una condizione medica generale, che trova incompatibile con l’idea grandiosa ed onnipotente che ha di se stesso.

Nel capoverso F60.4, a pag. 190-191, troviamo un’altra specifica del Disturbo di Personalità, quello Istrionico, che spesso è correlato con quello narcisistico. Ne possiamo constatare la presenza in due dei tre personaggi qui citati: Berlusconi e Salvini.

Leggiamo: DISTURBO ISTRIONICO DI PERSONALITA’. Un quadro pervasivo di emotività eccessiva e di ricerca di attenzione. Per esempio, il soggetto si sente a disagio quando non è al centro dell’attenzione, è inappropriatamente seduttivo da punto di vista sessuale, manifesta un’espressione delle emozioni rapidamente mutevole e superficiale, utilizza l’aspetto fisico per attirare l’attenzione, auto-drammatizza e considera le relazioni più intime di quanto lo siano realmente.

E inoltre: I soggetti affetti da Disturbo Istrionico di Personalità possono cercare di evitare o dimenticare sensazioni o idee “inaccettabili” o spiacevoli, come l’appuntamento con il medico ola gravità del loro stato di salute generale. Spesso si servono di manifestazioni emotive per controllare gli altri (per e. attirare l’attenzione, far prender agli altri la responsabilità della situazione, o fare in modo che gli altri “cambino argomento”).

Come si può notare, in tutti e due i casi esemplificati, si possono notare dei tratti di personalità molto specifici ed evidenti, presenti in molti soggetti, caro lettore, anche di tua e di mia conoscenza. Personalmente potrei fare un elenco di almeno una decina di persone narcisiste e/ o istrioniche da me sufficientemente conosciute, che talora occupano posizioni assai importanti nel mondo. Ovviamente, nell’ambito delle mie relazioni interpersonali.

E ciò vale per tutti gli esseri umani in tutte le nazioni e territori (capi di stato e di governo, capi politici e tribali), settori e ambienti (economia, finanza, scuola-università, chiese, ambiti militari, arte e spettacoli, etc.).

…e ora leggiamo un testo “classico” appartenente ai Libri sapienziali della

BIBBIA, nel Qoèlet (in ebraico קהלת, Qohelet, dal probabile pseudonimo dell’autore; in greco  Ἐκκλησιαστής, Ekklesiastès, “il radunante, il convocatore”; in latino Ecclesiastes o Qoelet),  scritto probabilmente nel III o IV sec. a . C.

Al I capitolo, possiamo leggere versi filosofici come i seguenti:

[2]Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità, tutto è vanità.
[3]Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno
per cui fatica sotto il sole?
[4]Una generazione va, una generazione viene
ma la terra resta sempre la stessa.
[5]Il sole sorge e il sole tramonta,
si affretta verso il luogo da dove risorgerà.
[6]Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana;
gira e rigira
e sopra i suoi giri il vento ritorna.
[7]Tutti i fiumi vanno al mare,
eppure il mare non è mai pieno:
raggiunta la loro mèta,

i fiumi riprendono la loro marcia.
[8]Tutte le cose sono in travaglio
e nessuno potrebbe spiegarne il motivo.
Non si sazia l’occhio di guardare
né mai l’orecchio è sazio di udire.
[9]Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole.
[10]C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
«Guarda, questa è una novità»?
Proprio questa è gia stata nei secoli
che ci hanno preceduto.
[11]Non resta più ricordo degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso coloro che verranno in seguito.

Evito qui una disamina esegetico-teologica del glorioso brano biblico, perché il suo senso e il suo significato teorici e fattuali sono evidenti. Giova solo ricordare come, anche sulla base di questo scritto antichissimo, il narcisismo possa essere considerato come un sorta di sottospecie della vanità, così come questo vizio è un prodotto di un vizio maggiore l’orgoglio spirituale, parente stretto del vizio peggiore,che è la superbia, padre e madre di tutti i vizi. Mi pare non poco.

ECCO! e ora…

Alcuni “narcisi” italiani della politica

BERLUSCONI

Non è necessario spendersi molto su questo importante uomo dell’economia e della politica italiana dell’ultimo trentennio. Chiamato “sua emittenza”, si è occupato oltre che di edilizia (sulla tracce paterne), di comunicazione televisiva e di produzione cinematografica. Quasi trent’anni fa è “sceso in campo” in politica (come ama dire lui da sempre) e ha vinto spesso, diventato per tre volte capo del Governo, e continuando a governare – assieme a un paio di amici fidatissimi (Confalonieri e Galliani sopra tutti, e i figli “di primo letto”) – i suoi interessi economici. E’ diventato l’uomo del conflitto di interessi, e per la sinistra politica, salvo rari casi, non è stato ma “sdoganato”. Gravissimo errore di lettura della realtà fattuale.

E’ stato oggetto di molte attenzioni da parte delle Procure per i suoi non pochi “vizi” privati che lui ha tentato di far passare per “pubbliche virtù”. “Araba fenice”, è stato dato per morto in tre decenni almeno tre volte ed è “resuscitato”, si fa per dire. Anche oggi, nel 2022, una cospicua parte della politica liberal-conservatrice italiana non può fare a meno di lui.

Non aggiungo altro, se non sottolineare il fatto che tutto il suo agire è sempre stato caratterizzato da una sovraesposizione inaudita della sua persona, con una continua manifestazione teatrale di un istinto naturalmente istrionico ed egocentrico. Non serve dire altro.

SALVINI

Quest’uomo è un parvenù della politica localistica esplosa in Italia tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, sprovvisto, a differenza di Berlusconi, di ogni acclarata capacità di operare professionalmente in qualsivoglia settore lavorativo. Diplomato al liceo classico, non si è laureato e ha iniziato a fare politica a sinistra, nei centri sociali. Poi ha conosciuto altri due più o meno come lui, Bossi e Maroni (che comunque potrebbe fare l’avvocato e quindi è ben diverso da lui), e li ha soppiantati, avendo mostrato nei tempi kairologici giusti, la capacità di parlare al “popolo leghista”, che da meramente “Padano” lui ha saputo trasformare in “Nazionale”. Il suo merito, per dire, è stato quello di trovare i toni e i temi giusti per coalizzare legittime aspirazioni del “Popolo del Nord” attivo e produttivo, con la critica alla burocrazia “romana” e brussellense. Il suo “Lega – per Salvini” è riuscito a diventare anche il primo partito tra il ’19 e il ’21, salvo poi farsi superare dalla destra più vera, dalla non-amata Meloni.

La sua politica è riuscita ad andare d’accordo con tutti, perfino con i “grillini” da cui lo distanziavano molte prospettive, due governi, uno con e uno contro. E un terzo in compagnia di altri. Mica facile. Un elemento, però, lo ha obiettivamente avvicinato ai 5S: un populismo disordinato e contraddittorio, adatto, più che alla progettualità politica, alla ricerca del contrasto e dello sfascio sistematico del dibattito, con l’utilizzo di un linguaggio semplificato e banalizzante, con una postura non-verbale e para-verbale costantemente aggressiva e urlante. La Lega è ancora salva e salvata da altri dirigenti, di cui vanno apprezzati il senso civico e le capacità amministrative: parlo di Giorgetti, di Zaia e perfino di Fedriga. Grazie a Dio ve ne sono anche altri oltre a questi, nelle comunità locali, che in parte rimediano agli errori del cosiddetto, autodefinitosi “capitano”. E de che?

L’ultimo atto da “narciso” impenitente lo ha commesso in questi giorni con l’annunzio di un suo viaggio in Russia per parlare di pace con Putin. A che titolo? Lasciamo stare, ne ho già scritto qui.

Sotto il profilo della personalità, è proprio il narcisismo istrionico a costituirne la cifra comunicativa e anche morale. Come narciso-istrione, Salvini è un autentico campione.

CONTE (non-Antonio e non-Paolo, che nei loro campi sono eccellenti!).

Su Conte Giuseppe vorrei spendere solo due righe, ma non sono uno stenografo, oppure dovrei saper scrivere in ebraico. Mi accingo. Conte è un avvocato pugliese, di ufficio romano, che quattro anni fa è assurto agli onori di tutto. Dal nulla mediatico a capo del Governo. Sinceramente non ho mai capito neanche quanto “grillino” fosse o sia. Nulla lo apparenta al piglio terzomondista da barzelletta di un Dibattista, e neppure alla seriosità delle “grilline”, che imparano lezioncine a memoria per apparire politiche serie. Secondo me, Grillo lo stima molto poco, ma fa di necessità virtù, e lo tiene.

Se continua così, il prossimo anno il suo partito (posto che sia ancora suo) percepirà il giusto premio dall’elettorato illuso e deluso del 2018: dico il 15% per caritas patriae.

Ho già a sufficienza commentato in questo sito, il suo (per me) insopportabile timbro vocale, a di più la scarsissima capacità di argomentare riflessioni che siano, sia comprensibili, sia non banali, sia provviste di contenuti. E qui mi fermo.

Sotto il profilo del nostro tema, l’ex capo del Governo è uno di quei “narcisi” che non privilegiano l’istrionismo, perché prefierono la falsa modestia. E questi mi fanno ancora più nervoso degli altri. Sopporto meglio l’istrione di quanto non sopporti il falso modesto, della cui tipologia umana ho scritto recentemente in un altro articolo.

Finisco citando altri due, di differente natura hominis, mentis experientiaeque: Beppe Grillo e Matteo Renzi. Sul secondo mi limito a dire che, nonostante sia un valoroso (ehm) narcisista, ha una capacità politica di proposta di tutto rispetto, per cui si trova nell’elenco solo per questa caratteristica deleteria che in (buona) parte lo limita come persona e in efficacia politica.

Grillo, invece, ha contribuito a fare danni enormi all’Italia: basti pensare al reddito di cittadinanza, che è una misura costosa, inutile e demotivante sotto il profilo morale ed esistenziale. Potrei dire di più, ma l’articolo è già troppo lungo, e perciò qui mi fermo veramente, concedendomi un’ultimissima osservazione:

ove e quando il lemma italiano “successo”, per i citati “narcisi” riesca ad acquisire un’accezione più verbale e letterale che metaforica (socio-politico-economica relativa al potere acquisito), potrà iniziare un loro percorso individuale di rinascita (redenzione) morale.

E mi spiego: “successo” dovrebbe tornare ad essere ciò che in origine è, il PARTICIPIO PASSATO del verbo succedere.

Last but not least, utilizzo con il suo permesso un piccolo brano della professoressa Anna Colaiacovo, collega di Phronesis, che in un saggio sul narcisismo ha scritto:

Narciso deriva dal termine greco Nàrke, può essere tradotto con torpore (pensate a narcotico): Narciso è totalmente narcotizzato dalla propria immagine.   Il termine allude al sonno, ma anche alla morte (il narciso era un fiore molto utilizzato nei riti funebri).”

Bene, il rischio per i narcisi, anche per quelli su cui ho scritto sopra, è anche quello di un definitivo intorpidimento intellettuale. Contenti loro…

Nella fotografia, e – diversamente – nei video, vi è una “sovrabbondanza ontologica” dell’essere

Nunc aeternum“, o l’ora eterna… si ferma nello scatto della foto. Ciò è fondamentale mentre guardiamo le immagini che ci arrivano dalla guerra. Come per quanto concerne ogni altra immagine di cui prendiamo visione.

Diverso è il discorso che possiamo fare se consideriamo le figure in movimento del cinema, dai tempi dei fratelli Lumiere, e ora dei video che tutti auto-produciamo con il cellulare e condividiamo con il… mondo.

Ma restiamo sul tema della foto.

L’espressione video, ma ferma come in uno scatto fotografico, di Gerasimov, generale comandante di Stato maggiore russo in ascolto di Putin, che annuncia l’alert nucleare, non è entusiasta delle parole che sta ascoltando, anzi, il volto, denotano una grave preoccupazione e anche sconcerto. Il Presidente lo sta sorprendendo di bruttissimo. Forse.

Il militare “parla” stando zitto e dice – senza proferir verbo – cose molto gravi, che sente, percepisce e avverte come possibili: una defaillance politico-militare-economico-finanziaria della sua Nazione.

Proviamo a riflettere su una foto, come per esempio quella del film chapliniano del “Monello”, o quella che rappresenta la morte di un miliziano lealista (cioè anti-franchista) nella Guerra di Spagna del 1936, di Robert Capa.

Chaplin sta seduto, apparentemente senza pensieri particolari, con il bimbo vicino. Guarda fisso davanti a sé, l’obiettivo, il fotografo, un altro soggetto umano od oggetto? Non sappiamo. Già questo ci fa capire come la mera rappresentazione di un uomo seduto, con bombetta in testa e le braccia conserte, in cravatta e giacca, etc., apre i confini del senso su un mistero. Il mistero, come ci insegna la Teologia filosofica è un “che-che-si-disvela-lentamente“, dal verbo greco myo, myein.

Charlot trasmette silente un senso di muta preoccupazione per il futuro suo e del bimbetto che gli siede accanto. Riflette sul fatto che sono poveri tutti e due, su ciò che potrà fare, su dove potrà andare, su dove fermarsi, su come sostentarsi, su come parlare con gli altri, su, su, sulle… infinite possibilità della vita.

Il miliziano colpito a morte, colto dall’obiettivo del fotografo americano, non rappresenta solo l’archetipo della morte violenta per un colpo d’arma da fuoco in guerra. Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernő Friedmann, ungherese americano, nato a Budapest nel 1913 e morto a Tay Ninh nel 1954, appena quarantenne, coglie l’attimo nel quale una vita si spegne e un uomo entra nella dimensione nulla-vivente.

Cosa racconta lo scatto? Non solo l’assurdità della guerra come strumento per dirimere i contrasti tra gli esseri umani, ma tutto, del soldato morente: che è nato, ha vissuto, ha amato ed è stato amato, ha riso e pianto, si è arruolato, che è morto. Nel mezzo ci sono le persone a noi sconosciute, che ha incontrato nella sua vita, a partire dai suoi genitori, forse ha avuto fratelli e sorelle, certamente parenti, amici, maestri, uomini di chiesa, datori di lavoro, militari, commilitoni… e, accanto alla sua, possiamo immaginare le vite di tutti questi altri, di tutto il suo mondo, che da quell’attimo dovrà fare a meno di lui.

Ecco, ora proviamo a trasfondere queste riflessioni sul volto del generale Gerasimov, su quello di Zelenski, e anche su quello di Putin che, dicono in queste ore, ha un volto senza sguardo. Un modo di dire, senz’altro, una metafora per rappresentarlo in tutta la sua cruda e feroce freddezza umana, che appare. Appare. Che cosa vuol dire “apparire”? forse che appare cio-che-non-è, perché è pura apparenza, vale a dire “esteticità”, non àisthesis, che è la manifestazione dell’essere? Ma è poi vero che dentro di sé, Putin ha solo un vuoto pneumatico di umanità?

Certamente in lui, come si dice con pessima espressione, “al netto” di un’analisi psicologica che potrebbe rivelare nevrosi profonde e forse altro, vi sono anche pensieri ed emozioni. Forse le seconde, in questa fase, prevalgono sui primi; forse Putin è talmente preso dal suo “genio”, nel senso dello jinn musulmano, o del dàimon platonico, patriottico, di cui in queste ore/ giorni non riesce a liberarsi.

Le mie, è ovvio, sono pure elucubrazioni, perché non conosco Putin, come peraltro non lo conoscono tutti quelli che ne parlano sui giornali e sul web, ma penso che, sotto il profilo umano, etico-filosofico e infine anche pratico, che avrebbe bisogno di aiuto, di molto aiuto. Paradossalmente questo killer di bambini e di civili ha bisogno di aiuto.

In questi giorni mi chiedo dove sia il Patriarca di tutte le Russie, sua santità Kirill… perché, fosse lui come Francesco il papa cattolico, sarebbe al Cremlino a proporre una direzione spiritual-filosofica a Vladimir. L’ortodossia solitamente e storicamente si adegua al potere. Ma la Russia, pur avendo conosciuto perfino Rasputin (viene bene anche il giochino verbale Ras-Putin), ora non ha consiglieri spirituali. Può avere, però, consiglieri economici, del genere di Roman Abramovich. Questi si devono muovere.

E L’Europa? Eccola qua, la-bella-addormentata-sugli-euri! Avrei tante cose da dire su questo nostro continente ricco e stanco, che ora pare svegliarsi in un sussulto di dignità, da un diuturno torpore.

Ma se guardo in faccia Charles Michel, quello che negli incontri ufficiali ignora frau Ursula Von der Leyen (perché se non specifico di chi si tratta, nessuno associa il volto di Michel al suo nome) il pessimo tra i peggiori, mi vien da sperare ben poco.

Ecco, che cosa mi fa pensare la sovrabbondanza ontologica di una fotografia.

Fidel, Diego Armando, Francesco, Marco e Alì, ebbene sì, si tratta di Castro, Maradona, il Papa attuale, Pantani e Cassius Clay

Un politico, un religioso e tre sportivi, che mi stanno a cuore, per una qualche comun ragione. Proverò a spiegarmi, partendo da Maradona.

il 30 ottobre è il compleanno del mas grande jocador de futbol del mundo e de todos los tiempos. Non c’è Di Stefano, Pelè, Messi o Cristiano Ronaldo che tengano, anche se questi quattro hanno ciascuno segnato più reti di Maradona. In particolare, CR7 e Messi possono anche essere considerati calcisticamente più importanti del ragazzino di Villa Fiorito, una delle “villas miseria” de Santa Maria de Los Buenos Aires, ma la noia che mi comunicano li rendono talmente banali da non lasciarmi un et di emozione. Intendo, come persone, e non perché guadagnino da trenta milioni di euro all’anno in su. Di ciò non mi cale alcunché, e non perché non sono geloso, ma perché lo ritengo irrilevante ai fini di un giudizio sulla persona.

Fidel è stato un rivoluzionario. Un militare e un politico. Era colto di studi di legge e sperava di poter realizzare la giustizia terrena con un socialismo comunista. Diverso da quello sovietico, anche se ha usufruito dell’aiuto dell’URSS. Le contraddizioni della non-antropologia marxista non gli hanno permesso la riforma delle riforme, quella sull’egoismo dell’uomo. Glielo ha spiegato il papa polacco, che lui accolse con grande rispetto, perché in Sudamerica la fede cattolica sopravvive a ogni professione ateistica, come è sopravvissuta a Stalin l’ortodossia in Russia.

Gesù di Nazaret, il Cristo, è più forte e più grande di Marx e dei suoi emuli, anche se Marx, obtorto collo (si leggano le citazioni teologiche, numerose a migliaia, presenti nell’opera del Grande di Treviri), in fondo, si può dire fosse un millenarista apocalittico (un uomo che crede in cose e cambiamenti grandi) giudaico-cristiano.

A Cesenatico tutto parla di Marco Pantani, come le strade del Tour de France, il Tourmalet, il Galibier, l’Izoard, così come di Fausto da Castellania.

Pantani è morto solo e senza speranza nel 2004. Non lo si può dimenticare, perché il suo è stato un martirio di testimonianza contro la malvagità umana. Marco Pantani è stato unico su quello strumento di tortura (per mia esperienza da amatore) che è la bici da strada.

Chi non ha mai usato questo mezzo non immagina quanto si possa soffrire in bici, di dolori fortissimi alle gambe, di deliquio psicofisico. Ricordo ancora una volta, una ventina d’anni fa, mi fermai sull’ultima salita per Barcis, località lacustre delle Prealpi Friulane, con le gambe molli e il cuore agitato. Mi sedetti su un mucchio di ghiaia. Avevo esagerato, perché la distanza complessiva (andata e ritorno da Codroipo) di 140 km mi aveva condotto ai limiti.

Ricordo ben altro di Pantani, quando sotto la pioggia e nel freddo lasciò a nove minuti il grande Ullrich, uno dei più forti ciclisti del tempo, fuggendo sul Galibier, e scomparendo alla vista di tutti. Lo ricordo risalire il gruppo a velocità doppia nella tappa di Oropa in un Giro d’Italia, dopo un incidente meccanico, e ho ancora in mente lo sguardo sconsolato e ammirato di Laurent Jalabert che si vide raggiunto e superato da quell’uomo che spingeva un rapporto impossibile per lui.

Ma soprattutto ricordo le lacrime di Madonna di Campiglio quando tolsero a Marco un Giro d’Italia già vinto per un ematocrito superiore di poco a 50. E non si poteva. Ma ora pare accertato che la provetta su cui si fece l’esame non conteneva il suo sangue. Fu ingannato e lì iniziò la sua fine. Corse ancora e vinse ancora, al Tour de France superando anche il grande imbroglione Lance Armstrong.

Il mio amico Gigi, che da giovane batteva Saronni in pista al velodromo Vigorelli di Milano, mi spiega che nelle gare ciclistiche, posto che dai tempi di Coppi, tutti prendono “qualcosa”, cioè rinforzi chimici, governati da medici e direttori sportivi, vince sempre il più forte. Ogni tanto, però, c’è una resipiscenza generale, e allora si tolgono tutti e sette i Tour de France vinti da Armstrong.

Pantani è in questo elenco perché ha portato lo sforzo della bici alla pura poesia della fatica, e quindi della vita: lui rispondeva a chi gli chiedeva perché scattasse – sempre – in salita: “Lo faccio per ridurre il tempo del… dolore“. Ciao Marco, non ti dimenticherò mai.

Mario Jorge Bergoglio, papa Francesco, è un argentino-italiano, come milioni di persone di quella grande Nazione, la più sorella della nostra. Lui era un vescovo che andava, e non per mostrarsi, alle villas miseria della Capital federal. Frequentava chi soffriva, senza privilegi vescovili o cardinalizi. Senza auto, saliva sui coloratissimi colectivos (i bus) con le porte aperte.

Da papa si è mosso sulle tracce francescane che ha voluto evidenziare con il nome scelto. “Chi sono io per giudicare?”, rispose a chi gli chiedeva un parere morale sulle unioni tra omosessuali. E’ rigido sull’aborto, ma questo fa parte di quella arte gesuitica che risulta indispensabile se si vuole governare una struttura che significa, dal suo nome greco, “secondo il tutto”, katà òlon, la Cattolicità mondiale, un miliardo e passa di uomini e donne. La più grande struttura religiosa monocratica della Terra, nella quale stanno marxisti e centristi, lefebvriani di rito latino e sacerdoti di rito greco, con moglie e figli. Di tutto, dell’umano. Il papa deve guardare al tutto, ascoltare tutti, decidere una linea morale comprensibile, se non da tutti, dai più.

Lo Spirito Santo, dopo la raffinatissima e umile teologia di papa Benedetto, nella rinunzia al ministero petrino mostrò la sua grandezza umana e religiosa, ha orientato la Chiesa universale su un uomo come Francesco. Che Dio lo aiuti con le nostre preghiere.

Mohammed Alì si chiamava da giovane Cassius Marcellus Clay. Era alto e forte. Bello. Molto. Vince le Olimpiadi di Roma nella categoria dei pesi mediomassimi: 190 centimetri per 88 kg. Poi, passato ai pesi massimi, per tre volte divenne campione del mondo, vincendo contro i più forti del tempo, Joe Frazier e George Foreman. A Kingshasa nel 1974, sotto il trucido Mobutu Sese Seko, abbattè all’ottavo round Foreman, mentre la folla urlava “Ali buma yè” (Alì, uccidilo). In questo incitamento c’era tutta la madre Africa, memore di secoli di schiavitù, che sceglieva di tifare per chi aveva affrontato il carcere per non andare a combattere in Vietnam “I Vietnamiti non mi hanno fatto niente“, spiegava, quando lo arrestarono per renitenza alla leva e perse il primo titolo mondiale dei massimi. E’ morto dopo aver contratto il Parkinson, ma nei suoi tremori si vedeva tutta l’infinita determinazione a testimoniare il valore di ogni vita umana, a partire dalla sua, di nero d’America.

Che il Signore Dio abbia in gloria chi di voi non è più qui con il corpo, e aiuti che ancora sta lavorando per il suo giardino.

Non trovo più neanche un elettrauto, dove sono spariti tutti? A me, invece, il mio dentista ha disdetto l’appuntamento per l’igiene…, ma che cosa sta succedendo?

Il vaccino aveva evitato molti morti e la pandemia sembrava oramai in sonno. Aveva avuto il suo acme un anno e mezzo prima e aveva spaventato il mondo. Con un documento verdolino tutti avevano ripreso a girare dappertutto senza intoppi. Il lavoro e il reddito pro capite erano aumentati in modo inaspettato, perché tutti avevano acquisito una fiducia nel futuro che prima non c’era.

Sembrava che una società fino a un anno o due prima un po’ anchilosata si fosse risvegliata, e avesse ripreso di buona lena un cammino che ricordava i ritmi dei primi anni ’60 del XX secolo, quelli che vengono ricordati come anni del Boom Economico, che trascinò con sé anche uno sviluppo demografico superiore a ogni attesa, il cosiddetto Baby Boom.

Certamente il mondo aveva reagito in modo diverso al Sars-Cov2, si può dire secondo le possibilità: Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Canada, Australia e… Cina se la erano cavata abbastanza bene, gli Stati Uniti un po’ meno, perché sono nazioni più o meno doviziose di soldi, di scienza e di logistica, ma la Namibia, il Sud Sudan, il Niger, la Somalia, l’Afganistan, lo Yemen, l’immenso alveare dell’India e altri posti lontani avevano avuto un numero imprecisato di infettati e di morti.

Se le statistiche relative a infettati, malati, guariti e vaccinati potevano essere abbastanza credibili per il primo elenco di paesi, per quelle citate in seguito, no.

Il mondo era cambiato, ma la gente non aveva ancora compreso in che misura e modi fosse cambiato. Ai più, anche ai media e ai politici, rimasti al livello mediocre di prima della pandemia, non era chiaro ciò che avrebbe provocato la terribile e subdola malattia infettiva, che aveva decimato città e campagna,e non solo nelle nazioni meno sviluppate. Anche civilissime città come quelle dell’arco prealpino italiano avevano sofferto malattie e morte. Era ancora negli occhi di tutti il lugubre spettacolo degli autocarri militari che portavano nottetempo o nella scarsa luce del crepuscolo mattutino le bare dei morti nei cimiteri.

Anche il lavoro era molto cambiato. Si era cominciato a praticare, specialmente nel pieno della pandemia, il lavoro in remoto, o in smart work, da casa, soprattutto da parte di chi aveva mansioni impiegatizie, amministrative o tecniche che fossero. Oramai i potenti mezzi informatici e telematici permettevano collegamenti in tempo reale tra le sedi delle compagnie industriali, logistiche e commerciali e i luoghi di effettuazione del lavoro, la casa dei lavoratori.

Si sparse l’idea che pian piano tutto il lavoro si sarebbe trasferito a casa propria, perché, ciò che era già possibile compiere in remoto oramai era acquisito, mentre le attività che avevano fino a quel tempo richiesto l’intervento manuale dell’uomo, si stavano trasferendo rapidamente, tramite una innovazione tecnologica, informatica e robotica, sempre più a macchine gestite da intelligenza artificiale o eseguite da programmati e instancabili robot.

Ciò era già praticato da almeno un decennio nelle aziende chimiche e meccaniche più evolute, e si stavano sempre più espandendo.

Qualcuno, però, aveva cominciato ad accorgersi che c’era qualche problema.

Con un lavoro sempre più distaccato dalla sua origine organizzativa e gestionale, stavano cambiando anche altre cose: ad esempio, il rapporto con i colleghi di lavoro, oramai già da un paio di decenni rarefatto dai collegamenti informatici (le mail e i messaggini telefonici) e dalla loro efficienza. I più accorti tra gli imprenditori e i dirigenti, ma anche tra i lavoratori, i più attenti fra gli studiosi, cominciarono a percepire una sorta di incrinamento della qualità relazionale tra colleghi e tra i leader e i loro collaboratori. Si cominciava a non ricordare più bene i nomi dei colleghi, i loro volti, le loro voci, le loro famiglie, i viaggi fatti assieme, le affettività, le antipatie e le simpatie. Le persone non erano più persone, ma ruoli, mansioni, posizioni, nient’altro.

Oramai la voce umana, prima percepita con l’apparato uditivo, si stava limitando a qualche telefonata, ma più ancora a dei comunicati “vocali” inviati nella messaggistica gratuita in tempo immediato (più ancora che reale, cui le persone si erano abituati dallo sviluppo del web, cioè dai primi anni 2000).

Si stava perdendo di vista quello che storicamente, almeno dai trentenni in su, era stato il rapporto inter-soggettivo e interpersonale tra colleghi, con i collaboratori, con i superiori. Ma vi è di più: oramai una schiera di misteriosi ed eleganti criminali del web stavano hackerando indifferentemente obiettivi generici e mirati, con i loro tremendi ransomware, che si prestavano a ricatti di tutti i generi verso le malcapitate vittime degli attacchi.

Vi fu un periodo di barcollante incertezza.

La politica non sapeva che pesci pigliare, come normare queste novità estreme del lavoro, se e come e dove considerare soggetto fiscale i grandi web player, che ormai guadagnavano più dei maggiori gruppi industriali e commerciali del mondo.

Ma vi fu ancora di più: questo abbandono progressivo del lavoro dalle sue proprie sedi, mediante l’uso dell’automazione e della telematica sempre più spinto, costrinse gli istituti tecnici superiori e le facoltà tecniche a progettare e a programmare corsi sempre più intrisi di saperi innovativi guidati dall’intelligenza artificiale. Nelle università si insegnava solo con la semplificata e impoverita koinè inglese oramai in uso da decenni in tutto il mondo.

I beni della Terra interessavano i decisori solo come elementi e fattori di energie rinnovabili, anche se i combustibili fossili erano ancora le fonti prevalenti di energia. Persi negli algoritmi e nei diagrammi progettuali, i leader non si guardavano neanche più in giro, non apprezzavano più il Requiem di Mozart, la Nike di Samotracia, la Pietà dell’Opera del Duomo di Firenze di Michelangelo Buonarroti, gli idilli del conte Giacomo e le opere di Shakespeare o di Sofocle, il XXXIII Canto del Paradiso dantesco, ma nemmeno un tramonto d’autunno sulle Alpi o su una spiaggia amalfitana.

I giovani si iscrivevano a questi istituti formativi con sempre maggiore entusiasmo, quasi evitando, e certamente dimenticando, le facoltà di scienze umane, la filosofia, la psicologia, gli studi sull’uomo e per l’uomo, tutto l’uomo, corpo-anima-spirito dell’uomo, privilegiando la strumentalità e la mera efficienza, che diventavano da mezzo (indispensabile per ridurre la fatica delle persone…), fine. L’uomo non stava venendo – da… se stesso – più percepito come fine delle sue stesse azioni, ma come strumento reiteratamente destinato a innovare senza fine, in ogni settore, e senza alcuna domanda sugli effetti successivi di questa concentrazione sui mezzi divenuti fini.

L’effetto che, però, fece riconsiderare questa fanatizzazione del nuovo, fu un fenomeno inaspettato: comunque l’uomo, anche se ormai abitava in case caratterizzate dalla tecnologia domotica, non trovava più un manutentore, un elettricista, un elettronico, un idraulico, un barbiere, perché tutti gli strumenti per la vita casalinga erano (ritenuti) perfetti e esenti da ogni rischio di rottura.

Soprattutto coloro (ed erano ancora alcuni miliardi sulla Terra) che ancora non si erano troppo “domotizzati”, non trovavano più qualcuno che venisse ad aggiustare un rubinetto, a sbloccare uno scarico di cesso intasato,
un igienista dentale, non trovavano più un elettrauto, perché non tutti, anzi pochissimi, potevano disporre di Tesla da 65.000 dollari…

E allora scesero in piazza in tutto il mondo. I giornalisti si svegliarono dai loro beati sonni, seguiti dai politici. Gli studiosi riscoprirono Aristotele e Kant, e anche Freud e Jung, ma anche il capitolo Quinto del Vangelo secondo Matteo, quello delle Beatitudini, i Discorsi di Benares del principe Siddharta Gautama, L’arte della guerra (per non fare la guerra) di Lao-Tzu, e si fermarono a riflettere, perché forse avevano esagerato.

Il fatto è che questo racconto, nato da un sogno raccontatomi dall’amico Gianluca, si ferma prima che gli uomini e le donne (nel sogno) si rendessero conto che era un… sogno.

Meno male che era un sogno (premonitore).

Beatrice (Bebe) Vio mostra come la “gioia”, quel sentimento che in latino si dice “gaudium”, prevalga sulla “felicità”

Quando vedo o ascolto Beatrice (Maria-Adelaide-Marzia)-Bebe Vio, nata nel 1997, provo gioia. Provo la gioia che la ragazza mi trasmette con il suo entusiasmo, il suo sorriso, la sua eccelsa classe sportiva.

Pur essendo stata tormentata fin da piccola da una tremenda meningite che la ha mutilata, Bebe è una grande campionessa dello sport che si dice parolimpico, nella specialità della scherma, arma del fioretto, ma a mio parere si dovrebbe dire “dello sport”, e basta. Mi viene da pensare che se (uso l’ipotetica nonostante solitamente io rifugga da simulazioni a-storiche) avesse potuto usufruire dei suoi arti e di un corpo integro, avrebbe potuto imitare e seguire in grandezza sportiva l’immensa Valentina Vezzali.

Le sue performance mi offrono l’occasione di parlare della gioia, come sentimento positivo cui si anela sempre, anche se spesso si preferisce parlare di felicità… dopo di che ci si accorge che la felicità, intesa come stato di benessere gioioso continuo non si può mai dare, perché non c’è, non existe, cioè non sta dentro e fuori di noi.

Qualche giorno fa ho scritto dell’etimologia di felicità, che va fatta risalire alla radice sanscrita fe, che significa fecondità. Ecco, allora potrebbe darsi che l’etimo antico ci possa aiutare a darle un senso.

Nel caso della Bebe, dire che manifesta non solo gioia ma anche felicità di vivere, si può. Questa ragazza di ventiquattro anni, martoriata dalla sorte, da quello strano e incomprensibile (agli occhi e al sentimento) garbuglio di volontà umane, circostanze, genetica, ambiente… che a volte chiamiamo DESTINO, riesce a mostrare una felicità di vivere, almeno davanti alle telecamere, che fa provare ai lamentosi di ogni genere e specie, se riflessivi, un sentimento di vergogna e quasi di blasfemia, quando si lamentano, come si dice in Friuli, “di gamba sana”, che significa lamentarsi di inezie.

Devo dirti, caro lettore che, pur a volte soffrendo penosi dolori alle vertebre dorsali, lascito del tumore terribile che mi colpì quattr’anni fa, il pensiero di una ragazza coraggiosa come Beatrice Vio, mi aiuta a lamentarmi il meno possibile e mi ispira un po’ di vergogna se indulgo un pochino troppo nel lamentarmi, quando qualcuno mi chiede come sto.

Torniamo al sentimento della gioia, che ritengo più realistico di quello della felicità. Tre lustri fa, più o meno, con la mia carissima amica, la psico-pedagogista Anita Zanin, scrissi e pubblicai un volume che si configurava come una sorta di contro-manuale di pedagogia dell’età evolutiva. Ebbene, decidemmo di intitolarlo “Educare all’infelicità”, proprio per sottolineare la problematicità del termine, e per segnalare tutti gli “errori” educativi che gli “educatori”, genitori e insegnanti in primis, rischiano di commettere, se non tengono conto che non si può insegnare dall’alto ciò che andrà a costituire la struttura di personalità dei bambini, ma che si deve piuttosto “accompagnarli”, nella loro crescita, rispettando in ogni momento le caratteristiche delle piccole persone in evoluzione, dando loro delle dritte generali, ma soprattutto orientandoli con l’esempio e con la coerenza comportamentale.

Il volume, presentato a suo tempo durante la rassegna Pordenonelegge, ha avuto un certo successo, ma, abbiamo pensato che ciò sia avvenuto soprattutto per la paradossalità del titolo, con il quale abbiamo inteso pro-vocare curiosità, ma anche sottolineare, proprio ponendo un termine dal significato contrario della felicità, come questa condizione sia un tema arduo e largamente simbolico nella vita umana.

In-felicità certamente significa mancanza di benessere e di gioia, ma può anche favorire l’acquisizione di una consapevolezza che lo star-bene è una conquista della mente, della riflessione razionale e morale sui valori essenziali e non volatili, della vita.

Si può essere “felici” (virgoletto per restare nella logica del pensiero che qui cerco di esprimere), anche quando manca qualcosa alla nostra vita, ad esempio una parte di agio, un pezzo di salute fisica, una parte di sicurezza, solo se riusciamo a declinare questo “essere-felici” come una capacità spirituale di cogliere la gioia di vivere in (di) ciò che vale veramente: un rapporto sincero con l’altro, un sentirsi utile in una comunità, una capacità di ascoltare e di farsi ascoltare, una accettazione del limite nostro e degli altri, che è la condizione esistenziale più vera della vita umana, e di (e in) questo limite, una volta esplorato e còlto, sapersi ac-contentare.

Messi, che lacrime ridicole! Jacobs sia umile. Tortu, che bel sorriso… e approfitto della visibilità del titolo per segnalare l’ultima idiozia vista su un quotidiano sportivo: parlando della staffetta vincitrice della 4 per 100 a Tokio, leggo che il primo frazionista, Lorenzo Patta, nato nel 2000, è un millennial. Ma, se si intende che “millennial” è chi è nato nel nuovo secolo, il XXI e nel nuovo millennio, il III, Patta NON E’ un millennial! Ancora, ancora c’è gente convinta che il 2000 sia il primo anno del III millennio e del XXI secolo, idioti!

Ciò che qui scriverò, caro lettore, non avrà nulla di moralistico, ma sarà semplicemente narrativo, realistico, forse solo un po’ attento agli aspetti finanziari, gestionali e di etica d’impresa, nei limiti che la mia limitata competenza in materia mi consente, incompetenza che, come sai mio caro lettore, non riguarda l’etica d’impresa.

Il signor Messi, gran calciatore e piccolissimo uomo, mi ha fatto solo malinconicamente ridere con le sue lacrime (?), mentre dalla sede della sua storica squadra di calcio, spiegava ai giornalisti le ragioni per cui dopo vent’anni se ne stava andando a Parigi, per un compenso biennale di settanta milioni netti (se ho capito bene)! Più o meno. Dal Barcellona ne aveva accettati appena (!!!) 20 (parlo di milioni all’anno, caro lavoratore medio, ma anche caro dirigente, caro Cfo, caro Ceo, caro imprenditore), ma la Liga spagnola non avrebbe ammesso un contratto del genere, vista la crisi (morale?) finanziaria ecc. ecc. del settore, e in considerazione delle regole attualmente in vigore negli organismi internazionali, come la UEFA, regole che comunque le società calcistiche di proprietà di emiri o magnati russi, come il PSG di Parigi, il Manchester City, il Chelsea e altre, stanno bellamente violando da oltre un decennio.

La dico così: oramai da oltre dieci anni la Coppa dei campioni, o Champions League, NON VIENE VINTA, MA COMPERATA!!! Diciamo, almeno dal famoso Triplete dell’Inter de Milan.

Qualche ingenuo (solo ingenuo?) scoltatore radiofonico addirittura si scandalizza perché Messi non abbia accettato di giocare agratis (così ha detto) per il club catalano. No comment. Alle radio aperte al pubblico telefonano quelli che hanno bisogno di sentirsi per radio e di farsi ascoltare dagli amici del barsport. Trattasi, solitamente, di fuoriclasse del pensiero umano contemporaneo.

Diego Armando Maradona, figura con la quale Messi non ha nulla a che vedere

Piangeva (ma senza lacrime vere, cioè acquose e salate), con il fazzolettino nascondente il falso pianto, el seňor Lionel Messi, convincendo sul suo reale dolore solo (penso) cinque o sei persone (o solo tre), in tutto il mondo. Che squallore!

Lui, come il grosso Lukaku, che pareva un eroe gladiatorio della ottima Inter dell’anno scorso (squadra tanto simpatica quanto sfigatella), e invece ha seguito il market anglo-russautocratica, che gli bonificherà 12 milioni netti (1 al mese) all’anno, invece dei (solamente) 7, poverino, che poteva confermargli la “sua” Inter. Big Rom, l’amatissimo condottiero se ne è andato dopo due anni, facendo seguito alla scelta del suo ex coach, che non poteva accettare neanche per 12 milioni all’anno, di rivincere (forse) solo lo scudetto, ma forse, ripeto. Che squallore! …cui si aggiunge anche quello del giovine portierone della Nazionale italiana, il fortissimo Gigio, governato da un grosso (di circonferenza addominale) mezzano, che mi ricorda proprio i mediatori di compravendita di buoi di paese di nonnesca memoria.

Non mi scandalizzo per gli stipendi abnormi dei calciatori, ma per la loro inconsapevolezza di vivere in una sorta di bolla esistenziale senza senso, in ragione di una vita pressoché scollegata dal resto del mondo.

Tortu Filippo, invece, è un bel ragazzone italiano, con una personalità timida ma spiccata. E’ già un campione notevole e lo diventerà ancora di più, se saprà mantenere le virtù morali che ha già mostrato in questi anni. Insieme con i suoi compagni della staffetta potrà fare grandi cose, ma soprattutto se Lamont Marcel Jacobs riuscirà a non montarsi la testa cedendo alla retorica fasulla dell’uomo più veloce del mondo. Affermazione non rispondente al vero (se non durante la finale olimpica del 100 metri piani di Tokio), perché 9.80 è un tempo già corso, anche più volte, negli ultimi vent’anni almeno da una decina di atleti (alcuni: Tim Montgomery, Tyson Gay, Johan Blake, Justin Gatlin, Travyon Borrel, Asafa Powell, Nesta Carter, etc.), che hanno spesso fatto anche meglio di Jacobs, e molto distante dal 9.58 di Usain Bolt che, nella stessa gara gli avrebbe dato almeno due metri e mezzo di distacco. Jacobs stia umile e lavori, come tutti quelli che sanno che il lavoro e la fatica pagano. Faustino Eseosa Desalù lo sa bene, e anche Lorenzino Patta, il primo frazionista ventunenne, nato nel 2000.

Patta non è un millennial, come scrivono alcuni giornalisti, che insistono nell’errore di propalare che il 2000 sia il primo anno del terzo millennio e del ventunesimo secolo. Ma diamine (per non dire di peggio)!

Possibile che non sia a loro chiaro che il 2000 è l’ultimo anno del ventesimo secolo e del secondo millennio? Non gli basta capire che la prima decina numerica, da uno a dieci, finisce con il 10 e non con il 9? Non ce la fanno a fare un’analogia tra il più semplice dei conteggi, quello da prima elementare da 1 a 10, con il rapporto che sussiste tra il 2000 e il 2001, capendo che il primo giorno del ventunesimo secolo e del terzo millennio è il primo gennaio 2021, non il primo gennaio del 2000?

Ma a Patta certo non interessa nulla di questa ignoranza colpevole dei protagonisti dei media.

A me interessa, perché costoro fanno danni a chi non sa leggere criticamente le loro fanfaluche e imprecisioni.

Rimedio nel mio piccolo, come posso, sempre sul pezzo.

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