Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: mito (page 1 of 2)

Come il sole riflesso sulla superficie cangiante del mare

A pagina 203 del suo ponderoso volume Platone 2.0, La rinascita della filosofia come palestra di vita, edito quest’anno da Mimesis, il mio amico Giorgio Giacometti, filosofo (posso dire?) neo-platonico contemporaneo, e studioso di Schelling, propone questa bellissima frase-verso, che riporto qui sopra nel titolo, a un suo interlocutore ospite di sedute di filosofia pratica. Si tratta di un piccolo industriale disorientato che ha confuso, o con-fuso per tutta la vita azienda e famiglia, facendo della seconda, in sintesi, una parte della prima: famiglia e azienda quasi indistinguibili, per cui sono nati problemi, incomprensioni, crisi, separazioni. La meravigliosa immagine del mare riflette uno stato delle cose, una condizione abbastanza comune nella vita personale e familiare degli esseri umani, specialmente di questi tempi sconvolti e disarticolati, che la cronaca ci fa pensare come i peggiori di ogni altro tempo, e invece è vero il contrario… forse.

La “superficie cangiante del mare“, quasi di montaliana memoria (cf. “Meriggiare pallido e assorto (…) osservare tra frondi il palpitare/ lontano di scaglie di mare …”), rappresenta con la metafora “scaglie” l’immagine dell’indefinibile mutazione e andirivieni delle onde sulla superficie della sconfinata distesa d’acqua di un mare o addirittura di un oceano, immisurabili e imprendibili, come le gocce della pioggia, come i raggi del sole e il mulinìo del vento novembrino.

Cangiante è  termine aulico per cambiante, quest’ultimo participio presente sgradevole all’udito, mentre la sua versione “alta” fa tanto lemma poetico e, come spesso capita, poietico, cioè costruttore di un qualcosa, e forse distruttore d’altro. Cambiare, oggi si deve cambiare, in organizzazione aziendale vi è la teoria del change management, della gestione snella (lean), efficace, della leadership situazionale, dove anche gli organigrammi possono venire scon-volti da un’idea nuova, più brillante ed efficace della linea guida precedente. Solo che in azienda e in economia il cambiamento produce disorientamenti momentanei, modifiche organizzative e un “dolore” personale controllato, o comunque controllabile, soprattutto nel caso di una perdita di posizione o del posto di lavoro stesso: in altri contesti, invece, il cambiamento può essere più doloroso perché più legato ai sentimenti e alle emozioni. Nelle vite individuali a volte càpita questa fluidità sofferente, questo scorrere delle cose, che dipende solo in parte dalle volontà singole. Secondo il pensiero di Baruch Spinoza e anche di un mio amico ristretto in vinculis, “tutto si tiene”, cioè accade, anche inopinatamente, anche contro le convenzioni, le leggi, i contratti, perché più forte, più potente, in definitiva, più umano.

Si pensi all’innamoramento e a tutto ciò che gli è connesso. Scaglie di mare, cangianti scaglie di mare. Onde, increspature del grande oceano della vita, come nel film di Andreij Tarkovskij, Solaris, dove c’è un “oceano che pensa” o, direbbe sant’Agostino, un “pensiero come oceano“. E io dico che il pensiero è più grande di ogni oceano, perché è il dialogo dell’anima con se stessa (Platone), flusso dell’immenso, ché in una frazione infinitesima di secondo arriva fino ai confini dell’universo a quattordici miliardi di anni luce.

E, in questo turbinare della vita, dove sta la morale ordinaria? dove le convenienze? dove i convenevoli? Non al centro, ma a lato, con il rispetto dovuto. Più forte è la vita, che vince sempre come nelle musiche di Haendel, ascolto ora il Dettinger Te Deum, nel pomeriggio settembrino, mentre la luce dell’autunno veniente taglia di traverso i rami dell’ulivo e la siepe di bosso che divide da un prato il mio giardino.

Il mio sguardo si perde verso le alte cime degli alberi del parco delle Risorgive, in attesa che venga l’ora del bicchiere di vino con big Mario, all’osteria dell’angolo qui vicino, per darci il tempo di racconti e di memorie, tra silenzi che scendono tra le parole. Tutte preziose, tutte pesate dall’esperienza, a volte dure, ma mai volgari, comprensive e settarie nello stesso tempo, ché l’incazzarsi è sano come ogni segno di vita, sempre che sia ben diretto, e non ingiusto a colpire anime innocenti, che sono anime salve.

Oh voci del coro potente, o trombe, ottoni dal suono di cristallo, ascoltate il canto dell’anima mia.

Ulissidi cerchiamo

Il paradigma di Ulisse è più consono all’esperienza umana, come sua inarrivabile metafora. Più del mio amatissimo Tour de France, perché il percorso marino dell’itacense non era definito in tappe, e le onde che l’avrebbero portato da Circe, da Calipso o alla terra dei Feaci, incerte, perigliose e innumerevoli. Se le strade del Tour si snodano lungo campagne ondulate, come in Borgogna, tra i vigneti dei Vosgi e del Massiccio Centrale, o tra gli ardui tornanti del Tourmalet (a proposito, questo nome pirenaico echeggia quasi una tortura, un tormento…), e anche le mie di ciclista, le vie del mare sono incerte, indefinite, sconfinate, spesso minacciose, e dunque, come la vita umana è il viaggio di Ulisse, ché -come in quella- tutto può accadere.

E tutto accade, di prevedibile e imprevedibile. Per questo nella tradizione storica abbiamo tutta la congerie di attività e persone che si sono occupate di scrutare il futuro, attraverso gli astri, la direzione del fumo dei fuochi, il volo degli uccelli, i visceri degli animali. Astrologi, àuguri, aruspici, maghi, sciamani, sibille, pizie, profeti, e ora futurologi. Ma soprattutto ogni essere umano, nella sua consapevolezza di essere al mondo, o come direbbe Heidegger, di esser-ci, si è sempre chiesto del proprio tempo futuro, constatando il decorso delle vite degli altri, a partire da quella dei propri genitori.

Nell’elenco di visionari fatto sopra vi è però una tipologia che si discosta, si differenzia in maniera radicale dagli altri scrutatori di futuro, quella dei profeti, o nebijm, in ebraico. Profeta è parola greca che significa, dalla preposizione pro (davanti) e dal verbo femì (dire), colui-che-dice-davanti-a- un-altro-che-ascolta. Il profeta non è colui che predice il futuro, ma colui che parla chiaro davanti a chiunque, soprattutto se questi è un re (cf. Natan vs Davide, nei libri biblici Samuele 2, Re 1 e Cronache). Natan è colui che rimprovera il re Davide per aver mandato a sicura morte un suo ufficiale, l’hittita  Uria, per poter avere come sposa la moglie di questi Betsabea. Tempi tribali. Poi il gran re compone il Salmo 51 accompagnandosi con la cetra, il Miserere, abbi pietà di me, Signore. Il salmo del pentimento. Ma lo stesso Natan, anni dopo, suggerisce all’all’ormai anziano re patriarca di designare suo successore Salomone, avuto da Betsabea, in luogo del primogenito Adonia. Quasi che il peccato di Davide sia stato segnato come parte di un destino più grande, che comprendeva il magnifico regno di Salomone, sapiente e giusto, famoso in tutto il Vicino Oriente antico.

Ognuno di noi vorrebbe sapere quello che gli riserva il futuro, ma non è possibile. Quello che si può fare è avere dei comportamenti personali che in qualche modo hanno una rilevanza per il futuro: tenersi da conto con il cibo e con l’igiene, monitorare il proprio corpo e la propria mente. Avere attenzione per tutte le cose e gli ambienti che interferiscono con la propria vita, selezionandoli con discernimento. Fin qui si può e si deve agire, perché il resto lo fa la nostra filogenesi, la nostra genetica, che le scienze umane e mediche sono sempre più in grado di esplorare, soprattutto per curare e addirittura prevenire malattie di tutti i generi.

Un’altra componente che ci fa “ulissidi” consapevoli è la capacità raziocinante e la volontà, che sono le due facoltà tipicamente umane in grado di darci tutte le informazioni e suggerire gli atti opportuni per una buona vita.

Come Ulisse siamo sempre alla ricerca di noi stessi e dell’isola non trovata, magari già apparsa sotto il palmo del nostro naso. Nessun luogo è lontano, caro amico che leggi, come nessun cuore è lontano da te.

Dai dunque vele al vento e governa il timone, ché il tempo è propizio e l’alba vicina.

Shema Israel, ascolta Israele (Deuteronomio 4, 1a, 6, 3a; 9, 1a; etc.)

Il Deuteronomio è il quinto libro della Torah, o Pentateuco, la parte più classica e antica della Bibbia ebraica e cristiana. Alcuni studiosi distinguono alcune sue parti (gli ultimi capitoli in particolare) ritenendole un “libro diverso”, quasi a formare, con il libro di Giosuè e Giudici, un “Esateuco”. Dalla Genesi e fino agli ultimi tre capitoli di Deuteronomio (capp. 31-34) le tre tradizioni redazionali, la jahwista, la elohista e la sacerdotale, sono intrecciate e a volte indistinguibili.

Libri storici nell’accezione antica, raccontano le vicende della creazione del mondo (i primi undici capitoli della Genesi) e successivamente, da Abramo in poi, del popolo di Israele e della sua controversa alleanza con il Dio unico, Signore e creatore. Vi si trova la Legge, specialmente in Esodo, Levitico e Deuteronomio, cioè le prescrizioni morali, civili e religiose da osservare per stare nell’alleanza con Dio, ma in Deuteronomio vi è qualcosa di diverso: gli ordini e i divieti assumono un carattere particolare, potremmo dire meno giuridista, che può interessare di più noi, persone di questi tempi disincantati, ateizzanti e a volte solamente stolti. Ad esempio, nel capitolo 9 si parla di “circoncisione del cuore”, che è ben altro rispetto a quella tradizionale del prepuzio maschile, caratterizzata dal legalismo. La metafora canta la conversione, l’accettazione del proprio limite, il ricordo della propria condizione di viandante, di pellegrino, che ha bisogno di affidarsi, superando ogni iattanza, ogni presupponenza, ogni atto di superbia.

Qualcuno, come Vito Mancuso (cf. Il destino di Dio), interpreta alla lettera il Codice deuteronomico, che è più sanguinario di ogni altro testo religioso, Corano compreso ma, così facendo, vanifica millesettecento anni di interpretazione metaforico-allegorica della Scrittura, e sto parlando dei tempi di Clemente Alessandrino e di Origene.

Certamente le esortazioni del Signore a passare a fil di spada gli abitanti e il bestiame delle città conquistate da parte di Israele, con il suo determinante aiuto, fanno impressione, stupiscono e forse spaventano, se non si applicano corretti criteri interpretativi, se non si discernono i generi letterari, e se non si contestualizzano il tempi storici degli autori e dei destinatari di quegli scritti, fondendo i loro con i nostri “orizzonti” (Gadamer).

Molto interessanti sono i capitoli 27 e 28, che contengono le maledizioni per chi trasgredisce la legge divina e le benedizioni per chi la osserva. Anche qui il linguaggio è per noi implausibile, ma se facciamo un sforzo di immaginazione e di quasi reviviscenza nostra, una specie di viaggio nel tempo, in quegli ambienti e in quei secoli, forse qualcosa potremmo comprendere di quel linguaggio durissimo e inesorabile, caro Vito Mancuso, che usi impiegare giudizi di morale attuale su scritti di morale di tre millenni fa, con un metodo inaccettabilmente anacronistico. Proviamo a pensare alla durezza della vita nomadica, al deserto, alla mancanza d’acqua, a un’igiene inesistente, al destino vedovile di quasi tutte le donne, e così capiremmo meglio la durezza delle punizioni per il furto, per l’omicidio, per la mancata cura al bestiame altrui, per l’obbligo del cognato di sposare la vedova di suo fratello, e così via. E’ il Signore che ordina, ma è l’uomo che scrive “le parole del Signore”, e il popolo comprende che si tratta di una Legge buona, anche a volte dura, per la sopravvivenza.

Alcuni esempi di maledizioni e benedizioni. Nelle prime si rileveranno quasi delle assonanze con il Dieci Comandamenti e con il codice di Hammurabi, ad esempio: “Maledetto chi maltratta il padre e la madre! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 16), oppure “Maledetto chi lede il diritto del forestiero, dell’orfano e della vedova! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 19), o anche “Maledetto chi sposta i confini del suo prossimo! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 17).

Qualche benedizione. “Se tu obbedirai fedelmente alla voce del Signore (…). Sarai benedetto nella città e benedetto nella campagna. Benedetto sarà il frutto del tuo seno, il frutto del tuo suolo e il frutto del tuo bestiame; benedetti i parti delle tue vacche e i nati delle tue pecore: Benedette saranno la tua casa e la tua madia. Sarai benedetto quando entri e benedetto quando esci. Il Signore lascerà sconfiggere davanti a te i tuoi nemici (…). Per una sola via verranno contro di te e per sette vie fuggiranno davanti a te. (…)” (Deut 28, 3-7).

E prosegue al versetto 15 “Ma se non obbedirai alla voce del Signore Dio tuo…” e giù la terribilità delle punizioni.

Chiediamoci una cosa: se l’uomo “deuteronomico” non avesse avuto una normativa del genere che cosa sarebbe potuto succedere in quei contesti arcaici e primordiali?

La cosa importante è sempre mettersi in sintonia con questi testi, senza pretendere di giudicarli con i nostri metri di giudizio illuministico-democratici, e oramai, a volte anche -in alcuni- genericamente “buonisti”, o, direi, delittuosamente ignoranti di storia, di sociologia comparata e di antropologia culturale.

La fine di Deuteronomio si scioglie in poesia, con il meraviglioso Cantico di congedo di Mosè che, compiuti i suoi giorni e il suo destino, se ne va incontro all’Onnipotente cantando così: “Ascoltate o cieli: io voglio parlare:/ oda la terra le parole della mia bocca! Stilli come pioggia la mia dottrina,/ scenda come rugiada il mio dire;/ come scroscio sull’erba del prato, come spruzzo sugli steli di grano./ (Deut 32, 1-2) (…), e così continua glorificando e benedicendo le opere del Signore.

Ma Mosè non vide la Terra promessa perché il Signore, prima di chiamarlo a sé lo portò sul monte Nebo e di lì gli fece vedere Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, il paese di Efraim e Manasse, tutto il paese di Giuda fino al Mar Mediterraneo, e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, fino a Zòar. (Deut 34, 1b-3).

…perché ognuno di noi deve ubbidire alla legge del proprio destino e arrivare fino lì, dove è segnato il confine dell’itineranza e… l’inizio.

Il senso del tempo

Il tempo fisico e il tempo interiore, il tempo occidentale e il tempo orientale, il tempo del lavoro e il tempo del riposo, il tempo dei carcerati e il tempo di fuori, il tempo lineare e  il tempo ciclico, cioè quello delle stagioni, il tempo del sacro e il tempo del profano, il tempo della camminata in salita e il tempo della maratona, il tempo della salute e il tempo della malattia, il tempo dei giovani e quello di chi ha qualche anno di più, il tempo dell’uomo e quello di Dio, l’eternità…

Il senso del tempo è complesso, incontenibile in una definizione semplice, esaustiva. E aggiungo: in senso assoluto il tempo non esiste, perché è relato allo spazio, come ci ha insegnato il genio di Ulm.

Se ne sono occupati Parmenide e Zenone di Elea (celebre il suo paradosso del piè veloce Achille e della tartaruga), Platone, Aristotele, sant’Agostino, Leibniz, Kant, Bergson, Einstein, Lorentz, Hawking, e ognuno di noi in ogni momento… di tempo.

Esploriamo insieme il primo capoverso.

Innanzitutto il tempo fisico e il tempo interiore: il primo è misurabile secondo lo schema dei secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni, lustri, secoli, millenni… eoni (direbbe uno gnostico), e quindi ha una sua oggettività, perché è quello cosmico (cioè dell’ordine conosciuto), della rotazione terrestre e della rivoluzione della Terra attorno al Sole; il secondo è immisurabile, perché non scorre, ma si sente dentro l’anima (cf. Agostino, libro XI Confessiones); può durare un attimo oppure ore e ore, e ciò dipende dagli stati interiori, dal malessere o benessere della mente e del corpo. E’ indefinito, misterioso, affettivo, profondo. I greci lo chiamavano kairòs, cioè “tempo opportuno”, distinguendolo dal krònos, il tempo lineare, misurabile.

Il tempo occidentale è diverso dal tempo orientale: qui da noi siamo più legati a orari precisi, scanditi, rigorosi, a volte rigidi, e ci arrabbiamo se non si rispettano gli orari, gli appuntamenti, gli impegni presi nel tempo condiviso; è titolo di vanto che i treni e gli aerei partano e arrivino in orario; in oriente è diverso: non vi è questa rigidità, ma una sorta di indulgenza per il ritardo, per la lentezza, per il rinvio, per l’attesa. Quale dei due sia più saggio lascio al lettore il giudizio.

Il tempo del lavoro e il tempo del riposo: eccoci a una struttura tutta compresa nel tempo misurabile, poiché di solito è dato un tempo per il lavoro, così come è stabilito dalle leggi e dai contratti, ma anche dagli impegni presi nelle libere professioni; il tempo del lavoro sta lentamente accorciandosi, grazie alla tecnologia e all’innovazione. Si dovrebbe renderlo sempre più creativo e meno noioso, sia per dividere le opportunità di lavoro tra più persone, sia per connetterlo sempre di più con la vita. Io mi sento un privilegiato, perché sono riuscito in questo, incastrando decenni di lavoro e di studio, in contemporanea, e oggi faccio attività che sono ricerca intellettuale e ricerche che sono utili agli altri sul piano pratico.

Il tempo dei carcerati e il tempo delle persone libere: frequento le carceri da decenni, per assistere e comprendere. Il tempo di chi vive in ristretti orizzonti è diverso dal mio, dal tuo, mio gentile lettore, perché è collocato dentro uno spazio. Il tempo in quello spazio si dilata infinitamente, per cui le giornate scorrono lente, lentissime, ma chi colà vive non se ne rende conto, perché non le considera, non le conta, non le valuta. Un giorno dopo l’altro, cantava Luigi Tenco, la vita se ne va. Come tutte le vite, ma quelle dei carcerati in modo più lento, anche se spesso loro se ne vanno prima di noi.

Il tempo lineare e il tempo ciclico, quello delle stagioni: in realtà osserviamo tutti e due questi modi del tempo: ci è noto quello lineare, delle ore e dei giorni e anche quello delle stagioni, che cambiano e che ritornano, perennemente, a nostra memoria, e a quella dei nostri avi (cf. Esiodo). Si va avanti negli anni, ma primavera torna sempre, e poi le altre stagioni, come le canta Antonio Vivaldi.

Il tempo del sacro e quello del profano, cioè di ciò-che-sta-di fronte-al-tempio (il fanum): in realtà il tempo del sacro è tutto il tempo che viviamo, non solo quello delle domeniche  e delle altre feste comandate dalla tradizione cattolica, ché tutto il tempo è sacro, nel senso che è il tempo della vita, mentre piuttosto possono essere esecrande alcune azioni dentro il tempo, come quelle degli assassini di Alatri, e di altri innumerevoli delitti dell’uomo che tenta di diventare tale (cf. Nietzsche), con grande fatica.

Il tempo della camminata in salita e quello della maratona: diversissimi, perché il primo deve sopportare la conquista di un dislivello e la progressiva rarefazione dell’aria, il secondo si sente nel ritmo ed è scandito dai chilometri fatti. Il tempo in salita sostituisce la distanza ed è condizionato dall’ambiente, dalla meteorologia, dalle condizioni fisiche di chi sale lungo il crinale del monte.

Il tempo della salute e quello della malattia: il primo è quasi come se non ex-istesse, è leggero, dato per scontato, come un diritto (eeeh i diritti!), il secondo a volte non passa mai, nella solitudine di un letto a guardare il soffitto o l’andirivieni di medici e infermieri, e si vive quasi fosse un’ingiustizia.

Il tempo dei giovani è frenetico, oggi scandito dalle connessioni continue via web pc cell tablet, mentre per chi ha qualche anno di più scorre in modo diverso, più similmente alle altre fattispecie sopra elencate, ché i giovani, specialmente i digital born, non hanno proprio il senso del tempo, vivono, e forse è un bene, chissà?

Il tempo dell’uomo è diverso dal “tempo di Dio”, dall’eternità, come viene chiamato in teologia, cioè il tempo senza tempo, il nunc aeternum, che non ha inizio né fine e attende ciascuno di noi perché ce ne rendiamo conto, essendo già immersi nella sua luce.

Il senso del tempo è sempre diverso, è il manifestarsi delle cose nel tragitto, il loro significato, il loro valore, la loro verità per ognuno di noi, che vive nel tempo, anche se il tempo fugge, pur non essendo. Infatti è solo il contenitore della vita, come lo spazio, di cui è gemello monozigote. Per ora nel luogo dove vivo, perché dell’oltre nulla so.

Marco Pantani, o degli eterni essenti

Sale ancora la bici sul declivio/ Tra i raggi scintillanti del meriggio,/ Pensieri persi nella valle oscura/ Per cercare più in alto la tua pace.

Sul volto la vittoria pregustata,/ La prepari con un sorriso breve,/ Ma la strada non cede e sale ancora/ Fino sull’Alpe che il tramonto indora.

Hai negli occhi una rapida emozione/ Come se più il traguardo non ci fosse,/ E la malinconia lì ti prendesse.

Ma il cuore batte giusto e il sangue gira,/ Il vento dei tornanti giù ti attende,/ L’anima tua inquieta il tempo fende.

Scrivevo così, in forma di sonetto regolare, di Marco Pantani, quando correva, prima della tragedia, prima dell’inganno di Madonna di Campiglio in quel giugno del ’99 quando, dopo aver vinto Giro e Tour de France del ’98, si accingeva a vincere ancora. E presto in qualche modo pubblicherò questi versi, per lui, in suo onore.

Ora la storia sembra tornar fuori, come ha sempre chiesto la sua madre dolorosa, convinta che gli avessero ammazzato il figlio, dentro, con la provetta falsificata e il dato di eritropoietina a 50, 5. Squalificato.  Giro vinto ufficialmente da quel bravo ragazzo di Ivan Gotti. Anch’io ho l’eritropoietina a 49, naturale, perché faccio sport aerobici da quando avevo quindici anni. E’ come se mi fossi allenato sempre sui vulcani di Tenerife, perché non ho mai mollato, e sono diventato un signore in età, ancora capace di fare cento chilometri a trenta all’ora. Marco era un campione, un uomo intelligente, fortissimo e fragile, come ogni grande persona. Gli voglio bene, anche a nome di Pietro, mio papà, che mi raccontava di Coppi, di Bartali, e anche di Bottecchia, il nome della mia bici.

Quando Marco si alzava sui pedali e buttava via la bandana si sapeva che sarebbe partito, sul prossimo strappo, sul tornante duro, e se ne sarebbe andato, per arrivare prima, come diceva, per accorciare la sofferenza. Nessuno, a parte Fausto, di cui ho memoria nei racconti di mio padre e nella registrazione famosa di Mario Ferretti “…un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi“, mi ha emozionato così, come il grande campione romagnolo, leggero come un ramo di salice e forte come un’antilope.

E allora, siano maledetti in eterno quelli che hanno rovinato Marco, siano dannati nel più profondo degli inferni, come silenzio assoluto di Dio.

Ma io penso che, siccome gli eventi sono eterni essenti, anche il sorriso di Marco, anche i suoi muscoli serici e vibranti, anche le sue parole mai banali, siano eterni. Nulla finisce perché tutto sopravvive, anzi vive, nella struttura dell’altro, come una genetica dell’essere, come un filo rosso che congiunge il prima e il poi e poi ancora ciò che viene e ciò che deve venire, che non sappiamo, ma sappiamo che verrà, con una lacrima e un sorriso, anch’essi eterni.

Con-vivere, con-dividere, col-laborare, co-operare, con-versare

11-La-ziggurat-di-Monte-d-Accoddì-Sardegna-da-LuoghimisteriosiVerbi -composti- all’infinito che dicono come l’uomo debba cercare sempre, o quasi, di stare con i suoi simili nella vita e nel lavoro. Certamente anche la solitudine e la sua variante solitarietà hanno un valore: anacoreti, profeti itineranti, viandanti e viaggiatori, io stesso che con la bici mi sposto per decine di chilometri, non viviamo sempre quei verbi.

Di solito gli obiettivi e l’esigenza di fare “massa critica” accomunano gli esseri umani in progetti condivisi, che vanno portati avanti insieme perché richiedono energie e risorse superiori a quelle di una singola persona. Così è accaduto fin dai primordi tribali, nella fondazione delle prime città, nell’organizzazione di eserciti e di gruppi di lavoratori: come avrebbero potuto essere costruite le torri mesopotamiche (zigurrath) o le piramidi egizie, senza immense squadre di operai, capi e progettisti? E così via nel tempo storico.

Nel nostro tempo è ancora più vero che i verbi del titolo vanno declinati convintamente e continuamente. Proviamo a spiegarcelo.

CONVIVERE. Da quando abbiamo capito, dopo la fine dell’antropocentrismo, che siamo su un piccolo pianeta perso nell’immensità, abbiamo il dovere di pensare alla Terra come un luogo dove convivere… ma quanto è difficile! Nonostante il secolo scorso, fine del millennio, sia stato il più sanguinoso della storia umana, nel secolo attuale l’uomo continua a comportarsi come se non avesse capito niente. Solo alla bomba atomica pare sia stata messa la sordina, fatta salva la tremenda possibilità che qualche pazzoide non la usi, più o meno “sporca” o potente.

CONDIVIDERE. Nord e Sud del mondo non condividono, ma si dividono ancora, con una distribuzione delle risorse assolutamente inadeguata e ingiusta e, come non bastasse, di nuovo si guardano in cagnesco pezzi di Est e di Ovest, con geometrie variabili. Culture e religioni contribuiscono a dividere ulteriormente gli esseri umani, rinfocolandosi odi e spiriti di vendetta difficilmente arginabili.

COLLABORARE. Ho scritto sopra che l’uomo non va da nessuna parte se non ammette di aver bisogno di collaborare con i suoi simili. Lo constato quotidianamente dove opero, in aziende, luoghi della formazione, iniziative socio-culturali. Oggi si sprecano sintagmi inglesi per dire che bisogna lavorare insieme, accettando e apprezzando le differenze individuali e valorizzando talenti e vocazioni, ma spesso termini come Team building, Team work, belli e simpatici da dire, lasciano il tempo che trovano, perché sentimenti come l’egoismo, l’egocentrismo o addirittura l’egolatria di chi si trova in posizioni di potere, rendono vane e vuote di significato espressioni come quelle citate.

COOPERARE. Operare insieme è uno sviluppo collaborativo. Nella cooperazione, ognuno deve sentirsi parte importante del gruppo, sapendo che il successo proprio è nel contempo il successo degli altri, non il contrario. Nessuno può pensare di farcela da solo, neanche a cambiare una gomma d’auto nel freddo e nel vento.

CONVERSARE. Concludo con questo verbo, perché tra tutti, a parer mio, è il più importante. Conversare, sia nella modalità del colloquio amicale, sia nella modalità del dialogo, più stringente e impegnativo. Ambedue le modalità necessitano però di un requisito fondamentale, il riconoscimento reciproco tra le persone, cioè l’accettazione dell’unicità di ogni interlocutore e il suo valore. Se non c’è questa condizione, ogni dialogo perde di significato e diventa un vuoto esercizio di parole, in tempi in cui lo spreco e quasi il dileggio del linguaggio umano sono al massimo.

E infine, occorre dire che abbiamo tempo, visto che siamo come siamo solo da pochissimo tempo rispetto all’età della Terra e dell’Universo, ci spiegano i cosmologi: se facciamo conto che il tempo del mondo sia proporzionato a una giornata, il tempo dell’uomo è paragonabile solo agli ultimi ventitré secondi della giornata stessa. Un soffio, di umiltà.

Cumo tu poetis denant dal Pari, cjar amì, pre’ Meni, ora tu poeti davanti al Padre, caro amico, pre’ Meni

pre MeniCjar pre’ Meni,

ho saputo che te ne sei andato stanotte,  e io ti ricordo con affetto, le nostre conversazioni sul poetare come lavorare, come essere operai della parola. O anatomopatologhi… della parola, che è sacra, pregnante, densa, piena di verità, se la si rispetta. La parola, oggi strapazzata, negletta, che tu curavi con acribia amicale ed esperta. Tu scrivevis a man, cun cure e precision, e io leevi ce che o vevin di publicâ su le Agende Furlane, che si onorave de to presince.

Ricordo le serate dei tuoi compleanni sotto il ciliegio di casa tua, in quel di Casasola di Majano, a giugno, che era caldo ma non troppo, e a iere une schirie di amis di dut il Friûl. E i tiei poemas, e lis puisis che tu as scrit par l’Agende di Chiandet che o curi fin dal 2005 fin ue. Ogni an un tema, sonets, haiku, liricutis… E gli uccelli accompagnavano le conversazioni fino a sera tarda, anche con Ario Cargnelutti da Gemona, caro compagno di tante vicende in Friuli, ator pal Friûl, e fuori, magari a Roma al Fogolâr Furlan dal cjarissim ami Adriano Degano, che a clamavin ducj “dotôr”. Tu eri prete restando uomo normale, non eri clericale.

Non sto qui a dire della sua candidatura al premio Nobel per la letteratura proposta dalle università di Innsbruck e Klagenfurt, meritatissima.

Mi piace citare invece i titoli dei tuoi poemi in friulano, quasi cinquantamila versi: Anilusi, I Dumblis Patriarcai, La Gnot di Colomban, L’Ancure te Natisse, Colomps di Etrurie, Flôr pelegrin, Fanis, Crist Padan, che tu mi regalasti negli anni, con la ritrosia dell’umiltà vera, mite, carattere tuo schivo e un poco burbero, di uomo dei monti del Canal del Ferro. Non dimentico la tua prefazione a Il viaggio di Johann Rheinwald, mio strano romanzo semi-autobiografico, l’unico finora, pubblicato nel 2007. Già dieci anni fa!

E poi le tue parole essenziali a qualche presentazione dell’Agenda Friulana, ricordo una sera latisanese del 2010, con i canti di Ennio Zampa e mia figlia ancora piccola ma già capace di dialogare di poesia e musica.

Caro don Domenico, cjar pre’ Meni, o vuei onorati cun une to puisie che o vin publicât te agende dal 2017, dedicade a un grant Sant, che a mi a mi sta tant dongje dal cûr e da la ment: san Tomâs di Aquin

 

S’o cjantin l’Eucarestie/ Cui biei cjanz di prucission,/ Di Tomâs  a jê armonie/ e divine devozion.

Lui al ere teologâl,/ Filosofic di reson./ Al sclarive il mont normâl/ E i valors de Redenzion.

Pai studenz al è une mane,/ Se la ment’ e tegnin sane.”

 

Specie di questi tempi inordinati e pieni di confusione.

Graciis, grazie, gratias tibi ago frater meus, poeta!

 

 

Il castello sulla collina

castello-darcanoTortuosi sentieri, carrarecce e interpoderali, costeggiate di boschetti di ripa intervallati da radure e corsi d’acqua, fattisi strade nel tempo, scavallano le colline dell’antica morena, e all’improvviso il maniero appare nella radura alta oltre le fronde del bosco. Ha un nome arcano, Castello d’Arcano. Già evocativo il suo nome, misterioso e solitario il percorso che ivi conduce il viandante, fatto di curve, ripide rampe e ariose discese, fino al borgo di Sopra.

Le anime dei conti ogni tanto lo visitano, dalla pace dell’eterno in cui stanno, ma solo i conti e le contesse buoni d’animo, ché gli altri sono separati dalla visione di Dio, nella solitudine di silenzio per antiche perfidie.

La mia corsa inizia al mattino, zero gradi e le dita si muovono per scaldarsi, il sistema cardiocircolatorio lavora forte e respiro, io respiro la profondità immensa del cielo. Ben presto la cerchia azzurrina delle montagne mi viene incontro, oltre le terre scure dei campi arati, e borghi si stagliano sulle colline, campane annunziano la domenica del primo gennaio, auspicio di un altro miracolo dei giorni a venire. Giorni che vengono nel tempo che si costruisce mentre costruisce lo spazio. Spazio-tempo come sintagma apparentemente ossimorico, ma in realtà metafora reciprocamente armonica, quasi proporzione di bellezza.

Oltre l’alta pianura inizia il saliscendi della morena, in mezzo a boschi fattisi d’oro e marrone nell’inverno.

La salita non facile mi porta al piccolo borgo d’Arcano superiore dove l’avito castello torreggia alto verso la bella San Daniele, nella piena mattina di sole.

Un gruppo di ciclisti mi chiama per delle foto reciproche. Cameratismo, la lieve fatica del pedalare, ritmico, costante, auscultante i piccoli dolori del muscolo.

E poi la discesa senza fretta dal picco arrotondato che dà sulle vallecole circostanti, nella solitudine mattutina, appena rotta qua e là da un abbaiar di cani o da un motore agricolo.

Ristoro, calma, silenzio, ancora salite e discese nell’ora che passa.

La stanchezza mi è dolce, e la calma di vento foriera di corsa.

Nostalghìa

kosakenlandCaro lettor paziente,

il brano seguente è tratto dal “Il viaggio di Johann Rheinwald“, pubblicatomi dall’editrice Libra di Pordenone nel 2007. Lo propongo qui per onorare il vecchio partigiano che me lo narrò, mancato qualche giorno fa a novantadue anni. Il funerale laico ascolta il silenzio della campagna e mi fa ricordare le poche parole dell’uomo, sobrio nel raccontare vicende di guerra e guerriglia, di anni crudeli, di schifo e di sangue. Nell’ora che precede il crepuscolo e il sole taglia di sbieco l’orizzonte.

Tra il sonno e la veglia di quella lunghissima notte, Johann fece memoria di un racconto che aveva ascoltato in un caldo meriggio sulle colline, narratore il vecchio partigiano, che di solito stava silente, e si commuoveva per poco, consapevole di avere a lungo vissuto, e che la vita gli stava lasciando ulteriori frammenti in cui riporre i ricordi e i dubbi sul dopo. Intanto, però, fra un sospiro che gli faceva aggrottare le sopracciglia ancora folte, e un colpo di tosse che gli sollevava il torace, amava raccontare. Il caldo talvolta gli faceva rallentare il flusso delle parole, ma la narrazione intanto fluiva in tutta la sua distensione, con i dettagli e i sentimenti antichi ben collocati e perfino debordanti dalle parole stesse. Talvolta il vecchio partigiano veniva rimbrottato dalla moglie, che non amava l’affabulazione letteraria, lei che aveva dovuto occuparsi concretamente di come far quadrare le giornate, il cibo e i tre figli, qualche volta in solitudine, quasi animale da soma aggiogato sotto la calura di quelle immense estati.

“I quattro stavano bighellonando per le colline fin dalla prima mattina. Uno di loro aveva solo vent’anni e lo sguardo di chi cercava una sua verità nello smarrimento della guerra, delle deportazioni e della precarietà. Gli altri tre erano un po’ più grandi, ma sembravano meno consapevoli che molto del futuro si stava giocando in quelle settimane, in quei mesi pieni di soprassalti e di paura. Non avevano con sè fucili di precisione o pistole militari. Un paio di loro solamente, ben nascosti sotto la giacca, che pendeva da una parte, avevano dei vecchi revolver carichi, forse di fabbricazione austriaca. La prima domenica di settembre voleva dire ancora, da quelle parti, in mezzo alle verdi colline della terra del confine, le feste del patrono e le sagre di paese, immancabilmente celebrate da tempi immemorabili. Significava anche il primo, discreto, impercettibile rinfrescarsi dell’aria, quasi un’anticipazione delle giornate a venire di primo autunno, quando l’aria si fa più limpida dopo i piovaschi, e l’odore di stoppie e di terra bagnata sale forte alle narici del viandante. In quell’anno, era il penultimo dell’ultima grande guerra, osservava il più giovane dei quattro, le macchine erano ancora pochissime per le strade: era un evento quando la Balilla del medico condotto risaliva la china erta della Rìve di Gambìn verso San Daniele, dopo avere girovagato per le borgate. L’auto del dottore, quando c’era siccità, sollevava un gran polverone che saliva, e si rendeva visibile oltre i boschetti della ripa, ma s’infangava tutta se era piovuto. A volte si piantava sull’ orma carrareccia lasciata dai pesanti carri agricoli con le ruote ferrate, e allora il vecchio medico tornava indietro in paese in cerca di aiuto. Approfittava della passeggiata per guardarsi intorno. I rilievi dolci delle colline facevano da supporto alla cerchia azzurrina dei monti, che erano così vicini nelle serate d’inverno, e più lontani nelle interminabili giornate estive. Poi, secondo la stagione, ammirava i crochi e le forsizie, e poi i papaveri e i fiordalisi, che gli ricordavano un amore non dimenticato della sua gioventù, una signorina della città, che veniva a villeggiare a Spilimbergo, e lui la andava a trovare di nascosto dai suoi, in bicicletta, oltre il grande fiume che risplendeva nel brillìo delle acque, verso il crepuscolo. Erano soprattutto i tigli a confonderlo, con il forte profumo delle infiorescenze a corimbo, procurandogli un moto di antiche nostalgie. Non ricordava precisamente il perché, ma tutto gli sembrava una sequenza di lodi, uno splendore di gloria, pensava, per l’uomo, e forse (per Dio). Ma su Dio non indugiava a lungo. Talora, in questo suo peregrinare in cerca di soccorso, finiva quasi per dimenticarsene il motivo, e allora si fermava a parlare sulle aie con i mezzadri, del raccolto, dell’ultimo nato nella stalla, e dell’ultimo nato alla nuora giovane.

I quattro, all’improvviso, avevano intravisto i mustacchi scuri di un cosacco, sul tram che viaggiava dalla città al borgo arroccato sulla collina, che allora attraversa la morena arrampicandosi per il viottoli e lungo i declivi, costeggiando boschetti e piccoli rivi. “Disarmiamolo”, aveva detto uno di loro. Salirono sveltamente anche loro sul tram e si prepararono all’azione. Si accorsero subito che con il cosacco intravisto ve n’erano altri tre, due seduti per terra, a modo loro, e uno sul sedile. Erano stati chiamati nella terra del confine con la promessa di una terra per loro. Echeggiò nei loro cuori quasi un pensiero biblico, erano buoni cristiani dell’ortodossia e i pope li avevano istruiti nelle lunghissime sere dell’inverno, leggendogli le storie di Gògol e le Storie Sacre: la Terra Promessa. Avevano abbandonato, armi, cavalli, masserizie e famiglie al seguito, le steppe infinite che si trovano oltre i grandi fiumi. Avevano lasciato gli odori forti dei falò di betulla e di pino, e i canti e le danze al suono dei violini, che duravano fino a notte fonda, quando anche i giovani più forti cadevano stremati di stanchezza e pur sorridenti. Si raccontavano allora, nell’antico dialetto dei padri, di immani scorrerie, di popoli che vivono oltre la grande taigà, dove domina l’orso e la grande tigre bianca, che compare nella notte come uno spirito, e soffia la sua forza dalle narici.

A questo pensava il più giovane dei quattro quando intimò il “mani in alto” ai cosacchi. Uno di loro, il più massiccio, quello con i mustacchi, era un calmucco della Siberia. Per un lungo attimo rimasero tutti interdetti, spaventati gli uni e gli altri. I cosacchi perché non sapevano quale potesse essere la loro sorte; i partigiani perché non sapevano più che farsene, di quei quattro omaccioni odorosi di stalla e di cavalli. In silenzio, in un silenzio irreale, che aveva coinvolto anche gli altri passeggeri, due o tre vecchi che andavano a trovare i parenti, giunsero alla stazione successiva. Dettero una rapida voce ai prigionieri per farli scendere e si interrogarono con gli sguardi sul da farsi. Decisero subito, senza una parola. Li accompagnarono all’osteria della stazione e gli offrirono da bere. Poi, agli increduli ordinarono di andarsene, dopo averli disarmati. Uno solo dei cosacchi aveva timidamente accennato un moto di resistenza, impugnando la sciabola ricurva. Ma per un attimo. Quella sciabola fa ancora mostra di sé in una bacheca casalinga, muta, intoccabile, come il passato.

Dove andrete ora, poveri diavoli, pensò il più giovane dei quattro partigiani, dove?”

E il pensiero gli corse alla primavera del ’45, quando si seppe che molti di quei tristi cavalieri erano fuggiti dalle grandi montagne, per i tornanti scoscesi, scivolando nei burroni e morendo tra i flutti ghiacciati della Drava.

Forse ancora un canto lontanissimo li ricorda attorno a un fuoco di rami di betulla, e un violino, dove inizia o dove finisce il mondo.

Nel tempo e nella storia

bob-dylanRobert Zimmermann, nato a Duluth nel ’41, mi ha accompagnato con altri dall’adolescenza, fino a che scrissi qualcosa su di lui. Qualche anno fa l’ho visto e ascoltato -un poco imbolsito- a Padova, su richiesta di Bea che stava diventando musicante. Ecco gli antichi versi per Bob Dylan, pubblicati nel 2004 (In Transitu meo, Chiandetti ed.)

 

PASSEGGIANDO PER DULUTH

Intravide el su duende Federigo,/ Per le strade piovose, con Bob Dylan./ “What’s el duende?”/ E’ forse il dàimon, lo swing,/ O quel lieve traccheggio che li sfiora?/ E’ sìncope (συνκοπη),/ O il tempo rubato di Brailowski, che esegue Sebastian di Sassonia?/ O è la tua/la mia folìa, un lottare/ non pensare “é un sentire/non capire”/ come di Paganini disse Goethe?/ Capire nulla e poi vagare/ Per l’albe montagne, che esistono/ Solo perché tramonti la luna.

 

E altro che allora scrivevo, talora ascoltando il piccolo poeta ebreo, forse remoti echi del paradiso in Knocking on heaven’s door.

 

GIUNTI SULL’ONDA DELL’ANTICO FIUME

Alla porta del mare la salmastra brezza è vinta, e trasparente e memore/ Dei ghiacci frammisti alla pietra frantumata,/ Del vento per mille albe levato/ E di ogni seme sparso nella piana,/ Delle vite nascoste tra i ciottoli nell’acqua impervia del fiume neonato,/ Degli occhi impauriti degli animali/ E dei primi stupori di un uomo.

 

E altro…

 

LIBERATI ENDACASILLABI

Quando qui la stagione si rinnova/ E a maggio i fiori annidano le serpi,/ Raggi incerti del sole tra le nubi/ E incanto di profumi sulle gote.

 

Senza la metafora/ E l’ambiguo nostro procedere-nel-mondo,/ Moriremmo nel dolore,/ Sopraffatti dall’esistere,/ Enti non bastevoli,/ Come siamo.

 

PASCAL

Inframmezzati echi dell’immenso/ Scendono e risalgono le scale tonali,/ e la risacca commenta la sera./

Ci si chiede quanto manca per l’alba,/ Quando vuoto e silenzio/ Son pieni d’ogni parola che pensi umana:/ Lès prèludes ètèrnelles/ Dello stesso infinito scenario,/ oh, verba numquam apta dicibili!

 

OTTO&BERNELLI

Alla festa del borgo ne l’autunno,/ Tammurria/ti ritmi e scalpitii/ Dietro i bambini o coppie infreddolite,/

E i musicanti./

Occhi sgranati inseguono le giostre rutilanti,/ Ma son pochi,/

Nel primo pomeriggio di quel sabato./

Scintilla in fondo una gran luna,/ Nastro di luce di melanconia/ Sui piccoli giostrai.

 

LA NOIA DEGLI ANGELI

Or più non batte/ Che l’ala del mio sogno,/ Ma la protervia del vento mi sostiene,/

E un desiderio aspro di vita./

Or più non sento pulsare/ Che il cuore della terra.

Oh, che il dolore venga, dell’uomo,/ A insaporirmi le narici!/ Oh, inabitate stanze mie del mondo perfettibile a me ignoto,/

Oh, graziose voci dei viventi mortali,/ Oh carezze di mani sconosciute,/

Abbiate tempo di aspettarmi,/ Ché il mio tempo d’angelo/ E’ trascorso,/

E la domanda accolta.

 

(I primi due versi sono stati raccolti da un’iscrizione posta su una stele nel Parco della Rimembranza – Colle S.Elia, Redipuglia – Gorizia)

 

ERRANTI

Dove si può trovare la cesura/

O l’umana ambiguità che dis/separa l’errante dall’errante,/

Colui che -si dice- sbagli, da colui che va per strade alla ricerca/ Di sé, e del proprio posto, senza meta, poiché non v’è luogo sicuro al mondo, né altro rifugio o spiegazione/ Del mistero umano e delle lacrime;/

E, di più, dunque, come si può con/fondere l’errore/

Con l’errante?

 

IN MUART DAL FRADI

Gòtin i cops/ Su la rudìne,/ Plòe di dicembre./

Sgrignôli claps davòur di ì,/ Chiâf bas, cidìne:/

Vot di chel mês tànchu àis fa/ Si soteràve il prin./

Il timp,/ Cul frêt e cu l’estât/ Al pàsse.

 

Titolo: in morte del fratello; la lirica è in lingua friulana nella parlata rivignanese 

Trad. dal friulano: Gocciano i coppi/ Sulla ghiaia/ Pioggia decembrina// Sgra-no i sassi/ Dietro a lei/ Testa bassa, zitta// Otto di quel mese/ Tanti anni fa/ Si sep-pelliva il primo// Il tempo,/ Col freddo e con l’estate/ Passa

 

PADRE

Nel dormiveglia ti ho sognato,/ Che tornavi, vivo, dalla guerra/ Estranea:/ Durazzo e Igoumenitsa,/ Con lo zaino vuoto,/ Tu non domo,/ Ma dovevi ripartire/ Con lo zaino/ Del lavoro;/ Era come già sapessi/ Che non ti avrei più avuto.

 

ELENA

Tua madre ha detto/ Che avrai freddo/ Stasera, nella terra./ Ma tu/ Consolala da altrove/ Raccontandole i giochi che fai.

 

LE CICALE DI SAN MARTINO

Ha agito lo scalpello di krònos/ Dove l’uomo sopraffece se stesso,/ Ma dove non ha continuato,/ Son rimasti gli aperti spazi/ Della muta ricordanza, / Crescendo gli alberi e i fiori,/ E in essi profusi i colori.

Lì l’uomo s’è fermato/ Al Ricordo dei morti in battaglia,/ Incidendo con Nomi ed Epigrafi/ Le pietre e la muraglia/ Lungo il vialetto ventoso,/ E sistemando l’ossario di crani/ Con le bocche digrignate,/ Nello sfolgorante mezzodì ritmato/ Dalle elitre instancabili/ Delle cicale.

San Martino della Battaglia (e Solferino): seconda Guerra d’indipendenza, 1859

 

ELEGIA

Gatti sonnecchianti nel meriggio/ Antico d’un giorno di tardo inverno,/ Altri colori, altre leggende in sogno/ Nel paese invecchiato, altre parole./

Catìne morta da poco./ Il paese ha connotati esausti,/ Un rifugio impallidito col tempo:/ Le voci, mia madre, i morti e i campi,/ E la scansione più lontana/ Dell’infanzia.

Le parole odorano d’un basso/ Orizzonte di castagne acerbe./ Il vento va qua e là,/ E le ombre.

 

…per onorare Dylan,  per ricordare mia madre e mio padre, la piccola Elena e anche, ma un poco, Dario Fo.

Older posts

© 2017 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑