Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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epinicio quotidiano

Chi  non è a digiuno di studi classici sa che cosa è un epinicio, un canto di vittoria, traslitterazione della parola greca composta dalla preposizione epì, cioè intorno a, e nìke, cioè vittoria. Caro lettor mio, approfitto per dirti che la pronunzia del nome dell’importante ditta di calzature “nike”, è da mantenere come è scritto, in quanto parola greca, non all’inglese “naik” o addirittura “naiki”.

Il testo di questo canto poteva essere anche di un autore famoso, di un poeta, di un Bacchilide o di un Pindaro, che ne scrisse oltre quaranta, per cantare i vincitori delle Olimpiadi.

Nell’epinicio si descriveva l’atleta, si proponeva una biografia brevissima con cenni ai suoi ascendenti e allusioni mitologiche. Infine l’autore non dimenticava la parte etico-pedagogica che le gesta dell’atleta sottintendevano, in una strutture composta da strofe, antistrofi ed epodi.

L’epinicio è un cantare l’evento, la meraviglia della forza, il coraggio del vincitore e sembrerebbe difficilmente riferibile alla vita quotidiana. Ma forse è bene approfondire la riflessione. Lo farò anche con l’aiuto di un caro amico, pensatore umile e profondo, il professor Stefano Zampieri.

Chi è l’atleta di cui qui desidero parlare? Chi mi vuol bene sa che sono in ascesi anacoretica da qualche giorno, chi mi vuol bene, beninteso, lo sa. Ebbene ne sono uscito, e ora quasi quasi mi dedico un epinicio, senza l’illusione che sia un canto di vittoria olimpico, ma un canto razionale di rinascita, etimologia che mi si confà.

Senza iattanza e vanagloria, ma con il sommesso orgoglio di aver continuato ad essere me stesso. Come si sa ogni canto celebrativo rischia la retorica corriva e annoiante, per cui mi premurerò di non cadere nell’inganno dell’autocelebrazione. Si è quel che si è per un intreccio di numerosissime concause regolate, si fa per dire, dal principio di complessità, su cui si sta affaticando da tempo Alberto Felice De Toni con lavori pregevoli.

Lo stato delle cose è sempre provvisorio, continuamente alla ricerca di un’omeostasi, cioè di un equilibrio il meno precario possibile. Parlo della salute di ciascuno di noi, di una struttura organizzata come un’azienda, di una classe scolastica, di un reparto sanitario o militare in missione. Le variabili e le sorprese possibili sono incommensurabili e sorprendenti. Le causali, le origini, le sorgenti di ogni stato di cose sono numerosissime e interconnesse, a volte difficili anche da leggere e da dipanare. Giocano la partita i comportamenti del singolo, di chi gli sta attorno, delle circostanze e degli eventi che variano il menù della quotidianità.

Molto bello su questo tema il volumetto del mio amico Stefano Zampieri, filosofo veneziano, Per una filosofia della vita quotidiana, edito da Diogene. Zampieri connette in maniera lucidissima la dimensione del quotidiano e quella degli eventi che a volte scombinano il quotidiano stesso, sul quale si ha da avere uno sguardo filosofico, cioè analitico, ma anche logico-analogico. Ragione e sentimento, per parafrasare Jane Austen, non possono non stare-insieme, perché appartengono al quotidiano di ciascuno di noi. Tutto è autentico nella vita quotidiana, dove la routine è letteralmente rotta dall’inaspettato e sorprendente evento (ereignis), cosicché non dobbiamo temerla perché svilente o annoiante. In Zampieri si osserva una qualche nota critica nei confronti dell’Heidegger di Essere e Tempo, là dove il pensatore tedesco critica la vita inautentica. Si può convenire con Stefano che può darsi una vita inautentica in ogni tempo storico umano, ad esempio nel consumismo contemporaneo, ma non nel quotidiano vissuto con sincerità e apertura al mondo.

Può anche darsi che la noia della vita quotidiana ne sveli in qualche modo l’assurdità, ma la soluzione non è la ricerca romantica o dannunziana della vita eroica, unica, meravigliosa, bensì l’accoglimento della normalità del buon senso, che rinforza creando le condizioni spirituali per accettare l’evento, l’eccezionalità, sia come sia: crescita professionale inaspettata, una malattia, un amore… ecco sembra incredibile accostare la malattia e l’amore, ma ci sta, come evento, come cesura, come discontinuità impegnativa e veritativa. Pertanto, occorre essere pronti (è l’estote parati evangelico, Matteo 24, 44), scegliendo una filosofia del quotidiano, capace di tenere insieme la routine e l’evento, con sapienza e paziente umiltà (aggiungo io) creaturale.

Una lettura eccellente per me, cui dedico un epinicio senza alcuna sicumera, in uscita da un’esperienza durissima e con la speranza di una quotidianità ritrovata e serena.

Il cherubino di Amiens

Le strade del Tour si snodano accompagnando la grande corsa con il paesaggio e la storia. Gli eventi di questi giorni me lo regalano con dovizia di tempo e ne son lieto. La grande campagna francese stupisce con la sua calma bellezza.

Dopo Chartres, neanche gli organizzatori avessero deciso di omaggiarmi, Amiens, sicuramente sfiorando Beauvais. Non è qui il luogo per cantar la meraviglia delle tre cattedrali. A Chartres son stato quattro volte, tre in auto e una in treno da Paris, dalla Gare de Montparnasse. Non dimentico l’apparire del tetto di ardesia verde da decine di chilometri, mentre si viaggia nell’immensità vallonata della campagna. Ad Amiens due volte son stato.

Sempre sol chi mi conosce e mi vuol bene sa la ragione per cui quest’anno riesco a bearmi delle tappe del Tour in tv. Erano anni che non riuscivo a veder neppure le frazioni delle grandi montagne. La dizione “grandi montagne” mi ricorda mio padre, i cui racconti erano del mito dell’Aubisque e del Tourmalet, dell’Izoard e del Galibier. Su questo colle poi andai con una Bea decenne nel 2005, e lo raggiunsi a piedi, con lei che ballonzolava coraggiosa, dal Col de Lauteret, salendo da 1880 metri di quota ai 2640 del colle più alto che dà su Briançon.

La tappa per Amiens si snoda per il dipartimento della Somme, dove si svolse la più sanguinosa battaglia di ogni tempo, con oltre un milione di morti, nella Prima Guerra mondiale. E allora sento dire un commentatore che nella cattedrale Notre Dame di Amiens vi è un cherubino piangente di marmo grigio. Chi sono i cherubini?

Un’etimologia: cherubino è un sostantivo maschile [dal lat. eccles. cherubin, traslitterazione dell’ebraico. kĕrūbīm, pl. di kĕrūb, affine al verbo accado karābu «pregare»]. Nell’Antico Testamento, è il nome di esseri ritenuti intercessori presso Dio, di forma umana, alati, che coprono l’arca santa o stanno davanti al Santissimo o proteggono l’ingresso del paradiso. Nella scala gerarchica discendente degli ordini angelici, secondo la distinzione dello Pseudo-Dionigi, ciascuna delle nature angeliche che costituiscono il secondo coro della prima gerarchia angelica, quella dei serafini, gli angeli di fuoco. Oppure il cherubino è un angelo grazioso, di immagine infantile, appunto, come il cherubino di Amiens, che piange sul dolore e la morte di quegli eventi terribili.

E poi Roubaix dentro il Tour e la Arras di Maximilien Robespierre. Le pietre hanno atteso anche la grande boucle, dove si sono esercitati i più bravi a spingere faticosi equilibri, accettando anche il contatto doloroso della caduta, polvere e sudore e coraggio nei volti scavati di Philippe Gilbert, di John Degenkolb, di Peter Sagan, di Greg van Avermaet. E c’è anche Nibali che quasi vola leggero fino al traguardo, tra i primi. Il ciclismo nelle tratte di pavè torna alla sua verità metaforica, come insegnava Paul Ricoeur.

Il ciclismo è in sé orgoglioso tormento autoinflitto, e racconta nel dipanarsi della corsa, breve e interminabile come una tortura, rappresentando l’itinerario di una vita. La bicicletta è lì silenziosa finché non viene cavalcata dal coraggioso e portata nel mondo, per pianure infinite, colline vallonate e crudeli altissimi monti.

Ora le grandi montagne, come le chiamava Pietro dandomi il senso del favoloso. E allora, come ora attendo i noti volti dei pretendenti a Les Champs Elysées, aspettavo di vedere il volto smunto di Jacques Anquetil, quello robusto di contadino di Raymond Poulidor e il giovane Gimondi e l’elettrico Gianni Motta, il muscolato Rudy Altig, l’imperatore di Herentals Rik van Looy, il tostissimo olandese Janssen. Di pomeriggio si andava all’osteria “Da Lino” a vedere il Tour in bianco e nero, e io così piccolo sapevo i nomi dei ciclisti più grandi.

Le grandi montagne sono la strada che si inerpica excelsior, sempre più in alto, come insegnava il maestro Costantino a me decenne. La strada si eleva e il silenzio avvolge i boschi che si diradano verso i duemila metri.

Non so quel che succederà, chi sarà a precedere gli altri sui colli più alti dei Pirenei, del Massiccio Centrale e delle Alpi. Attendo quei volti piegati a guardare davanti alla ruota anteriore, sperando nel tornante prossimo, ché i tornanti concedono una pausa, tra ombre e zone assolate.

Nel frattempo la Francia meticcia ha già alzato braccia per presti-pedatori vincitori, bravissimi Griezmann e Mbappè. superando i croati orgogliosi. Unico neo la soddisfazione di Macron-falso sorriso.

Il cherubino di Amiens asciugherà le lacrime degli eroi, vedendo la gioia dei vincitori in bicicletta, le loro braccia alzate, vittorie sul proprio limite, sulla paura e la fatica, vittorie sulla perenne tentazione dell’accontentarsi pavido.

 

Il medico dell’Imperatore

Chiamate Giolla, il mio fedele medico, ordinò Adriano ai servitori, chiamatelo ché venga subito!”

L’ordine di Adriano era perentorio e Giolla comparve davanti al sovrano dopo pochi minuti. “Come posso servirti mio divino?, esclamò, e Adriano lo chiamo vicino, si trovavano vicino al laghetto chiamato Cepile nella grande Villa che il padrone del mondo aveva voluto far costruire sui colli, ma in vista dell’Urbe. Mandò via i servi e il pretoriano che camminava nei pressi e fece sedere il medico.

Caro Giolla, mio medico fedele per tanti anni, ho da chiederti un favore supremo… tu sai che non sto bene, dopo le perdite delle persone care, dopo le guerre feroci che ho dovuto combattere con tanti morti, anche donne e bambini. Mi hanno raccontato che a Masada, sul Mar Morto, ai tempi del mio predecessore Vespasiano, quasi mille persone per non cadere nelle nostre mani, erano ribelli all’Impero certamente, si sono tolte la vita. Un massacro. Ma io non voglio più vivere. Devi prepararmi una pozione, come quella che si dice abbia assunto Socrate, perché voglio raggiungere la pace dell’Ade insieme con i miei maggiori e con i grandi della Patria“.

Il medico rimase in silenzio, non osando contraddire il grand’uomo, ma volendogli bene provò a dissuaderlo con garbo. Adriano lo ascoltò senza interromperlo, e poi disse: “Conosco il tuo affetto sincero e il tuo dispiacere per me, ma ti prego di fare quello che ti ho detto, entro stasera e domattina, alle prime luci dell’alba mi porterai la pozione.” Giolla assentì e si congedò. Adriano trascorse la giornata in amabili conversari che attenuavano la sua tristezza: alla villa aveva voluto convenissero sapienti da tutto l’impero, sacerdoti caldei ed egiziani, filosofi greci sia di scuola stoica sia peripatetica, studiosi e altri sapienti di ogni genere della filosofia naturale e dell’astrologia.

L’indomani mattina Giolla non si presentava e l’imperatore era molto nervoso, lo mandò a chiamare quasi con ira ma, dopo qualche minuto vennero da lui disperati alcuni servitori che gli dissero “Oh divino, il tuo medico Giolla è morto, non sappiamo come“. Adriano piombò in grave costernazione e non volle vedere nessuno per tutto il giorno, né toccò cibo, cacciando sgarbatamente chiunque volesse servirlo in qualche modo. Verso sera chiamò il suo segretario e gli chiese di portarlo dove era stata composta la salma di Giolla. La stavano vegliando i servitori e un altro medico, che l’imperatore interpellò. “Ha preso del veleno, oh divino“, questi rispose.

Adriano comprese tutto. Giolla aveva assunto la pozione destinata a lui e, per non disubbidirgli e per affetto e pena, si era tolto la vita. L’imperatore, che pure sembrava ottenebrato, oramai, da un tristezza infinita, non cercò più il suicidio, e si spense nel 138 a sessantadue anni, dopo una vita intensissima, dedicata prima alla sua formazione militare e civile e poi all’esercizio del potere supremo. Non sappiamo se questa vicenda sia accaduta così come la sto raccontando, ma è plausibile, verisimile, e perciò, perché no?, vera.

L’imperatore Elio Adriano, di famiglia in parte ispanica ma romano di nascita, era stato accolto nell’entourage di Marco Ulpio Traiano molto giovane, stimatissimo da Plotina, moglie del grande imperatore. Aveva seguìto il suo mentore nella campagna contro i Daci di Decebalo e in Medio Oriente, ma non aveva ampliato il territorio imperiale oltre i confini traianei, consapevole che, soprattutto in oriente, non sarebbe stato possibile mantenerli, vista la presenza dei bellicosissimi Parti e la distanza che superava le quattordici giornate di cavallo dall’Urbe. Questa era la distanza ritenuta ragionevole per poter tenere sotto controllo un territorio, pur grande, ma non grandissimo. Infatti gli imperi di Genghis Khan e Timur-Lenk, più vasti di quello romano, durarono pochi decenni.

Aveva viaggiato molto durante il mandato imperiale, in Britannia dove aveva fatto costruire il Vallo, in Mauretania, in Grecia, in Egitto. Aveva fatto reprimere con estrema durezza la ribellione giudaica di Simon Bar Cochba (Simone Figlio delle Stelle), facendo spargere il sale su Gerusalemme neonominata Aelia Capitolina. Promosse notevoli riforme civili, sociali e giuridiche, con il fine di migliorare la vita e il diritto delle popolazioni.

Pure amando la bellezza come un fine ellenista, aveva sempre condiviso la rude vita dei soldati durante le campagne militari, come avrebbe fatto il suo degno successore Marco Aurelio. Si era preoccupato della successione per impedire che lo sostituisse una figura indegna e associò alla sua famiglia Antonino Pio e Lucio Vero, ma non si accontentò, perché volle che anche Antonino si muovesse in questo senso scegliendo, Adriano vivente, Marco Aurelio come successore. Mentre invece fece mettere a morte Salinatore, un suo parente che giudicava pericoloso e indegno.

Anche parlando di Adriano, trascuro confronti ingenerosi con la politica del nostro tempo e i suoi mediocri attori

Marguerite Yourcenar ne ha fatto un mito con il suo libro, non apprezzato da accademici invidiosi, o perlomeno gelosi, come Luciano Canfora, Le memorie di Adriano, da cui traggo una breve lirica dell’imperatore, quando sentiva avvicinarsi il momento estremo.

 

« Animula vagula blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca
Pallidula rigida nudula
Nec ut soles dabis iocos […] »
(IT)« Piccola anima smarrita e soave,
compagna e ospite del corpo,
ora t’appresti a scendere in luoghi
incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti. […] »

Grazie a Georg Friedrich Händel, tedesco di Sassonia, che ascolto da quando ero ragazzo, e grazie al mio sentire… sinestesico

Caro lettore,

magari scrivo il nome di Händel all’inglese George Frederick, o ancora Giorgio Federico all’italiana, ché il grand’uomo venne più volte in Italia e vi stette una volta per ben tre anni, dove incontrò Alessandro  e Domenico Scarlatti, Tomaso Albinoni, Benedetto Marcello, Arcangelo Corelli, e forse anche Antonio Vivaldi. Nel 1708 a Roma gareggiò agli strumenti con Domenico Scarlatti, alla presenza del cardinale Ottoboni, suo ospite, come usava allora, surclassandolo all’organo, e come avrebbe potuto finire diversamente? E stiamo parlando di un musicista meraviglioso, lo Scarlatti. Infatti terminò alla pari la gara al clavicembalo!

Figlio di un barbiere-cerusico (chirurgo) di un certo successo preso il margravio di Sassonia-Weissenfels, che lo voleva avviare agli studi di Legge, Georg Friedrich preferiva la musica, studiandola di nascosto su un piccolo clavicembalo in solaio. Quando il padre lo scoprì si rassegnò e assecondò la sua vocazione. E fece bene, perché ben presto il ragazzo mostrò progressi da gigante, prima nella sua città natale di Halle e poi in molti luoghi, tra cui Berlino e l’italia. A Halle fu ascoltato suonare, mentre era sotto la guida del maestro Zachow, valletto (allora si usava così, ché lo stesso sommo Kantor di Eisenach, J. S. Bach aveva lo stesso inquadramento contrattuale sotto il borgomastro di Lipsia, per cui doveva operare presso la parrocchiale luterana di St. Thomas, scrivendo ed eseguendo con l’orchestra e il coro locali una cantata ogni domenica) alla corte del duca Giovanni Adolfo I di Schwarzenberg e colà studiò assiduamente musica fino a diventare musicista superiore al suo maestro.

E ciò accadde rapidamente. In seguito, mentre si esibiva davanti al re di Prussia, lo volle al suo servizio la duchessa Sofia Carlotta di Hannover, molto sensibile alla musica e colpita dalla genialità del ragazzino, e ben presto conobbe Telemann, mentre invece non risulta abbia mai incontrato Johann Sebastian Bach, che pure avrebbe voluto incontrarlo, pare da alcune testimonianze. Ti immagini, mio gentile lettore, se un evento del genere fosse accaduto? Io non riesco ad immaginarlo. Immenso. E conosceva bene il latino, l’inglese, l’italiano, il francese  e il tedesco, questo musicista fantasioso e iperattivo.

Bach valletto (!) mi fa pensare a come le persone di intelletto sono state utilizzate dai potenti, dai tempi dell’amico dell’imperatore Cesare Augusto, il senatore Mecenate, e dall’imperatore stesso e dal suo successore Elio Adriano, e passando per Lorenzo de’ Medici, il Magnifico, che aveva a corte Angelo Poliziano, Marsilio Ficino e il grandissimo Giovanni Pico della Mirandola, imitando in ciò il munifico e colto imperatore svevo Federico II, che aveva fatto altrettanto, e forse di più, duecent’anni prima, inimicandosi il papa e guardando al sapere futuro. Allo stesso modo si comportavano spesso gli imperatori cinesi (si pensi all’esperienza del padre gesuita Matteo Ricci) e i sultani ottomani, che avevano a corte matematici, filosofi, medici, teologi ebrei e cristiani. L’unico metro di misura per essere considerati persone importanti erano l’intelligenza e la cultura, non la religione o le credenze filosofiche praticate, lo status nobiliare o il censo economico-sociale. Quasi meglio di adesso.

In certo modo, senza che ciò che sto per dire sia affermazione superba, anch’io, figlio di povera gente, ma uomo di cultura, sono altrettanto apprezzato e pagato da uomini potenti e facoltosi, per il mio pensiero e per il mio lavoro, che essi rispettano e tengono in conto. Nella mia esperienza mi è stato richiesto, e tuttora, di fare perfino il precettore di giovani virgulti di queste famiglie importanti, fidandosi di me. Funziona sempre allo stesso modo, per me.

Tornando all’uomo di Halle, gli inglesi lo considerano un loro musicista, e non ne hanno di più grandi, poiché Händel si portò nel Regno albionico, e ivi divenne un grande in ogni senso, musicista totale, della corte e del popolo, scrivendo cantate sacre, opere ed oratori, raggiungendo vette paragonabili solo a quelle del suo grande conterraneo e coetaneo Johann Sebastian Bach, e forse più sublimi nella gestione delle voci umane miste, nei cori, che per Beethoven erano l’acme artistico musicale assoluto. Israel in Egypt, Messiah, Jephte, oratori, il Dixit Dominus e il Nisi Dominus, salmi, l’opera Aci e Galatea, Watermusic e Royal Fireworks, For Queen’s Anna Birthday, suites, insieme con innumerevoli cantate e brani per organo sono capolavori assoluti, non solo della grande musica barocca, ma della musica tout court. Nel 1710, Händel divenne Kapellmeister del principe tedesco George, l’Elettore di Hannover, che nel 1714 sarebbe diventato re Giorgio I di Gran Bretagna e Irlanda, e da allora il grande Sassone divenne in qualche modo “inglese”.

Uomo di grande successo, Händel era anche molto caritatevole, tant’è che istituì numerose opere in soccorso dei poveri e degli artisti poveri, senza farsi pubblicità, in questo seguendo il dettato evangelico che prescrive “In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.” (Matteo, 6, 1-6)

Tornando alla mia vita, questo ascoltare insieme con l’attenzione agli altri grandi sopra citati, e a Mozart, Wagner, Verdi, Rossini, Schumann, Schubert, Monteverdi, Giovanni Gabrieli e altri, e poi alla grande musica Rock&Blues dei ’70, e voglio citare Jimi Hendrix, i Cream, i Traffic, i Colosseum (gli ultimi due gruppi visti dal vivo!), i Genesis e altri, e Miles Davis, John Coltrane e Charlie Parker per il jazz, che sono stati i “miei” anni, anche per la crescita politica e culturale, e questo leggere i grandi poeti e scrittori greco-latini, da Pindaro a Tucidide, a Demostene a Cicerone e Virgilio, e poi Italiani, i tre Sommi del ‘300, e in seguito i Francesi (Balzac, Flaubert, Zola, Baudelaire…), gli Inglesi (Dickens, Austen, le sorelle Bronte, Shakespeare…), i Tedeschi (Goethe, Schiller, Heine, Rilke, Thomas Mann, Roth…), i Russi (Dostoevskij, Tolstoi, Puskin, Turgenev, Majakovskij…), e di nuovo gli Italiani da Ariosto a Leopardi a Pascoli, D’Annunzio, Ungaretti, Montale, Saba, Campana, Gadda, Primo Levi, Rigoni Stern… mi ha sviluppato una grande capacità sinestesica, direbbe il mio amico/ psicologo/ a. In altre parole vedo/ sento con l’udito/ ausculto/ odoro/ tocco, quasi tutto insieme, e così com-prendo, raccolgo dentro.

Non parliamo poi delle mie grandi discipline, dalla sociologia a, soprattutto, la filosofia e la teologia, che ho studiato e studio nei loro autori maggiori e minori, dai presocratici ai grandi Greci Platone e Aristotele, Parmenide ed Eraclito, Zenone di Cizio e Sesto Empirico, Epitteto e Plotino, Proclo e Porfirio; e poi il mio grande Origene, di cui posso umilmente esser considerato uno studioso, Ireneo e sant’Agostino, il Beato Giovanni Duns Scoto, san Bonaventura e san Tommaso d’Aquino, Galileo e Descartes, Leibniz e Pascal, Voltaire e D’Alembert, Kant, Schelling, Fichte e Hegel, senza dimenticare i due grandi inglesi Locke e Hume; e poi Schopenhauer, Nietzsche e Marx, i sociologi Comte e Durkheim, gli antropologi Mauss e Altan, e i pensatori contemporanei Freud, Jung, Heidegger, Husserl, Jaspers, Bontadini, Severino, Achenbach.

Io stesso sono considerato un filosofo-teologo contemporaneo, per le mie teoresi e i miei scritti (sono un realista-personalista), avendo anche avuto responsabilità associative in ambito filosofico e tuttora incarichi di docenza. Lo dico con la gratitudine di chi ha avuto la possibilità, datami dalla libertà fin da giovanissimo lasciatami da parte dei miei, e dalle mie energie spirituali e fisiche, di studiare ciò e quanto desideravo, scegliendo la fatica del lavoro per potermi permettere lo studio, e privilegiando lo studio ad altri passatempi. Ho così maturato un sapere ampio e sinestesico, ché sento e vedo e leggo e sintetizzo, articolando le cose che via via imparo all’albero sinottico della storia e della conoscenza.

Fino ad ora, e che Dio sia benedetto.

Le città bianche e altri racconti

Non avevo mai letto seriamente Joseph Roth, solo qualche brano ancora da liceale. Vi ho rimediato in queste settimane e consiglio il bellissimo volume collettaneo di romanzi e racconti lunghi edito da Bompiani, di milleduecento pagine, una trentina di anni fa. Me lo regalò quando uscii dal sindacato il segretario regionale della Cisl di allora, un gentiluomo colto, merce rara in quegli ambienti allora, e ora più che mai, purtroppo.

Il Mediterraneo è circondato da “città bianche”. Dalla costa istriana e dalmata, da Parenzo a Zara, a Spalato e Traù, dal Sud Italia al Montenegro, alla Grecia, alla costa turca dove sta appollaiata Efeso, memoria di filosofi e di Maria di Nazaret, o più sotto Antalya, alla disgraziata Siria delle meraviglie, alla costa africana settentrionale che dall’immensa foce del Nilo eterno arriva a Gibilterra, passando per Bengasi, Tobruk, Tripoli, e poi Tunisi, Cartagine, Leptis Magna, Algeri, Orano… Di là c’è il Mare Ocèano di dantesca e ulisside memoria.

Città bianche tutt’intorno gli ottomila chilometri di coste italiane della penisola e di una miriade di isole grandi e piccole, dalla Sicilia sublime del barocco alla silenziosa Sardinia, dalle Riviere liguri, da Dolceacqua alle Cinque Terre. Chiamai anni fa in un breve poema Ostuni “l’alba città“, perché biancheggia alta sulla Murgia e si vede dal mare, così come bianche sono Cisternino, Martina Franca, Galatina e Gallipoli, la città-bella, la kalè pòlis dei Greci, e altre e altre.

Se, caro lettore, prendi in mano Roth, troverai le città bianche di Francia, che lui canta con sentimento eccelso: Lione e Vienne, Tournon e Avignone, la città dei papi sul Rodano, ognuna con la sua unicità di costruzione umana, di storia parlante attraverso le pietre e gli spazi definiti da intelligenze antiche, e insuperate, da Roma, superna maestra di sapere e civiltà, anche se talora sulla punta e il filo delle corte daghe. A Vienne si celebrò un concilio importante della cattolicità del Medioevo ed era sede degli imperatori tedeschi; Lion è capitale della seta, mentre Tournon se ne sta silente lungo l’acque verdi del gran fiume alpino. Più avanti il viaggio di Roth tocca Nimes e Arles piene di sole, con i loro anfiteatri romani, e infine Marsiglia, che lui chiama porta del mondo, perché lì arrivano e partano vascelli per ogni confine del mare, s’odono i rumori e i suoni più vari, si sentono gli odori e i profumi più forti.

Lo scrittore austro-ebreo, nato a Brody vicino a Leopoli in Galizia (Ukraina) all’estremo limite dell’Impero Austro-Ungarico, possiede la finezza analitica dei grandi russi e dei tedeschi, e del miglior Manzoni. Canta la Finis Austriae, con una capacità di introspezione e di racconto quasi insuperabile, elegiaco e tragico, nostalgico e scettico, perso nelle nebbie dell’est che nascondono le fredde nevi, oppure nelle abbacinanti estati delle bianche città meridionali.

Le città bianche sono un sogno vivente e hanno rumori lontani, mentre le città grigie sono sopraffatte dai silenzi. Ecco che Roth, scrittore e giornalista girovago, ebreo e cattolico, socialista e monarchico, impaurito dal nazismo incombente e dal declino delle sue diverse “patrie”, scrive e scrive migliaia di pagine, per lasciare a chi leggerà come una sorta di infinito distendersi di quadri esistenze e vite, di profumi e lezzi immondi della vita, proprio come accade.

Trisillabico, sdrucciolo o tronco, Nìbalì

…Nìbali o Nibalì, à la francese.

Un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome Fausto Coppi“, la voce di Mario Ferretti canta l’airone che ha spiccato il volo staccando tutti nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia del ’49. Bartali ha 35 anni e ha forato quattro volte, arriva a Pinerolo con quasi dodici minuti di ritardo, secondo, o primo di un’altra corsa. Mio padre Pietro ascolta la radiocronaca e me la racconta vent’anni dopo.

Cambia l’anno, il giorno, la corsa, il colore della maglia e lo sponsor. Non il sentimento: Coppi o Nibali, Bartali o Pantani, è l’eterna poesia del ciclismo. L’eterno fruscio delle ruote nel vento, l’andare curva dopo curva, tornante dopo tornante, fino alla visione del mare oltre il Passo del Turchino, oppure inerpicandosi verso montagne piene di neve, anche in pieno giugno.

Ieri Nibali ha vinto a Sanremo, dopo dodici anni di dominio altrui, di campioni di fuori, francesi, tedeschi, australiani, polacchi, inglesi.

Un’altra impresa risalente a settanta anni fa. Da La Gazzetta dello Sport del 15 luglio 1948. In quella data “si corre la Cannes-Briançon, tredicesima tappa (274 km) del Tour de France che culmina con la scalata del temuto colle dell’Izoard (2.361 metri). In quella edizione la squadra italiana diretta da Alfredo Binda (e priva di Fausto Coppi) è capitanata da Gino Bartali. A trentaquattro anni, il campione fiorentino di Ponte a Ema è stato protagonista delle prime giornate ma poi ha perso terreno. Gino è settimo, attardato di oltre ventuno minuti e a guidare la classifica c’è il francese Louison Bobet. I giochi sembrano fatti.

Invece Bartali parte subito all’attacco e, dopo un testa a testa col bretone Jean Robic, va in fuga. Nessuno gli resiste e quando transita sull’Izoard è ormai solo. Gli altri dietro, staccati di minuti. Al traguardo Bobet conserva la maglia gialla ma il suo distacco in classifica generale si è ridotto a poco più di un minuto. Bartali non si ferma. Dopo quella tappa si aggiudica quella del 16 luglio e quella successiva. Bobet è raggiunto e quindi staccato. La vittoria finale al Tour è ipotecata.

Fin qui parrebbe solo una straordinaria impresa ciclistica. Se non fosse che la cronaca sportiva si incrocia, come talvolta accade, con eventi di tutt’altra natura: in questo caso quelli legati al ferimento di Palmiro Togliatti e alle drammatiche giornate che ne seguirono.”

Alla Milano-Sanremo del 1970, Michele Dancelli partì prima del Capo Berta, a settanta chilometri dall’arrivo, e vinse, rompendo un tabù che durava dall’ultima vittoria italiana di Loretto Petrucci risalente al 1953. Nel frattempo, avevano vinto scendendo dal Poggio fino a sfrecciare su via Roma Van Looy, Van Steenbergen, Eddy Merckx e altri grandi, ma più nessun italiano, fino all’impresa del bresciano coraggioso.

Finisco con Marco Pantani. Era il 4 giugno 1999, tappa del Giro d’Italia che finiva al Santuario di Oropa. Il grande corridore era in maglia rosa.

Racconta la “rosa”, che è il maggior quotidiano italiano: “Pantani dovette fermarsi e mettere i piedi a terra. Perse circa 40 secondi dal gruppo di testa, ma grazie all’aiuto di un tecnico della Shimano, che si trovava in macchina accanto a lui, riuscì a ripartire rapidamente. I suoi compagni di squadra della Mercatone Uno – fra cui Stefano Garzelli, vincitore del Giro l’anno dopo — si fermarono appena si accorsero di aver perso il loro capitano per strada, che arrivò pochi secondi dopo. Da lì, a meno di una decina di chilometri dall’arrivo al Santuario, con l’aiuto del resto della squadra, Pantani iniziò una delle più entusiasmanti rimonte nella storia delle grandi corse a tappe. Dopo aver superato una ventina di corridori nei primi chilometri, l’ultimo compagno di squadra rimasto con lui, il bresciano Marco Velo, si staccò e Pantani iniziò l’ultima parte della sua rimonta.

Recuperò circa 40 secondi di ritardo, superò complessivamente 49 corridori, fra cui Ivan Gotti, Gilberto Simoni e Paolo Savoldelli. Andò talmente forte che riuscì a riprendere anche Jalabert, che si era portato da solo in testa con uno scatto lungo la salita. A tre chilometri dall’arrivo iniziò a staccarlo, fino ad avere un vantaggio di venti secondi, guadagnati per la maggior parte nella parte più dura della salita. Tagliò il traguardo di Oropa per primo, ma senza saperlo: quando arrivò infatti non alzò le braccia e continuò a mantenere l’andatura. Se ne accorse solo qualche secondo dopo, festeggiato dai membri della sua squadra. Con quella vittoria, Pantani portò a 1 minuto e 54 secondi il suo vantaggio sul secondo in classifica, Paolo Savoldelli, e a 2 minuti e 10 secondi da Jalabert.”

Dopo che la mafia e la burocrazia fecero fuori questo grandissimo atleta, il ciclismo mi ha suscitato più malinconia che gioia, e più che guardarlo in tv l’ho vissuto finché ho potuto sulla mia rossa Bottecchia di alluminio, che mi aspetta fiduciosa per riprendere, spes contra spem, il suo fruscio nel vento.

De bestialitate vel de humana stultitia

Francisco Goya è l’autore dell’acquaforte-acquatinta del 1797, che ho scelto per illustrare questo post: Il sonno della ragione genera mostri. Il dipinto mi parso adatto a commentare qual metafora immaginifica i molti “mostri mediatici” che ci vengono erogati quotidianamente dal sistema della comunicazione.

La bestialità nel codice teologico-morale classico è un peccato gravissimo legato a una sessualità deviata, e ciò  fino a tre secoli fa, significando le pratiche con animali, persone dello stesso sesso e “Giudei”.

Bestialitade è, quando non solamente si perverte l’appetito, e la ragion pratica, ma ancora s’adopera contr’alla natura, per bestiali operazioni. Così recita un testo dell’Accademia della Crusca e, più o meno, anche il manuale per i confessori voluto da san Pio V e perfezionato dai Padri Cappuccini nel XVI secolo.

Pazzesco mettere vicino la copula con un cane, l’omosessualità e gli Ebrei, ma può anche essere metaforicamente un’indicazione di grave mancanza cognitiva/ culturale. Qui tratterò soprattutto questo aspetto metaforico, dopo aver fatto solo un breve cenno all’etimologia teologico-morale.

Politici e giornalisti dicono spesso bestialità in Italia e altrove: basti dare uno sguardo al quasi sempre ingeneroso verso l’Italia quotidiano inglese The Guardian. Una risale a questi ultimi giorni: l’intellettuale (faccio così per dire), con occhiali, barbetta breve e riccioloni del M5S, tal Danilo Toninelli, ha affermato che, siccome il loro movimento ha vinto le elezioni, non solo pretendono di presiedere il Governo della Repubblica Italiana, ma vogliono anche la Presidenza della Camera, non si sa in base a quale vincolante norma o consuetudine politica.

Ricordo al non imberbe e non poco presuntuoso esponente politico che nel ’72, nel ’76 e nel ’78, pur essendo state vinte dalla Democrazia Cristiana le consultazioni politiche, la Presidenza della Camera dei deputati andò, rispettivamente, a un socialista (per suffragi terzo partito a quelle elezioni) che sarebbe successivamente stato eletto Presidente della repubblica, Sandro Pertini, e a due prestigiosi e stimabilissimi esponenti del Partito Comunista Italiano, Pietro Ingrao e Nilde Iotti. Negli anni ’90 furono Presidenti della Camera Giorgio Napolitano e Luciano Violante, del Partito Democratico della Sinistra, che non era stato il primo partito -per consensi- alle elezioni precedenti, ma il secondo.

E studiare un po’ la storia contemporanea, on. Toninelli, prima di sparare cazzate?

Un’altra bestialità del giorno, ma non fa passar giorno senza dirne una, l’ha detta proprio oggi l’onnipresente sui media (checché ne dica, miagolando lamentosamente) Salvini: che si possa fare un’altra riforma elettorale in sette, diconsi 7, giorni. Bum! Dài, Salvini, anche tu, non sparare cazzate, ché ci avete messo del vostro, tutti o quasi tutti a fare, prima il porcellum, a cura del tuo compagno di partito Calderoli, ghignante a guisa di tuo maestro in smorfie e ghigni, e ora, a cura di quella volpe di Rosato del PD, l’omonima boiata, non si capisce perché goffamente latineggiante.

Un’altra c.ta, e il gentil lettore, fortunatamente abituato a un linguaggio mio spesso elevato, se non addirittura aulico, quando l’argomento merita, mi perdoni, ma qui…, la ha detta, sempre Salvini, poche ore fa: che il Regolamento della Riforma carceraria è una misura “salvaladri”, battuta propagandistica disonesta in sé e tecnicamente sbagliata. Il politico in questione titilla i sentimenti più beceri dei più disinformati e pigri utenti di mamma tv e del web, questa è la semplice elementare verità che lo riguarda. “Salvaladri” cosa?, quando questa misura, in una situazione carceraria -quella italiana- indegna di una grande nazione civile, e vergognosa sotto il profilo dei diritti umani e civili, in aperta ed evidente violazione dell’art. 27 della Costituzione che vieta pene disumane e degradanti, affida comunque ogni decisione per consegnare a misure alternative al carcere chi ha una condanna entro i quattro anni di reclusione, al giudice di sorveglianza, e quindi non vi è alcun automatismo.

Un altro personaggio prodigo di stupidaggini è il Governatore pugliese, Emiliano, che riesce spesso ad essere dalla parte più insipiente di ogni decisione politica, sia all’interno del suo partito, il PD, sia sotto il profilo amministrativo: basti osservare i suoi ricorsi al Tar sulla vicenda dell’Ilva di Taranto. Non so dove quest’uomo, ex giudice non dimissionario, viva, se in cielo in terra o in nessun luogo.

Altra esemplar manifestazione di hebetudo simplex è quella della Meloni, che tromboneggia in romanesco neanche fosse appollaiata sulla curva sud dei laziali o romanisti non importa, proponendosi come premier, in quanto donna, ma dài. Vinci le elezioni come frau Angela e poi ti proponi, non con il 4 per cento dei voti.

Se si vuole posso continuare impunemente questa triste carrellata di ben poco aurea mediocritas, ma forse è preferibile smettere e passare ad altro titolo, che certamente qualcosa o qualcuno mi ispirerà ben presto, anzi, immantinente, caro lettor mio. E ringraziami (scherzo, sai) perché stavolta ti ho risparmiato la Boldrini.

Ipazia, o del tempo che viene

Caro lettore,

nel 415 d. C. Alessandria d’Egitto era oramai la capitale culturale dell’Impero Romano d’Oriente. Cristiana nella dottrina monofisita (in Cristo, per i monofisiti,  sarebbe presente la sola natura divina, in contrasto con la dottrina dei Padri antiocheni, i quali sostenevano che in Gesù Cristo vi fosse prevalentemente la natura umana, e lo spiego in modo grezzo, ché il tema è raffinato e complicatissimo), ospitava una fiorente scuola filosofico-matematica ispirata alle teorie platoniche, dove avevano insegnato e insegnavano maestri come Ammonio Sacca, Origene, Porfirio, Proclo, Giamblico, Plotino. Tra essi, unica donna di un ceto intellettuale fervorosissimo e unico vi era Ipazia, matematica, astronoma e filosofa. In quell’anno fu crudelmente uccisa da monaci detti parabolani, seguaci del vescovo Cirillo, che non tollerava altro che la sua dottrina cristiana-monofisita. Anche i cristiani sono stati fanaticamente crudeli o, se si vuole, crudelmente fanatici, e non meno d’altri di altre religioni e sette.

Parlo qui di Ipazia, perché lei era in anticipo sul suo tempo, donna e scienziata, uccisa perché in anticipo sul tempo, anche se di solito sembra che il tempo venga avanti, come un paesaggio cui vai incontro anche rimanendo fermo, come se si stesse seduti a guardare i fotogrammi di un film.

Il tema è presente nelle letterature più varie, dalla filosofia alla teologia alla fisica, antiche, moderne e contemporanee, da Parmenide e Zenone di Elea ad Agostino, passando per san Paolo e san Giovanni evangelista, a Bergson a Werner Heisenberg ed Einstein. Teologia e fisica, matematica e filosofia hanno a che fare con il tempo, come concetto e come ente, se vogliamo.

Qualche esempio. Paolo parla della venuta di Cristo, della parusia, La parusia è la venuta del Signore Gesù Cristo glorificato, con potenza e gloria, alla fine dei tempi, come si legge in 1 Ts 4,15-17: “Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore.”

Ogni discorso cristiano sulle cose ultime, chiamato escatologia, parte sempre dall’evento della risurrezione: in questo avvenimento le cose ultime sono già incominciate e, in un certo senso, già presenti. Il già e il non-ancora sono lì, dall’eternità.

In Giovanni, nella 1 Lettera, leggiamo (2, 28): “E ora, figlioli, rimanete in lui, perché possiamo aver fiducia quando apparirà e non veniamo svergognati da lui alla sua venuta.”

Sant’Agostino nel libro XI de le Confessiones al cap. 14, 17 scrive: “Non ci fu dunque un tempo, durante il quale avresti fatto nulla, poiché il tempo stesso l’hai fatto tu; e non vi è un tempo eterno con te, poiché tu sei stabile, mentre un tempo che fosse stabile non sarebbe tempo. Cos’è il tempo? Chi saprebbe spiegarlo in forma piana e breve? Chi saprebbe formarsene anche solo il concetto nella mente, per poi esprimerlo a parole? Eppure, quale parola più familiare e nota del tempo ritorna nelle nostre conversazioni? Quando siamo noi a parlarne, certo intendiamo, e intendiamo anche quando ne udiamo parlare altri. Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due, dunque, di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono, dal momento che il primo non è più, il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse sempre presente, senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità. Se dunque il presente, per essere tempo, deve tradursi in passato, come possiamo dire anche di esso che esiste, se la ragione per cui esiste è che non esisterà? Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo, se non in quanto tende a non esistere.”

Per Paolo, Giovanni e Agostino, il tempo fisico è come sovrastato dal tempo “opportuno”, il kairòs, tempo staccato dal prima e dal poi aristotelico, e anche da quello einsteiniano, sotto il profilo fisico, perché è un tempo spirituale, il kairòs.

Heidegger parla invece dell’Ereignis, cioè dell’evento che accade: evento, Er-eignis come “giungere al proprio” (essere), tramite un incontro.

Einstein propone la relatività generale, le quattro dimensioni che curvano lo spazio, per ora in contrasto con la meccanica quantistica, a meno che nell’infinitamente piccolo lo spazio “si comporti” in modo diverso che nell’infinitamente grande.

In ogni caso il tempo in sé pare proprio non-esistere, pur essendo un ente concettuale-logico. Lo intuiamo noeticamente, ma facciamo fatica a discernere il suo manifestarsi reale, come se fosse una dimensione sovrumana, come se fosse quasi un dilatarsi fino a noi dell’Essere divino.

Verità ed Eternità, o di dove riposano gli “eterni essenti”

Caro lettore,

qui accanto trovi un’immagine di Cà Foscari a Venezia, dove ha insegnato per tanti anni il prof Emanuele Severino, che per molte sue idee filosofiche apprezzo molto, come quelle di cui tratto in qualche modo qui. Ho appena letto il suo Dispute sulla verità e sulla morte, edito da Rizzoli in questo inizio 2018.

Che esistano verità e eternità è domanda che l’uomo si fa da millenni, in Oriente e in Occidente, dal Siddharta Gautama (cioè il Buddha, l’Illuminato) a Platone e Aristotele, da Shankara a Plotino, a Origene, a Severino Boezio, a sant’Anselmo d’Aosta o di Canterbury, e soprattutto a sant’Agostino, con la sua nozione sul tempo che sembra pre-dire Einstein (cf. Confessiones, libro XI). Nel nostro tempo, prima Nietzsche e Henri Bergson, e poi più recentemente Emanuele Severino e Gustavo Bontadini, suo maestro, hanno pensato a lungo a questi concetti, e scritto. E anche il mio amico e docente di metafisica il domenicano padre Barzaghi. E io pure.

Che significa?

Probabilmente che i due concetti sono talmente universali e importanti da coinvolgere da tanto tempo le persone pensose in ogni ambiente e cultura.

La verità talvolta viene declinata al plurale, oppure viene intesa in senso molto relativistico, e non precisamente in-relazione, cosa molto diversa. Il mio amico filosofo Stefano Zampieri ha coniato il bellissimo sintagma “verità locali”, pur non essendo assolutamente un relativista, ma un pensatore cosciente che tutto-e-ogni-cosa–è-in-relazionecon-tutto-e-ogni-cosa. I relativisti, specialmente quelli dediti alla ricerca gnoseologica ritengono che A possa tranquillamente e immediatamente essere sostituita da B, senza alcun rispetto per il principio di identità e di non contraddizione. E questo non funziona, come vedremo nel successivo post che dedicherò a Wittgenstein. Noi umani dobbiamo avere l’umiltà di rispettare le convenzioni linguistiche e i nomi-che-diamo-alle-cose, non violare questo patto sacro per ragioni ideologiche, come accade di questi tempi quando si vuol talora chiamare le cose con nomi impropri, come chi insiste a definire “matrimonio” una legittimissima “unione civile”. Si può dire che non è vero che un matrimonio coincide con un’unione civile, poiché matrimonio significa etimologicamente “ufficio della madre”, e non sempre nelle unioni civili vi è una madre. O no? Ecco come si trova la verità, che possiede una sua inconfutabile eternità, o perennità, se vogliamo dire in un altro modo.

Che la caratteristica di verità di ogni ente presupponga la sua eternità va però mostrato, per quanto possibile. Prima però occorre fondare in qualche modo l’eternità degli enti-che-sono o, come preferisce chiamarli Severino, a differenza di Aristotele e Tommaso d’Aquino, “essenti”. Proviamo così, senza scomodare ragionamenti troppo astrusi, visto che si tratta di metafisica.

Se immaginiamo di metterci “dal punto di vista di Dio”, possiamo ipotizzare di sospendere la credibilità di ogni realtà transeunte secondo il “prima e il poi” di aristotelica memoria, e di proporre una sorta di sguardo dal “nunc aeternum” (un ora eterno) sulle cose e sul mondo, di modo che la realtà appaia come un continuum senza inizio né fine o, come si dice nel linguaggio classico “(aeternitas) est tota simul et perfecta possessio“, significando un contemporaneo essere di tutte le cose per sempre, perfettamente, completamente.

E dunque l’eternità è a-temporale, si può dire, come tempo-di-Dio, che l’uomo può solo tentare di de-finire con parole sempre insufficienti, essendo presso a poco l’eternità della stessa natura di Dio. E di Dio, come sanno i filosofi musulmani sufi e i mistici cristiani à la Meister Echkart si può solo dire negandolo, cioè dire ciò che non è, e dunque un qualcosa di simile al nulla, alla negazione di qualsiasi altra cosa. Dio non è… altro che… non sappiamo bene cosa e come. Sappiamo forse chi è, ma solo per come ce lo ha insegnato fin da bambini il venerando catechismo di san Pio X, papa Sarto: “Dio è l’Essere perfettissimo Creatore e Signore di tutte le cose“.  L’eternità è dunque un attributo di Dio, e ciò per il momento basti, visto che né i più grandi fisici, né i maggiori filosofi e teologi ce lo sanno dire in modo convincente.

Poche parole o poco più ora, sulla verità.

La verità, per i Greci era l’alètheia, (alfa privativo innanzi al nome del corso d’acqua infero Lete, il fiume della dimenticanza), cioè il non-nascondimento, definizione riproposta con efficacia nel secolo scorso da Martin Heidegger.

Il primo immenso pensatore occidentale che se ne occupò fu il “terribile” Parmenide di Elea, il filosofo dell’essere, che riteneva essere e pensiero coincidenti, e il nostro contemporaneo Karl Jaspers, medico e psichiatra condivideva questo asserto a duemilacinquecento anni dalla sua esposizione. Platone e Aristotele seguirono Parmenide, arricchendo ulteriormente questa prima grande intuizione. “Dire di ciò che è che non è, o di ciò che non è che è, è falso; dire di ciò che è che è, e di ciò che non è che non è, è vero” (Metafisica, IV, 7, 1011 b). Affermazioni apparentemente banali, ma solo a una prima lettura, ché se ci pensiamo bene attestano convenientemente e razionalmente tutti i giudizi sulla realtà che possiamo dare. Infatti, se crediamo a queste semplici definizioni, fondiamo nientemeno che la coincidenza assoluta tra verità e realtà.

Poi, nella vita sappiamo che non è così: basti pensare che nell’ambito del diritto vi è una differenza tra verità di fatto e verità processuale, per cui si può condannare un innocente e assolvere un colpevole!

Tornando al pensiero filosofico e poi fisico e matematico troviamo: Aristotele con la sua logica sillogistica, per cui date certe premesse, conseguono necessariamente (obbligatoriamente) certe conclusioni, ad es. “L’uomo è razionale/ il razionale è libero/ l’uomo è libero“. Inconfutabile. Lasciamo stare qui le neuroscienze di taglio positivistico che tendono a negare il libero arbitrio, in nome di un biologismo quasi assoluto.

Agostino d’Ippona ritiene che la verità segua l’illuminazione dell’intelletto da parte di Dio, come dono di grazia, seguito in questa linea da sant’Anselmo; Tommaso d’Aquino chiosa ammettendo che la verità deve poi occuparsi, aristotelicamente, dell’oggetto da conoscere “Idem est actus cognoscentis et cogniti“, cioè  l’atto di ciò che è conosciuto è lo stesso di quello del conoscente, che Descartes porterà alle estreme conseguenze di un dualismo assoluto, platonico, tra la verità delle cose e quelle dello spirito che conosce le cose: il suo “penso dunque sono, cogito ergo sum“. Io direi forse “cogito quia sum, penso perché sono“. Ma Cartesio è più autorevole di me.

Vi sono poi diverse teorie sulla verità che possono essere così sintetizzate: a) quella corrispondentista, che lega strettamente la verità con la realtà; b) quella coerentista, caratterizzata da una sorta di omogeneità autosimilare all’interno di una serie di affermazioni; c) quella del consenso, connotata dalla coincidenza di opinioni su un dato; d) quella pragmatista, tipica di un pensiero utilitarista, come quello anglosassone, per cui è più vero ciò che serve di più; e) quella costruttivista, sociologica e politica, in qualche modo utilitarista anch’essa.

Autori contemporanei come  Rorty e Tarski sostengono che a volte il discorso su certe cose è ridondante e si potrebbe semplificare molto. Un esempio: non occorre dire che “la neve bianca è vera“, poiché basta dire che “la neve è bianca“, in quanto proposizione implicitamente capax veritatis, cioè veritiera, ok no? E io aggiungo: perché aver bisogno di dire “assolutamente sì, assolutamente no“? Che cosa aggiunge all’affermazione e alla negazione l’avverbio modale? Non è che il “sì” e il “no” non siano di per sé già chiari e chiarificatori? E dunque perché sprecare fiato ed energie con avverbi inutili? La verità a volte è semplice.

E a volte è terribilmente complessa e quindi non direttamente afferrabile, come nel caso delle cose relative alla trascendenza, al divino, all’immortalità dell’anima, alla vita eterna, al rapporto della verità stessa con l’eternità.

Tornando alla storia del pensiero in tema, troviamo che, dopo la lezione greca classica il concetto è stato studiato con passione e rigore da pensatori successivi, come l’islamico Averroè, che sulle tracce di Aristotele provò a sintetizzare l’idea che la verità potesse essere trovata nell’armonioso concerto di ragione e fede, in qualche modo opinione non distante dalla più alta teologia cristiana come quella di Tommaso.

In ambito evangelico la verità si fa persona, quella di Gesù Cristo (Gesù di Nazaret detto il Cristo, per essere precisi), come racconta ad esempio Giovanni (cf. 18, 37-38): “Allora Pilato gli disse, dunque tu sei re? Rispose Gesù: Tu lo dici: io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce. Gli dice Pilato: Che cos’è la verità?. (…).

Per la fede cristiana il criterio di verità è dunque il maestro nazareno, senza che ciò significhi che l’uomo non debba ricercare, con il suo intelletto, le verità terrene, quelle scientifiche, conseguite con i criteri dell’induzione e della deduzione così come proposti da Galileo e da Descartes all’inizio della Modernità.

In logica matematica troviamo le tesi di Kurt Gödel che sostiene la non coincidenza tra verità e dimostrabilità (cf. Teoremi dell’Incompletezza, Vienna 1925), garantendo così un ruolo fondamentale all’intuizione (retaggio platonico-agostiniano), Prima di lui Gottfried Leibniz aveva distinto tra verità di ragione e verità di fatto, là dove le prime si basano sul principio di identità e di non contraddizione (cf. supra Aristotele, Metafisica, V, etc.), mentre le seconde possono fondarsi semplicemente sul principio di ragion sufficiente, come spiega con un esempio: “Colombo scoprì l’America“, dove la veridicità della proposizione è mostrata dalla credibilità dei navigatori e dalla credendità delle loro cronache. Io di solito dico così: “Non sono mai stato in Australia, ma credo che esista“. Infatti non metto in dubbio le cronache a partire da quella del viaggio settecentesco del capitano inglese James Cook, e le testimonianze di emigranti in quel continente che conosco personalmente.

E potremmo continuare trattando della verità nelle scienze del diritto, dove si distingue, come abbiamo visto supra tra verità di fatto e verità processuale, che possono (purtroppo) non coincidere. Ma ci fermiamo qui per tornare al titolo del pezzo.

Si può dire che verità ed eternità appartengono al novero degli enti possono definire “eterni essenti” come sostengono Bontadini, Severino e il padre Barzaghi? Cioè, è plausibile, anzi vero che i due concetti rinviano a un qualcosa che non finisce, che dura per sempre, che non muore?

A mio parere sì, perché ciò che accade ed è accaduto non può essere fatto non-essere-accaduto, neppure da Dio, che è nell’eternità e da lì, con un solo sguardo, tutto sa e tutto contempla, amando le creature e il mondo, nella sua visione, eterno e vero.

“Essi vedevano ed era un vano guardare, ascoltavano ma senza udire,

simili alle forme dei sogni, trascorrevano la loro lunga esistenza confusi e senza meta (…)”, (Eschilo, dal Prometeo incatenato). Ebbene, quanti uomini di tal fatta, numerosi come le locuste della piaga d’Egitto mandata dal Signore Jahwe, conosco. Quante volte ci è capitato di constatare quanto la poesia del grande tragico illustra e illumina la realtà umana in due o tre versi potenti!

Per dire, come rileva Sabino Cassese, sapiente dei nostri tempi, circa gli incliti presuntuosi che ci circondano. Sul magazine del “Corrierone” di qualche giorno fa, il giurista propone un breve elenco di idiozie sparse, al fine di sottolineare quanto i mediocri siano ostili alla conoscenza, disprezzando la competenza altrui, evidentemente poiché questa lede gravemente la loro autostima.

Cassese ci ricorda, a titolo esemplificativo, che meno di un terzo degli abitanti USA pensa che la frase “da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi meriti“, non è un articolo della Costituzione americana, ma una frase del dottor Karl Marx!

E che a metà degli anni ’60 forse solo il 10% degli americani sapeva che l’URSS non faceva parte della NATO; e ancora, che il 40% degli americani stessi oggi non sa quali nazioni affrontò il loro grande Paese nella Seconda guerra mondiale. Se volgiamo lo sguardo all’Italia, un 30% della popolazione ritiene che risiedano in Italia circa il 27% di immigrati sul totale di 60 milioni di abitanti, cioè circa 17 milioni, quando il numero è di circa un terzo, vale a dire l’8% che significa circa 4,5 milioni di persone.

L’esaltazione dell’ignoranza, di cui molti si gloriano, incredibilmente, dà la stura agli ideologismi più vieti e insopportabili di certi militonti populisti, anche molto altolocati, e parlo di candidati a premier. Cose da pazzi.

E allora, plausibilmente, vi è qualcuno come Bauman che, mutuando dai romantici del primo ‘800 una sorta di pessimismo cosmico, si augura di poter vivere non più l’utopia di un modo migliore, ma la retrotopia, con lo sguardo quasi gianesco, rivolto al passato. Oppure, uno studioso come Jason Brennan vedrebbe come scelta positiva quella di operare una sorta di epistocrazia, cioè una selezione dei migliori secondo la conoscenza e la sapienza, per attuare una democrazia oligarchica delle menti, di tipo platonico. Una sua proposta, derivante dall’assunto selettivo è quella di sottoporre le leggi varate da un parlamento a prevalenza di ignoranti alla Razzi, ma anche alla Di Maio e Salvini, al vaglio di una èlite di persone acculturate con il potere di cassare insindacabilmente le normative più idiote, come quelle che stanno proponendo molti leader in campagna elettorale per le prossime elezioni politiche, che in questa sede ho già sbertucciato un paio di settimane fa (oh mio gentil lettore, basta che tu vada indietro fino al post illustrato dalle foto dei tre campioni Renzi, Grillo e Salvini, diversamente incliti e altrettanto arroganti).

Quanto servirebbe rimettere nei curricula della scuola dell’obbligo un po’ di Educazione civica, quantomeno per imparare che gli artt. 33, 51, 84, 97, 106 della Costituzione della Repubblica italiana, attestano l’esigenza -per poter accedere a certe funzioni professionali pubbliche e private, come quelle del medico, del magistrato, dell’ingegnere, dell’avvocato, etc.- di studi e titoli adeguati, ma servirebbe anche studiare di più e meglio discipline fondamentali come l’italiano, la matematica, la fisica, la biologia, la storia, la filosofia, il diritto, l’economia, l’etica generale come sapere strutturato e scientifico, a fronte di uno sconvolgente analfabetismo crescente e tremendamente diffuso, in proporzione presente anche in chi fa politica di professione.

Altrimenti non c’è da lamentarsi, perché avremo al governo chi ci meritiamo.

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