Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Grazie a Georg Friedrich Händel, tedesco di Sassonia, che ascolto da quando ero ragazzo, e grazie al mio sentire… sinestesico

Caro lettore,

magari scrivo il nome di Händel all’inglese George Frederick, o ancora Giorgio Federico all’italiana, ché il grand’uomo venne più volte in Italia e vi stette una volta per ben tre anni, dove incontrò Alessandro  e Domenico Scarlatti, Tomaso Albinoni, Benedetto Marcello, Arcangelo Corelli, e forse anche Antonio Vivaldi. Nel 1708 a Roma gareggiò agli strumenti con Domenico Scarlatti, alla presenza del cardinale Ottoboni, suo ospite, come usava allora, surclassandolo all’organo, e come avrebbe potuto finire diversamente? E stiamo parlando di un musicista meraviglioso, lo Scarlatti. Infatti terminò alla pari la gara al clavicembalo!

Figlio di un barbiere-cerusico (chirurgo) di un certo successo preso il margravio di Sassonia-Weissenfels, che lo voleva avviare agli studi di Legge, Georg Friedrich preferiva la musica, studiandola di nascosto su un piccolo clavicembalo in solaio. Quando il padre lo scoprì si rassegnò e assecondò la sua vocazione. E fece bene, perché ben presto il ragazzo mostrò progressi da gigante, prima nella sua città natale di Halle e poi in molti luoghi, tra cui Berlino e l’italia. A Halle fu ascoltato suonare, mentre era sotto la guida del maestro Zachow, valletto (allora si usava così, ché lo stesso sommo Kantor di Eisenach, J. S. Bach aveva lo stesso inquadramento contrattuale sotto il borgomastro di Lipsia, per cui doveva operare presso la parrocchiale luterana di St. Thomas, scrivendo ed eseguendo con l’orchestra e il coro locali una cantata ogni domenica) alla corte del duca Giovanni Adolfo I di Schwarzenberg e colà studiò assiduamente musica fino a diventare musicista superiore al suo maestro.

E ciò accadde rapidamente. In seguito, mentre si esibiva davanti al re di Prussia, lo volle al suo servizio la duchessa Sofia Carlotta di Hannover, molto sensibile alla musica e colpita dalla genialità del ragazzino, e ben presto conobbe Telemann, mentre invece non risulta abbia mai incontrato Johann Sebastian Bach, che pure avrebbe voluto incontrarlo, pare da alcune testimonianze. Ti immagini, mio gentile lettore, se un evento del genere fosse accaduto? Io non riesco ad immaginarlo. Immenso. E conosceva bene il latino, l’inglese, l’italiano, il francese  e il tedesco, questo musicista fantasioso e iperattivo.

Bach valletto (!) mi fa pensare a come le persone di intelletto sono state utilizzate dai potenti, dai tempi dell’amico dell’imperatore Cesare Augusto, il senatore Mecenate, e dall’imperatore stesso e dal suo successore Elio Adriano, e passando per Lorenzo de’ Medici, il Magnifico, che aveva a corte Angelo Poliziano, Marsilio Ficino e il grandissimo Giovanni Pico della Mirandola, imitando in ciò il munifico e colto imperatore svevo Federico II, che aveva fatto altrettanto, e forse di più, duecent’anni prima, inimicandosi il papa e guardando al sapere futuro. Allo stesso modo si comportavano spesso gli imperatori cinesi (si pensi all’esperienza del padre gesuita Matteo Ricci) e i sultani ottomani, che avevano a corte matematici, filosofi, medici, teologi ebrei e cristiani. L’unico metro di misura per essere considerati persone importanti erano l’intelligenza e la cultura, non la religione o le credenze filosofiche praticate, lo status nobiliare o il censo economico-sociale. Quasi meglio di adesso.

In certo modo, senza che ciò che sto per dire sia affermazione superba, anch’io, figlio di povera gente, ma uomo di cultura, sono altrettanto apprezzato e pagato da uomini potenti e facoltosi, per il mio pensiero e per il mio lavoro, che essi rispettano e tengono in conto. Nella mia esperienza mi è stato richiesto, e tuttora, di fare perfino il precettore di giovani virgulti di queste famiglie importanti, fidandosi di me. Funziona sempre allo stesso modo, per me.

Tornando all’uomo di Halle, gli inglesi lo considerano un loro musicista, e non ne hanno di più grandi, poiché Händel si portò nel Regno albionico, e ivi divenne un grande in ogni senso, musicista totale, della corte e del popolo, scrivendo cantate sacre, opere ed oratori, raggiungendo vette paragonabili solo a quelle del suo grande conterraneo e coetaneo Johann Sebastian Bach, e forse più sublimi nella gestione delle voci umane miste, nei cori, che per Beethoven erano l’acme artistico musicale assoluto. Israel in Egypt, Messiah, Jephte, oratori, il Dixit Dominus e il Nisi Dominus, salmi, l’opera Aci e Galatea, Watermusic e Royal Fireworks, For Queen’s Anna Birthday, suites, insieme con innumerevoli cantate e brani per organo sono capolavori assoluti, non solo della grande musica barocca, ma della musica tout court. Nel 1710, Händel divenne Kapellmeister del principe tedesco George, l’Elettore di Hannover, che nel 1714 sarebbe diventato re Giorgio I di Gran Bretagna e Irlanda, e da allora il grande Sassone divenne in qualche modo “inglese”.

Uomo di grande successo, Händel era anche molto caritatevole, tant’è che istituì numerose opere in soccorso dei poveri e degli artisti poveri, senza farsi pubblicità, in questo seguendo il dettato evangelico che prescrive “In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.” (Matteo, 6, 1-6)

Tornando alla mia vita, questo ascoltare insieme con l’attenzione agli altri grandi sopra citati, e a Mozart, Wagner, Verdi, Rossini, Schumann, Schubert, Monteverdi, Giovanni Gabrieli e altri, e poi alla grande musica Rock&Blues dei ’70, e voglio citare Jimi Hendrix, i Cream, i Traffic, i Colosseum (gli ultimi due gruppi visti dal vivo!), i Genesis e altri, e Miles Davis, John Coltrane e Charlie Parker per il jazz, che sono stati i “miei” anni, anche per la crescita politica e culturale, e questo leggere i grandi poeti e scrittori greco-latini, da Pindaro a Tucidide, a Demostene a Cicerone e Virgilio, e poi Italiani, i tre Sommi del ‘300, e in seguito i Francesi (Balzac, Flaubert, Zola, Baudelaire…), gli Inglesi (Dickens, Austen, le sorelle Bronte, Shakespeare…), i Tedeschi (Goethe, Schiller, Heine, Rilke, Thomas Mann, Roth…), i Russi (Dostoevskij, Tolstoi, Puskin, Turgenev, Majakovskij…), e di nuovo gli Italiani da Ariosto a Leopardi a Pascoli, D’Annunzio, Ungaretti, Montale, Saba, Campana, Gadda, Primo Levi, Rigoni Stern… mi ha sviluppato una grande capacità sinestesica, direbbe il mio amico/ psicologo/ a. In altre parole vedo/ sento con l’udito/ ausculto/ odoro/ tocco, quasi tutto insieme, e così com-prendo, raccolgo dentro.

Non parliamo poi delle mie grandi discipline, dalla sociologia a, soprattutto, la filosofia e la teologia, che ho studiato e studio nei loro autori maggiori e minori, dai presocratici ai grandi Greci Platone e Aristotele, Parmenide ed Eraclito, Zenone di Cizio e Sesto Empirico, Epitteto e Plotino, Proclo e Porfirio; e poi il mio grande Origene, di cui posso umilmente esser considerato uno studioso, Ireneo e sant’Agostino, il Beato Giovanni Duns Scoto, san Bonaventura e san Tommaso d’Aquino, Galileo e Descartes, Leibniz e Pascal, Voltaire e D’Alembert, Kant, Schelling, Fichte e Hegel, senza dimenticare i due grandi inglesi Locke e Hume; e poi Schopenhauer, Nietzsche e Marx, i sociologi Comte e Durkheim, gli antropologi Mauss e Altan, e i pensatori contemporanei Freud, Jung, Heidegger, Husserl, Jaspers, Bontadini, Severino, Achenbach.

Io stesso sono considerato un filosofo-teologo contemporaneo, per le mie teoresi e i miei scritti (sono un realista-personalista), avendo anche avuto responsabilità associative in ambito filosofico e tuttora incarichi di docenza. Lo dico con la gratitudine di chi ha avuto la possibilità, datami dalla libertà fin da giovanissimo lasciatami da parte dei miei, e dalle mie energie spirituali e fisiche, di studiare ciò e quanto desideravo, scegliendo la fatica del lavoro per potermi permettere lo studio, e privilegiando lo studio ad altri passatempi. Ho così maturato un sapere ampio e sinestesico, ché sento e vedo e leggo e sintetizzo, articolando le cose che via via imparo all’albero sinottico della storia e della conoscenza.

Fino ad ora, e che Dio sia benedetto.

Le città bianche e altri racconti

Non avevo mai letto seriamente Joseph Roth, solo qualche brano ancora da liceale. Vi ho rimediato in queste settimane e consiglio il bellissimo volume collettaneo di romanzi e racconti lunghi edito da Bompiani, di milleduecento pagine, una trentina di anni fa. Me lo regalò quando uscii dal sindacato il segretario regionale della Cisl di allora, un gentiluomo colto, merce rara in quegli ambienti allora, e ora più che mai, purtroppo.

Il Mediterraneo è circondato da “città bianche”. Dalla costa istriana e dalmata, da Parenzo a Zara, a Spalato e Traù, dal Sud Italia al Montenegro, alla Grecia, alla costa turca dove sta appollaiata Efeso, memoria di filosofi e di Maria di Nazaret, o più sotto Antalya, alla disgraziata Siria delle meraviglie, alla costa africana settentrionale che dall’immensa foce del Nilo eterno arriva a Gibilterra, passando per Bengasi, Tobruk, Tripoli, e poi Tunisi, Cartagine, Leptis Magna, Algeri, Orano… Di là c’è il Mare Ocèano di dantesca e ulisside memoria.

Città bianche tutt’intorno gli ottomila chilometri di coste italiane della penisola e di una miriade di isole grandi e piccole, dalla Sicilia sublime del barocco alla silenziosa Sardinia, dalle Riviere liguri, da Dolceacqua alle Cinque Terre. Chiamai anni fa in un breve poema Ostuni “l’alba città“, perché biancheggia alta sulla Murgia e si vede dal mare, così come bianche sono Cisternino, Martina Franca, Galatina e Gallipoli, la città-bella, la kalè pòlis dei Greci, e altre e altre.

Se, caro lettore, prendi in mano Roth, troverai le città bianche di Francia, che lui canta con sentimento eccelso: Lione e Vienne, Tournon e Avignone, la città dei papi sul Rodano, ognuna con la sua unicità di costruzione umana, di storia parlante attraverso le pietre e gli spazi definiti da intelligenze antiche, e insuperate, da Roma, superna maestra di sapere e civiltà, anche se talora sulla punta e il filo delle corte daghe. A Vienne si celebrò un concilio importante della cattolicità del Medioevo ed era sede degli imperatori tedeschi; Lion è capitale della seta, mentre Tournon se ne sta silente lungo l’acque verdi del gran fiume alpino. Più avanti il viaggio di Roth tocca Nimes e Arles piene di sole, con i loro anfiteatri romani, e infine Marsiglia, che lui chiama porta del mondo, perché lì arrivano e partano vascelli per ogni confine del mare, s’odono i rumori e i suoni più vari, si sentono gli odori e i profumi più forti.

Lo scrittore austro-ebreo, nato a Brody vicino a Leopoli in Galizia (Ukraina) all’estremo limite dell’Impero Austro-Ungarico, possiede la finezza analitica dei grandi russi e dei tedeschi, e del miglior Manzoni. Canta la Finis Austriae, con una capacità di introspezione e di racconto quasi insuperabile, elegiaco e tragico, nostalgico e scettico, perso nelle nebbie dell’est che nascondono le fredde nevi, oppure nelle abbacinanti estati delle bianche città meridionali.

Le città bianche sono un sogno vivente e hanno rumori lontani, mentre le città grigie sono sopraffatte dai silenzi. Ecco che Roth, scrittore e giornalista girovago, ebreo e cattolico, socialista e monarchico, impaurito dal nazismo incombente e dal declino delle sue diverse “patrie”, scrive e scrive migliaia di pagine, per lasciare a chi leggerà come una sorta di infinito distendersi di quadri esistenze e vite, di profumi e lezzi immondi della vita, proprio come accade.

Trisillabico, sdrucciolo o tronco, Nìbalì

…Nìbali o Nibalì, à la francese.

Un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome Fausto Coppi“, la voce di Mario Ferretti canta l’airone che ha spiccato il volo staccando tutti nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia del ’49. Bartali ha 35 anni e ha forato quattro volte, arriva a Pinerolo con quasi dodici minuti di ritardo, secondo, o primo di un’altra corsa. Mio padre Pietro ascolta la radiocronaca e me la racconta vent’anni dopo.

Cambia l’anno, il giorno, la corsa, il colore della maglia e lo sponsor. Non il sentimento: Coppi o Nibali, Bartali o Pantani, è l’eterna poesia del ciclismo. L’eterno fruscio delle ruote nel vento, l’andare curva dopo curva, tornante dopo tornante, fino alla visione del mare oltre il Passo del Turchino, oppure inerpicandosi verso montagne piene di neve, anche in pieno giugno.

Ieri Nibali ha vinto a Sanremo, dopo dodici anni di dominio altrui, di campioni di fuori, francesi, tedeschi, australiani, polacchi, inglesi.

Un’altra impresa risalente a settanta anni fa. Da La Gazzetta dello Sport del 15 luglio 1948. In quella data “si corre la Cannes-Briançon, tredicesima tappa (274 km) del Tour de France che culmina con la scalata del temuto colle dell’Izoard (2.361 metri). In quella edizione la squadra italiana diretta da Alfredo Binda (e priva di Fausto Coppi) è capitanata da Gino Bartali. A trentaquattro anni, il campione fiorentino di Ponte a Ema è stato protagonista delle prime giornate ma poi ha perso terreno. Gino è settimo, attardato di oltre ventuno minuti e a guidare la classifica c’è il francese Louison Bobet. I giochi sembrano fatti.

Invece Bartali parte subito all’attacco e, dopo un testa a testa col bretone Jean Robic, va in fuga. Nessuno gli resiste e quando transita sull’Izoard è ormai solo. Gli altri dietro, staccati di minuti. Al traguardo Bobet conserva la maglia gialla ma il suo distacco in classifica generale si è ridotto a poco più di un minuto. Bartali non si ferma. Dopo quella tappa si aggiudica quella del 16 luglio e quella successiva. Bobet è raggiunto e quindi staccato. La vittoria finale al Tour è ipotecata.

Fin qui parrebbe solo una straordinaria impresa ciclistica. Se non fosse che la cronaca sportiva si incrocia, come talvolta accade, con eventi di tutt’altra natura: in questo caso quelli legati al ferimento di Palmiro Togliatti e alle drammatiche giornate che ne seguirono.”

Alla Milano-Sanremo del 1970, Michele Dancelli partì prima del Capo Berta, a settanta chilometri dall’arrivo, e vinse, rompendo un tabù che durava dall’ultima vittoria italiana di Loretto Petrucci risalente al 1953. Nel frattempo, avevano vinto scendendo dal Poggio fino a sfrecciare su via Roma Van Looy, Van Steenbergen, Eddy Merckx e altri grandi, ma più nessun italiano, fino all’impresa del bresciano coraggioso.

Finisco con Marco Pantani. Era il 4 giugno 1999, tappa del Giro d’Italia che finiva al Santuario di Oropa. Il grande corridore era in maglia rosa.

Racconta la “rosa”, che è il maggior quotidiano italiano: “Pantani dovette fermarsi e mettere i piedi a terra. Perse circa 40 secondi dal gruppo di testa, ma grazie all’aiuto di un tecnico della Shimano, che si trovava in macchina accanto a lui, riuscì a ripartire rapidamente. I suoi compagni di squadra della Mercatone Uno – fra cui Stefano Garzelli, vincitore del Giro l’anno dopo — si fermarono appena si accorsero di aver perso il loro capitano per strada, che arrivò pochi secondi dopo. Da lì, a meno di una decina di chilometri dall’arrivo al Santuario, con l’aiuto del resto della squadra, Pantani iniziò una delle più entusiasmanti rimonte nella storia delle grandi corse a tappe. Dopo aver superato una ventina di corridori nei primi chilometri, l’ultimo compagno di squadra rimasto con lui, il bresciano Marco Velo, si staccò e Pantani iniziò l’ultima parte della sua rimonta.

Recuperò circa 40 secondi di ritardo, superò complessivamente 49 corridori, fra cui Ivan Gotti, Gilberto Simoni e Paolo Savoldelli. Andò talmente forte che riuscì a riprendere anche Jalabert, che si era portato da solo in testa con uno scatto lungo la salita. A tre chilometri dall’arrivo iniziò a staccarlo, fino ad avere un vantaggio di venti secondi, guadagnati per la maggior parte nella parte più dura della salita. Tagliò il traguardo di Oropa per primo, ma senza saperlo: quando arrivò infatti non alzò le braccia e continuò a mantenere l’andatura. Se ne accorse solo qualche secondo dopo, festeggiato dai membri della sua squadra. Con quella vittoria, Pantani portò a 1 minuto e 54 secondi il suo vantaggio sul secondo in classifica, Paolo Savoldelli, e a 2 minuti e 10 secondi da Jalabert.”

Dopo che la mafia e la burocrazia fecero fuori questo grandissimo atleta, il ciclismo mi ha suscitato più malinconia che gioia, e più che guardarlo in tv l’ho vissuto finché ho potuto sulla mia rossa Bottecchia di alluminio, che mi aspetta fiduciosa per riprendere, spes contra spem, il suo fruscio nel vento.

De bestialitate vel de humana stultitia

Francisco Goya è l’autore dell’acquaforte-acquatinta del 1797, che ho scelto per illustrare questo post: Il sonno della ragione genera mostri. Il dipinto mi parso adatto a commentare qual metafora immaginifica i molti “mostri mediatici” che ci vengono erogati quotidianamente dal sistema della comunicazione.

La bestialità nel codice teologico-morale classico è un peccato gravissimo legato a una sessualità deviata, e ciò  fino a tre secoli fa, significando le pratiche con animali, persone dello stesso sesso e “Giudei”.

Bestialitade è, quando non solamente si perverte l’appetito, e la ragion pratica, ma ancora s’adopera contr’alla natura, per bestiali operazioni. Così recita un testo dell’Accademia della Crusca e, più o meno, anche il manuale per i confessori voluto da san Pio V e perfezionato dai Padri Cappuccini nel XVI secolo.

Pazzesco mettere vicino la copula con un cane, l’omosessualità e gli Ebrei, ma può anche essere metaforicamente un’indicazione di grave mancanza cognitiva/ culturale. Qui tratterò soprattutto questo aspetto metaforico, dopo aver fatto solo un breve cenno all’etimologia teologico-morale.

Politici e giornalisti dicono spesso bestialità in Italia e altrove: basti dare uno sguardo al quasi sempre ingeneroso verso l’Italia quotidiano inglese The Guardian. Una risale a questi ultimi giorni: l’intellettuale (faccio così per dire), con occhiali, barbetta breve e riccioloni del M5S, tal Danilo Toninelli, ha affermato che, siccome il loro movimento ha vinto le elezioni, non solo pretendono di presiedere il Governo della Repubblica Italiana, ma vogliono anche la Presidenza della Camera, non si sa in base a quale vincolante norma o consuetudine politica.

Ricordo al non imberbe e non poco presuntuoso esponente politico che nel ’72, nel ’76 e nel ’78, pur essendo state vinte dalla Democrazia Cristiana le consultazioni politiche, la Presidenza della Camera dei deputati andò, rispettivamente, a un socialista (per suffragi terzo partito a quelle elezioni) che sarebbe successivamente stato eletto Presidente della repubblica, Sandro Pertini, e a due prestigiosi e stimabilissimi esponenti del Partito Comunista Italiano, Pietro Ingrao e Nilde Iotti. Negli anni ’90 furono Presidenti della Camera Giorgio Napolitano e Luciano Violante, del Partito Democratico della Sinistra, che non era stato il primo partito -per consensi- alle elezioni precedenti, ma il secondo.

E studiare un po’ la storia contemporanea, on. Toninelli, prima di sparare cazzate?

Un’altra bestialità del giorno, ma non fa passar giorno senza dirne una, l’ha detta proprio oggi l’onnipresente sui media (checché ne dica, miagolando lamentosamente) Salvini: che si possa fare un’altra riforma elettorale in sette, diconsi 7, giorni. Bum! Dài, Salvini, anche tu, non sparare cazzate, ché ci avete messo del vostro, tutti o quasi tutti a fare, prima il porcellum, a cura del tuo compagno di partito Calderoli, ghignante a guisa di tuo maestro in smorfie e ghigni, e ora, a cura di quella volpe di Rosato del PD, l’omonima boiata, non si capisce perché goffamente latineggiante.

Un’altra c.ta, e il gentil lettore, fortunatamente abituato a un linguaggio mio spesso elevato, se non addirittura aulico, quando l’argomento merita, mi perdoni, ma qui…, la ha detta, sempre Salvini, poche ore fa: che il Regolamento della Riforma carceraria è una misura “salvaladri”, battuta propagandistica disonesta in sé e tecnicamente sbagliata. Il politico in questione titilla i sentimenti più beceri dei più disinformati e pigri utenti di mamma tv e del web, questa è la semplice elementare verità che lo riguarda. “Salvaladri” cosa?, quando questa misura, in una situazione carceraria -quella italiana- indegna di una grande nazione civile, e vergognosa sotto il profilo dei diritti umani e civili, in aperta ed evidente violazione dell’art. 27 della Costituzione che vieta pene disumane e degradanti, affida comunque ogni decisione per consegnare a misure alternative al carcere chi ha una condanna entro i quattro anni di reclusione, al giudice di sorveglianza, e quindi non vi è alcun automatismo.

Un altro personaggio prodigo di stupidaggini è il Governatore pugliese, Emiliano, che riesce spesso ad essere dalla parte più insipiente di ogni decisione politica, sia all’interno del suo partito, il PD, sia sotto il profilo amministrativo: basti osservare i suoi ricorsi al Tar sulla vicenda dell’Ilva di Taranto. Non so dove quest’uomo, ex giudice non dimissionario, viva, se in cielo in terra o in nessun luogo.

Altra esemplar manifestazione di hebetudo simplex è quella della Meloni, che tromboneggia in romanesco neanche fosse appollaiata sulla curva sud dei laziali o romanisti non importa, proponendosi come premier, in quanto donna, ma dài. Vinci le elezioni come frau Angela e poi ti proponi, non con il 4 per cento dei voti.

Se si vuole posso continuare impunemente questa triste carrellata di ben poco aurea mediocritas, ma forse è preferibile smettere e passare ad altro titolo, che certamente qualcosa o qualcuno mi ispirerà ben presto, anzi, immantinente, caro lettor mio. E ringraziami (scherzo, sai) perché stavolta ti ho risparmiato la Boldrini.

Ipazia, o del tempo che viene

Caro lettore,

nel 415 d. C. Alessandria d’Egitto era oramai la capitale culturale dell’Impero Romano d’Oriente. Cristiana nella dottrina monofisita (in Cristo, per i monofisiti,  sarebbe presente la sola natura divina, in contrasto con la dottrina dei Padri antiocheni, i quali sostenevano che in Gesù Cristo vi fosse prevalentemente la natura umana, e lo spiego in modo grezzo, ché il tema è raffinato e complicatissimo), ospitava una fiorente scuola filosofico-matematica ispirata alle teorie platoniche, dove avevano insegnato e insegnavano maestri come Ammonio Sacca, Origene, Porfirio, Proclo, Giamblico, Plotino. Tra essi, unica donna di un ceto intellettuale fervorosissimo e unico vi era Ipazia, matematica, astronoma e filosofa. In quell’anno fu crudelmente uccisa da monaci detti parabolani, seguaci del vescovo Cirillo, che non tollerava altro che la sua dottrina cristiana-monofisita. Anche i cristiani sono stati fanaticamente crudeli o, se si vuole, crudelmente fanatici, e non meno d’altri di altre religioni e sette.

Parlo qui di Ipazia, perché lei era in anticipo sul suo tempo, donna e scienziata, uccisa perché in anticipo sul tempo, anche se di solito sembra che il tempo venga avanti, come un paesaggio cui vai incontro anche rimanendo fermo, come se si stesse seduti a guardare i fotogrammi di un film.

Il tema è presente nelle letterature più varie, dalla filosofia alla teologia alla fisica, antiche, moderne e contemporanee, da Parmenide e Zenone di Elea ad Agostino, passando per san Paolo e san Giovanni evangelista, a Bergson a Werner Heisenberg ed Einstein. Teologia e fisica, matematica e filosofia hanno a che fare con il tempo, come concetto e come ente, se vogliamo.

Qualche esempio. Paolo parla della venuta di Cristo, della parusia, La parusia è la venuta del Signore Gesù Cristo glorificato, con potenza e gloria, alla fine dei tempi, come si legge in 1 Ts 4,15-17: “Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore.”

Ogni discorso cristiano sulle cose ultime, chiamato escatologia, parte sempre dall’evento della risurrezione: in questo avvenimento le cose ultime sono già incominciate e, in un certo senso, già presenti. Il già e il non-ancora sono lì, dall’eternità.

In Giovanni, nella 1 Lettera, leggiamo (2, 28): “E ora, figlioli, rimanete in lui, perché possiamo aver fiducia quando apparirà e non veniamo svergognati da lui alla sua venuta.”

Sant’Agostino nel libro XI de le Confessiones al cap. 14, 17 scrive: “Non ci fu dunque un tempo, durante il quale avresti fatto nulla, poiché il tempo stesso l’hai fatto tu; e non vi è un tempo eterno con te, poiché tu sei stabile, mentre un tempo che fosse stabile non sarebbe tempo. Cos’è il tempo? Chi saprebbe spiegarlo in forma piana e breve? Chi saprebbe formarsene anche solo il concetto nella mente, per poi esprimerlo a parole? Eppure, quale parola più familiare e nota del tempo ritorna nelle nostre conversazioni? Quando siamo noi a parlarne, certo intendiamo, e intendiamo anche quando ne udiamo parlare altri. Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due, dunque, di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono, dal momento che il primo non è più, il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse sempre presente, senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità. Se dunque il presente, per essere tempo, deve tradursi in passato, come possiamo dire anche di esso che esiste, se la ragione per cui esiste è che non esisterà? Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo, se non in quanto tende a non esistere.”

Per Paolo, Giovanni e Agostino, il tempo fisico è come sovrastato dal tempo “opportuno”, il kairòs, tempo staccato dal prima e dal poi aristotelico, e anche da quello einsteiniano, sotto il profilo fisico, perché è un tempo spirituale, il kairòs.

Heidegger parla invece dell’Ereignis, cioè dell’evento che accade: evento, Er-eignis come “giungere al proprio” (essere), tramite un incontro.

Einstein propone la relatività generale, le quattro dimensioni che curvano lo spazio, per ora in contrasto con la meccanica quantistica, a meno che nell’infinitamente piccolo lo spazio “si comporti” in modo diverso che nell’infinitamente grande.

In ogni caso il tempo in sé pare proprio non-esistere, pur essendo un ente concettuale-logico. Lo intuiamo noeticamente, ma facciamo fatica a discernere il suo manifestarsi reale, come se fosse una dimensione sovrumana, come se fosse quasi un dilatarsi fino a noi dell’Essere divino.

Verità ed Eternità, o di dove riposano gli “eterni essenti”

Caro lettore,

qui accanto trovi un’immagine di Cà Foscari a Venezia, dove ha insegnato per tanti anni il prof Emanuele Severino, che per molte sue idee filosofiche apprezzo molto, come quelle di cui tratto in qualche modo qui. Ho appena letto il suo Dispute sulla verità e sulla morte, edito da Rizzoli in questo inizio 2018.

Che esistano verità e eternità è domanda che l’uomo si fa da millenni, in Oriente e in Occidente, dal Siddharta Gautama (cioè il Buddha, l’Illuminato) a Platone e Aristotele, da Shankara a Plotino, a Origene, a Severino Boezio, a sant’Anselmo d’Aosta o di Canterbury, e soprattutto a sant’Agostino, con la sua nozione sul tempo che sembra pre-dire Einstein (cf. Confessiones, libro XI). Nel nostro tempo, prima Nietzsche e Henri Bergson, e poi più recentemente Emanuele Severino e Gustavo Bontadini, suo maestro, hanno pensato a lungo a questi concetti, e scritto. E anche il mio amico e docente di metafisica il domenicano padre Barzaghi. E io pure.

Che significa?

Probabilmente che i due concetti sono talmente universali e importanti da coinvolgere da tanto tempo le persone pensose in ogni ambiente e cultura.

La verità talvolta viene declinata al plurale, oppure viene intesa in senso molto relativistico, e non precisamente in-relazione, cosa molto diversa. Il mio amico filosofo Stefano Zampieri ha coniato il bellissimo sintagma “verità locali”, pur non essendo assolutamente un relativista, ma un pensatore cosciente che tutto-e-ogni-cosa–è-in-relazionecon-tutto-e-ogni-cosa. I relativisti, specialmente quelli dediti alla ricerca gnoseologica ritengono che A possa tranquillamente e immediatamente essere sostituita da B, senza alcun rispetto per il principio di identità e di non contraddizione. E questo non funziona, come vedremo nel successivo post che dedicherò a Wittgenstein. Noi umani dobbiamo avere l’umiltà di rispettare le convenzioni linguistiche e i nomi-che-diamo-alle-cose, non violare questo patto sacro per ragioni ideologiche, come accade di questi tempi quando si vuol talora chiamare le cose con nomi impropri, come chi insiste a definire “matrimonio” una legittimissima “unione civile”. Si può dire che non è vero che un matrimonio coincide con un’unione civile, poiché matrimonio significa etimologicamente “ufficio della madre”, e non sempre nelle unioni civili vi è una madre. O no? Ecco come si trova la verità, che possiede una sua inconfutabile eternità, o perennità, se vogliamo dire in un altro modo.

Che la caratteristica di verità di ogni ente presupponga la sua eternità va però mostrato, per quanto possibile. Prima però occorre fondare in qualche modo l’eternità degli enti-che-sono o, come preferisce chiamarli Severino, a differenza di Aristotele e Tommaso d’Aquino, “essenti”. Proviamo così, senza scomodare ragionamenti troppo astrusi, visto che si tratta di metafisica.

Se immaginiamo di metterci “dal punto di vista di Dio”, possiamo ipotizzare di sospendere la credibilità di ogni realtà transeunte secondo il “prima e il poi” di aristotelica memoria, e di proporre una sorta di sguardo dal “nunc aeternum” (un ora eterno) sulle cose e sul mondo, di modo che la realtà appaia come un continuum senza inizio né fine o, come si dice nel linguaggio classico “(aeternitas) est tota simul et perfecta possessio“, significando un contemporaneo essere di tutte le cose per sempre, perfettamente, completamente.

E dunque l’eternità è a-temporale, si può dire, come tempo-di-Dio, che l’uomo può solo tentare di de-finire con parole sempre insufficienti, essendo presso a poco l’eternità della stessa natura di Dio. E di Dio, come sanno i filosofi musulmani sufi e i mistici cristiani à la Meister Echkart si può solo dire negandolo, cioè dire ciò che non è, e dunque un qualcosa di simile al nulla, alla negazione di qualsiasi altra cosa. Dio non è… altro che… non sappiamo bene cosa e come. Sappiamo forse chi è, ma solo per come ce lo ha insegnato fin da bambini il venerando catechismo di san Pio X, papa Sarto: “Dio è l’Essere perfettissimo Creatore e Signore di tutte le cose“.  L’eternità è dunque un attributo di Dio, e ciò per il momento basti, visto che né i più grandi fisici, né i maggiori filosofi e teologi ce lo sanno dire in modo convincente.

Poche parole o poco più ora, sulla verità.

La verità, per i Greci era l’alètheia, (alfa privativo innanzi al nome del corso d’acqua infero Lete, il fiume della dimenticanza), cioè il non-nascondimento, definizione riproposta con efficacia nel secolo scorso da Martin Heidegger.

Il primo immenso pensatore occidentale che se ne occupò fu il “terribile” Parmenide di Elea, il filosofo dell’essere, che riteneva essere e pensiero coincidenti, e il nostro contemporaneo Karl Jaspers, medico e psichiatra condivideva questo asserto a duemilacinquecento anni dalla sua esposizione. Platone e Aristotele seguirono Parmenide, arricchendo ulteriormente questa prima grande intuizione. “Dire di ciò che è che non è, o di ciò che non è che è, è falso; dire di ciò che è che è, e di ciò che non è che non è, è vero” (Metafisica, IV, 7, 1011 b). Affermazioni apparentemente banali, ma solo a una prima lettura, ché se ci pensiamo bene attestano convenientemente e razionalmente tutti i giudizi sulla realtà che possiamo dare. Infatti, se crediamo a queste semplici definizioni, fondiamo nientemeno che la coincidenza assoluta tra verità e realtà.

Poi, nella vita sappiamo che non è così: basti pensare che nell’ambito del diritto vi è una differenza tra verità di fatto e verità processuale, per cui si può condannare un innocente e assolvere un colpevole!

Tornando al pensiero filosofico e poi fisico e matematico troviamo: Aristotele con la sua logica sillogistica, per cui date certe premesse, conseguono necessariamente (obbligatoriamente) certe conclusioni, ad es. “L’uomo è razionale/ il razionale è libero/ l’uomo è libero“. Inconfutabile. Lasciamo stare qui le neuroscienze di taglio positivistico che tendono a negare il libero arbitrio, in nome di un biologismo quasi assoluto.

Agostino d’Ippona ritiene che la verità segua l’illuminazione dell’intelletto da parte di Dio, come dono di grazia, seguito in questa linea da sant’Anselmo; Tommaso d’Aquino chiosa ammettendo che la verità deve poi occuparsi, aristotelicamente, dell’oggetto da conoscere “Idem est actus cognoscentis et cogniti“, cioè  l’atto di ciò che è conosciuto è lo stesso di quello del conoscente, che Descartes porterà alle estreme conseguenze di un dualismo assoluto, platonico, tra la verità delle cose e quelle dello spirito che conosce le cose: il suo “penso dunque sono, cogito ergo sum“. Io direi forse “cogito quia sum, penso perché sono“. Ma Cartesio è più autorevole di me.

Vi sono poi diverse teorie sulla verità che possono essere così sintetizzate: a) quella corrispondentista, che lega strettamente la verità con la realtà; b) quella coerentista, caratterizzata da una sorta di omogeneità autosimilare all’interno di una serie di affermazioni; c) quella del consenso, connotata dalla coincidenza di opinioni su un dato; d) quella pragmatista, tipica di un pensiero utilitarista, come quello anglosassone, per cui è più vero ciò che serve di più; e) quella costruttivista, sociologica e politica, in qualche modo utilitarista anch’essa.

Autori contemporanei come  Rorty e Tarski sostengono che a volte il discorso su certe cose è ridondante e si potrebbe semplificare molto. Un esempio: non occorre dire che “la neve bianca è vera“, poiché basta dire che “la neve è bianca“, in quanto proposizione implicitamente capax veritatis, cioè veritiera, ok no? E io aggiungo: perché aver bisogno di dire “assolutamente sì, assolutamente no“? Che cosa aggiunge all’affermazione e alla negazione l’avverbio modale? Non è che il “sì” e il “no” non siano di per sé già chiari e chiarificatori? E dunque perché sprecare fiato ed energie con avverbi inutili? La verità a volte è semplice.

E a volte è terribilmente complessa e quindi non direttamente afferrabile, come nel caso delle cose relative alla trascendenza, al divino, all’immortalità dell’anima, alla vita eterna, al rapporto della verità stessa con l’eternità.

Tornando alla storia del pensiero in tema, troviamo che, dopo la lezione greca classica il concetto è stato studiato con passione e rigore da pensatori successivi, come l’islamico Averroè, che sulle tracce di Aristotele provò a sintetizzare l’idea che la verità potesse essere trovata nell’armonioso concerto di ragione e fede, in qualche modo opinione non distante dalla più alta teologia cristiana come quella di Tommaso.

In ambito evangelico la verità si fa persona, quella di Gesù Cristo (Gesù di Nazaret detto il Cristo, per essere precisi), come racconta ad esempio Giovanni (cf. 18, 37-38): “Allora Pilato gli disse, dunque tu sei re? Rispose Gesù: Tu lo dici: io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce. Gli dice Pilato: Che cos’è la verità?. (…).

Per la fede cristiana il criterio di verità è dunque il maestro nazareno, senza che ciò significhi che l’uomo non debba ricercare, con il suo intelletto, le verità terrene, quelle scientifiche, conseguite con i criteri dell’induzione e della deduzione così come proposti da Galileo e da Descartes all’inizio della Modernità.

In logica matematica troviamo le tesi di Kurt Gödel che sostiene la non coincidenza tra verità e dimostrabilità (cf. Teoremi dell’Incompletezza, Vienna 1925), garantendo così un ruolo fondamentale all’intuizione (retaggio platonico-agostiniano), Prima di lui Gottfried Leibniz aveva distinto tra verità di ragione e verità di fatto, là dove le prime si basano sul principio di identità e di non contraddizione (cf. supra Aristotele, Metafisica, V, etc.), mentre le seconde possono fondarsi semplicemente sul principio di ragion sufficiente, come spiega con un esempio: “Colombo scoprì l’America“, dove la veridicità della proposizione è mostrata dalla credibilità dei navigatori e dalla credendità delle loro cronache. Io di solito dico così: “Non sono mai stato in Australia, ma credo che esista“. Infatti non metto in dubbio le cronache a partire da quella del viaggio settecentesco del capitano inglese James Cook, e le testimonianze di emigranti in quel continente che conosco personalmente.

E potremmo continuare trattando della verità nelle scienze del diritto, dove si distingue, come abbiamo visto supra tra verità di fatto e verità processuale, che possono (purtroppo) non coincidere. Ma ci fermiamo qui per tornare al titolo del pezzo.

Si può dire che verità ed eternità appartengono al novero degli enti possono definire “eterni essenti” come sostengono Bontadini, Severino e il padre Barzaghi? Cioè, è plausibile, anzi vero che i due concetti rinviano a un qualcosa che non finisce, che dura per sempre, che non muore?

A mio parere sì, perché ciò che accade ed è accaduto non può essere fatto non-essere-accaduto, neppure da Dio, che è nell’eternità e da lì, con un solo sguardo, tutto sa e tutto contempla, amando le creature e il mondo, nella sua visione, eterno e vero.

“Essi vedevano ed era un vano guardare, ascoltavano ma senza udire,

simili alle forme dei sogni, trascorrevano la loro lunga esistenza confusi e senza meta (…)”, (Eschilo, dal Prometeo incatenato). Ebbene, quanti uomini di tal fatta, numerosi come le locuste della piaga d’Egitto mandata dal Signore Jahwe, conosco. Quante volte ci è capitato di constatare quanto la poesia del grande tragico illustra e illumina la realtà umana in due o tre versi potenti!

Per dire, come rileva Sabino Cassese, sapiente dei nostri tempi, circa gli incliti presuntuosi che ci circondano. Sul magazine del “Corrierone” di qualche giorno fa, il giurista propone un breve elenco di idiozie sparse, al fine di sottolineare quanto i mediocri siano ostili alla conoscenza, disprezzando la competenza altrui, evidentemente poiché questa lede gravemente la loro autostima.

Cassese ci ricorda, a titolo esemplificativo, che meno di un terzo degli abitanti USA pensa che la frase “da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi meriti“, non è un articolo della Costituzione americana, ma una frase del dottor Karl Marx!

E che a metà degli anni ’60 forse solo il 10% degli americani sapeva che l’URSS non faceva parte della NATO; e ancora, che il 40% degli americani stessi oggi non sa quali nazioni affrontò il loro grande Paese nella Seconda guerra mondiale. Se volgiamo lo sguardo all’Italia, un 30% della popolazione ritiene che risiedano in Italia circa il 27% di immigrati sul totale di 60 milioni di abitanti, cioè circa 17 milioni, quando il numero è di circa un terzo, vale a dire l’8% che significa circa 4,5 milioni di persone.

L’esaltazione dell’ignoranza, di cui molti si gloriano, incredibilmente, dà la stura agli ideologismi più vieti e insopportabili di certi militonti populisti, anche molto altolocati, e parlo di candidati a premier. Cose da pazzi.

E allora, plausibilmente, vi è qualcuno come Bauman che, mutuando dai romantici del primo ‘800 una sorta di pessimismo cosmico, si augura di poter vivere non più l’utopia di un modo migliore, ma la retrotopia, con lo sguardo quasi gianesco, rivolto al passato. Oppure, uno studioso come Jason Brennan vedrebbe come scelta positiva quella di operare una sorta di epistocrazia, cioè una selezione dei migliori secondo la conoscenza e la sapienza, per attuare una democrazia oligarchica delle menti, di tipo platonico. Una sua proposta, derivante dall’assunto selettivo è quella di sottoporre le leggi varate da un parlamento a prevalenza di ignoranti alla Razzi, ma anche alla Di Maio e Salvini, al vaglio di una èlite di persone acculturate con il potere di cassare insindacabilmente le normative più idiote, come quelle che stanno proponendo molti leader in campagna elettorale per le prossime elezioni politiche, che in questa sede ho già sbertucciato un paio di settimane fa (oh mio gentil lettore, basta che tu vada indietro fino al post illustrato dalle foto dei tre campioni Renzi, Grillo e Salvini, diversamente incliti e altrettanto arroganti).

Quanto servirebbe rimettere nei curricula della scuola dell’obbligo un po’ di Educazione civica, quantomeno per imparare che gli artt. 33, 51, 84, 97, 106 della Costituzione della Repubblica italiana, attestano l’esigenza -per poter accedere a certe funzioni professionali pubbliche e private, come quelle del medico, del magistrato, dell’ingegnere, dell’avvocato, etc.- di studi e titoli adeguati, ma servirebbe anche studiare di più e meglio discipline fondamentali come l’italiano, la matematica, la fisica, la biologia, la storia, la filosofia, il diritto, l’economia, l’etica generale come sapere strutturato e scientifico, a fronte di uno sconvolgente analfabetismo crescente e tremendamente diffuso, in proporzione presente anche in chi fa politica di professione.

Altrimenti non c’è da lamentarsi, perché avremo al governo chi ci meritiamo.

…e come il vento odo stormir tra queste piante…

Tratto da L’infinito, il verso, interno a un enjambement, del conte Giacomo da Recanati, evoca in me memorie e sentimenti arcani.

Trovo che la grande poesia o la grande musica siano il modo migliore per elevare lo spirito quando nuove consuetudini rovinano la spiritualità, come quella del Natale.

Il vento, il suo stormire, l’ordine delle parole voluto dal poeta creatore ci fa recuperare la bellezza degli eventi che rischiano di perderla, annegati nei lustrini dei nuovi costumi mercantili.

Il Natale è memoria trasfigurata di una venuta, è storia sobriamente raccontata dagli antichi scrittori, e creduta. Il Natale è metafora della nascita e anche di ogni ri-nascita, perché ogni anno si presenta nel tempo stabilito a ricordarci l’evento dell’Incarnazione del Verbo di Dio. E invece è diventato smemoratezza dell’evento e occasione di generiche festività godute qua e là, come ferie. Non molto di più.

Nelle città e nei luoghi di villeggiatura è un brillio reiterato di lampade e lustrini, persa di vista o quasi la sua ragion d’essere. Ma accadono anche altre cose in questi giorni a cavallo dei due anni che si succedono.

Leggo sul web che una maestra di Zoppola (provincia di Pordenone per i miei lettori extraregionali), per non “turbare” la sensibilità dei suoi alunni non-cristiani, ha sostituito il nome di Gesù, anzi il suo suono-segno-significato, in una canzoncina natalizia, con “Perù“, assonante e nulla più. Il nome di una nazione sudamericana al posto del nome di Gesù di Nazaret, punto di riferimento religioso per due miliardi di umani, e genetliaco storico della nostra vicenda, compresi i non cristiani, ché non risulta usino altri riferimenti, se non quello del genetliaco gesuano, siano essi buddisti, islamici, induisti, confuciani, scintoisti, animisti e atei, cioè la maggioranza di noi occidentali.

Peraltro, alcune festività religiose come il Natale e la Pasqua hanno conservato date diverse nello stesso ambito cristiano, ad esempio presso gli ortodossi, che hanno mantenuto il calendario giuliano, cosicché posticipano il Natale di una dozzina di giorni rispetto al 25 dicembre.

A che cosa attribuire la cialtronata zoppolesca o zoppoliana? A ignoranza crassa o a un istinto del politicamente corretto, oramai talmente diffuso da venire introiettato al punto da suggerire azioni preventive per evitare chissà che cosa. Mi proporrò per tenere una lezione gratuita alla pedagogista della destra Tagliamento, sulle citazioni gesuane e mariane presenti nel Corano, su Isshà (Gesù) e Mariam, sua madre, che è forse più nominata di Fatima (figlia di Mohamed) e di Kadijia (moglie del Profeta).

Il rispetto, cara maestra (e di che?) è un guardare-negli-occhi-l’altro, come insegna la sana etimologia latina del verbo respicere, riconoscendogli pari dignità ma, appunto, senza abbassare lo sguardo, ché altrimenti non si può guardare negli occhi, ma si guardano i calzari… dell’altro. E’ così che lei vuole muoversi nella nuova pedagogia multi-polare, poli-centrica, prona al punto da modificare la nostra storia e la nostra cultura sedimentatasi in millenni?

La vicenda fa il paio con quella dei presepi e di altre storie di autocensura sulle festività cristiane per come vengono vissute da qualche anno in molti istituti della scuola dell’obbligo, in Italia.

Epperò non condivido le reazioni grevi delle forze politiche oggi denominate sovraniste, come la Lega, che reagiscono chiedendo di non riconoscere pari diritti civili a persone che vengono da altri mondi, se pure con i dovuti percorsi di inserimento, e nei tempi corretti, come propone il testo della legge non approvata sulla cittadinanza legata alla presenza in un territorio e all’accettazione serena della cultura, nonché alla conoscenza della storia e delle norme legislative di quel territorio.

Ognuno sia quello che vuol essere, qui da noi e ovunque, rispettando la medesima condizione e diritto verso qualsiasi altro, senza la pretesa di possedere verità intangibili e da far imparare a tutti, con le buone o con le cattive. La soluzione non è quella di imitare, quasi per spirito di vendetta, i totalitarismi politici e gli stati etici o le teocrazie, di qualsiasi genere e specie essi siano, ma quella di dialogare accettando tutte le diversità rispettose delle… diversità altrui.

E ora me ne torno alla poesia e alla musica, che sono due consolazioni sempiterne, caro lettore di fine anno. E che quest’anno se ne vada in gloria.

In una silenziosa sera d’autunno a parlare del senso del tempo

Sarei stata qui ad ascoltarla fino a mezzanotte“, mi dice una signora salutandomi, ed erano le ventidue e quarantacinque di un incontro iniziato due ore e un quarto prima. Di venerdì sera, nel bel borgo pedemontano dei coltelli d’acciaio. Per strada quasi nessuno al ritorno quaranta chilometri in poco più di mezz’ora, li ho fatti, un poco dolorante, nel silenzio sospeso della notte incombente. Dopo Spilimbergo il ponte sul grande Fiume, la curva a destra e poi i rettilinei per il bivio delle Terre di Mezzo, verso casa.

Giornata di fatica un poco temeraria, vissuta Time after time come canta il pezzo di Miles Davis, ed eccomi di nuovo –after midnight–   davanti alla tastiera del mio pc-tablet, anche se stasera mi hanno regalato una penna e una matita, i miei ospiti organizzatori della conferenza, perché io scriva qualche volta a mano. A mano oramai scrivo solo a chi non ha computer, ad esempio a un carcerato con cui dialogo da un decennio, un ergastolano mio tutelato.

Abbiamo dialogato sul tempo dandoci tempo, perdendo e ritrovando tempo, con-dividendo, con-vivendo tempo, senza fretta e senza calcoli utilitaristici. Ecco altre persone nel mondo che non “investono” (caro amico Ermanno gentilmente presente!) soltanto nel tempo, ma lo creano vivendolo, curiosando pazientemente nei suoi interstizi misteriosi e profondi.

Abbiamo parlato delle dimensioni varie, e a volte contraddittorie del tempo, che non cede alle semplificazioni delle vulgate mediatiche, ma si staglia oltre, vive al di sopra, si propone come costrutto esistenziale, non tanto come misurazione matematica dei movimenti del cosmo, cioè dell’ordine universale. Il tempo interiore prevale come concetto cognitivo e come percetto neuro-fisiologico. Il nous, cioè l’intuizione eidetica prevale sull’argomentazione logica, questa sera come sempre, in un uditorio prevalentemente femminile, di lavoratrici e donne di famiglia, operaie e insegnanti. Ancora una volta ha avuto ragione Platone.

Penso, mentre l’auto corre tranquilla sui rettifili deserti, che vale sempre la pena fermarsi a parlare. Anch’io, se non per la stanchezza di una giornata infinita, quasi un azzardo per il mio stato attuale, sarei andato a bere un bicchiere con Paolo e Ilario e con chi altri saranno andati. Ma ci rivedremo per parlare della libertà e della comunicazione nella qualità relazionale, presto.

Settimane, le prossime, di conferenze, lezioni e convegni cui mi hanno invitato come relatore e docente. Bellissimo sfidare la dolorosa fatica di queste settimane, accettando questo surplus, vivendolo nei tempi condivisi.

Essenziale e superfluo stanno di fronte al tempo e ne subiscono la legge inesorabile, dice Alejandro Jodorowskij, ed è vero, poiché ciò che sta sulla superficie delle cose (il superfluo) si volatilizza presto, non essendo coeso con le cose stesse, mentre ciò che sta-dentro-le cose, nell’essenza (nell’essenziale) costituisce -letteralmente- le cose stesse. Pensa, caro lettore, al nucleo della cellula umana, al fuoco del centro della Terra, allo zigote da cui ognuno di noi è venuto al mondo, pensa a Roma, che pur se così sporca, resta caput mundi…

Il centro delle cose, l’essenza, la sostanza, la natura (cf. P.-J. Nicolas) , filosoficamente quasi sinonimi, muovono verso le periferie dell’essere connettendosi in modo continuo e profondo, creando sinapsi e sinusoidi, andando e venendo come nella respirazione, come nella ritmica cardiaca di sistole e diastole, come il pensiero della vita e la vita del pensiero. A proposito, caro lettore, secondo te, come si pongono tra loro questi due ultimi sintagmi? Come si connette la vita del pensiero pensante  con il pensiero della vita vivente? Cartesio risponderebbe che viene prima il pensiero della vita (vivente), in quanto unica connessione vera con la vita stessa, ma forse altrettante ragioni potrebbe avere Tommaso d’Aquino, la cui contraria opinione si fonderebbe sull’evidenza che la vita del pensiero attesta la presenza di chi pensa, della persona stessa, di chi è dotato di intelletto, ragione volontà viventi in un corpo concreto.

Idealismo vs. realismo, ancora una volta. Personalmente inclino verso un realismo ragionato e non materialista, come invece fa il mio amico carcerato, specie se si tratta di un materialismo idealista, ossimoro non improbabile nelle menti di ha preteso di cambiare il mondo, palingeneticamente, con la canna fumante di una pistola e il popolo dietro. Popolo che non si è mai mosso dietro gli estremisti, come ben sapeva lo stesso Vladimir Il’ic, quando scrisse l’acuto pamphletL’estremismo malattia infantile del comunismo“.

Per me, dunque, il tempo è la categoria trascendentale (Kant) dove si manifesta, dove accade l’epifania della luce conoscitiva, dell’intelligenza, del leggere-dentro le cose e i fatti della vita umana e del mondo, ed è forse più importante dello spazio dove la vita si muove, tant’è che nella dimensione einsteiniana della relatività, basta una categoria “tempo” a dare senso al combinato disposto delle tre dimensioni della categoria “spazio”, e a spiegarci come non si possa dare l’assolutezza del tempo come verità presente a tutti gli osservatori del cosmo.

Nel tempo le cose si dipanano, si spiegano, a volte addirittura si com-prendono, ed è la dimensione conoscitiva più difficile poiché concerne la complessità infinita del vivente-autocosciente-umano. Darsi tempo, come devo fare io in questa fase, di più e meglio che nel passato, è come una medicina -a volte amara- ma benefica, sulla strada di una sempre maggiore capacità di vivere pienamente il proprio destino, come itinerario che sta-lì, costruito dagli infiniti nessi causali delle circostanze e da volontà indipendenti l’una dall’altra, e dalla mia volontà, speranzosamente esercitata su una libertà consapevole.

Come il sole riflesso sulla superficie cangiante del mare

A pagina 203 del suo ponderoso volume Platone 2.0, La rinascita della filosofia come palestra di vita, edito quest’anno da Mimesis, il mio amico Giorgio Giacometti, filosofo (posso dire?) neo-platonico contemporaneo, e studioso di Schelling, propone questa bellissima frase-verso, che riporto qui sopra nel titolo, a un suo interlocutore ospite di sedute di filosofia pratica. Si tratta di un piccolo industriale disorientato che ha confuso, o con-fuso per tutta la vita azienda e famiglia, facendo della seconda, in sintesi, una parte della prima: famiglia e azienda quasi indistinguibili, per cui sono nati problemi, incomprensioni, crisi, separazioni. La meravigliosa immagine del mare riflette uno stato delle cose, una condizione abbastanza comune nella vita personale e familiare degli esseri umani, specialmente di questi tempi sconvolti e disarticolati, che la cronaca ci fa pensare come i peggiori di ogni altro tempo, e invece è vero il contrario… forse.

La “superficie cangiante del mare“, quasi di montaliana memoria (cf. “Meriggiare pallido e assorto (…) osservare tra frondi il palpitare/ lontano di scaglie di mare …”), rappresenta con la metafora “scaglie” l’immagine dell’indefinibile mutazione e andirivieni delle onde sulla superficie della sconfinata distesa d’acqua di un mare o addirittura di un oceano, immisurabili e imprendibili, come le gocce della pioggia, come i raggi del sole e il mulinìo del vento novembrino.

Cangiante è  termine aulico per cambiante, quest’ultimo participio presente sgradevole all’udito, mentre la sua versione “alta” fa tanto lemma poetico e, come spesso capita, poietico, cioè costruttore di un qualcosa, e forse distruttore d’altro. Cambiare, oggi si deve cambiare, in organizzazione aziendale vi è la teoria del change management, della gestione snella (lean), efficace, della leadership situazionale, dove anche gli organigrammi possono venire scon-volti da un’idea nuova, più brillante ed efficace della linea guida precedente. Solo che in azienda e in economia il cambiamento produce disorientamenti momentanei, modifiche organizzative e un “dolore” personale controllato, o comunque controllabile, soprattutto nel caso di una perdita di posizione o del posto di lavoro stesso: in altri contesti, invece, il cambiamento può essere più doloroso perché più legato ai sentimenti e alle emozioni. Nelle vite individuali a volte càpita questa fluidità sofferente, questo scorrere delle cose, che dipende solo in parte dalle volontà singole. Secondo il pensiero di Baruch Spinoza e anche di un mio amico ristretto in vinculis, “tutto si tiene”, cioè accade, anche inopinatamente, anche contro le convenzioni, le leggi, i contratti, perché più forte, più potente, in definitiva, più umano.

Si pensi all’innamoramento e a tutto ciò che gli è connesso. Scaglie di mare, cangianti scaglie di mare. Onde, increspature del grande oceano della vita, come nel film di Andreij Tarkovskij, Solaris, dove c’è un “oceano che pensa” o, direbbe sant’Agostino, un “pensiero come oceano“. E io dico che il pensiero è più grande di ogni oceano, perché è il dialogo dell’anima con se stessa (Platone), flusso dell’immenso, ché in una frazione infinitesima di secondo arriva fino ai confini dell’universo a quattordici miliardi di anni luce.

E, in questo turbinare della vita, dove sta la morale ordinaria? dove le convenienze? dove i convenevoli? Non al centro, ma a lato, con il rispetto dovuto. Più forte è la vita, che vince sempre come nelle musiche di Haendel, ascolto ora il Dettinger Te Deum, nel pomeriggio settembrino, mentre la luce dell’autunno veniente taglia di traverso i rami dell’ulivo e la siepe di bosso che divide da un prato il mio giardino.

Il mio sguardo si perde verso le alte cime degli alberi del parco delle Risorgive, in attesa che venga l’ora del bicchiere di vino con big Mario, all’osteria dell’angolo qui vicino, per darci il tempo di racconti e di memorie, tra silenzi che scendono tra le parole. Tutte preziose, tutte pesate dall’esperienza, a volte dure, ma mai volgari, comprensive e settarie nello stesso tempo, ché l’incazzarsi è sano come ogni segno di vita, sempre che sia ben diretto, e non ingiusto a colpire anime innocenti, che sono anime salve.

Oh voci del coro potente, o trombe, ottoni dal suono di cristallo, ascoltate il canto dell’anima mia.

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