Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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…e come il vento odo stormir tra queste piante…

Tratto da L’infinito, il verso, interno a un enjambement, del conte Giacomo da Recanati, evoca in me memorie e sentimenti arcani.

Trovo che la grande poesia o la grande musica siano il modo migliore per elevare lo spirito quando nuove consuetudini rovinano la spiritualità, come quella del Natale.

Il vento, il suo stormire, l’ordine delle parole voluto dal poeta creatore ci fa recuperare la bellezza degli eventi che rischiano di perderla, annegati nei lustrini dei nuovi costumi mercantili.

Il Natale è memoria trasfigurata di una venuta, è storia sobriamente raccontata dagli antichi scrittori, e creduta. Il Natale è metafora della nascita e anche di ogni ri-nascita, perché ogni anno si presenta nel tempo stabilito a ricordarci l’evento dell’Incarnazione del Verbo di Dio. E invece è diventato smemoratezza dell’evento e occasione di generiche festività godute qua e là, come ferie. Non molto di più.

Nelle città e nei luoghi di villeggiatura è un brillio reiterato di lampade e lustrini, persa di vista o quasi la sua ragion d’essere. Ma accadono anche altre cose in questi giorni a cavallo dei due anni che si succedono.

Leggo sul web che una maestra di Zoppola (provincia di Pordenone per i miei lettori extraregionali), per non “turbare” la sensibilità dei suoi alunni non-cristiani, ha sostituito il nome di Gesù, anzi il suo suono-segno-significato, in una canzoncina natalizia, con “Perù“, assonante e nulla più. Il nome di una nazione sudamericana al posto del nome di Gesù di Nazaret, punto di riferimento religioso per due miliardi di umani, e genetliaco storico della nostra vicenda, compresi i non cristiani, ché non risulta usino altri riferimenti, se non quello del genetliaco gesuano, siano essi buddisti, islamici, induisti, confuciani, scintoisti, animisti e atei, cioè la maggioranza di noi occidentali.

Peraltro, alcune festività religiose come il Natale e la Pasqua hanno conservato date diverse nello stesso ambito cristiano, ad esempio presso gli ortodossi, che hanno mantenuto il calendario giuliano, cosicché posticipano il Natale di una dozzina di giorni rispetto al 25 dicembre.

A che cosa attribuire la cialtronata zoppolesca o zoppoliana? A ignoranza crassa o a un istinto del politicamente corretto, oramai talmente diffuso da venire introiettato al punto da suggerire azioni preventive per evitare chissà che cosa. Mi proporrò per tenere una lezione gratuita alla pedagogista della destra Tagliamento, sulle citazioni gesuane e mariane presenti nel Corano, su Isshà (Gesù) e Mariam, sua madre, che è forse più nominata di Fatima (figlia di Mohamed) e di Kadijia (moglie del Profeta).

Il rispetto, cara maestra (e di che?) è un guardare-negli-occhi-l’altro, come insegna la sana etimologia latina del verbo respicere, riconoscendogli pari dignità ma, appunto, senza abbassare lo sguardo, ché altrimenti non si può guardare negli occhi, ma si guardano i calzari… dell’altro. E’ così che lei vuole muoversi nella nuova pedagogia multi-polare, poli-centrica, prona al punto da modificare la nostra storia e la nostra cultura sedimentatasi in millenni?

La vicenda fa il paio con quella dei presepi e di altre storie di autocensura sulle festività cristiane per come vengono vissute da qualche anno in molti istituti della scuola dell’obbligo, in Italia.

Epperò non condivido le reazioni grevi delle forze politiche oggi denominate sovraniste, come la Lega, che reagiscono chiedendo di non riconoscere pari diritti civili a persone che vengono da altri mondi, se pure con i dovuti percorsi di inserimento, e nei tempi corretti, come propone il testo della legge non approvata sulla cittadinanza legata alla presenza in un territorio e all’accettazione serena della cultura, nonché alla conoscenza della storia e delle norme legislative di quel territorio.

Ognuno sia quello che vuol essere, qui da noi e ovunque, rispettando la medesima condizione e diritto verso qualsiasi altro, senza la pretesa di possedere verità intangibili e da far imparare a tutti, con le buone o con le cattive. La soluzione non è quella di imitare, quasi per spirito di vendetta, i totalitarismi politici e gli stati etici o le teocrazie, di qualsiasi genere e specie essi siano, ma quella di dialogare accettando tutte le diversità rispettose delle… diversità altrui.

E ora me ne torno alla poesia e alla musica, che sono due consolazioni sempiterne, caro lettore di fine anno. E che quest’anno se ne vada in gloria.

In una silenziosa sera d’autunno a parlare del senso del tempo

Sarei stata qui ad ascoltarla fino a mezzanotte“, mi dice una signora salutandomi, ed erano le ventidue e quarantacinque di un incontro iniziato due ore e un quarto prima. Di venerdì sera, nel bel borgo pedemontano dei coltelli d’acciaio. Per strada quasi nessuno al ritorno quaranta chilometri in poco più di mezz’ora, li ho fatti, un poco dolorante, nel silenzio sospeso della notte incombente. Dopo Spilimbergo il ponte sul grande Fiume, la curva a destra e poi i rettilinei per il bivio delle Terre di Mezzo, verso casa.

Giornata di fatica un poco temeraria, vissuta Time after time come canta il pezzo di Miles Davis, ed eccomi di nuovo –after midnight–   davanti alla tastiera del mio pc-tablet, anche se stasera mi hanno regalato una penna e una matita, i miei ospiti organizzatori della conferenza, perché io scriva qualche volta a mano. A mano oramai scrivo solo a chi non ha computer, ad esempio a un carcerato con cui dialogo da un decennio, un ergastolano mio tutelato.

Abbiamo dialogato sul tempo dandoci tempo, perdendo e ritrovando tempo, con-dividendo, con-vivendo tempo, senza fretta e senza calcoli utilitaristici. Ecco altre persone nel mondo che non “investono” (caro amico Ermanno gentilmente presente!) soltanto nel tempo, ma lo creano vivendolo, curiosando pazientemente nei suoi interstizi misteriosi e profondi.

Abbiamo parlato delle dimensioni varie, e a volte contraddittorie del tempo, che non cede alle semplificazioni delle vulgate mediatiche, ma si staglia oltre, vive al di sopra, si propone come costrutto esistenziale, non tanto come misurazione matematica dei movimenti del cosmo, cioè dell’ordine universale. Il tempo interiore prevale come concetto cognitivo e come percetto neuro-fisiologico. Il nous, cioè l’intuizione eidetica prevale sull’argomentazione logica, questa sera come sempre, in un uditorio prevalentemente femminile, di lavoratrici e donne di famiglia, operaie e insegnanti. Ancora una volta ha avuto ragione Platone.

Penso, mentre l’auto corre tranquilla sui rettifili deserti, che vale sempre la pena fermarsi a parlare. Anch’io, se non per la stanchezza di una giornata infinita, quasi un azzardo per il mio stato attuale, sarei andato a bere un bicchiere con Paolo e Ilario e con chi altri saranno andati. Ma ci rivedremo per parlare della libertà e della comunicazione nella qualità relazionale, presto.

Settimane, le prossime, di conferenze, lezioni e convegni cui mi hanno invitato come relatore e docente. Bellissimo sfidare la dolorosa fatica di queste settimane, accettando questo surplus, vivendolo nei tempi condivisi.

Essenziale e superfluo stanno di fronte al tempo e ne subiscono la legge inesorabile, dice Alejandro Jodorowskij, ed è vero, poiché ciò che sta sulla superficie delle cose (il superfluo) si volatilizza presto, non essendo coeso con le cose stesse, mentre ciò che sta-dentro-le cose, nell’essenza (nell’essenziale) costituisce -letteralmente- le cose stesse. Pensa, caro lettore, al nucleo della cellula umana, al fuoco del centro della Terra, allo zigote da cui ognuno di noi è venuto al mondo, pensa a Roma, che pur se così sporca, resta caput mundi…

Il centro delle cose, l’essenza, la sostanza, la natura (cf. P.-J. Nicolas) , filosoficamente quasi sinonimi, muovono verso le periferie dell’essere connettendosi in modo continuo e profondo, creando sinapsi e sinusoidi, andando e venendo come nella respirazione, come nella ritmica cardiaca di sistole e diastole, come il pensiero della vita e la vita del pensiero. A proposito, caro lettore, secondo te, come si pongono tra loro questi due ultimi sintagmi? Come si connette la vita del pensiero pensante  con il pensiero della vita vivente? Cartesio risponderebbe che viene prima il pensiero della vita (vivente), in quanto unica connessione vera con la vita stessa, ma forse altrettante ragioni potrebbe avere Tommaso d’Aquino, la cui contraria opinione si fonderebbe sull’evidenza che la vita del pensiero attesta la presenza di chi pensa, della persona stessa, di chi è dotato di intelletto, ragione volontà viventi in un corpo concreto.

Idealismo vs. realismo, ancora una volta. Personalmente inclino verso un realismo ragionato e non materialista, come invece fa il mio amico carcerato, specie se si tratta di un materialismo idealista, ossimoro non improbabile nelle menti di ha preteso di cambiare il mondo, palingeneticamente, con la canna fumante di una pistola e il popolo dietro. Popolo che non si è mai mosso dietro gli estremisti, come ben sapeva lo stesso Vladimir Il’ic, quando scrisse l’acuto pamphletL’estremismo malattia infantile del comunismo“.

Per me, dunque, il tempo è la categoria trascendentale (Kant) dove si manifesta, dove accade l’epifania della luce conoscitiva, dell’intelligenza, del leggere-dentro le cose e i fatti della vita umana e del mondo, ed è forse più importante dello spazio dove la vita si muove, tant’è che nella dimensione einsteiniana della relatività, basta una categoria “tempo” a dare senso al combinato disposto delle tre dimensioni della categoria “spazio”, e a spiegarci come non si possa dare l’assolutezza del tempo come verità presente a tutti gli osservatori del cosmo.

Nel tempo le cose si dipanano, si spiegano, a volte addirittura si com-prendono, ed è la dimensione conoscitiva più difficile poiché concerne la complessità infinita del vivente-autocosciente-umano. Darsi tempo, come devo fare io in questa fase, di più e meglio che nel passato, è come una medicina -a volte amara- ma benefica, sulla strada di una sempre maggiore capacità di vivere pienamente il proprio destino, come itinerario che sta-lì, costruito dagli infiniti nessi causali delle circostanze e da volontà indipendenti l’una dall’altra, e dalla mia volontà, speranzosamente esercitata su una libertà consapevole.

Come il sole riflesso sulla superficie cangiante del mare

A pagina 203 del suo ponderoso volume Platone 2.0, La rinascita della filosofia come palestra di vita, edito quest’anno da Mimesis, il mio amico Giorgio Giacometti, filosofo (posso dire?) neo-platonico contemporaneo, e studioso di Schelling, propone questa bellissima frase-verso, che riporto qui sopra nel titolo, a un suo interlocutore ospite di sedute di filosofia pratica. Si tratta di un piccolo industriale disorientato che ha confuso, o con-fuso per tutta la vita azienda e famiglia, facendo della seconda, in sintesi, una parte della prima: famiglia e azienda quasi indistinguibili, per cui sono nati problemi, incomprensioni, crisi, separazioni. La meravigliosa immagine del mare riflette uno stato delle cose, una condizione abbastanza comune nella vita personale e familiare degli esseri umani, specialmente di questi tempi sconvolti e disarticolati, che la cronaca ci fa pensare come i peggiori di ogni altro tempo, e invece è vero il contrario… forse.

La “superficie cangiante del mare“, quasi di montaliana memoria (cf. “Meriggiare pallido e assorto (…) osservare tra frondi il palpitare/ lontano di scaglie di mare …”), rappresenta con la metafora “scaglie” l’immagine dell’indefinibile mutazione e andirivieni delle onde sulla superficie della sconfinata distesa d’acqua di un mare o addirittura di un oceano, immisurabili e imprendibili, come le gocce della pioggia, come i raggi del sole e il mulinìo del vento novembrino.

Cangiante è  termine aulico per cambiante, quest’ultimo participio presente sgradevole all’udito, mentre la sua versione “alta” fa tanto lemma poetico e, come spesso capita, poietico, cioè costruttore di un qualcosa, e forse distruttore d’altro. Cambiare, oggi si deve cambiare, in organizzazione aziendale vi è la teoria del change management, della gestione snella (lean), efficace, della leadership situazionale, dove anche gli organigrammi possono venire scon-volti da un’idea nuova, più brillante ed efficace della linea guida precedente. Solo che in azienda e in economia il cambiamento produce disorientamenti momentanei, modifiche organizzative e un “dolore” personale controllato, o comunque controllabile, soprattutto nel caso di una perdita di posizione o del posto di lavoro stesso: in altri contesti, invece, il cambiamento può essere più doloroso perché più legato ai sentimenti e alle emozioni. Nelle vite individuali a volte càpita questa fluidità sofferente, questo scorrere delle cose, che dipende solo in parte dalle volontà singole. Secondo il pensiero di Baruch Spinoza e anche di un mio amico ristretto in vinculis, “tutto si tiene”, cioè accade, anche inopinatamente, anche contro le convenzioni, le leggi, i contratti, perché più forte, più potente, in definitiva, più umano.

Si pensi all’innamoramento e a tutto ciò che gli è connesso. Scaglie di mare, cangianti scaglie di mare. Onde, increspature del grande oceano della vita, come nel film di Andreij Tarkovskij, Solaris, dove c’è un “oceano che pensa” o, direbbe sant’Agostino, un “pensiero come oceano“. E io dico che il pensiero è più grande di ogni oceano, perché è il dialogo dell’anima con se stessa (Platone), flusso dell’immenso, ché in una frazione infinitesima di secondo arriva fino ai confini dell’universo a quattordici miliardi di anni luce.

E, in questo turbinare della vita, dove sta la morale ordinaria? dove le convenienze? dove i convenevoli? Non al centro, ma a lato, con il rispetto dovuto. Più forte è la vita, che vince sempre come nelle musiche di Haendel, ascolto ora il Dettinger Te Deum, nel pomeriggio settembrino, mentre la luce dell’autunno veniente taglia di traverso i rami dell’ulivo e la siepe di bosso che divide da un prato il mio giardino.

Il mio sguardo si perde verso le alte cime degli alberi del parco delle Risorgive, in attesa che venga l’ora del bicchiere di vino con big Mario, all’osteria dell’angolo qui vicino, per darci il tempo di racconti e di memorie, tra silenzi che scendono tra le parole. Tutte preziose, tutte pesate dall’esperienza, a volte dure, ma mai volgari, comprensive e settarie nello stesso tempo, ché l’incazzarsi è sano come ogni segno di vita, sempre che sia ben diretto, e non ingiusto a colpire anime innocenti, che sono anime salve.

Oh voci del coro potente, o trombe, ottoni dal suono di cristallo, ascoltate il canto dell’anima mia.

Ulissidi cerchiamo

Il paradigma di Ulisse è più consono all’esperienza umana, come sua inarrivabile metafora. Più del mio amatissimo Tour de France, perché il percorso marino dell’itacense non era definito in tappe, e le onde che l’avrebbero portato da Circe, da Calipso o alla terra dei Feaci, incerte, perigliose e innumerevoli. Se le strade del Tour si snodano lungo campagne ondulate, come in Borgogna, tra i vigneti dei Vosgi e del Massiccio Centrale, o tra gli ardui tornanti del Tourmalet (a proposito, questo nome pirenaico echeggia quasi una tortura, un tormento…), e anche le mie di ciclista, le vie del mare sono incerte, indefinite, sconfinate, spesso minacciose, e dunque, come la vita umana è il viaggio di Ulisse, ché -come in quella- tutto può accadere.

E tutto accade, di prevedibile e imprevedibile. Per questo nella tradizione storica abbiamo tutta la congerie di attività e persone che si sono occupate di scrutare il futuro, attraverso gli astri, la direzione del fumo dei fuochi, il volo degli uccelli, i visceri degli animali. Astrologi, àuguri, aruspici, maghi, sciamani, sibille, pizie, profeti, e ora futurologi. Ma soprattutto ogni essere umano, nella sua consapevolezza di essere al mondo, o come direbbe Heidegger, di esser-ci, si è sempre chiesto del proprio tempo futuro, constatando il decorso delle vite degli altri, a partire da quella dei propri genitori.

Nell’elenco di visionari fatto sopra vi è però una tipologia che si discosta, si differenzia in maniera radicale dagli altri scrutatori di futuro, quella dei profeti, o nebijm, in ebraico. Profeta è parola greca che significa, dalla preposizione pro (davanti) e dal verbo femì (dire), colui-che-dice-davanti-a- un-altro-che-ascolta. Il profeta non è colui che predice il futuro, ma colui che parla chiaro davanti a chiunque, soprattutto se questi è un re (cf. Natan vs Davide, nei libri biblici Samuele 2, Re 1 e Cronache). Natan è colui che rimprovera il re Davide per aver mandato a sicura morte un suo ufficiale, l’hittita  Uria, per poter avere come sposa la moglie di questi Betsabea. Tempi tribali. Poi il gran re compone il Salmo 51 accompagnandosi con la cetra, il Miserere, abbi pietà di me, Signore. Il salmo del pentimento. Ma lo stesso Natan, anni dopo, suggerisce all’all’ormai anziano re patriarca di designare suo successore Salomone, avuto da Betsabea, in luogo del primogenito Adonia. Quasi che il peccato di Davide sia stato segnato come parte di un destino più grande, che comprendeva il magnifico regno di Salomone, sapiente e giusto, famoso in tutto il Vicino Oriente antico.

Ognuno di noi vorrebbe sapere quello che gli riserva il futuro, ma non è possibile. Quello che si può fare è avere dei comportamenti personali che in qualche modo hanno una rilevanza per il futuro: tenersi da conto con il cibo e con l’igiene, monitorare il proprio corpo e la propria mente. Avere attenzione per tutte le cose e gli ambienti che interferiscono con la propria vita, selezionandoli con discernimento. Fin qui si può e si deve agire, perché il resto lo fa la nostra filogenesi, la nostra genetica, che le scienze umane e mediche sono sempre più in grado di esplorare, soprattutto per curare e addirittura prevenire malattie di tutti i generi.

Un’altra componente che ci fa “ulissidi” consapevoli è la capacità raziocinante e la volontà, che sono le due facoltà tipicamente umane in grado di darci tutte le informazioni e suggerire gli atti opportuni per una buona vita.

Come Ulisse siamo sempre alla ricerca di noi stessi e dell’isola non trovata, magari già apparsa sotto il palmo del nostro naso. Nessun luogo è lontano, caro amico che leggi, come nessun cuore è lontano da te.

Dai dunque vele al vento e governa il timone, ché il tempo è propizio e l’alba vicina.

Shema Israel, ascolta Israele (Deuteronomio 4, 1a, 6, 3a; 9, 1a; etc.)

Il Deuteronomio è il quinto libro della Torah, o Pentateuco, la parte più classica e antica della Bibbia ebraica e cristiana. Alcuni studiosi distinguono alcune sue parti (gli ultimi capitoli in particolare) ritenendole un “libro diverso”, quasi a formare, con il libro di Giosuè e Giudici, un “Esateuco”. Dalla Genesi e fino agli ultimi tre capitoli di Deuteronomio (capp. 31-34) le tre tradizioni redazionali, la jahwista, la elohista e la sacerdotale, sono intrecciate e a volte indistinguibili.

Libri storici nell’accezione antica, raccontano le vicende della creazione del mondo (i primi undici capitoli della Genesi) e successivamente, da Abramo in poi, del popolo di Israele e della sua controversa alleanza con il Dio unico, Signore e creatore. Vi si trova la Legge, specialmente in Esodo, Levitico e Deuteronomio, cioè le prescrizioni morali, civili e religiose da osservare per stare nell’alleanza con Dio, ma in Deuteronomio vi è qualcosa di diverso: gli ordini e i divieti assumono un carattere particolare, potremmo dire meno giuridista, che può interessare di più noi, persone di questi tempi disincantati, ateizzanti e a volte solamente stolti. Ad esempio, nel capitolo 9 si parla di “circoncisione del cuore”, che è ben altro rispetto a quella tradizionale del prepuzio maschile, caratterizzata dal legalismo. La metafora canta la conversione, l’accettazione del proprio limite, il ricordo della propria condizione di viandante, di pellegrino, che ha bisogno di affidarsi, superando ogni iattanza, ogni presupponenza, ogni atto di superbia.

Qualcuno, come Vito Mancuso (cf. Il destino di Dio), interpreta alla lettera il Codice deuteronomico, che è più sanguinario di ogni altro testo religioso, Corano compreso ma, così facendo, vanifica millesettecento anni di interpretazione metaforico-allegorica della Scrittura, e sto parlando dei tempi di Clemente Alessandrino e di Origene.

Certamente le esortazioni del Signore a passare a fil di spada gli abitanti e il bestiame delle città conquistate da parte di Israele, con il suo determinante aiuto, fanno impressione, stupiscono e forse spaventano, se non si applicano corretti criteri interpretativi, se non si discernono i generi letterari, e se non si contestualizzano il tempi storici degli autori e dei destinatari di quegli scritti, fondendo i loro con i nostri “orizzonti” (Gadamer).

Molto interessanti sono i capitoli 27 e 28, che contengono le maledizioni per chi trasgredisce la legge divina e le benedizioni per chi la osserva. Anche qui il linguaggio è per noi implausibile, ma se facciamo un sforzo di immaginazione e di quasi reviviscenza nostra, una specie di viaggio nel tempo, in quegli ambienti e in quei secoli, forse qualcosa potremmo comprendere di quel linguaggio durissimo e inesorabile, caro Vito Mancuso, che usi impiegare giudizi di morale attuale su scritti di morale di tre millenni fa, con un metodo inaccettabilmente anacronistico. Proviamo a pensare alla durezza della vita nomadica, al deserto, alla mancanza d’acqua, a un’igiene inesistente, al destino vedovile di quasi tutte le donne, e così capiremmo meglio la durezza delle punizioni per il furto, per l’omicidio, per la mancata cura al bestiame altrui, per l’obbligo del cognato di sposare la vedova di suo fratello, e così via. E’ il Signore che ordina, ma è l’uomo che scrive “le parole del Signore”, e il popolo comprende che si tratta di una Legge buona, anche a volte dura, per la sopravvivenza.

Alcuni esempi di maledizioni e benedizioni. Nelle prime si rileveranno quasi delle assonanze con il Dieci Comandamenti e con il codice di Hammurabi, ad esempio: “Maledetto chi maltratta il padre e la madre! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 16), oppure “Maledetto chi lede il diritto del forestiero, dell’orfano e della vedova! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 19), o anche “Maledetto chi sposta i confini del suo prossimo! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 17).

Qualche benedizione. “Se tu obbedirai fedelmente alla voce del Signore (…). Sarai benedetto nella città e benedetto nella campagna. Benedetto sarà il frutto del tuo seno, il frutto del tuo suolo e il frutto del tuo bestiame; benedetti i parti delle tue vacche e i nati delle tue pecore: Benedette saranno la tua casa e la tua madia. Sarai benedetto quando entri e benedetto quando esci. Il Signore lascerà sconfiggere davanti a te i tuoi nemici (…). Per una sola via verranno contro di te e per sette vie fuggiranno davanti a te. (…)” (Deut 28, 3-7).

E prosegue al versetto 15 “Ma se non obbedirai alla voce del Signore Dio tuo…” e giù la terribilità delle punizioni.

Chiediamoci una cosa: se l’uomo “deuteronomico” non avesse avuto una normativa del genere che cosa sarebbe potuto succedere in quei contesti arcaici e primordiali?

La cosa importante è sempre mettersi in sintonia con questi testi, senza pretendere di giudicarli con i nostri metri di giudizio illuministico-democratici, e oramai, a volte anche -in alcuni- genericamente “buonisti”, o, direi, delittuosamente ignoranti di storia, di sociologia comparata e di antropologia culturale.

La fine di Deuteronomio si scioglie in poesia, con il meraviglioso Cantico di congedo di Mosè che, compiuti i suoi giorni e il suo destino, se ne va incontro all’Onnipotente cantando così: “Ascoltate o cieli: io voglio parlare:/ oda la terra le parole della mia bocca! Stilli come pioggia la mia dottrina,/ scenda come rugiada il mio dire;/ come scroscio sull’erba del prato, come spruzzo sugli steli di grano./ (Deut 32, 1-2) (…), e così continua glorificando e benedicendo le opere del Signore.

Ma Mosè non vide la Terra promessa perché il Signore, prima di chiamarlo a sé lo portò sul monte Nebo e di lì gli fece vedere Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, il paese di Efraim e Manasse, tutto il paese di Giuda fino al Mar Mediterraneo, e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, fino a Zòar. (Deut 34, 1b-3).

…perché ognuno di noi deve ubbidire alla legge del proprio destino e arrivare fino lì, dove è segnato il confine dell’itineranza e… l’inizio.

Il senso del tempo

Il tempo fisico e il tempo interiore, il tempo occidentale e il tempo orientale, il tempo del lavoro e il tempo del riposo, il tempo dei carcerati e il tempo di fuori, il tempo lineare e  il tempo ciclico, cioè quello delle stagioni, il tempo del sacro e il tempo del profano, il tempo della camminata in salita e il tempo della maratona, il tempo della salute e il tempo della malattia, il tempo dei giovani e quello di chi ha qualche anno di più, il tempo dell’uomo e quello di Dio, l’eternità…

Il senso del tempo è complesso, incontenibile in una definizione semplice, esaustiva. E aggiungo: in senso assoluto il tempo non esiste, perché è relato allo spazio, come ci ha insegnato il genio di Ulm.

Se ne sono occupati Parmenide e Zenone di Elea (celebre il suo paradosso del piè veloce Achille e della tartaruga), Platone, Aristotele, sant’Agostino, Leibniz, Kant, Bergson, Einstein, Lorentz, Hawking, e ognuno di noi in ogni momento… di tempo.

Esploriamo insieme il primo capoverso.

Innanzitutto il tempo fisico e il tempo interiore: il primo è misurabile secondo lo schema dei secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni, lustri, secoli, millenni… eoni (direbbe uno gnostico), e quindi ha una sua oggettività, perché è quello cosmico (cioè dell’ordine conosciuto), della rotazione terrestre e della rivoluzione della Terra attorno al Sole; il secondo è immisurabile, perché non scorre, ma si sente dentro l’anima (cf. Agostino, libro XI Confessiones); può durare un attimo oppure ore e ore, e ciò dipende dagli stati interiori, dal malessere o benessere della mente e del corpo. E’ indefinito, misterioso, affettivo, profondo. I greci lo chiamavano kairòs, cioè “tempo opportuno”, distinguendolo dal krònos, il tempo lineare, misurabile.

Il tempo occidentale è diverso dal tempo orientale: qui da noi siamo più legati a orari precisi, scanditi, rigorosi, a volte rigidi, e ci arrabbiamo se non si rispettano gli orari, gli appuntamenti, gli impegni presi nel tempo condiviso; è titolo di vanto che i treni e gli aerei partano e arrivino in orario; in oriente è diverso: non vi è questa rigidità, ma una sorta di indulgenza per il ritardo, per la lentezza, per il rinvio, per l’attesa. Quale dei due sia più saggio lascio al lettore il giudizio.

Il tempo del lavoro e il tempo del riposo: eccoci a una struttura tutta compresa nel tempo misurabile, poiché di solito è dato un tempo per il lavoro, così come è stabilito dalle leggi e dai contratti, ma anche dagli impegni presi nelle libere professioni; il tempo del lavoro sta lentamente accorciandosi, grazie alla tecnologia e all’innovazione. Si dovrebbe renderlo sempre più creativo e meno noioso, sia per dividere le opportunità di lavoro tra più persone, sia per connetterlo sempre di più con la vita. Io mi sento un privilegiato, perché sono riuscito in questo, incastrando decenni di lavoro e di studio, in contemporanea, e oggi faccio attività che sono ricerca intellettuale e ricerche che sono utili agli altri sul piano pratico.

Il tempo dei carcerati e il tempo delle persone libere: frequento le carceri da decenni, per assistere e comprendere. Il tempo di chi vive in ristretti orizzonti è diverso dal mio, dal tuo, mio gentile lettore, perché è collocato dentro uno spazio. Il tempo in quello spazio si dilata infinitamente, per cui le giornate scorrono lente, lentissime, ma chi colà vive non se ne rende conto, perché non le considera, non le conta, non le valuta. Un giorno dopo l’altro, cantava Luigi Tenco, la vita se ne va. Come tutte le vite, ma quelle dei carcerati in modo più lento, anche se spesso loro se ne vanno prima di noi.

Il tempo lineare e il tempo ciclico, quello delle stagioni: in realtà osserviamo tutti e due questi modi del tempo: ci è noto quello lineare, delle ore e dei giorni e anche quello delle stagioni, che cambiano e che ritornano, perennemente, a nostra memoria, e a quella dei nostri avi (cf. Esiodo). Si va avanti negli anni, ma primavera torna sempre, e poi le altre stagioni, come le canta Antonio Vivaldi.

Il tempo del sacro e quello del profano, cioè di ciò-che-sta-di fronte-al-tempio (il fanum): in realtà il tempo del sacro è tutto il tempo che viviamo, non solo quello delle domeniche  e delle altre feste comandate dalla tradizione cattolica, ché tutto il tempo è sacro, nel senso che è il tempo della vita, mentre piuttosto possono essere esecrande alcune azioni dentro il tempo, come quelle degli assassini di Alatri, e di altri innumerevoli delitti dell’uomo che tenta di diventare tale (cf. Nietzsche), con grande fatica.

Il tempo della camminata in salita e quello della maratona: diversissimi, perché il primo deve sopportare la conquista di un dislivello e la progressiva rarefazione dell’aria, il secondo si sente nel ritmo ed è scandito dai chilometri fatti. Il tempo in salita sostituisce la distanza ed è condizionato dall’ambiente, dalla meteorologia, dalle condizioni fisiche di chi sale lungo il crinale del monte.

Il tempo della salute e quello della malattia: il primo è quasi come se non ex-istesse, è leggero, dato per scontato, come un diritto (eeeh i diritti!), il secondo a volte non passa mai, nella solitudine di un letto a guardare il soffitto o l’andirivieni di medici e infermieri, e si vive quasi fosse un’ingiustizia.

Il tempo dei giovani è frenetico, oggi scandito dalle connessioni continue via web pc cell tablet, mentre per chi ha qualche anno di più scorre in modo diverso, più similmente alle altre fattispecie sopra elencate, ché i giovani, specialmente i digital born, non hanno proprio il senso del tempo, vivono, e forse è un bene, chissà?

Il tempo dell’uomo è diverso dal “tempo di Dio”, dall’eternità, come viene chiamato in teologia, cioè il tempo senza tempo, il nunc aeternum, che non ha inizio né fine e attende ciascuno di noi perché ce ne rendiamo conto, essendo già immersi nella sua luce.

Il senso del tempo è sempre diverso, è il manifestarsi delle cose nel tragitto, il loro significato, il loro valore, la loro verità per ognuno di noi, che vive nel tempo, anche se il tempo fugge, pur non essendo. Infatti è solo il contenitore della vita, come lo spazio, di cui è gemello monozigote. Per ora nel luogo dove vivo, perché dell’oltre nulla so.

Marco Pantani, o degli eterni essenti

Sale ancora la bici sul declivio/ Tra i raggi scintillanti del meriggio,/ Pensieri persi nella valle oscura/ Per cercare più in alto la tua pace.

Sul volto la vittoria pregustata,/ La prepari con un sorriso breve,/ Ma la strada non cede e sale ancora/ Fino sull’Alpe che il tramonto indora.

Hai negli occhi una rapida emozione/ Come se più il traguardo non ci fosse,/ E la malinconia lì ti prendesse.

Ma il cuore batte giusto e il sangue gira,/ Il vento dei tornanti giù ti attende,/ L’anima tua inquieta il tempo fende.

Scrivevo così, in forma di sonetto regolare, di Marco Pantani, quando correva, prima della tragedia, prima dell’inganno di Madonna di Campiglio in quel giugno del ’99 quando, dopo aver vinto Giro e Tour de France del ’98, si accingeva a vincere ancora. E presto in qualche modo pubblicherò questi versi, per lui, in suo onore.

Ora la storia sembra tornar fuori, come ha sempre chiesto la sua madre dolorosa, convinta che gli avessero ammazzato il figlio, dentro, con la provetta falsificata e il dato di eritropoietina a 50, 5. Squalificato.  Giro vinto ufficialmente da quel bravo ragazzo di Ivan Gotti. Anch’io ho l’eritropoietina a 49, naturale, perché faccio sport aerobici da quando avevo quindici anni. E’ come se mi fossi allenato sempre sui vulcani di Tenerife, perché non ho mai mollato, e sono diventato un signore in età, ancora capace di fare cento chilometri a trenta all’ora. Marco era un campione, un uomo intelligente, fortissimo e fragile, come ogni grande persona. Gli voglio bene, anche a nome di Pietro, mio papà, che mi raccontava di Coppi, di Bartali, e anche di Bottecchia, il nome della mia bici.

Quando Marco si alzava sui pedali e buttava via la bandana si sapeva che sarebbe partito, sul prossimo strappo, sul tornante duro, e se ne sarebbe andato, per arrivare prima, come diceva, per accorciare la sofferenza. Nessuno, a parte Fausto, di cui ho memoria nei racconti di mio padre e nella registrazione famosa di Mario Ferretti “…un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi“, mi ha emozionato così, come il grande campione romagnolo, leggero come un ramo di salice e forte come un’antilope.

E allora, siano maledetti in eterno quelli che hanno rovinato Marco, siano dannati nel più profondo degli inferni, come silenzio assoluto di Dio.

Ma io penso che, siccome gli eventi sono eterni essenti, anche il sorriso di Marco, anche i suoi muscoli serici e vibranti, anche le sue parole mai banali, siano eterni. Nulla finisce perché tutto sopravvive, anzi vive, nella struttura dell’altro, come una genetica dell’essere, come un filo rosso che congiunge il prima e il poi e poi ancora ciò che viene e ciò che deve venire, che non sappiamo, ma sappiamo che verrà, con una lacrima e un sorriso, anch’essi eterni.

Con-vivere, con-dividere, col-laborare, co-operare, con-versare

11-La-ziggurat-di-Monte-d-Accoddì-Sardegna-da-LuoghimisteriosiVerbi -composti- all’infinito che dicono come l’uomo debba cercare sempre, o quasi, di stare con i suoi simili nella vita e nel lavoro. Certamente anche la solitudine e la sua variante solitarietà hanno un valore: anacoreti, profeti itineranti, viandanti e viaggiatori, io stesso che con la bici mi sposto per decine di chilometri, non viviamo sempre quei verbi.

Di solito gli obiettivi e l’esigenza di fare “massa critica” accomunano gli esseri umani in progetti condivisi, che vanno portati avanti insieme perché richiedono energie e risorse superiori a quelle di una singola persona. Così è accaduto fin dai primordi tribali, nella fondazione delle prime città, nell’organizzazione di eserciti e di gruppi di lavoratori: come avrebbero potuto essere costruite le torri mesopotamiche (zigurrath) o le piramidi egizie, senza immense squadre di operai, capi e progettisti? E così via nel tempo storico.

Nel nostro tempo è ancora più vero che i verbi del titolo vanno declinati convintamente e continuamente. Proviamo a spiegarcelo.

CONVIVERE. Da quando abbiamo capito, dopo la fine dell’antropocentrismo, che siamo su un piccolo pianeta perso nell’immensità, abbiamo il dovere di pensare alla Terra come un luogo dove convivere… ma quanto è difficile! Nonostante il secolo scorso, fine del millennio, sia stato il più sanguinoso della storia umana, nel secolo attuale l’uomo continua a comportarsi come se non avesse capito niente. Solo alla bomba atomica pare sia stata messa la sordina, fatta salva la tremenda possibilità che qualche pazzoide non la usi, più o meno “sporca” o potente.

CONDIVIDERE. Nord e Sud del mondo non condividono, ma si dividono ancora, con una distribuzione delle risorse assolutamente inadeguata e ingiusta e, come non bastasse, di nuovo si guardano in cagnesco pezzi di Est e di Ovest, con geometrie variabili. Culture e religioni contribuiscono a dividere ulteriormente gli esseri umani, rinfocolandosi odi e spiriti di vendetta difficilmente arginabili.

COLLABORARE. Ho scritto sopra che l’uomo non va da nessuna parte se non ammette di aver bisogno di collaborare con i suoi simili. Lo constato quotidianamente dove opero, in aziende, luoghi della formazione, iniziative socio-culturali. Oggi si sprecano sintagmi inglesi per dire che bisogna lavorare insieme, accettando e apprezzando le differenze individuali e valorizzando talenti e vocazioni, ma spesso termini come Team building, Team work, belli e simpatici da dire, lasciano il tempo che trovano, perché sentimenti come l’egoismo, l’egocentrismo o addirittura l’egolatria di chi si trova in posizioni di potere, rendono vane e vuote di significato espressioni come quelle citate.

COOPERARE. Operare insieme è uno sviluppo collaborativo. Nella cooperazione, ognuno deve sentirsi parte importante del gruppo, sapendo che il successo proprio è nel contempo il successo degli altri, non il contrario. Nessuno può pensare di farcela da solo, neanche a cambiare una gomma d’auto nel freddo e nel vento.

CONVERSARE. Concludo con questo verbo, perché tra tutti, a parer mio, è il più importante. Conversare, sia nella modalità del colloquio amicale, sia nella modalità del dialogo, più stringente e impegnativo. Ambedue le modalità necessitano però di un requisito fondamentale, il riconoscimento reciproco tra le persone, cioè l’accettazione dell’unicità di ogni interlocutore e il suo valore. Se non c’è questa condizione, ogni dialogo perde di significato e diventa un vuoto esercizio di parole, in tempi in cui lo spreco e quasi il dileggio del linguaggio umano sono al massimo.

E infine, occorre dire che abbiamo tempo, visto che siamo come siamo solo da pochissimo tempo rispetto all’età della Terra e dell’Universo, ci spiegano i cosmologi: se facciamo conto che il tempo del mondo sia proporzionato a una giornata, il tempo dell’uomo è paragonabile solo agli ultimi ventitré secondi della giornata stessa. Un soffio, di umiltà.

Cumo tu poetis denant dal Pari, cjar amì, pre’ Meni, ora tu poeti davanti al Padre, caro amico, pre’ Meni

pre MeniCjar pre’ Meni,

ho saputo che te ne sei andato stanotte,  e io ti ricordo con affetto, le nostre conversazioni sul poetare come lavorare, come essere operai della parola. O anatomopatologhi… della parola, che è sacra, pregnante, densa, piena di verità, se la si rispetta. La parola, oggi strapazzata, negletta, che tu curavi con acribia amicale ed esperta. Tu scrivevis a man, cun cure e precision, e io leevi ce che o vevin di publicâ su le Agende Furlane, che si onorave de to presince.

Ricordo le serate dei tuoi compleanni sotto il ciliegio di casa tua, in quel di Casasola di Majano, a giugno, che era caldo ma non troppo, e a iere une schirie di amis di dut il Friûl. E i tiei poemas, e lis puisis che tu as scrit par l’Agende di Chiandet che o curi fin dal 2005 fin ue. Ogni an un tema, sonets, haiku, liricutis… E gli uccelli accompagnavano le conversazioni fino a sera tarda, anche con Ario Cargnelutti da Gemona, caro compagno di tante vicende in Friuli, ator pal Friûl, e fuori, magari a Roma al Fogolâr Furlan dal cjarissim ami Adriano Degano, che a clamavin ducj “dotôr”. Tu eri prete restando uomo normale, non eri clericale.

Non sto qui a dire della sua candidatura al premio Nobel per la letteratura proposta dalle università di Innsbruck e Klagenfurt, meritatissima.

Mi piace citare invece i titoli dei tuoi poemi in friulano, quasi cinquantamila versi: Anilusi, I Dumblis Patriarcai, La Gnot di Colomban, L’Ancure te Natisse, Colomps di Etrurie, Flôr pelegrin, Fanis, Crist Padan, che tu mi regalasti negli anni, con la ritrosia dell’umiltà vera, mite, carattere tuo schivo e un poco burbero, di uomo dei monti del Canal del Ferro. Non dimentico la tua prefazione a Il viaggio di Johann Rheinwald, mio strano romanzo semi-autobiografico, l’unico finora, pubblicato nel 2007. Già dieci anni fa!

E poi le tue parole essenziali a qualche presentazione dell’Agenda Friulana, ricordo una sera latisanese del 2010, con i canti di Ennio Zampa e mia figlia ancora piccola ma già capace di dialogare di poesia e musica.

Caro don Domenico, cjar pre’ Meni, o vuei onorati cun une to puisie che o vin publicât te agende dal 2017, dedicade a un grant Sant, che a mi a mi sta tant dongje dal cûr e da la ment: san Tomâs di Aquin

 

S’o cjantin l’Eucarestie/ Cui biei cjanz di prucission,/ Di Tomâs  a jê armonie/ e divine devozion.

Lui al ere teologâl,/ Filosofic di reson./ Al sclarive il mont normâl/ E i valors de Redenzion.

Pai studenz al è une mane,/ Se la ment’ e tegnin sane.”

 

Specie di questi tempi inordinati e pieni di confusione.

Graciis, grazie, gratias tibi ago frater meus, poeta!

 

 

Il castello sulla collina

castello-darcanoTortuosi sentieri, carrarecce e interpoderali, costeggiate di boschetti di ripa intervallati da radure e corsi d’acqua, fattisi strade nel tempo, scavallano le colline dell’antica morena, e all’improvviso il maniero appare nella radura alta oltre le fronde del bosco. Ha un nome arcano, Castello d’Arcano. Già evocativo il suo nome, misterioso e solitario il percorso che ivi conduce il viandante, fatto di curve, ripide rampe e ariose discese, fino al borgo di Sopra.

Le anime dei conti ogni tanto lo visitano, dalla pace dell’eterno in cui stanno, ma solo i conti e le contesse buoni d’animo, ché gli altri sono separati dalla visione di Dio, nella solitudine di silenzio per antiche perfidie.

La mia corsa inizia al mattino, zero gradi e le dita si muovono per scaldarsi, il sistema cardiocircolatorio lavora forte e respiro, io respiro la profondità immensa del cielo. Ben presto la cerchia azzurrina delle montagne mi viene incontro, oltre le terre scure dei campi arati, e borghi si stagliano sulle colline, campane annunziano la domenica del primo gennaio, auspicio di un altro miracolo dei giorni a venire. Giorni che vengono nel tempo che si costruisce mentre costruisce lo spazio. Spazio-tempo come sintagma apparentemente ossimorico, ma in realtà metafora reciprocamente armonica, quasi proporzione di bellezza.

Oltre l’alta pianura inizia il saliscendi della morena, in mezzo a boschi fattisi d’oro e marrone nell’inverno.

La salita non facile mi porta al piccolo borgo d’Arcano superiore dove l’avito castello torreggia alto verso la bella San Daniele, nella piena mattina di sole.

Un gruppo di ciclisti mi chiama per delle foto reciproche. Cameratismo, la lieve fatica del pedalare, ritmico, costante, auscultante i piccoli dolori del muscolo.

E poi la discesa senza fretta dal picco arrotondato che dà sulle vallecole circostanti, nella solitudine mattutina, appena rotta qua e là da un abbaiar di cani o da un motore agricolo.

Ristoro, calma, silenzio, ancora salite e discese nell’ora che passa.

La stanchezza mi è dolce, e la calma di vento foriera di corsa.

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