Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La successione di Leonardo di Bonaccio, il Fibonacci da Pisa e il secondo principio della termodinamica o dell’entropia

Nella successione di Fibonacci, si legge in un articolo specifico sul web, matematico pisano del XIII secolo, ogni numero è il risultato della somma dei due precedenti: 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13… fino all’infinito. Fino al XIX secolo a questa successione non fu attribuita alcuna importanza, finché si scoprì che può essere applicata, per esempio, nel calcolo delle probabilità, nella sezione aurea e nel triangolo aureo.”

Troviamo la sequenza del matematico pisano in diversi ambiti naturali e “culturali”, cioè in opere umane, come ad esempio nei fregi presenti su facciate di diverse chiese, tra cui San Nicola a Pisa. La troviamo in musica, sia in quella classica, da J. S. Bach alla contemporanea di Karheinz Stockausen, sia nel rock, come nel favoloso brano dei Deep Purple Child in time, e di più ancora nel progressive dei Genesis.

Fermandoci un momento ai fregi di San Nicola il professor Armienti la pensa in questo modo:

“(…) le eleganti simmetrie dell’opera sono un richiamo diretto alle scoperte del matematico pisano, poiché se si assume come unitario il diametro dei cerchi più piccoli dell’intarsio, i più grandi hanno diametro doppio, i successivi triplo, mentre quelli di diametro 5 sono divisi in spicchi nei quadratini ai vertici del quadrato in cui è inscritto il cerchio principale, quello centrale ha diametro 13 mentre il cerchio che circoscrive i quadratini negli angoli ha diametro 8. Gli altri elementi dell’intarsio disposti secondo tracce circolari individuano circonferenze di raggio 21 e 34, infine il cerchio che circoscrive l’intarsio ha diametro 55 volte più grande del circolo minore. 1,2,3,5,8,13,21,34,55 sono i primi nove elementi della successione di Fibonacci“.

La successione di Fibonacci è un teorema matematico, collegato a molti altri, che conferma come la natura sia leggibile con strumenti matematici, come già sapevano Egizi e Mesopotamici, Euclide e Pitagora, Arabi ed Europei,  Eulero, Riemann  e Goedel, fino ai nostri giorni.

Fiori e infiorescenze, coralli e molluschi attestano la presenza di questa forma affascinante, confermando in qualche modo come la Natura ubbidisca a una superiore razionalità, che dà da pensare anche oltre l’oggetto dei suoi argomenti.

La geometria di intere piante, fiori o frutti, mostra con evidenza strutture e forme ricorrenti. Un esempio efficace si può trarre dal numero di petali dei fiori; la maggior parte ne ha 3 (come gigli e iris), 5 (ranuncoli, rose canine, plumeria), oppure 8, 13 (alcune margherite), 21 (cicoria), 34, 55 o 89 (asteracee). Anche questi numeri fanno parte della successione di cui stiamo parlando, in cui ciascun numero equivale alla somma dei due precedenti: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233…

Una significativa caratteristica della sequenza mette in evidenza che il rapporto tra qualunque numero e quello precedente nella serie tenda verso un valore ben definito: 1,618… . Si tratta del numero aureo o sezione aurea, ϕ (Phi), presente, come abbiamo visto, sia in natura sia in opere architettoniche costruite dall’uomo, come i fregi di San Nicola in Pisa o le stesse piramidi egizie. Nelle piante con foglie disposte a spirale, per ogni giro attorno al fusto ci sono in media Phi foglie, fiori o petali. Ciò significa che, girando attorno ad uno stelo e muovendosi dal basso verso l’alto, incontreremo una foglia o un fiore ogni 222,5°, valore che si ottiene dividendo l’angolo giro di 360° per Phi.

E mi fermo qui perché non sono un matematico. Occupandomi però di filosofia, non posso non notare come la trattazione della successione di Fibonacci possa fare venire in mente una legge fisica tra le più famose, la seconda della termodinamica, che si esprime anche con il concetto di entropia.

Il termine deriva dal greco antico ἐν en, “dentro”, e τροπή tropé, “trasformazione”, e significa una grandezza interpretabile come misura del disordine presente in un sistema fisico qualsiasi, incluso, compreso l’universo. Viene generalmente rappresentata dalla lettera S e nel Sistema Internazionale si misura in joule fratto kelvin (J/K).

In termodinamica classica, il primo ambito in cui l’entropia fu introdotta, come S, è stata una funzione di stato di un sistema in equilibrio termodinamico. Pertanto, si può dire che quando un sistema passa da uno stato di equilibrio ordinato a uno disordinato la sua entropia aumenta.

Il termine e il concetto di entropia è stato successivamente esteso ad ambiti non strettamente fisici, come le scienze sociali e la teoria dell’informazione. Semplificando molto, e io sono in grado di fare solo questo, perché non sono neanche un fisico, ma poi si capirà la ragione per cui mi sono imbarcato in questo argomento, si può anche affermare che l’entropia interpreta il “grado di disordine” di un sistema.

Se aumenta il disordine aumenta l’entropia, dunque, e ciò funziona anche all’incontrario. Ad esempio, si potrebbe proporre una visualizzazione dell’aumento di entropia in un sistema, raffigurando l’aumento di incompetenza e cioè di ignoranza-ignorante. In strutture organizzate (più o meno) come le aziende di produzione o di servizi ciò può risultare evidente dai dati di un’analisi del clima ben condotta, là dove gli item scelti siano sufficienti a rappresentare l’agio o il disagio crescenti o in calo del sentiment dei partecipanti-protagonisti, di solito i lavoratori.’

La presenza di una situazione entropica si può dunque registrare e segnalare, per predisporre opportuni rimedi che possono essere formazione mirata e counseling. A questo punto possiamo senz’altro intuire come sia lecito collegare in qualche modo la razionale e armoniosa successione di Fibonacci che mostra una crescita progressiva, esteticamente elegante, e il sopraggiungere di una situazione entropica, che deve essere riconosciuta per tempo, onde evitare guai maggiori all’organizzazione e alla produttività, nonché allo stato di agio psicologico e morale dei partecipanti.

Se da una lato la sequenza di Fibonacci ci può ispirare fiducia nel progressivo miglioramento dello stato mentale e fisico dei partecipanti, il secondo principio della termodinamica ci evidenzia, come in una dolorosa metafora, ciò che da u-topia iniziale del creativo start-upper, può diventare dis-topia, vale a dire modo e senso di marcia errato, o addirittura retro-topia (cf. Zygmund Bauman), cioè un agire rivolto allo sterile rimpianto del passato.

E’ bellissimo che la matematica e la fisica, se opportunamente studiate, possano aiutare efficacemente i saperi antropologici preposti alla gestione delle risorse umane e alla loro crescita, sia sotto il profilo personale, sia professionale. Mai stancarsi di studiare, cara lettrice e caro lettore.

“Un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi”

Cent’anni fa a Castellania nasceva un bambino magro, un esserino sottile. Diciotto anni dopo il cieco Cavanna gli massaggiava le lunghe gambe. Silenzioso, quel ragazzo pedalava, allenandosi con ferocia. Vinceva, il Giro d’Italia a vent’anni. Se non ci fosse stata la guerra chissà quanto avrebbe vinto quel ragazzo, insieme con l’uomo che pedalava vicino a lui. Non vi sarebbero stati dubbi sui più grandi di ogni tempo. Loro due, e la borraccia scambiata sul Col de Galibier.

Neppure il possente belga, né l’elegante normanno, e nemmeno il determinatissimo bretone avrebbero potuto competere. Men che meno il bianco anglo-keniota. A parer mio di più si avvicina a quell’uomo magro un hidalgo ispanico che ha appena finito di correre, con un cognome da… ragioniere, “contador”.

E un ragazzo elegante e altrettanto magro di Cesenatico può ricordare in qualche modo l’allievo del massaggiatore cieco, mancato a noi ancora più giovane, neppur trentacinquenne. Non si dimentica il suo scatto immediato dopo essersi liberato della bandana o il furibondo passo sotto la pioggia a distruggere il teutonico potente che lo precedeva e dopo non più.

Il grande campione moriva a quarant’anni, sessanta anni fa a causa della presunzione arrogante dei medici che l’avevano in cura. Geminiani, con lui a caccia in Alto Volta aveva ricevuto due pastiglie di chinino e si era salvato. Il nostro giovane uomo invece era stato curato per una polmonite, non per una malaria perniciosa.

E Giulia, l’elegante donna del suo medico, quale dolore, quale amore era stato? La nipote di Giovanni Papini e sorella di Ilaria. In carcere per bigamia, a lui ritirato il passaporto da quell’Italia bigotta e ipocrita.

Cinque giri d’Italia, due Tour de France, la Roubaix, diverse Sanremo e Lombardia, e più di cento altre corse, meno di altri, ma perché la sua immagine è più forte, più presente di altre, perché è immortale?

L’Aspin, il Tourmalet, l’Aubisque da una parte, l’Izoard, il Galibier, l’Iseran dall’altra, e poi lo Stelvio, il Bondone, il Gavia, di qua delle Alpi. Le pedivelle girano spinte da caviglie sottili, e il loro fruscio è musica. Respiro regolare, silenzio, gli altri corridori distanti, oltre i tornanti che si vedono, più in giù.

Le stagioni si susseguono alle stagioni, viene il campionato del mondo, il record dell’ora. Nulla gli era precluso. Quarant’anni di vita, nulla più. Quanto tempo, quanto poco tempo per l’immortale.

Anche la morte del fratello, che aveva vinto una Roubaix. In bicicletta si può morire, se si cade: a quei due centimetri di tubolare è affidata la vita, quando si scende per rettilinei e grandi curve che invitano nel vento, quando si pedala. Come è accaduto al giovane Fabio, nel 1995, sul Portet d’Aspet. La bici è leggera, la mia pesa sette chili cui affido i miei settantacinque, in fiducia.

Il suo nome mi era presente fin dall’infanzia, quando papà me ne parlava, ammirato, quando vedendo i primi Giri d’Italia in bianco e nero, lo sentivo nei racconti dei cronisti di ciclismo. E ancora pedala nella mia mente, nel ricordo di quegli anni favolosi come l’infanzia al paese, come l’osteria di Lino dove si andava a prendere pezzi di ghiaccio caduti al mercante, per succhiarli con devozione, dove si aspettava il tempo dell’anguria, che era lo stesso del Giro e del Tour.

E ancora il racconto di lui mi sorprende in sogno, quando mi pare che Pietro, mio padre, ancora si soffermi con me nel racconto, sotto il portone, quando era venuto inverno e lui era tornato a casa dalle grandi foreste del Nord… e mi parlava mi parlava di quell’uomo dal naso affilato, che correva con quello dal “naso triste come una salita“, lo avrebbe cantato così qualcuno decenni più avanti nel tempo.

Salite e discese, dolori e sogni e infiniti percorsi sulla sua come sulla mia strada, nel tempo che ci è assegnato.

Tra spazio e tempo, tra il milione di chilometri percorsi da quell’uomo e la strada percorsa da me, anni dopo, vi è solo il tempo dell’eternità.

Racconti di un tempo perenne

Il soprammobile di onice

È una visita che non dismetterò mai nella mia agenda annuale. Dopo la stagione in cui si è smesso di camminare in montagna, dopo percorsi silenziosi nei boschi erti, dopo aver visto ampie radure e nubi scavallanti, udendo lontani rintocchi che segnano le ore, ronzio d’api e i silenzi del paradiso sospeso, a metà autunno.

Vado a trovare i genitori del mio amico che non c’è più. Abitano in un paesino che è fatto di raccolte scansioni di case, con l’orto. Si parla di oggi per ricordare ieri e sperare in domani. Ma stavolta mi hanno raccontato del regalo. Un soprammobile di onice. Caduto di mano alla sorella. Rotto in cento pezzi. Regalato da lui alla mamma. Una mattina l’hanno trovato ricomposto. Con tutte le linee di rottura riavvicinate come per un restauro accurato.

E non abbiamo più parlato.

Fuori c’erano odori di stoppie e vendemmia finita. Una leggera foschia incoronava le cime dei pini del colle di Santa Eufemia, come qualcuno volesse parlarci della terra impigrita nei primi freddi, dei rami appena mossi, con l’odore della stagione trascorsa. Eppure c’era nell’aria, inespresso, un canto di gioia, come un gloria sospeso, come un magnificat… Della natura insonnolita, dell’amico scomparso, una mano porta da distanze non misurabili, ma da presso, nel contempo.

Mi pareva che fosse lì, ragazzo come me, tanti anni fa, il tempo fermato misteriosamente. E io con lui.

E allora abbiamo ripreso a parlare, non dell’oggetto di onice ricomposto, ma di noi, gli uni e gli altri, ancora qui ad ascoltare il respiro della terra, ad osservare il susseguirsi delle stagioni sorseggiando il vino nuovo, scoprendo ogni volta una novità come se non vi fosse ripetizione di nulla, neanche del sorgere del sole. Ma è vero!

Il sole non sorge. È la prospettiva del nostro pianeta in rotazione che ce lo presenta ogni ventiquattro ore nella stessa posizione, a oriente. Noi abbiamo inventato “orior, óreris, óritur”, “sorgo, sorgi, sorge”, da cui oriente, perché di lì sorge il sole.

Quante parole. E poi la tua morte. Ma anch’essa non è, come non c’è il sorgere del sole. Come questo, essa è apparente. È così perché la nostra prospettiva è limitata. Perciò la scatola d’onice è di nuovo intera, perché tu…

 

Il sogno del sole mancante

Anche il corpo sogna. Sogna dei miliardi di anni in cui ha percorso – pura molecola di carbonio – tempo e spazio, e non – tempo e non – spazio.

Carlotta l’aveva sempre saputo senza averlo mai letto sui libri, che il corpo sogna. Carlotta è una di quelle ragazze toste e gentili che non mancano nella terra del confine, miscellanea di sangue temperata in mille scorrerie, emigrazioni, guerre ed improvvisi silenzi.

Mi ha raccontato un sogno, non sapendo se del corpo o della mente, ma dell’uno e dell’altra certamente. Non lo sentiva un problema quello di definire le cose: preferiva da sempre “sentirle” aprendo tutte le porte, origliando senza farsi scoprire dai maghi e dagli angeli che vivono nell’aria. Sapeva che tutti sognano, ma anche che pochi stanno attenti ai sogni, sforzandosi di ricordarli, appena svegli, almeno quelli dell’ultimo sonno. Di solito, diceva, non c’è tempo per i sogni. Oppure i sogni sono la carta patinata del rotocalco o la celluloide del primo film per una debuttante che ha vinto un concorso di bellezza. Parodia di sogni.

Il suo sogno: “mi ero trovata all’improvviso in una grande prateria, verde come solo può essere l’erba appena bagnata dalla pioggia; sullo sfondo altissime montagne, più lontane di ogni immaginazione, irraggiungibili, sotto un cielo terso. La cosa curiosa è che non mi ricordo di aver notato il sole, nonostante quello sfolgorio di colori. Ma sul momento non mi sono posta il problemaRicordo anche il suono lontano di voci umane, come richiami attutiti, e poi campane a distesa, ma dolci, quasi le onde sonore si fermassero sulla soglia del timpano per non disturbare più di tanto. Camminai a lungo, lentamente, svoltando con la strada che seguiva un percorso tortuoso nella immensa piana, finché il paesaggio cominciò ad essere ondulato: piccole colline apparvero sulla mia strada, ed iniziai a salirle. Ero uscita dal sentiero, perché mi aveva attirato un suono indefinibile: non capivo se fosse il bisbiglio del vento o un essere vivente. Ma ero tranquilla e i miei passi seguivano una traccia misteriosa che portava all’origine di quelle vibrazioni sonore. Continuai finché il suono si fece più distinto: era il singhiozzo di un bimbo. Di una bimba. La trovai dietro una svolta, sotto un cespuglio. Mi guardava per nulla stupita e come impaziente. Era ammutolita.

Sentii: “perché non mi porti via con te?”

Antonio, un ragazzo italiano, il profeta Elia e la regina Iezebel, Eliseo e gli sbeffeggiatori

Antonio Megalizzi è morto. Cherif Chekatt è morto.

Son morti tutti e due, il primo per mano del secondo e non voleva morire, il secondo per mano della polizia e voleva morire, forse, o era disponibile al rischio di morte. Certamente voleva uccidere odiando persone che non conosceva come rappresentanti di un ambiente dove è nato ma che non gli piaceva. Gli studiosi di islam ci spiegano che la dottrina salafita in particolare contribuisce a semplificare il Corano e a farlo leggere in maniera letteralistica. Gli ebrei e i cristiani hanno letto per millenni e per secoli la Bibbia in modo letteralista e la storia narra di inconcepibili conseguenze, di intolleranza e violenza. I primi sei secoli di storia cristiana sono un elenco senza fine di conflitti teologici e politici, spesso sfociati in omicidi e perfino eccidi.

Ricordiamo le lotte degli iconoclasti nel IX secolo a Costantinopoli o Bisanzio, che costò la vita a migliaia di monaci iconografi.

Tornando alle Scritture antiche, al Primo Testamento, si pensi alla condanna per lapidazione nei confronti di un’adultera, in base alla legge mosaica definita nel libro del Deuteronomio 22, 13-14.

Se una fanciulla vergine è fidanzata, e un uomo trovandola nella città, si sarà giaciuto con lei (avrà privato il fidanzato della verginità della “futura” moglie), siano ambedue condotti fuori della porta della città e siano lapidati, finché muoiano: la fanciulla, perché, pur trovandosi in città, non ha gridato, e l’ uomo perché ha violato la donna del suo prossimo. Togli così il male di mezzo a te.”

…oppure all’inquisizione, istituita dalla chiesa cattolica a partire dal XIII secolo e attiva fino al XVIII.

Se noi cristiani leggessimo la Bibbia come i salafiti leggono il Corano, potremmo essere tentati di imitare il profeta Elia, scannando centinaia di infedeli nemici. Proviamo a leggere dal Primo Libro dei re, cap. 18 dal versetto 20 al versetto 40:

Acab convocò tutti gli Israeliti e radunò i profeti sul monte Carmelo. Elia si accostò a tutto il popolo e disse: «Fino a quando zoppicherete con i due piedi? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!». Il popolo non gli rispose nulla. Elia aggiunse al popolo: «Sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. Dateci due giovenchi; essi se ne scelgano uno, lo squartino e lo pongano sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Io preparerò l’altro giovenco e lo porrò sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Voi invocherete il nome del vostro dio e io invocherò quello del Signore. La divinità che risponderà concedendo il fuoco è Dio!». Tutto il popolo rispose: «La proposta è buona!».
Elia disse ai profeti di Baal: «Sceglietevi il giovenco e cominciate voi perché siete più numerosi. Invocate il nome del vostro Dio, ma senza appiccare il fuoco». Quelli presero il giovenco, lo prepararono e invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno, gridando: «Baal, rispondici!». Ma non si sentiva un alito, né una risposta. Quelli continuavano a saltare intorno all’altare che avevano eretto. Essendo già mezzogiorno, Elia cominciò a beffarsi di loro dicendo: «Gridate con voce più alta, perché egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà». Gridarono a voce più forte e si fecero incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue. Passato il mezzogiorno, quelli ancora agivano da invasati ed era venuto il momento in cui si sogliono offrire i sacrifici, ma non si sentiva alcuna voce né una risposta né un segno di attenzione.
Elia disse a tutto il popolo: «Avvicinatevi!». Tutti si avvicinarono. Si sistemò di nuovo l’altare del Signore che era stato demolito. Elia prese dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei discendenti di Giacobbe, al quale il Signore aveva detto: «Israele sarà il tuo nome». Con le pietre eresse un altare al Signore; scavò intorno un canaletto, capace di contenere due misure di seme. Dispose la legna, squartò il giovenco e lo pose sulla legna. Quindi disse: «Riempite quattro brocche d’acqua e versatele sull’olocausto e sulla legna!». Ed essi lo fecero. Egli disse: «Fatelo di nuovo!». Ed essi ripeterono il gesto. Disse ancora: «Per la terza volta!». Lo fecero per la terza volta. L’acqua scorreva intorno all’altare; anche il canaletto si riempì d’acqua. Al momento dell’offerta si avvicinò il profeta Elia e disse: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando. Rispondimi, Signore, rispondimi e questo popolo sappia che tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore!». Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutti si prostrarono a terra ed esclamarono: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!». Elia disse loro: «Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi uno!». Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li scannò.”

Truce e ribaldo, vero, Elia? Ricorda l’orrendo video di Daesh che scanna una quindicina di cristiani copti sulla riva del Mediterraneo libico, mi pare. Lui centinaia.

 

In un altro racconto, appena successivo, troviamo Gezabele (in ebraico אִיזֶבֶל|אִיזָבֶל Izével), che è il nome di due donne menzionate nella  Bibbia, ma a noi interessa quella che era la moglie di re Achab.

Ecco la sua fine, dopo che aveva tentato in tutti i modi di convincere il re suo marito a staccarsi dalla tradizione del Dio unico… dal Secondo libro dei Re 9,33-37:

Si era truccata in modo appariscente e si era affacciata alla loggia del palazzo reale indirizzando all’usurpatore un saluto sarcastico, convinta di essere un’intoccabile. E invece il rude e brutale vincitore non aveva avuto esitazione e aveva ordinato: «‘Gettatela giù’. La gettarono giù. Il suo sangue schizzò sul muro e sui cavalli. Ieu passò sul suo corpo, poi entrò nel palazzo reale e si mise a banchettare», mentre i cani si avventavano sulle carni della regina, lasciandone solo il cranio, i piedi e le mani,”

 

Eliseo, in ebraico אֱלִישַׁע, Elišaʿ che significa “Dio è mia salvezza” (…  – 790 circa a. C. circa), fu un profeta ebraico, considerato uomo santo e sapiente anche dalla religione islamica. Nel Corano è chiamato Al-Yasa. Leggiamo un brevissimo brano che lo riguarda, tratto dal biblico Secondo libro dei Re 2, 23-25

Poi di là Eliseo salì a Bethel; e, mentre camminava per la via, uscirono dalla città dei ragazzi, i quali lo beffeggiavano, dicendo: «Sali, calvo! Sali, calvo!» Egli si voltò, li vide, e li maledisse nel nome del Signore. Allora due orse uscirono dal bosco e sbranarono quarantadue di quei ragazzi.
Di là Eliseo si recò sul monte Carmelo da dove poi tornò a Samaria.”

Dei ragazzini lo insultano e vengono sbranati da due orsi. Il Signore è troppo vendicativo? Che cosa ne trarremmo se interpretassimo tale storia in modo letteralista?

 

Vi sono decine e decine di racconti o frasi bibliche che grondano sangue, vendetta e atrocità di vario genere, spesso attuate su ordine del Signore Dio, ma vanno interpretate, contestualizzate, comprese nel contesto temporale dell’autore. Non è una questione di giustificazione morale o meno, ché l’etica biblica nulla ha a che fare con la nostra e ben poco con quella dello stesso Diritto romano. Si tratta di un’etica di popoli del deserto, di sopravvivenza, cui in seguito il Corano dette ulteriore forza semplificante.

 La cultura occidentale, con la rivoluzione filosofica e scientifica del sedicesimo secolo e in seguito con l’Illuminismo, ha maturato una visione dell’uomo e dei valori che fanno del valore dell’individuo come persona il centro dell’etica fondamentale, recuperando l’essenza del cristianesimo evangelico, quello delle Beatitudini (cf. Matteo 5, 2-8), pochissimo o quasi per nulla correlabile con la spesso cupa e drammatica narrazione biblica dei libri storici. Non dobbiamo mai dimenticare che una sana esegesi di qualsiasi libro antico deve tenere conto, non solo del contesto sociologico, giuridico e culturale del tempo nel quale è stato scritto, ma anche del genere letterario che caratterizza il testo stesso, sia esso religioso, giuridico o filosofico.
In questo senso la Bibbia è ricchissima dei più vari generi letterari. Infatti, un lettore può chiedersi che cosa c’entri il durissimo testo deuteronomico sull’adulterio, con il radioso ed eroticissimo epitalamio costituito dal Cantico dei cantici. Eppure ambedue i testi sono testi “biblici”.
Altrettanto si deve dire del testo coranico e, ad esempio, della Baghavad Gita, fonte principale dell’induismo classico, contenente non pochi episodi caratterizzati da violenza pura.
L’interpretazione metaforico-allegorica della Bibbia risale ai Padri della chiesa, ad Agostino, a Girolamo etc., con il prodromo geniale di Origene di Alessandria.
Se poi nei secoli la pratica applicazione del testo sacro dei cristiani ha portato a comportamenti quali la storia attesta, dalle crociate all’inquisizione, a un certo punto, quasi in corrispondenza con la stagione dell’Illuminismo filosofico e politico, anche l’interpretazione delle Scritture sacre ebraico-cristiane ha chiarito l’inopportunità e la pericolosità di ogni lettura letteralista del testo biblico.
E vi è stata un’evoluzione per cui, se in ambito protestante si può far risalire allo stesso Martin Luther, e ciononostante anche colà non mancarono atti di puro fanatismo come la caccia alle streghe, si dovette attendere fino al Concilio Ecumenico Vaticano Secondo (1963-1965) per superare ogni fondamentalismo cristiano.
E le guerre di religione tra cattolici e protestanti che dilaniarono l’Europa per trent’anni dal 1618 alla pace di Westfalia del 1648, le abbiamo dimenticate?
Ora, si potrebbe dire che analogamente occorrerebbe che l’intero islam riconoscesse l’esigenza di un “Illuminismo” atto a passare da una fase ancora arcaica in certe comunità o declinazioni teologiche a una fase rispettosa dei principi universali di tutela integrale dell’essere umano.
Non può essere il libro sacro, scritto in altri tempi, in altre culture, per altre sensibilità, a dettare le norme della convivenza, ma le leggi positive degli uomini d’oggi, che possono anche trarre ispirazione dagli stessi testi sacri, quando trattano di temi come la giustizia, l’uguaglianza antropologica e morale tra tutti gli uomini, il rispetto della natura, etc., ma debbono essere scritti nel rispetto dei singoli, delle nazioni e dei popoli di tutta la terra.
Inoltre, a un’interpretazione letteralista, nei casi del terrorismo islamista, si aggiunge spesso la componente criminale o militarista, per cui il combinato disposto di fanatismo e delinquenza produce gli uomini di Al Kaeda, dell’Isis, i foreign fighters, i dormienti improvvisamente risvegliati, magari nati e cresciuti in Europa, e li arma per uccidere nel mucchio, tanto per distruggere e suscitare reazioni di odio scatenanti altro odio in una perversa spirale volta ad alcunché.
Il modello di società multiculturale che ha illuso molti va dunque rivista alla luce di un lavoro diuturno di acculturazione umanistica da fare in  ogni ambiente, sapendo che devono essere finalmente sciolti anche nodi come quelli del Vicino Oriente concernenti Israele e Palestina, che qui ho evocato con forza citando diversi brani biblici. Non funziona neppure il buonismo generico di certa “sinistra” salottiera che, sorseggiando drink dall’alto di eleganti terrazze romane, pontifica sulla globalizzazione multiculturale, pensando che un progetto del genere sia realizzabile solo perché siamo tutti uguali e dobbiamo fraternizzare. Non è così semplice, cari politici e giornalisti senz’arte, convinti che siano sufficienti perorazioni generiche per risolvere problemi di immensa complessità e difficoltà, come quelli dei rapporti tra popoli e nazioni e delle migrazioni.
Cherif è morto e non occorre compiacersi di ciò come hanno fatto alcuni, mentore -more solito- Salvini, cattivo “maestro” di questi tempi difficili. Antonio è morto, e qualcuno lo chiama eroe, ma io direi che è stato una bellissima creatura di questo mondo, e che era molto più avanti del suo assassino nella comprensione delle cose della vita e del destino dell’uomo sulla Terra e oltre.

Dio è serio o “scherzoso”?

Una domanda intrigante durante una lezione di antropologia filosofica contemporanea, quella del titolo, mi offre il destro di pensare a un modesto, brevissimo trattatello di Teologia fondamentale.

Einstein scrisse (non so dove) o disse (forse) “Dio non gioca a dadi con il mondo“, anche per affermare così, pur se indirettamente, l’inesistenza del caso, e mostrando il metaforico assioma in modo matematico, mentre -chi mi conosce e qualche mio allievo sa- io uso un metodo logico, con l’immagine topografica delle due strade che si incrociano,  la villetta che fa angolo e i due personaggi posti in luoghi diversi, il primo sul marciapiede della strada senza diritto di precedenza e il secondo sul terrazzino al primo piano posto sui due lati della villetta che danno sull’incrocio stradale, mentre guardano l’incidente, il quale per uno dei due è ineluttabile, cioè necessario, poiché si vedono contemporaneamente i due vettori causali (le auto provenienti, l’una per la strada con diritto di precedenza e l’altra per la strada senza diritto di precedenza, e per l’altro è casuale. causalità vs. casualità.

Pensa caro lettore che la metatesi di una “u” cambia l’interpretazione delle cose, dei fatti e del mondo stesso.

L’uomo sul terrazzino, nel suo piccolo, supera il caso e concepisce le cause. Ripeto, nel suo piccolo è un po’ come Dio, poiché vede le cose da un punto di vista più alto o, come si dice in latino, ex parte Dei, cioè dalla parte di Dio, o sub specie aeternitatis, vale a dir sotto il profilo dell’eterno.

La dottrina teologica cristiana “forte”, quella aristotelico-tomista, concepisce un Dio senza difetti, imperturbabile, inaccessibile, se non tramite la preghiera, come affidamento, posizione presente all’estremo dall’Islam, che significa “abbandono (a Dio). Nella Bibbia ebraico-cristiana, un “Dio” spesso iracondo e umanissimo dialoga con gli uomini, o direttamente magari sotto mentite spoglie di angelo (con Abramo), o dando le spalle (con Mosè), o in sogno (con Giacobbe e con Giuseppe di Nazareth, il papà di Gesù), poiché Dio non può essere visto restando in vita.

E dunque: aveva forse bisogno il Signore Dio di creare il mondo e l’uomo? Domanda retorica, ché se Dio è “Dio” di nulla ha bisogno, ma potrebbe provare sentimenti come amore o noia, e dunque creare il mondo, gli angeli e l’uomo, pur tramite l’evoluzione darwiniana, che non contrasta un creazionismo intenzionale.

Il grande filosofo Baruch Spinoza, o Benedicto de Espinosa, ebreo portoghese olandese, riteneva che Dio coincidesse con la Natura, Deus sive NaturaDio ossia la Natura. Ecco un testo spinoziano di teologia fondamentale:

«Per Natura naturante dobbiamo intendere ciò che è in sé ed è concepito per sé, ossia tali attributi della sostanza che esprimono l’eterna ed infinita essenza, cioè Dio in quanto si considera come causa libera. Per Natura naturata invece intendo tutto ciò che segue dalla necessità della natura di Dio ossia dalla necessità di ciascuno dei suoi attributi, cioè tutti i modi degli attributi di Dio, in quanto sono considerati come cose che sono in Dio e che non possono né essere, né essere concepite senza Dio
(Baruch Spinoza, Etica, parte I, scolio prop.. 29. Trad. it. Emilia Giancotti.)

In molte zone dell’Africa, dell’Asia e dell’America del Sud è diffuso l’animismo, cioè una concezione di Dio legata al vivente naturale. Ricordo sempre Dersu Uzala. Il piccolo uomo delle grandi pianure, nel film di Akira Kurosawa, che diceva ripetutamente “tigre/ spirito, albero/ spirito, orso/ spirito”, e così via: per lui “Dio” era in ogni vivente e perciò aveva un grande rispetto per le creature.

Le teologie del periodo classico greco-latino fanno capo alle divinità olimpiche, declinate in modo e con nomi diversi ad Atene e a Roma. Alcuni esempi: Zeus/ Jovis-Giove, Era/ Junonis, Poseidon/ Nettuno, Ares/ Marte, Artemide/ Diana, Afrodite/ Venere, Hermes/ Mercurio, etc.. Su questo tema consiglio la lettura de La città di Dio di Sant’Agostino e Il ramo d’oro di James Frazer. L’Egitto classico ha una teologia molto raffinata, legata alla vita e alla morte degli uomini, con grande attenzione per il post mortem. La casta sacerdotale difese per millenni il politeismo, mentre solo il faraone Akhenaton, o Amenofi, IV propose l’idea di un “dio unico”, Aton, ma i sacerdoti del politeismo di Anubi, Iside, Horus, Maat, Ra, Serapide, Thot, Osiride, Api, Amon, e altre decine tra cui si trova persino Antinoo, il giovinetto amato dall’imperatore Adriano, divinizzato ovviamente post mortem, ripresero il sopravvento.

In Oriente abbiamo sensibilità ancora diverse: nell’Induismo Brahman rappresenta il Principio divino assoluto, mentre il Buddha non ipotizza neppure il nome divino, ma si sofferma sul destino dell’uomo, proponendo una filosofia religiosa, un’etica esistenziale fondata sul controllo del desiderio di possesso, le varie libidines, tipiche del nostro Occidente (la libido potestatis, la libido pecuniae, la libido libidinis, etc.), e la mitezza. Il Cielo è il nome di Dio per i cinesi seguaci di Confucio e Lao-Tzu, forma divina assolutamente impersonale e piuttosto legata alla natura. Altro e molto si potrebbe dire, ma il post diventerebbe necessariamente un articolo scientifico non adatto a questo locus dialogante.

Come si può dunque dire di Dio?, cioè che cosa è Dio?, chi è Dio?, mi chiede un’allieva. Posto che nel catechismo di san Pio X noto a tutte le persone di una certa età, così recita la risposta alla medesima domanda: Dio è l’Essere perfettissimo Creatore e Signore di tutte le cose, cerco di rispondere, molto esitando, così: Dio è Intelligenza luminosa e buona. Il Dio di Michelangelo disegnato nella cappella Sistina e di Masaccio, presente sulla parete della navata sinistra di Santa Maria Novella a Firenze, certamente mi consolano, ma penso che queste due immagini antropizzanti siano adatte al racconto per il popolo privo di strumenti teologici. Nella grande basilica fiorentina dei Padri Domenicani lo Spirito Santo, messo tra il Padre e il Figlio crocifisso, è rappresentato da una colomba bianca, come nel racconto del battesimo di Gesù nel fiume Giordano, officiante Giovanni il Battezzatore.

In ogni caso Dio è avvolto dal mistero e il mistero avvolge Dio, distinguendo con rigore tra mistero ed enigma (cf. Gabriel Marcel), per cui si può manifestare solo tramite l’atto di fede e nello stato di vita eterna. Il termine latino mysterium, derivante dal verbo greco mùo, ein, significa un qualcosa di nascosto ma che si può rivelare lentamente. L’enigma è invece una specie di complicata e anche complessa questione apparentemente senza sbocchi o soluzioni. In proposito si ricordi il nome del sistema tedesco di comunicazione militare nella Seconda Guerra Mondiale, scoperto dal matematico inglese Alan Turing. Non dimenticare, gentile lettore, la differenza sostanziale tra i due lemmi, laddove “complicato” significa un qualcosa che si può capire analizzando ogni sua componente, ad esempio una macchina elettromeccanica informatizzata estremamente composita, mentre “complesso” rinvia all’esigenza di comprendere anche senza conoscere fino in fondo ogni componente, come nel caso del corpo umano o del cervello. (Su questo tema consiglio alcune letture: Prede o ragni di A. F. De Toni e L. Comello, edito da Utet, e i testi principali, raccolti anche in articoli commentati, di Ilya Prigogine e Stephen Jay Gould).

La Teologia apofatica, quella dei mistici sufi nell’Islam e di quelli cristiani, come i “Renani” del XIII e XIV secolo, primo dei quali si può considerare Johannes Meister Echkart, sostiene che di Dio si può dire solo ciò-che-non-è, essendo atto di presunzione cercare di definirlo. Dio sfugge ad ogni definizione del linguaggio umano, per cui nella dottrina islamica a Dio si attribuiscono almeno un centinaio di predicazioni nominali (Dio è …), ma una è sconosciuta perché ineffabile, ed è il vero nome di Dio.

In Esodo 3, 14, quando Mosè sul monte Sinài chiede all’Onnipotente, dopo avere ricevuto la Legge, che nome darGli per riferirlo al popolo, la sua risposta è:

אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה , ʾehyeh ʾašer ʾehyeh, cioè in ebraico sono colui che sono, cioè, potremmo dire scomodando la metafisica classica platonico-aristotelica, l’Essere stesso sussistente.

Valter, un altro allievo, suggerisce che Dio potrebbe anche avere un certo umorismo, essere scherzoso, avendoci dato la possibilità di scegliere, cioè una certa libertà. E io ho aggiunto che allora è anche un poco cinico (che Lui stesso mi perdoni), sapendo l’uso che di questa libertà abbiamo fatto, facciamo e… faremo.

Alcuni studiosi, come ho già qui scritto, sono convinti che il Sapiens si stia -se pure lentamente- evolvendo in positivo, in “umanità”. Speriamo abbiano ragione perché il rischio prossimo che l’umanità potrà correre è quelli della A.I, dell’intelligenza artificiale che già sta avanzando con suoi algoritmi di controllo, dai grandi social, Facebook in testa, in giù o in… su. Abbiamo già visto quello che cosa può fare questo mezzo, e ascoltato le scuse di Zuckerberg, assai poco convincenti, però. Già smentite da fatti successivi. Su questo tema interessanti sono: Superintelligenza di Nick Bostrom (Boringhieri), Lo strano ordine delle cose di Antonio Damasio (Adelphi) e 21  lezioni per il XXI secolo di Yuval Noah Harari (Bompiani).

Dio non è nell’algoritmo, mi sentirei di dire, ma piuttosto nel vento leggero di cui si narra in 1 Re 19, 9.11 – 14: 11 Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. 13 Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». 14 Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». (testo della C.E.I.)

E poi il racconto si fa di nuovo violentissimo, seguendo l’episodio dei profeti di Baal che il profeta aveva scannato sul monte Carmelo, per ordine del Signore Dio.

Ma allora Dio è violento? E’ vendicativo dando seguito alla sua ira? Che cosa è l’ira di Dio? Chi è Dio? E’ Intelligenza luminosa e buona? Voglio credere.

I quattro volti dell’amore umano, i suoi contrari e la carovana dei migranti

E’ la più potente, irresistibile delle passioni, l’amore. San Tommaso la contrapponeva all’odio, ma dicendo che l’amore è infinitamente più forte dell’odio. In italiano abbiamo un solo verbo per dirlo: amare. Ne parlavo qualche sera fa al Caffè filosofico Autentica/ Mente di Codroipo, ricordando ai presenti che gli antichi Greci, nella loro splendida e coloratissima lingua, avevano quattro verbi per dire “amare”, ciascuno con una sfumatura sua propria e differente dalle altre: erotào, agapào, stèrgo e philèo. Li scrivo traslitterati per poi riportarli in caratteri greci.

Che dire se non che il greco antico era idioma ricchissimo di suoni, segni, lemmi, termini, parole, sensi e significati, a seconda dei testi, dei contesti e dei generi letterari?

Ecco i quattro verbi in greco antico, alla prima persona dell’indicativo presente: α͗γαπάω, ε͗ροτάω, στέργω, φιλέω.  Il modo infinito prevede la radice di ogni verbo e il suffisso èin, traslitterato. Nell’ordine significano “amo di amore benevolente, cioè voglio il bene dell’altro“, “amo di amore erotico, fisico“, “amo il bello, la letteratura, l’arte, la musica, etc., “amo di amore d’amicizia“. Come si vede sfumature significanti di non poco conto, anzi non si tratta proprio di sfumature. Vi è da chiedersi come lo sente ognuno di noi, e se si abbia sempre il senso della differenza di questo sentimento, a seconda dell’oggetto amato. Forse no, o non sempre, che ne dici caro lettore?

Ho provato anche cercare un sintagma che sintetizzi i vari tipi del sentimento e mi son fermato a questo: intensificazione solidale, vale a dire un sentimento che cresce sempre rivolto all’oggetto, specialmente se si tratta di una persona, avendo come focus l’oggetto stesso. Infatti, l’amore non può essere auto-centrato, egoistico, auto-referenziale, poiché diventerebbe una forma emotiva controproducente. Molte volte, invece, come negli amori malati di coloro che non ne accettano la fine, e ciò accade spesso purtroppo nella coppia umana, specialmente da parte dei più fragili maschi, questo sentimento diventa pericoloso e violento, negativo, malo.

E ora, tanto per fare un esempio, che potrebbe farci sperimentare linguisticamente le differenze semantiche di cui sopra, una domanda che faccio a me e a te mio lettor gentile: quale amore o odio caratterizza i sentimenti verso la carovana dei migranti che si sta avvicinando al confine tra Messico e USA, partita dall’Honduras oltre un mese fa. Bambini che sorridono consapevoli e Marines o  Rangers a cavallo come in un western

Dal presidente Trump si nota l’espressione di un sentimento di avversione, che non è di odio in senso stretto, ma di odio mediatizzato, opportunistico. Gli odiatori di professione sono altri. Non lo è neppure (un odiatore di professione) Anders Breivik, il pluri-omicida di Oslo, perché è un crudele pazzoide, la cui definizione psichiatrica può esser trovata nel DSM IV- il Manuale Medico Diagnostico IV, con tutte le cautele del caso.

Gli odiatori di professione sono a d esempio molti politici italiani della nouvelle vague. Questa volta non farò nomi, ma li riconoscerai, mio gentile lettore, dalle descrizioni: vi è l’odiatore dal ghigno facile e dalla voce sprezzante; vi è l’odiatore delle semplificazioni e dell’imprecisione; vi è l’odiatore della presunzione manifesta e così via… I nomi sbocciano facilmente da questi brevissimi profili quasi fotografici. Sono tutti e tre al governo. Poi ve ne sono anche all’opposizione che però non si riesce a rappresentare in questo modo, poiché sono talmente sbiaditi da sembrare in due dimensioni: manca la terza per costituire la figura solida.

Ascoltavo il dibattito all’assemblea nazionale del PD e un iscritto, che si è definito “storico contemporaneista” e mediocre oratore e anche omosessuale, di cui non ricordo il nome, il quale, tra le diverse amenità indegne di uno che viene definito “accademico”, si è lamentato con il gruppo dirigente, non solo perché tra i candidati alla segreteria non vi è manco (sua espressione) una donna, ma anche perché non vi è manco un omosessuale… quasi non credevo alle mie orecchie. Ecché, ora, oltre alle quote rosa, facciamo anche le quote arcobaleno? E poi ha citato a sproposito sentimenti e atteggiamenti come l’odio e l’aggressività, (a sproposito di amore di un qualche genere), dicendo che vi è molta gente che odia il PD e che bisogna essere aggressivi nelle attività politiche e nella propaganda, come insegna il successo di Salvini. Beh, se abbiamo militanti di questo tipo, speranze? Poche.

La “Caritas”, per modo di dire, del luogo dove stanno giungendo le persone che stanno scappando da miseria e falcidie varie, ove ne esista un simulacro, ma ne dubito, per dire della spiaggia di Tijuana dove hanno cominciato a raccogliersi i primi viandanti honduregni sicuramente si esprime in modo diverso, “amoroso” direi, ma di quale amore? Pare di poter dire che si tratta di amore “agapico“, amore di benevolenza, il primo della lista di cui sopra. In Phronesis, l’associazione nazionale dei filosofi di cui faccio parte, presuppone che il rispetto tra i colleghi sia nutrito, si può dire, di “philia“, cioè di amore amicale, fraterno-sororale.

Il tipo di amore più semplice è certamente quello erotico, perché è legato al coinvolgimento totale dell’umano, fisico e spirituale. Il tipo più semplice, naturale, perfino “animale” e qui absit iniuria verbis, caro lettore!

Ora mi chiedo di che amore sia capace un uomo come il ministro…, e l’onorevole…, e il giornalista…

Ebbene sì, gli odiatori sono diffusi anche nel mondo dei media, perché non si capirebbe -se non alla luce orrida della presenza odiante- la ragione di certe espressioni, di certi testi, di certi titoli, di certe condanne preventive, come nel caso di Travaglio, principe di questa categoria, imitato da non pochi suoi colleghi.

Mi chiedo quanta tristezza aleggi attorno a persone di quel tipo, come il sopra citato giornalista e se potessi condividere un aperitivo con codesto sioreto (in veneto per signorino, più o meno) sprezzante, e mi rispondo: anche no, ché ho altro di meglio da fare, e così peggio per lui.

Il porto delle nebbie, il cavaliere bendato e gli orizzonti lontani

Sentirsi in balia di vettori causali che non controlli, ma della cui esistenza sei consapevole, a volte è impegnativo, difficile. Ma si fa, si va avanti, si vive, si combatte la buona battaglia mantenendo la fede, come insegna san Paolo, Saulo di Tarso in Cilicia (II Lettera a Timoteo 4, 7).

Gli esami del sangue mio, linfa vitale son buoni, anzi quasi ottimi, come se si desse un giudizio sul risanamento di un fiume prima un poco inquinato. Il cavaliere oscuro, che son io, pur non essendosi mai fermato, attende di poter partire in piena di nuovo, attende il mattino, ché la cavalcatura è pronta e gli ostelli del riposo, noti. La prima meta è il gran monte del confine, dal nome slavo, la cima del Matajur.

Il cammino inizia dal Rifugio e si divide tra il sentiero diretto verso la cima e la traversata fino alla vetta passando dal versante sloveno. Aspetto una domenica limpida in quest’autunno diverso. Nel frattempo è arrivata la bici, leggera e frusciante, pronta per cavalcate silenziose verso tutti i punti cardinali.

Nella politica, invece, vi è chi mena fendenti a caso, come un cavaliere o, meglio, un pedone, un fante bendato che deve spaccare una pentolaccia nella sagra di paese, e lì appare la faccia bambina di Di Maio sovrapposta a quella del cavaliere. Bestialità verbali formulate da questo giovane uomo del sud pieno d’ebbrezza di potere, di libido potestatis come Caligola o Caracalla. Un elenco di beceraggini sragionanti. Eccotene due o tre, mio gentile lettore.

«Lobby dei malati di cancro». 21 luglio 2016. Il vicepresidente della Camera sulla propria pagina Facebook, presentando uno studio dell’attività del M5S, parla di lobby e cita quella «dei malati di cancro». Si alza un polverone. Il mondo politico si scatena contro Di Maio. Che rimedia in un nuovo post, affermando che l’accostamento tra lobby degli inceneritori e lobby dei malati di cancro «può essere apparso infelice» ma «in Parlamento ci sono portatori di interessi negativi, come quelli degli inceneritori, e portatori di interessi positivi, come quelli appunto delle associazioni dei malati di cancro». (dal web)

«Pinochet in Venenzuela». 13 settembre 2016. Di Maio, in piena campagna referendaria, attacca il presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi. In un post su Facebook parla delle continue proteste alle iniziative pubbliche del premier, confondendo in un passaggio il Venezuela con il Cile. «Ha occupato con arroganza la cosa pubblica, come ai tempi di Pinochet in Venezuela», scrive sulla sua bacheca. L’errore geografico fa il giro del web. E il deputato M5S corregge il messaggio. (dal web)

Sono di questi giorni le parole in libertà su Draghi, sintomo ed effetto -nel contempo- di ignoranza ignorante, dissennatezza (neanche fosse vittima dei mostri dissennatori di Harry Potter) e improvvisazione verbale. I suoi sodali lo imitano come le salmerie seguono i reparti, alla cieca, animali da soma, in primis Toninelli, quello che confonde i tunnel con i viadotti. Logistica e produzione, commerciale e amministrazione, risorse umane etica d’impresa, tutto con-fuso e sgangherato: questa è la similitudine metaforica del 5Stelle e dei loro capi. Un’azienda chiuderebbe in un battibaleno se si comportasse come loro.

Salvini continua a battere la grancassa del cipiglio severo sostenendo cose implausibili, con voce minacciante, ma si comincia a vedere qualche incertezza ai lati della bocca sul suo volto ghignante. La trasparente ebbrezza di qualche settimana fa in toni trionfanti, pare incrinarsi.

Dalle altre parti pena infinita: Zingaretti brucia in un lampo tutta la simpatia di suo fratello, algebricamente. Non lo voterò mai. Chi altri? Minniti certamente, oppure io stesso, gentile lettore, lo farei bene, ma preferisco star tra le mie cose, tra lavoro e filosofia, affetti e rinascita.

Orizzonti lontani mostrano il mare, dalla cima della cuspide di confine. E ricordi legati alla Valli di un tempo, già favolose. Memoria di storie nelle balze rocciose di cascate remote. Agostino e sorella e, fino a dieci giorni fa, Gianni, mio compagno di scuola d’un tempo. Biforcazioni di vite, come lungo la via che il curato manzoniano soleva percorrere recitando l’Ufficio delle ore, ubbidendo alle prescrizioni di una Madre santa e meretrice, così detta dal gran santo omonimo del mio amico, il vescovo d’Ippona, che scriveva diciassette secoli or sono.

Nel frattempo leggo -e mi confermo- che mente e cervello non possono essere la stessa cosa, e che l’intelligenza umana, e il corpo e le umidità non possono essere ricreate in macchine di acciaio e altri materiali: muco, urina, sangue, sperma, linfe, sudore sono tipiche di chi ha un corpo e una mente-non-solo-cervello, un corpo che si scalda e si raffredda, una mente/ cuore (metafora) che può provare noia, paura, sentimenti e passioni, un qualcosa che viene generato e si corrompe. Va letta, e con gusto, Siri Hustvedt nel suo Le illusioni della certezza, edito da Einaudi.

Il tempo trascorre da nebbie d’un porto lontano a orizzonti infiniti.

“Quant c’al ven un sgorli di ploia”, in friulano concordiese o “pasoliniano” cioè quando viene uno scroscio di pioggia, ovvero la vita è biografia costante di un progetto

E la pioggia che va…” cantavano i Rokes di Shel Shapiro nel 1966, “Quant c’al ven un sgorli di ploia“, mi dice Livio guidando verso Sauris in una bellissima domenica d’ottobre, in friulano concordiese o “pasoliniano” cioè quando viene uno scroscio di pioggia, ovvero “Sum et nihil humani mihi alienum est“, (da Heautòntimoroumenos, cioè Il punitore di se stesso, 77) come sentenziava il poeta e commediografo Publio Terenzio Afro a metà circa del II secolo a. C.

Viviamo albe irreversibili come tramonti, e ascoltiamo versetti essenziali come dardi, dentro le nostre vite che si dipanano come biografie costanti di un progetto. DJ Fabo, Fabiano Antoniani, accompagnato da Valeria e Carmen se n’è andato via.

Ho già scritto sul tema eutanasico basando il mio giudizio sull’etica classica che condanna ogni intervento suicidiario. Il Codice penale del giurista Alfredo Rocco risale al 1930 ed è ancora in vigore, nel quale l’art. 580 prevede che “chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio”. Nella trattazione di questa fattispecie delittuosa, una premessa è d’obbligo: nel nostro ordinamento il suicidio non è oggetto di punibilità, neppure nella forma del tentativo, perché nonostante costituisca un disvalore sociale, la vita non può essere imposta coattivamente.

Ebbene, nel 2017 vi è stato l’episodio di Dj Fabo, Fabiano Antoniani, mentre nel 2012 quello di Piergiorgio Welby. Nel 2009 quello di Eluana Englaro sul quale sono intervenuto non poco, scrivendo anche a suo padre, senza mai avere risposta. Devo (e voglio) riprendere il tema approfondendolo, ché mi pare vi siano le condizioni teoriche e pratiche per farlo. Quasi doverosamente. Anche per modificare in parte la mia posizione in tema di bioetica. Qualche anno fa tendevo a una certa rigidità morale sul tema della vita, convinto com’ero (e come sono tutt’ora) che noi non “possediamo” le nostre vite. Le nostre vite ci sono date da decisioni altrui, dei nostri genitori, dal ciclo della nostra mamma e dalle voglie del nostro papà. La dico così un poco grevemente. E poi, forse, anche dalla volontà di qualche altro Ente, se ci crediamo. Chi crede sa che la propria venuta al mondo, sconosciuta perfino ai genitori, ex parte Dei vel sub specie aeternitatis era prevista fin dalla fondazione del mondo. Chi non crede pensa invece solo all’incontro più o meno casuale di due gameti XX e XY e di ventitre più ventitre cromosomi. Anche in questo “caso” rinvio alla mia dottrina (mi scusi il gentil lettore la prosopopea un poco individualista di questa citazione) sul caso, che cerca di mostrare la sua in-esistenza contro la necessaria esistenza della causa, mediante la mera metatesi della “u”.

Di solito si dispone di ciò che si possiede, secondo una regola originaria non scritta, e in seguito scritta, fin dal Codice del re caldeo Hammurabi, che risale al XIX secolo a. C.

In questo ultimo periodo, riflettendo sul tema del mandato, invece che sul diritto di proprietà, ho sviluppato alcune idee nuove. Sulle nostre vite in realtà abbiamo un mandato, e quindi qualcosa possiamo fare. E’ come se fossimo gli “amministratori delegati” di noi stessi, a nome e per conto di un proprietario che si può chiamare “Dio” ovvero “Natura”, come scriveva Baruch de Espinosa. A volte, nella vita aziendale l’AD fa le veci del padrone, anzi ordinariamente sempre, e particolarmente quando il padrone si assenta. Il tema è dunque, e il dibattimento è tra un diritto “alla” vita e un diritto “sulla” vita.

Nella vita umana, non sempre il “padrone” è accessibile: troppi, troppo complessi e spesso sconosciuti, sono i vettori causali delle nostre vite, nella salute e nella malattia.

Come si può evitare di non assumersi la responsabilità di gestire la propria vita almeno come deve fare una amministratore delegato nell’azienda di cui si deve occupare in quanto “delegato” dalla proprietà? Quando le cose vanno male lui deve guidare la ristrutturazione per portarla fuori dalla crisi e, se questa è irreversibile, deve avere il coraggio di chiuderla, con tutte le conseguenze del caso, di carattere societario e sociale.

Anche le vite umane si chiudono sotto il profilo fisico, ché sotto quello spirituale, se ci credi, mio gentil lettore, anche no, ché sono d’altra natura, quella dell’immortalità.

A volte accade qualcosa, come la pioggia che va, oppure come quando viene uno scroscio (in friulano occidentale sgorli dal verbo sgorlar) sempre di pioggia. Basta poco per cambiare tutto: un et, un incidente stradale, un ammalamento, una co-incidenza, una circostanza avversa, una metatesi della “u” che ribalta ciò che è casuale in ciò che è causale, come detto detto sopra e -spesso- altrove in questo mio sito.

Sono tutore legale e amministratore di sostegno di un carcerato. Ecco: un uomo privato dei diritti civili si è affidato a me per gestire le sue cose e la sua persona. Quest’uomo mi ha detto che, se dovesse poter votare per l’eutanasia legale voterebbe a favore ma, se si trattasse della sua vita, mi ha raccomandato di tenerlo “di qua” il più possibile, perché forse conserva qualche dubbio sull’aldilà, o forse perché… non lo so.

E’ allora plausibile che si possa decidere di sé, come mandatari, come amministratori, quando le albe e i tramonti diventano tutt’uno, essendo la vita la biografia costante di un progetto. La vita è biografia che a volte diventa in-costante e a volte non ha un pro-getto, che significa un essere-in-disordine. L’incostanza e la non-progettualità sembra siano un male, ma è poi vero del tutto e sempre?

Dobbiamo proprio inquadrare le nostre vite in modo rigorosamente inappuntabile secondo schemi culturali e morali pre-fissati quasi ab aeterno? Una visione eticamente fondata della vita è rigida e dura come il marmo di Carrara da cui Michelangelo traeva le sue statue per toglimento di materia prima? La vita è una statua? Domande retoriche, cui è doveroso, per intelligenza et humana pietas, rispondere no, e no, e no.

E’ per questo che forse è preferibile, dentro il nostro limite fisico e cognitivo, ritenere di avere un mandato, non una proprietà sulla vita. Mi piacerebbe discuterne con chi pensa che siamo in diritto di considerarci proprietari e non mandatari. Sottigliezze semantiche o utilizzo sano della filologia in filosofia? Penso sia la seconda risposta, quella giusta.

Il paesaggio dell’anima, Dio, o il limite dell’umano

Che l’anima possa avere un paesaggio è bella metafora, traslato spirituale. Immaginare che nell’anima si dispieghino prati e colli è immaginifico. Eppure non è in-plausibile, poiché l’anima, come il corpo, è un paesaggio. Si dice correttamente, infatti “Io sono la mia anima e non: ho la mia anima“, e si dice anche “Io sono il mio corpo e non: ho il mio corpo“. E dunque, se noi siamo il nostro corpo e la nostra anima, siamo anche un paesaggio, come di certo pensava Umberto Galimberti intitolando quasi allo stesso modo un suo libro. Un paesaggio… psico-somatico.

E poi, con Platone, se l’anima siamo ciascuno di noi, l’anima stessa è il limite dell’umano: nulla di nostro è al di fuori dell’anima.

L’anima è sostanza semplice e pertanto non è corruttibile, sempre secondo il grande ateniese. Altri uomini di pensiero, come qualche astro-fisico con il quale ho già qui un po’ polemizzato, pensano che l’anima spirituale, siccome non è di-mostrabile empiricamente, e quindi scientificamente, secondo lo statuto di scienza che hanno in mente, semplicemente non esista. Questi studiosi hanno in mente e applicano sempre lo statuto galileiano induttivo-deduttivo per prove ed errori, non ammettendo possa esistere, separatamente, accanto alla conoscenza deduttiva, una scienza e una conoscenza di tipo diverso, intuitivo, vale a dire sia il modo classico, aristotelico del sillogismo, sia dell’entimema, o sillogismo “contratto”, che è sempre aristotelico, atto a dire una com-prensione sapienziale. Un esempio: a) Pietro è un uomo; b) gli uomini sono mortali; c) Pietro è mortale: questo è un sillogismo di primo tipo, deduttivo, di significato logico incontrovertibile; vediamone la versione “contratta” cioè l’entimema: “Pietro è un uomo, e dunque è mortale“. Non è la stessa cosa del sillogismo esteso, deduttivo, inferenziale, dove vi sono in sequenza logica una premessa minore, la prima, una premessa maggiore, la seconda, e una conclusione necessaria e ineludibile. L’entimema, invece, si basa sulla scontatezza del sapere-mortali gli esseri umani, ma si faccia conto che tale affermazione sia formulata da un essere umano a un extraterrestre che non conosce il genere umano: ebbene, l’entimema non basterebbe, poiché l’extraterrestre non è tenuto a conoscere la mortalità degli umani. In ogni caso, l’entimema è valido per gli umani che invece conoscono il proprio stato di mortali e dunque “si fanno bastare” la logica del sillogismo contratto.

Perché tutto questo ragionamento? Per cercare di spiegare come si possano dare oggetti di conoscenza che non richiedono l’inferenza logica. Proviamo a pensare all’idea di Dio. Ebbene, là dove Tommaso d’Aquino cerca di mostrarne l’esistenza con le famose cinque prove cosmologico-metafisiche, così come le propone il professore Enrico Berti, sant’Anselmo d’Aosta è più sintetico, come vedremo, suscitando le critiche successive proprio di san Tommaso. Intanto ecco le cinque “prove” tommasiane:

1) Movimento: è evidente che certe cose si muovono e tutto ciò che si muove è mosso da altro. Colui che è in movimento e colui che viene mosso sono due entità distinte. Il primo non è ancora in atto, il secondo è già in atto. Ci deve essere dunque all’origine qualcosa che non può essere mosso da altro, questo lo chiamiamo Dio.

2) Causa efficiente: è impossibile che una cosa sia causa efficiente di sé stessa, perché per esserlo dovrebbe produrre se stessa e dovrebbe esserci prima di essere prodotta. Noi non ci facciamo da noi stessi e quindi bisogna ammettere una prima causa efficiente, questa la chiamiamo Dio.

3) Contingenza: esistono cose che prima non c’erano e poi non ci sono più, sono contingenti. Se tutto fosse contingente vorrebbe dire che tutto ciò che esiste può non essere. Questo significa dunque che ci può essere un momento in cui non c’è nulla, ma non si spiegherebbe perché adesso c’è qualche cosa. Non c’è quindi mai stato un momento in cui non c’era niente: se c’è qualche cosa allora vuol dire che non tutto è contingente, c’è almeno un ente che è necessario, cioè che non può non essere, questo lo chiamiamo Dio.

4) Gradualità: esistono cose più o meno belle, nobili, perfette etc., ma il grado minore o maggiore di una cosa deve essere sempre in paragone a qualcosa d’altro, cioè se ci sono cose di grado parziale, ci deve essere necessariamente qualcosa di grado supremo. Se ci sono diversi gradi di essere, è necessario un essere nel grado massimo, questo lo chiamiamo Dio.

5) Ordine: esistono cose ordinate ad un fine, pur non essendo loro intelligenti. Queste cose non sono in grado di direzionarsi verso un fine, quindi occorre necessariamente qualcuno che le abbia dirette verso un fine (come la freccia e l’arciere), questo lo chiamiamo Dio.

Anselmo d’Aosta invece andò più per le spicce nel suo Proslogion (3, 2), scrivendo: «O Signore, tu non solo sei ciò di cui non si può pensare nulla di più grande (non solum es quo maius cogitari nequit), ma sei più grande di tutto ciò che si possa pensare (quiddam maius quam cogitari possit) […]. Se tu non fossi tale, si potrebbe pensare qualcosa più grande di te, ma questo è impossibile»

Come si può dunque non ammettere che si dia anche un altro modo di conoscenza oltre a quello post-galileiano? Galileo comunque, lo sappiamo, scriveva alla granduchessa Cristina di Lorena in questo modo: “La Scrittura non insegna come vadia il cielo, ma come si vadia in cielo“, chiarendo molto bene gli ambiti autonomi della scienza e della fede. Poi, ancora per secoli, la Chiesa ha fatto confusione tra i due piani, forse -più o meno- fino a san Paolo VI.

Il fatto è che un eccesso di sicumera non produce nulla di buono, come ben sapevano i sapienti antichi. Prendiamo san Paolo. Scientia inflat, cioè la scienza gonfia (di vanagloria, aggiungo io, come il ruolo, il denaro e il potere) sosteneva san Paolo (1 Cor 8, 1). Ne sono convinto quando chi la pratica è convinto di star percorrendo l’unico sentiero epistemologico plausibile dall’intelletto umano.

Possiamo quindi affermare che sull’anima vi sono molti e vari pensamenti.

Uno di questi appartiene al nostro gran poeta e filosofo conte Leopardi, tendenzialmente materialista e sensista. Vediamo che cosa scrive dal capoverso 602 al 606 dello Zibaldone di pensieri: “(…) La mente nostra non può non solamente conoscere, ma neppur concepire alcuna cosa oltre i limiti della materia. Al di là, non possiamo con qualunque possibile sforzo, immaginarci una [602] maniera di essere, una cosa diversa dal nulla. Diciamo che l’anima nostra è spirito. La lingua pronunzia il nome di questa sostanza, ma la mente non ne concepisce altra idea, se non questa, ch’ella ignora che cosa e quale e come sia. Immagineremo un vento, un etere, un soffio (e questa fu la prima idea che gli antichi si formarono dello spirito, quando lo chiamarono in greco pnèuma, e in latino spiritus da spiro: ed anche anima presso i latini si prende per vento, come presso i greci cux¯ derivante da cæxv, flo spiro, ovvero refrigero); immagineremo una fiamma; assottiglieremo l’idea della materia quanto potremo, per formarci un’immagine e una similitudine di una sostanza immateriale; ma una similitudine sola: alla sostanza medesima non arriva né l’immaginazione, né la concezione dei viventi, di quella medesima sostanza, che noi diciamo immateriale, giacché finalmente è l’anima appunto e lo spirito che non può concepir se stesso. In così perfetta oscurità pertanto ed ignoranza su tutto quello che è, o si suppone fuor della materia, con che [603] fronte, o con qual menomo fondamento ci assicuriamo noi di dire che l’anima nostra è perfettamente semplice, e indivisibile, e perciò non può perire? Chi ce l’ha detto? Noi vogliamo l’anima immateriale, perché la materia non ci par capace di quegli effetti che notiamo e vediamo operati dall’anima. Sia. Ma qui finisce ogni nostro raziocinio; qui si spengono tutti i lumi.

Che vogliamo noi andar oltre, e analizzar la sostanza immateriale, che non possiamo concepir quale né come sia, e quasi che l’avessimo sottoposta ad esperimenti chimici, pronunziare ch’ella è del tutto semplice e indivisibile e senza parti? Le parti non possono essere immateriali? Le sostanze immateriali non possono essere di diversissimi generi? E quindi esservi gli elementi immateriali de’ quali sieno composte le dette sostanze, come la materia è composta di elementi materiali. Fuor della materia non possiamo concepir nulla, la negazione e l’affermazione sono egualmente assurde: ma domando io: come dunque sappiamo che l’immateriale è indivisibile? Forse l’immateriale, e l’indivisibile nella nostra mente sono tutt’uno? sono gli attributi di una stessa idea? [604] Primieramente ho già dimostrato come l’idea delle parti non ripugni in nessun modo all’idea dell’immateriale. Secondariamente, se l’immateriale è indivisibile e uno per essenza, non è egli diviso, non ha egli parti, quando le sostanze immateriali, ancorché tutte uguali, sono pur molte e distinte? Dunque non vi sarà pluralità di spiriti, e tutte le anime saranno una sola.

Dopo tutto ciò, come possiamo noi dire che l’anima, posto che sia immateriale, non può perire per essenza sua propria? Se lo spirito non può perire per ciò che non si può sciogliere, così anche perché non si può comporre, non potrà cominciare. Meglio quei filosofi antichi i quali negando che le anime fossero composte, e potessero mai perire, negavano parimente che avessero potuto nascere, e volevano che sempre fossero state. Il fatto sta che l’anima incomincia, e nasce evidentemente, e nasce appoco appoco, come tutte le cose composte di parti.

Oltracciò non osserviamo noi nell’anima [605] diversissime facoltà? la memoria, l’intelletto, la volontà, l’immaginazione? Delle quali l’una può scemare, o perire anche del tutto, restando le altre, restando la vita, e quindi l’anima. Delle quali altri son più, altri meno forniti: come dunque la sostanza dell’anima è per natura, uguale tutta quanta?

Ma queste sono facoltà, non parti dell’anima. Primo, l’anima stessa non ci è nota, se non come una facoltà. Secondo, se l’anima è perfettamente semplice, e, per maniera di dire, in ciascheduna parte uguale alle altre parti, e a tutta se stessa, come può perdere una facoltà, una proprietà, conservando un’altra, e continuando ad essere? Come può accader questo, se noi pretendiamo cum simplex animi natura esset, neque haberet in se quidquam admistum dispar sui, atque dissimile, non posse eum dividi: quod si non possit, non posse interire? (Cic. Cato mai. seu de Senect. c.21. fine, ex Platone.) V. p. 629, capoverso 2.

In somma fuori della espressa volontà e [606] forza di un Padrone dell’esistenza, non c’è ragione veruna perché l’anima, o qualunque altra cosa, supposta anche e non ostante l’immaterialità debba essere immortale; non potendo noi discorrere in nessun modo della natura di quegli esseri che non possiamo concepire; e non avendo nessun possibile fondamento per attribuire ad un essere posto fuori della materia, una proprietà piuttosto che un’altra, una maniera di esistere, la semplicità o la composizione, l’incorruttibilità o la corruttibilità.”

Si vede come Leopardi sviluppa un pensiero autonomo, non condizionato dall’ambiente nel quale è cresciuto, e chissà come si sarà scandalizzata l’onorevole sua madre, la marchesa Adelaide Antici, cattolica praticante, leggendo del figlio tali affermazioni.

Il conte Giacomo era ateo, o comunque agnostico, ma non si permetteva, come diversi scienziati odierni con superbia neppur dissimulata fanno, di affermare che lui aveva comunque indefettibilmente ragione. Invece, la simpatica e valorosa professoressa Hack sosteneva che non si può mostrare l’esistenza di Dio, e quindi neppure l’immortalità dell’anima. Se la potessi incontrare, o se la incontrerò in qualche stato dell’essere, che sarà già una risposta, le chiederei: “E come si fa dimostrare l’inesistenza di Dio?”

Ma a quel punto, in quello stato dell’essere, non servirebbero risposte, ma solo il silenzio della contemplazione.

Del “male”

Caro lettore,

ti propongo un breve saggio sul tema del male alla luce della teologia cristiana classica, cioè quella informata essenzialmente al pensiero di Sant’Agostino e  di San Tommaso d’Aquino, comunque diversa dall’etica sottesa in un post precedente,  di solo qualche giorno fa, quello dedicato al tema del “valore” in Max Scheler e altri. Non è una lettura facile ma, se affrontata con un po’ di pazienza, forse può servire a rischiarare alcuni concetti al giorno d’oggi quando la banalizzazione concettuale e la pigrizia del pensiero sembrano farla da padroni. Mi pare quindi una lettura produttiva anche per un non-cristiano, se non altro come esercizio riflessivo che può essere utile, in generale, anche a qualche rischiaramento della logica e dell’argomentazione dialettica sulle cose della vita.

il male, nella sua opposizione al bene, si definisce come ciò che è dannoso, inopportuno, contrario alla giustizia, alla morale o all’onestà, ovvero ciò che è considerato in qualche modo indesiderabile, come il male fisico di qualsiasi genere.

La filosofia analizza il male anche nella dimensione metafisica e morale, a livello teoretico.

Circa il male si sono spesi fiumi di inchiostro e su questo concetto si sono affaticati grandi intelletti nei millenni, a volte vanamente. Propongo dunque alcune considerazioni su ciò che (il male, appunto) viene considerato da evitarsi pressoché da ogni morale umana, salvo poi dimenticarsene nell’agire quotidiano dei singoli e talora dei gruppi.

In particolare, se innanzitutto il Bene coincide con il Fine dell’agire umano, là dove per “Fine” si intende ciò-che-è-buono, la privazione del fine è privazione del bene, si tratta di quello che intendiamo con la parola male.

Scrive il domenicano padre Sergio Parenti:

L’agire è compiutezza, perfezione dell’agente. Infatti il raggiungimento del fine è perfezione dell’azione. L’azione poi è perfezione della capacità operativa: bene della vista è vedere. Ma le capacità di agire sono la conseguenza di un modo d’esistere che in esse trova la connaturale perfezione e compiutezza, altrimenti si avrebbe qualcosa che non viene attuato e per questo manca. Per rapporto alla natura dell’agente, dunque, parleremo propriamente di privazione: cioè essa è negazione in un determinato soggetto, non una qualsiasi negazione. E tale privazione, in quanto privazione di un bene connaturale diventa un male. Un sasso che non vede, non ha la vista, ma non lo diciamo “privo”. Un gatto, invece, se non è capace di vedere, è cieco. Se vi si riflette un poco, ci si accorge che queste denominazioni non sono affatto arbitrarie, ma corrispondono all’uso del linguaggio quotidiano.”[1]

Le privazioni dunque sono un “ente di ragione”, ma il male in quanto tale può essere definito in qualche modo, magari aiutati da sant’Agostino e san Tommaso d’Aquino:[2]

– il male in sé e per sé non esiste, né è qualcosa nel senso comune di queste parole,

– il fine di ogni cosa o essere è il bene,

– non vi è alcun “sommo male”, o dio del male,

– nessuna azione, di per sé, tende al male. Anche in chi agisce deliberatamente, il male, di per sé, è “preterintenzionale” (cioè non è l’oggetto vero del tendere della volontà),

– il male è spiegato e causato da un bene,

– il male, di per sé, non causa nulla,

– un male suppone un bene nell’oggetto desiderato: “Malum in rebus incidit praeter intentionem agentium“, cioè, il male capita, nelle cose, indipendentemente dall’intenzione dell’agente. Questo è il senso della preteritenzionalità sopra richiamata, che non toglie, beninteso, la responsabilità del soggetto agente.:Malum, etsi non sit causa per se, est tamen causa per accidens”, cioè, il male, anche se di per sé non è una causa, è però una causa “per accidens“. Si intende che non è una causa propria, ma derivata, come da una goccia fredda deriva benessere al corpo umano nella calura. Ci aiuta in questo difficile e inusitato cammino sant’Agostino, con la sua dottrina del male morale.

 

Del male morale

Nell’agire morale sembra molto strano e quasi paradossale che si affermi che il male è preterintenzionale, dato che il male deve derivare da consapevolezza intellettuale e consenso volitivo. La preterintenzionalità, anche nel diritto penale corrente, rappresenta il riconoscimento del male non voluto,[6] ma qui siamo su un terreno diverso dal diritto. Siamo in filosofia morale, o in etica. Se un atto moralmente rilevante dipende da alcune condizioni.

L’agire volontario libero è proprio dell’uomo. Ma perché sia così definibile e per determinarne la responsabilità, occorre fare un passo avanti. Dobbiamo cercare un difetto a monte dell’agire.

Possiamo dunque dedurre con certezza che il male non potrà mai distruggere totalmente il bene, ma che il bene, oltre gli ottimismi di maniera, ma anche evitando ogni pur sotterranea forma di nichilismo o di manicheismo, va perseguito con intelligenza acuta e costante, per orientare la volontà, affinché sia realizzato il fine vero e buono[5] di chi agisce.

Sant’Agostino così scrive:

Così mi fu chiaro come le cose che vanno soggette a corruzione, sono buone: poiché, se fossero buone in grado sommo e assoluto, andrebbero esenti da corruzione, e se non fossero buone, non andrebbero soggette a corruzione (…). Giacché la corruzione nuoce, e non potrebbe nuocere se non diminuisse il bene (…). Che se verranno private totalmente del bene, cesseranno affatto di esistere, dacché, se continueranno ad esistere, saranno meglio di prima, perché rimarranno incorruttibili. Ora c’è asserzione più mostruosa del dire che le cose che sono state private totalmente del bene, sono migliori? Dunque se saranno private totalmente del bene, cesseranno di esistere; dunque, fintantoché esistono, sono buone; dunque, qualsiasi cosa che esiste, è buona. E il male, di cui cercavo l’origine, non è una sostanza, perché, se fosse una sostanza, sarebbe un bene … Perciò vidi chiaramente come Tu facesti buone tutte le cose e come, d’altra parte, non esistono sostanze che Tu non abbia fatte“.[4]

Omne malum est in aliquo bono fundatum”, cioè, ogni male si fonda in qualche bene. E’ di immediata intuizione, poiché ogni male, per esistere, deve interferire in un qualche bene.

Malum non causatur nisi a bono“, cioè, il male non è causato se non dal bene. Diciamo anche “è colpa della cattiveria”, che , allora, causa deficiens, causa che deficita, insufficiente, causa-non-efficiente.

Qui è utile considerare alcuni concetti per approfondire le responsabilità soggettive dell’agire malo:[3]

– il bene conosciuto,

– la capacità di riconoscerlo,

– la capacità di tendere ad esso, o volontà,

– la capacità di conseguirlo effettivamente.

 

Il peccato ovvero una violazione dell’ordine come armonia

Usiamo questo termine teologico (peccato) anche in etica per capirci meglio. Potremmo anche parlare di violazione o di reato, ma ci collocheremmo nell’ambito, non distante ma sostanzialmente di altra natura, del diritto. Mentre i termini colpa e pena sono comuni, alla morale e al diritto.

Nell’ottica di una vita orientata al fine, il peccato si configura come una aversio a fine,[7] utilizzando il linguaggio agostiniano e tommasiano.[8]

Dobbiamo convenire che è necessario “purificare” il percorso conoscitivo cioè intellettuale fino a giungere all’azione della volontà. Ma anch’essa, come facoltà desiderante deve essere esaminata attentamente, al fine di escludere che vi siano condizionamenti tali da conculcarne il libero operare. Il punctum dolens è allora il suo rapporto con l’intelligenza. Chi la esercita veramente (l’intelligenza) deve saper discernere tra i beni, cioè se essi siano ordinati al fine, o meno, del soggetto agente (dell’uomo, in definitiva). Questo è il punto dirimente, e difficilissimo della morale.

 

Il male, il vizio, la colpa, il peccato

Secondo la comune accezione il male è il contrario del bene, cioè si oppone al bene come un qualche cosa che lo impedisce o lo contrasta, per un’immediata intuizione dell’atto umano come non buono. Si può dire che si tratta di un significato accettabile, anche se incompleto, perché del male, come dei correlati concetti filosofici, etici, religiosi e giuridici citati nel titolo, si possono e si debbono chiarire anche altre dimensioni. Più precisamente, vi è opposizione di contraddizione tra virtù e vizio, cioè gli habitus (disposizione stabile dell’animo umano orientata al bene o al male), che fondano le azioni umane rispettivamente buone o di malizia. Possiamo dire che l’idea del male è presente nella legge naturale che ogni uomo ha inscritto nel “cuore”,[9] così come è nozione ammessa in tutte le culture, filosofie e religioni. Nel manicheismo[10], filosofia religiosa proveniente dall’altopiano iranico e molto diffusa ai tempi del primo cristianesimo, insieme con lo zoroastrismo e il mazdeismo, vi è una concezione talmente dualistica della realtà, che prevede perfino l’esistenza, accanto a un Principio o Dio del Bene, di un Principio del male, che così condizionerebbe la volontà umana piegandola al male stesso.

Dopo Aristotele, che sarà recuperato prima da Boezio e successivamente da San Tommaso, l’analisi più approfondita sulla questione del male viene filosoficamente sviluppata da Sant’Agostino. Il Dottore d’Ippona, partendo dalle giovanili posizioni manichee, che forse nel substrato del suo pensiero conserverà a lungo, tratteggia un’analisi sul principio del male il quale costituirà in seguito la base, sia per il pensiero morale di Tommaso, sia per la riflessione moderna e contemporanea.[11]

Sant’Agostino concepisce il male secondo tre gradi o dimensioni: il male metafisico, il male morale e il male fisico, reciprocamente in qualche modo collegati e interdipendenti. Attenzione, però, al linguaggio, che è strettamente filosofico: il male metafisico è l'”imperfezione”, nel senso che ogni res umana, ogni atto umano, ogni modo dell'”essere” (nella duplice accezione di infinito sostantivo e di principio di analogia) umano, è limitato, defettibile, perfettibile, incompleto, o errato, colpevole, e via dicendo. E dunque, in questo senso il male è da intendersi come “non essere”, come deficienza di bene. Il male metafisico è quindi un “non essere” oggettivo, ineliminabile, appartenendo esso alla stessa natura delle cose umane.

Vi è poi il male morale, che è quello che più interessa le azioni umane. Il male morale è il non conformare l’agire pratico alla legge naturale, naturalmente conforme alla legge divina. Fin qui il filosofo africano. Più ancora San Tommaso, soprattutto nella Somma teologica, sviluppa la morale delle virtù, riprendendo Agostino nello schema delle Etiche aristoteliche (soprattutto la Nicomachea), e sostenendo che, se la volontà umana si conforma all’intelletto delle cose, non può non agire virtuosamente, guidata dalla prudenza[12], la quale sovrintende alle altre virtù (oggi diremmo valori o qualità). E’ una visione un po’ strana, forse, per la contemporaneità, dove si contendono il campo etico una morale dell’obbligo, della colpa e del peccato, e una morale, spesso amorale, del relativo e del contingente.[13] Il male morale, dunque, per Agostino suppone la colpa e il peccato, che è un “mancare” verso Dio e verso il prossimo. Suppone una responsabilità che è insita nell’umano libero arbitrio. In altre parole, Dio non impedisce il male, pur conoscendolo nella sua prescienza, perché all’uomo è data costitutivamente la libertà di scelta.[14]

Vi è infine il male fisico, la malattia, la sofferenza in tutti i suoi gradi, che appartengono al modo d’essere del vivente (le piante), sensibile (gli animali), sensibile e razionale (l’uomo), che sono imperfetti e mortali. Nell’uomo, il male fisico può essere anche inteso come conseguenza del male morale, ma senza che fra i due mali vi sia un rapporto di causa-effetto. Ciò è particolarmente evidente nei mali dello spirito, nelle sofferenze interiori, nelle somatizzazioni dei sensi di colpa (qui non intesi come mere nevrotizzazioni), che non sono semplicemente da rimuovere, ma bisogna verificarli alla luce della coscienza morale.

Per ciò che concerne il “peccato”, il quale presuppone la colpa derivante dal libero esercizio della volontà, si può dire che si tratta di un principio di valutazione morale, che lede la natura, la coscienza, e la “legge”, e che è presente in ambedue le Tradizioni cui fa riferimento la nostra cultura e la nostra scienza etica, sia quella greco-latina, sia quella giudaica. Nella Bibbia,[15] i cui principali significati si trovano nelle aree semantiche di infedeltà (mà’al), di “oltrepassamento” (àbar), e ingiustizia-violenza (àwel), vi è anche il concetto generale del peccato come di un senso di fallimento (àwòn, letteralmente: mancare il bersaglio). Nei Vangeli sinottici e di san Giovanni, e in san Paolo (specialmente nella Lettera ai Romani), i lessemi greci rinviano a concetti e significati analoghi, poiché, per ingiustizia troviamo adichìa – adikia (dalla radice di dikaiusìne – dikaiusyne, giustizia), e amartìa – amartìa per peccato di infedeltà.

Nell’etica greca e latina (Platone, Aristotele, Seneca, Marco Varrone, Cicerone, Marco Aurelio) così ben studiata da Agostino e Tommaso, troviamo, sia pure senza la dimensione soprannaturale della rivelazione cristiana, un’impostazione che possiede ampie corrispondenze soprattutto nell’ambito morale connotato dall’azione delle virtù e degli opposti vizi. In ambito cristiano si mantiene dunque un’impostazione legata al valore della fedeltà a Dio, la cui negazione (aversio a Deo, conversio ad creaturas: allontanamento da Dio per scegliere i beni finiti, cioè le creature) porta al peccato, cioè all’atto umano malo, a tutti i peccati, sia contro se stessi sia contro gli altri.

Ricapitolando possiamo dire: il male di per sé non è come principio, ma esiste ed è conseguenza della responsabile e libera azione dell’uomo, che di sé decide, anche quando agisce verso gli altri, perché in fondo ogni “peccato” è di omissione alla propria umanità. Cioè di rifiuto della possibilità di essere intelligenti.

 

[1] Parenti S. o.p., Logica e decisione etica. Tra principi e concretezza, pro manuscripto, Convento san Domenico, Modena 2002, p. 21

[2] San Tommaso d’Aquino, Summa contra gentiles, III libro, capp. I – XVI; S. Agostino, Confessiones, lib. VII, cap. XII

[3] Cfr. San Tommaso d’Aquino, S. Th., I-II

[4] Sant’Agostino, Confessiones, lib. VII, cap. XII

[5] Ancora una volta incontriamo i “trascendentali” che si convertono l’uno nell’altro: il bello nel vero e questi nel bene.

[6] Pensiamo agli incidenti stradali: viaggio ad una velocità adeguata rispetto al codice della strada, al mezzo che guido e alle condizioni del traffico e della strada, mi attraversa la strada all’improvviso un pedone, lo investo ed egli muore. Altro sarebbe il senso dell’esempio se, nella stessa situazione, io non avessi rispettato il limite di velocità: sarei stato imputabile almeno di omicidio colposo.

[7] Lat.: una digressione, una fuga, un rifiuto del fine (per cui si è a questo mondo)

[8] Cfr. San Tommaso d’Aquino, S. Th., I-II, q. 72, a. 5, c: “(…) quando anima deordinatur per peccatum usque ad aversionem ab ultimo fine, scilicet Deo, cui unimur per caritatem, tunc est peccatum mortale: quando vero fit deordinatio citra aversionem a Deo, tunc est peccatum veniale“, cioè, quando l’anima si disordina per mezzo del peccato fino a porsi in avversione al fine ultimo, cioè a Dio, vi è peccato mortale: quando invero non si tratta di una vera avversione a Dio, allora vi è peccato veniale; Cfr. anche ibidem, q. 74, a. 9, c.; q. 7, a. 8, c.; q. 87, a. 5, ad 1um.

[9]Cuore è qui inteso secondo il significato semitico di “centro della persona”.

[10] da Mani, sapiente e sacerdote iranico, III-IV sec. d. C.

[11] sia nella linea neo-tomista di un Maritain o di un padre Fabro, sia nella linea induzionista-riflessiva di Cartesio, Kant, Husserl, Heidegger, Edith Stein, ma anche dello stesso Sartre.

[12] come recta ratio agibilium, retta ragione delle cose da farsi

[13] Cfr. l’ impostazione neo-radicale, che è un po’ oggi, purtroppo, trasversale, nelle sinistre politiche e anche nella destra tecnocratica.

[14] Cfr. anche B. Ochino, Laberinti del libero arbitrio, a cura di M. Bracali, ed. Leo S. Olschki, Firenze 2004

[15] Cfr. ad esempio Esodo 23, 21 e Isaia 1, 2) il riferimento al peccato è verbalmente amplissimo, constando di oltre trenta etimi (ebraico – aramaici).

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