Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Risoluzione o dissolvenza

Quando eravamo alle elementari dovevamo risolvere in aritmetica i primi problemi. Si scriveva il testo del problema, con tutti i dati necessari e poi si aggiungeva la parola “Risoluzione”. Sotto la “Risoluzione” si cercava di mettere le operazioni necessarie fino a una soddisfacente conclusione.

Se invece vi era un tema da fare, magari alle medie e poi alle superiori, ecco che, dopo il titolo, si scriveva “Svolgimento”, e giù con il testo, due tre, quattro facciate di fogli protocollo. Era il mio momento, scrivere, scrivere.

Anche nella vita quotidiana tutt’oggi vi sono “problemi” da risolvere, questioni, dilemmi, talvolta anche tri-lemmi, o comunque difficoltà vere, ma talora è possibile trattarli in modo diverso. La disciplina, o l’approccio che può aiutarci in questo è la filosofia pratica, che insegna a individuare, prima ancora che il problema in sé, se il problema si… dia, cioè se si tratti effettivamente di un “problema”.

Se il ragionamento logico ci suggerisce che si tratta di un falso problema, a volte si può arrivare a dissolverlo, senza la necessità di risolverlo, comprendendo che esso non sussisteva. Dissoluzione o dissolvenza invece di risoluzione.

Anzi vi è anche una terza possibilità, quella di rinviare una decisione, perché difficile, magari per ragioni di bottega o di partito. Quello che ieri il governo del cosiddetto avvocato degli italiani Giuseppe Conte ha deciso, è proprio questo: rinviare la scelta di fare il Tunnel, o Treno dell’Alta Velocità sulla tratta Torino-Lione per vigliaccheria e opportunismo. Almeno ora, se possibile, è chiaro che questi qua che governano l’Italia, Salvini compreso, sono delle persone miserande, indegne di governare.

Torniamo al tema: risoluzione o dissolvenza. Ragionando con il bene dell’intelletto: quale è il problema del famoso tunnel, spesso declinato -incomprensibilmente- al femminile, quello della decrescita felice, come spiega imaginificamente Serge Latouche? Ma che? Decrescita perché si tolgono due milioni di camion dalla strada ogni anno, e il proporzionale inquinamento?

Tra Salvini e Di Maio “sono peggio tutti e due”, direbbe Slavoj Zizek, paragonando soluzioni entrambe pessime. Anche Jean-Paul Sartre aveva presente l’essere e il nulla (1942), dove l’uno non poteva darsi senza l’altro. Si pensi anche ai falsi modesti, che fanno a gara nel dirsi, cioè nel giudicarsi poco o… nulla e, come sa bene il mio gentile lettore, ne conosco non pochi. Costoro non vedono l’ora che l’interlocutore gli dica: “Ma nooo, tu sei bravissimo, sei il migliore.” Un bel disastro.

Risoluzione o dissolvenza, cioè affrontare il problema oppure considerarlo inesistente, cioè inevidente perché nullo. Ad esempio, per restare nella vita quotidiana, ciò accade quando si pensa che un’altra persona con la quale abbiamo rapporti, ce l’abbia con noi, e invece non è vero, perché siamo solo noi a pensarlo, con un pizzico di paranoia, magari perché ci sembra ci abbia salutato a fatica l’altro ieri. Può darsi che esageriamo con il sentirci “centro del mondo”, e pertanto, ogni sospetto o ipotesi che non lo siamo ci manda in crisi. In realtà è vero che non-siamo-il-centro-del-mondo, ci mancherebbe, ma solo un essere umano tra sette miliardi e mezzo, certamente unico e irripetibile, ma uno dei sette miliardi e mezzo. Siamo il centro d’amore dei nostri cari, ma non esistiamo nemmeno per chi non ci conosce, o siamo solamente una eco per chi sa che esistiamo, ma che con il quale non abbiamo rapporti significativi.

E’ dunque un problema il nostro venir-meno per chi ci conosce a malapena? No, la nostra presenza nel mondo, al nostro mancare, è un dissolvimento del nostro nome e della nostra remota presenza nella sua memoria.

Talvolta capita nei processi educativi. Ho esperienza di ambiti familiari nei quali il genitore o la genitrice esaltano il figlio o la figlia, specialmente all’esterno della famiglia, facendo a gara con figli di altri, a tal punto che ogni piccola crepa nella irresistibile ascesa del pargolo diventa una tragedia. E’ un problema? Sì per l’educatore maldestro, ma no, in realtà. proprio perché l’educatore è maldestro. Si tratta di un non-problema che sarebbe utile dis-solvere invece che faticare a ri-solvere con faticosi processi alle intenzioni e improbabili analisi della supposta inefficienza del figlio.

Ecco come si complica la vita delle persone, con le migliori intenzioni.

Mi par, dunque, che accanto al tema della risoluzione dei problemi sia utile e sano che sussista anche la possibilità della loro dissoluzione, cioè della constatazione che essi non esistono come problemi reali, ma sono tali solo nella nostra mente, che ragiona male, in quel caso, mettendo al centro ciò che deve  salubremente stare in periferia, dove si respira aria buona e cantano indisturbati gli uccelli.

Oggi, che il modello comunicativo è fatto dalla presenza sui social, per moltissimi, ecco che ciò costituisce un moltiplicatore di problemi falsi, che richiedono di essere risolti, generatori di ansia e di malesseri psichici. Siccome non si può abolire il web e i suoi accessori, bene sarebbe pensarci al fine di creare la consapevolezza di questo fenomeno dannoso e spesso fomite di sempre ulteriori disallineamenti nel giudizio sul valore delle cose che osserviamo e che ci accadono.

L’atto di fede

Fede, speranza e carità sono le virtù teologali, che fondano l’adesione alla religione cristiana. A supporto si annotano le quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, mutuate dalla filosofia greca e sviluppate da sant’Agostino, frate Giovanni Cassiano, papa san Gregorio Magno e san Tommaso d’Aquino. Se l’uomo riesce ad aderire virtuosamente alle sette virtù, secondo la sana dottrina, sviluppa la sua propria umanità. Anche la cultura laico-illuministica ha tradotto e apprezzato almeno le quattro virtù cardinali, che sono integralmente umane.

L’atto di fede in Dio nella dottrina cristiana, cattolica, ortodossa e protestante, e nelle altre fedi è uno dei punti di raccordo principali, anche se declinati in modo diverso: ad esempio, se nel Cristianesimo è ritenuto indispensabile credere nel Dio di Gesù Cristo che è nella sua Persona, Dio, e che Dio stesso è in tre Persone, il Padre il Figlio e lo Spirito, nel Buddhismo non si dà primariamente la credenza in (un qualche) Dio o “dio”, bensì nella virtuosità dell’agire umano, il quale causa direttamente il karma individuale.

Non occorre, mio caro lettore, che mi soffermi più di tanto su ciò che significa “karma”, poiché è quasi universalmente noto. Voglio solo dire che anche questa nozione antropologico-teologica trova una sua declinazione diversificata anche nel plesso giudaico-cristiano e islamico, con il tema del premio per i virtuosi e la condanna per i viziosi. Soprattutto nella fase iniziale di queste grandi religioni, ma anche fino a tempi molto recenti in certe zone e aree socio-culturali, era invalsa anche la credenza in un sistema di premi/ punizioni  durante la vita dell’uomo, che se li meriterebbe con il suo comportamento. Il male, secondo questa dottrina si manifesterebbe anche nelle malattie e negli infortuni, a fronte di comportamenti malvagi. L’esperienza, però, insegna la fallacia di tale teoria, poiché molte persone “malvagie” hanno vite “fortunate”, almeno apparentemente, mentre spesso ai virtuosi capita di tutto.

Tornando al nostro tema, ecco un modello di cristiano actum fidei: Io credo con fede ferma, che vi è un Dio, il quale premia i buoni, e castiga i cattivi. Credo, che questo Dio è uno solo in tre persone uguali, e realmente distinte, Padre, Figliuolo, e Spirito Santo. Credo , che il Figliuolo di Dio s’ è fatto Uomo nell’ utero purissimo di Maria Vergine per opera dello Spirito Santo. Come Uomo è morto sulla Croce per li nostri peccati, e nel terzo dì resuscitò da morte. Credo tutte le altre verità , che crede ed insegna la Santa Chiesa Cattolica. E tutte queste cose le credo, perché Iddio verità infallibile le ha rivelate alla stessa Santa Chiesa.

(Continuiamo con il testo latino di un’altra formula dell’atto di fede)

«Domine Deus,/ firma fide credo et confiteor omnia/ et singula quae sancta ecclesia Catholica proponit,/ quia tu, Deus, ea omnia revelasti,/ qui es aeterna veritas et sapientia/  quae nec fallere nec falli potest./ In hac fide vivere et mori statuo./ Amen.»

(…con la mia traduzione)

Signore Dio, credo e confesso con fede ferma tutte le cose che la santa Chiesa propone, poiché tu, oh Dio, le hai rivelate tutte, tu che sei eterna verità e sapienza, che non può essere fallace né ingannare. In questa fede stabilisco di vivere e di morire. Amen.

E dunque, l’atto di fede è solo un atto religioso? Parrebbe di sì, ma forse anche no. A volte sentiamo altre esperienze. Pure a me è capitato recentemente, quando mi si è manifestata una malattia severa. Il mio caro amico Fabio, amministratore di fiducia di alcune piccole aziende per un grande imprenditore friulano, mi ha detto che, quando gli ho comunicato la notizia della malattia che mi aveva colpito, lo ha… colpito il mio tono di voce, il mio modo di raccontarglielo, la mia calma.

Gli è parso che, in quel momento, l’atto di fede si stesse manifestando come atto di fiducia nell’umano. E’ lui che mi  ha ispirato questo pezzo. E ha continuato: “Quando me lo hai detto, lo hai fatto senza enfasi e piagnistei“. E allora gli ho risposto: “Mi sono concentrato nella fede di potercela fare“.

Ricordo che abbiamo parlato di filosofia stoica, rimembrando quella antica dottrina che insegnava come l’uomo può sopportare anche gli eventi più ardui e dolorosi senza perdere il senso delle cose e della propria vita, senza inutili illusioni, ma anche senza disperare.

Ebbene, proprio questo è successo, quando sono stato messo duramente alla prova: ho constatato la serietà della credenza nella forza di “una” fede, fosse pure nella capacità umana di farcela, e anche nella possibilità che tale “fede” possa muovere una forza ulteriore. L’antropologia teologica cristiana spiega che Dio, quando l’uomo che si rivolge a lui con fede ha bisogno di un aiuto, questo aiuto arriva, silenziosamente, ma con certezza.

Si pensi che anche il diavolo ha fede e teme Dio perché sa di essere più debole. Caro lettore, prendi in mano il libro di Giobbe, dove Dio stesso dà la parola al satana, cui affida perfino, almeno per un certo tempo, il destino dell’uomo-Giobbe, il quale all’inizio è “in alto”, ricco, potente, ammirato, e poi cade, ma resiste, vivendo nel destino buono e nel destino malo, fedele a Dio e vittima del diavolo.

Così a me è capitato, e ho avuto fede.

Siamo più forti di quello che pensiamo, (pare).

L’ente e il ni-ente, una piccola lezione di metafisica

Si può anche scherzare sulle due prime parole del titolo.

Scrissi vent’anni fa un pezzo un poco “metafisico” che divertì più d’uno, pezzo in parte ispiratomi dal padre Giuseppe B., domenicano di Bologna, professore di metafisica, ontologia e teologia filosofica. Eccolo.

Se l’ente è,/ non è il ni-ente,

perché se fosse il ni-/ ente non sarebbe/ l’ente,

piuttosto, se sembra che/ l’ente balli il tango col ni-/ ente,

si tratta di un suo scomparire/ prima del nuovo riapparire/ (dell’ente).

Un calembour, un giuoco di parole? Anche no. Una sintesi metafisica del rapporto tra essere e nulla, cioè di come si può conoscere negando et ponendo tollens, vale a dir come si può considerare anche ciò che le cose non sono, ad esempio, come io-non-sono-te, mio gentil lettore.

La parola nulla può intendersi sia come mancanza assoluta di realtà, dall’etimologia latina nūlla – neutro plurale dell’aggettivo nullus-a-um (“nessuno”) – che si può rendere come “nessuna cosa”, sia  come contrario di qualcosa, lemma etimologicamente reso in latino con nonnihil (il non niente) dove viene utilizzato il termine nihil.

Nel linguaggio comune viene accepito come equivalente a niente: o non-ente come lo intende Heidegger.

La stessa teologia apofatica riesce a utilizzare il nulla per di Dio, nel senso che Dio è, anselmianamente, ciò di cui non si può dire alcunché di più grande: si può dire pertanto, secondo questa teologia, che Dio è il “nulla” di qualsiasi altra “cosa”. Non dimentichiamo che i musulmani hanno il centesimo nome di Dio che è impronunziabile, e gli ebrei nominano Dio in tanti modi, ma raccomandando di non pensare che siano il vero nome di Dio.

Il “nulla”, quindi, existit, esiste in sede logica, piuttosto che in sede metafisica, dove, come insegna Parmenide il nulla è nulla, non solo il nulla di qualcosa, essendo il non-essere, appunto, nulla. Non si può, di contro, trascurare, che -dicendolo- se ne ammette l’esistenza, nella verità di una parola: “nulla”, appunto.

Infatti, se l’ente è non è il ni-ente. Tutto ciò che è possiede un’essenza mentre l’essere si dà nell’essenza dell’ente. Se l’ente è il soggetto, l’essenza è ciò per cui l’ente è ciò che è e l’essere è ciò per cui l’ente è.

Che ne dici mio gentile lettore? Giochi di parole inutili? Forse no, ché le parole, se messe in ordine, fanno la realtà. Le parole sono oggetti che disegnano il significato concordato, e vengono da lontano. Hanno radici e mettono radici. A volte sono disprezzate, perché non conosciute, o forse per pigrizia.

Bisogna avere grande rispetto per le parole, e usare quelle giuste al posto giusto, i sostantivi, gli attributi, i verbi, gli articoli, le preposizioni, le particelle avversative, i sinonimi, i contrari, le parole composte e i sintagmi, i tempi e i modi verbali. Le parole, non solo significano le cose e i pensieri, ma danno loro anche coloriture diverse, a seconda di come sono usate.

Anche le parole astratte, che rasentano la metafisica, come “umanità” o “gattità”, cioè le caratteristiche dei gatti, senza contraddire la classificazione zoologica della specie felina. L’umanità è l’essenza dell’umano, mentre l’uomo è l’ente e la sua vita umana è l’essere.

La scienza moderna, iniziata con Galileo, ha giustamente liquidato gli errori marchiani della cosmologia aristotelico-tolemaica, ma ha fatto anche inutilmente strame della metafisica dell’essere. Oggi ci si sta accorgendo che questo pensiero è tutt’altro che obsoleto, a fronte delle sempre più interessanti scoperte della fisica delle micro particelle e dell’ambito macro. La dottrina dell’essere torna utile, quando Heisenberg spiega il principio di indeterminazione, o Hawking ipotizza universi paralleli.

Che cosa contraddistingue la realtà delle cose, così difficilmente definibili, se non una dottrina dell’essere, che torna, non solo platonico-aristotelica, ma addirittura parmenidea? L’essere è e il non-essere non è. Proviamo ad applicare Parmenide alla politica italiana contemporanea, facendoci alcune domande, anche se retoriche,  e perciò usiamo il verbo “essere” come ausiliare o come copula. Prima domanda: Di Maio ha un briciolo di cultura, cioè, è un poco colto? No, lo si deduce anche solo dalla sua affermazione che la Francia vanta una democrazia millenaria, cioè dai tempi degli imperatori Ottoni di Sassonia, e pertanto quest’uomo appartiene alla categoria del non-essere-colto: in qualche modo Di Maio non-è, vale a dire la sua essenza è sprovvista di cultura, lui come soggetto non-è colto e pertanto è ignorante: la sua essenza è l’ignoranza. E il suo essere? Il suo essere si dà come incolto e dunque è un non-essere-colto.

Il sillogismo, ancorché zoppicante, mostra indefettibilmente come questo politico e nulla più, non sia (provvisto di cultura), e pertanto, rispetto all’essere-colto, Di Maio non è, e infine non-esiste. E’ il nulla.

L’utilità di Parmenide e della metafisica al giorno d’oggi. Eh eh.

Se un giorno andando…

Oggi, che per me , chi mi conosce sa, è giornata particolare, rifletto sul mondo. Rifletto sul tempo. Rifletto su me e su chi mi legge. Siamo tutti qui sul piccolo pianeta che si muove armonioso nel cosmo. Cerco ragioni, nelle mie stagioni. A volte trovo qualcosa, a volte nulla. Impercettibilmente cambia tutto e tutto resta com’è. Inesorabilmente i giorni si susseguono ai giorni e le notti alle notti, l’agenda si riempie, o quasi, di cose prevedibili e di altro di inaspettato.

Un pensiero a chi dieci anni fa se ne andava, Eluana E., picjule sour furlane sfurtunade. E a so pari Bepino e a so mari Sultane. Soi stât a Paluce a cjatale e lì tornarai chiste primevere, come ch’a ere la so vite, di primevere.

Il mio stile è quello di non lasciar niente indietro, cercando di evadere gli impegni man mano che giungono: non si sa mai, perché possono accumularsi o… altro.

Il silenzio mi avvolge nella grande casa dove vivo, riposo, scrivo, penso, sento e perdo il dolore con spirito di sopportazione, nel cambiamento. Da casa parto per lidi vari, di studio, insegnamento, lavoro, palestra, in bici, scegliendo bene, centellinando lo sforzo, e non manca il sorriso. Nel giardino che  dà sulla campagna mi fanno compagnia i merli, ogni tanto il serpente e potrebbe affacciarsi perfino il capriolo che nasconde i suoi piccoli nel parco delle sorgenti, dove sono tante acque e macchie, cespugli e alberi secolari. Fa tanto silenzio dove la sorte mi ha dato di stare in questa fase della mia vita. Posso romperlo con ogni tipo di musica, di cui son fornito bene, da quella del Medioevo alla Classica al Rock al Jazz, finché non prende la musical parola Bea, con l’arpa sua, uno strumento bretone, Camac di nome, di legno stagionato, bellissima, come i suoni che ne trae, e a volte accompagna cantando. Ecco, forse un mattino andando in un’aria di vetro…,

sicut canit Eugenio Montale

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.

Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Mi pare che in un altro momento la ho già citata e qui riportata, poiché mi pareva e mi pare essere un modo folgorante che la poesia permette, di dire come le cose stanno, come si muovono, come ti possono sorprendere “di gitto”, e infine come, nonostante tutti i rapporti che hai, conservi nel fondo dell’anima il “segreto” del tuo esistere a questo mondo. Mai a nessuno ognuno di noi dice tutto di se stesso, neanche al cosiddetto “miglior amico”. No. Vi è una parte che non si può comunicare, ma non perché sia immorale o faccia vergognare, ma perché proprio non trova parole umane per essere detta.

Penso alla vita di Manuel Bortuzzo, colpito alla schiena. Lo capisco, come chi mi conosce sa che posso capire. Guardo le facce ignobili dei suoi feritori. Che dire? Dove inizia la loro umanità umana? Inizia? O è sepolta nella ferinità dei secoli passati? E, in questo mondo visto da qui considero chi ci governa, capace di dire che la Francia è una democrazia millenaria (Di Maio), ignorando che il suo sanguinoso inizio rivoluzionario risale a 230 anni fa, che dire ancora? Chi seleziona i mediocri che vanno al potere, chi può ricacciare Di Maio a vendere bibite allo stadio? Il mio voto? Ma quanto vale il mio voto consapevole? Uno. E quanto vale il voto di un altro che sopporta l’ignoranza di Di Maio perché è la sua? Uno. Viva la democrazia, dunque.

Per rendere omaggio al gran maestro Eugenio che canta qui sopra la sua poesia, una mia, già pubblicata a suo tempo nel volume In Transitu meo (2004) e inserita nel 2017 nell’antologia che l’editore volle pubblicarmi, dal titolo un poco sibillino, che pochi sanno interpretare, forse una o due o tre persone Il canto concorde (del trovatore inesistente), quasi un calembour tra i termini latini di amore e morte, amor e mors, che hanno più di qualche notazione etimologico-semantica, o addirittura ontologica in comune:

Mors amorisAmor mortis.

Che sia un’alfa privativo/

La a di amore,/

Nel senso di/

Essere prima, /

E nonostante,/

E oltre/

La morte;/

Amore e morte/

O/

Amore o morte?/

O solo amore?

La successione di Leonardo di Bonaccio, il Fibonacci da Pisa e il secondo principio della termodinamica o dell’entropia

Nella successione di Fibonacci, si legge in un articolo specifico sul web, matematico pisano del XIII secolo, ogni numero è il risultato della somma dei due precedenti: 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13… fino all’infinito. Fino al XIX secolo a questa successione non fu attribuita alcuna importanza, finché si scoprì che può essere applicata, per esempio, nel calcolo delle probabilità, nella sezione aurea e nel triangolo aureo.”

Troviamo la sequenza del matematico pisano in diversi ambiti naturali e “culturali”, cioè in opere umane, come ad esempio nei fregi presenti su facciate di diverse chiese, tra cui San Nicola a Pisa. La troviamo in musica, sia in quella classica, da J. S. Bach alla contemporanea di Karheinz Stockausen, sia nel rock, come nel favoloso brano dei Deep Purple Child in time, e di più ancora nel progressive dei Genesis.

Fermandoci un momento ai fregi di San Nicola il professor Armienti la pensa in questo modo:

“(…) le eleganti simmetrie dell’opera sono un richiamo diretto alle scoperte del matematico pisano, poiché se si assume come unitario il diametro dei cerchi più piccoli dell’intarsio, i più grandi hanno diametro doppio, i successivi triplo, mentre quelli di diametro 5 sono divisi in spicchi nei quadratini ai vertici del quadrato in cui è inscritto il cerchio principale, quello centrale ha diametro 13 mentre il cerchio che circoscrive i quadratini negli angoli ha diametro 8. Gli altri elementi dell’intarsio disposti secondo tracce circolari individuano circonferenze di raggio 21 e 34, infine il cerchio che circoscrive l’intarsio ha diametro 55 volte più grande del circolo minore. 1,2,3,5,8,13,21,34,55 sono i primi nove elementi della successione di Fibonacci“.

La successione di Fibonacci è un teorema matematico, collegato a molti altri, che conferma come la natura sia leggibile con strumenti matematici, come già sapevano Egizi e Mesopotamici, Euclide e Pitagora, Arabi ed Europei,  Eulero, Riemann  e Goedel, fino ai nostri giorni.

Fiori e infiorescenze, coralli e molluschi attestano la presenza di questa forma affascinante, confermando in qualche modo come la Natura ubbidisca a una superiore razionalità, che dà da pensare anche oltre l’oggetto dei suoi argomenti.

La geometria di intere piante, fiori o frutti, mostra con evidenza strutture e forme ricorrenti. Un esempio efficace si può trarre dal numero di petali dei fiori; la maggior parte ne ha 3 (come gigli e iris), 5 (ranuncoli, rose canine, plumeria), oppure 8, 13 (alcune margherite), 21 (cicoria), 34, 55 o 89 (asteracee). Anche questi numeri fanno parte della successione di cui stiamo parlando, in cui ciascun numero equivale alla somma dei due precedenti: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233…

Una significativa caratteristica della sequenza mette in evidenza che il rapporto tra qualunque numero e quello precedente nella serie tenda verso un valore ben definito: 1,618… . Si tratta del numero aureo o sezione aurea, ϕ (Phi), presente, come abbiamo visto, sia in natura sia in opere architettoniche costruite dall’uomo, come i fregi di San Nicola in Pisa o le stesse piramidi egizie. Nelle piante con foglie disposte a spirale, per ogni giro attorno al fusto ci sono in media Phi foglie, fiori o petali. Ciò significa che, girando attorno ad uno stelo e muovendosi dal basso verso l’alto, incontreremo una foglia o un fiore ogni 222,5°, valore che si ottiene dividendo l’angolo giro di 360° per Phi.

E mi fermo qui perché non sono un matematico. Occupandomi però di filosofia, non posso non notare come la trattazione della successione di Fibonacci possa fare venire in mente una legge fisica tra le più famose, la seconda della termodinamica, che si esprime anche con il concetto di entropia.

Il termine deriva dal greco antico ἐν en, “dentro”, e τροπή tropé, “trasformazione”, e significa una grandezza interpretabile come misura del disordine presente in un sistema fisico qualsiasi, incluso, compreso l’universo. Viene generalmente rappresentata dalla lettera S e nel Sistema Internazionale si misura in joule fratto kelvin (J/K).

In termodinamica classica, il primo ambito in cui l’entropia fu introdotta, come S, è stata una funzione di stato di un sistema in equilibrio termodinamico. Pertanto, si può dire che quando un sistema passa da uno stato di equilibrio ordinato a uno disordinato la sua entropia aumenta.

Il termine e il concetto di entropia è stato successivamente esteso ad ambiti non strettamente fisici, come le scienze sociali e la teoria dell’informazione. Semplificando molto, e io sono in grado di fare solo questo, perché non sono neanche un fisico, ma poi si capirà la ragione per cui mi sono imbarcato in questo argomento, si può anche affermare che l’entropia interpreta il “grado di disordine” di un sistema.

Se aumenta il disordine aumenta l’entropia, dunque, e ciò funziona anche all’incontrario. Ad esempio, si potrebbe proporre una visualizzazione dell’aumento di entropia in un sistema, raffigurando l’aumento di incompetenza e cioè di ignoranza-ignorante. In strutture organizzate (più o meno) come le aziende di produzione o di servizi ciò può risultare evidente dai dati di un’analisi del clima ben condotta, là dove gli item scelti siano sufficienti a rappresentare l’agio o il disagio crescenti o in calo del sentiment dei partecipanti-protagonisti, di solito i lavoratori.’

La presenza di una situazione entropica si può dunque registrare e segnalare, per predisporre opportuni rimedi che possono essere formazione mirata e counseling. A questo punto possiamo senz’altro intuire come sia lecito collegare in qualche modo la razionale e armoniosa successione di Fibonacci che mostra una crescita progressiva, esteticamente elegante, e il sopraggiungere di una situazione entropica, che deve essere riconosciuta per tempo, onde evitare guai maggiori all’organizzazione e alla produttività, nonché allo stato di agio psicologico e morale dei partecipanti.

Se da una lato la sequenza di Fibonacci ci può ispirare fiducia nel progressivo miglioramento dello stato mentale e fisico dei partecipanti, il secondo principio della termodinamica ci evidenzia, come in una dolorosa metafora, ciò che da u-topia iniziale del creativo start-upper, può diventare dis-topia, vale a dire modo e senso di marcia errato, o addirittura retro-topia (cf. Zygmund Bauman), cioè un agire rivolto allo sterile rimpianto del passato.

E’ bellissimo che la matematica e la fisica, se opportunamente studiate, possano aiutare efficacemente i saperi antropologici preposti alla gestione delle risorse umane e alla loro crescita, sia sotto il profilo personale, sia professionale. Mai stancarsi di studiare, cara lettrice e caro lettore.

“Un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi”

Cent’anni fa a Castellania nasceva un bambino magro, un esserino sottile. Diciotto anni dopo il cieco Cavanna gli massaggiava le lunghe gambe. Silenzioso, quel ragazzo pedalava, allenandosi con ferocia. Vinceva, il Giro d’Italia a vent’anni. Se non ci fosse stata la guerra chissà quanto avrebbe vinto quel ragazzo, insieme con l’uomo che pedalava vicino a lui. Non vi sarebbero stati dubbi sui più grandi di ogni tempo. Loro due, e la borraccia scambiata sul Col de Galibier.

Neppure il possente belga, né l’elegante normanno, e nemmeno il determinatissimo bretone avrebbero potuto competere. Men che meno il bianco anglo-keniota. A parer mio di più si avvicina a quell’uomo magro un hidalgo ispanico che ha appena finito di correre, con un cognome da… ragioniere, “contador”.

E un ragazzo elegante e altrettanto magro di Cesenatico può ricordare in qualche modo l’allievo del massaggiatore cieco, mancato a noi ancora più giovane, neppur trentacinquenne. Non si dimentica il suo scatto immediato dopo essersi liberato della bandana o il furibondo passo sotto la pioggia a distruggere il teutonico potente che lo precedeva e dopo non più.

Il grande campione moriva a quarant’anni, sessanta anni fa a causa della presunzione arrogante dei medici che l’avevano in cura. Geminiani, con lui a caccia in Alto Volta aveva ricevuto due pastiglie di chinino e si era salvato. Il nostro giovane uomo invece era stato curato per una polmonite, non per una malaria perniciosa.

E Giulia, l’elegante donna del suo medico, quale dolore, quale amore era stato? La nipote di Giovanni Papini e sorella di Ilaria. In carcere per bigamia, a lui ritirato il passaporto da quell’Italia bigotta e ipocrita.

Cinque giri d’Italia, due Tour de France, la Roubaix, diverse Sanremo e Lombardia, e più di cento altre corse, meno di altri, ma perché la sua immagine è più forte, più presente di altre, perché è immortale?

L’Aspin, il Tourmalet, l’Aubisque da una parte, l’Izoard, il Galibier, l’Iseran dall’altra, e poi lo Stelvio, il Bondone, il Gavia, di qua delle Alpi. Le pedivelle girano spinte da caviglie sottili, e il loro fruscio è musica. Respiro regolare, silenzio, gli altri corridori distanti, oltre i tornanti che si vedono, più in giù.

Le stagioni si susseguono alle stagioni, viene il campionato del mondo, il record dell’ora. Nulla gli era precluso. Quarant’anni di vita, nulla più. Quanto tempo, quanto poco tempo per l’immortale.

Anche la morte del fratello, che aveva vinto una Roubaix. In bicicletta si può morire, se si cade: a quei due centimetri di tubolare è affidata la vita, quando si scende per rettilinei e grandi curve che invitano nel vento, quando si pedala. Come è accaduto al giovane Fabio, nel 1995, sul Portet d’Aspet. La bici è leggera, la mia pesa sette chili cui affido i miei settantacinque, in fiducia.

Il suo nome mi era presente fin dall’infanzia, quando papà me ne parlava, ammirato, quando vedendo i primi Giri d’Italia in bianco e nero, lo sentivo nei racconti dei cronisti di ciclismo. E ancora pedala nella mia mente, nel ricordo di quegli anni favolosi come l’infanzia al paese, come l’osteria di Lino dove si andava a prendere pezzi di ghiaccio caduti al mercante, per succhiarli con devozione, dove si aspettava il tempo dell’anguria, che era lo stesso del Giro e del Tour.

E ancora il racconto di lui mi sorprende in sogno, quando mi pare che Pietro, mio padre, ancora si soffermi con me nel racconto, sotto il portone, quando era venuto inverno e lui era tornato a casa dalle grandi foreste del Nord… e mi parlava mi parlava di quell’uomo dal naso affilato, che correva con quello dal “naso triste come una salita“, lo avrebbe cantato così qualcuno decenni più avanti nel tempo.

Salite e discese, dolori e sogni e infiniti percorsi sulla sua come sulla mia strada, nel tempo che ci è assegnato.

Tra spazio e tempo, tra il milione di chilometri percorsi da quell’uomo e la strada percorsa da me, anni dopo, vi è solo il tempo dell’eternità.

Racconti di un tempo perenne

Il soprammobile di onice

È una visita che non dismetterò mai nella mia agenda annuale. Dopo la stagione in cui si è smesso di camminare in montagna, dopo percorsi silenziosi nei boschi erti, dopo aver visto ampie radure e nubi scavallanti, udendo lontani rintocchi che segnano le ore, ronzio d’api e i silenzi del paradiso sospeso, a metà autunno.

Vado a trovare i genitori del mio amico che non c’è più. Abitano in un paesino che è fatto di raccolte scansioni di case, con l’orto. Si parla di oggi per ricordare ieri e sperare in domani. Ma stavolta mi hanno raccontato del regalo. Un soprammobile di onice. Caduto di mano alla sorella. Rotto in cento pezzi. Regalato da lui alla mamma. Una mattina l’hanno trovato ricomposto. Con tutte le linee di rottura riavvicinate come per un restauro accurato.

E non abbiamo più parlato.

Fuori c’erano odori di stoppie e vendemmia finita. Una leggera foschia incoronava le cime dei pini del colle di Santa Eufemia, come qualcuno volesse parlarci della terra impigrita nei primi freddi, dei rami appena mossi, con l’odore della stagione trascorsa. Eppure c’era nell’aria, inespresso, un canto di gioia, come un gloria sospeso, come un magnificat… Della natura insonnolita, dell’amico scomparso, una mano porta da distanze non misurabili, ma da presso, nel contempo.

Mi pareva che fosse lì, ragazzo come me, tanti anni fa, il tempo fermato misteriosamente. E io con lui.

E allora abbiamo ripreso a parlare, non dell’oggetto di onice ricomposto, ma di noi, gli uni e gli altri, ancora qui ad ascoltare il respiro della terra, ad osservare il susseguirsi delle stagioni sorseggiando il vino nuovo, scoprendo ogni volta una novità come se non vi fosse ripetizione di nulla, neanche del sorgere del sole. Ma è vero!

Il sole non sorge. È la prospettiva del nostro pianeta in rotazione che ce lo presenta ogni ventiquattro ore nella stessa posizione, a oriente. Noi abbiamo inventato “orior, óreris, óritur”, “sorgo, sorgi, sorge”, da cui oriente, perché di lì sorge il sole.

Quante parole. E poi la tua morte. Ma anch’essa non è, come non c’è il sorgere del sole. Come questo, essa è apparente. È così perché la nostra prospettiva è limitata. Perciò la scatola d’onice è di nuovo intera, perché tu…

 

Il sogno del sole mancante

Anche il corpo sogna. Sogna dei miliardi di anni in cui ha percorso – pura molecola di carbonio – tempo e spazio, e non – tempo e non – spazio.

Carlotta l’aveva sempre saputo senza averlo mai letto sui libri, che il corpo sogna. Carlotta è una di quelle ragazze toste e gentili che non mancano nella terra del confine, miscellanea di sangue temperata in mille scorrerie, emigrazioni, guerre ed improvvisi silenzi.

Mi ha raccontato un sogno, non sapendo se del corpo o della mente, ma dell’uno e dell’altra certamente. Non lo sentiva un problema quello di definire le cose: preferiva da sempre “sentirle” aprendo tutte le porte, origliando senza farsi scoprire dai maghi e dagli angeli che vivono nell’aria. Sapeva che tutti sognano, ma anche che pochi stanno attenti ai sogni, sforzandosi di ricordarli, appena svegli, almeno quelli dell’ultimo sonno. Di solito, diceva, non c’è tempo per i sogni. Oppure i sogni sono la carta patinata del rotocalco o la celluloide del primo film per una debuttante che ha vinto un concorso di bellezza. Parodia di sogni.

Il suo sogno: “mi ero trovata all’improvviso in una grande prateria, verde come solo può essere l’erba appena bagnata dalla pioggia; sullo sfondo altissime montagne, più lontane di ogni immaginazione, irraggiungibili, sotto un cielo terso. La cosa curiosa è che non mi ricordo di aver notato il sole, nonostante quello sfolgorio di colori. Ma sul momento non mi sono posta il problemaRicordo anche il suono lontano di voci umane, come richiami attutiti, e poi campane a distesa, ma dolci, quasi le onde sonore si fermassero sulla soglia del timpano per non disturbare più di tanto. Camminai a lungo, lentamente, svoltando con la strada che seguiva un percorso tortuoso nella immensa piana, finché il paesaggio cominciò ad essere ondulato: piccole colline apparvero sulla mia strada, ed iniziai a salirle. Ero uscita dal sentiero, perché mi aveva attirato un suono indefinibile: non capivo se fosse il bisbiglio del vento o un essere vivente. Ma ero tranquilla e i miei passi seguivano una traccia misteriosa che portava all’origine di quelle vibrazioni sonore. Continuai finché il suono si fece più distinto: era il singhiozzo di un bimbo. Di una bimba. La trovai dietro una svolta, sotto un cespuglio. Mi guardava per nulla stupita e come impaziente. Era ammutolita.

Sentii: “perché non mi porti via con te?”

Antonio, un ragazzo italiano, il profeta Elia e la regina Iezebel, Eliseo e gli sbeffeggiatori

Antonio Megalizzi è morto. Cherif Chekatt è morto.

Son morti tutti e due, il primo per mano del secondo e non voleva morire, il secondo per mano della polizia e voleva morire, forse, o era disponibile al rischio di morte. Certamente voleva uccidere odiando persone che non conosceva come rappresentanti di un ambiente dove è nato ma che non gli piaceva. Gli studiosi di islam ci spiegano che la dottrina salafita in particolare contribuisce a semplificare il Corano e a farlo leggere in maniera letteralistica. Gli ebrei e i cristiani hanno letto per millenni e per secoli la Bibbia in modo letteralista e la storia narra di inconcepibili conseguenze, di intolleranza e violenza. I primi sei secoli di storia cristiana sono un elenco senza fine di conflitti teologici e politici, spesso sfociati in omicidi e perfino eccidi.

Ricordiamo le lotte degli iconoclasti nel IX secolo a Costantinopoli o Bisanzio, che costò la vita a migliaia di monaci iconografi.

Tornando alle Scritture antiche, al Primo Testamento, si pensi alla condanna per lapidazione nei confronti di un’adultera, in base alla legge mosaica definita nel libro del Deuteronomio 22, 13-14.

Se una fanciulla vergine è fidanzata, e un uomo trovandola nella città, si sarà giaciuto con lei (avrà privato il fidanzato della verginità della “futura” moglie), siano ambedue condotti fuori della porta della città e siano lapidati, finché muoiano: la fanciulla, perché, pur trovandosi in città, non ha gridato, e l’ uomo perché ha violato la donna del suo prossimo. Togli così il male di mezzo a te.”

…oppure all’inquisizione, istituita dalla chiesa cattolica a partire dal XIII secolo e attiva fino al XVIII.

Se noi cristiani leggessimo la Bibbia come i salafiti leggono il Corano, potremmo essere tentati di imitare il profeta Elia, scannando centinaia di infedeli nemici. Proviamo a leggere dal Primo Libro dei re, cap. 18 dal versetto 20 al versetto 40:

Acab convocò tutti gli Israeliti e radunò i profeti sul monte Carmelo. Elia si accostò a tutto il popolo e disse: «Fino a quando zoppicherete con i due piedi? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!». Il popolo non gli rispose nulla. Elia aggiunse al popolo: «Sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. Dateci due giovenchi; essi se ne scelgano uno, lo squartino e lo pongano sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Io preparerò l’altro giovenco e lo porrò sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Voi invocherete il nome del vostro dio e io invocherò quello del Signore. La divinità che risponderà concedendo il fuoco è Dio!». Tutto il popolo rispose: «La proposta è buona!».
Elia disse ai profeti di Baal: «Sceglietevi il giovenco e cominciate voi perché siete più numerosi. Invocate il nome del vostro Dio, ma senza appiccare il fuoco». Quelli presero il giovenco, lo prepararono e invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno, gridando: «Baal, rispondici!». Ma non si sentiva un alito, né una risposta. Quelli continuavano a saltare intorno all’altare che avevano eretto. Essendo già mezzogiorno, Elia cominciò a beffarsi di loro dicendo: «Gridate con voce più alta, perché egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà». Gridarono a voce più forte e si fecero incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue. Passato il mezzogiorno, quelli ancora agivano da invasati ed era venuto il momento in cui si sogliono offrire i sacrifici, ma non si sentiva alcuna voce né una risposta né un segno di attenzione.
Elia disse a tutto il popolo: «Avvicinatevi!». Tutti si avvicinarono. Si sistemò di nuovo l’altare del Signore che era stato demolito. Elia prese dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei discendenti di Giacobbe, al quale il Signore aveva detto: «Israele sarà il tuo nome». Con le pietre eresse un altare al Signore; scavò intorno un canaletto, capace di contenere due misure di seme. Dispose la legna, squartò il giovenco e lo pose sulla legna. Quindi disse: «Riempite quattro brocche d’acqua e versatele sull’olocausto e sulla legna!». Ed essi lo fecero. Egli disse: «Fatelo di nuovo!». Ed essi ripeterono il gesto. Disse ancora: «Per la terza volta!». Lo fecero per la terza volta. L’acqua scorreva intorno all’altare; anche il canaletto si riempì d’acqua. Al momento dell’offerta si avvicinò il profeta Elia e disse: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando. Rispondimi, Signore, rispondimi e questo popolo sappia che tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore!». Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutti si prostrarono a terra ed esclamarono: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!». Elia disse loro: «Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi uno!». Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li scannò.”

Truce e ribaldo, vero, Elia? Ricorda l’orrendo video di Daesh che scanna una quindicina di cristiani copti sulla riva del Mediterraneo libico, mi pare. Lui centinaia.

 

In un altro racconto, appena successivo, troviamo Gezabele (in ebraico אִיזֶבֶל|אִיזָבֶל Izével), che è il nome di due donne menzionate nella  Bibbia, ma a noi interessa quella che era la moglie di re Achab.

Ecco la sua fine, dopo che aveva tentato in tutti i modi di convincere il re suo marito a staccarsi dalla tradizione del Dio unico… dal Secondo libro dei Re 9,33-37:

Si era truccata in modo appariscente e si era affacciata alla loggia del palazzo reale indirizzando all’usurpatore un saluto sarcastico, convinta di essere un’intoccabile. E invece il rude e brutale vincitore non aveva avuto esitazione e aveva ordinato: «‘Gettatela giù’. La gettarono giù. Il suo sangue schizzò sul muro e sui cavalli. Ieu passò sul suo corpo, poi entrò nel palazzo reale e si mise a banchettare», mentre i cani si avventavano sulle carni della regina, lasciandone solo il cranio, i piedi e le mani,”

 

Eliseo, in ebraico אֱלִישַׁע, Elišaʿ che significa “Dio è mia salvezza” (…  – 790 circa a. C. circa), fu un profeta ebraico, considerato uomo santo e sapiente anche dalla religione islamica. Nel Corano è chiamato Al-Yasa. Leggiamo un brevissimo brano che lo riguarda, tratto dal biblico Secondo libro dei Re 2, 23-25

Poi di là Eliseo salì a Bethel; e, mentre camminava per la via, uscirono dalla città dei ragazzi, i quali lo beffeggiavano, dicendo: «Sali, calvo! Sali, calvo!» Egli si voltò, li vide, e li maledisse nel nome del Signore. Allora due orse uscirono dal bosco e sbranarono quarantadue di quei ragazzi.
Di là Eliseo si recò sul monte Carmelo da dove poi tornò a Samaria.”

Dei ragazzini lo insultano e vengono sbranati da due orsi. Il Signore è troppo vendicativo? Che cosa ne trarremmo se interpretassimo tale storia in modo letteralista?

 

Vi sono decine e decine di racconti o frasi bibliche che grondano sangue, vendetta e atrocità di vario genere, spesso attuate su ordine del Signore Dio, ma vanno interpretate, contestualizzate, comprese nel contesto temporale dell’autore. Non è una questione di giustificazione morale o meno, ché l’etica biblica nulla ha a che fare con la nostra e ben poco con quella dello stesso Diritto romano. Si tratta di un’etica di popoli del deserto, di sopravvivenza, cui in seguito il Corano dette ulteriore forza semplificante.

 La cultura occidentale, con la rivoluzione filosofica e scientifica del sedicesimo secolo e in seguito con l’Illuminismo, ha maturato una visione dell’uomo e dei valori che fanno del valore dell’individuo come persona il centro dell’etica fondamentale, recuperando l’essenza del cristianesimo evangelico, quello delle Beatitudini (cf. Matteo 5, 2-8), pochissimo o quasi per nulla correlabile con la spesso cupa e drammatica narrazione biblica dei libri storici. Non dobbiamo mai dimenticare che una sana esegesi di qualsiasi libro antico deve tenere conto, non solo del contesto sociologico, giuridico e culturale del tempo nel quale è stato scritto, ma anche del genere letterario che caratterizza il testo stesso, sia esso religioso, giuridico o filosofico.
In questo senso la Bibbia è ricchissima dei più vari generi letterari. Infatti, un lettore può chiedersi che cosa c’entri il durissimo testo deuteronomico sull’adulterio, con il radioso ed eroticissimo epitalamio costituito dal Cantico dei cantici. Eppure ambedue i testi sono testi “biblici”.
Altrettanto si deve dire del testo coranico e, ad esempio, della Baghavad Gita, fonte principale dell’induismo classico, contenente non pochi episodi caratterizzati da violenza pura.
L’interpretazione metaforico-allegorica della Bibbia risale ai Padri della chiesa, ad Agostino, a Girolamo etc., con il prodromo geniale di Origene di Alessandria.
Se poi nei secoli la pratica applicazione del testo sacro dei cristiani ha portato a comportamenti quali la storia attesta, dalle crociate all’inquisizione, a un certo punto, quasi in corrispondenza con la stagione dell’Illuminismo filosofico e politico, anche l’interpretazione delle Scritture sacre ebraico-cristiane ha chiarito l’inopportunità e la pericolosità di ogni lettura letteralista del testo biblico.
E vi è stata un’evoluzione per cui, se in ambito protestante si può far risalire allo stesso Martin Luther, e ciononostante anche colà non mancarono atti di puro fanatismo come la caccia alle streghe, si dovette attendere fino al Concilio Ecumenico Vaticano Secondo (1963-1965) per superare ogni fondamentalismo cristiano.
E le guerre di religione tra cattolici e protestanti che dilaniarono l’Europa per trent’anni dal 1618 alla pace di Westfalia del 1648, le abbiamo dimenticate?
Ora, si potrebbe dire che analogamente occorrerebbe che l’intero islam riconoscesse l’esigenza di un “Illuminismo” atto a passare da una fase ancora arcaica in certe comunità o declinazioni teologiche a una fase rispettosa dei principi universali di tutela integrale dell’essere umano.
Non può essere il libro sacro, scritto in altri tempi, in altre culture, per altre sensibilità, a dettare le norme della convivenza, ma le leggi positive degli uomini d’oggi, che possono anche trarre ispirazione dagli stessi testi sacri, quando trattano di temi come la giustizia, l’uguaglianza antropologica e morale tra tutti gli uomini, il rispetto della natura, etc., ma debbono essere scritti nel rispetto dei singoli, delle nazioni e dei popoli di tutta la terra.
Inoltre, a un’interpretazione letteralista, nei casi del terrorismo islamista, si aggiunge spesso la componente criminale o militarista, per cui il combinato disposto di fanatismo e delinquenza produce gli uomini di Al Kaeda, dell’Isis, i foreign fighters, i dormienti improvvisamente risvegliati, magari nati e cresciuti in Europa, e li arma per uccidere nel mucchio, tanto per distruggere e suscitare reazioni di odio scatenanti altro odio in una perversa spirale volta ad alcunché.
Il modello di società multiculturale che ha illuso molti va dunque rivista alla luce di un lavoro diuturno di acculturazione umanistica da fare in  ogni ambiente, sapendo che devono essere finalmente sciolti anche nodi come quelli del Vicino Oriente concernenti Israele e Palestina, che qui ho evocato con forza citando diversi brani biblici. Non funziona neppure il buonismo generico di certa “sinistra” salottiera che, sorseggiando drink dall’alto di eleganti terrazze romane, pontifica sulla globalizzazione multiculturale, pensando che un progetto del genere sia realizzabile solo perché siamo tutti uguali e dobbiamo fraternizzare. Non è così semplice, cari politici e giornalisti senz’arte, convinti che siano sufficienti perorazioni generiche per risolvere problemi di immensa complessità e difficoltà, come quelli dei rapporti tra popoli e nazioni e delle migrazioni.
Cherif è morto e non occorre compiacersi di ciò come hanno fatto alcuni, mentore -more solito- Salvini, cattivo “maestro” di questi tempi difficili. Antonio è morto, e qualcuno lo chiama eroe, ma io direi che è stato una bellissima creatura di questo mondo, e che era molto più avanti del suo assassino nella comprensione delle cose della vita e del destino dell’uomo sulla Terra e oltre.

Dio è serio o “scherzoso”?

Una domanda intrigante durante una lezione di antropologia filosofica contemporanea, quella del titolo, mi offre il destro di pensare a un modesto, brevissimo trattatello di Teologia fondamentale.

Einstein scrisse (non so dove) o disse (forse) “Dio non gioca a dadi con il mondo“, anche per affermare così, pur se indirettamente, l’inesistenza del caso, e mostrando il metaforico assioma in modo matematico, mentre -chi mi conosce e qualche mio allievo sa- io uso un metodo logico, con l’immagine topografica delle due strade che si incrociano,  la villetta che fa angolo e i due personaggi posti in luoghi diversi, il primo sul marciapiede della strada senza diritto di precedenza e il secondo sul terrazzino al primo piano posto sui due lati della villetta che danno sull’incrocio stradale, mentre guardano l’incidente, il quale per uno dei due è ineluttabile, cioè necessario, poiché si vedono contemporaneamente i due vettori causali (le auto provenienti, l’una per la strada con diritto di precedenza e l’altra per la strada senza diritto di precedenza, e per l’altro è casuale. causalità vs. casualità.

Pensa caro lettore che la metatesi di una “u” cambia l’interpretazione delle cose, dei fatti e del mondo stesso.

L’uomo sul terrazzino, nel suo piccolo, supera il caso e concepisce le cause. Ripeto, nel suo piccolo è un po’ come Dio, poiché vede le cose da un punto di vista più alto o, come si dice in latino, ex parte Dei, cioè dalla parte di Dio, o sub specie aeternitatis, vale a dir sotto il profilo dell’eterno.

La dottrina teologica cristiana “forte”, quella aristotelico-tomista, concepisce un Dio senza difetti, imperturbabile, inaccessibile, se non tramite la preghiera, come affidamento, posizione presente all’estremo dall’Islam, che significa “abbandono (a Dio). Nella Bibbia ebraico-cristiana, un “Dio” spesso iracondo e umanissimo dialoga con gli uomini, o direttamente magari sotto mentite spoglie di angelo (con Abramo), o dando le spalle (con Mosè), o in sogno (con Giacobbe e con Giuseppe di Nazareth, il papà di Gesù), poiché Dio non può essere visto restando in vita.

E dunque: aveva forse bisogno il Signore Dio di creare il mondo e l’uomo? Domanda retorica, ché se Dio è “Dio” di nulla ha bisogno, ma potrebbe provare sentimenti come amore o noia, e dunque creare il mondo, gli angeli e l’uomo, pur tramite l’evoluzione darwiniana, che non contrasta un creazionismo intenzionale.

Il grande filosofo Baruch Spinoza, o Benedicto de Espinosa, ebreo portoghese olandese, riteneva che Dio coincidesse con la Natura, Deus sive NaturaDio ossia la Natura. Ecco un testo spinoziano di teologia fondamentale:

«Per Natura naturante dobbiamo intendere ciò che è in sé ed è concepito per sé, ossia tali attributi della sostanza che esprimono l’eterna ed infinita essenza, cioè Dio in quanto si considera come causa libera. Per Natura naturata invece intendo tutto ciò che segue dalla necessità della natura di Dio ossia dalla necessità di ciascuno dei suoi attributi, cioè tutti i modi degli attributi di Dio, in quanto sono considerati come cose che sono in Dio e che non possono né essere, né essere concepite senza Dio
(Baruch Spinoza, Etica, parte I, scolio prop.. 29. Trad. it. Emilia Giancotti.)

In molte zone dell’Africa, dell’Asia e dell’America del Sud è diffuso l’animismo, cioè una concezione di Dio legata al vivente naturale. Ricordo sempre Dersu Uzala. Il piccolo uomo delle grandi pianure, nel film di Akira Kurosawa, che diceva ripetutamente “tigre/ spirito, albero/ spirito, orso/ spirito”, e così via: per lui “Dio” era in ogni vivente e perciò aveva un grande rispetto per le creature.

Le teologie del periodo classico greco-latino fanno capo alle divinità olimpiche, declinate in modo e con nomi diversi ad Atene e a Roma. Alcuni esempi: Zeus/ Jovis-Giove, Era/ Junonis, Poseidon/ Nettuno, Ares/ Marte, Artemide/ Diana, Afrodite/ Venere, Hermes/ Mercurio, etc.. Su questo tema consiglio la lettura de La città di Dio di Sant’Agostino e Il ramo d’oro di James Frazer. L’Egitto classico ha una teologia molto raffinata, legata alla vita e alla morte degli uomini, con grande attenzione per il post mortem. La casta sacerdotale difese per millenni il politeismo, mentre solo il faraone Akhenaton, o Amenofi, IV propose l’idea di un “dio unico”, Aton, ma i sacerdoti del politeismo di Anubi, Iside, Horus, Maat, Ra, Serapide, Thot, Osiride, Api, Amon, e altre decine tra cui si trova persino Antinoo, il giovinetto amato dall’imperatore Adriano, divinizzato ovviamente post mortem, ripresero il sopravvento.

In Oriente abbiamo sensibilità ancora diverse: nell’Induismo Brahman rappresenta il Principio divino assoluto, mentre il Buddha non ipotizza neppure il nome divino, ma si sofferma sul destino dell’uomo, proponendo una filosofia religiosa, un’etica esistenziale fondata sul controllo del desiderio di possesso, le varie libidines, tipiche del nostro Occidente (la libido potestatis, la libido pecuniae, la libido libidinis, etc.), e la mitezza. Il Cielo è il nome di Dio per i cinesi seguaci di Confucio e Lao-Tzu, forma divina assolutamente impersonale e piuttosto legata alla natura. Altro e molto si potrebbe dire, ma il post diventerebbe necessariamente un articolo scientifico non adatto a questo locus dialogante.

Come si può dunque dire di Dio?, cioè che cosa è Dio?, chi è Dio?, mi chiede un’allieva. Posto che nel catechismo di san Pio X noto a tutte le persone di una certa età, così recita la risposta alla medesima domanda: Dio è l’Essere perfettissimo Creatore e Signore di tutte le cose, cerco di rispondere, molto esitando, così: Dio è Intelligenza luminosa e buona. Il Dio di Michelangelo disegnato nella cappella Sistina e di Masaccio, presente sulla parete della navata sinistra di Santa Maria Novella a Firenze, certamente mi consolano, ma penso che queste due immagini antropizzanti siano adatte al racconto per il popolo privo di strumenti teologici. Nella grande basilica fiorentina dei Padri Domenicani lo Spirito Santo, messo tra il Padre e il Figlio crocifisso, è rappresentato da una colomba bianca, come nel racconto del battesimo di Gesù nel fiume Giordano, officiante Giovanni il Battezzatore.

In ogni caso Dio è avvolto dal mistero e il mistero avvolge Dio, distinguendo con rigore tra mistero ed enigma (cf. Gabriel Marcel), per cui si può manifestare solo tramite l’atto di fede e nello stato di vita eterna. Il termine latino mysterium, derivante dal verbo greco mùo, ein, significa un qualcosa di nascosto ma che si può rivelare lentamente. L’enigma è invece una specie di complicata e anche complessa questione apparentemente senza sbocchi o soluzioni. In proposito si ricordi il nome del sistema tedesco di comunicazione militare nella Seconda Guerra Mondiale, scoperto dal matematico inglese Alan Turing. Non dimenticare, gentile lettore, la differenza sostanziale tra i due lemmi, laddove “complicato” significa un qualcosa che si può capire analizzando ogni sua componente, ad esempio una macchina elettromeccanica informatizzata estremamente composita, mentre “complesso” rinvia all’esigenza di comprendere anche senza conoscere fino in fondo ogni componente, come nel caso del corpo umano o del cervello. (Su questo tema consiglio alcune letture: Prede o ragni di A. F. De Toni e L. Comello, edito da Utet, e i testi principali, raccolti anche in articoli commentati, di Ilya Prigogine e Stephen Jay Gould).

La Teologia apofatica, quella dei mistici sufi nell’Islam e di quelli cristiani, come i “Renani” del XIII e XIV secolo, primo dei quali si può considerare Johannes Meister Echkart, sostiene che di Dio si può dire solo ciò-che-non-è, essendo atto di presunzione cercare di definirlo. Dio sfugge ad ogni definizione del linguaggio umano, per cui nella dottrina islamica a Dio si attribuiscono almeno un centinaio di predicazioni nominali (Dio è …), ma una è sconosciuta perché ineffabile, ed è il vero nome di Dio.

In Esodo 3, 14, quando Mosè sul monte Sinài chiede all’Onnipotente, dopo avere ricevuto la Legge, che nome darGli per riferirlo al popolo, la sua risposta è:

אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה , ʾehyeh ʾašer ʾehyeh, cioè in ebraico sono colui che sono, cioè, potremmo dire scomodando la metafisica classica platonico-aristotelica, l’Essere stesso sussistente.

Valter, un altro allievo, suggerisce che Dio potrebbe anche avere un certo umorismo, essere scherzoso, avendoci dato la possibilità di scegliere, cioè una certa libertà. E io ho aggiunto che allora è anche un poco cinico (che Lui stesso mi perdoni), sapendo l’uso che di questa libertà abbiamo fatto, facciamo e… faremo.

Alcuni studiosi, come ho già qui scritto, sono convinti che il Sapiens si stia -se pure lentamente- evolvendo in positivo, in “umanità”. Speriamo abbiano ragione perché il rischio prossimo che l’umanità potrà correre è quelli della A.I, dell’intelligenza artificiale che già sta avanzando con suoi algoritmi di controllo, dai grandi social, Facebook in testa, in giù o in… su. Abbiamo già visto quello che cosa può fare questo mezzo, e ascoltato le scuse di Zuckerberg, assai poco convincenti, però. Già smentite da fatti successivi. Su questo tema interessanti sono: Superintelligenza di Nick Bostrom (Boringhieri), Lo strano ordine delle cose di Antonio Damasio (Adelphi) e 21  lezioni per il XXI secolo di Yuval Noah Harari (Bompiani).

Dio non è nell’algoritmo, mi sentirei di dire, ma piuttosto nel vento leggero di cui si narra in 1 Re 19, 9.11 – 14: 11 Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. 13 Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». 14 Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». (testo della C.E.I.)

E poi il racconto si fa di nuovo violentissimo, seguendo l’episodio dei profeti di Baal che il profeta aveva scannato sul monte Carmelo, per ordine del Signore Dio.

Ma allora Dio è violento? E’ vendicativo dando seguito alla sua ira? Che cosa è l’ira di Dio? Chi è Dio? E’ Intelligenza luminosa e buona? Voglio credere.

I quattro volti dell’amore umano, i suoi contrari e la carovana dei migranti

E’ la più potente, irresistibile delle passioni, l’amore. San Tommaso la contrapponeva all’odio, ma dicendo che l’amore è infinitamente più forte dell’odio. In italiano abbiamo un solo verbo per dirlo: amare. Ne parlavo qualche sera fa al Caffè filosofico Autentica/ Mente di Codroipo, ricordando ai presenti che gli antichi Greci, nella loro splendida e coloratissima lingua, avevano quattro verbi per dire “amare”, ciascuno con una sfumatura sua propria e differente dalle altre: erotào, agapào, stèrgo e philèo. Li scrivo traslitterati per poi riportarli in caratteri greci.

Che dire se non che il greco antico era idioma ricchissimo di suoni, segni, lemmi, termini, parole, sensi e significati, a seconda dei testi, dei contesti e dei generi letterari?

Ecco i quattro verbi in greco antico, alla prima persona dell’indicativo presente: α͗γαπάω, ε͗ροτάω, στέργω, φιλέω.  Il modo infinito prevede la radice di ogni verbo e il suffisso èin, traslitterato. Nell’ordine significano “amo di amore benevolente, cioè voglio il bene dell’altro“, “amo di amore erotico, fisico“, “amo il bello, la letteratura, l’arte, la musica, etc., “amo di amore d’amicizia“. Come si vede sfumature significanti di non poco conto, anzi non si tratta proprio di sfumature. Vi è da chiedersi come lo sente ognuno di noi, e se si abbia sempre il senso della differenza di questo sentimento, a seconda dell’oggetto amato. Forse no, o non sempre, che ne dici caro lettore?

Ho provato anche cercare un sintagma che sintetizzi i vari tipi del sentimento e mi son fermato a questo: intensificazione solidale, vale a dire un sentimento che cresce sempre rivolto all’oggetto, specialmente se si tratta di una persona, avendo come focus l’oggetto stesso. Infatti, l’amore non può essere auto-centrato, egoistico, auto-referenziale, poiché diventerebbe una forma emotiva controproducente. Molte volte, invece, come negli amori malati di coloro che non ne accettano la fine, e ciò accade spesso purtroppo nella coppia umana, specialmente da parte dei più fragili maschi, questo sentimento diventa pericoloso e violento, negativo, malo.

E ora, tanto per fare un esempio, che potrebbe farci sperimentare linguisticamente le differenze semantiche di cui sopra, una domanda che faccio a me e a te mio lettor gentile: quale amore o odio caratterizza i sentimenti verso la carovana dei migranti che si sta avvicinando al confine tra Messico e USA, partita dall’Honduras oltre un mese fa. Bambini che sorridono consapevoli e Marines o  Rangers a cavallo come in un western

Dal presidente Trump si nota l’espressione di un sentimento di avversione, che non è di odio in senso stretto, ma di odio mediatizzato, opportunistico. Gli odiatori di professione sono altri. Non lo è neppure (un odiatore di professione) Anders Breivik, il pluri-omicida di Oslo, perché è un crudele pazzoide, la cui definizione psichiatrica può esser trovata nel DSM IV- il Manuale Medico Diagnostico IV, con tutte le cautele del caso.

Gli odiatori di professione sono a d esempio molti politici italiani della nouvelle vague. Questa volta non farò nomi, ma li riconoscerai, mio gentile lettore, dalle descrizioni: vi è l’odiatore dal ghigno facile e dalla voce sprezzante; vi è l’odiatore delle semplificazioni e dell’imprecisione; vi è l’odiatore della presunzione manifesta e così via… I nomi sbocciano facilmente da questi brevissimi profili quasi fotografici. Sono tutti e tre al governo. Poi ve ne sono anche all’opposizione che però non si riesce a rappresentare in questo modo, poiché sono talmente sbiaditi da sembrare in due dimensioni: manca la terza per costituire la figura solida.

Ascoltavo il dibattito all’assemblea nazionale del PD e un iscritto, che si è definito “storico contemporaneista” e mediocre oratore e anche omosessuale, di cui non ricordo il nome, il quale, tra le diverse amenità indegne di uno che viene definito “accademico”, si è lamentato con il gruppo dirigente, non solo perché tra i candidati alla segreteria non vi è manco (sua espressione) una donna, ma anche perché non vi è manco un omosessuale… quasi non credevo alle mie orecchie. Ecché, ora, oltre alle quote rosa, facciamo anche le quote arcobaleno? E poi ha citato a sproposito sentimenti e atteggiamenti come l’odio e l’aggressività, (a sproposito di amore di un qualche genere), dicendo che vi è molta gente che odia il PD e che bisogna essere aggressivi nelle attività politiche e nella propaganda, come insegna il successo di Salvini. Beh, se abbiamo militanti di questo tipo, speranze? Poche.

La “Caritas”, per modo di dire, del luogo dove stanno giungendo le persone che stanno scappando da miseria e falcidie varie, ove ne esista un simulacro, ma ne dubito, per dire della spiaggia di Tijuana dove hanno cominciato a raccogliersi i primi viandanti honduregni sicuramente si esprime in modo diverso, “amoroso” direi, ma di quale amore? Pare di poter dire che si tratta di amore “agapico“, amore di benevolenza, il primo della lista di cui sopra. In Phronesis, l’associazione nazionale dei filosofi di cui faccio parte, presuppone che il rispetto tra i colleghi sia nutrito, si può dire, di “philia“, cioè di amore amicale, fraterno-sororale.

Il tipo di amore più semplice è certamente quello erotico, perché è legato al coinvolgimento totale dell’umano, fisico e spirituale. Il tipo più semplice, naturale, perfino “animale” e qui absit iniuria verbis, caro lettore!

Ora mi chiedo di che amore sia capace un uomo come il ministro…, e l’onorevole…, e il giornalista…

Ebbene sì, gli odiatori sono diffusi anche nel mondo dei media, perché non si capirebbe -se non alla luce orrida della presenza odiante- la ragione di certe espressioni, di certi testi, di certi titoli, di certe condanne preventive, come nel caso di Travaglio, principe di questa categoria, imitato da non pochi suoi colleghi.

Mi chiedo quanta tristezza aleggi attorno a persone di quel tipo, come il sopra citato giornalista e se potessi condividere un aperitivo con codesto sioreto (in veneto per signorino, più o meno) sprezzante, e mi rispondo: anche no, ché ho altro di meglio da fare, e così peggio per lui.

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