Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Visioni di una sfera

…dagli infiniti punti, prisma infinito, fatta di piramidi infinitesime, “tridimensionale con il minimo rapporto superficie/volume: ciò spiega perché a tale forma tendono molti oggetti fisici, dalle gocce di liquido ai corpi celesti. Ad esempio, le bolle sono sferiche perché la tensione superficiale tende a minimizzare l’area a parità di volume.” (dal web). Peraltro, il cilindro circoscritto ha un volume che è 3 / 2 rispetto a quello della sfera, ed una superficie laterale che è la stessa di quella della sfera. Questo fatto, e le formule scritte sopra, erano già noti ad Archimede. Una sfera è definibile anche come formata da un cerchio ruotante intorno al suo diametro.

La sua forma suggerisce perfezione, al punto che Parmenide di Elea la paragonava all’essere stesso, per dare un’immagine di assolutezza e di intangibilità, cioè di perfezione. L’essere-che-è-e-non-può-non-essere.

La sfera è cognitivamente illuminante perché metafora dell’infinita congerie dei percorsi riflessivi, del pensiero umano e della manifestazione creativa. Si pensi alla smisurata possibilità espressiva di una lingua come l’italiano (suggerisco di leggere qualche pagina del padre Daniello Bartoli, gesuita, gran viaggiatore del XVII sec., o di Gadda o di D’Annunzio), della musica di Bach o di Mozart, della poliedricità di Michelangelo Buonarroti, dell’eclettismo di Giovanni Pico della Mirandola o di Goethe, ma anche della mente di un contadino empirico di una vallecola resiana, che coltiva l’aglio inarrivabile di quella nascosta plaga montana, per restare qui da noi.

E anch’io traggo spunti dalla sfera per allargare il mio sguardo, di questi tempi, cominciando ad abbandonare la visione lineare, progressiva, quasi di conquista che ho sempre avuto, per fermarmi a guardare tutt’intorno, con una pazienza che non ho mai avuto, tutt’intorno e anche dentro di me, ché anche ognuno di noi è come una sfera, nell’infinita poliedricità del proprio essere.

Mi è capitato di vivere momenti come una fuga continua verso qualcosa e da qualcosa, quasi ad evitare la contemplazione di ciò che è lì, come fosse una perdita di tempo. Non sempre, certo, poiché mi hanno attirato e “fermato” i contorni del sacro, del sublime, come la grande montagna ascesa, le possenti nuvole all’orizzonte, il mare, il grande monumento umano, come la cattedrale di Chartres. Ma… poi la fuga è ricominciata, nel quotidiano.

Sto comprendendo che mi sfuggiva qualcosa, nella coazione a ripetere del fare, dell’agire, del divenire “eracliteo” inarrestabile di atti, fatti, mete raggiunte, scopi conseguiti, fini e orizzonti acquisiti. “Acquisiti”, appunto, e poi? In realtà la sfera dell’essere è infinita, e perciò stesso, indefinitamente sfugge ad essere posseduta, spostando sempre più in là i suoi confini. E ora capisco meglio che è più sano così, affinché questa perduranza dell’incerto e dell’impreciso possa mantenere viva una linea e un ambiente spirituale mai domo, ma sempre disponibile all’imperfezione, all’approssimazione, al “quasi”.

Anche la radura fa parte del bosco. Ecco, forse devo fermarmi un poco in questa radura ampia e ariosa, per riprendere il cammino nel bosco, per uno degli innumeri sentieri che si dipartono tra gli alberi frondosi, senza trascurare altre radure, ascoltando i rumori dei rami che si frangono, delle foglie che volteggiano e cadono, degli animali che furtivamente si spostano, evitandomi accuratamente, perché sanno che io sono l’animale più pericoloso.

Tengo le briglie del mio cavallo in mano, e cammino, finalmente, smettendo il galoppo continuo, disposto a riprenderlo, ma senza trascurare di accorgermi di ciò che mi sta attorno, anche quando mi sembra flebile e forse insignificante, perché accorgersi (ad corrigendum) è già un correggersi. Non si manifestò forse Dio al profeta Elia in una brezza leggera, e non nel fuoco, nel tuono o nel terremoto? (Cf. 1 Re 19, 11-13).

Se così è, ogni cosa ha una sua ragione la cui totalità (intesa come tutto e totalmente) ci sfugge e ci sfuggirà sempre, ma è e sarà sempre spinta e motivazione alla ricerca dell’infinita, o non-finita, platea delle origini, o fonti, o cause del suo proprio essere.

E allora ci possiamo connettere alla pagina fondamentale, che è un frammento, del poemetto “Sulla natura” del grande e “terribile” eleate, come lo definì Platone…

« Εἰ δ’ ἄγ’ ἐγὼν ἐρέω, κόμισαι δὲ σὺ μθον ἀκούσας, αἵπερ ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός εἰσι νοῆσαι· ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, Πειθοῦς ἐστι κέλευθος – Ἀληθείῃ γὰρ ὀπηδεῖ – ,
ἡ δ’ ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι, τὴν δή τοι φράζω παναπευθέα ἔμμεν ἀταρπόν· οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν – οὐ γὰρ ἀνυστόν – οὔτε φράσαις.
… τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι. »
(IT)« … Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l’una che “è” e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità);
l’altra che “non è” e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo….Infatti lo stesso è pensare ed essere. »

Il sole nella pioggia

A volte accade, anche stamane, dopo la bufera. Il verde agostano delle foglie fa intravedere scaglie d’azzurro intervallate da nubi leggere. Dopo la bufera. Come nella mia anima. La prima notte di quiete si affaccia sul mondo come un mirum. Se desidero musica nella casa solitaria vuol dire che qualcosa mi illumina l’anima.

Ho la mia grande casa a disposizione. I rumori li produco solo io e la mia musica. Poi uscirò e starò bene incontrando qualcuno. Anche la piscina mi aspetta e il riposo. Una lezione nel pomeriggio al volenteroso ragazzo, che andrà avanti nel suo liceo. Metodo e razionalità.

Ascolto le antiche Orme, Gaber, Los Marcello Ferial e van De Sfroos, allietando le prime ore del sabato. Il nostro tempo è sempre il sabato, cioè il tempo dell’attesa senza ansia, sapendo che l’incontro con il dolore è esperienza e ascesi, cioè esercizio fisico e mentale, come ben sapevano gli antichi sapienti. Imparo ogni giorno il cambiamento come il disvelarsi di un incantesimo, o incantamento.

Il tempo si dipana veramente come kairòs, come tempo del cuore, mentre la cronologia sfuma nei giorni passati, svanendo. Sant’Agostino, i volti nel mio tempo, Johnny Cash, Woody Guthrie, Robert Johnson e Jimi Hendrix mi fan visita sorridendo stamane, con i soliloqui, il blues padano e quello americano.

E oggi è come nel titolo della canzone di Alice, la carissima Carla Bissi, con cui condivisi una pizza a Udine tant’anni fa, Il sole nella pioggia.

Ogni parola che proferisco, ogni parola che scrivo è insufficiente a dire la gioia di un risveglio buono, fresco come all’inizio, come all’alba del mondo. E penso alle persone che mi vogliono bene, a quelle che si fanno vive oppure condividono i miei silenzi. E gioisco.

L’andirivieni delle cose e dei pensieri rotolano nel fiume infinito dell’essere, e divengono-come-altro mantenendosi dentro l’alveo della vita nostra.

Il fiume dell’essere mi ricorda l’immenso Dniepr a Dnieprpetrovsk, che scavalcai qualche anno fa, meravigliandomi della sua potenza, o l’ancor più imponente Rio Paranà a Rosario d’Argentina, una ventina d’anni fa. Tanto ampio da non vedere l’altra sponda. La nostra vita è navigazione in mare aperto, oltre Gebel el Tarik, nell’Oceano, nel Mare-Oceano sfidato da Verrazzano e da Colombo, da Vasco de Gama e da Fernando de Magalaes, ogni giorno, non solo per un anno o per pochi anni.

E così si attende, si spera, ci si illumina e rattrista, per poi riprendere colore, come fa il sole che spunta tra le nuvole piene di pioggia, inopinatamente, quando si ferma il turbine del vento, e tutto si placa, quando si apre il cuore.

La gioia

Caro lettor domenicale,

la gioia non è la felicità, come ho qui già scritto. Lo proviamo ogni dì che passa. E’ il semplice gaudium latino, non la felicitas, falsamente duratura, se non fecondata (felicitas-fe) dall’impegno e dalla fatica quotidiana.

Ho scritto altrove che la gioia può anche contenere o essere contenuta dal dolore. Il miglioramento di una situazione di salute precaria genera gioia, fa sorridere: sta capitando proprio anche a me che mi son preso un’infreddatura con mal di schiena inusitato, che mi fa innervosire, soprattutto perché temo rallenti i miei ritmi, le cose che ho da fare. Ma forse è una lezione meritata, devo rall-en-ta-re. E accettare anche che i comportamenti degli altri non siano sempre rock, ma anche len-ti. Mi fa innervosire, ma così è la varietà antropologica degli umani. So di saperlo per molta teoria, ma a volte faccio fatica ad accettarlo.

Leggo sul Sole 24Ore della domenica che il sorriso nelle foto-ritratto ha iniziato a diffondersi solo quando nel 1943 il presidente USA Roosevelt volle dare un messaggio ottimistico alla nazione americana nel mezzo della Seconda guerra mondiale, il cui esito era ancora in bilico. La leggenda narra che qualcuno gli suggerì di pronunciare il mitico “cheese“, per aprire la bocca a modo di smile e mostrare i denti, trasmettendo cordialità e fiducia. E dunque gioia. Sarà. Sicuramente Hitler, Mussolini, Stalin, Franco, Salazar, dittatori di differente crudeltà, difficilmente si facevano fotografare sorridenti nei loro uffici pubblici, poiché, al contrario, una grinta da sicumera, vera o falsa che fosse, certamente gli giovava. Vi sono anche foto di Hitler e di Stalin sorridenti, ma il primo è con la sua cagna pastore tedesco che amava e Eva Braun nei pressi, e il secondo a tavola, dove imperava la vodka e i suoi racconti che tutti erano tenuti ad ascoltare devotamente (cf. Conversazioni con Stalin, Milovan Gilas, Feltrinelli, Milano 1962).

Dopo Roosevelt è partita la “campagna sorriso” a tutti denti da Hollywood, cioè da quello che sarebbe diventato il sistema mass-mediatico che oggi impera, dove tutti devono essere belli, forti e sorridenti. Io nelle mie foto non sorrido quasi mai. E che c’è da sorridere in generale? A volte me lo rimproverano, ma non mi interessa molto.

Se sfogliamo, invece, alcuni vecchi album o raccolte di foto dei decenni passati, anzi dalla seconda metà dell’800, notiamo che le espressioni delle persone ritratte sono prevalentemente composte e seriose: padri di famiglia con il vestito buono e con i baffi, donne giovani che sembrano già di mezz’età, bimbi compunti con il vestito da marinaretto, o della prima comunione, gli anziani seduti e in mezzo alla compagnia dei parenti. Tutti serissimi, specie i nostri friulani o delle genti valligiane (cf. su questo sito il mio pezzo Tin Piernu, che sarà pubblicato anche sull’Agenda Friulana 2018). A volte non aprivano la bocca perché avevano denti cariati o mancanti.

E allora, dove albergava la gioia, se tutti erano così seri? Forse che la diffusa povertà del tempo li rendeva tristi? No, basta leggere le cronache dei paesi, in friulano, sloveno, slavo delle valli, veneto del Friuli occidentale, maranese, per capire che nel poco che avevano i nostri avi trovavano molte cose di cui gioire, cose semplici, la festa di paese, il giorno domenicale, i licòfs, cioè la conclusione della costruzione di una casa, comunioni, battesimi e matrimoni, quando, chissà perché, molti erano in grado di suonare qualcosa, con l’armonica a bocca, la fisarmonica o la chitarra. Gioia con poco e anche a volte per poco, perché magari qualcuno doveva fare la valigia per la Germania il lunedì dopo (ricordi di mio padre in partenza), oppure doveva fare “san Martino”, c’erano ancora mezzadri che lasciavano la casa colonica, almeno nei racconti della mia infanzia.

La gioia è un sentimento semplice, un sentimento vero, trasparente come l’acque delle sorgenti montane. La gioia non ha bisogno di orpelli e di far figurare bene le situazioni, perché è gratuita, spontanea, è la manifestazione di una verità interiore. Posso provare gioia nel dolore, perché ho capito qualcosa della mia vita, che mi sfuggiva, un sentimento, e ciò mi basta per gioire, anche in questi giorni in cui combatto con un mal di schiena mai provato.

Ecco, la gioia è una medicina spirituale, che sorge quando entri in sintonia con la tua verità di essere umano e con la verità di chi ti vuol bene. La gioia è nel fare del bene, perché questo fare fa bene, la gioia è nel perdono, soprattutto a se stessi, ché dobbiamo spesso perdonarci per le cazzate che pensiamo o facciamo, e infine è nel rispetto degli altri, delle loro scelte fatte in libertà e responsabilità: un sentimento pienamente disinteressato, e perciò pienamente umano, oltre ogni istintualità, oltre ogni paura, oltre ogni paranoia. Questa è la gioia.

Ersilio

…non l’ho mai conosciuto, ma ho un suo quadro in casa. E’ mancato a questa vita terrena qualche settimana fa, ma solo a questa vita terrena, ché il suo spirito è ben vivo nella visione dei beati, anima immortale. Si tratta di un monocromato geometrico che si armonizza benissimo con le Nympheas di Monet, stampa dal Musée Marmottan, Paris. Quadrato su compensato, sfondo bleu, à la francese, quadrato grigio-celeste e cerchio con sfumature delicate. Secco, essenziale, logico, ma pieno di un pathos misterioso e calmo, quasi presago di luminose lontananze, espresse nelle gradazioni tendenti al grigio del cerchio centrale, che appare in rilievo, una sorta di luna dentro la finestra che dà sullo spazio infinito.

Me l’ha regalato un severo dirigente dell’azienda pedemontana, quella che fa le pizze per tutto il mondo, per gratitudine e amicizia. Faranno una mostra dei quadri di Ersilio a Polcenigo, nell’incanto viridescente della Liquentia. Ci sarò.

Non so perché ma il quadro mi rammemora una ballata capolavoro di Lucio Battisti, “Anche per te”, anche se il testo non c’entra con il ricordo di un padre mancato troppo giovane, e vivo nel cuore e nelle opere, ma vivo nell’essenza divina che tutto comprende, e a tutto dà vita. Un testo che commuove e io non posso ascoltarlo tanto spesso. Questo ho veduto negli occhi di Alessio quando mi ha donato il dipinto di Ersilio, un “anche per te” vorrei…

Il testo meraviglioso di Mogol mi aiuta a comprendere meglio il senso del dono e dell’affetto, unico, irripetibile, che puoi provare per una persona.

“Per te che è ancora notte e già prepari il tuo caffè/ Che ti vesti senza più guardar lo specchio dietro te/ Che poi entri in chiesa e preghi piano/ E intanto pensi al mondo ormai per te così lontano/ Per te che di mattina torni a casa tua perché/ Per strada più nessuno ha freddo e cerca più di te/ Per te che metti i soldi accanto a lui che dorme/ E aggiungi ancora un po’ d’amore a chi non sa che farne/ Anche per te vorrei morire, ed io morir non so/ Anche per te darei qualcosa che non ho/ E così, e così, e così/ Io resto qui/ A darle i miei pensieri/ A darle quel che ieri/ Avrei affidato al vento cercando di raggiungere chi/ Al vento avrebbe detto sì

Per te che di mattina svegli il tuo bambino e poi/ Lo vesti e lo accompagni a scuola e al tuo lavoro vai/ Per te che un errore ti è costato tanto/ Che tremi nel guardare un uomo e vivi di rimpianto/ Anche per te vorrei morire, ed io morir non so/ Anche per te darei qualcosa che non ho/ E così, e così, e così/ Io resto qui/ A darle i miei pensieri/ A darle quel che ieri/ Avrei affidato al vento cercando di raggiungere chi/ Al vento avrebbe detto sì”

Così, anche se differentemente, Alessio continua ad avere suo padre Ersilio con sé, nella pura luce del ricordo, che è un riportare attraverso il cuore la memoria di tante ore passate insieme, tante parole scambiate, tra un bimbo e un uomo all’inizio, e ultimamente tra due uomini, neanche tanto distanti di età.

E’ un rendere immortale una storia, cogliendone l’unicità, e semplicemente constatando che nulla finisce mai, perché tutto è eterno dal punto di vista di Dio, dove vivono gli eterni essenti, come Ersilio, caro amico Alessio. Buona notte.

Grazia, gratuità e gratitudine

In questo saggio tratterò sia della grazia secondo le dottrine teologiche, sia secondo le dottrine poltiche e  giuridiche, sia della gratuità, sia della gratitudine.

Premessa

In teologia esiste il trattato classico “De Gratia“, sulla “grazia”, che varrebbe la pena leggere, se non studiare a fondo.

Storicamente nella cultura del diritto occidentale, il potere di grazia appartiene al sovrano (cf. stele di Hammurabi, XIX sec. a. C., specie per quanto riguarda la remissione dei debiti). Anche nel Codice biblico c’è qualcosa di simile, come vedremo.

La gratuità e la gratitudine fanno parte dei comportamenti solidali e dei sentimenti di condivisione empatica.

 

La grazia in teologia

La gratia gratis data è una grazia concessa alle persone grate a Dio, gratuitamente, come dono. La grazia è una sorta di benevolenza divina verso l’essere umano, così come un re concede doni a un suddito, non per obbligo, ma per libera scelta. A volte si esprime, specie nella Bibbia come “benignità”, o costanza della bontà di Dio. Nell’Antico Testamento sono in uso due termini ebraici per esprimerla, hesed, o misericordia (cf. Lamentazioni 3, 22) e chen (Genesi 33, 8.10.15; Geremia 31, 2). Vi sono personaggi biblici che hanno trovato grazia davanti a Dio, come Noè (Genesi 6, 8), Mosè (Esodo 33, 12-17), Davide (2 Samuele 15, 25).

La maggiore grazia, secondo il testo biblico, è stata la scelta divina dell’alleanza con Israele (cf. Esodo 34, 6; Isaia 63, 7-9; Salmi 103.8), nonostante le molte “trasgressioni” comportamentali e morali di questa nazione (cf. Salmi 51, 1, il famoso Miserere, canto di pentimento del re Davide). Allo stesso modo ogni uomo, che è peccatore, si pente del male fatto, e può ottenere la grazia divina. Dio non vuole distruggere, ma salvare sempre chi si pente.

Nel Nuovo Testamento troviamo due parole greche fondamentali, soprattutto in san Paolo, èleos (Romani 9, 15-18), e charis (1 Corinzi 1, 4). Grazia significa anche favore, gentilezza, bontà, ma soprattutto misericordia divina verso l’uomo fragile e peccatore. Troviamo il concetto di grazia come favore divino nei testi di san Luca (2, 52; Atti 2, 47), di san Paolo (Romani 1, 7; 1 Corinzi 1, 3; 2 Corinzi 1, 12; Galati 1, 3; Efesini 1, 2; Colossesi 1, 2; 1 Tessalonicesi 1, 1; 2 Tessalonicesi 1, 2; Filemone 3), e qui la grazia è anche misericordia e pace data da Dio stesso. Come si può notare è soprattutto Paolo il cantore della grazia, con la specificazione dell’accettazione di Gesù come salvatore del mondo. Alcuni testi di seguito:

« (…) per la grazia di Dio io sono quello che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me. »   (1 Corinzi 15, 10).

Oppure in Pietro:

« Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il carisma che ha ricevuto, lo metta a servizio degli altri. »   (1 Pietro 4, 10)

Ancora san Paolo:

« Noi crediamo che siamo salvati mediante la grazia del Signore Gesù. »   (Atti 15, 11)

Anche nel vangelo di Giovanni, all’inizio troviamo parole sulla grazia:

« E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. (…) Infatti, dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. »   (Giovanni 1, 14-17)

San Paolo sottolinea la fine del giuridismo-legalismo veterotestamentario, proponendo la fede in Gesù Cristo come “legge”:

« (… )ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù »   (Romani 3, 24)
« Perciò l’eredità è per fede, affinché sia per grazia. »   (Romani 4, 16)

 

« (…) mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l’accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio. »   (Romani 5, 2)

 

« La legge poi è intervenuta a moltiplicare la trasgressione; ma dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata (…) Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi? »   (Romani 5, 20. 6, 1)

Tutto, per san Paolo dipende dalla grazia divina:

« Voi che volete essere giustificati dalla legge, siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia. »   (Galati 5, 4)

Lo scopo della grazia è quello di formare la creatura umana affinché si comporti secondo giustizia:

« (…) affinché, come il peccato regnò mediante la morte, così pure la grazia regni mediante la giustizia a vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. »   (Romani 5, 21)

Si può, dunque, crescere nella grazia ed essere de-stinati alla visione beatifica di Dio nella vita eterna.

 

Nella dottrina cattolica la grazia  è elargita da Dio tramite lo Spirito Santo, prima di tutto attraverso il Battesimo (Grazia santificante), e successivamente con gli altri atti sacramentali, che sono segno e strumento della grazia divina, quando l’uomo accetta un rapporto filiale con Dio stesso, e quindi può vivere in stato di grazia (o grazia di Dio, o grazia abituale).  Chi erra ha a disposizione il sacramento della Penitenza o Riconciliazione, nel quale tutti i peccati commessi vengono perdonati da Dio. In questo caso si parla di grazie attuali, cioè interventi di Dio, che può anche concedere grazie materiali, come la guarigione da una malattia, o spirituali, come la cosiddetta conversione del cuore.

Teologicamente si può intendere la Grazia come Persona, cioè lo Spirito Santo stesso, che è Ruah, soffio, amore… La grazia si può chiedere attraverso la preghiera, l’intercessione dei Santi e soprattutto di Maria, la madre di Dio.

Nel mondo protestante il tema della grazia si rifà a sant’Agostino, contro ogni esaltazione delle opere umane di fronte alla gratuità della grazia divina (si ricordino le controversie del vescovo di Ippona contro Pelagio, sostenitore del valore primario delle buone opere umane rispetto alla grazia divina). Ancora san Paolo:

« (…) poiché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio »   (Romani 3, 23)

Ma Gesù, morendo in croce ha espiato per tutti i peccati del mondo con il suo sacrificio infinito, per cui chi ha fede in lui, come ancora Paolo scrive, avrà la vita eterna:

 

 

« Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio, non per opere, perché nessuno si glori. »   (Efesini 2, 8-9)

 

La grazia secondo le dottrine giuridiche

Nel diritto penale la grazia è un atto di clemenza individuale, di cui beneficia soltanto un determinato condannato detenuto o internato, al quale la pena principale è condonata in tutto o in parte, con o senza condizioni, oppure è sostituita con una pena meno grave. (dal web)

La grazia si applica, dunque, individualmente, a differenza dell’amnistia e dell’indulto, che possono essere provvedimenti riguardanti categorie di condannati.

In Italia viene concessa dal Presidente della Repubblica (art. 87, comma 11 della Costituzione), con atto  controfirmato dal Ministro della Giustizia (art. 89 della Costituzione). Il procedimento relativo alla concessione della grazia è disciplinato dall’art. 681 del codice di procedura penale, a patto che la sentenza sia passata in giudicato, cioè non più riformabile. La grazia può essere concessa su domanda presentata dal condannato stesso, da un suo congiunto o convivente o dal curatore o tutore legale o da un avvocato su proposta del Presidente del consiglio di disciplina (art. 681 codice di procedura penale, terzo comma) o anche, infine, in assenza di domanda o proposta (art 681 codice di procedura penale, comma quarto), d’ufficio, cioè d’iniziativa del Presidente della Repubblica o dello stesso ministro della giustizia. In questo caso la domanda di grazia prescinde dal consenso dell’interessato.

I provvedimenti di grazia possono riguardare: la pena principale (es. la reclusione), una pena accessoria (es. l’interdizione dai pubblici uffici), la pena principale e quella accessoria, una riduzione della pena principale (soprattutto in riferimento alle pene pecuniarie), la commutazione della pena.

Dal 1° gennaio 1948 al 31 gennaio 2016 i provvedimenti di clemenza individuale sono stati 42.320, di cui 3.651 per reati militari.

Vi sono stati conflitti di attribuzione dei poteri in alcune richieste di grazia (come tra il presidente Ciampi e il guardasigilli Castelli sul caso Bompressi), ma la Corte Costituzionale ha risolto il conflitto (sentenza n. 200 del 3 maggio 2006), riconfermando al Capo dello Stato il potere esclusivo ed incondizionato di grazia, ed assegnando al ministro guardasigilli il diritto di “rendere note al Capo dello Stato le ragioni di legittimità o di merito che, a suo parere, si oppongono alla concessione del provvedimento” ma non la possibilità di “rifiutarsi di dare corso all’istruttoria e di concluderla“.

 

La gratuità e la gratitudine

La gratitudine è invece un sentimento buono verso una persona che ti ha aiutato, beneficato, salvato. Nella mia esperienza e grazie alla mia rete di conoscenze ho aiutato molte persone, e non sempre ho sentito gratitudine per il bene loro fatto, quasi sempre in modo gratuito. Conosco, e per ragioni lavoro frequento anche persone potenti e con grandi mezzi finanziari, così come persone con meno disponibilità e, nella mia esperienza, la gratitudine non è mai stata legata o proporzionata allo status del beneficato: vi sono stati casi di ingrati nei miei confronti da parte di ricchi e potenti, così come da parte di persone con meno o pochi mezzi, e casi di persone grate in tutte e due o più categorie sociali, e in tutte le classi di età, giovani e meno giovani. Sembra che aiutare qualcuno, a volte, paia a questo “qualcuno” una sorta di atto dovuto; altri invece si rendono conto della straordinarietà e del disinteresse dell’aiuto dato come dono puro, senza alcun secondo fine.

Ho aiutato persone a trovare un lavoro che avevano perso, persone in difficoltà familiari, famiglie colpite da tragedie come il suicidio di un proprio caro, giovani in difficoltà scolastiche o rischi di abbandono, sono stato orientatore e co-relatore di parecchie tesi di laurea, e via avanti. E lo farò ancora, perché lo ritengo un mio dovere morale, in questa fase della mia vita, nella quale ho i mezzi culturali e relazionali per poterlo fare.

La gratitudine è un sentimento del cuore, non dello stomaco o del portafoglio. E’ un respiro dell’anima verso l’altro e un ringraziamento all’altro per poterlo aiutare, facendosi aiutare. Nella gratitudine la reciprocità è il fondamento, come amore di benevolenza verso la fragilità nostra, di umani.

La sostenibile precarietà del vivere?

Venuti al mondo, e “nati a fatica“, come scrive Giacomo Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, siamo qua, inermi e abbandonati alla vita, “gettati“, secondo Heidegger, “condannati a essere liberi“, a parere di J.-P. Sartre. Incapaci di stare in piedi fino a un anno di età, precari per vent’anni e, oramai, oltre, perché bisognosi di essere sostenuti per poterci -a nostra volta- sostenere autonomamente. Eccoci: ecce homines, scriverebbe l’euangelista. Riina e Borsellino, Bill Gates e un piccolo bimbo del Darfur, Maria di Nazaret e Catherine Zeta Jones, Cristiano Ronaldo e un percettore di voucher a chiamata… Homines sumus.

Tutti precari, anche se in modi del tutto diversi, ma uguali nella mortalità necessaria, possibili vittime di malattie e infermità, certamente con diverse possibilità di cura, ma in fondo tutti fragili. Solo che a volte, ai ricchi e potenti viene meno la consapevolezza di questa comune fragilità e precarietà, questo stare in bilico sul crinale dell’esserci e del poter non esser-ci più. Quando manca questa consapevolezza nasce l’arroganza, quasi un senso di invincibilità, di perennità, stupido come un chiudere gli occhi davanti all’evidenza dei fatti e alla certezza della storia delle vite umane. Certamente non conosciamo il destino, né “il giorno e l’ora” (cf. Matteo 25, 13b), ma sappiamo che ogni cosa pre-vista della nostra natura verrà, avverrà.

Ossimoro anche in questo caso, il titolo del pezzo dice che ogni cosa, anche se precaria è sostenibile, perché solitamente abbiamo il potenziale e l’allenamento necessario per affrontare l’insicurezza, l’indecisione e la precarietà, sempre che queste non siano la conseguenza di una pigrizia insuperabile: in quel caso la situazione esistenziale diventa fastidiosa, e rende insofferenti, specialmente quando nelle relazioni interpersonali si indulge al rinvio, alla poca chiarezza, all’ambiguità, per timori del peggio, veri o presunti tali.

Teologicamente, nella cultura cristiana, si sostiene che Dio offre la forza necessaria per ogni prova, se la si chiede con umiltà. Nella realtà delle cose le situazioni possibili sono in-finite, con enne gradi di possibilità di sostenimento e superamento delle prove. Ogni persona ha una diversa soglia del dolore, una diversa sensibilità, una differente e irriducibile soggettività di giudizio sulle cose e sui fatti che gli accadono. Se questo è incontestabilmente vero, vero è altrettanto che tutti gli umani sono provvisti di ragione e di una logica argomentativa basica, che va conosciuta e coltivata. Nessuno si può rifugiare perennemente dietro il paravento delle emozioni e delle sensazioni dicendo “Ho la sensazione che…”. Bene, la sensazione può essere condizionata da un atteggiamento fondamentalmente viziato, quello di chi pensa e vede le cose quasi “con gli occhi degli altri”, invece che con i propri.

Si usa parlare spesso impropriamente di intuitività e sesto senso, attribuendo a queste “forme conoscitive” quasi una valenza assoluta, ed è sbagliato. Tutti dobbiamo fare i conti con la nostra psiche, la sua conformazione storicamente, geneticamente, ambientalmente strutturata, e perciò stesso, limitata.

Il passo successivo, oltre le emozioni sensitive è quello dell’uso razionale della logica argomentante, la facoltà superiore che ci permette di collocare le cose e i fatti nella prospettiva più giusta, nel contesto più completo e convincente. Non dobbiamo mai temere di non poter modificare le cose, se vogliamo modificarle e renderle più ragionevolmente plausibili per il nostro e altrui equilibrio esistenziale.

Pertanto, la precarietà del vivere, ancorché inevitabile, può diventare un’opportunità di crescita umana e morale per ciascuno di noi e per chi ci sta attorno, in ogni ambito, dal lavoro agli affetti, dalla progettualità al consolidamento, da un oggi incerto e ondivago a un immediato domani consapevole e coraggioso.

Questo siamo chiamati a fare nelle conseguenze della nostra gettatezza inconsapevole, di ex zigoti in questo mondo.

L’insostenibile leggerezza dell’essere?

Sopra riporto il titolo del famoso romanzo di Milan Kundera al modo interrogativo… perché?

Forse perché la forma interrogativa si pone necessariamente se si passa dalla dimensione esistenziale dell’essere a quella metafisica.

Infatti, l’essere come struttura portante dell’esistere è altro rispetto all’essere sostanziale di ciò-che-è, cioè dell’ente in quanto ente, l’essere in-comune.

Faccio un esempio tratto da poesia suprema: in chiusura del Paradiso (vr. 115, 33o canto) Dante canta così “Ne la profonda e chiara sussistenza (…), riferendosi all’apparire della Santissima Trinità al Poeta e a Beatrice.

Ma ciò che si pensa di capire è poco, pochissimo, se ci si riferisce a una mera parafrasi del testo. Che cosa è la “sussistenza” profonda e chiara? che cosa l’essenza? Perché ha da essere leggera l’essenza?

La sussistenza è metafisicamente ciò che sussiste, come anche noi umani viventi sussistiamo esistendo, epperò non autonomamente, perché siamo dipesi da chi ci ha messi al mondo e dipendiamo dalla Natura o da Dio se si crede, ma nel caso della Trinità è ciò che sussiste in sé e per sé, senza bisogno di alcun’altro ente.

Che cosa intende Kundera e che cosa Dante usando una terminologia metafisica, cioè espressioni che vanno al di là della fisica?

Mi pare che il titolo dell’autore boemo ci offra un indizio, l’ossimoro costituito dall’aggettivo “insostenibile”: la leggerezza dell’essere è insostenibile, ed è insostenibile perché non è leggera, non è leggero l’essere. L’essere ha il pondus del tutto, sopporta il tutto, lo supporta, lo costituisce, ne è la natura e la forma.

E’ la physis, cioè la struttura portante delle cose dell’uomo stesso. Il grande problema, posto dagli antichi filosofi greci e modernamente soprattutto da Kant e poi da Heidegger, è “che cosa si possa sapere della vera natura-forma-essenza delle cose, che cosa di ciò che appare-all’essere corrisponde realmente alla struttura essenziale sussistente dell’ente stesso che appare“.

Io, in quanto ente-uomo, come sono realmente nella mia verità sussistente rispetto a ciò che sembro essere? Quanto di me risulta evidente e certo, e di cui si può dire “è-così”, e quanto invece resta dentro una nebulosità indefinibile e inconoscibile? E così di ogni altro essere umano?

Siamo veramente sorpresa a noi stessi, a volte in situazioni ordinarie, quando reagiamo in modo inopinato o nuovo, ma specialmente in quelle situazioni che Jaspers definisce come estreme, come quando siamo in pericolo, o quando è in pericolo un nostro caro. Siamo sempre noi, ma allora viviamo esplorando dimensioni che non si sono note, aspetti del nostro essere che potrebbero rimanere sempre latenti, se non su-scitate all’esistenza da un qualcosa di straordinario che accade.

A me è capitato. Ho scoperto recentemente aspetti della mia struttura esistenziale, della mia sussistenza, che non conoscevo, e il movente è stata una grenz Situazion, come spiega Jaspers, una situazione di estremo stress che mi ha rotto argini e difese che avevo costruito per anni, rivelando a me stesso aspetti nuovi e inaspettati. Chi mi conosce bene, in pochissimi, due o tre persone, sa di che cosa parlo. Altri forse possono intuirlo, se sensibili e intelligenti, anche se mi conoscono poco o poco mi frequentano, perché sono selettivo e solitario.

E dunque è vero che l’essere ha una leggerezza insostenibile, perché è nientemeno che la nostra stessa essenza umana o, meglio, ciò che la fa essere-ciò-che-è.

Non è un giro di parole, lettor mio caro, è un tentativo di esplorare la verità e la complessità del nostro stare-al-mondo, per quanto possibile.

E allora, caro lettore, scusiamoci per le nostre miserie ed errori, scopriamo la nostra coscienza ed esaminiamola, verificando le volte che abbiamo offeso noi stessi offendendo gli altri, e ringraziamo l’Incondizionato che ci fa esistere nel Suo Essere .

Le Vie dei Silenzi e Charlie Gard

Conosco l’Alta via dei Silenzi che attraversa le Alpi Carniche, dal Peralba al Lastroni ai Laghi d’Olbe, dal passo Elbel a Mimoias, dal Tudaio al Col Nudo e fino alla Cima Manera. Ne ho percorso parti nel tempo e ci tornerò. Vi sono ovunque “vie dei silenzi”, che tagliano campi e strade, percorrono i fondovalle e raggiungono gioghi e creste montane. Anche la mia vita è una via dei silenzi, quante corse, quante escursioni in solitudine, quanti viaggi in auto, quanti tremori per viaggi altrui e pensieri.

Le Vie dei Silenzi fendono le strade movimentate e rumorose della vita quotidiana, così intrecciando vicende e muovendo vettori causali, solo apparentemente casuali.

La via dei monti è aspra, i sentieri numerati stretti e perigliosi, soprattutto quando si fanno roccia nuda, bianca o grigia, dolomitica o basaltica. Camini ardui si presentano all’improvviso, e lì devi inerpicarti, lì cercando appigli sicuri e badando a non scivolare. Ricordo ascese di fatica e entusiasmo, come posseduti-dal-dio, al grande Sernio, interminabile, oltre il Foran da la Gjaline e la Forcella Nuviernulis. Oppure l’immensa foresta superata quasi in notturna per arrivare al Corsi verso lo Jof Fuart, in compagnia degli stambecchi. Lo Jof di Montasio, il Cridola, il Civetta, il Coglians, la Creta Grauzaria, magnifica e silente.

Mentre cammino in campagna, per le Risorgive del Friuli di Mezzo, progettando un’ascesa al Peralba, penso a Charlie, il bimbo di otto mesi, inglese, che deve e morire, perché non può vivere.

La montagna e la malattia incurabile di Charlie hanno qualcosa in comune, l’ineluttabilità, la sofferenza e il silenzio. Come quando si cammina per ardui sentieri e creste vertiginose si deve fare silenzio per concentrarsi sullo sforzo e sui pericoli che si incontrano, così si dovrebbe fare affrontando un tema come quello di Charlie, evitando la canea mediatica che si è scatenata, e le divisioni tra realisti e buonisti, laici e cattolici o d’altre fedi, liberal-radicali e integralisti di ogni genere e specie.

Trovo che il dibattito sia come al solito in questi casi sgangherato, come ai tempi di Eluana, di Dj Fabo, di Welby. Sarebbe bene che i militanti (spesso militonti) di tutte le scuole di pensiero prendessero esempio dai camminatori, dai viandanti, homines viatores, di cui mi onoro di far parte, e stessero un po’ zitti, rispettando il dolore di chi ama Charlie, e ne segue ogni respiro, finché vivrà.

Non sappiamo quello che la ricerca scientifica potrà produrre per rimediare a malattie genetiche come quella del piccolo, ma un tempo l’uomo non conosceva neppure la circolazione del sangue o il meccanismo procreativo che prevede l’unione di due gameti uno femminile e uno maschile. Una volta.

Un po’ di silenzio, via!

Consapevolezza e rallentamento

Non si può fare tutto. E poi che cosa è questo “tutto”? Ovviamente sotto il profilo umano è solo una “parte” delle infinite (indefinibili, non definite) cose che si possono fare in “una” vita. “Una vita”. E dunque si deve scegliere, limitando le cose da fare nel tempo, fisico, che è incomprimibile. C’è chi accelera l’eloquio per timore di non dire “tutto-quello-che-ha-da-dire” nel tempo che ritiene gli sia concesso, e stanca con la sua velocità gli astanti; c’è chi è sempre indaffarato e non ha mai “tempo” per un’altra cosa e, di rinvio in rinvio, la cosa muore lì.

Io avrei teoricamente un appuntamento con un politico da anni (!!!), ma anche ultimamente, dopo che era stata fissata una data  concordata, l’appuntamento è saltato. Poco male. Vi sono gli affannati perenni che non cavano un ragno dal buco, nonostante sia un problema trovare un interstizio nelle loro agende: i sindacalisti sono specializzati in questo, avendo scarsa dimestichezza con un ordo rationum delle cose da fare, cioè delle priorità, che sono sempre le loro, ombelichi del mondo. Almeno quelli di queste ultime generazioni, che ti trattano da loro pari anche se hanno solo la scuola dell’obbligo e vent’anni di meno, nonché un’esperienza di studio, lavoro e vita che è un’infinitesima parte della tua (la mia in questo caso). Del “tu” a piena bocca prima di esserci messi d’accordo, approcci del tipo “Senti un poco…”. Aah Signor.

Anch’io spesso “vado di fretta”, e mi stresso: a proposito invito fermamente chi mi conosce e frequenta in qualche modo, a non usare con me questo brutto verbo latino anglicizzato (stringo, ere vs. to stress), perché mi dà l’impressione di una strizzata di co.ni. Eppoi, come insegna più elevatamente Wittgenstein e più tera-tera (direbbero Venditti o Totti) la Programmazione Neurolinguistica, più ne parli e più esiste, lo stress. Dai, lasciamolo perdere, por favor!

Nel borgo selvaggio dell’Appennino dove appena ieri mi trovavo a parlare di “coscienza, tra principi etici e consapevolezza”, ho rivissuto il senso del rallentamento consapevole, ho visto il fornaio fornire un’anziana abbarbicata vicino al castello diruto, ho sentito parlottare vecchi sulla panchina, mi sono lasciato perdere per gomitoli di strade come le ungarettiane quattro capriole di fumo sul focolare. Senza meta ho gironzolato per vicoli e scalette, salitelle e discesuole, piazzette e slarghi sulla valle amena del fiume Taro, che scorre in fondo verso il Po.

Lentamente ho vissuto per meno di due giorni, ricordando il vecchio amico che non c’è più, Alex Langer, che predicava -altissimo- lentius, dulcius, suavius, invece che citius, fortius, altius. Più lentamente, più dolcemente, più soavemente, piuttosto che (qui il “piuttosto che” ci sta!) più velocemente, più fortemente, più in alto. Ah i convegni di Città di Castello, la Fiera delle Utopie Concrete (ossimoro suo, bellissimo), di Spello, di Bolzano, di Novacella. Nell’altra mia vita quando a qualche amico potevo confidare i miei patemi. Ora non più.

A Berceto mi sono fermato andando e ho camminato fermandomi, di tanto in tanto, come insegna sant’Agostino, che ama gli opposti, le contraddizioni e i dialoghi tra l’io e il sé, i soliloqui silenti del sentiero rupestre che finisce oltre la collina, quasi in cielo, di un azzurro lancinante. Ieri mattina, con pensieri miei vaguli, transfughi come colombe del diluvio.

La linea d’ombra

Echeggiando un poco Joseph Conrad, e anche Goffredo Fofi, considero la linea dell’ombra, proprio dove finisce e dove inizia, ma anche dove finisce e dove inizia la luce. Ancora una volta è il contrasto a “mettere in luce” tutto.

Senza l’ombra non avrebbe senso la luce, ché è in-dicata dall’ombra, come dal suo vero-essere.

L’ombra non rappresenta l’oscurità, e tantomeno il male, bensì l’elemento di cesura tra la manifestazione epifanica, epistemica delle cose che appaiono e il loro nascondimento, come insegna Heidegger. Per l’uomo di Messkirch la verità è non-nascondimento, ri-velazione, apo-calisse. Essa è sempre dramma, anche quando è elegia della natura o d’amore. E dunque bisogna avere cura della verità (gr. a-lètheia), più ancora che del bene inteso come giusto dal senso comune.

La linea d’ombra può essere alle nostre spalle all’alba e davanti a noi al tramonto, dipende dalla direzione nella quale camminiamo. La direzione è il senso, cioè molto più della ragione delle cose, molto più del loro sentimento: il senso è l’itinerario della verità, ma non di una verità predeterminata, rigidamente data, ma in itinere, locale, costruenda…

Abbiamo bisogno della linea d’ombra per distinguere, per discernere, per scegliere, e infine, quasi inter-cedendo tra luce e ombra, trovare il conforto del giusto cammino. Per strada incontriamo viandanti in un senso e nell’altro, scambiamo un saluto, in montagna e in bici sempre, per strada in città quasi mai, chissà perché. Forse perché in bici e in montagna la linea d’ombra è costituita dal limite condiviso della fatica, dell’arduo incedere o procedere o, appunto, intercedere, quasi pregando la forza e la Luce inaccessibile di assisterci.

La linea d’ombra è con noi sempre, e ci capita di dire che le cose non vanno, di elencarle addirittura, se siamo stanchi o di cattivo umore, anche se la vita è bellissima, se il mondo è meraviglioso, con i suoi colori, il cambiare delle stagioni, la luce del sole, i silenzii, il vento, lo zittirsi della notte e il nuovo giorno.

Abbiamo la tendenza a dare per scontata la bellezza, la salute, la “fortuna”, il benessere e anche il bellessere, mentre ogni giorno è un miracolo, nel senso che è una meraviglia, una sorpresa, un evento. Ogni giorno si costruisce la vita con le proprie decisioni e l’intreccio della vita con le altre vite e le circostanze, i vettori causali che a volte chiamiamo -impropriamente- “caso”. In ogni momento, in ogni ora, giorno, mese, anno si dà impulso all’esistenza, crescendo o meno, nel passare del nostro tempo, adattando le forze e l’uso sempre più sapiente delle energie a noi disponibili come umani.

La linea d’ombra ci accompagna nei giorni e nelle opere, indicandoci il confine delle nostre azioni e dei nostri pensieri.

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