Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La proprietà privata individuale non è assoluta, come insegna il libro biblico Levitico 25, 23 “(…) Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini. (…)”

ecco la lezione a chi pensa di possedere la Terra, cari lettori! Nel titolo parla il Signore Dio Iahwe.

Cap 25

1 Il Signore disse ancora a Mosè sul monte Sinai: 2 «Parla agli Israeliti e riferisci loro: Quando entrerete nel paese che io vi do, la terra dovrà avere il suo sabato consacrato al Signore. 3 Per sei anni seminerai il tuo campo e poterai la tua vigna e ne raccoglierai i frutti; 4 ma il settimo anno sarà come sabato, un riposo assoluto per la terra, un sabato in onore del Signore; non seminerai il tuo campo e non poterai la tua vigna. 5 Non mieterai quello che nascerà spontaneamente dal seme caduto nella tua mietitura precedente e non vendemmierai l’uva della vigna che non avrai potata; sarà un anno di completo riposo per la terra. 6 Ciò che la terra produrrà durante il suo riposo servirà di nutrimento a te, al tuo schiavo, alla tua schiava, al tuo bracciante e al forestiero che è presso di te; 7 anche al tuo bestiame e agli animali che sono nel tuo paese servirà di nutrimento quanto essa produrrà.
8 Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. 9 Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell’acclamazione; nel giorno dell’espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. 10 Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. 11 Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. 12 Poiché è il giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. 13 In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo. 14 Quando vendete qualche cosa al vostro prossimo o quando acquistate qualche cosa dal vostro prossimo, nessuno faccia torto al fratello. 15 Regolerai l’acquisto che farai dal tuo prossimo in base al numero degli anni trascorsi dopo l’ultimo giubileo: egli venderà a te in base agli anni di rendita. 16 Quanti più anni resteranno, tanto più aumenterai il prezzo; quanto minore sarà il tempo, tanto più ribasserai il prezzo; perché egli ti vende la somma dei raccolti. 17 Nessuno di voi danneggi il fratello, ma temete il vostro Dio, poiché io sono il Signore vostro Dio.
18 Metterete in pratica le mie leggi e osserverete le mie prescrizioni, le adempirete e abiterete il paese tranquilli. 19 La terra produrrà frutti, voi ne mangerete a sazietà e vi abiterete tranquilli. 20 Se dite: Che mangeremo il settimo anno, se non semineremo e non raccoglieremo i nostri prodotti?, 21 io disporrò in vostro favore un raccolto abbondante per il sesto anno ed esso vi darà frutti per tre anni. 22 L’ottavo anno seminerete e consumerete il vecchio raccolto fino al nono anno; mangerete il raccolto vecchio finché venga il nuovo.
23 Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini. 24 Perciò, in tutto il paese che avrete in possesso, concederete il diritto di riscatto per quanto riguarda il suolo. 25 Se il tuo fratello, divenuto povero, vende una parte della sua proprietà, colui che ha il diritto di riscatto, cioè il suo parente più stretto, verrà e riscatterà ciò che il fratello ha venduto. 26 Se uno non ha chi possa fare il riscatto, ma giunge a procurarsi da sé la somma necessaria al riscatto, 27 conterà le annate passate dopo la vendita, restituirà al compratore il valore degli anni che ancora rimangono e rientrerà così in possesso del suo patrimonio. 28 Ma se non trova da sé la somma sufficiente a rimborsarlo, ciò che ha venduto rimarrà in mano al compratore fino all’anno del giubileo; al giubileo il compratore uscirà e l’altro rientrerà in possesso del suo patrimonio.
29 Se uno vende una casa abitabile in una città recinta di mura, ha diritto al riscatto fino allo scadere dell’anno dalla vendita; il suo diritto di riscatto durerà un anno intero. 30 Ma se quella casa, posta in una città recinta di mura, non è riscattata prima dello scadere di un intero anno, rimarrà sempre proprietà del compratore e dei suoi discendenti; il compratore non sarà tenuto a uscire al giubileo. 31 Però le case dei villaggi non attorniati da mura vanno considerate come parte dei fondi campestri; potranno essere riscattate e al giubileo il compratore dovrà uscire.
32 Quanto alle città dei leviti e alle case che essi vi possederanno, i leviti avranno il diritto perenne di riscatto. 33 Se chi riscatta è un levita, in occasione del giubileo il compratore uscirà dalla casa comprata nella città levitica, perché le case delle città levitiche sono loro proprietà, in mezzo agli Israeliti. 34 Neppure campi situati nei dintorni delle città levitiche si potranno vendere, perché sono loro proprietà perenne.
35 Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, come un forestiero e inquilino, perché possa vivere presso di te. 36 Non prendere da lui interessi, né utili; ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. 37 Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura. 38 Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto, per darvi il paese di Canaan, per essere il vostro Dio.
39 Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo; 40 sia presso di te come un bracciante, come un inquilino. Ti servirà fino all’anno del giubileo; 41 allora se ne andrà da te insieme con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri. 42 Poiché essi sono miei servi, che io ho fatto uscire dal paese d’Egitto; non debbono essere venduti come si vendono gli schiavi. 43 Non lo tratterai con asprezza, ma temerai il tuo Dio. 44 Quanto allo schiavo e alla schiava, che avrai in proprietà, potrete prenderli dalle nazioni che vi circondano; da queste potrete comprare lo schiavo e la schiava. 45 Potrete anche comprarne tra i figli degli stranieri, stabiliti presso di voi e tra le loro famiglie che sono presso di voi, tra i loro figli nati nel vostro paese; saranno vostra proprietà. 46 Li potrete lasciare in eredità ai vostri figli dopo di voi, come loro proprietà; vi potrete servire sempre di loro come di schiavi; ma quanto ai vostri fratelli, gli Israeliti, ognuno nei riguardi dell’altro, non lo tratterai con asprezza.
47 Se un forestiero stabilito presso di te diventa ricco e il tuo fratello si grava di debiti con lui e si vende al forestiero stabilito presso di te o a qualcuno della sua famiglia, 48 dopo che si è venduto, ha il diritto di riscatto; lo potrà riscattare uno dei suoi fratelli 49 o suo zio o il figlio di suo zio; lo potrà riscattare uno dei parenti dello stesso suo sangue o, se ha i mezzi di farlo, potrà riscattarsi da sé. 50 Farà il calcolo con il suo compratore, dall’anno che gli si è venduto all’anno del giubileo; il prezzo da pagare sarà in proporzione del numero degli anni, valutando le sue giornate come quelle di un bracciante. 51 Se vi sono ancora molti anni per arrivare al giubileo, pagherà il riscatto in ragione di questi anni e in proporzione del prezzo per il quale fu comprato; 52 se rimangono pochi anni per arrivare al giubileo, farà il calcolo con il suo compratore e pagherà il prezzo del suo riscatto in ragione di quegli anni. 53 Resterà presso di lui come un bracciante preso a servizio anno per anno; il padrone non dovrà trattarlo con asprezza sotto i suoi occhi. 54 Se non è riscattato in alcuno di quei modi, se ne andrà libero l’anno del giubileo: lui con i suoi figli. 55 Poiché gli Israeliti sono miei servi; miei servi, che ho fatto uscire dal paese d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio».

Misericordia, solidarietà, per-dono (cioè dono iterato), giubileo, riposo della terra, proprietà non-assoluta… e tant’altro vi è in Levitico 25, caro lettore!

Ho voluto riportare per intero il testo del capitolo 25 di questo libro torachico per fare mente locale su alcuni princìpi che spesso sono ignorati, anzi, da alcuni perfino non mai conosciuti. Lo riporto con un invito alla lettura lenta, non certo per dire che bisogna osservare Levitico 25, ma per dire che fa bene leggerlo, fa molto bene!

Molti di noi, forse tutti, non rivolgono spesso il pensiero alla relatività oggettiva del nostro stare-nel-mondo, ai limiti, a tutto ciò che rende la nostra vita instabile e talora precaria, per moltissimi del tutto precaria, oggigiorno per miliardi di esseri umani… malattie, incidenti, guerre reali a decine, anche se non dichiarate, attentati, virus e pandemie, e potrei continuare ancora a lungo.

Eppure, nonostante tutto ciò, in molti (non so quanti siano, né in quale percentuale su tutti, poiché non faccio il sociologo-statistico a spanne, arte difficile cui non pochi indulgono!) si comportano con la vita, con la proprietà, come se fossero qui per sempre, come se fosse scontato che non gli capiterà mai nulla di male, come se i “diritti” acquisiti fossero intangibili, in qualsiasi situazione – anche radicalmente nuova – mentre invece tutto cambia continuamente, tutto passa, transit gloria mundi (passa la gloria del mondo) come dicevano gli antichi sapienti, tutto si trasforma nella complessità del reale continuamente ridefintesi.

Una riflessione di questo genere su ciò-che-ci-appartiene pone la questione sotto un profilo diverso, in quanto riesce a configurare un tanto dentro una cornice molto differente, anzi neppure di una cornice si tratta, perché essa stessa è mutevole, cangiante come i raggi del sole che arrivano nella stanza dalle fessure di una saracinesca non abbassata del tutto.

Se tutto ciò è vero, o meglio, se io scrivo queste cose, potrebbe sembrare che sia preda di una specie di reviviscenza marxiana fuori tempo. Ma è solo un’impressione superficiale. Chi mi conosce sa che non ho mai creduto nel comunismo dottrinal-storico e nel materialismo scientifico, in quanto Marx ha compiuto un errore filosofico fondamentale: non ha tenuto conto, nella sua utopica visione di una società giusta, anzi perfetta, della struttura fondamentale dell’uomo, che non è modificabile, se non in derive di lunghi secoli, di evi, di millenni, posto che le neuroscienze (cf., ad e. la scuola di Steven Pinker) confermino la possibilità di un’evoluzione positiva in senso morale del cervello umano, e in particolare dei lobi prefrontali, quelli preposti alla riflessione, al ragionamento, alla logica.

Altrimenti, e attualmente non abbiamo conferme del contrario, la natura, in genere fondamentalmente egoista, anche se capace di slanci solidali, soprattutto se in vista di una reciprocità, resta a dar carattere a quella che chiamiamo ancora “natura umana”, che non prevede di non pretendere il senso e il diritto del possesso di cose e persone.

Su questo, però, si può “lavorare” positivamente, non solo in campo etico, ma prima ancora in campo antropologico e logico-cognitivo. In altre parole, non possiamo dire che noi possediamo qualcosa in assoluto, ma solo in relazione ai nostri limiti oggettivi, fatti salvi il diritto cosiddetto “positivo” e le leggi vigenti, che possono anche essere inique.

Lo scrittore biblico pare averlo saputo assai meglio di noi.

Pesach, il “passaggio oltre”, la Pasqua del Signore: gloria, laus et honor tibi sit…

Gloria, lode e onore ti siano resi... a chi? a qualche politico? a qualche militare? a qualche religioso? a qualche imprenditore? a qualche presidente di gruppo parlamentare? Mi fermo qui. No.

Pesach, la Pasqua ebraica e cristiana mi invita a parlare dell’uomo di Nazaret e del suo giudice, Ponzio Pilato, così come sono raccontati dai Vangeli, senza dimenticare il prodromo biblico che troviamo in Esodo, là dove l’Angelo sterminatore (Esodo 12, 29), decima piaga voluta dal Signore degli eserciti, passava a uccidere i primogeniti egiziani, dopo che il faraone Ramses II (probabilmente) aveva negato la libertà al Popolo ebreo.

Solo a lui, questo antico tropo liturgico è appropriato, a Jehoshua ben Josef ben Nazaret, dissanguato, soffocato, ammazzato su una croce di legno circa duemila anni fa, o poco meno, per ordine del prefetto o procuratore romano della Giudea e della Galilea, Tiberio Julio Caesare Augusto imperante, Pontius Pilatus. Per ragioni di carattere politico-religioso, in coda a un processo sommario, dove la pubblica accusa era il Sinedrio gerosolimitano, dove mancava l’avvocato difensore dell’accusato, e Ponzio Pilato era giudice unico, inappellabile.

Di Pilato parlano alcune fonti giudaiche antiche del I secolo, come la Guerra giudaica (70 d. C. più o meno) e le Antichità giudaiche (90 di C. più o meno), ambedue di Giuseppe Flavio. La fonte più vicina, però, agli eventi che concernettero Pilato per rapporto a Gesù di Nazaret, si trova in uno scritto del 41 di Filone di Alessandria dal titolo L’ambasceria a Gaio; non si possono dimenticare le citazioni di questi eventi, purtroppo andate perdute, che la tradizione colloca negli Annales di Tacito, e anche ciò che scrisse in tema il vescovo Ignazio di Antiochia nelle sue Lettere agli abitanti di Smirne, di Magnesia e di Tralli, all’inizio del II secolo d. C.

Per il Nuovo Testamento, la storia del processo a Gesù presso il prefetto romano è riportate in modo diverso, ma sostanzialmente coerente, soprattutto per quanto concerne gli accusatori di questo “imputato”, che erano semplicemente i componenti del Sinedrio ebraico di Gerusalemme, anche se – pare – tale accusa non raccogliesse l’unanimità del Sinedrio stesso. Ad esempio ci si può chiedere se fosse d’accordo con il Sinedrio un Giuseppe d’Arimatea, maggiorente rispettato e stimato, oppure Nicodemo, che ebbe da Gesù parole importanti ma… non lo sappiamo. L’accusa era di blasfemia, secondo un’interpretazione letteralista e rigorista delle leggi mosaiche. Del libro del Levitico in particolare. Peccato-reato (qui si noti la connessione tra dimensione religiosa dimensione civile nella cultura politica del tempo e di quei luoghi e Nazione) meritevole della pena di morte.

Vi sono però alcune differenze tra i racconti degli evangelisti: ad esempio Marco racconta di un Gesù innocente rispetto all’accusa di avere complottato contro l’impero romano, cosicché Pilato è molto riluttante a giustiziarlo, poiché al lui interessava sostanzialmente che non si attentasse all’unità dell’impero e all’autorità di Tiberio Cesare… perché delle cose teologiche a lui poco “caleva”, come si suol dire, o nulla.

Nella narrazione matteana troviamo un Ponzio Pilato quasi annoiato e riluttante a impegnarsi in una diatriba che lui riteneva sostanzialmente interna al mondo giudaico e manda a morte Gesù di Nazaret, lavandosene le mani, quasi a dire “non rompete più, lo metto a morte e toglietevi dai piedi” (parafrasi fantasiosa del tutto mia). Luca racconta, un po’ come Marco, che Pilato non stava riscontrando minacce terroristiche allo stato romano da parte di quello strano uomo Galileo, e Giovanni invece, unico tra gli evangelisti, risposta il breve dibattito teologico fra l’imputato e il procuratore su chi fosse realmente Gesù di Nazaret. Ma si trattò di un dialogo asimmetrico, nel quale Gesù afferma di essere ciò che Pilato stesso gli chiedeva, cioè se fosse il Figlio dell’Uomo o Messia… Gesù risponde in questo modo, come sappiamo “tu lo dici: io sono” (Gv 18,37).]

La storicità del prefetto Ponzio Pilato non risulta essere ben messa a fuoco dagli studiosi. Ad esempio, nel “Nuovo Grande Commentario Biblico” si osserva che “i ritratti che ne danno i vangeli come di un uomo indeciso e preoccupato della giustizia contraddicono altre antiche descrizioni della sua crudeltà e ostinazione“: John Dominic Crossan, di contro, afferma che “le informazioni riguardanti Pilato [che ci giungono] da Flavio Giuseppe mostrano la sua mancanza di interesse per la sensibilità religiosa ebraica e la sua capacità di avere metodi piuttosto brutali per il controllo della popolazione“.

Torniamo al racconto giovanneo, che è il più fecondo teologicamente. La più importante domanda di Pilato a Gesù fu se lui considerasse se stesso come re dei Giudei. Nel Vangelo secondo Giovanni si riporta che Gesù afferma di essere venuto al mondo per confermare le profezie, cioè la verità, con modalità e rischi politico-religiosi che la casta sacerdotale sadducea temeva. Egli dice: “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce»; al che Pilato chiede: «Che cos’è la verità?».

Non si può sapere storicamente con certezza se il procuratore romano, poco incline a discorsi teologici, dialogò in questo modo con l’imputato che il Sinedrio voleva morto, ma il racconto, forse simbolicamente, propone un PIlato che quasi filosofeggia con quest’uomo, la cui presenza era insopportabile per i sacerdoti del Tempio e quindi rischiava di creare problemi anche all’autorità imperiale.

Pilato non aveva nessuna voglia di condannare Gesù e prova a metterlo nella situazione di poter essere liberato, come si usava in occasione della Pasqua ebraica. Aveva lì in carcere un assassino di nome Barabba (forse, Barabba significa in ebraico “il figlio del padre”, e chi è il-figlio-del-padre?), e prova a metterlo in alternativa a Gesù, sperando che quest’ultimo fosse scelto per poterlo liberare.

Ma gli emissari del Sinedrio fanno sì che la scelta del popolazzo (paragonabile a quel popolazzo che il 10 giugno 1940 si esaltò a piazza Venezia quando ascoltò le disastrose parole di Mussolini che dichiarava guerra a Francia e Gran Bretagna: i due popolazzi esultarono, il primo per far crocifiggere Gesù, il secondo per provocare la distruzione dell’Italia, e ancora emerge la teoria di Gustave Le Bon!)

Nel vangelo secondo Matteo troviamo un intervento su Pilato della moglie Claudia Procula, che aveva sognato di Gesù e consigliava al marito di liberarlo. I sogni tornano a farsi vivi, come in altre parti del racconto biblico. Ma Pilato non vuole storie (ne aveva già molte) con quel popolo inquieto e dice: “Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!”, e il popolazzo sinedrita risponde: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli” (Mt 27, 24-25).

La domanda se questi eventi possano essere considerati storicamente attendibili non trova risposta unanime, così come l’episodio della “vendita-tradimento” da parte di Giuda Iscariota per trenta denari, che poi si sarebbe impiccato in un podere che la tradizione chiamò in seguito Campo di Sangue. Tali episodi possono essere considerati racconti popolari raccolti dalla narrazione evangelica per ragioni teologiche.

In realtà, il fatto di scagionare giuridicamente e politicamente Ponzio Pilato, è stato tragicamente utile per essere utilizzato dai cristiani, per secoli, al fine di considerare gli ebrei gli assassini del Messia, con tutto ciò che ne è seguito nella storia umana dell’Occidente.  

Il procuratore romano è citato, oltre che nei Vangeli, anche in un apocrifo del II/III secolo, nonché dall’agiografo Eusebio di Cesarea, il quale parla di Pilato, che avrebbe fatto una triste fine sotto Caligola. Un altro scrittore di quel tempo, Agapito di Ierapoli riporta l’ipotesi che il vecchio prefetto della Giudea si sarebbe suicidato, sempre sotto Caligola.

Un ultimo testo che parla di Pilato si chiama Testimonium Flavianum, capitolo delle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio databile alla fine del I secolo, che però non pare del tutto affidabile per storicità, ma mi piace riportarne un brano…
«Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, e attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia di altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani.»

Epperò, questo testo potrebbe essere una interpolazione successiva curata da Eusebio di cesarea, come afferma un manoscritto arabo del X secolo, ma questo è normale.

Cornelio Tacito, invece, parla di Gesù in questo modo, assai negativo…
“Cristo era stato ucciso sotto l’imperatore Tiberio dal procuratore Pilato; questa esecrabile superstizione, momentaneamente repressa, è iniziata di nuovo, non solo in Giudea, origine del male, ma anche nell’Urbe, luogo nel quale confluiscono e dove si celebrano ogni tipo di atrocità e vergogne.”

In sostanza, Pilato, che fosse stato procuratore o prefetto non importa, è chiamato in tutti e due i modi dai vari scrittori, fu una figura importante di quel tempo, nella storia di Gesù di Nazaret, nell’occasione di quella lontana Pesach, che fu il momento centrale della vita di quell’uomo e lo snodo essenziale di tutta la storia del mondo.


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RIZKO, un romanzo storico scritto a quattro mani da due amici, Fulvio e Renato, che hanno voluto dialogare con Rizko Abrams, David Abrams-Berkowitz e Alfredo Bastiani, in un viaggio del corpo e dell’anima, dal Dniepr a Lublin, poi a Crakow, a Kutná Hora, a Venezia, e infine a San Daniele del Friuli, con lo sfondo arche… mitico della Cerchia delle Montagne

Dove te ne vai, caro Rizko, lasciando le sponde del grande fiume che sfocia nel Mar Nero, non lungi da Odessa?

Il Dnepr o Dnipro si dice in russo: Днепр, Dnepr, in ucraino: Дніпро, Dnipro, in bielorusso: Дняпро [Dnjapro], in polacco Dniepr; in romeno Nipru; in italiano anche Boristene. 

Dove porti i tuoi cari, caro viandante, Ebreo errante, archetipo di tutti i viandanti in questa vita e nel mondo?

I cieli azzurri sono il nostro “contenitore”, anche se qua e là incombono nuvole, nuvole nel cielo e nuvole nelle nostre anime. Non sempre venti impetuosi riescono a cacciare lontano le nuvole, che allora restano sopra noi fino all’orizzonte, o fino alla soglia del nostro pensiero.

Siamo eternamente viandanti, caro Rizko, ed è come se ci potessimo incontrare da qualche parte, o sulla sponda del grande fiume che anni fa potei vedere in viaggio per Dnieprpetrovsk, oppure nella Galizia profonda, nella campagne di Lublin, ovvero, ancora, tralasciata Prag a occidente, già andiamo verso Kutná Hora o più a Sud, oltre le montagne.

Una volta scrissi che oltre le montagne, però viste da un Sud più vicino al mare, si narrano tante storie, ai bambini di sera, nelle lunghe invernate piene di neve, e di viandanti che arrivavano tutti intabarrati, diretti verso un dove sconosciuto anche a loro stessi… e di altri viandanti che parlavano un idioma duro, e portavano a Nord carretti pieni di oggetti di legno da vendere alle massaie, in quei villaggi sparsi per le vallate. Un andare e un venire da Nord a Sud, da Est a Ovest, ininterrotto, per secoli e secoli.

E un continuo raccontare nelle osterie, vicino ai focolari e a ceppi scoppiettanti. Ogni tanto si fermavano drappelli di soldati a pernottare, non sapendo se sarebbero sopravvissuti per giorni, per mesi o per anni, che il futuro misterioso presentava senza annunzi, ma solo con il rombo di cannoni o lo scalpitare di cavallerie nemiche.

Caro Rizko, sei passato attraverso polverose strade che ad autunno si infangano fino al perno delle ruote del tuo carretto e durava fatica l’asinella, con il tuo aiuto, a togliersi d’impaccio.

Hai lasciato eredi in Boemia, aggiunto un cognome, Berkowitz, hai lavorato tanto, anzi, i tuoi nipoti sono riusciti a vedere la luce di una sopravvivenza diversa. Hanno rischiato. E poi l’Italia, nientemeno che a Venezia, le sue luci, lo sbrilluccicare della laguna verdastra e più in fondo, oltre il Lido e Pellestrina, il Mare profondo. Qui, diventato Italiano, hai conosciuto il fiato della belva, che ha masticato i tuoi cari, e ti sei salvato per un nulla voluto dalla Provvidenza o dal caso, oppure dal tuo antico Signore degli eserciti, in cui non credevi più da tempo.

Infine hai amato, caro Alfredo Bastiani, le colline coperte di prati e di boschi del remoto Friuli, sconosciuto ai più, anche ai compatrioti, che lo confondono con il Veneto e non sanno se Utinum si trovi in pianura oppure oltre la Cerchia dei monti azzurrini che al tramonto tradiscono l’enrosadìra violetta. A San Daniele, dove si parla l’idioma duro e perfetto dei “Furlani” e dove il tuo mondo, caro Rizko, è riuscito a fermarsi e a riposare sulle rive di un piccolo lago, nel cimitero dei tuoi avi e dei tuoi nipoti, in mezzo alle morene antiche lasciate da ghiacciai primordi scolpiti dal buriàn, il vento da cui sei partito trecento anni fa.

Santa Sofia di Istanbul e… Udinese vs. Juventus

Può sembrare incomprensibile l’accostamento del titolo, ma non lo è. La basilica costantinopolitana fu così chiamata da chi volle erigerla verso la metà del VI secolo, l’imperatore Giustiniano, in onore della Sapienza divina. Non è quindi il nome di una santa. Ora per volere del presidente-dittatore Erdogan, dal 24 luglio 2020 è tornata (per ora) ad essere moschea, come era stata dal 1453, sotto il sultano Mehmet II, al 1934, quando il riformatore Mustafa Kemal Atatürk, aveva voluto che l’edificio fosse dedicato a tutte le culture e religioni dell’impero turco, con grande saggezza.


Santa Sofia – Istanbul

Tornando alla “sapienza”, per la teologia cristiana è uno dei sette Doni dello Spirito santo, insieme con l’intelletto, la scienza, il timor di Dio, etc. Per il mondo greco e la grande filosofia classica, la sapienza era la “Sophia“, che stava accanto alla scienza come “Epistème“. Accanto a queste due virtù “dianoetiche“, cioè intellettuali, il mondo greco poneva un’altra virtù importante, la “Phrònesis“, cioè la saggezza, o l’equilibrio lungimirante nelle decisioni soggettive del dire e dell’agire. Anche i Francesi chiamano “sagesse”, questa virtù.

La decisione del presidente turco è un’idiozia e meriterebbe invettive, che però non servono a nulla. Piuttosto è utile riflettere sulla lunga storia della basilica. Dopo avere funto da chiesa cristiana universale dalla fondazione fino al 1054, data dello scisma d’Oriente (reciproci anàtemi fra il patriarca Michele Cerulario e il cardinale Umberto da Silvacandida sul tema del Filoque e degli azzimi, più volte da me qui trattato), per altri quattrocento anni fu basilica del credo ortodosso; dal 1453, quando i Turchi ottomani conquistarono la Capitale, e fino al 1934 è stata moschea, mentre di tutte le moschee si può dire sia stato modello estetico e architettonico dalla sua fondazione giustinianea.

La scelta di Atatürk ebbe il merito di connettere culture e religioni, oltre le appartenenze di fede e di ideologia. La Turchia moderna ha meritato la riforma del ’34 e non merita la decisione di questi giorni. Sarebbero da studiare le reazioni a questo cambiamento. Papa Francesco ha detto di “essere addolorato”… avrebbe potuto o dovuto dire altro? Il resto del mondo musulmano è rimasto in silenzio. Putin, pure. Pare che la realpolitik, che lega interessi geopolitici ed economici in modo trasversale le nazioni e le parti del mondo, abbia prevalso su prese di posizione nettamente contrarie. La Turchia, nonostante Santa Sofia, è strategica, sia per l’Occidente, sia per il mondo islamico, sia per Israele. Non conviene a nessuno litigare con i Turchi. Personalmente ritengo che anche Erdogan passerà e si tornerà alla situazione precedente.

E vengo al secondo sintagma del titolo. Il 23 Luglio 2020, l’Udinese ha battuto per 2 goal a 1, in casa a Udine, la Juventus, più che probabile vincitrice del nono scudetto consecutivo. Detto ciò, la cosa parrebbe comunque non c’entrare alcunché con il tema della basilica di Istanbul. E invece, no! Nei giorni precedenti all’incontro di calcio, e fino all’inizio della partita, quasi tutti i media si sono sperticati a festeggiare il presunto già conquistato scudetto della grande e storica squadra torinese, dando quasi per scontato che avrebbe vinto con la squadra friulana, e quindi avrebbe staccato le avversarie di un numero di punti irrecuperabile per loro (Inter e Atalanta). Gli echi di questa certezza son diventati, fino al calcio di inizio, un boato di presuntuose certezze nei detti e nelle previsioni parlate dei giornalisti televisivi e sul web. E invece la Juventus ha perso e l’Udinese ha vinto, meritatamente.

Anche senza conoscere “cose-di-calcio”, solo il buonsenso dovrebbe bastare per non cantare vittoria prima che il confronto si sia completato, ma il buonsenso è la porta della prudenza, della saggezza e anche della… sapienza. Il buonsenso non è un qualcosa di banale.

Come è importante che Santa Sofia rimanga il luogo che ricorda al mondo la Sapienza divina, che è da intendere come dono dello spirito a tutti gli uomini, credenti e non, così è importante considerare l’esigenza di utilizzare intelletto e sapienza anche nelle cose apparentemente più futili dell’umana convivenza, come il gioco del calcio.

Nel caso citato della partita tra Udinese e Juventus, i commenti degli addetti ai lavori sono stati completamente privi di sapienza, maleducati, irrispettosi verso l’Udinese, e anche – alla fine – proprio stupidi, perché è avvenuto proprio il contrario di ciò che veniva inopinatamente auspicato, leggendo tra le righe degli interventi: tutte le dimensioni esistenziali richiedono l’esercizio dell’intelligenza e della sapienza, che non devono andare in vacanza neppure quando di tratta delle cose meno essenziali.

Gli inglesi hanno un’espressione molto interessante per definire un fatto che si spera (o meno) accada, whishful thinking, ovvero profezia che si auto-avvera. Ebbene, nel caso della partita, anche se non si può accusare nessuno dei commentatori di avere tifato per la Juventus, l’avere continuamente parlato e scritto come se questa squadra avesse dovuto necessariamente (in termini spinoziani) vincere, li ha messi nelle condizioni di fare una figura peregrina. Un’altra volta, magari, si asterranno dal profetizzare implicitamente ciò che potrebbe non avvenire. Amen.

I due Alex, simbolo di vitalità, e la giornalista portasfiga

Anni fa conobbi il primo dei due Alex di cui qui parlo. Era Alexander Langer, politico, giurista e filosofo sud Tirolese. Spesso si trovava nei pressi dell’ala ecologista del sindacato nel quale ho avuto un qualche ruolo per tredici anni. Di matrice cattolica e lottacontinuista era diventato il trait d’union tra la cultura ecologista germanica dei gruenen, i verdi e i primi vagiti dell’ecologismo italiano. Meraviglioso il suo slogan che contrapponeva tre concetti “duri” … ad altrettanti concetti “dolci”, cioè citius, altius, fortius, ossia “più veloce, più alto, più forte” versus lentius, profundius, suavius, vale a dire più lento, più profondo, più soave”.

Alexander Langer

Fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e leader europeo di tale impostazione politica. Pace, diritti umani e ambiente erano i suoi principali centri interesse politico e morale. Pur essendo Altoatesino-Sudtirolese e germanofono, non si confuse mai con le lotte etno-nazionaliste, che rifuggiva e combatteva.

Negli anni tra l’87 e il ’90 partecipai un paio di volte a Città di Castello alla “sua” iniziativa mondialista, la “Fiera delle utopie concrete”, dove l’ossimoro implicito cercava ispirazione dai quattro elementi naturali di Empedocle: fuoco, aria, terra e acqua.

A lui interessavano le nozioni e i rapporti tra Nord e Sud e con l’Est del mondo, tant’è che la sua personale crisi ebbe origine ai tempi della Guerra e delle stragi in Bosnia nel primi anni ’90. Tuzla e Srbrenica furono il luoghi del suo tormento insopportabile. Pur essendo inesorabilmente pacifista, non lo era a senso unico e in modo imbecille, come molti, perché era in grado di sostenere – senza sentirsi in contrasto con i propri fondamenti morali – l’esigenza, alla bisogna, di un “intervento internazionale armato”, definendo i caschi blu “ostaggi dileggiati”, e chiedendo di inviare soldati per “fermare l´aggressione”“proteggere le vittime”“punire i colpevoli”, e impedire che “la conquista etnica con la forza delle armi torni a essere legge in Europa”.

Molti di sinistra e Verdi lo abbandonarono, perché, loro sì, facenti parte di quelle comitive imbelli e non-pensanti comunque contrari a ogni tipo di uso delle armi, in qualsivoglia situazione. Prima di togliersi la vita nei pressi di Firenze nell’estate del 1995 lasciò lo scritto che segue.

“I pesi mi sono diventati davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto.”

Alexander Langer riposa nel piccolo cimitero di Telves accanto ai suoi genitori.

Il secondo Alex è Zanardi, che tutti conoscono, e a cui tutti gli Italiani tengono, perché simbolo di forza e di capacità/ volontà di ripresa, dopo il drammatico incidente automobilistico che quasi vent’anni fa gli troncò le gambe. Dedicandosi alla handbyke è diventato un atleta meraviglioso e fortissimo, vincitore di campionati mondiali e di paralimpiadi. Esempio per tutti quelli che hanno avuto una disgrazia menomante. Non mi cito, perché io non ho perso arti, ma ho combattuto e combatto contro il dolore fisico.

Stiamo aspettando notizie buone dall’Ospedale di Siena dove è ricoverato, e preghiamo, se crediamo.

Dopo aver ricordato l’amico Langer e Zanardi, come esempi di positività, di contro cito un esempio fastidioso di negatività.

C’è una inviata speciale di alcune delle principali testate televisive che da Pechino sembra, per toni e testi, quasi godere delle disgrazie che racconta. Insopportabile: la sua enfasi narrativa pare preludere all’annuncio di una catastrofe nucleare o almeno di una serie di devastanti tifoni oceanici. Pare goda usando quei toni. Chissà se se ne accorge o se qualcuno glielo ha fatto notare. Ripeto: per me è insopportabile. Si chiama Botteri. E la si ricorda per altre precedenti dis-grazie narrate.

I due Alex sono un inno alla vita, quest’ultima, no.

Una primavera piena di vento

…ci sta regalando questo 20 “quasi” 20, ultimo anno del secondo decennio del terzo millennio, poiché sarà pienamente 2020 solo alle 24.00 del 31 Dicembre prossimo venturo. Ricordo la mia ira quando, in vista del e durante il Capodanno del 2000 molti si esaltavano per l’arrivo del Terzo millennio, e io ad affannarmi a dire che no, no e no, perché quello era l’ultimo Capodanno del Secondo millennio. Niente. Duri (di cervice) al pezzo dell’insipienza. Anche diversi laureati nel novero, pergiove! Perfino un dottore in matematica e informatica.

Ogni santa mattina, quando guardo fuori prima delle sette i rami e le foglie vibrano, scossi dal vento. Se esci e la temperatura sfiora i venti gradi, ti pare più bassa, perché l’aria è fresca, come nelle prime primavere della vita.

Una primavera che ci porta via Ezio Bosso, ma no, non ce lo porta via, semplicemente ora è in un “altrove” ancora più presente di prima, solo senza dolore. Il vento è come un messaggio che viene da molto lontano, specialmente il nostro Vento dell’Est, da pianure sconfinate, da oltre fiumi immensi come il Danubio e il Dniepr, forse anche dal Volga e dall’Ural. Si chiama buriàn, che diventa bora a Trieste, appena di qua del confine. confine

Ecco, è mancato Ezio Bosso, in questa primavera piena di vento, ma la musica vive per sempre. La sua musica e la musica in generale. La musica è come il vento, che viene e che va, “Il vento va e poi ritorna“, scriveva Wladimir Bukovskj affacciandosi sulla steppa dalle finestre di casa sua. Di là viene il buriàn che supera l’immensa pianura sarmatica e i monti Carpazi, per infilarsi poi nella Krajina furlana attraverso il Passo Zagradan sul monte Kolovrat, onusto di storia. E di poca gloria, per noi Italiani.

Lo racconto in molti modi questo percorso del vento. Lo ho raccontato e lo racconterò ancora, mio caro lettor paziente.

Lo ho incontrato ieri pomeriggio su qualche rettilineo della Bassa furlana dove andai in bicicletta, fidandomi del controllo dei dolorini e della resa dei muscoli. Ho rivisto le sorgive acque dello Stella, l’Anaxum latino di Plinio, con tutte le sfumature del verde, color naturae pictus, sorpassando famigliole e pedoni viandanti. Li ho salutati tutti, ricevendo in cambio un sorriso, diversamente da qualche mese fa, quando ognuno andava muto e diritto per la sua strada, disattento al suo simile che gli veniva incontro.

In montagna ci si saluta sempre, man mano che cresce l’altitudine, e la fatica e gli erti sentieri selezionano gli esseri umani. Un giorno fui sulla cima di un monte, il dolomitico Averau, che era ripido da dove lo avevo salito, una ferrata lungo un camino di circa 400 metri, e comodo, accessibile perfino alle automobili, dall’altra parte. Là in cima vi era un rifugio e signore in pelliccia a prendere il sole. Non ebbi cuore di salutarle. Mi facevano pena. Snobismo il mio, o il loro?

E’ cambiato anche il silenzio, più pieno, quasi come in un deserto di verde e di acque correnti. E queste giornate infinite contengono tutto quello che vuoi fare: scrivere, parlare, muoverti, comprare qualcosa, telefonare a qualcuno che non senti da tempo, dialogare con i mezzi telematici che fan risparmiare lavoro e fatica. Giorni lunghissimi di maggio, in attesa di giornate ancora più immense, quando giugno prelude all’estate.

Osservare Venezia nello splendore ineguagliato della sua storia, e le piazze di Napoli e il Duomo mediolanense, possente, bianco come un angelo di pietra. Ascoltare Francesco che si ricorda di tutti, uno per uno, mestiere per mestiere, vita per vita, fatica per fatica. Ricordarsi di due ricorrenze: i 50 anni dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori che il ministro Brodolini volle e il prof Giugni redasse.

Morì poche settimane dopo il compagno Giacomo e fu immediatamente accolto nel paradiso dei giusti, secondo il mio parere di teologo/ filosofo eticista. Un ateo cristiano, come molti uomini e donne buoni; i cent’anni dalla nascita di papa Karol di Polonia, da Wadowice, il coraggio, la determinazione, la testimonianza. Papa Wojtyla ci mostrò la dignità della vita, quella fine di marzo 2005, appeso al Crocifisso, mentre il cardinale Ratzinger, con in mano la Croce, il Venerdì Santo denunziò la sporcizia presente nella Chiesa stessa, Sancta et Maculata, Sancta et Meretrix, sulle tracce di sant’Agostino; così come lo stesso, da papa Benedetto, ci mostrò la dignità del lavoro, dell’impegno responsabile (ingravescente aetate, ricordo ancora quell’ablativo assoluto che scosse molti, vale a dire, ad sensum, “essendo il lavoro di pastore sempre più faticoso da sopportare alla mia età“), e lui, da lavoratore della mente e della cultura non voleva essere sopportato come un peso. Preferì il ritiro della preghiera, primo compito del pastore di anime.

Penso che anche il quotidiano comunista Il Manifesto, che lo aveva salutato, quando fu eletto, come “Pastore tedesco”, volendo significare in metafora che quell’uomo era un custode rigoroso, anzi rigido, della Tradizione, del Depositum fidei, e del Magistero della Chiesa, ebbe modo di apprezzare quella decisione ispirata a una profonda umiltà e senso di responsabilità personale.

Il card Ratzinger riuscì anche a farmi mandare un apprezzamento e un plauso quando ricevette il mio libro sull’Eros nella Bibbia, non per iscritto, ma tramite un messaggio Whattsapp. Ricordo che fu lui, così anziano e “tradizionalista” secondo molti, ad inaugurare l’account twitter “pontifex”, alla faccia di chi lo ritiene un mero passatista. Non è così: chi ha buona volontà, legga le sue chiarissime Lettere encicliche Deus Caritas est e Caritas in veritate, per capire chi è veramente quest’uomo colto e umile. E la biografia in tre volumi di Gesù di Nazaret, lettura per tutti.

Questa è la mia primavera piena di vento, che passa ogni giorno diverso che il buon Dio ci manda.

Il cielo e il mare di Marco

Marco è un homo faber. Maestro della fisica e della forgia. Alla lontana mio parente, con lo stesso cognome. Di famiglia di homines fabri, ama la vita e il lavoro. Ospito lui come altri amici, perché il suo spirito è consentaneo a quello che da anni informa questo mio sito.

Prima di dare la parola al caro amico Marco, è d’uopo un chiarimento di carattere etico, deontologico e culturale: in calce allo scritto di Marco ho scelto, proprio per rispetto del mio amico, di ospitare anche il video di Scardovelli. Ciò non significa che io sposi la linea di pensiero di questi, anche se ammetto tranquillamente che diverse tesi da egli sostenute nel video stesso, sono per me condivisibili.

Questa scelta ha due aspetti e si fonda su due ragioni ben chiare: a) il rispetto e l’ospitalità per le idee altrui, anche se non condivise o non del tutto condivise; b) la promozione della dialettica civile, di cui ho trattato nel post precedente, anche al fine di ampliare il mainstream delle idee che vengono diffuse tramite i media.

Un buongiorno con i colori di questa alba a quanti mi leggono.

Sì, lo so, siamo tutti sommersi da immagini ed informazioni di ogni tipo, ma anche a costo di essere importuno, voglio promuovere il piano che troverete nel link allegato.

Vi spiego cosa mi spinge a farlo: fin da giovane, per mia natura, ho sentito la gravosità di una Umanità prigioniera e sofferente, poi da grande ho capito che siamo schiavi di ideologie, dogmi, paure indotte ecc. Ho cercato allora percorsi di libertà interiore, di sviluppo dell’anima, di espansione della coscienza ed ho conosciuto Maestri che mi hanno alleggerito ed accompagnato, aiutandomi a dare un senso al mio viaggio su questa Terra.

Ho trovato molto, ed ho pianto quando ho visto da vicino le miserie mie e dell’Umanità, ma ho anche intuito ed intravisto la potenza dell’Amore che genera l’armonia della bellezza e della Vita.

Ora, ritengo che i percorsi personali, seppur indispensabili, non siano sufficienti a generare un futuro dignitoso e umano per noi tutti; chi non lo avesse ancora percepito deve rendersi conto che siamo in una fase molto delicata dalla quale nessuno può sapere come ne usciremo. Gli eventi stanno precipitando e serve un’accelerazione della consapevolezza ed un aumento della fiducia in noi stessi e in un futuro virtuoso possibile, serve capire chi siamo veramente e smetterla di alimentare il nostro Ego a discapito della nostra Essenza.

Servono Maestri e Guide, figure rare in questa epoca, quindi c’è la necessità di attivare il Maestro che è dentro ciascuno di noi e rimanere in ascolto ognuno a modo suo. Dobbiamo aprire gli occhi e uscire dai fraintendimenti e dalla realtà virtuale in cui siamo finiti, bisogna smetterla di farci impigrire dal divano e sedare dalla televisione.

Se per molti individui lo scopo della vita è rimanere rinchiusi in una situazione controllata dagli altri, così non è per me e cedo loro il mio posto!

È anche nostro dovere pretendere di avere una formazione ed una informazione seria, corretta, fatta da persone che agiscono ascoltando la propria anima, che hanno a cuore il benessere dell’Umanità e non brama del suo dominio.

Considero Mauro Scardovelli una di esse e mi auguro che il suo piano abbia successo, che sia ascoltato, così come Paolo Maddalena, Giuliana Mieli, Rossana Becarelli e molte altre persone eticamente valide.

Forse la divina provvidenza ci ha proposto il dramma che stiamo vivendo e, come ogni ostacolo nella vita c’è qualcosa da imparare se lo si valuta con onestà, forse l’insegnamento è proprio quello di aprire gli occhi, di sforzarci di capire che siamo tutti correlati ed interdipendenti con tutti ed il tutto, altrimenti la Natura ci scarterà come ha già fatto con molte altre specie, ritenendoci dannosi per questo meraviglioso ed unico pianeta Terra.”

Mandi, Marco

Del silenzio, nel momento della confusione; dialogo con Luca Borrione da Torino, interpellando il padre Antonio Gentili, san Benedetto da Norcia e Romano Guardini

Luca Borrione è un filosofo che insegna a Torino. Collega mio in Phronesis, lo apprezzo per la sua cultura ed eleganza, il suo garbo e la sua capacità di ascolto. Qui abbiamo concordato di pubblicare un nostro carteggio e un paio di suoi brevi saggi.

Luca Borrione

Caro Renato,

ho ascoltato davvero con grande attenzione il tuo intervento sulla Persona che mi hai segnalato, così ti scrivo due righe a mo’ di appunti per ulteriori e più approfondite riflessioni e dialoghi. Speriamo dal “vero”. * Mi ha provocato la tua affermazione: anche l’Etica è una scienza perché è un sapere strutturato. E’ un’affermazione netta e inattuale, per questo mi fa pensare profondamente. E provoca molte domande sul significato che ai nostri giorni si dà al termine “scienza”. Insomma: un’affermazione inattuale e, pertanto, attualissima. Nel tuo discorso è centrale la riflessione sulla Libertà dell’uomo. E lo è anche per me. La libertà è uno dei temi più difficili e radicali che si possano affrontare in filosofia.

L’estate scorsa mi hai regalato il tuo libro “Della libertà“: lo leggerò presto. Per sviluppare ulteriormente il problema da un punto di vista tragico/cristiano – qual è il mio – per ora ti segnalo le “Lezioni di Napoli” che il mio maestro, Luigi Pareyson, tenne nel 1988: le conosci? Sono inserite nella sua “Ontologia della libertà“. Per me restano fondamentali. Bella l’intuizione estetica che, a un certo punto del discorso, fai sul bisogno di finzione per poter vivere insieme. Di qui la domanda: che rapporto c’è tra la dimensione etico/scientifica quella estetico/mimetica?

Mi trovi pienamente concorde sull’apertura della dimensione umana al Sacro, più potente dell’Essere… Da molti anni cerco di praticare, di esperire la mia fede cristiana attraverso la meditazione della preghiera profonda del padre barnabita Antonio Gentili; ho seguito dei sui corsi ad Eupilio, in Brianza, e in Umbria. Siamo anche diventati amici e ho riflettuto un po’ sulla sua opera, scrivendo due brevi interventi che ti inoltro. Credo che possano interessarti. Per ora ti saluto, caro Renato. A presto. Un abbraccio! Luca

Caro Luca,

prima di tutto un complimento per la scorrevolezza e la leggibilità dei tuoi due testi critici, che non “fanno alcun danno” alla profondità e alla coerenza della riflessione. Il problema dello studioso è sempre quello relativo alla domanda circa la sua fruibilità: è un testo leggibile e apprezzabile da chi? Solo da “addetti ai lavori”? Da un pubblico più vasto? E allora a volte questo dilemma non si compone, rischiando di passare, a proposito di polarità, da una comunicazione alla “Piero Angela”, a una comunicazione alla “Critica della ragion pura” kantiana. Mi pare che tu sia riuscito a “stare più alto” del citato giornalista senza diventare un asceta del senso/ significato.

Parlo brevemente prima dei due testi che mi hai inviato. Oltre alla suggestione che dà la frequentazione dei luoghi di meditazione che citi, la figura del p. Gentili e i riferimenti forti a Romano Guardini, che ho letto, ma poco, qua e là, trovo connessioni profonde, invece, con mie letture e studi fondamentali per la mia formazione: prima di tutto, Tommaso d’Aquino, cui probabilmente si ispira anche Guardini, quando propone il rapporto di composizione tra diversi “ambienti spirituali”, dove si possono trovare – a ben vedere – anche echi cusaniani (la coincidentia oppositorum).

La “composizione (che è anche relazione) necessaria del diverso” è un fondamento metafisico che Tommaso in alcuni testi, sia della Summa Theologiae, sia nel suo commento al De anima di Aristotele, pone come centrale, chiamando questi “poli” exitus e reditus, uscita e ritorno, ma dove? Nella propria interiorità – di ciascuno – dopo aver provato a conoscere il mondo, ma per ritornarvi dopo la meditazione sulla conoscenza stessa, che è sempre parziale, acquisita con l’exitus.

Un altro polo della mia formazione è quello benedettino. Ecco che qui trovo il tema del silenzio che, per il santo subiacense è una delle tre virtù umane da accostare alle quattro cardinali (te le ricordo, anche se tu le conosci bene: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, di origine platonica, agostiniana e gregoriana, cioè dell’ambiente di Benedetto), appunto: – il silenzio (dei monastero), che prevede un vigilante uso della parola tra confratelli; – l’obbedienza, che si configura come un “ascolto attivo e rispettoso” (ob-audìre) di chi merita per virtù morali di essere ascoltato”; – l’umiltà, come consapevolezza del limite (limes) e della finitezza dell’umano. Vengo al tema dell’etica, che ti ha colpito nella mia lectio.

san Benedetto da Norcia

Devo dirti che trovo curioso che la sua scientificità non sia largamente considerata. Quando cito la scientificità dell’etica, non intendo l’accezione del termine come lo si intende oggi o, meglio, in senso “gentiliano” (tu sai che il ministro Gentile, quando nel 1923 riconsiderò la classificazione delle discipline per le scuole superiori e per il mondo accademico, distinse rigorosamente tra saperi scientifici, annettendo al sintagma, innanzitutto matematica, fisica, biologia, geologia ed affini, e saperi umanistici, con tale termine intendendo lettere, filosofia, pedagogia, arte et similia). Tale lavoro gli permise di creare i prodromi di una riorganizzazione del sistema scolastico-accademico che favorì, fra l’altro, l’istituzione, da una costola del liceo classico, del liceo scientifico.

E’ evidente che Giovanni Gentile, con la sua cultura di alto livello, sapeva quello che faceva, ma non poteva prevedere il futuro della cultura italiana. Infatti, i decenni, anzi il secolo quasi che lo separa da noi, ha fatto sì che questa dicotomia fra saperi scientifici e saperi umanistici si accentuasse molto, creando – a mio parere – un grosso guaio epistemologico: quello di far ritenere che le due “famiglie” culturali fossero inconciliabili e quasi contrapposte, se non “nemiche”. Questo a mio parere è inaccettabile. Perciò, una parte del mio sforzo di ricerca, da anni è dedicato a trovare le strade per una ricomposizione che, tra l’altro, interpella i concetti guardiniani, gentiliani e tuoi, di cui sopra e nei tuoi scritti. In molti scritti miei, e in occasioni pubbliche di conferenze o lezioni ho sostenuto quello che hai ascoltato nella lectio che hai voluto commentare.

L’etica può essere considerata una scienza, in quanto ha uno statuto epistemologico ben chiaro, se si vuol fare la fatica di studiarlo. E ciò non solo perché costituisce uno dei temi fondamentali di scritti filosofici tra i maggiori dell’Occidente, come l’Etica a Nicomaco di Aristotele, la Summa Theologiae (la Secunda secundae, in particolare), La Critica della Ragione pratica di Immanuel Kant, ma perché può essere declinata con gli strumenti concettuali della modernità. Un esempio, per sintetizzare, io son solito suddividere lo studio dei concetti dell’Etica in sei “scuole”: l’utilitarismo, il prescrittivismo e il collegato deontologismo, l’edonismo, l’emotivismo, il culturalismo e il FINALISMO, in maiuscolo, poiché ritengo sia la scuola che riassume e nobilita tutte le altre, elevandole con il suo Fine, che è la Tutela integrale di tutto l’Uomo e della Natura.

Una visio che è cristiana, se vuoi “matteana” e “lucana” in particolare, ma anche laicamente umana. Circa il tema dell’estetica, lo intendo in modo “aristotelico”, nel senso dell’àisthesis, come manifestazione dell’essere sostanziale delle cose: l’essere-che-appare-all’evidenza, l’essere che è ciò-per-cui-l’ente-è. Certamente questa mia visione è lontana da un Wittgenstein e dai suoi emuli, ma mi pare ancora discutibile con la cura e il rispetto necessario quando si riflette sulle grandi dottrine. Circa le dottrine orientali, le conosco poco. Panikkar è stato una mia lettura così come il padre gesuita De Mello, che citi nel pezzo su Guardini. Che dire altro? Mi piacerebbe trovare presto anche in Phronesis lo spazio per poterne parlare ancora.

Ora ti saluto, perché tra poco iniziamo il nostro seminario di Phronesis Nordest su “Filosofia versus Psicologia“, a presto, buona Domenica caro Luca

renato p.s. un’idea, Luca, se tu fossi d’accordo, potrei pubblicare sul mio blog i tuoi due saggi inviatimi e questo nostro dialogo. Se sì, dovrai inviarmi i saggi in word…

ed eccoli!

La via del silenzio in p. Antonio Gentili e in Romano Guardini: brevi appunti per un fertile confronto.

Il mio incontro con la pratica e con l’opera di p. Antonio Gentili è un’esperienza spirituale che mi coinvolge su più piani esistenziali. In primo luogo sul piano della preghiera: nel partecipare alla settimana o ai giorni di ritiro spirituale guidati da p. Antonio nella casa di Campello sul Clitunno e a Eupilio mi sono avvicinato a una pedagogia della preghiera del cuore che desidero sempre più far mia nella quotidianità frenetica che vivo, immerso nella routine metropolitana di Torino.

In secondo luogo sul piano riflessivo, perché la meditazione dell’esperienza vissuta e la lettura dei testi di p. Antonio mi sollecitano a un confronto tra questa prospettiva e quella di un altro mio grande maestro: Romano Guardini. In questi brevi appunti abbozzerò, pertanto, un parallelo tra i due autori focalizzandomi, in particolare, sul significato e sull’importanza che la via del silenzio va ad assumere nel loro insegnamento: ne emergeranno fertili assonanze, profondi richiami e utili illuminazioni per ulteriori sviluppi e ricerche.

padre Antonio Gentili

1. Inattualità e necessità del silenzio.

Uno degli elementi che caratterizzano di più la nostra età contemporanea è perdita del silenzio: dappertutto s’impongono i rumori delle macchine e le chiacchiere senza tregua degli uomini. Nell’agile volumetto dedicato agli otto Digiuni per vivere meglio… e salvare il pianeta, uscito in occasione dell’Expo 2015 di Milano, p. Gentili rileva che viviamo in un tempo in cui siamo immersi in un costante e, apparentemente, inarrestabile “consumismo delle parole” che può degenerare in un vero e proprio atto di “terrorismo delle chiacchiere”. Richiamando la prospettiva heideggeriana, aggiunge che l’uomo che “si mantiene nella chiacchiera è del tutto tagliati fuori dal rapporto primario, originario e genuino del proprio essere” con il mondo, l’altro e con se stesso.

Già nel 1930 R. Guardini ci presenta uno scenario sociale ormai votato alla dimenticanza del silenzio e al tramonto di un mondo antico e più autentico: “Pauroso è il mondo che ci circonda. Se andiamo per la città, fra il frastuono, dall’una all’altra via, nelle strade, dove tutto incalza, accanto alle botteghe, in direzione delle quali risplendono mille occhi avidi, dobbiamo trattenere la nostra anima perché non venga trascinata, a pezzi, tra quel correre e gridare” .

E ancora: “Perché il motociclista fa baccano? Potrebbe guidare anche più silenziosamente. Ma il rumore gli procura divertimento. La tecnica potrebbe senz’altro produrre motori più silenziosi, ma il compratore vuole quelli rumorosi. Perché? Perché non ha alcun centro autentico, la sua personalità è vuota, ma il frastuono che produce gli dà la sensazione di essere qualcosa e qualcuno”.

Ben diversa è la situazione se ritroviamo quello che era il ritmo abituale del passato semplicemente uscendo “di notte per la campagna silente (…), forse c’è una montagna e all’intorno tutto s’inabissa e noi stiamo liberi, come tesi verso l’alto, al placido splendore delle stelle”.

La ricerca della via del silenzio si rivela, pertanto, non un raffinato processo di rifiuto della vita, ma un più incisivo e fruttuoso sperare nella vita stessa e nella storia dell’uomo: un’esperienza tanto più necessaria, quanto più questi tempi postmoderni echeggiano ritmi tribali di rumori meccanici e di chiacchiere strepitanti. P. Gentili cita, al riguardo, proprio lo stesso Romano Guardini che nella Visione cattolica del mondo scrisse che “solo nel silenzio si può veramente udire” e che bisogna “esercitare il silenzio anche in funzione della parola”, poiché “la parola è sostanziosa e fattiva soltanto quando sale dal silenzio”.

Il cammino spirituale dell’uomo richiede, perciò, un’attenta e costante pratica del silenzio e della parola e un’indagine sul loro rapporto dialettico non può che chiarire e confermare questa profonda realtà che struttura il nostro concreto essere vivente.

2. La polarità di silenzio e parola 2.1 Polarità La parola e il silenzio sono i due momenti di un’opposizione polare che segna tutta l’esperienza della vita dell’uomo e dell’esistente.

Al riguardo, p. Gentili parla di grande legge dell’esistenza umana, sempre scandita da una “molteplicità di polarità, a cominciare dall’alternarsi del giorno e della notte, della veglia e del sonno”. Tale polarità è radicata nell’essere umano originario, riflesso dell’immagine divina e della relazione insita nel mistero trinitario: “All’inizio abbiamo una realtà indifferenziata, che si traduce concretamente nella diade umana: una bipolarità di maschio e femmina, nella quale si riflette l’immagine di Dio, la cui vita è vita di polarità (Padre-Figlio) che interagiscono in comunione d’Amore (Spirito Santo). Né l’uomo né la donna singolarmente presi possono essere considerati immagine di Dio. La somiglianza con Dio sta nel fatto che la coppia è chiamata a riflettere la bipolarità, la complementarietà e la reciprocità che caratterizzano la vita intra-trinitaria”.

Il senso di tale interpretazione polare della realtà può risultare più chiara ed evidente accennando alla filosofia guardiniana del Gegensatz: dell’opposizione polare, per l’appunto. “Tutta l’estensione della vita umana – scrive Guardini – sembra dominata dalla realtà degli opposti. In ogni suo contenuto sembra di poterli indicare. Probabilmente non soltanto nella vita umana, essi stanno forse alla base di ogni realtà viva e forse di ogni realtà concreta”.

Un punto chiave della teoria, come osserva S. Zucal, è tutto nella distinzione rigorosa tra contraddizione e opposizione: “nel primo caso non può esserci né composizione, né sintesi, né polarità, ma solo opzione alternativa, un radicale aut-aut, nel secondo caso invece ciò che si distingue e si oppone, in realtà si richiama, si integra, rinvia ad un’unità comprensiva che non costituisce la pura e semplice sommatoria (…) ma l’ambito in cui la loro tensione vitale si realizza e si giustifica”. La prospettiva polare è rintracciabile in tutta la vita in generale, ma trova un suo specifico riscontro nella vita dell’uomo, portatrice, in tutte le sue dimensioni spirituali ed esistenziali, del sistema degli opposti polari.

2.2 L’uomo a due dimensioni: la polarità nella vita spirituale.

A fronte della visione dell’uomo a una sola dimensione, visione tipica dell’illuminismo che afferma la sola dimensione umana immanente del fare, del ragionare, del calcolo e dell’efficienza, si fa sempre più forte l’esigenza di ritrovare l’uomo profondo in cui prevale il cuore piuttosto che la mente. Scrive p. Gentili: “La vita dell’uomo è come la risultante di due coordinate. In base alla prima, l’uomo è irresistibilmente spinto a vivere al di fuori di sé. Cerca il rapporto sociale, si esprime nel lavoro con cui trasforma le cose, si diverte, si immerge negli avvenimenti: vuole conoscere ed esserne partecipe. La seconda coordinata sollecita l’uomo a vivere dentro di sé. Lo richiama alle segrete abitazioni interiori, gli rende gioiosa la compagnia dei propri pensieri, lo riconduce alla scaturigine dei propri sentimenti”.

Ecco il richiamo diretto di R. Guardini: “Fra questi due poli, il centro dentro di me e il mondo intorno a me, oscilla la mia vita. Di continuo io esco verso le cose, osservo, afferro, posseggo, plasmo, ordino. Poi ritorno nella mia intimità (…). L’uscita e il rientro, e di nuovo l’uscita e il rientro non si verificano una o due volte soltanto, ma innumerevoli volte; è un gioco ininterrotto di atti di cui è fitta la nostra vita”. Se è vero che la vita introversa e la vita estroversa rivelano le due differenti attitudini del concreto vivente dell’uomo, è altrettanto vero che per p. Gentili solo un loro sapiente dosaggio “determina anzitutto la qualità stessa della propria esistenza” e, soprattutto, del nostro rapporto con Dio che “beneficerà di questo stato di equilibrio e di pienezza esistenziale. Sperimenteremo Dio contemporaneamente come altro da noi e dentro di noi”.

E così gli fa eco Guardini: “Il cuore che non sa anche raccogliersi in sé, nel nascondimento e nel silenzio, non può vivere, è come un campo dal quale si pretenda ricavare incessantemente dei frutti, in breve si isterilisce. La parola è sostanziosa e fattiva soltanto quando sale dal silenzio. Certo vale anche il correlativo: per essere sostanziosa e per aver forza di tradursi in azione essa deve trovare la via nella parola concreta”. Una vita decentrata sull’esteriorità provoca, d’altra parte, una progressiva perdita del centro intimo e profondo dell’uomo e una pubblicizzazione dell’esistenza votata solo più all’espressione di eventi e di notizie finalizzate a priori solo a questo.

Quanto mai attuale si rivela, pertanto, l’inattuale pensiero di Guardini. Sembra un giudizio scritto oggi sull’invadente e inarrestabile utilizzo dei social network: “I contenitori delle operazioni vitali dell’uomo sono diventati come vetro, e la gente si muove là dentro come frotte di pesci in un acquario che si può osservare da ogni lato in tutto ciò che vi si fa”.

2.3 La polarità nella meditazione e nella preghiera del cuore.

In Guardini il ricentrarsi e il ritornare a sé si rivelano un atto preziosissimo, perché “nei tempi di silenzio noi siamo come nella scaturigine profonda di una sorgente. Dove la vita misteriosa si unisce in se stessa in modo ineffabile; si fa tranquilla e ricca, e acquista la forza di mantenere in atto il proprio ritmo anche nei tempi di attività”. Il silenzio diventa, pertanto, la via obbligata “per penetrare nel nostro intimo, per penetrare in quella profondità, in quel silenzio, in quella forza che chiamiamo anima” , ma per vivere questa realtà è necessario praticare un adeguato esercizio e formarsi un una particolare arte: l’arte della meditazione che “mira a raggiungere questo divenire-dentro, divenire-in (Inne-Werden, Ein-Werden).

E ad essa serve la preparazione, in cui il meditante si sforza di farsi silenzioso, di recuperare il suo essere dissipato e di giungere a una presenza raccolta”. La preghiera, in questa prospettiva agostiniana, è proprio quell’esperienza in cui, come afferma p. Gentili, si passa “dal mondo dell’uomo al mondo di Dio (…). Non va dimenticato che la preghiera autentica scaturisce dalla percezione che nel centro più profondo del nostro essere (il cuore), pulsa il cuore di Dio”.

L’arte della preghiera richiede, pertanto, una pratica tenace e un allenamento costante che impegnano l’uomo nell’intero corso della sua esistenza e tutto l’insegnamento di R. Guardini e di p. Gentili testimonia quanta attenzione, cura e volontà siano necessari per apprendere e formarsi in quest’arte . Non è certamente possibile, in poche righe, sviluppare, neppure per brevi cenni, quanto i due autori hanno scritto al riguardo. Mi voglio, però, almeno soffermare sui due atti introduttivi alla preghiera che, ancora una volta, confermano la struttura polare di ogni esperire umano: il segno della croce e il respiro.

Essi sono come quella porta d’ingresso che l’uomo deve superare per percorrere la via del silenzio e incontrare, nel suo profondo, il mistero di Dio. Le osservazioni di R.Guardini poggiano sul riconoscimento di un legame sostanziale tra la dimensione spirituale e quella corporea: la mano, il segno di croce, l’inginocchiarsi, il nome di Dio sono realtà liturgiche in cui è soggetto l’uomo intero e in cui “si tratta certo dell’anima, ma essa di manifesta nel corpo”. Lo scopo di tale educazione è una spiritualità incarnata o, nella prospettiva polare, una corporeità spiritualizzata, perché “dobbiamo staccarci dalla spiritualità menzognera del XIX secolo” e tornare ad essere uomini integri capaci di leggere i simboli del creato.

In questa visione si comprende come, per R. Guardini, la pedagogia della preghiera e dell’azione liturgica si debba anche radicare in un’attenta e accurata preparazione che parta dal corpo: “respirare, camminare, stare in piedi, tacere, anche recitare insieme salmi a coro. (…) Questa liturgia era pensata e pensabile per ognuno, non era un fatto di monaci esperti. Guardini gettò un ponte sull’abisso esistente tra il rinnovamento liturgico, fino allora monastico, e ciò che era invece realizzabile dai laici”.

L’opera di p. Gentili recupera nell’interezza la prospettiva della polarità guardiniana, declinata sul piano liturgico e meditativo, interpretandola e rinnovandola, da un lato, alla luce del magistero del Concilio Vaticano II e della rivoluzione dovuta alla conoscenza e all’accoglienza delle prassi meditative del lontano oriente, dall’altro, rifacendosi all’insegnamento originario del fondatore dei barnabiti, sant’Antonio Zaccaria, che attribuiva alla meditazione tale importanza da ritenerla indispensabile alla vita spirituale.

Il respiro va, così, a rivestire alcune valenze che p. Gentili riconduce, come loro fonte ispiratrice, allo stesso R. Guardini: la gratuità, la purificazione, l’alternarsi di vita e morte, la comunione cosmica, la comunione divina. Gli esercizi proposti nella pratica meditativa di p. Gentili mostrano costantemente la dialettica polare del nostro concreto vivente, immerso nel mistero dell’esistenza: “Il respiro richiama la più problematica delle polarità: vita-morte. Il respiro ci insegna che queste ultime sono inscindibilmente concatenate e ci educa a considerare normale il loro alternarsi. Ogni processo respiratorio le include e ne scandisce l’incessante accavallarsi. Espirare è in realtà segno del morire (…). Inspirare è a sua volta segno del vivere effuso in noi dallo Spirito Santo originario”.

Il secondo atto che richiede cura e attenzione per introdursi nella pratica meditativa è il segno della croce di cui p.Gentili propone cinque possibili letture simboliche, letture che risvegliano il corpo e la mente alla dimensione divina e spirituale nella quale dobbiamo riconoscerci e verso la quale dobbiamo orientarci per scoprire la nostra autentica natura creaturale. Anche nella gestualità del saluto cristiano possiamo, infatti, ritrovare la polarità mente/cuore che caratterizza il nostro vivere umano, orientato al mistero e alla trascendenza della vita trinitaria e della dialettica io/Dio e predisporci, così, alla preghiera interiore.

3. Oltre la polarità: nel cuore del silenzio, davanti a Dio

In ultimo, però, la pratica meditativa della preghiera del cuore ci porta all’incontro con Dio: un incontro in cui la polarità di silenzio e di parola cede il passo all’ascolto del silenzio e all’unione sponsale dell’anima con Cristo.

Lì ogni polarità non può più essere distinta perché si è nel cuore del silenzio, dentro il mistero della vita. La via del silenzio indicataci da p. Antonio e da R. Guardini ci conduce a questa soglia, dove la parola tace e si è soli davanti al Solo: “un sacro cerchio di casta solitudine cinge quel silenzio dove il cuore è solo con Dio”. “Egli è qui. Io sto davanti a Lui”. Torino, 21 gennaio 2018

Su Antonio Gentili, Cerca il silenzio. Troverai te stesso e Dio, Edizioni Ares – 2019

Se noi potessimo vedere nel mondo un volto attraverso cui il divino ci guarda, l’incontro con il divino sarebbe non il secondo passo ma il primo. La percezione del sacro mistero non sarebbe qualcosa in cui noi penetriamo attraverso l’immediata esperibilità del mondo, ma noi vedremo il mondo senz’altro in questo mistero”.

Le parole di Romano Guardini, tratte dalla Fenomenologia della religione, potrebbero servire da epigrafe per introdurre l’ultimo libro-intervista di p. Antonio Gentili (Cerca il silenzio. Troverai te stesso e Dio) almeno per una duplice ragione: in primo luogo perché la ricerca e l’incontro con il mistero di Dio si rivela il desiderio radicale di tutta la sua esistenza e, in secondo luogo, perché la prospettiva “polare” di Romano Guardini è una sorta di filigrana che segna sostanzialmente la visione esistenziale, filosofica e religiosa di p. Antonio Gentili, così come cercherò di far emergere attraverso queste brevi note su Cerca il silenzio.

In realtà, il libro mostra la sua polarità sin nella sua stessa struttura. Si tratta, infatti, di un libro-intervista tra la scrittrice Rosanna Brichetti Messori e p. Gentili: un’intervista che si traduce spesso in un vero e proprio dialogo, sostenuto da una sensibilità e da una curiosità che non esita, con la grazia e la delicatezza indagatrice propria del genio femminile, a sollecitare le risposte di p. Gentili anche là dove il discorso sembrerebbe concluso o, quanto meno, dato per scontato. Rosanna Brichetti Messori conosce p. Gentili da quasi quarantanni.

Erano, infatti, gli inizi degli anni ottanta quando lei e suo marito, trasferitisi da poco a Milano, sentirono per la prima volta “parlare di questo barnabita, che nella casa di esercizi del suo ordine, ad Eupilio, in Brianza, teneva corsi di preghiera meditativa”. Mossa dall’esigenza di rispondere ad alcuni seri interrogativi che, come cristiana, si stava ponendo nel momento in cui aveva intrapreso un metodo di lavoro psico-meditativo di matrice orientale al fine di alleviare le sue sofferenze fisiche, Rosanna alla prima occasione raggiunge Eupilio.

E vi ritrova una guida che sa attingere sapientemente dall’Oriente, conservando un profondo amore per la fede e per la tradizione cristiana: p. Gentili, per l’appunto. Si fida di lui e inizia, così, un cammino di fede e di preghiera che, nel corso degli anni, trasforma la sua esistenza al punto da sentire, ora, il suo “cuore sbocciare e aprirsi sempre più verso Dio e verso gli altri”. Le vicende della vita, però, mutano e, pur non perdendo i contatti, si diradarono le occasioni degli incontri e dei corsi di preghiera frequentati da Rosanna.

Fino a quando, nella primavera del 2017, p. Gentili tenne una sessione dei sui corsi di preghiera profonda nella casa di accoglienza del santuario mariano di S. Felice del Benàco, retto dai padri carmelitani. L’idea del libro nacque proprio in quell’occasione e trovò forma in lunghe ore di confronto e di dialogo nell’Abbazia di Maguzzano, luogo denso di preghiera e di pace, abitato ora dai religiosi di don Giovanni Calabria. Il sodalizio tra p. Gentili e Rosanna Brichetti Messori si rivela, pertanto, davvero intenso e profondo, a maggior ragione del fatto che, in vista di questo importante impegno editoriale, l’intervistatrice ha riletto tutta la vasta produzione della sua guida spirituale, riuscendo a creare una trama di domande e di interrogativi che permettono al lettore di ricostruire una sintesi quanto mai ricca e viva dell’esperienza biografica, intellettuale e spirituale di p. Gentili.

Il libro si dipana come una vera e propria mappa per scoprire i luoghi del silenzio e i sentieri del divino in cui p. Gentili si è mosso, in cui ha vissuto e in cui continua a vivere il Mistero di Cristo. È un libro, insieme, esperienziale e sapienziale: da un lato è una biografia spirituale che, come un diario, presenta gli episodi più importanti della vita p. Antonio, dall’altro offre ampi spazi di riflessione e di confronto critico, talvolta anche problematico, sull’esperienza vissuta.

Cerca il silenzio è un libro che si rivolge, pertanto, sia a chi conosce, sia a chi non conosce l’opera di p. Gentili: i primi vi ritroveranno continui riferimenti e conferme del cammino spirituale già iniziato, ma anche episodi imprevedibili (memorabile, su tutti, la fuga che fece quattordicenne, emulo di san Benedetto, sulle alture di Genova per cercarvi un luogo di eremitaggio…), nonché ulteriori approfondimenti su tutti gli ambiti della ricerca gentiliana; i secondi un’ampia e vivace sintesi dell’insegnamento di p. Antonio, sintesi supportata e testimoniata da una ricca descrizione delle pratiche condotte.

Disegnerò, ora, una sorta di mappa tematica che permetta, quanto meno, di intuire la ricchezza e l’intensità dei contenuti presentati nelle pagine di Cerca il silenzio. Il lettore potrà, comunque, recuperare facilmente, all’interno del fluire dialogico, i temi e i riferimenti che più gli stanno a cuore, grazie a un’analitica e articolata suddivisione in paragrafi dell’intervista stessa. La prima parte del libro è dedicata alle vicende biografiche e spirituali di p. Gentili. La vocazione religiosa e sacerdotale fa trapelare quella che è stata una vera e propria educazione alla libertà, educazione impartita dal padre e dalla madre di p. Antonio.

Intense e, insieme, profondamente tenere e intime sono le parole con cui ricorda la fede respirata in famiglia: una “brezza primaverile su un prato in fiore”, un vento che scuote mente e cuore, che interroga e suscita dubbi, che stimola. Ma, appunto, come una brezza: mai con violenza. Il cursus studiorum e l’incontro con la spiritualità del santo Fondatore dei Barnabiti segnano radicalmente l’anima di p. Gentili e gli permettono di acquisire una solida e opportuna preparazione di base che lo prepara agli ardui impegni futuri di guida e di cercatore spirituale.

In quegli anni avvengono anche gli incontri con i maestri decisivi: p. Giovanni Semeria (a cui dedica la sua tesi di laurea in filosofia che ebbe come oggetto il carteggio con il barone austriaco F. von Hügel, altro padre spirituale di p. Antonio) e Romano Guardini. Grazie a questi studi scopre la rilevanza della visione polare della realtà: l’et-et, la grande legge dell’esistenza umana, sempre scandita da una molteplicità di polarità rintracciabile in tutta la vita in generale, ma che trova un suo specifico riscontro nella vita dell’uomo portatrice, in tutte le sue dimensioni spirituali ed esistenziali, del sistema degli opposti.

Questa polarità si presenterà con tutta la sua evidenza nel 1972, quando p. Gentili viene assegnato alla Casa di esercizi spirituali di Eupilio. Sono gli anni dei primi contatti con le forme meditative orientali: la pratica giapponese dello zazen (con padre Ugo Lassalle), la meditazione mahayana (con il corso di due monaci esuli tibetani) e la pratica yoga (con i corsi di Wanda Patt) muovono p. Antonio a fare ripetute e prolungate esperienze meditative “sul campo”, ma lo nello stesso tempo lo inducono a cercare nella stessa tradizione cristiana e nel monachesimo occidentale e orientale tracce vive e testimonianze dirette di ciò che stava esperendo con le pratiche orientali: l’opera di Thomas Merton, di Giovanni Vannucci e del gesuita Anthony De Mello gli mostrano come la svolta ad Oriente non sia altro che uno dei due movimenti del respiro dello spirito umano e divino, “i due movimenti dell’immanenza e della trascendenza, dell’autorealizzazione e della grazia divina operante la nostra salvezza, come insegna la Rivelazione cristiana”.

Sull’onda di questa intensa e, a tratti, inquieta ricerca spirituale sono da ricordare la pubblicazione del best seller Dio nel silenzio (Ancora, 1986), scritto con il padre cappuccino A. Schnoeller, nonché le riscoperte e le riletture di due libri memorabili, ma sorprendentemente sconosciuti, della tradizione mistica cristiana: La Nube della non-conoscenza (Ancora, 1981), testo apparso in Inghilterra nel tardo medioevo e incredibilmente vicino allo zazen, e Meditare (Ancora, 1983) del padre barnabita savoiardo Francesco La Combe (1640-1715) che propone una pratica silenziosa e contemplativa, suffragata da una molteplicità di richiami alla tradizione cattolica.

Al riguardo non sono da dimenticare le più recenti presentazioni e annotazioni critiche redatte per altri due, questa volta noti, classici della spiritualità cristiana: Racconti di un pellegrino russo (Ed. Paoline, 1997) e L’imitazione di Cristo (Ancora, 2018), vero libro del cuore per p. Gentili, accanto alle Confessioni di Agostino, ai Pensieri di Pascal e ai classici dell’induismo (le Upanishad e la Bhagavadgita).

L’incontro con l’Oriente si rivela, pertanto, come fonte di opportunità, ma, al contempo, anche di qualche rischio. In una parola: una sfida, come testimonia la vicenda della Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della meditazione cristiana (1989) dell’allora cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione. A sostenere il lavoro e la ricerca incessante di p. Gentili giungono, però, le parole inaspettate di san Giovanni Paolo II rivolte ai vescovi francesi (“La riscoperta dell’orazione mentale è una grazia che arriva al momento opportuno per santificare la Chiesa (…) senza questa interiorità i fedeli si sfiatano, la loro orazione diventa cembalo sonoro…”) e la pietra miliare del Catechismo della Chiesa cattolica (1992) che riprende il tema dell’orazione come “ricerca orante” che si svolge nel cuore, il nostro “centro nascosto”.

Estremamente dense e ricche di spunti interessanti per comprendere la complessità e la portata della ricerca di p. Gentili sono, in particolare, le pagine dedicate alla trattazione dei cosiddetti insegnamenti “collaterali” ai corsi di preghiera profonda, insegnamenti che si rivelano, in realtà, sostanza complementare di quel cammino teologico e spirituale sviluppato sul piano teoretico: il rapporto tra le scoperte della scienza medica e la pratica meditativa, la relazione tra il cibo e la sessualità, le ricerche sul lato umbratile e notturno della vita (la notte e i sogni), l’importanza rivolta al cibo e al digiuno, il combattimento spirituale e il “sentire” di Cristo, la morte e l’al di là.

La seconda parte del libro è più propriamente riflessiva: il dialogo stesso con l’intervistatrice presenta ritmi meno incalzanti e la scrittura, crescendo in profondità, si fa più meditativa. Il punto di partenza è dato dalla constatazione di quanto sia difficile per l’uomo moderno e contemporaneo, figlio della Riforma protestante e del razionalismo cartesiano, vivere la dimensione del sacro e intuire Dio attraverso i simboli. Il mondo, secondo la concezione moderna, si è, infatti, ridotto a un’astrazione e a un artificio in cui si è dissolta la percezione simbolica e, quindi, religiosa, del mondo e del mistero divino.

Per dirla ancora con Romano Guardini, nella visione simbolica “tutte le cose attestano se stesse, ma fanno subito presentire che non sono l’ultima realtà, bensì punti di passaggio, attraverso cui emerge ciò che è davvero ultimo e autentico: forme espressive che lo manifestano. Questo è il carattere simbolico delle cose”. P. Gentili ha, per l’appunto, affrontato lungo tutto il corso della sua vita questa sfida: riportare cioè l’uomo a sentire e a vivere simbolicamente il mondo, profondamente convinto che le realtà più alte non siano immediatamente comprensibili con la mera razionalità perché “negli ultimi secoli si è andato vieppiù perdendo il senso profondo del Mistero cristiano” e “la vita di fede, la vita spirituale o è, in sostanza, un’esperienza progressiva di penetrazione sempre più profonda del Mistero, o non è.”.

E il Mistero più grande, per l’umanità, è il Mistero dell’Incarnazione di Dio. Alla luce di questo Mistero risultano, pertanto, davvero preziose e urgentemente attuali, a motivo degli smarrimenti umani della nostra caotica età, le pagine dedicate al carattere sacramentale del corpo e le riflessioni sulla polarità maschio/femmina, caratterizzata dal riconoscimento, spesso negato, di una certa priorità del genio femminile come ulteriore conferma di quella compositio oppositorum che segna la vita intera di ogni uomo: “quando parlo di genio intendo quella capacità di amare che è impressa nel profondo del cuore di ogni donna” e che può anche “educare il cuore umano, alimentando in esso la fiamma dell’amore”.

Ed è proprio al Cuore che giunge, infine, la ricerca di p. Gentili: il centro del Centro, spazio d’incontro del solo con il Solo. La ricerca del silenzio per trovare se stessi e Dio è un cammino circolare che passa sempre, nella visione cristiana, di qui: il “miglior punto di partenza ma anche di arrivo, di ritorno”. Perché, in ultimo, è “il cuore dell’uomo che determina la sua vita” (Pr 16,9).

Luca Borrione

Romano Guardini

Grazie Luca, continuiamo nel nostro cammino, in questo itinerario spirituale, vitale, unico.

Il vuoto “pneumatico”

Parto dai significati scientifici del sintagma posto nel titolo, per arrivare in seguito al suo significato metaforico, che qui mi interessa di più, e dunque (da Enciclopedia Treccani):

pneumatico è un aggettivo [dal greco πνευματικός, der. di πνεῦμα πνεύματος «spirito»]. Nel linguaggio filosofico significa che appartiene allo spirito, riferendosi alla vita interiore dell’uomo; in particolare, nel cristianesimo dei primi secoli, e più precisamente nelle lettere di san Paolo, si intende la modalità che grazie allo spirito o pneuma divino permette di conoscere l’agire di Dio, in contrapposizione all’uomo psichico, che è cieco rispetto a Dio e segue il pneuma o spirito del mondo; la terminologia è caratteristica del giudaismo ellenistico e del cristianesimo e sarà ripresa soprattutto in alcuni orientamenti gnostici. Nel Primo secolo d. C., Ateneo di Attalia si riferiva da un punto di vista medico allo pneuma considerato come quinto elemento dell’organismo umano, in aggiunta ai quattro elementi (sangue, flemma, bile gialla, bile nera) così come considerati da Ippocrate.

Nel linguaggio scientifico si usa nella fisica dell’aria e, più in generale, degli aeriformi, ad esempio troviamo: macchina o pompa pneumatica, vuoto pneumatico. Nel linguaggio tecnico, è detto di organi o dispositivi nei quali l’aria è l’oggetto di studio principale, etc. Ma qui non siamo in ambito di studi di fisica per i quali non sono preparato. Posso dire solo, per concludere, che in fisica il vuoto non si dà, se non generato sperimentalmente, ché l’universo è composto da atomi, e loro componenti dei più vari generi e specie.

In metafora, mutuando il senso dalla fisica, si usa dire che alcuni (soprattutto i politici) nel parlare esprimono un “vuoto pneumatico”, dicendo nulla mentre parlano, come amava specificare lo storico leader socialista Pietro Nenni “la polìtique politicienne“.

Vorrei qui fare dei nomi, e qualcuno ne farò, perché il vuoto – in questo senso – è un fenomeno generalizzato.

Ascoltando il dire attuale dei politici viene in mente continuamente, almeno a me (ma non penso a me solo) il concetto di vuoto pneumatico, per dire che non dicono nulla o quasi, mentre si sforzano di esprimere concetti.

Wittgenstein non sopporterebbe il loro “vuoto”, che solleciterebbe la sua spietatezza analitica circa ciò che ha dignità di linguaggio e di ciò che non ce l’ha. Per il grande pensatore austriaco l’uomo dovrebbe parlare quando ha qualcosa da dire, non quando ha solo bisogno di emettere suoni senza senso e significato (da me parafrasato, cf. Tractatus Logico-Philosophicus).

Ascolto quotidianamente tg e flashweb notizianti e noto un continuum stilistico, salvo rare eccezioni, nel senso e nel modo che qui, come altrove, sto criticando.

Fazio, questo lo cito, eccome!, ogni sera ospita Burioni, se non Saviano. E’ una congrega che cerca di orientare il pubblico verso un autoritarismo de sinistra assai sinistro.

Conte parla di “misure poderose” evocando forse di più la motocicletta di Ernesto Guevara, la “Poderosa”, con la quale il Che con un amico attraversò il Sudamerica.

Renzi, more solito, cerca di fare l’originale citando i patrii padri, letti recentemente forse su un bignami di storia contemporanea.

Franceschini definisce “inimmaginabile” la disciplina degli Italiani mostrata in questo periodo, mostrando così di conoscere assai poco, sia la psicologia filosofica, sia (ed è assai peggio), gli Italiani.

Zinga dice “dobbiamo fare un salto in avanti”, e non si capisce se la metafora evochi un canguro, oppure un saltatore in lungo, oppure una locusta, primatista del mondo di salto in lungo, tenendo conto delle dimensioni: se Bob Beamon dovesse voler paragonarsi a una di esse dovrebbe saltare in lungo non solo 8,93 metri (record del mondo da almeno un quarantennio), ma forse 300 metri!

Dibattista, non da me volentieri atteso, torna auspicando il depotenziamento di Renzi, non si sa come, se… sopprimendolo oppure togliendogli il diritto di parola.

Salvini, insolitamente moderato nei toni, propone misure che somigliano a quelle di Gualtieri, più o meno.

Gelmini fa sforzi spaventosi per non far sembrare tutto ciò che dice a ciò che si può leggere sul gobbo in uso negli studi televisivi. Scontata.

Di Meloni non saprei che dire, se non che burberamente ulula le sue preoccupazioni.

Dimaio è rimasto ultimamente famoso per il suo clamoroso e trumpiano “coronavairus“, uscito docilmente dalla boccuccia giovinetta.

Che altro dir, se non che occorre lavorare contro il vuoto pneumatico, nutrendo il pensiero critico e la logica argomentante. Così possiamo dare un colpo a chi vuole normalizzare tutto digitalizzando il mondo, alla faccia di un’etica del Fine, dove il Fine è l’uomo stesso e la Natura nella quale è immerso, e di cui fa parte da quaranta milioni di anni.

Filosofia vs Psicologia nei giorni di Sars-Cov-2

Sicché dunque, conosco Simone da un decennio più o meno. Gli ho visto fare il liceo classico e la triennale in psicologia, della cui tesi di laurea son stato co-relatore. Ora sta preparando la magistrale, sempre in azienda, come la precedente, e sempre con un interesse forte vòlto alle persone, sia che siano in condizioni di “normalità”, sia che siano un poco… stressate. Gli ho inviato in lettura (lui è attento e curioso) un articolo del prof Perissinotto di Cà Foscari sul tema del rapporto fra Filosofia e Psicologia.

Lo ha commentato con cura, mi ha scritto come si scrive a uno “zio”, e io gli ho risposto con un’ulteriore riflessione. Riporto di seguito, prima il suo pezzo e poi il mio.

William James

Ciao Renato,
Volevo farti un breve commento su quanto inviatomi:

1° nota: 20. (si riferisce, ovviamente, al testo di Perissinotto, ndr) Da dove lo prendiamo quel concetto di ‘pensare’ che vogliamo trattare qui? Dal linguaggio quotidiano. Ciò che per primo dà un indirizzo alla nostra attenzione, è la parola «pensare». Ma l’uso di questa parola è ingarbugliato. E non potremmo aspettarci che non lo sia. E questo, naturalmente, si può dire di tutti i verbi psicologici. Il loro impiego non è così chiaro, e così facile da afferrare con un colpo d’occhio, come quello, ad esempio, dei termini della meccanica.

Il concetto di pensare è molto importante. Parto dalla filosofia e dalla mia educazione classica per affermare che pensare è l’atto cognitivo che ci permette di conoscere. Diversi autori ne hanno discusso, seppur utilizzando terminologie differenti, sostenendo quanto il pensiero favorisca una maggiore conoscenza di sé. Aristotele parla di “anima”, come ragione e “io consapevole”, come la sede dell’attività pensante ed eticamente operante. Inoltre, pensare all’interno di un ordinato scambio di domande e risposte (la maieutica) favorisce la verità e la conoscenza. Cartesio scrive “cogito ergo sum”, una delle fasi più emblematiche della storia filosofica, nella quale si sottolinea l’inscindibile binomio pensiero – essere presente. Tuttavia il pensiero non aiuta solo a conoscere se stessi, ma anche il mondo circostante. Ecco allora Platone e il suo percorso graduale di conoscenza, Aristotele e il sapere diviso in scienze teoretiche, pratiche e poetiche, Plotino e l’idea delle sensazioni chiare – i pensieri intelligibili e i pensieri oscuri – le sensazioni etc..

Nella psicologia, è stato l’obiettivo di ricerca di molti studiosi quello di capire come funzioni il nostro modo di riflettere (verbo che seppur usato come sinonimo, mi da un’idea di pensiero più profondo del semplice pensare), scatenando diverse scuole di pensiero, tra tutte ne cito una, il cognitivismo in cui si intravede la metafora dell’uomo elaboratore, dell’esistenza delle mappe cognitive, rappresentazioni spaziali, nodi concettuali di conoscenza che, interconnessi tra di loro, influenzano il comportamento. Cito poi la psicologia sociale, che ha aperto il mondo delle euristiche, ai pregiudizi e agli stereotipi, che influenzano molte volte negativamente i nostri comportamenti e modi di essere.

Poche citazioni per mostrare come filosofia e psicologia siano intrecciate. Interpreto l’aggettivo “ingarbugliato”, intendendolo così: il concetto di pensare è ampio, ci sono tanti aspetti che possono ramificarsi, pensare – auto-conoscenza, pensare – memoria, pensare – conoscenza dell’ambiente circostante, pensare – euristiche, pensare – comportamento. Non sono convinto cosa si intenda per “verbi” psicologici, se si considerano altri costrutti psicologici, posso dire di sì, ce ne sono diversi che non hanno una definizione chiara e immediata. Lo è la stessa chiamata professionale.

“Se la filosofia possa in qualche modo o senso interferire con la psicologia. La risposta è negativa. Mi piace molto questa frase, perché non c’è un contrasto tra loro, ma è come se si abbracciassero, e così dovrebbe accadere tra coloro che sono dall’una o dall’altra parte quando ci si incontra. E noi ne siamo un esempio e sicuramente tu hai ancor più casi in cui puoi dire che succede questo e casi in cui sfortunatamente non succede. Se mai avrò un mio ufficio HR, stai sicuro che un filosofo farà parte del mio staff.

Un saluto caloroso,

Simone

eeh, la miseria, Simone! Che 25 Aprile”
Che trattatello. E non fa una grinza. Hai ripreso in sintesi molto bene quasi tutti i bandoli dell’ingarbugliata matassa.

Aggiungo solo poche considerazioni: bisogna evitare di avere un atteggiamento epistemologico anacronistico e sbagliato, e con ciò voglio dire che molti, su ambedue le “sponde”, quella psicologica e quella filosofica, tenta (l’atteggiamento epistemologico) di separare nettamente – contrapponendole – le due discipline, affermando che appartengono a due plessi disciplinari molto diversi (più “scientifico” nel senso “gentiliano” del termine per la psicologia, e più “umanistico”, sempre invocando Giovanni Gentile per la filosofia), e lo spiego, non annoiandoti, spero.

La distinzione tra scientificità e umanesimo non va collocata redigendo una tassonomia rigida, rispettivamente, come fra:
a) biologia, fisica, matematica, geologia, (e magari psicologia nella sua “versione” contemporanea, non classica, poiché fino a James più o meno coincideva con la filosofia razionale, precedente “nome” della psicologia anche a livello accademico), etc. e
b) letteratura, storia, filosofia, antropologia culturale, metafisica, logica (magari in comproprietà con la matematica).

Questa distinzione va collocata invece sul piano epistemologico, in questo modo, e so che – nel mio piccolo – questa distinzione sta venendo accettata in alcuni ambienti: è “umanistico” ogni sapere che si pone nell’ottica dell’interesse per l’uomo e per il suo destino, ed è “scientifico” ogni metodo che abbia un sistema di ricerca condiviso dall’ambiente in cui si produce . Un primo esempio:

  1. un astrofisico si pone una domanda “antropica” come questa: perché il mondo, l’universo esiste e non no?, bene, in quel momento quello studioso si configura come “umanista; un secondo esempio:
  2. un glottologo che studia un antico dialetto uralo-altaico, da linguista operativo e docente presso la Facoltà dei Lettere, costruisce tabelle tassonomiche precise degli etimi e dei morfemi, in quel momento quel ricercatore è uno scienziato.
    Non so se sono riuscito a spiegarmi, Simon, ma penso di sì.

Tornando a noi, circa il confronto e la collaborazione fra psicologia e filosofia, questo è non solo auspicabile, ma anche necessario, poiché le due discipline, proprio nelle loro declinazioni contemporanee, possono esserlo in quanto hanno due approcci diversi, più pragmatico quello psicologico e più teroretico-generalistico quello filosofico (pur non mancando oggi la presenza sul “mercato” della filosofia pratica, cioè la Philosophische Praxis socratica, rinata in questi decenni con il prof Gerd Achenbach in Germania, e in Italia, tra altri, con Neri Pollastri, Stefano Zampieri, Chiara Zanella, Marta Mancini, Davide Miccione, Andrea Poma, Giorgio Giacometti, Umberto Galimberti, Pier Aldo Rovatti, Massimo Recalcati, e… Renato Pilutti, oso citarmi umilmente, etc.).

Da un lato, però, gli psicologi, a partire da chi dirige il loro Albo, non dovrebbero essere “gelosi” dei filosofi, quasi come se questi gli “portassero via il lavoro”, dall’altro i filosofi dovrebbero accettare il contributo conoscitivo delle scienze psicologiche contemporanee, nelle loro varie declinazioni e scuole: tu citi opportunamente il cognitivismo, che peraltro appartiene in toto all’aristotelismo storico, ma anche a John Locke e David Hume, autori di saggi decisivi sull’intelletto e sulla ragione umana. E poi la psicologia sociale, così importante. Anche la tua citazione di Descartes e del suo “cogito” (che sai essere anche molto “agostiniano”) è opportuna.

Accanto al cognitivismo, inoltre, non trascurerei di citare altre due linee di pensiero che creano “ponti” fondamentali tra psicologia e filosofia, la psicologia umanistica di Carl Rogers, Michel Foucault per la psicologia sociale, e l’olismo di Gregory Bateson.
Da ultimo, come non ricordare, insieme, tu e io, la psicoanalisi del dott Freud, di Jacques Lacan, di Binswanger, così cara al mio collega Giacometti e, ancora di più forse, l’analisi del profondo di Karl G. Jung?
Molto, moltissimo, filosofia e psicologia possono fare, ciascuna nel proprio ambito, anche attraverso “aree di tangenza” che vanno chiarite e sviluppate:
– la psicologia con le sue possibilità classificatorie dei fenomeni e degli epi-fenomeni individuali e relazionali, intrinseci alla persona umana ed estrinseci alla stessa versus gli altri e la società,
– la filosofia con la sua ricerca sul senso delle cose e della vita, nonché sulle declinazioni possibili di un’etica scientifica.

Ambedue i saperi devono essere intesi e considerati come “scienze umane”, dove l’umano identifica l’area semantica di scienza, e viceversa.

Buon 25 Aprile, caro Simon, e continua così con questa tua passione per il sapere.
Tu sai che io nel mio piccolo e nella mia “seniorità” tengo molto alla crescita di giovani che, come te, hanno voglia ed energie per crescere e per dare una mano a chi gli sta attorno, sul lavoro e fuori.
C’è speranza, mandi

renato (o zio renato, come che tu vus, as you like, como prefieres, sicut tibi gratus est, come vuoi)

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