Renato Pilutti

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Fuzzy Leadership

Leadership richiede nella traduzione italiana quasi un giro di parole: “capacità di condurre persone, motivandole, e mantenendo la responsabilità dei risultati“. Più o meno.

Il discorso sulla leadership è scontato in ogni convegno politico, organizzativo, economico …

I manuali di organizzazione da qualche anno stanno proponendo anche un’evoluzione del concetto con l’aggiunta di due aggettivi: “diffusa” e “situazionale”.

La leadership diffusa sarebbe una specie di capacità-competenza condivisa da un gruppo di lavoro, dove tutti sono in grado, alternandosi, di guidare le altre persone, o di proporre soluzioni eccellenti; quella situazionale sarebbe una specie di leadership correlata in modo puntuale ai momenti e ai luoghi, sempre diversi e sorprendenti per l’agire umano, attivabile da chiunque, lì, sia in grado di pensare la cosa giusta da fare.

Osservo che forse sta emergendo la consapevolezza di un nuovo, ulteriore tipo di leadership: come può esistere in matematica una logica fuzzy, cioè indefinita e confusa, anche nell’ontologia della leadership si può dare una sua modalità fuzzy.

Non nego che mi capita di sperimentarla sempre di più, e sempre più spesso. E’ senz’altro legata alle competenze trasversali e antropologiche dell’agire organizzativo.

Sempre di più oggi i gruppi dirigenti hanno bisogno di consigli e orientamenti che siano originati da posizioni “disinteressate”, fuori schema e fuori gerarchia, cosicché si possano ipotizzare percorsi e decisioni insolite, discontinuità organizzative e apparenti paradossi logici.

Chi governa, il decisore, sempre più spesso ha bisogno di cercare orientamenti nel pensiero libero e creativo di chi riesce a stare fuori  (dei) e dentro i processi decisionali, contemporaneamente.

La Fuzzy Leadership è anche un buon antidoto contro la prepotenza, la presupponenza dei decisori solitari, solipsisti e autoreferenziali. E’ un antidoto contro la superbia intellettuale, il peggior vizio morale dell’anima.

Ratio operandi

Ratio operandi  è il titolo di un ciclo di conferenze sulla cultura della persona e dell’impresa che la Facoltà teologica dell’Emilia Romagna, cui afferisco, organizza da alcuni anni. Un prossimo tema che contribuirò a trattare a febbraio è quello del potere direzionale in azienda (cfr. art. 2086 del libro V del codice civile).

Sappiamo che l’imprenditore può delegare il potere anche a suoi collaboratori primari,  dirigenti e responsabili di aree o funzioni specifiche. L’esercizio del potere pone immediatamente questioni di carattere antropologico, etico e psicologico. Il potere si esercita mediante l’autorità ad esso connessa in due modi, che sono l’autoritarismo e l’autorevolezza.

La tentazione dell’autoritarismo è sempre forte, specie in personalità caratterizzate da autostima espansa, che è controproducente per chi la vive e per gli altri, esattamente come l’autostima bassa, e provoca non lievi danni. Si tratta di una modalità espressiva che conculca le personalità e le potenzialità altrui, e quindi fa del male all’azienda, poiché frena la creatività delle persone che collaborano con la persona autoritaria.

L’autoritarismo è una scorciatoia cognitiva e morale. Chi vive e pratica questo stile è di solito una persona solo apparentemente sicura di sé, ma in realtà debole e incapace di farsi valere mediante il convincimento razionale degli altri. Preferisce, se contraddetto, la minaccia, a volte esplicita e a volte velata, alla fatica del discorso logico-argomentativo, tipico di una mente razionale e di uno spirito ragionevole.

Di solito si attornia di yesmen, collaboratori dal carattere fragile e dalla personalità sbiadita, i quali tendono ad assecondarlo facendo anche finta di volergli bene. In realtà, nel momento in cui l’autoritario cadesse in disgrazia sarebbero i primi a mostrare il pollice verso. Un autorevole saggio di Hugh Freeman ci conferma in questa nostra tesi. Nel libro Le malattie del potere, Garzanti, egli racconta come molti leader politici, militari e dell’economia (Hitler, Stalin, Roosevelt, Thatcher, Hailè Selassiè, etc.), in realtà, fondassero la loro attitudine al comando su sentimenti e relazioni umane spesso negative, causando alla fine, soprattutto in alcuni casi, anche disastri immani.

L’autorevolezza è invece figlia di competenze vere, caratteristica di una personalità integrata tra la dimensione razionale e la dimensione emotiva, e conseguenza di principi morali solidi. Di solito non ha bisogno di manifestazioni esteriori di tipo narcisistico o vanaglorioso (si legga in proposito il Miles gloriosus di Plauto dove il personaggio di Pirgopolinice, cioè il “vittorioso di torri e città”, è lo spaccone o fanfarone, che alla fine…).

Questo peraltro accade anche in politica, dove i capi preferiscono personalità gregarie piuttosto che valorosi competitors, i quali, se accettati, farebbero crescere i capi stessi e la forza politica.

L’azienda, a differenza della politica, però, oggi meno che mai può permettersi una situazione di stress  generato dall’autoritarismo.

Anche un certo tipo di linguaggio favorisce l’acquiescenza all’autoritarismo. Preferire l’espressione “il mio capo”, invece che “il mio responsabile” non va nella giusta direzione, perché alimenta a livello sia conscio sia inconscio un processo mentale di irrigidimento nella condizione riconosciuta e molto spesso anche troppo lodata. A volte si usa per brevità questa espressione, ma  così facendo si avallano le tendenze meno nobili ed evolute, che sono spesso insite nel cuore umano, nascoste alle persone stesse.

Dei Diritti, uno scivolamento semantico

La constatazione di una “crisi culturale[1] strutturale”, la quale è costituita da più elementi: crisi di identità individuale e sociale, incertezza sul futuro, declino demografico, etc., dà conto di una prima, attuale “circolarità negativa” visibilissima, che si può ritenere -nel contempo e reciprocamente- causa/effetto di assoluta evidenza.

Questa “circolarità negativa” si manifesta nel modo di essere delle persone, nelle loro incertezze, nel disorientamento diffuso, nella difficoltà di comprendere i macrofenomeni della mondializzazione e del rimescolamento etnico-religioso-culturale in atto, e, infine, nella messa in questione di principi (o valori o, per meglio dire, virtù) che fino a pochi decenni fa apparivano fondamentali (umiltà, disponibilità all’ascolto, obbedienza, prudenza, e così via).

Probabilmente la “matrice essenziale[2] di tale crisi è individuabile innanzitutto nella prospettiva pseudo-razionalista di uno scientismo che -con la sua arroganza[3] ha finito per mettere in questione le stesse condizioni di possibilità di una epistemologia cognitiva aperta, cioè di un processo di conoscenza del reale “certa ed evidente”, e nel contempo disponibile ad ammettere condizioni di impossibilità di mostrazione empirica di tutto ciò che si osserva. Infatti, la prospettiva pseudo-razionalista pone come unicamente plausibile una conoscenza derivante solo dalla sperimentazione scientifica tout court.

Questa impostazione, negando ogni valenza di dignità razionale a ciò che sfugge all’analisi scientifica così com’è oggi, impoverisce in maniera decisiva la possibilità di approcci umanistici integrati, che comprendano anche la realtà della ricerca spirituale delle filosofie e delle religioni, bellamente ignorando che il “senso del sacro”, come insegnano anche gli antropologi atei, appartiene all’uomo di tutti i tempi e di tutte le regioni del mondo.

Ciò ha inficiato -conseguentemente- anche la possibilità di declinare un “sapere etico” fondato su “principi di certezza”, come scienza del giudizio sull’agire libero dell’uomo, dove l’uomo stesso è soggetto e oggetto del suo agire, e fine prossimo dell’agire stesso.[4]

L’impossibilità di una “conoscenza certa ed evidente” dei principi pone in questione l’insieme del processo cognitivo dell’essere umano.

I dibattiti infiniti (e ferocemente ideologici) sui temi di “etica della persona”, cioè sulla vita umana, di questi ultimi anni, lo testimoniano.

La vicenda di Eluana, la fecondazione assistita, l’aborto, il tema delle droghe sono stati e sono temi raramente declinati con il criterio dei saperi interdisciplinari (filosofia, diritto, biologia, medicina, etc.), e più spesso sono stati oggetto di furibonde polemiche, grida scomposte e liti politiche.

Ciò sta anche a significare come lo stesso, tuttora immenso e in molte parti del mondo negletto, tema dei “diritti fondamentali della persona” (a sessantadue anni dalla Dichiarazione dell’ONU) stia semanticamente scivolando verso una accezione tesa a sottolineare prioritariamente i “diritti civili individuali” (testamento biologico, matrimonio gay, etc.), perdendo progressivamente di vista ciò che costituisce il fondamento dei diritti stessi, l’aggancio alla politica e al sociale, la sua natura comunitaria e collettiva (diritti politici e sociali).

Un altro aspetto della “deriva culturale attuale” è costituito dalla pervasività della comunicazione [5], resa possibile dalla Rete globale e dagli strumenti connessi, oramai alla portata di tutti. Sta perfino crescendo la generazione dei “digitali nati”, dodici/quindicenni che preferiscono la comunicazione informatica al dialogo diretto con l’altro.

Il rischio di questo scenario è duplice:

–         innanzitutto, a) proponendo una massa smisurata di informazioni rende molto difficile l’individuazione di criteri di scelta e discernimento tra le notizie e i dati disponibili,

–         e b) sposta il focus della comunicazione dal suo stesso fine che è la relazione dialogica -che prevede un adeguato “investimento emotivo”- allo strumento, con una confusione perniciosa di mezzi e fini: il telefonino con il quale si producono sms diventa il canale privilegiato della relazione intersoggettiva, non solo della comunicazione operativo-formale.

Da ultimo, si può dire, che anche la politica ci mette del suo: da un lato con la tendenza alla personalizzazione delle opzioni partitiche (abbiamo sempre più “cognomi/simbolo di partito”, o loghi che cambiano al variare della loro “vendibilità” politico-elettorale) e al rischio di creazione di nuove oligarchie, dall’altro con l’incapacità di declinare un riformismo reale, che esca dalle dichiarazioni per incarnarsi in fatti e decisioni coraggiose (si veda il conservatorismo di certi “sindacati e partiti progressisti”, e l’ossimoro ci sta tutto!).


[1] In questo caso l’aggettivo “culturale” va inteso tenendo conto del campo semantico di maggiore ampiezza (come nel termine tedesco di “Kultur”), che comprende l’insieme degli elementi che costituiscono il “modo d’essere di un popolo”, non solo nel senso più ristretto di “insieme di saperi”. Va inoltre considerata principalmente come una “specifica” del nostro mondo occidentale, pur non essendone esenti gli “altri mondi”, come l’Islam o l’Oriente, che è destinato nei prossimi decenni ad una primazia planetaria, e non solo sul piano economico.

[2] Nel senso proprio di “datrice di sostanza, di effettività”.

[3] Cfr. certe affermazioni e scritti recenti di U. Veronesi, R. Dawkins, M. Hack, P. Singer, e, per certi aspetti, anche P. Odifreddi, P. Angela e altri. Con ciò non si vuole certamente dire che la ricerca scientifica non debba procedere, così come si muove l’intelligenza umana, ma agendo su uno sfondo di umiltà, sola virtù che fa accettare il limite connesso con l’intelligenza stessa dell’uomo.

[4] Andrebbe indagato con cura anche un certo “lascito sessantottino”, soprattutto per la perdita di vista di una corretta antropologia delle relazioni: la confusione padre/amico nasce da lì con conseguenze perniciose.

[5] Un altro elemento da approfondire è il ruolo della televisione, che in questi ultimi trent’anni ha contribuito a sedimentare un humus culturale -peraltro in tutto l’Occidente e non solo- che ha favorito la perdita di vista di una autonomia di giudizio e di scelta personale. Parliamo del condizionamento psicologico e morale individuale e collettivo provocato dal sistema mediatico.

La Lezione di Pomigliano

Alcune migliaia in corteo, quelli che volevano mostrare di voler lavorare, altri (non molti) su un ponte con cartelli dove era scritto “servi del padrone”. La vicenda Fiat di Pomigliano d’Arco è emblematica anche in queste immagini.

La Fiom non ha firmato, perché ha ritenuto che il documento della Fiat contenesse violazioni patenti del contratto di lavoro e di alcuni princìpi costituzionali e legali, che questo sindacato definisce indisponibili.

Gli altri sindacati hanno firmato e i lavoratori hanno abbastanza largamente approvato (con il 62,4%) il documento che (forse) sbloccherà gli investimenti e un progetto di reindustrializzazione.

Il tema è molto complesso. Proviamo a riflettere. La Fiat ha proposto un documento che cerca di garantire per vie regolamentari comportamenti e doveri abbastanza rigidi, per combattere l’assenteismo cronico.

La Fiom contesta che vengono lesi diritti fondamentali, come il pagamento della malattia nei primi tre giorni, il non rispetto dell’equivalenza delle mansioni nel caso di mobilità interna, il ricorso alla cassa integrazione straordinaria senza rotazione, e così via. E chiama il testo aziendale “ricatto”.

Il referendum del 22 giugno ha poi sancito che la maggioranza “qualificata” dei lavoratori è stata disponibile a condizioni di lavoro giuridicamente un po’ più restrittive.

Siamo sempre al vecchio tema dei cosiddetti “diritti acquisiti”. Vi è chi li ritiene intangibili, come fossero “diritti fondamentali della persona” (così definiva l’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori Sergio Cofferati nel 2003, facendo confusione logica e semantica). Manca spesso un po’ di formazione linguistica e filosofica a qualche responsabile. E vi è chi li ritiene – come chi scrive –  diritti storicamente dati, ma da collocare nel reale processo della storia e della storia economica. Riassumiamo, solo per memoria e onestà intellettuale: si danno diritti inviolabili e indisponibili, come il diritto alla intangibilità della persona, ad una vita dignitosa, all’istruzione, alla salute, etc., che sono diritti, si può dire, di ordine “naturale”, riconosciuti dalle legislazioni delle grandi democrazie moderne. Essi costituiscono la base dei diritti civili, i quali innervano la convivenza democratica, così come i diritti sociali, dei quali fanno parte gli ordinamenti del welfare e la contrattualistica legale e sindacale.

Confondere questi ultimi con i primi definendoli inviolabili – in quanto comunque acquisiti – è un errore logico e un non senso etico-giuridico. Per definizione, ciò che diventa diritto positivo, se non viola i diritti fondamentali della persona, può essere emendato e modificato, in una prospettiva congiunturale eticamente accettabile. In questo caso Fiat non ha avuto torto a proporre il suo documento, anche se costituisce un certo arretramento nelle garanzie soggettive dei lavoratori, e la Fiom ha comunque diritto di protestare. Sorge a  questo punto un quesito: se si pongono delle scelte fra beni di livello e natura diversa, là dove si individua una gerarchia di valore, come nel caso di Pomigliano d’Arco, se ne deve tenere conto o no? Logica vuole che se ne debba tenere conto: infatti, si deve porre sui piatti della bilancia due ordini di beni, in questo caso l’“occupazione”, che si può qui definire “bene maggiore”, e i “diritti acquisiti” considerabili, dunque, come “bene minore”, tra i quali è razionalmente doveroso discernere. Sceglierò allora – secondo prudenza e coscienza – il “bene maggiore”, riservando a tempi migliori la possibilità di ricontrattare i livelli del “bene minore”.

Retribuzioni ed Equità

Qualche settimana fa in un articoletto pubblicato su un settimanale tra i più diffusi si spiegava che recentemente il Parlamento aveva votato all’unanimità  e senza astenuti un aumento di stipendio per i parlamentari  pari a circa 1.135,00  Euro al mese. Inoltre pare che la mozione sia stata trattata in modo tale da non risultare nei verbali ufficiali. La loro situazione stipendiale attuale è questa: Euro 19.150 complessivi al mese, di cui circa Euro 9.980 di stipendio; per “portaborse“ circa Euro 4.030 al mese (a volte si tratta di un parente o familiare); per spese di affitto a Roma rimborso di circa Euro 2.900 al mese; per indennità di carica da Euro 335 a circa 645 mensili (questi esentasse); telefono cellulare, tessera del cinema, tessera dell’autobus – metropolitana, francobolli, viaggi aerei nazionali, pedaggio autostrade, piscine e palestre, ferrovie dello Stato gratis, e altre agevolazioni per cliniche, assicurazioni. Con un lauto stipendio corrente hanno diritto alla pensione dopo 35 mesi in parlamento, mentre i cittadini-lavoratori la maturano dopo 35/40 anni di contributi. Poi vi sono i privilegi degli ex presidenti di Camera e Senato i quali hanno a disposizione a Roma un ufficio, una segretaria, l’auto blu e una scorta. Quando gli si chiede conto di ciò, sempre all’unanimità, destra – sinistra – centro, i parlamentari si “giustificano” dicendo che per legge  i loro emolumenti sono agganciati a quelli dei magistrati di primo livello (anche lì dunque…). Si può far notare che in Germania e Francia i parlamentari percepiscono una somma che è circa la metà del compenso italiano, paragoni ragionevoli, perché la Francia ha più o meno la stessa popolazione e lo stesso Pil italiano, e con la Germania, che è il più popoloso e produttivo paese dell’Unione Europea, condividiamo dei sistemi di welfare abbastanza simili. Trattati in modo abbastanza analogo come stipendio base sono i consiglieri regionali, e in modo ancora più dovizioso i parlamentari europei (!). Lì le cifre sono da scandalo, pietra di inciampo logico e morale. Sull’altro lato della vita italiana, invece troviamo trattamenti economici per persone che comunque devono far sbarcare il lunario alla famiglia: 900/1000 Euro al mese un impiegato diplomato neo-assunto, altrettanto un operaio generico, 1200/1300 un ingegnere iunior, 1400/1600 un operaio specializzato, circa 1800/2000 un capoufficio amministrativo, sui 2000/2500 un quadro con responsabilità gestionali, tecniche e commerciali non banali, dai 3600/3800 ai 4500/5000 Euro netti al mese un dirigente con responsabilità di business, amministrative, tecniche, commerciali: una figura professionale che è ordinariamente licenziabile . Oltre queste cifre vi sono pochissime figure apicali nei settori privati di questa nostra regione e in Italia. Anche nel pubblico impiego la situazione retributiva è più o meno la stessa, tra cui gli insegnanti sono tra i peggio pagati d’Europa, e questo è un altro scandalo, mentre non poche figure dell’accademia, ottimamente trattate, non splendono per efficienza e resa. Il rischio implicito nell’affrontare questi argomenti è sempre quello di polemizzare in modo demagogico e populistico, la qual cosa non giova ad argomentare con la dovuta pacatezza e lucidità. Scontando ciò, e raccomandando a me stesso e al lettore di moderare la scontata incavolatura, si tratta di chiedersi come si può fare per modificare una situazione così evidentemente abnorme, proprio nello spirito del rispetto di un’etica dell’equità sociale (non dell’eguaglianza, che è un altro principio demagogico e populista, o altrimenti si deve considerare sul piano della dignità, che ci fa tutti eguali).

Le nuove frontiere del marketing

http://www.ant2work.it/writable/news/attachments/P_64_A.pdf

Innovazione e Ricerca ecco il caso Keymec

E’ possibile visualizzare il mio articolo sul caso Keymec

http://rassegna.uniud.it/rassegnastampa.2007-02-14.2882267158/MESVENUDINEX_Innovazione_e_ricerca.pdf/allegato1

Redditi e benessere in tempi di crisi

Estratto dalla rubrica che curo sul Messaggero Veneto

Redditi e benessere in tempi di crisi

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