Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Madame Boone non dica sciocchezze… e bravi Draghi, Mattarella e Meloni. Viva l’Italia!

La ministra francese Laurence Boone ha alzato il ditino per ammonire la nuova maggioranza italiana a “non toccare i diritti”.

La Liberté di Eugene Delacroix

Cito alla lettera: “Vogliamo lavorare con Roma ma vigileremo su rispetto diritti e libertà“. Lo dice – in un’intervista a Repubblica – Laurence Boone, nuova ministra per gli Affari europei del governo francese, per la quale “è importante che il governo Meloni resti nel fronte europeo contro Mosca e in favore delle sanzioni“.   

Rispetteremo la scelta democratica degli italiani – afferma- L’Europa deve rimanere unita, in particolare nell’affrontare la guerra che la Russia ha dichiarato in Ucraina, con le sanzioni che abbiamo adottato. Su questo punto, Meloni ha espresso chiaramente il suo sostegno a ciò che l’Europa sta facendo. Dopodiché è chiaro che abbiamo delle divergenze. Saremo molto attenti al rispetto dei valori e delle regole dello Stato di diritto. L’Ue ha già dimostrato di essere vigile nei confronti di altri Paesi come l’Ungheria e la Polonia“.   

Napoleone Boone ha detto, augh. Arrogante signora! “Vigileremo…”, dice lei, poi dirò io.

Primariamente, mi fa incazzare TUTTO dell’intervento della maestrina Boone, TUTTO, toni e testo. Se avessi l’indirizzo della donna (ma confido nella potenza del web, che arriva ovunque come uno “spirito santo” tecnologico) le invierei questo testo con l’immagine del quadro di Delacroix, che il grande pittore francese dipinse per rappresentare il valore principale della Grande Revolution, la Libertè, che assieme all’Egalitè e alla Fraternité segnò con forza quel cambiamento radicale, essenziale per la storia dell’Europa e del mondo. Noi siamo nel mondo che la Rivoluzione Francese ha contribuito a costruire, e crediamo nei valori di questo mondo, cara Boone!

Ha ragion d’essere che io pubblichi qui sopra il dipinto di Delacroix, benedetta donna!

E’ offensivo che lei ritenga opportuno farci questa raccomandazione. Offensivo per la raccomandazione in sé, e offensivo per il modo con cui la fa.

E’ una raccomandazione superflua e pertanto inutile, ed è una raccomandazione top-down, che presuppone una superiorità della Francia sull’Italia, per quanto riguarda lo spirito democratico e di rispetto dei diritti civili e sociali fondamentali, e pertanto è offensiva.

Il superioriy complex che traspare dalle frasi della Boone è insopportabile.

La Francia ha queste caratteristiche e questi problemi. Anche la lingua francese presenta una certa allure da primadonna. Sempre elegante, ma fastidiosa, talvolta, quando si inflette in gorgoglii e piccole raucedini da pronunzia fricativa delle consonanti liquide.

La Boone la rappresenta benissimo, la Francia, peraltro come il presidente Macron, bellino, educato, ricco, fortunato, potente. Forse un po’ solo.

E vengo alla breve lezioncina di storia per la Boone.

Se lei ritiene di “vigilare” sul rispetto dei diritti in Italia, siccome noi Italiani non “abbiamo l’anello al naso”, come per quasi due secoli i Francesi hanno pensato degli Africani e degli Indocinesi, devo ricordarle ciò che hanno fatto i militari francesi nelle “colonie”, appunto, in Vietnam, nell’Africa Equatoriale, Mali, Niger…, in Algeria?

Devo ricordarle i massacri di indigeni, cioè di abitanti autoctoni di quelle terre? Il loro sfruttamento economico e sociale? Devo ricordarle quanto recenti sono stati i processi di liberazione nazionale di quelle Nazioni?

Vogliamo ricordare ciò che ha fatto in anni recenti il presidente Sarkozy in Libia per impedire che l’Italia avesse un rapporto più proficuo con la Libia?

Non mi si risponda che anche gli Italiani non sono stati “brava gente” in guerra e nelle politiche coloniali. Conosco bene ciò che hanno fatto il maresciallo Rodolfo Graziani (uno che sarebbe stato meritevole di fucilazione) in Africa, o il generale Alessandro Pirzio Biroli (sotto il quale combatté mio papà, che assistette alle stragi, inerme e triste, come mi raccontò, avendo dovuto lui stesso uccidere, da lontano con la mitragliatrice, e all’arma bianca in una occasione quando fu aggredito mentre montava di guardia, non mi seppe mai dire se da un serbo cetnico o da un serbo titino) nei Balcani e mi fermo qui, e non per mancanza di nomi di capi militari criminali da citare.

Non facciamo gare tra chi ha commesso più abominii anti umani: la Francia comunque quantitativamente ne ha compiuti di più. Torniamo ai diritti.

E dico alla signora Boone: si studi la Costituzione della Repubblica Italiana e avrà la risposta ai suoi dubbi. NON tema che gli anticorpi democratici ITALIANI non vigileranno a sufficienza sul rispetto dei diritti, anzi lo faranno ad abundantiam, senza che lei si periti di alzare il suo ditino di laureata della Sorbonne o della L’École nationale d’administration.

Caro amico lettore, ti esorto, VAI A VOTARE!

Mi rivolgo a te in modo confidenziale, caro lettore, con il “tu”, come mi pare peraltro faccio sempre. Ma stavolta più convinto, di questo “tu”.

Il primo Presidente della Repubblica Italiana avv. Enrico De Nicola firma la carta Costituzionale

L’articolo 48 della Costituzione della Repubblica Italiana parla del diritto-dovere di partecipare a tutte le consultazioni elettorali, che siano politiche o amministrative, ovvero referendarie, in base al suffragio universale che in Italia esiste SOLO dal 1946, quando furono ammesse al voto anche le… donne!!! Evviva. Eccolo:

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività.”

Una bella novità in tema, questa volta, è che possono votare per il Senato della Repubblica anche i diciottenni, mentre fino al 2018, alle precedenti consultazioni politiche, il limite era di 21 anni.

Forse, però, la più grande novità, prevista da una Legge dello Stato, è il cambiamento radicale dei numeri di deputati e senatori, che passano, per la Camera dei deputati, da 630 a 400, e per il Senato della repubblica da 315 a 200.

La normativa di merito è la seguente: detta legge costituzionale prevede la riduzione del numero dei parlamentari, da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori elettivi. La proposta di legge costituzionale A.C. 1585-B è stata approvata in via definitiva dalla Camera dei deputati, nella seduta dell’8 ottobre 2019, in seconda deliberazione.

Anche qui, dico evviva, perché non mi convincono i critici di questa riforma, che sostengono sia avvenuta una riduzione effettiva della rappresentanza democratica. Io penso che non sia vero per la semplice ragione che basta che questa rappresentanza sia equamente distribuita fra i territori e le popolazioni, anche se, in questa tornata, il modello soffre di una legge elettorale, il cosiddetto “rosatellum” che costituisce l’ennesima fallacia (si pensi che un modello precedente era chiamato “porcellum” dallo stesso suo estensore, l’on. Roberto Calderoli della Lega che, dopo averlo scritto, si accorse “che faceva schifo”, parole sue, più o meno come l’attuale “rosatellum“); per la cronaca tra i due sistemi qualcuno ebbe anche cuore di proporre il cosiddetto “italicum“, anch’esso fortemente deficitario sotto il profilo della rappresentanza in materia di sistema elettorale.

Il sistema elettorale è comunque ancora una volta da cambiare per trovare una sintesi tra le esigenze della rappresentanza degli elettori e le esigenze della governabilità, come proponeva Craxi quarant’anni fa, morto in esilio, non più colpevole di corruzione degli altri politici del tempo.

E vengo alla campagna elettorale che è giunta agli ultimi giorni utili. Qualcuno dei partecipanti a questa campagna ha osservato come questa sia la più stupida a memoria di elettore italiano. Condivido. Stupida, sgangherata, insensata. Parto dall’ultimo aggettivo: insensata, perché avrebbe potuto svolgersi regolarmente tra cinque mesi, come previsto dal quinquennio costituzionale; sgangherata per il livello del dibattito politico; insensata perché il Governo Draghi è caduto su una impuntatura de minimis (il termovalorizzatore di Roma) attuata dall’ineffabile, per me insopportabile, mediocrissimo, dandy foggiano, cioè Conte, supportato dal ghignante ignorante improvvisato scappato di casa segretario della Lega, e dalla tiepidezza di Berlusconi.

Non cito Meloni, perché – coerente nel tempo – questa donna, che spero non diventi Capo del Governo, ma se lo diventerà sarà una scelta perfettamente democratica, cari voi che contestate questa verità, ha ottenuto ciò che chiedeva da anni. Non salvo nemmeno il PD, che da quasi un quindicennio, dai tempi di Veltroni, ha guide deboli e incapaci, salvo forse il miglior periodo del primo Bersani che fece delle riforme dignitose come ministro, e della prima fase di Renzi. Zingaretti stia nel Lazio e Letta torni mestamente a Parigi. Quest’ultimo mi deprime, addirittura. Degli altri non mi curo, salvo il dire, più avanti, qualcosa del cosiddetto Terzo Polo, che è sorto in vista di queste elezioni anticipate.

Resto sulla politica. Che idee propongono i vari contendenti per la nostra (parzialmente) disgraziata Italia? Provo a sintetizzare: a destra il trio Berlusca, Meloni, Salvini propone tre idee, non molto conciliabili, perché vanno dal populismo sgarrupato della Lega, con il discorotto dei 30 miliardi cui si è affezionato il ragazzo stagionato e stazzonato di Padania, al nazionalismo arcaicizzante e ancora fascistoide di Fratelli d’Italia, fino al conservatorismo paraecumenico assai passé di Forza Italia, coalizione che probabilmente vincerà, ma… chissà dopo: voleranno stracci, probabilmente.

A sinistra abbiamo un PD ancora massiccio, ma disastrato da un’assenza imbarazzante di direzione politica: Letta ha fatto tutta la campagna elettorale teso solo a rintuzzare le posizioni della destra meloniana, incapace di promuovere una proposta di sinistra riformista degna di una appartenenza al filone socialista democratico: occuparsi più o meno solamente di LGBT e di tassare i patrimoni non mi sembrano grandi pensate. Anche il suo viaggio a Berlino è stato come un capitolo fuori tempo e luogo de La Recherche di Marcel Proust, non una iniziativa politica accorta.

I 5Stelle, oramai ex grillini e paracontiani (finché dura), sono una sinistra senza arte né parte, come la maggior parte di quelli che ivi militano. Militano? Prenderanno voti dalla parte centrale della “gaussiana” dei mediocri. Le cose che racconta il cosiddetto “avvucato del popolo” stanno tra la pura invenzione semantica e semiotica e la più pacchiana disonestà politica. Costui mente sapendo di mentire. Una vergogna tra le più grandi della storia repubblicana.

I due gruppettari della sinistra ecologista non meritano nemmeno il paragone con altri sconfittori della sinistra sinistra, paragonabili al Bertinotti che si vantava di non firmare mai accordi sindacali o d’altro genere. Bella roba, come se firmare accordi fosse un disonore, invece di costituire l’essenza della negoziazione democratica.

Devo dire qualcosa di Di Maio, transfuga dalla breve storia, forse arrivato al capolinea? Anche no. Oppure di figuri come Paragone, aggressivo come una donnola incazzata e affamata, come il “compagno” Marco Rizzo tifoso di Josip Dgiugasvili fuori tempo massimo, oppure del bel magistrato eroicamente prestato alla politica come De Magistris?

Resta, quasi infine, donna Emma da Bra del Piemonte, che conserva una sua dignità.

E per finire il Terzo Polo, guidato da due campioni di antipatia come Renzi e Calenda, due benestanti che riescono anche a pensarla giusta su tanti temi. Li voterò, ma non uscirei con loro neanche per una pizza.

Viva l’Italia!

“Ove tende questo vagar mio breve (…)?” (Giacomo Leopardi) “Homo viator (sum)…” (Gabriel Marcel)

La citazione leopardiana che assume il meraviglioso verso del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, mi permette di riflettere sul senso. Senso in termini generali, senso in termini esistenziali.

Palazzo Leopardi a Recanati

(…) Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale
?

Il poeta si pone la domanda filosofica, tipica del conte Giacomo, circa l’indirizzo, o il senso della sua propria vita. Che è breve. Che è un “andare”.

E’ la domanda che ogni anima pensosa si fa, non pretendendo di trovare risposte facili. “(…) ove tende/ questo vagar mio breve (…)?”, e accettando la fatica della diuturna ricerca del senso.

E dunque la vita è un vagare breve verso… Leopardi l’agnostico, non parla di “vita eterna”, di aldilà, ma fa rimanere il suo poetar filosofico al di qua. Lui interpella, anche in questa poesia, la luna che occhieggia dal cielo notturno ed è testimone degli eventi che accadono, come quello del pastore errante nelle immense steppe dell’Asia, ma anche come quello del giovane figlio di Monaldo e Adelaide, fratello di Francesco e Paolina, inquietamente speranzoso di trovare una strada per il suo “vagare”. Milano, Firenze, Napoli. I premi, i riconoscimenti, lo studio “matto e disperatissimo”, l’attività letteraria, gli amori infelici. A un certo punto, il senso della sua vita è l’amore senza speranza per Fanny Targioni Tozzetti. Ecco, il tema dell’eros anche in Leopardi si pone. Un eros non solo carnale, ma completo, totale, capace di dare, appunto, un senso al “vagar (suo) breve”.

Noi lettori e successori di Leopardi sotto il profilo storico, sappiamo come è stato il suo “vagar”. Conosciamo e ammiriamo i suoi scritti e la sua capacità di preveggenza sotto il profilo filosofico morale e anche storico.

Leopardi ha scritto in altri idilli di un “affanno (suo) che dura” e di “magnifiche sorti e progressive (del mondo e dell’umanità)”, con amara ironia. Abbiamo constatato come le sorti del mondo, degli esseri umani e del loro “vagare”, è stato ondivago, contraddittorio, perfino “apocalittico”, dopo Leopardi, e fino a noi. Nevvero, Vladimir Vladimirovic Putin?

Nonostante il progresso scientifico e tecnologico, vi sono state le peggiori guerre della storia, e proprio – in qualche significativa misura – in ragione di quel progresso! Lo sappiamo, dobbiamo ammetterlo.

Noi tutti siamo chiamati a tentare una risposta alla domanda del poeta, per riuscire – almeno in parte – a comporre un’idea di percorso buono per le nostre vite.

Interpello un altro autore, diversissimo dal Nostro grande poeta, il filosofo e drammaturgo francese contemporaneo Gabriel Marcel, di solito sussunto dalla critica alle scuole esistenzialistiche, anche se disorganicamente, perché di quelle scuole fanno parte pensatori come Jean-Paul Sartre, ma anche, in un certo senso, come Martin Heidegger, come Emmanuel Mounier e Jacques Maritain.

Riporto alcuni passi del citato autore dal testo L’Io e l’Altro, che non tanto stranamente echeggia (perché non ricordarlo?) il mio L’Uomo e l’Altro.

«Se si astrae dalle teorie e dalle definizioni proposte dai filosofi, per rivolgere la propria attenzione all’esperienza diretta, si è portati a riconoscere che l’atto il quale pone l’io, o, più esattamente, mediante il quale l’io si pone, è sempre identico a se stesso. È quest’atto che dobbiamo cercare di cogliere senza lasciarci fuorviare dalle finzioni accumulate in questo campo dalla speculazione nel corso della storia. Dobbiamo studiare attentamente le espressioni correnti, popolari del linguaggio, espressioni che rimangono molto più aderenti all’esperienza di quelle ricercate e standardizzate del linguaggio filosofico.» […]

«L’esempio più elementare, il più terra terra, è anche il più istruttivo. Penso in questo momento al bambino che porta alla madre dei fiori che ha appena colto nei prati. L’intonazione trionfale del bambino, e soprattutto il gesto, anche solo abbozzato, che accompagna questo annuncio. Il bambino si auto designa all’ammirazione e alla gratitudine: io, io qui presente, ho colto questi splendidi fiori; non crederai certo che sia stata la bambina, o mia sorella; li ho colti io e nessun altro. Questa esclusione è fondamentale: sembra che il bambino voglia attirare su di sé, quasi materialmente, l’attenzione, la lode estasiata: sarebbe terribile se questa lode andasse a un’altra persona, in questo caso assolutamente priva di merito. In questo modo il bambino si designa, si offre all’altro per ricevere da lui un tributo.» […]

«Penso che si debba insistere sulla presenza dell’altro, o più esattamente degli altri, implicita in questa affermazione: sono io che… Ci sono, da una parte, gli esclusi al quale tu non devi pensare, e c’è, dall’altra, quel tu al quale il bambino si rivolge e che prende a testimonio. Nell’adulto questa stessa affermazione diverrà meno roboante; si ammanterà di un alone di falsa modestia nella quale è facile riconoscere il gioco complesso dell’ipocrisia sociale. Lasciando da parte le impostazioni diversa nella quale si riflettono le convenzioni sociali, scopriamo la profonda identità dell’atto.» […]

Gabriel Marcel ci dice in modo spietato, in questo testo e forse meglio in Homo viator, edito in italiano da Astrolabio nel 1980, come noi umani adulti ci comportiamo, proprio nel dare-senso alle nostre vite. Come i bambini, senza avere le “ragioni” dei bambini, e dunque la giustificazione dell’egoismo-bambino.

Certo, rimaniamo “bambini” anche da adulti, come ben spiega Eric Bernstein con la sua teoria della “transazione” tra le varie età della vita. Possiamo anche restare “bambini” quando riusciamo a divertirci, ma non possiamo giustificarci con la nostra “bambinaggine” quando siamo egoisti, autoreferenziali, egocentrici a volte fino all’egolatria, e alla violenza che pratichiamo per auto affermarci sugli altri.

Per provare almeno a comprendere dove stiamo “vagando” e perché stiamo “vagando” così come lo facciamo, dobbiamo uscire da noi stessi. Occorre un exitus, come insegnavano gli antichi Padri, sia latini, sia cristiani, sia Seneca, sia Agostino, per poter avere un reditus umano, razionale, in noi stessi.

Dobbiamo uscire-da-noi-stessi e osservare il mondo e gli altri esseri umani come noi, per constatare la nostra piccolezza, la nostra fragilità, il nostro “vagar (necessariamente) breve”, la nostra inevitabile fine.

Dobbiamo uscire-da-noi-stessi, e accettare il vagar (nostro) breve, per poter poi tornare in noi stessi, quia veritas habitat in corde hominis (lat.: perché la verità abita nel cuore dell’uomo…).Per cui, come insegnava ancora sant’Agostino “in teispsum redi, quia… (lat.: rientra in te stesso, perché, e ciò che segue)”.

Leopardi cerca il senso della propria vita, constatando (umilmente) che si tratta di un’intrapresa difficilissima, e spesso apprendiamo dalla sua biografia che infine constata di non riuscirci, di non esserci riuscito, cosicché egli si volge a quello che molti, un po’ semplicisticamente, hanno definito “pessimismo cosmico” leopardiano. Mi pare invece di poter dire che il “pessimismo leopardiano”, che pure è certamente “cosmico”, per la sua capacità di visione, è soprattutto “antropologico”, versato sul tema dell’uomo e dei suoi limiti, al di là della sua presupponenza e arroganza: ecco il “questo vagar mio breve”.

Oh, come dovrebbero molti dei potenti di questo mondo, anche i micro-potenti, talora in-potenti, della nostra politica, a partire da un Salvini e da un Conte, tra gli altri (più o meno tutti gli altri, ma loro due particolarmente!) sedersi in circolo e ascoltare le riflessioni di qualcuno che gli sappia “leggere” questo Leopardi e questo Marcel.

Forse la smetterebbero almeno con l’atteggiamento superbo e colmo di albagia vendicativa (non si sa contro chi), ferma restando l’esigenza radicale di smetterla con le falsità che ululano alla luna, prima di tutto, e di studiare studiare studiare, in secundis.

E, dopo Leopardi e Marcel, ascoltare una lettura e un commento (perché no, anche mio) del capitolo terzo di Qoèlet… “vanità delle vanità, tutto è vanità” (soprattutto la loro).

Il cambiamento vive nella permanenza, come insegnavano Platone e Aristotele, che seppero sintetizzare il pensiero opposto di Parmenide di Elea e di Eraclito di Samo, per dire che nulla è fermo, perché è impermanente, ma nulla scompare, perché è eterno. Una contraddizione apparente…, perché spesso nell’attuale politica italiana si osserva l’immobilità “parmenidea” assieme alle contraddizioni reomatiche “eraclitee” dei più, basti osservare il “voltagabbanismo” osceno di un Conte, quello che sarebbe “de sinistra”, però amato da The Donald (Trump), di cui ambiguamente accolse il ministro Barr offrendogli il contatto diretto con i nostri servizi segreti, e altrettanto ambiguamente fece girare per l’Italia centinaia di militari russi venuti ufficialmente per aiutarci in tempo di Covid, …e dunque che sinistra è quella del dandy foggiano? Aaah, eraclitea, certo! Le società economico-industriali e commerciali “benefit”, ad esempio, potrebbero essere una delle cure per la “guarigione” della politica. Se questo schema morale ed operativo fosse già presente nella politica e nella società, non saremmo qui a discutere di elezioni dove si fronteggiano schieramenti politici guidati da mediocrissimi (Conte e Salvini che, quando lo sento parlare di 30 miliardi di euro come se fossero bruscoli di segatura, gli chiederei se si rende conto di ciò che sta parlando), e da mediocri (Letta e Meloni), ma sosterremmo il lavoro prezioso del Presidente Draghi che quei quattro, con diverse responsabilità, hanno cacciato

La vulgata filosofica del cosiddetto “liceo” americano, ove si studi qualche filosofema greco antico, spiega come Parmenide di Elea, con il suo concetto di Essere rotondo e immutabile, contrasti il Fluire (divenire) eracliteo dell’acqua, sempre diversa, sotto il medesimo ponte, che è lo stesso, invece.

La vulgata, appunto, perché i due concetti, dell’essere e del divenire, non sono così in contrasto, poiché danno del mondo due prospettive, entrambe plausibili. Non dico “vere”, perché il discorso sulla verità è un altro, e non lo si può fare semplificando troppo il discorso stesso.

Nel titolo ho citato i due “Magni” di Grecia, poiché loro sono riusciti a “mettere d’accordo” la contrapposizione tra essere e divenire, fra Parmenide ed Eraclito. In quale modo? Platone proponendo il concetto di Idea e di Sommo bene, che comunque si possono concepire solo operando nella vita, e quindi attingendo all’Idea, che è stabile, tramite un movimento; Aristotele proponendo il movimento intrinseco che si dà fra Potenza e Atto, cioè tra ciò che esiste in quanto ente provvisto di potenzialità di sviluppo, e l’ente che si dà quando questo potenziale è stato attuato.

Pertanto, tutto è movimento secondo natura, ma verso un fine, che si raggiunge superando ostacoli e obiettivi, o scopi, intermedi.

Anche le piante, gli animali, di cui facciamo parte in toto, con l’aggiunta della coscienza responsabile. Tutto è in movimento secondo natura.

Anche la politica, che però subisce molti intoppi, rallentamenti, arretramenti, sconfitte. Ed è questo che voglio sottolineare. La politica di oggi ha raggiunto un livello di mediocrità impressionante e pericolosa.

Se vogliamo applicare lo schema eracliteo-parmenideo, la politica di oggi non ha né la solidità dell’essere parmenideo, né la fluidità del divenire eracliteo.

Fuor di metafora, se la paragono alla possanza dell’essere, mi sembra che la fragilità della politica, sia nel suo esprimersi sia nel suo (per modo di dire) agire rappresenti ciò che di più distante non si può immaginare da un essere-della-politica che sia men che lontanamente paragonabile a quella di un Churchill (che mai mi è stato simpatico), o di un De Gasperi, o anche solo a quella di un Moro, di un Craxi, di un Berlinguer.

Mi si potrebbe obiettare che i tempi dei sopra citati erano tempi tragici (la Seconda Guerra Mondiale e le sue conseguenze), quelli dei primi due, e drammatici (terrorismo di sinistra e stragismo di destra e dei servizi deviati) quelli dei secondi tre, mentre i tempi della politica attuale sono certamente drammatici e difficili (pandemia e aggressione russa all’Ucraina), ma l’obiezione si auto… obietta, poiché proprio per queste ragioni avremmo bisogno di figure della politica di un livello ben più alto di quello che esprimono, ad esempio, Salvini e Conte, per me i due peggiori della combriccola. Ma anche gli altri non stanno molto bene, i Berlusconi, i Tajani, i Letta, i Renzi, i Calenda, pur se gli ultimi due capiscono qualcosa di più, mi pare. Taccio di altri ancora, patriae caritate.

Perché questa mediocritas, che aurea non è? Quali le ragioni? Quali i motivi? Quali? Certo è che il popolo, in democrazia, quando si vota a suffragio universale, ha i parlamenti e i governi che vota, e che quindi si… merita.

Certo è che la selezione del personale politico, da almeno una trentina d’anni, si produce senza la preparazione in uso nei decenni precedenti, quando le forze politiche avevano una struttura che cresceva qualitativamente nel tempo.

La tv commerciale e lo sviluppo della telematica con internet e con il web hanno favorito un cambiamento radicale nelle comunicazioni interpersonali e sociali. Le persone sono cambiate e il modo di fare politica è cambiato. La democrazia della comunicazione ha prodotto il risultato che qualsiasi idea, espressione, giudizio, persona hanno potuto avere una visibilità impossibile qualche anno prima, quando quelle idee, espressioni, giudizi e persone sarebbero rimaste a disposizione del bar Sport o del negozio della parrucchiera, con tutto il rispetto per l’uno e l’altro luogo di socializzazione secondaria, se quello primario è la famiglia.

Come avrebbe potuto in un mondo del secolo precedente, uscire dal nulla, all’improvviso, un qualsiasi avvocato commerciale foggiano che lavora a Roma, e diventare capo del governo, oppure un venditore di bibite dello Stadio San Paolo, prima capo di un partito e poi ministro degli esteri, senza conoscere neanche primi rudimenti di inglese, senza conoscenze storiche etc., oppure, ancora, un frequentatore comunista junior del Centro sociale Leoncavallo e diventare il segretario del partito del Nord, ascoltato e sopportato da gente più valida di lui, partito che comunque non è riuscito a diventare un partito nazionale. Ma, soprattutto, come avrebbe potuto un uomo delle televisioni diventare decisivo nella politica italiana per trent’anni?

Lascio perdere la sinistra, che non ha capi degni di questi nome da almeno un quindicennio, dal 2008, quando il PD di Veltroni prese il 33% dei voti e subito dopo quel segretario si dimise, perché lì non sopportavano il suo successo signori della Prima repubblica come D’Alema e altri nostalgici, falsi riformisti.

Forse queste domande sono sbagliate, e non fanno i conti né con Eraclito né con Parmenide. Provo a raddrizzarle, e non è facile.

Bisogna certamente chiedersi la ragione per cui in questi ultimi due o tre decenni hanno potuto emergere in politica i soggetti citati sopra o, meglio, che cosa ci si deve attendere dalla politica oggi.

Ecco: acquisiti, almeno da noi, lo stato di diritto, le libertà civili e sociali, occorre rivolgere lo sguardo più lontano e più in profondo, come insegnava, inascoltato dai più, il caro Alexander Langer. Occorre guardare le cose dulcius, profundius et suavius, studiando e operando secondo un’Etica del fine dove ognuno ha un ruolo e nessuno può starsene fuori.

Ad esempio, nel mio ambito di studio e di lavoro, occuparmi del fatto che le imprese dove lavora la maggioranza degli Italiani, siano sempre più aziende eticamente fondate, capaci di lavorare non solo per il business, che comunque è la conditio sine qua non per procedere, ma anche per la coesione sociale e per diventare benefit.

L’economia e la politica, in questo senso, si sosterrebbero a vicenda nella costruzione di un reticolo sociale armonioso e fondato su un’etica della vita umana e sociale capaci di pensare un futuro solidale e nel contempo produttivo.

Le Società Benefit (SB) rappresentano un’evoluzione del concetto stesso di azienda: integrano nel proprio oggetto sociale, oltre agli obiettivi di profitto, lo scopo di avere un impatto positivo sulla società e sulla biosfera.

Anche da questo progetto può essere alimentata la buona politica, poiché il personale politico attuale non potrà bastare a reggere il confronto con una società che sarà più avanti, lavorando più in profondo, non solo nell’economia, ma anche nel cuore delle persone.

Riprendo la chiusura del titolo: se questo schema morale ed operativo fosse già presente nella politica e nella società, non saremmo qui a discutere di elezioni politiche dove si fronteggiano schieramenti politici guidati da mediocrissimi (Conte e Salvini) e da mediocri (Letta e Meloni), ma sosterremmo il lavoro prezioso del Presidente Draghi che quei quattro, con diverse responsabilità, hanno cacciato.

La Bibbia ci insegna a considerare i “segni dei tempi”, cioè i messaggi che dobbiamo saper cogliere per il cambiamento, sia nelle nostre vite, sia nei nostri ruoli, sia nelle strutture sociali cui partecipiamo. Il testo che cito è il capitolo III del Qoèlet, che fu scritto attorno al III/ II secolo avanti Cristo, probabilmente da un filosofo ellenista di scuola cinico-scettica (anche Gesù di Nazaret probabilmente conosceva questi indirizzi filosofici), che si aggirava per il Vicino Oriente antico. Riporto i primi versetti del capitolo citato…

[1]Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.

Un tale che non ha saputo fermarsi nei tempi giusti, come gli avrebbe suggerito Qoèlet

[2]C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.

[3]Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.

[4]Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.

[5]Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.

[6]Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.

[7]Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.

[8]Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

[9]Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?

(…)

Qoèlet non desidera certo disincentivare l’impegno di ciascuno, ma semplicemente far presente che tutto ciò che facciamo deve tenere conto del cambiamento, sia di quello oggettivo provocato dal trascorrere del tempo e delle vita, sia di quello generato da noi con il nostro agire, sia di quello derivante da tutti gli altri “vettori causali” che fanno parte delle circostanze su cui non abbiamo possibilità di interferire, e quindi sollecita e richiede la saggezza di accettare, e perfino di promuovere il cambiamento, per il Bene comune che spesso coincide con il Bene proprio.

In tempi più a noi vicini, possiamo trovare due grandi personalità pubbliche che hanno posto il tema del cambiamento, proponendo il sintagma “Segni dei tempi“, che dovremmo saper cogliere, volendo coglierli. I “segni dei tempi” sono quei “messaggi” che si possono cogliere da un’interpretazione attenta della complessità del reale, che non può mai essere compreso per scorciatoie e semplificazioni. I “segni dei tempi”, se bene interpretati e compresi suggeriscono che cosa e in quali tempi creare le condizioni per un mutamento. Anche rivoluzionario, se pure raramente, come la grande Storia spiega. Più spesso nella modalità riformistica, che è più accettabile da “chi viene cambiato”, ed è più ragionevole per chi promuove il cambiamento. In altre parole, il socialismo è meglio, molto meglio, del comunismo.

I due cui si ascrive il sintagma “segni dei tempi” sono il famoso Sindaco di Firenze e promotore di una Cultura della Pace professor Giorgio La Pira e papa Montini, Paolo VI.

Nella politica, nell’economia, nello sport, nella cultura, ovunque siamo attivi come esseri umani, dovremmo saper cogliere i “segni dei tempi”, che possono dire diverse cose:

a) siamo stanchi e non abbiamo più le energie per condurre le cose con la dovuta e necessaria responsabilità;

b) le nostre idee non bastano più per conseguire il Bene comune, e sono – perciò – superate;

c) noi stessi (o chiunque), non siamo (non è) più nelle condizioni di competere, ad esempio nello sport;

d) non ci presentiamo (alcuni non si presentano), con la nostra (loro) immagine, con la dovuta e necessaria dignità nella nostra (loro) persona…

Provo a fare degli esempi per ciascuna di queste quattro fattispecie:

per a) potrei essere anch’io nella conduzione di una importante Associazione nazionale;

per b) potrebbe essere un “Andreotti” o un “Berlusconi”, che non si sono rassegnati (il primo) o non si rassegnano (il secondo) a passare la mano ad altri più giovani e vigorosi;

per c) potrebbero essere atleti come il ciclista Nibali, come i calciatori Ibrahimovic e Ronaldo, e altri;

per d) potrebbero essere figure come Piero Angela, che ha continuato a presentarsi in tv in condizioni precarie. Oggi, giovedì 8 settembre 2022, in questo luogo aggiungo anche Elisabetta II di Windsor (regina solo perché Edoardo VIII sposò una divorziata americana e abdicò a favore del papà di Elisabetta Giorgio VI), che è rimasta fino all’ultimo respiro. Ascolto che tutto il mondo la piange. Io no, se non come qualsiasi altro essere umano che muore.

Scrivo queste cose con il massimo rispetto per le persone, caro lettore.

Ammetto che a questo mio discorso si può opporre una grandiosa eccezione: quella di papa Wojtyla, che restò nel ministerium Petri in condizioni tremendamente precarie, per mostrare la profonda umanità del suo dolore, condiviso con tutto il dolore e il peccato del mondo,… ma il suo successore, papa Benedetto XVI ha proposto un’altra scelta, opposta, basata sulla constatazione della sua “ingravescente aetate” (trad. it.: essendo la mia età non più in grado di sopportare il carico…), costrutto della lingua latina, un ablativo assoluto che riconosce il limite, la finitezza, il transeunte della vita umana.

Certamente queste mie idee sono criticabili: una critica la esprimo io stesso, immediatamente. Potrebbe anche darsi che ciò-che-è il “vecchio” non abbia successori, in ragione della qualità scarsa dei più giovani; può darsi che il “vecchio” desideri abbandonare certi impegni per riposare un po’ di più, ma non perché sia superato per le idee e le iniziative (potrebbe trattarsi di a), cioè del mio caso); nei casi dello sport ogni disciplina e ogni atleta fa storia a sé, per cui uno a trentacinque anni smette, ma potrebbe continuare con profitto per altri due o tre anni, mentre uno a trenta anni potrebbe smettere, perché non è più motivato ai sacrifici durissimi degli allenamenti. Nella storia del calcio vi sono stati due esempi di campioni che si sono ritirati nel pieno delle forze a soli trentadue anni, Giampiero Boniperti e Michel Platini. Marco Van Basten, invece, smise di giocare a ventinove anni, nel pieno fulgore della sua immensa classe calcistica, perché non aveva più le cartilagini delle caviglie: causa di forza maggiore, in questo caso.

Non è detto che Qoèlet non suggerirebbe anche a qualche persona relativamente giovane di fermarsi, di cambiare mestiere, di togliersi di torno, come farebbero bene a fare non pochi politici di neanche cinquanta anni. La differenza, quindi, non la fa l’età assoluta, ma il valore individuale e la capacità di analizzarsi e di essere capaci di mollare e di farsi sostituire.

Caro lettore, non pensi che sia utile e saggio questo discorso, proprio di questi tempi nei quali pare che primeggiare, essere in evidenza, comandare, vincere (“essere vincenti”, horribile dictu!), sia l’unica cosa che conta nella vita e nella società?

Piango e ricordo Michail Sergeevič Gorbačëv, riformatore visionario nel grande Mistero russo, nel momento in cui le brutture, la maleducazione, l’incultura, la barbarie sembrano prevalere

La Grande Madre Russia forse piange quest’uomo come me, anche se a modo suo, modo che io non posso capire, se non solo in parte. Certamente, in questa fase storica a “geometria variabile”, cioè in diverse maniere, sulla base di diversi giudizi storici e politici, anche contraddittori se non contrari.

Dopo la morte di Antonin Cernienko nel 1985, il Praesidium del Comitato centrale del Soviet Supremo del Partito Comunista dell’Unione Sovietica seguì il consiglio che il precedente Segretario generale del Pcus Yuri Andropov aveva dato ai suoi compagni, di eleggere un sessantenne. Invece, avevano eletto Cernienko, un altro ottantenne, ma poi, alla sua morte, avevano scelto Gorbačëv, un uomo di neanche cinquanta cinque anni.

E fu la rivoluzione, oppure le riforme radicali. Furono la Perestrojka e la Glasnost, la trasparenza e il cambiamento. E lo fu, ma solo in parte. La società russo-sovietica “profonda”, insieme con le Repubbliche asiatiche e il complesso dei “Paesi satelliti” europei, erano un congegno, un non-combinato disposto troppo complicato perché l’azione del pur onnipotente Segretario generale del Partito potesse generare conseguenze decisive e definitive in termini di democratizzazione e modernizzazione.

Forse anche questi due termini sono inadeguati, anzi senza forse, perché vi era di più. Anche restando nell’ambito dell’ex URSS, i retaggi erano (e sono, poiché le conseguenze della grande Storia sono ancora fortemente attive e condizionanti) enormemente profondi, perché si potesse e si possa tuttora parlare di democrazia come la intendiamo noi: intendo il retaggio zarista, che era “Grande Russo”, soprattutto nella visione di Caterina II, e il retaggio cristiano ortodosso, teologicamente “Cristico”, ma non nel senso del Gesù povero rabbi itinerante, ma nel senso del Cristo trionfante e Pantocratore, cioè creatore e padrone del mondo. Gli stessi sàloi, i monaci itineranti “pazzi per Cristo” della Tradizione russa, il cui ultimo malvagio rappresentante, Rasputin, aveva voce a Palazzo imperiale presso l’imperatrice Alexandra Fedorovna Romanova, erano la rappresentazione di questa “cristicità” assoluta del potere russo.

Lo csar, Stalin, Breznev e oggi Putin sono l’estrema rappresentazione di quella linea metastorica. Come vedi, caro lettore, ho letteralmente “saltato” Gorbačëv, perché, nonostante i suoi poteri fossero teoricamente uguali a quelli di Stalin e di Leonid Breznev, lui decise di esercitarli in modo differente dai suoi predecessori, in quanto aveva in testa quello che poi ha fatto, con i risultati contraddittori che abbiamo constatato.

L’Unione Sovietica era il più grande stato di ogni tempo, socialista, anzi comunista, non democratico, e la rivoluzione di Gorbačëv fu fatta dall’elite sovietica, non dal popolo. Tra l’altro, anche la Grande Rivoluzione del 1917 era stata voluta e fatta da élite intellettuali e politiche, prima mensceviche e poi bolsceviche. Il popolo, come le salmerie, seguiva, e questo è stato uno dei limiti di quella grande Rivoluzione.

Sulle prime Reagan lo osteggiò, quasi per mettere alla prova la potenza industriale e militare sovietica, ma poi con lui stipulò straordinari accordi per evitare il conflitto nucleare, e Bush senior proseguì su questa strada.

Ora sembra che le cose siano tornate indietro, con Putin e con la congerie di capi mondiali di scarso carisma e qualità politica. La Cina tenta dove può, e può molto, di sostituirsi agli Americani, e in Africa ci riesce pure. La vicenda Taiwan è solo la punta dell’iceberg della volontà di potenza di XI, pretendente imperatore del Cielo.

L’Occidente, quando è stato sciolto il Patto di Varsavia, non ha saputo studiare ed attuare una diversa architettura Nato, tale da non far credere ai “Grandi Russi” attuali di essere una minaccia.

Dentro l’Occidente, l’Unione Europea va avanti e poi indietro nei suoi tentativi di maggiore unificazione d’intenti strategici sotto il profilo politico, economico e anche militare, soffrendo difficoltà che a volte paiono insormontabili, dovute ai diversi interessi dei singoli Paesi, soprattutto dei maggiori, tra i quali annoveriamo ovviamente la nostra Italia.

C’è un terzo del mondo che soffre la fame e la sete, ci sono trenta guerre non dichiarate, ci sono turpissimi commerci di esseri umani e di droga.

Culturalmente le élite mondiali, controllate in buona parte dalla grande finanza, non si occupano se non della propria sopravvivenza, sviluppo e mantenimento del potere.

Le sinistra politiche, quella italiana in particolare, è snob e vilmente ritrosa a guardarsi dentro, nella sua attuale insipienza. Il “compagno” Marco Rizzo, con un tweet che brinda alla morte dei Gorbačëv, è la rappresentazione della miseria di questa sinistra, che Karl Marx, Gramsci, Turati e perfino Lenin criticherebbero con durezza. La destra politica si barcamena, supposta maggioranza, dentro “culture” e inculture da “basso impero”.

Gli imprenditori, intendo come associazione, non come singoli, hanno bisogno (sembra) di “marcare il territorio” servendosi anche di media tipo Radio 24 che ospita orrori mediatici come La Zanzara, dove un conduttore villano e impunito furoreggia insultando gli sprovveduti che gli telefonano, con il moccolo retto da un collega che gli fa controcanto da “sinistra”. Ampiamente ed evidentemente falso e falsificatore. Dei sindacati non dico, perché il giudizio sarebbe impietoso.

Il Vicino (non Medio, cari giornalisti e politici, ché il Medio Oriente inizia dal Golfo Persico!) Oriente islamico è coinvolto da infiniti turbinii e conflitti civili economico-religiosi, di cui gli Occidentali non hanno poche responsabilità, Usa e Regno Unito in testa, ma anche la Francia, almeno per la storia libica recente.

La guerra d’invasione scatenata da Putin contro l’Ucraina e contro l’Occidente, è l’ultimo e più grave evento che preoccupa, con le sue connessioni strategiche con il tema energetico.

Vi è il Papa di Roma che ha una visione, forse l’unica in questo momento, di prospettiva.

La morte di Michail Sergeevič, che sarà sepolto, pare, senza funerali di stato (o forse con), e ciò è almeno non ipocrita, accanto a Raissa, fautore di una utopia generosa, si scontra con le distopie attuali, ma la speranza, con san Paolo e con Marco Pannella, non muore mai.

Work-Life Balance, alla ricerca di un equilibrio tra vita e lavoro

Sempre più si nota l’espandersi del fenomeno delle dimissioni, soprattutto di giovani, dai più vari “posti di lavoro” dei settori privati, fenomeno di tali dimensioni da meritare una prima riflessione, non solo di carattere socio-statistico, ma anche filosofico-esistenziale.

Se per decenni, anche osservando solo l’Italia, e forse da oltre mezzo secolo, si potrebbe dire dal boom economico dei primi anni ’60, l’acquisizione di un “posto di lavoro” (si notino le virgolette il cui significato spiegherò più avanti), è stata il primissimo risultato in positivo della vita di una singola persona, prevalendo su ogni altra scelta e considerazione, da qualche anno si nota una certa inversione di tendenza: il “posto di lavoro” non è più ciò che fa premio su tutto, ma comincia a fare i conti con il tema della “qualità della vita”, e dell’equilibrio tra vita e lavoro.

Si pone dunque con sempre maggiore evidenza il tema di un equilibrio diverso tra tempi di vita e tempi di lavoro. Dico subito che personalmente non mi tange, e quindi lo tratto osservandolo da una posizione essenzialmente “esterna” e forse definibile come “fortunata”.

Come mai questo, può chiedersi uno? Il fatto è che il mio lavoro, anzi i “miei lavori”, perché sono plurali, mi piacciono e dunque non mi pesano. “Fortunato sei”, potrebbe osservare lo stesso commentatore. “No”, risponderei io, “non fortunato, ma capace di costruire una vita di lavoro che sia anche una vita di… vita“.

Che significa? Che se riesci a mettere vicino studio, interessi, passione, competenze, allora arrivano incarichi e lavori che non “disturbano”, anzi sono gradevoli, tali da non indurti a cercare di evitarli, bensì all’incontrario, di ambirli, di acquisirli, di possederli. Mi spiego: quando, già in pensione, ho acquisito e mantenuto una situazione lavorativa costituita da numerose presidenze di Organismi di vigilanza dei Codici etici aziendali, da docenze accademiche semestrali, da progetti di libri da pubblicare, da attività di guida di associazioni culturali nazionali, sapendo che nessuno ti regala nulla, e che tutto è frutto di studio, lavoro e passione, ebbene, non si dà problema di work life balance, perché un equilibrio esiste già! Per me.

Tornando a un’analisi più generale, il work life balance, ovvero il buon equilibrio tra vita privata e lavoro, si conferma uno dei fattori maggiormente ricercati dai lavoratori italiani nella scelta di un’azienda. È quanto emerge dai risultati del Randstad Employer Brand Research 2022.

Questo aspetto è, infatti, ritenuto importante dal 65% del campione coinvolto dall’indagine – 6590 intervistati tra la popolazione attiva del nostro Paese – ed è in vetta alla classifica degli elementi più ricercati in un’azienda insieme ad un clima aziendale gradevole.

Con il termine work life balance, si intende letteralmente l’equilibrio tra la vita privata e il lavoro. Si tratta, dunque, della capacità di far convivere in maniera pacifica la sfera professionale e quella privata.

Si vede che, se è necessario studiare questo equilibrio, perché la maggior parte dei “lavori” e dei “posti di lavoro” non è gradevole, anzi spesso è fastidioso e annoiante.

Non è un concetto nuovo, perché si è iniziato a parlarne ancora una quarantina di anni fa, si può dire dalla rivoluzione tecnologica informatica e telematica. Paradossalmente, la messa in campo di macchine sempre più capaci di sostituire l’uomo riducendo la fatica del lavoro, soprattutto con lo sviluppo delle due tecniche sopra citate, applicate anche alla produzione di beni e servizi, ha mescolato sempre di più la sfera privata e quella lavorativa, perché il lavoratore non è più riuscito a “staccare” con chiarezza le due dimensioni, essendo reperibile, raggiungibile, “impegnabile” anche al di fuori dell’orario di lavoro.

Per il 65% dei lavoratori italiani intervistati in occasione della citata indagine, il work life balance è, insieme al clima piacevole sul posto di lavoro, l’aspetto prioritario nella scelta di un’azienda da parte di un lavoratore che, però, se lo possa permettere. Non è detto, infatti, che tali condizioni siano vincolanti per la maggioranza dei lavoratori e di chi è in cerca di lavoro.

L’indagine di cui sopra ha anche evidenziato un significativo gap tra le aspettative dei dipendenti e quella che, secondo loro, è la realtà dei fatti per quanto riguarda il datore di lavoro ideale. L’esito principale della ricerca mostra come le aziende, innanzitutto, non sappiano comunicare bene la qualità della vita lavorativa che si può sperare di avere lavorando all’interno. Sempre la medesima ricerca elenca gli item che i lavoratori ricercano per accettare un lavoro:

  • solidità finanziaria
  • ottima reputazione aziendale
  • sicurezza del posto di lavoro

Per quanto attiene al work life balance, la ricerca ha evidenziato, inoltre, una differenza di genere. L’equilibrio vita/lavoro, infatti, è un aspetto prioritario soprattutto per le donne, insieme all’atmosfera piacevole sul posto di lavoro, la retribuzione e i benefit.

Ovviamente emergono anche differenze connesse ai diversi livelli culturali, cioè di scolarità acquisita ed esperienziali e professionali. Il work life balance è un’esigenza primaria per chi non ha un alto livello di istruzione, proprio per quasi “pareggiare” la noiosità e ripetitività delle attività più standardizzate. Interessante è la presenza massiccia tra questi lavoratori degli ex cosiddetti baby boomers, cioè i nati nei primi anni ’60 del secolo scorso, persone che hanno tra 58 e 62 anni.

Un altro dato interessante, è quello che attesta come siano gli impiegati e i lavoratori stabili nella stessa azienda a ritenere importante un buon work life balance.

Un buon equilibrio tra vita privata e lavoro è certamente una questione di salute, sia fisica sia mentale. Studi scientifici molto attendibili hanno mostrato come i sovraccarichi di lavoro siano associati a un maggior rischio di incorrere in ictus e, in generale, in problemi cardiocircolatori.

Cito qui una ricerca pubblicata nel 2017 sull’European Heart Journal, che ha evidenziato come prolungati orari di lavoro sarebbero associati ad un più elevato rischio di fibrillazione atriale, la forma più comune di aritmia cardiaca.

A conclusioni molto simili è giunta anche un’altra indagine più recente pubblicata sull’European Journal of Preventive Cardiology, che avrebbe individuato una correlazione tra lo stress da lavoro e alcune patologie cardiache.

Occorre dunque dedicare del tempo ai propri interessi staccando dal lavoro, e ciò può essere fondamentale anche a livello psichico. Alcuni segnali, più di altri, sono indicativi del fatto che bisognerebbe calibrare meglio le abitudini quotidiane, ritagliandosi il giusto spazio al di fuori della sfera professionale:

  • sensazione di forte stress
  • mancanza di tempo per fare qualsiasi cosa
  • disturbi del sonno
  • irritabilità
  • difficoltà relazionali
  • difficoltà di concentrazione

Raggiungere tale equilibrio, al fine di prevenire gli stati e le condizioni sopra elencate, non è facilissimo. Occorre intraprendere azioni da ambo le parti, del singolo lavoratore, e dell’azienda.

Dalla parte dell’azienda, secondo le ricerche citate, la flessibilità degli orari di lavoro è la condizione più gradita e la ragione si capisce in modo intuitivo. Seguono, nella scala del gradimento, dei benefit, come quelli già praticati nei piani di welfare, e anche dei piani di carriera attendibili, praticabili, realistici e scanditi nel tempo.

Dalla parte del dipendente è gradito uno sviluppo del lavoro on-line, in fasce di orario flessibile, e una riduzione dello straordinario.

E’ chiaro che tali condizioni sono impraticabili per tutte le attività di produzione industriale di serie, che richiedono un presidio costante di macchine e impianti. E’ anche difficile un lavoro “a distanza” per posizioni e ruoli di gestione di processi e del personale.

Tenendo conto di questi limiti, sia le aziende, sia i singoli lavoratori possono decidere misure di buon senso e di saggezza. Ad esempio,

a) avere e sviluppare buone relazioni sociali, sul lavoro e fuori del lavoro;

b) pianificare e razionalizzare gli schemi e i flussi operativi, cercando di “ottimizzare” attività simili, quasi “industrializzandole”;

c) non trasformare il tempo libero in stress: molto spesso il tempo libero rischia di trasformarsi in una corsa a tutte le attività che non si sono potute fare nel corso della settimana lavorativa, perché il tempo libero (e liberato) deve essere caratterizzato dal relax, non da ansie da prestazione dopolavoristica;

d) saper dire qualche no;

e) riuscire a convincersi che è possibile anche ogni tanto “disconnettersi” dall’ambiente psicologico e pratico del lavoro: ad e. non accettare farsi interrompere un pranzo o una conversazione in corso, soprattutto perché oggi i cellulari ci accompagnano ovunque, anche in bagno… Si può sempre rinviare con educazione.

Spiego, alla fine, come promesso, anche la differenza concettuale, politica e morale tra “lavoro” e “posto di lavoro”. Il secondo è la posizione giuridicamente normata di un lavoro, per cui è dovuto un salario, un’assicurazione e il versamento di tasse e contributi a cura del datore di lavoro in quanto sostituto d’imposta. Dico subito che nei settori privati il “posto di lavoro” coincide con il “lavoro”, perché non sarebbe sostenibile che vi fossero dei costi in assenza di prestazioni reali e quindi di ricavi. Nessun “padrone” ti regala nulla, né può regalarti nulla, pena la sussistenza stessa dell’azienda.

Nel pubblico impiego, invece, essendo diversa la stessa “natura giuridica” del lavoro, può anche darsi che il “lavoro” non coincida sempre e comunque con il “posto di lavoro”. Sembra strano, ma è così. Spiego: nel Pubblico impiego il controllo dell’efficienza e dell’efficacia delle prestazioni non si dà nello stesso modo che è necessitato e obbligatorio nel privato, per cui a volte vi possono essere casi nei quali il lavoro, o è più scarso, o non esiste proprio, come nel caso limite, scoperto dai Carabinieri accaduto nella sede nazionale romana dell’Inps, laddove vi erano più cartellini di controllo delle presenze al lavoro, di quante non fossero le scrivanie disponibili. Questo insospettì l’Arma, che scoprì come vi fossero “posti di lavoro” a costo del pubblico erario, senza che corrispondessero a lavoro effettivamente prestato.

Non fosse che per questo caso limite è bene distinguere fra i due concetti di “lavoro” e “posto di lavoro”.

Si può fare, dunque. Si può riuscire a connettere con intelligenza il lavoro e la vita, tendendo, se posso dire, a costruirsi una vita nella quale le due dimensioni non confliggano troppo.

Con l’aiuto del Signore io ci sono abbastanza riuscito, e abbastanza presto nel mio tempo di vita e di lavoro.

…che cosa ne sarà dell’Italia con questi? Meloni capo del governo (?), è inopportuna, ma non tanto per un giudizio internazionale di Washington e Bruxelles, quanto per essere portatrice di una visione di “Stato etico”, autarchico e autosufficiente, nel quale i valori non siano rispettosi delle volontà individuali; Salvini è insufficiente sotto il profilo qualitativo e politico, basti pensare alla sua idea di “famiglia”; Berlusconi è obiettivamente stanco e stancante; il duo Renzi-Calenda, coppia di egocentrici autoreferenziali con pochi voti (Renzi comunque è meglio di Calenda, che mi fa morire dal ridere quando vanta le sue esperienze industriali le quali, vista l’età, dovrebbe aver fatto da adolescente. Due conti: ha una cinquantina d’anni (1973), da oltre venti, forse venticinque, è in politica, quattro o cinque anni di università, gli restano due o tre anni di Ferrari e Confindustria, in quale posizione poi è da vedere, e non mi pare sia stato in ruoli dirigenziali top, andiamo! Dai ventisei ai trent’anni, a meno che non si sia un Agnelli, si può al massimo aspirare a un impiego di concetto, non alla dirigenza, suvvia. Di contro, si pensi che io, invece, mi occupo di lavoro e di imprese da più di quattro decenni, e in posizioni importanti, sia nel sindacato, sia nelle aziende, sia nell’accademia, e non lo dico per vantarmi, ma per puro realismo, ahò, Calenda!); Letta è un collezionista di abbagli e sconfitte, ed è più adatto a una scuola di formazione politica, visti i suoi maestri, suo zio Gianni e il prof. Andreatta; i due de sinistra, quello bellu guaglione Fratoianni (e chi è? da quali esperienze e studi viene), e Bonelli, più di lungo corso veritiero e verde; Dimaio è sconcertato, perché neanche lui sa più chi è lui stesso, quello draghista o quello che “aveva sconfitto la povertà”? Conte, è il battuto per eccellenza, ma non mai in albagia, perché incapace di combattere; Dibattista? Perché lo cito?

Potrei anche finirla qui, con i giudizi politico-culturali che ho sintetizzato nel titolo, ma qualcosa scriverò, a partire da questa domanda che tanto insensata non è: vuoi vedere che torna Draghi? Magari.

I detti riportati qui sopra li si potrebbe applicare più o meno a tutti i politici citati nel titolo. certamente in modo differenziato, ma nessuno resterebbe fuori.

I mediocri parlano. Infatti, tutti i sopra citati parlano, in ogni modo e situazione e su qualsiasi argomento pubblico che abbia rilevanza sociale o politica. Un esempio: li senti parlare di economia e di occupazione e quasi tutti non hanno alba dell’ambiente di cui parlano. Vogliamo fare un esempio? Chi dei sopra citati può parlare di lavoro e di impresa con cognizione di causa? certamente Berlusconi. Un pochino, ma solo un pochino Calenda, che si vanta troppo per esperienze molto, molto brevi. Gli altri, nulla.

Parliamo di tasse: chi ha le competenze per esprimersi: ancora Berlusconi, e qualcun altro che abbia maturato qualche esperienza amministrativa, tipo Renzi o Letta. Della Lega non certamente Salvini, ma Giorgetti, Zaia e Fedriga, sì. Ancora sulla tassa piatta: come fa Salvini a proporla al 15%, chi la paga? mentre Berlusconi, che ne sa molto di più, la propone al 23%…

Un esempio di impreparazione e mediocrità, tra millanta. Due deputate, rispettivamente dei 5 Stelle e di Fratelli d’Italia, sono ospiti di Rai2 Post, rubrica serale di approfondimento. Non ricordo neanche il nome delle due onorevoli. Si parla di “transizione ecologica”, sintagma ormai sdoganato ovunque, e oggetto addirittura di un dicastero ministeriale. Ebbene, tutte e due, con il giornalista che fa loro eco, continuano imperterrite a parlare di “transazione ecologica”. Occorrono commenti? Transizione significa “passaggio da a”, transazione significa “accordo”. E figure del genere si candidano e chiedono voti.

Scrivo a “contatti Rai 2” per segnalare il pesante refuso, come ormai faccio spesso quando ascolto bestialità. Spero almeno che qualcuno faccia altrettanto e queste segnalazioni arrivino a chi ha sbagliato.

Tiremm innanz, come disse Amatore Sciesa ai militi Austriaci che lo portavano al capestro, condannato per reati politici durante le 5 Giornate di Milano nel 1851. Sì, andiamo avanti con la nostra scabra disamina.

Sui due temi citati, economia e fisco, Conte poco e Di Battista nulla sa. E parlano. E nemmen Di Maio, palafitta umana cresciuta sul nulla.

I bravi spiegano. Ebbene, quali tra i politici sopra citati possono essere definiti “bravi”? Boh. In che senso? Abilità politica? Sì: Renzi, senz’altro, Berlusconi, Calenda, Salvini, Meloni e Letta, pure, ma non tanto. Solo un pochino.

I geni ispirano. Vi sono geni tra i soliti di cui sopra? Manco uno. Che pretese, Renato!

Ma, nonostante tutto, esprimo un auspicio: che lo sciagurato PD prenda il 24%, battendo Meloni, i due egocentrici di Azione e Italia viva almeno il 7, dimaio il 3 o 4, e anche i 5S il 10?

Nel mio piccolo mi batterò per questo risultato, anche perché, non solo lo ritengo vitale per l’Italia, ma anche perché qua e là ascolto qualche politico di “seconda fila”, ma più bravo della maggior parte di quelli di “prima fila”, competente e colto, come Luigi Marattin e Matteo Richetti. Oppure, dall’altra parte, un Brugnaro, che è un ottimo imprenditore nell’ambito dei servizi alle Risorse umane aziendali.

Se mi si chiedono altri nomi faccio fatica… dammi qualche suggerimento tu, caro lettore. E mi dico: c’è qualche speranza (pardòn per il bisticcio con il nome del politico, che non apprezzo).

Cosa vuol dire l’algoritmo che ho proposto sopra? Turandomi il naso potrebbe fare più del 40% (42/ 44%?) e realizzare un pareggio con le destre.

A quel punto il saggio Mattarella richiamerebbe Draghi.

E l’Italia e l’Europa, e anche oltre, tirerebbero un respiro di sollievo, tipo auff!!!

Venticinquenni belli e forti ciondolano da una panchina all’altra in centro a Udine, con il cellulare in una mano e una Red Bull nell’altra

Qualche giorno fa ero a Udine per andare dal dentista, il bravo dottore P., parcheggio e mi guardo in giro. Occhi attenti mi scrutavano. Anzi, distratti. Sulle prime mi erano parsi attenti, ma poi, guardando meglio, mi sono accorto che osservavano oltre me, dietro a me, guardavano un po’ la mia auto che, anche se vecchia, è ancora attrattiva, perché è una berlinetta sportiva molto feroce, perché veloce, e un po’ guardavano amici e conoscenti loro che stavano arrivando.

sfaccendati italiani

Erano le cinque scarse del pomeriggio, un’ora in cui, dalle nostre parti, solitamente si è ancora a lavorare. Nessuno di quei venticinquenni robusti e anche belli in qualche caso, stavano in piazza a far nulla. Vivevano, e basta. Mi correggo: non è fare nulla, il vivere. Forse basta… il vivere.

Perché qualcosa si fa, sempre. Mi sono chiesto che scopo immediato, a breve, avessero quei ragazzi, che cosa si aspettassero dalla vita, qui e ora. Extracomunitari nordafricani, asiatici e qualche balcanico.

Mi sono chiesto dove fossero alloggiati, anche se più o meno lo so, e se hanno i cinque euro per la ricarica dello smarthphone (perché hanno tutti uno smarthphone, magari un Oppo da duecento euro, che funziona come un Samsung o un Iphone). E i tre euro per la Red Bull. Un rinforzo per vivere senza far nulla.

Questi giovani uomini arrotolano un giorno dietro l’altro così, in questo modo? Alzarsi svogliatamente, un po’ di toilette e poi immediatamente in rete. In giro per la città fino a ora di pranzo, che viene erogato regolarmente dove vivono tra le dodici e le tredici. Un po’ di pennica e poi di nuovo fuori, in giro, fino a ora di cena. E poi di nuovo in giro fino a che non si cade dal sonno. Mi sono chiesto anche a che ora suoni la sveglia (del cellulare)… Per giorni, settimane, mesi.

Sento due guardie della Polizia municipale che commentano ciò che vedo anch’io, ma, al contrario di quello che lo stereotipo potrebbe suggerire sul pensiero medio di due poliziotti, stavano dicendo cose come “quanto spreco di energie… possibile che non possano lavorare...”

Oddio, non è che il lavoro inteso all’occidentale, almeno dai tempi dei monasteri benedettini, cioè da un millennio e mezzo, sia leibnizianamente il “migliore dei mondi possibili”. Ma neanche il peggiore, mi pare, visti i risultati della nostra civiltà, checché ne scrivano i cancel culture e altri imbecilli dal dito inutilmente frenetico.

Ho cercato la declaratoria di sfaccendato sulla Treccani, eccola:

agg. [der. di faccenda, col pref. s- (nel sign. 2)]. – 1. Di persona, che non ha nulla di serio o d’importante o di immediato da fare: essere s.in questi giorni sono s. e lavoro un po’ in giardino; estens.: in mezzo alle macerie, rari abitanti si aggiravano con aria s. (C. Levi). 2. Con connotazione spreg., che non ha voglia di far nulla, ozioso, fannullone: non posso soffrire la gente s.; con questo sign. è più frequente l’uso sostantivato: sei uno s.una s.al bar c’erano i soliti s., che giocavano a carte dalla mattina alla sera.

Poi, in italiano troviamo anche altri aggettivi e sintagmi più o meno sinonimi (e anche i contrari) come sfaticati, pigri, nullafacenti, nati stanchi, morti-di-sonno, e altri aggettivi di campo semantico viciniore.

Il primo pensiero che, ragionandovi su, mi è venuto è stato quella della noia. Possibile che quei ragazzi non si annoino, almeno un po’. Poi, ricorrendo a qualche conoscenza di antropologia culturale mi sono fatto presente i modi che hanno, di vivere, le persone dei vari “sud” del mondo, dal Meridione italico, a quello levantino, a quello ispanico… e poi africano, sudamericano e anche balcanico. E’ abbastanza probabile che quei ragazzi siano fortemente condizionati dal quei modi d’essere. Il sole, il caldo, ora l’anticiclone africano qui da noi…

E poi c’è altro: l’inclinazione “naturale” di ogni essere umano ad approfittare di situazioni comode, garantite, anche se fino a un certo punto. Si pensi alla diseducatività del reddito di cittadinanza, così com’è congegnato ora, che è tecnicamente incapace di connettere disponibilità soggettive al lavoro e offerte di lavoro.

Il grave è che è stato congegnato, con la connivenza di governi destro e sinistrorsi, da chi ora pretende di mantenerlo così come è, i Cinque Stelle, i quali hanno avuto lo strano e abnorme risultato elettorale del 4 marzo 2018, molto per aver promesso un reddito garantito a chi non ce l’ha, non chiarendo mai bene che doveva essere collegato necessariamente alla disponibilità di accettare un lavoro, senza mantenere il reddito perfino con tre rifiuti di occupazione. E qui mi fermo in questa sede sul tema, perché non serve approfondire ulteriori tecnicismi.

Mi sono chiesto anche, guardando quei ragazzi, e mi chiedo ora, che tipo di rispetto di sé abbiano. Ovvero, se abbiano la nozione di “rispetto di sé”, nel senso di avere una autonomia di reddito, per badare e bastare a sé stessi.

Mi sono chiesto se quei ragazzi siano in grado di pensare al dovere, oltre ai diritti che gli vengono ben spiegati specialmente da una certa parte della politica, la mia, che non spiega però bene oramai da tempo anche la necessità di coniugare i doveri ai diritti, come insegnava il troppo dimenticato Giuseppe Mazzini, favorendo lo sviluppo di una pericolosa “cultura della pretesa”, che viene da molto lontano (dal ’68?), ma che ultimamente ha assunto connotati di estrema pericolosità pedagogica e morale.

Il lavoro pare non essere un punto fondamentale dei loro interessi, ma (non so) se anche, assieme al disinteresse per il lavoro, altrettanto disinteresse costoro nutrano per ogni eventuale fine esistenziale, o almeno per qualche scopo od obiettivo parziale.

Certamente, le leggi nazionali e le norme locali, come sopra esemplificato con la citazione del reddito di cittadinanza, non aiutano molto.

Il che fare, per andare oltre lo spettacolo poco dignitoso che qui ho raccontato, ma anche alle lamentazioni di molti imprenditori “che non trovano lavoratori”, è indispensabile che il Governo, qualsiasi esso sarà dopo il 25 settembre, si ponga l’obiettivo di facilitare al massimo l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, i sindacati ci stiano su questo progetto, e gli imprenditori (mi riferisco a una minoranza, ché i più sanno benissimo ciò che segue) non pensino di fare i furbi con retribuzioni indecenti, ma credano che retribuire correttamente un dipendente è la condizione senza la quale non si può far intravedere un fine razionalmente perseguibile a chi non è abituato ad averne.

Il delitto di Civitanova Marche: coloro che hanno filmato l’omicidio di Alika, senza muovere un dito per fermare lo scempio, sono non solo perfetti imbecilli e vigliacchi (avevano paura di prenderle?), ma spero siano inquisiti per omissione di soccorso, se vi sarà un’estensione interpretativa e applicativa di tale fattispecie di reato, finora considerato prevalentemente per gli incidenti stradali e gli infortuni. Scrivo questi epiteti perché desidero che questi signori “emergano” dal web e leggano ciò che si può pensare di loro, e qui io, in particolare

art. 593 del Codice Penale

qui è stato ucciso Alika Ogorcukwu, senza che alcuno lo soccorresse. Vergogna, Civitanova!

Chiunque, trovando abbandonato o smarrito un fanciullo minore degli anni dieci, o un’altra persona incapace di provvedere a se stessa, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia o per altra causa, omette di darne immediato avviso all’Autorità è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a duemilacinquecento euro.

Alla stessa pena soggiace chi, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, ovvero una persona ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l’assistenza occorrente o di darne immediato avviso all’Autorità.”

Mi pare che il caso occorso a Civitanova Marche ricada sotto le fattispecie descritte nel secondo capoverso dell’articolo del Codice penale, o no? Cari amici giuristi, aiutatemi!

Intanto, spero che anche questa mia piccola cosa scritta serva a smascherare la vigliaccheria guardona o il guardonismo vigliacco delle persone che, sentendosi quasi perfetti reporter, hanno filmato. Invece di intervenire. Per oltre quattro minuti, mentre si consumava l’assassinio, questi filmavano, oserei dire tre avverbi come fossero una bestemmia contro l’uomo, beatamente, idiotamente, colpevolmente.

Ho già detto dell’articolo 593 del Codice penale, ma ora mi pare necessario parlare del guardonismo smartphoniano, che è diventata una vera malattia.

Caro lettore, altro episodio tristissimo, cosa pensi che facessero Giulia e Alessia quando sono andate sotto il treno a Riccione domenica mattina? Forse erano anche un pochino rinco per la serata, ma sicuramente, almeno quella a cui non avevano rubato il cellulare, si stava dando da fare con quello che era rimasto, e poi sono scivolate tra i binari davanti al Freccia Rossa. Non ci saranno autopsie per i corpi troppo straziati, e il racconto del macchinista del treno che le ha travolte non dice altro che a 200 all’ora non poteva fermarsi vedendo una ragazza allucinata davanti a sé per frazioni di secondo.

E’ oramai irresistibile per i ragazzi, e non solo per loro, il richiamo del web, che li trasporta in un mondo neanche virtuale, ma del tutto fasullo e pericoloso.

Qualche psicologo dall’alto cachet televisivo torna con la manfrina risaputa dell’educazione genitoriale e scolastica che manca. Per saper dire questa ovvietà non occorre farsi pagare profumatamente dalle tv.

Occorrono piuttosto azioni politiche che sostengano scuola e famiglie in modo diverso da quello attuale, che sembra quasi solo un atto dovuto, non un Progetto primario dello Stato sociale e di diritto.

Occorre investire in cultura umanistica, dove discipline come la Filosofia pratica di Phronesis, la Psicologia umanistica à la Rogers e la Psichiatria fenomenologica (sulle tracce di studiosi come Karl Jaspers, Edmund Husserl, Ludwig Binswanger, ben conosciuto dall’amico Giorgio Giacometti, Giovanni Jervis, Franco Basaglia, Vittorino Andreoli, un professor Galdi suggeritomi dall’amica Lia Matrone, e altri, anche se non molti…) si devono aiutare integrandosi.

Personalmente mi muoverò affinché sia fondata una associazione come Philia, in grado di mettere vicino specialisti come quelli indicati, accanto a Phronesis, e ai suoi filosofi pratici, associazione che ancora per qualche mese presiederò, e poi si vedrà.

Torno al “folle” di Civitanova. Risulta che fosse stato sottoposto anche a un Trattamento Sanitario Obbligatorio e che sua madre fosse stata nominata Amministratore di sostegno, senza però nulla essere capace di fare.

La sindrome psicotica di cui è parlato è pericolosa, ma lo si è lasciato in giro così com’era. Un disturbo bipolare, o sindrome maniaco depressiva, che si esprime anche con la violenza di Civitanova, non può essere lasciato allo svolgersi di atti e fatti purchessiano. Nella vicenda vi sono dunque anche responsabilità oggettive degli enti di controllo e della famiglia.

Si tratterà poi di stabilire, e questo sarà compito dei giudici, di che tipo di libero arbitrio disponesse Filippo Ferlazza, visto che la posizione lavorativa Inps lo colloca a un 100% di invalidità. Un po’ strano, però, un invalido, se pure mentale, che massacra un uomo ancora giovane. Analisi cliniche e giuridiche da fare. Aspettiamo.

Ma torno ai testimoni del disumano orrore e mi rivolgo a loro. Mi auguro che sorga nel vostro cuore e nella vostra mente la consapevolezza dei vostri atti e vi pentiate e vi vergogniate di quello che avete fatto.

E infine vi sentiate – per il tempo giusto – obiettivamente dei miserabili.

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