Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Su libertà e vaccini occorre tornare con chiarezza ad Aristotele, Tommaso d’Aquino e Immanuel Kant

Leggo in tema prese di posizione filosofiche provenienti da prestigiosi colleghi, come Cacciari e Galimberti, che in parte condivido, ma prevalentemente no, direi in particolare nella metodica comunicazionale.

Del primo non condivido la posizione pubblica sul green pass, che limiterebbe la libertà individuale: ciò mi sembra che sia un po’ come guardare il dito che indica la luna, non guardare la luna, vale a il dire che le regole anti-Covid sarebbero liberticide… D’accordo con lui quando commenta la povertà politica storica, mezzosecolare, dei preposti alla salute italica, ma ciò non significa che non si debba tener conto di ciò-che-è-meglio-fare qui e ora, per combattere l’insidioso male del Sars-Cov2, epidemia, se non si vuole dire pandemia, dimostratasi già in tutta la sua pericolosità.

Mi meraviglio che un pensatore del livello suo non riesca a comprendere come non sia il caso si esprimersi verso il grande pubblico con teoresi, anche condivisibili, ma eccessivamente articolate e sofisticate, per non mettere in allarme chi non è in grado di seguirle passo passo, mentre invece sia più utile accontentarsi di proporre ragionamenti semplici, essenziali, tali da aiutare a scegliere razionalmente la gran massa delle persone di farsi il vaccino, in questo frangente, dove il vaccino è – comunque la sia veda – il male minore, e nel contempo il bene maggiore. O no?

Del secondo non apprezzo per nulla la sua oramai solita – e già vetusta – accusa al cristianesimo di aver fomentato l’egoismo da duemila anni.

Non è semplicemente vero, come ho spiegato qualche settimana fa in uno specifico articolo qui pubblicato. Onde non ripetermi, qui ricordo solo che, se è vero che il cristianesimo ha posto al centro della riflessione sui valori morali la persona umana come individuo il cui valore, appunto, è incommensurabile, ha giustapposto al tema-persona, con altrettanta forza e priorità, il concetto di comunità, di comunione, di condivisione. Ne consegue che la persona e le persone, il bene e il male sono da considerare sempre in relazione al rapporto necessario esistente nell’umana convivenza.

Sarà poi la filosofia teologica cristiana, a partire da Agostino e soprattutto con Tommaso d’Aquino a precisare meglio, con estrema e insuperabile chiarezza, il valore primario della comunità, come insieme di figli-di-Dio, riassunto poi nelle forme più solenni nella recente (1965) Enciclica conciliare Lumen gentium, là dove la Chiesa stessa, cioè l’adunanza, la raccolta dei popoli, è definita “popolo di Dio”.

C’ è, di contro, un filo rosso tra i tre grandi filosofi citati nel titolo, Aristotele, Tommaso d’Aquino e Kant, un filo che spiega con chiarezza che cosa si debba intendere per libertà e bene comune, il filo rosso di una filosofia politica irrorata dalla sapienza greco antica, dalla morale cristiana e dall’apertura culturale dell’illuminismo.

Evitando in questa sede indicazioni bibliografiche e appesantimenti specialistici, mi limito a citare, innanzitutto Aristotele, che parla esplicitamente dei doveri specifici e ineludibili “di chi entra in città”: chi entra nella pòlis deve conformarsi alle leggi della pòlis stessa, deve accettarne leggi, usanze e modi di vita, ove desideri soggiornarvi, altrimenti se ne può anche andare. Evidentemente bisogna contestualizzare la dottrina socio-politica ed etica aristotelica, non prendendola per buona come esempio assoluto per i tempi odierni.

Tommaso d’Aquino, completa il discorso morale aristotelico e la dottrina cristiana, ponendo il tema del Bene comune, che ricomprende i beni individuali e li mette in relazione, sottolineando la primazia di ciò che è più utile alle comunità, piuttosto che al singolo individuo.

Il buon frate domenicano arriva addirittura a scrivere che la stessa proprietà privata non può essere assoluta, incondizionata, poiché ogni bene è dato da Dio, per cui ogni essere umano, con la sua intelligenza e volontà, su questi beni deve esercitare un mandato al fine di salvaguardare detto bene, anche in vista di chi verrà dopo, figli e nipoti. Ogni essere umano e ogni gruppo umano, sostiene il grande filosofo cristiano, ha la responsabilità della custodia dei beni, perché, come doni del Creatore debbono essere rispettati, tutelati e utilizzati per la realizzazione di una buona vita di ciascuno e di tutti.

Di più: per Tommaso, se un tiranno usa i beni dati all’uomo solamente per la sua convenienza, esercitandovi un potere assoluto e senza poter essere contrastato, mostrandosi nell’agire come tiranno, il popolo può avere diritto di ucciderlo, per liberare tutti dal sopruso. Anche il tirannicidio, dunque, in questa visione del “bene comune” può essere moralmente ammesso. Sono certo che non molti conoscono questa dottrina tommasiana, profondamente cristiana.

Avvicinandoci ai nostri tempi, non citando tutti i numerosi pensatori che dopo Tommaso hanno posto il Bene comune” al di sopra dell’interesse individuale, giungiamo a Immanuel Kant.

Ebbene, Kant spiega molto bene nella Critica della Ragion pratica, (siamo attorno al 1800), il suo testo di Filosofia morale, che vige l’obbligo di non considerare mai l’uomo come mezzo ma sempre come fine. In sostanza, l’Uomo deve essere inteso e rispettato come soggetto-in-relazione, per cui ogni dire e ogni agire deve tenere conto del bene altrui. Un altro suo detto fondamentale è il seguente: “Fai in modo che la massima del tuo agire possa costituire legislazione universale“. Non mi pare necessitino commenti interpretativi.

E, per concludere, cito umilmente… me stesso, riprendendo la breve sintesi teoretica che ho pubblicato in un post pubblicato qualche giorno fa, sul tema della Libertà.

LA LIBERTA’

Molti non hanno alba di che cosa si possa intendere razionalmente per LIBERTA’ Ancora molti ritengono che sia “fare ciò che si vuole”, ma non è così, perché la volontà a volte è guidata da emozioni sbagliate o da ignoranza tecnica. Quelli che urlano per le piazze, sgangherati libertadores, o dicono in privato che sono per la libertà, non sanno ciò che dicono o urlano. Prima di decidere “liberamente” che cosa fare, bisogna informarsi, studiare certo, ma soprattutto valutare che cosa sia il bene maggiore e il coincidente male minore per tutti, per se stessi e anche per coloro con cui si con-vive. Essere liberi è, dunque “volere ciò che si fa”, là dove l’intelletto cosciente e la ragione argomentante aiuta a decidere per il meglio, e dunque a essere veramente liberi, nei limiti consentiti dall’essereumani.

Allora, se la decisione resta insensibile al BENE MAGGIORE COMUNE, quella che sopra abbiamo chiamato ignoranza tecnica, diventa ignoranza morale, e dunque eticamente rilevante e colpevole.

Un esempio? Si pensi al divieto di fumo nei locali chiusi legificato vent’anni fa circa dal benemerito ministro prof Sirchia. Ebbene, i fumatori di quel tempo, dopo avere un po’ brontolato, si adeguarono, capendo che la libertà di avere quel vizio era inferiore alla libertà di tutti gli altri che invece avevano deciso, per la propria salute, di non fumare. L’analogia è fortissima, l’esempio è quasi sovrapponibile… o no?

E allora, venendo al tema vaccini e libertà: come si fa ad affermare, come fanno in molti, che lo Stato ci tiene prigionieri, quando invece è il virus il soggetto da mettere nella frase che parla di prigionia. Proprio per liberare noi stessi e gli altri, per rispetto, ripeto, di noi stessi e degli altri, è utile, opportuno, necessario vaccinarsi.

Non dico obbligatorio, perché spero che il buon senso e l’intelligenza rendano superflua una normativa legalmente vincolante.

Giornalisti “villani” (senza offesa per i villani abitanti delle “ville” rurali), Marco Travaglio e David Parenzo, e i falsi liberal-democrat del non-vaccino

Qualcuno non ha limiti nell’insultare, e molti si improvvisano sapienti su ogni materia, di questi tempi. Ciò non si dovrebbe mai verificare, ma queste cose capitano. Probabilmente l’accessibilità dei nuovi media non solo favorisce, ma sollecita, interventi di tutti i generi in tutti gli ambiti su tutti gli argomenti.

In ragione di ciò, si leggono e si ascoltano facezie, stupidaggini, affermazioni azzardate, assiomi infondati, ricordi fasulli, relazioni inesistenti fra concetti inconciliabili, pretese di conoscenza senza fondamento, e altro del genere che, se non fosse talora pericoloso, potrebbe essere il soggetto di innumerevoli gag comiche.

Tornando al citato giornalista, misteriosamente innamorato di Conte, più che di Grillo, ora si è messo a parlare dei figli di papà al Governo, partendo da Draghi, cui riconosce solo saperi finanziari, mentre – a parer suo – non saprebbe un c. di socialità, sanità e molt’altro. Invece, sappiamo che Draghi si è fatto da solo, come me e molti altri.

Perché il soave giornalista non attacca due autentici “figli di papà” come Ciro Grillo e Davide Casaleggio? Potrebbe bastare, anche se questo tipo umano si meriterebbe altro di critico, che qui non gli concedo. Mi prenderebbe troppo immeritato spazio.

Un altro giornalista villano, che blatera arrogantemente per Radio e si mostra in tv, talora in compagnia di sodali che competono validamente con lui in beceraggine, ma non lo superano, come Giuseppe Cruciani, è David Parenzo, che non si perita di dare del cretino a chiunque non sia d’accordo con lui. E pensare che vi sono molti masochisti che continuano a telefonare a La Zanzara, trasmissione di Radio24, cioè di Confindustria. Ciò che mi meraviglia, ma forse sono ingenuotto, è come mai anche l’elegante presidente Bonomi accordi spazio a un format così degenerato. Ascoltare una volta, per capire. Sarà per l’audience, la maledetta audience che si nutre del brutto, del cattivo e dello sporco.

L’anima dell’uomo ha antri oscuri, forse sepolti tra l’amigdala e i lobi prefrontali, che non sono l’anima, ma l’encefalo del sapiens sapiens.

Non so se l’anima dei contemporanei sia più bacata di quella degli uomini di tempi andati: certo è che i media mostrano attualmente qualcosa di inaudito, anche rispetto al recente passato. Forse arriveremo al punto preconizzato da Spielberg in Minority report.

Io, più prudentemente, parlo di crisi del pensiero… critico e mi do da fare, nel mio piccolo, per svilupparne in giro la consapevolezza.

Un altro aspetto negativo di questi tempi è lo stalking telematico, pericolosissimo, soprattutto per i ragazzi. L’ignoranza e la volgarità incombenti rischiano di mettere a repentaglio non solo la sicurezza mentale dei giovani, ma perfino quella fisica. Si sono registrati anche casi di suicidio di ragazzini che non hanno retto la diabolica insistenza del bullismo informatico.

Altro capitolo: quello degli sguaiati falsi democrat del non-vaccino, che stanno ogni giorno superando se stessi in ignoranza colpevole (o forse no, si tratta solo di ignoranza-bestia e quindi incolpevole; cf. Tommaso d’Aquino Secunda secundae).

Se ricordi a uno di costoro che il 90% delle persone ricoverate in terapia intensiva in queste settimane sono non-vaccinati, ti risponde che è un… caso. Ma questi non sa nemmeno che cosa significhi la parola “caso”. Eppure urla, strepita, insulta, rivendica la sua libertà di infettarti. O, addirittura afferma, come certi sedicenti guru, che il Covid è un falso problema, perché ne muoiono più di malaria, o di tumore o di infarto.

Come sempre, chi non sa ragionare, perché non ha argomentazioni, e vagamente percepisce questa sua debolezza logica, cambia argomento.

Qualcuno mi ha detto che il paragone con la vicenda del fumo da me proposto in un post precedente non sta in piedi con la vicenda vaccini, perché in questo caso si viene relegati a casa se non si ha il green pass, e allora no, ho provato a spiegare che il paragone sta in piedi sul piano del rapporto che sussiste tra Bene (o supposto tale) personale e Bene comune, laddove quest’ultimo non può stare al secondo posto, mi risponde che “non gliene frega nulla del bene comune”. Mi fermo, perché dovrei dirgli che è quantomeno narcisista, egocentrico, egoista, se non vagamente affetto da un a forma abbastanza lieve di sociopatia. E taccio.

Ma continuo, con le mie limitate forze, a lavorare affinché la ragione argomentante, forte di una logica inoppugnabile, contrasti l’assenza di senno che molti in questo periodo propalano, ed esaltano con i loro comportamenti espressivi e di azione.

Sono convinto che ce la faremo.

Gli Inglesi, più ancora che sprezzanti verso gli Italiani, sono imbecilli. Sono questi i connazionali di Francis Bacon, Isaac Newton, John Locke, David Hume, Charles Dickens, G.B. Shaw e Bertrand Russel? Gli inglesi…

che pena. E che vergogna!

Per me solo una conferma, perché ho avuto un parente acquisito di stampo razzista, colonialista e incapace di ascolto, l’idealtipo dell’inglese che ritiene las Malvinas roba sua, e i “negri” esseri inferiori, da governare quasi come un gregge.

Ci sarà una ragione per cui tutto il mondo ha tifato per l’Italia agli Europei di calcio, compresi i loro cugini scozzesi e irlandesi, e contro la Nazionale inglese?

Forse più di una.

Gli Inglesi non piacciono per molte ragioni: per una tendenza ad impadronirsi di terre e mari cresciuta in tutto il mondo dai tempi del conflitto vittorioso con l’Impero spagnolo nel XVI secolo. Da allora, l’Inghilterra fu per trecento anni la prima potenza mondiale: solo Bonaparte ne mise a rischio la primazia. Dopo Waterloo Londra tornò la capitale del mondo, fino agli scontri del XX secolo, che la videro ancora vincitrice, ma segnarono l’inizio del declino, mentre cresceva la diarchia USA-URSS. Ora il mondo è multipolare e l’Inghilterra, che ha avuto l’idea distopica di uscire dall’Unione Europea, ha perso la sua centralità.

Il Commonwealth è l’ultimo retaggio formale di un impero che fu mondiale.

Come insegna Carlo Marx, accanto ai fenomeni strutturali della storia umana, vi sono i fenomeni sovrastrutturali, quelli culturali e giuridico-politici. Il retaggio del potere inglese è rimasto solo (e non è poco!) nella pervasività dell’uso della loro praticissima lingua, che è diventata una delle tre o quattro koinè del mondo economico, politico e sociale.

Il sentiment sugli Inglesi, però, è generalmente negativo. Di loro non si sopporta la spocchia, la presunzione, il superiority complex, che ha intriso la loro cultura e la loro anima.

Gli Inglesi, in qualche modo si sentono superiori agli altri popoli, almeno in questa fase storica… sarà perché sono stati decisivi, anche se meno dei Russi e degli Americani, nella sconfitta del Nazismo, nelle cui vicende, comunque, il loro capo, Churchill ebbe comportamenti tutt’altro che lineari e più che ambigui. Il regno Unito guidato da Sir Winston, prima di considerare la Germania hitleriana come un nemico mortale, le tentò tutte per scatenarla contro l’Unione Sovietica.

Peraltro, noi Italiani abbiamo non poco da recriminare per ciò che quell’uomo politico disse e fece a nostro sfavore. Dopo averci definito “ventre molle d’Europa e popolo senza carattere”, non ebbe nessuna remora a trattare con Tito l’eventuale cessione di Trieste, Gorizia e di mezzo Friuli. Non possiamo volergli troppo bene, agli Inglesi.

Tutto ciò viene insegnato nelle loro scuole, per cui anche un bravo ragazzo come Marcus Rashford, eccellente calciatore, si toglie la medaglia d’argento assegnatagli per il secondo posto ottenuto ai Campionati europei di calcio. Ecco, anche nel gioco del calcio, siccome loro se ne ritengono gli inventori (falso, perché questo gioco in qualche modo era praticato in Italia nel Medioevo, e in forme diverse dall’antichità romana), non giocarono con altre squadre nazionali fino al 1950, perché convinti che avrebbero facilmente battuto tutti, e quindi, magnanimemente, evitavano di far fare brutte figure a tutte le altre nazioni.

Poi, quando si rassegnarono a competere, persero la prima partita con gli Stati Uniti, non proprio una potenza calcistica. E, per quanto concerne le vittorie, l’Inghilterra può annoverare solo quella del mondiale giocato in casa nel 1966 (quello del gol-non gol di Geoff Hurst). In seguito non hanno vinto più niente, mentre l’Italia ha vinto sette manifestazioni europee o mondiali (quattro mondiali, due europei e una Olimpiade); la Germania più o meno altrettanto, il Brasile pure; anche la Francia, molto anche la Spagna, l’Argentina e l’Uruguay, ma loro no.

Amavo spiegare al mio parente inglese acquisito che gli Inglesi, di fronte alle centinaia di artisti sommi di cui può vantarsi l’Italia, loro possono presentare un Turner o un Constable. Il loro più grande musicista, prima dei Beatles, è stato un tedesco di cui si sono impadroniti, Georg Friedrich Haendel. Continuo?

E così, un uomo normalmente intelligente come il capitano inglese della squadra nazionale di calcio Harry Kane, si toglie la medaglia d’argento non appena ricevuta, imitato in questo gesto, più che sprezzante verso l’Italia, imbecille, imitato da tutti i compagni, maleducati e poveri in spirito.

Se poi esaminiamo il comportamento del premier Johnson e del principe William, che non ha neanche salutato il nostro Presidente della repubblica (sua nonna Elisabetta non l’avrebbe fatto), traiamo la seguente conclusione: una storia e una cultura in declino, che non accetta il cambiamento e il principio di eguaglianza antropologica e morale fra tutti gli esseri umani, come credevano fosse i grandi inglesi citati nel titolo, ha bisogno di riflettere profondamente su se stessa, per trovare il modo di rinascere in umiltà.

Parole dal carcere

Si discute, in una giornata di questo caldissimo luglio 2021, di quello che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere, in altre carceri, e di molto altro. Il sistema pare sia un po’ questo, così come si è visto in tv e sul web. Me lo fa capire chi si trova da decenni fra ristretti orizzonti e, se pure in modi differenti, due poliziotti.

Parto da costoro. Il primo mi dice esplicitamente che, se si registrano azioni pericolose da chi fa rivolte, prima o poi ci si vendica, perché questo è l’ordine naturale delle cose. A bestia, bestia più uno, gli scappa di dire.

Il secondo, che è un graduato, mi mostra una sensibilità politica e morale che – con rispetto per lui – non mi aspettavo del tutto, dicendo che non è ammissibile eticamente che uno “strumento dello Stato” si vendichi, peraltro di persone che magari c’entrano poco o nulla con precedenti manifestazioni.

Il mio amico invece, parla di un “sistema”, cioè di una metodica che è stata introiettata nei comportamenti di chi è di guardia, ed è in qualche modo quasi “asseverata” dall’alto, checché ne dicano coloro che stanno in alto.

Come orientarsi tra queste tre opinioni così differenti? Il carcere è una istituzione totale e totalizzante, come spiegava Michel Foucault già mezzo secolo fa, e perciò in qualche misura – di fatto – al di fuori del rispetto delle norme dello “Stato di Diritto”, come quello francese o quello italiano. Epperò, come può ragionevolmente darsi un “poter-essere” al di fuori delle norme dello Stato di Diritto? Pare una contraddizione in termini.

Se uno Stato si dice di diritto, riconoscendo che le proprie prerogative giuridiche non possono eccedere quelle di ogni cittadino, in modo da metterlo in una situazione minoritaria, non dovrebbe consentire eccezioni, ovvero situazioni nelle quali ciò che significa il sintagma etico-giuridico “Stato-di-Diritto” non “funzioni”. Ebbene, non è così… e per le ragioni in base alle quali tutto, nel mondo degli uomini e nella storia, è accaduto nel corso del tempo, e ancora accade sovente e in molti luoghi e situazioni.

Il tema dei diritti è centrale da quasi due secoli e mezzo, dai tempi dell’Illuminismo francese, tedesco, italiano e anglosassone, dai tempi di Voltaire, Beccaria, Jefferson e Kant. E’ all’ordine del giorno da questo lungo periodo, perché, nonostante la chiarissima lezione evangelica, una cultura politica generale non ha saputo introiettarne il valore. In questi due secoli e mezzo i diritti sono diventati un elemento centrale delle legislazioni e della politica nella maggior parte dei paesi del mondo, dopo le crisi sistemiche dei totalitarismi del ‘900.

Ancora, però, in molte nazioni i diritti umani non sono riconosciuti, come in Corea del Nord e in Cina, ovvero dove sono negletti, ad esempio in certi regimi autoritari del Sud America, dell’Africa e dell’Europa, come in Bielorussia.

Nei paesi giuridicamente più evoluti i diritti stanno riguardando anche aspetti della vita personale fino a sfumare in un confuso giuridismo dei bisogni e dei desideri, come sta accadendo in queste settimane in Italia con gli scontri politici sul Disegno di Legge Zan, che concerne la tutela delle varie declinazioni sessuali dell’umano.

Forse il momento critico dei diritti va di nuovo valutato per rapporto ai doveri, di cui da tempo si parla pochissimo. Dovrebbe essere posto al centro in combinato disposto fra diritti e doveri, per riprendere un discorso che equilibri questi aspetti regolatori della convivenza umana.

E torno al tema carcerario della prima parte.

Comunque stiano le cose, e specialmente se si trattasse di un sistema, come mi spiega l’amico ospite di quell’istituzione da troppo tempo, i diritti umani non vanno mai negati, e dunque atti e fatti come quelli accaduti e sopra richiamati non dovrebbero avere più la possibilità di accadere.

Ma, perché vi siano speranze per una prospettiva del genere, è necessario riprendere i fondamenti etico-filosofici della Costituzione repubblicana, che all’articolo 27 parla di diritto al recupero della socialità per tutti e per ciascuno che abbia sbagliato e abbia pagato la pena per i crimini compiuti.

Anche l’ergastolo ostativo, pur misura comprensibile in un certo momento storico, oggi mostra tutta la sua evidente incostituzionalità e immoralità. Diritti dei cittadini e doveri nei comportamenti devono coniugarsi in un mix là dove la libertà di ciascuno sia contemperata al diritto alla sicurezza personale di ciascun altro, reciprocamente.

Non si dà, infatti, una libertà plausibile, se non connessa con la giustizia e la sicurezza, sempre nei limiti dell’agire umano.

Le due cornacchie e altri “volatili” (in ambo i sensi)

Insisto. Siccome lo scontro fra Grillo e Conte continua, mi sembra interessante ricorrere alla metafora per continuare i miei commenti su questa per-nulla-fondamentale battaglia politica, anche se preoccupa molto il segretario del PD. Si tratta infatti del conflitto tra due uomini di non alta statura antropologica, di moralità quantomeno – mi permetto di dire – un pochino dubbia, almeno in uno dei due, e di albagìa certa, nell’altro.

Il paragone metaforico è interessante, perché le cornacchie sono due uccelli spazzini, molto resistenti, di indubbia intelligenza naturale, come ci spiegano fior di ornitologi. E forse questi specialisti della zoologia pennuta sono particolarmente adatti ad analizzare tipi umani come quei due.

Due notizie su questi interessanti corvidi, che per parenti hanno proprio i corvi, quelli neri neri, le gazze, le ghiandaie e anche il merlo indiano.
Come la più parte dei corvidi la cornacchia grigia è un onnivoro opportunista, molto attento alla disponibilità di esercitare la sua naturale saprofagia. Una gran varietà di cibi, prevalentemente di origine animale, ma anche vegetale, è a disposizione di questi pennuti. Anche l’urbanizzazione ha favorito il loro sviluppo, dando ampi spazi di esercizio della loro versatile intelligenza. Ad esempio, a Milano, a Roma, a Napoli, i corvidi fanno concorrenza per numero perfino ai passeracei.

In generale questi uccelli frequentano areali naturali come scogliere e coste marine, alla ricerca di molluschi e crostacei, piccoli pesci ed echinodermi, e anche ricci di mare che le furbe cornacchie aprono sollevandoli in volo e facendoli cadere dall’alto. Poi, non disdegnano di pasteggiare anche con uova di gabbiani, urie, procellarie e cormorani, adocchiando i nidi e aspettando che i genitori si allontanino per nutrirsi, oppure facendosi inseguire per favorire il lavoro di un collega corvide. Certamente uno scontro con un gabbiano non converrebbe a nessuna cornacchia.
Non manca alla loro dieta anche l’apporto di animaletti, come piccoli rettili, anfibi, insetti e invertebrati vari, larve e altro di simile.

Le cornacchie attaccano talvolta gli esseri umani, come ben documenta il noto film di Hitchcock… e, pare, anche i cani. 

Ora, anche scherzando, si tratta di vedere come possiamo individuare assonanze e similitudini fra i corvidi grigio-neri e i due marpioni cinquestellati… Sulle prime si potrebbe dire che i due umani ricordano i corvidi grigio-neri perché starnazzano molto, e qui converrebbe paragonarli alle anatre, ma queste ultime sono uccelli dediti completamente alla prole e alla ricerca di nascosti pertugi tra le acque correnti e la vegetazione per nidificare in santa pace, e non rompono le scatole a nessuno.

I corvidi no, quelli circolano per campi e piazze, per viottoli e radure, svolazzando da tetti a grondaie, dai fili della luce ai tralicci, ovunque. E ovunque tu guardi li ritrovi, con il becco teso e il vociare rauco.

Il primo dei due umani può ricordare l’uccello perché ha talmente tanto urlato che la raucedine potrebbe averlo colpito in malo modo; il secondo perché possiede un timbro vocale leggermente rauco e nasale. Questo sotto il profilo dei suoni.

Sotto quello degli atteggiamenti e del look, andiamo meglio: tutti e due deambulano con presupponenza, anche se il secondo la nasconde dietro una sorta di bonomia affabilmente esposta.

Le due cornacchie della politica. E gli altri? Potrei divertirmi ad accostare anche molti altri ad animali vari, i Salvini, i Letta, le Meloni, i Berlusc, i Renzi, i Leu e affini. Ognuno di questi può ricordare un animale tale che comunque absit iniuria verbis (cioè, nessuna ingiuria con le parole). Proviamo, anche se mi vengono in mente solo uccelli: allora, Salvini un pavoncello scherzoso, la Meloni una aggressiva gallinella d’acqua, Renzi un anatrone scalpitante, Berlusc un pappagallo curioso, Letta un tacchino che fa la ruota, ma un pochino spennacchiata. Di Leu e Sinistra italiana non saprei dire, chiederò un consiglio a un ornitologo.

Così, per sorridere, caro amico lettore.

I due soggetti più “sbagliati” che fanno politica oggi: Grillo e Conte G.,… e i “dintorni” della socio-politica

Non saprei chi individuare di più “sbagliato”, o stonato, tra i tanti protagonisti della politica attuale, fra Grillo e Conte, l’ex capo del governo (e anche l’altro Conte, l’ex dell’Inter, che è famoso è pure un po’ sbagliato). Ma forse il termine “sbagliato” è… errato, poiché bisogna sempre tenere conto del contesto sociale, politico e storico, aggiungerei. In altre parole, negli anni ’80 un “Grillo” non avrebbe avuto gli spazi per le sue piazzate del “vaffa…”. La politica di allora era talmente pervasiva e partiticamente orientata da non lasciare spazi ad espressioni di un populismo così teatrante.

Le piazze di Grillo non erano né una jacquerie à là Vespri siciliani o al modo dei Ciompi fiorentini, né una semi-rivolta qualunquista come quella dei “gilè gialli”, o delle “sardine” di un altro ambiguo personaggio come il loro capo Santori, né tantomeno una rivoluzione come quelle Francese e Russa. Citare queste ultime due vicende in coda alle altre è come citare Michelangelo e Raffaello dopo aver citato degli imbrattatele.

Le piazze grilline sono accadute negli anni “2000”, dopo il 2005, non prima. Intanto.

Circa Conte, che dire? Certamente che non è, sotto il profilo qualitativo, né migliore né peggiore degli altri politici, in considerazione della qualità media rilevabile in questi anni, epperò con grande pietas. Questo lo dico, per riconoscergli un certo valore relativo, anche se non è mai riuscito a toccarmi in qualche modo, né tantomeno a “emozionarmi”. Secondo me non è aiutato dal timbro vocale, dallo stile leccato e (sospetto) insincero, e dal suo sostrato avvocatizio, che gli ha ispirato dei modelli comunicazionali ed eloquio piuttosto stantii e noiosi.

Ho sempre pensato, sulle tracce del pensiero di Max Weber, che il carisma di un individuo si possa nascondere in una situazione di latenza, osservando nel concreto molti casi nei quali, inaspettatamente una persona – in una specifica situazione – si è mostrata capace in un determinato ruolo e posizione alla quale è “capitata” (come si dice, sbagliando) come per caso. Ho visto sindaci eletti da una posizione ante-elezioni da vice-outsider, essere molto migliori di carismatici predecessori. Altrettanto ho constatato accadere nel mondo economico e nelle aziende di produzione, commerciali e dei servizi, e perfino nella Chiesa…

Un’esperienza personale e non unica di questo tipo nel corso del tempo: ricordo quando, al di fuori delle aspettative, fui eletto segretario provinciale di un sindacato, l’immagine di due colleghi di altra confederazione che se ne andarono da quel congresso mettendosi le mani nei capelli, e qui ne voglio citare i nomi, perché magari qualcuno glielo riferisca: si trattava di Ennio Balbusso e di Giobattista Degano, rappresentanti della corrente socialista della Cgil. Se ne andarono come scandalizzati davanti all’elezione di un neanche trentenne, di sospette tendenze extraparlamentari (non sapevano niente di me) all’importante carica socio-politica.

Poi ebbero a ricredersi e diventarono con me quasi devoti, vista la mia acclarata capacità di trattare anche con la politica. In quegli anni i volantini “unitari” erano redatti da me e stampati spesso senza che li leggessero, tanta era la fiducia che oramai avevano riposto nella mia persona.

E torno a Conte G., autodefinitosi “avvocato del popolo” fin dai suoi primi vagiti di politico, ma già investito della carica di Presidente del Consiglio dei ministri. Già questa auto-definizione non mi piacque, e lo scrutai con particolare acribia, notando nelle sue movenze, nel suo look, nel suo modo di parlare e di muoversi sempre qualcosa che mi disturbava, qualcosa di insincero, di artefatto, come “di risulta”.

D’altra parte, il suo cosiddetto “capo politico” era un ragazzetto di poco più di trent’anni senza arte né parte, di formazione raccogliticcia e largamente insufficiente (il mio lettore sa ben che parlo del signor Di Maio). E attorno a lui stava la pletora (oggi in larga parte terrorizzata dall’ipotesi non peregrina di sparire nel nulla della notorietà e di redditi da amministratore delegato di grande azienda) di parvenù e di idealtipi alla toninelli, che dalla disoccupazione erano stati catapultati nel 33% dei consensi degli Italiani a prendere 13.000 euro/ mese più rimborsi spese varie.

A otto (2013) e a tre anni (2018), rispettivamente, da quel crescente e inaspettato successo, li vediamo ancora, in larga parte, non sapere-che-cosa-fare, per evitare le elezioni anticipate, poiché ben sanno che rimanderebbero nell’anonimato almeno metà di loro, e con il problema di cercarsi un lavoro. Anche in un’Italia che trova sempre un angolino per i “trombati”, il loro numero è troppo elevato per una ragionevole e generale speranza di ricollocazione erga omnes. Come è moralmente giusto che sia. Magari potrebbero farsi aiutare dai navigator, altra loro penosa e costosissima e inutilissima invenzione!

Ancora, circa il rapporto fra i due “Giuseppe” (Beppe e Giuseppi), fatto eclatante notato dal mio amico Gianluca, che dirige una grande azienda italo-germanica. Lui mi dice: “Come fa oggi Grillo a definire incapace e incompetente Conte, se per tre volte ce lo ha presentato quasi come un genio: la prima volta come capo del governo gialloverde, la seconda come capo del governo giallorosè e questa terza volta come capo del suo Movimento?” C’è qualcosa che non va in tutto ciò, eccome!

A questo punto mi torna alla mente un altro ricordo, concernente le conoscenze e le professionalità individuali, quello della ricollocazione dei sindacalisti, i quali, “usciti” in distacco sindacale ex articolo 31 della Legge 300 del 1970 a meno di trent’anni, abituatisi a vite da dirigenti, hanno sempre cercato, o di mantenere la loro posizione sindacale, o sono stati ricollocati nell’ampia area del terzo settore cooperativo, oppure, qualcuno più abile, nella politica regionale e nazionale. Pochissimi di loro si sono messi in gioco dopo l’esperienza sindacale, e solo coloro che avevano, o una preparazione adeguata, o un lavoro dove non gli dispiaceva tornare. Personalmente, dalla segreteria regionale generale di un sindacato e dalla direzione nazionale, sono passato alla direzione generale del personale di una multinazionale metalmeccanica. Una scelta simile a “gettarsi in acqua dove non si tocca”. Altri colleghi si sono incistati (absit iniuria verbis) nel sistema Coop: un po’ diverso, vero?

La mancata riforma dei sindacati dopo la fine del comunismo, simbolicamente datata al 1989 con la caduta del Muro di Berlino, che a cascata ha generato varie riforme politiche a livello internazionale e conseguenti dibattiti in ambito sociale e sindacale. Non tanto, però, da generare ciò che ci si sarebbe potuti aspettare da questa reale rivoluzione mondiale. In realtà era cambiato il mondo: non più la principale contrapposizione tra i blocchi, est-ovest, USA-URSS, ovvero capitalismo vs comunismo, con la variabile Cina e un’Europa che cercava (e cerca) di costituirsi come “massa critica” tra quei giganteschi competitor. Ora si trattava di comprendere come aggiustare molte cose della politica, e questo è accaduto in Italia, producendo anche ciò che è diventato il movimento grillino. In estrema e rozza sintesi.

L’oggi: Conte Giuseppe versus Grillo Giuseppe, il tema odierno. Due parole anche sul comico, che tale è restato anche quando ha deciso di riempire piazze che avevano bisogno di teatro, di vis comica, di frizzi e lazzi, urla e insulti, come in una “commedia dell’arte” di quart’ordine ed evidente sgangheratezza . Ce l’ha fatta alla grande, dal suo punto di vista, scandalizzando, provocando, urlando, sudando in mezzo a un popolo sempre più incazzato, finché il suo movimento delle Cinque Stelle si è presentato alle elezioni e ha ottenuto in breve risultati eccezionali: il 13% nel 2013, il 33% nel 2018, quasi, o poco meno, come la Democrazia cristiana e il Partito comunista dei tempi migliori negli anni ’75/ ’76.

Personalmente, e condividendo questa posizione con diverse persone con cui ho molte cose in comune, il movimento di Grillo non mi è mai piaciuto, qualcosa mi ha sempre disturbato, e anche offeso: le urla in piazza, che sono state anche la cifra della Rivoluzione francese quanto Luigi XVI fu catturato a Varennes, ma da quelle, direi, ontologicamente diverse; il disprezzo per le altrui opinioni; la tendenza all’auto-celebrazione e al narcisismo: la stessa auto-definizione di “elevato” mostra uno smisurato ego, che disturba assai, penso non solo me.

Da un lato, dunque, abbiamo l’attor comico immarcescibile di cui qualcosa abbiamo detto, e dall’altro, un avvocato d’impresa assurto ai fasti della grande politica. Ora, il loro conflitto rischia di spappolare il movimento diventato partito e di creare problemi al governo di Mario Draghi. Questo un po’ mi preoccupa, ma non mi dispera assolutamente. Se anche il partito-movimento si squagliasse, non verrebbero meno le convenienze dei parlamentari a non far cadere il Governo, e forse il numero dei voti ci sarebbero, anche se ne mancassero molti da parte del movimento stesso. E’ chiaro che personalmente mi dà da pensare un certo scivolamento “a destra” del baricentro della politica governativa.

Su questo, però, obietto a me stesso immediatamente: dire oggi “scivolamento a destra o a sinistra” va ridefinito in modo radicale, altrimenti significa assai poco. Un esempio: come può essere definita una deriva “di destra” l’iniziativa comune della Lega e del Partito radicale sul tema della giustizia, perché “a sinistra” si definisce tale iniziativa come un modo per rifiutare una qualsivoglia riforma. Non è così: che il sistema della giustizia sia in Italia in una profonda crisi istituzionale e morale, cosicché è indispensabile e urgente metterci veramente e rapidamente mano, per cui, in questo caso, la tradizione della cultura politica dei radicali, da sempre impegnati sul fronte della giustizia giusta, si è connessa con la potenza “da massa critica” della Lega per sollecitare, mediante un intervento del “popolo”, una vera e robusta riforma del settore.

Dire, come fa l’inaspettatamente assai debole segretario del PD Enrico Letta, che il referendum è qualcosa addirittura di dannoso, sarà di sinistra, ma, dico io, che sono di sinistra da prima di Letta (il quale è e resta intrinsecamente un democristiano), ma di una sinistra candidata alla sconfitta.

Torno, per finire, ai due personaggi principali di questo articolo, Grillo e Conte. Li ho definiti “sbagliati” e concludo ulteriormente motivando questo attributo. Se il tempo delle “piazze” grilline può dirsi finito, per ragioni di carattere sociologico (si pensi alla rapida esplosione delle “sardine” e alla loro altrettanto o più rapida scomparsa!): i fenomeni accadono per ragioni complesse e per concause spesso non evidenti, ma accadono, ci si deve chiedere dove Conte, se non si mette d’accordo con Grillo, possa “accasarsi” non solo politicamente, ché questo sarebbe facile (uno straccio di candidatura facile da qualche parte anche Letta gliela trova, vi ricordate quando Veltroni voleva candidare Di Pietro? Quante assurde stupidaggini nella storia della “sinistra”!). Il problema è quale possa essere una collocazione degna della sua autostima e del concetto molto alto che l’avvocato Conte ha di sé. Qui è il punto.

Un consiglio: e tornare allo studio legale? e/ o all’insegnamento cui ha titolo (anche se non occorre, caro Conte, inventare Dottorati di ricerca che non esistono o master americani altrettanto inesistenti)? Una scelta del genere è proprio un fallimento esistenziale? E’ una domanda che non rivolgerei mai a un “grillino medio”, perché ne trarrei una risposta assolutamente insufficiente e naturalmente colma di piaggeria di convenienza (basti ascoltare qualsiasi di costoro quando recitano la lezioncina del giorno davanti al microfono di un cronista); non la farei neppure a uno dei “capi” di quel partito, in quanto per varie ragioni tenderebbero a lodare Conte, riconoscendone qualità tendenti all’eccellenza, anche per non rischiare che trovi qualche altro modo per togliergli voti e ruoli. Ciò scrivendo, non voglio pessimisticamente affermare che nessuno di costoro sia, evangelicamente, un “puro di cuore” (Cf. Matteo 5, 8, delle Beatitudini), vale a dire semplicemente sincero. Tutt’altro. Se non altro per la statistica e perché le cose comunque vanno avanti, e non malissimo.

Tra i tanti altri, questi due signori sono “sbagliati” per la politica attuale, e lo dico sulla piazza mediatica dei miei lettori, sempre rispettoso delle scelte di ciascuno, in questo caso dei due citati, ma segnalando i miei dubbi, le mie perplessità e sperando scelgano di fare altro, nella vita. Per il bene dell’Italia. E non mi si dica che vi sono altri personaggi anche più perniciosi di questi due, perché lo so.

Una cosa alla volta.

…si scrivono e soprattutto si pubblicano troppi libri mentre si legge poco, pochissimo. Se dovessi dire il titolo di un volumetto un pochino furbicchio, tra i troppi pubblicati in questo periodo, non avrei dubbi a scegliere “Il senso della vita” del teologo Mancuso

Non capisco a che cosa serva la teologia, che è un discorso su Dio e sull’uomo per rapporto a Dio, se alla fine basta più o meno essere gentili, o giù di lì, per dare un senso alla vita. Ad esempio io spesso non sono gentile, e allora mi è negato di dare un senso alla mia vita? Andiamo!

Questo traggo dalla lettura di questo volumetto, che non ho comprato, ma mi è stato prestato. Anche Mancuso, come Saviano, è molto bravo nel fare la vittima, lui delle istituzioni ecclesiastiche, l’altro delle minacce della camorra. Parole dure le mie?

Non credo, perché non bisognerebbe dare spazio a chi approfitta della propria situazione, per costruirsi, in qualche modo condizionando la pubblica amministrazione, una sorta di sinecura a vita. Inviterei queste persone a considerare quanti esseri umani sono veramente in pericolo radicale, quello della vita, e sono lì, nel mondo, senza pretendere nulla da chicchessia. Di queste persone dovrebbero interessarsi i sopra citati, come cerco di fare io nel mio piccolo.

Il fatto è che la cultura sessantottina, oltre ad avere portato nel mondo necessarie modifiche nei rapporti interpersonali, politici e sociali, mettendo in mora le tre famose “p”, quella di figure arroganti consolidatesi nei secoli, il padre, il prete, il professore e il padrone, che hanno storicamente comandato a bacchetta, con arroganza e incrollabile protervia, agli altri, senza essere contrastati in alcun modo, ha indirettamente promosso lo sviluppo della “cultura della pretesa”. Una cultura fasulla e perniciosa, demotivante e ambigua.

Oggi, dopo decenni di dialettica fra diritti e doveri, si parla quasi solamente di diritti. Questo non-va-bene.

Ciò che rimprovero al teologo Mancuso, riferendomi soprattutto a un suo libro precedente, quello con il quale cercò di metter in mora il “dio della Bibbia”, che lui chiama “Deus”, per contrapporlo al “Dio dei vangeli”, quello di Gesù Cristo, è l’assenza di ogni accenno alla necessità di interpretare le Sacre scritture, al fine di dare un senso a testi scritti da tremila a duemila anni fa, che parlavano a popoli quasi del tutto analfabeti, con un linguaggio immaginifico e spesso violento e atroce.

In teologia fondamentale e in esegesi biblica si studiano i quattro sensi che aiutano a comprendere il testo: a) quello letterale che racconta i fatti, o le memorie dei racconti sui fatti, e che narrano i miti primordiali; b) quello allegorico che dà l’indirizzo di fede, per mezzo di passaggi linguistici di carattere retorico, là dove ciò che è scritto significa altro; quello morale, atto a dare un indirizzo virtuoso nei comportamenti; e infine quello anagogico, finalizzato a focalizzare la meta per l’anima spirituale.

Se le cose così stanno, come si fa a considerare “Deus”, il Dio-Signore-Iahwe, “dio-degli-eserciti”, così come citato nella Bibbia in modo letteralista, come se fossimo gli anawim, i poveri del Signore di quei deserti, di quelle pietraie assolate.

Lasciamo fare queste operazioncine a Odifreddi, che ama fare il teologo con una preparazione da professore di matematica. Ancora una volta dico, e ridico, mi dichiaro incolpevolmente ignorante tecnico di molte discipline, la medicina, la fisica, la geologia, ma non mi impanco a parlarne con il sussiego dell’esperto, cosicché invito a fare altrettanto chi non sa alcunché di teologia e filosofia o ne è solo un “orecchiante”. E torno al volumetto mancusiano. Da questo autore “pretenderei” di più, ma non trovo ciò che cerco.

Mi spiego: se devo trovare un senso alla vita, e mi pongo da un punto di vista teologico, cioè comprendente anche la dimensione del divino, non può bastarmi dire che il senso si trova anche solamente nella gentilezza dei tratti relazionali, nel respirare lentamente, nell’imparare a mangiare, nel provare sensazioni, nella lettura, nello studio, nella riflessione, nello scrivere appunti, nell’ascoltare gli altri, nell’essere sinceri, nel distinguere le bugie opportune dalla menzogna, nel diventare consapevole dei sentimenti, nel camminare nella natura, nell’apparecchiare con cura la tavola, nel curare il proprio corpo (di questo specifico elenco ringrazio gli amici Neri e Roberto, che mi hanno fatto avere l’articolo di Paolo D’Angelo pubblicato nei giorni scorsi sul quotidiano “Domani”, articolo che mi ha spinto a cercare il libro). Una buona estrapolazione dal volume citato.

…ma che senso ha un tipo di vita del genere? Abbisogna di Dio? Della teologia? della filosofia’ Non mi pare. Anche se conosco persone che proprio di quell’elenco costituiscono il senso della vita.

Posso dire che tutto ciò è solo banalmente piacevole?

Posso dire che nulla mi dice di ciò che la vita realmente è, con il suo carico di contraddizioni e di dolore, di gioia e di paura, di salute e di malattia…?

Con tutta la sua drammatica insensata sensatezza?

“Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (dalla Lettera di san Paolo ai Galati 3,28). Caro onorevole Zan, almeno legga il testo indicato, suvvia!

Non so se l’onorevole Zan, del PD, sia a conoscenza di questo versetto che Paolo scrisse nella Lettera ai popoli della Galazia (regione dell’allora Asia Minore, oggi Turchia). Concetti ribaditi dall’uomo di Tarso anche in altre sue lettere.

Ecco. Il fondamento dell’uguaglianza tra tutti gli esseri umani nella cultura occidentale, dopo il versetto genesiaco 1, 27 “E Dio fece l’uomo a sua immagine…” si trova proprio in san Paolo, onorevole Zan, non certo nella sua proposta di legge.

Per quei secoli e quegli anni, quando la schiavitù era ancora ammessa e praticata (ammessa anche da Paolo, ma in un modo già diverso rispetto alle norme dello Jus romanum), una frase come quella della Lettera ai Galati sopra citata era più che rivoluzionaria. Ciò attesta come sia stato il cristianesimo a modificare culturalmente ed eticamente la visione dell’uomo nel mondo invalsa nella civiltà classica greco-latina, costituendo anche l’ispirazione principale per le conquiste morali successive, comprese quelle dell’Illuminismo e del Liberalismo sette/ ottocenteschi.

Il tema posto dal disegno di legge rischia di non essere la difesa dell’uguaglianza in dignità tra tutti gli esseri umani, che è mostrabile scientificamente sotto il profilo antropologico e psico-fisico. L’essere umano è fatto allo stesso modo nello spazio e anche nel tempo, salvo modifiche sulle lunghe derive dei millenni, come insegna la paleoantropologia, dall’homo naledensis (1,7 milioni di anni fa) a noi che viviamo qui e ora nel tempo e nello spazio.

Il tema sotteso è il tentativo di far passare una teoria confusiva sull’essere umano, corroborandola con misure vincolanti e repressive.

E non capisco neanche molto bene la posizione attuale della Chiesa cattolica (se è correttamente riferita dai media, mi documenterò ulteriormente) che pone la questione citando meramente l’articolo 2 del Concordato con lo Stato Italiano, stipulato nel 1929 tra il card. Gasparri e Benito Mussolini, e rivisto nel 1984 tra il card. Agostino Casaroli e Bettino Craxi. Fossi nel Segretariato di Stato il tema lo porrei, come ho fatto sopra, prima sotto il profilo teologico e teoretico, ma forse questa modalità è ritenuta troppo difficile e di non semplice comprensione generale.

In ogni caso, se si vuole ribadire il divieto di ogni discriminazione va bene, ma bisogna stare attenti a non scivolare su una deriva illiberale, se non liberticida. Non mi piacerebbe essere denunziato perché qui e in generale nei miei scritti prendo spesso a male parole, anzi – meglio dire – con riflessioni critiche, la dizione burocratica, presente da qualche anno sui moduli della burocrazia pubblica “genitore 1 e genitore 2”, al fine di non offendere le coppie omosessuali con figli.

Un’altra idiozia è quella di imporre una linea pedagogica alle scuola cristiane, che dovrebbero celebrare la giornata contro l’omotransfobia allineandosi a qualche diktat burocratico di oscuri funzionari ministeriali.

Su questo tema nulla c’entra la questione delle gravissime violazioni dell’integrità psicofisica di ragazzi e ragazze perpetrate da uomini di chiesa, che vanno individuati e perseguiti anche civilmente e penalmente, oltre alle misure (ad esempio, la sospensione a divinis che spettano alla Chiesa).

Più che violare il Concordato interstatale fra Repubblica Italiana e Chiesa Cattolica, stati sovrani, il tema deve essere posto a partire dai suoi fondamenti.

Perdio, e questa è una giaculatoria, cerchiamo di non scherzare su queste cose!

Allargo il mio ragionamento anche al suo segretario, caro Zan, l’onorevole Letta, che da quando è sbarcato in Italia dopo l’ottimo esilio (per modo di dire) parigino, non smette di stupire, per quanto mi riguarda, negativamente.

Oltre alla ripresa del tema dello “Jus soli” proclamato sulla scaletta dell’aereo in arrivo dall’aeroporto Charles De Gaulle, tema che condivido ma posto in modo intempestivo, senza un cenno all’esigenza demografica di cui non l’Italia ma la Germania si sta accorgendo (nei prossimi dieci anni quella grande Nazione, mi suggerisce il mio amico Roberto, avrà bisogno di due/ tre milioni di lavoratori extra comunitari), negli ultimi giorni si è messo a bacchettare i calciatori della Nazionale italiana, perché solo in cinque hanno fatto il gesto dell’inginocchiamento contro ogni razzismo (è la proskìnesis cristiana!). Ma il dottor Enrico pensa forse che i giovani atleti abbiano bisogno di un severo precettore che gli insegni a vivere.

Mi auguro che nessuno di loro e nemmeno Roberto Mancini gli rispondano, in modo da far cadere la reprimenda di Letta in un fragoroso silenzio.

Paghiamo Erdogan perché fermi i siriani, gli afgani e altri in fuga da guerre e miseria, paghiamo i libici affinché trattengano il flusso dall’Africa verso le nostre coste; i profughi da est sono ammassati nei Balcani in campi profughi che ricordano i gulag, mentre in Libia, i viandanti vengono incarcerati, torturati, le donne violentate, tutti senza tutele minime di sopravvivenza, e l’Europa, Italia compresa, che fanno?

Chi mi conosce sa che aborro, per formazione e cultura filosofico-politica, ogni semplificazione e banalizzazione, nonché gli ideologismi pregiudizievoli della verità, e quindi i giudizi formulati a spanne, senza fondamento e fonti attendibili, per cui non sono qui a sparlare e a sparare su Merkel, Macron, Draghi (e prima Conte), Sanchez, e altri. So bene quanto sia difficile trovare soluzioni a questo tema epocale, quello delle transizioni di parti intere di popoli, perché la storia del mondo e dell’uomo ce lo mostra, se vogliamo informarci correttamente.

I popoli si sono sempre mossi nello spazio e nel tempo, e non è una sorpresa, se non per chi non conosce questi fatti, che in questo momento ci siano quasi ottanta milioni di persone (si tratta di oltre l’1% della popolazione mondiale!) che si stanno spostando, con famiglie e masserizie dalle terre di origine.

Noi che siamo abituati a spostarci con automobili affidabili e veloci, con le Frecce Rosse, gli Scin-Kan-Scen e aerei meravigliosi, non pensiamo certo a queste masse di persone che camminano a volte con delle ciabatte infradito nella neve, che dormono sotto tende raffazzonate, che si mettono in mare su carrette di legno o gommoni stracarichi, e corrono ogni giorno il rischio di morire di sete o di freddo, o annegate, a seconda delle latitudini e delle situazioni.

Costoro fuggono da guerre non dichiarate, oppure quasi dichiarate e comunque endemiche, dalla fame e dalla sete, dall’incertezza e da ogni rischio e pericolo possibile dato dalla natura, dalle condizioni di vita e da altri esseri umani.

Per fuggire da dove ci si trova in queste condizioni, siccome la natura umana è caratterizzata da due primari istinti primordiali, quello di sopravvivenza e quello riproduttivo, se molti scelgono di rischiare la vita per cercarne una migliore, significa che non partire per un qualche dove è peggio, più rischioso ancora che rimanere lì dove si è.

Non sto facendo del pietismo a buon mercato, qui seduto in un ufficio confortevole che una grande azienda mi ha messo a disposizione per vigilare sull’etica aziendale, no. Sto cercando solo di mettere pensieri logici uno dietro l’altro, per tentare un ragionamento plausibile su un tema così complesso e drammatico….

e mi chiedo: è proprio impossibile vincolare gli aiuti a Erdogan e ai Libici, imponendo un controllo vero su come questi aiuti vengono erogati? E’ tecnicamente impossibile, insieme agli aiuti materiali in denaro e infrastrutture (ad esempio le navicelle della Guardia costiera libica donate dall’Italia), che personale italiano ed europeo sovrintenda direttamente, in quei luoghi, in Turchia, nei Balcani, in Libia e in Tunisia, ma anche in Egitto e in Marocco, per non dire in Messico, da cui passano i disperati del Centro America anelanti di arrivare a San Antonio o a Dallas, o a Wichita o… negli USA?

Secondo: il tema che concerne la ragione per la quale molti paesi del cosiddetto Terzo mondo sono così poveri, nonostante le ricchezze naturali e minerarie insistenti sui loro territori: si pensi ad esempio al Congo, depredato, prima dai Belgi e in seguito da élites formatesi nelle università francesi e inglesi come molti dei sanguinari dittatori del secolo scorso (e qui cito tipi come Bokassa, ricevuto con onori da Giscard D’Estaing, o Idi Amin Dada, per tacere di Mobutu Sese Seko! et alii, multi alii).

L’ONU che fa? Perché assomiglia, nella sua impotente inconcludenza, sempre più alla vecchia Società delle Nazioni? Ti ricordi, gentil lettore, che cosa accadde nel 1995 a Srbrenica in Bosnia sotto gli occhi immobili dei caschi blu olandesi? Il generale Ratko Mladic ebbe modo di far fucilare più di ottomila uomini di religione musulmana senza essere in alcun modo fermato. L’Onu.

E gli interessi delle grandi Nazioni, G7 (appena riunitisi in Inghilterra) e G20 (che si troveranno a Catania fra qualche giorno sotto la “nostra” presidenza) come si declinano in presenza di questo retaggio criminale del colonialismo storico e dei nuovi colonialismi come quello dei “compagni” cinesi?

Dobbiamo assistere ancora a lungo a quante tragedie delle migrazioni, di fronte agli sguardi falsamente contriti di potentati d’ogni genere?

Intanto, mentre i governi erogano aiuti vediamo anche muoversi chi opera disinteressato per una semplice umanissima solidarietà tra uguali, anche qui con qualche furbesca eccezione. Vien da dire meno male che esistono Medici senza frontiere, le Caritas e le Mezzelune rosse, Save the Children et similia, ma non basta. Non basta il terzo settore, quello del privato sociale ad affrontare questi problemi ciclopici.

E’ tanto assurdo cominciare a pensare che, a partire dall’Europa dei 27 (povero Regno Unito già pentito!), con i nuovi leader (Draghi in primis, che ha portato nella politica non solo competenze insolite e sconosciute ai suoi predecessori, ma anche una freschezza relazionale e di linguaggio importante: Draghi non conosce e non parla in politichese!) si cominci a pensare e ad agire in modo differente, sia dal primo colonialismo, sia da quello attuale, costringendo anche i confucian-comunisti cinesi ad essere meno ipocriti?

Che retaggio lascerebbero questi “grandi” attuali, Biden, Putin, Macron, Trudeau, Sanchez, il capo del governo giapponese etc., se mettessero in atto ciò che forse con un po’ di ingenuità suggerisco nei primi capoversi di questo pezzo?

E un ruolo formidabile potrebbero avere anche i detentori dei grandi capitali, seguendo l’esempio (se fatto con cuore puro, ma ancora non l’ho capito) di Gates, intendo i Musk, i Bezos e compagnia, anche i fondi oscurati dall’anonimato della finanza internazionale.

Perché anche questi vivono una vita individuale, un tempo limitato, alla fine del quale li aspetta ciò che unifica e rende uguali tutti gli esseri umani. Anche costoro, siano o non siano credenti, possono lasciare una traccia, un ricordo buono nelle menti di chi resta dopo e di chi verrà dopo ancora.

Se costoro cercano l’immortalità certo non l’avranno dalla scienza, ma dalla memoria di figli e nipoti di tutte le coppie umane del mondo.

Adil Belakhdim, il tuo nome significa in arabo “giusto”

Nel 1923 il Capo del Governo Mussolini e re Vittorio Emanuele III firmano un Decreto legge, il n. 602, che porta le ore lavorative obbligatorie giornaliere a otto ore, dalla dodici/ quattordici prima vigenti. Un passo in avanti, dove il retaggio socialista del Duce si sente pienamente.

Di contro, nel 1926 con il Patto di Palazzo Vidoni, Mussolini sostituisce i sindacati dei lavoratori con le Corporazioni fasciste.

Il fascismo ebbe una politica autoritaria ma non antioperaia in senso proprio.

Un altro passo è stato quello del 1944, il fascismo è sconfitto e si entra nella guerra civile. A Roma si incontrano i capi del sindacalismo prefascista, Di Vittorio, Buozzi, Lizzadri, Pastore e Santi, in rappresentanza delle forze e culture comunista, socialista e cattolica. Il principe Umberto, che regge il declinante Regno come Luogotenente del padre, già fuggito a Brindisi dopo l’8 settembre ’43, emana dei decreti “luogotenenziali” su alcuni diritti dei lavoratori, primo fra tutti quello dai licenziamenti.

Questi limitati diritti consistevano essenzialmente solo nella possibilità di rinviare i licenziamenti di padri di famiglia e lavoratori professionali, dando la possibilità di discuterne con i “padroni” da parte delle “commissioni interne”, che però erano presenti quasi solamente nel triangolo industriale di Milano, Torino e Genova. Altrove i licenziamenti restavano liberi e immediati.

Per migliorare le tutele dai licenziamenti si dovette aspettare il 1966, quando fu emanata la legge 604, che introduceva il concetto giuridico della giusta causa e del giustificato motivo, primo momento etico-politico di riconoscimento di un diritto al posto di lavoro, salvo comportamenti offensivi o gravemente scorretti, oppure in caso di crisi aziendale.

Un grande passo in tema di equilibrio dei poteri in azienda e quindi dei diritti dei lavoratori fu l’emanazione della Legge 300 “Statuto dei Diritti dei lavoratori” del 20 maggio 1970. Data che io pretendo sia conosciuta da ogni lavoratore e datore di lavoro. Anche da parte dei lavoratori del Pubblico impiego che spesso confondono il lavoro con il posto di lavoro. Il posto di lavoro, cari impiegati pubblici, si dà solo se c’è il lavoro, non per legge. Difficile da imparare? Il lavoro non si crea per legge!

Lo Statuto introdusse i diritti di organizzazione sindacale e perfezionò con il famoso articolo 18 le tutele dai licenziamenti illegittimi.

Nel mezzo secolo che seguì vi furono varie modifiche ma sostanzialmente il lavoratore del privato, soprattutto se dipendente di aziende strutturate che applicano i contratti, è ancora ampiamente tutelato dalla Legge 300.

Anche quando avvengono crisi aziendali, dal 1968 sono state emanate leggi di tutela con le varie Casse integrazioni e altre provvidenze sempre più generali.

Mi piace citare anche l’emanazione della Legge 108 attorno al 1990, che regolamenta i licenziamenti in aziende con meno di sedici dipendenti, istituendo, in luogo della “tutela reale” prevista dall’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, una modalità risarcitoria per la perdita del lavoro e del posto di lavoro. Alla discussione politica di quella legge partecipai anch’io per una Confederazione sindacale nazionale.

E veniamo alla situazione di Adil. Ebbene, quest’uomo si trovava a lavorare da anni nella vasta area grigia nella quale i diritti di cui sopra sono negletti, dimenticati, sottratti, e aveva cominciato a fare il sindacalista. Lui è morto per cercare di migliorare gli 850 euro al mese che percepivano quelli come lui, per avere qualche diritto alle ferie e a turni di lavoro umani, senza essere chiamati anche di notte, in qualsiasi momento senza alcuna indennità.

Lo sento a me vicino, Adil, vicino alle mie due o tre vite di lavoro: vicino a quando ero nel sindacato confederale con ruoli in grado di poter chiedere ciò che il principio di giustizia rendeva plausibile; vicino a quando ho iniziato ad avere ruoli dirigenti nelle aziende, non derogando mai ai miei princìpi morali, quei princìpi di giustizia che mi hanno forgiato fin dalla lezione di mio padre emigrante; vicino alle mie posizioni attuali di garante del rispetto dei codici etici e della giustizia.

Siamo lì, caro Adil, nome che si può considerare omen, perché in arabo significa “giusto”. Moderato e giusto. Ti sento vicino e prego Dio per te e peri i tuoi cari.

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