Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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“Preoccupazioni” e “post-occupazioni”, “problemi” e “temi”, l’inutile abuso di frasi ipotetiche (con il “se” e il congiuntivo), mentre continua la vicenda di un premier adenoidico e paludoso

Quando sento la voce di Conte Giuseppe, prima di tutto ho un senso non gradevole da un punto di vista fonico, poi mi stanco quasi subito di ascoltare l’ennesima sequela di titoli e di frasi fatte.

La parola “preoccupazione”, cioè pre-occupazione, cioè una occupazione che avviene prima (a volte non si sa perché), è molto inflazionata. E come tutti i termini di cui si fa uso e abuso, stancano, annoiano. La cosa che sorprende è che questo lemma non conosce crisi, tutti o quasi continuano a utilizzarlo imperterriti. Nessuno si fa qualche domanda, ma da qualche tempo me la faccio io, che sto sempre attento alle parole che si usano, visto che dovrebbero essere i nomi delle cose, ma ciò è vero solo in parte, come insegnano insigni linguisti come Noam Chomski e Raffaele Simone, e filosofi di pregio come Wittgenstein.

Mi chiedo, infatti, per quale ragione si deve essere così spesso pre-occupati, se magari poi le cose scorrono, “occupano” il tempo e le energie in modo normale? Niente, ci si dice spessissimo preoccupati. Ebbene, per cominciare a mettere in questione l’uso della parola, ho cominciato a dire che solitamente “non sono preoccupato”, ma, sutt’al più “sono post-occupato”, cioè, se vale la pena mi occupo di una cosa, ma a tempo debito, non prima, stressandomi inutilmente.

Un’altra confusione terminologica si rileva nell’uso improprio e casuale di queste due parole: “temi” e “problemi”. Alle elementari, quando si faceva lezione di italiano venivano dati dall’insegnante dei temi, che avevano in testa la parola “Svolgimento”, mentre quando si faceva matematica, l’insegnante dava dei problemi da risolvere, i quali prevedevano di scrivere in testa alle operazioni la parola “Risoluzione”. Bene. Si dovrebbe tenere presente che l’etimologia di “tema” è greca, poiché il termine in italiano deriva dal verbo tìthemi, pongo, mentre l’etimologia di “tema”, sempre greca, deriva dal verbo probàllein, vale a dire getto avanti (un inciampo): si può osservare, dunque, chiaramente, come i due termini abbiano significati e funzioni radicalmente diverse, e pertanto vanno utilizzati in contesti e per significati differenti.

Non si deve parlare sempre di “problemi”, poiché molti fatti definiti in questo modo solo solo “temi”, quindi argomenti da approfondire, discutere e su cui prendere decisioni.

Le ipotetiche concessive, il se usato come se ciò-che-potrebbe-accadere, ma non è detto che accada, sono pervasive in molte discussioni. Quanti “se” tutt’intorno! e “se” qui e “se” là, in un bailamme di ipotesi e di paure infondate, di timori sul nulla, in quanto nulla di negativo è ancora accaduto. Il se detto quando uno ti mette in guardia se vai su una parete montana verticale mediante un’ottima via ferrata “e se ti viene un capogiro, e se il moschettone (il quale, in buone condizioni regge 2500 Kili, almeno), se…”. E allora non vai più a fare la Nord del Coglians, oppure gli Alleghesi al Civetta? No, ci vai, perché non puoi avere paura-della-paura.

La cosa è proprio questa, valida alla grande anche in questi tempi di pandemia. Conosco persone terrorizzate, certamente dal Covid, ma soprattutto da se stesse. Anche qui il “se” la fa da padrone: “e se quando ti siedi al bar (essendo in zona gialla) non hanno pulito bene il tavolino e prima di te si è seduto un infetto?” Allora direi a questa persona terrorizzata: “e se lo spermatozoo di tuo padre non avesse mai incontrato l’ovulo di tua madre?”, risposta “non sarei qui a parlare con te”. “Vedi allora che tu stai ipotizzando qualcosa che potrebbe non avvenire mai, oppure potrebbe accadere, perché è possibile… ma non probabile.”

Nella vita possono accadere fatti possibili, probabili e necessari, cioè certi. Un esempio: è certo che noi umani dobbiamo fare pipì, quando sentiamo lo stimolo; è probabile che d’inverno ci venga un raffreddore; è possibile essere infettati dal Covid.

Dunque, se-è-possibile infettarsi, così come è possibile ammalarsi di qualsiasi malattia vi sono due scelte: a) vivere comunque attuando comportamenti sempre prudenti o, b) mettersi sotto una campana di vetro e vivere reclusi.

Ecco: se le ipotetiche colonizzano la logica umana, c’è poca speranza di uscirne incolumi. E’ per questo che la logica, dunque la filosofia torna ad essere il sapere fondamentale, come stiamo cercando di fare noi filosofi pratici.

L’associazione che da tre mesi circa presiedo, Phronesis, si è posta proprio su questa strada, con l’iniziativa “Parlane con il filosofo”, che questo pomeriggio presenteremo in pubblico, dando la disponibilità a dialogare con chi ha bisogno di schiarirsi le idee. Durante la prima fase della pandemia, avevo ricevuto più di trenta telefonate, che mi pare sono state una buona cosa per altrettante persone.

Occorre coraggio senza essere temerari.

La volgare insurrezione di Washington è un esempio di alcune delle “sette forme patologiche” di esercizio del potere

Ciò che è successo il 6 Gennaio 2021 a Washington, cioè una sorta di jacquerie fuori tempo, sollecitata da quell’insolente guitto viziato che risponde al nome di Donald J. Trump, è l’esemplificazione di una delle sette modalità di manifestazione patologica del potere, e forse di più di una.

Questi fatti, però, significano diverse cose: intanto, che l’America è forse la punta dell’iceberg di un disagio comunicazionale, e anche cognitivo, che da qualche anno (da oltre un ventennio) caratterizza i modi relazionali delle persone e delle nazioni del mondo. Mi sono speso molto nello scrivere denunziando la crisi profonda del pensiero critico, la pervasività pericolosissima dei social e il loro sconsiderato e (forse in parte) inconsapevole uso di moltissimi, che pensano di contare solo se intervengono sul pubblico mercato della comunicazione. Le tv commerciali hanno la loro responsabilità oggettiva in questo processo di deformazione dell’informazione, e quindi della possibile interpretazione dei fatti. Qui lascio perdere la solita citazione concernente la crisi della scuola e dei nuclei familiari, nelle loro varie declinazioni, tema più volte anche da me trattato.

La crisi americana attesta anche la mediocrità del loro sistema scolastico pre-accademico: quando sento parlare di “liceo” nelle cronache americane, mi sorge un sorriso prima di compatimento e poi di preoccupazione. Liceo, ma dai. Una fabbrica di molti ignoranti, mentre le università restano inaccessibili, se non ai ricchi, o almeno ai benestanti.

Trump è la cartina di tornasole di una crisi della politica e non del solo Grand Old Party, i repubblicani di Jefferson, di Lincoln, di Mc Kinley e di Eisenhower, ma anche dei democrat, fino ad Obama. Constatare che gli operai si siano rivolti nel 2016 a Trump e non a Hillary Rodham Clinton, dà da pensare. Ora, forse, se qualcuno o qualcosa non lo fermerà, The Donald cercherà di costruire una terza forza per “portare avanti” il suo progetto tanto distruttivo quanto incomprensibile (almeno a me in questo momento).

Ma c’è qualcosa che non mi convince anche nello schieramento opposto, nei democratici. Biden ha vinto e auguro al mondo che possa fare, non solo meglio dell’appena deposto clown, ma anche meglio di Obama (ci vuol poco) in politica estera. Ma ora allargo lo sguardo.

Qualche tempo fa ho scritto qui del potere, cercando di parlarne come di una dimensione ineludibile della vita organizzata umana, in ogni ambiente e come declinazione dell’autorità, in qualsiasi modo essa sia data. Il potere è ciò-che-esercita-una-autorità-di-ruolo, di posizione. Epperò, non vi è dubbio che esso, sollecitando sentimenti ed emozioni forti, anzi, meglio dire classicamente, passioni, può essere utilizzato in modo eccessivo e irrispettoso per i “sottoposti”, i subalterni nelle varie gerarchie. Trovo ancora ispirazione dal libro di De Toni e Bastianon, Isomorfismo del potere. Lì vi trovo sette tipologie di esercizio sbagliato del potere. E non trascuro il volume di Hugh Freeman qui sotto mostrato e più avanti citato.

Narcisismo e insostituibilità. Quanti narcisi conosce ciascuno di noi, caro lettore? Il narciso è uno che pone se stesso al centro del mondo, per cui ogni altro deve porsi in subordine, in qualsiasi senso, momento e modo. Il narcisista è un superbo, un presuntuoso, un arrogante, un protervo. Un brutto soggetto, anche se a volte si presenta in modo affascinante e coinvolgente. Trump si colloca tranquillamente in questa declinazione dell’esercizio del potere, così come nella successiva.

Sindrome eroica e volgarità: il potere a volte rende volgari nei gesti, nei modi e nella scelta delle espressioni. Un potente mostra di avere sulle sue spalle mostrine virtuali da altissimo ufficiale, e perciò, con il linguaggio arcaico dei gesti, invita arrogantemente all’ubbidienza. Accanto alla volgarità egli vuol mostrarsi eroico, unico, irraggiungibile, imbattibile, inconfrontabile.

Crisi di legame e indifferenza: un’altra dimensione molto diffusa e visibile è quella dovuta alla problematica legata al deterioramento dei legami gerarchici in ogni ambiente, situazione che sulle prime genera indifferenza e successivamente crisi del legame. Nell’ultima fase, Trump ha preteso che il suo vice, Pence, gli obbedisse oltre ogni norma costituzionale, ma non è andata così.

Rottura di contratto e negazione del conflitto: a volte accade che nel flusso gerarchico del potere una vera e propria rottura cui può anche seguire la falsificazione della negazione del conflitto. Anche qui troviamo il tycoonnewyorkese.

Conformismo e saturazione: il potente non ha bisogno di mostrarsi originale, poiché gli basta seguire la corrente dal suo scranno di potere, senza particolari preoccupazioni. Trump?

Paura e invidia: il depositario di potere fa paura e crea invidia. Fa paura perché può decidere di molto delle vite degli altri, se non delle vite stesse, in certe situazioni storiche e territoriali come quella di cui sto scrivendo qui nella quale Trump non riesce a pensarsi non più commander in chief.

Psicosi da performance e gestione dell’ansia. Il potente si esalta per le proprie performance che spiega come inimitabili. I modi consueti del nostro. Circa la gestione dell’ansia, questa è soggettiva, ma tipica di chi vuole sempre prevalere. Ed è la sua condanna.

Tra non pochi (Max Weber in primis) che hanno scritto su questo tema, nel saggio Le malattie del potere, edito da I Coriandoli, Hugh Freeman analizza un tema particolare: il rapporto tra politica e malattia, attraverso una serie di casi di uomini famosi, dall’antichità a oggi. Vengono esaminate le malattie di personaggi come Hitler e Stalin, Kennedy e Mao, Hailé Salassié e Margaret Thatcher in rapporto alla loro attività politica, e alle conseguenze che ne sono derivate. Come si vede, questo elenco propone personaggi diversamente ricordati dalla storia e dalla memoria collettiva. Parlare della malattia del potere in “San” J.F.K. può risultare difficile, ma Freeman lo ha fatto, sapendo che l’uomo è cagionevolmente e diversamente esposto alle patologie del potere, anche i migliori.

Come potrebbe trattare Trump in una seconda edizione di questo saggio, il prof Freeman?

Mentre la periclitante, mediocre, sciatta e debole politica italiana, da Conte a Renzi a Zingaretti, e poi dai peggiori, Meloni e Salvini, oggi particolarmente imbarazzati, sono intenti a contemplarsi l’ombelico.

vaccini, pecorini, caprini

sono notissimi formaggi, come sappiamo, fatti, rispettivamente, con il latte di vacca, di pecora e di capra, ma solo il termine “vaccino” ha assunto nel tempo un significato medico-clinico.

Louis Pasteur

Un vaccino, tecnicamente, è costituito da agenti patogeni, o da “pezzi” di essi, trattati in modo tale da far acquisire a persone sane una immunità.

La vaccinazione in qualche modo utilizza la “memoria immunologica” del sistema immunitario, al fine di dare al corpo la possibilità di difendersi da batteri, virus e altri organismi dannosi per la salute. Un altro modo di immunizzare un corpo umano è quello basato sull’immissione di un fluido umano che sia già stato a contatto con il patogeno.

Non vi è dubbio, e la storia della medicina contemporanea lo conferma, che le vaccinazioni sono un presidio sanitario preventivo fondamentale, per cui nel corso del XX secolo si sono ridotte in modo drastico nel mondo malattie gravi che erano diffuse da millenni. Si pensi solo al vaiolo, alla tubercolosi, alla poliomielite. Ricordo ancora quando alle elementari ci facevano il vaccino Sabin contro quest’ultima terribile malattia.

Solo nel 1980 fu dichiarato scomparso il vaiolo dal pianeta Terra.

Attualmente sono disponibili diversi tipi di vaccini contro numerose malattie, la cui applicazione è regolata dalle legislazioni sanitarie delle diverse nazioni del mondo.

Etimologicamente la parola “vaccino” trae origine dal latino “vacca”, vale a dire la mucca, e dall’aggettivo correlato “vaccinus”. Il nome di “vaccino” fu dato dal medico inglese Edward Jenner, che nel 1796 lo utilizzò la prima volta per indicare il materiale ottenuto dalle pustole di bovini ammalati di vaiolo bovino, in grado di generare negli esseri umano solamente una lieve infezione. Vaccinazione è dunque il termine derivato dai precedenti, come procedimento di inoculazione del vaccino in soggetti umani al fine di prevenire il vaiolo umano, largamente mortale per l’uomo. ]

L’idea di un “vaccino” è però molto più antica, e risale addirittura a quanto si osservò accadere durante la Guerra del Peloponneso nel IV secolo a. C. Allora si constatò che le persone colpite dalla peste e in seguito guarite, non erano più infettabili dallo stesso morbo. Si comprese che, in qualche modo, chi era già stato infettato da una malattia, una volta guarito, non sarebbe stato più colpito dalla stessa malattia in futuro. O quasi sempre.

Tornando a Jenner, fu il suo spirito osservativo a fargli immaginare un rapporto tra il contrarre il vaiolo bovino da parte delle donne incaricate di mungere le vacche, fatto che le immunizzava dal pericoloso vaiolo umano. Fu allora che lo studioso iniettò del materiale preso dalle pustole bovine in un bimbo di otto anni, che poi non sviluppò la malattia. Deduzione, abduzione, retrodazione, intuizione: in queste attività si trova tutta la logica della ricerca scientifica!

Ai primi del ‘900, Louis Pasteur trovò che si può generare l’immunità mediante l’iniezione di preparazioni microbiologiche utilizzando midollo spinale di coniglio infettato dalla rabbia mescolati con bacilli di antrace riscaldati.

E potrei continuare, informandomi e qui riportando altre note su ricerche e scoperte successive, come quelle di Robert Koch sulla tubercolosi e di Albert Sabin per quanto concerne la poliomielite. Ma mi fermo qui, perché non è la mia materia, e torno sul politico-filosofico.

Ora, in questa fase Covid-relata, si pone politicamente e culturalmente il tema del vaccino. Leggo le posizioni di tutte le tendenze, dai cosiddetti “no vax” ai sostenitori del vaccino, come si dice con orrenda espressione contemporanea “senza se e senza ma”. Ricordo che chi usò per primo o quasi (forse Bertinotti?) questo doppio sintagma, pensava di aver pensato una cosa geniale, mentre invece si tratta solo di due particelle ipotetico-avversative giustapposte.

La ragion logica, anche su questo tema, invita a non parteggiare in maniera acritica, ma ad affidarsi a ciò che il sapere scientifico viene scoprendo e proponendo, sapendo che la scienza opera ed avanza per prove ed errori, e che quindi non è possibile pensare che una scoperta scientifica o una sua applicazione sia, non solo efficace, ma anche assolutamente innocua per l’uomo. Molti effetti di un intervento chimico-biologico sull’uomo non sono prevedibili: basti pensare alle terapie chemioterapiche et similia.

Come sempre, l’ideologizzazione di un tema e il parteggiamento schierato per una tesi, senza supporti scientifici razionali, sono altamente dannosi. Quando poi di queste tesi preconcette si impadronisce una setta o un partito, i danni sono anche maggiori. Ma il peggio si trova sul web, nei social, dove schiere di nullafacenti-di-buono spesso si scatenano contro chi la pensa diversamente, con insulti e minacce.

Per quanto mi riguarda mi affiderò alla medicina che mi segue nella mia situazione particolare. Io prendo quotidianamente antivirali e antibatterici. Chi è preposto a questi saperi mi indicherà che cosa fare per me. E io ubbidirò, perché si tratta di persone competenti e ubbidire significa “ascoltare chi merita di essere ascoltato per saperi acclarati e certificati”, in questo caso un medico esperto delle mie cose. Così la ragione si esplicita in una filosofia del rispetto di saperi strutturati e affidabili, fino a… prova contraria.

Volti travisati, tra voglia di sicurezza e voglia di libertà

con le mascherine dei più vari colori, tessuti e consistenza, personalizzate, patriottiche, chirurgiche, perfino trumpiane (aaah Salvini, te ga sbaglià anca stavolta). Mascherine sui volti, volti mascherati, maschere pirandelliane…

Volti travisati si incontrano per strada e nei posti di lavoro. Volti travisati sono volti trasformati, diversi, a volte del tutto non riconoscibili.

Oggi si può dire che il dibattito prevalente è tra libertà e sicurezza, non tanto su libertà e giustizia, forse più classico per la storia e per la politica, che rimane tra le righe.

Nel confronto la libertà e giustizia, anche se la lotta è “con il fucile”, vince la libertà. Nelle guerre civili, considerando soprattutto quella Italiana tra il 1943 e il 1945, il tema ha coinvolto le masse popolari italiane, sia politicamente, sia sotto il profilo militare, ma soprattutto sotto il profilo di un’Etica generale.

L’Etica generale parla di giustizia giustapposta alla libertà, di liberalismo, di socialismo democratico e di comunismo…

La libertà oggi, più che essere contrapposta alla giustizia, si giustappone alla sicurezza: libertà è ora poter passeggiare a Roma, verso i Fori Imperiali, perché la bellezza è libertà.

Caravaggio, Van Gogh, Mozart, Raffaello non hanno amato la sicurezza, come attestano le loro biografie. Tutti e quattro sono morti prima dei quarant’anni. Uno dei quattro si suicidò, mentre gli altri tre vissero, o in maniera precaria, come il Salisburghese e il Merisi, mentre si ipotizza per l’Urbinate una fine diversa, da malattia epidemica.

Pare di poter dire che tra sicurezza e libertà la dialettica è continua e necessaria (proprio nel senso  etimologico del termine).

La razionalità, in questa fase pandemica, certamente deve prevalere sulle emozioni e sui sentimenti più appassionanti, come la libertà, per ragioni di buon senso e perfino di mera sopravvivenza: nessuno mette in dubbio, se non irresponsabili senza cultura, l’uso delle mascherine e degli altri dispositivi e misure di sicurezza, ma la libertà pone altre esigenze che talora mal si conciliano con una sicurezza al suo massimo.

Il tempo che viviamo richiede una nuova conciliazione fra ragione e sentimento, far volontà e intelletto, direbbe Jane Austen, ma anche Aristotele. Come in altre situazioni limite (sono le grenz Situazion di Karl Jaspers) serve un di più di umanità completa… potremmo dire a 360°.

Oggi, piuttosto che giustapporre la classica diade valoriale libertà/ giustizia, forse è meglio inserire in mezzo anche la sicurezza, cercando un equilibrio fra i tre concetti etici e pratici.

La giustizia va declinata secondo il principio dell’equità, il quale la rende… giusta, mediante il principio classico dell’unicuique suum (cioè, a ciascuno il suo, prima per le necessità essenziali per la vita, e poi per i meriti individuali); la libertà va intesa nei limiti della responsabilità individuale e del rispetto degli altri e del Bene comune, vale a dire una Libertà per un Fine di buona vita condiviso; la sicurezza, nei limiti delle capacità, possibilità, scienza e coscienza dell’uomo, che non può e non deve chiudersi in una capsula di vetro o di titanio da tramandare ai posteri, ma deve affrontare anche i rischi e i pericoli insiti nel vivere.

Non esiste, oggi come in ogni tempo dell’uomo e della Terra, per restare sul nostro pianeta, un luogo assolutamente sicuro. Mettersi in auto la mattina è salire sul mezzo di trasporto di gran lunga più pericoloso di tutti, di navi, treni e aerei: eppure ognuno di noi guida la propria auto quotidianamente, senza pensare di incrociare un pazzo o un ubriaco che gli invade la corsia di marcia, e va, va verso il proprio destino che contribuisce liberamente a costruirsi.

In tempi di Covid, la pur breve esperienza ci sta insegnando che forse i luoghi più sicuri in assoluto, più delle scuole, più degli ospedali, più degli uffici pubblici, più dei supermercati…, sono le aziende di produzione private, le quali sono più strutturate con i mezzi di protezione collettivi e individuali rispetto a ogni altro ambiente. Non esiste la sicurezza assoluta, ma la sicurezza possibile e doverosa, per etica generale e per legge, alla costruzione della quale tutti devono contribuire con il dialogo, la comprensione e la partecipazione.

E dunque, cerchiamo di lavorare sereni, portando ognuno di noi un contributo di attenzione e di responsabilità per la salute comune, bene da condividere, bene da tutelare insieme. Ce la facciamo, dai.

Joe Biden, un “democristiano” alla Casa Bianca

In queste settimane ho sentito parlare di Biden come di un socialista, a fini denigratori, perché negli USA essere socialista è quasi un peccato, vero senatore McCarthy o senatore Goldwater, o Mr. Trump? Vero, mestieranti nostrani dell’osservazione politica e militanti destrorsi dis-informati?

Mariano Rumor

In verità, Biden è un tipico politico democristiano di lungo corso, mi si consenta una forse strumentale metafora politica, e uso questa definizione “italiana” non a caso, come può ben capire il lettore esperto di storia contemporanea, il cui pensiero non è inficiato da una militanza acritica di destra.

Che cosa significa “democristiano”? Beh, potremmo scrivere un saggio dopo i mille e mille che sono stati scritti, della dimensione di un articolo socio-politologico oppure dello spessore fisico di un libro, che talora intimorisce per la complessità del testo e la ricchezza delle fonti. Si pensi solo a quello che è stato scritto in vita e soprattutto in morte di Aldo Moro!

Essere democristiano, per la storia italiana contemporanea, significa moltissime cose, che vanno collocate almeno in due tempi, il primo è quello della Democrazia Cristiana imperante, il secondo è quello del post, del post Tangentopoli, quando dagli stracci volati nacquero altri partiti e movimenti, che sono – sotto diverse spoglie e pezzi – arrivati fino a questo 2020.

Essere democristiano significa “stare in un centro politico” capace di agganciare, a seconda dei tempi (fino ai ’60) prevalentemente le destre, e successivamente le sinistre, fino ai comunisti.

Essere democristiano significa essere stati o Antonio Segni oppure Aldo Moro, essere stati a conoscenza di ipotesi di golpe militari, ovvero essere stati mentori del coinvolgimento del Partito Comunista nel governo, anche contro l’onnipotenza americana, anche a rischio della vita. E Moro pagò con la vita.

Essere democristiano (non posso non continuare a usare questa anafora) significa essere stati capaci di dialogare con i poteri forti, i grandi industriali e finanzieri, e nel contempo guidare il secondo maggiore sindacato dei lavoratori italiano (la Cisl).

Essere democristiano significa aver avuto la capacità di contemperare poteri e risorse, distribuendole a volte con equità e a volte ispirati (faccio per dire) da poteri mafiosi, paramafiosi o almeno da familisti amorali.

Essere democristiano significa, in ultima analisi, possedere abilità di mediazione e di governo.

Et de quo satis, etiamsi ultra procedere forsitan necesse...

E dunque, perché sopra ho descritto Biden come un democristiano sostanziale? Mi pare di poter sostenere questo paragone, poiché il politico democratico statunitense presenta una biografia politica e uno standing da mediatore strutturale, anche non privo di contraddizioni. Che il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America sia anche cattolico, e quindi consentaneo ai DC nostrani, è per me secondario rispetto ad altre categorie analitiche.

Molto semplicemente desidero spiegare i tre o quattro punti che Biden affronterà certamente con spirito di riforma.

Innanzitutto certamente metterà in sicurezza la riforma del welfare iniziata a metà degli anni ’60 dal presidente Johnson (ingiustamente ricordato solo per la guerra del Vietnam) e migliorata da Obama, che è stato peraltro un presidente molto mediocre in politica estera. Basti ricordare ciò che decise per la Libia.

In secundis, riprenderà negoziati positivi con l’Iran, e sperabilmente, anzi certamente darà una spinta ulteriore ai cosiddetti “accordi di Abramo”, memorabile come unica iniziativa positiva in quattro anni di presidenza di Trump di cui dirò più avanti in due righe.

In tertiis, Biden rientrerà negli accordi sul clima di Kioto e di Parigi, punto fondamentale per tutto il Pianeta.

Più in generale, sono certo che il Presidente eletto riprenderà a coltivare i rapporti con l’Europa che il bischero arricchito ed evasore fiscale ha frammentato e reso indecenti. Con Russia e Cina opererà un chiarimento, ché gli attuali rapporti bilaterali, sfrontatamente coltivati da The Donald sono incomprensibili.

Di Trump dico che rappresenta certamente quasi il 50% dell’America profonda e che questo dà da pensare in termini molto generali. E bisogna pensarci senza moralismi facili. Affermare che la figura-Trump sia impresentabile per assenza di cultura, cinismo e narcisismo alla potenza ennesima, non basta: bisogna chiedersi il perché di tanto seguito. Una delle ragioni è senz’altro il suo linguaggio “volgare” che “prende” i diseredati dal modello “democratico” dei clintoniani alla Hillary, che nel ’16 ha perso dal bischero, perché pochissimo convincente come politico attento alle esigenze dei moltissimi poveri, senza lavoro, e così via. Che abbiano votato Trump nel 2016 e ancora di più nel 2020 molti giovani, ispanici, neri e operai significa che il centrosinistra americano non “funziona” nel ruolo che dovrebbe avere di rappresentanza dei ceti più deboli.

Troppa Wall Street e troppo poco odore di officina tra i Democrats: un po’ lo stesso difetto (gravissimo) che caratterizza molta sinistra italiana attuale, che ha perso alla grande il contatto con i lavoratori del privato, che sono ancora, alla faccia di chi sostiene la fine del lavoro subalterno operaio/ impiegatizio dipendente, almeno venti milioni di cittadini.

Certo che il lavoro sta cambiando, certo che le dottrine della complessità portano la riflessione sociologica ed etica su lidi nuovi, ma è altrettanto certo che queste derive epocali passano per i decenni, portando con sé molto del passato senza conoscere bene (ovviamente) quello che sarà del futuro incipiente.

Ecco perché in questo pezzo parlo di un Biden “democristiano”: perché il suo modo “democristiano” di agire ricorda più i Rumor, i Moro e i Piccoli (non gli Andreotti e i Segni) di quanto si ponga a latere di un certo PD nostrano, che non è né carne né pesce, dove gli ex democristiani si sono fatti talora laicisti e molti degli ex comunisti non sono più neanche socialisti.

Ecco perché vedo con favore un Biden “democristiano” classico, capace di guardare il mondo a 360 gradi, come voleva fare, e in parte c’è riuscito, il nostro grande Alcide De Gasperi.

Era il 4 Agosto del 1980 a Cracovia, e uscivo dalla cattedrale nella grande Piazza del Mercato, quando…

un giovane polacco che incrociai, Roberto era a un passo da me, stavamo viaggiando sulla sua Renault 4 1100 cc verso l’Unione Sovietica, mi apostrofò così: “paolorrossiii!” tuttoattaccato, facendomi capire che mi aveva inquadrato come Italiano. Non certo perché mi avesse scambiato per il campione, troppo diverso da me e io da lui: almeno dieci centimetri e dieci chili di differenza a mio favore, allora.

Il Pablito di Spagna ’82 campione del mondo doveva ancora venire, ma aveva già incantato l’Argentina nei mondiali del ’78, quando giocò benissimo, specialmente contro la squadra di casa che fu battuta dall’Italia con un bel goal di Bettega su assist di Rossi.

Quella espressione che mi aveva identificato metonimicamente con un famoso italiano tramite la figura di un calciatore mi colpì, e ne parlammo sulla strada verso Varsavia il giorno dopo, lungo gli immensi rettilinei che dopo il confine di Brest-Litovsk portavano a Minsk.

Già quaranta anni fa il sistema mediatico la faceva da padrone e il simbolo di una nazione poteva passare per la figura di un giocatore di football.

Roberto e io eravamo colleghi nel sindacato, tutto sommato abbastanza neofiti, lui in Cgil e io in Uil, tutti e due nel settore del mobilio e dell’edilizia. Avevamo deciso di fare un lungo viaggio in auto nell’immensa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche europea.

Il programma comprendeva di entrare per la Bielorussia e quindi di fare tappa a Minsk, a Smolensk, e poi di trattenerci almeno una settimana, prima a Mosca e poi altrettanto a Leningrado, transitando per Novgorod. Saremmo poi usciti dall’Impero comunista per la Finlandia e a seguire Svezia e a scendere verso sud Danimarca, Germania, casa.

Vigeva ancora il modello “Breznev”, che solitario governava l’impero dal Cremlino. In Italia la crisi generale, economica, occupazionale mordeva. C’era una malinconia diffusa che generò utopie disperate, come quella terrorismo rosso, e tentativi di restaurazione autoritaria mediante attentati e delitti di matrice fascista e militarista. De Michelis stava per proporre i contratti di formazione e lavoro a una gioventù disoccupata. Spadolini era Presidente del Consiglio, primo non-democristiano dopo decenni; Pertini Presidente della Repubblica e Nilde Jotti Presidente della Camera dei deputati.

Questa l’Italia di quegli anni. E Paolorossi? Oggi la Gazzetta rosea ne parla in una dozzina di pagine, interpellando compagni e amici suoi, come quelli dell’82, giornalisti e politici. Opinioni e sentimenti commossi e a volte un po’ scontati. D’altra parte è difficile dire cose sensate quando muore una persona che si conosce in qualche modo, direttamente o per fama. Ognuno di noi, finché è in vita incontra la morte… degli altri.

Quest’uomo è entrato nel mito, ma era normale anche nel fisico, un metro e settantacinque o sei per settanta chili scarsi: come Pietro Mennea, non ha avuto bisogno di esibire scultoreità da palestrato, oppure centimetri e chili da giocatore di basket o da portiere, o da centravanti del terzo millennio à la Ibrahimovic, Lukaku, etc. La sua “normalità” mostrava come essa può costituire un minimo comun denominatore sufficiente per fare grandi cose in un’attività anche fortemente competitiva. E altrettanto pare Rossi mostrasse sul piano relazionale e morale.

Conosciamo la morte-degli-altri, perché la nostra non si fa conoscere prima di arrivare a trovarci. E ci trova, eccome, senza eccezioni. Da millenni l’uomo parla della morte, ma sempre della morte osservata, pensata, prevista, immaginata…

E’ uno strano “ente”, la morte: è un “ente/non-ente”, secondo una certa filosofia, come quella di Parmenide che chiamava non-essere il nulla, mentre si potrebbe anche ritenere che il non-essere possa non essere il nulla, ma qualcosa, se non altro dal punto di vista logico. Hegel, ad esempio, non la pensava come Parmenide.

Parliamo della morte senza conoscerla direttamente: la nozione di essa è per esperienza di quella degli altri oppure per comunicazione di notizia. Forse è l’unico ente/ concetto che si presenta alla nostra attenzione in questo modo.

Metafisicamente si può anche dire, con Epicuro, che la morte non ci riguarda mai direttamente, ma solo indirettamente, poiché quando essa si presenta a noi, non facciamo a tempo a conoscerla veramente, in quanto la sua presenza significa il nostro contemporaneo venire meno, il nostro immediato assentarci.

Un altro modo di parlarne concerne l’immortalità, in tre modi: a) parlando della sostanza semplice che è l’anima spirituale (cf. Fedone di Platone), ovvero, b) parlando dei miti immortali, come quelli greco-latini classici o quelli che riguardano personaggi moderni già collocati per la loro fama esemplare in una prospettiva mitica, e infine, c) come quando una persona lascia a chi resta una grande opera d’arte o una grande scoperta scientifica, sapendo che ogni scopritore, ogni creatore deve tenere presente di essersi posto sulle spalle di valorosi predecessori. Ho già parlato qui pochi giorni fa di un mito, Diego d’Argentina e di Napoli, ora questo cenno a un altro mito prestipedatorio (neologismo rubato a Gianni Brera), Paolo Rossi, qualcuno dice, un mito-mite, garbato, civile, rapido anche nel suo passaggio per questo mondo.

Mortalità e immortalità, comunque si ha a che fare con questo concetto o stato dell’essere. Paolorossi è stato un ente-umano-mortale, ma già fa parte del mito esemplare. Appena mancato. Mentre la sua persona fisica e spirituale manca veramente a chi lo amava di più, i suoi, ed è questo il sapore vero della morte e della vita.

Come quando morì di una rara malattia la mia nipotina Elena, a cinque anni, il dolore più lancinante della mia vita.

Andare avanti senza dire banalmente ogni momento, provocando (in me e, penso, non solo in me) un gran senso di noia: “andrà tutto bene”

Se c’è una frase che non sopporto di questi tempi è quella del titolo. Che cosa significa “andrà tutto bene“? E’ un auspicio, è uno scongiuro, è una giaculatoria forzosamente ottimistica, è un incoraggiamento prima a se stessi e poi agli altri? E’ un…

Prima di provare a comprendere le ragioni comunicazionali/ relazionali e sociologiche della frase apoditticamente affermativa del titolo, analizzerò filologicamente i tre termini: 1) andrà: verbo al futuro, concetto ineccepibile perché noi umani contemporanei occidentali abbiamo una nozione fisico-lineare del tempo (anche se Nietzsche e le persone di cultura induista esprimerebbero qualche perplessità in tema); 2) tutto: beh, qui cominciano mie serie perplessità. Infatti, che cosa significa “tutto”, in greco òlos? Si tratta proprio di “tutto” nel senso che nulla è escluso? No, non può essere vero, in quanto in nessun caso, in nessun luogo e in nessun tempo si può dire che “tutto” è andato in un certo modo, in questo caso, auspicabilmente buono, positivo. Si potrebbe anche obiettare che il concetto di “tutto” non è… completo, perché si tratta di un lemma quantitativo: infatti manca la nozione qualitativa che si può esprimere con l’avverbio “totalmente”.

Per dirla bene, occorre specificare “tutto e totalmente”. Se non si conviene su questo, il lemma “tutto”, anche nel senso di “totalmente”, resta incompleto, in quanto non chiaramente esplicitato; 3) bene: vale quanto scritto qui sopra. Che cosa significhi “bene” può essere un generico dire positivo, oppure si tratta della traduzione del convenevole inglese in risposta a “how are you... cioè “nice, tanks“, quando ben poco interessa (di solito) all’altro del tuo vero bene. Ma può essere anche un qualcosa che riguarda tutte le “cose” buone di una vita, e anche di tutto il mondo: il latino bona, i beni.

E dunque, detto questo, come possiamo ragionare sul “vero-bene”?

Non possiamo non prendere in considerazione molto, anzi tutto quello che rappresenta l’agire umano in pensieri, parole, opere e omissioni, per usare un linguaggio teologico-morale.

A parer mio, si potrà affermare “andrà tutto bene” solo se qualcosa di radicale, qualcosa di profondo cambierà nel consorzio umano, locale e globale. C’è da ripensare, come si dice, veramente a tutto. Ma prima di tutto bisogna pensare al… pensiero umano e alla sua profonda crisi attuale.

Chi mi conosce sa che lo sto sostenendo e scrivendo da tempo. Anche la mia stessa appartenenza a Phronesis, l’Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, attesta questa mia priorità. Si parla tanto, e quasi sempre a vanvera, sul web e nei social di cristi etica, senza che molti parlanti sappiano che cosa si debba intendere per “etica”. Lo ripeto qui per l’ennesima volta: l’etica è un sapere strutturato e scientifico che opera per giudicare l’agire buono o malo dell’uomo, in quanto libero e perciò responsabile.

Secondo me (e grazieadio non solo), la “crisi etica e valoriale” è effettiva, ma prima ancora mi pare si possa dire che si è oltremodo dis-ordinato e messo in crisi il pensiero critico, cioè la capacità/ facoltà umana di analizzare, discernere, dedurre, intuire… in definitiva, di ragionare e di argomentare con logica stringente.

Sappiamo dalla storia del pensiero umano occidentale che vi sono due modi di analizzare la realtà dell’uomo e del mondo: la deduzione che è governata dal processo virtuoso del rapporto causa/ effetto e, teoreticamente, dal sillogismo (parole collegate: syn lògos) di matrice aristotelica, e l’induzione o intuizione, che da qualche tempo viene definita retroduzione (cf. Karl Popper e quanto scrivono Alberto F. De Toni ed E. Bastianon in Isomorfismo del potere, ed. Marsilio, Venezia 2020, volume che consiglio a tutti coloro che sono interessati ai temi della leadership e delle dinamiche del potere).

Abbiamo detto che la deduzione è il modo normale, quotidiano, di ragionare mediante la considerazione di una o due premesse e di una conclusione necessaria. Un esempio che Aristotele propone nella sua Logica è il seguente, denominato sillogismo dimostrativo: a, prima premessa: l’uomo è razionale, b. seconda premessa: il razionale è libero, c. conclusione: l’uomo è libero. Epperò, si può anche rovesciare il ragionamento, considerando gli effetti invece della cause: ad esempio “credere” che vi sia un fuoco acceso vedendo del fumo dietro gli alberi. Questo metodo è, appunto, induttivo o retroduttivo.

Abbiamo la necessità ineludibile di utilizzare deduzione e retroduzione per analizzare l’uomo e il mondo in cui vive, anche e forse soprattutto per comprendere e far comprendere che cosa non funziona nell’agire umano. Ad esempio, nella politica e nella distribuzione della ricchezza mondiale, delle risorse e dell’acqua in primis, ad esempio.

Non può essere neppur pensata un’Etica declinata verso un Fine condiviso tra tutti gli uomini, se non funziona il pensiero logico, se non si usa la metodica analitica sopra indicata. Per stabilire e condividere un’Etica occorre condividere una modalità operazionale del pensiero riflessivo di cui siamo dotati, come esseri umani.

E dunque, per concludere, si potrà affermare, senza che la frase non risulti trita e annoiante, “andrà tutto bene”, solamente se saremo d’accordo che occorre (ri)-mettere al centro la nostra capacità di pensare. Se così sarà, farà seguito un futuro solidale co-progettato dagli esseri umani, e non – perlopiù – subìto.

Maradona e lo spirito gregario

Inevitabilmente ripeterò anche qualcosa che in questi giorni i media – sia sportivi sia generalisti – hanno già sottolineato. Ma ne voglio scrivere lo stesso. Di Maradona. Dell’uomo e del calciatore Diego Armando, il più famoso del mondo di questi ultimi quarant’anni.

La sua morte statisticamente prematura lo ha scagliato dritto dritto nel Mito. Basti osservare i reportage da Buenos Aires e da Napoli, le sue due città dell’anima. Le foto, gli altarini, i lumini, i dazebao, le grandi immagini sui muri, attestano il mito, come quello di un santo. Cioè un “separato”, un “sancito”, un “diverso” dagli altri. La cultura greco-latina classica lo avrebbe inserito nel novero dei semidei.

Diego Maradona era un uomo piccolo di statura e talora rotondetto, ma muscolato in modo speciale. Il fisiologo o l’esperto di scienze motorie mi potrebbe spiegare che tipo di fibre poteva avere un atleta di un metro e sessantacinque scarso, che era in grado di scattare e saltare e staccare atletoni di un metro e ottantacinque, strutturati come quattrocentisti olimpici. Si veda il goal coast to coast irrogato alla orgogliosa Albione nel 1986 in Messico, per doversi chiedere “come ha fatto“?

Quel goal, insieme con quello segnato con la manita nascosta dietro la testa (la manita de Dios), sempre all’Inghilterra, è stato interpretato come una sorta di rivincita nazionale argentina dopo la fallimentare guerra della Falkland, con la quale Mrs Thatcher ha umiliato il generale Galtieri, prevalendo militarmente per un pugno di isole fredde nel Sud Atlantico. Nel mito nazionale si è inserito il mito individuale. Per l’Argentina Diego è stato come Peron e sua moglie Evita, per il Sudamerica come Fidel e come papa Francesco, che lo apostrofò in Vaticano quando el pibe andò in udienza: “Te esperavo Dieguito“, ti aspettavo Diego.

Per Napoli Maradona è stato importante come un san Gennaro contemporaneo, o perlomeno come Totò. La grande città di Partenope lo ha accolto fosse un suo scugnizzo dei Quartieri Spagnoli e Maradona si è incistato come un figlio.

Come può essere che un giocatore di football assuma tanta importanza per la cultura sociale?

Maradona è stato anche un uomo generoso, un uomo buono. Non si faceva vedere quando soccorreva bambini e adulti. Evangelicamente “la sua mano sinistra non sapeva che cosa facesse la sua mano destra”. Non si vantava. Non rimproverava i compagni di squadra che non erano alla sua eccelsa altezza tecnica nel gioco. Sembra quasi avesse fatto suo proprio l’Inno alla Carità di san Paolo, che troviamo nella Prima Lettera ai Corinzi al capitolo 13, 1-13.

Ma anche lui aveva una zona oscura. Consumatore di cocaina, Maradona oggi viene accusato in maniera esplicita di violenza su diverse donne. Ebbene, chi assume droghe e alcol è responsabile di quello che fa sotto l’influenza degli stupefacenti e dell’alcol. Maradona compreso, com’è ovvio. Anche i santi, come insegnava sant’Agostino, per esperienza personale, possono essere peccatori.

Qui sono però necessarie alcune considerazioni di psicologia teorica individuale, di psicologia sociale,  e in particolare di psicologia delle masse (o della folla) che, come ho più volte ricordato in questo sito, trova ampia spiegazione in un testo del francese Jacques Le-Bon Psicologia della folla datato verso il 1880.

La psicologia moderna e contemporanea parla di caratteri e di tipi umani, categorizzandoli in non poche modalità, che dipendono dai vari autori, da studiosi come Jung, Bateson, Freud, Rogers, Winnicott, Skinner, etc., senza trascurare la dottrina classica dei temperamenti, che risale alle filosofie del passato fino ai medici illuministi del XVIII secolo.

Da questi emergono strutture analitiche e tassonomiche che permettono di comprendere le profonde differenze tra persona e persona, ciascuna delle quali è irriducibilmente unica. La prassi e l’esperienza comuni, e le “lezioni” della storia suggeriscono la necessità di prendere atto di queste differenze, che poi si esplicitano nelle differenze di ruolo e nelle storie individuali delle varie persone.

I carismi si distribuiscono in modo vario e differente tra uomini e donne, territorio e nazione, ambiente economico e sociale, aziendale, ecclesiale, militare o civile.

Pertanto, si danno, vi sono, coloro che sono predisposti a guidare altre persone (lavoratori, soldati, religiosi, imprenditori, etc.) mantenendo la responsabilità dei risultati (cf. la teoria weberiana della leadership carismatica), e coloro che preferiscono “farsi guidare, pilotare”, o perché non se la sentono di governare strutture di persone e cose, o perché preferiscono delegare oppure, infine, perché non ne sono capaci e se ne rendono conto, la qual cosa è ottima.

Ecco, coloro che fanno parte del secondo gruppo sono più disponibili al gregariato, per cui, quando muore un “maradona”, un “lennon”, un “che guevara”, un “fidel”, un “mao” o uno “stalin”, e non chiedo perdòno qui per aver messo insieme “maradona” e “stalin”, sono i primi della fila a beatificarlo “facendolo” mito.

Gli assembramenti, le urla, i manifesti, le querimonie e i pianti sono tipici di questa tipologia antropologica.

Personalmente, come è noto ai miei lettori, non faccio parte di questa categoria umana, anche se ho partecipato a cortei, a concerti, a processioni e manifestazioni, il cui valore non disconosco certo.

Ma senza spegnere il cervello, mai.

…cani, porci, gatti ed esseri umani, un bestiario che si diffonde, o di come da mezzo secolo il Quoziente Intellettivo del Pianeta stia calando. Osserviamo, a testimonianza di ciò, un patrimonio linguistico, lessicale, espressivo e, in ultimo, cognitivo in declino, metodi argomentativi quasi assenti, sentiamo insulti grossolani e impertinenti asserti. Come ci difendiamo? Come contrattacchiamo?

cani, gatti, porci e esseri umani sono animali intelligenti. Senzienti, emotivi, capaci di affetti, memori.

Il cane scodinzola, ti segue, abbaia e latra, guaisce, ti guarda con occhioni lucidi: guarda il muso di un Boxer, di un Labrador, di…

Il gatto miagola intelligenti domande e risposte, con occhi tondi, colorati espressivi oltremodo. La coda alzata e le orecchie all’indietro significano che è allegro oppure furente e sta per attaccare. Una poesia che ho imparato in prima elementare: “Il mio gatto Musotondo/ verdi ha gli occhi e il pelo biondo./ Ha il nasetto impertinente/ canzonar sembra la gente./Proprio adesso il bricconcello/ s’è cacciato nel cappello/ e da lì contempla il mondo/ il mio gatto Musotondo.

I porci sono animali meravigliosi, anche se amano rotolarsi nella mota. Ricordo Yurko, un imponente maschio di duecentocinquanta chili che Giorgio Pacor da Arta apostrofava duramente se non ubbidiva, e il gran porco si metteva seduto davanti al padrone con le orecchie basse chiedendo perdono con un mugolio penoso. E ricordo anche quando, ventiduenne, “dovetti” uccidere un maiale con un fucile. Lo avevamo acquistato, mia sorella e io, da un contadino, ma il norcino non era riuscito a ucciderlo con la “pistola” utilizzata per la trista ma necessaria bisogna nel suo mestiere (che qui non descrivo per evitare inutili truculenze). Allora mi prestai a compiere quell’atto, perché il maiale era stato comprato, e si doveva macellare. Per me fu come un “rito di passaggio”. Ci pensai a lungo: il maiale non aveva sofferto, perché il colpo lo aveva fulminato, e il senso di colpa mi lasciò dopo poco tempo.

Gli esseri umani sono i più splendidi primati mammiferi vertebrati ecc. ecc., che l’evoluzione (e Dio creatore) ha posto a vivere sulla Terra. E i più crudeli, assassini, egoisti, anempatici, furenti sfruttatori della bellezza. A loro, spesso, preferisco altri primati, come i gorilla, o altri animali come i su nominati. Sì, anche i porci.

Viviamo un momento storico della Terra, non solo dell’Umanità, ma anche del Vivente e del Minerale, che richiede un surplus di intelligenza, e invece ce n’è di meno.

Per ciò nei nostri tempi è necessario diffondere la consapevolezza di un grave impoverimento dei linguaggi umani, del lessico comune, delle espressioni comunicazionali, e quindi delle lingue parlate, della qualità relazionale tra gli esseri umani, e infine del loro livello cognitivo. Una situazione che la scuola e l’università non stanno riuscendo ad affrontare e a risolvere.

Il problema è serio, serissimo. Se vogliamo prenderne atto, implicitamente accettiamo un grande compito morale, come cittadini e come intellettuali. E’ compito di tutti porsi il tema di una caritas intellectualis per il buon fine comune, come insegnava il professor Joseph Ratzinger, da molti stracapito e poco considerato.

Infatti, la complessità attuale, paradossalmente, è affrontata nel modo peggiore e potenzialmente devastante.

Cani, gatti, porci e esseri umani fanno parte del vivente terracqueo, ma solo gli umani hanno responsabilità di mandato su di esso. Il tema del clima, il tema dell’utilizzo delle risorse concernono le decisioni umane. Ma anche il tema delle relazioni tra paesi e nazioni, tra territori e sistemi politico-amministrativi, tra gruppi e organizzazioni, tra le singole persone, tra le famiglie (si pensi, nella versione negativa, al familismo amorale) nelle comunità, dai nuclei familiari di vario genere e specie alla scuola, al sistema sanitario, all’esercito, alle varie realtà ecclesiali, appartiene all’uomo, a tutti gli esseri umani di questo mondo.

Se questo è vero, quale può essere, precipuamente, il ruolo dei saperi umanistici, antropologici e della filosofia in particolare?

Questo sito, che vive ormai da quasi quattordici anni, si è speso per la parte maggiore in riflessioni attinenti questi temi. Ora, per il fatto che i colleghi e le colleghe di Phronesis, l’Associazione Nazionale per la Consulenza filosofica, mi hanno eletto (mi pare, con convinzione) presidente, sento ancora maggiormente questa esigenza e questo dovere “kantiano” (e cristiano): di occuparmi di questa crisi del pensiero pensante e dei linguaggi, prima ancora che dei comportamenti e dell’etica come sapere relativo al giudizio razionale sull’agire libero (buono o malo) dell’uomo.

La filosofia non può prescindere dalla filologia e nemmeno dalla morale sociale, che peraltro è parte integrante del sapere filosofico.

Dobbiamo fare qualcosa di più, ho detto ai colleghi di Phronesis e a tutte le persone che a vario titolo frequento. A tutti. E così mi muovo in ogni ambiente dove vivo e lavoro, per consulenze e docenze, in riunioni e colloqui, nelle relazioni esistenziali e nel contesto della vita.

Persona&Comunità nel Cristianesimo. Non concordo con il collega esimio professore

Mi è dispiaciuto leggere che un ottimo – e da me stimatissimo – studioso come il prof Galimberti (vedi intervista di Walter Veltroni pubblicata il 17 Novembre scorso su La Repubblica) ritiene che il cristianesimo non abbia mai tenuto al centro il tema della comunità umana, privilegiando l’individuo e il suo destino terreno e ultraterreno.

Sono rimasto sorpreso per varie ragioni: non mi sembra possibile che un intellettuale come il professore ignori, sia pure nella sinteticità tipica di un’intervista (almeno nelle risposte date durante l’intervista stessa), che questa tradizione religiosa si sia certamente fondata sulla “persona” di Gesù di Nazaret detto il Cristo, ma immediatamente dopo su una prima comunità di seguaci, gli apostoli e i discepoli prima a Gerusalemme, e dopo la morte del Maestro, su comunità che – sotto la spinta soprattutto di Paolo di Tarso – si sono diffuse in quasi tutto l’Impero romano, dal Vicino Oriente, all’Africa settentrionale, ai Balcani a Roma e oltre.

Non è assolutamente vero, caro Galimberti che il cristianesimo abbia denegato il valore comunitario e la sua centralità per esaltare – di contro – il valore della persona-individuo. Diciamo piuttosto che, in una fase storica nella quale non vigeva una nozione etica di uguaglianza tra tutti gli esseri umani, mostrabile, oltre ogni forma di distinguo razzistico con la tabella “struttura di persona”, ben nota a i miei lettori e ai miei studenti (compresenza in ogni uomo di fisicità, psichismo e spiritualità, che qui necessariamente riprendo), il cristianesimo ha portato nella storia umana una lezione assolutamente nuova sul valore dell’uomo. Si legga il versetto 27 del cap. primo di Genesi Dio fece l’uomo a sua immagine…”, si leggano poi, nell’ambito della letteratura paolina, i versetti 28 del cap. 3 della Lettera ai Galati e l’11 del cap. 3 della Lettera ai Colossesi, dove si enunzia l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani “non c’è greco, non c’è ebreo, non c’è donna né uomo, ma tutti sono uguali in Cristo”, (parafrasando san Paolo)!

Ebbene, è stato il cristianesimo a portare all’evidenza il valore irriducibilmente incommensurabile e unico della persona umana, contro ogni discriminazione censuaria e classista, anche se Paolo stesso dovette adeguarsi in qualche modo allo schiavismo del tempo (si legga in tema la Lettera a Filemone, nella quale Paolo invita questo signore, un catecumeno cristiano, a non maltrattare e tanto meno uccidere uno schiavo fuggitivo).

Circa poi gli aspetti comunitari, si leggano Atti, dove si riporta che Pietro in qualche modo punisce nel modo più grave Anania e Safira, una coppia che non aveva secondo regola versato nelle casse della comunità il ricavato di una vendita (possiamo parlare di “paleo-comunismo apostolico”?).

Nella Bibbia poi, Dio cerca l’alleanza, non con il singolo uomo, ma con il Popolo, guidato di volta in volta da un Patriarca (Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè…) o da un altro leader, come i re Davide, Salomone, Giosia…, dai grandi profeti Isaia, Geremia, Ezechiele, Nathan…, e con il leader “tratta”, ma per il popolo tutto, che punisce o loda difendendolo, a seconda del comportamento morale e della fede in Lui stesso.

Come si fa a dire che il cristianesimo e la sua matrice giudaica sono individualisti? E’ assurdo e assolutamente non rispondente al vero, se si vuole conoscere, studiare e valutare correttamente la storia e il supporto teroretico di queste tradizioni religiose?

Si pensi poi al Vaticano Secondo e alla Costituzione conciliare Lumen Gentium dove all’art. 1 si legge “La Chiesa è il Popolo di Dio…”. Che dire di più sotto il profilo scritturistico e dogmatico? Teniamo poi conto che “chiesa” significa “adunanza, riunione” (dal verbo greco ekkalèo, cioè chiamare, da cui il latino ecclesìa).

Non corrisponde al vero che il Cristianesimo abbia esaltato l’individuo-persona a scapito della comunità. Certamente in Oriente, il buddhismo e soprattutto l’induismo nelle sue varie declinazioni storiche e teologiche, hanno posto al centro l’uomo-tra-gli-altri-esseri-viventi, ma soprattutto come parte di un divino diffusivo e prevalente sulla individualità: il brahman sull’atman. “Schegge di divino”, che si trovano echeggiare anche nel cristianesimo ortodosso post scisma del 1054, e perfino in qualche teologo-filosofo “occidentale” come Friedrich Schleiermacher.

Anche paragonare cristianesimo e classicità come fa Galimberti non è corretto: il paragone tra un Aristotele che parla dell’uomo come animale politico e un Agostino che scrive e predica della salvezza dell’anima per grazia e per fede non è coerente, se posto in contrapposizione. Sono due teorie filosofico-religiose che non confliggono, poiché parlano di cose diverse.

Citare poi Rousseau, come fa il caro prof, forse (a parer mio) il più sopravvalutato e mediocre filosofo del XVIII secolo, il quale non riteneva il cristiano un buon citoyen non mi pare una buona idea, perché ignora quello che è stato il mondo cristiano antico e medievale e rinascimentale, e tutto ciò che ha fondato, dalle chiese ai monasteri, alle università, alla musica, alle arti figurative… per il popolo, anche se commissionate da papi e signori.

Se andate a Montefalco, cari lettori e visitate la cappella francescana dove Benozzo Gozzoli ha affrescato le storie del Santo assisiate, o agli Scrovegni a Padova, o nella basilica grande di Assisi dove Giotto di Bondone ha raccontato la vita di Giovanni di Pietro di Bernardone, se andate nella cappella piccoliminiana del Duomo di Siena, trovate il Pinturicchio. O visitate a Roma la Sistina e le Stanze di Raffaello ai Musei vaticani, e Caravaggio in Santa Maria del Popolo e in San Luigi dei Francesi. E Piero della Francesca ad Arezzo, a Sansepolcro e a Monterchi. Ravenna. E altrove, in ogni dove dell’Europa, da Lisbona a Mosca, da Canterbury a Istanbul (nonostante Erdogan). Sono tutte storie bibliche, di santi e della chiesa fatte per il popolo, per le comunità analfabete di quei tempi. Si pensi poi a Bach, a Haendel, a Vivaldi e Monteverdi, a Mozart, a Haydn, a Verdi e Rossini e ad altri innumerevoli, che hanno scritto Messe e Laudi religiose.

Se, caro lettore, leggi le quasi duecento omelie di sant’Agostino (le trovi nel sito Augustinus.it) trovi un dire, un parlato adatto al popolo, alla comunità di analfabeti della Ippona del V secolo (l’attuale città algerina di Hannaba), e rivolto a tutta la cristianità del tempo del grande Padre africano. E attuale anche per noi del XXI secolo.

E questo è il cristianesimo che si occupa solo delle anime dei singoli? Suvvia, professore!

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