Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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“Poupou” e “Jacquot” lungo le strade di Borgogna e i tornanti dell’Izoard, scendendo dal Portet d’Aspet per affrontare il Ventoux di petrarchesca memoria, fino all’Arc de Triomphe

I due nomignoli del titolo, così, tutti soli, direbbero qualcosa solo a esperti di ciclismo, ma la citazione dei passi alpini e pirenaici dà qualche traccia anche ad altri.

Ora anche il “contadino” Raymond ha raggiunto nella visio beatifica l’elegante campione che lo batté sempre. Per otto volte Poulidor salì sul podio del Tour de France, cinque volte secondo e tre volte terzo. Una volta lo vinse anche il giovane Gimondi, nel 1965, quando terzo fu Motta.

Raymond Poulidor, nato a Masbaraud Mérignac nel ’36 è mancato a Saint-Leonard-de-Noblat qualche giorno fa. Professionista dal 1960 al 1977, vinse una Vuelta a España, sette tappe al Tour de France, una Milano-Sanremo e una Freccia Vallone, oltre ad altre decine di corse.

Ciclista professionista tra il 1960 e il 1977, ha avuto modo di correre con Louison Bobet, Federigo Martin Bahamontes, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Joop Zoetemelk e perfino con il più grande dei corridori francesi Bernard Hinault, il bretone di Yffiniac, oltre che con il Normanno.

Pensandolo mi vengono in mente le grandi estati quando ero bambino e del Tour mi parlava Pietro, mio papà. In televisione, in bianco e nero andavo a vedere le tappe del Giro d’Italia nell’osteria “da Lino”, di fronte a casa mia, ma il Tour non si vedeva, perché la Rai non lo seguiva come il Giro. Si sentivano i risultati verso sera al giornale radio. E io aspettavo di sapere chi avesse vinto la tappa e la nuova classifica. Ricordo di avere seguito, per la prima volta, il Tour del ’65 che avrebbe dovuto essere vinto da Adorni, ma poi andò diversamente. Immaginavo le assolate strade di Francia in pieno luglio e imparavo i nomi dei colli più ardui, il Puy de Dome sul Massiccio Centrale nei Vosgi, il Tourmalet, l’Aspin, l’Aubisque sui Pirenei, e poi il Croix de Fer e il Galibier, 2650 metri, dove sarei andato decenni dopo con Bea bambina, ai tempi di Armstrong e Ivan Basso, di Rasmussen e del kazako Alexandre Vinokourov, che vinse quella tappa a Briançon. Era il 2005, proprio il 14 luglio.

La sua rivalità con Anquetil fa pensare alla differenza radicale che vi era fra i due, quasi a rappresentare – sociologicamente – l’uno una Francia contadina, arcaica, dura, il Nostro, e l’altro di più la modernità, l’eleganza metropolitana e cosmopolita di Paris. Anche il loro “francese” li distingueva: il grande Normanno parlava in punta di labbra quasi geloso di non dir troppo, Poupou era di poche parole, più silente e a volte dolorosamente cosciente della fatica di pedalare e di vivere.

L’uno, Jacquot, era abituato ad arrivare primo, vinse otto grandi corse a tappe (cinque Tour, due Giri e una Vuelta), l’altro fu “abituato” alla sconfitta, ma senza che ciò lo debilitasse al punto da fargli rinunziare a combattere. Perse un Tour da Anquetil per 55 secondi, uno dei distacchi minimi di tutta la storia del Tour de France. Mi pare che solo Fignon perse per meno secondi da Lemond, forse 8 o 12, anni dopo.

Arrivare secondo non significa essere sconfitti, ma arrivare prima di tutti gli altri eccetto uno. E’ importante il secondo posto perché insegna a non esaltarsi per un primato, che è sempre friabile vicenda della vita umana, che passa.

Quando il suo grande rivale fu vicino alla morte, ancor giovane, per un tumore allo stomaco e Raymond lo andò a trovare, si sentì chiamare, mentre stava uscendo dalla stanza d’ospedale: “Raymond – disse Jacques sorridendo come poteva – anche stavolta ti batto, arrivo prima io“.

Quando sento definire Venezia “Patrimonio mondiale dell’umanità” dall’UNESCO, acronimo di “United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization”, mi viene l’orticaria

Il gentiluomo Enrico Dandolo passeggia per le calli della cittade sulle acque,  apparentemente senza meta, conversando con il suo segretario scrivano, e anche un po’ guardia del corpo. L’uomo è infatti ancora giovane, sulla trentina, bruno e robusto, delle terre furlane, che tanto piacciono ai Veneziani.  L’argomento principale è un’altra Crociata contro gli “infedeli”, per ribadire che il diritto dei Cristiani di potere accedere al Santo Sepolcro e alla Città Santa senza pericoli, ma anche… aggiunge nel mezzo del seriosissimo discorso, per ampliare il numero di fondachi per il commercio che la Serenissima già intrattiene con il Vicino Oriente, anche con i Maomettani.

Il segretario, messer Zuan da Porpetto annuisce, facendo osservare al suo signore che la sera sta scendendo per le calli e che l’umidità ottobrina potrebbe non fare bene a Sua eccellenza Serenissima. Enrico Dandolo, ha appena compiuto ottant’anni e il Gran Consiglio lo ha eletto alla carica dogale da poche settimane. Dandolo annuisce all’invito del suo fedele servitore e così si incamminano di buon passo verso palazzo. La sera offre una miriade di ombre che variano continuamente tra i canali e le pareti dei casamenti. Venezia sta diventando sempre più bella, considera fra sé e sé il vecchio gagliardo. E pensa a come dovrà muoversi se si farà la Crociata, gli sembra sia la quarta, dopo quella indetta da papa Urbano II e la altre due, spedizioni di alterna fortuna.

Prima di ritirarsi il doge chiede a Zuane (così lo chiama il gran signore venezian) di fare un giro più largo, per dare un ultimo sguardo alla Basilica, per una prece silenziosa al protettore, al gran Santo che conobbe Gesù. Dandolo era un buon cristiano, ma sapeva separare la religione dalla politica, e non mancava di criticare, a volte, con gli amici più fedeli del Consiglio dei Dieci certe iniziative del romano pontefice. San Marco appare nei chiaroscuri di mille torce che brillano come fuochi celesti dalla base alle cupole; gli pare che la cupola dell’Ascensione sia più illuminata di quella della Pentecoste, e dice a messer Zuane: “Dobbiamo provvedere”.

 

L’UNESCO è un’agenzia delle Nazioni Unite creata con il fine di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione, per promuovere “il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti  umani e le libertà fondamentali” quali sono definite e affermate dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Fondata dai vincitori del Secondo conflitto mondiale nel 1945, è entrata in vigore il 4 novembre 1946 e ratificata da venti stati. Tra le sue attività si nota soprattutto l’attenzione per l’ambiente, l’arte e la storia delle nazioni, per cui, se pone attenzione su qualche “oggetto” da tutelare particolarmente, costituisce senza dubbio un viatico potente per la sua promozione, anche turistica ed economica. I paesi fanno a gara per farsi riconoscere “Patrimonio universale dell’Umanità” dall’Unesco. L’Italia è la nazione che ha più siti con questa denominazione, per ragioni obiettive anche per un francese invidioso o per un inglese supponente.

 

Venezia, nel 1571 sostenne a Lepanto metà dello sforzo militare della flotta cristiana contro gli Ottomani, e vinse. Venezia, anche se formalmente il comandante era don Juan de Austria, un Asburgo, figlio dell’imperatore Carlo V e fratellastro di Filippo II. L’ammiraglio inimico Muezzinzade Alì Pascià morì nello scontro. Il comandante veneziano era il capitano Agostino Barbarigo, omonimo di un doge, con l’ausilio del valoroso capitan Sebastiano Venier, settantacinquenne. I genovesi erano al comando di un Doria, Gianandrea. Queste le principali forze in campo e la vittoria arrise ai cristiani, come ognun sa.

In totale, la Lega cristiana schierò in battaglia una flotta di 6 galeazze e circa 204 galere. A bordo erano imbarcati non meno di 36.000 combattenti, tra soldati (fanteria al soldo del re di Spagna, tra cui 400 archibugieri del Tercio de Cerdeña, pontificia e veneziana), venturieri e marinai, verosimilmente tutti armati di archibugio. A questi si aggiungevano circa 30.000 galeotti sferrati, ovvero tutti i rematori, schiavi esclusi, cui venivano distribuite spade e corazze per prendere parte alla mischia sui ponti delle galere. Quanto all’artiglieria, la flotta cristiana schierava, approssimativamente, 350 pezzi di calibro medio-grande (da 14 a 120 libbre) e 2.750 di piccolo calibro (da 12 libbre in giù).

Gli Ottomani avevano una forza più o meno equivalente e persero.

Dai tempi del doge Dandolo alla Battaglia di Lepanto, Venezia aveva acquisito territori italiani nel suo entroterra da Verona a Trieste, ma si era soprattutto sviluppata lungo la costa orientale dell’Adriatico dall’Istria alle isole greche. Città come Parenzo, Rovigno, Pola, Sebenico, Zara, la dioclezianea Spalato, Traù e Ragusa erano veneziane. Lo erano anche le grandi isole del Quarnero, Veglia, Cherso, Lussino, e più giù Arbe, Pago, e le Coronate, Brazza, Lesina, Curzola e Meleda, e più giù Corfù, Zante, Cefalonia e Itaca. Il Pireo era di casa, il Peloponneso (Morea) e Candia (Creta), Eubea e Cipro, e perfino Costantinopoli, nel corso della Quarta crociata nel 1204 fu brutalmente veneziana.

Così Goffredo di Villehardouin descrisse Dandolo che guidava l’assalto veneziano a Costantinopoli:

«Stava ritto tutto armato a prua della sua galera, con davanti lo stendardo di san Marco, ordinando a gran voce ai marinai di portarlo prestamente a terra, o li avrebbe puniti a dovere; sicché quelli approdarono subito, e sbarcarono con lo stendardo. Tutti i veneziani seguirono il suo esempio: quelli che stavano nei trasporti dei cavalli uscirono all’aperto, e quelli delle navi grandi salirono sulle barche e presero terra come meglio poterono.»

Durante i primi burrascosi mesi dalla conquista della città, il doge Dandolo, pur ormai vecchissimo e debilitato dal lungo viaggio via mare, riuscì ad ottenere ampi vantaggi per Venezia, stando sempre attento a non farla coinvolgere troppo nella situazione politica interna dell’ormai decadente impero bizantino.

Combatté in Oriente per una quindicina d’anni e morì dopo la battaglia di Adrianopoli all’età di novantotto anni. Era il 1205. Fu sepolto in Santa Sofia.

 

Venezia, novembre 2019. L’acqua granda è tornata. E con lei i politici, che sfilano, senza cravatta, con gli stivali (più o meno usa e getta, tanto non li usano mai nella loro vita): Conte-capodelgoverno, la ministra delle infrastrutture, che parla come una maestrina elementare alle prime armi, il governator-doge Luca Zaia, successore del delinquente Galan. Il sindaco Brugnaro, che fa fatica a parlare. Arriva, tutta commossa, la presidenta del Senato della Repubblica italiana. E poi alcuni veneziani, come Brunetta e… non ricordo.

Mi viene in mente di compararli al doge Enrico Dandolo, e sorrido amaro.

Venezia è con Parigi, Londra, New Jork, Firenze, Istanbul, Berlino, Mosca, e Roma Caput mundi,  la più famosa città del mondo, con merito, e con o senza Unesco. E aggiungerei San Pietroburgo, Pechino, Vienna e Praga.

Ma mi faccia il piacere (L’Unesco)!

Il rinnovamento dell’Umanesimo

Il padre Livio di Radio Maria, man mano che passa il tempo mi sembra esageri sempre più con le sue profezie di sventura, la sua “Madonna” spaventevole di Mediugorje, e le sue solite critiche e perfin denigrazioni verso tutti quelli che non la pensano come lui. Meno male che si può “fare teologia” in modo diverso dal suo, ad maiorem Dei gloriam.

L’Umanesimo è stato un movimento complesso d’arte e pensiero che ha rinnovato culturalmente e spiritualmente l’Italia – in primis – e l’intera Europa del XV secolo. I prodromi petrarcheschi di questa sensibilità, e in seguito figure come Giovan Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Agnolo Poliziano e altri, talora sotto l’egida di personaggi come il Magnifico Lorenzo de’ Medici, hanno rimesso al centro dell’interesse della ricerca culturale e filosofica l’uomo, ma senza rinnegare il tema del divino, filtrato non più tanto dalla linea aristotelico-tomista, ma piuttosto dalla linea platonico-agostiniana.

Dio e l’uomo, ma l’uomo non più solo orante e rassegnato al proprio destino, magari pre-destinato (cf. “secondo” Agostino e Lutero),  bensì attivo e consapevole delle proprie prerogative e possibilità.

L’Umanesimo classico, dunque, che nelle arti figurative ha visto l’opera di Masaccio e Piero della Francesca tra altri grandi, è stato il prodromo del Rinascimento artistico di Raffaello, di Michelangelo, di Leonardo e, in seguito, di Caravaggio e di altri immensi artisti, come il Bernini e il Borromini, sfociante movimento nel Barocco imaginifico. E nella musica di Giovanni da Palestrina e di Claudio Monteverdi.

Grandezza italiana riconosciuta dal mondo.

Nel tempo l’Umanesimo si è sviluppato nella scienza, da Copernico, Galileo, Newton, e in filosofia con Descartes, Leibniz, il barone de Montaigne, Pascal, fino a Kant e all’idealismo nelle sue varie declinazioni. E siamo a noi, gente del XX e del XXI secolo. Ora qualcuno ri-parla di umanesimo, come Edgar Morin, filosofo e sociologo francese, parafrasato dal presidente del consiglio italiano Conte. Dubito, infatti che, anche se l’uomo si dà delle arie da giurista, abbia conoscenza diretta dei testi, sia degli umanisti classici, sia di quelli contemporanei. Da cui l’aggancio critico di Radio Maria.

Non penso che dietro  la dizione, tutta da verificare sui testi, di “nuovo umanesimo”, citata da Conte e rinvenuta in Morin dal padre scolopio di Erba, significhi automaticamente resa alla nuova massoneria dei grandi poteri economico-finanziari alla Soros et similia. Penso al contrario che possa essere interpretata in modo positivo, proprio come rimessa al centro della nozione di “umanesimo”, cioè di interesse per l’uomo nella sua totalità e complessità.

Oggi questa parola può e deve assumere connotati anche differenti da quelli del ‘400, perché sono cambiate moltissime cose da quegli anni di sviluppo culturale e scientifico straordinari. Intanto la continua rivoluzione tecno-scientifica che ha portato al centro della vita umana e del lavoro, le “macchine”: macchine che da duecento anni circa stanno alleviando la fatica fisica dei lavoratori, dai telai a vapore della Manchester degli anni dieci dell’800 fino alla robotica, oggi sono in grado di sostituirsi all’uomo nelle attività ripetitive, faticose e noiose, mentre si realizza un progressivo cambiamento del ruolo umano nella trasformazione delle materie prime in prodotti finiti, ruolo che oggi si configura essenzialmente nella progettazione, nella programmazione, nel  controllo e nel collaudo dei beni prodotti… dalle macchine.

Questi cambiamenti pongono dunque questioni e temi di carattere, non solo organizzativo, economico e sociale, ma anche di valenza psicologica, etica e addirittura antropologica. Infatti, se l’uomo oggi riesce, grazie alle tecno-scienze a fare cose impensabili anche fino a un paio di decenni fa, e chissà che cosa riuscirà a fare nei prossimi, ciò non significa che si possa fare, almeno sotto il profilo etico, tutto ciò che la ricerca scientifica oggi rende possibile. Faccio un esempio: se la biologia e la medicina oggi permettono la surroga della gravidanza in modo da far sì che un essere umano si sviluppi e nasca da una donna diversa da quella da cui si è estratto l’ovulo poi fecondato in vitro con un gamete maschile, per cui il nascituro avrà il problema di decidere come amare due mamme, una delle quali magari è la nonna (non so se ridere o piangere, forse piangere), non è detto che ciò sia eticamente lecito. Almeno secondo un’etica del fine dove il fine è la tutela globale dell’integrità psicofisica dell’uomo stesso.

Certo, in alcune nazioni lo si fa già, perché è consentito, come è è consentita l’adozione di figli alle coppie gay.

In sostanza, non tutto quello che è possibile fare può essere considerato moralmente lecito, secondo un’etica della vita umana che tenga conto di tutti i fattori psico-relazionali e pedagogici ben noti da millenni.

Bene, se il “nuovo umanesimo” è fare tutto quello che è possibile fare non condivido (in questo caso avrebbe ragione il padre Livio), ma se è utilizzare la scienza per l’uomo e la natura, e il miglioramento della vita delle persone nella natura, allora ben venga: sarà “nuovo” perché aggiornato, più ricco di bene per il mondo e per la vita di ciascuno, in un’armonia dove la conoscenza si connette razionalmente con la ricerca di un più ricco, e più umano benessere.

Dati veri per combattere falsità e disinformazione

La propaganda politica si è sempre nutrita di falsità e disinformazione. Si pensi al pericolosissimo ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels, che inventò Theresienstadt per ingannare tutti sul destino degli Ebrei. Oppure: quando si seppe ciò che aveva fatto il “piccolo Padre” Stalin dei kulaki ucraini e degli ufficiali polacchi a Katyn?

La lealtà e la verità non sono di casa in quella dimensione: l’avversario deve sempre apparire, se non un nemico, quasi, per cui la denigrazione costituisce il nocciolo dell’informazione. Tutto ciò soprattutto nelle dittature o nei regimi autoritari; ma anche le democrazie si “difendono” (faccio per dire) molto bene in questo campo. Ad esempio vorrei sapere che cosa sa di vero il popolo turco sulla decisione del “sultano” che si è dato, e che spero duri non molto ancora, il signor Erdogan, di attaccare il nord della Siria e i Curdi in particolare. Come accade in questi casi, l’uomo forte al potere cerca di convincere la sua nazione che sta combattendo un pericolo e quindi agisce preventivamente.

Oppure le informazioni che attualmente l’opposizione parlamentare italiana diffonde, per screditare il governo in carica: numeri, percentuali, scelte, sono come la sabbia sulla spiaggia, volatili. Prima di tutto è bene non credere a quello che dice Salvini, e poi in parte anche gli altri, i suoi ex amici in primis. Ma nessuno è esente dalle fake, cioè dalle falsità. Infatti, quando sento parlare, a mero titolo di esempio, un Marcucci (del PD, lo specifico perché non penso buchi il video), mi viene prurito dietro le ginocchia. A Renzi poi non credo neanche quando dice il suo nome e cognome.

Parliamo anche dei dati sulla violenza. Ha ragione Steven Pinker che nel suo trattato Il declino della violenza (più volte qui da me citato) spiega con dati e diagrammi incontestabili come la violenza sia diminuita, perfino nell’ultimo secolo, quello delle due guerre mondiali e di centinaia di guerre asimmetriche. E son diminuiti anche gli omicidi (donne uccise comprese), i morti sul lavoro e per strada. Sempre troppi, ma in diminuzione.

Ora alcuni altri dati, che possiamo rinvenire, se vogliamo, in alcuni testi di autori affidabili come ne Le verità nascoste, ed. Rizzoli, di Paolo Mieli, e nei trattati sull’inquinamento da Co2 del prof  Stefano Casertano: negli ultimi 25 anni le percentuali di Co2 sono diminuite del 10% negli USA, nonostante il raddoppio dell’economia; l’Europa è ancora più virtuosa con – 20%; la Cina è il grande” untore” mondiale con emissioni 5 volte maggiori dell’Europa;  ancora la Cina è la prima inquinatrice dei mari, con lo sversamento di 3,5 milioni di tonnellate di reti dei pescatori, l’Indonesia seconda con 1,3 milioni e poi il Vietnam e le Filippine a ruota. Nel Mediterraneo il record è dell’Egitto con 0,4 milioni, meno della metà degli USA.

Mandiamo colà i genitori e i finanziatori della signorina Thumberg? Sì, vero?

Se parliamo della povertà assoluta ecco i dati: se nel 1990 colpiva il 40% dell’umanità, nel 2019 è scesa al 10%.

L’età media degli esseri umani era di 35 anni, ora è di 70, con punte di 80/85 in Italia. La nazione dove si sta meglio al mondo. E dunque non sputiamoci sopra, come fa la nulla Mogherini. E chi è costei?, certamente si chiederanno 9 su 10 dei miei lettori. Nulla come il bullo che la ha nominata nel ruolo europeo da 30.000 euro al mese. Appunto.

Che dobbiamo fare, allora? Studiare, studiare, studiare a me poco caro Dimaio, controllare le fonti, verificare e, prima di parlare, cercare di conoscere. Se poi ci sono ancora molti che non credono che le cose sentite in tv o presenti sul web siano molto spesso false, e dunque siano vere “perché lo dice la televisione”, peggio per loro. Su questo tema, credo che l’anagrafe farà il suo corso.
Son malvagio ciò dicendo? Penso di no, piuttosto razional-realista, pressoché hegeliano.

Le parole hanno un peso decisivo, caro presidente della Camera Fico: non si dice “rimasti uccisi” dei due poliziotti di Trieste, ma “barbaramente ammazzati”, perché questo è accaduto. Le parole sono da usare con cura, Fico! “rimane ucciso” uno che va a sbattere con la macchina o che cade dall’alto, non chi riceve colpi di pistola in faccia

Non solo si registrano svarioni del “politicamente corretto” come  la frase citata nel titolo, ma a questo si aggiungono posizioni come quelle di tal Vauro, disegnator militante de sinistra, che interviene per sostenere la tesi che la brigatista Saraceni ha pieno diritto al Reddito di cittadinanza, ma non in base a una riflessione etica.

Prima dell’un tema e poi dell’altro, qui tratterò.

Ho letto anche critiche ingenerose a carabinieri e polizia, a volte ai limiti dell’irrisione, commenti indecenti. Il linguaggio della politica è spesso infelice, impreciso, sciatto, disinformante.

Oltre all’espressione “fichiana” (non “fichtiana”, eh eh) citata nel titolo, si dia uno sguardo ai tweet di Trump sulle vicende turco-siriane di questi giorni. Per dirne due: in un messaggio The Donald rimprovera i Curdi di non aver aiutato gli Americani nello sbarco in Normandia del 1944: c’è quasi da non crederci. Si tratta di un’affermazione che, se non fosse preoccupante per l’equilibrio mentale del presidente USA, sarebbe solo ridicola; in un altro tweet sempre lo stesso Trump rassicura i suoi concittadini sull’eventuale fuga di migliaia di terroristi Isis attualmente prigionieri dei Curdi, lui scrive “Niente paura, perché tanto questi andranno tutti in Europa, e quindi non ci preoccupano“. Cose da pazzi, ma di un pazzo che governa gli USA.

Torniamo a Trieste: come si fa a parlare di poliziotti rimasti uccisi, se sono stati ammazzati da un delinquente senza pietà, che sparato loro a freddo in faccia? Non si “rimane uccisi“, in questo caso, ma si “viene trucidati“. Occorre usare i verbi, le parole giuste per raccontare i fatti.

Andiamo a Halle in Sassonia, dove un ventottenne tedesco ammazza due persone, volendo ammazzarne decine, perché Ebrei. Pare proprio che la Storia, quella con la “S” maiuscola, non insegni nulla. Qualcuno lo ha sempre auspicato, ma l’uomo pare sia lento di comprendonio, ove abbia ragione (ammesso e non concesso) Steven Pinker che sostiene nel suo autorevole Il declino della violenza, pubblicato nel 2010, che l’homo sapiens sta lentamente evolvendo verso una maggiore humanitas mediante lo sviluppo (lentissimo) dei lobi prefrontali. Chissà?

Veniamo a Vauro Senesi, che sostiene la legittimità del Reddito di cittadinanza per la ex brigatista Federica Saraceni. Interpelliamo la virtù di giustizia, secondo Aristotele e Tommaso d’Aquino, passando per papa Gregorio Magno, e finendo con Kant, cioè i massimi studiosi di morale della cultura occidentale. Come avrebbero ragionato questi uomini di pensiero? Innanzitutto partendo dalla giustizia come virtù e dalle sue declinazioni. Sappiamo che sono tre i modi nei quali si dispone la Giustizia: a) distributiva, b) di scambio e c) generale, anzi, all’incontrario, gerarchicamente.

La distributiva attiene al diritto di ciascuno di avere ciò che gli serve per vivere, quella di scambio consiste nel contratto fra bene e corresponsione del suo prezzo, oppure tra prestazione lavorativa e retribuzione, mentre la generale è la normativa fondamentale di uno Stato. Bene: escludendo la giustizia di scambio, perché la Saraceni non ha nulla da scambiare con lo Stato, si pone come plausibile l’applicazione della giustizia distributiva, perché in uno “Stato di diritto”, espiata la pena comminata per crimini compiuti (e comunque anche in carcere lo Stato non può lasciar morire di fame e di sete un detenuto), non si può negare a nessuno ciò che è necessario per sopravvivere, e non è ammesso che si ritenga che la persona debba essere, da maggiorenne, mantenuta dai genitori, come nel caso citato, dove il padre della ex brigatista era uomo di legge e magistrato, addirittura.

Pertanto ritengo abbia ragione in tema Vauro Senesi, e torto Salvini, la Meloni e i giornali a essi corrivi.

L’importante è (su questo nutro dubbi) è che il compagno Vauro sia in grado di seguire il mio ragionamento e non sostenga la sua posizione per mera convinzione ideologica.

Approssimazione e compromesso

L’epistemologo, o filosofo della scienza, austriaco Karl Popper sostiene che, a volte, l’accezione e l’interpretazione di certe espressioni sono errate. Eccome! Confermo: decine o centinaia di volte, specialmente di questi tempi nei quali i linguaggi espressivi sono quasi abbandonati alla più sciatta trascuratezza nei “luoghi della comunicazione”: in tv, sul web e perfino a… scuola, e qui non parliamo del lessico quotidiano, dove e quando la vigilanza sulla qualità del “detto” è proprio di ordine infimo. Non intendo, ovviamente, semper et ubique, ma spesso, molto spesso.

La carenza più evidente è forse quella dell’uso sempre meno accurato del modo congiuntivo nelle frasi ipotetiche o concessive. Hanno cominciato in tv i vari Bonolis etc., e la “fureria” ha seguito l’esempio. Non aggiungo altro, ché la cosa è nota e in tema sono stati editi meritevoli saggi e libri.

Altri due sintagmi vanno segnalati, di questa trascuratezza, ma questi sono espressivi, legati cioè all’accezione comune:  il primo è “approssimazione, approssimativamente“, detto nell’uscita sostantivale e avverbiale: di questa parola è pressoché invalsa l’interpretazione negativa, per cui i due termini sono ritenuti fondamentalmente tali. Proviamo ad esplorarne l’etimologia: il termine italiano deriva evidentemente dal sintagma latino ad proximum, cioè verso-ciò-che-è-prossimo. Se la cosa indicata è, dunque, approssimativa, dovrebbe farsi valere come positiva, poiché è-prossima a qualcosa, non lontana. Invece “approssimazione” solitamente sta a significare presso a poco, imperfetto, pure sciatto. Constati, il mio gentile lettore, se le cose possono stare in modo diverso.

Il secondo è “compromesso”, di solito accompagnato dalla specificazione “al ribasso“. Bene: il termine deriva dal sintagma verbale latino cum promitto, cioè prometto-insieme (a qualcuno qualcosa), e dunque ha a che fare con un accordo, caspita! dico “caspita” per non interloquire in modo greve, come mi verrebbe meglio. I compromessi sono il sale della storia: molto spesso sono stati indispensabili per evitare equivoci gravi o addirittura guerre tra le nazioni. Un contratto (commerciale, di lavoro, etc.) è sempre e comunque un com-promesso, per stipulare il quale ciascuno dei contraenti rinunzia a qualcosa per fare un accordo, là dove senza un accordo ambedue sarebbero stati peggio. Altro che termine dal significato negativo!

Approssimazione e compromesso sono allora due termini che tendono al positivo, non al suo contrario, o no? Perché invece non funziona così? Lascio al lettore una ulteriore riflessione.

Termino questa mia intemerata, che mi sembra garbata, con una segnalazione:  noto che vi è in giro la tendenza ad usare sempre meno gli articoli determinativi e  le preposizioni articolate davanti ai sostantivi, anche qui un po’ all’inglese. Un esempio: invece di dire “la settimana prossima” comincio a sentir dire “settimana prossima“, come se la fatica di pronunziare un misero monosillabo come “la” fosse di una fatica insopportabile. Un altro esempio, preposizionale: invece di dire “il convegno della settimana prossima“, sento dire “il convegno di settimana prossima” (of next week). Anche qui c’è il risparmio di una sillaba.

Dire che sono costernato è troppo. Dire che sono annoiato e quasi schifato è invece realistico. Verso tutti i pigrerrimi che non hanno – o la conoscenza o la volontà – di parlare correttamente in italiano.

Lo ius culturae, i sedicenni, il ministro Fioramonti e l’ossessione del Crocefisso

Come si dice a Roma… “Arridatece Toninelli“, perché pare proprio che ogni governo, da qualche tornata politica, abbia il suo “toninelli” (nome comune metonimico). L’ultimo della serie pare sia nientemeno che il ministro dell’istruzione e dell’Università, il dottor Fioramonti, ora assiso sullo scranno che fu di Benedetto Croce e di Giovanni Gentile. Due tornate governative fa avevamo la ministra Fedeli, provvista di diploma di terza media e di un diploma triennale di servizi socio-assistenziali, mi pare. Non giudico le persone dall’accademia frequentata, perché ho conosciuto non pochi laureati minus habens (per esempio, il citato e facilmente dimenticabile ministro 5 Stelle e l’attuale ministro dell’istruzione che uno straccio di laurea ce l’hanno, e nel novero potrei infilarne a decine di tutti i partiti e anche persone di mia conoscenza), ma è abbastanza improbabile che una persona senza un’adeguata formazione possa adempiere a ruoli importanti come un ministero nazionale, e anche molto meno.

Questo Fioramonti, prima ancora di essere nominato ministro ha cominciato a fare la voce grossa, chiedendo due miliardi di dotazione di budget in più rispetto a… non so. Ora sta dicendo che bisogna togliere i Crocefissi da tutti gli uffici pubblici, scuole, tribunali. Qualche anno fa ho scritto già qualcosa su questo tema, e non mi ripeto qui. Dico solo che il Crocefisso non è solo il principale simbolo cristiano, scelto dai fedeli fin dai secoli IIl/ IV e capace di attraversare i millenni simboleggiando il limite e il sacrificio dell’uomo per l’uomo, fatto a immagine divina. Non è solo un simbolo religioso, ma ampiamente antropologico. E’ ridicolo metterlo in questione, ma Fioramonti, probabilmente per acquisire visibilità (infatti, chi lo conosceva prima di essere fatto ministro?), cavalca il tema.

Altro tema: il voto ai sedicenni. La proposta pare sia made by Enrico Letta, un uomo che non è mai stato sedicenne, almeno spiritualmente, ma molti altri ne avevano già parlato prima di lui: difficile che riesca a essere originale quell’uomo. Ora è una gara, quasi, a sposare la proposta. Personalmente potrei essere anche d’accordo, ma occorre, in contemporanea promuovere l’educazione civica obbligatoria nelle scuole almeno dalla quinta elementare. Altrimenti, che cosa volete che sappiano i ragazzi, se nessuno gli spiega prima come funziona lo Stato, come sono fatte le istituzioni, il rapporto tra cittadino e Stato, il senso della tassazione, come funzionano i servizi assicurativi e sociali, etc. Quindi, non facciamo demagogia, please!

Un terzo tema: lo ius culturae (soli). La destra è contraria e la sinistra, se pure timidamente, perché è un tema forte pro-salviniano se risolto, a favore. Che pena. La sinistra pare incapace di fare politiche, se ha il sospetto che favoriscano Salvini. La domanda giusta è: è moralmente corretto dare lo ius culturae o soli? Secondo me, sì. Ampiamente. In secundis, è indispensabile irrorare l’Europa di giovinezza. Di che abbiamo paura? Caro lettore, anzi, ooh cittadino favorevole o contrario, leggi cortesemente il discorso che attorno al 45 circa l’imperatore Claudio pronunziò in Senato, con il quale dichiarò con chiarezza che tribù come quelle dei Pitti e dei Britanni, ritenuti feroci selvaggi che abitavano a cavallo di quello che sarebbe stato il futuro Vallo di Adriano, avrebbero dovuto sedere nel Senato del Popolo Romano.

Questo fa capire bene la grandezza politica dell’Impero Romano e dei suoi uomini guida.

Riporto qui un passaggio di quel discorso memorabile, riportato da Tacito nei suoi Annales (XI, 24):

I miei antenati, il più antico dei quali, Clauso, di origine Sabina, fu contemporaneamente accolto nella cittadinanza romana e nel numero dei patrizi, mi esortano ad adottare i criteri da loro seguiti nel governo dello Stato, trasferendo qui quando si può avere di meglio, dovunque si trovi. Non ignoro infatti che i Giulii furono fatti venire da Alba, i Coruncani da Camerio, i Porci da Tuscolo, e per lasciare da parte gli esempi antichi, furono chiamati a far parte del senato uomini provenienti dall’Etruria, dalla Lucania e da tutta l’Italia e, da ultimo, i confini dell’Italia stessa furono estesi sino alle Alpi, perché non solo i singoli individui, ma interi territori di popoli si congiungessero in un solo corpo sotto il nostro nome. All’interno si consolidò la pace e all’esterno si affermò la nostra potenza, quando si accolsero nella cittadinanza i Transpadani e l’insediamento delle nostre legioni in tutte le parti del mondo ci offrì l’occasione per incorporare nelle loro file i più forti dei provinciali e dare così nuovo vigore all’impero esausto. Ci rammarichiamo forse che siano passati tra noi i Balbi dalla Spagna e uomini non meno insigni dalla Gallia Narbonese? I loro discendenti vivono tuttora e dimostrano di non amare certo meno di noi la nostra patria. Per quale altra ragione decaddero Sparta e Atene, pur così potenti sul piano militare, se non per aver bandito da sé i vinti quali stranieri? Ma l’accortezza del nostro fondatore Romolo fu tale che molti popoli ricevettero da lui la cittadinanza nello stesso giorno in cui ne erano stati vinti come nemici. Su di noi hanno regnato re stranieri e la concessione di magistrature a figli di liberti e non è una novità dei nostri giorni, come alcuni credono erroneamente, ma una pratica seguita dai nostri antichi (…), o senatori, tutto quello che oggi si crede antichissimo, un tempo fu nuovo: le magistrature prima riservate ai patrizi passarono ai plebei e dai plebei ai Latini e infine agli altri popoli d’Italia. Anche questo provvedimento diverrà un giorno antico e ciò che oggi noi sosteniamo con esempi precedenti sarà anch’esso annoverato tra i modelli.”

L’imperatore Claudio non è passato alla storia come uno dei capi romani più brillanti, tant’è che Augusto temeva per la debolezza e il futuro di Roma, come si evince dalle lettere che scambiava in famiglia. In ogni caso Roma era una realtà tale da far sì che comunque emergessero posizioni e considerazioni civilissime e aperte come quelle sopra riportate.

Possiamo pensare che oggi la nostra Bellapatria, così malgovernata, possa permettersi una nobiltà d’animo e una lungimiranza politica somigliante a quella dell’antico imperatore? Io penso che sia una domanda retorica, perché sì, se lo può permettere, nel nuovo contesto europeo, continente in via di spopolamento di autoctoni, intimidito e quasi pauroso del futuro, quasi vittima di un sortilegio malo.

L’analfabetismo funzionale e i suoi rimedi

Da tempo utilizzo spesso, come caro lettore avrai senz’altro constatato, la campana di Gauss per sintetizzare la statistica percepita, e perciò non oggettiva, dell’alfabetizzazione primaria/ funzionale degli italiani, basandomi sulla crisi del pensiero critico, sulle scelte di voto e su altri parametri che citerò più avanti. Mi sono accorto che lo schema “10/ 80/ 10% è accettato anche da altri ricercatori di varie discipline scientifiche. L’ultimo dei quali è il prof Gilberto Corbellini, che leggo volentieri sul Sole24Ore della Domenica, inserto culturale, ma che ho anche criticato nel post precedente per via della sua proposta di utilizzo dell’ossitocina volatile per ridurre la xenofobia tribale ancora largamente diffusa tra le persone.

E dunque, 10 da collocare alla sx della curva centrale, rappresentante la condizione conoscitiva peggiore, 10 da collocare alla dx della curva centrale, rappresentante la condizione conoscitiva migliore, e 80% da attribuire alla curva centrale, rappresentante la stragrande maggioranza degli individui. Questo è il punto: oggi non basta una conoscenza media e tanto meno mediocre delle cose, poiché si colloca immediatamente nell’insufficienza conoscitiva, troppo varie, numerose e diverse sono le nozioni che ciascuno deve padroneggiare, per leggere e interpretare (comprendere/ capire) un normale testo sul web, che non sia costituito da affermazioni stupidamente apodittiche e perciò infondate, o di insulti sgangherati e beceri.

E non è neppure una questione di soli e meri titoli di studio, ché conosco diversi laureati non dotati di una cultura sufficiente, diplomati idem, etc.. Bisogna vedere caso per caso. Ho già scritto altrove – non poche volte – di aver conosciuto “terze medie” con una cultura di tutto rispetto (ad es. Pierre Carniti, prestigioso segretario generale della Cisl degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso) e, per contro, sé dicenti intellettuali da strapazzo.

L’esempio della politica è inquietante. Abbiamo trascorso un anno e mezzo di deliri, parolacce facenti parte di un lessico quasi specializzato nell’insulto, semplificazioni a-critiche, definizioni assurde o addirittura insensate, assenza quasi totale di logica argomentativa, da Salvini a Toninelli a Bonafede a Marcucci a Crimi a Boschi a Toti a Meloni, agli indecenti Delle Vedove di Fratelli d’Italia, “topone” Toti, Zoffili e Francassini (e chi sono?) della Lega ascoltati recentemente, e altri che non rammento ora. Non si offenda il mio gentil lettore se cito otto o nove di destra e solo due di sinistra, ché neppure la sinistra culta è esente da macroscopiche défaillance cognitive ed espressive.

Ho ascoltato il non brillantissimo discorso di Conte per il voto di fiducia alla Camera. I presenti si sono invece “sentiti” per scalpitante, irrefrenabile incapacità di ascolto e conseguente mero tifo contrario, peggio che in uno stadio di quart’ordine. Una vergogna. Partigiani non ragionanti, esplicitamente ignoranti.

Vi è una definizione Unesco del 1984 di analfabetismo funzionale che riporto: “(…) La condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità“.

Il termine fu introdotto “per sovvenuta esigenza di un concetto di alfabetizzazione superiore rispetto a quello di alfabetizzazione minima, introdotto dall’agenzia nel 1958 – nell’indagine veniva sollevata la questione delle campagne di alfabetizzazione di massa, suggerendo che esse avrebbero dovuto mirare a standard di alfabetizzazione più elevati del semplice saper leggere e scrivere, e concentrarsi sullo sviluppo della capacità di saper utilizzare tali competenze nelle relazioni fra sé e la propria comunità e le situazioni socioeconomiche della vita.”

La “rimozione” della memoria di chi ha appena governato e di nuovo governa con altri è una drammatica dimensione dell’incultura tout court del personale politico attuale.

Trovo scritto e riporto dal web un pezzo in tema abbastanza condivisibile: “L’acquisizione di abilità cognitive è divisibile in “competenze, applicazioni, apprendimento e capacità d’analisi”, in una complessità sfuggente per cui una definizione esaustiva non è raggiunta; si introduce inoltre il concetto di alfabetizzazione funzionale (o anche letteratismo, dall’inglese literacy) per rappresentare quel livello più elevato di alfabetizzazione più orientato alla pratica (nel lavoro etc.) e all’uso continuativo dell’abilità di lettura e scrittura. L’obiettivo principale di tali competenze non è il raggiungimento di un dato strumentale (il saper leggere e scrivere), ma l’utilizzo di tale capacità per partecipare attivamente ed efficacemente a tutte quelle attività che richiedono un certo livello di conoscenza della comunicazione verbale. I dettagli applicativi, le specifiche attività, essendo dinamici ed emergenti nello sviluppo di una società, non possono essere fissati precisamente. I criteri per valutare il fenomeno variano da nazione a nazione e da ricerca a ricerca.”

Bene, mi confermo nell’idea che l’analfabetismo funzionale sia molto diffuso, pericolosamente pervasivo, e che meriti la massima attenzione se non vogliamo scivolare su una china dalle drammatiche prospettive. I rimedi sono quelli che diverse persone pensose e pensanti propongono e che io, nel mio piccolo, cerco qui di promuovere: favorire lo studio, dare risorse alla scuola e all’università, aiutare le famiglie non agiate a far studiare i figli meritevoli e capaci, instillare nel bimbi e nei ragazzi la passione per l’impegno conoscitivo, la curiosità per il sapere, abituarli alla fatica e agli insuccessi. Questa è la “medicina” obbligatoria per uscire da questa impasse che è non solo della cultura, ma della stessa convivenza civile.

Il futuro inizia… prima

Che cosa significhi il titolo vediamo insieme. La frase mi è venuta così, all’improvviso, e l’ho scritta. Secondo sant’Agostino il tempo futuro non ha consistenza ontologica, vale a dire non è (cf. Libro XI de  Le Confessioni), ma è solamente speranza, così come il passato è memoria, esistendo solo il presente, ma come presente-del-presente, continuamente cangiante, ché ogni istante si trasforma in passato e annichila l’istante che era futuro fino a… un istante prima. Insomma, si potrebbe anche dire che tutte e tre le dimensioni temporali non esistono in sé e per sé, ma solo in relazione tra loro e, secondo la dottrina fisica della relatività generale di Einstein, per rapporto allo spazio. Costituiscono così un’unica dimensione detta spazio-tempo. E il tempo esiste concettualmente – per come lo intendiamo correntemente – solo da un punto di vista logico, non fisico e neppur metafisico. Ma, che cosa può significare la frase nel titolo “Il futuro inizia prima“? Se le si può attribuire un significato condiviso, ha poi senso, oppure no?

Proviamo ad analizzare parola per parola. Del termine “futuro” abbiamo già detto sopra.  Vediamo ora i lemmi “inizia” e “prima”, un verbo e un avverbio temporale.

Parlare del verbo “iniziare” non è semplice. L’immagine che ho posto sopra rappresenta il dottor Spock (Leonard Nimoy), protagonista della saga cinematografica Star Trek, nel film Il futuro ha inizio. Un titolo di film dice e non dice, nel senso che è definito, non tanto per rappresentare la sua eventuale profondità concettuale, ma piuttosto la dimensione di marketing dell’opera cinematografica. Dell’inizio è un argomento sul quale si può parlare sempre: ecco che compare l’avverbio “sempre”, da me usato solitamente con cautela, così come utilizzo con attenzione l’avverbio “mai”, in quanto hanno una misura dis-umana o sovra-umana (mentre solitamente non ci si perita troppo di usarli nel linguaggio quotidiano con i tipi espressivi “ti amerò per sempre“, “non ti lascerò mai“, eh eh…, cf. anche Canto V Inferno).

Quando inizia qualcosa? La vita sulla terra quando ha avuto inizio? Quando è plausibile che l’anima umana sia presente nello zigote, o nella morula, o nella blastula, o nel feto, o nel nascituro? Quest’ultima era una domanda teologica che ha affaticato molti scrittori religiosi e pensatori per secoli. Affinché inizi qualcosa occorre un fondamento? Occorrono dei semi fecondi? Occorre quello che i filosofi classici chiamavano lògos spermaticòs (tradotto dal greco: l’intelligenza feconda; cf. Apologia di san Giustino martire, rivolta all’imperatore Marco Aurelio)? E prima del big bang hawkinghiano che cosa c’era? Ovvero, che cosa faceva Dio prima di creare il mondo? Forse che preparava l’inferno per chi si fa questa domanda? (sant’Agostino)? Fin dove arriva il confine, che è il reciproco/ opposto dell’inizio, dell’universo in espansione? Mentre scrivo e tu, gentil lettore mi leggi, l’universo si espande, e quindi ogni risposta è fasulla. Non lo sappiamo.

Qualche fisico sostiene che queste misure, dall’inizio, possono constare in oltre 250 miliardi di anni/ luce. Penso che occorra una linea lunga oltre la distanza di qui alla luna per scrivere questo numero in naturali arabi.

Vediamo il termine “prima”. Si tratta di un avverbio temporale che indica un qualcosa che antecede qualcos’altro. Antequam. Ma ogni cosa, come ogni numero algebrico viene, sia prima di un altro, sia dopo un altro; ogni numero è al centro della serie in-finita (cioè non-finita) dei numeri di ogni genere e specie, come insegnano gli arit-metici fin dai tempi classici (Eulero e C.). Aristotele spiegava che il tempo si misura secondo un “prima” e un “poi”. Bene: l’abbiamo già visto. Ogni evento precede e segue un altro evento.

E dunque… la frase “il futuro inizia prima” ha qualche significato? Da un punto di vista poetico-metaforico ci sta, suona bene, appare come un soffio concettuale misterioso, ma da un punto di vista logico che cosa può (se può) significare? Potrebbe avere un senso di preannunzio, di aspettativa, come quando si sa che dovrebbe accedere (accadrà) qualcosa e si viene presi da una certa ansia: un colloquio di lavoro prossimo, un intervento chirurgico importante, un figlio che arriva, una candidatura politica che si spera vada a buon fine, e molto altro. Ognuno di noi si accorge che il futuro arriva prima.

C’è un’altra ragione per cui pare che si possa dire quanto nel titolo? Forse una ragione neuro-biologica. Quel poco che ancora sappiamo del cervello ci spiega come sia plastico, come si modifichi arricchendosi continuamente e come interferisca con tutto quanto accade nel nostro corpo e nella nostra vita, essendo il terminale di tutte le attività nervose e luogo dove si forma nientemeno che il pensiero e dove trova sede fisica la coscienza-di-esserci, e forse anche quella morale. Mi vengono quasi i brividi nel pensare queste cose, l’importanza del cervello, che si è evoluto in milioni di anni, fino ad ora, prefigurando ogni momento il futuro. C’è anche la tesi di Benjamin Libet che sostiene l’anticipazione neurale della decisione di un’azione umana rispetto alla consapevolezza soggettiva che essa accadrà.

Per quanto riguarda l’inizio, non posso concludere se non ricordandone la citazione più alta, quella giovannea, quella con la quale l’evangelista teologo inizia il suo vangelo, con un prologo: Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, en archè en o lògos, cioè “in principio era Dio“. Il principio era Dio. Alfa e Omega, inizio e fine. San Giovanni sapeva.

Si sa che il pensiero è il “mezzo” più veloce esistente in natura, più della luce, forse più di qualsiasi altro modo del moto. Ebbene, c’è qualcuno che desidera controllarlo, a fin di bene s’intende, magari impedendo che si pensi male, che si sia mal disposti verso gli altri, che si sia magari razzista o cose del genere. Un esempio.

Leggo che lo storico della medicina Corbellini suggerisce di usare l’ossitocina per ridurre l’ostilità verso il diverso, la xenofobia tribale che denoterebbe il cervello umano, fin nel profondo dalla zona limbica, originaria. Far respirare ossitocina agli xenofobi, nazionalisti, sovranisti, salvinisti, etc., affinché diventino solidali e accoglienti.

Non riesco a trovare parole per commentare tale superbia, che pretende di operare in modo da sostituirsi alla natura evolventesi e anche alla cultura, che deve dare umanità alla stessa nostra natura. Usare l’ossitocina per migliorare le prestazioni cerebrali, prevenendo il manifestarsi dell’avversione verso l’altro, prima ancora che quest’altro appaia all’orizzonte, mi pare un’idiozia, prima ancora che una follia.

E’ indispensabile richiamare i fondamenti etico-politici dell’agire umano, analizzare la situazione e il fabbisogno sociale, verificare le compatibilità economico-finanziarie dello Stato, decidere scegliendo con chiarezza e precisione, pianificare, programmare le attività, legiferare: è il mestiere di chi governa… per il quale bisogna avere le competenze e la passione morale

“Learn, discuss and then decide”. In the most famous of his “Useless Sermons“, Luigi Einaudi, the great economist and second President of the Italian Republic, posed the question that is still crucial for all lawmakers: “Is deciding without knowing of any use?”. His answer was clear: no, it is not. “Hasty laws beget new laws meant to amend and perfect; but since the new ones stem from the urgent need to remedy the flaws of the badly designed ones, they are inapplicable, unless enforced through subterfuges, requiring further perfection, thus becoming one big entangled knot, which nobody can undo (…)”.

Evaluation is the tool that, while not replacing the political decision in the democratic circuit, allows lawmakers to decide wittingly, taking duly informed decisions. The goal of the assessment is not to bias the lawmakers, rather to educate them as to the consequences of their decisions, hence promoting knowledge and information transparency, which are crucial aspects of the decision-making process.

(Luigi EINAUDI)

 

Ora che, bene o male, si sta definendo il nuovo governo italiano, con l’alleanza fra PD e M5S, mi chiedo se e come i contraenti abbiamo presente, sia il flusso logico-operativo così come descritto nel titolo, poiché saltare anche uno solo dei passaggi proposti, porta tutti nella confusione e nell’impossibilità di fare alcunché, sia l’insegnamento di Luigi Einaudi sopra riportato in inglese.

Sotto il profilo logico-filosofico si potrebbero ulteriormente “spacchettare” i passaggi, ad esempio della fase riflessiva e deliberativa, prima della fase operativa. Faccio un esempio derivante dalla tradizione classica, greco-latina e medievale.

Al fine di operare una scelta razionale, Aristotele e Tommaso d’Aquino propongono alcuni precisi step, i seguenti cinque: riflessione, consiglio, consenso, deliberazione, azione. Come si vede si tratta di un processo logico, che necessita di un confronto duplice, con se stessi e con gli altri. L’uomo saggio non agisce trascurando di utilizzare queste fasi del pensare e dell’agire.

Ora mi chiedo come invece stiano impostando le scelte di governo coloro che questo prossimo governo vogliono fare. Stanno forse distinguendo la varie fasi, per valorizzarle, al fine di evitare errori, per quanto possibile? Non mi pare proprio. Questi stanno andando avanti in mezzo a contraddizioni e scatti in avanti, indietro, di lato, nella confusione lessicale e dialogica più strampalata, ognuno, chi più chi meno, impegnato a difendere il proprio scranno, il proprio privilegio, almeno da Conte in giù, ché Conte un lavoro ce l’ha, e Di Maio no, a meno che non si consideri un lavoro degno del suo prestigio quello di vendere bibite allo stadio San Paolo.

In assoluto sappiamo che vendere bibite allo stadio è attività degnissima, ma ora, dopo aver fatto a venticinque anni il vicepresidente della Camera e a poco più di trenta il vicecapodelgoverno e il ministro in dicasteri importanti, no. Lo capisco, anche se non condivido. Qualcuno dovrebbe spiegargli che la vita è fatta anche di alti e bassi, di salute e malattia, di successi e sconfitte, alternativamente, come il giorno si alterna alla notte, come ogni movimento naturale: generazione/ corruzione, nascita/ morte, sole/ pioggia, e via elencando.

La vita è una parabola di parabole (non nella accezione di racconto evangelico, ma nell’accezione di figura matematica).

Prima di tutto occorre richiamare sempre i fondamenti etico-politici cui ci si riferisce, analizzare la situazione e il fabbisogno, verificare le compatibilità economico-finanziarie, decidere scegliendo la via più razionale, pianificare i tempi e i modi dell’azione, programmare i vari passaggi individuando le risorse necessarie, legiferare, verificare che la legge sia rispettata: ché è il mestiere di chi governa. E poi, nel dettaglio, occorre operare di seguito in questo modo, ogniqualvolta s’ha da prendere una decisione, dando tempo e attenzione ai seguenti passaggi: a) riflessione, b) consiglio, c) consenso, d) deliberazione, e) azione.

Qualcuno talora mi dice che scrivo “troppo difficile”, e pretendo troppo dagli altri. Può essere che scriva difficile, ma io intanto pretendo moltissimo da me, perché ognuno deve dare il massimo di quello che ha, per se stesso e per il bene comune. Ho sempre bene presente come linea guida la Parabola matteana dei talenti (25, 14-30), che mi ispira e mi guida. Che uno sia dotato di uno, due o cinque talenti, li deve fare fruttare, proprio per diventare se stesso.

Mi chiedo se i politici e i governanti attuali abbiano mai letto o ascoltato un commento sulla parabola citata, e resto sconsolato.

Peraltro, se questo governo incipiente è definito da chi lo avversa di sinistra-sinistra, io che sono di sinistra democratica e moderata, socialista riformista, non condivido. Se il “contenitore PD” è un soggetto per me sufficientemente riformista, ma anche pieno di contraddizioni, il M5S non lo è, e pertanto non mi piace. Anche nel PD vi sono tendenze che non condivido, come quelle sui “diritti civili” tipo eutanasia, LGBT, etc., mentre non noto altrettanta attenzione per le questioni economiche, sociali, contrattuali, assicurative e assistenziali: il PD non è più un qualcosa, come i vecchi partiti di sinistra e buona parte della Democrazia cristiana profondamente vocata ai diritti sociali ispirati a basi etiche di eguaglianza delle opportunità ed equità tra le persone, ma un partito interclassista più attento alla tecnocrazia e all’innovazione, che stanno assurgendo alla dimensione del mito contemporaneo, specie in persone come Calenda, freddissimo saputo liberal-democratico. Non mi ci vedo far completamente squadra con tipi del genere, ma nemmeno con un altro animale a sangue freddo come Renzi… e Zingaretti mi par troppo fragile, non ben preparato e “competitivo” sotto il profilo della cultura politica e della leadership. C’è molto da fare lì.

Dei 5S e della loro intrinseca mediocrità ho scritto fin troppo in questi anni, sceverando limiti, difetti, incongruenze e contraddizioni miste a ignoranza arrogante e arroganza ignorante. Che si può dire quando loro tentano di spiegarci il significato e il “valore” della piattaforma Rousseau? Si tratta di un oggetto misterioso, per certi aspetti in-analizzabile, inqualificabile, di proprietà privata, presuntuosamente ispirato dai suoi fondatori e gestori. Non dovrebbe essere neppure un quesito proponibile se un voto negato di questo pomeriggio possa mettere in questione l’accordo di governo che PD e M5S stanno perfezionando, dopo essersi impegnati a farlo davanti al Presidente della repubblica, in ragione dell’art. 1 della Costituzione italiana. E invece, giornalisti e politici si stanno chiedendo gravemente se tale quesito si ponga, o meno.

Per analogia di proporzionalità (cf. Aristotele, Tommaso d’Aquino e Cornelio Fabro) la consultazione sulla piattaforma Rousseau è paragonabile alla mozione finale di una Direzione del PD o di Forza Italia, che impegna e sollecita i gruppi a fare, a costruire e bla e bla… Null’altro. E invece vi è chi sostiene che il governo potrebbe non nascere se prevalessero i “no”. Non riesco neanche a dire che si tratta di follia pura, di violazione della Carta costituzionale, di uno sgarbo istituzionale verso Mattarella, e altre cose ragionevoli. Proprio non ce la faccio, perché sono incredulo si possa arrivare a tanta nequizia intellettuale e perfino cognitiva.

Oltre a fargli un esame di Educazione civica, a questi qua, gli sottoporrei un paio di quesiti per misurarne l’attitudine cognitiva: un aforisma di Kurt Goedel e un detto risalente alla grecità filosofica classica. Il grande matematico tedesco, per dire come non tutto fosse matematizzabile sotto il profilo gnoseologico ebbe a dire, a titolo di esempio “Questa frase è falsa“. Ebbene, immediatamente si coglie l’aporeticità dell’affermazione, e non occorre dica di più a intelligenze normali. A tal Eubulide di Megara si attribuisce invece questa altra frase “Tutti i Megaresi sono menzogneri“. Occorre spiegare? Se sì, non ammetterei a fare politica amministrativa chi necessitasse di spiegazioni.

Non ho il morbìn (in lingua friulana significa più o meno “le palle”, metaforicamente parlando) di ri-citare qui i peggiori di quel Movimento, i cui fatti (pochi assai) e detti (troppi) sono eloquentissimi per attestare e dar conto del loro scarsissimo valore. Ben memore della qualità e del valore di ben altri “politici”, resto ogni giorno di più esterrefatto delle banalità che li sento pronunziare, delle incongruenze argomentative, delle auto-contraddizioni quotidiane, che bellamente ammanniscono a un pubblico che loro pensano, forse (poveretti loro!), non sia in grado di un discernimento sottile e spietato nei loro confronti. Faccio un nome solo, risparmiando qui la mia solita querimonia su Dimaio: Di Battista, detto il Dibba, confidenzialmente che, ciondolon ciondoloni, pensa di pensare. Ahinoi!, e che lo Spirito ci aiuti.

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