Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Vite e morti operaie ed etica del lavoro

I quattro operai morti sul lavoro ieri a Milano sono la punta dell’iceberg di una situazione molto seria. Fino a un paio di anni fa (2015) il trend annuale di decessi sul lavoro, a far data dall’emanazione nel 1996 del Decreto Legislativo 626, nel 2008 sostituito dal Decreto Legislativo 81, era in decrescita certa. Si era arrivati a poco meno di settecento, numero comunque di dimensioni terribili, ma si partiva due decenni prima da quasi duemila morti sul lavoro per anno. Nel 2017, invece, si è tornati a sfiorare il migliaio, come nel 2016. Analizzando le fattispecie delle causali, restano in prima fila gli incidenti stradali nel settore dei trasporti, le cadute dall’alto in edilizia, gli schiacciamenti in agricoltura e nell’industria, riportando qui alcuni dati senza pretese di precisione statistica.

Personalmente mi occupo da anni anche di sicurezza e di igiene del lavoro nelle mie attività di consulenza direzionale d’impresa, e di formazione, non sotto il profilo tecnicale della pratica di prevenzione, tipica dei Responsabili del Servizio di Prevenzione e Protezione, in acronimo RSPP, che devono essere presenti in ogni luogo di lavoro, pubblico o privato che sia, ma sotto il profilo della vigilanza etica del tema, dei valori sottesi ad ogni attività d’impresa, e quindi degli indirizzi organizzativi e gestionali da fornire alle direzioni aziendali.

Come presidente di alcuni Organismi di Vigilanza ai sensi del Decreto Legislativo 231 del 2001, con i miei colleghi dove l’organismo è collegiale, e in ogni caso là dove sono Garante unico del Modello organizzativo, ho sempre posto il tema della sicurezza del lavoro al primo posto tra gli argomenti curati e trattati. Sappiamo che il Modello organizzativo vigente ai sensi della citata normativa, ha avuto una particolare spinta dopo la tremenda tragedia della Thyssen Krupp di Torino, che ha mostrato come in pieno ventunesimo secolo ancora vi sia tanto cinismo gestionale da porre in pericolo le vite dei lavoratori. Il cosiddetto “Modello 231” di Organizzazione e Gestione non inficia la linea gerarchica dei soggetti economici o comunque operativi di cui si occupa, poiché non emette ordini di servizio o direttive, ma si pone in una posizione di osservazione autonoma dei modi gestionali dei gruppi dirigenti, intervenendo di propria iniziativa o su segnalazione di chiunque noti una violazione di legge o comportamenti incongrui e tali da pregiudicare il rispetto delle leggi e l’incolumità delle persone nell’agire quotidiano, predisponendo verbali di indirizzo e suggerimenti agli enti e ai soggetti decisori. In questo modo, il soggetto impresa-ente si pone giuridicamente in quello che viene chiamato “regime esimente”, rispetto alla giurisdizione della magistratura in ordine alla commissione di illeciti amministrativi e di reati penali. In altre parole, il magistrato che conduce un’inchiesta a fronte di una violazione di legge riterrà responsabile dell’atto la persona che ha commesso l’atto stesso, esimendo l’azienda dalle responsabilità.

Detto questo in una sintesi non precisissima, ma sufficiente a far capire al lettore il senso del discorso, torno al tema dei tre morti sul lavoro a Milano. Si dice che non ha funzionato l’allarme che avrebbe dovuto segnalare la presenza di gas letale nell’area di lavoro. Certamente tutte le macchine e impianti che l’uomo costruisce a fini lavorativi, possono subire dei guasti ed avere delle imperfezioni, su questo nessuno nutre dubbi, per cui ogni soggetto economico è tenuto ad utilizzare ciò che il mercato delle macchine e degli impianti, nonché ciò che le tecno-scienze suggeriscono nella loro continua evoluzione, offrono di meglio in tema di sicurezza. Così come deve verificare il livello di formazione degli addetti e il suo aggiornamento costante, le condizioni fisiche e psichiche dei lavoratori e il modo della gestione in essere, onde ridurre al minimo lo stress non legato all’impegno obiettivo del lavoro stesso. Quello su cui ci si deve soffermare è un altro tema, quello di una visione del lavoro che sia supportato da un’etica ben declinata e conosciuta da tutti i soggetti coinvolti.

Non l’uomo per il lavoro ma il lavoro per l’uomo, sosteneva con la veemenza sua tipica papa Wojtyla. Io, di famiglia operaia, che ho visto mio padre partire per le Germanie (come si diceva allora) da quando avevo cinque anni e fino ai mei diciotto, avevo una visione quasi sacrale del lavoro, che mi ha portato spesso sul  versante di una sua quasi assolutizzazione. Ho dovuto anch’io rivedere alcune posizioni mie, ricredermi e in questa fase mia, in modo particolare.

Nella mia attività considero ancora il lavoro decisiva per l’uomo, ma correlata e delimitata in quadro di equilibrio esistenziale.

Teniamo conto che il lavoro è una necessità e anche un mito, sia sul versante storico delle dottrine e delle prassi socialistiche, sia sul versante liberal-liberista del capitalismo, tutti consapevoli che l’attività umana è indispensabile per trasformare la materia e costruire beni necessari alla vita delle persone e dei popoli. Ma forse è tempo di ri-declinarne la valenza etica, riflettendo sulla sua distribuzione e sulla giustizia che deve caratterizzare la sua remunerazione.

Nel mio piccolo ho sempre curato questo aspetto, esercitando talora poteri diretti e talaltra quella che oggi sia chiama moral suasion, direi con successo.

Infatti, il maggior numero di infortuni avviene là dove vi è un’organizzazione più deficitaria, là dove ci sono operatività in subappalto con ribassi vergognosi, là dove la vita umana è ritenuta un optional, non il focus del valore etico dell’agire. E’ su questo piano, etico-morale e, vorrei dire, addirittura antropologico e culturale, che si deve agire. La politica ha il compito della normazione, ma ogni persona, impresa, parti sociali, sindacati, associazioni datoriali, scuole, università, famiglie, la chiesa stessa, devono riflettere sul lavoro come dimensione esistenziale importantissima, ma non unica, della vita umana.

L’uomo nel pensiero moderno e contemporaneo

Una selezione mirata, anche se molto parziale, di pensatori moderni e contemporanei, mi ha accompagnato nella preparazione di questo corso dedicato a un target (come si dice) di appassionati delle discipline filosofiche e, oramai, in parte anche un poco cultori.

Dieci lezioni o, per meglio dire, dieci incontri nei quali –more solito– non ci si annoierà perdendoci in stantii stilemi accademico-eruditi, ma si discuterà dell’uomo d’oggi traendo ispirazione dal pensiero di autori come Marx, Freud, Kierkegaard, Heidegger, Gadamer, Ricoeur, Marcel, Eliade e altri per riflettere sulla concezione antropologica che ognuno di loro ha proposto al lettore e ora… anche ai partecipanti di questo corso, con la propria opera, permettendo un confronto libero con il vissuto di ciascuno.

Un tema oggi tanto più intrigante di un tempo, forse, mentre il pensiero umano si è frantumato in mille rivoli, a volte perdendo di vista l’indispensabile metodica logico-argomentativa e, talora, la stessa onestà intellettuale.

 

caro lettore, cliccando qui sotto troverai il documento guida del corso

L’Uomo nel pensiero moderno e contemporaneo

I ragazzi del ’99

Caro lettore,

nonno Dante, papà di mia mamma Luigia mi raccontava del Piave e della vittoria, dopo la rotta di Caporetto nell’ottobre del ’17. Lui era stato prima sul fronte del Carso e dell’Isonzo, nella Terza Armata, nel fango e nel freddo, nella sporcizia, nel dolore e nella paura di non farcela. Poi ce la fece se son qui a raccontarla. Come ce la fece mio padre Pietro in Grecia e Albania nel ’41-’43, se son qui a raccontarla. I racconti del nonno, tra una sigaretta rollata di trinciato forte e una carezza delle sue mani nodose, erano epici. L’odore del suo fumo si confondeva con il fumo degli scoppi delle granate, nella mia immaginazione bambina.

E ogni tanto cantava canti di trincea, strascicando le vocali alla furlana, dimenticando parole e con gli occhi un poco lucidi. Lui era un ragazzo del ’94, e quando il generale tedesco von Below sfondò a Kobarid e sul Kolovrat, aveva ventitré anni, era un vecjo tra i fanti che dovettero fuggire oltre il Tagliamento e di là del Piave. Non so se partecipò alla battaglia di Codroipo o fu tra quelli che passarono il grande fiume più a nord, verso Cornino. Non me lo disse o non lo ricordo.

Era bello sentire i suoi racconti, più sintetici di quelli di mio padre, che amava indugiare in un’affabulazione straordinaria, ma anche nonno Dante la sapeva raccontare. E mi disse anche di quando furono precettati i ragazzi del ’99, molti dei quali non avevano ancora compiuto diciotto anni. All’inizio furono chiamati circa 80 000 giovani del ’99, da gennaio ad aprile del 1917, a cui venne impartito un frettoloso addestramento militare, e in seguito altri 160.000 e altri ancora entro il luglio dell’anno stesso. I primi arruolati vennero inviati al fronte solo a novembre del ’17 e in seguito gli altri. La scelta di chiamarli alla guerra si rivelò molto importante per gli esiti delle ultime battaglie, al prezzo di sangue e di morte che possiamo immaginare. Essi combatterono sul Grappa, sul Montello, sul Piave, a Vittorio Veneto, fino alla fine, ottobre 1918. In molte città italiane vi sono vie o piazze dedicate alla loro memoria, e trovo nei cimiteri dl Friuli, dove amo indugiare, molte loro lapidi.

Nel suo discorso di fine anno il Presidente Mattarella ha fatto un parallelo tra quei “ragazzi” e i loro omologhi di cent’anni dopo, quelli del 1999, che andranno a votare per la prima volta alle elezioni politiche del 4 marzo prossimo. Diciottenni cui la Patria cent’anni fa chiedeva anche la vita, e diciottenni cui questa “Patria”, chiamata dai più “paese”, chiede un voto, possibilmente documentato e responsabile. Che sia stata quella di un secolo fa una generazione sfortunata, vien da dire in modo ordinario, e quest’ultima? E’ più fortunata? Certamente oggi nessuno chiede a questi ragazzi il sacrificio della vita, ma che cosa li aspetta domani?

Quei ragazzi italiani impararono a conoscersi nel fango delle trincee, mentre questi si messaggiano sui social. Che abissale differenza! Che cosa fecero dal 4 novembre 1918 in poi quei nostri nonni e bisnonni, trovarono lavoro, ebbero garanzie dal Regio Governo, dal Re Vittorio? Non risulta. Tornarono a casa e affrontarono un dopoguerra durissimo, per molti tragico, di miseria e abbandono, come sicché la Storia d’Italia prese la piega che tutti conosciamo.

Possiamo dire che i nostri diciottenni sono più fortunati? Mi pare di sì, ma sarebbe opportuno che glielo si dicesse, senza intonare inni di gloria e di lode, ma per renderli consapevoli che comunque loro sono nati in una democrazia, se pur imperfetta come ogni opera umana, e sono tutelati da una nobile Costituzione. Questo è utile, anzi indispensabile che sappiano bene, mentre invece nessuno glielo spiega, neppure la scuola che ha abolito l’educazione civica e non insegna la storia contemporanea, preferendo la multiculturalità, certamente da conoscere, ma non senza sapere nel contempo chi si è, da dove si viene, che nazione siamo e che storia ci ha permesso di essere qui come siamo, in mezzo a mille problemi, ma anche con altrettante potenzialità. A volte, i nostri ragazzi sono come ignari, muti, afasici, resi scettici dai mass media. confusi.

Il richiamo del Presidente, affinché non suoni retorico, deve trovare echi e spiegazioni opportune nei luoghi deputati: famiglie, scuole, università, mezzi di comunicazione, società tutta nelle sue articolazioni e manifestazioni vive.

 Altrimenti tutto sembrerà occasionale e stantio, come molte delle parole che la politica attuale usa, in una stanca coazione a ripetere. Ognuno sul suo faccia qualcosa per i nostri, con la parola e con l’esperienza, per alimentare una ragionevole speranza di futuro.

 

 

…e come il vento odo stormir tra queste piante…

Tratto da L’infinito, il verso, interno a un enjambement, del conte Giacomo da Recanati, evoca in me memorie e sentimenti arcani.

Trovo che la grande poesia o la grande musica siano il modo migliore per elevare lo spirito quando nuove consuetudini rovinano la spiritualità, come quella del Natale.

Il vento, il suo stormire, l’ordine delle parole voluto dal poeta creatore ci fa recuperare la bellezza degli eventi che rischiano di perderla, annegati nei lustrini dei nuovi costumi mercantili.

Il Natale è memoria trasfigurata di una venuta, è storia sobriamente raccontata dagli antichi scrittori, e creduta. Il Natale è metafora della nascita e anche di ogni ri-nascita, perché ogni anno si presenta nel tempo stabilito a ricordarci l’evento dell’Incarnazione del Verbo di Dio. E invece è diventato smemoratezza dell’evento e occasione di generiche festività godute qua e là, come ferie. Non molto di più.

Nelle città e nei luoghi di villeggiatura è un brillio reiterato di lampade e lustrini, persa di vista o quasi la sua ragion d’essere. Ma accadono anche altre cose in questi giorni a cavallo dei due anni che si succedono.

Leggo sul web che una maestra di Zoppola (provincia di Pordenone per i miei lettori extraregionali), per non “turbare” la sensibilità dei suoi alunni non-cristiani, ha sostituito il nome di Gesù, anzi il suo suono-segno-significato, in una canzoncina natalizia, con “Perù“, assonante e nulla più. Il nome di una nazione sudamericana al posto del nome di Gesù di Nazaret, punto di riferimento religioso per due miliardi di umani, e genetliaco storico della nostra vicenda, compresi i non cristiani, ché non risulta usino altri riferimenti, se non quello del genetliaco gesuano, siano essi buddisti, islamici, induisti, confuciani, scintoisti, animisti e atei, cioè la maggioranza di noi occidentali.

Peraltro, alcune festività religiose come il Natale e la Pasqua hanno conservato date diverse nello stesso ambito cristiano, ad esempio presso gli ortodossi, che hanno mantenuto il calendario giuliano, cosicché posticipano il Natale di una dozzina di giorni rispetto al 25 dicembre.

A che cosa attribuire la cialtronata zoppolesca o zoppoliana? A ignoranza crassa o a un istinto del politicamente corretto, oramai talmente diffuso da venire introiettato al punto da suggerire azioni preventive per evitare chissà che cosa. Mi proporrò per tenere una lezione gratuita alla pedagogista della destra Tagliamento, sulle citazioni gesuane e mariane presenti nel Corano, su Isshà (Gesù) e Mariam, sua madre, che è forse più nominata di Fatima (figlia di Mohamed) e di Kadijia (moglie del Profeta).

Il rispetto, cara maestra (e di che?) è un guardare-negli-occhi-l’altro, come insegna la sana etimologia latina del verbo respicere, riconoscendogli pari dignità ma, appunto, senza abbassare lo sguardo, ché altrimenti non si può guardare negli occhi, ma si guardano i calzari… dell’altro. E’ così che lei vuole muoversi nella nuova pedagogia multi-polare, poli-centrica, prona al punto da modificare la nostra storia e la nostra cultura sedimentatasi in millenni?

La vicenda fa il paio con quella dei presepi e di altre storie di autocensura sulle festività cristiane per come vengono vissute da qualche anno in molti istituti della scuola dell’obbligo, in Italia.

Epperò non condivido le reazioni grevi delle forze politiche oggi denominate sovraniste, come la Lega, che reagiscono chiedendo di non riconoscere pari diritti civili a persone che vengono da altri mondi, se pure con i dovuti percorsi di inserimento, e nei tempi corretti, come propone il testo della legge non approvata sulla cittadinanza legata alla presenza in un territorio e all’accettazione serena della cultura, nonché alla conoscenza della storia e delle norme legislative di quel territorio.

Ognuno sia quello che vuol essere, qui da noi e ovunque, rispettando la medesima condizione e diritto verso qualsiasi altro, senza la pretesa di possedere verità intangibili e da far imparare a tutti, con le buone o con le cattive. La soluzione non è quella di imitare, quasi per spirito di vendetta, i totalitarismi politici e gli stati etici o le teocrazie, di qualsiasi genere e specie essi siano, ma quella di dialogare accettando tutte le diversità rispettose delle… diversità altrui.

E ora me ne torno alla poesia e alla musica, che sono due consolazioni sempiterne, caro lettore di fine anno. E che quest’anno se ne vada in gloria.

Gerusalemme! Gerusalemme!

Caro lettore,

il titolo è quello di un libro di Collins e Lapierre, ma l’intendimento mio è quello di parlare di questa città, ora che Trump l’ha sbattuta sulle prime pagine di tutto il mondo, e la sua decisione sta già provocando feriti e morti, la sua decisione, come atto concreto, ma insieme con la Storia, la grande Storia di questa città, di questa parte di mondo che si chiama per noi Vicino Oriente e Storia del mondo. Ed è anche un pezzo della storia recente dei presidenti americani: basta cercare sul web le dichiarazioni di Bill Clinton, di George W. Bush e di Barack Obama in tema, tutti e tre decisissimi a proclamare Gerusalemme capitale di Israele!

Gerusalemme (in ebraico: יְרוּשָׁלַיִם‎, Yerushalayim, Yerushalaim e/o Yerushalaym; in arabo: القُدس‎, al-Quds, “la (città) santa”, sempre in arabo: أُورْشَلِيم‎, Ūrshalīm, in greco Ιεροσόλυμα, Ierosólyma, in latino Hierosolyma o Ierusalem, per antonomasia è definita “La Città Eterna“), capitale giudaica (del Regno di Giuda) tra il X e il VI secolo a. C., è la capitale contesa di Israele e città santa per l’Ebraismo, per il Cristianesimo e per l’Islam. E’ situata sull’altopiano che separa la costa orientale del Mar Mediterraneo dal Mar Morto, a est di Tel Aviv, a sud di Ramallah, a ovest di Gerico e a nord di Betlemme.

Il luogo è citato in testi antichissimi fin dal II millennio a. C., ma il primo dato storicamente plausibile è la sua occupazione da parte della tribù Amorrita dei Gebusei e la successiva più solida conquista da parte del re Davide attorno all’anno 1000 a. C. I più importanti momenti successivi per la città si possono riferire al regno di Salomone. Il gran re fece costruire il Tempio, segno e simbolo di Israele per mezzo millennio, fino alla sua distruzione perpetrata nel 587 da Nabucodonosor, che deportò in Babilonia i maggiorenti ebrei. Un’altra data fondamentale è il 538, quando il re dei Persiani Ciro il Grande (e fu grande veramente), con un Editto liberò gli Ebrei che tornarono in patria e riedificarono il tempio e le mura della loro capitale. Nel 331 Gerusalemme fu conquistata da Alessandro Magno, come tutte le città e i regni fino al fiume Indo, ma la conquista fu precaria, poiché passò di mano ad altre dinastie egizie e siriache come i Tolomei e i Seleucidi, fino alla guerra di liberazione che, nel II secolo portò al potere la dinastia degli Asmonei, mentori i bellicosi fratelli Maccabei.

Finché il generale e triumviro romano Gneo Pompeo la conquistò (63 a. C.). Il secolo successivo vede le vicende della nascita vita e morte di Gesù di Nazaret tra i regni dei due Erode, il primo detto il Grande, e il secondo detto Antipa. Tito, nel 70 e Adriano nel 132 d. C. soffocarono due tremende ribellioni popolari nel sangue, marcando il sigillo dell’Impero romano sulla Città, che fu distrutta di nuovo.

L’imperatore Costantino ridette vita cristiana alla città che resistette a vari tentativi di conquista, come quello di del re sasanide persiano Cosroe, poi sconfitto dall’imperatore bizantino Eraclio I, fino a quando arrivò l’Islam nel VII secolo, prima con i califfi Omayyadi di Damasco (638) e poi con gli Abbasidi di Bagdad. Nei tre secoli successivi si affacciarono altri conquistatori, come i Turchi Selgiuchidi di Malik Shah I. Furono infine i Fatimidi d’Egitto a impadronirsi di Gerusalemme, fino al 1099, quando la Prima Crociata li scacciò a un prezzo inenarrabile di sanguinose stragi.

Alterne vicende e varie crociate non impedirono la riconquista musulmana della città, soprattutto a partire dalle imprese di Salah-el-Din. Dal XVI, dal regno del sultano Solimano il Magnifico,  e fino al 1917 Gerusalemme fu sottoposta al dominio turco-ottomano della Sublime Porta di Costantinopoli. E siamo ai nostri giorni, al Protettorato britannico del generale Allenby (1917), alla proclamazione dell’internazionalizzazione di Gerusalemme, sotto il controllo dell’ONU per favorire la convivenza di cristiani, musulmani ed ebrei, con il Trattato sulla Partizione del territorio tra Israele e popolazione palestinese. Sappiamo comunque che ciò non bastò alla pacificazione dell’area. Tutt’altro.

Il resto è storia dell’ultimo mezzo secolo, dalla Guerra dei Sei Giorni (1967) alle “Intifade”, o giorni della collera, come quello in corso.

Eccoci al dunque, alla dimensione politica della decisione trumpiana.

Su questo vi sono posizioni diverse, variamente declinate. E’ evidente e più che ovvia la reazione forte del mondo arabo-musulmano, ma anche della “grande Turchia” di Erdogan e dell’Iran sciita. Più tiepida la reazione sunnita dei sauditi e dell’Egitto, perché le contraddizioni insite nel mondo musulmano dettano comportamenti e prese di posizioni a volte difficilmente comprensibili a noi occidentali. L’Europa ha reagito contrariata dalla decisione di Trump, soprattutto con l’attivissimo presidente francese Macron.

Se si dovesse dividere in due categorie le reazioni alla decisione del Presidente USA, si potrebbe dire che i politically correct non hanno condiviso, mentre gli altri, o sono rimasti in silenzio o hanno condiviso. Destra e sinistra si sono espresse -più o meno- come ci si può aspettare classicamente dai due schieramenti: a favore di Trump la destra, contro la sinistra. Papa Francesco ha invitato alla prudenza, saggiamente.

Ma la contraddizione in seno al popolo della sinistra sussiste: come la mettiamo con le dichiarazioni, oramai storiche, di Clinton e di Obama?

E con la Storia di cui sopra, come la mettiamo? Gerusalemme è la capitale di Davide, Goffredo di Buglione, di Saladino, di Solimano, di Allenby o di Ben Gurion e di Golda Meir? E’ la capitale di Arafat o di Rabin? Di Abu Mazen o di Netanyahu? Se dovessi esprimermi su questi due ultimi personaggi terrei per Abu Mazen, ma solo perché non sopporto Netanyahu. Ma così non funziona.

Non so quello che potrà succedere nei prossimi giorni, settimane, mesi, ma so che qualcosa doveva succedere di fronte allo stallo che caratterizza una trattativa trentennale. Che i due popoli, le due nazioni debbano convivere su un territorio così esiguo è fuori di dubbio e che ciò sia molto difficile altrettanto. Ma non c’è alternativa.

Come fare? Non esistono ricette e soluzioni facili, ma solo la ricerca paziente di un accordo che riconosca il diritto a Israele di esistere e prosperare, così come il diritto ad avere uno stato alla nazione palestinese, con i corollari fondamentali del territorio, della disponibilità di acqua, energia, di un’economia capace di creare lavoro e reddito diffuso. La miseria è sempre fomite di disastri, così come l’indisponibilità al dialogo, l’incapacità di ascolto, il razzismo.

Vedo che comunque ancora manca la pazienza della riflessione razionale, dell’argomentazione logica, lasciando così lo spazio all’ideologismo più vieto. La divisione non dovrebbe essere tra chi “tiene per” Trump e chi lo avversa, ma tra chi ragiona con l’intelletto disponibile e chi preferisce, spesso per pigrizia o per ignoranza, essere contro comunque, a prescindere, e a favore  di qualcosa d’altro, comunque, a prescindere.

Personalmente ritengo che la decisione americana su Gerusalemme sia stata sbagliata, soprattutto perché inquinata da esigenze di politica interna USA, e da intenti legati a battaglie politiche che poco hanno a che fare con i diritti dei popoli israeliano e palestinese, non perché errata in assoluto.

Gerusalemme è storicamente la capitale di Israele, ma, se alziamo lo sguardo oltre la contingenza, e anche oltre la Storia, è anche la capitale del popolo palestinese, e, di più ancora, è la capitale spirituale di tutto il mondo, al pari di Roma, di Atene, di Istanbul, di Benares, su questo piccolo meraviglioso Pianeta.

Cirint lis olmis di Diu, cercando le tracce di Dio

Cito pre’ Toni Bellina, sacerdote friulano, grande scrittore, uno dei maggiori del XX secolo nella lingua della nostra Piciule Patrie furlane, come scrive don Federico Grosso nella sua dissertazione dottorale, ostico e vilipeso, orgoglioso e umile. Nato a Venzone, esiliato nell’incantevole valle di Rivalpo e Trelli, tra i monti Sernio e Tersadia, dove le solitudini non sono mai senza una traccia di chi si può provare a cercare, e se lo si cerca significa che lo si è già trovato (Agostino).

Tornato in pianura fino alla sua dipartita (2007), non prima di aver completato la traduzione in friulano della Bibbia, lavoròn  quasi luterano iniziato dal suo maestro pre’ Checo Placereani, un ventennio prima.

Per anni tenne una rubrica sul settimanale diocesano dal titolo che ho ripetuto qui, e che ho ivi tradotto per i miei lettori non friulanofoni.

Cercando le tracce di Dio. Dove? Caro lettor mio, anche tu stai cercando le tracce di Dio? Io sì, anche quando sono nervoso come oggi, soprattutto quando impreco e divento insopportabile e ostico assai più di pre’ Toni, con cui ho condiviso un certo ascetismo, un esercizio della fatica e, in una certa misura, talora, anche del dolore.

Tracce di Dio nell’esistenza di ciascuno di noi si possono trovare, anche da chi non crede nell’ipotesi di questa Trascendenza ineffabile, di questo Essere Incondizionato, di questa Intelligenza suprema e soave, nascosta ed evidente (cf. Sapienza 13), infinita e particolare, creatrice del tutto e contenuta nel cuore di ogni uomo.

Un atto di fede il mio? O di speranza? La fede senza dubbio è fideismo, la fede con speranza è umile. A volte l’ipotesi di Dio sembra folle, quando la riflessione razionale che si basa sulla logica umana cerca mostrazioni implausibili, come attestano i generosi tentativi di Sant’Anselmo di Canterbury e di San Tommaso d’Aquino. Non  ce la può fare la mente e l’intelletto umani a penetrare il fitto mistero d’ombra inesauribile che vela e ri-vela (si noti l’ambiguità del verbo iterativo) la Presenza come presente-assenza.

E allora non ci resta che cercare le tracce, lis olmis, in friulano, le orme, le impronte, di questa (Presenza).

Leggiamo la prima parte del capitolo 13 del Libro biblico della Sapienza, versetti da 1 a 9, risalente al III o IV secolo a. C., più o meno, di autore ignoto, di scuola filosofica stoico-ellenistica, probabilmente.

1 Davvero stolti per natura tutti gli uomini/ che vivevano nell’ignoranza di Dio,/ e dai beni visibili non riconobbero colui che è,/ non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere.
2 Ma o il fuoco o il vento o l’aria sottile/ o la volta stellata o l’acqua impetuosa/ o i luminari del cielo/ considerarono come dèi, reggitori del mondo.
3 Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dèi,/ pensino quanto è superiore il loro Signore,/ perché li ha creati lo stesso autore della bellezza.
4 Se sono colpiti dalla loro potenza e attività,/ pensino da ciò/ quanto è più potente colui che li ha formati.
5 Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature/ per analogia si conosce l’autore.
6 Tuttavia per costoro leggero è il rimprovero,/ perché essi forse s’ingannano/ nella loro ricerca di Dio e nel volere trovarlo.
7 Occupandosi delle sue opere, compiono indagini,/ ma si lasciano sedurre dall’apparenza,/ perché le cose vedute sono tanto belle.
8 Neppure costoro però sono scusabili,
9 perché se tanto poterono sapere da scrutare l’universo,/ come mai non ne hanno trovato più presto il padrone?

Che possiamo dire? Che si tratta del vaneggiamento di un poeta sconosciuto?

Oppure di parole suggerite dallo Spirito che aleggia tra i rami degli alberi senza violenza e poi va dove vuole? Magari nei pensieri dello sconosciuto poeta palestinese, oppure tra i tuoi o i miei pensieri, caro lettore?

Io penso, ma forse è meglio dire, sento, che qualcosa che è Qualcuno è presente, sempre, in  noi, paziente, silenzioso, senza pretese, rispettoso della nostra libertà di esseri imperfetti e dolenti, nervosi e talora impazienti, feroci e di nuovo pacifici, ma sempre pronti ad aggredire e offendere.

Non dunque la prova ontologica del monaco benedettino diventato vescovo di Canterbury, né le prove metafisico-cosmologiche del Dottore angelico, ma l’atto di fede, il sentire profondo del cuore può forse metterci sulle tracce di Dio, anche se con il rischio di perdere il sentiero a ogni svolta, a ogni tornante, perché l’itinerario è in salita, o a ogni successivo contrafforte della montagna che si sta scalando.

Non abbiamo che da cercare le tracce, come i pellerossa delle grandi pianure dell’Ovest americano, che inseguivano le mandrie dei bisonti, e ne uccidevano solo quanti bastavano alla tribù per passare l’inverno, non di più, senza la cupidigia tipica dei “civilizzatori” venuti dall’Est, a volte armati di pistole, fucili e Bibbie.

Il Grande Spirito li aiutava, ed era Spirito e parlava attraverso gli antenati saggi con gli “uomini della medicina” della tribù, rispettato in quanto Grande e in quanto Spirito. E chi è questo Grande Spirito, e chi è il Brahman, e chi è il Tao, e chi è Dio-Yahwe-Allah? Chi?

Cercando le orme di Dio, indugio questa sera, in silenzio.

Non occorre essere un whistleblower per dire la verità…

anche se a  volte fa male, e può anche provocare disguidi o danni a chi la dice. Perfino la perdita del posto di lavoro, come è capitato a un gentiluomo nelle settimane scorse che denunziò le Ferrovie Nord per qualche malversazione interna a quell’azienda. Ora il legislatore ha promulgato una legge che sembra possa tutelare la persona onesta, che magari ha sgamato un imbroglione proprio sul posto di lavoro. Si tratta di morale naturale, direi, praticata con semplicità da chiunque, se provvisto/ a di principi etici, specie se introiettati da giovane, anzi da giovanissimo/ a.

La legge di cui si parla dovrebbe garantire anonimato e tutele per chi rivela atti e fatti scorretti o in violazione di norme e leggi. Esistono molte leggi, in America e anche qui da noi per proteggere i testimoni. In Italia, com’è ovvio, esiste il Codice Civile e quello Penale, e un corpus iuris di tutto rispetto, abbiamo la “legge Severino” dal 2012 per contrastare la corruzione, dal 2001 è in vigore il Decreto legislativo 231, quello dei Codici etici, di cui mi interesso da quasi un decennio, studiandolo e praticandolo in concreto come presidente di alcuni Organismi di vigilanza aziendali. Anch’io dunque sono stato e sono destinatario di segnalazioni e denunce, che tengo ben riservate nell’ambito del mio ufficio di presidenza. E agisco indagando o facendo miratamente indagare fino ad avere una ragionevole certezza di verità e poter così fornire indicazioni alle direzioni aziendali di riferimento.

Ma, vien da dire, l’uomo contemporaneo, a quasi quattromila anni dal Codice caldeo di re Hammurabi, a duemila e trecento dal primo corpus latino delle XII Tavole, e a millecinquecento dall’emanazione del Corpus iuris civilis  dell’imperatore Giustiniano, ha ancora bisogno di norme, di tutele, di regole scritte per potersi permettere di dire la verità di fatto, al fine di ottenere anche una verità di diritto, o processuale, se serve. Ecco: la verità di fatto è sempre e ancora, o può esserlo, diversa dalla verità di diritto, perché resta plausibile la condanna di un innocente, anche a morte dove vige questa orrenda pena, oppure l’assoluzione di un colpevole. L’imperfezione umana.

Che sia però necessario tutelare chi svela ipotesi serie di verità è quantomeno singolare. Testimoni della verità variamente declinati: trovo sul web Julian Assange accanto a Giacomo Matteotti, Serpico e Edward Snowden, e tanti altri che più o meno coraggiosamente hanno svelato atti e misfatti. C’è una certa differenza tra Assange e Matteotti, caro il mio lettore? Penso di sì.

E dunque  che dire? Che l’uomo creatura imperfetta, parente autoconsapevole dentro il regno animale, può fare e disfare la verità, come gli pare, essendo la verità una declinazione particolare della realtà, con la quale non coincide sempre, ovvero sì, ma non nella consapevolezza condivisa. La verità è realtà che si fa certezza per evidenza o per comunicazione di notizia attendibile. Questo è il punto: l’evidenza è al di sopra di ogni sospetto, è la prova provata, è l’habeas corpus sempre richiesto nei processi, ma la comunicazione di notizia non lo è, sempre e comunque, perché vi può essere la falsa testimonianza, e uno dei Dieci Comandamenti sinaitici (Esodo 20, 16), l’ottavo, la proibisce severamente, così come il Codice penale italiano tuttora in vigore dal 1930.

Si può pensare all’essere umano come a un essere completamente sincero? O, comunque, dire sempre la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, formula da tutti conosciuta delle testimonianza processuali, è opportuno, giusto, saggio? Sapete che sarei per dire, no. A volte non è il caso in un determinata situazione, a volte non è opportuno per il momento dato, a volte detta lì per lì potrebbe fare danni peggiori che a tacerla… insomma la verità può fare anche molto male, ma resta insopprimibile, soprattutto da un punto di vista morale. Infatti non vi può essere un’etica della menzogna, se non come paradosso  teorico.

Oggi abbiamo bisogno di una legge sul whistleblowing, e va bene, ma forse è il caso di insistere sull’educazione a una moralità di comportamenti sempre più solidale, attenta all’altro, educativa, umana, senza illuderci di raggiungere la perfezione, che non è di questo mondo, ma lavorando per avvicinarci ad essa secondo i limiti umani. Sarebbe abbastanza per cominciare a sorridere, anche perché pare che nello slang popolare whistleblower abbia un significato quantomeno spiritoso.

La ricerca della Libertà

A Mestre facciamo i seminari bimestrali di Phronesis del Nordest. Stamane, penultima domenica novembrina ho trattato, per i colleghi filosofi e per i giovani in formazione il tema de La liberta di scelta, ovvero Libertà è fare ciò che si vuole o Volere ciò che si fa? Ovvero, ancora, Topologia e Dimensioni della liberta. Tema arduo e controverso da qualche migliaio di anni.

In treno ho pensato al tema da svolgere e proporre e il seminario non è stato male, tra diverse opinioni. Non una lectio magistralis, ma una lectio rationalis, uno scambio teorico-pratico su una dimensione/ valore fondamentale della vita umana.

E’ bello vedere cortili e case tagliate dalla corsa del treno, campagne del tardo autunno piene di colori, campanili all’orizzonte e l’autostrada in lontananza che conduce via a est e a ovest, stoppie gialle e vigne promettenti, la terra in attesa dell’inverno, piccole stazioni, immensi cieli e i ragazzi, colleghi e più giovani che mi aspettano con amicizia.

Bella la loro accoglienza. Il presidente Phronesis nordestino prof Ubizzo che mi dice “ma cosa fai qui“, e io gli rispondo “sto abbastanza bene e poi avevo preso un impegno con… noi“. E sorride. E il caro amico Francesco, che insegna a Jena. A Jena, da Hegel! Rispettosamente attenti alla mia lezione seminariale sulla libertà (che trovate, oh miei cari lettori, in PP più indietro nel blog, se volete). Due ore di dialogo intenso, niente prosopopee autorali o citazionistiche, ma letteratura comunemente condivisa tra addetti ai lavori, ed esperienze individuali da proporre, sull’esercizio della libertà.

Ragionare insieme per cercare di capire, o almeno di comprendere come la libertà si coniughi al bene, alla responsabilità, alla convivenza tra uguali, ma possa anche coniugarsi con il male, con la malvagità, con l’odio e con la violenza. E discutere su che fare per darle valore.

Cito un libro di poesie friulane dell’emigrante scrittore Leonardo Zannier “Libers di scugni là“, cioè “Liberi di dover andare“, kantianamente, ossimoro tremendo ma non disperato, mai, come quando mio padre partiva per le Germanie (si diceva così, al plurale, negli anni ’60) alla fine febbraio o agli inizi di marzo per le cave di pietra dell’Assia, pietra che serviva alle dighe olandesi dei pölder, per fermare il mare e recuperare terre coltivabili.

La libertà è nozione policroma, polisemica, analoga, ché si può dire in molti modi, aristotelicamente è un pollakòs legòmenon (traslitterando). Ed è anche per questo che è concepita diversamente dalle persone, dai popoli, dalle varie culture. A volte la vulgata della libertà recita un “fare ciò che si vuole“, ma una dizione più saggia potrebbe recitare, come insegna Tommaso d’Aquino, così “volere ciò che si fa“, dove la volontà agisce illuminata dalla ragione raziocinante, non l’incontrario.

Vi è poi la lezione gramsciana che parla di un ottimismo della volontà per irrobustire le scelte libere della ragione. Oppure possiamo ricordare Pascal che parla di ragioni del cuore a sostenere una volontà capace di agire non solo per ragioni intellettualistiche, ma anche per ragioni emotive. Intelligenza emotiva, che dà libertà, intuizione eidetica (Platone) che richiama e reclama libertà.

Spinoza, come gli Stoici antichi, non ci crede molto e neppure Lutero, ma Erasmo sì, e anche io, abbastanza, altrimenti, che cosa si farebbe di quattromila anni di diritto penale, dal Codice di Hammurabi in poi, se tutti fossimo determinati a essere quello che siamo, magari dei criminali come Riina o uno dei tanti serial killer delle cronache nere, anche italiane. In proposito, Donato Bilancia, sedici omicidi, ha ottenuto il primo permesso di uscita dopo circa vent’anni di carcere. Per contro, un ergastolano che io conosco, è dentro da trentaquattro anni e non ha ucciso nessuno.

Il libero arbitrio secondo sant’Agostino è temprato alla luce della grazia paolina e della scrittura e della fede, come nel gran monaco agostiniano di Erfurt, che di questi tempi cinquecent’anni fa si scagliava a Wittenberg contro le simoniache compravendite di indulgenze della curia romana.

E la libertà di guidare l’auto delle donne saudite, o di uscire senza essere accompagnate da un maschio di famiglia, dove la mettiamo? Per noi è una libertà scontatissima, per loro ancora no. Quindi la libertà si coniuga anche diacronicamente nei luoghi diversi del mondo e nei vari momenti della storia. In Italia ebbero diritto di voto solo nel 1946 le donne, l’altrieri!

Insomma un tema immenso, su cui riflettere senza tema di perdere il tempo che la ricerca della libertà richiede.

E allora siamo, per la libertà,… cavalli in corsa all’orizzonte, come i nostri sogni irraggiungibili (S. Endrigo)?

Il cuore del malvagio

Il male fisico e quello psichico sono di natura. La malattia è una manifestazione vitale, a volte tremenda e dolorosa, ma sta nell’ordine disordinato delle cose. Va combattuta con criteri scientifici e con la forza d’animo, coniugando possibilmente l’impostazione che possiamo definire “occidentale”, più tecnicale e talora parcellizzata, con quella “orientale”, senz’altro più olistica e capace di assumere tutto l’uomo come soggetto cui dedicare attenzione. Il male va sconfitto, ma tutto l’essere umano va considerato e curato.

Il male morale legato all’agire umano, no, non è semplicemente di natura, ma è anche di cultura e legato alle scelte della libertà. Il male morale è dentro la sfera della libertà, più o meno, direi più che meno, perché non credo al determinismo “spinozista”: il grande filosofo ebreo/portugues/olandese non avrebbe mai avallato una lettura meramente deterministica del suo pensiero. Spinoza credeva fermamente che l’uomo, nell’ambito delle sue circostanze vitali,  pur subendo le circostanze stesse, avesse comunque sempre un ruolo decisivo nel fare o non fare certe azioni, azioni buone o azioni male.

La morte del capomafia Salvatore Riina mi pone domande che trovano solo difficilissime e inesaustive risposte. Come si può essere “esseri-umani” capaci di tanta efferata crudeltà? Ricordo Arancia meccanica di Stanley Kubrick, e l’assurda violenza perpetrata dal branco guidato da Alex (Malcom Mc Dowell), ma la violenza del capomafia defunto è di un altro genere, perché è direttamente funzionale al potere. O meglio, anche in Alex vi è un tema di potere, magari sul branco, però in Riina si tratta di potere economico, sociale, territoriale, diffuso, temuto, dissimulato o meno che sia. In proposito suggerirei di rileggere Leonardo Sciascia.

L’uomo della mafia nuota in un mare conosciuto di solidarietà e di familismo amorale. E’ apprezzato oltre che temuto. Ventisei ergastoli, anzi un numero teoricamente infinito di anni di carcere (9999, tanto per quantificare quasi periodicamente una cifra senza fine), di cui lui si compiaceva, perfino, a sentire i suoi detti intercettati. Ne ha fatti ventiquattro. E’ stato mandante di un numero imprecisato di omicidi, di stragi famose e tremende, che non occorre nemmeno qui citare, tanto note sono a chiunque.

Resta il tema del come si fa ad avere un cuore così malvagio, e allora torna a darsi come fondamento il sistema di dis-valori sotteso. Quest’uomo, come altri crudeli esemplari del genere umano, veramente ha sempre pensato di essere nel giusto, di essere nel suo buon diritto di agire come ha sempre agito? Sembra certamente, a te e a me, caro lettore, impossibile che si possa dare una cosa del genere. Sembra, ma evidentemente così non è: vi sono cuori e menti in grado di sentire/ pensare di essere nel giusto a comportarsi come Riina.

Si è parlato di  mostro, di dis-umanità,  e va bene: la descrizione metaforica aiuta a dare le dimensioni dei fatti, ma non basta. Bisogna rassegnarsi ad ammettere che l’uomo -in generale- è in grado di compiere azioni come quelle del boss appena deceduto, e per il quale non riesco a provare odio, ma solo un sentimento di pena infinita, e non di carattere perdonistico.

La storia racconta tutto anzi tanto, senza insegnare mai nulla, narrando che sono accaduti innumerevoli atti e fatti di crudeltà indescrivibili, nelle guerre tra genti e popoli, e anche in periodi di “pace”, che altri esseri umani si sono macchiati di delitti inenarrabili, analoghi o peggiori a quelli di cui si è reso responsabile l’uomo di cui qui parliamo, e non li cito, perché noti a tutti. Basti pensare a capi popolo orientali e occidentali di tutti i tempi, anche molto vicini a noi, capi del XX secolo, alle dittature che si ponevano l’obiettivo di eradicare ogni oppositore con la forza e con la morte, e non solo ogni oppositore, ma anche  ogni essere umano che non rispondesse a criteri di coerenza con il modello umano prefissato: basti solo il tema ebraico, per capirci.

Ebbene, allora si deve ammettere che l’istinto della malvagità, il voler fare il male è intrinseco nell’uomo, che il bene e il male, ambedue sono nell’uomo, sono dell’uomo, purtroppo, e così devono essere considerati. Il bene e il male sono due dimensioni morali dell’agire umano, la cui valenza è nota e presente nella valutazione di ogni coscienza matura. Ecco: si parla di coscienza matura. Ma Riina che coscienza aveva? Una coscienza matura o una coscienza erronea? Possiamo facilmente dire che la sua coscienza, per come la intendiamo correntemente, era quantomeno “silenziata”, o resa tale dal contesto e dalle abitudini malvagie, da lui ritenute non solo plausibili, ma di suo diritto.

Ci viene da dire: pazzesco! Però è così, e probabilmente in analogia a come la pensano i suoi compari o successori, o simili, come gli uomini di atre cosche e mafie, come i narcos messicani, come i cinici sfruttatori di esseri umani che trafficano con i migranti nel deserto africano e nel Mediterraneo, come i terroristi e i loro mandanti, come ogni uomo che abbia, appunto, silenziato l’ultimo barlume di coscienza rimasto, forse.

L’ultima domanda è questa: ma figure come Riina conservano nel fondo oscuro dell’anima qualche dubbio ancora circa la moralità o meno del loro agire? Non lo sappiamo. Nessuno può leggere nel cuore dell’uomo. Possiamo solo sperare, e non solo in questo, ma che l’uomo evolva anche biologicamente e psicologicamente verso un’umanità più completa.

Il valore delle cose, piccole e grandi

Caro lettor mio,

forse il beneficio maggiore che ti dà il tempo del ripensamento, dovuto a diverse ragioni: riposo, convalescenza come itinerario di guarigione fisica, favorisce anche una sorta di percorso verso una “guarigione psichica”, anche se non sei psichicamente malato, o meglio, se non lo sei per il Manuale Diagnostico IV e V, Bibbia di psicologi e psichiatri di mezzo mondo. Ce l’ho e lo consulto spesso quando devo confrontare i casi filosofici che mi si presentano con la letteratura specifica di confine.

Sto parlando di me, che notoriamente (sorrido) non sono psicolabile, né tantomeno psicotico. Epperò, in questa fase, proprio per la mia collocazione in una delle categorie sopra elencate, ho avuto (mi sono dato) il tempo di riflettere meglio sul valore delle cose, non solo sul loro senso, tema che mi ha impegnato anni fa nella stesura di un volumetto edito da La Bassa, appunto, intitolato Il senso delle cose. Mi sono soffermato a considerare il valore di molte cose che mi sono accadute e mi stanno accadendo in questo periodo nuovo, per me strano, impegnativo, qualche volta anche drammatico, e perfino commovente. Innanzitutto la misura dell’amicizia, dell’affetto e della stima di cui godo presso molte più persone di quanto pensassi. Il mio essere un uomo difficile da trattare, duro a volte, rapido nel pensiero e pieno di pretese verso il pensiero altrui, non mi ha alienato stima e affetto da parte di molti, perché forse hanno sempre colto il disinteresse e la purezza di cuore del mio agire.

Circa il senso delle cose mi sono sempre interrogato, ma circa il loro valore ho sempre -o quasi- privilegiato quelle che mi parevano più importanti. Sbagliando. Perché tutte le cose, anche le più umili, sono importanti, se non altro perché lo sono per qualcuno, la cui opinione, umanamente parlando, vale sempre quanto la mia, non di più e non di meno. E qui non sto parlando di saperi specialistici, dove ognuno, se vuole essere intellettualmente onesto, deve parlare solamente di ciò che conosce veramente, e mai a vanvera. Su ciò io sono rigorosissimo, perché capita troppe volte di sentir pontificare di questo e di quello chiunque, come se ci si trovasse al bar Sport del paese a discutere i destini della vergognosa nazionale di calcio italiana o in uno dei tanti vieti e stupidissimi talk show televisivi.

Fino a qualche mese fa se qualcuno mi mostrava un fiore mi distraevo subito a guardare il prato, pieno di fiori, o la collina piena di colori, l’insieme olistico del mondo, facendo fatica a concentrami sul particolare… sarà per questo che noi maschi non vediamo neanche una ragnatela di un metro quadro mentre una femmina la vede anche se è di un centimetro quadrato? Forse sì, ma in me la difficoltà di vedere le cose piccole forse è più accentuata che in altri. E su questo, noto che le persone omosessuali sono molto più sensibili di me e della media dei maschi che conosco. Cromosomi corsari, direbbe Pasolini.

Ora apprezzo il criceto (che ero io con dimensioni da belva feroce) come la tigre e l’aquila, mio animale preferito, il mio indirizzo da sempre di posta elettronica. Ora apprezzo il fiore che mi viene indicato, quel fiore lì, quella nuvola lì, quel cagnolino lì, che mi abbaia petulante.

Ora, che non è allora. Agostinianamente sto imparando a vivere il presente, come unico tempo vero, senza pretendere di pro-iettarmi chissà dove e quando.

E’ vero dunque, come scrive Fernando Pessoa che il valore delle cose è dato dalla loro qualità intrinseca, che però è percepibile se ci si mette in ascolto, o in visione di queste piccolezze, senza pretendere che siano grandi e impressionanti montagne come il Cerro Torre in Patagonia o il ghiacciaio Perito Moreno, o le cascate di Iguazù, quattro volte più grandi del Niagara, che ammirai dal versante paraguayano venticinque anni fa. Ora godo più di prima delle sette cascatelle del rio Cornappo a Platischis di Taipana. Ora, non prima.

Il valore delle cose si manifesta nel sentimento, più che nell’esercizio della ragione argomentante, ed è forse per questo che i sapienti antichi, sia del versante greco-latino, sia del versante biblico-semitico, e cito solo le grandi culture mediterranee, che meglio conosco, consideravano il cuore e i visceri il luogo fisico dei sentimenti.  Anzi, per l’ambiente biblico il cuore (nefesh, in ebraico) era l’anima o la persona umana stessa, mica solo un muscolo che pompa sangue vivente! Peraltro la moderna ricerca scientifica ha mostrato come nell’intestino vi siano altrettanti neuroni che nell’encefalo. Si può pertanto parlare a giusta ragione anche di intelligenza emotiva. Forse per me, raziocinante per dovere e per necessità, l’esperienza attuale mi insegna, non solo che le cose piccole hanno valore come le cose grandi, ma che devo ascoltare di più le ragioni del cuore, perché il cuore ha ragioni che la ragione non conosce (B. Pascal).

Se non lo ho mai saputo, me l’ero dimenticato.

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