Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Le vie dei canti e le vie dei santi

…ovvero le strade dei sogni. Bruce Chatwin, viaggiatore, le ha raccontate, le pietre e la polvere e i boschi del cammino aborigeno. Un percorso iniziatico, via spirituale, dove l’importante è l’andare non la meta.

Io pure sono un viaggiatore, anche se non sono ancora stato in Patagonia e in Australia.

Nato a Sheffield nel 1940, Chatwin studia nel Wiltshire al Marlborough College, ma lavora nel contempo alla casa d’aste Sotheby’s, dove si distingue per sensibilità estetica. Riprende gli studi all’università di Edimburgo in modo non regolare e pagandosi gli studi con il lavoro. Viaggia: in Afghanistan  in Africa, itinerari nello spazio e nel tempo che lo ispirano. Comprende il valore antropologico del viaggio e il valore relativo della proprietà: il viaggio è la vita mentre la proprietà è la sicurezza egoista. Io vivo – ben felice di ciò – in affitto, da sempre.

Nel ’73 è assunto dal Sunday Times Magazine come consulente di arte e architettura, ove lavorando sviluppa la sua narratologia. Ancora viaggia, in Cina, in India e in Unione Sovietica, intervistando personaggi come Ernst Jünger, Indira Gandhi, André Malraux e Nadešda Mandel’štam. Gli viene il desiderio di andare in Patagonia dopo averne visto una mappa nello studio dell’architetto Eileen Gray. Vi rimane sei mesi e scrive un famoso reportage, che segna un po’ il suo destino di narratore.

Studia la tratta degli schiavi conoscendone le vicende dall’Africa al Brasile, ispirando il film di Werner Herzog Cobra verde.

Si ammala di Aids  e muore a Nizza a quarantotto anni. Ars longa vita brevis.

Le vie dei canti è il suo lavoro maggiore, ispirato in Australia, dove va per studiare la tradizione aborigena, secondo la quale il percorso iniziatico della crescita dell’uomo è connotata dal viaggio e da canti di sapore esoterico, che si tramandano di generazione in generazione e contengono leggende genesiache, storie personali di grandi antichi.

Perché Chatwin mi interessa? Che ha a che vedere con me e la mia vita? Perché il suo, come il mio, è un Itinerarium mentis in hominem, parafrasando Bonaventura da Bagnoregio, il quale scrisse l’Itinerarium mentis in Deum, che in un passo, prima commentato, recita… “A differenza del vagabondare ozioso o del riposante passeggiare, l’itinerario esige un cammino impegnato e orientato che trae significato dalla meta verso cui si muove. All’inizio quindi della nostra ricerca dobbiamo fissare l’attenzione sul traguardo finale del cammino bonaventuriano come ci è dato conoscerlo dalla esplicita dichiarazione dell’autore stesso: «Mentre dunque, io peccatore, sull’esempio di S. Francesco di cui sono indegno settimo successore nel governo dell’Ordine, anelavo con tutta l’anima la pace, il Signore mi ispiro di ritirarmi nella tranquilla solitudine del monte della Verna» (2)”.

Anche a me piacciono le solitudini, aspiro alla solitarietà, che è cosa differente dalla solitudine. E’ un perdersi ritrovandosi o, viceversa, è un ritrovarsi perdendosi.

L’argomento mi fa far memoria di un caro amico, il dottor Giancarlo Re, uomo di marketing, umanista classico e mio editore di un libro per me importante Il viaggio di Johann Rheinwald, mancato qualche anno. Tra i suoi lavori editoriali non dimentico Le vie dei santi, dedicato al molteplice “santorale” friulano, presente nelle innumerevoli chiesette votive ed edicole sparse in tutta la picjule Patrie. Con lui, come con Chatwin, bello è stato il procedere per terre e distese prative, ai piedi dell’arco Prealpino e in mezzo alle torri straordinarie di dolomia, accanto allo sciabordio delle onde marine e in riva a placidi laghi riflettenti natura e vita. Canti e santi, canti dei santi, e santi cantati nel tempo e nella storia degli umani, che ogni tanto si ricordano di essere spiriti incarnati.

“Non sarà la tua assenza, ma il vuoto che hai lasciato nei nostri cuori”, un cartello di profondità metafisica, per ricordare Mario Cerciello Rega, carabiniere che è morto facendo il suo lavoro, ucciso. La randomizzata condizione dell’esistente. Il caso e la necessità

Non sarà la tua assenza, ma il vuoto che hai lasciato nei nostri cuori“, un cartello esposto a Somma Vesuviana.

Leggo che la giovane moglie “se la sentiva”, la possibile tragedia. Non fosse andato a quel servizio, non sarebbe morto. Ascolto per Radio 24 durante la diretta de La zanzara le farneticazioni vergognose di tale Gottardo, recente ospitato da Cruciani, atto allo scandalo che è il fine ultimo dello squallore di quella emittente. Confindustria complice, che tristezza.  Le parole sono indicibili, cioè infami (dal greco antico): per costui il vicebrigadiere è semplicemente un lavoratore deceduto sul lavoro, come un edile che cade dal tetto e un trasportatore che esce di strada. Se la morte è morte, sia che sia naturale sia che sia violenta; se la morte sul lavoro è morte sul lavoro, sia che sia un gruista, sia che sia un carabiniere, manca, nelle affermazioni del farneticante sopra citato, l’approfondimento del contesto, poiché altro è finire schiacciati da un crollo (mi perdoni il gentile lettore questa prosa violenta) e altro finire massacrati da un assassino che accoltella otto volte, mentre si cerca di tutelare la sicurezza dei cittadini.

Leggo le infamie che alcuni venditori di fumo dei media stanno diffondendo, Parenzo e Saviano in primis. Ancora si paragona l’assassinio del carabiniere a una qualsiasi morte sul lavoro, un edile che cade dal tetto o un trasportatore che esce di strada per stanchezza. Tragedie che accadono a centinaia ogni anno.

Destino? Non poteva non capitare? L’intelligente scugnizzo vicecapodegoverno afferma che “si poteva e si doveva evitare“, perché Roma è “fuori controllo” e invece dovrebbe essere sotto controllo: surrettizio attacco al suo verboso coequipier, più che alla sindaca sua compagna di partito.

Nel contesto si sono poi inseriti due imbecilli: un’insegnante che ha postato una frase di stupidità e malignità indicibile e un carabiniere che ha bendato uno dei due ragazzi americani, fotografandolo e così creando un caso che sta quasi ottenebrando i fatti del tremendo omicidio. Come si può dire: la stupidità al potere, non l’immaginazione.

Un’altra perfetta idiozia è la visita in carcere ai due giovani  delinquenti effettuata da tale Scalfarotto, deputato del PD, preoccupato di come sono trattati, mentre il segretario di questo (che è il mio partito, faticosamente) borbotta critiche debolissime al governo, incapace di proporre alcunché.

Una partita a calcio o a ping pong o a tennis e il pugilato sono atti di discipline sportive diverse, ma non solo in senso agonistico, atletico e regolamentare. Un esempio: sapere prima dove va la pallina di ping pong è arduo; più facile è prevedere uno swing (gancio) o un uppercut (colpo al mento dal basso) nella boxe. Si potrebbe dire che il caso lavora di più nel ping pong e di meno nel pugilato, ove ammettiamo filosoficamente, il caso per le vie più generali. Il pugilatore, come si diceva aulicamente, di solito pensa e sa dove portare il suo colpo, che parte al momento opportuno cercando di sorprendere l’avversario: basti ricordare come si muoveva sul ring Mohammed Alì o Cassius Clay, bell’uomo di un metro e novanta e novanta chili, quasi una farfalla che danzava e all’improvviso colpiva. Oppure il nostro grande Nino Benvenuti, elegante e potente. La decisione per sferrare il colpo era consapevole, Benjamin Libet permettendo.

Il mio gentile lettore sa che personalmente sostengo in modo non radicale, ma problematico, la tesi dell’inesistenza del caso nei casi della vita, utilizzando un diagramma logico di mio conio, quello dell’incrocio stradale tra due vie di diversa gerarchia, due auto che si scontrano all’uscita di uno stop sotto lo sguardo di due osservatori diversamente collocati nella scena, il primo (molto preoccupato) sul marciapiede della strada per la quale transita l’auto che non “farà lo stop” pur dovendolo fare, e il secondo (altrettanto, anzi più preoccupato ancora) sullo spigolo del terrazzino al primo piano della villa che si trova sull’incrocio tra le due strade.

Il primo non sa che l’auto procedente lungo la strada dove lui si trova, che non pare accennare ad alcun rallentamento nell’approssimarsi dello stop, si scontrerà con un’altra auto che procede verso l’incrocio beatamente certa del suo diritto di precedenza; il secondo, che riesce a guardare nei due sensi perpendicolari, è invece in grado di calcolare i tempi dell’impatto inesorabilmente necessario, grazie alla sua posizione dominate l’intera scena.

Ovviamente qui c’entrano, sia Spinoza e il suo determinismo per il quale nella realtà “tutto-si-tiene”, sia Erasmo da Rotterdam per cui l’essere umano è sostanzialmente “libero-di-decidere”.

Il caso è chiamato anche random, interessante per le scienze sperimentali, nelle quali si definisce quale allocazione rigorosamente casuale dare alle unità sperimentali dei gruppi trattati. L’avverbio “rigorosamente” indica che l’assegnazione casuale dei moti significa privo criterio programmabile e prevedibile, ma non solo.

L’uccisione di Cerciello è frutto di quale caso o destino cinico e baro (di saragattiana memoria), oppure del suo deliberato senso del dovere? E’ tutta lineare la vicenda di Cerciello, o vi è qualcosa di non conosciuto, di non riferito? Se erano in borghese, lui e Varriale, perché non hanno almeno tirato fuori la Beretta calibro 9 di cui sono dotati, e che fa paura al solo vederla? Hanno rinunziato all’arma perché i due erano “solo” ragazzi” e pensavano di poterli ridurre a miti consigli senza violenza? Hanno avuto paura di un processo nel quale sarebbero stati coinvolti se avessero usato l’arma e ucciso qualcuno? La decisione di usare solo le mani, venendo sopraffatti era consapevole? A mio parere sì, ancora una volta Libet permettendo.

Con grande tristezza mi tocca dire che Cerciello è morto necessariamente, sotto il profilo filosofico, anche se avrebbe potuto non-morire se avesse impugnato l’arma in dotazione e in suo possesso pur essendo in quel momento in borghese. Che sia stato condizionato dal clima che si respira in Italia è fuori di dubbio: magari essere processati per uso improprio dell’arma in dotazione… Quali pensieri passano per la testa in quei momenti a un carabiniere trentacinquenne, tirato su a senso del dovere e sprezzo del pericolo?

Altro aspetto di cronaca connessa: l’insegnante (la professoressa di storia dell’arte, professoressa!!! e che cosa può professare una infelice del genere?) che posta un frase irriferibile sulla morte di Mario: “…uno di meno, peraltro stupido” (parafrasi mia perfin pietosa dell’infinita imbecillità della donna).

Il fatto è che, se hanno spazio e importanza mediatica un Di Battista (ma nessuno lo ferma?, dico, nel suo stesso interesse), lo possono avere anche altri dello stesso livello cognitivo.

Il tema è sempre quello: a fronte di una drastica riduzione dei crimini, la percezione del rischio è cresciuta, in ragione della proporzionata decrescita del pensiero critico, per cui non importa chi parla o chi scrive, purché urli, solletichi e titilli coscienze a-critiche, suggerendo i pensieri più semplici, elementari, banali e perciò peggiori. Mi meraviglio che il Papa  non abbia avuto una parola per Mario, e neppure per le famiglie angariate di Bibbiano.

Boschi d’Appennino, tra i castelli dei conti Guidi e Malatesta, tra gli eremi di Vallombrosa e di Camaldoli, nel profumo del vento della sera, filosofico

ROMAGNA (Myricae 1891)

 

Sempre un villaggio, sempre una campagna/ mi ride al cuore (o piange), Severino:/ il paese ove, andando, ci accompagna/ l’azzurra vision di San Marino:

sempre mi torna al cuore il mio paese/ cui regnarono Guidi e Malatesta,/ cui tenne pure il Passator cortese,/ re della strada, re della foresta.

Là nelle stoppie dove singhiozzando/ va la tacchina con l’altrui covata,/ presso gli stagni lustreggianti, quando/ lenta vi guazza l’anatra iridata,

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,/ e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,/ gettarci l’urlo che lungi si perde/ dentro il meridiano ozio dell’aie;

mentre il villano pone dalle spalle/ gobbe la ronca e afferra la scodella,/ e ‘1 bue rumina nelle opache stalle/ la sua laborïosa lupinella.

Da’ borghi sparsi le campane in tanto/ si rincorron coi lor gridi argentini:/ chiamano al rezzo, alla quiete, al santo/ desco fiorito d’occhi di bambini.

Già m’accoglieva in quelle ore bruciate/ sotto ombrello di trine una mimosa,/ che fioria la mia casa ai dì d’estate/ co’ suoi pennacchi di color di rosa;

e s’abbracciava per lo sgretolato/ muro un folto rosaio a un gelsomino;/ guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,/ chiassoso a giorni come un biricchino.

Era il mio nido: dove immobilmente,/ io galoppava con Guidon Selvaggio/ e con Astolfo; o mi vedea presente/ l’imperatore nell’eremitaggio.

E mentre aereo mi poneva in via/ con l’ippogrifo pel sognato alone,/ o risonava nella stanza mia/ muta il dettare di Napoleone;

udia tra i fieni allor allor falciati/ da’ grilli il verso che perpetuo trema,/ udiva dalle rane dei fossati/ un lungo interminabile poema.

E lunghi, e interminati, erano quelli/ ch’io meditai, mirabili a sognare:/ stormir di frondi, cinguettio d’uccelli,/ risa di donne, strepito di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive,/ tutti tutti migrammo un giorno nero;/ io, la mia patria or è dove si vive:/ gli altri son poco lungi; in cimitero.

Così più non verrò per la calura/ tra que’ tuoi polverosi biancospini,/ ch’io non ritrovi nella mia verzura/ del cuculo ozïoso i piccolini,

Romagna solatia, dolce paese,/ cui regnarono Guidi e Malatesta;/ cui tenne pure il Passator cortese,/ re della strada, re della foresta.

 

Non potevo non iniziare con l’assolata poesia del Pascoli, scritta per l’amico Severino Ferrari, per dire poche parole di queste brevi ferie filosofiche, passate a Poppi, sotto il castello dei conti Guidi, noto per le citazioni letterarie e per il fantasma di cui si racconta.

 

Il castello di Poppi risale al 1191, ristrutturato nel 1274 dal conte Simone Guidi e da suo figlio Guido. Pare che una parte dell’edificio sia da attribuire a Arnolfo di Cambio. Lì nei pressi si svolse la battaglia di Campaldino nel 1289 di dantesca memoria.

Fare filosofia tra i boschi del Casentino è d’uopo, proprio mentre si sa della dipartita di un non-filosofo napoletano, l’ingegner De Crescenzo, sdoganato dalla superficicial tv degli Arbore e dei Costanzo. Pax aeterna ei sit, amen (et mihi damnatio memoriae). Son crudele con un uomo defunto di recente, no, sono solo stanco di buffonate, mimi di verità e venditori di nulla, beninteso un nulla non logico, ma metafisico. La celebrazione esagerata di un mediocre guitto.

Se la filosofia fosse quella di De Crescenzo potrebbe essere una disciplina adatta all’inutile facoltà di scienze della comunicazione, non ad altro di formativo. E muore quest’oggi una grande invece, Agnes Heller, allieva di György Lukacs, filosofa d’Ungheria, angariata, prima dal fascista maresciallo Horthy e poi dai regimi comunisti, e infine dall’attual amico di Salvini, il vergognoso capo del governo Orbàn.

Siamo qui con la temperie delle valli e dei boschi, delle terre dissodate da san Romualdo e san Giovanni Gualberto, tra Camaldoli e Vallombrosa, mi racconta chi mi vende una bottiglia di Pinot nero della Civettaja, vino filosofico per eccellenza, tramite Atena. Microclima e altitudine, terre emerse da un lago ancestrale, argillose da vitigni bassi, dove si pota in ginocchio e le viti sono a trentacinque centimetri l’una dall’altra e i filari a un metro e dieci. Miracolo dell’uomo quando si allea con lo Spirito. Il mercadante è facondo di conoscenze antiche, il suo eloquio quasi rimato a volte è ricco di assonanze e verbi al passato remoto, desueto nel povero parlar comune… del Settentrione italico.

Il più e il meno, l’essere e il nulla, la verità e la libertà, l’ossimoro della filosofia come inattualità, il bene e il male, la consapevolezza e la vergogna, l’ignoranza e l’arroganza, coerentissime a braccetto come “virtù”, per modo di dire, della contemporaneità. La filosofia è un mettersi-davanti-a-sé-e-al-mondo con spirito e pensiero critico, per cercare di comprendere, se non di capire il senso di ciò-che-ci-sembra-esista, della realtà che appare provvista di un suo essere. La stranezza della realtà è che-appare, ma in qualche modo è, e non si manifesta – epifanicamente – solo. La difficoltà è quella di ri-velarla, che significa metterla in evidenza mentre essa si nasconde ancora, come sempre. La ri-velazione è due cose: uno svelamento e un secondo velamento, per cui abbiamo continuamente un apparire e uno scomparire dell’essere.

Umilmente ci si pone come ricercatori dell’infinita possibilità della conoscenza, amico Davide, decisivo collega di questo evento, finalmente ci siamo parlati.

Del silenzio

Prosasticamente, per parlare del silenzio si può dire che esso è assenza di vibrazioni acustiche. La persona cinica, superficiale, banalizzatrice potrebbe anche fermarsi qui. Quanti ne conosco di cinici, superficiali, banalizzatori! A tutti i livelli sociali e in tutti gli ambienti: per costoro il silenzio è solo assenza di rumori, siano essi sgradevoli come quello di un taglia-erba alle due del pomeriggio di un assolato giorno d’estate, siano i violini del Preludio all’Atto terzo del wagneriano Lohengrin, che paiono venire dal nulla divino-cosmico e tornare nel nulla medesimo.

Ricordo un mio passeggiare per il chiostro del convento di san Domenico a Bologna, sede da tempi immemorabili dello Studium Theologicum Philosophicum (dove mi accostai all’alta teologia, sulle orme di Tommaso d’Aquino e di Girolamo Savonarola): era tarda primavera e non c’era nessuno, o niuno – per dir meglio – e, a un certo punto comparve il padre Bernardo, insigne biblista, lo salutai e non mi rispose, ma mi disse “Renato, ti ho già salutato prima“. Economia sì, ma non energetica, bensì spirituale. Niente vada sprecato. Quanto si indulge oggi nei saluti fatti sempre, o quasi, di noiosissimi “come stai?” (l’how are you anglosassone, domanda apparentemente gentile, ma di sicuro disinteresse umano e completamente an-empatico). Lo ho scritto altrove, e non una volta sola, e qui lo scrivo di nuovo, senza tema di stancare alcuno dei miei cari lettori e neppure me stesso.

Leggo di un esperimento fatto con alcune persone in una camera anecoica (senza rumore): dopo circa tre quarti d’ora alcuni manifestavano inquietudine e l’esigenza di essere fatti uscire, per sentire di nuovo il rumore del mondo. Sembra che questo rumore sia oramai entrato nella struttura antropologica, fisica e psichica degli esseri umani. Proviamo a pensare a una notte paleolitica e ai suoi rumori, a qualche uccello notturno, al frusciare dell’erba o delle foglie, a qualche sussurro misterioso nella macchia, a un serpente o a una fiera in agguato, e alla famigliola dentro la caverna con il fuoco custodito dal maschio e la donna in fondo su un letto di foglie secche con i bimbi. Ogni rumore, ogni suono poteva rappresentare qualcosa, molto spesso di sconosciuto e pauroso, in quanto sconosciuto.

Oppure il silenzio dei monti, che molte volte ho sperimentato, gli echi lontani di cascate e di frane, rimbombi di tuono oltre le cime visibili, il rifugio ancora lontano: ecco, lì il suono o il rumore hanno un significato, e suggeriscono, ad esempio, di affrettarsi verso un riparo. O come quando in bicicletta si attraversano piccoli borghi rurali addormentai nella luce del meriggio, e s’odono solo indefinibili abbaiar di cani come un borborigmo sordo e non di latrato, o i rintocchi dell’ora dal vetusto campanile.

Ma il silenzio e o la sua assenza non riguardano solo l’apparato uditivo. Tutto l’uomo, tutto l’essere vi è coinvolto, perché le vibrazioni acustiche penetrano nell’anima, così come la loro assenza. Gli spot televisivi o quelli quasi obbligati del web, quando cerchiamo qualcosa che ci interessa, il sistema ci “impone” di vedere anche altro, al di sopra e prima di ciò che ci interessa, studiato e messo in rete da spietati algoritmi che ci studiano ogniqualvolta accendiamo lo smartphone.

Questa assuefazione al rumore diventa una sorta di “disabitudine” al silenzio, che diventa pauroso e insopportabile. Di contro, se vogliamo pensare al mondo o anche a noi stessi, abbiamo bisogno di silenzio. Il silenzio è indispensabile per auscultare la nostra interiorità, come insegnavano i grandi antichi maestri di spiritualità e, tra questi (da poco ho quivi scritto di lui) Meister Eckhart da Hockheim. Oppure leggiamo i poeti, il Leopardi de L’infinito (l’ermo colle è senza dubbio silente), e il D’Annunzio de La pioggia nel pineto, dove l’inizio è imperativo: Taci.

Nella camera anecoica si possono “sentire” solo i rumori interni del proprio corpo, il battito del cuore, le sistole e le diastole dei polmoni, il lavorio intenso degli intestini, che possono anche provocare l’esigenza di creare sgradevoli emissioni, rumorose, pardòn. Il mio lettore perdonerà la vicinanza di queste espressioni con la citazione della somma  poesia, ma questo e così è l’uomo.

E i pensieri, poi, “fanno rumore”? Non propriamente, ma interiormente sì, se è vero che nell’uomo interiore abita la verità (Agostino), perché la verità fa-rumore, eccome. La vita fa-rumore.

Direi che il silenzio e il rumore possano essere i segnali della vita, specialmente se non si riesce a sopportarli, specie se si ha bisogno del rumore per cacciar via il vuoto del silenzio spaventoso, o se si ha bisogno solo del silenzio perché ogni rumore, suono o parole ci mette in ansia. Molte nevrosi sono legate al rapporto fra silenzio e rumore, così come le culture che trattano diversamente le due situazioni.

Il silenzio e la pausa, poi, sono parte integrante della musica, di tutte le musiche, da quelle andine a Luigi Nono, da quelle delle isole Andamane a Mozart e a Rossini.

Al capitolo XVII della Santa Regola benedettina, il silenzio è trattato come virtù del monaco. Leggiamola insieme:

1. I monaci devono custodire sempre il silenzio con amore, ma soprattutto durante la notte. 2. Perciò in ogni periodo dell’anno, sia di digiuno oppure no, si procederà nel modo seguente: 3. se non si digiuna, appena alzati da cena, i monaci si riuniscano tutti insieme e uno di loro legga le Conferenze o le Vite dei Padri o qualche altra opera di edificazione, 4. ma non i primi sette libri della Bibbia e neppure quelli dei Re, perché ai temperamenti impressionabili non fa bene ascoltare a quell’ora i suddetti testi scritturistici, che però si dovranno leggere in altri momenti; 5. se invece fosse giorno di digiuno, dopo la celebrazione dei Vespri e un breve intervallo, vadano direttamente alla lettura di cui abbiamo parlato 6. e leggano quattro o cinque pagine o quanto è consentito dal tempo a disposizione, 7. perché durante questo intervallo della lettura possano radunarsi tutti, compresi quelli che fossero eventualmente stati occupati in qualche incombenza. 8. Quando saranno tutti riuniti, dicano insieme Compieta, all’uscita dalla quale non sia più permesso ad alcuno di pronunciare una parola. 9. Chiunque sia colto a trasgredire questa regola del silenzio venga severamente punito, 10. eccetto il caso in cui sopraggiungano degli ospiti o l’abate abbia dato un ordine a un monaco; 11. ma anche in questa eventualità bisogna procedere con la massima gravità e il debito riserbo.

 

Uno splendido film del 2005 tratta il tema descrivendo la vita monacale della grande Chartreuse di Grenoble. Una bella traccia dal web vale la pena riportare integralmente.

“In un tempo di cinema chiassosamente sonoro, che tutto riempie e trabocca, diventa necessario sperimentare il silenzio. Quello grande e silente “registrato” nel monastero certosino de La Grande Chartreuse, situato sulle montagne vicine a Grenoble. A salire sulle Alpi francesi con la macchina da presa è stato il regista tedesco Philip Gröning, che per diciannove anni ha cullato il desiderio di realizzare un documentario sulla vita dei monaci e sul tempo: quello della preghiera e quello del cinema. Perché quel tempo potesse scorrere sulla pellicola, il regista ha condiviso coi monaci quattro mesi della sua vita: partecipando alle meditazioni, alle messe, alle lodi, ai vespri, alla compieta (l’ultima delle ore canoniche), ritirandosi in una cella in attesa di ripetere nuovamente l’ufficio delle letture.
Il suo film, apparentemente immobile e privo di uno sviluppo narrativo, trova invece un suo modo straordinario di procedere inserendo un dialogo muto tra l’uomo e la natura, scandito fuori dal monastero dalle stagioni e dentro le mura, vecchie di quattro secoli, dalla rigorosa liturgia dei monaci. Separati materialmente dal mondo mantengono con esso una solidarietà espressa attraverso un’incessante preghiera. La vita eremitica e contemplativa viene filmata e riproposta allo spettatore nelle sue ricorrenze quotidiane, inalterabili e puntuali, interrotte soltanto da un imprevisto “drammaturgico”: l’arrivo di un novizio al convento. L’equilibrio della comunità monastica è ricomposto poco dopo con l’ammissione del giovane uomo nell’ordine, attraverso suggestive cerimonie di iniziazione in lingua latina. La partecipazione dello spettatore alla vita del monastero è affidata unicamente alle immagini, che non si aggrappano quasi mai a un suono, a una voce esplicativa fuori campo, a una musica applicata alla pellicola, a una parola, se non a quella di Dio. I salmi e le preghiere, sgranate come un rosario e costantemente ripetute, sono l’unico linguaggio concesso, lo strumento verbale alto per pensare il divino, per comunicare con Lui.
Il regista “officia” la sua funzione lasciando libero lo spettatore e la sua percezione di cogliere nel montaggio i commenti impliciti, nel silenzio i suoni compresi. Perché il suo documentario diventi un’autentica esperienza ascetica, Gröning lo costruisce come fosse un mantra, mettendo la grammatica del cinema al servizio del linguaggio dello spirito. Se la comprensione dell’Assoluto passa attraverso la reiterazione della preghiera, il cinema che la fissa dovrà a sua volta replicare il suo linguaggio, quello della ripresa. E allora si ribadisce quell’inquadratura, quel primissimo piano, quel campo medio o lunghissimo, si insiste sulle identiche didascalie di raccordo perché il pubblico stabilizzi la mente e lo sguardo su un’idea. La lunghezza della pellicola, che ha impaurito i più o peggio li ha spazientiti, è al contrario funzionale all’esperienza contemplativa che il regista ha voluto raccontare. La sua visione disciplina la mente inducendola, e non poteva essere altrimenti, a chiarire e a purificare il pensiero”.

 

Un film con Jean Louis Trintignant e Klaus Kinsky diretto da Bruno Corbucci: Il grande Silenzio, dove ha tale nome un pistolero girovago. E’ chiamato così poiché  “dopo che passa lui c’è solo il silenzio della morte“, e anche perché da bambino gli sono state recise le corde vocali affinché non raccontasse a nessuno di come i genitori furono crudelmente colpiti a tradimento da tre bounty killer. Il suo silenzio è obbligato e voluto nello stesso tempo.

 

il silenzio degli innocenti con Anthony Hopkins e Jodie Foster di Jonathan Demme. Il folle intelligentissimo sadico serial killer Hannibal Lecter parla con la detective Clarice Starling, perché questa lo tratta senza secondi fini, raccontadogli anche alcuni aspetti tormentati della sua biografia. Il pertugio dell’anima assassina è la sincerità, cosicché la aiuta a trovare un serial killer in libertà, evadendo poi lui e lasciando in silenzio lo spettatore. Nei sequel si vedrà che cosa quel silenzio avrà significato. E nel prequel. Il male attraverso il tempo, che si rigenera.

Dalla sua fuga Lecter chiama al telefono Clarice chiedendole se “gli agnelli hanno smesso di gridare“, facendo finalmente silenzio, ossia se i traumi e i fantasmi del passato hanno smesso di tormentarla.

 

E infine il Michelangelo Antonioni di Deserto rosso. Negli anni ’60 e ’70 Antonioni fu il cantore del silenzio e dell’incomunicabilità. Alcuni suoi film restano, a dire molto di quei tempi. Giuliana (una intensa Monica Vitti), è depressa e tormentata al punto da pensare al suicidio, ché un sentimento di inadeguatezza profonda e personale si scontra con una modernità inautentica. Corrado, amico di Ugo, il marito di lei, sembra l’unico in grado di aiutarla, ma non è così. Anche la storia che imbasticono non funziona, perché anche Corrado è incerto, inquieto, fuggitivo, verso un silenzio che non sa attingere.

Altri testi e altri film potrebbero aiutarmi a parlare del silenzio, ma qui mi fermo, sperando che i nostri ragazzi non temano, né cerchino silenzi sbagliati.

Dio, Patria e Famiglia

E’ un sintagma amato dal fascismo storico italiano, mussoliniano, post ’29, e oggi, più o meno, usato – anche se non sempre esplicitamente – nella comunicazione politica dalla robusta demokratura putiniana: Dio, Patria e Famiglia, in maiuscolo anche i lemmi secondo e terzo, oppure, se fossimo in filosofia allo stato puro, potrebbero stare – tutti e tre – anche in minuscolo, senza che ciò significhi mancanza di rispetto.

Proviamo ad approfondire, distinguendo parola per parola: dio-patria-famiglia.

Una prima considerazione sintetica: se presi separatamente, i concetti sottesi ai tre termini sono molto importanti, anzi centrali, fondamentali nella storia umana, per le società e per le vite umane singole. Dio è l’essere supremo, l’Incondizionato, il cui sguardo tutto vede e prevede; la Patria è la Terra dei padri, dove si è nati, dove si vive dalla nascita, oppure dove si vive tout court (io sono per lo ius soli, senza nutrire alcun dubbio); la Famiglia è il locus dove di dà origine alla vita e la si trasmette, dove agisce il processo educativo, ovvero – al contrario – dove spesso accadono anche terribili cose e nefande. Onorevole Cirinnà permettendo, per la quale pare che ogni modello di convivenza possa avere lo stesso nome, come se potessimo, indifferentemente, chiamare “tavolo” la “sedia” e viceversa. Mi chiedo, ogni tanto, che tipo di cultura abbiano certi politici.

In alcuni e alcune, come la sopra citata lo slogan suscita indignazione, nonostante un semplice sforzo di comprensione storiografica, ma nutrito di conoscenza, dovrebbe smitizzare il tema. Non si devono dimenticare i Patti Lateranensi del ’29, che mettevano il cattolicesimo al posto della religione di stato, come fu il cristianesimo ai tempi di Teodosio I; la Patria era posta come luogo morale dove fosse naturale credere nella frase “dulce et decorum est pro patria mori“, morire per la Patria come ipotesi plausibile; la famiglia fatta da una maschio, una femmina e i figli come unico modello di convivenza nucleare, dove, allora, la donna era posta in famiglia come soggetto e struttura subalterna al marito-maschio-padre.

Non si può non dire che anche nella Russia attuale il terzetto di sostantivi sia di fatto accostato e apprezzato, nella Russia di Putin. Proviamo a vedere: la Russia è da mille anni una nazione cristianissima, fatto salvo il settantennio staliniano, quando però la religiosità covava sotto la cenere, e fu addirittura riesumata da Stalin quando diventò “piccolo Padre” e invocò il Padreterno con il patriarca moscovita per salvare dai nazisti la Santa Madre Russia. Il Dio dei Russi è soprattutto l’immagine di Cristo, del Cristo Pantocrator, creatore e signore di tutto. La dottrina cristiana ortodossa, l’iconologia e il sentimento sono caratteristiche peculiari del popolo russo. E molti fra gli Italiani amano, riamati, il Popolo russo, per varie ragioni, anche se nel ’41 abbiamo mandato da quelle parti 220.000 uomini in armi, molti dei quali sono morti, ma non pochi sono stati salvati dalle babuscke con il velo nero, le mamme e le nonne ukraine. Amiamo la Russia perché non è l’America, che in qualche modo dà anche fastidio, nonostante sia stata decisiva per la nostra liberazione, ma se i Sovietici comunisti non avessero impegnato un esercito armatissimo di 4 milioni di effettivi, forse anche Albione avrebbe dovuto cedere e gli Stati Uniti… Chissà. E i Russi amano l’Italia perché è inarrivabile come storia, ambiente, arte, cultura, bellezza, e perché c’è Roma, c’è stato l’Impero romano, e Mosca ama chiamarsi la Terza Roma.

La Patria per i russi è sentimento sacro, che si unisce a Dio e alla Famiglia, anche se in qualche modo, anzi in molti modi. Potrebbe bastare questo confronto per spiegare che la triade di grandi concetti non esaurisce i suoi significati nel cartello esibito dalla Cirinnà, che stranamente appartiene al partito al quale sono iscritto e dalla quale mi divide pressoché tutto. Vuol dire che il PD assomiglia sempre di più alla democrazia Cristiana, con buona pace del segretario attuale. Basta. Preferisco tornare alla riflessione teorica sul tema, per cercare di spiegare a me stesso come su questo piano l’accostamento è molto azzardato.

Dio si colloca in una dimensione sostanzialmente inconoscibile, mentre la patria e la famiglia appartengono a ciò che i sensi e i sentimenti possono raggiungere, per cui, o si pensa che anche Dio sia accessibile come la patria e la famiglia, e ciò e immediatamente assurdo, oppure si ritiene che lo statuto epistemologico del divino sia completamente diverso, distinto e distante dagli altri due. Se così fosse, come io penso che sia, il sintagma triadico già si colloca in una possibilità di comprensione ardua, se non impossibile. Forse possono darci un ausilio la dottrina del cardinale Kerns, cioè Nicola di Kues, vescovo di Bressanone, con il concetto della coincidentia oppositorum, può darci un aiuto, o fors’anche il Bonaventura dell’Itinerarium mentis in Deum, o infine il Maestro Eccardo dei Sermoni latini. Non meno di Plotino, studioso dell’Uno, dei sufi e dei sapienti dell’induismo e del buddismo. Questi insigni, infatti, pensano che Dio stesso sia accessibile, ma solo nel fondo dell’anima, nel cuore dell’uomo quando si accende la voce flebile della coscienza, quando ci si mette umilmente in ascolto della verità che parla dentro di noi… e si creda che qualcuno lassù pensi a noi.
Allora, cari sostenitori e cari detrattori della triade concettuale, come la mettiamo? Abbiamo studiato un po’ per poterne parlare con cognizione e rispetto delle parole? Non mi pare.

L’afona afasia della sinistra italiana attuale

Posto che parlare di sinistra, di centro e di destra politica abbia ancora un senso, e per me lo ha, anche se con alcuni aggiustamenti concettuali e semantici, mi pare che la sinistra italiana sia connotata attualmente da una afona-afasia, se ciò non fosse una sorta di ossimoro. Ma forse non lo è.

E dunque provo a superarlo, considerando la a-fasia, cioè un non-essere-in-grado-di-parlare, solo parziale, per cui si può percepire – se pur con difficoltà – la sua a-fonia. In altre parole, la sinistra parla poco e male, o meglio esprimendo concetti vaghi e confusi, con voce poco squillante e talvolta inascoltabile. Altrimenti non si capirebbe in qualche misura la vertiginosa crescita della Lega salviniana, primo dato.

Si pensi che Salvini, sui migranti non la racconta giusta, anche se sa di farlo: lui parla solo delle Ong, che certamente sono dispettose, ancorché politicamente correttissime, ma trasportano solo (e forse meno) il 10% dei migranti in cerca di terre migliori. Il 90% sfugge a Salvini, anzi se lo fa sfuggire, perché ciò non “butta” in termini elettoralistici: sono quelli che arrivano sulle coste dal Salento alla Sardegna, passando per la Calabria ionica e l’immensa costa sicula, sui barchini, oppure via terra per il Friuli Venezia Giulia dal confine sloveno, e lì veramente potrebbero nascondersi figuri sospetti. Pare che adesso si stia attrezzando per fermare le partenze con l’aiuto della marina e dell’aviazione. Intanto, dopo tanti proclami non si fa nulla per agire a monte, in Africa, dove sporchi dittatorelli, magari formati in linde università anglosassoni sfruttano vergognosamente territori e persone. Anzi, alla ex colonialista Francia, e novella tale, certe situazioni possono fare comodo, per ragioni energetiche et similia: basti ricordare la vicenda di Ustica (era un Mirage francese l’aero che abbatté il volo Itavia, mentre inseguiva un Mig 21 o 25 di Gheddafi? Un giorno o l’altro lo si saprà?), le critiche francesi quando Gheddafi entrò nel capitale sociale di Fiat, l’intervento economico dello stesso colonnello per sostenere la campagna eletterale di Sarkozy, che poi lo ringraziò con il suo omicidio nel 2011, trascinando lo sprovveduto Obama (uno dei peggiori presidenti USA per la politica estera), e ora sta ambiguamente vicino al generale Haftar, cercando sempre di danneggiare gli interessi di Eni, e quindi dell’Italia. Per non parlare della nuova grande potenza coloniale in Africa, la Cina.

Dicevo: sinistra che non riesce ad esprimere quasi nulla, impantanata tra clichés arcaici e l’imitazione dei più forti slogan della destra: non nomina quasi più i temi del lavoro e parla di “Italiani”, quasi a imitar il Salvini dello slogan “prima gli Italiani”, dimenticando quasi il consueto lemma “paese”, “del paese”, “questo paese”, per dire “Italia”. La sinistra ha dimenticato i temi sociali “radicalizzando” quasi esclusivamente i temi civili: faccio un esempio: si spende senza riserve per le Unioni civili, sacrosante, ma non si batte per una politica economica e dell’occupazione, vera. Quando ascolto un Cuperlo o un Orlando qualsiasi, che sono i più “de sinistra”, li sento proprio lontanissimi, da me e dai lavoratori. I loro discorsi restano degli auspici, delle critiche generiche senza un costrutto ideale e programmatico. Anche lo stesso D’Alema, che qualche tempo fa proponeva come docente ai pidini il coltissimo Landini, è cotto, scoppiato, rimbambino. Ho scritto “rimbambino”, sì. Bersani idem, ché “gli scappa il cazzotto”: caro Pierluigi son discorsi da “Duo di Piadena”, non da politico consumato, orsù! Sono nauseato. Sono un socialista nauseato. Quando ascolto Renzi, con la sua prosopopaica supponenza, mai domo nella sua incapacità dimostrata di ammettere gli errori fatti, gravissimi, di pentirsi, di chiedere scusa e cambiare rotta, o Zingaretti fiero del suo nulla cosmico, oppure il presuntuosetto Calenda, annoverato a sinistra non si sa come e per quale ragione, e poi i più “sinistri” à là Boldrina, Fratoianni, Lerner, e via elencando pieno di noia, mi sobbolle l’intestino e mi si inceppa lo stomaco. Non parliamo degli antagonisti come il redivivo Casarini, la Rackete tedesca, oddio, che pena! E infine, per ora, una Alessandra Sciurba di Mediterranea che ulula convinta e saccente, come fosse una socio-politologa: “si preoccupano di noi mentre l’Italia va a rotoli!”, ma vuoi due sberle giovanetta? Andrai tu a rotoli, non l’Italia.

Dove sono i compagni Di Vittorio e Lama, Togliatti, Nenni e Berlinguer, Turati e Matteotti, Morandi e Terracini, Ingrao e perfin Macaluso, e non dico Gramsci per evitare di annichilire del tutto gli odierni, Lombardi e Parri, e anche Saragat? Giuro che preferisco, a quelli di sopra, il compagno Marco Rizzo, comunista dichiarato, più puro e trasparente di loro. Con lui sì mangerei una pizza e farei una serata.

Un’altra stupidaggine della sinistra italiana del terzo millennio è stata la ricerca e l’ammirazione per modelli esteri: prima è venuto il vergognoso falsificatore Tony Blair (ti ricordi, mio caro lettore, della guerra irakena seconda?), poi Luis Rodríguez Zapatero, socialista per nulla indimenticabile, e infine l’idolo dei fratoianni e dei civati vari ed eventuali, il fallimento sorridente Alexis Tzsipras. Modelli, perlamordidio.

Mi viene in mente un’ennesima incongruità della sinistra, o forse non una incongruità, ma certamente un sintomo di grande timidezza concettuale e comunicativa e, in definitiva, politica: la sinistra da decenni non usa quasi mai il termine “patria” e raramente “nazione”, lasciando l’egemonia di queste due bellissime parole alla destra, temendo di essere associata al fascismo storico, al nazionalismo e ad altri ismi negativi. Sbagliato, clamorosamente, sbagliato, specie se si ha un po’ di senso storico e della semantica linguistica. Continui pure a dire sempre “paese” per dire Italia e vedrà che successo!

Ma ora desidero proporre una riflessione sotto vari aspetti: il profilo filosofico, quello socio-politico e quello partitico.

Filosoficamente la sinistra – classicamente – è per coniugare con equilibrio la giustizia derivante da pari dignità tra tutti gli umani, con la libertà, che sta anche a cuore alla destra liberale; da un punto di vista socio-politico la sinistra, secondo la tradizione, propone leggi e normative che creino equità sociale, sia sotto il profilo dei servizi (sanitario, scolastico, dei trasporti etc.), sia sotto il profilo socio-assistenziale e pensionistico, sia infine per quanto concerne il regime fiscale, che vuole crescente e proporzionato al reddito, salvaguardando le categorie più disagiate, che una volta si chiamavano poveri, e oggi si chiamano categorie deboli, ma sono ancora poveri; circa il profilo partitico la sinistra si è sempre mossa promuovendo una formazione “dal basso”, dai paesi, dai consigli comunali delle piccole comunità e dai quartieri delle città, dalle sezioni, che erano un luogo di incontro e di confronto, come peraltro è stato nella tradizione cattolica popolare (DC). Oggi li chiamano “circoli” e mi ricordano i salotti chic,  e a volte persino snob, della sinistra verde-giallo-viola dei diritti civili: il PD è diventato un grande partito radicale, senza gli empiti morali e culturali di un Pannella. Se li interrogo sul fondamentale “diritto alla conoscenza”, su Ustica e sui vaccini, trovo volti stupiti, e a volte… stupidi.

La destra, invece, sotto i tre profili e andando nello stesso ordine ha sempre: a) teso a sottolineare le differenze naturali tra gli uomini, non distinguendo onestamente fra differenze che appartengono alla personalità individuale (genetica, ambiente e formazione), per cui uno è o meno adatto a un certo ruolo, e le differenze che appartengono alla struttura di persona (fisicità, psichismo, spiritualità), per cui tutti gli esseri umani sono antropologicamente uguali, e quindi hanno lo stesso identico valore; alla destra solitamente questo non interessa; b) la destra tiene per gli uomini forti, non cura la formazione e la democrazia di base, preferendo la scorciatoia dell’autoritarismo, che tranquillizza e semplifica; c) non si organizza partiticamente prevedendo una partecipazione costruita dalla base, privilegiando slogan elementari che non esigono sforzi intellettuali particolari per aderirvi.

Una descrizione parziale e insufficiente, la mia, solo per dare un’idea di com’erano le cose fino a un un paio di decenni fa. Ma ora tutto è cambiato. La Democrazia cristiana che, come forma mentis, assomigliava di più alle sinistre, non c’è più da un quarto di secolo, non c’è quasi più una forza conservatrice liberale, perché la destra si è radicalizzata nel populismo sovranista del capo della Lega, e poi c’è lo strano e caotico M5 Stelle, governato da un flemmatico imprenditore dalla calvizie incipiente e da un giovane capo che sembra un commesso dell’ente regione da cui proviene.

Il paradigma autoritario, così ben studiato da Theodor Adorno negli anni ’60, è il paradigma che affascina molti, perché semplifica, risolve i problemi intellettuali e morali, pensa per tutti. Così è.

E la sinistra non si distingue: negli ultimi vent’anni ha messo in mostra un personale politico che più mediocre di così non si può. Non faccio neanche più dei nomi, oltre a quelli che ho fatto sopra, perché mi annoia.

Meister Johannes Eckhart o del “distacco” dalle cose materiali e la ricerca del “fondo” dell’anima, il luogo di Dio. Dalla Direzione spirituale alla Filosofia pratica

Dai tempi del Maestro Eccardo da Hockheim, direttore spirituale, alla filosofia pratica dei giorni nostri: differenze e richiami 

 

Johannes Meister Eckhart ha cercato Dio per tutta la vita, come quasi ogni essere umano. Oso dirlo anche pensando agli atei, che negano il divino citandolo spesso, e quindi negando-ciò-che-citano-pensando-di-conoscere-ciò-che-negano. E penso anche ai credenti che credono in qualcosa che pensano di conoscere. Deus fugitivus  (est).

Johannes Eckhart von Hockheim (in italiano: Maestro Eccardo, nato nel 1260 in Germania ad Hockheim e morto nel 1327/8), è stato un teologo e religioso tedesco. Uno dei maggiori studiosi cristiani del Medioevo cristiano, molto importante per lo sviluppo della ricerca teologico-filosofica in Germania.

Non abbiamo immagini di Eccardo né manoscritti originali. Vi è discussione sull’attribuzione a lui di non poche omelie e trattati, sia in tedesco sia in latino. A quindici anni entra come novizio nell’Ordo Predicatorum, i seguaci di san Domenico Guzman, che già aveva annoverato tra le sue file sant’Alberto da Colonia, o Magno, forse suo futuro magister, e soprattutto san Tommaso d’Aquino. Come ogni intellettuale chierico del tempo studia artium naturalium (filosofia naturale), solemne (teologia) e generale (trivio e quadrivio), per poi essere ordinato presbitero. Poi vengono i tempi di Parigi ove studia le sentenze, di cui viene lettore, di Pietro Lombardo, a quel tempo magister omnium.

Nel 1294 è eletto priore del monastero domenicano di Erfurt e poi vicario in Turingia. Dal 1302 è magister (docente universitario) a Parigi, dove matura il nucleo fondamentale della sua teologia, presentate nelle Quaestiones parisienses. Colà teorizza il passaggio teoretico da una teologia legata alla ontologia della sostanza a una filosofia dello spirito: considerata la complessità concettuale dei due sintagmi, si possono rispettivamente descrivere così: l’ontologia della sostanza si richiama alla metafisica aristotelica e tommasiana che si fonda su ente ed essenza, mentre la filosofia dello spirito trova i suoi prodromi ispiratori in Platone e Agostino, che ritenevano il Bene spirituale superiore all’Essere stesso. Il Meister è dunque un domenicano tendenzialmente platonico.

La “carriera” di Eckhart, però, continua assumendo la guida della “provincia” domenicana di Sassonia a Erfurt, dove redige le lectiones sul Siracide. Torna poi a Parigi dove si perfeziona ulteriormente, al livello di un Tommaso d’Aquino. Scrive i trattati esegetici su Genesi, Esodo, Sapienza e Vangelo secondo Giovanni, sempre in latino. Nel 1314 è eletto vicario generale del monastero di Strasburgo, dove scrive le Omelie tedesche, le “Deutschen Predigten“. Il successivo incarico è a Colonia dove è “rettore” dello studium generale.

I suoi guai iniziano nel 1325 quando alcuni confratelli lo denunziano all’arcivescovo di Colonia Heinrich von Virneburg, per frasi e affermazioni “eretiche”, nel numero di ben 49, in seguito ridotte a 28. Per non fare una brutta fine il Maestro ritratta le proprie tesi, quelli erano i tempi. E in parte anche oggi, e io ne ho esperienza, quando un mio libro è stato considerato “eretico” dai presbiteri al potere… e di questi tempi. Io sarei, come Meister Eckhart, un pericoloso rivoluzionario della religione e della teologia, un eretico, cioè, caro lettore, uno-che-sceglie tra cose che possono essere scelte. Questa è l’eresia!

La morte avviene tre anni dopo, nel 1328. L’anno successivo la bolla papale In agro dominico condanna 17 tesi delle 28 ritenute non ortodosse. Preoccupa il potere ecclesiastico soprattutto la sua speculazione teologica “negativa”, apofatica, vale a dire dell’ineffabile… e si può anche capire, poiché le sue affermazioni sono di difficile lettura e comprensione. In quei tempi, come in ogni tempo, se non si capisce, quando si ha il potere, si preferisce condannare. Anche questo, sia pure in ambienti altri, è capitato a me pure.

Dio, secondo il Magister è “nulla” poiché è totalmente indefinibile. Infatti si può dire che l’uomo riesce solo a descrivere il “nulla-di-Dio”, poiché può solamente affermare ciò-che-non-è. Eccardo nella predica Beati pauperes in Spiritu, invita i fedeli credenti a supplicare Dio affinché li liberi da “dio”, poiché “dio” non è Dio. Che significa questo gioco di parole apparentemente scherzoso? Per lui “Dio” è un “qualcosa” di superiore all’essere, è un sovra-essere, un totem privo di ogni essenza sostanziale comprensibile dall’intelligenza umana, mentre “dio” è il “divino” cui si chiedono grazie materiali, con il quale si ha un rapporto quasi strumentale.  L’ “io sono colui che è” (eye asher eye, Esodo 3, 14), è tanto indefinibile e totale che in Lui, con Lui e per Lui non vi è altro che Esso, un Id comprendente il Tutto.

Riguardo alla coincidenza di pensiero ed essere, dibattuta nell’ambito dell’Ordine domenicano, nella prima quaestio delle Quaestiones parisienses, Eckhart risponde che pensiero ed essere sono la stessa cosa, ma Dio va identificato con l’Uno, nome che si dà a ciò che è ben al di là dell’ente e dell’essere stesso, e Dio è in primo luogo pensiero, da cui l’essere scaturisce. Si riconosce in questa linea un focus del pensiero plotiniano.

Nel Prologo all’Opus tripartitum afferma che Dio è l’essere e l’essere è Dio, mentre la creazione attraverso la moltiplicazione è un progressivo allontanamento dall’unità e perfezione originaria, in cui ogni ente è e vive solo in quanto partecipe in qualche modo e forma della natura divina, e coincide con l’anima.

Essendo Dio eterno e senza tempo, non si può dire altrettanto della sua presenza nell’anima umana, e precisamente nel suo “fondo”, nella profondità indicibile dello spirito. Nelle Prediche tedesche, Eckhart insegna che Dio quasi coincide con l’anima, con ciò manifestando una forma di immanentismo che non poteva essere accettata dai più, anche nell’ambito degli studiosi, dei teologi e dei filosofi del tempo. Nella predica 83 il Magister utilizza la metafora del fuoco, là dove il fuoco, bruciando il legno fa diventare fuoco il legno, così come Dio da diventare “Dio” l’anima, inabitandola.

Dio non nasce, secondo Eccardo, come un distaccarsi dalla propria realtà spirituale, ma come una constatazione della sua presenza in interiore homine, fin dall’inizio. Se l’imperfezione caratterizza la natura umana, la presenza di Dio è grazia santificante, sanante e costituente. Sulle tracce “agostiniane” di sant’Anselmo d’Aosta (o di Canterbury) che nel suo Proslogion afferma l’esistenza di Dio nell’intelletto, frate Echkart crede nella continua generazione del Figlio in ogni uomo, che è generazione di pace e di giustizia. Bellissimo.

Lo scandalo eretico è poi l’affermazione che ogni uomo che si pone in ascolto del “fondo dell’anima” può divinizzarsi per grazia, mentre Dio è tale per natura. Natura e grazia sono i due poli mediante i quali l’uomo è cristificato e reso partecipe del divino.

 

 

La Direzione spirituale in Meister Eckhart e la… Consulenza del filosofo

 

Le sue prediche hanno carattere di cura delle anime e quasi di guida pratica per essere condotti a Dio nel profondo dell’anima.

Occorre innanzitutto abbandonare ogni oggetto di superbia e dice: «Vuoi conoscere Dio nel modo divino, così che la tua conoscenza diventerà pura ignoranza e oblio di te stesso e di tutte le creature?» e «Non è portando al sicuro i sensi che si può realizzare ciò». E’ poi importante rinunziare a mete terrene e a volontà di potere: «dunque vi dico in assoluta verità: finché avrete dei desideri, Dio li soddisferà, avrete desiderio di eternità e di Dio fino a che non sarete perfettamente poveri. Poiché è più povero solo chi non vuole nulla e non desidera nulla.» L’umiltà è la virtù che colloca ragione e intelligenza al posto giusto, che non serve a raggiungere l’esperienza divina: «potrebbe Dio aver necessità di una luce per vedere che è sé stesso? Oltre la ragione, che cerca, c’è un’altra ragione, che non cerca oltre». Non occorre immaginare in due modi la realtà, perché basta la visio Dei«l’occhio, nel quale io vedo Dio, è lo stesso occhio, da cui Dio mi vede; il mio occhio e l’occhio di Dio, sono un solo occhio e una sola conoscenza». Non si deve avere l’affanno del fare e odiare la perdita di tempo: «alla maniera di ciò che non ho generato, non potrò mai morire, quello in cui sono vicino a ciò che genero, quello per me è mortale; per questo è necessario che si guasti col tempo». E l’attenzione ha da essere profonda: «ciò per gli uomini saggi è una questione di conoscenza mentre per i semplici è una questione di fede».

La conseguenza dell’abbandono della conoscenza, volontà, tempo, l’io, etc. è una profonda calma: «chi ha realizzato Dio sente il gusto di tutte le cose in Dio».

Si può immaginare come questa visione della fede potesse creare non pochi guai a Maestro Eccardo, e ancora avrebbe problemi ai giorni nostri, che son pieni di attivismo volontarista, senza tregua né respiro.

Nella Quinta Predica ai Tedeschi (n. 42) il Magister afferma che Dio è «al di là di ogni conoscenza». Secondo lui non è nemmen corretto attribuire a Dio qualità e virtù declinate col linguaggio umano come “bontà” o “saggezza”. Mehr noch, auchSeinsei von ihm nicht aussagbar«Io dico anche: Dio è un Essere? – non è vero; è (molto più) un essere che trascende l’essere e una nullità che trascende l’essere».

Maestro Eccardo va oltre Aristotele e Platone nella ricerca del “divino”, sulle tracce di Plotino e di Proclo: l’Uno è al di sopra del Bene e della Verità, e perfino dell’Essere.

L’essere divino è la causa causarum al di sopra di ogni altra entità, ed è accessibile solo attraverso il pensiero filosofico: non è un ente, ma l’inizio e la fine di tutti gli enti. Lo sforzo dell’anima umana è solitamente rivolto alla conoscenza degli enti ma, se vuole entrare nel divino, ha da abbandonare questa strada. Ecco che qui si può individuare un pertugio attraverso il quale avviene una liberazione, una purificazione senza fuoco, che può consentire di accedere anche al pensiero altrui. La filosofia pratica, di cui scriverò più avanti, necessita di questa liberazione, altrimenti rimane vittima dei sentimenti e degli psicologemi.

Dio è sine modo, impredicabile come l’Uno di Plotino. La mente umana non può accedervi se continua ad utilizzare la mediazione della memoria, del giudizio, della volontà e dei cinque sensi esterni. Anche le categorie aristoteliche, pur utili per conoscere la realtà, non bastano per accedere alla dimensione del divino. E’ dunque indispensabile un ritorno immediato all’Uno, che può avvenire solo con la perfezione morale e l’imitatio Cristi: Eckhart scrive «sono per l’essere ciò che Dio è», sono come Lui, non in unità con Esso. In questo modo la persona si allontana radicalmente dalla sua individualità, dalla sua intrinseca superbia, smette di temere alcunché e non desidera secondo il modo della libido, ma secondo il modo della verità. A quel punto si fa verità tutto ciò che esula dal successo, che resta solo il participio passato del verbo succedere, ed è perfettamente eticamente esteticamente puro, essenziale.

La pura ascesi sostituisce l’ambizione di diventare ciò che non si è, paradossalmente confermando la spinta nietscheana al diventare ciò che si è. Eccardo e Friedrich, ebbene sì, se li si sa accostare, anche se a un primo sguardo è difficile immaginare un più grande paradosso filosofico.

E pure i grandi idealisti tedeschi dell’800 riconoscono in Meister Eckhart e nella mistica medievale i prodromi della propria filosofia, proprio Fichte, Hegel e Schelling. Per Hegel il mistico è la pura speculazione, nientemeno e il “mistico” di Eccardo l’inizio della filosofia tedesca. In ciò emulato perfino dal suo avversario perfin inimico Schopenhauer  che paragonava l’antico magister a Sakyamuni, il suo amato Buddha.

Trovo nel bel libro di Marco Vannini, edito da Città Nuova, nella raccolta Idee del 1991 Meister Eckhart e “il fondo dell’anima” molti spunti per questa riflessione. Le istruzioni spirituali, i Sermoni latini e i Sermoni tedeschi, il Libro della consolazione divina sono probabilmente il cuore della mistica medievale.

In questi testi, termini e sintagmi rinviano, a parer mio, a molto di fondamentale per la consulenza filosofica o filosofia pratica attuale, anche a quella dell’esperienza oramai quasi ventennale di Phronesis. Proviamo ad esplorarne alcuni:

L’Eigenschaft o attaccamento all’io: per consulere correttamente e rispettosamente occorre distaccarsi dal proprium, anche se ogni filosofo è se stesso ed ha un suo stile, una sua cultura, una sua “scuola”. Nemmen quest’ultima può far premio sul distacco che si deve operare, anche a costo di scoprire crepe nel proprio pensiero. Troppe volte – ancora – l’attaccamento alla propria “scuola” vince sulla filosofia praticata con un interlocutore. Anche a me è capitato, e ho dovuto fare uno sforzo per provare a distaccarmene.

L’oberste Vernunft o potenza più alta dell’anima è la nostra salvezza di filosofi pratici: dobbiamo aver fiducia di poter approfondire cercando l’alto e il basso del pensiero, facendo silenzio, con umiltà, dentro di noi e fuori di noi. La potenza alta parlerà, ci parlerà.

Il Grund o fondo, è il sedimento sul quale dobbiamo basare la nostra riflessione, per evitare che essa scivoli su terreni autoreferenziali e tendenti all’esclusione dell’altro e di ogni altra cosa, dalla nostra  comfort zone. Insegnamento valido per ogni tipo di attività pratica, per ogni giudizio etico ed estetico. Senza grund si è preda di ogni vento.

L’Abgrund o abisso senza fondo: se il Grund è il fondamento, l’Abgrund è il luogo inafferrabile dove collocare la nostra umiltà di esseri umani e di cercatori della verità, sia che stiamo riflettendo sulla nostra vita, sia che dialoghiamo con l’altro sulla sua propria vita.

La Lebe o vita,  è lo stato dell’essere nel quale, a nostra conoscenza razionale, stiamo. La vita viene spesso definita “bene indisponibile”, ebbene: anche se possiamo non essere tutti d’accordo – filosoficamente – sulla sua indisponibilità, se questa è intesa secondo la morale cristiana (cf. J. Ratzinger), non possiamo non convenire che essa è l’unica condizione dell’essere che ci permette di consentire e di dissentire, esercitando la libera (per quanto possibile) riflessione razionale in un ambito gnoseologico condiviso con l’altro.

La Lesemeister o lettura, indica l’importanza della ricerca nel pensiero dell’altro, della documentazione perfin acribiosa di pensiero-altro, di contraddizione, di contrasto, di contrarietà: senza la dialettica il dialogo rimane sterile, cosicché la lettura regala a chi spende le energie necessarie per accedervi la possibilità di dare senso alla relazione, di darle qualità, senza la quale, ogni rapporto umano, ogni comunicazione, ogni stilema espressivo diventa sterile, inutile, innocuo.

Il Abgeschiedenheit o distacco è, appunto, il punto opposto all’attaccamento, che abbiamo visto sopra, l‘Eigenschaft: l’anima nostra deve sapersi togliere dalle panie degli interessi materiali per vivere come l’acqua scorrente tra i massi del torrente montano, poiché come questo essa deve trovare il percorso o il piccolo attracco lungo le sponde e i boschetti di ripa che si rispecchiano nel cristallino voltolarsi verso la meta, la pianura o addirittura l’infinita -a occhio umano – distesa del mare.

Beati pauperes spiritu ovvero beati i poveri in spirito, Beatitudine matteana. Quale altra sintesi è possibile per rappresentare la necessità di essere-poveri-dentro. Nessun pauperismo pietistico o miserabilistico in questa frase! La beatitudine appartiene alla semplicità, all’essenziale del non-possedere il superfluo, che scivolano via dalla mani come materia degradata. Hai mai pensato, caro lettore, alla sindrome del giocattolo al bimbo? Bene, questi si stanca presto, e così accade all’adulto, che non sa che farsene del possedere troppo, troppe case, troppe auto, troppi soldi, ché sono il fomite della noia della ripetitività. Beati i poveri in spirito.

Idem amor et Spiritus Sanctus, come sosteneva sant’Agostino, ovvero la coincidenza dell’Amore divino, che è l’amore tout court, con lo Spirito Santo. Mens, Notitia et Amor, Padre, Figlio e Spirito, secondo il vescovo di Ippona, che amava racchiudere in termini potenti interi teologemi. Come ci parla la triade delle Persone nella Natura unica di Dio, Relazioni interne al divino? Anche all’agnostico la Trinità propone la dinamica dell’umano: uscire da sé, confrontarsi con l’altro e rientrare, exitus, speculum et reditus. Nella filosofia pratica questo accade, ogni volta che si vuole o si riesce a proporre il dialogo, che diventa trialogo (cf. P. Ricoeur), il dialogo quasi perfetto, ché la perfezione assoluta non va bene, essendo essa “la” fine, non “il” fine.

L’aufheben o il togliere,  è un verbo che ricorda il lavoro per “toglimento” dello scultore (cf. Michelangelo Buonarroti): più che aggiungere è meglio togliere, rendere essenziale  il dire, specialmente quando ci si rivolge all’altro. La filosofia pratica richiede di spogliare i teoremi da ogni ridondanza, di cogliere il centro del dire del dicente-altro, di rendere evidente anche ciò che può essere nascosto magari per timidezza o per qualche barriera psicologica verso l’interlocutore “esperto”.

Il sintagma ohne Eigenschaft o senza appropriazione, descrive lo stato dell’essere umano che vuole liberarsi di ogni peso, di ogni superfluità inutile e dannosa alla comprensione dell’altro, stando nel sentiero dell’altro, che diventa proprio quando il dialogo è vero, come nella filosofia pratica esercitata con attenzione e coscienza, senza narcisismo o affezioni teoreticamente elitarie.

Il durchbrechen o fare il vuoto, fare breccia, rappresenta quasi la via verso la conoscenza di sé, che è – nel contempo – dell’altro. Il sé nell’altro e l’altro nel sé, quasi come nel dettato calcedonese (451 d. C.) senza distinzione ma senza confusione: colà si parlava delle due nature di Cristo, la sua condizione teandrica, divino-umana, mentre qui si parla di due persone di egual dignità, qualsiasi sia la posizione di ognuno dei due, necessariamente a-simmetrica dal punto di vista del ruolo (consulente/ consultante).

Durchbruch zur Gottheit o penetrazione nella Divinità, il sostantivo dopo il verbo soprastante: se in Eccardo, con tale espressione si intende la divinizzazione dell’umano, in qualche modo sulle tracce del cristianesimo orientale e del buddhismo classico, in filosofia pratica si parla di – oso dire – empatia filosofica, ché il termine greco, prima di avere a che fare con la psicologia contemporanea, dove ha mietuto un grande successo popolare e mediatico, è del tutto filosofico (en-pathos, sentire-insieme).

Tre termini: Gelassenheit, Abgeschiedenheit, geistliche Armut, o distacco, povertà dello spirito: tre modi diversi per sottolineare ancora la caratteristica di umiltà che il maestro spirituale deve sempre manifestare in ogni suo dire ed agire. L’umiltà non è virtù semplice, poiché occorre coltivarla in ogni situazione, in ogni relazione, in ogni tempo e luogo: così deve agire anche il filosofo pratico che mai si deve vantare delle proprie conoscenze, della propria scienza e cultura, della propria autorevolezza, che va sempre verificata tramite il vaglio dell’umiltà stessa.

Deus nudus, sine velamine ovvero il Dio svelato: si tratta del cuore pulsante di ogni credenza nel divino; è la misura della possibilità di conoscere il divino, ma solo nella misura dell’umano. In filosofia pratica si rimane nella dimensione concreta del conoscibile, del noetico pratico esistenziale, ma anche in questa dimensione occorre de-nudarsi con sincera fiducia verso chi si accosta a te. Ci vuole coraggio per evitare la dietrologia del complotto, ma è umanamente possibile ed è preferibile all’ipocrisia delle menti vigliacche dei sempre accoglienti, sorridenti, empaticamente falsi.

L’ein einic ein, o un unico Uno (Dio), può figurare in filosofia pratica ciò che teologicamente pone in termini di assoluta unicità del divino: anche l’umano è irriducibilmente “unico” e questo non può non guidare ogni dialogo filosofico tra l’uomo-e-l’altro. L’unicità di Dio rappresenta molto bene l’unicità di ogni singolo essere umano.

L’essenza divina più che un esse è un intelligere: l’affermazione che distingue fra l’essere e il capire pone in evidenza il divino come puro pensiero, quello che Aristotele chiamava nòesis noèseos,  pensiero di pensiero, ma in Eckhart diventa qualcosa di più, poiché esso è un tutt’uno con il sostrato spirituale della divinità, e lo spirituale sopravanza l’ontico e l’ontologico, così come l’unicità del singolo essere umano sopravanza ogni classificazione etnica o genetica. E questo ha a che fare con la filosofia pratica. In tema, consideriamo il Sermone latino n. 304, dove Eccardo Scrive: “Deus enim unus est intellectus, et intellectus est deus unus. Unde deus nunquam et nusquam est ut deus nisi in intellectu“, e anche “Quia deus, se toto esse, simpliciter est unus sive unum est” e cioè: Dio è uno, è intelletto, e non può essere altro che intelletto, semplicemente e solamente: mi si permetta una traduzione ad sensum.

Dal verbo soprastante il sostantivo Durchbruch, o penetrazione. E’ impressionante come questo termine rinvii a qualcosa che ha a che fare con l’erotismo umano ma, se Dio è amore, e se – anche teologicamente (cf. Origene e il suo commento al Cantico dei cantici) – èros è sinonimo di agàpe, cioè l’amore erotico corrisponde a quello di benevolenza, che la penetrazione sia così intesa non scandalizza chi voglia entrare veramente nel pensiero mistico del monaco renano. In filosofia pratica s’ha da curare la “penetrazione” nel sensus verborum dell’altro, con rispetto, ma anche con schietta curiosità.

La Gott lassen, o liberazione da Dio, è il paradosso eckhartiano più sconvolgente: Eccardo non intende certo una posizione agnostica o addirittura a-tea, ma la comprensione che la Gottheit, cioè la divinità, non è accessibile all’intelligenza argomentativa e dialettica ordinaria, bensì all’intelligenza intuitiva, val a dire alla capacità del cuore di accogliere Dio; per il magister il “cuore” è sinonimo di fondo dell’anima, così come la comprensione dell’altro nella filosofia pratica è uno specchiamento totale e paritetico di una dignità umana nella dignità d’ogni altro essere umano. A questo punto sono due i pensatori contemporanei che possono aver tratto dal monaco tedesco ispirazione: Martin Buber con il suo rapporto Ich/ Du, Io e tu, ed Emmanuel Lévinas, appassionato mentore del volto dell’Altro. Non vi può essere amore di Dio senza amore del prossimo, secondo la teologia sana dei cristiani, così come non vi può essere relazione umana se non in una filosofia della relazione.

La Sippenschaft, parentela con la divinità, è la metafora illuminante della relazione umana con il “divino”. Divinizzazione, parentela, possesso senza possesso, sono queste le dimensioni del rapporto uomo/ Dio, senza che ciò alimenti mai lo spirito di superbia ma, proprio per la finitezza che l’uomo constata di sé, dà la consapevolezza di dipendere in toto dalla grazia di un “dio”/ Dio disponibile a stabilirsi nel fondo di un’anima capax Dei (Agostino). Nella filosofia pratica la “parentela” è tra gli uomini che, sia pure nella a-simmetria delle condizioni, attesta l’assoluta uguaglianza ontologica di ciascuno verso ogni altro.

La Bild Gottes, o imago dei, altro non è che quanto riportato in Genesi 1, 27 (…e creò l’uomo a sua immagine), cosicché può confermare in ogni stato dell’essere umano la sua dipendenza dal “modello” divino, in quanto anima-spirituale. Non solo emanazione, non solo atman scintilla del brahman, come nella tradizione induista, l’anima spirituale è, per Eccardo, ma concetto accessibile all’intelletto limitato dell’uomo. L’anima, la psiche, l’intelligenza, la volontà, la ragione sono tutte declinazioni dello spirituale che interessa alla filosofia pratica che frequentiamo anche in Phronesis.

La Fünkleinin in der Seele, o scintilla animae, dove DIO è SENZA NOME, inesprimibile, senza immagine, come spiega Eckhart, dà la speranza di poter accedere alla più alta dimensione della spiritualità umana, che distingue il primate che siamo dagli altri animali senzienti, allo stato delle nostre conoscenze, senza che ciò escluda forme importanti di intelligenza e sensibilità in altri parenti genetici. E a questo punto siamo di nuovo sul terreno della libertà o della determinazione a essere come siamo.

Se ammettiamo un certo libero arbitrio ecco che torna, ove sia stata silenziata, la fiducia di poter essere solidali, di poter stare nel consorzio umano con tutte le nostre forze consapevoli di essere in grado di contribuire al destino buono degli uomini.

 

Le due cornacchie, la pantegana morta e l’animale umano

Sappiamo dai tempi di Plinio il Vecchio come sono organizzate le api, le formiche e altri insetti collaborativi. L’amico Luca mi ha detto che andrà a vedete i licaoni al parco nazionale Krüger in Sudafrica. Si sa che questi canidi selvaggi sono altamente organizzati per la caccia, un po’ come i lupi e, se in branco, evitati perfino dai leoni. Tutti questi animali collaborano per istinto naturale, ma alcuni ci mettono qualcosa di più, e sembra che la loro intelligenza sia a volte stretta parente di quella umana, manifestando forme comportamentali che appaiono anche emotive.

Caro lettore, eccoti un aneddoto dedicato a un fatto capitatomi qualche mattina fa.

Ero in viaggio per una sede aziendale, saranno state le otto del mattino. La mia velocità sui settanta. Lo sguardo mi cade sul davanti a una cinquantina di metri, rallento molto (non avevo nessuno dietro) e noto sulla mia carreggiata una cornacchia grigia che cerca di tirare con evidente difficoltà verso il ciglio della strada una pantegana morta (il roditore aveva più o meno la sua stessa stazza), uccisa, come quasi sempre capita, da un’auto. Percependo il mio arrivo, l’uccello si allontana con due battiti d’ali lasciando la preda. Supero la posizione e mi fermo sul ciglio una ventina di metri più in là. Nel frattempo arriva un’auto e la cornacchia, che aveva ripreso il suo faticoso lavoro, si sposta di nuovo. Guardo di nuovo e, con mia sorpresa, le cornacchie all’opera sono due, che rapidamente riescono a trascinare la povera pantegana defunta oltre l’asfalto e nell’erba, in un luogo atto a ulteriori operazioni alimentari, in loco o differite, ma più al sicuro.

Ripartendo, credo di aver sorriso, tra me e me, considerando la capacità collaborativa che l’evoluzione ha generato in questi corvidi “intelligenti”. E ho paragonato il comportamento osservato a molti comportamenti umani che spesso sono addirittura opposti. Per gelosia, per rabbia, per invidia, per viziosità psico-morali varie, presenti nel comportamento umano certamente dai tempi storici, che registrano questi sentimenti in tutte le cronache e le letterature, dalla Bibbia alla grande tragedia greca.

Il nome della specie è dal greco κορωνη (korōnē, che significa “gracidante”, il verso dei corvi, in genere). Kraaa, quasi inquietante il verso, ma spesso anche in silenzio, stanno, le cornacchie, a differenza di molti umani che parlano insensatamente. Sembra un verso ripetitivo ma, come tutti i versi degli animali, non lo è: non lo è il “miao” del gatto, il “bau” del cane, il “coo co coo” delle galline, il “pit” delle tacchine (che quando ero piccolo mi temevano molto, perché in un caso le ho ubriacate con le vinacce di vino, ah ah), il “quaaa quaa” di oche aggressive e bellissime. Questi versi, tutti hanno modulazioni diverse, che rappresentano complicati linguaggi infraspecifici, e (oso dire) forme emotive.

Mi vien da pensare quanto più ricco di quelli, sia il linguaggio di molti personaggi di chiara e immeritata fama dei nostri tempi. Dimanda rettorica, anzichenò.

Cornacchie, in metafora, abundant tutt’intorno, e la metafora quivi benevola non è. Cornacchie sia nel senso estetico, uomini e donne che paiono avere il becco, o adeguato istromento atto a beccar becchime altrui, sia nel senso morale, ché costoro mai pensano sia importante agire virtuosamente, perché poco utile al proprio arricchimento, improvvido e  perfin noioso.

Signore, messer Renatus (chiedo a me stesso dialogando in soliloquium): come puoi rivolgere a te stesso simil quistione? Forse che issi omeni e femmine tanto di chiara fama abbieno linguaggi più poveri degli uccelli e dei quadrupedi supra nominati?

Li nostri tempora son di ardua interpretazion e pieni di contradizion sospese, ché talora par sieno perfin fasulli o istorie di sogno.

E, come vedi, caro lettor mio, proprio per distanziarmi da questi tempi di bellezza grama, mi rifugio nell’aulico linguaggio di andati secoli, quando ogni parola significava seriamente qualcosa, rispettando la lingua e l’ascoltante, mentre, a differenza degli umani, le cornacchie “parlano” oggi come un tempo.

Noa Pothoven non c’è più perché

si è tolta la vita ad Arnhem in Olanda, dove c’è una legge che permette il suicidio assistito dopo il compimento dei sedici anni, ma in questo caso lo stato non c’entra. Noa lo ha fatto a casa, pare, lasciandosi morire di fame. Voler morire, decidere di morire e poi morire interpella i più profondi precordi dell’anima.

C’è chi organizza i viaggi in Svizzera dall’Italia come la società Exit, il cui amministratore dice che il suo lavoro è come un altro e lui si limita a offrire (a pagamento) solo un supporto tecnico-logistico. Cercalo sul web, gentile lettore, ché vale la pena, per renderti conto fin dove può arrivare il freddo cinismo di qualche affarista, di qualche umano. E poi vi sono militanti radicali disponibile ad a accompagnare in Svizzera chi vuol chiudere la vicenda terrena per ragioni visibilmente comprensibili. Mi riferisco in particolare al caso di Fabiano Antoniani, più noto come Dj Fabo, di cui qui ho già scritto.

Non è banale decidere per il suicidio, fenomeno studiato da molti, fin dalle tesi degli antichi filosofi stoici, Seneca in primis, che si suicidò, certamente per ordine di Domizio Enobarbo, l’imperatore Nerone, senza attendere che qualche sicario lo uccidesse, nel caso in cui non avesse obbedito al “cesare”.

Condannato dalla dottrina morale cristiana che ritiene la vita umana bene indisponibile all’uomo, perché dono di Dio, il suicidio è stato studiato molto bene da Émile Durkheim nel 1897. Il sociologo francese era filosoficamente un positivista collettivista, per cui la società, per come è fatta, per i valori o disvalori che ha, per i problemi che pone, è ben più importante dell’individuo per la presa di decisione suicidiaria. Egli scrive:

«Se iniziamo dall’individuo, non saremo in grado di capire nulla di ciò che sta accadendo in un gruppo […] Di conseguenza, ogni volta che un fenomeno sociale viene spiegato direttamente indicando un fenomeno psicologico, possiamo essere sicuri che la spiegazione sia sbagliata”.»

Inoltre, pensava che un fenomeno sociale si potesse spiegare solo esaminando un altro fenomeno sociale, credendo in una sorta di meccanicismo causa/ effetto. Infatti afferma:

«Il suicidio coincide negativamente con il grado di integrazione nei gruppi sociali a cui l’individuo appartiene. […] Ci deve essere quindi una forza nell’ambiente comune che colpisce tutti nella stessa direzione, e il numero di suicidi individuali sarà alto o basso a seconda di quanto forte o debole sia questo potere”.»

Il suicidio. Studio di sociologia (titolo originale Le Suicide) è il testo a cui mi sto qui riferendo. Durkheim è convinto che la situazione sociale  condizioni le scelte individuali, in particolari situazioni di fragilità psicologica, fino quasi a coartare la scelta personale. Dal web: “Le statistiche mostrano che il suicidio è un fenomeno sociale normale: è un fenomeno regolare presente in molte società e, all’interno di ciascuna società, i tassi di suicidio si evolvono relativamente poco: Ciò che questi dati statistici esprimono è la tendenza al suicidio della quale ogni società è afflitta collettivamente“.

Lo studioso cercò in un primo momento di individuare le cause del suicidio e in seguito di proporre una sorta di classificazione dei tipi di suicidi, in base alle loro cause.

Venendo alla situazione attuale, da un punto di vista giuridico-legale in qualche stato è legale il suicidio assistito, nel quale il medico aiuta chi ha deciso di togliersi la vita, e differisce dall’eutanasia, poiché in questo caso il soggetto provvede a somministrarsi le sostanze mortali in modo “volontario” e autonomo.

Il tema interpella etica e religione, fortemente, e non è affrontato con superficialità in nessuno degli stati dove è ammesso. Belgio, Olanda, Colombia, Lussemburgo, Svizzera, e anche Oregon, Washington, Montana e California negli USA lo regolamentano.

Noa Pothoven, vittima di due stupri, anoressica e depressa, precedenti tentativi di suicidio, si legge, non è stata in grado di uscirne. Come è stata aiutata? Le notizie relative alla drammatica vicenda parlano di vari tentativi di rinforzarla, senza successo. Il ministero della salute olandese vuole accertare “il tipo di cure ricevute da Noa e se ci sia stato qualche errore” nei trattamenti somministrati.

Lei aveva anche scritto un libro con la sua storia nell’intento di fare coraggio ad altri giovani fragili, ma una decina di giorni fa ha rivelato sui social di voler porre fine alla sua sofferenza psichica “insopportabile e senza speranza“. “E’ da tanto che non mi sento davvero viva – aggiungeva – respiro ma non vivo” ed esortava i suoi follower a non tentare di dissuaderla. Prevedeva perfino quando sarebbe arrivata la fine: “Entro una decina di giorni“. E così è stato. “Genitori e medici – riporta il Guardian citando proprie fonti anonime – hanno concordato di non procedere all’alimentazione forzata“, una pratica consentita dalle linee guida dei medici olandesi secondo le quali “se un paziente nega il consenso alle cure, chi ne ha responsabilità può smettere di prestarne“.

Il papa ha scritto: “L’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza (…) la morte di Noa è una grande perdita per qualsiasi società civile e per l’umanità. Dobbiamo sempre affermare le ragioni positive per la vita“.

I Cinque Stelle hanno presentato una proposta di legge per l’eutanasia. Non so se e quanto abbiano approfondito il tema.

L’argomento di cui qui scrivo è di una delicatezza e profondità estrema, e le semplificazioni e le tecnicamente ignoranti considerazioni di non pochi, sui media e nella politica, non aiutano, anzi confondono. Perdere prematuramente la vita per un incidente o per malattia – purtroppo – appartiene all’esperienza comune, ma togliersela volontariamente (?) è cosa molto diversa. Torna in campo il tema della libertà. Fortissimamente. E qui rinvio al saggio di qualche settimana fa, scritto in questo sito, e a una sterminata letteratura filosofica, teologica, psicologica, sociologica e religiosa.

Per Spinoza e altri di varia provenienza teoretico-morale il suicidio, come ogni cosa-che-accade, appartiene al regno della “necessità” (ciò che non cessa), per cui non-può-non-accadere, in quanto coerente con tutti gli altri flussi causali che generano la realtà tutta.

Mio caro lettore, permettimi di dissentire da questo determinismo semi-assoluto. Non può essere che la decisione di togliersi la vita dipenda “solo” dal fatto che è previsto/ coerente-con-il-tutto la decisione suicidiaria, proprio per evitare che manchi un tassello alla… realtà. Anche accettando le teorie di Benjamin Libet dell’anticipazione (biologica) elettrochimica della decisione rispetto all’atto “libero”, non è plausibile che  non vi sia uno spazio di libertà in una decisione così drammatica, specialmente quando le “ragioni” sono di carattere psicologico-spirituale, e conseguentemente anche fisico, come nel caso di Noa o, più precisamente, nel caso del povero Lucio Magri.

Altro e diverso è il discorso di Dj Fabo. Il giovane uomo era in condizioni che definire terrificanti è un eufemismo, dopo un grave incidente stradale. La sua decisione è stata quella di cercare una fine che gli risparmiasse ulteriori tormenti. Il mio giudizio, da persona che è “uscita” (?) da una malattia gravissima, è improntato a un grande rispetto. Nel tempo e con l’esperienza ho anche cambiato idea rispetto a quella che nel 2008/ 9 mi ispirava a scrivere in un certo modo della povera furlanute Eluana, poiché ora su quella vicenda, vivendo e pensando e parlando con il dottore Amato, che la vide negli ultimi giorni, ho maturato una diversa posizione.

Libero arbitrio o meno, “proprietà” o “mandato” di ciascuno sulla sua propria vita, il tema del suicidio interpella i temi più profondi, delicati e difficili circa il valore della vita umana. E’ certo per tutti che la decisione di venire-al-mondo non è del soggetto, mentre è certo che, tecnicamente, il soggetto umano può decidere di togliersi la vita. La discussione, che deve essere sempre pacata, verte dunque su questo tema: se la vita sia un “valore” indisponibile alla volontà umana o meno. Non è una questione peregrina, poiché merita tutto il rispetto possibile e l’umiltà della ricerca e della competenza.

Se il papà o la mamma di Noa mi avessero contattato per aiutare la loro bambina, non so che cosa avrei potuto fare, chissà. Forse, utilizzando la filosofia pratica che, come si dice oggi, è una mia mia skill importante, forse – se coinvolto per tempo – si sarebbe stati capaci insieme – io e lei – di trovare un pertugio riflessivo per considerare che sarebbe valso la pena (?) continuare a vivere.

Viva Verdi, viva V.E.R.D.I, viva i “verdi”

Viva il sommo musicista dei cori e delle musiche possenti, viva l’acronimo patriottico del 1859, viva i “verdi” come idea politica di oggi! Tre volte evviva.

La scritta Viva Verdi oppure W Verdi si vide sui muri di Milano e Venezia in pieno Risorgimento andava interpretato in due modi: il primo era di lode al grande musicista che allora assurgeva a meritata fama; il secondo era un furbo acronimo che significava Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia.  Nel 1959 si rappresentò a Roma al Teatro Apollo l’opera verdiana “Un ballo in maschera”; a un certo punto gli spettatori (o una loro parte) iniziarono a pronunziare il nome del musicista, enfatizzando la scansione delle lettere, in modo da dare forza al fatto che esse costituissero l’acronimo patriottico riferito a re Vittorio (l’unico “Vittorio” che meriti di essere ricordato, dei Savoia). Il grande bussetano  completò il quartetto di grandi operisti ottocenteschi italiani, dopo Rossini, Bellini e Donizetti, ma di loro forse fu più grande come musicista in assoluto. Uno dei maggiori del suo tempo, con il contraltare stilistico Richard Wagner, e di ogni tempo.

Verdi fu partecipe del Risorgimento e dell’Unità d’Italia accettando anche la carica di senatore del Regno, e fu certamente uno dei personaggi-simbolo maggiori dell’Unità d’Italia. Basti aver memoria delle sue esequie a Milano, quando un corteo attraversò la città al suono e al canto del sublime coro Và Pensiero, accostando il canto di nostalgia della Patria del popolo ebraico in esilio a Babilonia al conseguimento della libertà patria raggiunta durante la vita del nostro grande. Note di libertà, tema di libertà.

I Verdi sono una forza politica di ispirazione ambientalista sviluppatasi negli ultimi decenni specialmente nelle nazioni del Nord Europa (Germania in primis) che, dopo un periodo di appannamento, nelle ultime elezioni per il Parlamento europeo, è riesplosa con consensi importanti. In Italia, invece, niente, poiché probabilmente molti ambientalisti, visto il fenomeno grillino dell’ultimo decennio, peraltro già in declino, si sono rivolti a questo soggetto.

Salvini invece è come Brenno, capo de Galli Senoni, convinto ora, dopo la vittoria elettorale, di avere in mano il mondo, ma ora gli suggerirei di non pensare al detto che la tradizione attribuisce al capo “barbaro” Vae victis,  cioè “guai a i vinti”, ma al suo contrario: “Vae victoribus“, cioè “guai ai vincitori”. Deve infatti stare attento che la vittoria dà alla testa.

L’altro dioscuro (spiegategli chi erano i Dioscuri) quasi si esalta dopo l’approvazione on line di uno “sputo” (senza offesa) di italiani sulla piattaforma della democrazia diretta gestita da una furba Srl, “non mi esalto perché resto”. Ci mancherebbe. I dati economico-finanziari in questo momento condannano l’Italia, si dice i mercati, lo spread, Bruxelles, Strasburgo, il governo italiano, di tutto un po’.

Il loro primate teorico è uno sconosciuto che resta tale, anche dopo un anno esatto, dalla voce afona, un perbenista che si è affezionato al potere, bisognoso di inventarsi un master mai fatto (come se un master post lauream fosse chissà che) noioso anche prima che inizi a parlare.

Gli altri, o alcuni di essi: penoso il rientro nel partitone rosa dei transfughi da sinistra: una volta avrei mangiato una pizza con Bersani, ora non più, forse neppure un camparisoda. Forse è vero che invecchiando ci si rincoglionisce (devo essere preoccupato?), ma quando era ministro l’uomo di Reggio faceva “lenzuolate” di riforme lib-lab  e ora invece, accompagna il suo sodal baffino nelle intemerate per i compagni di partito, che farebbe istruire da Landini. “Parlare agli operai”, D’Alema carissimo non è difficile, perché basta solo saper parlare e avere qualche idea, e voi avete smesso di saper parlare e di avere idee per una “sinistra” ragionevole e soprattutto ragionante una venticinquina/ trentina d’anni fa, quando stavate ad ascoltare -prevalentemente- altri che parlavano, e molto meglio di voi.

E intanto e ancora viva Verdi, viva V.E.R.D.I. e viva i verdi!

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