Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Adnan, siculo-pakistano è morto, ucciso dalla mafia dei caporali. La sua tragica fine, dimenticata dai media, “vale” moralmente come quella di George

Caltanissetta è una città della bella Sicilia piena di sole, abitata dai Nisseni. Tutt’intorno vibra la vita antica della Trinacria greca, bizantina e islamica.

Adnan Siddique

Adnan lì viveva da cinque anni a Caltanissetta. Lì lavorava, lì cercava di collaborare civicamente e moralmente alla vita sociale e lavorativa degli autoctoni e dei suoi connazionali lì residenti. E’ stato ucciso a coltellate per aver difeso dei braccianti attivi nelle campagne, colà, come in altre parti d’Italia, brutalmente sfruttati dai cosiddetti “caporali”, delinquenti professi e cinicamente attivi.

Adnan Siddique era un manutentore di macchine tessili, ed era quindi un operatore specializzato, colto di cultura del lavoro, sensibile. Quando ha accompagnato un connazionale a sporgere denuncia perché retribuito con una cifra che era solo metà di quella contrattuale, la sua storia personale è cambiata. Ha iniziato a subire minacce e aggressioni fisiche fino all’epilogo tragico del 3 Giugno scorso, quando, in casa sua, è stato ammazzato con un coltello da macellaio. Sono stati fermati diversi suoi connazionali, che evidentemente si erano integrati nel crimine locale, imparando il peggio di quella sub-cultura, e portando il peggio della propria.

Per le sub-culture il valore della vita umana del singolo essere umano è molto basso, quasi inesistente, scambiabile per pochi denari o per l’ottenimento di beni di esiguo valore, o per vendetta rispetto a comportamenti che questi assassini ritengono pregiudizievoli dei propri affari o “privilegi”.

Questi assassini sono persone ignoranti e violente, per le quali sopprimere un uomo o una donna costituisce nient’altro che un “fatto tecnico”, da attuare rapidamente e possibilmente senza farsi scoprire.

Non saprei qualificare (non parlo di quantificarlo) il rimorso rispetto al proprio stato interiore, in quanto, se il valore della vita umana altrui è tanto inconsistente, pare evidente che non provochi significative reazioni psicologiche. L’assenza di empatia, che sia totale o parziale, è l’ambiente psico-spirituale e morale nel quale possono essere assunte certe decisioni finalizzate all’omicidio.

La tragedia è stata denunziata da vicini di Adnan che lo hanno sentito gridare, e in breve i carabinieri hanno intercettato alcuni degli assassini sporchi di sangue.

Perché bisogna parlare di questo atroce delitto, almeno come si è giustamente parlato e si continua, dell’orrore di Minneapolis? Anche se nel caso italiano non sono coinvolte le forze dell’ordine?

Un alto ufficiale dell’Arma , amico mio, mi ha spiegato come avviene l’addestramento delle reclute. Si cura molto l’aspetto tecnico, ma si dovrebbe curare di più e meglio quello psico-morale. Eventi come quelli di Cucchi, Uva e Aldrovandi non dovrebbero succedere, anche se nei grandi numeri, la statistica ci insegna che qualcosa non è prevedibile nell’agire umano.

Nel caso di Caltanissetta, invece, i carabinieri sono arrivati in soccorso, come in innumerevoli altri casi, che non conoscono la ribalta delle cronache. Ma lì Adnan era già morto.

In Italia viviamo in una temperie psico-morale più matura e civile di quelle americana, perché veniamo da più lontano (e speriamo di andare lontano), anche se molti non ci amano, in giro per il mondo, magari perché gelosi, come lo sono diversi grandi popoli a noi molto vicini, che non voglio neanche citare, poiché lo ho fatto altre volte.

Questi tempi, però, suggeriscono di stare in guardia, perché la mondializzazione e la globalizzazione non sono solo un fenomeno economico-finanziario, ma anche qualcosa di legato alla comunicazione in tempo reale e alle sue deformazioni. Un omicidio come quello di Adnan è connesso, sia all’ambiente nel quale è avvenuto, sia all’oggettività dei grandi flussi umani che stano accadendo da qualche decennio.

Per questo occorre vigilare sui modi del cambiamento globalizzante e investire denaro pubblico nella formazione dei giovani e nell’assistenza alle famiglie disagiate. Anche in Italia abbiamo non poco lavoro da fare.

Il Muro di Berlino, la Piazza della “pace celeste”, il comunismo e la democrazia

In cinese è chiamata Tien-an-men, l’immensa piazza di Bejing. Pechino. Un nome poetico, armonioso, antico, derivante da millenarie tradizioni. La storia è scorsa su quella piazza, nei secoli e in anni recenti.

La data che ricordiamo più di altre, relativa a quella piazza, è il 4 Giugno del 1989. In quell’anno, qualche mese dopo, sarebbe avvenuto un altro fatto, di importanza storica fondamentale, il 9 Novembre 1989 il Muro di Berlino cadde, dopo quasi cinquant’anni. Era stato costruito dal governo della Germania dell’Est nel 1961, in piena Guerra fredda, per separare gli interessi tedeschi ed europei di quella Nazione, nata dopo la fine della Seconda Guerra mondiale che aveva diviso il mondo in due blocchi, divisi da una Cortina di ferro (espressione del cinico Churchill), e soprattutto dell’Unione Sovietica da quelli dell’Occidente, USA in primis. Qui da me in Friuli la Cortina di ferro trovava espressione nel cosiddetto “muretto” di Gorizia, che divideva la nostra città da Nova Gorica, anche se l’agglomerato urbano non aveva soluzione di continuità.

Il Muro di Berlino (in tedesco: Berliner Mauer, nome ufficiale: Antifaschistischer Schutzwall, in italiano: “barriera di protezione antifascista”) era un sistema di fortificazioni atto ad impedire la libera circolazione delle persone verso la Germania Occidentale. Era lungo 156 km e alto 3,6 metri.

Fu il simbolo di una divisione del mondo che andava ben oltre la separazione fisica tra le “due Germanie”, poiché rappresentava una distinzione e un’avversione tra due sistemi inconciliabili, teoricamente e anche praticamente, per un lungo periodo.

E dunque, ricordiamo meglio ancora un altro episodio fondamentale della storia recente: fra il 3 e il 4 giugno 1989, le proteste dei giovani per ottenere dal regime comunista maggiore libertà e democrazia a Pechino furono represse nel sangue da esercito e polizia. L’immagine scolpita nel cuore di tutti è quella del ragazzo che disarmato fronteggia il primo di una fila di carri armati in assetto da battaglia… in una piazza civile, contro civili. Ma vi sono regimi che ritengono di detenere la verità morale, civile, politica ed economica, per cui ogni manifestazione contraria è – secondo loro – “contro il popolo”, ecco! contro il popolo! Perché il popolo è (sarebbe) la congerie di duemila o tremila boiardi che si riuniscono nella cattedrale del partito fra un profluvio di bandiere rosse come il sangue che spargono. Tutti uguali, fermi ad applaudire ovvietà e noia.

Quella, in quei casi, non è la bandiera rossa del socialismo umanistico, quando veramente i lavoratori erano schiacciati da uno sfruttamento bestiale, come nelle fabbriche studiate da Engels a metà ‘800.

Già a metà aprile 1989 erano iniziate proteste studentesche di grandi dimensioni e anche scioperi della fame, forma di lotta inusitata a quelle latitudini. La legge marziale e l’intervento dell’esercito fu la conseguenza di quel movimento. A Pechino in quei giorni stava per arrivare in visita ufficiale Mikhail Gorbacev, e i capi cinesi (dopo le dimissioni del segretario del partito comunista Zhao Zhiyang) Deng Xiaoping, il leader riformista-realista, ma comunista fino all’osso, e il primo ministro Li Peng ordinarono la repressione della protesta di Piazza Tienanmen.

Il Rivoltoso Sconosciuto, uno studente di cui non si seppe mai il nome, solo e disarmato si parò davanti ai carri armati, fotogramma immortale.

Di quell’evento in Cina non si può ancora parlare, pena sanzioni gravi e la perdita del proprio status. Ora neppure a Hong Kong, dove l’accordo su “un solo Paese due modelli socio-economici” ora è messo in questione dalle autorità cinesi.

USA e Cina sono forse ora le due Nazioni più potenti del mondo, almeno economicamente, perché la Russia è pari agli USA militarmente.

Il caso di George Floyd e l’anniversario di Piazza della Pace Celeste ci rammentano la strada che l’uomo pensante, il sapiens sapiens, nome auto-attribuitosi, deve ancora fare per diventare quello che può essere come doppiamente sapiens. Meno male che i paleoantropologi hanno scoperto che nel nostro genoma di sapiens sapiens vi sono tracce significative di Neanderthal, così anche quelli che pensano (anzi il loro non è vero pensiero) in termini razzisti forse hanno qualcosa di diverso su cui riflettere.

Il 2 Giugno e l’appartenenza: ognuno di noi appartiene a… “qualcosa”: a se stesso (con dei limiti), alla famiglia, al proprio territorio, alla Patria (si può dire o lasciamo che lo dica solo la destra politica?), all’azienda dove lavora, a una religione, a una associazione, a una squadra di calcio… ad libitum

La morte crudele di George Floyd sta scuotendo l’America, e paradossalmente può perfino giovare a Trump. Io penso che Trump abbia battuto Hillary Rodham Clinton, non solo perché il sistema elettorale americano è quantomeno strampalato, ma perché nell’America profonda albergano ancora sentimenti razzisti, e diffusi non poco.

L’appartenenza

Non solo i suprematisti bianchi, nazistoidi e fascisti, ma anche altre fasce di popolazione civile negli USA conservano – nel profondo – sentimenti ancora razzisti, che sono come incistati in una memoria antica, vorrei dire quasi da annettere a una sorta di genetica storica.

Ora, la scelta peggiore del Presidente americano potrebbe essere quella di mandare le “Troops“, cioè la polizia militare, che è abituata a scenari di guerra esterni, e dunque non al controllo di vie e piazze metropolitane.

In realtà, il malcontento americano ha ragioni profonde, che vengono da molto lontano: Rosa Parks che si rifiutò negli anni ’50 di cedere il suo posto in bus a un viaggiatore bianco, l’Act emanato dal Presidente Johnson che parificò i diritti tra le etnie bianca, afroamericana e ispanica, la lezione di Martin Luther King, ucciso per le sue lotte, e anche di Malcolm X, morto allo stesso modo, ma anche la presenza nello sport delle glorie americane di innumerevoli neri, basti pensare al basket e all’atletica leggera, dove quei “tipi” umani dominano, e tali ragioni non bastano.

In America, nell’America della grande campagna, della provincia di mille e mille piccole comunità locali, vive ancora un sentimento nutrito di razzismo, di appartenenza a una visione insopprimibile di superiorità bianca, e di malcontento per ogni violazione di questo convincimento quasi scritto nel sangue. E poi vi è un’altra componente: lo spirito della frontiera in America non si è spento: non è molto diverso da quello che aveva abituato la gente ad impiccare un colpevole di abigeato, fino a fine ‘800: se rubavi un cavallo a Wichita o a Tombstone nel 1881, potevi essere condannato a morte per impiccagione sulla pubblica piazza, poiché il cavallo, in quelle terre “selvagge” (per i bianchi), era condizione di vita o di morte per il suo possessore.

Se ci si vuole documentare ulteriormente sulla cultura razzista americana, e sulle cause socio-culturali dei delitti razziali, come quello di Rodney King del 1992, si trovano tracce in qualcosa che si muoveva nell’immediato dopoguerra negli Stati del Sud come le Slave Patrols (pattuglie schiaviste), presenti nella composita Nazione fin dalle misure antirazziste del Presidente Lincoln nel 1865. Se nel 1868 i cosiddetti Codici Neri avevano posto nella Costituzione federale le norme volute dal grande Presidente, nel 1888 le Leggi Jim Crow riportavano la situazione a prima di Lincoln. E così si andò avanti per quasi un altro secolo durante il quale, fono alle misure emanate dal Presidente Johnson, il linciaggio di un nero non veniva in alcun modo punito.

Per gli Americani la Patria è questa congerie potente di sentimenti e di spirito di appartenenza, vale a dire che la Patria americana, quella dei Padri pellegrini e della conquista dei territori contro Inglesi, Francesi e Spagnoli, è qualcosa di sacro, di mitologico, di eterno. Per questo il loro patriottismo si esprime nelle guerre, anche in quelle di liberazione, che hanno liberato anche noi, e in quelle che si sono convinti fossero di liberazione, ma erano altro, di pericoloso e dannoso, come la Seconda Guerra del Golfo, per la quale George W. Bush,
supportato dal “deficiente” Blair, imbrogliò il suo popolo, che si fece imbrogliare, però.

Il 2 Giugno è la Festa della repubblica. Il Presidente Mattarella si è detto “(…) fiero del suo Paese“. Mi sono chiesto perché non abbia detto “fiero dell’Italia” oppure “fiero della sua Patria“, cioè perché il termine “Patria” non si riesca a dire nelle più alte sfere, lasciandolo in uso alla destra. Oggi lo griderà Meloni in Piazza del Popolo.

Ti ricordo, mio gentil lettore, su suggerimento della collega professoressa Anna Colaiacovo da Pescara, che l’ultimo Presidente della repubblica che usava correntemente la dizione “Patria” fu Carlo Azeglio Ciampi, certamente non uomo di sinistra, ma senz’altro non di destra, garbato, colto e sincero democratico.

Io sono di sinistra (moderata) e non temo di nominare l’Italia come mia Patria. Provo senso di appartenenza per la Patria, senza sentirmi per nulla di destra. Sono passati 75 dalla fine del fascismo, anzi 77, e qualcuno ha ancora paura di parlare di “Patria”. Si pensi che due o tre anni fa scrissi su questo tema una lettera al Presidente, il quale mi rispose con un biglietto di suo pugno, con molto garbo e riconoscenza. Ma tant’è.

Commitment è il termine anglofono di dire l’appartenenza in azienda, quando si scelgono gli item per le analisi del clima. Ebbene, i lavoratori sono quasi sempre orgogliosi di appartenere all’azienda dove lavorano, la sentono “loro”, quasi come “propria”, parlano dell’azienda dove lavorano dicendo spesso “la mia azienda”, sapendo bene che l’aggettivo possessivo non significa che la possiedono in senso proprio, ben conoscendo i principi della proprietà privata, che apprezzano e stimano. Nella mia non breve esperienza di frequentazione di aziende, di cui alcune molto importanti e di cospicue dimensioni, sia nei momenti “normali”, sia nei momenti difficili o addirittura drammatici, i lavoratori hanno sentito la “loro azienda” ancora più “loro”, come Bene comune da salvaguardare prima e al di là di ogni cosa. E qui ricordo, senza citarla ancora, una delle aziende che mi sono più care, con la quale collaboro da più di un decennio, quando due anni e mezzo fa fu colpita da un gravissimo incendio: bene, tutti i dipendenti si strinsero attorno all’imprenditore e, insieme, la fecero rinascere più grande e forte di prima.

Questa è l’Appartenenza con la A maiuscola!

Un altro modo di “appartenere” è quello del tifo sportivo, specialmente quello calcistico, in questa tipologia caratteristica soprattutto dei maschi. Fanno male i politici che amministrano il settore a sottovalutare questo tipo di appartenenza. Nella vicenda calcistica di questi mesi e settimane ho sentito il Ministro dello sport affermare di essere ministro dello sport, non del calcio. Che significa questa sottolineatura scontata? Che c’è una sorta di vezzosa o snobistica avversione per questo sport, che in Italia è, non solo il più popolare, ma anche lo sport che con i suoi incassi garantisce anche agli altri sport opportuni finanziamenti attraverso lo Stato e il Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

Posso parlare anche dell’appartenenza a qualche scuola filosofica. Anche in questo ambito vi sono persone e colleghi che ritengono la loro propria impostazione ideologico-teoretica la unica degna di studio e di attenzione, mentre le altre sono solo sottospecie incomplete, imperfette o addirittura dannose. E’ vero il contrario: ogni modello di pensiero umano, dispiegatosi nella storia, dai naturalisti pre-socratici, ai grandi Greci da Socrate, ai Padri della chiesa cristiana antica, ai Medievali, fino ai Moderni (da Galileo e Descartes), fino ai contemporanei, il pensiero umano, qui in Occidente come in Oriente ha rappresentato il modello per ogni riflessione critica e logico-argomentativa, indispensabile per il progresso scientifico e per il miglioramento del lavoro e della vita umana. Chi tra i pensatori odierni (questa strana e dannosa scuola annovera – in particolare – grazie a Dio fra pochi altri, un filosofo francese, mio collega nella filosofia pratica, con il quale non ho quasi nulla da spartire) ritiene che tutto si risolva tra un e un no, uno 0 e un 1, una x o una y, ponendo l’alternativa secca, binaria, tra due poli / estremi, fa un grave danno al pensiero, poiché la realtà è molto più complessa e di faticosa e paziente comprensione. Il manicheismo, cioè una visione del mondo e della vita morale umana impostati dal sacerdote persiano Mani, è stato nell’antichità cristiana, (III, IV e V sec.) un grave momento di scontro con il cristianesimo, che era più dialogico e dialettico, basato sui Vangeli e sulla grande tradizione filosofica greca platonico-aristotelica e stoico/ scettica (quest’ultima rinvenibile, anche, tra le righe, nei loghia (detti) di Gesù di Nazaret, mia personale opinione teologica, così come sono riportati dagli evangelisti). Ci sono ancora dei “manichei” odierni, che pensano di avere sempre ragione e che gli altri abbiano sempre torto. Costoro, questi moderni manichei, sono dei settari che fanno del male prima di tutto a se stessi, e poi agli altri e alle strutture dove operano.

Se infine parliamo delle religioni, troviamo ulteriori esempi di come l’appartenenza non deve mai essere connotata da assolutismo e fanatismo. La grande storia racconta in tema molte drammatiche vicende, ad esempio, in Oriente tra Indù e Musulmani che si scannarono per secoli, e soprattutto nel bacino mediterraneo, tra Cristiani e Islamici, su cui ci sarebbe molto da dire, ma anche tra Cristiani e… Cristiani: basti ricordare la Guerra dei Trent’anni (1618/ 1648) fra Cattolici e Riformati, cioè fra Nord e Sud Europa, che provocò centinaia di migliaia di morti. Ci volle la Pace di Westfalia per trovare un modus vivendi decente. E ad oggi questa storia è tutt’altro che terminata. L’islam negli ultimi decenni ha conosciuto un’involuzione terroristica che ha trovato precisi e drammatici agganci e concause in politiche economiche e militari dell’Occidente, soprattutto a guida USA, ma anche a guida degli ex paesi coloniali come la Francia (guerra civile di Libia dal 2011) e la Gran Bretagna (Seconda Guerra del Golfo, con la nefanda politica di Tony Blair).

Potrei continuare, ma mi pare basti. Il tema dell’appartenenza, dunque, è importante, fondamentale, maledettamente serio, sia per l’umana convivenza sia per la crescita civile, morale e culturale delle persone, di tutte le nazioni e di tutti i continenti della Terra.

George Floyd è morto, ucciso per strada a Minneapolis, nell'(in)-civile America (?)

Derek Chauvin, poliziotto 46enne, da 19 in polizia, ha ucciso George Floyd tenendolo bloccato a terra con un ginocchio sul collo, dopo averlo ammanettato. Il filmato di un passante sottolinea l’inesorabile decisione del poliziotto di continuare nella sua azione, nonostante il povero uomo catturato si stesse lamentando che non respirava più “I cannot breathe, I cannot br...”

Arrivata l’ambulanza George è morto.

In un primo momento, con la prima autopsia, è stato insinuato che Floyd fosse cardiopatico e quindi indebolito, mentre l’autopsia successiva, indipendente, ha confermato quello che si è visto davanti al mondo: che George Floyd è morto per soffocamento meccanico dovuto alla pressione del ginocchio del poliziotto durata almeno dieci minuti. Si tratta di omicidio, se di primo o di secondo grado, secondo l’ordinamento penale americano, lo stabilirà una giuria popolare, sempre se il procuratore vorrà proporre gli esiti di tutte e due le autopsie..

Sono stupìto ogni volta che accade un fatto del genere. Non ce la faccio a rassegnarmi che il metodo western sia ancora vivissimo negli USA. Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha chiesto perché l’omicida non fosse in carcere per omicidio, intanto. Poi è stato incarcerato con l’accusa di omicidio preterintenzionale, cioè non voleva ucciderlo: si è realizzata – come si dice in filosofia – un’eterogenesi dei fini.

Mi chiedo che cosa abbia prodotto tutto ciò e c’è da pensare molto, con l’aiuto di psicologia, sociologia, storia, cultura, politica, filosofia morale… umanità.

La polizia americana ha una tradizione di brutalità: circa 1000 morti all’anno al momento della cattura o nei dintorni.

Altre cronache però mettono in vista altri aspetti sulla Polizia americana, come quelli del rischio che corrono nella lotta alla delinquenza. Molti poliziotti perdono la vita facendo il loro lavoro. E dunque, quando si pensa e si esamina il caso di George Floyd, non si può non pensare anche al contesto sociale, culturale e politico in cui le cose avvengono.

A volte pare che in America la cultura razzista sia ancora ben radicata, senza voler dire che il Ku Klux Klan sia ancora quello che era in Georgia e in Alabama negli anni ’50 e ’60. E anche che il West selvaggio sia ancora ben presente nel pensare e nel fare “americano”. Uso ancora questo aggettivo scorretto, “americano”, perché ci si capisce bene. Statunitense è troppo lento.

Il corpaccione del poliziotto che ha causato la morte di Floyd è un emblema di quel modo di “fare” pubblica sicurezza, uno stile, un mood.

Ora le strade di Minneapolis e di altre città americane sono in subbuglio.

Si può definire, di fronte a questi eventi, in-civile l’America statunitense? E’ legittimo? Che cosa significa essere civili? Avere accettato alcuni principi etici fondamentali: a) lo stato di diritto e quindi l’uguaglianza sostanziale tra tutti gli esseri umani tra loro e nei confronti dello Stato, innanzitutto, quello nato dalla Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo partorito dalle due grandi Rivoluzioni di fine ‘700, a loro volta ispirate, più prossimamente dall’Illuminismo di un Montesquieu, e prima ancora dalla dottrina biblico-paolina (cf. Genesi 1, 27; Lettera ai Galati 3, 28; Lettera ai Colossesi 3, 11), principi ribaditi poco più di settant’anni fa dopo la Seconda Guerra mondiale; b) la parità di diritti tra uomini e donne, faticosamente conquistata, ma non del tutto e non ovunque, come sappiamo (si pensi che il diritto di voto alle donne in Italia risale solo al 1946!); c) l’uguaglianza di opportunità di studio, lavoro e crescita individuale e sociale; e, se vogliamo anche altre declinazioni più precise dei diritti&doveri dell’uomo.

Intere aree del mondo e nazioni non conoscono, né applicano questi principi, tuttora, e ciò è un tema e problema centrale di questi decenni che viviamo. Le donne avranno un ruolo principale nella “liberazione” da queste catene fisiche, politiche e da panìe culturali insopportabili.

Su questo tema potrebbe essere utile rileggere perfino il nostro Mazzini, filosofo politico un poco dimenticato, che scrisse “Dei diritti e dei doveri“, quando di diritti si parlava ancora molto faticosamente, a partire da quello della libertà individuale e sociale, e della connessa giustizia, senza la quale la libertà stessa è indebolita e… afona.

E dunque, tornando al povero George Floyd, quanto civile è la grande e democratica America, che è stata indispensabile nel XX secolo per sconfiggere le tirannie più pericolose, ma si è anche persa in politiche e scelte militari sbagliate, o addirittura nefande, come nella guerra del Vietnam e nel sostegno a squallide e tremende dittature militari (ad esempio nella vicenda cilena), oppure interferendo pesantemente nella vita di nazioni come l’Italia, alla luce dei principi geopolitici di Yalta, decisi con due immensi campioni di cinismo politico-morale come Stalin e Churchill?

Domanda lunghissima, che lascia anche me che la ho formulata, senza respiro.

Risponderei che non si può definire in-civili gli Stati Uniti d’America, ma immediatamente occorre dire che molta strada questa grande Nazione deve fare per raggiungere uno standard più equilibrato di vita civile. C’è molto lavoro da fare sul piano culturale, a partire dalle scuole e dalle comunità locali. Le leggi americane sono improntate ai più nobili principi di Libertà e Giustizia, dai tempi dei Padri fondatori come Washington e Jefferson, che pure erano ancora schiavisti, ma cominciavano a pensare all’uomo come un essere parimenti portatore dei medesimi diritti. L’America di Thoreau e di Emerson sta sotto le righe dell’America crudele e competitiva, e ancora razzista tra le pieghe dell’anima di molti.

Occorre che anche quell’America emerga alla luce, in ogni città, in ogni quartiere, in ogni famiglia: così allora casi come quello di Minneapolis, Minnesota, non accadranno più. Forse.

Furbizia versus intelligenza

Molti scambiano queste due caratteristiche psicologico-spirituali, oppure le ritengono talmente analoghe da apparentarle indebitamente. La furbizia o furberia, come concetto, crea difficoltà a chi voglia collocarla nel novero dei vizi o delle virtù. Può apparire virtù, se serve a salvaguardare chi la usa da pericoli e rischi, ma può altrettanto apparire come un vizio se viene utilizzata per l’inganno a scapito di qualcuno e a favore di chi la usa.

Secondo alcuni linguisti la parola furbo deriva dal francese “fourbe” (ladro). Ma secondo altre più recenti ipotesi la parola “furbo” verrebbe dal latino fur-furis” (ladro) trasformatosi poi, fra il IV e il VI secolo d.C., in ”furvus”, voce attestata anche con il significato di ”nero, fosco, buio”.

L’intelligenza o, nel classico linguaggio dei filosofi, l’intelletto, è la facoltà raziocinante, la capacità di “leggere-dentro” le cose (dal latino intus-legere, da cui intellectus, cioè intelligenza). A volte si nota che le persone intelligenti sono poco furbe: già questa constatazione è illuminante sul fatto che si tratta di due caratteristiche umane, e anche animali, molto differenti. Non dimentichiamo che anche degli animali si può dire, in vario modo, che sono intelligenti e/ o furbi. Un’intera aneddotica mitologica ne parla, da Esopo a Gianni Rodari: il leone, il gatto e la volpe (Collodi), il cane, il cavallo, la pantera e la tigre (Kipling), l’orso, i paperi, i topi (Disney). E via dicendo.

L’antropomorfizzazione degli animali, con riferimento a intelligenza furbizia è nota. Di seguito ho scelto di pubblicare alcuni aforismi non banali in tema.

La furbizia è l’idea che lo stupido ha dell’intelligenza. (P. Caruso)

Pino Caruso è stato un comico, ma mi pare che qui sia stato molto filosofico: la comicità è un’arte che ha molto a che fare con l’amore-per-la-vera-sapienza.

La furbizia è un surrogato truffaldino dell’intelligenza. Se questa riscuote più credito, quella ottiene più successo. (R. Gervaso)

Roberto Gervaso è stato un giornalista di vaglia, anche se di orientamento politico a me per nulla affine, epperò qui coglie nel segno.

Che la furbizia sia caratteristica servile, e mai signorile, è la sola fondamentale scoperta politica che milioni di italiani devono ancora fare. (M. Serra)

Michele Serra possiede un’arguzia tagliente, come quella di certi aforisti rinascimentali.

I furbi ci fottono sempre al momento giusto, nel posto giusto, col sorriso giusto. Camminano con sprezzo anche sopra la loro merda. (Charles Bukowski)

Lo scrittore americano non lesina l’uso di termini popolari, per modo di dire: anche la merda va bene per chiarire i concetti.

È più facile che sia furbo un cretino che un intelligente. (Roberto Gervaso)

…e questa è la peggior punizione del furbo.

Quando tra gli imbecilli ed i furbi si stabilisce una alleanza, state bene attenti che il fascismo è alle porte.
(Leonardo Sciascia)

…attenzione, attenzione!

La mia totale mancanza di furbizia mi condanna ad un’esistenza irragionevolmente e svantaggiosamente onesta. (I. Bauer)

Ida Bauer dissimula molto bene un dispiacere che non prova, perché sa che nulla paga di più di una coscienza onesta, nella vita.

La furbizia non è una qualità né troppo buona, né troppo cattiva: oscilla tra il vizio e la virtù. Non c’è incontro in cui non la si possa e, forse, non la si debba sostituire con la prudenza. (J. de La Bruyere)

Jean de La Bruyere, da buon uomo dell’età barocca, ama interloquire con circonlocuzioni che mettono il lettore nelle condizioni di dover pensare, e al cosa è molto utile, specie di questi tempi.

Quasi nessuno scopre mai che le sue azioni feriscono davvero gli altri. La gente non migliora, diventa solo più furba. Quando diventi più furbo, non smetti di strappare le ali alle mosche, cerchi solo di trovare dei motivi migliori per farlo. (S. King)

Stephen King ha ben presente come è l’umano, quando sfiora il demoniaco e la malvagità, lasciando l’amaro in bocca, con poca speranza. Non nulla, ma molto poca.

Il motivo per cui stupidi e furfanti se la cavano meglio al mondo di uomini più saggi e onesti è che sono più vicini al carattere generale dell’umanità, che è null’altro che un insieme di inganno e stupidità. (S. Butler)

Samuel Butler manifesta un pessimismo quasi cosmico, sfiduciato praticamente del tutto nei confronti dell’umano.

Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. I furbi si fanno sostituire.
(R. “Freak” Antoni)

Umorismo fine quello di “Freak” Antoni.

La furbizia è la sorella stupida dell’intelligenza. (Paola Poli)

Più aforismatica di così…

Io mi sono allenato per 20 anni, ho avuto una carriera lunghissima come velocista, ma non mi sono mai neanche strappato. Invece, se avessi fatto uso di steroidi anabolizzanti, mi sarei strappato chissà quante volte. Lo sport deve rimanere l’ultimo baluardo del tessuto sociale per quanto riguarda il rispetto delle regole. Insomma, tra gli atleti deve vincere il più bravo, non il più furbo. (P. Mennea)

Pietro Mennea è un pedagogista morale naturale. Il grande atleta che è stato si riflette come una metafora sulla dimensione esistenziale di ciascun uomo libero e pensante.

In Italia quella tra cittadino e legalità è una relazione sofferta, la cultura di questo Paese di corporazioni è basata soprattutto su furbizia e privilegio. (G. Colombo)

L’antico giudice milanese, praticando da tutta la vita persone dedite alla violazione delle leggi, si è fatta un’idea monocorde, penso non condivisibile, dell’Italia.

Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro. (G. Prezzolini)

Quanto mancano persone come Prezzolini al nostro tempo, in mezzo a tanto inutile e pericoloso “politicamente corretto”!

L’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. (I. Svevo)

La metafora equazionale di Ettore Schmitz sta in piedi come una analoga algebrica.

La verità è che è più furbo scappare. Lo scontro migliore è quello che eviti. Ma io non ho mai sostenuto di essere furbo. Solo ostinato e ogni tanto irritabile. (L. Child)

Ecco che Leo Child specifica ciò che è meglio essere, piuttosto che furbo, Sono d’accordo, pienamente.

La furbizia non è un aspetto dell’intelligenza, ma la faccia nascosta della disonestà.
(P. Caruso)

Il comico siculo, conoscendo dal vivo molta disonestà, afferma con chiarezza da che parte sta, proprio guardandosi in giro dove vive e più in generale.

L’imbecille totale è preferibile a chi mette la furberia al servizio della stupidità. Il primo, di solito, è innocuo; il secondo, pericoloso a se stesso e agli altri perché, scambiando la furberia per intelligenza, non capisce quanto sia stupido. (R. Gervaso)

L’acutezza gervasiana penso qui raggiunga un suo culmine, poiché è una verità centrale sapere che chi pensa di essere intelligente perché è furbo, in realtà è proprio uno stupido.

L’italiano ha un tale culto per la furbizia che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. (G. Prezzolini)

Concludo con questo divertente paradosso del grande Prezzolini, al quale perdoniamo qualche appartenenza (o quasi) politica, anche solo per la sua intelligenza simpatica.

Furbizia e intelligenza, quindi, non sono neppure sorelle e neanche cugine, ma due caratteristiche mentali differenti, là dove ciascuna qualità può essere comunque utilizzata con correttezza. Anche nei vangeli troviamo accenni alla furbizia, senza che ciò significhi doppiezza e ambiguità immorali. Basti considerare il loghion gesuano che si trova in Matteo 18, 3: «Se non diventerete come i bambini non entrerete nel Regno dei cieli», aveva appunto ammonito Gesù.

Un altro locus evangelico troviamo in Luca al capitolo 16 (1-13), dove una parabola racconta di una utile e “virtuosa” astuzia: «il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza». La lode narrata da Gesù appare non come una sorta di sorprendente giudizio immorale, ma come un riconoscimento della scaltrezza come qualità di sopravvivenza.

Non dimentichiamo infine anche le lodi del Maestro di Nazaret a certi comportamenti astuti del serpente, invitando l’uomo ad imitarlo, ma mantenendosi puro come colomba (cf. Matteo 10, 16), per vivere con intelligenza.

Ciò che non si ri-genera… de-genera (Edgar Morin)

Mi pare che il filosofo e sociologo francese Edgar Morin colga nel segno con un aforisma una grande “verità”. Se in una crisi non vi è la capacità di riconsiderare i pensieri e i comportamenti precedenti, il rischio è di un declino certo della struttura colpita dalla crisi stessa.

rigenerazione cellulare

I soggetti coinvolti solitamente desiderano innanzitutto “tornare come prima“, ma è uno sbaglio. Si pensi a come si esce da una malattia individuale, da una guerra, sia pure locale, da un terremoto, da un’alluvione, da un incendio… Sono tante e tali le conseguenze psicologiche e pratiche che “tornare come si era prima” è impossibile, anzi il solo pensarlo è stupido.

Ora si pone il tema del dopo-Covid 19: tema complicato e… paradossalmente bellissimo. Sì, bellissimo.

Vediamo che cosa significa “rigenerare”, termine mutuato dalla fisiologia vegetale, animale (e umana): tornare ad una struttura che sia di nuovo integra in tutte le sue parti, organi e funzioni.

Da un punto di vista spirituale si ritiene che la “ri-generazione” possa essere costituita da una condizione di grazia, come si può dire nell’ambito della dottrina teologica cristiano cattolica (mediante il battesimo e la riconciliazione); altrettanto, però, si può dire di un recupero di dignità morale a livello sociale, come nel caso di persone che hanno conosciuto il carcere.

“Degenerazione”, invece, può significare processo di decadimento, decadenza, rovina, regresso, degradazione, deformazione, anormalità, alterazione… Ecco, forse il termine più adeguato sotto il profilo filosofico è “deformazione”, cioè perdita-della-forma, poiché gli altri termini elencati non sono sinonimi, ma coprono aree semantiche solo in parte condivise tra loro e con il termine principale.

Edgar Morin ritiene che la “forma” non possa essere mantenuta per sempre, ragione per la quale occorre pensare al cambiamento come condizione necessaria del percorso vitale, una sorta di Itinerarium mentis in hominem, parafrasando san Bonaventura da Bagnoregio (nel titolo del suo testo maggiore, Bonaventura, ispiratore della mia espressione, pone il nome di Dio, Deum, in luogo di quello dell’uomo), una via della mente che abbia come fine la piena realizzazione dell’uomo, secondo le sue possibilità, in base ai suoi talenti, là dove la parabola evangelica matteana può incontrare addirittura, da un lato il concetto di potenza/ possibilità versus atto di matrice aristotelica, e dall’altro la stessa volontà di potenza di Federico Nietzsche.

E poi la forma, come essenza e sostanza metafisica di ogni ente. E’ evidente allora come ogni ri-generazione si ponga come una ri-partenza da una forma in crisi verso una sua ri-organizzazione/ ri-strutturazione/ ri-conversione. Ecco: lo dico a chi non ha esperienza di economia aziendale. I tre termini testé elencati sono le modalità classiche del cambiamento organizzativo di un “ente economico”, come l’impresa (intra-presa) umana destinata a produrre reddito mediante la produzione di beni e la prestazione di servizi.

I tre termini di economia aziendale significano, nell’ordine: a) riorganizzazione come modifica organizzativa che utilizza le medesime risorse umane, logistiche e finanziarie già a disposizione; b) ristrutturazione come processo che non solo fa conto, in tutto o in parte delle risorse sopra elencate, ma abbisogna di nuove, soprattutto in termini di macchine e impianti, richiedendo così, molto spesso, investimenti finanziari significativi; c) riconversione, infine, descrive il più radicale processo di modifica dello status quo ante, poiché prevede una autentica rivoluzione perfino del prodotto/ servizio finora offerti. Un esempio è il caso di un’azienda che ha prodotto fino a un certo punto componenti in plastica, e in seguito si mette a produrre generi alimentari. L’esempio, molto radicale, calza perfettamente.

Nel processo di ri-generazione che sembra a questo punto necessario per evitare la degenerazione, si può prevedere ognuno dei tre processi sopra descritti nelle forme progressivamente di sempre più radicale modifica.

Non si fa fatica a tenere questo esempio così hard, così economicistico, per buono anche se messo a confronto con la dimensione antropologico-umanistica, psicologica e morale della persona. L’uomo stesso, in certe situazioni e momenti, ha bisogno di ri-generarsi, riorganizzando il pensiero, ristrutturando le proprie convinzioni e addirittura (ri)-convertendosi, al fine di compiere azioni maggiormente virtuose, epperò sapendole prima pensare. Siamo così alla metànoia, alla conversione, alla rigenerazione del cuore e della mente, in un momento come quello che stiamo vivendo, caro lettor mio!

Il cambiamento nella libertà della scelta, la libertà della scelta nel discernimento, sono i due processi della ragion logica indispensabili per ri-generare ciò che per le più varie ragioni può essersi nel tempo degenerato. Non si deve temere il cambiamento, pena un inevitabile processo di fossilizzazione e di decadimento.

Chi teme la ri-generazione è lo spirito pauroso, conservatore dell’inutile, di scarsa vista e pre-videnza, poiché il naturale flusso delle cose e della vita umana porta al cambiamento, sotto ogni profilo, da quello fisico a quello mentale. Chi non accetta questo percorso naturale è destinato a degenerare, senza possibilità di rimedio, subendo la volontà e le convenienze altrui. Il coraggio di cambiare è un coraggio naturale, tipico di chi vuole diventare-se-stesso, senza timore di mettersi in gioco, accettando il confronto con gli altri, che possono avere talenti e intelligenza superiore o inferiore, comunque di tipo diverso, e alla fine riconoscendo la possibilità degli altri così come la propria, di vivere e di crescere.

Il rischio della paura del cambiamento è presente in tutte le strutture organizzate, a partire dalle imprese economiche: colà spesso alberga il timore di cui sopra, che i vertici, se sono accorti, devono smascherare e togliere di mezzo, nell’interesse per il Bene comune, se questo è il condiviso Valore.

Una primavera piena di vento

…ci sta regalando questo 20 “quasi” 20, ultimo anno del secondo decennio del terzo millennio, poiché sarà pienamente 2020 solo alle 24.00 del 31 Dicembre prossimo venturo. Ricordo la mia ira quando, in vista del e durante il Capodanno del 2000 molti si esaltavano per l’arrivo del Terzo millennio, e io ad affannarmi a dire che no, no e no, perché quello era l’ultimo Capodanno del Secondo millennio. Niente. Duri (di cervice) al pezzo dell’insipienza. Anche diversi laureati nel novero, pergiove! Perfino un dottore in matematica e informatica.

Ogni santa mattina, quando guardo fuori prima delle sette i rami e le foglie vibrano, scossi dal vento. Se esci e la temperatura sfiora i venti gradi, ti pare più bassa, perché l’aria è fresca, come nelle prime primavere della vita.

Una primavera che ci porta via Ezio Bosso, ma no, non ce lo porta via, semplicemente ora è in un “altrove” ancora più presente di prima, solo senza dolore. Il vento è come un messaggio che viene da molto lontano, specialmente il nostro Vento dell’Est, da pianure sconfinate, da oltre fiumi immensi come il Danubio e il Dniepr, forse anche dal Volga e dall’Ural. Si chiama buriàn, che diventa bora a Trieste, appena di qua del confine. confine

Ecco, è mancato Ezio Bosso, in questa primavera piena di vento, ma la musica vive per sempre. La sua musica e la musica in generale. La musica è come il vento, che viene e che va, “Il vento va e poi ritorna“, scriveva Wladimir Bukovskj affacciandosi sulla steppa dalle finestre di casa sua. Di là viene il buriàn che supera l’immensa pianura sarmatica e i monti Carpazi, per infilarsi poi nella Krajina furlana attraverso il Passo Zagradan sul monte Kolovrat, onusto di storia. E di poca gloria, per noi Italiani.

Lo racconto in molti modi questo percorso del vento. Lo ho raccontato e lo racconterò ancora, mio caro lettor paziente.

Lo ho incontrato ieri pomeriggio su qualche rettilineo della Bassa furlana dove andai in bicicletta, fidandomi del controllo dei dolorini e della resa dei muscoli. Ho rivisto le sorgive acque dello Stella, l’Anaxum latino di Plinio, con tutte le sfumature del verde, color naturae pictus, sorpassando famigliole e pedoni viandanti. Li ho salutati tutti, ricevendo in cambio un sorriso, diversamente da qualche mese fa, quando ognuno andava muto e diritto per la sua strada, disattento al suo simile che gli veniva incontro.

In montagna ci si saluta sempre, man mano che cresce l’altitudine, e la fatica e gli erti sentieri selezionano gli esseri umani. Un giorno fui sulla cima di un monte, il dolomitico Averau, che era ripido da dove lo avevo salito, una ferrata lungo un camino di circa 400 metri, e comodo, accessibile perfino alle automobili, dall’altra parte. Là in cima vi era un rifugio e signore in pelliccia a prendere il sole. Non ebbi cuore di salutarle. Mi facevano pena. Snobismo il mio, o il loro?

E’ cambiato anche il silenzio, più pieno, quasi come in un deserto di verde e di acque correnti. E queste giornate infinite contengono tutto quello che vuoi fare: scrivere, parlare, muoverti, comprare qualcosa, telefonare a qualcuno che non senti da tempo, dialogare con i mezzi telematici che fan risparmiare lavoro e fatica. Giorni lunghissimi di maggio, in attesa di giornate ancora più immense, quando giugno prelude all’estate.

Osservare Venezia nello splendore ineguagliato della sua storia, e le piazze di Napoli e il Duomo mediolanense, possente, bianco come un angelo di pietra. Ascoltare Francesco che si ricorda di tutti, uno per uno, mestiere per mestiere, vita per vita, fatica per fatica. Ricordarsi di due ricorrenze: i 50 anni dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori che il ministro Brodolini volle e il prof Giugni redasse.

Morì poche settimane dopo il compagno Giacomo e fu immediatamente accolto nel paradiso dei giusti, secondo il mio parere di teologo/ filosofo eticista. Un ateo cristiano, come molti uomini e donne buoni; i cent’anni dalla nascita di papa Karol di Polonia, da Wadowice, il coraggio, la determinazione, la testimonianza. Papa Wojtyla ci mostrò la dignità della vita, quella fine di marzo 2005, appeso al Crocifisso, mentre il cardinale Ratzinger, con in mano la Croce, il Venerdì Santo denunziò la sporcizia presente nella Chiesa stessa, Sancta et Maculata, Sancta et Meretrix, sulle tracce di sant’Agostino; così come lo stesso, da papa Benedetto, ci mostrò la dignità del lavoro, dell’impegno responsabile (ingravescente aetate, ricordo ancora quell’ablativo assoluto che scosse molti, vale a dire, ad sensum, “essendo il lavoro di pastore sempre più faticoso da sopportare alla mia età“), e lui, da lavoratore della mente e della cultura non voleva essere sopportato come un peso. Preferì il ritiro della preghiera, primo compito del pastore di anime.

Penso che anche il quotidiano comunista Il Manifesto, che lo aveva salutato, quando fu eletto, come “Pastore tedesco”, volendo significare in metafora che quell’uomo era un custode rigoroso, anzi rigido, della Tradizione, del Depositum fidei, e del Magistero della Chiesa, ebbe modo di apprezzare quella decisione ispirata a una profonda umiltà e senso di responsabilità personale.

Il card Ratzinger riuscì anche a farmi mandare un apprezzamento e un plauso quando ricevette il mio libro sull’Eros nella Bibbia, non per iscritto, ma tramite un messaggio Whattsapp. Ricordo che fu lui, così anziano e “tradizionalista” secondo molti, ad inaugurare l’account twitter “pontifex”, alla faccia di chi lo ritiene un mero passatista. Non è così: chi ha buona volontà, legga le sue chiarissime Lettere encicliche Deus Caritas est e Caritas in veritate, per capire chi è veramente quest’uomo colto e umile. E la biografia in tre volumi di Gesù di Nazaret, lettura per tutti.

Questa è la mia primavera piena di vento, che passa ogni giorno diverso che il buon Dio ci manda.

Il cielo e il mare di Marco

Marco è un homo faber. Maestro della fisica e della forgia. Alla lontana mio parente, con lo stesso cognome. Di famiglia di homines fabri, ama la vita e il lavoro. Ospito lui come altri amici, perché il suo spirito è consentaneo a quello che da anni informa questo mio sito.

Prima di dare la parola al caro amico Marco, è d’uopo un chiarimento di carattere etico, deontologico e culturale: in calce allo scritto di Marco ho scelto, proprio per rispetto del mio amico, di ospitare anche il video di Scardovelli. Ciò non significa che io sposi la linea di pensiero di questi, anche se ammetto tranquillamente che diverse tesi da egli sostenute nel video stesso, sono per me condivisibili.

Questa scelta ha due aspetti e si fonda su due ragioni ben chiare: a) il rispetto e l’ospitalità per le idee altrui, anche se non condivise o non del tutto condivise; b) la promozione della dialettica civile, di cui ho trattato nel post precedente, anche al fine di ampliare il mainstream delle idee che vengono diffuse tramite i media.

Un buongiorno con i colori di questa alba a quanti mi leggono.

Sì, lo so, siamo tutti sommersi da immagini ed informazioni di ogni tipo, ma anche a costo di essere importuno, voglio promuovere il piano che troverete nel link allegato.

Vi spiego cosa mi spinge a farlo: fin da giovane, per mia natura, ho sentito la gravosità di una Umanità prigioniera e sofferente, poi da grande ho capito che siamo schiavi di ideologie, dogmi, paure indotte ecc. Ho cercato allora percorsi di libertà interiore, di sviluppo dell’anima, di espansione della coscienza ed ho conosciuto Maestri che mi hanno alleggerito ed accompagnato, aiutandomi a dare un senso al mio viaggio su questa Terra.

Ho trovato molto, ed ho pianto quando ho visto da vicino le miserie mie e dell’Umanità, ma ho anche intuito ed intravisto la potenza dell’Amore che genera l’armonia della bellezza e della Vita.

Ora, ritengo che i percorsi personali, seppur indispensabili, non siano sufficienti a generare un futuro dignitoso e umano per noi tutti; chi non lo avesse ancora percepito deve rendersi conto che siamo in una fase molto delicata dalla quale nessuno può sapere come ne usciremo. Gli eventi stanno precipitando e serve un’accelerazione della consapevolezza ed un aumento della fiducia in noi stessi e in un futuro virtuoso possibile, serve capire chi siamo veramente e smetterla di alimentare il nostro Ego a discapito della nostra Essenza.

Servono Maestri e Guide, figure rare in questa epoca, quindi c’è la necessità di attivare il Maestro che è dentro ciascuno di noi e rimanere in ascolto ognuno a modo suo. Dobbiamo aprire gli occhi e uscire dai fraintendimenti e dalla realtà virtuale in cui siamo finiti, bisogna smetterla di farci impigrire dal divano e sedare dalla televisione.

Se per molti individui lo scopo della vita è rimanere rinchiusi in una situazione controllata dagli altri, così non è per me e cedo loro il mio posto!

È anche nostro dovere pretendere di avere una formazione ed una informazione seria, corretta, fatta da persone che agiscono ascoltando la propria anima, che hanno a cuore il benessere dell’Umanità e non brama del suo dominio.

Considero Mauro Scardovelli una di esse e mi auguro che il suo piano abbia successo, che sia ascoltato, così come Paolo Maddalena, Giuliana Mieli, Rossana Becarelli e molte altre persone eticamente valide.

Forse la divina provvidenza ci ha proposto il dramma che stiamo vivendo e, come ogni ostacolo nella vita c’è qualcosa da imparare se lo si valuta con onestà, forse l’insegnamento è proprio quello di aprire gli occhi, di sforzarci di capire che siamo tutti correlati ed interdipendenti con tutti ed il tutto, altrimenti la Natura ci scarterà come ha già fatto con molte altre specie, ritenendoci dannosi per questo meraviglioso ed unico pianeta Terra.”

Mandi, Marco

La dialettica serve per analizzare, discutere, approfondire, concordare

Cari lettori,

non possiamo esimerci dal trattare – di questi tempi nei quali il pensiero critico, che è largamente in crisi, deve essere ripreso – il tema della dialettica, come arte della discussione fra diversi.

I tempi che viviamo sono di crisi profonda dell’umano che, da un lato ha un po’ perduto l’abitudine al ragionamento logico, dall’altro si sta dotando di strumenti sempre più sofisticati, per lavorare e per innovare: ad esempio, l’Intelligenza artificiale (A.I.), rischiando di perdere di vista la sua primazia decisionale, se si illude che la “macchina” possa sostituirlo anche oltre l’ubbidienza meccanica ai programmi informatici e agli algoritmi necessariamente predisposti da egli stesso (l’uomo). In questa situazione forse si pone anche l’esigenza di considerare una dimensione aggiornata della Scienza etica, aggiungendo una “famiglia” alle varie già esistenti, come l’utilitarismo, l’edonismo, il deontologismo, il culturalismo, l’emotivismo, il finalismo, etc., intendo l’algoetica: ovvero l’etica degli algoritmi, che non possono mettere a repentaglio quella Finalistica, dove l’uomo è il Fine e non mai il mezzo dell’agire libero (ancora e sempre Kant!).

La dialettica si colloca fra i più praticati strumenti logico-argomentativi della filosofia, insieme con l’analisi, l’analogia e la sintesi. In dialettica si pongono in relazione due tesi differenti basate su assiomi anche contrapposti. Platone, nei suoi Dialogi, la simboleggiava mettendo di fronte a discutere due personaggi, e quasi sempre uno dei due era Socrate, e dunque Socrate versus Eutifrone, Socrate versus Gorgia, Socrate versus Protagora o Alcibiade, etc., ambedue gli interlocutori impegnati nella ricerca della… verità. Nientemeno.

Platone e Aristotele discutono animatamente (bassorilievo di Luca della Robbia)

Come sempre parto dall’etimologia. In greco antico dialettica deriva dal verbo dià-legein (cioè «parlare attraverso», ma anche «raccogliere») + tèchne, vale a dire l’ “arte” del dialogare, e del raccogliere, riunire insieme.

Prima del grande Ateniese, però, già i pensatori Eleati, come Zenone, allievo di Parmenide, avevano sperimentato questa modalità di discussione. Egli utilizzava la dialettica per confermare le sue dimostrazioni per assurdo, al fine di provocare un contrasto forte con l’interlocutore, e giungere alla “verità” usando il principio di non contraddizione, come in questo caso: l’essere è e non può non-essere e, conseguentemente, il non-essere non è e non può essere. L’arma dialettica usata dagli Eleati erano i paradossi, cioè racconti apparentemente assurdi, ma in realtà perfettamente logici.

Tornando ai Dialogi platonici, osserviamo come Socrate si muove dialetticamente cercando e trovando contraddizioni nel pensiero altrui, cogliendone le debolezze argomentative e le tautologie. In questo modo, ad esempio, nel dialogo Eutifrone, confonde il suo interlocutore, il quale dà il nome al dialogo, quando questi definisce la pietas come virtù solamente divina, mentre Socrate gli ricorda che gli Dèi olimpici sono più impegnati a litigare fra loro invece di curare i bisogni degli esseri umani che li invocano. Di fronte alle argomentazioni socratiche, Eutifrone non può ammettere solamente le più robuste ragioni di Socrate, specialmente quando il Maestro gli mostra che, se si dovesse ammettere la pietas degli dei bisognerebbe anche – altrettanto – ammettere la loro em-pietas (empietà), la quale cosa sarebbe contraddittoria e perciò assurda.

Il modo di procedere socratico-platonico ha un nome preciso, la maieutica, cioè la capacità e il metodo di scavare in profondità nelle affermazioni espresse, individuandone i punti di debolezza e le contraddizioni logiche, che perciò stesso sono inaccettabili. In tal modo, secondo Socrate, si può percorrere la strada della verità, scopo primo e ultimo della filosofia.

Su una posizione completamente diversa si ponevano i sofisti, tra i quali i nomi maggiori sono quelli di Protagora e di Gorgia: per costoro, non era importante cercare e trovare la verità delle cose, obiettivo che implica la scelta di un’etica dedicata al Bene, ma semplicemente essere capaci di convincere gli altri, in ogni caso, come conviene nell’interesse privato. In altre parole, per costoro, l’arte della persuasione, o eristica, era più importante del conseguimento della verità. Per Platone costoro non erano neppure filosofi, ma filo-dossi, cioè ricercatori che si fermavano all’opinione (da dòxa, cioè opinione, in greco antico) che poteva fare al caso loro. Non altro.

Primo studioso della dialettica, si può considerare Platone, il quale attraverso essa riteneva possibile individuare il molteplice al fine di procedere per successivi approfondimenti analitici fino all’idea (della cosa), cioè alla sua realtà più profonda, e vera, che si struttura in una sua unità imprescindibile.

Per Platone la dialettica era l’espressione più pura della filosofia stessa, e manifestazione di quella attività desiderante che egli chiama, senza tema, direttamente eros. Per lui l’eros è il motore del mondo e delle vite di tutti gli uomini e donne. Eros come desiderio di sapere per bene agire, (sarà la recta ratio agibilium di Cicerone, Seneca, Agostino e Tommaso d’Aquino) per vivere una vita veramente virtuosa orientata al Sommo bene.

Ecco: il vertice di ogni tendenza esistenziale è la ricerca del Bene, come Fine ultimo e come obiettivo di tutta la Conoscenza (si pensi qui ai famosi versi danteschi “Nati non fummo… , ma per seguir virtude e canoscenza). Il Bene è dunque il massimo di “essere” di ogni cosa e di ogni vita. Ma questo procedimento è utile anche per la conoscenza del mondo sensibile. Un esempio: per avere un’idea del colore, bisogna prima avere un’idea del bianco e del nero, del rosso e dell’azzurro, del verde… e così via. Vi è una gerarchia ascendente nel processo conoscitivo dell’intelletto umano, e questa gerarchia viene conosciuta solo mediante una progressione concettuale, che semplifica e definisce sempre meglio i concetti.

La dialettica è la metodica indispensabile per costruire un percorso atto a conoscere tutte le relazioni del molteplice, per giungere a una ricostruzione logica di questi collegamenti che stanno a fondamento della realtà. Epperò, per Platone, la più alta forma di conoscenza è la via dell’intuizione, che precede addirittura l’esperienza, attraverso la ricerca delle contraddizioni e la confutazione (che si definisce, in logica, attività elenctica) delle illogicità e degli errori.

Aristotele, dopo Platone, pur tenendo conto della lezione del suo maestro, introduce altri elementi. Ad esempio, pur accettando la modalità della dialettica, egli introduce la logica, che lui chiama analitica, per studiare il metodo deduttivo, che prevede l’uso del sillogismo, che diverse volte ho proposto in questo mio sito. Aristotele propone dunque la dialettica come sapere che concerne le opinioni, mentre la logica la ricerca della verità.

Gli stoici cercano di mettere vicino la logica e la dialettica, sostenendo che questa è la «scienza del vero e del falso, e di ciò che non è né vero né falso», in senso sia deduttivo sia ipotetico. Con questa scuola filosofica la dialettica non si basa più solo su assiomi ritenuti “veri”, ma accetta qualsiasi premessa, per poi dirimere nella discussione la veridicità degli asserti che man mano vengono scambiati e alla fine anche condivisi tra gli interlocutori. Le frasi ipotetiche introdotte da un se, oppure da un poiché, o da un ovvero, potevano così entrare a pieno titolo nel modo della ricerca della verità tramite la dialettica.

La fiducia nel lògos, in qualche modo, era fiducia nell’umana intelligenza, che sarebbe stata sempre capace di dirimere il vero dal falso, il buono dal malvagio, il giusto dall’ingiusto, il corretto dallo sbagliato.

La filosofia medievale si colloca all’interno delle sette arti liberali, Veniva presentata agli allievi degli studia come una materia letteraria che curava la logica: dialettica, allora, era quasi sinonimo di filosofia, sulle tracce dei grandi latini Cicerone e Seneca, di Agostino e di Severino Boezio, Tommaso d’Aquino è stato il grande maestro di quei tempi. Dialettica era al tempo pressoché sinonimo anche di razionalità, per cui chi la praticava era chiamato proprio “dialettico”, cioè filosofo, cioè logico. Essa serviva anche ad indagare le verità di fede nella Teologia scolastica. A quei tempi, però, non mancavano gli anti-dialettici, i quali ritenevano che i dogmi della fede, e quindi la Teologia, dovessero esser tenuti rigorosamente distaccati da ogni procedimento logico. Iniziava allora il lungo e faticoso dibattito tra scienza fede, che è durato, possiamo dire, fino a papa Paolo VI.

Verso la fine del XVIII secolo Immanuel Kant si dedicò alla dialettica intendendola come una logica dell’apparenza, per cui la ragione non può pretendere di avere una conoscenza generale se prescinde dai fenomeni. La dialettica serve dunque a smascherare gli inganni di una conoscenza solo “trascendentale” e non fenomenica.

Fichte e Schelling considerarono la dialettica come esercizio critico capace di far sì che l’Io del soggetto (umano) riesca a conoscere il rischio, assolutamente da evitare, che ciò che non ricade sotto il suo dominio, possa essere scambiato per realtà o addirittura per verità indubitabile, certa ed evidente, incontrovertibile. Epperò la dialettica, per questi idealisti, che riprendono in parte il pensiero platonico, è e rimane un mezzo della conoscenza, non potendo – di per se stessa – cogliere l’Assoluto, poiché l’Assoluto è in qualche modo creatore-di se-stesso, mentre Chi crea il mondo è l’Io, e non altri attori.

Siamo nel centro dell’Idealismo tedesco dell’800, che tanto avrebbe dato alla filosofia, ma anche ispirato interpreti di male intenzioni, nel secolo successivo.

Fichte fu il primo, poi seguito da Hegel, a introdurre la triade in sequenza «tesi, antitesi, sintesi», poi ripresa da Schelling nel trattato del 1795 L’io come principio della Filosofia o sul fondamento della conoscenza umana. Questo Io, per i due pensatori, si può intuire contrapponendo Spirito e Natura, dove il polo soggettivo dello Spirito, appunto, intuisce in modo trascendentale la verità delle cose, ma senza riuscire a centrare completamente l’obiettivo, nella prassi quotidiana: solo l’intuizione estetica, quasi come un’anticipazione gestaltica (se il lettore non considera tale accostamento un puro azzardo teoretico)

Sicuramente è stato Hegel a completare una sorta di ri-fondazione della dialettica. Egli la portò ad essere, da strumento e mezzo della filosofia, ad essere la filosofia stessa, per la conoscenza della verità. E con ciò si distaccò nettamente dall’uso e dalla concezione che di essa aveva la tradizione platonica, dai tempi del Maestro ateniese.

Dio stesso, per Hegel, si può manifestare essenzialmente attraverso la dialettica, mostrandosi per quello che è, Sintesi suprema dello Spirito nella Storia. La tavola successiva può spiegare le differenze radicali fra l’antico idealismo classico e quello ottocentesco.

Cito una breve definizione, che mi pare chiara: “Mentre la logica classica partiva da un punto A del tutto a priori rispetto all’esito del ragionamento (B), nella dialettica hegeliana il flusso logico che va da A a B torna a convalidare la tesi iniziale in una sintesi onnicomprensiva (C).

Per Hegel l’atto della conoscenza, che è gnoseologico, cioè di “critica della conoscenza”, diventa perciò stesso ontologico. Conoscere e pensare l’essere diventano la stessa cosa. Una rivoluzione che mette in crisi tutta la filosofia precedente, traendo il suo fondamento da Descartes, che pose il pensiero di sé come auto-fondativo della conoscenza (penso dunque sono). Il fondamentale principio classico di non-contraddizione viene messo così in mora. La logica formale, per il tedesco, perde di consistenza per una logica che si può definire sostanziale.

Mi permetto di dissentire almeno in parte, nel mio piccolo, in quanto la “formalità” è ciò che dà sostanza alla conoscenza e alla sua definizione, appunto, formale. A mio parere si può accettare che il flusso (di chiara origine eraclitea) proposto dagli idealisti tedeschi fra tesi/ antitesi/ sintesi (continuamente iterato) possa essere plausibile, poiché pone in serie un ordine conoscitivo progressivamente sempre più capace di avvicinarsi alla verità, ma, di contro, ogni risultato parziale mantiene la formalità del flusso logico, che è ordinato e ripetitivo. In altre parole la statua terminata di Canova o di Rodin (per non citare sempre nei miei scritti il David michelangiolesco), è una sintesi formale, così come è stata raggiunta in situazione, nei limiti dell’umano, pur nell’intuizione eidetica dell’arte scultorea.

Certamente, la dialettica a spirale di Hegel può rispondere meglio di quella classica, più rigida, al processo conoscitivo che è dinamico, come peraltro ha mostrato la rivoluzione scientifica da Galileo in poi, poiché esprime una dinamicità che rappresenta meglio il divenire della storia umane e anche le vicende dei singoli esseri umani, ma ciò non toglie che ogni tesi raggiunta necessiti di una pausa formale, come accade nel respiro polmonare, per cui dopo la coppia inspirazione/ espirazione si dà (si può dare) un momento di pausa, quasi riflessiva del corpo che, pur vivendo di movimenti involontari è pur sempre governato dal pensiero: l’uomo può anche trattenere il respiro: si pensi ad esempio al nuoto in apnea… Ecco, mi pare si possa dire che anche nel processo logico-dialettico occorrano momenti di apnea, per riprendere poi il flusso vitale (conoscitivo).

Vale la pena, però, di ricordare come Schelling, notoriamente avversario teoretico di Hegel, diversissimo da lui, più “romantico” e meno accademico, manifestò il suo disaccordo dal più affermato professore (che peraltro era un teologo di formazione), denunziandone un limite fondamentale: per Schelling, come ben spiega il caro collega Giorgio Giacometti nel testo del suo Dottorato di Ricerca, Giorgio Guglielmo Federico Hegel finiva con lo scambiare ciò-che-è-soggettivo per oggettivo, e in particolare la nostra percezione degli oggetti, che “dice” e conferma la loro irriducibile differenza e diversità: non sono gli oggetti stessi, ma la nostra percezione, a renderli unici, anche se costruiti in serie, essendo l’Io l’Assoluto creatore di ogni cosa percepita.

Come si può dare torto a Schelling se ognuno di noi “vive” le cose in modo differente da ogni altro. Chi come me prova i brividi dovuti alla presenza del “sacro” davanti alla parete del Monte Peralba? Certamente molti appassionati di montagna, ma di sicuro in modo diverso da me: i brividi del sacro sono i miei, solo i miei. Il divenire, per Schelling diventa storia, perché questo divenire è Dio-stesso-che-si-fa-storia. Siamo certamente di fronte, sotto il profilo teologico, a un panteismo che echeggia non pochi legàmi con la tradizione orientale, specialmente hinduista, ma senza procedere lungo la strada facilissima del sincretismo.

Soeren Kierkegaard non credeva alla triade hegeliana, perché a suo parere incapace di cogliere, ad esempio, le contraddizioni di un’etica che sia chiaramente declinata in base alle virtù umane e cristiane. Fare il bene, per il filosofo danese, non può essere il mero risultato di un movimento dialettico, ma esito di una scelta consapevole della ragione e del cuore. Non tanto, dunque, un et-et, ma un inevitabile aut-aut.

Nelle sue Considerazioni inattuali, Friedrich Nietzsche contesta a Hegel la pretesa di ordinare tutta la conoscenza e tutta l’infinita congerie delle “cose della vita” in un sistema/ struttura/ costrutto assolutamente ordinato, perfetto, nel senso di concluso, finito, e perciò… “morto”, ché in latino il participio passato perfectum significa appunto de-finito-finito-morto.  Per il pensatore di Roecken la cultura tedesca è caratterizzata anche da idoli pericolosi, che giustificano in qualche modo – sempre – ogni accadimento della Storia, come se fosse, non solo ineluttabile, ma necessario, nel senso etimologico del termine: necessario, dal latino nec-cessat è un qualcosa di inevitabile e di “giusto”. Nietzsche non può accettare che l’uomo, con la sua possibilità di cambiare per diventare se stesso, con la sua volontà-di-poter-essere-(diventando)-quello-che-è (la volontà di potenza bene intesa), sia come imbalsamato in un flusso di eventi sui quali non ha alcun potere.

Karl Marx fu hegeliano secondo la sua visione del mondo e della storia cui i filosofi avrebbero dovuto applicarsi, ma non soltanto per conoscerle, bensì per cambiarle, e in modo rivoluzionario. Il filosofo di Treviri non si pose il problema di Dio se non per criticarlo come una nozione inutile e anche dannosa (che strano, un ebreo ateo, ma millenaristico, a sua… insaputa. Il Vangelo di Gesù è più potente di qualsiasi grande pensatore, si vede).

Il suo materialismo storico fu chiamato dal suo collega e amico Engels materialismo dialettico, tanto per tornare nel flusso della storia del pensiero filosofico che qui sto richiamando. Le classi sociali, la borghesia e e il proletariato, sono i due soggetti che nella triade (sempre hegeliana, idealista, pertanto, caro dottor Marx, non sei riuscito a scappare dall’idealismo!) si confrontano e si scontrano, necessariamente (qui emerge di nuovo, oltre all’involontario maestro, Hegel, anche il vecchio grande Baruch Spinoza); due soggetti che si contrappongono nell’ambito della dialettica fra strutture economiche e sovra-strutture culturali. Ed è la rivoluzione sociale e politica il momento in cui la dialettica si avvera, in un cambiamento radicale della società e della storia. Poi sappiamo come è andata a finire.

Arthur Schopenhauer, agli inizi del XIX secolo, anch’egli, come Schelling, anti-accademico (però molto geloso di Hegel), volle distinguere in modo netto la logica, sola disciplina preposta alla ricerca della verità, dalla dialettica, che deve essere intesa come l’arte del discorso e della persuasione: si può dire che nella sua visione torna in campo l’eristica dei sofisti antichi, vale a dire la capacità di mostrare la validità delle tesi sostenute, non tanto perché fondate su verità incontrovertibili, ma sull’abilità di ottenere ragione. Secondo questo filosofo un po’ strano,e molto amato nei salotti dove si preferisce la lettura di aforismi piuttosto che di tesi strutturate (è più facile e meno faticoso) sarebbe più importante prevalere in una battaglia verbale, specie davanti ad un pubblico (in questo modo sembra echeggiare i nostri talk show, piuttosto che la lectio magistralis documentata e rispettosa delle fonti). A tale scopo lo Schopenhauer propone ben trentotto metodi dialettico-retorici evinti dai filosofi classici.

La sciando qui perdere Croce, a mio parere filosofo sopravvalutato, due parole su Giovanni Gentile voglio proporre. Il filosofo siciliano, abbattuto dalla stupidità settaria, torna a quella parte del pensiero idealista ottocentesco (più di Fichte che di Hegel) che apprezza il ruolo della coscienza come principio del reale, ma come atto (di coscienza), solo modo e ambiente nel quale è possibile conoscere. Il pensiero, per Gentile, deve essere sempre attivo e pensante, in tutte le sue dimensioni anche psicologiche, non solo logiche, mentre il pensiero pensato ha il limite della sua finitezza temporale. L’attualismo gentiliano, si può dire, è una delle “forme” filosofiche più interessanti e foriere di sviluppo della contemporaneità, anche per la filosofia pratica, che frequento assieme ai miei colleghi di Phronesis. Ovviamente, questo è il mio parere, che confronto volentieri con i colleghi in un ambito associativo dove sono di casa tutte le scuole filosofiche, se proposte con rispetto e capacità di ascolto. Mi piace essere considerato un aristotelico-tomista con sensibilità kierkegardiane, nietzscheane, gentiliane e perfino severiniane. Non a caso sono un rispettoso lettore del mio conterraneo padre Cornelio Fabro, tomista-kierkegardiano, sacerdote cattolico e pensatore libero (non libero-pensatore).

In teologia ho interesse per Anselmo, ma anche per l’agostinismo-tommasianesimo, senza trascurare Karl Barth e Joseph Ratzinger. La teologia scientifica, per me, non si oppone frontalmente a quella “negativa” o apofatica, tipica della mistica medievale. Dio, pertanto, è e resta l’interlocutore dell’uomoche-pensa-se-stesso e pensando se stesso si accorge (cioè, etimologicamente, si corregge) della sua finitezza di “ente”, e del fatto che il suo “essere-un-ente-finito” rinvia a un “essere” non finito, o infinito: qui la dialettica platonica, la maieutica, ma anche quella idealistica ottocentesca, possono convivere con la filosofia realista della tradizione aristotelico-tommasiana senza anacronismi antiscientifici e sincretismi buonisti. Anche Heidegger, con il suo concetto di verità come alètheia, o non-nascondimento, può aiutarci a comprendere l’assoluta Grandezza.

Percorrendo l’ultimo tratto della storia della dialettica, anche se con mille e mille limiti, mi imbatto in Jean-Paul Sartre, che scrisse una Critica della ragione Dialettica, atta a spiegare la sua adesione al marxismo comunista, ma evitando il profilo assolutista e settario della dottrina marxiana. Non riuscì a non farlo. In ogni caso, per Sartre “l’uomo è condannato a essere libero”, e pertanto trovò nello stalinismo una buona ragione per staccarsi progressivamente da quelle dottrine. Questa libertà si esprime, appunto, nella inevitabile dialettica che esiste tra le diverse posizioni espresse nel pensiero soggettivo. Per lui non può darsi alcuna costrizione al pensiero, per cui l’idealismo hegelian-marxiano diventa una gabbia insopportabile. La libertà è assoluta e incondizionata (noi sappiamo che non è vero, e questo è uno dei limiti del pensiero sartriano). Il filosofo francese resta comunista ma non filosoficamente, essendo fortemente contrario al determinismo che comportava soprattutto la versione engelsiana del marxismo.

L’uomo, secondo Sartre, non è una realtà-in-sé, ma una realtà-per-sé, vale a dire un ente che resta libero (nei limiti dei flussi circostanziali e di vettori non controllati dal soggetto, nota mia) di essere un per sè, proiettato al di là di se stesso, alla ricerca di un valore fondante che tuttavia ricerca sempre senza trovarlo mai.

Sartre è a-teo, e pertanto non si pone l’entità di Dio come Fine. 

Evito, infine, di citare la Scuola di Francoforte e Karl Popper, per fermarmi all’autore che mi pare abbia portato un ultimo contributo originale alla storia della scienza dialettica, cioè Sartre.

Il mio impegno, limitato e imperfetto, nella redazione di questo breve saggio, serve per contribuire a riportare al centro dell’interesse intellettuale di chi vuole e di chi può tra coloro che mi leggono con pazienza, il tema della dialettica come sapere strutturato e complesso, profondo e onesto, a fondamento della qualità relazionale e dei suoi strumenti comunicativi.

Silvia Romano, o di ciò-che-è-possibile: la “realtà” dei sogni e anche dei pro-getti, dell’immaginazione e della fantasia creativa, tutte manifestazioni della “verità”, anche nelle storie più drammatiche e angoscianti

Sicuramente Silvia Romano, liberata dopo oltre 500 giorni di prigionia nei covi di Al Shabab, dall’intelligence italiana e – pare – con il decisivo ausilio dei Turchi, ci rende tutti pieni di gioia e in purezza di cuore.

Però… e l’avversativa non è casuale, come puoi immaginare, mio gentil lettore.

Non voglio nascondertii quello che scrissi quando fu rapita: grosso modo su questo blog affermai con una certa durezza: “sarebbe stato meglio che si fosse dedicata agli anziani non autosufficienti di Treviglio o di Rho,
invece di andare in Africa“.

Una battuta istintiva, forse ispiratami dal fatto che Silvia è coetanea della mia Beatrice, e quindi mi sono immedesimato in suo padre. Un delitto aver pensato e scritto quanto sopra?

Chi non è padre (o madre) non può immaginare che cosa significhi una figlia. Semplicemente il destino di una vita, la persona di gran lunga più importante, fin da quando è stata “immaginata” (io immaginavo di voler/ poter avere una figlia da quando ero adolescente, lo dicevo a tutti, peccato che chi lo sapeva, mia povera mamma Luigia, non è più qui per confermarlo), e poi nata (me presente e attivo nella sua venuta al mondo esterno, mentre solo sua Madre era presente nel momento misterioso e inafferrabile della sua venuta al mondo… interno, come zigote), e cresciuta in corpo, mente e spirito, e accolta da un uomo, cui si è affidata.

Invece, la Vis imaginativa di Silvia, la sua generosità e il suo altruismo la hanno portata in Kenia, nell’Africa profonda, e oggi riceve, non solo l’affetto di tutta Italia, ma anche l’approvazione per la scelta fatta a suo tempo, oltre che dai “governanti” che in pompa magna (eccessiva, ma la politica dell’immagine ha le sue ragioni, no?) la vanno a “raccogliere” a Ciampino soprattutto per visibilità mediatica, e poi da parte del dottor Gino Strada (costantemente votato alla politicanza), da Saviano (eh, ci mancava!), da Fazio (che sicuramente la ospiterà nel suo invidiato programma di prima serata), da uno scrittore sopravalutato come Erri De Luca; penso anche da don Ciotti, prete cattolico molto “aperto” (tra qualche altro presbitero nostrano, il cui nome qui non faccio, ma chi mi conosce sa bene chi intendo), certamente tra molti altri. Sul fronte “opposto” si scateneranno i forti lai salviniani (questa volta non direttamente suoi, forse qualcuno ultimamente gli ha consigliato di modificare i suoi toni solitamente urlati) e meloniani, talmente prevedibili da essere stucchevoli.

Capisco razionalmente tutto, ma non condivido l’insieme della vicenda, dalla scelta iniziale al suo esito nel brutto barracano islamico verdastro (nulla a che vedere con i tradizionali coloratissimi bei vestiti femminili della tradizione somala), impostole dai delinquenti nazifascisti che l’hanno rapita, specialmente se queste missioni non sono supportate da misure di sicurezza maggiori di quelle che offre il Kenia in un villaggio a sessanta km da Malindi.

Tutti sappiamo che una disgrazia può accadere a chiunque, ovunque e in qualsiasi momento, in modo tale da poter perdere la vita. Ma, un rapimento o una morte violenta sono più probabili dove la situazione locale, socio-politica, etnica e militare è particolarmente difficile, per ragioni obiettive conosciute. Dopo la Seconda Guerra mondiale si usa dire che abbiamo vissuto 75 anni di pace, ma non è vero, perché in questi tre quarti di secolo abbiamo vissuto decine di guerre locali e regionali che hanno fatto milioni di morti: basti ricordare la Guerra di Corea nei primi anni ’50 e quella del Vietnam, dal ’63 al ’75, più o meno dalla presidenza Kennedy alla presidenza Nixon, che provocò oltre un milione di morti tra i Vietnamiti e 60.000 tra i soldati Statunitensi.

Il vicino Oriente, poi, dal ’48 a oggi è stato un teatro di guerre e guerriglie continue, per il conflitto Israelo-Palestinese (1948 – 1967 – 1973, etc..), la guerra Iran-Irak che fece un milione di morti, le due Guerre del Golfo dei due Bush e del falsario Blair. E in Africa ricordiamo, tra altre, le storie terribili delle guerre congolesi negli anni ’60 e quella tribale fra gli Hutu e i Tutsi in Ruanda negli ’80, che provocò due milioni di morti.

E abbiamo ben presente la – a noi vicinissima – Guerra balcanica negli anni ’90, che tolse la vita a quasi 400mila persone; e poi quella siriana, più recente, con mezzo milione di morti. Non dimentichiamo mai l’11 settembre 2001 americano e la conseguente Guerra infinita in Afganistan. E le dittature violente in Sudamerica (Cile, non Venezuela, caro Dimaio!), e altri orrori, come la strage cambogiana perpetrata dal criminale Pol Pot e dalla sua cricca di delinquenti, guerre e guerriglie fatte senza alcune dichiarazione formale, come usava la diplomazia politico-militare fino alla Guerra ’39/ ’45.

E torniamo da noi, per parlare di Silvia. Lei è andata in zone infestate da terroristi e sedicenti guerriglieri islamisti (falso-islamici, e lo dico da un punto di vista, sia teologico sia socio-politico, nonché etico).

Silvia ha deciso di rischiare ed è andata laggiù, venendo rapita da un gruppo organizzato, probabilmente una banda che opera border line, tra traffico di armi e di droga, il quale manteneva rapporti “affaristici” con gruppi più politico-militari come i kaedisti di Al-Shabaab. Indubbiamente Silvia è una ragazza forte e determinata, sicuramente preparata e disponibile a rischiare qualcosa, anzi molto, della sua vita. Ciò che è successo non sono ora in grado di qui descrivere. Un anno e mezzo da rapiti può essere molto dura, specialmente per una giovane donna, che rischia, oltre alla vita, anche il rispetto del suo essere-donna. Non conosciamo i dettagli del trattamento riservatole, anche se lei di primo acchito ha affermato di essere stata trattata bene, e probabilmente li conosceremo tra qualche tempo.

Vi è poi la tematica religiosa: a me pare sia stata costretta alla “conversione” all’Islam, metodica tipica di queste situazioni, anche se lei afferma che è stata una scelta spontanea e libera. Restando sul teologico-religioso, vengono in mente i casi storici dei primi cinque secoli di Cristianesimo, certamente fino al dominatum di Diocleziano, ma anche in certi casi un poco oltre, qui evitando di citare le lotte intestine al cristianesimo, che causarono migliaia di morti, almeno fino alla lotta iconoclasta del VIII/ IX secoli. La storia dei “testimoni” capaci di farsi uccidere per non abiurare alla loro fede, ci racconta in modo accurato, nei cosiddetti “martirologi” quello che successe in molti casi, ma anche queste storie andrebbero ri-studiate, perché la vulgata catechistica non le ha presentate correttamente, almeno fino al Concilio Ecumenico Vaticano II. Per la dottrina cristiano-cattolica non vi è nessun problema se si è costretti alla “conversione” con le minacce e la violenza: Santa Madre Chiesa è accogliente, sempre, verso chi ha subito violenza.

In questi casi la differenza la fa, come sempre, la persona, l’individuo, che ha capacità del tutto soggettive di sopportazione della paura, del dolore, dell’ignoto che genera un’ulteriore paura… quella della paura, un’emozione-passione tra le peggiori. Non conosciamo Silvia, né la sua capacità di sopportare una situazione senza empatia verso di lei, possiamo pensare, ma non ne siamo sicuri.

La letteratura narrativa e quella psicologica parla di una famosa sindrome, quella detta “di Stoccolma”, per la quale il prigioniero in qualche modo finisce con l’essere perfino solidale con il proprio rapitore e/ o carceriere, visto che è “passata di mano” più volte essendo tenuta in almeno sei luoghi diversi, come ha già raccontato.

Certamente, in vicende tipo quella di Silvia viene meno, ovvero si riduce il potenziale della persona che offre il suo servizio, ed emerge il possibile, cioè ciò-che-può-essere (o capitare), oppure ciò-che-può-non-essere (o capitare). Il possibile è costituito, qui scritto in modo filosoficamente assai approssimativo, dalla somma fra realtà effettuale e realtà virtuale.

Ad esempio, parliamo brevemente della sua “con-versione”, o metanoia, in greco antico. Silvia si è convertita all’Islam, ma da che cosa? da un agnosticismo di tipo giovanil-occidentale o da un cattolicesimo cristiano? e questa religione era prima da lei vissuta in modo tiepido o intenso, convinto? Tante domande che occorre farsi, psicologicamente e filosoficamente. Io non lo so, perché non conosco la sua interiorità spirituale e morale.

Quello che posso dire è che in una situazione analoga non sappiamo che cosa potrebbe fare una qualsiasi ragazza italiana di ventiquattro anni. Può anche darsi, e non so se lo sapremo mai, che la scelta della conversione sia stata fatta per evitare un matrimonio islamico, nella tradizione del quale, la Sharjia prevede come effetto immediato l’adesione della sposa alla fede del marito. Ricordo qui che, tra i Paesi a maggioranza musulmana, solo la Tunisia ha messo in Costituzione il divieto di origine semitico-patriarcale (pre-islamico, lo sottolineo, per una doverosa cura della correttezza storiografica) per la moglie dell’obbligo di aderire alla fede del marito, mentre altre Nazioni cominciano ad adeguarsi a questo principio democratico-liberale, come il Marocco, l’Egitto, l’Algeria e l’Indonesia (ti ricordo, gentile lettore, che l’Indonesia è la più grande Nazione a maggioranza musulmane del mondo).

Non dobbiamo mettere in dubbio la buona fede di Silvia, ma è lecito essere perplessi di fronte a una scelta, peraltro così immediatamente e mediaticamente conclamata come la sua. Ne saranno ammirati stuoli di giovani ragazze, e si metteranno sulle tracce del suo esempio? Ne dubito fortemente.

Altro argomento, in qualche modo collegato al precedente. Anche i sogni, l’attività onirica, fanno parte della realtà, come ben sapevano gli antichi, e in tempi più a noi vicini Sigmund Freud e Karl G. Jung. I sogni sono una dimensione del reale che fa parte della vita umana e della natura psico-fisica di essa.

L’attività onirica, cioè i sogni, oltre che come attività psicologica inconscia, possono essere anche considerati come metafora. Tutti noi sognamo una vita migliore per noi stessi e per i nostri cari e amici.

Silvia Romano ha “sognato” una realtà e un mondo “migliore”, soprattutto per i più fragili e poveri, come i bambini, e si è mossa per questo.

Per lei, ma anche per ciascuno di noi, questa realtà viene veramente generata o “creata” dagli esseri umani. La generazione è un passaggio da una vita a un’altra, un passaggio di vita, mentre la creazione appartiene a due “fonti”: la prima è quella “divina” che nessuno è obbligato a tenere veridica, poiché la fede è un atto, non un frutto del ragionamento logico-argomentativo; la seconda è quella dell’arte, della poesia, della musica. O dell’impegno sociale, come nel suo caso e in quelli di numerosissimi altri/ altre.

In questo ambito, quello dell’impegno sociale, che richiede anche la disponibilità a “rischiare del proprio”, voglio segnalare anche un altro aspetto, quello del comportamento delle Ong/ onlus, la cui correttezza morale e la cui preparazione professionale lasciano molto a desiderare. Nel caso, Silvia era nella savana africana, più vicina gli ippopotami e ai leoni che a un servizio di polizia degno di questo nome, cara fondatrice della Ong marchigiana per la quale lavorava Silvia. Mi auguro che questa drammatica vicenda suggerisca indagini approfondite da parte delle autorità italiane e magari l’adeguamento di una normativa che pare largamente insufficiente.

Ogni progetto, anche quello di Silvia, è come un “secondo sguardo” sulla realtà. Noi esseri umani abbiamo bisogno di due sguardi, il primo sull’immediato istante che accade, e mentre accade, passa, facendo transitare la sensazione del tempo dal passato al futuro, passando per il presente; il secondo è lo sguardo di medio periodo, che presuppone un progetto, che è composto di analisi prima, di sintesi, di decisione e di azione. Bene: mi chiedo se Silvia abbia avuto attenzione per i due sguardi: certamente l’impeto della scelta di andare mostra come abbia utilizzato il primo, ma forse non il secondo.

Ora per lei è tempo, dopo che si sarà riposata, di riflettere per ri-costruire un progetto per la sua vita, avendo la forza e la razionalità per il secondo sguardo, quello che permette alla volontà umana di trasformare il possibile in reale, utilizzando il potenziale, cosicché ciò-che-è-in-potenza possa diventare atto, cioè verità. Anche rispetto alla scelta di fede che si è – in qualche modo – “sentita” di compiere.

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