Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il vento (lo spirito) soffia dove vuole

Giovanni 3, 8: “Il vento soffia dove vuole” sono parole misteriose dette da Gesù al fariseo Nicodemo, durante un colloquio durato probabilmente tutta la notte.

E’ forse lo spirito un po’ come il virus, che colpisce a casaccio? No, certo, e non per timore di essere blasfemi. Pare che il Covid-19 colpisca soprattutto “vecchi” e di già “malati”. Cosa significa oggi essere vecchi? Non certo la stessa cosa di solo mezzo secolo fa, quando se vedevo un collega di mio padre, a sua volta cinquantenne, mi sembrava vecchio. E io che di anni ne ho qualcuno più di cinquanta, mi dicono che non sembro, né sono vecchio, perfino le amiche di mia figlia, che hanno poco più di vent’anni e poi donne di trentacinque/ quaranta/ cinquanta anni. E nonostante la bestia che mi è venuta a trovare due anni e mezzo fa e che io, per il momento, ho fatto accomodare fuori stanza.

Il vento soffia…” Grazie a Dio, E non cessa di soffiare, non si ferma, nonostante il comportamento degli umani sia spesso improvvido e scellerato.

Nella tradizione cristiana Dio è “Amore-creativo”, ovvero “Creatore”, e ciò potrebbe sembrare un termine sentimentaloide o sdolcinato, dove prevale la re-lazione. In altri loci e molte volte ho ricordato come “Dio” sia di difficile se non impossibile definizione. L’ineffabilità del dire-di-Dio è nota e studiata, e meditata, e pregata dal grande misticismo cristiano, islamico, buddista. A Meister Echkart pareva normale chiedersi come l’uomo potrebbe dire di comprendere Dio con le stesse facoltà che usa per comprendere se stesso e il mondo.

Come nella vicenda del profeta Elia, si può udire la voce di Dio (IRe 19), senza capire da dove provenga. Quello che si può comprendere è che Egli soffi, cioè sia dove vuole. A volte appare lontanissimo, e invece è lì vicino a te; a volte dubiti della Sua Essenza/ Presenza, e Lui si manifesta con forza, anche se silenziosamente. Basta che si rifletta un poco e si deve ammettere che non latita, poiché la sua attiva presenza appare nella tua vita con un atto di salvezza (quando scivolai per cinquecento metri sulla neve del Coglians e riuscii a frenare a trenta metri dal baratro, oppure nella vicenda sopra citata, oppure quando mi lasciarono aperta un’arteriola che sboccava sangue rosso, nella notte…). E ad Auschwitz, dov’era? E’ la parte inconoscibile dell’economia di Dio, perché il nostro sguardo è limitato, non abbiamo una visibilità sufficiente per dire qualcosa.

Ora, con questa perniciosa influenza, la domanda ritorna. Si potrebbe allora dire che il soffio dello Spirito sta nel sacrificio dei molti che si occupano a soccorrere chi si ammala, nei loro silenzi, nel loro sudore, nel loro anonimato. La voce, in greco si dice phoné, significa sia parola sia azione, è una idea/ azione, un agire razionale e responsabile che vince sugli egoismi e mette al centro la vita di ciascuno e di tutti, ponendo la sordina al resto, e istruendoci sul fatto che “il resto” contava abbastanza poco, e forse – in qualche caso – proprio nulla. Nulla.

Questo Dio-che-parla attraverso il silenzio e l’agire quotidiano… in silenzio, è più espressivo del dio-liturgico delle messe per abitudine e delle preghiere per attrizione: “Mi pento e mi dolgo, oh mio Dio, perché ho paura dell’inferno, non per averti offeso, offendendo il mio prossimo“. Ecco che la vicenda Covid si fa “teologia del silenzio” attivo e generoso.

Le religioni sono il contorno dell’amore divino/ umano che agisce nei momenti topici, come questo, dove nell’agire si comprende ciò che si deve fare, superando i contrasti e l’egoismo individuale. Siamo chiamati ad agire, nel nostro piccolo, come Abramo, che fu chiamato (gli fu ordinato) ad andare da Ur dei Caldei fino a… non lo seppe mai prima, perché morì durante il lungo, diuturno viaggio, durante il quale gli fu dato Isacco. Gli fu dato da una voce che proveniva da dove? Era forse la voce che avrebbe dato inizio alla storia del popolo ebreo?

Studiando i dati riferiti a quel tempo troviamo che vi è una corrispondenza filologica dei termini “Habiru” ed “Ebreo”, e l’esistenza di dati archeologici che confermano e attestano la presenza degli Habiru nella Mesopotamia meridionale nel II millennio a.C. Abramo (Genesi 11, 31), secondo diversi studi, era un Arameo  o un Amorrita, un Habiru insomma, capostipite di un clan dal quale si originò la nazione ebrea, che aveva vissuto a Ur, e da qui era partito verso nord, prima in Siria poi in Palestina, verso il 2000 a.C. L’anacronismo contenuto nella Bibbia è facilmente spiegabile, se si pensa che nel II millennio Ur era una città sumera soggetta al potere della Dinastia elamita di Larsa. Solo verso il 1100 a.C. i Caldei, le genti di Khaldu, fanno la loro comparsa in Mesopotamia e la battezzarono Chaldea. I cronisti ebrei attribuirono alla città il nome che essi conoscevano, a loro contemporaneo e l’anacronismo ha quindi  una valenza positiva: colloca definitivamente la Ur biblica, luogo natale di Abramo,  nel sud della Mesopotamia, che un millennio dopo fu il territorio chiamato storicamente Chaldea. Lo Spirito / Vento divino, ha spinto Abramo verso la Palestina, verso Canaan, così come oggi sta silente accanto a ognuno di noi, se lo vuol stare a “sentire”. Non basta “ascoltare”, mai, così come non basta “guardare”, ché occorre “vedere”.

Possiamo dire che anche le nostre vite sono come il vento, forti, inarrestabili e anche fragili. Passiamo attraverso rami robusti d’albero e fra tronchi centenari, ma scivoliamo via come le foglie (Si sta come d’autunno…, canta il poeta).

Lo Spirito pone la radicale questione del poter-esser questo o quello, qui o là, insieme o da soli. La solitudine suggerita dalle norme odierne non è “solitudine”, ma solitarietà consapevole, nella quale si possono trovare (si debbono, dove il verbo “dovere” è kantiano) le ragioni di un senso ispirato dallo Spirito, che soffia dove vuole e dove necessita.

Ne la profonda e chiara sussistenza/ …

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza
;

e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ’l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri
.

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ’l mio viso in lei tutto era messo
.

Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige
,

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa
,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Dante esprime, anzi canta la sua fede nell’Eterno Dio-Unitrino, immaginando di “vedere” con gli occhi dell’anima ciò che non è concesso vedere da nessun uomo vivente. La visio dell’Alighieri conclude una serie di visiones che prese avvio, oltre che da numerosi passi biblici, sia del Primo sia del Nuovo testamento, da scritti di molti autori medievali. Ne cito uno fra i tanti: il monaco benedettino Valafrido di Reichenau, che operò a cavallo fra il IX e il X secolo presso la corte carolingia (Carlo il Calvo, nipote di Carlo Magno).

Dante, però, a differenza dei predecessori, osò l’inosabile: immaginare di avere la visibilità della SS. Trinità, non di qualche episodio attribuito a questo o a quel abate, venerabile o beato o addirittura proclamato santo, che fosse.

La Trinità è il Dio cristiano, cattolico, ortodosso, riformato (secondo la storia del cristianesimo), di cui si sono occupati, prima di Dante, i grandi teologi, come Agostino d’Ippona nello specifico ampio trattato. Si pensi che, concludendolo, il grande Africano quasi si scusa con il Signore per avere osato tanto!

Forse la prima indiretta citazione si trova in Matteo 28, 19: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo“.

In Giovanni 14, 26 leggiamo: “Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.”

San Paolo scrisse ai Corinzi nella Seconda lettera 13, 14: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi“.

Senza citare altri passi neotestamentari che alludono alla Trinità, troviamo già a cavallo tra il I e il II secolo espressioni “trinitaristiche” in Clemente di Roma e in Ignazio di Antiochia.

Per riassumere non è corretto affermare che il Padre o il Figlio, in quanto alla divinità, siano due esseri. L’affermazione indefettibile e cruciale della fede cristiana (cattolica, ortodossa e riformata) è che esiste un solo salvatore, Dio, e la salvezza è manifestata in Gesù Cristo, attraverso lo Spirito Santo. Lo stesso concetto può essere espresso in quest’altra forma sillogistica di primo tipo (aristotelica):

  1. Soltanto Dio può salvare (premessa maggiore)
  2. Gesù Cristo salva (premessa minore)
  3. Gesù Cristo è Dio (conclusione necessaria)

…ovvero nell’entimema (sillogismo sintetico): “Dio salva mediante il Cristo in quanto Dio“.

Non è possibile né ragionevole semplificare il concetto più di un tanto. Sant’Agostino esplicita il concetto arricchendolo di paronimi e quasi-sinonimi capaci di dire la Trinità nell’Unità in questo modo: Dio unico si conosce (nel suo Figlio, Verbo, Pensiero, Sapienza) e si ama in esso (Spirito Santo, Amore). E inoltre: non si può avere conoscenza diretta del Padre, poiché egli è trascendente, ma si può “vederlo” solo mediante il corpo di uomo di Gesù.

In ambito teologico viene fatta una distinzione fra la Trinità da un punto di vista “ontologico” (ciò che Dio è) e da un punto di vista “economico” (ciò che Dio fa). Secondo il primo punto di vista le persone della Trinità sono uguali, mentre non lo sono dall’altro punto di vista, cioè hanno ruoli e funzioni differenti. L’affermazione “Figlio di”, “Padre di” e anche “Spirito di” implica una dipendenza, cioè una subordinazione delle persone. Il trinitarismo ortodosso rifiuta il “subordinazionismo ontologico”, affermando che il Padre, essendo la fonte di tutto, ha una relazione monarchica con il Figlio e lo Spirito. Ireneo di Lionee, il più importante teologo del II secolo, scrive: “Il Padre è Dio, e il Figlio è Dio, poiché tutto ciò che è nato da Dio è Dio.” Si tratta, dunque di un “subordinazionismo economico”, altro e altrimenti detto “monarchianismo“, “sabellianesimo“, “patripassianismo“, “docetismo“, a seconda che il concetto ricada sulla persona del “Padre” o su una dottrina teologica.

Affermazioni in tema sono presenti in altri scrittori pre-niceni, cioè prima dello scoppio della controversia ariana (il prete Ario fu il più conseguente e costante detrattore della divinità di Gesù, che per lui non era il Cristo).

San Giustino martire, ad esempio, scrive nell’Apologia dedicata all’imperatore Marco Aurelio o nel Dialogo con Trifone (non ricordo bene):

«vediamo ciò che avviene nel caso del fuoco, che non è diminuito se serve per accenderne un altro, ma rimane invariato; e ugualmente ciò che è stato acceso esiste per se stesso, senza inferiorità rispetto a ciò che è servito per comunicare il fuoco. La Parola di Sapienza è in sé lo stesso Dio generato dal Padre di tutto

Metafora straordinaria, vero, caro lettore? E Ilario di Poitiers, nel suo De Trinitate successivamente afferma:

«Noi non togliamo al Padre la sua Unicità divina, quando affermiamo che anche il Figlio è Dio. Poiché egli è Dio da Dio, uno da uno; perciò un Dio perché Dio è da Se stesso. D’altro lato il Figlio non è meno Dio perché il Padre è Dio uno. Poiché l’Unigenito Figlio non è senza nascita, così da privare il Padre della Sua unicità divina, né è diverso da Dio, ma poiché Egli è nato da Dio

I primi scrittori cristiani, dopo la controversia ariana conclusasi con il Concilio di Nicea (325) convocato dall’imperatore Costantino, così si esprimono al riguardo della S.S. Trinità, oltre a chi abbiamo citato sopra:

«Quando affermo che il Figlio è distinto dal Padre, non mi riferisco a due dèi, ma intendo, per così dire, luce da luce, la corrente dalla fonte, ed un raggio dal sole» (Ippolito di Roma)

«Il carattere distintivo della fede in Cristo è questo: il figlio di Dio, ch’è Logos Dio in principio infatti era il Logos, e il Logos era Dio (Giovanni 1, 1ss, ndr)– che è sapienza e potenza del Padre Cristo infatti è potenza di Dio e sapienza di Dio – alla fine dei tempi si è fatto uomo per la nostra salvezza. Infatti Giovanni, dopo aver detto: In principio era il Logos, poco dopo ha aggiunto e il logos si fece carne, che è come dire: diventò uomo. E il Signore dice di sé: perché cercate di uccidere me, un uomo che ha detto la verità? e Paolo, che aveva appreso da lui, scrive: Un solo Dio, un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo» (Atanasio di Alessandria, il “vincitore”, seppur sui generis, del Concilio di Nicea, nella sua Seconda lettera a Serapione).

L’interpretazione trinitaria è stata nei secoli uno degli elementi di distinzione fra Chiesa latina e Chiesa greca. Se ambedue riconoscono l’unità delle tre Persone divine nell’unica natura indivisa, per cui ciascuna di esse è pienamente Dio secondo gli attributi (eternità, onnipotenza, onniscienza etc.), ciascuna è a sua volta distinta e inconfondibile rispetto alle altre due, ma si pone il problema di come comprendere le relazioni che intercorrono fra di esse.

Il Simbolo niceno-constantinopolitano (detto comunemente il Credo) approvato nel Concilio del 381 tenutosi a Costantinopoli, nel quale si parlava e si scriveva in greco, e la prevalente presenza di vescovi e religiosi della Chiesa orientale aveva un suo peso, si affermò con chiarezza il seguente dogma: il Figlio è generato dal Padre, mentre lo Spirito Santo è spirato dal Padre. Il Padre è dunque l’unica origine della Trinità. Con il Concilio di Toledo, a prevalente partecipazione di vescovi occidentali , e utilizzando anche la lingua latina, si scrisse il dogma in modo differente e, come vedremo, radicalmente differente, se l’etimologia, la semantica e la teologia detta hanno il loro giusto peso. A Toledo, si stabilì unilateralmente che lo Spirito Santo procede anche dal Figlio (si tratta della millenaria questione del cosiddetto Filioque).

Per specificare: se per gli Orientali (che da allora e sempre di più assunsero il nome di “ortodossi”, cioè depositari della retta fede), “lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio” (per Filium), per gli occidentali “lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio“, dove la congiunzione “que” corrisponde a “et”, e pertanto…

Anche oggi gli Ortodossi rifiutano la dizione occidentale, e si tratta di una delle due principali diversità dogmatiche che separano la chiesa di Roma, da quella di Istanbul, di Sofia, di Bucarest, di Belgrado, di Kiev, di Mosca, etc. (non dimentichiamo che le chiese orientali sono autocefale, cioè non hanno un papa, cioè un vescovo principale). Peraltro la dizione orientale era stata promossa fin dai primi sette secoli da insigni teologi come Gregorio di Nissa, Massimo il Confessore e Giovanni Damasceno, tutti riconosciuti come “santi”.

I cristiani “riformati” da Lutero e Calvino in poi hanno accettato la dizione “cattolica”, quella del filioque, s’intende.

Pur avendone parlato altrove in questo sito, completo questa sintesi sul tema trinitario, non dimenticando le vicende legate ai conflitti teologici fra “Roma” e il grande e coltissimo patriarca Fozio da Costantinopoli, senza trascurare ciò che accadde nel 1054, quando si verificò lo scisma tra Costantinopoli e Roma, fra Michele Cerulario patriarca greco e il cardinale Uberto da Silvacandida, legato di papa Leone IX.

Coloro che invece ritengono, dal periodo illuminista in poi, che la figura di Gesù di Nazaret (sia egli il Cristo o meno) sia puramente mitica, devono accontentarsi, e non è poco, della poesia di Dante, che comunque, in quanto non solo “poetica”, ma anche “poietica” è di densissima entità.

Dopo, dunque, questo breve excursus storico-teologico, torno a Dante, e precisamente al finale del XXXIII Canto della Terza cantica, alla sua miracolosa immagine.
La Trinità sussiste, cioè esiste di-per-sé, senza bisogno di alcun altro “ente”: sussiste in modo chiaro ed evidente, come lo è la Verità, ed appare (phainetài) con tre “giri eguali ma di diverso colore. Ogni giro è connesso e si riflette nell’altro, quasi fosse (ed è) lo stesso, nonostante si colga una differenza.

Continua poi la narrazione dell’immagine che “appare”, finché il poeta non si senta quasi debilitato (mancò possa), e dunque incapace di proseguire nel racconto della visione, e zittisce sapendo per intuizione che null’altro un uomo può discernere e altrettanto dire, del “divino”, se non abbandonandosi al silenzio.

Dante con questa chiusa si inserisce a pieno titolo nella teologia apofatica, quella del silenzio, quella dei suoi contemporanei mistici, renani e italiani, quella del “nulla-di-Dio”, cioè di un Dio infinitamente sfuggente, che si deve guardare come fece Mosè sul Sinài, coprendosi il volto con il mantello, per non dovere aspettare la morte umana… per poter accedere alla vita divina.

Isteria, panico e ragion riflessiva

In questi giorni d’ansia ho spesso “messo vicino” due o tre modi di stare-al-mondo-con-la-testa (e i visceri?), ad esempio giustapponendo isteria, panico e ragione riflessiva. E se ne potrebbero aggiungere altri.

Dagli studi di Freud abbiamo appreso che cosa si intendeva per isteria tra ‘800 e ‘900: una sindrome nevrotica (gli pareva) tipicamente femminile legata, sia ai modelli di vita borghesi di quel tempo, sotto il profilo psico-sociologico, sia, soprattutto per la denominazione lessicale alla fisiologia. Isteria, infatti, deriva dal greco ysteron, cioè utero. Da qui la dizione vulgata circa il presunto, presumibile o falso cosiddetto “carattere uterino” delle donne.

Nei decenni più recenti gli studiosi hanno piuttosto riportato questa sindrome nel campo psicologico (talora psicanalitico), di sindromi depressive et similia. Anche la Sindrome di Ganser, particolarmente presente nell’universo carcerario pare appartenere a quest’area sintomatica.

Quando ero bambino io, mezzo secolo fa, si parlava prevalentemente di esaurimento nervoso, per dire che uno “non era giusto” (sottinteso, con la testa), oggi diremmo: psichicamente.

L’antropologia culturale (cf. Ernesto De Martino) ha annesso a queste sindromi anche elementi di autosuggestione, presenti sovente nell’universo femminile e legati anche a una territorialità culturale meridionale, per quanto riguarda l’Italia. Autosuggestione, teatralità, tarantismo, e cose simili. A me sovviene, conoscendo la terra di Puglia, assolata e antichissima, la musica e i balli della Taranta.

I clinici, i neurologi e gli psichiatri, distinguono nell’isteria “classica” fra sintomi somatici, come un’alterazione del sistema nervoso, ma anche disturbi all’apparato gastrico e intestinale, e sintomi psichici, quali amnesie, eccitazione psicomotoria, acinesie, forme depressive, per curare i quali si ritengono adatte le psicoterapie ma, aggiungo, potrebbero essere sperimentate anche le forme dialogiche della filosofia pratica, che un po’ conosco e attuo, con grande cura e rispetto. Come miei valorosi colleghi.

Con il DSM-III (1980) e i successivi IV e V, il concetto d’isteria o nevrosi isterica è stato sostituito da tre modalità differenti: a) un disturbo somatoforme; b) un disturbo dissociativo dell’identità; c) un disturbo della personalità di tipo istrionico.

Il panico, per contro, è una sensazione di paura spesso nella misura del terrore improvviso, anche collettivo, che supera ogni possibilità riflessiva immediata, il quale compare a fronte di un pericolo reale o presunto, portando irresistibilmente l’individuo e a volte il gruppo ad atti avventati o inconsulti. In quei momenti ragione riflessiva e logica argomentativa è come se dormissero, soggiogate dall’emozione (o passione, come dicevano i classici) della paura. Ne consegue uno stato d’ansia e perfino di angoscia (che è generata da una paura della… paura), spesso in modalità collettiva.

Questo si può dire che sta succedendo, o che è successo nei giorni scorsi, con l’accaparramento di generi alimentari oltre ogni fabbisogno individuale e familiare, in queste settimane di Covid-19. Il fenomeno può essere ancora definito, specie giornalisticamente, come un’isteria di massa.

Etimologicamente il lemma ha origine greca, e si tratta del πανικός, vale a dire riferentesi al dio Pan, in quanto facente parte integrale dei fenomeni naturali, specialmente quelli meno conosciuti e sacrali, perfino.

La riflessività è da tempi immemorabili la dimensione che caratterizza l’uomo, con le sue dimensioni logiche e di argomentazione. Se fino a mezzo millennio fa essa era quasi confinata agli intellettuali del tempo, filosofi, religiosi, medici, studiosi della natura e letterati, mentre l’uomo “comune” doveva sostanzialmente sottostare a quelle categorie, che erano pressoché le sole abilitate a “pensare” e comunque a dominare, dalla rivoluzione filosofica e scientifica, anche l’uomo comune, quelle che Marx avrebbe definito “le masse”, ha avuto sempre più titolo per pensare.

Ma oggi che cosa sta succedendo? Se da un lato la conoscenza scientifica e quella legata alle professioni favorisce il pensiero autonomo e creativo, dall’altro il web e la diffusione di una quantità smisurata di informazioni contribuisce a confondere, a fuorviare, ad ingannare falsificando l’opinione comune, assai spesso. Nonostante si sia passati dal concetto di “predestinazione” di tipo religioso, teologico-salvifico, a quello di “progetto” autonomo e individuale per la vita spirituale e materiale, accade che prendano piede opinioni assurde e ingannatrici.

Proprio nei tempi in cui è più accessibile l’informazione e l’acculturazione scientifica, si propalano in vari ambienti follie come il “terrapiattismo” o il “no-vax”, vantandole come vere scoperte, alla faccia dei ricercatori seri, che vengono da taluni chiamati sprezzantemente “professoroni”.

Se mia nonna, con la terza elementare, ammetteva tranquillamente l’eliocentrismo (ne parlai pure con lei), comprendendolo senza difficoltà, ora incontro persone fornite almeno di diploma, che sposano le assurdità più strane, sostenendole spesso con arrogante sicumera e, se contraddette, capaci di insulti e disprezzo. Se troverò anche laureati di quel tipo ne scriverò qui.

Mentre accade tutto questo, dunque, torna in auge l’autosuggestione, il panico, l’isteria collettiva, mentre magari in azienda, le stesse persone sperimentano modalità conoscitive e organizzative come la learning organization, il sensemaking, il knoweledge management, il reflective management.

Una parte della mente è oggi – in molte persone – disponibile, con tutta evidenza, alla regressione emotiva. L’importante è esserne consapevoli.

La filosofia come rischiaramento esistenziale, dalle “tonalità emotive” alla riflessione razionale

L’educazione è qualcosa che accade e che vive in una cultura e in una società, non solo tra maestro e allievo, perché il soggetto non è una tavoletta di cera, ma una struttura vivente e mobile. per procedere nello sviluppo della “cultura” è bene tradire la tradizione, anche se ciò sembra paradossale. Ad esempio: il concetto di Empatia, oggi sdoganato alla grande dalle psicologie, è da prendere con le pinze: infatti, non può mescolare le anime “ripetendo l’identico” (come spiega V. Costa, 2020), perché la relazione non è diadica, ma triadica: io-tu-mondo (fenomenologia in Husserl e Heidegger).

(il filosofo americano Stanley Cavell)

Nel nostro tempo debbono essere “riattivati i significati”, tornando all’origine di essi e ripercorrendo i processi di astrazione. Dobbiamo fare attenzione anche alla Tecnica, poiché quello è un mondo che riduce la “tonalità emotiva”, cioè le emozioni, e cambia la memoria individuale e collettiva, cioè il rapporto con il passato (vedi la perdita di nozione della Shoah).

Dobbiamo fare attenzione alla perdita di senso del prima e del poi, e de-costruire il senso e il significato dei concetti: la formazione necessariamente segue la de-formazione, soprattutto nei rapporti con le nuove generazioni.

Oggi muta la nozione di “mondo”, che può essere un orizzonte di possibilità di azione, mentre invece rischia di essere solo un flusso di messaggi, con un mutamento epocale, non solo sociologico, ma antropologico.

La salvezza dunque non è di carattere tecnico, mentre la pedagogia non può essere sostituita dalla didattica, perché viene perduto il rapporto, la qualità relazionale, la tradizione de-costruita e ri-costruita con la trasmissione del sapere.

Non basta “imparare qualcosa”, ma occorre essere disponibili alla “trasformazione di sé”. Che cosa significa ”trasformazione di sé”? Occorre innanzitutto tenere conto della sinossi fra struttura di persona e struttura di personalità. Ognuno di noi è quello-che-è e deve, come insegnava Heidegger “far vedere” ciò con sincerità, non “dimostrare”, se non nel senso di indicare.

In teologia, come in filosofia i concetti si sono formati dall’esperienza, e non si deve dimenticarlo. Occorre sempre tornare alle radici. La speculazione stessa si può contestualizzare, se mi metto d’accordo con i miei interlocutori sull’orizzonte culturale, che è da condividere. Un esempio: siamo d’accordo sulla sinossi fra struttura di persona, che mi dice ciò-che-è-comune tra gli uomini, e la struttura di personalità, che mi dice ciò che rende irriducibilmente unici gli esseri umani? Occorre una sorta di “aperità”, che è diversa dall’apertura, più profonda, così come la “solitarietà” è differente dalla solitudine, nel mondo e sul mondo. Wittgenstein sosteneva che il mondo “felice” non coincide con il mondo “infelice”, perché le due parole creano, il mondo. Bisogna sforzarsi un poco per “stargli dietro” quando usa questi concetti estremi: mi pare lui voglia dire che il dire “felice” o “infelice” modifica il mondo. Se psicologicamente ciò è difficile sostenere, filosoficamente può anche darsi, poiché il giudizio sul male e sul dolore, che causano infelicità non può essere solo psicologico, ma attiene alla profondità dell’anima. Ad esempio, la rivelazione cristiana pone una “tonalità emotiva”, nella quale tempo, memoria e tonalità emotiva coincidono.

Son d’accordo con Costa che si costruisce il significato del passato da ciò che mi aspetto dal futuro, e ciò dipende da dove sono “situato”, oggi.

E la mia vita intera che significa? Cosa significa “intero”, “tutto”? E’ l’intero? Comprende anche il “totalmente”? E’ già dato nell’origine e il tempo è solo il suo dispiegamento (di un pezzo teatrale già scritto), il percorso è ne-cessario? La nozione di intero può essere anche questa: bisogna pensare l’essere come tempo (Heidegger), dove ci sono infinite possibilità di direzione.

L’atto educativo deve far accadere l’origine, come quello che accaduto tra Gesù e gli apostoli, ma che deve ri-accadere per noi: medesimamente (cf. in Ricoeur la memetè) e nello stesso tempo nell’alterità.

Ciò che accade di “nuovo” significa imprevedibilità, novità ab-soluta. Il figlio, mia figlia Bea, è l’ultima possibilità di modificazione del padre. San Paolo, quando dice, che vi sarà la parusìa, di Gesù il Cristo, vuol dire il “riaccadere dell’origine”, cioè “Cristo ritorna”, sempre.

L’essere a partire dal tempo pone un rischio: il relativismo teoretico. Husserl mantiene la teleologicità , cioè il FINEdella vita, della storia, del mondo. Ogni struttura ha in sé l’idea di verità (cf. Derrida). La verità inquieta il presente.

Se il desiderio dovesse spegnersi in Dio, preferirei l’inferno” (P. Claudel). No, caro Costa, perché Dio comprende anche il movimento del desiderio, l’eros, inteso come attività desiderante. Se si entra in una tonalità emotiva, viene ristrutturata tutta la sua struttura pulsionale, comprese le strutture neuronali. Non esistono “emozioni basiche”.

L’intensificazione solidale e la dissonanza cognitiva. sono due figure essenziale della libertà, che a sua volta è una figura essenziale della ricerca.

Possiamo dire che l’insegnamento, ma soprattutto la pratica della filosofia ha un che di “sciamanico”, e i filosofi sono gli “accompagnatori” verso l’origine, poiché l’essere non è-costruito, ma si dà?

Philosophia ancilla theologiae (est)”, sed autem Philologia

È bene non avere più paura delle “parole”.

Benigni, un buffone da trecentomila euro per mezz’ora di spettacolo

D’accordo che, come mi spiega il mio amico Gianluca, che è economista, tra l’altro, è il mercato che fa i prezzi e i compensi. Lo so: penso a Cristiano Ronaldo, a Leo Messi, a Tiger Woods, a Le Bron James, a Rafa Nadal, a Lewis Hamilton e poi agli attori hollywoodiani che oggi vanno per la maggiore, un Tom Hanks, un Di Caprio o una Meryl Streep ad esempio, che hanno cachet o ingaggi milionari per ogni attività che fanno. Benigni si inserisce nel mercato radiotelevisivo e mediatico attuale, ed è reputato valere un tanto, la cifra di cui sopra. Se poi confronto il suo compenso, richiamando questa volta, non tanto le leggi del mercato, quanto principi di etica generale, al compenso dei musicisti dell’orchestra di Sanremo, lo iato – sempre eticamente, non secondo il market – appare macroscopico. Costoro pare prendano cinquanta o cento euro al giorno, una paga da tirocinante o poco più.

Il tema però non è questo, ma la performance del comico al Festival di Sanremo. Questa volta, dopo avere letto la Divina commedia dantesca in tv e in piazza Santa Croce a Firenze, dopo aver letto la Costituzione della Repubblica Italiana davanti all’attuale Presidente della Repubblica (che peraltro è professore di Diritto costituzionale), legge e commenta il biblico Cantico dei Cantici.

Non voglio commentare la lettura, ché chiederei un parere a mia cugina Lucilla, valorosa attrice di prosa, non guitta improvvisata, se fosse ancora a questo mondo, ma esprimo un parere sul commento che il Benigni ha proposto sul meraviglioso epitalamio. Di analisi scientifica del testo e di commenti teologici, invece, mi intendo, perché ho dedicato al Cantico anni di ricerca biblica e filologico-teologica, producendo un volume in tema di 600 pagine, un volume apprezzato da colleghi, professori e studenti, e anche da chi ha avuto il coraggio di affrontarlo, perché non è un libro da comodino o da viaggio.

Premetto che, come ormai accade sempre più spesso, le persone tendono a fare il mestiere di altri, quelli che Tommaso d’Aquino ammoniva così: “Sutor, ne ultra crepidas“, cioè, ciabattino non andare oltre le tue scarpe. Oggi, in tv vediamo spesso fisici e matematici che discettano di filosofia teoretica e morale, di teologia biblica e sistematica, come il prode prof Odifreddi et similia. Cosa da evitare rigorosamente. Se io ascolto un medico, un economista o un ingegnere parlare delle loro conoscenze scientifiche, li ascolto con rispetto, traendone vantaggio per legare alle loro le mie conoscenze, che nei loro campi sono molto scarse.

Invece Benigni, come altri, strapazza un testo antico, difficile e splendido per scopi che comprendo fino a un certo punto. Qualcuno sostiene che è in corso un great complotto da parte di una parte cospicua dei potentati finanziari internazionali, al fine di condizionare le opinioni pubbliche manipolandole e portandole verso una forma mentis essenzialmente efficientista e priva di dubbi verso ogni cosa della vita, la spiritualità, il mistero.

Oggi appare una sorta di grande Partito del bene, come scrive qualcuno, e lo mutuo, che propala una specie di nuova religione del politicamente corretto, dell’igienico, magari del vegano, dell’animalista, per cui l’uomo è un essere che deve adeguarsi a queste nuove mode (cioè etica) , che tendono ad abolire la fatica, il sacrificio (che è un “rendere-sacro), nel nome di diete, convenienze e modi di dire e di fare stereotipati in un apparente “sinistrismo” ideologico che fa il paio con il “destrismo” sovranista, razzista, antisemita, individualista. Oggi i diritti sociali sono diventati individuali, per cui va bene tutto ciò che la tecnoscienza oggi permette, dall’utero in affitto, o maternità surrogata (nonne che diventano madri biologiche, e i sentimenti e le emozioni che fine fanno in questo caso, della nonna-mamma e della mamma sterile?), alla manipolazione genetica, alle adozioni permesse a coppie omosessuali (“come mai ti vengono a prendere sempre due signore?” chiede l’amichetto all’amichetto delle elementari), a ogni forma di “amore” e, in definitiva di neo-gnosi superba e arrogante. E qui non sto adombrando, ad esempio, e mi sembra ovvio, l’omosessualità come malattia, ma sto denunziando la valorizzazione del narcisismo declinato in ogni modo. E questo modo di essere-vivere ha una sua estetica, come manifestazione dell’essere, che però non è veramente tale, perché indulge in vieti estetismi, figli della banalizzazione e della divulgazione generica, come quella che qui sto criticando.

E il cristianesimo pare essere l’obiettivo primario di questo subdolo attacco, proprio perché ancora portatore di un pensiero “forte”: quando la stampa carica i toni sulla supposta diatriba fra papa Francesco e il card. Ratzinger promuove questa operazione, come è evidente nella polemica sul celibato dei sacerdoti. Mi spiego: Francesco non ha mai sostenuto tesi diverse da quelle tradizionali che risalgono al Concilio di Trento e a papa Paolo VI, ma vuole mettersi in ascolto del mondo per decidere in base a questo dialogo per il futuro (cf. Gaudium et Spes, costituzione fondamentale del Concilio Vaticano II, papa Paolo VI regnante). Così come sulla pedofilia Francesco ha addirittura caricato i toni della vigilanza e delle sanzioni rispetto al suo predecessore. Tornando al celibato, forse pochi sanno che fu papa Benedetto XVI ad accogliere nella Chiesa cattolica oltre cinquecento presbiteri anglicani sposati. Un professore e un pastore, stili diversi, ma papi entrambi, mentre vi è chi ha interesse a dividere (il diàbolos, dal greco “separatore”), o forse il giovanneo “anticristo” o “bestia che viene dal mare” (cf. Apocalisse 13).

Il Cantico dei cantici, ho scritto sopra, è un epitalamio, un cantico di nozze, eroticamente sano, letterariamente elevato, forse tradotto con qualche titubanza in ragione della delicatezza e chiarezza narrativa del rapporto fisico d’amore.

Il Cantico è nel medesimo tempo epitalamio umanissimo e poetico e metafora distesa, allegoria anagogica della relazione tra l’anima spirituale e il Lògos, e tra la Chiesa e Dio stesso.

La sua simbologia unisce il cielo e la terra con la potenza di un mito primigenio, che richiama la necessità di unione tra le “cose inferiori” e le “cose superiori”. La tensione verso l’unione perduta dell’inizio informa il procedere dei temi e dei discorsi che i vari personaggi si scambiano in un’aura ansiosa di ritrovare ciò che si configura come la vera realtà [realiora super realia] dell’amore [eros e agape], anche per l’anima umana. Le delicate strutture dell’epitalamio si piegano ad una esegesi accurata e profonda sviluppata da Origene l’alessandrino tra i temi bucolici e amorosi del racconto.

Nel nostro itinerario alla ricerca di una continuità della presenza dell’eros nell’ermeneutica del senso, incontriamo qui uno dei testi più liricamente immaginifici e densi di significato della Sacra scrittura, il Cantico dei cantici, poema d’amore mirabile, un’espressione letteraria nel contempo di una franchezza sconcertante e di una delicatezza soave, dove i protagonisti sono un “uomo” e una “donna” in dialogo, e agisce anche un coro di testimoni. In ben 117 versetti del testo non è mai nominato il Nome di Dio, mentre si racconta – sia pure in stichi irregolari e frammentati – l’amore tra due innamorati, con tenerezza e con toni e temi molto arditi, ricchi di sfumature sensuali o decisamente erotiche, in un contesto e con un linguaggio umanissimi, in un ambiente quasi rutilante di colori e situazioni, pieno di vitalità naturale.

La tradizione afferma che, in quanto autore di altri cantici, il più “indiziato” potrebbe essere il re Salomone, poiché da “sapiente” gli furono attribuiti i Proverbi, l’Ecclesiaste (o Qoèlet) e la Sapienza. Salomone è il padre riconosciuto della sapienza biblica, la cui saggezza è rimasta nella memoria popolare, re capace di comprendere, capire e cantare tutto ciò che è umano come l’amore, o diverso come la regina di Saba, citata da Origene stesso con dovizia di particolari nel suo grande Commentario sul Cantico, che ho avuto modo di studiare a fondo in latino (come proposto da Rufino di Aquileia, e in greco nella raccolta epitomica di Procopio di Gaza). Altre ricerche propongono la data della redazione del Cantico in epoca postesilica [IV-III secolo a. C.].

In ragione del titolo, il Cantico fu messo tra i libri sapienziali, nella Bibbia greca dopo l’Ecclesiaste, e nella Vulgata tra l’Ecclesiaste e la Sapienza, due libri “salomonici”. Nella Bibbia ebraica il Cantico è posto tra gli “scritti” [Ketuvim], cioè nella terza parte, la più recente, del canone. Dopo l’VIII secolo d. C., quando il Cantico fu usato nella liturgia pasquale ebraica, divenne uno dei cinque rotoli o megillot, che venivano letti nelle grandi feste.[1]

Il Cantico dei cantici, pur avendo provocato fin dall’inizio notevoli difficoltà interpretative per il suo linguaggio poetico profano e la narrazione erotica, è stato recepito nei canoni ebraico e cristiano, riconosciuto come testo evocante in modo inequivocabile il mysterium antropologico e teologico dell’amore, e dell’amore di Dio per la sua creatura e per il suo popolo: su tutto questo gli esegeti hanno dovuto sempre affaticarsi tra i due estremi interpretativi, quello letterale e quello allegorico.[2]

L’amore, chiamato nella Bibbia solitamente con il termine greco agàpe, è lo stesso amore che in questo testo è proposto e commentato come eros, termine del tutto compatibile con il precedente, come vedremo (così scrivo nel citato volume da cui traggo queste argomentazioni) in alcuni testi origeniani, attenti alla preoccupazione di non confondersi con le degenerazioni di culti idolatrici pagani.[3] L’amore è uno e solo uno, si evince dal Cantico, anche se si manifesta in modi diversi e tra soggetti diversi. L’amore è nell’espressione del Cantico la gioia della vita, e anche quando è pura emozione, o ebbra partecipazione al desiderio dell’altro, tale da non sottostare alla ragione, ek-stasis di beatitudine, conserva la sua essenza di tensione positiva verso l’altro, sia come specchiamento di felicità raggiunta con le carezze e con la condivisione l’uno dell’altro, sia come autentica realizzazione di sé nell’incontro con l’altro, che è anche, teologicamente, l’assolutamente Altro.[4] La dimensione e l’estetica agapica si configurano come coessenziali a quelle erotiche, quasi a sintetizzare ciò che parrebbe semanticamente così distante: la brama e il desiderio da una parte, e dall’altra il dono di sé e la scoperta dell’altro, ma anche dell’Alterità, che è Dio stesso. Il senso dell’erotico si configura totalmente nella condivisione agapica della relazione a due.

Il verbo ebraico ‘ahev [amare] è il termine fondamentale del Cantico [Shir Ha-Shirim], ricorrendovi quasi una ventina di volte, talvolta anche sostantivato in ‘ahavah, termine unico per esprimere ciò che in greco trova plurima traduzione in eros, philìa e agàpe, cioè nell’amore erotico, di affezione-inclinazione, di benevolenza o donativo, e che Origene sintetizzerà in un’unità di significato derivante dall’amore divino.


Il Libro dello Splendore, o Zohar, ritiene che il Cantico contenga l’intera rivelazione di Dio e perciò sia da considerare un compendio della stessa Torah, degli Scritti e dei Profeti, (cfr. Libro dello splendore. Terum 144a, Jewish Encyclopedia, 2001). Recenti ipotesi propongono una possibile origine del Cantico da inni e poemi dedicati al culto di Ishtar [Astarte] e Tammuz nei riti mesopotamici di ierogamia, noti anche alle popolazioni Cananee presenti prima della sedentarizzazione degli Israeliti, ma tale ipotesi sembra piuttosto improbabile, mentre invece si potrebbe desumere una certa comunanza di espressioni con il Cantico nel linguaggio d’amore presenti anche in canti nuziali degli arabi di Siria e Palestina, così come in brevi frammenti epitalamici dell’antico Egitto. Potrebbe dunque trattarsi di un’antologia di canti nuziali? Probabilmente sì, poiché, infatti, è molto meno plausibile che si tratti di una mutuazione meramente cultuale esterna al mondo israelitico giunta fino al culto di JHWH, proveniente dal politeismo vicino-orientale. Peraltro, il Cantico non segue una struttura prestabilita, ma si sviluppa in una narratologia che potremmo dire rapsodica, nella quale i cinque poemetti che lo compongono possono pacificamente essere considerati come repertori, tra i quali si poteva scegliere a seconda della circostanza o dell’uditorio, e quindi adatti ad un uso popolare-rituale.

Potrebbe dunque anche trattarsi di un testo collegabile alla tradizione profetica, come ipotizza qualche studioso, in particolare con un riferimento ad Osea [2, 19-21] e ad alcuni oracoli del Deutero-Isaia [Is 43.46.51]. In ogni caso, anche un’interpretazione meramente letteralista, senz’altro incapace di cogliere tutte le ricchezze semantiche presenti nelle numerose polisemie, che sono molto più evidenti nella prospettiva allegorista, non negherebbe la possibilità di intravedere nel testo del Cantico una sapienzialità profonda e umanissima. Il Cantico, anche laddove non cantasse [nella comprensione di chi lo utilizza] Dio ed Israele, o Dio e la Chiesa universale [Ef 5, 22-33], canterebbe comunque l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio Creatore.

Il titolo dell’opera è un superlativo e va inteso come Il più sublime tra i cantici.[1] Cantico dei cantici significa anche “Cantico per eccellenza”. Si può dire che per certi aspetti non vi è libro biblico che abbia prodotto sull’animo umano e cristiano un effetto analogo.[2] Milleduecentocinquanta parole compongono il Cantico, ma immenso è lo scenario che ha disegnato per secoli e per un numero incommensurabile di lettori. Degne di particolare osservazione sono le lettere e le parole iniziali, seguendo una certa modalità interpretativa tipica della tradizione medio-giudaica e successiva. Il titolo “Cantico dei cantici” in ebraico suona Shir ha-Shirim. La prima lettera del Cantico è Shin scritta più grande delle altre. Contrariamente alla linguistica latina, neo-latina, germanica e slava, in ebraico in tal modo non si vuole indicare una maiuscola, perché la maiuscola non è prevista, bensì l’importanza significante della lettera stessa. Nei ventiquattro libri canonici dell’Antico Testamento solo in quattro luoghi la prima lettera è scritta con caratteri più grandi delle altre: e la prima volta è nella prima Parola genesiaca, quel Bereshit che dà da pensare da millenni, dove la Beit è scritta maiuscola.[3]

            La prima lettera della Torah è una Beit,

[e non una Alef]

cioè la seconda dell’alfabeto, mentre la prima lettera del Cantico è una Shin, cioè la penultima dell’alfabeto. Ci si può chiedere se vi possa essere una connessione plausibile in questa simmetricità, una sorta di legame, una specie di analogia fra l’Inizio del mondo e l’Amore nella coppia umana, in quanto ambedue gli atti sono grandiosamente conformi a un unico progetto?[4] La domanda è affascinante per un lettore occidentale dei nostri tempi, che non riesce a trovare facilmente un risposta plausibile, ma deve affidarsi alle infinite sponde dell’esegesi antica e alla sua tipica ricerca del senso.

La prima Parola, Shir [Canto], potremmo dire con le parole della psicologia contemporanea, è una specie di sinestesia,[5] poiché afferma e sottolinea la superiorità tra le espressioni umane di ciò che è insieme letteratura, poesia e musica, vale a dire la Parola cantata, il canto che coinvolge ineffabilmente tutta l’interiorità e sensibilità dell’uomo. La stessa radice Shir [composta dalle consonanti Shin e Resh] rappresenta anche il femminile,

[cfr. la parola italiana sir-ena]

e che femminile! La sirena, l’ammaliatrice da cui lo stesso Ulisse dovette fuggire aiutandosi, però, in modo artificiale. Il Cantico, invece, invita l’uomo a non temere la donna, ma a considerarla su un piano di pari valore antropo-ontologico.[6] La donna del Cantico, oggetto di questo amore, non è una sirena ammaliatrice, ma una creatura consapevole di possedere l’energia costruttiva e di gestazione dell’intera creazione, in modo particolare e privilegiato, moderando e orientando lo stesso principio maschile, che altrimenti si perderebbe -da solo- nel conflitto ancestrale della caccia e della guerra, per la difesa di una proprietà intesa come diritto assoluto.[7]

Ebbene, che cosa di tutto questo traspare nella rozza esegesi (diciamo così) di Benigni? Nulla. Solo l’ansia di esaltare l’eroticità quasi a livello di una generica pornografia, dove ogni tipo di amore è sdoganato come uguale, anzi, come “cantato” dalla poetessa (dice il comico) e da lui ri-cantato.

E questo, per il momento basti, mio gentile lettore! Ho voluto offrirti qualcosa di diverso e di più rispetto alla volgare esibizione televisiva citata. E un invito a leggere il Cantico nel silenzio del tuo mondo e del tuo spirito.


[1] Ha affermato Robert Musil: “Non c’è nulla di più bello del Cantico dei cantici”, e Karl Barth: “Magna Charta dell’umanità, manuale della Rivelazione sull’amore, sull’affetto e sulla sessualità”. Cfr. Canti d’amore del Cairo, Pap. Di Torino 1966; Pap. Chester Beatty 1 e altri, databili tra il 1300 e il 1150 a. C.; M.V. FOX, The Song of Songs and the Ancient Egyptian Love Songs, Madison, Wisconsin – London 1985.

[1] Cfr. Cant 8, 6f.

[2] L’espressione che troviamo al cap. 8, 3 “La sua sinistra è sotto il mio capo/ e la sua destra mi abbraccia” sono state spesso considerate come la sintesi poetica, simbolica e spirituale dell’intera silloge di poemetti, dedicati all’amore, alla coppia umana che appare sulla scena del mondo dall’inizio. E, cfr. anche Cant 8, 6f: si può dire che il Cantico contiene una religiosità quasi “laicale”, nel senso di appartenente profondamente al “popolo” [al λάος], ma rappresentando anche l’incarnazione della Parola di Dio in ciò che è umano, con il Suo nome che echeggia solamente nell’espressione “fiamma divina” [fiamma di Dio o fiamma di vita] che troviamo in Cant 8, 6-7.

[3] Oltre che nel Cantico dei cantici e in Genesi, gli altri due libri che hanno una lettera grande all’inizio sono il libro dei Proverbi di Salomone, che inizia con una Mem, e il primo libro delle Cronache, che inizia con una Alef. È interessante notare che tre delle quattro lettere scritte grandi sono le stesse tre che il Sefer Yetzirà chiama “lettere madri”: la Alef, la Mem e la Shin. Concentriamoci ancora sulla lettera Shin, esaminandola anche da un punto di vista grafico: laש dove si osserva che il segno è essenzialmente costituito da tre linee unite in basso da un punto centrale. I rabbini delle tradizioni talmudiche ritengono che sia una rappresentazione dell’Albero della Vita, e che rappresenti i tre patriarchi ancestrali, Abramo, Isacco e Giacobbe, confluenti in un punto di unione, quale simbolo del popolo d’Israele.

[4] A questo proposito si devono ricordare le due opere che formano la Kabalà, chiamate dai maestri talmudici Màassè Bereshit

[l’Opera della Creazione]

e Màassè Merkavà [l’Opera del carro].

[5] La sinestesia è una situazione di evidenza sensoriale multipla, nella quale i sensi esterni operano creando eccezionalmente una vera e propria integrazione sensoriale nella persona. Nella Torah si integrano i quattro gradini della struttura morfologica scritturistica: le consonanti, le coroncine soprastanti, le vocali e infine le note sulle quali il canto si eleva. Dei dieci Canti che compongono la creazione, secondo la tradizione ebraica, Shir ha-Shirim è il nono, come introduzione del decimo e ultimo, che verrà cantato quando apparirà il Messia. La stessa Parola latina “cantum” può suggerire alcuni approfondimenti. Le consonanti “c-n” potrebbero risalire alla radice ebraica medesima, tra l’altro indicante il termine “canna”, cioè “gola” o “trachea”, ovvero il “canale” che serve per cantare. Vi è da dire che la Parola “chen” [Chet-nun] in ebraico significa “grazia”, o armonia, simmetria. Il Cantico non trascura gli aspetti a-simmetrici o negativi, se si tiene presente che la radice di “cantum”, cioè c-n, può anche riferirsi a “chinà” [kaf-iod-nun-he], cioè “lamento”, ma il Cantico è tale in quanto cantico, e non il suo significante contrario, ad esempio Chinà Chinaoth o Il Lamento dei Lamenti.

[6] Come si può evincere anche dalla profezia: Os 2, 18 – 19.21: “[…] poiché una cosa Dio ha creato in terra: la donna circonderà l’uomo (neqevà tesovev gaver) […] Ti farò mia sposa per sempre,/ ti farò mia sposa/ nella giustizia e nel diritto,/ nella benevolenza e nell’amore,/ ti fidanzerò con me nella Fedeltà/ e tu conoscerai il Signore/”.

[7] Il Cantico fu inserito nel Canone cristiano fin da tempi molto remoti, addirittura entro i primi due secoli. Il primo commentario dell’epitalamio di cui si riscontra traccia nella chiesa antica è quello di Ippolito, che ottenne larga fortuna presso le chiese d’Oriente e presso alcuni teologi e padri africani, come Tertulliano e Cipriano. Ma è soprattutto dal lavoro origeniano che trarranno ispirazione per secoli gli esegeti e i Padri, fino al monachesimo medievale e agli autori spirituali del ‘500. Gli aspetti esegetici ed ermeneutici di quei tempi antichi sono contenuti nell’amplissimo ambito concernente, sia le scuole letteraliste [delle quali fu Teodoro di Mopsuestia il maggiore maestro], sia le scuole allegoriste, delle quali il maggior campione è il grande Alessandrino.

[2] Sulle principali interpretazioni del Cantico, cfr. Dreifuss G., Maschio e femmina li creò – l’amore e i suoi simboli nelle scritture ebraiche, Giuntina, Firenze 1996, 81-111. 

[3] Come la prostituzione sacra.

[4] Ecco che anche la dimensione agapica si configura come coessenziale a quella erotica, quasi a sintetizzare ciò che parrebbe così distante: la brama e il desiderio da una parte, e dall’altra il dono di sé e la scoperta dell’alterità.

Il tenente colonnello Petrov e altri silenti eroi

Il tenente colonnello Stanislav Petrov potrebbe essere stato il salvatore delle nostre vite qualche decennio fa, diciamo mezzo secolo. L’amico professor Massimiano Bucchi ne parla in un libro interessantissimo pubblicato recentemente da Rizzoli, Sbagliare da professionisti. Storie di errori e fallimenti memorabili. Uno di questi “errori” sarebbe stato fatale, se commesso.

Anno 1983 nella base missilistica di Serpukhov-15 a centotrenta chilometri da Mosca suona un allarme: l’allarme predisposto per allertare l’esercito e l’intera Nazione sovietica nel caso di un attacco missilistico nucleare da parte degli USA (si era in piena guerra fredda ed echeggiava nell’aria ancora la crisi dei missili di Cuba). Capo del Partito e dell’intera Unione Sovietica era Jurij Andropov. Un comunista pragmatico, a modo suo, un uomo del popolo. Presidente degli Stati Uniti era Reagan. Personaggio controverso, del partito repubblicano.

Il tenente colonnello Petrov, analista di sistemi d’arma, avrebbe dovuto dare l’allerta, ma ebbe dubbi perché i missili annunciato dal sistema non erano un fascio di decine e decine, ma solo… cinque. L’attacco avrebbe potuto essere “vendicato” rapidamente, perché i Russi avevano un numero di testate nucleari pari agli Americani e vettori in grado di farle partire dalla Siberia per giungere in Nordamerica in meno di mezz’ora, e in Europa occidentale in dieci minuti. E Stanislav Evgrafovič  non allertò nessuno, ma aspettò, nonostante sudasse freddo e gli astanti lo guardassero terrorizzati. Passarono venticinque lunghissimi minuti, dopo i quali non accadde nulla. Il sistema aveva sbagliato. Petrov quel giorno sostituiva un collega in permesso, ma lui non faceva parte della struttura di controllo della base e dunque non era completamente preso dal sistema e dagli automatismi di controllo. Aveva pensato con la sua testa e aveva capito meglio di qualsiasi macchina. In seguito, non fu neppure promosso colonnello, perché la cosa rimase segreta per non dare la sensazione di una debolezza dei sistemi di difesa sovietici. E’ morto settantottenne nel 2017 a Vladivostok, abitando in uno di quei casermoni staliniani costruiti per il “popolo”. Chissà quanti episodi di quei decenni ci hanno nascosto: esperimenti nucleari, biologici… basti dare uno sguardo ciò che resta dell’lago Aral, cinquant’anni fa uno dei primi cinque laghi del mondo per estensione.

A proposito dell’intelligenza artificiale che, secondo alcuni, potrà sostituire l’uomo in quasi tutte le funzioni. No.

La professoressa Capobianchi ha due collaboratrici, non so se specializzande o dottorande, che lavorano con lei all’Ospedale Spallanzani di Roma. Insieme hanno isolato il “coronavirus”. Se lei percepisce una retribuzione da dirigente sanitario / docente, perché è nei ruoli, le due giovani dottoresse percepiscono mille-cinquecento euro mensili, da diversi anni, e sono precarie. Vergogna. Non mi aggiungo alla pletora dei confronti con politici inetti che percepiscono dieci volte tanto o dirigenti poco-facenti ben pagati, ma…

Che dire del loro trattamento, se proporzionato al valore del loro lavoro? Nel settore privato, in generale questo non accade, perché la qualità del lavoro, la responsabilità e la pro-attività generalmente vengono premiate con il riconoscimento di livelli di inquadramento superiori e premi di varia natura. Quanto sarebbe pagata nel privato una delle due dottoresse trentenni? Almeno con la qualifica di quadro e un migliaio di euro netti al mese in più.

Quanti altri uomini e donne, che erano, sono e rimarranno sconosciuti, hanno lavorato, lavorano e lavoreranno nel silenzio dell’anonimato per tutti noi, migliorando le nostre vite o, in alcuni casi, come quello del colonnello Petrov, salvandocele?

Come possiamo sperare che chi vale non si guardi in giro, al di fuori dell’Italia?

Giuseppe il “sociologo”, ovvero la neuro-biologia della malvagità: se così è, può darsi anche una neuro-etica?

Continuo la mia riflessione sul libero arbitrio e sulle capacità/ possibilità di scelta per il bene o per il male dell’individuo umano.

Questa volta parto da un racconto fattomi da una persona di origine meridionale, un signore calabrese da molti anni in Friuli, ma capace di narrare con grande efficacia il clima sociale e la cultura di quelle plaghe, che ha favorito l’insorgere, prima di un “familismo amorale” e poi delle forme strutturate di mafia, con ciò che comporta in termini di criminalità organizzata , di attività omicidiarie collegate al ricatto e alla minaccia sistematica.

In paese Don Pasquale era molto potente; aveva proprietà di famiglia in campagna e in centro, e anche nella cittadina vicina, che dava sul bellissimo mare Jonio. Il paese è inerpicato sui primi contrafforti dell’Aspromonte ed è circondato da boschi verdissimi e pascoli rigogliosi. Un giorno, mentre sorseggiava un calice di buon Gravina di Puglia, ghiacciato, erano quasi le cinque del pomeriggio e lui a quell’ora riceveva qualche amico o conoscente (a lui utile, il come, lo vedremo), ma qualche volta sorseggiava il buon vino in solitudine, nel silenzio della mezza montagna e dell’ora. La stagione era di settembre, quando l’estate non se n’è ancora andata e l’autunno esita a farsi vivo. A quattrocento metri sul mare c’era sempre un venticello che conciliava il buon riposo o i conversari. A un certo punto chiamò un suo aiutante, visto che ne aveva sempre un paio a portata di voce e gli disse: “Antò, conosci il massaro Michele, che ogni tanto viene a servizio nelle nostre campagne?” “Sissignore, rispose Antonio, e Don Pasquale proseguì: “Vai da lui e digli che Don Pasquale vuole parlargli; digli che venga qua domani alle cinque“. Antonio sparì, annuendo.

L’indomani, puntualissimo, anzi un con un po’ di anticipo, massaro Michele si era presentato, cappello in mano, era davanti a Don Pasquale. Questi, cordialissimo, gli diede la mano e la tolse quando Michele voleva accennare a un bacio sul dorso della mano, e gli disse: “Massaro Michele, come state, e la vostra signora? Aaah, perdonate, vi dovete ancora maritare… ho sentito, vi maritate, dunque?” Michele, profondendosi in un inchino dalla sedia di vimini dove si era accomodato, rispose: “La sapete giusta Voi, Don Pasquale, mi devo ancora maritare sì, ma prima devo avere la possibilità di trovare casa, che non è facile con il mio lavoro, un giorno qua un giorno là, anche da Vossignoria…” Don Pasquale lo interruppe con tono amabile: “Massaro Michele, non continuate suvvia, ché, se è solo per questo, consideratevi a cavallo. Ho giusto una casetta verso le nostre campagne, che ora non ospita nessuno, linda, pulita, giusto adatta a voi e alla vostra signora… futura“. “Ma, rispose Michele tutto confuso, ora come ora non potrei darvi nessuna pigione, ché avremo spese per il mobilio e…” Don Pasquale lo interruppe di nuovo, con gentile decisione: “Vi dico, Michele, che non dovete darvi pensiero per nulla: la casetta è bel che arredata, anzi potete anche servirvi per il vestito della sposa nel mio negozio di Vibo, giù al mare. Andate con lei, scegliete ciò che più le aggrada e venitemi a salutare. Sarà il mio regalo di nozze“.

Michele era tutto in confusione e non sapeva che cosa fare. Si alzò e cominciò a ringraziare tutto imbarazzato, e non se ne andava. Allora Don Pasquale lo congedò in modo gentile e… un po’ brusco, dicendo: “Ora pensate solo al vostro matrimonio, maritatevi, riposatevi e venite da me tra qualche giorno, ma vi manderò a chiamare. Avrò forse bisogno da voi di un servizio, ma piccolo, piccolo“. Michele, andandosene, annuiva annuiva, mentre gli scappò di dire: “Don Pasquale, servitore vostro, farò quello che mi chiedete, grazia, grazie, grazie…”

Il matrimonio ebbe luogo il sabato successivo, gran festa di paese, con amici e vicini, e i parenti venuti dalla Puglia con un camioncino pieno di frutta e di vin bianco. Michele e la sua Vincenza, che conosceva fin da ragazzi, erano raggianti. Nella casetta nuova si sentivano in paradiso. Michele aveva anche deciso di prendersi una settimana di riposo, che lui chiamava così, perché non conosceva il termine “ferie”.

Una mattina, di prima mattina, mentre Michele faceva colazione con uva, marmellata e pane di quello che dura a lungo, una pagnotta grande cotta da sua moglie, arrivò in motocicletta Antonio, che abbiamo già incontrato qualche tempo fa, e senza indugio disse a Michele: “Miché, Don Pasquale ti vuole parlare. Puoi venire subito?” Michele esitò solo un istante, poi disse alla moglie di avvertire massaro Lodovico che non sarebbe andato al lavoro la mattina e si sarebbero visto in campagna al pomeriggio. Lodovico era il soprastante di Don Evangelista, proprietario di molta campagna sull’altro versante della montagna.

Michele arrivò alla villa di Don Pasquale sul suo motorino, seguendo Antonio. Fu introdotto subito nel patio dove il padrone stava fumando un sigaro. Senza voltarsi Don Pasquale disse a Michele: “Eccoti, caro Michele, oggi ho proprio bisogno che tu mi dia una mano“… “Per servirvi, Don Pasquale, ditemi“. “Ebbene, cominciò a parlare il padrone, mi pare che sei in buona salute, e dicendo queste parole, si voltò invitando Michele a sedersi, e continuò “tu conosci certamente don Vito da… Ebbene, devi sapere che questo, faccio per dire, “don” Vito mi ha sempre mancato di rispetto, lo sapevi?” E Michele: “No, Don Pasquale, a me è sembrato sempre un galantuomo, gentile con tutti e…” ma Don Pasquale lo interruppe un po’ bruscamente, e la cosa cominciò a impensierire Michele, ma solo un pochino, per il momento. Don Pasquale riprese a parlare dicendo: “Don Vito è un maleducato e un cattivo soggetto. Pensa che ora campa diritti su un terreno che è mio da generazioni, sostenendo che il nonno mio lo aveva commutato con un altro terreno e che, se la cosa non sta bene, ci avrebbe pensato lui a mettermi a posto. E lo va dicendo per le osterie e per i paesi. Mi è arrivata voce da un caro amico di Cosenza che perfino in città don Vito si vanta di potermi mettere a posto come sa fare lui”.

A quel punto Michele cominciò a preoccuparsi, perché qualcosa gli diceva di cose brutte. Infatti, Don Pasquale lo incalzò con una domanda: “Tu, Michele, hai un fucile, sai sparare?” “No, non ho un fucile, ma sparare so, perché mio padre me lo insegnò che ero giovane… rispose Michele titubante e Don Pasquale “Nessun problema, disse e chiamò Antonio, che comparve in un lampo. “Antonio, vai a prendere quel fucile bello lustro, quasi nuovo, che funziona sempre, sai che lo abbiamo usato, sia per la selvaggina piccola, sia per quella… grande, quello a canne sovrapposte“. Antonio ricomparve in meno di un minuto, ché Don Pasquale teneva le sue armi, ben lucidate, in bella mostra, nel soggiorno grande in una vetrina. Lì, ben messi in piedi aveva almeno una decina di fucili di diverse fogge, da quelle da caccia a doppia canna a quelli che ricordavano piuttosto armi da guerra, e un paio di pistole, una a tamburo, un revolver, e una tipo “beretta” dei carabinieri.

Si rivolse a Michele e gli disse “E’ tuo, tuo per sempre, ma devi farmi un servizio, un piccolo favore…, e tergiversava, mentre Michele era sempre più pallido, devi sparare a quel fottutissimo di don Vito, anche senza ammazzarlo, sparagli alle gambe, così capisce, e comunque anche se crepa, non c’è problema. Se lo sarà meritato…” A quel punto Michele fu sul punto di non farcela e si tenne agli spigoli della sedia dov’era seduto. Borbottò, mentre si sentiva svenire, un timorosoSissignore, e dove devo far farlo, Don Pasquale?” Il padrone chiamo Antonio e gli spiegò come lui avrebbe dovuto portare Michele sul posto, che era adatto a un agguato, conoscendo le abitudini di don Vito, che soleva frequentare quella tal strada, che era una scorciatoia per andare in monte verso le sue proprietà.

“Non devi temere nulla, Michele, ci sono qua io, tu non avrai nessuna responsabilità”. E la cosa si fece. Una mattina presto, i due si appostarono dietro una roccia che sporgeva sulla strada, e il colpo di fucile, sparato da Michele, raggiunse don Vito nella parte alta delle gambe e causando un’emorragia mortale. Nessuno venne a cercare Michele, che per un po’, senza evitare di frequentare le osterie e i bar della zona, cercò di parlare poco e di ascoltare molto. Dopo mesi i carabinieri andarono alla casa di Don Pasquale, che fu raggiunto da un avviso di garanzia, ma non vi fu alcun seguito, perché lui personalmente aveva un alibi di ferro, nessuno aveva parlato e l’arma non era mai stata trovata, perché Michele l’aveva nascosta in campagna in uno stallo che gli aveva indicato Antonio.

Il tempo passava e Don Pasquale, che nel frattempo non aveva fatto mancare nulla a Michele, lo chiamò di nuovo e di nuovo e di nuovo. Sempre per la stessa ragione. Michele era diventato ora un assassino esperto. Era uno di loro. Mafioso.

 

Il tremendo racconto mi ha spiegato la mafia, o forse un certo tipo di mafia, più e meglio di qualsiasi trattato di sociologia o di antropologia culturale. E ho continuato a chiedermi quanto si possa essere liberi nelle decisioni per il bene o il male… Certo è che la cultura espressa nel racconto di cui sopra deve essere collegata come una concausa alle politiche sociali ed economiche che nel tempo i governi italiani e quelli locali hanno attuato nel Meridione, fin da prima dell’unità d’Italia, prima di Garibaldi e di Nino BIxio.

 

E torniamo alla biologia. Studi molto recenti hanno mostrato l’importanza di distinguere le varianti genetiche che hanno a che vedere con il metabolismo dei neurotrasmettitori, al fine di comprendere la possibilità che si sviluppino comportamenti antisociali e si commettano atti criminali. Ciò comunque non può essere considerato né sufficiente né necessario, perché l’individuo così caratterizzato commetta reati o abbia comportamenti antisociali. Su questo argomento è interessante consultare il professore Pietro Pietrini dell’Università degli Studi di Pisa e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Psicologia Clinica all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, intervenuto alla quarta edizione di Trieste Next, BIO-logos, the future of life. Lo studioso invita a non farsi condizionare da facili scorciatoie come l’accettazione di concetti del tipo “Neurobiologia della cattiveria”, certamente mediatico e a modo suo accattivante, perché le cose sono molto più complesse. Non si può ridurre tutto al biologico, e lo dice un neuroscienziato, non un filosofo. Molto interessante. E’ una posizione analoga, in parte, a quella che da un paio di decenni sostiene il professor Steven Pinker, psicologo sociale americano, che io cito spesso in questi miei pezzi.

Pietrini consente che si stia discutendo da molto tempo se la genetica di un individuo sopravanzi con i suoi effetti, quelli generati dall’ambiente e dall’educazione (e qui mi rivolgo ai miei lettori e studenti che hanno ben presente la sinossi che sempre propongo tra struttura di persona e struttura di personalità). Questa annosa questione, che si può sintetizzare con il sintagma nature vs culture non ha senso, poiché ambedue concorrono alla costruzione della persona.

Il ricercatore continua ricordando che, dopo la codifica del genoma umano (Dulbecco e altri, 2003) si sono cominciate a studiare le varianti alleliche di numerosi geni. Posto che come esseri umani abbiamo tutti lo stesso patrimonio genetico, composto da circa 22mila geni, vi è poi una grande variabilità individuale, che può ammontare fino a 30 milioni di possibilità alleliche, anche come semplice sostituzione di una singola lettera nella sequenza del gene. Pietrini ricorda il nome di questo allele: single nucleotide polymorphism (Snip), cioè di polimorfismo a singolo nucleotide. Ricorda a noi profani che “basta la sostituzione di una sola lettera del codice del Dna (di un singolo nucleotide, appunto) perché la proteina che viene trascritta abbia caratteristiche anche molto diverse da quella originale, cioè quella trascritta dal gene nella forma più diffusa, la cosiddetta forma wild. Ebbene, per quanto riguarda lo studio dei geni che giocano un ruolo nello sviluppo del comportamento e della personalità dell’individuo, si è visto che esistono varianti alleliche di geni che codificano per neurotrasmettitori e recettori cerebrali che sono significativamente associate con la modulazione del comportamento.”

Subito dopo, però, specifica che “non vi è alcun effetto deterministico: vale a dire, nessuna variante allelica determina alcun comportamento. Quello che invece si è scoperto è che certe varianti alleliche modulano il rischio che l’individuo da adulto sviluppi un comportamento antisociale ed aggressivo, se da piccolo è stato allevato in un ambiente malsano, è stato maltrattato e/o abusato. Al contrario, se l’individuo è cresciuto in un ambiente sano, ricco di attenzioni e di stimoli, queste stesse varianti sembrano favorire lo sviluppo di un comportamento pro-sociale. Dunque, si può parlare di “geni di plasticità”, nel senso che queste varianti alleliche sembrano modulare la suscettibilità dell’individuo all’ambiente che lo circonda. Si comprende quindi come geni e ambiente siano due fattori inscindibili nello sviluppo del comportamento umano. E come la lunga diatriba tra i sostenitori che tutto è nella biologia e coloro che per contro ascrivono il comportamento al solo effetto dell’ambiente e della cultura-educazione, sia priva di fondamento”.

A Pietrini piace comunque fare sempre riferimento al sapere etico-filosofico quando si trattano questi temi, e cita in proposito Platone: ‘Perché malvagio nessuno è di sua volontà, ma il malvagio diviene malvagio per qualche sua prava disposizione del corpo e per un allevamento senza educazione, e queste cose sono odiose a ciascuno e gli capitano contro sua voglia’ (Timeo, 86 e)”.

Un ultimo aspetto che chi mi conosce sa che non trascuro mai quando tratto temi come questo è il riferimento al contesto giuridico-penale dell’agire umano antisociale o criminale. Torna in questione il tema della libertà, e quanto questa facoltà sia presente nell’agire umano. Il sistema penale, da quasi quattromila anni presuppone che l’essere umano sia responsabile delle proprie azioni, e pertanto ne debba rispondere quando queste sono riprovevoli. Si tratta della premessa necessaria per ammettere la stessa imputabilità del soggetto agente, ovvero l’esclusione di essa con i conseguenti esiti di carattere penale.

In tema Pietrini avverte che, se un individuo non possiede da sempre o non possiede più tutte le funzioni dei lobi frontali a causa di un trauma, di una malattia, o di un processo neuro-degenerativo, costui non possa essere ritenuto responsabile di comportamenti anche criminali. In ogni caso, chi opera contro le norme morali e le leggi della convivenza civile in modo consapevole, e ciò sia dimostrabile, non può non essere ritenuto colpevole e meritevole di condanna e di espiazione di una pena. Colpa e pena appartengono alla consapevolezza, sia nel diritto penale, sia nelle dottrine filosofico-teologiche classiche, da Platone in poi.

Se non si può cedere al determinismo filosofico-biologico, è altrettanto importante conoscere bene le condizioni cerebrali e mentali di ogni attore e autore di gesti ascrivibili all’essere umano. Tommaso d’Aquino distingueva fra “atti umani”, cui attribuiva un’accezione di scelta morale per il bene, dagli “atti dell’uomo”, che rappresentavano semplicemente l’agire dello stesso, indipendentemente dal giudizio morale sugli atti stessi.

Nell’intervento citato, lo studioso cita casi accaduti presso i Tribunali di Trieste e di Como, dove sono stai presi in considerazione elementi di alterata funzionalità cerebrale e di vulnerabilità genetica riportati nelle perizie psichiatriche degli imputati, così come abbiamo visto nell’articolo precedente, nel quale ho riportato la sentenza di un Tribunale del Tennessee, chiamato a giudicare un delitto effettuato da un uomo non in grado di intendere e volere nella pienezza delle sue facoltà, e quindi della sua libertà.

Il tema è immenso e difficile.  Anche il racconto da cui ho iniziato questo articolo suggerisce una riflessione: oltre ai deficit fisico-psichici, non possiamo trascurare gli elementi “culturali” e antropologici, per comprendere gli abissi nei quali talora l’uomo si viene a trovare.

Infortuni ragionevolmente imprevedibili: esistono ancora?… Libertà individuale, regole e “involontario in causa”

Paolo, dirigente di Unindustria di Pordenone, è un ingegnere e un uomo creativo, umanista nel senso più ampio del termine. Un amico che stimo sotto tutti i profili, per la sua simpatia e competenza professionale. Quest’anno mi ha invitato a tenere una relazione a un convegno dal titolo molto sibillino, oltre che classicamente retorico “Infortuni ragionevolmente prevedibili: esistono ancora?”.

Gli interventi degli altri relatori sono stati vari ed equilibrati, certamente integrati e integrabili: quello del sociologo professore all’Università di Trento,  Massimiano Bucchi, autore di diversi volumi tra cui il recente edito da Rizzoli Sbagliare da professionisti. Storie di errori e fallimenti memorabili, del giudice Antonio Lazzàro, uomo di grande esperienza giuridica, della Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione di Luxottica ingegner Ambra Ambroset, e dello psicologo vicentino Antonio Zuliani, esperto di “psicologia sociale delle catastrofi”.

Duecentocinquanta tecnici e studiosi in una grande sala della Fiera di Pordenone. Conferenza valida anche per crediti di aggiornamento per gli ingegneri, i periti industriali, i geometri e i responsabili del servizio di prevenzione e protezione aziendali. Mancavano del tutto o quasi i capi azienda intesi come primi azionisti e titolari. Certamente non erano i primi invitati, ma anche se lo fossero stati, a mia esperienza, ne sarebbero venuti pochi, molto pochi. Quale la ragione? Ebbene, costoro, per ruolo e self consciousness sono troppo convinti che non gli serva stare insieme a molti altri, precipuamente di ruoli tecnici ed operativi, in quanto loro “comandano” ed essenzialmente sanno già tutto, o quasi tutto, proprio perché… comandano.

Infatti, salvo qualche virtuosa eccezione spesso a me nota, il loro retro-pensiero è questo “se io ho inventato questa azienda e altri no, anzi lavorano per me, vuol dire che io sono diverso e non ho bisogno di studiare come loro“, non capendo che studiare fa sempre bene, perché apre la mente e fa capire come, studiando, ci si accorge di avere sempre bisogno (socraticamente) di studiare ancora e ancora e ancora, perché la scienza e la sapienza non hanno confini, non hanno limiti.

Ho provato a proporre un contributo a modo di meta-intervento filosofico, e ho ritenuto di svolgerlo in questo modo…

infortuni ragionevolmente prevedibili

L’anima e l’eternità degli “enti” per il maestro Emanuele Severino e per… me

A 91 anni Emanuele Severino se ne è andato tra gli eterni, come crede e dice e scrive lui, da sempre, dal sempre eterno della sua vita. Parmenideo anti-eracliteo, cristiano nel senso metafisico e non teo-logico del termine. Il filosofo, il professore, è stato rimosso dalla docenza alla Cattolica mezzo secolo fa, perché il suo insegnamento è stato ritenuto da Santa Madre Chiesa incompatibile con il tomismo (non tanto con l’agostinismo) dei fondamenti cattolici.

Poi a Cà Foscari, nella luce della laguna, ha formato centinaia di docenti e forse qualche filosofo, e infine a Milano con Massimo Cacciari all’Università San Raffaele – Vita e Salute: docente di filosofia e filosofo non sono sinonimi. Chissà che cosa sono io, caro lettore?

Ora la sua anima non è ad animare un altro corpo, ma è dov’era da sempre, nell’eternità, in ciò che latinamente si può dire interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio. La visione del mondo e della vita di Severino presuppone la possibilità che vi sia un luogo/ stato dell’essere dove si può osservare tutto e totalmente delle cose, che si può dire ex parte Dei o sub specie aeternitatis, anche se il filosofo non la chiama “Dio”, concetto che appartiene alla teologia. Si potrebbe chiamare “assoluto”, “incondizionato”, fermi restando i nomi presenti nella tradizione monoteista come “eterno”, “onnipotente”, “signore”, “misericordioso” e  altre decine (soprattutto in ambito teologico islamico).

Per Severino, e anche per un altro maestro mio, il padre domenicano Barzaghi l’eternità degli “enti” sussiste. Proviamo con un esempio: facciamo conto di stare dietro a una scrivania e di mostrare una mano, poi di nasconderla dietro la scrivania stessa. La mano appare e poi scompare, ma senza smettere di “essere” o, come si intende comunemente, di “esistere”. L’apparizione della mano non è una mera “apparizione”, ma la ricomparsa di un “ente” (qualcosa-che-è) che non smette di essere (esistere) anche quando scompare alla vista, ma non alla vita. Ogni gesto che facciamo, anche uno sfregamento del mento, dura in eterno, poiché nessuno, neppure l’onnipotenza di Dio può far-non-essere-stato quel gesto, una volta che esso è stato compiuto. Anche la relatività generale einsteiniana lo conferma, poiché ciò che accade è, e se è, è per sempre, pur se sottoposto alla legge fisica citata. Betelgeuse, se diventerà una gigante rossa dopo la sua esplosione nucleare, si “farà vedere da noi” solo fra… cento anni, ma intanto sarà visibile immediatamente a chi fosse distante solo trecentomila chilometri da essa, in un minuto secondo, un soffio.

Ora, ad esempio, parliamo dell’anima: ruah, pnèuma, anima, per dirla in ebraico, greco e latino-italiano. Che cosa sia in molti se lo sono chiesto, studiosi e chiunque.

Trattati e lettere e omelie sono stati scritti dai maggiori. In Occidente e in Oriente, dove l’anima è ritenuta una scheggia di “divino” o d’infinito, come nella dizione hindu atman, che deriverebbe dal brahman, cioè dallo “spirito divino del mondo”. Anime che si possono reincarnare in creature più nobili o meno, a seconda del karma, cioè del retaggio morale di una vita, dottrina retributiva presente anche nel giudaismo biblico e nel paleo-cristianesimo (popolarmente anche dopo). Anime che si possono elevare fino quasi all’illuminazione del bodhissatva (buddhismo) ovvero dell’avatar (hinduismo), così come nel plesso mediterraneo vi sono i “santi”.

Essa è, secondo la teologia cristiana classica aristotelico-tommasiana: forma sostanziale del corpo. E’ sostanza, essenza, natura, principio di moto e sede di tutte le facoltà spirituali (volontà, intelligenza, memoria, sensibilità). Sempre in ambiente teologico l’anima è creata da Dio, mentre il corpo viene formato dai gameti genitoriali; essa è immortale e tramite della spiritualità umana.

Nell’Antico Testamento si concepisce l’anima come una struttura mista con il corpo ed è collocata nel “cuore” dell’uomo, non inteso come muscolo pompante il sangue, ma come centro dell’essere, del pensare e delle emozioni, il nefesh.

In Genesi Dio insuffla in Adam l’anima insieme con la vita: in sostanza lo anima. Nei più antichi testi biblici (l’ebraica Torah) non si parla mai di anima, immortalità e sopravvivenza dell’anima individuale dopo la morte. L’idea di immortalità dell’anima deriva piuttosto dal pensiero filosofico greco classico, o come elemento del mondo (presocratici, stoici ed epicurei), ovvero principio dell’essere (Aristotele) o, ancora, principio del movimento (Platone e neoplatonici).

Secondo Genesi l’essere umano è composto da: a) la terra, elemento materiale; b) l’alito vitale, elemento spirituale comunicato alla materia; c) l’anima vivente, che è il risultato dell’operazione svolta da Dio insufflando lo spirito nella materia. L’animazione impressa al corpo di Adamo non è un’anima-sostanza. Anima e spirito possono essere pensati indipendentemente.

I padri della Chiesa (tra i principali Ireneo di Lione, Cipriano di Cartagine, Agostino, Gregorio Magno, etc.) si sono basati soprattutto sulla dottrina platonica (cf. Fedone) e plotiniana, senza ignorare lo gnosticismo e lo stoicismo. Per alcuni di essi l’anima umana è costituita da materiale finissimo, non potendo essere concepita come del tutto immateriale. Fu sant’Agostino, attorno al 400, che propose un’idea o immagine dell’anima come di un nocchiero che guida il corpo, cioè la persona. Circa mezzo millennio dopo, con la riscoperta del pensiero aristotelico si iniziò a pensare unitariamente all’essere umano come composto unificato di anima e corpo (il sinolo aristotelico, da syn òlon, cioè con-il-tutto). Per Tommaso d’Aquino l’uomo è un “composto” di corpo e anima, ovvero materia e forma; è dunque al tempo stesso sostanza spirituale (cioè essere ragionevole dotato di intelletto) ed essere animale (dotato di un corpo informato dall’anima sensitiva e vegetativa). Le sostanze spirituali sono per lui forme separate, che esistono indipendentemente da qualunque connessione con la materia, e costituiscono un unico individuo per ogni specie animale; nel caso specifico dell’uomo, invece, ogni singolo individuo è perfettamente distinto dagli altri (l’anima è forma per se subsistens), in quanto solo così si può convalidare la credenza nell’immortalità dell’anima individuale. Per l’Aquinate l’uomo è composto di corpo e anima, vale a dire di materia e forma (essenza. sostanza, natura). Inoltre, siccome l’anima è una sostanza semplice di natura spirituale, non è corruttibile, e perciò può essere… immortale. Infatti, solo le sostanze composite (complicate, complesse) sono corruttibili in quanto generabili.

La filosofia e la teologia cristiane dei tempi moderni si sono orientate sul concetto di persona, anche per parlare dell’anima. Consultiamo un autore contemporaneo come Norman M. Ford (1988),  che scrive l’anima non è un oggetto concreto, ma un principio di vita non empirico, e di conseguenza non è direttamente riscontrabile con i metodi dell’osservazione scientifica […] è un principio di vita non-materiale o spirituale, necessario a spiegare gli aspetti non quantitativi degli atti autocoscienti razionali di conoscenza e libera scelta. Non è possibile ricorrere a metodi di investigazione puramente empirici per osservare direttamente la presenza dell’anima come tale o l’inizio della sua presenza.

Tornando all’Antico Testamento, lo spirito è il principio della vita, universale, impersonale, immortale, ovvero la parte superiore dell’uomo, dove risiedono l’intelligenza, la ragione e la coscienza morale, e dunque materia e spirito sono due elementi non individuali, di cui solo il secondo persiste alla morte, mentre l’anima vivente e vivificante è un elemento individuale che sussiste solo finché il corpo è in vita. Per l’antico ambiente giudaico l’anima è mortale.

La Chiesa Cattolica si richiama dottrinalmente all’Antico Testamento, dove il termini anima e spirito non sono usati con coerente costanza terminologica, ma in modo scambievole. San Paolo, poi, influenzato dall’ellenismo ne parla in termini differenziati distinguendo con cura senso, significato e utilizzo dei due termini. Per l’Apostolo l’uomo è proprio composto da tre dimensioni: corpo, anima e spirito. E’ dal Concilio di Vienne (1312/ 1313)  che questa dottrina è diventata parte della Tradizione cattolica e del Magistero. L’anima, dunque, è sede della mente, della volontà e delle emozioni, ed è preposta al controllo di tutti pensieri umani e di tutte le azioni che conseguono. Nella modernità le dottrine psicologiche, sia pure con terminologie differenti, hanno attribuito alla mente questo ruolo. Mente è comunque un termine che trae le sue origini dall’etimologia latina di mens/ memoria/ memorare, molto cara ad Agostino che addirittura la usò come metafora per indicare il Padre nella Trinità: Mens, Notitia et Amor, ovvero Padre, Figlio e Spirito Santo, secondo il grande teologo africano.

Se anima è un concetto condiviso fra teologia e psicologia moderna, spirito ha invece un’accezione eminentemente teologica, in quanto è il tramite per il quale l’uomo ha una qualche conoscenza di Dio e con lui in qualche modo… comunica. Lo spirito è collocato ontologicamente al di sopra dell’anima e la può orientare secondo l’ispirazione divina, al bene. Infatti, come insegna Tommaso, l’anima ha un’origine diversa dal corpo, poiché è sostanza semplice ed è spirituale, mentre il corpo è complesso ed è materiale.

Molte e diverse sono le dottrine teologiche sull’anima: vi sono opinioni che la ritengono creata da Dio all’atto del concepimento (Alberto Magno), altre all’atto della nascita, altre ancora quando la struttura encefalica si può considerare completata, e quindi dopo la nascita. Tommaso d’Aquino parlava di quaranta giorni per i maschi e di ottanta per le femmine. Su queste opinioni si possono proporre diversi giudizi, tenendo conto delle conoscenze naturali del tempo, che rendevano un po’ confusa la nozione, che si collocava fra biologia e metafisica. Il “tipo” di anima conferita all’uomo, inoltre, è completamente diversa dall’ente-anima che fa vivere gli anima-li, i quali la possiedono solo nelle dimensioni vegetativa e sensitiva. Vi sono però anche posizioni curiose, come quella di san Girolamo, che consolava i credenti affermando che avrebbero incontrato gli animali cui in vita sono stati più affezionati, perfino in paradiso. I possessori di animali odierni, però, per loro sfortuna, si dichiarano spesso agnostici o addirittura atei. Non sanno quello che si perdono.

Tommaso d’Aquino riteneva che l’anima intellettiva, dando forma e struttura alla materia e rendendola vivente, non sia collocata in alcun in alcun luogo particolare del corpo, che compenetra totalmente. L’anima si «esprime nel corpo» e lo contiene. L’anima è il principio vitale da cui scaturisce ogni azione corporea, da quelle dell’apparato locomotore a quelle della psiche. Il Concilio di Vienne (1312-1313) afferma: «riproviamo come erronea e contraria alla verità della fede cattolica, ogni dottrina o tesi che asserisce temerariamente o suggerisce sotto forma di dubbio che la sostanza dell’anima razionale o intellettiva non è veramente per sé la forma del corpo umano». Ma già Agostino d’Ippona aveva autorevolmente affermato: «in ciascun corpo l’anima è tutta in tutto il corpo, così com’è tutta in qualsivoglia parte di esso».

Per la Chiesa Cattolica l’animazione razionale del neonato è stato un tema non molto trattato. Si può dire che in passato la vita fetale non era considerata pienamente umana (non dimentichiamo che Margherita Hack parlava a volte dello zigote, della blastula e della morula come di un mucchietto di cellule, paradossalmente d’accordo con gli antichi teologi). Se vogliamo però applicare lo schema aristotelico-tomista non possiamo dimenticare che i due gameti che producono – pariteticamente – lo zigote (23 cromosomi y + 23 cromosomi x) hanno in potenza, cioè provvedono il potenziale per lo sviluppo dell’essere umano che sarà, tutto e totalmente. Se quindi si concepisce l’anima in termini non strettamente fisici, ma anche metafisici, non possiamo non ammettere che l’umanità sia infusa totalmente fin dai istanti di vita dello zigote, pur essendo questo “ente” unicellulare. A chi non ammette la dimensione metafisica questo ragionamento non interessa, ovviamente.

Per Tommaso d’Aquino, il sangue stesso è già un essere umano “potenziale” che diviene essere umano “in atto” sotto l’azione del pneuma (lo spirito) presente nel seme. E’ comunque Dio stesso a intervenire con un atto creativo, dando alla creatura vegetativo-sensitiva una dimensione razionale e spirituale, infondendo l’anima.

La teologia contemporanea conviene sulla posizione di sant’Alberto Magno (l’anima sussiste dall’atto del concepimento), ma solo successivamente (quando?) inizierebbe ad operare? Sul tema sarei dell’idea di esprimerci con enorme cautela, anche e soprattutto per le implicazioni etiche che esso ha con il tema dell’aborto.

Ci si può chiedere se vi siano “prove razionali” dell’esistenza dell’anima. Si può ragionevolmente affermare che le maggiori sono di carattere psicologico: la consapevolezza dell’individualità; la consapevolezza dell’esistenza della propria anima; la cognizione della distinzione fra anima e corpo; la consapevolezza dell’opposizione fra anima e corpo; la persistenza dell’Io rispetto ai mutamenti del corpo; la presenza di attività spirituale; il senso di responsabilità; la ripugnanza verso l’idea di una morte definitiva. Queste caratteristiche sono anche utili a mostrare, forse, la plausibilità dell’esistenza di un “ente” come l’anima. Essa, oltre a manifestare i tratti psicologici sopra elencati, può essere illustrata anche come segue: principio di vita; immagine di Dio; vera essenza dell’uomo; costante dell’essere; principio che umanizza il corpo; principio della razionalità umana e dello psichismo; principio dell’individualità; fonte della personalità; principio della soggettività; principio della coscienza e della consapevolezza; parte migliore dell’uomo; fonte dell’interiorità e della vita personale; principio del libero arbitrio e della volontà; essenza dell’essere e dell’Io; coscienza morale.

Circa la “vita” dell’anima  la teologia cattolica tradizionale sostiene che dopo la morte (del corpo) l’anima continui a sussistere separatamente, essendo immateriale e quindi non potendo dissolversi in qualcosa d’altro, come accade al corpo. La separazione dell’anima dal corpo permette inoltre che Dio possa avere una relazione spirituale con una sostanza che gli “somiglia” (cf . Genesi 1, 27), per cui la fa sussistere con la sua propria essenza, mentre il corpo sarà ripreso dopo la resurrezione finale, in altra forma sostanziale.

La morte è, dunque, la separazione dell’anima dal corpo, ma resta comunque parziale. Mentre il corpo non procede con le sue funzioni vitali, l’anima continua a “vivere” separatamente. Dopo la morte l’Io umano non si spegne, ma si “sposta” in uno stato dell’essere diverso, non più percepibile dagli altri, ma presente in uno stadio/ stato spirituale. L’anima, pertanto, continua a vivere, ma non più mediante il corpo, bensì autonomamente.

Per la teologia cristiana, l’unica eccezione nel morire è costituita dalla morte di Maria, che fu vera morte, ma non tale da far sì che il corpo si decomponesse. Il dogma (non obbligante) dell’Assunzione di Maria, anche se presente nella Tradizione fin dal V secolo, è di proclamazione molto recente (1950, sotto papa Pio XII) sostiene l’assunzione della Madre del Signore in anima e corpo.

Le visiones medievali sono la rappresentazione più forte dello stato e dell’attività dell’anima dopo la morte, tra le quali il poema dantesco è la più nota.

L’attività dell’anima dopo la morte, in particolare in quello stato sospeso rappresentato dal purgatorio, veniva descritta in passato quasi come un viaggio fantastico, durante il quale è possibile il contatto tra ciò che appartiene all’Io e il mondo ultraterreno. Per questo durante il Medioevo vi fu una fioritura di racconti di viaggi estatici nei mondi ultraterreni; l’esempio più noto è quello della Divina Commedia.

Circa il destino dell’anima, la dottrina cattolica prevede che essa si possa trovare nelle condizioni spirituali “meritate” in vita, con una qualche analogia con il karma hindu-buddistico, e un “arricchimento” medievale, sconosciuto ai Padri del cristianesimo primitivo, quello della purificazione (da pyr, fuoco in greco) purgatoriale, se i peccati commessi non siano stati tali da impedire la visio beatifica della Santissima Trinità (cf. Canto XXXIII del Paradiso dantesco) e facciano meritare il “silenzio eterno di Dio” (cf. J. Ratzinger)

A differenza della cultura religiosa cristiana e musulmana, che prevede la resurrezione finale delle anime e dei corpi, quella giudaica la ignorava. E’ nella Lettera agli ebrei che si parla per la prima volta in maniera chiara di resurrezione finale. Si tratta di un dogma fondamentale correlato a quello dell’immortalità dell’anima. e per queste ragioni: a) se l’essenza dell’uomo fosse lo spirito, non si comprenderebbe perché Dio l’avrebbe fatto compagno della carne; b) essendo l’anima “forma del corpo” è del tutto innaturale che essa si trovi separata dal corpo, e dunque tende a ricongiungersi ad esso; c) poiché l’anima e il corpo commettono insieme il bene e il male, entrambi debbono ricevere il premio o la punizione.

Infine, il cristianesimo non ammette la reincarnazione, tipica dottrina delle tradizioni religiose orientali. Vi sono comunque teorie in questo senso anche in ambito cristiano, come nel caso di Origene, per il quale le anime non solo sono immortali, ma anche… eterne.

Per la maggior parte della sua storia il Cristianesimo ha sostanzialmente condiviso l’idea platonica di una netta separazione dell’anima dal corpo; e per questo motivo il Simbolo degli apostoli parla di «resurrezione della carne», espressione che non compare nel Nuovo Testamento né nel Credo di Costantinopoli (e in quelli precedenti), dove si parla sempre di «resurrezione dei morti» (solo nel 1513, con il Concilio Laterano V, l’immortalità dell’anima è divenuta dogma). Ma nei Vangeli non si parla di immortalità per tutti gli uomini o per tutte le anime; la resurrezione degli empi serve solo ad applicare loro la pena definitiva della distruzione col fuoco, giacché il definitivo concetto di inferno, inteso come luogo di dannazione eterna, nasce solo con Tertulliano e Origene.

Per l’apologetica, l’uomo prova un desiderio naturale di integrità della propria persona, dovuto al fatto che l’anima è la forma del corpo e come tale tende a essergli unito. Questa certezza soggettiva, rafforzata definitivamente dalla fede, sarebbe la prima prova della necessaria immortalità, e appagherebbe un desiderio ben presente anche nei filosofi pagani. L’immortalità dell’anima sarebbe inoltre dimostrabile con la semplice ragione: l’anima è immortale in quanto immateriale e non scomponibile; se infatti l’intelletto opera prescindendo dalla materia (ovvero, se l’agire segue direttamente all’essere), l’anima non può che essere immateriale e dunque immortale, perché solo la realtà materiale è soggetta alla corruzione.

L’ente anima può essere considerato forse il modello di eternità degli enti, anche se il concetto di eternità non coincide affatto con quello di immortalità, in quanto l’eterno è in-creato, mentre l’immortale no.

Gentil lettore, considera questo mio sforzo come un omaggio a Emanuele Severino, che ora conosce de visu, gli eterni, e a cui auguro, anche se lui ne ha fortemente dubitato, la visione beatifica degli angeli e dei santi.

Ai confini della laguna

Invitato dall’amico Davide, filosofo venezian, mio valoroso collega in Phronesis (che per il mio affezionato lettore è l’Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica), mi trovo un giorno di gennaio di quest’anno, l’ultimo del secondo decennio, non il primo del terzo come molti imbecilli cercano di dire, a Cavallino Treporti. La sera scende e le persone attendono che si parli di libertà, di come la libertà si può declinare nelle varie forme consentite dalla vita umana e dalla natura, e da come l’umano intelletto le può descrivere.

Tanti modi, innumerabili: dalla libertà (apparentemente) assoluta, cioè sciolta da ogni legame (ab-soluta), a quella più limitata dalla necessità, cioè una libertà senza alcuna libertà, e in mezzo le infinite sfumature di ciò che chiamiamo caso, non sapendo come definire ciò che accade al di fuori del nostro controllo intellettuale e fattuale.

Libertas major et libertas minor sono poi due espressioni care a sant’Agostino, che distingueva, appunto, tra una “libertà maggiore”, cioè quella determinata dalla consapevolezza intellettuale e morale delle scelte per il bene, e una “libertà minore”, vale a dire più inconsapevole, e pertanto non legata alla riflessione sull’eticità delle scelte.

Molte volte in questa sede mi son posto il tema, non trascurando i pensatori che della libertà più si sono interessati, dai grandi greci, al vescovo ipponate, fino ad Erasmo e Lutero, per giungere a Kant e ai nostri giorni. Me ne sono interessato al punto da pubblicare un pamphlet, che ha avuto un’ottima accoglienza di pubblico e di critica, da parte di colleghi, imprenditori, lavoratori e lettori. La politica, invece, è stata completamente assente dal piccolo dibattito da me suscitato, in questi anni afona e poco colta, e perfino poco curiosa. E non me ne meraviglio, ché la povertà della discussione in quelle sedi è malinconicamente conclamata. Quando li vedo (i politici, e parlo degli attuali che vanno per la maggiore) comparire i tv o sul web oramai mi rattristo preventivamente, mentre loro leggono discorsetti già preparati, forse da terzi (questo accade sempre con i più in vista) per dire banalità clamorose o indulgere in pressapochismi desolanti. In ciò supportati e accompagnati da gran parte dei giornalisti video e della carta stampata, e da conduttori capaci più che altro di esaltarsi per scoop inesistenti e autori di titoli e slogan urlati, spesso indecorosi, se non indecenti. Basti ricordare, in tema, come è stato presentato il falso conflitto in materia di celibato ecclesiastico tra Joseph Ratzinger e papa Francesco.

E allora, libertà da cosa, libertà di cosa? del nulla. Così pare essere ciò che emerge dall’assente dibattito in tema. Bisogna risalire indietro nel tempo di almeno tre/ quattro decenni per ricordare qualcosa di degno di attenzione nella politica, ai tempi di Nenni e Craxi, di Moro e Fanfani, di Berlinguer e Amendola e Ingrao, pur nei loro limiti e contraddizioni (basti pensare agli errori e limiti manifestati da alcuni di loro ai tempi dell’affaire Moro e della vergogna di via Caetani, tema ancora ricco di oscure presenze e assenze), per quanto riguarda l’Italia.

Gentil lettore, eccoti il documento di cui…

la scelta libera

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