Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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“Vieni avanti, cretino!” Da Totò a Sordi, da Ridolini a Tafazzi e Cetto Laqualunque e fino a Salvini, Di Maio, Toninelli o Di Battista, et multi alii, che possono dirsi onorati di stare in simil compagnia

Caro il mio lettor paziente,

puoi pensare che l’elenco dei nominati nel titolo sia quantomeno curioso e non si capisca bene quale criterio suggerisca di accostarli, in qualche modo. Provo a spiegarlo a me stesso. Tutti e otto hanno a che fare, se pure in modo diverso, con l’umorismo e la comicità. Addirittura si potrebbero aggiungere altri nominativi, come quello eccelso di Chaplin e di Buster Keaton, quello molto buono di Harold Loyd, di Erminio Macario, del Pappagone di Peppino De Filippo, del Fracchia villaggesco e di altri, perfino di Corrado Guzzanti, passando per il Walter Chiari de i Fratelli De Rege, e così via.

Vieni avanti, cretino“, ecco, questo invito potrebbe essere il motto chiave. Ognuno di quelli può aver fatto (ha fatto) il “cretino”, in modo più o meno efficace, per far ridere, o anche, nei casi migliori, per far pensare (Chaplin, Keaton, e anche il Villaggio di Fantozzi). Mi pare certo che, sempre qualcuno degli elencati, non solo ha fatto il “cretino” con i suoi comportamenti, ma ha mostrato una consistenza ontologica di “cretinità” personale. Poi cercherò di fondare su qualche riflessione questa mia asserzione.

Ti ricordo, caro lettore, il significato etimologico-filosofico di ontologia: si tratta, appunto, della “scienza dell’essere”, previa a ogni altra scienza e conoscenza, poiché senza una conoscenza, anzi una domanda sull’esseredelle-cose non è possibile alcuna conoscenza successiva, più tecno-scientifica, più di dettaglio, tipica di ogni statuto epistemologico disciplinare.

Torniamo a noi. Se nell’elenco nominativo di cui sopra si può osservare una consistenza ontologica della “cretinità”, ovvero della “stupidità”, termine quasi sinonimico, nell’uso comune, anche se il primo termine ha anche una valenza di carattere medico-biologico, come rinvio al difetto neuro-psichico del cretinismo, malattia studiata e considerata almeno da un paio di secoli. Questa accezione, però, qui non ci interessa, perché l’accezione contemporanea, più culturalmente a-specifica, dice di più di ciò che intendo trattare qui.

Se andassimo, infatti, ad analizzare i termini, i concetti, i ragionamenti, la logica argomentativa, la coerenza, la fondazione etica dei soggetti politici sopra citati, cui fanno buona compagnia molti loro colleghi di tutti i partiti, ci accorgeremmo che è difficile trovare, nella pur ricchissima lingua italiana, altri termini che dicano qualcosa delle caratteristiche di quelle persone.

Fermandoci, appunto, per il momento solo sui concetti linguistici e grammaticali, semantici e narratologici sopra detti, ci potremmo chiedere quale sia la qualità dei termini usati nell’eloquio corrente dei quattro “campioni” politici sopra citati, rispondendoci subito: inadeguati, ripetitivi, stereotipati, poveri, inopportuni… basta così? Circa i concetti: confusi, contradditori, imprecisi, stantii… basta così? Circa i ragionamenti: zoppicanti, privi di ogni consecutio logica, smemorati di altri ragionamenti precedenti sul tema stesso, magari appena pronunziati, completamente contradditori, incompleti, vacui… basta così? Circa la logica argomentativa: incongrua, incoerente, priva di basi di appoggio, apodittica (quasi sempre)… basta così?  Circa la coerenza: qui siamo alla commedia, anzi al trash, poiché quasi mai si può registrare coerenza nelle prese di posizione sui medesimo argomento in tempi diversi; dall’oggi al domani costoro ribaltano completamente l’idea precedente… basta così? Circa la fondazione etica: confusione perfino sulla nozione filosofico-giuridica di etica, incapacità di discernimento sui valori, confusione semantica e morale… basta così?

Non so se serve che continui la mia analisi. E’ forse troppo spietata? Pretendo troppo dai politici? Non lo so, mi pare di no, per una semplice ragione: che se gli umoristi e i comici possono permettersi illogicità, confusione, smemoratezza, contraddizioni logiche, umoralità, etc.., anzi, queste caratteristiche sono l’humus, la sostanza e la forma stessa (che è la stessa cosa) dell’efficacia del loro lavoro e della loro professionalità, i politici no, non possono permetterselo, anzi, al contrario, essi devono mostrare le virtù opposte (a questi vizi), direbbe Tommaso d’Aquino.

Proviamo ad applicare il precedente schema analitico ai politici di alcuni decenni fa, proviamo a rispondere mettendo nelle medesima griglia concettuale Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Alcide De Gasperi, Ugo La Malfa, Pietro Nenni fino a Bettino Craxi (e ne mancano molti altri, anche seconde linee che oggi sopravanzerebbero di gran lunga, per qualità, i protagonisti attuali).

Che dire, dunque? Meno male… ora un Di Battista oggi pare sia stato zittito dai suoi stessi compagni di movimento. Forse non tutto è perduto. Avevo fiducia che fosse così, ora sono più sereno. C’è molto lavoro da fare: io, nel mio piccolo, son qui a disposizione. Lo dico al Partito al quale sono iscritto, pieno dei difetti sopra elencati, ma almeno disposto – per storia e idee – rivolto al meglio.

Per concludere riporto qui sotto un brano di Marx e di Engels che tratta del “cretinismo parlamentare”, certamente con un’accezione diversa da quella che ho cercato di analizzare io, ma che comunque mette in guardia contro ogni “santificazione” dei sistemi politici, perfino del migliore, la democrazia parlamentare, attualmente in vigore in Italia, come previsto e regolamentato dalla Costituzione repubblicana… figurarsi una metodologia falsamente democratica come quella del modello 5S (il sistema cosiddetto “Rousseau” appartenente a una famiglia di imprenditori privati), dove votano, quando va bene, poche decine di migliaia di iscritti, versus 50 milioni di aventi diritto al voto democratico a suffragio universale in Italia (cf. post precedente). Non scherziamo!

Cretinismo parlamentare, infermità che riempie gli sfortunati che ne sono vittime della convinzione solenne che tutto il mondo, la sua storia e il suo avvenire, sono retti e determinati dalla maggioranza dei voti di quel particolare consèsso rappresentativo che ha l’onore di annoverarli tra i suoi membri, e che qualsiasi cosa accada fuori delle pareti di questo edificio, – guerre, rivoluzioni, costruzioni di ferrovie, colonizzazione di intieri nuovi continenti, scoperta dell’oro di California, canali dell’America centrale, eserciti russi, e tutto quanto ancora può in qualsiasi modo pretendere di esercitare un’influenza sui destini dell’umanità,- non conta nulla in confronto con gli eventi incommensurabili legati all’importante questione, qualunque essa sia, che in quel momento occupa l’attenzione dell’onorevole loro assemblea.”

Marx-Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania., 27 luglio 1852 ? o sett 1851 ? – Opere scelte, (Edizioni Mosca), vol. 2, p. 112

 

p.s.

l’amico Ezio mi suggerisce di aggiungere due nominativi all’elenco di politici del titolo. Accetto il suggerimento volentieri. Eccoli: Prodi, il sopravvalutato,  e Renzi, il furbastro semper in qualche modo arrogante, e anche Marcucci (il chi è?) e Calenda (il presumido, che si è dimesso dal PD, evviva evviva). Mi sembrava ingenerosi verso di loro… trascurarli. Eh eh

 

evviva

Per una critica della ragione ipocondriaca, sulle ardue tracce di Schopenhauer

Noto ai più (chissà se è poi vero?) che la struttura di persona dà pari dignità a tutti gli umani e che la struttura di personalità dice l’irriducibile unicità di ciascuno, qui affermo e dico – apoditticamente per ora – che non solo siamo diversi l’uno dall’altro, ma che ci differenzia anche la minore o maggiore capacità di pensiero. Beninteso non sto scrivendo che, contro le ricerche neuro-scientifiche più recenti e affidabili e contro la stessa evidenza dei fatti, vi siano persone che non hanno il dono del pensiero, ma che vi è un numero cospicuo di esse che hanno questo dono naturale in misura minima, insufficiente. Persone che comunque votano e quindi decidono come chi ha una dotazione sufficiente o buona o eccellente.

Per i grillini, addirittura, non solo uno vale uno, ma quell’uno vale per stabilire una linea politica se vota su un sistema informatico governato da una esserreelle privata, e il numero dei votanti, contro i 50 milioni di aventi diritto in Italia, è di qualche decina di migliaia.

Cioè: io che sono informato, studiato e culto, e non pochi altri che conosco, e che hanno caratteristiche analoghe alle mie, devo farmi decidere la vita da gente che spesso è carente sotto il profilo della capacità di pensiero, come si evince dal profluvio di bestialità che si leggono sul web, di gente incapace di pensiero critico, di un benché minimo se pur rozzo sillogismo naturale (dico, quelli di mia nonna Caterina, con la sua terza elementare), provvista di un lessico grezzo e minimale, di una grammatica e una sintassi che riflettono una profonda ignoranza letterale e una altrettanta arroganza verbale: ignoranza e arroganza, lo sappiamo, sono direttamente proporzionali tra loro. Siamo circondati da persone di questo tipo. La fatica che faccio, talora, a sopportarle, è improba, perché in queste persone manca la benché minima umiltà, poiché sono solo capaci di dire, di ascoltare per nulla.

Platone sosteneva che al governo dovessero andare le persone competenti e che tale oligarchia della mente fosse la più adatta al governo della cosa pubblica. Aristotele definiva la politèia come la più nobile delle arti umane.

Qua, ora, sta accadendo invece l’incontrario.

Perché parlo di una ragione ipocondriaca? Può l’ipocondria come nevrosi essere provvista di ragione? E’ un atto di presunzione quello che sto descrivendo in queste righe? E’ superbia? E’ vanagloria? Proviamo a riflettere.

Non mi pare sia vanagloria, perché non sto vantando conoscenze che non ho e di ciò mi “faccio perfino bello” (si fa per dire) di fronte al mondo; non mi pare sia superbia, poiché non penso di essere esentato da un’etica del fine che rispetta la struttura umana, limitandomi a dei giudizi sulle differenze tra umani; non mi sembra sia presunzione, perché non presumo altro rispetto a un qualcosa di facilmente mostrabile, per comunicazione di notizia e per tutta evidenza… e infine, non mi pare sia manifestazione di ipocondria, a meno che non si ritenga che segnalare gli altrui limiti e differenze non configuri questo grave difetto psico-morale.

Espressomi con questo articolato syn-logismo, mi permetto allora di affermare che questo tipo di “ipocondria”, cioè di paura per la propria incolumità psico-fisica, (a questo punto virgoletto il termine, per non equivocare), ha una sua ragion d’essere, e non va confusa con la mania di persecuzione altrimenti detta paranoia. Non posso essere giudicato paranoico se mi permetto di confrontarmi con un Dibattista o un Vitocrimi e di concludere che tra me, e non pochi altri, e questi signori vi è, senza alcun dubbio, se fanno fede i loro interventi, un abisso di differenza culturale, etc etc. o no? Per evidenza, dico, differenza che risulterebbe chiarissima se vi fosse l’occasione di un confronto davanti a terzi.

Caro lettore, è ovvio che non mi sto vantando (anche se a uno sguardo superficiale potrebbe parere che sì), ma sto guardando le cose da “ipocondriaco sano”, impaurito dalla vertigine che mi dà tanta incompetenza così vicina al potere. Mi spaventa che questi tizi, cui si possono aggiungere a piacimento leghisti, a partire dal sottufficiale loro capo, pidini e fascisti di vari generi e specie, possano usare il potere che hanno o che potrebbero avere. Ad libitum,

Di seguito propongo un testo clinico sull’ipocondria:

Un paziente è definito ipocondriaco (affetto da ipocondria) quando continua a male interpretare alcune sensazioni corporee nonostante abbia ricevuto rassicurazioni mediche pertinenti, valide e ben fondate, e nonostante abbia le capacità intellettive per comprendere le informazioni ricevute.

Nell’ipocondria la preoccupazione può riguardare le funzioni corporee (per es. il battito cardiaco, la respirazione); alterazioni fisiche di lieve entità (per es. piccole ferite o una saltuaria allergia); oppure sensazioni fisiche indistinte o confuse (per es. “cuore affaticato”, “vene doloranti”).

La persona attribuisce questi sintomi o segni alla malattia sospettata ed è molto preoccupata per il loro significato e per la loro causa. Le preoccupazioni possono riguardare numerosi apparati, in momenti diversi o simultaneamente.

In alternativa ci può essere preoccupazione per un organo specifico o per una singola malattia (per es. la paura di avere una malattia cardiaca).

I soggetti con l’ipocondria possono allarmarsi se leggono o sentono parlare di una malattia, se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato, ed a causa di osservazioni, sensazioni o eventi che riguardano il loro corpo.

La preoccupazione riguardante le malattie temute spesso diviene per il soggetto un elemento centrale della immagine di sé, un argomento abituale di conversazione, e un modo di rispondere agli stress della vita.

 

Ebbene, io temo per me e non solo per me che il potere gestito da figure come quelle citate e loro affini, possa farmi molto male. Ho paura, perché questi sono inconsapevoli, non del tutto responsabili dei loro detti e azioni, e ciò si deduce dall’improbabilità razionale degli stessi, dalla rozzezza dei ragionamenti, dalla contraddittorietà degli interventi, da quasi tutto il loro agire.

Vi è, dunque, una ragione ipocondriaca ed è oltremodo legittimo sottoporla a una critica, a un giudizio, a una chiarificazione dimostrativa della sua pericolosità materiale e morale. Come altrove più volte ho scritto, il rimedio è lo studio umile e paziente, la cultura che si fa con la fatica, l’onestà intellettuale, la generosità evangelica e semplicemente umana, la capacità di ascolto, il riconoscimento dell’altro, anche di chi ti insulta senza ragione perché non ha ragioni logiche, né pensiero critico, né conoscenza.

Le “colpe” della famiglia e della scuola e della politica

Famiglia e scuola in Occidente si sono macchiate di gravi colpe nell’ultimo trenta/ quarantennio, certamente anche per il tipo di civiltà che si è affermata, efficientista e numeristica, ma anche per insipienza intrinseca della ragione politica e delle decisioni amministrative degli organi pubblici, del potere legislativo e di quello esecutivo, di parlamenti e governi.

Al  termine “colpa” qui attribuisco l’accezione comune di errore-fatto-con-responsabilità, piena avvertenza (o quasi), cioè consapevolezza e deliberato consenso. E’ più o meno la nozione teologica di “peccato mortale”.

Altra “colpa” o “ragione della colpa” è la progressiva sottovalutazione del ragionamento e del sentimento, ambedue – dimensioni conoscitive – sempre più bastonate dal processo mediatico e dalla crisi del pensiero critico, la strada obbligata per il discernimento razionale delle cose del mondo e delle vicende umane, delle vite.

Che cosa è il pensiero critico, se non la capacità di sottoporre al vaglio della ragione e dei dati di conoscenza ogni atto o fatto umano? Ebbene, questa dimensione umana è ampiamente in crisi, nel senso che è in difficoltà molto gravi.

Vorrei scomodare la parte oscura del pensiero cartesiano, che non manca, per trovare un’origine originante (di) questa crisi, ma mi sembra troppo complicato per gli scopi di questo pezzo. E dunque lascio perdere (anche perché ne ho parlato non poche volte precedentemente altrove, anche in questo sito), dicendo soltanto che la superbia attuale è stata essenzialmente generata dall’io debordante e vanaglorioso, poi ulteriormente esaltato dagli idealismi ottocenteschi (da Hegel a Marx), pressoché dimentico della realtà oggettiva e dello spirito di comunitarietà che ha sempre costruito – anche con modalità molto diverse – le società umane nella storia dell’uomo. In altre parole, il soggettivismo spinto post-cartesiano, hegeliano, fichtiano ha progressivamente messo all’angolo il concetto di realtà in sé, su cui vi sono da qualche tempo alcuni timidi virgulti di pensiero, ma molto timidi (cf. le ultime opere di Maurizio Ferraris). Come se tutto dipendesse dal giudizio, se non dall’opinione soggettiva: “io penso che…” con ciò che segue, dove il pensiero soggettivo non è tenuto all’uso del sillogismo logico, ma basta si basi sull’apodittica affermazione di un “io” che parla e che giudica. Un “io” si può sbagliare, se presume troppo di sé. La dico così: il mondo e gli altri esistono anche se io non partecipo di questa realtà, non essendo mai nato (magari).

Solo un accenno alla storia generalissima del pensiero umano, a partire dai miti. I miti sono modelli umani, tra alcuni Zeus, per il comando, Marte-Ares per la lotta, Dioniso per gli istinti, Atena per lo studio, Ermes per la comunicazione, etc…, e lo sono stati fino alla scoperta filosofica del Lògos, cioè del ruolo fondamentale della ragione per analizzare, conoscere, discernere, decidere, e infine operare…

L’antropologia e la storia sono le ancelle disciplinari di questa ricerca storico-filosofica. L’uomo ha poi inventato i riti, per definire ruoli e posizioni nelle società che si costituivano, dai riti di passaggio a quelli legati alla morte e alla nascita, e così via.

Fino a qualche decennio fa le nostre nonne raccontavano storie, che noi ascoltavamo, fino circa alla mia generazione. Ora le nonne sono occupate più dai lifting, lasciando agli smartphone i loro vecchi compiti. Scherzo, ma non troppo.

Il desiderio di vita, la conoscenza del male e della morte, come capitava a me da chierichetto, quando partecipavo ai funerali e si andava a casa a prendere il defunto per le esequie, erano elementi conoscitivi naturali, peraltro inevitabili. Fino a trenta/ quaranta anni fa si moriva in casa, se non altro nell’immenso contado montano e agricolo dell’Italia. Si nasceva anche, in casa. Oggi no: la nascita è spedalizzata, la morte idem.

Le mappe culturali dell’età evolutiva di quando eravamo bambini noi erano impresse con forza dalla vita, così come le mappe emotive, poiché il ragionamento e i sentimenti si imparano con i genitori e in famiglia, con gli amici e nelle comunità. L’amore è conoscenza non razionale, intuitiva, è motore vitale, attività desiderante, dove i genitori assolvono ruoli diversi e complementari e così pure i componenti della coppia umana. Ai sostenitori dell’assoluta eguaglianza tra la famiglia genitoriale “classica”, “naturale” (virgoletto per non offendere nessuno), e quella omosessuale suggerisco di informarsi a livello scientifico sull’importanza della differenza di genere fra i genitori, intesi come padre e madre. La concezione, la nascita e lo sviluppo di un bimbo ha a che fare non solo con la psicologia dell’età evolutiva e con la pedagogia, ma anche con la biologia. Siamo corpo, siamo odori, siamo consistenza muscolare, per cui il papà è più “duro” della mamma, che è più morbida! Skin to skin significa che il figlio / la figlia hanno bisogno anche di annusare la madre e anche il padre da nati, così come da nascituri, da feti, hanno bisogno di sentire la voce di tutti e due i genitori, sapendo che quella della madre rimbomba dentro e quella del padre è un sussurro un po’ cupo che viene da fuori. Ciò non significa che solo questo tipo di assetto familiare “produca” figli sani e positivi, poiché vi sono miriadi di esempi del contrario, ma altrettanto che non si può fare di ogni erba un fascio. Non è vero che ogni modello è uguale a un altro.

In politica occorre vigilare sul linguaggio che è scivolato a livelli preoccupanti per qualità espressiva, per lessico, per modi e per toni. Attualmente la politica si serve del web al suo peggio e il web si serve della politica e in parte (notevole) la determina. Per vivere questi tempi bisogna combattere la noia dell’horror vacui, cui spesso i giovani cedono.

Personalmente, io che sono di sinistra moderata, non mi sento rappresentato da alcun partito che si rifaccia a quella area, perché a volte cerco perfino a destra qualche risposta. Paradossale! Quando la sinistra si incarta solo sui diritti civili, oppure si immerge nei paradisi della tecnocrazia, dimenticando quelli sociali, per cui è nata, non mi appartiene più. Che cosa possa avere a che fare io con tipi come un Marcucci (e chi è?), Delrio (ha un eloquio annoiante di infinita tristezza), Cirinnà e Calenda è evidente: nulla. Vi è una grande confusione nell’offerta politica, dovuta a ignoranza tecnica, a banalizzazione concettuale, a superficialità e ad assenza di logica.

Quando vedo e ascolto Salvini sbraitante dal suo sito così: “Se qualcuno pensa… e bla bla (s’intende di fare un governo con il PD, etc.), mi  vien da pensare “ma chi sei tu che vuoi impedire di pensare? sai che ognuno è libero per natura di pensare quello che vuole, anche i carcerati? ma chi credi di essere, lo Spirito Santo?” Se qualcuno pensa… ebbene sì, caporalmaggiore Salvini, “qualcuno pensa, mettiti il cuore in pace, e datti una calmata. Togliti dal tono quella boria insopportabile!”

Occorre recuperare l’importanza della letteratura, dell’arte, della storia, del pensiero filosofico può essere medicina forse amara, certamente faticosa, ma indispensabile. Occorre educazione non solo istruzione, formazione non solo addestramento, per sviluppare l’intelligenza divergente, l’intelligenza critica, ché le competenze tecniche si acquisiscono facilmente.

Il voto politico è quello che è oggi per tutte queste ragioni. Tutto si tiene, tutto è legato, famiglia, scuola, politica.

Per dire, mi pare una citazione interessante sui giovani di oggi la seguente, che illumina sulla situazione: i ragazzi di oggi sono come “angeli che Dio non aveva previsto” (Jacques Maritain a Paolo VI, sui giovani dai 16 ai 30 anni).

Penso che non abbiamo bisogno di angeli oggi, su questa terra, ma di ragazzi che crescono con equilibrio.

Felice Gimondi, il Tour più bello

Caro Felice,

ero ragazzino nel ’65 quando quel Tour, pronto per Vittorio Adorni o, finalmente, per Raymond Poulidor, veniva vinto da te, un ragazzo che non avrebbe neppure dovuto esserci. Adorni aveva appena vinto benissimo il Giro d’Italia, ed era il primo favorito, e Pou Pou voleva rompere l’incantesimo che fino ad allora l’aveva visto quasi sempre secondo, spesso dietro a Jacques Anquetil, purosangue normanno. E invece a Parigi in giallo arrivasti tu, il ragazzo di Sedrina, il figlio della postina del paese. Erano anni di grandi campioni, in attesa di Merckx. In Italia stava crescendo con grazia Gianni Motta, Aimar in Francia, Ocana in Spagna, Jan Janssen in Olanda, Rudy Altig in Germania, ma tu avresti fatto di più di costoro.

Devo dire che allora tu non mi scaldavi troppo, perché troppo dimesso nel linguaggio, nei modi. Io ero un ragazzo-criceto, allora come ora: il tuo parlare strascicato mi faceva pensare: “dai, dì, muoviti“, e tu ti muovevi, sì, ma in bici, benissimo.

Eri resistente, fortissimo su ogni terreno. A cronometro andavi liscio ed elegante, come Jacquot, l’Anquetil che era quasi imbattibile nella specialità; in salita andavi del tuo passo tremendo, senza scatti, come oggi riesce a fare forse solo Bernal: diversissimo da Pantani e Contador. Anche in volata te la cavavi, specialmente quando la corsa era stata dura e bisognava supplire con la capacità di sofferenza al calo delle forze. Ricordo il mondiale del ’73 a Barcellona, quando io ti davo per terzo o quarto, dietro Maertens, Merckx e anche Ocana. E invece vincesti con l’ultimo colpo di reni. Ti ricordo alla Roubaix del ’66, coperto di fango: te ne eri andato sul pavé dove tutto il corpo trema e le giunture scricchiolano mentre le ruote ballano tra le pietre. Lì bisogna spingere proprio quando penso venga la voglia di scendere di sella e sedersi su un paracarro. A me è capitato una volta sulla salita della vecchia strada per Barcis, prima dell’ultima galleria, di fermarmi per riposare, perché avevo il cuore in gola e dolori ovunque.

Ricordo il tuo modo di rispondere ai cronisti, che ti infilavano il microfono fino in bocca, come fosse un gelato e tu, con un piccolo moto di ritrosia, ti portavi alla giusta distanza dalla loro invadenza. Dezan più di tutti, curiosi, insistenti, insinuanti. “Eh, Felice – tutti del tu ti davano, perché eri un semplice ragazzo di provincia – forse dovevi attaccare su quel tornante o prima, per non essere raggiunto“. Bello fare i saputi con il culo (sempre dolorante al soprasella, io ne so qualcosa) e le gambe degli altri.

Poi ti ricordo quando hai accompagnato alla vittoria al Tour nel ’98 il tuo figlioccio Marco Pantani, ancora e per sempre presente nel mio, nei nostri cuori. Tutt’altra persona rispetto a te: inquieto, nervoso, sensibile in modo evidente. Quanto tu riuscivi anche nascondere le emozioni, tanto lui ce le mostrava, con il suo sorriso triste e un’ironia sommessa, ultimamente scivolata nel sarcasmo e in una infinita tristezza.

Un poco ti ricorda Vincenzo Nibali, anche lui sobrio, resistente, capace di sopportare il dolore e il fatto di non potere vincere sempre. Lui non ha avuto un Merckx contro, ma diversi, eppure è lì che resiste, ancora competitivo, un po’ come te, che vincesti a 34 anni il Giro d’Italia del ’76.

Semplice, del popolo bergamasco, filosofo naturale per come affrontavi le cose, le vicende della tua professione, le vittorie senza mai esaltarti e le sconfitte senza disperarti.

Mi è piaciuta la tua idea che Merckx nel ’76 abbia concluso il giro per onorare la tua vittoria. Ci sta, te lo sei meritato, tu, più sincero di altri anche qui citati, silenziosamente forte, fortemente silenzioso. Mandi Felìs, a riviodisi

L’oscura, silente, benefica presenza

Anni fa, caro lettore, pubblicai il pezzo che qui riporto, tale e quale. Mi sembra sia il tempo e le circostanze giusti per proporlo a una rilettura, si vis.

Nei giorni di ciascuno, quando il silenzio ci aiuta nella riflessione interiore, quando si riesce ad abbandonare lo strepito quotidiano, sorge dalle profondità dell’anima un fiotto irrefrenabile, come una colata di lava incandescente, come un torrente reso turbinoso dalla piena. Pensieri, rimorsi, ipotesi, pentimenti, moti d’ira raffrenati, intuizioni .. e poi é come se, su tutto questo materiale confuso, si ergesse un giudice pacato e severo: la nostra coscienza. Per giorni, settimane, mesi, a volte anni, essa tace, avvolta nell’oscurità dell’anima, nel torpore di una volontà ferita, ma a un certo punto essa riemerge, senza prepotenza, senza iattanza, in punta di piedi, quasi per non disturbare. E allora lentamente illumina l’ombra profonda che c’è dentro di noi, prima con barlumi infinitesimi, che ci permettono di intravedere qualcosa, e poi con sempre maggiore vigore ci mostra la nostra condizione. Fino a che non riusciamo a vedere con chiarezza ciò che prima era avvolto dalle caligini, avviluppato dalle panie della nostra cecità. Ci mostra il male che è dentro di noi, la nostra superbia e la nostra cupidigia, madri maligne delle cattive azioni che abbiamo compiuto. Siamo stati superbi e dunque abbiamo smesso di ascoltare, di imparare, di avere attenzione per noi stessi e per gli altri, travolti da quella che pensavamo fosse una vera, sana attenzione per noi stessi. Siamo stati cupidi e dunque abbiamo desiderato per noi beni sbagliati, finiti, disordinati, pensandoli adatti alla nostra vita. Abbiamo messo la sordina alla retta ragione scambiando il male con il bene.

Come impostare allora la vita, allorquando, alla fine di un lungo tunnel male o punto illuminato, si trova la via d’uscita? Non certo pensando di avere sconfitto tutta l’umana fragilità che è in noi, che ci costituisce, almeno parzialmente. Essa è parte non  eliminabile della nostra struttura personale, e ci rende cagionevoli, bisognosi di aiuto. Essa è uno specchio nel quale ritrovare la via dell’umiltà, che si oppone alla superbia come il bene al male. Il problema che ci sta di fronte è come riuscire ad armonizzare ricomponendo le nostre straordinarie facoltà di esseri intelligenti, cioè come ricostruire la nostra identità creaturale.

Lo sforzo è grande e non privo di incertezze, cadute, ripensamenti, stanchezza. La perseveranza è la virtù da invocare e praticare. Proprio quando sembra che non ce la facciamo, che l’impegno sia troppo grande, smisurato, allora capita che ci accorgiamo di avere fatto un passo avanti, magari impercettibile. Ciò che fino a qualche tempo prima ci pareva nebuloso e incerto, comincia a stagliarsi alla nostra coscienza con un certo nitore.

Ecco: la cosa giusta da fare è questa. Lì mi stavo sbagliando.. La coscienza non ha voce stentorea, più spesso fa fatica a varcare la soglia della nostra percezione interiore, perché siamo affannati a fare mille cose, frastornati da innumerevoli interessi e incombenze. E non ci mettiamo in ascolto.

Ma la voce (la coscienza) è resistente. E capace di emergere nei momenti di silenzio, quando finalmente fermiamo il nostro attivismo e ci predisponiamo al riposo. Occorrerebbe andarle incontro ogni giorno. Donarsi momenti di contemplazione e di cura del nostro spirito, fermandoci a osservare le cose, gli altri, il mondo, ma da fermi. In silenzio. E valutare le nostre azioni, soppesarle, confrontarle, chiedendoci se sono state congrue con il nostro esistere, se sono state buone, per noi e per gli altri.

I credenti di tutte le religioni e i seguaci di tutte le etiche dei valori lo chiamano esame di coscienza, o giù di lì, ciò che è il solo modo che permette a quella presenza avvolta nella nostra oscurità interiore, di uscire dalla latenza cui spesso la costringiamo, per illuminare finalmente la nostra via di una luce pura.

E’ dunque nella mia coscienza che si fa presente, in qualche modo, la normatività morale. La intendiamo qui dunque come

quell’atto della ragione pratica che, alla luce dei primi principi del bene, della scienza etica e dell’esperienza personale illumina il soggetto su ciò che deve fare o evitare hic et nunc nella sua personalissima e irripetibile situazione.”[1]

Il giudizio etico della coscienza è allora la norma prossima della moralità e dell’obbligazione di una determinata azione dell’agente razionale (l’uomo).

E’ a questo punto che dovrebbe scattare, quell’atto che Aristotele chiama proàiresis, cioè la decisione per il bene proprio dell'”ente”, il quale dovrebbe essere riconosciuto quasi per connaturalità, per simpatia, per esercizio di retta ragione.[2]

Un’altra questione concerne il rispetto dovuto alla coscienza erronea. Per coscienza erronea si intende quell’atto di coscienza che non persegue il fine dell’ente secondo la sua propria natura, ma non per cattiva volontà, piuttosto per una qualche forma di ignoranza momentaneamente invincibile. Nonostante tale atto sia erroneo, esso va rispettato, fino a che un approfondimento illuminato dalla retta ragione non porti il soggetto a cambiare la propria decisione. 

Un suggerimento ai politici attuali: leggete questo pezzo, leggete, leggete…

 

[1] Cfr. POPPI A., Per una fondazione razionale dell’etica, Studium, Padova 1994.

[2] Cfr. TOMMASO d’Aquino, De veritate, q. 17, a. 1.

La fatica della verità

La giustizia, sia come virtù sia come prassi ha una enorme incombenza: l’accertamento della verità. Basterebbe questa considerazione per dare il giusto valore al tema della verità, che però deborda da questa dimensione, poiché attiene nientemeno che alla grande questione della conoscenza. E’ vero che l’uomo è andato sulla Luna? E’ vero che la terra è rotonda? E’ vero che uccidere è male? E’ vero che… e che… e che? Conosco anche qualche “terrapiattista” che pensa di avere ragione e ti aggredisce se non gli credi oppure qualche sovranista che ritiene la razza bianca superiore e ti insulta se non aderisci alla sua aberrazione. Vedi, caro lettore, quanto è importante il tema della verità? Lo so che lo sai, ma è solo per dire, anche per me.

La questione del vero (il latino veritas, il greco alètheia), che primariamente non è questione di giustizia, ma di scienza dell’essere delle cose, ha affaticato filosofi, legislatori, teologi e giuristi da quasi quattro millenni (dal codice di Hammurabi, ai libri biblici di Esodo, Levitico, Deuteronomio, a Solone, alle Tavole del diritto romano, al Corpus iuris civilis di Giustiniano, al Corano, e poi fino a noi), muovendo l’umana ricerca nei campi più elevati delle dottrine dei concetti, della critica della conoscenza e della metafisica. In questa sede dobbiamo barcamenarci dunque fra filosofia e diritto. I grandi del pensiero umano, più volte altrove citati, hanno sempre cercato di associare la nozione di vero (come verità) alle nozioni di buono e di bello, come se il concetto trascendentale (cioè generale) di vero potesse rappresentare tutti i concetti trascendentali di ordine positivo, così come se ciascuno degli altri potesse svelare il vero, in quanto buono e bello.

Questa “circolarità” e quasi “sostituibilità” terminologica è perfino rassicurante, quasi consolante, come se la pervasività del senso e del significato, in qualche  modo comune, di questi concetti ci desse una specie di maggiore sicurezza nell’analisi dei fatti e atti umani, e di tutte le cose. Adaequatio intellectus et rei (lat: concordanza dell’intelletto e dell’oggetto), è l’espressione sintetica formulata dalla gnoseologia classica (Aristotele, Averroè, san Tommaso, ma anche, in un certo altro modo, da Cartesio in poi, fino a Hegel). Non fu poi più individuata un’espressione migliore, anche se il filone idealista la rovesciò, parlando di adaequatio rei ad intellectum, cioè di adeguamento dell’oggetto al modo di comprendere dell’intelletto, a dire degli idealisti, da intendersi come la necessaria reazione ad una visione troppo materialistica (ecco la confusione fra materialismo e realismo!): adaequatio intellectus ad rem, cioè la concordanza dell’intelletto all’oggetto. Sappiamo oggi di quali disastri tale concezione sia stata indirettamente fomentatrice se non portatrice: una gnoseologia soggettivistica conduce infatti direttamente al relativismo soggettivo e quindi a quello morale. Abbiamo detto altrove che sia Hitler (e Pinochet e Franco, etc.) che Stalin (e Pol Pot e Milosevic, etc.) sono figli, sia pure non voluti, di quella concezione.

Era stato Immanuel Kant, già preso dalla grande stagione dell’Aufklärung (1) a tentare una specie di composizione fra le due posizioni, quella realista della tradizione e quella idealista, nata con Cartesio, suggerendo nella Critica della ragion pura, una via: in sostanza Kant sosteneva che gli oggetti, o enti extramentali (io, tu, le cose, il mondo, la vita, etc.) sono conoscibili solo in tanto in quanto si rappresentano in un concetto mentale (sono quindi fenomeni, dal verbo deponente greco fàinomai, mi manifesto), ma non in se stessi (o noùmeni, dal termine greco noùs, intelletto). In un certo senso, ad esempio sotto il profilo psicologico, la visione kantiana è condivisibile, perché ognuno percepisce le cose per come esse si rappresentano alla mente, ma si può obiettare che ogni cosa esiste anche in sé, ed è compito della ricerca scientifica, nelle varie discipline e tra le discipline, esplorarne i principi e gli elementi costitutivi. La fatica della ricerca della verità: così si potrebbe completare il titolo di questa riflessione.

Ognuno di noi vi è chiamato, per dare significato al proprio rapporto con il mondo, con le cose del mondo, e soprattutto con gli altri, cercando di interpretare ciò che percepisce alla luce piena di sapienza di un intelletto aperto. Giudici e politici, confessori e psicologi, ma ciascun uomo non deve dimenticare che la verità è spesso sfuggente, nascosta, composita e apparentemente contraddittoria, ma accessibile e sanante per ogni spirito umano.

Questo detto, il mio gentile lettore valuti, ma con serenità, il profluvio di enormi e innumerevoli panzane, balle, fake, menzogne che hanno proferito, senza il minimo senso di vergogna, i due dioscuri appena cessati, o quasi, Salvini e Dimaio, di molte consapevoli, di altre meno, e questo è ancora più grave. In buona compagnia dell’avvocato degli italiani e dello sbruffone toscano, e di altri ancora. Di questi tempi e di precedenti storie, ma oggi è più grave perché la vita di noi tutti è oggi.

[1] Ted.: illuminismo

La violenza bianca, ma sapete ignorantissimi e violenti giovanotti USA che eravamo tutti neri come il carbon, all’inizio, quando ci siamo erti in piedi per monitorare la savana e i suoi perigli? No? Oh babbei, studiate, studiate!

…e cercate di avere in classe con voi anche il Presidente in carica! (ché gli farebbe bene, forse).

L’ennesima strage negli Stati Uniti d’America fa riflettere su molte cose. E’ violenza allo stato puro, intanto e, come quella dei terroristi, solo debolmente – o per nulla – “giustificata” da teoremi e teorie messe per iscritto e veicolate sul web e dalle tv. Che la violenza sia un dato permanente nella storia umana è noto, anche se oggi sembra addirittura in crescita, come dato percepito, contrariamente alle statistiche, che attesta il contrario, per la rapidità e completezza con le quali diventa di dominio pubblico. In altri pezzi, infatti, ho ricordato (cf. Il declino della violenza di Steven Pinker, 2011) come statisticamente la violenza e il numero dei morti ammazzati siano in declino, e non lo farò di nuovo.

Qui mi interessa cercare di analizzare brevemente le ragioni di certe sue esplosioni, come quelle delle due ultime stragi americane a El Paso e a Dayton.

L’origine della specie umana, dall’Homo naledensis (1700K anni fa, cioè un milione e settecentomila anni) e da Lucy, la piccola donna della Rift Valley scoperta dal professor Leakey, presenta dei tipi umanoidi di pelle scura, neri, pelle che poi, con l’andare dei millenni e lo spostamento dall’Africa centrale verso nord, verso l’Egitto e la Mezzaluna fertile, il Golfo arabico e la Mesopotamia, si è progressivamente schiarita, fino a diventare pallida come quella dell’assassino plurimo di Oslo Anders Breivik. Che si è creduto e si crede superiore a chi-non-è-bianco-latteo come lui, solo perché ha 1.700K anni di meno del Naledensis. Così come Crusius, quello del mercato di El Paso o Tarrant, quello che ha ucciso nei mesi scorsi quasi cinquanta fedeli musulmani a Christchurch in Nuova Zelanda.

Follia?, come dice Trump con i suoi cinguettii, ebbene no! Troppo comodo: anche se avessero ragione Spinoza e Libet al 100%, troppo comodo.

Si tratta di gesti definibili come “folli”, ma non di follia nel senso psico-patologico, come da Manuale Medico-Diagnostico IV o V. Almeno pare. I killer di El Paso e di Dayton non erano ricoverati psichiatrici in fuga, né persone sottoposte a Trattamento Sanitario Obbligatorio. Erano e sono ragazzi americani ventenni, completamente immersi nell’humus culturale e nel mood sociologico attuali, fatti di telematica, web a manetta, superficialità informativa e ignoranza tecnica e morale clamorose. Il risultato, su menti fragili e incapaci di discernimento e di pensiero critico, è quello che abbiamo visto. Hanno compiuto stragi, senza guardare in faccia a nessuno: addirittura il ragazzo di Dayton ha fucilato sua sorella e il fidanzato di questa.

Strage non significa propriamente distruzione di massa come in guerra o omicidio plurimo, anche se di fatto stragi possono essere compiute, sia da privati cittadini, sia da governi o strutture militari. Dresda e Coventry sono due nomi che ricordano stragi compiute tramite bombardamenti a tappeto.

Specialmente negli USA vi sono esempi – oramai storici – di stragi compiute da singoli cittadini, per vendetta o per frustrazione, da lavoratori licenziati o maltrattati, che covano odio per anni e infine danno la stura alla violenza non selettiva, quasi a far pagare a chiunque altro il proprio dolore. Lo stalking e lo straining, e anche il mobbing possono costituire moventi. E poi vi sono queste esplosioni di violenza di difficile spiegazione, a partire da Columbine.

Altre stragi sono avvenute nelle carceri durante rivolte dei detenuti. Non occorre ricordare quanto già più volte qui trattato: le stragi dei vari terrorismi, da quelli politici a quelli religiosi, ambedue fanatismi irrazionali, eppure capaci di coinvolgere molti.

Il nome di Anders Breivik non si dimentica: 77 morti ammazzati fra Oslo e Utoya nel 2011. L’assassino ebbe addirittura a protestare per la qualità morale della detenzione, non pentito, anzi convinto di aver fatto bene con il suo agire in difesa della “razza bianca”.

Questi ultimi sono solo la punta dell’iceberg di una situazione che preoccupa. La disponibilità di armi da un lato, il degrado culturale dall’altro costituiscono i punti che generano processi causali difficili da fermare. Ma su questi due ambiti bisogna lavorare.

Lavorare da parte di chi e come? Tutti sono chiamati a occuparsi di questo tema ampiamente educativo, a partire dalle famiglie e dalle scuole. Anche se in Italia (finora) non sono accaduti episodi del genere, abbiamo comunque avuto recentemente fatti su cui riflettere. Si pensi a Corinaldo e alla strage in discoteca, alle sue motivazioni superficialmente criminali della banda di giovanissimi ladri, assolutamente insensibili all’incolumità altrui; si pensi al diciassettenne che ha buttato giù da una balaustra un cassonetto colpendo un dodicenne e ferendolo gravemente, solo perché era incacchiato. Il 17enne non si è chiesto minimamente se avrebbe potuto ferire qualcuno con il suo gesto iracondo.

La scuola: decine di migliaia di insegnanti precari sono stati regolarizzati da Renzi cinque anni fa e ora altrettanti lo saranno dal governo in carica. La qualità cultural-pedagogica di molti di questi è scarsa o addirittura insufficiente, perché premiati da cursus studiorum non rigorosi e selettivi. Che cosa possono dare agli adolescenti costoro? Il governo grillin-leghista pare voglia addirittura annullare le prove Invalsi per timore che svelino l’arcano di una impreparazione diffusa. Nascondiamo lo sporco sotto il tappeto, invece di pulire la stanza.

Che cosa possiamo pensare di questi progetti? Chi sarà in grado, per competenze e autorevolezza, di occuparsi dei nostri ragazzi, e-ducandoli? Certo. educandoli, perché ogni umano ha un potenziale latente che può essere fatto emergere con le dovute modalità. Perfino il truce Crusius di El Paso. Teniamo duro, ognuno nel proprio, con perseveranza.

Le vie dei canti e le vie dei santi

…ovvero le strade dei sogni. Bruce Chatwin, viaggiatore, le ha raccontate, le pietre e la polvere e i boschi del cammino aborigeno. Un percorso iniziatico, via spirituale, dove l’importante è l’andare non la meta.

Io pure sono un viaggiatore, anche se non sono ancora stato in Patagonia e in Australia.

Nato a Sheffield nel 1940, Chatwin studia nel Wiltshire al Marlborough College, ma lavora nel contempo alla casa d’aste Sotheby’s, dove si distingue per sensibilità estetica. Riprende gli studi all’università di Edimburgo in modo non regolare e pagandosi gli studi con il lavoro. Viaggia: in Afghanistan  in Africa, itinerari nello spazio e nel tempo che lo ispirano. Comprende il valore antropologico del viaggio e il valore relativo della proprietà: il viaggio è la vita mentre la proprietà è la sicurezza egoista. Io vivo – ben felice di ciò – in affitto, da sempre.

Nel ’73 è assunto dal Sunday Times Magazine come consulente di arte e architettura, ove lavorando sviluppa la sua narratologia. Ancora viaggia, in Cina, in India e in Unione Sovietica, intervistando personaggi come Ernst Jünger, Indira Gandhi, André Malraux e Nadešda Mandel’štam. Gli viene il desiderio di andare in Patagonia dopo averne visto una mappa nello studio dell’architetto Eileen Gray. Vi rimane sei mesi e scrive un famoso reportage, che segna un po’ il suo destino di narratore.

Studia la tratta degli schiavi conoscendone le vicende dall’Africa al Brasile, ispirando il film di Werner Herzog Cobra verde.

Si ammala di Aids  e muore a Nizza a quarantotto anni. Ars longa vita brevis.

Le vie dei canti è il suo lavoro maggiore, ispirato in Australia, dove va per studiare la tradizione aborigena, secondo la quale il percorso iniziatico della crescita dell’uomo è connotata dal viaggio e da canti di sapore esoterico, che si tramandano di generazione in generazione e contengono leggende genesiache, storie personali di grandi antichi.

Perché Chatwin mi interessa? Che ha a che vedere con me e la mia vita? Perché il suo, come il mio, è un Itinerarium mentis in hominem, parafrasando Bonaventura da Bagnoregio, il quale scrisse l’Itinerarium mentis in Deum, che in un passo, prima commentato, recita… “A differenza del vagabondare ozioso o del riposante passeggiare, l’itinerario esige un cammino impegnato e orientato che trae significato dalla meta verso cui si muove. All’inizio quindi della nostra ricerca dobbiamo fissare l’attenzione sul traguardo finale del cammino bonaventuriano come ci è dato conoscerlo dalla esplicita dichiarazione dell’autore stesso: «Mentre dunque, io peccatore, sull’esempio di S. Francesco di cui sono indegno settimo successore nel governo dell’Ordine, anelavo con tutta l’anima la pace, il Signore mi ispiro di ritirarmi nella tranquilla solitudine del monte della Verna» (2)”.

Anche a me piacciono le solitudini, aspiro alla solitarietà, che è cosa differente dalla solitudine. E’ un perdersi ritrovandosi o, viceversa, è un ritrovarsi perdendosi.

L’argomento mi fa far memoria di un caro amico, il dottor Giancarlo Re, uomo di marketing, umanista classico e mio editore di un libro per me importante Il viaggio di Johann Rheinwald, mancato qualche anno. Tra i suoi lavori editoriali non dimentico Le vie dei santi, dedicato al molteplice “santorale” friulano, presente nelle innumerevoli chiesette votive ed edicole sparse in tutta la picjule Patrie. Con lui, come con Chatwin, bello è stato il procedere per terre e distese prative, ai piedi dell’arco Prealpino e in mezzo alle torri straordinarie di dolomia, accanto allo sciabordio delle onde marine e in riva a placidi laghi riflettenti natura e vita. Canti e santi, canti dei santi, e santi cantati nel tempo e nella storia degli umani, che ogni tanto si ricordano di essere spiriti incarnati.

“Non sarà la tua assenza, ma il vuoto che hai lasciato nei nostri cuori”, un cartello di profondità metafisica, per ricordare Mario Cerciello Rega, carabiniere che è morto facendo il suo lavoro, ucciso. La randomizzata condizione dell’esistente. Il caso e la necessità

Non sarà la tua assenza, ma il vuoto che hai lasciato nei nostri cuori“, un cartello esposto a Somma Vesuviana.

Leggo che la giovane moglie “se la sentiva”, la possibile tragedia. Non fosse andato a quel servizio, non sarebbe morto. Ascolto per Radio 24 durante la diretta de La zanzara le farneticazioni vergognose di tale Gottardo, recente ospitato da Cruciani, atto allo scandalo che è il fine ultimo dello squallore di quella emittente. Confindustria complice, che tristezza.  Le parole sono indicibili, cioè infami (dal greco antico): per costui il vicebrigadiere è semplicemente un lavoratore deceduto sul lavoro, come un edile che cade dal tetto e un trasportatore che esce di strada. Se la morte è morte, sia che sia naturale sia che sia violenta; se la morte sul lavoro è morte sul lavoro, sia che sia un gruista, sia che sia un carabiniere, manca, nelle affermazioni del farneticante sopra citato, l’approfondimento del contesto, poiché altro è finire schiacciati da un crollo (mi perdoni il gentile lettore questa prosa violenta) e altro finire massacrati da un assassino che accoltella otto volte, mentre si cerca di tutelare la sicurezza dei cittadini.

Leggo le infamie che alcuni venditori di fumo dei media stanno diffondendo, Parenzo e Saviano in primis. Ancora si paragona l’assassinio del carabiniere a una qualsiasi morte sul lavoro, un edile che cade dal tetto o un trasportatore che esce di strada per stanchezza. Tragedie che accadono a centinaia ogni anno.

Destino? Non poteva non capitare? L’intelligente scugnizzo vicecapodegoverno afferma che “si poteva e si doveva evitare“, perché Roma è “fuori controllo” e invece dovrebbe essere sotto controllo: surrettizio attacco al suo verboso coequipier, più che alla sindaca sua compagna di partito.

Nel contesto si sono poi inseriti due imbecilli: un’insegnante che ha postato una frase di stupidità e malignità indicibile e un carabiniere che ha bendato uno dei due ragazzi americani, fotografandolo e così creando un caso che sta quasi ottenebrando i fatti del tremendo omicidio. Come si può dire: la stupidità al potere, non l’immaginazione.

Un’altra perfetta idiozia è la visita in carcere ai due giovani  delinquenti effettuata da tale Scalfarotto, deputato del PD, preoccupato di come sono trattati, mentre il segretario di questo (che è il mio partito, faticosamente) borbotta critiche debolissime al governo, incapace di proporre alcunché.

Una partita a calcio o a ping pong o a tennis e il pugilato sono atti di discipline sportive diverse, ma non solo in senso agonistico, atletico e regolamentare. Un esempio: sapere prima dove va la pallina di ping pong è arduo; più facile è prevedere uno swing (gancio) o un uppercut (colpo al mento dal basso) nella boxe. Si potrebbe dire che il caso lavora di più nel ping pong e di meno nel pugilato, ove ammettiamo filosoficamente, il caso per le vie più generali. Il pugilatore, come si diceva aulicamente, di solito pensa e sa dove portare il suo colpo, che parte al momento opportuno cercando di sorprendere l’avversario: basti ricordare come si muoveva sul ring Mohammed Alì o Cassius Clay, bell’uomo di un metro e novanta e novanta chili, quasi una farfalla che danzava e all’improvviso colpiva. Oppure il nostro grande Nino Benvenuti, elegante e potente. La decisione per sferrare il colpo era consapevole, Benjamin Libet permettendo.

Il mio gentile lettore sa che personalmente sostengo in modo non radicale, ma problematico, la tesi dell’inesistenza del caso nei casi della vita, utilizzando un diagramma logico di mio conio, quello dell’incrocio stradale tra due vie di diversa gerarchia, due auto che si scontrano all’uscita di uno stop sotto lo sguardo di due osservatori diversamente collocati nella scena, il primo (molto preoccupato) sul marciapiede della strada per la quale transita l’auto che non “farà lo stop” pur dovendolo fare, e il secondo (altrettanto, anzi più preoccupato ancora) sullo spigolo del terrazzino al primo piano della villa che si trova sull’incrocio tra le due strade.

Il primo non sa che l’auto procedente lungo la strada dove lui si trova, che non pare accennare ad alcun rallentamento nell’approssimarsi dello stop, si scontrerà con un’altra auto che procede verso l’incrocio beatamente certa del suo diritto di precedenza; il secondo, che riesce a guardare nei due sensi perpendicolari, è invece in grado di calcolare i tempi dell’impatto inesorabilmente necessario, grazie alla sua posizione dominate l’intera scena.

Ovviamente qui c’entrano, sia Spinoza e il suo determinismo per il quale nella realtà “tutto-si-tiene”, sia Erasmo da Rotterdam per cui l’essere umano è sostanzialmente “libero-di-decidere”.

Il caso è chiamato anche random, interessante per le scienze sperimentali, nelle quali si definisce quale allocazione rigorosamente casuale dare alle unità sperimentali dei gruppi trattati. L’avverbio “rigorosamente” indica che l’assegnazione casuale dei moti significa privo criterio programmabile e prevedibile, ma non solo.

L’uccisione di Cerciello è frutto di quale caso o destino cinico e baro (di saragattiana memoria), oppure del suo deliberato senso del dovere? E’ tutta lineare la vicenda di Cerciello, o vi è qualcosa di non conosciuto, di non riferito? Se erano in borghese, lui e Varriale, perché non hanno almeno tirato fuori la Beretta calibro 9 di cui sono dotati, e che fa paura al solo vederla? Hanno rinunziato all’arma perché i due erano “solo” ragazzi” e pensavano di poterli ridurre a miti consigli senza violenza? Hanno avuto paura di un processo nel quale sarebbero stati coinvolti se avessero usato l’arma e ucciso qualcuno? La decisione di usare solo le mani, venendo sopraffatti era consapevole? A mio parere sì, ancora una volta Libet permettendo.

Con grande tristezza mi tocca dire che Cerciello è morto necessariamente, sotto il profilo filosofico, anche se avrebbe potuto non-morire se avesse impugnato l’arma in dotazione e in suo possesso pur essendo in quel momento in borghese. Che sia stato condizionato dal clima che si respira in Italia è fuori di dubbio: magari essere processati per uso improprio dell’arma in dotazione… Quali pensieri passano per la testa in quei momenti a un carabiniere trentacinquenne, tirato su a senso del dovere e sprezzo del pericolo?

Altro aspetto di cronaca connessa: l’insegnante (la professoressa di storia dell’arte, professoressa!!! e che cosa può professare una infelice del genere?) che posta un frase irriferibile sulla morte di Mario: “…uno di meno, peraltro stupido” (parafrasi mia perfin pietosa dell’infinita imbecillità della donna).

Il fatto è che, se hanno spazio e importanza mediatica un Di Battista (ma nessuno lo ferma?, dico, nel suo stesso interesse), lo possono avere anche altri dello stesso livello cognitivo.

Il tema è sempre quello: a fronte di una drastica riduzione dei crimini, la percezione del rischio è cresciuta, in ragione della proporzionata decrescita del pensiero critico, per cui non importa chi parla o chi scrive, purché urli, solletichi e titilli coscienze a-critiche, suggerendo i pensieri più semplici, elementari, banali e perciò peggiori. Mi meraviglio che il Papa  non abbia avuto una parola per Mario, e neppure per le famiglie angariate di Bibbiano.

Boschi d’Appennino, tra i castelli dei conti Guidi e Malatesta, tra gli eremi di Vallombrosa e di Camaldoli, nel profumo del vento della sera, filosofico

ROMAGNA (Myricae 1891)

 

Sempre un villaggio, sempre una campagna/ mi ride al cuore (o piange), Severino:/ il paese ove, andando, ci accompagna/ l’azzurra vision di San Marino:

sempre mi torna al cuore il mio paese/ cui regnarono Guidi e Malatesta,/ cui tenne pure il Passator cortese,/ re della strada, re della foresta.

Là nelle stoppie dove singhiozzando/ va la tacchina con l’altrui covata,/ presso gli stagni lustreggianti, quando/ lenta vi guazza l’anatra iridata,

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,/ e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,/ gettarci l’urlo che lungi si perde/ dentro il meridiano ozio dell’aie;

mentre il villano pone dalle spalle/ gobbe la ronca e afferra la scodella,/ e ‘1 bue rumina nelle opache stalle/ la sua laborïosa lupinella.

Da’ borghi sparsi le campane in tanto/ si rincorron coi lor gridi argentini:/ chiamano al rezzo, alla quiete, al santo/ desco fiorito d’occhi di bambini.

Già m’accoglieva in quelle ore bruciate/ sotto ombrello di trine una mimosa,/ che fioria la mia casa ai dì d’estate/ co’ suoi pennacchi di color di rosa;

e s’abbracciava per lo sgretolato/ muro un folto rosaio a un gelsomino;/ guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,/ chiassoso a giorni come un biricchino.

Era il mio nido: dove immobilmente,/ io galoppava con Guidon Selvaggio/ e con Astolfo; o mi vedea presente/ l’imperatore nell’eremitaggio.

E mentre aereo mi poneva in via/ con l’ippogrifo pel sognato alone,/ o risonava nella stanza mia/ muta il dettare di Napoleone;

udia tra i fieni allor allor falciati/ da’ grilli il verso che perpetuo trema,/ udiva dalle rane dei fossati/ un lungo interminabile poema.

E lunghi, e interminati, erano quelli/ ch’io meditai, mirabili a sognare:/ stormir di frondi, cinguettio d’uccelli,/ risa di donne, strepito di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive,/ tutti tutti migrammo un giorno nero;/ io, la mia patria or è dove si vive:/ gli altri son poco lungi; in cimitero.

Così più non verrò per la calura/ tra que’ tuoi polverosi biancospini,/ ch’io non ritrovi nella mia verzura/ del cuculo ozïoso i piccolini,

Romagna solatia, dolce paese,/ cui regnarono Guidi e Malatesta;/ cui tenne pure il Passator cortese,/ re della strada, re della foresta.

 

Non potevo non iniziare con l’assolata poesia del Pascoli, scritta per l’amico Severino Ferrari, per dire poche parole di queste brevi ferie filosofiche, passate a Poppi, sotto il castello dei conti Guidi, noto per le citazioni letterarie e per il fantasma di cui si racconta.

 

Il castello di Poppi risale al 1191, ristrutturato nel 1274 dal conte Simone Guidi e da suo figlio Guido. Pare che una parte dell’edificio sia da attribuire a Arnolfo di Cambio. Lì nei pressi si svolse la battaglia di Campaldino nel 1289 di dantesca memoria.

Fare filosofia tra i boschi del Casentino è d’uopo, proprio mentre si sa della dipartita di un non-filosofo napoletano, l’ingegner De Crescenzo, sdoganato dalla superficicial tv degli Arbore e dei Costanzo. Pax aeterna ei sit, amen (et mihi damnatio memoriae). Son crudele con un uomo defunto di recente, no, sono solo stanco di buffonate, mimi di verità e venditori di nulla, beninteso un nulla non logico, ma metafisico. La celebrazione esagerata di un mediocre guitto.

Se la filosofia fosse quella di De Crescenzo potrebbe essere una disciplina adatta all’inutile facoltà di scienze della comunicazione, non ad altro di formativo. E muore quest’oggi una grande invece, Agnes Heller, allieva di György Lukacs, filosofa d’Ungheria, angariata, prima dal fascista maresciallo Horthy e poi dai regimi comunisti, e infine dall’attual amico di Salvini, il vergognoso capo del governo Orbàn.

Siamo qui con la temperie delle valli e dei boschi, delle terre dissodate da san Romualdo e san Giovanni Gualberto, tra Camaldoli e Vallombrosa, mi racconta chi mi vende una bottiglia di Pinot nero della Civettaja, vino filosofico per eccellenza, tramite Atena. Microclima e altitudine, terre emerse da un lago ancestrale, argillose da vitigni bassi, dove si pota in ginocchio e le viti sono a trentacinque centimetri l’una dall’altra e i filari a un metro e dieci. Miracolo dell’uomo quando si allea con lo Spirito. Il mercadante è facondo di conoscenze antiche, il suo eloquio quasi rimato a volte è ricco di assonanze e verbi al passato remoto, desueto nel povero parlar comune… del Settentrione italico.

Il più e il meno, l’essere e il nulla, la verità e la libertà, l’ossimoro della filosofia come inattualità, il bene e il male, la consapevolezza e la vergogna, l’ignoranza e l’arroganza, coerentissime a braccetto come “virtù”, per modo di dire, della contemporaneità. La filosofia è un mettersi-davanti-a-sé-e-al-mondo con spirito e pensiero critico, per cercare di comprendere, se non di capire il senso di ciò-che-ci-sembra-esista, della realtà che appare provvista di un suo essere. La stranezza della realtà è che-appare, ma in qualche modo è, e non si manifesta – epifanicamente – solo. La difficoltà è quella di ri-velarla, che significa metterla in evidenza mentre essa si nasconde ancora, come sempre. La ri-velazione è due cose: uno svelamento e un secondo velamento, per cui abbiamo continuamente un apparire e uno scomparire dell’essere.

Umilmente ci si pone come ricercatori dell’infinita possibilità della conoscenza, amico Davide, decisivo collega di questo evento, finalmente ci siamo parlati.

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