Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: lirica (page 1 of 9)

Il canto concorde (del trovatore inesistente)

Caro mio lettor d’infra settimana,

è il titolo della silloge di liriche che Segno mi pubblicherà a giorni. Canto come canna, come corde vocali, come osso ioide che canta, concorde nel senso che vi è un solo canto alla vita, con-un-cuore-solo (con-corde), e dunque tutti i canti convergono verso un centro, un fuoco immortale che non brucia, come il roveto ardente nel libro dell’Esodo.

Trovatore, trobadour, io sono un trovatore stilnovista in realtà, novello Guinizzelli o Cavalcanti o Cino da Pistoia o Lapo Gianni o Pier delle Vigne o Ciullo (Cielo) d’Alcamo o Giacomino da Verona. Talora sconsiderato come Pietro Aretino.

Io canto.

Inesistente perché il canto concorde esiste già dall’eterno, fin dalla fondazione del mondo (apò katabolès kòsmou), e quindi non serve che io veramente esista, sono solo un tramite, una voce per il canto. Vi sono persone che mi amano e persone che preferiscono che io non esista, ma io esisto. Eccome! Esistere è un ex-sistere, cioè uno-stare-fuori-dall’essere per mostrarsi al mondo, senza  perdere l’essere.

E poi vi sono persone che non mi conoscono veramente, alcune perché non gliene frega nulla, e questo è accettabile, ma alcune perché non ce la fanno a conoscermi, poiché la conoscenza richiede fatica, studio, ascolto, accettazione, confronto e talora scontro, profondità. A volte, come si dice, “il cavallo non beve“.

C’è dunque il canto concorde, liriche che ho scritto in decenni di attività fabbrile, costruzioni di testi fatti di parole messe lì non a caso, ma perché percuotessero le menti e i cuori dei lettori. Cari nemici che mi pensate inesistente, fatevene una ragione: sono a questo mondo e resterò finché Dio vorrà. E farò la mia vita con chi la condivide e la condividerà, certo come è certo il domani e come lo è stato il ieri e come lo sta essendo l’oggi che si spegne nella notte.

Il canto concorde è fatto de La cerchia delle montagne, pubblicato nel 1998, de In transitu meo, pubblicato nel 2004, e di decine di pezzi inediti, alcuni premiati anche a Roma e altrove, magari studiati nella forma insegnataci da Guido d’Arezzo e portata all’empireo dal sommo Francesco, e ripresa romanticamente da Ugo da Zante. Sonetti. E poi brevissime odi o haiku nostrani, e scorci della mia vita, dai sedici anni che avevo in poi.

Le prime sono quelle del liceale capace di piangere, le ultime sono quelle dell’uomo ancora capace di piangere.

Ho appena da giorni in mano La grotta delle Duje Babe e a giorni mi arriverà il gran libro dell’eros biblico da Siena, editor Cantagalli, 600 pagine di ricerca accurata della bellezza. Sull’amore umano. Coincidenze? Non so.

La Provvidenza e lo Spirito mi stanno accompagnando per perigliosi e ardui sentieri di questa mia vita, di questa parte della mia vita. Lo so.

A love supreme, il male e l’inesistente

Caro lettor paziente,

John Coltrane nella mia giovinezza, insieme con Miles Davis, Mc Coy Tyner e altri, del free iazz, nobilissimi. “I will do all I can to be worthy of Thee O Lord./ It all has to do with it./ Thank you God (…) God Breathes through us so completely,/ so gently we hardly feel it, yet,/ it is our everything./ Thank you, God./ … Scriveva Coltrane.

Un amore supremo, cantava e canta per sempre con il suo meraviglioso sax, quando forse ormai il male supremo lo stava portando via nei secondi ’60. Lo ascoltavo alternandolo a volta con Chet Baker, specie quando mi prendeva un’inspiegabile melanconia e allora la tromba discreta dell’uomo bianco duettava nella mia anima con il sassofono del nero.

Avevo bisogno di ascoltare quei suoni rarefatti, finché non mi rasserenavo, e allora non c’era che Solea, Miles Davis dal vivo a Montreux con Quincy Jones. Le note dei solisti si connettevano a sentimenti miei, reconditi e gelosi, togliendo il marùm dei miei giovani anni, il fiottare dell’ansia, e ancora, che è passato tempo, ancora. Ora per diverse ragioni e stagioni, ora. Ma la musica, un doppio pregare della creatura, mi accompagna. Il vento si è fermato tra le foglie, come il fermarsi del vecchio efficiente vinile che ascolto, dopo averlo ripulito con cura. Come se stessi coccolando la mia anima spirituale, o l’anima di chiunque abbia bisogno di me, a guisa di guida alpina, capace di trovare una traccia del sentiero, prima confuso e ora forse rischiarato, almeno un poco.

La musica è più potente di ogni parola, perché si intrattiene tra le pause, è figlia del silenzio, e non si traduce. La musica trasforma il senso dello stare-al-mondo, lo avvolge, gli dà una trasparenza e una speranza. Anche il Requiem di Mozart o quello di Verdi, lo Stabat mater del giovine Pergolesi, il Nunc dimittis di Haendel e la Messa in Si minore del Kantor di Lipsia.

E Otis Redding sussurrante The dock of the bay, scritta prima dell’ultimo volo sul lago.

Sembra a volte essere armonia di sfere altissime, celesti, coro di angeli, mentre l’umanità si arrabatta o dà anche il peggio di sé.

Ho sentito il presidente Mattarella, non so se male imbeccato, dire una cosa sbagliata dopo il rogo di Centocelle, dopo la morte di Elizabeth, Francesca e Angelica… che si è trattato di un “atto al di sotto del genere umano“. No, Presidente, è un atto dell’uomo, ma dis-umano. L’uomo può fare cose così e le fa, così come può commentare sul web “Tre zingari in meno“. Il male costituisce in qualche parte l’uomo, è nell’uomo, come scelta di rifiuto del bene, come egocentrismo egolatrico, come ignoranza colpevole, come crudeltà, come freddezza, inganno, an-empatia, odio, vendetta,  come umanità irredenta.

A love supreme canta John Coltrane e altri umani vomitano l’indicibile, questo è il concerto talora stonato del mondo, cui dobbiamo attenzione, cura quotidiana, ascolto, condanna, sanzione, con lo studio, la riflessione, il lavoro, la preghiera.

Ma c’è anche un altro estremo che voglio cantare, malinconicamente. Il canto di Coltrane sta di fronte al suo contrario come l’ente sta di fronte al ni-ente, come l’essere sta al nulla. Se il canto di Coltrane è l’esistente, nella foschia lontana si intravede l’inesistente, che è tale solo perché non si vuole ammettere che esiste. E così, come ogni ente ha il suo nulla-di-ente, così ogni esistente ha il suo contrario, che esiste anche di più: apparente contraddizione solo per il senso comune, ma lineare nozione metafisica. Ebbene: anche se io stesso posso risultare in-esistente per alcuni, dichiaro che exsisto, eccome, per la gloria di Dio e del canto d’amore supremo di John Coltrane.

Balaustrata di brezza/ per appoggiare/ la mia/ malinconia.” (G. Ungaretti)

E la vita continua sai che continua e gioca con noi

IN MUART DAL FRADI

Gòtin i cops/ Su la rudìne,/ Plòe di dicembre./ Sgrignôli claps davòur di ì,/ Chiâf bas, cidìne:/ Vot di chel mês tàncj àis fa/ Si soteràve il prin./ Il timp,/ Cul frêt e cu L’estât al passe.

Friul.: in morte del fratello; la lirica è in lingua friulana nella parlata rivignanese

 Trad. dal friulano: gocciano i coppi/ sulla ghiaia/pioggia decembrina//sgrano i sassi/dietro a lei/testa bassa zitta//otto di quel mese/tanti anni fa/si seppelliva il primo//il tempo/col freddo e con l’estate/passa

 

Gelsi contro la mattina azzurra/ Voci di mattinieri uccelli/ “Niente più della gioventù/ Mi è caro“/ Ovunque vada/ Il tempo cinge con diademi la ventura/ E il gioco/ Rapidi gli anni sfumano/ Larghi silenzi stremano le ore/ I pomeriggi/ La luna/ I fili vermigli de l’amore/ In lontane regioni/ Del cuore.

 

Blues

Le bende sul dolore sono strette/ Le acque hanno sapore/ Occhi furtivi guatano le ombre/ Incombono parole/ Resta il disegno del crepuscolo/ Adombrati sogni/ Rombano frane in fondo al mondo/ Piogge asciugate/ Onde tracimano le divelte briglie/ Cuore

 

E’ un remoto saluto dell’autunno prossimo/ Oggi il vento levatosi all’alba/ Come uno struggimento di stagione/ Cuore mio risoluto

Ora ascolti il pulsare /Come un trotto sul selciato/ Della vita interna dei corpi e de l’amore,

Verità dell’anima aperta e muta,/ Verità del sentire incontrastabile,/ Come il primissimo istante.

 

Tra Ulisse e Narciso/ Uomo e donna al mondo/ Qui mettendo in conto/ La ricerca quotidiana e lo sbalordimento/ E il mistero labirintico/ Dell’essere/ E i nomi dell’amore/ E ciò che sia felicità/ E ciò che sia dolore/ E ciò che siamo noi/ E ciò che diveniamo/ Noi che siamo/ Contenitore infinito/ E necessario/ In questa vita/ E oltre

 

Che dire se non che l’Uno, l’Unità del Tutto viene prima del Vero, ma il Vero precede il Bello e il Buono, in questa vita e oltre…

(Caro Lettor mio, solo una piccola anteprima de l’Antologia delle eterne Stagioni, di prossima pubblicazione)

forse un mattino andando

in un’aria di vetro/ arida rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:/ il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro/ di me, con un terrore di ubriaco.//  Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto/ alberi case colli per l’inganno consueto./ Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto/ tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Montale canta il vuoto che si para innanzi al cammino dell’uomo, quasi liberandosi di un peso, accettando il nulla che circonda l’essere e lo costituisce, ogni giorno che passa, ogni vento che spira, ogni raggio di luna.

Capita anche a me di andare molte volte di mattina in un’aria di vetro, quando l’inverno scricchiola fuori come un tempo, quando avevamo freddo nelle case, non come ora che siamo riparati. Sentire il canto del gallo al confine della grande campagna silenziosa, anche ora, solitariamente dopo la lunga corsa di cento e più chilometri di stamane, che bello è, come da remote lontananze, come dalla mia infanzia, quando si andava in fondo al cortile e poi in fondo all’orto, fino al canale d’acque limpide ragnetti d’acqua galleggianti e il madràc dietro il cespo di rose, che mia madre teneva così bene. Ma era già primavera e un rigoglio di verde e un azzurro tra gli alberi, e mio padre che zappava, sorpreso di vedermi arrivare di corsa, trafelato: “Ma corri sempre, Renato” (e avrei sempre corso, nella vita), e mi passava la manona forte sui riccioli scuri che avevo allora, genetica di Bea, sul più chiaro, però.

E canta ancora il poeta…

Spesso il male di vivere ho incontrato:/ era il rivo strozzato che gorgoglia,/ era l’incartocciarsi della foglia/ riarsa, era il cavallo stramazzato.// Bene non seppi, fuori del prodigio/ che schiude la divina Indifferenza:/ era la statua nella sonnolenza/ del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Il mal di vivere certo si vede, è diffuso, pervade corti e contrade, paesi e città, esiste, ma è privo di essenza, è privo di senso, è privo. E’ una privazione, un limite nel limite umano.

E anch’io canto questo pomeriggio sabatino, proemio della dies dominica, io canto a quei tempi lontani quando ero bambino e sono ancora, come nel tempo aoristo della lingua geniale: sono e per sempre sono, fin dalla fondazione del mondo, per volontà dell’Eterno…

Grazie ti rendo/ Per il mio nome rigenerante;// Grazie Ti rendo per il gelso/ Del mio cortile antico, per la vite/ E l’ulivo contorti come il mio pensiero,/ E similmente d/a Te consacrati;// Grazie Ti rendo per il mio dolore/ E la Tua lontananza;// Grazie per il silenzio e la parola/ Rara, che mi rivolgi tramite qualcuno;// Grazie per le onde e la musica del mare/ tracimanti.

(4a di copertina da In Transitu Meo, Chiandetti, Reana del Rojale-Ud, 2004)

piccola anima

Animula vagula blandula, cantava Publio Elio Adriano, così come ci ricorda Marguerite Yourcenar ne “Le memorie” del grande imperatore.

Oh piccola anima vaga, bella nella tua piccolezza, ma grande nella tua unicità, dove sei, dove vivi, in che luoghi ti nascondi, in quali boschi e grotte… Ma io lo so lo so da sempre.

L’anima dell’uomo è l’uomo stesso che la incarna, così come lo spirito rappresenta la sua essenza. Termini classici per definire la meravigliosa complessità dell’uman genere, biologicamente facente parte dell’ordine del primati, ma quanto dagli altri cugini differenziatosi nei millenni!

Non pensiamo mai a sufficienza la bellezza della piccola anima che ci fa essere quello che siamo, carattere della singolarità irriducibile e della misteriosità soggettiva. Dietro gli occhi spalancati dell’uomo della donna un mondo, un universo di mondi come direbbe il grande Giordano, anzi Filippo Bruno da Nola, che Dio l’abbia in gloria, dopo che santa madre chiesa lo ha bruciato in Campo de’ Fiori nell’Urbe.

Elisa e Ermal Meta cantano invece così:

Piccola anima/ che fuggi come se/ fossi un passero/ spaventato a morte./ Qualcuno è qui per te,/ se guardi bene ce l’hai di fronte./ Fugge anche lui per non dover scappare./ Se guardi bene ti sto di fronte./ Se parli piano, ti sento forte.

E altro, dove deprecano la mancanza di rispetto per la persona. A volte le canzoni arrivano penetrando le anime fin dove i testi detti, i romanzi o i saggi non giungono. Sempre di più mi convinco che il canto, come insegnava sant’Agostino, è più potente di ogni preghiera, di ogni invocazione, di ogni ragionamento. La parola musicata tocca corde lontanissime, sepolte nelle piccole anime che siamo ognuno di noi e le com-muove, cioè le muove-insieme in un modo più completo e profondo di ogni altro agire sull’anima stessa.

Non si può seguire il percorso del moto interiore generato dal canto, ché permea il pensiero come l’acqua d’un torrente montano i sassi che incontra, bagnandoli continuamente, mentre il sole li asciuga, e poi si riprende lo spazio dell’alveo, ritraendosi con inafferrabili ritmi, e poi fuggendo lungo le sponde.

Il canto concorde di un coro, il canto solitario, il canto è sempre un cantico alla vita, come uno sguardo sonoro della voce che arriva nel cuore. I sensi tutti dell’uomo sono sorpresi dal canto, come dal suono delle campane lontane quando annunciano feste  a venire. Il canto ti avvolge come una carezza superna divina, come un soffio genesiaco, come un sorso d’acqua al mattino.

both sides of story

Caro lettor d’inizio settimana,

abbiamo bisogno di sentire sempre tutti e due i lati della storia, canta Phil Collins con il suo timbro tagliente, nel senso di non accontentarsi mai della prima versione del racconto, o delle semplificazioni banalizzanti.

Le cose sono sempre più complesse, o almeno più complicate di quello che sembrano (Cf. De Toni e Comello, Prede o ragni, UTET 2004). Se sono anche solo complicate meritano di essere spiegate, come si spiega un lenzuolo ripiegato, ma se sono complesse devono essere interpretate nelle loro infinite sfumature, senza la pretesa di capirle fino in fondo. Ogni cosa infatti è l’esito di infinite concause e circostanze, è figlia delle azioni umane libere e degli incroci causali inaspettati o caso, è figlia del de-stino, come cosa-che-sta-lì, ineluttabile, fin dalla fondazione del mondo (cf. Apocalisse 22 e E. Severino), dove stanno gli eterni essenti.

Mi interessa solo il riff della ballata struggente di Phil, ché il resto del testo non c’entra con quello che sento io.

Quello che sento io è unico, come quello che senti tu mio lettore, o quello che sente ciascuno di noi, di voi, di loro. Prima ancora di essere giusto o ingiusto, prima di essere corretto o sbagliato, prima di essere morale o immorale, prima di essere qualcosa, ciò che si sente è, prima di ogni cosa del mondo, prima della creazione nel tempo del tempo, semmai il tempo abbia avuto inizio.

E ogni cosa, fatto, atto, tema o problema ha almeno due lati, se non di più, da guardare e da comprendere. Com-prendere, che vuol dire prendere-dentro, non capire, che vuol dire imprigionare, catturare, come una preda. E nessuno è preda tra gli umani, anche se vi sono molti cacciatori. Nessuno è preda perché nato da un atto di libertà, pur se non interpellato, ma libero di dover andare, di essere per morire, ma prima per vivere, nell’unica vita vera che ci tocca, mentre la tocchiamo e la respiriamo, e la amiamo, anche nel dolore.

Il vero viene prima del buono, anzi coincide con esso, ma viene prima, perché il buono senza il vero non resiste, sparendo in un attimo, negato nel suo stesso fondamento.

Per questo ogni storia umana deve avere il suo tempo, ogni sguardo il suo destino, come atto eterno nell’universo, che non conosciamo. Le vite si compiono nel tempo della loro verità, ché prima o poi appare l’orizzonte  mentre la nebbia è scomparsa, come d’incanto. E così si muove l’amore, o desiderio d’essere e di fare (un giorno dissi a un grande imprenditore che l’intrapresa è attività erotica, sorprendendolo, ma poi si convinse) nel mondo e lo muove, come Platone un tempo e più vicino a noi Einstein seppero dire.

Musica in auto mentre viaggio verso il Centro Italia per una visita carceraria, e domani un seminario teologico a Bologna. Uno stacco di meditazione sul dolore e il limite.

Se incontrassimo una stella di neutroni o un black-hole  non sopravvivremmo, e la nostra verità scomparirebbe nel nulla-tutto del cosmo, ma… grazie a Dio la stella di neutroni è nell’abisso cosmologico e domattina verrà l’alba di un giorno nuovo.

Il sogno della bimba

Aveva scelto un altro mare/ Dove crescevano i cavalli rosa,/

Aveva scelto un’alta collina/ Dove nascevano le acacie bianche,/

Aveva scelto il deserto giallo/ Dove crescevano le dune al vento,/

Aveva scelto una bimba bella/ Con gli occhi scuri d’un bel sorriso.”

 

Scrivevo più di tre lustri or sono per la bimba che è la mia, e che a volte, ora già grande, attraversa la malinconia.

Che tempo è passato da quei racconti, da quelle intuizioni talora di già spiazzanti. E che dire delle parole non dette, dei pensieri trattenuti, delle cose non fatte insieme, delle musiche ascoltate a tratti e poi lasciate spegnersi nel calare del giorno.

Ora tutto il tempo è davanti a lei a me a noi, quello che resta a ciascuno, diverso, come è per natura che sia.

La strada è fatta di strade, sentieri, itineribus personae, che vanno nel tempo e fanno la storia, le storie che sono la storia. Abbiamo bisogno di soste, di respirare profondo nella giornata che viene ogni alba. Until remains the day, quel che resta del giorno.

E ogni volta che torna la luce illuminando il mistero notturno, intiepidendo l’aria e frenando il burian, o accompagnando il vento che viene dall’Est.

Chi può sapere l’accadere delle cose future, cioè il da farsi, ma non ha importanza. E allora, in quei tempi, prima che venisse e dopo che la bimba era già venuta al mondo, scrivevo di…

 

STAGIONI o de

I colori, i rumori, gli odori, gli eventi che scandiscono il tempo interiore. Il paesaggio dell’anima, diverso per ciascuno di noi.

La calda stagione ha voci/ Che quietamente complottano nelle boscaglie/ Prima che tutto nell’autunno allibisca/ E gli uccelli migratori se ne vadano.

 

OLTRE LA CERCHIA DELLE MONTAGNE o

La scoperta di ciò che è lontano. O sembra. L’inizio di un lungo viaggio.

IGUAZU’

È l’onomatopea dello sciamano/ È la quebrada [1] del Sudamerica/ È il canto della tigre millenaria/ È un vento/ È il tempo fermato/ È il tempo che ritorna/ È madre e cielo e terra e rocce/ È limo fertile/ È potenza e tenerezza e dolore/ È un grido di terrore/ È voce di allegria/ È parola tronca/ È il volo rischioso delle rondini/ È un atto e perfino un desiderio/ È il colore dell’acqua sospesa.

[1] Spagn.: avvallamento, canyon

 

L’ALBERO DI SICOMORO che

E’ quando ti accorgi che non puoi vivere senza la compassione, perché anche tu sei da compatire. Proprio quando ti sembra di essere più forte. [1]

Qualche volta/ Di sera,/ Alla fine del quotidiano fibrillare,/ Val la pena di rileggere Luca/ Laddove narra di Zaccheo,/ Esattor [e imbroglione],/ Uomo di modi melliflui,/ E di tutti i tempi,/

Per verificare se non serva a ciascuno/ Salire sull’albero di sicomoro,/ Per vedere al di là del palmo del naso,/ E magari anche, [con un po’ di fortuna],/ Sentirsi chiedere:/Scendi di lì ché quest’oggi/ Cenerò a casa tua“.

[1] Vangelo secondo Luca 19, 1-10.

 

LA NUOVA VITA o

L’impercettibile passaggio all’essere. Il mistero del nascere e del morire. Partire comunque sempre per un lungo viaggio la cui meta non conosciamo.

BEATRICE

Tua madre è stata nel miracolo/ Compiuto/ Per rispondere/ Al segno/ Proveniente/ Dal giardino dell’inizio.

 

(da La cerchia delle montagne, edizioni Arti Grafiche Friulane, Tavagnacco – Udine – 1998)

Cumo tu poetis denant dal Pari, cjar amì, pre’ Meni, ora tu poeti davanti al Padre, caro amico, pre’ Meni

pre MeniCjar pre’ Meni,

ho saputo che te ne sei andato stanotte,  e io ti ricordo con affetto, le nostre conversazioni sul poetare come lavorare, come essere operai della parola. O anatomopatologhi… della parola, che è sacra, pregnante, densa, piena di verità, se la si rispetta. La parola, oggi strapazzata, negletta, che tu curavi con acribia amicale ed esperta. Tu scrivevis a man, cun cure e precision, e io leevi ce che o vevin di publicâ su le Agende Furlane, che si onorave de to presince.

Ricordo le serate dei tuoi compleanni sotto il ciliegio di casa tua, in quel di Casasola di Majano, a giugno, che era caldo ma non troppo, e a iere une schirie di amis di dut il Friûl. E i tiei poemas, e lis puisis che tu as scrit par l’Agende di Chiandet che o curi fin dal 2005 fin ue. Ogni an un tema, sonets, haiku, liricutis… E gli uccelli accompagnavano le conversazioni fino a sera tarda, anche con Ario Cargnelutti da Gemona, caro compagno di tante vicende in Friuli, ator pal Friûl, e fuori, magari a Roma al Fogolâr Furlan dal cjarissim ami Adriano Degano, che a clamavin ducj “dotôr”. Tu eri prete restando uomo normale, non eri clericale.

Non sto qui a dire della sua candidatura al premio Nobel per la letteratura proposta dalle università di Innsbruck e Klagenfurt, meritatissima.

Mi piace citare invece i titoli dei tuoi poemi in friulano, quasi cinquantamila versi: Anilusi, I Dumblis Patriarcai, La Gnot di Colomban, L’Ancure te Natisse, Colomps di Etrurie, Flôr pelegrin, Fanis, Crist Padan, che tu mi regalasti negli anni, con la ritrosia dell’umiltà vera, mite, carattere tuo schivo e un poco burbero, di uomo dei monti del Canal del Ferro. Non dimentico la tua prefazione a Il viaggio di Johann Rheinwald, mio strano romanzo semi-autobiografico, l’unico finora, pubblicato nel 2007. Già dieci anni fa!

E poi le tue parole essenziali a qualche presentazione dell’Agenda Friulana, ricordo una sera latisanese del 2010, con i canti di Ennio Zampa e mia figlia ancora piccola ma già capace di dialogare di poesia e musica.

Caro don Domenico, cjar pre’ Meni, o vuei onorati cun une to puisie che o vin publicât te agende dal 2017, dedicade a un grant Sant, che a mi a mi sta tant dongje dal cûr e da la ment: san Tomâs di Aquin

 

S’o cjantin l’Eucarestie/ Cui biei cjanz di prucission,/ Di Tomâs  a jê armonie/ e divine devozion.

Lui al ere teologâl,/ Filosofic di reson./ Al sclarive il mont normâl/ E i valors de Redenzion.

Pai studenz al è une mane,/ Se la ment’ e tegnin sane.”

 

Specie di questi tempi inordinati e pieni di confusione.

Graciis, grazie, gratias tibi ago frater meus, poeta!

 

 

Crepuscolo

campagnaEro dopo tanto tempo oggi in corteo ad accompagnare la vecchia insegnante che mi aveva ricordato prima di andarsene.

Dopo le quattro del pomeriggio a fine dicembre la luce diventa radente e il sole illumina accecante la piana. Sullo sfondo le montagne si fanno azzurre e il cielo attonito lascia che altissime scie d’aerei lo solchino verso l’infinito spazio.

I passi sono cadenzati al ritmo del Rosario che il sacerdote declama lungo il percorso verso il luogo del riposo, cimitero perso nella pianura. Ave Maria piena di grazia, kekaritoméne, participio perfetto passivo greco, per significare colei cui Dio si è fermato a chiedere se, nientemeno, fosse disponibile a ospitarlo.

Ripeto anch’io l’antico mantra mariano intercalato, oggi, dai misteri gloriosi, dal Requiem e dal Pater noster, la preghiera più grande.

Guardo il cielo e gli alberi spogli contro il nitore azzurro, e provo una grande pace, come se l’anima mia dialogasse con il tutto, e totalmente.

In chiesa nell’omelia il prete aveva ricordato l’eclettica, turbinosa signora, insegnante di lungo corso e musicologa fine. Le avevo pubblicato su una prestigiosa strenna che curo da una dozzina d’anni un pezzo di critica musicale di rara bellezza. E poi ci eravamo visti a convegni e letture poetiche. Aveva anche insistito un giorno affinché partecipassi a un concorso dedicato a una delicata poetessa furlana, mancata assai giovane, nipote del padre David M. Turoldo, Gioia Turoldo  Malnis. Avevo vinto il primo premio con un sonetto che il gentil lettore può leggere qui di seguito:

 

Mi sono familiari i lupi scuri.

Il dolore intride l’anima e perfino/ Rimuove il velo al vero dentro, e tace,/ Rispondendo, se non perdi la traccia./ A me sono familiari i lupi scuri,

Quelli che appaiono al confine/ Dei sentieri, dove escono dal bosco./ A me là sono familiari i rombi/ Dei temporali estivi, e la pioggia

Battente e fredda sui selciati grigi./ A me qui sono familiari i lampi/ Occhio di lupo al termine, più o meno,

Della notte, ma lontani dall’alba./ Mi sono familiari le lontane/ Frane sui monti e le valanghe atre.

 

Lo dedico a questa gentil signora del ’29, audace, colta e gentile, come l’anima della mia terra.

Il paese degli angeli

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Due sotto zero, sono arrivato a Tramonti di Sotto per il tortuoso lungolago, nella sera che scende già dopo le quattro e mezza del pomeriggio, dalle montagne scure.

Il borgo è avvolto da un silenzio alto, e le stelle stanno a guardare, luminose. Da Marianna ci sono i musicanti insigni. Io parlo par furlan a  una platea di avventori, e mi sento dentro il loro mondo, quasi del tutto. Prima ero andato verso la locanda a bere qualcosa di caldo e poi avevo indugiato per la vie a guardare gli angeli dei presepi illuminati, nella notte incombente.

Il sindic ci dice che deve andare alla fieste dal stramp, la festa dello strambo, come se non fosse strambo ciascuno di noi, ma non lo ammettiamo volentieri. Invece in Val Tramontina non si fanno problemi.

La verità delle cose appare a chi la sa e la vuole guardare, nel tempo che passa. Molti vivono sopra la superficie delle cose, aspirando a multiproprietà, a sciare in località alla moda, andando dove la quota è alta, sul mare.

Tramonti non supera i seicento metri, eppure è un luogo dove lo spirito si può riposare come nelle Valli favolose.  Non c’è molta gente in giro e quelli che sono si accontentano, cioè sono-contenti del luogo dove sono nati e dove vivono. Non cercano mondane stagioni e ambienti di prestigio, secondo i codici del mondo. Gli piace la Valle antica dei tramonti e le montagne selvagge che la circondano, con nomi remoti, il Cornaget, il Resettum, il Raut, che si affaccia alla pianura come bastione altissimo, duemila metri e passa, milleduecento sopra la strada della Palla Barzana, che porta nei borghi delle meraviglie, a Andreis, Poffabro, Frisanco.

Nell’osteria si fanno vicini i valligiani, pochi quando discorro del libro, le parole sono sempre ardue, di più quando i menestrelli aprono il torrente cristallino della musica. La musica si confonde con i visceri, con i precordi della vita semplice. Vecchie melodie si diffondono dai piccoli altoparlanti e gli astanti iniziano il canto, insieme, in coro, quasi a squarciagola, mentre la Claudia Grimaz sorride con gesto antico di cantatrice, e Loris muove le dita rapido, sulla chitarra. L’ultimo pezzo che ascolto, prima di tornare, è Sirio, storia di una nave di emigranti italiani inabissatasi nell’Oceano mare ai primi del Novecento. Le storie si ripetono, non nuove quelle del Mediterraneo attuale. Chi fugge va e la vita, a volte, se ne va.

Ascolto al ritorno il vecchio pezzo di Califano, Minuetto, canta Domenica Bertè, o in arte Mia Martini. Infine la vita è semplice: andare fino a Tramonti, bere un bicchiere di rosso, parlare dieci minuti di un libro bello, quasi oramai classico, mettersi lì, a occhi socchiusi, in ascolto della musica, mentre la notte viene e la vita continua e gioca con noi, mentre il vento e il fiume ti aspettano oltre la macchia oscura del bosco.

Older posts

© 2017 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑