Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Para leer el Zibaldon verdadero y escribir con humildad un Zibaldon nuevo

I miei cari lettori sanno che a volte uso citazioni dirette di autori che stimo e ammiro, per introdurre temi da commentare nella situazione attuale. Questa volta invito a leggere quasi integralmente i capp. 103 e 104 dello Zibaldone di pensieri di Giacomo Leopardi, che sto ristudiando come testo filosofico di grandissima attualità, fonte di ispirazione per Nietzsche e per gli esistenzialisti nostri contemporanei, da Sartre a Heidegger. Chi fosse interessato a questo brillantissimo e profondo anche se a-sistematico testo filosofico, lo può trovare a prezzo calmierato negli Oscar Mondadori. Più avanti nell’estate proporrò anche una rilettura della penultima grande lirica del nostro “giovane favoloso”, La Ginestra, scritta da ospite nella casa del suo amico Antonio Ranieri, a Napoli.

Ci sono tre maniere di veder le cose. L’una e la più beata, di quelli per li quali esse hanno anche più spirito che corpo; e voglio dire degli uomini di genio e sensibili, ai quali non c’é cosa che non parli all’immaginazione o al cuore, e che trovano da per tutto materia di sublimarsi e di sentire e di vivere, e un rapporto continuo delle cose coll’infinito e coll’uomo, e una vita indefinibile e vaga; in somma di quelli che considerano il tutto sotto un aspetto infinito e in relazione cogli slanci dell’animo loro.

L’altra, e la piú comune, di quelli per cui le cose hanno corpo senza aver molto spirito; e voglio dire degli uomini volgari (volgari sotto il rapporto dell’immaginazione e del sentimento, e non riguardo a tutto il resto, per esempio alla scienza, alla politica ec. ec.), che senza essere sublimati da nessuna cosa trovano però in tutte una realtà, e le considerano quali elle appariscono e sono stimate comunemente e in natura, e secondo questo si regolano. Questa è la maniera naturale, e la più durevolmente felice, che senza condurre a nessuna grandezza, e senza dar gran risalto al sentimento dell’esistenza, riempie però la vita di una pienezza non sentita, ma sempre uguale e uniforme, e conduce per una strada piana e in relazione colle circostanze dalla nascita al sepolcro.

La terza, e la sola funesta e miserabile, e tuttavia la sola vera, di quelli per cui le cose non hanno né spirito né corpo, ma son tutte vane e senza sostanza; e voglio dire dei filosofi e degli uomini per lo piú di sentimento, che dopo l’esperienza e la lugubre cognizione delle cose, dalla prima maniera passano di salto a quest’ultima senza toccare la seconda, e trovano e sentono da per tutto il nulla e il vuoto, e la vanità delle cure umane e dei desideri e delle speranze e di tutte le illusioni inerenti alla vita, per modo che senza esse non è vita.

E qui voglio notare come la ragione umana di cui facciamo tanta pompa sopra gli altri animali, e nel di cui perfezionamento facciamo consistere quello che la successione e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo, giacché volendosi governare secondo questo incontrastabile principio ognuno vede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la più ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che possa giovare in questa vita, sia più vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e non mai, come si dice volgarmente, con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia dell’uomo, sia miserabile e incapace di farci non dico felici ma meno infelici, anzi di condurci alla stessa saviezza, che par tutta consistere nell’uso intero della ragione.

Perché chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose, in maniera che la successione e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo, giacché volendosi governare secondo questo incontrastabile principio ognuno vede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la piú ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che possa giovare in questa vita, sia più vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e non mai, come si dice volgarmente, con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia.”

L’intelligenza del grande pensatore  e poeta nostro elabora un testo non facile, tra cui è invece facile perdersi. Non si pensi che, siccome lo dice esplicitamente, egli sposi senza riserva la terza visione del mondo, quella pessimistico radical-nihilista. Non è così. Il conte Leopardi accompagna il lettore a una riflessione più complessa. La sua onestà intellettuale lo porta a sostenere che la natura (Dilthey direbbe Naturwissenschaften, o scienze della natura) la vince sempre sulla ragion intellettuale (sempre Dilthey direbbe Geistwissenschaften, o scienze dello spirito), ma questo non deve scoraggiare l’uomo, per cui, se l’uomo vuole co-determinarsi insieme con la circostanze che costituiscono, insieme con le iniziative della volontà individuale, il suo proprio destino, deve avere il coraggio (prima opzione) di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Ed è qui che il pessimismo leopardiano vien fuori, proprio per la sua onestà intellettuale, ed è in questo modo che il suo ragionamento si manifesta come attualissimo, in una fase storica, la nostra, che vede il deliquio del pensiero argomentante e della logica raziocinante. Leopardi è un romantico disilluso, non un disperato disperante, e la differenza tra i due profili ideal-tipici è radicale.

Vi è di più, come sempre, vi è un’ulteriorità negli scritti leopardiani, siano essi in forma di poesia, siano essi in forma di prosa filosofica. A me par di intravedere in Leopardi la penna e le intenzioni di un pedagogo eccelso, dello stesso livello di un Aristotele o di un sant’Agostino. Infatti, sia il filosofo di Stagira, sia il vescovo di Ippona pensano che l’uomo abbia le risorse interiori, psichiche e spirituali per emergere anche dalle peggiori situazioni, sia pure con modi e mezzi diversi: Aristotele confida nella potenza del pensiero logico, della necessità intrinseca, stringente della riflessione sillogistica, per cui l’uomo riesce a comprendere il flusso e la ragione degli eventi e a intervenire su di essi, con la sapienza maturata nell’esperienza esistenziale individuale; Agostino in qualche modo crede altrettanto e aggiunge, di suo, che se l’uomo chiede aiuto con umiltà a Dio, l’Incondizionato non può non ascoltarlo, dandogli l’acutezza intellettuale e le risorse energetiche necessarie alla propria vita.

E per concludere questo strano e commisto mio scriver domenicale, aggiungo un’antica poesia in quartine e versi ottonari, mia cugina Giuditta la custodì nel tempo interiore, che scrissi in onore di Catine, mia nonna materna, ottantenne da pochi giorni. Io ne avevo ventiquattro e studiavo allora Scienze Politiche e lavoravo in fabbrica con tuta da metalmeccanico, come da foto qui sopra a destra. lavoro, operaio, studio e scrittura, come proprio un ricercar mio proprio, in forma di Zibaldone, forse un poco arcimboldesco.

L’occasione è un compleanno,/ ma l’intento è ricordare/ come fosse d’un sol anno/ della nonna il camminare.// Dopo che fu la campagna/ tra i vigneti e il patriarcato/ a forgiarla e a dar sostanza/ a ciò che noi siam risultato.// Ancor giovine e inesperta/ lei ben presto si sposò/ per portare al miglior fine/ ciò che in lei valor trovò.// Venner presto sette figli,/ due purtroppo se n’andorno/ ma dei cinque rimanenti/ lei fu fiera e loro attorno.// Era il tempo dei saluti,/ false glorie e miti affini,/ la miseria e gli starnuti/ solo vanto dei bambini.// E passarono i “vent’anni”,/ dura guerra poi passò,/ cominciarono a sposarsi/ i figli e lei pace trovò.// La rinascita: altro mondo,/ i primi soldi un po’ men scarsi,/ ma purtroppo ancora in fondo/ d’uopo è d’accontentarsi.// Che è che alfine noi vogliamo/ pianamente festeggiare,/ se non lei che solamente/ a noi del tempo può parlare?”

E che il sole di luglio non esageri, e il tempo giusto l’accompagni.

Il cherubino di Amiens

Le strade del Tour si snodano accompagnando la grande corsa con il paesaggio e la storia. Gli eventi di questi giorni me lo regalano con dovizia di tempo e ne son lieto. La grande campagna francese stupisce con la sua calma bellezza.

Dopo Chartres, neanche gli organizzatori avessero deciso di omaggiarmi, Amiens, sicuramente sfiorando Beauvais. Non è qui il luogo per cantar la meraviglia delle tre cattedrali. A Chartres son stato quattro volte, tre in auto e una in treno da Paris, dalla Gare de Montparnasse. Non dimentico l’apparire del tetto di ardesia verde da decine di chilometri, mentre si viaggia nell’immensità vallonata della campagna. Ad Amiens due volte son stato.

Sempre sol chi mi conosce e mi vuol bene sa la ragione per cui quest’anno riesco a bearmi delle tappe del Tour in tv. Erano anni che non riuscivo a veder neppure le frazioni delle grandi montagne. La dizione “grandi montagne” mi ricorda mio padre, i cui racconti erano del mito dell’Aubisque e del Tourmalet, dell’Izoard e del Galibier. Su questo colle poi andai con una Bea decenne nel 2005, e lo raggiunsi a piedi, con lei che ballonzolava coraggiosa, dal Col de Lauteret, salendo da 1880 metri di quota ai 2640 del colle più alto che dà su Briançon.

La tappa per Amiens si snoda per il dipartimento della Somme, dove si svolse la più sanguinosa battaglia di ogni tempo, con oltre un milione di morti, nella Prima Guerra mondiale. E allora sento dire un commentatore che nella cattedrale Notre Dame di Amiens vi è un cherubino piangente di marmo grigio. Chi sono i cherubini?

Un’etimologia: cherubino è un sostantivo maschile [dal lat. eccles. cherubin, traslitterazione dell’ebraico. kĕrūbīm, pl. di kĕrūb, affine al verbo accado karābu «pregare»]. Nell’Antico Testamento, è il nome di esseri ritenuti intercessori presso Dio, di forma umana, alati, che coprono l’arca santa o stanno davanti al Santissimo o proteggono l’ingresso del paradiso. Nella scala gerarchica discendente degli ordini angelici, secondo la distinzione dello Pseudo-Dionigi, ciascuna delle nature angeliche che costituiscono il secondo coro della prima gerarchia angelica, quella dei serafini, gli angeli di fuoco. Oppure il cherubino è un angelo grazioso, di immagine infantile, appunto, come il cherubino di Amiens, che piange sul dolore e la morte di quegli eventi terribili.

E poi Roubaix dentro il Tour e la Arras di Maximilien Robespierre. Le pietre hanno atteso anche la grande boucle, dove si sono esercitati i più bravi a spingere faticosi equilibri, accettando anche il contatto doloroso della caduta, polvere e sudore e coraggio nei volti scavati di Philippe Gilbert, di John Degenkolb, di Peter Sagan, di Greg van Avermaet. E c’è anche Nibali che quasi vola leggero fino al traguardo, tra i primi. Il ciclismo nelle tratte di pavè torna alla sua verità metaforica, come insegnava Paul Ricoeur.

Il ciclismo è in sé orgoglioso tormento autoinflitto, e racconta nel dipanarsi della corsa, breve e interminabile come una tortura, rappresentando l’itinerario di una vita. La bicicletta è lì silenziosa finché non viene cavalcata dal coraggioso e portata nel mondo, per pianure infinite, colline vallonate e crudeli altissimi monti.

Ora le grandi montagne, come le chiamava Pietro dandomi il senso del favoloso. E allora, come ora attendo i noti volti dei pretendenti a Les Champs Elysées, aspettavo di vedere il volto smunto di Jacques Anquetil, quello robusto di contadino di Raymond Poulidor e il giovane Gimondi e l’elettrico Gianni Motta, il muscolato Rudy Altig, l’imperatore di Herentals Rik van Looy, il tostissimo olandese Janssen. Di pomeriggio si andava all’osteria “Da Lino” a vedere il Tour in bianco e nero, e io così piccolo sapevo i nomi dei ciclisti più grandi.

Le grandi montagne sono la strada che si inerpica excelsior, sempre più in alto, come insegnava il maestro Costantino a me decenne. La strada si eleva e il silenzio avvolge i boschi che si diradano verso i duemila metri.

Non so quel che succederà, chi sarà a precedere gli altri sui colli più alti dei Pirenei, del Massiccio Centrale e delle Alpi. Attendo quei volti piegati a guardare davanti alla ruota anteriore, sperando nel tornante prossimo, ché i tornanti concedono una pausa, tra ombre e zone assolate.

Nel frattempo la Francia meticcia ha già alzato braccia per presti-pedatori vincitori, bravissimi Griezmann e Mbappè. superando i croati orgogliosi. Unico neo la soddisfazione di Macron-falso sorriso.

Il cherubino di Amiens asciugherà le lacrime degli eroi, vedendo la gioia dei vincitori in bicicletta, le loro braccia alzate, vittorie sul proprio limite, sulla paura e la fatica, vittorie sulla perenne tentazione dell’accontentarsi pavido.

 

La foresta di Arenberg

La Parigi-Roubaix è il mito del ciclismo da centosedici anni, caro lettore. E’ stata vinta da alcuni tra i più grandi ciclisti di ogni tempo, soprattutto quelli polivalenti, cioè capaci di vincere sia corse a tappe sia corse di un giorno: citare qui nomi come quelli di Henry Pelissier, Fausto Coppi, Rik Van Steenbergen, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Walter Godefroot, Roger De Vlaemick, Felice Gimondi, Bernard Hinault, Sean Kelly, Francesco Moser, Johan Museeuw, Tom Boonen, Fabian Cancellara, fa venire i brividi, almeno a me. Su quasi duecentosessanta chilometri di gara da Compiegne, a nord di Parigi, fino al velodrome di Roubaix, almeno sessanta sono di pavé classificati in base al numero di stelle, da una a cinque. La foresta di Arenberg è uno dei settori più impegnativi, un “cinque stelle” come i tratti denominati Mons en Pévèle e Carrefour de l’Arbre.

Da cinquanta anni il tratto che taglia la foresta di Arenberg è stato introdotto nel percorso della Parigi-Roubaix. Il selciato è tremendo, in parte a schiena d’asino e in parte con delle salitelle taglia gambe, fangoso e viscido. Se non lo si affronta in testa o comunque mettendo una certa distanza dagli altri, si rischiano rovinose cadute, come quella che costò un ginocchio a Museeuw, vincitore della grande corsa per tre volte, come Francesco Moser. Insieme ad altre quattro grandi classiche, la Sanremo, al Liegi-Bastogne-Liegi, il Giro delle Fiandre e il Giro di Lombardia, la Parigi-Roubaix è favola nell’immaginario collettivo, e per me è leggenda.

Verso Roubaix mi troverò il prossimo anno sul ciglio verde di un tratto in pavé, mi troverò. Sono anni che penso di andarci, l’avevo promesso anche a mio padre, ma non fui in grado di mantenere l’impegno epico, troppo arduo per me, troppo giovane ero quando glielo promisi. Troppi soldi per una gita del genere, soldi che ora ho a disposizione, grazie a Dio e al mio lavoro.

Son già stato in Francia a vedere il grande ciclismo, nel 2005, quando portai Bea alla tappa del Galibier (2648 m.) che terminava a Briançon, erano i tempi dell’imbroglione Armstrong, di Rasmussen e di Ivan Basso. Anche sui Pirenei andrò, scegliendo penso la tappa del Portet d’Aspet per ricordare Fabio Casartelli. E alla Roubaix, senza dubbio, se Dio vuole, next year, mio caro lettore.

La foresta di Arenberg echeggia racconti lontani, brividi medievali, cavalieri bardati che intraprendono coraggiose avventure. Il percorso si snoda tra betulle e arbusti intricati, e pietre squadrate, come incistate in quadrangoli irregolari, capaci di scheggiare o sbrecciare una ruota e sgranare un tubolare con uno sfioramento. Si vedono le biciclette saltellare qua e là guidate da acrobati in tensione, di cui Sagan è principe e mentore, finché Van Avermaet e Terpstra riescono a domarlo, ma poi lui se ne va, in un tratto in asfalto, quasi non credendoci. Infatti si gira, non pedala a tutta, con sé ha uno svizzero valoroso, che cederà solo allo spunto dello slovacco al velodrome de Roubaix.

Quando il pavé finisce è tempo di pensare alla volata, se ci sarà volata, oppure no, di respirare quell’aria del Nord non ancora di primavera. E certamente al ragazzo Michael Goolaerts, mancato a ventitré anni, di cuore infartuato. La Roubaix è crudele come sa essere una gara al limite della fatica e del dolore.

Il Nord della Francia è un po’ triste, profili di torri di miniere e anche il clima si ingrigia man mano che ti allontani da Compiegne e Fontainebleau e vai verso Lille. Una tristezza di vento piovoso e di lavoro operaio antico. Meno male che il secolo breve è passato e molte miniere son diventate musei. Un anno arrivai fino a Dieppe, che ha le bianche scogliere antistanti quelle di Dover, ma quella era Normandia, quando con Mario facemmo il tour delle cattedrali, la più a nord quella di Amiens.

Odiosamata Francia, amabile a Parigi e nei dintorni del gotico, a Bourges, a Chartres, a Tours, a Rouen, a Reims, a Beauvais, ad Amiens, a Troyes e via percorrendo le grandi strade vallonate piene di profumo di lavanda. Borgogna cialtrona e Piccardia più gentile, a Roubaix ci andrò, ripeto, ma per vedere il fango e la fatica, per riposare un poco tra le betulle della foresta di Arenberg.

Grazie a Georg Friedrich Händel, tedesco di Sassonia, che ascolto da quando ero ragazzo, e grazie al mio sentire… sinestesico

Caro lettore,

magari scrivo il nome di Händel all’inglese George Frederick, o ancora Giorgio Federico all’italiana, ché il grand’uomo venne più volte in Italia e vi stette una volta per ben tre anni, dove incontrò Alessandro  e Domenico Scarlatti, Tomaso Albinoni, Benedetto Marcello, Arcangelo Corelli, e forse anche Antonio Vivaldi. Nel 1708 a Roma gareggiò agli strumenti con Domenico Scarlatti, alla presenza del cardinale Ottoboni, suo ospite, come usava allora, surclassandolo all’organo, e come avrebbe potuto finire diversamente? E stiamo parlando di un musicista meraviglioso, lo Scarlatti. Infatti terminò alla pari la gara al clavicembalo!

Figlio di un barbiere-cerusico (chirurgo) di un certo successo preso il margravio di Sassonia-Weissenfels, che lo voleva avviare agli studi di Legge, Georg Friedrich preferiva la musica, studiandola di nascosto su un piccolo clavicembalo in solaio. Quando il padre lo scoprì si rassegnò e assecondò la sua vocazione. E fece bene, perché ben presto il ragazzo mostrò progressi da gigante, prima nella sua città natale di Halle e poi in molti luoghi, tra cui Berlino e l’italia. A Halle fu ascoltato suonare, mentre era sotto la guida del maestro Zachow, valletto (allora si usava così, ché lo stesso sommo Kantor di Eisenach, J. S. Bach aveva lo stesso inquadramento contrattuale sotto il borgomastro di Lipsia, per cui doveva operare presso la parrocchiale luterana di St. Thomas, scrivendo ed eseguendo con l’orchestra e il coro locali una cantata ogni domenica) alla corte del duca Giovanni Adolfo I di Schwarzenberg e colà studiò assiduamente musica fino a diventare musicista superiore al suo maestro.

E ciò accadde rapidamente. In seguito, mentre si esibiva davanti al re di Prussia, lo volle al suo servizio la duchessa Sofia Carlotta di Hannover, molto sensibile alla musica e colpita dalla genialità del ragazzino, e ben presto conobbe Telemann, mentre invece non risulta abbia mai incontrato Johann Sebastian Bach, che pure avrebbe voluto incontrarlo, pare da alcune testimonianze. Ti immagini, mio gentile lettore, se un evento del genere fosse accaduto? Io non riesco ad immaginarlo. Immenso. E conosceva bene il latino, l’inglese, l’italiano, il francese  e il tedesco, questo musicista fantasioso e iperattivo.

Bach valletto (!) mi fa pensare a come le persone di intelletto sono state utilizzate dai potenti, dai tempi dell’amico dell’imperatore Cesare Augusto, il senatore Mecenate, e dall’imperatore stesso e dal suo successore Elio Adriano, e passando per Lorenzo de’ Medici, il Magnifico, che aveva a corte Angelo Poliziano, Marsilio Ficino e il grandissimo Giovanni Pico della Mirandola, imitando in ciò il munifico e colto imperatore svevo Federico II, che aveva fatto altrettanto, e forse di più, duecent’anni prima, inimicandosi il papa e guardando al sapere futuro. Allo stesso modo si comportavano spesso gli imperatori cinesi (si pensi all’esperienza del padre gesuita Matteo Ricci) e i sultani ottomani, che avevano a corte matematici, filosofi, medici, teologi ebrei e cristiani. L’unico metro di misura per essere considerati persone importanti erano l’intelligenza e la cultura, non la religione o le credenze filosofiche praticate, lo status nobiliare o il censo economico-sociale. Quasi meglio di adesso.

In certo modo, senza che ciò che sto per dire sia affermazione superba, anch’io, figlio di povera gente, ma uomo di cultura, sono altrettanto apprezzato e pagato da uomini potenti e facoltosi, per il mio pensiero e per il mio lavoro, che essi rispettano e tengono in conto. Nella mia esperienza mi è stato richiesto, e tuttora, di fare perfino il precettore di giovani virgulti di queste famiglie importanti, fidandosi di me. Funziona sempre allo stesso modo, per me.

Tornando all’uomo di Halle, gli inglesi lo considerano un loro musicista, e non ne hanno di più grandi, poiché Händel si portò nel Regno albionico, e ivi divenne un grande in ogni senso, musicista totale, della corte e del popolo, scrivendo cantate sacre, opere ed oratori, raggiungendo vette paragonabili solo a quelle del suo grande conterraneo e coetaneo Johann Sebastian Bach, e forse più sublimi nella gestione delle voci umane miste, nei cori, che per Beethoven erano l’acme artistico musicale assoluto. Israel in Egypt, Messiah, Jephte, oratori, il Dixit Dominus e il Nisi Dominus, salmi, l’opera Aci e Galatea, Watermusic e Royal Fireworks, For Queen’s Anna Birthday, suites, insieme con innumerevoli cantate e brani per organo sono capolavori assoluti, non solo della grande musica barocca, ma della musica tout court. Nel 1710, Händel divenne Kapellmeister del principe tedesco George, l’Elettore di Hannover, che nel 1714 sarebbe diventato re Giorgio I di Gran Bretagna e Irlanda, e da allora il grande Sassone divenne in qualche modo “inglese”.

Uomo di grande successo, Händel era anche molto caritatevole, tant’è che istituì numerose opere in soccorso dei poveri e degli artisti poveri, senza farsi pubblicità, in questo seguendo il dettato evangelico che prescrive “In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.” (Matteo, 6, 1-6)

Tornando alla mia vita, questo ascoltare insieme con l’attenzione agli altri grandi sopra citati, e a Mozart, Wagner, Verdi, Rossini, Schumann, Schubert, Monteverdi, Giovanni Gabrieli e altri, e poi alla grande musica Rock&Blues dei ’70, e voglio citare Jimi Hendrix, i Cream, i Traffic, i Colosseum (gli ultimi due gruppi visti dal vivo!), i Genesis e altri, e Miles Davis, John Coltrane e Charlie Parker per il jazz, che sono stati i “miei” anni, anche per la crescita politica e culturale, e questo leggere i grandi poeti e scrittori greco-latini, da Pindaro a Tucidide, a Demostene a Cicerone e Virgilio, e poi Italiani, i tre Sommi del ‘300, e in seguito i Francesi (Balzac, Flaubert, Zola, Baudelaire…), gli Inglesi (Dickens, Austen, le sorelle Bronte, Shakespeare…), i Tedeschi (Goethe, Schiller, Heine, Rilke, Thomas Mann, Roth…), i Russi (Dostoevskij, Tolstoi, Puskin, Turgenev, Majakovskij…), e di nuovo gli Italiani da Ariosto a Leopardi a Pascoli, D’Annunzio, Ungaretti, Montale, Saba, Campana, Gadda, Primo Levi, Rigoni Stern… mi ha sviluppato una grande capacità sinestesica, direbbe il mio amico/ psicologo/ a. In altre parole vedo/ sento con l’udito/ ausculto/ odoro/ tocco, quasi tutto insieme, e così com-prendo, raccolgo dentro.

Non parliamo poi delle mie grandi discipline, dalla sociologia a, soprattutto, la filosofia e la teologia, che ho studiato e studio nei loro autori maggiori e minori, dai presocratici ai grandi Greci Platone e Aristotele, Parmenide ed Eraclito, Zenone di Cizio e Sesto Empirico, Epitteto e Plotino, Proclo e Porfirio; e poi il mio grande Origene, di cui posso umilmente esser considerato uno studioso, Ireneo e sant’Agostino, il Beato Giovanni Duns Scoto, san Bonaventura e san Tommaso d’Aquino, Galileo e Descartes, Leibniz e Pascal, Voltaire e D’Alembert, Kant, Schelling, Fichte e Hegel, senza dimenticare i due grandi inglesi Locke e Hume; e poi Schopenhauer, Nietzsche e Marx, i sociologi Comte e Durkheim, gli antropologi Mauss e Altan, e i pensatori contemporanei Freud, Jung, Heidegger, Husserl, Jaspers, Bontadini, Severino, Achenbach.

Io stesso sono considerato un filosofo-teologo contemporaneo, per le mie teoresi e i miei scritti (sono un realista-personalista), avendo anche avuto responsabilità associative in ambito filosofico e tuttora incarichi di docenza. Lo dico con la gratitudine di chi ha avuto la possibilità, datami dalla libertà fin da giovanissimo lasciatami da parte dei miei, e dalle mie energie spirituali e fisiche, di studiare ciò e quanto desideravo, scegliendo la fatica del lavoro per potermi permettere lo studio, e privilegiando lo studio ad altri passatempi. Ho così maturato un sapere ampio e sinestesico, ché sento e vedo e leggo e sintetizzo, articolando le cose che via via imparo all’albero sinottico della storia e della conoscenza.

Fino ad ora, e che Dio sia benedetto.

Le città bianche e altri racconti

Non avevo mai letto seriamente Joseph Roth, solo qualche brano ancora da liceale. Vi ho rimediato in queste settimane e consiglio il bellissimo volume collettaneo di romanzi e racconti lunghi edito da Bompiani, di milleduecento pagine, una trentina di anni fa. Me lo regalò quando uscii dal sindacato il segretario regionale della Cisl di allora, un gentiluomo colto, merce rara in quegli ambienti allora, e ora più che mai, purtroppo.

Il Mediterraneo è circondato da “città bianche”. Dalla costa istriana e dalmata, da Parenzo a Zara, a Spalato e Traù, dal Sud Italia al Montenegro, alla Grecia, alla costa turca dove sta appollaiata Efeso, memoria di filosofi e di Maria di Nazaret, o più sotto Antalya, alla disgraziata Siria delle meraviglie, alla costa africana settentrionale che dall’immensa foce del Nilo eterno arriva a Gibilterra, passando per Bengasi, Tobruk, Tripoli, e poi Tunisi, Cartagine, Leptis Magna, Algeri, Orano… Di là c’è il Mare Ocèano di dantesca e ulisside memoria.

Città bianche tutt’intorno gli ottomila chilometri di coste italiane della penisola e di una miriade di isole grandi e piccole, dalla Sicilia sublime del barocco alla silenziosa Sardinia, dalle Riviere liguri, da Dolceacqua alle Cinque Terre. Chiamai anni fa in un breve poema Ostuni “l’alba città“, perché biancheggia alta sulla Murgia e si vede dal mare, così come bianche sono Cisternino, Martina Franca, Galatina e Gallipoli, la città-bella, la kalè pòlis dei Greci, e altre e altre.

Se, caro lettore, prendi in mano Roth, troverai le città bianche di Francia, che lui canta con sentimento eccelso: Lione e Vienne, Tournon e Avignone, la città dei papi sul Rodano, ognuna con la sua unicità di costruzione umana, di storia parlante attraverso le pietre e gli spazi definiti da intelligenze antiche, e insuperate, da Roma, superna maestra di sapere e civiltà, anche se talora sulla punta e il filo delle corte daghe. A Vienne si celebrò un concilio importante della cattolicità del Medioevo ed era sede degli imperatori tedeschi; Lion è capitale della seta, mentre Tournon se ne sta silente lungo l’acque verdi del gran fiume alpino. Più avanti il viaggio di Roth tocca Nimes e Arles piene di sole, con i loro anfiteatri romani, e infine Marsiglia, che lui chiama porta del mondo, perché lì arrivano e partano vascelli per ogni confine del mare, s’odono i rumori e i suoni più vari, si sentono gli odori e i profumi più forti.

Lo scrittore austro-ebreo, nato a Brody vicino a Leopoli in Galizia (Ukraina) all’estremo limite dell’Impero Austro-Ungarico, possiede la finezza analitica dei grandi russi e dei tedeschi, e del miglior Manzoni. Canta la Finis Austriae, con una capacità di introspezione e di racconto quasi insuperabile, elegiaco e tragico, nostalgico e scettico, perso nelle nebbie dell’est che nascondono le fredde nevi, oppure nelle abbacinanti estati delle bianche città meridionali.

Le città bianche sono un sogno vivente e hanno rumori lontani, mentre le città grigie sono sopraffatte dai silenzi. Ecco che Roth, scrittore e giornalista girovago, ebreo e cattolico, socialista e monarchico, impaurito dal nazismo incombente e dal declino delle sue diverse “patrie”, scrive e scrive migliaia di pagine, per lasciare a chi leggerà come una sorta di infinito distendersi di quadri esistenze e vite, di profumi e lezzi immondi della vita, proprio come accade.

Trisillabico, sdrucciolo o tronco, Nìbalì

…Nìbali o Nibalì, à la francese.

Un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome Fausto Coppi“, la voce di Mario Ferretti canta l’airone che ha spiccato il volo staccando tutti nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia del ’49. Bartali ha 35 anni e ha forato quattro volte, arriva a Pinerolo con quasi dodici minuti di ritardo, secondo, o primo di un’altra corsa. Mio padre Pietro ascolta la radiocronaca e me la racconta vent’anni dopo.

Cambia l’anno, il giorno, la corsa, il colore della maglia e lo sponsor. Non il sentimento: Coppi o Nibali, Bartali o Pantani, è l’eterna poesia del ciclismo. L’eterno fruscio delle ruote nel vento, l’andare curva dopo curva, tornante dopo tornante, fino alla visione del mare oltre il Passo del Turchino, oppure inerpicandosi verso montagne piene di neve, anche in pieno giugno.

Ieri Nibali ha vinto a Sanremo, dopo dodici anni di dominio altrui, di campioni di fuori, francesi, tedeschi, australiani, polacchi, inglesi.

Un’altra impresa risalente a settanta anni fa. Da La Gazzetta dello Sport del 15 luglio 1948. In quella data “si corre la Cannes-Briançon, tredicesima tappa (274 km) del Tour de France che culmina con la scalata del temuto colle dell’Izoard (2.361 metri). In quella edizione la squadra italiana diretta da Alfredo Binda (e priva di Fausto Coppi) è capitanata da Gino Bartali. A trentaquattro anni, il campione fiorentino di Ponte a Ema è stato protagonista delle prime giornate ma poi ha perso terreno. Gino è settimo, attardato di oltre ventuno minuti e a guidare la classifica c’è il francese Louison Bobet. I giochi sembrano fatti.

Invece Bartali parte subito all’attacco e, dopo un testa a testa col bretone Jean Robic, va in fuga. Nessuno gli resiste e quando transita sull’Izoard è ormai solo. Gli altri dietro, staccati di minuti. Al traguardo Bobet conserva la maglia gialla ma il suo distacco in classifica generale si è ridotto a poco più di un minuto. Bartali non si ferma. Dopo quella tappa si aggiudica quella del 16 luglio e quella successiva. Bobet è raggiunto e quindi staccato. La vittoria finale al Tour è ipotecata.

Fin qui parrebbe solo una straordinaria impresa ciclistica. Se non fosse che la cronaca sportiva si incrocia, come talvolta accade, con eventi di tutt’altra natura: in questo caso quelli legati al ferimento di Palmiro Togliatti e alle drammatiche giornate che ne seguirono.”

Alla Milano-Sanremo del 1970, Michele Dancelli partì prima del Capo Berta, a settanta chilometri dall’arrivo, e vinse, rompendo un tabù che durava dall’ultima vittoria italiana di Loretto Petrucci risalente al 1953. Nel frattempo, avevano vinto scendendo dal Poggio fino a sfrecciare su via Roma Van Looy, Van Steenbergen, Eddy Merckx e altri grandi, ma più nessun italiano, fino all’impresa del bresciano coraggioso.

Finisco con Marco Pantani. Era il 4 giugno 1999, tappa del Giro d’Italia che finiva al Santuario di Oropa. Il grande corridore era in maglia rosa.

Racconta la “rosa”, che è il maggior quotidiano italiano: “Pantani dovette fermarsi e mettere i piedi a terra. Perse circa 40 secondi dal gruppo di testa, ma grazie all’aiuto di un tecnico della Shimano, che si trovava in macchina accanto a lui, riuscì a ripartire rapidamente. I suoi compagni di squadra della Mercatone Uno – fra cui Stefano Garzelli, vincitore del Giro l’anno dopo — si fermarono appena si accorsero di aver perso il loro capitano per strada, che arrivò pochi secondi dopo. Da lì, a meno di una decina di chilometri dall’arrivo al Santuario, con l’aiuto del resto della squadra, Pantani iniziò una delle più entusiasmanti rimonte nella storia delle grandi corse a tappe. Dopo aver superato una ventina di corridori nei primi chilometri, l’ultimo compagno di squadra rimasto con lui, il bresciano Marco Velo, si staccò e Pantani iniziò l’ultima parte della sua rimonta.

Recuperò circa 40 secondi di ritardo, superò complessivamente 49 corridori, fra cui Ivan Gotti, Gilberto Simoni e Paolo Savoldelli. Andò talmente forte che riuscì a riprendere anche Jalabert, che si era portato da solo in testa con uno scatto lungo la salita. A tre chilometri dall’arrivo iniziò a staccarlo, fino ad avere un vantaggio di venti secondi, guadagnati per la maggior parte nella parte più dura della salita. Tagliò il traguardo di Oropa per primo, ma senza saperlo: quando arrivò infatti non alzò le braccia e continuò a mantenere l’andatura. Se ne accorse solo qualche secondo dopo, festeggiato dai membri della sua squadra. Con quella vittoria, Pantani portò a 1 minuto e 54 secondi il suo vantaggio sul secondo in classifica, Paolo Savoldelli, e a 2 minuti e 10 secondi da Jalabert.”

Dopo che la mafia e la burocrazia fecero fuori questo grandissimo atleta, il ciclismo mi ha suscitato più malinconia che gioia, e più che guardarlo in tv l’ho vissuto finché ho potuto sulla mia rossa Bottecchia di alluminio, che mi aspetta fiduciosa per riprendere, spes contra spem, il suo fruscio nel vento.

“(…) Non mi avete fatto niente… con le vostre inutili guerre (…)”, nella “preistoria” attuale di questo mondo!

Caro lettor mio della domenica,

nel titolo è la Terra che parla agli Esseri Umani arrancanti lungo la china, non so se ascendente in termini di consapevolezza morale, della loro umanità.

Ecco il testo della canzone vincente il festival di Sanremo, a guisa di spunto riflessivo più ampio,

A Il Cairo non lo sanno che ore sono adesso/ Il sole sulla Rambla oggi non è lo stesso/ In Francia c’è un concerto/  la gente si diverte/ Qualcuno canta forte/ Qualcuno grida a morte/ A Londra piove sempre ma oggi non fa male/ Il cielo non fa sconti neanche a un funerale/ A Nizza il mare è rosso di fuochi e di vergogna/ Di gente sull’asfalto e sangue nella fogna/ E questo corpo enorme che noi chiamiamo Terra/ Ferito nei suoi organi dall’Asia all’Inghilterra/ Galassie di persone disperse nello spazio/ Ma quello più importante è lo spazio di un abbraccio/ Di madri senza figli, di figli senza padri/ Di volti illuminati come muri senza quadri/ Minuti di silenzio spezzati da una voce/ Non mi avete fatto niente/ Non mi avete fatto niente/ Non mi avete tolto niente/ Questa è la mia vita che va avanti/ Oltre tutto, oltre la gente/ Non mi avete fatto niente/ Non avete avuto niente/ Perché tutto va oltre le vostre inutili guerre/ C’è chi si fa la croce/ E chi prega sui tappeti/ Le chiese e le mosche/ l’Imàm e tutti i preti/ Braccia senza mani/ Facce senza nomi/ Scambiamoci la pelle/ In fondo siamo umani/ Perché la nostra vita non è un punto di vista/ E non esiste bomba pacifista/ Non mi avete fatto niente/ Non mi avete tolto niente/ Questa è la mia vita che va avanti/ Oltre tutto, oltre la gente/ Non mi avete fatto niente/ Non avete avuto niente/ Perché tutto va oltre le vostre inutili guerre/ Le vostre inutili guerre/ Cadranno i grattaceli/ E le metropolitane/ I muri di contrasto alzati per il pane/ Ma contro ogni terrore che ostacola il cammino/ Col sorriso di un bambino/ Col sorriso di un bambino/ Col sorriso di un bambino/ Non mi avete fatto niente/ Non avete avuto niente/ Non mi avete fatto niente/ Le vostre inutili guerre/ Non mi avete tolto niente/ Le vostre inutili guerre/ Non mi avete fatto niente/ Le vostre inutili guerre/ Non avete avuto niente/ Le vostre inutili guerre/ Sono consapevole che tutto più non torna/ La felicità volava/ Come vola via una bolla.”

Meta e Moro, con la loro vibrante canzone ci fermano sul ciglio del marciapiede a pensare. Viviamo in un tempo che parla di IA, cioè intelligenza artificiale, cui pare potremo affidare, se pure con prudenza, tra pochi decenni alcune incombenze attualmente “umane”, e ciò nonostante registriamo nell’ultimo secolo o poco più il massimo di violenza tra gli esseri umani, con le guerre più sanguinose e il maggior numero di morti e feriti rispetto a ogni altro periodo storico.

Che dobbiamo pensare e fare allora, si chiedono i due cantautori? Rispondere con un sorriso agli schiaffi che riceviamo, direi, traducendo in linguaggio teologico cristiano, anche se semi-apocrifo: porgendo l’altra guancia. Aggiungo: chi ci riesce. Io stesso, che son provvisto di una qualche facoltà raziocinante, faccio a volte tanta fatica a comportarmi in modo aperto, alto, auto-controllato. Una fatica boia, e so che molti lettori mi capiscono e condividono.

Per tornare “dentro” un pensiero capace quantomeno di comprendere la -oso chiamarla così- plausibilità fattuale della violenza inter-umana, ho la necessità di interpretare le “scienze dure” dell’evoluzione, come le chiamava Wilhelm Dilthey (Naturwissenschaften), per distinguerle rigorosamente dalle Geistwissenschaften, o “Scienze dello Spirito”, la filosofia e la psicologia. I pazzoidi drogati dell’Isis o Luca Traini, per dire dell’ultimo, può darsi abbiano anche delle limitazioni nell’hardware cerebrale, e precisamente nell’area dei lobi orbito-frontali dell’encefalo. Non lo  so, lo ipotizzo -comunque da osservatore profano, ché un teologo-filosofo non è un neuro-scienziato-  in base alle scuole neuro-scientifiche più biologiste, come nel caso di Adrian Raine (cf. L’anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine, edito da Mondadori Education nel 2016), già da me un paio di volte citato in questo sito.

Se ci orientiamo verso una progressiva “biologizzazione” delle “Scienze dello Spirito”, usando il linguaggio diltheyano, rischiamo di togliere ogni responsabilità morale all’agire umano e ogni plausibilità razionale al diritto penale, e quindi alle relazioni colpa-pena e responsabilità individuale-libero arbitrio-espiazione. Io non ce la faccio a “biologizzare” tutto. Ragionevolmente ritengo opportuno lasciare uno spazio importante anche alla libertà soggettiva, sia nella sua accezione moderna, che potremmo -agostinianamente- definire maior, sia nella sua accezione limitativa, quasi lombrosiana-rainiana, o forse, per meglio dire, luterana. Su quest’ultima citazione non dimentichiamo il durissimo dibattito che divise ai loro tempi frate Martin Lutero ed Erasmo da Rotterdam, rispettivamente sul servo o sul libero arbitrio.

Traini o qualsiasi Kouachi (strage al Charlie Hebdo) delle cronache nere del terrorismo recenti, non sono dei mutilati orbito-frontali, ma degli esseri umani deliberanti e responsabili delle loro azioni, che possiamo anche, giornalisticamente, definire “folli”, ma in qualche misura deliberate e “libere”. Folli e libere nel contempo, caro lettore.

Ecco, “giornalisticamente” scrivo qui sopra, e aggiungo subito “politicamente”. La politica e i media (si legge come si scrive, caro lettore, perché è latino non inglese) hanno in gran misura fallato e fallito anche questa volta, con rare, rarissime eccezioni. Non sto qui a distinguere troppo, ché la miseria analitica dei commentatori e l’opportunismo collocato tra afasia, ignavia ed ignoranza dei politici è sconsolante. I primi, ripeto, con rare eccezioni (forse Mauro su La Repubblica,  Ferrara su Il Foglio e L’Avvenire, quotidiano della C.E.I.), hanno semplicemente fatto da eco ai loro padroni editori o ai riferimenti partitici cui afferiscono o si piccano di condizionare (vergogna Travaglio!); i secondi, con l’eccezione del Presidente Mattarella, in questo caso meno inamidato di altre volte, sono stati, o afasici per ignoranza e opportunismo, come la setta di Grillo-Di Maio, o politicamente corretti (che noia!) come i Liberi e Uguali, o imbarazzati come il PD e Forza Italia (come vedi, caro lettore, qui li accomuno). La Lega attraversa un momento di nervosa e arrogante ignoranza, tecnica e politica (per avere sulla punta delle dita la nozione di “ignoranza tecnica” suggerisco lo studio di Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, tutta, 5.000 pagine in sei voll., Edizioni Dehoniane Bologna, circa 300 euro di costo, oh Salvini!). Amen.

1968/2018… senti l’estate che torna

Cinquant’anni fa, in pieno ’68 Le Orme di Tagliapietra e Pagliuca nel ’68 cantavano così:

“Su spegni quel fuoco ti prego/ L’inverno è un ricordo lontano/ Stasera non sento più freddo/ Stammi vicina dammi la mano/ Stasera ti vedo diversa/ I tuoi occhi hanno un altro colore/ In strada c’è aria di festa/ Ora la gente, pensa all’amore

Senti l’estate che torna/ Senti con tutti suoi sogni/ Senti l’estate che torna/ Tra noi

Il vento del nord se ne è andato/ E lascia nell’aria un sapore/ Di cose lasciate al passato/ Senza rimpianto/ Senza dolore

Senti l’estate che torna/ Senti con tutti suoi sogni/ Senti l’estate che torna/ Tra noi.”

Era un pop non ancora progressive, prima della fine dei ’60, quando speranze e illusioni erano quasi tutt’uno per i ragazzi del tempo. Liceali, aspiranti periti, geometri o ragionieri, o già giovani operai che fossero. Albe radiose sembravano prepararsi per quella generazione, così piena di promesse per quei tempi, così pieni di ansia di cambiamento, così piena di gioia.

Il ’68, mitizzato, lodato e vituperato, tradito, illusore e portatore di sogni. Controverso. Le Orme erano un gruppo musicale capace di rappresentare bene quella temperie, così come i Pooh erano già la bandiera musicale del sentimento amoroso nazional-popolare, e i Nomadi di quello politico e sociale.

Non si sapeva bene dove si stava andando a parare, salvo che era chiara una  cosa: non si accettava più il diktat dell’obbedienza a scatola chiusa, acritica, del “fai come ti dico io, perché te lo dico io“. Era la lotta contro ogni tipo di autoritarismo, in famiglia (la figura del padre), in fabbrica (la figura del padrone), in chiesa (la figura del prete), a scuola (la figura del professore). Quattro “p” per dire potere.

Era la lotta contro quattro figure che rappresentavano l’autorità costituita nei vari settori della vita umana, autorità spesso quasi assoluta, e fomite di reazioni forti, di ribellione e di malcontento. In questo senso il ’68 è stato salutare, perché negli anni successivi qualcosa è avvenuto: per quanto riguarda il padre il nuovo Diritto di famiglia ha sancito la parità tra i generi dei genitori; circa la fabbrica lo Statuto dei diritti dei lavoratori ha riequilibrato i “poteri” tra datore di lavoro e lavoratori; per quanto concerne la chiesa è stato il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo a mettere al centro, oltre alla gerarchia (immarcescibile), i fedeli, cioè il “popolo di Dio” (cf. Lumen Gentium 1); infine, per ciò che attiene la scuola, beh qui non saprei, perché quello che è successo dopo non è molto lusinghiero. Infatti, forse è da qui che dovremmo partire per criticare utilmente il ’68.

Se gli aspetti politici, giuridici, sociali e del costume apportati dal ’68 sono stati di gran lunga positivi, il suo profilo filosofico merita, a mio parere, una critica radicale. Infatti, se è stata giusta e sacrosanta la critica dura e vincente all’autoritarismo, sbagliata, improvvida e intellettualmente debole è stata la critica alle dimensioni concettuali della conoscenza e su ciò, per non creare equivoci, mi spiego meglio. Certamente non è in questione il discorso della ricerca scientifica, che è andata e va utilmente avanti, ma il discorso sulla logica argomentativa, tipica del pensiero riflettente. Anche a causa delle riforme scolastiche, che hanno disgraziatamente semplificato oltremodo i corsi curricolari, anche universitari, è andato in crisi nientemeno che il pensiero, che si è progressivamente disabituato al concerto cognitivo costituito dalle due fasi, quella intuitiva, induttiva, eidetica e quella deduttiva, sillogistica, argomentativa.

Oggi si è diventati tutti troppo sbrigativi, non avendo più la pazienza discorsiva della ricerca umile e paziente di ogni “verità locale” (Zampieri) che plausibilmente si ponga davanti all’intelletto raziocinante.

E dunque si assiste a prese di posizione socio-politiche spesso insensate, proposte sul web senza ratio e senza rispetto per i saperi, urlata sui media e nei talk show dal primo che passa di lì, orecchiata da politici ignoranti e altrettanto arroganti, accettata per stanchezza (se non per altro) da un pubblico estenuato.

Ecco perché la canzone delle Orme, il cui testo apprezziamo più sopra è come un auspicio: che ritorni l’estate del ’68, cioè la sua parte migliore, a scaldare i nostri cuori e a illuminare le nostre menti.

Il canto concorde (del trovatore inesistente)

Caro mio lettor d’infra settimana,

è il titolo della silloge di liriche che Segno mi pubblicherà a giorni. Canto come canna, come corde vocali, come osso ioide che canta, concorde nel senso che vi è un solo canto alla vita, con-un-cuore-solo (con-corde), e dunque tutti i canti convergono verso un centro, un fuoco immortale che non brucia, come il roveto ardente nel libro dell’Esodo.

Trovatore, trobadour, io sono un trovatore stilnovista in realtà, novello Guinizzelli o Cavalcanti o Cino da Pistoia o Lapo Gianni o Pier delle Vigne o Ciullo (Cielo) d’Alcamo o Giacomino da Verona. Talora sconsiderato come Pietro Aretino.

Io canto.

Inesistente perché il canto concorde esiste già dall’eterno, fin dalla fondazione del mondo (apò katabolès kòsmou), e quindi non serve che io veramente esista, sono solo un tramite, una voce per il canto. Vi sono persone che mi amano e persone che preferiscono che io non esista, ma io esisto. Eccome! Esistere è un ex-sistere, cioè uno-stare-fuori-dall’essere per mostrarsi al mondo, senza  perdere l’essere.

E poi vi sono persone che non mi conoscono veramente, alcune perché non gliene frega nulla, e questo è accettabile, ma alcune perché non ce la fanno a conoscermi, poiché la conoscenza richiede fatica, studio, ascolto, accettazione, confronto e talora scontro, profondità. A volte, come si dice, “il cavallo non beve“.

C’è dunque il canto concorde, liriche che ho scritto in decenni di attività fabbrile, costruzioni di testi fatti di parole messe lì non a caso, ma perché percuotessero le menti e i cuori dei lettori. Cari nemici che mi pensate inesistente, fatevene una ragione: sono a questo mondo e resterò finché Dio vorrà. E farò la mia vita con chi la condivide e la condividerà, certo come è certo il domani e come lo è stato il ieri e come lo sta essendo l’oggi che si spegne nella notte.

Il canto concorde è fatto de La cerchia delle montagne, pubblicato nel 1998, de In transitu meo, pubblicato nel 2004, e di decine di pezzi inediti, alcuni premiati anche a Roma e altrove, magari studiati nella forma insegnataci da Guido d’Arezzo e portata all’empireo dal sommo Francesco, e ripresa romanticamente da Ugo da Zante. Sonetti. E poi brevissime odi o haiku nostrani, e scorci della mia vita, dai sedici anni che avevo in poi.

Le prime sono quelle del liceale capace di piangere, le ultime sono quelle dell’uomo ancora capace di piangere.

Ho appena da giorni in mano La grotta delle Duje Babe e a giorni mi arriverà il gran libro dell’eros biblico da Siena, editor Cantagalli, 600 pagine di ricerca accurata della bellezza. Sull’amore umano. Coincidenze? Non so.

La Provvidenza e lo Spirito mi stanno accompagnando per perigliosi e ardui sentieri di questa mia vita, di questa parte della mia vita. Lo so.

A love supreme, il male e l’inesistente

Caro lettor paziente,

John Coltrane nella mia giovinezza, insieme con Miles Davis, Mc Coy Tyner e altri, del free iazz, nobilissimi. “I will do all I can to be worthy of Thee O Lord./ It all has to do with it./ Thank you God (…) God Breathes through us so completely,/ so gently we hardly feel it, yet,/ it is our everything./ Thank you, God./ … Scriveva Coltrane.

Un amore supremo, cantava e canta per sempre con il suo meraviglioso sax, quando forse ormai il male supremo lo stava portando via nei secondi ’60. Lo ascoltavo alternandolo a volta con Chet Baker, specie quando mi prendeva un’inspiegabile melanconia e allora la tromba discreta dell’uomo bianco duettava nella mia anima con il sassofono del nero.

Avevo bisogno di ascoltare quei suoni rarefatti, finché non mi rasserenavo, e allora non c’era che Solea, Miles Davis dal vivo a Montreux con Quincy Jones. Le note dei solisti si connettevano a sentimenti miei, reconditi e gelosi, togliendo il marùm dei miei giovani anni, il fiottare dell’ansia, e ancora, che è passato tempo, ancora. Ora per diverse ragioni e stagioni, ora. Ma la musica, un doppio pregare della creatura, mi accompagna. Il vento si è fermato tra le foglie, come il fermarsi del vecchio efficiente vinile che ascolto, dopo averlo ripulito con cura. Come se stessi coccolando la mia anima spirituale, o l’anima di chiunque abbia bisogno di me, a guisa di guida alpina, capace di trovare una traccia del sentiero, prima confuso e ora forse rischiarato, almeno un poco.

La musica è più potente di ogni parola, perché si intrattiene tra le pause, è figlia del silenzio, e non si traduce. La musica trasforma il senso dello stare-al-mondo, lo avvolge, gli dà una trasparenza e una speranza. Anche il Requiem di Mozart o quello di Verdi, lo Stabat mater del giovine Pergolesi, il Nunc dimittis di Haendel e la Messa in Si minore del Kantor di Lipsia.

E Otis Redding sussurrante The dock of the bay, scritta prima dell’ultimo volo sul lago.

Sembra a volte essere armonia di sfere altissime, celesti, coro di angeli, mentre l’umanità si arrabatta o dà anche il peggio di sé.

Ho sentito il presidente Mattarella, non so se male imbeccato, dire una cosa sbagliata dopo il rogo di Centocelle, dopo la morte di Elizabeth, Francesca e Angelica… che si è trattato di un “atto al di sotto del genere umano“. No, Presidente, è un atto dell’uomo, ma dis-umano. L’uomo può fare cose così e le fa, così come può commentare sul web “Tre zingari in meno“. Il male costituisce in qualche parte l’uomo, è nell’uomo, come scelta di rifiuto del bene, come egocentrismo egolatrico, come ignoranza colpevole, come crudeltà, come freddezza, inganno, an-empatia, odio, vendetta,  come umanità irredenta.

A love supreme canta John Coltrane e altri umani vomitano l’indicibile, questo è il concerto talora stonato del mondo, cui dobbiamo attenzione, cura quotidiana, ascolto, condanna, sanzione, con lo studio, la riflessione, il lavoro, la preghiera.

Ma c’è anche un altro estremo che voglio cantare, malinconicamente. Il canto di Coltrane sta di fronte al suo contrario come l’ente sta di fronte al ni-ente, come l’essere sta al nulla. Se il canto di Coltrane è l’esistente, nella foschia lontana si intravede l’inesistente, che è tale solo perché non si vuole ammettere che esiste. E così, come ogni ente ha il suo nulla-di-ente, così ogni esistente ha il suo contrario, che esiste anche di più: apparente contraddizione solo per il senso comune, ma lineare nozione metafisica. Ebbene: anche se io stesso posso risultare in-esistente per alcuni, dichiaro che exsisto, eccome, per la gloria di Dio e del canto d’amore supremo di John Coltrane.

Balaustrata di brezza/ per appoggiare/ la mia/ malinconia.” (G. Ungaretti)

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