Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Dio è serio o “scherzoso”?

Una domanda intrigante durante una lezione di antropologia filosofica contemporanea, quella del titolo, mi offre il destro di pensare a un modesto, brevissimo trattatello di Teologia fondamentale.

Einstein scrisse (non so dove) o disse (forse) “Dio non gioca a dadi con il mondo“, anche per affermare così, pur se indirettamente, l’inesistenza del caso, e mostrando il metaforico assioma in modo matematico, mentre -chi mi conosce e qualche mio allievo sa- io uso un metodo logico, con l’immagine topografica delle due strade che si incrociano,  la villetta che fa angolo e i due personaggi posti in luoghi diversi, il primo sul marciapiede della strada senza diritto di precedenza e il secondo sul terrazzino al primo piano posto sui due lati della villetta che danno sull’incrocio stradale, mentre guardano l’incidente, il quale per uno dei due è ineluttabile, cioè necessario, poiché si vedono contemporaneamente i due vettori causali (le auto provenienti, l’una per la strada con diritto di precedenza e l’altra per la strada senza diritto di precedenza, e per l’altro è casuale. causalità vs. casualità.

Pensa caro lettore che la metatesi di una “u” cambia l’interpretazione delle cose, dei fatti e del mondo stesso.

L’uomo sul terrazzino, nel suo piccolo, supera il caso e concepisce le cause. Ripeto, nel suo piccolo è un po’ come Dio, poiché vede le cose da un punto di vista più alto o, come si dice in latino, ex parte Dei, cioè dalla parte di Dio, o sub specie aeternitatis, vale a dir sotto il profilo dell’eterno.

La dottrina teologica cristiana “forte”, quella aristotelico-tomista, concepisce un Dio senza difetti, imperturbabile, inaccessibile, se non tramite la preghiera, come affidamento, posizione presente all’estremo dall’Islam, che significa “abbandono (a Dio). Nella Bibbia ebraico-cristiana, un “Dio” spesso iracondo e umanissimo dialoga con gli uomini, o direttamente magari sotto mentite spoglie di angelo (con Abramo), o dando le spalle (con Mosè), o in sogno (con Giacobbe e con Giuseppe di Nazareth, il papà di Gesù), poiché Dio non può essere visto restando in vita.

E dunque: aveva forse bisogno il Signore Dio di creare il mondo e l’uomo? Domanda retorica, ché se Dio è “Dio” di nulla ha bisogno, ma potrebbe provare sentimenti come amore o noia, e dunque creare il mondo, gli angeli e l’uomo, pur tramite l’evoluzione darwiniana, che non contrasta un creazionismo intenzionale.

Il grande filosofo Baruch Spinoza, o Benedicto de Espinosa, ebreo portoghese olandese, riteneva che Dio coincidesse con la Natura, Deus sive NaturaDio ossia la Natura. Ecco un testo spinoziano di teologia fondamentale:

«Per Natura naturante dobbiamo intendere ciò che è in sé ed è concepito per sé, ossia tali attributi della sostanza che esprimono l’eterna ed infinita essenza, cioè Dio in quanto si considera come causa libera. Per Natura naturata invece intendo tutto ciò che segue dalla necessità della natura di Dio ossia dalla necessità di ciascuno dei suoi attributi, cioè tutti i modi degli attributi di Dio, in quanto sono considerati come cose che sono in Dio e che non possono né essere, né essere concepite senza Dio
(Baruch Spinoza, Etica, parte I, scolio prop.. 29. Trad. it. Emilia Giancotti.)

In molte zone dell’Africa, dell’Asia e dell’America del Sud è diffuso l’animismo, cioè una concezione di Dio legata al vivente naturale. Ricordo sempre Dersu Uzala. Il piccolo uomo delle grandi pianure, nel film di Akira Kurosawa, che diceva ripetutamente “tigre/ spirito, albero/ spirito, orso/ spirito”, e così via: per lui “Dio” era in ogni vivente e perciò aveva un grande rispetto per le creature.

Le teologie del periodo classico greco-latino fanno capo alle divinità olimpiche, declinate in modo e con nomi diversi ad Atene e a Roma. Alcuni esempi: Zeus/ Jovis-Giove, Era/ Junonis, Poseidon/ Nettuno, Ares/ Marte, Artemide/ Diana, Afrodite/ Venere, Hermes/ Mercurio, etc.. Su questo tema consiglio la lettura de La città di Dio di Sant’Agostino e Il ramo d’oro di James Frazer. L’Egitto classico ha una teologia molto raffinata, legata alla vita e alla morte degli uomini, con grande attenzione per il post mortem. La casta sacerdotale difese per millenni il politeismo, mentre solo il faraone Akhenaton, o Amenofi, IV propose l’idea di un “dio unico”, Aton, ma i sacerdoti del politeismo di Anubi, Iside, Horus, Maat, Ra, Serapide, Thot, Osiride, Api, Amon, e altre decine tra cui si trova persino Antinoo, il giovinetto amato dall’imperatore Adriano, divinizzato ovviamente post mortem, ripresero il sopravvento.

In Oriente abbiamo sensibilità ancora diverse: nell’Induismo Brahman rappresenta il Principio divino assoluto, mentre il Buddha non ipotizza neppure il nome divino, ma si sofferma sul destino dell’uomo, proponendo una filosofia religiosa, un’etica esistenziale fondata sul controllo del desiderio di possesso, le varie libidines, tipiche del nostro Occidente (la libido potestatis, la libido pecuniae, la libido libidinis, etc.), e la mitezza. Il Cielo è il nome di Dio per i cinesi seguaci di Confucio e Lao-Tzu, forma divina assolutamente impersonale e piuttosto legata alla natura. Altro e molto si potrebbe dire, ma il post diventerebbe necessariamente un articolo scientifico non adatto a questo locus dialogante.

Come si può dunque dire di Dio?, cioè che cosa è Dio?, chi è Dio?, mi chiede un’allieva. Posto che nel catechismo di san Pio X noto a tutte le persone di una certa età, così recita la risposta alla medesima domanda: Dio è l’Essere perfettissimo Creatore e Signore di tutte le cose, cerco di rispondere, molto esitando, così: Dio è Intelligenza luminosa e buona. Il Dio di Michelangelo disegnato nella cappella Sistina e di Masaccio, presente sulla parete della navata sinistra di Santa Maria Novella a Firenze, certamente mi consolano, ma penso che queste due immagini antropizzanti siano adatte al racconto per il popolo privo di strumenti teologici. Nella grande basilica fiorentina dei Padri Domenicani lo Spirito Santo, messo tra il Padre e il Figlio crocifisso, è rappresentato da una colomba bianca, come nel racconto del battesimo di Gesù nel fiume Giordano, officiante Giovanni il Battezzatore.

In ogni caso Dio è avvolto dal mistero e il mistero avvolge Dio, distinguendo con rigore tra mistero ed enigma (cf. Gabriel Marcel), per cui si può manifestare solo tramite l’atto di fede e nello stato di vita eterna. Il termine latino mysterium, derivante dal verbo greco mùo, ein, significa un qualcosa di nascosto ma che si può rivelare lentamente. L’enigma è invece una specie di complicata e anche complessa questione apparentemente senza sbocchi o soluzioni. In proposito si ricordi il nome del sistema tedesco di comunicazione militare nella Seconda Guerra Mondiale, scoperto dal matematico inglese Alan Turing. Non dimenticare, gentile lettore, la differenza sostanziale tra i due lemmi, laddove “complicato” significa un qualcosa che si può capire analizzando ogni sua componente, ad esempio una macchina elettromeccanica informatizzata estremamente composita, mentre “complesso” rinvia all’esigenza di comprendere anche senza conoscere fino in fondo ogni componente, come nel caso del corpo umano o del cervello. (Su questo tema consiglio alcune letture: Prede o ragni di A. F. De Toni e L. Comello, edito da Utet, e i testi principali, raccolti anche in articoli commentati, di Ilya Prigogine e Stephen Jay Gould).

La Teologia apofatica, quella dei mistici sufi nell’Islam e di quelli cristiani, come i “Renani” del XIII e XIV secolo, primo dei quali si può considerare Johannes Meister Echkart, sostiene che di Dio si può dire solo ciò-che-non-è, essendo atto di presunzione cercare di definirlo. Dio sfugge ad ogni definizione del linguaggio umano, per cui nella dottrina islamica a Dio si attribuiscono almeno un centinaio di predicazioni nominali (Dio è …), ma una è sconosciuta perché ineffabile, ed è il vero nome di Dio.

In Esodo 3, 14, quando Mosè sul monte Sinài chiede all’Onnipotente, dopo avere ricevuto la Legge, che nome darGli per riferirlo al popolo, la sua risposta è:

אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה , ʾehyeh ʾašer ʾehyeh, cioè in ebraico sono colui che sono, cioè, potremmo dire scomodando la metafisica classica platonico-aristotelica, l’Essere stesso sussistente.

Valter, un altro allievo, suggerisce che Dio potrebbe anche avere un certo umorismo, essere scherzoso, avendoci dato la possibilità di scegliere, cioè una certa libertà. E io ho aggiunto che allora è anche un poco cinico (che Lui stesso mi perdoni), sapendo l’uso che di questa libertà abbiamo fatto, facciamo e… faremo.

Alcuni studiosi, come ho già qui scritto, sono convinti che il Sapiens si stia -se pure lentamente- evolvendo in positivo, in “umanità”. Speriamo abbiano ragione perché il rischio prossimo che l’umanità potrà correre è quelli della A.I, dell’intelligenza artificiale che già sta avanzando con suoi algoritmi di controllo, dai grandi social, Facebook in testa, in giù o in… su. Abbiamo già visto quello che cosa può fare questo mezzo, e ascoltato le scuse di Zuckerberg, assai poco convincenti, però. Già smentite da fatti successivi. Su questo tema interessanti sono: Superintelligenza di Nick Bostrom (Boringhieri), Lo strano ordine delle cose di Antonio Damasio (Adelphi) e 21  lezioni per il XXI secolo di Yuval Noah Harari (Bompiani).

Dio non è nell’algoritmo, mi sentirei di dire, ma piuttosto nel vento leggero di cui si narra in 1 Re 19, 9.11 – 14: 11 Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. 13 Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». 14 Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». (testo della C.E.I.)

E poi il racconto si fa di nuovo violentissimo, seguendo l’episodio dei profeti di Baal che il profeta aveva scannato sul monte Carmelo, per ordine del Signore Dio.

Ma allora Dio è violento? E’ vendicativo dando seguito alla sua ira? Che cosa è l’ira di Dio? Chi è Dio? E’ Intelligenza luminosa e buona? Voglio credere.

Un padre alla gogna mediatica e un “maestro” fasullo

Tornando da un luogo di restrizione, dove ho incontrato qualcuno il cui pensiero si muove, mi son trovato di fronte due temi, ovviamente scelti tra altri, che il mio gentil lettore potrebbe anche considerare futili, e forse in parte lo sono, ma mi consentono una riflessione che desidero condividere, sempre con i miei pazienti lettori.

Il primo: non si vergogna il vice capo del Governo Di Maio ad aver messo alla gogna suo padre? Vergogna e gogna fanno rima, peraltro. Gli sembra di aver fatto la cosa giusta mettere un signore quasi settantenne davanti a una webcam, seduto a una scrivania abbastanza improbabile, due calcolatrici da tavolo, un po’ di post it, un fax, per fargli confessare coram populo un comportamento disdicevole come datore di lavoro, e a chiedere scusa a lui stesso “che non sapeva nulla” dell’evasione fiscale e del lavoro nero nell’azienda di famiglia, ai lavoratori senza contratto e al popolo italiano? Il tutto trasmesso sul social che più social non si può, facebook. Che vergogna, ma non per il signor Antonio, bensì per chi gli ha fatto fare la pantomima, collocabile stilisticamente -come genere comunicativo- tra il penoso e il grottesco.

I fatti. Il signor Antonio si è comportato come una miriade di altri piccoli imprenditori italiani, che a volte non possono, e forse più spesso non vogliono rispettare le leggi del lavoro. Peccato veniale? Peccato mortale? Inadempienza amministrativa? Reato? Il signor Antonio lo chiama errore. Diciamo che la scelta del vocabolo è allineata alla cultura di base della loro famiglia, che non spicca.

Caro Antonio, non è solo un errore , forse lei non lo sa, ma è probabile che neppure suo figlio lo sappia. Può darsi che il ministro del lavoro non sappia che non si può non offrire un contratto a chi lavora, sia esso a termine o a tempo indeterminato, a tempo pieno o parziale, di dipendenza o di collaborazione, a chiamata, in collaborazione coordinata e continuativa o in Partita Iva.

Forse il “ministro del lavoro” avrebbe fatto meglio a non coinvolgere mediaticamente fino a questo punto suo padre, scegliendo di parlare lui stesso con trasparenza e lealtà al 32% di chi lo ha votato tra gli aventi diritto, e al popolo tutto di questa un po’ disgraziata Nazione italiana.

Gli aspetti etici poi, sicuramente sconosciuti al ministro, sono di altro spessore. Vediamo: l’etica è una scienza, imprecisa come tutte le scienze, a eccezione della matematica, la quale è una pura convenzione segnica, per cui può essere precisa. Parlo ovviamente della matematica e della geometria classica, quella euclidea. Ogni altra scienza, come sapere strutturato da uno statuto epistemologico è per definizione imprecisa e sempre in fieri.

L’etica appartiene al sapere filosofico e si occupa del giudizio sull’agire libero dell’uomo, poiché  si muove tra ardui sentieri riflessivi sul bene sul male, e va declinata con cura nelle sue molteplici differenziazioni. Non esiste infatti una sola etica. Le varie scuole di pensiero e i periodi storici, nonché le antropologie presenti sul pianeta ne hanno prodotte diverse. Si va dal culturalismo che ammette la mutilazione dei genitali femminili (si tratta di un’etica etno-antropologica) al finalismo che mette l’uomo e tutti viventi al vertice della scala valoriale da tutelare sopra ogni cosa. L’etica, dunque, si occupa dei principi, dei valori e delle virtù e, di contro, anche dei vizi, dei peccati, teologicamente parlando, e dei reati, civil-penalmente discorrendo. Questa cosa qui, detta in cinque righe, caro vicecapodelgoverno è l’etica. Lo sapevi? Question solamente retorica. Claro que no.

 

Il secondo: nel mio paesone si è affacciato un turlupinatore di menti semplici, un imbroglione seriale. Già da me visto all’opera in un altro paesone ai confini tra Veneto e Friuli, dove l’ho facilmente sgamato, quando gli ho chiesto, davanti a una quarantina di “siorète” eleganti, qualche nome dei suoi maestri, qualche bibliografia relativa alla sua “scienza” e qualche titolo di film di cui ha citato l’esistenza, ma non il titolo, appunto. Non mi ha saputo rispondere, perché evidentemente questo signore fa parte, con indubbia abilità comunicativa, di quel novero nutrito di sedicenti esperti che girovagano per città (piccole) e campagne del belpaese, millantando conoscenze antropologiche, filosofiche e psicologiche, che non hanno. Ricordo che il tema proposto in quel di Portogruaro era l’autostima. Non credo gli sia andata tanto bene la presentazione di quel corso, in termini di iscrizioni a pagamento.

Costoro vendono appunto corsi e seminari a pagamento. Nel caso di cui qui riferisco la proposta concerne la mente umana di cui si vuol spiegare -si presuppone  o si considera sottinteso per deontologia scientifica- tutto o quasi, a leggere i titoli dei vari moduli: anatomia, fisiologia, funzionamento neuro-chimico-elettrico concernente l’encefalo, o no? E altrimenti come far capire il funzionamento della mente, che è il software, se non spiega l’hardware?  Mi insegnano gli informatici che un buon softwarista conosce almeno la struttura dell’hardware, anche senza esserne un hardwarista. Anglo-neologismi da Cruscanti, vero lettor paziente?

Posto che salti tutti ‘sti argomenti perché di pertinenza bio-neuro-scientifica e psichiatrica, probabilmente passerà al “prodotto”, cioè al pensiero e al suo funzionamento. Bene: può costui vantare un qualche titolo in campo filosofico, psicologico, pedagogico o altro di affine? Ebbene sì, qui parlo di titoli accademici, e di esperienze di docenza o pratica correlate, ad esempio le psicoterapie, la consulenza filosofica e il counseling,  ché la sola “esperienza di vita” non basta, come pensa più di qualcuno, illudendosi di pareggiare i saperi di chi quei titoli ha, solo perché “ha esperienza”. Ma andiamo!

E poi, tralasciando altre amenità, come la citazione dell’etica, circa la quale forse ignora, sia il significato etimologico, sia l’accezione corrente, sia  che esiste una specifica scienza, la filosofia morale, vengo alla diade concettuale centrale: come passare dalla “mente limitante” alla “mente creativa”, come è scritto nel pieghevole di presentazione di un convegno. E che vuol dire?

Sa forse costui che la mente è qualcosa di estremamente complesso in generale e di unico e soggettivo in particolare, per cui non si può mai parlare di “mente limitante” e di “mente creativa”, ma di soggetti umani irriducibilmente unici, che vanno analizzati con l’ausilio di tutte le scienze sopra citate?

Oppure, come si può proporre obiettivi tanto generici come sta scritto, sempre lì, sul pieghevole, in ordine sparso e incomprensibile alla normale logica della nonna Catine: Fare, Essere, Avere? E dde che? Mi echeggia piuttosto la filastrocca infantile legati a giochi con i pegni per i perdenti, del tipo: dire, fare, baciare, lettera, testamento. Vero?

Il genericismo vieto di tutto ciò è sorprendente per chi ritiene che lo studio dell’uomo e intorno all’uomo sia una cosa seria, e non sto parlando di scienziati dell’anima o della psiche.

Da filosofo consulente penso che questo signore sia un millantatore anche se non pericoloso, e spero che qualcuno, come ho fatto io nella nobile Portogruaro, lo smascheri. Girerò voce ai miei amici filosofi e psicologi, gente seria e studiata, che non vende fumo, ma cuoce e condivide arrosto con chi è disponibile a scambiare qualche idea facendo ragionamenti seri e logicamente argomentati. Gli consiglierei soprattutto di porre a Battistutta questa domanda, peraltro semplicemente tratta da una citazione presente sul depliant di presentazione dell’evento: che cosa significa “(…) riportare alla luce l’antica via della conoscenza ormai dimenticata“.

Vorrei capire dunque: se intende una sorta di tradizione orale della conoscenza (o forse intende dire “sapienza”, ma dubito che conosca bene  la differenza tra i due termini), ce l’aveva in abbondanza anche mia nonna materna Caterina, che qui cito spesso; se invece si tratta delle grandi tradizioni greco-latine (da Platone e Aristotele a Cicerone, Seneca e Marco Aurelio) e biblico-cristiane (Vangeli, san Paolo, sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, etc.), fino a Descartes, Leibniz, Hume, Locke, Kant, Hegel, Schelling, Nietzsche, Heidegger, etc., oppure hindu-buddiste (dal Buddha a Shankara) e taoiste-confuciane (Confucio e Lao-Tzu), beh, o quest’uomo mostra accreditamenti accademici di filosofo e teologo, sapendo citare dottrine, testi ed autori, avendoli letti e studiati, e potendo così commentarli, oppure si tratta di una abile circonvenzione del prossimo, se qualche umano ci sta. Beninteso, essendo questi libero di starci o meno.

Certo, i suoi “saperi” potrebbero fondarsi su quel pot pourrì senza capo né coda che è la cultura (fo’ per dir) New Age, ma a questo punto, tutto si spiega nella sua banalità.

Se qualcuno dei miei amici filosofi o psicologi avrà tempo e voglia di investire un’ora per la salute pubblica, gli sarò assai grato per un sentimento di umana fratellanza, e per l’impegno a difesa della fatica della cultura e della ricerca della verità fuggitiva.

Il viaggio

Molti, forse i più, pensano che si viaggi essenzialmente o solamente per raggiungere la meta prefissa. Per costoro il viaggio, la distanza, il tempo che ci si mette per effettuarlo, il mezzo usato, le eventuali tappe non contano nulla o quasi, poiché per loro è importante il punto di arrivo, dove o vi è qualcosa da afferrare o un risultato da ottenere, siano luoghi di ferie o luoghi di trasferte di lavoro.

Immaginiamo il viaggio degli antichi, dei Fenici per mare, dei Romani per terra, le peregrinazioni dei popoli nomadi dell’Asia, i pellegrinaggi medievali, le diligenze del diciannovesimo secolo, i primi treni. L’Impero Romano doveva essere esteso non più di una ventina di giorni a cavallo da Roma. Oggi non abbiamo problemi. In giornata vado a lavoro a mille chilometri da casa e torno in serata, anche se tarda: venti, ventidue ore in tutto.

Rispetto ai molti che citavo sopra, per me, forse la cosa che conta di più è il viaggio, il sentiero, la strada, il percorso, l’itinerario. E’ l’Itinerarium mentis in Deum, come per Bonaventura da Bagnoregio. La meta resta ovviamente per me importante perché altrimenti nella mia vita non avrei conseguito risultati che richiedono mete intermedie e finali, per ragioni di studio e di lavoro, e a volte anche per vivere il mondo e le persone, ma l’itinerario di più…

Basta solo pensare al grande viaggio che feci in auto nell’Unione Sovietica, comunismo ancora imperante, o al viaggio alla ricerca del gotico francese, da Bourges a Chartres, da Rouen a Amiens, Da Beauvais a Reims. Il mio itinerario non conosce prima tutte le tappe, ma le vive di giorno in giorno, e ciò anche nel viaggio dell’anima nel grande Est russo. Colà io e Roberto vincemmo anche la rigidità concordata con gli uffici turistici del PCUS.

Caro lettore, per me è stato sempre così, fin da ragazzo. Non mi prendeva mai l’ansia di arrivare. Se avevo un impegno partivo per tempo. Semplicemente. Sono un homo viator, come racconta Gabriel Marcel in Homo viator.

Homines viatores sumus, omnes nos homines.

Constato che invece molti ragazzi d’oggi non badano all’itinerario, ma preferiscono smanettare sullo smartphone, mentre viaggiano, trascurando il paesaggio che scorre oltre il finestrino del treno o dell’auto. Sembra non gli interessi, come neppure la geografia, la topologia del territorio, lo sfondo di montagne o della grande pianura. E non capisco, faccio fatica a comprendere.

Sono in viaggio per il terzo fine settimana consecutivo, dopo Bari e Firenze, sono a Todi, per andare a Terni in un luogo di restrizione, dove vivono persone che possono viaggiare solo con il pensiero. Meno male che il pensiero arriva dovunque, in un tempo che non appartiene al krònos, ma al kairòs, perché arriva con un atto di volizione ai confini dell’universo. A confronto del pensiero la velocità della luce è paragonabile a quella di un carretto trainato da un’asina sullo sterrato color ocra del Vicino Oriente, tra il lago Van e le sorgenti del fiume Oronte.

A Todi sono arrivato presto e son riuscito a visitare l’interno della bramantesca Santa Maria della Consolazione, ecco, una tappa nell’itinerario, prima di andare in albergo, prima di visitare chi è ristretto in un carcere. E domani, tornando, vivrò la strada come un evento, non solo una situazione che prelude necessariamente all’arrivo, alla meta.

Per l’anno entrante, io che son stato più volte anche in Sud e in Nord America con i grandi aerei transoceanici, penso a un viaggio lento, di quattro o cinque giorni, in treno, tra una località e l’altra della valle del Po, alla ricerca di narratori delle pianure, sulle orme di Gianni Celati. Immagino già la trattoria adriese, tovaglie a quadretti, una caraffetta di rosso e un piatto di carne arrosto e, lì vicino, quattro anziani che se la raccontano. E io che gli offro un bicchiere di vino. “Da dove viene e dove se ne sta andando, signore?” qualcuno mi chiederà… e io, “Vengo dal Friuli, ma non so dove andrò, deciderò domattina, non ho una meta precisa“. E, dopo cena, due passi prima di ritirarmi nel vecchio albergo vicino alla stazione dei treni dove il sonno mi accoglierà, benevolo.

I palloni gonfiati

L’immagine dell’antico pensatore Cleobulo ha a che fare con questo testo, anche se qui parlerò di altri.

Me ne vengono in mente due di palloni gonfiati, intanto (ma ve ne sono molti di più), uno della maggioranza politica attuale, il prode e vanesio Di Battista, attualmente non operativo in politica, perché in vacanza da mesi -mi pare pagato da un quotidiano per i suoi reportage– e uno della minoranza, Renzi.

Come vedi, caro lettore, i palloni gonfiati così come le persone valide, si trovano ovunque. Basta non essere manichei, cioè convinti di avere sempre ragione e gli altri torto.

Palloni gonfiati sono coloro che parlano non perché sanno, ma perché pensano di sapere, e alzano la voce, per farsi ascoltare ma, ancora di più, per ascoltarsi. Costoro si amano, gongolano nell’ascoltare la propria voce, son bravi nel disprezzare gli altri che trattano da sbruffoni. Se dovessi paragonare in un benchmark i due sopra citati, e valutarli con gli stessi item e con l’utilizzo della solita scala Likert da 1 a 5, cioè da pessimo a ottimo, la sorpresa è quella di vederli quasi sovrapponibili. Informo il gentile lettore che solitamente utilizzo i medesimi item nell’attività di selezione del personale in azienda.

Proviamo.

Il primo item è quello dell’atteggiamento. Bene: tutti e due, Renzi e Di Battista, sono pieni di se stessi, in qualche modo analoghi ai superbi descritti da san Paolo ai tempi suoi: “(…) erecti sunt mente tyrannica contra regem et Dominum suum, ut… deorum sibi nomine assumerent, et inflati superbia in judicium diaboli inciderent“(I Tim).

Il secondo è quello delle competenze. Tutti e due hanno un pezzo di laurea, una laurea, ma non paiono essere particolarmente versati nella ricerca, peraltro come tanti laureati che anch’io conosco, i quali pensano di aver finito di studiare una volta avuta in consegna l’agognata pergamena della Repubblica Italiana. E invece è è proprio il contrario: conseguita una laurea bisogna continuare a studiare per sempre, cioè finché morte non ci separi da tutta la materialità terrestre.

Se non mi sbaglio il primo ha studiato giurisprudenza e il secondo la facoltà più inutile, facile e banale dell’ordinamento accademico, scienze della comunicazione, ma triennale, cioè il nulla.

Il terzo item è quello del potenziale, che mi pare essere abbastanza scarso, nonostante loro credano di essere chissà chi. Montati la testa. Bisognerebbe incaricare uno psicologo esperto in test psicometrici per approfondire. Io gliene posso consigliare più d’uno. Amici miei, professionisti molto affidabili.

Il quarto è quello dell’inseribilità. Proviamo a pensarli in un contesto aziendale. Con il carattere che hanno chi li sopporterebbe? Una delle condizioni più importanti per l’inserimento di un lavoratore in una qualsiasi struttura organizzativa è la qualità relazionale che favorisce, se buona, la collaborazione tra diversi, molti dei quali erano già lì, e hanno il diritto di essere rispettati, dovendo osservare il corrispondente dovere di accogliere bene il nuovo arrivato.

La postura: uno è ciondolante à lu bellu guaglione, l’altro che è bruttino anzichenò, cammina come un tacchino che sta per fare la ruota. Quest’ultimo, che è il ragazzotto toscano, non cammina, marcia sempre con piglio determinato, e guarda sempre avanti, dà la mano a chi incontra senza guardare la persona per più di un nanosecondo, e portandosi immediatamente verso il successivo di cui, si vede chiaramente dal linguaggio del corpo, non gli frega nulla.

Quello ciondolante coltiva una barba corta sul volto da quarantenne, consapevole di piacere abbastanza alle guaglione, il piglio è da bel tenebroso, l’eloquio è studiato ma non troppo, con pause ad effetto che colpiscono solo chi non ha mai visto o ascoltato Craxi.

Volendo, si potrebbero utilizzare anche altri item, per analizzare meglio i due buffoni, ad esempio la capacità attentiva.

Proviamo ad applicarla a Renzi. Non vi è dubbio che l’uomo di Rignano non mostra visibilmente grande attenzione per i suoi interlocutori. Già sopra si ricordava come sia sfuggente con chi incontra, a cui basta aggiungere il comportamento tenuto durante un incontro con Putin, quando si è fatto beccare a smanettare sullo smartphone. Come avrebbero fatto Berlinguer o De Gasperi, vero?

La capacità attentiva per il grillino, se si può chiamare così, pare essere connotata da un continuo accenno di irrisione verso l’interlocutore. Questo ragazzotto altino sorride di degnazione oppure ride, pensando di essere spiritoso. Quello che stupisce e non si spiega del tutto con la società mediatica è l’interesse, la copertura del viaggio in Guatemala di questo giovane uomo che sembra non avere altri meriti tra i quali nessuno pare meriti di essere ricordato.

Ambedue non si immaginano che non sono l’unico a leggergli “dentro”, a capirli ancora meglio di quanto si capiscano loro stessi. Molti Italiani se ne stanno accorgendo e pian piano li smaschereranno.

E’ più giusto eticamente pulire il culo a un vecchio di Treviglio o fare la volontaria tra in bimbi orfani in mezzo alla foresta keniota, ovvero è questa una domanda corretta?

Caro lettore,

questa è la rude domanda che ho sentito fare da più parti, in tv e sul web. La “pancia” di molta gente evidentemente se la fa, non solo gli eroi della tastiera e gli odiatori di professione. Il linguaggio corrente non somiglia per nulla alla prosa del Manzoni migliore o di Carlo Emilio Gadda, ma imita -peraltro inconsapevolmente- quella di un Bukovski ubriaco fradicio, senza sfiorar neppure lontanamente il talento.

Un altro “stigma” polemico  in argomento è il ricordo delle due Simone, e di Greta e Vanessa? La domanda  più diffusa è: “sai quanti soldini son costate per liberarle allo Stato italiano, cioè a noi“? Oggi sono diversamente incazzato, sia con Silvia Romano, sia con quelli di cui sopra, odiatori ed eroi della tastiera, e chi mi ha incontrato se ne è accorto. Ogni giorno è diverso e noi cambiamo ogni giorno di più o di meno, ognuno è più o meno forte e coraggioso, e ognuno può permettersi di più o di meno di mostrare il proprio grado di incazzatura. E’ normale aiutare chi ha di meno e soprattutto chi ha bisogno, ed è normale anche incazzarsi.

Sono d’accordo per fondamenti etici miei sull’aiuto al prossimo, ma se non si pensa a come lo si aiuta, si rischia di fare guai a se stessi e agli altri. Il buon Samaritano non temeva i briganti lungo la strada, perché era attrezzato, e stava andando verso Gerusalemme, non verso il deserto del Negev.

Vi è un rapporto tra egoismo ed altruismo, e non è detto che quest’ultimo sia sempre il sentimento adeguato da vivere. Se uno non è almeno un poco ragionevolmente egoista per difendere se stesso, come può pensare di occuparsi degli altri?

Questa Silvia ventitreenne era stata sconsigliata di andare in quel luogo da un capo volontario, non da Salvini. E lei no, lei è andata dove era più pericoloso. Coraggiosa o temeraria? La temerarietà è coraggio all’ennesima potenza o idiota generosità oppure idiozia generosa?

Ascoltavo qualche giorno fa in viaggio verso Firenze il padre missionario e giornalista Giulio Albanese, che spiegava la situazione keniana, con dovizia di particolari, lui che ha fatto dell’Africa intera la sua meta costante di lavoro e missione. Spiegava che chiudere gli occhi davanti alla miseria africana, etc., è chiudere gli occhi davanti a problemi che da tempo stanno coinvolgendo e sconvolgendo tutto il mondo, anche con il successo dei trump e dei salvini,  che spiega l’insipienza  e l’istinto suicidiario della “sinistra”.

Bada bene, gentile lettore, sai che non puoi accomunami ai buonisti da salotto che imperversano nei talk e nelle forze (meglio dire debolezze) di sinistra, ma non me la faccio raccontare da nessuno. Autonomamente penso, dopo adeguata documentazione, non come i cialtroni (quelli  son) da bar e da tastiera, che mai sbagliano solo per sentito dire dalla lor parte politicante.

Le scelte individuali comportano responsabilità individuale, ma possono, anzi sono, condizionate dal contesto in cui si vive.

E dunque: che dire della scelta di Silvia? Noi non siamo lei né siamo in lei, né conosciamo il contesto esistenziale nel quale è cresciuta, per cui ogni nostro giudizio è necessariamente parziale e insufficiente. Forse occorre, come sempre, anche in questo caso un approccio filosofico, che innanzitutto permette di non giudicare e poi di applicare la riflessione logica, che può indicarci più o meno la ragionevolezza di una scelta.

Il resto lo fa il sentimento, l’emozione, la passione per la vita, la generosità, l’apertura o aperità all’altro, in modo da costruire relazioni intersoggettive piene di verità.

Le nevi del Grappa

Il grande Sacrario si staglia a quasi 1.800 metri contro il cielo terso, azzurro dopo la neve caduta. E’ nevicato e l’inizio dell’inverno in altura si è già manifestato, ma novembre ha riportato il sole e l’azzurrità delle alte cime.

Mario scivola e lascia sulle nevi del Grappa una piccola scia di sangue. Lo soccorro come si soccorre un commilitone alpino di cent’anni fa. Con rispetto dei 24.000, di cui 20.000 ignoti morti lì, Italiani e Austro-Ungarici, sorridiamo del suo piccolo sacrificio. Sangue di viandante offerto alla Patria. Il paesaggio è sconfinato e si capisce la ragione per cui i fanti e gli alpini italiani resistettero invitti lassù. Gli obici e i cannoni da 149/13 campali erano una barriera di ferro e fuoco insuperabile. Il Monte Grappa è un acrocoro inaccessibile a chi lo attacca, e da lì è partita le riscossa dell’italico esercito, fatto giovani di tutte le regioni. Cadorna è, grazie a Dio, disarcionato da re Vittorio e dal Capo del Governo Vittorio Emanuele Orlando, e sostituito da Armando Diaz, leale hidalgo ispanico.

E viene la battaglia del Solstizio d’estate, Vittorio Veneto, il Piave, il proclama un po’ altisonante del generale Diaz, che caro lettore puoi leggere sotto, la vittoria. Le grandi Nazioni d’Europa si sono scannate per quattro anni, fiumi di sangue, immenso dolore, milioni di morti, quasi tutti giovanissimi. E ora qualcuno vuol disfare l’Europa che ha richiesto tanta sofferenza per trovare sponde comuni.

Ecco il proclama del generale Armando Diaz dopo la vittoria.

«Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 Bollettino di guerra n. 1268

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.»

(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)

L’origine del monte risale a circa dieci milioni di anni fa, per lo scontro – tuttora in atto – fra la zolla del continente africano e quella europea. La montagna è fatta di rocce marine: Calcari Grigi, il Rosso Ammonitico, il Biancone, la Scaglia Rossa.

L’uomo si fa la guerra e la natura, ferma, guarda col suo occhio poco men che eterno, rispetto alle nostre povere e brevissime vite. E mi vien pietà per coloro che scrivono, quando un uomo muore sui monti “Montagna assassina””. Ecché, sarà idiota l’umano che la sfida, pensando di poterla dominare.

E mi sovviene il passo lento degli alpini in fila verso il grande monte, camminando con calma, zaini da trenta chili in spalla e i muli con gli affusti degli obici e le mitragliatrici pesanti.

Di questo si parla con Mario scendendo verso il Brenta che circonda il monte e il Piave che lo sfiora a Est, e prima che la sera giunga rapida.

 

La frusciante ovvero “Nemo intrat in caelum nisi per philosophiam”, come scriveva Johannes Scotus Eriugena nel IX secolo

Più avanti vedremo che cos’è la frusciante, cosicché lascio per il momento al mio solito o nuovo paziente lettore di immaginare che cosa sia, la frusciante.

Invece ti intrattengo sul detto latino riportato nel titolo, risalente al pensatore irlandese frate Johannes Scotus Eriugena che nel IX secolo lo ebbe a scrivere (Oxford: Clarendon Press, 1988) qui nella traduzione italiana: “nessuno va in paradiso se non tramite la filosofia“, e dunque “se non sarete come bambini… con ciò che segue. I bambini sono naturaliter filosofi, in quanto il loro approccio alla vita e alle relazioni è caratterizzato da infiniti perché. E perché è la domanda filosofica per eccellenza, così come il come è la domanda che concerne le scienze fisiche e biologiche.

Chiedere perché è non solo legittimo, ma anche segno di curiosità intellettuale, di capacità di comprensione preventiva del nuovo, del diverso, mentre chiedere come manifesta un interesse per ciò che già esiste e per sapere come funziona. Chi ama chiedere perché non si accontenta, chi chiede come a volte si accontenta delle cose così come sono, e si adegua. Il perché e il come devono stare insieme, aiutarsi, completarsi, nel giusto ordine logico.

Un esempio: se la scienza scopre la possibilità di fare una certa operazione sull’uomo e sull’ambiente, che mette a repentaglio la natura del vivente, il decisore deve chiedersi prima “perché lo faccio?”, “che cosa accade se lo faccio?”, “intervengo in maniera da modificare in modo irreversibile la struttura vitale?” Se le risposte saranno soddisfacenti nel senso di salvaguardia, si può passare al come e procedere. Nel concreto si può pensare all’intelligenza artificiale e al suo utilizzo, o alla fecondazione eterologa insieme con l’utero in affitto o maternità surrogata… bene si può fare, ma è bene farlo?

Vedi caro lettore, come dovrebbe funzionare la logica illuminata da una visione etica chiara e rispettosa dell’uomo. Non sto sostenendo un passatismo fuori luogo, o una visione oscurantista, ma semplicemente l’esigenza di riflettere con calma e profondità sulle scelte che si fanno, e che coinvolgono principi e valori fondanti della vita umana.

Ecco che torna in campo il sapere filosofico come sapere fondamentale e fondante degli altri saperi: iniziare da un rischiaramento concettuale e da una logica del concreto è il primo passo per affrontare i vari temi e problemi della vita, del lavoro, del nostro passaggio per questo mondo.

Johannes Scotus Eriugena afferma che nessuno si salva se non tramite la filosofia, ma che cosa intende? Non certo l’accademia filosofica staccata dalla realtà effettuale, ma la filosofia vissuta, la saggezza, la prudente phronesis presente nella sapienza degli anziani che anche noi (io) abbiamo conosciuto. La filosofia naturale.

In questo senso allora si può pensare che il pensiero filosofico possa aiutare ad andare in cielo, anche se per cielo si intende anche solo la partecipazione a un livello superiore dell’attività spirituale.

La frusciante. Ecco, ho ripreso in mano quest’oggetto leggero in fibre di carbonio, silenziosa nel suo muoversi. La bicicletta, cioè il mezzo che mi ha dato nei decenni forza e salute, e ora me la sta facendo recuperare, in limiti che non conosco, ma certamente.

Questa fende il vento leggiera come fosse nata dove il vento stesso disegna i bordi, e traccia i confini dei percorsi. Anche quando è contrario benignamente accoglie chi si spinge dentro le sue spire vorticose. Ecco, due chilometri ancora controvento, ma poi la strada curva a destra e il burian ti percorre i lombi, quasi dandoti una spinta, quasi un premio per averlo sfidato.

E scorrono ai lati paesaggi e campane annunziano la messa eterna, e cani e voci d’umani e fronde color d’ocra e terre di Siena. Acquae discurrunt tra le rive e i boschi. Un daino traversa e si fa vento nel vigneto.

I quattro volti dell’amore umano, i suoi contrari e la carovana dei migranti

E’ la più potente, irresistibile delle passioni, l’amore. San Tommaso la contrapponeva all’odio, ma dicendo che l’amore è infinitamente più forte dell’odio. In italiano abbiamo un solo verbo per dirlo: amare. Ne parlavo qualche sera fa al Caffè filosofico Autentica/ Mente di Codroipo, ricordando ai presenti che gli antichi Greci, nella loro splendida e coloratissima lingua, avevano quattro verbi per dire “amare”, ciascuno con una sfumatura sua propria e differente dalle altre: erotào, agapào, stèrgo e philèo. Li scrivo traslitterati per poi riportarli in caratteri greci.

Che dire se non che il greco antico era idioma ricchissimo di suoni, segni, lemmi, termini, parole, sensi e significati, a seconda dei testi, dei contesti e dei generi letterari?

Ecco i quattro verbi in greco antico, alla prima persona dell’indicativo presente: α͗γαπάω, ε͗ροτάω, στέργω, φιλέω.  Il modo infinito prevede la radice di ogni verbo e il suffisso èin, traslitterato. Nell’ordine significano “amo di amore benevolente, cioè voglio il bene dell’altro“, “amo di amore erotico, fisico“, “amo il bello, la letteratura, l’arte, la musica, etc., “amo di amore d’amicizia“. Come si vede sfumature significanti di non poco conto, anzi non si tratta proprio di sfumature. Vi è da chiedersi come lo sente ognuno di noi, e se si abbia sempre il senso della differenza di questo sentimento, a seconda dell’oggetto amato. Forse no, o non sempre, che ne dici caro lettore?

Ho provato anche cercare un sintagma che sintetizzi i vari tipi del sentimento e mi son fermato a questo: intensificazione solidale, vale a dire un sentimento che cresce sempre rivolto all’oggetto, specialmente se si tratta di una persona, avendo come focus l’oggetto stesso. Infatti, l’amore non può essere auto-centrato, egoistico, auto-referenziale, poiché diventerebbe una forma emotiva controproducente. Molte volte, invece, come negli amori malati di coloro che non ne accettano la fine, e ciò accade spesso purtroppo nella coppia umana, specialmente da parte dei più fragili maschi, questo sentimento diventa pericoloso e violento, negativo, malo.

E ora, tanto per fare un esempio, che potrebbe farci sperimentare linguisticamente le differenze semantiche di cui sopra, una domanda che faccio a me e a te mio lettor gentile: quale amore o odio caratterizza i sentimenti verso la carovana dei migranti che si sta avvicinando al confine tra Messico e USA, partita dall’Honduras oltre un mese fa. Bambini che sorridono consapevoli e Marines o  Rangers a cavallo come in un western

Dal presidente Trump si nota l’espressione di un sentimento di avversione, che non è di odio in senso stretto, ma di odio mediatizzato, opportunistico. Gli odiatori di professione sono altri. Non lo è neppure (un odiatore di professione) Anders Breivik, il pluri-omicida di Oslo, perché è un crudele pazzoide, la cui definizione psichiatrica può esser trovata nel DSM IV- il Manuale Medico Diagnostico IV, con tutte le cautele del caso.

Gli odiatori di professione sono a d esempio molti politici italiani della nouvelle vague. Questa volta non farò nomi, ma li riconoscerai, mio gentile lettore, dalle descrizioni: vi è l’odiatore dal ghigno facile e dalla voce sprezzante; vi è l’odiatore delle semplificazioni e dell’imprecisione; vi è l’odiatore della presunzione manifesta e così via… I nomi sbocciano facilmente da questi brevissimi profili quasi fotografici. Sono tutti e tre al governo. Poi ve ne sono anche all’opposizione che però non si riesce a rappresentare in questo modo, poiché sono talmente sbiaditi da sembrare in due dimensioni: manca la terza per costituire la figura solida.

Ascoltavo il dibattito all’assemblea nazionale del PD e un iscritto, che si è definito “storico contemporaneista” e mediocre oratore e anche omosessuale, di cui non ricordo il nome, il quale, tra le diverse amenità indegne di uno che viene definito “accademico”, si è lamentato con il gruppo dirigente, non solo perché tra i candidati alla segreteria non vi è manco (sua espressione) una donna, ma anche perché non vi è manco un omosessuale… quasi non credevo alle mie orecchie. Ecché, ora, oltre alle quote rosa, facciamo anche le quote arcobaleno? E poi ha citato a sproposito sentimenti e atteggiamenti come l’odio e l’aggressività, (a sproposito di amore di un qualche genere), dicendo che vi è molta gente che odia il PD e che bisogna essere aggressivi nelle attività politiche e nella propaganda, come insegna il successo di Salvini. Beh, se abbiamo militanti di questo tipo, speranze? Poche.

La “Caritas”, per modo di dire, del luogo dove stanno giungendo le persone che stanno scappando da miseria e falcidie varie, ove ne esista un simulacro, ma ne dubito, per dire della spiaggia di Tijuana dove hanno cominciato a raccogliersi i primi viandanti honduregni sicuramente si esprime in modo diverso, “amoroso” direi, ma di quale amore? Pare di poter dire che si tratta di amore “agapico“, amore di benevolenza, il primo della lista di cui sopra. In Phronesis, l’associazione nazionale dei filosofi di cui faccio parte, presuppone che il rispetto tra i colleghi sia nutrito, si può dire, di “philia“, cioè di amore amicale, fraterno-sororale.

Il tipo di amore più semplice è certamente quello erotico, perché è legato al coinvolgimento totale dell’umano, fisico e spirituale. Il tipo più semplice, naturale, perfino “animale” e qui absit iniuria verbis, caro lettore!

Ora mi chiedo di che amore sia capace un uomo come il ministro…, e l’onorevole…, e il giornalista…

Ebbene sì, gli odiatori sono diffusi anche nel mondo dei media, perché non si capirebbe -se non alla luce orrida della presenza odiante- la ragione di certe espressioni, di certi testi, di certi titoli, di certe condanne preventive, come nel caso di Travaglio, principe di questa categoria, imitato da non pochi suoi colleghi.

Mi chiedo quanta tristezza aleggi attorno a persone di quel tipo, come il sopra citato giornalista e se potessi condividere un aperitivo con codesto sioreto (in veneto per signorino, più o meno) sprezzante, e mi rispondo: anche no, ché ho altro di meglio da fare, e così peggio per lui.

La gazzella svamputa, o svampita, o solo vecchia? E gli svamputi, o svampiti?

Gallina vecchia fa… e quel  che ne segue, vecchi modi di dire della saggezza natural-popolare, ma la citazione della gazzella come animale che può invecchiare o addirittura “rincoglionire”, non poteva che nascere tra le righe dell’incontro settimanale con l’AD di una grande azienda nazional-furlan-germanica. Tante robe, no?

Sopra ho messo l’indimenticabile immagine di Wilma Rudolph, la “gazzella nera”, vincitrice di 100 e 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma del ’60, gazzella vera.

Lavorando si fanno molte e diverse cose, a volte intervallate da brevi momenti linguisticamente creativi, per commentare processi aziendali e comportamenti individuali. Si in-ventano a volte perfino neologismi, che vuol dire “si trovano”, poiché in-ventare significa (in latino invenire) trovare ciò che già esiste. Non si crea nulla dal nulla, cosicché vi è il piacere di scoprire l’esistenza di cose, parole, pensieri, concetti, percetti e sentimenti.

Ad esempio, la vamp, nel linguaggio cinematografico (esteso poi anche al varietà e ad altri spettacoli), è un’attrice che rappresenta il tipo artistico della donna fatale, dal fascino altero e misterioso, il cui potere di seduzione è affidato a un erotismo languido, allusivamente legato a un’immagine femminile di stampo melodrammatico. La svampita o svamputa, è una che ha smesso di essere vamp, allora? Oppure è anche qualcos’altro?

La lingua è vivente e si modifica nel tempo, ma non a piacimento dei singoli, bensì per successive concrezioni abitudinarie, come spiega bene il vocabolario annuale Zingarelli e l’Accademia della Crusca, caro professor Sabatini. Ad esempio, osservando il mondo e le persone, mi sovvengono parole, segni e suoni differenti, nuovi. Anni fa guardando mia figlia cresciuta, non più bambina, ma non ancora ragazza, coniai il termine intermedio bambazza, che per qualche tempo divertì i miei conoscenti e venne perfino sdoganata sul web. Si trattava di una crasi fra bambina e ragazza.

Più avanti nel tempo declinai al femminile il greve e realistico termine maschile di “culo” in cula, perché più sonoramente significante. Vuoi metter “cula”, per dire le terga femminili, caro amico lettore? La cosa fece non poco divertire i miei interlocutori amicali e letterari.

Ora l’amico Gianluca mi propone un participio passato irregolare tratto da un verbo -per ora- inesistente “svam-pire“, ovvero un etimo esistente ed operante come vamp, che significa, come scritto sopra -correntemente- donna appariscente e affascinante. Svamputa, allora, è donna non-più-vamp, e anche un poco… svampita, vale a dir intontita.

Ma vi sono anche gli svampiti/ svamputi maschi. Se no che giustizia c’è? Ne ho due esempi nuovi, oltre ai soliti noti della politica come il ministro dei trasporti e delle infrastrutture attuale.

Uno è il “governator”  del Lazio (bum!), Nicola Zingaretti, che titolo eh “governatore”?, svampito del PD, mostrante come tale categoria antropologica possa pervenire da ogni dove: questi, pur essendo opportunamente informato da tecnici e scienziati che spiegano come la termo-valorizzazione sia da preferire nello smaltimento dei rifiuti solidi urbani rispetto alla discarica, che è cocktail party perpetuo di gabbiani, topastri e altri animali poco attraenti, continua a mandare in Abruzzo decine di migliaia di tons di rifiuti, non avendo voluto far completare l’impianto di smaltimento di Colleferro. Ormai anche i meno culti sanno che ciò che residua dalla raccolta differenziata e viene recuperato come materia seconda, può venire bruciato per produrre energia, fuorché lui e qualcun altro, come molti 5S. Un po’ svampito?

Altri svampitelli o svamputelli sono i ragazzi e i lor genitori della classe Ipsia “Floriani” di Vimercate, dove qualcuno, spenta la luce, ha preso a sediate l’insegnante di italiano e storia, mandandola in ospedale.

Non uno, né dei giovini virgulti, né dei men che cinquantenni genitori, ha avuto il pensamiento di scusarsi. Nemmeno si son posti il tema dello scusarsi. Forse che pensano di aver avuto ragione. E il preside, poi, che commenta dicendo della professoressa “Forse è un po’ rigida?” Dove lo mandiamo il “dirigente scolastico” (nuovo nome del preside), al club degli svampiti?

Più pericolosi degli svampiti sono poi gli indegni, o indecenti, che andrebbero cacciati senza indugio, laddove avessero ruoli istituzionali: tra questi un campione è tale Rocco Casalino, portavoce dell’afono Conte. E’ stato registrato mentre diceva che vecchi, bambini e down gli fanno schifo. A me, invece, fa schifo lui.

“Uno che è vissuto/ con la forza di un giovane uomo/ nel cuore del mondo/ e dava/ a quei pochi uomini che conosceva/ tutto”

Nel titolo ho messo la traduzione italiana della brevissima lirica scritta nella parlata friulana della destra Tagliamento del nostro più grande poeta, Pier Paolo Pasolini: “Un al à vivùt/ cu la fuarsa di un zòvin omp/ tal còur dal mont,/ e al ghi dèva, a chej pucs òmis ch’al cognosseva/ dut“.

Ecco, dare tutto quello che si ha, molto spesso incompresi, ché se si dà si dà se stessi, nientemeno. Non ci son calcoli da fare, né timori, né dolori insopportabili se si vuol vivere una vita vera. Occorre solo un po’ di prudenza che non è mai rallentamento vigliacco, ma valutazione delle opportunità e delle forze in campo. E’ la classica phrònesis, una saggezza prudente, o una saggia prudenza, che è anche manifestazione di umiltà e di consapevolezza del proprio limite.

Ricordo al mio gentil lettore che i sintagmi appena proposti, messi in modo oppositivo reciproco tra sostantivo e aggettivo erano molto cari alle catechesi che sant’Agostino proponeva nelle sue Omelie, per cui chi fosse interessato può trovare tutte le opere del santo vescovo, filosofo e teologo, in italiano e latino, tra le quali centinaia di omelie, nel sito www.augustinus.it .

Un altro brevissimo componimento nel friulano delle Prealpi pordenonesi: “Signour, l’omp l’è ca, o ai fat ce c’o ai podut par chest mont e par chel atri, si sin intindùz, amen“, cioè “Signore, ecco l’uomo, ho fatto ciò che ho potuto per questo mondo e per l’altro, ci siamo capiti, amen“. Si tratta di una preghiera da me raccolta dalla voce di un vecchio di Tramonti di Sopra, mi pare, o di Campone, sempre di quelle Valli aspre e meravigliose.

La poesia di Pier Paolo e la breve preghiera si assomigliano, perché il friulano, nella sua durezza di accenti riesce ad essere facilmente poesia e preghiera. I due brani dicono il limite di energie, di intelletto, di volontà e anche di santità dell’uomo, e anche l’atto eroico di esplorarlo.

Il valore della vita è pari per ciascun essere umano, così come la dignità che dà la struttura di persona, costituita da fisicità, psichismo e spiritualità, mentre la diversità irriducibile è data dalla struttura di personalità, che accoglie la genetica, l’educazione e l’ambiente in cui uno è nato ed è cresciuto. Dunque: se la dignità è data dalla struttura di persona, la struttura di personalità dice l’irriducibile differenza di ciascheduno da ogni altro, fosse pure il fratello gemello monozigote.

Se uno dà ciò che ha dà ed è il massimo che può dare, come la vedova di cui parla Gesù nel capitolo 12 del Vangelo secondo Marco, lei aveva versato al tempio due leptòn, cioè due centesimi dell’epoca, ma con cuore puro, aveva dato di più del fariseo che si compiaceva di avere versato una somma cospicua per il tesoro del Tempio.

Il valore delle cose dipende dagli intendimenti, dal cuore di chi opera, non dalla quantità venale del valore della cosa stessa. Può valere di più regalare una “Panda” usata che non una Ferrari, se per comprare la Panda uno fa un contratto di acquisto rateale, perché altro non può permettersi.

Il regalo come dono è lo stesso gesto di donare, così come la sostanza delle cose è la loro forma, e così come il meta-messaggio è più importante del messaggio. Faccio un esempio: se si decide di fare un certo tipo di azione relazionale in un gruppo organizzato, come una serie di colloqui, si deve rispondere innanzitutto alla domanda “perché lo faccio?” e non “come lo faccio?”, non preoccupandosi più di tanto della canonicità od ortodossia, secondo le letterature scientifiche in uso, del metodo utilizzato, che è assolutamente secondario, rispetto al fine che ci si è dati, e che è diverso, caso per caso, tempo per tempo, situazione per situazione. Il “perché” è la domanda filosofica per eccellenza, mentre il “come” appartiene alle discipline positive induttivo-deduttive, ma viene dopo. Circa il dono aggiungo una suggestione, che si può trovare nel trattato dal tema omonimo dell’antropologo Marcel Mauss: bisogna verificare come e quanto il dono sia espressione di altruismo e non anche altro, ad esempio, rispetto di un rito o di una tradizione, oppure, ed è la cosa più sottile, una sottesa manifestazione di egoismo implicito.

Infine,  ancora per quanto concerne il dono o regalo, non ha importanza il suo valore commerciale, ma il sentimento con il quale lo si offre.

Della sostanza che è forma e della forma che è sostanza ho più volte qui esemplificato con l’esempio michelangiolesco del toglimento di materia prima dal marmo finché non compare l’idea, cioè la forma, vale e dire la struttura sostanziale della statua.

Che dire dunque della verità o meno di ogni umana relazione? Che essa è sempre sottoposta alla verifica della purezza di cuore dei soggetti in relazione. Chi la verifica questa purezza di cuore’ Ognuno dei soggetti che si relazionano, con la pazienza, con l’esperienza, con il rispetto reciproco, che è un “guardarsi-in-faccia”, come dice l’etimologia del termine “rispetto” (dal verbo latino respicere, cioè guardare dritto davanti a sé, cioè in faccia all’altro). Non basta la tolleranza, perché la tolleranza è un guardare all’altro dall’alto di una superiorità sempre solo supposta, un top-down fastidioso e repulsivo, ma ci vuole il rispetto, così come è meglio suggerire che consigliare (il consiglio è sempre un qualcosa di top-down, e poi puzza, se non di mafia, di ambiente para-mafioso, mentre il suggerimento è qualcosa di amichevole, quasi di fraterno o sororale), così come è previsto dalla buona filosofia pratica che pratico ormai, insieme a valorosi colleghi, da molti anni: la Philosophische Praxis, che può essere una salutare medicina per le anime perse di questi tempi.

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