Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Educare, formare, crescere, secondo la vocazione e il potenziale che si ha

Ognuno di noi è quello-che-è, geneticamente e in base alla propria esperienza di vita. Irriducibilmente unico: infatti, genetica, ambiente e educazione, essendo assolutamente (e mai tale abusato avverbio fu da me utilizzato con tanta convinzione) non ripetibili, ci rendono “unici”. Ognuno è “unico”, e non solo i “napoleoni”, i “messi&ronaldo”, i “platone” e i… “di maio&salvini”, ma ognuno, ciascuno, da Putin al piccolo Amir che vive forse in un villaggio in vista del Nilo Azzurro che esce dal lago Tana in Etiopia.

Una volta nati si entra in un contesto sociale, a partire, solitamente, dalla famiglia genitoriale, se non si è orfani o abbandonati, e poi a scuola, in chiesa o meno, tra amici, sul lavoro, in ospedale, in guerra, nello sport, e dove vuoi tu, mio gentil lettore.

Progressivamente si manifestano le vocazioni, o “chiamate” verso un qualcosa, un ambiente, uno studio, un mestiere, una missione. Di solito il termine “vocazione” rinvia a una accezione ecclesiale, almeno qui in Occidente, ma il senso e il significato del lemma è molto più ampio: come dice la sua etimologia latina (da voco, vocare, chiamo, chiamare) infatti, vocazione è, come detto sopra, una chiamata. C’è poi anche il termine correlato con il prefisso “in”: in-vocazione, che ha un significato tecnicamente religioso: Dio, cristianamente, si invoca. C’è anche il termine e-vocazione, con un significato legato alla memoria (si evoca un evento, una persona, etc.), oppure, teologicamente, si richiama una entità preternaturale come gli spiriti, per i quali si dice opportunamente occorre discernimento.

La dottrina buona sconsiglia di evocare gli spiriti, perché come umani non sappiamo chi potrebbe rispondere, ed è molto probabile che potrebbe rispondere uno spirito non benevolo, ma intelligente, furbo, apparentemente amabile, ma…

La vocazione, dunque, è una chiamata a percorrere una certa via e a fare delle scelte consone, congruenti e armoniose con il proprio sentire, ma può anche capitare di non essere in grado di fare ciò che si desidera. A questo punto entra in gioco un altro elemento: il potenziale, concetto di carattere psicologico molto studiato nella contemporaneità, ma altrettanto noto ai pensatori classici, soprattutto ad Aristotele, e poi ad Agostino, a Tommaso d’Aquino, a Locke, a Hume, etc..

Il potenziale si può dire sia la capacità di una persona di moltiplicare le sue capacità interne, di svilupparsi, di essere produttivo, di interagire efficacemente con altre persone e con il mondo che lo circonda. L’unicità della persona umana manifesta il suo “io”, cercando di superare gli ostacoli, dominando gli stimoli esterni e le tentazioni, liberandosi il più possibile dai condizionamenti.

Educare è, non impartire lezioni, ma far emergere dal profondo delle risorse intellettuali e morali le forze migliori di un individuo, per la sua formazione umana e la sua crescita. In latino crescere si dice augère, da cui i lemma auctoritas, cioè autorità. Si comprende come, allora, l’autorità si può trasformare in carisma capace di leadership.

Veda, dunque, il mio lettore, come la moderna nozione di leadership, in realtà, sia concepibile solo se la si mette in ordine a partire dal concetto di crescita. Non si può essere leader, se non si cresce veramente sotto ogni profilo umano.

E dunque, ogni essere umano, univocamente, irriducibilmente nella sua perfetta unicità, ha uno sviluppo che parte dalla sua genetica, si sviluppa nell’ambiente e con l’educazione in base al potenziale dato a ciascuno dalla sua propria natura.  O da Dio, se ci si crede.

La sagra (o saga?) eterna dei cretini

Pare che da qualche tempo questa categoria antropologica stia proliferando senza posa. Come vi fosse un moltiplicatore sociale ad attivarla e implementarla. Ovunque. Non vi è luogo di lavoro e di svago, schieramento politico o sociale, laico o meno,  che soffra la sua mancanza. Mancano persone pensanti, ragionanti, correttamente criticanti, ascoltanti, ovvero ve ne sono poche, meno del necessario, ma non mancano mai i cretini.

Viaggiando sento il racconto del mio compagno di ventura che mi narra di un fatto tipico, del cretino: offrendo lui, il mio compagno di viaggio, un servizio di ottimo artigianato, ma, si sa che quel tipo di lavori genera sorprese, con conseguenti aggravi del lavoro e dei costi, facendolo lui presente al committente, si sente rispondere con arrogante furia che egli stesso deve farsi carico delle sorprese, imprevisti del mestiere, li chiama, non accettando – come committente – alcun aggravio della spesa. Conoscendo il “nobiluomo” faccio mente locale su come lo stesso si comporta sul lavoro, e sugli incarichi a lui assegnati, mansioni che lui descrive e vanta come centralissime nella grande impresa da cui dipende. Mi par di sentire, sottorecchi: “Lei non sa chi sono io! Io che gestisco milioni, come si permette di propormi un costo maggiore di quello preventivato?”

Ti chiederai, mio gentil lettore, che tipo di atteggiamento costui, un dottore economico, abbia nell’azienda do ve opera. Presto detto: occhi bassi e orecchie piegate come quelle di un gatto perplesso. Allora: forte con i deboli, o supposti tali e debole con i forti. Un cretino. E uno.

Un altro esempio narrato.

C’è un tale che ti chiede sempre “Come va, tutto bene?” e si risponde positivamente da solo (eh, si vede che va tutto bene), mentre io tento di fargli capire che la domanda è pressoché insensata, in italiano, a meno che non la si intenda all’inglese, come nell’espressione idiomatica, che è un mero intercalare di cortesia “How are you?”, prevedendo una risposta consistente nella stessa medesima espressione. Niente. Questo signore insiste a chiedermi “Tutto bene?”, a rispondersi da solo” e a sorridermi beotamente. Cretino?

C’è poi un altro, che sussiegosamente si crede un intellettuale, e invece è solo un cretino. Discutendo con me (faccio per dire “discutendo”, in realtà cerca di parlare solo lui mentre si ascolta con gioia mefistofelica), mi contrasta su tematiche che non è in grado di padroneggiare, perché esperto (forse) di altri saperi. La sua insistenza mi fa pensare che appartenga all’amplissima famiglia dei cretini di orientamento presuntuoso.

Infine, ma solo per non tediare il mio gentile lettore, pur volendolo fare (non di tediarlo, beninteso), sono dell’idea di evitare di proporre di seguito un lungo elenco di politici e di persone dei media, che meritano l’epiteto di cretino; evito di riportare un lungo e vario elenco per due ragioni: la prima poiché già qua e là in questo mio blog si trovano tracce di miei giudizi circa questa antropologia politica e mediatica e, secondo, perché tanto non servirebbe a ridurne il numero. Dobbiamo sopportarli finché sono in auge. Magari, almeno, non votiamoli e non guardiamoli. Solo qualche traccia per chi legge: sono presenti in posizioni governative molto importanti; alcuni di loro hanno abbandonato queste posizioni l’estate scorsa, manifestando direttamente le caratteristiche qui studiate; altri siedono in Parlamento e nei Consigli regionali; ve ne sono, e numerosi, nelle trasmissioni tv e sul web; l’accolita in assoluto più doviziosa di presenze – numericamente – è quella degli eroi della tastiera, comprendenti influencer vari e fashion blogger, che frequentano i social, capaci di una quarantina di vocaboli in tutto, dieci dei quali rappresentano insulti: insulti da cretini. Tecnicamente ed eticamente ignoranti, solitamente altrettanto presuntuosi (non scordiamo mai che l’ignoranza e la presunzione sono direttamente proporzionali), arroganti, protervi e superbi, infine.

Cerchiamo ora di chiarire qualche ipotesi linguistico-etimologica sull’origine della parola cretino.

Il termine “cretino” è di duplice derivazione, ovvero: una fonte etimologica si sostiene essere l’antico franco-provenzale e specialmente della Gironda, chretien, e poi crétin o crestin cioè “cristiano”, da cui povero cristiano, poveretto, persona semplice e innocente, persona di scarsa intelligenza, e quindi cretino, e, in secundis, vi è una fonte medica che spiega come coloro che sono affetti da ipo-tiroidismo congenito tendono ad essere fisicamente (piccoli, deformi, con il gozzo, talora) e mentalmente scarsi.

Si constata un’evoluzione storica del termine estremamente interessante, se consultiamo i vari dizionari medici e generali a partire da almeno tre secoli fa.

Qualche anno fa Piergiorgio Odifreddi, noto militante ateista e matematico che si diletta di teologia spesso – su questa disciplina –  sproloquiando in tv (si attenesse alla matematica e alla fisica, discipline che insegna), pubblicò un saggio dal titolo Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) (Milano, Longanesi, 2007). Cito un passo tratto dall’introduzione intitolata Cristiani e Cretini: “(…) “Col passare del tempo l’espressione (cristiano) è poi passata a indicare dapprima una persona qualunque, come nell’inglese christened, “nominato” o “chiamato”, e poi un poveraccio, come nel nostro povero cristo. Addirittura, lo stesso termine cretino deriva da “cristiano” (attraverso il francese crétin, da chrétien), con un uso già attestato nell’Enciclopedia nel 1754: secondo il Pianigiani (cf. Vocabolario etimologico della lingua italiana, 1907), “perché cotali individui erano considerati come persone semplici e innocenti, ovvero perché, stupidi e insensati quali sono, sembrano quasi assorti nella contemplazione delle cose celesti”. Cotali individui sono i cristiani o i cretini?

Nella medicina classica, almeno fino a qualche decennio fa, l’espressione cretino fa riferimento alle persone affette dalla patologia del cretinismo e in questo caso non denota semplicemente un individuo di scarsa intelligenza, come invece siamo portati a pensare oggi. Si può dunque “giocare”, dunque, come fa Odifreddi, con gli slittamenti semantici del termine cretino, perché esso è polisemico, sebbene oggi non lo percepiamo immediatamente come tale.

Comunque, i vocabolari contemporanei riportano due accezioni della stessa entrata lessicale (differenziandosi nel dare priorità all’una o all’altra): a) cretino nel senso di ‘persona di scarsa intelligenza’ e b) cretino nel senso di ‘affetto da cretinismo’. Non siamo qui di fronte a due termini omonimi, cui nei dizionari si dedicano due entrate differenti e per i quali si ipotizzano per esempio differenti origini e sviluppi: la radice etimologica di cretino, inteso in entrambe le accezioni, è effettivamente cristiano, come suggeriva già il Pianigiani. (cf. Sabatini e Ciletti, Zingarelli, Devoto-Oli 2012)

Crétin, d’altro canto, è una variante diatopica di chrétien, che ha subito una modifica in in. Ciò è generato anche dalla diffusione endemica, specie in certe zone della Francia e della Svizzera romanda di forme di ipotiroidismo congenito, per cui tale termine è entrato nell’uso comune, peraltro attestato fin dal 1754 perfino nell’Encyclopedie illuminista.

Lo scivolamento semantico dal significato di “cristiano” a “cretino” si può attribuire al fatto che in quei tempi, quando la ragione umana stava assumendo la centralità che conosciamo, il comportamento cognitivo e fattuale di molti “fedeli cristiani” del popolo, improntato da ignoranza e corrività nei confronti del clero pervasivo, dava immediatamente la sensazione che il “povero cristiano”, così abbindolabile, facilmente potesse essere definito “cretino”, proprio in senso commiserativo e quasi eufemistico. Il Devoto-Oli riporta proprio questa ipotesi quasi per identificare i malati come immagine del Cristo sofferente. L’Oxford English Dictionary in tema riporta: “the sense being here that these beings are really human, though so deformed physically and mentally” (nel senso che queste persone sono veramente esseri umani, sebbene così deformi fisicamente e mentalmente).

In ogni caso, compulsando questi dati di ricerca, si ricava come la relazione del termine cretino con cristiano non debba essere intesa in senso offensivo, poiché l’accezione di cretino che deriva direttamente da cristiano è quella medica, non quella ingiuriosa, la quale invece si sviluppa più tardi, e inoltre testimonia un barlume di sensibilità nel trattamento quotidiano della malattia (L’Encyclopédie riporta anche la consuetudine delle popolazioni Vallesi di considerare i malati come “angeli tutelari” delle famiglie).

Un’altra ipotesi etimologica, epperò meno radicata della precedente è quella per cui cretino sarebbe un calco dall’aggettivo tedesco kreidling, da kredie (‘creta’), e dunque deriverebbe dal latino creta, per via, si pensava, del particolare colore della pelle dei malati (“la peau flétrie, ridée, jaunâtre ou pâle” – avvizzita, rugosa, giallastra o pallida – É. Littré, Ch. Robin, Dictionnaire de Médicine, de Chirurgie, de Pharmacie, 1878). Il citato Vocabolario di Pianigiani non manca di riportare questa congettura, accreditandola proprio a Littré.

Nel 1878 gli Accademici della Crusca sposano questa interpretazione: “Un cretino è “ognuna di quelle misere creature, di piccola statura, mal conformate, con gran gozzo, e affatto stupide, le quali si trovano specialmente nelle valli delle Alpi occidentali; dal francese crétin, e questo, secondo alcuni, dal latino creta, a cagione del colore biancastro simile a quello della creta”; a sostegno di questa lettura, comunque, non vengono citate fonti.”

Tuttavia, il concordare dei dizionari contemporanei sulla derivazione da cristiano attraverso il passaggio dal francese fa pensare che questa congettura possa essere classificata come una paraetimologia o falsa ricostruzione.

“Nel corso dell’Ottocento il termine subisce il secondo slittamento semantico, per cui cretino inizia a denotare semplicemente un individuo di scarsa intelligenza. Le motivazioni di questo passaggio appaiono evidenti se consideriamo il modo in cui la malattia è stata all’inizio percepita, e il corrispondente tessuto semantico dei primi studi medici in cui veniva trattata.

Degli affetti dalla patologia si registravano le caratteristiche fenotipiche, i segni e la sintomatologia clinica, in accordo con gli strumenti tecnico-scientifici del tempo: a partire dalla prima descrizione seicentesca (F. Platter, Praxeos seu cognoscendis, praedicentis, praecauendis, 1602) i cretini vengono descritti come colpiti da varie deformità e soprattutto come semplicemente stupidi dalla nascita, senza quasi far riferimento alle cause fisiche della patologia. La caratteristica principale degli affetti da cretinismo appariva essere il deficit cognitivo, una conseguenza del disturbo, che diventa però tratto essenziale e necessario alla definizione di esso: per esempio nel Traité du goitre et du crétinisme (1797) F. E. Fodéré sostiene che “le crétinisme complet doit être défini: privation totale et originelle de la faculté de penser” (il cretinismo completo deve essere definito: privazione totale e originale della facoltà di pensare).

Simili descrizioni abbondano poi nei vocabolari dell’Ottocento, contribuendo a sancire le caratteristiche della malattia e a inquadrarle nella cornice epistemologica della medicina di allora. Riportiamo quella del Dizionario etimologico-filologico di Marchi (1828), che fu probabilmente fonte del sopra citato Pianigiani: “questo nome (crétin), alterato dal francese chrétien, ital. cristiano, davasi nel Vallese, ed altrove, a certi individui stupidi e insensati, riputati piissimi perché dal volgo creduti continuamente assorti nella contemplazione delle cose celesti, e perché insensibili per le terrene”. Marchi conia su base latina il corrispondente cretinismus, ovviamente mai esistito ma utile alla tassonomia medico-scientifica.

Quindi il termine, nato in ambito non specialistico, ha assunto sfumature semantiche legate a ciò che, nell’opinione comune, veniva percepito come tratto caratterizzante i colpiti dalla patologia: con la parola cretino si è iniziato a intendere in senso sempre più generale un individuo di scarsa intelligenza. Un processo, questo, purtroppo abbastanza ricorrente in vocaboli che si riferiscono a malati e malattie, basti pensare ai casi parzialmente analoghi di mongoloide, o di isterica.” 

In Francia il passaggio del significato di cretino da ‘affetto da cretinismo’ a ‘scarsamente intelligente’ è datato 1835 da Le Robert, anche se il Französishes Etymoligisches Wörterbuch (il II vol. porta la data 1940) riporta alcune varietà dialettali dell’uso del termine in senso ingiurioso risalenti al Seicento.

In Italia le attestazioni letterarie testimoniano la diffusione di cretino nel senso di ‘affetto da cretinismo’ per tutta la prima metà dell’Ottocento; da quel momento in poi, tuttavia, la parola assume contemporaneamente il senso di offesa generica: lo testimonia il Dizionario Tramater (1829-1840), che di cretino riporta già entrambe le accezioni, caratterizzando quella che ha valore di ingiuria come estensione semantica della prima, propria del vocabolario medico.” (dal web)

Due sono gli scrittori italiani citabili per l’uso del termine: uno è il Carducci dei Sermoni al deserto (1887), e l’altro è il Palazzeschi che, in Sorelle Materassi (1934) scrive: “(…) “Le Materassi invece a quel racconto, a quella fede cieca andavano su tutte le furie: dicevano che quella donna era un’insensata, che era cretina, ebete, demente, un pezzo di mota incapace di sentir qualche cosa per chicchessia”.

L’idea che l’accezione ovvia di cretino sia “affetto da ipotiroidismo” permane nel Novecento quasi soltanto nei dizionari medici (ad esempio nel Dizionario Medico Lauricella, 1960), ma sembra già aver perso trasparenza venti anni dopo: nel Dizionario Medico Larousse (1984) la voce cretino scompare, pur essendo ancora presente cretinismo. Oggi in ambito scientifico si tende appunto a definire la malattia in questione come una forma di ipotiroidismo congenito.

In ogni caso, i cretini, nell’accezione comune di giudizio insultante esistono, eccome, e la loro madre, finora, risulta sempre incinta.

Approssimazione e compromesso

L’epistemologo, o filosofo della scienza, austriaco Karl Popper sostiene che, a volte, l’accezione e l’interpretazione di certe espressioni sono errate. Eccome! Confermo: decine o centinaia di volte, specialmente di questi tempi nei quali i linguaggi espressivi sono quasi abbandonati alla più sciatta trascuratezza nei “luoghi della comunicazione”: in tv, sul web e perfino a… scuola, e qui non parliamo del lessico quotidiano, dove e quando la vigilanza sulla qualità del “detto” è proprio di ordine infimo. Non intendo, ovviamente, semper et ubique, ma spesso, molto spesso.

La carenza più evidente è forse quella dell’uso sempre meno accurato del modo congiuntivo nelle frasi ipotetiche o concessive. Hanno cominciato in tv i vari Bonolis etc., e la “fureria” ha seguito l’esempio. Non aggiungo altro, ché la cosa è nota e in tema sono stati editi meritevoli saggi e libri.

Altri due sintagmi vanno segnalati, di questa trascuratezza, ma questi sono espressivi, legati cioè all’accezione comune:  il primo è “approssimazione, approssimativamente“, detto nell’uscita sostantivale e avverbiale: di questa parola è pressoché invalsa l’interpretazione negativa, per cui i due termini sono ritenuti fondamentalmente tali. Proviamo ad esplorarne l’etimologia: il termine italiano deriva evidentemente dal sintagma latino ad proximum, cioè verso-ciò-che-è-prossimo. Se la cosa indicata è, dunque, approssimativa, dovrebbe farsi valere come positiva, poiché è-prossima a qualcosa, non lontana. Invece “approssimazione” solitamente sta a significare presso a poco, imperfetto, pure sciatto. Constati, il mio gentile lettore, se le cose possono stare in modo diverso.

Il secondo è “compromesso”, di solito accompagnato dalla specificazione “al ribasso“. Bene: il termine deriva dal sintagma verbale latino cum promitto, cioè prometto-insieme (a qualcuno qualcosa), e dunque ha a che fare con un accordo, caspita! dico “caspita” per non interloquire in modo greve, come mi verrebbe meglio. I compromessi sono il sale della storia: molto spesso sono stati indispensabili per evitare equivoci gravi o addirittura guerre tra le nazioni. Un contratto (commerciale, di lavoro, etc.) è sempre e comunque un com-promesso, per stipulare il quale ciascuno dei contraenti rinunzia a qualcosa per fare un accordo, là dove senza un accordo ambedue sarebbero stati peggio. Altro che termine dal significato negativo!

Approssimazione e compromesso sono allora due termini che tendono al positivo, non al suo contrario, o no? Perché invece non funziona così? Lascio al lettore una ulteriore riflessione.

Termino questa mia intemerata, che mi sembra garbata, con una segnalazione:  noto che vi è in giro la tendenza ad usare sempre meno gli articoli determinativi e  le preposizioni articolate davanti ai sostantivi, anche qui un po’ all’inglese. Un esempio: invece di dire “la settimana prossima” comincio a sentir dire “settimana prossima“, come se la fatica di pronunziare un misero monosillabo come “la” fosse di una fatica insopportabile. Un altro esempio, preposizionale: invece di dire “il convegno della settimana prossima“, sento dire “il convegno di settimana prossima” (of next week). Anche qui c’è il risparmio di una sillaba.

Dire che sono costernato è troppo. Dire che sono annoiato e quasi schifato è invece realistico. Verso tutti i pigrerrimi che non hanno – o la conoscenza o la volontà – di parlare correttamente in italiano.

Lo ius culturae, i sedicenni, il ministro Fioramonti e l’ossessione del Crocefisso

Come si dice a Roma… “Arridatece Toninelli“, perché pare proprio che ogni governo, da qualche tornata politica, abbia il suo “toninelli” (nome comune metonimico). L’ultimo della serie pare sia nientemeno che il ministro dell’istruzione e dell’Università, il dottor Fioramonti, ora assiso sullo scranno che fu di Benedetto Croce e di Giovanni Gentile. Due tornate governative fa avevamo la ministra Fedeli, provvista di diploma di terza media e di un diploma triennale di servizi socio-assistenziali, mi pare. Non giudico le persone dall’accademia frequentata, perché ho conosciuto non pochi laureati minus habens (per esempio, il citato e facilmente dimenticabile ministro 5 Stelle e l’attuale ministro dell’istruzione che uno straccio di laurea ce l’hanno, e nel novero potrei infilarne a decine di tutti i partiti e anche persone di mia conoscenza), ma è abbastanza improbabile che una persona senza un’adeguata formazione possa adempiere a ruoli importanti come un ministero nazionale, e anche molto meno.

Questo Fioramonti, prima ancora di essere nominato ministro ha cominciato a fare la voce grossa, chiedendo due miliardi di dotazione di budget in più rispetto a… non so. Ora sta dicendo che bisogna togliere i Crocefissi da tutti gli uffici pubblici, scuole, tribunali. Qualche anno fa ho scritto già qualcosa su questo tema, e non mi ripeto qui. Dico solo che il Crocefisso non è solo il principale simbolo cristiano, scelto dai fedeli fin dai secoli IIl/ IV e capace di attraversare i millenni simboleggiando il limite e il sacrificio dell’uomo per l’uomo, fatto a immagine divina. Non è solo un simbolo religioso, ma ampiamente antropologico. E’ ridicolo metterlo in questione, ma Fioramonti, probabilmente per acquisire visibilità (infatti, chi lo conosceva prima di essere fatto ministro?), cavalca il tema.

Altro tema: il voto ai sedicenni. La proposta pare sia made by Enrico Letta, un uomo che non è mai stato sedicenne, almeno spiritualmente, ma molti altri ne avevano già parlato prima di lui: difficile che riesca a essere originale quell’uomo. Ora è una gara, quasi, a sposare la proposta. Personalmente potrei essere anche d’accordo, ma occorre, in contemporanea promuovere l’educazione civica obbligatoria nelle scuole almeno dalla quinta elementare. Altrimenti, che cosa volete che sappiano i ragazzi, se nessuno gli spiega prima come funziona lo Stato, come sono fatte le istituzioni, il rapporto tra cittadino e Stato, il senso della tassazione, come funzionano i servizi assicurativi e sociali, etc. Quindi, non facciamo demagogia, please!

Un terzo tema: lo ius culturae (soli). La destra è contraria e la sinistra, se pure timidamente, perché è un tema forte pro-salviniano se risolto, a favore. Che pena. La sinistra pare incapace di fare politiche, se ha il sospetto che favoriscano Salvini. La domanda giusta è: è moralmente corretto dare lo ius culturae o soli? Secondo me, sì. Ampiamente. In secundis, è indispensabile irrorare l’Europa di giovinezza. Di che abbiamo paura? Caro lettore, anzi, ooh cittadino favorevole o contrario, leggi cortesemente il discorso che attorno al 45 circa l’imperatore Claudio pronunziò in Senato, con il quale dichiarò con chiarezza che tribù come quelle dei Pitti e dei Britanni, ritenuti feroci selvaggi che abitavano a cavallo di quello che sarebbe stato il futuro Vallo di Adriano, avrebbero dovuto sedere nel Senato del Popolo Romano.

Questo fa capire bene la grandezza politica dell’Impero Romano e dei suoi uomini guida.

Riporto qui un passaggio di quel discorso memorabile, riportato da Tacito nei suoi Annales (XI, 24):

I miei antenati, il più antico dei quali, Clauso, di origine Sabina, fu contemporaneamente accolto nella cittadinanza romana e nel numero dei patrizi, mi esortano ad adottare i criteri da loro seguiti nel governo dello Stato, trasferendo qui quando si può avere di meglio, dovunque si trovi. Non ignoro infatti che i Giulii furono fatti venire da Alba, i Coruncani da Camerio, i Porci da Tuscolo, e per lasciare da parte gli esempi antichi, furono chiamati a far parte del senato uomini provenienti dall’Etruria, dalla Lucania e da tutta l’Italia e, da ultimo, i confini dell’Italia stessa furono estesi sino alle Alpi, perché non solo i singoli individui, ma interi territori di popoli si congiungessero in un solo corpo sotto il nostro nome. All’interno si consolidò la pace e all’esterno si affermò la nostra potenza, quando si accolsero nella cittadinanza i Transpadani e l’insediamento delle nostre legioni in tutte le parti del mondo ci offrì l’occasione per incorporare nelle loro file i più forti dei provinciali e dare così nuovo vigore all’impero esausto. Ci rammarichiamo forse che siano passati tra noi i Balbi dalla Spagna e uomini non meno insigni dalla Gallia Narbonese? I loro discendenti vivono tuttora e dimostrano di non amare certo meno di noi la nostra patria. Per quale altra ragione decaddero Sparta e Atene, pur così potenti sul piano militare, se non per aver bandito da sé i vinti quali stranieri? Ma l’accortezza del nostro fondatore Romolo fu tale che molti popoli ricevettero da lui la cittadinanza nello stesso giorno in cui ne erano stati vinti come nemici. Su di noi hanno regnato re stranieri e la concessione di magistrature a figli di liberti e non è una novità dei nostri giorni, come alcuni credono erroneamente, ma una pratica seguita dai nostri antichi (…), o senatori, tutto quello che oggi si crede antichissimo, un tempo fu nuovo: le magistrature prima riservate ai patrizi passarono ai plebei e dai plebei ai Latini e infine agli altri popoli d’Italia. Anche questo provvedimento diverrà un giorno antico e ciò che oggi noi sosteniamo con esempi precedenti sarà anch’esso annoverato tra i modelli.”

L’imperatore Claudio non è passato alla storia come uno dei capi romani più brillanti, tant’è che Augusto temeva per la debolezza e il futuro di Roma, come si evince dalle lettere che scambiava in famiglia. In ogni caso Roma era una realtà tale da far sì che comunque emergessero posizioni e considerazioni civilissime e aperte come quelle sopra riportate.

Possiamo pensare che oggi la nostra Bellapatria, così malgovernata, possa permettersi una nobiltà d’animo e una lungimiranza politica somigliante a quella dell’antico imperatore? Io penso che sia una domanda retorica, perché sì, se lo può permettere, nel nuovo contesto europeo, continente in via di spopolamento di autoctoni, intimidito e quasi pauroso del futuro, quasi vittima di un sortilegio malo.

E’ meglio proporsi al mercato come consulente o come advisor?

Dimanda altremodo rettorica, caro amico che leggi. Advisor, advisor, advisor tutta la vita, come si dice con insopportabile espression stereotipata. Perché è in inglese e “fa più figo“. Sai, ce ne sono tanti di consulenti e si portano dietro una storia di barzellette e loci communes, come quella dell’acqua calda, che scoprirebbero nella evidente meraviglia dei committenti. Chi poi li sgamasse, farebbe di ogni erba un fascio, considerando ogni consulente nello stesso novero di furbi profittatori.

Anch’io faccio parte del lungo elenco di consulenti, ma con le mie sei pergamene accademiche, i miei 112 esami universitari, le mie sei dissertazioni, i miei quasi 45 anni di lavoro, etc. Nulla di regalato.

Mi capita di essere pagato da committenti che mi conoscono solo in parte, nel senso che non hanno idea di ciò che sono (e di ciò che valgo). Basta che faccia quello che si aspettano, perché io non sono solo un teoretico, ma anche un pratico in ambito di organizzazione e di gestione del personale, in grado di preparare di mio pugno documenti, tabelle, analisi, discorsi, articoli, recensioni, lettere di ogni genere, contestazioni e sanzioni disciplinari, corsi di formazione e di eseguirli, di colloquiare candidati e di “manutenere” dipendenti in crisi rimotivandoli, di contrattare con sindacati ed enti pubblici e con qualsiasi altro interlocutore, etc. etc. Ecco finita l’analisi, puramente descrittiva, e ancora parziale.

Mi suggerisce questo ragionamento il mio caro amico dottore don Pablo de Cacitiis, senior onorevole e culto. Ne parlavamo qualche giorno fa in una ditta dove diversamente operiamo, e si discuteva di come ci si propone a livello consulenziale.

Sono a volte sconcertato dall’incomprensibile innamoramento e dall’improvviso disamoramento di-quelli-che-pagano, i committenti, verso i loro collaboratori. Stupefatto. Io non pretendo, né ho mai preteso di annoverarmi tra quelli che pagano, imprenditore committente, non ne sono (mai stato) capace. Ma sono un poco stanco di tante banalizzazioni e genericismi, che talora demotivano e distaccano, quando vedo considerare persone poco o punto meritevoli di apprezzamento e lodi. A volte costoro godono di tali benefici, perché disponibili e capaci di laudes e di piaggerie vergognose verso i loro committenti. Chi mi conosce sa che sono di un’altra pasta, fatto.

Per essere dei consulenti o advisor efficaci bisogna sapere e saper trasmettere ciò che manca alla struttura da cui si riceve l’incarico. In Italia sono molto poche le aziende che si possono permettere di “coprire” tutte le posizioni conoscitive e professionali con dei dipendenti, per cui devono necessariamente rivolgersi all’esterno, ma il sapere di chi viene chiamato deve essere chiaramente superiore a quello disponibile quotidianamente in azienda, per poter offrire un servizio efficace e una sorta di formazione del personale interno, e, se serve, anche con momenti di coaching.

Sconsiglio consulenze di tipo “psicoanalitico”, ché rischiano di durare una vita. Il consulente, invece, non deve durare una vita, ma curare e perfezionare dei progetti che debbono aver un tempo stabilito, a meno che non rispondano ad esigenze aziendali, per le quali non è previsto un budget completo da dipendente, sia  pure tecnico, quadro o dirigente.

Ho sperimentato e sperimento, sia il modello sostitutivo (il secondo), sia il modello cosiddetto “a chiamata”, e funzionano tutti e due, specie dove c’è chiarezza sull’incarico.

Ecco: un altro punto importante è proprio quello della chiarezza. Non è scontato che questa vi sia, poiché talora i committenti, che sono spesso industriali self made, non hanno neppure chiaro che cosa gli abbisogni e vanno a tentoni. L’advisor onesto, allora, li aiuta a comprendere il fabbisogno e propone soluzioni coerenti e proporzionate con l’analisi fatta. Se la collaborazione continua, nel mio caso ho in corso incarichi da venticinque, venti, tredici, undici, cinque anni etc., e anche da pochi mesi. Le mie consulenze tendono a durare, perché non pervasive e sempre orientate alla crescita del personale interno.

A volte si viene visti “male” dal personale interno che ritiene il consulente/ advisor (anzi no l’advisor, perché questo nome rinvia a banche e società finanziarie, che sono sempre temute), poiché il pensiero è così riassumibile: “Chissà che cosa ci può insegnare questo, che già non sappiamo?”, oppure “Adesso viene lui (o lei) e vedrai come le cose andranno meglio“, con tono inevitabilmente ironico. E’ dunque necessario entrare in contatto con i dipendenti e, senza pensare di farseli amici, fargli capire che si è lì non per portargli via il lavoro, ma per aiutarli con la conoscenza di altre esperienze, fatte altrove, magari tecnicamente/ scientificamente più evolute, perché il consulente deve aggiornarsi costantemente frequentando la letteratura delle sue competenze, e contribuendovi con ricerche e scritti.

Personalmente lo faccio da sempre, mescolando positivamente le consulenze aziendali e le attività accademiche, sviluppate in settori contigui, prevalentemente attorno alle discipline dell’uomo: sociologia, filosofia, psicologia individuale e sociale, antropologia culturale, pedagogia formativa, e perfino teologia, etc..

Suggerisco di evitare di far finta di essere degli “studiosi” con la pubblicazione di “libri-centone” scopiazzati qua e là. Ve ne sono di tutti i tipi, banalmente inutili, con tanto di foto dell’autore in quarta di copertina, e una sequela di aforismi di poeti e di pensatori “veri”, più o meno noti ed essenzialmente ripetitivi. Quando si compila un libro, basta il motto iniziale prima dell’introduzione, non occorre riempire di manchette citazionistiche a ogni due per tre l’intero volume.

Il consulente, dunque, è uno studioso-lavoratore o viceversa, che ama il suo lavoro come ricerca e la ricerca come lavoro, proponendone i risultati con umiltà, ma anche con competenze vere, derivanti da conoscenze solide e da esperienze varie e diversificate.

L’analfabetismo funzionale e i suoi rimedi

Da tempo utilizzo spesso, come caro lettore avrai senz’altro constatato, la campana di Gauss per sintetizzare la statistica percepita, e perciò non oggettiva, dell’alfabetizzazione primaria/ funzionale degli italiani, basandomi sulla crisi del pensiero critico, sulle scelte di voto e su altri parametri che citerò più avanti. Mi sono accorto che lo schema “10/ 80/ 10% è accettato anche da altri ricercatori di varie discipline scientifiche. L’ultimo dei quali è il prof Gilberto Corbellini, che leggo volentieri sul Sole24Ore della Domenica, inserto culturale, ma che ho anche criticato nel post precedente per via della sua proposta di utilizzo dell’ossitocina volatile per ridurre la xenofobia tribale ancora largamente diffusa tra le persone.

E dunque, 10 da collocare alla sx della curva centrale, rappresentante la condizione conoscitiva peggiore, 10 da collocare alla dx della curva centrale, rappresentante la condizione conoscitiva migliore, e 80% da attribuire alla curva centrale, rappresentante la stragrande maggioranza degli individui. Questo è il punto: oggi non basta una conoscenza media e tanto meno mediocre delle cose, poiché si colloca immediatamente nell’insufficienza conoscitiva, troppo varie, numerose e diverse sono le nozioni che ciascuno deve padroneggiare, per leggere e interpretare (comprendere/ capire) un normale testo sul web, che non sia costituito da affermazioni stupidamente apodittiche e perciò infondate, o di insulti sgangherati e beceri.

E non è neppure una questione di soli e meri titoli di studio, ché conosco diversi laureati non dotati di una cultura sufficiente, diplomati idem, etc.. Bisogna vedere caso per caso. Ho già scritto altrove – non poche volte – di aver conosciuto “terze medie” con una cultura di tutto rispetto (ad es. Pierre Carniti, prestigioso segretario generale della Cisl degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso) e, per contro, sé dicenti intellettuali da strapazzo.

L’esempio della politica è inquietante. Abbiamo trascorso un anno e mezzo di deliri, parolacce facenti parte di un lessico quasi specializzato nell’insulto, semplificazioni a-critiche, definizioni assurde o addirittura insensate, assenza quasi totale di logica argomentativa, da Salvini a Toninelli a Bonafede a Marcucci a Crimi a Boschi a Toti a Meloni, agli indecenti Delle Vedove di Fratelli d’Italia, “topone” Toti, Zoffili e Francassini (e chi sono?) della Lega ascoltati recentemente, e altri che non rammento ora. Non si offenda il mio gentil lettore se cito otto o nove di destra e solo due di sinistra, ché neppure la sinistra culta è esente da macroscopiche défaillance cognitive ed espressive.

Ho ascoltato il non brillantissimo discorso di Conte per il voto di fiducia alla Camera. I presenti si sono invece “sentiti” per scalpitante, irrefrenabile incapacità di ascolto e conseguente mero tifo contrario, peggio che in uno stadio di quart’ordine. Una vergogna. Partigiani non ragionanti, esplicitamente ignoranti.

Vi è una definizione Unesco del 1984 di analfabetismo funzionale che riporto: “(…) La condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità“.

Il termine fu introdotto “per sovvenuta esigenza di un concetto di alfabetizzazione superiore rispetto a quello di alfabetizzazione minima, introdotto dall’agenzia nel 1958 – nell’indagine veniva sollevata la questione delle campagne di alfabetizzazione di massa, suggerendo che esse avrebbero dovuto mirare a standard di alfabetizzazione più elevati del semplice saper leggere e scrivere, e concentrarsi sullo sviluppo della capacità di saper utilizzare tali competenze nelle relazioni fra sé e la propria comunità e le situazioni socioeconomiche della vita.”

La “rimozione” della memoria di chi ha appena governato e di nuovo governa con altri è una drammatica dimensione dell’incultura tout court del personale politico attuale.

Trovo scritto e riporto dal web un pezzo in tema abbastanza condivisibile: “L’acquisizione di abilità cognitive è divisibile in “competenze, applicazioni, apprendimento e capacità d’analisi”, in una complessità sfuggente per cui una definizione esaustiva non è raggiunta; si introduce inoltre il concetto di alfabetizzazione funzionale (o anche letteratismo, dall’inglese literacy) per rappresentare quel livello più elevato di alfabetizzazione più orientato alla pratica (nel lavoro etc.) e all’uso continuativo dell’abilità di lettura e scrittura. L’obiettivo principale di tali competenze non è il raggiungimento di un dato strumentale (il saper leggere e scrivere), ma l’utilizzo di tale capacità per partecipare attivamente ed efficacemente a tutte quelle attività che richiedono un certo livello di conoscenza della comunicazione verbale. I dettagli applicativi, le specifiche attività, essendo dinamici ed emergenti nello sviluppo di una società, non possono essere fissati precisamente. I criteri per valutare il fenomeno variano da nazione a nazione e da ricerca a ricerca.”

Bene, mi confermo nell’idea che l’analfabetismo funzionale sia molto diffuso, pericolosamente pervasivo, e che meriti la massima attenzione se non vogliamo scivolare su una china dalle drammatiche prospettive. I rimedi sono quelli che diverse persone pensose e pensanti propongono e che io, nel mio piccolo, cerco qui di promuovere: favorire lo studio, dare risorse alla scuola e all’università, aiutare le famiglie non agiate a far studiare i figli meritevoli e capaci, instillare nel bimbi e nei ragazzi la passione per l’impegno conoscitivo, la curiosità per il sapere, abituarli alla fatica e agli insuccessi. Questa è la “medicina” obbligatoria per uscire da questa impasse che è non solo della cultura, ma della stessa convivenza civile.

“Vieni avanti, cretino!” Da Totò a Sordi, da Ridolini a Tafazzi e Cetto Laqualunque e fino a Salvini, Di Maio, Toninelli o Di Battista, et multi alii, che possono dirsi onorati di stare in simil compagnia

Caro il mio lettor paziente,

puoi pensare che l’elenco dei nominati nel titolo sia quantomeno curioso e non si capisca bene quale criterio suggerisca di accostarli, in qualche modo. Provo a spiegarlo a me stesso. Tutti e otto hanno a che fare, se pure in modo diverso, con l’umorismo e la comicità. Addirittura si potrebbero aggiungere altri nominativi, come quello eccelso di Chaplin e di Buster Keaton, quello molto buono di Harold Loyd, di Erminio Macario, del Pappagone di Peppino De Filippo, del Fracchia villaggesco e di altri, perfino di Corrado Guzzanti, passando per il Walter Chiari de i Fratelli De Rege, e così via.

Vieni avanti, cretino“, ecco, questo invito potrebbe essere il motto chiave. Ognuno di quelli può aver fatto (ha fatto) il “cretino”, in modo più o meno efficace, per far ridere, o anche, nei casi migliori, per far pensare (Chaplin, Keaton, e anche il Villaggio di Fantozzi). Mi pare certo che, sempre qualcuno degli elencati, non solo ha fatto il “cretino” con i suoi comportamenti, ma ha mostrato una consistenza ontologica di “cretinità” personale. Poi cercherò di fondare su qualche riflessione questa mia asserzione.

Ti ricordo, caro lettore, il significato etimologico-filosofico di ontologia: si tratta, appunto, della “scienza dell’essere”, previa a ogni altra scienza e conoscenza, poiché senza una conoscenza, anzi una domanda sull’esseredelle-cose non è possibile alcuna conoscenza successiva, più tecno-scientifica, più di dettaglio, tipica di ogni statuto epistemologico disciplinare.

Torniamo a noi. Se nell’elenco nominativo di cui sopra si può osservare una consistenza ontologica della “cretinità”, ovvero della “stupidità”, termine quasi sinonimico, nell’uso comune, anche se il primo termine ha anche una valenza di carattere medico-biologico, come rinvio al difetto neuro-psichico del cretinismo, malattia studiata e considerata almeno da un paio di secoli. Questa accezione, però, qui non ci interessa, perché l’accezione contemporanea, più culturalmente a-specifica, dice di più di ciò che intendo trattare qui.

Se andassimo, infatti, ad analizzare i termini, i concetti, i ragionamenti, la logica argomentativa, la coerenza, la fondazione etica dei soggetti politici sopra citati, cui fanno buona compagnia molti loro colleghi di tutti i partiti, ci accorgeremmo che è difficile trovare, nella pur ricchissima lingua italiana, altri termini che dicano qualcosa delle caratteristiche di quelle persone.

Fermandoci, appunto, per il momento solo sui concetti linguistici e grammaticali, semantici e narratologici sopra detti, ci potremmo chiedere quale sia la qualità dei termini usati nell’eloquio corrente dei quattro “campioni” politici sopra citati, rispondendoci subito: inadeguati, ripetitivi, stereotipati, poveri, inopportuni… basta così? Circa i concetti: confusi, contradditori, imprecisi, stantii… basta così? Circa i ragionamenti: zoppicanti, privi di ogni consecutio logica, smemorati di altri ragionamenti precedenti sul tema stesso, magari appena pronunziati, completamente contradditori, incompleti, vacui… basta così? Circa la logica argomentativa: incongrua, incoerente, priva di basi di appoggio, apodittica (quasi sempre)… basta così?  Circa la coerenza: qui siamo alla commedia, anzi al trash, poiché quasi mai si può registrare coerenza nelle prese di posizione sui medesimo argomento in tempi diversi; dall’oggi al domani costoro ribaltano completamente l’idea precedente… basta così? Circa la fondazione etica: confusione perfino sulla nozione filosofico-giuridica di etica, incapacità di discernimento sui valori, confusione semantica e morale… basta così?

Non so se serve che continui la mia analisi. E’ forse troppo spietata? Pretendo troppo dai politici? Non lo so, mi pare di no, per una semplice ragione: che se gli umoristi e i comici possono permettersi illogicità, confusione, smemoratezza, contraddizioni logiche, umoralità, etc.., anzi, queste caratteristiche sono l’humus, la sostanza e la forma stessa (che è la stessa cosa) dell’efficacia del loro lavoro e della loro professionalità, i politici no, non possono permetterselo, anzi, al contrario, essi devono mostrare le virtù opposte (a questi vizi), direbbe Tommaso d’Aquino.

Proviamo ad applicare il precedente schema analitico ai politici di alcuni decenni fa, proviamo a rispondere mettendo nelle medesima griglia concettuale Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Alcide De Gasperi, Ugo La Malfa, Pietro Nenni fino a Bettino Craxi (e ne mancano molti altri, anche seconde linee che oggi sopravanzerebbero di gran lunga, per qualità, i protagonisti attuali).

Che dire, dunque? Meno male… ora un Di Battista oggi pare sia stato zittito dai suoi stessi compagni di movimento. Forse non tutto è perduto. Avevo fiducia che fosse così, ora sono più sereno. C’è molto lavoro da fare: io, nel mio piccolo, son qui a disposizione. Lo dico al Partito al quale sono iscritto, pieno dei difetti sopra elencati, ma almeno disposto – per storia e idee – rivolto al meglio.

Per concludere riporto qui sotto un brano di Marx e di Engels che tratta del “cretinismo parlamentare”, certamente con un’accezione diversa da quella che ho cercato di analizzare io, ma che comunque mette in guardia contro ogni “santificazione” dei sistemi politici, perfino del migliore, la democrazia parlamentare, attualmente in vigore in Italia, come previsto e regolamentato dalla Costituzione repubblicana… figurarsi una metodologia falsamente democratica come quella del modello 5S (il sistema cosiddetto “Rousseau” appartenente a una famiglia di imprenditori privati), dove votano, quando va bene, poche decine di migliaia di iscritti, versus 50 milioni di aventi diritto al voto democratico a suffragio universale in Italia (cf. post precedente). Non scherziamo!

Cretinismo parlamentare, infermità che riempie gli sfortunati che ne sono vittime della convinzione solenne che tutto il mondo, la sua storia e il suo avvenire, sono retti e determinati dalla maggioranza dei voti di quel particolare consèsso rappresentativo che ha l’onore di annoverarli tra i suoi membri, e che qualsiasi cosa accada fuori delle pareti di questo edificio, – guerre, rivoluzioni, costruzioni di ferrovie, colonizzazione di intieri nuovi continenti, scoperta dell’oro di California, canali dell’America centrale, eserciti russi, e tutto quanto ancora può in qualsiasi modo pretendere di esercitare un’influenza sui destini dell’umanità,- non conta nulla in confronto con gli eventi incommensurabili legati all’importante questione, qualunque essa sia, che in quel momento occupa l’attenzione dell’onorevole loro assemblea.”

Marx-Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania., 27 luglio 1852 ? o sett 1851 ? – Opere scelte, (Edizioni Mosca), vol. 2, p. 112

 

p.s.

l’amico Ezio mi suggerisce di aggiungere due nominativi all’elenco di politici del titolo. Accetto il suggerimento volentieri. Eccoli: Prodi, il sopravvalutato,  e Renzi, il furbastro semper in qualche modo arrogante, e anche Marcucci (il chi è?) e Calenda (il presumido, che si è dimesso dal PD, evviva evviva). Mi sembrava ingenerosi verso di loro… trascurarli. Eh eh

 

evviva

Felice Gimondi, il Tour più bello

Caro Felice,

ero ragazzino nel ’65 quando quel Tour, pronto per Vittorio Adorni o, finalmente, per Raymond Poulidor, veniva vinto da te, un ragazzo che non avrebbe neppure dovuto esserci. Adorni aveva appena vinto benissimo il Giro d’Italia, ed era il primo favorito, e Pou Pou voleva rompere l’incantesimo che fino ad allora l’aveva visto quasi sempre secondo, spesso dietro a Jacques Anquetil, purosangue normanno. E invece a Parigi in giallo arrivasti tu, il ragazzo di Sedrina, il figlio della postina del paese. Erano anni di grandi campioni, in attesa di Merckx. In Italia stava crescendo con grazia Gianni Motta, Aimar in Francia, Ocana in Spagna, Jan Janssen in Olanda, Rudy Altig in Germania, ma tu avresti fatto di più di costoro.

Devo dire che allora tu non mi scaldavi troppo, perché troppo dimesso nel linguaggio, nei modi. Io ero un ragazzo-criceto, allora come ora: il tuo parlare strascicato mi faceva pensare: “dai, dì, muoviti“, e tu ti muovevi, sì, ma in bici, benissimo.

Eri resistente, fortissimo su ogni terreno. A cronometro andavi liscio ed elegante, come Jacquot, l’Anquetil che era quasi imbattibile nella specialità; in salita andavi del tuo passo tremendo, senza scatti, come oggi riesce a fare forse solo Bernal: diversissimo da Pantani e Contador. Anche in volata te la cavavi, specialmente quando la corsa era stata dura e bisognava supplire con la capacità di sofferenza al calo delle forze. Ricordo il mondiale del ’73 a Barcellona, quando io ti davo per terzo o quarto, dietro Maertens, Merckx e anche Ocana. E invece vincesti con l’ultimo colpo di reni. Ti ricordo alla Roubaix del ’66, coperto di fango: te ne eri andato sul pavé dove tutto il corpo trema e le giunture scricchiolano mentre le ruote ballano tra le pietre. Lì bisogna spingere proprio quando penso venga la voglia di scendere di sella e sedersi su un paracarro. A me è capitato una volta sulla salita della vecchia strada per Barcis, prima dell’ultima galleria, di fermarmi per riposare, perché avevo il cuore in gola e dolori ovunque.

Ricordo il tuo modo di rispondere ai cronisti, che ti infilavano il microfono fino in bocca, come fosse un gelato e tu, con un piccolo moto di ritrosia, ti portavi alla giusta distanza dalla loro invadenza. Dezan più di tutti, curiosi, insistenti, insinuanti. “Eh, Felice – tutti del tu ti davano, perché eri un semplice ragazzo di provincia – forse dovevi attaccare su quel tornante o prima, per non essere raggiunto“. Bello fare i saputi con il culo (sempre dolorante al soprasella, io ne so qualcosa) e le gambe degli altri.

Poi ti ricordo quando hai accompagnato alla vittoria al Tour nel ’98 il tuo figlioccio Marco Pantani, ancora e per sempre presente nel mio, nei nostri cuori. Tutt’altra persona rispetto a te: inquieto, nervoso, sensibile in modo evidente. Quanto tu riuscivi anche nascondere le emozioni, tanto lui ce le mostrava, con il suo sorriso triste e un’ironia sommessa, ultimamente scivolata nel sarcasmo e in una infinita tristezza.

Un poco ti ricorda Vincenzo Nibali, anche lui sobrio, resistente, capace di sopportare il dolore e il fatto di non potere vincere sempre. Lui non ha avuto un Merckx contro, ma diversi, eppure è lì che resiste, ancora competitivo, un po’ come te, che vincesti a 34 anni il Giro d’Italia del ’76.

Semplice, del popolo bergamasco, filosofo naturale per come affrontavi le cose, le vicende della tua professione, le vittorie senza mai esaltarti e le sconfitte senza disperarti.

Mi è piaciuta la tua idea che Merckx nel ’76 abbia concluso il giro per onorare la tua vittoria. Ci sta, te lo sei meritato, tu, più sincero di altri anche qui citati, silenziosamente forte, fortemente silenzioso. Mandi Felìs, a riviodisi

Il nudo corpo del re

Inquadrare con pervicace perseveranza registica la cancelliera Merkel per mostrare crudamente il tremore delle braccia e del tronco, è perlomeno una scelta discutibile. Si dice da sempre che il politico, un tempo il re, possiede due corpi, quello suo privato e quello pubblico, e si capisce.

L’evento colloca la politica germanica in una dimensione nuova, più ampia, umana e sin-patica, se diamo questo termine tutta l’ampiezza semantica che merita come sintagma greco antico. La sin-patia è un sentire, ma anche un patire insieme.

Ebbene, Ernst Kantorowicz è noto per avere studiato come scienziato politico la questione della “dualità del corpo del Re”, così descritta: vi è a) un corpo naturale, soggetto alla morte e b) un corpo mistico, innaturale, che non può morire. Infatti, se il corpo del re muore, non finisce il suo potere in contemporanea, poiché viene dinasticamente trasmesso, o comunque passa a un’altra persona, se non è prevista la trasmissione dinastica. In molte culture e tradizioni il re successivo non è – necessariamente – il figlio o la figlia del re defunto, ma può essere anche un maggiorente eletto da altri maggiorenti. Su ciò basti solo citare la tradizione del Sacro Romano Impero, laddove l’imperatore, da un certo momento in avanti, dopo la dinastia carolingia, quella sassone degli Ottoni e quella sveva degli Hohenstaufen, era eletto dai cosiddetti Grandi elettori, vescovi o principi che fossero.

Kantorowicz studò a Berlino, Monaco e Heidelberg dove iniziò la sua carriera accademica. Fu colà che scrisse la biografia dell’imperatore Federico II di Svevia, suo modello di monarca. Ebreo in Germania, dopo il ’33 non fu perseguito dal regime hitleriano, ma emigrò comunque negli Stati Uniti, come molti altri intellettuali, e là insegnò a Berkeley. Al tempo della “caccia alle streghe” promossa dal senatore Mc Carthy negli anni ’50, non aderì alla campagna “anticomunista” e fu licenziato dalla Facoltà. Il suo connazionale e sodale Oppenheimer, proprio il fisico nucleare, anch’esso emigrato negli USA, lo aiutò a ottenere una cattedra a Princeton.

I suoi studi vanno accostati a quelli di Theodor Adorno, per gli approfondimenti sul tema dell’autorità e del suo esercizio. Risulta sempre interessante la sua ricerca sullo stato moderno, sul potere che cambia modi operativi e sulla coincidenza/ diversità del suo situarsi nella persona del governante.

Per questo, è interessante ricordarlo parlando dell’attuale situazione di Angela Merkel, e avremmo potuto farlo anche una quindicina d’anni fa, quando papa Wojtyla manifestò il suo declino fisico in tanta evidenza mediatica, per poi mancare qualche giorno prima della Pasqua 2005.

Uno dei temi posti dallo studioso circa l’identificazione o meno del potere con il “corpo” del governante è quello dell’iconocrazia, cioè del potere dell’immagine del sovrano, del principe, del presidente, del capo, insomma, particolarmente centrale nei nostri anni.

Iconocrazia, sempre dal greco antico, significa potere/ potestà-dell’immagine. Ecco, caro lettore, ci si potrebbe chiedere se l’immagine della Merkel tremante trasmetta una sensazione di potere più o meno di prima, e la risposta pare scontata: chi non è in grado di governare il proprio corpo pare neppure in grado di… governare un qualcosa di esterno, e tanto meno una grande nazione. Ma è proprio così? A me pare di no, perché, fino a che le sue facoltà intellettive e mentali saranno efficienti, non si vede la ragione per cui non dovrebbe poter governare. Ricordo in proposito il presidente degli Stati Uniti Roosevelt, che fu paraplegico negli ultimi anni del suo secondo mandato. E così anche l’austero ministro tedesco dell’economia, autorevole componente del governo Merkel, Schauble.

Il fatto è che le cose cambiano quando la società dell’immagine si sovrappone, ovvero domina tout court la società: allora, fra una Merkel tremante e un Salvini dirompente dai suoi autovideo twitter etc., spicca il secondo perché sprizza energia, seppur disordinata e aggressiva.

A volte, però, il “re”, di qualunque genere e specie sia, manifesta la sua debolezza, e non al modo della Merkel, ma perché i suoi modi, il suo tempo, i suoi errori lo scoprono e lo mostrano “nudo”, allora sì veramente indifeso. Per questo, ogni “re” dovrebbe coltivare la virtù (benedettina) di umiltà e non indulgere nel vizio peggiore, il più grave, quello che gli antichi sapienti, “pagani” e cristiani, chiamavano caput vitiorum, la superbia, cioè la convinzione che la propria posizione consenta ogni azione o detto, anche i più aspri e violenti, manifestando una primazia quasi antropologica su tutti gli altri. Non è così, lo sappiamo: il conto da pagare, prima o poi, arriva a tutti, nessuno escluso, e chi pensava di farla franca contro tutto e contro tutti, agendo di arroganza, prepotenza e protervia come un vento irresistibile, si ritrova a piedi, sconfitto, da altri uomini o da una improvvisa malattia.

E cade in ginocchio, a quel punto, probabilmente senza appoggi, senza amici, senza speranza. Dopo tanto comando, giunge anche improvvisa la verità della debolezza, della sconfitta. Il corpo del re, e non solo, si rivela in tutta la sua nudità, in tutto il suo limite umano.

Il detto antico “Chi si esalta sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato“, allora, assume tutta la sua pregnanza in un realismo morale irresistibile e, soprattutto, ineluttabile. Crolla la persona del re, tutta e del tutto, insieme, e tutt’intorno c’è chi lo guarda, che un tempo aveva timore di quell’essere indebolito, e ora piegato dalla sorte e del tempo, che è giudice inflessibile, ineludibile, giusto, in definitiva, come la morte, che il principe di Bisanzio Antonio de Curtis, più noto come Totò, chiamava “a livella“, la livella che dice «’A morte ‘o ssaje ched”è? …è una livella». Il tempo e la morte, avvinti in una fratellanza insuperabile.

Ricordiamo anche la nozione teologica del “corpo mistico” di Cristo, che è la Chiesa. In questa accezione il “corpo” è (all’apparenza paradossalmente) qualcosa di spirituale, di metafisico ed ha un significato profondissimo e di non facile comprensione, come tutto ciò che appartiene alle discipline teologico-metafisiche. Che cosa può voler significare che la Chiesa è il corpo mistico di Cristo? Si potrebbe dire questo: siccome Cristo è il legame, il tramite tra Dio e il “suo” “popolo”, e la sua Natura si esplicita nella dimensione teandrica delle due Persone umano-divine, la chiesa, che è il-popolo-di-Dio (cf. Lumen gentium 1), può essere chiamata “corpo mistico”, poiché essa  è “la chiamata di tutti gli uomini e donne” (dal verbo greco ek-kalèo, cioè chiamo, da cui ekklesìa, vale a dire adunanza) alla via della salvezza rappresentata da Cristo, via, verità e vita (cf. Giovanni 14, 6). Ricordiamo il testo evangelico: “Io sono la via e la verità e la vita”, risponde Gesù. Solo chi ripone fede in lui, accetta i suoi insegnamenti e imita il suo esempio può entrare nella dimora celeste di suo Padre. Infatti Gesù aggiunge: “Nessuno arriva al Padre se non tramite me”.

E dunque il “corpo del re” è qualcosa di grande profondità e fascino che, quando rimane nel limite umano, conosce ascesa, vita e declino, ma quando si pone sul piano della trascendenza, ecco che esso appartiene all’Eterno Incondizionato. Questo dovrebbe far diventare pensosi i superbi.

L’afona afasia della sinistra italiana attuale

Posto che parlare di sinistra, di centro e di destra politica abbia ancora un senso, e per me lo ha, anche se con alcuni aggiustamenti concettuali e semantici, mi pare che la sinistra italiana sia connotata attualmente da una afona-afasia, se ciò non fosse una sorta di ossimoro. Ma forse non lo è.

E dunque provo a superarlo, considerando la a-fasia, cioè un non-essere-in-grado-di-parlare, solo parziale, per cui si può percepire – se pur con difficoltà – la sua a-fonia. In altre parole, la sinistra parla poco e male, o meglio esprimendo concetti vaghi e confusi, con voce poco squillante e talvolta inascoltabile. Altrimenti non si capirebbe in qualche misura la vertiginosa crescita della Lega salviniana, primo dato.

Si pensi che Salvini, sui migranti non la racconta giusta, anche se sa di farlo: lui parla solo delle Ong, che certamente sono dispettose, ancorché politicamente correttissime, ma trasportano solo (e forse meno) il 10% dei migranti in cerca di terre migliori. Il 90% sfugge a Salvini, anzi se lo fa sfuggire, perché ciò non “butta” in termini elettoralistici: sono quelli che arrivano sulle coste dal Salento alla Sardegna, passando per la Calabria ionica e l’immensa costa sicula, sui barchini, oppure via terra per il Friuli Venezia Giulia dal confine sloveno, e lì veramente potrebbero nascondersi figuri sospetti. Pare che adesso si stia attrezzando per fermare le partenze con l’aiuto della marina e dell’aviazione. Intanto, dopo tanti proclami non si fa nulla per agire a monte, in Africa, dove sporchi dittatorelli, magari formati in linde università anglosassoni sfruttano vergognosamente territori e persone. Anzi, alla ex colonialista Francia, e novella tale, certe situazioni possono fare comodo, per ragioni energetiche et similia: basti ricordare la vicenda di Ustica (era un Mirage francese l’aero che abbatté il volo Itavia, mentre inseguiva un Mig 21 o 25 di Gheddafi? Un giorno o l’altro lo si saprà?), le critiche francesi quando Gheddafi entrò nel capitale sociale di Fiat, l’intervento economico dello stesso colonnello per sostenere la campagna eletterale di Sarkozy, che poi lo ringraziò con il suo omicidio nel 2011, trascinando lo sprovveduto Obama (uno dei peggiori presidenti USA per la politica estera), e ora sta ambiguamente vicino al generale Haftar, cercando sempre di danneggiare gli interessi di Eni, e quindi dell’Italia. Per non parlare della nuova grande potenza coloniale in Africa, la Cina.

Dicevo: sinistra che non riesce ad esprimere quasi nulla, impantanata tra clichés arcaici e l’imitazione dei più forti slogan della destra: non nomina quasi più i temi del lavoro e parla di “Italiani”, quasi a imitar il Salvini dello slogan “prima gli Italiani”, dimenticando quasi il consueto lemma “paese”, “del paese”, “questo paese”, per dire “Italia”. La sinistra ha dimenticato i temi sociali “radicalizzando” quasi esclusivamente i temi civili: faccio un esempio: si spende senza riserve per le Unioni civili, sacrosante, ma non si batte per una politica economica e dell’occupazione, vera. Quando ascolto un Cuperlo o un Orlando qualsiasi, che sono i più “de sinistra”, li sento proprio lontanissimi, da me e dai lavoratori. I loro discorsi restano degli auspici, delle critiche generiche senza un costrutto ideale e programmatico. Anche lo stesso D’Alema, che qualche tempo fa proponeva come docente ai pidini il coltissimo Landini, è cotto, scoppiato, rimbambino. Ho scritto “rimbambino”, sì. Bersani idem, ché “gli scappa il cazzotto”: caro Pierluigi son discorsi da “Duo di Piadena”, non da politico consumato, orsù! Sono nauseato. Sono un socialista nauseato. Quando ascolto Renzi, con la sua prosopopaica supponenza, mai domo nella sua incapacità dimostrata di ammettere gli errori fatti, gravissimi, di pentirsi, di chiedere scusa e cambiare rotta, o Zingaretti fiero del suo nulla cosmico, oppure il presuntuosetto Calenda, annoverato a sinistra non si sa come e per quale ragione, e poi i più “sinistri” à là Boldrina, Fratoianni, Lerner, e via elencando pieno di noia, mi sobbolle l’intestino e mi si inceppa lo stomaco. Non parliamo degli antagonisti come il redivivo Casarini, la Rackete tedesca, oddio, che pena! E infine, per ora, una Alessandra Sciurba di Mediterranea che ulula convinta e saccente, come fosse una socio-politologa: “si preoccupano di noi mentre l’Italia va a rotoli!”, ma vuoi due sberle giovanetta? Andrai tu a rotoli, non l’Italia.

Dove sono i compagni Di Vittorio e Lama, Togliatti, Nenni e Berlinguer, Turati e Matteotti, Morandi e Terracini, Ingrao e perfin Macaluso, e non dico Gramsci per evitare di annichilire del tutto gli odierni, Lombardi e Parri, e anche Saragat? Giuro che preferisco, a quelli di sopra, il compagno Marco Rizzo, comunista dichiarato, più puro e trasparente di loro. Con lui sì mangerei una pizza e farei una serata.

Un’altra stupidaggine della sinistra italiana del terzo millennio è stata la ricerca e l’ammirazione per modelli esteri: prima è venuto il vergognoso falsificatore Tony Blair (ti ricordi, mio caro lettore, della guerra irakena seconda?), poi Luis Rodríguez Zapatero, socialista per nulla indimenticabile, e infine l’idolo dei fratoianni e dei civati vari ed eventuali, il fallimento sorridente Alexis Tzsipras. Modelli, perlamordidio.

Mi viene in mente un’ennesima incongruità della sinistra, o forse non una incongruità, ma certamente un sintomo di grande timidezza concettuale e comunicativa e, in definitiva, politica: la sinistra da decenni non usa quasi mai il termine “patria” e raramente “nazione”, lasciando l’egemonia di queste due bellissime parole alla destra, temendo di essere associata al fascismo storico, al nazionalismo e ad altri ismi negativi. Sbagliato, clamorosamente, sbagliato, specie se si ha un po’ di senso storico e della semantica linguistica. Continui pure a dire sempre “paese” per dire Italia e vedrà che successo!

Ma ora desidero proporre una riflessione sotto vari aspetti: il profilo filosofico, quello socio-politico e quello partitico.

Filosoficamente la sinistra – classicamente – è per coniugare con equilibrio la giustizia derivante da pari dignità tra tutti gli umani, con la libertà, che sta anche a cuore alla destra liberale; da un punto di vista socio-politico la sinistra, secondo la tradizione, propone leggi e normative che creino equità sociale, sia sotto il profilo dei servizi (sanitario, scolastico, dei trasporti etc.), sia sotto il profilo socio-assistenziale e pensionistico, sia infine per quanto concerne il regime fiscale, che vuole crescente e proporzionato al reddito, salvaguardando le categorie più disagiate, che una volta si chiamavano poveri, e oggi si chiamano categorie deboli, ma sono ancora poveri; circa il profilo partitico la sinistra si è sempre mossa promuovendo una formazione “dal basso”, dai paesi, dai consigli comunali delle piccole comunità e dai quartieri delle città, dalle sezioni, che erano un luogo di incontro e di confronto, come peraltro è stato nella tradizione cattolica popolare (DC). Oggi li chiamano “circoli” e mi ricordano i salotti chic,  e a volte persino snob, della sinistra verde-giallo-viola dei diritti civili: il PD è diventato un grande partito radicale, senza gli empiti morali e culturali di un Pannella. Se li interrogo sul fondamentale “diritto alla conoscenza”, su Ustica e sui vaccini, trovo volti stupiti, e a volte… stupidi.

La destra, invece, sotto i tre profili e andando nello stesso ordine ha sempre: a) teso a sottolineare le differenze naturali tra gli uomini, non distinguendo onestamente fra differenze che appartengono alla personalità individuale (genetica, ambiente e formazione), per cui uno è o meno adatto a un certo ruolo, e le differenze che appartengono alla struttura di persona (fisicità, psichismo, spiritualità), per cui tutti gli esseri umani sono antropologicamente uguali, e quindi hanno lo stesso identico valore; alla destra solitamente questo non interessa; b) la destra tiene per gli uomini forti, non cura la formazione e la democrazia di base, preferendo la scorciatoia dell’autoritarismo, che tranquillizza e semplifica; c) non si organizza partiticamente prevedendo una partecipazione costruita dalla base, privilegiando slogan elementari che non esigono sforzi intellettuali particolari per aderirvi.

Una descrizione parziale e insufficiente, la mia, solo per dare un’idea di com’erano le cose fino a un un paio di decenni fa. Ma ora tutto è cambiato. La Democrazia cristiana che, come forma mentis, assomigliava di più alle sinistre, non c’è più da un quarto di secolo, non c’è quasi più una forza conservatrice liberale, perché la destra si è radicalizzata nel populismo sovranista del capo della Lega, e poi c’è lo strano e caotico M5 Stelle, governato da un flemmatico imprenditore dalla calvizie incipiente e da un giovane capo che sembra un commesso dell’ente regione da cui proviene.

Il paradigma autoritario, così ben studiato da Theodor Adorno negli anni ’60, è il paradigma che affascina molti, perché semplifica, risolve i problemi intellettuali e morali, pensa per tutti. Così è.

E la sinistra non si distingue: negli ultimi vent’anni ha messo in mostra un personale politico che più mediocre di così non si può. Non faccio neanche più dei nomi, oltre a quelli che ho fatto sopra, perché mi annoia.

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