Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Una tragedia furlana

Una tragedia furlana come altre, perché l’uomo è fatto ovunque allo stesso modo, quasi simile agli angeli, come canta il melodioso Salmo 8, ma inteso sia nel senso di quegli esseri che servono Dio, sia nel senso di coloro che a Dio si sono ribellati in tempi prima dei tempi. Il testo del Salmo 8:

O Signore, nostro Dio,/ quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:/ sopra i cieli si innalza la tua magnificenza./  Con la bocca dei bimbi e dei lattanti/ affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,/ per ridurre al silenzio nemici e ribelli./ Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,/ la luna e le stelle che tu hai fissate,/ che cosa è l’uomo perché te ne ricordi/ e il figlio dell’uomo perché te ne curi?/ Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,/ di gloria e di onore lo hai coronato:/ gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,/ tutto hai posto sotto i suoi piedi;/ tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna;/ Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,/ che percorrono le vie del mare./ O Signore, nostro Dio,/ quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.”

Ecco come canta lo scrittore biblico, anzi il poeta salmista.

79 anni lui, architetto, benestante di soldi ma non di salute, pare. Ecco, cosa conta di più, se case da 250.000 il cui importo di vendita dividersi,  e altro, o un po’ di salute in più, soprattutto mentale e morale. 64 lei, belladonna, sommelier, ex moglie, uccisa a revolverate nell’ufficio del notaro famoso in centro della città borghese, e poi pistola in bocca e boom. Omicidio-suicidio, la coppia d’atti maledetta, che pare vada oltremodo di moda di questi tempi, ovviamente non solo di questi tempi, ma se lo sai mezz’ora dopo l’accaduto dal web, è come un moltiplicatore di eventi. Lo vedi  e lo senti cinque volte in una giornata, e ti sembrano cinque eventi, cinque tragedie, dieci morti, invece di “solo” due.

Alle solite, e comunque un caso irriducibilmente unico. Siamo qui a chiederci con moralisti, psicologi, psichiatri e sacerdoti che cosa succeda nella psiche, questa volta di un uomo anziano, di 79 anni si può dire così? che gli scatena tanta violenza contro un’altra persona e se stesso. Quanta parte abbia la premeditazione e quindi il dolo ragionato, e quante, se ve n’è, di perdita del senso e del valore delle cose e della vita delle persone. Le varie antropologie, più o meno biologizzanti o spiritualizzanti, si interrogano senza darsi soddisfazione. Noi qui non sappiamo se la cosiddetta elaborazione del lutto della separazione sia stato parte del movente, o lo sia stato di più un aspetto economico, legato agli accordi della separazione, et similia.

Fatto sta che tre ogive del revolver hanno spento due vite per volere di una volontà e di un intelletto. Partirei da qui. Caro defunto architetto: prima di tutto nessuno possiede la vita di nessuno, forse neanche la propria, anche se su ciò oggi il dibattito è molto acceso. Ebbene, possiamo concedere, laicamente, che della propria si possa disporre, ma basta così. La vita degli altri è in-vio-la-bi-le. Chi sei tu, chi sono io per disporre della vita altrui, così, a freddo, calcolando tutto? Un fatto è che io uccida una persona per difendere la mia vita o quella dei miei cari, ma lì non vi è dolo, reato o peccato, a meno che non si alzi in piedi truce moralista o un falso-buonista che abbia da protestare di eccesso colposo di legittima difesa. ve ne sono tanti, in giro, e li vorrei vedere davanti a una pistola altrui che sta per sparargli in faccia.

L’uomo che decide di uccidere e si organizza per farlo, in pubblico, in un ufficio dove son presenti altre persone, e lì vuole esibire il suo potere di vita o di morte, quasi come in un rito sacrificale, in una cerimonia stabilita nella sua testa una volta per sempre, inevitabile, incontrovertibile, a meno che qualcuno non lo scopra armato prima, ma non è così, lui è accorto, è capace di dissimulare, sorride perfino, si adegua al modo urbano dell’ufficio notarile, si siede e saluta cordialmente gli astanti, anche la sua ex moglie che vuole uccidere. E poi si alza, estrae l’arma e spara una due volte, ché la prima non era bastata, e poi recita la parte del glorioso suicida. Si mette di fronte e si spara in bocca, morendo nel suo sangue sporco di vergogna altrui, non la sua, perché non fa a tempo a vergognarsi.

Troppo pasciuto di benessere e di sfizi, quell’uomo? Chi lo sa? Chi lo conosceva un po’ forse è in grado di fare supposizioni. L’odio per una donna ancora piacente che gli sarebbe sopravvissuta per almeno vent’anni, vista la differenza di età e la media della vita femminile in Italia. Imperdonabile sopravvivergli tanto. Invidia della vita altrui? Incomprensibile per me, E per te, caro lettore?

Le persone umane sono, come abbiamo scritto qui più volte, sia uguali in dignità, sia irriducibilmente unici. Nel caso dell’architetto la differenza è stata in negativo di umanità. L’uomo, come insegnava sant’Agostino, è una commistione di bene di male, di bontà e malvagità, il bene il male è nell’uomo e dell’uomo. Una inestricabile situazione dell’esistere in questo essere-umani, cioè primati consapevoli e provvisti di linguaggio variegato, a volte melodioso e a volte sconvolgente, pesante, duro, incomprensibile.

Qualcuno sostiene, ad esempio il direttore di Radio Maria, che il diavolo è scatenato, come racconta l’Apocalisse, e quindi ispira delitti e male. Il male è nell’uomo e il bene lo deve vincere. Il male è assenza di bene, defectio boni, è mancanza, penìa secondo Platone, carenza da riempire con l’eros potente ed eterno del desiderio vitale, come ho cercato di proporre nel mio libro più profondo e impegnativo che, caro lettore, trovi qui a lato.

L’eros, o amore è il motore dell’agire umano nel mondo e forse è anche il nome di tutta la forza vitale del cosmo, nientemeno. Sorprendente, ma fino a un certo punto, poiché qualcosa tiene insieme la realtà oltre alle quattro grandi forze cosmologiche che nessuno è finora riuscito a concepire come unificate. Che sia proprio l’eros divino a costituire l’elemento che le rende Una, cioè l’Uno, che il filosofo Plotino riteneva fosse uno dei nomi di Dio, anzi il Nome?

…e ora vediamo se Salvini sarà capace di fare meglio di Minniti (a cui, afferma, chiederà come si fa a fermare i migranti, ma come, allora anche il governo cessante era abbastanza bravo!) se Di Maio meglio di Calenda, ché meglio di Poletti non avrà problemi a fare, anche se, afferma, che il suo obiettivo personale è “migliorare la qualità della vita degli Italiani” (ingenuità o dabbenaggine?): in nome della cara Patria Italia, auguri!

Caro lettore,

finalmente, dopo quasi novanta giorni di polemiche talora stupide se non penose, abbiamo il Governo della Repubblica Italiana. Non conosco la maggior parte dei ministri, ma auguro buon lavoro a tutti, anche a Toninelli, che ha detto spesso cazzate sesquipedali, e ai due vice premier che sono la rappresentazione -differenziata- del non-sense politico serio, e non aggiungo altro, perché non smentisco un et di quello che ho scritto di loro nei tre mesi scorsi.

Vediamo se ora il pensiero dei due e dei loro militanti politici e seguaci si sposta sulle tematiche vere del popolo italiano, sull’economia, sulla società, sulla giustizia, sul diritto alla conoscenza, sul futuro concreto della nostra bella Nazione, dal pensiero volto prevalentemente a un eventuale voto e all’incremento di suffragi da realizzare. Bravo presidente Mattarella che anch’io, qui nel mio piccolo, ho sostenuto. Ho visto anche che dopo la mia lettera inviatagli, ha iniziato a utilizzar meno il termine “paese” per dire Italia, ma di più riferimenti all’Italia, agli Italiani, alla Repubblica, se non alla Patria o alla Nazione, etc. Ah (sorrido), Di Battista può tranquillamente rimanere in America, non credo manchi alla Patria, a me no certamente.

Ora invierò la lettera anche al prof Conte per vedere se condivide la mia proposta. Caro lettore, trovi la lettera in questione se vai indietro di un mese e mezzo circa.

I temi sul tavolo del nuovo governo sono molti e difficili, per cui preoccupa l’approssimazione e la banalità dei contenuti del famoso “contratto” tra i due partiti che ora hanno la responsabilità di guidare l’Italia. Una considerazione: come si fa a prevedere un surplus di spesa per circa 108 miliardi per il primo anno, con una copertura specifica di meno di un duecentesimo scarso della cifra (cioè con 500 milioni di euro)? Dove si andrà a prelevare il restante denaro? dalle solite tasche degli Italiani, da nuove tasse o accise, dall’evasione fiscale di cui si strombazza a ogni appuntamento elettorale, dalla riduzione dei costi della politica? Mi pare ci sia, come si dice, molta fuffa in tutto ciò, ovvero approssimazione e dilettantismo.

Accadrà certamente che quasi tutti i sogni di gloria dell’alleanza M5S e Lega saranno accantonati silenziosamente, a partire dalla improponibile Flat Tax e dal Reddito di cittadinanza, due esempi di misure ontologicamente e reciprocamente contraddittorie, perché l’una richiede maggiori uscite e l’altra prevede minori entrate: come a dire di poter fare di più con meno, che neanche un bambino…

Anche per questo Salvini voleva lucrare al più presto la sua furbissima credibilità con nuove elezioni da tenersi al più presto e Di Maio, consapevole -finalmente- di essere stato messo nel sacco dall’Asterix padano, no. Si pensi: il pensiero sommo di tutti e due, anche se a geometria variabile, altro non è stato che il potere per il potere, come nelle precedenti “repubbliche”, che poi non è mai del tutto vero, ma un po’ vero lo è, sempre. Il potere non negativo in sé, ma lo può diventare per come lo si esercita e per i fini per i quali lo si esercita. La differenza la fa la qualità delle azioni umane, lo spirito, il cuore di chi agisce. La moralità delle azioni è data dall’interiorità, dalle intenzioni, come insegnava il Maestro nazareno (cf. cap. 5 Vangelo secondo Matteo).

I danni che hanno fatto i due dilettanti solo nell’ultima settimana solo il Padreterno quantificarli, o il suo CFO, che probabilmente sarà Paolo di Tarso o San Benedetto, forse meglio.

Questi due hanno scambiato il governo per un gioco di monopoli, il bimbo napoletano di più, ma anche il ragazzo un po’ in carne della Lombardia. E” drammatico che la democrazia rappresentativa, quando opera con leggi elettorali così idiote, pensate e scritte da minus habens come i suoi autori omonimi. Bisognerà provvedere affinché non accadano più cose del genere.

Altra cosa: anche la stampa deve smettere di raccontare cazzate, di riferire amenità e falsità, di commentare con un rancore, così come i potentati politici alla Juncker, prima di parlare dovrebbero controllare il tasso alcolico: nel suo caso si vede dalla pelle vizza di un uomo non vecchio del ’53 che è un forte bevitore, che però non “tiene” come Churchill, e così va nel pallone del suo minuscolo Lussemburgo. Così dal pomposo e panzone e vino tinto capelli di Barroso si è passati a questo giocatore di briscola prestato alla politica che parla come se battesse il fante all’osteria.

Passando in rassegna i nuovi ministri, forse qualcosa di buono c’é, ora lavorino sodo confrontandosi senza ideologismi e rabbia in Parlamento anche con chi non li voterà. Alla guida dei due rami ci sono due persone che personalmente gradisco di gran lunga rispetto ai predecessori. Un Fico al posto di Boldrini mi sta non bene, benissimo, così come la signora Casellati al posto di un Grasso… ma chi ha pensato che poteva essere un leader politico quest’uomo spento? Bersani? ma sei fuori? D’Alema? Non posso crederci. Forse quei quattro gatti di ex vendoliani o possibilisti civatisti. Lo ripeto, a questo sinistrume ridicolo capitanato dalla fervida Boldrina preferisco il vecchio compagno Marco Rizzo, comunista all’antica.

Buona fortuna prof Conte. Faccio il tifo per lei.

Auguri, professore Giuseppe Conte (anche se ha rinunziato) e quanto sotto vale per il dottore Cottarelli, ora

Caro Presidente,

certo che Lei conosca bene gli articoli 92 e 95 della Costituzione della Repubblica Italiana, in ogni caso li richiamo integralmente qui, casomai necessitino di leggerlo i suoi due esimi principali mentori e i loro sodali, che talora con guittesca iniziativa (Di Battista) esagerano nelle esternazioni, quasi a voler insegnare il mestiere a uno che è di quel mestiere, per studi e pratica fatti in lunghi decenni di carriera politica e professionale (il Presidente Mattarella), da ben prima che il guitto citato nascesse, come maleducato da osteria.

Certamente poi Lei conosce bene le prerogative e i poteri del Presidente della Repubblica circa il suo ruolo nelle nomine dei ministri, checché ne dicano i sapientini sopra adombrati.

Eccoli, i due articoli.

92

Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.

95

Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri.

I Ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei Ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri [cfr. art. 89].

La legge provvede all’ordinamento della Presidenza del Consiglio e determina il numero, le attribuzioni e l’organizzazione dei Ministeri [cfr. art. 97 c. 1].

Ciò detto, desidero esternarle i miei auguri di cittadino italiano, non nostalgico, né della ghigliottina (Marat, Danton, Saint-Just, Robespierre), né tifoso di un giustizialismo cieco, sordo e crudele, incapace di qualsiasi confronto e dialogo con posizioni diverse dalla sua, talmente presuntuoso da ritenersi – implicitamente- quasi uno spirito santo incarnato (alla Travaglio, per dire).

Ora c’è da lavorare, e anche se io non ho votato nessuno dei due partiti che la hanno proposta, mi auguro che il Suo tentativo riesca, trovando un equilibrio assennato nel decidere sui vari temi e problemi gravosi che La attendono. Non mi interessa neppure disquisire sul famoso e un po’ fumoso “Contratto di governo” come è stato chiamato dai due novelli sposi della politica italiana, poiché mi interessano le questioni vere, vitali della vita individuale e sociale della nostra Nazione.

Non so come, posto che ho fiducia che Lei riuscirà a proporre una compagine governativa che sarà votata dal Parlamento, si muoveranno le due forze politiche proponenti, né se il cosiddetto Comitato di conciliazione si metterà a “conciliare” qualcosa. Mi permetto solo di dirle alcune cose, frutto d’una conoscenza ed esperienza non banali di “cose socio-politiche”:

a) circa la legge Fornero operi delle modifiche prudenti senza stravolgerla, in modo tale da non impegnare pro futuro eccessivamente le finanze pubbliche;

b) non tocchi il Jobs act, ché va bene così: infatti, solo sindacalisti e politici ignoranti o in malafede possono affermare che in questi quasi tre anni di vigenza abbia creato sfacelo, perché è vero il contrario, in quanto non c’è stata alcuna valanga d licenziamenti entro i primi trentasei mesi di contratto. I lavoratori bene intenzionati il lavoro se lo tengono e le aziende si tengono i lavoratori bene intenzionati;

c) circa il “reddito di cittadinanza” faccia in modo che non sia una sinecura per i pelandroni, collegandolo rigorosamente alla formazione di riqualificazione e alle opportunità di lavoro;

d) riveda le improvvide intrusioni del ministro Fedeli sulla scuola superiore, impedendone lo smantellamento iniziato dalla signora in rosso, e sto, ad esempio, pensando alla riduzione del quinquennio a un quadriennio;

e) irrobustisca l’aiuto alle famiglie giovani per favorire le nascite e l’accudimento dei figli;

f) mantenga nella sanità almeno gli standard odierni;

g) circa le percentuali della flat tax ne misuri bene gli aspetti finanziari attuariali e, se non sufficientemente sicuro dell’efficacia dello strumento, punti su un’equità fiscale più sobria e controllabile;

h) tenga duro nei confronti dei nazionalizzatori statalisti che albergano dalle sue parti;

i) riveda alcune grandi opere, come la TAV, su cui credo abbiano più ragione chi la avversa;

l) faccia sentire forte la voce dell’Italia nelle crisi internazionali, lavorando per mantenere aperti i canali di dialogo nelle zone di crisi e con nazioni e crisi strategiche come l’Iran e la Russia, operando per togliere sanzioni e altri balzelli;

m) preveda degli investimenti strategici per la riqualificazione e il risanamento idro-geologico del territorio;

n) continui l’opera intelligente del ministro Minniti sull’immigrazione e sull’intelligence… e potrei continuare, ma qui mi fermo.

In altre parole, dia significato alla parola “cambiamento” di cui si sono riempiti la bocca nelle scorse settimane i due soliti noti, dandogli un significato di sano realismo riformista, quello che era riuscito, ma solo un poco, a Craxi una trentina di anni fa.

Senza retorica, ma con il passo dell’alpino abruzzese, piemontese o friulano disboschi con decisione le zone di parassitismo presenti nelle grandi burocrazie centrali e negli enti locali, di cui si deve completare la semplificazione.

Se Lei si muovesse in questa direzione e io fossi deputato o senatore la voterei, anche in difformità alle direttive del partito al quale sono iscritto, ancora impantanato in lotte neppure fratricide, ma solo meschine, partito in mano, nonostante quel bravo ragazzo di Martina, a mediocri intrallazzatori presuntuosi come lo sbruffoncello toscano e i suoi accoliti, anche della mia regione.

Io sto lì perché la mia storia è da quelle parti, la storia di un socialismo democratico di matrice cristiana, che non ha altri contenitori plausibili, almeno mi pare. La osservo con attenzione e rispetto. Auguri.

Una normale famiglia italiana, ovvero “lo strano ordine delle cose” (Antonio Damasio)

In questo modo “una normale famiglia italiana“, come in parte nel titolo, la ha definita il questore di Chieti, commentando il tremendo episodio avvenuto dal viadotto autostradale di Francavilla a Mare, nei pressi di Lanciano, in Abruzzo, terre che conosco da decenni per via dell’olio di Giuseppe Bianco, vigoroso contadino sannita, mancato qualche anno fa. Terre severe come il Friuli. Mio padre diceva sempre che lavorava volentieri con gli abruzzesi perché gli somigliavano per forza e dedizione al lavoro, per costanza e lealtà alla parola data.

In mattinata la moglie, insegnante di lettere era caduta dal terrazzo (per mano del marito?), morendo in breve, e poco dopo l’uomo, marito e padre, dirigente laureato in economia, prendeva la figlia decenne, la portava con sé in autostrada fino al viadotto, e la buttava giù, oltre trenta metri di volo, morta, povera bambina. Ho un’ira tremenda verso quel disgraziato. E poi, dopo sette ore di tira e molla con le forze di polizia, si buttava giù anche lui, morendo sul colpo.

L’omeostasi di cui teorizza Antonio Damasio nel suo recentissimo Lo strano ordine delle cose, edito da Adelphi, si era realizzata con un (forse) duplice omicidio e un suicidio? I sentimenti metterebbero in moto tutto. Ma mi pare non sia una grande scoperta, poiché l’eros platonico dice altrettanto ancora meglio di Damasio. Non poche volte ne ho scritto qui. Aristotele e Tommaso d’Aquino parlano preferibilmente di passioni, mentre la psicologia contemporanea di emozioni, per finire con il sintagma apparentemente ossimorico di intelligenza emotiva.

La tragedia di Francavilla a Mare interpella in profondità la nostra natura, con accenti sconvolgenti. Che cosa passava per la testa a quell’uomo quando ha deciso di fare quello che ha fatto? C’è una consequenzialità logica e -se c’è- che tipo di consequenzialità logica guida azioni del genere?

Una normale famiglia italiana” a dire del questore di Chieti. Ma allora, che cos’è la normalità, caro lettore? Questo tanto abusato concetto ha forse una range, cioè un campo semantico talmente ampio da ricomprendere il gesto del dottore in economia (Ca’ Foscari) Fausto Filippone, oppure si deve parlare di situazione psichica border line non nota ai servizi sanitari, e neppure… a lui stesso? Che cos’è il “normale” come concetto teorico clinico-psicologico?

Leggendo il Manuale Diagnostico IV e V, “bibbia” internazionale delle nevrosi e delle psicosi, noto agli addetti ai lavori, psichiatri, psicoterapeuti e psicologi, ma non ignoto a me, bisogna lavorare quasi per toglimento, per sottrazione, quasi come faceva Michelangelo con il blocco di marmo per “estrarvi” la statua (sue parole parafrasate da me), per cui “normale” è… quel comportamento che non è … così e colà, colà via etc., delineandone con enorme difficoltà un profilo, o tentando di farlo.

Il senso comune direbbe che quel signore, ora defunto per propria mano, era pazzo, ma se parenti, vicini e compagni di lavoro affermano di lui ogni bene, pacifico, intelligente, responsabile… che cosa è successo? Un blackout di coscienza? una depressione fortissima che ha aperto le porte alla perdita di controllo? un atto dettato dal manifestarsi di una schizofrenia improvvisa, fino a quel momento latente?

O, come pare di evincere dalle dense pagine del professor Damasio, una ricerca tormentosa di un’omeostasi che a quel punto prevedeva la morte sua e dei due familiari più vicini e cari? Terribile.

Intanto, nel mio cuore, dopo la rabbia per cui -sinceramente, caro lettore, l’avessi soccorso io salvandolo, subito dopo l’avrei strozzato, il Filippone, ora non posso che pregare per la sua anima.

Florentia, oh Florentia di primavera

Caro lettor mio,

tornare a Firenze è quasi confidenza con la vita, con la vita mia e quella degli altri. Non occorrono più descrizioni della capitale dell’arte del mondo, basta il racconto, il sentimento dello stare-lì, girovagando nella sera che viene con il naso all’aria, quasi novello Marie-Henri Beyle (Stendhal, fo per dire). E ieri c’è stata l’assemblea e il consiglio dei filosofi, che rivedo dopo un tempo. Son tornato fra loro, contento. Abbiamo eletto la nuova presidente, è giovane, è Alexia Lombardi, umile e culta, come va bene che sia. Mi piace ora fare il king maker di trentenni e quarantenni, che mi chiamano magister.

Ciò accade mentre nasce il più strano governo della storia della Repubblica. Salvini trova ancora il tempo per dire l’ennesima c.ta: “…ora, fatto il programma, andiamo da Mattarella per un gesto di cortesia“. Ma sei impazzito segretario? Tu e l’altro socio andrete dal Presidente per obbligo costituzionale, non per cortesia! Studia, studia, studia!!!

Ma la battuta più tremendamente improbabile è di Di Maio: “Stiamo scrivendo la storia” (lui la intende con la “S” maiuscola, il tapino), la quale battuta, se non fosse delirante, sarebbe solo ridicola. Ognun sa che chi fa la storia di solito non sa di farla e soprattutto non lo dice. Invece Gegè Dimmaio lo dice, e lo dice serio. Non so se merita un’invettiva o solo una risata di seppellimento.

Un’ultimissima battuta, altrettanto retorica epperò meno roboante e più grottesca di altre, sempre del giovin campano: “Il nuovo premier sarà un amico del popolo“. Beh, non so se Giggino lo sapeva di suo o se glielo ha suggerito il flemmatico AD della Casaleggio&C, ma l’espressione “amico del popolo” pare sia stata di Jean-Paul Marat, quello che minacciava ghigliottina a tutti e la evitò, come invece non riuscì ai suoi sodali Danton e Robespierre, poiché venne pugnalato nella vasca da bagno di casa da Charlotte Corday.

Passo per un gazebo grillino e mi si fa incontro una stagionata attivista, che gentilmente tenta di porgermi una sintesi del “contratto” tra la Lega e il M5S; altrettanto gentilmente rifiuto di prendere il foglio e mi permetto di darle un consiglio di questo tenore: “Invece di scrivere contratti, iscrivete Di Maio a qualche scuola, che forse è un po’  tecnicamente ignorantello“. La reazione, immediata, è furibonda, cui si unisce il capo-gazebo. Offesissimi mi apostrofano con la seguente esilarante battuta, penso suggerita come piano di comunicazione da Casaleggio Jr. “E lei cosa dice della ministra Fedeli che ha solo la terza media?” Rispondo garbatamente ridendo che la ministra ha un triennio di professionali, ma su lei la penso come loro avendone già scritto con dovizia di particolari sul mio blog, gli preciso “molto letto“. Me ne vado con i due che cercano di inseguirmi per convincermi sulle qualità di Di Maio, ma ora sono già distratto dalle absidi di Santa Maria Novella.

Due parole dolenti anche sul mio partito, il PD, che ancora non trova di meglio che litigare in pubblico celebrando l’Assemblea nazionale, con un Renzi che non si cuce mai la bocca, mettendo in difficoltà il segretario (reggente)  Maurizio Martina, un brav’uomo, preparato e onesto (forse non carismatico, secondo il pensiero nascosto del suo predecessore? ma ciò è tutto da vedere). Pare abbia detto che il Presidente del Consiglio designato (ex art. 95 della Costituzione della Repubblica Italiana) è amico della… onorevole Maria Elena Boschi, tanto per gradire ed essere costruttivo.

In ogni caso le recenti traversie tra i “vincitori” delle elezioni politiche del 4 marzo scorso Di Maio e Salvini e Quirinale, hanno consentito al Presidente Mattarella di erogare una da loro non richiesta (poveretti) lezione di Diritto costituzionale, di cui il Capo dello Stato è professore ordinario, sull’art. 95 della Costituzione, il quale delinea e definisce con precisione le prerogative del Presidente del Consiglio dei Ministri, tutt’altro che notarili, poiché “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri.” Altro che notaio impegnato a registrare ed eseguire gli “ordini” dei due capi partito, magari ispirati da una privata Srl come quella di Casaleggio ir. Peraltro, in base alla normativa costituzionale italiana, non solo è andata così nei casi di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, ma anche in tutte le circa sessanta designazioni fatte dai presidenti della Repubblica succedutisi dal 1946 in poi, passando -tra molti altri- per De Gasperi, Pella, Segni, Andreotti, Spadolini, Craxi, De Mita, Berlusconi, etc.. e quindi anche per il professor Giuseppe Conte, prossimo designato nel ruolo. Piuttosto, se si farò finalmente una riforma elettorale ragionevole e intelligente oltre l’indecente “rosatellum” (come mi piacerebbe dire all’interessato di persona che cosa penso di lui), si potrà prevedere l’elezione diretta del premier da parte del corpo elettorale, e allora finirà la tiritera ignorante di cui non andiamo fieri. Et de quo hic satis.

In via Faenza, a due passi da San Lorenzo e dalle Tombe Medicee c’è il mio alberghetto ottocentesco. Di qui si può passeggiare un po’ a caso incontrando alcuni dei monumenti più belli del mondo, la sera, quando l’aria rinfresca. Nei pressi c’è anche la Biblioteca Laurenziana agognata dalla mia Bea per suoi studi. Vedremo.

La cattedrale è come un pastore che guida le sue pecore, in mezzo alla città insuperabile, palazzo Medici-Riccardi lo si lascia a sinistra, per procedere verso il Bargello e poi Piazza della Signoria e Palazzo Vecchio. Ricordi della congiura de’ Pazzi, di Giuliano, Lorenzo e Piero. La passeggiata verso l’Arno sotto gli Uffizi mostra i grandi di Firenze, che sono grandi del mondo. La Loggia del Bigallo mi ha già incantato con il Perseo bronzeo del delinquente Benvenuto Cellini, e il Ratto delle Sabine del Giambologna.

Ponte Vecchio accoglie il tramonto e un brusio continuo lungo il fiume lentissimo. Sulla collina i mill’anni di San Miniato al Monte.

Domenica di pensiero e progetti filosofici. Ci possono essere progetti filosofici? Se ne parla animatamente, accogliendo proposte e concordando sul fatto che la consulenza filosofica ha bisogno di decenni per ri-proporsi alla storia come un metodo adatto a questi tempi difficili, accanto ad altre arti, senza sovrapporsi alle psicoterapie, alle direzioni spirituali e alla psicanalisi. La filosofia è mamma, nonna e zia di tutte queste arti moderne, poiché viene da lontano nel tempo, e ne costituisce l’ossatura. Basti pensare alle antropologie platonico-aristoteliche, alle intuizioni di sant’Agostino sull’importanza della volontà e del sentimento, quasi a prefigurare il modernissimo concetto di intelligenza emotiva; si leggano i Soliloquia di questo grande antico: chi ne sa cogliere il non-detto-oltre-al-detto potrebbe scorgere l’antesignana intuizione freudiana dell’inconscio.

Vi è di più: lo studio delle passioni di questi grandi antichi mi pare quasi annunziare le scoperte clinico-biologiche più recenti di un Antonio Damasio, insigne neuro-scienziato. Egli sostiene infatti che ogni essere vivente, a partire dai batteri, cerca un’omeostasi, cioè un equilibrio di forze tale da garantirne la sopravvivenza e uno sviluppo evolutivo, dai monocellulari, i batteri appunto che sono presenti da oltre sessanta milioni di anni al Sapiens che ci annunzia come esseri umani da non più di cento e cinquantamila anni. L’omeostasi potrebbe essere dunque quasi sinonimo intelligente di quel discutibile lemma che è “felicità”.

Nelle more della trasferta, tra bellezze e incongruenze sento che Travaglio scrive sul suo quotidiano del generale Mori questo titolo “Il condannato si auto-assolve“, solo perché il vecchio e coraggioso militare avrebbe “osato” affermare di essere innocente e di non “aver tradito” (Mori usa un desueto ma efficace linguaggio patriottico), e che confida nei successivi gradi di giudizio per ristabilire la verità. A me poco caro Travaglio: ti ricordi di Tortora e di Gianni Melluso, e avresti fatto allora lo stesso titolo dedicato a Mori, salvo poi riportare  l’assoluzione giudiziaria per l’assoluta estraneità di Tortora in dodicesima pagina del tuo pericoloso foglio in una pallida manchette? Sai Travaglio che il 30% dei detenuti in attesa di giudizio viene poi assolto in giudizio? Sai che lo Stato italiano ha pagato a chi è stato detenuto ingiustamente circa trenta milioni di euro negli ultimi dieci anni? Sai che un avviso di garanzia non è una condanna, anche se tu sul tuo giornale lo fai diventar tale ad usum dell’ignoranza popolar-populista che sostieni da furbetto? Lo sai o fai finta di non sapere? In tutti due i casi hai un comportamento spregevole, sia sotto il profilo cognitivo, sia sotto il profilo morale.

Questa e altre cose nella trasferta filosofica alla ricerca di Phronesis, della prudente-sapienza che ci deve ispirare ogni ora del giorno, ogni giorno, settimana, mese, anno, ogni momento della vita. Il nome dell’associazione dei filosofi mi dà una forza tranquilla, quella che sant’Agostino chiamava tranquillitas animi, per dire pacificazione, serenità, mentre torno a casa veloce, nella sera che viene.

Colate d’acciaio, cadute, scivolamenti, rischi, pericoli e loro prevenzione sul lavoro. Cultura della vita e cultura del lavoro devono camminare insieme

Il 2018, a un terzo dal suo inizio, sembra non aver fine nel presentare il conto di morti e feriti sul lavoro in Italia. Siamo a metà maggio e i dati sono impressionanti, come se fossimo tornati a prima delle normative attuali, che sono buone, cioè del Decreto 81 del 2008, se non del famosissimo “626” del 1994.

Occupandomi molto da vicino di questi temi, dall’osservatorio degli organismi di vigilanza e dei codici etici, non so darmi ragioni sufficienti di questi dati così preoccupanti. Nel concreto del mio lavoro mi informo quasi quotidianamente anche sugli infortuni meno gravi e anche sui mancati infortuni. Io stesso qualche giorno fa ho assistito a un “mancato infortunio”: un operaio è scivolato da uno scalino di almeno venticinque centimetri rischiando di picchiare il mento su uno spigolo a novanta gradi molto appuntito. L’ha salvato sicuramente il tono muscolare delle gambe, la reattività dei riflessi e la tenuta muscolo-tendinea del ginocchio destro. Come vedi, mio gentile lettore, entro proprio nel dettaglio fisico-posturale dell’accadimento, perché ogni fatto è legato o causato da infinitesimi micro dettagli, che possono modificare in meglio o in peggio la situazione, causando o meno conseguenze.

Le aziende più avvedute nell’organizzazione e nella gestione operativa, e rispettose delle normative vigenti, in diverse delle quali opero, lavorano curando con attenzione l’informazione e la formazione dei lavoratori, la strutturazione del servizio di prevenzione e protezione, la presenza di una buona vigilanza sanitaria, e infine una qualità relazionale e gestionale dei capi che sia in grado di trasmettere buone pratiche, sia con l’esempio e le raccomandazioni, sia all’occorrenza utilizzando la censura ad hoc, e il codice disciplinare contrattuale. Posto che la situazione sia sotto controllo sotto il profilo tecnico, normativo e della vigilanza, se accadono infortuni bisogna dunque volgere l’attenzione ai comportamenti dei singoli lavoratori e dei gruppi di lavoro.

Quando a metà degli anni ’50, in piena ricostruzione post bellica, il legislatore italiano decise di intervenire in tema di sicurezza del lavoro emanando, prima il Decreto legislativo 547 nel 1955 sulle norme antinfortunistiche, e l’anno dopo il Decreto 303 dedicato all’igiene del lavoro, all’ambiente e alle malattie professionali. Il sostrato teorico, etico e politico di questi due provvedimenti era fondato sulla fiducia nella possibilità di risanare gli ambienti e i posti di lavoro, e di renderli sicuri puntando essenzialmente, se non totalmente, sulla ricerca tecno-scientifica, tant’è che la stessa dizione normativa fin da allora invalsa per definire il massimo di possibilità di salvaguardia dell’incolumità psico-fisica dei lavoratori era un riferimento alle ultime e più avanzate scoperte delle tecno-scienze. In sostanza ci si basava e si riponeva una fiducia pressoché totale nella capacità dell’uomo di monitorare e di perfezionare quasi fino a una definizione teorica della sicurezza… assoluta. Illusioni? Direi di no, forse un eccesso di ottimismo, che ben presto ha generato l’esigenza di una profonda riflessione sul tema, riprendendo a porre al centro l’agire umano responsabile, frutto della riflessione razionale.

Nei decenni successivi lo sviluppo quantitativo e qualitativo dell’economia italiana e in particolare dei settori industriali, con particolare attenzione al manifatturiero, e l’aumento dell’occupazione hanno fatto comprendere, sia agli imprenditori, sia ai lavoratori e ai sindacati, che sarebbe stato necessario recuperare un nuovo protagonismo dell’uomo e della donna al lavoro, insieme con la consapevolezza di essere protagonisti del proprio quotidiano, non solo del proprio futuro. Nel frattempo, l’Unione europea, dai primi anni ’80, emanava alcune direttive in tema di sicurezza del lavoro e dell’ambiente, che sarebbero state riprese nei primi anni ’90 dalla legislazione italiana, proprio con il Decreto legislativo 626 del ’94.

In ambito politico europeo, a partire dalla Germania, cresceva nel contempo una nuova sensibilità ambientalista-ecologista con i movimenti “verdi” (i grünen), che contribuiva a indirizzare anche la legislazione lavoristica in tema di sicurezza del lavoro (security). Io stesso, nella precedente vita professionale in ambito socio-politico, ebbi modo di conoscere quel mondo e quelle sensibilità: si organizzavano convegni, corsi, seminari, collegando strettamente mondo del lavoro, della cultura e della politica. Ricordo ancora la Fiera delle Utopie Concrete di Città di Castello alla fine degli anni ’80, dedicata ai quattro elementi empedoclei dell’acqua, dell’aria, della terra e del fuoco, con ospiti che conobbi, gente del calibro di Ivan Illich e di Alex Langer. Altri anni pieni di speranza, più di oggi, ma non dobbiamo disperare.

Dopo la tragedia della Thyssen Krupp del 2007 in Italia è cresciuta la sensibilità, sia sotto il profilo normativo specifico, con il Decreto 152 del 2006 sull’Ambiente, e con il Decreto 81 del 2008 sulla tutela della salute e sicurezza del lavoro, che coinvolge sempre di più e meglio i lavoratori, sia nelle politiche e nelle buone prassi della sicurezza stessa, sia sotto il profilo etico-legislativo con il Modello di Organizzazione e Gestione ex Decreto 231 del 2001 e con i Codici etici. Personalmente ne sono coinvolto da poco meno di un decennio presiedendo organismi di vigilanza di aziende e associazioni di tutto rispetto per importanza e dimensioni di fatturato e occupazionali, là dove il tema della sicurezza del lavoro e dell’ambiente è sicuramente il principale.

Non si può che continuare su questa strada, informando e formando i lavoratori, collaborando con i rappresentanti aziendali e con i sindacati, con le strutture sanitarie e gli Istituti pubblici con l’Inail e l’Inps.

Sotto il profilo culturale si tratta di mettere al centro un’antropologia dei valori e un’etica declinata secondo il rispetto primario della vita e dell’incolumità psico-fisica delle persone che lavorano e dei cittadini che vivono dove si lavora. Ambiente e sicurezza vanno coniugati insieme, difendendo il business insieme con la qualità esistenziale di tutti e di ciascuno.

Da vicino nessuno “è normale”, o no?

Stamattina, caro lettor mio, mentre attendo mia figlia, ascolto Joseph Haydn, gran musicante, servitore dei principi ungheresi Esterhàzy, prima le sinfonie nr. 94 Mit dem Paukenschlag e nr. 104 Londoner, Slovak Philarmonik Orchestra diretta da Alfred Scholz, e poi quelle denominate dello Sturm und Drang, già un po’ romantiche o quasi, dicendo un poco impropriamente, beethoveniane, la nr. 26 Lamentatione, la nr. 49 La Passione e la nr. 58 senza titolo, suona l’orchestra The English Concert diretta da Trevor Pinnock,  e mi do tempo. Mi do tempo, non ho fretta, quasi quasi non ci credo, io che son sempre di fretta, veloce, tornato criceto impazzito, tornato impaziente con gli altri. Ho da darmi una regolata, me lo dico da solo.

Stamattina, nel silenzio di casa ai confini della campagna, con tanto verde intorno, mi sono dato tempo. Leggo della legge 180 del 1978, quella di Franco Basaglia, che permise di chiudere progressivamente i manicomi, dove venivano ricoverati gli alienati, pericolosi a sé e agli altri.

Letti e camere di contenzione dove stavano recluse persone per ore, giorni, settimane, mesi, anni, con il volto rivolto alla porta, il bugliolo portatile, mai occhi verso la finestra a volte a “bocca di lupo”. Su un muro di Santa Maria della Pietà, manicomio di Roma, c’è scritta la frase del titolo. Caro lettore, sei d’accordo che da vicino nessuno è normale? E poi che cosa significa “normale”? Più o meno agitato? Più o meno ragionevole? Più o meno preoccupante? Più o meno pericoloso? Cosa?

Nel periodo fascista i ricoverati passarono da circa sessantamila a oltre novantamila. I regimi totalitari hanno sempre usato i manicomi, per attestare la follia degli oppositori, che non vanno mai considerati come umani, ma semplicemente sedati. In qualche modo con i farmaci, e/o con la contenzione e/o con l’elettroshock. Non cito neppure i regimi cui mi riferisco, che il mio buon lettore conosce, e il giovane, se apre queste pagine, è bene che studi.

Leggo sulla Treccani “In psichiatria la terapia elettroconvulsivante (TEC), comunemente nota come elettroshock, è una tecnica terapeutica basata sull’induzione di convulsioni nel paziente successivamente al passaggio di una corrente elettrica attraverso il cervello.”

Si tratta di una tecnica terapeutica sviluppata negli anni ’30 dai neurologi italiani Ugo Cerletti e Lucio Bini. La letteratura specifica indica nella TEC una modalità terapeutica particolarmente indicata in tutte le psicosi da shock (melanconie, manie, deliri, legate a shock morali intensi, cioè quello che oggi chiamiamo “disturbo post-traumatico da stress“, nelle quali “avrebbe un successo del 100% con una media di 6-8 sedute; 80% di successi nella depressione, psicosi maniaco-depressiva e negli stati confuso-onirici di origine tossica (alcol), tumorale, infettiva; di contro, riporta come nelle patologie croniche, soprattutto se legate a danni fisici in ambiti localizzati del cervello, come le schizofrenie, demenza, ritardo mentale, autismo, epilessia, gli insuccessi e le remissioni superano i successi, giungendo al risultato che l’automatismo mentale indotto dalla crisi convulsiva sembra meglio influenzato se il disturbo è di origine ambientale, tantopiù se recente. Per questi motivi la TEC era considerata la terapia d’elezione per la depressione e le patologie ad essa correlate, piuttosto che per altri tipi di patologie, specie neurologiche. Per questo la TEC è stata usata non solo nelle patologie neuro-psichiatriche propriamente dette, ma anche in quelle psicosomatiche (derivate ossia da eventi ambientali vissuti): asma, eczemi, psoriasi, prurito di Hebra, dermatite seborroica, con risultati spesso favorevoli.” (dal web)

Un giorno o l’altro, caro lettore, parlerò qui di codesta terapia, che in una fase della mia vita, ho osservato molto da vicino, dolorosamente.

Un video sul web mi illumina su come si può curare il disturbo mentale. X è stata curata in Italia e in Germania, ma in Italia la sedavano e la tenevano reclusa, mentre in Germania poteva socializzare dipingere, fare teatro, sentirsi utile e anche… bella. L’autostima, crollata a terra dopo l’aggravarsi di un disturbo bipolare in schizo-affettivo, è di nuovo tornata, per una vita “normale”. Ecco, una “vita normale”. Che cosa è una vita normale? Chi è “normale”, cioè secondo norma? Sappiamo che norma, dal greco antico nòmos, significa legge, ma è possibile parlare di legge in questo caso? E’ ragionevole legiferare sulla mente e sul suo funzionamento? Siamo sempre ancora all’eterna questione tra visione biologistica e psico-spiritualistica. A seconda degli autori, siano essi antropologi, filosofi e psicologi, psichiatri o neuro-scienziati, si oscilla tra un polo e l’altro, come spesso in questo sito ho proposto in dialettica.

Chi sostiene che è tutto un problema di lobi orbito-frontali e di neuro-trasmettitori, dopamina, ossitocina, serotonina, etc., più o meno regolarmente funzionanti, non accetta molto volentieri le sottolineature di chi propone interventi più “umanistici”. Io mi colloco, ovviamente, tra questi ultimi, senza per nulla sottovalutare gli aspetti biologici. Noi umani siamo certamente delle bio-macchine, ma anche anime incarnate. La signora X, di cui ho detto sopra, parrebbe confermare che serve anche la dimensione psico-spirituale, proprio come è sotteso dalla “riforma Basaglia”.

Che dire, infine? Che la nostra umanità animale possiede forse (io ci credo) anche la luce dello spirito, pensiero della nostra anima e di Dio. E qui permettimi, caro lettore, una sottigliezza teologico-semantica: questa espressione “di Dio” è un genitivo oggettivo, ma anche soggettivo, cioè significa sia “pensiero di Dio”, cioè attribuibile a Dio, sia pensiero di Dio come un “pensare a Dio”. Bello, no?

E qui finisco nel silenzio della dies dominica.

U-topie, eu-topie, dis-topie

L’utopia, come ci raccontano -ognuno a modo suo- Platone, Thomas More, ma anche Tommaso Campanella, Etienne-Gabriel Morelly, Rousseau, Fourier, Saint-Simon, Proudhon, Francesco Guccini e qualche altro, faccio per dire sorridendo, come quelli del Movimento 5s di questi anni, è l’isola che non c’è, in greco il non-luogo.

In questi giorni i seguaci di Grillo non riescono neanche a contribuire a fare un Governo della Repubblica, farfugliando proposte ignoranti in mezzo a parlari (chiedere a Di Maio se sa che cosa significa “parlari”) incompetenti e dannosi, e pretendono di avere u-topie socio-politiche. Ora che poi è tornato in campo anche il ciondolante e irridente Dibba, stiamo freschi, lui, meno male che almeno è laureato al DAMS, e non come Fico, laureato nella più improbabile ed elementare disciplina accademica degli ultimi trent’anni, Scienze della comunicazione, in ogni caso due leggerezze. Se uno vuol fare politica o giornalismo e comunicazione, si iscriva a lettere, o a filosofia o a psicologia, o anche a scienze politiche, ché almeno lì il curriculum studiorum è decente, ancora, ora che la ignorantissima ministro (non “ministra”, aoh Boldrina!) Fedeli è scomparsa alla vista nostra.

Il grande filosofo ateniese, che meriterebbe in tema qui un trattatello, ma non mi ci metto, scrisse di utopie quando parlò della terra di Atlantide nel Timeo e nel Crizia, come luogo in cui l’uomo aveva trovato il modo di vivere in pace ed equilibrio. In ogni caso Platone merita sempre la massima attenzione, perché, con il suo allievo Aristotele, ci ha insegnato nientemeno che a pensare, qui in Occidente. Di tempi in cui i pensatori pare siano ragazzotti presuntuosi che tentano di fare politica, è una consolazione tornare al pensiero dei sommi greci, da cui io non mi sono mai staccato.

A proposito, sono disponibile con caritas intellectualis (espressione di Joseph Ratzinger, che Salvini cita lodandolo, perché lo ritiene di destra, ma di cui non ha certo letto neppure un rigo) per Salvini e Di Maio, a spiegargli qualcosa, se vogliono e se si accorgono della loro miseria mentale e culturale. Potrei fare da tramite tra Atene e Milano e Napoli.

Il politico inglese More, amico di Erasmo da Rotterdam, non aveva accettato in qualità di Lord Cancelliere l’Atto di Supremazia con il quale re Enrico VIII aveva voluto staccarsi dalla giurisdizione papale in fatti di religione, per cui infine il re era riuscito a farlo condannare e decapitare, anche perché, non condivideva la scelta del re stesso di cambiare moglie divorziando da Caterina d’Aragona per scegliere Anna Boleyn, con cui aveva fatto un figlio. Il More ci presenta un’utopia politica e sociale straordinaria. che, caro lettore, ti prego di cercare sul web. Utopia, come scrive lui nel trattato omonimo, sarebbe stato un luogo nel quale tutti gli uomini avrebbero potuto vivere insieme nella giustizia e in pace e, siccome non c’è pace senza giustizia…

Tommaso Campanella, al secolo Giovan Domenico Campanella, noto anche con lo pseudonimo di Settimontano Squilla (Stilo, 5 settembre 1568 – Parigi, 21 maggio 1639), è stato un filosofo e teologo. Frate Tommaso Campanella, fu un uomo geniale che dedicava i suoi scritti a qualche autorevole cardinale, come fece con il suo capolavoro La Città del Sole, ipotesi di stato ideale per pratica della giustizia nella pace, invece di opporsi frontalmente come fece il suo confratello Giordano (Filippo) Bruno da Nola, che fini sul rogo nel febbraio del 1600 a Roma, in Campo de’ Fiori. Torturato più volte nel corso di ben cinque processi civili ed ecclesiatici, fra’ Tommaso è riuscito a morire nel suo letto a Parigi, protetto dal cardinale Richelieu.

Prima di Marx e Engels e del loro pensiero denominato materialismo dialettico e socialismo scientifico, in realtà portato filosofico del maggiore idealismo tedesco, dobbiamo ricordare i numerosi socialisti utopisti che dalla Rivoluzione Francese in poi caratterizzarono il pensiero politico e l’azione anche rivoluzionaria francese, e tra altri ricordo Gracchus Babeuf, Filippo Buonarroti, il conte di Saint-Simon, Fourier, Pierre-Joseph Proudhon.

Ad esempio, François Marie Charles Fourier (Besançon, 7 aprile 1772 – Parigi, 10 ottobre 1837) ispirò la fondazione della comunità socialista utopista chiamata La Reunion sorta presso l’attuale Dallas in Texas, oltre a diverse altre comunità negli Stati Uniti d’America (tra le quali ricordiamo Brook Farm, fondata nel 1841 vicino Boston e sciolta a seguito d’un incendio, nel 1849).

Oppure, Claude-Henri de Rouvroy conte di Saint-Simon (Parigi, 17 ottobre 1760, 19 maggio 1825), filosofo. Considerato il fondatore del socialismo francese, partecipò alla Guerra d’indipendenza americana, combattendo agli ordini di La Fayette.

E infine, Pierre-Joseph Proudhon (Besançon, 15 gennaio 1809 – Passy, 19 gennaio 1865) è stato un filosofo, economista, sociologo, saggista ed anarchico francese.  Proudhon è stato il primo ad attribuire un significato positivo ai termini “anarchia” ed “anarchico”, sino ad allora considerati soltanto in negativo, di caos e disordine. Secondo il rivoluzionario francese lo stesso simbolo della A cerchiata significava “l’Anarchia è Ordine”, mentre proponeva la massima, ripresa e resa poi celebre da Karl Marx, “La proprietà privata è un furto”. Attivo durante il breve periodo della Seconda Repubblica francese, sorta a seguito dei moti del 1848, Proudhon teorizzò il sistema economico libertario-socialista noto come mutualismo.

U-topie generose, anche se molto intellettualistiche e a volte un poco cervellotiche, ma interessanti per generosità di intenti e gravità etica. In qualche modo da ammirare.

Di Francesco Guccini non occorrono presentazioni, perché è forse più famoso dei precedenti tra noi contemporanei. Le sue utopie sono canzoni come La Locomotiva o L’isola non trovata, per dire che anche la canzone può evocare l’utopia, anche meglio della propaganda politica.

La democrazia diretta dei grillini, invece, è un’utopia pericolosa e, se attuata anche in minima parte, perniciosa, cioè velenosa, in quanto stupida e irrealistica. Come si fa a pensare di sostituire la democrazia parlamentare con poche migliaia di clic su una piattaforma informatica gestita da una Società a responsabilità limitata privata, denominata “Rousseau”, fondata da quel gran intellettuale noto per imprecisati studi socio-politici che era Gianroberto Casaleggio e dal suo figliuolo, e prescelta dal garante e padrone del movimento e dei capi politici di volta in volta da lui stesso indicati, il comico genovese dal nome entomologico?

La terza repubblica sarebbe questo? L’utopia? Oppure si tratta di una dis-topia, cioè di un disastro? E dunque, lasciamo perdere questi non-luoghi, anche quelli di buone intenzioni come i sogni di More, di Campanella e dei socialisti ottocenteschi, e stiamo pazientemente nella verità faticosa di ogni giorno che viene, caro amico lettore.

Il vento dell’Epiro

Otto mesi è più son passati dall’ultima venuta mia nel Meridione che più amo, la Puglia, frontespizio di Balcania, da cui la separa un mare stretto fino a sessanta miglia, a Otranto. Lungo il mare si cammina dopo la cena sobria consumata All’Ancora, con Salvatore e Davide, e il vento soffia dall’Epiro, dal paese delle aquile, come si chiama l’Albania, l’altra sponda.

C’è un vento che viene da est-sud-est e lo chiamiamo dell’Epiro, perché viene da quei monti, traversando il braccio di mare, che dalla costa barese sembra immenso, poiché non si vede l’altra sponda. Si deve pensare a ciò che potevano cogliere gli antichi abitanti, di qua e di là del bracci d’acqua, loro pensavano certamente a un Mare-Oceano, infinito, arduo e pericoloso per i loro piccoli legni galleggianti, che pure osavano mettere in acqua con remi e con vele grezze di canapa o lino. San Paolo era di mestiere un tessitore di vele e affrontò il mare naufragò presso Malta in uno dei suoi viaggi, rischiando la vita per Cristo.

La primavera è arrivata con il vento con piovaschi rari, annunziando una stagione piena di sole, quando sulle rocce del mare miriadi di umani si accalcheranno con i loro tavolini, i loro pasti, il gridìo di mille voci di animali umani e animali animali.

Il cammino è dolce, e si vorrebbe continuare fino a Bari, ma si farebbe notte fonda, e dopo sei chilometri si torna a dormire al Riva del Sole, che è sul mare e ben promette per l’estate.

Tornare all’azienda che seguo da ventitré anni ha una valenza simbolica importante, per me: è dire che la vita continua, il lavoro continua, il futuro è da costruire insieme con chi mi sta vicino e crede in me. Il vento veniente mi pare come un annunzio, un presagio, un incontro energetico che parla parole misteriose e profonde, indicibili col linguaggio umano, quasi la ruah biblica, cioè il soffio dello spirito, lo stesso che percepisce il profeta Elia tra le fronde degli alberi (1 Re 19, 9-13 ), un soffiar leggiero che scuote le fronde senza romperle. Elia non percepisce Dio nel tuono, nel lampo o nel terremoto, ma nel vento leggero che soffia, quasi un sussurro, perché Dio è discreto e non si ingerisce nella volontà umana, ma la rispetta solo suggerendo qualcosa, per chi sa e vuole ascoltare, con la coscienza, dove può remotamente sempre risuonare (cf. J. M. Echkart).

Ecco che il vento si fa a volte più forte e a volte si frena, quasi a voler lasciarmi pensare, mentre alterniamo discorsi a silenzi, come sempre si dovrebbe far nel cammino e nella vita. Anche il silenzio scandisce la musica, l’intervallo, l’attesa di ciò che vien dopo, che non si sa prima, ed è giusto così, perché tutto va in-ventato, cioè trovato, come insegna l’etimologia latina del verbo in-venire (trovare). En castellano se dice encontrar, sia trovare, sia incontrare. Che bello!

Come per dire che la vita ha le sue discontinuità, le sue gioie e i suoi dolori in alternanza, che non esiste una linea dritta, o la cosiddetta felicità, che è un falso pericoloso concetto. Accettare le cose senza chiedere nulla, ecco quello che sto imparando, non desiderare ciò che non c’è, ma può tornare, se rispetto i tempi che il destino e la sorte mi hanno riservato, un po’ come insegna il Maestro Siddharta Gautama, il Buddha.

Due giorni intensi di lavoro con le Risorse umane, colloqui, laboratori-seminari di formazione, incontro sindacale per aggiornare sulla situazione aziendale, che è migliorata, grazie al lavoro che è tornato, alla fiducia della Proprietà che ha confermato il proprio impegno, all’innovazione e alle nuove tecnologie e alla motivazione dei lavoratori, elemento fondamentale per andare avanti e salvaguardare il business.

Il mare ha onde lente che il vento quasi accarezza, mentre la sera viene lentamente e alle venti passate c’è ancora luce resistente, nuvole insistono all’orizzonte mentre indugiamo prima della cena, senza fretta, calmi in un ordine naturale. Anche Gaetano, il tecnico delle rettifiche, si è aggregato a noi, con discorsi tra il familiare e il lavorativo, buoni. Nel frattempo sappiamo che la politica indulge in altre lentezze e povertà miserande, mentori e campioni i 5Stelle, poveretti. Fuori di testa, oramai senza bussola, con il loro sedicente capo che si permette di dire al PD “la pagherete“, con linguaggio mafioso. Alla buon’ora che se ne vadano questi ignoranti-ingenui, se il popolo lo consente.

Tornando alle nostre belle cose, che è meglio, stasera osservo come tutto può cambiare in breve, finalmente anche in positivo. Ad esempio, l’incontro sindacale si è svolto in un clima di grande attenzione e rispetto reciproco, dove ognuna delle parti, rimanendo sul suo, obiettivi aziendali condivisi, ha svolto un ruolo per un miglioramento continuo e insieme elemento di conferma dell’investimento da parte dell’Azionista, il quale può sopportare delle perdite, ma non sine die, poiché a un certo punto bisogna invertire la rotta e re-iniziare a realizzare risultati positivi. Anche i temi della tutela della salute e sicurezza del lavoro, legati, sia ai comportamenti dei singoli lavoratori, sia al miglioramento tecnologico ed ergonomico, stanno muovendosi verso il positivo, riducendo lentamente anche lo stress correlato al lavoro. Tutto bene, dunque? Certamente no, ma abbastanza per far crescere la fiducia in tutti coloro che sono onesti intellettualmente, operai, impiegati e dirigenza.

Un’ultima considerazione relativa a questo viaggio nel “vento dell’Epiro”. Con tutti i lavoratori si sono fatti eventi seminariali di formazione sui temi etici, valoriali e comportamentali, con un’attenzione e partecipazione eccellente.

E ora alla prossima, ché la “fontana delle idee” proveniente dalla Murgia e i “doni del mare” prospiciente ci aiutino. Il 4 giugno, se Dio vuole, saremo di nuovo giù, per continuare questo bellissimo lavoro. Grazie a Dio e alla buona volontà di ciascuno di noi.

Titoli e articoli tra il “falso” e il “vero” nell’attività mediatica, per una dimensione della comunicazione eticamente fondata

Quante volte, gentil lettore, capita di leggere un titolo stampa non intonato all’articolo sotteso, o addirittura in contraddizione evidente (anche solo dopo poche righe) con il testo dell’articolo. Chi non sa che il mestiere del titolista è diverso da quello dell’estensore dl pezzo, il giornalista, si meraviglia molto e non capisce. In realtà chi fa in titoli risponde a una logica diversa da quella veritativa, cioè all’intento che dovrebbe essere normale di riportare la verità dei fatti, perché ha il compito di stimolare l’interesse e la lettura, e forse l’acquisto del giornale stesso.

A questo obiettivo preminente del marketing commerciale si sacrifica dunque la verità stessa delle cose. Che poi l’articolo sottostante rimedi sistematicamente alle falsificazioni dei titoli è cosa fortemente dubbia, anche se le dimensioni di un pezzo narrativo consentono di indulgere maggiormente nei dettagli e quindi di raccontare, se capaci o se possibile, le cose come stanno.

Questo fenomeno è ancora più macroscopico ed evidente nella stampa di tendenza ideologica e/ o di partito. La medesima cosa o fatto o dichiarazione viene raccontata da questo tipo di organi in modo quasi mai obiettivo, ma sempre in qualche modo “militante” o comunque a giustificazione aprioristica della presa di posizione della parte che l’organo di stampa o web tutela e sostiene, e conseguentemente di contrasto con la parte avversa o “nemica” (virgoletto il termine perché si tratta di una inimicizia di vari generi e specie, e a volte anche finta). Infatti, quante volte capita che le prese di posizione ufficiali e quindi mediatizzate di una parte politica, non rappresentino veramente il sentiment e la posizione vera della stessa parte, ma solo uno specchietto per le allodole a fini di spiazzamento e di inganno di qualcuno. Nella comunicazione politica ciò avviene quotidianamente.

Sono da tenere in conto anche gli altri pezzi o parti che compongono l’articolo o l’intervista: oltre al titolo e al testo, spesso si trova un sommario, che costituisce una specie di raccolta dei titoli delle tesi contenute nell’articolo, il quale può avere il pregio di sintetizzare i contenuti ma, essendo di necessità brevissimo, è senz’altro a rischio di approssimazioni o di superficialità volute o in ogni caso “giustificabili” con l’esigenza della brevità.

Inoltre, nell’enorme profluvio di notizie che invadono ogni terminale telematico in nostro possesso, pc, tablet, smartphone che siano, non vi è solo un’accozzaglia informe di vero e di falso, di cui comunque non si riesce quasi mai ad avere le fonti, ma vi è anche il verosimile, che ha sempre interessato la letteratura come racconto, ma che oggi rischia di ingarbugliare ulteriormente le carte della comunicazione e dell’informazione.

Per tutto questo Fake news e fondazione etica della comunicazione sono collegate da un nesso ineludibile. Approfondiamo ancora.

I media ne fanno di tutti i colori: ritoccano, tagliano, modificano, cancellano dentro i testi delle notizie, anche fino a sconvolgerne o a tradirne totalmente il senso e il significato. Consiglio di dare uno sguardo sul web a quanto scrive il Centro Documentazione Solidea di Milano.

Una stanza del quartier generale della BBC a Londra contiene, allineati contro i muri, i box corrispondenti a tutti i giorni dei tre anni prossimi venturi. E in ogni box i nastri o i progetti di ciò che quel giorno verrà trasmesso per riempire le ventiquattro ore di programmazione televisiva. A prescindere da quello che sarà successo. A prescindere da quello che i mesi e gli anni avranno portato […] A prescindere dallo stato delle cose del giorno.”

Il brano è tratto da un articolo di Irene Bignardi [La Repubblica – 7/7/1994], e sintetizza efficacemente le riflessioni di George Steiner, tra i massimi storici della letteratura viventi, sullo stato dell’informazione oggi.

Ogni giorno un numero incalcolabile di notizie invade le agenzie, le redazioni, i network etc., senza una gerarchia. Senza un criterio analitico, in modo del tutto confuso e generico. I lettori/ spettatori restano immobili e inerti, senza possibilità di interlocuzione, se non nelle chatline, che a loro volta contengono di tutto, e soprattutto immondizia.

Di ogni notizia manca il contesto, le coordinate di riferimento, anche un minimo inquadramento socio-storico e politico, oppure economico, culturale, e così via.

Ci par di sapere tutto ma in realtà non conosciamo niente, poiché i confini tra ciò che è vero, verosimile e falso sono labilissimi. Esempi: il servizio girato dalla troupe della BBC con siringhe e profilattici sparsi ad arte per testimoniare il degrado di Reggio Calabria; o il caso Joey Skaggs, inventore e distributore di notizie false molto apprezzate dai media statunitensi, ne sono la testimonianza.

Si può dire che -paradossalmente- non si è mai saputo meno del mondo in questo tempo nel quale tutto viene comunicato in tempo reale, perché non c’è tempo per la verifica, per il confronto tra fonti diverse sulla stessa notizia, per un vaglio critico. Il sociologo Franco Ferrarotti rileva una contraddizione che mette quasi in ridicolo il profluvio di news da parte dei media: “I media, che dovrebbero, come dal nome stesso, mediare, non mediano nulla, perché vomitano in diretta tutto quanto gli capita di recepire dal mercato delle notizie”.

La sequenza dei fatti raccontati così, infatti, non dice nulla, perché non hanno la benché minima logica narrativa, ma capaci di suscitare emozioni sconvolte e reazioni immediatamente attive. In molti casi si è verificato che si trattava di autentici falsi, come quando si vide “il finto attacco missilistico su Israele durante il quale l’inviato della CNN parlava concitatamente indossando una maschera antigas mentre sullo sfondo alcuni tecnici, in tutta tranquillità e a viso scoperto, svolgevano il loro lavoro ignari di essere ripresi; si pensi al cormorano incatramato da un petrolio sbagliato; si pensi alla cattura dei prigionieri iracheni ricostruita, come in uno studio televisivo, con l’aiuto di false comparse kuwaitiane.” [dal web]

Basta che riprendiamo in mano il libro del geniale George Orwell “1984”, dove si riporta il seguente passo: “C’erano le immense stamperie con i redattori e gli esperti di tipografia, e gli studi muniti delle sofisticate attrezzature per la falsificazione delle fotografie […]. C’erano i vasti depositi dei documenti corretti, e le fornaci, ben nascoste, dove si distruggevano i documenti originali [...] “.

Orwell ha mostrato come sia possibile distorcere efficacemente la realtà, senza che il pubblico o il lettore si accorga che la realtà è ritoccata, ridefinita, tagliata, falsata, cancellata a favore della falsificazione più abietta e disonesta. Dunque, ciò che ci viene quotidianamente ammannito dai media ha spesso un’attendibilità vicina allo zero. Un altro esempio: si consideri […] una famosa fotografia del campione USA O.J. Simpson [ieri eroe sportivo, oggi imputato di omicidio] manipolata dal prestigioso Time per rendere più sinistro e minaccioso il volto del protagonista attraverso una tecnica computerizzata di annerimento dell’immagine, il loro valore di documento storico è annullato dalla superficialità e inattendibilità di chi le usa.” [dal web]

Fa specie che proprio la cosiddetta civiltà dell’ immagine sia così si dimostri oggi incapace di dare di sé documenti attendibili.

Un altro aspetto della disinformazione illustrata: “Le foto che vengono pubblicate quotidianamente sui giornali non hanno quasi mai alcun riferimento ai fatti che dovrebbero illustrare, ma sono solo sfondi occasionali che accompagnano gli articoli, quasi sempre “arricchite” con didascalie sommarie quando non arbitrarie o palesemente false.” [dal web]

Importa poco o nulla chi siano o che cosa stiano facendo i soggetti riportati nelle fotografie, poiché destinata solo e solamente portata a un a specie di “voyeurismo” emotivo, come verso gli stereotipi tragici della fame, della guerra, della malattia, che possono allora essere usate indifferentemente per la Somalia, per il Ruanda, per il Sudan: lo shock emotivo deve essere comunque garantito, e buono per tutti gli episodi e per tutte le stagioni.

Se a tutto ciò aggiungiamo l’esigenza di approcciare il tema anche da un punto di vista etico (su questo aspetto qualche anno fa ho scritto un pezzo ispirato dalle ricerche del sociologo tedesco Karl Otto Apel, ancora disponibile), allora stiamo freschi… ma per ora lascio perdere, così come lascio perdere altri esempi che possono essere tratti ogni giorno dalle cronache politiche che hanno per protagonisti soggetti che sono -di per sé- dei falsi. Non occorre neanche falsificare un Di Maio, ché ha già provveduto da solo a mettersi nel novero di cui si tratta, quello dei taroccati impliciti, intrinseci, inconsci, epperò realissimi. Oppure quanto sostengono i vergognosi forcaioli del Fatto Quotidiano, Travaglio in testa, che -mentore il dottore Di Matteo- danno per criminali galantuomini come il generale Mori e altri inquirenti coraggiosi che hanno smantellato la mafia, dopo la stagione eroica di falcone e Borsellino. NON C’E’ STATA NESSUNA TRATTATIVA STATO-MAFIA, MA SOLO ATTIVITA’ DI POLIZIA BEN CONDOTTA E CON OBIETTIVI RAGGIUNTI!

E io penso all’Italia, bella Patria nostra.

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