Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Consigli buoni in una lettera sapienziale del mio maestro

LETTERA DI TOMMASO D’AQUINO A UNO STUDENTE

 

Carissimo, giacché mi hai chiesto in che modo tu debba applicarti allo studio, per acquistare il tesoro della scienza, ecco in proposito il mio consiglio:

non voler entrare subito in mare, ma arrivaci attraverso i ruscelli, perché è dalle cose più facili che bisogna pervenire alle più difficili. Questo è dunque l’avviso mio, che ti servirà di regola.

Voglio che tu eviti i discorsi inutili;/ abbi purezza di coscienza;/ non trascurare la preghiera;/ ama il raccoglimento;/ sii cordiale con tutti;/ non essere curioso dei fatti altrui;/ non avere eccessiva familiarità con alcuno, perché essa genera disprezzo e dà occasione di trascurare lo studio;/ non divagare su tutto;/ cerca di imitare gli esempi delle persone rette;/ non guardare chi è colui che parla, ma tieni a mente tutto ciò che di buono egli dice;/ procura di comprendere ciò che leggi e ascolti;/ certificati delle cose dubbie e studiati di riporre nello scrigno della memoria tutto ciò che ti sarà possibile;/ non cercare, infine, cose superiori alla tua capacità.

Seguendo queste norme, metterai fronde e produrrai utili frutti dove il Signore ti ha destinato a vivere.

Mettendo in pratica questi insegnamenti, potrai raggiungere la mèta alla quale tu aspiri.

Addio.

 

O Signore, dammi acutezza nell’intendere, capacità nel ritenere, ordine e facilità nell’apprendere, sottigliezza nell’interpretare e nel parlare.

(Tommaso d’Aquino)

 

Il mio buon maestro era anche un ottimo pedagogo, e un sereno docente, scevro da intendimenti top-down, capace di ascolto, attento al bene vero, come si evince dal suo capolavoro teologico, la Summa Theologiae. Basti una lettura tranquilla delle Quaestiones 1 e 2, artt. 1-8, I II, denominate Il fine ultimo dell’uomo, dove Tommaso propone con semplicità, appoggiandosi a volte a sant’Agostino e a volte ad Aristotele, una visione della vita e dei suoi valori molto bella, e anche attuale.

Per il mite monaco domenicano non serve la iattanza superba dei successi mondani, del denaro, del piacere fine a se stesso, o del potere, vera libido di tutti i tempi, ma più semplicemente basta tenere conto del fine che ogni uomo, ogni essere relazionale ha, quello di agire secondo i princìpi dell’umano, che corrispondono alla stessa lex divina, perché altro non possono essere. Dio stesso è immagine e causa esemplare di una umanità vera, come narra con grande chiarezza il libro della Genesi (1, 27).

Tommaso studia l’uomo basandosi su un’antropologia realista, che muove da una visione razionalmente unitaria dell’essere viventepensante, autoconsapevole, in qualche modo depositario di un libero arbitrio più forte di qualsiasi condizionamento esterno o circostanziale. Il tema, per un moralista realista come il santo d’Aquino, è decisivo, e su questo basa anche la sua dottrina sul peccato, sui vizi e sulle virtù. Tommaso riconosce umilmente di essere debitore dei grandi Padri della chiesa nascente, soprattutto di Agostino, cui lo lega una straordinaria devozione, che però non gli impedisce di dissentire quando il grande padre africano indulge forse troppo in visioni di tipo emotivo-volontaristico, senz’altro più vicine alla nostra sensibilità di quanto non lo siano le idee tommasiane, ma talora quasi prodromo di analisi psicologiche che si svilupparono solo negli ultimi due secoli! Agostino è più moderno di Tommaso, tant’è che mi è capitato di proporre la sua immensa figura come santo protettore degli psicologi ad amici psicologi, suscitando un certo loro interesse. Un altro gran personaggio dei primi secoli assai caro all’aquinate è Severino Boezio con il suo De consolatione philosophiae, e un altro è il vescovo Ambrogio di Milano, e anche papa Gregorio Magno, benedettino, autore del meraviglioso testo Moralia in Job.

Tommaso a un certo punto, conversando con questi grandi, ha bisogno del supporto di quello che lui chiama il “filosofo”, cioè Aristotele, l’unico capace di offrirgli la strumentazione logico-metafisica adatta a riflettere sulla valenza razionale degli atti umani liberi. Ma il suo razionalismo non ha nulla della freddezza e dell’antropocentrismo cartesiani, poiché si dipana attento anche alla fondamentale dimensione delle passioni, che modernamente chiamiamo emozioni, con la classica tassonomia bipartita di cinque contrari e una solitaria, l’ira, di cui abbiamo trattato pochi giorni fa in un post precedente.

In sostanza Tommaso d’Aquino ci propone un pensiero equilibrato e forte, fiducioso, in definitiva, nella capacità umana di riflettere usando l’argomentazione logica e la coscienza riflessa, senza omettere di dar valore ai sentimenti e alle emozioni/ passioni, cui comunque non risparmia un’analisi critica e profondamente consapevole.

In altre parole, questo straordinario maestro di umanità ci invita a guardare a tutto tondo l’essere umano, e per questo ci ha regalato un testo sistematico forse insuperabile, la Somma Teologica, che è anche filosofica e antropologica. Per san Tommaso parlare di Dio è parlare dell’uomo, creatura figlia di un Creatore-Padre, non mai tiranno irrispettoso e volubile come le divinità olimpiche capricciose e imprevedibili. Il Dio di Tommaso è prevedibile perché è sinonimo di Amore, anzi, dell’Amore, di Eros e di Agape, dove la caritas è tutt’uno con la dimensione affettiva e anche erotica.

E su questo caro lettor mio, fammi citare senza superbia il mio testo in tema che trovi qui a lato.

1917 Ottobre Rosso / 2017 ottobre sbiadito

Di fronte allo squallore politico attuale da tempo mi vien da rivalutare quel tempo di giganti, ma non perché io sia stato da sempre un po’ russofilo (in effetti lo sono, pieno di ammirazione per quella grande Nazione e quel popolo valoroso), o men che meno comunista (io sono stato socialista fin da ragazzo e lo sarò finché vivrò, scelta per me definitiva, confortato anche da Umberto Terracini, co-fondatore nel ’21 a Livorno del Partito Comunista d’Italia, che negli anni ’70 disse: Turati aveva ragione nella scelta socialista, gradualista, riformista), bensì perché dal confronto tra allora e oggi i nani politici odierni escono schiacciati da quelle drammatiche ma gigantesche figure, ebbene sì, anche da quella di Stalin, il georgiano di ferro.

Il 25 ottobre del 1917 veniva preso il Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo ed aveva inizio “ufficiale” la Rivoluzione dei Bolscevichi guidati dal genio risoluto di Vladimir Ilich Ulianov, Lenin, accompagnato nella sua temeraria avventura da Lev Davidovic Bronstein, suo migliore sodale, cioè Trotskij, da Stalin, da  Kamenev, da Zinoviev, Bucharin, e da altri “compagni” di quelle prime ore. Era il 25 ottobre del calendario giuliano, ancora in uso nella Russia zarista, mutuato dalla tradizione della chiesa ortodossa, e corrispondeva al 7 novembre del calendario gregoriano in uso in Occidente fin dai tempi di papa Gregorio Magno.

La conquista del palazzo di Nicola II Romanov in realtà era soltanto una fase, pur importante, del processo rivoluzionario, iniziato con i moti di febbraio, ma in gestazione da almeno un quindicennio, dai tempi della strage della “domenica di sangue” quando un migliaio di pietroburghesi furono sterminati dalle guardie imperiali mentre chiedevano, accompagnati dal pope Gapòn, in processione dietro labari religiosi, solo pane e lavoro.  L’autocrazia zarista era giunta al termine, per ragioni legate sia all’inadeguatezza del sovrano, sia alla nefasta condotta nella guerra mondiale che era scoppiata tre anni prima, con rovesci clamorosi da parte dell’esercito russo più volte battuto dagli eserciti degli Imperi centrali comandati dai generali von Hindenburg e Ludendorff (Laghi Masuri, Tannenberg, etc.).

Lenin, negoziatore Trotskij, concluse la pace a Brest-Litovsk per dedicarsi alla Rivoluzione. E così ebbe inizio tutto, che non si fece mancare nulla: né ulteriori guerre con la Polonia (consiglio di leggere L’armata a cavallo di Isaak Babel), né la devastante guerra civile tra i Rossi, guidati da Trotskij e i Bianchi dei generali Denikin e Iudenic. Nel 1924 muore Lenin a cinquantaquattro anni, per un ictus e le sue conseguenze e, nonostante le sue raccomandazioni in senso contrario, gli succede proprio Stalin, e nasce l’Unione Sovietica, che per settant’anni fu protagonista primaria in pace e in guerra della grande Storia di questo mondo. Fino a Khruscev,  a Gorbacev, a Eltsin e a Putin, per certi versi prosecutori di tutta questa storia russa otto-novecentesca  e anche di quella antecedente.

Perché l’orso russo ha fatto sempre tanta paura all’Occidente? Qui il tema si fa intrigante e mi sforzerò di esplorarlo un poco. Secondo me si tratta di una storia legata innanzitutto, e ciò potrebbe sembrare strano, all’evoluzione del cristianesimo dopo la fine dell’Impero romano d’occidente, verso il VI secolo. Quando la capitale dell’Impero si stanziò più che a Roma (o a Milano o a Ravenna, capitali temporanee di ciò che restava dell’Impero occidentale), a Bisanzio o Costantinopoli, fu il cristianesimo, come religione di stato, a partire dal regno di Teodosio I il Grande, a menare le danze. Anche se i primi  concili ecumenici della “grande chiesa” venivano convocati dall’imperatore, da Nicea 325 (da Costantino), a Costantinopoli  381 (da Teodosio), Efeso, Calcedonia, etc., era la teologia dei patriarchi a farla da padrona. Erano i patriarchi di Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Costantinopoli stessa, e il papa di Roma a proporre e disporre le scelte dottrinali che ormai avevano anche una valenza politica. Sulle strade dell’Impero romano si diffuse il cristianesimo in tutte le sue varie versioni e sette. Anche nell’oriente europeo, quando fu accolto con tutta l’ufficialità, più o meno ai tempi dello scisma di Fozio (IX secolo), dal principe Vladimir di Kiev.

Nel 1054 avvenne poi lo scisma tra chiesa di Roma e chiesa d’Oriente con le reciproche scomuniche tra il patriarca costantinopolitano Michele Cerulario e il legato del papa cardinale Uberto da Silva Candida, separazione tuttora in atto su due temi che oggi sembrano di lana caprina e che dirò tra breve, ma che hanno diviso per il passato millennio il mondo cristiano tra cattolici e ortodossi. Ecco, gli orientali si sono voluti chiamare ortodossi, cioè portatori della retta fede, mentre gli occidentali hanno tenuto il nome universalistico di cattolici, che significa in greco “secondo il tutto”, da una cui costola nel XVI secolo si dipartì il Protestantesimo di Lutero e Calvino. Chi è più fedele alla tradizione gesuana ed evangelica tra le due confessioni cristiane? Tutte e due egualmente, in quanto le differenze consistono semplicemente in questo, e si tratta di due elementi meramente teologico-liturgici: a) nel Credo, o Simbolo niceno-costantinopolitano, (dai due concili in cui si stabilì il testo definitivo tuttora in uso) per gli ortodossi lo Spirito Santo (terza Persona della SS. Trinità procede dal Padre attraverso il Figlio, visione subordinazionista del Figlio al Padre, tipicamente orientale, monofisita, alessandrina, origeniana), mentre per i cattolici lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio (visione consustanziale tra Padre e Figlio, che sussiste nel Padre fin dalla fondazione del mondo); b) il pane eucaristico per gli ortodossi deve essere salato, per i cattolici azzimo. Ecco: quasi tutto qui, il resto è storia di contrasti e di culture sviluppatasi diversamente in un millennio.

La Russia ha fin dagli inizi avuto l’imprinting del Padre, innanzitutto. Padre che poi si è incarnato nella figura dello zar, csar, cioè caesar, fin dai tempi di Ivan il Terribile e poi di Pietro il Grande, e poi… perché no, di Stalin, di Eltsin, di Putin. Tant’è che Stalin, soprattutto dopo la vittoria sui nazisti nella Grande guerra patriottica, così in Russia viene definita la Seconda guerra mondiale, nella quale i russi-sovietici furono decisivi per la sconfitta di Hitler con 26 milioni di morti in battaglia, veniva chiamato anche “piccolo Padre”, quasi figura del Padre!!!

Un altro dato storico importante ci illumina sulla progressiva acquisizione di centralità della chiesa ortodossa russa: quando nel 1453 Mehmet II, sultano turco, conquistò Costantinopoli, si può dire che iniziò il declino di quel patriarcato, cattedra di sant’Andrea, che per quasi un millennio e mezzo aveva in qualche modo conteso a Roma la primazia cristiana, ecco che progressivamente fu la Moscovia, cioè la Russia ad avere sempre più importanza, e il patriarca di tutte le Russie, tal ché nei secoli successivi Mosca stessa fu definita come la “terza Roma”.

E non dimentichiamoci che la Russia in cent’anni o poco più ha subito tre invasioni da Occidente: nel 1812 fu Napoleone con la Grande Armèe che si fermò alle porte di Mosca; nel 1914 il Kaiser Guglielmo II vi arrivò vicino, nel 1941 ci provò Hitler, con esiti infausti e a un prezzo terrificante per tutti. La paura di una Russia espansionista è fuori luogo, e in questa ottica si comprende anche la preoccupazione che fu di Stalin, il quale volle gli stati satelliti attorno all’URSS, e anche di Putin cui la Nato fa manovre ai suoi confini e vorrebbe annettersi l’Ucraina, e sarebbe come se l’Armata russa (ex rossa) facesse manovre sugli altipiani della Sonora in Messico, per gli USA, con dubbio gradimento di questa grande Nazione di Nazioni, Vero?

La Russia come potenza e spirito autocratico di origine asiatica, beh forse anche, ma non solo, perché la Russia è ben insediata con la sua cultura nel mondo globale, ed è ben viva e riconoscibile con la sua letteratura, la sua musica, la sua sensibilità artistica, la sua capacità immaginativa e di sacrificio.

Qui non voglio moraleggiare, e ciò s’ha da fare sempre in modo serio, sui crimini di Stalin, come li denunziò Khruscev durante il XX congresso del Pcus nel 1956, né sull’ambiguità di Togliatti o di altri dirigenti del Comintern, troppo spaventati dal georgiano per saper prendere posizioni autonome, ché la Lubianka di Berja e la Siberia erano sempre pronte all’accoglienza dei dissidenti. Desidero sottolineare come la russofobia sia irragionevole, così come il filo-bolscevismo di tanti intellettuali borghesi occidentali, tutte e due posizioni discutibili e poco ragionevoli. Se è vero che la Russia sta conoscendo -faticosamente- solo da un quarto di secolo un po’ di democrazia, è altrettanto vero che le democrazie occidentali non sono dei fiorellini profumati: basti pensare al colonialismo franco-inglese, autore di devastazioni smisurate in giro per il mondo, e in particolare nel Vicino oriente (l’Isis è figlio legittimo di Sykes-Picot, che negoziarono nel 1917 la spartizione in stati fasulli e raccogliticci di pezzi di popolazioni e etnie diverse, e dei criminali errori politico militari dello squallido duo di pagliacci Bush Jr./ Blair in tempi più recenti), oppure la pretesa USA di costituirsi, sulle rotte del petrolio, gendarme del mondo, dottrina appena scalfita, e in modo sgangherato dal forse troppo sopravvalutato presidente Obama.

Ecco perché, ricordando l’Ottobre rosso di cent’anni fa mi sembra giusto riconoscere la grandezza, anche se a volte tragica, di quei personaggi che lo fecero, e fanno ancora più risaltare il divario tra loro e quei nani che oggi si agitano ovunque, ma specialmente nel Parlamento italiano a discutere di riforme elettorali, di rottamazione di tizio e di caio, e hanno le facce insignificanti di un Di Battista, di un Rosato, di un Salvini, di una Meloni, di una Boldrini, di un Toti, e ve ne sono centinaia così, e qualche migliaio su scala nazionale.

Viva la Rivoluzione di Ottobre, dunque? Anche sì, perché ci costringe a leggere la storia con gli occhiali dritti, dando il giusto valore alle cose, anche nelle loro dimensioni tragiche, che la Storia non ci risparmia.

Quell’ottobre del 1917 ha certamente avuto il colore rosso della passione e del sangue, ma questo ottobre, al confronto, è proprio sbiadito, mio caro lettore.

“Lavoro” e “posto di lavoro” sono la stessa cosa?

Caro lettor del sabato,

qualcuno pensa che i due virgolettati del titolo siano sinonimi, ma non lo sono. Il concetto di “lavoro” si riferisce espressamente all’operare dell’uomo per acquisire materie prime, trasformarle e creare tutte le attività di servizio e di ricerca che rendono il lavoro stesso vendibile per la vita umana in generale e per creare reddito aziendale; il concetto di “posto di lavoro”, invece, si riferisce alla struttura organizzativa di un’azienda o di un ente, che prevede posizioni, ruoli, mansioni abbastanza precise.

Secondo una logica elementare dovrebbe essere il “lavoro” a creare le condizioni di un “posto di lavoro”, ma questo è vero soprattutto dove l’economia d’impresa è di tipo privatistico, e fa i conti ogni giorno con costi e ricavi, essendo obbligata a fare sì che i ricavi siano sempre maggiori dei costi, pena la fine certa dell’impresa stessa che non può essere sovvenzionata in deficit, anche se a volte questo è accaduto per ragioni di carattere occupazionale, con costi ingenti per la collettività.

Anche il lessico, il glossario che caratterizza il mondo dell’economia privata è diverso da quello che caratterizza l’ente pubblico. Nell’azienda privata, quando si intende descrivere i “posti di lavoro” tenendo conto delle linee gerarchiche, si parla di “organigramma”, che viene anche definito, stampato e reso ufficiale all’interno e verso clienti e fornitori, nonché per il sistema di qualità e di sicurezza del lavoro. Ma “organigramma” non significa imbalsamazione della struttura operativa, bensì sua delineazione dinamica, sempre modificabile.

Nell’ente pubblico, invece, si parla ancora di “pianta organica”, fatta di caselle da riempire di nomi di persone assunte solitamente per concorso. Nel pubblico, se la “casella” resta vuota per pensionamento o dimissioni (rarissime), bisogna riempirla, altrimenti il lavoro assegnato a quella “casella” non si fa, almeno per un po’ di tempo. Invece nell’azienda privata, se viene anche improvvisamente a mancare un lavoratore in una mansione, si cerca immediatamente di rimediare, cercando una figura di backup (sostituto) tra i dipendenti, operazione non difficilissima, perché le aziende moderne hanno di solito una matrice delle poli-competenze di tutti i collaboratori, e quindi la possibilità di sostituire chi manca inopinatamente con risorse interne già abbastanza formate o, in ogni caso, è in grado di provvedere a una rapida riqualificazione di personale particolarmente duttile e flessibile.

Ecco che  a questo punto comincia a delinearsi la differenza concettuale profonda tra “lavoro” e “posto di lavoro”, là dove il secondo presuppone sempre il primo, non viceversa. Il lavoro deve essere individuato come quantità e qualità del processo operativo, sia se si tratta di attività diretta (operaia, alla faccia di chi pensa che il lavoro manuale stia scomparendo), sia che si tratti di lavoro indiretto, impiegatizio, tecnico o di coordinamento di altre persone.

Quando i carabinieri negli anni ’80 scoprirono che nella sede centrale nazionale dell’Inps a Roma vi erano più cartellini, cedolini paga che posti di lavoro e quindi lavoro, si capì benissimo la non coincidenza dei tre concetti. Lì, con la complicità di direttori centrali e generali, si era creata una pastetta di connivenze che aveva portato la situazione ad essere così deforme, abnorme, truffaldina, sia nei confronti dello Stato, sia nei confronti dei cittadini utenti, lavoratori e pensionati. Si fece un repulisti, ma evidentemente non è bastato perché nei decenni successivi abbiamo assistito a fenomeni di tutti i colori, specialmente di assenteismo patologico e a imbrogli sguaiatamente evidenti, come la timbratura fasulla di cartellini presenza.

Chi pensa che il lavoro coincida con il posto di lavoro può essere tentato di imitare quei cattivi lavoratori del pubblico impiego che con il loro inqualificabile comportamento hanno rischiato di screditare la stragrande maggioranza dei tre milioni di colleghi che invece lavorano coscienziosamente.

In un’attività di direzione del personale nella più grande azienda friulana, la Danieli, dove ho operato a metà degli anni ’90, mi è capitato di porre fine a una vertenza onerosissima provocata da un dipendente infedele, che si assentava per gli affari suoi durante l’orario di lavoro, e l’aveva avuta vinta davanti al giudice, con un costo aziendale più che decennale che qui mi fa pena citare. Le prove della sua infedeltà non avevano convinto il giudice che aveva condannato l’azienda a retribuirlo comunque, non avendo l’azienda stessa accettato la reintegra del dipendente (7° livello metalmeccanico da 2 milioni e settecentomila lire nette al mese), ex art. 18 della Legge 300/70 Statuto dei diritti dei lavoratori. Posi fine a quella vergogna con una transazione tombale di non poco conto, dopo aver informato la Presidente dell’azienda. Mi turavo il naso mentre firmavo dall’avvocato il verbale di conciliazione. Mi vergognavo per l’imbroglio riuscito ai danni dell’azienda e di tutta la comunità di chi vi lavorava.

Due esempi che spiegano bene come il “posto di lavoro” deve sempre essere riferito a “lavoro” vero, non inventato, truffaldino o fasullo come in certi casi, perché allora non si tratta di un “posto di lavoro”, ma di inganno, infedeltà, slealtà verso gli altri e di tradimento dei più elementari sentimenti etici di giustizia.

Chi fu più crudele, Alessandro il Macedone, il presidente Truman o il generale Westmoreland?

Caro lettor mio,

qui non parlerò dei soliti Hitler e Stalin, Pol Pot o Hafez el Assad, tra molti altri dittatori e affini, oggettivamente crudelissimi e tali, ovviamente, anche secondo i racconti di riviste alla Focus o di programmi televisivi alla Voyager, che perseguono il “divulgatismo” culturale più vieto e fuorviante. Farò un confronto sintetico tra Alessandro il Grande, il presidente Harry Truman e  il generale U.S.A. William Westmoreland, comandante in capo delle forze americane nella prima fase kennedyan-johnsoniana della orrenda guerra del Vietnam, malefatta cosmica della democrazia occidentale del XX secolo, poi quasi pareggiata dal duo di dementi criminali Bush jr.&Blair con la seconda guerra del Golfo nei primi anni del terzo millennio.

Qualche giorno fa un signore, forse attento lettore di Focus e spettatore del millantatore Giacobbo di Voyager, “mi informava” che Alessandro, dopo l’uccisione nel 336 a.C. del padre Filippo II re di Macedonia, per assicurarsi la successione e realizzare il suo sogno di “conquistare il mondo”, fece uccidere parenti e affini, e quindi lo giudicava di una crudeltà inenarrabile. A quel punto gli ho chiesto che cosa pensasse della crudeltà di Westmoreland che usava il napalm sui villaggi contadini della nazione vietnamita e i B52 sulle città, che scaricavano bombe da due tonnellate da quota diecimila metri dal suolo, e sotto, laggiù, molte inermi persone, oltre ai guerriglieri Vietcong, morivano, non davanti a un gladio sguainato o per una freccia, ma schiacciati come pantegane, uomini, donne, vecchi e bambini. O era più crudele Alessandro quando inseguiva e uccideva i Persiani di Dario III già battuti al fiume Granico, a Isso o a Gaugamela?

O che cosa pensasse degli Alleati che bombardarono Dresda, o di Hitler, ah no lui, perché quello è già il cattivissimo, che attuò lo sterminio degli ebrei e distrusse Coventry, o del presidente Truman che scaricò due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (massimo atto terroristico di ogni tempo). Chi più crudele? Alessandro, Truman o Westmoreland?

Il fatto è che vedere un campo di battaglia dell’antichità, come può essere stata Canne dopo lo scontro tra Annibale e i consoli romani Emilio Paolo e Terenzio Varrone sarebbe stata una cosa, mentre osservare il fungo atomico di Hiroshima dal B29 Enola Gay che -dopo lo sgancio- si allontana rapidamente, è un’altra: nel secondo caso il colonnello Tibbets non ha visto morti, feriti, bruciati, dissolti, mentre nel primo caso il valloncello di Canne era pieno di corpi dilaniati e la terra intrisa di sangue di almeno cinquantamila soldati uccisi dei due eserciti. Era crudele Annibale o il console Varrone, era crudele il colonnello Paul Tibbets?

L’errore del mio interlocutore sta nella visione anacronistica del giudizio morale. Se per noi cittadini del ventunesimo secolo infliggere la morte a un essere umano in qualsiasi modo, anche con la pena di morte, è inaccettabile, per il tempi di Alessandro non era così, poiché il valore di una singola vita umana era diverso dal valore che le attribuiamo noi. E’ stato il Maestro di Nazaret a spiegare all’uomo che ogni creatura, ogni anima, ha la stessa dignità incommensurabile di chi è stato “fatto a sua immagine” (Genesi 1, 27), ri-leggendo in termini umanissimi e davvero “nuovi” la crudelissima Bibbia, anzi il Primo Testamento dei Patriarchi. Dal lieto messaggio evangelico, in mezzo a mille contraddizioni, si è sviluppata l’idea del valore della vita umana, peraltro per quasi duemila anni proprio non curata dalla chiesa, anzi dalle chiese cristiane e dalle altre grandi religioni. Fu il pensiero laico settecentesco a riprendere illuministicamente questo valore, con il trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria (1764), mentre la chiesa di Roma continuò a tagliare teste (vero “santità” san Pio IX?) fino al 1870 (Agatino Bellomo).

Tommaso d’Aquino, sulla crudeltà in ambito bellico, scrive (Summa Theologiae, II II, q.20, 1 ad 3):

La guerra è giusta se ripara un’ingiustizia. Ma deve essere fatta con retta intenzione, con carità.

Si richiede che l’intenzione di chi combatte sia retta: e cioè che si miri a promuovere il bene e ad evitare il male. Ecco perciò quanto scrive S. Agostino: «Presso i veri adoratori di Dio son pacifiche anche le guerre, le quali non si fanno per cupidigia o per crudeltà, ma per amore della pace, ossia per reprimere i malvagi e per soccorrere i buoni». Infatti può capitare che, pur essendo giusta la causa e legittima l’autorità di chi dichiara la guerra, tuttavia la guerra sia resa illecita da una cattiva intenzione. Dice perciò S. Agostino: «La brama di nuocere, la crudeltà nel vendicarsi, lo sdegno implacabile, la ferocia nel guerreggiare, la smania di sopraffare, e altre cose del genere sono giustamente riprovate nella guerra».”

Riassumendo, la crudeltà è una specie di indifferenza alla sofferenza e al dolore altrui a volte confinante con il sadismo, cioè al piacere di infliggere questo male. Non sempre è quasi sinonimo di violenza, perché può configurarsi anche come mancato soccorso di una persona in pericolo. Rappresenta comunque sempre una manifestazione di pretesa superiorità di un individuo umano su un altro.

Forse è il caso di considerare altri tipi di crudeltà, quella dei serial killer. Che cosa accomuna l’elegante Ted Bundy al “mostro di Rostov” Chikatilo, all’uccisore di prostitute Donato Bilancia, al cannibale di Milwaukee Jeffrey Dahmer, a Landru, a John Wayne Gacy, alla contessa sanguinaria Erzsébet Bàthory, alla saponificatrice di Correggio Leonarda Cianciulli, ai fratelli Savi, se non la crudeltà assoluta, anche se in parte -come sostengono molti neuro-scienziati- connotata da tratti di follia. O quella degli orrendi macellai dell’Isis e affini, cui non intendo dedicare neppure una virgola in più.

E dunque la crudeltà umana appartiene a tutta la storia, ma va vista nella situazione data, nel momento storico, nell’etica creduta e nella filosofia del diritto del tempo esaminato. Quanto al suo essere un sentimento individuale deve essere esplorata dalla psicologia e dai saperi antropologici e filosofici.

In definitiva, non si può paragonare Alessandro il Grande a Hitler o al colonnello Tibbets, perché colti nel loro agire individuale in tempi e situazioni assolutamente diversi, nonché caratterizzato da intenzioni e giudizi soggettivi sugli esseri umani radicalmente differenti, ad esempio, sicuramente folli e crudelissimi nel caporale Adolfo.

Per questo sconsiglierei -per la cultura personale e la maturazione di un sapere etico certamente soggettivo ma ben documentato- di leggere riviste alla Focus e di seguire trasmissioni tromboneggianti come quelle del puerilmente minaccioso Giacobbo. Amen.

Missa solemnis K 337 e Coronation Mass K 317, di Wolfi, ho Mozart nella mia sera

Suona la English Chamber Orchestra diretta da Stephen Cleobury, canta il King’s College Choir di Cambridge. Non le ascoltavo da un paio d’anni. Ora lo spirito si eleva nella sera e nel Gloria. Gloria in excelsis, et in terra pax, et in corde meo pax et spes sit.

Sorrido. Laudamus te, benedicimus te, adoramus te, glorificamus te, gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam. Il contralto ricanta in melodia quanto il coro ha già proposto. Sono un privilegiato che posso sentire questa musica con le mie stagionate meravigliose Tannoy, nel silenzio della casa, da solo, si sta bene in solitudine, anzi nella solitarietà scelta, sapendo che molte persone, quelle giuste, ti vogliono bene.

Crucifixus etiam pro nobis, sub Pontio Pilato, passus, passus, passus et sepultus est. Morto per noi. Ma i violini…

Et resurrexit tertia die secundum scripturas…, certo che è risorto, eghèrthe, è stato risuscitato dalla Sua divinità benedetta e benedicente. Osanna in excelsis. Sia resa lode e gloria nelle altezze sideree indicibili, che parole umane cercano di inutilmente cantare, come Dante fece per tutti noi al modo umano.

Le voci del Coro di Cambridge sembrano provenire dai cori angelici dove l’armonia regna, e la pace e la giustizia vestita di armonia.

Cum Sancto Spiritu. Sembra la sintesi di tutta la bellezza del mondo, quella umana e quella divina, i paesaggi, le montagne, il verde della campagna, l’orizzonte del cielo e quello del mare. La musica proviene e promana da parti sconosciute, linguaggio ancestrale e sempre nuovo, non necessita di traduzioni o spiegazioni perché sta davanti e dentro di te, come una luce pura.

Il giovane Mozart è qui in casa mia, sedicenne come quando scrisse la Coronation Mass, e conversiamo, un po’ in latino e un po’ a gesti. Si è seduto sul vecchio divano, lui è piccolo rispetto a me e mi chiede che cosa faccio e come mai ho tante musiche sue, lì nei vecchi meravigliosi vinili, quasi cinquanta, e nei cd. Ma, mi dice, si sente meglio dai vinili, gli dico io, il suono è più caldo e vero.

Mi chiede il giovine Wolfi quanti dischi in vinile abbia, e gli rispondo circa mille. In silenzio li passa in rassegna, poi mi chiede chi era quella bella ragazza che usciva quando lui è entrato furtivamente a trovarmi, e se è lei che suona l’arpa celtica, che guarda con interesse. Mia figlia Bea suona l’arpa e canta, gli rispondo, chiedendogli se mai voglia ritornare, d’accordo con me, per ascoltarla a sua insaputa. Lei non vorrebbe mai, perché si schermisce sempre.

E così la sera è andata avanti, io e lui, mentre il buio scendeva quasi settembrino. Si stava anche in silenzio, ha voluto un tè e null’altro. Non aveva il parrucchino ma i suoi capelli castani e il suo naso ben pronunciato. Gli ho chiesto dell’imperatore Giuseppe II e mi ha detto che è un brav’uomo intelligente, molto più del vescovo di Salisburgo Colloredo, di cui il padre Leopold era servo.

A un certo punto si è un poco immalinconito, perché doveva andare via, e affrontare un lungo viaggio fino a Vienna, dove lo aspettava Leopold. Io lo avrei trattenuto per la notte e anche per domani, domenica, magari per parlare ancora e fare una passeggiata insieme.

Non ha voluto, anzi si è alzato perché ha sentito il nitrito dei cavalli che arrivavano fuori del mio portone. Gli ho dato la mano e lui me l’ha stretta nella sua manina adolescente, sorridendomi prima di andarsene.

Tu forse, caro lettore, penserai che io sia impazzito… ebbene sì, di queste gioie che stanno in mezzo al resto della vita, grato all’Eterno Padre che provvede a tutto, a Mozart e anche a me, nella notte che viene.

Le affettività giovanili odierne come nuove “affinità elettive”

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così sorge dal cuore quando scatta quel qualcosa, di chimico quasi, come insegna Goethe, e tu non sai se sei Ottilia, il Capitano, EdoardoCarlotta… di inspiegabile con la ragione argomentante o con la logica sillogistica. Non funzionano più ora i meccanismi classici della nostra biologia mentale, la psiche è ottenebrata, i sensi comandano in un turbinoso scambio tra quelli esterni a quelli interni. E’ l’innamoramento o qualcosa di simile, è la passione a vari livelli emotivi, l’attrazione erotica. Questo è.

Le definizioni della tradizione e del diritto come marito/ moglie o fidanzati in quel momento sanno di stantio e salta tutta l’etno-antropo-etico-giurisdizione della regola che ha instaurato lungo la storia umana la struttura familiare, il diritto ereditario, gli interessi economici, i patti, i contratti, e tutto ciò che sa di presa in carico, di burocrazia… tutto viene scombinato, scoperchiato nella sua verità.

La monogamia si scopre costruzione storico-sociologica e ricompare ciò che è lì, magari sepolto dai secoli, se non, ma in modo diverso, in certe zone arretrate del globo, dove il potere maschile impera.

La crisi della monogamia, che non è tribalismo patriarcale, ora sta scoppiando nella cultura e nella civiltà occidentale.

La donna ha contribuito moltissimo a questo cambiamento radicale, iniziato cent’anni fa e proseguita con un secolo di battaglie memorabili, dalle suffragette a Franca Viola, con la liberazione da tutte le pastoie precedenti, dai suoi obblighi verso il maschio, dalla subordinazione e dalla mancanza di autonomia. Ora la donna, di fatto e di diritto non può essere comandata, dominata, eterodiretta, perché lo vieta la legge e anche il costume. Non è più scandaloso che ci si separi, si divorzi.

L’altro soggetto “liberatore” sono stati i giovani, con i loro costumi, a partire dalla rivoluzione sessantottina. Donne e giovani sono anche la risorsa sociologica che credo molto presto farà implodere l’Islam più conservatore. Osservo che perfino in Arabia Saudita qualcosa si muove, dopo essersi mosso in altre nazioni di quel mondo. Duole vedere la grande Turchia ancora in bilico tra modernità e antiquariato ideologico-politico, ma Erdogan è destinato a perdere la presa.

Tornando al tema del cambiamento dei rapporti, noto che i ragazzi oggi preferiscono avere tra di loro rapporti più “leggeri”, che non significa superficiali, ma neppure troppo legati al classico modello “ci piacciamo, ci frequentiamo, conosciamo le rispettive famiglie“. Accade ancora, ma senza che ciò significhi preparare il corredo di nozze e fissare magari la data di un tristissimo e immaturo matrimonio.

I ragazzi frequentano i gruppi, stanno in gruppo, e non è vero, grazie a Dio, che chattino continuamente con altri quando stanno con gli amici. Forse lo fanno ancora i giovanissimi, ma non più i ventenni e oltre.

Oggi i ragazzi possono dirsi anche, come in una vecchia canzone di Carla Bissi “sento che forse ti amo“, dove il forse dice tutta la precarietà dell’amore e tutta la sua forza, tutta la sua ambiguità insieme con la sua assolutezza. Eros (sono orgoglioso di averci scritto su un librone!) è il motore mobile (non immobile, caro Aristotele, mio grande e venerato Maestro!, ma qui ha ragione il tuo Maestro, Platone) del mondo e di tutte le cose, sempre imperfette, fragili, sinuose, docili e indocili nello stesso tempo.

Questo forse sta comprendendo quest’ultima generazione di giovani, più smagata e cinica delle generazioni precedenti, ma non per questo meno autentica, anzi forse di più. Per questo sta cominciando a costruire le proprie affinità elettive in modo più light, che alla fine è anche più rispettoso degli altri, scevro da promesse irrealistiche di amori infiniti ed eterni.

Come vi sono infiniti gradi di amicizia, io lo sto constatando in queste settimane, vi possono essere infiniti gradi di verità nell’amore, non volendo con ciò dire promiscuità o imbroglio, ma semplicemente che va accettata la ricerca della verità sull’amore, perché altrimenti tutto si fa ambiguo e fasullo, disonesto e pericoloso. facile dirlo, caro lettor gentile, tu puoi dirmi, più difficile agire di conseguenza. Certamente, ma i ragazzi di oggi ce lo insegnano con una freschezza rigenerante.

Osserviamoli con affetto e stiamo loro vicino, ché quando ci chiamano ci siamo, vivendo noi più grandi, la nostra vita nella verità locale che possiamo e che dobbiamo a noi stessi.

Le grandi derive della storia e i diversi sguardi umani sul mondo

Tra papa Bergoglio e Salvini vi sono certamente persone che tengono per l’uno o per l’altro: se si “tiene” per il primo il secondo risulta inviso e viceversa. Ad esempio sul tema epocale dei migranti e dello ius soli. Manicheisticamente, come ai tempi di sant’Agostino o delle lotte guelfi-ghibellini del nostro gran Medioevo.

Sappiamo che dai tempi preistorici tutte le popolazioni del mondo si sono spostate, più o meno, dai territori di origine, a volte muovendosi per migliaia o decine di migliaia di chilometri. Pensiamo alle trasmigrazioni di popolazioni asiatiche o amerinde attraverso lo stretto di Bering, alle migrazioni dei popoli Indoeuropei dall’Asia Centrale all’Anatolia, alla Tracia, e all’Europa, agli esodi nel Vicino Oriente antico, come narra la Bibbia, fino ai fenomeni attuali di enormi masse di migranti che salgono dall’Africa equatoriale verso il Mediterraneo, o provengono da zone di guerra o di miseria afro-asiatiche.

Detto questo, i popoli che si sono spostati, o si sono inseriti nei nuovi contesti socio-etnici in qualche modo (in molti modi) integrandosi, o hanno conquistato i nuovi territori, come racconta la Bibbia con dovizia di particolari (cf. libro dei Giudici).

Ora sta accadendo un fenomeno epocale che non può essere fermato con misure militari o di polizia, perché ha a che fare con la distribuzione dei beni nel mondo, che è iniqua, con la qualità di vita che si differenzia in maniera radicale tra Occidente e i territori da cui provengono queste genti, e dunque l’inerzia “fisica” della deriva è inarrestabile. Anche mio padre, quando non trovava lavoro in Italia è andato in Germania dove lo ha trovato.

Questo non significa che si possono accogliere tutti e in qualsiasi modo. Ma vuol dire anche che le grandi Nazioni ricche e sviluppate, meta agognata di queste persone, e non dico le fallimentari e quasi inutili organizzazioni sovra-statuali (ONU in primis), debbono porsi, ed è già tardissimo, il tema dello sviluppo nelle terre di provenienza di questi esodi, in Africa, in Asia, e tenere conto che “tutto-si-tiene”, guerre in corso, guerre sbagliate fatte dai colonialisti di un secolo fa e di pochi anni fa, avidi di terre, ricchezze varie e petrolio.

Ora in Italia si pone con urgenza nell’agenda politica il tema dello Ius soli, cioè del diritto di cittadinanza di chi nasce qui, pur provenendo da qualsiasi altrove. Negli Stati Uniti d’America vige da secoli, perché è in Costituzione, mentre da noi il diritto di cittadinanza è regolamentato da leggi vecchie di un paio di decenni, abbastanza arzigogolate, e ora fondamentalmente ingiuste e inefficaci. Non le sto a riassumere qui: basti dire che il diritto di cittadinanza è concesso ai bimbi nati da almeno un genitore italiano, o comunque solo al compimento del diciottesimo anno di età, e così via. Pare ci siano oltre un milione e mezzo di bambini, ragazzi e giovani che, se fosse emanata la norma dello ius soli, diventerebbero immediatamente italiani.

Se mi si chiedesse se sto con Salvini o il papa, io non esiterei a dire che sto con la ragione, perché hanno in parte torto tutti e due. Il primo perché, nel suo stile a-logico e sgangherato, fa di ogni erba un fascio, usando i social, mescolando un tema gigantesco con le paturnie dei disinformati e blandendo i sentimenti e gli egoismi peggiori. Salvini fa male anche a mettere insieme il tema dei migranti con il terrorismo, perché porta solo acqua al mulino della confusione.

Al papa rimprovero un certo semplicismo, che gli fa dire, una po’ à la Bertinotti d’antàn, che tutti hanno diritto di essere accolti, se fuggono da miseria, guerre e altre disgrazie. Certamente, ma agendo in contemporanea su tutta la tastiera delle cose da fare, comprese politiche di sviluppo e commerciali più eque e solidali nei e con i paesi di provenienza dei migranti.

Sto con la ragione argomentante, perché non parteggio, non ho bisogno di “stare con”, avendo un’autonomia di giudizio che non richiede conferme nel mondo dei più noti, e non sempre più accorti.

L’auto-contraddizione è inaccettabile, insopportabile e intellettualmente disonesta

Più che sopportabili e spesso molto utili sono la contraddizione, la contrarietà, il contrasto, la polemica, e anche il conflitto in un dialogo vero, serrato, tra due persone, tra due intelligenze, tra due posizioni, tra due schieramenti teorici, tra due partiti, tra due squadre, nella competizione che prevede di darsi da fare, anche per vincerla.

La contraddizione è utile anche quando si manifesta nella stessa persona, perché può essere un sano antidoto al vizio irrigidente del coerentismo, cioè dell’idea che se si è seri non si debba mai cambiare idea. Il che è pura idiozia.

Cambiare idea e quindi contraddirsi nel tempo non è male, anzi. Meglio contraddirsi che smettere di pensare. Quelli che ripetono sempre gli stessi stereotipi concettuali, le stesse idee immodificabili, sono destinati al rincoglionimento progressivo, e neppure tanto lento.

Essere in disaccordo e contrariare qualcuno spesso è molto sano, perché impone di continuare a riflettere, a discutere, ad approfondire, non accontentandosi di avere avuto ragione spegnendo il dialogo.

Contrastare anche polemicamente, con vigore e convinzione può mettere in dubbio radicati convincimenti, spesso pigramente conservativi e dunque stantii e infine probabilmente dannosi.

L’autocontraddizione, invece, è inaccettabile, insopportabile, e intellettualmente disonesta. Mi spiego. Poniamo che una persona abbia fatto di ideali etico-politici di giustizia sociale l’oggetto focale della propria vita e che a questa persona sia stata disponibile a sacrificare tutto il meglio della propria stessa vita, anche la libertà. Sto pensando ai duri e puri di tutti gli estremismi di sinistra che storicamente si sono alternati sulla scena del mondo, anche se declinati in modi molto diversi, dalle sollevazioni di piazza all’uso delle armi, agli attentati e agli omicidi.

Poniamo anche che questa persona, dopo un periodo di carcerazione molto lungo, e ragionevolmente sufficiente per considerare estinto il debito della pena meritata per il reato compiuto, in sé gravissimo, e quindi condannata a un ergastolo ostativo (fine pena mai), non voglia in alcun modo chiedere dei permessi di uscita dal carcere cui avrebbe diritto, adducendo ragioni di coerenza e di testimonianza indefettibile. Bene: siamo di fronte a un comportamento evidentemente auto-contradditorio, poiché l’afflato generosamente speso per la giustizia sociale, anche se per un astratto popolo lavoratore, che non si è mai agganciato al progetto estremistico, si scontra con la superbia del rifiuto di ogni misura attenuativa della pena. “Devono propormi loro il permesso, ché io non lo chiederò mai a uno stato che rifiuto e non riconosco“, questa la sua dottrina a supporto del rifiuto.

Ebbene, rifiutata dal popolo che non si è “fatto liberare” da lui e dalle “avanguardie proletarie”, questa persona si rifiuta di chiedere qualsiasi cosa. E dunque come si può conciliare logicamente l’empito e l’impeto di generosità altruistica della militanza, con l’autoesclusione da ogni processo di ripensamento e di recupero a una vita normale?

Non si concilia, perché nella stessa persona accade un processo psico-morale connotato da uno smisurato orgoglio spirituale, che è fomite e origine di un’auto-contraddizione insopportabile prima di tutto sul piano logico, e successivamente anche su quello morale.

Il decoro e la vergogna

Dulce et decorum est pro Patria mori“, cioè è cosa dolce e onorevole morire per la Patria (Orazio, Odi, III, 2, 13). Così credevano i nostri Padri latini. Mi sono chiesto spesso se io sarei morto o morirei per la Patria e, quasi senza esitare, mi sono sempre risposto “sì”, perché se la Patria è la terra dei “nostri padri e delle nostre madri”, e cioè la tua casa, il paesaggio naturale e interiore dove vivi e dove vivono le persone che ami, non puoi non ritenere degno del sacrificio più alto la sua difesa. Senza che ciò suoni stonatamente eroico o retorico. Dolce e onorevole, però, è di questi tempi recuperare anche un senso estetico, e forse il senso naturale,  quasi primordiale della bellezza, come segue.

Hai presente, gentil lettore, la Madonna Annunziata di Antonello da Messina? se no, vai a cercarla sul web e ammirala, ché forse non esiste immagine muliebre più sublime nell’iconografia sacra e profana di ogni tempo. In quel quadro il grande Antonello è riuscito a trasfondere la bellezza allo stato puro, senza mediazioni od orpelli estetistici. La purezza delle linee, la profondità dello sguardo di Maria di Nazaret incanta ogni persona, e lascia intravedere qualcosa di indicibile, oltre e nell’Oltre.

Di contro, quale decoro si intravede da tempo per le nostre strade? Mi racconta l’amico Mario che quando visitò la Moschea Blu a Istanbul con Rosanna e Maria Vittoria, consegnarono loro una veste leggera e un velo per entrare nel luogo sacro. E lui, vecchio -si fa per dire- reprobo ateo ed ex comunista le trovò bellissime, come le altre donne che si erano colà recate per la preghiera dell’ora quotidiana.

Non sto qui facendo un panegirico del velo islamico, o del velo cattolicissimo che le nostre mamme e nonne fino al 1965, post Concilio Ecumenico Vaticano secondo, erano obbligate a indossare entrando in chiesa, ma mi chiedo se non sia da recuperare un poco anche solo il buon senso e il buon gusto del decoro estetico, di una bellezza semplice e rispettosa dei luoghi.

In giro vediamo ragazze con rotolini di carne debordanti e ombelichi talora provvisti di metallo che protrudono in fuori, con risultati estetici a dir poco penosi, vediamo volti sfatti dalle merendine e dal chewing gum, masticato in faccia a ogni interlocutore, ci disturbano l’udito inascoltabili stupidaggini che escono da bocche ignoranti e da menti silenziate. Grazie a Dio che non è la norma.

E, ragionando con l’amico, scopriamo che questa  deriva dipende anche dalla crisi di un salutare sentimento, quello della vergogna. La tv e il web stanno oramai abituando gli utenti, di tutte le età, a non badare più a nulla e ad ammettere tutto, spudoratamente, in parole, gesti, fotografie, filmati e ogni altro mezzo o supporto mediatico che oggi è possibile utilizzare per comunicare in tempo reale le proprie ubbie, il proprio odio, i propri gusti e disgusti, in un pantano sempre più immondo di comunicazione ansiogena, stereotipata e volgarissima, anzi semplicemente stupida.

Bisogna riproporre nell’educazione familiare, nella scuola dell’obbligo e oltre, il sentimento della vergogna come salubre strumento di autoanalisi e di rieducazione individuale e collettiva. Occorre re-imparare a vergognarsi di quello che si dice, di quello che si fa e perfino di quello che si pensa, per incominciare a guarire da questa patologia psico-morale che ci ha investiti in questi ultimi decenni.

Un esempio di utile uso della vergogna: chi mi legge o mi frequenta sa che non sopporto Laura Boldrini, che ritengo inutile e dannosa nel ruolo che ha, per come lo interpreta, per le cose che dice e per quelle che tace, ma non sopporto neanche chi la insulta con epiteti e la minaccia con frasi inaccettabili. La Boldrini se ne vada al più presto, ma costoro stiano zitti per sempre, e si vergognino.

Dulce et decorum est cogitare et agere bona.

Frontiere e limiti come passaggi per andare oltre, nella storia umana e nella vita delle persone…

Si ritiene in ambito storiografico che negli antichi imperi, quando il mezzo di trasporto più veloce e sicuro era il cavallo, dai tempi di Suppiluliuma re degli Hittiti, di Tiglat Pileser III degli Assiri, della Cina della Grande muraglia, di Ciro il Grande, di Alessandro e del magno imperium di Roma, fino a Gengis Khan e Timur Lenk, le amministrazioni centrali dovevano essere raggiunte in non più di quattordici giorni, pena lo sfaldamento delle strutture politico-amministrative. I Mongoli stessi che ebbero l’impero più grande, si decisero a dividerlo in khanati per poterlo governare, e comunque il loro impero durò pochi decenni. L’impero romano, invece, che aveva dimensioni più contenute e soprattutto aveva la sua capitale, Roma, baricentrica rispetto ai confini estremi della Tracia e della Persia a Est, della penisola ispanica a Ovest, del Vallo Adriano a Nord e delle regioni mediterranee del Nordafrica a Sud, durò quindici secoli, se consideriamo il periodo  da Augusto alla caduta di Costantinopoli nel 1453 sotto i colpi dei Turchi di Mehmet II.

Pochi decenni è durato l’impero di Gengis Khan, quasi 1500 anni Roma. E’ evidente che le ragioni di queste differenti storie non stanno solo nei quattordici giorni a cavallo dal confine alla capitale, ma anche e soprattutto nella superiore capacità organizzativa, nella cultura filosofico-giuridica e socio-politica di Roma, rispetto agli altri imperi.

E poi le abbiamo derive migratorie, irresistibili, esodi impressionanti di tanti esseri umani da… e per… Sono questi i grandi movimenti dei popoli, delle tribù, delle nazioni che a volte si spostano da un luogo all’altro di questo piccolo pianeta in cerca di vite nuove, fuggendo carestie, cataclismi, epidemie-pandemie, guerre e ogni altro pericolo che incomba su immensi e popolati territori.

Mio caro lettore, perché questa premessa, solo per il gusto dell’indagine geo-storiografica, peraltro oggi materia unificata alle superiori? Certamente anche per questo, ma soprattutto per parlare ancora dell’uomo e del destino che egli si costruisce come soggetto autonomo dentro le circostanze della vita.

Se la storia ci insegna di confini, di nazioni conquistate e conquistatrici, di fiumi e catene montuose invalicabili, di orde disordinate (come quelle uralo-altaiche o turco-mongole) o di eserciti organizzati scientificamente (come quelli di Alessandro, Annibale, Pompeo, Cesare, Scipione, Napoleone,…) lanciati alla conquista di pezzi di mondo, la storia umana, anzi le singole storie umane, la mia la tua, lettore gentile, ci insegna che si tratta sempre di una ricerca dei confini, dei limes, dei limiti.

Per tutta la mia vita, senza mai dichiararlo neppure a me stesso, sono andato in cerca del limite, del mio limite, e ho corso, corso, e corro ancora, forse con più equilibrio, chissà. Il mio caro amico Franco, leggendo gli ultimi miei pezzi qui, mi esorta a non mollare la presa, a andare “a manetta” se me la sento, se le forze mi assistono, se “ho l’ispirazione”. Ebbene sì, caro Franco, che mi conosci bene, e anche altri cari amici/ care amiche che mi volete bene in questa vita frenetica e bellissima, seguirò il vostro consiglio, di andare spedito, di andare avanti ad esplorare i confini, ad esplorare i limiti delle mie energie ben spese per un buon fine.

Il fatto è che, come nelle gare sportive, il limite assoluto non si può conoscere, perché può sempre venire “limato” dal nuovo primatista della gara: analogamente i limiti delle nostre prestazioni non sono conoscibili in anteprima, prius quam, aprioristicamente, ma solo alla fine di una fase della ricerca, che abbisogna di riposi per poi consentire la ripartenza. E così si va, nel tempo e nella storia, a volte incespicando, ma poi -rialzandosi- si riparte verso l’orizzonte, il confine, il limite ancora inesplorati. Grazie a Dio.

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