Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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L’ente e il ni-ente, una piccola lezione di metafisica

Si può anche scherzare sulle due prime parole del titolo.

Scrissi vent’anni fa un pezzo un poco “metafisico” che divertì più d’uno, pezzo in parte ispiratomi dal padre Giuseppe B., domenicano di Bologna, professore di metafisica, ontologia e teologia filosofica. Eccolo.

Se l’ente è,/ non è il ni-ente,

perché se fosse il ni-/ ente non sarebbe/ l’ente,

piuttosto, se sembra che/ l’ente balli il tango col ni-/ ente,

si tratta di un suo scomparire/ prima del nuovo riapparire/ (dell’ente).

Un calembour, un giuoco di parole? Anche no. Una sintesi metafisica del rapporto tra essere e nulla, cioè di come si può conoscere negando et ponendo tollens, vale a dir come si può considerare anche ciò che le cose non sono, ad esempio, come io-non-sono-te, mio gentil lettore.

La parola nulla può intendersi sia come mancanza assoluta di realtà, dall’etimologia latina nūlla – neutro plurale dell’aggettivo nullus-a-um (“nessuno”) – che si può rendere come “nessuna cosa”, sia  come contrario di qualcosa, lemma etimologicamente reso in latino con nonnihil (il non niente) dove viene utilizzato il termine nihil.

Nel linguaggio comune viene accepito come equivalente a niente: o non-ente come lo intende Heidegger.

La stessa teologia apofatica riesce a utilizzare il nulla per di Dio, nel senso che Dio è, anselmianamente, ciò di cui non si può dire alcunché di più grande: si può dire pertanto, secondo questa teologia, che Dio è il “nulla” di qualsiasi altra “cosa”. Non dimentichiamo che i musulmani hanno il centesimo nome di Dio che è impronunziabile, e gli ebrei nominano Dio in tanti modi, ma raccomandando di non pensare che siano il vero nome di Dio.

Il “nulla”, quindi, existit, esiste in sede logica, piuttosto che in sede metafisica, dove, come insegna Parmenide il nulla è nulla, non solo il nulla di qualcosa, essendo il non-essere, appunto, nulla. Non si può, di contro, trascurare, che -dicendolo- se ne ammette l’esistenza, nella verità di una parola: “nulla”, appunto.

Infatti, se l’ente è non è il ni-ente. Tutto ciò che è possiede un’essenza mentre l’essere si dà nell’essenza dell’ente. Se l’ente è il soggetto, l’essenza è ciò per cui l’ente è ciò che è e l’essere è ciò per cui l’ente è.

Che ne dici mio gentile lettore? Giochi di parole inutili? Forse no, ché le parole, se messe in ordine, fanno la realtà. Le parole sono oggetti che disegnano il significato concordato, e vengono da lontano. Hanno radici e mettono radici. A volte sono disprezzate, perché non conosciute, o forse per pigrizia.

Bisogna avere grande rispetto per le parole, e usare quelle giuste al posto giusto, i sostantivi, gli attributi, i verbi, gli articoli, le preposizioni, le particelle avversative, i sinonimi, i contrari, le parole composte e i sintagmi, i tempi e i modi verbali. Le parole, non solo significano le cose e i pensieri, ma danno loro anche coloriture diverse, a seconda di come sono usate.

Anche le parole astratte, che rasentano la metafisica, come “umanità” o “gattità”, cioè le caratteristiche dei gatti, senza contraddire la classificazione zoologica della specie felina. L’umanità è l’essenza dell’umano, mentre l’uomo è l’ente e la sua vita umana è l’essere.

La scienza moderna, iniziata con Galileo, ha giustamente liquidato gli errori marchiani della cosmologia aristotelico-tolemaica, ma ha fatto anche inutilmente strame della metafisica dell’essere. Oggi ci si sta accorgendo che questo pensiero è tutt’altro che obsoleto, a fronte delle sempre più interessanti scoperte della fisica delle micro particelle e dell’ambito macro. La dottrina dell’essere torna utile, quando Heisenberg spiega il principio di indeterminazione, o Hawking ipotizza universi paralleli.

Che cosa contraddistingue la realtà delle cose, così difficilmente definibili, se non una dottrina dell’essere, che torna, non solo platonico-aristotelica, ma addirittura parmenidea? L’essere è e il non-essere non è. Proviamo ad applicare Parmenide alla politica italiana contemporanea, facendoci alcune domande, anche se retoriche,  e perciò usiamo il verbo “essere” come ausiliare o come copula. Prima domanda: Di Maio ha un briciolo di cultura, cioè, è un poco colto? No, lo si deduce anche solo dalla sua affermazione che la Francia vanta una democrazia millenaria, cioè dai tempi degli imperatori Ottoni di Sassonia, e pertanto quest’uomo appartiene alla categoria del non-essere-colto: in qualche modo Di Maio non-è, vale a dire la sua essenza è sprovvista di cultura, lui come soggetto non-è colto e pertanto è ignorante: la sua essenza è l’ignoranza. E il suo essere? Il suo essere si dà come incolto e dunque è un non-essere-colto.

Il sillogismo, ancorché zoppicante, mostra indefettibilmente come questo politico e nulla più, non sia (provvisto di cultura), e pertanto, rispetto all’essere-colto, Di Maio non è, e infine non-esiste. E’ il nulla.

L’utilità di Parmenide e della metafisica al giorno d’oggi. Eh eh.

Stupidità, furbizia e intelligenza nel pot purrì dell’etere

Capisco che la comunicazione televisiva e soprattutto telematica ha le sue esigenze, e quindi non discrimina né sottilizza troppo in base alla stupidità, alla furbizia o all’intelligenza e alla cultura delle persone che presenta, anzi, quando si tratta di esemplari penosamente cagionevoli, li sceglie per mostrarli nei loro limiti e far crescere l’audience, come accadeva nei secoli passati e fino a pochi decenni fa, quando nei circhi e nelle fiere si mostravano esseri umani affetti da nanismo o elefantiasi e altre “mostruosità”, senza niuna pietas. E quindi da Fazio, dalla Venier, da Porro, da Formigli, dalla De Filippi, che accoglie un’orda di minus habens, da Del Debbio, dalla Berlinguer, dalla D’Urso, più o meno come la De Filippi per “aura” socio-culturale, va qualsiasi sia ortaggio senziente di parvenza umana, dall’alfa all’omega, da 1 a 10, da -10 a +10, sopra l’81 di QI e talora, mi viene il dubbio, sotto.

Possiamo trovare in quei format, sia intellettuali rispettabili, illuministicamente e umanisticamente onesti, à la  professore Sabatini dell’Accademia della Crusca, che sdogana magnanimamente la transitività del verbo uscire, beninteso nel “parlato” quotidiano specie napoletano (es. esci il cane! invece che fai uscire il cane), e qualche altro nome potrei fare, sia guitti non sempre sopportabili alla Mauro Corona, ovvero furbissimi venditori di mezze ore come Sgarbi, che cultura ne ha da vendere, o Saviano che invece no, o Crepet, ch’è mezz’e’ mmezzo (ascoltare ben per creder), ovvero ancora polituncoli che hanno raggiunto una immeritata notorietà con comparsate amm’ezz  a vittorie elettorali contingenti.

Ad esempio, che ha da dirci quel bellu guaglione dal sorriso perennemente sardonico, come la D’Urso ce l’ha stereotip, che chiamano amichevolmente Dibba? Che ha da dirci di interessante? Cronache di viaggio? E chissenefrega, potremmo dir senza tema di offendere la storia del giornalismo, e men che men della cultura? Opinioni politiche? Repetita iuvant. Certo, ripetere giova, talora, e in questo caso sì, sì e sì.

Mi pare che da lì non si cavi granché, che ne dici mio gentil lettore, pazientissimo quando tocco questi temi, io divertendomi, ma non so quanto facendo divertire te?

Torniamo al punto. Sul web e in tv non occorre essere o dire cose intelligenti e colte, perché i due mezzi macinano tutto, non c’è verifica della veridicità di quanto si sente proferire, tuttalpiù un contraddittorio sgangherato, salvo nel casi delle più paurose ed evidenti gaffes, come scambiare la capitale della Colombia per quella del Venezuela, o il Mar Nero per il Mediterraneo, o Saragat per Salvemini, o D’Annunzio per Ottavio Bottecchia. Scherzo ora, ma non troppo.

Tv e web sono diventati dei luoghi dove in generale, con rare eccezioni, si combatte la pessima battaglia del pressapochismo e dell’incultura, quasi che il sapere spaventasse. Oppure richiedesse troppa fatica. Scrivo da tempo in molti modi che da due o tre decenni almeno è in crisi la logica, il piacere dell’argomentazione che richiede documentazione, tempo, pazienza e capacità di ascolto. Facciamo solo un confronto tra gli attuali dibattiti politici e la “Tribuna politica” degli anni ’60 e ’70. Non c’è storia: oggi un parlarsi addosso furente e confusivo, allora un dare la parola per tempi stabiliti prima, garbo e rispetto per gli interlocutori. Allora il contraddittorio prevedeva la conoscenza dell’argomento, oggi no, ognuno può sproloquiare come gli capita e vuole, al momento. Il risultato è una pericolosissima disinformazione, fondamentale alimento o conseguenza, a seconda se di chi parla e di chi ascolta, della disonestà intellettuale e della menzogna.

Dove cercare riparo da tanta devastazione? Non c’è riparo, bisogna starci dentro, fino in fondo. E’ inevitabile, e moralmente ineccepibile. Non possiamo voltarci dall’altra parte, mai. Nel nostro “piccolo” che a volte è inopinatamente e insperabilmente “grande” dobbiamo kantianamente continuare a insistere, al di là di ogni principio morale, ma non nel senso nietschiano del termine, che prevede un background essenzialmente cinico, bensì nel senso de-ontologico, cioè di un “fare perché deve essere fatto”. Devo perché devo (il perito industriale Bertinotti direbbe senza se e senza ma).

Una delle bonifiche da curare nei linguaggi espressivi di parole, proposizioni e discorsi è, non dico l’abolizione, ma la riduzione drastica delle avversative. I veri esperti di comunicazione, come il mio amico Romano, sanno benissimo che quando in un discorso si inserisce un “ma” o un “però”, l’oggetto dell’affermazione precedente viene irrimediabilmente limitato, ridotto, o -a volte- addirittura distrutto. Di solito chi usa molte avversative, non solo è incerto nelle sue convinzioni, ma spesso desidera sempre salvaguardare un’uscita di sicurezza, non si sa mai. Le avversative, certamente servono a strutturare il dubbio, l’opinabilità, l’esigenza di approfondire, ma se inutili, sono dannose, a volte in maniera grave.

Un altro aspetto curioso, da conoscere e da correggere è l’uso di avversative in luogo di particelle di congiunzione. Già ne parlai un paio di volte in questa sede. Da qualche anno molti abusano del “piuttosto”, che è ovviamente -come, mozartianamente, san tutti e tutte- un’avversativa. Si sentono frasi del tipo “siamo andati in ferie in Maremma piuttosto che a Viareggio, piuttosto che a Capalbio (radical chic docent), piuttosto che…”. Meglio mettere al posto di “piuttosto” “e”. Diverso sarebbe il caso se il parlante volesse proporre al suo amichevole interlocutore delle alternative tra Maremma, Viareggio, Capalbio, etc.. In quel caso sì ci starebbe “andrei in ferie a … piuttosto che a … piuttosto che a …”. Magari in questo caso meglio usare “o”, più breve e meno faticoso di “piuttosto”, seguendo la natura, che è sparagnina, intelligentemente sparagnina.

I personaggi di cui sopra, a eccezione di Sgarbi e Sabatini, non sarebbero in grado di seguirci in questi semplicissimi ragionamenti. Male, vero?

E noi insistiamo, con pazienza e grazia.

L’osteria in mezzo ai campi, le discipline inutili e i nuovi “professori del nulla”

Una pasta al ragù… e io invece una carbonara… io aglio olio e peperoncino… e per i secondi vedremo dopo“. La serva di Vanda (absit iniuria verbis) se ne va contenta della comanda, cui aggiunge, sponte sua, una caraffa di vin rosso e acqua.

La domenica d’inverno, fredda, uggiosa e silente passa. Mi ha invitato alla bici in solitudine, come un tempo. Un ritorno. Ho sempre preso in mano la bici in inverno, senza timore della temperatura cruda. Poche auto, Pause per bere un po’ di acqua con corroboranti, il caffè e la cioccolata calda nel bar conosciuto.

E poi la trattoria avita dove sento la comanda. I tre piatti son consoni agli ordinanti. Il primo di un ottantenne pieno di soddisfatta quiete, il secondo di un sessantenne immenso, il terzo di un uomo sui settanta. Settanta di media e tre uomini contenti di essere lì. L’osteria è piena e a malapena mi ricavano un angolo per il mio pranzo veloce. Anch’io prendo una pasta e un bicchiere di vino.

Son partito tardi, fino in fondo incerto alla partenza, per la mancanza di sole, ma me l’ero promesso, di uscire con la frusciante, stamane.

La mente è connessa con il corpo, il cervello con il resto. Respiro profondo e senza timore di scarichi d’auto. Fa freddo, veramente. Faccio fatica a scaldarmi perché c’è anche umidità quasi di pioggia gelata. Ma vado. Un po’ dolorando. Ma vado. Vado fin giù nella Bassa a vedere il Fiume tra gli alberi e il ponticello di legno.

Non vi sono compagni di viaggio per strada. Nessuno. Solo i pensieri accompagnano il pedalare ritmato dal respiro. Pensieri che fuggono, pensieri che vengono, senz’ordine apparente. Grazie a Dio non turbati dalla banalità della cronaca e della politica. Fuori mano sono, con la testa e il corpo. Irraggiungibile per i malanni e i malnati della comunicazione mediatica.

Seduto al mio piccolo tavolo guardo arrivare avventori. Nessuno è in bici, tutti in auto. Ausculto ed apprendo che alcuni di loro vengono dal trevigiano, altri dalla zona isontina. La gita nel Friuli profondo, silenzioso come nei decenni passati, ancora integro. Nessuno è in bici. Allora lo strano son io, quello strano, che va in bici nel freddo di fine gennaio, invece di accucciarsi in fondo al sedile di un’automobile, cappotto sempre indosso.

Entrano intirizziti e io li guardo curioso, che intirizzito non sono. Epperò che forte, ancora, sono. Posso pensarlo? Senza essere temerario.

A un tavolo c’erano, me ne sono accorto subito, dei giovani accademici, mi pare veneti, che subito iniziarono a discutere o disquisire con entusiasmo, quasi con foga. Qualcuno che mi legge con amicizia sa che qualche anno fa scrissi un breve saggio su “I professori del nulla”, dove mi dilettavo ad elencare non poche figure di maitres à pensèr, che allora andavano per la maggiore. Si era verso il 2010 e la crisi era nel suo pieno vorticoso agire. La crisi economica e la crisi cognitiva, che allora, dopo avere mosso i primi passi ed esalato i primi vagiti alla fine del millennio, avendo però profonde radici, ora si manifestava in tutta la sua virulenza.

Ricordo che nell’elenco inserii conduttori di talk show come Santoro, che ospitava un Grillo già minacciosamente banale, o banalmente minaccioso, e Fazio il firisìn (lemma desueto della Bassa friulana), cioè il furbetto, tuttora diversamente attivi sul versante della distruzione culturale; accademici come Odifreddi, ma solo per le sue incursioni incompetenti in teologia e Crepet, per la sua abitudine ad erogare ripetitive ovvietà psico-dinamiche; politici come Casini, che non aveva ancora smesso i panni del mite fustigatore di costumi… degli altri; giornalisti come il già lanciatissimo Saviano, che viveva -come ora- di una paura ben descritta da Leonardo Sciascia, e Lerner, amaro come l’assenzio; preti come don Ciotti, benemerito e mediaticamente coraggioso, e altri che ora non ricordo. Continuano a non piacermi. Bene.

Nel frattempo è esplosa la galassia politico-culturale dei “grilliparlanti” sine cultura. E il borbottar cupo e sbruffoncello di Salvini, cotidie (aah che ridere, mi ricordo un’intellettuale del tempo che, presentando un mio volume, lesse l’avverbio di tempo latino “cotidie“, significante “ogni giorno”, alla francese, cotidì, sussiegosamente insistendo di aver ragione quando le dissi che era latino), impegnato alla ricerca di nemici da epurare.

Torniamo agli accademici dell’osteria tra i campi: due maschi e due femmine sui trentacinque-quaranta. Mi pare fossero impegnati in studi universitari di carattere socio politico e della comunicazione…. ah,  proprio della Facoltà di Scienze della Comunicazione. Senza darlo a vedere, poiché ero seduto perpendicolare al loro tavolo, aguzzai l’udito e mi colpì un profluvio di “midia”, “plas”, “minas” (mi veniva da chiedere, “parlate della città brasiliana di Minas Gerais?” ma stetti zitto).

E poi ancora flash meeting (incontro breve), workshop (laboratorio, seminario), Team building, (costruzione di un gruppo), start-up, (inizio, partenza), relationship, (relazionalità), comakership, (co-progettazione), in progress, (cioè in itinere, latino, molto elegante) o in corso), leadership, ebbene sì, quest’ultimo termine va bene, poiché occorre una lunga circonlocuzione in italiano per tradurlo “capacità di condurre persone mantenendo la responsabilità del lavoro-progetto“. E potrei continuare.

Fatto sta che anch’io uso tranquillamente tutti questi sintagmi, nel quotidiano, per facilitare la comprensione in riunioni dove più o meno tutti sono anglofoni e inconsapevolmente anglomani. Non c’è nessun problema a mescolare i lemmi e le parole , purché lo si faccia con consapevolezza. Ad esempio, i tre termini sopra riportati “midia”, “plas” e “minus” sono la pronunzia inglese di tre parole latine che vanno mantenute come sono, cioè dette come sono scritte “media” e “medium” (al singolare, non “midium”), “plus”, e “minus”. Cosa costa? Perché fare i “fighi” perdendo le tracce dell’etimologia, della storia e della cultura.

I quattro, però, continuavano imperterriti a pontificare, facendo fatica ad ascoltarsi reciprocamente, e meno male che erano della Facoltà di Scienze della Comunicazione! cominciando a parlar male delle scuole superiori, specie del liceo classico, dove si studiano -a loro dir- discipline inutili come il latino e il greco. Come il mio comprensivo lettore sa, ho fatto fatica a non sbottare (mi veniva quasi da ribaltare il loro tavolo, ma se lo avessi fatto, mia figlia Bea sarebbe stata delusa di  papà, e non l’ho fatto). Ho cercato di incrociare qualche loro sguardo per mostrare il mio, che era senz’altro intriso di una pena evidente.

Han continuato su questo andazzo per tutto il quarto d’ora nel quale sono rimasto, laudando sperticatamente le loro discipline psico-socio-antro-comunicazionali. A un certo punto uno ha chiesto “ma che testi usate?”, e la prof più “faiga”, ha risposto “aah, caro, le mie dia e poi dei link che suggerisco ai ragazzi, oggi non servono libri che annoiano e non motivano…” Silenzio.

Bene, ho pensato, i libri annoiano e non motivano mentre le dia-slides della giovine prof entusiasmano. E poi magari ci fanno anche sopra un master! Poveri ragazzi. Al contrario, siccome qualche aggancio accademico ce l’ho anch’io, faccio proprio l’incontrario, cercando di vaccinare chi posso e come posso da questa superficialità e dai guru che gironzolano ovunque, sfiorando anche l’università italiana.

Riprendendo la bici nel freddo, ma ristorato e pieno di vita, mi son detto, ma perché non si rinforzano le facoltà o i dipartimenti che studiano e fanno studiare effettivamente tutto ciò che è “scienze umane”, bada bene caro lettore, ho scritto “scienze umane”, cioè tutti i saperi che incrociano filosofia e psicologia, antropologia e neuroscienze, sociologia e pedagogia, cioè tutto l’immenso sapere che l’uomo ha accumulato, sia in Occidente sia in Oriente in quattromila anni e specialmente negli ultimi duemila cinquecento, dai tempi del Buddha, di Confucio, di Isaia, di Democrito ed Eraclito, di Parmenide e Platone e Aristotele, e poi di Seneca, san Paolo e Marco Aurelio, di Agostino e Tommaso, di Galileo e Kant, e fino ai nostri giorni.

Il freddo di metà giornata era più sopportabile di quello mattutino e io pedalavo, pedalavo senza sosta, con qualche dolorino e tanta forza. Il cielo era di un grigio marezzato di ali bianche, come fossero immensi gabbiani d’aria, e di chiazze grigiastre, annuncio di pioggia. Qualche goccia, infatti, mi scendeva sul viso mentre pensavo ancora alla battaglia da combattere con fede, fino alla fine della corsa.

Il vaccino “radicale” contro le post-verità in un tempo di distopie cognitive, di disponibilità euristiche esagerate e di distorsioni delle conferme

Il titolo non è facile e lo spiego, quasi con una “legenda”. Qualcuno può anche rimproverarmi e dirmi “scrivi come mangi”, ma anche il cibo, nelle sue varie declinazioni e scuole e culture, non è semplicissimo, né semplificabile. sarebbe un insulto alla meravigliosa arte di tanti e tante chef operativi in tutto il mondo. In ogni sapere, se si vuol semplificare, lo si può fare, distorcendo e falsificando i “i pezzi di verità” che si riesce a cogliere con la pazienza, la perseveranza e l’umiltà della ricerca, come ben sapevano gli antichi pensatori e come hanno confermano anche i migliori epistemologi moderni e contemporanei, da Bayes a Popper.

Vediamo. Intanto, “radicale”: ebbene, qui non intendo il significato quasi sinonimico di “estremistico”, per cui si possono usare i sintagmi politologici di “destra radicale” o di “sinistra radicale”, ma intendo il termine riferito al movimento politico liberal-radicale del Secondo dopoguerra, che prese il nome dal radicalismo ottocentesco, ma si declinò in modi molto differenti, basandosi su basi dottrinali ed etico-politiche di chiarissima radice liberal-democratica. Di questo movimento-partito furono fondatori ed eponimi giornalisti come Ernesto Rossi e Mario Pannunzio, e politici come Marco Pannella. Forse un altro filone originante il movimento radicale contemporaneo si può rinvenire negli afflati liberal-democratici e socialisteggianti di Giustizia e Libertà dei fratelli Carlo e Nello Rosselli e di Emilio Lussu. I meriti indubbi di questa piccola pattuglia di colti idealisti ebbe grandi meriti nella modernizzazione del pensiero laico italiano ed europeo su tanti temi. Qui ne ricordo uno che mi sta particolarmente a cuore: il Diritto alla Conoscenza, diritto molto sottovalutato e a volte negletto in questi tempi di tempesta mediatica e di attacco alla scienza come dimensione essenziale del sapere umano. A me basti ricordare che ciò che mi è capitato nel 2017 forse sarebbe stato rapidamente mortale trent’anni prima. E Invece…

Prima di tutto è bene ricordare il gravissimo errore, molto diffuso, che si sente fare quando si avalla la distinzione radicale tra le due culture, quella “scientifica”, cioè la matematica, la fisica, la biologia, la geologia, la medicina e via andando, e quella “umanistica”, cioè le lettere, la filosofia, la storia, le varie antropologie, etc.. In realtà, se vogliamo finalmente superare questa angusta distinzione, basta ammettere che tutti i “saperi” sono, sia scientifici, sia umanistici, a seconda dello statuto epistemologico che si adotta. Per spiegarmi meglio porto qui due esempi che già altre volte utilizzai in questa sede e altrove: 1) se il prof. Stephen  Hawking o il prof. Roger Penrose, dalle cattedre di Cambridge o di Oxford si pongono (se la sono posta) la questione dell’origine dell’universo o dei buchi neri, trattano pienamente un tema fisico e astrofisico, e quindi scientifico; se gli stessi, in una conferenza, si pongono la questione del “perché” esistono (anche per loro stessi) quei temi o quegli oggetti che gli interessa studiare, trattano un tema filosofico, fors’anche religioso e senza dubbio umanistico. E dunque, come si vede, le due culture, i due saperi non sono staccati e contrapposti, ma possono, non solo coesistere, ma anche darsi una mano. Un altro esempio: 2) se il prof. Giovanni Frau, insigne filologo e friulanista, si affatica su tassonomie di antichi sememi delle lingue ladine, tra le quali il friulano, e le compara tra di loro e con altre di diversi ceppi, fa un lavoro senz’altro scientifico, ma se si viene a salutarmi dopo una mia conferenza, complimentandosi con me per la stessa, dicendo con affettuosa ammirazione “Lei è…. bla bla, la sua conferenza è statala ho molto apprezzata“, il suo giudizio agisce su un piano culturale, relazionale e magari storico-filosofico, e dunque pienamente umanistico.

Continuiamo a lavorare sul “titolo”.

Oggi molti parlano e scrivono di post-verità, cioè dell’ammissibilità della menzogna come oggetto cognitivo e moralmente accettabile, perché inevitabile. In altre parole: se in politica giova dire il falso come “insegna” ogni giorno quel gran bugiardo di Trump, o i piccoli bugiardi della politica attuale, specialmente il due “Diqualcosa“, machiavellicamente ciò va accettato come inevitabile, per cui, siccome è impossibile avviare un’analisi veritativa logico-scientifica per ogni affermazione o tesi, in quanto non c’è tempo, tanto vale lasciarla lì in balia del rapidissimo mutare delle opinioni e della valanga di tesi successive che immediatamente la seppelliranno. Purtroppo non in una valanga di risate, poiché a volte hanno tempo di fare danni indicibili. Queste approssimazioni, queste falsificazioni, figlie di superficialità e arroganza permeano molti ambienti. A me capita, non raramente, di assistere alla pervicace conferma di un errore concettuale, nonostante la segnalazione dello stesso, o da parte mia, se l’argomento è di mia pertinenza, o citando un testo o tesi affidabili, verificabili e solide.

Ciò provoca, ovviamente, distopie cognitive, vale la dire il convincimento di essere-nel-giusto, anche se non lo si è. Perché accade tutto ciò? Certamente perché quasi tutti hanno poco tempo per documentarsi seriamente, oppure non lo ritengono indispensabile, fidandosi del profluvio informativo del web. Faccio un esempio: se devo trattare in una relazione o in un corso il tema etico dei valori, so bene che la documentazione richiesta è immensa, partendo dal significato etimologico, dalla storia dell’accezione del lemma, per continuare con le tesi filosofiche, teologiche e generalmente antropologiche su di esso. Devo poi fare un lavoro di contestualizzazione del suo uso, senso e significato nelle varie culture e tempi. Un lavoro serio, mai banale, impegnativo, lungo.

Una delle ragioni per cui si è giunti a questo punto, ovvero delle cause, non solo correlative (oh quanta gente fa confusione fra causazione e correlazione, e poi tra causa e caso!), sono le disponibilità euristiche esagerate che abbiamo a disposizione. Che significa? Che abbiamo una tale abbondanza di materiali info e disinformativi da perdersi e annegarsi dentro. Gli psicologi chiamano queste falsificazioni bias, per cui già si stanno disponendo contromisure di… disbiasing. Chissà se funzioneranno, bisogna perseverare.

Si osservano spesso anche forme di distorsione delle conferme, cioè una sorta di manipolazione verbale, espressiva e cognitiva delle tesi che vengono presentate come vincenti. Anche qui un esempio. Proviamo a pensare al tema del Tunnel per l’Alta Velocità sulla tratta ferroviaria Torino-Lione, di cui si tratta e si polemizza da anni, in acronimo T.A.V., dove la “T” è la lettera iniziale di “Tunnel”, un sostantivo maschile. Chiedo a te, mio gentil lettore, come mai (quasi) tutti dicono e scrivono “la” T.A.V., “della” T.A.V., come se “Tunnel” fosse un sostantivo femminile. In un altro post ho provato a proporre un cambiamento di sostantivo per mantenere il femminile, cioè “Galleria” al posto di “Tunnel”, ma quasi nessuno mi dà retta. E’ importante? Devo incazzarmi? Si tratta di stupidità imitativa, di pigrizia, di mancanza di curiosità? Di condizionamento acustico-verbale, cioè dell’attrazione della “a” di T.A.V.? Di  Bias, di troppa disponibilità euristica, di testarda superficialità?

Restiamo in tema “T.A.V.”, ma nel merito socio-politico-economico della questione. Avete sentito un dibattito di merito che mettesse in campo tutti i saperi scientifici atti a poter formulare un giudizio sereno e documentato? Io no, mai, solo urla, un parlarsi sopra indecente, nell’impossibilità di una discussione non inquinata dall’ideologia o dalle convenienze politiche contingenti dei vari schieramenti, anche perché si è in vista di una importante consultazione elettorale.

Ti capita, gentile lettore, di avere una possibilità seria di dibattito sul tema del gender, della fecondazione eterologa o della maternità surrogata o del fine vita? A me no. Piuttosto, mio caro lettore, mi capita di incrociare persone che si fidano di sedicenti “scienziati” alternativi, che non si sa se e dove e con chi hanno studiato, ma sono affascinanti per un certo tipo di persone. L’Italia è piena di guru e ciarlatani che lucrano sull’ingenuità e la superba ignoranza di molti, i quali poi parlano non sapendo di ciò che parlano, e solitamente lo fanno senza disponibilità all’ascolto e con arroganza talora insopportabile. Sempre qui, in questa mia agorà abbastanza ben frequentata, ho raccontato come sgamài un sedicente esperto di autostima, leadership, qualità relazionale e comunicazione, che stava per intortare una quarantina di signore in un bel paesone friul-veneto. Non c’è solo la Vanna Marchi in giro, ma molte e molti suoi emuli che trovano ascolto e soldini per l’iscrizione a fantomatici corsi di formazione, eventi, riti para-spirituali, momenti di iniziazione et similia.

Vedete come, allora, sia importante battersi come e finché si può per il diritto alla conoscenza, che è fatta di pazienza, fatica, capacità di discernimento, umiltà, poiché rifugge dalle semplificazioni, dalle sintesi frettolose, dall’assenza di analisi, dai preconcetti, dalle pre-comprensioni e dagli ideologismi.

Il diritto alla conoscenza è come il diritto all’aria pulita e all’acqua potabile, è un luogo dove si sviluppa l’onestà intellettuale e la vera amicizia tra umani.

Comprendere e capire, interpretare e spiegare

Comprendere e spiegare sono due concetti molto diversi, come interpretare e capire. I più non lo sanno.

E’ richiesta fatica in tutti e due i processi cognitivo-relazionali. Vi è una grande differenza tra capire e comprendere, così come tra interpretare e spiegare.

Si può dire che il capire attiene al “mentale”, all’intellettivo, mentre il comprendere riguarda uno spettro cognitivo più ampio, anche se più incerto, quello dell’esistenza. Per quanto concerne la logica il riferimento è il capire, mentre la vita e le sue varie declinazioni richiedono capacità di comprensione.

L’etimologia di capire deriva dal verbo latino capio, is, càpere. prendere: il captus è il preso, il catturato, il… gatto, mentre quella di comprendere, sempre derivando da un verbo latino, comprehendo, is, comprehèndere, significa prendere dentro completamente (anche senza capire tutto fino in fondo).

Capire ha a che fare con la spiegazione, comprendere con l’interpretazione, sapendo che solitamente la spiegazione può essere esaustiva, anche se non è detto che lo sia, mentre l’interpretazione lascia sempre margini di opinabilità, essendo un’operazione filosofico-ermeneutica (cf. P. Ricoeur, M. Heidegger, L. Pareyson… e Origene, tra non pochi altri) che interpella, nella sua ricerca della verità, anche la nozione approssimativa di verisimiglianza o di possibilità-di-essere.

Per approfondire le due coppie di concetti di cui sopra occorre un breve cenno anche all’endiadi (per dire) costituita dai concetti di complicazione e complessità.

Se una cosa è complicata, cioè com-piegata, si può spiegare, aprendola, come un lenzuolo; se invece è complessa, come il cervello umano o la vita stessa, non si può capire del tutto, ma si può comprendere, interpretando la sua com-plessità.

Una macchina meccanica fatta da ventimila componenti può essere pensata, progettata, fatta funzionare, spiegata, mentre il corpo umano può essere studiato, esaminato, analizzato, ma non mai capito del tutto, completamente in un preciso momento. Così è anche di un testo letterario, filosofico, una musica,  un quadro, una statua, una chiesa, un palazzo, una piazza, una dottrina religiosa.

Occorre fatica e pazienza per spiegare e capire e , forse, ancora di più per interpretare e comprendere. Ilya Prigogyne ha studiato a fondo il tema, così come il professore A. F. De Toni, chimico e rettor attuale dell’Universitas Utinesis.

Un esempio tratto dalla cronaca politica di questi giorni: se il “capopolitico” 5 Stelle e vicepresidente del consiglio Di Maio bastona verbalmente la Francia, creando un caso politico, non so quanto consapevolmente di farlo o meno (può darsi che si sia fatto prendere la mano dal ritorno coinvolgente del suo sodale da una lunga vacatio intellectualis eh eh, anzi interminabile, come tale), si evince dalle sue parole una indubbia ignoranza conoscitiva della storia, della politica e dell’attualità del colonialismo relativamente alla Francia, e questo è spiegabile, appunto, con la sua non-conoscenza tecnica dei fatti; per contro è difficilimente comprensibile il senso generale di tale iniziativa, anche se traspare certamente l’intenzione di mettere in campo qualche asso in vista delle elezioni europee di maggio e della campagna elettorale già iniziata da tempo.

Di Maio e il suo movimento, sono “obbligati” dall’attivismo di Salvini, che è sulla breccia da ben più tempo e con ben maggiore abilità comunicativa e furbesca intelligenza nei confronti di un target popolare molto adatto a recepire messaggi semplificati e confusivi (i più non sanno di che cosa si parla, perché basta, in questo caso, parlare male della Francia), ad “alzare il tiro” verso un obiettivo visibile, abbastanza antipatico e falsetto, come il presidente Macron, che incarna benissimo il ruolo del capro espiatorio per la gran massa delle persone, bellino, ricco, potente com’è a soli quarant’anni. Macron è ciò che moltissimi vorrebbero essere (non io) e che non potranno mai essere, e quindi è destinatario di invidia personale e sociale, anticamera dell’odio.

Gli haters, cioè gli “odiatori” del web, dello stadio e del bar sport, sono alimentati dalla propaganda ignorante à la Salvin&Di Maio, quest’ultimo ora corroborato da quel gran pensatore di Di Battista, appena rientrato dalla campagna delle due Americhe, novello Garibaldi disarmato d’armi e armato di parole e frasi insensate, che son più pericolose delle armi da fuoco, se usate nel modo sbagliato.

Dato il giusto (e sempre troppo) peso ai due dioscuri della politica italiana attuale, volgo lo sguardo a sinistra, là dove né tuona né piove. Applicando lo schema del presente saggio, chiedo al mio gentile lettore se vede nelle posizioni del PD e dintorni qualcosa di significativo in termini di complicazione da spiegare o di complessità da interpretare.

La domanda, purtroppo, rischia di essere ingenerosa e perfin retorica. In ambasce per individuare il nuovo gruppo dirigente, il “mio” Partito (non c’è di meglio, questo è il punto) non ha proposte da spiegare o scenari da interpretare, se non risposte affannate alle quotidiane esternazioni dei due galletti che comandano. Questi hanno vita facile, perché, di fronte a tutto il mondo che li guarda e ai media che “bevono” avidamente le loro, a volte puerili a volte violente intemerate, gli avversari politici, soprattutto a sinistra, non “bucano” nessun video né si conquistano caratteri cubitali di stampa per una sorta di afona afasia propositiva. Tra questi Renzi ha le maggiori responsabilità in negativo, rottamatore d’altri, poi di se stesso e del suo ex partito, distruttore incapace di costruire alcunché, presuntuoso e arrogante come il suo omonimo dirimpettaio, con il quale condivide molto, dalla supponenza espressiva, alla prossemica, alla vis inutilmente polemizzatrice.

Il problema odierno, lo ripeto e non mi stancherò di farlo, è la crisi sistemica del pensiero logico, che impedisce ragionamento, informazione corretta e deduzioni plausibili. La crisi è quella del pensiero pensante, che consente per le larghe brecce operate da questi distruttori, con la connivenza oggettiva di molti osservatori ed elettori  purtroppo in larga misura inconsapevoli (per ignoranza tecnica incolpevole o per ignoranza morale, colpevole?), il passaggio di notizie e informazioni false, di proposte irragionevoli e di linee politiche avventurose e pericolose. Non basta sperare che il “vento cambi”, anche se cambierà perché chi si accorgerà di essere stato preso in giro dagli attuali governanti, molto presto gli volterà le spalle, ma non basta. Infatti, chi sarà in grado di raccogliere le spoglie di tanto consenso mal-dato, chi sarà in grado di riprendere il filo della saggezza politica e amministrativa che non pochi statisti del passato italiano, anche non remoto, hanno mostrato?

Su questo, complicazione e spiegazione, complessità e interpretazione restano le due aree, oserei dire, “semantiche” di ogni riflessione per comprendere ciò che potrà succedere e capire per spiegare le buone intenzioni per una rinascita, fatta di competenza, umiltà, chiarezza di idee e di progetti, e infine di pazienza e umiltà nel cercare alleanze razionali per realizzarli, interpretando (ecco il valore dell’interpretazione, che non si fa guidare dal consenso effimero di un giorno provocato da uno slogan fortunato o fortunoso) il fabbisogno reale di riforme e di cambiamenti che i tempi e le nuove situazioni richiedono, sia nel piccolo, sia nella proporzione planetaria, e sapendo perciò essere “guida politica”, e non megafono degli scalmanati.

Ho fiducia che il potenziale ci sia, guardo ai giovani, ai competenti ignoti, agli imprenditori, ai lavoratori di tutti i settori e qualifiche, che sono molti, operosi e silenti.

Persone libere e forti, come scriveva quasi un secolo fa quel grande italiano che è stato Don Luigi Sturzo.

Dove va il mondo e l’uomo, o di come si possono usare in modo truffaldino le statistiche, che falsificano la realtà nascondendo la verità

Nel mio piccolo combatto le falsificazioni e le fake news.

Si è scoperto che il prestigioso New York Times, riportando le statistiche degli omicidi in città, mostrava un grafico su ortogonali cartesiane dove la linea descrittiva coordinata con l’ascissa, destinata alla numerosità dei delitti, e l’ordinata relativa agli anni considerati, andava da sinistra a destra sempre più in alto, significando un aumento dei fatti di sangue mortali… solo che la statistica riguardava gli ultimi dieci anni. E basta.

Chi poi, un neuroscienziato e sociologo statistico ha lavorato sui dati, ampliando l’angolo visuale temporale ad almeno cinquanta anni, si è accorto che la linea lavorava in modo molto diverso: partiva a sinistra da molto in alto (molti omicidi) e poi calava in modo significativo, con una relativamente piccola impennata negli ultimi dieci anni. Risultava allora una linea seghettata ma discendente. Ampliando l’angolo visuale temporale a un secolo, e quindi andando fino ai primi del ‘900, e di lì partendo, anche considerando l’incremento della popolazione, la linea si comportava come negli ultimi cinquanta, anzi con un’accentuazione del verso della linea  in discesa.

Che cosa significa tutto ciò? Che il giornalista di nera che ha pubblicato i dati dell’ultimo decennio sul prestigioso quotidiano, aveva bisogno di sottolineare l’aspetto negativo degli omicidi, e non era per nulla interessato a fornire al pubblico dei lettori un dato più oggettivo dato da uno “sguardo più alto”, che avrebbe fornito una situazione molto migliore.

Quale la verità sugli omicidi a New York dunque? Non certo quella dell’ultimo decennio, o meglio, quella era ed è una verità parziale, relativa agli anni trattati, ma non un dato che significhi granché sul trend reale del fenomeno studiato. Il prof Steven Pinker, autore nel 2011 de Il declino della violenza, o della ragione per cui viviamo il periodo più felice della storia, e ora, con il suo Illuminismo, adesso (Mondadori) riprende un discorso sui grandi fenomeni che caratterizzano i mega-trend e giunge alla conclusione che, nonostante tutto, le cose vanno molto meglio che in passato.

Se a questo aggiungiamo che il cervello umano tende a selezionare dimenticando le brutture del passato ecco che il gioco è fatto: “Si stava meglio quando si stava peggio, anzi si stava meglio e basta, nel passato“.

Falso, caro lettore.

Proviamo a vedere i diagrammi della medicina in generale, delle morti perinatali e infantili, delle guerre. Ebbene, i diagrammi sono tutti in calo da sinistra a destra.

Quando parlo con chi si basa su “lo ho detto la televisione“, al netto del nervoso che mi fa, non riesco a far capire che bisogna tenere conto, se si parla di delitti, dei dati forniti dai Carabinieri o dall’Istat, non dai giornali, che mostrano, ad esempio nell’ultimo trentennio, un calo significativo degli omicidi e di ogni tipo di morte violenta in Italia. La riduzione delle morti violente negli ultimi trent’anni è dell’ordine del 70%, eppure la percezione di tale violenza è contraria. I giornalisti invece, oltre ad evidenziare le notizie di nera, coniano anche neologismi idioti come femminicidio, in questo aiutati dai “politicamente corretti” che allignano nello snobismo di sinistra, e in altre aree “culturali” affini.

La cultura di destra, semplificatoria e violenta, più ancora che sovranista o fascistoide, a questo punto ha ampi spazi di manovra e sviluppo, come mostra la popolarità della Lega e di un furbo provocatore come Salvini. Se si dice che le aggressioni, le violenze, gli stupri e le rapine crescono, in questo caso supportati dalla prevalenza di notizie cattive sui media, allora anche misure di legge demenziali come il “decreto sicurezza” trovano approvazione.

Tornando a Pinker, egli sostiene che i dati statistici attuali provano che il benessere umano è aumentato notevolmente negli ultimi tempi, soprattutto grazie a valori e a impostazioni cognitive di tipo illuministico, scientifico, razionale, umanistico. La minaccia, invece, è costituita dai fondamentalismi, dai nazionalismi sciovinistici, dall’identitarismo, dagli emotivismi e dal politicamente corretto.

Gli ignoranti tutto sentimento, ignorano di essere ignoranti e la scienza, la fatica della ricerca e dello studio, pensando di avere nozioni sufficienti anche se mutuate dalla stampa, dalla tv e dal web, che vivono di molte falsificazioni, come abbiamo visto.

Ancora una volta aveva avuto ragione Marco Pannella, come nei vari tempi passati avevano ragione i pensatori attenti all’evoluzione dell’uomo nella storia, come i sommi greci, i filosofi medievali cristiani e musulmani, i sostenitori del ruolo del soggetto umano nella conoscenza e gli illuministi dal ‘700 in poi: oggi è un tempo in cui ci si deve batter per il diritto alla conoscenza, che non è più minato dalla povertà e dai limiti del tempo passato, ma rischia di essere messo a repentaglio dal profluvio di notizie false che vengono letteralmente sparate sul e dal web in ogni minuto secondo.

La successione di Leonardo di Bonaccio, il Fibonacci da Pisa e il secondo principio della termodinamica o dell’entropia

Nella successione di Fibonacci, si legge in un articolo specifico sul web, matematico pisano del XIII secolo, ogni numero è il risultato della somma dei due precedenti: 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13… fino all’infinito. Fino al XIX secolo a questa successione non fu attribuita alcuna importanza, finché si scoprì che può essere applicata, per esempio, nel calcolo delle probabilità, nella sezione aurea e nel triangolo aureo.”

Troviamo la sequenza del matematico pisano in diversi ambiti naturali e “culturali”, cioè in opere umane, come ad esempio nei fregi presenti su facciate di diverse chiese, tra cui San Nicola a Pisa. La troviamo in musica, sia in quella classica, da J. S. Bach alla contemporanea di Karheinz Stockausen, sia nel rock, come nel favoloso brano dei Deep Purple Child in time, e di più ancora nel progressive dei Genesis.

Fermandoci un momento ai fregi di San Nicola il professor Armienti la pensa in questo modo:

“(…) le eleganti simmetrie dell’opera sono un richiamo diretto alle scoperte del matematico pisano, poiché se si assume come unitario il diametro dei cerchi più piccoli dell’intarsio, i più grandi hanno diametro doppio, i successivi triplo, mentre quelli di diametro 5 sono divisi in spicchi nei quadratini ai vertici del quadrato in cui è inscritto il cerchio principale, quello centrale ha diametro 13 mentre il cerchio che circoscrive i quadratini negli angoli ha diametro 8. Gli altri elementi dell’intarsio disposti secondo tracce circolari individuano circonferenze di raggio 21 e 34, infine il cerchio che circoscrive l’intarsio ha diametro 55 volte più grande del circolo minore. 1,2,3,5,8,13,21,34,55 sono i primi nove elementi della successione di Fibonacci“.

La successione di Fibonacci è un teorema matematico, collegato a molti altri, che conferma come la natura sia leggibile con strumenti matematici, come già sapevano Egizi e Mesopotamici, Euclide e Pitagora, Arabi ed Europei,  Eulero, Riemann  e Goedel, fino ai nostri giorni.

Fiori e infiorescenze, coralli e molluschi attestano la presenza di questa forma affascinante, confermando in qualche modo come la Natura ubbidisca a una superiore razionalità, che dà da pensare anche oltre l’oggetto dei suoi argomenti.

La geometria di intere piante, fiori o frutti, mostra con evidenza strutture e forme ricorrenti. Un esempio efficace si può trarre dal numero di petali dei fiori; la maggior parte ne ha 3 (come gigli e iris), 5 (ranuncoli, rose canine, plumeria), oppure 8, 13 (alcune margherite), 21 (cicoria), 34, 55 o 89 (asteracee). Anche questi numeri fanno parte della successione di cui stiamo parlando, in cui ciascun numero equivale alla somma dei due precedenti: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233…

Una significativa caratteristica della sequenza mette in evidenza che il rapporto tra qualunque numero e quello precedente nella serie tenda verso un valore ben definito: 1,618… . Si tratta del numero aureo o sezione aurea, ϕ (Phi), presente, come abbiamo visto, sia in natura sia in opere architettoniche costruite dall’uomo, come i fregi di San Nicola in Pisa o le stesse piramidi egizie. Nelle piante con foglie disposte a spirale, per ogni giro attorno al fusto ci sono in media Phi foglie, fiori o petali. Ciò significa che, girando attorno ad uno stelo e muovendosi dal basso verso l’alto, incontreremo una foglia o un fiore ogni 222,5°, valore che si ottiene dividendo l’angolo giro di 360° per Phi.

E mi fermo qui perché non sono un matematico. Occupandomi però di filosofia, non posso non notare come la trattazione della successione di Fibonacci possa fare venire in mente una legge fisica tra le più famose, la seconda della termodinamica, che si esprime anche con il concetto di entropia.

Il termine deriva dal greco antico ἐν en, “dentro”, e τροπή tropé, “trasformazione”, e significa una grandezza interpretabile come misura del disordine presente in un sistema fisico qualsiasi, incluso, compreso l’universo. Viene generalmente rappresentata dalla lettera S e nel Sistema Internazionale si misura in joule fratto kelvin (J/K).

In termodinamica classica, il primo ambito in cui l’entropia fu introdotta, come S, è stata una funzione di stato di un sistema in equilibrio termodinamico. Pertanto, si può dire che quando un sistema passa da uno stato di equilibrio ordinato a uno disordinato la sua entropia aumenta.

Il termine e il concetto di entropia è stato successivamente esteso ad ambiti non strettamente fisici, come le scienze sociali e la teoria dell’informazione. Semplificando molto, e io sono in grado di fare solo questo, perché non sono neanche un fisico, ma poi si capirà la ragione per cui mi sono imbarcato in questo argomento, si può anche affermare che l’entropia interpreta il “grado di disordine” di un sistema.

Se aumenta il disordine aumenta l’entropia, dunque, e ciò funziona anche all’incontrario. Ad esempio, si potrebbe proporre una visualizzazione dell’aumento di entropia in un sistema, raffigurando l’aumento di incompetenza e cioè di ignoranza-ignorante. In strutture organizzate (più o meno) come le aziende di produzione o di servizi ciò può risultare evidente dai dati di un’analisi del clima ben condotta, là dove gli item scelti siano sufficienti a rappresentare l’agio o il disagio crescenti o in calo del sentiment dei partecipanti-protagonisti, di solito i lavoratori.’

La presenza di una situazione entropica si può dunque registrare e segnalare, per predisporre opportuni rimedi che possono essere formazione mirata e counseling. A questo punto possiamo senz’altro intuire come sia lecito collegare in qualche modo la razionale e armoniosa successione di Fibonacci che mostra una crescita progressiva, esteticamente elegante, e il sopraggiungere di una situazione entropica, che deve essere riconosciuta per tempo, onde evitare guai maggiori all’organizzazione e alla produttività, nonché allo stato di agio psicologico e morale dei partecipanti.

Se da una lato la sequenza di Fibonacci ci può ispirare fiducia nel progressivo miglioramento dello stato mentale e fisico dei partecipanti, il secondo principio della termodinamica ci evidenzia, come in una dolorosa metafora, ciò che da u-topia iniziale del creativo start-upper, può diventare dis-topia, vale a dire modo e senso di marcia errato, o addirittura retro-topia (cf. Zygmund Bauman), cioè un agire rivolto allo sterile rimpianto del passato.

E’ bellissimo che la matematica e la fisica, se opportunamente studiate, possano aiutare efficacemente i saperi antropologici preposti alla gestione delle risorse umane e alla loro crescita, sia sotto il profilo personale, sia professionale. Mai stancarsi di studiare, cara lettrice e caro lettore.

Le sorprese della vita e la meraviglia che non finisce, sia nel bene sia nel male, stupendomi sempre, giammai rassegnato all’ovvietà

All’improvviso ti ammali, anche se hai fatto tutta una vita virtuosa, senza fumo, droga, alcol, mangiando il giusto, facendo sport, curando il corpo e l’anima. Oh, utilissimo eh, perché questi costumi ti salvano la vita. A me è successo questo. Non mi sarebbe tornata un’emoglobina a 14 se prima non avessi avuto un’emoglobina quasi fissa sul 16/ 16,5. La mia “etica”, nel senso greco antico del termine mi ha salvato, posso dire, e son tornato forte e vigoroso (quasi) come pria. Sì, pria, al modo di Totò.

Nel mio caso, poi, studi e lavori, lavori e studi tutta la vita, mai sazio di sapere, sempre curioso del mondo e delle persone, se puoi dai una mano a chi di una mano ha bisogno, sperando nella gratitudine, e cominci a farti un’idea delle persone. Di umanità mi intendo non poco, perché l’ho studiata seriamente, scientificamente, antropologicamente, psicologicamente, teologicamente, sociologicamente, filosoficamente, direttamente, (oooh quanti avverbi modali, ma così è) dialogando, conoscendo, cercando, tornando indietro, andando avanti, mettendo in questione le mie opinioni, sempre. Non come certuni che pretendono di conoscere il prossimo dall’alto della loro inconsapevole ignoranza ignorante, la più brutta specie di ignoranza.

E poi, nonostante tutto, ti sbagli: anche le persone che ritenevi fatte in un certo modo, sono fatte in un altro; avevi misurato apprezzando magari la loro capacità di mettersi alla prova, di rischiare un po’ del loro, di com-promettersi (il com-promesso è una bella cosa, caro lettor mio, poiché è un promettere-insieme), ed ecco che nel momento topico si tirano indietro, tirano proprio il culo indietro, rivelando -alla prova- una timidezza, un “rispetto umano” che confinano con la vigliaccheria.

Che delusione! Non si finisce mai di scoprire l’uomo, questo animale (in tutti i sensi conosciuti e accepiti in ogni tempo e luogo), le sue debolezze dentro grandezze che si rivelano a volte solo apparenti o evidenti nella normalità, subito spegnibili nella battaglia, proprio quando viene il momento dello scontro cruento anche se solo metaforicamente, e bisogna tirare fuori gli attributi.

A me invece la battaglia non è mai dispiaciuta, fin dai tempi adolescenziali delle botte da orbi. Non ho mai avuto paura di nessuno, perché non ho mai offeso volontariamente o con malvagità alcuno, e ho sempre piuttosto cercato di aiutare gli altri, supportato da una mia forza intrinseca, naturale, fisica e spirituale.

Ora che posso permettermi di guardare con distacco le situazioni che mi offendono nell’inerzia incredibile dei migliori che conosco, sono più che sereno, perché posso permettermelo, appunto, e perché imparo ancora di più sulla verità del mio prossimo.

La vita ti riserva sorprese, piacevoli e sgradevoli. Ecco, sopra ho provato a raccontarne una sgradevole, ma voglio equilibrare la narrazione in tema con un’esperienza gradevole, avvenuta nelle ultime settimane, assieme ad altro che non dico in questo locus, perché mio privatissimo: qualcuno in alto nel potere si è accorto che non sono un traviatore di giovani ma, se non proprio un medieval magister, sono uno a cui si possono ancora affidare corsi accademici di morale, perché le mie posizioni e i miei testi non sono diseducativi, o troppo ardui e perciò fuorvianti, ma sono dialogici, propositivi, dentro il grande fiume della ricerca sull’uomo, sui suoi affetti, sui suoi limiti, sulle sue virtù e i suoi vizi.

Le sorprese della vita.

Noi stessi siamo una sorpresa a… noi stessi, quando acquisiamo il senso di esser-ci, a questo mondo (cf. Heidegger). Que sorpresa, se dice en castellano, esser vivi, respirare, dormire, vegliare, mangiare, bere, andare di corpo, usare il corpo per fare tutte le belle cose che il nostro spirito e -ancora- il nostro corpo son predisposti a fare da Natura e da Dio, se ci crediamo. La più grande sorpresa è proprio il nostro essere-stare-al-mondo, ché sarebbe altrettanto plausibile l’incontrario, cioè il non-esser-ci. Ecco: per quale ragione siamo al mondo? Per nessuna conosciuta razionalmente. Per un disegno? Perché serviamo a far proseguire la specie umana, peraltro così dis-graziata? Per cosa? Per l’amore di Dio? Eeeh, forse.

Un’altra sorpresa tra molte altre, anche se di questi tempi fino a un certo punto, è quella degli episodi accaduti attorno a San Siro a Milano nell’ambito della partita Inter-Napoli. Mi sono chiesto come possa essere razzista e fascista un tifoso dell’Inter, cioè della squadra che ha fatto del suo nome un simbolo di accoglienza verso tutti i giocatori del mondo: Internazionale. L’ex presidente Moratti ha finanziato decine di scuole calcio per i bambini dei paesi più poveri con i colori nerazzurri. In questo e in analoghi casi, le società dove sono, la società dov’è, i giocatori milionari dove sono? I milanesi interisti dove sono, e perché non mettono in minoranza quella banda di minorati mentali che sono gli schifosi tribali della curva, capaci solo di insultare e di provocare violenze?

Ma da contesti dove vigono modelli à la Nainggolan che cosa si può pretendere? Quanta educazione manca? E Salvini, che va a braccetto con gli ultras dell’altra ex grande squadra di Milano? Che cosa possiamo sperare, si sarebbe chiesto di fronte a questi episodi, Immanuel Kant?

Steven Pinker scrive dell’esigenza di un nuovo umanesimo illuminista (cf. Illuminismo adesso. In difesa della ragione, della scienza, dell’umanesimo e del progresso, ed. Mondadori, 2018), poiché si stanno perdendo di vista le basi culturali che hanno portato l’uomo umano, il sapiens evoluto ad ammettere l’uguaglianza in dignità e il valore delle differenze di tutti e ciascuno con tutti gli altri e ciascuno, qualsiasi sia il suo colore, timbro vocale, etnia, lingua, filosofia, cultura e religione.

Un tempo non molto lontano il caucasico ariano andava per la maggiore, con il picco criminale del nazismo, ma ora sembra si sia in una fase di addormentamento generale, prodigo di ulteriore stanchezza intellettuale e morale, là dove non si fa neppure la fatica di criticare almeno le forme più idiote del razzismo, che passa per i pertugi dettati dall’ignoranza ignorante del web e dei social.

“Fatto”, il participio passato di don Babbeo

Forse Di Maio sibilando “fatto” intendeva, poveretto, che lui, è in qualche modo… fatto. Tutto pressoché falso, inventato, tutto pressoché niente.

Non si capisce come il “sedicente concreto popolar Salvini” ci sia stato, a questo nulla: forse perché ha in testa le elezioni anticipate che forse gli permetteranno di lucrare qualche percentuale di consensi in più, forse, magari ai danni del collega.

In Italia non ci sono sollevazioni popolari, né sindacali, afona anche se urlante e frustrata l’opposizione, quando può farlo. La bella donna Bernini è la più eloquente, e spicca perfino Renzi nella contestazione senatizia, l’autore della fattura elettronica. Non spicca Marcucci, del PD, che sembra passare di lì per caso, inutilmente arrogante.

I due risultati principali che i “dioscuri” -per modo di dir-  vantano, NON esistono: la Fornero è quasi intatta, e gli conviene tenerla così per ragioni finanziarie attuariali, e il reddito di cittadinanza è una presa in giro per importi e platea di beneficiari presumibili. Ed è dannoso, diseducativo, andragogicamente devastante. Se i “dioscuri “vogliono, gli spiego il significato di “andragogicamente”, poiché dubito lo conoscano. ll resto dell’elenco dei “fatto” è meno importante di ogni titolo di “fatto” enunziato. Ridicola, penosa e squallidamente ingiusta è la mancata indicizzazione delle pensioni al di sopra dei millecinquecento euro, e non lo dico perché mi riguarda: ce la faccio lo stesso, grazie a Dio, perché l’importo della mia dignitosa liquidazione pensionistica non mi viene toccato (né gli emolumenti dei miei lavori che continuano): non è “d’oro”. Temevo, però.

Nuove tasse e meno occupazione, com’era prevedibile: il decreto cosiddetto “dignità” è il contrario di ciò che serve al mercato del lavoro: lo dice  un esperto, cioè io, un esperto, al contrario dei tre babbalucchi (crasi tra …  e … ? marameo), ebben sì, oramai sono tre, ché nel novero di questi “statisti” ora comprendo anche il felpato capodelgoverno. E’ dannoso, il decretodignità. Indegno.

La “manovra”, scritta sotto dettatura a Bruxelles, e ricopiata malamente negli uffici governativi italiani, non ha neanche il tempo di essere discussa in Parlamento, come prevede la Costituzione della Repubblica Italiana. Mi pare una cosa grave, vero, caro lettore?

C’è da vergognarsi dei nostri governanti, Conte-master-farlocco compreso, che comunque sono stati messi lì dagli Italiani. E non dico che devono vergognarsi gli Italiani, forse devono studiare un po’ di più, ma questo è difficile, faticoso, e la fatica si cerca di evitare, solitamente. Meglio la realtà virtuale del web, e lo dico senza noiosi moralismi. Oppure la lettura di giornali-che-la-pensano-come-me-e-non-come-te.

In Francia Macron qualche problema ce l’ha, e anche il prode Orban in Ungheria. La cosiddetta Brexit è immobilizzata nella sua irrazionalità democraticista e gli Inglesi se ne sono già pentiti.

Sembra che “mal comune sia mezzo gaudio”, ma non è così. Le cose non vanno bene in diverse nazioni: sembra manchi soprattutto ragionevolezza, dialogo, rispetto reciproco, dove l’intelligenza umana pare non avere spazio, oppure ha lo spazio che si merita in questa fase storica, dove sembra essere sopraffatta da passioni elementari e arcaiche. Gran lavoro da fare, mio gentil lettore!

La differenza radicale tra percezione e realtà

Anche se inconsapevolmente, per ignoranza ignorante o tecnica, di cui sono solo parzialmente responsabili e “colpevoli”, Di Maio e Salvini, più il primo del secondo, che è maggiormente scafato, stanno ponendo un tema filosofico radicale, centrale nella riflessione occidentale da due millenni e mezzo: quello della relazione esistente tra percezione soggettiva e realtà oggettiva. Inconsapevolmente sono schierati con gli idealisti universali e sempiterni, anche se il loro idealismo nulla ha a che vedere con Platone, sant’Agostino, Descartes, Berkeley, Kant, Hegel, Fichte, Schelling e Heidegger o Gentile. Il loro idealismo è ben povera cosa: è un pensare che le cose siano come le dicono loro in ogni caso, anche se mi vien difficile ritenere che siano così sprovveduti da pensare di dire la verità, o di dirla almeno in parte, quando proferiscono evidenti menzogne.

Proprio men che nulla hanno poi a che vedere con il realismo degli atomisti à la Democrito, Leucippo e Lucrezio, o con i realisti capeggiati da Aristotele, Averroè e san Tommaso d’Aquino, per proceder con gli empiristi inglesi à la Locke e Hume, con Comte il positivista e Carlo Marx, per finire con i filosofi-scienziati nostri contemporanei come Popper, Frege, Rorty e Russell, solo per esemplificare diverse scuole.

In altre e più semplici parole, i primi, al netto dell’uso del buon senso che ci fa capire come un tavolo sia un tavolo e non l’idea del tavolo e un albero un albero, non l’idea dell’albero, il primo gruppo di pensatori sottolinea come la soggettività sia la chiave della conoscenza, con la sintesi meravigliosa di Renato Cartesio: penso dunque sono. E sono in quanto penso, ovvero ciò che penso corrisponde alla realtà delle cose.

Il secondo gruppo di pensatori, cui mi sento più volentieri di appartenere, ritiene invece che il mondo delle cose e le cose del mondo siano anche indipendentemente dal mio-pensarle. Anche se non le pensassi, ovvero io non fossi mai nato, tutto il resto da me esisterebbe ugualmente. O no?

Venendo ai nostri due cultissimi politici, in questi giorni, un po’ faticosamente ghignando (Salvini) e un po’ cercando -senza trovarlo- un tono adatto alla sconfitta inflitta al loro governo dall’Unione Europea (Di Maio) per trasformarla in una qualche vittoria, abbiamo un esempio chiarissimo di credenza, non nella realtà delle cose, ma nella parafrasi di questa come trasformazione della realtà stessa dalla sua propria oggettività, a ciò-che-si-è sperato, ad una interpretazione soggettiva atta ad imbrogliare le carte della comunicazione e della percezione dei “cittadini” elettori.

Per loro la realtà sembra che non sia quella-che-è, ma quella-che-si-è- sperato(hanno sperato)-fosse. Illusioni e disillusioni, disinformazione pacchiana e disonesta. Abbiamo già nei giorni scorsi esemplificato le falsificazioni comunicative sui dati del bilancio accettato dall’Europa, espresse dai due per guadagnare tempo, per preparare la campagna elettorale in qualche modo.

Ma anche i più semplici, e non vuol dire stupidi, caro lettore, si accorgeranno presto che il reddito di cittadinanza sarà una fola e così quota 100, e molte altre poste su cui si erano esaltati da balconi e palchi. Lo sanno anche loro due, ma non sanno come dirlo.

Idealisti della miseria intellettuale e morale.

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