Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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I ragazzi del ’99

Caro lettore,

nonno Dante, papà di mia mamma Luigia mi raccontava del Piave e della vittoria, dopo la rotta di Caporetto nell’ottobre del ’17. Lui era stato prima sul fronte del Carso e dell’Isonzo, nella Terza Armata, nel fango e nel freddo, nella sporcizia, nel dolore e nella paura di non farcela. Poi ce la fece se son qui a raccontarla. Come ce la fece mio padre Pietro in Grecia e Albania nel ’41-’43, se son qui a raccontarla. I racconti del nonno, tra una sigaretta rollata di trinciato forte e una carezza delle sue mani nodose, erano epici. L’odore del suo fumo si confondeva con il fumo degli scoppi delle granate, nella mia immaginazione bambina.

E ogni tanto cantava canti di trincea, strascicando le vocali alla furlana, dimenticando parole e con gli occhi un poco lucidi. Lui era un ragazzo del ’94, e quando il generale tedesco von Below sfondò a Kobarid e sul Kolovrat, aveva ventitré anni, era un vecjo tra i fanti che dovettero fuggire oltre il Tagliamento e di là del Piave. Non so se partecipò alla battaglia di Codroipo o fu tra quelli che passarono il grande fiume più a nord, verso Cornino. Non me lo disse o non lo ricordo.

Era bello sentire i suoi racconti, più sintetici di quelli di mio padre, che amava indugiare in un’affabulazione straordinaria, ma anche nonno Dante la sapeva raccontare. E mi disse anche di quando furono precettati i ragazzi del ’99, molti dei quali non avevano ancora compiuto diciotto anni. All’inizio furono chiamati circa 80 000 giovani del ’99, da gennaio ad aprile del 1917, a cui venne impartito un frettoloso addestramento militare, e in seguito altri 160.000 e altri ancora entro il luglio dell’anno stesso. I primi arruolati vennero inviati al fronte solo a novembre del ’17 e in seguito gli altri. La scelta di chiamarli alla guerra si rivelò molto importante per gli esiti delle ultime battaglie, al prezzo di sangue e di morte che possiamo immaginare. Essi combatterono sul Grappa, sul Montello, sul Piave, a Vittorio Veneto, fino alla fine, ottobre 1918. In molte città italiane vi sono vie o piazze dedicate alla loro memoria, e trovo nei cimiteri dl Friuli, dove amo indugiare, molte loro lapidi.

Nel suo discorso di fine anno il Presidente Mattarella ha fatto un parallelo tra quei “ragazzi” e i loro omologhi di cent’anni dopo, quelli del 1999, che andranno a votare per la prima volta alle elezioni politiche del 4 marzo prossimo. Diciottenni cui la Patria cent’anni fa chiedeva anche la vita, e diciottenni cui questa “Patria”, chiamata dai più “paese”, chiede un voto, possibilmente documentato e responsabile. Che sia stata quella di un secolo fa una generazione sfortunata, vien da dire in modo ordinario, e quest’ultima? E’ più fortunata? Certamente oggi nessuno chiede a questi ragazzi il sacrificio della vita, ma che cosa li aspetta domani?

Quei ragazzi italiani impararono a conoscersi nel fango delle trincee, mentre questi si messaggiano sui social. Che abissale differenza! Che cosa fecero dal 4 novembre 1918 in poi quei nostri nonni e bisnonni, trovarono lavoro, ebbero garanzie dal Regio Governo, dal Re Vittorio? Non risulta. Tornarono a casa e affrontarono un dopoguerra durissimo, per molti tragico, di miseria e abbandono, come sicché la Storia d’Italia prese la piega che tutti conosciamo.

Possiamo dire che i nostri diciottenni sono più fortunati? Mi pare di sì, ma sarebbe opportuno che glielo si dicesse, senza intonare inni di gloria e di lode, ma per renderli consapevoli che comunque loro sono nati in una democrazia, se pur imperfetta come ogni opera umana, e sono tutelati da una nobile Costituzione. Questo è utile, anzi indispensabile che sappiano bene, mentre invece nessuno glielo spiega, neppure la scuola che ha abolito l’educazione civica e non insegna la storia contemporanea, preferendo la multiculturalità, certamente da conoscere, ma non senza sapere nel contempo chi si è, da dove si viene, che nazione siamo e che storia ci ha permesso di essere qui come siamo, in mezzo a mille problemi, ma anche con altrettante potenzialità. A volte, i nostri ragazzi sono come ignari, muti, afasici, resi scettici dai mass media. confusi.

Il richiamo del Presidente, affinché non suoni retorico, deve trovare echi e spiegazioni opportune nei luoghi deputati: famiglie, scuole, università, mezzi di comunicazione, società tutta nelle sue articolazioni e manifestazioni vive.

 Altrimenti tutto sembrerà occasionale e stantio, come molte delle parole che la politica attuale usa, in una stanca coazione a ripetere. Ognuno sul suo faccia qualcosa per i nostri, con la parola e con l’esperienza, per alimentare una ragionevole speranza di futuro.

 

 

Un altro anno è andato

Nella conta degli anni il 2017 si sta per collocare in archivio. Un anno potente, crudele, da non rimpiangere. Per me. E anche, lo so, per molti.

C’è da essere sconfortati come sono di solito gli opinionisti che vanno per la maggiore nei quotidiani, cotidie scriventi e scrivono e non han molte altre virtù (da libera eco carducciana). E invece no.

Nonostante Trump e il suo essere più che presidente degli americani, tycoon di se stesso, falso e autentico nel contempo mentre il parrucchino e i denti gli si rinnovano a seconda della bisogna. Eppur è stato votato da metà votanti, quantomeno, e anche Michele Serra si è accorto, più gramscianamente che marxianamente, che i governati non son meglio dei governanti. L’uomo non si emenda per decreto, vivaddio! E’ una bella conquista, convincersi che l’homo novus è quello che siamo ogni giorno, pazientemente più vecchi e saggi, quando ce ne rendiamo conto, però, di essere ogni giorno più vecchi e saggi. Peccato che molta parte della sinistra politica, quella spesso maggioritaria qui da noi, abbia sempre pensato che il sol dell’avvenire appartenesse, non tanto alla pazienza delle riforme democratiche e sociali, ma a una palingenesi antropologica, lasciando alla destra -ovviamente- il culto dell’individuale arroganza, ma senza apprezzare molto, se non recentissimamente, l’irriducibile differenza di ogni soggetto da qualsiasi altro, dico, soggetto umano. Collettivismo senz’anima individuale. Non lasciamo alle destre l’apprezzamento della persona-individuo e la nozione di patria e di matria, perdio!

Le guerre sono lì, numerose, varie,  tutte crudeli, quasi innumerabili, non dichiarate, gli ambasciatori sono livree che non servono, sono mestieri imbalsamati per ruoli oramai finiti. Epperò servirebbero le ambascerie, eccome, se si capisse che non è questione di tecnica comunicativa, ma di buone relazioni, di sincera voglia di conoscere quell’altro lì, quello là, che di solito non capisco, e che talora aborro o addirittura -inspiegabilmente- odio.

Siamo in sette miliardi abbondanti sul bel pianeta  ancor pieno d’acque, e saremo –secundo el parer de li studiosi– dieci o undici tra mezzo secolo. Un chilo di carne di manzo richiede decine di ettolitri d’acqua per essere prodotto, forse che (nonne più congiuntivo) non sarebbe meglio utilizzare meglio la qualità nutrizionale dei cibi, piuttosto che la standardizzazione? E’ chiaro che lo standard riduce i costi… ma a breve, ché nel medio-lungo farà danni intuibili anche all’inclito. Cioè a me e a te, caro lettor, che pensavi fossi scomparso dall’etere. E come vedi stavo solo riposando un po’.

Pare che il terrorismo sia una dimensione endemica della storia umana. Accanto ai fatti di cronaca, noti a tutti, emergono ricordi di varia natura, come la cattura in Portogallo di uno dei responsabili della strage di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974. Ovvero, di Norbert Feher, alias Igor il Russo, dopo nove mesi di latitanza e una scia di sei o sette morti, che viene catturato in Spagna. Serial killer criminale comune determinato freddo spietato e terrorista perché terrorizza?

La salma di Vittorio Emanuele III torna in Italia da Alessandria d’Egitto su un volo di Stato, è ragionevole o no? Non condivido perché il giudizio storico sul re-soldato non può non essere severo, non foss’altro, ed è moltissimo, che per la firma delle Leggi razziali del ’38 e per la vigliacca fuga a Brindisi dopo l’8 settembre ’43. Va bene che riposi a Vicoforte accanto ad Elena, ma sarebbe stato meglio fosse tornato con mezzi diversi e privati.

La salute è il bene primo della vita, lo sentiamo dir fin dall’infanzia e quando questa vacilla temiamo, barcolliamo, teniam paura e chiamiam la mamma. Scherzo, ma non troppo, caro viandante della rete che indugi sul mio scritto. E dunque abbiamo da tenerla da conto, se pur sappiamo che non tutto, anzi forse un po’ poco, dipende da le nostre voluntadi. Ma basta che queste sien poste verso la cura positiva del corpo e dell’anima nostra, con passion e umilitade, e anche con la disposizione d’animo della preghiera all’Onnipotente Iddio che tutto vede e sa e contempla dal suo sguardo sine limite ullo.

Ambiente: vedere un orso polare che si accascia morente di fame è scena quasi inguardabile. Che cosa stiamo facendo alla Terra? Ce la faremo a capire, o almeno a comprendere che noi stessi siamo gli autori del nostro proprio destino terracqueo, almeno (o di più, perfino) come per quanto riguarda la nostra salute individuale?

Un altro fatto da mettere qui, non perché sia bello, ma perché ha una sua densità politica: il neo costituito governo -si diceva un tempo- clerico-fascista (ma è una dizione forse ingenerosa per il giovanissimo cancelliere democristiano Kurz) intende concedere la cittadinanza austriaca ai cittadini italiani tedescofoni  dell’Alto Adige o Sud Tirolo, che dire si voglia. Mi sembra faccia il paio con altre tendenze, non patriottiche, ma nazionaliste e patriottarde, ultimamente apparse in Polonia e in Ungheria, come se gli ex satelliti dell’URSS volessero affrancarsi dal passato stalinista diventando razzisti e fascistoidi. Bruttino, anzi brutto. In Italia non mancano i mentori di questa tendenza che spero venga sconfitta.

Leggo dopo anni di nuovo un libro bellissimo, Narratori delle pianure, edito da Feltrinelli nel 1985, autore Gianni Celati, che insegna lingua e letteratura anglo-americana all’Università di Bologna e quella italiana in Inghilterra, se non sbaglio. Che cosa c’entra il libro con questo piccolo riepilogo sull’anno che se ne sta andando? C’entra perché racconta, narra di cose piccole che avvengono o sono avvenute lungo il corso del nostro gran fiume Po, che è grande per noi italiani, ma è ben piccolo se comparato ai grandi alvei dei fiumi asiatici, africani, americani. Io che ho visto il Paranà a Rosario d’Argentina e il Dniepr nell’omonima città ucraina, lo posso ben dire.

Celati narra storie piccine, ma non per questo insignificanti, cosicché mi ha suggerito l’idea di imitarlo, per zittire il frastuono talora orrendo della cronaca. Partire a primavera, dedicandovi una settimana, in treno, lungo l’asta del Po, magari un poco più su, dal Cavallino o da Chioggia in laguna, in treno, con uno di quei treni locali che si fermano ovunque c’è una stazione. Un poco senza mete precise. E scendere, che so, alla stazione per Porto Tolle, alla foce, e poi a Porto Garibaldi, evitando Ravenna. Risalire fino a Adria e pernottare, per arrivare il giorno dopo a Polesella. E poi Ostiglia e Mantova. Qui sì fare una sosta per l’Alberti e Andrea Mantegna. E poi Mirandola, Viadana e Casalmaggiore. Un po’ in treno e un po’ con il bus. Pernottare quando vien pomeriggio e si deve decidere. E cenare in trattoria, cercando quelle che hanno le tovaglie e quadrettoni rossi e il vino sfuso, rosso però, Sangiovese penso, stante la zona.

Per finire nella Bassa milanese, ma senza toccar la metropoli, ché sarò a caccia di silenzi e di discorsi fatti sottovoce nei vicoli e fuori delle osterie, sotto i portici antichi delle cittadine di pianura.

Un libro che raccomando al mio gentil lettore.

Per lasciar perdere le “cose grandi”, i grandi problemi del mondo, della società e della politica, non perché non mi interessino più, ma per respirare di nuovo aria pura, l’aria pulita delle cose semplici, quelle che mi hanno visto crescere al paese strano “delle acque”, a Rivignano. I cortili, i richiami attutiti dalla distanza, il parlato a volte urlato e talaltra quasi un bisbiglio, onomatopea della riservatezza dei semplici, come mia madre, che parlava forte solo perché abituata da ragazzina ai rumori della filanda di Palmanova, dove l’avevano impiegata a tredici anni, prima di andare a servizio a Torino, nella casa avita del colonnello Torquato Vanzi, da Poggibonsi, ufficiale di cavalleria del regio Esercito Italiano in pensione.

Dormire in qualche locanda lungo il Po, e svegliarsi senza fretta per prendere il prossimo treno o bus verso occidente, prima di tornare a oriente, dove sorge il sole, dove c’è il sapore della nascita e di tutta la mia vita.

Gerusalemme! Gerusalemme!

Caro lettore,

il titolo è quello di un libro di Collins e Lapierre, ma l’intendimento mio è quello di parlare di questa città, ora che Trump l’ha sbattuta sulle prime pagine di tutto il mondo, e la sua decisione sta già provocando feriti e morti, la sua decisione, come atto concreto, ma insieme con la Storia, la grande Storia di questa città, di questa parte di mondo che si chiama per noi Vicino Oriente e Storia del mondo. Ed è anche un pezzo della storia recente dei presidenti americani: basta cercare sul web le dichiarazioni di Bill Clinton, di George W. Bush e di Barack Obama in tema, tutti e tre decisissimi a proclamare Gerusalemme capitale di Israele!

Gerusalemme (in ebraico: יְרוּשָׁלַיִם‎, Yerushalayim, Yerushalaim e/o Yerushalaym; in arabo: القُدس‎, al-Quds, “la (città) santa”, sempre in arabo: أُورْشَلِيم‎, Ūrshalīm, in greco Ιεροσόλυμα, Ierosólyma, in latino Hierosolyma o Ierusalem, per antonomasia è definita “La Città Eterna“), capitale giudaica (del Regno di Giuda) tra il X e il VI secolo a. C., è la capitale contesa di Israele e città santa per l’Ebraismo, per il Cristianesimo e per l’Islam. E’ situata sull’altopiano che separa la costa orientale del Mar Mediterraneo dal Mar Morto, a est di Tel Aviv, a sud di Ramallah, a ovest di Gerico e a nord di Betlemme.

Il luogo è citato in testi antichissimi fin dal II millennio a. C., ma il primo dato storicamente plausibile è la sua occupazione da parte della tribù Amorrita dei Gebusei e la successiva più solida conquista da parte del re Davide attorno all’anno 1000 a. C. I più importanti momenti successivi per la città si possono riferire al regno di Salomone. Il gran re fece costruire il Tempio, segno e simbolo di Israele per mezzo millennio, fino alla sua distruzione perpetrata nel 587 da Nabucodonosor, che deportò in Babilonia i maggiorenti ebrei. Un’altra data fondamentale è il 538, quando il re dei Persiani Ciro il Grande (e fu grande veramente), con un Editto liberò gli Ebrei che tornarono in patria e riedificarono il tempio e le mura della loro capitale. Nel 331 Gerusalemme fu conquistata da Alessandro Magno, come tutte le città e i regni fino al fiume Indo, ma la conquista fu precaria, poiché passò di mano ad altre dinastie egizie e siriache come i Tolomei e i Seleucidi, fino alla guerra di liberazione che, nel II secolo portò al potere la dinastia degli Asmonei, mentori i bellicosi fratelli Maccabei.

Finché il generale e triumviro romano Gneo Pompeo la conquistò (63 a. C.). Il secolo successivo vede le vicende della nascita vita e morte di Gesù di Nazaret tra i regni dei due Erode, il primo detto il Grande, e il secondo detto Antipa. Tito, nel 70 e Adriano nel 132 d. C. soffocarono due tremende ribellioni popolari nel sangue, marcando il sigillo dell’Impero romano sulla Città, che fu distrutta di nuovo.

L’imperatore Costantino ridette vita cristiana alla città che resistette a vari tentativi di conquista, come quello di del re sasanide persiano Cosroe, poi sconfitto dall’imperatore bizantino Eraclio I, fino a quando arrivò l’Islam nel VII secolo, prima con i califfi Omayyadi di Damasco (638) e poi con gli Abbasidi di Bagdad. Nei tre secoli successivi si affacciarono altri conquistatori, come i Turchi Selgiuchidi di Malik Shah I. Furono infine i Fatimidi d’Egitto a impadronirsi di Gerusalemme, fino al 1099, quando la Prima Crociata li scacciò a un prezzo inenarrabile di sanguinose stragi.

Alterne vicende e varie crociate non impedirono la riconquista musulmana della città, soprattutto a partire dalle imprese di Salah-el-Din. Dal XVI, dal regno del sultano Solimano il Magnifico,  e fino al 1917 Gerusalemme fu sottoposta al dominio turco-ottomano della Sublime Porta di Costantinopoli. E siamo ai nostri giorni, al Protettorato britannico del generale Allenby (1917), alla proclamazione dell’internazionalizzazione di Gerusalemme, sotto il controllo dell’ONU per favorire la convivenza di cristiani, musulmani ed ebrei, con il Trattato sulla Partizione del territorio tra Israele e popolazione palestinese. Sappiamo comunque che ciò non bastò alla pacificazione dell’area. Tutt’altro.

Il resto è storia dell’ultimo mezzo secolo, dalla Guerra dei Sei Giorni (1967) alle “Intifade”, o giorni della collera, come quello in corso.

Eccoci al dunque, alla dimensione politica della decisione trumpiana.

Su questo vi sono posizioni diverse, variamente declinate. E’ evidente e più che ovvia la reazione forte del mondo arabo-musulmano, ma anche della “grande Turchia” di Erdogan e dell’Iran sciita. Più tiepida la reazione sunnita dei sauditi e dell’Egitto, perché le contraddizioni insite nel mondo musulmano dettano comportamenti e prese di posizioni a volte difficilmente comprensibili a noi occidentali. L’Europa ha reagito contrariata dalla decisione di Trump, soprattutto con l’attivissimo presidente francese Macron.

Se si dovesse dividere in due categorie le reazioni alla decisione del Presidente USA, si potrebbe dire che i politically correct non hanno condiviso, mentre gli altri, o sono rimasti in silenzio o hanno condiviso. Destra e sinistra si sono espresse -più o meno- come ci si può aspettare classicamente dai due schieramenti: a favore di Trump la destra, contro la sinistra. Papa Francesco ha invitato alla prudenza, saggiamente.

Ma la contraddizione in seno al popolo della sinistra sussiste: come la mettiamo con le dichiarazioni, oramai storiche, di Clinton e di Obama?

E con la Storia di cui sopra, come la mettiamo? Gerusalemme è la capitale di Davide, Goffredo di Buglione, di Saladino, di Solimano, di Allenby o di Ben Gurion e di Golda Meir? E’ la capitale di Arafat o di Rabin? Di Abu Mazen o di Netanyahu? Se dovessi esprimermi su questi due ultimi personaggi terrei per Abu Mazen, ma solo perché non sopporto Netanyahu. Ma così non funziona.

Non so quello che potrà succedere nei prossimi giorni, settimane, mesi, ma so che qualcosa doveva succedere di fronte allo stallo che caratterizza una trattativa trentennale. Che i due popoli, le due nazioni debbano convivere su un territorio così esiguo è fuori di dubbio e che ciò sia molto difficile altrettanto. Ma non c’è alternativa.

Come fare? Non esistono ricette e soluzioni facili, ma solo la ricerca paziente di un accordo che riconosca il diritto a Israele di esistere e prosperare, così come il diritto ad avere uno stato alla nazione palestinese, con i corollari fondamentali del territorio, della disponibilità di acqua, energia, di un’economia capace di creare lavoro e reddito diffuso. La miseria è sempre fomite di disastri, così come l’indisponibilità al dialogo, l’incapacità di ascolto, il razzismo.

Vedo che comunque ancora manca la pazienza della riflessione razionale, dell’argomentazione logica, lasciando così lo spazio all’ideologismo più vieto. La divisione non dovrebbe essere tra chi “tiene per” Trump e chi lo avversa, ma tra chi ragiona con l’intelletto disponibile e chi preferisce, spesso per pigrizia o per ignoranza, essere contro comunque, a prescindere, e a favore  di qualcosa d’altro, comunque, a prescindere.

Personalmente ritengo che la decisione americana su Gerusalemme sia stata sbagliata, soprattutto perché inquinata da esigenze di politica interna USA, e da intenti legati a battaglie politiche che poco hanno a che fare con i diritti dei popoli israeliano e palestinese, non perché errata in assoluto.

Gerusalemme è storicamente la capitale di Israele, ma, se alziamo lo sguardo oltre la contingenza, e anche oltre la Storia, è anche la capitale del popolo palestinese, e, di più ancora, è la capitale spirituale di tutto il mondo, al pari di Roma, di Atene, di Istanbul, di Benares, su questo piccolo meraviglioso Pianeta.

La bandiera della Regia-Imperial Marina (Reichskriegsflagge) del Secondo Reich e altre facezie o stupidità sul web

…è quella esposta in una caserma dell’Arma in quel di Firenze, caro compagno Fratoianni, nulla di nazista, ma molto di prussiano, compresa l’aquila arrogante e certamente aggressiva del logo-marchio teutonico, anzi, teutonicissimo. Almeno informati, se non vuoi formarti con elementi fondamentali di Storia dell’Europa contemporanea. Un’aquila gradita a quel mondo, certamente militarista, che ha caratterizzato molta storia di quella grande nazione europea, dove l’aristocrazia junker aveva molto peso, ma anche dove, sia pure soprattutto per contrastare il socialismo nascente, ma non solo, il gran Cancelliere Ottone di Bismarck costruiva il primo sistema pensionistico europeo sul finire degli anni ’80 del XIX secolo. Ecco una fake new della più bell’acqua!

La bandiera di guerra tedesca come quella appesa in caserma era di uso comune nella prima guerra mondiale: aveva i colori nazionali della Prussia in bianco e nero, l’aquila prussiana, la croce nordica, con il tricolore rosso bianco-nero imperiale tedesco nel cantone superiore con una croce di ferro. E’ il vessillo di guerra del Secondo Reich, precedente rispetto al nazismo ma molto usato dai militanti dell’estrema destra.” (dal web)

Ma ciò non significa nazismo, né fascismo, bensì ignoranza crassa, da parte -probabilmente- del giovane carabiniere della caserma Baldissera, e pure dell’onorevole Fratoianni, meno escusabile del militare, o no?

Forse bisognerebbe chiamare l’uno e l’altro a un corso accelerato di storia contemporanea, per spiegare loro chi sia stato il colonnello von Stauffenberg, junker prussiano, che nell’estate del ’44 attentò alla vita di Hitler, non riuscendo per una serie di circostanze, nel suo intento. E anche di tutti i contrasti che spesso divisero le visioni del Führer da quelle degli alti gradi militari della Wermacht.

Non sto qui a difendere l’esercito tedesco che fu responsabile di efferatezze inenarrabili durante il Secondo conflitto mondiale, ma semplicemente a dire che è bene informarsi prima di parlare a vanvera.

E’ evidente che va indagata la ragione per cui il giovane carabiniere si è sentito di esporre quel vessillo, visto che da tempo la sua simbologia è stata assunta come segno di appartenenza a movimenti di destra estrema, e che ciò non è consentito, in nessun caso, a un militare dedito alla tutela dell’ordine pubblico democratico dell’Italia. Ignoranza, superficialità, vittima della disinformazione telematica? Di tutto questo un po’?

Oggi peraltro si parla non tanto di verità che rispecchi la realtà dei fatti, ma di post-verità, che non importa la rispecchi, ma basta la adombri, sia veri-simile, altro che disquisizioni filosofiche sul vero e sul falso!

Un’altra facezia o, meglio dire, stupidità pericolosa: la foto di Salvini imbavagliato con la scritta BR sullo sfondo, manifestazione di idiozia allo stato puro, opera di minus habens da censurare e da proporre per una rieducazione quasi “alla cinese”. Scherzo, ma di fronte a certe azioni viene proprio da dirlo.

Continuiamo. Si legge ogni giorno le nuove del dittatorucolo nordcoreano, ma quanto di ciò che si legge corrisponde a verità e quanto è dovuto alla sbrigliata fantasia dei titolisti-cronisti del web? Altro: siamo sicuri che gli israeliani hanno bombardato un sito militare iraniano in Siria sabato scorso, o è un filmato vecchio o contraffatto?

In realtà, visto che nessuno può verificare del tutto ogni fonte di notizia, anche quando appare evidentemente implausibile, l’unico rimedio è l’informazione, l’acculturazione, la conoscenza, la cultura, in definitiva. E questo va detto e ripetuto, specialmente ai giovani che possono essere le vittime sacrificali di questo mostro a enne teste che è l’informazione disinformante e deformata.

E infine, per me fake news sono tutte le stupidaggini, imprecisioni, banalizzazioni, stereotipie, approssimazioni, sciatterie espressive che contraddistinguono la stragrande maggioranza dei discorsi soprattutto dei politici che si sentono e si leggono. E’ desolante il quadro che si presenta quasi ogniqualvolta un politico, di qualsiasi schieramento sia, prende la parola su qualcosa: le affermazioni sono sempre apodittiche, le riflessioni spesso senza capo né coda, la logica zoppicante, un’incapacità radicale di apprezzare le proposte altrui, come se questo fossero, proprio perché altrui, naturalmente sbagliate o insensate. E mi prende una noia desolante o una desolazione noiosa. Dai 5S al PD, dai Fratelli d’Italia alla Lega a Forza Italia, fino ai piccoli agglomerati più o meno raccogliticci che vagolano in cerca di consenso, non vi è, se non rarissimamente, uno spunto, un’idea, una proposta intelligente od originale.

Cultura personale da migliorare ed Etica della comunicazione da applicare dovrebbero essere progetti di vita obbligatori per ognuno e per tutti.

Cirint lis olmis di Diu, cercando le tracce di Dio

Cito pre’ Toni Bellina, sacerdote friulano, grande scrittore, uno dei maggiori del XX secolo nella lingua della nostra Piciule Patrie furlane, come scrive don Federico Grosso nella sua dissertazione dottorale, ostico e vilipeso, orgoglioso e umile. Nato a Venzone, esiliato nell’incantevole valle di Rivalpo e Trelli, tra i monti Sernio e Tersadia, dove le solitudini non sono mai senza una traccia di chi si può provare a cercare, e se lo si cerca significa che lo si è già trovato (Agostino).

Tornato in pianura fino alla sua dipartita (2007), non prima di aver completato la traduzione in friulano della Bibbia, lavoròn  quasi luterano iniziato dal suo maestro pre’ Checo Placereani, un ventennio prima.

Per anni tenne una rubrica sul settimanale diocesano dal titolo che ho ripetuto qui, e che ho ivi tradotto per i miei lettori non friulanofoni.

Cercando le tracce di Dio. Dove? Caro lettor mio, anche tu stai cercando le tracce di Dio? Io sì, anche quando sono nervoso come oggi, soprattutto quando impreco e divento insopportabile e ostico assai più di pre’ Toni, con cui ho condiviso un certo ascetismo, un esercizio della fatica e, in una certa misura, talora, anche del dolore.

Tracce di Dio nell’esistenza di ciascuno di noi si possono trovare, anche da chi non crede nell’ipotesi di questa Trascendenza ineffabile, di questo Essere Incondizionato, di questa Intelligenza suprema e soave, nascosta ed evidente (cf. Sapienza 13), infinita e particolare, creatrice del tutto e contenuta nel cuore di ogni uomo.

Un atto di fede il mio? O di speranza? La fede senza dubbio è fideismo, la fede con speranza è umile. A volte l’ipotesi di Dio sembra folle, quando la riflessione razionale che si basa sulla logica umana cerca mostrazioni implausibili, come attestano i generosi tentativi di Sant’Anselmo di Canterbury e di San Tommaso d’Aquino. Non  ce la può fare la mente e l’intelletto umani a penetrare il fitto mistero d’ombra inesauribile che vela e ri-vela (si noti l’ambiguità del verbo iterativo) la Presenza come presente-assenza.

E allora non ci resta che cercare le tracce, lis olmis, in friulano, le orme, le impronte, di questa (Presenza).

Leggiamo la prima parte del capitolo 13 del Libro biblico della Sapienza, versetti da 1 a 9, risalente al III o IV secolo a. C., più o meno, di autore ignoto, di scuola filosofica stoico-ellenistica, probabilmente.

1 Davvero stolti per natura tutti gli uomini/ che vivevano nell’ignoranza di Dio,/ e dai beni visibili non riconobbero colui che è,/ non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere.
2 Ma o il fuoco o il vento o l’aria sottile/ o la volta stellata o l’acqua impetuosa/ o i luminari del cielo/ considerarono come dèi, reggitori del mondo.
3 Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dèi,/ pensino quanto è superiore il loro Signore,/ perché li ha creati lo stesso autore della bellezza.
4 Se sono colpiti dalla loro potenza e attività,/ pensino da ciò/ quanto è più potente colui che li ha formati.
5 Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature/ per analogia si conosce l’autore.
6 Tuttavia per costoro leggero è il rimprovero,/ perché essi forse s’ingannano/ nella loro ricerca di Dio e nel volere trovarlo.
7 Occupandosi delle sue opere, compiono indagini,/ ma si lasciano sedurre dall’apparenza,/ perché le cose vedute sono tanto belle.
8 Neppure costoro però sono scusabili,
9 perché se tanto poterono sapere da scrutare l’universo,/ come mai non ne hanno trovato più presto il padrone?

Che possiamo dire? Che si tratta del vaneggiamento di un poeta sconosciuto?

Oppure di parole suggerite dallo Spirito che aleggia tra i rami degli alberi senza violenza e poi va dove vuole? Magari nei pensieri dello sconosciuto poeta palestinese, oppure tra i tuoi o i miei pensieri, caro lettore?

Io penso, ma forse è meglio dire, sento, che qualcosa che è Qualcuno è presente, sempre, in  noi, paziente, silenzioso, senza pretese, rispettoso della nostra libertà di esseri imperfetti e dolenti, nervosi e talora impazienti, feroci e di nuovo pacifici, ma sempre pronti ad aggredire e offendere.

Non dunque la prova ontologica del monaco benedettino diventato vescovo di Canterbury, né le prove metafisico-cosmologiche del Dottore angelico, ma l’atto di fede, il sentire profondo del cuore può forse metterci sulle tracce di Dio, anche se con il rischio di perdere il sentiero a ogni svolta, a ogni tornante, perché l’itinerario è in salita, o a ogni successivo contrafforte della montagna che si sta scalando.

Non abbiamo che da cercare le tracce, come i pellerossa delle grandi pianure dell’Ovest americano, che inseguivano le mandrie dei bisonti, e ne uccidevano solo quanti bastavano alla tribù per passare l’inverno, non di più, senza la cupidigia tipica dei “civilizzatori” venuti dall’Est, a volte armati di pistole, fucili e Bibbie.

Il Grande Spirito li aiutava, ed era Spirito e parlava attraverso gli antenati saggi con gli “uomini della medicina” della tribù, rispettato in quanto Grande e in quanto Spirito. E chi è questo Grande Spirito, e chi è il Brahman, e chi è il Tao, e chi è Dio-Yahwe-Allah? Chi?

Cercando le orme di Dio, indugio questa sera, in silenzio.

Mezzi e fini, cause ed effetti, è plausibile un diagramma di Gantt nei due sensi?

David Hume riteneva che non si potessero necessariamente evincere gli effetti di un’azione dalle loro cause, ancorché evidenti, ma che si dovesse osservare il susseguirsi delle cause stesse, fino all’esito finale, semplicemente come atti susseguenti l’uno all’altro: e pertanto hoc post hoc, cioè questo-dopo-questo e non hoc propter hoc, cioè questo-a-causa-di-questo. E’ però difficile che il senso comune accetti questa impostazione intellettual-cognitiva, perché siamo abituati al flusso cause-effetti e mezzi-fini, là dove cause e mezzi sono gli strumenti logici, cronologici e operativi per avere effetti e raggiungere fini.

Il prima e il poi nel/ del corso del tempo sono percepiti come necessari e non interscambiabili, come insegnava Aristotele, per definire lo scorrere del flusso temporale.

Vi sono poi le dottrine classiche di causa ed effetto così come proposte dalla stessa linea filosofica aristotelica e, in definitiva, non smentita neppure dalla filosofia moderna, post-cartesiana/ galileiana. Abbiamo la vulgata riferibile alla scienza politica del Machiavelli, il quale non sostenne mai cinicamente che il fine giustificasse i mezzi, ma che i mezzi della politica a volte dovessero non tenere del tutto conto di una morale generale, ma piuttosto degli interessi concreti di una struttura politico-amministrativa, come quelle delle signorie e dei principati rinascimentali.

Infine, non possiamo trascurare l’importanza filosofico-morale del tema dei “fini”, o “scopi”, come si dice in organizzazione aziendale, che costituiscono in generale l’obiettivo di ogni agire razionale umano, come raggiungimento di uno sviluppo ulteriore e il conseguimento di benefici maggiori per i singoli e per le comunità organizzate, sapendo comunque che vi possono essere anche fini mali, o distruttivi nelle menti e nelle intenzioni di persone altrettanto male e distruttive.

Vediamo che cosa si dice nella contemporaneità in tema, quando la complessità organizzativa e le interconnessioni tra innumerevoli enti, agenti e strutture operative sta raggiungendo un acme mai visto nella storia umana, e soprattutto negli ambiti dell’economia e della società civile, in presenza di una globalizzazione irresistibile e molto disordinata.

Le scienze organizzative hanno predisposto, specialmente a partire dal secolo scorso, degli strumenti operativi razionali che fondano questi principi generali. Tra questi, il diagramma di Gantt è uno strumento di supporto alla gestione dei progetti, così chiamato in ricordo dell’ingegnere statunitense Henry Laurence Gantt (1861-1919), che si occupava di scienze sociali e che lo ideò nel 1917.

Il diagramma di Gantt usato principalmente nelle attività di project management, è costruito partendo da un asse orizzontale – a rappresentazione dell’arco temporale totale del progetto, suddiviso in fasi incrementali (ad esempio, giorni, settimane, mesi) – e da un asse verticale – a rappresentazione delle mansioni o attività che costituiscono il progetto.

Delle barre orizzontali di lunghezza variabile rappresentano le sequenze, la durata e l’arco temporale di ogni singola attività del progetto (l’insieme di tutte le attività del progetto ne costituisce la work breakdown structure). Queste barre possono sovrapporsi durante il medesimo arco temporale ad indicare la possibilità dello svolgimento in parallelo di alcune delle attività. Man mano che il progetto progredisce, delle barre secondarie, delle frecce o delle barre colorate possono essere aggiunte al diagramma, per indicare le attività sottostanti completate o una porzione completata di queste. Una linea verticale è utilizzata per indicare la data di riferimento.

Un diagramma di Gantt permette dunque la rappresentazione grafica di un calendario di attività, utile al fine di pianificare, coordinare e tracciare specifiche attività in un progetto dando una chiara illustrazione dello stato d’avanzamento del progetto rappresentato; di contro, uno degli aspetti non tenuti in considerazione in questo tipo di diagrammazione è l’interdipendenza delle attività, caratteristica invece della programmazione reticolare, cioè del diagramma PERT (Program Evaluation and Review Technique), o stima a tre valori, realistico, ottimistico e pessimistico sui tempi di realizzazione del progetto. Ad ogni attività possono essere in generale associati una serie di attributi: durata (o data di inizio e fine), predecessori, risorsa, costo.” (dal web)

Bene, ma forse si può anche impostare le cose, almeno a livello mentale, anche diversamente, e mi spiego. Il flusso previsto dal Gantt è logico, crono-logico, razionale, e anche economico, perché  cerca di evitare tempi morti, fraintendimenti e costi aggiuntivi, ma vive e si sviluppa in un progresso lineare, che può anche incappare in difficoltà non banali, in rallentamenti e anche nel rischio dell’insuccesso.

C’è una possibilità di superare questi rischi? In assoluto no, ma forse, provando a passare dallo schema logico classico, che supporta il diagramma stesso e che è costituito da un cronoprogramma lineare, a uno schema intuitivo, eidetico, e anche induttivo, capace di cogliere il concreto degli effetti da cui poi dedurre cause e mezzi, come mi suggerisce il mio amico medico dottor Mansutti, e che io ho spesso tradotto nello schema dei “due sguardi”, qualcosa di diverso si può fare. Mansutti dice che se noi buttiamo il nostro sguardo al risultato già conseguito, all’effetto atteso, molto probabilmente siamo già lì, perché i vari passaggi logici, cronologici e operativi sono stati già percorsi; io, peraltro, con lo schema dei due sguardi invito a tenere d’occhio l’oggi e tuttalpiù l’immediato domani e un periodo breve-medio, in modo di evitare la dispersione di energie per progetti di troppo lungo periodo, che potrebbero annacquare e confondere l’impegno profuso. Agostinianamente occorre innanzitutto stare nel presente, come unico tempo vero, per poi volgere lo sguardo al futuro come progetto.

Ci sta, caro lettore? A me pare che una visione del diagramma di Gantt nei due sensi possa avere una certa plausibilità, se non perfettamente razionale, certamente ragionevole (tra razionale e ragionevole c’è una certa differenza), perché non tutto dell’agire umano, anzi forse molto poco, è “matematizzabile”: basti pensare alla correlazione mente-corpo, psiche-salute, laddove si realizza quotidianamente un circolo virtuoso o vizioso, a seconda se si riesce o meno ad armonizzare le due dimensioni nella unica vera vera che è la nostra struttura antropologica, composta ma unitaria.

Corpo e anima uniti e unificati nella persona, come insegna la sana dottrina aristotelico-tommasiana e che nessun clinico contemporaneo ha smentito.

Il valore delle cose, piccole e grandi

Caro lettor mio,

forse il beneficio maggiore che ti dà il tempo del ripensamento, dovuto a diverse ragioni: riposo, convalescenza come itinerario di guarigione fisica, favorisce anche una sorta di percorso verso una “guarigione psichica”, anche se non sei psichicamente malato, o meglio, se non lo sei per il Manuale Diagnostico IV e V, Bibbia di psicologi e psichiatri di mezzo mondo. Ce l’ho e lo consulto spesso quando devo confrontare i casi filosofici che mi si presentano con la letteratura specifica di confine.

Sto parlando di me, che notoriamente (sorrido) non sono psicolabile, né tantomeno psicotico. Epperò, in questa fase, proprio per la mia collocazione in una delle categorie sopra elencate, ho avuto (mi sono dato) il tempo di riflettere meglio sul valore delle cose, non solo sul loro senso, tema che mi ha impegnato anni fa nella stesura di un volumetto edito da La Bassa, appunto, intitolato Il senso delle cose. Mi sono soffermato a considerare il valore di molte cose che mi sono accadute e mi stanno accadendo in questo periodo nuovo, per me strano, impegnativo, qualche volta anche drammatico, e perfino commovente. Innanzitutto la misura dell’amicizia, dell’affetto e della stima di cui godo presso molte più persone di quanto pensassi. Il mio essere un uomo difficile da trattare, duro a volte, rapido nel pensiero e pieno di pretese verso il pensiero altrui, non mi ha alienato stima e affetto da parte di molti, perché forse hanno sempre colto il disinteresse e la purezza di cuore del mio agire.

Circa il senso delle cose mi sono sempre interrogato, ma circa il loro valore ho sempre -o quasi- privilegiato quelle che mi parevano più importanti. Sbagliando. Perché tutte le cose, anche le più umili, sono importanti, se non altro perché lo sono per qualcuno, la cui opinione, umanamente parlando, vale sempre quanto la mia, non di più e non di meno. E qui non sto parlando di saperi specialistici, dove ognuno, se vuole essere intellettualmente onesto, deve parlare solamente di ciò che conosce veramente, e mai a vanvera. Su ciò io sono rigorosissimo, perché capita troppe volte di sentir pontificare di questo e di quello chiunque, come se ci si trovasse al bar Sport del paese a discutere i destini della vergognosa nazionale di calcio italiana o in uno dei tanti vieti e stupidissimi talk show televisivi.

Fino a qualche mese fa se qualcuno mi mostrava un fiore mi distraevo subito a guardare il prato, pieno di fiori, o la collina piena di colori, l’insieme olistico del mondo, facendo fatica a concentrami sul particolare… sarà per questo che noi maschi non vediamo neanche una ragnatela di un metro quadro mentre una femmina la vede anche se è di un centimetro quadrato? Forse sì, ma in me la difficoltà di vedere le cose piccole forse è più accentuata che in altri. E su questo, noto che le persone omosessuali sono molto più sensibili di me e della media dei maschi che conosco. Cromosomi corsari, direbbe Pasolini.

Ora apprezzo il criceto (che ero io con dimensioni da belva feroce) come la tigre e l’aquila, mio animale preferito, il mio indirizzo da sempre di posta elettronica. Ora apprezzo il fiore che mi viene indicato, quel fiore lì, quella nuvola lì, quel cagnolino lì, che mi abbaia petulante.

Ora, che non è allora. Agostinianamente sto imparando a vivere il presente, come unico tempo vero, senza pretendere di pro-iettarmi chissà dove e quando.

E’ vero dunque, come scrive Fernando Pessoa che il valore delle cose è dato dalla loro qualità intrinseca, che però è percepibile se ci si mette in ascolto, o in visione di queste piccolezze, senza pretendere che siano grandi e impressionanti montagne come il Cerro Torre in Patagonia o il ghiacciaio Perito Moreno, o le cascate di Iguazù, quattro volte più grandi del Niagara, che ammirai dal versante paraguayano venticinque anni fa. Ora godo più di prima delle sette cascatelle del rio Cornappo a Platischis di Taipana. Ora, non prima.

Il valore delle cose si manifesta nel sentimento, più che nell’esercizio della ragione argomentante, ed è forse per questo che i sapienti antichi, sia del versante greco-latino, sia del versante biblico-semitico, e cito solo le grandi culture mediterranee, che meglio conosco, consideravano il cuore e i visceri il luogo fisico dei sentimenti.  Anzi, per l’ambiente biblico il cuore (nefesh, in ebraico) era l’anima o la persona umana stessa, mica solo un muscolo che pompa sangue vivente! Peraltro la moderna ricerca scientifica ha mostrato come nell’intestino vi siano altrettanti neuroni che nell’encefalo. Si può pertanto parlare a giusta ragione anche di intelligenza emotiva. Forse per me, raziocinante per dovere e per necessità, l’esperienza attuale mi insegna, non solo che le cose piccole hanno valore come le cose grandi, ma che devo ascoltare di più le ragioni del cuore, perché il cuore ha ragioni che la ragione non conosce (B. Pascal).

Se non lo ho mai saputo, me l’ero dimenticato.

L’ego “egoico” e l’ego “normale” (se così si può dire)

Mio caro lettore,

narcisismo, egocentrismo, auto-referenzialità, egoismo, ovvero ogni declinazione malformata dell’ego, cioè egoica, si può definire in molti modi.

Una definizione abbastanza condivisibile dell’egoismo, come concetto più conosciuto e usato, può essere la seguente:

Atteggiamento che implica la subordinazione dell’altrui volontà e degli altrui valori alla propria personalità; come amore eccessivo ed esclusivo di se stesso o valutazione esagerata delle proprie prerogative, che porta alla ricerca permanente del proprio vantaggio, alla subordinazione delle altrui esigenze alle proprie e alla esclusione del prossimo dal godimento dei beni posseduti.” (dal web)

In generale, la malformazione dell’ego può essere considerata in vari gradi una malformazione “egoica”, analogamente a molti altri casi in natura, come nei farmaci che, se assunti in dosi eccessive e sbagliate diventano veleni. Infatti, in greco antico vi è un solo termine per dire farmaco e veleno: phàrmakon.

Ciò serve per dire anche che una certa dose di “egoità” è indispensabile per sopravvivere, o perlomeno per tutelare gli spazi cui ogni individuo ha diritto (cf. D. Morris, L’uomo e i suoi gesti, Mondadori 1980). La situazione peggiora e peggiora soprattutto le relazioni intersoggettive quando la dimensione egoica assume caratteri di sempre maggiore prevalenza e assolutezza rispetto ad altre dimensioni relazionali, come la comprensione, la capacità di ascolto, l’empatia. Chi ha bisogno di porsi sempre al centro dell’attenzione, di assumersi sempre -possibilmente- tutti i meriti di un successo, anche se si tratta di un’azione collettiva e, per contro, di scansare le responsabilità di un insuccesso, pur trattandosi sempre di un’azione collettiva, è certamente sulla strada di un comportamento eccessivamente egoico, forse già egoistico, certamente auto-referenziale ed egocentrico.

Il narcisismo è una caratteristica manifestazione di egoità. Non è necessariamente presente in tutti gli egocentrismi, ma spesso li accompagna, come nel caso di certi personaggi pubblici. Di sicuro un Berlusconi è affetto da una certa dose di narcisismo, ma non ne sono esenti né D’Alema né Renzi, e perfino il chierichetto Di Maio ha già imparato bene il mestiere del narciso in carriera.

Che cosa si può fare di fronte questa malformazione dell’ego, cioè dell’io? Certamente non ci sono aspirine mentali o placebi efficaci: l’unica strada, come sempre quando si tratta di dimensioni psico-spirituali, e perciò stesso morali, è quella dell’autoconsapevolezza, di una capacità di rendersi conto che la strada è sbagliata. Un modo di manifestarsi del difetto egoico è parlare di sé in terza persona, come segue: “Renato pensa che…” e son io che parlo. Il soggetto egoico ha bisogno di guardarsi e vedersi da fuori quasi come un oggetto interessante che opera bene e va addirittura imitato nei suoi comportamenti. Invece non va per niente bene.

Quando un interlocutore terzo sente parlare chi gli sta di fronte in terza persona rimane sconcertato e poi tende a chiudersi in se stesso, chiedendosi: ma io con chi sto dialogando, con questa persona o con la persona che questa persona pensa di essere? Non è la stessa cosa. E’ come avere a che fare con un fantasma o un ologramma, a latere.

Anche se ognuno di noi può dialogare con la propria anima (cf. Agostino, Soliloquia, Lorenzo Valla Editore 2016), non considererà mai la propria anima come una terza persona, né se stesso come un terza persona, ma porrà, di volta in volta, la propria anima e la propria coscienza dialoganti in prima persona: ambedue sono un “io” completo, e mai debordante.

Un’altra pericolosa difettosità dell’atteggiamento egoico è la coltivazione di un’autostima espansa, forse dovuta a una sostanziale insicurezza e quindi, di converso, a una autostima realmente bassa. Uno “si tira su” perché “si sente giù”. Questo fatto dovrebbe insegnare che è meglio riflettere pacatamente su se stessi evitando di voler sembrare diversi da come si è effettivamente.

L’egoità è dunque una deformazione del carattere, o quantomeno dei comportamenti relazionali, e tra le più dannose e pericolose, sia nei rapporti interpersonali affettivi, sia nei rapporti sociali e di lavoro. Proviamo a pensare come può crescere un lavoratore junior accanto a un mentore egocentrico e narciso? Quest’ultimo non avrà mai in testa di curare il giovane in modo da farlo crescere al suo livello, ma tenderà a rallentarlo, stentando a delegarlo, magari delegittimandolo presso la direzione, per non perdere punti lui personalmente… manifestazione, questa, di estrema insicurezza. L’egocentrico non può essere mai un buon responsabile di funzione.

E se volgiamo la nostra attenzione al mondo degli affetti, amicali e amorosi, che cosa ne è del compagno/ a dell’egoico? Lascio al gentil lettore la risposta, tristemente facile.

E a me verrebbe anche una sequela di insulti e un’invettiva forte contro tanta e tale idiozia umana.

Consigli buoni in una lettera sapienziale del mio maestro

LETTERA DI TOMMASO D’AQUINO A UNO STUDENTE

 

Carissimo, giacché mi hai chiesto in che modo tu debba applicarti allo studio, per acquistare il tesoro della scienza, ecco in proposito il mio consiglio:

non voler entrare subito in mare, ma arrivaci attraverso i ruscelli, perché è dalle cose più facili che bisogna pervenire alle più difficili. Questo è dunque l’avviso mio, che ti servirà di regola.

Voglio che tu eviti i discorsi inutili;/ abbi purezza di coscienza;/ non trascurare la preghiera;/ ama il raccoglimento;/ sii cordiale con tutti;/ non essere curioso dei fatti altrui;/ non avere eccessiva familiarità con alcuno, perché essa genera disprezzo e dà occasione di trascurare lo studio;/ non divagare su tutto;/ cerca di imitare gli esempi delle persone rette;/ non guardare chi è colui che parla, ma tieni a mente tutto ciò che di buono egli dice;/ procura di comprendere ciò che leggi e ascolti;/ certificati delle cose dubbie e studiati di riporre nello scrigno della memoria tutto ciò che ti sarà possibile;/ non cercare, infine, cose superiori alla tua capacità.

Seguendo queste norme, metterai fronde e produrrai utili frutti dove il Signore ti ha destinato a vivere.

Mettendo in pratica questi insegnamenti, potrai raggiungere la mèta alla quale tu aspiri.

Addio.

 

O Signore, dammi acutezza nell’intendere, capacità nel ritenere, ordine e facilità nell’apprendere, sottigliezza nell’interpretare e nel parlare.

(Tommaso d’Aquino)

 

Il mio buon maestro era anche un ottimo pedagogo, e un sereno docente, scevro da intendimenti top-down, capace di ascolto, attento al bene vero, come si evince dal suo capolavoro teologico, la Summa Theologiae. Basti una lettura tranquilla delle Quaestiones 1 e 2, artt. 1-8, I II, denominate Il fine ultimo dell’uomo, dove Tommaso propone con semplicità, appoggiandosi a volte a sant’Agostino e a volte ad Aristotele, una visione della vita e dei suoi valori molto bella, e anche attuale.

Per il mite monaco domenicano non serve la iattanza superba dei successi mondani, del denaro, del piacere fine a se stesso, o del potere, vera libido di tutti i tempi, ma più semplicemente basta tenere conto del fine che ogni uomo, ogni essere relazionale ha, quello di agire secondo i princìpi dell’umano, che corrispondono alla stessa lex divina, perché altro non possono essere. Dio stesso è immagine e causa esemplare di una umanità vera, come narra con grande chiarezza il libro della Genesi (1, 27).

Tommaso studia l’uomo basandosi su un’antropologia realista, che muove da una visione razionalmente unitaria dell’essere viventepensante, autoconsapevole, in qualche modo depositario di un libero arbitrio più forte di qualsiasi condizionamento esterno o circostanziale. Il tema, per un moralista realista come il santo d’Aquino, è decisivo, e su questo basa anche la sua dottrina sul peccato, sui vizi e sulle virtù. Tommaso riconosce umilmente di essere debitore dei grandi Padri della chiesa nascente, soprattutto di Agostino, cui lo lega una straordinaria devozione, che però non gli impedisce di dissentire quando il grande padre africano indulge forse troppo in visioni di tipo emotivo-volontaristico, senz’altro più vicine alla nostra sensibilità di quanto non lo siano le idee tommasiane, ma talora quasi prodromo di analisi psicologiche che si svilupparono solo negli ultimi due secoli! Agostino è più moderno di Tommaso, tant’è che mi è capitato di proporre la sua immensa figura come santo protettore degli psicologi ad amici psicologi, suscitando un certo loro interesse. Un altro gran personaggio dei primi secoli assai caro all’aquinate è Severino Boezio con il suo De consolatione philosophiae, e un altro è il vescovo Ambrogio di Milano, e anche papa Gregorio Magno, benedettino, autore del meraviglioso testo Moralia in Job.

Tommaso a un certo punto, conversando con questi grandi, ha bisogno del supporto di quello che lui chiama il “filosofo”, cioè Aristotele, l’unico capace di offrirgli la strumentazione logico-metafisica adatta a riflettere sulla valenza razionale degli atti umani liberi. Ma il suo razionalismo non ha nulla della freddezza e dell’antropocentrismo cartesiani, poiché si dipana attento anche alla fondamentale dimensione delle passioni, che modernamente chiamiamo emozioni, con la classica tassonomia bipartita di cinque contrari e una solitaria, l’ira, di cui abbiamo trattato pochi giorni fa in un post precedente.

In sostanza Tommaso d’Aquino ci propone un pensiero equilibrato e forte, fiducioso, in definitiva, nella capacità umana di riflettere usando l’argomentazione logica e la coscienza riflessa, senza omettere di dar valore ai sentimenti e alle emozioni/ passioni, cui comunque non risparmia un’analisi critica e profondamente consapevole.

In altre parole, questo straordinario maestro di umanità ci invita a guardare a tutto tondo l’essere umano, e per questo ci ha regalato un testo sistematico forse insuperabile, la Somma Teologica, che è anche filosofica e antropologica. Per san Tommaso parlare di Dio è parlare dell’uomo, creatura figlia di un Creatore-Padre, non mai tiranno irrispettoso e volubile come le divinità olimpiche capricciose e imprevedibili. Il Dio di Tommaso è prevedibile perché è sinonimo di Amore, anzi, dell’Amore, di Eros e di Agape, dove la caritas è tutt’uno con la dimensione affettiva e anche erotica.

E su questo caro lettor mio, fammi citare senza superbia il mio testo in tema che trovi qui a lato.

1917 Ottobre Rosso / 2017 ottobre sbiadito

Di fronte allo squallore politico attuale da tempo mi vien da rivalutare quel tempo di giganti, ma non perché io sia stato da sempre un po’ russofilo (in effetti lo sono, pieno di ammirazione per quella grande Nazione e quel popolo valoroso), o men che meno comunista (io sono stato socialista fin da ragazzo e lo sarò finché vivrò, scelta per me definitiva, confortato anche da Umberto Terracini, co-fondatore nel ’21 a Livorno del Partito Comunista d’Italia, che negli anni ’70 disse: Turati aveva ragione nella scelta socialista, gradualista, riformista), bensì perché dal confronto tra allora e oggi i nani politici odierni escono schiacciati da quelle drammatiche ma gigantesche figure, ebbene sì, anche da quella di Stalin, il georgiano di ferro.

Il 25 ottobre del 1917 veniva preso il Palazzo d’Inverno a Pietrogrado ed aveva inizio “ufficiale” la Rivoluzione dei Bolscevichi guidati dal genio risoluto di Vladimir Ilich Ulianov, Lenin, accompagnato nella sua temeraria avventura da Lev Davidovic Bronstein, suo migliore sodale, cioè Trotskij, da Stalin, da  Kamenev, da Zinoviev, Bucharin, e da altri “compagni” di quelle prime ore. Era il 25 ottobre del calendario giuliano, ancora in uso nella Russia zarista, mutuato dalla tradizione della chiesa ortodossa, e corrispondeva al 7 novembre del calendario gregoriano in uso in Occidente fin dai tempi di papa Gregorio Magno.

La conquista del palazzo di Nicola II Romanov in realtà era soltanto una fase, pur importante, del processo rivoluzionario, iniziato con i moti di febbraio, ma in gestazione da almeno un quindicennio, dai tempi della strage della “domenica di sangue” quando un migliaio di pietrogradesi furono sterminati dalle guardie imperiali mentre chiedevano, accompagnati dal pope Gapòn, in processione dietro labari religiosi, solo pane e lavoro.  L’autocrazia zarista era giunta al termine, per ragioni legate sia all’inadeguatezza del sovrano, sia alla nefasta condotta nella guerra mondiale che era scoppiata tre anni prima, con rovesci clamorosi da parte dell’esercito russo più volte battuto dagli eserciti degli Imperi centrali comandati dai generali von Hindenburg e Ludendorff (Laghi Masuri, Tannenberg, etc.).

Lenin, negoziatore Trotskij, concluse la pace a Brest-Litovsk per dedicarsi alla Rivoluzione. E così ebbe inizio tutto, che non si fece mancare nulla: né ulteriori guerre con la Polonia (consiglio di leggere L’armata a cavallo di Isaak Babel), né la devastante guerra civile tra i Rossi, guidati da Trotskij e i Bianchi dei generali Denikin e Iudenic. Nel 1924 muore Lenin a cinquantaquattro anni, per un ictus e le sue conseguenze e, nonostante le sue raccomandazioni in senso contrario, gli succede proprio Stalin, e nasce l’Unione Sovietica, che per settant’anni fu protagonista primaria in pace e in guerra della grande Storia di questo mondo. Fino a Khruscev,  a Gorbacev, a Eltsin e a Putin, per certi versi prosecutori di tutta questa storia russa otto-novecentesca  e anche di quella antecedente.

Perché l’orso russo ha fatto sempre tanta paura all’Occidente? Qui il tema si fa intrigante e mi sforzerò di esplorarlo un poco. Secondo me si tratta di una storia legata innanzitutto, e ciò potrebbe sembrare strano, all’evoluzione del cristianesimo dopo la fine dell’Impero romano d’occidente, verso il VI secolo. Quando la capitale dell’Impero si stanziò più che a Roma (o a Milano o a Ravenna, capitali temporanee di ciò che restava dell’Impero occidentale), a Bisanzio o Costantinopoli, fu il cristianesimo, come religione di stato, a partire dal regno di Teodosio I il Grande, a menare le danze. Anche se i primi  concili ecumenici della “grande chiesa” venivano convocati dall’imperatore, da Nicea 325 (da Costantino), a Costantinopoli  381 (da Teodosio), Efeso, Calcedonia, etc., era la teologia dei patriarchi a farla da padrona. Erano i patriarchi di Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Costantinopoli stessa, e il papa di Roma a proporre e disporre le scelte dottrinali che ormai avevano anche una valenza politica. Sulle strade dell’Impero romano si diffuse il cristianesimo in tutte le sue varie versioni e sette. Anche nell’oriente europeo, quando fu accolto con tutta l’ufficialità, più o meno ai tempi dello scisma di Fozio (IX secolo), dal principe Vladimir di Kiev.

Nel 1054 avvenne poi lo scisma tra chiesa di Roma e chiesa d’Oriente con le reciproche scomuniche tra il patriarca costantinopolitano Michele Cerulario e il legato del papa cardinale Uberto da Silva Candida, separazione tuttora in atto su due temi che oggi sembrano di lana caprina e che dirò tra breve, ma che hanno diviso per il passato millennio il mondo cristiano tra cattolici e ortodossi. Ecco, gli orientali si sono voluti chiamare ortodossi, cioè portatori della retta fede, mentre gli occidentali hanno tenuto il nome universalistico di cattolici, che significa in greco “secondo il tutto”, da una cui costola nel XVI secolo si dipartì il Protestantesimo di Lutero e Calvino. Chi è più fedele alla tradizione gesuana ed evangelica tra le due confessioni cristiane? Tutte e due egualmente, in quanto le differenze consistono semplicemente in questo, e si tratta di due elementi meramente teologico-liturgici: a) nel Credo, o Simbolo niceno-costantinopolitano, (dai due concili in cui si stabilì il testo definitivo tuttora in uso) per gli ortodossi lo Spirito Santo (terza Persona della SS. Trinità procede dal Padre attraverso il Figlio, visione subordinazionista del Figlio al Padre, tipicamente orientale, monofisita, alessandrina, origeniana), mentre per i cattolici lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio (visione consustanziale tra Padre e Figlio, che sussiste nel Padre fin dalla fondazione del mondo); b) il pane eucaristico per gli ortodossi deve essere salato, per i cattolici azzimo. Ecco: quasi tutto qui, il resto è storia di contrasti e di culture sviluppatasi diversamente in un millennio.

La Russia ha fin dagli inizi avuto l’imprinting del Padre, innanzitutto. Padre che poi si è incarnato nella figura dello zar, csar, cioè caesar, fin dai tempi di Ivan il Terribile e poi di Pietro il Grande, e poi… perché no, di Stalin, di Eltsin, di Putin. Tant’è che Stalin, soprattutto dopo la vittoria sui nazisti nella Grande guerra patriottica, così in Russia viene definita la Seconda guerra mondiale, nella quale i russi-sovietici furono decisivi per la sconfitta di Hitler con 26 milioni di morti in battaglia, veniva chiamato anche “piccolo Padre”, quasi figura del Padre!!!

Un altro dato storico importante ci illumina sulla progressiva acquisizione di centralità della chiesa ortodossa russa: quando nel 1453 Mehmet II, sultano turco, conquistò Costantinopoli, si può dire che iniziò il declino di quel patriarcato, cattedra di sant’Andrea, che per quasi un millennio e mezzo aveva in qualche modo conteso a Roma la primazia cristiana, ecco che progressivamente fu la Moscovia, cioè la Russia ad avere sempre più importanza, e il patriarca di tutte le Russie, tal ché nei secoli successivi Mosca stessa fu definita come la “terza Roma”.

E non dimentichiamoci che la Russia in cent’anni o poco più ha subito tre invasioni da Occidente: nel 1812 fu Napoleone con la Grande Armèe che si fermò alle porte di Mosca; nel 1914 il Kaiser Guglielmo II vi arrivò vicino, nel 1941 ci provò Hitler, con esiti infausti e a un prezzo terrificante per tutti. La paura di una Russia espansionista è fuori luogo, e in questa ottica si comprende anche la preoccupazione che fu di Stalin, il quale volle gli stati satelliti attorno all’URSS, e anche di Putin cui la Nato fa manovre ai suoi confini e vorrebbe annettersi l’Ucraina, e sarebbe come se l’Armata russa (ex rossa) facesse manovre sugli altipiani della Sonora in Messico, per gli USA, con dubbio gradimento di questa grande Nazione di Nazioni, Vero?

La Russia come potenza e spirito autocratico di origine asiatica, beh forse anche, ma non solo, perché la Russia è ben insediata con la sua cultura nel mondo globale, ed è ben viva e riconoscibile con la sua letteratura, la sua musica, la sua sensibilità artistica, la sua capacità immaginativa e di sacrificio.

Qui non voglio moraleggiare, e ciò s’ha da fare sempre in modo serio, sui crimini di Stalin, come li denunziò Khruscev durante il XX congresso del Pcus nel 1956, né sull’ambiguità di Togliatti o di altri dirigenti del Comintern, troppo spaventati dal georgiano per saper prendere posizioni autonome, ché la Lubianka di Berja e la Siberia erano sempre pronte all’accoglienza dei dissidenti. Desidero sottolineare come la russofobia sia irragionevole, così come il filo-bolscevismo di tanti intellettuali borghesi occidentali, tutte e due posizioni discutibili e poco ragionevoli. Se è vero che la Russia sta conoscendo -faticosamente- solo da un quarto di secolo un po’ di democrazia, è altrettanto vero che le democrazie occidentali non sono dei fiorellini profumati: basti pensare al colonialismo franco-inglese, autore di devastazioni smisurate in giro per il mondo, e in particolare nel Vicino oriente (l’Isis è figlio legittimo di Sykes-Picot, che negoziarono nel 1917 la spartizione in stati fasulli e raccogliticci di pezzi di popolazioni e etnie diverse, e dei criminali errori politico militari dello squallido duo di pagliacci Bush Jr./ Blair in tempi più recenti), oppure la pretesa USA di costituirsi, sulle rotte del petrolio, gendarme del mondo, dottrina appena scalfita, e in modo sgangherato dal forse troppo sopravvalutato presidente Obama.

Ecco perché, ricordando l’Ottobre rosso di cent’anni fa mi sembra giusto riconoscere la grandezza, anche se a volte tragica, di quei personaggi che lo fecero, e fanno ancora più risaltare il divario tra loro e quei nani che oggi si agitano ovunque, ma specialmente nel Parlamento italiano a discutere di riforme elettorali, di rottamazione di tizio e di caio, e hanno le facce insignificanti di un Di Battista, di un Rosato, di un Salvini, di una Meloni, di una Boldrini, di un Toti, e ve ne sono centinaia così, e qualche migliaio su scala nazionale.

Viva la Rivoluzione di Ottobre, dunque? Anche sì, perché ci costringe a leggere la storia con gli occhiali dritti, dando il giusto valore alle cose, anche nelle loro dimensioni tragiche, che la Storia non ci risparmia.

Quell’ottobre del 1917 ha certamente avuto il colore rosso della passione e del sangue, ma questo ottobre, al confronto, è proprio sbiadito, mio caro lettore.

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