Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Le CANAGLIE (non le “Luci a San Siro” di Roberto Vecchioni) a SAN SIRO, e SONNY COLBRELLI: 1) da un lato la grande metafora, la Parigi-Roubaix e, dall’altro, 2) il vergognoso spettacolo di San Siro dove un’accozzaglia di imbecilli idioti ha mostrato il volto peggiore dell’Italia, fischiando l’Inno nazionale spagnolo

Da anni mi riprometto di andarci, a vedere questa gara, che non è solo tale. E’ altro, molto altro.

Vorrei partire un paio di giorni prima, per visitare almeno Bruges, o Brugge, e poi andare nei pressi della cittadina del vélodrome dell’arrivo.

Noleggerei una bici per portarmi lungo la Foresta di Arenberg, il luogo per eccellenza, della gara, avendo in tasca un baedeker della sua storia, e magari andarci con qualcuno. Gigi? Si potrebbe partire in aereo per Bruxelles e poi in auto a Bruges e a Roubaix.

I discorsi verterebbero sui vincitori, da Garin, l’italo-francese, a Rossi, a Serse e Fausto Coppi, a Tony Bevilacqua, a Rik Van Looy, l’Imperatore di Herentals.

E poi a Eddy Merckx, Roger De Vlaeminck, Johan Museeuw, a Andrea Tafi, Franco Ballerini, Francesco Moser, Fabian Cancellara, Tom Boonen, John Degenkolb, Peter Sagan, …, Sonny Colbrelli, l’ultimo uomo-del-fango.

Dicevo che questa gara ciclistica non è solo il principale evento del calendario mondiale delle corse di un giorno, assieme alla nostra Milano Sanremo, ma è anche molto altro. Per me è la super metafora della vita, come nel “suo” lo è qualsiasi corsa in bicicletta che richieda un sforzo continuo di ore e ore. Perché la bicicletta richiede proprio questo, di restare soli su un mezzo che pesa oramai sette-otto chili e di pedalare per qualsiasi strada, in piano e in salita, in discesa e sul falsopiano, di sentire il vento in faccia che ti frena e il vento sul dorso che ti lancia, di provare il dolore lancinante dell’acido lattico nelle gambe diventate come un pezzo di legno e di annusare il mondo, sentire il suono di campane e il latrare lontano dei cani, il fruscio della bici nel vento e la distanza, l’incontro di città e paesi, lo sfondo delle montagne, se non sei già in mezzo a esse, e speri che la prossima ascesa non ti tolga il fiato e ti costringa il piede a terra.

E’ come nella vita, dove incontri gioia e dolore, anzi spesso la gioia dentro il dolore e cerchi invano la pericolosa utopia della felicità.

Mentre i fischi di San Siro all’Inno nazionale spagnolo sono la manifestazione di una canagliesca incapacità di confronto, a volte millantati per tifo. Fischiare il più nobile simbolo degli avversari è idiota, imbecille, da stupidi dentro e fuori.

E’ la stessa canagliesca ignoranza dei fischi ai calciatori neri, che rimbomba ancora nei nostri stadi appena riaperti. Vorrei abbracciare Anguissa, Koulibaly e Osimhen del Napoli e fare una serie di conferenze nei bar sport e nelle sedi delle varie tifoserie (spesso schifoserie) con Lilian Thuram, guardando negli occhi spiritati e assai poco spiritosi degli aspiranti fischiatori-odiatori a comando. Sulle prime, dopo avergli chiesto perché fischiano bandiere altrui e giocatori neri, li ascolterei se hanno qualche spiegazione e poi gli chiederei se qualcuno di loro è disponibile a investire mezz’ora di tempo per ragionare in silenzio con me e con Thuram.

A costoro spiegherei che tutti gli esseri umani sono uguali in dignità e che fanno parte dello stesso medesimo genere. Tutti, bianchi, neri, gialli e di qualsiasi altro colore della pelle abbiamo una fisicità, uno psichismo e una spiritualità eguale, e che pertanto SIAMO TUTTI UGUALI IN DIGNITA’.

Purtuttavia abbiamo anche una genetica differente ognuno da qualsiasi altro, nasciamo in un ambiente diverso e abbiamo un’istruzione diversa, cosicché questi tre elementi ci rendono unici e irriducibili individui, cioè non-divisibili, ma sempre eguali in dignità.

A chi dare la colpa per queste canagliesche bestialità (absit iniuria verbis animalibus) da teppisti… forse a chi educa questi cialtroni, e poi dall’uso di ragione a loro stessi ma non dobbiamo arrenderci

Un’ultima cosa: i fischi a Donnarumma, portiere della Nazionale ed ex Milan, andato al Parigi per avere invece di sette milioni all’anno di ingaggio forse otto, guidato da quel gran furbacchione del suo procuratore, tale Raiola, che ha anche rilasciato un’intervista di cui, se fosse una persona normalmente “etica” (come si usa dire in modo impreciso e generico), si dovrebbe vergognare, evidentemente ragazzo ineducato a una normale moralità. Si liberi di quel signore, intanto, se vuole tornare a essere un ragazzo di 22 anni di successo, senza conflitti, mettendo in evidenza le sue grandi qualità di calciatore. Il portiere della Nazionale di calcio italiana non merita di fare questa fine mediatica.

22 anni, caro Gigio, svègliati, perché un po’ di quei fischi a San Siro te li sei meritati!

E infine: quale è l’Italia, quella di Mancini e Colbrelli o quella di un’accozzaglia di idioti, imbecilli e canaglia che fischia un Inno nazionale?

Spero che sia soprattutto e prevalentemente la prima. Viva questa Italia!

PENOSAMENTE RIDICOLI!!! Hanno “vinto” anche se hanno perso, Salvini e Conte, i due soci del (grazieadio) defunto governo gialloverde… ma ciò che ancora di più importa per le persone (ggente, popolo), e deve far riflettere anche chi un po’ si esalta per la vittoria, come Letta e Sala, che è andato a votare un elettore su due. Perché? tutti scontenti della destra, o anche scontenti della politica, del suo livello qualitativo e morale, che riguarda tutti, vincitori e vinti?

Incredibile come questi signori, che hanno clamorosamente perso questa tornata di amministrative usino la più vieta e acrobatica falsificazione paleo-democristiana per dire di fronte ai media (insisto, pronunzia mèdia) e al loro popolo che “non hanno perso”, perché le amministrative non sono le politiche. Ma dai.

E la Meloni, con la sua insopportabile sicumera, è lì che pontifica con toni quasi trionfalistici che la destra a trazione fratellitaliota è ancora in corsa, a Roma, cioè nella città più importante. E Salvini le fa eco perché ha vinto a Novara (!) e a Grosseto (!). Di quello che non è un centrodestra, ma un centro e una destra, solo Forza Italia dell’eterno cavaliere o ex che sia, mostra buon senso, tramite Tajani, vero democristiano anche virtuoso, e vince bene in Calabria battendo un presuntuoso bell’omo come De Magistris.

Letta si fa eleggere nella ben poco virtuosa Siena della tradizione picista e pidina. Fossi in lui non canterei le lodi, ma mi rimboccherei le maniche senza tanti rancori e ringrazierei perfino Renzi che lo ha fatto votare.

E Draghi può lavorare tranquillo, abbastanza tranquillo, perché chi lo vorrebbe promovêr ut amovêre ut alia facere posse è occupato a leccarsi le ferite. Lo vogliono al Quirinale per potersi giocare il Governo, più la destra che la sinistra. Meglio se invece resta dov’è fino al ’23 e oltre, secondo me. E si manda sul Colle un Casini o “roba” (absit iniuria verbis) del genere.

Il M5S ex Grillo, ora-Conte crolla con un tonfino, e ggente come dibattista scompare. Bene, benissimo. Ora spero che anche l’improbabile “avvocato del popolo” torni a studio, come si dice.

Certo, ci sono vincitori (centro sinistra, ma non i giuseppin-grillini) e vinti (centro destra, ma non i melonisti), ma scelti o non-scelti da un italiano su due.

Mi pare che questo dato debba essere in cima ai pensieri di tutti. Un elettore su due, per noia, rassegnazione, covid-paura e altro che vuoi tu, gentil lettore, non è andato a votare, non si è portato al seggio del suo quartiere, non ha esercitato il primo diritto in democrazia, ha lasciato perdere, ha scelto che decidano gli altri, i non-rassegnati, i militanti, gli speranzosi, i semper presentes, quia sunt boni cives .

Qualcuno negli anni passati sosteneva (tipo Casaleggio sr. e c.) che si stava ineluttabilmente andando verso il voto on-line e che i seggi sarebbero presto diventati storia museale, seguiti da altri soggetti che si inventavano creativi della politica.

Certamente, i mezzi informatici e telematici hanno progressivamente sostituito i precedenti strumenti di comunicazione, invadendo anche spazi democratici classici, ma ciò non significa che avverrà una sostituzione inevitabile di tutto il modello di consultazione che sussiste da quasi due secoli in Occidente. Si potranno utilizzare i nuovi strumenti, ma senza perdere di vista che la democrazia non può risolversi e definirsi in una serie di click.

La democrazia è un processo perfettibile, complesso, a volte anche contraddittorio, ma comunque garante della partecipazione di ogni cittadino avente diritto.

Vi sono detrattori della democrazia, oggi come ieri, chi per ragioni di commistione fra dottrina religiosa fondamentalista e vita civile, chi perché incontentabile delle riforme democratiche (l’estremismo di sinistra, ora in crisi), chi invece è nostalgico dei vari fascismi storici e anche dei nazismi, come quei “neri” orrendi che si stanno scoprendo a latere del partito della Meloni.

A mio parere, i politici farebbero bene a riflettere profondamente sulle ragioni per cui i partiti, tutti, anche quelli che hanno vinto in questa tornata elettorale, stanno letteralmente “subendo” la preparazione, l’attività, i successi nazionali e internazionali del presidente Draghi, che li consulta, ma poi decide e fa. Gradito, perciò, alla maggioranza degli Italiani.

Chi si è astenuto questa volta non è un nesci che non sa scegliere, ma una persona in attesa di vedere se questi signori che fanno di professione i politici (anche al femminile) sono in grado di guardarsi attorno per vedere ciò di cui veramente il “popolo”, da costoro tanto citato e beatificato, ma evidentemente non conosciuto, veramente necessita.

Per senso civico dovrei augurarmelo e augurarlo all’Italia, ma non e la faccio, pensando ai volti degli/ delle attuali capi/ e partito.

Attendo la nuova generazione, con necessaria fiducia.

Lascia stare il “bla bla bla” e il ditino accusatorio alzato, oh antipatica e ineducata svedesina, sig.na Thumberg!

e, piuttosto che cantare “Bella ciao”, canta il bell’Inno nazionale svedese, che qui di seguito propongo.

Du gamla, du fria

1.
Du gamla, Du fria, Du fjällhöga nord
Du tysta, Du glädjerika sköna!
Jag hälsar Dig, vänaste land uppå jord,
Din sol, Din himmel, Dina ängder gröna.
Din sol, Din himmel, Dina ängder gröna.

Tu vecchio, Tu libero, Tu Nord dalle alte montagne
Tu silenzioso, Tu gioiosa bellezza!
Io saluto Te, il paese più amichevole sulla terra,
Il Tuo sole, il Tuo cielo, i tuoi verdi prati.
Il Tuo sole, il Tuo cielo, i tuoi verdi prati.

2.
Du tronar på minnen från fornstora dar,
då ärat Ditt namn flög över jorden.
Jag vet att Du är och Du blir vad du var.
Ja, jag vill leva jag vill dö i Norden.
Ja, jag vill leva jag vill dö i Norden.

Tu troneggi sul ricordo di giorni grandiosi del passato,
quando la gloria del Tuo nome volò sopra la terra.
Io so che Tu sei e Tu rimarrai ciò che eri.
Sì, io voglio vivere io voglio morire nel Nord.
Sì, io voglio vivere io voglio morire nel Nord.

E con te, vadano a nascondersi giornalisti di tutte le risme, della carta stampata e della tv e del web, che ti danno tanto immeritato spazio, a fini meramente di bieco mercato comunicativo.

So molto bene come funziona il marketing mediatico, per cui tu, anche se così inconsistente da tutti i punti di vista, “buchi” in qualche modo il video. Il fatto è che nella campana gaussiana, che comprende la sì detta gggente, la parte centrale, occupante circa l’80% della superficie totale, è piena di encefali umani che si stupiscono per il tuo coraggioso militare, poiché non sono in grado di “guardare sotto” o di “leggere tra le righe” dell’operazione mediatica che furbescamente ti supporta, fin dalla tua infanzia.

Mi chiedo fino a che punto i tuoi genitori siano stati insensatamente strumentali (per ragioni che mi sfuggono) nei tuoi confronti, povera bambina!

Non abbiamo (non ho) bisogno delle tue stucchevoli e banali lezioncine di etica e di economia ambientale. Siamo a questo mondo da mezzo secolo più di te e abbiamo studiato, studiato, studiato, per non lasciarci sfuggire amenità banaleggianti, e stando al nostro posto, come tu non fai. Bambina poco umile.

Che la “politica”, vale a dire le politiche di pressoché tutti gli stati del mondo siano in ritardo colpevole su progetti efficaci di modifica dell’uso delle risorse del Pianeta a partire da quelle energetiche, è verissimo, e su questa strada bisogna andare senza indugio.

Noi, che abbiamo l’età per ragionare tenendo presente, a differenza di te, tutto lo scenario, e per decidere, intendo chi studia, chi consiglia e chi decreta e agisce facendo agire, muoviamoci, altrimenti occorreranno sempre delle “grete thumberi” col ditino alzato a farci presente che occorre svegliarsi.

“Agorà”, in Greco antico, significa slargo, piazza: il plurale è “agorài” (piazze). Bene: vedo Letta del PD che troneggia su palchi dove la scritta è la seguente “Agorà democratiche”, quindi con il nome al nominativo singolare e l’aggettivo al plurale. Non mi si dica che in italiano i plurali greci non si mettono (come nell’inglese inserito in un testo italiano, perché sarebbe come dire che greco e latino stanno all’italiano come l’Inglese). Conclusione: Greco e Latino sono “papà” e “mamma” linguistici dell’Italiano e dunque, se non si conosce l’abc del Greco antico, si lasci perdere, per carità

Alle solite! Si usa una lingua antica e si fanno figure barbine. Chissà perché lo fanno… fa figo? E’ una cosa capalbiese, radical chic, snobistica? Mi par proprio di sì. Poi sono più o meno gli stessi che dicono mìdia invece di mèdia, plàs invece di plus, perché hanno deciso che la koinè inglese si è impadronita anche di un neutro latino della seconda declinazione, o di un avverbio comparativo di quantità.

Non è serio usare termini e concetti che non si conoscono per fare bella figura… con chi, poi? Chi non conosce il greco antico non si accorge dell’errore, e ci capisce poco o nulla del sintagma greco-italiano, a meno che il “colto” Letta non lo spieghi, mentre chi conosce il greco, può anche ridersela. Bel risultato.

Gli uomini e le donne di sinistra non avevano bisogno di grecizzare o latineggiare sbagliando, perché gli Amendola, i Pintor, i Macaluso, le Iotti, le Anselmi, i Chiaromonte, i Magri, le Castellina e le Rossanda, i Natta, i Bufalini, i Martelli, i Valdo Spini, et alii aliaeque (che Dio abbia in gloria chi non c’è più e protegga chi è ancora tra noi), pur potendolo fare, non indulgevano in inutili sfoggi di classicismi fuori luogo. Neppure Alessandro Natta che insegnava greco e latino al classico.

Ora, invece, seguendo la linea sub-culturale del web, che banalizza, semplifica e confonde cultura vera e raffazzonate citazioni, non pochi tra gli attuali politici di sinistra, come il sopra citato segretario, tra i quali tenta di galleggiare anche un Conte e il sempre parvenù Dimaio, abbozzano ipotetiche idee-forza e sintagmi markettari solo apparentemente colti e originali, in realtà scorretti, ma per nulla intelligenti ed efficaci.

Non parlo della destra, che offre – solo eccezionalmente – persone colte in posizioni di rilievo. Salvini e Meloni sono dei non-laureati al potere, ma questo non è il fatto più grave, perché, come chi mi conosce bene sa, io ho incontrato nella mia non breve e non da poco esperienza di incontri, diversi laureati non-colti e poco intelligenti, e non pochi “solo” diplomati, e anche con la terza media, di grande intelligenza e cultura. Un nome su tutti: Pierre Carniti, storico segretario generale della Cisl, che conobbi bene, aveva solo la terza media.

Salvini e Meloni (questa più di quello) sanno stare davanti a un microfono anche con grande efficacia, ma quando si spendono in ragionamenti che richiedono veri e seri fondamenti culturali, magari in storia, economia, temi sociali, mostrano tutta la loro inadeguatezza, anche qui evitando di citare la loro assoluta ignoranza in temi di filosofia del diritto e di etica generale.

A destra si trovano persone di cultura, certamente, e alcune anche molto visibili, come Marcello Veneziani oggi, e un Pino Rauti qualche decennio fa. La cultura è qualcosa di diverso dall’ideologia, ma quando manca, anche l’ideologia zoppica, come insegnava un grande Italiano, Antonio Gramsci.

Viaggiando ascolto spesso le cronache parlamentari di Radio radicale, emittente benemerita che i “grillini” qualche anno fa volevano costringere a chiudere, ma non ci sono riusciti; ebbene, il livello degli interventi dei DEPUTATI (o dei SENATORI), compresi i leader, a parte qualche eccezione molto rara, è caratterizzato da: 1) un linguaggio approssimativo, impreciso e a volte indecente, evidenza di un parlato in italiano di scarsa qualità e di una conoscenza delle lingue estere risibile (basti ascoltare le citazioni faticose degli anglicismi, che spesso sfiorano il ridicolo); 2) un’aggressività verbale che non sembra rivolta a degli avversari politici da confutare nel dibattito, ma a dei nemici da abbattere; 3) un’incapacità propositiva madornale, e mi fermo qui, per non infierire, perché questa mediocrità perfino pericolosa concerne tutte le aree politiche, di tutte!

La politica, comunque, è un “luogo”, un ambiente, con poca o punta cultura, oramai da decenni. In politica approdano figure e figuri di tutti i tipi, generi e specie, senza la selezione che fino a qualche decennio fa, funzionava, per impedire che “scappati di casa” diventassero sindaci o deputati o addirittura ministri, se non capi del governo.

Ora, invece, è possibile che uno arrivi al Governo della Repubblica Italiana senza avere prima percorso un lungo e non facile tratto di strada formativo ed esperienziale nella società, dentro i problemi, capendo pian piano di sanità, servizi, lavoro, occupazione riforme, e poi… di giustizia sociale, civile, penale, il ruolo delle parti sociali, la differenza e la necessaria integrazione tra diritti civili e diritti sociali, la relazione indispensabile fra declinazione dei diritti e osservanza dei doveri…

…per cui senti blaterare di diritti e diritti e diritti e, se gli chiedi che cosa intenda, una Lezzi, un Licheri, un Lollobrigida o una Cirinnà qualsiasi, non sanno risponderti altro che tautologicamente, senza conoscere nemmeno, beninteso, il significato del termine che ho appena usato.

“Troppi morti…”, esclama un uomo politico parlando del terremoto del Centro Italia di cinque anni fa: un’altra occasione per criticare chi si schiera sempre e solo da militante per un simbolo politico di partito senza valutare le qualità morali e culturali delle persone che lo rappresentano

“Troppi morti…”, inizia in questo modo il ricordo di tale Legnini, che fu anche Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, per ricordare il terremoto di cinque anni fa nel Centro Italia.

Troppi morti? Quanti? 299. Non ricordo bene, tutti indispensabili, tutti dello stesso valore, come persone. E se fossero stati 30, il 10%, che cosa avrebbe detto il Legnini? Beh, un numero equo, accettabile, non eccessivo, di morti, forse? Che ragionamento è quello che gli fa dire “troppi”? Aaah, certo, non è un ragionamento, ma una distrazione verbale: una distrazione dovuta a un fondamentale, essenziale, scarso interesse e poca empatia per la disgrazia. Mi domando: c’è un numero di morti-soglia per una disgrazia che cominci a far esclamare il politico che passa davanti alla telecamera “Troppi?”?

Chi avesse vera empatia non si “farebbe scappare” una parola come “troppi”. Ne sono convinto.

Ma che razza di pensiero mi viene in mente, vero, caro lettore? Sono troppo severo, e perfino “cattivo” con questi politici? Esagero? Bisogna essere più pazienti? Forse presumo troppo (questo aggettivo ci sta bene, qui) dalla qualità attuale del personale politico?

E’ che a me, al posto loro, non scapperebbe. Tutto qui. E non sono un “politico-puro”, ma conosco ciò che rende la politica un’arte (cf. Aristotele) nobile, forse la più nobile, perché si occupa del “Bene Comune”.

Non riesco più da tempo ad ascoltare alcun politico. Ogni volta che ne vedo uno (quasi tutti) aprire bocca, mi vengono brividi di noia (semmai la noia possa generare brividi) e un po’ di nausea, di qualsiasi partito sia, e non sopporto più neppure i militanti, quelli che “tengono” per qualcuno e criticano sempre gli “altri”. Non sopporto più neanche costoro, perché mi permetto di pretendere da questi, se hanno qualche competenza storico-politica e un po’ di cultura generale, un atteggiamento più equamente critico, equilibrato, emotivamente distaccato e scientificamente fondato. Militare si può sempre, quando è il momento, e si deve (pure) militare, pena l’affidamento del destino comune agli altri, ma il momento del ragionamento non può e non deve essere “militante”, altrimenti non-è un ragionamento, non ne ha le caratteristiche logico-argomentative, perché non può essere un sillogismo, e neanche un entimema, che è un sillogismo semplificato, del tipo “l’uomo è razionale, e dunque è libero”. Può essere solo un giudizio apodittico, e dunque pregiudiziale.

Al dunque. Non ce la faccio a sentire lodare Salvini da un leghista, o Letta da uno di sinistra perché Letta è (è? sarebbe?) di sinistra. Siamo arrivati al punto che i “di sinistra” hanno bisogno di lodare un democristiano, democristiano fin nel midollo. Fosse intelligente e capace come Aldo Moro, mi unirei a loro. Per Letta, no. E nemmeno per Orlando, Zingaretti e gli altri della truppa.

Evito di citare le Meloni, che insegna a Biden l’agire politico del Commander in Chief (se ci fosse LEI al suo posto, caro lei!), ben al sicuro della “sua” Roma romana e romanesca, e i suoi affini, oppure i Cinque Stelle, da Grillo in giù, o in su, non so. Conte lo cito solo perché mi è uscito di penna. Un disastro. Ripeto qui un giudizio sulla qualità politica attuale già da me espresso in questa sede qualche giorno fa: solo Draghi e Giorgetti, e forse Bonaccini, che poi non sono nemmeno tutti o del tutto politici “puri”, val la pena di ascoltare, a mio parere.

Le ragioni di questo declino qualitativo, a parer mio, si possono ricondurre a tre o quattro vettori generativi: a) la diffusione del Pensiero Unico, che rende problematico e faticoso il combattimento psico-cognitivo e intellettuale per contraddirlo con fondamenti diversi; b) la mancanza di un periodo di “gavetta”, che un tempo era “fisiologicamente” obbligatorio per chi volesse “fare politica”: in altre parole, non si poteva pretendere una candidatura, fosse pure a un consiglio comunale, non retribuita, se prima non si costruiva un’esperienza di sezione, di volantinaggio, di volontariato gratuito alle sagre e feste di autofinanziamento: ci si chieda da che parte sono venuti i centinaia di grillini che oggi siedono in Parlamento a 13.000 euro al mese, e non solo loro, perché la qualità scarsissima degli interventi è generalizzata; c) lo scadimento della cultura media generale, dovuta alla frequentazione di scuole superiori di livello spesso scarsino , ma soprattutto di corsi di laurea improbabili, tipo scienze della comunicazione o cose del genere, che rende i nostri neolaureati impegnati in politica abbastanza simili ai loro coetanei americani, che frequentano “licei” ridicoli, e si “laureano” a 21 anni, un disastro; d) la professionalizzazione mestierante, che gli permette di fare il mestiere del politico senza basi di formazione umana, spirituale e politica, non solo insufficiente, ma anche in qualche modo pericolosa per la delicatezza dell’attività politica.

Queste, a parere mio, le ragioni per le quali quasi tutti i politici e le politiche attuali sono quello che sono, e parlano e scrivono (quando scrivono) come parlano e scrivono.

Non mi piacciono queste parole: “perfetto”, “felicità”, “adoro, adorare” e, in genere, gli aggettivi al superlativo assoluto come “bravissimo”, “grandissimo”, “dolcissimo”, etc.

Le parole poste nel titolo sono molto diffuse e di uso comune e continuo. Le aborrisco.

Si pensi a “perfezione”: è una parola latinissima che deriva dal verbo perficere, che significa completare. Al participio passato fa perfectum, cioè completato, finito… perfetto, dunque. Vedi, mio caro lettore, che ciò che è perfetto è finito, e quindi… morto. Morto.

Come scrive Aristotele, che propone il paradosso di cui sopra, la perfezione è MORTE. E dunque, quando si sente dire “quelli hanno una vita perfetta, voglio la perfezione, se una cosa non è perfetta non mi interessa…” si potrebbe scrivere anche in questo modo: “quelli hanno una vita finita, voglio la fine, se una cosa non è finita non mi interessa“. Ecco, si vede che le prime due frasi sono preoccupanti , mentre forse solo l’ultima può starci, ma ha una sua dose di idiozia, perché ne deriverebbe che nei settori industriali un semilavorato o un oggetto finito solo nelle prime lavorazioni, si può gettare via.

Riflettere sulle parole e sui loro significati profondi è indispensabile per capire bene che cosa si dice e che cosa si ascolta. Il mio obiettore mi può contestare dicendo: “Ma quando si dice perfezione si intende una cosa fatta a regola d’arte, cioè perfetta“. Bene, d’accordo, anche i sistemi di qualità industriali richiedono “difetti zero”, ma se i difetti sono 0,0001, si lavora affinché i difetti si riducano a 0,00001, cioè 10 volte più vicini alla perfezione, e via dicendo.

Piuttosto si può (e si deve) pensare alla perfettibilità, cioè al miglioramento continuo, che è concetto sempre più presente nello sviluppo delle attività economiche, industriali, commerciali e dei servizi. La perfettibilità è logicamente collegabile alla figura matematica dell’asintoto, linea cui si può tendere all’infinito, senza mai raggiungerla (si ricordino i paradossi di Zenone di Elea, che hanno appunto questo senso contro-intuitivo!), così come l’unità (l’1) può essere divisa all’infinito (nel senso si senza-fine), continuando ad aggiungere numeri, anche dopo lo 0,9 per tendere all’1.

Discorso inutile, di lana caprina? Sì, per coloro che non si fanno mai domande su come parlano e su ciò che ascoltano.

Felicità è un termine talmente consueto e ab-usato da apparire noiosamente (almeno per me) pervasivo. “E vissero felici e contenti“: è il finale classico della favola occidentale, che abbisogna di aggiungere “contenti”, come se non bastasse “felici”. Ma allora felicità e contentezza non sono sinonimi… certo, quasi a vole significare che sono due stati d’animo bisognosi l’uno dell’altro. Ma poi si constata uno strano fenomeno semantico: se con “contentezza” si passa al verbo “accontentarsi”, ecco che il significato pare sfumare in una sorta di rassegnazione, o ri-segnazione (che è il significato etimologico di rassegnazione), cioè accettare una forma più debole di felicità.

Non sto qui ad approfondire la presenza del termine felicità in molti testi e perfino nella Costituzione americana del 1779. Mi e vi annoierei sine ullo dubio.

In realtà, il termine deriva da un antico etimo sanscrito fe, che richiama il significato di fecondità: felicità come fecondità, dunque, e ci può stare. Piuttosto, i fatti e l’esperienza comune non danno solitamente esperienze di felicità continuativa, ma di situazioni di una sorta di contentezza gioiosa che, in ogni momento, possono essere interrotti da eventi inaspettati e spesso dolorosi: si pensi all’insorgere improvviso di una malattia grave. Esperienza mia. Allora, siccome sono stato sano e sportivo tutta la vita, quando mi si è rivelato il grave tumore quattro anni fa, la mia “felicità” avrebbe dovuto morire. Nei fatti, siccome sono sempre stato molto scettico sull’uso e sul sentimento della felicità, il mio modo di vita non mi ha impedito di lottare con tutte le mie forze contro il male, riuscendo anche a bloccarlo (Dio mi aiuti sempre) e a vivere, se pure diversamente da prima, anche momenti di gioia.

Ecco, un altro termine: gioia. Io sarei dell’idea di utilizzare di più questo termine, perché dà l’idea di un sentirsi bene, sereni, anche nel mezzo di una prova dolorosa, ad esempio quando un farmaco funziona e tu riesci ad andare avanti, con rinnovate energie e sempre grande creatività. Ancora, biograficamente: ho raggiunto l’età della pensione un anno dopo il manifestarsi del male, e allora, stanti le mie forze non più integre, ho deciso di ridurre l’impegno del mio lavoro, avendo avuto la ventura di lavorare a temi e situazioni a me graditissime, almeno al 60%. Bene: per ragioni legate ai risultati raggiunti, senza che mi impegnassi in alcun modo, la percentuale del tempo lavorativo “mi è tornata” al 90%. Posso dire che sono contento? Pensionato e lavoratore sui temi a ambienti che mi sono più cari: etica d’impresa, docenza accademica, ricerca filosofica, scrittura di saggi e romanzi.

Ciò mostra con evidenza che la contentezza, la gioia, la soddisfazione non è data dal possesso di risorse materiali, che spesso generano preoccupazioni e cattivi sentimenti, e neppure da una salute senza difettosità, ma da quelle che sono le risorse morali, intellettuali, le risorse della coscienza e della mente.

Sono, perciò, felice? No, sono contento della mia vita, che comprende momenti di gioia commisti a momenti di dolore, come nella bella canzone di Carla Bissi, Alice: Il sole nella pioggia.

Il verbo adorare è un termine derivante, come in molti casi della lingua italiana, dal seguente sintagma latino ad os, cioè alla bocca, da cui ad osculum, cioè baciare. Ebbene, non ti pare, mio caro lettore, che l’uso del verbo adorare non sia esagerato quando lo si usa per una pettinatura, un capo di vestiario, un cagnolino, un cantante?

In Liturgia teologica cristiano cattolica l’adorazione è ammissibile solo verso Dio, mentre a Maria vergine e ai Santi spetta la venerazione. Anche questa distinzione spiega qualcosa, o no?

E vengo a tre superlativi assoluti di tre aggettivi: “grandissimo”, bravissimo” “dolcissimo”, trascurandone altri. Ebbene, se ne abusiamo per giudizi futili, come facciamo per definire cose o eventi veramente grandi?

Se è “grandissimo” ogni evento o fatto che supera l’ordinario quotidiano, come può essere un incidente stradale, anche grave, come facciamo a definire qualcosa di veramente grande, come un’eruzione vulcanica o un’alluvione che provoca migliaia di morti?

Si capisce che per chi vive quell’incidente nel quale magari ha perso la vita un proprio caro, l’incidente stesso è, non solo grandissimo, ma anche gravissimo. Ognuno applica la propria soggettività al proprio vissuto, per cui la percezione della grandezza o della gravità è correlata all’esperienza propria e al limite nel quale vive ogni essere umano.

Dunque, comprendo bene il senso e la ragione dell’utilizzo di codesti superlativi, ma non posso non rilevare che sarebbe meglio vigilare sul loro uso e abuso, per non rimanere senza parole quando si tratta di descrivere ciò che veramente merita la dizione superlativa, in termini anche oggettivi, non solo soggettivi.

Diritti e sovranità: la “lezione” dell’Afganistan

Il prof Strazzari della Scuola S.Anna di Pisa mi suggerisce una comparazione non consueta, quando si parla di diritti, quella fra diritti e sovranità. Di sicuro, una prospettiva riflessiva del genere non mi sarebbe mai arrivata da un’onorevole Cirinnà, o da Letta, Boschi, Dimaio, Fico, Guerini, Gelmini, Salvini, Renzi, Meloni, Letta, Di Maio, e tanto meno da Conte Giuseppe, etc. Questi signori e signore, professionisti/e della politica, non sono in grado di declinare concetti e riflessioni al di là della solita banale lezioncina che preparano per le interviste, campioni universali dell’annoiamento del prossimo. Immaginatevi una on.le Cirinnà che fa un discorso sui diritti non disgiunto dal tema della sovranità. Ipotesi per absurdum. Purtroppo, dico, ché non mi rende lieto la constatazione della povertà umana e culturale strutturali di questi soggetti dell’attuale politica italiana. Se dovessi elencare politici veramente degni di rispetto, in questo momento mi fermerei solo a Draghi e a Giorgetti, tra le figure più in vista.

Per tutti costoro, al “sicuro vitale” (vitalizio sicuro) costituito da stipendi faraonici e immeritati in quanto sproporzionati rispetto al loro valore professionale reale, al sicuro di uno Stato come l’Italia, dove funziona uno dei migliori welfare del mondo, e una legislazione costituzionale garantista e saggia, parlare di diritti&diritti è comodo e per nulla faticoso. Parlo del sintagma diritti&diritti, perché queste persone fanno fatica a declinarlo cambiandolo in questo modo, nobilmente mazziniano: diritti&doveri.

I doveri, come concetto politico-morale, sono stati pressoché silenziati – da almeno quattro decenni – nella dialettica politica e pubblicistica italiana, salvo che da qualche rara vox clamans in deserto come (umilmente) la mia.

Se nel ’70, in Italia, l’emanazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori (Legge 300) ha riequilibrato la qualità dei rapporti tra datori di lavoro e lavoratori, e nel decennio successivo si è sviluppata la legislazione che ha dato alle donne legittimi diritti finora negati, nei decenni che seguirono si è teso ad esagerare nella sottolineatura dei soli diritti, a volte confondendoli con bisogni soggettivi, anche fortemente voluttuari, i desideri e le aspettative. Mi spiego: io condivido che ogni persona possa manifestare e vivere la propria sessualità come la sua natura e cultura esprimono, e che nessuno possa permettersi di discriminarla, ma non condivido che si sviluppi, ad esempio, la maternità surrogata, perché qualcuno che non può o non vuole avere figli naturali, li possa comperare, perché non si dà, razionalmente ed eticamente (se vogliamo declinare un’etica scientifica e razionale semplicemente occidentale) un diritto di avere un figlio, ma un desiderio, un dono, una aspirazione.

Queste persone, se hanno forte il sentimento genitoriale, adottino bambini e bambine che abbisognano di una famiglia. E anche l’adozione, a parer mio, non può essere indiscriminatamente concessa a chiunque e qualunque tipo di coppia.

Sarò chiaro: ritengo inadeguata sotto il profilo pratico, e immorale sotto quello etico, l’adozione da parte di una coppia omosessuale, per ragioni evidenti di pedagogia sessuale della coppia e di qualità relazionale dei bimbi nei confronti dell’esterno. Ovviamente molti (spero non troppi) non la pensano come me, e mi piacerebbe poter dialogare con costoro evitando accuratamente gli ideologismi, ma penso ciò sia molto difficile. Mi fermo qui, perché ho parlato più volte di questi argomenti in precedenza. e vengo al tema proposto da Strazzari: il rapporto tra diritti e sovranità.

Anche su questo tema ci vengono in aiuto tre discipline filosofiche: l’antropologia filosofica e quella culturale, nonché l’etica o filosofia morale, il cui interpello non può essere evitato, pena il decadimento nell’ideologia militante à là Cirinnà (non si pensi che io ce l’abbia con questa signora, ma i suoi comportamenti e detti ufficiali di questi anni, mi portano a questa conclusione: la politica pidina non mostra attenzione o particolari conoscenze dei fondamenti delle tre scienze filosofiche citate, e con e come lei, moltissimi professionisti/e della politica).

E dunque parto dalla Filosofia morale. Analizzando le varie scuole di Etica sviluppatesi nei secoli, da pensatori greci in Occidente, e dalle filosofie religiose orientali del Buddhismo, del Confucianesimo e del Taoismo, si possono dare varie e diverse sensibilità nel giudizio sulla ricerca del bene: dall’utilitarismo all’edonismo, dall’emotivismo al prescrittivismo e deontologismo, dal culturalismo al finalismo, in ciascuna delle quali si sottolinea un particolare aspetto della qualità dell’agire umano nei confronti di se stessi e degli altri: dall’agire solo per la propria convenienza, all’agire solo per il rispetto della legge, all’agire nel rispetto di usi costumi e tradizioni (ogni lettore può attribuire la “scuola” sopra citata a ogni comportamento), all’agire per il rispetto integrale dell’essere umano (finalismo).

La cultura politica occidentale, partendo dal pensiero greco-latino, e poi evangelico-cristiano, che ha dato valore incommensurabile alla persona, è giunta, tramite l’illuminismo di Montesquieu, Beccaria e Kant in primis, alla nozione etico-politica di una giustizia che tenga conto dei diritti umani essenziali di tutti e di ciascuno.

Di contro, in Oriente, la persona singola non ha mai acquisito un valore comparabile a quello della cultura occidentale, perché il singolo essere umanoscompare sempre nel tutto, l’atman nel brahman, ad esempio nell’induismo.

Vengo dunque al tema afgano, ma che si può mutuare se si parla di altre zone critiche del pianeta, come la Somalia, il Sahel, il Niger…

Come è possibile che 75/ 80.000 miliziani taliban giungano a Kàbul (si pronunzia Kàbul, non Kabùl, così come si pronunzia Sinài, non Sìnai) in poche settimane, in una nazione di 35 milioni di abitanti e un esercito ufficiale nazionale di 300.000 uomini, se non ci fosse una sostanziale adesione della maggior parte degli abitanti? Si è trattato solo di rassegnazione, di stanchezza per decenni di conflitti? Non lo credo realistico, come condivide anche il citato collega pisano.

Si tratta dunque di fare un’operazione culturale e dialettica che metta in campo, non solo il tema dei diritti, ma anche quello della sovranità! Chi comanda in Afganistan, i portatori del verbo occidentale, o la popolazione locale, che non conosce la democrazia parlamentare? Come si conciliano questi due aspetti? Anzi, si possono conciliare tramite semplificazioni ed accelerazioni politico-militari? Domanda retorica. No.

Ovvero, si potranno conciliare solo con e dopo un paziente lavoro dialogico e collaborativo, dove filosofia, religioni, psicologia sociale, sociologia ed economia collaborino per trovare piste e metodi di riflessione comune, senza la frettolosità tipica dell’economia e soprattutto della politica attuali.

Sotto il profilo macro-politico occorre riformare profondamente e l’Onu e la Nato, attribuendo a questi due organismi prerogative che non siano, nel primo caso, di pressoché solo emissione di ottime perorazioni di principio, e la seconda al fine di costituire una forza militare veramente sovra-nazionale oltrepassando l’egemonia statunitense. Altro vi sarebbe da dire, ma qui non proseguirò, riservandomi di farlo in futuro.

Con e tra le varie culture e nazioni, occorre sviluppare un dialogo rispettoso ma fermo, prima che sui diritti, sui valori, poiché non sono concepibili diritti umani e civili se non sulla base di una adesione previa a valori condivisi. Vedi, mio gentile lettore, se non si conviene che l’etica deve riguardare il rispetto di tutti e tutte, in ogni senso, territorio e settore della convivenza umana, ogni discorso sui diritti resta privo dei fondamenti. Mi pare ciò sia di non poca importanza, per dirla con calma.

Ripeto: senza una condivisione sostanziale dei valori, i diritti scadono a una mera elencazione di desiderata, che cambiano nei momenti e nei vari territori. Anche qui un esempio fattuale di questi giorni: se non si concorda con i Taliban, ma anche con i pashtun di Massud jr., e con i Pakistani, i Cinesi, i Russi, gli Americani, i Libici, gli Irakeni, i Turchi, gli Egiziani, gli Inglesi, gli Israeliani, i Persiani, etc., anzi con le classi direzionali della politica di queste nazioni, che il valore primario è l’uomo e la sua tutela totale e integrale, ogni discorso sui diritti diventa fasullo e addirittura inutile e fuorviante.

…e poi, occorre coniugare diritti e doveri, sintagma indissolubile della condivisione umana della vita su questa Terra. I doveri sono lo specchio specchiante dei diritti; senza i doveri i diritti diventano meramente declamatori e scorciatoie retoriche di una moralità soggettivistica ed egoista. Altre strade non vi sono.

Messi, che lacrime ridicole! Jacobs sia umile. Tortu, che bel sorriso… e approfitto della visibilità del titolo per segnalare l’ultima idiozia vista su un quotidiano sportivo: parlando della staffetta vincitrice della 4 per 100 a Tokio, leggo che il primo frazionista, Lorenzo Patta, nato nel 2000, è un millennial. Ma, se si intende che “millennial” è chi è nato nel nuovo secolo, il XXI e nel nuovo millennio, il III, Patta NON E’ un millennial! Ancora, ancora c’è gente convinta che il 2000 sia il primo anno del III millennio e del XXI secolo, idioti!

Ciò che qui scriverò, caro lettore, non avrà nulla di moralistico, ma sarà semplicemente narrativo, realistico, forse solo un po’ attento agli aspetti finanziari, gestionali e di etica d’impresa, nei limiti che la mia limitata competenza in materia mi consente, incompetenza che, come sai mio caro lettore, non riguarda l’etica d’impresa.

Il signor Messi, gran calciatore e piccolissimo uomo, mi ha fatto solo malinconicamente ridere con le sue lacrime (?), mentre dalla sede della sua storica squadra di calcio, spiegava ai giornalisti le ragioni per cui dopo vent’anni se ne stava andando a Parigi, per un compenso biennale di settanta milioni netti (se ho capito bene)! Più o meno. Dal Barcellona ne aveva accettati appena (!!!) 20 (parlo di milioni all’anno, caro lavoratore medio, ma anche caro dirigente, caro Cfo, caro Ceo, caro imprenditore), ma la Liga spagnola non avrebbe ammesso un contratto del genere, vista la crisi (morale?) finanziaria ecc. ecc. del settore, e in considerazione delle regole attualmente in vigore negli organismi internazionali, come la UEFA, regole che comunque le società calcistiche di proprietà di emiri o magnati russi, come il PSG di Parigi, il Manchester City, il Chelsea e altre, stanno bellamente violando da oltre un decennio.

La dico così: oramai da oltre dieci anni la Coppa dei campioni, o Champions League, NON VIENE VINTA, MA COMPERATA!!! Diciamo, almeno dal famoso Triplete dell’Inter de Milan.

Qualche ingenuo (solo ingenuo?) scoltatore radiofonico addirittura si scandalizza perché Messi non abbia accettato di giocare agratis (così ha detto) per il club catalano. No comment. Alle radio aperte al pubblico telefonano quelli che hanno bisogno di sentirsi per radio e di farsi ascoltare dagli amici del barsport. Trattasi, solitamente, di fuoriclasse del pensiero umano contemporaneo.

Diego Armando Maradona, figura con la quale Messi non ha nulla a che vedere

Piangeva (ma senza lacrime vere, cioè acquose e salate), con il fazzolettino nascondente il falso pianto, el seňor Lionel Messi, convincendo sul suo reale dolore solo (penso) cinque o sei persone (o solo tre), in tutto il mondo. Che squallore!

Lui, come il grosso Lukaku, che pareva un eroe gladiatorio della ottima Inter dell’anno scorso (squadra tanto simpatica quanto sfigatella), e invece ha seguito il market anglo-russautocratica, che gli bonificherà 12 milioni netti (1 al mese) all’anno, invece dei (solamente) 7, poverino, che poteva confermargli la “sua” Inter. Big Rom, l’amatissimo condottiero se ne è andato dopo due anni, facendo seguito alla scelta del suo ex coach, che non poteva accettare neanche per 12 milioni all’anno, di rivincere (forse) solo lo scudetto, ma forse, ripeto. Che squallore! …cui si aggiunge anche quello del giovine portierone della Nazionale italiana, il fortissimo Gigio, governato da un grosso (di circonferenza addominale) mezzano, che mi ricorda proprio i mediatori di compravendita di buoi di paese di nonnesca memoria.

Non mi scandalizzo per gli stipendi abnormi dei calciatori, ma per la loro inconsapevolezza di vivere in una sorta di bolla esistenziale senza senso, in ragione di una vita pressoché scollegata dal resto del mondo.

Tortu Filippo, invece, è un bel ragazzone italiano, con una personalità timida ma spiccata. E’ già un campione notevole e lo diventerà ancora di più, se saprà mantenere le virtù morali che ha già mostrato in questi anni. Insieme con i suoi compagni della staffetta potrà fare grandi cose, ma soprattutto se Lamont Marcel Jacobs riuscirà a non montarsi la testa cedendo alla retorica fasulla dell’uomo più veloce del mondo. Affermazione non rispondente al vero (se non durante la finale olimpica del 100 metri piani di Tokio), perché 9.80 è un tempo già corso, anche più volte, negli ultimi vent’anni almeno da una decina di atleti (alcuni: Tim Montgomery, Tyson Gay, Johan Blake, Justin Gatlin, Travyon Borrel, Asafa Powell, Nesta Carter, etc.), che hanno spesso fatto anche meglio di Jacobs, e molto distante dal 9.58 di Usain Bolt che, nella stessa gara gli avrebbe dato almeno due metri e mezzo di distacco. Jacobs stia umile e lavori, come tutti quelli che sanno che il lavoro e la fatica pagano. Faustino Eseosa Desalù lo sa bene, e anche Lorenzino Patta, il primo frazionista ventunenne, nato nel 2000.

Patta non è un millennial, come scrivono alcuni giornalisti, che insistono nell’errore di propalare che il 2000 sia il primo anno del terzo millennio e del ventunesimo secolo. Ma diamine (per non dire di peggio)!

Possibile che non sia a loro chiaro che il 2000 è l’ultimo anno del ventesimo secolo e del secondo millennio? Non gli basta capire che la prima decina numerica, da uno a dieci, finisce con il 10 e non con il 9? Non ce la fanno a fare un’analogia tra il più semplice dei conteggi, quello da prima elementare da 1 a 10, con il rapporto che sussiste tra il 2000 e il 2001, capendo che il primo giorno del ventunesimo secolo e del terzo millennio è il primo gennaio 2021, non il primo gennaio del 2000?

Ma a Patta certo non interessa nulla di questa ignoranza colpevole dei protagonisti dei media.

A me interessa, perché costoro fanno danni a chi non sa leggere criticamente le loro fanfaluche e imprecisioni.

Rimedio nel mio piccolo, come posso, sempre sul pezzo.

“Impensabile”, “incredibile” (ovvero: non ci credo), “inimmaginabile”… (tre aggettivi che, pur se usati come modi di dire per significare cose grandissime e/o inaspettate, in realtà sono abbastanza idioti). Il peggiore di questi attributi è “impensabile”, mentre “invincibile”, “insuperabile” e qualche altro analogo, si possono anche accettare, sia pure con riserva. Alcuni aggettivi, di contro, come “inadeguato”, “impossibile” (con qualche dubbio dato dalla soggettività), “inaccettabile” (idem come per il precedente), “impreparato”, etc., sono del tutto congruenti con realtà fattuali

Tre espressioni molto usate, ma non perciò, nonostante siano dei modi di dire per enfatizzare la grandezza o la difficoltà di qualcosa, meno idiote. Apparentemente filosofiche, ma in realtà abbastanza inutili.

Parto da una breve analisi della preposizione “in” che dà inizio a ciascuna di quelle parole. In latino “in” significa “contro” (non solo per la definizione dello stato in luogo), di cui l’esempio più forte è senz’altro il nome del secondo più grave dei vizi capitali, l’invidia, in-vidia, che significa “guardare male, augurare male all’altro”, “in-vidêre”, cioè guardare-contro. Viene subito da dire che l’invidia è non solo un vizio gravissimo, ma è anche un capolavoro di stupidità, perché, come è noto, la quintessenza della stupidità è il volere-il-male-dell’altro senza averne alcun vantaggio.

Come si fa a dire, infatti, impensabile? Chi lo può dire? Chi può affermare che un-pensiero-non-è-pensabile? Chi è così presuntuoso da osar affermare che, siccome per lui stesso una cosa è proprio eccezionale, è impensabile? Sarà impensabile per lui, magari, ma non per me e per molti altri.

Tutto è pensabile, perché nessuno sa che cosa può essere pensabile da altri o in futuro. Né conosce i propri possibili pensieri… futuri. Il pensabile è correlato alla non-misurabilità delle esperienze umane (lasciamo stare qui la psiche degli “animali”, esclusi gli umani) e del pensiero. Basti pensare alle opere del pensiero, dell’arte, della ricerca scientifica… Come si può dire che qualcosa non è pensabile, ripeto? Il pensabile è in-finito, cioè non-finito (sempre con la preposizione “in” che contrasta). O no?

Esaminiamo ora l’incredibile. Chi può affermare che una cosa è in-credibile? Solo un superbo, come quelli che pretendono di dire che l’esistenza di Dio è incredibile, ma anche come quelli che affermano l’esistenza di Dio è credibile perché dimostrabile con un atto logico di argomentazione. Nessuno può affermare che si può mostrare razionalmente l’esistenza di Dio o il suo contrario, l’inesistenza. La nozione del “divino” può essere solo intuita meta-fisicamente, in quanto essenza-sostanza di un dono: Dio, inteso come Uno assoluto e incondizionato, non si può collocare nel modo fisico, accessibile ai sensi esterni. L’Assoluto e l’Incondizionato si collocano in un Altrove non-fisico, ma di Stato-dell’Essere, non misurabile (in-commensurabile, e qui sì, ci sta la preposizione “in”!) e conoscibile fisicamente.

Incredibile lo si sente dire dopo un’impresa di qualche genere, sportiva ad esempio. Siamo alle solite: l’uomo non conosce tutti i vettori causali della realtà effettuale, per cui viene sorpreso da qualche fatto, e dunque esclama “incredibile!”. Ma cosa? Proviamo a pensare alle vittorie italiane nella velocità atletica alle Olimpiadi di Tokio: per i presuntuosi anglosassoni (inglesi e americani, ma di più gli inglesi) è incredibile che gli Italiani abbiano vinto. Perché? Perché il loro superiority complex, almeno dall’insopportabile Churchill in poi, non può ammettere che gli Italiani siano più forti di loro in una disciplina sportiva fondamentale.

E qui mi sovviene un’ira funesta, una collera invincibile (ecco! in-vincibile, come l’ignoranza di parecchi) e un disprezzo totale per la decisione di Mussolini di mettersi con Hitler contro di loro, perdendo l’Italia e la faccia, e facendo maturare in quei popoli una disistima profonda per noi. E aggiungo anche la vigliaccheria del re traditore Vittorio Emanuele III di Savoia.

Devo dire che mi infastidisce un po’ anche l’uso di questo aggettivo “incredibile” da parte dei nostri atleti vincenti, anche se comprendo come l’emozione gli detti questa espressione, che diventa trita se detta e ripetuta tre, cinque, dieci volte. Ma li perdoniamo, perché a volte possono mancargli le parole, i sinonimi per dire sorpresa e meraviglia per la grande prestazione.

Per il concetto di inimmaginabile vale presso a poco il medesimo ragionamento sopra svolto per l’impensabile. Come si può ritenere plausibile il concetto di inimmaginabile? Che ne sa chi lo afferma circa che cosa posso immaginare io, o tu, mio gentile lettore, o uno sconosciuto che tale sempre rimarrà?

Tutto è immaginabile, come è immaginabile che si possa migliorare il record del mondo dei 100 metri piani, dall’attuale 9.58 di Usain Bolt (a proposito, si astenga dal dire castronerie sulla vittoria di Jacobs!) a un numero che può ridursi sempre più, conteggiando, oltre i centesimi attuali (58), i millesimi, i decimillesimi, i centomillesimi, i milionesimi, i decimilionesimi e via dicendo fino al numero “n” asintotico, e sempre non-finito. Ecco: 9.57/ 913462…

Il concetto di invincibile può essere accettato, anche se con la riserva di alcuni limiti. In Filosofia morale si dice invincibile un’ignoranza etica non colpevole, come può essere il non-sapere che è male mutilare le bambine, come accade in una certa cultura tribale africana, dove vigono usi e costumi, che noi possiamo definire “culturalisti” (da Etica culturalista), i quali non tengono conto che il bene della salvaguardia dell’integrità psico-fisica dell’essere umano viene prima, è più importante del rispetto di usi e costumi locali, che nel crudelissimo esempio sono funzionali al dominio sessuale del maschio sulla femmina.

Anche nello sport “invincibile” è improprio: basti pensare al fatto che, ad esempio nel ciclismo, il più forte di tutti, spesso definito dai giornalisti “invincibile”, il belga Eddy Merckx fu battuto da Bernard Thevenet, che era semplicemente un ottimo corridore, al Tour de France, mi par di ricordare, in due occasioni. Anche il meraviglioso Luis Ocaňa, peraltro sfortunatissimo, batté nettamente Merckx, sempre al Tour, una volta. Quindi il grande Belga non era invincibile.

Alcuni aggettivi, di contro, come “inadeguato” o “impreparato” sono del tutto congruenti con realtà fattuali.

E ora, non posso non sottolineare che ancora una volta i principali utilizzatori dei tre aggettivi del titolo sono gli uomini e le donne dei media, dei giornali, delle tv, del web, i quali, afflitti da un’inguaribile pigreria (pigrizia accentuata), risolvono il problema di come definire una cosa eccezionale con uno dei tre aggettivi di cui sopra. Se utilizzi uno dei tre aggettivi “sei a posto” esercitando quel mestiere, perché hai già detto il massimo, più di così non si può dire, espressioni per rappresentare concetti così estremi non puoi trovare…

Ma no. Che ne dici, gentil lettore, se cominciassimo a non utilizzare più, ogni momento, “impensabile, incredibile, inimmaginabile” e li sostituissimo con attributi adeguati alla bisogna di definire un atto, un fatto, un’impresa, una vittoria, un evento accaduto per la prima volta come la prima ascesa al K2?

Basterebbe definire la prima ascesa del K2 “evento straordinario”, cioè non-ordinario, invece di “incredibile”, anche perché “è accaduto”. O no?

In questo periodo, compresi i lockdown mi sono sentito SEMPRE sostanzialmente LIBERO (alla faccia dei libertari a corrente alternata), perché ho fatto SEMPRE, dico SEMPRE, ciò che dovevo fare e nessuno me lo ha impedito. Aaah, dimenticavo, sono stato anche offeso da qualcuno che mi ha invitato “a svegliarmi”, un “pulpito” che si nutre di web e bugiardini, non di seri studi accademici, dove la tua competenza è verificata da terzi che hanno titoli per giudicarti, fino a che io stesso ho fatto parte di questi “terzi” (docenti universitari). Detto questo, qui parlo di quisquilie, per variare il menù. Ecco: parlo degli uomini politici e delle donne “politiche”: un ambiente di noiosi, tra pochissimi “ascoltabili”; giornalisti e titolisti: una piccola accolita di disonesti che rovina una categoria talvolta eccellente

Ripeto: nonostante gli alti lai dei libertari a corrente alternata, che ululano per piazze e sul web, anche durante i lockdown più rigidi, mi sono sentito e sono stato LIBERO di agire e di dire ciò che volevo dire e di fare ciò che dovevo fare, sempre nel rispetto delle norme prudenziali, atte a tutelare la legittima personalità e libertà degli altri. e l’altrui dignità. Due volte mi hanno fermato i carabinieri, ed è bastato che dicessi: “vado nell’azienda tale, perché sono il Presidente dell’Organismo di vigilanza ex Codice etico“, e non mi è stata chiesta neppure l’auto-dichiarazione. Oggi ho il green pass e lo porto con me, finora esibito solo in piscina. Quale è il problema? Detto questo, passo alla quisquilia del giorno: “parlare male”, con pieno diritto e nozione informata, di politici e giornalisti, due tra le peggiori categorie sociali di questi tempi un pochino oscuri, soprattutto per un utilizzo scarso dell’intelletto, e una sorta di intolleranza alla fatica di studiare.

Per me la noia è il peggior stato dell’anima, peggio della paura terrorizzante, che è la paura della paura. Per me.

Più volte mi sono speso a commentare la povertà-della-qualità-della-classe-politica, il cui livello è definibile come penoso, scadente, noioso.

Quando in tv vediamo apparire le faccette dei politici e delle politiche, anzi quando vedo, perché so di me e non di altri, so già ciò che stanno per dire. Lezioncine imparate a memoria, e non perdono un colpo solo perché imparate a memoria. Mi ricordano queste filastrocche da prima elementare: “Le ochette del pantano/ vanno piano piano piano/ tutte in fila come fanti/ una dietro e l’altra avanti“… oppure: “Il mio gatto Musotondo/ verdi ha gli occhi e il pelo biondo,/ ha il nasetto impertinente/ canzonar sembra la gente./ Proprio adesso il bricconcello/ s’è cacciato nel cappello,/ e da lì contempla il mondo/ il mio gatto Musotondo“. Anzi, no, non mi ricordano per nulla queste bellissime filastrocche elementari, che non sono noiose, ma bellissime. Noiosi sono loro!

In questo campo le donne non si differenziano dai maschi: la noia li unifica nell’insopportabilità. Il linguaggio è trito, scontato, il modo di affrontare i temi è apodittico e paratattico. Noioso.

Non ho ancora capito se i giornalisti li preavvertono (penso di sì) dell’intervista, cosicché il politico/ la politica si prepara una lezioncina da recitare a raffica, con piglio, non deciso, ma arrogante, che attesta come il/ la parlante sia convinto di avere ragione e tutti gli altri torto.

Mi si può spiegare che i “tempi televisivi” richiedono semplicità e chiarezza, per cui sono da evitare ragionamenti complessi e da proporre solo conclusioni, senza premesse logiche. Per me ciò risulta essere un orrore, immediatamente dopo che mi sono annoiato. Il fatto è che la loro è una recita a favore di telecamere, perché subito dopo, tra loro, fraternizzano.

Solo due nomi, tra moltissimi, come campioni dei maschi e delle femmine: Lupi e Serracchiani.

Se veniamo ai giornalisti e ai titolisti la disonestà intellettuale dilaga. La cura dell’attendibilità delle fonti latita, il linguaggio è spesso aggressivo e impreciso, i titoli fuorvianti e imbroglioni. Il web poi “fa il suo” con il metodo “specchietto per le allodole”, dove mette in evidenza solo una parte della notizia per dare l’impressione di un male devastante che poi magari si rivela spesso solo fuffa. Esempio calcistico: “Incredibile al Napoli (in evidenza, poi puntini… e il testo prosegue così… Insigne ritarda all’allenamento)”. Cosa c’è di incredibile? o di preoccupante? nulla. Intanto, però, il tifoso del Napoli è andato in ansia. Cosa poco importante? Sì, cosa da nulla, ma intanto si è creata una agitazione mentale nella persona semplice che è il tifoso.

Esempi non virtuosi, o fastidiosi: Travaglio-arrogante-Marco e Belpietro-nonmiviennulla-Maurizio per la carta stampata, Fazio-falsetto-Fabio, Hunziker-mossetta-Michelle, Litizzetto-bruttino-Luciana, Fiorello-nonsochediresenoninutile-Rosario, e Varriale-sosiadiclaudiovilla-boh, per la tv, Alessandra-beep beep-De Stefano per il ciclismo e Paola-sgrunt-Ferrari (grazie a Dio che se ne va) per il calcio, ancora in tv, inascoltabili, come un Martinelli-accentituttisbagliati-Maurizio (che pronunzia Màttarella, invece di Mattarèlla), e Parenzo-noiasinistro-David e Cruciani-sporcaccion-Giuseppe per la radio, più Parenzo che Cruciani, perché a parer mio il peggio e più disonesto è il politicamente corretto. Dimenticavo trasmissioni radiofoniche come Sportiva, dove senti conduttori che pronunciano male l’italiano e telefonate dal pubblico in proporzione di idiozia. Probabilmente, sia la politica, sia il giornalismo rappresentano la mediocrità gaussiana di quelli che telefonano per ascoltarsi. Che p.! E moltissimi altri, che non cito qui per non annoiarmi.

Mi consolo con la memoria che mi ricorda i nomi di Bruno Raschi e Montanelli, di Gianni Brera e Biagi, di Buzzati e Claudio Gregori, che del giornalismo hanno fatto un’arte. Come cantava Califano: “Tutto il resto è noia“, anzi, no, ho sbagliato… “Tutto il testo è noia“.

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