Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il destino dello sconfinato deposito del sapere e della cultura occidentali e orientali, ovvero dei due Imperi, tra Xi e… Cesare Augusto

Come vedi, mio gentile lettore, non cito il pres Mattarella e tanto meno un Conte o i suoi due vice diversamente miserandi. Cito Xi e Cesare Augusto, perché possono sedere allo stesso tavolo, sapendo che il cinese è infinitamente inferiore -sotto ogni profilo- al grande imperatore romano, anzi al princeps, (è solo da Flavio Vespasiano, verso la fine del I° secolo, che il princeps venne chiamato imperator, titolo di derivazione e pertinenza militare, e Vespasiano era un grande generale dell’Impero) che fece di Roma il centro del mondo di duemila anni fa.

Caput mundi, ciò che Bejing non fu mai, e mai potrà essere.

Roma ereditava il grande pensiero filosofico ed etico greco, era platonico-aristotelica e, forse, ancora di più stoica, vista la centralità che aveva il senso di appartenenza a una “Patria” grande e composita e ai suoi valori. Il mio buon lettore sa che uno dei più grandi imperatori, Marco Aurelio, si annovera tra i filosofi dell’antichità, proprio di scuola stoica. In che cosa consisteva lo stoicismo dell’uomo più potente del mondo nella seconda metà del II° secolo? Nella fedeltà a una visione della vita coerente con le virtù di amor patrio, di solidarietà con i propri sottoposti, di giustizia, e perfino di umiltà. Si pensi che Marco Aurelio, nelle campagne militari condivideva con i suoi soldati tutto il regime di vita, senza alcun privilegio, patendo il freddo e ogni altro disagio che la permanenza in zone impervie e pericolose, come le aree germaniche e slave, prevedeva. Un Impero che, oltre a costituire la maggiore forza politica, economica e militare del tempo, fu capace di rispettare le lingue, le culture, le tradizioni e religioni locali, in una forma intelligente di “federalismo” ante litteram.

A Roma poi arrivarono Pietro e Paolo e la “lezione evangelica”, che però non stravolse le leggi e le tradizioni dell’Impero. Iniziò così un’altra storia che si sviluppò, non senza controversie, e camminò verso tutta l’Europa sulle strade dell’Impero stesso. La decisione di Costantino del 313, con l’Editto di Milano permise lo sviluppo del cristianesimo, da leggere in tutte le sue sfaccettature legate alle opportunità politiche di tale scelta, e dette un’ulteriore accelerata alla formazione di uno spirito definibile quasi paleo-europeo, sfociato cinque secoli dopo nel Sacro Romano Impero di Carlo Magno e degli Ottoni. E possiamo fermarci qui, poiché i successivi mille anni, sia pure in modo discontinuo e controverso, furono comunque caratterizzati dalle due grandi eredità culturali citate, con i punti dirimenti della rivoluzione filosofica e scientifica di metà millennio e dell’Illuminismo.

In Oriente le cose furono anche più complesse, stante l’enorme distesa territoriale asiatica. Diversi furono gli imperi e i regni che si svilupparono in quattro millenni all’ombra del grande impero cinese, prosperante sotto il Cielo, “dio unico”. L’Hindu-Buddhismo e il Confucianesimo egemonizzarono gli spiriti di quei popoli e di quei regnanti, contribuendo a creare un’antropologia molto particolare, completamente diversa da quella occidentale.

Se in Occidente, nel plesso mediterraneo, la filosofia greco-latina e il conseguente plesso di regole giuridiche sintetizzate nel diritto romano e poi bizantino, insieme con la “lezione” evangelica marcarono, non senza contraddizioni e in tempi medio-lunghi, l’importanza della “persona”, come singolo valore, in Oriente la singola persona non ebbe mai quella centralità, ma fu sempre, oserei dire per ragioni fondamentalmente teologico-metafisiche, ritenuta parte-del-Tutto, dove questo “tutto” è, sia il “divino”, sia la nazione governata da un sovrano assoluto. Come ho già scritto in un precedente pezzo, non vi è soluzione di continuità tra il “Figlio del Cielo”, un imperatore Ming o Tang che sia, e Mao, Deng (anche se in modo differente) e ora, Xi. Si tratta dello “spirito asiatico”  che, in qualche modo, ha condizionato anche l’impero russo, peraltro già verticalmente orientato dal cristianesimo ortodosso, per il quale l’uomo deve tendere  a divinizzarsi, cioè a somigliare a Dio, tramite il Cristo creatore e padrone del mondo (il Pantokràtor). Anche di ciò abbiamo parlato qualche tempo fa, citando gli csar più famosi, da Ivan IV a Caterina II, passando per Pietro I° il Grande, fino a Stalin e a Putin.

Il dialogo tra Occidente e Oriente deve dunque tenere conto di questo sfondo, per il quale ogni accordo con Xi risente di quanto sommariamente scritto sopra.

Pertanto, i comunisti turbo-capitalisti attuali vanno tenuti sotto controllo, ché, derivando dalla… teologia-metafisica di cui abbiamo detto, hanno ancora in vigore una legislazione poco rispettosa dei diritti umani, operano dumping sociale e violazione continua dei principi della cultura civile a noi nota, aggiungo, a noi occidentali nota. Noi occidentali abbiamo tanti difetti, abbiamo compiuto crimini ed eccidi inenarrabili (basti pensare al XX secolo!), ma abbiamo anche prodotto la civiltà greco latina, la logica e il diritto, abbiamo avuto nei vangeli ispirati da Gesù di Nazaret il testo morale più alto (si leggano le Beatitudini, magari in parallelo con i Discorsi di Benares del Siddharta). In Cina manderei i tanti “bertinotti” nostrani sempre scontenti, che abbiamo qui, a catechizzare lavoratori e imprese sui diritti dei lavoratori.

Occorre molta vigilanza sotto il profilo politico quando si fanno accordi come quello denominato Road and Belt, ovvero, in ricordo (un poco retorico) di Marco Polo, poiché la potenza cinese può rendere subalterni e sudditi coloro che improvvidamente pensano di poter dialogare con essa su un piano di parità, senza opportuni accorgimenti di salvaguardia.

Come la Germania unita sta riuscendo ad egemonizzare l’Europa con l’economia, là dove non è riuscita con i tank hitleriani, così la Cina potrebbe fare con “pezzi di mondo”, e lo sta già facendo. Tzsipras, per non far morire la Grecia, si è dato mani e piedi a Bejing.

Di tutto quanto sopra gli Americani (gli USA, qui intendesi!) sanno poco o nulla: solo gli accademici appassionati cultori e docenti di storia europea e orientale hanno un’idea della complessità sopra appena richiamata. I Trump, ma anche i Bush,  gli Obama e i Kennedy, per elencare solo qualcuno, nulla sanno, o forse presumono di sapere, ma male al punto da far di questa conoscenza un dato foriero di clamorosi errori politico-militari. Esempi? Il Vietnam, l’Irak, la Siria, la Libia… basta? Partito blu (i democrats) e partito rosso (il grand old party, i repubblicani) uguali sono, nell’ignoranza tecnica, che diventa pericolosa quando determina scelte politico-economico-militari come quelle che abbiamo spesso osservato e il mondo ha subito dal secondo dopoguerra del secolo passato.

Il mondo, il mundus agostiniano, molto poco “mondo” e peccatore, per riconciliarsi con se stesso e con Dio/ dio, se è vero che Spinoza potrebbe avere ragione nel concetto Deus sive Natura, senza nulla togliere alla credenza in un Dio-Persona, ha bisogno di pensare in grande, guardandosi dall’esterno per constatare quanto sia “piccolo” nel confronto con il resto della realtà oggi visibile, con il kòsmos. E noi litighiamo per quelli che sono fazzoletti di terra: è di stanotte, come di altre mille e mille notti, il razzo di Gaza che colpisce la periferia di Tel Aviv e gli F16 israeliani che si saranno già alzati involo per colpire, in un processo di vendetta biblico.

Si dice sempre in un contesto di teologia filosofica che la conversione dei cuori è il centro di ogni riforma spirituale. Mentre nel nostro piccolo, e io nel mio, facciamo del nostro meglio per convertire i cuori, a partire dal nostro di ciascuno, proviamo a scegliere governanti che abbiano una visione oltre il loro quotidiano interesse di partito. Se non ce ne sono, formiamoli nelle nuove generazioni, con costanza e fiducia nell’uomo, come immagine dell’Incondizionato.

Con Fede, Speranza e Carità.

Non possiamo definire nulla con assoluta precisione. Se proviamo a farlo, ci coglie quella paralisi di pensiero che è tipica dei filosofi (…) in cui uno dice all’altro: “Non sai di che cosa stai parlando” e l’altro risponde: “Che cosa intendi per sapere? Che cosa intendi per parlare? Che cosa intendi per cosa?” (Richard FEYNMAN, La fisica di Feynman, vol. 1, 1961)

Apparentemente, la lunga frase del titolo parrebbe dire di un’aporia, vale a dire di una situazione o di un’espressione senza via d’uscita o senza soluzione, poiché in greco a-poros significa “senza buco o foro”. In realtà è la fondamentale metodologia della domanda che approfondisce sempre tutto ciò che può essere compreso meglio, fino a essere capito. Il lettore mi chiederà “Perché scrivi comprendere come un verbo che non sembra coincidere con capire?” Perché comprendere, dal verbo latino comprehendere, è un prendere-dentro, mentre capire – dal verbo latino capio, prendo- è quasi un possedere.

Ad esempio, non so se ho capito bene il discorso di insediamento di Zingaretti alla guida del PD, ma mi è piaciuto poco. Molti, quasi tutti hanno applaudito, io non l’avrei fatto. Anche la suddivisione dei compiti sotto di lui è stata solo apparentemente di cambiamento (con la Serracchiani, figuriamoci!). I temi toccati, tra i quali “l’occuparsi dei poveri”, come se fosse una novità per un partito di sinistra, ché dovrebbe far parte del centro del suo DNA.  Ascoltare i suoi sponsor à la Rossi, il toscano, è ancora più desolante. Cosa vuol dire “ripartire cambiando tutto”. In casa mia “cambiare tutto” significa cambiare nulla, caro Zingaretti. Il tuo discorso è stato scontato e banale.

E dunque, qualcuno mi può spiegare che cosa ho capito del nuovo corso del PD? Nulla, qualcosa, tutto?

Un altro esempio. Il forum delle famiglie organizza a Verona ciò che ci si può aspettare dal forum-per-le famiglie, cioè un convegno basato sulla dottrina cattolica classica, sulla quale io ho diverse riserve, ma mi guardo bene dal definirla “medievale”. In tv la solita Boldrina, imbarazzando perfino il correttissimo politicamente Fazio Fabio, ulula che è inaudita la sponsorizzazione del governo italiano e la partecipazione di alcuni ministri. Ma dai! Ecco: se comandasse la Boldrina avrei paura della sua arrogante sicumera. Mi potete spiegare dove sbaglio, se sbaglio? dimaio addirittura proclama che si tratta di un convegno di “sfigati”.

Un terzo esempio. Sento Salvini che dice “Lo spread a 235 è tornato quello del 1 giugno scorso“. Falso, poiché quando l’attuale maggioranza ha vinto le elezioni, lo spread era a 120. Come la mettiamo con la verità, Salvini? C’è qualcosa da comprendere che permetta di capire la tua affermazione che, o è menzogna consapevole, oppure ignoranza (non conoscenza) dei dati: in ambedue i casi il tuo comportamento è penoso. O no? Quante balle si raccontano e, a volte, come è facile smascherarle. Basta essere informati.

Comprendere e capire fanno il paio con lo spiegare e l’interpretare, nel senso che -chiasmicamente- si pongono a due a due. Spiegare deriva dall’atto di aprire un lenzuolo precedentemente piegato, che dunque si può spiegare: metaforicamente, la spiegazione permette di capire. Interpretare, invece, ha a che fare con un qualcosa che non può essere direttamente e completamente capito, ma solo com-preso, preso dentro, raccolto, magari in vista di un approfondimento successivo.

Anche su questo un esempio: si può dire che Lorenzo Orsetti, morto per mano degli jihadisti neri è un eroe della libertà? Proviamo a vedere. Lo conosciamo abbastanza? No. Non ne avevamo mai sentito parlare prima della sua morte, che è stata il lancio nella notorietà di un uomo già morto. Morire per la libertà, di cui un sottoprodotto, eterogenesi del primo fine, posto che fosse quello là, cioè la libertà,  è la fama. Serendipity. La morte di un soldato dà sempre da pensare.

E della piccola Thunberg che cosa possiamo dicere? Cui prodest il suo agire mediatizzato, al pianeta, quasi certamente e poi, a qualche agenzia pubblicitaria? Fa sorridere il baciamano del bevitore-ben-poco-santo, Juncker, se non un poca di pena. Capire o comprendere? In questo caso, direi, né l’un verbo né l’altro, perché proprio non capisco il gesto, né ci metto “comprensione” -secondo il senso caritatevole del termine- nel giudicarlo. Si pensi che il web, grazie alla fama raggiunta e ai click sul nome, oramai antepone “come Greta” la Thunberg alla Garbo. Funziona così: io, ad esempio, come “Renato”, sul web a volte sono in gara con Brunetta, mentre Zero e Pozzetto ci sopravanzano sempre. Da ridere?

La scienza, da un lato va avanti per prove ed errori, per cui, ciò che era ritenuto “vero” fino a ieri, non lo è più da oggi: si pensi all’eliocentrismo, relativamente recente rispetto al geocentrismo. Un tempo, e solo fino a circa seicento anni fa, tutti (salvo pochissimi, forse, e ben nascosti) ritenevano che il sole “girasse” attorno alla terra. Infatti nell’antichità classica aveva vinto la posizione (sbagliata) di Aristotele/ Tolomeo su quella di Eratostene, che era corretta. Il geocentrismo non era una gaffe come quelle di Toninelli, ma una posizione scientifica errata.

Nella nostra vita siamo chiamati ogni momenti a esprimere opinioni e giudizi, ma raramente siamo in grado di esprimerli in base a una documentazione probatoria ineccepibile. Il più delle volte ci esprimiamo, peraltro senza far molti danni, un po’ a capocchia. L’importante è saperlo e non incaponirsi su posizioni non sufficientemente provate su testi, esperimenti ripetuti e teorie consolidate.

Luca Casarini, il disobbediente fallito cerca di rifarsi una fama con gli immigrati. Comprendere e capire Casarini? ma serve? E’ utile per la Patria? Domande rettoriche, ma comunque legittime.

Il rischio è quello del dominio dell’ideologia e della militanza. Ho letto recentemente il saggio di un filosofo docente sul rapporto esistente/ possibile tra filosofia e impresa economica, notando la presenza, anzi la prevalenza dell’ideologia e della militanza politica (in questo caso di sinistra) sul ben che minimo approccio filosofico, dialogico, dubitante, là dove è possibile mettere in questione tutto, perfino i principi etici fondamentali del rispetto dell’uomo… ebbene, la prevalenza dell’appartenere a una certa idea hanno nullificato la filosofia che l’autore pretendeva di inserire. Nel caso citato l’azienda era considerata il male da abbattere, non un luogo dove l’uomo vive e lavora, e che può essere migliorato dalla filosofia pratica.

In questo caso comprendere e capire sono al di fuori di ogni possibilità, come insegna Feynman, ma anche ogni scuola filosofica, e in particolare quella scettica, utile a smitizzare, attenuare, limitare la superbia e l’autostima espansa, nemici della salute dello spirito, che sono sempre in agguato.

Le buone ragioni della bambina manipolata e mediatizzata e la sragione di Brenton Tarrant

Un certo fastidio mi dà, Greta Thunberg, caro lettore,  perché i bambini devono fare cose da bambini, e non essere usati dai grandi, sia pure per fini buoni. Ma vorrei capire di più di questa improvvisata piccola diva del web. C’è perfino qualche idiota che la sta candidando al premio Nobel. Conosco personalmente almeno una decina di persone che potrebbero meritare quel premio, e forse me compreso (sto scherzando?), ma non la piccoletta dalle trecce un poco unte. Non so se ha la sindrome di Asperger, se sì, mi dispiace, e la  bimba non mi piace di più per questo.

Apprezzando le loro buonissime intenzioni, mi piacerebbe sapere dove hanno buttato le cicche i trecentomila giovani che hanno sfilato per centinaia città del mondo, e le lattine di birra o le bottiglie di plastica, o i pezzi di hamburger… chissà se sono stati almeno un po’ coerenti con la loro giusta battaglia o se, una cosa è protestare con fresco vigore e un’altra è contribuire o meno alla pulizia urbana.

Chi si occupa di queste cose dovrebbe, prima di parlare, leggere almeno il libro di  Mark A. Maslin e Simon L. Lewis, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’antropocene, edito da Einaudi. Lì troverebbe qualche spunto per uscire dal genericismo e dalla propaganda. Sul clima e sulla geologia attuale della terra le cose sono molto più complicate di come intendono farla passare i politici e i gestori della comunicazione, in generale.

A Christchurch (pensa, caro lettore, Chiesa di Cristo) in Nuova Zelanda un ventottenne ha ucciso una cinquantina di persone in preghiera in due moschee e ne ha feriti altrettanti. Ho sentito sentimenti di vendetta qua e là, del genere “Ben gli sta… pensino al Bataclan“. Sulle armi aveva scritto i nomi di quelli che lui riteneva difensori della superiorità bianca, da Carlo Martello a Luca Traini (sic), passando per Sebastiano Venier e Agostino Barbarigo condottieri veneziani a Lepanto. I due erano al comando delle potentissime galeazze che frantumarono il centro della flotta turca.

Certamente si sta vivendo una fase storica nella quale “subculture” come il sovranismo nazionalista, il suprematismo bianco, l’estremismo islamista  e il settarismo esoterista, stanno minando le basi del ragionamento razionale del sapiens.

Sembra che più diventiamo colti e “scienziati”, più la medicina ci salva e ci fa stare meglio, più riusciamo a ridurre la fatica e lo sfruttamento, e più si ampliano sentimenti e modi di pensare assurdi o violenti, in un turbinio di neo-nihilismo auto-distruttivo e irrazionale.

Altri centri di interesse di questi giorni confusionari: Trump, campione della menzogna, la Cina, colosso gentilmente aggressivo, la Turchia, la Persia e Putin, silente ma presente.

Di Trump, che alla sua elezione tradussi con “Tromba”, ottenendo la giudiziosa correzione di un lettore che mi ricordò come si dicesse in inglese tromba, cioè “trumpet”, a cui risposi “grazie, lo so, ma invoco la libertà creativa“, si può dire che fa ogni giorno quello che ci si aspetta, perché è il prodotto della grande e -naturalmente- imperfetta democrazia americana. Dagli USA ci si può aspettare un Kennedy, bello iper-glorificato, che inizia la guerra del Vietnam,  Nixon/ Reagan, spregiati come sudaticci e attori mediocri, che fanno la pace con Mao e con Gorbacev. La democrazia è il miglior modo di governare, dimaio permettendo (lo dico per ridere).

La Cina: quelli che si ritraggono spaventati, come su ogni altro argumento, dovrebbe umllmente studiare la storia di questa immensa nazione. Essa viene da lontano e Confucio è il suo ispiratore. Filosofo laico e religioso nello stesso tempo, insegna il rispetto e la gerarchia, l’obbedienza e l’impegno; per di lì son passati i grandi imperatori dinastici e, dal XX secolo, Sun Yat Sen e Mao Ze Dong, Deng Hsiao Ping e Xi Jinping, “imperatore” -di diritto e di fatto- fino alla morte. Se gli americani USA la vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

La Turchia: Recep Tayip Erdogan, il sultano odierno, non ha il fascino di Salah el Din e di Solimano il Magnifico, ma è il sultano odierno. I Turchi sono una grande nazione, nostri cugini diretti, caucasici centrasiatici, veniamo dalle stesse parti da tremila anni. Abbiamo rispetto (congiuntivo esortativo) noi “europeani”, e gli USA, di Trump o di Obama (il mediocrissimo politico estero, uno dei peggiori presidenti verso il mondo, una vergogna rispetto a Roosevelt, ad Eisenhower e perfino a Bill Clinton) ne abbiano altrettanto.

La Persia, che oggi si chiama Iran. Avremmo potuto essere tutti persiani, Roma permettendo, se a Mantinea e a Maratona, l’Atene insuperabile per intelligenza non li avesse battuti. Ma sono giovani, belli, e presto, le donne in testa si ribelleranno ai pretoni che imperversano da un quarantennio. Ma prima c’era sua maestà Reza Pahlavi, servo degli USA, democratico? Abbiamo rispetto, aiutiamoli, invece di sanzionarli.

Putin: il vero e per sempre capo della grande e santa madre Russia è… nientemeno che il Cristo Pantocrator, il Cristo padrone (perché creatore del mondo), quello che si vede nelle cupole ortodosse e nelle icone più solenni, il Cristo, la sua grandezza, e tutto ruota attorno a lui. Né Lenin né Stalin son riusciti a svellere la sua potenza, il suo radicamento nel popolo. Dopo Cristo, il principe Wladimir di Kiev, e poi Ivan IV il Terribile, Pietro I il Grande, Caterina II, Stalin, Gorbacev, Eltsin, e Putin. Se gli americani USA vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

Potrei continuare con l’Islam, che però mi suscita un impegno diverso, e già ne scrissi molto in questo mio sito. La grande cultura della sua storia non finisce con i kalashnikov dei fanatici che sparano ululando Allah u akbar. Dio non c’entra nulla nella loro follia, caro Spinoza, ma forse il tuo determinismo non arrivava a tanto.

Torniamo a Greta e a Brenton Tarrant. Alla prima auguro di non farsi manipolare più di tanto e al secondo di fare più galera di Anders B. Breivik (solo 21 anni in Norvegia, pena massima prevista, anche per 77 omicidi perpetrati a sangue freddo, spietatamente, otto anni fa), al fine di avere tempo sufficiente per pensare e pentirsi, e sentirsi quello che ha fatto: uno che ha usato il libero arbitrio per scendere nella scala dell’essere al livello dei demòni. Il suo karma sarà un cammino lunghissimo di dolore, infinitesima parte del dolore da lui causato.

giornalisti e politici occupano il 90% dello spazio dei media, una noiosa vergogna, mentre la realtà “di fuori” è il 90% e viaggia silente per conto suo e coincide con la verità delle cose

LEGENDA PER IL LETTORE: il testo sottostante è quasi privo di punteggiatura con frasi apodittiche e ipotattiche messe lì come mi son venute; in corsivo le cose importanti, in stampatello le cose oggettivamente di minor importanza o del tutto idiote

Travaglio che commenta la presa di posizione del ministro Salvini che commenta i titoli di Repubblica che riporta il non detto del mancato incontro a cena tra Salvini Di Maio e Conte, e via dicendo

quello che accade dove si fa l’economia, i pezzi fatti in una manifattura, l’Ebidta della stessa, gli investimenti di una fabbrica innovativa, le assunzioni  effettuate nell’ultimo semestre nel settore manifatturiero metalmeccanico stanno a pagina 15 del quotidiano x e y, primo e secondo d’Italia

Fazio che ospita Di Battista, nullafacente e nullapensante, ops forse la trasmissione è Dimartedì, che peccato non lo ricordo, imperdonabile! e poi a Piazzapulita l’ospitata di Toninelli che sbaglia logica, storia, tempi e modi della sua narrazione e commenti e l’indomani commenti su tutti i quotidiani non oltre pagina 2, perché l’opinione del ministro dei trasporti è importante… per i media, non per gli Italiani

l’azienda x o y ha migliorato la performance delle esportazioni del 10% sull’anno precedente e l’azienda a o b ha assunto altre 80 persone negli ultimi sei mesi raggiungendo e superando  i 600 dipendenti, azienda nata solo dieci anni fa: questa notizia si trova a pag. 23

la seconda notizia -in ordine gerarchico- del tg tal dei tali è la posizione di Grillo sulle vaccinazioni, essendo Grillo un noto clinico a livello internazionale, mentre su un altro tg si svolge un talk dove gli ospiti sono due politici e due giornalisti che se la cantano e se la suonano, i secondi che raccontano dei primi e i primi che criticano gli avversari-nemici politici, incapaci di dire che cosa intendono fare per rimediare a limiti e difficoltà sociali: ambedue i gruppi distanti dalla realtà di due o una misura, ché il mondo va da un’altra parte mentre questi parlano, cianciano, blaterano, talora competenza inesistente o scarsissima (quando va bene)

le università di Roma (nell’area umanistica) e Milano (Politecnico) sono tra le prime del mondo, così come alcuni licei classici italiani, e si vede dalla brillantezza dei nostri studenti, ma la notizia si trova a pagina 48 dell’inserto settimanale del quotidiano che si colloca al secondo posto delle vendite nazionali

il web si preoccupa dell’assenza di Di Battista dal web stesso, ponendolo quasi come problema, notizia non vomitevole, bensì inutile

i giovani si stanno accorgendo che occorre impegnarsi in prima persona, non solo per se stessi, ma per la propria e le altrui terre e patrie, senza nazionalismi, imparando le lingue, non temendo il confronto e cercando di farsi opinioni proprie

la Casaleggio Srl e C. toppa con la sua piattaforma Rousseau, in prima pagina su tutti i quotidiani nazionali, anche se il posto giusto e proporzionato, come notizia, potrebbe essere quella dell’ultima dell’inserto di un foglio della Brianza

nel silenzio dell’agire quotidiano vi sono mille e mille (numero ebraico per innumerabile, come settanta volte sette) azioni dialogiche, crescita della comprensione tra diversi, nascita di nuove idee per l’economia e l’occupazione 

nel talk show la conduttrice mette a confronto un grillino e un forzista, o un leghista e un piddino interrompendoli, quando non rispondono come lei si aspetta, non accorgendosi che gli argomenti sono trattati senza alcun aggancio con la realtà delle cose, e che quello è il vero problema

mentre crescono le discriminazioni etniche, secondo i media, ma non ci credo, vi sono innumerevoli atti di incontro, di solidarietà e di fratellanza tra diversi

quasi ogni trasmissione tv, salvo qualche eccezione, più evidente nei commenti parlati ai giornali, mette in evidenza l’auto-referenzialità dei politici, di questi tempi del genere Salvini vs Di Maio, come se i destini della Patria fossero lì consegnati, più o meno

anche la Chiesa si muove, nella lenta deriva dei duemila anni, chiarendo ciò che era oscuro, grazie al vescovo di Roma e a molti altri volenterosi

la maggior parte dei media continua, contro ogni logica e scelta filologica a “dare del femminile” (la, della) all’acronimo T.A.V., che significa Tunnel Alta Velocità, dove evidentemente (anche agli incliti, forse) “tunnel” è sostantivo maschile e richiede l’articolo “il” e la preposizione “del”: se ne è accorto perfino Toninelli

milioni di volontari  operano continuamente per dare una mano a chi ha bisogno, in tutti gli ambienti e settori della vita nazionale, senza nessun cenno, o quasi, nei media: non fa audience!

una “tempesta emotiva” pare sufficiente a dimezzare la pena per un omicidio, e dico omicidio non femminicidio, da trenta a quindici anni: anche i giudici dovrebbero studiare meglio e di più neuropsichiatria e filosofia morale, anzi nell’ordine inverso: filosofia morale e neuropsichiatria, per un corretto approccio disciplinare

dà fiducia vedere che lavoratori e imprenditori non si arrendono mai, anche di fronte alle più grandi difficoltà che derivano da un mondo sempre più – anche se sgangheratamente- connesso, e anche se ciò non produce evidenti entusiasmi da parte di un pubblico condizionabile 

su dieci canali televisivi almeno tre presentano -ogni giorno che Dio ci manda- talk show con applausi telecomandati eseguiti da un gregge di umani penosamente colà aggregati

nel silenzio dei più, che non viene percepito dai media, nascono e si sviluppano pensieri di crescita del livello di umanità 

e potrei continuare ad libitum… 

Quello che alcuni scienziati non comprendono del “sacro”, del “religioso” del “teologale” e del “divino”, o di come può darsi un utile dialogo fra scienza e fede, mentre imperversano molti ciarlatani, sia in politica, sia nel mondo mediatico e formativo

La lettera che Galileo scrisse alla duchessa Cristina di Lorena nel …, là dove afferma che la Bibbia non insegnacome si vadia in Cielo, bensì come vadia il cielo“, dovrebbe essere letta con attenzione dagli scienziati veri di oggi. Di quelli improvvisati alla Biglino, che traduce il testo sacro in modo letteralista, interlineare, neppure parlo. Come questi, ve ne sono altri che credono ai miti come fossero storie vere, per i quali Enuma Elish, Ninurta e Marduk sono esseri realmente vissuti o viventi.

Ascoltando o leggendo certe affermazioni in tema religioso di persone di cultura come i professori Odifreddi e Hack, vien da pensare che, proprio da parte loro, nel momento in cui lo affrontano, si osserva una sorta di desistenza di metodo, del metodo scientifico. Se per metodo scientifico, anche nella dizione “ristretta” di stampo galileiano, si intende ciò che può essere mostrato o per evidenza o per deduzione controvertibile (si consideri la seguente espressione “scientifico è ciò di cui si può dire la ragione in base al suo perché completo, adeguato e prossimo“), la plausibilità dell’esistenza di Dio può porsi o non porsi con altrettanta forza logico-argomentativa.

In altra parole, come si fa a non considerare che l’affermazione seguente (presente nel Proslogion di Sant’Anselmo d’Aosta o di Canterbury) “Deus est ens quo maius cogitari nequit”, cioè “Dio è ciò di cui non si può pensare nulla di più grande“, possa anche essere considerata assurda o almeno non del tutto fondata? Su questo Tommaso d’Aquino ebbe ed ha ragione, a mio parere, criticandola in parte, perché si tratta di una proposizione meramente logica, in quanto, se di Dio si deve dire che è … e … e …, cioè onnipotente, eterno, buono, etc. etc., altrimenti non sarebbe Dio, è evidente che Dio è quel qualcosa di cui non si può pensare alcunché di maggiore. Stiamo parlando dell’idea di Dio.

Tommaso cercò -per contro- di mostrare l’esistenza dell’Incondizionato attraverso le cinque prove cosmologico-metafisiche di moto, causa, di necessità, di gradualità del bene, di fine, e comunque ne fu scontento, comprendendo che la via logico-razionale per mostrare l’esistenza di Dio resta comunque zoppa, o comunque debole, perché “pretende” di inquadrare in termini di intelligenza umana ciò che -ontologicamente- infinitamente la supera.

Peraltro, anche se ciò c’entra solo in parte come esempio, anche certe intuizione della fisica moderna e contemporanea furono tali, cioè fraintese o non credute veritiere, finché non si riuscì a dimostrane la plausibilità e la veridicità.

Il tema di Dio è -però- di altra natura, ed è in ogni caso inserito del climax ascendente costituito dal sacro, dal religioso e dal teologale. Come altrove in questo sito ho scritto, e qui ripeto, perché utile, il sacro appartiene alla sensibilità umana che sa cogliere emotivamente, induttivamente, intuitivamente, la grandezza degli Enti, e se ne spaventa oppure ne gode: un mare in tempesta, lo spigolo del Nanga Parbat, un volto bellissimo, anche marmoreo, ad esempio; il religioso appartiene alla storia umana, che si è declinata anche con la credenza nel soprannaturale, nel divino; il teologale ha a che fare con lo spirituale, con la possibilità reale di credere in un Dio Onnipotente, Eterno, Misericordioso, Buono, Incondizionato, etc..

Gli Odifreddi e le Hack non si sono fatti e non si fanno impressionare da nessuna di queste tre dimensioni: capisco che la terza dimensione non gli appartenga, ma la prima e la seconda sono studiate scientificamente quanto le loro dottrine matematiche e fisiche. Naturalmente preferisco loro, e di gran lunga, ai cialtroni che visitano le varie comunità proponendosi ai semplici come ciarlatani credibili. Li si trova in tv, come nel caso di Vanna Marchi, che ha pagato il suo debito delinquenziale alla giustizia, ma anche in alcune sale parrocchiali o biblioteche civiche. Alcuni li ho smascherati partecipando alle loro commedie grottesche, che purtroppo molte persone hanno ingenuamente subìto.

Non credo sia impossibile conciliare in sede cognitiva e intellettuale le due dimensioni, della fede religiosa e della scienza, ma -all’incontrario- che addirittura i due processi conoscitivi possano esser l’un l’altro di ausilio.

Fides et Ratio, Jane Austen direbbe Sense and Sensibility, cioè ragionesentimento, come le due ali che consentono all’uomo di sostentarsi e addirittura di diventare se stesso, come auspica Nietzsche. Sappiamo che l’uomo è sùn-olon, vale a dire, in greco antico “con il tutto, comprendendo il tutto”, come insegna Aristotele, cioè “ente unitario”, ma abbiamo comunque bisogno di distinguere tra corpo e mente, oppure anima e corpo o, addirittura, paolinamente, corpo, anima e spirito.

Se così è, non possiamo ammettere, se vogliamo essere intellettualmente onesti, che si sottovaluti la dimensione cosiddetta “trascendentale”, ovvero spirituale, anche nel senso religioso del termine.

Mi pare si possa dire che in un tempo nel quale pare che l’ignoranza sia un titolo di merito, invece che l’incontrario, perché viene temuta come minaccia da chi non ritiene che la cultura e le competenze siano un fatto positivo, sia importante avere la pazienza e la forza morale per crescere sotto ogni profilo, umano e professionale. L’esempio deleterio che molti politici stanno dando non può essere una linea guida per alcuno, soprattutto per le giovani generazioni, che hanno bisogno, non di arroganti sbruffoni o millantatori e falsificatori, ma di maestri di rettitudine  e di saperi.

La disonestà come criterio per una vita “cinica”, ma non tutti nel senso classico del termine, bensì anche secondo i comportamenti di molti contemporanei

L’arresto e la messa ai domiciliari dei genitori di Renzi mi suggerisce una riflessione sul cinismo eretto a criterio esistenziale, così come altri casi emersi in questi tempi. Che cosa si può dire del comportamento dei due signori Renzi, a quanto si sa, nella gestione delle coop da loro fondate. Loro insistono di essere tranquilli, ché sarebbe tutto spiegabile: lo spero per loro, ma mi viene qualche dubbio. Non mi pare si arresti a cuor leggero, anche per una bancarotta fraudolenta. Che poi l’illustre figlio scriva, con la consueta bullaggine che lo ha reso antipatico fin dai primordi, che si tratta di una scelta giurisdizionale a orologeria, completa la frittata, e non certo a favore, ma a ulterior disdoro della famiglia.

Nomi come quelli di Buzzi e Carminati, sigle di inchieste come Mafia Capitale, rattristano i più, che sono onesti cittadini italiani, e deludono, mi deludono, Spero sempre che i valori dell’onestà, della probità, della sobrietà prevalgano sull’egoismo, sull’utilitarismo accumulatorio.

Come altrove scrissi, qui non intendo il cinismo filosofico di Antistene e di Diogene di Sinope, degnissimi pensatori dell’antica Grecia. Caro lettore, ricorderai certamente l’aneddoto che narra dell’incontro tra Diogene e Alessandro di Macedonia il quale, ammirato del filosofo, gli chiese che cosa avrebbe potuto fare per lui e ricevette in risposta un lapidario: “Magari togliti di lì, Alessandro, ché mi copri il sole“. Il padrone del mondo di allora non faceva paura al filosofo. La filosofia non deve temere nulla, se viene servita degnamente, con umiltà e onestà intellettuale.

Il cinismo classico è un dignitoso pensare, correlato anche all’epicureismo, allo stoicismo, allo scetticismo e a tutte le filosofie che danno il giusto valore alle cose, dubitando e mettendo in questione i concetti, fino a Machiavelli, Hobbes e al grande Hume. A Leopardi e a Nietzsche. Oserei dire che, senza tema di blasfemia, anche il nostro grande Maestro di Nazareth, a volte, manifestava un fondo di cinismo, quando toglieva enfasi ai detti e ai fatti, di cui lui stesso era straordinario protagonista.

“Gesù gli disse: Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.” (Marco 10, 18), così apostrofava chi lo stava lodando. Gesù di Nazareth non voleva fronzoli e orpelli, e aborriva le lodi e i lodatori. Sto pensando -per contro- ai numerosi lecchini che ho incontrato e incontro nella mia vita e che si son fatti strada aiutando i vincitori e lodando il potere, comunque fosse (o sia) esercitato.

In Oriente, il Tao prevede tra i suoi insegnamenti un fondo di realismo cinico. Il cinismo intende contrastare le grandi illusioni dell’umanità, ovvero la ricerca della ricchezza, del potere, della fama, del piacere. Il cinismo ricerca davvero la felicità, ma una felicità che sia vivere in accordo con la natura e con le vite di tutto il cosmo.

I cinici classici ritenevano che per raggiungere uno stato di “felicità”, o di eudaimonia, fosse preferibile bastarsi, essersi sufficienti, quasi in autarchia, ovvero con una forma di ascesi, rispettando sempre la verità delle cose, la greca parresia. Diogene di Sinope si faceva bastare una botte e il sole. Magari anche qualcosa di più: per lui io sarei un benestante pasciuto, quasi un edonista, altro che cinico.

I cinici veri, secondo i maestri greci, devono caratterizzarsi per la loro imperturbabilità e impassibilità, anche nei momenti della prova, dolorosi e difficili, senza temere di dire anche cose sgradevoli, in assoluta mancanza di rispetto umano. Su questo, ci riesco abbastanza, e a volte anche troppo, con la parresia.

Tiziano Renzi cinico lo è certamente, e io pure, in qualche modo, ma che differenza tra i due modi di essere cinici, e di portare o non portare la barba!

Stupidità, furbizia e intelligenza nel pot purrì dell’etere

Capisco che la comunicazione televisiva e soprattutto telematica ha le sue esigenze, e quindi non discrimina né sottilizza troppo in base alla stupidità, alla furbizia o all’intelligenza e alla cultura delle persone che presenta, anzi, quando si tratta di esemplari penosamente cagionevoli, li sceglie per mostrarli nei loro limiti e far crescere l’audience, come accadeva nei secoli passati e fino a pochi decenni fa, quando nei circhi e nelle fiere si mostravano esseri umani affetti da nanismo o elefantiasi e altre “mostruosità”, senza niuna pietas. E quindi da Fazio, dalla Venier, da Porro, da Formigli, dalla De Filippi, che accoglie un’orda di minus habens, da Del Debbio, dalla Berlinguer, dalla D’Urso, più o meno come la De Filippi per “aura” socio-culturale, va qualsiasi sia ortaggio senziente di parvenza umana, dall’alfa all’omega, da 1 a 10, da -10 a +10, sopra l’81 di QI e talora, mi viene il dubbio, sotto.

Possiamo trovare in quei format, sia intellettuali rispettabili, illuministicamente e umanisticamente onesti, à la  professore Sabatini dell’Accademia della Crusca, che sdogana magnanimamente la transitività del verbo uscire, beninteso nel “parlato” quotidiano specie napoletano (es. esci il cane! invece che fai uscire il cane), e qualche altro nome potrei fare, sia guitti non sempre sopportabili alla Mauro Corona, ovvero furbissimi venditori di mezze ore come Sgarbi, che cultura ne ha da vendere, o Saviano che invece no, o Crepet, ch’è mezz’e’ mmezzo (ascoltare ben per creder), ovvero ancora polituncoli che hanno raggiunto una immeritata notorietà con comparsate amm’ezz  a vittorie elettorali contingenti.

Ad esempio, che ha da dirci quel bellu guaglione dal sorriso perennemente sardonico, come la D’Urso ce l’ha stereotip, che chiamano amichevolmente Dibba? Che ha da dirci di interessante? Cronache di viaggio? E chissenefrega, potremmo dir senza tema di offendere la storia del giornalismo, e men che men della cultura? Opinioni politiche? Repetita iuvant. Certo, ripetere giova, talora, e in questo caso sì, sì e sì.

Mi pare che da lì non si cavi granché, che ne dici mio gentil lettore, pazientissimo quando tocco questi temi, io divertendomi, ma non so quanto facendo divertire te?

Torniamo al punto. Sul web e in tv non occorre essere o dire cose intelligenti e colte, perché i due mezzi macinano tutto, non c’è verifica della veridicità di quanto si sente proferire, tuttalpiù un contraddittorio sgangherato, salvo nel casi delle più paurose ed evidenti gaffes, come scambiare la capitale della Colombia per quella del Venezuela, o il Mar Nero per il Mediterraneo, o Saragat per Salvemini, o D’Annunzio per Ottavio Bottecchia. Scherzo ora, ma non troppo.

Tv e web sono diventati dei luoghi dove in generale, con rare eccezioni, si combatte la pessima battaglia del pressapochismo e dell’incultura, quasi che il sapere spaventasse. Oppure richiedesse troppa fatica. Scrivo da tempo in molti modi che da due o tre decenni almeno è in crisi la logica, il piacere dell’argomentazione che richiede documentazione, tempo, pazienza e capacità di ascolto. Facciamo solo un confronto tra gli attuali dibattiti politici e la “Tribuna politica” degli anni ’60 e ’70. Non c’è storia: oggi un parlarsi addosso furente e confusivo, allora un dare la parola per tempi stabiliti prima, garbo e rispetto per gli interlocutori. Allora il contraddittorio prevedeva la conoscenza dell’argomento, oggi no, ognuno può sproloquiare come gli capita e vuole, al momento. Il risultato è una pericolosissima disinformazione, fondamentale alimento o conseguenza, a seconda se di chi parla e di chi ascolta, della disonestà intellettuale e della menzogna.

Dove cercare riparo da tanta devastazione? Non c’è riparo, bisogna starci dentro, fino in fondo. E’ inevitabile, e moralmente ineccepibile. Non possiamo voltarci dall’altra parte, mai. Nel nostro “piccolo” che a volte è inopinatamente e insperabilmente “grande” dobbiamo kantianamente continuare a insistere, al di là di ogni principio morale, ma non nel senso nietschiano del termine, che prevede un background essenzialmente cinico, bensì nel senso de-ontologico, cioè di un “fare perché deve essere fatto”. Devo perché devo (il perito industriale Bertinotti direbbe senza se e senza ma).

Una delle bonifiche da curare nei linguaggi espressivi di parole, proposizioni e discorsi è, non dico l’abolizione, ma la riduzione drastica delle avversative. I veri esperti di comunicazione, come il mio amico Romano, sanno benissimo che quando in un discorso si inserisce un “ma” o un “però”, l’oggetto dell’affermazione precedente viene irrimediabilmente limitato, ridotto, o -a volte- addirittura distrutto. Di solito chi usa molte avversative, non solo è incerto nelle sue convinzioni, ma spesso desidera sempre salvaguardare un’uscita di sicurezza, non si sa mai. Le avversative, certamente servono a strutturare il dubbio, l’opinabilità, l’esigenza di approfondire, ma se inutili, sono dannose, a volte in maniera grave.

Un altro aspetto curioso, da conoscere e da correggere è l’uso di avversative in luogo di particelle di congiunzione. Già ne parlai un paio di volte in questa sede. Da qualche anno molti abusano del “piuttosto”, che è ovviamente -come, mozartianamente, san tutti e tutte- un’avversativa. Si sentono frasi del tipo “siamo andati in ferie in Maremma piuttosto che a Viareggio, piuttosto che a Capalbio (radical chic docent), piuttosto che…”. Meglio mettere al posto di “piuttosto” “e”. Diverso sarebbe il caso se il parlante volesse proporre al suo amichevole interlocutore delle alternative tra Maremma, Viareggio, Capalbio, etc.. In quel caso sì ci starebbe “andrei in ferie a … piuttosto che a … piuttosto che a …”. Magari in questo caso meglio usare “o”, più breve e meno faticoso di “piuttosto”, seguendo la natura, che è sparagnina, intelligentemente sparagnina.

I personaggi di cui sopra, a eccezione di Sgarbi e Sabatini, non sarebbero in grado di seguirci in questi semplicissimi ragionamenti. Male, vero?

E noi insistiamo, con pazienza e grazia.

L’osteria in mezzo ai campi, le discipline inutili e i nuovi “professori del nulla”

Una pasta al ragù… e io invece una carbonara… io aglio olio e peperoncino… e per i secondi vedremo dopo“. La serva di Vanda (absit iniuria verbis) se ne va contenta della comanda, cui aggiunge, sponte sua, una caraffa di vin rosso e acqua.

La domenica d’inverno, fredda, uggiosa e silente passa. Mi ha invitato alla bici in solitudine, come un tempo. Un ritorno. Ho sempre preso in mano la bici in inverno, senza timore della temperatura cruda. Poche auto, Pause per bere un po’ di acqua con corroboranti, il caffè e la cioccolata calda nel bar conosciuto.

E poi la trattoria avita dove sento la comanda. I tre piatti son consoni agli ordinanti. Il primo di un ottantenne pieno di soddisfatta quiete, il secondo di un sessantenne immenso, il terzo di un uomo sui settanta. Settanta di media e tre uomini contenti di essere lì. L’osteria è piena e a malapena mi ricavano un angolo per il mio pranzo veloce. Anch’io prendo una pasta e un bicchiere di vino.

Son partito tardi, fino in fondo incerto alla partenza, per la mancanza di sole, ma me l’ero promesso, di uscire con la frusciante, stamane.

La mente è connessa con il corpo, il cervello con il resto. Respiro profondo e senza timore di scarichi d’auto. Fa freddo, veramente. Faccio fatica a scaldarmi perché c’è anche umidità quasi di pioggia gelata. Ma vado. Un po’ dolorando. Ma vado. Vado fin giù nella Bassa a vedere il Fiume tra gli alberi e il ponticello di legno.

Non vi sono compagni di viaggio per strada. Nessuno. Solo i pensieri accompagnano il pedalare ritmato dal respiro. Pensieri che fuggono, pensieri che vengono, senz’ordine apparente. Grazie a Dio non turbati dalla banalità della cronaca e della politica. Fuori mano sono, con la testa e il corpo. Irraggiungibile per i malanni e i malnati della comunicazione mediatica.

Seduto al mio piccolo tavolo guardo arrivare avventori. Nessuno è in bici, tutti in auto. Ausculto ed apprendo che alcuni di loro vengono dal trevigiano, altri dalla zona isontina. La gita nel Friuli profondo, silenzioso come nei decenni passati, ancora integro. Nessuno è in bici. Allora lo strano son io, quello strano, che va in bici nel freddo di fine gennaio, invece di accucciarsi in fondo al sedile di un’automobile, cappotto sempre indosso.

Entrano intirizziti e io li guardo curioso, che intirizzito non sono. Epperò che forte, ancora, sono. Posso pensarlo? Senza essere temerario.

A un tavolo c’erano, me ne sono accorto subito, dei giovani accademici, mi pare veneti, che subito iniziarono a discutere o disquisire con entusiasmo, quasi con foga. Qualcuno che mi legge con amicizia sa che qualche anno fa scrissi un breve saggio su “I professori del nulla”, dove mi dilettavo ad elencare non poche figure di maitres à pensèr, che allora andavano per la maggiore. Si era verso il 2010 e la crisi era nel suo pieno vorticoso agire. La crisi economica e la crisi cognitiva, che allora, dopo avere mosso i primi passi ed esalato i primi vagiti alla fine del millennio, avendo però profonde radici, ora si manifestava in tutta la sua virulenza.

Ricordo che nell’elenco inserii conduttori di talk show come Santoro, che ospitava un Grillo già minacciosamente banale, o banalmente minaccioso, e Fazio il firisìn (lemma desueto della Bassa friulana), cioè il furbetto, tuttora diversamente attivi sul versante della distruzione culturale; accademici come Odifreddi, ma solo per le sue incursioni incompetenti in teologia e Crepet, per la sua abitudine ad erogare ripetitive ovvietà psico-dinamiche; politici come Casini, che non aveva ancora smesso i panni del mite fustigatore di costumi… degli altri; giornalisti come il già lanciatissimo Saviano, che viveva -come ora- di una paura ben descritta da Leonardo Sciascia, e Lerner, amaro come l’assenzio; preti come don Ciotti, benemerito e mediaticamente coraggioso, e altri che ora non ricordo. Continuano a non piacermi. Bene.

Nel frattempo è esplosa la galassia politico-culturale dei “grilliparlanti” sine cultura. E il borbottar cupo e sbruffoncello di Salvini, cotidie (aah che ridere, mi ricordo un’intellettuale del tempo che, presentando un mio volume, lesse l’avverbio di tempo latino “cotidie“, significante “ogni giorno”, alla francese, cotidì, sussiegosamente insistendo di aver ragione quando le dissi che era latino), impegnato alla ricerca di nemici da epurare.

Torniamo agli accademici dell’osteria tra i campi: due maschi e due femmine sui trentacinque-quaranta. Mi pare fossero impegnati in studi universitari di carattere socio politico e della comunicazione…. ah,  proprio della Facoltà di Scienze della Comunicazione. Senza darlo a vedere, poiché ero seduto perpendicolare al loro tavolo, aguzzai l’udito e mi colpì un profluvio di “midia”, “plas”, “minas” (mi veniva da chiedere, “parlate della città brasiliana di Minas Gerais?” ma stetti zitto).

E poi ancora flash meeting (incontro breve), workshop (laboratorio, seminario), Team building, (costruzione di un gruppo), start-up, (inizio, partenza), relationship, (relazionalità), comakership, (co-progettazione), in progress, (cioè in itinere, latino, molto elegante) o in corso), leadership, ebbene sì, quest’ultimo termine va bene, poiché occorre una lunga circonlocuzione in italiano per tradurlo “capacità di condurre persone mantenendo la responsabilità del lavoro-progetto“. E potrei continuare.

Fatto sta che anch’io uso tranquillamente tutti questi sintagmi, nel quotidiano, per facilitare la comprensione in riunioni dove più o meno tutti sono anglofoni e inconsapevolmente anglomani. Non c’è nessun problema a mescolare i lemmi e le parole , purché lo si faccia con consapevolezza. Ad esempio, i tre termini sopra riportati “midia”, “plas” e “minus” sono la pronunzia inglese di tre parole latine che vanno mantenute come sono, cioè dette come sono scritte “media” e “medium” (al singolare, non “midium”), “plus”, e “minus”. Cosa costa? Perché fare i “fighi” perdendo le tracce dell’etimologia, della storia e della cultura.

I quattro, però, continuavano imperterriti a pontificare, facendo fatica ad ascoltarsi reciprocamente, e meno male che erano della Facoltà di Scienze della Comunicazione! cominciando a parlar male delle scuole superiori, specie del liceo classico, dove si studiano -a loro dir- discipline inutili come il latino e il greco. Come il mio comprensivo lettore sa, ho fatto fatica a non sbottare (mi veniva quasi da ribaltare il loro tavolo, ma se lo avessi fatto, mia figlia Bea sarebbe stata delusa di  papà, e non l’ho fatto). Ho cercato di incrociare qualche loro sguardo per mostrare il mio, che era senz’altro intriso di una pena evidente.

Han continuato su questo andazzo per tutto il quarto d’ora nel quale sono rimasto, laudando sperticatamente le loro discipline psico-socio-antro-comunicazionali. A un certo punto uno ha chiesto “ma che testi usate?”, e la prof più “faiga”, ha risposto “aah, caro, le mie dia e poi dei link che suggerisco ai ragazzi, oggi non servono libri che annoiano e non motivano…” Silenzio.

Bene, ho pensato, i libri annoiano e non motivano mentre le dia-slides della giovine prof entusiasmano. E poi magari ci fanno anche sopra un master! Poveri ragazzi. Al contrario, siccome qualche aggancio accademico ce l’ho anch’io, faccio proprio l’incontrario, cercando di vaccinare chi posso e come posso da questa superficialità e dai guru che gironzolano ovunque, sfiorando anche l’università italiana.

Riprendendo la bici nel freddo, ma ristorato e pieno di vita, mi son detto, ma perché non si rinforzano le facoltà o i dipartimenti che studiano e fanno studiare effettivamente tutto ciò che è “scienze umane”, bada bene caro lettore, ho scritto “scienze umane”, cioè tutti i saperi che incrociano filosofia e psicologia, antropologia e neuroscienze, sociologia e pedagogia, cioè tutto l’immenso sapere che l’uomo ha accumulato, sia in Occidente sia in Oriente in quattromila anni e specialmente negli ultimi duemila cinquecento, dai tempi del Buddha, di Confucio, di Isaia, di Democrito ed Eraclito, di Parmenide e Platone e Aristotele, e poi di Seneca, san Paolo e Marco Aurelio, di Agostino e Tommaso, di Galileo e Kant, e fino ai nostri giorni.

Il freddo di metà giornata era più sopportabile di quello mattutino e io pedalavo, pedalavo senza sosta, con qualche dolorino e tanta forza. Il cielo era di un grigio marezzato di ali bianche, come fossero immensi gabbiani d’aria, e di chiazze grigiastre, annuncio di pioggia. Qualche goccia, infatti, mi scendeva sul viso mentre pensavo ancora alla battaglia da combattere con fede, fino alla fine della corsa.

Il vaccino “radicale” contro le post-verità in un tempo di distopie cognitive, di disponibilità euristiche esagerate e di distorsioni delle conferme

Il titolo non è facile e lo spiego, quasi con una “legenda”. Qualcuno può anche rimproverarmi e dirmi “scrivi come mangi”, ma anche il cibo, nelle sue varie declinazioni e scuole e culture, non è semplicissimo, né semplificabile. sarebbe un insulto alla meravigliosa arte di tanti e tante chef operativi in tutto il mondo. In ogni sapere, se si vuol semplificare, lo si può fare, distorcendo e falsificando i “i pezzi di verità” che si riesce a cogliere con la pazienza, la perseveranza e l’umiltà della ricerca, come ben sapevano gli antichi pensatori e come hanno confermano anche i migliori epistemologi moderni e contemporanei, da Bayes a Popper.

Vediamo. Intanto, “radicale”: ebbene, qui non intendo il significato quasi sinonimico di “estremistico”, per cui si possono usare i sintagmi politologici di “destra radicale” o di “sinistra radicale”, ma intendo il termine riferito al movimento politico liberal-radicale del Secondo dopoguerra, che prese il nome dal radicalismo ottocentesco, ma si declinò in modi molto differenti, basandosi su basi dottrinali ed etico-politiche di chiarissima radice liberal-democratica. Di questo movimento-partito furono fondatori ed eponimi giornalisti come Ernesto Rossi e Mario Pannunzio, e politici come Marco Pannella. Forse un altro filone originante il movimento radicale contemporaneo si può rinvenire negli afflati liberal-democratici e socialisteggianti di Giustizia e Libertà dei fratelli Carlo e Nello Rosselli e di Emilio Lussu. I meriti indubbi di questa piccola pattuglia di colti idealisti ebbe grandi meriti nella modernizzazione del pensiero laico italiano ed europeo su tanti temi. Qui ne ricordo uno che mi sta particolarmente a cuore: il Diritto alla Conoscenza, diritto molto sottovalutato e a volte negletto in questi tempi di tempesta mediatica e di attacco alla scienza come dimensione essenziale del sapere umano. A me basti ricordare che ciò che mi è capitato nel 2017 forse sarebbe stato rapidamente mortale trent’anni prima. E Invece…

Prima di tutto è bene ricordare il gravissimo errore, molto diffuso, che si sente fare quando si avalla la distinzione radicale tra le due culture, quella “scientifica”, cioè la matematica, la fisica, la biologia, la geologia, la medicina e via andando, e quella “umanistica”, cioè le lettere, la filosofia, la storia, le varie antropologie, etc.. In realtà, se vogliamo finalmente superare questa angusta distinzione, basta ammettere che tutti i “saperi” sono, sia scientifici, sia umanistici, a seconda dello statuto epistemologico che si adotta. Per spiegarmi meglio porto qui due esempi che già altre volte utilizzai in questa sede e altrove: 1) se il prof. Stephen  Hawking o il prof. Roger Penrose, dalle cattedre di Cambridge o di Oxford si pongono (se la sono posta) la questione dell’origine dell’universo o dei buchi neri, trattano pienamente un tema fisico e astrofisico, e quindi scientifico; se gli stessi, in una conferenza, si pongono la questione del “perché” esistono (anche per loro stessi) quei temi o quegli oggetti che gli interessa studiare, trattano un tema filosofico, fors’anche religioso e senza dubbio umanistico. E dunque, come si vede, le due culture, i due saperi non sono staccati e contrapposti, ma possono, non solo coesistere, ma anche darsi una mano. Un altro esempio: 2) se il prof. Giovanni Frau, insigne filologo e friulanista, si affatica su tassonomie di antichi sememi delle lingue ladine, tra le quali il friulano, e le compara tra di loro e con altre di diversi ceppi, fa un lavoro senz’altro scientifico, ma se si viene a salutarmi dopo una mia conferenza, complimentandosi con me per la stessa, dicendo con affettuosa ammirazione “Lei è…. bla bla, la sua conferenza è statala ho molto apprezzata“, il suo giudizio agisce su un piano culturale, relazionale e magari storico-filosofico, e dunque pienamente umanistico.

Continuiamo a lavorare sul “titolo”.

Oggi molti parlano e scrivono di post-verità, cioè dell’ammissibilità della menzogna come oggetto cognitivo e moralmente accettabile, perché inevitabile. In altre parole: se in politica giova dire il falso come “insegna” ogni giorno quel gran bugiardo di Trump, o i piccoli bugiardi della politica attuale, specialmente il due “Diqualcosa“, machiavellicamente ciò va accettato come inevitabile, per cui, siccome è impossibile avviare un’analisi veritativa logico-scientifica per ogni affermazione o tesi, in quanto non c’è tempo, tanto vale lasciarla lì in balia del rapidissimo mutare delle opinioni e della valanga di tesi successive che immediatamente la seppelliranno. Purtroppo non in una valanga di risate, poiché a volte hanno tempo di fare danni indicibili. Queste approssimazioni, queste falsificazioni, figlie di superficialità e arroganza permeano molti ambienti. A me capita, non raramente, di assistere alla pervicace conferma di un errore concettuale, nonostante la segnalazione dello stesso, o da parte mia, se l’argomento è di mia pertinenza, o citando un testo o tesi affidabili, verificabili e solide.

Ciò provoca, ovviamente, distopie cognitive, vale la dire il convincimento di essere-nel-giusto, anche se non lo si è. Perché accade tutto ciò? Certamente perché quasi tutti hanno poco tempo per documentarsi seriamente, oppure non lo ritengono indispensabile, fidandosi del profluvio informativo del web. Faccio un esempio: se devo trattare in una relazione o in un corso il tema etico dei valori, so bene che la documentazione richiesta è immensa, partendo dal significato etimologico, dalla storia dell’accezione del lemma, per continuare con le tesi filosofiche, teologiche e generalmente antropologiche su di esso. Devo poi fare un lavoro di contestualizzazione del suo uso, senso e significato nelle varie culture e tempi. Un lavoro serio, mai banale, impegnativo, lungo.

Una delle ragioni per cui si è giunti a questo punto, ovvero delle cause, non solo correlative (oh quanta gente fa confusione fra causazione e correlazione, e poi tra causa e caso!), sono le disponibilità euristiche esagerate che abbiamo a disposizione. Che significa? Che abbiamo una tale abbondanza di materiali info e disinformativi da perdersi e annegarsi dentro. Gli psicologi chiamano queste falsificazioni bias, per cui già si stanno disponendo contromisure di… disbiasing. Chissà se funzioneranno, bisogna perseverare.

Si osservano spesso anche forme di distorsione delle conferme, cioè una sorta di manipolazione verbale, espressiva e cognitiva delle tesi che vengono presentate come vincenti. Anche qui un esempio. Proviamo a pensare al tema del Tunnel per l’Alta Velocità sulla tratta ferroviaria Torino-Lione, di cui si tratta e si polemizza da anni, in acronimo T.A.V., dove la “T” è la lettera iniziale di “Tunnel”, un sostantivo maschile. Chiedo a te, mio gentil lettore, come mai (quasi) tutti dicono e scrivono “la” T.A.V., “della” T.A.V., come se “Tunnel” fosse un sostantivo femminile. In un altro post ho provato a proporre un cambiamento di sostantivo per mantenere il femminile, cioè “Galleria” al posto di “Tunnel”, ma quasi nessuno mi dà retta. E’ importante? Devo incazzarmi? Si tratta di stupidità imitativa, di pigrizia, di mancanza di curiosità? Di condizionamento acustico-verbale, cioè dell’attrazione della “a” di T.A.V.? Di  Bias, di troppa disponibilità euristica, di testarda superficialità?

Restiamo in tema “T.A.V.”, ma nel merito socio-politico-economico della questione. Avete sentito un dibattito di merito che mettesse in campo tutti i saperi scientifici atti a poter formulare un giudizio sereno e documentato? Io no, mai, solo urla, un parlarsi sopra indecente, nell’impossibilità di una discussione non inquinata dall’ideologia o dalle convenienze politiche contingenti dei vari schieramenti, anche perché si è in vista di una importante consultazione elettorale.

Ti capita, gentile lettore, di avere una possibilità seria di dibattito sul tema del gender, della fecondazione eterologa o della maternità surrogata o del fine vita? A me no. Piuttosto, mio caro lettore, mi capita di incrociare persone che si fidano di sedicenti “scienziati” alternativi, che non si sa se e dove e con chi hanno studiato, ma sono affascinanti per un certo tipo di persone. L’Italia è piena di guru e ciarlatani che lucrano sull’ingenuità e la superba ignoranza di molti, i quali poi parlano non sapendo di ciò che parlano, e solitamente lo fanno senza disponibilità all’ascolto e con arroganza talora insopportabile. Sempre qui, in questa mia agorà abbastanza ben frequentata, ho raccontato come sgamài un sedicente esperto di autostima, leadership, qualità relazionale e comunicazione, che stava per intortare una quarantina di signore in un bel paesone friul-veneto. Non c’è solo la Vanna Marchi in giro, ma molte e molti suoi emuli che trovano ascolto e soldini per l’iscrizione a fantomatici corsi di formazione, eventi, riti para-spirituali, momenti di iniziazione et similia.

Vedete come, allora, sia importante battersi come e finché si può per il diritto alla conoscenza, che è fatta di pazienza, fatica, capacità di discernimento, umiltà, poiché rifugge dalle semplificazioni, dalle sintesi frettolose, dall’assenza di analisi, dai preconcetti, dalle pre-comprensioni e dagli ideologismi.

Il diritto alla conoscenza è come il diritto all’aria pulita e all’acqua potabile, è un luogo dove si sviluppa l’onestà intellettuale e la vera amicizia tra umani.

Il vento di Danzica

Non mi piace che della memoria di Adamowicz si impadroniscano, magari con pensieri di segno opposto, fascisti, sovranisti, razzisti e altri di queste genie, come fecero cinquant’anni fa con Jan Palach e fanno ancora in questi giorni per il cinquantennale.

Anche per questo qui li ricordo.

Pawel Adamowicz

Fino a tarda notte, e nonostante una temperatura polare, migliaia di persone hanno vegliato in silenzio il loro sindaco assassinato domenica sera durante un evento di beneficenza. E stamattina, sotto il vecchio municipio, un’imponente torre medievale di mattoni rossi, già ardeva un centinaio di ceri. La città governata a lungo da Pawel Adamowicz è sotto shock. Per le strade tutti parlano a bassa voce, ovunque le bandiere sono a mezz’asta mentre a ogni ora la campane delle chiese suonano a stormo.

Intanto, manifestazioni spontanee sono state organizzate anche nel centro a Varsavia, a Cracovia, a Katowice. Nella capitale, la manifestazione s’è tenuta sotto il Palazzo della cultura, nel cuore della città, è stata iniziata con un minuto di silenzio e l’inno nazionale cantato sottovoce. Il sindaco Rafal Trzaskowski ha annunciato il lutto nazionale di tre giorni per rendere omaggio al collega morto. E anche a Katowice, in silenzio, sono state accese le candele per commemorare Pawlowicz. “Difenderemo Danzica, la Polonia e l’Europa da quest’ondata di odio e di disprezzo, te lo prometto”, ha detto il presidente del Consiglio europeo ed ex premier polacco, Donald Tusk, rivolgendosi all’amico di vecchia data.

Molto amato dalla città che amministrava da vent’anni, per sei mandati consecutivi, e noto per le sue idee liberali e per l’opposizione al partito sovranista e conservatore di governo PiS, Diritto e giustizia, è stato ucciso da un 27enne, Stefan Wilmont, che era da poco uscito dal carcere dopo una condanna per rapina. L’aggressore ha agito da solo e in passato aveva sofferto di disturbi mentali. Wilmont ha detto di essersi voluto vendicare per le torture subìte durante un suo precedente arresto, avvenuto quando il partito cui faceva parte Adamowicz governava il paese.” (dal web)

Danzica, in polacco Gdańsk, in casciubo Gduńsk, in tedesco Danzig, è una città polacca situata sulla costa meridionale del Mar Baltico. E’ la sesta maggiore città della Polonia e capitale della Pomerania. La sua lunga storia, più che millenaria, la fa ricordare per diverse vicende importanti, per la storia europea a mondiale.

Danzica fu una delle più importanti città della Lega anseatica essendo una autonoma città-stato. E’ il luogo dove vi furono i primi scontri della Seconda guerra mondiale. Lì nacque Solidarnošc ai cantieri Lenin nell’estate del 1980. Mentre accadevano quei fatti, ai primi di agosto transitavo per la Polonia, da Cracovia a Varsavia a Brest-Litovsk, su una Renault 4 blu, 1100 di cilindrata, diretto a Minsk, e poi a Smolensk, Mosca, Novgorod, Leningrado e ritorno via Finlandia, con l’amico Roberto.

 

Jan Palach

Jan Palach moriva cinquant’anni fa in piazza San Venceslao, come una torcia umana. Voleva protestare nel modo più forte contro chi, la struttura politica-militare sovietica e i suoi alleati del Patto di varsavia, aveva schiacciato con la violenza la Primavera di un Socialismo dal possibile volto umano. Il presidente Alexander Dubcek era stato esautorato e esiliato in Slovacchia. Comandava di nuovo l’apparato stalinian-brezneviano classico.

Jan Palach aveva ventuno anni e studiava filosofia al Karolinum, l’antica università praghese fondata dall’imperatore Carlo IV di Lussemburgo.

Aveva scelto quel gesto, perché si era accorto che non vi potevano esserci parole o manifestazioni più forti, come avevano mostrato i monaci buddisti in Vietnam. Ai piedi della scalinata del Museo Nazionale si fermò, si cosparse il corpo di benzina e si appiccò il fuoco con un accendino. Tre giorni di tormenti terribili, ancora lucido, prima della morte.

Ai funerali partecipò una folla immensa proveniente da tutta la Nazione cecoslovacca. Lo imitarono nelle settimane successive altri studenti, sei o sette, ma quegli atti furono derubricati dal potere e dalla stampa ad azioni isolate di squilibrati, border line incapaci di reggere lo stress della vita.

Lasciò nei pressi del suo rogo i suoi appunti scritti su vari quaderni, tra i quali si poté leggere quanto segue:

 

«Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà»

Non si è mai saputo se Palach parlasse di una organizzazione effettivamente esistente, ma il suo gesto ebbe una enorme eco ovunque nel mondo, e anche in quello egemonizzato da Mosca, e costituì un momento importante del lungo cammino verso la libertà che sfociò nel 1989 a Berlino. La sinistra giovanile sessantottina, rivoltosa, italiana, francese, europea in generale non lo capì, perché era ancora un problema dubitare delle magnifiche sorti e progressive dell’Unione Sovietica. Io ero piccolo, facevo la prima, cioè il terzo anno, del liceo classico, ma la morte di Palach mi colpì molto, e soffrii.

Il teologo cattolico Zverina difese il gesto di Palach, affermando che “un suicida in certi casi non scende all’Inferno” e che “non sempre Dio è dispiaciuto quando un uomo si toglie il suo bene supremo, la vita“.

Palach oggi riposa presso l’Olsanske hrbitovy di Praga. Ci sono stato.

 

Ogni tanto la Storia sembra abbia bisogno di olocausti, come quelli biblici, e non sempre la mano dell’Angelo interviene, come nel caso del sacrifico di Isacco, quando Abramo, ubbidendo ciecamente alla richiesta di Iahwe stava per mettere a morte il figlio e il Signore-Dio lo impedì, dopo aver misurato la sua fede.

Nel caso di Palach e di Adamowicz, l’Angelo si è fermato. E questo è il mistero indicibile del male che può accadere nell’ambito della sconfinata libertà affidata all’uomo, pure nei limiti che Spinoza individuò e le neuroscienze attuali stanno confermando.

Spero che l’Angelo comunque vigili su me, su te, mio gentile lettore, per andare avanti nel destino che in qualche modo contribuiamo a costruire.

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