Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Improvvisatori, dilettanti, orecchianti, apprendisti, professionisti, sapienti: il climax degli umani

Nel titolo i primi tre idealtipi weberiani di solito sono anche presuntuosi, e talora perfino arroganti; i secondi tre di solito non lo sono poiché conoscono la fatica dell’imparare.

Stavo viaggiando verso il locus di una lezione dove oggi avrei parlato della libido sexualis in Freud, comparandola anche alla libido potestatis e alla libido pecuniae, che forse sono ancora più forti della prima libido e talvolta con essa interconnessi e compresenti, come in certi satrapi di ogni tempo, sia che siano teste coronate et similia, sia che siano altri detentori di un qualche potere sugli altri umani e sulle cose. Sullo sfondo il tema dell’eros, come “attività desiderante” in Platone, che è il moto interiore capace di muovere le vite e le cose del mondo. Bei temi, vero caro lettore?

Viaggiavo ascoltando un noto canal radiofonico, rubrica economica del pomeriggio, ospite l’ex ministro Carlo Calenda, che ha scritto un libro. Oggi scrivere un libro è un’attività persin banale, non come ai tempi di Quinto Orazio Flacco o financo di Lutero, anche se  allora Gutenberg aveva già dato il suo genial contributo al mondo.

Perfino egregie persone come Totti o Jovanotti possono scrivere un libro. Figurarsi un ministro della Res Publica che si era fatto un’aura di fine pensatore, peraltro in un contesto dove l’acume intellettuale non è merce molto diffusa, quello politico. Il titolo è Orizzonti selvaggi. Capire la paura e ritrovare il coraggio. Chi lo intervista è quel noto giornalista che qualche tempo fa si vantò di un master inesistente inesistendo anche uno straccio di laurea. Oggi anche una laurea può essere presente-assente, come un libro.

Ah, dimenticavo: è lo stesso ministro che qualche settimana fa aveva “convocato”, si può proprio dire così, una cena tra “maggiorenti” del PD, secondo lui, cioè Renzi, Gentiloni e Minniti, miseramente fallita e iniziativa presa per il sedere. Ovviamente. E mi sono chiesto: che titolo aveva per convocare la cena? E perché non ha convocato anche me: chi glielo dice che io sarei meno autorevole di Gentiloni, di Renzi e Minniti? Sorrido.

Dove sono nella sua testa i congressi e le primarie per individuare i leader, caro ex ministro?

Dunque: atteggiandosi, come gli è costume fare, a maestro evoluto che alza molto lo sguardo su lontani orizzonti, l’autore del citato volume, richiesto di dire il concetto fondamentale del libro, con una certa solennità comincia un discorso di questo tipo, intendendosi la seguente una mia sintesi parafrastica: “Oggi la crisi impone ai governi, e in primis al Governo italiano di fare un investimento strategico straordinario per dimensioni sulla “formazione”, non solo quella professionale afferente alle competenze e al saper fare, ma anche rivolta ai saperi cosiddetti orizzontali come l’informatica e le lingue (sottinteso, a partire dall’inglese), etc.”

Tra me e me ho detto “vero“, ma qui manca qualcosa di ancora più originante e fondamentale: occorre intervenire, ancora prima che sulla formazione ai saperi cosiddetti trasversali od orizzontali, su un’altra e molto più profonda crisi: quella del pensiero pensante, del pensiero logico-argomentativo, che è messo da parte dalle visioni meccanicistiche che traspaiono anche dalle parole di improvvisati socio-antropologi come Calenda. Ancora una volta chi-non-sa insegna, pontifica, è docente, dall’alto di una posizione, di una fama mutuata dal sistema mediatico, non da una scienza vera, non da un costrutto culturale profondo e fondato.

Sul famoso Quadernaccio di noi liceali antichi, strenna e baedeker inimitabile  distrutto da un coglionazzo introvabile, mi par che fosse stato Nando, il magis brillante dei redattori a in-ventare un simpatico testo per un manifesto che annunziava lo sciopero degli insegnanti in una determinata vertenza, che così recitava: “Ozzi schioppero“, e uno contrario allo sciopero apostrofava un militante favorevole allo sciopero in questo modo: “Non so proppio dove avendo preso una idea simile di così“. Si può dire con un po’ di tristezza: alfabetizzazioni diverse.

Per contro gli idealtipi professionisti e sapienti parlano il necessario, non si mettono in mostra, conoscono la precarietà del sapere e il suo essere in relazione oggettiva e necessaria con gli altri saperi, perché ogni conoscenza vera è consapevole dei limiti, e della necessità di continui rinforzi, di faticoso impegno.

Simpatia, antipatia, empatia. Due persone, due storie: Ilaria Cucchi e Francesco Tedesco e… io stesso

Può darsi che quello che qui scriverò risulti a qualcuno sgradevole, ma ce l’ho in cuore da qualche anno e ora lo scrivo.

Parlo dell’antipatia, dal latino antipathia che deriva dal termine greco αντιπαθεια, formato da αντι cioè “contro” e da παθος ossia “passione”,  il quale può significare un’espressione di odiosità, un che di insopportabile, spiacevole, sgradevole, fastidioso, seccante, indisponente, malvisto, inviso e, perfino, ripugnante.

Mio padre usava quest’ultimo aggettivo quando voleva spiegarsi su una persona che proprio non gli piaceva.

E vengo al dunque.

C’è qualcosa che mi ha sempre disturbato nel comportamento di Ilaria Cucchi dopo l’omicidio del fratello Stefano. Me lo sono sempre chiesto e ho fatto non poca fatica a darmene ragione. Ci provo qui. Mi è antipatica, perché mi sembra che l’orribile morte del fratello le abbia aperto quasi una strada professionale, tant’è che le avevano perfino affidato una trasmissione televisiva, di scarso o nessun successo, e pertanto ben presto interrotta. Troppo faconda, troppo perfettina, sembrava quasi che per ogni sua apparizione televisiva avesse imparata una parte da dire, senza intoppi, quasi senza emozione apparente. Ottima parlatrice, il suo accento romanesco è stato sempre per me un antipatico disturbo.

Si tratta dell’interpretazione del ruolo troppo ben fatta, troppo efficace, troppo tutto. Mi sarei aspettato qualche intoppo, qualche incespicare della parola, qualche silenzio, no, nulla di tutto ciò. Tutto lineare.

Francesco Tedesco invece è un carabiniere che dopo nove anni dai terribili fatti dell’assassinio vergognoso e spietato di Stefano Cucchi ha parlato con il giudice, spiegando di aver tentato di bloccare i colleghi che massacravano il giovane a calci, pugni e schiaffi. La domanda è: perché parla dopo nove anni? Cosa lo ha fatto star zitto per tanto tempo? E’ coinvolto anch’egli nel massacro e ora cerca di tirarsi un poco fuori? Qualcuno nella gloriosa Arma lo ha dissuaso dal dire certe cose, spaventandolo e ricattandolo? Brutte, bruttissime cose.

Ma non dovremmo dimenticare mai, quando constatiamo queste malattie presenti anche tra i Carabinieri, figure come Salvo D’Aquisto, e non solo.

L’antipatia è un sentimento diffuso, come la simpatia, che è il suo contrario. Sono sentimenti forse un poco strani, perché irrazionali, e derivano da elementi generatori complessi: il primo impatto, i comportamenti successivi, i feromoni, che hanno addirittura a che fare con l’attrazione fisica. C’è chi è “naturalmente” repulsivo e chi, al contrario, attira. Anche nello stato nascente delle relazioni affettive scatta qualcosa che ha a che fare con ciò che esula totalmente dal ragionamento.

E’ sentimento, è “sentire”, è -misteriosamente- un’attrazione, una sin-patia, un’empatia, un qualcosa di irresistibile.

In particolare l’empatia, sempre dal greco antico “εμπαθεία” (empathéia, a sua volta composta da en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”), che veniva usata per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore-cantore al suo pubblico, significa una sorta di sentire insieme, in modo da accogliere i sentimenti dell’altro, facendosi quasi “altro”, come proponevano filosofi come Martin Buber, austriaco di origine ebraica, noto per la dottrina dell’Ich und Du, là dove l’io si fa tu e il tu diventa quasi un io, ed Emmanuel Lévinas, franco-lituano, noto invece per la dottrina del “volto-dell’altro” come condizione di vita nella quale il soggetto considera l’Altro, impersonato dal Volto proprio come un Soggetto, non mai come oggetto.

Un suggerimento esperienziale: mai esagerare in empatia, poiché potrebbero sorgere equivoci e squilibri nelle relazioni intersoggettive. Ognuno deve rimanere se stesso e dialogare difendendo innanzitutto le proprie opinioni.

Non so se personalmente sono -in generale- antipatico. Penso di no, soprattutto alla gente semplice, gli operai e le operaie che, anche se mi percepiscono come un complicato intellettuale, in qualche modo comprendono la mia natura profonda di uomo semplice, nato nel cuore del popolo e colà sempre rimasto, e per sempre, e quindi sono a loro simpatico. E, direi, alle donne, senza escludere i maschi, molti dei quali mi vogliono bene, perché comprendono il mio cuore e il disinteresse del mio agire fin da bambino, imparato da mia madre e da mio padre, che non selezionavano mai chi aiutare, ma aiutavano e basta chi ne aveva bisogno.

Ad alcuni, però, sono certamente antipatico, e ho cercato di capire se, oltre alle ragioni di carattere immediato a-razionali, che sopra ho cercato di sintetizzare, sussistono altre ragioni più connesse con il ragionamento, che sviluppano un sentimento di anti-patia nei miei confronti.

E penso di averci capito qualcosa. Di solito sono antipatico alle persone che ritengono io voglia mostrare le mie conoscenze culturali e competenze professionali, che sono -lo posso dire con serenità- vaste e variegate, come sa chi non è ottenebrato dall’antipatia e mi ha capito nella mia semplicità naturale, e nella mia quasi ingenuità buona. Queste persone cui sono antipatico cercano di evitarmi anche perché mi temono, temono di essere “sgamati” nei loro imbrogli e approssimazioni, per cui è meglio non rischiare una vicinanza da costoro ritenuta pericolosa e talora svergognante.

Può darsi che, se conoscessi dal vivo la Cucchi, cambierei idea, ma per ora così è. Queste persone non sopportano il confronto e, se possono, cercano rivincite su di me, specialmente se possono permetterselo per ragioni di potere economico o d’altro genere.

Questo lo comprendo benissimo e mi dispiace, perché penso che queste persone perdano un’opportunità, un’occasione. Come me, peraltro, perché ogni essere umano è portatore di valori di scambio.

Non vi è mai un vettore unidirezionale nei rapporti umani, mai, poiché funziona sempre uno scambio, che è un arricchimento reciproco, differenziato. Io sono sempre curioso degli altri e, anche se come per tutti funziona il meccanismo simpatia/ antipatia, prendo tempo e mi chiedo se per caso non mi stia sbagliando sulla persona tale o sull’altra. E lascio il giudizio sospeso, almeno finché non abbia una conferma inconfutabile, come può essere nell’umano, in un senso o nell’altro.

I modi del potere tra dominio e servizio

Gli attuali governanti italiani, in particolare i due vicepresidenti del Consiglio dei ministri, non sanno distinguere tra le due declinazioni classiche del potere, la declinazione come dominio e quella come servizio, perché sono ignoranti in tutti e due i sensi dell’ignoranza: nel senso tecnico in quanto hanno poca o punta preparazione costituzionale, e in senso morale in quanto non sanno distinguere tra le cose buone da fare e le cose cattive da evitare o, come dicevano i padri latini e i teologi scolastici, a partire da san Tommaso d’Aquino: bona agenda, mala vitanda sunt.

Il potere esercitato come dominio è quello della tirannide, così come variamente declinata. Nel caso citato, pur non connotandosi come tiranni di tipo classico, Di Maio e Salvini si comportano come tali: il loro linguaggio è spesso triviale (più in Salvini) e approssimativo (più in Di Maio, ma anche Salvini non è un fuoriclasse del lessico), si nota la loro tendenza a minacciare e ad irridere gli avversari politici che sono così trattati da nemici cui non concedere requie, e tantomeno ascolto. Tal modo di fare dà la misura, non solo della loro cultura generale molto approssimativa, ma anche di una certa perfidia popolana, non popolare o populista, neppur dissimulata.

Il ghigno di Salvini e il sorriso da saputello dello scugnizzo sono espressioni evidenti di sentimenti negativi, sono linguaggio del corpo oltremodo aggressivo e incapace di dialogo. Non sopportano i giornalisti che li osservano, a meno che non abbiano un atteggiamento prono, ma questo accade, grazie a Dio, raramente.

Né l’uno né l’altro dialoga, ma pontifica, proclama, dichiara, arringa, con l’evidente miserando piacere di ascoltarsi-dire-quello-che-dice. I due non conoscono il potere della parola o meglio, ne constatano l’efficacia senza porsi mai il tema della corrispondenza tra le parole che proferiscono e la realtà delle cose, o la verità delle stesse. Nel loro caso la distinzione tra realtà e verità non si pone mai. Potrebbero anche coincidere, ma non è un loro tema. Non so se si rendono conto di imbrogliare il famoso “popolo”, o meno. A proposito, quando dicono di avere dalla loro “gli Italiani”, dovrebbero fare i conti bene, non basandosi sulle prospezioni elettorali che li danno -attualmente- sommati al 60%, poiché si tratterebbe del 60% della metà degli avanti diritto al voto, e dunque, anche a essere benevoli, possono di dire di rappresentare -insieme- il 30% degli Italiani, una minoranza, dunque.

Abbiamo governanti tracotanti, prepotenti, arroganti e protervi, nullapensanti, anzi malpensanti. Dopo la tracotanza, la prepotenza, l’arroganza e la protervia viene la violenza. Appartiene a questo contesto anche il premier Conte, anche se questi si muove in modo più felpato. Non ha i modi tracotanti dei suoi due capi, ma il fatto che ripeta con altre parole e altri sistemi le medesime cose, sollecita la domanda per quale ragione sia d’accordo, se per convincimento o se per convenienza.

Nel primo caso può venire associato alle due modalità di ignoranza sopra descritte, nel secondo, poveri noi ché misero è il menù imbandito.

Non mi piace neppure il modo di fare il presidente dell’Inps di Tito Boeri, anche se potrebbe avere qualche o molte ragioni, perché confonde il suo ruolo tecnico-gestionale, con un ruolo politico, che non ha.

I veri grandi uomini politici, come Hammurabi, Ramses II, Salomone, Ciro il Grande, Alessandro di Macedonia, Augusto, Marco Aurelio, Adriano, Carlo Magno, Salah-el-Din, Lorenzo il Magnifico, Carlo V d’Asburgo, Maria Teresa d’Austria, Napoleone, il Conte di Cavour tra altri, hanno esercitato il potere senz’altro come dominio, ma anche come servizio. Si vedano, infatti, le conseguenze storico-politiche e socio-economiche del loro agire.

Chi usa il potere solo nella versione del dominio esprime una sorta di ubriacatura, parlando e operando come sotto effetto di sostanze esaltanti la percezione e l’eloquio, ma non la trasparenza e la razionalità del pensiero. Gli antichi Greci chiamavano questo stato psico-morale ybris, cioè una sorta di orgoglio spirituale che conduce la persona a mostrarsi in tutta la propria malsana ambizione e vanagloria.

Chi è affetto da ybris molto facilmente è preda del vaniloquio, della maldicenza e dell’insulto, che usa per ampliare il proprio potere, o comunque la sensazione soggettiva del proprio potere, che spesso non coincide con il potere vero di cui è formalmente titolare.

“Valore” e “valori” in Max Scheler e in altri pensatori


Max Scheler può essere considerato il pensatore contemporaneo che ha più e meglio approfondito il tema dei “valori” in ambito etico-filosofico, a volte dialogando e a volte polemizzando con il filosofo della politica Carl Schmitt.

Egli si mantiene in ambito rigorosamente filosofico, poiché rifiuta di sottomettere i valori ad ogni declinazione psicologistica o economicistica. Per lui i valori appartengono a una dimensione simpatetica della relazione tra umani, avendo “valore” in sé, non in funzione di qualcos’altro. Non contro Kant, ma quasi -si potrebbe dire- oltre Kant, Scheler ritiene che sia l’altezza morale del valore a qualificare l’intenzione morale dell’individuo che riflette, sceglie e agisce.

Per lui vige una gerarchia non convenzionale e crescente dei valori:1) i valori sensibili, 2) i valori vitali, 3) i valori spirituali e 4) i valori del sacro. Come si vede sono posti in scala, e c’è da pensare che lo stesso Abraham Maslow possa essersi ispirato a questa impostazione, quando elaborò la teoria dei “bisogni”.  Si tratta, per Scheler di una progressiva apertura dell’uomo al mondo (Weltoffenheit).

Il valore non coincide con bene e fine, poiché bene è un concetto che comprende sì il valore, un certo valore, ma non del tutto, in quanto il valore va oltre. Il fine è financo un termine che può anche non tendere o avere un valore, se è cattivo. in qualche modo il valore per Scheler è un dato trascendente, un po’ à la Platone, non tanto funzionale al benessere di stampo pratico tipico dell’etica aristotelico-tomista, ripresa in Italia, nel ‘900, dal Neotomismo di pensatori e docenti come Sofia Vanni-Rovighi e Gustavo Bontadini, ma senza escluderlo.

Per Scheler il valore è qualcosa che viene prima di ogni attributo delle cose, perché ne è l’origine, quasi. E’ generante le cose. E’ struttura di apertura al mondo, giammai costitutivo di ogni gerarchia dei valori o di un rapporto di forza fra i valori, per cui il valore superiore è quello capace d’imporsi “militarmente” sugli altri, poiché il bene è il volere il valore più alto in relazione alla solidarietà verso la comunità illimitata delle persone che amano. Essendo aperità, come scrive Heidegger, il valore si esprime sempre entitativamente, non solo puntualmente nel tempo dell’agire umano.

I valori personali si affermano non distruggendo i valori economici, ma solo dopo che i valori economici sono stati «appagati» e rilasciano, in un processo di sublimazione, la loro energia ai valori superiori. Nella storia, per Scheler, l’uomo si è sempre dedicato, tranne in rare e momentanee eccezioni, all’arte e alla cultura solo dopo aver appagato in qualche misura la fame e i bisogni primari, e qui torna l’assonanza e la coerenza della “gerarchia dei valori” di Scheler con la “gerarchia dei bisogni” di Maslow.

La recezione e l’accettazione del valore richiede pertanto un complesso processo non solo ermeneutico ma pure formativo (problema della Bildung della personalità e dell’analfabetismo emozionale della persona): per Scheler infatti il punto di partenza dell’uomo non è l’ordo amoris ma piuttosto un disordine del cuore che va costantemente rettificato grazie all’esemplarità altrui (Vorbild).

Nel pensiero classico la nozione di valore, mentre in Platone si riferisce al bene, bello, giusto, vero, che sono poi le idee trascendentali,[1] secondo Aristotele, il valore è anzitutto ciò-che-vale-per-se-stesso, l’atto puro di essere, e solo successivamente si rifà anche all’economia, così come essenzialmente accade anche nella scienza economica classica – moderna di un Adam Smith o di un Ricardo, e perfino in Karl Marx.

Il termine greco è axìa – α̉xίa, vale a dire “merci”. Il valore riguarda quindi innanzitutto delle merci, che possono essere vendute o scambiate. Risale poi alle notazioni di Adam Smith la distinzione brillante fra “valore d’uso” e “valore di scambio”, là dove il filosofo ed economista inglese separa nettamente ciò che ha un valore suo proprio, anche incommensurabile, ma solo “d’uso”, come l’acqua che si beve o l’aria che si respira, e ciò che possiede, di per sé, anche e soprattutto un valore “di scambio”, come le merci e il lavoro umano, i quali sono quantificabili, pesabili in termini di corrispettivo monetario, e vendibili, concetti che Ricardo e Marx avrebbero successivamente sviluppato.[2] [3] [4]

San Tommaso recupera dalla tradizione platonico – aristotelica, e anche agostiniana, soprattutto la nozione di valore come essere, come bene, come giusto. Il valore è dunque la dignità della perfezione dell’essere, è un suo atto, è suo perché di natura, in quanto stimata e conosciuta da un soggetto conoscente (l’uomo). Nella modernità e nel mondo contemporaneo la nozione di valore è stata variamente considerata.

Se Kant aveva ritenuto come valore primario la purezza della legge morale “a priori”, autori successivi più vicini a noi, come il Lotze, il Brentano e il von Ehrenfels[5] sottolinearono gli aspetti più sentimentali o emozionali del valore. Più plausibili rispetto alla visuale che stiamo tentando di comporre in questo lavoro, possiamo ritenere le posizioni di Max Scheler, di cui abbiamo trattato sopra, e di Nikolaus Hartmann,[6] anche se forse indulsero in un certo fenomenologismo:[7] infatti, pur ammettendo che il concetto di valore possa essere ascrivibile a ciò che è bene, pur tuttavia questo bene è trasceso dal concetto di valore, che sarebbe una sorta di entità superiore, quasi platonicamente eidètica.[8] Si può capire lo sforzo di questi autori, se lo si contestualizza nella temperie culturale di fine ‘ 800.

Per quanto riguarda Heidegger,[9] la sua lezione nel campo delle scienze etiche non si può distaccare dalla sua ricerca teoretica e metafisica. Il maestro di Heidelberg rimprovera a Nietzsche di non aver saputo uscire dalla gabbia nichilista nella quale si è messo, ipotizzando per l’essere umano un “valore” inaudito e inconcepibile, quello di essere addirittura il sostituto del “dio (o meglio del Dio, n.d.r.) che è morto“. Che sarebbe morto, ma dopo tre giorni, secondo i Vangeli e Francesco Guccini risorge.

Interessante è la posizione di Jean Paul Sartre, che distingue con grande acume e creando un altrettanto grande sconcerto, fra l’essere-in-sé di coscienza, cioè la negazione di ogni sua datità sostanziale, e l’essere-per-sé, questo sì provvisto quasi di una facoltà creatrice, divina. Per Sartre l’uomo si crea la propria storia, l’uomo è la propria storia, sostanza, essenza. Siamo distanti da san Tommaso, ma in fondo non troppo, perché basterebbe intendersi su ciò che si intende per storia ed essenza o sostanza o natura. Se per storia si intende il puro divenire eracliteo, le due posizioni sono inconciliabili, ma se per storia si intende la possibilità di attuazione di ciò che è in natura insieme con ciò che le circostanze e la volontà umana producono, il suo principio di movimento e di sviluppo,[10] allora le due posizioni possono confrontarsi e non respingersi.

Possiamo infine citare per capacità comunicativa il sociologo F. Alberoni, che sostiene come i valori essenziali ed eterni dell’uomo, della sua vita, del suo destino non siano transeunti, ma richiedano di essere accolti e ascoltati con sempre maggiore attenzione.[11]

A questo punto, forse, è conveniente ammettere che il valore è nuovamente e classicamente da fondarsi sull’essere. In che modo?

Anche seguendo l’indicazione heideggeriana, che tenta di ricomporre un dialogo interrotto con la nozione dell’essere e di dare ad essa tutto il suo fondamento assiologico, poiché non collegare e correlare il valore all’essere, specularmente significherebbe relazionarlo al nulla, e dunque sarebbe una proposizione, in questo caso, assurda.

Si tratta ora di dichiarare nettamente chi stia al vertice di una prima scala di valori puramente umana, non temendo di collocarvi l’uomo stesso,[12] e non dimenticando Dio (almeno concettualmente), se si vuole definire la scala assoluta dei valori stessi. Ma in questo caso si pone la questione della credenza di fede. Il valore primo di questo mondo, l’uomo, riesce, anche perché è primo nell’ordine intellettuale, a comprendere la scala o gerarchia dei valori e dei beni, e riesce a goderne, anzi è qui per goderne, secondo ragione, in tutta la molteplicità nella quale si manifestano. E, a questo proposito, si possono anche in qualche modo classificare:[13] vi sono i valori elementari, o vitali, i valori estetico-razionali e i valori spirituali e/o metafisico-religiosi, tra i quali si può annoverare anche il valore morale.[14] Un altro aspetto su cui convenire è quello dell’assolutezza, ma anche della storicità del valore.

Assolutezza poiché il valore non può essere sottoposto alla distruttività del relativismo, senza perdere in razionalità; storicità, perché il valore stesso è una manifestazione storica, profondamente concreta e umanamente plausibile. La questione sta nel rapporto che vi è tra i due termini: non si deve intendere, infatti, l’assolutezza come un distacco intellettualistico e superbo dalla realtà storica, ma, d’altro canto, non si deve ritenere la storicità come un debito da pagare alla relativizzazione del valore. Il precetto “non uccidere” è stato certamente interpretato in modo diverso nella diacronia degli eventi storici universali, ma resta un precetto assoluto, che deve essere rispettato da ogni retta coscienza.

E’ Platone che spiega con più chiarezza, forse, in che modo si debba intendere l’assolutezza e l’universalità dei valori, che poi coincidono con le attribuzioni trascendentali degli enti/essenti. Egli sostiene che bisogna passare dalle cose belle al bello in sé, dai beni diversi al bene in sé, dalle azioni giuste alla giustizia in sé, etc..[15] In questo modo ciò che è particolare e contingente diventa, alla luce della ragione, universale e necessario. Ma Kant, fedele alla gnoseologia della sua prima Critica,[16] sostiene l’inconoscibilità degli enti in sé e per sé, ma solo delle loro manifestazioni fenomeniche, puntuali, contingenti, e dunque anche l’infondatezza di una conoscenza morale basata su valori assoluti.[17] Per Kant l’unica conoscenza “certa ed evidente”[18] è quella delle scienze fisico-sperimentali, al di fuori delle quali, si stende un oceano infido di imbrogli, antinomie e sofismi.

Su questa strada si sono poi posti anche autori come Max Weber con la sua teoria delle “visioni del mondo” differenti. La questione, ai nostri giorni, resta più che mai aperta, soprattutto in considerazione degli sviluppi della scienza, e quindi delle varie attribuzioni valoriali che vengono formulate nei confronti degli eventi scientifici e delle scelte legislative nei vari paesi.[19]

Quello che è certo è che non si possono confondere i valori con le procedure organizzative di qualsiasi genere e specie.

 

[1] In metafisica si dice nozione trascendentale ciò che è predicabile di ogni ente.

[2] Oggi in economia si parla di merci, prodotti e servizi vendibili.

[3] Ad es. sulla legge ferrea dei salari.

[4] Ad es. sulla nozione di plusvalore e sfruttamento del lavoro ( che sono altre questioni di rilevanza morale).

[5] Filosofi tedeschi, rispettivamente: (1817 – 1881), (1838 – 1917), (1859 – 1932).

[6] Hartmann N., filosofo tedesco, 1885 – 1950.

[7] Cfr. le posizioni in merito di E. Husserl e K. Jaspers.

[8] Cioè, riferita al cosiddetto “mondo delle idee”.

[9] Cfr. Heidegger M., in Sentieri interrotti, 1957, La sentenza di Nietzsche “Dio è morto”.

[10] Cfr. sul concetto di natura il p. M.J. Nicolas, L’idea di natura in san Tommaso d’Aquino, Tolosa,1972, tr. it. p. R. Coggi, Studium Theologicum Philosophicum S. Thomae, Bologna 2004.

[11] Cfr. Alberoni F., Le ragioni del bene e del male, Milano 1981.

[12] Cfr. dizione tommasiana circa l’uomo: “(…) persona significat id quod est perfectissimum in tota natura, scilicet subsistens in rationali creatura“, cioè, persona significa ciò che è perfettissimo nella natura tutta, così come sussiste nella creatura intellettuale, S. Th., q. 29, a. 3c.

[13] In proposito, anche la letteratura psico-sociologica contemporanea ha formulato delle dizioni classificatorie: ad es. cfr. A. Maslow con la sua “teoria dei bisogni”, in Motivazione e personalità, Ed. Armando, Roma 1998.

[14] Cfr. Mondin B., Il valore uomo, Roma, 1983.

[15] Cfr. particolarmente nel dialogo Simposio.

[16] La Critica della Ragione pura.

[17] Precisiamo qui l’accezione di “assoluto”, ab-solutum, non scioglibile, non modificabile.

[18] Cfr. con la dizione di scienza proposta dal p. G. Barzaghi o.p., in Dialettica della Rivelazione, “(…) La scienza è conoscenza certa ed evidente di un enunciato in forza del suo perché proprio, adeguato e prossimo”.

[19] Consideriamo qui le diverse posizioni che esistono sulle ricerche che coinvolgono la vita umana al suo nascere (i temi che riguardano l’embrione), e al suo declinare (i temi che riguardano l’eutanasia).

Correzione fraterna, vaniloquio, biasimo, maldicenza, giudizio temerario e calunnia

A modo di esempio vediamo qualcosa dell’agire umano a livello interpersonale, una “scala” di comportamenti umani che va dal virtuoso al gravemente vizioso.

La correzione fraterna, se fatta in presenza di un riscontrato errore comportamentale di un amico, di un collega di lavoro o di un dipendente, è doverosa e fortemente efficace, come è talora utile e psicologicamente opportuno il biasimo, se del caso, e se espresso con rispetto per la persona e con motivazioni circostanziate.

Vi è poi il vaniloquio, cioè un parlare inutile, che nulla porta al parlante e nulla all’uditore malcapitato. Martin Heidegger ne ha scritto una magistrale critica nel capitolo La chiacchiera, contenuto in Sein und Zeit, Essere e Tempo, opera sua primaria del 1927.

Altra cosa è la maldicenza, è il “dire cose non buone” di uno, ed è sbagliata, negativa, colpevole.

La calunnia è, infine, un comportamento fortemente negativo che può provocare conseguenze pericolose e gravi: è propalare notizie false e denigratorie nei confronti di una persona. Ma i confini fra ciascuno di questi atti sono ben definiti? Talvolta sono abbastanza confusi, evidentemente, fra atto e atto nella “scala di contiguità”  di gravità morale proposta. Per taluni il parlare male di altri è quasi una consuetudine. Solitamente chi sparla di qualcuno con un altro è portato a fare altrettanto quando incontra il secondo, ma a danno del primo. Vi è una coerenza e una specularità nel comportamento dei maldicenti, e anche una sorta di sottovalutazione del peso delle parole.

La parola ha la possibilità e la potenza di sollevare o di demolire l’animo umano. Una parola detta male, fuori contesto, o sbagliata per significato e sue gradazioni, può causare danni irreparabili. Quanti ragazzini hanno compiuto atti insani, fino al suicidio, per un malinteso, per una pesantezza eccessiva nel rimprovero, o per un’omissione di presenza e di parola buona da parte degli educatori, e dei genitori in primis? L’episodio di una quindicina di anni fa (era il 2003), là dove quel sedicenne s’è impiccato perchè la sua fidanzatina era rimasta incinta, insieme a molti altri, grida colpa nei confronti dei “grandi”. Tutti ricordano l’uso che fu fatto di un video hard o hot di una ragazza napoletana un paio d’anni fa: anche lei si uccise.

C’è un grande spreco di parole, un grande cicaleccio disutile e dannoso che circola nei media e tra le persone. Bisognerebbe riuscire a selezionare con più accortezza le parole per formulare discorsi più sensati, sobri, produttivi.

Tornando al tema, si può dire che la calunnia è un atto deliberato, di cattiva intelligenza, vile e spregevole, molto diffuso in vari ambienti, ad esempio non poco nella politica, ma anche in tutti gli ambiti dove oggi la competizione è più feroce. Il calunniatore, se si pente, non può limitarsi a chiedere scusa alla persona offesa, ma deve anche cercare di riparare ai danni arrecati. L’immagine sopra riportata è l’Allegoria della calunnia che messer Sandro Filipepi (Botticelli) dipinse nel 1496.

La maldicenza e il giudizio temerario sono più degli atti stupidi, tipici dell’invidioso o del frettoloso. E’ un atto teso a denigrare ma in modo dissimulato, e in un certo senso è più vigliacco della calunnia. Si deve evitare perchè, se reiterato, può provocare gli stessi danni della calunnia. Attenzione, la maldicenza non è un riferire dei fatti veritieri negativi e conosciuti circa una persona, chè si tratterebbe di imprudenza colpevole, ma è un volontario abbandonarsi a considerazioni e illazioni, o sospetti, che creano discredito e seminano dubbi sulla persona in questione. Circa il giudizio temerario bisogna considerarne la pericolosità: infatti, nell’ambito del diritto nessuno è considerato colpevole fino a sentenza definitiva.

Il biasimo abbiamo detto che è talora doveroso. Ma deve avere caratteristiche di forte equilibrio e deve essere mirato al fatto che viene considerato. Cura particolare deve essere posta nell’evitare ogni forma di denigrazione totale della persona, perchè ognuno di noi può sbagliare, e nessuno, neppure il peggiore del mondo, è completamente privo di un barlume di bene. Il biasimo infine deve essere collegato alla correzione fraterna, perchè non si può solo criticare un comportamento, ma si deve anche cercare di suggerire un qualcosa di ragionevole, che sia fattibile e plausibile nella situazione data. Ad esempio, non ci si può limitare al rimprovero nei confronti di un dipendente non diligente, ma bisogna chiedersi anche quali cose non funzionino nel gruppo di lavoro, quali siano i rapporti, come si gestiscano le persone. In questo caso la correzione “fraterna” potrebbe essere necessaria verso un responsabile dell’azienda. Perchè si parla di correzione “fraterna”? Si tratta di un linguaggio un poco desueto, che è desunto dall’etica classica, ma che andrebbe ripristinato per dare sostanza attuale alle troppe parole vuote di cui si abusa quando si parla di giustizia, di solidarietà e di altri valori ridotti ad essere spesso, nella contemporaneità, solo parole vaganti.

A-crazia (dal greco a-kratìa), vale a dire governo senza oppressione, in tempi in cui le democrazie tendono a somigliare pericolosamente a demo-kratùre, dove il potere si esercita senza rispetto

Il mio amico Francesco Ferrari, filosofo pratico e socio di Phronesis, è ricercatore e docente all’Università di Jena. Ha scritto recentemente un agile volumetto: La comunità postsociale. Azione e pensiero politico di Martin Buber, edito da Castelvecchi. Il filosofo ebreo tedesco si è battuto tutta la vita per un socialismo religioso da una prospettiva ebraica non populista, e nemmeno sovranista. Di questi tempi leggere un testo come quello di Francesco allarga il cuore e le facoltà raziocinanti.

Lo consiglierei ai due vicecapidelgoverno, che sono -come ognun sa- notissimi intellettuali, particolarmente versati in discipline socio-politiche, storiche ed etico-giuridiche. Son convinto che ne trarrebbero un gran utile, ove riuscissero ad andare oltre pagina 15, che per me è il segno di una certa (nell’accezione di aggettivo partitivo, non attributivo) intellettualità.

Il pensatore cui Francesco ha dedicato un solerte suo impegno era socialista, ma di un socialismo intriso di utopismo e di umanitarismo. Non marxista. Il socialismo dei kibbutzim, specie di cooperative agricole e artigiane israeliane dove si condivide il lavoro e il reddito.

Il suo socialismo non poteva non connettersi con una forma particolare di democrazia, chiamata a-crazia, cioè un modello di governo non aggressivo e violento, mai, ben lontano dalle demokrature di questi anni, ma anche dalle democrazie zoppicanti che costituiscono il nerbo, si fa per dire, dell’Occidente attuale.

Contrario alla pena di morte, Martin Buber dialogò con David Ben Gurion ai tempi del processo Eichmann a Tel Aviv nel 1961. Adolf Eichmann fu impiccato e le sue ceneri sparse nel Mediterraneo, a monito futuro, Buber dissenziente.

Ispiratore dello Yad Vashem, Buber è il pensatore della relazione tra l’io e il tu (Ich und Du), dove il tu diventa io e l’io è tale come significato e valore soggettivo solo in relazione al tu. Sembra un’esagerazione estremistica questa di Buber, ma se ci pensiamo bene, in un tempo nel quale l’egoismo spiccio la fa da padrone non fa male.

Un altro tema cui il pensatore ebreo germanico si dedica è la riflessione sulla democrazia, lui che ha conosciuto da ebreo la fase infernale del nazismo, così come si è sviluppata in violenza inaudita dopo la conferenza di Wannsee, auspici condottieri Himmler e Heydrich, loro servitor fedele il già sopra citato Eichmann.

Democrazia, o governo del popolo monarchia, oligarchia, o governo dei pochi, acrazia, o governo non autoritario,  plutocrazia, o governo dei ricchi, meritocrazia, o metodo premiante i migliori, eucrazia, o buon esercizio del potere, cacocrazia, o cattivo esercizio del potere, etc. possiedono la radice kràtos, in greco potere, salvo monarchia che è composta da mònos, unico, e archè, principio, mentre dittatura no, perché deriva dall’iterativo dicto, dico ordinando, dico con autorità, in latino.

Addirittura vi è il Cristo pantokràtor, cioè il “signore del tutto”, molto presente nella tradizione teologica e iconografica o iconologica ortodossa. Vederlo nell’ovale dell’abside del sublime Duomo di Monreale, o a Ravenna.

Il discorso del potere è sempre presente. Da millenni. Inevitabile, il potere, come dimensione della con-vivenza.

Tratto da Daniel, propongo un breve brano scelto dal professor Ferrari per dar inizio al libro, e lì Buber scrive: “Tutto ciò che questo tempo ci ha dato dovrebbe essere riconquistato autenticamente nel corso di una nuova e inaudita lotta in nome della realtà. Ciò che adesso ha il suo esserci spettrale nella fretta sciagurata, nella dispersione e nella finalità, nell’apparenza dell’essere informati e nella falsa sicurezza – tutto questo deve diventare vita reale, vita vissuta. E questa è la vita dell’immediatezza e del legame fra gli uomini.”

L’anarchismo acratico di Buber è rispettoso e delicato, quasi, attento alla fragilità degli uomini, poiché a lui non interessa più di tanto la Gesellschaft, cioè la Società, ma la Gemeinschaft, la Comunità. La Societas è un qualcosa che lascia freddi, mentre per contro la Communitas communitarum è il dove della con-divisione, della con-vivenza, è il kibbutz nel deserto innaffiato da lontane acque faticosamente captate.

Buber pare sentirsi come un rabdomante spirituale, che cerca l’acqua dissetante dell’eguaglianza tra diversi, non un sionismo ferocemente identitario ed esclusivo, ma una fraternità umana inclusiva. Nella mia vita ho passato momenti in cui chi mi stava vicino parlava con compiacimento di esclusività, e io provavo un disagio. Buber, tra non molti altri, mi aiuta a pensare l’inclusione tra diversi, non la confusione -beninteso- ma una teo-politica intrisa di socialismo democratico, e a-cratico, giammai violento e impositivo.

L’utopia di questo socialismo in Buber e, mi permetto di dire, anche in Francesco Ferrari, non vive la distanza dal principio di realtà, ma la accompagna come ipotesi possibile, come un dispiegarsi fraterno del presente verso un futuro rischiarato.

Mimmo Lucano, o del tribalismo epistemologico

Quando ho visto la prode e coraggiosissima Boldrini sotto casa Lucano in quel di Riace ho avuto l’ennesima conferma dell’esistenza di una sorta di tribalismo epistemologico, una vera e specifica visione del mondo.

Una visione del mondo a senso unico, incapace di vedere i vari strati della realtà e le contraddizioni insite, in essa. Potrei anche essere d’accordo nel merito se si tratta di salvare vite umane in mare, in montagna, nei deserti o nelle città, ma non nei modi nei quali si sta esprimendo codesto evento.

La realtà non si manifesta mai in due dimensioni, non è mai manichea, poiché è composta da un caleidoscopio di elementi a volte evidenti, ma in misura molto maggiore sfuggenti.

Il tema dei migranti non può essere risolto con lo “schema Lucano”, così come non si può risolvere con lo “schema Salvini”. Hanno torto tutti e due, l’uno perché acriticamente “generoso”, l’altro perché cinico.

Ma vi è un altro aspetto che rende questa visione del mondo inadeguata e pericolosa, e che si declina, appunto, in una sorta di tribalismo epistemologico, che va analizzato senza pigrizia mentale e con onestà intellettuale. Quest’alleanza di intenti che si esprime mediante la solidarietà al sindaco di Riace, inquisito e messo agli arresti domiciliari è la solita pantomima del politicamente corretto, per cui tutto ciò che è altruistico e solidale va bene, in qualsiasi modo si attui, e spesso con giudizi frettolosi e iniqui sull’operato della magistratura, quando questa non corrisponde ai propri desiderata.

Se la magistratura inquisisce Berlusconi e C., fa il suo dovere costituzionale e istituzionale, mentre se inquisisce Lucano o altri affini, trova schierati come un sol uomo i Saviano, i don Ciotti, i padre Zanotelli, che dei tre è l’unico a starmi simpatico, tutti e tre incapaci di formulare un pensiero completo sotto il profilo razionale, cioè di un pensiero che non sia epistemologicamente tribale, vale a dire non-di-appartenenza, ma generato da un’argomentazione logica.

Il sindaco Lucano spergiura di non avere agevolato alcun matrimonio combinato per far ottenere il permesso di soggiorno a chicchessia, né di aver affidato lavori in violazione delle leggi dello Stato,  ma la magistratura inquirente la pensa in modo diverso.

Propongo di seguito ai miei gentili lettori una breve sintesi del racconto del “modello Riace” di Domenico Lombardi di Unionline che sostiene il senso buono dell’intera vicenda, per poter commentare.

Lombardi racconta che nel 1998 un veliero partito dalla Turchia con 184 persone tra cui 72 bambini a bordo attracca sulla costa di Riace. Si trattava di profughi siriani, turchi e irakeni. Fin da subito il sindaco concede le case disabitate del paese, mentre i trentacinque euro al giorno destinati al sostentamento dei migranti vengono trasformati in borse lavoro girate a cooperative del posto. Lavorando, molti di loro, continua Lombardi, imparano un mestiere, traendone un reddito e sfuggendo al caporalato che imperversava (e imperversa) nelle campagne.

Il paese, che era disabitato, si rivitalizza e si ripopola. L’amministrazione inventa poi un coupon spendibile negli esercizi di Riace, stimolando così anche i consumi locali. Infine, Riace è tra i primi paesi a iscriversi al sistema di accoglienza diffusa SPRAR (Sistema di Protezione Rifugiati e Richiedenti Asilo). Ma, nel 2016 un’informativa della Guardia di Finanza denunzia irregolarità nella gestione dei fondi e così non arrivano più i soldi della Prefettura e dello Sprar, mettendo in questione l’intero “modello”, cosiddetto. Ad agosto il sindaco, chiamato “Mimì Capatosta” (soprannome comprensibile a ciascuno) inizia uno sciopero della fame.

Nei giorni scorsi Domenico Lucano, su ordine del G.i.p di Locri è stato posto agli arresti domiciliari per violazione di varie leggi dello Stato. I capi di imputazione: immigrazione clandestina e affidamento fraudolento di servizi di raccolta rifiuti, in seguito aggravati dai seguenti reati presupposti: associazione a delinquere, truffa e concussione.

Di seguito una parte del testo di Lombardi.

“Lo stesso G.i.p. nell’ordinanza d’arresto scrive che Lucano non ha preso un euro per sé né ha arricchito le associazioni che gestivano i soldi per l’accoglienza. Parla di gestione “opaca e discutibile” e definisce Lucano un soggetto “avvezzo a muoversi al confine tra il lecito e l’illecito“.

D’altronde è stato lo stesso sindaco a spiegare come il suo modo d’agire seguisse un ideale di giustizia sociale che “non sempre coincide con la legalità e le leggi“. “Quello che facciamo non segue le linee guida dello SPRAR, perché quelle linee guida ci dicono che dopo sei mesi i migranti devono andare via, ma ciò non è compatibile con una dimensione umana dell’accoglienza“, ha detto tempo fa in un’intervista.

In un’intercettazione finita agli atti dell’inchiesta, invece, dice: “Proprio per disattendere queste leggi balorde vado contro la legge“.

E questa frase potrebbe essere il manifesto dell’uomo Lucano. E farci capire che quella di Mimì Capatosta è disobbedienza civile. Contro la legge Bossi-Fini, che rende l’ottenimento e il mantenimento della cittadinanza italiana dei percorsi a ostacoli.

E così, come Cappato accompagna dj Fabo in Svizzera per consentirgli di porre fine a una vita di sofferenze, Mimmo Lucano organizza matrimoni combinati per non rendere clandestine persone che si sono integrate alla perfezione nel tessuto economico e sociale del paese in cui vivono.

Il rischio non è tanto che Mimmo Lucano finisca in galera, ci resterebbe ben poco. Il rischio è quello di mandare in fumo un modello d’accoglienza che ci invidia tutto il mondo. E che potrebbe indicare la strada a un Paese, il nostro, capace di accogliere. Molto meno di integrare e inserire i migranti nel tessuto socio-economico locale.”

Così il giornalista Lombardi.

Le scelte di Lucano potrebbero sembrare informate al principio, o virtù, o valore che Aristotele chiama epichèia, cioè giustizia giusta, in inglese fairness, ma nutro su ciò qualche ragionevole dubbio. Non mi pare, infatti, che le azioni del sindaco di Riace possano essere considerate un atto di riparazione a quanto prevedono leggi ingiuste, ma una presunzione di riparazione, certamente in qualche modo  paragonabile agli spinelli fumati da Marco Pannella in pubblico in tempi oramai remoti e ai viaggi di Cappato per accompagnare in Svizzera i suicidi “volontari”, tautologia inevitabile, se veramente del tutto tali, ma anche forse episodio di maggiore gravità. La presunzione di riparazione pare di più, a me sembra, presunzione, e basta.

Se si dovesse accettare questo metodo per rimediare a leggi ingiuste potrebbe essere plausibile qualsiasi cosa, in un periodo nel quale la politica e la democrazia rappresentativa parlamentare è tanto in crisi.

Se per rimediare ai limiti politico-culturali di un Parlamento che approva quasi all’unanimità una procedura medica delinquenziale come il protocollo o metodo anticancro di Davide Vannoni, si applica il “modello Riace”, allora siamo all’anarchia, non degli “unici” alla Max Stirner, ma della tribù, che alza voci e bandiere perché così è più bello, e fa perfino figo.

A costo di sbagliarmi non mi piacciono le manifestazioni tipo “attacco alla Bastiglia”, i pugni chiusi fuori tempo massimo e la genericità banalizzante delle affermazioni che si raccolgono in genere nelle piazze osannanti o urlanti. Gustave Le Bon insegna con il suo mai troppo letto e meditato La psicologia della folla.

Sarebbe bene darsi sempre il tempo, il luogo e il modo per discutere con cognizione di causa, con un’adeguata preparazione e documentazione di merito, lasciando fuori dal contesto dialogico emozioni condizionanti e a volte perfino infantili. Guardare la Boldrini in piazza mi ha fatto l’impressione che fosse una vecchia bambina o una suorina laica in libera uscita.

Da socialista per sempre non mi è piaciuto per nulla il pugno chiuso di Mimmo Lucano, che il Signore lo illumini.

Tizio, Caio e Sempronio

Prendo a prestito il raccontino sottostante, ove troverai, mio gentil lettore domenicale e oltre, con solo un breve inciso tra parentesi, mio, ricevuto stamane da un caro e spiritoso amico che citerò più avanti, e con il suo permesso quivi pubblico.

“Mediamente in ogni azienda di qualsiasi dimensione ci sono tre personaggi: Tizio, Caio e Sempronio. Nomi in voga nell’antica Roma, ma adatti all’uopo di questo racconto breve (n.d.r.).

Tizio è il classico “vecio brontolon” (rectius rompicojoni), da tempo in azienda (e quindi costoso), non allineato con le nuove forme di lavoro, tecnologie, freno e/o barriera per i più giovani etc. etc… L’azienda ne farebbe volentieri a meno, ma non si può mandarlo senza tirar fuori una barcata di soldi.

Quindi cosa c’è di meglio di liberarsene elegantemente mettendolo a carico della collettività’ (rectius pantalon) e prendendo al suo posto un baldo giovine in stage o altre forme contrattuali poco costose?

Caio, viceversa, è vecio e costoso ma molto competente e non c’è sbarbatello che lo possa sostituire. Peccato per il costo ma come sa far girare lui il tornio non lo sa fare nessuno.

Quindi cosa c’è di meglio di liberarsene elegantemente mettendolo a carico della collettività (ut supra)  e ri–prendendolo con un bel contratto di consulenza che costa la metà? Infatti Caio ha due fonti  di reddito e quindi può permettersi di prestare la stessa quantità (o quasi) di lavoro ad un prezzo molto più basso, mentre l’azienda ci guadagna in termini di costo e di flessibilità.

Infine c’è Sempronio che è vecio e costoso ma non brontolon ma neanche così competente da subire una perdita in caso di sua uscita dall’azienda.

Sempronio fa il “suo” e ma il “suo” è ormai superato dai tempi e sparirà con lui.

Quindi cosa c’è di meglio di liberarsene elegantemente mettendolo a carico della collettività’ (ut supra),  NON prendendo nessuno al suo posto ma
distribuendo il lavoro tra gli altri componenti la struttura e/o  con nuove tecniche?”

L’amico Paolo, che è della mia generazione, è autorevole uomo dei conti aziendali, ma non disdegna esercitarsi nell’umanesimo scrittorio, qualità poco diffusa tra le persone più giovani, fra i trenta e i cinquanta, anche se insignite di notevoli incarichi. In altre parole Paolo è molto più colto di altri miei interlocutori contemporanei, ed è per me un piacere dialogare con lui, piacere almeno altrettanto grande del dispiacere di dialogare con altri (ut supra, eh eh). Anche così dicendo non generalizzo, ché vi son ben validi interlocutori anche tra i ventidue e i cinquanta anni, più o meno. Non molti, però.

Beninteso, non intendo avallare la tesi che gli incliti potrebbero attribuirmi, visto che pubblico l’aneddoto di cui qui, in base alla quale potrei sembrare non condividere o addirittura denigrare l’esigenza di cambiare anche profondamente le strutture aziendali, che natura vuole possano vivere la normale obsolescenza che il tempo produce e obbliga i non incliti a tenerne conto.

Bisogna cambiare: io stesso che a trenta anni o poco più avevo la responsabilità di una quarantina di operatori socio-politici, e a quaranta la direzione risorse umane di un’azienda che ne aveva quattromila, e anni dopo la possibilità di esercitare quantomeno una moral suasion su alcune aziende che occupano qualche migliaio di persone, sono consapevole di dover lasciar fare ad altri, con mucho gusto e produttivamente. Anzi, mi occupo di cominciare a lasciare in buone mani parte, dico “parte” del mio lavoro, dedicandomi di più, da ora, allo studio, alla ricerca e alla docenza.

Ciò detto e sottoscritto, come s’usa nei verbali di accordo di qualsiasi genere e specie, non posso non gaudère della spiritosità del racconto inviatomi da don Paolo, anzi dal dottor Paolo, ché un titolo di studio e studi veri il mio amico li può vantare, senza vantarsene.

Ebbene, caro amico lettore, dilettiamoci orsù, ogni dì che il buon Dio ci concede, di esercitar con spirito critico la nostra analisi sulle informazioni che i media propalano, senza farci intortare da semplificazioni e imprecisioni, da dati senza fondamento e da incompetenti presuntuosi.

Io, quasi come Baruch Spinoza, son condannato (ma me la rido) senza un processo serio, ove ciò sia plausibile, perché ritenuto un pericoloso pensatore e traviatore dei giovani, nel mio piccolo paese, nella mia remota regione, dal mondo prelatizio e dal popolo bue, ma el imbatido, don Alejandro Valverde, campione del mondo di ciclismo sulla durissima rampa di Innsbruck, mi sollecita a tornare in bici, e a fregarmene dei giudizi, come il Poeta insegna tramite Virgilio “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”!

Quando ho visto don Alejandro Valverde Belmonte valicare il tremendo colle al 28% sopra la Città sull’Inn, sono stato felice, sapendo il mio gentil lettore quanto esiti ad usar il termine “felicità”, cui non credo come perennità, o anche solo di significante durata, di stato spirituale. Ero certo che avrebbe battuto in volata i pur valorosi Bardet, Woods e Dumoulin, e i nostri, bravi e perdenti, ancora una volta. Non importa, perché ha vinto chi aveva più garra, più forza e coraggio, antica endiadi olimpica.

Ho detto a me stesso, che bello, ha vinto  el imbatido a trentott’anni, che mi ha sempre entusiasmato per il suo scatto veloce in salita, per la sua volata nervosa tra pochi resistenti delle corse più dure, per il suo sorriso murciano. Per la sua resistenza, assai simile alla mia. Al dolore e alla fatica. Tornerò in bici, anche grazie a lui.

Caro don Alejandro, ti auguro di continuare ancora, fino a che ti sentirai di correre senza sentire  nausea della fatica, con il tuo entusiasmo pieno di forza. E ora fammi parlare di un’altra analogia, se pure di diverso argomento, oltre a quella ciclistica. Pensa che una parte dell’ambiente dove vivo teme il mio pensiero, cioè le cose che dico, che scrivo e che pubblico.

Alla fine dello scorso anno una degna associazione del luogo si è fatta viva per programmare la presentazione di un mio volume di pondus e sostanza notevoli, pare, non indifferente, in una prestigiosa sede. Ci accordiamo sul tipo di presentazione e di serata, come più sotto ti renderò noto, mio caro lettore e, passati alcuni mesi di quest’anno, chiedo ai maggiorenti del club se si è decisa una data. A quel punto l’imbarazzo la fa da padrona, ché il mio libro è troppo difficile e contiene argumenta ardui per il pubblico locale, che parrebbe non in grado di reggere tanta difficoltà. Vengo poi a sapere per vie discoste e nascoste che la veritas vera è un’altra: qualcuno pare li abbia convinti che il mio libro è scandaloso perché parla della dimensione erotico-agapica, cioè dell’amore umano, nella Bibbia, e specialmente nel Cantico dei cantici e, come se non bastasse, che l’autore è un comunista, pericoloso pensatore e traviatore di giovani.

Per cui nulla si fa. Analogamente a Udine, il corrispettivo ente chiede la presenza dell’ordinario diocesano alla presentazione dello stesso libro. Il mio gentile lettore vada a vedere da qualche parte che cosa si intenda per “ordinario”, e certamente non significa “banale”. E’ un ruolo di comando in una certa struttura molto importante. Anche per lui sarei inutile e pericoloso.

Di seguito la sintesi preparata per la presentazione in Villa (Manin),  a partire dal titolo.

L’Erotismo è il motore del mondo

Un titolo del genere forse non scandalizza più nessuno, grazie a Dio. In realtà il Caffè Letterario (…) intende presentare un libro di teologia filosofica scritto dallo studioso nostro compaesano Renato Pilutti, dottore di ricerca in Teologia e Filosofia e filosofo pratico. Il titolo del volume è quasi preoccupante, per modo di dire, quanto a complessità: “La Parola e i Simboli nella Bibbia per una Teologia dell’Eros”. Che significa? Che nella Bibbia il tema dell’amore umano, dell’erotismo è trattato, eccome. E’ trattato in maniera poeticamente sublime, forse insuperabile nella letteratura occidentale, nell’epitalamio (inno nuziale) Cantico dei cantici, e poi in molti altri “luoghi” del testo biblico, il libro dei libri, scritto in oltre mille anni da decine di scrittori dal nome in larga parte sconosciuto.

Pilutti si è affaticato per oltre dieci anni, in mezzo ai molteplici impegni di lavoro e alla redazione di altri testi, nella scrittura di questo libro, che si propone di introdurre il lettore al tema meraviglioso e difficile dell’interpretazione del testo sacro per Ebrei e Cristiani, la Bibbia, per quanto riguarda l’amore (eros), sotto il profilo della simbolica della parola e della parola come simbolo.

Il tentativo è quello di comparare tramite un accostamento che scavalca oltre un millennio e mezzo, il pensiero su questo tema di un grande scrittore cristiano del III secolo, Origene di Alessandria, con il pensiero del filosofo francese contemporaneo Paul Ricoeur, e di altri pensatori contemporanei.

Uno studio accurato del testo biblico, secondo l’autore, permette di comprendere come forse la trasmissione quasi bimillenaria di una certa sessuofobia cristiana sia quantomeno mal posta, se non infondata.

Infatti, a partire dal testo genesiaco (1, 27) là dove lo scrittore biblico afferma che “Dio fece l’uomo a sua immagine…”, si può comprendere come nulla dell’umano sia cattivo o malo in sé, e pertanto anche la dimensione erotica (e quindi legata all’esercizio del sesso) sia cosa buona, come accoglimento dell’altro/ altra nell’infinita possibilità dell’amore umano.

Il Cantico del cantici, così come è studiato da Pilutti con l’aiuto di pensatori antichi e moderni, è il testo-guida di una lettura rinnovata di un erotismo che può essere definito, non solo umanissimo, ma perfettamente cristiano, come bene in sé, unitività sublime voluta da Dio stesso, e perfino intensificazione solidale del sentimento. L’amore erotico è dunque, non solo del tutto umano, ma anche motore dell’attività stessa dell’uomo che desidera, attività desiderante (Platone) e concreta, poetica, creativa, costruttrice di qualità relazionale e di futuro.

Eccolo l’uomo scandaloso, pericoloso, da evitare. Cioè io.

Il prigioniero triste

Vedere il volto del premier Conte, mentre penosamente presenta il “decreto Salvini” insieme con il medesimo suo vice (?) su immigrazione e sicurezza (che cosa c’entrino nello stesso dispositivo legislativo è mistero gaudioso, e anche doloroso) è pena ulteriore in sé.

Mentre il suo coequipier raggiante occupa fisicamente tutto lo schermo, lui, più minuto, si accontenta dello spazio rimasto, desideroso che la pagliacciata, e non so bene se lui stesso la ritenga tale, si concluda al più presto. Sembra un prigioniero. E’ un prigioniero.

Il fatto è che la pagliacciata rischia di piacere, in giro, di fare adepti e aumentare il consenso elettorale.

Non voglio qui soffermarmi più di tanto sui contenuti del decreto, ma desidero commentare il marketing mediatico dell’evento. Cos’altro è se non puro marketing, e anche di bassa “lega” (ah ah ah), una modalità di presentazione del decreto come quella voluta da Salvini? E pensare che il marketing ormai è una cosa seria, al punto da dare il nome anche a dipartimenti (in Italia) e facoltà universitarie (in America).

Il decreto legge è uno dei modi previsti dall’ordinamento costituzionale italiano (artt. 72 e 77 )  per legiferare. Per essere emanato debbono esaminarne la congruità costituzionale gli esperti della Presidenza della Repubblica e in seguito va controfirmato dal Presidente della Repubblica stesso. Nei due mesi successivi deve affrontare un iter parlamentare doppio, alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica, che possono anche stravolgerlo nei suoi contenuti. In questo caso, vista la solida maggioranza che sostiene il Governo, è probabile che non succeda, e che conservi i connotati essenziali voluti dal ministro Salvini.

Tornando al decreto si resta allibiti dal pot pourrì dei temi regolamentati: si va dalla legittima difesa al trattamento dei migranti richiedenti asilo. L’insieme dei temi la dice lunga sugli intendimenti del su nominato ministro, che insiste su argomenti che “buttano” molto in termini di consenso generico e di successo elettorale, perché parlanti alla visceralità degli Italiani. E io comunque non disprezzo la visceralità, se questa è umanità, con tutte le sue declinazioni soggettive e culturali.

Né sottovaluto per questo i neuroni intestinali, che comunque so non essere specificamente deputati alle passioni, ché a questo ci “pensa” il sistema limbico, cervello ancestrale, luogo delle emozioni e delle passioni istintuali.

Tornando a Conte, nell’immagine della presentazione del decreto appare proprio come un “prigioniero triste”, dall’espressione rassegnata e malinconica. E mi chiedo: vale la pena fare il premier a questo prezzo? Dipende, si potrebbe pensare: se uno ama in qualche modo il potere come fine, può anche sopportare qualche umiliazione.

Personalmente, fossi stato in Conte, ma non avrei mai potuto essere al suo posto, perché uno come me non si fa comandare da un Di Maio o da un Salvini (non mi faccio comandare da nessuno, in realtà), non avrei accettato la sceneggiata per ragioni prima estetiche che etiche. E qui l’accezione del termine “estetiche” nulla c’entra con gli estetismi superficiali di moda ai nostri giorni ma, come ho scritto più volte, ha a che fare con la sua etimologica filologico-filosofica che significa un qualcosa che si manifesta all’essere, dal sostantivo greco antico àisthesis.

E poi il presidente Conte è anche un po’ sfortunato: basti pensare alla madornale gaffe del suo portavoce, tale Casalino, mi pare un ex disk jockey o tronista (e che è?) o cose del genere, con tutto il rispetto per gli emuli di Claudio Cecchetto e Jovanotti. Questo arrogante ragazzotto stava registrando un messaggio con il quale prometteva morte e distruzione ai funzionari del ministero dell’economia, lo hanno sentito ed è stato sparato -come meritava- sul web, come un qualsiasi cialtrone che scrive perché ha uno smarphone in mano, non perché abbia qualcosa di sensato da comunicare.

Bene, il premier si trova un figuro del genere come portavoce. Ma ha bisogno del portavoce? Si? Non può sceglierlo lui? Evidentemente no, perché i due dioscuri che hanno i voti e l’arroganza dei vincenti (per ora) lo hanno “commissariato”. Lo tengon prigioniero, e lui deve abbozzare se vuol stare lì. Altrimenti, se si ribella, i due lo cacciano. In ogni caso è lui che si è cacciato nel covile dove lo hanno per i … (che dire? hai compreso, mio paziente lettore?).

Qualis poena nobis est!

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