Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La coscienza: “actum habitusque, quid humana conscientia est?”

Avere una coscienza“, “avere coscienza di…”, “essere di coscienza“, sono tre frasi dal significato diverso: la prima ha un significato morale, legato alla scelta, al discernimento di principi etici dati (intendo una delle “etiche” possibili, da quella utilitarista, a quella culturalista, a quella del fine, dove il fine è l’uomo stesso, tra altre); la seconda ha un significato analogo a “essere consapevoli, consci di…”, cioè sapere quello che succede; la terza la potresti sentire, caro lettor del sabato, come un’apostrofe a te rivolta, sulle tracce di sant’Agostino, da pensatori come Descartes, Bergson, Husserl, Piaget e qualche altro, e significa una specie di identificazione del tuo “essere” con la tua coscienza.

Un paio d’anni fa fui addirittura invitato a parlare di questo argumentum così importante a Berceto, sull’Appennino parmense, al Primo festival nazionale della Coscienza. Fu bello. C’erano anche -in diverse conferenze- relatori con Boncinelli e Galimberti. e io. Umilmente. Di questo e di altre cose molti non si ricordano e mi trattano come fossi uno così, forse qualsiasi, su questi temi, ma è perché non sanno nulla. E tra loro annovero anche, purtroppo, imprenditori, dirigenti e gente che fa politica a tempo pieno. Si arrangino, ché io mi arrangio con il mio e con la gente che sa apprezzare i miei sforzi e quello che so e che posso fare, per me certamente, ma anche per gli altri.

Dire che la coscienza quasi corrisponde alla persona è una visione antropologica ben precisa, che valorizza questa misteriosa dimensione interiore, sulla quale già scrissi non poche volte, anche in questo sito. Qui desidero richiamare alcuni concetti, vista la confusione che si fa un po’ ovunque su questo tema. Amplierò dunque i concetti proposti nell’incipit.

Ricordo innanzitutto -semplicemente- le due accezioni principali delle neuroscienze e della psicologia contemporanee che, per gli statuti epistemologici delle quali scienze, si danno solitamente in due modi:

a) un’accezione di coscienza come sinonimo di consapevolezza-del-sé, cioè sapere di esser-ci (Heidegger), di essere a questo mondo e,

b) un’accezione di coscienza come “luogo” spirituale dove si discernono i principi morali di bene e di male.

Ciò detto, se sopra ho ricordato in un breve elenco i filosofi che fanno quasi coincidere la persona con la coscienza, richiamo anche altri “classici”, antropologi-filosofi ed eticisti della grande Tradizione mediterranea, cioè greco-latina e cristiana, da Aristotele a Kant, passando per Plotino, Tommaso d’Aquino, Locke, Hume, Berkeley, etc..

Nel titolo scrivo il quesito an conscientia (sit) actum vel habitus. Cercherò di chiarire che cosa l’etica insieme con l’antropologia filosofica classiche e moderne intendano per actum e per habitus, ovvero per consapevolezza di sé, principi comportamentali mantenuti nel tempo, virtù, valori, etc..

Per Platone la coscienza umana è essenzialmente conoscitiva legata integralmente alla dottrina delle Idee, cardine della sua filosofia. Leggiamo questo brano:

Le Idee, infatti, oltre ad essere realtà ontologiche a sé stanti, immutabili ed eterne, che fungono da modello al Demiurgo per plasmare il mondo, ovvero forme con le quali è strutturata la realtà empirica, sono altresì presenti nella coscienza umana, come forme intellettuali, mediante le quali l’uomo comprende la dimensione sensibile dell’esistenza. La coscienza, quindi, nella dottrina platonica, corrisponde, sotto l’aspetto del mito, all’anima, la quale, avendo vissuto nell’Iperuranio, conserva in sé il ricordo delle Idee. Da ciò, scaturisce la concezione platonica della conoscenza innata, proprio perché già presente nell’anima e, quindi, nella coscienza di ogni essere umano (Fedone, Critone, Repubblica). Anche Aristotele identifica la coscienza con l’anima ma, a differenza di Platone, non strettamente nell’ambito della conoscenza, quanto piuttosto riguardo al concetto di tempo. Il filosofo di Stagira indaga sul rapporto tra il tempo e il movimento per far assumere ai due concetti una connotazione concreta. Il movimento è nel tempo e il tempo non può esistere senza movimento. Per Aristotele, infatti, il tempo è “il numero del movimento secondo il prima e il poi”, intendendo per numero la funzione del contare, che non è possibile senza avere coscienza della successione numerica. Dato che l’esistenza del tempo è empiricamente ovvia e chiaramente riscontrabile, la sua percezione è un fatto di coscienza. Per coscienza, dunque, Aristotele intende l’anima, unico ente in grado di determinare un prima e un poi in relazione alla vita del singolo individuo (Fisica, De Anima).”

Plotino, di contro, ritiene che nella coscienza si manifestino le verità più alte e la loro stessa fonte, cioè Dio. Come Agostino che scrive (…) in teipsum redi, quia in interiore homine habitat veritas“, vale a dire torna in te stesso, poiché nella tua coscienza abita la verità”, Plotino parla di “ritorno a se stesso”, “ritorno alla interiorità”, “riflessione su di sé”. In questo modo Plotino mette al centro la riflessione introspettiva, contro un privilegiare la mera conoscenza delle cose esterne (Enneadi).

Il Cristianesimo, da San Paolo e dai Padri della Chiesa, il concetto di coscienza viene ricondotto a quello di morale. Si pensi all’uso comune del sintagma “voce della coscienza”, che parla quasi a suggerire le cose buone da fare e le cattive da evitare, come in latino si dice: “bonum faciendum, malum vitandum“. In sant’Agostino, correlata alla frase sopra riportata troviamo una altro concetto ad essa coerente: la coscienza dunque è Mens superior inhaerens Deo, mente superiore insita in Dio, poiché Dio è per l’uomo Essere e Verità, Trascendenza e Rivelazione, Padre e Logos. Ciò che Dio rivela, in quanto rivelato-da-Lui, non può essere falso, ma necessariamente è vero, e sulla verità delle cose illumina la mente-anima umana. Quanto di psicologico moderno in questa visione! (cf. Confessiones, De vera religione).

Anche fra’ Tommaso d’Aquino intende la coscienza sempre ed esclusivamente come coscienza morale. La sua stessa definizione (“scienza con l’altro”), spiega come l’agire umano buono, cioè la recta ratio agibilium, l’agire buono secondo ragione, fosse diversa dall’agire recta ratio factibilium, cioè un agire purchessia. Per Tommaso le azioni dell’uomo erano cosa diversa dalle azioni umane, poiché le seconde hanno una struttura morale di rispetto del fine dell’agire, che è il benessere fisico e spirituale (oggi diremmo psichico, ma basta intendersi, se è vero com’è vero che psychè in greco antico significa anima) dell’uomo stesso, mentre le prime appartengono all’uomo (sono dell’uomo) come semplice complemento di specificazione. La coscienza è dunque atto della persona che liberamente si muove nel mondo e nella sua vita propria, stando tra gli altri. La legge cui si riferisce, agendo, è la sinderesi, cioè un habitus che contiene la legge morale naturale. (cf. Summa Theologiae I e II secundae, e De Veritate). San Tommaso quindi afferma che la coscienza è atto nella singolarità dell’azione, ed è “abito“, cioè abitudine, virtù, principio, valore, nella adesione alla legge morale che la natura e Dio stesso ha instillato nel cuore dell’uomo.

La rivoluzione filosofica moderna, iniziata con Renè Descartes, porta la riflessione sulla coscienza dall’ambito strettamente teologico-morale, a quello delle dottrine cognitive e gnoseologiche. L’uomo, per Cartesio, innanzitutto possiede la capacità di ragionare, e la consapevolezza di possedere nella mente i propri contenuti mentali. La coscienza, dunque, è la consapevolezza soggettiva di sentire e ragionare, perché il pensare implica il sapere di stare pensando. Nella mente cosciente esistono le idee di cui si ha coscienza, idee che possono anche non corrispondere alla verità delle cose. Una sola è certamente, indefettibilmente e indubitabilmente vera, il sapere di stare pensando e quindi da ciò dedurre di essere un essere pensante: cogito ergo sum. San Tommaso avrebbe risposto rovesciando la frase così: sum ergo cogito, sono e perciò penso.

Partire dal cogito significa un pensare ciò che può essere… pensato. Il pensiero è sempre pensiero di qualcosa. Anche quando si risponde alla domanda “A che cosa pensi?” e si risponde “a nulla“, si dà una risposta errata, poiché il “nulla” è qualcosa, in logica, cioè un qualcosa che non si può definire se non in quel modo. Perfino Dio, nella teologia apofatica, può essere definito come “nulla”, in quanto la nozione del divino è inesprimibile. Si pensi alle tradizioni mistiche ebraiche, cristiane e musulmane.

Per Descartes la res cogitans, è nettamente distinta dal corpo, la res extensa , mentre per Gottfried Leibniz vi è una unità di coscienza e conoscenza nell’uomo, chiamata appercezione, che è  è il fondamento ultimo della coscienza e dell’io (cf. Monadologia).

In tema l’empirismo inglese, con John Locke propose una nozione della  coscienza come la percezione di ciò che passa nella mente di un uomo, o meglio, le sue idee. La coscienza, quindi, è l’io che possiede e sviluppa tutte le attività mentali (Saggio sull’intelletto umano). Il vescovo George Berkeley  fu ancora più radicale di Locke, poiché era convinto che l’esistenza stessa delle cose si commisura solo in quanto queste sono percepite come esistenti (esse est percipi), ovvero se e quando si ha coscienza della loro esistenza: per questo pensatore purissimo idealista, le cose, le res extensae cartesiane sono solo proiezioni mentali senza importanza, mentre le sensazioni di esse sono la… verità.

Circa il tema della coscienza, un giorno alla Facoltà teologica dell’Emilia Romagna, mentre passeggiavo nel chiostro del Convento di san Domenico, che è sepolto nella Basilica, ebbi un’incertezza quando il filosofo domenicano padre Giovanni Bertuzzi, ex abrupto, mi chiese se, secondo me, la coscienza fosse una “atto” o un “abito” (habitus). Rimasi incerto per un attimo e risposi “atto”, ma poi ci pensai ancora. Un tentativo di risposta, caro lettore, la trovi in questo brano.

Raccomando a chi mi legge, di ascoltare la voce della coscienza più di quella della convenienza personale, specialmente quando si è chiamati a decidere sulla vita degli altri, perché spesso, osservo, vince nel processo decisionale, che è complesso -di suo- una pericolosa frettolosità, che è figlia della superficialità e madre dell’ingiustizia.

Giornalismo e ricerca della verità. Un saluto a Massimo Bordin, che lo Spirito lo abbia in gloria, anche se era agnostico, o proprio per quello…

E’ mancato Massimo Bordin, la voce più importante di Radio Radicale. Era un grande giornalista e un politologo molto colto. Gran conoscitore della storia politica contemporanea. Lo ascoltavo in viaggio di prima mattina. Era un grande spirito laico rispettoso di tutti e ferocemente critico con gli ignoranti arroganti. Un liberale di sinistra, da giovane era stato addirittura trotzkista, militanza che gli aveva lasciato un grande sentimento per i diseredati. Qualche settimana fa una mattina lo ho sentito debilitato e allentato nel suo dire, lui sempre corretto e preciso nei giudizi e nelle citazioni storiografiche e politiche. Non tossiva più, era la sua caratteristica il tossire dopo una mezz’ora di acutissimi e ironici commenti.

Gran fumatore come il suo più importante coequipier marco Pannella, era forse l’unico a saper tenere testa a quel fiume di parole contorto e torrenziale che era il carismatico radicale, Giacinto detto “Marco”, da Teramo. Quanto ci manca oggi, nella miseria culturale degli attuali politici italiani, e qui non mi riferisco solo a quelli al governo. La situazione è tale che mi trovo ad apprezzare perfino una Carfagna, con rispetto vero per questa signora elegante e ascoltabile. Anche il “mio” (molto poco mio) Partito fa pena. Faceva pena prima del congresso e fa pena anche ora con il nuovo segretario. Non so se sia colpa prevalente del distruttore dal cipiglio, non so se più da guitto o da padrone di una sala giochi, di Rignano sull’Arno, ma non so più che dire di questi ex comunisti/ democristiani, che hanno bisogno di trovare in un Calenda quasi il salvatore. Per l’amor di Dio.

Tornando a Bordin, anche per me che -pur non essendo uno storico- posso definirmi un cultore della materia, era utilissimo, sia perché aveva una preparazione storico-politica eccellente, sia perché mostrava un acume raro nell’interpretare gli scritti cartacei dei suoi colleghi giornalisti e le linee “politiche” di direttori ed editori.

Senza mai offendere nessuno, come fanno i Cruciani e i Parenzo di Radio 24, il secondo veramente insopportabile con il suo sinistrismo scontato, io so sempre prima dove protesterà e quando imprecherà contro qualcuno (male, per lui), Bordin tagliava a fette gli improvvisati attori della politica attuale, scoprendo contraddizioni, inesattezze, superficialità, scarsa professionalità. A volte ridevo proprio di gusto nel sentirlo seriosamente redarguire Salvini o Di Maio per le loro frasi fatte, per le affermazioni senza fondamento giuridico, politico o economico. Li sgamava tutti, Toninelli compreso, che veniva scoperchiato da Massimo, nelle sue inesattezze e a volte insensatezze, colpo su colpo.

E mi dava una soddisfazione feroce, quasi potendomi io identificare con ciò che il suo microfono spandeva nell’etere. Non che fossi sempre d’accordo con lui, specie quando non si peritava di enfatizzare alcune delle politiche radicali che non condivido, come l’eutanasia à la Cappato, o le maternità surrogate. O meglio, non enfatizzava, ma su questi temi, lo sentivo militante, più che critico di qualsiasi cosa e di qualsiasi persona, come soleva fare quasi sempre, con grandissima onestà intellettuale.

Bordin faceva parte di una generazione di giornalisti che trova pochi emuli oggi, specie in una stampa a volte trascurata e scurrile, là dove i titoli spesso fanno a pugni con i contenuti degli articoli sottostanti, cosa incomprensibile e demotivante anche per i lettori più competenti. Come si chiama questa cosa? Disonestà intellettuale, incompetenza, militanza a senso unico? Di tutto un po’, come quando ascolto Travaglio, con il suo insopportabile sorrisetto di superiorità verso chiunque.

Oggi i Crimi di turno e i grillini di contorno, la Lega connivente, vogliono zittire Radio Radicale, che è un servizio pubblico/ privato indispensabile, unico, di informazione sulle attività politiche e istituzionali italiane, proprio per la competenza e la libertà che si respirano a Largo Argentina.

Prima di iniziare la sua storica rubrica Stampa&Regime, la voce libera della radio italiana, faceva sempre trasmettere l’incipit del Requiem di Mozart, quasi a comunicare, al di sopra di ogni cultura e di ogni credenza. Laico, agnostico, Bordin era uomo di cultura profonda e priva di pregiudizi.

Che lo Spirito di Dio lo abbia in gloria, anche se lui forse non lo sapeva o sperava. Mi viene da pensare che ora forse starà discutendo senza mai stancarsi con Pannella nel paradiso laico che il Signore avrà certamente preparato per tutti e due. E per non molti altri.

Notre-Dame de Paris è dell’intelligenza e del cuore del mondo

…non certo di quella piccola persona che è Macron, né di un vito crimi che vuol chiudere Radio Radicale, perché i grillini temono la cultura e la verità, e lodano l’ignoranza, e neppure di quel maleducato di Parenzo, che imperversa su Radio 24. Faccio solo dei nomi ai quali Notre-Dame, come simbolo dello spirito dell’Europa non può appartenere. I nomi di alcune persone indegne di considerare Notre-Dame come loro simbolo unificante. Esemplifico.

Notre-Dame è dell’intelligenza e del cuore del mondo. E’ più dell’Italia che non di una certa Francia sussiegosa e revanchista, più dell’Europa che non della Francia, spocchiosa e altera. Colonialista e cinica.

Notre-Dame, Nostra Signora di Parigi, insieme con le cattedrali di Chartres, Amiens, Reims, Bourges e Rouen è il top del gotico francese e del gotico del mondo.

Poi c’è il meraviglioso gotico inglese di Canterbury, Salisbury, Lincoln, Ely, Norwich, Westminster; quello italiano del Duomo di Milano, di Santa Maria del Fiore a Firenze, del Duomo di Orvieto, di quello di Siena; quello spagnolo di Burgos e Leon; quello tedesco di Colonia e Ratisbona; quello belga di Anversa… Gotico straordinario a Notre-Dame, limpidissimo, anche se con qualche retaggio romanico, come si attesta nei modelli di Saint-Denis, la chiesa madre di Francia, e nelle cattedrali di Laon e Sens, che visitai nel 1983 con Mario.

Fu iniziata verso il 1190 per volere di re Luigi IX il Santo, e diversi re Luigi poi se ne occuparono, come Luigi XIII e Luigi XIV, assai più di Sarkozy, Hollande e Macron, i tre ultimi mediocrissimi presidenti di Francia, reucci inadeguati e presuntuosi.

Ottocento anni di storia, non è stata distrutta come scrive imprecisamente La Repubblica, e alcuni altri superficiali quotidiani, né ci vorranno trent’anni e più per ricostruirla come dice qualche improvvisato esperto. Mi fido più di Philippe Daverio, vero esperto, che parla di cinque/ otto anni.

Come il Colosseo, anche questa chiesa è stata cava di pietra per i cittadini dopo la grande Rivoluzione. Saint-Just e Robespierre ne vollero fare il tempio della dea Ragione, ma fallirono. Fu rifugio per gli Ugonotti (i protestanti calvinisti) nella notte di san Bartolomeo.

Come il Duomo barocco di Noto, colpito dal terremoto e come la Basilica di San Francesco ad Assisi, a Notre-Dame è crollato il tetto, in questo caso per il fuoco, non per terremoti o altre cause statiche. Notre-Dame è invece bruciata (in parte, quella di legno molto stagionato) come il teatro La Fenice di Venezia, che è stato ricostruito com’era.

In questo caso, perché non pensare (Sgarbi penso sarebbe d’accordo) a una ricostruzione del tetto come era, ma a recuperare uno stilema diverso per la flèche di Viollet le Duc, magari ricordando la piramide di vetro del Louvre? Un’idea dell’amico e collega Luca (magari scriviamo al contrito Monsieur le Prèsident Emmanuel).

La chiesa di Nostra Signora fu cantata da Victor Hugo e da scrittori e poeti in ogni tempo. Si erge da otto secoli nel mezzo dell’Ile de la Citè, quasi a testimoniare la continuità nel tempo della presenza di Maria a protezione della città bellissima. La Senna scorre tutt’intorno, e sui lungofiume le bancarelle di libri e stampe usate.

Notre-Dame ha resistito forse anche perché chi la protegge è tra noi da due millenni e sta anche a guardare la sua chiesa, Maria, l’unica donna cui vale la pena dare fiducia. Non reggono le Merkel, le Bachelet, le Rodham-Clinton, le May e tantomeno la piccola e bruttina quindicenne Greta Thunberg. Radici cristiane d’Europa e apertura al mondo.

Notre-Dame è bella da vedere di giorno e di notte e con qualsiasi tempo. E’ bella avvolta dalla nebbia e anche sotto una rara nevicata, in pieno sole agostano e anche quando le ombre autunnali si allungano sulla piazza e si vedono le torri gigantesche coprire il selciato.

Silente sta a guardia del tempo, come la Signora cui è dedicata. Auguro a ogni mio gentile lettore di poterla ammirare ancora e di volersi sedere in una delle navate in silenzio.

“Non sopportavo la sua felicità”, così spiegano il loro orrendo delitto il ragazzo dei Murazzi di Torino e l’uomo siculo

I due assassini, il ragazzo dei Murazzi di Torino, e l’uomo siculo, spiegano il loro delitto con la non sopportazione della felicità altrui. Eppure, noi non sappiamo come stanno gli altri, noi non sappiamo quello che gli altri pensano di noi. Il giudizio altrui è sempre altro rispetto al nostro, anche sulle loro proprie vite. Nulla sappiamo, possiamo solo supporre. Così è accaduto che la felicità presunta abbia armato la mano all’invidioso, che ha iniziato a odiare mortalmente. Così è dunque della felicità presunta, posto che si tratti di felicità, termine arduo e di difficile applicazione descrittiva.

La gelosia e l’invidia sono da sempre presenti nell’animo umano, come veleni diversi (l’invidia molto di più, a mio parere) che torcono a volte l’anima verso l’odio.

La gelosia nasce presto, fin da piccoli, verso genitori e fratelli, e poi si sviluppa nei confronti di molte altre figure, per esempio i colleghi che si trovano sul lavoro, ma anche in altri ambiti. Essa può nascere, sia per volontà imitativa, sia per timore di perdere le qualità che si hanno o che si crede di avere, magari nella dura competizione della vita. Questo sentimento segnala la possibilità, vera o presunta, di perdere qualcosa o qualcuno, e funziona non solo in relazione ai fatti presenti, all’esperienza che si vive nel presente, ma anche in funzione o causata da ricordi e flussi mentali diversi.

Quella che ha a che fare con le relazioni affettive / amorose è spesso accompagnata da altre emozioni o sentimenti, come la paura, la rabbia, la vergogna o la tristezza. A volte accade che la gelosia provochi perfino una riduzione dell’autostima che uno ha di sé, e nel contempo provochi una apparentemente contraddittoria aggressività verso chi si pensa sia causa di gelosia.

Nel sentirsi gelosi si può provare sentimenti ambivalenti e aggressivi nei confronti della persona “amata” e motivo di ingelosimento, anche perché si può pensare che questa favorisca, quasi, la presenza di un soggetto rivale. Questa aggressività può addirittura provocare scatti di violenza collerica e perfino di manifestazioni dell’odio. Nei casi più estremi può addirittura provocare gesti estremi e tragedie.

La memoria può favorire anche processi mentali di rimuginio e tormento negativi per la persona stessa, là dove possono svilupparsi ragionamenti sbagliati da inferenze e deduzioni completamente errate. Nei casi più gravi si possono verificare perfino deliri che inducono a minacciare supposti nemici, assolutamente in-ventati da una vis imaginativa insana. In questi casi siamo nel campo delle psicopatologie.

L’invidia viene classificata dagli studiosi contemporanei come emozione assai apparentata alla gelosia. L’antropologia e l’etica classiche, invece, la collocano nell’ambito dei vizi morali capitali, addirittura nella seconda posizione per gravità, dopo la vanagloria e la superbia (orgoglio spirituale). Su questo vediamo come la pensa Tommaso d’Aquino nella quaestio 36 della Summa Theologiae. Ne scrissi già cinque anni or sono in questo stesso sito, citando anche san Gregorio Magno, papa. Leggiamo frate Tommaso.

“1. Come dice S. Gregorio [ib.], “i vizi capitali sono così connessi tra loro, che nascono l’uno dall’altro. Infatti la prima figlia della superbia è la vanagloria, che non appena ha corrotto un’anima, subito partorisce l’invidia: poiché nel desiderare la potenza di un gran nome, si duole al pensiero che un altro possa raggiungerla”. Perciò non è detto che un vizio capitale non possa nascere da un altro vizio: purché esso non manchi di efficacia nel produrre altre specie di peccati. Tuttavia, forse per il fatto che l’invidia nasce manifestamente dalla vanagloria, essa non è considerata un vizio capitale né da S. Isidoro, [Sent. 2, 37] né da Cassiano [De instit. coenob. 5, 1].
2. Da queste parole non si deve desumere che l’invidia sia il più grave dei peccati, ma che quando il demonio riesce a insinuarla induce l’uomo ad accogliere il diavolo nel suo cuore in una maniera speciale: poiché, come aggiunge S. Gregorio, “la morte è entrata nel mondo per l’invidia del diavolo”. C’è però un’invidia che è ricordata fra i peccati più gravi, cioè l’invidia della grazia altrui, in forza della quale uno si rattrista dell’aumento stesso della grazia di Dio, e non soltanto del bene del prossimo. Per cui essa viene considerata un peccato contro lo Spirito Santo: poiché con essa uno invidia in qualche modo lo Spirito Santo, il quale viene glorificato nelle sue opere.
3. Il numero delle figlie dell’invidia può essere stabilito nel modo seguente, poiché l’invidia ha nel suo processo un principio, un termine medio e un termine finale. Si ha un principio nel fatto che uno tenta di sminuire la gloria altrui: o di nascosto, e allora c’è la mormorazione, o apertamente, e allora c’è la detrazione. Si ha un termine medio nel fatto che uno, nel tentativo di sminuire la gloria altrui, o ci riesce, e allora abbiamo l’esultanza per le avversità, o non ci riesce, e allora abbiamo il dolore per i successi. Si ha poi il termine finale nello stesso odio: poiché come il bene che piace causa l’amore, così la tristezza produce l’odio, come si è detto [q. 34, a. 6]. In un certo senso però il dolore per il successo altrui si identifica con l’invidia: in quanto cioè uno si addolora dell’altrui successo in quanto questo implica una certa gloria. Invece in un altro senso esso è figlio dell’invidia: cioè in quanto i successi del prossimo contrastano con gli sforzi dell’invidioso, il quale cerca di impedirli. L’esultanza per le avversità, invece, non si identifica direttamente con l’invidia, ma ne è una conseguenza: infatti dalla tristezza per il bene del prossimo, cioè dall’invidia, segue logicamente l’esultanza per le sue disgrazie.”

Pure definendola emozione meno profonda della gelosia, i moderni riconoscono l’invidia come un sentimento che porta a odiare il bene altrui, e scusate se è poco! E’, ammettono (D’Urso 2013, ad es.) un sentimento di malanimo verso gli altri, perché magari questi possiedono un bene che personalmente non si possiede.

Perché lui sì e io no? E’ la domanda dell’invidioso, che -letteralmente- è colui-che-guarda-male-l’altro (dal verbo latino in-vidère, guardare contro, di mal-occhio).

L’invidioso prova sentimenti di rivalità e senso di inferiorità verso l’altro, poiché non possiede qualità o beni che il secondo (l’invidiato) possiede. L’invidia si manifesta attraverso una sorta di malanimo rancoroso, che non si ferma a un desiderio di volere possedere ciò che possiede l’altro, ma perfino di impedire che l’altro abbia a disposizione quel bene. In realtà l’invidioso realizza un confronto sociale dal quale risulta perdente, e conseguentemente altrettanto l’immagine di sé che egli ritiene di avere presso la comunità, e infine, come abbiamo visto, avviene un calo o una perdita dell’autostima (Frijda 1986). A volte entra in gioco anche un giudizio concernente la giustizia, che fa pensare a un suo venir meno, nel caso in cui l’invidioso ritenga che l’invidiato non si “meriti” certi beni.

Anche se gli studiosi moderni, soprattutto gli psicologi non vedono nell’invidia un sentimento di negatività molto maggiore rispetto alla gelosia, in qualche caso ammettono che lo sia, come nel caso di Castelfranchi Miceli e Parisi (1988). Per costoro l’invidia mostra come l’invidioso soffra del bene altrui, e qui riemerge il pensiero del teologo d’Aquino: l’invidioso soffre per i successi altrui e conseguentemente si auto-svaluta e mette in moto un circolo vizioso di dolore spirituale che aumenta sempre di più.

Questo sentimento a volte è denegato, ma individuato e indicato negli altri, perché magari genera vergogna nell’invidioso. “Oooh io, quando mai, non mi frega niente di quello che pinco palla ha, ha comprato, del suo potere, del successo con le donne che ha“. Ah Ah. (cf. Girotti, Marchetti e Antonietti, 1992).

Si può ritenere che tale pensiero derivi addirittura da un fondamento culturale di matrice filosofica, per la nostra gente, e costituisca perfino uno stigma. Ricordo che Aristotele nella Retorica definiva l’invidia come “un dolore causato da una buona fortuna che appare presso presone simili a noi” e come “passione disonesta e propria delle persone disoneste”.

In tempi nei quali essere “perdenti” è quasi un delitto contro se stessi, è quasi impossibile non essere invidiosi dei “vincenti”. Soprattutto l’invidia, ma anche in qualche misura la gelosia sono difettosità psico-morali, o emozioni, o sentimenti, o passioni, di origine sociale, nel confronto che si realizza obiettivamente tra esseri umani. La loro spiacevolezza è indubbia, poiché crea situazioni spirituali penose e a volte dolorose, in qualche caso addirittura insopportabili.

Non si può negare che a volte, sia la gelosia sia l’invidia possano assumere caratteristiche  e dimensioni patologiche, di nevrosi. All’inizio del loro manifestarsi si può dire che si tratta di caratteristiche molto “umane”, comprensibili e perfino compatibili con l’ordinarietà della vita, ma al loro acuirsi le cose cambiano.

Trovo questa ricerca specifica, che riporto di seguito: “Allo scopo di comprendere le differenze individuali Marrazziti e collaboratori (2010) hanno recentemente sviluppato un questionario inerente al tema della gelosia, con lo scopo di classificare le manifestazioni di gelosia nella popolazione non patologica, sulla base di quattro ipotetici profili: gelosia ossessiva, depressiva, associata ad ansia da separazione e paranoide. Le tipologie di gelosia si caratterizzano per i seguenti aspetti: nella forma ossessiva, sono presenti sentimenti egodistonici ed intrusivi di gelosia che la persona non riesce a far cessare; nella forma depressiva, la persona prova un senso di inadeguatezza rispetto al partner, aumentando il rischio percepito di tradimento; nella forma con associata ansia da separazione, la prospettiva di una perdita del partner appare intollerabile, e vi è un rapporto di dipendenza e di continua ricerca di vicinanza; nella forma paranoide, vi è un’estrema diffidenza e sospettosità, con comportamenti controllanti ed interpretativi. Tale strumento rappresenta un utile collegamento tra normalità e patologia, ed ha lo scopo di portare luce su un fenomeno molto diffuso, sebbene poco studiato, e fonte di disagio psicologico in un’ampia parte della popolazione. Affrontando quindi il tema del continuum tra normalità e patologia, presentiamo brevemente la descrizione dgelosia normale e patologica. Si parla di gelosia normale quando è inseparabile dall’amore per il partner e mostra livelli di attivazione fisiologica accettabili. Non vi è rigidità e pervasività dei pensieri e nelle credenze legate alla sospettosità e minaccia di perdita del partner; non vi sono dilaganti comportamenti compulsivi di controllo, di investigazione ne’ comportamenti aggressivi e coercitivi. Invece, la gelosia patologica si genera da comportamenti che non trovano riscontro nella realtà, da azioni infondate, e deriva, sostanzialmente, da un’angoscia che prende forma nella mente senza nessun riscontro oggettivo. Quest’angoscia produce delle vere e proprie rappresentazioni mentali in cui si costruiscono ad hoc lo scenario, il rivale e, più di tutto, le prove dell’infedeltà. Quindi, la realtà viene erroneamente interpretata e tutto può essere frainteso. Questo, può portare a dei veri e propri deliri di gelosia che in alcuni casi sono all’origine di delitti passionali. Si tratta, dunque, di autentico delirio florido, esattamente come affermava Freud anni or sono, e rappresenta la parte più patologica della gelosia. Nei casi più estremi infatti non è raro che vi siano deliri di riferimento specifici definiti deliri di gelosia.”

Questa forma di gelosia genera a volte una paura irrazionale dell’abbandono e tristezza per la possibile perdita; una sospettosità per ogni comportamento relazionale del partner verso persone dell’altro sesso; il controllo di ogni comportamento dell’ altro; un’aggressività verso i possibili rivali (magari presunti); un’aggressività persecutoria verso il partner e infine una sensazione d’ inadeguatezza e di scarsa autostima verso se stessi. Si tratta di una sorta di dipendenza affettiva e relazionale, in uno stato via via di sempre maggiore fragilità psicologica e di vulnerabilità a supposti “attacchi” altrui ai nostri equilibri affettivi. Questi stati d’animo possono scivolare verso situazioni patologiche border line, fomiti possibili di aggressività con conseguenze che possono essere tragiche, con sentimenti che diventano persecutori e violenti, patologici.

Anche se l’invidia è “ufficialmente” molto spregiata in generale, essa non è compresa fino in fondo come vizio grave della coscienza. Ciò che provoca spesso, astio, rancore e perfino odio rischia addirittura di de-umanizzare l’oggetto di questo sentimento, costituendolo bersaglio di denigrazione, maldicenza, calunnia e perfino violenza, pur di ottenerne un suo abbassamento personale e sociale.  Infine, non è improbabile che il provare invidia sia sintomo di una concezione di sé autocommiserante e prodromo di una qualche depressione.

I due soggetti citati all’inizio probabilmente son fatti così, con l’aggiunta di una dose di narcisismo, come spiegano anche gli psicologi citati in questa riflessione.

Gelosia, dunque, come sentimento non sempre e non del tutto negativo, invidia, invece, come sentimento che deriva in uno dei vizi più gravi, come insegnano l’antropologia e l’etica classiche.

De familia e de soli iure, quisquilie o pinzillachere?

Titolo in latino per la solennità dei duo argumenta, ma poi aggiungo una domanda alla Totò, perché molto spesso il livello del dibattito sui due temi rasenta l’indecente o il ridicolo. Pertanto mi è venuto da scomodare un’espressione caratteristica del nostro comicus maximus.

Sulla famiglia si scontrano due posizioni estreme, lasciando poco spazio a chi vuol ragionare. Da un lato chi non è d’accordo chiama indifferentemente “sfigati” (dimaio) quelli di Verona, dall’altro si dà dell’assassino a chi accetta la normativa italiano che prevede la pratica dell’aborto in certe condizioni, entro la normativa della Legge 194 che si intitola alla tutela della maternità.

Non si va da nessuna parte se l’atteggiamento non è quello dell’uso della ragione, applicando le conoscenze etiche, scientifiche e sociologico-culturali al tema. La famiglia è una struttura storicamente declinata in diversi modi, solo che osserviamo il bacino mediterraneo, tra la Grecia, Roma e il plesso giudaico e Vicino Orientale o biblico. In Oriente le regole sono ancora differenti, come nelle aree animiste dell’Africa, dell’Asia e delle Americhe.

Nella modernità è emerso il discorso dell’uguaglianza fra i sessi, per la quale le donne debbono avere gli stessi diritti degli uomini (i maschi). Basti pensare a due cose: in Italia le donne poterono votare per la prima volta solo nel 1946, l’altro ieri, e il delitto d’onore fu di fatto abolito in Italia solo nel 1975. In altre parole la donna è stata per i due aspetti una sub-persona fino a pochi decenni fa. Se pensiamo anche a quando santa madre Chiesa ammise l’esistenza dell’anima nell’essere umano femminile, non più di due secoli e mezzo fa, il discorso sull’ineguaglianza è abbastanza completo.

L’unione familiare, pertanto, non può non risentire di questi fatti, per cui il consorzio familiare deve tenere conto dell’uguaglianza di diritti e doveri, sia nella reciprocità della coppia, sia verso i figli.

Circa poi l’omosessualità, nessuna persona ragionevole parla di patologia: tale modalità relazionale esiste fin dall’antichità (e restiamo sempre nel plesso mediterraneo), assumendo -specialmente in certe fasi- addirittura una dignità pedagogica, specie nella Grecia classica e a Roma. Personalmente non condivido quest’ultima declinazione, ma ne prendo atto, se voglio essere intellettualmente onesto.

Altri tre aspetti, invece, di ciò che sostengono gli iper-libertari in tema di famiglia e di sesso non condivido, soprattutto il secondo e il terzo, e sono a) le adozioni da parte di coppie omosessuali, se non in certi casi: è meglio comunque stare in una famiglia di questo tipo per un bambino che lo stare in un orfanotrofio, b) la maternità surrogata, i cui termini non occorre io spieghi qui e c) il sistema LGBT, in base al quale ognuno la mattina, svegliandosi, può decidere a che sesso appartenere, o giù di lì. Andiamo!

Aggiungo: se è vero che la famiglia è un dato antropologico naturale e anche culturale, bisogna considerare anche la qualità della genitorialità, che non è certissimamente sempre e in ogni caso degna di questo nome, poiché vi sono genitori naturali degeneri, così come genitori adottivi meravigliosi.

Invito da questa piccola tribuna, gli uni e gli altri a ragionare, a riflettere, ad ascoltare le ragioni altrui, filosoficamente, con rispetto e disponibilità alla reciproca comprensione.

Ius soli (in latino «diritto del suolo») significa giuridicamente l’acquisizione della cittadinanza di una nazione per essere nati sul suo territorio, anche se i genitori sono nati altrove, in altre nazioni. L’altra modalità è quella dello ius sanguinis (ovvero «diritto del sangue»), cioè la trasmissione della cittadinanza del genitore ai figli, come discendenti, là dove il luogo di nascita non c’entra nulla.

Nel continente americano quasi tutte le nazioni applicano lo ius soli senza problemi. Stati Uniti, Canada, tutta l’America Meridionale. In Europa altrettanto fanno Francia, Germania, Irlanda e Regno Unito. In Italia si applica solo in tre casi: a) per nascita sul territorio italiano da genitori ignoti; b) per nascita sul territorio italiano da genitori apolidi; c) per nascita sul territorio italiano da genitori stranieri impossibilitati a trasmettere al soggetto la propria cittadinanza secondo la legge dello stato di provenienza.

Vi è un ulteriore caso nel quale viene applicato lo ius soli allo straniero, in virtù dell’art. 4, comma 2, della Legge 5 febbraio 1992 n. 91, allo straniero nato in Italia e che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, come a Mario Balotelli e a Moise Kean, per le fortune della nostra Nazionale di calcio. “In questo caso la persona diventa cittadino italiano di diritto se dichiara di voler acquisire la cittadinanza italiana entro un anno dal raggiungimento degli anni diciotto di età, quindi senza le condizioni normalmente richieste (reddito sufficiente, incensuratezza, circostanze di merito, ecc.) per ottenere la cittadinanza per naturalizzazione. Tale beneficio viene perso in mancanza di volontà espressa entro un anno dal raggiungimento della maggiore età, dopo di che la cittadinanza è ottenibile solo tramite le norme ordinarie.” (art. sopra citato)

Mi sembra che i trend mondiali stiano indicando che il tema della cittadinanza vada declinato in modo diverso dal passato. Lo ius soli è la scelta più realistica e razionale, in un mondo sempre più collegato e correlato, senza paura di contaminazioni, di invasioni e di sostituzioni. Ancora una volta è il dialogo la medicina più giusta tra esseri umani diversi per pigmentazione della pelle e storie, ma identici per patrimonio genetico, come insegnano le scienze contemporanee, e non Alfred Rosenberg e De Gobineau.

Bisogna imparare a essere cittadini del mondo, essendo cittadini di dove si è nati.

Io mi sento (con moderato orgoglio) senza nessuno spirito nazionalistico, ma con grande amore per la mia Terra e per tutta la Terra, Friulano, Italiano, Europeo, etnicamente Caucasico, figlio della Terra, e perfino Figlio di Dio, tra i miliardi dei miei simili-identici in dignità, se pure diversissimi da me.

Dio è stato  bravo ad evitare la noia della somiglianza assoluta.

Il destino dello sconfinato deposito del sapere e della cultura occidentali e orientali, ovvero dei due Imperi, tra Xi e… Cesare Augusto

Come vedi, mio gentile lettore, non cito il pres Mattarella e tanto meno un Conte o i suoi due vice diversamente miserandi. Cito Xi e Cesare Augusto, perché possono sedere allo stesso tavolo, sapendo che il cinese è infinitamente inferiore -sotto ogni profilo- al grande imperatore romano, anzi al princeps, (è solo da Flavio Vespasiano, verso la fine del I° secolo, che il princeps venne chiamato imperator, titolo di derivazione e pertinenza militare, e Vespasiano era un grande generale dell’Impero) che fece di Roma il centro del mondo di duemila anni fa.

Caput mundi, ciò che Bejing non fu mai, e mai potrà essere.

Roma ereditava il grande pensiero filosofico ed etico greco, era platonico-aristotelica e, forse, ancora di più stoica, vista la centralità che aveva il senso di appartenenza a una “Patria” grande e composita e ai suoi valori. Il mio buon lettore sa che uno dei più grandi imperatori, Marco Aurelio, si annovera tra i filosofi dell’antichità, proprio di scuola stoica. In che cosa consisteva lo stoicismo dell’uomo più potente del mondo nella seconda metà del II° secolo? Nella fedeltà a una visione della vita coerente con le virtù di amor patrio, di solidarietà con i propri sottoposti, di giustizia, e perfino di umiltà. Si pensi che Marco Aurelio, nelle campagne militari condivideva con i suoi soldati tutto il regime di vita, senza alcun privilegio, patendo il freddo e ogni altro disagio che la permanenza in zone impervie e pericolose, come le aree germaniche e slave, prevedeva. Un Impero che, oltre a costituire la maggiore forza politica, economica e militare del tempo, fu capace di rispettare le lingue, le culture, le tradizioni e religioni locali, in una forma intelligente di “federalismo” ante litteram.

A Roma poi arrivarono Pietro e Paolo e la “lezione evangelica”, che però non stravolse le leggi e le tradizioni dell’Impero. Iniziò così un’altra storia che si sviluppò, non senza controversie, e camminò verso tutta l’Europa sulle strade dell’Impero stesso. La decisione di Costantino del 313, con l’Editto di Milano permise lo sviluppo del cristianesimo, da leggere in tutte le sue sfaccettature legate alle opportunità politiche di tale scelta, e dette un’ulteriore accelerata alla formazione di uno spirito definibile quasi paleo-europeo, sfociato cinque secoli dopo nel Sacro Romano Impero di Carlo Magno e degli Ottoni. E possiamo fermarci qui, poiché i successivi mille anni, sia pure in modo discontinuo e controverso, furono comunque caratterizzati dalle due grandi eredità culturali citate, con i punti dirimenti della rivoluzione filosofica e scientifica di metà millennio e dell’Illuminismo.

In Oriente le cose furono anche più complesse, stante l’enorme distesa territoriale asiatica. Diversi furono gli imperi e i regni che si svilupparono in quattro millenni all’ombra del grande impero cinese, prosperante sotto il Cielo, “dio unico”. L’Hindu-Buddhismo e il Confucianesimo egemonizzarono gli spiriti di quei popoli e di quei regnanti, contribuendo a creare un’antropologia molto particolare, completamente diversa da quella occidentale.

Se in Occidente, nel plesso mediterraneo, la filosofia greco-latina e il conseguente plesso di regole giuridiche sintetizzate nel diritto romano e poi bizantino, insieme con la “lezione” evangelica marcarono, non senza contraddizioni e in tempi medio-lunghi, l’importanza della “persona”, come singolo valore, in Oriente la singola persona non ebbe mai quella centralità, ma fu sempre, oserei dire per ragioni fondamentalmente teologico-metafisiche, ritenuta parte-del-Tutto, dove questo “tutto” è, sia il “divino”, sia la nazione governata da un sovrano assoluto. Come ho già scritto in un precedente pezzo, non vi è soluzione di continuità tra il “Figlio del Cielo”, un imperatore Ming o Tang che sia, e Mao, Deng (anche se in modo differente) e ora, Xi. Si tratta dello “spirito asiatico”  che, in qualche modo, ha condizionato anche l’impero russo, peraltro già verticalmente orientato dal cristianesimo ortodosso, per il quale l’uomo deve tendere  a divinizzarsi, cioè a somigliare a Dio, tramite il Cristo creatore e padrone del mondo (il Pantokràtor). Anche di ciò abbiamo parlato qualche tempo fa, citando gli csar più famosi, da Ivan IV a Caterina II, passando per Pietro I° il Grande, fino a Stalin e a Putin.

Il dialogo tra Occidente e Oriente deve dunque tenere conto di questo sfondo, per il quale ogni accordo con Xi risente di quanto sommariamente scritto sopra.

Pertanto, i comunisti turbo-capitalisti attuali vanno tenuti sotto controllo, ché, derivando dalla… teologia-metafisica di cui abbiamo detto, hanno ancora in vigore una legislazione poco rispettosa dei diritti umani, operano dumping sociale e violazione continua dei principi della cultura civile a noi nota, aggiungo, a noi occidentali nota. Noi occidentali abbiamo tanti difetti, abbiamo compiuto crimini ed eccidi inenarrabili (basti pensare al XX secolo!), ma abbiamo anche prodotto la civiltà greco latina, la logica e il diritto, abbiamo avuto nei vangeli ispirati da Gesù di Nazaret il testo morale più alto (si leggano le Beatitudini, magari in parallelo con i Discorsi di Benares del Siddharta). In Cina manderei i tanti “bertinotti” nostrani sempre scontenti, che abbiamo qui, a catechizzare lavoratori e imprese sui diritti dei lavoratori.

Occorre molta vigilanza sotto il profilo politico quando si fanno accordi come quello denominato Road and Belt, ovvero, in ricordo (un poco retorico) di Marco Polo, poiché la potenza cinese può rendere subalterni e sudditi coloro che improvvidamente pensano di poter dialogare con essa su un piano di parità, senza opportuni accorgimenti di salvaguardia.

Come la Germania unita sta riuscendo ad egemonizzare l’Europa con l’economia, là dove non è riuscita con i tank hitleriani, così la Cina potrebbe fare con “pezzi di mondo”, e lo sta già facendo. Tzsipras, per non far morire la Grecia, si è dato mani e piedi a Bejing.

Di tutto quanto sopra gli Americani (gli USA, qui intendesi!) sanno poco o nulla: solo gli accademici appassionati cultori e docenti di storia europea e orientale hanno un’idea della complessità sopra appena richiamata. I Trump, ma anche i Bush,  gli Obama e i Kennedy, per elencare solo qualcuno, nulla sanno, o forse presumono di sapere, ma male al punto da far di questa conoscenza un dato foriero di clamorosi errori politico-militari. Esempi? Il Vietnam, l’Irak, la Siria, la Libia… basta? Partito blu (i democrats) e partito rosso (il grand old party, i repubblicani) uguali sono, nell’ignoranza tecnica, che diventa pericolosa quando determina scelte politico-economico-militari come quelle che abbiamo spesso osservato e il mondo ha subito dal secondo dopoguerra del secolo passato.

Il mondo, il mundus agostiniano, molto poco “mondo” e peccatore, per riconciliarsi con se stesso e con Dio/ dio, se è vero che Spinoza potrebbe avere ragione nel concetto Deus sive Natura, senza nulla togliere alla credenza in un Dio-Persona, ha bisogno di pensare in grande, guardandosi dall’esterno per constatare quanto sia “piccolo” nel confronto con il resto della realtà oggi visibile, con il kòsmos. E noi litighiamo per quelli che sono fazzoletti di terra: è di stanotte, come di altre mille e mille notti, il razzo di Gaza che colpisce la periferia di Tel Aviv e gli F16 israeliani che si saranno già alzati involo per colpire, in un processo di vendetta biblico.

Si dice sempre in un contesto di teologia filosofica che la conversione dei cuori è il centro di ogni riforma spirituale. Mentre nel nostro piccolo, e io nel mio, facciamo del nostro meglio per convertire i cuori, a partire dal nostro di ciascuno, proviamo a scegliere governanti che abbiano una visione oltre il loro quotidiano interesse di partito. Se non ce ne sono, formiamoli nelle nuove generazioni, con costanza e fiducia nell’uomo, come immagine dell’Incondizionato.

Con Fede, Speranza e Carità.

Non possiamo definire nulla con assoluta precisione. Se proviamo a farlo, ci coglie quella paralisi di pensiero che è tipica dei filosofi (…) in cui uno dice all’altro: “Non sai di che cosa stai parlando” e l’altro risponde: “Che cosa intendi per sapere? Che cosa intendi per parlare? Che cosa intendi per cosa?” (Richard FEYNMAN, La fisica di Feynman, vol. 1, 1961)

Apparentemente, la lunga frase del titolo parrebbe dire di un’aporia, vale a dire di una situazione o di un’espressione senza via d’uscita o senza soluzione, poiché in greco a-poros significa “senza buco o foro”. In realtà è la fondamentale metodologia della domanda che approfondisce sempre tutto ciò che può essere compreso meglio, fino a essere capito. Il lettore mi chiederà “Perché scrivi comprendere come un verbo che non sembra coincidere con capire?” Perché comprendere, dal verbo latino comprehendere, è un prendere-dentro, mentre capire – dal verbo latino capio, prendo- è quasi un possedere.

Ad esempio, non so se ho capito bene il discorso di insediamento di Zingaretti alla guida del PD, ma mi è piaciuto poco. Molti, quasi tutti hanno applaudito, io non l’avrei fatto. Anche la suddivisione dei compiti sotto di lui è stata solo apparentemente di cambiamento (con la Serracchiani, figuriamoci!). I temi toccati, tra i quali “l’occuparsi dei poveri”, come se fosse una novità per un partito di sinistra, ché dovrebbe far parte del centro del suo DNA.  Ascoltare i suoi sponsor à la Rossi, il toscano, è ancora più desolante. Cosa vuol dire “ripartire cambiando tutto”. In casa mia “cambiare tutto” significa cambiare nulla, caro Zingaretti. Il tuo discorso è stato scontato e banale.

E dunque, qualcuno mi può spiegare che cosa ho capito del nuovo corso del PD? Nulla, qualcosa, tutto?

Un altro esempio. Il forum delle famiglie organizza a Verona ciò che ci si può aspettare dal forum-per-le famiglie, cioè un convegno basato sulla dottrina cattolica classica, sulla quale io ho diverse riserve, ma mi guardo bene dal definirla “medievale”. In tv la solita Boldrina, imbarazzando perfino il correttissimo politicamente Fazio Fabio, ulula che è inaudita la sponsorizzazione del governo italiano e la partecipazione di alcuni ministri. Ma dai! Ecco: se comandasse la Boldrina avrei paura della sua arrogante sicumera. Mi potete spiegare dove sbaglio, se sbaglio? dimaio addirittura proclama che si tratta di un convegno di “sfigati”.

Un terzo esempio. Sento Salvini che dice “Lo spread a 235 è tornato quello del 1 giugno scorso“. Falso, poiché quando l’attuale maggioranza ha vinto le elezioni, lo spread era a 120. Come la mettiamo con la verità, Salvini? C’è qualcosa da comprendere che permetta di capire la tua affermazione che, o è menzogna consapevole, oppure ignoranza (non conoscenza) dei dati: in ambedue i casi il tuo comportamento è penoso. O no? Quante balle si raccontano e, a volte, come è facile smascherarle. Basta essere informati.

Comprendere e capire fanno il paio con lo spiegare e l’interpretare, nel senso che -chiasmicamente- si pongono a due a due. Spiegare deriva dall’atto di aprire un lenzuolo precedentemente piegato, che dunque si può spiegare: metaforicamente, la spiegazione permette di capire. Interpretare, invece, ha a che fare con un qualcosa che non può essere direttamente e completamente capito, ma solo com-preso, preso dentro, raccolto, magari in vista di un approfondimento successivo.

Anche su questo un esempio: si può dire che Lorenzo Orsetti, morto per mano degli jihadisti neri è un eroe della libertà? Proviamo a vedere. Lo conosciamo abbastanza? No. Non ne avevamo mai sentito parlare prima della sua morte, che è stata il lancio nella notorietà di un uomo già morto. Morire per la libertà, di cui un sottoprodotto, eterogenesi del primo fine, posto che fosse quello là, cioè la libertà,  è la fama. Serendipity. La morte di un soldato dà sempre da pensare.

E della piccola Thunberg che cosa possiamo dicere? Cui prodest il suo agire mediatizzato, al pianeta, quasi certamente e poi, a qualche agenzia pubblicitaria? Fa sorridere il baciamano del bevitore-ben-poco-santo, Juncker, se non un poca di pena. Capire o comprendere? In questo caso, direi, né l’un verbo né l’altro, perché proprio non capisco il gesto, né ci metto “comprensione” -secondo il senso caritatevole del termine- nel giudicarlo. Si pensi che il web, grazie alla fama raggiunta e ai click sul nome, oramai antepone “come Greta” la Thunberg alla Garbo. Funziona così: io, ad esempio, come “Renato”, sul web a volte sono in gara con Brunetta, mentre Zero e Pozzetto ci sopravanzano sempre. Da ridere?

La scienza, da un lato va avanti per prove ed errori, per cui, ciò che era ritenuto “vero” fino a ieri, non lo è più da oggi: si pensi all’eliocentrismo, relativamente recente rispetto al geocentrismo. Un tempo, e solo fino a circa seicento anni fa, tutti (salvo pochissimi, forse, e ben nascosti) ritenevano che il sole “girasse” attorno alla terra. Infatti nell’antichità classica aveva vinto la posizione (sbagliata) di Aristotele/ Tolomeo su quella di Eratostene, che era corretta. Il geocentrismo non era una gaffe come quelle di Toninelli, ma una posizione scientifica errata.

Nella nostra vita siamo chiamati ogni momenti a esprimere opinioni e giudizi, ma raramente siamo in grado di esprimerli in base a una documentazione probatoria ineccepibile. Il più delle volte ci esprimiamo, peraltro senza far molti danni, un po’ a capocchia. L’importante è saperlo e non incaponirsi su posizioni non sufficientemente provate su testi, esperimenti ripetuti e teorie consolidate.

Luca Casarini, il disobbediente fallito cerca di rifarsi una fama con gli immigrati. Comprendere e capire Casarini? ma serve? E’ utile per la Patria? Domande rettoriche, ma comunque legittime.

Il rischio è quello del dominio dell’ideologia e della militanza. Ho letto recentemente il saggio di un filosofo docente sul rapporto esistente/ possibile tra filosofia e impresa economica, notando la presenza, anzi la prevalenza dell’ideologia e della militanza politica (in questo caso di sinistra) sul ben che minimo approccio filosofico, dialogico, dubitante, là dove è possibile mettere in questione tutto, perfino i principi etici fondamentali del rispetto dell’uomo… ebbene, la prevalenza dell’appartenere a una certa idea hanno nullificato la filosofia che l’autore pretendeva di inserire. Nel caso citato l’azienda era considerata il male da abbattere, non un luogo dove l’uomo vive e lavora, e che può essere migliorato dalla filosofia pratica.

In questo caso comprendere e capire sono al di fuori di ogni possibilità, come insegna Feynman, ma anche ogni scuola filosofica, e in particolare quella scettica, utile a smitizzare, attenuare, limitare la superbia e l’autostima espansa, nemici della salute dello spirito, che sono sempre in agguato.

Le buone ragioni della bambina manipolata e mediatizzata e la sragione di Brenton Tarrant

Un certo fastidio mi dà, Greta Thunberg, caro lettore,  perché i bambini devono fare cose da bambini, e non essere usati dai grandi, sia pure per fini buoni. Ma vorrei capire di più di questa improvvisata piccola diva del web. C’è perfino qualche idiota che la sta candidando al premio Nobel. Conosco personalmente almeno una decina di persone che potrebbero meritare quel premio, e forse me compreso (sto scherzando?), ma non la piccoletta dalle trecce un poco unte. Non so se ha la sindrome di Asperger, se sì, mi dispiace, e la  bimba non mi piace di più per questo.

Apprezzando le loro buonissime intenzioni, mi piacerebbe sapere dove hanno buttato le cicche i trecentomila giovani che hanno sfilato per centinaia città del mondo, e le lattine di birra o le bottiglie di plastica, o i pezzi di hamburger… chissà se sono stati almeno un po’ coerenti con la loro giusta battaglia o se, una cosa è protestare con fresco vigore e un’altra è contribuire o meno alla pulizia urbana.

Chi si occupa di queste cose dovrebbe, prima di parlare, leggere almeno il libro di  Mark A. Maslin e Simon L. Lewis, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’antropocene, edito da Einaudi. Lì troverebbe qualche spunto per uscire dal genericismo e dalla propaganda. Sul clima e sulla geologia attuale della terra le cose sono molto più complicate di come intendono farla passare i politici e i gestori della comunicazione, in generale.

A Christchurch (pensa, caro lettore, Chiesa di Cristo) in Nuova Zelanda un ventottenne ha ucciso una cinquantina di persone in preghiera in due moschee e ne ha feriti altrettanti. Ho sentito sentimenti di vendetta qua e là, del genere “Ben gli sta… pensino al Bataclan“. Sulle armi aveva scritto i nomi di quelli che lui riteneva difensori della superiorità bianca, da Carlo Martello a Luca Traini (sic), passando per Sebastiano Venier e Agostino Barbarigo condottieri veneziani a Lepanto. I due erano al comando delle potentissime galeazze che frantumarono il centro della flotta turca.

Certamente si sta vivendo una fase storica nella quale “subculture” come il sovranismo nazionalista, il suprematismo bianco, l’estremismo islamista  e il settarismo esoterista, stanno minando le basi del ragionamento razionale del sapiens.

Sembra che più diventiamo colti e “scienziati”, più la medicina ci salva e ci fa stare meglio, più riusciamo a ridurre la fatica e lo sfruttamento, e più si ampliano sentimenti e modi di pensare assurdi o violenti, in un turbinio di neo-nihilismo auto-distruttivo e irrazionale.

Altri centri di interesse di questi giorni confusionari: Trump, campione della menzogna, la Cina, colosso gentilmente aggressivo, la Turchia, la Persia e Putin, silente ma presente.

Di Trump, che alla sua elezione tradussi con “Tromba”, ottenendo la giudiziosa correzione di un lettore che mi ricordò come si dicesse in inglese tromba, cioè “trumpet”, a cui risposi “grazie, lo so, ma invoco la libertà creativa“, si può dire che fa ogni giorno quello che ci si aspetta, perché è il prodotto della grande e -naturalmente- imperfetta democrazia americana. Dagli USA ci si può aspettare un Kennedy, bello iper-glorificato, che inizia la guerra del Vietnam,  Nixon/ Reagan, spregiati come sudaticci e attori mediocri, che fanno la pace con Mao e con Gorbacev. La democrazia è il miglior modo di governare, dimaio permettendo (lo dico per ridere).

La Cina: quelli che si ritraggono spaventati, come su ogni altro argumento, dovrebbe umllmente studiare la storia di questa immensa nazione. Essa viene da lontano e Confucio è il suo ispiratore. Filosofo laico e religioso nello stesso tempo, insegna il rispetto e la gerarchia, l’obbedienza e l’impegno; per di lì son passati i grandi imperatori dinastici e, dal XX secolo, Sun Yat Sen e Mao Ze Dong, Deng Hsiao Ping e Xi Jinping, “imperatore” -di diritto e di fatto- fino alla morte. Se gli americani USA la vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

La Turchia: Recep Tayip Erdogan, il sultano odierno, non ha il fascino di Salah el Din e di Solimano il Magnifico, ma è il sultano odierno. I Turchi sono una grande nazione, nostri cugini diretti, caucasici centrasiatici, veniamo dalle stesse parti da tremila anni. Abbiamo rispetto (congiuntivo esortativo) noi “europeani”, e gli USA, di Trump o di Obama (il mediocrissimo politico estero, uno dei peggiori presidenti verso il mondo, una vergogna rispetto a Roosevelt, ad Eisenhower e perfino a Bill Clinton) ne abbiano altrettanto.

La Persia, che oggi si chiama Iran. Avremmo potuto essere tutti persiani, Roma permettendo, se a Mantinea e a Maratona, l’Atene insuperabile per intelligenza non li avesse battuti. Ma sono giovani, belli, e presto, le donne in testa si ribelleranno ai pretoni che imperversano da un quarantennio. Ma prima c’era sua maestà Reza Pahlavi, servo degli USA, democratico? Abbiamo rispetto, aiutiamoli, invece di sanzionarli.

Putin: il vero e per sempre capo della grande e santa madre Russia è… nientemeno che il Cristo Pantocrator, il Cristo padrone (perché creatore del mondo), quello che si vede nelle cupole ortodosse e nelle icone più solenni, il Cristo, la sua grandezza, e tutto ruota attorno a lui. Né Lenin né Stalin son riusciti a svellere la sua potenza, il suo radicamento nel popolo. Dopo Cristo, il principe Wladimir di Kiev, e poi Ivan IV il Terribile, Pietro I il Grande, Caterina II, Stalin, Gorbacev, Eltsin, e Putin. Se gli americani USA vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

Potrei continuare con l’Islam, che però mi suscita un impegno diverso, e già ne scrissi molto in questo mio sito. La grande cultura della sua storia non finisce con i kalashnikov dei fanatici che sparano ululando Allah u akbar. Dio non c’entra nulla nella loro follia, caro Spinoza, ma forse il tuo determinismo non arrivava a tanto.

Torniamo a Greta e a Brenton Tarrant. Alla prima auguro di non farsi manipolare più di tanto e al secondo di fare più galera di Anders B. Breivik (solo 21 anni in Norvegia, pena massima prevista, anche per 77 omicidi perpetrati a sangue freddo, spietatamente, otto anni fa), al fine di avere tempo sufficiente per pensare e pentirsi, e sentirsi quello che ha fatto: uno che ha usato il libero arbitrio per scendere nella scala dell’essere al livello dei demòni. Il suo karma sarà un cammino lunghissimo di dolore, infinitesima parte del dolore da lui causato.

giornalisti e politici occupano il 90% dello spazio dei media, una noiosa vergogna, mentre la realtà “di fuori” è il 90% e viaggia silente per conto suo e coincide con la verità delle cose

LEGENDA PER IL LETTORE: il testo sottostante è quasi privo di punteggiatura con frasi apodittiche e ipotattiche messe lì come mi son venute; in corsivo le cose importanti, in stampatello le cose oggettivamente di minor importanza o del tutto idiote

Travaglio che commenta la presa di posizione del ministro Salvini che commenta i titoli di Repubblica che riporta il non detto del mancato incontro a cena tra Salvini Di Maio e Conte, e via dicendo

quello che accade dove si fa l’economia, i pezzi fatti in una manifattura, l’Ebidta della stessa, gli investimenti di una fabbrica innovativa, le assunzioni  effettuate nell’ultimo semestre nel settore manifatturiero metalmeccanico stanno a pagina 15 del quotidiano x e y, primo e secondo d’Italia

Fazio che ospita Di Battista, nullafacente e nullapensante, ops forse la trasmissione è Dimartedì, che peccato non lo ricordo, imperdonabile! e poi a Piazzapulita l’ospitata di Toninelli che sbaglia logica, storia, tempi e modi della sua narrazione e commenti e l’indomani commenti su tutti i quotidiani non oltre pagina 2, perché l’opinione del ministro dei trasporti è importante… per i media, non per gli Italiani

l’azienda x o y ha migliorato la performance delle esportazioni del 10% sull’anno precedente e l’azienda a o b ha assunto altre 80 persone negli ultimi sei mesi raggiungendo e superando  i 600 dipendenti, azienda nata solo dieci anni fa: questa notizia si trova a pag. 23

la seconda notizia -in ordine gerarchico- del tg tal dei tali è la posizione di Grillo sulle vaccinazioni, essendo Grillo un noto clinico a livello internazionale, mentre su un altro tg si svolge un talk dove gli ospiti sono due politici e due giornalisti che se la cantano e se la suonano, i secondi che raccontano dei primi e i primi che criticano gli avversari-nemici politici, incapaci di dire che cosa intendono fare per rimediare a limiti e difficoltà sociali: ambedue i gruppi distanti dalla realtà di due o una misura, ché il mondo va da un’altra parte mentre questi parlano, cianciano, blaterano, talora competenza inesistente o scarsissima (quando va bene)

le università di Roma (nell’area umanistica) e Milano (Politecnico) sono tra le prime del mondo, così come alcuni licei classici italiani, e si vede dalla brillantezza dei nostri studenti, ma la notizia si trova a pagina 48 dell’inserto settimanale del quotidiano che si colloca al secondo posto delle vendite nazionali

il web si preoccupa dell’assenza di Di Battista dal web stesso, ponendolo quasi come problema, notizia non vomitevole, bensì inutile

i giovani si stanno accorgendo che occorre impegnarsi in prima persona, non solo per se stessi, ma per la propria e le altrui terre e patrie, senza nazionalismi, imparando le lingue, non temendo il confronto e cercando di farsi opinioni proprie

la Casaleggio Srl e C. toppa con la sua piattaforma Rousseau, in prima pagina su tutti i quotidiani nazionali, anche se il posto giusto e proporzionato, come notizia, potrebbe essere quella dell’ultima dell’inserto di un foglio della Brianza

nel silenzio dell’agire quotidiano vi sono mille e mille (numero ebraico per innumerabile, come settanta volte sette) azioni dialogiche, crescita della comprensione tra diversi, nascita di nuove idee per l’economia e l’occupazione 

nel talk show la conduttrice mette a confronto un grillino e un forzista, o un leghista e un piddino interrompendoli, quando non rispondono come lei si aspetta, non accorgendosi che gli argomenti sono trattati senza alcun aggancio con la realtà delle cose, e che quello è il vero problema

mentre crescono le discriminazioni etniche, secondo i media, ma non ci credo, vi sono innumerevoli atti di incontro, di solidarietà e di fratellanza tra diversi

quasi ogni trasmissione tv, salvo qualche eccezione, più evidente nei commenti parlati ai giornali, mette in evidenza l’auto-referenzialità dei politici, di questi tempi del genere Salvini vs Di Maio, come se i destini della Patria fossero lì consegnati, più o meno

anche la Chiesa si muove, nella lenta deriva dei duemila anni, chiarendo ciò che era oscuro, grazie al vescovo di Roma e a molti altri volenterosi

la maggior parte dei media continua, contro ogni logica e scelta filologica a “dare del femminile” (la, della) all’acronimo T.A.V., che significa Tunnel Alta Velocità, dove evidentemente (anche agli incliti, forse) “tunnel” è sostantivo maschile e richiede l’articolo “il” e la preposizione “del”: se ne è accorto perfino Toninelli

milioni di volontari  operano continuamente per dare una mano a chi ha bisogno, in tutti gli ambienti e settori della vita nazionale, senza nessun cenno, o quasi, nei media: non fa audience!

una “tempesta emotiva” pare sufficiente a dimezzare la pena per un omicidio, e dico omicidio non femminicidio, da trenta a quindici anni: anche i giudici dovrebbero studiare meglio e di più neuropsichiatria e filosofia morale, anzi nell’ordine inverso: filosofia morale e neuropsichiatria, per un corretto approccio disciplinare

dà fiducia vedere che lavoratori e imprenditori non si arrendono mai, anche di fronte alle più grandi difficoltà che derivano da un mondo sempre più – anche se sgangheratamente- connesso, e anche se ciò non produce evidenti entusiasmi da parte di un pubblico condizionabile 

su dieci canali televisivi almeno tre presentano -ogni giorno che Dio ci manda- talk show con applausi telecomandati eseguiti da un gregge di umani penosamente colà aggregati

nel silenzio dei più, che non viene percepito dai media, nascono e si sviluppano pensieri di crescita del livello di umanità 

e potrei continuare ad libitum… 

Quello che alcuni scienziati non comprendono del “sacro”, del “religioso” del “teologale” e del “divino”, o di come può darsi un utile dialogo fra scienza e fede, mentre imperversano molti ciarlatani, sia in politica, sia nel mondo mediatico e formativo

La lettera che Galileo scrisse alla duchessa Cristina di Lorena nel …, là dove afferma che la Bibbia non insegnacome si vadia in Cielo, bensì come vadia il cielo“, dovrebbe essere letta con attenzione dagli scienziati veri di oggi. Di quelli improvvisati alla Biglino, che traduce il testo sacro in modo letteralista, interlineare, neppure parlo. Come questi, ve ne sono altri che credono ai miti come fossero storie vere, per i quali Enuma Elish, Ninurta e Marduk sono esseri realmente vissuti o viventi.

Ascoltando o leggendo certe affermazioni in tema religioso di persone di cultura come i professori Odifreddi e Hack, vien da pensare che, proprio da parte loro, nel momento in cui lo affrontano, si osserva una sorta di desistenza di metodo, del metodo scientifico. Se per metodo scientifico, anche nella dizione “ristretta” di stampo galileiano, si intende ciò che può essere mostrato o per evidenza o per deduzione controvertibile (si consideri la seguente espressione “scientifico è ciò di cui si può dire la ragione in base al suo perché completo, adeguato e prossimo“), la plausibilità dell’esistenza di Dio può porsi o non porsi con altrettanta forza logico-argomentativa.

In altra parole, come si fa a non considerare che l’affermazione seguente (presente nel Proslogion di Sant’Anselmo d’Aosta o di Canterbury) “Deus est ens quo maius cogitari nequit”, cioè “Dio è ciò di cui non si può pensare nulla di più grande“, possa anche essere considerata assurda o almeno non del tutto fondata? Su questo Tommaso d’Aquino ebbe ed ha ragione, a mio parere, criticandola in parte, perché si tratta di una proposizione meramente logica, in quanto, se di Dio si deve dire che è … e … e …, cioè onnipotente, eterno, buono, etc. etc., altrimenti non sarebbe Dio, è evidente che Dio è quel qualcosa di cui non si può pensare alcunché di maggiore. Stiamo parlando dell’idea di Dio.

Tommaso cercò -per contro- di mostrare l’esistenza dell’Incondizionato attraverso le cinque prove cosmologico-metafisiche di moto, causa, di necessità, di gradualità del bene, di fine, e comunque ne fu scontento, comprendendo che la via logico-razionale per mostrare l’esistenza di Dio resta comunque zoppa, o comunque debole, perché “pretende” di inquadrare in termini di intelligenza umana ciò che -ontologicamente- infinitamente la supera.

Peraltro, anche se ciò c’entra solo in parte come esempio, anche certe intuizione della fisica moderna e contemporanea furono tali, cioè fraintese o non credute veritiere, finché non si riuscì a dimostrane la plausibilità e la veridicità.

Il tema di Dio è -però- di altra natura, ed è in ogni caso inserito del climax ascendente costituito dal sacro, dal religioso e dal teologale. Come altrove in questo sito ho scritto, e qui ripeto, perché utile, il sacro appartiene alla sensibilità umana che sa cogliere emotivamente, induttivamente, intuitivamente, la grandezza degli Enti, e se ne spaventa oppure ne gode: un mare in tempesta, lo spigolo del Nanga Parbat, un volto bellissimo, anche marmoreo, ad esempio; il religioso appartiene alla storia umana, che si è declinata anche con la credenza nel soprannaturale, nel divino; il teologale ha a che fare con lo spirituale, con la possibilità reale di credere in un Dio Onnipotente, Eterno, Misericordioso, Buono, Incondizionato, etc..

Gli Odifreddi e le Hack non si sono fatti e non si fanno impressionare da nessuna di queste tre dimensioni: capisco che la terza dimensione non gli appartenga, ma la prima e la seconda sono studiate scientificamente quanto le loro dottrine matematiche e fisiche. Naturalmente preferisco loro, e di gran lunga, ai cialtroni che visitano le varie comunità proponendosi ai semplici come ciarlatani credibili. Li si trova in tv, come nel caso di Vanna Marchi, che ha pagato il suo debito delinquenziale alla giustizia, ma anche in alcune sale parrocchiali o biblioteche civiche. Alcuni li ho smascherati partecipando alle loro commedie grottesche, che purtroppo molte persone hanno ingenuamente subìto.

Non credo sia impossibile conciliare in sede cognitiva e intellettuale le due dimensioni, della fede religiosa e della scienza, ma -all’incontrario- che addirittura i due processi conoscitivi possano esser l’un l’altro di ausilio.

Fides et Ratio, Jane Austen direbbe Sense and Sensibility, cioè ragionesentimento, come le due ali che consentono all’uomo di sostentarsi e addirittura di diventare se stesso, come auspica Nietzsche. Sappiamo che l’uomo è sùn-olon, vale a dire, in greco antico “con il tutto, comprendendo il tutto”, come insegna Aristotele, cioè “ente unitario”, ma abbiamo comunque bisogno di distinguere tra corpo e mente, oppure anima e corpo o, addirittura, paolinamente, corpo, anima e spirito.

Se così è, non possiamo ammettere, se vogliamo essere intellettualmente onesti, che si sottovaluti la dimensione cosiddetta “trascendentale”, ovvero spirituale, anche nel senso religioso del termine.

Mi pare si possa dire che in un tempo nel quale pare che l’ignoranza sia un titolo di merito, invece che l’incontrario, perché viene temuta come minaccia da chi non ritiene che la cultura e le competenze siano un fatto positivo, sia importante avere la pazienza e la forza morale per crescere sotto ogni profilo, umano e professionale. L’esempio deleterio che molti politici stanno dando non può essere una linea guida per alcuno, soprattutto per le giovani generazioni, che hanno bisogno, non di arroganti sbruffoni o millantatori e falsificatori, ma di maestri di rettitudine  e di saperi.

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