Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Comunque andando

Se la meta è il viaggio, l’itineranza, la meta del viaggio è solo un luogo da cui ripartire per dove, per ogni dove, come questa mattina, estiva dal denso clima, con pensieri diversi e distinti. Pensieri del mare e di terra, pensieri di lontananza e presenza, com-presenti nella mente e nel cuore. Necessità delle vite che permangono, così come le ore e i giorni che transitano attraverso me e attraverso ognuno che vive. Spinoza comprende la necessità delle cose, volendo mostrare che le scelte son quasi geometriche (Ethica more geometrico demonstrata), ma non son tanto convinto, perché resta spazio per l’arbitrio liberante di ognuno. Non insisterò mai abbastanza sul rispetto del libero arbitrio di ogni persona, che porta conseguenze necessarie, pur agendo nella contingenza. E’ solo dal-punto-di-vista-di-Dio, sub specie aeternitatis, che tutto-è-necessario, non dal nostro.

Tra poco la birota rossa mi porterà relativamente lontano nella mattina ancora non torrida di questa estate strana, e sarò di nuovo, trovatore inesistente nell’itineranza, nella perduranza, nella tardanza di eventi futuri. Oddio. La forza non manca né la volontà di procedere, di provvedere, di attendere, di essere presenti alle cose che accadono di per sé e per me, nel dipanarsi delle mattine e dei giorni. Ce l’ho solo, un poco, con chi non comprende la complessità, tutto semplificando in un abc di azioni e reazioni superficiali e a volte insensate, pensieri e atti presenti in ogni ambiente e circostanza. Ma oltre c’è il tempo della verità, che non può non vincere, così come vince la vita, sempre, dalle spore ai batteri alla balenottera azzurra, alla grande sequoia, all’uomo.

La strada assolata mi ha stremato, la salita della collina un limite odierno delle mie forze. Un’anima pura nel corpo stanchissimo. Ascolto la musica, parole di Giovanni della Croce, mezzosoprano Giuni Russo, che non c’è più. Il Carmelo di Echt, la storia di Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce, dove sarà ora? Bea è con me, qui. Pace e silenzio e solitudine e le cose del mondo. Insondabili pensieri.

Una giornata calda, vera e dura, con pezzi di lavoro e pezzi di vita pieni di sudore e lacrime, ma è così che vanno le cose al mondo, quando il dialogo non vince, quando i media prevalgono sull’incontro, quando il fraintendimento è quasi regola, quando la pietas latita e l’apertura della mente non c’è, quando il vento è fermo e solo qualche timida brezza si insinua nella sera.

Resta la virtù di speranza, alla fine, dopo che la conoscenza e l’etica si sono stancate di operare, oramai, anche loro stremate. La speranza, come scriveva il grande solitario di Koenigsberg “che cosa posso sperare?”

E io spero molto, anche perché l’amico Claudio, un medico, tornando da un viaggio condiviso nella Mitteleuropa, sorridendo diceva, rivolgendosi a me “Ma tu che non finisci di sorprenderci sulle innumerevoli cose che sai, hai fatto un patto col diavolo, o sei tu stesso il diavolo?”, suscitando il sorriso degli astanti in viaggio, e io: “No, io sono solo il figlio maggiore, quello rimasto vivo, di Pietro, e non è poco“.

Libera nos a malo, Domine Jesu Christe. Libera, libera, libera tutti…

Il canto concorde (del trovatore inesistente)

Caro mio lettor d’infra settimana,

è il titolo della silloge di liriche che Segno mi pubblicherà a giorni. Canto come canna, come corde vocali, come osso ioide che canta, concorde nel senso che vi è un solo canto alla vita, con-un-cuore-solo (con-corde), e dunque tutti i canti convergono verso un centro, un fuoco immortale che non brucia, come il roveto ardente nel libro dell’Esodo.

Trovatore, trobadour, io sono un trovatore stilnovista in realtà, novello Guinizzelli o Cavalcanti o Cino da Pistoia o Lapo Gianni o Pier delle Vigne o Ciullo (Cielo) d’Alcamo o Giacomino da Verona. Talora sconsiderato come Pietro Aretino.

Io canto.

Inesistente perché il canto concorde esiste già dall’eterno, fin dalla fondazione del mondo (apò katabolès kòsmou), e quindi non serve che io veramente esista, sono solo un tramite, una voce per il canto. Vi sono persone che mi amano e persone che preferiscono che io non esista, ma io esisto. Eccome! Esistere è un ex-sistere, cioè uno-stare-fuori-dall’essere per mostrarsi al mondo, senza  perdere l’essere.

E poi vi sono persone che non mi conoscono veramente, alcune perché non gliene frega nulla, e questo è accettabile, ma alcune perché non ce la fanno a conoscermi, poiché la conoscenza richiede fatica, studio, ascolto, accettazione, confronto e talora scontro, profondità. A volte, come si dice, “il cavallo non beve“.

C’è dunque il canto concorde, liriche che ho scritto in decenni di attività fabbrile, costruzioni di testi fatti di parole messe lì non a caso, ma perché percuotessero le menti e i cuori dei lettori. Cari nemici che mi pensate inesistente, fatevene una ragione: sono a questo mondo e resterò finché Dio vorrà. E farò la mia vita con chi la condivide e la condividerà, certo come è certo il domani e come lo è stato il ieri e come lo sta essendo l’oggi che si spegne nella notte.

Il canto concorde è fatto de La cerchia delle montagne, pubblicato nel 1998, de In transitu meo, pubblicato nel 2004, e di decine di pezzi inediti, alcuni premiati anche a Roma e altrove, magari studiati nella forma insegnataci da Guido d’Arezzo e portata all’empireo dal sommo Francesco, e ripresa romanticamente da Ugo da Zante. Sonetti. E poi brevissime odi o haiku nostrani, e scorci della mia vita, dai sedici anni che avevo in poi.

Le prime sono quelle del liceale capace di piangere, le ultime sono quelle dell’uomo ancora capace di piangere.

Ho appena da giorni in mano La grotta delle Duje Babe e a giorni mi arriverà il gran libro dell’eros biblico da Siena, editor Cantagalli, 600 pagine di ricerca accurata della bellezza. Sull’amore umano. Coincidenze? Non so.

La Provvidenza e lo Spirito mi stanno accompagnando per perigliosi e ardui sentieri di questa mia vita, di questa parte della mia vita. Lo so.

L’imborghesimento sconsolante della “sinistra” politica

…anzi la sua progressiva e  crescente idiozia.

La categoria dell’imborghesimento della sinistra risale, per quanto riguarda l’ultimo mezzo secolo, almeno al decennio “di fuoco” 68/77, quando la nuova sinistra accusava di tale infamia il PCI, da pulpiti che talora erano ancora più borghesi, come alcuni che poi partorirono la presuntuosità terroristica di sinistra. In realtà il PCI, fatti salvi gli intellettuali organici laureati à la Napolitano, Chiaromonte, Amendola, Natta etc., era un partito fortemente radicato nel popolo operaio e contadino, un partito autenticamente popolare. Il PSI era più sportivamente variegato, frequentato anche da una pletora di professionisti, di architetti in cerca di commesse e anche, graziaddio, da una certa parte di popolo della vecchia scuola “nenniana”.

Le successive trasformazioni, avvenute nei decenni scorsi, che hanno fatto cambiare più volte nome al “partitone” austero di Longo e Berlinguer, fino alla commistione mal digerita con il cattolicesimo “di sinistra” nell’attuale veltronian-renziano PD, hanno lasciato spazio a frange che si sono progressivamente caratterizzate per atteggiamenti e background socio-culturale decisamente borghese, nel senso novecentesco del termine. Movimenti come quelli del “popolo viola”, riviste come Micromega del conte Flores D’Arcais, attestano questa allure intellettual-puzzetta sotto il naso.

Ne avrei molte da dire ancora, io che provenendo veramente dal popolo operaio, e che ho studiato lavorando, lasciando indietro in questo molti figli-di papà, figlio di mio padre emigrante e di mia madre sguattera, ma capace di fare iniezioni gratis al popolo povero di Rivignano, ma ne dico solo una, vista stasera sul web. Tale onorevole Gasparini del PD, appunto, ha ottenuto con un emendamento che il vitalizio dei parlamentari sia reso cospicuamente reversibile a favore dei superstiti. Intervistata da un giornalista circa l’eventuale congruità etica della misura, la signora Gasparini ha risposto: “Certo che trovo giusta la reversibilità… non vorrà mica che la moglie di un parlamentare o un figlio, rimasti vedova e orfano, debbano fare la sguattera o il giardiniere?”

Gentil mio lettore, occorrono commenti? ma questo Gasparini del PD e sua moglie sanno che cos’è la storia della classe operaia, dei sindacati, del movimento socialista europeo e italiano? sanno di come funzionavano le fabbriche dell’800 raccontate da Dickens e da Carlo Marx. Sanno come si vive nelle favelas di Rio o nelle villas miseria di Santa Maria de los Buenos Aires? Nei suburbi di Djakarta e di Nairobi? Nelle periferie immense di Lagos, del Cairo e di Mexico City?

Sanno chi erano Edouard Bernstein e Filippo Turati, Antonio Gramsci e Labriola, Giacomo Matteotti, Jean Jaures e Pietro Nenni, Umberto Terracini e Anna Kuliscioff, Dolores Ibarruri e Salvador Allende, ma anche Tina Anselmi e Lina Merlin, e mi fermo qui, ché potrei continuare per pagine e pagine.

Ma dove vivono? Sanno che la storia della democrazia e del socialismo democratico nascono dal sentimento di solidarietà  e di condivisione evangelica? Che cosa c’entrano sentimenti ed espressioni come quelle lì con la storia del progresso democratico, della partecipazione dei lavoratori alla gestione della cosa pubblica, se il pensiero e il sentimento sono da un’altra parte? Che c’entrano?

Ma io preferisco mille volte il liberale patocco, ricco sfondato o riccastro cinico, profittatore e anche un poco dichiaratamente sfruttatore, a questi falsi “sinistri”, a queste parvenze, a questi simulacri di progressismo idiota.

Almeno so che bestia è quello, e me ne difendo. Questi invece mi fanno pena e un po’ anche schifo.

…ma non troppo

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Il titolo modera il precedente post, forse troppo ottimistico ed ecumenico. In realtà resto inquieto (espressione troppo edulcorata?) con chi ha giocato irresponsabilmente, fors’anche per ragioni soggettive di ordine… non so, fate voi, con ipotesi sanitarie preoccupanti (per me), oggi fugate grazie a Dio, e anche con chiunque non rispetti la verità delle cose, siano le cose quelle che siano, gradevoli o sgradevoli, pretendendo di determinare ciò che non è nel suo diritto, né giuridico, né morale.

Certamente sono abituato alle “rinascite” (nomen omen), ma in mezzo a mille dubbi e patemi di animo, con fatica e dolore, come altri, più o meno di altri. Ciò che comprendo è senz’altro il dolore, di qualsiasi genere e specie sia.

E’ però difficile “tenere duro” nell’ingiustizia. Sopportare senza sup-portare è una contraddizione in termini, stancante e frustrante oltremodo.

Si può pazientare oltre i limiti finora conosciuti, ché il limite umano, in tutte le sue declinazioni, è sempre da esplorare, pur sapendo noi tutti che esso exsiste, sta lì, c’è, ci condiziona, ci determina alla fine di ogni sua esplorazione. Ogni tanto pare che il tempo scorra quasi all’incontrario, e che prevalga su quello cosmologico quello del kairòs, certamente “tempo opportuno”, ma a volte incomprensibile alla nostra ragione.

La mediazione tra ciò che si può fare e ciò che si deve fare è un altro punto della questione. Il dover-fare qualcosa e non altro è un imperativo categorico sempre più in crisi, sopraffatto dalle tecno-scienze e dalla legittimità del libero arbitrio. Si tratta di vedere, anche qui, dove sta il limite, dove sussiste un con-fine.

Da un punto di vista etico generale bisogna forse decidersi a superare il giudizio sui cosiddetti “atti categoriali” o singoli, che di per sé, se non corrispondono al comune sentire morale, sarebbero sempre condannabili, e scegliere la nozione di opzione fondamentale (cf. K. Rahner in Uditori della parola, Borla), che è in grado di dire come è quell’uomo-quella-donna-lì, magari nel loro fondo buoni, al di qua e al di là delle azioni singole, sempre che queste non mettano a repentaglio i fondamenti della vita umana.

Essere “mali” (malvagi) non coincide con il mancato rispetto della “promessa” in una sorta di coerenza assoluta, ma con il suo mantenimento, mediante il riconoscimento di una verità nuova, come può essere un rapporto affettivo che nasce, cresce e si verifica nel tempo.

Si può tergiversare nel riconoscere che le cose sono cambiate, esitare a confessarlo financo a se stessi, ma prima o poi la verità si fa urgente, prorompe, si manifesta come un’epifania dolorosa e nuova, ma non per questo inficiata o ridotta, anzi.

Riconoscere la fragilità di ciascuno è un dono e perfino un desiderio, che rompe gli argini delle con-venienze e dei convenevoli (a volte svenevoli), e cresce facendo crescere chi sta lì, tutt’intorno, grandi e piccoli, ché le prove sono appunto tali perché “provano” la capacità di cambiare, di re-sistere, cioè di consistere della propria unicità irriducibile, a ogni costo, per essere semplicemente se stessi.

Abbassare lo sguardo o nascondersi dietro immaginarie realtà o pretese malsane di dominio, è non solo ingiusto ma anche inutile, così come pretendere di governare sentimenti di altri, in funzione del proprio orgoglio o di convincimenti vetusti e morti. Liberiamo tutte le verità che conosciamo, come il vento che vibra tra gli alberi, dalla finestra di casa, in questa sera stranita di maggio, quando forse un Rosario sarebbe medicina soave.

A Illegio quest’anno organizzano qualcosa che ha a che fare con la verità nascente dal groviglio dei sentimenti, de l’amore, e produce il senso dell’autentico, anche attraverso lo struggimento del dolore. Caro lettore, vacci, può essere illuminante.

Le ragioni della scienza come sapere discorsivo-razionale e le ragioni della fede religiosa come sapere intuitivo

Bello allargare gli spazi di ogni discussione, bello che il Caffè Filosofico diventi sempre più inclusivo, dando spazio e voce a nuovi saperi e nuove persone. Ogni apertura, o aperità, come la chiamava Heidegger, porta nuove possibilità di comprensione sull’infinito “che tutto com-prende” (l’Umgreifende di Jaspers). L’amico professor Angelo Vianello, che mi saluta con un abbraccio, ne parla con acribia da biologo  e passione di credente. Il biologo è un “filosofo della natura” che esplora il mondo con lo stesso spirito di un Democrito o di un Lucrezio, con la stessa determinazione di Copernico e di Galileo; il credente è uno che si affida alla possibilità della trascendenza, di un oltre, di Dio, come ciò che non può essere capito fino in fondo con la ragione, ma com-preso, nel senso di preso-dentro, con la fede.

Il discorso antico su scienza e fede o meglio, tra scienzadimensione religiosa, ovvero tra ricerca razionale sul funzionamento della natura e ammissione di un “oltre” , si è specificata sempre meglio nei secoli a partire dalla grande stagione rinascimentale dei Marsilio Ficino e di Giovanni Pico della Mirandola, con l’acuirsi di conflitti e intolleranze, che hanno portato ai roghi del 1600 a Campo dei Fiori, quando l’inquisizione uccise a Roma il filosofo e frate nolano Giordano (Filippo) Bruno e a Pordenone il mugnaio di Montereale Valcellina Domenico Scandella (detto Menocchio), e molte centinaia di altri fino al 1800 inoltrato, e infine al processo degli anni ’30 del diciassettesimo secolo a Galileo Galilei.

Scienza e dimensione religiosa interpellano comunque la ragione, se pure in modo diverso, la prima in modo discorsivo e logico, utilizzando l’argomentazione razionale e il metodo sperimentale, la seconda ammettendo che vi sono dimensioni che sfuggono al rigore dimostrativo, emergendo dalla misteriosità dell’indicibile. In aggiunta non si può non tenere conto della triplice dimensione del mistero, quella del sacro, quella del sentimento religioso, e quello dell’atto di fede. Il sacro come senso della grandezza e potenza della natura che meraviglia e spaventa, il sentimento religioso  come manifestazione di una parte della interiorità umana esterna alla dimensione razionale della ricerca scientifica, l’atto di fede come de-cisione individuale e dono, come incontro tra umano e divino, come affidamento dell’umano e accoglimento dell’Oltre.

Non vi è contrasto radicale tra i due campi, poiché ciascuno di essi è diversamente collocato nella psiche, e connotato. Il distacco tra le due dimensioni, però, può essere in qualche modo e misura quasi “riconciliato”, se fossimo capaci di ricorrere alla vecchia nozione di scienza, quella antecedente la rivoluzione filosofica e scientifica post rinascimentale, la nozione di epistème, come scienza intrisa di sapienza, cioè di sapidità, di sguardo penetrante, di sophìa.

Il “luogo” deputato per realizzare questa conciliazione è la filosofia. La filosofia, come amore per la sapienza, è l’ambiente conoscitivo e dialogico, soprattutto nella sua insuperata versione magistrale socratico-platonica, più adatto a far dialogare sentimento religioso e ricerca scientifica, poiché essa non è subalterna ad alcun sapere, né “subalterna” alcun sapere. La filosofia è autonoma nella sua solo apparente autoreferenzialità, poiché mentre si chiede le ragioni del suo stesso argomentare, pone le basi per la riflessione radicale sul senso della vita e di tutte le cose. La filosofia si pone dei “perché”, non essendo molto interessata ai “come”, che lascia volentieri alle scienze naturali: si chiede il “perché” del nostro di umani stare-al-mondo, e se il mondo esista per noi o da noi pre-scindendo, e se saremmo arrivati fin qua senza la catastrofe d 65 milioni di anni fa che estinse i grandi rettili lasciando spazio ai mammiferi, e se su cento miliardi di galassie come la Via Lattea possano darsi intelligenze, anche diverse dalla nostra autoconsapevolezza soggettiva, e se di possa dare un “dio” in qualche modo supervisore. E se, infine, vi sia un destino, una teleologia, un luogo di compensazione del male del mondo.

Ecco allora che, se con la disciplina logica la filosofia lascia lo spazio alle matematiche  e alle scienze sperimentali, con la disciplina etica apre spazi immensi alle religioni, e dunque ai sistemi morali presenti in tutte le declinazioni del mondo, per certi versi in qualche modo sempre apparentate in quanto umane, come ben spiegava Kant.

Religione e scienza, fede e filosofia sono tutti campi di riflessione spirituale che rendono l’uomo meno ferino, meno belluino, sempre che sappia riconoscere i propri limiti, accettandoli e casomai esplorandoli fino in fondo senza atteggiarsi a simulacro arrogante e superbo di prometeiche divinità.

Emanuele di Alatri

Caro lettore,

Emanuele è morto ucciso da un branco di delinquenti appartenenti alla gente “normale”. La statistica psichiatrica spiega che atti di questo genere sono commessi solo nel 10% dei casi da soggetti psicopatici, mentre il restante 90% è opera dei “normali”. Sarà anche che la violenza inter-umana è in declino rispetto al passato, come spiega nel suo classico libro in tema edito nel 2012 Steven Pinker, ma è difficile sopportare azioni come quella di Alatri. Gli specialisti della mente aggiungono anche che certi soggetti, se ottenebrati da alcol e droghe, in situazione di branco, abbassandosi radicalmente l’autocensura e la soglia critica morale, magari anche anempatici, possono diventare autori di nefandezze come quella di Alatri. E si è anche tentati di riprendere per mano un certo biologismo materialista alla Lombroso, o almeno alla Adrian Raine (cf. il suo Anatomia della violenza, Mondadori Università, 2016).

L’azione mala appartiene all’uomo e alla sua libertà. L’azione mala è compiuta dunque in piena responsabilità, ché quando si decide di bere o di drogarsi si sa di poter perdere del tutto o in parte il controllo delle proprie azioni. E quindi si decide di poter diventare dei criminali. I due maledetti bastardi, fratelli di 27 e 20 anni che hanno massacrato Emanuele ora meriterebbero di essere processati per direttissima, prendere l’ergastolo e chiudere il discorso qui, anche se avessero lesioni congenite orbito-frontali, ma così non accadrà, in questo stato di semi-diritto, di semi-democrazia, di paradossi giuridici, per cui chi delinque in questo modo è spesso condannato a pene risibili in proporzione alla gravità del delitto commesso, che in questo caso è aggravato dalla futilità e dalla crudeltà. In un contesto di omertà locale legata a una tradizione nefasta.

Detto questo d’impeto, rientro in un tono che mi è più consono. Quale è la lezione che si trae dall’ennesimo crimine contro la persona? Una lezione complessa, da equilibrare con cura, rifuggendo dai due estremi della colpa totalmente individuale e dalla colpa sociale, o sociologica che sia. Ho letto infatti alcuni commenti di benpensanti “politicamente corretti” alla Gianfranco Bettin, che, dopo avere fatto un rapido cenno alla responsabilità individuale dell’azione mala, si sono subito affrettati a buttarla sul sociale, sui cattivi esempi televisivi, sui linguaggi violenti etc. Tutto vero, ma non esageriamo. Conosco persone che hanno avuto infanzie disgraziate e che sono meravigliosamente umane, così come ne conosco altre, viziate e privilegiate, che sono esseri spregevoli. Si dirà: la sofferenza tempra e l’agio rammollisce. Vero anche questo, ma fino a un certo punto. E allora?

Il lavoro da fare è immenso, in una situazione in cui le agenzie educative sono indebolite e la cultura della responsabilità individuale piuttosto negletta. Non è né di destra né di sinistra riprendere un discorso fondato sull’antropologia reale, non su quella presunta, ipotizzata o auspicata. Se non si agisce con fermezza e lungimiranza nell’ambito educativo, la deriva attuale non potrà che peggiorare, sapendo che molte persone, ambienti e situazioni sono degradati a un punto tale da non consentire scorciatoie ottimistiche. Una disciplina fondamentale che potrebbe servire è la consulenza filosofica, così come è declinata nella modernità, sulle tracce di Socrate e Platone, dall’esperienza del professor Achenbach a quella di Phronesis, e quindi alla mia. Consulenza filosofica individuale e di gruppo, che gli Enti locali potrebbero promuovere, a partire dal Comune di Alatri: seminari e riflessioni sui valori umani, sulla pari dignità, concetti semplici da capire anche da parte di persone “normali”. In questo modo si porterebbero nell’ambito sociale sollecitazioni razionali, culturali e morali in grado di ristrutturare il pensiero. Ancora una volta l’intelletto e la ragione sono la dimensione e il luogo dove si può sviluppare la crescita interiore delle persone.

Forse occorrerebbe perfino, oso dire, una revisione dello stato di diritto nel senso di operare una sorta di contaminazione obbligatoria di buona cultura morale sociale nelle zone meno civili della nazione, magari imponendo insegnanti e pedagogisti provenienti da fuori, anche dall’estero, ben pagati e motivati. Occorre mescolare le carte, come un tempo faceva la leva obbligatoria, inopinatamente depennata dall’ordinamento. Idee di destra? Ma non fatemi ridere, sono solo idee nel vuoto pneumatico che ci affligge.

Ah, aggiungo una penultima: è apparsa sul web una infinita stronza vegana che ha postato la foto di Emanuele pescatore con una bella trota catturata e la didascalia seguente: “Emanuele è stato ucciso, e anche il pesce“. Ignobile.

E  un’ultima: il giorno stesso dell’omicidio un Gip romano ha rilasciato il più vecchio delle due carogne dopo una notte in guardina, perché gli avevano trovato in casa centinaia di dosi di coca, maria giovanna e hashish, ma siccome “era per uso di gruppo”, allora…

La sofferenza umana è plausibile o assurda?

Per un razionalista materialista il problema della sofferenza umana è presto risolto: siccome in natura tutto cambia, tutto si combina e si scombina e, quando tocca all’uomo che ha un bell’impianto nocicettivo, cioè capace di sentire il dolore, le cose non cambiano. Il dolore naturale ci sta, è presente, dal parto alla morte, passando per malattie e incidenti, per infortuni e aggressioni, per omicidi e guerre, per attentati e crudeltà di ogni genere.

Per un realista che crede a qualcosa di spirituale il problema è invece complicatissimo, perché interpella la presenza o l’assenza di Dio.

Hans Küng scrive a pag. 575 del suo Essere cristiani (ed. BUR, 2013) che Auschwitz costituisce lo scandalo massimo della storia umana anche come interpello a Dio, un Dio strano, che pare sordo e cieco di fronte a quell’azione. Pierre Bayle e Feuerbach prima, Nietzsche e Freud poi hanno smascherato un’immagine di Dio vendicativo, così come i dualisti manichei e Marcione, e tra noi oggigiorno anche Mancuso Vito, novello marcionita manicheo, novello Agostino junior, che vuole uccidere “Deus”-Jahwe, per tenersi il Dio padre buono di Gesù di Nazaret. Ma Dio, se è Dio, come può essere malvagio? Oppure parzialmente potente? O indolente?… se guarda e non interviene nel grande male? Questo si chiedevano i “maestri del sospetto” sopracitati.

Solo il grande Leibniz, sulle tracce di Agostino, ha provato a parlare di una teodicea, cioè una filosofia della storia dove Dio si manifesta nel tempo rispettando la libertà dell’uomo, e quindi la presenza del male si dà in vista di un bene futuro… Non facile da accettare.

In realtà, l’uomo ha bisogno di essere redento, per poter diventare sempre più tale, ominizzandosi. Credo fermamente che solo la redenzione giunge fin nei precordi profondi dell’umano, superando il fisico e lo psichico, e arrivando al vero strato profondo dell’umana filogenesi.

Forse può aiutare ancora, come da più di duemila anni, leggere Giobbe, che mostra come si può credere in modo incrollabile in Dio, nonostante il male stupido e inspiegabile. Il male non si spiega e neppure si interpreta, perché il male, come carenza di bene, appartiene al vero senza avere un’essenza. Il male è vero ma puramente esiste, senza essere.

E allora ha qualche senso anche l’assurdo, il sacrificio, cioè il rendere-sacro qualcosa, della Croce, il nazareno inchiodato e morente, abbandonato dagli uomini e anche da… Dio. Ma no, da Dio no.

L’insensatezza della morte di Gesù di Nazaret è l’unica spiegazione del male del mondo, che quella morte espia fino in fondo. Non c’è altro, se non l’assurdo. E perché non sia assurdo e anodino questo nostro stare al mondo, accompagnati dal dolore. All’uomo, a me a te gentile lettore, spetta di decidere: se la morte di Gesù sulla croce sia veramente l’offerta di senso che cerchiamo. Espiazione vicaria, spiegava a teologia il padre Cavalcoli, sbeffeggiato sul web da un branco di stronzi. Che altro può essere se non questo, il senso di ogni desolazione, dolore, sofferenza, mancanza, privazione?

La morte di Gesù il nazareno è segno della com-passione di Dio, che guarda alla nostra libertà, tentato di togliercela per il nostro bene, perché anche Dio è tentato dalla bontà, ma poi si pente e ci lascia liberi nell’errore, e perfino nel crimine.

Dio si pente, come è raccontato in tanti passi biblici, perché Dio è a nostra immagine, o al contrario, e a volte modello, o idea della grandezza e del limite.

Oh mio Dio, aiutami a essere qui a questo mondo cercando la verità su di me.

L’arroganza degli ignoranti

Ernesto Galli della Loggia offre su un grande quotidiano di sabato 25 scorso una disanima condivisibile sul fenomeno politico “grillino”. Caro lettor mio, recuperalo sul Corrierone di Milàn para el tu web, ne val la pena.

Socrate sosteneva con non malcelata ironia di “sapere di non sapere”. Invece questi anti-socratici dei “grillini” non sostengono il contrario, cioè di “sapere di sapere”, ma si comportano come se lo dicessero ogni qualvolta aprono bocca. Loro sanno e sanno fare (Raggi docet), loro sanno parlare con chiarezza e competenza, e soprattutto usando il dialogo e l’ars rethorica con gran acume dialettico (cf. Di Maio e Di Battista in specie). Loro sanno essere (ah ah ah!). Per loro la nòesis e la dianoia platoniche (per sapere cosa sono occorre studiare miei cari, non solo alla triennale di scienze della comunicazione) non hanno segreti, e neppur la logica aristotelica. Non parliamo poi di quella di Russel, Frege, Searle e Rorty, su cui tengono seminari settimanali presso le loro sedi. Sono consequenziali e irresistibilmente convincenti, specie quando dicono che si alleeranno solo con coloro che accetteranno i loro programmi politici, economici e sociali, perché sono perfetti in sé e per sé, sartrianamente (per eventuali lor lettori e supporter: relativamente a J.-P. Sartre). Uuuuh che paura… la perfezione!, l’assenza di ogni peccato, anche veniale!, ma allora sono stati già redenti, per loro la parusia (studiare miei cari, studiare!) del Signore è già venuta. Non vi è più il “non ancora”, perché godono già della beatifica Visione dell’Incondizionato. Ma andiamo!

Hanno tutti i peggiori difetti del politicante italiota, incapace di analisi, scarso nella sintesi, settario e anche bacchettone: sembrano la crasi di un democristiano alla Rotondi e di un vendoliano, e quest’ultimo per coprire a sinistra (non la mia, però).

Come sappiamo l’ignoranza tecnica inconsapevole è la madre di tutte le arroganze ma, anche se inconsapevole (perché nessuno gli dice che sparano cazzate e loro, di per loro, non ne hanno contezza), non è meno colpevole. Io non insegno a un ingegnere civile a fare i calcoli di struttura per la costruzione di un ponte. Loro sì, perché unti dai sondaggi che li danno vincenti. Ahinoi, pensa, caro lettor mio, in che condizioni sono gli altri partiti. Riassumiamo? Il PD si spezzò lasciando un 3/4% di duri e puri (mi vien da ridere, oh D’Alema!), Forzitalia soffre l’assenza di ser Silvio, purtroppo per anni in mano a nani e ballerine (copyright del compagno socialista Rino Formica), al centro ex DC denton Alfano e poco più, a destra un’urlante piccoletta dei quartieri romani e il ghignante Matteo dei lombardi, anch’essi poco raccomandabili. Ma come mai? Gli è che il popul taliàn è un po’ così, facile agli entusiasmi renziani e subito dopo corrivo di chi urla di più, semplificando e amplificando un’assenza imbarazzante di pensiero politico degno di tal nobile nome. Un popolo spesso geniale, ma più costantemente sventurato.

Tra i proclami salviniani e i motti di spirto emilian bersaniani non vi è molto altro, forse ora solo la seriosa competenza del Presidente e il garbo gentil del Capo del Governo. E allora, in questa oramai penosa paupertà, eccoli, i prodi chiericotti del comicone. Arroganti, ignoranti, petulanti come anatre olandesi nella stia, in attesa del liberatorio svolazzar sull’aia mattutino. Ricordo mia madre che “parava su” le galline, le tacchine e le anatre a ogni venire della sera, con il mio aiuto bambino, e la mattina le liberava con grida di incoraggiamento, un fascio di radicchio tagliato e il pastone. Oh come chioccolavano, stridevano quaquaravano le beate papere, galline, tacchine. Poi usciva il gallo e il tacchinon masculo, che aveva tante piume grige, ah però, assomigliava al comicon genovese. Gallo, tacchino, ocone, buono per questa stagione di passioni tristi (cf. M. Benasayag).

Non mi frega una mazza che Enrico Rossi canti “la locomotiva” di Guccini

Pare che sia una notizia -quella sopra- come il dibattito sullo stadio nuovo della Roma.

Ma dove siamo arrivati? che fa notizia il cantar probabilmente stonatissimo del presidente toscano, inimico di Renzi?

e lo stadio a Tor di Valle?

e il litigio fra Totti e Sgarbi? Uuuuh, importantissimo veh!

Ma cantava anche D’Alema, ma cantava anche Bersani, ma cantava anche Miguel Gotor, ma cantavano anche Civati, Epifani, ma cantava anche la Camusso che presumo anniderassi colà?  e anche Speranza? che concertooo! Ora si chiameranno Democratici Progressisti, cioè DP, e mi par di ricordare quest’acronimo politico presente negli ’80. Repetita non iuvant, scopiazzoni!

Se questi si  chiameranno così, gli altri che cosa saranno: Antidemocratici Regressisti? AR, dunque?

E in direzione PD che cantano? amore ritorna, i ciliegi sono in fioreee? Mi par di vedere gli interessantissimi Guerini e Rosato, e la presidenta involontaria del FVG, come la dise ela.

E i leghisti che inno intonano, La bela gigogin?

E i 5S Fedez, DjAx o che altro di confuso?

E i forzitalioti, un inno di Toto Cutugno? a ognuno il suo. Meno male che Silvio c’è. Lo dico sul serio, credetemi, credetemi.

E i destri fascistelli governati dalla vigorosa piccoletta? Non certo Faccetta nera, per loro meglio Lando Fiorini.

E invece ci sono altre cose: sfruttamento bestiale, disoccupazione, violenza sulle donne, pedofilia, guerre endemiche, cinismo pervasivo e lubrico. Di che si occupano i periclitanti succitati?

Io preferisco mettere qui il testo di Vietato morire, di Ermal Meta, forse a qualcosa serve…

Ricordo quegli occhi pieni di vita/ E il tuo sorriso ferito dai pugni in faccia/ Ricordo la notte con poche luci/ Ma almeno là fuori non c’erano i lupi/ Ricordo il primo giorno di scuola/ 29 bambini e la maestra Margherita/ Tutti mi chiedevano in coro/ Come mai avessi un occhio nero/ La tua collana con la pietra magica/ Io la stringevo per portarti via di là/ E la paura frantumava i pensieri/ Che alle ossa ci pensavano gli altri/ E la fatica che hai dovuto fare/ Da un libro di odio ad insegnarmi l’amore/ Hai smesso di sognare per farmi sognare/ Le tue parole sono adesso una canzone/ Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai/ E ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai/ Figlio mio ricorda/ L’uomo che tu diventerai/ Non sarà mai più grande dell’amore che dai/ Non ho dimenticato l’istante/ In cui mi sono fatto grande/ Per difenderti da quelle mani/ Anche se portavo i pantaloncini/ La tua collana con la pietra magica/ Io la stringevo per portarti via di là/ Ma la magia era finita/ Restava solo da prendere a morsi la vita/ Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai/ E ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai/ Figlio mio ricorda/ L’uomo che tu diventerai/ Non sarà mai più grande dell’amore che dai/ Lo sai che una ferita si chiude e dentro non si vede/ Che cosa ti aspettavi da grande, non è tardi per ricominciare/ E scegli una strada diversa e ricorda che l’amore non è violenza/ Ricorda di disobbedire e ricorda che è vietato morire, vietato morire/ Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai/ E ricorda che l’amore non ti spara in faccia mai/ Figlio mio ricorda bene che/ La vita che avrai/ Non sarà mai distante dell’amore che dai./ Ricorda di disobbedire/ Perché è vietato morire./ Ricorda di disobbedire/ Perché è vietato morire./ Perché è vietato morire./ Vietato morire.”

…forse a qualcosa serve, a qualcosa serve, a qualcosa serve

 

Morire di lavoro, o esser morti dentro, di stupidità

Paola Clemente è morta di fatica, sfruttata da un caporale travestito da somministratore interinale. Lei, 49 anni, il 13 luglio del 2015 è morta di fatica nei campi di Andria, in Puglia.

Dodici ore al giorno per 27 euro di paga.

La Procura di Trani, dopo aver indagato ha proceduto a far arrestare sei persone per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, in base alla legge del 2016 contro il caporalato.

Sono stati arrestati il responsabile dell’agenzia interinale che pagava 2 euro e mezzo l’ora Paola, alcuni collaboratori e qualche altro delinquente che si occupava dei trasporti nei campi in condizioni bestiali.

Sul lavoro si muore da sempre, dalla costruzione delle mura di Gerico.

E dunque che le morti sul lavoro non siano una novità è noto, ma altrettanto noto è che da qualche decennio esistono normative molto stringenti a tutela della sicurezza e salute del lavoratori, ed esistono i modelli organizzativi e i Codici etici, di cui ormai molte aziende si sono dotate. Si può dire che questa attenzione ha fatto sì che negli ultimi trent’anni, in Italia, gli infortuni mortali per anno si siano ridotti di due terzi: da circa duemila nei primi anni ’80, ai circa seicento dello scorso 2016. Sempre troppi, certamente, ma il trend è positivo e va mantenuto.

Che cosa c’è di più a dire del caso citato? Che non solo le condizioni di lavoro erano disumane e disumanizzanti, ma anche il trattamento economico era sotto ogni minimo di sopravvivenza, in violazione della Costituzione e del contratto agricolo sezione avventizi. Una vergogna indicibile, segno di disumanità e feroce cinismo sfruttatore, segno di malattia sociale e di connivenze insopportabili, segno di lentezza burocratica nei controlli degli istituti e di addormentamento forse doloso degli stessi sindacati.

Il caso fa rabbia irresistibile e grande tristezza, attestando come vi siano ancora angoli del mondo, e della nostra stessa Italia, dove per anni si può impunemente maltrattare le persone fino a farle morire di inedia e di fatica. Mi auguro che i responsabili paghino il fio dei loro crimini davanti alla legge, ma ancora di più che si vergognino per il resto dei loro giorni.

 

Altro fatto. Follonica (Grosseto), 23 febbraio 2017. Tre dipendenti di un supermercato

“…hanno rinchiuso due donne nomadi in un gabbiotto dove si trovano i cassonetti per la carta, hanno ripreso con un telefonino le loro urla e gesti disperati perchè volevano uscire dalla improvvisata prigione, poi hanno postato il video sui social: per questo tre addetti di un supermercato di Follonica sono stati denunciati dai carabinieri ai quali le donne si sono rivolte dopo essere state liberate. La Procura di Grosseto ha aperto un fascicolo per sequestro di persona. La “prigionia” delle due donne, sorprese dagli addetti a prendere carta e cartone dai cassonetti, è durata pochi minuti ma il video postato su facebook ha totalizzato oltre 200mila visualizzazioni, tra cui molte approvazioni tipo mi piace. Nelle immagini si vede il gabbiotto e due degli addetti che ridono e dicono alle due donne, che si trovano oltre una parete del gabbiotto, di che non si doveva entrare in quell’area, mentre un terzo riprende la scena. Poi l’inquadratura si sposta sulla parte superiore del gabbiotto, coperta da sbarre, e si vedono le due donne urlare e disperarsi. Dopo la loro liberazione, quasi sicuramente ad opera degli stessi addetti, le due donne si sono rivolte ai carabinieri.” (dal web)

Se fossero stati rinchiusi due gattini o due cagnolini vi sarebbe stata la sollevazione del web.

In questo caso, invece, è apparsa l’autorivelazione della verità di Gauss: il centro e un lato della sua campana sono popolati da imbecilli, cretini, vigliacchi senza volto e senza onore, che infestano la rete come un’epidemia, uebeti followers di loro consimili (i tre dipendenti del supermercato).

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