Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: invettiva (page 1 of 26)

Vite e morti operaie ed etica del lavoro

I quattro operai morti sul lavoro ieri a Milano sono la punta dell’iceberg di una situazione molto seria. Fino a un paio di anni fa (2015) il trend annuale di decessi sul lavoro, a far data dall’emanazione nel 1996 del Decreto Legislativo 626, nel 2008 sostituito dal Decreto Legislativo 81, era in decrescita certa. Si era arrivati a poco meno di settecento, numero comunque di dimensioni terribili, ma si partiva due decenni prima da quasi duemila morti sul lavoro per anno. Nel 2017, invece, si è tornati a sfiorare il migliaio, come nel 2016. Analizzando le fattispecie delle causali, restano in prima fila gli incidenti stradali nel settore dei trasporti, le cadute dall’alto in edilizia, gli schiacciamenti in agricoltura e nell’industria, riportando qui alcuni dati senza pretese di precisione statistica.

Personalmente mi occupo da anni anche di sicurezza e di igiene del lavoro nelle mie attività di consulenza direzionale d’impresa, e di formazione, non sotto il profilo tecnicale della pratica di prevenzione, tipica dei Responsabili del Servizio di Prevenzione e Protezione, in acronimo RSPP, che devono essere presenti in ogni luogo di lavoro, pubblico o privato che sia, ma sotto il profilo della vigilanza etica del tema, dei valori sottesi ad ogni attività d’impresa, e quindi degli indirizzi organizzativi e gestionali da fornire alle direzioni aziendali.

Come presidente di alcuni Organismi di Vigilanza ai sensi del Decreto Legislativo 231 del 2001, con i miei colleghi dove l’organismo è collegiale, e in ogni caso là dove sono Garante unico del Modello organizzativo, ho sempre posto il tema della sicurezza del lavoro al primo posto tra gli argomenti curati e trattati. Sappiamo che il Modello organizzativo vigente ai sensi della citata normativa, ha avuto una particolare spinta dopo la tremenda tragedia della Thyssen Krupp di Torino, che ha mostrato come in pieno ventunesimo secolo ancora vi sia tanto cinismo gestionale da porre in pericolo le vite dei lavoratori. Il cosiddetto “Modello 231” di Organizzazione e Gestione non inficia la linea gerarchica dei soggetti economici o comunque operativi di cui si occupa, poiché non emette ordini di servizio o direttive, ma si pone in una posizione di osservazione autonoma dei modi gestionali dei gruppi dirigenti, intervenendo di propria iniziativa o su segnalazione di chiunque noti una violazione di legge o comportamenti incongrui e tali da pregiudicare il rispetto delle leggi e l’incolumità delle persone nell’agire quotidiano, predisponendo verbali di indirizzo e suggerimenti agli enti e ai soggetti decisori. In questo modo, il soggetto impresa-ente si pone giuridicamente in quello che viene chiamato “regime esimente”, rispetto alla giurisdizione della magistratura in ordine alla commissione di illeciti amministrativi e di reati penali. In altre parole, il magistrato che conduce un’inchiesta a fronte di una violazione di legge riterrà responsabile dell’atto la persona che ha commesso l’atto stesso, esimendo l’azienda dalle responsabilità.

Detto questo in una sintesi non precisissima, ma sufficiente a far capire al lettore il senso del discorso, torno al tema dei tre morti sul lavoro a Milano. Si dice che non ha funzionato l’allarme che avrebbe dovuto segnalare la presenza di gas letale nell’area di lavoro. Certamente tutte le macchine e impianti che l’uomo costruisce a fini lavorativi, possono subire dei guasti ed avere delle imperfezioni, su questo nessuno nutre dubbi, per cui ogni soggetto economico è tenuto ad utilizzare ciò che il mercato delle macchine e degli impianti, nonché ciò che le tecno-scienze suggeriscono nella loro continua evoluzione, offrono di meglio in tema di sicurezza. Così come deve verificare il livello di formazione degli addetti e il suo aggiornamento costante, le condizioni fisiche e psichiche dei lavoratori e il modo della gestione in essere, onde ridurre al minimo lo stress non legato all’impegno obiettivo del lavoro stesso. Quello su cui ci si deve soffermare è un altro tema, quello di una visione del lavoro che sia supportato da un’etica ben declinata e conosciuta da tutti i soggetti coinvolti.

Non l’uomo per il lavoro ma il lavoro per l’uomo, sosteneva con la veemenza sua tipica papa Wojtyla. Io, di famiglia operaia, che ho visto mio padre partire per le Germanie (come si diceva allora) da quando avevo cinque anni e fino ai mei diciotto, avevo una visione quasi sacrale del lavoro, che mi ha portato spesso sul  versante di una sua quasi assolutizzazione. Ho dovuto anch’io rivedere alcune posizioni mie, ricredermi e in questa fase mia, in modo particolare.

Nella mia attività considero ancora il lavoro decisiva per l’uomo, ma correlata e delimitata in quadro di equilibrio esistenziale.

Teniamo conto che il lavoro è una necessità e anche un mito, sia sul versante storico delle dottrine e delle prassi socialistiche, sia sul versante liberal-liberista del capitalismo, tutti consapevoli che l’attività umana è indispensabile per trasformare la materia e costruire beni necessari alla vita delle persone e dei popoli. Ma forse è tempo di ri-declinarne la valenza etica, riflettendo sulla sua distribuzione e sulla giustizia che deve caratterizzare la sua remunerazione.

Nel mio piccolo ho sempre curato questo aspetto, esercitando talora poteri diretti e talaltra quella che oggi sia chiama moral suasion, direi con successo.

Infatti, il maggior numero di infortuni avviene là dove vi è un’organizzazione più deficitaria, là dove ci sono operatività in subappalto con ribassi vergognosi, là dove la vita umana è ritenuta un optional, non il focus del valore etico dell’agire. E’ su questo piano, etico-morale e, vorrei dire, addirittura antropologico e culturale, che si deve agire. La politica ha il compito della normazione, ma ogni persona, impresa, parti sociali, sindacati, associazioni datoriali, scuole, università, famiglie, la chiesa stessa, devono riflettere sul lavoro come dimensione esistenziale importantissima, ma non unica, della vita umana.

Alcune strepitose idiozie nelle proposte pre-elettorali della politica attuale

…anche se ho già utilizzato questo trittico post-rinascimentale di uomini politici di discutibile valore, lo metto pure qui, perché ben intonato al testo che segue, dopo una premessa filosofica, in vista delle elezioni politiche del 4 marzo prossimo, perché i politici spesso non sanno neanche di ciò che parlano, come si potrà ben dedurre dagli otto esempi sotto riportati. Bene.

Per me la parola e il discorso, il dialogo e i concetti sono un crogiolo incandescente, che serve all’uomo per chiarificare il pensiero, dipanare le contraddizioni, accettando la diversità e ponendo le diverse posizioni al vaglio del senso critico alla ricerca del senso di ogni cosa che si afferma o si nega, di ogni cosa che si fa o si disfà. Il crogiolo presuppone un fuoco che purifica, brucia parzialità e presunzioni, smaschera finzioni e certezze apparentemente acclarate. La fiamma calda della discussione civile problematizza, pone, domanda, senza la pretesa di avere risposte per ogni quesito, senza la superbia del prepotente o l’arroganza del sé putante culto e intelligente. Pazienza e coraggio a temperare le emozioni, ma senza spegnerle, solo per lasciarle de-cantare, appunto, nel crogiolo infuocato della relazione. La verità può dis-velarsi, e sempre parzialmente, solo se il ricercatore non la pretende, non la brama solo per sé, non la vuole costruire. Lo sguardo e la parola dell’altro ci può far scoprire percorsi e mondi concettuali finora impensati, eppure plausibili, tanto quanto i nostri, anche se a volte radicalmente diversi, fors’anche solo perché diversamente detti, e comunicati e confessati.

Diversamente dalla politica, dove vale solo quello che pensa, dice e propone la tua parte, mentre è da esecrare quanto propone la parte avversa. Un assurdo logico e un delitto morale.

E ora, caro lettore, desidero proporre alla tua attenzione, appunto, un po’ per sorridere e un po’ per meditare, otto sesquipedali stronzate provenienti da tutto l’arco costituzionale, e le ragioni per cui sono tali:

9/10 euro di salario minimo, mentore Renzi: è impossibile stabilire un salario minimo in questo modo, non tenendo conto della situazione concreta, del settore operativo e della redditività aziendale, per cui potrebbero essere equi in qualche caso 8 euro o anche 12/15, e poi bisogna vedere e dire se lordi o netti. La proposta di Renzi è, dunque, genericamente casuale e imprecisa/ incompleta;

critiche al Jobs Act, mentori destra e grillini: è una critica ingenerosa che mostra una radicale non conoscenza dei contratti a termine e del rapporto tra flessibilità e precarietà, che non sono sinonimi ma neanche opposti. Il Jobs Act ha funzionato abbastanza e comunque, in una situazione media, un contratto a termine vale non molto meno di uno a tempo indeterminato in base alla legge citata, il quale è comunque potenzialmente a termine entro i 36 mesi, cari critici senza arte né parte;

abolizione delle tasse universitarie, mentore Grasso e suoi sostenitori plaudenti: caro presidente del Senato della Repubblica e “ragazzo rosso”, non le sembra che la sua proposta, ancorché onerosissima, sia un regalo alle famiglie benestanti o quasi, visto che chi ha l’ISEE bassa ed è studente meritevole per profitto le tasse non le paga?

vaccini, mentori M5S e Salvini: non so se vivete in questo mondo o in uno immaginario, visto che la scienza e la ricerca hanno ridotto così tanto le malattie in quest’ultimo mezzo secolo;

canone Rai, mentore Renzi: e così rendiamo ancora più generico e commerciale il servizio pubblico; ma invece, perché non si occupa dei tetti sfondati dei compensi ai Fazio e ai Vespa, piuttosto?

pensione minima a 1000 euro, mentore Berlusconi: bisogna anche dire, esimio, dove si vanno a prendere le risorse, o no?

reddito di cittadinanza, mentore Di Maio: come detto e di più per le pensioni minime, e con un’aggravante: caro Di Maio, lei vive sulle nuvole da inespertissimo anche se altrettanto arrogante per posture e detti, ignaro degli elementi basici della psiche umana: se lei dà quasi 2000 euro al mese a una famiglia di quattro persone, specie di certe zone italiane, chi glielo fa fare di cercarsi un lavoro da 1200/ 1400 euro?

abolizione della legge Fornero, mentori Salvini, sinistra sinistra, Di Maio: come per i due punti precedenti.

Basta?

Il mercato del nulla… o quasi

Parafrasando me stesso e… Eugenio Montale, mi è venuto in mente questo titolo.

Qualcuno ricorda che anni fa scrissi un pezzo, poi pubblicato -se non ricordo male- nel volume La sapienza del koala, dal titolo assonante, cioè I professori del nulla, con il quale mi riferivo ironicamente a quegli intellettuali da strapazzo che avevano iniziato a imperversare nei talk show, criminologi, massmediologi, psico-neuro-socio-tele-esperti, matematici che fanno i teologi e teologi che fanno i tuttologhi o i tuttologi (cioè quelli che vogliono insegnarti la fisica quantistica e non conoscono nemmeno il teorema di Pitagora), che sono la stessa cosa ma fa figo distinguerli, e così via.

Invece la parafrasi montaliana è più seria. Il maggior poeta italiano del ‘900 scrisse un volumetto dal titolo identico a questo del post, Il mercato del nulla.

Trascrivo letteralmente dall’aureo volumetto pubblicato nei mesi scorsi dal Corriere della Sera per la serie Grandangolo su Eugenio Montale, curato da Massimo Natale:

Ne Il mercato del nulla, per esempio (dell’ottobre 1961) si denuncia la “quasi totale scomparsa della conversazione (probabilmente il solo divertimento dei nostri antenati)“, e il fatto che “lo scambio di idee sia diventato un genere particolare di spettacolo. Tre o quattro persone che sono ritenute qualificate, abilitate a esprimere idee, si radunano attorno a una tavola rotonda, e il pubblico, stupito e annoiato (o, aggiungerei io, comandato ad applaudire), assiste al loro colloquio.”

A distanza di quasi mezzo secolo siamo ancora qui, con il profluvio di talk show, uno più demente dell’altro, fatto di protagonisti sedicenti esperti e di un pubblico, che sembra figlio di quello descritto da Montale, allora.

La cifra stilistico-comunicativa dello spettacolo è costituita, in generale, da due elementi: il primo, è un costante “parlarsi sopra”, senza rispetto per interlocutori e ascoltatori, e del tempo necessario per un ascolto attivo, il secondo, un uso della lingua italiana che definire povero e banale è perfin generoso, poiché a volte è di uno squallore irritante, caratterizzato da un lessico stereotipato e ripetitivo, povero e banale, e da coniugazioni verbali approssimative, preludio di una volgare destrutturazione del periodo in unità paratattiche prevedibili e noiose. Con qualche eccezione onorevole, come nel caso di Enrico Mentana, se il gentil lettore me lo consente, e fors’anche di Nicola Porro.

Gli altri, a partire dall’immarcescibile untuoso Vespa,  passando per Floris, Bonolis e Fazio, l’ammiccante strapagato, e altri ancora di cui mi impegno a dimenticare i nomi, sono i mentori di un livello comunicazionale vicino alla dannosità morale, per approssimazione informativa e modalità espositiva.

Un altro ambito nel quale da decenni svolte un mercato dl nulla, o quasi, è quello della politica. Comunicazione e politica dunque, ovvero comunicazione della politica e politica della comunicazione. Non gli unici due ambiti dell’impoverimento antropologico attuale, ma tra i principali, fermo restando che il caput vitiorum di questa deriva è la crisi della riflessione, del pensiero raziocinante, della logica argomentativa, cui segue necessariamente (direbbe Spinoza) la crisi di ogni altra disciplina umana, a partire dal sapere etico.

C’è da essere, più che sconcertati, ché non è più il tempo dello sconcerto, oramai addirittura delusi, con solo uno spiraglio in fondo di speranza che crescano le generazioni giovanili a ripulire questa melma. Ma con un’avvertenza, che non si pensi al giovanilismo come a una panacea, a un rimedio erga omnes et erga universas res: infatti Di Maio ha trentuno anni e sembra un veciùt (vecchietto in lingua friulana), per abbigliamento, stereotipi e ripetitività verbosa.

Le prime linee della politica, fo per dir, cioè i personaggi più importanti dello scenario attuale, annoverano cinque o sei personaggi che vanno analizzati e comparati con i loro predecessori degli anni ’50/ ’60/ ’70/ primi ’80, anche se non possiamo trovare simmetrie perfette, a fronte di n cambiamento radicale delle denominazioni e dei contenitori partitici, poiché i partiti di trent’anni fa non esistono più. Quelli di oggi ne escono a pezzi. Proviamo: Renzi vs Berlinguer, Moro e Craxi. Voi direte che non vale. Un pivello contro tre pesi massimi delle tre tradizioni popolari italiane, quella comunista, quella cattolica e quella socialista. Ma il Partito democratico in parte è erede di tutte e tre e il segretario ne porta oneri e onori, si fa per dire. Se Berlinguer era un francescano laico, Moro uno studioso paziente e buono, mentre Craxi la quintessenza del criterio politico anche nella sua versione cinica. E Renzi?

Salvini va confrontato con il fondatore della Lega Bossi e non fa una gran figura: grezzi e popolani tutti e due, ma il giovane ha un ghigno inquietante, ma sarà colpa della muscolatura facciale.

La Meloni con Almirante, e qui non serve dire di più, che Almirante, fascistissimo, era di ben altra tempra culturale e politica.

Berlusconi andrebbe paragonato a Malagodi, me della forza politica di questi rappresenta ben di più, poiché Forza Italia, nelle sue varie versioni, è molto più grande del vecchio Partito Liberale, ma molto più piccola sotto il profilo culturale e politico: infatti dovremmo salvare forse solo Martino e Frattini di quella linea classica. Berlusconi è comunque un unicum, un fainomenon di questi ultimi decenni, quando la politica si è fatta commissariare da giudici e uomini d’affari, soprattutto in Italia. Ecco, se vogliamo, con l’eccezione di Violante, anche la prova dei giudici in politica è stata ai limiti dell’indecenza culturale, Di Pietro e Ingroia mentori, con il loro codazzo di laudatores à la Travaglio.

Oppure, continuando in questo gioco leggero, possiamo paragonare Di Battista a Claudio Martelli, che ne dite? Ci sta?

Nel titolo c’è l’attenuazione del “quasi”, e pertanto si può anche citare qualche figura decente, di questi tempi, variamente sparsa a destra, centro e sinistra oppure in ciò che ne rimane declinata in questi tempi. Nella Lega Roberto Maroni e Zaia?

E a sinistra? Veltroni sì, ma non D’Alema, e Bersani, purtroppo perché mi è simpatico, sta declinando rancoroso. Grillo non merita comparazioni, se non con il Pappagone di Peppino De Filippo. E questo ha inventato un movimento-partito che accontenta un votante italiano su quattro. Si dice sempre male dei governanti, ma chi li manda lì, chi elegge i sindaci? Gli elettori. E pertanto, si deve ammetter che ogni comune e ogni nazione ha il sindaco e il governo che si merita. O no?  Della signora Boldrini non voglio dir nulla, ché si arrangia da sola a restare nella storia come figura di sbieco, capitata lì.

L’amarezza, lo sconcerto, il disincanto forse oggi la fanno da padroni, ma ancora di più la pigrizia mentale, le generalizzazioni, l’accontentarsi della prima e della seconda pagina del web, la dismissione della lettura di libri, l’informazione di parte, dove ognuno (o i più) cercano solo conferme ai propri pre-giudizi. Oh, san Tommaso d’Aquino, spiega tu che i pre-giudizi sono giudizi incompleti, e che nessuno si può fare un’idea leggendo solo stampa e prese di posizione della propria squadra del cuore, ma deve allargare lo sguardo, altrimenti rischia di trovarsi l’analfabeta Di Maio capo del governo.

Se poi passiamo ai sindacati, compariamo Barbagallo della Uil a Enzo Mattina, a Silvano Veronese, a Benvenuto, oppure anche a Renato Pilutti, posso dirlo? Vogliamo paragonare la signora Camusso a Giuseppe Di Vittorio, a Vittorio Foa e a Bruno Trentin o Luciano Lama, e la Furlan a Pierre Carniti?

Declino. Dove sono i prodromi della speranza, caro lettore? A mio parere nella lettura seria e continua di testi vari e affidabili, nella cultura, nella paziente opera di crescita spirituale, intellettuale e morale di ciascuno: solo così possiamo nutrire la speranza di una crescita nuova. Io ho fiducia.

La qualità dei politici, anche dei giovani-nati-vecchi, è l’attuale miseria della politica?

Ricordo che ventotto anni fa partecipavo per la Uil nazionale a riunioni e seminari per la riforma dell’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori  Legge 300/70 (ancora al tempo!), e uno come Bertinotti, che era in Cgil segretario confederale, in qualche modo, magari obtorto collo,  condivideva che non potesse essere ragionevolmente esteso anche alle piccole e piccolissime imprese come “tutela reale” del posto di lavoro, e che quindi come sindacati si dovesse aderire alla formula “risarcitoria” poi regolamentata dalla Legge 108. Dieci anni dopo circa, lo troviamo sul fronte opposto, come segretario del Partito della Rifondazione Comunista a proporre un referendum, andato poi nullo, analogo a quello che proponeva Democrazia Proletaria nel 1989. Coerenza dei fantasiosi o coglionaggine dei presuntuosi elegantoni dalla evve arrotata?

Idem Bersani, le cui ultime uscite mi fanno desiderare sempre meno di mangiare una pizza con lui. Ricordiamo tutti le lenzuolate (suo pittoresco copyright emiliano) di riforme liberali che propose come ministro dell’industria del governo Prodi. Oggi sostiene che sull’art. 18, che sarebbe per lui da ripristinare in toto, vive o muore una possibile alleanza elettorale con il PD. Ma questo è lo stesso signore di cui prima? O è un altro? Ma queste nuove posizioni, diciamo con un po’ di ironia, “rivoluzionarie” sono solo in odium Rentianum? Se sì, e temo che lo sia, che squallore!

Avrei anche altri esempi più regionali, miei, citando vecchi compagni riformisti, ora tornati rivoluzionari per lo stesso sentiment bersaniano o antirenziano, che è lo stesso, ma risparmio ai gentili lettori la noia.

Se volessi citare il non mai sopito presuntuoso e sussiegoso (nei toni) D’Alema, ne avrei  da scrivere, ma lascio perdere.

Ho scritto qui, e non poche volte, che a me Renzi non piace: non mi piace il suo viso, i suoi atteggiamenti posturali da praima dona (in inglese), il suo inglese stropicciato, la sua sbrigatività argomentativa, la sua ironia spesso fuori luogo, ingenua e controproducente, come quando prende per il sedere i “cespugli” alla sua sinistra, che sarebbero ventinove, ma lui di questi cespugli avrebbe bisogno come dell’acqua da bere nel deserto per poter sperare qualcosa alle prossime politiche. Invece fa il “maggioritario” senza averne plausibili certezze, le sue circonlocuzioni falsamente argute, ecco. Così come aborro il ghigno di Salvini, i suoi toni, le sue smargiassate, o la confusione mentale di Grillo.

Questi personaggi, compreso il fin troppo laudato Professore Prodi, assai flemmatico e annoiante per eloquio e toni, sono dei nani rispetto al personale politico dei decenni tra i ’60 e gli ’80: persone come Moro, Nenni, Saragat, Berlinguer, Craxi, Terracini, lo stesso Ugo La Malfa erano di ben altra tempra politica e culturale. Se poi torniamo indietro di altri due decenni troviamo De Gasperi e Togliatti, dei giganti della politica, e prima ancora Turati etc.. Ora è una devastazione di mediocritas, per nulla aurea, ma miserevole. Pensate, siamo costretti a sentite le intemerate di un Di Battista, e chi è?, di un Rosato, dall’altra parte del tavolo, di un Alfano, oh Dio! Ne avrei da citare centinaia di meno noti e altrettanto inutili, o perfin dannosi.

Ma a me interessa l’Italia e gli Italiani, cittadini di tutti tipi, donne, uomini, vecchi, bambini, sani, operai e impiegati, dirigenti e imprenditori, liberi professionisti e attori teatrali, malati, disoccupati, militari, preti, ignoranti e culti, tutti, tuttissimi.

E quindi la politica e i politici dovrebbero avere lo stesso mio interesse prospettico, ma non perché ce l’ho io, ma perché è ragionevole, razionale, logico, eticamente e politicamente fondato.

E invece no: la politica e i politici sanno quasi solo fare calcoli meschini di bottega elettoralistica, dove comincia a spiccare per saggezza ottantunenne Berlusconi che non voterò mai, ma che a questo punto dovrei forse votare per riconoscergli il merito di saper guardare oltre la sua bottega, finalmente.

I politici sono incapaci di riconoscere qualsiasi merito a proposte dell’avversario, i cui contenuti magari avrebbero proposto in modo identico se le circostanza l’avessero consentito, stando al governo piuttosto che all’opposizione. Quella cosa lì è giusta, ma siccome la  propone lui è sbagliata. Follia, pura follia, oppure cinico opportunismo. Ma la gggente se ne accorge e non va più a votare, né Grillo, né Renzi, né Berlusconi, né Salvini, perché è stanca, scazzata, come si dice, non perché è semplicemente dis-interessata, o lo è perché la politica e i suoi attori attuali sono il mare magnum della mediocrità politica ed etica.

Il fatto è che la classe politica, spesso senza arte né parte, e sempre tanta presunzione, come nel chierichetto Di Maio, è quasi totalmente rappresentata dai peggiori, a volte corroborata (si fa per dire) da sindacalisti in tristissima grisaglia mentale come la signora Camusso.

Non saprei che suggerire: le persone più dotate di cultura e buon senso se ne stanno lontane. Vi immaginate me che dialogo con Renzi o con Salvini, o anche con Bersani, e scusatemi l’autovalutazione, realistica però,… ne uscirebbero con le ossa rotte. Ma, state pur sicuri, che questi signori e i loro mentori regionali non accetteranno mai di confrontarsi con chi ne ha di più anche se meno noto, per cruda e nuda paura, paura, paura, come quella del berbe Di Maio, che ogni tanto si ricorda di essere una nullità.

Così tutto continua nel disincanto di una trasformazione radicale della democrazia/ democrazie occidentali, sempre più malate, sempre più annoianti, sempre più distanti dai problemi reali e dalle persone. Meno male che i più si dedicano con sentimenti buoni, volontà ottimista e conoscenze serie, al lavoro, all’operare, con una ratio operandi esemplare, che tiene in piedi nazioni come l’Italia, Patria nostra e non  un “paese” qualsiasi.

Il cuore del malvagio

Il male fisico e quello psichico sono di natura. La malattia è una manifestazione vitale, a volte tremenda e dolorosa, ma sta nell’ordine disordinato delle cose. Va combattuta con criteri scientifici e con la forza d’animo, coniugando possibilmente l’impostazione che possiamo definire “occidentale”, più tecnicale e talora parcellizzata, con quella “orientale”, senz’altro più olistica e capace di assumere tutto l’uomo come soggetto cui dedicare attenzione. Il male va sconfitto, ma tutto l’essere umano va considerato e curato.

Il male morale legato all’agire umano, no, non è semplicemente di natura, ma è anche di cultura e legato alle scelte della libertà. Il male morale è dentro la sfera della libertà, più o meno, direi più che meno, perché non credo al determinismo “spinozista”: il grande filosofo ebreo/portugues/olandese non avrebbe mai avallato una lettura meramente deterministica del suo pensiero. Spinoza credeva fermamente che l’uomo, nell’ambito delle sue circostanze vitali,  pur subendo le circostanze stesse, avesse comunque sempre un ruolo decisivo nel fare o non fare certe azioni, azioni buone o azioni male.

La morte del capomafia Salvatore Riina mi pone domande che trovano solo difficilissime e inesaustive risposte. Come si può essere “esseri-umani” capaci di tanta efferata crudeltà? Ricordo Arancia meccanica di Stanley Kubrick, e l’assurda violenza perpetrata dal branco guidato da Alex (Malcom Mc Dowell), ma la violenza del capomafia defunto è di un altro genere, perché è direttamente funzionale al potere. O meglio, anche in Alex vi è un tema di potere, magari sul branco, però in Riina si tratta di potere economico, sociale, territoriale, diffuso, temuto, dissimulato o meno che sia. In proposito suggerirei di rileggere Leonardo Sciascia.

L’uomo della mafia nuota in un mare conosciuto di solidarietà e di familismo amorale. E’ apprezzato oltre che temuto. Ventisei ergastoli, anzi un numero teoricamente infinito di anni di carcere (9999, tanto per quantificare quasi periodicamente una cifra senza fine), di cui lui si compiaceva, perfino, a sentire i suoi detti intercettati. Ne ha fatti ventiquattro. E’ stato mandante di un numero imprecisato di omicidi, di stragi famose e tremende, che non occorre nemmeno qui citare, tanto note sono a chiunque.

Resta il tema del come si fa ad avere un cuore così malvagio, e allora torna a darsi come fondamento il sistema di dis-valori sotteso. Quest’uomo, come altri crudeli esemplari del genere umano, veramente ha sempre pensato di essere nel giusto, di essere nel suo buon diritto di agire come ha sempre agito? Sembra certamente, a te e a me, caro lettore, impossibile che si possa dare una cosa del genere. Sembra, ma evidentemente così non è: vi sono cuori e menti in grado di sentire/ pensare di essere nel giusto a comportarsi come Riina.

Si è parlato di  mostro, di dis-umanità,  e va bene: la descrizione metaforica aiuta a dare le dimensioni dei fatti, ma non basta. Bisogna rassegnarsi ad ammettere che l’uomo -in generale- è in grado di compiere azioni come quelle del boss appena deceduto, e per il quale non riesco a provare odio, ma solo un sentimento di pena infinita, e non di carattere perdonistico.

La storia racconta tutto anzi tanto, senza insegnare mai nulla, narrando che sono accaduti innumerevoli atti e fatti di crudeltà indescrivibili, nelle guerre tra genti e popoli, e anche in periodi di “pace”, che altri esseri umani si sono macchiati di delitti inenarrabili, analoghi o peggiori a quelli di cui si è reso responsabile l’uomo di cui qui parliamo, e non li cito, perché noti a tutti. Basti pensare a capi popolo orientali e occidentali di tutti i tempi, anche molto vicini a noi, capi del XX secolo, alle dittature che si ponevano l’obiettivo di eradicare ogni oppositore con la forza e con la morte, e non solo ogni oppositore, ma anche  ogni essere umano che non rispondesse a criteri di coerenza con il modello umano prefissato: basti solo il tema ebraico, per capirci.

Ebbene, allora si deve ammettere che l’istinto della malvagità, il voler fare il male è intrinseco nell’uomo, che il bene e il male, ambedue sono nell’uomo, sono dell’uomo, purtroppo, e così devono essere considerati. Il bene e il male sono due dimensioni morali dell’agire umano, la cui valenza è nota e presente nella valutazione di ogni coscienza matura. Ecco: si parla di coscienza matura. Ma Riina che coscienza aveva? Una coscienza matura o una coscienza erronea? Possiamo facilmente dire che la sua coscienza, per come la intendiamo correntemente, era quantomeno “silenziata”, o resa tale dal contesto e dalle abitudini malvagie, da lui ritenute non solo plausibili, ma di suo diritto.

Ci viene da dire: pazzesco! Però è così, e probabilmente in analogia a come la pensano i suoi compari o successori, o simili, come gli uomini di atre cosche e mafie, come i narcos messicani, come i cinici sfruttatori di esseri umani che trafficano con i migranti nel deserto africano e nel Mediterraneo, come i terroristi e i loro mandanti, come ogni uomo che abbia, appunto, silenziato l’ultimo barlume di coscienza rimasto, forse.

L’ultima domanda è questa: ma figure come Riina conservano nel fondo oscuro dell’anima qualche dubbio ancora circa la moralità o meno del loro agire? Non lo sappiamo. Nessuno può leggere nel cuore dell’uomo. Possiamo solo sperare, e non solo in questo, ma che l’uomo evolva anche biologicamente e psicologicamente verso un’umanità più completa.

L’ego “egoico” e l’ego “normale” (se così si può dire)

Mio caro lettore,

narcisismo, egocentrismo, auto-referenzialità, egoismo, ovvero ogni declinazione malformata dell’ego, cioè egoica, si può definire in molti modi.

Una definizione abbastanza condivisibile dell’egoismo, come concetto più conosciuto e usato, può essere la seguente:

Atteggiamento che implica la subordinazione dell’altrui volontà e degli altrui valori alla propria personalità; come amore eccessivo ed esclusivo di se stesso o valutazione esagerata delle proprie prerogative, che porta alla ricerca permanente del proprio vantaggio, alla subordinazione delle altrui esigenze alle proprie e alla esclusione del prossimo dal godimento dei beni posseduti.” (dal web)

In generale, la malformazione dell’ego può essere considerata in vari gradi una malformazione “egoica”, analogamente a molti altri casi in natura, come nei farmaci che, se assunti in dosi eccessive e sbagliate diventano veleni. Infatti, in greco antico vi è un solo termine per dire farmaco e veleno: phàrmakon.

Ciò serve per dire anche che una certa dose di “egoità” è indispensabile per sopravvivere, o perlomeno per tutelare gli spazi cui ogni individuo ha diritto (cf. D. Morris, L’uomo e i suoi gesti, Mondadori 1980). La situazione peggiora e peggiora soprattutto le relazioni intersoggettive quando la dimensione egoica assume caratteri di sempre maggiore prevalenza e assolutezza rispetto ad altre dimensioni relazionali, come la comprensione, la capacità di ascolto, l’empatia. Chi ha bisogno di porsi sempre al centro dell’attenzione, di assumersi sempre -possibilmente- tutti i meriti di un successo, anche se si tratta di un’azione collettiva e, per contro, di scansare le responsabilità di un insuccesso, pur trattandosi sempre di un’azione collettiva, è certamente sulla strada di un comportamento eccessivamente egoico, forse già egoistico, certamente auto-referenziale ed egocentrico.

Il narcisismo è una caratteristica manifestazione di egoità. Non è necessariamente presente in tutti gli egocentrismi, ma spesso li accompagna, come nel caso di certi personaggi pubblici. Di sicuro un Berlusconi è affetto da una certa dose di narcisismo, ma non ne sono esenti né D’Alema né Renzi, e perfino il chierichetto Di Maio ha già imparato bene il mestiere del narciso in carriera.

Che cosa si può fare di fronte questa malformazione dell’ego, cioè dell’io? Certamente non ci sono aspirine mentali o placebi efficaci: l’unica strada, come sempre quando si tratta di dimensioni psico-spirituali, e perciò stesso morali, è quella dell’autoconsapevolezza, di una capacità di rendersi conto che la strada è sbagliata. Un modo di manifestarsi del difetto egoico è parlare di sé in terza persona, come segue: “Renato pensa che…” e son io che parlo. Il soggetto egoico ha bisogno di guardarsi e vedersi da fuori quasi come un oggetto interessante che opera bene e va addirittura imitato nei suoi comportamenti. Invece non va per niente bene.

Quando un interlocutore terzo sente parlare chi gli sta di fronte in terza persona rimane sconcertato e poi tende a chiudersi in se stesso, chiedendosi: ma io con chi sto dialogando, con questa persona o con la persona che questa persona pensa di essere? Non è la stessa cosa. E’ come avere a che fare con un fantasma o un ologramma, a latere.

Anche se ognuno di noi può dialogare con la propria anima (cf. Agostino, Soliloquia, Lorenzo Valla Editore 2016), non considererà mai la propria anima come una terza persona, né se stesso come un terza persona, ma porrà, di volta in volta, la propria anima e la propria coscienza dialoganti in prima persona: ambedue sono un “io” completo, e mai debordante.

Un’altra pericolosa difettosità dell’atteggiamento egoico è la coltivazione di un’autostima espansa, forse dovuta a una sostanziale insicurezza e quindi, di converso, a una autostima realmente bassa. Uno “si tira su” perché “si sente giù”. Questo fatto dovrebbe insegnare che è meglio riflettere pacatamente su se stessi evitando di voler sembrare diversi da come si è effettivamente.

L’egoità è dunque una deformazione del carattere, o quantomeno dei comportamenti relazionali, e tra le più dannose e pericolose, sia nei rapporti interpersonali affettivi, sia nei rapporti sociali e di lavoro. Proviamo a pensare come può crescere un lavoratore junior accanto a un mentore egocentrico e narciso? Quest’ultimo non avrà mai in testa di curare il giovane in modo da farlo crescere al suo livello, ma tenderà a rallentarlo, stentando a delegarlo, magari delegittimandolo presso la direzione, per non perdere punti lui personalmente… manifestazione, questa, di estrema insicurezza. L’egocentrico non può essere mai un buon responsabile di funzione.

E se volgiamo la nostra attenzione al mondo degli affetti, amicali e amorosi, che cosa ne è del compagno/ a dell’egoico? Lascio al gentil lettore la risposta, tristemente facile.

E a me verrebbe anche una sequela di insulti e un’invettiva forte contro tanta e tale idiozia umana.

Finestre sulle solitudini

…mi sembra di vedere quando incontro giovani, ragazzi e men giovani, per strada, gli occhi rivolti al display di uno iphone o di uno smartphone, finestre sulle solitudini.

Ecco l’immagine che mi ispirano: ognuno solo sul cuor della terra  -à  la Quasimodo- trafitto dal video (e non da un raggio di sole) o da un’immagine carpita tra uno spot e l’altro.

Son lì che cincischiano attoniti, braccio contro braccio, spalla contro spalla, se sono in macchina, oppure semplicemente seduti accanto in un bar caffè pub osteria, quindici, sedici diciassette, ma a diciott’anni poi invece c’è l’auto di un amico che li porta via, e in auto continuano, testa bassa, a smanettare imperterriti.

Se qualcuno fosse lì presente sentirebbe l’inesistente dialogo tra i due o tre viandanti motorizzati, fatto di mmm, sssh, e altri illuminanti monosillabi borbo-rigmati forse da una regressione paleo-antropologica.

Finestre sulle solitudini, o no? Qualcuno me lo dice? C’è un diciottenne che legge questo blog e mi può illuminare? Forse che stanno inventando nuovi linguaggi da studiare seriamente al corso di glottologia e linguistica generale a lettere? Chiederò a Bea che studia lì.

Dove e quando si è interrotto il parlato normale, sviluppatosi negli ultimi 5 o 10 mila anni? Negli anni ’80 nella Silicon Valley? A New York, a London, a Milano, a Paris, a Santa Maria de los Angeles? O in uno dei borghi natii e selvaggi della nostra penisola, in uno dei borghi più belli d’Italia, cioè del mondo?

Smanettano così anche i cinque imbecilli delinquenti che hanno picchiato, ultimi tra le miriadi di bande di sciammannati attive, quel pakistano, o indiano, o marocchino, o quel che volete, anche un barbone? Anche quei minus habens si danno appuntamenti nefasti dalle loro finestre sulle solitudini? Chi hanno a casa, che padri, che madri, che sorelle, che altra parentela o affini? Hanno gente che li difende, o vicini che dicono quando il fattaccio diventa irrimediabile come un delitto, e allora dicono compunti davanti al cronista: “era così un bravo ragazzo, chi l’avrebbe mai detto?”

Dove sono finiti gli occhi di un vicinato curioso, ma attento, di un tempo, dove si è spenta la vigilanza implicita del quartiere? Che volti stanno dietro le felpe anonime che ciondolano per le strade a tutte le ore del giorno e fino alle ore piccole? “Dove vai?” “In giro“, la risposta più faconda e ricca di particolari.

E, se qualche insegnante delle superiori (si fa per dire… superiori, e de che?) si permette di segnalare ai genitori che c’è qualcosa che non va nei comportamenti del giovin rampollo, rischia di beccarsi una denuncia a i carabinieri o al TAR. Nessuno tocchi il mio bambino, o bambina, ché da qualche tempo son diventate molestatrici bulle anche le ragazzine. Mobbing, stalking, straining, gerundi inglesi entrati nel lessico normale della cronaca e delle denunce.

Forse che l’aggressività sociale che si percepisce, si respira perfino, li sta mettendo in un angolo quasi sulla difensiva? Gli esempi di violenza sociale, politica, militare non mancano. In tempo reale sul web appare di tutto, dalle follie del coreano Ping Pong e di parrucchino Trump, alle dichiarazioni di innocenza di Battisti, agli attentati casuali del terrorismo jihadista, agli omicidi casalinghi irrisolti, come quello di Denise Pipitone e di altri casi incredibili, come quello di Sara Scazzi, etc.

Oggi si uccide meno di un tempo ma lo si sa subito, e si coglie la follia consapevole dell’assassino, come la zia di Sara che strangola la nipote perché più bella e ricercata di Sabrina, sua figlia. Come si fa a uccidere per gelosia paesana o per invidia parentale? Come si fa? In che mondo spirituale vive quella donna, in quale miseria morale suo cognato Michele Misseri, che nasconde il cadavere “in campagna”, come si dice laggiù.

E poi il profluvio di talk show, dove per due anni si parla di un delitto, con esperti/ esperte o sedicenti tali, criminologi in carriera, psicologi forensi, ex alti ufficiali e giornalisti “specializzati” in delitti, torture e rapine. Il tutto condito da cronache di attentati, di guerre non dichiarate, ma combattute in giro per il mondo, e pare che attualmente ve ne siano almeno un centinaio in corso.

I ragazzi orecchiano tutto questo, certo distrattamente, ma qualcosa li colpisce, loro che son privi di strumenti critici, analitici, e a volte anche cognitivi, perché poco coltivati, aiutati, ascoltati da chi sta a casa con loro, quando sono a casa, o c’è qualcuno che li aspetta, a casa. L’intelligenza umana è una dotazione naturale da coltivare, però: non può essere lasciata lì inerte, inerme di fronte al turbinio del mondo che gira, che cambia, che si agita, di fronte a tutto ciò che nasce, che cresce, che diminuisce e che muore.

I ragazzi sono rimasti soli, ed è anche per questo che smanettano afoni e a volte perfino afasici davanti alle loro finestre di solitudine.

Il vento va e poi ritorna

Caro lettore,

il titolo poetico di questa narrazione potente di Wladimir Bukovskij mi ha sempre intrigato. Il vento va e poi ritorna, ma di qual vento si tratti bisogna leggere, immergersi nel racconto di quegli anni sovietici, quando l’utopia o la distopia “socialista” sembrava preludere all’homo novus, a una mutazione antropologica radicale, come auspicato da Saint Simon, da Fourier, da Babeuf, da Filippo Buonarroti, da Blanqui, da Eudes e dagli altri Comunardi del ’70, se non dallo stesso dottor Marx da Treviri. L’homo novus, nientemeno, non più egoista, egocentrico, egoico, strumentale verso gli altri. La convinzione soggettivista, cartesiana, e nello stesso tempo collettivista che l’uomo potesse essere riformato nella sua propria natura determinò l’illusione somma e ciò che ne conseguì. Ho conosciuto di persona militanti comunisti, rimasti allo stalinismo classico, ancora convinti, negli anni 2000 e rotti che ciò sia ragionevole, possibile, conseguibile. Eppure sarebbe bastato (basterebbe) una sana rilettura dell’antropologia classica, da Aristotele in poi, e della psicologia clinica moderna, per poterlo escludere radicalmente, se non in una prospettiva di lunghissime derive filogenetiche evolutive, peraltro condivisa solo da una parte -e forse non maggioritaria- di neuro-scienziati.

Come si fa a pensare che l’uomo possa essere reso razionalmente e certissimamente virtuoso tramite l’educazione o la rieducazione, peraltro a cura dello stato, anche se (si fa per dire) con gulag e lao-gai a disposizione, se ogni essere umano è unico, irripetibile, irriducibilmente soggetto, con le sue qualità e le sue tare, che possono essere anche biologiche, cerebro-mentali? Come si fa a escludere che nella mente degli assassini seriali, presenti non solo nelle cronache nere, ma anche in quelle delle grandi tragedie politiche di ogni tempo, ci sia qualcosa di malato, di sbagliato, di mancante?

E dunque? Proviamo a leggere un passo di una recensione del libro, presente sul web.

Nel novero delle grandi opere letterarie dei dissidenti sovietici, che hanno dato vita ad una stagione straordinaria inaugurata nel 1962 dall’indimenticato “Una giornata di Ivan Denisovic” dello storico e drammaturgo Alexander Solgenitzyn, s’inserisce a pieno diritto questo libro di Vladimir Bukovskij, “Il vento va e poi ritorna”, che non trova collocazione completa né nella saggistica né nella narrativa. Trattasi in realtà di documento politico-sociale, di guida alla sopravvivenza, possiamo definirla, per chi vive il dissenso nella società sovietica.
L’autore narra l’esperienza della cella di rigore, che ha sperimentato per lunghi anni della sua vita per non essersi voluto adeguare alle rigide direttive del regime. Una mosca bianca, che perseguiva i propri ideali di libertà, noncurante dello scherno di chi gli sta intorno, convinto della follia d’un simile comportamento. Non a caso, ai periodi di detenzione si alterneranno, per Bukovskij, i ricoveri coatti in ospedali psichiatrici. E un’esperienza tragicamente vera, che l’autore, forse proprio perché l’ha vissuta sulla propria pelle, rende con toni romanzeschi, poetici in alcuni punti“.

Il vento va e poi ritorna, come metafora, come allegoria di un qualcosa che non può passare, perché rimane con tutta la sua forza ineluttabile distruttiva e perfino devastante, in ragione della sua verità evidente. La violenza politica è stata a volte peggiore di quella militare, perché essenzialmente asimmetrica, e perciò profondamente ingiusta, iniqua, sbagliata, specialmente quando ha voluto rappresentare la perfezione illusoria della palingenesi, della rinascita integrale di un qualcosa, da radici diverse e opposte. Non si può accettare l’assolutezza di una verità, ma la verità di una assolutezza sì, come una bandiera piena di colori, l’ingenuità di un pianto vivo, la fede in qualcosa che non può morire e non deve.

Il vento va e poi ritorna, come a ogni cambio di stagione, ora che ottobre è terminato e il cielo si affida a novembre per accostarsi all’ennesimo inverno delle nostre vite. In attesa del risveglio che ineluttabilmente verrà, sì, verrà.

Gli eroi fucilati di Cercivento e i veri traditori della Patria

Non i quattro alpini fucilati all’alba a Cercivento per codardia di fronte al nemico, ma Pietro Badoglio (marchese del Sabotino e duca di Addis Abeba nientemeno!) avrei inviato al plotone di esecuzione per alto tradimento dopo la rotta di Caporetto.

“La Decimazione di Cercivento (1 luglio 2016), conosciuta anche come I fucilati di Cercivento (I fusilâz di Çurçuvint in friulano), identifica la decimazione di un intero plotone composto da ottanta Alpini dell’8° Reggimento appartenenti alla 109ª Compagnia del Battaglione Monte Arvenis allora operante sul Monte Cellon, nei pressi del passo di Monte Croce Carnico, accusati dal proprio Comandante di Compagnia, il capitano Armando Ciofi e dal suo vice tenente Pietro Pasinetti, d’insubordinazione e ribellione.

In base all’articolo 114 del codice penale militare: rivolta in faccia al nemico, per quattro Alpini le accuse del tribunale portarono alla condanna a morte, per altri ventinove a 145 anni di carcere complessivi e per i rimanenti militari in assoluzione.

Le esecuzioni capitali vennero eseguite davanti al muro di cinta del piccolo cimitero di Cercivento (Udine).

  • Caporal maggiore Silvio Gaetano Ortis da Paluzza (UD), 25 anni, contadino
  • Caporale Basilio Matiz da Timau (UD), 22 anni
  • Caporale Giovan Battista Corradazzi da Forni di Sopra (UD)
  • Soldato Angelo Massaro da Maniago (PN)”  (dal web)

La battaglia di Caporetto, o dodicesima battaglia dell’Isonzo (in tedesco Schlacht von Karfreit, o zwölfte Isonzoschlacht), venne combattuta durante la prima guerra mondiale tra il Regio Esercito Italiano e le forze austro-ungariche e tedesche.

Lo scontro, che cominciò alle ore 2:00 del 24 ottobre 1917, rappresenta la più grave disfatta nella storia dell’esercito italiano, tanto che, non solo nella lingua italiana, ancora oggi il termine Caporetto viene utilizzato come sinonimo di sconfitta disastrosa.

Con la crisi della Russia dovuta alla rivoluzione, Austria-Ungheria e Germania poterono trasferire consistenti truppe dal fronte orientale a quelli occidentale e italiano. Forti di questi rinforzi, gli austro-ungarici, con l’apporto di reparti d’élite tedeschi, sfondarono le linee tenute dalle truppe italiane che, impreparate a una guerra difensiva e duramente provate dalle precedenti undici battaglie dell’Isonzo, non ressero all’urto e dovettero ritirarsi fino al fiume Piave.

La sconfitta portò alla sostituzione del generale Luigi Cadorna (che cercò di nascondere i suoi gravi errori tattici imputando le responsabilità alla presunta viltà di alcuni reparti) con Armando Diaz. Le unità italiane si riorganizzarono abbastanza velocemente e fermarono le truppe austro-ungariche e tedesche nella successiva prima battaglia del Piave riuscendo a difendere a oltranza la nuova linea difensiva su cui aveva fatto ripiegare Cadorna.” (dal web)

 

In realtà, la responsabilità di Caporetto non può essere in alcun modo fatta ricadere sulle truppe, sui soldati, stanchi, feriti, offesi da trenta mesi di trincea, di fango, di puzzo di morti, di sangue malattie e infezioni, ma sui gruppi dirigenti, sui comandanti, a partire dall’inetto presuntuosissimo Cadorna, che stava giocare a carte in via Mercatovecchio a Udine mentre la truppa moriva dissanguata sul San Michele, sul Podgora, sul Sabotino, e ai suoi luogotenenti, in primis l’altro generale presuntuoso e incapace, Pietro Badoglio, che ignorò l’avanzata degli austro-tedeschi, che gli passarono sotto il naso a Caporetto, pur avendo i mezzi per opporre resistenza valida. Poi il fascismo, per pelosa carità di Patria lo resuscitò, facendo damnatio memoriae di Caporetto, per non ledere la grandezza della storia patria, e infine… si ricordi, fu recuperato dopo l’8 settembre come Capo del governo provvisorio post-mussoliniano, e anche in quel ruolo ebbe l’ardire di diffondere un comunicato ambiguo e nefasto per il povero Esercito italiano: annunciò l’armistizio di Cassibile con gli Alleati invitando le truppe a rispondere a ogni attacco proveniente da altrove, cioè dagli ex alleati tedeschi, i quali, sentendosi -giustamente dal loro punto di vista- traditi, si affrettarono a disarmare gli italiani e ove questi non si arrendessero ad attaccarli e, come a Cefalonia, a ucciderli tutti, come ci narra l’eroica vicenda del generale Gandin.

Per due volte Badoglio è stato nefasto per la Patria, ed è morto tranquillamente nel suo letto nel 1956, glorioso per due volte (si fa per dire) solo in Etiopia, dove adoperò anche l’iprite contro le popolazioni locali, e nella guerra italo-turca del 1911. Un bel soggetto questo immarcescibile generale piemontese, sgradito a tutti e carrierista di successo. Così a volte vanno le cose.

A fronte di quanto sopra, circa i quattro eroi fucilati a Cercivento, silenzio di tomba, anche da parte del Parlamento repubblicano. Ma c’è qualche coraggioso parlamentare che a cento anni di distanza temporale promuove una riabilitazione giuridica e morale per i quattro ragazzi vittime della sesquipedale stupida inqualificabile ignominiosa idiozia militare, in modo che i loro nomi recuperino l’onore dall’ignominia della fuga davanti al nemico?

E’ chiedere troppo onorevoli deputati e senatori friulani?

Grazie.

L’Ave Maria della glottologa

Clara Ferranti insegna glottologia e linguistica all’università di Macerata, e sembra abbia commesso quasi un crimine: chiedere di recitare insieme agli studenti del suo corso un’Ave Maria per la pace nel mondo.

il rettore Adornato e il collettivo studentesco Officina l’hanno attaccata così: “Ha limitato la libertà personale, bisogna reagire a questi soprusiInvitiamo pertanto pubblicamente la professoressa a scusarsi pubblicamente per il suo comportamento, nella speranza che l’Università prenda le dovute misure affinché una cosa del genere non si ripeta più. Invitiamo gli studenti a segnalare comportamenti di questo tipo, sia a noi di Officina sia allo sportello dell’Università, senza mai abbassare la testa di fronte a soprusi di questo tipo ma reagendo prontamente.” Prosa elegantissima, come si vede. Un’Ave Maria recitata all’università sarebbe un sopruso, una prevaricazione intollerabile, secondo i nullafacenti del collettivo, pelandroni a cottimo.

Il rettore, disinformatissimo, da parte sua ha scritto alla comunità studentesca e al collegio dei docenti le seguenti solenni parole: “Se i fatti, come sembra (sembra? ndr), corrispondono alla denuncia fatta dagli studenti, si tratta di un atteggiamento assolutamente improprio e censurabile. L’università è uno spazio di convivenza pacifica e rispettosa di opinioni, culture e fedi religiose. Non è luogo di gesti divisivi, né tantomeno di imposizione“.

In realtà, il racconto della docente, intervistata dal Resto del Carlino è di ben altro tipo. La Ferranti dice di aver proposto la preghiera in termini assolutamente volontari e tali da non inficiare tempi e modi della lezione, in piena libertà.

Che se ne trae? E’ l’ennesimo goffo manifestarsi del politically correct, in questa Italia succube e piagnona, dove un’impiegata dell’Onu può diventare terza carica dello Stato, candidata da animi puri di cuore come Vendola, il papà falso e truffaldino.

Che dire ancora? Che il genere e le specie dei bigotti è ben lungi dall’estinguersi. Se prima del Concilio Vaticano Secondo i parroci avevano un grande ascendente sui comportamenti dei fedeli, il loro “essere chiesa” è stato ampiamente copiato dal mondo laicista, dalle vestali del “non facciamo il presepe a Natale, togliamo i crocefissi dalla aule, ché altrimenti i musulmani si offendono“. Su questo tema ha ragione perfino il ghigno petulante di Salvini, che per me è tutto dire.

Chiesa è stato il Pcus del periodo stalinista e brezneviano, imbalsamato bestione preistorico della politica, chiesa è stato il Partito comunista cinese di Mao Ze Dong, quando Deng Hsiao Ping era considerato un traditore da spedire in un lao-gai. Chiesa è stato anche il Partito comunista italiano, almeno fino al 1973, quando Berlinguer ebbe il coraggio di dire al Congresso del Pcus che “era finita la spinta propulsiva dell’Unione Sovietica“, rischiando di essere ammazzato a Sofia dai soliti killer in conto terzi del satellite bulgaro.

Mi fa molta tristezza constatare che non siamo andati molto lontano, anzi, si può registrare quasi un’involuzione cognitiva dell’ermeneutica attuale dei fatti storici recenziori.

Il bigottismo alligna ovunque non c’è la disponibilità e la disposizione psicologica al confronto, al dialogo, dove ogni interlocutore non si presenta con i crismi della solenne Verità, ma con ipotesi razionali, logiche e argomentanti sulla verità, ovvero, sulle verità. E non si tratta in questo modo di avallare un semplicistico relativismo cognitivo, ma di apprezzare il contributo che ogni essere pensante-riflettente può portare alla ricerca umana del vero, del buono, del giusto, del bello, i famosi trascendentali platonici cui tutti naturalmente tendiamo, per natura costitutiva dell’essere umano.

Nel caso segnalato e qui narrato nessuno era stato obbligato a dire l’Ave Maria, ma più di qualcuno si era unito alla docente, recitando l’antica preghiera risalente nella sua prima stesura a un millennio fa all’incirca, chi in italiano, chi in latino… “Ave Maria gratia plena Dominus tecum…”.

Un esercizio di libertà di scelta. Ora si potrebbe eccepire circa l’opportunità di una proposta del genere, e qui potremmo anche convenire che la Ferranti sia stata un poco ingenua, o forse no, forse solo coraggiosa, madre davvero, non surrogata o d’altro genere. Lo dice un socialista classico come me, socialista e cristiano, e amante della meravigliosa figura femminile di Maria di Nazaret sposa di Josef e mamma di Jesus, attenta all’ascolto delle nostre miserie e per la nostra salute fisica e spirituale. Ave Maria piena di grazia

Older posts

© 2018 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑