Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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I dirigenti del PD, in vista del Congresso, dovrebbero vedere o rivedere lo splendido film di Mario Monicelli “I compagni”. Forse capirebbero che “essere di sinistra” significa avere ideali, correre dei rischi, resistere alle sconfitte senza perdersi d’animo, non perdere mai la fede nelle buone idee morali e politiche, stare dalla parte di chi ha di meno, sempre, soprattutto, ma senza pregiudizi verso chi ha-di-più, perché se lo è guadagnato non vivendo di rendita. Invece, la sinistra attuale (duole dirlo, quella rappresentata dal PD, perché non considero “di sinistra” il Movimento 5 Stelle, oggi guidato da un democristiano sotto mentite spoglie della peggior genia), si riconosce piuttosto negli stivali infangati e fasulli di Soumahoro e nell’auto-promozione della signorina Schlein, che compare dal nulla metafisico, o quasi, e vuole fare la “capa” da subito, chiarendo immediatamente che “ama una donna” (liberissima di farlo, ma qualificante zero virgola zero il suo valore politico, culturale e morale); si riconosce nel cosiddetto “diritto” al suicidio assistito (forse il proprio?); sostiene la formula “genitore 1 e genitore 2”; non si distingue con rigore dalla “cancel culture” delle Boldrini & Murgia, che vogliono togliere i monumenti ai Caduti di tutte le guerre dalle piazze italiane (vengano in Friuli a dirlo), sul cambiamento di sesso… avendo dimenticato tutta la storia della Sinistra, che da quasi due secoli si occupa dei diritti degli ultimi, senza dimenticare i doveri, come insegnava Mazzini, come hanno sempre sostenuto i socialisti riformisti, da Turati a Martelli (et usque ad meipsum, humilitate dicendo), ma anche i sindacalisti comunisti della Fiom storica… e potrei continuare ancora

Ringrazio il caro amico Claudio, mio antico compagno di liceo e professore di storia e filosofia dove… studiammo assieme tant’anni fa (seguìti da mia figlia Beatrice anni dopo), cui ho “rubato” la struttura dei contenuti del titolo, che ho solo un pochino parafrasato e implementato, perché li condivido in toto. Dopo tanti anni ci stiamo trovando d’accordo sul versante di un socialismo democratico e gradualista. Grazie a Dio lui non mi ha sorpassato “a destra” come hanno fatto in moltissimi ex militanti della sinistra radicale nei decenni scorsi.

Eduard Bernstein

Dove sta andando, dunque, il Partito Democratico? Verso una ripresa di capacità propositiva e di presenza sociale, o verso un irresistibile cupio dissolvi (lat., desiderio di essere dissolto)? Duole osservare che anche gentiluomini e galantuomini echeggianti quasi gli aristocratici progressisti di fine Ottocento come un Cuperlo, si affatichino a denunziare gli attacchi al Partito, che – è vero – sono spesso sgangherati, come quelli dei 5S e del loro capo, ma che nascono da un’assenza grave sui temi sociali del Partito che strutturalmente e storicamente dovrebbe stare sempre sul pezzo dei temi sociali. Invece, negli ultimi decenni si è ritirato sul colle riservato ed elitario dei diritti civili, come “un Aventino” fuori tempo massimo, dove si incontrano i maggiorenti pidini con i gruppi padroni del cinema, della stampa e dell’editoria.

Gramsci non intendeva in questo senso l’egemonia degli intellettuali di sinistra. Non li “vedeva” in vacanza in luoghi esclusivi, non li concepiva così distaccati dalle classi lavoratrici. Non avrebbe capito le Cirinnà e le Boldrini, ma forse nemmeno le Schlein, cui avrebbe raccomandato umiltà e pazienza. Gramsci intendeva l’egemonia degli intellettuali come organicità alle classi produttive, come attenzione a chi creava ricchezza e risorse da distribuire da reinvestire, vale a dire i suoi operai e impiegati dell’Ordine Nuovo, che oggi sarebbero i tecnici e gli ingegneri che progettano e costruiscono, gli studiosi e i ricercatori delle varie discipline, e anche gli esperti di sviluppo delle Risorse umane nei luoghi di lavoro pubblico e privato, impegnati nel disegnare, organizzare e gestire lavoro per favorire creatività e sentimenti di partecipazione all’impresa.

Una sinistra “capace” dovrebbe sapere distinguersi da chi confonde l’egualitarismo con una giustizia sociale rispettosa dell’individuo-persona declinata sul valore dell’equità. L’ equità è la vera giustizia, proprio perché non-egalitaria. Un paradosso? NO!

Se cinquant’anni fa era corretto politicamente e “di sinistra” ottenere diritti uguali per tutti i lavoratori, perché quei diritti non c’erano (si pensi solo alla possibilità di licenziare un padre di famiglia dal venerdì al lunedì immediatamente successivo!) ed ecco che fu emanato lo Statuto dei diritti dei lavoratori, che con la Legge precedente che regolamentò la giusta causa di licenziamento (la 604 del 1966), impedì quella possibilità di eccessivamente imperativa potestà del datore di lavoro, oggi serve di più, occorre una capacità di discernere tra i diritti quelli più necessari e come correlarli ai doveri. Di tutti e di ciascuno.

Soprattutto i giovani lavoratori richiedono formazione e coinvolgimento nei fattori aziendali. Sotto il profilo teorico è necessario rivedere alcuni concetti della Tradizione della sinistra e scegliere in modo chiaro e senza equivoci una visione che ponga l’intrapresa economica sul versante dello sviluppo dell’uomo, non del suo sfruttamento. Occorre dunque dunque andare “oltre Marx” e ogni massimalismo unilaterale, mantenendo per il Grande di Treviri un’immortale apprezzamento intellettuale e morale.

Quando vedo, anche nella presentazione dell’aspirante segretaria del Pd, ancora i vecchi armamentari teorici consunti e bisunti di una sinistra che da decenni sta solo facendo finta di rispettarli, mi viene una grande tristezza, e non perché avesse dovuto riprenderli e utilizzarli, ma perché ha quasi fatto finta di riferirsi ad essi, senza però crederci più, epperò senza ammetterlo con trasparenza e onestà intellettuale. Non ci credono più, ma li ululano. Compresa la novizia, che non mi pare in grado di ammettere che occorre “andare oltre Marx” (chissà se ha letto qualche pagina dei Grundrisse o del Kapital, oppure del leniniano Che fare?, oppure del trotzkijano Letteratura e Rivoluzione, o un pochino di Luxenburg e di Kautskij, di Agnes Heller o perfino di Bernstein…). E basterebbe un po’ di Hannah Arendt… oltre che una umile, diuturna osservazione della realtà attuale della cultura, del lavoro, della società e dell’economia.

Lo dico chiaramente, le cose del Pd mi interessano e penso che la figura di Bonaccini sia la più adeguata per assumerne la leadership, ma non basta. Vi sono migliaia di amministratori del Pd di grande valore e indubbia onestà intellettuale, ma non basta.

La sinistra deve anche smetterla di demonizzare l’avversario politico, oggi Meloni, perché comunque la nuova premier ha la legittimazione democratica. Anch’io ho sbagliato scrivendo su questo sito alcuni mesi fa che la stessa signora sarebbe stata inadeguata, anch’io vittima di una pre-comprensione assurda per chi ritiene di esser un intellettuale onesto. Sto parlando di me stesso.

Ammettere di sbagliare è sano, molto sano. Ora, questa mia ammissione non significa che mi sto convertendo verso… destra. Tutt’altro. Significa che, per avere una qualche speranza di cambiare le cose “a sinistra”, bisogna prima di tutto modificare le strutture delle proprie pre-comprensioni e dei propri pre-giudizi. Questo lo insegna la filosofia dialogica socratico-platonica, che è sempre maestra di un pensiero “sano”. Prima di tutto sano, non corretto o sbagliato, o giusto e ingiusto.

Non mi pare che stia accedendo altrettanto nei loci politici e mentali di cui sto scrivendo. Vediamo che cosa succederà. Caro lettore mio, sempre et semper spes contra spem (copyright di Saulo-Paolo di Tarso, Apostolo di Cristo e santo della Chiesa universale / Giacinto detto “Marco” Pannella, uomo politico coraggioso e onesto intellettualmente).

La riflessione logica, l’ideologia sua nemica e il ballerino di quarta fila

Riflessione significa specchiamento, piegamento del pensiero su sé stesso.

La riflessione può essere superficiale o radicale. A me non interessa quella superficiale che può essere chiamata anche solamente “chiacchiera”, attività aborrita da Martin Heidegger (cf. Sein und Zeit, 1927), di cui è pieno ogni angolo del mondo e delle vite di ciascuno. Personalmente ritengo la chiacchiera una delle attività umane più idiote e sgradevoli, mentre di ben altra caratura morale e utilità sociale è il colloquio o il dialogo rispettoso e civile tra due o più persone!

A me qui interessa particolarmente la riflessione radicale, cioè quella che riguarda la gnoseologia, ovvero la critica della conoscenza, che è strumento indispensabile per analizzare le cose e i fatti nostri e del mondo, al fine di scoprirne realtà e verità (anche se non mai assoluta, ma concreta e locale, salvo che nei principi primi del rispetto assoluto per l’integrità psico-fisica di ogni essere umano).

Le cose spesso non sono come immediatamente appaiono, per cui sarebbe bene ricorrere sempre agli strumenti della logica argomentativa, come il sillogismo di primo tipo, che Aristotele propose duemila e quattrocento anni fa, che ho citato in questo mio sito non meno di alcune diecine di volte. Due esempi, caratterizzati dalle due premesse e dalla conclusione necessaria: a) Socrate è un uomo, b) gli uomini sono mortali, c) Socrate è mortale, oppure: a) l’uomo è razionale, b) chi è razionale è libero, c) l’uomo è libero.

Inconfutabili: vi è un’affermazione iniziale a premessa, vi è una seconda affermazione a rinforzo generale della prima, si dà infine una conclusione che deriva dalla logicità “inespugnabile” del rapporto tra le due premesse. Bene.

Si pensi all’ideologia politica, sia essa di destra sia essa di sinistra. Spesso, per una logica ferrea, entrambe esprimono conclusioni assolutamente illogiche. Attenzione, non le metto sullo stesso piano sotto il profilo etico, ma le comparo solo sotto il profilo logico. Un esempio: come si fa a sostenere che l’uguaglianza (amata dalla sinistra) ha una valenza politica e morale senza difetti? Molti, i più che militano a sinistra, lo fanno. Dimostro che logicamente l’uguaglianza non sta in piedi: a) l’uomo ha diritto all’uguaglianza, b) ogni uomo è diverso da ciascun altro, c) se applico un’uguaglianza tra diversi, sono ingiusto, iniquo…

Come si risolve questa aporia logica? uscendo dalla logica stricto sensu,e applicando le differenziazioni che ci sono suggerite dall’antropologia filosofica realista-personalista, che va da Aristotele fino a Emmanuel Mounier, passando per Tommaso d’Aquino. Anche questa esemplificazione è presente in molti pezzi precedenti e ne tratterò presto in uno specifico testo in via di pubblicazione. Si tratta di distinguere tra “struttura di persona”, che attesta la pari dignità fra tutti gli esseri umani, in base alla compresenza – in tutti – dei tre elementi della fisicità, dello psichismo e della spiritualità, e “struttura di personalità”, che attesta l’irriducibile differenza di ciascuno da ciascun altro, in base alla compresenza di tre altri elementi, la genetica, l’ambiente di crescita della persona e l’educazione avuta.

Proseguendo: se ciò è fondato e quindi è vero, anche il concetto di uguaglianza tipico della sinistra va corretto con il concetto di equità-tra-diversi, nel quale titolo morale si riassume, sia l’irriducibile differenza, sia la pari dignità di ogni persona, e anche, sia un reddito di cittadinanza per chi non può sostentarsi, sia una retribuzione adeguata e differenziata per il merito professionale e la propensione al rischio.

E infine, caro lettore, ti propongo l’esempio del ballerino di quarta fila. Scommetto che lo sapresti riconoscere anche se non lo citassi per nome. E non lo citerò, per noia. Si tratta di un parvenù della politica che fino a quattro anni e mezzo fa nessuno conosceva e che poi è stato imposto dai fatti e dai numeri di una pessima legge elettorale. Il suo piglio è quello del re inaspettato rapidamente (mai troppo, a mio avviso) defenestrato, fatto che non accetta, e allora si arrabatta, peraltro con un certo successo nella parte di pubblico che la “gaussiana” colloca tra chi-non-ci-arriva e chi-ci-arriva-molto, auto-contraddicendosi ogni momento, confidando nella scarsa o nulla memoria di molti Italiani.

Per quanto concerne la logica obbligatoria nella riflessione radicale, questo signore ne è completamente alieno. Lo mostro, con un suo tipico sillogismo implicito (fo’ per ridere): a) la guerra è cattiva, b) gli Italiani fanno la guerra (anche se per interposta nazione), c) gli Italiani sono cattivi (e guerrafondai).

Salvo dimenticarsi di dire che lui è stato fra questi “guerrafondai” fino a qualche decina di giorni fa. Ed era la stessa guerra, che si chiama, scientificamente, in politologia e scienza militare: “aggressione della Federazione russa all’Ucraina”; d’altro canto, in Etica generale e nel Diritto positivo ogni aggressione prevede la giusta e proporzionata reazione, anche armata, per una legittima difesa.

Il rigorosissimo codice morale di Tommaso d’Aquino ammette pacificamente che la persona aggredita, se difendendosi uccide l’aggressore, non è imputabile di omicidio, e per tale reato condannabile a una grave sanzione, perché ha solamente applicato la forza necessaria per impedire di essere ucciso. La morte dell’aggressore, nel caso, si configura come effetto secondo non voluto, per il cui esito non si dà, dunque, alcuna responsabilità morale, né penale. E’ chiaro il concetto logico-morale, allora, cari semplificatori e banalizzatori di un pacismo idiota, delirante e insensato?

Il pacifismo razionale ed eticamente fondato è radicalmente altro: è la ricerca diuturna, con la massima pazienza, di una possibilità di interruzione delle ostilità, prima di tutto, di un armistizio successivamente, e infine di una pace che non sia umiliante per l’aggredito (in altre parole, nel caso dell’aggressione russa all’Ucraina, evitando un consolidamento dei referendum farlocchi celebrati senza controllo alcuno nelle regioni del Don).

Ci sono degli esempi virtuosi da imitare? Sì, me ne viene in mente uno che ci interessa. Ci ricordiamo degli attentanti degli anni ’50 e ’60 in Alto Adige/ Sud Tyrol effettuati da un nazionalismo germanizzante armato? La soluzione politicamente intelligente e moralmente ineccepibile fu, da parte dell’Italia e dell’Austria, di ri-conoscere agli abitanti di quel territorio caratteristiche particolari con la quali si applicò un bilinguismo tedesco-italiano perfetto nella Pubblica amministrazione, negli obblighi disciplinari scolastici, nell’organizzazione sociale, etc., dando ai parlanti-tedesco gli stessi diritti sociali, politici e culturali degli abitanti del Tirolo Settentrionale facente capo ad Innsbruck, ma all’interno della Repubblica Italiana.

Analogamente si potrebbe proporre per il territori afferenti il fiume Don e la Crimea: rimangano ucraini con caratteristiche prevalenti russe. Se si vuole si può. Un passo indietro Putin e un passo di lato Zelenski. Si tratta, peraltro, di una proposta che venne formulata nel 2014 in un gruppo di lavoro transatlantico composto da Obama, Hollande, Merkel, Cameron e Renzi, ma non gli si diede seguito.

Circa il conflitto provocato dai Russi putiniani in Ucraina attualmente si può solo auspicare e lavorare perché sia fermato immediatamente. Circa la sua genesi remota e prossima, al di là delle incontestabili responsabilità dirette degli attuali capi della Russia, saranno gli storici a dipanarne gli intrecci e gli intrighi.

In questa sede non ho fatto la fatica di riportare anche le illogicità della cultura di destra perché ora non mi interessa affaticarmi anche su quel versante. Mi basterebbe che la Destra dichiarasse, per bocca di Meloni, che il 25 Aprile è anche la loro festa, e il discorso sarebbe chiuso, a mio avviso.

La sinistra avrebbe invece bisogno di riflettere – utilizzando la logica razionale – sui “danni” dell’egualitarismo puro sapendo declinare i termini dell’equità, (in un post precedente ho già in parte approfondito questo tema) come insegna la tradizione del socialismo gradualista e del cristianesimo sociale.

C’è un’Italia bella ed “efficiente”, e un’Italia mala e “deficiente”

Non pensi il mio lettore che io sia inopinatamente caduto, nonostante i miei testi e dichiarazioni contrarie, nell’antica eresia manichea, che tormentò il giovane Agostino. No.

Ma la frana di Ischia mi ha indotto a proporre una riflessione apparentemente semplificata. Dico “apparentemente”, perché il titolo potrebbe condurre a pre-comprensioni, giudizi sommari o pregiudizi sulla realtà.

Un breve elenco di bellezze, virtù dianoetiche (direbbe Aristotele) ed efficienze: Delle prime gli Italiani non possono vantare alcun merito, perché si tratta solamente della sorte di essere nati in un territorio, che è il più vario e bello del mondo, per consolidata opinione universale. Lo ammettono perfino i Francesi, e se lo ammettono loro, figurarsi gli altri, dagli Inglesi in poi, fino all’adorazione smisurata dei Giapponesi.

Delle seconde, le virtù dianoetiche, cioè le capacità creative, certamente gli Italiani hanno di che “vantarsi”, anche se con moderazione: non serve qui riportare l’infinito elenco delle creazioni artistiche e dei valori culturali prodotti dal genio italico (così si usava dire fino al fascismo, sintagma poi negletto, per l’abuso fascista dello stesso).

Se poi vogliamo citare le “efficienze”, ebbene, ancora troviamo gli Italiani fra i primissimi del mondo, primi in diversi campi: intendo l’economia generale, quella aziendale, quella dei servizi, a partire da quel mix di virtù dianoetiche e di efficienze che sono le produzioni afferenti al Made in Italy, cioè moda, mobilio, calzature, estetica automobilistica, architettura, etc., senza trascurare alcun settore produttivo.

E veniamo all’Italia delle deficienze. Qui l’elenco è immenso, ed è quello che azzoppa l’Italia, come se la “troppa fortuna” della prima parte esigesse una nemesi, una compensazione.

Intendo, in generale, la politica e principalmente la politica nazionale, interpretata da pessimi attori, salvo rare eccezioni. Un’accolita di legulei freddi ed opportunisti, vanamente contrastati da pochi galantuomini che non vivono di politica, ma che credono nella politica.

Non farò nomi, per non dimenticarne alcuno, e anche per non fare la dispendiosa e fastidiosa fatica di ricordare personaggi che non stimo. Spesso i peggiori sono a capo dei partiti, e in due casi di questo periodo questo è certo.

Lettor mio, sai bene a chi mi riferisco.

A latere di costoro c’è la pletora dei burocrati e dei grand commìs di stato che comandano – nel quotidiano – tutti i servizi. Uno di questi ha addirittura pubblicato un illuminante pemphlettino anonimo che conferma quanto vo dicendo. Questi personaggi, che troviamo dal piccolo dei comuni al grande dei ministeri, variamente diffusi, sono impegnati, innanzitutto, a difendere la propria rendita di posizione, e poi ad attuare le deliberazioni della politica. E allora, non poche volte, si mettono di traverso, non perché hanno rilevato che qualche procedura non è rispondente alla legge, ma perché gli “conviene” rallentare la pratica, o perché temono di mandarla avanti per un remotissimo rischio che qualcuno li quereli.

Dopo queste categorie su cui ho espresso giudizi poco lusinghieri tocca ricordarne un’altra, e non meno importante. Un detto in qualche modo veritiero e nello stesso tempo nefasto recita “ogni popolo ha i governanti che si merita“. Ebbene, se critico politici e burocrati non posso trascurare chi quei politici elegge: il popolo. Il popolo non è quell’entità quasi “sacrale” che qualcuno tenta di far passare come verità, ma una congerie sconfinata di persone ognuna delle quali ha i pregi e i difetti tipicamente umani: anche la pigrizia, l’egoismo, a volte l’incapacità di analisi, l’ignoranza.

Tutte queste deficienze si aggregano a quelle dei due soggetti sopra descritti e succede il patatrac, che consiste in atteggiamenti che favoriscono malversazioni e malgoverno, comprese decisioni su condoni et similia, che sono la prima ragione, ed è solo un esempio, del dissesto idrogeologico non-gestito, oltre che di un altro elemento di inciviltà, l’evasione fiscale, con il suo corollario astuto dell’elusione. E i populisti sono i “coltivatori” pericolosi e indegni dei peggiori “istinti” popolari.

Una piccola cosa capitata a me. Incaricato di un progetto culturale in un comune veneto, e concordato il compenso, ho dovuto penare le pene dell’anima per potere avere un acconto, perché “di solito noi paghiamo gli esterni alla consegna del progetto“. Solo che in quel caso avrei dovuto lavorare per due anni (ovviamente non a tempo pieno) senza vedere un euro. Poi riuscii ad avere il 50% dopo il primo anno di lavoro. So che funziona così, da tante testimonianze di professionisti e imprese che lavorano per il pubblico: una forma indiretta ed iniqua di finanziamento del settore pubblico, a rischio dei legittimi e concordati compensi di chi lavora nel servizio commesso o appaltato.

Per la parte dell’Italia deficiente potrei citare ora la tristissima, cialtronesca e vergognosa vicenda afferente l’onorevole Aboubakar Soumahoro (che finora sembra non essere stata presa sul serio dai suoi supporter politici), ma evito di farlo, perché fatto oramai notissimo e per non aumentare i miei umori negativi.

Vengo alla tragedia di Ischia. In modo chiarissimo si sono manifestate le “due Italie”. L’Italia della deficienza si è mostrata nelle parole di Conte, che ora nega l’evidenza di un condono (la parola “condono” è presente in più parti del Decreto “Ponte Morandi etc.”) che lui firmò da capo del Governo nel 2018 (allora eterodiretto dal genio di Dimaio), decreto che allora fu votato dalla maggioranza gialloverde e (ahi ahi, Meloni!) da Fratelli d’Italia. Meraviglia questo suo negare? No, zero. Basti pensare alle sue posizioni sull’aggressione russa all’Ucraina, che definire ondivaghe e mero e triste eufemismo.

L’Italia dell’efficienza invece si trova nelle parole del Presidente della Campania De Luca, che – tra altro di saggio – ha detto che non esiste concettualmente “l’abusivismo di necessità”, ma solo l’abusivismo, e che si deve intervenire subito attuando le demolizioni decise per legge, oltre a tutto quanto è già stato progettato e finanziato per affrontare il dissesto idro-geologico strutturale dell’Italia.

Le persone devono mettersi in testa che l’acqua torna sempre dove è già stata, e se non trova spazi se li crea. Lezione, non del professor Mario Tozzi, ma del contadino di Glaunicco di Camino al Tagliamento (che conosce il grande fiume alpino a regime torrentizio) Gjovanin dai Manis. Quindi non ci sono scuse, né son credibili le pietose geremiadi che si sentono ululare dopo ogni disastro.

La politica e la scuola hanno il dovere di fare capire che non si può sanare tutto e sempre, ma si deve sanare soprattutto il modo di ragionare degli Italiani. Allora la pars deficiens comincerà ad essere sostituita da quella efficiens.

Pensieri, parole e opere per una “sinistra nuova”, evitando – per quanto possibile – le omissioni

Sono interessato a dare un contributo, nel mio piccolo, alla ricerca di temi, argomenti, priorità, ma soprattutto valori etici e politici per una “sinistra nuova”, non per una “nuova sinistra”, sintagma che potrebbe creare qualche ambiguità o fraintendimenti. Mi piacerebbe che questa mia riflessione arrivasse anche nelle stanze dove in molti si stanno dando da fare per farsi eleggere nuovi capi del Partito Democratico. Senza false modestie, penso che potrebbe essergli utile (se non opportuno o addirittura necessario, visto che da anni (o decenni? dai tempi di Veltroni?) – da quelle parti – non si producono concetti e pensieri di filosofia socio-politica, vero Franceschini, Bersani, Orlando, Zingaretti et co.?, evitando di citare i giovani alla Provenzano, che assomigliano maledettamente ai quattro citati prima.

Storicamente, in Italia, sia la sinistra comunista sia la sinistra socialista, anche se con modalità e in misura diverse, hanno avuto come stella polare il discorso e il valore etico-politico-sociale dell’uguaglianza.

Tale valore ha poi dialogato, almeno dalla seconda metà del XIX secolo, non mancando di confliggere, anche con il mondo cattolico, che per parte sua ha sempre tenuto in evidenza il sentimento e il valore della fratellanza universale tra tutti gli uomini, ispirandosi innanzitutto al biblico versetto 1,26 di Genesi “(Egli, Dio stesso) fece l’uomo a sua immagine“.

L’entimema (sillogismo abbreviato) Dio uomo genere umano, ha ispirato per millenni teorie (dottrine) e prassi dei movimenti religiosi ispirati dal Cristianesimo nelle sue tre principali declinazioni del Cattolicesimo, dell’Ortodossia orientale e del Protestantesimo, anche se quest’ultima modalità storico-religiosa si è distinta abbastanza chiaramente dalla visione cattolica (soprattutto), la quale ha conservato, nel rispetto del nome “cattolico” (che nel sintagma greco katà òlon significa secondo-il-tutto), una valenza morale pratico di universalità.

In altre parole, il Protestantesimo, come si evince dai fondamentali studi di Max Weber (cf. soprattutto L’Etica protestante e lo Spirito del capitalismo), ha evidenziato come la Grazia divina tenda a “privilegiare” (termine oltremodo impreciso) chi si dà da fare nella vita confidando nella Grazia stessa: teologicamente, sulle tracce della lezione paolina e di sant’Agostino, primo ispiratore di frate Martin Luther.

La visione egualitaria delle sinistre storiche si è dunque incontrata con la visione universale del cristianesimo cattolico, costruendo un’alleanza di fatto, soprattutto nelle prassi sociali e sindacali di tutto il ‘900, spesso addirittura in concorrenza per acquisire più adepti tra i lavoratori e nella società civile.

Esemplifico: dopo l’avvio della Guerra fredda negli anni successivi alla Seconda Guerra mondiale, la CGIL unitaria (come rappresentanza generale della sinistra sociale), ritrovatasi, dopo il ventennio fascista, con il Patto di Roma del 1944 (mentori il grande e compianto Bruno Buozzi, Giuseppe Di Vittorio e Giulio Pastore) si spaccò, prima in due parti, con la nascita della CISL (sindacato cattolico) nel 1948, e poi in tre parti, con la nascita nel 1950 della UIL, punto di riferimento delle forze laiche, come socialdemocratici, socialisti e repubblicani (nomi definitivi dopo un periodo di altre denominazioni acronimiche).

Negli anni successivi vi fu concorrenza soprattutto tra la CGIL, che era costituita da tutti coloro che nel mondo del lavoro facevano riferimento al Partito Comunista Italiano e alla maggioranza dei Socialisti (anche dell’area più radicale di Unità proletaria), e la CISL, e il maggiore tema nel quale si dialogò e ci si scontrò era il tema dell’uguaglianza salariale. In quegli anni, solo una parte della FIOM (Federazione Impiegati ed Operai Metallurgici) e la UIL sottolineavano anche l’importanza dell’inquadramento per livelli, con il quale andare a riconoscere capacità professionali diverse e a retribuirle in proporzione.

Tant’è che il mondo dei media coniò anche un termine abbastanza sgradevole nei toni e negli intendimenti per definire la comune sensibilità egualitaristica tra la maggioranza della CGIL e la CISL: andò in auge il termine “cattocomunisti”.

Solo per citare un altro fenomeno intrinseco alla sinistra politica: nei decenni tra gli anni ’60 e gli anni ’80/ ’90, si mossero anche forze di estrema sinistra, variamente denominate, che “nutrirono” gli ulteriori estremismi dell’Autonomia organizzata di un Toni Negri (cattivissimo maestro), fino alle organizzazioni della lotta armata delle Brigate Rosse e di Prima Linea (mentre a destra operava lo stragismo orrendo dei Nar e altri, una cum i servizi segreti deviati). L’onestissima “ragazza del XX secolo”, Rossana Rossanda, riconobbe negli estremismi citati un album di famiglia della sinistra italiana, che non è stata sempre – nella storia – gradualista e parlamentare.

Una nota mia personalissima: nei decenni successivi al massimo fulgore delle organizzazioni di estrema sinistra, mi sono visto sorpassare a destra da innumerevoli ex militanti duri e puri che mi consideravano, essendo io socialista gradualista, più o meno una “spia dei carabinieri”. Ricordo che quando andavo a trovare qualche amico mio, a cui volevo bene anche se non condividevo nulla della sua posizione politica, in quei “centri sociali”, che furono anche fucina di scelte individuali armate, appena mi vedevano si davano la voce (sottovoce): “attenti che arriva Renato, cambiamo argomento“.

Ovviamente si dovrebbe (dovrei) meglio specificare questi fenomeni e questi schieramenti (ad esempio, andrebbe fatto un discorso a parte sui sindacati del Pubblico impiego, dove la Cisl esercitava una sorta di egemonia, con una cultura di stampo corporativistico e conservativo, stante la concorrenza del sindacalismo autonomo), perché la realtà era molto più frastagliata, variegata e complessa. Non dobbiamo dimenticare che tra lavoratori del Pubblico e lavoratori del Privato sussistevano differenze (peraltro ancora presenti) radicali a livello legislativo ricorrenti agli ultimi due decenni del secolo precedente, quando il capo del Governo Francesco Crispi definì giuridicamente il ruolo dell’impiegato pubblico.

Proseguendo in questa analisi sintetica ricordiamo i regi decreti del 1922 sulla distinzione tra qualifiche di operaio e di impiegato, e l’istituzione di Inps e Inail nel 1933, e poi passiamo al secondo dopoguerra.

Negli anni ’60 si tentò l’unità sindacale tra le tre maggiori confederazioni, ma il progetto non riuscì, confermando una sorta di incapacità delle forze sociali di auto-riformarsi, potendosi dire che la fine del comunismo post 1989 non ha generato quasi alcun cambiamento nel sindacato, mentre alcuni partiti della sinistra sono stati smantellati dai giudici ai tempi di tangentopoli. Solo il PCI-PDS se la cavò…

Vengo al nucleo concettuale cui desidero continuare a dare spazio, sulla traccia di post immediatamente precedenti. Se storicamente le sinistre hanno sostenuto prevalentemente il valore dell’uguaglianza nella sicurezza, ora dovrebbe essere in grado di comprendere l’importanza dell’equità nella libertà, che le giovani generazioni mostrano di preferire, stanchi dell’egualitarismo collettivistico delle sinistra storiche.

Se la sinistra non riuscirà a dare centralità a questa “riforma etico-culturale”, l’importanza di un pensiero “di sinistra” sarà sempre meno significativo se vogliamo parlare più in generale dell’economia e della società italiana.

Riassumendo, l’Italia è la 3a potenza economica d’Europa, è 1a o 2a nella manifattura, 1a nel settore metalmeccanico, ma è penultima dell’aumento del Pil e ha lasciato i salari fermi da almeno trent’anni.

Mi chiedo: quante responsabilità ha la sinistra politica (i partiti) e quella sociale (i sindacati) in questo deliquio retributivo?

I lavoratori italiani, a differenza dei loro colleghi delle principali Nazioni, sono gli unici ad avere perso potere d’acquisto, nonostante il meraviglioso sistema del Made in Italy.

Le persone, e i lavoratori in primis, temono il futuro e, anche quando hanno mezzi economici, non spendono, e dunque la domanda interna crolla, mentre sul versante pubblico mancano gli investimenti e una seria riforma per la sburocratizzazione del sistema.

Può la sinistra suggerire un pensiero politico economico nuovo, di rilancio dello sviluppo? A mio parere sì, ma non deve continuare a pensare e a muoversi come sta facendo ora.

Può essere ancora attuale un pensiero socialista democratico che faccia chiarezza sul valore intrinseco delle imprese in un bilanciamento tra diritti e doveri, sia degli imprenditori sia dei lavoratori?

Domanda retorica: io ci credo, mi piacerebbe ci credessero anche quelli che stanno preparando il loro Congresso, tra dichiarazioni presuntuose e paura del cambiamento! E altri tutt’intorno.

Il “dirittismo” è una “malattia psico-morale” vera e propria

Caro lettore, perdonami la scelta di questo orrendo neologismo, di cui non sono l’autore, ma forse uno dei primi utilizzatori: il “dirittismo”.

Come tutti gli “ismi” pare essere qualcosa di sgradevole, di negativo, ed effettivamente lo è, come tutte le esagerazioni o deformazioni. Si tratta della de-formazione di “diritti”, i quali, concettualmente e storicamente di solito vengono collegati ai “doveri”.

Storicamente, i “doveri” hanno sempre avuto la primazia sui diritti, fin dalle filosofie antiche, dall’etica aristotelica e stoica, da Seneca a Tommaso d’Aquino fino Immanuel Kant e a… Giuseppe Mazzini.

Con l’avvento del parlamentarismo e delle democrazie moderne di stampo illuminista, i diritti sono entrati a pieno titolo nel lessico principale della politica.

Sotto il profilo dottrinale i diritti si suddividono in fondamentali, legati alla vita umana e alla sua salvaguardia integrale, sociali e civili. I diritti fondamentali e sociali sono stati curati per primi, con l’habeas corpus giuridico, il diritto alla difesa in giudizio, con la contrattualistica del lavoro e poi con le tutele sociali sanitarie e pensionistiche. Buoni ultimi, dunque, i diritti civili, come il diritto al voto e al suffragio universale.

Ad esempio, in Italia, se gli uomini hanno avuto il diritto di votare tutti, senza distinzione di classe o di censo attorno al 1910, le donne hanno potuto votare tutte solo dal 1946.

Il divorzio e l’interruzione di gravidanza sono stati “diritti civili” (definizione molto imperfetta soprattutto in relazione al secondo diritto citato) di più recente acquisizione, assieme alla parità formale di trattamento di uomini e donne sul lavoro. “Formale”, perché non si è ancora realizzata, soprattutto per quanto attiene ai trattamenti economici.

Un esempio per tutti: nel 1970 è stata emanata la Legge 300 “Statuto dei diritti dei lavoratori”, che equilibrò i rapporti tra dipendenti e datori di lavoro, che fino ad allora erano stati molto squilibrati a favore degli ultimi. Ricordo con piacere l’occasione che ebbi a una Direzione nazionale del Sindacato di cui facevo parte, di aver incontrato colui che redasse lo Statuto dei Lavoratori, il professor Gino Giugni, il più insigne giuslavorista del tempo, socialista riformista e uomo gentile. Mi spiegò, stando in piedi al caffè, come lo Statuto fu votato dal Centrosinistra di allora con i comunisti che si astennero, perché “non potevano” votare per il Governo cui si opponevano, anche se nel Governo i socialisti di Nenni e i socialdemocratici di Saragat avevano un ruolo importantissimo. Infatti, non a caso era stato incaricato lui di redigere quella importantissima Legge.

Bene.

Negli ultimi decenni, invece, sono stati proposti al dibattito cultural-politico nuove tipologie di diritti, ed è qui che nasce quella che finisce con il diventare “dirittismo”. E siamo ai nostri giorni.

Se parliamo di ambiti civili troviamo, nell’ordine:

a) unioni civili tra persone dello stesso sesso (che qualcuno si ostina a chiamare “matrimoni”, ignorando del tutto il latinismo giuridico che costituisce la semantica del termine: mater-munus, cioè ufficio-della madre, che, fino a prova biologica contraria, non può essere un maschio), diritto ottenuto;

b) adozioni per coppie omosessuali, diritto non ottenuto, a mio parere giustamente sotto il profilo etico-pedagogico;

c) maternità surrogata, come b), e speriamo così resti;

d) dizione genitore 1 e genitore 2, invece che madre e padre, sui moduli anagrafici (recentemente confermata dall’Alta corte), che a me sembra una sesquipedale stupidaggine (scuola elementare di Viggiù: “Paolo, ieri è venuta a prenderti quella signora, è mamma tua, vero? Ma quella di oggi chi è, la zia? No… è papà), care nere toghe autorevolissime, etc..

Sotto altri aspetti ora alcuni nulla facenti si esercitano a litigare nervosamente con la lingua italiana, proponendo di femminilizzare tutti i termini che storicamente sono nati (e funzionano bene) al maschile. Un esempio di questa idiozia, per tutti: è noto che nella politica e nel sindacato il termine-ruolo di “segretario” è riferita al capo politico dell’organizzazione (si pensi alla figura di Stalin nel Pcus, o anche più minutamente alla mia come segretario regionale di un sindacato), che comandava, mentre il termine di “segretaria” significa e rappresenta un ruolo subalterno e di supporto. Infatti, la premier italiana testé eletta preferisce – giustamente – farsi chiamare “Il” Presidente del Consiglio”, non “La (Presidente del Consiglio)” e men che meno “Presidentessa”. D’altra parte il deverbale “presidente” è il participio presente del verbo “presiedere”, e quindi…

Di queste teorie balzane vi sono anche militanti ben individuabili. Due su tutte: Murgia Michela, scrittrice di cui non ho mai letto un rigo (e non mi manca, preferisco passare il mio tempo rileggendo mille volte Dickens o Gogol o Manzoni) e Boldrini Laura, nota politica. Dietro a costoro e alle loro risibili teorie c’è un piccolo stuolo di uomini e donne dei media e diversi politici di sinistra, specialmente quelli/ e più snob e radical chic. I politically correct, che sono anche paladini dell’orrore culturale e morale della cancel culture. Vorrei che venissero in un qualsiasi paese friulano a spiegare che loro butterebbero giù i monumenti ai Caduti di tutte le guerre, per vedere la reazione del popolo che loro si illudono di rappresentare. Vada per i giornalisti/ e, ma i politici della sinistra, così facendo, perdono un’altra occasione di riprendere un percorso politico e culturale che gli appartiene, ma quelli/ e attuali non lo sanno. Un nobile percorso che ha avuto esempi gloriosi, come quello che segue.

La sigla F.I.O.M. è l’acronimo della più antica federazione sindacale di categoria e significa Federazione Impiegati Operai Metallurgici, anche se qualche suo militante non se lo ricorda neppure. Ebbene, gli straordinari operai, impiegati e tecnici che fondarono nell’ultima decade del XIX secolo questo sindacato avevano in testa, oltre che i loro diritti che allora erano tutti da conquistare, anche i doveri che avevano imparato a rispettare.

Potrei esemplificare ad libitum, ma mi fermo qui, suggerendo solo di riprendere la lettura di alcuni classici anche abbastanza recenti, che dovrebbero essere proposti addirittura in famiglia e certamente a scuola. Utile una lettura mazziniana:

«Colla teoria dei diritti possiamo insorgere e rovesciare gli ostacoli; ma non fondare forte e durevole l’armonia di tutti gli elementi che compongono la Nazione. Colla teoria della felicità, del benessere dato per oggetto primo alla vita, noi formeremo uomini egoisti, adoratori della materia, che porteranno le vecchie passioni nell’ordine nuovo e lo corromperanno pochi mesi dopo. Si tratta dunque di trovare un principio educatore superiore a siffatta teoria che guidi gli uomini al meglio, che insegni loro la costanza nel sacrificio, che li vincoli ai loro fratelli senza farli dipendenti dall’idea d’un solo o dalla forza di tutti. E questo principio è il DOVERE. Bisogna convincere gli uomini ch’essi, figli tutti d’un solo Dio, hanno ad essere qui in terra esecutori d’una sola Legge – che ognuno d’essi, deve vivere, non per sé, ma per gli altri – che lo scopo della loro vita non è quello di essere più o meno felici, ma di rendere sé stessi e gli altri migliori – che il combattere l’ingiustizia e l’errore a beneficio dei loro fratelli, e dovunque si trova, è non solamente diritto, ma dovere: dovere da non negligersi senza colpa – dovere di tutta la vita
(Giuseppe Mazzini, Dei Doveri dell’Uomo, 1860)

Dopo il grande Italiano, sulle sue tracce troviamo politici come il Presidente americano Woodrow T. Wilson, il premier britannico David Lloyd George, e anche diversi leader post coloniali come Gandhi, David Ben Gurion, Golda Meir, Nehru e Sun Yat Sen.

Suggerirei a Stefano Bonaccini che mi auguro sia eletto segretario del PD di riprendere questa letteratura etico-politica.

Humanas mediocritates observo

Ora che la signorina Piperno da Roma è tornata a casa dall’Iran dove ha passato in carcere quarantacinque giorni per essere stata “beccata” a manifestare giustamente per ricordare l’ammazzatina (copyright di Andrea Camilleri) vigliacca di Masha Amini, mi viene da ragionare sull’accaduto.

I media la presentano come una travel blogger, cioè una viaggiatrice che pubblica i suoi viaggi su un blog che raccoglie pubblicità per conseguire un reddito.

Oggi ci sono vari tipi di blogger, in generale organizzati e visibili dentro il più vario merchandising / marketing, per lucrare nei rispettivi mercati: tanti clic sul blog, altrettanti centesimi o euro riconosciuti dalla ditta che si pubblicizza sul link; c’è poi il tipo di blogger come me, senza accordi commerciali e con regole precise e rigorose per il dialogo tra me e il lettore. In altre parole, a me arrivano commenti e contatti che – di volta in volta – decido se pubblicare o meno. Se educati e pertinenti li pubblico, altrimenti no.

Di solito pubblico tutto a meno che non vi siano insulti. In quindici anni di vita del mio blog www.sulfilodisofia.it, e la pubblicazione di almeno millesettecento post e una ventina di corsi universitari di etica generale e del lavoro, di sociologia, di filosofia morale e di teologia sistematica in power point, ho ricevuto circa trecento messaggi (pochissimi, dunque), tutti pubblicati eccetto uno solo, che conteneva insulti nei miei confronti, non solo immotivati, ma letterariamente scadenti. Niente da paragonare a una “pasquinata” o cose del genere!

Controllo le statistiche delle visite settimanali/ mensili, e “faccio” numeri di tutto rispetto (circa tremila al mese) che attestano visite da tutti i paesi del mondo nelle seguenti percentuali approssimative: 60% dall’Italia, 20% dal resto d’Europa e 20% dal resto del mondo, con presenze anche dalle nazioni più remote, come le isole Samoa e le Marshall.

Ho scelto di stare nel web in modo curato e rispettoso dei saperi, evitando ogni forma di abbassamento dei toni e dello stile scrittorio, salvo che in certi pezzi dove non esito ad utilizzare l’invettiva e a definire qualcosa come idiozia.

E vengo alla signorina citata. Sono molto lieto che sia stata liberata da quel paese senza democrazia e rispetto per i diritti umani, ma mi chiedo se sia saggio viaggiare in modo così “esposto” in territori di quel genere, peraltro segnalati regolarmente come pericolosi dalla Farnesina.

Se si è maggiorenni e si sceglie di andarci, e di andarci non con lo stile del viaggiatore attento e cauto, ma esponendosi, o per raccogliere immagini e situazioni “forti” e/ o per militanza, si dovrebbe anche accettare di subirne e di pagarne le conseguenze.

Come è successo per le famose “Simone” e le Greta & Vanessa degli anni di guerra Irakeni (la guerra letteralmente “inventata” in modo criminale dal George W. Bush e da Tony Blair, la mia più grande delusione politica dell’ultimo mezzo secolo!), lo Stato italiano si è accollato tutto l’impegno politico, diplomatico e finanziario per la soluzione positiva della vicenda. Addirittura, la signorina è tornata a casa su un jet Falcon dell’Aeronautica militare. Solo il volo sarà costato 50.000 euro… Dico sommessamente: non poteva tornare a casa su un volo di linea?

Spese (nome) quasi come quelle… spese (participio passato) per soccorrere gli sprovveduti che sono caduti con il loro bimbo nel lago ghiacciato l’inverno scorso, calzando delle infradito o giù di lì, o come in altre decine di casi analoghi di persone che vanno in alta montagna con le scarpe da ginnastica e poi restano “incrodati” nottetempo su un sentiero qualsiasi.

La Francia è incazzata con noi per la Ocean Viking posteggiata a Tolone con 230 migranti, mentre a Lampedusa, con il mare calmo, ne arrivano oltre 500 al giorno, la Germania un po’ meno, la Spagna traccheggia, tutti un pochino gelosi&invidiosi di un’Italia, che “ha troppo”: storia, arte, paesaggio, industria, sport, capacità lavorative, troppo, troppissimo. D’accordo che Germania e Francia ospitano più migranti, ma l’Italia li accoglie, li lava, li nutre, li cura, li fa dormire all’asciutto, mai considerandoli “residui”, ministro Piantedosi! Aaah, il linguaggio!

In ogni caso, i portavoce dei ministri di Macron la smettano di inveire contro l’Italia e si tengano i loro problemi interni senza scaricarli su noi. Capiamo bene che Monsieur le President ha problemi sia a destra (Le Pen), che lo rimprovera di lassismo verso i migranti, ia a sinistra (Melenchon), che lo cazzia per humanitas insufficiente, ma, mehercules, la smettano, comunque!

Qua da noi Meloni sta sperimentando quanto difficile sia l’arte del governo, il dottore Piantedosi quanto debba studiare per evitare il linguaggio burocratico borbonico cui è stato un po’ abituato da anni di funzionariato, e di Conte mi sono stancato di dire cose poco lusinghiere.

Sbarra Luigi è il segretario generale della Cisl: come la maggior parte dei “parlanti in tv” è talmente scontato nei suoi detti, e noioso, che lo “adopero” per l’addormentamento serale, a volte al posto del sempre più vieto Crozza.

Osservo le triste manovre in vista del congresso del PD: vecchi vizi immarcescibili, correnti che si affannano a presentare le “correnti” interne come centri di riflessione, ma sono sempre loci di distribuzione di posti di potere e di stipendi, candidature alla segreteria tra il risibile (De Micheli/ Provenzano / Nardella) e il presuntuoso (Schlein, e chi è? 37 anni, pontifica di economia e di società dicendo ovvietà e vecchiume, come quando attacca il Jobs Act, lei che non ha mai visto – ne son certo – un’azienda di produzione, e ha incontrato lavoratori e imprenditori in tutta la sua vita come io in un giorno solo), presentazione di libri di militanti imbolsiti… e qui mi fermo un momento: ne ho sentito parlare per Radio radicale, dove gli amici e compagni si sono fatti fare una lezione di filosofia e si sociologia politica da Lucia Annunziata (riflessioni interessanti, quando ha parlato di “PD territoriali”, però dette con il tono saccente e da superioriy complex che è proprio di questa giornalista), mentre D’Alema si è faticosamente arrabattato sulle “radici della storia della sinistra”, da Marx-Gramsci, e recuperando perfino (!!!) il vituperato Bettino, cioè Benedetto Craxi, morto in esilio. La tristezza continua a sinistra.

Potrei continuare con una pletora, o di disutili, o di noiosi, o di incompetenti, o di mestieranti.

Mi auguro che il competente Tajani riesca a farsi ascoltare in Europa con la sua proposta di intervenire in Africa, alla base del problema, e che il tonitruante Salvini lo lasci lavorare.

Si permetta di lavorare ai competenti, anche se noi Italiani siamo quelli che spesso li lasciano a casa, come abbiamo fatto, con Marco Minniti qualche anno fa, e con Mario Draghi un mese fa.

E che bravi siamo! …e così imperversano le

mediocritates spiritorum animarumque.

Cieco-pacisti e figure di merda

Dispiace che molto “popolo” (forse l’80% del totale del popolo, secondo una realistica “gaussiana” fa parte del “popolo”), quello che non si accorge delle bestialità ciniche e volgari che qualche politico sostiene, continui a ignorare le bestialità stesse.

Guarda un po’, caro lettore, mi riferisco, come già ho fatto millanta volte, all’ineffabile capo dei 5S, Conte Giuseppe, capace di sostenere “A” e il “suo contrario”, tesi logicamente contraddittoria (come ci ha insegnato Aristotele 2400 anni fa, all’incirca con queste parole: “non si può affermare o negare dello stesso soggetto nello stesso tempo e sotto lo stesso rapporto due predicati contraddittori“, che illustra il Principio di non-contraddizione) con la faccia tosta di chi è abituato a mentire anche a sé stesso, perché ontologicamente, proprio come “struttura di personalità”, la quale – come è notorio agli intellettualmente onesti – è costituita da genetica, ambiente ed educazione, è qualunquista, proprio come l’Antonio Albanese della saga di Cetto Laqualunque, prefigurazione cinematografica dell’avvocato foggiano. Auff, Cicero adiuva me!

Respiro, finalmente.

Sulla guerra di aggressione della federazione Russa all’Ucraina: l’ineffabile esclama stentoreo nella piazza uno spaventoso proclama (ah ah ah!) “…il Governo NON SI AZZARDI ad inviare armi all’Ucraina senza un dibattito parlamentare“. Con garbo e una certa nonchalance il ministro Crosetto, cui non dispiacerebbe misurarsi con Conte a singolar tenzone (e l’arma del duello la scelga pure Conte, pistola a colpo singolo, come nel leggendario film kubrickiano Barry Lindon, revolver, semiautomatica, sciabola, picca, fioretto o mazza ferrata, non importa), ha risposto che il Governo si atterrà alle leggi e alle determinazioni assunte democraticamente in Parlamento.

Non si azzardi...”, una minaccia. Ridicola in sé, come quella del contadino che dice che se tuona può piovere. Ma che paura, una minaccia dell’avv. Conte, che paura! Mi si restringono i calzini di fronte a tanta coraggiosa baldanza! E se il Governo “si azzarda”, che cosa succede, che cosa farà il minaccioso leader scravattato?

Continuerà nel suo percorso sempre più piazzaiolo, o tornerà alla pochette d’ordinanza per riprendere quell’allure che la sua sconosciutezza (sì, “sconosciutezza”, è un neologismo italico, un mio ghiribizzo di cantor domenicale) contribuiva a incuriosire qualche generoso benpensante?

Non stanchiamoci di ricordargli che, Draghi imperante (ablativo assoluto, cuibusque Latina lingua cognita non est), quest’uomo ha sempre votato per inviare aiuti di pace e aiuti di guerra (sistemi d’arma) all’Ucraina aggredita. Giustamente, secondo l’Etica alta del diritto alle legittima difesa!

Le due piazze “per la pace”, quella di Roma e quella di Milano sono state molto, molto, molto diverse. Come il mio lettore ha capito, se avessi potuto sarei andato a Milano, ebbene sì, Con Renzi e Calenda, e anche con la Moratti, essendomi nessuno dei tre simpatico. E avrei evitato accuratamente Roma, ma non perché non comprenda e non sia vicino al sentimento puro dei più, che là marciavano, dalla fanciulla che obliterava la storia con le pagine del sussidiario di terza media, alla signora in età seduta stanca nel mezzo della via che era contenta di star lì, al giovane cinquantenne con barba e naso da clown convinto che allegramente si possa convincere a far pace Putin e Zelenski (sì, perché molti colà intervistati citavano l’uno e l’altro, come se entrambi fossero equamente responsabili dei massacri indecenti), alle colorate ragazzine che compitavano “pace, pace, pace”…

L’avrei (e l’ho) evitata per non incontrare, prima di tutto il già troppo citato giurista daunio, per non incontrare don Ciotti, che mi ha stufato fin dai suoi esordi come eroe antimafia (si lavasse i capelli, ogni tanto!), per non incontrare Fratoianni e Bonelli, i cui discorsi prevedibili fin dal primo accenno pre-verbale m’annoiano come poche altre cose al mondo, per non incontrare Travaglio (mea ratione omnibus cognita), per non avere la pena di incontrare il buon Letta, che apprezzo per quest’ultima stanchissima coerenza civica e morale. Purtroppo è circondato da figure mediocri come il suo vicesegretario e altri, zavorra di questo ex grande partito.

Mi fa male per lui e per lo sgangherato suo partito di questo tempo.

Riporto dal dizionario Treccani, integralmente la dizione di cieco-pacista, s. m. e f. (iron.) Chi sposa la causa pacifista senza il vaglio della ragione. ◆ La distinzione che ci divide è tra pacifisti incoscienti — che dirò «cieco-pacisti» — e pacifisti pensanti. Il cieco-pacista non sente ragioni, è tutto cuore e niente cervello. (Giovanni Sartori, Corriere della sera, 18 ottobre 2002, p. 1, Prima pagina) • Il professor [Giovanni] Sartori ha inventato il neologismo ciecopacista per dire un pacifista virtuoso ma utopico, senza un serio rapporto con la realtà. (Giorgio Bocca, Repubblica, 21 aprile 2004, p. 1, Prima pagina), ad libitum…

A Roma, la piazza era colma di questo tipo di persone, laici e cattolici, questi ultimi convinti da pissime ragioni da me non condivisibili. Ingenui!

Non mi interessano i cieco-pacisti, ma la ricerca di una conoscenza reale dei fatti e le azioni necessarie per porre fine all’aggressione. Pace, dunque, ma in una situazione giusta, dove chi vive in Ucraina possa svegliarsi domani senza un drone sulla testa e la Russia stia tranquilla, se vuole, a sognare i sogni di gloria imperiali nel suo mir, che significa pace secondo i propri voleri, che non diverranno mai realtà.

Caro lettore, ti ricordi di Grozny, ti ricordi degli stupri, delle esecuzioni sommarie, delle distruzioni, dei rapimenti, del traffico di organi… Caro lettore, ti ricordi di ciò che Vladimir Valdimirovic Putin ebbe a dire a Clinton nel 2000, o giù di lì: “…voi avete il Nordamerica, controllate il Sudamerica, avete il controllo di molta parte dell’Asia e dell’Africa, dell’Australia, lasciateci almeno… l’Europa!” (Putin ebbe a chiamare “province” le nazioni dell’ex Patto di Varsavia, in quell’occasione, sottinteso, della Russia!) Ti ricordi, lettore? Ebbene, quel Putin è lo stesso che ora sta martoriando l’Ucraina. I dittatori non si chiedono che cosa vogliano i popoli, ma solo ciò che interessa a loro, per la concezione malata e omicida che hanno del potere. Hitler e Stalin soprattutto, e Mussolini (se pure in sedicesimi e grottescamente, se non avesse anche lui colpevolmente contribuito a generare tragedie), sono gli esempi rosso-bruni cui si ispira Putin. Allora, che cosa vogliono dire i trattativisti a ogni costo come i Conte (cui raccomando di ascoltare Arnoldo Foà, per misurare la distanza tra la sua inascoltabile voce e quella del grande attore), i Salvini e i Berlusconi, per i quali non dovremmo aiutare l’Ucraina? Vogliono dire che l’Europa e il mondo devono arrendersi al dittatore più sanguinario e pericoloso di questi decenni. Ne sono consapevoli e dunque sono dei complici, o non ne sono consapevoli, e dunque sono semplicemente stupidi. Chi mi conosce sa che diffido e temo più gli stupidi che i malvagi, perché i primi sono imprevedibili non sapendo che il loro agire, non solo provoca danni a volte non rimediabili, ma che dal loro agire non traggono alcun vantaggio: si tratta della prima legge della stupidità umana. Mi auguro che costoro siano solo degli sprovveduti presuntuosi da cui ci si può difendere

Grozny come Kharkiv

Meloni, la “underdog” & partners e i suoi avversari politici

Caro Lettore, devo dirti che il momento per me più significativo per simbologia politica (e anche tristemente divertente) veduto nel corso dell’intervento di Meloni alla camera dei deputati, è stato quando la nuova premier si è rivolta “all’on.le Serracchiani chiedendole, retoricamente, se lei stessa, Giorgia, stesse un passo indietro ai maschi“.

Al che, la assai sopra valutata deputata romana, che ha osato (ma di questo incolpo il suo flebile partito e gli elettori ingenui) diventare presidente della mia Regione, senza avere con essa neanche un rapporto degno di questo nome, si è rattrappita con un sorriso forzato, borbottando qualcosa tra i denti.

Ebbene, quel’immagine mi è parsa rappresentare la situazione nella quale si trova la parte politica nella quale ho creduto fin dall’uso di ragione. Intendo, genericamente, la sinistra storica e politica, non quella che oggi è rappresentata dal PD e soprattutto dal mediocre presidente dei 5S, nonché da frammenti di poco conto, con rispetto parlando delle persone costà impegnate. La parte che spesso privilegia il politically correct e strizza l’occhio talora alla cancel culture, non mostrando una chiara e generale posizione contraria nel merito. Anzi, qualcuno/a addirittura è una militante della cancel culture, Un nome o due: Boldrini Laura, oppure Murgia Michela.

Underdog significa – alla lettera – “sotto-cane”, metaforicamente sfavorito, sfortunato, come i proletari delle periferie.

Leggo poi nei giorni successivi gli articoli di alcune giornaliste, come De Gregorio e Annunziata, che la paragonano in modi diversi a doňa Evita Peròn, più che a Mrs Thathcher. Contente loro.

Tutt’intorno è evidente la triste fine di Berlusconi, che ha però ancora la forza cattiva di sorridere malignamente a Salvini all’uscita dall’incontro al Quirinale (smorfeggiando da dietro la premier).

Si constata il declino inesorabile di Salvini che, nonostante si sforzi di fare il grande con il c. degli altri (mi si perdoni la vulgar espressione, perché la c. puntata esprime l’evidenza della parte anatomica citata), appare in tutta la sua enfiata e sempre arrogante nullaggine. Sempre di più. Per dire, neanche fatto il Governo, lui già annunzia un’agenda-Salvini.

Renzi e Calenda si oppongono con juicio, promettendo di esaminare le proposte governative caso per caso.

A sinistra, invece, si scatena una gara a chi farà l’opposizione più “implacabile” a Meloni, e vince facilmente Conte su un sempre più spento Letta, circondato da campioni come Boccia e Orlando, nonché dalle sue pasionarie, tra le quali spicca la sola, mi fa piacere constatarlo, per dignità di tratti e di eloquio,la senatrice Malpezzi.

Mi auguro che al Congresso, da convocare prima di marzo, emergano persone come Bonaccini, come Matteo Ricci (dal gran nome e cognome gesuitico), come Dario Nardella, evitando il rischio dei sopra citati e della auto-candidatasi De Micheli. Mah, caro lettore, molte persone non hanno il senso delle proporzioni che devono esserci tra candidatura e posizione ambita!

Due parole, per chiudere, sull’IMPLACABILE (bum!) Conte. A partire dall’etimologia: l’im-placabile è colui-che-non-si-placa. Mi viene in mente un Annibale da Cartagine, un Alessandro il Macedone, un Giulio Cesare, un Traiano, un Costantino, un Timur Lenk, un Genghis Khan, un Salah el Din, un Raimondo di Tolosa, un Federico di Prussia, un Bonaparte, un von Moltke, un Montgomery o un Rommel… e via elencando implacabili VERI.

Ooh quanto assomiglia l’avvocato foggiano a questi personaggi! Vero, caro lettore? Meloni, di fronte a questa implacabilità può stare tranquilla, perché l’implacabile dei 5S non è uomo da battaglia in campo aperto, ma è uomo da agguati, da guerriglia urbana con tutti i mezzi, specialmente quello della menzogna sistematica.

Badi invece con attenzione ai due sodali che si ritrova, perché quelli sì sono pericolosi, ma se mancheranno i voti di uno dei due, ci penseranno l’uomo dei Parioli e quello di Rignano sull’Arno a soccorrerla.

Buona fortuna, non alla Meloni, ma alla Patria Italia, amata.

Dei concetti di “merito” e di “bisogno”

Quando in terza media dovevamo decidere in famiglia in quale scuola superiore io dovessi (o potessi) andare, non ci fu quasi discussione, perché i miei tennero conto dell’opinione dei miei insegnanti delle medie, per la quale “Renato avrebbe potuto andare in qualsiasi scuola superiore, a partire dal liceo classico“.

Sarei andato (e andai) al Liceo classico a Udine, la scuola più prestigiosa della città e dell’intero Friuli, la scuola dei ricchi signori, dei figli degli avvocati, dei notai, dei dottori commercialisti, della classe dirigente attuale e futura, colà “necessariamente formanda”.

Il Liceo Ginnasio “Jacopo Stellini” di Udine

Infatti, se si va a vedere il librone che contiene i nomi di tutti i diplomati dal 1808, quando la scuola udinese, in quegli anni Napoleone imperante, fu istituita come Imperial Regio Liceo Ginnasio, dedicato al sacerdote filosofo Friulano Jacopo Stellini, docente all’Università di Padova, utilizzando biblioteca e tradizioni dei padri Barnabiti presenti in città da qualche secolo, si trovano decine o, meglio, centinaia di nominativi di persone di riguardo, del diritto, dei saperi umanistici, dell’economia e della scienza, che colà hanno acquisito la maturità classica.

Ebbene, sarei andato in quella scuola, pur essendo “solo” figlio di un operaio emigrante stagionale in Germania, cavatore di pietra tra i boschi dell’Assia, e di una donna delle pulizie, abile nel fare iniezioni a chi ne aveva bisogno. Le voci, i commenti dei paesani, e anche di qualche parente, erano del tipo “ma come, Renato va nella scuola dei signori... (?)”, non ricordo se con tono interrogativo, oppure se con tono affermativo-perplesso. Andai, studiai con profitto, proprio negli anni della Rivoluzione sessantottina di cui non mi occupai molto, perché dovevo studiare, studiare, studiare e poi vedere che cosa avrei potuto fare in seguito.

Non ebbi problemi particolari, nemmeno con le materie più difficili come il greco, il latino e la matematica, anzi davo proprio del tu a queste discipline. Oltre che a filosofia, storia e lettere italiane. Perché studiavo, ma forse avevo anche talento. Terminavo solitamente le versioni di greco e latino in metà del tempo previsto con risultati sempre molto buoni, e passavo “pizzini” a qualche compagno/ a.

Tutte le estati andavo a lavorare in una ditta che forniva bibite e birre a tutti gli ambienti pubblici che stavano dal mio paesone di campagna fino al mare, ma non a Lignano, bensì nei villaggi di campagna. Giocavo benino a basket come “guardia”, che è quello che tira a canestro o cerca di “entrare” da vicino a canestro, e cantavo in un gruppo musicale.

Chi mi conosce sa che dopo la matura andai a lavorare in fabbrica, dove stetti sette anni pieni, essendomi anche iscritto a una facoltà universitaria, presso la quale lentamente ottenni la laurea lavorando. In seguito fui tirato dentro nel sindacato, dove ebbi ruoli direttivi rilevanti (a Udine, a Trieste e infine a Roma), fino a che fui chiamato a dirigere il personale in una grande azienda, anzi grandissima. A quel punto ripresi studi severissimi di filosofia e teologia, fino al conseguimento delle lauree e di due dottorati di ricerca, cui fece seguito il diploma al corso di filosofia pratica che mi portò anche a presiedere l’Associazione nazionale, fino a qualche giorno fa.

Caro Lettore, leggi (se vuoi) Qoèlet III, quia transit omnia vel gloria mundi (!).

I miei studi e il mio lavoro mi portarono ad essere nominato docente universitario e a presiedere diversi organismi di vigilanza in aziende di tutte le dimensioni. E a scrivere decine di articoli scientifici, migliaia divulgativi e a pubblicare quasi una trentina di volumi. E siamo ad oggi.

Qui e ora voglio fare una domanda al Segretario generale della Cgil, al bravo e onesto Maurizio Landini che, constato, non condivide la nuova denominazione governativa del Ministero della Pubblica istruzione e del… Merito, soprattutto in ragione di quest’ultimo lemma. Di contro, un politico sveglio anche se non molto simpatico, lo contrasta sostenendo che il merito è il migliore antidoto contro la scuola classista.

Condivido quest’ultima tesi, che è attestata dalla mia biografia. Landini potrebbe obiettare che non tutti possono avere esiti come il mio. Obietterei a mia volta a Landini che dovrebbe studiare le basi di un’Antropologia filosofica sana, per poter distinguere rigorosamente tra ciò-che-è-“persona”, che dà senso al valore della pari dignità fra tutti gli umani, e ciò-che-è-“personalità”, che invece dà conto dell’irriducibile differenza di ognuno da ciascun altro. Sono diversi tra loro perfino gemelli monozigoti, e dunque, a maggior ragione, qualsiasi altro da un altro.

Diverso è il discorso della dispersione scolastica, che è serio, e deve essere affrontato con forza, metodo e mezzi adeguati dal nuovo Governo, per ridurne la diffusione in tutti i modi, con costanza e perseveranza.

Il merito, caro Landini (sul tema la invito a dare uno sguardo agli atti dei convegni che l’on. Claudio Martelli organizzò a metà degli anni ’80 su “Merito e Bisogno”), non c’entra nulla, nulla!

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