Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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“Resilienza”: un “americanismo” forse sostituibile, essendo una metafora metallurgica. Avremmo a disposizione “fortezza, coraggio, costanza, perseveranza”, come termini appropriati per dire “resistenza durevole”, e invece usiamo spesso, come facciamo anche in altre occasioni, un lemma anglofono importato dai media

L’amica filosofa Gloria da Verona mi sollecita sul tema, e io vado a nozze, perché ogni scoperta di idiozie diffuse sui media e in nuove consuetudini espressive discutibili, mi sostiene in una grande vis polemica.

Tommaso d’Aquino considera teoreticamente ed eticamente le virtù “cardinali” (cioè “principali”) o “umane”, già classificate dai grandi Greci, e riprese in seguito da Agostino e papa Gregorio Magno, ponendo la fortezza nel “quartetto base” insieme con giustizia, (dikaiosyne) prudenza (phronesis) e perseveranza (sofrosyne).

Peraltro la fortezza e la prudenza sono ritenute dalle dottrine filosofiche morali classica e cristiana le virtù capaci di temprare ed equilibrare anche le altre virtù, in una dimensione di medietà virtuosa che considera fatti, circostanze ed esigenze morali puntuali dell’agire umano libero.

Il concetto morale di fortezza viene dalla parola greca aretè, e dalla latina virtus, da vir, la qualità degli uomini-forti (i viri, da cui virile, virilità, etc.). E noi (per modo di dire), nonostante tanta abbondanza concettuale e lessicologica a disposizione delle lingue occidentali, ci mettiamo a usare termini come “resilienza”, ma dài.

Siamo talora stranamente esterofili, spesso condizionati da un notevole inferiority complex soprattutto nei confronti di inglesi e americani (chissà se c’entra la sconfitta nella Seconda Guerra mondiale), e forse ancora di più della lingua inglese, che è diventata pervasiva, una koinè contemporanea, al punto che vi sono facoltà universitarie italiane che stanno decidendo di insegnare tutto in inglese. Speriamo che qualche normativa pubblica glielo impedisca.

E’ come se si ritenesse l’italiano una lingua inferiore. Pazzesco. E non ci si limita a sostituire la nostra lingua madre con l’inglese, ma si barbarizza la lingua madre, imitando l’inglese anche nelle sue povertà, come nello scarso uso dei modi ipotetici come il congiuntivo o il condizionale.

Mi pare che tutto ciò debba far pensare le persone di buon senso, non solo filologi e linguisti, filosofi e moralisti, politici e docenti, ma un po’ tutti i “parlanti-italiano”, cioè quasi cento milioni di persone, diffuse in tutto il mondo, oltre che in Italia (e in Argentina primariamente, quasi nazione sorella).

“Resilienza” è solo uno dei tanti termini che, traslitterati o meno hanno invaso il nostro parlato quotidiano, anche quando non serve strettamente. Non esito a precisare che si tratta di una metafora derivante dal mondo “fisico-chimico” della metallurgia, là dove viene utilizzata per definire una situazione di mutazione della cristallografia del metallo, come nella nozione di acciaio “peritetico”, atta a definire l’esito di un trattamento termico esterno sul pezzo metallico.

Se dovessi dire quale possa essere una parola inglese che va mantenuta così come è, in inglese, questa è leadership, poiché la sua traduzione è troppo circonlocutoria e faticosa: “capacità di motivare e guidare altre persone, mantenendo la responsabilità dei risultati di una determinata azione verso il livello gerarchico superiore“. E dunque va bene dire leadership anche parlando in Italiano.

Un po’ inutili e talvolta ridicoli sono altri lemmi o sintagmi inglesi che potrebbero essere tranquillamente taciuti e sostituiti con termini italiani. Alcuni esempi: a) flash meeting, cioè riunione breve; b) kick off meeting, cioè incontro di avvio (di un progetto); c) planning, cioè pianificazione; d) mentoring, vale a dire guidare, “tutorare” e) release, cioè pubblicazione; f) accountant, cioè contabile (troppo dickensiano?); g) assistant, cioè assistente; i) chairman, per presidente; l) target, cioè obiettivo; m) pattern, vale a dire schema; n) item, cioè tema o) board, per dire consiglio; p) lock down per confinamento; r) recruiting al posto di selezione; s) back up in luogo di salvataggio, copia; t) download per scaricare, e così via.

E poi un’ultima considerazione: l’errata pronunzia all’inglese di termini latini o greci (anche contro il diverso parere di mia figlia Beatrice che è una giovine filologa), come medium/ media, pronunziati midium/ midia; plus, pronunziato plas; nike pronunziato naiki

E dunque, possiamo sommessamente chiedere in giro di smetterla con la resilienza?

Andare avanti senza dire banalmente ogni momento, provocando (in me e, penso, non solo in me) un gran senso di noia: “andrà tutto bene”

Se c’è una frase che non sopporto di questi tempi è quella del titolo. Che cosa significa “andrà tutto bene“? E’ un auspicio, è uno scongiuro, è una giaculatoria forzosamente ottimistica, è un incoraggiamento prima a se stessi e poi agli altri? E’ un…

Prima di provare a comprendere le ragioni comunicazionali/ relazionali e sociologiche della frase apoditticamente affermativa del titolo, analizzerò filologicamente i tre termini: 1) andrà: verbo al futuro, concetto ineccepibile perché noi umani contemporanei occidentali abbiamo una nozione fisico-lineare del tempo (anche se Nietzsche e le persone di cultura induista esprimerebbero qualche perplessità in tema); 2) tutto: beh, qui cominciano mie serie perplessità. Infatti, che cosa significa “tutto”, in greco òlos? Si tratta proprio di “tutto” nel senso che nulla è escluso? No, non può essere vero, in quanto in nessun caso, in nessun luogo e in nessun tempo si può dire che “tutto” è andato in un certo modo, in questo caso, auspicabilmente buono, positivo. Si potrebbe anche obiettare che il concetto di “tutto” non è… completo, perché si tratta di un lemma quantitativo: infatti manca la nozione qualitativa che si può esprimere con l’avverbio “totalmente”.

Per dirla bene, occorre specificare “tutto e totalmente”. Se non si conviene su questo, il lemma “tutto”, anche nel senso di “totalmente”, resta incompleto, in quanto non chiaramente esplicitato; 3) bene: vale quanto scritto qui sopra. Che cosa significhi “bene” può essere un generico dire positivo, oppure si tratta della traduzione del convenevole inglese in risposta a “how are you... cioè “nice, tanks“, quando ben poco interessa (di solito) all’altro del tuo vero bene. Ma può essere anche un qualcosa che riguarda tutte le “cose” buone di una vita, e anche di tutto il mondo: il latino bona, i beni.

E dunque, detto questo, come possiamo ragionare sul “vero-bene”?

Non possiamo non prendere in considerazione molto, anzi tutto quello che rappresenta l’agire umano in pensieri, parole, opere e omissioni, per usare un linguaggio teologico-morale.

A parer mio, si potrà affermare “andrà tutto bene” solo se qualcosa di radicale, qualcosa di profondo cambierà nel consorzio umano, locale e globale. C’è da ripensare, come si dice, veramente a tutto. Ma prima di tutto bisogna pensare al… pensiero umano e alla sua profonda crisi attuale.

Chi mi conosce sa che lo sto sostenendo e scrivendo da tempo. Anche la mia stessa appartenenza a Phronesis, l’Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, attesta questa mia priorità. Si parla tanto, e quasi sempre a vanvera, sul web e nei social di cristi etica, senza che molti parlanti sappiano che cosa si debba intendere per “etica”. Lo ripeto qui per l’ennesima volta: l’etica è un sapere strutturato e scientifico che opera per giudicare l’agire buono o malo dell’uomo, in quanto libero e perciò responsabile.

Secondo me (e grazieadio non solo), la “crisi etica e valoriale” è effettiva, ma prima ancora mi pare si possa dire che si è oltremodo dis-ordinato e messo in crisi il pensiero critico, cioè la capacità/ facoltà umana di analizzare, discernere, dedurre, intuire… in definitiva, di ragionare e di argomentare con logica stringente.

Sappiamo dalla storia del pensiero umano occidentale che vi sono due modi di analizzare la realtà dell’uomo e del mondo: la deduzione che è governata dal processo virtuoso del rapporto causa/ effetto e, teoreticamente, dal sillogismo (parole collegate: syn lògos) di matrice aristotelica, e l’induzione o intuizione, che da qualche tempo viene definita retroduzione (cf. Karl Popper e quanto scrivono Alberto F. De Toni ed E. Bastianon in Isomorfismo del potere, ed. Marsilio, Venezia 2020, volume che consiglio a tutti coloro che sono interessati ai temi della leadership e delle dinamiche del potere).

Abbiamo detto che la deduzione è il modo normale, quotidiano, di ragionare mediante la considerazione di una o due premesse e di una conclusione necessaria. Un esempio che Aristotele propone nella sua Logica è il seguente, denominato sillogismo dimostrativo: a, prima premessa: l’uomo è razionale, b. seconda premessa: il razionale è libero, c. conclusione: l’uomo è libero. Epperò, si può anche rovesciare il ragionamento, considerando gli effetti invece della cause: ad esempio “credere” che vi sia un fuoco acceso vedendo del fumo dietro gli alberi. Questo metodo è, appunto, induttivo o retroduttivo.

Abbiamo la necessità ineludibile di utilizzare deduzione e retroduzione per analizzare l’uomo e il mondo in cui vive, anche e forse soprattutto per comprendere e far comprendere che cosa non funziona nell’agire umano. Ad esempio, nella politica e nella distribuzione della ricchezza mondiale, delle risorse e dell’acqua in primis, ad esempio.

Non può essere neppur pensata un’Etica declinata verso un Fine condiviso tra tutti gli uomini, se non funziona il pensiero logico, se non si usa la metodica analitica sopra indicata. Per stabilire e condividere un’Etica occorre condividere una modalità operazionale del pensiero riflessivo di cui siamo dotati, come esseri umani.

E dunque, per concludere, si potrà affermare, senza che la frase non risulti trita e annoiante, “andrà tutto bene”, solamente se saremo d’accordo che occorre (ri)-mettere al centro la nostra capacità di pensare. Se così sarà, farà seguito un futuro solidale co-progettato dagli esseri umani, e non – perlopiù – subìto.

Ladri di libertà, cioè ladri di verità

In questo sito ho parlato più volte di libertà, sia come concetto socio-politico, sia come diritto eticamente fondato, raccontandone i risvolti storici ed etimologici, a partire dalla tradizione classica dell’antica Grecia, quando libertà si diceva in due modi, parresìa, cioè libertà di-dire, ed eleutherìa, vale a dire libertà-di-agire.

In questo caso desidero parlarne in relazione a un altro concetto altrettanto e forse più ancora importante, la verità. Di solito, specialmente nei periodi difficili come in questo che viviamo, la libertà viene giustapposta alla sicurezza, ma in questo caso ne parlerò come funzione della libertà.

Se dovessi impegnarmi nel parlare della verità, occuperei uno spazio esagerato cosicché lascio ad altri spazi e ad altri momenti una nuova riflessione sull’alètheia, cioè sullo svelamento, vale a dire sulla verità, come amava tradurre Heidegger.

Bene. qui intendo parlare dei “ladri di libertà”: chi sono costoro? Sono innanzitutto coloro che, essendo incaricati di raccontare le cose in modo corretto, completo e fondato sulla base di fonti informative affidabili, non lo fanno, per pigrizia, per incultura, per cinismo o per altre e magari inconfessabili ragioni. Chi sono costoro? Dico subito, senza tema di offendere quelli onesti, moltissimi, professionali e probi, che sono i giornalisti. Sia quelli della carta stampata, sia quelli delle tv, sia quelli del web.

Ladri di libertà. Sono ladri di libertà perché impediscono una informazione libera e completa, togliendo un diritto fondamentale dei cittadini.

Faccio un esempio legato a questo periodo covidizzato. Non me la prendo tanto con chi legge le notizie (lo/ la speaker), che forse a volta non è neppure l’autore/ autrice del testo che legge, ma propriamente con chi lo redige e con chi decide la linea editoriale dell’informazione. Giornali e tg “di parte” politica e anche apparentemente neutri spesso propalano notizie insensate e inutilmente terrorizzanti un pubblico che è costituito in maggioranza da persone che non hanno a disposizione gli strumenti critici per “leggere-tra-le-righe”, per interpretare un testo/ un detto, per trovare falle ed omissioni nelle cose che sentono dire. Personalmente mi accorgo immediatamente quando qualcuno la racconta storta o incompleta, o dettata da militanza politica (che di per sé è ingannevole), ma “mia suocera” no, per modo di dire, e come lei milioni di suoceri e di italiani provvisti di un patrimonio culturale insufficiente a comprendere la complessità contraddittoria del fattuale e del teorico raccontato dai media.

L’esempio: citare solamente i nuovi contagiati, senza spiegare in dettaglio quanti siano gli asintomatici, che solitamente ammontano al 95/ 97% dei contagiati, è scorretto; citare il dato di contagio Rt senza citare il numero di tamponi effettuati (numeratore) sulla base degli abitanti di un territorio (denominatore), è scorretto; collegare il numero dei nuovi contagi quotidiani facendo seguire subito dopo il numero totale dei deceduti in 10 mesi, è scorretto (e l’ho sentito fare), poiché chi ascolta magari non riesce e discernere la diversa collocazione dei due dati nel tempo e nella fattispecie di ciascuno; parlare genericamente di Pronto soccorso intasati, senza dire che anche moltissimi altri sono in grado di coprire il fabbisogno, è scorretto; discernere in modo finalizzato alcune interviste di luminari o sé dicenti tali, creando ancora più confusione, è scorretto… e potrei continuare.

Ma è al Governo che rivolgo una critica radicale in tema: perché in questa fase eccezionale in cui guida l’Italia a suon di DPCM, non decide opportunamente che a parlare sia una sola persona a livello nazionale, non a volte il Ministro della salute, a volte il suo Consulente principale, a volte il Commissario straordinario, a volte il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, a volte il presidente del Consiglio superiore di Sanità, creando in questo modo una babele delle lingue e delle informazioni? Come vedi, caro lettore, non faccio neppure i nomi di questi signori che, fosse una volta, la dicessero allo stesso modo, perché li conosci tutti. Il mio consiglio è questo: il Governo (Conte e Speranza) autorizzino a parlare a nome della Nazione e del Governo stesso, il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, che mi pare “sul pezzo” e ragionevolmente realista-ottimista, oltre che chiaro nelle sue esposizioni. Sarebbe semplice, oppure l’ego smisurato di ciascuno ne sarebbe sminuito e perciò non si può fare?

Dell’opposizione non dico nulla, perché è portatrice di idee (la Meloni parla di centinaia, ma, benedetta donna, lo sa che proporre centinaia di idee è come proporne nessuna? Non lo ha imparato a scuola?) raramente fattibili, o spendibili e spesso confuse. Solo Berlusconi, buon sangue, ha capito che non è il caso di mettersi di traverso e invece è il caso di collaborare, senza retorica, come dicono spesso il buon Tajani e la gradevole senatrice Bernini, lasciando al vecchio destro di Gasparri di spararle ancora grosse.

Di contro, dopo questa critica ai media attuali, ricordo i grandi giornalisti che hanno contribuito alla crescita della cultura, anzi addirittura dell’alfabetizzazione degli Italiani nel secolo scorso e fino ad ora. Penso a Biagi, a Bocca, a Montanelli tra non pochi altri. Non mi interessano le loro simpatie o antipatie politiche, bensì il loro saper fare-informazione documentata e colta-di-quello-che-deve-essere-coltivato, cioè le fonti atte a cercare la verità, pur se parziale che ognuno può trovare.

Ricordo anche i coraggiosi inviati in luoghi di sofferenza e di guerra, Ricordo chi ha perso la vita per raccontare i fatti del mondo e la vita delle persone di tutti gli spazi del Pianeta.

Anche per costoro, i ladri di verità e di libertà vanno riconosciuti e smascherati, nel nome della verità e della libertà.

Tra sincopi e smorfie, e di ciò che di non verbale caratterizza la comunicazione

Non so se hanno problemi respiratori, di questi strani tempi covidizzati, ma un paio di giornalisti televisivi o, per meglio dire, di speaker, da qualche tempo sono inascoltabili. Vorrei citare le iniziali dei nomi, ma non lo farò, anche se vedo che nulla accade per fargli correggere il loro fastidioso difetto di emissione del respiro mentre parlano. Fai attenzione e ascoltali, mio gentile lettore: il loro parlato è scandito da inconcepibili e a lungo andare insopportabili pause a volte addirittura tra una parola e l’altra, così: “Il presidente (pausa) Conte (pausa) ha firmato (pausa) il nuovo (pausa) DPCM…”, invece di pronunciare correntemente e scorrevolmente (direi in modo “liquido”) il testo medesimo, in questo modo: “Il presidente Conte ha firmato il nuovo DPCM, (pausa respiro)…”.

Nel merito ho deciso di chiedere un parere clinico a uno pneumologo e a un otorinolaringoiatra, che forse mi possono spiegare qualche ipotesi di carattere pneumo-meccanico che condiziona il loro modo di parlare in tv.

Speaker Rai di qualche decennio fa

Nulla a che vedere con i ritmi della respirazione durante la lettura di un brano che impariamo fin dalla prima elementare, dopo la virgola o altri segni di interpunzione, che servono per separare le parti della frase, oppure concetti e strutture paratattiche.

L’effetto è insopportabile, è un generatore di ansia crescente nell’ascoltatore. Di solito inizio a brontolare rompendo le scatole a chi ascolta con me.

Che cosa sta capitando a questi due lavoratori dell’informazione? Qualche problema respiratorio da analizzare e affrontare per risolverlo? Ansia da prestazione dentro tempi di lettura risicati? Ma, così facendo, non parlando in maniera continua e “liquida”, i tempi di lettura si allungano, invece di accorciarsi. Paradossalmente, i due fanno più fatica, dando fastidio agli ascoltatori e rendendo meno efficace la loro prestazione.

Se non ci fossero ragioni fisiche, ma non si devono trascurare anche cause psicologiche (?!), bisognerebbe consigliare loro un bel corso di dizione anche in un’accademia popolare, che non manca in alcuna città italiana, Figuriamoci a Roma.

Altro tema, epperò connesso al precedente.

James Hillman è un allievo di Jung. Il suo “La forza del carattere”, edito da Adelphi, dovrebbe essere una lettura diffusa.

Trascrivo dalla pag. 199: “La faccia è un fenomeno estetico non in virtù della cosmesi e della chirurgia estetica, ma per la sua stessa natura biologica. Dei quarantacinque muscoli facciali, a parte quelli funzionalmente necessari per masticare, baciare, annusare, soffiare, strizzare gli occhi, battere le palpebre e contrarre la pelle per scacciare via le mosche, tutti gli altri servono esclusivamente per esprimere emozioni. Non servono per nutrirsi, per abbattere il nemico, allevare la prole o compiere l’atto sessuale.

I ventriloqui dimostrano che non sono (assolutamente, ndr) necessari per parlare. E non lo sono nemmeno per respirare, ascoltare o dormire, L’esuberanza della muscolatura facciale serve per l’espressione delle emozioni, e non solo le più importanti, ma anche e specialmente certe peculiari sottigliezze dell’uomo civilizzato, come l’arroganza del sopracciglio marcato, il sarcasmo a bocca storta, il finto candore degli occhi sgranati, l’impassibile indifferenza, i sorrisini e i sogghigni.

Pensa un po’, caro lettore, quanto valgono, oltre a ciò che viene pronunziato verbalmente, il non-verbale, la pronuncia, i tempi della lettura e anche solo le espressioni facciali, trascurando la seduta e le varie differenti posture corporee.

Noi esseri umani, ma anche i gatti e i cani, SIAMO (le due specie animali sono) la COMUNICAZIONE, ed essendo-noi–la-comunicazione dobbiamo fare molta attenzione alla QUALITA’ della nostra comunicazione stessa, dobbiamo avere cura di COME parliamo, delle COSE che diciamo, delle FONTI che supportano i nostri asserti. Altrimenti piombiamo nel genericismo diffuso, nell’incuria dialettica e nella banalizzazione concettuale.

Se infine consideriamo che la comunicazione, intesa come processo generale dei rapporti inter-umani, è il fondamento e lo strumento principale per la RELAZIONE, allora ci rendiamo conto di quanto importante sia la sua buona qualità, di come possa condizionare in bene o in male “come-stiamo-con-gli-altri”. Si pensi che un telegramma “sbagliato” fra il barone Ottone di Bismarck, capo del Governo del Kaiser Federico Guglielmo Hohenzollern e l’imperatore dei Francesi Napoleone III scatenò la guerra franco-prussiana che terminò con la catastrofe di Sedan e fu uno dei prodromi della Prima Guerra mondiale.

Nientemeno. Bene, nel piccolo (grande) della vita di ognuno valgono le medesime regole di ingaggio, caro lettor mio!

E pensare che in questo mio pezzo mi sono limitato a criticare toni e tempi di lettura, non facendo alcun cenno ai testi che a volte sono inutilmente drammatizzanti, incoerenti e falsificati: nello stesso tg a volte si sentono dati diversi dello stesso fenomeno, ahimè, e questo è poco. Di più, è sapere che i dati, per come sono offerti (qui mi sto riferendo alla brutta epopea del Covid) sono spesso fuorvianti e falsi, disonesti e tabellati in modo statisticamente scorretto.

E qui viene il pensiero, non del complottista, ma dell’analista logico che non si accontenta di quello che passa il convento mediatico, ma si interroga sempre sulle fonti e sugli intendimenti veri degli ispiratori di chi comunica.

Evviva! Biden è il Presidente di tutti gli Americani, nello squallore deluso dei trumpiani nostrani. Occorre una sinistra moderata e una destra propositiva: perché “zio Joe” è il “democristiano giusto” per questo momento storico dell’America e del mondo, e perché, purtroppo, Trump è il cieco distruttore di una utile destra liberale. Comunque è la fine di un incubo durato quattro anni, incubo iniziato nel comico e tramontato nel grottesco

Non so perché qualche brillante intellettuale italiano, ancorché “di sinistra”, sta definendo la figura del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America fiacco, sbiadito e mediocre. Certamente la figura del nuovo Commander in chief, non spicca per carisma esteriore come un Obama o un Clinton, di trent’anni più giovani all’atto dell’elezione, ma ciò significa poco o nulla. Anche Blair sembrava avere carisma, e poi s’è visto quanto fosse fasullo, come politico e come socialdemocratico, quando imbrogliò il mondo con la pericolosa e immorale falsificazione storica delle armi di distruzione di massa – inesistenti – di Saddam l’Irakeno.

Purtroppo, a volte la sinistra italiana si innamora di leader quasi trasparenti per valore reale, come il citato Tony e come – in parte – Obama stesso, piuttosto mediocre in politica estera. Si ricordino le sue poche idee e confuse sulla Siria, quando, se non fosse stato per papa Francesco, si sarebbe imbarcato in una guerra contro il crudele Assad, per cui sarebbe stato obiettivamente alleato dell’Isis. Incredible! E come quando seguì la follia vigliacca di Sarkozy nell’attacco a Gheddafi. La Libia e l’intero Mediterraneo ancora stanno pagando per quegli errori di strategia politico-militare, e l’Italia in particolare.

Questi politici statunitensi, anche se possiedono brillanti titoli accademici, dottorati etc. (mi piacerebbe vedere quanto sia realmente difficile conseguire i loro titoli di studio, avendo necessariamente mucho dinero a disposizione) conseguiti a Yale, Stanford o Harvard, sono ignorantissimi in storia.

Quando parlo di saggezza della destra americana penso a Bush senior, che si fermò prima di arrivare a Bagdad, a differenza del suo indegno figlio e del compare di questi, il citato liblab inglese; e penso anche a Nixon, poverino di qualità, peraltro, ma capace di far finire la Guerra del Vietnam, forse la pagina più vergognosa della Storia degli USA. Se vogliamo essere realisti, anche considerando la questione da “sinistra”, una destra seria è indispensabile: ricordiamoci di Eisenhower, mentre a volte la “sinistra” americana in qualche modo s’inceppa, talvolta anche nelle esperienze più gloriose, come quella del magnifico J. F. K.. Ricordati della Baia dei Porci, caro Presidente John Fitzgerald!

Per questo ritengo Trump colpevole, oltre che verso l’America e il Mondo, anche per la sua pericolosa e quasi folle insipienza, forse ancora di più nei confronti del suo schieramento politico, che lo deve ringraziare (scherzo) per il disastro che ha compiuto. Eppure, va aggiunto, avendo preso oltre 70 milioni di voti significa che gli USA hanno una base popolar-populista che rappresenta quasi metà della Nazione e, anche se repubblicani classici come George W. Bush e il generale Colin Powell non sono trumpiani, il problema di Biden sarà come dialogare con questa metà del popolo americano.

E torniamo al supposto scarso carisma di Joe Biden, come sostengono diversi radical chic italioti.

Max Weber ci ha insegnato che il carisma è un dono in-divenire, echeggiando quasi san Paolo che parla di carismi, cioè di doni del Signore, specifici, destinati alla solidarietà tra fratelli, tra uguali.

Tornando al carisma, caro lettore, quante volte ci è capitato di osservare che un sindaco eletto da outsider, si è rivelato rapidamente molto valido e capace di amministrare, e anche carismatico? Che cosa significa ciò? Che il carisma, come molte altre qualità umane, non è del tutto innato, ma in buona misura è costruibile, mediante l’esperienza, l’ascolto e la cultura, oh cari amici troppo impressionabili dagli uomini “forti” e un po’ tromboni, come echeggia il morfema cognominale dell’americano graziaddio oggi perdente.

Grazie a Dio, e al Popolo americano, The Donald termina qui la sua carriera tra il fantastico e il pazzoide. Evviva. Quella grande Nazione ora si merita altro.

Mi basta esprimere la mia soddisfazione per questa svolta, utile per gli Americani e il Mondo, essendo stato mandato a casa un pazzoide narcisista e incompetente.

Un’osservazione non può non riguardare la stampa, anzi i media. Continuo a sentir utilizzare un po’ ovunque, in tv, sul web e sul cartaceo, un verbo assurdo quando si parla del feroce e irrazionale disappunto di Trump per la sconfitta. Sento infatti usare l’espressione “Trump NON CONCEDE la vittoria a Biden“, Ma, santoiddio, come si fa a usare il verbo concedere, quando non si tratta di una concessione graziosa da parte di un sovrano assoluto come nella Francia del XVII secolo, quando Luigi XIV poteva concedere o meno un privilegio o una sinecura a un vescovo o a un marchese, perché ai nostri tempi si tratta di un’elezione democratica, il cui risultato è oggettivo: chi prende più voti vince, altro che “concedere, riconoscere”.

Dei sentimenti di Trump verso la sua sconfitta ci può interessare molto, se siamo suoi tifosi, ma non è il mio caso, come si capisce, poiché io lo aborro per disistima e per comprensione lucida del rischio che costituisce un tipo come lui, provvisto legalmente di un potere immenso. Dei sentimenti, delle sue concessioni, dei suoi riconoscimenti nulla mi cale, caro lettore.

Buen retiro in salute, mio per niente caro immobiliarista fallito e politico pericoloso.

Un’ultima riflessione merita questa conclusione delle presidenziali americane. Il nuovo Presidente, mettendosi in posizione da leader, ha voluto citare il capitolo terzo del Qoèlet, là dove lo scrittore biblico afferma, tra altre alternative esistenziali opposte, che vi è un tempo per il male e un tempo per la guarigione. Ecco, l’America ora è nelle condizioni per guarire da una serie di malattie morali e sociali gravi: l’odio per il sapere, l’odio per la democrazia, l’avversione per le grandi strutture internazionali come l’Unione Europea, un titillare continuo la violenza razziale, il disprezzo per le problematiche del clima globale, e altro che il populismo trumpiano ha cavalcato per quattro anni e ora è stato fermato. Epperò, se Biden ha preso quasi 75 milioni di voti, Trump ha superato la cifra di 70 milioni: ciò significa che gli USA sono una grande e composita Nazione spezzata in due.

Forse il compito primario del nuovo ticket presidenziale, nel quale la signora Harris può rappresentare il futuro (se non si monterà la testa, visto che è meticcia, intelligente e bella, tre caratteristiche perfette per il politically correct), e sarà l’impegno più arduo, potrebbe essere il lavoro di unificazione patriottica.

Caro Presidente Macron,

fin dall’inizio del suo mandato presidenziale, non ho provato una particolare simpatia per lei. Si sa che simpatia e antipatia percorrono strade e flussi emotivi misteriosi. Non mi “prendeva” il suo appartenere a un’élite alto-borghese che mi è distante, io figlio d’operai e studioso con le mie sole forze.

Da una settimana, i colleghi della importante Associazione Italiana della Consulenza filosofica e della Filosofia Pratica Phronesis (lei sa che in greco antico la parola significa Prudenza/ Saggezza, proprio la sagesse in francese) mi hanno democraticamente eletto Presidente per un biennio. Peraltro sono un professionista che si occupa di Etica in medie e grandi imprese e fa il professore in ambito accademico.

Ma non le scrivo nella veste di Presidente di Phronesis. Le scrivo come persona e come studioso.

Ovviamente conosco bene la storia della sua grande Nazione e l’importanza che ha avuto nella Storia grande, dell’Europa e del mondo. Senza indugiare su altri importanti momenti di questa storia nazionale, mi soffermo un momento sulle tre parole-valori, sulle tre idee-forza che hanno ispirato i rivoluzionari del 1789: Liberté, Fraternité, Egalité. Non commenterò il secondo e il terzo dei tre termini, che meriterebbero adeguate riflessioni.

Mi soffermerò invece solo sul primo, la Liberté. Penso che lei sappia che i Greci antichi avevano due termini per dire “Libertà”, mentre noi neolatini ne abbiamo uno solo. I Greci usavano il termine (qui traslitterato) Eleutherìa, per significare “libertà-di-fare” in genere, mentre utilizzavano la parola Parresìa, per dire “libertà-di-dire”.

Ecco, vede, i Greci distinguevano le due “libertà”, sapendo bene che un termine di tal fatta non può essere compreso e utilizzato da chiunque nello stesso modo. Questo popolo sapiente, che ci ha dato i fondamenti della nostra comune cultura generale, aveva bene presente che occorre misurare con saggezza (ecco!) le parole che si utilizzano nei vari ambienti e momenti e conseguentemente anche le azioni che si compiono, le quali debbono essere proporzionate e congrue alle varie diverse esigenze dalla vita.

I grandi filosofi medievali, italiani, tedeschi, francesi, inglesi, hanno poi sviluppato la comprensione del termine “libertà”, spiegando bene che si tratta di un valore sempre connesso alle condizioni oggettive di chi lo utilizza nella sua propria vita. In altre parole, la libertà non è mai assoluta, cioè sciolta da ogni vincolo, ma è sempre in-relazione con circostanze e interlocutori vari, presenti nella vita di ogni persona.

Tommaso d’Aquino, in particolare, gigante del pensiero universale, che lei certamente ha sentito nominare, ma non so se ha studiato nei suoi corsi di diritto, ha spiegato bene che la libertà non è “fare-ciò-che-si-vuole”, poiché ciò è impossibile, ma è “volere-ciò-che-si-fa”, ribaltando la logica della decisione. Tommaso, sulle tracce della psicologia aristotelica, sapeva molto bene che, prima di mettere in atto un’azione libera, bisogna pensarci, riflettendo con cura sulla situazione, sui pro e sui contro della decisione da assumere.

Aggiungo: la visione tommasiana, approfondita in pieno Medioevo, è superiore per acutezza, a parer mio, alla visione liberale apparsa primariamente nelle culture settecentesche inglesi e francesi. Pensatori come i suoi Voltaire, Diderot, D’Alembert, oppure come Locke e Hume, e successivamente come Stuart Mill, e molti altri più recentemente (tra costoro cito solo i suoi Michel Foucault e Jean-Paul Sartre), hanno delineato la filosofia liberale sulla “libertà”, sostenendo che “la libertà di ciascuno termina dove ha inizio la libertà altrui”. Qui, pardon, ho ripreso solo in maniera parafrastica quelle tesi.

Qui sta il punto. La visione liberale non è sufficiente. Quello che voglio dirle è che sarebbe bene tornare a Tommaso d’Aquino, anche per parlare della libertà in Francia e della sua tutela in questi periodi drammatici che sta vivendo la sua Patria. Lei sta sostenendo che si deve difendere la laicità e la libertà di espressione in Francia, ripetendo che le vignette su Mohamed pubblicate da Charlie Ebdo, possono, anzi debbono, essere utilizzate nella formazione scolastica. Non mi dichiaro contrario all’utilizzo di ogni esempio che spieghi che cosa sia la libertà di espressione.

Discuto l’opportunità di calcare la mano sul tema, in questo momento storico e della cultura mondiale.

E vengo a una metafora illuminante, tipica della tradizione popolare italiana, questa: “si deve abbeverare il cavallo nella misura in cui ha bisogno di acqua“, poiché, si intende, oltre quella misura il cavallo non beve. Che cosa significa questo modo di dire popolare italiano? Significa che non si può pretendere di affermare e spiegare il proprio concetto di libertà a tutto il mondo, e anche a immense masse poco alfabetizzate, come se lei stesse tenendo un seminario alla Sorbonne.

Bisogna adeguare il linguaggio e il lessico al pubblico, al target che si desidera raggiungere. Insistere su Charlie Ebdo per spiegare la libertà-alla-francese è sbagliato e dannoso. Eviti di insistere, perché in questo modo dà adito a chi conosce bene quel target, di agire (sto pensando al presidente-dittatore della grande e bellissima Nazione turca, che non va confusa con questo politico furbo e opportunista) facendo una gran confusione e incitando alla violenza persone senza cultura e inclini alla violenza.

I recenti tragici fatti di Parigi e di Nizza mi hanno ispirato questa lettera personale, mentre qui non ho inteso trattare la grande questione delle migrazioni, che richiede altro tempo e spazio scrittorio. Mi creda e ci pensi, presidente Macron.

Glielo suggerisce un filosofo italiano.

Sapere sapido vs. ignoranza insipida

Sàpere in latino vuol dire avere-sapore, non essere insipidi. Si può dire dei cibi, delle bevande e, metaforicamente, anche degli esseri umani. Se un cibo è insipido occorre aggiungere sale. Il sale è stato ed è nella vicenda umana, non solo un ingrediente essenziale per la vita biologica, ma anche un modo per riconoscere il valore di oggetti, di strumenti e di lavoro effettuato da qualcuno per qualcun altro: una modalità di pagamento delle merci e del lavoro prestato, da cui il conosciutissimo termine, ancora largamente in vigore, di salario, come pagamento, mercede, compenso, stipendio.

Doni dello Spirito Santo

Inoltre, voltando in metafora e sostantivando il concetto attributivo di insipido si arriva all’insipienza, cioè alla mancanza di sapienza, e ciò si attaglia perfettamente all’umano. Un uomo insipido è banale, noioso, perfino squallido. E quindi, prima ancora che nascesse nell’accezione comune il semema del sapère, esso viveva nel lemma il semema dell’averesapore. Interessante, vero? La metafora, come perenne respiro dello spirito, ha fatto poi il resto.

La sapienza, o sophia / sapientia, secondo i classici greco-latini e la tradizione cristiano antica è cosa diversa dalla scienza, o scientia / epistème . Secondo la teologia cristiana la Sapienza e è dono dello Spirito Santo, nientemeno, insieme con l’Intelletto, il Consiglio, etc.

Non necessariamente il sapiente è uno colto, un professore, un ricercatore, un erudito, un accademico. Quanti di costoro in questo “periodo-Covid” si stanno rivelando ben poco sapienti, e invece tanto e poi tanto saccenti! Basti pensare ai penosi (che sarebbero comici se la situazione sociale attuale non fosse tra l’impegnativo e il drammatico) conflitti tra virologi, infettivologi, immunologi, anestesisti et varia humanitas.

Quando costoro si scontrano sul web, in tv e sulla stampa, aiutati (fo per dir) da una categoria spesso corriva e opportunista come quella dei giornalisti, la pena che suscitano in me è solo appena inferiore alla preoccupazione, perché, se io penso di avere un senso critico ed elementi culturali adeguati per un discernimento buono delle cose che dicono per criticarle opportunamente, dandovi credito o meno, la stragrande maggioranza delle persone, a partire da quelle più in età, cedono a una preoccupazione talora irrecuperabile.

Sto osservando persone anziane ammutolite, preoccupate, spaventate. I media ci mettono davanti casi che talora rasentano o superano la disperazione. I professionisti della rivolta, le mafie e gli estremisti senza arte ne parte, di destra e di “sinistra” possono approfittare di questa confusione, agendo negli interstizi della società, per le vie e sulle piazze, che vengono occupate e vandalizzate.

E dunque la sapienza, come dono dello Spirito, ma anche (per l’agnostico) come esercizio intellettuale onesto e documentato, è uno strumento fondamentale per uscire da questa situazione informativa terrorizzante, scarsamente documentata e squilibrata, pericolosa e disonesta.

Ogni giorno le notizie che ci giungono, in ordine di quantità temporale utilizzata dai media, prima il Covid, poi Trump/ Biden, poi tutto il resto, e non importa che decine di guerre endemiche facciano ogni giorno centinaia di morti e feriti, terrorismi di ogni genere e specie, siano più letali per il genere umano dei due primi titoli. Continua così, nell’informazione, il gioco continuo dell’agire mediatico, che è un agire decisivo per la vita sociale.

La sapienza è da sempre un dono senza età e che non necessita di titoli accademici. Sapiente può essere il pescatore di Filicudi e la nonna vedova della Val di Non, l’operatore ecologico della periferia milanese e il giardiniere viterbese, mentre insipiente (e insipido) può essere il docente sussiegoso, il manager arrogante, la influencer sdegnosa. Eppure, il secondo gruppo elenca persone di successo e di potere, mentre il primo gruppo indica persone “senza-nome” e senza potere.

Dunque, la sapienza non coincide con il potere, non coincide con il sapere acclarato da titoli ed onori. La sapienza, piuttosto, è la persona stessa, con i suoi pregi e difetti, con la sua capacità di verità, con la sua intera vita che è essa stessa relazione comunicativa.

Sono a tua immagine…

Sono a tua immagine secondo l’ordine della fisicità..

Sono a tua immagine secondo l’ordine dello psichismo…

Sono a tua immagine secondo l’ordine della spiritualità...

Una anafora filosofica oppure una poesia eucologica per dire che abbiamo la stessa identica dignità, fra tutti gli uomini e donne di questo mondo. E potremmo continuare, così: sono a tua immagine secondo l’ordine del valore; sono a tua immagine secondo l’ordine del dolore; sono a tua immagine secondo l’ordine dei diritti; sono a tua immagine secondo l’ordine dei doveri; sono a tua immagine secondo l’ordine della Terra; sono a tua immagine secondo l’ordine della vita.

Ecco: una lezione semplice di antropologia filosofica e di etica generale, caro lettore.

Ve ne è un grande bisogno, perché sembra che – in giro – queste semplici nozioni non siano note più di tanto. La confusione regna quasi sovrana nei media e nelle politiche mondiali. Confusione e cattiva coscienza.

Anche qualche giorno fa, dopo le solite oramai stantie, ripetitive, noiose e inutilmente impaurenti (chissà cui prodest? o sono paranoico?) notizie sulla pandemia, si apprende che a Reggio Emilia, in un agguato, vengono gravemente feriti tre giovani. Come a Bastia Umbra, Come a Colleferro. Ed è poca cosa rispetto ad altri e più gravi episodi che accadono per il mondo. Uno, esemplificativo, la decapitazione islamista dell’insegnante parigino.

Farei imparare a memoria almeno le tre righe dell’inizio di questo pezzo, e recitare obbligatoriamente tre o cinque volte al giorno a tutti. A volte imparare a memoria è utile, come insegnavano i maestri elementari fino agli anni ’60 e poco oltre. A quei tempi si trattava non solo di far recitare a memoria delle poesie, ma anche di esercitare la memoria stessa. Senza avere le nozioni che oggi sono di dominio pubblico tramite la divulgazione scientifica, più o meno tutti sanno che il cervello e la sua parte cortical-razionale in particolare, è un “oggetto plastico”, che cambia, fino a una certa età aumentando i neuroni e successivamente e fino alla morte, le sinapsi, cioè i collegamenti interneuronali.

Il cervello, che produce in qualche modo mente e psiche, può arricchirsi con l’esercizio mnemonico e con il dialogo, con lo studio e l’osservazione del mondo. Di che cosa avrebbero bisogno gli imbecilli di Colleferro, Bastia Umbra e Reggio Emilia e il delinquente diciottenne di Paris-Conflans? Di buoni maestri che gli insegnino a memoria la preghiera di cui più sopra.

Per i figuri citati, che cosa può significare che, scientificamente, tutti gli esseri umani hanno pari dignità? Può significare qualcosa? Magari un qualcosa che li faccia riflettere prima di agire come hanno agito? Non lo so perché non li conosco personalmente e il quarto, quello di Parigi è morto nelle circostanze successive al suo feroce omicidio.

Ecco, mi soffermo su questo ceceno giovanissimo. La disgraziata nazione caucasica è in guerra da decenni. Il sovietismo decaduto trent’anni fa è stato sostituito in modi ancora più rozzi e brutali da un islamismo fanatico che permea diverse fazioni in lotta. Ciò non significa che manchino istanze di libertà negate, ma il melting pot cultural-religioso ha creato spazi per la violenza dichiarata e praticata. Non pochi fuggiaschi hanno trovato risposte, appunto, nell’islam radicale predicato dallo Stato islamico e da imam fortemente inclini alla violenza verbale. E in casa, che maestri ha avuto questo giovine di nome Abdoullakh etc., già morto prima di capirci qualcosa, della vita?

Mi chiedo come abbia potuto così facilmente sopraffare un cinquantenne, come il professor Paty. Forse che quest’ultimo era un omettino fragile e lui un possente giovanotto allenato? Può essere. Anche questo è un tema. Possibile che non ci si possa difendere da un assalitore solitario? E’ chiaro che lo Stato non ha uomini a sufficienza per difendere tutti coloro che si trovano in situazioni potenzialmente pericolose. Anche in Francia, come in Italia, lavorano quasi un milione di insegnanti. Nemmeno tutto l’organico dell’Esercito, della Polizia a della Gendarmeria sarebbe sufficiente. Purtroppo la Francia si trova in una situazione storica e geo-politica infinitamente più pericolosa dell’Italia.

La Francia è stata uno dei principali Paesi colonialisti e anche recentemente ha commesso errori macroscopici nelle politiche militari, come l’ingerenza fellona e criminale di Sarkozy in Libia nel 2011. Detto questo, se pure in soldoni, occorre puntare l’attenzione proprio sull’educazione e sulla formazione, non solo scolastica, ma anche familiare e territoriale. La Francia ha bisogno di maestri e di filosofi di strada, sì, di filosofi di strada.

Fossi in quella Nazione che ammiro anche se a volte mi fa un po’ di rabbia, proporrei proprio un “Progetto Socrate” da finanziare perché degli esperti in discipline antropologiche ed etiche vadano nelle banlieu e, con i dovuti modi dialogici (socratici), si fermino a discutere con tutti, sugli usci e per strada, nei bistrot e nei parcheggi… ovunque.

Una fola? Caro Macron, provi a pensarci.

E in Italia? Anche da noi potrebbe essere un’idea. Di che cosa c’è bisogno se non di questo, di riprendere una via come quella del pensiero? Troppo poco questa principale facoltà psichica e spirituale appare nel suo immenso potere nel giro e nel gioco imponenti della comunicazione e dell’informazione sociale.

Il pensiero razionale è più spesso negletto, dimenticato, disprezzato. Si può addirittura notare in certe persone e in certi ambienti quasi un odio per la cultura, laddove la componente della gelosia e dell’invidia addirittura è minoritaria rispetto a un vero e proprio odio, la passione negativa che costituisce il prodromo di una quasi inevitabile successiva violenza.

E la riflessione torna al punto iniziale: avversione verso la cultura e l’utilizzo del pensiero razionale, ignoranza di base, disinteresse per un’informazione corretta e fondata portano gli esseri umani a cedere, a regredire, ovvero ad esprimersi nel modo primordiale e belluino dell’aggressività.

Quei ragazzotti di Bastia Umbra, di Colleferro e di Reggio Emilia sono innanzitutto ignoranti, crassamente ignoranti e rozzi. E altrettanto lo era quel Abdolullah che ha pensato di ben agire uccidendo il prof Faty, che nella sua immaginazione malata era un blasfemo, un ateo, una vita da spezzare.

Ecco a che cosa serve la cultura e l’esercizio del pensiero critico: semplicemente a diventare più umani.

Quel versetto genesiaco, il 26 del Primo capitolo “(Dio) fece l’uomo a sua immagine” resta la fonte primaria ed essenziale che ho parafrasato nel titolo.

Filippo, prima di Willy

Non capisco per quale ragione la drammatica vicenda di Willy da Colleferro ha giustamente riempito i media per due settimane, mentre l’analoga o molto simile vicenda di Filippo Limini da Bastia Umbra è stata riportata solo in articoli ben presto scomparsi alla vista, e solo sulla stampa locale dell’Italia Centrale.

Filippo

Mi puoi aiutare mio gentil lettore?

Ho studiato i fatti e certamente non si può dire che siano proprio identici a quelli che hanno causato la morte di Willy da Colleferro, ma alcune analogie e similitudini si possono trovare. Di qui la riflessione sul diverso trattamento mediatico delle due tragedie.

In sintesi, che cosa è accaduto quella notte nel centro della movida estiva a Bastia Umbra?

Siamo nei pressi della discoteca “Country” verso le quattro del mattino. Una Opel Corsa colore nero dà un colpo di clacson per farsi far strada da un crocchio di ragazzi. La risposta “c’è spazio a sufficienza” fa sì che i ragazzotti dell’auto scendano per malmenare qualcuno e lo fanno violentemente, con calci e pugni. E poi lo investono con l’auto.

Il sostituto procuratore della Repubblica Abbritti scrive di “rissa aggravata da omicidio e omicidio preterintenzionale“, così come risultano i fatti contestati a tre giovani albanesi, che sono i responsabili del fatto.

I diversi racconti della lite degenerata in rissa non corrispondono tutti, per cui pare che tra i due gruppi vi siano state diverse provocazioni verbali e fisiche.

In questo, la tragedia di Bastia Umbra sembra diversa da quella di Colleferro che riguardò il povero Willy. Diversa per modalità, ma non per esiti e non per caratteristiche di malvagità e violenza, anche se alcuni avvocati difensori affermano che i loro assistiti sono solamente imputati di “rissa aggravata da omicidio” e non da “omicidio preterintenzionale”.

Sarà anche così, e si può comprendere il distinguo un po’ sofisticato dei termini di legge penale, ma la domanda resta: quali erano le intenzioni di coloro che hanno ucciso Willy e di coloro che hanno ucciso Filippo? Quale era il grado di consapevolezza, prima ancora che del crimine che stavano commettendo, e quindi del reato penale, della violazione assoluta di un’etica del rispetto della vita umana?

Uno degli avvocati sostiene che i ragazzi incolpati della morte di Filippo, nella fretta di scappare (e quindi erano consapevoli di averla fatta grossa), “non si sono accorti di aver travolto il ragazzo” ormai a terra privo di sensi, forse già morto o forse no.

Il legale che tutela il giovane imputato di avere sferrato il colpo con un tirapugni non spiega tutto, perché deve ancora chiarire bene le cose con il suo assistito. Mi domando quale possa essere la linea di difesa di un imputato che volontariamente, consapevolmente, ha colpito un ragazzo con il tirapugni, ben sapendo che si tratta di uno strumento anche mortale. Non lo sapeva? Usava solitamente il tirapugni contro un sacco da boxe o un punching ball?

E ora veniamo agli aspetti mediatici delle due vicende, comparandole, per riflettere sulle differenze profonde della loro rispettiva trattazione.

La tragedia di Willy ha dominato la scena dell’informazione nazionale per quindici giorni, contendendo al Covid la primazia del tempo-notizia, ha occupato più volte con foto e articoli le prime pagine dei maggiori quotidiani cartacei, mentre la tragedia di Filippo è stata resa nota da striminziti comunicati sui media nazionali, mentre è stata trattata più diffusamente dai quotidiani e dalle tv dell’Italia Centrale.

Perché? Dati gli elementi di diversità dei due fatti, ma anche la identica gravità dell’atto criminale, dove sta il fomite ispiratore delle differenze in fatto di media? Forse che sta nel fatto che Willy era di colore e Filippo bianco caucasico? Se fosse così, mi sembrerebbe una ragione idiota, imbecille, perché eticamente una vita vale qualsiasi altra vita, come insegnano i grandi padri del nostro pensiero greco-latino e cristiano, da Aristotele a Tommaso d’Aquino a Kant, anche se giuridicamente i primi due non contestavano la schiavitù, e il terzo conservava pregiudizi verso le persone di colore. Seconda ragione: in Italia, salvo alcune tremendamente ignoranti e crassamente arroganti minoranze razziste e fasciste, non è diffuso un sentimento suprematista al modo degli Stati Uniti d’America di questi anni, che hanno (speriamo solo fino al 4 novembre p.v.) il presidente che si meritano.

Non abbiamo bisogno che i media progressisti si distinguano per queste… distinzioni. A me pare che costoro – sotto sotto – pensino questo: trattiamo Willy da immigrato sfortunato e fragile e Filippo da bianco borghese che forse se la è anche cercata. Non so se esagero, ma forse anche no. Il “politicamente corretto” è idiota e fa il paio, da un punto di vista intellettuale, anche se non da quello morale, con gli atteggiamenti razzistici.

Non serve, non è utile, anzi è pedagogicamente e andragogicamente dannoso per il giovani in cammino, i giovani che non hanno alba della storia passata e recente e possono essere condizionati negativamente da un’informazione parziale e bacata. Le vite di Willy e di Filippo valevano uguale, perché uguale era la loro dignità di giovani uomini in vista della vita da adulti.

E anche l’informazione avrebbe dovuto essere equanime, nel raccontare un dolore infinito, ripetuto due volte in circostanze diverse, in una società che ha bisogno di recuperare con equilibrio un pensiero critico, che è in crisi, perché non è nutrito abbastanza dall’umiltà della ricerca personale, intellettuale e morale, e talora è inficiato dall’incultura dei violenti e dalla stupidità del politically correct.

Le “conte” di Remigio e le stupidaggini dei giornalisti

Remigio viene con me in piscina a fare ginnastica antalgica. Lui deve essere più o meno sull’ottantina, massiccio, muscoloso, come deve essere uno che ha lavorato per quarant’anni nei manufatti di cemento. Alto forse un metro e settanta pesa novanta chili di forza pura. Niente grasso. Quadrato.

Le oche di Remigio

Parla quel veneto che è tipico dei confini con il Friuli storico, quello che si aggancia al friulano di Pasolini. E racconta racconta, forbito di parole essenziali, spesso onomatopeiche.

Remigio ha nell’aia oltre un centinaio di animali, fra pollame, conigli, oche, anatre, un’asinella e un maiale, che tiene in amicizia e non uccide personalmente. A quest’uopo ha uno stuolo di amici che provvedono alla bisogna. Lui non vuole né ammazzare né veder ammazzare gli animali. Quando gli racconto che io, come rito di passaggio, a ventidue anni, uccisi un maiale con un fucile, fulminandolo con un sol colpo, ha un moto a mezzo tra la paura e l’orrore.

Mi dice che l’asinella e il maiale dormono insieme e sembra dialoghino, in amicizia, e di questo si bea nel suo bucolico agreste angolo della campagna.

Remigio ama parlare anche dei decenni passati al lavoro, dove godeva della fiducia e dell’amicizia dei “paroni”. Là si sentiva a casa sua, nella ditta dove passava dieci ore al giorno, dove “contava”, forte della sua passione aziendale, che oggi nei testi di gestione del personale si chiama “commitment”, solito anglicismo alla moda. Noi Italiani siamo esterofili, forse connotati da complessi di inferiorità consolidati nei secoli. E pensare che l’Impero romano è di qui, il Rinascimento è di qui, Dante e Michelangelo sono di qui.

Ma che commitment e commitment! Diciamo passione, quella che Remigio ha sempre provato per la Ditta, per gli Animali che gli riempiono il cortile e la vita, per la Vita.

Tra le “conte” di Remigio e quelle di insigni giornalisti, scelgo le prima, non solo perché sono più interessanti narrativamente, ma anche perché sono più veritiere.

Un esempio? Stamani l’insigne Massimo Giannini, direttore non so di quale quotidiano titola (o fa titolare) il suo pezzo sulla situazione idrogeologica italiana “Annuncio di un’apocalisse futura”. Due errori, uno concettuale e l’altro filologico-etimologico: parlare di “annuncio” è come dire che qualcosa accadrà di nuovo, quasi necessariamente (ed è ciò che gli inglesi chiamano wishful thinking, cioè “profezia che si auto-avvera”); usare il termine “apocalisse” in luogo di “catastrofe” significa non conoscerne il significato, poiché, come è noto non solo a grecisti di chiara fama, “apocalisse” significa “rivelazione” e non “catastrofe”. Penso di avere scritto e spiegato questo almeno un centinaio di volte nei miei scritti e detti pubblici, che evidentemente non arrivano a questi culti signori.

Viva Remigio, e abbasso gli illustri signori della cronaca imprecisa e sciatta, là dove l’allure fa il paio con la noia, trista inimica dei giorni, da rifuggire con cura, magari nel rifugio delle conte di Remigio da Marignana, Friuli.

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