Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Veri e falsi maschi “alfa”, veri leader o solamente manager, tipi e tipe carismatici/ he e narcisi/ e

Parlando di leadership (tenendo come linea guida soprattutto lo studio in tema di Max Weber), e di persone carismatiche, è inevitabile incappare nel discorso dei maschi “alfa” e del loro ruolo nei contesti organizzati, partendo pure dalla famiglia. Dico subito che vi sono anche le femmine alfa. Per esempio mia figlia Beatrice lo è, come lo era mia nonna materna Catine (Caterina), e mia cugina Lucilla, nota attrice di prosa, mancata quattro anni fa. Alfa era mia zia Enrica, sorella maggiore di papà Pietro, che a suo modo lo era anche lui, anche se con molta modestia vera. Lo è anche mia suocera Maria Assunta.

Non lo era mia mamma Luigia e neppure le principali donne della mia vita, poiché con le due che lo erano, ai tempi della mia giovinezza, sono durato al massimo sei/ otto mesi. Con le altre, di dopo, una vita.

Chiarisco subito un punto: essere alfa non significa essere più intelligenti dei non-alfa. Un altro punto: molti manager non sono leader: i due concetti sono radicalmente diversi, poiché, mentre il manager ha un ruolo, per ragioni le più varie, un leader può essere quasi chiunque (si pensi al Craxi men che trentenne, segretario di Nenni, ad esempio), anche chi è molto indietro nella gerarchia (politica aziendale, ecclesiastica, etc.), ma può crescere fino alla leadership per carisma e per il fatto che è un vero alfa.

Io non potrei avere un rapporto continuativo con una femmina alfa, perché la simmetricità danneggia (anzi rovina) la coppia umana, e mi limito a considerare quella costituita da maschio e femmina. Nel mio caso sarebbe insopportabile, proprio perché chi mi conosce sa che io stesso sono un maschio alfa, senza che tale affermazione sia una vanteria, in quanto tale caratteristica mi è riconosciuta da quando, a otto/ dieci anni, ero “capo” dei chierichetti in chiesa a Rivignano, con ottanta miei compagnucci in mini-talare (si era ai tempi del rivoluzionario Concilio Ecumenico Vaticano II), e punto di riferimento per Monsignor Prevosto Don Aurelio, che mi trattava da “grande”, quasi.

Poi capoclasse alle medie, capitano nella squadra di basket, animale leader di profitto (soprattutto in greco e latino) al liceo, caporeparto del reparto di verniciatura quando facevo lo studente-operaio, segretario generale di un sindacato, per solo un mese coordinatore-portavoce, su proposta di diversi parlamentari laici e cattolici, ex comunisti e socialisti, di una nuova forza politica a livello regionale (era la metà degli anni ’90 e nasceva la poco fortunata Alleanza Democratica), direttore del personale in una grande azienda, provvisto di sei pergamene accademiche (fra cui due PhD), presidente di organismi di vigilanza aziendali di aziende notevoli e coordinatore di colleghi filosofi sul territorio.

E senza aver mai sofferto della sindrome da libido potestatis: Questo è importante: a me del-potere-per-il-potere non frega alcunché, cioè… nulla! La libido potestatis e sua sorella la libido pecuniae non mi hanno mai preso e tanto meno condizionato. Avrei dovuto essere diverso da come sono, ma non sarei stato io. Forse, invece, alla libido in senso primario e più proprio (freudiano, ma forse è meglio dire da Cantico dei cantici), sono sempre stato… sensibile. Sono stato e sono un maschietto e poi un maschio “alfa” senza alcun interesse per comandare, eppure la mia opinione e posizione è stata sempre tenuta in buona o addirittura grande considerazione dagli altri. Il potere diretto mi fa quasi ridere, e provo un po’ di compassione per chi vive per esso. Preferisco di gran lunga esercitare della moral suasion, che è più discreta e alla lunga più efficace.

Il generale Massimo

Di maschi alfa, ve ne sono di veri e di falsi. Che vuol dire? Che alcuni di costoro riescono con naturalezza a mostrarsi leader per un carisma evidente e giammai forzato, altri invece hanno bisogno di “veri” leader che li sovrastano e che (i primi) accettano di buon grado, per mostrare in qualche modo la loro tendenza a comportarsi da maschi alfa, o comunque ad allearsi con costoro, ma la maggior parte delle volte non ci riescono, perché tale caratteristica personologica non si può mutuare da un terzo. O c’è o non c’è, come l’essere e il non-essere parmenideo.

Gli etologi alla Konrad Lorenz, per dire, studiano le gerarchie animali, definendo i capi branco, gruppo, stormo, etc. proprio “maschi-alfa”. Tra costoro, si tratta di specie che vivono in gruppo, possiamo ricordare i lupi, i licaoni, i leoni, i cervi, gli elefanti, dove tra questi ultimi il “capo” è una femmina anziana. In questi gruppi la gerarchia si stabilisce attraverso lotte rituali tra aspiranti al “titolo” di capo, lotte che a volte possono anche avere conseguenze mortali, ma in una minoranza di casi. Gli animali, a differenza degli esseri umani, accettano il verdetto del confronto, senza poi congiurare contro il nuovo capo, come spesso fanno gli uomini.

In certe specie animali può comunque succedere che il “capo” vincente desideri eliminare i concorrenti anche pro futuro, sopprimendo i piccoli avuti dal predecessore, ma le femmine-madri fanno buona guardia: si pensi alle leonesse e anche alle scrofe di cinghiale, alle orse…

La storia insegna che anche tra gli umani ha avuto larga applicazione di un’arma di guerra tra le più atroci: lo stupro delle femmine degli sconfitti, applicata d esempio anche nelle Guerre balcaniche degli anni ’90 del XX secolo. Noi c’eravamo e questi racconti giunsero fino a noi, di vicende che accadevano a meno di mille chilometri dal Friuli, dove vivo io.

Il gruppo animal-sociale sta con l’individuo alfa anche nella caccia e in qualche modo nella riproduzione, quando il capo decide – più o meno – tutto.

Prendendo spunto dal comportamento animale, anche nella specie umana vengono indicati – abbastanza impropriamente – individui “alfa”, che avrebbero caratteristiche “dominanti” nella società e nei rapporti interpersonali.

Esistono anche le donne “alfa”, e ognuno di noi ne conosce qualcuna. Non meno del maschio, quel tipo di donna è resistente a ogni avversità, è coraggiosa, combattiva, un avversario duro per chiunque. La leadership di questi tipi umani si manifesta abbastanza presto, anche se può stare per lunghi periodo in una sorta di latenza, che può terminare quando l’occasione la smuove. L’essere leader e alfa, allora, esplode.

Gli/ le alfa sono persone che riescono a pensare alle cose migliori per sé, per dare soddisfazione alle proprie ambizioni, e sono capaci di grandi sacrifici e di grande impegno. Sono competitivi e determinati, sempre fiduciosi in se stessi. La loro forza è la capacità di essere credibili, mostrando sempre uno stile assertivo nella comunicazione, e sono senza scrupoli – talora – quando si accorgono di poter manipolare gli altri.

A volte gli alfa non sono tali, ma solamente dei gran narcisisti, non realmente bravi e intelligenti, persone guida e responsabili, ma molto bravi a fingere. Non è possibile che un vero alfa basi il suo (presunto) carisma di leader sulla falsità, poiché prima o poi il gioco viene scoperto. Il narcisista, a differenza del vero alfa, ha bisogno di sottolineare continuamente le sue capacità e i suoi successi e, se ha potere, gode nel sentirselo ricordare dagli altri. Anzi, i suoi subalterni devono sapere che una delle principali attività loro richieste, se vogliono mantenere la posizione raggiunta, è l’adulazione del capo (fino all’adorazione, come ai tempi delle sovranità assolute e divinizzate, si pensi alle monarchie orientali, ma anche ai capimafia et similia), un continuo riconoscimento di superiorità nei confronti di tutti gli altri.

Molto spesso il “falso alfa”-narciso è anche geloso e permaloso. A volte è perfino invidioso, arrivando a soffrire per i successi altrui, quando l’invidia si trasforma in odio. Attenzione: l’invidia è la deformazione “patologica” della gelosia, ed è il secondo per gravità (dopo la superbia) dei sette vizi capitali, secondo la morale classica. Tipi di questo genere di solito temono i talenti più giovani, perché sono fondamentalmente insicuri e hanno paura che chi vale di più gli porti via il posto e soprattutto il potere. Queste caratteristiche sono tipiche di chi in realtà non è un vero leader, ma è un capo (ove lo sia) fasullo. Ne conosco alcuni, e tu, caro lettore? Fai attenzione: spesso queste figure ci tengono anche ad apparire virtuose, giuste, perfette (o quasi). E non scordiamo che spesso il narcisismo è così grave da configurarsi come una vera sociopatia, a volte assai pericolosa per gli altri, come ci spiegano gli psico-criminologi, e gli psico-thriller americani, così ben fatti da sembrare cronache.

Ora facciamo un gioco, mio caro lettore… quanti maschi o femmine alfa, o falsi-alfa, o narcisi conosci? Che lavoro fanno? A che classe sociale appartengono? Hanno “inventato” più o meno da soli la loro crescita o sono “figli/ figlie di papà”? …

Io ne conosco non pochi, dell’uno e dell’altro genere, ma qui non farò nomi, perché mi limiterò a descriverne alcuni per caratteristiche tali da dipingerli con una certa cura ed eventualmente farli riconoscere – con indubbio gusto – da qualche mio lettore. E infine a proporre un elenco molto incompleto di alfa, molto, molto diversi tra loro.

Idealtipi “weberiani”: abbiamo il cinico-opportunista-curioso, oppure il falso-umile, oppure ancora l’attore-giocoliere, o… ad libitum, tanti da riempire il capitolo di un testo di caratterologia psicologica.

Vediamo qualche tipo, che è leader di fatto e di diritto senza essere maschio “alfa”: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Questo signore di buone maniere, ma non poco superbo, è uno dei trecentomila e più avvocati presenti sulla piazza italiana, nulla di più, con rispetto parlando della sua professione, ovviamente.

Un altro che non merita alcun riconoscimento leaderistico da maschio alfa, carisma a zero è Dimaio: proprio stamattina ha affermato in un’intervista che “ciò che si è fatto durante la pandemia, caratterizzato dalla trasparenza permette di evitare gli errori del futuro“, del o nel futuro? Bah.

Invece qualche tipo, che è leader di fatto e di diritto, essendo veramente un maschio “alfa”: Antonio Conte, l’allenatore dell’Inter. Stesso cognome del capodelgoverno, diversissima caratura di personalità; oppure un tipo come Boris Johnson, o come Putin, o Kurz? chi dei tre lo è? Kurz certamente no, inquietante giovinetto democristiano che starebbe bene con la divisa della Hitlerjugend,…forse lo è, invece, l’omonimo colonnello Kurz di Apocalypse Now, che ne dici, caro lettore?

Sicuramente Pericle era un maschio alfa, Milziade e Temistocle pure. Gesù di Nazaret (e in che modo!) Giovanni di Patmos, e Paolo di Tarso…

Salah el-Din lo era, il conte Raimondo di Tolosa (Prima crociata) pure, Timur-Lenk, Genghis-Khan, Siddharta Gautama (il Buddha), Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, diversi imperatori romani, sì, certamente, fin da Cesare Augusto, Vespasiano, Tito, Traiano, Adriano, Marco Aurelio, Antonino Pio, Diocleziano, Costantino, tutti maschi “alfa”.

Maschi alfa erano diversi papi, come Gregorio Magno, Gregorio VII, Bonifacio VIII, Innocenzo III, Giulio II, Pio II (Enea Silvio Piccolomini), quello che faceva lavorare Bernardino di Betto, chiamato il Pinturicchio, Karol Wojtyla e qualche altro. Maschio alfa anche don Rodrigo de Borja, cioè Alessandro VI, padre di Lucrezia e Cesare Borgia, con dei difettucci, ma alfa.

Politici e militari italiani come Lorenzo il Magnifico, Bartolomeo Colleoni, Giovanni de’ Medici (delle Bande Nere) il Conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Francesco Crispi, Giovanni Giolitti, Benito Mussolini, Filippo Turati, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Aldo Moro (nonostante il suo stile garbato, che non significa “mancanza di p.”), Benedetto Craxi, Enrico Berlinguer, Silvio Berlusconi. Ai nostri tempi, nessuno, neanche Renzi e Salvini, che si credono tali: alla grossa questi due lo sono (alfa), ma i difetti che mostrano, soprattutto l’arroganza e la politica urlata, finiscono con il nullificarne il carisma. Si vedrà.

Maschi e femmine alfa erano santi e sante come Francesco d’Assisi (Giovanni di Pietro di Bernardone), Antonio da Padova (Fernando de Soana), Caterina de’ Benincasa (da Siena), Teresa d’Avila, san Juan de la Cruz, Edith Stein (Teresa Benedetta della Croce), Giovanni Bosco, padre Pio da Pietrelcina, tra non pochi altri.

Artisti e poeti/ scrittori/ attori e registi come Fidia, Omero, Publio Virgilio Marone, Quinto Orazio Flacco, Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio, Francesco Petrarca, Ludovico Ariosto, William Shakespeare, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Fedor Dostoevskij, Honorè de Balzac, Gustave Flaubert, Charles Dickens, Jane Austen, Lev Tolstoij, Michelangelo Buonarroti, Leonardo da Vinci, Michelangelo Merisi-Caravaggio, Gianlorenzo Bernini, Johann Sebastian Bach, Georg Friedrich Haendel, Wolfgang Amadeus Mozart, Ludwig van Beethoven, Richard Wagner, Giuseppe Verdi, Lev Tolstoj, Gabriele D’Annunzio, Pablo Picasso, John Lennon, Miles Davis, Charlie Chaplin, Stan Laurel, Spencer Tracy, Katherine Hepburn, Stanley Kubrick, Robert De Niro, Jean Reno, Clint Eastwood, Federico Fellini…

Di altre nazioni e tempi, capi come Abramo, Mosè, Ramses II, re Davide, Giulio Cesare, Publio Cornelio Scipione, Gneo Pompeo, Alessandro il Grande, Federico II (Stupor mundi) di Svevia, Carlo V d’Asburgo, Pietro I il Grande, Caterina II di Russia, Napoleone, Cromwell, Lincoln, De Gaulle, Wladimir I’lic Ulianov (Lenin), Josip Dgiugasvilj (Stalin), Lev Bronstein (Trotskij), Josip Broz (Tito) Michail Gorbacev, Franklin D. Roosevelt, Mao-Tze-Dong, Ciu en Lai, Deng Hsiao Ping, tra altri, non pochi. Certamente maschi “alfa” anche se non privi di difetti e di narcisismo (Mussolini, Stalin, Hitler, Raynard Heydrich, questi ultimi tre “alfa” di malvagità terrificante).

Filosofi come Platone, Aristotele, Eraclito, Parmenide, Epicuro, sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, il beato Giovanni Duns Scoto, sant’Anselmo d’Aosta, san Bonaventura da Bagnoregio, Renè Descartes, Johann G. Leibniz, John Locke, David Hume, Immanuel Kant, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Friedrich Schelling. Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Ludwig Wittgenstein…

Nello sport secondo me sono stati e sono alfa: Costante Girardengo, Alfredo Binda, Gino Bartali, Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Bernard Hinault, Francesco Moser, Eddy Merckx, Franco Baresi, Armando Picchi, Gianni Rivera, Valentino Mazzola, Diego Maradona, Nereo Rocco, Helenio Herrera, Alfredo Di Stefano, Nino Benvenuti, Gianpiero Boniperti, Mohammed Alì, Valentina Vezzali, Sugar Ray Leonard, Alberto Juantorena, Gigi Riva, Ferenc Puskas, Luis Suarez (quello dell’Inter, non il dentone antipatico del Barcellona), Bobby Charlton, Gigi Meroni, Gaetano Scirea, Mario Kempes, Franz Beckenbauer, Daniel Passarella, Francesco Totti, Giorgio Chinaglia, Socrates, George Best, Roberto Mancini…

E questo discorso potrebbe continuare a lungo, ma ce n’è già abbastanza per riflettere.

“Da”, “con”, “dallo/ a”, “per il”, “con il/ la”: l’importanza delle preposizioni e delle preposizioni articolate nella lingua italiana

Nella mia vita filosofica non posso trascurare la buona filologia: un filosofo-teologo non può evitare di considerare questa fondamentale scienza linguistica, pena un’idea e una prassi confusiva, inutile e dannosa del pensiero critico, che è tipico dell’essere umano.

Il tema è attuale e concerne il discorso Covid-19 su cui si è scatenata una bagarre tremenda sui dati. Qui non entro nella questione tecno-scientifica, perché non sono né medico né biologo, ma un altro tipo di “animale pensante”, come i miei cari lettori ben sanno.

Distinguere, per esempio, nel computo delle persone mancate, tra coloro che sono morte “da” o “per” infezione da Coronavirus e coloro che sono decedute “con” lo stesso virus, ma sostanzialmente per gravi patologie pregresse, o per veneranda età, può sembra question di lana caprina, ma non è così.

Qualcuno potrebbe commentare così “Sempre morti, sono“, ebbene sì, ma una cosa è morire di vecchiaia e un’altra, radicalmente differente, è morire per una patologia. Effettuare un’analisi differenziata sulle cause di morte, in questa vicenda, è fondamentale per varie ragioni: cliniche, statistiche, di organizzazione sanitaria, di spesa socio-sanitaria e assistenziale, etc., ma anche di tipo sociologico, politico, etico, psicologico e filosofico. Non è dunque domanda da poco se anteporre alla causa di decesso una preposizione che dica “è stato il virus“, oppure una preposizione che affermi “la persona è morta con il virus“.

Certamente, il clinico potrebbe spiegarmi che è difficile stabilire se la “goccia” causale “virus” sia stata decisiva per il decesso o meno, in una situazione già compromessa. Accetto, ovviamente e umilmente, ma insisto.

Da profano nelle arti mediche, ma non in quelle socio-politiche faccio un esempio: come è stato possibile, anche ammettendo che la Germania fosse più attrezzata per la fase acuta con un numero di posti in terapia intensiva adeguato, mentre l’Italia ha dovuto, specialmente nel mese di marzo, inseguire con affanno il risultato di una capienza sufficiente (quasi graziata dalla riduzione delle infezioni a partire dai primi di aprile), considerando che la grande Nazione tedesca ammonta a oltre 80 milioni di persone e l’Italia ne annovera comunque 60, che il numero di deceduti sia così diverso, e così inferiore lassù rispetto al nostro territorio?

Non è che in Germania hanno proceduto a redigere la triste contabilità con conteggi elaborati su basi matematico-statistiche differenti rispetto alle nostre? La domanda è retorica, poiché la risposta, nota a molti (non a tutti) è SI’.

Perché questo? Cui prodest? Forse che una certa drammatizzazione della situazione italiana fa il gioco di qualcuno in Italia e non solo? Questa mia è una domanda da dietrologo complottista quasi ipocondriaco? Oppure è una domanda che merita di stare in un dibattito dialogico serio?

Avendola formulata io, mi rispondo con un sì deciso, sì, cavolo! Qui da noi si notano già divisioni profonde sulla domanda leniniana “che fare?”. Vi è chi va in affanno per il vaccino e chi propone anche altre strade medico-farmacologiche come quella della plasmaferesi, tecnica già molto nota e praticata; i primi si scatenano contro i secondi e danno spettacolo sul web e in tv. Che deve pensare o dire la persona semplice, ma non stupida, di questo dibattito fra (quasi) sordi?

Mio gentil lettore, ti pare cosa buona e giusta che a ora di cena, uno dei più pagati conduttori televisivi ospiti cotidie un prof (veramente?) di medicina che appartiene senza se e senza ma al primo gruppo dei due qui sopra citati? Senza contraddittorio, peraltro. Mi astengo, ovviamente, dal seguire il citato programma. E mi laudo, sommessamente, per questo.

E dunque, è lecito e legittimo chiedere più precisione nella comunicazione dei dati di cui tratto in questo pezzo, visto che si notano diversità anche tra ciò che comunica l’Istat e l”Istituto superiore di sanità, ambedue istituzioni pubbliche?

Non appena avrò l’occasione lo chiederò direttamente al prof Brusaferro, che conosco, e che presiede la seconda delle due istanze sopra citate. Non credo che, se c’è qualcosa di non chiaro nelle notizie che vengono diffuse, questa non-trasparenza riuscirà a farla franca perpetrando in qualche modo un grave inganno.

La strada è sempre quella della documentazione seria, dell’analisi delle fonti e della loro probatorietà. La verità è irresistibile e, prima o poi, riemerge sempre dai fumi della confusione colpevolmente creata da persone interessate solo a proprio particulare, anche a danno dei più, e in violazione del primario diritto alla conoscenza, e di tutti gli altri diritti civili e sociali garantiti dalla Costituzioni democratiche.

Tutto “crolla”, ma scherziamo?

Se, caro lettore, ti cito di seguito i nomi di queste quattro città: Coventry, Dresda, Hiroshima e Nagasaki, che cosa ti viene e in mente? Penso la parola “distruzione”. Effettivamente, i nazisti rasero praticamente al suolo Coventry con bombardamenti massicci, gli alleati Dresda con lo stesso metodo, e gli americani le due città giapponesi con due bombe atomiche.

Il ponte Morandi il 14 Agosto 2018 è crollato.

Dunque, gli edifici di queste quattro città furono distrutte, crollarono, effettivamente. Il ponte genovese idem.

Si può dire, analogamente, che il PIL del primo trimestre in Italia sia crollato (da titoli e articoli numerosissimi) con una diminuzione del 4,7%? Se la matematica ci aiuta, come sempre, resta il 95,3% del PIL stesso. Mi sembra allora che il verbo usato, al solito dai media (dai giornalisti), sia errato, esagerato, inutilmente drammatizzante. O mi sbaglio?

Se la diminuzione del PIL fosse del 30% quale verbo si dovrebbe usare? Non è forse meglio – nel caso di cifre come quelle di cui sopra – parlare di diminuzione, di riduzione, e non di crollo?

La Treccani scrive sul verbo “crollare”: crollare v. tr. e intr., di etimo incerto, scuotere, muovere in qua e in là, in segno di disapprovazione, diniego, dubbio e alzare e abbassare le spalle una o più volte per indicare indifferenza o in segno di disprezzo. Anche agitare, dimenare. Nell’intr. pron., scuotersi, agitarsi, piegarsi in qua e in là; intr. (aus. essere) cadere in rovina, detto di un edificio, di una volta, di un muro, di un ponte, etc.; fig., di nazioni, civiltà, forze armate, etc., che vengano improvvisamente sopraffatte; anche di sentimenti; riferito a persona, cedere improvvisamente, cessare di opporre resistenza, avere un collasso fisico. E trascuro di citare alcuni grandi autori italiani, come Dante, Leopardi e Carducci, che hanno usato propriamente il verbo che sto analizzando.

Mi pare evidente che, se il verbo “crollare” contiene le aree semantiche sopra richiamate, non lo si può ragionevolmente usare per un -4,7% di decrescita del PIL. Ecco, un altro verbo che si può usare in questi casi: decrescere, oltre a ridursi e diminuire.

Quando constato queste cose, mi prende un senso di desolazione. Caro lettore potresti dire: ma dai, per così poco? Ma lascia perdere, tanto, cosa cambia se si usa il verbo “crollare” invece di “diminuire”?

Non ce la faccio. In questi casi non resisto al non-lasciar-perdere, a costo di farmi giudicare pedante e perfezionista. Non si tratta di pedanteria e di perfezionismo, ma di rispetto per il significato della parola, e per il senso della stessa nella frase e nel contesto narrativo nel quale è inserita.

Se questo intendimento e sentimento non conta o conta poco, allora parliamo pure come càpita, senza pensarci, emettendo lemmi qualunque per dire qualsiasi cosa. In questo modo faremmo almeno tre tipi di danno: il primo è quello di comunicare agli altri in modo impreciso e fuorviante; il secondo è di consolidare significati che non corrispondono all’etimologia (vedi uso corrente di “apocalisse” per dire catastrofe, cataclisma, disastro, etc.); il terzo è di impoverire il lessico riducendo il numero e la qualità dei termini che fanno parte del nostro vocabolario.

Vi è però una conseguenza ancora peggiore, quella del decadimento culturale, intellettuale e perfin cognitivo, e non scherzo. Si diventa più stupidi se non si cura il linguaggio, se non ci si chiede: mi sto spiegando bene? sto parlando in maniera corretta? mi sono fatto capire? Un disastro. Uno dei maggiori filosofi contemporanei, l’austriaco Ludwig Wittgenstein, ha lavorato tutta la vita sul linguaggio, spiegandoci l’importanza delle parole e della loro cura.

In teologia, addirittura, la parola è la Parola, il lògos, cioè la parola divina, come dice il primo capitolo del vangelo secondo Giovanni “In principio era la Parola“: Con la Parola Dio stesso crea l’universo, in ebraico “bereshit barà elohim“, (Genesi 1, 1) dove il verbo barà significa dire. Dire-come-creare. La parola… crea.

Mi par dunque che il rispetto della parola, il suo uso corretto, connesso fortemente a ciò-che-si-vuol-dire, è un atto, non solo di rispetto della nostra bella lingua italiana, ma di rispetto per noi stessi, esseri pensanti auto-consapevoli, provvisti di un pensiero critico che non si accontenta di ciò che passa il “convento mediatico”, ma che pretende e dà rispetto con la qualità della comunicazione, mezzo indispensabile per la qualità di ogni relazione inter-soggettiva. E perfino delle dimensioni affettive.

Fisioterapie interrotte, palestre e piscine chiuse, barbieri, parrucchiere ed estetiste, e tanti altri operatori senza prospettive, artigiani e piccoli commercianti in ginocchio, i giornali si acquistano in edicola, ma i tabacchi no, se non dai distributori automatici, i 600 euro non arrivano, neanche quando li hanno richiesti i notai (aaah come mi dispiace questa cosa!)

Se le riaperture delle attività economiche in modo micro-geografico, in base alla situazione epidemica, come fa scrivere Colao su un quotidiano importante, saranno attuate, mi chiedo perché non si aggancia a questa scelta anche quella della riapertura delle piccole attività, sempre nel rispetto delle norme che tutti conoscono.

Guardando i “grandi” della politica, da Conte in giù (posto che queste persone abbiano una dimensione umana e professionale significativa) vien da chiedersi: ma questi si rendono conto della situazione vera, nella società civile ed economica dell’Italia?

Pare di no. Sono sicuro di no. Le cose che dicono, la confusione comunicativa che generano, la mancanza di parola in troppe occasioni, come quella dei 600 euro alle partite Iva e affini, collocano costoro nel novero degli ignoranti colpevoli, categoria morale che ho scientificamente declinato in un brano precedente. L’immoralità di chi promette senza mantenere gli impegni è grave.

Le persone comprendono meglio e apprezzano la sincerità, anche se questa talvolta comporta perdita di sicurezza e incertezza di poter contare su risorse sufficienti.

Faccio un esempio che attesta come sarebbe stato necessario inserire, nella Task di Colao, rappresentanze degli industriali, degli artigiani, dei commercianti, del mondo agricolo, degli operatori turistici, dei sindacati e delle professioni: invece di mettere dentro tanti studiosi professionisti, sarebbe forse stato più efficace e produttivo il contributo diretto delle categorie sopra elencate.

L’esempio: prima di riaprire, un negozio di abbigliamento di dimensioni medio-piccole, che comunque ha a magazzino non meno di 8/ 10.000 pezzi, che cosa deve fare? Deve prevedere una operazione di pulizia e sanificazione di tutti questi “pezzi”, o basta che operi in questo modo solo sui capi che mostra e che vende, suddividendo quindi l’impegno temporale della sanificazione nel tempo della proposta e della vendita? Se il senso della norma dovesse essere il primo, cioè sanificare tutto, prima di riprendere le vendite, si rendono conto i signori esperti che questo commerciante, dopo non avere incassato un euro per due mesi e mezzo, sostenendo comunque le spese di gestione a zero incassi, dovrebbe assumere almeno tre persone per una settimana, con relativi costi?

Quanto gli potrebbe costare la pulizia e la sanificazione preventiva, considerando una media di dodici euro lordi a persona per ora? Il conto è presto fatto. sapendo che per ogni capo potrebbero essere necessari almeno un minuto e mezzo o due, ecco: 12 (euro l’ora) per 8 (ore al giorno) per 5 (giorni in una settimana) per persona più il 30% di oneri fiscali e contributivi. Totale: più o meno 1.900 euro. Li ha a disposizione nei suoi risparmi? Non li ha, perché il settore ultimamente non “tirava”? Chi glieli può dare? Il Governo, aumentando gli stanziamenti e il debito.

Questi sono i conti da fare ovvero, in via preventiva occorre spiegare bene che cosa sarà necessario fare per ripartire.

Allarghiamo pure il discorso a chi offre servizi alle persone come nella ristorazione classica, quella dei bar, delle osterie, delle trattorie e dei ristoranti. Il sociologo tedesco Norbert Elias definisce il ristorante come una delle forme di manifestazione storica della borghesia produttiva moderna, un luogo dove dai primi del XIX secolo usavano incontrarsi politici locali, agrari, industriali all’inizio delle loro attività (erano storicamente dei pionieri), professori, giornalisti, e colà non solo “desinavano” conversando amabilmente, o anche litigando, ma combinavano affari, stipulavano accordi, si stringevano la mano e ciò generava lavoro, reddito, progresso.

Nelle osterie, invece, bevevano e mangiavano piatti semplici piccoli contadini, operai a giornata, fabbri e falegnami, sindacalisti e parroci di campagna, viandanti e carradori. Luoghi di incontro e di vita. Indispensabili.

Vogliamo parlare di tutto ciò? O parliamo solo di app?

Nelle “fauci” delle “soglie psicologiche”

…fasulle, rischiamo di essere.

Il calembour del titolo mi è venuto d’istinto, dopo aver sentito il whishful thinking (profezia che si auto-avvera) del funereo virologo americano (purtroppo di origini italiane), e il sintagma giornalistico delle soglie.

Diagramma di soglia

Il “Fauci” ha minacciato il mondo sulla ripresa del virus a ottobre e la stampa parla di soglie in USA. La prima sarebbe quella del superamento del milione di infettati. La seconda, il superamento dei decessi da Covid-19 (?) del numero dei soldati americani morti nella Guerra del Vietnam, cioè 58.000. Mi chiedo: chi si può impressionare se gli infettati sono 999.999, oppure 1.000.001? Chi si può disperare se i decessi Covid sono 58.001 invece di 57.999? Solo chi cerca titoli ad effetto, ma non credo, oppure, ed è più probabile, chi è stato o è colpito personalmente dal decesso di un proprio caro.

L’idiozia è sempre al lavoro.

Torniamo ai concetti del titolo. Dicesi “soglia”, termine derivante dalla neuro-fisiologia, e utilizzato anche in altre discipline, come la psicologia:

In generale, le soglie ritenute fondamentali in psicofisica sono: soglia assoluta: valore minimo per cui a uno stimolo corrisponda una reazione; soglia terminale: valore massimo per cui, modificando l’intensità di uno stesso stimolo, si ottiene una differenza nella soglia stessa.”

E dunque, di che soglia parlano i giornalisti americani? Hanno fatto o utilizzato uno studio psico-sociologico da cui dedurre le affermazioni che propalano? Non credo. Sono percezioni soggettive da cui seguono giudizi sommari e quindi arbitrari.

Lasciamo dunque perdere le “soglie psicologiche” e parliamo solamente di soglie, se vogliamo, nel senso sopra riportato.

Tornando al “Jaws” (fauci da squalo). Che interesse può avere quell’uomo ad annunziare, con espressione grave e lento loquire, il rischio che ad autunno l’epidemia torni vigorosa? Quello di mettere in guardia la politica e la cittadinanza, in modo da organizzarsi prima? Può essere, ma è utile dirlo in quel modo, oggi, con quella potenza mediatica che gli viene dalle tv e dal web? Io penso di no, e questo fatto mi fa pensare male, molto male.

La domanda è quella eterna, espressa in latino: vi è un “qualcuno” cui prodest? A chi giova? Mi sto riferendo, non al rischio del contagio di ritorno, che va considerato, ma ai modi dell’annuncio. Lo dico da decenni e lo ho scritto decine di volte in altrettanti luoghi scrittori: “la forma è la sostanza“, cioè, se si comunicano messaggi di pericolo coram populo in quel modo, non può essere solo per il ruolo che si ha (che il dr Fauci ha) o per deontologia professionale, ma perché vi può essere qualche recondito interesse ad allarmare.

Non s’ha da confondere la “forma” con il “formalismo” burocratico. La forma struttura la cosa, le dà costrutto, sostanza, essenza, direbbero Aristotele e Tommaso d’Aquino, e anche altri studiosi contemporanei.

Ricordi, se può, il paziente lettore, il mio racconto della procedura michelangiolesca circa il lavoro di costruzione di una statua. Siccome a volte repetita iuvant, la ripropongo: Michelangelo ottiene dalla Signoria fiorentina la commessa per la scultura di un’immagine di David, proprio del re biblico David, giovane vittorioso sul Filisteo Golia. Bene: l’artista va a Carrara, sceglie un blocco di marmo della giusta misura per l’idea (platonica) che ha della statua. Nel faticoso modo del suo tempo, la fa portare nel suo studio-laboratorio di Firenze e dà inizio al suo progetto. Lavora per toglimento di materiale, finché, dopo aver affinato la superficie della statua, ecco che appare la figura del giovane glorioso, perfettamente muscoloso, pieno di forza rattenuta. Ebbene, se Michelangelo non avesse “dato forma” alla materia prima, marmo di Carrara, l’oggetto di cui si tratta sarebbe rimasto materia prima.

Ho reso l’idea di ciò che si intende per forma che è sostanza, cioè forma sostanziale?

Obiezione del mio lettore puro di cuore, come insegna l’omonima Beatitudine matteana: dietrologia? Sospettosità? Paranoia ingiustificata? Intendo, circa le riflessioni di cui sopra.

Non avendo la prova del contrario, accetto l’obiezione, ma resto della mia idea: grande attenzione e giudizio sospeso.

I salvatori non chiamati

Quando uno è in pericolo grida “aiutooo“, quando una nave è in avaria lancia lo “S.O.S” o il “MayDay, MayDay“, e allora chi può accorre. Mentre, caro lettor mio

ora c’è lo scatenamento, non solo dei giudizi scientifici o para, ma anche delle più varie profferte di consulenza, soprattutto da parte di quegli esperti (sè dicenti “professori”) che profetizzano o, meglio dire, addirittura auspicano, e non tanto tra le righe del loro dire, una continuazione della situazione-Covid, quasi sine die.

E allora, giù con un altro comitato-commissione-task force, aventi nomi acronimizzati in inglese. Pare che in tutta Italia, tra ministeri e regioni siano state attivate una quarantina di task force, mille persone circa, un reggimento di fanteria campale operativo. Mi piacerebbe vederne la composizione.

Giù allora con critiche a chi opera perché si dovrebbe fare così e cosà, la cosa è questa qua, e non quella là.

Di solito quelli che appaiono in tv hanno facce contrite, sofferenti, e parlano con gravità talora alternata – nei toni – a una strana arguzia. Vi è come una gara a chi la sa più lunga, e si propone con sue soluzioni definitive.

Costoro appaiono insolitamente (mi sbaglio?) avidi: di video, dichiarazioni, commenti, twittate, e parlano compiaciuti delle proprie conoscenze, capacità, curricula.

E infine ci sono i fruitori: la ggente, dirigenti delle varie strutture, giornalisti di vari generi e specie, che variamente rimbalzano il profluvio di notizie che arrivano girando come trottole quantiche. Mi viene in mente il caso del calcio professionistico: un insigne di questi prof mormora a labbra semichiuse che “io non riterrei (badasi bene: condizionale) plausibili delle modalità di controllo dei calciatori più attente e regolari, ma che è meglio forse pensare… e non conclude il discorso in modo chiaro, salvo poi cambiare idea il giorno dopo.

Subito si scatena in tema la “titolistica dell’eclatante” (chissà perché questo francesismo) del tipo: “la scienza esclude di riprendere il campionato“, “i pareri degli esperti rinviano il campionato di calcio al 2021“, e via andando. In realtà il prof “dicuinonricordoilnome” si è ben guardato dal parlar chiaro, perché ha bofonchiato qualcosa da cui si è potuto evincere che “boh, non saprei“.

Ora, nella sua confusione, il governo ha chiamato a sé altri esperti: economisti, ingegneri, qualche psico-sociologo. Non si sa però che cosa fargli fare. Il suo capo, esperto e prestigioso, ex Ceo di varie aziende grandi, vorrebbe – anche legittimamente e ragionevolmente – sapere fino a dove può arrivare il suo contributo e mediante quali poteri riconosciuti.

Costoro della task force non sono certo “salvatori non chiamati”, ma rischiano di essere assorbiti da quel novero confusivo e disperso.

Perfino i “grandi” (o se putanti tali) politici à là Macron ora fanno discorsi strategico-escatologici di rinnovamento dei modi (implicitamente finora sbagliati) della globalizzazione e di difesa della democrazia.

Politici più piccini (quantomeno per potere reale e forse non solo) à là Zingaretti, non in qualità di segretario di partito, ma di presidente del Lazio, “minaccia” delibere per far vaccinare tutti, smemorato di un articolo chiarissimo della Costituzione repubblicana (il 32) che dice con chiarezza i diritti della persona circa le scelte sanitario-terapeutiche individuali. Leggiamo:

Articolo 32. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.

Forse costoro pensano di legiferare in difformità a questo dettato costituzionale, imponendo per legge le vaccinazioni?

Si predispongono app da usare “volontariamente” (per ora) al fine di monitorare i cittadini nei loro movimenti. Bene, io lascerò a casa il cellulare spento. Quando sento la sinistra quasi scatenata sulla vaccinazione obbligatoria mi viene l’orticaria.

C’è tutto un brulichìo, ebbene sì, come quello dei termitai, proprio un brulichìo esasperato e disordinato di idee, proposte travasate da sito a sito, da cellulare a cellulare con la smania di sapere far sapere l’ultima, ciascuno al proprio network.

Io mi sono dato una regola: ho suddiviso le tipologie di ciò che mi arriva in base al giudizio personale che ho di ciascun mittente e inizio la selezione. Una parte la getto senza darle uno sguardo, sarà il 50%, una parte, cioè un 40% la guardo e la restante parte la ritengo plausibile e utilizzabile.

Suggerirei a tutti di fare più o meno così.

Se lo stupore e la meraviglia sono il papà e la mamma della filosofia, lo “wow” (pronunzia “uauh”) detto a ogni piè sospinto, è idiozia perfetta, ma forse è meglio sentire questi versi primordiali piuttosto che molte, moltissime asserzioni che inopinatamente dilagano, a cura dei “militanti dell’ignoranza”, per la perfetta disinformazione del popolo

Le onomatopee sono forse una delle fonti delle lallazioni primordiali che prelusero alle prime forme di linguaggio. I suoni di meraviglia (wow, appunto, oppure oooh), di stupore impaurito (eph), di dispiacere (sigh, sob), di sorpresa (gulp), etc. tutte tratte sia dal mondo Disney, sia… dalle dottrine di Noam Chomsky.

Noam Chomsky

Pare che anche mamma e papà derivino da due suoni essenziali, arcaici: mmm, cioè il suono della suzione del latte dalla mammelle materne, e pth, forse, rappresenta lo sputicchiare del bimbo. Di lì mamma e papà che, più o meno con gli stessi suoni, sono presenti in tutte le lingue? Chi lo sa?

Avram Noam Chomsky (nato nel 1928) è un linguista, filosofo, scienziato cognitivista, esperto di comunicazione, attivista e saggista. Americano, ma di chiara origine est-europea.

Aspro critico della politica estera statunitense, si e sempre proposto come illuminista scettico e agnostico, anche se non stupidamente anticlericale.

Lo cito qui per il suo lavoro sulla grammatica generativa, di cui alcuni elementi essenziali sono presenti fin dall’opera Syntactic Structures del 1957: il trattato si caratterizza per la ricerca delle strutture innate del linguaggio naturale (cf. supra). E’ evidente come il suo pensiero tanga anche filosofia, psicologia, neurologia e perfino la matematica.

Accanto alle onomatopee sopra citate torno – quasi per assonanza – su un tema a me caro, quello dell’ignoranza al potere. Sembra che certi politicanti ambiscano ad essere ricordati per la loro militanza inconsapevole nel partito degli ignoranti. Non occorre che qui ri-citi i soliti noti, ché il mio lettore conosce perché da me “cantati” ad libitum qui, in questo sito.

Ne parlavo in questi giorni con il filosofo siracusano Davide Miccione, mio collega in Phronesis, condividendo la tesi sopra stante.

Mi va di parlare di queste cose in questi giorni, quando le parole e le espressioni complete sono ricolme di falsità e di asserzioni infondate o fuorvianti, che sono propalate da due categorie di ignoranti: quelli “tecnici” e quelli “consapevoli” e quindi colpevoli.

Oltre a ciò, direi che si potrebbe classificare gli attori operanti nella società in alcune categorie perfettamente tassonomiche. E dunque abbiamo:

a) chi ha potere politico ed è, spesso, o tecnicamente o colpevolmente ignorante, ma, nel caso dei politici lo è – sempre – colpevolmente, insieme con suoi supporter ed elettori (diciamola chiara!);

b) chi ha potere economico, riferendomi in particolare a chi può trarre profitto illecito dalla situazione, come certi finanzieri, e certi titolari di centri di ricerca e di case farmaceutiche;

c) chi ha potere “culturale”, comunicativo e mediatico: sto pensando al linguaggio sciatto e fuorviante di molti giornalisti e al litigio quotidiano fra gli esperti, virologi, immunologi, pneumologi, infettivologi di tutti i generi e di tutte le specie, alcuni di loro diventati oramai divi dei media (pronunciasi mèdia, è latino non inglese). Ho in mente nomi – dei primi (i giornalisti) e dei secondi (i medici-biologi) – che non faccio, perché ciascun mio lettore li possa individuare liberamente. Ovviamente tra questi secondi non annovero chi opera in corsia, cui va la mia ammirazione, come a qualsiasi altro lavoratore che per fare il suo lavoro rischia la propria vita.

Per completare i dati indicherei una seconda classificazione:

  1. la categoria dei complottisti, tipo quelli che sono convinti della responsabilità diretta di George W. Bush nell’abbattimento delle Twin Towers nel 2001; che l’uomo non è mai giunto sulla Luna; con la sottocategoria estremistica di coloro che ritengono la Terra essere piatta: costoro di solito fanno parte (cf. supra) del gruppo ignorante tecnico;
  2. la categoria dei dubitanti-ragionanti, cioè di coloro che, per la salvezza della loro stessa mente, dubitano – cartesianamente – circa ciò che sentono dire, anche sui vaccini e sul G5.

Il Governo, dopo avere scelto un gruppo di “scienziati” nel senso comune del termine, visto che il termine “scienza” per i più (ma non per me) significa solamente saperi legati alla biologia, alla fisica e alle discipline correlate, ha designato un altro gruppo di esperti affiancare al primo nell’individuazione delle scelte da suggerire al Governo stesso. Bene: di questo gruppo fanno parte economisti (il numero più cospicuo), e qualche sociologo/ psicologo.

Nessuno ha pensato alla filosofia, come sapere generale, e pure quello deputato a riflettere sulla scala dei valori e sul bene/ male, la diade che interpella più profondamente le scelte morali e le linee etiche di una politica.

Non mi resta che essere desolato continuando a combattere con i miei amici e colleghi che questo pensano, e non si rassegnano.

Gentile Presidente Angela Merkel… (firmato: un cittadino italiano – aspirante europeo)

Il mio caro amico Romeo Pignat, stamane mi ha inviato quanto segue, autorizzandomi a pubblicare la sua lettera.

Nel Land (Assia) di un paese ricco, come la Germania, si suicida il ministro delle finanze, sopraffatto da una tempesta imprevedibile, non governabile, non pianificata. Intanto, da Paesi poveri, provvisori, ex comunisti, come l’Albania e Cuba, giungono aiuti all’Italia: la povertà sembra ancora capace di preservare la ricchezza forte della solidarietà e, parafrasando il presidente albanese Ilir Meta, quella riconoscente della memoria.  Un insegnamento per il nostro Occidente, con la sua forza apparente pervasa di profonda fragilità.

Ludwig van Beethoven

APPELLO ALLA GERMANIA, PER UNA SCELTA GIUSTA, GENEROSA E, FINALMENTE, RICONOSCENTE

Gentile Presidente Angela Merkel,

mi rivolgo alla sua coscienza e alla sua umanità, spinto da un sentimento d’impotenza e, insieme, da un autentico bisogno di cittadinanza europea. A Lei mi rivolgo, come passeggero di una nave continentale condotta ciecamente verso un iceberg prima del definitivo disgelo, mentre molti leader occidentali da diporto continuano a vagare intorno alla tragedia dentro gli sparsi yacht del potere: tanto più incomprensibile, quanto più commisurato alla miopia delle loro parole, a quegli stolti ciuffetti biondo-rossicci che offuscano la loro vista.   

Mi rivolgo a Lei, perché so che, più delle altre, le scelte sue e quelle del suo Paese potranno essere decisive, per il destino e per il senso futuro dell’Europa e del Mondo: se il destino può,  parzialmente, capitare; il senso va cercato, trovato, costruito insieme.

La Germania, nell’ultimo secolo, ha segnato il corso della storia europea. E ha anche perso, miseramente, due guerre, se in questi casi perdere o vincere può ancora significare qualcosa. Il suo Paese, Patria di Goethe, di Kant, di Beethoven, la Germania che ha saputo comprendere, accogliere, valorizzare la bellezza di Tiepolo nella Residenz di Würzburg, è lo stesso Paese che per due volte è sprofondato nell’abiezione, perché la sua cultura illuminata è stata sopraffatta da una hýbris, una tracotanza, un orgoglio smisurato che, con la “apoteosi” del nazismo, ha finito per soffocare il respiro della vita nell’efficiente allucinazione di un deserto di morte e di orrore. Eppure i due dopoguerra, per le loro differenze, potrebbero ancora insegnare qualcosa, per decidere con umanità e saggezza la strada giusta del terzo dopoguerra, quello dopo la lotta contro il Covid-19, che speriamo e contiamo al più presto di vincere.

Dopo la prima guerra mondiale, la Germania, colpevole d’imperialismo ma soprattutto di essere la prima Nazione tra i vinti, subì lo sproporzionato oltraggio del Trattato di Versailles che, come ha scritto Daniel Pennac, “ha fabbricato tedeschi umiliati che hanno fabbricato ebrei erranti che hanno fabbricato palestinesi erranti che hanno fabbricato vedove erranti incinte dei vendicatori di domani.” L’hýbris è stata covata lì, dentro la cella dell’umiliazione, dove anche il ricordo di Kant, di Goethe, di Beethoven sono stati sciolti da un sole malsano e artificiale. 

Dopo la seconda guerra mondiale, la Germania, colpevole del più esecrabile crimine mai commesso contro l’Umanità, è stata invece ammessa al tavolo di quell’Europa che, da italiano, penso con orgoglio essere nata dalla visione di alcuni ragazzi del nostro scapestrato Belpaese, capaci di reagire con serena nobiltà dentro l’esilio di Ventotene. La forza di quel pensiero giovane e generoso ha reso possibile l’impensabile, quasi il contrario di quanto era accaduto a Versailles: accanto agli italiani Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli, ai francesi Jean Monnet e Robert Schuman, al belga Paul-Henri Spaak, al lussemburghese Joseph Bech, tra i padri fondatori dell’Europa fu saggiamente “ammesso”  anche il tedesco Konrad Adenauer, che portò il suo contributo encomiabile e straordinario.

Non solo, dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989, alla Germania fu rapidamente concessa la dignità di riunificarsi. Allora condivisi con soddisfazione e speranza questa decisione, convinto che fosse un passo illuminato verso un futuro migliore. Dovremmo pentircene? Dovremmo pentirci di aver scelto, allora, la strada del “perdono” e della “comprensione”, piuttosto che quella della “umiliazione”, ripercorsa poi cinicamente a danno della nostra madre Grecia, come se la colpa di una ladresca gestione contabile fosse superiore a quella dell’Olocausto? La memoria corta, spesso, è una memoria stupida, che ci conduce a feroci ingiustizie e a inutili sofferenze.

Già nei prossimi giorni, spero che l’eterno feto dell’Europa cominci a vagire e a svezzarsi in modo sano, per affrontare con giustizia e coraggio il terzo dopoguerra: confido, allora, che si allarghi il respiro della memoria e il groppo delle umiliazioni subite inceppi quegli artificiosi determinismi finanziari della nostra “Comunità”, spesso sostenuti proprio dall’oblio e dall’egoistica indifferenza della Germania.

Per mia pigrizia e ignoranza ho sempre frainteso e odiato l’incipit dell’Inno tedesco, quel  famoso “Deutschland, Deutschland über alles, über alles in der Welt”. Poi, leggendo più attentamente il testo, ho capito cosa in realtà volesse significare: “Germania, Germania, al di sopra di tutto, al di sopra di tutto nel mondo, purché per protezione e difesa si riunisca fraternamente.” Ho capito che quelle parole, scritte nel 1846, aspiravano a una fraterna unità nazionale tedesca, superiore ai particolarismi di tanti piccoli stati che, allora, non ancora costituivano la Germania. Dopo la fiducia concessa come fratelli al popolo tedesco nel secondo dopoguerra, sarebbe bello sentire cantare anche qualcosa di nuovo e di nostro: “Europe, Europe über alles, über alles in der Welt”.

Mi rivolgo a Lei, gentile presidente Angela Merkel, perché sono convinto che oggi, come altre volte nel recente passato, il suo Paese possa avere un ruolo decisivo per il futuro dell’Europa e del Mondo: non solo e non tanto per combattere il male invisibile che ci affligge in questo momento, quanto per perseguire un bene visibile e necessario per tutta l’Umanità, che solo può cominciare dall’Europa, il Continente privilegiato. 

La risposta ai nostri bisogni, ora più che mai, non può essere ispirata soltanto dalle proiezioni dei grafici finanziari e degli istogrammi epidemiologici. È anche nella preghiera sommessa e solitaria di papa Francesco in piazza San Pietro. Nell’umiltà dei paria indiani senza casa che rispettano la quarantena appollaiati sugli alberi. Nella dolorosa dignità dei vecchi che muoiono soli e senza respiro nella “peste” di Bergamo, non periferia d’Europa ma centro vitale di economia, cultura, civiltà. Dove operano fabbriche innovative ed efficienti come quelle tedesche e dove la “provvisoria” misura italiana, il nostro senso del limite, ha saputo preservare dall’arroganza annientatrice di troppe guerre, la bellezza autentica di una meravigliosa città d’arte.

In un pianeta sempre più interconnesso e contagioso, c’è un solo modo per tentare di scrivere il prossimo futuro: volere quel futuro che fa bene all’Uomo, non sceglierne uno dei tanti che fanno bene soltanto a qualche categoria d’uomo. Altrimenti, le curve diversamente previste delle epidemie e delle finanze, saranno distorte e divelte da mostruosi focolai di umanità calpestate, di miserie, di ansie, di tensioni sociali più imprevedibili e devastanti del Covid-19.

La Germania, in questo momento di difficili scelte, può avere un ruolo positivamente decisivo.

La Germania ha (voluto e, ndr) perso la Prima Guerra mondiale e, slealmente, è stata messa nelle condizioni di perdere anche il primo dopoguerra.

La Germania ha provocato e perso la Seconda Guerra mondiale e, fraternamente, è stata rimessa in gioco dai Paesi europei amici nel secondo dopoguerra.

La Germania, oggi, può finalmente vincere la sua e la nostra guerra e, soprattutto, portare un contributo lungimirante per affrontare la sfida più difficile: il terzo dopoguerra mondiale,

confidando in Kant, Goethe, Beethoven.

Romeo Pignat,

cittadino d’Italia e aspirante cittadino d’Europa

L’uso imbecille della metafora

So da quando ho iniziato a scrivere che la metafora è il respiro dello spirito, o se non dello spirito, almeno della qualità letteraria.

metafora paradossale


Sappiamo che l’ars rethorica, dai tempi di Aristotele nel mondo greco e di Quintiliano in quello latino, la definisce come traslato, cioè un modo-di-dire che rinforza il concetto attraverso l’immaginazione. Bene.

E’ presente in tutte le letterature occidentali derivanti dal greco e dal latino. Se ne fa uso, sia nei testi raffinati dei romanzi, sia nel linguaggio quotidiano, a proposito del quale si pensi all’espressione “non rompermi i c.”, dove la “c” è l’iniziale di un termine notissimo a tutti. Metafora.

La metafora (dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto») in scienze linguistiche è un tropo, o, come abbiamo detto sopra una figura retorica di significato, implicante un trasferimento del significato stesso. Solitamente la metafora dovrebbe essere utilizzata per dare maggior forza ed espressività al discorso, verbale o scritto che sia. Non si deve confondere con la similitudine, che solitamente è introdotta dall’avverbio “come”, lasciando così al lettore e all’ascoltatore la possibilità totale di interpretazione.

Non importa che il termine metaforico appartenga all’area semantica del termine letterale richiamato, anzi, più lontani sono i due campi semantici e più efficace risulta la metafora.

Aristotele è stato forse il primo autore a trattare sistematicamente della metafora, nella sua Poetica, dove scrive che la metafora è un “trasferimento a una cosa di un nome proprio di un’altra o dal genere alla specie o dalla specie al genere o dalla specie alla specie o per analogia“. Alcuni esempi aristotelici, citando Omero: quando la metafora passa dal genere alla specie, “ecco che la mia nave si è fermata“, giacché “ormeggiarsi” è un certo “fermarsi“; dalla specie al genere, “e invero Odisseo ha compiuto mille e mille gloriose imprese“, giacché “mille” è “molto“; da specie a specie, “con il bronzo attingendo la vita” e “con l’acuminato bronzo tagliando“, giacché là Omero chiama “attingere” il “recidere“, mentre nel secondo caso chiama “recidere” l'”attingere”, perché ambedue i verbi rientrano nel toglier via qualcosa”… (Odissea 1457b).

Figure di significato diverso, anche se apparentate alla metafora sono la metonimia e la sineddoche. Queste figure mettono in collegamento due cose simili, come nel caso seguente “bevo una lattina di birra“, oppure “Amo Dante“, dove è chiaro che si beve il contenuto della lattina e che si apprezza la poesia dantesca.

Un’altra figura apparentata alla metafora si può considerare l’allegoria, la quale si dispiega nel paragone fra la cosa che si intende trattare con il racconto metaforico che se ne fa: un esempio può essere quello delle parabole evangeliche o dei miti classici.

Vi sono stati periodi nei quali la metafora è stata molto in auge, come durante la letteratura barocca, secentesca, oppure nel periodo di fine ottocento, quando l’immaginazione, fosse quella del padre gesuita Daniello Bartoli, che descriveva viaggi mai compiuti, o quella di Gabriele D’Annunzio.

Personalmente ritengo che, se si vuol comprendere meglio il valore di questa essenziale figura retorica, evitando di utilizzarla in modo sbagliato, e talvolta barbaro, perché frutto di probabile pigrizia o, peggio, di impreparazione, si studi il filosofo francese nostro contemporaneo Paul Ricoeur.

Mentre, per contro, soprattutto in questa fase strana che stiamo vivendo, la metafora è diventata un fatto di bulimia espressiva, specialmente sulla stampa e nei media in genere. I giornalisti la usano a palate, infastidendo moltissimo uno come me che solitamente è attento alle parole e alle espressioni che si usano.

Alcuni esempi: “Siamo in guerra“, “Le città sono spettrali“, “Il mostro” (riferito al Covid-19), “Lottare a mani nude“, “E’un’apocalisse” (con l’ennesimo uso improprio di un termine che non significa catastrofe o disastro o cataclisma, ma rivelazione, come ho scritto e detto settanta volte sette, ed ecco un esempio di metafora evangelica, tratta da un loghion con il quale Gesù risponde a una domanda di Simon Pietro circa il numero di volte che il credente è tenuto a perdonare a chi l’offende, espressione che sta in luogo di “sempre”, ovunque, ma niente, i giornalisti e soprattutto i titolisti continuano imperterriti) e molte altre. L’uso di queste espressioni serve solo a creare più ansia, più agitazione, e sono perfettamente inutili, perché non hanno alcun valore comunicativo, in quanto fuorvianti e distorcenti la realtà.

Suvvia, cari narratori improvvisati ed improbabili, emendatevi!

Le due libertà: a) di fare, b) di dire

I Greci avevano a disposizione e utilizzavano con precisione due lemmi per dire la libertà, eleutherìa, che significa libertà-di-fare, e parresìa, cioè libertà di dire.

In questo pezzo, lasciando stare la eleutheria, di cui qui ho trattato più volte, voglio soffermarmi sulla parresìa, cioè sulla capacità/ volontà di dire le cose il più possibile nel modo più vero e attendibile.

La parresìa (dal grecoπαρρησία, composto di pan (tutto) e rhema, ciò che viene detto) nel significato letterale significa non solo la “libertà di dire tutto”, ma anche la franchezza nell’esprimersi. I filosofi cinici, in particolare, utilizzavano questa libertà, quasi a “imitazione dei cani” (da cui “cinici”, appunto”, i quali a volte abbaiano o latrano senza requie.

Riporto un aneddoto famoso concernente Diogene di Sinope:

«[Alessandro] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. “Io sono Alessandro, il gran re”, disse. E a sua volta Diogene: “Ed io sono Diogene, il cane“. Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: “Mi dico cane perché faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi.”»

La parresìa quindi significa non solo isegoria, vale a dire la possibilità di parlare a tutti in pubblico (da isos = uguale e ὰγορεύω parlare in pubblico), ma anche l’espressione della libertà di parola riconosciuta a tutti i cittadini nelle assemblee che si tenevano nelle pòleis, governate secondo i princìpi dell’antica democrazia greca.

Ciò detto, per la storia del termine e la sua comprensione, rimprovero da anni, nel mio piccolo, soprattutto la categoria dei giornalisti (lasciamo stare i politici, qui, che sono spesso “insigni” campioni della dissimulazione e della menzogna). Non raramente i professionisti della carta stampata, delle tv e del web, non curano il proprio linguaggio, al fine di renderlo al meglio chiaro e rispondente ai fatti raccontati.

Un esempio: qualche giorno fa ascolto il cronista di una importante emittente (mi pare fra le più affidabili), Canale 48, che racconta le percentuali delle persone che-si-muovono da casa in Lombardia. Letteralmente dice: “pare che almeno il 40% della popolazione esca di casa, nonostante tutte le raccomandazioni (…)”. Dove sta la falsificazione o quantomeno l’elemento semantico fuorviante della comunicazione? A mio parere, sta nella sottolineatura negativa di una percentuale assolutamente plausibile, tenendo conto della struttura demografica e produttiva della Lombardia, che è la più ampia d’Italia. In Lombardia vi sono più di quattro milioni di lavoratori dipendenti, su otto milioni di abitanti. Che si registri il movimento del 40% di otto milioni non è scandaloso, è semplicemente ovvio. Poniamo che il 25% stia ormai lavorando nella modalità smart (percentuale probabilmente eccessiva), siamo comunque a tre milioni di cittadini che si muovono per lavoro, cui si devono aggiungere le persone che stanno facendo la spesa o che vanno in farmacia (o in edicola, e in pochi altri luoghi). Il 40% è dunque plausibile, caro cronista e caro lettore! Se tu metti giù la notizia sottolineandone la scandalosità e il dato di imprudenza, fai un pessimo servizio alla verità delle cose, crei confusione e stress! Non te ne accorgi? O segui una linea guida impartitati dai superiori? Se sì, è un’idiozia e meritate un’invettiva tu e i tuoi superiori.

Un altro aspetto generale di questa comunicazione è relativo alla scelta delle parole e ai toni usati dai giornalisti, specialmente in questa fase. Osservandoli da decenni, leggendoli e ascoltandoli, mi son fatto l’idea che, sia i termini e le espressioni, sia i toni utilizzati, sono largamente inadeguati e mediocri. Infatti, noto uno scarso ricorso ai sinonimi, che pure in italiano sono abbondantissimi, e l’utilizzo di modi espressivi spesso esagerati e inutilmente, anzi pericolosamente, drammatizzanti, inutilmente patetici, non costruttivi. Sappiamo anche che quando queste modalità debordano, chi ascolta, piano piano smette di concentrarsi sul senso e sul significato di ciò che sente dire, perché in qualche modo la mente “si difende” da un eccesso di negatività. Inoltre, a differenza di qualche decennio fa, i giornalisti sono quasi tutti laureati e quindi dovrebbero possedere una certa cultura generale, una migliore capacità di selezione della gerarchia delle notizie, e una metodica sistematica nella ricerca e nella verifica delle fonti da cui traggono le informazioni. In realtà, la qualità dell’informazione non si suddivide tra quella che proviene da informatori laureati e quella fornita da non-laureati, ma dipende, come molte (forse tutte) attività umane dalla qualità delle singole persone. Ne ho la prova con la mia esperienza e le mie conoscenze personali.

Forse mi illudo, ma non smetto di pretendere che questi professionisti si impegnino di più a lavorare meglio, nell’interesse generale.

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