Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Quando sento definire Venezia “Patrimonio mondiale dell’umanità” dall’UNESCO, acronimo di “United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization”, mi viene l’orticaria

Il gentiluomo Enrico Dandolo passeggia per le calli della cittade sulle acque,  apparentemente senza meta, conversando con il suo segretario scrivano, e anche un po’ guardia del corpo. L’uomo è infatti ancora giovane, sulla trentina, bruno e robusto, delle terre furlane, che tanto piacciono ai Veneziani.  L’argomento principale è un’altra Crociata contro gli “infedeli”, per ribadire che il diritto dei Cristiani di potere accedere al Santo Sepolcro e alla Città Santa senza pericoli, ma anche… aggiunge nel mezzo del seriosissimo discorso, per ampliare il numero di fondachi per il commercio che la Serenissima già intrattiene con il Vicino Oriente, anche con i Maomettani.

Il segretario, messer Zuan da Porpetto annuisce, facendo osservare al suo signore che la sera sta scendendo per le calli e che l’umidità ottobrina potrebbe non fare bene a Sua eccellenza Serenissima. Enrico Dandolo, ha appena compiuto ottant’anni e il Gran Consiglio lo ha eletto alla carica dogale da poche settimane. Dandolo annuisce all’invito del suo fedele servitore e così si incamminano di buon passo verso palazzo. La sera offre una miriade di ombre che variano continuamente tra i canali e le pareti dei casamenti. Venezia sta diventando sempre più bella, considera fra sé e sé il vecchio gagliardo. E pensa a come dovrà muoversi se si farà la Crociata, gli sembra sia la quarta, dopo quella indetta da papa Urbano II e la altre due, spedizioni di alterna fortuna.

Prima di ritirarsi il doge chiede a Zuane (così lo chiama il gran signore venezian) di fare un giro più largo, per dare un ultimo sguardo alla Basilica, per una prece silenziosa al protettore, al gran Santo che conobbe Gesù. Dandolo era un buon cristiano, ma sapeva separare la religione dalla politica, e non mancava di criticare, a volte, con gli amici più fedeli del Consiglio dei Dieci certe iniziative del romano pontefice. San Marco appare nei chiaroscuri di mille torce che brillano come fuochi celesti dalla base alle cupole; gli pare che la cupola dell’Ascensione sia più illuminata di quella della Pentecoste, e dice a messer Zuane: “Dobbiamo provvedere”.

 

L’UNESCO è un’agenzia delle Nazioni Unite creata con il fine di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione, per promuovere “il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti  umani e le libertà fondamentali” quali sono definite e affermate dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Fondata dai vincitori del Secondo conflitto mondiale nel 1945, è entrata in vigore il 4 novembre 1946 e ratificata da venti stati. Tra le sue attività si nota soprattutto l’attenzione per l’ambiente, l’arte e la storia delle nazioni, per cui, se pone attenzione su qualche “oggetto” da tutelare particolarmente, costituisce senza dubbio un viatico potente per la sua promozione, anche turistica ed economica. I paesi fanno a gara per farsi riconoscere “Patrimonio universale dell’Umanità” dall’Unesco. L’Italia è la nazione che ha più siti con questa denominazione, per ragioni obiettive anche per un francese invidioso o per un inglese supponente.

 

Venezia, nel 1571 sostenne a Lepanto metà dello sforzo militare della flotta cristiana contro gli Ottomani, e vinse. Venezia, anche se formalmente il comandante era don Juan de Austria, un Asburgo, figlio dell’imperatore Carlo V e fratellastro di Filippo II. L’ammiraglio inimico Muezzinzade Alì Pascià morì nello scontro. Il comandante veneziano era il capitano Agostino Barbarigo, omonimo di un doge, con l’ausilio del valoroso capitan Sebastiano Venier, settantacinquenne. I genovesi erano al comando di un Doria, Gianandrea. Queste le principali forze in campo e la vittoria arrise ai cristiani, come ognun sa.

In totale, la Lega cristiana schierò in battaglia una flotta di 6 galeazze e circa 204 galere. A bordo erano imbarcati non meno di 36.000 combattenti, tra soldati (fanteria al soldo del re di Spagna, tra cui 400 archibugieri del Tercio de Cerdeña, pontificia e veneziana), venturieri e marinai, verosimilmente tutti armati di archibugio. A questi si aggiungevano circa 30.000 galeotti sferrati, ovvero tutti i rematori, schiavi esclusi, cui venivano distribuite spade e corazze per prendere parte alla mischia sui ponti delle galere. Quanto all’artiglieria, la flotta cristiana schierava, approssimativamente, 350 pezzi di calibro medio-grande (da 14 a 120 libbre) e 2.750 di piccolo calibro (da 12 libbre in giù).

Gli Ottomani avevano una forza più o meno equivalente e persero.

Dai tempi del doge Dandolo alla Battaglia di Lepanto, Venezia aveva acquisito territori italiani nel suo entroterra da Verona a Trieste, ma si era soprattutto sviluppata lungo la costa orientale dell’Adriatico dall’Istria alle isole greche. Città come Parenzo, Rovigno, Pola, Sebenico, Zara, la dioclezianea Spalato, Traù e Ragusa erano veneziane. Lo erano anche le grandi isole del Quarnero, Veglia, Cherso, Lussino, e più giù Arbe, Pago, e le Coronate, Brazza, Lesina, Curzola e Meleda, e più giù Corfù, Zante, Cefalonia e Itaca. Il Pireo era di casa, il Peloponneso (Morea) e Candia (Creta), Eubea e Cipro, e perfino Costantinopoli, nel corso della Quarta crociata nel 1204 fu brutalmente veneziana.

Così Goffredo di Villehardouin descrisse Dandolo che guidava l’assalto veneziano a Costantinopoli:

«Stava ritto tutto armato a prua della sua galera, con davanti lo stendardo di san Marco, ordinando a gran voce ai marinai di portarlo prestamente a terra, o li avrebbe puniti a dovere; sicché quelli approdarono subito, e sbarcarono con lo stendardo. Tutti i veneziani seguirono il suo esempio: quelli che stavano nei trasporti dei cavalli uscirono all’aperto, e quelli delle navi grandi salirono sulle barche e presero terra come meglio poterono.»

Durante i primi burrascosi mesi dalla conquista della città, il doge Dandolo, pur ormai vecchissimo e debilitato dal lungo viaggio via mare, riuscì ad ottenere ampi vantaggi per Venezia, stando sempre attento a non farla coinvolgere troppo nella situazione politica interna dell’ormai decadente impero bizantino.

Combatté in Oriente per una quindicina d’anni e morì dopo la battaglia di Adrianopoli all’età di novantotto anni. Era il 1205. Fu sepolto in Santa Sofia.

 

Venezia, novembre 2019. L’acqua granda è tornata. E con lei i politici, che sfilano, senza cravatta, con gli stivali (più o meno usa e getta, tanto non li usano mai nella loro vita): Conte-capodelgoverno, la ministra delle infrastrutture, che parla come una maestrina elementare alle prime armi, il governator-doge Luca Zaia, successore del delinquente Galan. Il sindaco Brugnaro, che fa fatica a parlare. Arriva, tutta commossa, la presidenta del Senato della Repubblica italiana. E poi alcuni veneziani, come Brunetta e… non ricordo.

Mi viene in mente di compararli al doge Enrico Dandolo, e sorrido amaro.

Venezia è con Parigi, Londra, New Jork, Firenze, Istanbul, Berlino, Mosca, e Roma Caput mundi,  la più famosa città del mondo, con merito, e con o senza Unesco. E aggiungerei San Pietroburgo, Pechino, Vienna e Praga.

Ma mi faccia il piacere (L’Unesco)!

La legittima ira di Balotelli, la scorta alla senatrice Segre, e l’odierna “cultura civile” in Italia

L’ira di Balotelli dopo gli avvenimenti di Verona di questa domenica d’autunno, urla e buuh razzisti è, non solo legittima, ma pedagogica, andragogica e perfino civilizzatrice. Qualcuno ha scritto o detto che si trattava di sfottò, di semplici sfottò goliardici, mi pare siano stati il presidente del Verona Calcio e il sindaco della magnifica città veneta. No.

Da tempo sta peggiorando la situazione relazionale ovunque e in ogni senso. In ogni ambiente e considerando il linguaggio, le espressioni, il lessico minuto, le modalità specifiche dei gerghi tecnici: nulla sfugge a questo declino, di cui alcuni più avvertiti sono consapevoli, ma molti pare di no.

Negli ultimi giorni all’onore delle cronache è balzata la storia della scorta assegnata alla senatrice Liliana Segre, oggetto di insulti e minacce sul web e nella piazza, quasi subito dopo la sua nomina alla presidenza di una commissione senatoriale contro il razzismo e l’odio, come lei stessa specifica, non quindi solo contro l’antisemitismo di una cultura nazifascista rediviva.

La prima domanda è: perché? Da dove viene questo decadimento civile e morale? Quali le ragioni e le cause? Che fare? Provo a rispondere.

 

Perché?

Le cose che accadono, lo sappiamo per esperienza, accadono in ragione di uno o più vettori causali. In particolare, ciò che qui sto cercando di esplorare ha a che fare con la situazione socio-politica, economica e conseguentemente culturale dei tempi che stiamo vivendo: tempi difficili per i grandi cambiamenti in atto, che sono di carattere planetario. Gli esseri umani si stanno sempre più muovendo in cerca di una vita migliore, ed ecco la ragione – storica e anche “metastorica” – delle migrazioni, fenomeno conosciuto da millenni e narrato dagli studiosi. Le migrazioni sono irrefrenabili con mezzi artificiali, militari etc., e devono essere, prima conosciute nelle cause generanti e poi il più possibile “gestite”, con politiche di riequilibrio dei beni e delle risorse naturali. Questi fenomeni, se non studiati e compresi, sono il primo fomite dei reazioni, violente, irrazionali e distruttive. Anche il razzismo, il sovranismo, i nazionalismi estremi sono figli di questa “ignoranza tecnica”, di questa pigrizia mentale, che subito dopo, complice l’offuscamente del pensiero critico, diventa ignoranza morale e quindi, in un processo terribilmente “necessario”, colpa morale. Come spiego meglio più sotto.

Salvini ha successo perché titilla la mente di chi non vuole o non può ragionare, e vince avendo – dunque – l’ignoranza tecnica e successivamente morale, come migliori alleate. Vince, ovviamente, anche per l’insipienza e talora la superbia intellettuale di molti che si collocano “a sinistra” pensando di avere sempre ragione sostenendo posizioni, come si dice, politicamente corrette, apparentemente solidaristiche e generose, anche se non è sempre così: basti vedere le politiche indirizzate da potenti come Soros et similia, con i corollari di fenomeni come “greta” (in minuscolo perché “fenomeno”, cioè manifestazione di un qualcosa, non nome proprio di persona).

Il tema ambientale esiste, ma non va gestito né con le sottovalutazioni dei “trump”, né con lo scolasticismo dei fautori della cosiddetta “decrescita felice”.

 

Da dove viene questo decadimento civile e morale?

Innanzitutto dalla profonda crisi che si registra nel pensiero critico. L’accelerazione della comunicazione, le falsità diffuse attraverso i vecchi e i nuovi media, l’impreparazione culturale dei più dovuta a questi fattori e alla crisi della scuola e della famiglia, hanno messo in mora il pensiero critico quasi accantonandolo nei luoghi della ricerca, come se appartenesse solamente agli studiosi di qualsiasi genere e specie. Il pensiero critico, invece, appartiene, o meglio, deve appartenere a ciascun essere umano provvisto di ragione, al fine di valutare con il flusso razionale del pensiero logico ogni cosa, ogni scelta possibile, ogni fatto che accade. Il tempo contemporaneo suggerisce e sostiene l’accelerazione continua del pensiero, a scapito della sua strutturazione formale e della sua lucidità. Un esempio: oggi, la scelta concettuale – in moltissimi casi – è tendenzialmente polare e non dialogica o dialettica fra due o più posizioni; il sillogismo di primo tipo, quello che prevede due premesse logiche e una conclusione necessaria e inconfutabile non è conosciuto dai più neanche nella formulazione ristretta dell’entimema; es.: l’uomo è razionale e dunque è… libero.

Si preferisce, un po’ per pigrizia e molto per ignoranza tecnica (che diventa poi – insisto – morale) la semplificazione del giudizio su cose, fatti e detti fra “figata” e “cazzata”, cioè cosa, fatto e detto positivo, buono, da scegliere, e cosa, fatto detto negativo, cattivo, da evitare. Un po’ poco, vero, caro lettore?

 

Quali le ragioni e le cause?

Direi che la prima ragione e causa è il modello di vita per ora “vincente”, costituito, sia dall’accelerazione e semplificazione di cui sopra, ma soprattutto dalla perdita di alcuni principi base di un’etica del fine, teleologica, che prevede un equilibrio fra i beni esistenziali, spirituali e materiali tra i quali scegliere usando il discernimento intellettuale. Lo stile di vita è spesso dettato dai cosiddetti “vincenti” che appaiono sul web sotto forme malate di social-divismo da imitare, secondo modelli come i/le cosiddetti/e fashion blogger e influencer, capaci di affascinare chi non possiede spirito e pensiero (ancora una volta) critico, come le giovani generazioni e anche le precedenti, in qualche misura. La difficoltà di discernimento da parte di chi non la ha in dote, e non coltiva la fatica della riflessione autonoma, basata su dati certi e su fonti attendibili, fa il resto del danno.

 

Che fare?

Non ci sono alternative alla cultura. La dico in modo semplice, anzi semplificato al massimo: la cultura è la “coltivazione” di un qualcosa, è metafora contadina da millenni, è lingua, idioma, dialetto, comunicazione, qualità relazionale, informazione, formazione e, in definitiva, conoscenza, conoscenza, conoscenza. Lo ripeto tre volte quasi per invocare la non-resa davanti al disastro che si constata essere avvenuto. Faccio un esempio: continuare a parlare di migrazioni economiche e di migrazioni da guerre et similia è culturalmente fuorviante, perché sono migrazioni e basta. Mi spiego: i maschi adulti, anche se molto giovani dell’Africa sub-sahariana, se non riescono a mettere su famiglia nei tempi normali, si spostano, vengono a Nord, dove trovano quello che trovano e allora cercano di salire ancora più a Nord, e se trovano il mare, cercano di superarlo tentando di trovare una vita dove è possibile. Per la loro cultura la vita è farsi una famiglia. Si noti quante donne incinte attraversano il Mediterraneo! Le grandi migrazioni, quelle epocali, che siano meno registrate dalla grande Storia, sono avvenute e avvengono sempre per ragioni legate all’istinto di sopravvivenza. Questa è la ragione, caro Salvini e cari tutti quelli che si fanno condizionare dalla tua voce di macho quarantacinquenne credibile nella media dei votanti, che sono tanti. Sono la sociologia e l’antropologia culturale che ci spiegano questi movimenti, non l’ideologia politica, caro lettore.

Su questo anche lo Stato e i governi hanno le loro responsabilità. Di solito tendo a non incolpare lo “stato” di colpe sociologiche, collettive, ma stavolta non posso non osservare come anche la scelta dei ministri preposti alla cultura e alla pubblica istruzione sia stata di livello molto basso, e di più negli ultimi anni e governi. Solo un paio di nomi o tre: Fedeli (terza professionale), Bussetti  (insegnante di educazione fisica, mi pare) e l’attuale Fioramonti (docente universitario da qualche parte, forse Timbuctù, con tutto il rispetto per i Berberi e i Tuareg?), e i titoli di studio in assoluto non mi interessano, anche se contano, per quel mestiere. Le politiche governative, in nome degli equilibri e delle alleanze più o meno ballerine, sono state irresponsabili. Anche sotto questo profilo bisogna avere maggior cura nelle scelte. Potrei suggerire metodi di selezione per la ricerca e la individuazione di persone più adatte alla posizione di ministro della scuola e dell’università. Et gratia gratis gratiaque datis.

La sagra (o saga?) eterna dei cretini

Pare che da qualche tempo questa categoria antropologica stia proliferando senza posa. Come vi fosse un moltiplicatore sociale ad attivarla e implementarla. Ovunque. Non vi è luogo di lavoro e di svago, schieramento politico o sociale, laico o meno,  che soffra la sua mancanza. Mancano persone pensanti, ragionanti, correttamente criticanti, ascoltanti, ovvero ve ne sono poche, meno del necessario, ma non mancano mai i cretini.

Viaggiando sento il racconto del mio compagno di ventura che mi narra di un fatto tipico, del cretino: offrendo lui, il mio compagno di viaggio, un servizio di ottimo artigianato, ma, si sa che quel tipo di lavori genera sorprese, con conseguenti aggravi del lavoro e dei costi, facendolo lui presente al committente, si sente rispondere con arrogante furia che egli stesso deve farsi carico delle sorprese, imprevisti del mestiere, li chiama, non accettando – come committente – alcun aggravio della spesa. Conoscendo il “nobiluomo” faccio mente locale su come lo stesso si comporta sul lavoro, e sugli incarichi a lui assegnati, mansioni che lui descrive e vanta come centralissime nella grande impresa da cui dipende. Mi par di sentire, sottorecchi: “Lei non sa chi sono io! Io che gestisco milioni, come si permette di propormi un costo maggiore di quello preventivato?”

Ti chiederai, mio gentil lettore, che tipo di atteggiamento costui, un dottore economico, abbia nell’azienda do ve opera. Presto detto: occhi bassi e orecchie piegate come quelle di un gatto perplesso. Allora: forte con i deboli, o supposti tali e debole con i forti. Un cretino. E uno.

Un altro esempio narrato.

C’è un tale che ti chiede sempre “Come va, tutto bene?” e si risponde positivamente da solo (eh, si vede che va tutto bene), mentre io tento di fargli capire che la domanda è pressoché insensata, in italiano, a meno che non la si intenda all’inglese, come nell’espressione idiomatica, che è un mero intercalare di cortesia “How are you?”, prevedendo una risposta consistente nella stessa medesima espressione. Niente. Questo signore insiste a chiedermi “Tutto bene?”, a rispondersi da solo” e a sorridermi beotamente. Cretino?

C’è poi un altro, che sussiegosamente si crede un intellettuale, e invece è solo un cretino. Discutendo con me (faccio per dire “discutendo”, in realtà cerca di parlare solo lui mentre si ascolta con gioia mefistofelica), mi contrasta su tematiche che non è in grado di padroneggiare, perché esperto (forse) di altri saperi. La sua insistenza mi fa pensare che appartenga all’amplissima famiglia dei cretini di orientamento presuntuoso.

Infine, ma solo per non tediare il mio gentile lettore, pur volendolo fare (non di tediarlo, beninteso), sono dell’idea di evitare di proporre di seguito un lungo elenco di politici e di persone dei media, che meritano l’epiteto di cretino; evito di riportare un lungo e vario elenco per due ragioni: la prima poiché già qua e là in questo mio blog si trovano tracce di miei giudizi circa questa antropologia politica e mediatica e, secondo, perché tanto non servirebbe a ridurne il numero. Dobbiamo sopportarli finché sono in auge. Magari, almeno, non votiamoli e non guardiamoli. Solo qualche traccia per chi legge: sono presenti in posizioni governative molto importanti; alcuni di loro hanno abbandonato queste posizioni l’estate scorsa, manifestando direttamente le caratteristiche qui studiate; altri siedono in Parlamento e nei Consigli regionali; ve ne sono, e numerosi, nelle trasmissioni tv e sul web; l’accolita in assoluto più doviziosa di presenze – numericamente – è quella degli eroi della tastiera, comprendenti influencer vari e fashion blogger, che frequentano i social, capaci di una quarantina di vocaboli in tutto, dieci dei quali rappresentano insulti: insulti da cretini. Tecnicamente ed eticamente ignoranti, solitamente altrettanto presuntuosi (non scordiamo mai che l’ignoranza e la presunzione sono direttamente proporzionali), arroganti, protervi e superbi, infine.

Cerchiamo ora di chiarire qualche ipotesi linguistico-etimologica sull’origine della parola cretino.

Il termine “cretino” è di duplice derivazione, ovvero: una fonte etimologica si sostiene essere l’antico franco-provenzale e specialmente della Gironda, chretien, e poi crétin o crestin cioè “cristiano”, da cui povero cristiano, poveretto, persona semplice e innocente, persona di scarsa intelligenza, e quindi cretino, e, in secundis, vi è una fonte medica che spiega come coloro che sono affetti da ipo-tiroidismo congenito tendono ad essere fisicamente (piccoli, deformi, con il gozzo, talora) e mentalmente scarsi.

Si constata un’evoluzione storica del termine estremamente interessante, se consultiamo i vari dizionari medici e generali a partire da almeno tre secoli fa.

Qualche anno fa Piergiorgio Odifreddi, noto militante ateista e matematico che si diletta di teologia spesso – su questa disciplina –  sproloquiando in tv (si attenesse alla matematica e alla fisica, discipline che insegna), pubblicò un saggio dal titolo Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) (Milano, Longanesi, 2007). Cito un passo tratto dall’introduzione intitolata Cristiani e Cretini: “(…) “Col passare del tempo l’espressione (cristiano) è poi passata a indicare dapprima una persona qualunque, come nell’inglese christened, “nominato” o “chiamato”, e poi un poveraccio, come nel nostro povero cristo. Addirittura, lo stesso termine cretino deriva da “cristiano” (attraverso il francese crétin, da chrétien), con un uso già attestato nell’Enciclopedia nel 1754: secondo il Pianigiani (cf. Vocabolario etimologico della lingua italiana, 1907), “perché cotali individui erano considerati come persone semplici e innocenti, ovvero perché, stupidi e insensati quali sono, sembrano quasi assorti nella contemplazione delle cose celesti”. Cotali individui sono i cristiani o i cretini?

Nella medicina classica, almeno fino a qualche decennio fa, l’espressione cretino fa riferimento alle persone affette dalla patologia del cretinismo e in questo caso non denota semplicemente un individuo di scarsa intelligenza, come invece siamo portati a pensare oggi. Si può dunque “giocare”, dunque, come fa Odifreddi, con gli slittamenti semantici del termine cretino, perché esso è polisemico, sebbene oggi non lo percepiamo immediatamente come tale.

Comunque, i vocabolari contemporanei riportano due accezioni della stessa entrata lessicale (differenziandosi nel dare priorità all’una o all’altra): a) cretino nel senso di ‘persona di scarsa intelligenza’ e b) cretino nel senso di ‘affetto da cretinismo’. Non siamo qui di fronte a due termini omonimi, cui nei dizionari si dedicano due entrate differenti e per i quali si ipotizzano per esempio differenti origini e sviluppi: la radice etimologica di cretino, inteso in entrambe le accezioni, è effettivamente cristiano, come suggeriva già il Pianigiani. (cf. Sabatini e Ciletti, Zingarelli, Devoto-Oli 2012)

Crétin, d’altro canto, è una variante diatopica di chrétien, che ha subito una modifica in in. Ciò è generato anche dalla diffusione endemica, specie in certe zone della Francia e della Svizzera romanda di forme di ipotiroidismo congenito, per cui tale termine è entrato nell’uso comune, peraltro attestato fin dal 1754 perfino nell’Encyclopedie illuminista.

Lo scivolamento semantico dal significato di “cristiano” a “cretino” si può attribuire al fatto che in quei tempi, quando la ragione umana stava assumendo la centralità che conosciamo, il comportamento cognitivo e fattuale di molti “fedeli cristiani” del popolo, improntato da ignoranza e corrività nei confronti del clero pervasivo, dava immediatamente la sensazione che il “povero cristiano”, così abbindolabile, facilmente potesse essere definito “cretino”, proprio in senso commiserativo e quasi eufemistico. Il Devoto-Oli riporta proprio questa ipotesi quasi per identificare i malati come immagine del Cristo sofferente. L’Oxford English Dictionary in tema riporta: “the sense being here that these beings are really human, though so deformed physically and mentally” (nel senso che queste persone sono veramente esseri umani, sebbene così deformi fisicamente e mentalmente).

In ogni caso, compulsando questi dati di ricerca, si ricava come la relazione del termine cretino con cristiano non debba essere intesa in senso offensivo, poiché l’accezione di cretino che deriva direttamente da cristiano è quella medica, non quella ingiuriosa, la quale invece si sviluppa più tardi, e inoltre testimonia un barlume di sensibilità nel trattamento quotidiano della malattia (L’Encyclopédie riporta anche la consuetudine delle popolazioni Vallesi di considerare i malati come “angeli tutelari” delle famiglie).

Un’altra ipotesi etimologica, epperò meno radicata della precedente è quella per cui cretino sarebbe un calco dall’aggettivo tedesco kreidling, da kredie (‘creta’), e dunque deriverebbe dal latino creta, per via, si pensava, del particolare colore della pelle dei malati (“la peau flétrie, ridée, jaunâtre ou pâle” – avvizzita, rugosa, giallastra o pallida – É. Littré, Ch. Robin, Dictionnaire de Médicine, de Chirurgie, de Pharmacie, 1878). Il citato Vocabolario di Pianigiani non manca di riportare questa congettura, accreditandola proprio a Littré.

Nel 1878 gli Accademici della Crusca sposano questa interpretazione: “Un cretino è “ognuna di quelle misere creature, di piccola statura, mal conformate, con gran gozzo, e affatto stupide, le quali si trovano specialmente nelle valli delle Alpi occidentali; dal francese crétin, e questo, secondo alcuni, dal latino creta, a cagione del colore biancastro simile a quello della creta”; a sostegno di questa lettura, comunque, non vengono citate fonti.”

Tuttavia, il concordare dei dizionari contemporanei sulla derivazione da cristiano attraverso il passaggio dal francese fa pensare che questa congettura possa essere classificata come una paraetimologia o falsa ricostruzione.

“Nel corso dell’Ottocento il termine subisce il secondo slittamento semantico, per cui cretino inizia a denotare semplicemente un individuo di scarsa intelligenza. Le motivazioni di questo passaggio appaiono evidenti se consideriamo il modo in cui la malattia è stata all’inizio percepita, e il corrispondente tessuto semantico dei primi studi medici in cui veniva trattata.

Degli affetti dalla patologia si registravano le caratteristiche fenotipiche, i segni e la sintomatologia clinica, in accordo con gli strumenti tecnico-scientifici del tempo: a partire dalla prima descrizione seicentesca (F. Platter, Praxeos seu cognoscendis, praedicentis, praecauendis, 1602) i cretini vengono descritti come colpiti da varie deformità e soprattutto come semplicemente stupidi dalla nascita, senza quasi far riferimento alle cause fisiche della patologia. La caratteristica principale degli affetti da cretinismo appariva essere il deficit cognitivo, una conseguenza del disturbo, che diventa però tratto essenziale e necessario alla definizione di esso: per esempio nel Traité du goitre et du crétinisme (1797) F. E. Fodéré sostiene che “le crétinisme complet doit être défini: privation totale et originelle de la faculté de penser” (il cretinismo completo deve essere definito: privazione totale e originale della facoltà di pensare).

Simili descrizioni abbondano poi nei vocabolari dell’Ottocento, contribuendo a sancire le caratteristiche della malattia e a inquadrarle nella cornice epistemologica della medicina di allora. Riportiamo quella del Dizionario etimologico-filologico di Marchi (1828), che fu probabilmente fonte del sopra citato Pianigiani: “questo nome (crétin), alterato dal francese chrétien, ital. cristiano, davasi nel Vallese, ed altrove, a certi individui stupidi e insensati, riputati piissimi perché dal volgo creduti continuamente assorti nella contemplazione delle cose celesti, e perché insensibili per le terrene”. Marchi conia su base latina il corrispondente cretinismus, ovviamente mai esistito ma utile alla tassonomia medico-scientifica.

Quindi il termine, nato in ambito non specialistico, ha assunto sfumature semantiche legate a ciò che, nell’opinione comune, veniva percepito come tratto caratterizzante i colpiti dalla patologia: con la parola cretino si è iniziato a intendere in senso sempre più generale un individuo di scarsa intelligenza. Un processo, questo, purtroppo abbastanza ricorrente in vocaboli che si riferiscono a malati e malattie, basti pensare ai casi parzialmente analoghi di mongoloide, o di isterica.” 

In Francia il passaggio del significato di cretino da ‘affetto da cretinismo’ a ‘scarsamente intelligente’ è datato 1835 da Le Robert, anche se il Französishes Etymoligisches Wörterbuch (il II vol. porta la data 1940) riporta alcune varietà dialettali dell’uso del termine in senso ingiurioso risalenti al Seicento.

In Italia le attestazioni letterarie testimoniano la diffusione di cretino nel senso di ‘affetto da cretinismo’ per tutta la prima metà dell’Ottocento; da quel momento in poi, tuttavia, la parola assume contemporaneamente il senso di offesa generica: lo testimonia il Dizionario Tramater (1829-1840), che di cretino riporta già entrambe le accezioni, caratterizzando quella che ha valore di ingiuria come estensione semantica della prima, propria del vocabolario medico.” (dal web)

Due sono gli scrittori italiani citabili per l’uso del termine: uno è il Carducci dei Sermoni al deserto (1887), e l’altro è il Palazzeschi che, in Sorelle Materassi (1934) scrive: “(…) “Le Materassi invece a quel racconto, a quella fede cieca andavano su tutte le furie: dicevano che quella donna era un’insensata, che era cretina, ebete, demente, un pezzo di mota incapace di sentir qualche cosa per chicchessia”.

L’idea che l’accezione ovvia di cretino sia “affetto da ipotiroidismo” permane nel Novecento quasi soltanto nei dizionari medici (ad esempio nel Dizionario Medico Lauricella, 1960), ma sembra già aver perso trasparenza venti anni dopo: nel Dizionario Medico Larousse (1984) la voce cretino scompare, pur essendo ancora presente cretinismo. Oggi in ambito scientifico si tende appunto a definire la malattia in questione come una forma di ipotiroidismo congenito.

In ogni caso, i cretini, nell’accezione comune di giudizio insultante esistono, eccome, e la loro madre, finora, risulta sempre incinta.

Il rinnovamento dell’Umanesimo

Il padre Livio di Radio Maria, man mano che passa il tempo mi sembra esageri sempre più con le sue profezie di sventura, la sua “Madonna” spaventevole di Mediugorje, e le sue solite critiche e perfin denigrazioni verso tutti quelli che non la pensano come lui. Meno male che si può “fare teologia” in modo diverso dal suo, ad maiorem Dei gloriam.

L’Umanesimo è stato un movimento complesso d’arte e pensiero che ha rinnovato culturalmente e spiritualmente l’Italia – in primis – e l’intera Europa del XV secolo. I prodromi petrarcheschi di questa sensibilità, e in seguito figure come Giovan Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Agnolo Poliziano e altri, talora sotto l’egida di personaggi come il Magnifico Lorenzo de’ Medici, hanno rimesso al centro dell’interesse della ricerca culturale e filosofica l’uomo, ma senza rinnegare il tema del divino, filtrato non più tanto dalla linea aristotelico-tomista, ma piuttosto dalla linea platonico-agostiniana.

Dio e l’uomo, ma l’uomo non più solo orante e rassegnato al proprio destino, magari pre-destinato (cf. “secondo” Agostino e Lutero),  bensì attivo e consapevole delle proprie prerogative e possibilità.

L’Umanesimo classico, dunque, che nelle arti figurative ha visto l’opera di Masaccio e Piero della Francesca tra altri grandi, è stato il prodromo del Rinascimento artistico di Raffaello, di Michelangelo, di Leonardo e, in seguito, di Caravaggio e di altri immensi artisti, come il Bernini e il Borromini, sfociante movimento nel Barocco imaginifico. E nella musica di Giovanni da Palestrina e di Claudio Monteverdi.

Grandezza italiana riconosciuta dal mondo.

Nel tempo l’Umanesimo si è sviluppato nella scienza, da Copernico, Galileo, Newton, e in filosofia con Descartes, Leibniz, il barone de Montaigne, Pascal, fino a Kant e all’idealismo nelle sue varie declinazioni. E siamo a noi, gente del XX e del XXI secolo. Ora qualcuno ri-parla di umanesimo, come Edgar Morin, filosofo e sociologo francese, parafrasato dal presidente del consiglio italiano Conte. Dubito, infatti che, anche se l’uomo si dà delle arie da giurista, abbia conoscenza diretta dei testi, sia degli umanisti classici, sia di quelli contemporanei. Da cui l’aggancio critico di Radio Maria.

Non penso che dietro  la dizione, tutta da verificare sui testi, di “nuovo umanesimo”, citata da Conte e rinvenuta in Morin dal padre scolopio di Erba, significhi automaticamente resa alla nuova massoneria dei grandi poteri economico-finanziari alla Soros et similia. Penso al contrario che possa essere interpretata in modo positivo, proprio come rimessa al centro della nozione di “umanesimo”, cioè di interesse per l’uomo nella sua totalità e complessità.

Oggi questa parola può e deve assumere connotati anche differenti da quelli del ‘400, perché sono cambiate moltissime cose da quegli anni di sviluppo culturale e scientifico straordinari. Intanto la continua rivoluzione tecno-scientifica che ha portato al centro della vita umana e del lavoro, le “macchine”: macchine che da duecento anni circa stanno alleviando la fatica fisica dei lavoratori, dai telai a vapore della Manchester degli anni dieci dell’800 fino alla robotica, oggi sono in grado di sostituirsi all’uomo nelle attività ripetitive, faticose e noiose, mentre si realizza un progressivo cambiamento del ruolo umano nella trasformazione delle materie prime in prodotti finiti, ruolo che oggi si configura essenzialmente nella progettazione, nella programmazione, nel  controllo e nel collaudo dei beni prodotti… dalle macchine.

Questi cambiamenti pongono dunque questioni e temi di carattere, non solo organizzativo, economico e sociale, ma anche di valenza psicologica, etica e addirittura antropologica. Infatti, se l’uomo oggi riesce, grazie alle tecno-scienze a fare cose impensabili anche fino a un paio di decenni fa, e chissà che cosa riuscirà a fare nei prossimi, ciò non significa che si possa fare, almeno sotto il profilo etico, tutto ciò che la ricerca scientifica oggi rende possibile. Faccio un esempio: se la biologia e la medicina oggi permettono la surroga della gravidanza in modo da far sì che un essere umano si sviluppi e nasca da una donna diversa da quella da cui si è estratto l’ovulo poi fecondato in vitro con un gamete maschile, per cui il nascituro avrà il problema di decidere come amare due mamme, una delle quali magari è la nonna (non so se ridere o piangere, forse piangere), non è detto che ciò sia eticamente lecito. Almeno secondo un’etica del fine dove il fine è la tutela globale dell’integrità psicofisica dell’uomo stesso.

Certo, in alcune nazioni lo si fa già, perché è consentito, come è è consentita l’adozione di figli alle coppie gay.

In sostanza, non tutto quello che è possibile fare può essere considerato moralmente lecito, secondo un’etica della vita umana che tenga conto di tutti i fattori psico-relazionali e pedagogici ben noti da millenni.

Bene, se il “nuovo umanesimo” è fare tutto quello che è possibile fare non condivido (in questo caso avrebbe ragione il padre Livio), ma se è utilizzare la scienza per l’uomo e la natura, e il miglioramento della vita delle persone nella natura, allora ben venga: sarà “nuovo” perché aggiornato, più ricco di bene per il mondo e per la vita di ciascuno, in un’armonia dove la conoscenza si connette razionalmente con la ricerca di un più ricco, e più umano benessere.

Dati veri per combattere falsità e disinformazione

La propaganda politica si è sempre nutrita di falsità e disinformazione. Si pensi al pericolosissimo ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels, che inventò Theresienstadt per ingannare tutti sul destino degli Ebrei. Oppure: quando si seppe ciò che aveva fatto il “piccolo Padre” Stalin dei kulaki ucraini e degli ufficiali polacchi a Katyn?

La lealtà e la verità non sono di casa in quella dimensione: l’avversario deve sempre apparire, se non un nemico, quasi, per cui la denigrazione costituisce il nocciolo dell’informazione. Tutto ciò soprattutto nelle dittature o nei regimi autoritari; ma anche le democrazie si “difendono” (faccio per dire) molto bene in questo campo. Ad esempio vorrei sapere che cosa sa di vero il popolo turco sulla decisione del “sultano” che si è dato, e che spero duri non molto ancora, il signor Erdogan, di attaccare il nord della Siria e i Curdi in particolare. Come accade in questi casi, l’uomo forte al potere cerca di convincere la sua nazione che sta combattendo un pericolo e quindi agisce preventivamente.

Oppure le informazioni che attualmente l’opposizione parlamentare italiana diffonde, per screditare il governo in carica: numeri, percentuali, scelte, sono come la sabbia sulla spiaggia, volatili. Prima di tutto è bene non credere a quello che dice Salvini, e poi in parte anche gli altri, i suoi ex amici in primis. Ma nessuno è esente dalle fake, cioè dalle falsità. Infatti, quando sento parlare, a mero titolo di esempio, un Marcucci (del PD, lo specifico perché non penso buchi il video), mi viene prurito dietro le ginocchia. A Renzi poi non credo neanche quando dice il suo nome e cognome.

Parliamo anche dei dati sulla violenza. Ha ragione Steven Pinker che nel suo trattato Il declino della violenza (più volte qui da me citato) spiega con dati e diagrammi incontestabili come la violenza sia diminuita, perfino nell’ultimo secolo, quello delle due guerre mondiali e di centinaia di guerre asimmetriche. E son diminuiti anche gli omicidi (donne uccise comprese), i morti sul lavoro e per strada. Sempre troppi, ma in diminuzione.

Ora alcuni altri dati, che possiamo rinvenire, se vogliamo, in alcuni testi di autori affidabili come ne Le verità nascoste, ed. Rizzoli, di Paolo Mieli, e nei trattati sull’inquinamento da Co2 del prof  Stefano Casertano: negli ultimi 25 anni le percentuali di Co2 sono diminuite del 10% negli USA, nonostante il raddoppio dell’economia; l’Europa è ancora più virtuosa con – 20%; la Cina è il grande” untore” mondiale con emissioni 5 volte maggiori dell’Europa;  ancora la Cina è la prima inquinatrice dei mari, con lo sversamento di 3,5 milioni di tonnellate di reti dei pescatori, l’Indonesia seconda con 1,3 milioni e poi il Vietnam e le Filippine a ruota. Nel Mediterraneo il record è dell’Egitto con 0,4 milioni, meno della metà degli USA.

Mandiamo colà i genitori e i finanziatori della signorina Thumberg? Sì, vero?

Se parliamo della povertà assoluta ecco i dati: se nel 1990 colpiva il 40% dell’umanità, nel 2019 è scesa al 10%.

L’età media degli esseri umani era di 35 anni, ora è di 70, con punte di 80/85 in Italia. La nazione dove si sta meglio al mondo. E dunque non sputiamoci sopra, come fa la nulla Mogherini. E chi è costei?, certamente si chiederanno 9 su 10 dei miei lettori. Nulla come il bullo che la ha nominata nel ruolo europeo da 30.000 euro al mese. Appunto.

Che dobbiamo fare, allora? Studiare, studiare, studiare a me poco caro Dimaio, controllare le fonti, verificare e, prima di parlare, cercare di conoscere. Se poi ci sono ancora molti che non credono che le cose sentite in tv o presenti sul web siano molto spesso false, e dunque siano vere “perché lo dice la televisione”, peggio per loro. Su questo tema, credo che l’anagrafe farà il suo corso.
Son malvagio ciò dicendo? Penso di no, piuttosto razional-realista, pressoché hegeliano.

Le parole hanno un peso decisivo, caro presidente della Camera Fico: non si dice “rimasti uccisi” dei due poliziotti di Trieste, ma “barbaramente ammazzati”, perché questo è accaduto. Le parole sono da usare con cura, Fico! “rimane ucciso” uno che va a sbattere con la macchina o che cade dall’alto, non chi riceve colpi di pistola in faccia

Non solo si registrano svarioni del “politicamente corretto” come  la frase citata nel titolo, ma a questo si aggiungono posizioni come quelle di tal Vauro, disegnator militante de sinistra, che interviene per sostenere la tesi che la brigatista Saraceni ha pieno diritto al Reddito di cittadinanza, ma non in base a una riflessione etica.

Prima dell’un tema e poi dell’altro, qui tratterò.

Ho letto anche critiche ingenerose a carabinieri e polizia, a volte ai limiti dell’irrisione, commenti indecenti. Il linguaggio della politica è spesso infelice, impreciso, sciatto, disinformante.

Oltre all’espressione “fichiana” (non “fichtiana”, eh eh) citata nel titolo, si dia uno sguardo ai tweet di Trump sulle vicende turco-siriane di questi giorni. Per dirne due: in un messaggio The Donald rimprovera i Curdi di non aver aiutato gli Americani nello sbarco in Normandia del 1944: c’è quasi da non crederci. Si tratta di un’affermazione che, se non fosse preoccupante per l’equilibrio mentale del presidente USA, sarebbe solo ridicola; in un altro tweet sempre lo stesso Trump rassicura i suoi concittadini sull’eventuale fuga di migliaia di terroristi Isis attualmente prigionieri dei Curdi, lui scrive “Niente paura, perché tanto questi andranno tutti in Europa, e quindi non ci preoccupano“. Cose da pazzi, ma di un pazzo che governa gli USA.

Torniamo a Trieste: come si fa a parlare di poliziotti rimasti uccisi, se sono stati ammazzati da un delinquente senza pietà, che sparato loro a freddo in faccia? Non si “rimane uccisi“, in questo caso, ma si “viene trucidati“. Occorre usare i verbi, le parole giuste per raccontare i fatti.

Andiamo a Halle in Sassonia, dove un ventottenne tedesco ammazza due persone, volendo ammazzarne decine, perché Ebrei. Pare proprio che la Storia, quella con la “S” maiuscola, non insegni nulla. Qualcuno lo ha sempre auspicato, ma l’uomo pare sia lento di comprendonio, ove abbia ragione (ammesso e non concesso) Steven Pinker che sostiene nel suo autorevole Il declino della violenza, pubblicato nel 2010, che l’homo sapiens sta lentamente evolvendo verso una maggiore humanitas mediante lo sviluppo (lentissimo) dei lobi prefrontali. Chissà?

Veniamo a Vauro Senesi, che sostiene la legittimità del Reddito di cittadinanza per la ex brigatista Federica Saraceni. Interpelliamo la virtù di giustizia, secondo Aristotele e Tommaso d’Aquino, passando per papa Gregorio Magno, e finendo con Kant, cioè i massimi studiosi di morale della cultura occidentale. Come avrebbero ragionato questi uomini di pensiero? Innanzitutto partendo dalla giustizia come virtù e dalle sue declinazioni. Sappiamo che sono tre i modi nei quali si dispone la Giustizia: a) distributiva, b) di scambio e c) generale, anzi, all’incontrario, gerarchicamente.

La distributiva attiene al diritto di ciascuno di avere ciò che gli serve per vivere, quella di scambio consiste nel contratto fra bene e corresponsione del suo prezzo, oppure tra prestazione lavorativa e retribuzione, mentre la generale è la normativa fondamentale di uno Stato. Bene: escludendo la giustizia di scambio, perché la Saraceni non ha nulla da scambiare con lo Stato, si pone come plausibile l’applicazione della giustizia distributiva, perché in uno “Stato di diritto”, espiata la pena comminata per crimini compiuti (e comunque anche in carcere lo Stato non può lasciar morire di fame e di sete un detenuto), non si può negare a nessuno ciò che è necessario per sopravvivere, e non è ammesso che si ritenga che la persona debba essere, da maggiorenne, mantenuta dai genitori, come nel caso citato, dove il padre della ex brigatista era uomo di legge e magistrato, addirittura.

Pertanto ritengo abbia ragione in tema Vauro Senesi, e torto Salvini, la Meloni e i giornali a essi corrivi.

L’importante è (su questo nutro dubbi) è che il compagno Vauro sia in grado di seguire il mio ragionamento e non sostenga la sua posizione per mera convinzione ideologica.

Approssimazione e compromesso

L’epistemologo, o filosofo della scienza, austriaco Karl Popper sostiene che, a volte, l’accezione e l’interpretazione di certe espressioni sono errate. Eccome! Confermo: decine o centinaia di volte, specialmente di questi tempi nei quali i linguaggi espressivi sono quasi abbandonati alla più sciatta trascuratezza nei “luoghi della comunicazione”: in tv, sul web e perfino a… scuola, e qui non parliamo del lessico quotidiano, dove e quando la vigilanza sulla qualità del “detto” è proprio di ordine infimo. Non intendo, ovviamente, semper et ubique, ma spesso, molto spesso.

La carenza più evidente è forse quella dell’uso sempre meno accurato del modo congiuntivo nelle frasi ipotetiche o concessive. Hanno cominciato in tv i vari Bonolis etc., e la “fureria” ha seguito l’esempio. Non aggiungo altro, ché la cosa è nota e in tema sono stati editi meritevoli saggi e libri.

Altri due sintagmi vanno segnalati, di questa trascuratezza, ma questi sono espressivi, legati cioè all’accezione comune:  il primo è “approssimazione, approssimativamente“, detto nell’uscita sostantivale e avverbiale: di questa parola è pressoché invalsa l’interpretazione negativa, per cui i due termini sono ritenuti fondamentalmente tali. Proviamo ad esplorarne l’etimologia: il termine italiano deriva evidentemente dal sintagma latino ad proximum, cioè verso-ciò-che-è-prossimo. Se la cosa indicata è, dunque, approssimativa, dovrebbe farsi valere come positiva, poiché è-prossima a qualcosa, non lontana. Invece “approssimazione” solitamente sta a significare presso a poco, imperfetto, pure sciatto. Constati, il mio gentile lettore, se le cose possono stare in modo diverso.

Il secondo è “compromesso”, di solito accompagnato dalla specificazione “al ribasso“. Bene: il termine deriva dal sintagma verbale latino cum promitto, cioè prometto-insieme (a qualcuno qualcosa), e dunque ha a che fare con un accordo, caspita! dico “caspita” per non interloquire in modo greve, come mi verrebbe meglio. I compromessi sono il sale della storia: molto spesso sono stati indispensabili per evitare equivoci gravi o addirittura guerre tra le nazioni. Un contratto (commerciale, di lavoro, etc.) è sempre e comunque un com-promesso, per stipulare il quale ciascuno dei contraenti rinunzia a qualcosa per fare un accordo, là dove senza un accordo ambedue sarebbero stati peggio. Altro che termine dal significato negativo!

Approssimazione e compromesso sono allora due termini che tendono al positivo, non al suo contrario, o no? Perché invece non funziona così? Lascio al lettore una ulteriore riflessione.

Termino questa mia intemerata, che mi sembra garbata, con una segnalazione:  noto che vi è in giro la tendenza ad usare sempre meno gli articoli determinativi e  le preposizioni articolate davanti ai sostantivi, anche qui un po’ all’inglese. Un esempio: invece di dire “la settimana prossima” comincio a sentir dire “settimana prossima“, come se la fatica di pronunziare un misero monosillabo come “la” fosse di una fatica insopportabile. Un altro esempio, preposizionale: invece di dire “il convegno della settimana prossima“, sento dire “il convegno di settimana prossima” (of next week). Anche qui c’è il risparmio di una sillaba.

Dire che sono costernato è troppo. Dire che sono annoiato e quasi schifato è invece realistico. Verso tutti i pigrerrimi che non hanno – o la conoscenza o la volontà – di parlare correttamente in italiano.

E’ meglio proporsi al mercato come consulente o come advisor?

Dimanda altremodo rettorica, caro amico che leggi. Advisor, advisor, advisor tutta la vita, come si dice con insopportabile espression stereotipata. Perché è in inglese e “fa più figo“. Sai, ce ne sono tanti di consulenti e si portano dietro una storia di barzellette e loci communes, come quella dell’acqua calda, che scoprirebbero nella evidente meraviglia dei committenti. Chi poi li sgamasse, farebbe di ogni erba un fascio, considerando ogni consulente nello stesso novero di furbi profittatori.

Anch’io faccio parte del lungo elenco di consulenti, ma con le mie sei pergamene accademiche, i miei 112 esami universitari, le mie sei dissertazioni, i miei quasi 45 anni di lavoro, etc. Nulla di regalato.

Mi capita di essere pagato da committenti che mi conoscono solo in parte, nel senso che non hanno idea di ciò che sono (e di ciò che valgo). Basta che faccia quello che si aspettano, perché io non sono solo un teoretico, ma anche un pratico in ambito di organizzazione e di gestione del personale, in grado di preparare di mio pugno documenti, tabelle, analisi, discorsi, articoli, recensioni, lettere di ogni genere, contestazioni e sanzioni disciplinari, corsi di formazione e di eseguirli, di colloquiare candidati e di “manutenere” dipendenti in crisi rimotivandoli, di contrattare con sindacati ed enti pubblici e con qualsiasi altro interlocutore, etc. etc. Ecco finita l’analisi, puramente descrittiva, e ancora parziale.

Mi suggerisce questo ragionamento il mio caro amico dottore don Pablo de Cacitiis, senior onorevole e culto. Ne parlavamo qualche giorno fa in una ditta dove diversamente operiamo, e si discuteva di come ci si propone a livello consulenziale.

Sono a volte sconcertato dall’incomprensibile innamoramento e dall’improvviso disamoramento di-quelli-che-pagano, i committenti, verso i loro collaboratori. Stupefatto. Io non pretendo, né ho mai preteso di annoverarmi tra quelli che pagano, imprenditore committente, non ne sono (mai stato) capace. Ma sono un poco stanco di tante banalizzazioni e genericismi, che talora demotivano e distaccano, quando vedo considerare persone poco o punto meritevoli di apprezzamento e lodi. A volte costoro godono di tali benefici, perché disponibili e capaci di laudes e di piaggerie vergognose verso i loro committenti. Chi mi conosce sa che sono di un’altra pasta, fatto.

Per essere dei consulenti o advisor efficaci bisogna sapere e saper trasmettere ciò che manca alla struttura da cui si riceve l’incarico. In Italia sono molto poche le aziende che si possono permettere di “coprire” tutte le posizioni conoscitive e professionali con dei dipendenti, per cui devono necessariamente rivolgersi all’esterno, ma il sapere di chi viene chiamato deve essere chiaramente superiore a quello disponibile quotidianamente in azienda, per poter offrire un servizio efficace e una sorta di formazione del personale interno, e, se serve, anche con momenti di coaching.

Sconsiglio consulenze di tipo “psicoanalitico”, ché rischiano di durare una vita. Il consulente, invece, non deve durare una vita, ma curare e perfezionare dei progetti che debbono aver un tempo stabilito, a meno che non rispondano ad esigenze aziendali, per le quali non è previsto un budget completo da dipendente, sia  pure tecnico, quadro o dirigente.

Ho sperimentato e sperimento, sia il modello sostitutivo (il secondo), sia il modello cosiddetto “a chiamata”, e funzionano tutti e due, specie dove c’è chiarezza sull’incarico.

Ecco: un altro punto importante è proprio quello della chiarezza. Non è scontato che questa vi sia, poiché talora i committenti, che sono spesso industriali self made, non hanno neppure chiaro che cosa gli abbisogni e vanno a tentoni. L’advisor onesto, allora, li aiuta a comprendere il fabbisogno e propone soluzioni coerenti e proporzionate con l’analisi fatta. Se la collaborazione continua, nel mio caso ho in corso incarichi da venticinque, venti, tredici, undici, cinque anni etc., e anche da pochi mesi. Le mie consulenze tendono a durare, perché non pervasive e sempre orientate alla crescita del personale interno.

A volte si viene visti “male” dal personale interno che ritiene il consulente/ advisor (anzi no l’advisor, perché questo nome rinvia a banche e società finanziarie, che sono sempre temute), poiché il pensiero è così riassumibile: “Chissà che cosa ci può insegnare questo, che già non sappiamo?”, oppure “Adesso viene lui (o lei) e vedrai come le cose andranno meglio“, con tono inevitabilmente ironico. E’ dunque necessario entrare in contatto con i dipendenti e, senza pensare di farseli amici, fargli capire che si è lì non per portargli via il lavoro, ma per aiutarli con la conoscenza di altre esperienze, fatte altrove, magari tecnicamente/ scientificamente più evolute, perché il consulente deve aggiornarsi costantemente frequentando la letteratura delle sue competenze, e contribuendovi con ricerche e scritti.

Personalmente lo faccio da sempre, mescolando positivamente le consulenze aziendali e le attività accademiche, sviluppate in settori contigui, prevalentemente attorno alle discipline dell’uomo: sociologia, filosofia, psicologia individuale e sociale, antropologia culturale, pedagogia formativa, e perfino teologia, etc..

Suggerisco di evitare di far finta di essere degli “studiosi” con la pubblicazione di “libri-centone” scopiazzati qua e là. Ve ne sono di tutti i tipi, banalmente inutili, con tanto di foto dell’autore in quarta di copertina, e una sequela di aforismi di poeti e di pensatori “veri”, più o meno noti ed essenzialmente ripetitivi. Quando si compila un libro, basta il motto iniziale prima dell’introduzione, non occorre riempire di manchette citazionistiche a ogni due per tre l’intero volume.

Il consulente, dunque, è uno studioso-lavoratore o viceversa, che ama il suo lavoro come ricerca e la ricerca come lavoro, proponendone i risultati con umiltà, ma anche con competenze vere, derivanti da conoscenze solide e da esperienze varie e diversificate.

Non auguro a nessuno genitori come i signori Thumberg, di contro posso anche augurare a tutti genitori come quelli dei ragazzi in piazza, ma con cautela, ché anche quelli devono badare alle manipolazioni e alla banalizzazione dei temi

Thùmberi, è la pronunzia corretta del cognome, Thumberg, della signorina svedese che, dall’alto dei suoi sedici anni e della sua acclarata cultura, ci sta “insegnando a vivere” da almeno un anno. Ora però basta!

Ho letto che il ministro dell’istruzione Fioramonti, quello che aveva minacciato di dimettersi prima ancora di essere nominato ministro (stiamo freschi!) se il Governo non avesse stanziato ancora due miliardi per la scuola, che non considera assenza ingiustificata la giornata dello sciopero studentesco di oggi venerdì 27 settembre 2019. Sono esterrefatto. Sciopero per andare per piazze e strade a scimmiottare la sedicenne scandinava (boh!) urlando slogan generici, dicotomici e manichei, se pure pulitamente entusiastici? Il tema ambiente è vero e grave, ma non basta protestare, bisogna agire, non solo a livello politico, ma anche nel piccolo dei comportamenti quotidiani di ciascuno, giovane o meno che sia.

Ascolto i ragazzi che sfilano e mi pare di capire che dietro gli slogan c’è una purezza di cuore e di intenzioni, ma mi chiedo: anche questi ragazzi ce l’hanno con me e i mie co-generazionali perché gli “avremmo rubato i sogni“? Io a mia figlia Beatrice non ho rubato nulla, anzi, e pure a tanti giovani che ho aiutato e aiuto a crescere nello studio e nel lavoro.

Tutto vero, epperò il ghigno insopportabile della signorina sta superando il limite della decenza, sicuramente manipolata da forze potenti e provviste di denari. Un esempio: perché la signorina, accusando stati e governanti, si è sempre “dimenticata” di citare i due massimi inquinatori del mondo, cioè l’India e la Cina? Ignoranza o precise istruzioni?

Vediamo di ragionare, ma poi basta, prometto che non la citerò più. Parto da una similitudine politica: credere che la signorina sia immacolata e soprattutto sia credibile è come credere alla scienza di politici come un D. M., di una G., di un C., di un D. B., di un S., di un M., di una C., di una B., di una M.. Sono riconoscibili dalle iniziali?

La nostra politica è, per larga parte, rappresentata da mediocri come quelli in elenco, che è solo un campionario rappresentativo di persone dimenticabili.

Invece di scioperare con la connivenza di insegnanti e ministro, perché non si è dedicata la giornata di oggi, così come si fa con le giornate della Memoria, allo studio dei problemi ambientali, che sono veri, ma vanno affrontati con la conoscenza e la scienza? Questo è il punto.

Pare invece sia più comodo farsi trascinare a dire una valanga di noiose ovvietà, con l’entusiasmo degli ingenui, nel migliore dei casi, sollevando il nascosto sorriso dei cinici, che si nascondono dietro le “grete” di ogni latitudine.

Leggere e ascoltare persone come Amartya Sen (nella foto sopra) potrebbe essere utile, altro che manifestare con la faccia della Thumberg. Ma lo capiamo o no che il bluff che, se non molto pericoloso, perché si sgonfierà come tutte le cose false, fa perlomeno perdere tempo ed energie inutilmente. Leggo anche che vi sono proposte di Nobel per lei, e non mi meraviglio neppure, visto che il prestigioso premio è stato riconosciuto anche a quell’incompetente in politica estera di Obama, a Dario Fo e ad Arafat.

E’ tutto un dire: se i media cominciano a dire che… allora è vero. Quanti millantatori vendono le loro comparsate in tv per migliaia di euro al colpo! Così funziona. La ragazzina svedese è di quella genìa lì.

E’ indispensabile richiamare i fondamenti etico-politici dell’agire umano, analizzare la situazione e il fabbisogno sociale, verificare le compatibilità economico-finanziarie dello Stato, decidere scegliendo con chiarezza e precisione, pianificare, programmare le attività, legiferare: è il mestiere di chi governa… per il quale bisogna avere le competenze e la passione morale

“Learn, discuss and then decide”. In the most famous of his “Useless Sermons“, Luigi Einaudi, the great economist and second President of the Italian Republic, posed the question that is still crucial for all lawmakers: “Is deciding without knowing of any use?”. His answer was clear: no, it is not. “Hasty laws beget new laws meant to amend and perfect; but since the new ones stem from the urgent need to remedy the flaws of the badly designed ones, they are inapplicable, unless enforced through subterfuges, requiring further perfection, thus becoming one big entangled knot, which nobody can undo (…)”.

Evaluation is the tool that, while not replacing the political decision in the democratic circuit, allows lawmakers to decide wittingly, taking duly informed decisions. The goal of the assessment is not to bias the lawmakers, rather to educate them as to the consequences of their decisions, hence promoting knowledge and information transparency, which are crucial aspects of the decision-making process.

(Luigi EINAUDI)

 

Ora che, bene o male, si sta definendo il nuovo governo italiano, con l’alleanza fra PD e M5S, mi chiedo se e come i contraenti abbiamo presente, sia il flusso logico-operativo così come descritto nel titolo, poiché saltare anche uno solo dei passaggi proposti, porta tutti nella confusione e nell’impossibilità di fare alcunché, sia l’insegnamento di Luigi Einaudi sopra riportato in inglese.

Sotto il profilo logico-filosofico si potrebbero ulteriormente “spacchettare” i passaggi, ad esempio della fase riflessiva e deliberativa, prima della fase operativa. Faccio un esempio derivante dalla tradizione classica, greco-latina e medievale.

Al fine di operare una scelta razionale, Aristotele e Tommaso d’Aquino propongono alcuni precisi step, i seguenti cinque: riflessione, consiglio, consenso, deliberazione, azione. Come si vede si tratta di un processo logico, che necessita di un confronto duplice, con se stessi e con gli altri. L’uomo saggio non agisce trascurando di utilizzare queste fasi del pensare e dell’agire.

Ora mi chiedo come invece stiano impostando le scelte di governo coloro che questo prossimo governo vogliono fare. Stanno forse distinguendo la varie fasi, per valorizzarle, al fine di evitare errori, per quanto possibile? Non mi pare proprio. Questi stanno andando avanti in mezzo a contraddizioni e scatti in avanti, indietro, di lato, nella confusione lessicale e dialogica più strampalata, ognuno, chi più chi meno, impegnato a difendere il proprio scranno, il proprio privilegio, almeno da Conte in giù, ché Conte un lavoro ce l’ha, e Di Maio no, a meno che non si consideri un lavoro degno del suo prestigio quello di vendere bibite allo stadio San Paolo.

In assoluto sappiamo che vendere bibite allo stadio è attività degnissima, ma ora, dopo aver fatto a venticinque anni il vicepresidente della Camera e a poco più di trenta il vicecapodelgoverno e il ministro in dicasteri importanti, no. Lo capisco, anche se non condivido. Qualcuno dovrebbe spiegargli che la vita è fatta anche di alti e bassi, di salute e malattia, di successi e sconfitte, alternativamente, come il giorno si alterna alla notte, come ogni movimento naturale: generazione/ corruzione, nascita/ morte, sole/ pioggia, e via elencando.

La vita è una parabola di parabole (non nella accezione di racconto evangelico, ma nell’accezione di figura matematica).

Prima di tutto occorre richiamare sempre i fondamenti etico-politici cui ci si riferisce, analizzare la situazione e il fabbisogno, verificare le compatibilità economico-finanziarie, decidere scegliendo la via più razionale, pianificare i tempi e i modi dell’azione, programmare i vari passaggi individuando le risorse necessarie, legiferare, verificare che la legge sia rispettata: ché è il mestiere di chi governa. E poi, nel dettaglio, occorre operare di seguito in questo modo, ogniqualvolta s’ha da prendere una decisione, dando tempo e attenzione ai seguenti passaggi: a) riflessione, b) consiglio, c) consenso, d) deliberazione, e) azione.

Qualcuno talora mi dice che scrivo “troppo difficile”, e pretendo troppo dagli altri. Può essere che scriva difficile, ma io intanto pretendo moltissimo da me, perché ognuno deve dare il massimo di quello che ha, per se stesso e per il bene comune. Ho sempre bene presente come linea guida la Parabola matteana dei talenti (25, 14-30), che mi ispira e mi guida. Che uno sia dotato di uno, due o cinque talenti, li deve fare fruttare, proprio per diventare se stesso.

Mi chiedo se i politici e i governanti attuali abbiano mai letto o ascoltato un commento sulla parabola citata, e resto sconsolato.

Peraltro, se questo governo incipiente è definito da chi lo avversa di sinistra-sinistra, io che sono di sinistra democratica e moderata, socialista riformista, non condivido. Se il “contenitore PD” è un soggetto per me sufficientemente riformista, ma anche pieno di contraddizioni, il M5S non lo è, e pertanto non mi piace. Anche nel PD vi sono tendenze che non condivido, come quelle sui “diritti civili” tipo eutanasia, LGBT, etc., mentre non noto altrettanta attenzione per le questioni economiche, sociali, contrattuali, assicurative e assistenziali: il PD non è più un qualcosa, come i vecchi partiti di sinistra e buona parte della Democrazia cristiana profondamente vocata ai diritti sociali ispirati a basi etiche di eguaglianza delle opportunità ed equità tra le persone, ma un partito interclassista più attento alla tecnocrazia e all’innovazione, che stanno assurgendo alla dimensione del mito contemporaneo, specie in persone come Calenda, freddissimo saputo liberal-democratico. Non mi ci vedo far completamente squadra con tipi del genere, ma nemmeno con un altro animale a sangue freddo come Renzi… e Zingaretti mi par troppo fragile, non ben preparato e “competitivo” sotto il profilo della cultura politica e della leadership. C’è molto da fare lì.

Dei 5S e della loro intrinseca mediocrità ho scritto fin troppo in questi anni, sceverando limiti, difetti, incongruenze e contraddizioni miste a ignoranza arrogante e arroganza ignorante. Che si può dire quando loro tentano di spiegarci il significato e il “valore” della piattaforma Rousseau? Si tratta di un oggetto misterioso, per certi aspetti in-analizzabile, inqualificabile, di proprietà privata, presuntuosamente ispirato dai suoi fondatori e gestori. Non dovrebbe essere neppure un quesito proponibile se un voto negato di questo pomeriggio possa mettere in questione l’accordo di governo che PD e M5S stanno perfezionando, dopo essersi impegnati a farlo davanti al Presidente della repubblica, in ragione dell’art. 1 della Costituzione italiana. E invece, giornalisti e politici si stanno chiedendo gravemente se tale quesito si ponga, o meno.

Per analogia di proporzionalità (cf. Aristotele, Tommaso d’Aquino e Cornelio Fabro) la consultazione sulla piattaforma Rousseau è paragonabile alla mozione finale di una Direzione del PD o di Forza Italia, che impegna e sollecita i gruppi a fare, a costruire e bla e bla… Null’altro. E invece vi è chi sostiene che il governo potrebbe non nascere se prevalessero i “no”. Non riesco neanche a dire che si tratta di follia pura, di violazione della Carta costituzionale, di uno sgarbo istituzionale verso Mattarella, e altre cose ragionevoli. Proprio non ce la faccio, perché sono incredulo si possa arrivare a tanta nequizia intellettuale e perfino cognitiva.

Oltre a fargli un esame di Educazione civica, a questi qua, gli sottoporrei un paio di quesiti per misurarne l’attitudine cognitiva: un aforisma di Kurt Goedel e un detto risalente alla grecità filosofica classica. Il grande matematico tedesco, per dire come non tutto fosse matematizzabile sotto il profilo gnoseologico ebbe a dire, a titolo di esempio “Questa frase è falsa“. Ebbene, immediatamente si coglie l’aporeticità dell’affermazione, e non occorre dica di più a intelligenze normali. A tal Eubulide di Megara si attribuisce invece questa altra frase “Tutti i Megaresi sono menzogneri“. Occorre spiegare? Se sì, non ammetterei a fare politica amministrativa chi necessitasse di spiegazioni.

Non ho il morbìn (in lingua friulana significa più o meno “le palle”, metaforicamente parlando) di ri-citare qui i peggiori di quel Movimento, i cui fatti (pochi assai) e detti (troppi) sono eloquentissimi per attestare e dar conto del loro scarsissimo valore. Ben memore della qualità e del valore di ben altri “politici”, resto ogni giorno di più esterrefatto delle banalità che li sento pronunziare, delle incongruenze argomentative, delle auto-contraddizioni quotidiane, che bellamente ammanniscono a un pubblico che loro pensano, forse (poveretti loro!), non sia in grado di un discernimento sottile e spietato nei loro confronti. Faccio un nome solo, risparmiando qui la mia solita querimonia su Dimaio: Di Battista, detto il Dibba, confidenzialmente che, ciondolon ciondoloni, pensa di pensare. Ahinoi!, e che lo Spirito ci aiuti.

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