Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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E’ indispensabile richiamare i fondamenti etico-politici dell’agire umano, analizzare la situazione e il fabbisogno sociale, verificare le compatibilità economico-finanziarie dello Stato, decidere scegliendo con chiarezza e precisione, pianificare, programmare le attività, legiferare: è il mestiere di chi governa… per il quale bisogna avere le competenze e la passione morale

“Learn, discuss and then decide”. In the most famous of his “Useless Sermons“, Luigi Einaudi, the great economist and second President of the Italian Republic, posed the question that is still crucial for all lawmakers: “Is deciding without knowing of any use?”. His answer was clear: no, it is not. “Hasty laws beget new laws meant to amend and perfect; but since the new ones stem from the urgent need to remedy the flaws of the badly designed ones, they are inapplicable, unless enforced through subterfuges, requiring further perfection, thus becoming one big entangled knot, which nobody can undo (…)”.

Evaluation is the tool that, while not replacing the political decision in the democratic circuit, allows lawmakers to decide wittingly, taking duly informed decisions. The goal of the assessment is not to bias the lawmakers, rather to educate them as to the consequences of their decisions, hence promoting knowledge and information transparency, which are crucial aspects of the decision-making process.

(Luigi EINAUDI)

 

Ora che, bene o male, si sta definendo il nuovo governo italiano, con l’alleanza fra PD e M5S, mi chiedo se e come i contraenti abbiamo presente, sia il flusso logico-operativo così come descritto nel titolo, poiché saltare anche uno solo dei passaggi proposti, porta tutti nella confusione e nell’impossibilità di fare alcunché, sia l’insegnamento di Luigi Einaudi sopra riportato in inglese.

Sotto il profilo logico-filosofico si potrebbero ulteriormente “spacchettare” i passaggi, ad esempio della fase riflessiva e deliberativa, prima della fase operativa. Faccio un esempio derivante dalla tradizione classica, greco-latina e medievale.

Al fine di operare una scelta razionale, Aristotele e Tommaso d’Aquino propongono alcuni precisi step, i seguenti cinque: riflessione, consiglio, consenso, deliberazione, azione. Come si vede si tratta di un processo logico, che necessita di un confronto duplice, con se stessi e con gli altri. L’uomo saggio non agisce trascurando di utilizzare queste fasi del pensare e dell’agire.

Ora mi chiedo come invece stiano impostando le scelte di governo coloro che questo prossimo governo vogliono fare. Stanno forse distinguendo la varie fasi, per valorizzarle, al fine di evitare errori, per quanto possibile? Non mi pare proprio. Questi stanno andando avanti in mezzo a contraddizioni e scatti in avanti, indietro, di lato, nella confusione lessicale e dialogica più strampalata, ognuno, chi più chi meno, impegnato a difendere il proprio scranno, il proprio privilegio, almeno da Conte in giù, ché Conte un lavoro ce l’ha, e Di Maio no, a meno che non si consideri un lavoro degno del suo prestigio quello di vendere bibite allo stadio San Paolo.

In assoluto sappiamo che vendere bibite allo stadio è attività degnissima, ma ora, dopo aver fatto a venticinque anni il vicepresidente della Camera e a poco più di trenta il vicecapodelgoverno e il ministro in dicasteri importanti, no. Lo capisco, anche se non condivido. Qualcuno dovrebbe spiegargli che la vita è fatta anche di alti e bassi, di salute e malattia, di successi e sconfitte, alternativamente, come il giorno si alterna alla notte, come ogni movimento naturale: generazione/ corruzione, nascita/ morte, sole/ pioggia, e via elencando.

La vita è una parabola di parabole (non nella accezione di racconto evangelico, ma nell’accezione di figura matematica).

Prima di tutto occorre richiamare sempre i fondamenti etico-politici cui ci si riferisce, analizzare la situazione e il fabbisogno, verificare le compatibilità economico-finanziarie, decidere scegliendo la via più razionale, pianificare i tempi e i modi dell’azione, programmare i vari passaggi individuando le risorse necessarie, legiferare, verificare che la legge sia rispettata: ché è il mestiere di chi governa. E poi, nel dettaglio, occorre operare di seguito in questo modo, ogniqualvolta s’ha da prendere una decisione, dando tempo e attenzione ai seguenti passaggi: a) riflessione, b) consiglio, c) consenso, d) deliberazione, e) azione.

Qualcuno talora mi dice che scrivo “troppo difficile”, e pretendo troppo dagli altri. Può essere che scriva difficile, ma io intanto pretendo moltissimo da me, perché ognuno deve dare il massimo di quello che ha, per se stesso e per il bene comune. Ho sempre bene presente come linea guida la Parabola matteana dei talenti (25, 14-30), che mi ispira e mi guida. Che uno sia dotato di uno, due o cinque talenti, li deve fare fruttare, proprio per diventare se stesso.

Mi chiedo se i politici e i governanti attuali abbiano mai letto o ascoltato un commento sulla parabola citata, e resto sconsolato.

Peraltro, se questo governo incipiente è definito da chi lo avversa di sinistra-sinistra, io che sono di sinistra democratica e moderata, socialista riformista, non condivido. Se il “contenitore PD” è un soggetto per me sufficientemente riformista, ma anche pieno di contraddizioni, il M5S non lo è, e pertanto non mi piace. Anche nel PD vi sono tendenze che non condivido, come quelle sui “diritti civili” tipo eutanasia, LGBT, etc., mentre non noto altrettanta attenzione per le questioni economiche, sociali, contrattuali, assicurative e assistenziali: il PD non è più un qualcosa, come i vecchi partiti di sinistra e buona parte della Democrazia cristiana profondamente vocata ai diritti sociali ispirati a basi etiche di eguaglianza delle opportunità ed equità tra le persone, ma un partito interclassista più attento alla tecnocrazia e all’innovazione, che stanno assurgendo alla dimensione del mito contemporaneo, specie in persone come Calenda, freddissimo saputo liberal-democratico. Non mi ci vedo far completamente squadra con tipi del genere, ma nemmeno con un altro animale a sangue freddo come Renzi… e Zingaretti mi par troppo fragile, non ben preparato e “competitivo” sotto il profilo della cultura politica e della leadership. C’è molto da fare lì.

Dei 5S e della loro intrinseca mediocrità ho scritto fin troppo in questi anni, sceverando limiti, difetti, incongruenze e contraddizioni miste a ignoranza arrogante e arroganza ignorante. Che si può dire quando loro tentano di spiegarci il significato e il “valore” della piattaforma Rousseau? Si tratta di un oggetto misterioso, per certi aspetti in-analizzabile, inqualificabile, di proprietà privata, presuntuosamente ispirato dai suoi fondatori e gestori. Non dovrebbe essere neppure un quesito proponibile se un voto negato di questo pomeriggio possa mettere in questione l’accordo di governo che PD e M5S stanno perfezionando, dopo essersi impegnati a farlo davanti al Presidente della repubblica, in ragione dell’art. 1 della Costituzione italiana. E invece, giornalisti e politici si stanno chiedendo gravemente se tale quesito si ponga, o meno.

Per analogia di proporzionalità (cf. Aristotele, Tommaso d’Aquino e Cornelio Fabro) la consultazione sulla piattaforma Rousseau è paragonabile alla mozione finale di una Direzione del PD o di Forza Italia, che impegna e sollecita i gruppi a fare, a costruire e bla e bla… Null’altro. E invece vi è chi sostiene che il governo potrebbe non nascere se prevalessero i “no”. Non riesco neanche a dire che si tratta di follia pura, di violazione della Carta costituzionale, di uno sgarbo istituzionale verso Mattarella, e altre cose ragionevoli. Proprio non ce la faccio, perché sono incredulo si possa arrivare a tanta nequizia intellettuale e perfino cognitiva.

Oltre a fargli un esame di Educazione civica, a questi qua, gli sottoporrei un paio di quesiti per misurarne l’attitudine cognitiva: un aforisma di Kurt Goedel e un detto risalente alla grecità filosofica classica. Il grande matematico tedesco, per dire come non tutto fosse matematizzabile sotto il profilo gnoseologico ebbe a dire, a titolo di esempio “Questa frase è falsa“. Ebbene, immediatamente si coglie l’aporeticità dell’affermazione, e non occorre dica di più a intelligenze normali. A tal Eubulide di Megara si attribuisce invece questa altra frase “Tutti i Megaresi sono menzogneri“. Occorre spiegare? Se sì, non ammetterei a fare politica amministrativa chi necessitasse di spiegazioni.

Non ho il morbìn (in lingua friulana significa più o meno “le palle”, metaforicamente parlando) di ri-citare qui i peggiori di quel Movimento, i cui fatti (pochi assai) e detti (troppi) sono eloquentissimi per attestare e dar conto del loro scarsissimo valore. Ben memore della qualità e del valore di ben altri “politici”, resto ogni giorno di più esterrefatto delle banalità che li sento pronunziare, delle incongruenze argomentative, delle auto-contraddizioni quotidiane, che bellamente ammanniscono a un pubblico che loro pensano, forse (poveretti loro!), non sia in grado di un discernimento sottile e spietato nei loro confronti. Faccio un nome solo, risparmiando qui la mia solita querimonia su Dimaio: Di Battista, detto il Dibba, confidenzialmente che, ciondolon ciondoloni, pensa di pensare. Ahinoi!, e che lo Spirito ci aiuti.

Edgar Morin, Giuseppe Conte, il “nuovo umanesimo” e la scimmia assassina

A Piacenza una donna, l’ennesima, Elisa, è scomparsa sulle colline. 28 anni, carina, un uomo di 45 è uscito di testa. Chissà.

Silvia è sparita in Kenia, forse ora è schiava dei folli Al Shabab, in Somalia, i Somali sono pericolosi, magri, veloci, spietati.

E questi, assieme ad altri feroci episodi, caratterizzano molto dell’attuale condizione umana, che si sta rivelando ancora essere in parte scimmia ferina, antropoide assassino.

Sul Sole24 Ore della Domenica di oggi, 1 settembre 2019, il genetista Guido Barbujani fa il punto sulla genetica e sull’ignoranza aggressiva (tra le varie ignoranze) in tema. Trascrivo alla lettera alcuni passaggi.

“(…) Nel febbraio 2018 mi chiamano a parlarne in un programma televisivo, e l’intervista finisce poi su Youtube. Qualche tempo dopo mi viene la curiosità di leggere i commenti. Sono parecchie pagine. A parte quelli che danno per scontato che l’umanità è stata manipolata geneticamente dagli Anmunaki, vengo definito ciarlatano, prezzolato, becero, merdoso moralista, ultimo genetista darwiniano scovato chissà dove, cartomante abbruttito dalla miseria, ebete. Copio qui il parere di un signore che si firma aramb10: Sicuramente Barbujani è ebreo, come Barbara Spectre. Ebreo del cazzo. Non è colpa mia neanche se sei un Ebreo lebbroso e in passato la tua stirpe è stata salvata (purtroppo) anche se piangete sempre per la shoah. (…) Lasciare l’ultima parola a un ebreo di mmmerda come te è un attributo positivo di chi rispetta l’umanità ma ne distingue le razze, specialmente con la tua, e poi dimmi di che etnia è il tuo cane ops o di che razza. Le razze esistono idiota, che poi la tua sia da eliminare questa è altra cosa, anzi la cosa.

Barbujani non reagisce a un commento di tale bassezza, ma io sì, e spero che aramb10 legga il mio blog. Il suo scritto è, non solo rappresentazione inequivocabile di un’ignoranza scientifica sesquipedale, ma anche di una rozzezza argomentativa quasi insuperabile, anzi di una privazione totale di logica e soprattutto, e per me è la cosa più grave (forse), di una cultura daterzamediaforsepresachissàcomealbardello sport di uno sperduto borgo di fantàsia. Il nulla. Bene.

Torno al paziente scienziato Barbujani, riprendendo alcune sue considerazioni iniziali.

“Parliamo di genetica. La pelle non lascia fossili, ma oggi esiste un metodo di machine learning, una forma di intelligenza artificiale, che permette di capire di che colore fosse la pelle di persone del passato, se nelle loro ossa è rimasto un po’ di DNA. Il margine di errore, al momento, è sotto il 4%. Genetisti inglesi sono riuscii a estrarre DNA dai resti, conservati al Museo di Storia Naturale di Londra, di un uomo di 9mila anni fa: il Cheddar man. Il risultato è stato sorprendente: Cheddar man e altri suoi contemporanei, in Spagna, Svizzera e Lussemburgo, avevano pelli molto scure (e, tre di loro, occhi azzurri). Insomma gli Europei hanno conservato molto a lungo, fino al mesolitico, la pelle scura dei loro antenati africani.”

E allora, ben poco caro aramb10 e altri che la pensate come lui, quanti siete? Per me finisce qui, sperando in una vera e propria redenzione intellettuale in molti. Alcuni ne conosco anch’io, ma non mi leggono, o non hanno le palle per commentare quello che scrivo in questo blog.

Per quanto riguarda Barbujani, non mi sono chiesto neanche per un attimo se sia credente o a-teo, se per lui il Dio-uomo (che è la visione top-down del credente), la dimensione teandrica, o l’Uomo-dio (che è la visione bottom-up del non-credente dai tempi di Democrito e, passando per Feuerbach, fino a noi) siano concetti da considerare, magari non nell’ambito della sua scienza, la biologia, ma in ambito teo-logico, cioè là dove ci si chiede qualcosa su Dio e sul rapporto che Egli, ove esista, abbia o non abbia con noi, con l’uomo. Non mi interessa, ovvero, potrebbe interessarmi se ci conoscessimo. Per ora mi basta sapere che è un ricercatore meritevole di grande rispetto, anche per il suo garbo e la sua capacità di sopportazione degli insulti da parte di chi non ha né arte né parte.

Altro tema: il discorso che il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha fatto in sede programmatica del nuovo governo. Egli ha citato il “nuovo Umanesimo” (sperando io che non l’abbia fatto su suggerimento dell’ing. Casalino, ma che sia farina del suo sacco), come indirizzo filosofico del suo prossimo agire. Intanto mi compiaccio che abbia ritenuto utile partire dal sapere filosofico per poi parlare di politica, ma mi piacerebbe capire meglio.

Intanto, noi occidentali neo-latini sappiamo che il concetto è rinascimentale, risalente a studiosi come il grande Giovanni Pico della Mirandola, filosofo neoplatonico fiorentino, del giro del Magnifico Lorenzo, e lo fa risalire alla Humanitas latina, presente nella grande letteratura imperiale, in Cicerone, in Virgilio, in Ovidio, in Orazio, in Seneca e in molti altri, e che è di Terenzio il detto (ripreso da sant’Agostino), qui da me riportato a memoria (forse con qualche errore) “nihil humanum mihi alienum est”, cioè nulla di umano mi è estraneo.

Il platonismo umanistico-rinascimentale del citato Pico e di un Marsilio Ficino è stato lo snodo di un passaggio di rivalutazione dell’umano come soggetto intelligente e autonomo, dopo la stagione straordinaria della teologia scolastica tommasiana e bonaventuriana, la stagione dell’intelletto e della volontà come doni di Dio all’uomo, doni tali da renderlo libero. L’Umanesimo e il Rinascimento italiani sono stati una stagione di luce per il mondo, così come lo è stata, anche se in modo diverso, quella medievale. Dante fu il supremo vate del Medioevo, e il suo quasi contemporaneo Petrarca, il prodromo del futuro prossimo, loro.

Da Descartes in poi, fino a Nietzsche, e passando per Spinoza, Kant e Hegel, l’uomo si è guardato dentro, scoprendo di avere la possibilità di crescere, comprendendo sempre di più il mysterium del suo essere-nel-mondo, senza esser-del-tutto-del-mondo (fra costoro chi più chi meno).

Ed eccoci a una nuova polemica. Edgar Morin è un filosofo e pedagogista ancora vivente, quasi centenario. Anch’egli parla di “nuovo umanesimo”, penso io, intendendolo al modo dei classici e dei rinascimentali, cioè: il valore dell’uomo che può anche pre-scindere da Dio, ma non lotta contro il concetto di Dio e la credenza in Dio, come fanno gli atei militanti à là Margherita Hack o il Piero Angela, divulgatore di ateismo televisivo. Massoni impliciti, non storici. E anche sulla massoneria si dovrebbe fare un discorso più ampio ed equanime, storicamente fondato.

Sul richiamo al nuovo umanesimo fatto da Conte, è intervenuto qualche dì or sono il padre Livio di Radio Maria, con una conferenza di ottimo livello, pacata e documentata. Il suo pensiero su questo nuovo umanesimo è negativo, perché ne vede gli aspetti più deteriori e superbi, connotati da un’illusione ottica: la convinzione che l’uomo possa bastarsi e che ogni sguardo nell’altrove sia inutile, se non deleterio.

Non sono in buona parte d’accordo con il religioso scolopio per un paio di ragioni, una teo-logica e l’altra filosofica: la fede non deve temere mai la cultura, la ricerca dell’uomo su di sé e sulla natura; inoltre, l’uomo è un essere capace di meraviglia (Platone, Aristotele, ma anche Agostino), per cui ogniqualvolta le sue conoscenze aumentano, può aumentare anche la glorificazione del Divino, declinato come Dio-Padre, Figlio e Spirito. Caro padre Livio, non temiamo chi non è da temere, come Barbujani, ma da aiutare e ammirare. Piuttosto, combattiamo con i fautori dell’ignoranza, come il gran partito che si è recentemente castrato da solo e quello rappresentato dai suoi ex alleati di nuovo al governo dell’Italia. Combattiamo contro i fanatici di tutte le risme, new age religiosi, terrapiattisti, vegani intolleranti, animalisti senza se e ma, etc.. Questa è la battaglia da fare, non contro il “nuovo Umanesimo”, che può invece rappresentare una vera rinascita, un nuovo Rinascimento, così come accadde mezzo millennio fa, e si irradiò in tutta Europa.

Anche il professore Michele Ciliberto la pensa più o meno come me, affermando in un suo volume recente (Il Nuovo Umanesimo, ed. Laterza) che oggi sia possibile un nuovo umanesimo. Oggi occorre ripensare alla condizione umana, che oggi vive un periodo drammatico. Egli scrive “È il punto che ha colto con grande acutezza Papa Francesco il quale si è reso conto che le fondamenta di un intero mondo sono ormai finite e che oggi sta nascendo in modo faticoso e talvolta tragico una nuova realtà, per molti aspetti sconosciuta. Basta pensare, per fare solamente un caso, a ciò che significano, per il destino dell’Europa, le ondate di immigrati che si rovesciano senza sosta sul nuovo continente. Da qui a pochi decenni il nostro sarà un mondo compiutamente multiculturale, multi-religioso, multi etnico. Questa è la realtà e non serve pensare che si possa contrastarla costruendo steccati o addirittura, come pure è avvenuto, reticolati. Sono destinati a saltare. (…)”.

La battaglia da fare è quella della conoscenza come diritto inalienabile, parte del diritto all’auto-determinazione individuale e alla libertà di pensiero e di scrittura, di azione e di scelta, sempre nel rispetto delle leggi giuste e come la nostra costituzione repubblicana, che va certamente aggiornata in alcune parti, ma sempre mantenendo i suoi straordinari principi e valori umanistici e rispettosi di ogni scelta filosofica e religiosa.

BABBEI: l’80/ 90% centrale e i 5/ 10 a dx e sx della curva a campana di Gauss, e la sua utilità per valutare la distribuzione delle intelligenze individuali

Carl Friedrich Gauss è stato uno dei maggiori matematici dei XVIII e XIX secoli. Di famiglia modesta, studiò a Gottinga fino al dottorato in matematica, ma non è mai stato professore ordinario, bensì solo docente straordinario e con poca passione per l’insegnamento. Il princeps mathematicorum, si mantenne agli studi con il beneplacito del duca di Brunswick, ché come si usava al tempo, o un intellettuale aveva mezzi suoi per sopravvivere, oppure faceva la fame, a meno che qualche illuminato mecenate non provvedesse a lui con una pensione o prebende di sopravvivenza.

Famoso per le sue ricerche teoriche, queste sono state utilizzate con efficacia anche nelle discipline sociologiche e statistiche.

Nella teoria della probabilità la distribuzione normale (detta gaussiana) è una forma spesso utilizzata come prima approssimazione per descrivere variabili casuali a valori reali che tendono a concentrarsi attorno a un singolo valore medio. Il grafico della funzione di densità di probabilità associata è simmetrico e ha una forma a campana, nota come campana di Gauss (o anche come curva degli errori).

La distribuzione normale è considerata il caso base delle distribuzioni di probabilità continue a causa del suo ruolo  nel teorema del limite centrale. Più specificamente, assumendo certe condizioni, la somma di n variabili casuali con media e varianza finite tende a una distribuzione normale al tendere di n all’infinito. Grazie a questo teorema, la distribuzione normale si incontra spesso nelle applicazioni pratiche, venendo usata in statistica, in biologia e nelle scienza sociali, come un semplice modello per fenomeni complessi.

Sul web trovo il racconto seguente: “Gauss era un perfezionista e un lavoratore accanito. Secondo Isaac Asimov, mentre stava lavorando ad un problema, sarebbe stato interrotto per riferirgli che sua moglie stava morendo. Gauss avrebbe risposto: “Ditele di aspettare un attimo, sono impegnato”. Questo aneddoto è aspramente contestato in Gauss, Titano della Scienza di Waldo Dunnington come una “scemenza tipica di Asimov”. Non fu uno scrittore molto prolifico, rifiutando di pubblicare qualcosa che non fosse assolutamente perfetto. Il suo motto era difatti Pauca sed matura (Poche cose, ma mature). I suoi diari personali indicano che egli compì molte importanti scoperte matematiche anni o decenni prima che i suoi contemporanei le pubblicassero. Lo storico matematico Eric Temple Bell stima che, se Gauss avesse pubblicato per tempo tutte le sue scoperte, avrebbe anticipato i matematici di almeno cinquant’anni.

Tra i suoi pochi allievi si annoverano comunque Bernhard Riemann e Richard Dedekind.

Ascoltando per abitudine Radio Radicale, che mi pare una delle emittenti di miglior qualità (i grillini volevano chiuderla perché temono la qualità e la cultura, come anche Grillo ha – paradossalmente – evidenziato qualche giorno fa), da quando c’è la crisi di governo, la redazione dà quaranta (40) secondi di tempo al pubblico, ai singoli ascoltatori, per dire ciascuno la propria sulla crisi stessa. Il conduttore non commenta mai  gli interventi, limitandosi a invitare chi interviene a un minimo di decenza espressiva, specie quando la persona scivola sul terreno degli insulti, delle minacce e dei malauguri, tipo “spero che a quello là (di solito un politico, ndr) venga un ictus, o che sua figlia venga violentata...” e orrori del genere.

Più di qualsiasi trattato socio-antropologico e psico-sociale, ascoltando gli interventi che, meno male son contenuti in rigorosi quaranta (40) secondi, mi sto facendo un’idea delle persone che chiamano, uno spaccato degli Italiani che votano (una testa-un voto, tutti del medesimo valore, è la democrazia, caro lettor mio!), che lavorano, che spendono, che studiano (poco, pochissimo!), che vogliono avere un ruolo, etc. etc., e quindi decidono delle scelte politiche nelle varie consultazioni elettorali.

Innanzitutto faccio, psico-sociologicamente,  un piccolo distinguo, anche se molto grezzo: di solito intervengono per radio persone che hanno bisogno di ascoltarsi e di poter dire ai conoscenti di essere-stati-per-radio e poi specificare con un “mi hai sentito? Gliele ho cantate, aha ah!” La mia amica psicologa Anita Zanin mi potrebbe dire che queste persone di solito soffrono di scarsa autostima.

Ebbene: il livello degli interventi è a dir poco pietoso, penoso, il più delle volte squallido, caratterizzato da un analfabetismo generale impressionante, espresso da frasi senza capo né coda, da ragionamenti che tali non sono, da affermazioni insensate o comunque non documentate, da concetti fumosi e a volte del tutto incomprensibili, anche perché forse non chiari neppure al parlante, e da un analfabetismo politico pressoché assoluto.

Un esempio: “Devono decidere gli Italiani – affermano quelli che sono contrari al governo PD/ 5S oramai prospettato – perché lo dice la Costituzione (che costoro non hanno certamente mai letto, ndr)”, ignorando che la Costituzione afferma, all’art. 1: “(…) La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nella misura e nei limiti previsti dalla Costituzione“, non pensando che elezioni politiche si tengono ogni cinque anni e che i governi si formano nel Parlamento degli eletti. L’articolo 1 dice che la sovranità si esercita da parte del popolo nelle forme e nei limiti della Costituzione, che norma la nostra democrazia parlamentare.

Quindi vi sono dei limiti! Ad esempio quelli che sono imposti dall’esistenza di un Parlamento con poteri di rappresentanza e di costituire Governi, cari fautori della democrazia diretta, ignoranti che siete!  Che cosa c’entri con la sovranità del voto di poche decine di migliaia di iscritti 5S con la democrazia è misterium paulum gaudiosum, piuttosto è roba da falsi guru e fattucchieri da strapazzo, quale era Casaleggio senior (ne aveva anche il look misteriosofico) e quale è lo junior. Andiamo oltre, per favore, neanche perdere tempo con tali pinzillachere (Totò docuit).

C’è quasi da vergognarsi di questa fauna umana italiota che parla per radio, pensando di dire qualcosa, e invece no, emette solo inutile fiato inquinando la mente di chi ascolta. E’ impressionante il basso livello culturale di costoro, inaudito, non pensavo che fosse di tale nientificante disvalore, no, caro lettore.

Ora Meloni, Salvini e, buon ultimo, Berlusconi, invocano le elezioni: ma queste si sono tenute un anno e mezzo fa il 4 marzo 2018, e pertanto in Parlamento si può formare una nuova maggioranza con i numeri degli eletti in quella data. Il prossimo governo sarà legittimamente un “governo-voluto-dagli-italiani”, nei modi e misura previsti dalla Costituzione, non il contrario. Neppure questo di sa. Queste cose non vengono esplicitare dai media, né tanto meno da chi ha interesse a tornare immediatamente a votare. Quello che rimprovero ai fautori del voto anticipato è la disonestà intellettuale, prima ancora che la linea politica o la visione etica delle cose. Ooh, naturalmente ho ben presente anche le giravolte del PD, che con Zingaretti voleva tornare al voto rapidamente solo un mese fa, e anche i numeri risicati che la nuova maggioranza avrà in Senato.

Tornando alla campana di Gauss, e alle sue funzioni di densità e di frequenza, e considerando che essa possa misurare tre dimensioni suddivise verticalmente tra un 5 o 10% alla sinistra e altrettanto alla destra, resta un 80/ 90 % nel mezzo, cui mi pare di poter dire appartengano in proporzione gli Italiani. Usando la scala Likert a 5 gradienti per misurare, se pur alla buona, i livelli intellettivi e cognitivi, potremmo avere un 5/ 10% di oligofrenici (mi si perdoni la rudezza espressiva e anche un certo azzardo), un 5/ 10% di persone pensanti, che non ignorano la fatica della ricerca della verità (ne conosco non poche), e un 80/ 90% di pigri, mediocri o pappagalli, di vari generi e specie, il gregge che ha sempre bisogno di parole d’ordine, di un capo arrogante e di semplificazioni al limite dell’indecenza, e oltre. Ecco la ragione per cui, solo ieri, su venti (20) interventi ascoltati in una mezz’ora circa, solo uno (1) aveva i crismi della ragionevolezza di un sillogismo semplice e la coerenza razionale e logico di una argomentazione. Diciannove (19) interventi erano pattume linguistico e lessicale.

Disperarsi? No, continuare a lavorare, ciascuno nel suo, con umiltà e pervicace resistenza. Per ciò fare occorre cambiare prospettiva, io devo cambiarla. Devo smettere di scandolezzarmi per la situazione e prendere atto con realismo critico che la… realtà è quella che è. Questi siamo. Proviamo a considerare i partecipanti che riempiono talk show, capaci di applaudire al solo sentir nominare l’ospite, e poi di applaudirlo appena apre bocca, qualsiasi cosa dica. Chi sono questi? Sono pagati per presenziare e applaudire?

Altro esempio: la trasmisssione di Radio 24, di proprietà confindustriale, La Zanzara: ebbene, questo format, gestito dal giornalista Cruciani e dai (per me) insopportabili David Parenzo e Alberto Gottardo, dal linguaggio becero e maleducato, esempi del politically correct più aggressivo e noioso, è una trasmissione seguitissima. Anche lì, chi ha il coraggio di telefonare sa di poter essere maltrattato fino all’insulto: telefonando, a meno che non si sia uno Sgarbi, cui è concesso quanto e come i conduttori fanno e dicono, è facile essere apostrofati con complimenti come  “cretino, deficiente, roba da manicomio, ecco che arriva l’ambulanza, etc.”. Eppure telefonano in molti, quasi sempre dicendo stupidaggini sesquipedali, ovvietà e banalità prevedibili e stantie. Eppure telefonano. Masochisti, o semplicemente stupidi. Quanti sono? Qualcuno di costoro mi legge e si incazza con me? Ho qualche dubbio, perché il mio blog è pre-selettivo, non è come quello di Di Battista e o di Salvini.

Ah, dimenticavo: si sentono tutti dire, a partire da Salvini e continuando con chi vuoi, caro lettore, che “gli altri” sono poltronari o poltronisti, salvo il parlante al momento. Mi pare che siano tutti ben assisi su poltrone che rendono da 12 e 15 mila euro al mese. Salvini, Bernini, Meloni, D’Uva, Guerini, etc., suvvia!

Devo dire a me stesso che  devo accettare la situazione, senza pensare che le cose siano come io auspico che siano.

“Vieni avanti, cretino!” Da Totò a Sordi, da Ridolini a Tafazzi e Cetto Laqualunque e fino a Salvini, Di Maio, Toninelli o Di Battista, et multi alii, che possono dirsi onorati di stare in simil compagnia

Caro il mio lettor paziente,

puoi pensare che l’elenco dei nominati nel titolo sia quantomeno curioso e non si capisca bene quale criterio suggerisca di accostarli, in qualche modo. Provo a spiegarlo a me stesso. Tutti e otto hanno a che fare, se pure in modo diverso, con l’umorismo e la comicità. Addirittura si potrebbero aggiungere altri nominativi, come quello eccelso di Chaplin e di Buster Keaton, quello molto buono di Harold Loyd, di Erminio Macario, del Pappagone di Peppino De Filippo, del Fracchia villaggesco e di altri, perfino di Corrado Guzzanti, passando per il Walter Chiari de i Fratelli De Rege, e così via.

Vieni avanti, cretino“, ecco, questo invito potrebbe essere il motto chiave. Ognuno di quelli può aver fatto (ha fatto) il “cretino”, in modo più o meno efficace, per far ridere, o anche, nei casi migliori, per far pensare (Chaplin, Keaton, e anche il Villaggio di Fantozzi). Mi pare certo che, sempre qualcuno degli elencati, non solo ha fatto il “cretino” con i suoi comportamenti, ma ha mostrato una consistenza ontologica di “cretinità” personale. Poi cercherò di fondare su qualche riflessione questa mia asserzione.

Ti ricordo, caro lettore, il significato etimologico-filosofico di ontologia: si tratta, appunto, della “scienza dell’essere”, previa a ogni altra scienza e conoscenza, poiché senza una conoscenza, anzi una domanda sull’esseredelle-cose non è possibile alcuna conoscenza successiva, più tecno-scientifica, più di dettaglio, tipica di ogni statuto epistemologico disciplinare.

Torniamo a noi. Se nell’elenco nominativo di cui sopra si può osservare una consistenza ontologica della “cretinità”, ovvero della “stupidità”, termine quasi sinonimico, nell’uso comune, anche se il primo termine ha anche una valenza di carattere medico-biologico, come rinvio al difetto neuro-psichico del cretinismo, malattia studiata e considerata almeno da un paio di secoli. Questa accezione, però, qui non ci interessa, perché l’accezione contemporanea, più culturalmente a-specifica, dice di più di ciò che intendo trattare qui.

Se andassimo, infatti, ad analizzare i termini, i concetti, i ragionamenti, la logica argomentativa, la coerenza, la fondazione etica dei soggetti politici sopra citati, cui fanno buona compagnia molti loro colleghi di tutti i partiti, ci accorgeremmo che è difficile trovare, nella pur ricchissima lingua italiana, altri termini che dicano qualcosa delle caratteristiche di quelle persone.

Fermandoci, appunto, per il momento solo sui concetti linguistici e grammaticali, semantici e narratologici sopra detti, ci potremmo chiedere quale sia la qualità dei termini usati nell’eloquio corrente dei quattro “campioni” politici sopra citati, rispondendoci subito: inadeguati, ripetitivi, stereotipati, poveri, inopportuni… basta così? Circa i concetti: confusi, contradditori, imprecisi, stantii… basta così? Circa i ragionamenti: zoppicanti, privi di ogni consecutio logica, smemorati di altri ragionamenti precedenti sul tema stesso, magari appena pronunziati, completamente contradditori, incompleti, vacui… basta così? Circa la logica argomentativa: incongrua, incoerente, priva di basi di appoggio, apodittica (quasi sempre)… basta così?  Circa la coerenza: qui siamo alla commedia, anzi al trash, poiché quasi mai si può registrare coerenza nelle prese di posizione sui medesimo argomento in tempi diversi; dall’oggi al domani costoro ribaltano completamente l’idea precedente… basta così? Circa la fondazione etica: confusione perfino sulla nozione filosofico-giuridica di etica, incapacità di discernimento sui valori, confusione semantica e morale… basta così?

Non so se serve che continui la mia analisi. E’ forse troppo spietata? Pretendo troppo dai politici? Non lo so, mi pare di no, per una semplice ragione: che se gli umoristi e i comici possono permettersi illogicità, confusione, smemoratezza, contraddizioni logiche, umoralità, etc.., anzi, queste caratteristiche sono l’humus, la sostanza e la forma stessa (che è la stessa cosa) dell’efficacia del loro lavoro e della loro professionalità, i politici no, non possono permetterselo, anzi, al contrario, essi devono mostrare le virtù opposte (a questi vizi), direbbe Tommaso d’Aquino.

Proviamo ad applicare il precedente schema analitico ai politici di alcuni decenni fa, proviamo a rispondere mettendo nelle medesima griglia concettuale Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Alcide De Gasperi, Ugo La Malfa, Pietro Nenni fino a Bettino Craxi (e ne mancano molti altri, anche seconde linee che oggi sopravanzerebbero di gran lunga, per qualità, i protagonisti attuali).

Che dire, dunque? Meno male… ora un Di Battista oggi pare sia stato zittito dai suoi stessi compagni di movimento. Forse non tutto è perduto. Avevo fiducia che fosse così, ora sono più sereno. C’è molto lavoro da fare: io, nel mio piccolo, son qui a disposizione. Lo dico al Partito al quale sono iscritto, pieno dei difetti sopra elencati, ma almeno disposto – per storia e idee – rivolto al meglio.

Per concludere riporto qui sotto un brano di Marx e di Engels che tratta del “cretinismo parlamentare”, certamente con un’accezione diversa da quella che ho cercato di analizzare io, ma che comunque mette in guardia contro ogni “santificazione” dei sistemi politici, perfino del migliore, la democrazia parlamentare, attualmente in vigore in Italia, come previsto e regolamentato dalla Costituzione repubblicana… figurarsi una metodologia falsamente democratica come quella del modello 5S (il sistema cosiddetto “Rousseau” appartenente a una famiglia di imprenditori privati), dove votano, quando va bene, poche decine di migliaia di iscritti, versus 50 milioni di aventi diritto al voto democratico a suffragio universale in Italia (cf. post precedente). Non scherziamo!

Cretinismo parlamentare, infermità che riempie gli sfortunati che ne sono vittime della convinzione solenne che tutto il mondo, la sua storia e il suo avvenire, sono retti e determinati dalla maggioranza dei voti di quel particolare consèsso rappresentativo che ha l’onore di annoverarli tra i suoi membri, e che qualsiasi cosa accada fuori delle pareti di questo edificio, – guerre, rivoluzioni, costruzioni di ferrovie, colonizzazione di intieri nuovi continenti, scoperta dell’oro di California, canali dell’America centrale, eserciti russi, e tutto quanto ancora può in qualsiasi modo pretendere di esercitare un’influenza sui destini dell’umanità,- non conta nulla in confronto con gli eventi incommensurabili legati all’importante questione, qualunque essa sia, che in quel momento occupa l’attenzione dell’onorevole loro assemblea.”

Marx-Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania., 27 luglio 1852 ? o sett 1851 ? – Opere scelte, (Edizioni Mosca), vol. 2, p. 112

 

p.s.

l’amico Ezio mi suggerisce di aggiungere due nominativi all’elenco di politici del titolo. Accetto il suggerimento volentieri. Eccoli: Prodi, il sopravvalutato,  e Renzi, il furbastro semper in qualche modo arrogante, e anche Marcucci (il chi è?) e Calenda (il presumido, che si è dimesso dal PD, evviva evviva). Mi sembrava ingenerosi verso di loro… trascurarli. Eh eh

 

evviva

Per una critica della ragione ipocondriaca, sulle ardue tracce di Schopenhauer

Noto ai più (chissà se è poi vero?) che la struttura di persona dà pari dignità a tutti gli umani e che la struttura di personalità dice l’irriducibile unicità di ciascuno, qui affermo e dico – apoditticamente per ora – che non solo siamo diversi l’uno dall’altro, ma che ci differenzia anche la minore o maggiore capacità di pensiero. Beninteso non sto scrivendo che, contro le ricerche neuro-scientifiche più recenti e affidabili e contro la stessa evidenza dei fatti, vi siano persone che non hanno il dono del pensiero, ma che vi è un numero cospicuo di esse che hanno questo dono naturale in misura minima, insufficiente. Persone che comunque votano e quindi decidono come chi ha una dotazione sufficiente o buona o eccellente.

Per i grillini, addirittura, non solo uno vale uno, ma quell’uno vale per stabilire una linea politica se vota su un sistema informatico governato da una esserreelle privata, e il numero dei votanti, contro i 50 milioni di aventi diritto in Italia, è di qualche decina di migliaia.

Cioè: io che sono informato, studiato e culto, e non pochi altri che conosco, e che hanno caratteristiche analoghe alle mie, devo farmi decidere la vita da gente che spesso è carente sotto il profilo della capacità di pensiero, come si evince dal profluvio di bestialità che si leggono sul web, di gente incapace di pensiero critico, di un benché minimo se pur rozzo sillogismo naturale (dico, quelli di mia nonna Caterina, con la sua terza elementare), provvista di un lessico grezzo e minimale, di una grammatica e una sintassi che riflettono una profonda ignoranza letterale e una altrettanta arroganza verbale: ignoranza e arroganza, lo sappiamo, sono direttamente proporzionali tra loro. Siamo circondati da persone di questo tipo. La fatica che faccio, talora, a sopportarle, è improba, perché in queste persone manca la benché minima umiltà, poiché sono solo capaci di dire, di ascoltare per nulla.

Platone sosteneva che al governo dovessero andare le persone competenti e che tale oligarchia della mente fosse la più adatta al governo della cosa pubblica. Aristotele definiva la politèia come la più nobile delle arti umane.

Qua, ora, sta accadendo invece l’incontrario.

Perché parlo di una ragione ipocondriaca? Può l’ipocondria come nevrosi essere provvista di ragione? E’ un atto di presunzione quello che sto descrivendo in queste righe? E’ superbia? E’ vanagloria? Proviamo a riflettere.

Non mi pare sia vanagloria, perché non sto vantando conoscenze che non ho e di ciò mi “faccio perfino bello” (si fa per dire) di fronte al mondo; non mi pare sia superbia, poiché non penso di essere esentato da un’etica del fine che rispetta la struttura umana, limitandomi a dei giudizi sulle differenze tra umani; non mi sembra sia presunzione, perché non presumo altro rispetto a un qualcosa di facilmente mostrabile, per comunicazione di notizia e per tutta evidenza… e infine, non mi pare sia manifestazione di ipocondria, a meno che non si ritenga che segnalare gli altrui limiti e differenze non configuri questo grave difetto psico-morale.

Espressomi con questo articolato syn-logismo, mi permetto allora di affermare che questo tipo di “ipocondria”, cioè di paura per la propria incolumità psico-fisica, (a questo punto virgoletto il termine, per non equivocare), ha una sua ragion d’essere, e non va confusa con la mania di persecuzione altrimenti detta paranoia. Non posso essere giudicato paranoico se mi permetto di confrontarmi con un Dibattista o un Vitocrimi e di concludere che tra me, e non pochi altri, e questi signori vi è, senza alcun dubbio, se fanno fede i loro interventi, un abisso di differenza culturale, etc etc. o no? Per evidenza, dico, differenza che risulterebbe chiarissima se vi fosse l’occasione di un confronto davanti a terzi.

Caro lettore, è ovvio che non mi sto vantando (anche se a uno sguardo superficiale potrebbe parere che sì), ma sto guardando le cose da “ipocondriaco sano”, impaurito dalla vertigine che mi dà tanta incompetenza così vicina al potere. Mi spaventa che questi tizi, cui si possono aggiungere a piacimento leghisti, a partire dal sottufficiale loro capo, pidini e fascisti di vari generi e specie, possano usare il potere che hanno o che potrebbero avere. Ad libitum,

Di seguito propongo un testo clinico sull’ipocondria:

Un paziente è definito ipocondriaco (affetto da ipocondria) quando continua a male interpretare alcune sensazioni corporee nonostante abbia ricevuto rassicurazioni mediche pertinenti, valide e ben fondate, e nonostante abbia le capacità intellettive per comprendere le informazioni ricevute.

Nell’ipocondria la preoccupazione può riguardare le funzioni corporee (per es. il battito cardiaco, la respirazione); alterazioni fisiche di lieve entità (per es. piccole ferite o una saltuaria allergia); oppure sensazioni fisiche indistinte o confuse (per es. “cuore affaticato”, “vene doloranti”).

La persona attribuisce questi sintomi o segni alla malattia sospettata ed è molto preoccupata per il loro significato e per la loro causa. Le preoccupazioni possono riguardare numerosi apparati, in momenti diversi o simultaneamente.

In alternativa ci può essere preoccupazione per un organo specifico o per una singola malattia (per es. la paura di avere una malattia cardiaca).

I soggetti con l’ipocondria possono allarmarsi se leggono o sentono parlare di una malattia, se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato, ed a causa di osservazioni, sensazioni o eventi che riguardano il loro corpo.

La preoccupazione riguardante le malattie temute spesso diviene per il soggetto un elemento centrale della immagine di sé, un argomento abituale di conversazione, e un modo di rispondere agli stress della vita.

 

Ebbene, io temo per me e non solo per me che il potere gestito da figure come quelle citate e loro affini, possa farmi molto male. Ho paura, perché questi sono inconsapevoli, non del tutto responsabili dei loro detti e azioni, e ciò si deduce dall’improbabilità razionale degli stessi, dalla rozzezza dei ragionamenti, dalla contraddittorietà degli interventi, da quasi tutto il loro agire.

Vi è, dunque, una ragione ipocondriaca ed è oltremodo legittimo sottoporla a una critica, a un giudizio, a una chiarificazione dimostrativa della sua pericolosità materiale e morale. Come altrove più volte ho scritto, il rimedio è lo studio umile e paziente, la cultura che si fa con la fatica, l’onestà intellettuale, la generosità evangelica e semplicemente umana, la capacità di ascolto, il riconoscimento dell’altro, anche di chi ti insulta senza ragione perché non ha ragioni logiche, né pensiero critico, né conoscenza.

La violenza bianca, ma sapete ignorantissimi e violenti giovanotti USA che eravamo tutti neri come il carbon, all’inizio, quando ci siamo erti in piedi per monitorare la savana e i suoi perigli? No? Oh babbei, studiate, studiate!

…e cercate di avere in classe con voi anche il Presidente in carica! (ché gli farebbe bene, forse).

L’ennesima strage negli Stati Uniti d’America fa riflettere su molte cose. E’ violenza allo stato puro, intanto e, come quella dei terroristi, solo debolmente – o per nulla – “giustificata” da teoremi e teorie messe per iscritto e veicolate sul web e dalle tv. Che la violenza sia un dato permanente nella storia umana è noto, anche se oggi sembra addirittura in crescita, come dato percepito, contrariamente alle statistiche, che attesta il contrario, per la rapidità e completezza con le quali diventa di dominio pubblico. In altri pezzi, infatti, ho ricordato (cf. Il declino della violenza di Steven Pinker, 2011) come statisticamente la violenza e il numero dei morti ammazzati siano in declino, e non lo farò di nuovo.

Qui mi interessa cercare di analizzare brevemente le ragioni di certe sue esplosioni, come quelle delle due ultime stragi americane a El Paso e a Dayton.

L’origine della specie umana, dall’Homo naledensis (1700K anni fa, cioè un milione e settecentomila anni) e da Lucy, la piccola donna della Rift Valley scoperta dal professor Leakey, presenta dei tipi umanoidi di pelle scura, neri, pelle che poi, con l’andare dei millenni e lo spostamento dall’Africa centrale verso nord, verso l’Egitto e la Mezzaluna fertile, il Golfo arabico e la Mesopotamia, si è progressivamente schiarita, fino a diventare pallida come quella dell’assassino plurimo di Oslo Anders Breivik. Che si è creduto e si crede superiore a chi-non-è-bianco-latteo come lui, solo perché ha 1.700K anni di meno del Naledensis. Così come Crusius, quello del mercato di El Paso o Tarrant, quello che ha ucciso nei mesi scorsi quasi cinquanta fedeli musulmani a Christchurch in Nuova Zelanda.

Follia?, come dice Trump con i suoi cinguettii, ebbene no! Troppo comodo: anche se avessero ragione Spinoza e Libet al 100%, troppo comodo.

Si tratta di gesti definibili come “folli”, ma non di follia nel senso psico-patologico, come da Manuale Medico-Diagnostico IV o V. Almeno pare. I killer di El Paso e di Dayton non erano ricoverati psichiatrici in fuga, né persone sottoposte a Trattamento Sanitario Obbligatorio. Erano e sono ragazzi americani ventenni, completamente immersi nell’humus culturale e nel mood sociologico attuali, fatti di telematica, web a manetta, superficialità informativa e ignoranza tecnica e morale clamorose. Il risultato, su menti fragili e incapaci di discernimento e di pensiero critico, è quello che abbiamo visto. Hanno compiuto stragi, senza guardare in faccia a nessuno: addirittura il ragazzo di Dayton ha fucilato sua sorella e il fidanzato di questa.

Strage non significa propriamente distruzione di massa come in guerra o omicidio plurimo, anche se di fatto stragi possono essere compiute, sia da privati cittadini, sia da governi o strutture militari. Dresda e Coventry sono due nomi che ricordano stragi compiute tramite bombardamenti a tappeto.

Specialmente negli USA vi sono esempi – oramai storici – di stragi compiute da singoli cittadini, per vendetta o per frustrazione, da lavoratori licenziati o maltrattati, che covano odio per anni e infine danno la stura alla violenza non selettiva, quasi a far pagare a chiunque altro il proprio dolore. Lo stalking e lo straining, e anche il mobbing possono costituire moventi. E poi vi sono queste esplosioni di violenza di difficile spiegazione, a partire da Columbine.

Altre stragi sono avvenute nelle carceri durante rivolte dei detenuti. Non occorre ricordare quanto già più volte qui trattato: le stragi dei vari terrorismi, da quelli politici a quelli religiosi, ambedue fanatismi irrazionali, eppure capaci di coinvolgere molti.

Il nome di Anders Breivik non si dimentica: 77 morti ammazzati fra Oslo e Utoya nel 2011. L’assassino ebbe addirittura a protestare per la qualità morale della detenzione, non pentito, anzi convinto di aver fatto bene con il suo agire in difesa della “razza bianca”.

Questi ultimi sono solo la punta dell’iceberg di una situazione che preoccupa. La disponibilità di armi da un lato, il degrado culturale dall’altro costituiscono i punti che generano processi causali difficili da fermare. Ma su questi due ambiti bisogna lavorare.

Lavorare da parte di chi e come? Tutti sono chiamati a occuparsi di questo tema ampiamente educativo, a partire dalle famiglie e dalle scuole. Anche se in Italia (finora) non sono accaduti episodi del genere, abbiamo comunque avuto recentemente fatti su cui riflettere. Si pensi a Corinaldo e alla strage in discoteca, alle sue motivazioni superficialmente criminali della banda di giovanissimi ladri, assolutamente insensibili all’incolumità altrui; si pensi al diciassettenne che ha buttato giù da una balaustra un cassonetto colpendo un dodicenne e ferendolo gravemente, solo perché era incacchiato. Il 17enne non si è chiesto minimamente se avrebbe potuto ferire qualcuno con il suo gesto iracondo.

La scuola: decine di migliaia di insegnanti precari sono stati regolarizzati da Renzi cinque anni fa e ora altrettanti lo saranno dal governo in carica. La qualità cultural-pedagogica di molti di questi è scarsa o addirittura insufficiente, perché premiati da cursus studiorum non rigorosi e selettivi. Che cosa possono dare agli adolescenti costoro? Il governo grillin-leghista pare voglia addirittura annullare le prove Invalsi per timore che svelino l’arcano di una impreparazione diffusa. Nascondiamo lo sporco sotto il tappeto, invece di pulire la stanza.

Che cosa possiamo pensare di questi progetti? Chi sarà in grado, per competenze e autorevolezza, di occuparsi dei nostri ragazzi, e-ducandoli? Certo. educandoli, perché ogni umano ha un potenziale latente che può essere fatto emergere con le dovute modalità. Perfino il truce Crusius di El Paso. Teniamo duro, ognuno nel proprio, con perseveranza.

Del paese, di questo paese, il paese, ma bastaaa buffoni!

Del paese, di questo paese, il paese  Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese  Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paeseDel paese, di questo paese, il paese  Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese  Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese

ad libitum… (come in Shining, di Stanley Kubrik, perdio, preoccupatevi!)

invece che dire dell’Italia, l’Italia, etc., con un risparmio perfino energetico, come natura insegna, e per essere più precisi, ma, benedetti politici, giornalisti e affini

vi vergognate di dire “Italia”, vi dà fastidio pronunziare il nome della terra dove siete nati, vi va schifo, vomito, problema dire il nome, cioè il NOME di questa terra?

è di destra chiamare per nome l’Italia? vada che il termine “patria” non lo usate più, ma almeno il nome proprio di questa terra, perdio!

perché non vi vergognate – invece – di dire “paese” invece di “Italia”, perché? perché? perché?

ma vergognatevi!!!

(una prossima volta mi dedicherò a un altro penoso cliché della politica, quello che solitamente – ad esempio, per la sinistra classica – dice “ora basta, riprendiamo a occuparci dei lavoratori!”, come se “occuparsi dei lavoratori” fosse un’opzione qualsiasi, da prendere o lasciare a tempo o a seconda delle convenienze)

L’afona afasia della sinistra italiana attuale

Posto che parlare di sinistra, di centro e di destra politica abbia ancora un senso, e per me lo ha, anche se con alcuni aggiustamenti concettuali e semantici, mi pare che la sinistra italiana sia connotata attualmente da una afona-afasia, se ciò non fosse una sorta di ossimoro. Ma forse non lo è.

E dunque provo a superarlo, considerando la a-fasia, cioè un non-essere-in-grado-di-parlare, solo parziale, per cui si può percepire – se pur con difficoltà – la sua a-fonia. In altre parole, la sinistra parla poco e male, o meglio esprimendo concetti vaghi e confusi, con voce poco squillante e talvolta inascoltabile. Altrimenti non si capirebbe in qualche misura la vertiginosa crescita della Lega salviniana, primo dato.

Si pensi che Salvini, sui migranti non la racconta giusta, anche se sa di farlo: lui parla solo delle Ong, che certamente sono dispettose, ancorché politicamente correttissime, ma trasportano solo (e forse meno) il 10% dei migranti in cerca di terre migliori. Il 90% sfugge a Salvini, anzi se lo fa sfuggire, perché ciò non “butta” in termini elettoralistici: sono quelli che arrivano sulle coste dal Salento alla Sardegna, passando per la Calabria ionica e l’immensa costa sicula, sui barchini, oppure via terra per il Friuli Venezia Giulia dal confine sloveno, e lì veramente potrebbero nascondersi figuri sospetti. Pare che adesso si stia attrezzando per fermare le partenze con l’aiuto della marina e dell’aviazione. Intanto, dopo tanti proclami non si fa nulla per agire a monte, in Africa, dove sporchi dittatorelli, magari formati in linde università anglosassoni sfruttano vergognosamente territori e persone. Anzi, alla ex colonialista Francia, e novella tale, certe situazioni possono fare comodo, per ragioni energetiche et similia: basti ricordare la vicenda di Ustica (era un Mirage francese l’aero che abbatté il volo Itavia, mentre inseguiva un Mig 21 o 25 di Gheddafi? Un giorno o l’altro lo si saprà?), le critiche francesi quando Gheddafi entrò nel capitale sociale di Fiat, l’intervento economico dello stesso colonnello per sostenere la campagna eletterale di Sarkozy, che poi lo ringraziò con il suo omicidio nel 2011, trascinando lo sprovveduto Obama (uno dei peggiori presidenti USA per la politica estera), e ora sta ambiguamente vicino al generale Haftar, cercando sempre di danneggiare gli interessi di Eni, e quindi dell’Italia. Per non parlare della nuova grande potenza coloniale in Africa, la Cina.

Dicevo: sinistra che non riesce ad esprimere quasi nulla, impantanata tra clichés arcaici e l’imitazione dei più forti slogan della destra: non nomina quasi più i temi del lavoro e parla di “Italiani”, quasi a imitar il Salvini dello slogan “prima gli Italiani”, dimenticando quasi il consueto lemma “paese”, “del paese”, “questo paese”, per dire “Italia”. La sinistra ha dimenticato i temi sociali “radicalizzando” quasi esclusivamente i temi civili: faccio un esempio: si spende senza riserve per le Unioni civili, sacrosante, ma non si batte per una politica economica e dell’occupazione, vera. Quando ascolto un Cuperlo o un Orlando qualsiasi, che sono i più “de sinistra”, li sento proprio lontanissimi, da me e dai lavoratori. I loro discorsi restano degli auspici, delle critiche generiche senza un costrutto ideale e programmatico. Anche lo stesso D’Alema, che qualche tempo fa proponeva come docente ai pidini il coltissimo Landini, è cotto, scoppiato, rimbambino. Ho scritto “rimbambino”, sì. Bersani idem, ché “gli scappa il cazzotto”: caro Pierluigi son discorsi da “Duo di Piadena”, non da politico consumato, orsù! Sono nauseato. Sono un socialista nauseato. Quando ascolto Renzi, con la sua prosopopaica supponenza, mai domo nella sua incapacità dimostrata di ammettere gli errori fatti, gravissimi, di pentirsi, di chiedere scusa e cambiare rotta, o Zingaretti fiero del suo nulla cosmico, oppure il presuntuosetto Calenda, annoverato a sinistra non si sa come e per quale ragione, e poi i più “sinistri” à là Boldrina, Fratoianni, Lerner, e via elencando pieno di noia, mi sobbolle l’intestino e mi si inceppa lo stomaco. Non parliamo degli antagonisti come il redivivo Casarini, la Rackete tedesca, oddio, che pena! E infine, per ora, una Alessandra Sciurba di Mediterranea che ulula convinta e saccente, come fosse una socio-politologa: “si preoccupano di noi mentre l’Italia va a rotoli!”, ma vuoi due sberle giovanetta? Andrai tu a rotoli, non l’Italia.

Dove sono i compagni Di Vittorio e Lama, Togliatti, Nenni e Berlinguer, Turati e Matteotti, Morandi e Terracini, Ingrao e perfin Macaluso, e non dico Gramsci per evitare di annichilire del tutto gli odierni, Lombardi e Parri, e anche Saragat? Giuro che preferisco, a quelli di sopra, il compagno Marco Rizzo, comunista dichiarato, più puro e trasparente di loro. Con lui sì mangerei una pizza e farei una serata.

Un’altra stupidaggine della sinistra italiana del terzo millennio è stata la ricerca e l’ammirazione per modelli esteri: prima è venuto il vergognoso falsificatore Tony Blair (ti ricordi, mio caro lettore, della guerra irakena seconda?), poi Luis Rodríguez Zapatero, socialista per nulla indimenticabile, e infine l’idolo dei fratoianni e dei civati vari ed eventuali, il fallimento sorridente Alexis Tzsipras. Modelli, perlamordidio.

Mi viene in mente un’ennesima incongruità della sinistra, o forse non una incongruità, ma certamente un sintomo di grande timidezza concettuale e comunicativa e, in definitiva, politica: la sinistra da decenni non usa quasi mai il termine “patria” e raramente “nazione”, lasciando l’egemonia di queste due bellissime parole alla destra, temendo di essere associata al fascismo storico, al nazionalismo e ad altri ismi negativi. Sbagliato, clamorosamente, sbagliato, specie se si ha un po’ di senso storico e della semantica linguistica. Continui pure a dire sempre “paese” per dire Italia e vedrà che successo!

Ma ora desidero proporre una riflessione sotto vari aspetti: il profilo filosofico, quello socio-politico e quello partitico.

Filosoficamente la sinistra – classicamente – è per coniugare con equilibrio la giustizia derivante da pari dignità tra tutti gli umani, con la libertà, che sta anche a cuore alla destra liberale; da un punto di vista socio-politico la sinistra, secondo la tradizione, propone leggi e normative che creino equità sociale, sia sotto il profilo dei servizi (sanitario, scolastico, dei trasporti etc.), sia sotto il profilo socio-assistenziale e pensionistico, sia infine per quanto concerne il regime fiscale, che vuole crescente e proporzionato al reddito, salvaguardando le categorie più disagiate, che una volta si chiamavano poveri, e oggi si chiamano categorie deboli, ma sono ancora poveri; circa il profilo partitico la sinistra si è sempre mossa promuovendo una formazione “dal basso”, dai paesi, dai consigli comunali delle piccole comunità e dai quartieri delle città, dalle sezioni, che erano un luogo di incontro e di confronto, come peraltro è stato nella tradizione cattolica popolare (DC). Oggi li chiamano “circoli” e mi ricordano i salotti chic,  e a volte persino snob, della sinistra verde-giallo-viola dei diritti civili: il PD è diventato un grande partito radicale, senza gli empiti morali e culturali di un Pannella. Se li interrogo sul fondamentale “diritto alla conoscenza”, su Ustica e sui vaccini, trovo volti stupiti, e a volte… stupidi.

La destra, invece, sotto i tre profili e andando nello stesso ordine ha sempre: a) teso a sottolineare le differenze naturali tra gli uomini, non distinguendo onestamente fra differenze che appartengono alla personalità individuale (genetica, ambiente e formazione), per cui uno è o meno adatto a un certo ruolo, e le differenze che appartengono alla struttura di persona (fisicità, psichismo, spiritualità), per cui tutti gli esseri umani sono antropologicamente uguali, e quindi hanno lo stesso identico valore; alla destra solitamente questo non interessa; b) la destra tiene per gli uomini forti, non cura la formazione e la democrazia di base, preferendo la scorciatoia dell’autoritarismo, che tranquillizza e semplifica; c) non si organizza partiticamente prevedendo una partecipazione costruita dalla base, privilegiando slogan elementari che non esigono sforzi intellettuali particolari per aderirvi.

Una descrizione parziale e insufficiente, la mia, solo per dare un’idea di com’erano le cose fino a un un paio di decenni fa. Ma ora tutto è cambiato. La Democrazia cristiana che, come forma mentis, assomigliava di più alle sinistre, non c’è più da un quarto di secolo, non c’è quasi più una forza conservatrice liberale, perché la destra si è radicalizzata nel populismo sovranista del capo della Lega, e poi c’è lo strano e caotico M5 Stelle, governato da un flemmatico imprenditore dalla calvizie incipiente e da un giovane capo che sembra un commesso dell’ente regione da cui proviene.

Il paradigma autoritario, così ben studiato da Theodor Adorno negli anni ’60, è il paradigma che affascina molti, perché semplifica, risolve i problemi intellettuali e morali, pensa per tutti. Così è.

E la sinistra non si distingue: negli ultimi vent’anni ha messo in mostra un personale politico che più mediocre di così non si può. Non faccio neanche più dei nomi, oltre a quelli che ho fatto sopra, perché mi annoia.

Reggio Emilia e il male elegante: il crimine dei bimbi dati in affido per business

Affidi pilotati in cambio di denaro, bimbi separati dai veri genitori, perché indotti a parlare male dei genitori stessi tramite metodologie di condizionamento mentale. Genitori cattivi, genitori indegni, si cerca di dimostrare a tutti i costi (sembra) e affido a terzi. Si fa fatica a credere che persone perbene siano tanto malvagie.

A Reggio Emilia è stata scoperta una situazione incredibile, ma vera. Falsi in atto pubblico, manipolazioni di minori e altro di assai vergognoso nelle relazioni umane, effettuati da assistenti sociali, psicologi, psicoterapeuti e politici locali (il sindaco PD di Bibbiano) a danno di minori e delle loro famiglie.

Come funzionava? I bimbi sottratti ai genitori, venivano collocati in comunità, dove erano attivi i professionisti sopra elencati, finanziate anche tramite contributi pubblici erogati in funzione del numero dei piccoli affidati, o in famiglie esterne.

Sembra quasi incredibile che ciò sia potuto accadere, ma il sistema nostro è a maglie larghe, demandato in gran parte a competenze professionali, cui possono seguire immediatamente applicazioni pratiche come detto sopra.

Un esempio del flusso operativo: segnalazione degli insegnanti, dei medici oppure degli stessi Servizi Sociali; questi ultimi fanno delle relazioni al Giudice minorile che, nell’emergenza, senza possibilità di contraddittorio e di verifica effettiva di quanto affermato dagli operatori, colloca in via d’urgenza i bambini, presunti abusati, fuori dalla famiglia di origine, con cui ogni legame viene improvvisamente troncato (i genitori possono incontrare i figli una/due ore al mese e in alcuni casi mai). Si legge sul web:
Contemporaneamente, il Giudice incarica proprio i Servizi Sociali di approfondire la situazione; gli operatori possono gestire le indagini come vogliono senza seguire effettivamente alcuna regola; alle operazioni non possono partecipare né gli avvocati (che i Servizi vedono sovente come  un inutile fastidio) né eventuali consulenti esterni dei genitori, cui viene negato il basilare diritto di difendersi sancito dalla nostra Costituzione. Insomma, gli operatori pubblici hanno un potere discrezionale assoluto che, come la vicenda di Reggio Emilia ci insegna, può essere l’anticamera dell’abuso e del delitto. Le relazioni sono poi depositate al Giudice cui, peraltro, non sempre sono forniti gli strumenti necessari per capire la veridicità di quanto affermato; spesso, dunque, le sentenze non sono che la conferma delle opinioni (perché spesso di opinioni si tratta) dei Servizi Sociali. E anche quando ciò non accade, oppure quando gli operatori si accorgono di aver commesso un errore, i provvedimenti arrivano a distanza di anni; anni in cui i bambini hanno vissuto lontano da mamma e papà, in cui hanno sviluppato un sentimento d’abbandono che lascia un segno indelebile nei loro cuori e nelle loro vite, irrimediabilmente strappate.
La stessa dinamica peraltro si riscontra in casi diversi da quelli dell’abuso: pensiamo alle centinaia e centinaia di separazioni e divorzi, in cui i bambini sono affidati proprio ai Servizi Sociali, alle tante relazioni, dove dietro il paravento della conflittualità reciproca dei genitori si legittimano le peggiori prevaricazioni.”

Non si può dire ovviamente che operatori sociali, psicologi e psicoterapeuti siano una manica di delinquenti, ma fra di loro evidentemente alligna anche il crimine, cioè vi sono dei criminali, oppure degli incompetenti: è noto, peraltro che l’ignoranza è origine di molti danni e se è congiunta alla malvagità provoca dei peccati, secondo la teologia morale e, secondo la morale e il diritto umani, dei reati.

Quale l’origine di tale disposizione d’animo, oltre a una malvagità evidente? A mio parere due cose: a) la preparazione culturale e accademica di questi operatori: conosco il loro curriculum studiorum e, a parer mio, fa acqua da non poche parti: la letteratura di riferimento è prevalentemente contemporanea e americana; ben poco costoro studiano antropologia ed etica europee e classiche, quasi nulla. E perciò mancano loro i fondamenti: b) l’ordinamento italiano delega ai Servizi Sociali – senza alcuna forma effettiva di controllo preventivo e successivo, senza alcuna possibilità per i genitori di difendersi – ogni decisione, è un sistema che non protegge i bambini, esattamente come il caso, straordinario ma emblematico, ci insegna.

Nell’incompetenza e nella malvagità egoista sta l’origine di questi crimini gravissimi contro i bambini e le loro famiglie.

Si legge nei proclami di quel Comune: “mettere in campo tutte le azioni possibili per ridare speranza, futuro e dignità a questi minori“. Più o meno parole del sindaco Andrea Carletti, ora finito agli arresti domiciliari “per l’inchiesta sui minori dati in affido, descriveva il Servizio sociale integrato dell’Unione dei comuni della Val d’Enza, davanti alla Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza“.

Altre sue parole “accompagnare fuori dal tunnel” i minori affidati ai professionisti coinvolti. Un progetto presentato in giro come fiore all’occhiello del Comune, ma gli inquirenti hanno verificato una realtà ben diversa con l’operazione non a caso denominata “Angeli e Demoni”: un sistema illecito di gestione dei minori in affido. Si legge ancora sul web: “Ai bimbi, di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, gli psicologi e gli assistenti sociali facevano il lavaggio del cervello, mettendo in atto attività volte al allontanare i piccoli dalle famiglie d’origine“.

Si legge, ancora, in diversi siti telematici sull’argomento:

Carletti aveva anche la carica di delegato dell’Unione dei Comuni di Val d’Enza ed era considerato in prima linea in tema di politiche sociali, dato il suo lungo curriculum, riportato da AdnKronos: consigliere amministrativo al Servizio Sanità e Servizi Sociali della Provincia di Reggio Emilia, componente del Gruppo tecnico del Coordinamento delle Politiche educative della Val d’Enza e responsabile del Servizio scuola, cultura, turismo, sport, sociale al Comune di San Polo d’Enza. Tre anni fa era stato ascoltato in Commissione parlamentare infanzia e adolescenza, alla quale aveva parlato di un sistema di servizi di welfare di comunità composto da operatori estremamente competenti, un sistema abituato a saper innovare, rimodulare le proprie azioni, i propri comportamenti, i propri progetti in base al mutamento dei bisogni. All’epoca, il primo cittadino vantava di aver messo in atto. Carletti aveva illustrato il sistema, citando anche il supporto della onlus del Torinese, finita oggi al centro dell’inchiesta, sostenendo che i minori avessero trovato il coraggio di denunciare, perché sapevano di poter contare su una rete di operatori in grado di raccogliere questo loro grido e accompagnarli fuori dal tunnel”.

Un dipinto che non rispecchia ciò che è emerso dall’indagine della procura, secondo cui il sindaco era pienamente consapevole della totale illiceità del sistema e della assenza di qualunque forma di procedura ad evidenza pubblica volta all’affidamento del servizio pubblico di psicoterapia a soggetti privati. La giunta di Carletti, al contrario, ha espresso piena solidarietà al primo cittadino, dichiarandosi convinta della sua estraneità a i fatti”.

Non mi pare occorrano ulteriori commenti. C’è da sperare piuttosto che il racconto di cui sopra non sia del tutto vero, vista la credibilità degli operatori dell’informazione. Scherzo, ovviamente (sulla credibilità).

“Il vento va e poi ritorna”, sia ai tempi di Iosif Vissarionovič Džugašvili, sia ai tempi nostri dei due furfantelli (o furfarelli) che ci governano e degli inetti che li circondano

Il titolo è tratto da un romanzo cronaca di una vita. L’autore è Vladimir Konstantinovič Bukovskij (in russo Влади́мир Константи́нович Буко́вский, nato nel ’42, dissidente del regime sovietico.

Prigioniero politico rinchiuso in una psikhushka, ospedale psichiatrico, perché sotto lo stalinismo – anche brezneviano –  dissentire significava essere matto. In totale ha trascorso dodici anni tra prigioni, campi di lavoro ed ospedali psichiatrici.

Nel novero delle opere dei dissidenti lessi a sedici anni Una giornata di Ivan Denisovic di Aleksandr Solgenytsin, suggeritami dal compagno di classe e “compagno” del Pdup Claudio, allora studente un poco svogliato e ora professore di filosofia e storia al regio Ginnasio Liceo, che posso dire “di famiglia”. Oramai ivi è passata anche mia figlia Beatriz.

Il vento va e poi ritorna è un documento politico-sociale, di guida alla sopravvivenza, possiamo definirla, per chi viveva il dissenso nella società sovietica.

Cella di punizione di rigore per non essersi adeguato al regime. Fu messo in carcere e alternativamente in ospedale psichiatrico. Si legge sul web:
“Tra le pagine più toccanti del libro, inevitabile scegliere quelle dove maggiormente traspare la grande responsabilità che Bukovskij intende assumersi nei confronti delle migliaia di sofferenti per la privazione, per motivi politici, della libertà. Lui, uno studioso universitario, uomo con conoscenze in ambienti intellettuali anti-KGB, in frequente collaborazione con mezzi di comunicazione “eversivi” e giocoforza clandestini, sentiva il dovere d’essere la cassa di risonanza di questo popolo martoriato, perché tutti sapessero, perché si potesse almeno provare a mutare questo stato di cose. E così svolge frenetica attività di propaganda tra un’incarcerazione e l’altra, come lui stesso spiega chiaramente nell‘opera: “Ogni volta che mi mettevano in libertà pensavo solo a una cosa: riuscire a fare il più possibile per poi non dovermi tormentare la notte, non gemere per la rabbia causatami dalla mia irresolutezza…” La sua battaglia è senza esclusione di colpi, vi consacra ogni momento della precaria libertà. Perché se non l’avesse fatto, lui che aveva il dono straordinario della parola e dell’intelligenza per portare avanti una denuncia, “…milioni di occhi di defunti ti bruceranno l’anima con i loro sguardi indagatori di rimprovero.”

Ammonimenti dolorosi per le coscienze. Tempi tremendi nei quali all’uomo non era consentito essere tale, cioè soggetto libero, nei limiti della libertà umana.

E veniamo ai giorni nostri, quando la libertà non è limitata o compromessa tanto da regimi chiaramente e giuridicamente illiberali, ché la democrazia permette addirittura l’elezione di persone – a dir poco mediocri – come Trump, Dimaio e Salvini, ancorché furbastre.

Oggi la libertà è messa in questione da sistema mediatico, dalla comunicazione, che sceglie appositamente temi fuorvianti per distogliere il pubblico, cioè gli elettori, dai temi veri che riguardano milioni o miliardi di persone su questa Terra. Faccio un esempio: l’enfasi giornalistica posta sulle temperature di questo inizio d’estate sono evidenziate in modo abnorme, anche se i report giornalistici non trovano un gran riscontro nelle interviste che gli inviati speciali propongono ai passanti… Infatti, accade che, mentre il cronista enfatizza il caldo-che-c’è. il passante dice, con qualche ironia “Ma a fine giugno c’è sempre stato un gran caldo, fin da quando ero bambino,  e quindi bevo più acqua, sto all’ombra, vesto chiaro e leggero…”

Altro tema: i migranti: fanno notizia i 42 cristiani (o musulmani che siano) davanti a Lampedusa portati fin colà dalla ben poco eroica Carola Rackete, ma non fanno notizia le bestialità che dice Dimaio sull’Ilva di Taranto, sulle aziende della famiglia Benetton, su Whirlpool, e così via, e le fesserie che proferisce Salvini sulla flat tax e sui mini bot. Rovinose battute che, se non sia sapesse fin da ora che le cose comunque andranno avanti, cioè che l’Ilva continuerà e lavorare e che i mini bot non si faranno, né la flat tax, quantomeno in questo momento, ci sarebbe da preoccuparsi in modo drammatico.

Ma è fuffa, tutta fuffa, di politici più o meno in auge, sull’altalena del successo, che spariranno alla vista non appena ci sarà un risveglio, che ci sarà, come è vero che abbiamo un po’ di consapevolezza. Se volgo lo sguardo a sinistra trovo “cose sinistre”, e qui mi dolgo: Boldrini L., che dopo aver plaudito alla piccola e strana Thumberg ora s’è innamorata della cosiddetta “capitana”, e Zingaretti, incerto a tutto, e Delrio, sempre più immalinconito, dietro. Vada per Fratoianni che l’età e il look per fare u bellu guaglione de sinistra. E Calenda che si illude di essere di destra e di sinistra insieme. Aaah dimenticavo, c’è il dibattito sulla scomparsa della destra e della sinistra, bolso e stantio. Se la denominazione delle cose umane appartiene alla storia dei linguaggi, anche destra e sinistra nacquero storicamente circa dugentovent’anni fa ai tempi di Robespierre e Saint-Just, e quindi i valori sottesi dai due schieramenti possono cambiare nome, ma non sono scomparsi.

Competizione contro solidarietà, guadagno a ogni costo verso equilibrio tra business e umanesimo, finalità utilitarista contro finalismo morale. Vorrei dire che oggi destra e sinistra si possono coniugare con queste coppie di sintagmi concettuali.
E quindi non è vero che le due posizioni, le due sensibilità sono scomparse, ma vivono in modo diverso e in espressioni differenti.

Il mondo è diventato più piccolo, grazie all’innovazione tecnologica, all’evoluzione telematica e dei trasporti, e quindi possono non valere le distinzioni anche di solo pochi decenni fa. E’ indubbio che secoli di dominio colonialistico dell’occidente su gran parte del resto del mondo non si cancellano con un tratto di penna, né un certo tipo di dominio è scomparso: oggi il dominio si è ridefinito con altri tratti, delineati soprattutto dalla finanza globale e dai rapporti di forza tra le grandi nazioni, dagli USA alla Cina, dall’India alla Russia, dall’Europa, pur così frantumata, al Brasile e al Sudafrica.

Il vento va e poi ritorna, con questo breve verso poeticamente elegante, intitolava il suo libro lo scrittore russo, quasi significando che vi è un eterno ritorno delle cose, quasi come nell’induismo classico, in Platone, in Origene e in Nietzsche: ciò non significa che le storie si ripeteranno uguali a se stesse, ma condizioni analoghe, non identiche, porteranno a fenomeni simili, che permettono di studiare la storia come esperienza, e così evitare gli errori più clamorosi. Voglio dire: gli abitanti della terra non possono permettersi di continuare a vivere, con-vivere e lavorare come stanno facendo di questi tempi, ma debbono alzare lo sguardo per constatare i limiti di una visione del mondo superata e oramai dannosa.

Il filone giusto è quello della tutela di ogni equilibrio, sia ambientale, sia relata a una più equa divisione delle risorse nel mondo tra le varie nazioni, territori, continenti.

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