Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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I pasticcioni

Non solo tra destra e sinistra classiche  e tradizionali, pur se variamente declinate, ma anche tra modello liberal-democratico e populismo sovranista s’han da considerare discrimini per la politica europea e mondiale, vista la presenza pesantissima dell’imprevedibile Trump, di cui paradossalmente apprezzo perfino, e nulla più, la capacità tutta animalesca di chiamare le cose con il loro nome. Certamente ha modi di fare da pasticcione, da mercante in fiera, ma riesce a smascherare l’ipocrisia di molte inerzie e di molte anime belle dell’Europa.

Vengo all’Italia: provo sincera pena nell’ascoltare Di Maio che riaccoglie i voucher nel cosiddetto decreto “dignità”, dopo aver spergiurato che avrebbe eretto un muro di cemento contro ogni proposta di modifica del testo originario. Questo significa due cose: a) che il M5S non è ancora riuscito a distinguere tra ciò che si può promettere in campagna elettorale e ciò che si può realizzare dopo nella concretezza dell’agire di governo; b) che sono incompetenti. Infatti affermare che il “dignità” avrebbe spento il Jobs act significa non avere letto o comunque non aver capito il Jobs act, ma questo non è la cosa più grave, ché la più grave è che non hanno alba di come funziona un’organizzazione aziendale e la gestione del personale; non conoscono la differenza concettuale  e fattuale radicale tra precarietà e flessibilità. Ridurre da trentasei a dodici mesi la possibilità di accendere contratti a termine paradossalmente ha effetti negativi per l’occupazione, non il contrario, così come l’enfasi sulla reintroduzione delle motivazioni del contratto a termine.

Questi homines novi non sanno che nel modo di lavorate odierno, quello del just in time, l’importante è che il lavoratore entri in azienda, oserei dire non importa come. Nessuna azienda si libera di un dipendente se questi è bravo, costante, umile, proattivo. La migliore difesa dell’occupazione è, appunto, il patto di crescita tra azienda e collaboratore. Questo funziona, non ulteriori vincoli contrattuali. Non so se questi non ascoltano o non hanno nessuno che glielo spiega.

Un altro esempio è il sindaco grillino di Roma: quanti errori, quanti fraintendimenti, quanti qui pro quo, quanti disastri nella scelta di collaboratori! Fascicoli giudiziari a iosa, e per il capo del personale, e per il direttore generale, lei non sa mai niente, sbagliano sempre gli altri. Dopo Ignazio Marino un altro deliquio.

Si evince la lettura della situazione individuando altri pasticcioni matricolati in politici vari, dalle ragioni che adducono, sempre generiche, mai tecnicamente chiare, come la Gelmini che parla noiosamente come un libro stampato e come il PD sconnesso che borbotta con millevoci e LEU, acronimo di pochi di loro che non si sono accorti di vivere ormai nel Truman Show delle loro illusioni, solo che niun di loro ha la genialità di Jim Carrey, nemmeno alla lontana. Mi fa specie vedere Bersani con la Boldrina e Fratoianni, lui che avrebbe fatto il Jobs act dieci o dodici anni fa, in una delle sue lenzuolate. Invecchiare malucci.

Salvini continua a imperversare con il suo linguaggio greve, le sue decisioni estemporanee, costituzionalmente pressapochiste, e noiosamente ripetitivo, come quando conclude le sue arroganti cantilene con l’espressione “Lo dico da ministro, da vicepresidente del consiglio e da papà“. Machissenefrega se lo dice anche da papà.

E l’intelligentissimo Rosato che insinua si sia fatta la norma che ha sistemato i vitalizi in modo tale da farla impugnar legalmente da decine di scontenti non più privilegiati.

E Macron-micron, vittima del suo cognome vanaglorioso, Orban e Seehofer supposti amici dell’Italia, ma lo son solo di Matteo Salvini, che qui sì è un cittadino qualsiasi. E coloro che si affannano a chiedersi se il decreto “dignità” sia di sinistra o meno. Parbleu, sai che bella scoperta? Gli direi: a che punto della scrittura o della ri-scrittura del testo?

E Trump, che suona la trombetta ogni giorno sul web, definendosi genio e prendendo per i fondelli tutti quelli che incontra o sta per incontrare.

Potrei continuare ad libitum, senza trascurar di affermare che pasticcioni ve ne sono ovunque, con responsabilità più o meno grandi, anche nelle strutture d’impresa private, nella scuola e nella sanità, dove a volte l’albagia presuntuosa rende pasticcioni. In altre parole vi sono quadri e dirigenti che, temendo il sapere altrui, si “arrangiano” da soli e sbagliano facendo pagare notevoli prezzi economici e di immagine ai loro datori di lavoro. Persone di questo genere, siccome la normativa lo consente con chiarezza, vanno rimosse, perché mettono a repentaglio la tutela del bene comune.

In definitiva, c’è una parola più adatta di “pasticcioni” per definire tutti costoro? Pare di no, il fatto è che hanno potere e possono fare molti danni. Tutti sono andati al potere democraticamente, come Hitler, e l’uomo è lo stesso della pietra e della clava. Mi auguro che il mio rozzo sillogismo non abbia le conclusioni paventate. L’unica strada è quella dello studio, dell’intelligenza, della cultura, dell’umiltà.

Francesco papa, il cardinale Umberto di Silvacandida e il patriarca costantinopolitano Michele Cerulario sono insieme a San Nicola di Bari in un bel mattino d’estate del terzo millennio

Francesco papa ha incontrato una ventina di patriarchi, metropoliti ed egumeni del Vicino Oriente cristiano, cattolici di rito caldeo, copti (cioè in greco eigùptioi, egizi), ortodossi costantinopolitani e russi, a San Nicola, vetusta meravigliosa insigne basilica barese, porta sull’Oriente.

E mi ha fatto sovvenire, in questo dì d’estate piena e di mia ascesi necessaria e benefica, lo scisma del 1054, mentre sto leggendo la Biblioteca del Patriarca Fozio, primo scismatico da Roma, di due secoli prima. Li chiamiamo scismi, dal verbo greco skìzomai, divido, separo (da cui schizofrenia), solo perché è il nostro punto di vista, tant’è che la grande chiesa d’Oriente ha voluto chiamarsi ortodossa, cioè “della retta opinion di fede”.

E mi sovvengono le figure del cardinale Umberto di Silvacandida, legato di papa Leone IX, del patriarca costantinopolitano Michele Cerulario, e dei loro anatematismi reciproci scagliati con ira nella Basilica della Santa Sapienza, l’insuperabile Santa Sofia, voluta da Giustiniano imperatore, a maggior gloria dell’Onnipotente.

Non dimentichiamo che i dogmi cristiani, soprattutto i due fondamentali, quello trinitario e quello concernente la natura di Cristo, sono stati oggetto di diatribe complicatissime a partire dalla fine del II secolo e fino almeno all’VIII, senza comunque lasciare soluzioni definitive per tutti. Pareva che a Calcedonia, nel concilio del 451 si fosse raggiunto un consenso condiviso, sia su Cristo, come unica persona in due nature, sia sul tema trinitario, ma poi non è stato così. In sintesi, il cristianesimo orientale ha sempre conservato una visione trinitaria subordinaziana, monarchiana, patripassiana, che significa gerarchia tra Padre, Figlio e Spirito, anche se certe icone paiono attestare l’incontrario (cf. la Trinità di Andreï Roublev), mentre l’occidente si è mantenuto su una visione trinitaria assolutamente paritetica, sulle tracce di Agostino (cf. De Trinitate). Personaggi e nomi come quelli di Nestorio, Eutiche, Cirillo di Alessandria, Teodoreto di Cirro, Teodoro di Mopsuestia, Ibas di Edessa, questi ultimi tre importanti anche per alcune vicende della chiesa aquileiese (Scisma dei Tre Capitoli) e altri sono il fulcro di queste complicatissime e interminabili discussioni e reciproche scomuniche.

I temi dello scisma del 1054, se oggi commentati, potrebbero suscitare fors’anche un poca di ilarità, ma allora…:

il primo e teologicamente più importante atteneva l’inserimento del Filioque , vale a dire la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio (Filioque) nel Credo niceno-costantinopolitano da parte della Chiesa latina, atto non accettabile dalla Chiesa orientale, che si basava sul testo del Concilio di Efeso (431). La diatriba pare sia stata originata nella Spagna Visigota del VI secolo per controbattere l’arianesimo che sosteneva la primazia del Padre e la coeternità di Figlio e Spirito, per cui non poteva darsi una doppia paternità dello Spirito, mentre in occidente venne proposto il testo seguente, tuttora in vigore: “Credo nello Spirito Santo, […] che procede dal Padre e dal Figlio [Filioque, appunto], e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato.” L’Oriente non accettò mai tale formulazione, preferendo la dizione “…procede dal Padre attraverso il Figlio”, lo Spirito, s’intende. Pensi la questione, il mio gentil lettore, alla luce della confusione concettual-terminologica, socio-giuridica ed etica in tema di paternità e maternità ai nostri giorni.

Un altro tema, ma non dei principali e comunque rimasto irrisolto, fu quello degli azzimi: ancora oggi il Pane eucaristico è azzimo in Occidente e salato in Oriente: la due chiese mangiano il corpo transustanziato di Cristo o salato o azzimo. Non sto scherzando.

Invece, un tema cruciale era ed è ancora, anche se attenuato, dopo l’incontro del 1964 tra papa Paolo VI e il patriarca Atenagoras di Costantinopoli, è quello concernente il primato universale di giurisdizione del papa, ossia se il Vescovo di Roma dovesse essere considerato un’autorità superiore a quella degli altri patriarchi. Su questo tema, tutti i cinque patriarchi della Chiesa (Alessandria, Gerusalemme, Antiochia, Costantinopoli e Roma) concordavano di attribuire gli onori  più elevati al vescovo di Roma, ma non in modo assoluto e soprattutto dal punto di vista giurisdizionale e di potere reale in ambito teologico e organizzativo.

I fatti di quel 16 luglio del 1054: papa Leone IX inviò a Costantinopoli il cardinale Umberto di Silvacandida al fine di cercare di risolvere l’intricata questione, ma tutto finì nel peggiore dei modi, come detto sopra. I due interlocutori depositarono sull’altare di Santa Sofia le reciproche scomuniche, che però non avrebbero avuto nessun valore canonico e giuridico, in quanto nel frattempo papa Leone IX era morto.

Da quel momento ognuna delle due chiese rivendicò per sé il titolo di “Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica” e di custode dell’Ortodossia cristiana. Nel 1453 il sultano turco Selgiuchide Mehmet II conquistò Costantinopoli e questo fatto allontanò ancora di più la chiesa orientale da quella di Roma. Neppure i tentativi di un Concilio quasi coevo, tenutosi a Firenze ebbero successo, fino ai tempi nostri, a Paolo VI e Atenagoras, e a Francesco.

Ma pare che la strada dell’unione sia ancora lunga, e il cammino impervio e faticoso. Anche questi fatti attestano la disunione tra gli umani su questo piccolo maltrattato pianeta, che Dio lo guardi con misericordia.

I professionisti della percezione sono gli stessi professionisti che predicano lo sfascio

Diminuiscono gli omicidi, di tutti i generi (compreso l’orrido atto chiamato con lo stupidissimo neologismo di femminicidio), le rapine, i furti, gli arrivi di migranti (cf. dati Istat e Censis), ma il comune sentire, cioè la percezione è come se i fenomeni andassero al contrario di quanto e come informano affidabilissime statistiche. Certo è che se il delitto tocca a qualcuno, e tocca sempre a qualcuno di preciso, questi ha la sensazione che le cose vadano malissimo, che tutto stia peggiorando. E non è vero.

Peraltro, tutto ciò è anche una diminutio per la percezione come fase psico-dinamica dell’intelletto umano, come ben sapevano gli antichi pensatori, quelli moderni e gli psicologi contemporanei, ed è un aspetto molto importante per la conoscenza, e non deve essere svilita con delle accezioni improprie. Non dobbiamo neanche sottovalutare le ricerche neuro-scientifiche che ci spiegano come la parte emotiva del sistema nervoso vada vista addirittura nella sua dimensione paleoantropologica ed evoluzionistica (cf. Antonio Damasio, Lo strano ordine delle cose, ed. Adelphi), che ci mostra come l’istinto o le emozioni, per modo di dire, costituiscano un’area di sviluppo da centinaia di milioni di anni, e quindi presente perfino nei monocellulari e nei batteri primordiali. E qui mi scusino gli specialisti se non sono preciso.

Che dire dunque? Che la ragione spesso non funziona proprio, sopraffatta dalle emozioni e dai sentimenti, e anche dalle passioni, che non sono sinonimi. Infatti, se la ragione è la facoltà che deve indirizzare l’agire umano secondo criteri rispondenti a una funzionalità e a un’etica rispettosa della vita umana, le emozioni e i sentimenti sono moti dell’anima non controllabili dalla ragione, e ancora più potenti, come abbiamo visto in altri post, sono le passioni, tra le quali la più forte è l’amore. Tutti sanno che l’amore non si fa inizialmente dominare da alcun ragionamento logico, come ben sapevano anche gli antichi pensatori. Addirittura Platone erge eros a dominatore di tutto l’agire umano. Gli stoici consideravano sentimenti ed emozioni come moti negativi dell’anima, da combattere e da vincere. Aristotele riteneva che le passioni dovessero essere moderate dalla ragione, dando un indirizzo al pensiero successivo, fino a sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, Immanuel Kant e molti moralisti contemporanei, come Amartya Sen.

Le passioni sono -insieme con le emozioni- la parte della spiritualità umana che dà calore e colore allo stile di vita, ma senza l’uso della ragione che le illumina può far sì che il soggetto perda il controllo delle proprie azioni e faccia del male a sé e agli altri. Si può dire che senza passioni, emozioni e sentimenti l’anima umana è come “morta”, ma non se ne può lasciar completamente dominare. Perfino dall’amore: la più forte delle passioni, l’amore, deve essere ciò che muove le azioni umane dando loro verità e sostanza, ma si deve considerare alla luce di una riflessione che tenga conto di tutto l’equilibrio delle scelte e delle azioni umane.

Invece, chi predica soltanto il male, chi percepisce solo negatività, i giornali e gli altri media che titolano ogni notizia al peggio, e scrivono a volte peggio del titolo, non curando la veridicità delle fonti, i politici che non si documentano con giuste avvertenze o che si oppongono verbalmente a ogni iniziativa anche ragionevole degli avversari politici, che così diventano solo nemici, chi suggerisce, direttamente o indirettamente, di pensare male ché conviene, non solo non usa la ragione come governo politico (Aristotele) delle passioni, come cavallo raziocinante che guida il cavallo dell’ira e il cavallo del bruto desiderio (Platone), ma disprezza i sentimenti stessi, che in tal modo decadono a istinto, così come le emozioni e le passioni.

Chi non riesce o non vuole distinguere le idee buone da quelle meno buone non basandosi sul merito di esse, su un giudizio avvertito e razionale, fondato sulla competenza e su una buona documentazione, ma sull’incompetenza, l’improvvisazione o addirittura sull’odio (non dimentichiamo che l”odio è la passione contraria all’amore, secondo i grandi filosofi citati sopra), non solo non fa l’interesse dei suoi amici/ ascoltatori/ lettori/ elettori/ allievi, ma è in sé disonesto intellettualmente, e tanto più disonesto se ha i mezzi intellettivi per non militare a scatola chiusa per una tesi preconcetta, piuttosto che per un’altra che, se opportunamente analizzata, potrebbe risultare più corretta o comunque migliore di quella scelta irragionevolmente o superficialmente.

E dunque, come ho scritto nel titolo, i professionisti della percezione sono i professionisti dello sfascio, innanzitutto del proprio intelletto e della propria morale, o etica della vita. Sono disonesti e stupidi.

Quanti ne potremmo avere in elenco? Moltissimi, di cui parlo molte volte con severità in questo sito, anche recentemente, proprio qualche giorno fa, mio caro lettore, basta tu vada indietro di poco, e che non ripeto.

Noterelle sul Cristianesimo antico scritte durante la mia ascesi (dal greco àskesis, cioè “esercizio”) come anacoreta del XXI secolo

Caro lettore,

da ieri mattina, come chi mi vuol bene sa, sono alloggiato come un monaco anacoreta, e avendo un po’ di tempo in più traggo vantaggio dalla lettura di un monumentale tomo regalatomi da un amico rinchiuso, per ragioni diverse dalle mie, in ristretti orizzonti, la Biblioteca del gran patriarca costantinopolitano Fozio (IX secolo), volume edito dalla Scuola Normale di Pisa, che ha suscitato l’ammirazione della piccola filologa che mi ritrovo in casa, mia figlia Bea.

Non solo alloggiato come un monaco, ma anche spiritualmente sono disposto a tale stato, e ciò mi fa bene, per riposarmi corpo e anima.

Parto dal motto che introduce il testo di Fozio, che è in greco e italiano:

Si usava radunarsi ogni giorno per la lettura/ e interpretazione di un’opera principale,/ esattamente come ancora oggi i nostri/ amici cristiani sono soliti radunarsi negli/ stabilimenti dedicati allo studio, noti con il/ nome di scuole, ogni giorno per approfondire/ un’opera principale tra i libri degli antichi.” (Hunain Ibn Ishak, Sulle traduzioni di Galeno, p. 15 Bergsträsser)

Ecco quali erano i rapporti tra cristiani, musulmani ed ebrei in quegli anni, anche se certamente non mancavano i conflitti, non solo poiché si era alla vigilia della aspra e controversa stagione delle Crociate, ma anche perché si consumava con Fozio la prima grande spaccatura con il “papa” di Roma, anzi con il vescovo di Roma. Infatti l’intestazione della Biblioteca così recita, … di Fozio, vescovo di Costantinopoli e patriarca ecumenico, cioè patriarca di tutta l‘ecumene cristiana, certamente al di sopra dei patriarcati di Gerusalemme, Alessandria d’Egitto e Antiochia di Siria, ma non secondo neppure a Roma. La successiva e più grave rottura nel mondo cristiano, mentre l’islam si espandeva, avvenne nel luglio del 1056, ai tempi del patriarca Michele Cerulario e di papa Leone IX.

In ogni caso è bello constatare in questi nostri tempi circonfusi di ignoranza e di ignoranti che c’era, pure in presenza di molti contrasti, una sorta di dialogo fin da quei tempi tra le grandi tradizioni religiose, teologiche e filosofiche sviluppatesi attorno al Mediterraneo.

Le dottrine teologiche cristiane si dibattevano ancora tra due estremi, il nestorianesimo (dal nome di un patriarca costantinopolitano del V secolo, Nestorio) sostenitore della mera umanità di Gesù di Nazaret, che dunque era Cristo, cioè unto da Dio Padre, ma non consustanziale al Padre, molto forte ad Antiochia, e il monofisismo, molto forte ad Alessandria, il quale credeva vi fosse in Gesù Cristo solo la natura divina (mono, cioè uno, phusis, cioè natura), nonostante quello che era stato il consenso calcedonese (Concilio di Calcedonia del 451) tra le varie posizioni. Il tema trinitario e quello delle due nature di Gesù Cristo, quella umana e quella divina nell’unità teandrica o unione ipostatica (una Persona in due Nature), affaticò per secoli vescovi, patriarchi, monaci, teologi e imperatori, senza risolversi in una posizione unitaria, fino ai nostri tempi.

In qualche modo, possiamo osservare, sia il nestorianesimo, che forse aveva influenzato le origini dell’islam, poiché Mohamed incontrò probabilmente nei vasti deserti e durante le sue peregrinazioni nella penisola arabica diversi monaci nestoriani, sia il monofisismo che ben si sposava con l’assoluta trascendenza di Allah, erano dottrine complesse e molto diffuse, tali da affaticare la cristianità in almeno sette concili (quasi) ecumenici. Cosicché vedi, caro lettore, come i legami tra queste grandi tradizioni fosse molto forte, pur nelle differenze che nel tempo si sono anche accentuate: infatti, se la fonte era comune, la Bibbia degli ebrei, il suo prosieguo è stato differenziato, con il Nuovo testamento (Vangeli canonici, Lettere apostoliche e Apocalisse) per i cristiani, e il Corano per i musulmani. Si devono comunque registrare anche altre “sacre scritture”, come l Talmud (babilonese e gerosolimitano) e la Kabbala per gli ebrei, i Vangeli apocrifi e altri Scritti intertestamentari per i cristiani, e i commenti (Hadith di Mohamed e altri testi) al Corano per i musulmani. Nel tempo si sono registrate molte difficoltà di dialogo, escludendo finora ogni ipotesi di riunificazione, perfino nell’ambito cristiano. Il dialogo interreligioso è proseguito a fasi alterne, fino ai nostri tempi difficili. In ambito cristiano si è perfino assistito all’ulteriore separazione dovuta alla Riforma protestante nel XVI secolo.

Nei primi secoli cristiani vissero e scrissero innumerevoli autori, tra i quali alcuni furono definiti “Padri della Chiesa”, e proclamati santi, come Sant’Ireneo di Lione, San Giustino, San Basilio di Cesarea, San Gregorio di Nissa suo fratello, San Gregorio di Nazianzo, San Girolamo, Sant’Agostino, San Giovanni Crisostomo, San Giovanni Damasceno e altri; mentre alcuni sono definiti come scrittori cristiani, tra i quali spicca per profondità di pensiero e di esegesi Origene di Alessandria, che fu anche proscritto e anatematizzato dall’imperatore Giustiniano nel 553: Origene, infatti, aveva sostenuto alcune dottrine che non erano piaciute alla “grande chiesa, come quella dell’apocatastasi, cioè della salvezza di tutti in Cristo, grazie al sacrificio incommensurabile del Figlio di Dio in remissione dei peccati del mondo.

Altri autori, vocati propriamente all’ascetismo furono Evagrio Pontico, monaco, fatto santo per i suoi meriti di moralista rigoroso e Giovanni Cassiano, fondatore di monasteri e santo, prima di giungere alla grande stagione di San Benedetto, che dette inizio a una gloriosa vicenda, quella del monachesimo occidentale, inizio ragionevole dell’idea di Europa come res publica christiana.

La presunzione è la figlia primogenita dell’ignoranza

Dell’ignoranza, non di quella dotta e consapevole di Socrate e del cardinale Nicola di Kues, ma quella crassamente e colpevolmente idiota da bar sport, abbiamo qui trattato più volte. Nel titolo, caro il mio lettore, trovi un’affermazione apodittica, cioè che “la presunzione è figlia primogenita dell’ignoranza“.

Quel “è” caratterizza filosoficamente e filologicamente tutta la frase, come predicato nominale con cui mi permetto di attribuire all’ignoranza una figlia, e per di più primogenita, cioè caratterizzante una prima manifestazione genetica della “madre”.

Chi è presuntuoso nutre un’eccessiva sicurezza e fiducia epperò priva di riscontro nelle proprie capacità; questi solitamente  si attribuisce qualità e doti di cui non è in possesso, per un’opinione troppo elevata di sé, in ragione di una radicale mancanza di umiltà. Ecco: la mancanza di questa fondamentale virtù morale, che è valore e principio esistenziale. A volte si confondono i valori/ principi/ virtù con nozioni di carattere organizzativo, che si chiamano in un altro modo, appunto. Ma tant’è: vi sono docenti che non sanno queste cose e insegnano, invece di mettersi lì, umilmente, a imparare, perché sono presuntuosi.

Il presuntuoso molto spesso è anche caparbio e insolente, e dunque superbo, rischiando di essere vittima del peggiore dei vizi morali, la superbia, madre e figlia dell’orgoglio spirituale, il vizio che non permette alle anime di ammetter i propri errori. Disgraziato (cioè privo di grazia) chi non riesce ad ammettere i propri errori!

L’ignorante, per contro, è una persona che non conosce in modo adeguato un fatto, una regola o un oggetto, ovvero manca di una conoscenza sufficiente di una o più branche della conoscenza, pensando di possederla, e dunque è anche presuntuoso, poiché presume di sé qualcosa di falso, o di non rispondente al vero. Il senso e l’accezione comune del termine ignoranza significa dunque una mancanza di conoscenza di un particolare sapere o fatto specifici.

Il termine, come abbiamo scritto in altro pezzo precedente, deriva direttamente dal verbo greco antico gnor-ìzein e poi dal latino ignorare. Nel tempo il termine ha assunto un’accezione sempre più spregiativa, perché gli si è attribuito il senso morale di ignoranza colpevole, per mancanza di informazione e formazione dovuta a presuntuosa pigrizia.

A volte il presuntuoso, però, non è pigro, anzi è iperattivo, ma disordinatamente, disorganicamente. Muoversi per muoversi non significa nulla, se non si sa dove si sta andando: infatti si può conoscere veramente, anche se non mai del tutto, il proprio itinerario, esistenziale e lavorativo, solo se si è in ascolto, solo se non si dà per scontato di avere sempre ragione a priori, e gli altri, se ti contraddicono, sempre torto.

Non è mica difficile saper ascoltare gli altri, certamente quelli che meritano di essere ascoltati (cf, il significato etimologico di obbedire), basta fermarsi un momento nutrendo qualche sano dubbio sui propri convincimenti. Sant’Agostino e Descartes avevano fondato addirittura la conoscenza sul dubbio “cogito et dubito, ergo sum“, cioè penso e dubito, cosicché sono. Per questi due sommi pensatori il dubbio fonda lo stesso essere. Senza il pensoso dubbio non vi è neppure la persona, che pensa e che dubita, e in tanto in quanto pensa e dubita, essa stessa è.

L’essere è fondato sull’umiltà del dubitare, non sulla presuntuosa superbia del sapere senza confronto. Non vi sono titoli di studio o posizioni che esimono da questo circuito virtuoso del pensiero. Io stesso, che non mi son fatto mancare approfondimenti e studi, son sempre più consapevole della mia ignoranza, poiché mentre imparo cose nuove, queste mi presentano infiniti scenari conoscitivi ancora da esplorare, ed è così che mi sento creatura e non creatore, padrone e signore della conoscenza e della verità, io consapevole di restare sempre e comunque un povero essere umano, fragile e ansioso, consapevole della mia pur nobile finitezza.

Omicidi: 0,2% ogni 100.000 abitanti in Italia, 4,5% su 100.000 abitanti negli U.S.A.

…forse 7/8 milioni di armi da fuoco comprese quelle da caccia in Italia su 60 milioni di abitanti, 250.000 di armi da fuoco negli U.S.A. su circa 350.000 milioni di abitanti. Un rapporto clamorosamente favorevole alla situazione italiana.

Ora, la linea politica della destra, soprattutto della Lega e del partitino assorbibile della Meloni vuole pistole per tutti. Ieri uno stagista incazzato fa una strage nella redazione di un giornale americano ad Annapolis nel Maryland, perché, pare, riteneva di essere stato trattato ingiustamente da quel foglio, di essere stato diffamato. Qui non siamo nel contesto fanatico di Charlie Hebdo, ma in una situazione “normale”, dove un uomo “normale” fa una strage. Personalmente sono coinvolto nell’inserimento di stagisti e tirocinanti nelle aziende che seguo, i quali lavorano un periodo, scrivono la loro tesi, mi aiutano, li aiuto come co-relatore, finito il periodo se ne vanno ringraziando e mantenendo i contatti. Proviamo a immaginare un altro scenario: effrazione di una casa, il ladro entra, è armato, il padrone di casa si accorge, cerca la pistola nel comodino, posto che l’abbia messa lì, e il ladro, nel frattempo, che cerca anche i gioielli della moglie, che fa? Aspetta che il padrone di casa armi l’arma, si concentri, gli punti la pistola contro intimandogli il “mani in alto”? Bene che vada gli spara in una spalla, per immobilizzarlo, male che vada lo fredda.

Cosa abbiamo ottenuto? Un cittadino libero e onesto è morto, una famiglia è nella disperazione e il ladro è diventato un assassino.

È evidente che la magistratura deve valutare bene come viene esercitata la legittima difesa e il diritto di ciascuno di usare anche un’arma per difendere sé e i propri cari: troppe volte infatti, al di là dei dovuti procedimenti di accertamento, a volte è sembrato che l’aggredito che si è difeso sia passato dalla parte del toro, e questo è indecente.

Quello che scriverò qui sotto farà un po’ di impressione, ma la vita e le cronache ci presentano speso questi racconti e conti.

Studiato queste misere piccole cose Salvini e Meloni? Avete letto qualche testo di psicologia della violenza? Sapete che un’arma in mano o a disposizione moltiplica le possibilità di usarla, anche contro se stessi? Chi ha una pistola a disposizione in un momento di depressione grave sta un momento a puntarsela alla tempia o in bocca; chi non se l’ha, magari ha il tempo di ripensarci, o no?

Guardate la bocca e il gesto di Charlton Heston qui sopra, attraente, vero? Il volto si atteggia a una minaccia quasi preventiva: “guarda che se ti avvicini ti sparo, non entrare nel mio giardino eh?” brandendo un vecchio catenaccio delle guerre franco/canadesi/inglesi/americane di fine ‘700, con Lafayette al comando, o dell’Ultimo dei Mohicani. Bello lo sguardo accogliente di un Ben Hur malamente invecchiato con l’odio a titillargli il cuore, vero?

Come mai la differenza di dati riportati nel titolo? Forse che gli Americani pensano di vivere ancora nel Far West i giorni della frontiera, mentre noi siamo civilizzati da tremila anni di storia? Forse che si tratta del confronto tra un popolo bambino multietnico e un popolo forte di filosofie e religioni profondissime e complesse, che hanno studiato l’uomo per duemilacinquecento anni, mentre oltre oceano si studiano psicologie proposte solo da un secolo?

Antropologie diverse, psicologie sociali e psicologie individuali o sociologie diverse? Sicuramente le esperienze tra Europa e America sottolineano profonde differenze, anche se Anders Breivik è norvegese, 77 persone da lui uccise e 21 anni di carcere, e ancora, lui che si permette di protestare per come è trattato nella casa circondariale, noi chiamiamo così le nostre carceri, che sono spesso indecenti e disumane, degradanti e umilianti.

Una nazione civile si riconosce da come tratta i carcerati, ma forse qualche nazione esagera in uno dei due sensi, in questo caso la Norvegia e l’Italia.

L’America profonda non è solo Clinton e Obama, peraltro pieni di difetti anche loro, ma anche Trump e, a loro tempo Mc Carthy e Barry Goldwater, è Bush Sr. e Bush Jr.

Non credo che un aumento della disponibilità di armi da fuoco a livello individuale dia più sicurezza, piuttosto son convinto che non sia possibile una riduzione a zero dei questo tipo di violenza, di solito sotteso o esplicitato negli auspici di prammatica che sentiamo esprimere ogni qualvolta accade qualcosa del genere, che sono inutili e annoianti. E’ possibile invece lavorare con pazienza sulla consapevolezza delle persone, sulle loro culture, sui valori morali, senza illuderci di riformare l’uomo nel suo profondo antropologico e psicologico, ma con una ragionevole speranza di contribuire a farlo crescere in umanità nei tempi evolutivi ragionevolmente ipotizzabili.

Le parole “armate”

Mandare “un bacione” a Saviano da parte del ministro Salvini, non è un atto amichevole e affettuoso, anche se letteralmente questo significa, un gesto di affettività, peraltro non erotico, ma amichevole, fraterno: il bacione è quello che Odoardo Spadaro (“la porti un bacione a Firenze“) mandava a Firenze nella vecchia canzone degli anni ’30.

L’espressione del ministro degli interni come stile letterario si colloca tra il grottesco e il minaccioso, non so quanto consapevolmente da parte del suo pronunziante, ma abbastanza. Poteva evitarlo, mantenendo un fondo di eleganza, quello che gli può essere rimasto nel lessico usuale. Il fatto è che Salvini improvvisa poco, perché ha maturato una capacità di uso delle parole notevole. Non è colto, anche se si vanta di aver fatto il classico, ma è furbo, perché ha selezionato un lessico adatto a una cifra popolar-semplificata, tanto che colpisce le persone di scarsa cultura, le quali magari non ricordano quello che dice ma ricordano che “lo dice bene”. Incredibile, ma vero. Funziona così: “non mi ricordo quello che ha detto, ma lo ha detto così bene.”

Negli anni ha maturato uno stile comunicativo di grande efficacia, perché usa frasi brevi, poche coordinate e subordinate, di solito messe lì in modo paratattico, e quindi immediatamente comprensibili, poiché ogni proposizione è di fatto staccata dalle altre con il suo verbo reggente e i suoi complementi. E, in generale, si capisce quello che dice, salvo quelli citati sopra.

Ogni tanto condivido perfino io quello che dice, come quando in questi giorni dà dell’arrogante a Macron. Macron è più che arrogante, è un beota come Sarkozy, e come Hollande, i poveretti che hanno abitato l’Eliseo negli ultimi quindici anni.

Ancora su Salvini: i pensieri che esprime sono elementari, semplici e, quando sono allusivi, non lasciano mai eccessivi spazi interpretativi. Se dice “La nave non attraccherà a un porto italiano“, anche se poi i migranti saranno trasbordati su una nave militare italiana e portati in Sicilia, ciò che resta nella mente degli udenti è il concetto del non attracco, non quello del trasbordo. Il popolo capisce che quei migranti non verranno in Italia, anche se è vero il contrario. Oppure, quando parla di vaccini, si propone come padre non come ministro, e parla dei suoi bambini commuovendo gli ascoltatori presenti al comizio, che lo vedono come uno di loro, anche se dice sciocchezze sesquipedali sul piano scientifico. “Lo dico come padre“, e la gente si scioglie in applausi di consenso, come se parlare come padre sia garanzia di verità scientifica attestata da esperimenti ufficiali.

Basta ricordare quali e quanti benefici produsse il vaccino “Sabin” negli anni ’50 e ’60 nel combattere la allora diffusissima poliomielite. Il ministro-sceriffo piace come può piacere l’albo western dell’immarcescibile Tex Willer. Anche a me piacciono Tex, suo figlio Kit, Tiger Jack e Kit Carson, ma so che sono strisce meravigliosamente concepite e racconti in cui ti immergi volentieri, curati e fantasiosi, in un Ovest verosimile e in un ambiente etico per certi aspetti condivisibile, a volte un poco manicheo, ma plausibile in un contesto socio-storico di frontiera.

Tante volte ho scritto qui dell’importanza del linguaggio, dai tempi della grande filosofia greca, si pensi al profondo conflitto tra Socrate, Platone e Aristotele da un lato, i quali sostenevano la corrispondenza possibile tra detti e realtà, e i sofisti, che sostenevano la relatività delle affermazioni rispetto alla realtà, passando per le altre letterature classiche, come quella dei Padri della chiesa, medievali e moderne, per cui si dice che le parole sono pietre o simili alla spada, così come esplicitamente detto nella Lettera agli Ebrei (4, 12)… “Infatti la parola di Dio è viva,/ efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio;/ essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito,/ delle giunture e delle midolla/ e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.”

Quelli che usano “parole armate” non lo sanno, ma usano il linguaggio senza preoccuparsi degli effetti di un mancato controllo dei modi, oppure degli effetti di un eloquio privo di filtri. Uno dei difetti principali del comunicante è la mancata cura dei “filtri” espressivi, per cui costoro parlano con chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione sempre nello stesso modo, incuranti delle conseguenze: anzi questi parlanti non si pongono nemmeno il tema delle conseguenze del loro dire. Una delle lezioni più importanti di un corso serio sulla comunicazione verbale è quella che riguarda l’esigenza di controllare ciò che si dice alla luce di come lo si dice. Non occorre pensare alle maschere pirandelliane di “Uno, nessuno, centomila”, poiché si possono fare gravi danni senza far finta di essere diversi da come si è. Le parole, con i loro sinonimi, numerosissimi nel vocabolario italiano, le posture e la gestualità illimitate, infinitamente declinabili, permettono una comunicazione priva di ogni limite strutturale ed espressivo.

E’ possibile dire l’infinito caleidoscopio del reale e anche dell’irreale, dei fatti concreti e di quelli immaginati, del sogno, dell’ignoto e del mistero, come insegnava Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea De Chirico, fratello del più noto Giorgio).

Mi chiedo se a volte sia meglio trattare con un ignorante totale o con uno che possiede una cultura mediocre, ma che presume di essere colto. Direi con il primo ideal-tipo, così come è preferibile chi è un poco malvagio allo stupido. L’ignorante e il malvagio permettono contromisure, il presuntuoso e lo stupido, no.

Lo stupido e il sedicente colto usano parola armate senza accorgersene, oppure ne colgono solo in parte l’efficacia espressiva ed il valore semantico, come chi usa titoli per insultare il prossimo. Quei tipi non sanno che è diverso cogliere in fallo l’altro criticando o correggendo l’errore come atto, e come episodio, dall’insultare con titoli la persona stessa, mentre l’ignorante e il malvagio sono, rispettivamente, quasi innocenti o comunque battibili sul piano logico.

Tra i centinaia di aforismi sul potere della parole ne scelgo tre, il primo dell’antropologo Gustave Le Bon, studioso di psicologia delle folle: “Certe parole sembrano possedere un potere magico formidabile. Migliaia di uomini si son fatti uccidere per parole di cui non hanno mai compreso il significato, e spesso anche per parole che non hanno nessun significato.”

Il secondo della poetessa polacca Wislawa Szymborska: “(…) Quando pronuncio la parola Futuro/ la prima sillaba va già nel passato./ Quando pronuncio la parola Silenzio,/ lo distruggo./ Quando pronuncio la parola Niente,/ creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.”

Il terzo è dii Sigmund Freud: “Uno è padrone di ciò che tace e schiavo di ciò di cui parla.”

Ecco: da Confucio al Buddha, da Platone e Aristotele a sant’Agostino, dal Venerabile Beda a sant’Anselmo d’Aosta, da san Tommaso d’Aquino a Descartes, da Leibniz a François-Marie Arouet (Voltaire), da Marx a Heidegger, da Einstein a Heisenberg, da Wittgenstein a Pareyson, da Jaspers a Severino e Barzaghi, che Dio lo benedica, le menti più acuminate si sono occupate delle parole, e delle parole “armate” in particolare, conoscendone la pericolosità intrinseca, ma anche le opportunità che creano.

Con pazienza e buona volontà, leggendo e studiando, ascoltando e parlando, camminando e cantando, nel mio piccolo, anche nel mio dolore, cerco di proseguire su quei sentieri, sopportando e supportando, che son sinonimi mio caro lettore, fino a che la forza e la luce mi assisteranno qui. Per dopo si vedrà.

Voglio Balotelli capitano della nazionale di calcio, caro Mancini; la vita e la morte, la qualità e il valore, i principi e le virtù

Che parole importanti, no, caro lettore, dopo il mio invito a Mancini a fare di Balotelli (Barwuah) Mario il capitano della nazionale di calcio? Una stranezza? No, per nulla, ché ogni giorno si possono decidere cose utili sotto vari profili anche su faccende apparentemente di poco conto, come quelle della nazionale di foot ball. Tutto è importante, anche se in modo diverso, perché ognuno ha diritto di valutarle a modo suo, soggettivamente. E la nazionale di calcio riveste un grande valore simbolico per gli Italiani, ma anche per numerosi non-Italiani che vivono qui da noi o sono in giro per il mondo. Il capitano di questo team rappresenta dunque un’evidenza di questo simbolo: Balotelli, finalmente ragazzo e uomo maturo può interpretare il ruolo del capitano meglio di altri.

Vita e morte, cioè inizio e fine dell’esperienza terrena… e leggo del lavoratore goriziano, Roberto, che si è tolto la vita, amico di un mio caro amico. Che cosa vi è dietro la scelta di chiuderla qui così? Il mio amico, che lo conosceva e aveva avuto un ruolo nel suo inserimento in azienda, mi spiega che avevano fatto un’operazione industriale in grado, non solo di ottimizzare costi di struttura e occupazione, ma anche gli equilibri personali e familiari dei dipendenti. Questo mi ha scritto Franco, ma Roberto ha voluto andarsene. Ecco, anche se lì la Qualità era ed è lavorare bene, con precisione e rispetto, ottenendo anche certificazioni sulla qualità dei servizi erogati ai clienti, e motivo di soddisfazione per chi ivi operava. Qualità è anche condizione per vivere bene? Pare che non basti. A volte, nel cuore e nell’anima delle persone si manifesta una sorta di male oscuro (cf. Giuseppe Berto), inspiegabile all’esterno, eppure vero e maledettamente efficace.

Procedendo nell’analisi terminologica delle parole usate nel titolo, troviamo principio: il principio costituisce valore, in quanto espressione di capacità e di osservanza di regole e normative con costante perseveranza. I princìpi sono, se si vuole, la fons originaria originante di ogni atto umano libero, e quindi a valenza etica: un agire senza princìpi è un agire perso, debole, incapace di reggere nel tempo, inadeguato e improvvido. Se al cosiddetto “popolo” piace l’agire sconsiderato di Salvini, che più tuona che far piovere (qualcuno prima o poi se ne accorgerà) anche come ministro e vicecapo del Governo, non sfugge che tale agire è di corto respiro, inadeguato, non solo a rispettare i princìpi che regolano i rapporti internazionali e il rispetto della vita umana, ma anche per rapporto all’efficacia operativa. Accanto a una giusta suddivisione del carico umano ed economico delle conseguenze delle migrazioni, occorre pre-vedere, definire ed attuare le misure che possono ridurre il carico dei migranti e avviare lo sviluppo nel Sud del mondo. Le migrazioni sono fenomeni storici e ben conosciuti: si tratta di analizzare bene quello che accade in questi anni ed investire in proporzione, mentre ci si prepara a colonizzare Marte. In questo pensiero generale non può mancare un capitolo concernente gli aspetti demografici ed economici attuariali, i quali devono far premio sulla propaganda continua di chi pensa di stare in campagna elettorale permanente, come il citato segretario della Lega. Qualcuno dovrebbe anche dirgli che sarebbe utile, corretto e necessario distinguesse, quando prende la parola, tra i suoi due ruoli e si controllasse, se è in grado, anche nella terminologia e nel linguaggio espressivo, quando parla come ministro della Repubblica italiana.

Infine abbiamo la virtù, parola non troppo in uso, ma ancora comprensibile, poiché deriva da valore umano improntato a un agire eticamente fondato al bene, come ci insegnano i padri antichi della grande chiesa cristiana e i filosofi greco-latini e, spostando il nostro sguardo verso oriente, anche le grandi filosofie religiose come il buddhismo. La virtù è una dimensione spirituale che ispira, rinforza e guida un agire umano forte e determinato, chiaramente distinguibile e capace di visione prospettica, nel rispetto delle persone bisognose e della scurezza dei residenti, Italiani, Francesi, Spagnoli o Tedeschi che siano.

Princìpi e valori non sono perfettamente sinonimi, perché il primo termine è etimologicamente più esteso del secondo, essendo più esteso il suo campo semantico.

Non vi è alcun moralismo nei termini citati, ma un indirizzo antropologico, una visione del mondo molto articolata e complessa, che va studiata in modo non parcellizzato. Osservando il mondo circostante si trova di tutto: specialmente nelle aree tematiche dell’organizzazione aziendale e della gestione del personale, accanto a molte persone competenti e preparate, umili e ricettive, imperversano spietati guru che approfittano dell’ingenuità di molti per proporre formazione e coaching di bassa lega, se non truffaldino. Se interrogati da persone esperte, questi signori si barcamenano faticosamente, sperando che la tortura finisca presto.

Personalmente ne ho “sgamati” diversi, ma altri continuano a proporsi e a operare impunemente. A volte vengono promossi formatori master da aziende importanti, per ragioni imperscrutabili, quasi come quelle divine (scherzo).

Riassumiamo: a) Balotelli capitano e simbolo dell’Italia; b) vita e morte, c) qualità, valori, principi e virtù. Abbiamo il dovere di usare e declinare correttamente questi termini cosi importanti, per evitare fraintendimenti, ma soprattutto per onestà intellettuale e dirittura morale, esempio per i ragazzi che crescono e a cui dovremo sempre più affidare il futuro che ci viene incontro (cf. sant’Agostino, Libro XI Confessiones).

“Sinistra” e “destra” socio-politiche nel tempo, dalla Rivoluzione francese alla globalizzazione. Vero è che i due termini significano ancora qualcosa, sia pure nell’evoluzione dei tempi e degli scenari valoriali, socio-politici ed economici

In palestra: un ragazzo in carrozzina fa ginnastica di trazione agli arti superiori, con buona volontà e costanza. Lo aiuta a sistemarsi un uomo maturo, socialista democratico da sempre (caro lettore, tu dirai “Che c’entra?”). Quest’uomo, con un abbigliamento da palestra abbastanza casuale, si mette poi a fare le sue cose con le macchine, caricando sempre di più i pesi in trazione, con soddisfazione crescente. Il ragazzo in carrozzina ha bisogno di essere di nuovo aiutato per cambiare esercizio, e si fa vicino per legargli opportunamente i polsi alla macchina prescelta un ragazzone del tipo skinhead, tutto a nero, certamente “di destra”, a sentire certi suoi commenti politici. Hai capito, caro lettore, chi è l’uomo maturo? Io.

Con il ragazzo in difficoltà, io e lo skinhead ci siamo comportati nello stesso modo. Si può dunque dedurre che essere-di destra o essere-di-sinistra non inficia una disponibilità attenta ai bisogni altrui, che attinge ad altre dimensioni interiori, psicologiche, spirituali. In altre parole non si è “buoni d’animo” se si è di destra o di sinistra.

Altro episodio: il signore maturo, cioè io, dialoga con un altro signore in età che decenni fa compì una scelta estrema di carattere politico(-militare) di sinistra, indubbiamente di sinistra. Si parla insieme di ciò che possa essere ritenuto politicamente e socio-economicamente “di sinistra”, socialista, e così via. Il signore in età che non vive in ristretti orizzonti come il secondo, il quale sta scontando una pena, la più grave dell’ordinamento italiano. Il primo, a fronte della richiesta del secondo di provare a pensare alla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, il comunismo economico come è descritto nella visione classica marx-engelsiana, risponde così: “Chi governa la complessità delle aziende e dei mercati? Sei tu in grado di fare il mio lavoro, o il lavoro di un imprenditore o di un general manager?” Silenzio, in risposta. Ecco. Il distacco tra la teoria e la possibilità prasseologica. cioè di un fare pratico è dunque evidente, lampante, incontrovertibile.

Se leggiamo oggi gli atti dei congressi della Nuova sinistra italiana (di Lotta Continua, di Avanguardia Operaia, di Potere Operaio, del Partito Comunista Marxista-Leninista, etc.) degli anni ’70, o i Quaderni Rossi di Raniero Panzieri, c’è da restare allibiti per l’astrattezza teorica e l’assenza quasi totale di agganci ragionevoli con la realtà fattuale del tempo.

Allora io passavo per moderatissimo, quasi una spia dei carabinieri, mentre quei militanti erano ritenuti e si ritenevano (per autocomprensione) dei “veri compagni”. Molti di loro li ho visti sfilare bellamente -politicamente- alla mia destra qualche anno dopo, rimanendo io fermo nella mia moderazione, come un ablativo assoluto.

Ciò che desidero dire è che destra e sinistra non sono comunque identiche, né sono scomparse, come molti stanno affermando con una faciloneria disarmante.

Sinistra è ontologicamente avere un’attenzione per l’altro, una visione comunitaria e a volte anche collettivistica delle cose (ecco un primo limite teoretico e antropologico della sinistra), destra è ontologicamente puntare sull’individualità, sui meriti soggettivi, sempre molto semplificando.

In qualche modo anch’io apprezzo valori che appaiono tradizionalmente più di destra, come quello del valore dell’individuo singolo. Ma è proprio così, o ragionando con le categorie di destra e sinistra si rischia di prendere pericolose cantonate? Pare proprio di sì, poiché il dato dell’irriducibilità individuale non è politico, ma paleoantropologico, o semplicemente antropologico.

Si è dunque irriducibilmente unici, e questo lo deve capire la sinistra più dogmatica, ma si è anche costituiti psico-biologicamente, come animali umani, in modo identico, e perciò si è depositari di pari dignità, di pari valore, qualsiasi sia il nostro ruolo sociale, qualsiasi sia il nostro reddito e il nostro potere, e questo lo dovrebbe comprendere la destra.

Diversi e uguali nello stesso tempo, come lo deve comprendere una visione del mondo capace di irrorare con i suoi valori migliori tutto o quasi l’agone politico.

Certamente oggi molti contenuti politici si stanno rimescolando, ma questo è normale, poiché appartiene alle derive socio-storiche, così come si sono sempre dipanate. Faccio un esempio: non si può negare che il liberalismo, pur non avendo più quasi ovunque una rappresentanza parlamentare, abbia fecondato positivamente la politica con i suoi valori di libertà e democrazia, così come il movimento ecologista, rappresentato dai “Verdi”, con i suoi valori connessi alla difesa dell’ambiente in cui viviamo, la Terra e il Cosmo.

Vi sono quindi dei valori condivisi tra le varie visioni del mondo, che hanno superato l’appartenenza a uno schieramento, a una sorta di genetica politica, diventando patrimonio comune, almeno delle persone ragionevoli e ragionanti, non certo di militanti, talora ignorantissimi e incapaci di condividere idee intelligenti, anche se non caratterizzate da appartenenze univoche.

La stessa Costituzione della Repubblica Italiana, ispirata dai fondamenti etici cristiani e laico-socialisti, porta nel tempo valori condivisi, in qualche modo, anche se con differenti sensibilità, da destra e da sinistra.

Se si vuole scherzare sui due storici termini che, come tutti sanno (almeno lo spero), destra e sinistra, nascono come concetti dall’assemblea costituente voluta dai rivoluzionari francesi nel 1789, si può ascoltare Giorgio Gaber, impegnato a distinguere la destra dalla sinistra annettendo rispettivamente a quest’ultima il minestrone, e alla destra la pasta, ovvero alla sinistra la doccia, e alla destra il bagno. Così per sorridere un poco.

Si può “usare” la filosofia nella selezione del personale per un’azienda, ente o comunque struttura lavorativa organizzata?

Quesito retorico anzichenò, quello del titolo. Sicuramente si può utilizzare un approccio filosofico in questa fondamentale attività aziendale. Peraltro, la selezione del personale, con la sua correlata premessa legata alla ricerca di personale, che si può mettere in moto in molti modi, dal passaparola, all’uso dei siti web, a incarichi a società di somministrazione o di ricerca e selezione, etc., è uno dei sei o sette “mestieri” tipici di un moderno Human Resource manager, come si usa dire.

Selezionare del personale significa incontrarlo a colloquio, sia con le modalità classiche, prevalentemente individuali, sia con modalità più complesse, che richiedono la presenza di più candidati all’assunzione, chiamate solitamente assessment. Su questo tema ha recentemente pubblicato presso Franco Angeli un agile e dinamico volumetto il mio amico Piero Vigutto, psicologo del lavoro.

E veniamo all’approccio filosofico della selezione del personale. In una delle occasioni di formazione continua e di formazione dei giovani filosofi di Phronesis, abbiamo pensato di proporre nella sezione nordestina questo tema, per il seminario previsto per domani 10 giugno a Mestre. Siccome la filosofia è la matrice di tutti i saperi antropologici, non si vede per quale ragione non possa essere utilizzata come ambiente per svolgere un assessment di selezione del personale, contaminando modalità più specifiche e accettando contaminazioni. Si trarrà, a parer mio, sempre giovamento dal dialogo tra varie discipline antropologiche, se questo dialogo sarà rispettoso di ogni apporto, senza confusione, ma anche senza sussiegosa superbia, tipica di chi crede di possedere il metodo della verità in tasca.

Sotto questo profilo l’approccio e lo stile filosofico, fin dai tempi di Platone e successivamente di Descartes, insegna l’arte del domandare e del dubbio, irrorando di costruttive problematicità ogni tema posto. Verità locali, direbbe il mio amico professor Zampieri, e non verità assolute, che lasciamo ad altre discipline a me altrettanto care, come la teologia.

Può essere interessante per chi si occupa di questi temi dare uno sguardo al Power Point che ho predisposto per lavorare in tema con colleghi senior e con alcuni -più giovani- in formazione. Buona lettura qui sotto.

assessment filosofico

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