Renato Pilutti

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“Ambiguità & Complessità”, sintagma che sollecita un necessario dialogo linguistico-concettuale

Il modo infinito verbale “dis-ambiguare” – riportato in vari lemmi di wikipedia – già presenta al mondo virtuale l’importante concetto dell’ambiguità, che in lingue come quelle di derivazione greco-latina consentono un’ampia polisemanticità, fatta sia di polisemie vere e proprie, sia di similitudini, di metafore, di allegorie e di analogie, là dove i campi semantici a volte quasi si sovrappongano o, più spesso, si sfiorano sui rispettivi “confini”, se così li si può chiamare.

Infatti, la polisemia è una delle entità principali di questo ambito dell’analisi linguistica, che consente amplissime possibilità espressive, cogliendo le sfumature più prossime al focus dell’etimo, e anche quelle più remote, in un quasi-continuum di significati, che talora superano anche le obiettive dimensioni “discrete” (in senso matematico) di ogni lemma.

Mi spiego: basti pensare al termine “amore”: può qualcuno ragionevolmente affermare di poter dire tutto-ciò-che-si-può-dire sull’amore? Se qualcuno lo fa c’è da insospettirsi, poiché, o si tratta di un presuntuoso oppure di un ignorante sotto il profilo “tecnico” (qui si ricordi la mia convinta distinzione, più volte presentata in questa sede e altrove, fra “ignoranza tecnica” che può non essere colpevole, del tipo “io non so di fisica nucleare e non ne parlo, ma ascolto con rispetto chi conosce questa disciplina”, e “ignoranza colpevole”, con ciò intendendo che, pur occupandomi di cose e materie determinate, ne parlo senza averne cognizione scientifica, del tipo “posso parlare di ciò che voglio”). E di quest’ultima specie umana ho diverse raffigurazioni televisive e telematiche: ad esempio, di matematici che dissertano di teologia sotto un sorrisetto… ambiguo e di sufficienza.

L’ignoranza tecnica, ovviamente, non evidenzia profili etici e di responsabilità morale, l’ignoranza colpevole, sì. Aggiungo: l’ignoranza colpevole ha particolare rilevanza in termini di giudizio sul rilievo morale degli atti umani liberi. In ambedue i casi è assente il sapientissimo “sapere-di-non-sapere” socratico, e dunque manca radicalmente un approccio sano e realistico alla conoscenza.

La polisemia è intrinsecamente ambigua in senso tecnico, perché richiede di approfondire immediatamente l’analisi del senso di un lemma-significante- dentro-un-contesto. Mica poco!

L’ambiguità ha comunque avuto nei tempi storici diverse declinazioni, non poche delle quali poco positive, o addirittura negative. Si pensi all’ambiguità implicita delle arti diplomatiche, dove il dire/ non-dire è una specie di must, di obbligo inderogabile. Il diplomatico ha a disposizione tante maschere quanti sono i suoi interlocutori e gli ambienti nei quali opera: uno degli esempi storici dell’ambiguità politica è stata – in decenni e anni assai recenti – quella che i politologi chiamano “la doppiezza comunista”, ad esempio riferita alla leadership del Partito Comunista Italiano di Palmiro Togliatti: doppiezza da valutare attentamente. Vediamola: quando nel 1944 “Ercoli” (era il suo nome di battaglia antifascista e antinazista) spiegò ai suoi compagni del PCI che l’Italia non avrebbe seguito l’esempio dei paesi dell’Est europeo che di lì a poco sarebbero entrati nell’orbita dell?Unione Sovietica come “satelliti”, poiché a Yalta i tre “Grandi” avevano stabilito altro di nettamente diverso, nel PCI stesso vi erano posizioni che non ritenevano la linea togliattiana inderogabile, ma solo ad usum delphini, vale a dire “per la propaganda”, poiché non si dovevano allarmare le altre forze politiche antifasciste, in primis il Centro destra liberal-repubblicano e la Democrazia cristiana, ma anche gli Azionisti e i Socialisti.

Un Pietro Secchia e un Vittorio Vidali, che avrebbe riconosciuto volentieri la sovranità non solo sulla Venezia Giulia, ma quasi sull’intero Friuli a Tito, certamente non rimanevano personalmente (e non solo) pedissequamente fedeli alla linea del compagno Palmiro, perché per loro la Resistenza non avrebbe potuto e dovuto concludersi se non con una rivoluzione socialista, tale da cambiare i destini dell’Italia dalle fondamenta socio-economiche e politiche.

Non dimentichiamo che, a proposito di “album di famiglia”, come spiegò con spietata lucidità Rossana Rossanda una trentina di anni fa, uno dei due o tre fondatori delle Brigate Rosse, Alberto Franceschini, figlio di partigiani, ebbe a dire più volte che i vecchi compagni comunisti, operativi nel ’45, avevano nascosto le loro armi per fare la rivoluzione, e quindi per completare il processo socio-politico verso un socialismo italiano (ebbene sì), di ispirazione sovietica.

Se tutto ciò risulta plausibile, potremmo anche dire e ammettere che l’ambiguità togliattiana servì a gestire, a controllare i suoi compagni più decisi a proseguire sulla strada di una socialistizzazione dell’Italia fino a una conversione politica, cioè all’accettazione (forse un po’) rassegnata del sistema democratico-parlamentare. Non ho dubbi ad affermare, da socialista riformista qual sono, che Togliatti operò per il “bene comune”. Di quello che realmente avesse nel cuore e nella mente Togliatti, penso che non possiamo né pensare né dire alcunché di assolutamente certo. La sua fu, dunque, ex post, un’ambiguità utile, anzi necessaria per il successo dei fatti successivi. Infatti, Costituzione repubblicana democratica, voto alle donne, pluralismo partitico, ruolo dei sindacati, etc., furono i frutti di un processo nel quale Togliatti ebbe parte importantissima.

L’ambiguità produce certamente, nei modi più vari, incertezza, togliendo tranquillità e assolutezze… cosicché nell’ambiguità non si possono declinare i racconti sussumendone una verità intrinseca, anzi, in un contesto ambiguo la verità è una specie di ospite non gradito, si può dire.

Epperò l’ambiguità nei rapporti umani e professionali non è una virtù, perché li rende faticosi e spesso immorali. Indossare maschere va bene, ma non sulle cose essenziali come la qualità e la sincerità delle relazioni affettive. Prima o poi, meglio prima che poi, bisogna dirla “giusta” a chi ci vuol bene, a chi si stima, alle persone con le quali si collabora.

Il concetto di complessità si collega obiettivamente al concetto di ambiguità. Ciò che è complesso è per sua natura ambiguo, perché non definibile all’interno di contorni certi ed evidenti. Essa si può scientificamente e storicamente riferire agli studi del fisico-matematico ottocentesco Henri Poincaré e a quelli, della prima metà del Novecento, di studiosi come Hadamard, Lyapunov, Schrödinger, etc.. Altri nomi di scienziati interessati al tema sono i seguenti: Alexander Bogdanov, Werner von Foerster e Warren Weaver che pubblicò nel 1948 il fondamentale saggio “Science and Complexity”.

L’impiego del computer permise negli anni ’50 del XX secolo a Edward Lorenz di parlare del noto “effetto farfalla”, in base al quale ogni minimo movimento atmosferico influisce su tutta l’atmosfera, in quanto struttura dinamica e interrelata.

Negli anni ’60 del ‘900 Ilya Prigogine indagava i sistemi lontani dall’equilibrio intrinseco, favorendo lo sviluppo di una epistemologia scientifica come la sistemistica transdisciplinare , in particolare per merito di von Bertanlanffy, e del filosofo Edgar Morin, che previde un sistema per il pensiero complesso., come vedremo più avanti.

Proviamo ad esaminare l’etimologia del termine “complesso”. Esso deriva dal verbo latino “complector”, che significa cingere, tenere avvinto strettamente, vale a dire – in metafora – abbracciare, comprendere, unire tutto in sé, riunire in un solo pensiero e in una sola denominazione, oppure legame, nesso, concatenazione

Inizia dal XVII la riflessione-confronto fra il concetto di complessità e quello di complicazione, laddove: una cosa è complessa se consta di innumerevoli parti interrelate, che influiscono una sull’altra, e dunque può essere solo interpretata, mentre una cosa è complicata (dal verbo latino complico, cioè piegare, arrotolare, avvolgere), se può essere spiegata, come un lenzuolo che si può (dis-)spiegare da… piegato, compiegato, complicato che era prima.

Si tratta proprio di una epistemologia della complessità, portata avanti, come si dice, da due autori sopra citati come Prigogine e Morin, ma anche da De Toni e Comello, che nel 2005 pubblicarono da UTET un testo molto importante come Prede o ragni. (cf in molti miei testi in tema)

La complessità o teoria della complessità è adatta ad esempio al linguaggio colloquiale, al funzionamento delle reti telematiche, ma anche a quanto avviene nel modello termodinamico e alle facoltà auto-organizzative della mente umana. La complessità è un tema… complesso!

In generale un problema è lineare se lo si può scomporre in un insieme di sotto-problemi indipendenti tra loro. Quando, invece, i vari componenti/aspetti di un problema interagiscono gli uni con gli altri così da renderne impossibile la separazione per risolvere il problema passo-passo e “a blocchi”, allora si parla di non-linearità.

I modelli complessi sono indispensabili, essendo una specie di sintesi fra i sistemi naturali e i sistemi costruiti dall’uomo utilizzando discipline come la meccanica, l’elettronica, la chimica, la fisica, la chimica, la biologia e l’economia. Il legame fra tutte queste discipline può essere la logica filosofica, che mette in contatto i saperi mediante una metodica trasversale e sistematica. Le tecno-scienze contemporanee confermano questa visione della cultura e della scienza applicate.

Un sistema complesso prevede che si muova attraverso azioni e retroazioni, o feedback, sia che si tratti di un’azione orizzontale del tipo “io dico una cosa a uno” – “lui mi risponde”: in questo caso si tratta di un’azione e di una reazione, ma occorre tenere conto anche di tutto ciò che accade tutt’intorno, nell’òlos, nel tutto, poiché molto di ciò che re-agisce non è evidente, come accade nel dialogo inter-soggettivo, nel quale abbiamo domande e risposte evidenti, ma anche risposte in-evidenti, sotterranee, suggestive, pre-formali… auto-organizzate, emergenti, imponderabili… quantistiche in senso metaforico.

Ecco alcuni esempi di sistemi complessi: le cellule, la crosta terrestre, il sistema del clima, gli ecosistemi, tutti gli organismi viventi, il sistema umano (endocrino, linfatico, respiratorio, cardiocircolatorio, neurologico, limbico, linfatico, immunologico, nervoso…), e poi: i sistemi sociali, politici, economici, finanziari, religiosi, associativi, etc.i

La relazionalità nei e tra i sistemi produce complessità, allontanandosi sempre più dalla complicazione, come hanno sempre meglio spiegato studiosi che si sono specializzati su questi temi. Tra i principali: il Santa Fe Institute, fondato nel  1984 – si è particolarmente dedicato allo studio dei sistemi complessi adattativi (CAS – Complex Adaptive Systems), cioè sistemi complessi in grado di adattarsi e cambiare in seguito all’esperienza, come ad esempio gli organismi viventi, caratterizzati dalla capacità di evoluzione: cellule, organismi, animali, uomini, organizzazioni, società, politiche, culture , etc.(Holland, 2002). Gregory Bateson e Edgar Morin sono fra gli autori che si sono spesi con più costanza nella ricerca che oramai si denomina “scienza della complessità”.

Tra la teoria dei sistemi e quella della complessità si è dato vita alla teorizzazione dei sistemi dinamici complessi. Per quanto concerne l’essere vivente si sono spesi in particolare studiosi come Ludwig von Bertalanffy, Humberto Maturana e Francisco Varela, mentre in Italia non si possono trascurare le ricerche di Alberto F. De Toni e Luca Comello dell’Università del Friuli. In ambito psicoanalitico si sono mossi negli ultimi anni nel Boston Process of Change Study Group, Daniel Stern e Louis Sander.

I sistemi complessi adattivi (CAS o Complex Adaptive Systems nelle ricerche anglosassoni) sono dinamici e auto-organizzantisi, di cui propongo alcuni esempi: comunità o gruppi di persone che stanno insieme per lavoro o per altre ragioni, il cervello umano, le reti informatiche, il sistema corpuscolare ondulatorio delle microparticelle (da Heisenberg in poi), etc.

«Un CAS può essere descritto come un instabile aggregato di agenti e connessioni, auto-organizzati per garantirsi l’adattamento. Secondo Holland (1995), un CAS è un sistema che emerge nel tempo in forma coerente, e si adatta ed organizza senza una qualche entità singolare atta a gestirlo o controllarlo deliberatamente. L’adattamento è raggiunto mediante la costante ridefinizione del rapporto tra il sistema e il suo ambiente (co-evoluzione). Il biologo americano Kauffman (2001) sostiene che i sistemi complessi adattativi si muovono in paesaggi adattabili, o elastici, (fitness landscape), in continua deformazione per l’azione congiunta dei sistemi stessi, di altri sistemi, e di elementi esogeni.»
(“Prede o ragni. Uomini e organizzazioni nella ragnatela della complessità“, De Toni e Comello, 2005)

Dalla non-linearità di interazione tra le componenti di un sistema e la loro auto-organizzazione scaturisce l’attitudine di questo a esibire proprietà inspiegabili sulla base delle leggi che governano le singole componenti stesse:

«Il comportamento emergente di un sistema è dovuto alla non-linearità. Le proprietà di un sistema lineare sono infatti additive: l’effetto di un insieme di elementi è la somma degli effetti considerati separatamente, e nell’insieme non appaiono nuove proprietà che non siano già presenti nei singoli elementi. Ma se vi sono termini/elementi combinati, che dipendono gli uni dagli altri, allora il complesso è diverso dalla somma delle parti e compaiono effetti nuovi.» (ivi)

Ogni riduzionismo epistemologico viene dunque criticato e messo in questione dalla nozione o scienza della complessità, che trova nella fisica delle particelle (cf. supra Heisenberg et fisici successivi) e nella fisica atomica. La stessa scala geometrica che prevede una successione del genere: particelle sub-atomiche, atomi, molecole, tessuti o cristalli, etc., viene così implementata in modo nuovo e inatteso, che si basa su leggi diverse e caotiche. Legge caotica, appunto, un ossimoro che esprime tutto ciò che appunto non è descrivibile: evidenze imponderabili (cf. Wittgenstein) nelle relazioni umane, caos ricomponentesi nella dimensione fisica e biologica.

Ad esempio, nell’uomo bio-psico-macchina la coscienza, il linguaggio o la capacità auto-riflessiva sono ritenute proprietà emergenti perché non spiegabili dalla semplice interazione tra neuroni. Che cosa è la coscienza? Siamo sempre lì. La risposta migliore è sempre quella classica, metafisica: la coscienza è la persona stessa.

Si può dire che il confine tra il caos e un sistema ordinato è lo spazio delle possibilità, secondo condizioni obiettive di possibilità. Ad esempio, si può prevedere come finirà una riunione politica o aziendale, se con un accordo, un semi-accordo o un disaccordo su tutto?

Un altro esempio che emerge dal caos è quello delle folle, degli assembramenti e anche dei consumatori. E’ impossibile prevedere che cosa può accadere in un ambito che Gustave Le Bon (da me citato non poche volte in questa sede) ha così bene studiato in ambito di psicologia sociale e di sociologia statistica. In uno stadio pre e post-Covid, in una manifestazione sociale, in una rivolta, in un’azione militare (anche se ben programmata) può accadere l’imponderabile, l’inatteso, l’inaudito…

Un altro ambito caotico, anche se statisticabile (in qualche misura) è quello dei consumatori. In tema esistono fior di ricerche che desiderano scandagliare le intenzioni di acquisto in un dato momento-in un dato mercato-di un dato prodotto. Le maggiori società industriali e commerciali si basano, per la programmazione delle proprie attività, anche su queste ricerche, oltre che sui dati storici e le esperienze acquisite. Anche in questi ambiti si possono registrare forme di auto-organizzazione dal caos, nelle quali la complessità fa premio su qualsiasi linearità causale.

Filosoficamente si può pensare che il teorema della complessità potrebbe aggiungersi ai quattro classici della ricerca: a) l’analisi, b) la sintesi, c) l’analogia, d) il dialogo. Ecco, forse può essere proprio il dialogo, che è un (il) perno della ricerca filosofica della verità delle cose (vitium superbiae in his verbis absit), il punto di aggancio del teorema della complessità. Infatti, se analisi e sintesi si basano rispettivamente su una descrizione ampia del fenomeno e una descrizione breve, e l’analogia si basa sul confronto fra entità diverse, il dialogo (come insegnano i filosofi classici, a partire da Platone), proprio per la sua imprevedibilità, può essere lo strumento più efficace per approcciare la complessità, in quanto tale.

Si può dunque concordare con Egar Morin che mezzo secolo fa all’incirca ipotizzo una vera e propria epistemologia della complessità.

L’AMBIGUITA’ IN SPECIE

La parola ambiguità (dal latino ambiguitas, –atis, da amb-, ‘intorno’, e agĕre), indica il riferimento ad un testo (scritto o orale), che può essere diversamente (e anche radicalmente) interpretato in modi differenti, in quanto sussistono sempre diverse concause concomitanti e strutturate che generano queste possibilità. Basti pensare, sotto il profilo temporale, a come l’accezione di molti termini italiani è cambiata nei secoli, ai contesti nei quali detti termini sono stati pronunziati, alle intenzioni e allo stile linguistico dei parlanti e, forse soprattutto, alla polisemanticità insita quasi in ogni parola, dalla più banalmente operativa, come tavolo e sedia, alla più elevata e spirituale come coscienza e anima, o spirito o persona.

Ogni individuo-persona ha un suo modo di parlare, di esprimersi (idioletto, o proprio linguaggio); ogni individuo-persona può avere (o meno) difetti di pronuncia o problematiche neurologiche che condizionano una lallazione corretta dei termini. Una persona dislalica prospetta dei detti imperfetti, troncando sillabe o lettere, a volte creando anche situazioni umoristiche. Personalmente conosco persone dalla vivida intelligenza, che però sono dislaliche, e debbono fare un grande sforzo di concentrazione per non dimenticare “pezzi” di parole. Ma si fanno capire benissimo.

Inoltre, secondo l’arguta profondità di grandi esegeti biblici, come Origene, sant’Agostino e san Girolamo (tra altri) che amavano le interpretazioni allegoriche (racconti metaforici) o tipologiche (confronti tra personaggi ed eventi del Primo e del Nuovo Testamento: ad esempio Adamo e Gesù di Nazaret) dei libri biblici, e di illustrissimi filosofi dei nostri tempi come Dilthey, Heidegger, Ricoeur, Florenskij e Pareyson (tra altri), l’ambiguità è connaturale al testo scritto o detto. E implicitamente complessa.

Si deve inoltre tenere conto dei diversi tipi di ambiguità: fonetica, lessicale, sintattica, di scopo o pragmatica. I diversi codici linguistici si propongono in una interrelazione talora oppositiva, talaltra compositiva: in altre parole, a volte un significante (o termine, parola) “produce” diversi significati, e dunque, lo stesso segno linguistico vuol-dire diverse cose. E qui entra in campo la polisemia, che presenta innumerevoli varianti intrinseche, informali, perché esiste, ovviamente, anche la variante lessicale, fonetica e grafica.

I segni linguistici possono essere omografi ed omofoni, in base al loro possedere lo stesso significato o il medesimo suono. Sono omonime le parole che presentano la stessa grafia ma significati differenti. Per spiegare: cosa c’è di più radicalmente diverso nell’omonimia tra due persone? Il massimo al mondo! Quando vivevo nel mio paese natale Rivignano, in provincia di Udine, con i miei, spesso a casa mia qualcuno cercava al telefono Renato Pilutti, ma intendeva parlare con un capomastro edile, mio omonimo, per sapere qualcosa del cantiere in corso… e mia mamma Luigia rispondeva “a no l’è mio fi il Renato c’al ciris lui” (Friul.: non è mio figlio il Renato che lei cerca).

Una curiosa omofonia in italiano è tra l’amorale e la morale, laddove la pronuncia tradisce i due significati, aggettivale il primo, sostantivale il secondo.

Continuiamo: è ambiguo ad esempio un singolo lessema come acuto: in un primo significato significa un timbro del suono alto, in un secondo vuol dire intelligente (di persona), un terzo si può riferire alla specifica geometrica di un angolo… acuto, appunto.

Tornando alla polisemia si può affermare che due o più significati non omonimi fanno comunque parte di campi semantici contigui, come nel greco lògos, che significa, sia parola, sia discorso. Parlavo all’inizio di disambiguazione citando wikipedia: ecco; in questi casi, occorre dis-ambiguare, cioè togliere l’ambiguità interpretativa possibile.

Un altro tipo di ambiguità è quello derivante dalla sintassi. Se io dico: “Renato ha visto Beatrice con il cannocchiale”, si può pensare che Renato l’abbia vista a distanza con il suddetto strumento, oppure che Beatrice avesse in mano un cannocchiale.

Facciamo un altro esempio.

Una vecchia lègge la regola – La “e” è aperta e quindi legge è voce del verbo leggere. Una anziana signora legge etc.

Una vecchia légge la regola – La “e” è chiusa e quindi legge è un sostantivo che definisce l’atto normativo. Si tratta di una legge emanata molto tempo prima…

Per evitare ambiguità è dunque bene utilizzare gli accenti grave o acuto, per non incorrere nella pronunzia spesso sbagliata di un noto lettore di Tg2 delle 20.30, ad esempio.

Un altro tipo di ambiguità si può definire pragmatica. Si provi a considerare la frase seguente: “Ogni uomo ama una donna”

Significa che vi è una donna amata da ogni uomo, oppure che ogni uomo ama una donna diversa? Boh. E’ chiaro che il significato pragmatico si deduce dal contesto e dalle intenzioni del parlante… e a volte anche dalla prontezza dell’ascoltante. Senza che vi siano queste condizioni, il fraintendimento è insito, assai plausibile, nelle dinamiche del colloquio.

Abbiamo già visto che l’ambiguità, se pure chiamata in modo diverso, era un modulo comunicazionale conosciuto fin dall’antichità, e utilizzato a man bassa dai letterati di ogni epoca. Nel merito si possono citare autori contemporanei come i francesi Mallarmé e Apollinaire e lo stesso James Joyce.

Che dire dunque? Che l’ambiguità è connessa alla complessità come due commessure in un mobile di buon artigianato del legno, e di ogni organizzazione o civilis societas, ma va individuata e controllata, come insegna una buona etica della comunicazione.

Ciò che si deve evitare è di approfittare dell’ambiguità di certe situazioni fattuali o dialogiche per ingannare e sopraffare l’altro. Una cosa è l’abilità diplomatica a tattica nei discorsi, che è ammessa e in certe situazioni, imprescindibile, un’altra, riprovevole, è approfittare magari della debolezza dialettica o inferiorità culturale altrui per ingannare, tradire o addirittura sopraffare l’altra persona.

In questo ambito, la consapevolezza che tutto ciò che attiene l’uomo, il mondo e l’interazione fra questi soggetti è complesso, e che come tale va trattato, ci insegna come occorra soprattutto far conto di un’eticità del linguaggio e del suo uso, che è – con il pensiero – l’attività più nobile dell’uomo in ogni tempo e luogo.

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La proprietà privata individuale non è assoluta, come insegna il libro biblico Levitico 25, 23 “(…) Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini. (…)”

ecco la lezione a chi pensa di possedere la Terra, cari lettori! Nel titolo parla il Signore Dio Iahwe.

Cap 25

1 Il Signore disse ancora a Mosè sul monte Sinai: 2 «Parla agli Israeliti e riferisci loro: Quando entrerete nel paese che io vi do, la terra dovrà avere il suo sabato consacrato al Signore. 3 Per sei anni seminerai il tuo campo e poterai la tua vigna e ne raccoglierai i frutti; 4 ma il settimo anno sarà come sabato, un riposo assoluto per la terra, un sabato in onore del Signore; non seminerai il tuo campo e non poterai la tua vigna. 5 Non mieterai quello che nascerà spontaneamente dal seme caduto nella tua mietitura precedente e non vendemmierai l’uva della vigna che non avrai potata; sarà un anno di completo riposo per la terra. 6 Ciò che la terra produrrà durante il suo riposo servirà di nutrimento a te, al tuo schiavo, alla tua schiava, al tuo bracciante e al forestiero che è presso di te; 7 anche al tuo bestiame e agli animali che sono nel tuo paese servirà di nutrimento quanto essa produrrà.
8 Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. 9 Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell’acclamazione; nel giorno dell’espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. 10 Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. 11 Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. 12 Poiché è il giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. 13 In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo. 14 Quando vendete qualche cosa al vostro prossimo o quando acquistate qualche cosa dal vostro prossimo, nessuno faccia torto al fratello. 15 Regolerai l’acquisto che farai dal tuo prossimo in base al numero degli anni trascorsi dopo l’ultimo giubileo: egli venderà a te in base agli anni di rendita. 16 Quanti più anni resteranno, tanto più aumenterai il prezzo; quanto minore sarà il tempo, tanto più ribasserai il prezzo; perché egli ti vende la somma dei raccolti. 17 Nessuno di voi danneggi il fratello, ma temete il vostro Dio, poiché io sono il Signore vostro Dio.
18 Metterete in pratica le mie leggi e osserverete le mie prescrizioni, le adempirete e abiterete il paese tranquilli. 19 La terra produrrà frutti, voi ne mangerete a sazietà e vi abiterete tranquilli. 20 Se dite: Che mangeremo il settimo anno, se non semineremo e non raccoglieremo i nostri prodotti?, 21 io disporrò in vostro favore un raccolto abbondante per il sesto anno ed esso vi darà frutti per tre anni. 22 L’ottavo anno seminerete e consumerete il vecchio raccolto fino al nono anno; mangerete il raccolto vecchio finché venga il nuovo.
23 Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini. 24 Perciò, in tutto il paese che avrete in possesso, concederete il diritto di riscatto per quanto riguarda il suolo. 25 Se il tuo fratello, divenuto povero, vende una parte della sua proprietà, colui che ha il diritto di riscatto, cioè il suo parente più stretto, verrà e riscatterà ciò che il fratello ha venduto. 26 Se uno non ha chi possa fare il riscatto, ma giunge a procurarsi da sé la somma necessaria al riscatto, 27 conterà le annate passate dopo la vendita, restituirà al compratore il valore degli anni che ancora rimangono e rientrerà così in possesso del suo patrimonio. 28 Ma se non trova da sé la somma sufficiente a rimborsarlo, ciò che ha venduto rimarrà in mano al compratore fino all’anno del giubileo; al giubileo il compratore uscirà e l’altro rientrerà in possesso del suo patrimonio.
29 Se uno vende una casa abitabile in una città recinta di mura, ha diritto al riscatto fino allo scadere dell’anno dalla vendita; il suo diritto di riscatto durerà un anno intero. 30 Ma se quella casa, posta in una città recinta di mura, non è riscattata prima dello scadere di un intero anno, rimarrà sempre proprietà del compratore e dei suoi discendenti; il compratore non sarà tenuto a uscire al giubileo. 31 Però le case dei villaggi non attorniati da mura vanno considerate come parte dei fondi campestri; potranno essere riscattate e al giubileo il compratore dovrà uscire.
32 Quanto alle città dei leviti e alle case che essi vi possederanno, i leviti avranno il diritto perenne di riscatto. 33 Se chi riscatta è un levita, in occasione del giubileo il compratore uscirà dalla casa comprata nella città levitica, perché le case delle città levitiche sono loro proprietà, in mezzo agli Israeliti. 34 Neppure campi situati nei dintorni delle città levitiche si potranno vendere, perché sono loro proprietà perenne.
35 Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, come un forestiero e inquilino, perché possa vivere presso di te. 36 Non prendere da lui interessi, né utili; ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. 37 Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura. 38 Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto, per darvi il paese di Canaan, per essere il vostro Dio.
39 Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo; 40 sia presso di te come un bracciante, come un inquilino. Ti servirà fino all’anno del giubileo; 41 allora se ne andrà da te insieme con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri. 42 Poiché essi sono miei servi, che io ho fatto uscire dal paese d’Egitto; non debbono essere venduti come si vendono gli schiavi. 43 Non lo tratterai con asprezza, ma temerai il tuo Dio. 44 Quanto allo schiavo e alla schiava, che avrai in proprietà, potrete prenderli dalle nazioni che vi circondano; da queste potrete comprare lo schiavo e la schiava. 45 Potrete anche comprarne tra i figli degli stranieri, stabiliti presso di voi e tra le loro famiglie che sono presso di voi, tra i loro figli nati nel vostro paese; saranno vostra proprietà. 46 Li potrete lasciare in eredità ai vostri figli dopo di voi, come loro proprietà; vi potrete servire sempre di loro come di schiavi; ma quanto ai vostri fratelli, gli Israeliti, ognuno nei riguardi dell’altro, non lo tratterai con asprezza.
47 Se un forestiero stabilito presso di te diventa ricco e il tuo fratello si grava di debiti con lui e si vende al forestiero stabilito presso di te o a qualcuno della sua famiglia, 48 dopo che si è venduto, ha il diritto di riscatto; lo potrà riscattare uno dei suoi fratelli 49 o suo zio o il figlio di suo zio; lo potrà riscattare uno dei parenti dello stesso suo sangue o, se ha i mezzi di farlo, potrà riscattarsi da sé. 50 Farà il calcolo con il suo compratore, dall’anno che gli si è venduto all’anno del giubileo; il prezzo da pagare sarà in proporzione del numero degli anni, valutando le sue giornate come quelle di un bracciante. 51 Se vi sono ancora molti anni per arrivare al giubileo, pagherà il riscatto in ragione di questi anni e in proporzione del prezzo per il quale fu comprato; 52 se rimangono pochi anni per arrivare al giubileo, farà il calcolo con il suo compratore e pagherà il prezzo del suo riscatto in ragione di quegli anni. 53 Resterà presso di lui come un bracciante preso a servizio anno per anno; il padrone non dovrà trattarlo con asprezza sotto i suoi occhi. 54 Se non è riscattato in alcuno di quei modi, se ne andrà libero l’anno del giubileo: lui con i suoi figli. 55 Poiché gli Israeliti sono miei servi; miei servi, che ho fatto uscire dal paese d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio».

Misericordia, solidarietà, per-dono (cioè dono iterato), giubileo, riposo della terra, proprietà non-assoluta… e tant’altro vi è in Levitico 25, caro lettore!

Ho voluto riportare per intero il testo del capitolo 25 di questo libro torachico per fare mente locale su alcuni princìpi che spesso sono ignorati, anzi, da alcuni perfino non mai conosciuti. Lo riporto con un invito alla lettura lenta, non certo per dire che bisogna osservare Levitico 25, ma per dire che fa bene leggerlo, fa molto bene!

Molti di noi, forse tutti, non rivolgono spesso il pensiero alla relatività oggettiva del nostro stare-nel-mondo, ai limiti, a tutto ciò che rende la nostra vita instabile e talora precaria, per moltissimi del tutto precaria, oggigiorno per miliardi di esseri umani… malattie, incidenti, guerre reali a decine, anche se non dichiarate, attentati, virus e pandemie, e potrei continuare ancora a lungo.

Eppure, nonostante tutto ciò, in molti (non so quanti siano, né in quale percentuale su tutti, poiché non faccio il sociologo-statistico a spanne, arte difficile cui non pochi indulgono!) si comportano con la vita, con la proprietà, come se fossero qui per sempre, come se fosse scontato che non gli capiterà mai nulla di male, come se i “diritti” acquisiti fossero intangibili, in qualsiasi situazione – anche radicalmente nuova – mentre invece tutto cambia continuamente, tutto passa, transit gloria mundi (passa la gloria del mondo) come dicevano gli antichi sapienti, tutto si trasforma nella complessità del reale continuamente ridefintesi.

Una riflessione di questo genere su ciò-che-ci-appartiene pone la questione sotto un profilo diverso, in quanto riesce a configurare un tanto dentro una cornice molto differente, anzi neppure di una cornice si tratta, perché essa stessa è mutevole, cangiante come i raggi del sole che arrivano nella stanza dalle fessure di una saracinesca non abbassata del tutto.

Se tutto ciò è vero, o meglio, se io scrivo queste cose, potrebbe sembrare che sia preda di una specie di reviviscenza marxiana fuori tempo. Ma è solo un’impressione superficiale. Chi mi conosce sa che non ho mai creduto nel comunismo dottrinal-storico e nel materialismo scientifico, in quanto Marx ha compiuto un errore filosofico fondamentale: non ha tenuto conto, nella sua utopica visione di una società giusta, anzi perfetta, della struttura fondamentale dell’uomo, che non è modificabile, se non in derive di lunghi secoli, di evi, di millenni, posto che le neuroscienze (cf., ad e. la scuola di Steven Pinker) confermino la possibilità di un’evoluzione positiva in senso morale del cervello umano, e in particolare dei lobi prefrontali, quelli preposti alla riflessione, al ragionamento, alla logica.

Altrimenti, e attualmente non abbiamo conferme del contrario, la natura, in genere fondamentalmente egoista, anche se capace di slanci solidali, soprattutto se in vista di una reciprocità, resta a dar carattere a quella che chiamiamo ancora “natura umana”, che non prevede di non pretendere il senso e il diritto del possesso di cose e persone.

Su questo, però, si può “lavorare” positivamente, non solo in campo etico, ma prima ancora in campo antropologico e logico-cognitivo. In altre parole, non possiamo dire che noi possediamo qualcosa in assoluto, ma solo in relazione ai nostri limiti oggettivi, fatti salvi il diritto cosiddetto “positivo” e le leggi vigenti, che possono anche essere inique.

Lo scrittore biblico pare averlo saputo assai meglio di noi.

Pesach, il “passaggio oltre”, la Pasqua del Signore: gloria, laus et honor tibi sit…

Gloria, lode e onore ti siano resi... a chi? a qualche politico? a qualche militare? a qualche religioso? a qualche imprenditore? a qualche presidente di gruppo parlamentare? Mi fermo qui. No.

Pesach, la Pasqua ebraica e cristiana mi invita a parlare dell’uomo di Nazaret e del suo giudice, Ponzio Pilato, così come sono raccontati dai Vangeli, senza dimenticare il prodromo biblico che troviamo in Esodo, là dove l’Angelo sterminatore (Esodo 12, 29), decima piaga voluta dal Signore degli eserciti, passava a uccidere i primogeniti egiziani, dopo che il faraone Ramses II (probabilmente) aveva negato la libertà al Popolo ebreo.

Solo a lui, questo antico tropo liturgico è appropriato, a Jehoshua ben Josef ben Nazaret, dissanguato, soffocato, ammazzato su una croce di legno circa duemila anni fa, o poco meno, per ordine del prefetto o procuratore romano della Giudea e della Galilea, Tiberio Julio Caesare Augusto imperante, Pontius Pilatus. Per ragioni di carattere politico-religioso, in coda a un processo sommario, dove la pubblica accusa era il Sinedrio gerosolimitano, dove mancava l’avvocato difensore dell’accusato, e Ponzio Pilato era giudice unico, inappellabile.

Di Pilato parlano alcune fonti giudaiche antiche del I secolo, come la Guerra giudaica (70 d. C. più o meno) e le Antichità giudaiche (90 di C. più o meno), ambedue di Giuseppe Flavio. La fonte più vicina, però, agli eventi che concernettero Pilato per rapporto a Gesù di Nazaret, si trova in uno scritto del 41 di Filone di Alessandria dal titolo L’ambasceria a Gaio; non si possono dimenticare le citazioni di questi eventi, purtroppo andate perdute, che la tradizione colloca negli Annales di Tacito, e anche ciò che scrisse in tema il vescovo Ignazio di Antiochia nelle sue Lettere agli abitanti di Smirne, di Magnesia e di Tralli, all’inizio del II secolo d. C.

Per il Nuovo Testamento, la storia del processo a Gesù presso il prefetto romano è riportate in modo diverso, ma sostanzialmente coerente, soprattutto per quanto concerne gli accusatori di questo “imputato”, che erano semplicemente i componenti del Sinedrio ebraico di Gerusalemme, anche se – pare – tale accusa non raccogliesse l’unanimità del Sinedrio stesso. Ad esempio ci si può chiedere se fosse d’accordo con il Sinedrio un Giuseppe d’Arimatea, maggiorente rispettato e stimato, oppure Nicodemo, che ebbe da Gesù parole importanti ma… non lo sappiamo. L’accusa era di blasfemia, secondo un’interpretazione letteralista e rigorista delle leggi mosaiche. Del libro del Levitico in particolare. Peccato-reato (qui si noti la connessione tra dimensione religiosa dimensione civile nella cultura politica del tempo e di quei luoghi e Nazione) meritevole della pena di morte.

Vi sono però alcune differenze tra i racconti degli evangelisti: ad esempio Marco racconta di un Gesù innocente rispetto all’accusa di avere complottato contro l’impero romano, cosicché Pilato è molto riluttante a giustiziarlo, poiché al lui interessava sostanzialmente che non si attentasse all’unità dell’impero e all’autorità di Tiberio Cesare… perché delle cose teologiche a lui poco “caleva”, come si suol dire, o nulla.

Nella narrazione matteana troviamo un Ponzio Pilato quasi annoiato e riluttante a impegnarsi in una diatriba che lui riteneva sostanzialmente interna al mondo giudaico e manda a morte Gesù di Nazaret, lavandosene le mani, quasi a dire “non rompete più, lo metto a morte e toglietevi dai piedi” (parafrasi fantasiosa del tutto mia). Luca racconta, un po’ come Marco, che Pilato non stava riscontrando minacce terroristiche allo stato romano da parte di quello strano uomo Galileo, e Giovanni invece, unico tra gli evangelisti, risposta il breve dibattito teologico fra l’imputato e il procuratore su chi fosse realmente Gesù di Nazaret. Ma si trattò di un dialogo asimmetrico, nel quale Gesù afferma di essere ciò che Pilato stesso gli chiedeva, cioè se fosse il Figlio dell’Uomo o Messia… Gesù risponde in questo modo, come sappiamo “tu lo dici: io sono” (Gv 18,37).]

La storicità del prefetto Ponzio Pilato non risulta essere ben messa a fuoco dagli studiosi. Ad esempio, nel “Nuovo Grande Commentario Biblico” si osserva che “i ritratti che ne danno i vangeli come di un uomo indeciso e preoccupato della giustizia contraddicono altre antiche descrizioni della sua crudeltà e ostinazione“: John Dominic Crossan, di contro, afferma che “le informazioni riguardanti Pilato [che ci giungono] da Flavio Giuseppe mostrano la sua mancanza di interesse per la sensibilità religiosa ebraica e la sua capacità di avere metodi piuttosto brutali per il controllo della popolazione“.

Torniamo al racconto giovanneo, che è il più fecondo teologicamente. La più importante domanda di Pilato a Gesù fu se lui considerasse se stesso come re dei Giudei. Nel Vangelo secondo Giovanni si riporta che Gesù afferma di essere venuto al mondo per confermare le profezie, cioè la verità, con modalità e rischi politico-religiosi che la casta sacerdotale sadducea temeva. Egli dice: “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce»; al che Pilato chiede: «Che cos’è la verità?».

Non si può sapere storicamente con certezza se il procuratore romano, poco incline a discorsi teologici, dialogò in questo modo con l’imputato che il Sinedrio voleva morto, ma il racconto, forse simbolicamente, propone un PIlato che quasi filosofeggia con quest’uomo, la cui presenza era insopportabile per i sacerdoti del Tempio e quindi rischiava di creare problemi anche all’autorità imperiale.

Pilato non aveva nessuna voglia di condannare Gesù e prova a metterlo nella situazione di poter essere liberato, come si usava in occasione della Pasqua ebraica. Aveva lì in carcere un assassino di nome Barabba (forse, Barabba significa in ebraico “il figlio del padre”, e chi è il-figlio-del-padre?), e prova a metterlo in alternativa a Gesù, sperando che quest’ultimo fosse scelto per poterlo liberare.

Ma gli emissari del Sinedrio fanno sì che la scelta del popolazzo (paragonabile a quel popolazzo che il 10 giugno 1940 si esaltò a piazza Venezia quando ascoltò le disastrose parole di Mussolini che dichiarava guerra a Francia e Gran Bretagna: i due popolazzi esultarono, il primo per far crocifiggere Gesù, il secondo per provocare la distruzione dell’Italia, e ancora emerge la teoria di Gustave Le Bon!)

Nel vangelo secondo Matteo troviamo un intervento su Pilato della moglie Claudia Procula, che aveva sognato di Gesù e consigliava al marito di liberarlo. I sogni tornano a farsi vivi, come in altre parti del racconto biblico. Ma Pilato non vuole storie (ne aveva già molte) con quel popolo inquieto e dice: “Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!”, e il popolazzo sinedrita risponde: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli” (Mt 27, 24-25).

La domanda se questi eventi possano essere considerati storicamente attendibili non trova risposta unanime, così come l’episodio della “vendita-tradimento” da parte di Giuda Iscariota per trenta denari, che poi si sarebbe impiccato in un podere che la tradizione chiamò in seguito Campo di Sangue. Tali episodi possono essere considerati racconti popolari raccolti dalla narrazione evangelica per ragioni teologiche.

In realtà, il fatto di scagionare giuridicamente e politicamente Ponzio Pilato, è stato tragicamente utile per essere utilizzato dai cristiani, per secoli, al fine di considerare gli ebrei gli assassini del Messia, con tutto ciò che ne è seguito nella storia umana dell’Occidente.  

Il procuratore romano è citato, oltre che nei Vangeli, anche in un apocrifo del II/III secolo, nonché dall’agiografo Eusebio di Cesarea, il quale parla di Pilato, che avrebbe fatto una triste fine sotto Caligola. Un altro scrittore di quel tempo, Agapito di Ierapoli riporta l’ipotesi che il vecchio prefetto della Giudea si sarebbe suicidato, sempre sotto Caligola.

Un ultimo testo che parla di Pilato si chiama Testimonium Flavianum, capitolo delle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio databile alla fine del I secolo, che però non pare del tutto affidabile per storicità, ma mi piace riportarne un brano…
«Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, e attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia di altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani.»

Epperò, questo testo potrebbe essere una interpolazione successiva curata da Eusebio di cesarea, come afferma un manoscritto arabo del X secolo, ma questo è normale.

Cornelio Tacito, invece, parla di Gesù in questo modo, assai negativo…
“Cristo era stato ucciso sotto l’imperatore Tiberio dal procuratore Pilato; questa esecrabile superstizione, momentaneamente repressa, è iniziata di nuovo, non solo in Giudea, origine del male, ma anche nell’Urbe, luogo nel quale confluiscono e dove si celebrano ogni tipo di atrocità e vergogne.”

In sostanza, Pilato, che fosse stato procuratore o prefetto non importa, è chiamato in tutti e due i modi dai vari scrittori, fu una figura importante di quel tempo, nella storia di Gesù di Nazaret, nell’occasione di quella lontana Pesach, che fu il momento centrale della vita di quell’uomo e lo snodo essenziale di tutta la storia del mondo.


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La clemenza, una virtù umanissima e previdente

Seneca, filosofo e politico dei tempi di Claudio e Nerone, ne scrive nel suo omonimo De Clementia. Il testo latino a fronte aiuta a ri-ammirare questa splendida lingua e razionale, una meraviglia continua per chi la pratica e uno stupore sconfinato per chi non la conosce, se questi ha la bontà di apprezzare le “cose belle”.

In questa riflessione proverò a dialogare con il grande Lucio Anneo, cercando di immergermi, come insegna Gadamer, nel suo tempo e nella sua temperie socio-culturale, e di attualizzare il suo insegnamento filosofico-morale e politico alla luce della nostra mentalità, occidentale, sub-occidentale, planetaria… Impegno ambizioso, che cercherò di svolgere con la massima umiltà che il tema stesso e il confronto con un autore di duemila anni fa richiedono.

Il De clementia è un trattato, cioè uno speculum principìs, uno specchio nel quale il principe si può specchiare analizzando se stesso, che per Seneca permette di proporre in modo critico la relazione fra filosofia e politica, soprattutto al fine di individuare le virtù migliori, non solo di tutti gli uomini, ma specialmente del sovrano, tra le quali egli colloca in primis la clemenza.

Seneca dedica lo scritto al giovane Lucio Domizio Enobarbo, cioè Nerone, di cui il filosofo era divenuto precettore, su incarico della madre del futuro imperatore, Agrippina Minore, moglie del defunto imperatore Claudio.

Il De clementia, dunque, è una sorta di libro di testo per educare all’esercizio del potere il giovane Domizio Enobarbo, che era promettente. Seneca era convinto che il miglior modo di condurre lo stato fosse una monarchia “illuminata”, che pensava avrebbe potuto essere una grande opportunità per il potenziale del giovane alunno.

In questo trattato di filosofia politica, scritto tra il 55 e il 56 d.C., Seneca definisce la condotta politica che il neo imperatore Nerone farebbe bene a seguire. Il trattato era originariamente diviso in tre libri, dei quali ci sono pervenuti solo i primi due (il secondo incompleto).

Il tipo di trattato chiamato, appunto, speculum, è di origine greca è impostato su un paradosso continuo, con il quale l’autore mostra all’allievo, descrivendo i vizi di un regno condotto in modo sbagliato e ingiusto, come invece dovrebbe comportarsi al contrario, perseguendo le virtù umane, tra le quali la clemenza è tra le primarie.

Ancora Seneca: nella sua visione del mondo la clemenza è la virtù più umana, perché – manifestandosi – mostra tra gli umani il sentimento che ciascuno desidera per sé, quando sbaglia e così operando, rischia la sanzione, la punizione. Immaginiamo che tipo di punizioni erano in vigore ai tempi del filosofo: la pena di morte era prevista per non pochi reati, per cui la clemenza, in questo caso, risultava decisiva per la sopravvivenza stessa dell’individuo.

Ma anche il sovrano, il principe, esercitando la virtù di clemenza verso i cittadini, è anche clemente verso se stesso, in quanto comportarsi in questo modo è un fatto benefico per tutti, per se stessi, i re s’intende (i leader, diremmo oggi), e per i cittadini, che si sentiranno in dovere di essere solidali con il re stesso.

Seneca paragona il principe a vari soggetti, in termini metaforici, ad esempio a un medico, all’ape regina, agli dei, al sole, a un tiranno, che è il confronto più importante. Una delle opzioni più importanti dell’esercizio della clemenza è la rinuncia alla vendetta, per mostrare il fatto che se chi occupa una posizione elevata deve controllare i propri comportamenti nei minimi dettagli. La clemenza, inoltre, è un’espressione della mitezza, che può… mitigare la severità.

Un aspetto fondamentale della clemenza è la capacità di misurare la severità nel punire e nell’essere clementi. La clemenza è dunque in contrapposizione alla crudeltà, cioè nelle modalità di infliggere le punizioni. Anche una esagerata clemenza non va bene, perché abitua a non assumersi responsabilità, a pensare che tanto, vada come vada, la compassione sarà sempre sufficiente per trovare un perdono generale per qualsiasi atto compiuto, anche il più malvagio, o quasi.

La clemenza è la virtù dell’uomo saggio, poiché egli è persona mite e dunque misurata nel punire, non lasciandosi condizionare né dalle sofferenze né dal godimento altrui.

La clemenza non è soggetta alla legge e – più strettamente – alla pura razionalità. Chi è clemente ha una certa sicurezza in sé di agire per il meglio, in quanto la clemenza ha un valore di giustizia e di equità, con apporti concreti, talora, della stessa epicheia, cioè della giustizia-giusta, kairologica, attuale. Quella giustizia che sembra ingiusta, ma in realtà interpreta i fatti in modo più completo. Oggi diciamo a 360°.

Che cosa si intende per clemenza nella nostra cultura attuale? Certamente non è un termine di uso consueto. Si potrebbe dire che da qualche decennio è una parola relegata al diritto, alle pratiche giurisprudenziali, soprattutto di carattere penale. Ad alcuni pare un termine più vicino alla cultura ottocentesca, che a quella del ventunesimo secolo.

La clemenza la si chiedeva un tempo ai sovrani, ai comandanti militari, magari sotto la forma della grazia. I sovrani, infatti, venivano chiamati “sua grazia”, definiti “graziosi”, con un linguaggio deferente e sottomesso. La clemenza è una virtù e un modo di porsi verso l’altro, specialmente se i due soggetti sono asimmetrici per posizione, ruolo e potere.

La clemenza si pone come virtù classica, in quanto rappresenta valori condivisibili, e reciprocamente utili alla convivenza umana. Basti solo pensare al fatto che ognuno di noi potrebbe qualche volta avere bisogno di clemenza,

A questo punto mi piace citare Aristotele, precedente nel tempo a Seneca, che diede un’importanza centrale, tra le virtù morali umani, alla virtù di giustizia, la quale non solo deve permettere all’uomo di individuare e definire l’unicuique suum (la giustizia di scambio, oggi la chiamiamo come riconoscimento dei meriti individuali) le norme generali (che erano in vigore al tempo dello Stagirita e lo sono anche oggi) e le norme concernenti la società nel suo insieme (oggi le definiamo welfare), ma anche a una dottrina e a modalità operative che superino in via eccezionale le norme sopra citate, mediante l’epichèia, che ho ampiamente trattato qualche tempo fa in questa sede.

Ripeto: l’epicheia altro non è che la “giustizia giusta”, una giustizia che può anche apparentemente risultare ingiusta, ma in realtà contribuisce a fare andare avanti il mondo.

…cani, porci, gatti ed esseri umani, un bestiario che si diffonde, o di come da mezzo secolo il Quoziente Intellettivo del Pianeta stia calando. Osserviamo, a testimonianza di ciò, un patrimonio linguistico, lessicale, espressivo e, in ultimo, cognitivo in declino, metodi argomentativi quasi assenti, sentiamo insulti grossolani e impertinenti asserti. Come ci difendiamo? Come contrattacchiamo?

cani, gatti, porci e esseri umani sono animali intelligenti. Senzienti, emotivi, capaci di affetti, memori.

Il cane scodinzola, ti segue, abbaia e latra, guaisce, ti guarda con occhioni lucidi: guarda il muso di un Boxer, di un Labrador, di…

Il gatto miagola intelligenti domande e risposte, con occhi tondi, colorati espressivi oltremodo. La coda alzata e le orecchie all’indietro significano che è allegro oppure furente e sta per attaccare. Una poesia che ho imparato in prima elementare: “Il mio gatto Musotondo/ verdi ha gli occhi e il pelo biondo./ Ha il nasetto impertinente/ canzonar sembra la gente./Proprio adesso il bricconcello/ s’è cacciato nel cappello/ e da lì contempla il mondo/ il mio gatto Musotondo.

I porci sono animali meravigliosi, anche se amano rotolarsi nella mota. Ricordo Yurko, un imponente maschio di duecentocinquanta chili che Giorgio Pacor da Arta apostrofava duramente se non ubbidiva, e il gran porco si metteva seduto davanti al padrone con le orecchie basse chiedendo perdono con un mugolio penoso. E ricordo anche quando, ventiduenne, “dovetti” uccidere un maiale con un fucile. Lo avevamo acquistato, mia sorella e io, da un contadino, ma il norcino non era riuscito a ucciderlo con la “pistola” utilizzata per la trista ma necessaria bisogna nel suo mestiere (che qui non descrivo per evitare inutili truculenze). Allora mi prestai a compiere quell’atto, perché il maiale era stato comprato, e si doveva macellare. Per me fu come un “rito di passaggio”. Ci pensai a lungo: il maiale non aveva sofferto, perché il colpo lo aveva fulminato, e il senso di colpa mi lasciò dopo poco tempo.

Gli esseri umani sono i più splendidi primati mammiferi vertebrati ecc. ecc., che l’evoluzione (e Dio creatore) ha posto a vivere sulla Terra. E i più crudeli, assassini, egoisti, anempatici, furenti sfruttatori della bellezza. A loro, spesso, preferisco altri primati, come i gorilla, o altri animali come i su nominati. Sì, anche i porci.

Viviamo un momento storico della Terra, non solo dell’Umanità, ma anche del Vivente e del Minerale, che richiede un surplus di intelligenza, e invece ce n’è di meno.

Per ciò nei nostri tempi è necessario diffondere la consapevolezza di un grave impoverimento dei linguaggi umani, del lessico comune, delle espressioni comunicazionali, e quindi delle lingue parlate, della qualità relazionale tra gli esseri umani, e infine del loro livello cognitivo. Una situazione che la scuola e l’università non stanno riuscendo ad affrontare e a risolvere.

Il problema è serio, serissimo. Se vogliamo prenderne atto, implicitamente accettiamo un grande compito morale, come cittadini e come intellettuali. E’ compito di tutti porsi il tema di una caritas intellectualis per il buon fine comune, come insegnava il professor Joseph Ratzinger, da molti stracapito e poco considerato.

Infatti, la complessità attuale, paradossalmente, è affrontata nel modo peggiore e potenzialmente devastante.

Cani, gatti, porci e esseri umani fanno parte del vivente terracqueo, ma solo gli umani hanno responsabilità di mandato su di esso. Il tema del clima, il tema dell’utilizzo delle risorse concernono le decisioni umane. Ma anche il tema delle relazioni tra paesi e nazioni, tra territori e sistemi politico-amministrativi, tra gruppi e organizzazioni, tra le singole persone, tra le famiglie (si pensi, nella versione negativa, al familismo amorale) nelle comunità, dai nuclei familiari di vario genere e specie alla scuola, al sistema sanitario, all’esercito, alle varie realtà ecclesiali, appartiene all’uomo, a tutti gli esseri umani di questo mondo.

Se questo è vero, quale può essere, precipuamente, il ruolo dei saperi umanistici, antropologici e della filosofia in particolare?

Questo sito, che vive ormai da quasi quattordici anni, si è speso per la parte maggiore in riflessioni attinenti questi temi. Ora, per il fatto che i colleghi e le colleghe di Phronesis, l’Associazione Nazionale per la Consulenza filosofica, mi hanno eletto (mi pare, con convinzione) presidente, sento ancora maggiormente questa esigenza e questo dovere “kantiano” (e cristiano): di occuparmi di questa crisi del pensiero pensante e dei linguaggi, prima ancora che dei comportamenti e dell’etica come sapere relativo al giudizio razionale sull’agire libero (buono o malo) dell’uomo.

La filosofia non può prescindere dalla filologia e nemmeno dalla morale sociale, che peraltro è parte integrante del sapere filosofico.

Dobbiamo fare qualcosa di più, ho detto ai colleghi di Phronesis e a tutte le persone che a vario titolo frequento. A tutti. E così mi muovo in ogni ambiente dove vivo e lavoro, per consulenze e docenze, in riunioni e colloqui, nelle relazioni esistenziali e nel contesto della vita.

Cultura e business, etica generale ed etica d’impresa e del lavoro. Un’esperienza friulana rivolta al mondo: uno spazio voluto dall’Istituto di Cultura Mitteleuropeo

Premesse epistemologiche di Etica generale per un’Etica d’Impresa e del Lavoro – Convegno Internazionale del 12 Novembre 2020 – Il mio intervento

Vi è una stretta (anzi, necessaria) relazione esistente fra Cultura e Azienda, e viceversa.

A me ritengo spetti una riflessione che può essere utile per fondare filosoficamente il sintagma proposto da Max Zollia.

Siccome il lavoro e la sua organizzazione attiene, oltre alle strutture aziendali anche l’uomo (la donna)-al-lavoro, ciò significa che il “sapere etico” come “scienza del giudizio sul (relativamente, nel senso di non-assoluto) agire buono o malo dell’uomo”, si pone come imprescindibile.

Se tale lo possiamo ritenere, non ci possiamo esentare da una sua declinazione chiarificatrice. Se l’Etica non è un sapere generico e voluttuario, nel senso epistemico (non solo aristotelicamente inteso), essa è anche un “sapere scientifico”.

Ogni affermazione, per non essere apodittica, ha da esser fondata su condivise premesse assiomatiche e su sillogismi logici. L’argomentazione non può prescindere da un corretto utilizzo dei “fondamenti”.

Partirei innanzitutto da una definizione di Scienza risalente a Descartes: “Scienza è un sapere che si fonda su enunciati certi ed evidenti in forza del loro perché propri, adeguati e prossimi”. Ecco quindi che lo statuto epistemologico del lemma permette di introdurre una sorta di declinazione del termine di cui qui primariamente tratto: Etica.

Infatti, se ci limitiamo a dire “etica”, è come se dicessimo, come l’etimologia greco-antica ci insegna, “usi e costumi”, magari considerando anche il termine confinante di èthos, che è  ètnos, là dove una “ni” amplia il significato di usi e costumi relativi a un popolo. Bene.

Dobbiamo dunque porci una domanda, domanda che giornalisti, politici e affini, tanto presenti nei talk show, non si  peritano mai di porsi. Sarebbe una domanda intelligente. Costoro, invece, preferiscono dare subito risposte, millantando conoscenze che spesso non hanno. “Che cosa è l’Etica, ovvero che cosa significa un comportamento etico?”

Dico subito che l’espressione “comportamento etico” è senza senso, se prima non ho provveduto a declinare il significato del termine più importante.

Infatti, se non decliniamo i vari tipi di “etica”, rischiamo di restare “impantanati” nel significato storico-etimologico del termine, senza fare alcun passo avanti.

A volte, non per stupire o scandalizzare un uditorio (di qualsiasi genere e specie), affermo che “è etico anche mutilare i genitali di una bimba”. Lo stupore scandalizzato dei presenti mi obbliga a specificare subito che per etica intendo solo il suo significato etimologico classico. La posso definire etica culturalista, nel senso antropologico-culturale. Oppure, altro esempio, “è etico anche dare un pugno in faccia a un altro”: qui sciolgo lo stupore degli astanti spiegando che si tratta di un’etica emotivista, per cui se mi arrabbio, ne consegue che…

E infine, trascurando altri esempi, posso concludere con il raccontino della difesa di Adolf Eichmann a Tel Avi nel 1961: “Sono stato sempre un buon cittadino tedesco, e ho solo eseguito gli ordini dei superiori”.[1]

Di quale etica potrebbe trattarsi? Evidentemente di un’etica prescrittivista, o no?

E dunque, come usciamo da questa empasse logico-semantica? (se di empasse si tratta).

Direi, completando il “giro” fino ad arrivare a un concetto nel quale possa esprimersi il rispetto dell’uomo come persona in tutte le sue differenze soggettive, per tratti di personalità che lo rendono irriducibilmente unico, in base alla sua genetica, all’ambiente dove ha vissuto e all’educazione (qui intesa come education, all’inglese)  ricevuta, ma nel contempo uguale a tutti gli altri esseri umani in dignitas. E questa eguaglianza come la spiego, o meglio, come la fondo? Richiamando anche qui tre elementi che permettono di superare scientificamente ogni residuo fenomenologico di razzismo a-scientifico: la sua fisicità, il suo psichismo e la sua spiritualità. Questi tre elementi, che sono oggettivamente presenti in ogni essere umano,[2] costituiscono il supporto teoretico per poter affermare senza tema di smentita che tutti gli esseri umani sono pari in dignità.

Possiamo dunque affermare che un’Etica che permetta di comprendere semanticamente un giudizio sulla bontà o malvagità di un detto o di un atto, potrebbe essere chiamata Etica del Fine, dove il Fine è costituito dalla salvaguardia dell’integrità psico-fisica dell’uomo, e anche degli altri viventi e dell’ambiente tutto.

La riflessione, così proposta, lo ho sperimentato, può fornire adeguati elementi esplicativi anche per l’espressione di giudizi sul profitto di uno studente o sull’impegno di un lavoratore. In altre parole, non viene lesa la personalità, ma si tratta semplicemente di un giudizio relativo ai comportamenti.

In Brovedani, e io testimonio la sua storia di oltre un quarto di secolo, volgendo lo sguardo a un’Etica d’Impresa e del Lavoro, posso affermare che ciò che l’Ing. Benito definiva  come “Spirito Brovedani”, è vissuto e si è sviluppato nel tempo in modo coerente e continuo.

Senza volere cedere a ogni tentazione beatificante, che qui non serve, non è né nelle mie corde, né in quelle di Benito, mi pare di poter dire che questo Spirito si evoluto negli anni in diverse declinazioni.

Mi sono occupato direttamente nelle Aziende del gruppo, in Italia e all’estero, di Risorse umane per oltre vent’anni, e posso testimoniare che una delle attività più continue e considerate è stata l’analisi del clima, sia in relazione a quanto previsto dalla Legge come stress correlato al lavoro, sia come indagine voluta dalle politiche del personale definite dalla Direzioni che si sono succedute nel tempo.

Parlo di fatti che conosco perché ne sono stato in larga misura l’autore.

Da un anno e mezzo i CdA del Gruppo hanno deciso di porsi sotto l’egida giuridico-legale del Decreto Legislativo 231 del 2001, predisponendo un Codice etico e un Modello di Organizzazione e Gestione atto a conoscere come si lavora e come si rispettano le Leggi dello stato, dettagliando quasi un paio di centinaia di reati presupposto.

In ordine a ciò i CdA stessi hanno poi nominato un “Organismo di Vigilanza”, composto da figure competenti nelle varie discipline di interesse aziendale, da quelle normative e contrattualistiche, a quelle di carattere civilistico, a quelle relative alla tutela della Salute e Sicurezza dei lavoratori, di tutti gli stakeholders e dell’Ambiente.

Di questi Organismi di vigilanza ho avuto l’onore di essere nominato Presidente, per cui ho la possibilità di “vivere” l’azienda con presenze settimanali e un dialogo continuo con gli Enti direzionali e chiunque tra i dipendenti desideri parlarmi e, parlando con me, informare tutto l’Organismo di Vigilanza. Ogni mia attività è poi registrata in specifici verbali che vengono inviati al CdA, alla Direzione e a chi può essere interessato all’argomento o al fatto trattato.

Specifico che le prerogative dell’Organismo di Vigilanza sono, appunto di vigilanza  e di segnalazione di questioni meritevoli di attenzione e di intervento.

Ciò pone l’azienda in una posizione di tutela da eventuali atti che possano configurare dei reati, focalizzando l’attenzione della giurisdizione sugli “autori” di tali violazioni.

In tale modo si ottengono due risultati: a) il primo è quello di responsabilizzare (la responsabilità è il principio fondamentale di un atto eticamente rilevante) le persone; b) il secondo è quello di salvaguardare il soggetto-azienda da responsabilità amministrative e/ o penali di cui direttamente non è responsabile. Altro si potrebbe dire, ma mi fermo qui, per avviarmi a concludere.

Ho cercato di presentare, infine, un discorso che ci permettesse di collegare Etica e business, e dunque anche humanitas e tecno-scienze, a partire  dalla gestione dell’uomo al lavoro, ma senza trascurare l’evoluzione tecno-scientifica in corso, là dove la digitalizzazione sta modificando le modalità relazionali e le tecniche lavorative in modo radicale.

Questo cambiamento interpella tutto l’Uomo e tutti gli Uomini, tutto e totalmente concerne questo interpello, cari amici lettori!

Le aziende, in questo covid-periodo sono i luoghi frequentati più sicuri in assoluto, e anche questo attesta il sostrato eticamente fondato dell’agire aziendale e di Brovedani in particolare. L’Azienda è stata anche recentemente insignita di un premio nazionale per avere impostato politiche di welfare a favore dei lavoratori, e anche questo testimonia come il sentimento ragionato (e questo sintagma non è un ossimoro!) che il Presidente Zollia voleva mantenere e rinforzare, cioè lo “Spirito Brovedani”, non solo sia sopravvissuto, ma si sia anche evoluto, conciliando al meglio business e rispetto delle persone, laddove un’Etica d’Impresa e del Lavoro si connette con il tema dell’innovazione e dello sviluppo economico.

Aggiungo e concludo: per il Bene comune.


[1] Himmler, Hitler.

[2] Fisicità: siamo interfecondi; psichismo: tutti si emozionano…; spiritualità: tutti provano stupore…

La “non-dea” Atalanta, gasp, eph, sob, aiut, gulp, ops, cul de sac…

Onomatopee più o meno sono, molto disneyane, salvo la prima che, oltre a rappresentare uno stato d’animo di cui parlerò più avanti, così come delle altre onomatopee, è anche la contrazione giornalistica del cognome di un allenatore di calcio (Gasperini) molto, ma molto antipatico, anzi antipaticissimo e dalla voce un po’ stridula, squittente, quello dell’Atalanta, che giornalisti pigri e banali si ostinano a chiamare “dea”. Infatti, Atalanta, nella mitologia greca non era propriamente una “dea”, ma la figlia di un re, cioè di un capotribù del tempo classico. La squadra di calcio “Atalanta”, attualmente in auge calcisticamente parlando, fu fondata a Bergamo nel 1907, e nulla c’entra con l’Olimpo greco, se non nelle memorande fantasie liceali di qualche fondatore, ovvero di qualche stanco e poco creativo giornalista odierno. Non so chi abbia iniziato a chiamare la squadra di calcio di Bergamo con la metafora-metonimia “dea” (roba di questi ultimi anni, comunque), ma immagino come se ne sia gloriato di fronte ai complimenti degli incliti (cioè, ignoranti tecnici). Amen.

Bergamo

Propriamente, Atalanta (in greco antico: Ἀταλάντη, Atalántē) è una figura, si può dire, trans-umana della Mitologia greco-antica, figlia di Iaso, re della regione di Arcadia e di Climene, sua moglie.

Il mito narra del desiderio di un figlio maschio da parte del padre di Atalanta, cosicché, quando nacque la bimba indesiderata, secondo l’èthos dei tempi, la abbandonò sul monte Pelio. Un’orsa inviata da Artemide/ Diana se ne prese cura fino a che fu trovata da dei cacciatori i quali la tennero con loro e la fecero crescere.

Cacciatrice fin da subito, Atalanta uccise con arco e frecce i centauri Ileo e Reco, suoi aspiranti stupratori, ma falliti. Non fu accolta fra gli Argonauti, alla cui spedizione alla ricerca del Vello d’oro nella Colchide aveva chiesto di fare parte, poiché Giasone era, anche lui al modo del tempo, maschilista. Ferì in una battuta di caccia il tremendo cinghiale “calidonio”, di cui l’uccisore, Meleagro, le fece poi dono del vello.

Come può capitare, la sua fama di cacciatrice (mascolina, dunque!) fece sì che il suo stesso padre, che l’aveva ripudiata e cacciata, perché femmina, la riconobbe nella dignità di sua figlia. Al padre, che la voleva sposa di un uomo che la meritasse, promise di diventar moglie di chi fosse riuscito a batterla nella corsa, mentre chi avesse perso la tenzone avrebbe perduto anche la vita. Allora le scommesse avevano anche poste in palio del genere.

A un certo punto, dopo che ebbe battuto molti pretendenti, arrivo un tal Melanione, che chiese un aiuto ad Afrodite (Venere), probabilmente gelosa di Artemide-Diana. Gli dei dell’Olimpo avevano sentimenti, vizi e virtù molto… umane. Il trucco escogitato dal pericoloso nume dell’amore fu questo: Melanione ebbe da Afrodite tre mele d’oro raccolte nel Giardino delle Esperidi, che lasciò cadere a terra, per tentare Atalanta. Lei non resistette all’inaspettato dono, si fermò per tre volte e perdette così la corsa.

Ovidio canta di Atalanta ne Le Metamorfosi, così come altri autori classici. Potremmo dire con linguaggio attuale che Atalanta fu una sorta di wonder woman, o almeno un modello per questo “tipo”. Oppure ancora, per meglio dire, un modello di autonomia dal padre e dalle condizioni femminili del suo tempo.

Jean Shinoda Bolen, analista junghiana tratta di Atalanta nei suoi volumi Artemide. Lo spirito indomito dentro la donna, e Le dee dentro la donna. Una nuova psicologia femminile editi da Astrolabio, quasi come ipotesi di donna autonoma dai “poteri forti” del padre e degli eroi.

Quindi Atalanta è impropriamente definita “dea” da pennigrafi indolenti e poco documentati.

Tornando ai monosillabi del titolo, registriamo gasp, oltre che come abbreviazione dell’antipatico allenatore della non-dea Atalanta, in quanto manifestazione di difficoltà improvvise, eph come moto di meraviglia impaurita, sob come un piagnucolare semi-infantile (tipo quello dell’allenatore dell’Inter, Antonio Conte), aiut come semplice figura di troncamento di “aiuto!” richiesta di soccorso, gulp, come improvviso stupore, ops, come incidente inaspettato, tipo urca, ho fatto cadere il vaso…

Infine un accenno al detto francesizzante cul de sac, che significa angolo da cui non si può scappare, oppure metaforicamente, con riferimento al famoso allenatore di tre (dico 3!) anni di gloria al Milan, dove Berlusconi gli aveva comprato i tre migliori giocatori del mondo di quel tempo, a parte Maradona, cioè Van Basten, Gullit e Riijkard, oltre a Baresi, Donadoni, etc., e trenta (dico 30!) anni di scritti (chissà se qualche ghostwriter…): Arrigo Sacchi, laudator del gioco di squadra, che non avrebbe vinto nulla se non avesse avuto a disposizione da Berlusconi i fuoriclasse sopra citati. Quando leggo i suoi commenti sugli altri, squadre e allenatori, e noto il suo uso corrente, non poco presuntuosetto, di concetti e termini psico-socio-filosofici come “conoscenza”, “cultura del lavoro”, “autostima”, “filosofia” (ma dai, Sacchi, su!) “leadership“, lemma comunque usato ed abusato a proposito e a sproposito, mi chiedo quanto e che cosa sia farina del suo… sacco. Mi è venuto bene l’involontario bisticcio retorico, vero?
Supò, Sac, sei un guru da poco

E via dilettandomi.

I due Alex, simbolo di vitalità, e la giornalista portasfiga

Anni fa conobbi il primo dei due Alex di cui qui parlo. Era Alexander Langer, politico, giurista e filosofo sud Tirolese. Spesso si trovava nei pressi dell’ala ecologista del sindacato nel quale ho avuto un qualche ruolo per tredici anni. Di matrice cattolica e lottacontinuista era diventato il trait d’union tra la cultura ecologista germanica dei gruenen, i verdi e i primi vagiti dell’ecologismo italiano. Meraviglioso il suo slogan che contrapponeva tre concetti “duri” … ad altrettanti concetti “dolci”, cioè citius, altius, fortius, ossia “più veloce, più alto, più forte” versus lentius, profundius, suavius, vale a dire più lento, più profondo, più soave”.

Alexander Langer

Fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e leader europeo di tale impostazione politica. Pace, diritti umani e ambiente erano i suoi principali centri interesse politico e morale. Pur essendo Altoatesino-Sudtirolese e germanofono, non si confuse mai con le lotte etno-nazionaliste, che rifuggiva e combatteva.

Negli anni tra l’87 e il ’90 partecipai un paio di volte a Città di Castello alla “sua” iniziativa mondialista, la “Fiera delle utopie concrete”, dove l’ossimoro implicito cercava ispirazione dai quattro elementi naturali di Empedocle: fuoco, aria, terra e acqua.

A lui interessavano le nozioni e i rapporti tra Nord e Sud e con l’Est del mondo, tant’è che la sua personale crisi ebbe origine ai tempi della Guerra e delle stragi in Bosnia nel primi anni ’90. Tuzla e Srbrenica furono il luoghi del suo tormento insopportabile. Pur essendo inesorabilmente pacifista, non lo era a senso unico e in modo imbecille, come molti, perché era in grado di sostenere – senza sentirsi in contrasto con i propri fondamenti morali – l’esigenza, alla bisogna, di un “intervento internazionale armato”, definendo i caschi blu “ostaggi dileggiati”, e chiedendo di inviare soldati per “fermare l´aggressione”“proteggere le vittime”“punire i colpevoli”, e impedire che “la conquista etnica con la forza delle armi torni a essere legge in Europa”.

Molti di sinistra e Verdi lo abbandonarono, perché, loro sì, facenti parte di quelle comitive imbelli e non-pensanti comunque contrari a ogni tipo di uso delle armi, in qualsivoglia situazione. Prima di togliersi la vita nei pressi di Firenze nell’estate del 1995 lasciò lo scritto che segue.

“I pesi mi sono diventati davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto.”

Alexander Langer riposa nel piccolo cimitero di Telves accanto ai suoi genitori.

Il secondo Alex è Zanardi, che tutti conoscono, e a cui tutti gli Italiani tengono, perché simbolo di forza e di capacità/ volontà di ripresa, dopo il drammatico incidente automobilistico che quasi vent’anni fa gli troncò le gambe. Dedicandosi alla handbyke è diventato un atleta meraviglioso e fortissimo, vincitore di campionati mondiali e di paralimpiadi. Esempio per tutti quelli che hanno avuto una disgrazia menomante. Non mi cito, perché io non ho perso arti, ma ho combattuto e combatto contro il dolore fisico.

Stiamo aspettando notizie buone dall’Ospedale di Siena dove è ricoverato, e preghiamo, se crediamo.

Dopo aver ricordato l’amico Langer e Zanardi, come esempi di positività, di contro cito un esempio fastidioso di negatività.

C’è una inviata speciale di alcune delle principali testate televisive che da Pechino sembra, per toni e testi, quasi godere delle disgrazie che racconta. Insopportabile: la sua enfasi narrativa pare preludere all’annuncio di una catastrofe nucleare o almeno di una serie di devastanti tifoni oceanici. Pare goda usando quei toni. Chissà se se ne accorge o se qualcuno glielo ha fatto notare. Ripeto: per me è insopportabile. Si chiama Botteri. E la si ricorda per altre precedenti dis-grazie narrate.

I due Alex sono un inno alla vita, quest’ultima, no.

Il Muro di Berlino, la Piazza della “pace celeste”, il comunismo e la democrazia

In cinese è chiamata Tien-an-men, l’immensa piazza di Bejing. Pechino. Un nome poetico, armonioso, antico, derivante da millenarie tradizioni. La storia è scorsa su quella piazza, nei secoli e in anni recenti.

La data che ricordiamo più di altre, relativa a quella piazza, è il 4 Giugno del 1989. In quell’anno, qualche mese dopo, sarebbe avvenuto un altro fatto, di importanza storica fondamentale, il 9 Novembre 1989 il Muro di Berlino cadde, dopo quasi cinquant’anni. Era stato costruito dal governo della Germania dell’Est nel 1961, in piena Guerra fredda, per separare gli interessi tedeschi ed europei di quella Nazione, nata dopo la fine della Seconda Guerra mondiale che aveva diviso il mondo in due blocchi, divisi da una Cortina di ferro (espressione del cinico Churchill), e soprattutto dell’Unione Sovietica da quelli dell’Occidente, USA in primis. Qui da me in Friuli la Cortina di ferro trovava espressione nel cosiddetto “muretto” di Gorizia, che divideva la nostra città da Nova Gorica, anche se l’agglomerato urbano non aveva soluzione di continuità.

Il Muro di Berlino (in tedesco: Berliner Mauer, nome ufficiale: Antifaschistischer Schutzwall, in italiano: “barriera di protezione antifascista”) era un sistema di fortificazioni atto ad impedire la libera circolazione delle persone verso la Germania Occidentale. Era lungo 156 km e alto 3,6 metri.

Fu il simbolo di una divisione del mondo che andava ben oltre la separazione fisica tra le “due Germanie”, poiché rappresentava una distinzione e un’avversione tra due sistemi inconciliabili, teoricamente e anche praticamente, per un lungo periodo.

E dunque, ricordiamo meglio ancora un altro episodio fondamentale della storia recente: fra il 3 e il 4 giugno 1989, le proteste dei giovani per ottenere dal regime comunista maggiore libertà e democrazia a Pechino furono represse nel sangue da esercito e polizia. L’immagine scolpita nel cuore di tutti è quella del ragazzo che disarmato fronteggia il primo di una fila di carri armati in assetto da battaglia… in una piazza civile, contro civili. Ma vi sono regimi che ritengono di detenere la verità morale, civile, politica ed economica, per cui ogni manifestazione contraria è – secondo loro – “contro il popolo”, ecco! contro il popolo! Perché il popolo è (sarebbe) la congerie di duemila o tremila boiardi che si riuniscono nella cattedrale del partito fra un profluvio di bandiere rosse come il sangue che spargono. Tutti uguali, fermi ad applaudire ovvietà e noia.

Quella, in quei casi, non è la bandiera rossa del socialismo umanistico, quando veramente i lavoratori erano schiacciati da uno sfruttamento bestiale, come nelle fabbriche studiate da Engels a metà ‘800.

Già a metà aprile 1989 erano iniziate proteste studentesche di grandi dimensioni e anche scioperi della fame, forma di lotta inusitata a quelle latitudini. La legge marziale e l’intervento dell’esercito fu la conseguenza di quel movimento. A Pechino in quei giorni stava per arrivare in visita ufficiale Mikhail Gorbacev, e i capi cinesi (dopo le dimissioni del segretario del partito comunista Zhao Zhiyang) Deng Xiaoping, il leader riformista-realista, ma comunista fino all’osso, e il primo ministro Li Peng ordinarono la repressione della protesta di Piazza Tienanmen.

Il Rivoltoso Sconosciuto, uno studente di cui non si seppe mai il nome, solo e disarmato si parò davanti ai carri armati, fotogramma immortale.

Di quell’evento in Cina non si può ancora parlare, pena sanzioni gravi e la perdita del proprio status. Ora neppure a Hong Kong, dove l’accordo su “un solo Paese due modelli socio-economici” ora è messo in questione dalle autorità cinesi.

USA e Cina sono forse ora le due Nazioni più potenti del mondo, almeno economicamente, perché la Russia è pari agli USA militarmente.

Il caso di George Floyd e l’anniversario di Piazza della Pace Celeste ci rammentano la strada che l’uomo pensante, il sapiens sapiens, nome auto-attribuitosi, deve ancora fare per diventare quello che può essere come doppiamente sapiens. Meno male che i paleoantropologi hanno scoperto che nel nostro genoma di sapiens sapiens vi sono tracce significative di Neanderthal, così anche quelli che pensano (anzi il loro non è vero pensiero) in termini razzisti forse hanno qualcosa di diverso su cui riflettere.

La dialettica serve per analizzare, discutere, approfondire, concordare

Cari lettori,

non possiamo esimerci dal trattare – di questi tempi nei quali il pensiero critico, che è largamente in crisi, deve essere ripreso – il tema della dialettica, come arte della discussione fra diversi.

I tempi che viviamo sono di crisi profonda dell’umano che, da un lato ha un po’ perduto l’abitudine al ragionamento logico, dall’altro si sta dotando di strumenti sempre più sofisticati, per lavorare e per innovare: ad esempio, l’Intelligenza artificiale (A.I.), rischiando di perdere di vista la sua primazia decisionale, se si illude che la “macchina” possa sostituirlo anche oltre l’ubbidienza meccanica ai programmi informatici e agli algoritmi necessariamente predisposti da egli stesso (l’uomo). In questa situazione forse si pone anche l’esigenza di considerare una dimensione aggiornata della Scienza etica, aggiungendo una “famiglia” alle varie già esistenti, come l’utilitarismo, l’edonismo, il deontologismo, il culturalismo, l’emotivismo, il finalismo, etc., intendo l’algoetica: ovvero l’etica degli algoritmi, che non possono mettere a repentaglio quella Finalistica, dove l’uomo è il Fine e non mai il mezzo dell’agire libero (ancora e sempre Kant!).

La dialettica si colloca fra i più praticati strumenti logico-argomentativi della filosofia, insieme con l’analisi, l’analogia e la sintesi. In dialettica si pongono in relazione due tesi differenti basate su assiomi anche contrapposti. Platone, nei suoi Dialogi, la simboleggiava mettendo di fronte a discutere due personaggi, e quasi sempre uno dei due era Socrate, e dunque Socrate versus Eutifrone, Socrate versus Gorgia, Socrate versus Protagora o Alcibiade, etc., ambedue gli interlocutori impegnati nella ricerca della… verità. Nientemeno.

Platone e Aristotele discutono animatamente (bassorilievo di Luca della Robbia)

Come sempre parto dall’etimologia. In greco antico dialettica deriva dal verbo dià-legein (cioè «parlare attraverso», ma anche «raccogliere») + tèchne, vale a dire l’ “arte” del dialogare, e del raccogliere, riunire insieme.

Prima del grande Ateniese, però, già i pensatori Eleati, come Zenone, allievo di Parmenide, avevano sperimentato questa modalità di discussione. Egli utilizzava la dialettica per confermare le sue dimostrazioni per assurdo, al fine di provocare un contrasto forte con l’interlocutore, e giungere alla “verità” usando il principio di non contraddizione, come in questo caso: l’essere è e non può non-essere e, conseguentemente, il non-essere non è e non può essere. L’arma dialettica usata dagli Eleati erano i paradossi, cioè racconti apparentemente assurdi, ma in realtà perfettamente logici.

Tornando ai Dialogi platonici, osserviamo come Socrate si muove dialetticamente cercando e trovando contraddizioni nel pensiero altrui, cogliendone le debolezze argomentative e le tautologie. In questo modo, ad esempio, nel dialogo Eutifrone, confonde il suo interlocutore, il quale dà il nome al dialogo, quando questi definisce la pietas come virtù solamente divina, mentre Socrate gli ricorda che gli Dèi olimpici sono più impegnati a litigare fra loro invece di curare i bisogni degli esseri umani che li invocano. Di fronte alle argomentazioni socratiche, Eutifrone non può ammettere solamente le più robuste ragioni di Socrate, specialmente quando il Maestro gli mostra che, se si dovesse ammettere la pietas degli dei bisognerebbe anche – altrettanto – ammettere la loro em-pietas (empietà), la quale cosa sarebbe contraddittoria e perciò assurda.

Il modo di procedere socratico-platonico ha un nome preciso, la maieutica, cioè la capacità e il metodo di scavare in profondità nelle affermazioni espresse, individuandone i punti di debolezza e le contraddizioni logiche, che perciò stesso sono inaccettabili. In tal modo, secondo Socrate, si può percorrere la strada della verità, scopo primo e ultimo della filosofia.

Su una posizione completamente diversa si ponevano i sofisti, tra i quali i nomi maggiori sono quelli di Protagora e di Gorgia: per costoro, non era importante cercare e trovare la verità delle cose, obiettivo che implica la scelta di un’etica dedicata al Bene, ma semplicemente essere capaci di convincere gli altri, in ogni caso, come conviene nell’interesse privato. In altre parole, per costoro, l’arte della persuasione, o eristica, era più importante del conseguimento della verità. Per Platone costoro non erano neppure filosofi, ma filo-dossi, cioè ricercatori che si fermavano all’opinione (da dòxa, cioè opinione, in greco antico) che poteva fare al caso loro. Non altro.

Primo studioso della dialettica, si può considerare Platone, il quale attraverso essa riteneva possibile individuare il molteplice al fine di procedere per successivi approfondimenti analitici fino all’idea (della cosa), cioè alla sua realtà più profonda, e vera, che si struttura in una sua unità imprescindibile.

Per Platone la dialettica era l’espressione più pura della filosofia stessa, e manifestazione di quella attività desiderante che egli chiama, senza tema, direttamente eros. Per lui l’eros è il motore del mondo e delle vite di tutti gli uomini e donne. Eros come desiderio di sapere per bene agire, (sarà la recta ratio agibilium di Cicerone, Seneca, Agostino e Tommaso d’Aquino) per vivere una vita veramente virtuosa orientata al Sommo bene.

Ecco: il vertice di ogni tendenza esistenziale è la ricerca del Bene, come Fine ultimo e come obiettivo di tutta la Conoscenza (si pensi qui ai famosi versi danteschi “Nati non fummo… , ma per seguir virtude e canoscenza). Il Bene è dunque il massimo di “essere” di ogni cosa e di ogni vita. Ma questo procedimento è utile anche per la conoscenza del mondo sensibile. Un esempio: per avere un’idea del colore, bisogna prima avere un’idea del bianco e del nero, del rosso e dell’azzurro, del verde… e così via. Vi è una gerarchia ascendente nel processo conoscitivo dell’intelletto umano, e questa gerarchia viene conosciuta solo mediante una progressione concettuale, che semplifica e definisce sempre meglio i concetti.

La dialettica è la metodica indispensabile per costruire un percorso atto a conoscere tutte le relazioni del molteplice, per giungere a una ricostruzione logica di questi collegamenti che stanno a fondamento della realtà. Epperò, per Platone, la più alta forma di conoscenza è la via dell’intuizione, che precede addirittura l’esperienza, attraverso la ricerca delle contraddizioni e la confutazione (che si definisce, in logica, attività elenctica) delle illogicità e degli errori.

Aristotele, dopo Platone, pur tenendo conto della lezione del suo maestro, introduce altri elementi. Ad esempio, pur accettando la modalità della dialettica, egli introduce la logica, che lui chiama analitica, per studiare il metodo deduttivo, che prevede l’uso del sillogismo, che diverse volte ho proposto in questo mio sito. Aristotele propone dunque la dialettica come sapere che concerne le opinioni, mentre la logica la ricerca della verità.

Gli stoici cercano di mettere vicino la logica e la dialettica, sostenendo che questa è la «scienza del vero e del falso, e di ciò che non è né vero né falso», in senso sia deduttivo sia ipotetico. Con questa scuola filosofica la dialettica non si basa più solo su assiomi ritenuti “veri”, ma accetta qualsiasi premessa, per poi dirimere nella discussione la veridicità degli asserti che man mano vengono scambiati e alla fine anche condivisi tra gli interlocutori. Le frasi ipotetiche introdotte da un se, oppure da un poiché, o da un ovvero, potevano così entrare a pieno titolo nel modo della ricerca della verità tramite la dialettica.

La fiducia nel lògos, in qualche modo, era fiducia nell’umana intelligenza, che sarebbe stata sempre capace di dirimere il vero dal falso, il buono dal malvagio, il giusto dall’ingiusto, il corretto dallo sbagliato.

La filosofia medievale si colloca all’interno delle sette arti liberali, Veniva presentata agli allievi degli studia come una materia letteraria che curava la logica: dialettica, allora, era quasi sinonimo di filosofia, sulle tracce dei grandi latini Cicerone e Seneca, di Agostino e di Severino Boezio, Tommaso d’Aquino è stato il grande maestro di quei tempi. Dialettica era al tempo pressoché sinonimo anche di razionalità, per cui chi la praticava era chiamato proprio “dialettico”, cioè filosofo, cioè logico. Essa serviva anche ad indagare le verità di fede nella Teologia scolastica. A quei tempi, però, non mancavano gli anti-dialettici, i quali ritenevano che i dogmi della fede, e quindi la Teologia, dovessero esser tenuti rigorosamente distaccati da ogni procedimento logico. Iniziava allora il lungo e faticoso dibattito tra scienza fede, che è durato, possiamo dire, fino a papa Paolo VI.

Verso la fine del XVIII secolo Immanuel Kant si dedicò alla dialettica intendendola come una logica dell’apparenza, per cui la ragione non può pretendere di avere una conoscenza generale se prescinde dai fenomeni. La dialettica serve dunque a smascherare gli inganni di una conoscenza solo “trascendentale” e non fenomenica.

Fichte e Schelling considerarono la dialettica come esercizio critico capace di far sì che l’Io del soggetto (umano) riesca a conoscere il rischio, assolutamente da evitare, che ciò che non ricade sotto il suo dominio, possa essere scambiato per realtà o addirittura per verità indubitabile, certa ed evidente, incontrovertibile. Epperò la dialettica, per questi idealisti, che riprendono in parte il pensiero platonico, è e rimane un mezzo della conoscenza, non potendo – di per se stessa – cogliere l’Assoluto, poiché l’Assoluto è in qualche modo creatore-di se-stesso, mentre Chi crea il mondo è l’Io, e non altri attori.

Siamo nel centro dell’Idealismo tedesco dell’800, che tanto avrebbe dato alla filosofia, ma anche ispirato interpreti di male intenzioni, nel secolo successivo.

Fichte fu il primo, poi seguito da Hegel, a introdurre la triade in sequenza «tesi, antitesi, sintesi», poi ripresa da Schelling nel trattato del 1795 L’io come principio della Filosofia o sul fondamento della conoscenza umana. Questo Io, per i due pensatori, si può intuire contrapponendo Spirito e Natura, dove il polo soggettivo dello Spirito, appunto, intuisce in modo trascendentale la verità delle cose, ma senza riuscire a centrare completamente l’obiettivo, nella prassi quotidiana: solo l’intuizione estetica, quasi come un’anticipazione gestaltica (se il lettore non considera tale accostamento un puro azzardo teoretico)

Sicuramente è stato Hegel a completare una sorta di ri-fondazione della dialettica. Egli la portò ad essere, da strumento e mezzo della filosofia, ad essere la filosofia stessa, per la conoscenza della verità. E con ciò si distaccò nettamente dall’uso e dalla concezione che di essa aveva la tradizione platonica, dai tempi del Maestro ateniese.

Dio stesso, per Hegel, si può manifestare essenzialmente attraverso la dialettica, mostrandosi per quello che è, Sintesi suprema dello Spirito nella Storia. La tavola successiva può spiegare le differenze radicali fra l’antico idealismo classico e quello ottocentesco.

Cito una breve definizione, che mi pare chiara: “Mentre la logica classica partiva da un punto A del tutto a priori rispetto all’esito del ragionamento (B), nella dialettica hegeliana il flusso logico che va da A a B torna a convalidare la tesi iniziale in una sintesi onnicomprensiva (C).

Per Hegel l’atto della conoscenza, che è gnoseologico, cioè di “critica della conoscenza”, diventa perciò stesso ontologico. Conoscere e pensare l’essere diventano la stessa cosa. Una rivoluzione che mette in crisi tutta la filosofia precedente, traendo il suo fondamento da Descartes, che pose il pensiero di sé come auto-fondativo della conoscenza (penso dunque sono). Il fondamentale principio classico di non-contraddizione viene messo così in mora. La logica formale, per il tedesco, perde di consistenza per una logica che si può definire sostanziale.

Mi permetto di dissentire almeno in parte, nel mio piccolo, in quanto la “formalità” è ciò che dà sostanza alla conoscenza e alla sua definizione, appunto, formale. A mio parere si può accettare che il flusso (di chiara origine eraclitea) proposto dagli idealisti tedeschi fra tesi/ antitesi/ sintesi (continuamente iterato) possa essere plausibile, poiché pone in serie un ordine conoscitivo progressivamente sempre più capace di avvicinarsi alla verità, ma, di contro, ogni risultato parziale mantiene la formalità del flusso logico, che è ordinato e ripetitivo. In altre parole la statua terminata di Canova o di Rodin (per non citare sempre nei miei scritti il David michelangiolesco), è una sintesi formale, così come è stata raggiunta in situazione, nei limiti dell’umano, pur nell’intuizione eidetica dell’arte scultorea.

Certamente, la dialettica a spirale di Hegel può rispondere meglio di quella classica, più rigida, al processo conoscitivo che è dinamico, come peraltro ha mostrato la rivoluzione scientifica da Galileo in poi, poiché esprime una dinamicità che rappresenta meglio il divenire della storia umane e anche le vicende dei singoli esseri umani, ma ciò non toglie che ogni tesi raggiunta necessiti di una pausa formale, come accade nel respiro polmonare, per cui dopo la coppia inspirazione/ espirazione si dà (si può dare) un momento di pausa, quasi riflessiva del corpo che, pur vivendo di movimenti involontari è pur sempre governato dal pensiero: l’uomo può anche trattenere il respiro: si pensi ad esempio al nuoto in apnea… Ecco, mi pare si possa dire che anche nel processo logico-dialettico occorrano momenti di apnea, per riprendere poi il flusso vitale (conoscitivo).

Vale la pena, però, di ricordare come Schelling, notoriamente avversario teoretico di Hegel, diversissimo da lui, più “romantico” e meno accademico, manifestò il suo disaccordo dal più affermato professore (che peraltro era un teologo di formazione), denunziandone un limite fondamentale: per Schelling, come ben spiega il caro collega Giorgio Giacometti nel testo del suo Dottorato di Ricerca, Giorgio Guglielmo Federico Hegel finiva con lo scambiare ciò-che-è-soggettivo per oggettivo, e in particolare la nostra percezione degli oggetti, che “dice” e conferma la loro irriducibile differenza e diversità: non sono gli oggetti stessi, ma la nostra percezione, a renderli unici, anche se costruiti in serie, essendo l’Io l’Assoluto creatore di ogni cosa percepita.

Come si può dare torto a Schelling se ognuno di noi “vive” le cose in modo differente da ogni altro. Chi come me prova i brividi dovuti alla presenza del “sacro” davanti alla parete del Monte Peralba? Certamente molti appassionati di montagna, ma di sicuro in modo diverso da me: i brividi del sacro sono i miei, solo i miei. Il divenire, per Schelling diventa storia, perché questo divenire è Dio-stesso-che-si-fa-storia. Siamo certamente di fronte, sotto il profilo teologico, a un panteismo che echeggia non pochi legàmi con la tradizione orientale, specialmente hinduista, ma senza procedere lungo la strada facilissima del sincretismo.

Soeren Kierkegaard non credeva alla triade hegeliana, perché a suo parere incapace di cogliere, ad esempio, le contraddizioni di un’etica che sia chiaramente declinata in base alle virtù umane e cristiane. Fare il bene, per il filosofo danese, non può essere il mero risultato di un movimento dialettico, ma esito di una scelta consapevole della ragione e del cuore. Non tanto, dunque, un et-et, ma un inevitabile aut-aut.

Nelle sue Considerazioni inattuali, Friedrich Nietzsche contesta a Hegel la pretesa di ordinare tutta la conoscenza e tutta l’infinita congerie delle “cose della vita” in un sistema/ struttura/ costrutto assolutamente ordinato, perfetto, nel senso di concluso, finito, e perciò… “morto”, ché in latino il participio passato perfectum significa appunto de-finito-finito-morto.  Per il pensatore di Roecken la cultura tedesca è caratterizzata anche da idoli pericolosi, che giustificano in qualche modo – sempre – ogni accadimento della Storia, come se fosse, non solo ineluttabile, ma necessario, nel senso etimologico del termine: necessario, dal latino nec-cessat è un qualcosa di inevitabile e di “giusto”. Nietzsche non può accettare che l’uomo, con la sua possibilità di cambiare per diventare se stesso, con la sua volontà-di-poter-essere-(diventando)-quello-che-è (la volontà di potenza bene intesa), sia come imbalsamato in un flusso di eventi sui quali non ha alcun potere.

Karl Marx fu hegeliano secondo la sua visione del mondo e della storia cui i filosofi avrebbero dovuto applicarsi, ma non soltanto per conoscerle, bensì per cambiarle, e in modo rivoluzionario. Il filosofo di Treviri non si pose il problema di Dio se non per criticarlo come una nozione inutile e anche dannosa (che strano, un ebreo ateo, ma millenaristico, a sua… insaputa. Il Vangelo di Gesù è più potente di qualsiasi grande pensatore, si vede).

Il suo materialismo storico fu chiamato dal suo collega e amico Engels materialismo dialettico, tanto per tornare nel flusso della storia del pensiero filosofico che qui sto richiamando. Le classi sociali, la borghesia e e il proletariato, sono i due soggetti che nella triade (sempre hegeliana, idealista, pertanto, caro dottor Marx, non sei riuscito a scappare dall’idealismo!) si confrontano e si scontrano, necessariamente (qui emerge di nuovo, oltre all’involontario maestro, Hegel, anche il vecchio grande Baruch Spinoza); due soggetti che si contrappongono nell’ambito della dialettica fra strutture economiche e sovra-strutture culturali. Ed è la rivoluzione sociale e politica il momento in cui la dialettica si avvera, in un cambiamento radicale della società e della storia. Poi sappiamo come è andata a finire.

Arthur Schopenhauer, agli inizi del XIX secolo, anch’egli, come Schelling, anti-accademico (però molto geloso di Hegel), volle distinguere in modo netto la logica, sola disciplina preposta alla ricerca della verità, dalla dialettica, che deve essere intesa come l’arte del discorso e della persuasione: si può dire che nella sua visione torna in campo l’eristica dei sofisti antichi, vale a dire la capacità di mostrare la validità delle tesi sostenute, non tanto perché fondate su verità incontrovertibili, ma sull’abilità di ottenere ragione. Secondo questo filosofo un po’ strano,e molto amato nei salotti dove si preferisce la lettura di aforismi piuttosto che di tesi strutturate (è più facile e meno faticoso) sarebbe più importante prevalere in una battaglia verbale, specie davanti ad un pubblico (in questo modo sembra echeggiare i nostri talk show, piuttosto che la lectio magistralis documentata e rispettosa delle fonti). A tale scopo lo Schopenhauer propone ben trentotto metodi dialettico-retorici evinti dai filosofi classici.

La sciando qui perdere Croce, a mio parere filosofo sopravvalutato, due parole su Giovanni Gentile voglio proporre. Il filosofo siciliano, abbattuto dalla stupidità settaria, torna a quella parte del pensiero idealista ottocentesco (più di Fichte che di Hegel) che apprezza il ruolo della coscienza come principio del reale, ma come atto (di coscienza), solo modo e ambiente nel quale è possibile conoscere. Il pensiero, per Gentile, deve essere sempre attivo e pensante, in tutte le sue dimensioni anche psicologiche, non solo logiche, mentre il pensiero pensato ha il limite della sua finitezza temporale. L’attualismo gentiliano, si può dire, è una delle “forme” filosofiche più interessanti e foriere di sviluppo della contemporaneità, anche per la filosofia pratica, che frequento assieme ai miei colleghi di Phronesis. Ovviamente, questo è il mio parere, che confronto volentieri con i colleghi in un ambito associativo dove sono di casa tutte le scuole filosofiche, se proposte con rispetto e capacità di ascolto. Mi piace essere considerato un aristotelico-tomista con sensibilità kierkegardiane, nietzscheane, gentiliane e perfino severiniane. Non a caso sono un rispettoso lettore del mio conterraneo padre Cornelio Fabro, tomista-kierkegardiano, sacerdote cattolico e pensatore libero (non libero-pensatore).

In teologia ho interesse per Anselmo, ma anche per l’agostinismo-tommasianesimo, senza trascurare Karl Barth e Joseph Ratzinger. La teologia scientifica, per me, non si oppone frontalmente a quella “negativa” o apofatica, tipica della mistica medievale. Dio, pertanto, è e resta l’interlocutore dell’uomoche-pensa-se-stesso e pensando se stesso si accorge (cioè, etimologicamente, si corregge) della sua finitezza di “ente”, e del fatto che il suo “essere-un-ente-finito” rinvia a un “essere” non finito, o infinito: qui la dialettica platonica, la maieutica, ma anche quella idealistica ottocentesca, possono convivere con la filosofia realista della tradizione aristotelico-tommasiana senza anacronismi antiscientifici e sincretismi buonisti. Anche Heidegger, con il suo concetto di verità come alètheia, o non-nascondimento, può aiutarci a comprendere l’assoluta Grandezza.

Percorrendo l’ultimo tratto della storia della dialettica, anche se con mille e mille limiti, mi imbatto in Jean-Paul Sartre, che scrisse una Critica della ragione Dialettica, atta a spiegare la sua adesione al marxismo comunista, ma evitando il profilo assolutista e settario della dottrina marxiana. Non riuscì a non farlo. In ogni caso, per Sartre “l’uomo è condannato a essere libero”, e pertanto trovò nello stalinismo una buona ragione per staccarsi progressivamente da quelle dottrine. Questa libertà si esprime, appunto, nella inevitabile dialettica che esiste tra le diverse posizioni espresse nel pensiero soggettivo. Per lui non può darsi alcuna costrizione al pensiero, per cui l’idealismo hegelian-marxiano diventa una gabbia insopportabile. La libertà è assoluta e incondizionata (noi sappiamo che non è vero, e questo è uno dei limiti del pensiero sartriano). Il filosofo francese resta comunista ma non filosoficamente, essendo fortemente contrario al determinismo che comportava soprattutto la versione engelsiana del marxismo.

L’uomo, secondo Sartre, non è una realtà-in-sé, ma una realtà-per-sé, vale a dire un ente che resta libero (nei limiti dei flussi circostanziali e di vettori non controllati dal soggetto, nota mia) di essere un per sè, proiettato al di là di se stesso, alla ricerca di un valore fondante che tuttavia ricerca sempre senza trovarlo mai.

Sartre è a-teo, e pertanto non si pone l’entità di Dio come Fine. 

Evito, infine, di citare la Scuola di Francoforte e Karl Popper, per fermarmi all’autore che mi pare abbia portato un ultimo contributo originale alla storia della scienza dialettica, cioè Sartre.

Il mio impegno, limitato e imperfetto, nella redazione di questo breve saggio, serve per contribuire a riportare al centro dell’interesse intellettuale di chi vuole e di chi può tra coloro che mi leggono con pazienza, il tema della dialettica come sapere strutturato e complesso, profondo e onesto, a fondamento della qualità relazionale e dei suoi strumenti comunicativi.

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