Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Strange Days e Giobbe, il muto profeta

Strani giorni  è un film di Kathryn Bigelow del 1995, con Ralph Fiennes e Angela Bassett, un film capace di specchiare le vite nelle vite degli altri, e in playback, musica a manetta su false vite a Santa Maria de los Angeles, dove diveggiano cantanti rock malati, come la politica italiana attuale nella vergogna. Visto una delle sere scorse. Fantasy con la violenza intrinseca della vita contemporanea, notturno, apparentemente senza capo né coda, ma non è così.

Squallida fantasy e vergogna , invece, a quel nesci di Di Maio, senza nervi e senza rughe, vergogna a quel gran salame di Salvini, una coppia intrinsecamente bolsa e comprensibile solo alla luce di questi strani giorni. Strange days.

Per consolare i miei lettori ora riporterò due testi bellissimi, il primo di sublime e beata speranza, tratto dall’evangelo secondo Matteo al capitolo quinto, notissimo, scuola e indirizzo per ogni buona vita, il testo de le Beatitudini, e il secondo di politica fine e garbatamente elevata, quella del Partito Radicale italiano, del cui Statuto il preambolo è meraviglia etica e politica.

 

Le Beatitudini – Mt. 5,1-12

Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli./ Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli./ Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati./ Beati i miti, perché avranno in eredità la terra./ Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati./ Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia./ Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio./ Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio./ Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli./ Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,/ diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia./ Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.”

Per un’etica della vita umana, ma anche  per l’intelligenza, bastano le Beatitudini, che Matteo mette in bocca al Maestro come ammaestramento definitivo, sufficiente e sovrabbondante per ognuna delle nostre vite, caro lettore. Beatitudine come distacco dagli affanni e immersione nella giustizia, nel senso biblico del termine. La giustizia biblica nulla ha di giuridico, occidental-illuministico o dirigistico, poiché si innesta nell’armonia di vissuti naturali, come interpretasse la verità delle vite, senza sforzo alcuno… ed è così: la tà Biblìa è, non a caso, il libro dei libri, scritto in non meno di mill’anni da decine di autori sconosciuti, dai grandi re Davide e Salomone, dal grande profeta e poeta Isaia e dai suoi sodali e successori Geremia, Ezechiele, Osea, Zaccaria, Malachia, e così via. Rima inutile ma bellissima.

Beati i puri di cuore, e che significa se non che la trasparenza illumina di luce ogni cuore? Beati i poveri in spirito, e che significa se non che nulla di posseduto è importante? Beati coloro che piangono e che significa se non che verrà pure la gioia? Beati i miti e che significa se non che non occorre l’arroganza, mai? Beati gli assetati e affamati di giustizia, e che significa se non che la giustizia, intesa come armonia, verrà? Beati i misericordiosi, e che significa se non che vi sarà un giusto contrappasso di misericordia? Beati gli operatori di pace, e che significa se non che il loro nome sarà quello di “figli di Dio”? Beati i perseguitati per la giustizia, e che significa se non che il loro sacrificio e anche il loro dolore sarà riconosciuto come merito? Beati coloro che riceveranno insulti e persecuzioni e male parole come maldicenze e calunnie, e che significa se non che saranno premiati con la Visione beatifica di Dio stesso?

Beatitudini come linea guida, sottile linea rossa dell’esistenza, come responsabilità individuale e capacità di scelta.

E ora, dalle Beatitudini a un testo che -apparentemente- può essere considerato campione di una laicità quasi contraltare dello scritto matteano, ma non è così, perché può essere, invece, giustapposto, quasi come traduzione contemporanea della sapienza sociale trasparente dal Nuovo testamento, così come proposto dall’evangelista. Il linguaggio del preambolo è chiarissimamente attuale, ma si fonda sulla sapienza antica e immortale del Libro dei Libri, il

 

Preambolo allo Statuto del Partito Radicale Trans-nazionale trans-partito

Il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito proclama il diritto e la legge, diritto e legge anche politici del Partito Radicale, proclama nel loro rispetto la fonte insuperabile di legittimità delle istituzioni, proclama il dovere alla disobbedienza, alla non-collaborazione, alla obiezione di coscienza, alle supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge. Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, allo stretto rispetto, all’attiva difesa di due leggi fondamentali quali: La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo (auspicando che l’intitolazione venga mutata in “Diritti della Persona”) e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo nonché delle Costituzioni degli Stati che rispettino i principi contenuti nelle due carte; al rifiuto dell’obbedienza e del riconoscimento di legittimità, invece, per chiunque le violi, chiunque non le applichi, chiunque le riduca a verbose dichiarazioni meramente ordinatorie, cioè a non-leggi. Dichiara di conferire all’imperativo del “non uccidere” valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa.

Ecco, quanti richiami evangelici se si legge di “(…) supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge (…) Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, (…) ai Diritti della Persona (…) Dichiara di conferire all’imperativo del non uccidere valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa“.

Il verso dell’umano è questo, laico e cristianissimo, evangelico e contemporaneo. Che differenza c’è parlare di beatitudine o di speranza? La speranza è virtù e passione, e questo è vero e valido, sia per la dottrina evangelica sia per quella politica laica e socialista. Io mi ci riconosco in entrambe. E’ virtù legata alla beatitudine (la beata speranza) ed è passione come aiuto indispensabile alla buona vita, contro ogni di-sperazione.

Infine, il romanzo di Mendel Singer, il Giobbe rothiano che riceve dal Signore ogni prova della vita, prima di avere il suo premio. Caro lettore, ti raccomando sommessamente di leggerlo, ché ti giova, affinché tu possa constatare per conto tuo come l’Incondizionato pre-vede mentre tu pro-cedi, e ascolta chi inter-cede per te con l’amore, la speranza e la preghiera, potentissimo ausilio e silenzioso ristoro dell’anima.

In Siria si gasano popolazioni inermi (forse), si scagliano missili, e dunque: come si sta in Italia senza Governo, mentre il mondo va avanti con semi-guerre e diplomazie ambigue?

Trump, Macron e Theresa May lanciano nella notte un attacco ai centri di ricerca e stoccaggio di armi chimiche in Siria (pare sia così, sperando non si tratti della fotocopia della gran bufala di Tony Blair vs. Saddam Hussein del 2003), mentre i Russi protestano e non si sa che cosa potrà accadere. In realtà la posta in gioco è l’egemonia politico-militare sul Vicino Oriente. Francia e Inghilterra non “possono” stare fuori dai tempi di Sykes-Picot, gli Americani per ragioni legate alla geo-politica globale (Trump o non-Trump), La Russia non molla gli spazi conquistati sulla costa orientale del Mediterraneo e desidera mantenere le basi militari di Tartus (l’antica Tortosa dei crociati) e Latakia (l’antica Laodicea di san Paolo e di sant’Ignazio, vescovo di Antiochia). In questo scenario Arabia Saudita, Israele, Iran e Turchia non stanno a guardare: l’intreccio è complicatissimo e contradditorio. E l’Italia, con Gentiloni in prorogatio e la politica nel grottesco, o quasi? In questa situazione, nessuno parla più di Brexit, del colonnello russo avvelenato, dei guai di Trump, etc. L’Occidente si ricompatta? No, è una fase tattica.

La domanda che si può fare il culto e l’inclito, il neutro o il filo-russo, il filo-americano e l’europeista: si sta meglio a interpretare il ruolo da protagonisti-aggressivi à la Macron, se pur oramai nel piccolo di quasi ex potenza, o il ruolo da deuteragonisti come l’Italia, che è guidata da un Governo attivo “per gli affari correnti”, ma non riesce, imitando altre grandi e meno grandi nazioni europee, a mettere insieme un Governo derivante dal risultato elettorale del 4 marzo scorso?

IN SIRIA (pezzo che ho inviato a Filosopolis, blog del mio amico filosofo Neri Pollastri stamattina)

La Siria fa parte, dopo essere stata culla dei linguaggi sillabici (Ebla, Ugarit, etc.) e parte di quella “Mezzaluna fertile” dove iniziò un pezzo di civiltà, in ogni senso si intenda questo termine, scrittura, appunto, sedentarizzazione di popolazioni significative, fondazione di città, origine di un’agricoltura intelligente con un uno “sfruttamento” altrettale delle non molte risorse idriche, e altrettanto si può dire per un artigianato e per arti figurative di livello eccellente (si contempli Palmira, per citare solo un luogo), etc., è stata con l’area palestinese che va dalle alture di Golan, dove pare sia stata collocata la cittadina di Cana (cf. Giovanni 2, 1-10), che non si troverebbe dove ora ti portano le guide se vai in visita ai luoghi di Gesù di Nazaret, al deserto del Negev, la culla del primissimo cristianesimo.
Anche san Paolo, che era di Tarso, un po’ a Nord, sotto i monti del Tauro e oltre il fiume Oronte che scorre ad Aleppo (!), città “romana” (oggi diremmo “turca” o jazida?) passò per la Siria più e più volte. Anzi, non era forse diretto a Damasco per perseguitare i seguaci del nazareno quando incontrò in qualche modo il Maestro? (vedi tela di pari tema, del Caravaggio, in Santa Maria del Popolo a Roma)
E potrei continuare, perché siro-palestinesi erano diversi personaggi di cui si parla in Giovanni e nei vangeli sinottici, etc. E, in seguito, altri “pezzi” della primitiva “grande Chiesa” erano di lì. Cito qui due o tre personaggi di tutto rilievo: Nemesio di Emesa (oggi Homs), vescovo e autore di un bel trattato di antropologia filosofica (Περὶ φύσεως ἀνθρώπου, cioè Della natura dell’uomo), Efrem il Siro, pensatore  e poeta di vaglia, Ignazio di Antiochia, vescovo e martire, che scrisse una lettera alle sette chiese della zona, tra le quali Laodicea (l’attuale Latakia, così cara ai Russi odierni per la base militare che vogliono mantenere sul Mediterraneo!), e così via.
La Siria è culla importantissima di parte della nostra cultura cristiana indefettibile, caro Neri, oltre ad essere la terra bellissima e struggente che tu ben descrivi.

Mane diu, o mane Deo, come preferisci, mio caro Neri e caro lettore della domenica.

L’Agenzia delle Entrate e la mia progressiva e certa (eh eh) umanizzazione

Racconto odierno, via Mentana 6, Udine, Agenzia delle Entrate. Ieri ricevo una citazione per mancato pagamento delle imposte di registro per una sede di agenzia del lavoro di cui avevo curato l’apertura nel 1999. Avevo la delega della società interinale a trattare a nome e per  conto suo locazioni, selezione di personale amministrativo e commerciale, assunzioni, pagamenti etc. Tra il ’99 e il 2004 ho aperto o implementato sei sedi aziendali, tre in Friuli (Udine, Pordenone e Maniago) e tre in Veneto (Mestre, Treviso e Verona). Si trattava di una delle sedi friulane. Nel 2004 non ho continuato la collaborazione con questa Spa (anche perché seguivo altre aziende industriali e tenevo i miei corsi universitari), che l’anno dopo sarebbe stata venduta a una società austro-tedesca, in seguito fallita, e questo fatto, come leggerai più sotto, mio gentile lettore, influirà sulla vicenda che sto qui raccontando. Ho fatto per loro un ultimo lavoro, andando a Bucarest dove ho selezionato venti infermiere professionali romene, che -contentissime- lavorano tuttora in Friuli, assunte dal 2007 a tempo indeterminato. Anzi, me le sono trovate nelle terapie, quasi a far a gara ad assistermi. Grate, bellissimo. Ricordo che una di esse, quando a ottobre 2003 percepì il primo stipendio italiano, al netto 1.450 euro, mi chiamò piangendo per dirmi che quei soldi in Romania li prendeva in un anno di lavoro. Bene. Il guaio che ha provocato la mia chiamata di correo dall’Agenzia delle Entrate per non aver pagato le tasse di registro è stato causato dalla mancata comunicazione della mia  cessazione di responsabilità da parte della società che mi aveva delegato a rappresentarla nel Nordest, per cui il mio nome risultava come soggetto tuttora operante.

Spiego ai due impiegati allo sportello, esibendo gli incarichi societari iniziali e successivi, loro analizzano lo strano caso e mi dicono: possiamo fare due cose, la prima è che lei vada a … (la località friulana dove avevo aperto la sede locale), parli con i colleghi che avvertiamo subito e, siccome lei è già qui potrebbe compilare la domanda di pagamento della sanzione (515 euro!), con riduzione di una parte (65 euro) per “ravvedimento operoso” (pensa, gentile lettore, io che mi ravvedo di una violazione amministrativa che non ho mai commesso, di fatto e, te lo dico subito, un anno fa, alla ricezione della busta verde sarei andato su tutte le furie… ecco che sono cambiato), e pagamento in tre rate di 150 euro a ottobre, dicembre e febbraio 2019. Accetto, compiliamo la domanda, firmo, mi danno una copia, li ringrazio e li saluto cordialmente, e me ne vado quasi fischiettando. Chi mi conosce dei miei lettori, dico personalmente, potrebbe pensare che sono diventato matto, Renato è irascibile e anche un po’ violento di natura, nonostante la… cultura. Io sono un uomo del popolo, figlio di Pietro operaio, plurilaureato e dottore di ricerca, ma un po’ selvaggio di carattere.

Per te che leggi, e anche per memoria mia, prima delle considerazioni finali, le più importanti, dico due parole sull’Agenzia delle entrate:  è una struttura pubblica dedicata a svolgere funzioni relative ad accertamenti e controlli fiscali nella gestione dei tributi. Ha l’obbligo istituzionale di  garantire gli adempimenti fiscali previsti dalla legge da parte dei cittadini; si occupa inoltre del catasto e dei servizi geotopocartografici e di quelli relativi alle conservatorie dei registri immobiliari, con il compito di costituire l’anagrafe dei beni immobiliari esistenti sul territorio nazionale sviluppando, anche ai fini della semplificazione dei rapporti con gli utenti, l’integrazione fra i sistemi informativi attinenti alla funzione fiscale ed alle trascrizioni ed iscrizioni in materia di diritti sugli immobili. Il contenzioso tributario è trattato di fronte alle commissioni tributarie, mentre la riscossione non volontaria viene effettuata dall’agente della riscossione. In sintesi, parafrasando ciò che si trova sul web, ma + affidabile, dice chi è del mestiere.

Nella mia vita personale e professionale non ho mai risparmiato critiche anche feroci al pubblico impiego, sempre auspicando e battendomi sindacalmente e nella formazione per una modifica radicale degli ordinamenti contrattuali della Pubblica amministrazione. In sintesi ho sempre detto e scritto che i pubblici dipendenti debbono avere una normativa di legge e di contratto come i dipendenti delle aziende private, operai, tecnici, impiegati e quadri, ed essere posti sotto l’egida della Legge 300/ 70 “Statuto dei diritti dei lavoratori“. Ma questi lavoratori dell’Agenzia mi sono sembrati diligenti, attenti ed efficaci come impiegati del settore privato, come amministrativi di un’industria metalmeccanica, ambienti che ben conosco e seguo dalla Danieli in poi. E prima nei vari ruoli sindacali avuti.

Durante la feroce crisi generale iniziata nel 2008 e durata fino a… oggi, per certi aspetti, sia come uomo d’azienda sia come consulente filosofo ho affrontato tanti casi di persone in gravissime crisi esistenziali: padri di famiglia che avevano perduto il lavoro, lavoratori sessantenni rimasti senza lavoro a cinque anni dal pensionamento ex legge Fornero, giovani che non trovavano lavoro, imprenditori travolti dalla crisi e famiglie di imprenditori che si sono suicidati. Una di queste famiglie la ho seguita per un anno intero, visitando casa loro una volta alla settimana, sostenendo la vedova e i tre figli: alla vedova e a un figlio ho trovato lavoro, al figlio minore ho fatto lezioni di latino portandolo dal quattro al sette in terza liceo scientifico, ho accompagnato la figlia maggiore più volte in tribunale per dirimere cause di affido dei due figli avuti da padri diversi. Tante cose, nella crisi, ho affrontato con determinazione, pazienza, e anche rabbia, sempre controllata.

Poi, alla fine dell’estate scorsa mi sono ammalato, ho combattuto, sempre lavorando, studiando, pregando, scrivendo, insegnando, con la solidarietà di molti, che mi ha sostenuto e contribuito a debellare il tumore insieme con i farmaci. Io sono cambiato sotto il profilo umorale-relazionale, sono migliorato, sono più paziente, più dialogico, più efficiente anche se soffro ancora non poco. Riesco a comprendere meglio e di più gli altri: la sofferenza mi ha dato nel concreto quello che gli studi filosofici non mi avevano dato. Mi dicono perfino che le mie lezioni e le mie conferenze sono più belle ed efficaci di prima. Sta per arrivarmi il link di una conferenza fatta al CRO di Aviano sul Valore morale del dolore che ti renderò noto, caro lettore. Un uomo migliore, spero, anche per chi mi conosce e mi legge qui. Grazie, grazie, grazie a tutti, e all’Onnipotente Dio che mi guarda come si guarda un figlio.

Il Presidente Sergio Mattarella, saggio Andragogo (insegnante degli adulti), anzi Pedagogo (insegnante dei bambini), vista la scarsa maturità dei suoi interlocutori dei partiti, specie di quelli “vincenti” il 4 marzo scorso, discepoli ignoranti, ovvero “Franza o Spagna pur che se magna”

Caro lettore,

il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è, non solo il Capo dello Stato e valoroso costituzionalista, ma anche un signore gentile e disponibile all’ascolto. Non conoscendolo personalmente, mi pare di poter dire senza dubbi eccessivi che il suo modo di fare attesta questo mio giudizio: si osservi il suo sorriso educato, le posture che assume, il linguaggio del corpo, in generale.

Di Maio e Salvini, invece, sono due politici a tempo piena, con storie diverse, ma anche minimi comun denominatori caratterizzati dalla loro anagrafe ed esperienze rispettive. Il primo ha poco più di trent’anni, il secondo non molti più di quaranta. I loro studi non pare siano stati (non lo sono stati) particolarmente brillanti o specifici in campo socio-politico e giuridico, ma piuttosto raffazzonati e condizionati da una militanza politica pervasiva e molto precoce. Il risultato visibile, evidente a chiunque abbia un po’ di esperienza sull’argomento, è sconcertante o addirittura desolante.

Né Salvini né il grillino padroneggiano un linguaggio tecnico-politico sufficiente ad esprimersi su questioni istituzionali, anche se il leghista si salva con una certa esperienza e la capacità di “orecchiare” imitando altri, magari i suoi maestri Bossi e Maroni. Il piccolo napoletano no, quello, pur essendo stato per cinque anni vicepresidente della Camera, non solo non ha imparato ad usare un lessico sufficiente ad esprimersi sui temi della politica istituzionale, ma si vede lontano un miglio che quando “parla di politica, quando fa proposte politiche” è imbeccato da qualcun altro, probabilmente qualcuno che opera nella società della piattaforma Rousseau. Faccio un esempio: in questi giorni, dopo essere stato dal Presidente, se ne è uscito con la proposta di un “contratto”, non di un accordo politico, da stipulare, più o meno indifferentemente,  con la Lega o con il Partito Democratico.

Anche un bambino, direbbe Lucio Dalla, potrebbe cogliere l’assurdità della proposta: come si fa a proporre -indifferentemente- un contratto con le due forze politiche di dimensioni sufficienti a raggiungere la maggioranza in Parlamento, ma strutturalmente polari, antitetiche, naturalmente opposte, per storia, linea politica e prospettive? Come si fa anche solo a poter pensare di governare o con la Lega o con il PD, e ottenere risultati soddisfacenti per gli elettori del Movimento 5 Stelle, in ogni caso? Siccome in logica naturale non si possono ottenere risultati, entrambi soddisfacenti, facendo scelte diverse, se non opposte, e basti pensare alle politiche sociali, pensionistiche, dell’immigrazione, della sicurezza, nelle quali si evidenziano le differenze di impostazione tra due visioni nitidamente distinguibili in una “di destra” e neppure tanto moderata, e l’altra “di sinistra”, certamente moderata?  Mi fermo solo sul tema securitario: come si può conciliare la posizione di Salvini che pare sia quasi per politiche da “giustiziere della notte” alla Charles Bronson, e la posizione di un Luigi Manconi, studioso e senatore PD, attento all’equilibrio tra sicurezza dei cittadini e garanzie per gli imputati?

Se vogliamo ulteriormente semplificare, potremmo richiamare un detto risalente a circa mezzo millennio fa, quello che andava di voga in Italia ai tempi delle guerre per la dominazione della nostra Penisola, tra Francia e Spagna o Franza o Spagna, purché se magna“. E cioè, è indifferente con chi si sta, purché si raggiunga l’obiettivo, nel caso dei nostri due, il potere. Ma allora vengono meno, non solo le idealità, le linee politiche, i programmi, che così gelosamente ambedue avevano sbandierato, come gli altri, in campagna elettorale. Tutto a posto? No, perché allora anche il più distratto cittadino può pensare che le idee, i programmi, le priorità non contano nulla, pur di raggiungere l’obiettivo dello scranno che dà potere, visibilità, prestigio, e quant’altro serve per superare l’avversario o, spesso, il nemico politico.

Né in questo contesto vale la cosiddetta eterogenesi dei fini, per cui, se si parte per ottenere un obiettivo, per strada se ne ottiene un altro, magari anche migliore del primo. In realtà, quando non conta più nulla del pensiero politico, economico, sociale, culturale etc., si ottiene nulla, anzi si fanno danni.

Tornando al detto di cui sopra, esso “deriva dalla lunga lotta che la corona di Francia e l’Impero, allora legato alla corona spagnola svolsero, principalmente in Italia, tra il 1500 ed il 1650, mentre in Italia la classe politica era municipalistica incapace, per motivi oggettivi – oltre che soggettivi che furono rimproverati dal Guicciardini, che era in realtà meno acuto di Macchiavelli – di guardare oltre i ristretti limiti del comune o della regione. Per il popolo l’appoggiarsi dei governi locali ora all’una ora all’altra potenza, pur di salvare un minimo di autonomia divenne il detto richiamato“. (dal web) ,

E venendo al titolo del pezzo, che pensare, se non che il Presidente della Repubblica si è messo lì, pazientemente ad istruire i due un po’ (forse non un po’) tecnicamente ignoranti, Di Maio più di Salvini, e dunque ha operato -grecamente- da pedagogo, anzi da andragogo, visto che non si tratta di due bambini, ma di due giovani maschi adulti, che vogliono a tutti costi interpretare il ruolo del capobranco, del maschio “alfa”?

La balla del multiculturalismo politico e la rinascita necessaria del socialismo democratico

Una come Boldrini Laura, nella posizione che ha avuto per cinque anni, non sa quanti danni è riuscita a fare con il suo multiculturalismo, condiviso con altri ingenui illusi della politica di sinistra. Lo ho scritto qui tante, troppe volte, soprattutto onorandola di troppe citazioni, visto il livello politico-culturale che le appartiene.

Altri come lei, Fratoianni, Civati, inesistenti politucoli con un capo come Grasso, hanno fatto solo piccoli danni, non capendo un bel nulla di ciò che sta accadendo nel mondo tra i popoli, le nazioni, gli stati e le economie. Sto citando dei nani, che son pari a uno, che pur essendo un nano è assurto da tempo agli onori delle cronache neanche fosse uno statista vero: naturalmente sto parlando di Di Maio, nano per eccellenza e altrettanto presuntuoso come chi ignora di sé ciò che veramente è.

In una Italia dove ci si può con giusto e legittimo orgoglio fregiare della conterraneità di Michelangelo, Leonardo, Galileo, Dante, giganti tra altri inumerevoli di pari valore, siamo ridotti a parlare ogni giorno di Di Maio, o della nullità di una politica di sinistra moderata e riformista, capace di affrontare i problemi veri del cambiamento epocale che viviamo, delle ingiustizie, dell’impoverimento di ingenti fasce sociali, una sinistra che si è attardata negli ultimi quindici anni a inseguire chimere politico-antropologiche errate e dannose, come il multiculturalismo, dai tempi dei girotondi morettiani, inconsistenti e malmostosi borghesissimi romaneschi salottier-protestatari. Disutilacci!

Torniamo piuttosto a dialogare con Ferdinand Lassalle, con Eduard Bernstein, con Filippo Turati, con Pietro Nenni e anche con Bettino Craxi, troppo vituperato perché cinicamente ammise un tasso di corruzione generalizzato della politica, ma comunque capace come premier di fare politiche rispettabili, in Italia e verso altre nazioni, anche verso gli alleati più potenti. Ci si ricordi dell’episodio della base di Sigonella, e tu, lettor mio giovane, documentati pure su wikipedia, in tema. Senza tema, o scrivimi.

Certamente occorre aggiornare le analisi socio-economiche, ma le misure politiche non debbono essere velleitarie e astratte, ma devono ispirarsi piuttosto alla tradizione classica del socialismo democratico rappresentato dai personaggi sopra citati, non dalle derive comuniste ed estremiste. Peraltro lo stesso Lenin criticava l’estremismo come malattia infantile di ogni progressismo.

Il multiculturalismo è un’ipotesi di dottrina antropologica, mal studiata dai politici idealisti, per usare un eufemismo, citati nelle prime righe del pezzo, ma è un’ipotesi fallimentare sotto il profilo politico e pratico. Con ciò non voglio dire che è meglio la ghettizzazione, l’isolamento, l’esclusione del diverso per salvaguardare antiscientifiche purezze razziali o etniche, ma non è neppure politicamente ed eticamente conveniente far finta che le differenze, culturali, religiose e sociali non esistano e che tutti, di qualsiasi provenienza, siano quasi automaticamente integrabili in un illusorio e disilludente multiculturalismo eclettico ed improvvisato. Non è così.

E meno male che le vicende elettorali, pur condizionate da una disgraziata riforma (ma il presuntuoso, anche lui!, cavalier servente Rosato, dorme di notte, dopo che ha dato il nome alla terrificante cazzata?) hanno tolto di messo i pericolosi nani di cui molto sopra, eligendo ed eleggendo altri nani di altera tendenza! Pensa tu, caro lettore, auspicare piuttosto che il bene maggiore il male minore. E questo dalla mia posizione di sinistra riformista.

Ripeto: mi auguro che i Salvini e i Di Maio non prendano in mano il Governo della Repubblica, ma spero che anche Renzi si tolga di mezzo e si metta a studiare finalmente, e si trovi una soluzione saggia senza tornare alle elezioni tra pochi mesi.

Tornare a parlarne e a praticare il socialismo democratico secondo me è la scelta giusta, senza immaginare rifondazioni di soggetti dai nomi fantasiosi e insignificanti, incomprensibili a chi oggi vota Grillo o Lega, e anche a chi non vota più a sinistra, perché non la trova più.

Non è vero che oggi il pantano ha inghiottito tutte le distinzioni classiche tra destra, centro e sinistra, anche se le idee forza di queste tradizioni politiche non si declinano più anche solo come vent’anni fa, ma ciò non significa che la politica e le sue opzioni siano un tutt’uno indistinto e indistinguibile.

Si deve piuttosto cercare il valore etico e politico dove si trova, cioè nello studio severo e faticoso, nella ricerca scientifica onesta e non assolutizzante, nel lavoro, nella capacità di declinare un’etica della persona che sintetizzi il migliore pensiero politico tra responsabilità e diritti, tra doveri e impegno, senza dimenticare nulla di questo concerto e sapendo che siamo individualmente tutti diversi, e che le persone svantaggiate devono essere aiutate, mentre quelle provviste di salute e talenti devono fare anche di più di quello che fanno.

Se è da fare cento e lo dobbiamo fare in due, e io posso fare settanta mentre l’altro può fare solo trenta, io devo fare settanta, senza aspettare che un fantomatico terzo faccia il venti che manca. Questo è welfare vero, questo è solidarietà sussidiaria, questo è essere di sinistra al di fuori della sloganistica sempre più annoiante e informe coniugata malamente da quelli che si collocano sempre più a sinistra di chi sta nella sinistra moderata e scomoda del riformismo paziente, che si può chiamare ancora, con grande dignità, socialismo democratico, in sé comunque  e sempre, storicamente, di ispirazione evangelica e cristiana.

Marco Travaglio, Erri De Luca, don Luigi Ciotti, Roberto Saviano, il prof. Wladimiro Zagrebelsky e Matteo Renzi, per me campioni acclarati dei “malmostosi”

In tutto il mondo ammirano l’Italia e gli italiani, come non ce lo immaginiamo neppure, forse a parte solo i francesi, che invece non ci amano, perché minimo minimo sono gelosi, e fors’anche invidiosi, e chi sa un poco di filosofia morale ha ben presente che l’invidia è un vizio gravissimo, addirittura il peggiore dopo la superbia, come insegna il mio principale maestro di etica, san Tommaso d’Aquino.

L’Italia e gli Italiani sono considerati in generale il posto e il popolo più attraenti del mondo, per tante ragioni: storiche, culturali, artistiche, letterarie, musicali, etc.. Il Rinascimento poi è ritenuto un periodo assiale per la cultura mondiale della bellezza, insuperabile, e maestro di tutti. Senza che facciamo memoria che qui c’è stato l’Impero Romano, forse la più importante struttura socio-politica e giuridica della Storia del mondo,  e il fulcro dell’Impero Romano, Roma, e poi il centro della dottrina religiosa più grande e teologicamente profonda, il cristianesimo. Basta così? Troppo orgoglio nazionale da parte mia?

Malmostoso, secondo la Treccani starebbe per scorbutico, scontroso, ingrugnato, con la luna per traverso; esempio letterario; anche s.m. (f. -a ): Viene da tre giorni; puntuale, rispettosa, ma con un fare da malmostosa che pare qui per castigo (Castellaneta).

Nel titolo, mio caro lettore, propongo dei personaggi noti che penso possano essere definiti “malmostosi”. Parto da Travaglio, dicendo subito che “faccio la tara” dovuta al suo mestiere di giornalista, anzi di direttore di un quotidiano oramai non secondario, perché dialoga da anni con un’Italia non poco incazzata, “grillina” e più o meno sempre polemica, e pertanto questo giornale che si intitola Il Fatto quotidiano, è perennemente critico, anzi di più, nei titoli spesso apodittico e distruttivo, come altri e più di altri fogli militanti. A meno che non si tratti di scrivere dei rappresentanti del M5S (gli ancora cosiddetti “grillini”), che vengono trattati con i guanti, anche quando incorrono (spessissimo, quasi sempre) in clamorosi refusi filosofici, logico-argomentativi, culturali e socio-politici, Travaglio predilige costantemente la pars destruens di ogni ragionamento, ripetendo il copione anche nelle varie televisioni dove spesso è ospitato. E quindi, restando sempre ferocemente e sarcasticamente anti-berlusconiano, è diventato anti-renziano, anti-gentiloniano, etc., così come era anche molto avverso al Presidente emerito Napolitano, quando questo signore era in carica.

Riconosco che Travaglio è molto informato, documentato e aggiornato, ma la sua incapacità di guardare le cose da un altro punto di vista che non sia il suo, ne riduce di molto, a parer mio, la credibilità e l’efficacia. Ma questo non conta nulla, poiché ciò che è importante nella comunicazione non è dialogare con uno come me, ben lui sapendo che non mi aggancerà mai con il suo stile giornalistico, ma l’enorme massa di coloro che vogliono leggere ciò che pensano o ciò che pensano sia giusto, opinioni spesso tagliate con l’accetta, o per pigrizia o per ignoranza. Travaglio, oltre a solleticare gli ipercritici a prescindere, titilla molto gli ignoranti, dall’alto della sua indubbia competenza sui fatti, che sono comunque letti e interpretati a modo suo. Mi piacerebbe vederlo all’opera in pratica, facendo politica e amministrazione pubblica, per fargli ammettere che le cose non sono così facili e semplificabili come lui vuol far credere. Inoltre, trovo insopportabile questo suo ergersi a paladino di una moralità perfetta e indefettibile, un po’ come si presentano anche alcuni altri personaggi pubblici per me insopportabili, come don Luigi Ciotti. Si somigliano, perché sono tutti e due diversamente bigotti.

Ebbene sì, caro lettore, tu ti meraviglierai del mio giudizio, ma per me Travaglio e don Ciotti sono due bigotti, e su questo terreno incontrano un altro loro sodale, o forse due, Roberto Saviano e Wladimiro Zagrebelsky, u prufesùr. A volte questi signori amano definirsi laici, come opposti di cattolici credenti, ma l’opposto semantico di laico non è cattolico, ma è dogmatico, cioè bigotto. E pertanto troviamo dei bigotti, sia tra i cattolici credenti sia tra i laici agnostici, e troviamo, di contro, dei laici, sia tra i cattolici credenti, sia tra gli agnostici.

Don Ciotti forse non piacerebbe a Leonardo Sciascia, che invece piace a me, perché intellettualmente più onesto. Non discuto la bontà dell’iniziativa di Libera, non  mi piace lo stile con cui questo sacerdote pontifica dalle piazze, dai teatri e dai partiti, non mi convince il suo parlato integralistico e antropologicamente insufficiente. Gli consiglierei di studiare un po’ di storia italiana e di antropologia culturale, oltre che di etica filosofica tommasiana e kantiana.

Altrettanto consiglierei, ma sempre sommessamente, al Roberto giornalista e scrittore che-ha-sempre-ragione-dopo-Gomorra, napoletano. Qualche comparsata in meno in tv e un po’ di silenzio, meno tuttologia e più riflessione. Se vuole, altrimenti aggancerà sempre lo stesso target, più meno, di Travaglio, non me. Mai. Ma questo non gli interessa.

Il prof Zagrebelsky è certamente troppo prof per ascoltare consigli da un altro prof, ma più giovine e meno famoso di lui, e comunque tifoso di un pensiero realista, aristotelico-tomista e kantiano. L’insigne giureconsulto pontifica e pontifica mal sopportando opinioni diverse, che legge solitamente distorcendole e sminuendole sul piano culturale. Lo si legga con attenzione, almeno un paio di volte.

Erri De Luca mi pare un buon scrittore, e non capisco bene la ragione per cui debba ritenere per lui stesso utile, un po’ come fa Saviano suo conterraneo, fare il tuttologo , perché a volte gli riesce proprio maluccio, ed è a volte imitato da quel  guitto nordico di Mauro Corona. Ed è tutto dire!

E Renzi? Che posso dire del Matteo esuberante (sempre troppo!) di Rignano sull’Arno? Che da quando ha perduto il referendum costituzionale del 14 dicembre 2016, ha perso la lucidità combattiva che lo aveva contraddistinto, anche se spesso in modo non poco antipatico e sempre malmostoso e ruvidamente ironico? A lui consiglierei vivamente di “staccare” per non poco tempo, di non candidare uomini o uomine suoi alla segreteria del PD e di mettersi a studiare veramente, perché non è molto più culto di Di Maio e di Salvini.

A parte Renzi, che qualche merito ha avuto, ma se ne è vantato troppo, e in modo sgangherato, nessuno dei signori di cui sopra ha mai, o quasi, una parola gentile e vera per l’Italia e gli Italiani, come se vivessimo in una nazione di m. e fossimo un popolo altrettale.

Fatemelo dire: questi signori, peraltro tutti maschi, sono come Amelia, la fattucchiera che ammalia, di disneyana memoria.

Bardonecchia, dove l’arroganza francese si è manifestata in tutta la sua iattanza, quasi con una “eclissi” della ragione

In friulano, nella mia lingua madre di ceppo ladino con importanti prestiti germanici e slavi, si dice “eclìs”, cioè eclisse, o eclissi, ed avviene dalla prospettiva terrestre solitamente quando la luna passa-davanti al sole, ovvero quando un qualsiasi corpo celeste, come un pianeta o un satellite, si frappone tra una sorgente di luce, cosicché uno dei due corpi celesti sopracitati entra nel cono d’ombra o di penombra, venendo occultato.

La parola “eclissi” deriva dal greco ἔκ (ek), preposizione che significa “da” (moto da luogo), e λείπειν, (leipein), che significa “allontanarsi” ovvero “nascondersi”, “rendersi invisibile”, ma io ne propongo qui sotto una diversa, e non sono sicuro che sia un grande azzardo.

Il termine potrebbe avere forse la stessa etimologia di “ekklesìa“, da ek-kalèo, “raduno”, “chiamo”, sempre in greco antico, e cioè, sostantivando il verbo, adunanza, chiamata, e derivare alla lontana perfino dal lemma ebraico corrispondente “kahàl”. Eclisse, dunque, non solo, come nascondimento, ma anche come chiamata. Che bello!

Magari qualche accademico attento e curioso mi potrebbe smentire, lieto io di discuterne. Se teniamo il significato posto per primo, in ogni caso è molto interessante, soprattutto per la valenza metaforica dei lemmi allontanamento, nascondimento rinvianti alla nozione di verità, così come proposta dal filosofo Martin Heidegger, che chiamava la verità “non-nascondimento”, cioè in greco antico a-lètheia, lontano-dal-fiume-infero-della-dimenticanza, il Lete.

Eclissi del sacro, eclissi del pensiero, eclissi o sonno della ragione (che genera mostri) ecco i sintagmi forti molto diffusi, di cui abbiamo molti esempi, come tra altri l’episodio di Bardonecchia, dove dei doganieri francesi hanno inseguito un migrante per raccogliere le sue urine al fine di controllare se fosse drogato o no. I gendarmi francesi, caro Monsieur le President Emmanuel Macron, non avevano alcun diritto di sconfinare venendo a “lavorare” in Italia. Eppure, non solo non si scusano, ma sostengono il loro pieno diritto di agire come hanno agito.

I Francesi, come spesso gli accade, anche in questo caso sono stati arroganti e stupidi. Ricordo al mio gentil lettore anche il tremendo episodio del DC9 Itavia colpito e inabissatosi nel mare di Ustica il 27 giugno del 1980; domanda: c’entravano Mirage o Corsair francesi partiti da una base in Corsica; oppure F 14 Tomcat o Awacs americani, che risultavano in volo in quei minuti più o meno sul mar Tirreno (cf. quanto noto sul web della “strage di Ustica”), magari a caccia di Mig 21 libici? Comprendo che la grande nazione francese, molto attiva ai tempi del colonialismo, ora è oggetto di attenzione da parte dei fanatici islamisti e ha già pagato un prezzo di sangue insopportabile negli anni scorsi. Un altro aspetto da non sottovalutare, che riguarda il contesto francese è il brutale omicidio dell’anziana signora ebrea Mireille Knoll, superstite della Shoah, segno di un revival preoccupante e orrendo di antisemitismo vestito di antisionismo, che narra le cose come un secolo e passa fa, quando ancora accadevano i pogrom nell’Europa orientale, “a cura” di polacchi e  russi, e in Francia le cose non andavano tanto bene per gli ebrei: si ricordi in tema l’affaire Dreyfuss. In attesa di ciò che nessuna mente umana avrebbe potuto pensare, vale a dire quanto è stato pensato e deciso nella cosiddetta “conferenza di Wannsee” il 20 gennaio 1942, mentori presenti Reynard Heydrich, SS-Obergruppenführer, Heinrich Mueller, capo della Gestapo e SS-Gruppenführer,  Einrich Himmler, capo di tutti e due, tra altri gerarchi di alto livello del regime nazista, le cui decisioni furono in seguito attuate con enorme dovizia di mezzi logistici (coordinatore Adolf Eichmann – SS-Obersturmbannführer), cinismo e umanamente ancora indecifrabile crudeltà.

Se eclissi, oltre a nascondimento significa anche chiamata, ascoltiamo le parole del papa, pronunziate il giorno di Pasqua, ché ci possono aiutare: “(…) Le donne che sono andate per ungere il corpo del Signore si sono trovate davanti a una sorpresa (…) gli annunci di Dio sono sempre una sorpresa perché il nostro Dio è il Dio delle sorprese (…) C’è sempre una sorpresa dietro l’altra, Dio non sa fare un annuncio senza sorprenderci e la sorpresa è quello che ti tocca là dove non lo aspetti. Per dirlo con il linguaggio dei giovani: la sorpresa è un colpo basso. Non te lo aspetti, Lui va e ti commuove (…) La gente corre lascia tutto quello che sta facendo, anche la casalinga, lascia le patate nella pentola. Le troverà bruciate ma l’importante è correre per vedere quella sorpresa, quell’annuncio“. E il Papa chiede se oggi noi siamo capaci di fare altrettanto, sorprenderci e correre. “E oggi, in questa Pasqua del 2018, io che? tu che?”

Proviamo a vedere se siamo capaci di andare oltre l’eclissi, oltre il nascondimento, oltre il sonno della ragione, per cogliere le pascaliane ragioni del cuore, se siamo capaci di ascoltare, anzi di auscultare le ragioni che vengono dal profondo, dal silenzio che si fa nell’anima (cf. Johannes Meister Echkart), Le voci di dentro, come son chiamate da Eduardo De Filippo in un suo lavoro del 1948.

O come, semplicemente, sono i silenzi ai confini della campagna, dove vivo da un anno e mezzo, stamattina accompagnato da Rossini e Mozart, e poi da Modest Mussorgsky, che innerva di romanticismo le storie antiche della Santa Madre Russia, con Promenade, Gnomus, Il vecchio castello, Tuileries de Paris, Limoges, Catacombae, Baba-Yaga e  La Grande Porta di Kiev, archi e timpani tonitruanti, per farmi sentire l’anima che viene dall’Est.

Caro lettor mio, sono esterrefatto per la sapienza di Di Maio, novello insigne costituzionalista (scherzo), e dai sindacati che saggiamente, fo’ per dire, confondono uguaglianza con equità, anzi non sembra interessargli proprio, e scambiano l’etica per un sapere “frou frou”

Due cose ultimamente mi han colpito, mio gentile ospite lettore: la prima è l’insistenza con cui l’imberbe, o quasi, capo-politico del M5S, nato all’ombra dello sterminator Vesèvo, si proclama Primo ministro, Capo del Governo, Premier di diritto, perché l’hanno votato come tale un italiano su tre: non si accorge, l’inclito, di confondere la Costituzione della Repubblica Italiana, che non parla mai di “premier” né di “capo del Governo”, ma di “presidente del Consiglio dei Ministri”, né prevede l’elezione diretta popolare dello stesso, come in altri ordinamenti, con i manifesti elettorali del suo movimento. Caro Gigi da Napoli, studia. E suggerisci, se vuoi crescere e far crescere chi ti attornia, lo studio anche ai tuoi famelici colleghi, che parlano in tv come libricini stampati, penosamente, debbo dirti. E poi abbi pazienza, ché provare a bruciare le tappe ti può giocare brutti scherzi.

Tornando al discorso della guida del Governo, sappi che le nomine, dico “nomine” di Monti, Enrico Letta, Renzi e Gentiloni da parte dei Presidenti Napolitano e Mattarella, sono state perfettamente legittime secondo il nostro ordinamento costituzionale. Studia ed evita di dire c.te in pubblico.

Da ultimo, ricordo al mio gentil lettore che la dottrina sociologica, da Comte e Durkheim in poi, spiega benissimo il fenomeno dei Cinque Stelle, chiarendo come il carisma dei capi fondatori di ogni movimento o partito politico (Grillo), e la storia lo mostra in ogni sua declinazione temporale, una volta che questo movimento o partito ha raggiunto il successo, si trasforma, cambia, diventa altro da ciò che era agli inizi. Peraltro, il giovine Di Maio non ha il carisma del comico, anzi, e lo dico con tranquillità, è del tutto privo di carisma, ché la sua leadership è di mero potere derivante dal ruolo attribuitogli dall’interno della struttura politica che lo ha espresso, e confermato dal risultato elettorale del 4 marzo scorso. Si tratta di un giovane uomo sorridente, carino, pulito, sostanzialmente privo di cultura generale e di cultura politica, che però riflette bene il contesto socio-elettorale conferitogli da tanti suffragi. In altre parole Di Maio riflette molta parte dell’Italia attuale, generica, e un po’ sfigata. Gli altri partiti, di destra o sinistra che siano, a parte la Lega che ha un messaggio semplice, chiaro e perfin un poco “muscolare”, sono in deliquio, e dunque, per la teoria fisica dei vasi comunicanti, lasciano ampi spazi a chi arriva, come il movimento-partito di Grillo&Casaleggio.

Ancora una cosa: i movimenti “nuovi” tendono ad applicare a sé e agli altri una sorta di “doppia morale” per cui agli altri, già “peccatori” acclarati, non sarebbero consentite azioni e scelte che invece eticamente debbono essere consentite ai “nuovi”,  cioè loro, perché loro sono puri e senza-peccato, come i càtari di medieval memoria. Anche i Giacobini del Grande terrore (1793/4) e i Bolscevichi dell’Ottobre rosso lo applicarono.

La seconda cosa si riferisce ai sindacati. Mi trovavo l’altro ieri a trattare con un’importantissima azienda multinazionale che, trovandosi lavoratori in esubero, li cederebbe volentieri a un’azienda di rispettabile grandezza, in via di diventare anch’essa multinazionale e comunque apparentata con multinazionali di notevoli dimensioni, dotandoli pure di una cospicua buonuscita. Fatto sì è che i lor sindacati, còlti i buoni propositi dell’azienda cedente, hanno cominciato ad aggiungere addendi di ulteriore garantismo a favore delle persone disponibili a trasmigrare, con criteri di assoluta volontarietà da un’azienda all’altra, e in particolare la normativa di assunzione a tempo indeterminato antecedente al cosiddetto Jobs Act, che dà una garanzia di continuità reale solo dopo i primi trentasei mesi, come se la stabilità reale dei posti di lavoro si potesse stabilire una volta per tutte per legge, e non con il comportamento individuale e la capacità delle aziende di stare sui mercati.

A quel punto sono intervenuto, parlando con la controparte in maniera molto confidente, visti i miei trascorsi sindacali e le mie competenze teorico-pratiche in tema di etica  di diritto del lavoro, e ho detto, letteralmente:

Caro compagno M., facciamo un esempio: tu mi mandi a colloquio la tua iscritta Giovanna che viene su con la dotazione di …mila euro, farà uno o due mesi di prova e poi sarà assunta con un contratto a tempo indeterminato senza limiti; incontriamo Giovanna, ci piace, a lei piace l’azienda e la prendiamo; dopo di lei viene a colloquio Paola, ed è un colloquio spontaneo, come la maggior parte, provenendo dalla società, in assoluta libertà e senza coperture di alcun genere: Paola ci piace, a lei piace la fabbrica, e così la facciamo assumere da una agenzia di somministrazione. Ora Paola verrà al lavoro in somministrazione per almeno un anno e poi, se a lei piacerà e pure l’azienda sarà convinta, le si faranno dei contratti a termine per ancora un altro anno, e finalmente arriverà l’assunzione a tempo indeterminato in azienda, secondo le regole del Jobs act, l’ultima legge governativa che regolamenta i contratti a tempo indeterminato nei settori economici privati. E Paola sarà contenta. Ora, ti dico: che cosa abbiamo fatto se paragoniamo il nostro comportamento aziendale verso Giovanna e verso Paola? Siamo stati giusti, siamo stati equanimi caro compagno M.? Dimmelo tu, che ne pensi? Lascio a te il giudizio.”

A quel punto mi offrii di aiutare i sindacati a tenere le assemblee nell’azienda “cedente” per spiegare le cose come stanno “tecnicamente”. “Ma vuoi insegnarci il mestiere?” la replica loro, un poco indispettita. “Ma no, no, la mia replica, solo per darvi una mano, visto che parlerei delle cose che poi farei io stesso nell’azienda ricevente. Tutto lì.” Non se ne è fatto nulla, per il momento, e restiamo in attesa che qualcosa si muova per creare nuovi posti di lavoro, e non due o tre, ma quasi cento, e scusami, gentil lettore, se è poco.

Così è andata. Possiamo nutrir speranza che qualcosa accada e qualcosa possa aiutare a sviluppare il pensiero umano, in questi tempi critici, banali e di pensiero impigrito? Forse Colui che muore e risorge in queste ore ci può aiutare.

Siamo tutti neri e poi caucasici, o… o… o… esseri umani interfecondi e perciò depositari di pari dignità

Caro lettore,

questo è un pezzo particolarmente dedicato a chiunque nutra sentimenti o pensieri razzisti o suprematisti bianchi, neri, gialli, e di qualsiasi altro colore.

Il termine europoide o caucasoide indica una classificazione antropologica dell’Homo sapiens, definibile a partire dalla forma del cranio ed altre caratteristiche craniometriche ed antropometriche: tale termine infatti identifica non solo gli Europei ma anche quasi tutti gli Africani settentrionali e i Mediorientali. Con le recenti migrazioni che hanno seguito le scoperte geografiche il gruppo si è diffuso anche nelle Americhe (principalmente negli Stati Uniti, nel Canada e nel Cono Sud risaltando nell’Argentina) e in Oceania (attualmente nella maggior parte dell’Australia e in Nuova Zelanda).

Nonostante il termine “razza” venga messo in dubbio da molti antropologi culturali e sociali, questo lemma rimane in uso nelle branche biologiche e scientifiche dell’antropologia, particolarmente tra gli antropologi fisici e forensi, oltre che tra molti genetisti, a causa della possibilità di riconoscere un individuo caucasoide tramite analisi genetiche e misurazioni antropometriche del suo scheletro.

Il suffisso -oide è usato per riferirsi a classificazioni antropologiche come mongoloide o negroide, mentre è preferibile usare Caucasico per riferirsi alle popolazioni che abitano il Caucaso, come i georgiani, gli armeni e gli azeri. I due termini sono però molto spesso usati erroneamente per indicare l’etnia europoide.

In ogni caso, proveniamo tutti, primariamente, dall’Africa meridionale (Homo Naledensis) e dalla Rift Valley (Lucy), e successivamente dal crogiuolo caucasico. Proviamo a leggere più sotto parte di un capitolo inserito da Joseph Roth nel reportage pubblicato nel 1926 sulla Frankfurter Zeitung, dal titolo Viaggio in Russia. A nove anni dalla Rivoluzione d’Ottobre (iniziata il 7 novembre 1917 del calendario gregoriano), il grande scrittore ebreo-austro-galiziano parte per un lungo viaggio verso l’Est europeo fino ai confini delle immense plaghe euro-asiatiche, e registra paesaggi, impressioni, colori, odori, lezzi inenarrabili, musiche, balli e malinconie, bimbi scalzi e mendicanti cenciosi, attraversa fiumi come il Dniepr e il Volga immensi, e scrive, scrive, mostrando che ogni forma di razzismo è ottusa e antiscientifica. E questo ci deve consolare e rassicurare.

Però, prima di dare uno sguardo agli elenchi di popoli incontrati dallo scrittore, partiamo da una classificazione generale  di carattere antropologico, che distingue questi tipi fisici principali all’interno del gruppo caucasoide:

– mediterraneo: costituisce una componente cospicua dei popoli della Penisola iberica, delle isole mediterranee, della Francia del sud, dell’Italia, della Grecia e del Nord Africa,

dinarica (detto anche illirico): dominante nei Balcani occidentali,

alpina: dominante nell’Europa centrale,

nordico: dominante nella Scandinavia occidentale, sulle coste del Mare del Nord, del Mar Baltico occidentale, presente accanto ad altri tipi fisici in tutta Europa,

baltico: dominante nell’Europa orientale e sulle coste del Mar Baltico orientale,

cromagnoide: dominante in Europa settentrionale, presenta caratteristiche simili a quelle degli scheletri dei cacciatori/raccoglitori (Cro-Magnon) del Paleolitico e Mesolitico europeo,

orientalide: dominante in Medio Oriente,

irano-afgano: dominante nelle popolazioni Medio-orientali.

 

Vediamo ora l’elencazione che ne fa Roth, suddividendo in ulteriori classificazioni le popolazioni del ceppo caucasico incontrate nel suo viaggio, e il risultato è impressionante.

Nei 455.000 chilometri quadrati dell’immensa plaga montagnosa ha recensito oltre cinquanta popoli, traendone i nomi da una vecchia guida tipo Touring Club. Alcuni: i nogai, i kara-nogai, i turcomanni che ancora portano l’anello al naso; i caraciai; i curdi, nazione sparsa oggi su quattro stati (Turchia, Irak, Siria, Iran), i mugali e i lesghi di etnia daghestana; nel distretto kubruico si trovano i chaputlinci, i chinalunghi, i buduchi, i çekci, i krizli, i curini e i tati che sono un resto degli antichi persiani; nel distretto di Nucha si trovano i vartesi e i nidseh; i talisci nel distretto di Lengoran; nelle steppe muganiche vivono tribù fatte deportare dallo zar per punizione, e sono i duchoborcy, i molocani, gli starovercy e i sobotniki; nei villaggi di Gojza e Samachov vivono tribù sveve (!) di fede mennonita; nei villaggi di Privolnaja e di Probos vivono popolazioni ebraiche dette gerim, sono gli ebrei delle montagne.

I popoli del Caucaso sono jafetidi (dal nome del figlio del patriarca biblico Noè Jafet, oppure alarodici, come i chetiti biblici e gli urartu, discendenti degli antichi Caldei; jafetidi sono i nairi e i mittani, che compaiono fin da testi cuneiformi assiri, in ogni caso apparentati con gli abitanti di Cipro e di Creta, con i pelasgi, i liguri, gli etruschi, gli iberi e i baschi.

Così, tanto per farsi un’idea dell’enorme varietà antropologica di una plaga tutto sommato non enorme della zona di confine euro-asiatica, come diligentemente riporta Joseph Roth.

Che dire se non che la ricchezza infinita delle declinazioni etniche ci impone una riflessione seria e paziente, ma soprattutto rispettosa e ammirata dell’incoercibile diversità in cui si è espressa la Natura e la Storia?

Arnaud Beltrame

Beltrame è un cognome friulanissimo, e si pronunzia qui da noi come si scrive, non Beltràm, à la francese. Vi sono anche le versioni correlate “Beltramini”, “Beltrami” “Beltramin”, etc.. La derivazione storico-etimologica ha a che fare con il grande patriarca Bertrando di San Genesio, francese, Bertrand de Saint-Geniès, ucciso novantaduenne dal conte Enrico di Spilimbergo nelle campagne di San Giorgio della Richinvelda nel 1350. Il Patriarca Bertrando era un grand’uomo, un comandante militare, un mistico, uno studioso di teologia e diritto, già professore a Tolosa. E’ sepolto nel Duomo di Udine.

Arnaud (Arnaldo) Beltrame è il tenente colonnello della Gendarmerie Française, ucciso dal pazzoide islamista a Trèbes, nei pressi di Carcassonne l’altr’ieri, nel corso di un attacco terroristico di matrice jihadista. Si era offerto ostaggio in luogo di un’altra persona, a lui sconosciuta, che si trovava lì, nel supermercato, luogo dell’attacco. La Gendarmerie francese è più o meno il corpo transalpino paragonabile ai nostri Carabinieri. Il colonnello Beltrame si è comportato come il brigadiere Salvo D’Acquisto, fucilato dai tedeschi il 23 settembre del 1943 a Torre di Palidoro. Questi si era accusato di un attentato per salvare ventidue ostaggi che stavano per essere fucilati per rappresaglia. Basti questo paragone per comprendere il gesto del colonnello Beltrame.

Arnaud entra, posa la pistola sapendo di trovarsi di fronte un fanatico armato pronto a tutto, sapendo di poter morire, a quarantacinque anni, moglie e due figli. Che cosa muove un uomo di quarantacinque anni o un ragazzo di ventitre come il brigadiere D’Acquisto, a dare la vita per altri? C’è molto che mi sfugge, perché non riesco a parlare solo di eroismo o di patriottismo. Che cosa c’era, e c’è, nell’anima di Salvo e di Arnaud? Come si può riuscire a compiere un gesto del genere? Quanto coraggio, altruismo vero, generosità umana sono sottesi?

Nel momento in cui hanno deciso di offrire la loro vita, Salvo certissimo della fucilazione, Arnaud comunque consapevole del rischio mortale che stava correndo di fronte a un fanatico armato, che cosa è passato loro per la testa? Quanta riflessione e/ o quanta passione per la giustizia, per ciò che può impedire un atto disumano? Ora il colonnello Beltrame è un eroe della Patria Francese, così come D’Acquisto è un eroe della Patria Italiana, entrambi immortali e giovani. “Muor giovane chi al cielo è caro“, cantava il poeta Menandro, citato da Leopardi in Amore e Morte, ma non solo. Anche il patriarca Bertrando era caro al cielo, credo, e, spero, anch’io, lasciamelo pensare  e scrivere, caro lettor mio della domenica. Io non sono vecchio, ma neppur giovane come Salvo e Arnaud, e mi chiedo: saprei fare altrettanto? Al di là di ogni riflessione su Patria e Affetti. Per degli “estranei”.

Non lo so. Non lo so. Razionalmente, l’ho sempre pensato, e anche scritto, che penso di poter scegliere di morire per la Patria/ Matria, cioè per la “mia” terra, dove stanno i miei cari, se qualcuno la attaccasse, per il mio cortile, per chi amo. Ma non so in situazione analoga a quelle sopra descritte che cosa farei. Proprio non lo so.

Vi è una componente emotiva, immediata, che non si può prevedere, che costituisce l’evento, l’ereignis, A o B solo se si creano situazioni atte a fare accadere gli eventi A o B. Solo in situazione si può sapere che cosa si farebbe. Penso che anche Arnaud non si sia detto prima di arrivare al supermercato “adesso va do lì e entro offrendomi come ostaggio al posto di qualcuno“, ma l’abbia fatto decidendo con quello che Tommaso d’Aquino chiamava “moto primo-primo”, cioè un atto di passione, immediato e irriflesso. Certo che era addestrato e allenato a situazioni estreme come allievo de la École de guerre e paracadutista, ma ci vuole anche altro, ché l’istinto di sopravvivenza è forse il primo istinto ancestrale che ci caratterizza come umani.

Andare oltre è incomprensibile alla mera ragione ragionante, ma, come insegnava Blaise Pascal, ciò che non comprende l’esprit de geometrie, raziocinante e logico-argomentativo, lo può comprendere l’esprit de finesse, che in un baleno in-tuisce, penetra, è intelligente, ed esprime tutto, e soprattutto la carità, che non ha limiti (cf. san Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 13, 1-13 “…«Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità»).

Ecco, il colonnello Beltrame è stato un campione della più grande delle virtù umane, la carità.

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