Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: Il Nuovo FVG

Come un grazie all’Incondizionato e a chi mi ha voluto e mi vuol bene, conoscendomi, qualcosa della mia vita

Caro lettore,

alcuni narrano di essere stati spinti dagli amici a scrivere una biografia, facendomi morire dal ridere. Solitamente si tratta di falsi modesti matricolati, presenti in ogni dove, tra i laici e i chierici, ché la superbia vera monta là dove te l’aspetti e anche dove non penseresti mai albergasse. Accade.

E allora io ho deciso di scrivere qualcosa di me come in un pezzo di Wikipedia privata (anzi qualcuno sta preparando un pezzo su di me per questa web enciclopedia. Non so se devo essere contento o no, vedremo.)

Qui racconterò qualcosa, limitandomi a dire da dove provengo e della parte studiorum, laborum operarumque, avendo già più volte qui narrato le “dimensioni del cuore”.

(Qui sopra una foto con Andrea, io in giro in bici, l’inverno scorso.)

Sono nato a Rivignano da famiglia operaia povera. Sanissimo e curioso fin da bambino son scolaro e chierichetto. Don Aurelio mi voleva prete ma il mio destino era un altro: in ogni caso aveva colto con la sua attenzione la mia predisposizione per la musica, e per il greco e il latino liturgici.

Ricordo la rimozione delle tonsille a freddo, con tanto sangue al distretto sanitario di Cervignano. Le cadute frequenti per esuberanza, anche di bicicletta, e gli interventi di ricucitura del miedi Aurelio, che mi voleva bene.

Bene alle elementari, alle medie, e ora, che facciamo? “Suo figlio può fare qualsiasi scuola superiore! così la preside a mia madre… e specialmente il liceo classico“.

Mio padre era in cava di pietra in Germania (lì stette per undici stagioni) per pagare debiti di sopravvivenza e per mettere a posto la casa. Pietro mi diede la passione per la nozione, la storia, la geografia, e la memoria prodigiosa di suo padre Antonio, mio nonno. Mia madre economizzava nel silenzio e si chiedeva come potermi mandare a scuola a Udine, “ta la scuel dai siors“, le dicevano, nella scuola dei ricchi e dei maggiorenti destinati a diventare medici e avvocati. Anche mia sorella voleva studiare, ma si fermò alla seconda superiore per insuperabile sopravvenuta condizione di salute, che da allora la accompagna, senza averle tolto il sorriso.

Allora, io che avevo avuto alle medie, vinto un concorso con un tema, la borsa di studio di 50.000 lire all’anno, più che sufficienti per le spese scolastiche, mi diedi da fare per averla anche dopo, e ce la feci per tutti e cinque gli anni del ginnasio-liceo, 150.000 lire all’anno scolastico, come 1.500 euro adesso. E d’estate, tutte e cinque estati lavoravo a portar bibite, avendo già la statura e la forza per poterlo fare. A diciassette anni ero un metro e ottantadue per settantadue chili.

In quarta ginnasio sono accettato in classe solo dopo aver mostrato, e mi ci vollero i primi tre mesi, le mie capacità di pareggiare la preparazione dei cittadini, ma poi non ci fu storia. Non ebbi mai difficoltà e ne uscii in regola, ansioso di università. Nel frattempo giocavo a basket non male, sport di allora, come ora la bici e la montagna. A ventidue anni sono assessore alla cultura nel mio paese “d’acque” e predispongo l’acquisto dei primi duemila volumi per la neonata Biblioteca civica.

Non ce la potevamo fare: mio padre nel frattempo si era ammalato e io dovevo andare a lavorare. Mi iscrissi ugualmente all’università ma lavorando da operaio in aziende del legno e metalmeccaniche. Diventai anche capo reparto. La laurea in scienze politiche arrivò dopo anni di fabbrica e di sindacato, nel quale ero entrato nel frattempo facendo una rapida carriera fino a livelli nazionali. A 32 anni ero segretario generale provinciale e a 35 regionale. Mi iscrissi per dieci anni al Partito socialista, dei cui organismi regionali facevo parte, forza politica che, con tutti i suoi difetti, ora (mi) manca in maniera lancinante.

A metà degli ’80 ho anche diretto un’elegante periodico politico-culturale, Quadrivio, che ebbe vita breve ma allora era molto apprezzato, prima di tenere per nove anni, qualche tempo dopo, una rubrica quindicinale sul Messaggero Veneto sulle tematiche sociali e del lavoro.

Il salto lo feci quando la dottoressa Cecilia Danieli mi chiamò alla direzione risorse umane di quella grande azienda, dove resistetti poco più di due anni, per ragioni che qui è troppo complesso spiegare. La grande e sempre amatissima Danieli. Per due anni vidi ogni mattina quella grande imprenditrice con cui discutevo liberamente di ogni cosa relativa al personale.

Il passo successivo, forte delle mie esperienze e del mio titolo di studio fu la consulenza direzionale, che ancora costituisce parte essenziale del mio lavoro, in aziende metalmeccaniche e commerciali, alimentari e di servizi, multinazionali e nazionali, oramai da ventidue anni, in Italia soprattutto, ma anche in qualche stabilimento all’estero (Slovacchia, Messico). Ho girato la nostra bella terra in lungo e in largo, l’Europa, Russia compresa, Stati Uniti e Argentina, sempre con la curiosità del bambino che ero.

Ma un’illuminazione mi stimolò a riprendere gli studi: dovevo approfondire la conoscenza dell’essere umano. Utilizzando al meglio la flessibilità dei miei orari, mi immersi negli studi teologici e filosofici che mi hanno permesso di raggiungere i titoli accademici massimi, due dottorati di ricerca, dopo le lauree ordinarie. Insieme al master in consulenza filosofica posso appendere, se voglio, sei pergamene accademiche, di cui non mi frega nulla, se non per ricordare che cosa può la volontà del figlio di un operaio.

Faccio formazione aziendale e accademica, vengo invitato in Friuli, ma di più fuori di qui, a tenere conferenze e relazioni in convegni e festival. Nel frattempo ho pubblicato una ventina di volumi di vario genere, dalla lirica, alla narrativa, alla filosofia alla teologia, e ne ho curato quattordici di autori vari. Ho vinto premi letterari nazionali, e son stato vicepresidente per un biennio della maggiore associazione di filosofia pratica italiana, Phronesis.

Ho fondato caffè filosofici e letterari, lasciandoli poi al loro autonomo destino. Mi piacciono le imprese start up: sono uno dei padri dell’iniziativa Caritas di raccolta di indumenti e scarpe con i contenitori gialli; autore del logo E.Bi.Art. dell’ente bilaterale dell’artigianato di cui sono stato socio fondatore e primo vicepresidente; pioniere nel lavoro interinale per cui, incaricato da una società milanese, ho aperto tra Friuli e Veneto cinque filiali portandole al break even point. Nel 2003 ho portato dalla Romania venti infermiere professionali che ancora lavorano e si sono stabilite in Friuli. Seguo come tutore legale un amico condannato all’ergastolo, visitandolo nelle varie carceri in cui è ristretto, oramai da quasi diec’anni.

Godo della stima e del rispetto di molti, imprenditori milionari, che spesso mi mettono a parte delle loro disgrazie chiedendomi aiuto, di operai, di giovani e pensionati, di donne e ragazzi di cui mi occupo come mentore per la loro carriera scolastica, disponendomi come correlatore di tesi di laurea. In questi ultimi anni per almeno dieci di loro. Quasi come un istitutore o precettore settecentesco.

Soffro della gelosia e della maldicenza di altri, che mi rattrista e mi illustra la piccineria di chi vive la vita degli altri e gode delle disgrazie, odiando il bene.

E’ stato un peana questo racconto? Una lode impropria? Qualcuno può pensarlo, ma è solo un racconto biografico, il racconto biografico di un friulano ancora in piena attività creativa, con l’aiuto dell’Incondizionato e di chi mi vuol bene, conoscendomi.

Per il resto mi affido alla virtù di speranza, che è anche una passione, come insegnava il mio maestro Tommaso d’Aquino. Mandi.

Le Cicatrici nell’Essere

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La Presunzione, la Modestia vera e quella falsa

Jean de La Bruyère affermava che “la modestia è una forma raffinata di vanità”, mentre invece Arturo Schopenhauer, negli Aforismi, giungeva a dire che « nelle persone di capacità limitate la modestia è semplice onestà, ma in chi possiede un grande talento è ipocrisia ». Un apoftegma dei Padri del deserto (non so se di Abbà Antonio o di Abbà Pacomio) invece recitava “la falsa modestia è la più decente di tutte le menzogne (ma la più repellente, ndr)”.

Anche se non sono solito ricorrere agli aforismi, questa volta ne abuso.

Io modesto? È il solo difetto che mi onoro di non avere”, sentenziava Gabriele D’Annunzio. E Gustave Flaubert “L’orgoglio è una bestia feroce che vive nelle caverne e nei deserti; la vanità, invece, è un pappagallo che salta di ramo in ramo e chiacchiera in piena luce”.

Conosco alcuni falsi modesti, e somigliano ai pappagalli; hanno anche i tratti del viso compunti del pènthos, o dolore contrito, e così si portano nel mezzo della folla plaudente, incapace di vedere il vero volto del falso modesto.

Umberto Eco invece si accontenta di poco “Non miro a diventare Alessandro Magno, casomai il suo tutore Aristotele: e scusate la modestia”. E Petrolini “E’ modesto, ma se ne vanta (dicendo di un commediografo). Oddio come mi rugano quelli che fanno finta di mettersi in fondo alla sala o alla situazione, ma sanno che saranno sempre chiamati in prima fila, o addirittura tra i relatori, perché funziona così: tu fai finta di essere piccolo, povero e modesto, ma sei d’accordo da prima con chi comanda, e allora questi fa scattare il detto evangelico “beati gli ultimi (e quel che segue)”. Come mi è simpatico il Vate (D’Annunzio), così sincero nella sua presupponenza.

La falsa modestia è dunque la capacità di apparire (falsamente) timidi mentre spieghiamo quanto siamo bravi, oppure è la specializzazione in “excusationes non petitae” (scuse non richieste), le quali, freudianamente, significano esattamente ciò che si vuol negare. Prodighi scribi di insensate premesse.

La modestia è diversa dall’umiltà, la quale è virtù creaturale che rende l’uomo consapevole della propria finitezza. La falsa modestia è invece un vero imbroglio. Parente stretta della falsa modestia è la vanagloria conclamata, come quella di quel notissimo giornalista che pubblicò “Intervista con Io”. A chi se lo ricorda gli regalo un libro.

Napoleone Bonaparte, che possedeva un’autostima espansa, ebbe a dire ”la modestia è l’arte di incoraggiare gli altri a scoprire quanto sei importante”.

Poi ci sono “quelli che gli chiedono insistentemente di scrivere un’autobiografia”. Ma sono troppo modesti per farlo. Però poi, per altruismo lo fanno lo stesso. E sono gli stessi “quelli che ricevono premi ad personam, ma poi spergiurano che il premio va al gruppo di lavoro”. Grandi!

Nicolas de Chamfort, invece “Cosa diventa un presuntuoso privo della sua presunzione ? Provate a levare le ali a una farfalla: non resta che un verme”.

Il Belli Gioacchino: “Non faccio per vantarmi, ma oggi è una bellissima giornata”. Ma in questo caso l’aforisma diverte perché paradossale, discontinuità poetica del reale.

Winston Churchill, un altro galantuomo noto per la sua modestia ebbe ad affermare “Attlee (Premier inglese di parte laburista, ndr) è un uomo molto modesto. E con ragione”.

Trovo scritto anche questa, e non so di chi sia, “Era troppo pieno di sé, credeva di essere Gesù Cristo: per questo firmava con la croce”.

Risponderei così a chi dice “Posso dire la mia modesta opinione?”, “Se è modesta non ce ne fotte un c.”. Dire “modesto” in questo caso è puro formalismo, falso ed edulcorato, untuoso formulario. Tipico dei furbi che allignano in tutti i recessi sociali. In tutti, dico, nessuno escluso. Dico, nessuno escluso. Ma proprio nessuno.

Woody Allen “Fino all’anno scorso avevo un solo difetto: ero presuntuoso”. Beata sincerità giudaica. E che dire di quelli che spergiurano di avere molti difetti, salvo uno, la vanità?

Mi par che dietro molte false modestie stia questo detto “E’ inutile che cerchiate di lusingarmi: non sono presuntuoso, anche se avrei mille motivi per esserlo (questo non è detto, è solo pensato)”. Bravo!

A questi preferisco Aldo Busi “Perché mai dovrei desiderare di esser Flaubert, quando ho la fortuna di essere Aldo Busi?”.

Se la puzzola è tra tutti gli animali quella che si dà più arie, stiamo tranquilli, ché l’uomo è un ottimo suo competitore, come animal rationale.

 

 

 

 

 

 

 

Intelletto, Ragione, Mente

“Facoltà di  formare, comprendere e ordinare distintamente i concetti”, questa è la definizione di “intelletto” che troviamo nel grande dizionario della Garzanti.

Oppure: dal latino intellectus, da intelligere o intellegere, cioè intendere, composto da intus, entro, o meglio inter, fra e lègere, cioè raccogliere, scegliere: facoltà che ha l’anima di formarsi delle idee generali, dopo averle criticate e distinte mediante il giudizio; più concretamente Modo d’intendere; e anche Spirito, Concetto, Significato di qualche cosa, particolarmente d’un vocabolo di una scrittura (cfr. www.etimo.it).

Oppure ancora: l’intelletto è quella capacità che ha ogni essere umano di intendere e di farsi idee; la capacità di creare delle idee e di discernere, scegliere, confrontare, comparare, dissociare, associare, analizzare, sintetizzare, costruire idee più complesse partendo da idee più semplici, per cui, se l’insieme delle idee correlate tra loro con la memoria concettuale crea una sovrastruttura, l’insieme di queste funzioni viene  chiamata capacità intellettuale. (Cfr. Intelletto in Wikipedia)

La tradizione filosofica classica greco-latina (Cfr. Platone: Fedone e Repubblica, Aristotele: De anima, sant’Agostino: Confessiones, san Tommaso d’Aquino: La dottrina dell’anima e la teoria della conoscenza, Commento sul De anima di Aristotele), che comprendeva nei suoi interessi anche ciò che attualmente è studiato con rigore specifico dalla psicologia scientifica, propone il termine di “intelletto” per significare la più alta facoltà appartenente agli essere umani, quella che consente di costruire inferenze logiche, sia deduttivamente sia induttivamente, nell’ordinario procedere discorsivo del pensiero, anche scientifico. In Aristotele la diànoia è la ragione, cioè il sillogismo discorsivo che progressivamente conosce la realtà, mentre il noùs è l’intelletto che coglie immediatamente il lògos che guida il tutto. Tra l’altro, leggiamo in Plotino (Cfr. Enneadi) “L’Intelletto è la seconda ipostasi, il livello di realtà che possiede più pienamente pensiero ed essere. Esso è molteplice, in quanto composto da diversi intelligibili o archetipi, ma più unitario rispetto al livello successivo, l’anima, perché ogni intelligibile conosce se stesso unitamente agli altri. Possiede una forma di pensiero intuitiva e perfetta, non discorsiva e non legata alle categorie di spazio e di tempo” (da Intelletto in Wikipedia).

Agli albori della modernità Cartesio (Cfr. Meditationes metaphisicae) con la nozione unificante di intelletto e ragione nella res extensa, e Spinoza (Cfr. Ethica more geometrico demonstrata, Trattato sull’emendazione dell’intelletto), con la distinzione fra un intelletto che coglie il divino immediatamente e la ragione che opera discorsivamente, aprirono la strada a visioni molto diverse, dallo scetticismo empirista di stampo anglosassone (Locke, Berkeley e Hume), che giunse fino alla negazione del principio di causalità (l’hoc post hoc humeano), al criticismo kantiano e all’idealismo.

Per Kant, mentre la ragione coglie il mosaico del tutto, ma non l’incondizionato, il divino, l’intelletto (o forma mentis) è ciò che rende possibile la conoscenza dei fenomeni attraverso la sintesi a priori espressa dal concetto (begriff). In Kant è il soggetto che determina la conoscenza la cui corrispondenza con la realtà dei noumeni (le cose in sé) è messa in discussione.

Fichte, Schelling e Hegel, sia pure con accentuazioni diverse, si concentrarono sulla ragione assoluta come principio  soggettivo (dell’Io) della conoscenza. In Hegel addirittura vi è la coincidenza della logica e della metafisica, cioè del razionale e del reale, laddove il razionale ha la priorità.

Nella contemporaneità “Spearman ha dimostrato come si può determinare quali funzioni mentali sono più caratteristiche dell’intelligenza, ad esempio, la capacità di cogliere i rapporti, di compiere astrazioni, di risolvere problemi” (L.M. Sguazzi, 2006). Altri, come Resnick (1976) ritengono addirittura che il termine “intelligenza” sia superato perché ambiguo e controverso. Non condivido.

Se prima del ‘900 l’intelligenza era considerata una qualità ereditata geneticamente, a partire soprattutto dagli studi di psicologia dell’età evolutiva di Piaget, si è capito che essa è anche un prodotto dell’interazione tra organismo naturale umano e ambiente. La collocazione socio-economica e la cultura dei genitori ha sempre qualche rapporto con lo sviluppo mentale di bambini.

Gregory Bateson (1938) definisce la mente (mind, geist) come “un aggregato di parti in interazione, elicitate dalla differenza, laddove la differenza è una parte del territorio mentale che si produce nel tempo, causando il cambiamento”.

L’essere intellettuale o mentale agisce a livello in-tenzionale (dal latino intueor, vedo, intendo, intuisco), cioè contiene immagini di percezioni, sensazioni, forme, e usa successivamente i codici linguistici (linguaggi) per comunicare, mediante la parola o lo scritto. L’esercizio intellettuale è la facoltà più bella della mente umana, anche se molti sapienti, dai maestri del buddismo Zen al dottor Freud, hanno sottolineato l’importanza dei livelli inconsci e forse più arcaici.

E Meister Eckhart ha colto nel “fondo dell’anima” il livello più elevato della spiritualità umana, come punto che “tange-il-divino”.

 

 

Darwin et cetera

Non c’è contrasto razionale tra evoluzionismo e fede.

 

49 cellule “Har” sembra siano le cosiddette “aree accelerate” del Dna dell’uomo, cioè quelle che fanno di questo grande primate un uomo. Ricercatori statunitensi, belgi e francesi hanno potuto stabilire che i 18 costituenti elementari del Dna (nucleotidi) sui 118 che lo compongono, hanno modificato in profondità le combinazioni da quando si è verificata la divisione degli ominidi dai primati, circa sei milioni di anni fa. La considerazione che fa contrasto con la scoperta è che negli oltre 300 milioni di anni precedenti (cioè, dalla “comparsa” dei primati) solo due nucleotidi si erano parzialmente modificati.

È successo, dunque, che dalla scissione fra ominidi e “restanti” primati (gorilla, scimpanzè, oranghi, etc.), lo sviluppo genetico evolutivo del “fascio antropologico” che ha portato all’homo sapiens ha avuto una straordinaria accelerazione, diversificazione e complessificazione. Dice David Haussler del Howard Hughes Medical Institute: “Ciò che abbiamo messo in evidenza potrebbe spiegare il passo fondamentale che ha portato allo sviluppo del cervello umano, anche se dobbiamo trovare la prova definitiva di ciò che fa davvero la differenza con gli scimpanzè. Questo studio è stato davvero una ricerca innovativa perché ha utilizzato l’evoluzione per studiare regioni del nostro genoma che fino ad oggi erano rimaste inesplorate” (cf. L. Bignami, La Repubblica, 17 agosto 2007). La questione è dunque se la differenza tra uomo e gli altri primati sia imputabile ad una sola area del genoma. Su ciò risponde Claude Bernard, dell’università di Bruxelles, uno tra i ricercatori coinvolti: “No, non può essere una sola area genetica, bensì una serie di mutamenti in aree diverse”. Fino ad ora la ricerca si è soffermata sulla regione chiamata Har1, comprendente due geni, uno dei quali Har1F sarebbe molto attivo nella formazione delle cellule nervose che si sviluppano nelle prime settimane di vita del feto umano, le quali sono preposte alla strutturazione degli strati della corteccia cerebrale.

Meraviglioso. Siamo sempre al dunque circa la domanda sull’origine dell’uomo, come animale razionale (coscienza riflessa e riflettente) e provvisto di senso etico, domanda che interpella un considerevole plesso interdisciplinare filosofico, biologico ed antropologico. La questione dell’evoluzione non data dalle ricerche di Darwin e Lamarck. È stata posta ben prima, sia pure indirettamente, proprio con il superamento della lettura letteralista della sacra Scrittura. Sappiamo che nell’area europea si iniziò a studiare in modo scientifico la Bibbia, e in particolare il libro di Genesi, solo da circa la metà del XVIII secolo in area franco-tedesca (Simon, Reimarus, Lessing, etc.), utilizzando gli strumenti analitici dell’indagine storico-critica. Ma, antesignani tra tutti, furono gli esegeti alessandrini, a partire da Clemente, e soprattutto da Origene (e Didimo il cieco suo discepolo), per continuare con Girolamo e Agostino, che scelsero di interpretare la Scrittura utilizzando i modelli dell’esegesi ellenistica classica dell’allegoria (la Scrittura è Parola ispirata all’autore umano dallo Spirito Santo, ma si esprime per metafore e altre figure narratologiche, volendo Dio stesso che l’uomo giunga alla Verità con le proprie forze) e della tipologia (rapporto figurato tra protagonisti ed eventi del Primo Testamento, come Adamo, Abramo, Davide, il diluvio universale, le guerre, le carestie, la malattia e la morte, etc., e personaggi e storie del Nuovo Testamento, come Gesù di Nazareth, Maria sua madre, gli apostoli, il battesimo di Gesù, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, i “segni” o miracoli, etc.). L’ermeneutica biblica, dunque, fondata sulla lezione dei grandi Padri occidentali (Ireneo, Agostino, etc.) e orientali (Origene, i Cappadoci, il Crisostomo, etc.), non ha mai temuto di non ritenere che la “lettera” del testo sacro intendesse un senso e un significato immediatamente evidente, appunto, alla lettera. L’interpretazione spirituale, secondo questi esegeti, doveva essere il fine dei perfecti, cioè dei cristiani che volevano veramente, di tutto cuore, penetrare la Parola. Poi la storia ci ha mostrato che le cose sono andata anche diversamente, con il caso Galileo sopra tutti. Papa Giovanni Paolo II ha ufficialmente chiuso una triste vicenda nella quale la Chiesa cattolica non ha brillato.

Ma la questione, che nell’’800 era posta come contrasto tra i cosiddetti “fissisti” creazionisti e gli evoluzionisti darwiniani, sotto un certo profilo rimane aperta al dibattito. Si tratta solo di porlo sul piano epistemologicamente più corretto. Non vi è infatti alcun contrasto fra l’evoluzionismo (più o meno darwiniano) e una fede in Dio, poiché nulla e nessuno vieta che le due “credenze” siano contemperabili, essendo poste su piani cognitivi ed intellettuali differenti. La credenza nel dato scientifico è incontrovertibile fino a che la scienza stessa con il suo metodo deduttivo-induttivo non lo metta in questione. La credenza in Dio è atto intellettuale volontario (favorito dalla Grazia), che non preclude alcunché alla ricerca dell’intelletto umano. La creazione come Atto divino non è assolutamente in contrasto con l’evoluzione, essendo plausibile anche come atto intellettivo-volontario (si fa per dire, usando il linguaggio umano) continuo nella creazione stessa. Si tratta del famoso detto scolastico del “sostegno nell’essere” di tutte le creature. Spesso nella Scrittura il testo è enigmatico e contorto, come sanno bene i biblisti cristiani, gli esegeti giudaico-talmudici e i dottori musulmani, poiché anche la vita e l’uomo stesso sono complessi, essendo creature. La molteplicità e l’evoluzione, il divenire e la storia sono tipici di ciò che è imperfetto, mentre ciò che è perfetto e perfettamente (totus et totaliter) auto-nomo non può essere che Dio. Ma questa è questione di fede (e anche di ratio).

 

 

Tra il complicato e il complesso, la veridicità e l’approssimazione

Chi studia i sistemi “viventi” (da von Bertalannfy ad Alberto F. De Toni) sa spiegare molto bene ciò che si debba intendere per sistema, e per sistema complesso in particolare, specialmente se si tratta di gruppi, di insiemi, sia naturali (Gemeinschaft, come la famiglia, la tribù, etc.), sia artefatti umani (Gesellschaft, come le società economiche, i partiti, le aziende, etc.)

Innanzitutto serve intendersi sulla nozione di sistema: “Joel de Rosnay (1977) spiega: “(…) un sistema complesso è composto da una grande varietà di componenti o di elementi che possiedono delle funzioni specializzate: questi elementi sono organizzati per sistemi gerarchici interni (ad es. nel corpo umano: cellule, organi, sistemi di organi); i diversi livelli e gli elementi individuali sono collegati da una grande varietà di legami. Ne viene fuori una grande densità di interconnessioni. Le interazioni tra gli elementi di un sistema complesso sono di tipo particolare. Esse sono definite non lineari.”

Poi occorre distinguere fra complessità e complicazione: afferma Alberto F. De Toni (Università di Udine – 2005): “Le due caratteristiche fondamentali per descrivere un sistema sono gli elementi e le connessioni. In un sistema complesso gli elementi sono molto numerosi: basti considerare alcuni sistemi come il cervello (1011 – 1012, cioè tra 100 e 1000 miliardi di neuroni), il mondo (1010 di persone, cioè 10 miliardi), il laser (1018 atomi), il fluido (1023 molecole/cmq). Oltre alla numerosità un’altra caratteristica importante degli elementi facenti parte di un sistema complesso è la varietà.”

Precisiamo infine alcuni aspetti etimologico-semantici dei due termini correlati complicato e complesso: complicato (cum plicum) è analitico, spiegato nelle sue pieghe, meccanicistico; complesso (cum plexum) è sintetico-sistemico, intreccio compreso nel suo insieme, organicistico.

Una riflessione conclusiva di questa parte può concernere ciò che si intende per olistico e per autosimilare, e ciò che significano i sintagmi tutto e tutto/totalmente.

Per quanto concerne il concetto di olismo, il significato corrente è correlato a una visione d’insieme della realtà, sotto il profilo della complessità sistemica adattativa, nella quale ogni azioni locale si riflette sul globale, per cui ricordiamo la citazione di G. Bateson “del battito d’ali di una farfalla ai Caraibi che avrebbe effetto nell’Oceano Pacifico”; con il termine autosimilarità, si intende la relazione di somiglianza esistente fra elementi che compongono un sistema (ad es. il sangue che irrora tutto il corpo umano  (cfr. con il concetto di analogia di attribuzione: vita/essere vivente); il rapporto esistente fra il termine tutto e il sintagma tutto/totalmente è analogo a al rapporto tra un quadrato (figura piana) e un cubo (figura solida): altrimenti si può dire che il tutto e totalmente comprende il solo tutto e lo rende assoluto. Facciamo un esempio: il numero 10 contiene tutte e totalmente le possibilità che sussistono per formarlo (11 meno 1; 9 più 1; 5 per 2; 20 diviso 2; etc.), mentre invece, ad esempio, l’8+2 è del tutto uguale al numero 10, ma non totalmente, o viceversa).

L’essere umano e le sue azioni sono complesse, non solamente complicate, come un lenzuolo o un paracadute che si piegano e si spiegano. Per questo sorgono sempre molti dubbi quando si leggono semplificazioni assertorie su un qualcosa che è oggettivamente complesso, come la seguente: “Tutte le guerre sono sbagliate salvo la guerra di liberazione ‘44/45”. Che significa? Forse perché ha contribuito insieme con il decisivo contributo degli Anglo – Americani a sconfiggere il fascismo e il nazismo? Sotto il profilo della ragione umanitaria e di un’etica del fine della persona umana, è senz’altro vero. Aggiungerei alla citazione della “guerra di liberazione italiana”, anche “tutte le guerre di liberazione nazionale e popolari” che abbiano avuto un esito evidentemente liberatorio e non diversamente coercitivo per i popoli interessati.

Ma non basta. Il concetto di giusto/sbagliato non è così manicheisticamente esprimibile. Vi sono altri e più precisi plessi semantici che possono rappresentare meglio il voler “dire il bene” di un fatto: opportuno, ragionevole, corretto, necessario, etc.. Infatti, le cose hanno sensi e significati molto più complessi, e i chiaroscuri delle buone e delle cattive intenzioni dei “buoni” sono da ammettere, non fosse altro che per onestà intellettuale. Quanti “neri” sono diventati”rossi” dopo Dongo? Quanti “rossi” non avevano in testa una “patria Italia”? Quanti partigiani sono diventati tali quando tutto era finito o quasi. Vi è una necessità vitale di praticare un’ermeneutica attenta nell’accedere ai fatti e agli eventi, ai linguaggi, ai comportamenti e agli atteggiamenti umani, poiché lo iato naturale esistente fra ciò che si vuol fare o dire e ciò che viene percepito e comunicato è sempre molto vasto e difficile da decifrare.

Fatta salva la buona fede di ognuno, fino a prova contraria, è cosa saggia praticare una certa prudenza nei giudizi che concernono le umane azioni, e soprattutto le intenzioni vere del cuore.

 

 

 

 

Fede e Ragione

Le due Conoscenze

 

“Fede è sustanza di cose sperate/ ed argomento delle non parventi,/ e questa pare a me sua quiditate/ (…)” così Dante risponde a san Pietro che lo interroga su ciò che sia la Fede come virtù teologale (Paradiso XXIV, 64 – 66). 

Leggendo e meditando questi versi sovviene come e quanto sia necessario, o almeno conveniente ricorrere sempre alle “due conoscenze”, quella che sussiste nella ragione e quella che sussiste nella fede. Un dibattito infinito fra le due dimensioni, le due prospettive fondamentali della conoscenza, ha impegnato l’uomo da millenni.

Partiamo dalla convenienza di considerare sempre tutte e due le prospettive. La ragione, il noûs degli antichi greci, è chiamata anche anima razionale (nella sua specifica “parte superiore” che presiede all’autocoscienza e agli atti liberi), o intelletto, e dagli psicologi moderni mente.

Lo stesso essere umano è definito dalla sua natura di animal rationale, cioè animale provvisto di ragione, per distinguerlo in modo radicale dagli altri animali, che ne sono sprovvisti. L’originalità, unicità e irripetibilità di ogni uomo è poi determinata dal principio di individuazione, che fa sì che ogni soggetto che sia “uomo per natura” sia quell’uomo specifico (Roberto, Giovanni, Caterina …), non la sua natura, la quale, senza il principio di individuazione rimarrebbe un concetto astratto, un’idea “platonica”.

Dunque, la ragione distingue l’uomo da tutti gli altri viventi visibili, dandogli la possibilità di conoscere per via di astrazioni successive tutti gli enti che lo circondano, compreso se stesso. Con i processi argomentativi dell’induzione e della deduzione elabora le leggi scientifiche verificabili e falsificabili; infine, se si rivolge alla filosofia può accedere all’indagine metafisica, che è la “metodologia gnoseologica prima” della conoscenza.

Ma in certi frangenti l’uomo incontra ostacoli insuperabili, almeno momentaneamente. E allora deve pazientare, riflettere, riprovare, finché non trova il bandolo di una soluzione a un quesito che si è posto: così procede l’indagine scientifica nelle sue varie specifiche branche e interdisciplinarietà.

Vi sono, però, dimensioni che non trovano risposte plausibili a livello intellettuale, come ad esempio la questione del male, soprattutto  quando si cerca la ragione del male degli innocenti. E’ il mysterium iniquitatis che ha tanto affaticato i pensatori di ogni tempo e regione della terra.

Del male non si dà una soddisfacente spiegazione razionale, o meglio, si possono considerare plausibili argomentazioni scientifiche o socio-politiche delle catastrofi che provocono morti e feriti, delle guerre, del male fisico individuale e, diversamente, anche del male psicologico, ma non vi sono spiegazioni soddisfacenti del male morale, quello provocato dagli atti liberi di un uomo libero.

Sant’Agostino ha ben spiegato che il male, in sé, non possiede l’essere perché dell’essere è un difetto, una mancanza, una mutilazione, defectio boni. Ma questa è una ragion metafisica, e dunque insoddisfacente sul piano pratico.

E dunque è altrove che l’uomo deve cercare una risposta. Pare che non la possa trovare che in una fede nel Trascendente, in un Divino o Signore che imperscrutabilmente, prescientemente, permette il male, anche quando è incomprensibile, come nei casi delle più grandi bestialità perpetrate dall’uomo sull’uomo.

Dio quindi non è, non può essere, in nessun caso l’autore del male, perché Egli è capace solo di Bene, essendo Bontà infinita, ma sostiene l’uomo nell’essere anche quando questi fa il male, senza annichilirlo all’istante, perché l’ha fatto e voluto libero nelle sue scelte comunque “responsabili”. Quel male fatto sarà prodromo di qualcos’altro che l’uomo non conosce.

Per questo è conveniente (se non necessaria) anche l’altra conoscenza, quella per fede, come Dante la definisce nella sua insuperabile sintesi poetica.

Come uomo conosco e comprendo le dimensioni che sono date alla capienza del mio intelletto mediante la ragione, ma conosco, senza comprendere, come per uno specchio ed un enigma (così san Paolo nella prima lettera ai Corinzi al capitolo 13) invece ciò che supera infinitamente le mie possibilità tramite la fede, che è adesione intellettuale ferma a ciò che è presente, talvolta in modo confuso, nel centro del mio essere, e, se riesco e voglio crederci, a ciò che mi è stato rivelato.

 

 

 

Esiste il nulla?

 

 

Parlare del nulla è comune. Anche nel linguaggio quotidiano si dice “non è nulla”, “fa niente”, “non ho perso nulla”, e così via.

Sartre ha pubblicato nel 1943 un saggio intitolato “L’essere e il nulla“, argomentando come la vita umana si barcameni sulle e tra le fessure, le intercapedini che dividono l’essere e il nulla, l’essere dell’io e di un sé “in sè”, cioè ontologico, e un sé “per sé”, cioè pratico-operativo, e il non-essere nel contempo, e che proprio perciò si dia in ciascun umano l’angoscia esistenziale, il male di vivere, che deriva, appunto, dal senso di precarietà e dalla conseguente assurdità che esso genera nell’animo umano.

Duemilacinquecento anni prima ne trattò indirettamente il grande Parmenide, quando affermò che l’esistenza dell’Essere presuppone l’inesistenza del nulla. “L’essere è, il non essere non è“, dice l’eleate in quel suo marmoreo frammento rimastoci.

La metafisica platonico-aristotelica, così come fu rivista in ambito cristiano da Agostino, Tommaso, Bonaventura e altri, utilizzò il concetto (conceptum-concepito) di Essere per rappresentare l’Assoluto divino, e il concetto di non-essere per mostrare come si dia il male nella vita umana, come defectio boni, mancanza di bene: un qualcosa, dunque, che non ha consistenza ontologica, ma solo dimensione morale volontaria nell’ambito dell’umano libero arbitrio.

Per i fisici, di contro, il nulla non può darsi, e giustamente, in quanto la natura delle cose non sopporta il vuoto, abbisogna di essere riempita da un qualcosa, comunque. Galileo, infatti, che rivoluzionò il pensiero scientifico restando un buon cristiano che la chiesa del tempo non si meritava, scriveva a Cristina di Lorena che “(…) la teologia e la filosofia non insegnano come vadia il cielo, ma come si vadia in cielo.”

Si può dire allora che, filosoficamente, parlare del nulla è parlare di nulla. Ma questo è vero, incontrovertibile solo sotto il profilo ontologico (cioè relativo al discorso sull’essere) o metafisico, là dove si afferma che solo gli enti (participio presente di ciò che esiste) sono, e dunque non si possono dare enti che non esistono: fuori dell’ente c’è il nulla. Ma solo metafisicamente.

Infatti, a livello intenzionale, logico, di pensiero pensante (e pensato) il nulla si può dare: non è impensabile. E’ assurda invece la nozione di “impensabile”, così tanto oggi consueta. A ogni piè sospinto si dice “è impensabile”, nulla di più falso: tutto è pensabile. L’uomo riesce anche a pensare il nulla, oltre che ogni altra cosa. Come riesce a pensare agli infiniti matematici, come classi di infiniti (Cf. Russell e Withehead) contenute in insiemi di infiniti maggiori (i numeri pari, dispari, interi, razionali, frazionali, irrazionali, ecc.). Tutto ciò che non è nulla è reale. Anche se non “tutto è matematizzabile“, come sosteneva Gödel, perché quantomeno contradditorio nell’asserzione assiomatica testè detta.

Qualcosa, quindi, è “non matematizzabile” come i principi primi della metafisica, che sono giudizi incontrovertibili (soggetto più predicato nominale del soggetto dove la copula “è” è il medium demonstrationis, il medio dimostrativo: es. “l’uomo è libero“).

Il nulla è utile, perché aiuta anche l’essere, poiché se io ammetto che una cosa è, ed è quella che è, devo ammettere ne/cessariamente (la necessità è “ciò-che-non-cessa), pena la nullificazione del mio asserto, che essa cosa non è altro: dunque l’altro da essa è nulla, è il nulla (rispetto ad essa). In italiano nulla si può dire anche “niente“, che è la negazione dell’ente (ciò-che-è), n(on)ente, il ni-ente.

Circa dunque il reale, esso non è solo ciò che è materiale: lo è anche un sogno, un pensiero, un’idea, un concetto, una metafora (entrare nella nebbia con l’auto in autostrada è entrare in un “nulla”, certi edifici si dice che sono costruiti “in mezzo al nulla”). Dunque vi sono due piani del reale dentro l’essere: il reale materiale sperimentabile, e il reale mentale, non sperimentabile, se non a livello riflesso, bioelettrico e neurologico. Il nulla si insinua dentro ognuno  di questi due piani e vi lavora dentro, pur senza esistere realmente.

E, non dimentichiamo, ché è la cosa più importante, un nulla è considerato l’umano quando è maltrattato, vilipeso, oppresso, torturato, ucciso, dimenticato, ignorato, sbeffeggiato, … .

Nell’altrove assoluto (e divino) vi è una specie di stranezza di pensiero: (che) ama creare dal nulla, ama le nullità (vedi capitolo dodicesimo del vangelo di Marco, dove Gesù ascolta il tintinnio delle due monetine, due leptòn, pari a due centesimi di euro odierni, messi nella cassa del tempio da una vedova, e dice ai discepoli che quella donna aveva dato molto di più di quanto avessero donato i benestanti che l’avevano preceduta nell’offerta, perché lei si era privata non del superfluo, ma dell’essenziale, che è relativo all’essere in quanto sua essenza).

 

La bambazza

La lingua italiana è infinitamente ricca di suoni, varianti, sinonimi, suggestioni di campi semantici contigui, sfumature, polisemie, etc..

Ma talvolta, come accade per tutte le lingue, risulta insufficiente ad esprimere oggetti, azioni o situazioni talmente particolari e nuove, cosicchè qualcuno ha il coraggio di incominciare ad utilizzare un nuovo termine, che può o meno entrare nell’uso comune. La storia della nostra letteratura è piena di esempi, a partire dai padri nobili, Dante, Petrarca e Boccaccio, passando per l’Ariosto e fino a don Lisander da Milano. Per tacere di imaginifici come Gabriele D’Annunzio, Carlo Emilio Gadda, Italo Calvino, Borges, H. P. Lovecraft, Guido Ceronetti, Giorgio Manganelli e il Camilleri del participio passato “basito”. Gli antichi autori greci e latini coltivavano addirittura uno stile, un vanto, con l’utilizzo di innumerevoli polisemie e varianti. La Bibbia è un pozzo senza fondo di queste figure linguistiche, ma anche i testi del Classici e dei Padri della Chiesa, così come li ritroviamo negli antichi codici. Origene, ad esempio, è una miniera di varianti e polisemie.

Nelle lingue agglutinanti come quelle semitiche o ugro-finniche questa possibilità è continua, poichè il lavorio di mutazione morfologica prevede anche la modifica radicale dei termini nella frase e nel suo contesto, mediante incorporazioni di “sillabe” o radici, e loro ristrutturazioni, ma nelle lingue flessive composte da lemmi rigorosamente distinti, come l’italiano, bisogna inventare letteralmente nuovi termini, o coniando un vero e proprio neologismo, o usando pezzi di parole esistenti, radicali, suffissi e altro e lavorando con delle soluzioni crasiche o sintetiche.

L’estate scorsa sono stato colto dall’esigenza di inventare un nuovo termine, osservando mia figlia, allora quasi dodicenne, che cresceva a vista d’occhio, come dice l’Evangelo “in sapienza, statura e (speriamo) grazia”. Vista da dietro l’osservazione spontanea che mi veniva ogni giorno di più era “E’ oramai una ragazza”; guardandola in viso l’espressione restava quella di una bambina: l’occhio curioso e aperto, privo di quel trepido e scostante sfuggimento tipico delle adolescenti, che si sentono oramai quasi piene del loro femminile totale.

Ho considerato, perciò, il termine classico di “ragazzina”, che è un diminutivo-vezzeggiativo, e anche il desueto, ma più ampio “fanciulla”, che oggi si può comunque usare attribuendolo, con un sottofondo di ironia, a femmine di quasi tutte le età, dai dodici ai trent’anni almeno e oltre.

Non ero soddisfatto.

Ecco che allora, forte della mia inestinguibile sete di dare nomi al mondo e alle cose, ho pensato al termine “bambazza”, che mi risolveva d’incanto tutte le contraddizioni insite nella descrizione di un essere umano di genere femminile giunto ad un punto nel quale ogni termine in uso si manifestava inadeguato.

Perchè “bambazza”? Innanzitutto perchè ha un suono forte, grezzo, le zeta ti stropicciano l’udito, dando la sensazione di un qualcosa di forte, anche se incompiuto, di essere in itinere, e poi perchè è composto, con il taglio rispettivamente del suffisso e del prefisso, dalla crasi di “bambina” e di “ragazza”.

Mi sembra suoni anche simpaticamente cameratesco e comunicativo.

La bambazza è qualcuna che sta esplodendo, come il suono della parola, è una folgore energetica, una rapinosa e spiazzante creatura. è presenza che ha il giusto ingombro della potenza d’essere del tutto dispiegata.

La devi giustamente considerare per come è mentre sta già cambiando, la devi ascoltare mentre volge a suo favore tutte le varie situazioni che si creano, anche quando ha torto marcio, ma trova sempre il modo di passare dalla parte della ragione. Sta imparando a difendersi in questo mondo irto di insidie, appoggiandosi alle tue frasi come ci si appoggia all’avversario nello judo.

Così diversa e così memoria vivente di come mi ricordo di essere stato anch’io, se pure in modo più cauto e timido.

Inventare (che poi è un “trovare”) parole è lecito, quasi doveroso, per sopravvivere al decadimento linguistico promosso dai media e dalla quotidianità contemporanea, dalla fretta e dal pressapochismo nelle relazioni tra umani, è un punto morale, di valenza etica, al punto che mi è sorta, come da precordi profondissimi, una terzina di endecasillabi lontanamente dantesca, su di lei:

Dimmi come si può chiamar mia figlia,/ se non Beatrice e tanto mi somiglia / nei tratti e nei pensieri che spariglia“.

© 2017 Renato Pilutti

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