Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Digitalizzazione, intelligenza artificiale e libero arbitrio

Se il gran filosofo Spinoza, ebreo portoghese olandese fosse vivo ai nostri giorni, sarebbe interessante parlare con lui del disastro aereo accaduto qualche giorno fa vicino a Addis Abeba, e di molto altro, come la pervasività dell’informatica, della digitalizzazione sempre più spinta e perfino dell’Intelligenza Artificiale.

Baruch Spinoza (in ebraico ברוך שפינוזה, Baruch; in latino Benedictus de Spinoza; in portoghese Bento de Espinosa; in spagnolo Benedicto De Espinoza), nato a Amsterdam nel 1642 e morto a L’Aia nel 1677, può essere considerato uno dei maggiori pensatori razionalisti di ogni tempo, precursore massimo dell’Illuminismo settecentesco e della modernità.

Di seguito, caro lettore, per entrare subito in medias res, ti propongo un passo del cherem, la maledizione con la quale fu scomunicato e espulso dalla comunità ebraica della capitale olandese, per blasfemia e ateismo.

Con l’aiuto del giudizio dei santi e degli angeli, con il consenso di tutta la santa comunità e al cospetto di tutti i nostri Sacri Testi e dei 613 comandamenti che vi sono contenuti, escludiamo, espelliamo, malediciamo ed esecriamo Baruch Spinoza. Pronunciamo questo cherem nel modo in cui Giosuè lo pronunciò contro Gerico. Lo malediciamo nel modo in cui Eliseo ha maledetto i ragazzi e con tutte le maledizioni che si trovano nella Legge. Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme e quando veglia, quando entra e quando esce. Che l’Eterno non lo perdoni mai. Che l’Eterno accenda contro quest’uomo la sua collera e riversi su di lui tutti i mali menzionati nel libro della Legge; che il suo nome sia per sempre cancellato da questo mondo e che piaccia a Dio di separarlo da tutte le tribù di Israele affliggendolo con tutte le maledizioni contenute nella Legge.”

Perché parlare di Spinoza se nel titolo si dice della digitalizzazione e del libero arbitrio? Che c’entrano tali concetti o che cosa c’entra lo stesso Spinoza? Proviamo a vedere un poco come stanno le cose, se pur in sintesi.

Innanzitutto Spinoza sostiene la assoluta Necessità dell’Essere delle cose così come sono, e delle sue modifiche, sulla base di un determinismo rigoroso, e superiore/ superante ogni manifestazione del Soggetto, cioè dell’Io.  Per lui, l’Io nulla può, perché, e ciò basta, non esercita su se stesso e sulle cose alcun arbitrio, e tanto meno libero. Già a questo punto si pone il tema della causa causante e degli effetti, di cui il soggetto non è (non sarebbe) responsabile, in ultima analisi. Già a questo punto si può cogliere la “pericolosità” di tale pensiero, la sua radicalità impressionante, se non la si contestualizza nel tempo del pensatore e in un’ottica teoretica, cioè filosofica.

Egli spiega questa contraddizione certa affermando che Dio stesso, essendo atto e pensiero originario, causa se stesso e anche tutte le cose, cioè -essendo causa sui- in lui c’è l’origine di sé ma anche di tutto ciò che esiste, perché Esso (per Spinoza Dio è impersonale, vale a dire non è un “Egli”, un “Lui”) è l’origine di ogni essenza e di ogni esistenza, ed è l’origine di tutta la realtà materiale e non materiale, poiché è l’uno-tutto. Quando Dio crea se stesso contemporaneamente appare l’universo e l’universo è Esso stesso. Ecco il senso della famosissima frase: Deus sive Natura, cioè Dio ovvero la Natura.

Non si dà alcuna diversità fra Dio e tutte le cose, vale a dire che non esiste alcuna cosa, al di fuori di Dio, che ne limiti l’essenza e anche l’esistenza. Un esempio: il triangolo è (come) Dio, ma il triangolo è anche la somma degli angoli interni uguale a 180 gradi, quindi come il triangolo è Dio anche la somma degli angoli interni è il triangolo, e anche tutte le cose sono Dio, quindi causa (il triangolo, Dio) ed effetto (la somma degli angoli interni, la Natura) coincidono. Ecco una ipotesi di spiegazione della Trinità stessa, per cui gli angoli A, B e C rappresenterebbero il Padre, il Figlio e lo Spirito, essendo, ognuna delle tre Persone coincidente con tutta l’area dell’angolo di pertinenza, ma anche dell’intero triangolo!

Per Spinoza, siccome Dio osserva una legge che-si-è-dato-da-solo, non la può contraddire e pertanto è necessitato ad osservarla, in quanto la Legge è Dio stesso. Dio è nello stesso tempo autonomo e necessitato. Dio, quando decide, decide per tutti e tutto, e per sempre. La libertà coincide con la necessità, sfuggendo ad ogni contingenza e volere singolare.

Secondo Spinoza, gli uomini si sono illusi di essere liberi nell’intelletto, nel corpo e nella volontà, mentre in Lui sono la stessa cosa, cioè sono solo attributi dell’essere-uomo, che è parte della sostanza divina, e dunque, non essendoci distinzione, non c’è libero arbitrio, non c’è la libertà come la intendiamo noi. Per Spinoza l’uomo è determinato a essere quello che è, senza pensare ad alcun finalismo o merito personale.  L’uomo deve vivere tranquillo «sopportando l’uno e l’altro volto della fortuna, giacché tutto segue dall’eterno decreto di Dio con la medesima necessità con cui dall’essenza del triangolo segue che i suoi tre angoli sono uguali a due retti… Non odiare, non disprezzare, non deridere, non adirarsi con nessuno, non invidiare in quanto negli altri come in te non c’è una libera volontà (tutto avviene perché così è stato deciso)» 

Un determinismo quasi assoluto che sembra togliere ogni senso all’etica e al principio di responsabilità, ma non è così: l’uomo deve comportarsi bene perché fare il bene è premio in sé, cosicché la memoria di un buon agire nella vita è ciò che mantiene nel tempo l’esempio di una moralità generale.

Il mondo nel quale viviamo, per Spinoza, è l’unico dei mondi possibili, perché Dio è perfetto senza essere “finito”, e questa è l’unica contraddizione in termini che la logica può sopportare, cosicché caso e contingenza non possono darsi. In qualche modo anch’io sono spinozista, quando mostro l’inesistenza logica del caso, con il diagramma noto a qualcuno con il quale ho confidenza.

Il Dio di Spinoza non è dunque un Dio libero, e  invece lo è, poiché nessun altro lo determina nel suo agire, e l’uomo, pur non possedendo il libero arbitrio, in Dio è… libero. Una sua espressione tratta dall’Ethica more geometrico demonstrata:

«Sulla nozione del possibile, in Spinoza, si può sostenere: la possibilità, intesa come la contingenza delle cose, non sussiste; ovvero tutto avviene secondo cause.

Se -appunto- vivesse oggi, forse Spinoza sarebbe un sostenitore della AI, dell’Intelligenza artificiale e di una digitalizzazione completa della vita umana. Ma qui bisogna capirsi bene. Altri pensatori non la vedono come lui, i due grandi Greci, Platone e Aristotele, Sant’Agostino, San Tommaso d’Aquino, mentre frate Martin Luther ne è un poco il prodromo. Per i grandi appena citati l’uomo è libero e risponde delle proprie azioni, perché è distinto da Dio che lo ha creato libero. Che poi Dio conosca tutto sub specie aeternitatis è un’altra faccenda: un atto di fede (leggi due post precedenti).

Vi sono seguaci di Spinoza anche ai nostri tempi, come Nick Bostrom, autore di Superintelligenza, ed. Boringhieri, nel quale sostiene che dovremo connetterci con le macchine al punto da dover concordare, bene che vada, con loro… il da farsi.

La riflessione razionale la logica argomentativa aiutano, come in molti casi mi capita di spiegare a chi pensa che le accelerazioni e la superficialità paghino di più: ogni cosa che riguarda gli umani non può essere risolta mediante giudizi sommari a base di affermazioni del tipo “cazzate” o, di contro, “figate”. Troppo facile e troppo pericoloso, caro lettor mio. La digitalizzazione non può sostituire il ragionamento umano, MAI.

La caduta del Boeing 737 Max8 in Etiopia, quasi evocando la vicenda di HAL9000 in 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, ci dice che le macchine sbagliano e che l’uomo deve ancora vigilare sul loro funzionamento. Eccome. Bene la telematica, la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, ma l’uomo (homo sapiens) è bene che resti il padrone del proprio destino, altrimenti possiamo immaginare come può andare a finire.

giornalisti e politici occupano il 90% dello spazio dei media, una noiosa vergogna, mentre la realtà “di fuori” è il 90% e viaggia silente per conto suo e coincide con la verità delle cose

LEGENDA PER IL LETTORE: il testo sottostante è quasi privo di punteggiatura con frasi apodittiche e ipotattiche messe lì come mi son venute; in corsivo le cose importanti, in stampatello le cose oggettivamente di minor importanza o del tutto idiote

Travaglio che commenta la presa di posizione del ministro Salvini che commenta i titoli di Repubblica che riporta il non detto del mancato incontro a cena tra Salvini Di Maio e Conte, e via dicendo

quello che accade dove si fa l’economia, i pezzi fatti in una manifattura, l’Ebidta della stessa, gli investimenti di una fabbrica innovativa, le assunzioni  effettuate nell’ultimo semestre nel settore manifatturiero metalmeccanico stanno a pagina 15 del quotidiano x e y, primo e secondo d’Italia

Fazio che ospita Di Battista, nullafacente e nullapensante, ops forse la trasmissione è Dimartedì, che peccato non lo ricordo, imperdonabile! e poi a Piazzapulita l’ospitata di Toninelli che sbaglia logica, storia, tempi e modi della sua narrazione e commenti e l’indomani commenti su tutti i quotidiani non oltre pagina 2, perché l’opinione del ministro dei trasporti è importante… per i media, non per gli Italiani

l’azienda x o y ha migliorato la performance delle esportazioni del 10% sull’anno precedente e l’azienda a o b ha assunto altre 80 persone negli ultimi sei mesi raggiungendo e superando  i 600 dipendenti, azienda nata solo dieci anni fa: questa notizia si trova a pag. 23

la seconda notizia -in ordine gerarchico- del tg tal dei tali è la posizione di Grillo sulle vaccinazioni, essendo Grillo un noto clinico a livello internazionale, mentre su un altro tg si svolge un talk dove gli ospiti sono due politici e due giornalisti che se la cantano e se la suonano, i secondi che raccontano dei primi e i primi che criticano gli avversari-nemici politici, incapaci di dire che cosa intendono fare per rimediare a limiti e difficoltà sociali: ambedue i gruppi distanti dalla realtà di due o una misura, ché il mondo va da un’altra parte mentre questi parlano, cianciano, blaterano, talora competenza inesistente o scarsissima (quando va bene)

le università di Roma (nell’area umanistica) e Milano (Politecnico) sono tra le prime del mondo, così come alcuni licei classici italiani, e si vede dalla brillantezza dei nostri studenti, ma la notizia si trova a pagina 48 dell’inserto settimanale del quotidiano che si colloca al secondo posto delle vendite nazionali

il web si preoccupa dell’assenza di Di Battista dal web stesso, ponendolo quasi come problema, notizia non vomitevole, bensì inutile

i giovani si stanno accorgendo che occorre impegnarsi in prima persona, non solo per se stessi, ma per la propria e le altrui terre e patrie, senza nazionalismi, imparando le lingue, non temendo il confronto e cercando di farsi opinioni proprie

la Casaleggio Srl e C. toppa con la sua piattaforma Rousseau, in prima pagina su tutti i quotidiani nazionali, anche se il posto giusto e proporzionato, come notizia, potrebbe essere quella dell’ultima dell’inserto di un foglio della Brianza

nel silenzio dell’agire quotidiano vi sono mille e mille (numero ebraico per innumerabile, come settanta volte sette) azioni dialogiche, crescita della comprensione tra diversi, nascita di nuove idee per l’economia e l’occupazione 

nel talk show la conduttrice mette a confronto un grillino e un forzista, o un leghista e un piddino interrompendoli, quando non rispondono come lei si aspetta, non accorgendosi che gli argomenti sono trattati senza alcun aggancio con la realtà delle cose, e che quello è il vero problema

mentre crescono le discriminazioni etniche, secondo i media, ma non ci credo, vi sono innumerevoli atti di incontro, di solidarietà e di fratellanza tra diversi

quasi ogni trasmissione tv, salvo qualche eccezione, più evidente nei commenti parlati ai giornali, mette in evidenza l’auto-referenzialità dei politici, di questi tempi del genere Salvini vs Di Maio, come se i destini della Patria fossero lì consegnati, più o meno

anche la Chiesa si muove, nella lenta deriva dei duemila anni, chiarendo ciò che era oscuro, grazie al vescovo di Roma e a molti altri volenterosi

la maggior parte dei media continua, contro ogni logica e scelta filologica a “dare del femminile” (la, della) all’acronimo T.A.V., che significa Tunnel Alta Velocità, dove evidentemente (anche agli incliti, forse) “tunnel” è sostantivo maschile e richiede l’articolo “il” e la preposizione “del”: se ne è accorto perfino Toninelli

milioni di volontari  operano continuamente per dare una mano a chi ha bisogno, in tutti gli ambienti e settori della vita nazionale, senza nessun cenno, o quasi, nei media: non fa audience!

una “tempesta emotiva” pare sufficiente a dimezzare la pena per un omicidio, e dico omicidio non femminicidio, da trenta a quindici anni: anche i giudici dovrebbero studiare meglio e di più neuropsichiatria e filosofia morale, anzi nell’ordine inverso: filosofia morale e neuropsichiatria, per un corretto approccio disciplinare

dà fiducia vedere che lavoratori e imprenditori non si arrendono mai, anche di fronte alle più grandi difficoltà che derivano da un mondo sempre più – anche se sgangheratamente- connesso, e anche se ciò non produce evidenti entusiasmi da parte di un pubblico condizionabile 

su dieci canali televisivi almeno tre presentano -ogni giorno che Dio ci manda- talk show con applausi telecomandati eseguiti da un gregge di umani penosamente colà aggregati

nel silenzio dei più, che non viene percepito dai media, nascono e si sviluppano pensieri di crescita del livello di umanità 

e potrei continuare ad libitum… 

Quello che alcuni scienziati non comprendono del “sacro”, del “religioso” del “teologale” e del “divino”, o di come può darsi un utile dialogo fra scienza e fede, mentre imperversano molti ciarlatani, sia in politica, sia nel mondo mediatico e formativo

La lettera che Galileo scrisse alla duchessa Cristina di Lorena nel …, là dove afferma che la Bibbia non insegnacome si vadia in Cielo, bensì come vadia il cielo“, dovrebbe essere letta con attenzione dagli scienziati veri di oggi. Di quelli improvvisati alla Biglino, che traduce il testo sacro in modo letteralista, interlineare, neppure parlo. Come questi, ve ne sono altri che credono ai miti come fossero storie vere, per i quali Enuma Elish, Ninurta e Marduk sono esseri realmente vissuti o viventi.

Ascoltando o leggendo certe affermazioni in tema religioso di persone di cultura come i professori Odifreddi e Hack, vien da pensare che, proprio da parte loro, nel momento in cui lo affrontano, si osserva una sorta di desistenza di metodo, del metodo scientifico. Se per metodo scientifico, anche nella dizione “ristretta” di stampo galileiano, si intende ciò che può essere mostrato o per evidenza o per deduzione controvertibile (si consideri la seguente espressione “scientifico è ciò di cui si può dire la ragione in base al suo perché completo, adeguato e prossimo“), la plausibilità dell’esistenza di Dio può porsi o non porsi con altrettanta forza logico-argomentativa.

In altra parole, come si fa a non considerare che l’affermazione seguente (presente nel Proslogion di Sant’Anselmo d’Aosta o di Canterbury) “Deus est ens quo maius cogitari nequit”, cioè “Dio è ciò di cui non si può pensare nulla di più grande“, possa anche essere considerata assurda o almeno non del tutto fondata? Su questo Tommaso d’Aquino ebbe ed ha ragione, a mio parere, criticandola in parte, perché si tratta di una proposizione meramente logica, in quanto, se di Dio si deve dire che è … e … e …, cioè onnipotente, eterno, buono, etc. etc., altrimenti non sarebbe Dio, è evidente che Dio è quel qualcosa di cui non si può pensare alcunché di maggiore. Stiamo parlando dell’idea di Dio.

Tommaso cercò -per contro- di mostrare l’esistenza dell’Incondizionato attraverso le cinque prove cosmologico-metafisiche di moto, causa, di necessità, di gradualità del bene, di fine, e comunque ne fu scontento, comprendendo che la via logico-razionale per mostrare l’esistenza di Dio resta comunque zoppa, o comunque debole, perché “pretende” di inquadrare in termini di intelligenza umana ciò che -ontologicamente- infinitamente la supera.

Peraltro, anche se ciò c’entra solo in parte come esempio, anche certe intuizione della fisica moderna e contemporanea furono tali, cioè fraintese o non credute veritiere, finché non si riuscì a dimostrane la plausibilità e la veridicità.

Il tema di Dio è -però- di altra natura, ed è in ogni caso inserito del climax ascendente costituito dal sacro, dal religioso e dal teologale. Come altrove in questo sito ho scritto, e qui ripeto, perché utile, il sacro appartiene alla sensibilità umana che sa cogliere emotivamente, induttivamente, intuitivamente, la grandezza degli Enti, e se ne spaventa oppure ne gode: un mare in tempesta, lo spigolo del Nanga Parbat, un volto bellissimo, anche marmoreo, ad esempio; il religioso appartiene alla storia umana, che si è declinata anche con la credenza nel soprannaturale, nel divino; il teologale ha a che fare con lo spirituale, con la possibilità reale di credere in un Dio Onnipotente, Eterno, Misericordioso, Buono, Incondizionato, etc..

Gli Odifreddi e le Hack non si sono fatti e non si fanno impressionare da nessuna di queste tre dimensioni: capisco che la terza dimensione non gli appartenga, ma la prima e la seconda sono studiate scientificamente quanto le loro dottrine matematiche e fisiche. Naturalmente preferisco loro, e di gran lunga, ai cialtroni che visitano le varie comunità proponendosi ai semplici come ciarlatani credibili. Li si trova in tv, come nel caso di Vanna Marchi, che ha pagato il suo debito delinquenziale alla giustizia, ma anche in alcune sale parrocchiali o biblioteche civiche. Alcuni li ho smascherati partecipando alle loro commedie grottesche, che purtroppo molte persone hanno ingenuamente subìto.

Non credo sia impossibile conciliare in sede cognitiva e intellettuale le due dimensioni, della fede religiosa e della scienza, ma -all’incontrario- che addirittura i due processi conoscitivi possano esser l’un l’altro di ausilio.

Fides et Ratio, Jane Austen direbbe Sense and Sensibility, cioè ragionesentimento, come le due ali che consentono all’uomo di sostentarsi e addirittura di diventare se stesso, come auspica Nietzsche. Sappiamo che l’uomo è sùn-olon, vale a dire, in greco antico “con il tutto, comprendendo il tutto”, come insegna Aristotele, cioè “ente unitario”, ma abbiamo comunque bisogno di distinguere tra corpo e mente, oppure anima e corpo o, addirittura, paolinamente, corpo, anima e spirito.

Se così è, non possiamo ammettere, se vogliamo essere intellettualmente onesti, che si sottovaluti la dimensione cosiddetta “trascendentale”, ovvero spirituale, anche nel senso religioso del termine.

Mi pare si possa dire che in un tempo nel quale pare che l’ignoranza sia un titolo di merito, invece che l’incontrario, perché viene temuta come minaccia da chi non ritiene che la cultura e le competenze siano un fatto positivo, sia importante avere la pazienza e la forza morale per crescere sotto ogni profilo, umano e professionale. L’esempio deleterio che molti politici stanno dando non può essere una linea guida per alcuno, soprattutto per le giovani generazioni, che hanno bisogno, non di arroganti sbruffoni o millantatori e falsificatori, ma di maestri di rettitudine  e di saperi.

Stupidità, furbizia e intelligenza nel pot purrì dell’etere

Capisco che la comunicazione televisiva e soprattutto telematica ha le sue esigenze, e quindi non discrimina né sottilizza troppo in base alla stupidità, alla furbizia o all’intelligenza e alla cultura delle persone che presenta, anzi, quando si tratta di esemplari penosamente cagionevoli, li sceglie per mostrarli nei loro limiti e far crescere l’audience, come accadeva nei secoli passati e fino a pochi decenni fa, quando nei circhi e nelle fiere si mostravano esseri umani affetti da nanismo o elefantiasi e altre “mostruosità”, senza niuna pietas. E quindi da Fazio, dalla Venier, da Porro, da Formigli, dalla De Filippi, che accoglie un’orda di minus habens, da Del Debbio, dalla Berlinguer, dalla D’Urso, più o meno come la De Filippi per “aura” socio-culturale, va qualsiasi sia ortaggio senziente di parvenza umana, dall’alfa all’omega, da 1 a 10, da -10 a +10, sopra l’81 di QI e talora, mi viene il dubbio, sotto.

Possiamo trovare in quei format, sia intellettuali rispettabili, illuministicamente e umanisticamente onesti, à la  professore Sabatini dell’Accademia della Crusca, che sdogana magnanimamente la transitività del verbo uscire, beninteso nel “parlato” quotidiano specie napoletano (es. esci il cane! invece che fai uscire il cane), e qualche altro nome potrei fare, sia guitti non sempre sopportabili alla Mauro Corona, ovvero furbissimi venditori di mezze ore come Sgarbi, che cultura ne ha da vendere, o Saviano che invece no, o Crepet, ch’è mezz’e’ mmezzo (ascoltare ben per creder), ovvero ancora polituncoli che hanno raggiunto una immeritata notorietà con comparsate amm’ezz  a vittorie elettorali contingenti.

Ad esempio, che ha da dirci quel bellu guaglione dal sorriso perennemente sardonico, come la D’Urso ce l’ha stereotip, che chiamano amichevolmente Dibba? Che ha da dirci di interessante? Cronache di viaggio? E chissenefrega, potremmo dir senza tema di offendere la storia del giornalismo, e men che men della cultura? Opinioni politiche? Repetita iuvant. Certo, ripetere giova, talora, e in questo caso sì, sì e sì.

Mi pare che da lì non si cavi granché, che ne dici mio gentil lettore, pazientissimo quando tocco questi temi, io divertendomi, ma non so quanto facendo divertire te?

Torniamo al punto. Sul web e in tv non occorre essere o dire cose intelligenti e colte, perché i due mezzi macinano tutto, non c’è verifica della veridicità di quanto si sente proferire, tuttalpiù un contraddittorio sgangherato, salvo nel casi delle più paurose ed evidenti gaffes, come scambiare la capitale della Colombia per quella del Venezuela, o il Mar Nero per il Mediterraneo, o Saragat per Salvemini, o D’Annunzio per Ottavio Bottecchia. Scherzo ora, ma non troppo.

Tv e web sono diventati dei luoghi dove in generale, con rare eccezioni, si combatte la pessima battaglia del pressapochismo e dell’incultura, quasi che il sapere spaventasse. Oppure richiedesse troppa fatica. Scrivo da tempo in molti modi che da due o tre decenni almeno è in crisi la logica, il piacere dell’argomentazione che richiede documentazione, tempo, pazienza e capacità di ascolto. Facciamo solo un confronto tra gli attuali dibattiti politici e la “Tribuna politica” degli anni ’60 e ’70. Non c’è storia: oggi un parlarsi addosso furente e confusivo, allora un dare la parola per tempi stabiliti prima, garbo e rispetto per gli interlocutori. Allora il contraddittorio prevedeva la conoscenza dell’argomento, oggi no, ognuno può sproloquiare come gli capita e vuole, al momento. Il risultato è una pericolosissima disinformazione, fondamentale alimento o conseguenza, a seconda se di chi parla e di chi ascolta, della disonestà intellettuale e della menzogna.

Dove cercare riparo da tanta devastazione? Non c’è riparo, bisogna starci dentro, fino in fondo. E’ inevitabile, e moralmente ineccepibile. Non possiamo voltarci dall’altra parte, mai. Nel nostro “piccolo” che a volte è inopinatamente e insperabilmente “grande” dobbiamo kantianamente continuare a insistere, al di là di ogni principio morale, ma non nel senso nietschiano del termine, che prevede un background essenzialmente cinico, bensì nel senso de-ontologico, cioè di un “fare perché deve essere fatto”. Devo perché devo (il perito industriale Bertinotti direbbe senza se e senza ma).

Una delle bonifiche da curare nei linguaggi espressivi di parole, proposizioni e discorsi è, non dico l’abolizione, ma la riduzione drastica delle avversative. I veri esperti di comunicazione, come il mio amico Romano, sanno benissimo che quando in un discorso si inserisce un “ma” o un “però”, l’oggetto dell’affermazione precedente viene irrimediabilmente limitato, ridotto, o -a volte- addirittura distrutto. Di solito chi usa molte avversative, non solo è incerto nelle sue convinzioni, ma spesso desidera sempre salvaguardare un’uscita di sicurezza, non si sa mai. Le avversative, certamente servono a strutturare il dubbio, l’opinabilità, l’esigenza di approfondire, ma se inutili, sono dannose, a volte in maniera grave.

Un altro aspetto curioso, da conoscere e da correggere è l’uso di avversative in luogo di particelle di congiunzione. Già ne parlai un paio di volte in questa sede. Da qualche anno molti abusano del “piuttosto”, che è ovviamente -come, mozartianamente, san tutti e tutte- un’avversativa. Si sentono frasi del tipo “siamo andati in ferie in Maremma piuttosto che a Viareggio, piuttosto che a Capalbio (radical chic docent), piuttosto che…”. Meglio mettere al posto di “piuttosto” “e”. Diverso sarebbe il caso se il parlante volesse proporre al suo amichevole interlocutore delle alternative tra Maremma, Viareggio, Capalbio, etc.. In quel caso sì ci starebbe “andrei in ferie a … piuttosto che a … piuttosto che a …”. Magari in questo caso meglio usare “o”, più breve e meno faticoso di “piuttosto”, seguendo la natura, che è sparagnina, intelligentemente sparagnina.

I personaggi di cui sopra, a eccezione di Sgarbi e Sabatini, non sarebbero in grado di seguirci in questi semplicissimi ragionamenti. Male, vero?

E noi insistiamo, con pazienza e grazia.

L’osteria in mezzo ai campi, le discipline inutili e i nuovi “professori del nulla”

Una pasta al ragù… e io invece una carbonara… io aglio olio e peperoncino… e per i secondi vedremo dopo“. La serva di Vanda (absit iniuria verbis) se ne va contenta della comanda, cui aggiunge, sponte sua, una caraffa di vin rosso e acqua.

La domenica d’inverno, fredda, uggiosa e silente passa. Mi ha invitato alla bici in solitudine, come un tempo. Un ritorno. Ho sempre preso in mano la bici in inverno, senza timore della temperatura cruda. Poche auto, Pause per bere un po’ di acqua con corroboranti, il caffè e la cioccolata calda nel bar conosciuto.

E poi la trattoria avita dove sento la comanda. I tre piatti son consoni agli ordinanti. Il primo di un ottantenne pieno di soddisfatta quiete, il secondo di un sessantenne immenso, il terzo di un uomo sui settanta. Settanta di media e tre uomini contenti di essere lì. L’osteria è piena e a malapena mi ricavano un angolo per il mio pranzo veloce. Anch’io prendo una pasta e un bicchiere di vino.

Son partito tardi, fino in fondo incerto alla partenza, per la mancanza di sole, ma me l’ero promesso, di uscire con la frusciante, stamane.

La mente è connessa con il corpo, il cervello con il resto. Respiro profondo e senza timore di scarichi d’auto. Fa freddo, veramente. Faccio fatica a scaldarmi perché c’è anche umidità quasi di pioggia gelata. Ma vado. Un po’ dolorando. Ma vado. Vado fin giù nella Bassa a vedere il Fiume tra gli alberi e il ponticello di legno.

Non vi sono compagni di viaggio per strada. Nessuno. Solo i pensieri accompagnano il pedalare ritmato dal respiro. Pensieri che fuggono, pensieri che vengono, senz’ordine apparente. Grazie a Dio non turbati dalla banalità della cronaca e della politica. Fuori mano sono, con la testa e il corpo. Irraggiungibile per i malanni e i malnati della comunicazione mediatica.

Seduto al mio piccolo tavolo guardo arrivare avventori. Nessuno è in bici, tutti in auto. Ausculto ed apprendo che alcuni di loro vengono dal trevigiano, altri dalla zona isontina. La gita nel Friuli profondo, silenzioso come nei decenni passati, ancora integro. Nessuno è in bici. Allora lo strano son io, quello strano, che va in bici nel freddo di fine gennaio, invece di accucciarsi in fondo al sedile di un’automobile, cappotto sempre indosso.

Entrano intirizziti e io li guardo curioso, che intirizzito non sono. Epperò che forte, ancora, sono. Posso pensarlo? Senza essere temerario.

A un tavolo c’erano, me ne sono accorto subito, dei giovani accademici, mi pare veneti, che subito iniziarono a discutere o disquisire con entusiasmo, quasi con foga. Qualcuno che mi legge con amicizia sa che qualche anno fa scrissi un breve saggio su “I professori del nulla”, dove mi dilettavo ad elencare non poche figure di maitres à pensèr, che allora andavano per la maggiore. Si era verso il 2010 e la crisi era nel suo pieno vorticoso agire. La crisi economica e la crisi cognitiva, che allora, dopo avere mosso i primi passi ed esalato i primi vagiti alla fine del millennio, avendo però profonde radici, ora si manifestava in tutta la sua virulenza.

Ricordo che nell’elenco inserii conduttori di talk show come Santoro, che ospitava un Grillo già minacciosamente banale, o banalmente minaccioso, e Fazio il firisìn (lemma desueto della Bassa friulana), cioè il furbetto, tuttora diversamente attivi sul versante della distruzione culturale; accademici come Odifreddi, ma solo per le sue incursioni incompetenti in teologia e Crepet, per la sua abitudine ad erogare ripetitive ovvietà psico-dinamiche; politici come Casini, che non aveva ancora smesso i panni del mite fustigatore di costumi… degli altri; giornalisti come il già lanciatissimo Saviano, che viveva -come ora- di una paura ben descritta da Leonardo Sciascia, e Lerner, amaro come l’assenzio; preti come don Ciotti, benemerito e mediaticamente coraggioso, e altri che ora non ricordo. Continuano a non piacermi. Bene.

Nel frattempo è esplosa la galassia politico-culturale dei “grilliparlanti” sine cultura. E il borbottar cupo e sbruffoncello di Salvini, cotidie (aah che ridere, mi ricordo un’intellettuale del tempo che, presentando un mio volume, lesse l’avverbio di tempo latino “cotidie“, significante “ogni giorno”, alla francese, cotidì, sussiegosamente insistendo di aver ragione quando le dissi che era latino), impegnato alla ricerca di nemici da epurare.

Torniamo agli accademici dell’osteria tra i campi: due maschi e due femmine sui trentacinque-quaranta. Mi pare fossero impegnati in studi universitari di carattere socio politico e della comunicazione…. ah,  proprio della Facoltà di Scienze della Comunicazione. Senza darlo a vedere, poiché ero seduto perpendicolare al loro tavolo, aguzzai l’udito e mi colpì un profluvio di “midia”, “plas”, “minas” (mi veniva da chiedere, “parlate della città brasiliana di Minas Gerais?” ma stetti zitto).

E poi ancora flash meeting (incontro breve), workshop (laboratorio, seminario), Team building, (costruzione di un gruppo), start-up, (inizio, partenza), relationship, (relazionalità), comakership, (co-progettazione), in progress, (cioè in itinere, latino, molto elegante) o in corso), leadership, ebbene sì, quest’ultimo termine va bene, poiché occorre una lunga circonlocuzione in italiano per tradurlo “capacità di condurre persone mantenendo la responsabilità del lavoro-progetto“. E potrei continuare.

Fatto sta che anch’io uso tranquillamente tutti questi sintagmi, nel quotidiano, per facilitare la comprensione in riunioni dove più o meno tutti sono anglofoni e inconsapevolmente anglomani. Non c’è nessun problema a mescolare i lemmi e le parole , purché lo si faccia con consapevolezza. Ad esempio, i tre termini sopra riportati “midia”, “plas” e “minus” sono la pronunzia inglese di tre parole latine che vanno mantenute come sono, cioè dette come sono scritte “media” e “medium” (al singolare, non “midium”), “plus”, e “minus”. Cosa costa? Perché fare i “fighi” perdendo le tracce dell’etimologia, della storia e della cultura.

I quattro, però, continuavano imperterriti a pontificare, facendo fatica ad ascoltarsi reciprocamente, e meno male che erano della Facoltà di Scienze della Comunicazione! cominciando a parlar male delle scuole superiori, specie del liceo classico, dove si studiano -a loro dir- discipline inutili come il latino e il greco. Come il mio comprensivo lettore sa, ho fatto fatica a non sbottare (mi veniva quasi da ribaltare il loro tavolo, ma se lo avessi fatto, mia figlia Bea sarebbe stata delusa di  papà, e non l’ho fatto). Ho cercato di incrociare qualche loro sguardo per mostrare il mio, che era senz’altro intriso di una pena evidente.

Han continuato su questo andazzo per tutto il quarto d’ora nel quale sono rimasto, laudando sperticatamente le loro discipline psico-socio-antro-comunicazionali. A un certo punto uno ha chiesto “ma che testi usate?”, e la prof più “faiga”, ha risposto “aah, caro, le mie dia e poi dei link che suggerisco ai ragazzi, oggi non servono libri che annoiano e non motivano…” Silenzio.

Bene, ho pensato, i libri annoiano e non motivano mentre le dia-slides della giovine prof entusiasmano. E poi magari ci fanno anche sopra un master! Poveri ragazzi. Al contrario, siccome qualche aggancio accademico ce l’ho anch’io, faccio proprio l’incontrario, cercando di vaccinare chi posso e come posso da questa superficialità e dai guru che gironzolano ovunque, sfiorando anche l’università italiana.

Riprendendo la bici nel freddo, ma ristorato e pieno di vita, mi son detto, ma perché non si rinforzano le facoltà o i dipartimenti che studiano e fanno studiare effettivamente tutto ciò che è “scienze umane”, bada bene caro lettore, ho scritto “scienze umane”, cioè tutti i saperi che incrociano filosofia e psicologia, antropologia e neuroscienze, sociologia e pedagogia, cioè tutto l’immenso sapere che l’uomo ha accumulato, sia in Occidente sia in Oriente in quattromila anni e specialmente negli ultimi duemila cinquecento, dai tempi del Buddha, di Confucio, di Isaia, di Democrito ed Eraclito, di Parmenide e Platone e Aristotele, e poi di Seneca, san Paolo e Marco Aurelio, di Agostino e Tommaso, di Galileo e Kant, e fino ai nostri giorni.

Il freddo di metà giornata era più sopportabile di quello mattutino e io pedalavo, pedalavo senza sosta, con qualche dolorino e tanta forza. Il cielo era di un grigio marezzato di ali bianche, come fossero immensi gabbiani d’aria, e di chiazze grigiastre, annuncio di pioggia. Qualche goccia, infatti, mi scendeva sul viso mentre pensavo ancora alla battaglia da combattere con fede, fino alla fine della corsa.

Il vaccino “radicale” contro le post-verità in un tempo di distopie cognitive, di disponibilità euristiche esagerate e di distorsioni delle conferme

Il titolo non è facile e lo spiego, quasi con una “legenda”. Qualcuno può anche rimproverarmi e dirmi “scrivi come mangi”, ma anche il cibo, nelle sue varie declinazioni e scuole e culture, non è semplicissimo, né semplificabile. sarebbe un insulto alla meravigliosa arte di tanti e tante chef operativi in tutto il mondo. In ogni sapere, se si vuol semplificare, lo si può fare, distorcendo e falsificando i “i pezzi di verità” che si riesce a cogliere con la pazienza, la perseveranza e l’umiltà della ricerca, come ben sapevano gli antichi pensatori e come hanno confermano anche i migliori epistemologi moderni e contemporanei, da Bayes a Popper.

Vediamo. Intanto, “radicale”: ebbene, qui non intendo il significato quasi sinonimico di “estremistico”, per cui si possono usare i sintagmi politologici di “destra radicale” o di “sinistra radicale”, ma intendo il termine riferito al movimento politico liberal-radicale del Secondo dopoguerra, che prese il nome dal radicalismo ottocentesco, ma si declinò in modi molto differenti, basandosi su basi dottrinali ed etico-politiche di chiarissima radice liberal-democratica. Di questo movimento-partito furono fondatori ed eponimi giornalisti come Ernesto Rossi e Mario Pannunzio, e politici come Marco Pannella. Forse un altro filone originante il movimento radicale contemporaneo si può rinvenire negli afflati liberal-democratici e socialisteggianti di Giustizia e Libertà dei fratelli Carlo e Nello Rosselli e di Emilio Lussu. I meriti indubbi di questa piccola pattuglia di colti idealisti ebbe grandi meriti nella modernizzazione del pensiero laico italiano ed europeo su tanti temi. Qui ne ricordo uno che mi sta particolarmente a cuore: il Diritto alla Conoscenza, diritto molto sottovalutato e a volte negletto in questi tempi di tempesta mediatica e di attacco alla scienza come dimensione essenziale del sapere umano. A me basti ricordare che ciò che mi è capitato nel 2017 forse sarebbe stato rapidamente mortale trent’anni prima. E Invece…

Prima di tutto è bene ricordare il gravissimo errore, molto diffuso, che si sente fare quando si avalla la distinzione radicale tra le due culture, quella “scientifica”, cioè la matematica, la fisica, la biologia, la geologia, la medicina e via andando, e quella “umanistica”, cioè le lettere, la filosofia, la storia, le varie antropologie, etc.. In realtà, se vogliamo finalmente superare questa angusta distinzione, basta ammettere che tutti i “saperi” sono, sia scientifici, sia umanistici, a seconda dello statuto epistemologico che si adotta. Per spiegarmi meglio porto qui due esempi che già altre volte utilizzai in questa sede e altrove: 1) se il prof. Stephen  Hawking o il prof. Roger Penrose, dalle cattedre di Cambridge o di Oxford si pongono (se la sono posta) la questione dell’origine dell’universo o dei buchi neri, trattano pienamente un tema fisico e astrofisico, e quindi scientifico; se gli stessi, in una conferenza, si pongono la questione del “perché” esistono (anche per loro stessi) quei temi o quegli oggetti che gli interessa studiare, trattano un tema filosofico, fors’anche religioso e senza dubbio umanistico. E dunque, come si vede, le due culture, i due saperi non sono staccati e contrapposti, ma possono, non solo coesistere, ma anche darsi una mano. Un altro esempio: 2) se il prof. Giovanni Frau, insigne filologo e friulanista, si affatica su tassonomie di antichi sememi delle lingue ladine, tra le quali il friulano, e le compara tra di loro e con altre di diversi ceppi, fa un lavoro senz’altro scientifico, ma se si viene a salutarmi dopo una mia conferenza, complimentandosi con me per la stessa, dicendo con affettuosa ammirazione “Lei è…. bla bla, la sua conferenza è statala ho molto apprezzata“, il suo giudizio agisce su un piano culturale, relazionale e magari storico-filosofico, e dunque pienamente umanistico.

Continuiamo a lavorare sul “titolo”.

Oggi molti parlano e scrivono di post-verità, cioè dell’ammissibilità della menzogna come oggetto cognitivo e moralmente accettabile, perché inevitabile. In altre parole: se in politica giova dire il falso come “insegna” ogni giorno quel gran bugiardo di Trump, o i piccoli bugiardi della politica attuale, specialmente il due “Diqualcosa“, machiavellicamente ciò va accettato come inevitabile, per cui, siccome è impossibile avviare un’analisi veritativa logico-scientifica per ogni affermazione o tesi, in quanto non c’è tempo, tanto vale lasciarla lì in balia del rapidissimo mutare delle opinioni e della valanga di tesi successive che immediatamente la seppelliranno. Purtroppo non in una valanga di risate, poiché a volte hanno tempo di fare danni indicibili. Queste approssimazioni, queste falsificazioni, figlie di superficialità e arroganza permeano molti ambienti. A me capita, non raramente, di assistere alla pervicace conferma di un errore concettuale, nonostante la segnalazione dello stesso, o da parte mia, se l’argomento è di mia pertinenza, o citando un testo o tesi affidabili, verificabili e solide.

Ciò provoca, ovviamente, distopie cognitive, vale la dire il convincimento di essere-nel-giusto, anche se non lo si è. Perché accade tutto ciò? Certamente perché quasi tutti hanno poco tempo per documentarsi seriamente, oppure non lo ritengono indispensabile, fidandosi del profluvio informativo del web. Faccio un esempio: se devo trattare in una relazione o in un corso il tema etico dei valori, so bene che la documentazione richiesta è immensa, partendo dal significato etimologico, dalla storia dell’accezione del lemma, per continuare con le tesi filosofiche, teologiche e generalmente antropologiche su di esso. Devo poi fare un lavoro di contestualizzazione del suo uso, senso e significato nelle varie culture e tempi. Un lavoro serio, mai banale, impegnativo, lungo.

Una delle ragioni per cui si è giunti a questo punto, ovvero delle cause, non solo correlative (oh quanta gente fa confusione fra causazione e correlazione, e poi tra causa e caso!), sono le disponibilità euristiche esagerate che abbiamo a disposizione. Che significa? Che abbiamo una tale abbondanza di materiali info e disinformativi da perdersi e annegarsi dentro. Gli psicologi chiamano queste falsificazioni bias, per cui già si stanno disponendo contromisure di… disbiasing. Chissà se funzioneranno, bisogna perseverare.

Si osservano spesso anche forme di distorsione delle conferme, cioè una sorta di manipolazione verbale, espressiva e cognitiva delle tesi che vengono presentate come vincenti. Anche qui un esempio. Proviamo a pensare al tema del Tunnel per l’Alta Velocità sulla tratta ferroviaria Torino-Lione, di cui si tratta e si polemizza da anni, in acronimo T.A.V., dove la “T” è la lettera iniziale di “Tunnel”, un sostantivo maschile. Chiedo a te, mio gentil lettore, come mai (quasi) tutti dicono e scrivono “la” T.A.V., “della” T.A.V., come se “Tunnel” fosse un sostantivo femminile. In un altro post ho provato a proporre un cambiamento di sostantivo per mantenere il femminile, cioè “Galleria” al posto di “Tunnel”, ma quasi nessuno mi dà retta. E’ importante? Devo incazzarmi? Si tratta di stupidità imitativa, di pigrizia, di mancanza di curiosità? Di condizionamento acustico-verbale, cioè dell’attrazione della “a” di T.A.V.? Di  Bias, di troppa disponibilità euristica, di testarda superficialità?

Restiamo in tema “T.A.V.”, ma nel merito socio-politico-economico della questione. Avete sentito un dibattito di merito che mettesse in campo tutti i saperi scientifici atti a poter formulare un giudizio sereno e documentato? Io no, mai, solo urla, un parlarsi sopra indecente, nell’impossibilità di una discussione non inquinata dall’ideologia o dalle convenienze politiche contingenti dei vari schieramenti, anche perché si è in vista di una importante consultazione elettorale.

Ti capita, gentile lettore, di avere una possibilità seria di dibattito sul tema del gender, della fecondazione eterologa o della maternità surrogata o del fine vita? A me no. Piuttosto, mio caro lettore, mi capita di incrociare persone che si fidano di sedicenti “scienziati” alternativi, che non si sa se e dove e con chi hanno studiato, ma sono affascinanti per un certo tipo di persone. L’Italia è piena di guru e ciarlatani che lucrano sull’ingenuità e la superba ignoranza di molti, i quali poi parlano non sapendo di ciò che parlano, e solitamente lo fanno senza disponibilità all’ascolto e con arroganza talora insopportabile. Sempre qui, in questa mia agorà abbastanza ben frequentata, ho raccontato come sgamài un sedicente esperto di autostima, leadership, qualità relazionale e comunicazione, che stava per intortare una quarantina di signore in un bel paesone friul-veneto. Non c’è solo la Vanna Marchi in giro, ma molte e molti suoi emuli che trovano ascolto e soldini per l’iscrizione a fantomatici corsi di formazione, eventi, riti para-spirituali, momenti di iniziazione et similia.

Vedete come, allora, sia importante battersi come e finché si può per il diritto alla conoscenza, che è fatta di pazienza, fatica, capacità di discernimento, umiltà, poiché rifugge dalle semplificazioni, dalle sintesi frettolose, dall’assenza di analisi, dai preconcetti, dalle pre-comprensioni e dagli ideologismi.

Il diritto alla conoscenza è come il diritto all’aria pulita e all’acqua potabile, è un luogo dove si sviluppa l’onestà intellettuale e la vera amicizia tra umani.

Il vento di Danzica

Non mi piace che della memoria di Adamowicz si impadroniscano, magari con pensieri di segno opposto, fascisti, sovranisti, razzisti e altri di queste genie, come fecero cinquant’anni fa con Jan Palach e fanno ancora in questi giorni per il cinquantennale.

Anche per questo qui li ricordo.

Pawel Adamowicz

Fino a tarda notte, e nonostante una temperatura polare, migliaia di persone hanno vegliato in silenzio il loro sindaco assassinato domenica sera durante un evento di beneficenza. E stamattina, sotto il vecchio municipio, un’imponente torre medievale di mattoni rossi, già ardeva un centinaio di ceri. La città governata a lungo da Pawel Adamowicz è sotto shock. Per le strade tutti parlano a bassa voce, ovunque le bandiere sono a mezz’asta mentre a ogni ora la campane delle chiese suonano a stormo.

Intanto, manifestazioni spontanee sono state organizzate anche nel centro a Varsavia, a Cracovia, a Katowice. Nella capitale, la manifestazione s’è tenuta sotto il Palazzo della cultura, nel cuore della città, è stata iniziata con un minuto di silenzio e l’inno nazionale cantato sottovoce. Il sindaco Rafal Trzaskowski ha annunciato il lutto nazionale di tre giorni per rendere omaggio al collega morto. E anche a Katowice, in silenzio, sono state accese le candele per commemorare Pawlowicz. “Difenderemo Danzica, la Polonia e l’Europa da quest’ondata di odio e di disprezzo, te lo prometto”, ha detto il presidente del Consiglio europeo ed ex premier polacco, Donald Tusk, rivolgendosi all’amico di vecchia data.

Molto amato dalla città che amministrava da vent’anni, per sei mandati consecutivi, e noto per le sue idee liberali e per l’opposizione al partito sovranista e conservatore di governo PiS, Diritto e giustizia, è stato ucciso da un 27enne, Stefan Wilmont, che era da poco uscito dal carcere dopo una condanna per rapina. L’aggressore ha agito da solo e in passato aveva sofferto di disturbi mentali. Wilmont ha detto di essersi voluto vendicare per le torture subìte durante un suo precedente arresto, avvenuto quando il partito cui faceva parte Adamowicz governava il paese.” (dal web)

Danzica, in polacco Gdańsk, in casciubo Gduńsk, in tedesco Danzig, è una città polacca situata sulla costa meridionale del Mar Baltico. E’ la sesta maggiore città della Polonia e capitale della Pomerania. La sua lunga storia, più che millenaria, la fa ricordare per diverse vicende importanti, per la storia europea a mondiale.

Danzica fu una delle più importanti città della Lega anseatica essendo una autonoma città-stato. E’ il luogo dove vi furono i primi scontri della Seconda guerra mondiale. Lì nacque Solidarnošc ai cantieri Lenin nell’estate del 1980. Mentre accadevano quei fatti, ai primi di agosto transitavo per la Polonia, da Cracovia a Varsavia a Brest-Litovsk, su una Renault 4 blu, 1100 di cilindrata, diretto a Minsk, e poi a Smolensk, Mosca, Novgorod, Leningrado e ritorno via Finlandia, con l’amico Roberto.

 

Jan Palach

Jan Palach moriva cinquant’anni fa in piazza San Venceslao, come una torcia umana. Voleva protestare nel modo più forte contro chi, la struttura politica-militare sovietica e i suoi alleati del Patto di varsavia, aveva schiacciato con la violenza la Primavera di un Socialismo dal possibile volto umano. Il presidente Alexander Dubcek era stato esautorato e esiliato in Slovacchia. Comandava di nuovo l’apparato stalinian-brezneviano classico.

Jan Palach aveva ventuno anni e studiava filosofia al Karolinum, l’antica università praghese fondata dall’imperatore Carlo IV di Lussemburgo.

Aveva scelto quel gesto, perché si era accorto che non vi potevano esserci parole o manifestazioni più forti, come avevano mostrato i monaci buddisti in Vietnam. Ai piedi della scalinata del Museo Nazionale si fermò, si cosparse il corpo di benzina e si appiccò il fuoco con un accendino. Tre giorni di tormenti terribili, ancora lucido, prima della morte.

Ai funerali partecipò una folla immensa proveniente da tutta la Nazione cecoslovacca. Lo imitarono nelle settimane successive altri studenti, sei o sette, ma quegli atti furono derubricati dal potere e dalla stampa ad azioni isolate di squilibrati, border line incapaci di reggere lo stress della vita.

Lasciò nei pressi del suo rogo i suoi appunti scritti su vari quaderni, tra i quali si poté leggere quanto segue:

 

«Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà»

Non si è mai saputo se Palach parlasse di una organizzazione effettivamente esistente, ma il suo gesto ebbe una enorme eco ovunque nel mondo, e anche in quello egemonizzato da Mosca, e costituì un momento importante del lungo cammino verso la libertà che sfociò nel 1989 a Berlino. La sinistra giovanile sessantottina, rivoltosa, italiana, francese, europea in generale non lo capì, perché era ancora un problema dubitare delle magnifiche sorti e progressive dell’Unione Sovietica. Io ero piccolo, facevo la prima, cioè il terzo anno, del liceo classico, ma la morte di Palach mi colpì molto, e soffrii.

Il teologo cattolico Zverina difese il gesto di Palach, affermando che “un suicida in certi casi non scende all’Inferno” e che “non sempre Dio è dispiaciuto quando un uomo si toglie il suo bene supremo, la vita“.

Palach oggi riposa presso l’Olsanske hrbitovy di Praga. Ci sono stato.

 

Ogni tanto la Storia sembra abbia bisogno di olocausti, come quelli biblici, e non sempre la mano dell’Angelo interviene, come nel caso del sacrifico di Isacco, quando Abramo, ubbidendo ciecamente alla richiesta di Iahwe stava per mettere a morte il figlio e il Signore-Dio lo impedì, dopo aver misurato la sua fede.

Nel caso di Palach e di Adamowicz, l’Angelo si è fermato. E questo è il mistero indicibile del male che può accadere nell’ambito della sconfinata libertà affidata all’uomo, pure nei limiti che Spinoza individuò e le neuroscienze attuali stanno confermando.

Spero che l’Angelo comunque vigili su me, su te, mio gentile lettore, per andare avanti nel destino che in qualche modo contribuiamo a costruire.

buonsenso, conoscenza e vergogna

Marco Pannella, anche se gran narciso, ha avuto molti meriti, etici e politici. L’ultima battaglia che combatté con spirito libero è stata quella per il diritto alla conoscenza. Nonostante il web e tutte le diavolerie informatiche del nostro tempo, le persone sono in gran misura disinformate, fuorviate, manipolate.

L’essere umano vive e migliora grazie alla sua intelligenza che, con l’esperienza cresce, come mostrano gli studiosi dell’antropologia generale, fin dalla rivoluzione cognitiva di 70.000 anni fa o giù di lì. Ora si parla molto di intelligenza artificiale, e se sarà in grado di superare quella umana, confondendola spesso con la nozione di coscienza. Se la A.I. (l’intelligenza artificiale) può già superare l’uomo in memoria e nella capacità di “pensare” algoritmi che le permettono di battere l’uomo in giochi “intelligenti” come gli scacchi, essa è bene lontana dall’averne coscienza. A David, in 2001 Odissea nello spazio è bastato un cacciavite per disattivare Hal9000, potendolo, se del caso, riattivare con lo stesso cacciavite. Lo stesso cacciavite può essere un’arma mortale per un essere umano, ma non può riattivare la vita. La vita umana e la sua autocoscienza non sono paragonabili all’intelligenza robotica. Sono incommensurabilmente di più.

La macchina non esprime buonsenso, l’uomo sì. Ma il buonsenso è continuamente messo a dura prova da provocazioni e falsificazioni. La tendenza attuale, quella postata miliardi di volte sul web, è quella di vedere poche volte il bicchiere mezzo pieno, preferendo un pessimismo di maniera, ché fa più “intellettuale”. Parrebbe che solo gli ingenui vedano le cose dal lato buono. Campioni, si fa per dire, dell’uso del web sono molti dei politici attuali, da Trump, che cinguetta continuamente, con un linguaggio da liceale pluribocciato, a Salvini vicecapodelgovernoministrodell’internosegretariodellalegacapitano, dichiarante palingenesi con ghigni e smorfie da coatto.

Salvini, in giubbotto della polizia, e Bonafede a Ciampino per l’arrivo di Battisti, hanno dato vita a una sceneggiata di immane idiozia. Battisti doveva essere fatto arrivare a un’ora non nota alla stampa e portato in carcere come qualsiasi detenuto catturato e già condannato con sentenza passata in giudicato. Mi è parso che la commedia salviniana abbia illustrato le due facce di una stessa medaglia: di due narcisi, strafottenti e arroganti, lo stesso ministro e il delinquente.

Qualcuno dirà a Salvini, prima o poi che, lui che delinquente non è, si accomuna a chi delinquente è con i comportamenti e gli atteggiamenti prediletti, e ulteriormente utilizzati da ministro della Repubblica Italiana. Battisti è un delinquente e criminale che resta convinto della legittimità delle azioni compiute. Catturato ubriaco e ciondolante, basta vedere il brevissimo video sul web, è riuscito, grazie all’insipienza dei governanti italiani, a scendere dallo splendido Falcon 900 quasi fosse un eroe dei due mondi, novello Guevara o Garibaldi. Non pensavo che la stupidità di Salvini e C. giungesse a tanto. Ma a questi interessa soltanto apparire, a qualsiasi costo, e dunque si tratta di una stupidità calcolata.

Battisti non prova alcuna vergogna, che è un sentimento o emozione susseguente a un’auto-valutazione di fallimento globale del proprio comportamento nei confronti delle regole, scopi o modelli di condotta condivisi con gli altri umani, e coinvolge tutta la persona dicendo inadeguatezza radicale, ovvero il dispiacere di non essere considerati dagli altri come si vorrebbe. Lui si sente nel giusto, o perlomeno desidera mostrare questo suo “sentirsi-nel-giusto”, arrogantemente, senza arrossire.

Ma, la domanda seguente è: dov’era la sinistra in questo quasi quarantennio? A firmare a suo favore come fosse un perseguitato politico? A far finta di cercarlo? Una sinistra salottiera con campioni improbabili quali la moglie del presidente Sarkozy, principe dei beoti, una sinistra da terrazza romana e da vacanze capalbiesi. Non si tratta di gloria o di vendetta l’avere messo al sicuro in galera Battisti, ma di giustizia. Il più dignitoso di tutti in questa vicenda è stato Alberto Torregiani, paraplegico perché ferito dalla banda di Battisti nel ’79, che non ha invocato vendetta, ma pace nella sua anima, ora.

Scandalizza che ad attendere il criminale non pentito ci fosse mezzo governo e ad attendere il giovane Megalizzi il presidente Mattarella e un trafelato Fraccaro (e chi è costui?). Scandalizzarsi è mostrarsi vivi, prima ancora che alla giustizia, come virtù etica, alla ragione, alla logica argomentante, che è la dimensione spirituale più in crisi, in questi nostri tempi chiaroscurali.

Dove va il mondo e l’uomo, o di come si possono usare in modo truffaldino le statistiche, che falsificano la realtà nascondendo la verità

Nel mio piccolo combatto le falsificazioni e le fake news.

Si è scoperto che il prestigioso New York Times, riportando le statistiche degli omicidi in città, mostrava un grafico su ortogonali cartesiane dove la linea descrittiva coordinata con l’ascissa, destinata alla numerosità dei delitti, e l’ordinata relativa agli anni considerati, andava da sinistra a destra sempre più in alto, significando un aumento dei fatti di sangue mortali… solo che la statistica riguardava gli ultimi dieci anni. E basta.

Chi poi, un neuroscienziato e sociologo statistico ha lavorato sui dati, ampliando l’angolo visuale temporale ad almeno cinquanta anni, si è accorto che la linea lavorava in modo molto diverso: partiva a sinistra da molto in alto (molti omicidi) e poi calava in modo significativo, con una relativamente piccola impennata negli ultimi dieci anni. Risultava allora una linea seghettata ma discendente. Ampliando l’angolo visuale temporale a un secolo, e quindi andando fino ai primi del ‘900, e di lì partendo, anche considerando l’incremento della popolazione, la linea si comportava come negli ultimi cinquanta, anzi con un’accentuazione del verso della linea  in discesa.

Che cosa significa tutto ciò? Che il giornalista di nera che ha pubblicato i dati dell’ultimo decennio sul prestigioso quotidiano, aveva bisogno di sottolineare l’aspetto negativo degli omicidi, e non era per nulla interessato a fornire al pubblico dei lettori un dato più oggettivo dato da uno “sguardo più alto”, che avrebbe fornito una situazione molto migliore.

Quale la verità sugli omicidi a New York dunque? Non certo quella dell’ultimo decennio, o meglio, quella era ed è una verità parziale, relativa agli anni trattati, ma non un dato che significhi granché sul trend reale del fenomeno studiato. Il prof Steven Pinker, autore nel 2011 de Il declino della violenza, o della ragione per cui viviamo il periodo più felice della storia, e ora, con il suo Illuminismo, adesso (Mondadori) riprende un discorso sui grandi fenomeni che caratterizzano i mega-trend e giunge alla conclusione che, nonostante tutto, le cose vanno molto meglio che in passato.

Se a questo aggiungiamo che il cervello umano tende a selezionare dimenticando le brutture del passato ecco che il gioco è fatto: “Si stava meglio quando si stava peggio, anzi si stava meglio e basta, nel passato“.

Falso, caro lettore.

Proviamo a vedere i diagrammi della medicina in generale, delle morti perinatali e infantili, delle guerre. Ebbene, i diagrammi sono tutti in calo da sinistra a destra.

Quando parlo con chi si basa su “lo ho detto la televisione“, al netto del nervoso che mi fa, non riesco a far capire che bisogna tenere conto, se si parla di delitti, dei dati forniti dai Carabinieri o dall’Istat, non dai giornali, che mostrano, ad esempio nell’ultimo trentennio, un calo significativo degli omicidi e di ogni tipo di morte violenta in Italia. La riduzione delle morti violente negli ultimi trent’anni è dell’ordine del 70%, eppure la percezione di tale violenza è contraria. I giornalisti invece, oltre ad evidenziare le notizie di nera, coniano anche neologismi idioti come femminicidio, in questo aiutati dai “politicamente corretti” che allignano nello snobismo di sinistra, e in altre aree “culturali” affini.

La cultura di destra, semplificatoria e violenta, più ancora che sovranista o fascistoide, a questo punto ha ampi spazi di manovra e sviluppo, come mostra la popolarità della Lega e di un furbo provocatore come Salvini. Se si dice che le aggressioni, le violenze, gli stupri e le rapine crescono, in questo caso supportati dalla prevalenza di notizie cattive sui media, allora anche misure di legge demenziali come il “decreto sicurezza” trovano approvazione.

Tornando a Pinker, egli sostiene che i dati statistici attuali provano che il benessere umano è aumentato notevolmente negli ultimi tempi, soprattutto grazie a valori e a impostazioni cognitive di tipo illuministico, scientifico, razionale, umanistico. La minaccia, invece, è costituita dai fondamentalismi, dai nazionalismi sciovinistici, dall’identitarismo, dagli emotivismi e dal politicamente corretto.

Gli ignoranti tutto sentimento, ignorano di essere ignoranti e la scienza, la fatica della ricerca e dello studio, pensando di avere nozioni sufficienti anche se mutuate dalla stampa, dalla tv e dal web, che vivono di molte falsificazioni, come abbiamo visto.

Ancora una volta aveva avuto ragione Marco Pannella, come nei vari tempi passati avevano ragione i pensatori attenti all’evoluzione dell’uomo nella storia, come i sommi greci, i filosofi medievali cristiani e musulmani, i sostenitori del ruolo del soggetto umano nella conoscenza e gli illuministi dal ‘700 in poi: oggi è un tempo in cui ci si deve batter per il diritto alla conoscenza, che non è più minato dalla povertà e dai limiti del tempo passato, ma rischia di essere messo a repentaglio dal profluvio di notizie false che vengono letteralmente sparate sul e dal web in ogni minuto secondo.

La presenza del male nel mondo

Invitato a tenere una prolusione filosofica a un convegno sulla sicurezza del lavoro ai primi di febbraio dalla maggiore associazione datoriale, ho preparato un Power Point di sintesi (si veda più sotto), per proporre una riflessione -la più semplice possibile- su un tema i cui contorni confinano con il mistero delle cose che la ragione umana può solo in una certa misura sfiorare, senza riuscire a rivelare completamente.

Il tema del “male nel mondo” è presente nel pensiero filosofico da migliaia di anni, in Occidente e in Oriente, ed ha ispirato letture e tesi molto diverse o addirittura contrapposte. Un tema da affrontare sempre con umiltà e spirito di confronto, anche in ambienti che hanno come loro focus il business,  il vantaggio competitivo e il risultato economico, perché l’uomo è e deve restare il fine, non mai il mezzo della tutela di qualsivoglia interesse.

Il bene e il male sono l’endiadi di ogni sapere etico elementare. Per i barbari assassini delle due studentesse scandinave sui monti dell’Atlante in Marocco, il bene è scannare due ragazze infedeli, così come per il sedicenne rom che ha massacrato un clochard palermitano.

Il bene è uccidere chi capita per Cherif Checatt, oppure buttare bombe al napalm sui villaggi vietnamiti, vero generale Westmoreland? Ancora è bene fucilare alla nuca i nemici politici alla Lubianka oppure sfruttare a due dollari l’ora mano d’opera migrante nel Tavoliere della Puglia.

Per altri il male è l’elenco di brutture e orrori che ho riportato sopra.

Approfitto di una prossima conferenza per parlarne ancora, qui.

La discussione etica sul bene e sul male è vecchia come il linguaggio umano, e come le prime prove di scrittura mescolandosi fin da subito con il Diritto, ad esempio il Codice mesopotamico del re Hammurabi (XIX secolo a. C.), i Codici giuridico-morali egizi, il biblico Deuteronomio e poi le XII Tavole romane, il Corpus iuris civilis di Giustiniano, e così via. Fino ai nostri italici Codici civile (1942) e penale (1930).

Filosofi, teologi e giuristi hanno studiato la materia, cioè la filosofia, la teologia morale e il diritto per millenni. E ancora è tema attualissimo. Ad esempio, i governanti fanno bene o male raccontare menzogne ai cittadini elettori, come stanno facendo in questi mesi i due vice capi del Governo italiano, pur avendo -dal loro punto di vista- uno scopo positivo, cioè quello di vincere le prossime elezioni? Che domanda insulsa, vero, caro lettore? E’ chiaro anche a un bambino che raccontare menzogne è male, mentre dire la verità è bene, anche se la verità è sgradevole.

Risparmiare sui dispositivi di sicurezza del lavoro per ottenere un bilancio aziendale migliore è bene o male, caro Amministratore delegato della ThyssenKrupp? Altra domanda retorica, ché oggi mi vengono così bene le domande rettoriche. Sarà perché sono un poco incazzato.

Il bene e il male si discernono prima di tutto con la coscienza, e poi con la scelta di un’etica. Non esiste infatti un’etica generica, purchessia, ma va declinata, altrimenti può essere moralmente plausibile, quindi un bene, anche mutilare i genitali di una bambina. Oppure no, se si sceglie una morale dove il fine è la tutela dell’integrità psicofisica di ogni umano.

(qui sotto, caro lettore, trovi alcune diapositive che utilizzerò in una prossima conferenza)

del male

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