Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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E’ indispensabile richiamare i fondamenti etico-politici dell’agire umano, analizzare la situazione e il fabbisogno sociale, verificare le compatibilità economico-finanziarie dello Stato, decidere scegliendo con chiarezza e precisione, pianificare, programmare le attività, legiferare: è il mestiere di chi governa… per il quale bisogna avere le competenze e la passione morale

“Learn, discuss and then decide”. In the most famous of his “Useless Sermons“, Luigi Einaudi, the great economist and second President of the Italian Republic, posed the question that is still crucial for all lawmakers: “Is deciding without knowing of any use?”. His answer was clear: no, it is not. “Hasty laws beget new laws meant to amend and perfect; but since the new ones stem from the urgent need to remedy the flaws of the badly designed ones, they are inapplicable, unless enforced through subterfuges, requiring further perfection, thus becoming one big entangled knot, which nobody can undo (…)”.

Evaluation is the tool that, while not replacing the political decision in the democratic circuit, allows lawmakers to decide wittingly, taking duly informed decisions. The goal of the assessment is not to bias the lawmakers, rather to educate them as to the consequences of their decisions, hence promoting knowledge and information transparency, which are crucial aspects of the decision-making process.

(Luigi EINAUDI)

 

Ora che, bene o male, si sta definendo il nuovo governo italiano, con l’alleanza fra PD e M5S, mi chiedo se e come i contraenti abbiamo presente, sia il flusso logico-operativo così come descritto nel titolo, poiché saltare anche uno solo dei passaggi proposti, porta tutti nella confusione e nell’impossibilità di fare alcunché, sia l’insegnamento di Luigi Einaudi sopra riportato in inglese.

Sotto il profilo logico-filosofico si potrebbero ulteriormente “spacchettare” i passaggi, ad esempio della fase riflessiva e deliberativa, prima della fase operativa. Faccio un esempio derivante dalla tradizione classica, greco-latina e medievale.

Al fine di operare una scelta razionale, Aristotele e Tommaso d’Aquino propongono alcuni precisi step, i seguenti cinque: riflessione, consiglio, consenso, deliberazione, azione. Come si vede si tratta di un processo logico, che necessita di un confronto duplice, con se stessi e con gli altri. L’uomo saggio non agisce trascurando di utilizzare queste fasi del pensare e dell’agire.

Ora mi chiedo come invece stiano impostando le scelte di governo coloro che questo prossimo governo vogliono fare. Stanno forse distinguendo la varie fasi, per valorizzarle, al fine di evitare errori, per quanto possibile? Non mi pare proprio. Questi stanno andando avanti in mezzo a contraddizioni e scatti in avanti, indietro, di lato, nella confusione lessicale e dialogica più strampalata, ognuno, chi più chi meno, impegnato a difendere il proprio scranno, il proprio privilegio, almeno da Conte in giù, ché Conte un lavoro ce l’ha, e Di Maio no, a meno che non si consideri un lavoro degno del suo prestigio quello di vendere bibite allo stadio San Paolo.

In assoluto sappiamo che vendere bibite allo stadio è attività degnissima, ma ora, dopo aver fatto a venticinque anni il vicepresidente della Camera e a poco più di trenta il vicecapodelgoverno e il ministro in dicasteri importanti, no. Lo capisco, anche se non condivido. Qualcuno dovrebbe spiegargli che la vita è fatta anche di alti e bassi, di salute e malattia, di successi e sconfitte, alternativamente, come il giorno si alterna alla notte, come ogni movimento naturale: generazione/ corruzione, nascita/ morte, sole/ pioggia, e via elencando.

La vita è una parabola di parabole (non nella accezione di racconto evangelico, ma nell’accezione di figura matematica).

Prima di tutto occorre richiamare sempre i fondamenti etico-politici cui ci si riferisce, analizzare la situazione e il fabbisogno, verificare le compatibilità economico-finanziarie, decidere scegliendo la via più razionale, pianificare i tempi e i modi dell’azione, programmare i vari passaggi individuando le risorse necessarie, legiferare, verificare che la legge sia rispettata: ché è il mestiere di chi governa. E poi, nel dettaglio, occorre operare di seguito in questo modo, ogniqualvolta s’ha da prendere una decisione, dando tempo e attenzione ai seguenti passaggi: a) riflessione, b) consiglio, c) consenso, d) deliberazione, e) azione.

Qualcuno talora mi dice che scrivo “troppo difficile”, e pretendo troppo dagli altri. Può essere che scriva difficile, ma io intanto pretendo moltissimo da me, perché ognuno deve dare il massimo di quello che ha, per se stesso e per il bene comune. Ho sempre bene presente come linea guida la Parabola matteana dei talenti (25, 14-30), che mi ispira e mi guida. Che uno sia dotato di uno, due o cinque talenti, li deve fare fruttare, proprio per diventare se stesso.

Mi chiedo se i politici e i governanti attuali abbiano mai letto o ascoltato un commento sulla parabola citata, e resto sconsolato.

Peraltro, se questo governo incipiente è definito da chi lo avversa di sinistra-sinistra, io che sono di sinistra democratica e moderata, socialista riformista, non condivido. Se il “contenitore PD” è un soggetto per me sufficientemente riformista, ma anche pieno di contraddizioni, il M5S non lo è, e pertanto non mi piace. Anche nel PD vi sono tendenze che non condivido, come quelle sui “diritti civili” tipo eutanasia, LGBT, etc., mentre non noto altrettanta attenzione per le questioni economiche, sociali, contrattuali, assicurative e assistenziali: il PD non è più un qualcosa, come i vecchi partiti di sinistra e buona parte della Democrazia cristiana profondamente vocata ai diritti sociali ispirati a basi etiche di eguaglianza delle opportunità ed equità tra le persone, ma un partito interclassista più attento alla tecnocrazia e all’innovazione, che stanno assurgendo alla dimensione del mito contemporaneo, specie in persone come Calenda, freddissimo saputo liberal-democratico. Non mi ci vedo far completamente squadra con tipi del genere, ma nemmeno con un altro animale a sangue freddo come Renzi… e Zingaretti mi par troppo fragile, non ben preparato e “competitivo” sotto il profilo della cultura politica e della leadership. C’è molto da fare lì.

Dei 5S e della loro intrinseca mediocrità ho scritto fin troppo in questi anni, sceverando limiti, difetti, incongruenze e contraddizioni miste a ignoranza arrogante e arroganza ignorante. Che si può dire quando loro tentano di spiegarci il significato e il “valore” della piattaforma Rousseau? Si tratta di un oggetto misterioso, per certi aspetti in-analizzabile, inqualificabile, di proprietà privata, presuntuosamente ispirato dai suoi fondatori e gestori. Non dovrebbe essere neppure un quesito proponibile se un voto negato di questo pomeriggio possa mettere in questione l’accordo di governo che PD e M5S stanno perfezionando, dopo essersi impegnati a farlo davanti al Presidente della repubblica, in ragione dell’art. 1 della Costituzione italiana. E invece, giornalisti e politici si stanno chiedendo gravemente se tale quesito si ponga, o meno.

Per analogia di proporzionalità (cf. Aristotele, Tommaso d’Aquino e Cornelio Fabro) la consultazione sulla piattaforma Rousseau è paragonabile alla mozione finale di una Direzione del PD o di Forza Italia, che impegna e sollecita i gruppi a fare, a costruire e bla e bla… Null’altro. E invece vi è chi sostiene che il governo potrebbe non nascere se prevalessero i “no”. Non riesco neanche a dire che si tratta di follia pura, di violazione della Carta costituzionale, di uno sgarbo istituzionale verso Mattarella, e altre cose ragionevoli. Proprio non ce la faccio, perché sono incredulo si possa arrivare a tanta nequizia intellettuale e perfino cognitiva.

Oltre a fargli un esame di Educazione civica, a questi qua, gli sottoporrei un paio di quesiti per misurarne l’attitudine cognitiva: un aforisma di Kurt Goedel e un detto risalente alla grecità filosofica classica. Il grande matematico tedesco, per dire come non tutto fosse matematizzabile sotto il profilo gnoseologico ebbe a dire, a titolo di esempio “Questa frase è falsa“. Ebbene, immediatamente si coglie l’aporeticità dell’affermazione, e non occorre dica di più a intelligenze normali. A tal Eubulide di Megara si attribuisce invece questa altra frase “Tutti i Megaresi sono menzogneri“. Occorre spiegare? Se sì, non ammetterei a fare politica amministrativa chi necessitasse di spiegazioni.

Non ho il morbìn (in lingua friulana significa più o meno “le palle”, metaforicamente parlando) di ri-citare qui i peggiori di quel Movimento, i cui fatti (pochi assai) e detti (troppi) sono eloquentissimi per attestare e dar conto del loro scarsissimo valore. Ben memore della qualità e del valore di ben altri “politici”, resto ogni giorno di più esterrefatto delle banalità che li sento pronunziare, delle incongruenze argomentative, delle auto-contraddizioni quotidiane, che bellamente ammanniscono a un pubblico che loro pensano, forse (poveretti loro!), non sia in grado di un discernimento sottile e spietato nei loro confronti. Faccio un nome solo, risparmiando qui la mia solita querimonia su Dimaio: Di Battista, detto il Dibba, confidenzialmente che, ciondolon ciondoloni, pensa di pensare. Ahinoi!, e che lo Spirito ci aiuti.

BABBEI: l’80/ 90% centrale e i 5/ 10 a dx e sx della curva a campana di Gauss, e la sua utilità per valutare la distribuzione delle intelligenze individuali

Carl Friedrich Gauss è stato uno dei maggiori matematici dei XVIII e XIX secoli. Di famiglia modesta, studiò a Gottinga fino al dottorato in matematica, ma non è mai stato professore ordinario, bensì solo docente straordinario e con poca passione per l’insegnamento. Il princeps mathematicorum, si mantenne agli studi con il beneplacito del duca di Brunswick, ché come si usava al tempo, o un intellettuale aveva mezzi suoi per sopravvivere, oppure faceva la fame, a meno che qualche illuminato mecenate non provvedesse a lui con una pensione o prebende di sopravvivenza.

Famoso per le sue ricerche teoriche, queste sono state utilizzate con efficacia anche nelle discipline sociologiche e statistiche.

Nella teoria della probabilità la distribuzione normale (detta gaussiana) è una forma spesso utilizzata come prima approssimazione per descrivere variabili casuali a valori reali che tendono a concentrarsi attorno a un singolo valore medio. Il grafico della funzione di densità di probabilità associata è simmetrico e ha una forma a campana, nota come campana di Gauss (o anche come curva degli errori).

La distribuzione normale è considerata il caso base delle distribuzioni di probabilità continue a causa del suo ruolo  nel teorema del limite centrale. Più specificamente, assumendo certe condizioni, la somma di n variabili casuali con media e varianza finite tende a una distribuzione normale al tendere di n all’infinito. Grazie a questo teorema, la distribuzione normale si incontra spesso nelle applicazioni pratiche, venendo usata in statistica, in biologia e nelle scienza sociali, come un semplice modello per fenomeni complessi.

Sul web trovo il racconto seguente: “Gauss era un perfezionista e un lavoratore accanito. Secondo Isaac Asimov, mentre stava lavorando ad un problema, sarebbe stato interrotto per riferirgli che sua moglie stava morendo. Gauss avrebbe risposto: “Ditele di aspettare un attimo, sono impegnato”. Questo aneddoto è aspramente contestato in Gauss, Titano della Scienza di Waldo Dunnington come una “scemenza tipica di Asimov”. Non fu uno scrittore molto prolifico, rifiutando di pubblicare qualcosa che non fosse assolutamente perfetto. Il suo motto era difatti Pauca sed matura (Poche cose, ma mature). I suoi diari personali indicano che egli compì molte importanti scoperte matematiche anni o decenni prima che i suoi contemporanei le pubblicassero. Lo storico matematico Eric Temple Bell stima che, se Gauss avesse pubblicato per tempo tutte le sue scoperte, avrebbe anticipato i matematici di almeno cinquant’anni.

Tra i suoi pochi allievi si annoverano comunque Bernhard Riemann e Richard Dedekind.

Ascoltando per abitudine Radio Radicale, che mi pare una delle emittenti di miglior qualità (i grillini volevano chiuderla perché temono la qualità e la cultura, come anche Grillo ha – paradossalmente – evidenziato qualche giorno fa), da quando c’è la crisi di governo, la redazione dà quaranta (40) secondi di tempo al pubblico, ai singoli ascoltatori, per dire ciascuno la propria sulla crisi stessa. Il conduttore non commenta mai  gli interventi, limitandosi a invitare chi interviene a un minimo di decenza espressiva, specie quando la persona scivola sul terreno degli insulti, delle minacce e dei malauguri, tipo “spero che a quello là (di solito un politico, ndr) venga un ictus, o che sua figlia venga violentata...” e orrori del genere.

Più di qualsiasi trattato socio-antropologico e psico-sociale, ascoltando gli interventi che, meno male son contenuti in rigorosi quaranta (40) secondi, mi sto facendo un’idea delle persone che chiamano, uno spaccato degli Italiani che votano (una testa-un voto, tutti del medesimo valore, è la democrazia, caro lettor mio!), che lavorano, che spendono, che studiano (poco, pochissimo!), che vogliono avere un ruolo, etc. etc., e quindi decidono delle scelte politiche nelle varie consultazioni elettorali.

Innanzitutto faccio, psico-sociologicamente,  un piccolo distinguo, anche se molto grezzo: di solito intervengono per radio persone che hanno bisogno di ascoltarsi e di poter dire ai conoscenti di essere-stati-per-radio e poi specificare con un “mi hai sentito? Gliele ho cantate, aha ah!” La mia amica psicologa Anita Zanin mi potrebbe dire che queste persone di solito soffrono di scarsa autostima.

Ebbene: il livello degli interventi è a dir poco pietoso, penoso, il più delle volte squallido, caratterizzato da un analfabetismo generale impressionante, espresso da frasi senza capo né coda, da ragionamenti che tali non sono, da affermazioni insensate o comunque non documentate, da concetti fumosi e a volte del tutto incomprensibili, anche perché forse non chiari neppure al parlante, e da un analfabetismo politico pressoché assoluto.

Un esempio: “Devono decidere gli Italiani – affermano quelli che sono contrari al governo PD/ 5S oramai prospettato – perché lo dice la Costituzione (che costoro non hanno certamente mai letto, ndr)”, ignorando che la Costituzione afferma, all’art. 1: “(…) La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nella misura e nei limiti previsti dalla Costituzione“, non pensando che elezioni politiche si tengono ogni cinque anni e che i governi si formano nel Parlamento degli eletti. L’articolo 1 dice che la sovranità si esercita da parte del popolo nelle forme e nei limiti della Costituzione, che norma la nostra democrazia parlamentare.

Quindi vi sono dei limiti! Ad esempio quelli che sono imposti dall’esistenza di un Parlamento con poteri di rappresentanza e di costituire Governi, cari fautori della democrazia diretta, ignoranti che siete!  Che cosa c’entri con la sovranità del voto di poche decine di migliaia di iscritti 5S con la democrazia è misterium paulum gaudiosum, piuttosto è roba da falsi guru e fattucchieri da strapazzo, quale era Casaleggio senior (ne aveva anche il look misteriosofico) e quale è lo junior. Andiamo oltre, per favore, neanche perdere tempo con tali pinzillachere (Totò docuit).

C’è quasi da vergognarsi di questa fauna umana italiota che parla per radio, pensando di dire qualcosa, e invece no, emette solo inutile fiato inquinando la mente di chi ascolta. E’ impressionante il basso livello culturale di costoro, inaudito, non pensavo che fosse di tale nientificante disvalore, no, caro lettore.

Ora Meloni, Salvini e, buon ultimo, Berlusconi, invocano le elezioni: ma queste si sono tenute un anno e mezzo fa il 4 marzo 2018, e pertanto in Parlamento si può formare una nuova maggioranza con i numeri degli eletti in quella data. Il prossimo governo sarà legittimamente un “governo-voluto-dagli-italiani”, nei modi e misura previsti dalla Costituzione, non il contrario. Neppure questo di sa. Queste cose non vengono esplicitare dai media, né tanto meno da chi ha interesse a tornare immediatamente a votare. Quello che rimprovero ai fautori del voto anticipato è la disonestà intellettuale, prima ancora che la linea politica o la visione etica delle cose. Ooh, naturalmente ho ben presente anche le giravolte del PD, che con Zingaretti voleva tornare al voto rapidamente solo un mese fa, e anche i numeri risicati che la nuova maggioranza avrà in Senato.

Tornando alla campana di Gauss, e alle sue funzioni di densità e di frequenza, e considerando che essa possa misurare tre dimensioni suddivise verticalmente tra un 5 o 10% alla sinistra e altrettanto alla destra, resta un 80/ 90 % nel mezzo, cui mi pare di poter dire appartengano in proporzione gli Italiani. Usando la scala Likert a 5 gradienti per misurare, se pur alla buona, i livelli intellettivi e cognitivi, potremmo avere un 5/ 10% di oligofrenici (mi si perdoni la rudezza espressiva e anche un certo azzardo), un 5/ 10% di persone pensanti, che non ignorano la fatica della ricerca della verità (ne conosco non poche), e un 80/ 90% di pigri, mediocri o pappagalli, di vari generi e specie, il gregge che ha sempre bisogno di parole d’ordine, di un capo arrogante e di semplificazioni al limite dell’indecenza, e oltre. Ecco la ragione per cui, solo ieri, su venti (20) interventi ascoltati in una mezz’ora circa, solo uno (1) aveva i crismi della ragionevolezza di un sillogismo semplice e la coerenza razionale e logico di una argomentazione. Diciannove (19) interventi erano pattume linguistico e lessicale.

Disperarsi? No, continuare a lavorare, ciascuno nel suo, con umiltà e pervicace resistenza. Per ciò fare occorre cambiare prospettiva, io devo cambiarla. Devo smettere di scandolezzarmi per la situazione e prendere atto con realismo critico che la… realtà è quella che è. Questi siamo. Proviamo a considerare i partecipanti che riempiono talk show, capaci di applaudire al solo sentir nominare l’ospite, e poi di applaudirlo appena apre bocca, qualsiasi cosa dica. Chi sono questi? Sono pagati per presenziare e applaudire?

Altro esempio: la trasmisssione di Radio 24, di proprietà confindustriale, La Zanzara: ebbene, questo format, gestito dal giornalista Cruciani e dai (per me) insopportabili David Parenzo e Alberto Gottardo, dal linguaggio becero e maleducato, esempi del politically correct più aggressivo e noioso, è una trasmissione seguitissima. Anche lì, chi ha il coraggio di telefonare sa di poter essere maltrattato fino all’insulto: telefonando, a meno che non si sia uno Sgarbi, cui è concesso quanto e come i conduttori fanno e dicono, è facile essere apostrofati con complimenti come  “cretino, deficiente, roba da manicomio, ecco che arriva l’ambulanza, etc.”. Eppure telefonano in molti, quasi sempre dicendo stupidaggini sesquipedali, ovvietà e banalità prevedibili e stantie. Eppure telefonano. Masochisti, o semplicemente stupidi. Quanti sono? Qualcuno di costoro mi legge e si incazza con me? Ho qualche dubbio, perché il mio blog è pre-selettivo, non è come quello di Di Battista e o di Salvini.

Ah, dimenticavo: si sentono tutti dire, a partire da Salvini e continuando con chi vuoi, caro lettore, che “gli altri” sono poltronari o poltronisti, salvo il parlante al momento. Mi pare che siano tutti ben assisi su poltrone che rendono da 12 e 15 mila euro al mese. Salvini, Bernini, Meloni, D’Uva, Guerini, etc., suvvia!

Devo dire a me stesso che  devo accettare la situazione, senza pensare che le cose siano come io auspico che siano.

“Vieni avanti, cretino!” Da Totò a Sordi, da Ridolini a Tafazzi e Cetto Laqualunque e fino a Salvini, Di Maio, Toninelli o Di Battista, et multi alii, che possono dirsi onorati di stare in simil compagnia

Caro il mio lettor paziente,

puoi pensare che l’elenco dei nominati nel titolo sia quantomeno curioso e non si capisca bene quale criterio suggerisca di accostarli, in qualche modo. Provo a spiegarlo a me stesso. Tutti e otto hanno a che fare, se pure in modo diverso, con l’umorismo e la comicità. Addirittura si potrebbero aggiungere altri nominativi, come quello eccelso di Chaplin e di Buster Keaton, quello molto buono di Harold Loyd, di Erminio Macario, del Pappagone di Peppino De Filippo, del Fracchia villaggesco e di altri, perfino di Corrado Guzzanti, passando per il Walter Chiari de i Fratelli De Rege, e così via.

Vieni avanti, cretino“, ecco, questo invito potrebbe essere il motto chiave. Ognuno di quelli può aver fatto (ha fatto) il “cretino”, in modo più o meno efficace, per far ridere, o anche, nei casi migliori, per far pensare (Chaplin, Keaton, e anche il Villaggio di Fantozzi). Mi pare certo che, sempre qualcuno degli elencati, non solo ha fatto il “cretino” con i suoi comportamenti, ma ha mostrato una consistenza ontologica di “cretinità” personale. Poi cercherò di fondare su qualche riflessione questa mia asserzione.

Ti ricordo, caro lettore, il significato etimologico-filosofico di ontologia: si tratta, appunto, della “scienza dell’essere”, previa a ogni altra scienza e conoscenza, poiché senza una conoscenza, anzi una domanda sull’esseredelle-cose non è possibile alcuna conoscenza successiva, più tecno-scientifica, più di dettaglio, tipica di ogni statuto epistemologico disciplinare.

Torniamo a noi. Se nell’elenco nominativo di cui sopra si può osservare una consistenza ontologica della “cretinità”, ovvero della “stupidità”, termine quasi sinonimico, nell’uso comune, anche se il primo termine ha anche una valenza di carattere medico-biologico, come rinvio al difetto neuro-psichico del cretinismo, malattia studiata e considerata almeno da un paio di secoli. Questa accezione, però, qui non ci interessa, perché l’accezione contemporanea, più culturalmente a-specifica, dice di più di ciò che intendo trattare qui.

Se andassimo, infatti, ad analizzare i termini, i concetti, i ragionamenti, la logica argomentativa, la coerenza, la fondazione etica dei soggetti politici sopra citati, cui fanno buona compagnia molti loro colleghi di tutti i partiti, ci accorgeremmo che è difficile trovare, nella pur ricchissima lingua italiana, altri termini che dicano qualcosa delle caratteristiche di quelle persone.

Fermandoci, appunto, per il momento solo sui concetti linguistici e grammaticali, semantici e narratologici sopra detti, ci potremmo chiedere quale sia la qualità dei termini usati nell’eloquio corrente dei quattro “campioni” politici sopra citati, rispondendoci subito: inadeguati, ripetitivi, stereotipati, poveri, inopportuni… basta così? Circa i concetti: confusi, contradditori, imprecisi, stantii… basta così? Circa i ragionamenti: zoppicanti, privi di ogni consecutio logica, smemorati di altri ragionamenti precedenti sul tema stesso, magari appena pronunziati, completamente contradditori, incompleti, vacui… basta così? Circa la logica argomentativa: incongrua, incoerente, priva di basi di appoggio, apodittica (quasi sempre)… basta così?  Circa la coerenza: qui siamo alla commedia, anzi al trash, poiché quasi mai si può registrare coerenza nelle prese di posizione sui medesimo argomento in tempi diversi; dall’oggi al domani costoro ribaltano completamente l’idea precedente… basta così? Circa la fondazione etica: confusione perfino sulla nozione filosofico-giuridica di etica, incapacità di discernimento sui valori, confusione semantica e morale… basta così?

Non so se serve che continui la mia analisi. E’ forse troppo spietata? Pretendo troppo dai politici? Non lo so, mi pare di no, per una semplice ragione: che se gli umoristi e i comici possono permettersi illogicità, confusione, smemoratezza, contraddizioni logiche, umoralità, etc.., anzi, queste caratteristiche sono l’humus, la sostanza e la forma stessa (che è la stessa cosa) dell’efficacia del loro lavoro e della loro professionalità, i politici no, non possono permetterselo, anzi, al contrario, essi devono mostrare le virtù opposte (a questi vizi), direbbe Tommaso d’Aquino.

Proviamo ad applicare il precedente schema analitico ai politici di alcuni decenni fa, proviamo a rispondere mettendo nelle medesima griglia concettuale Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Alcide De Gasperi, Ugo La Malfa, Pietro Nenni fino a Bettino Craxi (e ne mancano molti altri, anche seconde linee che oggi sopravanzerebbero di gran lunga, per qualità, i protagonisti attuali).

Che dire, dunque? Meno male… ora un Di Battista oggi pare sia stato zittito dai suoi stessi compagni di movimento. Forse non tutto è perduto. Avevo fiducia che fosse così, ora sono più sereno. C’è molto lavoro da fare: io, nel mio piccolo, son qui a disposizione. Lo dico al Partito al quale sono iscritto, pieno dei difetti sopra elencati, ma almeno disposto – per storia e idee – rivolto al meglio.

Per concludere riporto qui sotto un brano di Marx e di Engels che tratta del “cretinismo parlamentare”, certamente con un’accezione diversa da quella che ho cercato di analizzare io, ma che comunque mette in guardia contro ogni “santificazione” dei sistemi politici, perfino del migliore, la democrazia parlamentare, attualmente in vigore in Italia, come previsto e regolamentato dalla Costituzione repubblicana… figurarsi una metodologia falsamente democratica come quella del modello 5S (il sistema cosiddetto “Rousseau” appartenente a una famiglia di imprenditori privati), dove votano, quando va bene, poche decine di migliaia di iscritti, versus 50 milioni di aventi diritto al voto democratico a suffragio universale in Italia (cf. post precedente). Non scherziamo!

Cretinismo parlamentare, infermità che riempie gli sfortunati che ne sono vittime della convinzione solenne che tutto il mondo, la sua storia e il suo avvenire, sono retti e determinati dalla maggioranza dei voti di quel particolare consèsso rappresentativo che ha l’onore di annoverarli tra i suoi membri, e che qualsiasi cosa accada fuori delle pareti di questo edificio, – guerre, rivoluzioni, costruzioni di ferrovie, colonizzazione di intieri nuovi continenti, scoperta dell’oro di California, canali dell’America centrale, eserciti russi, e tutto quanto ancora può in qualsiasi modo pretendere di esercitare un’influenza sui destini dell’umanità,- non conta nulla in confronto con gli eventi incommensurabili legati all’importante questione, qualunque essa sia, che in quel momento occupa l’attenzione dell’onorevole loro assemblea.”

Marx-Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania., 27 luglio 1852 ? o sett 1851 ? – Opere scelte, (Edizioni Mosca), vol. 2, p. 112

 

p.s.

l’amico Ezio mi suggerisce di aggiungere due nominativi all’elenco di politici del titolo. Accetto il suggerimento volentieri. Eccoli: Prodi, il sopravvalutato,  e Renzi, il furbastro semper in qualche modo arrogante, e anche Marcucci (il chi è?) e Calenda (il presumido, che si è dimesso dal PD, evviva evviva). Mi sembrava ingenerosi verso di loro… trascurarli. Eh eh

 

evviva

Per una critica della ragione ipocondriaca, sulle ardue tracce di Schopenhauer

Noto ai più (chissà se è poi vero?) che la struttura di persona dà pari dignità a tutti gli umani e che la struttura di personalità dice l’irriducibile unicità di ciascuno, qui affermo e dico – apoditticamente per ora – che non solo siamo diversi l’uno dall’altro, ma che ci differenzia anche la minore o maggiore capacità di pensiero. Beninteso non sto scrivendo che, contro le ricerche neuro-scientifiche più recenti e affidabili e contro la stessa evidenza dei fatti, vi siano persone che non hanno il dono del pensiero, ma che vi è un numero cospicuo di esse che hanno questo dono naturale in misura minima, insufficiente. Persone che comunque votano e quindi decidono come chi ha una dotazione sufficiente o buona o eccellente.

Per i grillini, addirittura, non solo uno vale uno, ma quell’uno vale per stabilire una linea politica se vota su un sistema informatico governato da una esserreelle privata, e il numero dei votanti, contro i 50 milioni di aventi diritto in Italia, è di qualche decina di migliaia.

Cioè: io che sono informato, studiato e culto, e non pochi altri che conosco, e che hanno caratteristiche analoghe alle mie, devo farmi decidere la vita da gente che spesso è carente sotto il profilo della capacità di pensiero, come si evince dal profluvio di bestialità che si leggono sul web, di gente incapace di pensiero critico, di un benché minimo se pur rozzo sillogismo naturale (dico, quelli di mia nonna Caterina, con la sua terza elementare), provvista di un lessico grezzo e minimale, di una grammatica e una sintassi che riflettono una profonda ignoranza letterale e una altrettanta arroganza verbale: ignoranza e arroganza, lo sappiamo, sono direttamente proporzionali tra loro. Siamo circondati da persone di questo tipo. La fatica che faccio, talora, a sopportarle, è improba, perché in queste persone manca la benché minima umiltà, poiché sono solo capaci di dire, di ascoltare per nulla.

Platone sosteneva che al governo dovessero andare le persone competenti e che tale oligarchia della mente fosse la più adatta al governo della cosa pubblica. Aristotele definiva la politèia come la più nobile delle arti umane.

Qua, ora, sta accadendo invece l’incontrario.

Perché parlo di una ragione ipocondriaca? Può l’ipocondria come nevrosi essere provvista di ragione? E’ un atto di presunzione quello che sto descrivendo in queste righe? E’ superbia? E’ vanagloria? Proviamo a riflettere.

Non mi pare sia vanagloria, perché non sto vantando conoscenze che non ho e di ciò mi “faccio perfino bello” (si fa per dire) di fronte al mondo; non mi pare sia superbia, poiché non penso di essere esentato da un’etica del fine che rispetta la struttura umana, limitandomi a dei giudizi sulle differenze tra umani; non mi sembra sia presunzione, perché non presumo altro rispetto a un qualcosa di facilmente mostrabile, per comunicazione di notizia e per tutta evidenza… e infine, non mi pare sia manifestazione di ipocondria, a meno che non si ritenga che segnalare gli altrui limiti e differenze non configuri questo grave difetto psico-morale.

Espressomi con questo articolato syn-logismo, mi permetto allora di affermare che questo tipo di “ipocondria”, cioè di paura per la propria incolumità psico-fisica, (a questo punto virgoletto il termine, per non equivocare), ha una sua ragion d’essere, e non va confusa con la mania di persecuzione altrimenti detta paranoia. Non posso essere giudicato paranoico se mi permetto di confrontarmi con un Dibattista o un Vitocrimi e di concludere che tra me, e non pochi altri, e questi signori vi è, senza alcun dubbio, se fanno fede i loro interventi, un abisso di differenza culturale, etc etc. o no? Per evidenza, dico, differenza che risulterebbe chiarissima se vi fosse l’occasione di un confronto davanti a terzi.

Caro lettore, è ovvio che non mi sto vantando (anche se a uno sguardo superficiale potrebbe parere che sì), ma sto guardando le cose da “ipocondriaco sano”, impaurito dalla vertigine che mi dà tanta incompetenza così vicina al potere. Mi spaventa che questi tizi, cui si possono aggiungere a piacimento leghisti, a partire dal sottufficiale loro capo, pidini e fascisti di vari generi e specie, possano usare il potere che hanno o che potrebbero avere. Ad libitum,

Di seguito propongo un testo clinico sull’ipocondria:

Un paziente è definito ipocondriaco (affetto da ipocondria) quando continua a male interpretare alcune sensazioni corporee nonostante abbia ricevuto rassicurazioni mediche pertinenti, valide e ben fondate, e nonostante abbia le capacità intellettive per comprendere le informazioni ricevute.

Nell’ipocondria la preoccupazione può riguardare le funzioni corporee (per es. il battito cardiaco, la respirazione); alterazioni fisiche di lieve entità (per es. piccole ferite o una saltuaria allergia); oppure sensazioni fisiche indistinte o confuse (per es. “cuore affaticato”, “vene doloranti”).

La persona attribuisce questi sintomi o segni alla malattia sospettata ed è molto preoccupata per il loro significato e per la loro causa. Le preoccupazioni possono riguardare numerosi apparati, in momenti diversi o simultaneamente.

In alternativa ci può essere preoccupazione per un organo specifico o per una singola malattia (per es. la paura di avere una malattia cardiaca).

I soggetti con l’ipocondria possono allarmarsi se leggono o sentono parlare di una malattia, se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato, ed a causa di osservazioni, sensazioni o eventi che riguardano il loro corpo.

La preoccupazione riguardante le malattie temute spesso diviene per il soggetto un elemento centrale della immagine di sé, un argomento abituale di conversazione, e un modo di rispondere agli stress della vita.

 

Ebbene, io temo per me e non solo per me che il potere gestito da figure come quelle citate e loro affini, possa farmi molto male. Ho paura, perché questi sono inconsapevoli, non del tutto responsabili dei loro detti e azioni, e ciò si deduce dall’improbabilità razionale degli stessi, dalla rozzezza dei ragionamenti, dalla contraddittorietà degli interventi, da quasi tutto il loro agire.

Vi è, dunque, una ragione ipocondriaca ed è oltremodo legittimo sottoporla a una critica, a un giudizio, a una chiarificazione dimostrativa della sua pericolosità materiale e morale. Come altrove più volte ho scritto, il rimedio è lo studio umile e paziente, la cultura che si fa con la fatica, l’onestà intellettuale, la generosità evangelica e semplicemente umana, la capacità di ascolto, il riconoscimento dell’altro, anche di chi ti insulta senza ragione perché non ha ragioni logiche, né pensiero critico, né conoscenza.

Arguzie e facezie, nonché quisquilie “stelliniane” di mezzo secolo fa

Ancora la memoria del carissimo e valoroso amico Nando, o Ferdinando che dire si voglia, tanto gerundio era, è e rimane tale, pesca dallo sterminato compendio di aneddoti risalenti al precedente secolo e millennio, che la frequentazione del nobile Regio ginnasio-liceo udinese, eredità barnabitica e napoleonica, produsse con dovizia di impegno da parte di molti, irrorata da anni spiritosi e da spiriti impetuosi, o il contrario… ma fai tu, caro lettore, come desideri.

 

La vittoria del fazzoletto

Guai a distrarsi. Dovevamo tenere sempre desta l’ attenzione se volevamo riuscire a contrastare, dentro e fuori le mura del Regio Liceo, la mugghiante reazione anti-libertaria che mirava a tenere gli studenti nel comodo posto loro assegnato, quello tra gli imbambolati ippocampi e le bitorzolute oloturie. Un impegno enorme, che richiedeva tante energie ed una volontà di ferro. Quel giorno tuttavia abbiamo rischiato di essere presi sul fianco destro, quello meno presidiato. L’eccellente collega ed amico Renato Pilutti, noto per le sue brillanti performance scolastiche (tanto scritte che orali) in tutte le materie , aveva ricevuto, su un foglio accortamente piegato in quattro, una poesia con dedica, da tale Adele, una sorta di valchiria bionda che per scelta si era fatta bocciare più e più volte così da continuare a rimanere una candida ginnasiale. Mitico il ricordo di lei che durante il rinfresco di Carnevale, in classe, dopo averlo ubriacato, aveva cercato di concupire dietro la lavagna, uno dei più repellenti fra gli insegnanti dell’Istituto. Una sorta di Huriah Heep dallo sguardo inquietantemente alieno ed un sorriso da coniglio. Che il Messaggero Veneto, con il tripudio della plebaglia implume ma feroce, aveva immortalato sulle sue pagine, mentre i Vigili del Fuoco cercavano di recuperargli le dita incastrate in una macchinetta distributrice di chewingum, sferici e variamente colorati. A Renato, già dai primi versi tuttavia, appariva evidente la natura altamente provocatoria ed impudicamente sessuale del messaggio ricevuto. Colto da comprensibile turbamento, con le gambe che leopardianamente facevano giacomo giacomo, Renato avverte allora il bisogno di sedersi e di chiedere a me consiglio su come divincolarsi da quelle spire bizzarre, sicuramente non cercate, provando ad escludere il delitto come soluzione francamente definitiva. Con perizia stende un fazzoletto su una mattonella del corridoio, così da poter chiedere conforto alla parete e discettare nelle migliori condizioni possibili con il sottoscritto, evidentemente ritenuto (ne vado fiero) un esperto di esseri fantasticamente sotto-naturali. Mi accovaccio al suo fianco, pur non disponendo di fazzoletto, giusto in tempo per assistere ad una scena che ci avrebbe tolto dai guai. Come in una sequenza filmica al rallentatore, Adele passa dinnanzi a noi tenendo per mano un morettino riccioluto che sembra avere una decina di anni meno di lei e che, inebriato ed orgogliosamente impettito, si libra a mezzo metro dal suolo. “E’ fatta Renato, la maliarda ha rinvenuto la sua vittima sacrificale, sei fuori dal tunnel… EVVIVA!”. Un lampo di felicità destinato a durare poco. Il Professor Zepparo, che di lì a poco ci avrebbe tenuto lezione, entrando in aula nota la nostra posizione inusuale e ci apostrofa: “Alzatevi subito, non si sta seduti sul pavimento del corrrridoio”. Con una calma da sapiente cherubino, Renato replica prontamente e con tono pacato: “Professore mi scusi, lei è tratto in inganno. Non sono seduto sul pavimento, ma su un fazzoletto. Non credo vi siano norme che impediscano di sedere su un fazzoletto, almeno così ritengo”. A sostegno dell’arguta difesa mi alzo e mostrando le terga aggiungo: “Professore, lei ha ragione nel mio caso perché come vede sono del tutto disadorno. Ma il collega Pilutti siede su un fazzoletto, tra l’altro a mio avviso di pregevole fattura, e mi risulta che la convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo prevedano questa condizione come condizione da tutelare, se non proprio da estendere.” Nel frattempo Enrico Barberi, sempre prodigo di solidarietà in situazioni come questa, si acquatta anch’egli. “Professore, io sono seduto su una copia di Lotta Continua, è proibito ?”. La discussione finisce per assumere i contorni dell’epidemia e quasi tutti gli originaloni di quel caravan serrail che era la Sezione F, danno corso ad una estesa rappresentazione teatrale, rigorosamente priva di testo, ma non per questo meno passionale. “E’ pur vero che non è la sua materia professore – puntualizza Claudio Giachin – ma il collega Pilutti le ha posto una osservazione di natura squisitamente filosofica, alla quale lei sta opponendo argomentazioni senza senso”. “Ah, è così? Domani mi porto un trespolo, mi appollaio su e voglio vedere cosa succede”. “Zepparo ce l’ha con noi perché non capiamo mai e poi mai quello che dice”. La pressione ai bulbi oculari dell’insegnante stesso raggiunge preoccupanti livelli da record, in drammatico contrasto cromatico con il completo color pisello abitualmente indossato. Clicca più volte la penna in maniera parossistica e si dirige verso la cattedra con una intenzione intuibilmente repressiva. Dopo un cenno rapido alla combriccola vociante, entro anch’io e mi chiudo la porta alla spalle. “Professore si fermi adesso – affermo con lo sguardo più accigliato possibile – , non sia insensato. Vuole scrivere una nota al più bravo studente di questa scuola solo perché non ha colto la sua sottigliezza? Vuole proprio che qui dentro scoppi un altro Vietnam ?”. Il riferimento (forse un pò esagerato) al Sud Est asiatico, al delta del Mekong e alle offensive del Teth si sono rivelate sufficienti a neutralizzare la situazione. Il fazzoletto di Pilutti ha vinto alla grande e quella volta la nota sul registro non c’è stata. E Adele ? Credo che quella furbacchiona abbia giustamente continuato a divertirsi, inseguendo un sapore di libertà che non a tutti è permesso neppure comprendere.

 

Il Regio Liceo-Ginnasio Jacopo Stellini e la Santa banana che lo teneva in piedi

La scolarizzazione di massa aveva riempito il tempio della borghesia bene di Udine di un confuso esercito di aspiranti a non si sa bene cosa, ma così fastidiosamente numerosi da obbligare le autorità scolastiche a fare i conti con gli spazi a disposizione. Fu così che iniziammo la IV Ginnasio in solaio, in uno stanzone poco invitante, disadorno, dai soffitti meno alti rispetto agli altri piani, e annunciato, sul pianerottolo, da due grandi armadi in legno scuro, uno dei quali scoprimmo essere pieno, inspiegabilmente, di tutoli secchi (torsoli di pannocchia). Un lodevole spirito di adattamento ci portò ad accettare quella logistica, senza immaginare che sarebbe stata sede di episodi incomparabili, degni di narrazione. Fu lì ad esempio che Sergio Di Giovanni stramazzò al suolo fulminato da un colpo di chiave della canonica (mezzo chilo di ferro) che il nostro insegnante di religione (Don C/Annibale) gli indirizzò sul capo con inusitata vigoria, perché colpevole di avere riso durante la sua lezione. A nulla era valso il mio timido tentativo di attribuire la risata non alla disarmante lezione del troglodita  ma ad una mia battuta innocente sul davanzale fiorito della morosa del malcapitato, che ogni tanto indirizzava allo stesso occhiate da cerbiatta. Fu lì che Enrico, già atleta della Libertas Udine, volle saggiare la tenuta del pavimento saltando a piè pari da due banchi sovrapposti, con il risultato di provocare il distacco e il deflagrante schianto di una palla luminosa di vetro nella sottostante Segreteria. Quando da quest’ultima si fiondarono da noi per conoscere le cause del trambusto (si sosteneva che tre devoti servitori dello Stato avessero rischiato la ghirba), fece da contrappeso il più estatico rapimento mistico collettivo cui abbia mai assistito. Ma la cosa più densa di significati e punti di riflessione, la si deve a Francesco Bianchini (meglio noto come Checco). Figlio unico, godeva dell’amore incondizionato dei suoi genitori, che ritenevano doveroso munirlo, ogni sacrosanto giorno, di una banana per colazione. Il frutto peraltro doveva avere il giusto grado di maturazione, reso evidente dalla picchiettatura scura sulla buccia. Quel giorno particolare ci vennero consegnati i compiti svolti, e al povero Checco era toccato un voto particolarmente infamante (molti altri erano infamanti ma non a quel punto). Rimase fissamente catatonico sino al quarto d’ora di intervallo. Al suono della campanella, quasi fosse un segnale, profferendo frasi sconnesse, assai fantasiose e cariche di effetto, afferrò la banana e la scagliò violentemente verso un angolo del soffitto. Miracolosamente, contravvenendo alle conclamate leggi della fisica, quel amalgama giallognolo non cadde al suolo, ma rimase lì, dove il suo proprietario l’aveva indirizzato. Le ore passavano, i giorni passavano ma il distacco non avveniva. Il sottoscritto, con Massimo Frizzi ed Alberto Francois, pensò allora che la sezione F era stata teatro di un evento celestiale, carico di strane atmosfere, e che tutto ciò doveva trovare la giusta cornice di risalto. Alla spicciolata, portammo qualcuno delle altre classi a vedere la cosa, e le positive reazioni raccolte ci consigliarono ti tentare coraggiosamente il business: far pagare il biglietto come si faceva per le Grotte di Postumia. Alberto (Frank 84, dato che era un patito dell’Equipe di Maurizio Vandelli) dedicò tutto il suo estro artistico per elaborare un prototipo di biglietto all’altezza del freak. Ma quella maledetta banana pensò bene di spegnere all’improvviso la sua prodigiosa funzione, finendo miseramente a terra. A quest’ora avremmo potuto essere ricchi sfondati come i Krupp ! Ah, dimenticavo. In uno dei due armadi di legno, successivamente svuotati dei tutoli, il bidello Superman (era alto meno di un metro e mezzo), trovò Enzino e Rosanna che, al buio, limonavano con trasporto. La repressione statale si fece sentire arcigna, con un sonoro giorni di sospensione per gli audaci , ma soprattutto con la chiusura a chiave degli armadi stessi, non perché troppo scuri dentro e fuori, ma perché giudicati troppo invitanti. Attribuendo forse al tutolo un qualche significato simbolico di natura insospettabilmente erotica.

(Ferdinando Ceschia)

 

E, stellinianamente, de quo…satis.

La violenza bianca, ma sapete ignorantissimi e violenti giovanotti USA che eravamo tutti neri come il carbon, all’inizio, quando ci siamo erti in piedi per monitorare la savana e i suoi perigli? No? Oh babbei, studiate, studiate!

…e cercate di avere in classe con voi anche il Presidente in carica! (ché gli farebbe bene, forse).

L’ennesima strage negli Stati Uniti d’America fa riflettere su molte cose. E’ violenza allo stato puro, intanto e, come quella dei terroristi, solo debolmente – o per nulla – “giustificata” da teoremi e teorie messe per iscritto e veicolate sul web e dalle tv. Che la violenza sia un dato permanente nella storia umana è noto, anche se oggi sembra addirittura in crescita, come dato percepito, contrariamente alle statistiche, che attesta il contrario, per la rapidità e completezza con le quali diventa di dominio pubblico. In altri pezzi, infatti, ho ricordato (cf. Il declino della violenza di Steven Pinker, 2011) come statisticamente la violenza e il numero dei morti ammazzati siano in declino, e non lo farò di nuovo.

Qui mi interessa cercare di analizzare brevemente le ragioni di certe sue esplosioni, come quelle delle due ultime stragi americane a El Paso e a Dayton.

L’origine della specie umana, dall’Homo naledensis (1700K anni fa, cioè un milione e settecentomila anni) e da Lucy, la piccola donna della Rift Valley scoperta dal professor Leakey, presenta dei tipi umanoidi di pelle scura, neri, pelle che poi, con l’andare dei millenni e lo spostamento dall’Africa centrale verso nord, verso l’Egitto e la Mezzaluna fertile, il Golfo arabico e la Mesopotamia, si è progressivamente schiarita, fino a diventare pallida come quella dell’assassino plurimo di Oslo Anders Breivik. Che si è creduto e si crede superiore a chi-non-è-bianco-latteo come lui, solo perché ha 1.700K anni di meno del Naledensis. Così come Crusius, quello del mercato di El Paso o Tarrant, quello che ha ucciso nei mesi scorsi quasi cinquanta fedeli musulmani a Christchurch in Nuova Zelanda.

Follia?, come dice Trump con i suoi cinguettii, ebbene no! Troppo comodo: anche se avessero ragione Spinoza e Libet al 100%, troppo comodo.

Si tratta di gesti definibili come “folli”, ma non di follia nel senso psico-patologico, come da Manuale Medico-Diagnostico IV o V. Almeno pare. I killer di El Paso e di Dayton non erano ricoverati psichiatrici in fuga, né persone sottoposte a Trattamento Sanitario Obbligatorio. Erano e sono ragazzi americani ventenni, completamente immersi nell’humus culturale e nel mood sociologico attuali, fatti di telematica, web a manetta, superficialità informativa e ignoranza tecnica e morale clamorose. Il risultato, su menti fragili e incapaci di discernimento e di pensiero critico, è quello che abbiamo visto. Hanno compiuto stragi, senza guardare in faccia a nessuno: addirittura il ragazzo di Dayton ha fucilato sua sorella e il fidanzato di questa.

Strage non significa propriamente distruzione di massa come in guerra o omicidio plurimo, anche se di fatto stragi possono essere compiute, sia da privati cittadini, sia da governi o strutture militari. Dresda e Coventry sono due nomi che ricordano stragi compiute tramite bombardamenti a tappeto.

Specialmente negli USA vi sono esempi – oramai storici – di stragi compiute da singoli cittadini, per vendetta o per frustrazione, da lavoratori licenziati o maltrattati, che covano odio per anni e infine danno la stura alla violenza non selettiva, quasi a far pagare a chiunque altro il proprio dolore. Lo stalking e lo straining, e anche il mobbing possono costituire moventi. E poi vi sono queste esplosioni di violenza di difficile spiegazione, a partire da Columbine.

Altre stragi sono avvenute nelle carceri durante rivolte dei detenuti. Non occorre ricordare quanto già più volte qui trattato: le stragi dei vari terrorismi, da quelli politici a quelli religiosi, ambedue fanatismi irrazionali, eppure capaci di coinvolgere molti.

Il nome di Anders Breivik non si dimentica: 77 morti ammazzati fra Oslo e Utoya nel 2011. L’assassino ebbe addirittura a protestare per la qualità morale della detenzione, non pentito, anzi convinto di aver fatto bene con il suo agire in difesa della “razza bianca”.

Questi ultimi sono solo la punta dell’iceberg di una situazione che preoccupa. La disponibilità di armi da un lato, il degrado culturale dall’altro costituiscono i punti che generano processi causali difficili da fermare. Ma su questi due ambiti bisogna lavorare.

Lavorare da parte di chi e come? Tutti sono chiamati a occuparsi di questo tema ampiamente educativo, a partire dalle famiglie e dalle scuole. Anche se in Italia (finora) non sono accaduti episodi del genere, abbiamo comunque avuto recentemente fatti su cui riflettere. Si pensi a Corinaldo e alla strage in discoteca, alle sue motivazioni superficialmente criminali della banda di giovanissimi ladri, assolutamente insensibili all’incolumità altrui; si pensi al diciassettenne che ha buttato giù da una balaustra un cassonetto colpendo un dodicenne e ferendolo gravemente, solo perché era incacchiato. Il 17enne non si è chiesto minimamente se avrebbe potuto ferire qualcuno con il suo gesto iracondo.

La scuola: decine di migliaia di insegnanti precari sono stati regolarizzati da Renzi cinque anni fa e ora altrettanti lo saranno dal governo in carica. La qualità cultural-pedagogica di molti di questi è scarsa o addirittura insufficiente, perché premiati da cursus studiorum non rigorosi e selettivi. Che cosa possono dare agli adolescenti costoro? Il governo grillin-leghista pare voglia addirittura annullare le prove Invalsi per timore che svelino l’arcano di una impreparazione diffusa. Nascondiamo lo sporco sotto il tappeto, invece di pulire la stanza.

Che cosa possiamo pensare di questi progetti? Chi sarà in grado, per competenze e autorevolezza, di occuparsi dei nostri ragazzi, e-ducandoli? Certo. educandoli, perché ogni umano ha un potenziale latente che può essere fatto emergere con le dovute modalità. Perfino il truce Crusius di El Paso. Teniamo duro, ognuno nel proprio, con perseveranza.

Del paese, di questo paese, il paese, ma bastaaa buffoni!

Del paese, di questo paese, il paese  Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese  Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paeseDel paese, di questo paese, il paese  Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese  Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese Del paese, di questo paese, il paese

ad libitum… (come in Shining, di Stanley Kubrik, perdio, preoccupatevi!)

invece che dire dell’Italia, l’Italia, etc., con un risparmio perfino energetico, come natura insegna, e per essere più precisi, ma, benedetti politici, giornalisti e affini

vi vergognate di dire “Italia”, vi dà fastidio pronunziare il nome della terra dove siete nati, vi va schifo, vomito, problema dire il nome, cioè il NOME di questa terra?

è di destra chiamare per nome l’Italia? vada che il termine “patria” non lo usate più, ma almeno il nome proprio di questa terra, perdio!

perché non vi vergognate – invece – di dire “paese” invece di “Italia”, perché? perché? perché?

ma vergognatevi!!!

(una prossima volta mi dedicherò a un altro penoso cliché della politica, quello che solitamente – ad esempio, per la sinistra classica – dice “ora basta, riprendiamo a occuparci dei lavoratori!”, come se “occuparsi dei lavoratori” fosse un’opzione qualsiasi, da prendere o lasciare a tempo o a seconda delle convenienze)

L’afona afasia della sinistra italiana attuale

Posto che parlare di sinistra, di centro e di destra politica abbia ancora un senso, e per me lo ha, anche se con alcuni aggiustamenti concettuali e semantici, mi pare che la sinistra italiana sia connotata attualmente da una afona-afasia, se ciò non fosse una sorta di ossimoro. Ma forse non lo è.

E dunque provo a superarlo, considerando la a-fasia, cioè un non-essere-in-grado-di-parlare, solo parziale, per cui si può percepire – se pur con difficoltà – la sua a-fonia. In altre parole, la sinistra parla poco e male, o meglio esprimendo concetti vaghi e confusi, con voce poco squillante e talvolta inascoltabile. Altrimenti non si capirebbe in qualche misura la vertiginosa crescita della Lega salviniana, primo dato.

Si pensi che Salvini, sui migranti non la racconta giusta, anche se sa di farlo: lui parla solo delle Ong, che certamente sono dispettose, ancorché politicamente correttissime, ma trasportano solo (e forse meno) il 10% dei migranti in cerca di terre migliori. Il 90% sfugge a Salvini, anzi se lo fa sfuggire, perché ciò non “butta” in termini elettoralistici: sono quelli che arrivano sulle coste dal Salento alla Sardegna, passando per la Calabria ionica e l’immensa costa sicula, sui barchini, oppure via terra per il Friuli Venezia Giulia dal confine sloveno, e lì veramente potrebbero nascondersi figuri sospetti. Pare che adesso si stia attrezzando per fermare le partenze con l’aiuto della marina e dell’aviazione. Intanto, dopo tanti proclami non si fa nulla per agire a monte, in Africa, dove sporchi dittatorelli, magari formati in linde università anglosassoni sfruttano vergognosamente territori e persone. Anzi, alla ex colonialista Francia, e novella tale, certe situazioni possono fare comodo, per ragioni energetiche et similia: basti ricordare la vicenda di Ustica (era un Mirage francese l’aero che abbatté il volo Itavia, mentre inseguiva un Mig 21 o 25 di Gheddafi? Un giorno o l’altro lo si saprà?), le critiche francesi quando Gheddafi entrò nel capitale sociale di Fiat, l’intervento economico dello stesso colonnello per sostenere la campagna eletterale di Sarkozy, che poi lo ringraziò con il suo omicidio nel 2011, trascinando lo sprovveduto Obama (uno dei peggiori presidenti USA per la politica estera), e ora sta ambiguamente vicino al generale Haftar, cercando sempre di danneggiare gli interessi di Eni, e quindi dell’Italia. Per non parlare della nuova grande potenza coloniale in Africa, la Cina.

Dicevo: sinistra che non riesce ad esprimere quasi nulla, impantanata tra clichés arcaici e l’imitazione dei più forti slogan della destra: non nomina quasi più i temi del lavoro e parla di “Italiani”, quasi a imitar il Salvini dello slogan “prima gli Italiani”, dimenticando quasi il consueto lemma “paese”, “del paese”, “questo paese”, per dire “Italia”. La sinistra ha dimenticato i temi sociali “radicalizzando” quasi esclusivamente i temi civili: faccio un esempio: si spende senza riserve per le Unioni civili, sacrosante, ma non si batte per una politica economica e dell’occupazione, vera. Quando ascolto un Cuperlo o un Orlando qualsiasi, che sono i più “de sinistra”, li sento proprio lontanissimi, da me e dai lavoratori. I loro discorsi restano degli auspici, delle critiche generiche senza un costrutto ideale e programmatico. Anche lo stesso D’Alema, che qualche tempo fa proponeva come docente ai pidini il coltissimo Landini, è cotto, scoppiato, rimbambino. Ho scritto “rimbambino”, sì. Bersani idem, ché “gli scappa il cazzotto”: caro Pierluigi son discorsi da “Duo di Piadena”, non da politico consumato, orsù! Sono nauseato. Sono un socialista nauseato. Quando ascolto Renzi, con la sua prosopopaica supponenza, mai domo nella sua incapacità dimostrata di ammettere gli errori fatti, gravissimi, di pentirsi, di chiedere scusa e cambiare rotta, o Zingaretti fiero del suo nulla cosmico, oppure il presuntuosetto Calenda, annoverato a sinistra non si sa come e per quale ragione, e poi i più “sinistri” à là Boldrina, Fratoianni, Lerner, e via elencando pieno di noia, mi sobbolle l’intestino e mi si inceppa lo stomaco. Non parliamo degli antagonisti come il redivivo Casarini, la Rackete tedesca, oddio, che pena! E infine, per ora, una Alessandra Sciurba di Mediterranea che ulula convinta e saccente, come fosse una socio-politologa: “si preoccupano di noi mentre l’Italia va a rotoli!”, ma vuoi due sberle giovanetta? Andrai tu a rotoli, non l’Italia.

Dove sono i compagni Di Vittorio e Lama, Togliatti, Nenni e Berlinguer, Turati e Matteotti, Morandi e Terracini, Ingrao e perfin Macaluso, e non dico Gramsci per evitare di annichilire del tutto gli odierni, Lombardi e Parri, e anche Saragat? Giuro che preferisco, a quelli di sopra, il compagno Marco Rizzo, comunista dichiarato, più puro e trasparente di loro. Con lui sì mangerei una pizza e farei una serata.

Un’altra stupidaggine della sinistra italiana del terzo millennio è stata la ricerca e l’ammirazione per modelli esteri: prima è venuto il vergognoso falsificatore Tony Blair (ti ricordi, mio caro lettore, della guerra irakena seconda?), poi Luis Rodríguez Zapatero, socialista per nulla indimenticabile, e infine l’idolo dei fratoianni e dei civati vari ed eventuali, il fallimento sorridente Alexis Tzsipras. Modelli, perlamordidio.

Mi viene in mente un’ennesima incongruità della sinistra, o forse non una incongruità, ma certamente un sintomo di grande timidezza concettuale e comunicativa e, in definitiva, politica: la sinistra da decenni non usa quasi mai il termine “patria” e raramente “nazione”, lasciando l’egemonia di queste due bellissime parole alla destra, temendo di essere associata al fascismo storico, al nazionalismo e ad altri ismi negativi. Sbagliato, clamorosamente, sbagliato, specie se si ha un po’ di senso storico e della semantica linguistica. Continui pure a dire sempre “paese” per dire Italia e vedrà che successo!

Ma ora desidero proporre una riflessione sotto vari aspetti: il profilo filosofico, quello socio-politico e quello partitico.

Filosoficamente la sinistra – classicamente – è per coniugare con equilibrio la giustizia derivante da pari dignità tra tutti gli umani, con la libertà, che sta anche a cuore alla destra liberale; da un punto di vista socio-politico la sinistra, secondo la tradizione, propone leggi e normative che creino equità sociale, sia sotto il profilo dei servizi (sanitario, scolastico, dei trasporti etc.), sia sotto il profilo socio-assistenziale e pensionistico, sia infine per quanto concerne il regime fiscale, che vuole crescente e proporzionato al reddito, salvaguardando le categorie più disagiate, che una volta si chiamavano poveri, e oggi si chiamano categorie deboli, ma sono ancora poveri; circa il profilo partitico la sinistra si è sempre mossa promuovendo una formazione “dal basso”, dai paesi, dai consigli comunali delle piccole comunità e dai quartieri delle città, dalle sezioni, che erano un luogo di incontro e di confronto, come peraltro è stato nella tradizione cattolica popolare (DC). Oggi li chiamano “circoli” e mi ricordano i salotti chic,  e a volte persino snob, della sinistra verde-giallo-viola dei diritti civili: il PD è diventato un grande partito radicale, senza gli empiti morali e culturali di un Pannella. Se li interrogo sul fondamentale “diritto alla conoscenza”, su Ustica e sui vaccini, trovo volti stupiti, e a volte… stupidi.

La destra, invece, sotto i tre profili e andando nello stesso ordine ha sempre: a) teso a sottolineare le differenze naturali tra gli uomini, non distinguendo onestamente fra differenze che appartengono alla personalità individuale (genetica, ambiente e formazione), per cui uno è o meno adatto a un certo ruolo, e le differenze che appartengono alla struttura di persona (fisicità, psichismo, spiritualità), per cui tutti gli esseri umani sono antropologicamente uguali, e quindi hanno lo stesso identico valore; alla destra solitamente questo non interessa; b) la destra tiene per gli uomini forti, non cura la formazione e la democrazia di base, preferendo la scorciatoia dell’autoritarismo, che tranquillizza e semplifica; c) non si organizza partiticamente prevedendo una partecipazione costruita dalla base, privilegiando slogan elementari che non esigono sforzi intellettuali particolari per aderirvi.

Una descrizione parziale e insufficiente, la mia, solo per dare un’idea di com’erano le cose fino a un un paio di decenni fa. Ma ora tutto è cambiato. La Democrazia cristiana che, come forma mentis, assomigliava di più alle sinistre, non c’è più da un quarto di secolo, non c’è quasi più una forza conservatrice liberale, perché la destra si è radicalizzata nel populismo sovranista del capo della Lega, e poi c’è lo strano e caotico M5 Stelle, governato da un flemmatico imprenditore dalla calvizie incipiente e da un giovane capo che sembra un commesso dell’ente regione da cui proviene.

Il paradigma autoritario, così ben studiato da Theodor Adorno negli anni ’60, è il paradigma che affascina molti, perché semplifica, risolve i problemi intellettuali e morali, pensa per tutti. Così è.

E la sinistra non si distingue: negli ultimi vent’anni ha messo in mostra un personale politico che più mediocre di così non si può. Non faccio neanche più dei nomi, oltre a quelli che ho fatto sopra, perché mi annoia.

Reggio Emilia e il male elegante: il crimine dei bimbi dati in affido per business

Affidi pilotati in cambio di denaro, bimbi separati dai veri genitori, perché indotti a parlare male dei genitori stessi tramite metodologie di condizionamento mentale. Genitori cattivi, genitori indegni, si cerca di dimostrare a tutti i costi (sembra) e affido a terzi. Si fa fatica a credere che persone perbene siano tanto malvagie.

A Reggio Emilia è stata scoperta una situazione incredibile, ma vera. Falsi in atto pubblico, manipolazioni di minori e altro di assai vergognoso nelle relazioni umane, effettuati da assistenti sociali, psicologi, psicoterapeuti e politici locali (il sindaco PD di Bibbiano) a danno di minori e delle loro famiglie.

Come funzionava? I bimbi sottratti ai genitori, venivano collocati in comunità, dove erano attivi i professionisti sopra elencati, finanziate anche tramite contributi pubblici erogati in funzione del numero dei piccoli affidati, o in famiglie esterne.

Sembra quasi incredibile che ciò sia potuto accadere, ma il sistema nostro è a maglie larghe, demandato in gran parte a competenze professionali, cui possono seguire immediatamente applicazioni pratiche come detto sopra.

Un esempio del flusso operativo: segnalazione degli insegnanti, dei medici oppure degli stessi Servizi Sociali; questi ultimi fanno delle relazioni al Giudice minorile che, nell’emergenza, senza possibilità di contraddittorio e di verifica effettiva di quanto affermato dagli operatori, colloca in via d’urgenza i bambini, presunti abusati, fuori dalla famiglia di origine, con cui ogni legame viene improvvisamente troncato (i genitori possono incontrare i figli una/due ore al mese e in alcuni casi mai). Si legge sul web:
Contemporaneamente, il Giudice incarica proprio i Servizi Sociali di approfondire la situazione; gli operatori possono gestire le indagini come vogliono senza seguire effettivamente alcuna regola; alle operazioni non possono partecipare né gli avvocati (che i Servizi vedono sovente come  un inutile fastidio) né eventuali consulenti esterni dei genitori, cui viene negato il basilare diritto di difendersi sancito dalla nostra Costituzione. Insomma, gli operatori pubblici hanno un potere discrezionale assoluto che, come la vicenda di Reggio Emilia ci insegna, può essere l’anticamera dell’abuso e del delitto. Le relazioni sono poi depositate al Giudice cui, peraltro, non sempre sono forniti gli strumenti necessari per capire la veridicità di quanto affermato; spesso, dunque, le sentenze non sono che la conferma delle opinioni (perché spesso di opinioni si tratta) dei Servizi Sociali. E anche quando ciò non accade, oppure quando gli operatori si accorgono di aver commesso un errore, i provvedimenti arrivano a distanza di anni; anni in cui i bambini hanno vissuto lontano da mamma e papà, in cui hanno sviluppato un sentimento d’abbandono che lascia un segno indelebile nei loro cuori e nelle loro vite, irrimediabilmente strappate.
La stessa dinamica peraltro si riscontra in casi diversi da quelli dell’abuso: pensiamo alle centinaia e centinaia di separazioni e divorzi, in cui i bambini sono affidati proprio ai Servizi Sociali, alle tante relazioni, dove dietro il paravento della conflittualità reciproca dei genitori si legittimano le peggiori prevaricazioni.”

Non si può dire ovviamente che operatori sociali, psicologi e psicoterapeuti siano una manica di delinquenti, ma fra di loro evidentemente alligna anche il crimine, cioè vi sono dei criminali, oppure degli incompetenti: è noto, peraltro che l’ignoranza è origine di molti danni e se è congiunta alla malvagità provoca dei peccati, secondo la teologia morale e, secondo la morale e il diritto umani, dei reati.

Quale l’origine di tale disposizione d’animo, oltre a una malvagità evidente? A mio parere due cose: a) la preparazione culturale e accademica di questi operatori: conosco il loro curriculum studiorum e, a parer mio, fa acqua da non poche parti: la letteratura di riferimento è prevalentemente contemporanea e americana; ben poco costoro studiano antropologia ed etica europee e classiche, quasi nulla. E perciò mancano loro i fondamenti: b) l’ordinamento italiano delega ai Servizi Sociali – senza alcuna forma effettiva di controllo preventivo e successivo, senza alcuna possibilità per i genitori di difendersi – ogni decisione, è un sistema che non protegge i bambini, esattamente come il caso, straordinario ma emblematico, ci insegna.

Nell’incompetenza e nella malvagità egoista sta l’origine di questi crimini gravissimi contro i bambini e le loro famiglie.

Si legge nei proclami di quel Comune: “mettere in campo tutte le azioni possibili per ridare speranza, futuro e dignità a questi minori“. Più o meno parole del sindaco Andrea Carletti, ora finito agli arresti domiciliari “per l’inchiesta sui minori dati in affido, descriveva il Servizio sociale integrato dell’Unione dei comuni della Val d’Enza, davanti alla Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza“.

Altre sue parole “accompagnare fuori dal tunnel” i minori affidati ai professionisti coinvolti. Un progetto presentato in giro come fiore all’occhiello del Comune, ma gli inquirenti hanno verificato una realtà ben diversa con l’operazione non a caso denominata “Angeli e Demoni”: un sistema illecito di gestione dei minori in affido. Si legge ancora sul web: “Ai bimbi, di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, gli psicologi e gli assistenti sociali facevano il lavaggio del cervello, mettendo in atto attività volte al allontanare i piccoli dalle famiglie d’origine“.

Si legge, ancora, in diversi siti telematici sull’argomento:

Carletti aveva anche la carica di delegato dell’Unione dei Comuni di Val d’Enza ed era considerato in prima linea in tema di politiche sociali, dato il suo lungo curriculum, riportato da AdnKronos: consigliere amministrativo al Servizio Sanità e Servizi Sociali della Provincia di Reggio Emilia, componente del Gruppo tecnico del Coordinamento delle Politiche educative della Val d’Enza e responsabile del Servizio scuola, cultura, turismo, sport, sociale al Comune di San Polo d’Enza. Tre anni fa era stato ascoltato in Commissione parlamentare infanzia e adolescenza, alla quale aveva parlato di un sistema di servizi di welfare di comunità composto da operatori estremamente competenti, un sistema abituato a saper innovare, rimodulare le proprie azioni, i propri comportamenti, i propri progetti in base al mutamento dei bisogni. All’epoca, il primo cittadino vantava di aver messo in atto. Carletti aveva illustrato il sistema, citando anche il supporto della onlus del Torinese, finita oggi al centro dell’inchiesta, sostenendo che i minori avessero trovato il coraggio di denunciare, perché sapevano di poter contare su una rete di operatori in grado di raccogliere questo loro grido e accompagnarli fuori dal tunnel”.

Un dipinto che non rispecchia ciò che è emerso dall’indagine della procura, secondo cui il sindaco era pienamente consapevole della totale illiceità del sistema e della assenza di qualunque forma di procedura ad evidenza pubblica volta all’affidamento del servizio pubblico di psicoterapia a soggetti privati. La giunta di Carletti, al contrario, ha espresso piena solidarietà al primo cittadino, dichiarandosi convinta della sua estraneità a i fatti”.

Non mi pare occorrano ulteriori commenti. C’è da sperare piuttosto che il racconto di cui sopra non sia del tutto vero, vista la credibilità degli operatori dell’informazione. Scherzo, ovviamente (sulla credibilità).

Le due cornacchie, la pantegana morta e l’animale umano

Sappiamo dai tempi di Plinio il Vecchio come sono organizzate le api, le formiche e altri insetti collaborativi. L’amico Luca mi ha detto che andrà a vedete i licaoni al parco nazionale Krüger in Sudafrica. Si sa che questi canidi selvaggi sono altamente organizzati per la caccia, un po’ come i lupi e, se in branco, evitati perfino dai leoni. Tutti questi animali collaborano per istinto naturale, ma alcuni ci mettono qualcosa di più, e sembra che la loro intelligenza sia a volte stretta parente di quella umana, manifestando forme comportamentali che appaiono anche emotive.

Caro lettore, eccoti un aneddoto dedicato a un fatto capitatomi qualche mattina fa.

Ero in viaggio per una sede aziendale, saranno state le otto del mattino. La mia velocità sui settanta. Lo sguardo mi cade sul davanti a una cinquantina di metri, rallento molto (non avevo nessuno dietro) e noto sulla mia carreggiata una cornacchia grigia che cerca di tirare con evidente difficoltà verso il ciglio della strada una pantegana morta (il roditore aveva più o meno la sua stessa stazza), uccisa, come quasi sempre capita, da un’auto. Percependo il mio arrivo, l’uccello si allontana con due battiti d’ali lasciando la preda. Supero la posizione e mi fermo sul ciglio una ventina di metri più in là. Nel frattempo arriva un’auto e la cornacchia, che aveva ripreso il suo faticoso lavoro, si sposta di nuovo. Guardo di nuovo e, con mia sorpresa, le cornacchie all’opera sono due, che rapidamente riescono a trascinare la povera pantegana defunta oltre l’asfalto e nell’erba, in un luogo atto a ulteriori operazioni alimentari, in loco o differite, ma più al sicuro.

Ripartendo, credo di aver sorriso, tra me e me, considerando la capacità collaborativa che l’evoluzione ha generato in questi corvidi “intelligenti”. E ho paragonato il comportamento osservato a molti comportamenti umani che spesso sono addirittura opposti. Per gelosia, per rabbia, per invidia, per viziosità psico-morali varie, presenti nel comportamento umano certamente dai tempi storici, che registrano questi sentimenti in tutte le cronache e le letterature, dalla Bibbia alla grande tragedia greca.

Il nome della specie è dal greco κορωνη (korōnē, che significa “gracidante”, il verso dei corvi, in genere). Kraaa, quasi inquietante il verso, ma spesso anche in silenzio, stanno, le cornacchie, a differenza di molti umani che parlano insensatamente. Sembra un verso ripetitivo ma, come tutti i versi degli animali, non lo è: non lo è il “miao” del gatto, il “bau” del cane, il “coo co coo” delle galline, il “pit” delle tacchine (che quando ero piccolo mi temevano molto, perché in un caso le ho ubriacate con le vinacce di vino, ah ah), il “quaaa quaa” di oche aggressive e bellissime. Questi versi, tutti hanno modulazioni diverse, che rappresentano complicati linguaggi infraspecifici, e (oso dire) forme emotive.

Mi vien da pensare quanto più ricco di quelli, sia il linguaggio di molti personaggi di chiara e immeritata fama dei nostri tempi. Dimanda rettorica, anzichenò.

Cornacchie, in metafora, abundant tutt’intorno, e la metafora quivi benevola non è. Cornacchie sia nel senso estetico, uomini e donne che paiono avere il becco, o adeguato istromento atto a beccar becchime altrui, sia nel senso morale, ché costoro mai pensano sia importante agire virtuosamente, perché poco utile al proprio arricchimento, improvvido e  perfin noioso.

Signore, messer Renatus (chiedo a me stesso dialogando in soliloquium): come puoi rivolgere a te stesso simil quistione? Forse che issi omeni e femmine tanto di chiara fama abbieno linguaggi più poveri degli uccelli e dei quadrupedi supra nominati?

Li nostri tempora son di ardua interpretazion e pieni di contradizion sospese, ché talora par sieno perfin fasulli o istorie di sogno.

E, come vedi, caro lettor mio, proprio per distanziarmi da questi tempi di bellezza grama, mi rifugio nell’aulico linguaggio di andati secoli, quando ogni parola significava seriamente qualcosa, rispettando la lingua e l’ascoltante, mentre, a differenza degli umani, le cornacchie “parlano” oggi come un tempo.

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