Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: idiozia (page 1 of 13)

L’imborghesimento sconsolante della “sinistra” politica

…anzi la sua progressiva e  crescente idiozia.

La categoria dell’imborghesimento della sinistra risale, per quanto riguarda l’ultimo mezzo secolo, almeno al decennio “di fuoco” 68/77, quando la nuova sinistra accusava di tale infamia il PCI, da pulpiti che talora erano ancora più borghesi, come alcuni che poi partorirono la presuntuosità terroristica di sinistra. In realtà il PCI, fatti salvi gli intellettuali organici laureati à la Napolitano, Chiaromonte, Amendola, Natta etc., era un partito fortemente radicato nel popolo operaio e contadino, un partito autenticamente popolare. Il PSI era più sportivamente variegato, frequentato anche da una pletora di professionisti, di architetti in cerca di commesse e anche, graziaddio, da una certa parte di popolo della vecchia scuola “nenniana”.

Le successive trasformazioni, avvenute nei decenni scorsi, che hanno fatto cambiare più volte nome al “partitone” austero di Longo e Berlinguer, fino alla commistione mal digerita con il cattolicesimo “di sinistra” nell’attuale veltronian-renziano PD, hanno lasciato spazio a frange che si sono progressivamente caratterizzate per atteggiamenti e background socio-culturale decisamente borghese, nel senso novecentesco del termine. Movimenti come quelli del “popolo viola”, riviste come Micromega del conte Flores D’Arcais, attestano questa allure intellettual-puzzetta sotto il naso.

Ne avrei molte da dire ancora, io che provenendo veramente dal popolo operaio, e che ho studiato lavorando, lasciando indietro in questo molti figli-di papà, figlio di mio padre emigrante e di mia madre sguattera, ma capace di fare iniezioni gratis al popolo povero di Rivignano, ma ne dico solo una, vista stasera sul web. Tale onorevole Gasparini del PD, appunto, ha ottenuto con un emendamento che il vitalizio dei parlamentari sia reso cospicuamente reversibile a favore dei superstiti. Intervistata da un giornalista circa l’eventuale congruità etica della misura, la signora Gasparini ha risposto: “Certo che trovo giusta la reversibilità… non vorrà mica che la moglie di un parlamentare o un figlio, rimasti vedova e orfano, debbano fare la sguattera o il giardiniere?”

Gentil mio lettore, occorrono commenti? ma questo Gasparini del PD e sua moglie sanno che cos’è la storia della classe operaia, dei sindacati, del movimento socialista europeo e italiano? sanno di come funzionavano le fabbriche dell’800 raccontate da Dickens e da Carlo Marx. Sanno come si vive nelle favelas di Rio o nelle villas miseria di Santa Maria de los Buenos Aires? Nei suburbi di Djakarta e di Nairobi? Nelle periferie immense di Lagos, del Cairo e di Mexico City?

Sanno chi erano Edouard Bernstein e Filippo Turati, Antonio Gramsci e Labriola, Giacomo Matteotti, Jean Jaures e Pietro Nenni, Umberto Terracini e Anna Kuliscioff, Dolores Ibarruri e Salvador Allende, ma anche Tina Anselmi e Lina Merlin, e mi fermo qui, ché potrei continuare per pagine e pagine.

Ma dove vivono? Sanno che la storia della democrazia e del socialismo democratico nascono dal sentimento di solidarietà  e di condivisione evangelica? Che cosa c’entrano sentimenti ed espressioni come quelle lì con la storia del progresso democratico, della partecipazione dei lavoratori alla gestione della cosa pubblica, se il pensiero e il sentimento sono da un’altra parte? Che c’entrano?

Ma io preferisco mille volte il liberale patocco, ricco sfondato o riccastro cinico, profittatore e anche un poco dichiaratamente sfruttatore, a questi falsi “sinistri”, a queste parvenze, a questi simulacri di progressismo idiota.

Almeno so che bestia è quello, e me ne difendo. Questi invece mi fanno pena e un po’ anche schifo.

…ma non troppo

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Il titolo modera il precedente post, forse troppo ottimistico ed ecumenico. In realtà resto inquieto (espressione troppo edulcorata?) con chi ha giocato irresponsabilmente, fors’anche per ragioni soggettive di ordine… non so, fate voi, con ipotesi sanitarie preoccupanti (per me), oggi fugate grazie a Dio, e anche con chiunque non rispetti la verità delle cose, siano le cose quelle che siano, gradevoli o sgradevoli, pretendendo di determinare ciò che non è nel suo diritto, né giuridico, né morale.

Certamente sono abituato alle “rinascite” (nomen omen), ma in mezzo a mille dubbi e patemi di animo, con fatica e dolore, come altri, più o meno di altri. Ciò che comprendo è senz’altro il dolore, di qualsiasi genere e specie sia.

E’ però difficile “tenere duro” nell’ingiustizia. Sopportare senza sup-portare è una contraddizione in termini, stancante e frustrante oltremodo.

Si può pazientare oltre i limiti finora conosciuti, ché il limite umano, in tutte le sue declinazioni, è sempre da esplorare, pur sapendo noi tutti che esso exsiste, sta lì, c’è, ci condiziona, ci determina alla fine di ogni sua esplorazione. Ogni tanto pare che il tempo scorra quasi all’incontrario, e che prevalga su quello cosmologico quello del kairòs, certamente “tempo opportuno”, ma a volte incomprensibile alla nostra ragione.

La mediazione tra ciò che si può fare e ciò che si deve fare è un altro punto della questione. Il dover-fare qualcosa e non altro è un imperativo categorico sempre più in crisi, sopraffatto dalle tecno-scienze e dalla legittimità del libero arbitrio. Si tratta di vedere, anche qui, dove sta il limite, dove sussiste un con-fine.

Da un punto di vista etico generale bisogna forse decidersi a superare il giudizio sui cosiddetti “atti categoriali” o singoli, che di per sé, se non corrispondono al comune sentire morale, sarebbero sempre condannabili, e scegliere la nozione di opzione fondamentale (cf. K. Rahner in Uditori della parola, Borla), che è in grado di dire come è quell’uomo-quella-donna-lì, magari nel loro fondo buoni, al di qua e al di là delle azioni singole, sempre che queste non mettano a repentaglio i fondamenti della vita umana.

Essere “mali” (malvagi) non coincide con il mancato rispetto della “promessa” in una sorta di coerenza assoluta, ma con il suo mantenimento, mediante il riconoscimento di una verità nuova, come può essere un rapporto affettivo che nasce, cresce e si verifica nel tempo.

Si può tergiversare nel riconoscere che le cose sono cambiate, esitare a confessarlo financo a se stessi, ma prima o poi la verità si fa urgente, prorompe, si manifesta come un’epifania dolorosa e nuova, ma non per questo inficiata o ridotta, anzi.

Riconoscere la fragilità di ciascuno è un dono e perfino un desiderio, che rompe gli argini delle con-venienze e dei convenevoli (a volte svenevoli), e cresce facendo crescere chi sta lì, tutt’intorno, grandi e piccoli, ché le prove sono appunto tali perché “provano” la capacità di cambiare, di re-sistere, cioè di consistere della propria unicità irriducibile, a ogni costo, per essere semplicemente se stessi.

Abbassare lo sguardo o nascondersi dietro immaginarie realtà o pretese malsane di dominio, è non solo ingiusto ma anche inutile, così come pretendere di governare sentimenti di altri, in funzione del proprio orgoglio o di convincimenti vetusti e morti. Liberiamo tutte le verità che conosciamo, come il vento che vibra tra gli alberi, dalla finestra di casa, in questa sera stranita di maggio, quando forse un Rosario sarebbe medicina soave.

A Illegio quest’anno organizzano qualcosa che ha a che fare con la verità nascente dal groviglio dei sentimenti, de l’amore, e produce il senso dell’autentico, anche attraverso lo struggimento del dolore. Caro lettore, vacci, può essere illuminante.

“Voglio la mamma! Voglio la mia mamma!”

Leggo su Libero un pezzo di Melania Rizzoli (23 aprile 2017) dal titolo più o meno simile a quello di questo mio. Libero è senz’altro un quotidiano che si colloca a “destra”, ma con tinte liberali indubbie, in coerenza con il “nome”. Sotto la direzione del marpione scafatissimo Feltri sr. non ha fatto mai battaglie codine o bigotte. Per questo l’articolo citato ha una sua credibilità. Rizzoli racconta che “(…) una bambina di tre anni, figlia biologica di un componente di una coppia di gay  e di una madre surrogata, ogni volta che piange disperata, grida, chiama e invoca tra le lacrime la mamma, pur non avendola mai conosciuta, gettando nello sconforto i due genitori (per uno dei due virgoletterei volentieri il termine). (…)”. Il blogger canadese John Hart è il padre adottivo della figlia naturale del suo compagno…

La piccola ha vissuto con loro da quando aveva sei mesi e quindi non può avere alcun ricordo cosciente della madre, e loro due, racconta Hart, si fanno chiamare “daddy” e “papà”, rispettivamente, non so in che lingua, ché dall’articolo non si capisce bene.

Ma la bimba, in un supermercato, non contenta della spesa che “daddy” stava facendo per lei, ha cominciato a chiamare la mamma, con grande imbarazzo degli astanti, che all’inizio non capivano e poi un po’ sì.

Il tema è quello della sottrazione programmata del principale dei genitori “naturali” di ogni mammifero-essere umano, la mamma. La mamma in cui ci si forma da uno zigote unicellulare, fusione di un gamete maschile e di un gamete femminile, la mamma da cui si nasce, la mamma da cui si sugge il latte, che si chiama “mamma” proprio perché il termine deriva dal suono onomatopeico della suzione del seno “mm mmm… mam-ma“, mother, mummymutter, mater, maman, metèr, etc..

Dolce e Gabbana, coppia omosessuale si è a suo tempo già intelligentemente dichiarata contraria alle adozioni da parte di coppie gay. Altri invece se ne sono vantati, come di uno scoop affettivo irresistibile, tipo Vendola.

La ricerca della madre è istintuale, antecedente a ogni deposito culturale o di modello familiare eterosessuale. Il bimbo, come anche la persona in difficoltà, indebolita dagli anni o in pericolo, chiama la “mamma”, come se la protezione dell’utero fosse in definitiva l’unica radicale condizione di stabilità, di rassicurazione e di verità affettiva.

Il più forte rapporto d’amore negli umani è quello tra madre e figlio/ a, di gran lunga superiore a ogni altro legame, compreso quello del padre. Può succedere di tutto, anche ogni sorta di violenza intra-familiare o extra, ma la madre resta l’ultimo baluardo, l’ultimo e più forte vincolo posto dall’evoluzione naturale nella filogenesi delle generazioni.

Non so se questo è difficile da capire o l’egoismo di certe persone troppo forte, tale da ottenebrare il raziocinio naturale.

Se “il cavallo non beve”…

Il peggior interlocutore che uno si possa augurare in ogni situazione esistenziale e in ogni attività è il presuntuoso stupido, perché imprevedibile, e di solito non sa di essere stupido, presuntuoso e imprevedibile. Ci si accorge di ciò se nel dialogo l’uso o l’invocazione della logica e dell’argomentazione razionale, anche se proposta con la massima semplicità, non “paga”, non incide, non funziona, non ha efficacia, perché il soggetto che si ha di fronte ha la presunzione di sapere e la correlata e proporzionale superbia di volerlo perfino imporre. La vecchia metafora del titolo spiega bene la tipologia e il senso di ciò che segue.

Una delle situazioni che mi fa più incazzare è come questa: capita di sentire un tizio o una tizia, attivi in un certo settore, che sproloquiano vantando conoscenze e competenze che non gli appartengono. Parlano come libri stampati (si fa per dire) di organizzazione aziendale, di costi, di fatturato, di relazione tra costi, ricavi e fatturato, senza avere alba di tutto ciò, sotto un profilo conoscitivo disciplinare o esperienziale diretto. In questi giorni a Milano ho chiesto a una sindacalista, che vantava indimostrate conoscenze sociologiche e organizzative, se avesse studi di economia o giù di lì, e la risposta, datami con aria di sufficienza quasi come una gentile concessione, è stata accompagnata da una sorta di ghigno sardonico.

Ho provato allora a sollecitarla con un elementare concetto di etica generale di derivazione aristotelico-tommasiana, quella del male minore o del bene maggiore, così dicendo: “Se dobbiamo salvare una struttura produttiva chiedendo una diminuzione delle ore lavorate che passi anche attraverso una ristrutturazione con riduzione di personale, l’uso di ammortizzatori sociali e di incentivi aziendali, al fine di salvare l’unità produttiva, che facciamo?” E ho continuato “Si può dire che salvare un’unità produttiva che occupa decine di persone è un bene maggiore che salvare uno o pochi posti di lavoro”. Volto inespressivo e silenzio.

Il suo sguardo e il suo mutismo mi ha fatto capire che non aveva capito, ovvero “il cavallo non aveva bevuto”. Il grave è che proprio non-aveva-capito, non è che non abbia voluto capire, cioè non c’era proprio, cognitivamente, anche perché ottenebrata da pre-comprensioni ideologiche (pregiudizi, dunque, vale a dire giudizi incompleti) e stereotipi di “sinistra”, si potrebbe dire, ma in realtà assolutamente miopi e conservatori. Vi sono purtroppo strutture socio-politiche che oggi hanno sul campo figure inadeguate, e comunque in grado di manipolare altre persone, influenzabili dallo strano “carisma di ruolo” dell’inetta. Sto parlando di delegate sindacali che subiscono la funzionaria territoriale.

Si è andati avanti molto tergiversando e poco concludendo, davanti al muro di gomma posto dalla persona. Vi sono stati momenti di tensione smorzati solo grazie al “mestiere” della mia delegazione.

A un certo punto il mio collega, alla fine di una discussione prevalentemente improduttiva, si è lasciato volutamente scappare una battuta di questo tipo: “Bene, se non troviamo una soluzione condivisa, vorrà dire che perso questo tram la prossima volta vi troverete a parlare con un altro. Chissà se sarà meglio o peggio per voi”. Camilleri direbbe che il volto dell’interlocutrice era basito, poiché non si era acceso il lume del comprendonio, neppure a quell’elegante ultimatum. Infatti ha continuato sulle sue, senza dare la sensazione di entrare in sintonia cognitiva con chi così le stava parlando, scuotendo la testolina in segno di diniego, addirittura quasi sprezzante. Perché il presuntuoso è anche sprezzante, in quanto ritiene i propri interlocutori non alla sua altezza. È un circolo vizioso dal quale è quasi impossibile uscire, non essendovi la disponibilità di mettersi in discussione, di dubitare dei propri convincimenti, di non essere sospettoso, di poter -anche solo in ipotesi- cambiare idea. È una delle ragioni per cui i “semplificatori” di idee e narrazioni e i predicatori populisti di tutte le risme hanno successo, trovando favorevoli ascolti in una tipologia antropologica diffusa oltre misura.

E pensare che si stava e si sta discutendo di posti di lavoro seriamente a rischio, se non si interviene smettendo le cure omeopatiche per la truce ma utilissima chirurgia, sempre detto in metafora.

La connivenza implicita

Caro lettore,

la connivenza implicita è una sorta di “patologia sociale”, più o meno grave, tipica delle organizzazioni. Si potrebbe dire una forma edulcorata del familismo amorale che invece sottende una cultura e comportamenti definibili certamente come mafiosi. Del familismo amorale, che qui non tratterò, esistono in circolazione diversi studi sociologici.

In quasi tutte le organizzazioni consolidate, aziendali, scolastiche, militari, politiche, ecclesiali è quasi impossibile non trovare forme di connivenza implicita, con aspetti variegati, che vanno dal sistema delle alleanze e solidarietà dei gruppi di potere, fino alla gestione spicciola del chiudere un occhio, o tutti e due, se la persona “vicina”, amica, sbaglia, così coprendone in qualche modo l’errore o minimizzandolo.

Partendo dalle alleanze di potere si può dire che fanno parte di una “fisiologia” ordinaria delle organizzazioni, e quindi vanno considerate come tali, e in quanto tali spesso sono utili o indispensabili per gestire le cose, sostenere momenti di stress o di cambiamento: l’importante è che non debordino da un ambito di legittima gestione del potere gerarchico ad atteggiamenti dannosi per la struttura e per le sue finalità.

Se invece parliamo più precisamente di connivenze implicite, si vuol dire qualcosa che può confinare con possibilità di “ammalamento” delle strutture e delle relazioni intersoggettive e di gruppo. Onde evitare questo rischio, ricordo che le banche hanno quasi da sempre avuto l’usanza di cambiare il direttore di filiale dopo un certo periodo, proprio per evitare un eccesso di confidenzialità con la clientela, tale da porre a rischio l’equanimità dei comportamenti verso tutti i clienti. Come abbiamo visto ciò non ha evitato l’enorme marciume constatato nel settore in questi anni, ma tant’è.

Non è facile evitare le connivenze implicite, perché nascono progressivamente e si manifestano -talora- come dice lo stesso sintagma, inavvertitamente, inconsapevolmente o, appunto, implicitamente. L’implicito, nelle relazioni umane, come si sa non ha bisogno di parole, dichiarazioni, prese d’impegno, perché si basa su una conoscenza profonda tra gli individui e su una robusta esperienza condivisa.

Vi sono vari gradi di questo fenomeno, i più blandi dei quali sono essenzialmente forme di cameratismo e di comprensione reciproca, mentre i più forti possono scivolare verso forme di parzialità da parte dei capi e di riduzione dello spirito di equanimità nel trattamento dei colleghi.

La connivenza implicita non va sottovalutata poiché, oltre a poter diventare eticamente discutibile o chiaramente negativa, rischia di mettere a repentaglio l’equilibrio dei rapporti dei capi con i collaboratori e tra i collaboratori, e ciò costituirebbe una forte negatività gestionale e relazionale.

In questi casi diventa importante e imprescindibile il ruolo “terzo” di Risorse umane, a tutela di una sorta di “giustizia” generale nei rapporti e di un equilibrio tra le persone e le reti collaborative, indispensabile per il buon andamento della struttura aziendale, ma anche di qualsiasi altro sistema organizzativo.

Emanuele di Alatri

Caro lettore,

Emanuele è morto ucciso da un branco di delinquenti appartenenti alla gente “normale”. La statistica psichiatrica spiega che atti di questo genere sono commessi solo nel 10% dei casi da soggetti psicopatici, mentre il restante 90% è opera dei “normali”. Sarà anche che la violenza inter-umana è in declino rispetto al passato, come spiega nel suo classico libro in tema edito nel 2012 Steven Pinker, ma è difficile sopportare azioni come quella di Alatri. Gli specialisti della mente aggiungono anche che certi soggetti, se ottenebrati da alcol e droghe, in situazione di branco, abbassandosi radicalmente l’autocensura e la soglia critica morale, magari anche anempatici, possono diventare autori di nefandezze come quella di Alatri. E si è anche tentati di riprendere per mano un certo biologismo materialista alla Lombroso, o almeno alla Adrian Raine (cf. il suo Anatomia della violenza, Mondadori Università, 2016).

L’azione mala appartiene all’uomo e alla sua libertà. L’azione mala è compiuta dunque in piena responsabilità, ché quando si decide di bere o di drogarsi si sa di poter perdere del tutto o in parte il controllo delle proprie azioni. E quindi si decide di poter diventare dei criminali. I due maledetti bastardi, fratelli di 27 e 20 anni che hanno massacrato Emanuele ora meriterebbero di essere processati per direttissima, prendere l’ergastolo e chiudere il discorso qui, anche se avessero lesioni congenite orbito-frontali, ma così non accadrà, in questo stato di semi-diritto, di semi-democrazia, di paradossi giuridici, per cui chi delinque in questo modo è spesso condannato a pene risibili in proporzione alla gravità del delitto commesso, che in questo caso è aggravato dalla futilità e dalla crudeltà. In un contesto di omertà locale legata a una tradizione nefasta.

Detto questo d’impeto, rientro in un tono che mi è più consono. Quale è la lezione che si trae dall’ennesimo crimine contro la persona? Una lezione complessa, da equilibrare con cura, rifuggendo dai due estremi della colpa totalmente individuale e dalla colpa sociale, o sociologica che sia. Ho letto infatti alcuni commenti di benpensanti “politicamente corretti” alla Gianfranco Bettin, che, dopo avere fatto un rapido cenno alla responsabilità individuale dell’azione mala, si sono subito affrettati a buttarla sul sociale, sui cattivi esempi televisivi, sui linguaggi violenti etc. Tutto vero, ma non esageriamo. Conosco persone che hanno avuto infanzie disgraziate e che sono meravigliosamente umane, così come ne conosco altre, viziate e privilegiate, che sono esseri spregevoli. Si dirà: la sofferenza tempra e l’agio rammollisce. Vero anche questo, ma fino a un certo punto. E allora?

Il lavoro da fare è immenso, in una situazione in cui le agenzie educative sono indebolite e la cultura della responsabilità individuale piuttosto negletta. Non è né di destra né di sinistra riprendere un discorso fondato sull’antropologia reale, non su quella presunta, ipotizzata o auspicata. Se non si agisce con fermezza e lungimiranza nell’ambito educativo, la deriva attuale non potrà che peggiorare, sapendo che molte persone, ambienti e situazioni sono degradati a un punto tale da non consentire scorciatoie ottimistiche. Una disciplina fondamentale che potrebbe servire è la consulenza filosofica, così come è declinata nella modernità, sulle tracce di Socrate e Platone, dall’esperienza del professor Achenbach a quella di Phronesis, e quindi alla mia. Consulenza filosofica individuale e di gruppo, che gli Enti locali potrebbero promuovere, a partire dal Comune di Alatri: seminari e riflessioni sui valori umani, sulla pari dignità, concetti semplici da capire anche da parte di persone “normali”. In questo modo si porterebbero nell’ambito sociale sollecitazioni razionali, culturali e morali in grado di ristrutturare il pensiero. Ancora una volta l’intelletto e la ragione sono la dimensione e il luogo dove si può sviluppare la crescita interiore delle persone.

Forse occorrerebbe perfino, oso dire, una revisione dello stato di diritto nel senso di operare una sorta di contaminazione obbligatoria di buona cultura morale sociale nelle zone meno civili della nazione, magari imponendo insegnanti e pedagogisti provenienti da fuori, anche dall’estero, ben pagati e motivati. Occorre mescolare le carte, come un tempo faceva la leva obbligatoria, inopinatamente depennata dall’ordinamento. Idee di destra? Ma non fatemi ridere, sono solo idee nel vuoto pneumatico che ci affligge.

Ah, aggiungo una penultima: è apparsa sul web una infinita stronza vegana che ha postato la foto di Emanuele pescatore con una bella trota catturata e la didascalia seguente: “Emanuele è stato ucciso, e anche il pesce“. Ignobile.

E  un’ultima: il giorno stesso dell’omicidio un Gip romano ha rilasciato il più vecchio delle due carogne dopo una notte in guardina, perché gli avevano trovato in casa centinaia di dosi di coca, maria giovanna e hashish, ma siccome “era per uso di gruppo”, allora…

L’arroganza degli ignoranti

Ernesto Galli della Loggia offre su un grande quotidiano di sabato 25 scorso una disanima condivisibile sul fenomeno politico “grillino”. Caro lettor mio, recuperalo sul Corrierone di Milàn para el tu web, ne val la pena.

Socrate sosteneva con non malcelata ironia di “sapere di non sapere”. Invece questi anti-socratici dei “grillini” non sostengono il contrario, cioè di “sapere di sapere”, ma si comportano come se lo dicessero ogni qualvolta aprono bocca. Loro sanno e sanno fare (Raggi docet), loro sanno parlare con chiarezza e competenza, e soprattutto usando il dialogo e l’ars rethorica con gran acume dialettico (cf. Di Maio e Di Battista in specie). Loro sanno essere (ah ah ah!). Per loro la nòesis e la dianoia platoniche (per sapere cosa sono occorre studiare miei cari, non solo alla triennale di scienze della comunicazione) non hanno segreti, e neppur la logica aristotelica. Non parliamo poi di quella di Russel, Frege, Searle e Rorty, su cui tengono seminari settimanali presso le loro sedi. Sono consequenziali e irresistibilmente convincenti, specie quando dicono che si alleeranno solo con coloro che accetteranno i loro programmi politici, economici e sociali, perché sono perfetti in sé e per sé, sartrianamente (per eventuali lor lettori e supporter: relativamente a J.-P. Sartre). Uuuuh che paura… la perfezione!, l’assenza di ogni peccato, anche veniale!, ma allora sono stati già redenti, per loro la parusia (studiare miei cari, studiare!) del Signore è già venuta. Non vi è più il “non ancora”, perché godono già della beatifica Visione dell’Incondizionato. Ma andiamo!

Hanno tutti i peggiori difetti del politicante italiota, incapace di analisi, scarso nella sintesi, settario e anche bacchettone: sembrano la crasi di un democristiano alla Rotondi e di un vendoliano, e quest’ultimo per coprire a sinistra (non la mia, però).

Come sappiamo l’ignoranza tecnica inconsapevole è la madre di tutte le arroganze ma, anche se inconsapevole (perché nessuno gli dice che sparano cazzate e loro, di per loro, non ne hanno contezza), non è meno colpevole. Io non insegno a un ingegnere civile a fare i calcoli di struttura per la costruzione di un ponte. Loro sì, perché unti dai sondaggi che li danno vincenti. Ahinoi, pensa, caro lettor mio, in che condizioni sono gli altri partiti. Riassumiamo? Il PD si spezzò lasciando un 3/4% di duri e puri (mi vien da ridere, oh D’Alema!), Forzitalia soffre l’assenza di ser Silvio, purtroppo per anni in mano a nani e ballerine (copyright del compagno socialista Rino Formica), al centro ex DC denton Alfano e poco più, a destra un’urlante piccoletta dei quartieri romani e il ghignante Matteo dei lombardi, anch’essi poco raccomandabili. Ma come mai? Gli è che il popul taliàn è un po’ così, facile agli entusiasmi renziani e subito dopo corrivo di chi urla di più, semplificando e amplificando un’assenza imbarazzante di pensiero politico degno di tal nobile nome. Un popolo spesso geniale, ma più costantemente sventurato.

Tra i proclami salviniani e i motti di spirto emilian bersaniani non vi è molto altro, forse ora solo la seriosa competenza del Presidente e il garbo gentil del Capo del Governo. E allora, in questa oramai penosa paupertà, eccoli, i prodi chiericotti del comicone. Arroganti, ignoranti, petulanti come anatre olandesi nella stia, in attesa del liberatorio svolazzar sull’aia mattutino. Ricordo mia madre che “parava su” le galline, le tacchine e le anatre a ogni venire della sera, con il mio aiuto bambino, e la mattina le liberava con grida di incoraggiamento, un fascio di radicchio tagliato e il pastone. Oh come chioccolavano, stridevano quaquaravano le beate papere, galline, tacchine. Poi usciva il gallo e il tacchinon masculo, che aveva tante piume grige, ah però, assomigliava al comicon genovese. Gallo, tacchino, ocone, buono per questa stagione di passioni tristi (cf. M. Benasayag).

Non mi frega una mazza che Enrico Rossi canti “la locomotiva” di Guccini

Pare che sia una notizia -quella sopra- come il dibattito sullo stadio nuovo della Roma.

Ma dove siamo arrivati? che fa notizia il cantar probabilmente stonatissimo del presidente toscano, inimico di Renzi?

e lo stadio a Tor di Valle?

e il litigio fra Totti e Sgarbi? Uuuuh, importantissimo veh!

Ma cantava anche D’Alema, ma cantava anche Bersani, ma cantava anche Miguel Gotor, ma cantavano anche Civati, Epifani, ma cantava anche la Camusso che presumo anniderassi colà?  e anche Speranza? che concertooo! Ora si chiameranno Democratici Progressisti, cioè DP, e mi par di ricordare quest’acronimo politico presente negli ’80. Repetita non iuvant, scopiazzoni!

Se questi si  chiameranno così, gli altri che cosa saranno: Antidemocratici Regressisti? AR, dunque?

E in direzione PD che cantano? amore ritorna, i ciliegi sono in fioreee? Mi par di vedere gli interessantissimi Guerini e Rosato, e la presidenta involontaria del FVG, come la dise ela.

E i leghisti che inno intonano, La bela gigogin?

E i 5S Fedez, DjAx o che altro di confuso?

E i forzitalioti, un inno di Toto Cutugno? a ognuno il suo. Meno male che Silvio c’è. Lo dico sul serio, credetemi, credetemi.

E i destri fascistelli governati dalla vigorosa piccoletta? Non certo Faccetta nera, per loro meglio Lando Fiorini.

E invece ci sono altre cose: sfruttamento bestiale, disoccupazione, violenza sulle donne, pedofilia, guerre endemiche, cinismo pervasivo e lubrico. Di che si occupano i periclitanti succitati?

Io preferisco mettere qui il testo di Vietato morire, di Ermal Meta, forse a qualcosa serve…

Ricordo quegli occhi pieni di vita/ E il tuo sorriso ferito dai pugni in faccia/ Ricordo la notte con poche luci/ Ma almeno là fuori non c’erano i lupi/ Ricordo il primo giorno di scuola/ 29 bambini e la maestra Margherita/ Tutti mi chiedevano in coro/ Come mai avessi un occhio nero/ La tua collana con la pietra magica/ Io la stringevo per portarti via di là/ E la paura frantumava i pensieri/ Che alle ossa ci pensavano gli altri/ E la fatica che hai dovuto fare/ Da un libro di odio ad insegnarmi l’amore/ Hai smesso di sognare per farmi sognare/ Le tue parole sono adesso una canzone/ Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai/ E ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai/ Figlio mio ricorda/ L’uomo che tu diventerai/ Non sarà mai più grande dell’amore che dai/ Non ho dimenticato l’istante/ In cui mi sono fatto grande/ Per difenderti da quelle mani/ Anche se portavo i pantaloncini/ La tua collana con la pietra magica/ Io la stringevo per portarti via di là/ Ma la magia era finita/ Restava solo da prendere a morsi la vita/ Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai/ E ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai/ Figlio mio ricorda/ L’uomo che tu diventerai/ Non sarà mai più grande dell’amore che dai/ Lo sai che una ferita si chiude e dentro non si vede/ Che cosa ti aspettavi da grande, non è tardi per ricominciare/ E scegli una strada diversa e ricorda che l’amore non è violenza/ Ricorda di disobbedire e ricorda che è vietato morire, vietato morire/ Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai/ E ricorda che l’amore non ti spara in faccia mai/ Figlio mio ricorda bene che/ La vita che avrai/ Non sarà mai distante dell’amore che dai./ Ricorda di disobbedire/ Perché è vietato morire./ Ricorda di disobbedire/ Perché è vietato morire./ Perché è vietato morire./ Vietato morire.”

…forse a qualcosa serve, a qualcosa serve, a qualcosa serve

 

Successo, lentezza e educazione

Viviamo tempi iperbolici, superveloci, dove l’efficienza e il multitasking sono le virtù più richieste. Va bene, ci sto. Anch’io sono molto efficiente e multitasking: se elencassi le cose che faccio ogni giorno, settimana, mese, anno, quasi in climax ascendente… più di qualcuno si stupirebbe. Basta vedere il mio profilo LinkedIn. Vi è però una gran differenza con i più del mio tempo: non mi interessa degli status symbol, per dieci anni ho viaggiato su una vecchia Bravo 1200 e ora ho un’auto di 9 anni, non mi frega un c. di destinazioni vacanziere “faighe”, non mi frega delle griffes, nulla. Mi interessa il valore della persona, la sua verità, la sua irriducibile unicità, il suo dolore frammisto alla gioia, le parole che sono cose, che sono pensieri, che sono medicina contro l’egoismo, contro il cinismo, contro l’incapacità dei politici di pensare a chi rappresentano.  Vedi il penosissimo deliquio del Partito Democratico, che vive ore da tregenda, mentre l’Italia va avanti, mentre si lavora, si studia, si cresce, si comprende.

Ho presente mentre scrivo il baratro di miseria morale e materiale in cui vive molta parte del mondo, almeno tre miliardi di esseri umani che non vivono come noi. Verso che società, che mondo ci stiamo incamminando? Che futuro per i ragazzi nostri che crescono, per la mia Bea e per i suoi coetanei o per i più piccoli?

Mettendo a posto le carte di decenni di lavoro ho trovato i testi di miei interventi e comizi pubblici: i convegni di Graz, di Bolzano, di Spello, correlatori come Pierre Carniti e il povero caro amico Alexander Langer. Venticinque anni fa o giù di lì. A volte mi incazzo vedendo quello che succede, l’egoismo cinico che impera in giro… E mi ribello contro la vita come se non dovesse finire mai, scriveva in Adolphe Benjamin Constant.

E aspetto la distesa estate, la stagione dei densi climi, dei grandi mattini, dell’albe senza rumore… che dà oro ai più vasti sogni, oh stagione che porta la luce a distendere il tempo di là dei confini del giorno, e sembra mettere a volte nell’ordine che procede qualche cadenza dell’indugio eterno (liberamente tratto da Estiva di Vincenzo Cardarelli).

Si può essere veloci, efficienti e anche educati ed empatici, perché capaci di considerare il successo soprattutto il participio passato del verbo succedere e  di rallentare la corsa di fronte all’altro per aspettarlo?

Ignoranza tecnica e ignoranza ignorante

Tutti ignoriamo qualcosa, anzi moltissimo. Anzi ignoriamo la stragrande maggioranza delle cose. Un ingegnere ha sicuramente ottime cognizioni di matematica, fisica e informatica, ma può sapere pochissimo di letteratura e filosofia; un medico è certamente molto competente di discipline medico-biologiche, ma potrebbe ignorare l’economia, e avanti così. Io stesso, che sono essenzialmente un umanista, tra le discipline filosofico-letterarie e quelle socio-antropologiche, sono ignorante di informatica, di astronomia, di statistica.

Vi è quindi un’ignoranza che potremmo definire “tecnica”, plausibile e non dannosa, sempre che uno non millanti saperi che non ha e li usi magari professionalmente: caso tipico l’odontotecnico che fa il medico dentista, o il ciarlatano dalla dubbia biografia e cursus studiorum che fa il guru psicoterapeuta (e io ne conosco, ne conosco!) perfino con un certo successo, perché intercetta folle di ignoranti creduloni.

Vi è poi un altro tipo di ignoranza, quella cognitivo-morale, che comporta danni seri: vi sono persone che non hanno il senso del limite nel loro agire e nel loro parlare, agiscono e dicono senza filtri, fino a causare effetti deleteri e a volte devastanti. Parlo di truffatori, imbroglioni, violenti, omicidi, rapinatori, sia in passamontagna sia in cravatta e grisaglia.

Sta però emergendo un terzo tipo di ignoranza, per certi aspetti più sconvolgente, perché se le prime due sono “naturali”, per modo di dire, questa terza è più -in un certo senso- socio-culturale.

E’ l’ignoranza di ritorno, o anche di sola andata, dei più giovani, diciamo al di sotto dei quaranta, che non sanno più dove vivono, perennemente connessi con il web e con i mercati di riferimento. Come suggerisce Matteo Righetto sul Foglio odierno, anch’io ho fatto la prova di cui parla nell’articolo. Mi son messo a chiedere a persone, anche di una certa cultura attestata dall’accademia (a dei laureati, quindi) se conoscessero quel monumento o quella chiesa o quel palazzo della città appena da loro visitata. No, in generale, no, piuttosto mi hanno detto dove si trovava quel negozio di tendenza  e alla moda o di Vodafone, senza che glielo chiedessi, non capendo che si trattava di informazioni per nulla interessanti per me. Prova fatta stamani, visto che ero a Milano, con una strepitosa basilica milanese, Sant’Ambrogio. Su cinque laureati a cui la ho inviata solo uno/ a ci ha preso.

Il senso della storia si sta perdendo nei meandri della confusione e le radici nel marasma mediatico. Non si tratta di recuperare un nozionismo fine a se stesso, ma di essere consapevoli che se si esce dall’alveo della propria storia, si esce dall’alveo della propria vita. Nientemeno.

Older posts

© 2017 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑