Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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I terroristi sono infelici

Chi mi conosce o mi legge qui sa bene che non amo né il concetto, né il “nome” della felicità, perché mi paiono ambedue troppo ridondanti e soprattutto irrealistici. Come anche ultimamente ho scritto preferisco il termine “gioia”, gaudio, sentimento e stato psicologico che può convivere -intersecandolo e mitigandolo- anche con il dolore.

Seconda premessa: nel titolo vi è il termine “terroristi”. Ebbene qui non intendo tutte le fattispecie di “terroristi” che si siano mai mossi nelle vicende umane. Non intendo gli ebrei “zeloti” che combattevano i Romani, né i circoncellioni dei tempi di sant’Agostino, né gli ashasins arabi; non i militanti del “Terrore” rivoluzionario francese di fine ‘700, gli anarchici ottocenteschi alla Felice Orsini o Gaetano Bresci; non intendo i serbi della Mano nera (Gavrilo Princip ne faceva parte), e nemmeno quelli dell’Irish Republican Party militare; neppure gli ebrei di Stern e Irgun, di cui fu militante Menachen Begin, i GAP partigiani in azione nella Guerra civile italiana del ’43-’45; non mi riferisco né ai più recenti NAR, né alle Brigate Rosse o a Prima Linea. E infine forse neppure del tutto ai terroristi “intellettuali” alla Bin Laden o Mohammed Atta. Troppo diversi gli “attori” delle categorie citate sopra, tra le quali vi erano e vi sono terroristi in senso stretto (Al-Qaeda) e militanti politico-militari, che utilizzavano il “terrore” come estremo rimedio in situazioni limite (GAP, IRA?), o altre forze che terrorizzavano con chiari e spietati messaggi (Brigate Rosse).

Tutte queste categorie di terroristi hanno usato armi da taglio e da fuoco, messo bombe, compiuto attentati, con o senza intenti suicidiari. Qui, invece, mi riferisco all’ultima generazione di infelici che accoltellano, investono, fanno saltare auto e camion-bomba, si fanno esplodere, sparano per spaventare un mondo che odiano da tempo o hanno imparato rapidamente a odiare, e vogliono colpire nel suo stile di vita, nelle sue certezze, senza distinguere tra le vittime. Attentati in tutto il mondo, sempre più frequenti da oltre un quindicennio. Non dimentichiamo che comunque il maggior numero di vittime causate da questo tipo di terrorismo 2.0 post ventesimo secolo è di religione musulmana. Giustamente ci impressionano i quindici morti e i cento feriti di Barcellona, ma a Bagdad, Aleppo, Nairobi, Homs, Mosul, in Indonesia, in Pakistan, in Tunisia e in Nigeria, a Kabul e a Mumbay, Istanbul, Ankara, Sinai,  etc., le vittime si contano spesso a centinaia. Anche se teniamo conto delle Twin Towers nel 2001, di Atocha nel 2004, di Londra, Parigi, Bruxelles, Nizza, Mosca, Berlino e Barcellona, dove son morti europei e americani soprattutto, il confronto dei due terrificanti bilanci non regge. In Asia e in Africa la filiera del terrore fa sempre più morti, spesso neri, sempre poveri e quasi sempre musulmani.

Ma noi europei (americani e australiani compresi) facciamo fatica a capire quello che sta succedendo, e come mai siamo pienamente coinvolti da questa terribile stagione di sangue e di morti insensate.

Molti cercano di analizzare le tipologie socio-psicologiche di questa generazione di killer senza remore.

Che gli Occidentali abbiamo molto da farsi perdonare per le politiche coloniali dell’ultimo secolo e mezzo e fuori questione. Senza tornare all’Impero di Vittoria regina, basta che ricordiamo la follia dei franco-inglesi (accordo di Sykes-Picot) dopo la Prima guerra mondiale che definirono con riga e squadra i confini di Siria, Irak, Turchia, Iran, Libano, cioè di tutto il Vicino Oriente, con la nazione Curda presente in quattro di questi stati, o alla pazzia menzognera di Bush&Blair con la Seconda guerra del Golfo, o a quella idiotissima idea di Sarkozy, che nel 2011 volle morto Gheddafi, per comprendere qualcosa almeno, delle origini di questo sfacelo.

Che il mondo musulmano (e in particolare arabo-musulmano) abbia bisogno di una specie di “Rinascimento filosofico-religioso e politico”, che gli permetta di fare un passo in avanti nella separazione tra religione, società e politica è fuori questione, così come lo stesso mondo cristiano ha dovuto aspettare il diciannovesimo secolo per separare trono e altare,  bisogna riconoscere che su questa strada si sono incamminate, pur tra mille contraddizioni, diverse loro grandi nazioni, come il Marocco, l’Algeria, la Tunisia, l’Egitto (a proposito, se è indispensabile fare piena luce sul delitto Regeni, è pienamente legittimo e opportuno il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo), la stessa Indonesia, e che l’Iran stesso merita grande attenzione,  e la grande nazione turca pure, nonostante -appunto- Erdogan, ambiguo e cinico.

Veniamo un attimo al cuore del tema, al conflitto civile e intra-religioso siro-irakeno. Dopo la sconfitta e la morte di Saddam Hussein e l’implosione siriaca, il vecchio Partito Baath si è spappolato e migliaia di quadri politico-militari si sono trovati sotto le accuse del mondo. Dove sono andati? Hanno costituito il nerbo dell’Is (o Isis, se si vuole), ora in procinto di essere militarmente sconfitto. Ma, come sempre, dopo le guerre civili, che sono le peggiori guerre (Mario vs. Silla, Pompeo vs. Cesare, Ottaviano Augusto vs. Marco Antonio, la Storia non insegna nulla!), la diaspora dei combattenti si disperde in mille rivoli di odio e di azioni dettate dall’odio, dalla mancanza di prospettive, da un nichilismo di fatto che nessuno riesce a recuperare, finora.

Oltre a costoro vi sono i foreign fighters europei, nordafricani e vicino-orientali, e magari anche ceceni o pakistani. Ecco, questo è il punto che riguarda questa fase in Europa. Bastano poche centinaia di individui che oggi definiamo “radicalizzati” per costituire una rete terroristica fatta di cellule più o meno indipendenti, ispirate dai messaggi semplici e ignoranti di un Al Bagdadi di turno. Giovani di periferia, spiantati, magari dediti alla piccola criminalità, perennemente connessi sui social, sempre più giovani e quindi indifesi dal punto di vista della più semplice logica umana.

Non mai sorridenti, talora irridenti, quasi a volersi prendere una rivincita verso questo mondo che li ha accolti, ma non come pensano “sarebbe stato giusto”.

Il mix ideologico-morale è micidiale: a) frustrazione, b) gelosia per modelli di vita diversi, c) spirito di vendetta, d) desiderio di mostrare la propria forza, e) nichilismo distruttivo e autodistruttivo… Il tutto su un sostrato di ignoranza micidiale, che rende vittime questi psichismi elementari facilmente indottrinabili e manipolabili da esperti predicatori dell’odio, in persona  e sul web.

Per questo nel titolo scomodo il tema dell’infelicità, come sentimento e stato psichico di frustrazione estrema, di delusione di se stessi, di autostima sotto i tacchi, di mancanza di ogni progettualità, di imitazione sterile e inefficace di altri modelli di vita. Rayban e kalashnikov allora stanno insieme, si tengono, come il consumismo e la impazienza di fare qualcosa di clamoroso e di “forte”.

Il fondo e lo sfondo di tutto questo è dunque una forma di in-felicità, come disprezzo di ogni fe-condità, che è la vera matrice di un equilibrio mentale e fisico, culturale e sociale, che possa definirsi, con qualche opportuna cautela, perfino “felicità“.

Per questo questi giovani e talvolta giovanissimi terroristi sono degli “infelici”.

Da qui dovrebbe partire una riflessione profonda in tutto l’Occidente, che deve difendersi anche materialmente con tutte le sue forze, ma anche con tutta la sua capacità culturale e politica, con tutta la sua immensa storia, con il dialogo e con la fermezza, con la collaborazione e l’affermazione dei principi di convivenza civile e democratica che anche qui da noi sono costati secoli di fatica, di dolore  di sangue, cui non si può e non si deve rinunziare.

Evoluzionismo e coglionaggine

…vanno di pari passo. Circa il tema dell’evoluzione sono con Lamarck e Darwin, ma talvolta mi viene la tentazione di stare anche con i famosi “fissisti” del secolo scorso, che sostenevano una immutabilità delle creature viventi. A livello neuro-scientifico vi sono diverse scuole di pensiero, come sappiamo, da quelle più a quelle meno biologiste. Chi frequenta questo sito sa che talora sono tentato da un certo lombrosismo grezzo, positivista, per cui potrebbero esserci ancora degli ergaster-erectus con 800cc di cervello e quindi in via di ominazione. Ogni tanto ne ho il sospetto. E’ chiaro che scherzo, ma amaramente, perché invece vi sono dei sapiens in giro che hanno poco o nulla del sapiens, ma moltissimo dell’insipiens, ovvero dello stronzo, tout court. Questi soggetti talora fanno danni, un po’ perché sono poveri di spirito (non “in spirito”, come insegna la beatitudine matteana), un po’ perché sono stronzi.

Tra Adrian Raine che sostiene l’origine anatomica della violenza, parlando di carenze dei lobi orbito-frontali, e Steven Pinker che teorizza in un suo opus magnum, il “declino della violenza”, mi viene da stare un po’ a metà strada, perché se avesse ragione del tutto, o di più, Raine il diritto penale di quattromila anni andrebbe a farsi benedire, ma se avesse ragione Pinker, mi verrebbe da prendere un randello e usarlo sul cranio di qualche stronzo.

Di questi ne ho incontrati e ne incontro, direttamente o indirettamente in tutti i settori, da quello lavorativo a quello privato, sono inevitabili, perché numerosi, troppo numerosi, ahimè.

Che fare, si chiederebbe in questo caso Vladimir Ilic Ulianov? Non so: forse distinguere tra quelli che non ci arrivano e quelli che ci arrivano e ci provano e bastonare questi. Che ne dici caro lettore? Sempre che non sia possibile, con le buone, dal dialogo alla filosofia pratica, al counseling, in qualche modo aiutarli a rimediare, loro però umilmente d’accordo di farsi aiutare.

Epperò vi sono anche molte cose buone, pensieri opere intuizioni, che tengono in piedi questo mondo. Accanto alle penose assurdità che con dire incerto e impreciso proferisce la Boldrini, troppo ochetta per sapere di essere strumento nelle mani di decisori occulti, quando teorizza processi di sostituzione delle mancate nascite di bimbi italiani con bimbi migranti, vi sono persone che lavorano fuori delle ribalte mediatiche, ogni giorno, ogni notte, ogni mattina, ogni sera, magari a turno, negli ospedali, nei trasporti e nelle fabbriche, per produrre servizi e beni in grado di far andare avanti questa nostra carissima Italia, nazione bellissima e un poco stupida, a volte.

E allora, mentre penso all’evoluzionismo e alla coglionaggine di molti, di troppi, ho una sommessa speranza, che coltivo nella mia solitarietà silente, nel mio incedere e nel mio intercedere per chi ha bisogno di me.

E dico, che bello, che tutto evolva e, evolvendo, denunzi a volte la coglionaggine di alcuni, e mi suggerisca silenti passeggiate e amabili conversari con chi mi conosce e gradisce.

Il riccio e la pantegana

Caro mio lettor di fine settimana o, come si dice oggi, del week end (che pena questo ennesimo anglicismo!),

ero seduto a fine giornata ai margini del parco, stasera, con i miei pensieri in chiaroscuro, più scuri che chiari. A chi mi chiedeva al telefono che cosa stessi facendo ho risposto: “Sono seduto su un vecchio pneumatico ai margini del Parco delle Risorgive, e aspetto che compaia dalla macchia un riccio, o almeno una pantegana, per conversare un poco“. “Ah si?, certamente ho risposto, di questi tempi interloquire con un riccio o una pantegana può essere più interessante che con gli umani.”

Il riccio e la pantegana, che poi non si sono fatti vedere e io mi sono incamminato un po’ mestamente verso casa. Deluso che non sono venuti a trovarmi, nonostante io viva tutto il giorno in mezzo alla gente per lavoro… mi mancava il riccio e la pantegana. Come si può parlare al riccio o alla pantegana? Certamente con gli occhi, con lo sguardo, non occorrono parole, né concetti, non vi possono essere fraintendimenti né secondi fini. Il riccio e la pantegana non ti ingannano, non ti usano, non ti accusano, non ti tradiscono, non ti mettono da parte.

Il riccio e la pantegana forse ti annusano da qualche metro, perché giustamente ti temono, temono la tua ferocia di essere umano, scimmia nuda coltissima e pericolosa. Però, se non li disturbi quando ti fanno visita a rispettosa distanza, forse indugeranno un poco nei pressi, furtivamente, il riccio con la sicurezza dei suoi aculei, e la pantegana con la sua rapidità topesca. Se fosse venuta la pantegana a trovarmi le avrei chiesto come stessero i suoi cugini conigli o gli scoiattoli, anch’essi con lei apparentati, e lei, forse un poco sorpresa della domanda mi avrebbe fatto segno con il muso affilato “che stanno tutti bene“, in mezzo alla macchia, al fitto bosco che circonda i corsi d’acqua del parco.

Se fosse venuto il riccio, con il suo passo più lento e meditabondo, avrei potuto chiedergli come stesse la sua famigliuola nascosta nella più remota macchia del bosco di ripa lungo il rio principale.

E così fantasticavo sulla pantegana e sul riccio mentre lentamente, ma a fatica, cominciava a calare la sera. Sono stanco di questa estate calda e avara, umida e fasulla, ambigua e feroce, giro di stagione perfettamente inutile, come un dito nell’occhio.

Sono stanco che vengano week end umbratili, e ho nostalgia del lunedì, come sempre nella mia vita, anche se il nostro tempo, come ho cantato, è sempre il sabato, e il primo giorno dopo il sabato la tomba è vuota (Giovanni 20), perché il Signore è (stato) risorto, e così penserà un poco anche a me, mandandomi a colloquio queste due sue splendide creature, il riccio e la pantegana.

Il potere della parola

Da quando l’uomo ha l’uso della parola, si è creato un sistema informativo complesso, che può anche essere elemento di disinformazione gravissima. Un esempio: tutti o quasi ritengono che il maggior fattore di inquinamento di mari e oceani sia lo sversamento di idrocarburi da parte delle petroliere, di navi in avaria o naufragate. Niente di più falso! Lo sversamento di idrocarburi costituisce solo il 2% delle sostanze inquinanti, mentre il 98% è costituito dai fumi di combustione delle grandi navi da crociera e delle decine di migliaia di carghi che solcano le acque marine. Il confronto con le emissioni dei mezzi di terra, auto e camion, non regge, perché questo è infinitamente minore, ragion per cui molta parte delle cause dell’effetto serra è da attribuirsi ai mezzi marini. E’ solo un esempio di come la parola “giornalistica”, magari non sufficientemente documentata, può fare danni inenarrabili e politicamente pericolosi, oltre che eticamente infondati. Basti pensare all’informazione politica e all’uso che dell’argomento fa correntemente.

Il ruolo formativo della parola è fuori discussione. La parola “forma” le persone, nel senso che serve a tutto il processo di crescita culturale e addestramento al lavoro dell’uomo: la parola è lo strumento principale che si usa nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle università. I testi e le lezioni sono fatti di parole, che possono essere adeguate ed efficaci o anche no. Vi sono infatti molti testi scolastici e universitari non redatti con principi didattici corretti ed efficaci, ma spesso o troppo difficili e astrusi (consultare per credere alcuni testi attuali di storia dell’arte per i licei, che neanche Sgarbi…), o costruiti in funzione dei loro redattori ed editori. Se entriamo nel tema dell’insegnamento, la maggior parte dei professionisti che vi si dedicano, maestri e professori di tutti i livelli, raramente possiedono una formazione didattica, per cui erogano sempre i saperi disciplinari a modo loro, e spesso con metodiche improvvisate e inefficaci. Certo è che lo status sociale degli insegnanti, a eccezione degli ordinari accademici, in questi ultimi decenni si è molto ridotto in termini di prestigio, ma questa non è una ragione o spiegazione sufficiente della mediocrità di molta parte dell’insegnamento.

La parola ha anche una efficacia performativa, cioè di cambiamento. Le parole sono pietre, nel senso che hanno un peso, valgono come un’esperienza vitale nei rapporti tra le persone. Per questo la parola va rispettata nella sua essenza etimologica, nella sua potenza semantica, nella sua efficacia espressiva. Come un apprezzamento nei confronti di una persona costituisce elemento di rinforzo e motivazione positivi, così l’insulto gratuito è inammissibile, violento e meritevole di ogni censura. Non si può insultare ingiustamente un uomo o una donna e poi fare finta di niente, così come non si può dire a un lavoratore “non capisci mai un cazzo” e poi sperare che il suo senso di appartenenza all’azienda rimanga positivamente inalterato. La parola cambia la vita, cambia le vite delle persone.

La parola può essere stonata e cacofonica fino allo iato, cioè fino alla sgradevolezza insopportabile. Bisogna avere cura delle parole, della loro armonizzazione, della correttezza del discorso, nell’uso dei verbi e della consecutio temporum. Non è banale curarsi dell’uso del congiuntivo nelle frasi esortative ed ipotetiche, nella sua connessione con il condizionale, invece di risolvere tutto con banalissime verbalizzazioni all’imperfetto. Manca tempo per coniugare bene i verbi? No, è solo pigrizia. Se si deve dire “se avessi saputo che non ci saresti stato non sarei venuto“, questa espressione non può essere scambiata con un banale “se sapevo che non c’eri non venivo“. Con quest’ultima versione della frase si guadagna un nanosecondo, a chi? alla bruttezza espressiva!

La parola usata malamente genera il il fraintendimento. Se non c’è la pazienza dell’espressione il nostro interlocutore spesso non comprende, non capisce quello che vogliamo dire. La fretta ci porta a semplificare i concetti, saltando passaggi logici fondamentali per consentire un normale sviluppo del dialogo e della conversazione. Avere cura dei termini che si usano non ha nulla a che vedere con la pedanteria, ma è semplicemente rispetto per la storia lunghissima del linguaggio e delle parole, che vengono da lontano, da altre lingue come, nel nostro caso, dal sanscrito, dall’indoeuropeo, dal greco e dal latino, e di queste conservano tracce profondissime nelle radici etimologiche e nella semantica.

La parola usata incautamente genera l’incomprensione, e quindi rovina i rapporti umani, proprio perché la parola ha un suo pondus naturale, cioè un peso significante ineluttabile, ineliminabile, inesauribile. Guai sottovalutare il potere della parola, pensando che “verba volant e scripta manent“, cioè le parole si volatilizzano e gli scritti rimangono. I nostri padri ritenevano la parola data più forte di un contratto scritto, cosicché siamo noi oggi responsabili incauti di una banalizzazione del valore della parola. In realtà, la parola, una volta proferita, diventa immortale, perché nessuno (neppure Dio) può annullarla, e quindi opera nel tempo e nella psiche umana per sempre, il sempre della vita umana e della storia. Bisogna fare attenzione a quello che si dice, perché quello che si dice, dice molto, se non tutto, di noi, nel bene e nel male.

La sottovalutazione del potere della parola è pericolosissima, perché è come se sottovalutassimo la nostra stessa umanità: noi siamo animales loquentes, homines loquentes, siamo del parlanti, e questo parlare, il linguaggio, ci differenzia da tutti gli altri animali. Sottovalutare la parola è come sottovalutare la nostra stessa umanità. Assurdo e pericoloso, oltre che molto stupido.

Con la parola si innesca il procedimento della persuasione. La parola è preziosa, poiché con essa possiamo persuadere senza manipolare, possiamo consigliare, consolare, rinforzare una persona in stato di disagio, possiamo aiutare e farci aiutare quando abbiamo bisogno noi di essere aiutati.

L’arte della parola è classicamente la retorica, che non va intesa come lo sproloquio politico-giornalistico attuale, ma come arte del ben dire, con grazia ed efficacia quello che dobbiamo dire, sia un ragionamento, sia un discorso, sia una lezione, sia una riflessione teorica o un consiglio pratico.

La parola connessa alle altre può generare un gap interpretativo: bisogna stare molto attenti a come si imbastiscono i discorsi, tenendo conto innanzitutto del contesto, cioè delle persone presenti, e anche degli obiettivi che ci si prefigge, sempre nel rispetto degli altri, e ricordandoci sempre dei nostri limiti umani ed espressivi.

La non condivisione delle accezioni terminologiche causa conflitti e dialoghi confusivi: è molto importante mettersi d’accordo sull’accezione che si dà alle parole, ai termini, altrimenti la confusione delle accezioni crea danni a volte irreparabili. “Io pensavo che tu volessi dire questo…” “Ma no, io intendevo quest’altro…” e così via, dando inizio al circolo vizioso e all’ammalamento della comunicazione (cf., tra altri testi, Pragmatica della comunicazione umana, Paul Watzlavick, Astrolabio, Roma 1980).

Il retaggio culturale ha a che fare con l’uso della parola. Ogni territorio, regione, nazione ha un suo rapporto con le parole; le lingue del mondo, che rappresentano i vari mondi esistenziali, sono migliaia. Non tenerne conto pensando che la propria lingua, e quindi le parole che si usano siano universali per senso e significato, è un grave errore, foriero di conflitti e, come la storia racconta, anche di guerre sanguinose.

L’esperienza della parola è l’esperienza stessa della vita umana, dal pensiero allo scritto, rappresentando la manifestazione più alta degli esseri umani. Occorre fare un viaggio nel tempo della parola per coglierne tutta la sua ricchezza, quando è capace di spiegare ciò che è complicato e di interpretare ciò che è complesso, a volte inestricabile, quasi indicibile. Infatti in parte la parola non riesce a rappresentare tutta la realtà in quanto tale. Kant direbbe che la parola racconta il “fenomeno”, cioè ciò-che-appare, non mai il “noumeno”, vale a dire ciò-che-è-in-sé-e-per-sé. La realtà sfugge sempre nella sua verità intrinseca, e si manifesta solo in parte.

Per questo la verità è la più elevata manifestazione del bene stesso, nella differenza irriducibile di ciascuno, che è esplicitata nella parola…

L’imborghesimento sconsolante della “sinistra” politica

…anzi la sua progressiva e  crescente idiozia.

La categoria dell’imborghesimento della sinistra risale, per quanto riguarda l’ultimo mezzo secolo, almeno al decennio “di fuoco” 68/77, quando la nuova sinistra accusava di tale infamia il PCI, da pulpiti che talora erano ancora più borghesi, come alcuni che poi partorirono la presuntuosità terroristica di sinistra. In realtà il PCI, fatti salvi gli intellettuali organici laureati à la Napolitano, Chiaromonte, Amendola, Natta etc., era un partito fortemente radicato nel popolo operaio e contadino, un partito autenticamente popolare. Il PSI era più sportivamente variegato, frequentato anche da una pletora di professionisti, di architetti in cerca di commesse e anche, graziaddio, da una certa parte di popolo della vecchia scuola “nenniana”.

Le successive trasformazioni, avvenute nei decenni scorsi, che hanno fatto cambiare più volte nome al “partitone” austero di Longo e Berlinguer, fino alla commistione mal digerita con il cattolicesimo “di sinistra” nell’attuale veltronian-renziano PD, hanno lasciato spazio a frange che si sono progressivamente caratterizzate per atteggiamenti e background socio-culturale decisamente borghese, nel senso novecentesco del termine. Movimenti come quelli del “popolo viola”, riviste come Micromega del conte Flores D’Arcais, attestano questa allure intellettual-puzzetta sotto il naso.

Ne avrei molte da dire ancora, io che provenendo veramente dal popolo operaio, e che ho studiato lavorando, lasciando indietro in questo molti figli-di papà, figlio di mio padre emigrante e di mia madre sguattera, ma capace di fare iniezioni gratis al popolo povero di Rivignano, ma ne dico solo una, vista stasera sul web. Tale onorevole Gasparini del PD, appunto, ha ottenuto con un emendamento che il vitalizio dei parlamentari sia reso cospicuamente reversibile a favore dei superstiti. Intervistata da un giornalista circa l’eventuale congruità etica della misura, la signora Gasparini ha risposto: “Certo che trovo giusta la reversibilità… non vorrà mica che la moglie di un parlamentare o un figlio, rimasti vedova e orfano, debbano fare la sguattera o il giardiniere?”

Gentil mio lettore, occorrono commenti? ma questo Gasparini del PD e sua moglie sanno che cos’è la storia della classe operaia, dei sindacati, del movimento socialista europeo e italiano? sanno di come funzionavano le fabbriche dell’800 raccontate da Dickens e da Carlo Marx. Sanno come si vive nelle favelas di Rio o nelle villas miseria di Santa Maria de los Buenos Aires? Nei suburbi di Djakarta e di Nairobi? Nelle periferie immense di Lagos, del Cairo e di Mexico City?

Sanno chi erano Edouard Bernstein e Filippo Turati, Antonio Gramsci e Labriola, Giacomo Matteotti, Jean Jaures e Pietro Nenni, Umberto Terracini e Anna Kuliscioff, Dolores Ibarruri e Salvador Allende, ma anche Tina Anselmi e Lina Merlin, e mi fermo qui, ché potrei continuare per pagine e pagine.

Ma dove vivono? Sanno che la storia della democrazia e del socialismo democratico nascono dal sentimento di solidarietà  e di condivisione evangelica? Che cosa c’entrano sentimenti ed espressioni come quelle lì con la storia del progresso democratico, della partecipazione dei lavoratori alla gestione della cosa pubblica, se il pensiero e il sentimento sono da un’altra parte? Che c’entrano?

Ma io preferisco mille volte il liberale patocco, ricco sfondato o riccastro cinico, profittatore e anche un poco dichiaratamente sfruttatore, a questi falsi “sinistri”, a queste parvenze, a questi simulacri di progressismo idiota.

Almeno so che bestia è quello, e me ne difendo. Questi invece mi fanno pena e un po’ anche schifo.

…ma non troppo

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Il titolo modera il precedente post, forse troppo ottimistico ed ecumenico. In realtà resto inquieto (espressione troppo edulcorata?) con chi ha giocato irresponsabilmente, fors’anche per ragioni soggettive di ordine… non so, fate voi, con ipotesi sanitarie preoccupanti (per me), oggi fugate grazie a Dio, e anche con chiunque non rispetti la verità delle cose, siano le cose quelle che siano, gradevoli o sgradevoli, pretendendo di determinare ciò che non è nel suo diritto, né giuridico, né morale.

Certamente sono abituato alle “rinascite” (nomen omen), ma in mezzo a mille dubbi e patemi di animo, con fatica e dolore, come altri, più o meno di altri. Ciò che comprendo è senz’altro il dolore, di qualsiasi genere e specie sia.

E’ però difficile “tenere duro” nell’ingiustizia. Sopportare senza sup-portare è una contraddizione in termini, stancante e frustrante oltremodo.

Si può pazientare oltre i limiti finora conosciuti, ché il limite umano, in tutte le sue declinazioni, è sempre da esplorare, pur sapendo noi tutti che esso exsiste, sta lì, c’è, ci condiziona, ci determina alla fine di ogni sua esplorazione. Ogni tanto pare che il tempo scorra quasi all’incontrario, e che prevalga su quello cosmologico quello del kairòs, certamente “tempo opportuno”, ma a volte incomprensibile alla nostra ragione.

La mediazione tra ciò che si può fare e ciò che si deve fare è un altro punto della questione. Il dover-fare qualcosa e non altro è un imperativo categorico sempre più in crisi, sopraffatto dalle tecno-scienze e dalla legittimità del libero arbitrio. Si tratta di vedere, anche qui, dove sta il limite, dove sussiste un con-fine.

Da un punto di vista etico generale bisogna forse decidersi a superare il giudizio sui cosiddetti “atti categoriali” o singoli, che di per sé, se non corrispondono al comune sentire morale, sarebbero sempre condannabili, e scegliere la nozione di opzione fondamentale (cf. K. Rahner in Uditori della parola, Borla), che è in grado di dire come è quell’uomo-quella-donna-lì, magari nel loro fondo buoni, al di qua e al di là delle azioni singole, sempre che queste non mettano a repentaglio i fondamenti della vita umana.

Essere “mali” (malvagi) non coincide con il mancato rispetto della “promessa” in una sorta di coerenza assoluta, ma con il suo mantenimento, mediante il riconoscimento di una verità nuova, come può essere un rapporto affettivo che nasce, cresce e si verifica nel tempo.

Si può tergiversare nel riconoscere che le cose sono cambiate, esitare a confessarlo financo a se stessi, ma prima o poi la verità si fa urgente, prorompe, si manifesta come un’epifania dolorosa e nuova, ma non per questo inficiata o ridotta, anzi.

Riconoscere la fragilità di ciascuno è un dono e perfino un desiderio, che rompe gli argini delle con-venienze e dei convenevoli (a volte svenevoli), e cresce facendo crescere chi sta lì, tutt’intorno, grandi e piccoli, ché le prove sono appunto tali perché “provano” la capacità di cambiare, di re-sistere, cioè di consistere della propria unicità irriducibile, a ogni costo, per essere semplicemente se stessi.

Abbassare lo sguardo o nascondersi dietro immaginarie realtà o pretese malsane di dominio, è non solo ingiusto ma anche inutile, così come pretendere di governare sentimenti di altri, in funzione del proprio orgoglio o di convincimenti vetusti e morti. Liberiamo tutte le verità che conosciamo, come il vento che vibra tra gli alberi, dalla finestra di casa, in questa sera stranita di maggio, quando forse un Rosario sarebbe medicina soave.

A Illegio quest’anno organizzano qualcosa che ha a che fare con la verità nascente dal groviglio dei sentimenti, de l’amore, e produce il senso dell’autentico, anche attraverso lo struggimento del dolore. Caro lettore, vacci, può essere illuminante.

“Voglio la mamma! Voglio la mia mamma!”

Leggo su Libero un pezzo di Melania Rizzoli (23 aprile 2017) dal titolo più o meno simile a quello di questo mio. Libero è senz’altro un quotidiano che si colloca a “destra”, ma con tinte liberali indubbie, in coerenza con il “nome”. Sotto la direzione del marpione scafatissimo Feltri sr. non ha fatto mai battaglie codine o bigotte. Per questo l’articolo citato ha una sua credibilità. Rizzoli racconta che “(…) una bambina di tre anni, figlia biologica di un componente di una coppia di gay  e di una madre surrogata, ogni volta che piange disperata, grida, chiama e invoca tra le lacrime la mamma, pur non avendola mai conosciuta, gettando nello sconforto i due genitori (per uno dei due virgoletterei volentieri il termine). (…)”. Il blogger canadese John Hart è il padre adottivo della figlia naturale del suo compagno…

La piccola ha vissuto con loro da quando aveva sei mesi e quindi non può avere alcun ricordo cosciente della madre, e loro due, racconta Hart, si fanno chiamare “daddy” e “papà”, rispettivamente, non so in che lingua, ché dall’articolo non si capisce bene.

Ma la bimba, in un supermercato, non contenta della spesa che “daddy” stava facendo per lei, ha cominciato a chiamare la mamma, con grande imbarazzo degli astanti, che all’inizio non capivano e poi un po’ sì.

Il tema è quello della sottrazione programmata del principale dei genitori “naturali” di ogni mammifero-essere umano, la mamma. La mamma in cui ci si forma da uno zigote unicellulare, fusione di un gamete maschile e di un gamete femminile, la mamma da cui si nasce, la mamma da cui si sugge il latte, che si chiama “mamma” proprio perché il termine deriva dal suono onomatopeico della suzione del seno “mm mmm… mam-ma“, mother, mummymutter, mater, maman, metèr, etc..

Dolce e Gabbana, coppia omosessuale si è a suo tempo già intelligentemente dichiarata contraria alle adozioni da parte di coppie gay. Altri invece se ne sono vantati, come di uno scoop affettivo irresistibile, tipo Vendola.

La ricerca della madre è istintuale, antecedente a ogni deposito culturale o di modello familiare eterosessuale. Il bimbo, come anche la persona in difficoltà, indebolita dagli anni o in pericolo, chiama la “mamma”, come se la protezione dell’utero fosse in definitiva l’unica radicale condizione di stabilità, di rassicurazione e di verità affettiva.

Il più forte rapporto d’amore negli umani è quello tra madre e figlio/ a, di gran lunga superiore a ogni altro legame, compreso quello del padre. Può succedere di tutto, anche ogni sorta di violenza intra-familiare o extra, ma la madre resta l’ultimo baluardo, l’ultimo e più forte vincolo posto dall’evoluzione naturale nella filogenesi delle generazioni.

Non so se questo è difficile da capire o l’egoismo di certe persone troppo forte, tale da ottenebrare il raziocinio naturale.

Se “il cavallo non beve”…

Il peggior interlocutore che uno si possa augurare in ogni situazione esistenziale e in ogni attività è il presuntuoso stupido, perché imprevedibile, e di solito non sa di essere stupido, presuntuoso e imprevedibile. Ci si accorge di ciò se nel dialogo l’uso o l’invocazione della logica e dell’argomentazione razionale, anche se proposta con la massima semplicità, non “paga”, non incide, non funziona, non ha efficacia, perché il soggetto che si ha di fronte ha la presunzione di sapere e la correlata e proporzionale superbia di volerlo perfino imporre. La vecchia metafora del titolo spiega bene la tipologia e il senso di ciò che segue.

Una delle situazioni che mi fa più incazzare è come questa: capita di sentire un tizio o una tizia, attivi in un certo settore, che sproloquiano vantando conoscenze e competenze che non gli appartengono. Parlano come libri stampati (si fa per dire) di organizzazione aziendale, di costi, di fatturato, di relazione tra costi, ricavi e fatturato, senza avere alba di tutto ciò, sotto un profilo conoscitivo disciplinare o esperienziale diretto. In questi giorni a Milano ho chiesto a una sindacalista, che vantava indimostrate conoscenze sociologiche e organizzative, se avesse studi di economia o giù di lì, e la risposta, datami con aria di sufficienza quasi come una gentile concessione, è stata accompagnata da una sorta di ghigno sardonico.

Ho provato allora a sollecitarla con un elementare concetto di etica generale di derivazione aristotelico-tommasiana, quella del male minore o del bene maggiore, così dicendo: “Se dobbiamo salvare una struttura produttiva chiedendo una diminuzione delle ore lavorate che passi anche attraverso una ristrutturazione con riduzione di personale, l’uso di ammortizzatori sociali e di incentivi aziendali, al fine di salvare l’unità produttiva, che facciamo?” E ho continuato “Si può dire che salvare un’unità produttiva che occupa decine di persone è un bene maggiore che salvare uno o pochi posti di lavoro”. Volto inespressivo e silenzio.

Il suo sguardo e il suo mutismo mi ha fatto capire che non aveva capito, ovvero “il cavallo non aveva bevuto”. Il grave è che proprio non-aveva-capito, non è che non abbia voluto capire, cioè non c’era proprio, cognitivamente, anche perché ottenebrata da pre-comprensioni ideologiche (pregiudizi, dunque, vale a dire giudizi incompleti) e stereotipi di “sinistra”, si potrebbe dire, ma in realtà assolutamente miopi e conservatori. Vi sono purtroppo strutture socio-politiche che oggi hanno sul campo figure inadeguate, e comunque in grado di manipolare altre persone, influenzabili dallo strano “carisma di ruolo” dell’inetta. Sto parlando di delegate sindacali che subiscono la funzionaria territoriale.

Si è andati avanti molto tergiversando e poco concludendo, davanti al muro di gomma posto dalla persona. Vi sono stati momenti di tensione smorzati solo grazie al “mestiere” della mia delegazione.

A un certo punto il mio collega, alla fine di una discussione prevalentemente improduttiva, si è lasciato volutamente scappare una battuta di questo tipo: “Bene, se non troviamo una soluzione condivisa, vorrà dire che perso questo tram la prossima volta vi troverete a parlare con un altro. Chissà se sarà meglio o peggio per voi”. Camilleri direbbe che il volto dell’interlocutrice era basito, poiché non si era acceso il lume del comprendonio, neppure a quell’elegante ultimatum. Infatti ha continuato sulle sue, senza dare la sensazione di entrare in sintonia cognitiva con chi così le stava parlando, scuotendo la testolina in segno di diniego, addirittura quasi sprezzante. Perché il presuntuoso è anche sprezzante, in quanto ritiene i propri interlocutori non alla sua altezza. È un circolo vizioso dal quale è quasi impossibile uscire, non essendovi la disponibilità di mettersi in discussione, di dubitare dei propri convincimenti, di non essere sospettoso, di poter -anche solo in ipotesi- cambiare idea. È una delle ragioni per cui i “semplificatori” di idee e narrazioni e i predicatori populisti di tutte le risme hanno successo, trovando favorevoli ascolti in una tipologia antropologica diffusa oltre misura.

E pensare che si stava e si sta discutendo di posti di lavoro seriamente a rischio, se non si interviene smettendo le cure omeopatiche per la truce ma utilissima chirurgia, sempre detto in metafora.

La connivenza implicita

Caro lettore,

la connivenza implicita è una sorta di “patologia sociale”, più o meno grave, tipica delle organizzazioni. Si potrebbe dire una forma edulcorata del familismo amorale che invece sottende una cultura e comportamenti definibili certamente come mafiosi. Del familismo amorale, che qui non tratterò, esistono in circolazione diversi studi sociologici.

In quasi tutte le organizzazioni consolidate, aziendali, scolastiche, militari, politiche, ecclesiali è quasi impossibile non trovare forme di connivenza implicita, con aspetti variegati, che vanno dal sistema delle alleanze e solidarietà dei gruppi di potere, fino alla gestione spicciola del chiudere un occhio, o tutti e due, se la persona “vicina”, amica, sbaglia, così coprendone in qualche modo l’errore o minimizzandolo.

Partendo dalle alleanze di potere si può dire che fanno parte di una “fisiologia” ordinaria delle organizzazioni, e quindi vanno considerate come tali, e in quanto tali spesso sono utili o indispensabili per gestire le cose, sostenere momenti di stress o di cambiamento: l’importante è che non debordino da un ambito di legittima gestione del potere gerarchico ad atteggiamenti dannosi per la struttura e per le sue finalità.

Se invece parliamo più precisamente di connivenze implicite, si vuol dire qualcosa che può confinare con possibilità di “ammalamento” delle strutture e delle relazioni intersoggettive e di gruppo. Onde evitare questo rischio, ricordo che le banche hanno quasi da sempre avuto l’usanza di cambiare il direttore di filiale dopo un certo periodo, proprio per evitare un eccesso di confidenzialità con la clientela, tale da porre a rischio l’equanimità dei comportamenti verso tutti i clienti. Come abbiamo visto ciò non ha evitato l’enorme marciume constatato nel settore in questi anni, ma tant’è.

Non è facile evitare le connivenze implicite, perché nascono progressivamente e si manifestano -talora- come dice lo stesso sintagma, inavvertitamente, inconsapevolmente o, appunto, implicitamente. L’implicito, nelle relazioni umane, come si sa non ha bisogno di parole, dichiarazioni, prese d’impegno, perché si basa su una conoscenza profonda tra gli individui e su una robusta esperienza condivisa.

Vi sono vari gradi di questo fenomeno, i più blandi dei quali sono essenzialmente forme di cameratismo e di comprensione reciproca, mentre i più forti possono scivolare verso forme di parzialità da parte dei capi e di riduzione dello spirito di equanimità nel trattamento dei colleghi.

La connivenza implicita non va sottovalutata poiché, oltre a poter diventare eticamente discutibile o chiaramente negativa, rischia di mettere a repentaglio l’equilibrio dei rapporti dei capi con i collaboratori e tra i collaboratori, e ciò costituirebbe una forte negatività gestionale e relazionale.

In questi casi diventa importante e imprescindibile il ruolo “terzo” di Risorse umane, a tutela di una sorta di “giustizia” generale nei rapporti e di un equilibrio tra le persone e le reti collaborative, indispensabile per il buon andamento della struttura aziendale, ma anche di qualsiasi altro sistema organizzativo.

Emanuele di Alatri

Caro lettore,

Emanuele è morto ucciso da un branco di delinquenti appartenenti alla gente “normale”. La statistica psichiatrica spiega che atti di questo genere sono commessi solo nel 10% dei casi da soggetti psicopatici, mentre il restante 90% è opera dei “normali”. Sarà anche che la violenza inter-umana è in declino rispetto al passato, come spiega nel suo classico libro in tema edito nel 2012 Steven Pinker, ma è difficile sopportare azioni come quella di Alatri. Gli specialisti della mente aggiungono anche che certi soggetti, se ottenebrati da alcol e droghe, in situazione di branco, abbassandosi radicalmente l’autocensura e la soglia critica morale, magari anche anempatici, possono diventare autori di nefandezze come quella di Alatri. E si è anche tentati di riprendere per mano un certo biologismo materialista alla Lombroso, o almeno alla Adrian Raine (cf. il suo Anatomia della violenza, Mondadori Università, 2016).

L’azione mala appartiene all’uomo e alla sua libertà. L’azione mala è compiuta dunque in piena responsabilità, ché quando si decide di bere o di drogarsi si sa di poter perdere del tutto o in parte il controllo delle proprie azioni. E quindi si decide di poter diventare dei criminali. I due maledetti bastardi, fratelli di 27 e 20 anni che hanno massacrato Emanuele ora meriterebbero di essere processati per direttissima, prendere l’ergastolo e chiudere il discorso qui, anche se avessero lesioni congenite orbito-frontali, ma così non accadrà, in questo stato di semi-diritto, di semi-democrazia, di paradossi giuridici, per cui chi delinque in questo modo è spesso condannato a pene risibili in proporzione alla gravità del delitto commesso, che in questo caso è aggravato dalla futilità e dalla crudeltà. In un contesto di omertà locale legata a una tradizione nefasta.

Detto questo d’impeto, rientro in un tono che mi è più consono. Quale è la lezione che si trae dall’ennesimo crimine contro la persona? Una lezione complessa, da equilibrare con cura, rifuggendo dai due estremi della colpa totalmente individuale e dalla colpa sociale, o sociologica che sia. Ho letto infatti alcuni commenti di benpensanti “politicamente corretti” alla Gianfranco Bettin, che, dopo avere fatto un rapido cenno alla responsabilità individuale dell’azione mala, si sono subito affrettati a buttarla sul sociale, sui cattivi esempi televisivi, sui linguaggi violenti etc. Tutto vero, ma non esageriamo. Conosco persone che hanno avuto infanzie disgraziate e che sono meravigliosamente umane, così come ne conosco altre, viziate e privilegiate, che sono esseri spregevoli. Si dirà: la sofferenza tempra e l’agio rammollisce. Vero anche questo, ma fino a un certo punto. E allora?

Il lavoro da fare è immenso, in una situazione in cui le agenzie educative sono indebolite e la cultura della responsabilità individuale piuttosto negletta. Non è né di destra né di sinistra riprendere un discorso fondato sull’antropologia reale, non su quella presunta, ipotizzata o auspicata. Se non si agisce con fermezza e lungimiranza nell’ambito educativo, la deriva attuale non potrà che peggiorare, sapendo che molte persone, ambienti e situazioni sono degradati a un punto tale da non consentire scorciatoie ottimistiche. Una disciplina fondamentale che potrebbe servire è la consulenza filosofica, così come è declinata nella modernità, sulle tracce di Socrate e Platone, dall’esperienza del professor Achenbach a quella di Phronesis, e quindi alla mia. Consulenza filosofica individuale e di gruppo, che gli Enti locali potrebbero promuovere, a partire dal Comune di Alatri: seminari e riflessioni sui valori umani, sulla pari dignità, concetti semplici da capire anche da parte di persone “normali”. In questo modo si porterebbero nell’ambito sociale sollecitazioni razionali, culturali e morali in grado di ristrutturare il pensiero. Ancora una volta l’intelletto e la ragione sono la dimensione e il luogo dove si può sviluppare la crescita interiore delle persone.

Forse occorrerebbe perfino, oso dire, una revisione dello stato di diritto nel senso di operare una sorta di contaminazione obbligatoria di buona cultura morale sociale nelle zone meno civili della nazione, magari imponendo insegnanti e pedagogisti provenienti da fuori, anche dall’estero, ben pagati e motivati. Occorre mescolare le carte, come un tempo faceva la leva obbligatoria, inopinatamente depennata dall’ordinamento. Idee di destra? Ma non fatemi ridere, sono solo idee nel vuoto pneumatico che ci affligge.

Ah, aggiungo una penultima: è apparsa sul web una infinita stronza vegana che ha postato la foto di Emanuele pescatore con una bella trota catturata e la didascalia seguente: “Emanuele è stato ucciso, e anche il pesce“. Ignobile.

E  un’ultima: il giorno stesso dell’omicidio un Gip romano ha rilasciato il più vecchio delle due carogne dopo una notte in guardina, perché gli avevano trovato in casa centinaia di dosi di coca, maria giovanna e hashish, ma siccome “era per uso di gruppo”, allora…

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