Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Improvvisatori, dilettanti, orecchianti, apprendisti, professionisti, sapienti: il climax degli umani

Nel titolo i primi tre idealtipi weberiani di solito sono anche presuntuosi, e talora perfino arroganti; i secondi tre di solito non lo sono poiché conoscono la fatica dell’imparare.

Stavo viaggiando verso il locus di una lezione dove oggi avrei parlato della libido sexualis in Freud, comparandola anche alla libido potestatis e alla libido pecuniae, che forse sono ancora più forti della prima libido e talvolta con essa interconnessi e compresenti, come in certi satrapi di ogni tempo, sia che siano teste coronate et similia, sia che siano altri detentori di un qualche potere sugli altri umani e sulle cose. Sullo sfondo il tema dell’eros, come “attività desiderante” in Platone, che è il moto interiore capace di muovere le vite e le cose del mondo. Bei temi, vero caro lettore?

Viaggiavo ascoltando un noto canal radiofonico, rubrica economica del pomeriggio, ospite l’ex ministro Carlo Calenda, che ha scritto un libro. Oggi scrivere un libro è un’attività persin banale, non come ai tempi di Quinto Orazio Flacco o financo di Lutero, anche se  allora Gutenberg aveva già dato il suo genial contributo al mondo.

Perfino egregie persone come Totti o Jovanotti possono scrivere un libro. Figurarsi un ministro della Res Publica che si era fatto un’aura di fine pensatore, peraltro in un contesto dove l’acume intellettuale non è merce molto diffusa, quello politico. Il titolo è Orizzonti selvaggi. Capire la paura e ritrovare il coraggio. Chi lo intervista è quel noto giornalista che qualche tempo fa si vantò di un master inesistente inesistendo anche uno straccio di laurea. Oggi anche una laurea può essere presente-assente, come un libro.

Ah, dimenticavo: è lo stesso ministro che qualche settimana fa aveva “convocato”, si può proprio dire così, una cena tra “maggiorenti” del PD, secondo lui, cioè Renzi, Gentiloni e Minniti, miseramente fallita e iniziativa presa per il sedere. Ovviamente. E mi sono chiesto: che titolo aveva per convocare la cena? E perché non ha convocato anche me: chi glielo dice che io sarei meno autorevole di Gentiloni, di Renzi e Minniti? Sorrido.

Dove sono nella sua testa i congressi e le primarie per individuare i leader, caro ex ministro?

Dunque: atteggiandosi, come gli è costume fare, a maestro evoluto che alza molto lo sguardo su lontani orizzonti, l’autore del citato volume, richiesto di dire il concetto fondamentale del libro, con una certa solennità comincia un discorso di questo tipo, intendendosi la seguente una mia sintesi parafrastica: “Oggi la crisi impone ai governi, e in primis al Governo italiano di fare un investimento strategico straordinario per dimensioni sulla “formazione”, non solo quella professionale afferente alle competenze e al saper fare, ma anche rivolta ai saperi cosiddetti orizzontali come l’informatica e le lingue (sottinteso, a partire dall’inglese), etc.”

Tra me e me ho detto “vero“, ma qui manca qualcosa di ancora più originante e fondamentale: occorre intervenire, ancora prima che sulla formazione ai saperi cosiddetti trasversali od orizzontali, su un’altra e molto più profonda crisi: quella del pensiero pensante, del pensiero logico-argomentativo, che è messo da parte dalle visioni meccanicistiche che traspaiono anche dalle parole di improvvisati socio-antropologi come Calenda. Ancora una volta chi-non-sa insegna, pontifica, è docente, dall’alto di una posizione, di una fama mutuata dal sistema mediatico, non da una scienza vera, non da un costrutto culturale profondo e fondato.

Sul famoso Quadernaccio di noi liceali antichi, strenna e baedeker inimitabile  distrutto da un coglionazzo introvabile, mi par che fosse stato Nando, il magis brillante dei redattori a in-ventare un simpatico testo per un manifesto che annunziava lo sciopero degli insegnanti in una determinata vertenza, che così recitava: “Ozzi schioppero“, e uno contrario allo sciopero apostrofava un militante favorevole allo sciopero in questo modo: “Non so proppio dove avendo preso una idea simile di così“. Si può dire con un po’ di tristezza: alfabetizzazioni diverse.

Per contro gli idealtipi professionisti e sapienti parlano il necessario, non si mettono in mostra, conoscono la precarietà del sapere e il suo essere in relazione oggettiva e necessaria con gli altri saperi, perché ogni conoscenza vera è consapevole dei limiti, e della necessità di continui rinforzi, di faticoso impegno.

Mimmo Lucano, o del tribalismo epistemologico

Quando ho visto la prode e coraggiosissima Boldrini sotto casa Lucano in quel di Riace ho avuto l’ennesima conferma dell’esistenza di una sorta di tribalismo epistemologico, una vera e specifica visione del mondo.

Una visione del mondo a senso unico, incapace di vedere i vari strati della realtà e le contraddizioni insite, in essa. Potrei anche essere d’accordo nel merito se si tratta di salvare vite umane in mare, in montagna, nei deserti o nelle città, ma non nei modi nei quali si sta esprimendo codesto evento.

La realtà non si manifesta mai in due dimensioni, non è mai manichea, poiché è composta da un caleidoscopio di elementi a volte evidenti, ma in misura molto maggiore sfuggenti.

Il tema dei migranti non può essere risolto con lo “schema Lucano”, così come non si può risolvere con lo “schema Salvini”. Hanno torto tutti e due, l’uno perché acriticamente “generoso”, l’altro perché cinico.

Ma vi è un altro aspetto che rende questa visione del mondo inadeguata e pericolosa, e che si declina, appunto, in una sorta di tribalismo epistemologico, che va analizzato senza pigrizia mentale e con onestà intellettuale. Quest’alleanza di intenti che si esprime mediante la solidarietà al sindaco di Riace, inquisito e messo agli arresti domiciliari è la solita pantomima del politicamente corretto, per cui tutto ciò che è altruistico e solidale va bene, in qualsiasi modo si attui, e spesso con giudizi frettolosi e iniqui sull’operato della magistratura, quando questa non corrisponde ai propri desiderata.

Se la magistratura inquisisce Berlusconi e C., fa il suo dovere costituzionale e istituzionale, mentre se inquisisce Lucano o altri affini, trova schierati come un sol uomo i Saviano, i don Ciotti, i padre Zanotelli, che dei tre è l’unico a starmi simpatico, tutti e tre incapaci di formulare un pensiero completo sotto il profilo razionale, cioè di un pensiero che non sia epistemologicamente tribale, vale a dire non-di-appartenenza, ma generato da un’argomentazione logica.

Il sindaco Lucano spergiura di non avere agevolato alcun matrimonio combinato per far ottenere il permesso di soggiorno a chicchessia, né di aver affidato lavori in violazione delle leggi dello Stato,  ma la magistratura inquirente la pensa in modo diverso.

Propongo di seguito ai miei gentili lettori una breve sintesi del racconto del “modello Riace” di Domenico Lombardi di Unionline che sostiene il senso buono dell’intera vicenda, per poter commentare.

Lombardi racconta che nel 1998 un veliero partito dalla Turchia con 184 persone tra cui 72 bambini a bordo attracca sulla costa di Riace. Si trattava di profughi siriani, turchi e irakeni. Fin da subito il sindaco concede le case disabitate del paese, mentre i trentacinque euro al giorno destinati al sostentamento dei migranti vengono trasformati in borse lavoro girate a cooperative del posto. Lavorando, molti di loro, continua Lombardi, imparano un mestiere, traendone un reddito e sfuggendo al caporalato che imperversava (e imperversa) nelle campagne.

Il paese, che era disabitato, si rivitalizza e si ripopola. L’amministrazione inventa poi un coupon spendibile negli esercizi di Riace, stimolando così anche i consumi locali. Infine, Riace è tra i primi paesi a iscriversi al sistema di accoglienza diffusa SPRAR (Sistema di Protezione Rifugiati e Richiedenti Asilo). Ma, nel 2016 un’informativa della Guardia di Finanza denunzia irregolarità nella gestione dei fondi e così non arrivano più i soldi della Prefettura e dello Sprar, mettendo in questione l’intero “modello”, cosiddetto. Ad agosto il sindaco, chiamato “Mimì Capatosta” (soprannome comprensibile a ciascuno) inizia uno sciopero della fame.

Nei giorni scorsi Domenico Lucano, su ordine del G.i.p di Locri è stato posto agli arresti domiciliari per violazione di varie leggi dello Stato. I capi di imputazione: immigrazione clandestina e affidamento fraudolento di servizi di raccolta rifiuti, in seguito aggravati dai seguenti reati presupposti: associazione a delinquere, truffa e concussione.

Di seguito una parte del testo di Lombardi.

“Lo stesso G.i.p. nell’ordinanza d’arresto scrive che Lucano non ha preso un euro per sé né ha arricchito le associazioni che gestivano i soldi per l’accoglienza. Parla di gestione “opaca e discutibile” e definisce Lucano un soggetto “avvezzo a muoversi al confine tra il lecito e l’illecito“.

D’altronde è stato lo stesso sindaco a spiegare come il suo modo d’agire seguisse un ideale di giustizia sociale che “non sempre coincide con la legalità e le leggi“. “Quello che facciamo non segue le linee guida dello SPRAR, perché quelle linee guida ci dicono che dopo sei mesi i migranti devono andare via, ma ciò non è compatibile con una dimensione umana dell’accoglienza“, ha detto tempo fa in un’intervista.

In un’intercettazione finita agli atti dell’inchiesta, invece, dice: “Proprio per disattendere queste leggi balorde vado contro la legge“.

E questa frase potrebbe essere il manifesto dell’uomo Lucano. E farci capire che quella di Mimì Capatosta è disobbedienza civile. Contro la legge Bossi-Fini, che rende l’ottenimento e il mantenimento della cittadinanza italiana dei percorsi a ostacoli.

E così, come Cappato accompagna dj Fabo in Svizzera per consentirgli di porre fine a una vita di sofferenze, Mimmo Lucano organizza matrimoni combinati per non rendere clandestine persone che si sono integrate alla perfezione nel tessuto economico e sociale del paese in cui vivono.

Il rischio non è tanto che Mimmo Lucano finisca in galera, ci resterebbe ben poco. Il rischio è quello di mandare in fumo un modello d’accoglienza che ci invidia tutto il mondo. E che potrebbe indicare la strada a un Paese, il nostro, capace di accogliere. Molto meno di integrare e inserire i migranti nel tessuto socio-economico locale.”

Così il giornalista Lombardi.

Le scelte di Lucano potrebbero sembrare informate al principio, o virtù, o valore che Aristotele chiama epichèia, cioè giustizia giusta, in inglese fairness, ma nutro su ciò qualche ragionevole dubbio. Non mi pare, infatti, che le azioni del sindaco di Riace possano essere considerate un atto di riparazione a quanto prevedono leggi ingiuste, ma una presunzione di riparazione, certamente in qualche modo  paragonabile agli spinelli fumati da Marco Pannella in pubblico in tempi oramai remoti e ai viaggi di Cappato per accompagnare in Svizzera i suicidi “volontari”, tautologia inevitabile, se veramente del tutto tali, ma anche forse episodio di maggiore gravità. La presunzione di riparazione pare di più, a me sembra, presunzione, e basta.

Se si dovesse accettare questo metodo per rimediare a leggi ingiuste potrebbe essere plausibile qualsiasi cosa, in un periodo nel quale la politica e la democrazia rappresentativa parlamentare è tanto in crisi.

Se per rimediare ai limiti politico-culturali di un Parlamento che approva quasi all’unanimità una procedura medica delinquenziale come il protocollo o metodo anticancro di Davide Vannoni, si applica il “modello Riace”, allora siamo all’anarchia, non degli “unici” alla Max Stirner, ma della tribù, che alza voci e bandiere perché così è più bello, e fa perfino figo.

A costo di sbagliarmi non mi piacciono le manifestazioni tipo “attacco alla Bastiglia”, i pugni chiusi fuori tempo massimo e la genericità banalizzante delle affermazioni che si raccolgono in genere nelle piazze osannanti o urlanti. Gustave Le Bon insegna con il suo mai troppo letto e meditato La psicologia della folla.

Sarebbe bene darsi sempre il tempo, il luogo e il modo per discutere con cognizione di causa, con un’adeguata preparazione e documentazione di merito, lasciando fuori dal contesto dialogico emozioni condizionanti e a volte perfino infantili. Guardare la Boldrini in piazza mi ha fatto l’impressione che fosse una vecchia bambina o una suorina laica in libera uscita.

Da socialista per sempre non mi è piaciuto per nulla il pugno chiuso di Mimmo Lucano, che il Signore lo illumini.

Tizio, Caio e Sempronio

Prendo a prestito il raccontino sottostante, ove troverai, mio gentil lettore domenicale e oltre, con solo un breve inciso tra parentesi, mio, ricevuto stamane da un caro e spiritoso amico che citerò più avanti, e con il suo permesso quivi pubblico.

“Mediamente in ogni azienda di qualsiasi dimensione ci sono tre personaggi: Tizio, Caio e Sempronio. Nomi in voga nell’antica Roma, ma adatti all’uopo di questo racconto breve (n.d.r.).

Tizio è il classico “vecio brontolon” (rectius rompicojoni), da tempo in azienda (e quindi costoso), non allineato con le nuove forme di lavoro, tecnologie, freno e/o barriera per i più giovani etc. etc… L’azienda ne farebbe volentieri a meno, ma non si può mandarlo senza tirar fuori una barcata di soldi.

Quindi cosa c’è di meglio di liberarsene elegantemente mettendolo a carico della collettività’ (rectius pantalon) e prendendo al suo posto un baldo giovine in stage o altre forme contrattuali poco costose?

Caio, viceversa, è vecio e costoso ma molto competente e non c’è sbarbatello che lo possa sostituire. Peccato per il costo ma come sa far girare lui il tornio non lo sa fare nessuno.

Quindi cosa c’è di meglio di liberarsene elegantemente mettendolo a carico della collettività (ut supra)  e ri–prendendolo con un bel contratto di consulenza che costa la metà? Infatti Caio ha due fonti  di reddito e quindi può permettersi di prestare la stessa quantità (o quasi) di lavoro ad un prezzo molto più basso, mentre l’azienda ci guadagna in termini di costo e di flessibilità.

Infine c’è Sempronio che è vecio e costoso ma non brontolon ma neanche così competente da subire una perdita in caso di sua uscita dall’azienda.

Sempronio fa il “suo” e ma il “suo” è ormai superato dai tempi e sparirà con lui.

Quindi cosa c’è di meglio di liberarsene elegantemente mettendolo a carico della collettività’ (ut supra),  NON prendendo nessuno al suo posto ma
distribuendo il lavoro tra gli altri componenti la struttura e/o  con nuove tecniche?”

L’amico Paolo, che è della mia generazione, è autorevole uomo dei conti aziendali, ma non disdegna esercitarsi nell’umanesimo scrittorio, qualità poco diffusa tra le persone più giovani, fra i trenta e i cinquanta, anche se insignite di notevoli incarichi. In altre parole Paolo è molto più colto di altri miei interlocutori contemporanei, ed è per me un piacere dialogare con lui, piacere almeno altrettanto grande del dispiacere di dialogare con altri (ut supra, eh eh). Anche così dicendo non generalizzo, ché vi son ben validi interlocutori anche tra i ventidue e i cinquanta anni, più o meno. Non molti, però.

Beninteso, non intendo avallare la tesi che gli incliti potrebbero attribuirmi, visto che pubblico l’aneddoto di cui qui, in base alla quale potrei sembrare non condividere o addirittura denigrare l’esigenza di cambiare anche profondamente le strutture aziendali, che natura vuole possano vivere la normale obsolescenza che il tempo produce e obbliga i non incliti a tenerne conto.

Bisogna cambiare: io stesso che a trenta anni o poco più avevo la responsabilità di una quarantina di operatori socio-politici, e a quaranta la direzione risorse umane di un’azienda che ne aveva quattromila, e anni dopo la possibilità di esercitare quantomeno una moral suasion su alcune aziende che occupano qualche migliaio di persone, sono consapevole di dover lasciar fare ad altri, con mucho gusto e produttivamente. Anzi, mi occupo di cominciare a lasciare in buone mani parte, dico “parte” del mio lavoro, dedicandomi di più, da ora, allo studio, alla ricerca e alla docenza.

Ciò detto e sottoscritto, come s’usa nei verbali di accordo di qualsiasi genere e specie, non posso non gaudère della spiritosità del racconto inviatomi da don Paolo, anzi dal dottor Paolo, ché un titolo di studio e studi veri il mio amico li può vantare, senza vantarsene.

Ebbene, caro amico lettore, dilettiamoci orsù, ogni dì che il buon Dio ci concede, di esercitar con spirito critico la nostra analisi sulle informazioni che i media propalano, senza farci intortare da semplificazioni e imprecisioni, da dati senza fondamento e da incompetenti presuntuosi.

Io, quasi come Baruch Spinoza, son condannato (ma me la rido) senza un processo serio, ove ciò sia plausibile, perché ritenuto un pericoloso pensatore e traviatore dei giovani, nel mio piccolo paese, nella mia remota regione, dal mondo prelatizio e dal popolo bue, ma el imbatido, don Alejandro Valverde, campione del mondo di ciclismo sulla durissima rampa di Innsbruck, mi sollecita a tornare in bici, e a fregarmene dei giudizi, come il Poeta insegna tramite Virgilio “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”!

Quando ho visto don Alejandro Valverde Belmonte valicare il tremendo colle al 28% sopra la Città sull’Inn, sono stato felice, sapendo il mio gentil lettore quanto esiti ad usar il termine “felicità”, cui non credo come perennità, o anche solo di significante durata, di stato spirituale. Ero certo che avrebbe battuto in volata i pur valorosi Bardet, Woods e Dumoulin, e i nostri, bravi e perdenti, ancora una volta. Non importa, perché ha vinto chi aveva più garra, più forza e coraggio, antica endiadi olimpica.

Ho detto a me stesso, che bello, ha vinto  el imbatido a trentott’anni, che mi ha sempre entusiasmato per il suo scatto veloce in salita, per la sua volata nervosa tra pochi resistenti delle corse più dure, per il suo sorriso murciano. Per la sua resistenza, assai simile alla mia. Al dolore e alla fatica. Tornerò in bici, anche grazie a lui.

Caro don Alejandro, ti auguro di continuare ancora, fino a che ti sentirai di correre senza sentire  nausea della fatica, con il tuo entusiasmo pieno di forza. E ora fammi parlare di un’altra analogia, se pure di diverso argomento, oltre a quella ciclistica. Pensa che una parte dell’ambiente dove vivo teme il mio pensiero, cioè le cose che dico, che scrivo e che pubblico.

Alla fine dello scorso anno una degna associazione del luogo si è fatta viva per programmare la presentazione di un mio volume di pondus e sostanza notevoli, pare, non indifferente, in una prestigiosa sede. Ci accordiamo sul tipo di presentazione e di serata, come più sotto ti renderò noto, mio caro lettore e, passati alcuni mesi di quest’anno, chiedo ai maggiorenti del club se si è decisa una data. A quel punto l’imbarazzo la fa da padrona, ché il mio libro è troppo difficile e contiene argumenta ardui per il pubblico locale, che parrebbe non in grado di reggere tanta difficoltà. Vengo poi a sapere per vie discoste e nascoste che la veritas vera è un’altra: qualcuno pare li abbia convinti che il mio libro è scandaloso perché parla della dimensione erotico-agapica, cioè dell’amore umano, nella Bibbia, e specialmente nel Cantico dei cantici e, come se non bastasse, che l’autore è un comunista, pericoloso pensatore e traviatore di giovani.

Per cui nulla si fa. Analogamente a Udine, il corrispettivo ente chiede la presenza dell’ordinario diocesano alla presentazione dello stesso libro. Il mio gentile lettore vada a vedere da qualche parte che cosa si intenda per “ordinario”, e certamente non significa “banale”. E’ un ruolo di comando in una certa struttura molto importante. Anche per lui sarei inutile e pericoloso.

Di seguito la sintesi preparata per la presentazione in Villa (Manin),  a partire dal titolo.

L’Erotismo è il motore del mondo

Un titolo del genere forse non scandalizza più nessuno, grazie a Dio. In realtà il Caffè Letterario (…) intende presentare un libro di teologia filosofica scritto dallo studioso nostro compaesano Renato Pilutti, dottore di ricerca in Teologia e Filosofia e filosofo pratico. Il titolo del volume è quasi preoccupante, per modo di dire, quanto a complessità: “La Parola e i Simboli nella Bibbia per una Teologia dell’Eros”. Che significa? Che nella Bibbia il tema dell’amore umano, dell’erotismo è trattato, eccome. E’ trattato in maniera poeticamente sublime, forse insuperabile nella letteratura occidentale, nell’epitalamio (inno nuziale) Cantico dei cantici, e poi in molti altri “luoghi” del testo biblico, il libro dei libri, scritto in oltre mille anni da decine di scrittori dal nome in larga parte sconosciuto.

Pilutti si è affaticato per oltre dieci anni, in mezzo ai molteplici impegni di lavoro e alla redazione di altri testi, nella scrittura di questo libro, che si propone di introdurre il lettore al tema meraviglioso e difficile dell’interpretazione del testo sacro per Ebrei e Cristiani, la Bibbia, per quanto riguarda l’amore (eros), sotto il profilo della simbolica della parola e della parola come simbolo.

Il tentativo è quello di comparare tramite un accostamento che scavalca oltre un millennio e mezzo, il pensiero su questo tema di un grande scrittore cristiano del III secolo, Origene di Alessandria, con il pensiero del filosofo francese contemporaneo Paul Ricoeur, e di altri pensatori contemporanei.

Uno studio accurato del testo biblico, secondo l’autore, permette di comprendere come forse la trasmissione quasi bimillenaria di una certa sessuofobia cristiana sia quantomeno mal posta, se non infondata.

Infatti, a partire dal testo genesiaco (1, 27) là dove lo scrittore biblico afferma che “Dio fece l’uomo a sua immagine…”, si può comprendere come nulla dell’umano sia cattivo o malo in sé, e pertanto anche la dimensione erotica (e quindi legata all’esercizio del sesso) sia cosa buona, come accoglimento dell’altro/ altra nell’infinita possibilità dell’amore umano.

Il Cantico del cantici, così come è studiato da Pilutti con l’aiuto di pensatori antichi e moderni, è il testo-guida di una lettura rinnovata di un erotismo che può essere definito, non solo umanissimo, ma perfettamente cristiano, come bene in sé, unitività sublime voluta da Dio stesso, e perfino intensificazione solidale del sentimento. L’amore erotico è dunque, non solo del tutto umano, ma anche motore dell’attività stessa dell’uomo che desidera, attività desiderante (Platone) e concreta, poetica, creativa, costruttrice di qualità relazionale e di futuro.

Eccolo l’uomo scandaloso, pericoloso, da evitare. Cioè io.

Il prigioniero triste

Vedere il volto del premier Conte, mentre penosamente presenta il “decreto Salvini” insieme con il medesimo suo vice (?) su immigrazione e sicurezza (che cosa c’entrino nello stesso dispositivo legislativo è mistero gaudioso, e anche doloroso) è pena ulteriore in sé.

Mentre il suo coequipier raggiante occupa fisicamente tutto lo schermo, lui, più minuto, si accontenta dello spazio rimasto, desideroso che la pagliacciata, e non so bene se lui stesso la ritenga tale, si concluda al più presto. Sembra un prigioniero. E’ un prigioniero.

Il fatto è che la pagliacciata rischia di piacere, in giro, di fare adepti e aumentare il consenso elettorale.

Non voglio qui soffermarmi più di tanto sui contenuti del decreto, ma desidero commentare il marketing mediatico dell’evento. Cos’altro è se non puro marketing, e anche di bassa “lega” (ah ah ah), una modalità di presentazione del decreto come quella voluta da Salvini? E pensare che il marketing ormai è una cosa seria, al punto da dare il nome anche a dipartimenti (in Italia) e facoltà universitarie (in America).

Il decreto legge è uno dei modi previsti dall’ordinamento costituzionale italiano (artt. 72 e 77 )  per legiferare. Per essere emanato debbono esaminarne la congruità costituzionale gli esperti della Presidenza della Repubblica e in seguito va controfirmato dal Presidente della Repubblica stesso. Nei due mesi successivi deve affrontare un iter parlamentare doppio, alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica, che possono anche stravolgerlo nei suoi contenuti. In questo caso, vista la solida maggioranza che sostiene il Governo, è probabile che non succeda, e che conservi i connotati essenziali voluti dal ministro Salvini.

Tornando al decreto si resta allibiti dal pot pourrì dei temi regolamentati: si va dalla legittima difesa al trattamento dei migranti richiedenti asilo. L’insieme dei temi la dice lunga sugli intendimenti del su nominato ministro, che insiste su argomenti che “buttano” molto in termini di consenso generico e di successo elettorale, perché parlanti alla visceralità degli Italiani. E io comunque non disprezzo la visceralità, se questa è umanità, con tutte le sue declinazioni soggettive e culturali.

Né sottovaluto per questo i neuroni intestinali, che comunque so non essere specificamente deputati alle passioni, ché a questo ci “pensa” il sistema limbico, cervello ancestrale, luogo delle emozioni e delle passioni istintuali.

Tornando a Conte, nell’immagine della presentazione del decreto appare proprio come un “prigioniero triste”, dall’espressione rassegnata e malinconica. E mi chiedo: vale la pena fare il premier a questo prezzo? Dipende, si potrebbe pensare: se uno ama in qualche modo il potere come fine, può anche sopportare qualche umiliazione.

Personalmente, fossi stato in Conte, ma non avrei mai potuto essere al suo posto, perché uno come me non si fa comandare da un Di Maio o da un Salvini (non mi faccio comandare da nessuno, in realtà), non avrei accettato la sceneggiata per ragioni prima estetiche che etiche. E qui l’accezione del termine “estetiche” nulla c’entra con gli estetismi superficiali di moda ai nostri giorni ma, come ho scritto più volte, ha a che fare con la sua etimologica filologico-filosofica che significa un qualcosa che si manifesta all’essere, dal sostantivo greco antico àisthesis.

E poi il presidente Conte è anche un po’ sfortunato: basti pensare alla madornale gaffe del suo portavoce, tale Casalino, mi pare un ex disk jockey o tronista (e che è?) o cose del genere, con tutto il rispetto per gli emuli di Claudio Cecchetto e Jovanotti. Questo arrogante ragazzotto stava registrando un messaggio con il quale prometteva morte e distruzione ai funzionari del ministero dell’economia, lo hanno sentito ed è stato sparato -come meritava- sul web, come un qualsiasi cialtrone che scrive perché ha uno smarphone in mano, non perché abbia qualcosa di sensato da comunicare.

Bene, il premier si trova un figuro del genere come portavoce. Ma ha bisogno del portavoce? Si? Non può sceglierlo lui? Evidentemente no, perché i due dioscuri che hanno i voti e l’arroganza dei vincenti (per ora) lo hanno “commissariato”. Lo tengon prigioniero, e lui deve abbozzare se vuol stare lì. Altrimenti, se si ribella, i due lo cacciano. In ogni caso è lui che si è cacciato nel covile dove lo hanno per i … (che dire? hai compreso, mio paziente lettore?).

Qualis poena nobis est!

La superbia e l’invidia del politico tra cene presunte e dintorni

Mi ha stupito, ma non più di tanto, il ridicolo atto di superbia dell’ex ministro Carlo Calenda che, dall’alto della sua autostima, ha invitato a cena Renzi, Gentiloni e Minniti, cioè i due capi dei governi PD appena passati più il ministro più brillante, per discutere, loro sì uomini molto importanti, del futuro del Partito democratico, da tempo in crisi di identità e di consensi.

In quattro come i tre più uno – moschettieri Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan (che sarebbe Calenda), o come Tex Willer (sempre lui, il calen di maggio) e i suoi tre pards, Kit Carson, Tiger Jack e Kit il figlio di Tex.

Ma come gli è venuto in mente di rendere pubblica una cosa del genere? Perché non li ha invitati a cena in privato e non ha evitato di informare l’universo mondo di tanto importante convivio. Infatti, chissenefrega di Calenda e dei suoi inviti a cena? E io che pensavo fosse intelligente, magari un po’ più di molti compagni di partito di vertice, ma no, è un montato come tanti altri.

All’ex ministro dello sviluppo economico ha risposto Nicola Zingaretti, famoso anche perché fratello del bravo attore Luca, checché lui ne dica, proponendo una cena con la cosiddetta “società civile”, cioè la gente “comune”: operai, studenti, disoccupati. Eccolo là: gente “comune”, perché lui non è “comune”. In Veneto, a meno di venti chilometri da casa mia, si dice “peso il tacòn del buso“, cioè peggio il rattoppo dello strappo sulla giacca riciclata del nonno in una famiglia povera, facente parte della “società civile”, o della gente comune.

Facciamo il punto: il PD è quella roba lì almeno al vertice, o sé putante tale: il segretario Martina neppur considerato. Gli altri un po’ più sotto, le Boschi e le Pinotti, l’Orlando e c., scomparsi. L’unico guardabile, se non altro per eleganza e stile è il colonnello Cuperlo, ma in tanta solitudine.

Stavo pensando a mettermi in gioco partecipando alla prossima stagione congressuale del partito di cui sopra, ma dovrei avere qualche garanzia che la nave dei mediocri e dei folli non mi faccia fuori subito, perché sai, mio gentile lettore, non vale niente contro le alleanze degli stupidi, ché contro queste perdi, perdi sempre. Son capaci, se non di batterti sul piano dialettico-qualitativo, di riempire il tuo nome di contumelie seppellendoti sotto una montagna di falsità nutrite di invidia.

Questi sono persi in un luogo senza tempo e senza spazio.

Dall’altra parte, caro lettore, abbiamo le sublimi, si fa sempre per dire, intelligenze furbette di Salvini e Di Maio: questo secondo non sa neppure che cosa è la vergogna. Dopo ogni gaffe, riparte da capo, nel suo completino scuro, capello corto perfettamente tagliato ed eloquio arrogantemente impreciso. Il bimbo arrogante ora “pretende” che il ministro dell’economia prof. Giovanni Tria “trovi i soldi per gli Italiani“. Come? Magari rapinando banche?

Il primo ha più esperienza e la usa: non vi è argomento di cui non si interessi, lanciando campagne quotidiane sui social, capace ogni giorno di battute assai memorabili, come “molti nemici molto onore”, e altro d’ameno.

Ora i governativi sono al sessanta per cento dei consensi stimati, un più dieci in meno di quattro mesi, mentre tutti gli altri calano.

Cercano di tener la barra del vascello a dritta i ministri degli Esteri e dell’Economia, dove cerca di ingerirsi il prode ultraottantenne Savona. Il premier, o non so come chiamarlo, anzi sì, presidente del Consiglio dei ministri (ex art. 92 della Costituzione della Repubblica Italiana), non appare come solitamente appare -in metafisica- l’essere all’evidenza, forte di una debole voce qualsiasi, l’avvocato del popolo, novello Marat dallo studiato ciuffetto scuro in fronte.

Tornando a “sinistra” troviamo l’acronimo-sberleffo “L.E.U.”, che non sa che fare, ma non è un guaio perché non se ne accorge nessuno, o forse solo qualche nostalgico un poco disinformato.

A centro-destra, non posso non riconoscere un qualche merito, una qualche malinconica razionalità al vice di Berlusconi, l’Antonio vicepres del Parlamento europeo, e… udite udite, perfino allo stesso cavalier Silvio. Non l’avrei mai pensato. Accanto a questi abbiamo quel-che-resta del fascismo dolce della romanina, front woman speculare al partitino di sinistra sopra citato.

Mi perdoni il lettore questi ragionamenti intrisi di para-lombrosismi surrettizi, ma faccio fatica a evitarli, una fatica boia.

Il racconto degli acciai inossidabili e della rosa varicosa (eh eh)

Donna Gabriella, tostissima imprenditrice furlana, mi ospita a cena con suo marito il dottor Livio, agronomo, capo di una piccola azienda metalmeccanica leader nella produzione e nella vendita worldwide di macchine agricole speciali.

Presenti sono e gradevoli anche i figli, diversamente disposti alla vita, tra lauree valorose come Eleonora e Beatrice, e una ricerca straordinaria del pensiero nel fiero Alberto, bello e riccioluto come un eroe romantico di Byron.

La cena procede e mi concedo finalmente perfino mezzo bicchiere di un potente vin rosso di Sardegna. E finalmente un primo e un secondo e crostini di formaggio pecorino spalmabile, anch’esso sardo. Racconti di esperienze differenti. Siamo lì dopo mezza giornata di colloqui e riflessioni in azienda.

Son trattato come un principe, come spesso accade nelle relazioni sincere, ai confini tra la professione e l’amicizia. La trasparenza è il collante della relazione. Bellissimo.

Parliamo dell’utilità del discorso, dell’etimologia e del rispetto della parola. Filologia e filosofia si connettono alla meccanica e all’economia, nei discorsi sul bene e sul male, sull’inesistenza metafisica del caso, il tutto corroborato da racconti, che sono il divertissement antropologico, più divertente ed efficace di ogni setting psicoterapeutico. Dostoevskij è più profondo, più vero e meno “fissato” di Freud. Racconto di quel corso di aggiornamento ai docenti da me svolto in un plesso scolastico di scuole medie inferiori e superiori dove ho proposto una sinossi tra struttura di persona  e struttura di personalità.

Fisicità, psichismo e spiritualità si connettono dicendo l’uguaglianza di ogni essere umano ad ogni altro, ipsum genusgenetica, ambiente e educazione declinano l’irriducibile differenza di ciascuno da ciascun altro, cosicché quegli insegnanti mi ringraziarono dicendo “Ora sappiamo come spiegare ai genitori che i loro pargoli hanno bisogno di essere seguiti meglio perché hanno un profitto insufficiente, pur non essendo meno dotati di altri ragazzi più volenterosi.” Alberto è attentissimo. Le due ragazze pure e Livio si diverte con Gabriella. A un certo punto lei racconta: “Pensate, una volta Livio, eravamo insieme da anni, eravamo in auto, si ferma davanti a una libreria, entra e poco dopo esce con un volume dal titolo Gli acciai inossidabili. Lo porta a casa e lo legge prioritariamente rispetto a ogni altra lettura.” Che lettura, mica un romanzo, mica piacevolezze, gli acciai inossidabili, e lo guarda. Lui traccheggia con un sorriso.

E continua a raccontare: “Ho perfino imparato l’acronimo A.I.S.I, vedendo le fatture di acquisto di acciaio, quando facevo l’impiegata nello studio commercialista, che significa American Iron and Steel Institute.

” Il mio controcanto è un racconto: “Ero direttore del personale nella più grande azienda friulana, che progetta e produce acciaierie chiavi in mano per tutto il mondo e partecipo a una riunione di ingegneri capi per parlare di selezione e di assunzioni di vari profili di personale, dopo aver trattato un argomento tecnologico che non mi riguardava. Viene fuori nella loro discussione il termine peritettico riferito a un tipo di acciaio. I colleghi ingegneri si guardano in faccia chiedendosi che cosa significasse il termine, che era -si vede- poco usato. Passa qualche secondo e dico -sommessamente- che forse può significare un acciaio che ha una cristallografia diversa nella parte esterna rispetto a quella interna. Mi guardano con occhi impietositi, visto che la mia formazione era ben diversa dalla loro. Ma uno di loro più accorto si dilegua e torna poco dopo con il dizionario tecnologico, dicendo che avevo ragione io. Mi guardano e spiego: certo che è così, infatti in greco la parola peritettico è composta dalla preposizione perì, che significa attorno come in perimetro, e da tetico, che deriva dal verbo tìthemi, cioè mettere, e infine: un qualcosa che sta tutt’intorno.”

Il potere del greco antico, padre e madre del linguaggio tecnico-scientifico in uso ancora oggi.

Alcuni secondi si silenzio e donna Gabriella -che è una narratrice nata- racconta che nessuno dei tre figli ha un tatuaggio, mentre una volte le capitò di vederne uno indimenticabile. Trovandosi in ospedale per un controllo a suo padre vede che si ricovera un signore germanico in età, in vacanza a Bibione, pieno di tatuaggi che pendevano dalla pinguedine da birra e per l’età. Lo accompagnava la moglie anch’essa non priva di tattoo, ma ve n’era uno assai curioso: su una gamba aveva tatuata una rosa di un rosso oramai sbiadito con un bel gambo che dalla caviglia si univa alla corolla del fiore: solo che il gambo era una… vena varicosa bluastra e in rilievo.

Ecco la fine dei tatuaggi, in ogni senso. Vedremo Icardi, Ibrahimovic, Materazzi, Nainggolan e molti altri tra trent’anni, se ci saremo. Non saranno bellissimi, commentiamo, e anche Alberto annuisce. Forse quei signori sono un poco stupidi.

E racconta del suo grande viaggio in New Zealand e in Nepal, e dei viaggi su pick up caricati con arnie di api, e dell’attraversamento della strada di un pinguino: “Ci siamo fermati e l’abbiamo raccolto, ma poi lui rompeva le palle e l’abbiamo buttato nell’oceano“. E ha ucciso un maiale quando lavorava in una fattoria, come me, dico, che da ragazzo ho fatto altrettanto con un fucile, perché l’attrezzo del norcino non funzionava. Riti di passaggio di diverse gioventù.

Mezzanotte suggerisce di ritirarci. Da tempo non ero a cena ospitato con tanta cordialità e amicizia, vivendo l’unica vita che ci è data, raccontandoci.

Buonanotte cari amici Gabriella, Livio, Eleonora, Alberto e Beatrice. Che Dio vi protegga.

Derelitta, la “cultura” è il “nuovo nero” o il “nuovo ispanico”, perché ha la tuta arancione dei carcerati americani, e a volte sembra messa nel “miglio verde” dei dead men walking, ma non ce la faranno le Fedeli e affini. A volte la cultura declina o si ammorba o viene addirittura odiata, come accadde ottanta anni fa con l’emanazione delle infami leggi razziste contro gli Ebrei, a firma di Mussolini e di Vittorio Emanuele III, basta ascoltare l’attuale capo del Governo, il leader absconditus… per avere un esempio del violento e vergognoso attacco

La tuta arancione, come fossi prigioniero a Guantanamo, mi si attaglia, pare, come fossi un nero o un ispanico. Caro lettore, tu ti chiederai il perché, ed è l’argomento di questo post.

Me lo ha suggerito un valoroso tecnico elettronico che ho sentito a colloquio in un’evoluta azienda friulana, nicchia di idee, ancorché poco nota, l’amico Paolo.

Oggi la tuta arancione significa che chi rispetta la cultura, se ne nutre, la considera importante, la indossa, come fosse un derelitto, un nero negli anni trenta in Alabama o un ispanico nei quaranta o cinquanta nell’Ohio. Se sai qualcosa, soprattutto in senso socratico, come spiegavo un paio di post addietro, vieni attaccato dagli ingelositi o addirittura invidiosi, che ti guardano di mal occhio. Sei un derelitto.

Oggi il sapere è negletto, ridotto a pillole twitterabili. Odio le pillole di saggezza e mi verrebbe da sputare in faccia a chi -pensando di farmi un complimento- definisce in  questo modo i miei saggi di etica generale.

La cultura è coltivazione, è fatica del dissodare un terreno, che sono i neuroni, e poi usare l’erpice per rifinire i coltivi, o i pensieri.

Sono passati ottanta anni dalle leggi infami contro gli Ebrei Italiani emanate da un re d’Italia che meriterebbe per questo lo stesso epiteto, e altri per la sua vigliaccheria mostrata con la fuga a Brindisi, lasciando l’Italia senza guida. Di quei tempi il piccolo re Savoia avrebbe meritato la fucilazione per alto tradimento della Patria, e lo dico io che son contrario alla pena di morte.

Qualche giorno fa è mancato il professore Luca Cavalli Sforza che, al contrario di re e duce ha studiato e spiegato ben altro: che non esistono le razze e che gli esseri umani sono interfecondi e hanno tutti modalità emotive e sensibilità spirituali, e pertanto sono portatori dello stesso valore.

Partendo dallo studio del moscerino Drosophila e soprattutto sui batteri, ha in seguito scoperto diverse mappe genetiche umane dai  suoi primordi evolutivi, seguendone migrazioni, contro-migrazioni, spostamenti, scambi continui, adattamenti, per concludere che tutte queste mappe conducevano a una sola sorgente antropologica, quella africana. Se tutti gli uomini derivano dallo stesso ceppo, Cavalli Sforza, con il programma Human Genome Diversity Project fece ragionare la comunità scientifica (e non solo) sull’unicità genetica e culturale di ciascun essere umano, rendendo scientificamente desueto, quando non socialmente pericoloso, l’uso del termine “razza umana”. E’ stato non solo un ricercatore di prim’ordine ma anche un divulgatore scientifico di enorme talento.

La scienza è stata da lui proposta con rigore e umiltà, la stessa scienza che oggi spesso è negletta, la stessa scienza di Levi Montalcini, Renato Dulbecco e Antonio Damasio, per tacer di altri valorosi. Una scienza rigorosa e democratica insieme, quella di cui i dimaio di turno non sanno che farsene.

E vada per un fuoricorso, come il viceprimoministroeministrodellosviluppoeconomicooedellavoro, auff, respiro, ma anche Conte, il premier invisibile, che una laurea ce l’ha, magari non illuminata da tutti i master millantati nel falso curriculum vitae di presentazione, anche lui, in odio -chissà fors’anche involontario-  al sapere o per insipienza oggi ha detto un’enorme sciocchezza, evitando di dire ciò che era necessario dire.

In odio al sapere o per insipienza.

La sciocchezza: intervistato da non-so-chi si è sperticato in lodi inusitate a dimaio, che non ha alcun merito, per la stipula dell’accordo Ilva, dimenticandosi di citare sindacati e impresa, che sono stati e sono i veri protagonisti, poveretto lui, non sa come funzionano le cose, l’avvocato degli italiani, ma va.

In odio al sapere o per insipienza.

 

Dicon sempre “questo paese”… e mai “l’Italia”, ché si vede -come nome- gli fa schifo

Ascolto con ben poco piacere le voci diversamente rauche da fumatrici di Anna Maria Furlan e Susanna Camusso, que hablan dei maximi sistemi, con competenze approssimative e discorsi che, si sente lontano un milio, son redatti da ghost writer trentenni, laureati, a differenza di lor due, anche se una laurea non è sinonimo di cultura, ma una sua assenza, salvo rare eccezioni (Giuseppe Di Vittorio e Pierre Carniti e qualcun altro di quell’ambiente) può mettere a repentaglio un sapere che deve intendersi sotteso, se si azzardano certi discorsi analitici o con qualche parvenza di epistemologia disciplinare. Non cito neanche il terzo pittoresco frequentatore della Uil’s University (ah ah ah!), che non so dove sia, né se esista veramente, se non nella spiritata e non spiritosa metafora dell’adombrato signore. Il fatto è che i discorsi costruiti puzzano di falso a un orecchio a malapena esercitato.

Quando le sento parlare, sempre con toni di saccenza e spesso accusatori verso interlocutori che dovrebbero imparare tutto o quasi da loro, mi capita di far spesso  una sorta di analisi strutturalista del discorso stesso. Ad esempio, ascoltando stamane Furlan al convegno di Area Dem, ho registrato il verbo “immaginare” per sei volte nei primi quattro minuti di parlato. La parola “lavoro” è stata da lei proferita almeno venti volte nei primi dieci minuti di parlato. Troppo, vero? Queste non conoscono i sinonimi di cui abbonda la lingua di “questo paese”, cioè l’Italiano. E neppure i loro ghost writer, parmi, desolatamente.

Non sanno dire “l’Italia” o non vogliono pronunziare il bel nome di Patria nostra? A volte usano la preposizione semplice “in” per sostenere un aggettivo determinativo, cioè “questo”, cui segue inesorabilmente “paese”. Meglio -e alquanto più onesto (ma lor nol sanno)-  sarebbe utilizzassero l’aggettivo desueto, ottocentesco, “codesto”, per distanziare ancor di più il loro sentiment dall’Italia, come concetto e lemma linguistico, valore etico e storico-politico, e perfin suono.  A volte hanno in uso l’articolo determinativo “il” per sostenere il termine “paese”, generica traduzione di country o di land, come a dire più o meno regione. Gli pesa o gli fa schifo citare il nome proprio della nostra terra, l’Italia? Vorrei vedere se magari gli piacerebbe di più Enotria o Trinacria o … qualche altro nome arcaico. Mi hanno da tempo stancato queste due fumatrici dall’eloquio ovvio, così come innumeri politici e giornalisti pigrerrimi. E i titolisti dell’ovvio.

Non pretendo dicano “la nostra Patria”, perché il loro generico sinistrismo linguistico le ha indefettibilmente portate a censurare il nome della terra dei padri, ma Italia potrebbe stare nel loro lessico. Oppure ora si deve abolire ogni cenno al nome perché Salvini ha coniato il furbo (e nulla più) slogan “prima gli Italiani”?

Se così fosse, miseria! Miseria nera.

Che fare dunque? Una battaglia, quasi come per il congiuntivo, attaccato da tutte le parti, e non per cattiva volontà, ma per pigra ignoranza o pigrizia ignorante, che son quasi sinonimi. Mi meraviglia il fatto che anche seriosi glotto-linguisti, di cui qui non faccio nomi, poiché spero in una loro resipiscenza, son spesso indulgenti nei confronti di chi usa l’indicativo in luogo del congiuntivo nelle frasi che lo richiedono per dar respiro al concetto e all’intenzione dell’agente. Danno ragione di tale indulgenza spiegando la dinamicità delle lingue, la loro quasi motilità storica, dicendo a volte: “Ma noi non parliamo mica l’italiano di Dante e Boccaccio, del Petrarca e di Machiavelli, e neppure di Leopardi, né quello di Giovanni Pascoli o del Vate D’Annunzio“. Non mi sembra una ragion sufficiente, direbbe il grande Leibniz.

E così non parmi accettabile senza lottare questa negligenza nel dire “l’Italia”, quando si cita questa terra benedetta -se vogliamo- dalla sorte, dalla deriva dei continenti che l’ha fatta così com’è, in medio aequoris Mediterranei.

Non accetterò mai, finché forza vitale avrò, né mi arrenderò non combattendo per questo fine. Ho scritto perfino al presidente Mattarella, al capo del governo e al segretario del mio partito, non ai due vice, troppo scarsi per capire il tema posto, e solo il più alto in grado mi ha risposto con garbo, tenendone anche conto nel suo dire successivo. Ecco che serve l’umile battaglia di ciascun di noi, se il fine è buono e la ragione è commessa con la natura delle cose (cf. G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, 1820/ 21), come un intarsio artistico, come l’arredo dello studiolo del Signor duca Federigo di Montefeltro, nella splendida Urbino.

Oooh natura matrigna, pensa che finora non ho visto titoli del tipo “torrente assassino”, “acque malvagie”, “orrore tra le gole” “fiume della morte” e così via

Quanti morti travolti dal turbinoso sconvolto torrente! Finora non ho visto titoli del tipo “torrente assassino”, “acque malvagie”, “orrore tra le gole” “fiume della morte” e così via. Ma c’è da  aspettarselo, ché si trova sempre qualche titolista di pigrizia infame e di cultura approssimativa, magari anche laureato in lettere o scienze della comunicazione, ma qui l’ignoranza si capirebbe. I miei gentili lettori sanno quanta poca considerazione io abbia maturato nel tempo per questa inutile facoltà universitaria, che definirei in battuta “vorrei ma non posso“.

Le Gole del Raganello, si trovano in una Riserva naturale protetta istituita nel 1987 in Calabria ed occupa una superficie di 1.600 ettari all’interno del Parco nazionale del Pollino.  (dal web)

Una bellezza selvaggia attira gente di tutti i tipi, atleti e imprudenti, rafters, canyoners e improvvisatori. Mi piacerebbe sapere chi erano quelli della disgrazia, se e come erano preparati. Il torrente è molto vario e molto impegnativo, incassato tra due alte pareti rocciose che arrivano anche a 700 metri. Un vero e proprio altissimo canyon. Per percorrerlo occorre un’attrezzatura analoga a quella in uso per le vie attrezzate o ferrate alpine, se non si vuole partire già in debito con la morte, e lì pare che ci fossero anche degli imbecilli/ imbecille con le infradito. Oh, lo dico subito, di queste morti non sono colpa Di Maio o Salvini oppure ologramma-Conte, e neppure l’opposizione. Berlusconi e Martina meno di tutti, poverini. E assolvo anche l’ex qualcosa Boldrini.

La configurazione scoscesa e accidentata richiede una preparazione seria e un’attenzione straordinaria alla meteorologia, poiché il tempo atmosferico è soggetto a improvvisi cambiamenti. Non dimentichiamo che le catene montuose di Calabria, risentono dell’influsso dei due mari, lo Jonio e il Tirreno che non distano più di quaranta chilometri in linea d’aria.

Conosco anch’io ambienti analoghi a quello del Raganello: in alto Canal del Ferro nel Tarvisiano si trovano il Rio Bianco e il Rio degli Uccelli, indescrivibili e selvaggi ambienti di natura montana, dove si sono perse non poche persone senza mai essere ritrovate. Si può cadere in un precipizio e allora addio, perché sul fondo scorrono le acque turbinose del Rio, per cui è bene essere in compagnia, ben allenati e rispettosi dell’ambiente di media montagna, e perciò caratterizzato da una flora lussureggiante, dove le latifoglie cominciano a far spazio alle conifere sempreverdi e non, abeti, pini e qualche raro larice. Si è sui mille metri circa cosicché anche l’escursione termica può essere significativa e pericolosa.

Ho delle foto bellissime del Rio Bianco e di una lontana (nel tempo) escursione. Conto di tornarci, con la prudenza dettata dall’ambiente severissimo e dal tempo trascorso. Allora avevo poco più di trent’anni ed ero fortissimo, specie su terreni scoscesi e variamente disposti, tra ripidissime ascese e discese, piccole pareti attrezzate e cenge aeree. Non ho mai avuto claustrofobia o vertigini, che sono un qualcosa di molto serio e complesso.

La parola vertigine è propriamente un conflitto neurosensoriale e definisce una illusoria sgradevole sensazione di movimento del corpo o dello spazio circostante dovuta a un conflitto tra le informazioni provenienti dai recettori periferici (occhi, orecchi, propriocettori come recettori muscolari, tendinei, articolari) o a una erronea interpretazione centrale di esse. In sintesi, qualsiasi percezione di movimento in assenza di reale movimento. Questa sensazione può essere appena percettibile o può essere così grave da comportare difficoltà nel mantenimento dell’equilibrio e nello svolgimento delle attività quotidiane. Le vertigini possono svilupparsi improvvisamente e durare per alcuni secondi oppure possono durare molto più a lungo. In caso di vertigini gravi, i sintomi possono essere costanti e durare per diversi giorni, rendendo la vita normale molto difficile. Alla vertigine possono associarsi sintomi di tipo neurovegetativo (nausea, vomito e tachicardia), otologico come l’ipoacusia, ossia diminuzione dell’udito; acufeni, ossia percezione di ronzii o sibili che non esistono nell’ambiente) e neurologico (tremori, ipostenia – diminuzione della forza, dismetria – alterazione nella esecuzione di movimenti fini, adiadococinesia – perdita della coordinazione in alcuni movimenti), cefalea.” (dal web)

Sembra non poco per chi si trovi in un ambiente impegnativo e difficile, e magari non ne ha consapevolezza mettendo a repentaglio la propria vita, e a volte quella degli altri. Queste persone si sono avventurate lungo l’arduo crinale del torrente senza conoscenza dell’ambiente, sottovalutandolo e scambiando un percorso severo per una camminatina in fondo all’orto. Ora ci si può anche muovere a pietà, ma più ancora vien da imprecare contro l’ennesimo dimostrazione di stupidità umana. Ci manca solo il piagnisteo classico di certe latitudini, contro lo Stato, che avrebbe dovuto pensarci, li avrebbe dovuti proteggere, e mi vien da chiedermi e chiedergli, proteggere da chi? dalla loro stessa stupidità? Chissà, forse Saviano non ci farà mancare un saggio del suo moralismo, per il quale la colpa degli eventi è sempre di altri.

J.F.K, che aveva tanti difetti, ma anche qualche pregio, in un famoso discorso chiese agli Americani non che cosa la loro grande Nazione avrebbe potuto fare per loro, ma l’incontrario. Così io chiederei ai più sventati di quella comitiva sul rio Raganello, e anche ai pensosi.

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