Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Alla ricerca del maestro perduto

Mio padre ha avuto per tutte e cinque gli anni delle elementari il severissimo Signor Maestro Polizzi, siculo; mia madre, sempre per tutti i cinque anni delle elementari, il friulanissimo Signor Maestro De Colle. Due maestri maschi, per cinque anni, che vediamo seriosi nelle foto con gli alunni, loro in grisaglia e cravatta, con i baffi il primo, senza il secondo. Erano il “Signor Maestro“, cui si doveva rispetto e deferenza, cui ci si rivolgeva con il “lei” e cui si rispondeva solo se interrogati. Una figura che, specialmente nelle piccole comunità, aveva lo stesso status sociale del parroco, del medico condotto, del maresciallo dei carabinieri e del sindaco.

Da alcuni decenni, invece, vediamo immagini di studenti seduti sui banchi con le terga rivolte all’insegnante, lo sguardo strafottente, etc. Non faccio di ogni erba un fascio, né intono un peana ai bei tempi andati maledicendo il lascito sessantottino, ché sarebbe un’assurda e improvvida operazione nostàlghia, ma vediamo un po’…

L’Ocse denuncia la progressiva scomparsa degli insegnanti maschi dalle scuole, in particolare dell’infanzia e primarie. Il Risultato è: uno squilibrio sull’impatto cognitivo dei bambini” è il titolo di un pezzo molto interessante che trovo sull’ultimo numero di GQ Magazine Italia. Alcuni dati:

1.300 euro al mese che diventano 1.600 solo dopo vent’anni; sono 10.545 i maestri di scuola primaria contro 236.000 insegnanti femmine, meno del 4%; nella scuola dell’infanzia i maschi rappresentano lo 0,7% del totale del corpo insegnanti: 612 su 87.701; alle medie i maschi sono il 22%, alle superiori il 33%. La media generale Ocse è: 68% insegnanti donne, il 32% uomini (cf. Gender imbalances in the teaching profession) L’antropologa Ida Magli sostiene che siamo a una forma di matriarcato neppur tanto surrettizia.

Il fatto è che la cura dei bambini è stata sempre prerogativa del femminile, fin dalla nascita, come natura comanda, ma vi sono dei problemi in tutto ciò. Se si vuole un’educazione equilibrata l’elemento maschile resta indispensabile, alla faccia dei confusionari incolti cultori (bell’ossimoro vero?) del gendering: se non c’è nessuno che riesce a dire al bambino in formazione educazionale, in crescita del carattere, anche dei discorsi semplici e netti, maschili, dunque, come se interrogasse Tex Willer, che riconosce con chiara nettezza i buoni e i cattivi, e aiuta i primi punendo i secondi, si crea un loop valoriale originario originante molti guai successivi. Non sto dicendo che occorre un certo manicheismo formale per formare i caratteri a valori morali chiari e condivisibili, ma che è indispensabile fornire ai bambini gli strumenti per esercitare fin dagli anni della scuola primaria una certa capacità di giudizio critico sulle azioni e sulle espressioni umane. Questo è possibile solo se vi è un’integrazione tra la sensibilità e le sfumature della pedagogia declinata al femminile, e la forza che traspare da una presa di posizione di tipo maschile. Non è un caso se la natura ha provveduto così, operando con gameti complementari alla perpetuazione delle specie viventi, non solo dei mammiferi.

Un maestro elementare intervistato dalla rivista afferma: “Ho conosciuto colleghi maschi caproni e colleghe capre, ma mi sembra che il contributo maschile possa essere considerato importante per come l’insegnante maschio affronta la difficoltà, mai drammatizzandola come tendono a fare le femmine, che poi accudiscono l’alunno spaventato, bensì un poco relativizzando il fatto e invitando l’alunno a darsi da fare a scuotersi, a muoversi, a reagire“. Appunto: si tratta di un approccio pedagogico diverso, virile, capace di e-ducere energie e reattività, piuttosto che comprensione e coccole.

Il maestro può fare un lavoro utile e complementare a quello che fanno le sue colleghe, proprio per dare completezza al processo educativo primario, così come il ruolo del papà è indispensabile quando vi è la sua presenza, e anche qui non sto dicendo che le sole famiglie bene educanti sono quelle regolari, poiché abbiamo millanta esempi del contrario. In famiglie “regolari” sono avvenuti e avvengono violenze e delitti inenarrabili, mentre bimbi educati da un solo genitore o dai nonni sono riuscite splendide persone adulte. Dico solo che sarebbe bene rendersi conto dell’utilità di un riequilibrio tra i generi nell’ambito dell’insegnamento scolastico, rendendolo più attrattivo, anche economicamente.

Gli insegnanti in Italia percepiscono stipendi vergognosi, cari governi, cari ministri messi lì anche se scarsamente scolarizzati: ecco, se per altri ministeri non vedo l’esigenza  di porvi a capo un tecnico della materia, per questo ministero ne vedrei tutta l’importanza. Si nomini un valido pedagogista al posto di una che non ha neanche fatto le scuole superiori. Per favore.

L’Ave Maria della glottologa

Clara Ferranti insegna glottologia e linguistica all’università di Macerata, e sembra abbia commesso quasi un crimine: chiedere di recitare insieme agli studenti del suo corso un’Ave Maria per la pace nel mondo.

il rettore Adornato e il collettivo studentesco Officina l’hanno attaccata così: “Ha limitato la libertà personale, bisogna reagire a questi soprusiInvitiamo pertanto pubblicamente la professoressa a scusarsi pubblicamente per il suo comportamento, nella speranza che l’Università prenda le dovute misure affinché una cosa del genere non si ripeta più. Invitiamo gli studenti a segnalare comportamenti di questo tipo, sia a noi di Officina sia allo sportello dell’Università, senza mai abbassare la testa di fronte a soprusi di questo tipo ma reagendo prontamente.” Prosa elegantissima, come si vede. Un’Ave Maria recitata all’università sarebbe un sopruso, una prevaricazione intollerabile, secondo i nullafacenti del collettivo, pelandroni a cottimo.

Il rettore, disinformatissimo, da parte sua ha scritto alla comunità studentesca e al collegio dei docenti le seguenti solenni parole: “Se i fatti, come sembra (sembra? ndr), corrispondono alla denuncia fatta dagli studenti, si tratta di un atteggiamento assolutamente improprio e censurabile. L’università è uno spazio di convivenza pacifica e rispettosa di opinioni, culture e fedi religiose. Non è luogo di gesti divisivi, né tantomeno di imposizione“.

In realtà, il racconto della docente, intervistata dal Resto del Carlino è di ben altro tipo. La Ferranti dice di aver proposto la preghiera in termini assolutamente volontari e tali da non inficiare tempi e modi della lezione, in piena libertà.

Che se ne trae? E’ l’ennesimo goffo manifestarsi del politically correct, in questa Italia succube e piagnona, dove un’impiegata dell’Onu può diventare terza carica dello Stato, candidata da animi puri di cuore come Vendola, il papà falso e truffaldino.

Che dire ancora? Che il genere e le specie dei bigotti è ben lungi dall’estinguersi. Se prima del Concilio Vaticano Secondo i parroci avevano un grande ascendente sui comportamenti dei fedeli, il loro “essere chiesa” è stato ampiamente copiato dal mondo laicista, dalle vestali del “non facciamo il presepe a Natale, togliamo i crocefissi dalla aule, ché altrimenti i musulmani si offendono“. Su questo tema ha ragione perfino il ghigno petulante di Salvini, che per me è tutto dire.

Chiesa è stato il Pcus del periodo stalinista e brezneviano, imbalsamato bestione preistorico della politica, chiesa è stato il Partito comunista cinese di Mao Ze Dong, quando Deng Hsiao Ping era considerato un traditore da spedire in un lao-gai. Chiesa è stato anche il Partito comunista italiano, almeno fino al 1973, quando Berlinguer ebbe il coraggio di dire al Congresso del Pcus che “era finita la spinta propulsiva dell’Unione Sovietica“, rischiando di essere ammazzato a Sofia dai soliti killer in conto terzi del satellite bulgaro.

Mi fa molta tristezza constatare che non siamo andati molto lontano, anzi, si può registrare quasi un’involuzione cognitiva dell’ermeneutica attuale dei fatti storici recenziori.

Il bigottismo alligna ovunque non c’è la disponibilità e la disposizione psicologica al confronto, al dialogo, dove ogni interlocutore non si presenta con i crismi della solenne Verità, ma con ipotesi razionali, logiche e argomentanti sulla verità, ovvero, sulle verità. E non si tratta in questo modo di avallare un semplicistico relativismo cognitivo, ma di apprezzare il contributo che ogni essere pensante-riflettente può portare alla ricerca umana del vero, del buono, del giusto, del bello, i famosi trascendentali platonici cui tutti naturalmente tendiamo, per natura costitutiva dell’essere umano.

Nel caso segnalato e qui narrato nessuno era stato obbligato a dire l’Ave Maria, ma più di qualcuno si era unito alla docente, recitando l’antica preghiera risalente nella sua prima stesura a un millennio fa all’incirca, chi in italiano, chi in latino… “Ave Maria gratia plena Dominus tecum…”.

Un esercizio di libertà di scelta. Ora si potrebbe eccepire circa l’opportunità di una proposta del genere, e qui potremmo anche convenire che la Ferranti sia stata un poco ingenua, o forse no, forse solo coraggiosa, madre davvero, non surrogata o d’altro genere. Lo dice un socialista classico come me, socialista e cristiano, e amante della meravigliosa figura femminile di Maria di Nazaret sposa di Josef e mamma di Jesus, attenta all’ascolto delle nostre miserie e per la nostra salute fisica e spirituale. Ave Maria piena di grazia

“…gli immigrati forse non sanno che non debbono violentare” (terrificante frase pronunciata da una avvocatessa a Salerno)

Leggo stamattina questa incredibile frase pronunciata, sembra, dall’avvocato Carmen Di Genio del Comitato delle Pari opportunità di Salerno. E’ talmente assurda, stupida, illogica, cognitivamente improbabile che mi sono sentito di mettere quel “sembra”, poiché un essere umano, femmina, laureato in giurisprudenza, italiano, non dovrebbe poter pronunziarla, e neppure pensarla. Siamo al di là di ogni ordine naturale di ogni genere e specie del linguaggio umano. Siamo al belluino pre-morale che, guardando l’abbigliamento beige, sobrio ed elegante dell’avvocatessa, non mi sembra appartenerle. Ma al modello culturale radical chic oggi è tutto concesso.

Se la frase, così come pronunciata, stava dentro un contesto, come si dice, anche questo non la manleva della sua pericolosissima gravità di messaggio mediatizzato. E non serve che vada giù l’eroico Gasparri a protestare, basta togliere questa signora dal ruolo e farla blaterare in circoli privati, dove ci si allena ad approssimative discussione di antropologia culturale. Mi pare si tratti della stessa ideologia di quegli studiosi di tale disciplina, che confondono la plausibilità socio-antropologica dell’infibulazione come “cultura tribale” africana, con la sua ammissibilità sotto il profilo etico. E’ come dire che, siccome un fenomeno esiste avrà le sue “buone ragioni”, e morta là.

Non è così. Io non so che sottile ragionamento stesse svolgendo a Salerno l’avvocato Di Genio, ma so che per logica comunicativa e mero buon senso non si deve mai cedere a espressioni che lascino un minimo di ambiguità in tema di tutela della condizione umana. Può anche darsi che i “costumi naturali” machisti dell’homo africanus che ha inventato, con la complicità delle donne dominanti, la mutilazione dei genitali delle bambine, prevedano che il maschio stesso possa vantare un potere di predazione sulla femmina, qualunque e ovunque essa si trovi, ma questo non può essere ammesso neppure come ipotesi legata a un’ignoranza “naturale” dei diritti umani, che sono inviolabili, quell’avvocatessa potrebbe dire “secondo le conquiste della nostra etica e della nostra cultura”. Certo che sì, ma non basta. A chi violenta perché lo ritiene un suo diritto, come si è visto fare con facilità anche in Italia nell’ultimo periodo, e come è accaduto la notte del Capodanno di un paio di anni fa a Colonia, bisogna innanzitutto “fermare le mani” e gli altri organi interessati, in qualsiasi modo, anche con le cattivissime, poi giudicarlo e punirlo e, se non pentito e convinto di avere compiuto un’azione malvagia, ricacciarlo oltremare con un biglietto di sola andata. D’accordo presidenta Boldrini, o ha dei dubbi in proposito?

Stiamo vivendo un periodo di grande confusione culturale e morale, ma soprattutto, come ho scritto già più volte, di grande crisi cognitiva. E’ il pensiero che comunque domina l’agire umano, se non vogliamo scendere la scala evolutiva dell’ominazione percorsa in un paio di milioni di anni. Non si può che tornare al valore del pensiero, per migliaia di anni espressione profonda e misteriosa dell’organo che presiede primariamente all’evoluzione, il cervello. Nell’ultimo periodo troppo spazio è stato dato all’emozione sentimentaloide del “sentire”, a una sorta di “etica dell’emozione”, che spesso ha prevalso sulla ragione, rompendo la feconda endiadi che corrobora l’una con l’altro, la ragione con il sentimento. Complici i nuovi media, l’uomo contemporaneo ha lasciato spesso in un angolo la facoltà del pensare, sostituendolo con quella del mero “sentire”, che ha in comune anche con i cugini animali. L’eguale dignità tra tutti gli umani non deve fare dimenticare le irriducibili differenze tra i singoli e tra le culture, che non vanno rimosse, ma studiate, non per uniformarle a standard astratti, ma per renderle umanamente compatibili.

Per questo la frase di Di Genio, è intrinsecamente sbagliata e fuorviante, qualsiasi sia stato il contesto in cui è stata pronunziata.

“Lavoro” e “posto di lavoro” sono la stessa cosa?

Caro lettor del sabato,

qualcuno pensa che i due virgolettati del titolo siano sinonimi, ma non lo sono. Il concetto di “lavoro” si riferisce espressamente all’operare dell’uomo per acquisire materie prime, trasformarle e creare tutte le attività di servizio e di ricerca che rendono il lavoro stesso vendibile per la vita umana in generale e per creare reddito aziendale; il concetto di “posto di lavoro”, invece, si riferisce alla struttura organizzativa di un’azienda o di un ente, che prevede posizioni, ruoli, mansioni abbastanza precise.

Secondo una logica elementare dovrebbe essere il “lavoro” a creare le condizioni di un “posto di lavoro”, ma questo è vero soprattutto dove l’economia d’impresa è di tipo privatistico, e fa i conti ogni giorno con costi e ricavi, essendo obbligata a fare sì che i ricavi siano sempre maggiori dei costi, pena la fine certa dell’impresa stessa che non può essere sovvenzionata in deficit, anche se a volte questo è accaduto per ragioni di carattere occupazionale, con costi ingenti per la collettività.

Anche il lessico, il glossario che caratterizza il mondo dell’economia privata è diverso da quello che caratterizza l’ente pubblico. Nell’azienda privata, quando si intende descrivere i “posti di lavoro” tenendo conto delle linee gerarchiche, si parla di “organigramma”, che viene anche definito, stampato e reso ufficiale all’interno e verso clienti e fornitori, nonché per il sistema di qualità e di sicurezza del lavoro. Ma “organigramma” non significa imbalsamazione della struttura operativa, bensì sua delineazione dinamica, sempre modificabile.

Nell’ente pubblico, invece, si parla ancora di “pianta organica”, fatta di caselle da riempire di nomi di persone assunte solitamente per concorso. Nel pubblico, se la “casella” resta vuota per pensionamento o dimissioni (rarissime), bisogna riempirla, altrimenti il lavoro assegnato a quella “casella” non si fa, almeno per un po’ di tempo. Invece nell’azienda privata, se viene anche improvvisamente a mancare un lavoratore in una mansione, si cerca immediatamente di rimediare, cercando una figura di backup (sostituto) tra i dipendenti, operazione non difficilissima, perché le aziende moderne hanno di solito una matrice delle poli-competenze di tutti i collaboratori, e quindi la possibilità di sostituire chi manca inopinatamente con risorse interne già abbastanza formate o, in ogni caso, è in grado di provvedere a una rapida riqualificazione di personale particolarmente duttile e flessibile.

Ecco che  a questo punto comincia a delinearsi la differenza concettuale profonda tra “lavoro” e “posto di lavoro”, là dove il secondo presuppone sempre il primo, non viceversa. Il lavoro deve essere individuato come quantità e qualità del processo operativo, sia se si tratta di attività diretta (operaia, alla faccia di chi pensa che il lavoro manuale stia scomparendo), sia che si tratti di lavoro indiretto, impiegatizio, tecnico o di coordinamento di altre persone.

Quando i carabinieri negli anni ’80 scoprirono che nella sede centrale nazionale dell’Inps a Roma vi erano più cartellini, cedolini paga che posti di lavoro e quindi lavoro, si capì benissimo la non coincidenza dei tre concetti. Lì, con la complicità di direttori centrali e generali, si era creata una pastetta di connivenze che aveva portato la situazione ad essere così deforme, abnorme, truffaldina, sia nei confronti dello Stato, sia nei confronti dei cittadini utenti, lavoratori e pensionati. Si fece un repulisti, ma evidentemente non è bastato perché nei decenni successivi abbiamo assistito a fenomeni di tutti i colori, specialmente di assenteismo patologico e a imbrogli sguaiatamente evidenti, come la timbratura fasulla di cartellini presenza.

Chi pensa che il lavoro coincida con il posto di lavoro può essere tentato di imitare quei cattivi lavoratori del pubblico impiego che con il loro inqualificabile comportamento hanno rischiato di screditare la stragrande maggioranza dei tre milioni di colleghi che invece lavorano coscienziosamente.

In un’attività di direzione del personale nella più grande azienda friulana, la Danieli, dove ho operato a metà degli anni ’90, mi è capitato di porre fine a una vertenza onerosissima provocata da un dipendente infedele, che si assentava per gli affari suoi durante l’orario di lavoro, e l’aveva avuta vinta davanti al giudice, con un costo aziendale più che decennale che qui mi fa pena citare. Le prove della sua infedeltà non avevano convinto il giudice che aveva condannato l’azienda a retribuirlo comunque, non avendo l’azienda stessa accettato la reintegra del dipendente (7° livello metalmeccanico da 2 milioni e settecentomila lire nette al mese), ex art. 18 della Legge 300/70 Statuto dei diritti dei lavoratori. Posi fine a quella vergogna con una transazione tombale di non poco conto, dopo aver informato la Presidente dell’azienda. Mi turavo il naso mentre firmavo dall’avvocato il verbale di conciliazione. Mi vergognavo per l’imbroglio riuscito ai danni dell’azienda e di tutta la comunità di chi vi lavorava.

Due esempi che spiegano bene come il “posto di lavoro” deve sempre essere riferito a “lavoro” vero, non inventato, truffaldino o fasullo come in certi casi, perché allora non si tratta di un “posto di lavoro”, ma di inganno, infedeltà, slealtà verso gli altri e di tradimento dei più elementari sentimenti etici di giustizia.

L’aquila, il lupo e… altri animali

Quando mi installarono il primo indirizzo e-mail circa vent’anni fa, Marco mi chiese il nome dell’account e in un nanosecondo dissi “eagle”, aquila, ché da sempre era l’animale cui mi con-sentivo, perché vola alto e lontano, perché è solitaria e poggia le sue zampe e costruisce i suoi nidi su sporgenze rocciose impervie e all’uomo inaccessibili. Il becco adunco e lo sguardo la rendono dolcemente grifagna, un po’ come mi sento io. Dolcemente grifagno di volto, malinconico e auto-trascendente, e a volte criceto impazzito. Ché io mi son mosso in questi anni un po’ come il piccolo roditore gradito in tante case, forse troppo, ma non insensatamente. Ora è forse preferibile seguire le tracce e l’esempio dell’aquila e del lupo.

Il lupo. Il lupo vive in branco e “fa squadra” assai meglio degli esseri umani, uccide solo cosa e come gli serve per mangiare, non di più, non di meno, è sobrio e razionale nella sua istintualità, resistente e prodigo nel suo agire con e per i compagni di branco, lungimirante e determinato nella caccia e nella protezione del gruppo.

Aquila e lupo, vi ammiro, come ammiro le api e le formiche che lavorano indefessamente, le prime per loro stesse e anche… per noi, le seconde per loro stesse e anche per la terra, e quindi anche per noi, ossigenandola e traforandola.

L’aquila abita le nostre montagne dal Colovrat al Cavallo, nessun anfratto le è sconosciuto. Ricordo il racconto dell’aquila nel romanzo di Italo, quello della sua vita di allevatore di mufloni sul Monte Pala, quasi trent’anni fa. Italo aveva visto l’aquila planare possente nella radura a prendersi un pezzo di capriolo già ucciso, da portare su su verso la cima di uno dei monti della fascia prealpina, forse il Raut o il Cornaget, o forse il Resettum. Montagne che in parte si affacciano alla pianura, in parte nascondono i loro spalti tra valli poco frequentate, intatte, silenti, eloquenti come i ruscelli che sgorgano dalle rocce primitive della loro potenza. E l’ho vista, l’aquila anche sul nostro sommo Coglians, volteggiare a tremila metri ad ampi cerchi concentrici e poi scomparire dietro la cresta della Chianevate possente.

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Il lupo no, non l’ho mai incontrato, mentre la lince e lo sciacallo sì, non l’orso meritevole di rispetto, ché lui gira per i nostri boschi montani in cerca di vita, dalle Valli favolose del fiume smeraldino alla Carnia profonda, trasmigrando dalle foreste immense della grande Slavia. Occhi furtivi e attenti guatano le ombre del bosco, e può essere lui, molto più forte di te, che ti osserva camminare e ti evita, ti evita l’imbarazzo dell’incontro.

Non cerco questi temibili animali della foresta, so che ci sono e son contento stiano nei luoghi che sono stati creati per loro, ispirandomi con la loro misura, con la loro riservatezza animale, così ammirabile rispetto a certi comportamenti umani.

Dell’aquila non temo la forza, perché orientata ad altro, non ad aggredirmi, anche perché forse “sente” nel suo modo misterioso d’essere, che apparteniamo allo stesso essere e all’essere stesso, che non sono la medesima cosa.

Attendo il tempo di poter frequentare di nuovo i sentieri del lupo, e di alzare lo sguardo agli immensi spazi che ospitano il volo del grande rapace.

Peraltro ho un nome “ri-natus”, cioè colui che rinasce, messomi in autonomia da Pietro, mio padre, che contravvenne agli accordi presi con Luigia, mia madre, di chiamarmi Marco. E io sono ri-nato più volte nella mia vita o, come dice l’Arrigo del calcio, ho amato molto le ri-partenze, che mi sono finora sempre riuscite. Ho scritto qui e altrove che mi piacciono gli start up, le in-venzioni, il trovare e far partire cose sempre nuove, lasciando poi ad altri la gestione dell’ordinario, che richiede pazienza e manutenzione. Io ho pazienza, ma quella che aiuta a sopportare le avversità e anche il dolore, pare, non quella della ripetitività quotidiana.

La mia è una pazienza inquieta, come il cuore di sant’Agostino, che non trova pace se non in Lui, ma come tutti noi esseri umani, peraltro. E, secondo san Girolamo, come anche le api e le formiche, l’orso e lo sciacallo, la lince e il grande cervo che bramisce, l’aquila e il lupo. Nella vita che viene per tutte le creature, per le quali “laudato sii, mi Signore”.

assenze e assenteismi

I concetti e i termini linguistici del titolo derivano dalla struttura verbologica latina del verbo essere, sum, sono, cosicché ab-sum significa sono da, cioè sono distante, non sono qui, sono assente. Essere assenti non è un male-in-sé, anche perché non si può essere presenti ovunque dove si sta di solito, o altrove, e neppure nello stesso momento, come insegnava sapientemente Aristotele. Non si può essere e non-essere nello stesso momento e nello stesso luogo (o in altri).

La filosofia occidentale ha studiato il tema dell’essere da oltre duemila cinquecento anni, e anche della sua assenza, cioè il non-essere. Al di fuori dei miei doveri di lavoro e d’altro, liberamente assunti, a me è sempre piaciuto essere-assente, non enfatizzando mai la mia presenza, e a volte andarmene, magari da convivi troppo lunghi, o da posizioni di lavoro, nel pieno delle mie prerogative, cosicché ho lasciato spesso profumo di rimpianto e anche un po’ di nostalgia in chi rimaneva lì. Ho sempre rifuggito le pesantezze dello stare-lì-per-forza, per mancanza di alternative, o per rassegnazione altrui, soprattutto nelle varie attività che ho svolto, lasciando le quali ho mantenuto rapporti veri, buoni, leggeri.

Infatti, a volte l’assenza è benefica, positiva, ri-costruente. E’ bello mancare, fare silenzio, non apparire, anche se si è da qualche parte. Anche Parmenide di Elea potrebbe essere d’accordo, e dare quasi ragione al suo fiero “avversario” Eraclito di Samo,  se intendiamo l’essere come una sorta di costante dinamica di ogni cosa e di tutte le cose e persone, un sostrato indefettibile ed eterno, ma non statico, una specie di eterno divenire, come l’acqua che scorre sotto un ponte fermo, fatta di molecole sempre diverse, ma comunque composte di due atomi di idrogeno e di uno di ossigeno. Gustavo Bontadini e il suo allievo, il padre domenicano Giuseppe Barzaghi, cui sono gratissimo, perché è stato uno dei miei maestri di metafisica, sostengono l’apparire e lo scomparire dell’essere come una specie di oscillazione all’evidenza o all’inevidenza della percezione umana, non come scomparsa dell’essere. Emanuele Severino è convinto dell’eternità degli enti che assumono l’essere apparendo, ma forse sarebbe meglio parlare di immortalità, nel senso che vi è un momento in cui appaiono, come questo mio atto di scrivere ciò che sto scrivendo, e questo atto diventa immortale… quantomeno ex parte Dei, vel sub specie aeternitatis: dal punto di visto di Dio ciò che appare all’essere non può mai venire meno, neanche se lo volesse Lui stesso. Un limite alla sua onnipotenza? no, il rispetto della creazione da parte sua. L’atto dell’aver scritto questo pezzo è ineliminabile, non solo dal web (chissà?), ma dal mondo e dal tempo. Che meraviglia poter introdurre il tema delle assenze e poi degli assenteismi partendo da così “in alto”!

De l’assenza si può dire anche molto altro, ma ora voglio dire qualcosa di una sorta di sua deformazione, cioè degli “assenteismi”, sotto il profilo etico, giuridico, socio-politico, contrattuale, sindacale e dell’organizzazione aziendale.

Nella legislazione specifica e nei contratti di lavoro vi sono diversi istituti vincolanti le parti in causa, datore di lavoro e dipendente, le quali -una volta convenuto il contratto, ad esempio di assunzione- si sottopongono a regole universali. Infatti, il contratto di lavoro dipendente, sia esso di natura pubblica oppure privatistica, prevede, da un lato che l’azienda o l’ente offrano al dipendente un lavoro in una specifica mansione e diano un orario di svolgimento dell’attività affidata da mantenere quotidianamente, a tempo pieno o parziale che sia; dall’altro che il lavoratore si impegni a effettuare il lavoro nell’orario giornaliero previsto e sia puntuale e costante nella sua prestazione.

Accade però che vi siano impedimenti a questa regola e possono essere di due tipi: uno da parte dell’impresa, magari una riduzione del lavoro, una crisi, e in questo caso si può ricorrere agli ammortizzatori sociali, per garantire la continuità del rapporto di lavoro e un certo reddito al dipendente; l’altro da parte del lavoratore, che può ammalarsi, può incorrere in un infortunio, sul lavoro e o in itinere, può avere bisogno di permessi per ragioni personali o familiari. La normativa generale e aziendale per la gestione di questi tre casi è molto chiara e vincolante.

Ecco, quando accadono fenomeni di assenza che, per numerosità e tipologia creano perplessità e dubbi circa la veridicità delle causali, sorge un problema, e si comincia a parlare di assenteismo, fenomeno non raro, anzi, nel mondo del lavoro italiano. Si tratta di una patologia comportamentale, che ha risvolti etici, giuridici, contrattuali, sindacali e di organizzazione del lavoro. Se un’azienda o un ente pubblico si è strutturata con un determinato organico, su quell’organico fa conto ogni giorno, cosicché ogni assenza può creare seri problemi di quantità/ qualità della produzione o dei servizi.

In Italia se ne parla da tempo e non sempre a proposito, anche nei talk televisivi, invalsa cattiva abitudine patria. Nelle aziende più avvedute si è già da tempo avviata una contrattualistica che premia la costanza, la fedeltà, la lealtà all’impresa con sistemi premianti atti a riconoscere questi meriti, ma non basta, perché in molti luoghi di lavoro e, duole dirlo, di più negli impieghi pubblici, vi sono persone che non hanno presente il tema della presenza al lavoro come un dovere vincolante, liberamente assunto all’atto dell’assunzione (cf. Kant: devo perché devo, perché è giusto), e coerente con il principio di lealtà da rispettare verso il datore e i colleghi di lavoro.

Attesto quanto scrivo citando i più recenti dati socio-statistici forniti dall’ INPS: nell’ultimo anno abbiamo avuto un tasso medio ponderato di assenteismo nei settori privati dell’5% contro un tasso medio ponderato di assenteismo nei settori pubblici del 11%; un altro esempio tra i molti dati forniti: sempre nell’ultimo anno abbiamo avuto un tasso medio ponderato di assenteismo nei posti di lavoro pubblici e privati del Nordest del 9%, contro 13% nelle isole.

Come si può commentare questo benchmark? Ipotizzando una maggiore morbilità e incidentalità in certi settori di lavoro e zone dell’Italia, o con altre ragioni di ordine culturale ed etico? Non mi sembra peregrino approfondire la ricerca delle cause originanti questa diversa tipologia di fenomeni e di comportamenti.

Forse il tema è sempre quello educativo: occorre partire dalla scuola dell’obbligo spiegando che l’Italia non è più la nazione unificata dalle truppe di Garibaldi e del sanguinario generale Cialdini, ma una grande nazione moderna che vive in un mondo globalizzato e complesso, e che le aziende non sono più dei moloch ottocenteschi, ma luoghi dove si produce reddito e benessere per molti, se non per tutti. Capire questo è già molto, a partire dal profilo cognitivo ed espressivo. Un esempio: smetterla di chiamare mediaticamente “furbetti” quelli che imbrogliano con i badge della rilevazione presenze, chiamandoli semplicemente stupidi, idioti, masochisti, così come sono da rimuovere i dirigenti che chiudono su questi fenomeni tutti e due gli occhi, e i politici che li supportano. Et de quo satis.

Ciò che è profondo è sempre lento a realizzarsi

…come non si stancava mai di insegnare il carissimo Alexander Langer, la cui nobile figura di intellettuale e di politico, man mano che passa il tempo e la mediocrità della politica e della comunicazione sociale si fa più evidente, si staglia sempre di più nella sua grandezza umana, almeno nel mio orizzonte spirituale e culturale. Nel mondo mediatico al posto di Langer oggi abbiamo uno come Saviano, coccolato e presenzialista, tuttologo presupponente o addirittura spesso arrogante. Oppure una Boldrini o un Fabio Fazio, per tacere dei politicanti. Un bel crollo della diga intellettuale.

Alexander collegava ciò che è più lento (lentius), a ciò che è più dolce (dulcius) e infine a ciò che è più profondo (profundius), mettendo in guardia da ciò che è troppo veloce perché improvvisato, non ponderato e irrispettoso del pensiero altrui (citius, altius, fortius). Con ciò non invitava alla mollezza di sentimenti e alla lentezza delle azioni da compiere, perché utili o necessarie, ma all’uso della ragione argomentante e alla ricerca di creare alleanze trasversali unificanti tra culture etiche e politiche diverse, sottolineando il valore della condivisione di ciò che è importante per tutti, piuttosto che il porre l’enfasi su ciò che differenzia le persone e i gruppi, privilegiando questi o quelli per ragioni di primazia intellettuale o di mero potere. Lezione straordinaria per tempi come i nostri, quando è più importante dire o fare la cosa che si aspetta un pubblico talora distratto e talora manipolabile, specialmente dai nuovi media “sociali”, piuttosto che la cosa giusta da dire o da fare, anche se magari potrebbe risultare impopolare. C’è chi si affida ai blog per verificare le opinioni del proprio “popolo” e chi fa le “primarie” per stabilire le leadership interne, c’è chi auspica sempre le elezioni anticipate e chi teme di scomparire alle prossime elezioni, cosa che può succedere, perché i partiti sono strutture spesso volatili, specialmente da qualche decennio.

Il pensiero del personale politico in questi anni si è progressivamente impoverito, stereotipato, involuto, perché i politici sono sempre più ignoranti e superficiali, con poche, rarissime eccezioni: in generale, basta ascoltarli quando prendono la parola su argomenti che presuppongano un minimo di conoscenza disciplinare specifica, ad esempio sui temi etici della persona umana  e di morale sociale, di politica ed economia internazionale, di scuola e istruzione, di sanità e assistenza: quasi sempre è un profluvio di parole imprecise, generiche, a volte fuorvianti, sempre “politicamente” di parte, insomma un disastro concettuale e comunicazionale.

Nel mondo dell’economia mediatica si aggirano furbastri che a volte hanno più spazio degli innumerevoli imprenditori seri che tengono su l’Italia insieme con i ventisei milioni di lavoratori ogni giorno pronti a fare il loro dovere in fabbrica, nei negozi o in ufficio. In questo ambito generalissimo troviamo i cosiddetti “corpi intermedi”, cioè sindacati e associazioni di categoria, che hanno raggiunto a parer mio (ne tratto in un post pubblicato qui qualche giorno fa, per quanto riguarda i sindacati dei lavoratori) il loro minimo storico contemporaneo, per qualità ed efficacia.

Se volgiamo la nostra attenzione al mondo della comunicazione troviamo un bailamme indescrivibile tra pay tv, social, blog, siti di tutti i tipi, approssimazioni wikipediche, e tant’altro che spesso è autentico pattume, su cui si innesta l’intervento della miriade di sacrosanti idioti che il sistema oggi permette di leggere in rete.

Gente che scrive perché può farlo, non perché abbia qualche cosa da dire, e allora si tratta di sfoghi, insulti, turpiloquio, minacce e altro dell’osceno armamentario dei peggiori sentimenti, così come sono pubblicati dal sistema telematico, senza rete e senza alcun criterio veritativo, o almeno estetico.

Potrei continuare l’elenco di ignominiose situazioni descrittive di un mondo in trasformazione rapidissima, dove trovano spazio tutte le ragioni e tutte le sragioni, tutti i fatti ma specialmente i misfatti, i delitti, le catastrofi, le disgrazie, i cataclismi, le guerre, gli atti terroristici, le ecatombi (in greco significa “strage dei cento buoi”), le devastazioni, le apocalissi, che significa, sempre in greco, “rivelazioni”, ma per i giornalisti è sinonimo di disastro, tragedia, catastrofe e via andando… mentre quasi si tace sugli innumerevoli fatti positivi, sul lavoro ben fatto di tanti professionisti, operai, imprenditori, agricoltori, medici, infermieri, casalinghe, insegnanti, venditori, impiegati, militari, poliziotti e anche preti e religiosi (la maggioranza tra non pochi indegni), che tengono su l’Italia e il mondo.

La finisco qui con un atto di fiducia nei giovani che vedo crescere, studiare con gusto e passione e iniziare a lavorare, giovani che curo e di cui mi occupo sia nella fase finale degli studi sia nella fase di inserimento al lavoro, sempre più convinto che io -con la mia esperienza e con i miei saperi- debba darmi da fare per aiutarli, nel mio piccolo di aziende e mondo formativo, a prendere progressivamente in mano, e meglio, quello che gli lasceranno le generazioni precedenti, compresa la mia.

Ed esprimo qui un atto di fiducia e un sentimento di speranza.

Le grandi derive della storia e i diversi sguardi umani sul mondo

Tra papa Bergoglio e Salvini vi sono certamente persone che tengono per l’uno o per l’altro: se si “tiene” per il primo il secondo risulta inviso e viceversa. Ad esempio sul tema epocale dei migranti e dello ius soli. Manicheisticamente, come ai tempi di sant’Agostino o delle lotte guelfi-ghibellini del nostro gran Medioevo.

Sappiamo che dai tempi preistorici tutte le popolazioni del mondo si sono spostate, più o meno, dai territori di origine, a volte muovendosi per migliaia o decine di migliaia di chilometri. Pensiamo alle trasmigrazioni di popolazioni asiatiche o amerinde attraverso lo stretto di Bering, alle migrazioni dei popoli Indoeuropei dall’Asia Centrale all’Anatolia, alla Tracia, e all’Europa, agli esodi nel Vicino Oriente antico, come narra la Bibbia, fino ai fenomeni attuali di enormi masse di migranti che salgono dall’Africa equatoriale verso il Mediterraneo, o provengono da zone di guerra o di miseria afro-asiatiche.

Detto questo, i popoli che si sono spostati, o si sono inseriti nei nuovi contesti socio-etnici in qualche modo (in molti modi) integrandosi, o hanno conquistato i nuovi territori, come racconta la Bibbia con dovizia di particolari (cf. libro dei Giudici).

Ora sta accadendo un fenomeno epocale che non può essere fermato con misure militari o di polizia, perché ha a che fare con la distribuzione dei beni nel mondo, che è iniqua, con la qualità di vita che si differenzia in maniera radicale tra Occidente e i territori da cui provengono queste genti, e dunque l’inerzia “fisica” della deriva è inarrestabile. Anche mio padre, quando non trovava lavoro in Italia è andato in Germania dove lo ha trovato.

Questo non significa che si possono accogliere tutti e in qualsiasi modo. Ma vuol dire anche che le grandi Nazioni ricche e sviluppate, meta agognata di queste persone, e non dico le fallimentari e quasi inutili organizzazioni sovra-statuali (ONU in primis), debbono porsi, ed è già tardissimo, il tema dello sviluppo nelle terre di provenienza di questi esodi, in Africa, in Asia, e tenere conto che “tutto-si-tiene”, guerre in corso, guerre sbagliate fatte dai colonialisti di un secolo fa e di pochi anni fa, avidi di terre, ricchezze varie e petrolio.

Ora in Italia si pone con urgenza nell’agenda politica il tema dello Ius soli, cioè del diritto di cittadinanza di chi nasce qui, pur provenendo da qualsiasi altrove. Negli Stati Uniti d’America vige da secoli, perché è in Costituzione, mentre da noi il diritto di cittadinanza è regolamentato da leggi vecchie di un paio di decenni, abbastanza arzigogolate, e ora fondamentalmente ingiuste e inefficaci. Non le sto a riassumere qui: basti dire che il diritto di cittadinanza è concesso ai bimbi nati da almeno un genitore italiano, o comunque solo al compimento del diciottesimo anno di età, e così via. Pare ci siano oltre un milione e mezzo di bambini, ragazzi e giovani che, se fosse emanata la norma dello ius soli, diventerebbero immediatamente italiani.

Se mi si chiedesse se sto con Salvini o il papa, io non esiterei a dire che sto con la ragione, perché hanno in parte torto tutti e due. Il primo perché, nel suo stile a-logico e sgangherato, fa di ogni erba un fascio, usando i social, mescolando un tema gigantesco con le paturnie dei disinformati e blandendo i sentimenti e gli egoismi peggiori. Salvini fa male anche a mettere insieme il tema dei migranti con il terrorismo, perché porta solo acqua al mulino della confusione.

Al papa rimprovero un certo semplicismo, che gli fa dire, una po’ à la Bertinotti d’antàn, che tutti hanno diritto di essere accolti, se fuggono da miseria, guerre e altre disgrazie. Certamente, ma agendo in contemporanea su tutta la tastiera delle cose da fare, comprese politiche di sviluppo e commerciali più eque e solidali nei e con i paesi di provenienza dei migranti.

Sto con la ragione argomentante, perché non parteggio, non ho bisogno di “stare con”, avendo un’autonomia di giudizio che non richiede conferme nel mondo dei più noti, e non sempre più accorti.

L’auto-contraddizione è inaccettabile, insopportabile e intellettualmente disonesta

Più che sopportabili e spesso molto utili sono la contraddizione, la contrarietà, il contrasto, la polemica, e anche il conflitto in un dialogo vero, serrato, tra due persone, tra due intelligenze, tra due posizioni, tra due schieramenti teorici, tra due partiti, tra due squadre, nella competizione che prevede di darsi da fare, anche per vincerla.

La contraddizione è utile anche quando si manifesta nella stessa persona, perché può essere un sano antidoto al vizio irrigidente del coerentismo, cioè dell’idea che se si è seri non si debba mai cambiare idea. Il che è pura idiozia.

Cambiare idea e quindi contraddirsi nel tempo non è male, anzi. Meglio contraddirsi che smettere di pensare. Quelli che ripetono sempre gli stessi stereotipi concettuali, le stesse idee immodificabili, sono destinati al rincoglionimento progressivo, e neppure tanto lento.

Essere in disaccordo e contrariare qualcuno spesso è molto sano, perché impone di continuare a riflettere, a discutere, ad approfondire, non accontentandosi di avere avuto ragione spegnendo il dialogo.

Contrastare anche polemicamente, con vigore e convinzione può mettere in dubbio radicati convincimenti, spesso pigramente conservativi e dunque stantii e infine probabilmente dannosi.

L’autocontraddizione, invece, è inaccettabile, insopportabile, e intellettualmente disonesta. Mi spiego. Poniamo che una persona abbia fatto di ideali etico-politici di giustizia sociale l’oggetto focale della propria vita e che a questa persona sia stata disponibile a sacrificare tutto il meglio della propria stessa vita, anche la libertà. Sto pensando ai duri e puri di tutti gli estremismi di sinistra che storicamente si sono alternati sulla scena del mondo, anche se declinati in modi molto diversi, dalle sollevazioni di piazza all’uso delle armi, agli attentati e agli omicidi.

Poniamo anche che questa persona, dopo un periodo di carcerazione molto lungo, e ragionevolmente sufficiente per considerare estinto il debito della pena meritata per il reato compiuto, in sé gravissimo, e quindi condannata a un ergastolo ostativo (fine pena mai), non voglia in alcun modo chiedere dei permessi di uscita dal carcere cui avrebbe diritto, adducendo ragioni di coerenza e di testimonianza indefettibile. Bene: siamo di fronte a un comportamento evidentemente auto-contradditorio, poiché l’afflato generosamente speso per la giustizia sociale, anche se per un astratto popolo lavoratore, che non si è mai agganciato al progetto estremistico, si scontra con la superbia del rifiuto di ogni misura attenuativa della pena. “Devono propormi loro il permesso, ché io non lo chiederò mai a uno stato che rifiuto e non riconosco“, questa la sua dottrina a supporto del rifiuto.

Ebbene, rifiutata dal popolo che non si è “fatto liberare” da lui e dalle “avanguardie proletarie”, questa persona si rifiuta di chiedere qualsiasi cosa. E dunque come si può conciliare logicamente l’empito e l’impeto di generosità altruistica della militanza, con l’autoesclusione da ogni processo di ripensamento e di recupero a una vita normale?

Non si concilia, perché nella stessa persona accade un processo psico-morale connotato da uno smisurato orgoglio spirituale, che è fomite e origine di un’auto-contraddizione insopportabile prima di tutto sul piano logico, e successivamente anche su quello morale.

Il decoro e la vergogna

Dulce et decorum est pro Patria mori“, cioè è cosa dolce e onorevole morire per la Patria (Orazio, Odi, III, 2, 13). Così credevano i nostri Padri latini. Mi sono chiesto spesso se io sarei morto o morirei per la Patria e, quasi senza esitare, mi sono sempre risposto “sì”, perché se la Patria è la terra dei “nostri padri e delle nostre madri”, e cioè la tua casa, il paesaggio naturale e interiore dove vivi e dove vivono le persone che ami, non puoi non ritenere degno del sacrificio più alto la sua difesa. Senza che ciò suoni stonatamente eroico o retorico. Dolce e onorevole, però, è di questi tempi recuperare anche un senso estetico, e forse il senso naturale,  quasi primordiale della bellezza, come segue.

Hai presente, gentil lettore, la Madonna Annunziata di Antonello da Messina? se no, vai a cercarla sul web e ammirala, ché forse non esiste immagine muliebre più sublime nell’iconografia sacra e profana di ogni tempo. In quel quadro il grande Antonello è riuscito a trasfondere la bellezza allo stato puro, senza mediazioni od orpelli estetistici. La purezza delle linee, la profondità dello sguardo di Maria di Nazaret incanta ogni persona, e lascia intravedere qualcosa di indicibile, oltre e nell’Oltre.

Di contro, quale decoro si intravede da tempo per le nostre strade? Mi racconta l’amico Mario che quando visitò la Moschea Blu a Istanbul con Rosanna e Maria Vittoria, consegnarono loro una veste leggera e un velo per entrare nel luogo sacro. E lui, vecchio -si fa per dire- reprobo ateo ed ex comunista le trovò bellissime, come le altre donne che si erano colà recate per la preghiera dell’ora quotidiana.

Non sto qui facendo un panegirico del velo islamico, o del velo cattolicissimo che le nostre mamme e nonne fino al 1965, post Concilio Ecumenico Vaticano secondo, erano obbligate a indossare entrando in chiesa, ma mi chiedo se non sia da recuperare un poco anche solo il buon senso e il buon gusto del decoro estetico, di una bellezza semplice e rispettosa dei luoghi.

In giro vediamo ragazze con rotolini di carne debordanti e ombelichi talora provvisti di metallo che protrudono in fuori, con risultati estetici a dir poco penosi, vediamo volti sfatti dalle merendine e dal chewing gum, masticato in faccia a ogni interlocutore, ci disturbano l’udito inascoltabili stupidaggini che escono da bocche ignoranti e da menti silenziate. Grazie a Dio che non è la norma.

E, ragionando con l’amico, scopriamo che questa  deriva dipende anche dalla crisi di un salutare sentimento, quello della vergogna. La tv e il web stanno oramai abituando gli utenti, di tutte le età, a non badare più a nulla e ad ammettere tutto, spudoratamente, in parole, gesti, fotografie, filmati e ogni altro mezzo o supporto mediatico che oggi è possibile utilizzare per comunicare in tempo reale le proprie ubbie, il proprio odio, i propri gusti e disgusti, in un pantano sempre più immondo di comunicazione ansiogena, stereotipata e volgarissima, anzi semplicemente stupida.

Bisogna riproporre nell’educazione familiare, nella scuola dell’obbligo e oltre, il sentimento della vergogna come salubre strumento di autoanalisi e di rieducazione individuale e collettiva. Occorre re-imparare a vergognarsi di quello che si dice, di quello che si fa e perfino di quello che si pensa, per incominciare a guarire da questa patologia psico-morale che ci ha investiti in questi ultimi decenni.

Un esempio di utile uso della vergogna: chi mi legge o mi frequenta sa che non sopporto Laura Boldrini, che ritengo inutile e dannosa nel ruolo che ha, per come lo interpreta, per le cose che dice e per quelle che tace, ma non sopporto neanche chi la insulta con epiteti e la minaccia con frasi inaccettabili. La Boldrini se ne vada al più presto, ma costoro stiano zitti per sempre, e si vergognino.

Dulce et decorum est cogitare et agere bona.

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