Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: Gente&Lavoro

Il colloquio

Il colloquio è una forma di dialogo, e si usa molto nei luoghi di lavoro, dalle acciaierie agli uffici pubblici ad ogni altrove, soprattutto nelle nazioni a più alto sviluppo industriale e dei servizi. La metodologia nella contemporaneità trae origine dagli studi di psicologia sociale e di sociologia nel mondo anglosassone, iniziati negli USA a partire dagli anni ’30. In Italia si sono affermati forse solo negli ultimi due o tre decenni.

Si tratta di un dialogo cordiale, aperto, atto, sia a conoscere nuove persone come procedura di selezione, sia a una attività di “manutenzione” di personale già inserito, o in inglese -come è invalso dire- follow up.

E’ comunque un’arte antica, nota e praticata dai filosofi classici, soprattutto da Platone, ma anche da Epicuro, Seneca, sant’Agostino e altri.

E’ anche una delle attività più difficili che si possano svolgere a livello aziendale, perché le variabili possono essere infinite, trattandosi di un incontro tra personalità irriducibilmente uniche nel contesto dato, e a questo mondo. Pertanto occorre molta cura nella sua gestione.

Occorre mettersi in ascolto attivo, ob-audire (cioè obbedire, strano no?) dicevano i padri latini, evitando sia un eccesso di empatia sia la genericità o banalizzanti stereotipie. Ogni colloquio è un evento a sé stante, non ripetitivo, poiché cambia l’interlocutore, o cambia il tempo dell’interlocuzione. Manuali e role play sono piste teorico-pratiche da conoscere, ma senza la pretesa (sarebbe sbagliato) di copiarle. Se si incontra una persona nuova si avrà l’accortezza innanzitutto di metterla a suo agio, se una persona già conosciuta si può partire in qualsiasi modo, perché dipende dalla ragione per cui fa il colloquio, che potrebbe andare dalla comunicazione di un riconoscimento a una contestazione o sanzione disciplinare.

Gentil lettore, ti racconto un episodio, di un colloquio assolutamente eterodosso, per dire come la variabilità sia infinita, che mi è capitato di fare qualche settimana fa, per confermare come ogni incontro sia evento, atto unico e irripetibile. Sono in un’azienda importante a livello nazionale e non solo, fuori regione.

Lui compare alla porta del salottino dove sono ospitato, essendo io in trasferta, ma non lo faccio entrare subito perché sono impegnato in un colloquio già programmato e di non poca importanza.

Alla fine, ormai io ero rimasto solo, entra, incazzato, livido. Lo guardo in volto, intensamente e in silenzio.

Non lo faccio sedere, ma gli dico di cambiare espressione, immediatamente, “ché io non parlo con volti imbruttiti dalla rabbia o da altri sentimenti mali.”

Gli chiedo le ragioni di tanta rabbia e lui mi dice che non sopporta che le “sue persone” interloquiscano con chiunque in azienda. Allora gli spiego i ruoli, chiarendo che le persone che hanno interloquito con le “sue persone”  avevano pieno titolo per ruolo e posizione aziendale, per parlare, chiedere “come va”, convocare le “sue persone”, , etc.

E quindi lo invito a non essere paranoico e a recuperare il senso delle cose e dei fatti, in una prospettiva collaborativa e proattiva. Restiamo insieme a ragionare per più di mezz’ora e, a un certo punto lui cambia espressione e prende colore, ammettendo che veramente non sa che cosa lo prenda quando teme di “perdere il controllo”… Gli dico, “appunto, tu hai bisogno di tenere sempre tutto sotto controllo, e quindi emani ansia, sfiducia metodica, stancando e allontanando le persone, che ti vedono pian piano come un impiccio, se non come un nemico.”

E aggiungo che sarebbe utile ripartisse da lui stesso, curandosi una sorta di, gli dico, “io ferito e un poco quasi tramortito che ti fa soffrire e alla fine ti frena, cosicché tu devi darti tempo devi regalarti spazi, evitando di essere disponibile giorno e notte, sabati e domeniche. Riposati la testa, dismetti l’elmo e l’armatura e ringuaina la spada.

E altri episodi del genere mi sono capitati, tutti diversi, ma tutti con il minimo comun denominatore dell’ego debordante e nello stesso tempo insicuro o, come dicono gli psicologi, caratterizzati da un’autostima espansa, che è sinonimo di insicurezza profonda, soprattutto di se stessi.

C’è un gran lavoro da fare, come sempre e ciascuno di noi lo deve fare innanzitutto verso se stesso.

Voterò SI’ il 4 dicembre, nonostante Renzi

pulciniCaro lettore,

a me Renzi non è mai piaciuto e non piace, né come parla, né come si muove, né come tratta gli avversari politici esterni e soprattutto gli interni, né come sbeffeggia le strutture sociali (sindacati e corporazioni varie pur pieni di difetti e spesso obsolescenti), non mi piace il suo linguaggio del corpo e anche la sua faccia; forse è mal consigliato, certamente è troppo presuntuoso per ascoltare consigli che non siano già idee sue, mentre altre idee e consigli lo aiuterebbero a sbagliare di meno.

Aborro l’orrendo verbo “rottamare” da lui inteso verso persone umane, mentre sarebbe correttamente in uso per macchine e autoveicoli vecchi e laceri.

Non mangerei con lui neanche una pizza,  e forse faticherei a condividere anche un aperitivo.

Non mi piacciono neppure i suoi fedelissimi, a partire dalla nulladicente presidenta del Friuli Venezia Giulia Serracchiani, che lei definisce, parlandone, FVG.

Per contro, mangerei volentieri una pizza con Bersani e anche con Berlusconi, non certo con Salvini e Grillo.  Per me il Renzi più importante d’Italia è l’autore di un ottimo manuale di Filologia Romanza, il professor Lorenzo.

Tanto è.

Ciò nonostante il 4 dicembre prossimo voterò SI’ al referendum costituzionale, ma per ragioni che nulla hanno a che vedere con il premier Renzi, la sua carriera, il suo destino politico.

Voterò SI’ per Amor patrio, perché questa nostra splendida Nazione ha bisogno di scrollarsi di dosso le ragnatele di un’inerzia ancestrale, anche se la riforma di cui diciamo è imperfetta, lacunosa, mal scritta, come sostengono sapienti e men sapienti in materia. Non sono un costituzionalista, ma ho abbastanza competenze storiche e socio-politiche, e competenze etiche profonde, per dire che nihil humanum perfectum e quindi intangibile, anche la Costituzione “più bella del mondo” (attenzione alle esagerazioni!).

Voterò SI’, perché bisogna dare un segnale di cambiamento della parte pubblica all’economia privata, alle imprese, ai lavoratori, che hanno bisogno di verità, di stabilità, di sobrietà e di snellezza delle procedure burocratiche del lavoro.

Voterò SI’ per mandare a casa almeno una parte di politici nullafacenti.

Voterò SI’, perché oggi lo farebbero anche Piero Calamandrei, Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni e Benedetto Croce, padri severi della Costituzione repubblicana, ma pieni di senso della storia.

Voterò SI’ per dare un segnale alle altre nazioni, e ai grandi soggetti economici e industriali di tutto il mondo.

Voterò SI’ per smascherare i conservatori e gli opportunisti di tutte le risme, generi e specie, di destra, di centro e di sinistra, che fino a prima di Renzi volevano più o meno le stesse cose di questo SI’, avendolo votato più volte in parlamento negli ultimi venti mesi, e ora dicono no non certo per amor di Patria, o per serie ragioni politiche, ma miseramente solo in odio a Renzi. Miseramente.

SI’ dunque, e andiamo avanti.

Murdered!

Dear American People,

this night in Jackson, Georgia, Troy Davis has been murdered.

The legal responsibility of this death falls over american penal system, yes, but I think that it’s very important to consider all the cultural and moral aspects of the question.

Is death punishment the extreme manner of the state to defend itself?

Is acceptable this solution to the questions of violence?

Is a reasonable balancing to comparate an assassination, about the real author of which nobody is absolutely sure, to a death punishment?

Is death punishment a real operation of social pedagogics?

If, as it seems, Troy was innocent, how the Nation or People can give back to him his life?

And so on … I put some rethorical questions, I know.

But it’s necessary that someone ask to himself and to others if the situation could proceed in this method, in a great Country, in a great Democracy like U.S.A.

Somebody has told me this morning: also in China, in Iran many people are condemned to death, but this reflexion is weakling and absolutely no convincing under logical profile. In this case the comparation is between a great democracy and two authoritative political regimes.

I think that it’s possible to change, to improve the general human culture and ethics, that never must be against human reason and redemption possibility.

Also the spirit of Mark Mac Phail, the policeman murdered in 1989, I think, would agree.

Ratio operandi

Ratio operandi  è il titolo di un ciclo di conferenze sulla cultura della persona e dell’impresa che la Facoltà teologica dell’Emilia Romagna, cui afferisco, organizza da alcuni anni. Un prossimo tema che contribuirò a trattare a febbraio è quello del potere direzionale in azienda (cfr. art. 2086 del libro V del codice civile).

Sappiamo che l’imprenditore può delegare il potere anche a suoi collaboratori primari,  dirigenti e responsabili di aree o funzioni specifiche. L’esercizio del potere pone immediatamente questioni di carattere antropologico, etico e psicologico. Il potere si esercita mediante l’autorità ad esso connessa in due modi, che sono l’autoritarismo e l’autorevolezza.

La tentazione dell’autoritarismo è sempre forte, specie in personalità caratterizzate da autostima espansa, che è controproducente per chi la vive e per gli altri, esattamente come l’autostima bassa, e provoca non lievi danni. Si tratta di una modalità espressiva che conculca le personalità e le potenzialità altrui, e quindi fa del male all’azienda, poiché frena la creatività delle persone che collaborano con la persona autoritaria.

L’autoritarismo è una scorciatoia cognitiva e morale. Chi vive e pratica questo stile è di solito una persona solo apparentemente sicura di sé, ma in realtà debole e incapace di farsi valere mediante il convincimento razionale degli altri. Preferisce, se contraddetto, la minaccia, a volte esplicita e a volte velata, alla fatica del discorso logico-argomentativo, tipico di una mente razionale e di uno spirito ragionevole.

Di solito si attornia di yesmen, collaboratori dal carattere fragile e dalla personalità sbiadita, i quali tendono ad assecondarlo facendo anche finta di volergli bene. In realtà, nel momento in cui l’autoritario cadesse in disgrazia sarebbero i primi a mostrare il pollice verso. Un autorevole saggio di Hugh Freeman ci conferma in questa nostra tesi. Nel libro Le malattie del potere, Garzanti, egli racconta come molti leader politici, militari e dell’economia (Hitler, Stalin, Roosevelt, Thatcher, Hailè Selassiè, etc.), in realtà, fondassero la loro attitudine al comando su sentimenti e relazioni umane spesso negative, causando alla fine, soprattutto in alcuni casi, anche disastri immani.

L’autorevolezza è invece figlia di competenze vere, caratteristica di una personalità integrata tra la dimensione razionale e la dimensione emotiva, e conseguenza di principi morali solidi. Di solito non ha bisogno di manifestazioni esteriori di tipo narcisistico o vanaglorioso (si legga in proposito il Miles gloriosus di Plauto dove il personaggio di Pirgopolinice, cioè il “vittorioso di torri e città”, è lo spaccone o fanfarone, che alla fine…).

Questo peraltro accade anche in politica, dove i capi preferiscono personalità gregarie piuttosto che valorosi competitors, i quali, se accettati, farebbero crescere i capi stessi e la forza politica.

L’azienda, a differenza della politica, però, oggi meno che mai può permettersi una situazione di stress  generato dall’autoritarismo.

Anche un certo tipo di linguaggio favorisce l’acquiescenza all’autoritarismo. Preferire l’espressione “il mio capo”, invece che “il mio responsabile” non va nella giusta direzione, perché alimenta a livello sia conscio sia inconscio un processo mentale di irrigidimento nella condizione riconosciuta e molto spesso anche troppo lodata. A volte si usa per brevità questa espressione, ma  così facendo si avallano le tendenze meno nobili ed evolute, che sono spesso insite nel cuore umano, nascoste alle persone stesse.

Le nuove frontiere del marketing

http://www.ant2work.it/writable/news/attachments/P_64_A.pdf

Innovazione e Ricerca ecco il caso Keymec

E’ possibile visualizzare il mio articolo sul caso Keymec

http://rassegna.uniud.it/rassegnastampa.2007-02-14.2882267158/MESVENUDINEX_Innovazione_e_ricerca.pdf/allegato1

Redditi e benessere in tempi di crisi

Estratto dalla rubrica che curo sul Messaggero Veneto

Redditi e benessere in tempi di crisi

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