Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Non trovo più neanche un elettrauto, dove sono spariti tutti? A me, invece, il mio dentista ha disdetto l’appuntamento per l’igiene…, ma che cosa sta succedendo?

Il vaccino aveva evitato molti morti e la pandemia sembrava oramai in sonno. Aveva avuto il suo acme un anno e mezzo prima e aveva spaventato il mondo. Con un documento verdolino tutti avevano ripreso a girare dappertutto senza intoppi. Il lavoro e il reddito pro capite erano aumentati in modo inaspettato, perché tutti avevano acquisito una fiducia nel futuro che prima non c’era.

Sembrava che una società fino a un anno o due prima un po’ anchilosata si fosse risvegliata, e avesse ripreso di buona lena un cammino che ricordava i ritmi dei primi anni ’60 del XX secolo, quelli che vengono ricordati come anni del Boom Economico, che trascinò con sé anche uno sviluppo demografico superiore a ogni attesa, il cosiddetto Baby Boom.

Certamente il mondo aveva reagito in modo diverso al Sars-Cov2, si può dire secondo le possibilità: Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Canada, Australia e… Cina se la erano cavata abbastanza bene, gli Stati Uniti un po’ meno, perché sono nazioni più o meno doviziose di soldi, di scienza e di logistica, ma la Namibia, il Sud Sudan, il Niger, la Somalia, l’Afganistan, lo Yemen, l’immenso alveare dell’India e altri posti lontani avevano avuto un numero imprecisato di infettati e di morti.

Se le statistiche relative a infettati, malati, guariti e vaccinati potevano essere abbastanza credibili per il primo elenco di paesi, per quelle citate in seguito, no.

Il mondo era cambiato, ma la gente non aveva ancora compreso in che misura e modi fosse cambiato. Ai più, anche ai media e ai politici, rimasti al livello mediocre di prima della pandemia, non era chiaro ciò che avrebbe provocato la terribile e subdola malattia infettiva, che aveva decimato città e campagna,e non solo nelle nazioni meno sviluppate. Anche civilissime città come quelle dell’arco prealpino italiano avevano sofferto malattie e morte. Era ancora negli occhi di tutti il lugubre spettacolo degli autocarri militari che portavano nottetempo o nella scarsa luce del crepuscolo mattutino le bare dei morti nei cimiteri.

Anche il lavoro era molto cambiato. Si era cominciato a praticare, specialmente nel pieno della pandemia, il lavoro in remoto, o in smart work, da casa, soprattutto da parte di chi aveva mansioni impiegatizie, amministrative o tecniche che fossero. Oramai i potenti mezzi informatici e telematici permettevano collegamenti in tempo reale tra le sedi delle compagnie industriali, logistiche e commerciali e i luoghi di effettuazione del lavoro, la casa dei lavoratori.

Si sparse l’idea che pian piano tutto il lavoro si sarebbe trasferito a casa propria, perché, ciò che era già possibile compiere in remoto oramai era acquisito, mentre le attività che avevano fino a quel tempo richiesto l’intervento manuale dell’uomo, si stavano trasferendo rapidamente, tramite una innovazione tecnologica, informatica e robotica, sempre più a macchine gestite da intelligenza artificiale o eseguite da programmati e instancabili robot.

Ciò era già praticato da almeno un decennio nelle aziende chimiche e meccaniche più evolute, e si stavano sempre più espandendo.

Qualcuno, però, aveva cominciato ad accorgersi che c’era qualche problema.

Con un lavoro sempre più distaccato dalla sua origine organizzativa e gestionale, stavano cambiando anche altre cose: ad esempio, il rapporto con i colleghi di lavoro, oramai già da un paio di decenni rarefatto dai collegamenti informatici (le mail e i messaggini telefonici) e dalla loro efficienza. I più accorti tra gli imprenditori e i dirigenti, ma anche tra i lavoratori, i più attenti fra gli studiosi, cominciarono a percepire una sorta di incrinamento della qualità relazionale tra colleghi e tra i leader e i loro collaboratori. Si cominciava a non ricordare più bene i nomi dei colleghi, i loro volti, le loro voci, le loro famiglie, i viaggi fatti assieme, le affettività, le antipatie e le simpatie. Le persone non erano più persone, ma ruoli, mansioni, posizioni, nient’altro.

Oramai la voce umana, prima percepita con l’apparato uditivo, si stava limitando a qualche telefonata, ma più ancora a dei comunicati “vocali” inviati nella messaggistica gratuita in tempo immediato (più ancora che reale, cui le persone si erano abituati dallo sviluppo del web, cioè dai primi anni 2000).

Si stava perdendo di vista quello che storicamente, almeno dai trentenni in su, era stato il rapporto inter-soggettivo e interpersonale tra colleghi, con i collaboratori, con i superiori. Ma vi è di più: oramai una schiera di misteriosi ed eleganti criminali del web stavano hackerando indifferentemente obiettivi generici e mirati, con i loro tremendi ransomware, che si prestavano a ricatti di tutti i generi verso le malcapitate vittime degli attacchi.

Vi fu un periodo di barcollante incertezza.

La politica non sapeva che pesci pigliare, come normare queste novità estreme del lavoro, se e come e dove considerare soggetto fiscale i grandi web player, che ormai guadagnavano più dei maggiori gruppi industriali e commerciali del mondo.

Ma vi fu ancora di più: questo abbandono progressivo del lavoro dalle sue proprie sedi, mediante l’uso dell’automazione e della telematica sempre più spinto, costrinse gli istituti tecnici superiori e le facoltà tecniche a progettare e a programmare corsi sempre più intrisi di saperi innovativi guidati dall’intelligenza artificiale. Nelle università si insegnava solo con la semplificata e impoverita koinè inglese oramai in uso da decenni in tutto il mondo.

I beni della Terra interessavano i decisori solo come elementi e fattori di energie rinnovabili, anche se i combustibili fossili erano ancora le fonti prevalenti di energia. Persi negli algoritmi e nei diagrammi progettuali, i leader non si guardavano neanche più in giro, non apprezzavano più il Requiem di Mozart, la Nike di Samotracia, la Pietà dell’Opera del Duomo di Firenze di Michelangelo Buonarroti, gli idilli del conte Giacomo e le opere di Shakespeare o di Sofocle, il XXXIII Canto del Paradiso dantesco, ma nemmeno un tramonto d’autunno sulle Alpi o su una spiaggia amalfitana.

I giovani si iscrivevano a questi istituti formativi con sempre maggiore entusiasmo, quasi evitando, e certamente dimenticando, le facoltà di scienze umane, la filosofia, la psicologia, gli studi sull’uomo e per l’uomo, tutto l’uomo, corpo-anima-spirito dell’uomo, privilegiando la strumentalità e la mera efficienza, che diventavano da mezzo (indispensabile per ridurre la fatica delle persone…), fine. L’uomo non stava venendo – da… se stesso – più percepito come fine delle sue stesse azioni, ma come strumento reiteratamente destinato a innovare senza fine, in ogni settore, e senza alcuna domanda sugli effetti successivi di questa concentrazione sui mezzi divenuti fini.

L’effetto che, però, fece riconsiderare questa fanatizzazione del nuovo, fu un fenomeno inaspettato: comunque l’uomo, anche se ormai abitava in case caratterizzate dalla tecnologia domotica, non trovava più un manutentore, un elettricista, un elettronico, un idraulico, un barbiere, perché tutti gli strumenti per la vita casalinga erano (ritenuti) perfetti e esenti da ogni rischio di rottura.

Soprattutto coloro (ed erano ancora alcuni miliardi sulla Terra) che ancora non si erano troppo “domotizzati”, non trovavano più qualcuno che venisse ad aggiustare un rubinetto, a sbloccare uno scarico di cesso intasato,
un igienista dentale, non trovavano più un elettrauto, perché non tutti, anzi pochissimi, potevano disporre di Tesla da 65.000 dollari…

E allora scesero in piazza in tutto il mondo. I giornalisti si svegliarono dai loro beati sonni, seguiti dai politici. Gli studiosi riscoprirono Aristotele e Kant, e anche Freud e Jung, ma anche il capitolo Quinto del Vangelo secondo Matteo, quello delle Beatitudini, i Discorsi di Benares del principe Siddharta Gautama, L’arte della guerra (per non fare la guerra) di Lao-Tzu, e si fermarono a riflettere, perché forse avevano esagerato.

Il fatto è che questo racconto, nato da un sogno raccontatomi dall’amico Gianluca, si ferma prima che gli uomini e le donne (nel sogno) si rendessero conto che era un… sogno.

Meno male che era un sogno (premonitore).

Il tempo, che fugge senza “essere”, pur… “esistendo”

Quante volte abbiamo parlato del tempo nelle nostre vite! Quante volte ne ho scritto qui. Ne scrivo ancora, perché il tempo è sconfinato sotto il profilo fisico, e non solo, il tempo è il dove viviamo e il mentre. Lo spazio idem.

Dopo il grande di Ulm le due categorie (kantiane) sono state unificate, necessariamente.

Noi umani, però, abbiamo la sensazione che il tempo fugga, tempus fugit, e fugga sempre più velocemente a mano a mano che passa il tempo delle nostre vite. Quando siamo giovani, soprattutto al di sotto dei vent’anni, sembra che il tempo non passi mai, probabilmente perché si vive una normale ansia tesa a raggiungere certi obiettivi, il diploma, la patente di guida, la laurea, etc.

Il tempo è strano, come aveva compreso molto bene sant’Agostino, mio gentil lettore. Leggi il Libro XI delle sue Confessioni, perché lì troverai un’ipotesi che sembra prefigurare le scoperta della fisica sopra citate, di diciassette secoli dopo. Agostino non immagina il tempo come un qualcosa di definito e di coerente con la sua percezione dal parte dell’uomo. Dovendo ammettere, come è ovvio, che il tempo ha una sua fisicità, una sua obiettività, perché le ore, i giorni, le settimane, i mesi e gli anni scorrono, egli riscontra che nel mentre scorrono esiste anche un’altra sua dimensione, quella interiore, per la quale può accelerare ovvero rallentare. Accelera il tempo delle cose piacevoli, rallenta quello delle spiacevoli, di solito.

Si sa che il tempo del carcere è completamente diverso dal tempo di chi vive fuori. Ne ho esperienza da racconti diretti di chi vive in ristretti orizzonti.

Il tempo in quei luoghi scorre in modo diverso, perché i giorni possono sembrare tutti uguali, con gli orari dei pasti e dell’ora d’aria scanditi da precise regole interne. Meglio stanno coloro che sanno come usare il tempo, magari leggendo, studiando, facendo esercizio fisico, lavorando, nelle carceri dove ciò è possibile. La Costituzione prevede, come ho scritto più volte, che lo Stato metta il detenuto nelle condizioni di potersi riscattare, con il lavoro, lo studio e attività solidali, per recuperarne la socialità, anzi la sociabilizzazione, neologismo, forse, abbastanza utile.

Il tempo, non ha una consistenza corrispondente tra la nostra percezione e la sua fisica obiettiva, dopo le scoperte sulla relatività generale, ma è indubbio che esso esiste, cioè ex-siste, vale a dire, “sta-fuori”.

Perché nel titolo ho affermato che il tempo esiste senza essere? Il senso comune tende ad unificare i due verbi in una sorta di sinonimia, al punto che molto spesso si usano indifferentemente, come si si fa, peraltro, con le parole complessità e complicazione.

Il tempo esiste perché oggettivamente lo sentiamo, lo viviamo, lo percepiamo nel trascorrere degli eventi in generale e delle nostre vite in particolare. Ma da un secolo sappiamo che, se potessimo allontanarci dall’orizzonte degli eventi che ci riguardano a trecentomila chilometri al secondo, che la velocità della luce, il tempo si… fermerebbe. Concetto di non facilissima comprensione, ma che si può in qualche modo “spiegare” immaginando di trovarci, ad esempio, a una distanza dalla Terra corrispondente a un giorno di percorrenza della luce, cioè a 300.000*60*60*24 Km. cioè a 25 miliardi e 960 milioni di km, e fossimo dotati di un radiotelescopio di inenarrabile potenza, potremmo vedere noi stessi che viviamo sulla terra esattamente ieri, 24 ore fa.

Per dare un esempio della distanza, si pensi che la dalla Terra alla luna la luce ci mette solo poco più di un secondo ad arrivare, e dal Sole alla Terra solo poco più di otto minuti per “fare il viaggio”.

Se ciò è vero, come possiamo dire che il tempo “è” in assoluto? Non possiamo. E’ invece concepibile riconoscere che il tempo “esiste” in relazione alla nostra posizione nello spazio, al posto che occupiamo nell’universo.

Ciò detto, torniamo ai concetti iniziali. I concetti di “essenza ed “esistenza”, prima ancora che fisici sono… metafisici. In altre parole, si tratta di un esempio di come la metafisica abbia a che fare con la fisica, come anche i maggiori studiosi di questa disciplina (in Italia, Carlo Rovelli in primis) stanno riconoscendo, dopo decenni di dialogo interrotto.

Aristotele, Galileo, Kant, Einstein etc., in un certo senso e modo, si stanno dando la mano.

Fucilazione alla schiena

Neanche i più abietti… vien da dire, vengono ammazzati così.

Galeazzo Ciano, De Bono et alii, dopo il processo di Verona furono fucilati alla schiena l’11 gennaio 1944, e non erano più abietti di chi li fucilava. Anzi, forse il termine “abietti” è esagerato per i su citati signori.

I fratelli Attilio ed Emilio Bandiera nel Vallone di Rovito furono fucilati al petto dai Borbonici il 25 luglio 1944, come Gioacchino Murat il 13 ottobre 1815 a Pizzo Calabro, e come l’ultimo fucilato nello stato dello Utah, per condanna a morte il 18 giugno 2010, Ronnie Lee Gardner, già ricoverato in clinica per problemi mentali, infanzia tremenda e scalcagnata, come molti dei condannati a morte negli Stati Uniti d’America, e non solo. Cinque Winchester hanno tuonato dalla feritoia di una stanza dove il condannato era legato a una sedia e aveva sul cuore un cerchio come bersaglio, fucili di cui uno era caricato a salve, cosicché ognuno dei cinque soldati/ poliziotti/ boia ha potuto pensare di non essere stato lui a sfondare il cuore del criminale malato, condannato alla pena capitale.

La fucilazione così organizzata permette a un “boia” di sentirsi moralmente alleggerito, mentre tutte le altre modalità di esecuzione non lo consentono.

Fu Ronnie Lee a scegliere di essere fucilato invece che ucciso con il cloruro di potassio e il cianuro in vena.

Rayshard Brooks è stato invece fucilato alla schiena, innocente, senza processo, con tre colpi di calibro 9 millimetri, non so se di una Beretta, Smith&Wesson, Colt o Glock, comunque di ordinanza, come si dice. Il fucilatore è stato licenziato e forse sarà processato e condannato per omicidio di qualche grado (per me sarebbe di primo grado), forse vent’anni, dei quali sconterà 4 o 5.

Quando l’uomo, trovato in auto mentre dormiva, un po’ ubriaco e fatto, è stato afferrato dai due poliziotti, ed essendo riuscito a divincolarsi e a fuggire, è stato fermato con la fucilazione alla schiena. Ma, dico, trovi uno ubriaco che dorme in auto, lo fermi, lui scappa e tu lo ammazzi? Ma che? Ma che ragione c’era di sparargli? Anche se a piedi li avesse seminati, non avrebbero potuto chiamare rinforzi fino a catturarlo, se avevano ragioni per catturarlo? Non si è neppure capito perché avessero tanto bisogno di fermarlo. Sembra una follia.

O razzismo puro e semplice, violenza sadica, immotivata. Dopo l’omicidio, il capo del Dipartimento di polizia di Atlanta, la signora  Erika Shields,  si è dimessa.

Anche un imbarazzato Trump ha dovuto ammettere che si tratta di una fatto inammissibile.

Un paragone. Ricordi, mio gentil lettore, il caso del carabiniere accoltellato dal ragazzino americano, turista a Roma qualche tempo fa? Quei fatti in poche parole che trovo sul web: “…nella notte del 26 luglio scorso a Roma, il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega venne ucciso con 11 coltellate nel quartiere Prati a pochi metri dall’albergo dove i due americani Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth, ora in carcere, alloggiavano. Il vicebrigadiere, quella notte, insieme al collega Andrea Varriale andò in via Pietro Cossa per recuperare la borsa che i due ragazzi avevano rubato a Sergio Brugiatelli. Elder e Hjorth, dopo il furto dello zaino avevano organizzato, infatti, un ‘cavallo di ritorno’ e dissero a Brugiatelli di riportare soldi e droga. Ma all’appuntamento si presentarono i 2 militari, da lì l’aggressione da parte  del 20enne americano Finnegan Lee Elder. Oltre all’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega ai due indagati vengono contestati la tentata estorsione, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e concorso in omicidio.”

E ricordi il padre del ragazzo americano, con che sussiego superbioso era poi venuto a Roma per il figlio? Sembrava quasi che il vizioso ragazzo fosse la vittima, non il reo.

Cerciello Rega e Varriale non avrebbero mai sparato ai ragazzi americani, se questi gli fossero sgusciati dalle mani, anzi, Cerciello non aveva manco l’arma con sé…

Gli Stati Uniti d’America, per certi aspetti assomigliano alla Somalia, dove se cammini per strada non sei sicuro di nulla. Negli USA pare che, se sei nero, puoi non tornare a casa un giorno qualsiasi.

Odio (faccio per dire) quelli che dicono “non meritava di morire” oppure “era innocente“, anche se sopra lo ho scritto anch’io. Mi spiego: chi può dire che uno “merita di morire o meno?” Chi? Chi “merita di morire?”

Come si può intendere una domanda del genere, magari con l’aggiunta che la vittima è innocente? La domanda è assurda ed eticamente insensata. Io posso uccidere chi volesse attentare alla vita di mia figlia, ma non c’entra il merito, e, in questo caso, perfino la colpevolezza. Non c’entra.

Altro è agire d’impeto, soprattutto per legittima difesa, azione legittima e non perseguibile, altro è esprimere concetti come quelli sopra, che sono imbecilli. Eppure nelle cronache di vita vera e nei telefilm si sentono queste frasi indegne e anche stupide.

Devo dire che preferisco, mi perdoni la famiglia del povero nostro soldato di pubblica sicurezza, una situazione come quella di Roma piuttosto che come quelle di Minneapolis e di Atlanta, anche se per me, che non sono direttamente coinvolto, è facile dirlo. Ma ci capiamo, caro lettore.


Covid-19, vi sarà un “terzo” cambio di paradigma planetario: di mentalità e di modello socio-economico

…dopo Galileo (e prima di lui Aristarco di Samo (IV secolo a. C.), Roberto Grossatesta (XIII secolo d. C) e Niccolò Copernico (XV secolo d. C.), e dopo Einstein, Bohr, Heisenberg e Planck (XX secolo)?

immagine del bosone di Higgs (Gianotti e Tonelli)

Qui trascurando l’antichissima scoperta del fuoco e l’invenzione della ruota, possiamo dire che:

considerando

a) il periodo “assiale”, come lo chiama Jaspers dal VIII al V secolo a. C., che mostra la quasi contemporaneità del Buddha, di Confucio, dei tragèdi greci, di Isaia, etc., e la

b) venuta di Gesù detto il Cristo come due eventi di complessità ancora maggiore,

Il primo cambio di paradigma universale è forse stato la scoperta che la terra non è centrale nell’universo, ma periferica, o centrale come tutto è centrale nell’universo, e comunque appartenendo a un sistema, quello solare, galattico, intergalattico, mentre

il secondo cambio di paradigma universale è stato la scoperta dello spazio-tempo e del rapporto fra vuoto e pieno, dove lo stato di vuoto produce l’universo (da 14 miliardi anni circa) restando in qualche modo vuoto, si dice nella nuova meccanica e in astrofisica. Si produce così lo spazio-tempo dal vuoto. Non dal nulla, che è un concetto logico e metafisico. Un esempio: lo 0 è uguale a +2-2, e così via, fluttuando sopra e sotto ma senza scostarsi di molto dallo 0, e comunque tornando a passare per lo 0: sono le cosiddette fluttuazioni quantistiche (elettroni/ positroni, quark/ antiquark, etc.) nel vuoto. L’essere di Parmenide.

…ho detto di questi due cambi di paradigma da ignorante tecnico, da orecchiante, e il lettore mi perdonerà, ma è solo per introdurre quanto segue.

Oggi, che il mondo si è planetarizzato, e l’ominazione è molto avanzata e probabilmente finita, così come la conoscevamo essere stata da migliaia di anni, Covid-19 è forse un oggetto capace di cambiare il paradigma della convivenza su questo pianeta.

La crisi del pensiero critico è stato uno dei leit motif miei, di questi anni, lo sai, caro lettore, perché su questo abbiamo condiviso molti dialogi, magari aventi altri “oggetti”, ma che lì portavano me, e anche te, anche se certamente in modi diversi. Bene. Riflettendo ad ampio raggio, cioè partendo da alcune grenz Situazion, à la Jaspers, di carattere storico, mi permetto di pensare e anche di sperare (verbo abbastanza inviso ai piennellisti) ma straordinariamente filosofico (e teologico), che Covid-19 sta forse creando le condizioni per un cambio di paradigma (proprio nel senso che Thomas Kuhn diede al termine).

Mi sembra che, se lavoriamo in questo senso, e lo fanno, più o meno consciamente, anche le grandi agenzie educative, si potrebbe essere protagonisti e spettatori di un cambiamento grande. Sopra ho citato Galileo e poi Einstein/ Planck, che operarono al “centro” dei due forse massimi cambiamenti di paradigma dell’ultimo millennio (forse dei due ultimi due e mezzo).

Il “tempo ritrovato” è obiettivamente proprio il centro di questo cambiamento, perché potrebbe significare un riconsegnare valore a molte cose dimenticate nel bailamme della post-modernità: linguaggio, qualità relazionale, scala valoriale tra beni materiali e beni spirituali, amicizia e amore, cultura e perfino… lo sport (si pensi alla ridicola “tragedia” del campionato di calcio sospeso!).

Su questi temi intervistano “tutti” per modo di dire, molti dei quali sono intellettualmente disonesti: alcuni parlano di cose che non conoscono e trovano sempre persone ad applaudire. Uno di questi è il quasi onnipresente Odifreddi che dice di fare lezioni di logica matematica e poi si perde in una inutile aneddotica e in filosofemi raccogliticci e imprecisi. Il sapere richiede fatica, la divulgazione no, basta un po’ di ars retorica d’accatto.

Leggo un’intervista a Jeremy Rifkin, che è di ben altra tempra. Lo studioso ritiene che effettivamente vi sarà questo radicale cambiamento. Da economista e sociologo egli ritiene che:

a) le immense risorse dei fondi pensione potrebbero essere volte alla costruzione di bio-regioni, spostando gli investimenti dai combustibili fossili all’economia sostenibile;

b) si potranno sviluppare modalità informative, formative e di discussione in teleconferenza riducendo viaggi interminabili e spesso di dubbia utilità;

c) si valorizzeranno, nel senso non solo economicistico del termine, i territori e i beni storici, archeologici e artistici;

d) si recupererà un tempo per la riflessione individuale e di gruppo, favorendo lo studio e la ricerca. E molto altro che per il momento non intravedo, o intravedo confusamente.

Ecco, questo penso, e dunque guardo con un occhio attento e anche incline al sorriso, con il massimo rispetto – è chiaro – per chi soffre e per chi non è più tra noi.

Passerà certo, ma ci sarà una eterogenesi dei fini, paradossalmente anche nel male.

L’ora della medicina è l’ora della filosofia

…come nei tempi antichi, quando i medici erano filosofi, e spesso viceversa.

Galeno da Pergamo

La medicina e la filosofia sono sempre state collegate, quasi scienze “sorelle”, perché entrambe si occupano dell’uomo, della sua vita e della sua salute, fisica e spirituale, anzi, in qualche modo, specialmente in Aristotele, del tutto connesse. Che la salute fisica e spirituale siano strettamente correlate, lo sappiamo tutti, o quasi.

Non si può non partire da Ippocrate di Coo (o Kos, in greco), cioè Ἱπποκράτης, Hippokrátēs; nato nel 460 circa in quell’isola e moro a Larissa nel 377 a. C., che fu medico, geografo e scrittore, facente parte di quell’aristocrazia intellettuale che segnò gran parte della cultura antica di cui siamo tuttora grandemente debitori. Ippocrate cambiò radicalmente il concetto e le modalità pratiche della medicina del suo tempo, che era troppo legata alle riflessioni teologico-filosofiche intese come pura teoria (theorìa in greco significa visione), qualificando la medicina come sapere e professione autonoma.

Il suo Corpus Hippocraticum riassunse tutte le conoscenza naturali e cliniche del suo tempo e di tutte le scuole mediche precedenti, anche esterne alla Grecia.

Prima di citare i grandi filosofi classici, propongo un cenno a Galeno di Pergamo, attivo oltre cinque secoli dopo. Nato nella città anatolica nel 129, morì a Roma nel 201 circa d. C.. Per tredici secoli le sue dottrine e le sue pratiche andarono per la maggiore in tutto il mondo europeo e mediterraneo, fino alle rivoluzioni filosofiche e scientifiche del ‘500/ ‘600. Dal suo nome deriva la galenica, vale a dire l’arte di preparare i farmaci da parte del farmacista in farmacia.

Medicina e filosofia, differenti disciplinarmente, sono collegate fin da tempi molto antichi. Infatti, pressoché tutti i filosofi nel corso del tempo hanno fatto proprie molte metafore mediche per dire il loro pensiero filosofico. Molti di essi erano anche medici, per cui connettevano la capacità di curare il corpo con la necessità di curare anche l’anima, che non era ritenuta un’entità indipendente dal corpo e viceversa. Si può dire che avevano una visione che oggi definiremmo “olistica”.

Teniamo conto che il termine greco φιλοσοφία è composto di φιλεῖν (phileîn), “amare” e σοφία (sophía), “sapienza”, ed è, dunque, “amore per la sapienza”. Già l’etimologia obbliga, quasi, a pensare al ruolo del medico, che deve “sapere” molte cose per poter operare con efficacia per il benessere dell’uomo.
Inoltre, l’agire del medico non può non essere mosso anche dalla capacità di essere compassionevole, e anche qui l’etimologia del termine ci illumina sulla sua posizione e ruolo sociale. Il lemma “compassione” deriva dal latino cum pati, soffrire insieme, ma anche dal greco pàsco, soffro. Si pensi ai due termini sim-patia ed em-patia, entrambi derivanti dallo stesso verbo greco, significando rispettivamente: a) sentire con (con l’altro) e b) sentire come (l’altro)…

Il medico, dunque, si muove mosso da un sentire il bisogno dell’altro e se ne prende cura, perché percepisce la vulnerabilità di quella persona, e sa che potrebbe essere la propria (persona), in un altro momento,

Se i termini della questione sono questi, già si intuisce il legame naturale, intrinseco, profondo, che sussiste tra le due discipline, la medicina e la filosofia, come abbiamo detto, fin da tempi molto antichi e in particolare dalla civiltà classica greca, che vide lo svilupparsi decisivo delle dottrine filosofiche e anche delle nozioni legate alle scienze naturali e della medicina. Il rapporto tra le due scienze si incontra in una antropologia che ha una dimensione fisica collegata a una dimensione teoretico-intellettuale, un’antropologia fisica che descrive l’uomo, come è fatto, come si suppone sia generato, come termini la sua vita, come possa ammalarsi, e una antropologia filosofica, che studia l’anima dell’uomo, la psyché, la sua spiritualità, il suo pensiero, la capacità di ragionamento, le emozioni…

Fin da mezzo millennio prima di Cristo si capiva come fosse indispensabile, accanto alle capacità di cura delle malattie e del dolore fisico, una conoscenza dei “rimedi” da attuare per il disagio e il dolore spirituale. In questo senso si pensi già ai dialoghi platonici, agli insegnamenti di Epicuro, alla Fisica di Aristotele. Era dunque importante per quei nostri predecessori cercare qualche significato sull’ordine delle cose. Costoro sapevano che dare un orientamento filosofico al proprio pensiero aiutasse e supportasse chi è di fronte al dolore umano e alla morte.

Nell’antichità la morte era una dimensione che poneva il medico perfino in una dimensione “sacrale”, fino addirittura a divinizzarlo. La malattia era collegata al divino quasi come punizione che il “dio” irrogava all’uomo peccatore (visione presente anche nel mondo biblico). Si trattava di un modello di tipo “teurgico”, nel quale potevano avere un ruolo anche forze negative, demoniache. Vi era nella medicina un lato che poteva essere ricondotto al misticismo se non alla magia.

Solo con Ippocrate questa visione delle cose si modificarono assumendo connotati di tipo razionale, o scientifico, per quei tempi. Il medico di Kos, nel trattato “L’Arte medica”, descrivendo questa abilità, dimostrò che la medicina può aiutare l’uomo nella guarigione oppure ridurre la sofferenza con mezzi materiali. Il Giuramento, cui ancora oggi si fa riferimento attesta che quell’antico “dottore” aveva una visione della vita molto completa, per la quale da curare era l’uomo, tutto l’uomo, quando in esso si manifestava qualche male. Molte volte Ippocrate cita l’essere umano con il termine “ánthropos” (essere umano), mostrando così quanto veniamo dicendo.

La relazione medico-paziente è da sempre una delle più importanti tra i vari rapporti umani, commisto di empatia e di competenza, dove ciascuno si mette in relazione con l’altro nel suo proprio ruolo, ed è una situazione a-simmetrica, necessariamente, anche se possibilmente non improntata a paternalismo e autoritarismo. Questo lo sapevano bene gli antichi pensatori, cui ora daremo un poco la voce.

Ad esempio, Socrate (470 a.C. – 399 a. C.) con il metodo maieutico (dal greco “maieutiké”), che si proponeva di “tirar fuori” dall’allievo pensieri personali, senza imporgli le proprie opinioni con la retorica e l’arte della persuasione. Il metodo socratico era una specie di “parto intellettuale”, essendo Socrate convinto che “è sapiente solo chi sa di non sapere”, mentre chi si illude di sapere, ignora la sua ignoranza.

Continuiamo con Platone (428 a.C. – 348 a.C.): per il sommo ateniese la filosofia era indispensabile per la crescita dell’uomo virtuoso. Come i suoi contemporanei anche lui credeva (chissà come “credeva”?) che Asclepio fosse il fondatore dell’arte medica, come fa affermare al medico Eurissimaco nel Simposio, Anche nel Timeo, (XXXI, e, a, et XXXII, b, b, p, et XXXIII, b, c, d) il filosofo si occupa di storia naturale (biologia) e medicina, sostenendo che gli “dei” collocarono il centro della vita nel midollo, e anche l’anima. La sua visione non poteva che essere materialista, ma solo nel senso della concretezza corporea, e ciò sorprende un po’, epperò solo chi pensa che Platone fosse un astratto spiritualista. Aggiunge poi che la parte più “divina” dell’uomo è collocata nel… cervello. Descrive poi, sempre nel Timeo le collocazioni nei vari organi interni (cuore, fegato, polmoni, etc.) che lui ritiene appartengano alle varie passioni e caratteristiche dell’anima maschile e dell’anima femminile.

In un altro dialogo, il Fedro (XXV a, b), Platone descrive gli umori e le parti fluide del corpo (sangue, flegma, bile, etc.) e la tripartizione anatomica: “cervello” dove ha sede, come affermato nel mito dell’anima, l’anima, psyché, che governa due “destrieri” che sono “il cuore” (nobile e buono) e “il fegato” (non buono) (Fedro, XXV a,b.).

Un altro aspetto che Platone cura è quello della “pedagogia, anzi dell’andragogia (l’insegnamento agli adulti) della medicina. Per lui come usava fare Ippocrate, suo contemporaneo, il medico deve educare il malato, ma anche ogni persona, a tutelare la propria salute (sembra qui echeggi già l’articolo 9 dello Statuto dei Diritti dei lavoratori, Legge 330 del 1970, dove si prevede che il lavoratore si curi, non solo della propria salute e sicurezza, ma anche di quella dei colleghi!).
Nel dialogo Gorgia, Platone colloquia con questo filosofo (Gorgia da Lentini in Sicilia, non dimentichiamo che Platone trascorse non poco tempo a Siracusa) parlando di medicina, e lì cita Socrate e la sua idea che esistano quattro tèchnai buone: ginnastica e medicina (che riguardano il corpo), legislazione e giustizia (che riguardano l’anima).

Aristotele (384 a. C – 322 a. C.) si interessa della medicina in molte sue opere, nelle quali discorre chiaramente del rapporto tra medicina e filosofia; trattò anche non poco l’anatomia e la fisiologia, avendo una grande opinione, come il suo maestro Platone, di Ippocrate. Ricordiamo una delle opere meno note dello Stagirita, i Parva Naturalia, nella quale si interessa della salute e della malattia, indicando le scienze adeguate a questi temi profondamente umani: partendo dallo studio della natura, sostiene Aristotele, i filosofi passano trattare questioni di medicina, così come i medici, che però procedono ulteriormente con la ricerca e l’applicazione di sempre più efficaci terapie. Ecco qui il termine terapia, che nella classicità significa “cura in generale dell’uomo“, e quindi sia psicologica e morale, sia della parte corporea.

Ad esempio, nell’opera morale sua maggiore, l’Etica Nicomachea, scrive: ”(…) i malati ascoltano con attenzione le cose che dicono i medici, ma non fanno nulla di quello che viene loro prescritto. E quindi, proprio come quelli non sono sani nel corpo, se si curano in modo simile, nemmeno sono sani nell’anima (…)”. Un rapporto necessario tra anima e spirito, fra corpo e anima!
Inoltre, Aristotele, si occupò non poco anche di anatomo-fisiologia e di zoologia, saperi fino al suo tempo del tutto o quasi inesistenti.

Nel trattato De Anima, Aristotele descrisse la vita come: “la capacità di nutrirsi da sé, di crescere e di deperire. Ogni vivente è dotato di anima, che fa la differenza tra vivente e non vivente; l’anima è l’atto primo di un corpo naturale dotato di organi”.

Oltre alle qualità sensitive e di locomozione, l’uomo possiede caratteristiche particolari e uniche in natura, l’intelletto, definito noûs (da cui attività noetiche cioè intellettuali), organo (spirituale) preposto alle attività intellettive e ad approcciare le realtà intelligibili, vale a dire tutta la realtà. Anche Aristotele, derivando il concetto da Platone, considera immortale la parte dell’anima che non dipende dalla corporeità, come il pensiero.

L’uomo è dunque un composto di materia e di spirito, chiamato synolon, cioè il tutto-insieme, compenetrati tra loro in modo da non poter esistere l’uno senza l’altro.

Riporto qui alcune tesi aristoteliche ritenute valide fino al Rinascimento: “Aristotele immaginò che la riproduzione nella specie umana avvenisse attraverso il sangue mestruale, congelato ad opera del principio attivo dello sperma, successivamente trasformato in una sostanza amorfa da cui derivava l’embrione. Ma il numero elevato di dati raccolti da Aristotele e dai suoi assistenti costituì la base di ogni progresso scientifico, oltre che il libro di testo del sapere per duemila anni.” (autore non noto, dal web, ma la tesi riportata corrisponde)

La medicina ippocratica e platonico-aristotelica si fondava, dunque, sul concetto di malattia e sul medico interamente dedicato alle esigenze del paziente, allo studio della patologia non perdendo di vista la sua umanità.

Possiamo ricordare anche, nel III secolo a. C., Erofilo e Erasistrato, i quali accentuarono l’aspetto globale delle condizioni psico-fisiche della persona, senza fermarsi al solo aspetto fisico. La medicina greca giunse a Roma tramite alcuni greci liberti, che avevano studiato nelle “scuole” filosofiche e scientifiche della Grecia, collegandosi strettamente alla Dottrina cristiana, quando ivi giunse verso la metà del I secolo con Paolo.

Il Cristianesimo portò nella cultura imperiale del tempo il concetto-valore di persona, come valore incommensurabile, e ciò in qualche modo fu il controcanto dell’ampliamento di misure che oggi chiameremmo socio-assistenziali promosse da alcuni imperatori, a partire da Augusto, che istituì una sorta di primo welfare per le persone più disagiate, seguìto da Vespasiano, Adriano, Marco Aurelio.

La dottrina del Maestro di Nazaret, così come riportata nei vangeli e nell’opera dei discepoli si mosse in questo senso, trovando interlocutori interessati anche nella filosofia romana, come in Seneca. Questi (4 a.C. – 65 d. C.), che qualcuno sostiene ebbe a conoscere san Paolo, descrive in questo modo il medico: “(…) il vero medico si è preoccupato di me più del dovuto; è stato in ansia non per la sua reputazione ma per me; non si è limitato a indicarmi i rimedi ma li ha applicati con le sue stesse mani; è stato fra quelli che ansiosamente mi assistevano: di conseguenza io sono in obbligo ad un uomo simile non come medico ma come amico” (De beneficiis, VI, 16,2. ). Seneca proponeva una visione unitaria, monistica, dell’uomo, per la quale anima e corpo sono due entità intercomunicanti in quanto consustanziali e attraversate da un unico “spiritus coibente”.

Nelle Epistulae morales ad Lucilium, scrive in tempi vicini alla sua morte ordinata dall’ex “allievo” Domizio Enobarbo (Nerone): “Senza la filosofia l’animo è malato, se anche il corpo è in forze. Curiamo prima la salute dell’anima, poi del corpo. E’ da stolti esercitare i muscoli come pazzi; se è troppo il peso del corpo l’anima diviene meno attiva. La troppa fatica negli esercizi fisici esaurisce lo spirito e l’abbondanza di cibo ostacola l’acutezza d’ingegno. Ma ci sono esercizi facili da fare come corsa, salto, sollevamento; ma qualsiasi cosa tu faccia torna subito all’anima ed esercitala notte e giorno”.

Galeno di Pergamo (129-199), la cui immagine ho posto all’inizio di questo breve saggio, studiò filosofia che in seguito collegò positivamente a quella medica. Secondo lui non si può essere un buon medico se non si conoscono logica, fisica ed etica, cioè l’insieme dell’autentica filosofia, con le parole. “(…) chi è un vero medico è sempre anche filosofo. Sul fatto che ai medici abbisogni la filosofia per adoperar bene l’arte non credo abbia bisogno di dimostrazione. (…) ”(GAROFANO I. – VEGETTI M., Galeno, Opere scelte, Utet, Torino 1978, p. 76).

Si può dire che Galeno rimase – per le scienze mediche – punto di riferimento per più di mille anni.

Infine riporto alcune parole di Plotino (203 – 270 d. C.), il quale nelle Enneadi, in seguito pubblicate dal suo allievo e biografo Porfirio: “Quando poi pretendono di liberarsi dalle malattie, avrebbero ragione, se lo volessero fare mediante la temperanza e un regime regolare di vita, come fanno i filosofi; (…), il genere di filosofia, da noi perseguito, fra gli altri beni raccomanda la semplicità dei costumi e la purezza dei pensieri, ricerca l’austerità non l’arroganza, ci ispira una confidenza accompagnata da ragione e da molta sicurezza, da prudenza e da massima circospezione”.

Dopo questa breve esplorazione del passato, ora posso/ possiamo, con calma, decidere di esplorare come le due discipline, la medicina e la filosofia, insieme con le scienze psicologiche, prime cugine anzi figlie “di primo letto”, della filosofia, possono oggi collaborare, soprattutto in ragione dei tempi che viviamo, in presenza del Covid-19.

Oggi, i filosofi e gli psicologi possono essere i primi alleati dei medici e degli infermieri, ma anche di tutti coloro che operano in condizioni di libertà ristretta, come i carcerati e coloro che vigilano nelle carceri, solo a modo di esempio. Sono onorato che la mia Associazione filosofica, Phronesis, sia su questa strada di bene.

Il “limes” attorno a ogni cosa, il limite dei corpi, delle cose, del mondo

Forse, tra spazio e tempo il punto di riferimento più importante è il “limite”. Da Aristotele e a Kant i due concetti sono considerati categorie trascendentali, cioè valide sopra ogni altra determinazione conoscitiva della realtà.

limite di una funzione

Il concetto di limite era noto fin dall’antichità, da Archimede di Siracusa fino ai moderni Newton, Leibniz, Euler, D’Alembert. Nel XIX abbiamo la rigorosa definizione di Cauchy e con il tedesco Heine. Successivamente se ne occuparono Dedekind, Bolzano e Cantor.

Nel 1922 Eliakim Hastings Moore ed H.L. Smith proposero una nozione generale topologica di limite, che è quella attualmente utilizzata in matematica. Queste notizie solo per attestare come il concetto interessò intensivamente gli studiosi di matematica.

Riassumendo, il concetto di limite è dunque matematico, fisico e anche metafisico: è matematico, come abbiamo visto sopra, è fisico per immediata intuizione, è infine metafisico se si fa lo sforzo di trascendere la materialità concreta delle cose e si passa al livello concettuale, che è comunque reale.

Il limite è la nostra epidermide, che separa fisicamente il nostro corpo dal resto del mondo; è il confine di casa nostra, del comune dove abitiamo, della regione, dello stato, dell’Europa e perfino dell’intero pianeta. I limiti che vanno dal nostro comune di abitazione all’Europa (concetto da intendere oggi in termini più politici che geografici) sono stati determinati dalla storia e dalla politica, battaglie e guerre comprese, mentre il limite del nostro corpo e quello del pianeta sono stati determinati dalla natura e dalla cosmologia.

E’ come se tra ciascuno di noi e il mondo intero ci fosse, come dire, lo spazio della libertà. Possiamo passare dal congiuntivo all’indicativo, perché c’è lo spazio della libertà umana, anche se variamente declinata.

Il limite percepito nella situazione generata dal Covid-19 è generale e certamente fa pensare, fors’anche, anzi di sicuro, a tutte le cose della vita di ciascuno, ai valori, alle priorità, perfino alle scelte etiche. La socialità solidale è uno di questi valori, molto spesso proclamata con enorme vis retorica, ma altrettanto sovente non rispettata con azioni concrete.

Quando osservo la scena attuale delle strade e delle piazze quasi vuote, in Italia e nel mondo, penso alle vite di tutti (o quasi), che sempre più si assomigliano. Non va più in ferie, più o meno costose, neppure chi se lo può permettere; cambiano le abitudini realizzando una certa uguaglianza sociale. Oso dire una forma di “socialismo” doloroso, ma di socialismo.

Questo socialismo non è strettamente “politico”, ma culturale, esistenziale, fattuale. L’aspirazione all’uguaglianza declinata secondo equità è presente nel pensiero umano dai tempi dei pensatori classici greci, e dai valori espressi nella dottrina evangelica.

I quasi duemila anni che decorrono dalla redazione del capitolo sulle “beatitudini” nei vangeli secondo Matteo e Luca hanno visto varie modalità interpretative, spesso tra aspri conflitti. Il versetto 27 del capitolo primo di Genesi esprime il concetto dell’immagine divina nella figura umana; in Colossesi 3, 11 e in Galati 3, 28 san Paolo proclama l’uguaglianza sostanziale tra tutti gli uomini. Molti miti teologico-politologici hanno attraversato i secoli, da frate Gioacchino da Fiore, passando per Thomas More e Tomaso Campanella, fino agli utopisti francesi post Rivoluzione francese, del genere di Proudhon, e a Marx/ Engels/ Lenin/ Stalin/ Mao.

Tra il 1959 e il 1964 a Bad Godesberg i socialisti tedeschi rinunziarono al marxismo come teoresi politica; Lord Beveridge, un conservatore inglese, subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, avviò un potente piano di welfare che durò fino a Mrs. Thatcher, ma Blair lo riprese.

In Italia, la Democrazia cristiana di Fanfani e Moro, insieme con il Centrosinistra storico, Pietro Nenni principale supporter, e la benevola astensione comunista, realizzò un welfare importante, pressoché esemplare per il mondo, nientemeno.

Ora qualcosa di importante cambierà: la pandemia del Covid obbliga tutti a innanzitutto a pensare al limite, e poi a ripensare alla scala valoriale della propria vita. Cantare oggi l’Inno di Mameli non è più solo nota di colore, ma molto altro, ancora in parte – per i più – inconsapevole.

Chiamiamola socialità solidale, come si vuole, mio gentile lettore, ma si tratta di una forma di socialismo democratico, un esercizio morale prima ancora che politico. E’ l’occasione perché i governi mettano in discussione, tutti insieme, Trump compreso, lo strapotere della finanza internazionale, subordinandola alla difese del Bene comune. Un tema, quello del limite e quello della solidarietà sociale, che riprenderò.

Scienza e umanesimo, due visioni prospettiche complementari del sapere

Il ministro-filosofo Giovanni Gentile, inopinatamente assassinato da alcuni fanatici resistenti nel ’44, per ben fare, favorì un formidabile equivoco epistemologico, quando separò teoricamente e praticamente il plesso dei saperi matematici, fisici, biologici, geologici, medici, etc., chiamandoli “scientifici”, e il plesso dei saperi, filosofici, letterari, linguistici, artistici, etc., chiamandoli “umanistici”. Forse, Gentile si mosse in qualche modo sulle tracce di Wilhelm Dilthey, che operò la suddivisione fra Naturwissenschaften, o scienze della natura, e Geisteswissenschaften, o scienze dello spirito con l’intento di una classificazione più filosofica che didattico-pedagogica. E si comprende la differenza di prospettiva, essenzialmente teoretica quella di Dilthey, più pratica quella di Gentile, che era ministro, e non solo filosofo e docente, come il collega tedesco.

Fermiamoci su Gentile per spiegare l’arcano e cercare, non di risolverlo, ma di dis-solverlo, proprio filosoficamente. E son quasi certo che lo stesso grande pensatore, potrebbe approvare questo mio approfondimento. Dicevamo: discipline scientifiche e discipline umanistiche.

Facciamo un esperimento in due fasi.

La prima: visitiamo il dipartimento di filologia-glottologia e linguistica generale di una Facoltà di Lettere. Lì troviamo, tra esperti di letteratura varia, dantisti, petrarchisti, leopardisti, etc., anche glottologi severi e puntigliosi. Tra questi ve ne è uno che studia un antico idioma uralo-altaico pressoché scomparso, e lavora compulsando documenti e mettendo in colonna, con precisa tecnica tassonomica, morfemi, sememi e fonemi supposti o attestati. Bene. Che lavoro fa questo ricercatore afferente alla Facoltà di lettere? Ovviamente, nessuno può negare che si tratti di un lavoro scientifico, eseguito nell’ambito fisico e disciplinare di una facoltà prettamente umanistica, anzi la più “umanistica” che c’è, poiché solitamente vi è annesso anche il dipartimento di filosofia.

La seconda: visitiamo il dipartimento di astrofisica in una Facoltà di Scienze naturali, matematiche e fisiche, dove un astrofisico, impegnato in severi studi sull’origine dell’universo, si intrattiene con un collega dicendo: “Ma noi qui siamo a studiare il cosmo, vedi, e a volte mi chiedo perché, se magari anche “altri”, altrove nell’uni o nel multi-verso stiano facendo la stessa cosa, chiedendosi se anche altri pensanti (cioè noi) stanno facendo altrettanto ad anni luce. Siamo solo noi qui interessati a questi argomenti, e poi, perché ci facciamo queste domande? L’universo esiterebbe anche se noi non lo studiassimo”. Che genere di quesiti sono questi? Di fisica? Non pare: sono quesiti filosofici. Pertanto, si può dire che, come il filologo di cui sopra lavora scientificamente, il nostro amico astrofisico si può fare domande di tenore filosofico.

La differenza, quindi, non la fanno gli argomenti e le discipline trattate, bensì l’approccio, la prospettiva, lo statuto epistemologico che si applica.

Scienza e umanesimo sono connessi, strettamente, e l’una si appoggia al secondo per offrire all’uomo tentativi di risposta alle grandi domande che si fa l’uomo con il pensiero critico che lo caratterizza differenziandolo dagli altri esseri senzienti.

Pensiero critico oggi in grave crisi, di cui prendere atto per lavorare nel senso di un suo recupero, ognuno sul suo, con umiltà e perseveranza.

Per concludere, un brano illuminante di Dilthey:

Negli “Studi per la fondazione delle scienze dello spirito” e nella “Costruzione del mondo storico” il pensatore tedesco afferma:

«Il comprendere è il ritrovamento dell’io nel tu; lo spirito si trova in gradi sempre superiori di connessione; questa identità dello spirito nell’io, nel tu, in ogni soggetto di una comunità, in ogni sistema di cultura e infine nella totalità dello spirito e nella storia universale, rende possibile la collaborazione delle diverse operazioni nelle scienze dello spirito. Il soggetto del sapere è qui identico al suo oggetto e questo è il medesimo in tutti i gradi della sua oggettivazione»
(Costruzione del mondo storico p.191)

Ha ragione Wittgenstein, ma…

LGBT è un acronimo utilizzato come termine collettivo per riferirsi a persone di diverso orientamento sessuale e in qualche modo identità di genere, come lesbiche, gay, bisessuali, transgender, cioè non eterosessuale. A volte si trova aggiunta la lettera Q, inziale di queer, cioè di chi si sta interrogando ancora sul genere a cui… pensa o intende appartenere. E dunque la sigla completa è LGBTQ. Lascio perdere in questa sede considerazioni etico-antropologiche ed estetiche già da me svolte e pubblicate, nella radicale non condivisione dell’ideologia sottesa, limitandomi agli aspetti gnoseologici e cognitivi.

La domanda che mi faccio prima di tutto è se basti chiamare le cose con il loro nome, o quello presunto, senza pretendere di dare nomi a nostro uso e consumo, poiché i sostantivi sono convenzioni fonetiche-segnalanti-significanti cose e fatti, quando sono verbi sostantivati, come si può fare, in genere, nelle nostre lingue con il modo participio e anche con l’infinito: basti pensare all’importanza avuta nella storia della filosofia occidentale del lemma “essere”.

Se nel titolo di questo pezzo do ragione a Wittgenstein, in realtà non me la sento di dargliela completamente, specie quando afferma che “Il mondo è la totalità dei fatti non delle cose“, seconda proposizione del Tractatus Logico-Philosophicus, e infatti concludo il titolo con un’avversativa e puntini sospensivi.

Certo è che lui, pensando e scrivendo in tedesco, dove ad esempio il termine “fatti” è Tatsache, la cui accezione introduce la possibilità di un movimento o di un nesso di concetti. Si capisce ancora meglio se si considera il lemma Sachverhalt, che può essere tradotto come fatto o come stato-delle-cose.

E’ interessante e meritorio il lavoro di Wittgenstein, coerente con le proprie idee nelle scelte di vita, che ha smascherato, con l’aver posto la centralità del linguaggio, l’ipocrisia della retorica narrativa contemporanea, un po’ come ha fatto, mi pare, Friedrich Nietzsche in ambito antropologico-morale.

Per lui il linguaggio rispecchia il mondo, anzi, per essere affidabile, lo deve rispecchiare. E il linguaggio per il nostro è la grandiosa capacità d’espressione che ha l’uomo: dalla pittura, alla matematica, alla logica matematica, alla musica. Tra il linguaggio e la realtà esiste e bisogna individuare un iso-morfismo, una corrispondenza biunivoca, e la scienza, cioè il sapere più adatto ad operare questo aggancio, è la logica, che conterrebbe, per Wittgenstein, anche la matematica.

Per Wittgenstein la logica serve per interpretare il rapporto che abbiamo con la realtà esterna a noi, come distinguere la destra dalla sinistra, le quali non hanno un’oggettività assoluta, com’è intuitivo. Vero? La logica mostra quello che il linguaggio dice. La logica è sinn, cioè senso, così come il linguaggio è bedeutung, significato.

Infine, qualunque cosa possa significare il Mistico (dal greco mùo, eìn, tacere) esso designa cose molto importanti, la verifica stessa di una proposizione è muta. Ma il Mistico ha un alto valore filosofico per Wittgenstein: è la vita personale, l’etica, l’estetica, il fatto dell’esistenza del mondo.

Un pensiero dunque interessante e originale, smascherante e puro, quello del filosofo austriaco, ma a me non basta. Io non abbandono la tradizione metafisica dell’essere e dell’essenza, dell’ente e degli eterni essenti, non lascio Aristotele, Averroè e Tommaso d’Aquino, non evito Heidegger, Bontadini e Severino. E anche il padre Cavalcoli, domenicano cui sono grato per le sue lezioni di ontologia e metafisica, che mi hanno fatto assaporare la grandezza del pensiero astraente, che dà la possibilità di intravedere negli interstizi della vita ciò che è sotteso e ciò che è implicito, non solamente ciò che può essere esperito, detto e logicizzato.

La metafisica dell’essere solleva il mio spirito fino alle altezze sublimi del destino che può avere il nostro pensiero pensante.

Afferrato il concetto, mio gentil lettore della sera?

E la mia domanda è metafora, perché il concetto si può afferrare solo con il pensiero, ché infinitamente sfuggente, o fuggitivo come gli occhi ridenti della leopardiana Silvia (rimembri ancor che or volge l’anno…).

E’ la dimensione siderea del pensiero e dell’anima che mi eleva lo spirito del mio essere-stare per sempre, eterno essente, immortale come l’anima donatami da Dio, Ente- supremo-analogato-analogante di tutti gli esseri, Incondizionato Amore.

Verità ed Eternità, o di dove riposano gli “eterni essenti”

Caro lettore,

qui accanto trovi un’immagine di Cà Foscari a Venezia, dove ha insegnato per tanti anni il prof Emanuele Severino, che per molte sue idee filosofiche apprezzo molto, come quelle di cui tratto in qualche modo qui. Ho appena letto il suo Dispute sulla verità e sulla morte, edito da Rizzoli in questo inizio 2018.

Che esistano verità e eternità è domanda che l’uomo si fa da millenni, in Oriente e in Occidente, dal Siddharta Gautama (cioè il Buddha, l’Illuminato) a Platone e Aristotele, da Shankara a Plotino, a Origene, a Severino Boezio, a sant’Anselmo d’Aosta o di Canterbury, e soprattutto a sant’Agostino, con la sua nozione sul tempo che sembra pre-dire Einstein (cf. Confessiones, libro XI). Nel nostro tempo, prima Nietzsche e Henri Bergson, e poi più recentemente Emanuele Severino e Gustavo Bontadini, suo maestro, hanno pensato a lungo a questi concetti, e scritto. E anche il mio amico e docente di metafisica il domenicano padre Barzaghi. E io pure.

Che significa?

Probabilmente che i due concetti sono talmente universali e importanti da coinvolgere da tanto tempo le persone pensose in ogni ambiente e cultura.

La verità talvolta viene declinata al plurale, oppure viene intesa in senso molto relativistico, e non precisamente in-relazione, cosa molto diversa. Il mio amico filosofo Stefano Zampieri ha coniato il bellissimo sintagma “verità locali”, pur non essendo assolutamente un relativista, ma un pensatore cosciente che tutto-e-ogni-cosa–è-in-relazionecon-tutto-e-ogni-cosa. I relativisti, specialmente quelli dediti alla ricerca gnoseologica ritengono che A possa tranquillamente e immediatamente essere sostituita da B, senza alcun rispetto per il principio di identità e di non contraddizione. E questo non funziona, come vedremo nel successivo post che dedicherò a Wittgenstein. Noi umani dobbiamo avere l’umiltà di rispettare le convenzioni linguistiche e i nomi-che-diamo-alle-cose, non violare questo patto sacro per ragioni ideologiche, come accade di questi tempi quando si vuol talora chiamare le cose con nomi impropri, come chi insiste a definire “matrimonio” una legittimissima “unione civile”. Si può dire che non è vero che un matrimonio coincide con un’unione civile, poiché matrimonio significa etimologicamente “ufficio della madre”, e non sempre nelle unioni civili vi è una madre. O no? Ecco come si trova la verità, che possiede una sua inconfutabile eternità, o perennità, se vogliamo dire in un altro modo.

Che la caratteristica di verità di ogni ente presupponga la sua eternità va però mostrato, per quanto possibile. Prima però occorre fondare in qualche modo l’eternità degli enti-che-sono o, come preferisce chiamarli Severino, a differenza di Aristotele e Tommaso d’Aquino, “essenti”. Proviamo così, senza scomodare ragionamenti troppo astrusi, visto che si tratta di metafisica.

Se immaginiamo di metterci “dal punto di vista di Dio”, possiamo ipotizzare di sospendere la credibilità di ogni realtà transeunte secondo il “prima e il poi” di aristotelica memoria, e di proporre una sorta di sguardo dal “nunc aeternum” (un ora eterno) sulle cose e sul mondo, di modo che la realtà appaia come un continuum senza inizio né fine o, come si dice nel linguaggio classico “(aeternitas) est tota simul et perfecta possessio“, significando un contemporaneo essere di tutte le cose per sempre, perfettamente, completamente.

E dunque l’eternità è a-temporale, si può dire, come tempo-di-Dio, che l’uomo può solo tentare di de-finire con parole sempre insufficienti, essendo presso a poco l’eternità della stessa natura di Dio. E di Dio, come sanno i filosofi musulmani sufi e i mistici cristiani à la Meister Echkart si può solo dire negandolo, cioè dire ciò che non è, e dunque un qualcosa di simile al nulla, alla negazione di qualsiasi altra cosa. Dio non è… altro che… non sappiamo bene cosa e come. Sappiamo forse chi è, ma solo per come ce lo ha insegnato fin da bambini il venerando catechismo di san Pio X, papa Sarto: “Dio è l’Essere perfettissimo Creatore e Signore di tutte le cose“.  L’eternità è dunque un attributo di Dio, e ciò per il momento basti, visto che né i più grandi fisici, né i maggiori filosofi e teologi ce lo sanno dire in modo convincente.

Poche parole o poco più ora, sulla verità.

La verità, per i Greci era l’alètheia, (alfa privativo innanzi al nome del corso d’acqua infero Lete, il fiume della dimenticanza), cioè il non-nascondimento, definizione riproposta con efficacia nel secolo scorso da Martin Heidegger.

Il primo immenso pensatore occidentale che se ne occupò fu il “terribile” Parmenide di Elea, il filosofo dell’essere, che riteneva essere e pensiero coincidenti, e il nostro contemporaneo Karl Jaspers, medico e psichiatra condivideva questo asserto a duemilacinquecento anni dalla sua esposizione. Platone e Aristotele seguirono Parmenide, arricchendo ulteriormente questa prima grande intuizione. “Dire di ciò che è che non è, o di ciò che non è che è, è falso; dire di ciò che è che è, e di ciò che non è che non è, è vero” (Metafisica, IV, 7, 1011 b). Affermazioni apparentemente banali, ma solo a una prima lettura, ché se ci pensiamo bene attestano convenientemente e razionalmente tutti i giudizi sulla realtà che possiamo dare. Infatti, se crediamo a queste semplici definizioni, fondiamo nientemeno che la coincidenza assoluta tra verità e realtà.

Poi, nella vita sappiamo che non è così: basti pensare che nell’ambito del diritto vi è una differenza tra verità di fatto e verità processuale, per cui si può condannare un innocente e assolvere un colpevole!

Tornando al pensiero filosofico e poi fisico e matematico troviamo: Aristotele con la sua logica sillogistica, per cui date certe premesse, conseguono necessariamente (obbligatoriamente) certe conclusioni, ad es. “L’uomo è razionale/ il razionale è libero/ l’uomo è libero“. Inconfutabile. Lasciamo stare qui le neuroscienze di taglio positivistico che tendono a negare il libero arbitrio, in nome di un biologismo quasi assoluto.

Agostino d’Ippona ritiene che la verità segua l’illuminazione dell’intelletto da parte di Dio, come dono di grazia, seguito in questa linea da sant’Anselmo; Tommaso d’Aquino chiosa ammettendo che la verità deve poi occuparsi, aristotelicamente, dell’oggetto da conoscere “Idem est actus cognoscentis et cogniti“, cioè  l’atto di ciò che è conosciuto è lo stesso di quello del conoscente, che Descartes porterà alle estreme conseguenze di un dualismo assoluto, platonico, tra la verità delle cose e quelle dello spirito che conosce le cose: il suo “penso dunque sono, cogito ergo sum“. Io direi forse “cogito quia sum, penso perché sono“. Ma Cartesio è più autorevole di me.

Vi sono poi diverse teorie sulla verità che possono essere così sintetizzate: a) quella corrispondentista, che lega strettamente la verità con la realtà; b) quella coerentista, caratterizzata da una sorta di omogeneità autosimilare all’interno di una serie di affermazioni; c) quella del consenso, connotata dalla coincidenza di opinioni su un dato; d) quella pragmatista, tipica di un pensiero utilitarista, come quello anglosassone, per cui è più vero ciò che serve di più; e) quella costruttivista, sociologica e politica, in qualche modo utilitarista anch’essa.

Autori contemporanei come  Rorty e Tarski sostengono che a volte il discorso su certe cose è ridondante e si potrebbe semplificare molto. Un esempio: non occorre dire che “la neve bianca è vera“, poiché basta dire che “la neve è bianca“, in quanto proposizione implicitamente capax veritatis, cioè veritiera, ok no? E io aggiungo: perché aver bisogno di dire “assolutamente sì, assolutamente no“? Che cosa aggiunge all’affermazione e alla negazione l’avverbio modale? Non è che il “sì” e il “no” non siano di per sé già chiari e chiarificatori? E dunque perché sprecare fiato ed energie con avverbi inutili? La verità a volte è semplice.

E a volte è terribilmente complessa e quindi non direttamente afferrabile, come nel caso delle cose relative alla trascendenza, al divino, all’immortalità dell’anima, alla vita eterna, al rapporto della verità stessa con l’eternità.

Tornando alla storia del pensiero in tema, troviamo che, dopo la lezione greca classica il concetto è stato studiato con passione e rigore da pensatori successivi, come l’islamico Averroè, che sulle tracce di Aristotele provò a sintetizzare l’idea che la verità potesse essere trovata nell’armonioso concerto di ragione e fede, in qualche modo opinione non distante dalla più alta teologia cristiana come quella di Tommaso.

In ambito evangelico la verità si fa persona, quella di Gesù Cristo (Gesù di Nazaret detto il Cristo, per essere precisi), come racconta ad esempio Giovanni (cf. 18, 37-38): “Allora Pilato gli disse, dunque tu sei re? Rispose Gesù: Tu lo dici: io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce. Gli dice Pilato: Che cos’è la verità?. (…).

Per la fede cristiana il criterio di verità è dunque il maestro nazareno, senza che ciò significhi che l’uomo non debba ricercare, con il suo intelletto, le verità terrene, quelle scientifiche, conseguite con i criteri dell’induzione e della deduzione così come proposti da Galileo e da Descartes all’inizio della Modernità.

In logica matematica troviamo le tesi di Kurt Gödel che sostiene la non coincidenza tra verità e dimostrabilità (cf. Teoremi dell’Incompletezza, Vienna 1925), garantendo così un ruolo fondamentale all’intuizione (retaggio platonico-agostiniano), Prima di lui Gottfried Leibniz aveva distinto tra verità di ragione e verità di fatto, là dove le prime si basano sul principio di identità e di non contraddizione (cf. supra Aristotele, Metafisica, V, etc.), mentre le seconde possono fondarsi semplicemente sul principio di ragion sufficiente, come spiega con un esempio: “Colombo scoprì l’America“, dove la veridicità della proposizione è mostrata dalla credibilità dei navigatori e dalla credendità delle loro cronache. Io di solito dico così: “Non sono mai stato in Australia, ma credo che esista“. Infatti non metto in dubbio le cronache a partire da quella del viaggio settecentesco del capitano inglese James Cook, e le testimonianze di emigranti in quel continente che conosco personalmente.

E potremmo continuare trattando della verità nelle scienze del diritto, dove si distingue, come abbiamo visto supra tra verità di fatto e verità processuale, che possono (purtroppo) non coincidere. Ma ci fermiamo qui per tornare al titolo del pezzo.

Si può dire che verità ed eternità appartengono al novero degli enti possono definire “eterni essenti” come sostengono Bontadini, Severino e il padre Barzaghi? Cioè, è plausibile, anzi vero che i due concetti rinviano a un qualcosa che non finisce, che dura per sempre, che non muore?

A mio parere sì, perché ciò che accade ed è accaduto non può essere fatto non-essere-accaduto, neppure da Dio, che è nell’eternità e da lì, con un solo sguardo, tutto sa e tutto contempla, amando le creature e il mondo, nella sua visione, eterno e vero.

Follia filosofica e visionarietà progettuale

Ho letto in questi giorni Nick Bostrom, fisico, filosofo e neuroscienziato svedese quarantacinquenne, PhD alla London School of Economics, direttore del Future of Humanity Institute di Oxford, nel suo Superintelligenza. Tendenze, pericoli, strategie, Bollati Boringhieri, 2018, regalatomi per il mio compleanno da Alina e Stefano. Un libro furbamente intelligente-intrigante e socialmente pericoloso, se il lettore non possiede una buona cultura filosofico-scientifica e una sufficiente soglia critica.

Per esemplificare, forse un po’arbitrariamente una parte del suo pensiero, pur correndo il classico rischio della fuorvianza o devianza interpretativa dovuta all’estrapolazione di un brano dal testo completo, ma Bostrom me lo perdonerà perché leggo tra le righe che è uomo di spirito, ti propongo, caro lettore, quanto si trova a pag. 161, in una manchette a sfondo grigio, certamente scelta dal grafico per dare maggiore importanza al testo:

“(…) Per alcuni lettori il fatto che la capacità di eseguire 10 alla 85esima potenza operazioni computazionali sia molto importante potrebbe non essere ovvio, quindi è utile contestualizzarla. Potremmo, per esempio, confrontare questo numero con la nostra stima (box 3 cap. 2) che sarebbero necessarie 10 alla 31esima meno 10 alla 44esima operazioni per simulare tutte le operazioni neuronali che avranno avuto luogo nella storia della vita sulla Terra. In alternativa, supponiamo che i computer siano usati per far girare emulazioni globali del cervello umano che vivono una vita ricca e felice interagendo tra loro in ambienti virtuali. Una stima tipica dei requisiti computazionali per far girare un’emulazione è 10 alla 18esima operazioni al secondo. Per far girare un’emulazione per 100 anni soggettivi quindi sarebbero necessarie grosso modo 10 alla 27esima operazioni. Ciò significa che si potrebbero creare almeno 10 alla 58esima vite umane in emulazione anche con ipotesi abbastanza prudenti riguardo all’efficienza del computronium.

In altre parole, supponendo che l’universo osservabile non contenga civiltà extraterrestri, a essere in gioco sono almeno 10 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 vite umane (anche se il numero reale è probabilmente maggiore). Se rappresentiamo tutta la felicità provata (e qui viene il bello, ndr) nel corso di una di queste vite con una sola lacrima di gioia, la felicità di queste anime potrebbe riempire gli oceani della Terra una volta al secondo e continuare a farlo per 100 miliardi di millenni. E’ molto importante assicurarci che siano davvero lacrime di gioia.

Occorrono commenti logorroici? Non penso, perché basta solo chiedersi come le lacrime di gioia escono dalle celle lacrimali, per quale ragione, in che contesto, in chi, per risponderci che il mero esempio computazionale è uno sterilissimo gioco accademico statistico. Infatti, l’ultima domanda che si fa Bostrom fa crollare l’intero impianto argomentativo. Basti solo pensare che si potrebbe indurre la lacrimazione in millanta altri modi, o che l’espressione gioiosa del volto potrebbe essere bio-elettricamente stimolata fino alla stereo-tipizzazione. Et de quo satis.

… e poi quanto si legge a pag.197, dove Bostrom sviluppa il tema etico-morale della sua ricerca in un capitolo dal titolo “Crimine morale”, che significa come si renda perfettamente conto di quanto va scrivendo.

“(…) Non voglio dire che dal punto di vista morale la creazione di simulazioni senzienti sia necessariamente sbagliata in ogni situazione. Molto dipenderebbe dalle situazioni in cui vivono questi esseri, in particolare dalla qualità edonica (e che è? lo so bene ciò che è,  ndr) delle loro esperienze, ma forse anche da molti altri fattori. Anche se elaborare un’etica per questi problemi è un compito che esula dagli scopi di questo libro, un punto chiaro è che si potrebbe produrre una gran quantità di morti e sofferenze tra menti simulate o digitali e, a fortiori, di risultati moralmente catastrofici.

Una superintelligenza digitale potrebbe avere anche altre ragioni strumentali, oltre a quelle epistemiche, per eseguire computazioni che istanziano menti senzienti, o che comunque infrangono le norme morali: potrebbe minacciare di maltrattare simulazioni senzienti, o impegnarsi a ricompensarle, allo scopo di ricattare o incentivare vari agenti esterni, oppure potrebbe creare simulazioni per indurre incertezza indessicale negli osservatori esterni.”

Mi fermo qui perché il testo si commenta da sé.

Ma poi, andando avanti, quando Bostrom ipotizza di viaggiare al 50% o al 99% della velocità della luce, cosa ovviamente impossibile allo stato presente e futuro delle cose, cosicché potremmo intercettare pianeti abitati da intelligenze pari o superiori alle nostre, con visioni morali molto diverse, vien da pensare che si possono fare le ipotesi più strampalate, in onore del pensiero pensante e in quanto tale potenzialmente pensante qualsiasi cosa e mai stanco di pensare, perché si pensa anche quanto si pensa di non pensare, appunto, pensando di non pensare. Platone e Aristotele, in fondo, pensavano che la filosofia fosse un’attività beata, anche se non la si volesse finalizzare a nient’altro che al piacere di pensare in modo elevato, e perciò apportatore di gioia spirituale. Perché no? Anch’io, in fondo, ho un’idea della filosofia più legata al piacere intellettuale che alla sua funzionalità pratica, se non nella sua branca morale.

Nella visione di Bostrom, per avviarmi a concludere questa breve e parziale esegesi di uno dei suoi testi, forse sarebbe addirittura preferibile un’etica declinata secondo l’AI, affidata a macchine che acquisiscono i connotati neuro-morfici delle reti corticali del cervello umano, un po’ come raccontato in film del genere Robocop, Terminator, Matrix e, appunto, lo spielberghiano AI.

L’umanesimo rimanente nella visione ipotizzata nel libro qui citato potrebbe essere, da un lato la ECG o ecografia cerebrale generale, e la VET, cioè la volontà estrapolata coerente. Ciò che resta dell’uomo biologico: what remains the human kind.

L’importante è che l’uomo pensi, ricerchi, scriva, comunichi, ma sempre con l’umiltà della consapevolezza del proprio limite.

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