Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il continuo e il discreto in matematica, in fisica e in filosofia, tra complicazione e complessità

Discreto e continuo sono due concetti matematici e fisici ma anche filosofici.

Il “discreto” -intuitivamente- è costituito da parti isolate e non attigue, mentre il “continuo” è costituito da un numero infinito di elementi senza spazi vuoti. Al fine di perfezionare le definizioni è però necessario fissare il contesto disciplinare di riferimento. In matematica è la topologia dove si considera lo spazio dove i punti considerati sono isolati e distinguibili

Il “continuo”, invece, si riferisce a funzioni tra spazi topologici e non agli spazi topologici stessi, e quindi costituisce, insieme con i punti connessi una sorta di compattamento o addensamento, dove ogni punto A appartiene anche a ogni punto X. Ad esempio i numeri razionali sono un insieme non continuo e non discreto, perché ogni numero razionale contiene un numero infinito di numeri razionali, ed è denso perché ogni numero irrazionale, ma non può essere considerato continuo in quanto al suo interno possiede un’infinità di “buchi”, in ragione della mancanza dei numeri irrazionali. Già Aristotele e Zenone di Elea studiarono questi aspetti del continuum e del discretum (cf. l’apologo paradossale del piè veloce Achille e della tartaruga).

Con Pitagora il pensiero occidentale impostò il tema del pensiero binario o degli opposti tra il finito, positivo e portatore di ordine, e l’infinito mentore dell’incontrario. Però, considerando i rapporti tra i due concetti di finito e infinito i Pitagorici trassero la nozione di armonia misurabile, numerabile. Tra i numeri, quantificabili e misurabili vi sono i rapporti tra essi, chiamati λογοι, indispensabili per costruire concettualmente una αναλογια, cioè una proporzione, una sorta di uguaglianza di rapporti. Infatti, la τετρακτυς (il triangolo quaternario) era da loro ritenuta una figura sacra, come rappresentazione grafica del numero 10 e somma aritmetica dei primi quattro numeri (1 – 2 – 3 – 4), sulla quale addirittura gli allievi della scuola Pitagorica pronunziavano il giuramento più impegnativo. In ogni caso, anche per loro, come per Aristotele e per pensatori e matematici più antichi, “ciò che non ha limite non è rappresentabile esaurientemente nel nostro pensiero, ed è perciò inconoscibile“, come l’infinito stesso, considerato un limite del pensiero e non un pensiero del limite.

L’archetipo stesso di infinito lo fornirono i numeri irrazionali, come ad es. il {\sqrt {2}}: mediante una dimostrazione per assurdo, è possibile trovare approssimazioni razionali della radice di 2, senza però mai arrivare ad una soluzione definitiva. L’approssimazione, o l’indefinito avvicinamento ad una meta che non si può mai raggiungere, è stata centrale nella matematica classica, e per quasi 2500 anni, la concezione di infinito è stata oggetto di studi e polemiche ed evoluzioni. Ma la realtà è un insieme infinito, un’onda ininterrotta, o piuttosto un sistema finito, cioè numerabile e commensurabile? In ogni caso, anche se la realtà delle cose fosse davvero continua, infinita, la nostra conoscenza sarebbe sempre più vincolata dai limiti dei nostri sensi. (dal web).

In fisica si può studiare un corpo materiale sia come un corpo discreto, costituito da particelle elementari distinte le une dalle altre, sia come un corpo continuo, in quanto il numero elevatissimo, la coesione e l’interdipendenza tra queste particelle fanno sparire qualsiasi granularità, almeno a livello macroscopico, (dal web) poiché la realtà non è un sistema continuo, mentre invece, sia in matematica sia in fisica si deve rappresentare una sorta di struttura molecolare, in qualche modo “finita” in quanto occupante spazio, con una certa densità, una certa massa, un certo campo di temperatura e di accelerazione con misure definite (ad esempio i fotoni), dunque discrete.

Si potrebbe dire che l’unico sistema davvero continuo sia quello spazio-tempo, così come Einstein ha dimostrato nella sua teoria della Relatività Generale che il concetto di spazio e di tempo non sono assoluti ma relativi, nel senso che dipendono dal sistema di riferimento in cui si trova l’osservatore, e costituiscono il continuum spazio-temporale con quattro dimensioni (tre dimensioni spaziali ed una temporale). Inoltre, anche questo sistema può essere guardato con la lente d’ingrandimento ed analizzato con la scala di Planck, che esamina le distanze spazio-temporali in termini di stringhe piccolissime e monodimensionali,  quasi come una “granularità” dello spazio-tempo.(dal web)

Lo stesso modello continuo della meccanica è stato messo in discussione, trattandosi di ambiti estremamente diversificati, come quello dei corpi solidi e dei fluidi, liquidi o gassosi (legge di Pascal e leggi di Eulero e Newton). Dei liquidi si deve tenere anche conto di eventuali viscosità, altrimenti si può parlare solo di liquidi ideali.

L’analisi matematica sarebbe applicabile al mondo reale solo se questo fosse costituito da oggetti ed eventi di carattere continuo: al contrario, la stragrande maggioranza dei fenomeni del mondo reale è caratterizzata dalla discretizzazione o digitalizzazione (dall’inglese digit = cifra) di oggetti, collezioni, fenomeni, i quali spesso agiscono in combinazione. Una linea tracciata con la matita è un sistema continuo. Le estrazioni del lotto, numero dopo numero, sono un sistema discreto (discontinuo). (dal web)

La classificazione per insiemi, la enumerazione numerale naturale e la combinazione (matrici, diagrammi, etc.) consentono di costruire un algoritmo, cioè un modello di matematica discreta, ambiente logico in cui si possono trovare molte soluzioni pratiche e operative anche negli ambienti e settori di lavoro.

Ed ecco che siamo all’ambito filosofico. Che cosa vi è di più “continuo” al mondo di un essere umano, e nell’essere umano della mente-cervello? Non solo per i novanta miliardi di neuroni e le innumerevoli sinapsi presenti (ecco l’indefinito quasi… infinito). Le scienze umane sono le più imprecise, medicina compresa, perché legate al continuo divenire eracliteo della vita. Non vi sono tappe intermedie o fermate tipo bus, ma un continuo scorrere del flusso biologico, vitale, esistenziale, psicologico, e perfino etico-morale.

Dal concepimento, anzi dall’inizio (sconosciuto) di una determinata filogenesi, si muove qualcosa che non smetterà più di muoversi, producendo vita e malattia, guarigioni e fine della vita fisica, peraltro recuperabile sotto altre spoglie, solo chimico-fisiche per gli increduli, e anche spirituali per chi crede nella vita eterna.

E dunque lo studio di un’antropologia umana è forse il più complesso e difficile tra gli ambiti del reale che il pensiero umano può intraprendere, perché “ambientato” nell’incertezza del continuum, nella vastità dei problemi, nella numerosità delle circostanze e degli incroci causali e non casuali (quanto importante può essere la metatesi di una “u”!), se non nel senso dell’infinita loro numerosità,  etc.: basti pensare agli effetti diversi che può fare sui polmoni l’abuso del fumo o meno. A qualcuno questo comportamento può generare malattie severe, ad altri nulla o quasi. Che cosa interviene a fare la differenza? Non lo sappiamo o , meglio, possiamo sapere qualcosa se approfondiamo la ricerca sulle condizioni “storiche” e attuali di quell’organismo vivente, e le compariamo con un altro che ha dato esiti differenti all’abuso dello stesso vizio. Un altro esempio, come si può spiegare la risposta diversa ai farmaci che può dare un organismo ammalato rispetto ad un altro affetto dalla stessa patologia? Probabilmente si può comprendere -e fors’anche spiegare- tenendo conto, appunto, del continuum che costituisce il corpo (e l’anima) umani, anzi il composto umano, come bene scrive Aristotele, composto non solo di molti organi biologici, vegetativi e psicologico-spirituali, ma complesso e indistricabile, inestricabile, a volte indivisibile, quasi come la natura teandrica in Gesù Cristo (cf, XXVIII Canone del Concilio di Calcedonia, 451 d. C., e mi si passi il temerario paragone teo-logico). Anche dal punto di vista energetico l’uomo deve considerare la complessità del continuum, centellinando, se serve, ogni movimento e selezionando quelli indispensabili e necessari, o anche solo utili al fine di utilizzare le riserve e le forze adeguate allo sforzo da fare, senza sprechi inutili.

L’uomo è la complessità continua per eccellenza, più di ogni ordine matematico o fisico, perché la biologia studia il vivente,  che per definizione non si ferma mai, come invece si può fermare una macchina o un calcolo. Mentre ciò che è discreto è numerabile, come può essere il valore numerico dei componenti di un motore elettromeccanico informatizzato (20.000 parti, per dire) e quindi conoscibile e spiegabile a terzi in dettaglio dal/dagli ingegnere/i progettista/i, ciò che è complesso può essere solo com-preso senza la pretesa di fornire spiegazioni esaurienti. Il continuum è la nostra vita personale e collettiva, è l’ambito della società e della politica, è l’ambito delle scelte di valore di un’etica umana, sempre migliorabile e rivedibile al fine di migliorare la vita stessa di tutti e di ciascuno, nel rispetto dell’ambiente, che il continuum dei continua, mio paziente lettore.

 

Il senso del tempo

Il tempo fisico e il tempo interiore, il tempo occidentale e il tempo orientale, il tempo del lavoro e il tempo del riposo, il tempo dei carcerati e il tempo di fuori, il tempo lineare e  il tempo ciclico, cioè quello delle stagioni, il tempo del sacro e il tempo del profano, il tempo della camminata in salita e il tempo della maratona, il tempo della salute e il tempo della malattia, il tempo dei giovani e quello di chi ha qualche anno di più, il tempo dell’uomo e quello di Dio, l’eternità…

Il senso del tempo è complesso, incontenibile in una definizione semplice, esaustiva. E aggiungo: in senso assoluto il tempo non esiste, perché è relato allo spazio, come ci ha insegnato il genio di Ulm.

Se ne sono occupati Parmenide e Zenone di Elea (celebre il suo paradosso del piè veloce Achille e della tartaruga), Platone, Aristotele, sant’Agostino, Leibniz, Kant, Bergson, Einstein, Lorentz, Hawking, e ognuno di noi in ogni momento… di tempo.

Esploriamo insieme il primo capoverso.

Innanzitutto il tempo fisico e il tempo interiore: il primo è misurabile secondo lo schema dei secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni, lustri, secoli, millenni… eoni (direbbe uno gnostico), e quindi ha una sua oggettività, perché è quello cosmico (cioè dell’ordine conosciuto), della rotazione terrestre e della rivoluzione della Terra attorno al Sole; il secondo è immisurabile, perché non scorre, ma si sente dentro l’anima (cf. Agostino, libro XI Confessiones); può durare un attimo oppure ore e ore, e ciò dipende dagli stati interiori, dal malessere o benessere della mente e del corpo. E’ indefinito, misterioso, affettivo, profondo. I greci lo chiamavano kairòs, cioè “tempo opportuno”, distinguendolo dal krònos, il tempo lineare, misurabile.

Il tempo occidentale è diverso dal tempo orientale: qui da noi siamo più legati a orari precisi, scanditi, rigorosi, a volte rigidi, e ci arrabbiamo se non si rispettano gli orari, gli appuntamenti, gli impegni presi nel tempo condiviso; è titolo di vanto che i treni e gli aerei partano e arrivino in orario; in oriente è diverso: non vi è questa rigidità, ma una sorta di indulgenza per il ritardo, per la lentezza, per il rinvio, per l’attesa. Quale dei due sia più saggio lascio al lettore il giudizio.

Il tempo del lavoro e il tempo del riposo: eccoci a una struttura tutta compresa nel tempo misurabile, poiché di solito è dato un tempo per il lavoro, così come è stabilito dalle leggi e dai contratti, ma anche dagli impegni presi nelle libere professioni; il tempo del lavoro sta lentamente accorciandosi, grazie alla tecnologia e all’innovazione. Si dovrebbe renderlo sempre più creativo e meno noioso, sia per dividere le opportunità di lavoro tra più persone, sia per connetterlo sempre di più con la vita. Io mi sento un privilegiato, perché sono riuscito in questo, incastrando decenni di lavoro e di studio, in contemporanea, e oggi faccio attività che sono ricerca intellettuale e ricerche che sono utili agli altri sul piano pratico.

Il tempo dei carcerati e il tempo delle persone libere: frequento le carceri da decenni, per assistere e comprendere. Il tempo di chi vive in ristretti orizzonti è diverso dal mio, dal tuo, mio gentile lettore, perché è collocato dentro uno spazio. Il tempo in quello spazio si dilata infinitamente, per cui le giornate scorrono lente, lentissime, ma chi colà vive non se ne rende conto, perché non le considera, non le conta, non le valuta. Un giorno dopo l’altro, cantava Luigi Tenco, la vita se ne va. Come tutte le vite, ma quelle dei carcerati in modo più lento, anche se spesso loro se ne vanno prima di noi.

Il tempo lineare e il tempo ciclico, quello delle stagioni: in realtà osserviamo tutti e due questi modi del tempo: ci è noto quello lineare, delle ore e dei giorni e anche quello delle stagioni, che cambiano e che ritornano, perennemente, a nostra memoria, e a quella dei nostri avi (cf. Esiodo). Si va avanti negli anni, ma primavera torna sempre, e poi le altre stagioni, come le canta Antonio Vivaldi.

Il tempo del sacro e quello del profano, cioè di ciò-che-sta-di fronte-al-tempio (il fanum): in realtà il tempo del sacro è tutto il tempo che viviamo, non solo quello delle domeniche  e delle altre feste comandate dalla tradizione cattolica, ché tutto il tempo è sacro, nel senso che è il tempo della vita, mentre piuttosto possono essere esecrande alcune azioni dentro il tempo, come quelle degli assassini di Alatri, e di altri innumerevoli delitti dell’uomo che tenta di diventare tale (cf. Nietzsche), con grande fatica.

Il tempo della camminata in salita e quello della maratona: diversissimi, perché il primo deve sopportare la conquista di un dislivello e la progressiva rarefazione dell’aria, il secondo si sente nel ritmo ed è scandito dai chilometri fatti. Il tempo in salita sostituisce la distanza ed è condizionato dall’ambiente, dalla meteorologia, dalle condizioni fisiche di chi sale lungo il crinale del monte.

Il tempo della salute e quello della malattia: il primo è quasi come se non ex-istesse, è leggero, dato per scontato, come un diritto (eeeh i diritti!), il secondo a volte non passa mai, nella solitudine di un letto a guardare il soffitto o l’andirivieni di medici e infermieri, e si vive quasi fosse un’ingiustizia.

Il tempo dei giovani è frenetico, oggi scandito dalle connessioni continue via web pc cell tablet, mentre per chi ha qualche anno di più scorre in modo diverso, più similmente alle altre fattispecie sopra elencate, ché i giovani, specialmente i digital born, non hanno proprio il senso del tempo, vivono, e forse è un bene, chissà?

Il tempo dell’uomo è diverso dal “tempo di Dio”, dall’eternità, come viene chiamato in teologia, cioè il tempo senza tempo, il nunc aeternum, che non ha inizio né fine e attende ciascuno di noi perché ce ne rendiamo conto, essendo già immersi nella sua luce.

Il senso del tempo è sempre diverso, è il manifestarsi delle cose nel tragitto, il loro significato, il loro valore, la loro verità per ognuno di noi, che vive nel tempo, anche se il tempo fugge, pur non essendo. Infatti è solo il contenitore della vita, come lo spazio, di cui è gemello monozigote. Per ora nel luogo dove vivo, perché dell’oltre nulla so.

energie e lontananze

lontananzeOggi va molto di moda il discorso sull’energia, mutuato dalla fisica moderna e, inconsapevolmente per i più, dalla filosofia classica (l’enèrgheia, cioè, più o meno, la potenzialità di sviluppo degli enti).

Ne parlano un po’ tutti, spesso senza cognizione, come accade per tutti i termini promossi dalle mode cangianti. La New Age l’ha eletta a una centralità assoluta, così come, anche se in modo diverso i movimenti “neo-pagani” (absit iniura verbo), sciamanici et similia.

Non vi è dubbio che il concetto è importante e polisemico, cioè significa più cose in diversi contesti della ricerca scientifica e del linguaggio comune. L’energia è la manifestazione o espressione altra della massa dei corpi secondo la nota formula einsteiniana, è il plafond cui attingiamo per vivere, pensare, operare. E’ richiesta nell’attività fisica e in quella intellettuale, fondamentale nelle relazioni interumane autentiche, là dove non vengono confuse con la mera comunicazione.

A volte sembra percorrere sentieri strani e inauditi, come quando scopriamo di avere intuito cose che sarebbero accadute, ma ben prima del loro accadimento, come se ricevessimo informazioni da altri mondi o altri tempi di questo mondo. Mi è capitato di scrivere cose, e a distanza di tempo di scoprirne la verità premonitoria.

Energie e lontananze, orizzonti oltre i quali il nostro sguardo attuale si ferma e dà la parola all’immaginazione, al visionario dispiegarsi di forze ignote, forse spirituali, o forse naturali, ma inaccessibili ai nostri limitatissimi sensi esterni e -piuttosto- intuibili con facoltà indefinite e finora non classificate dalle scienze naturali.

In realtà, forse siamo tutti un poco veggenti, se ci mettiamo in ascolto dell’infinito dispiegarsi delle cose, delle loro connessioni e distanziamenti, della totalità indivisa e complessa, come domenica scorsa, quando in bicicletta, pedalando nel sole settembrino, interrotto dalle lunghe ombre dei pioppeti, in assenza di vento e di rumori, mi son come dimenticato chi fossi, ma non in un remoto soprassalto di invecchiamento, bensì scoprendo improvvisamente di fare parte di un tutto, e che il tutto è in me, olisticamente e autosimilarmente.

Energie e lontananze che si intrecciano e si rinnovano nel tempo e oltre.

Scrissi decenni fa di incontri, che poi si sono realizzati, di affetti e storie, nel tempo dipanatisi e, anche se poi svaniti, comunque presenti nella mia vita, e nel mio destino, come in questa breve lirica sfuggitami di penna quando avevo vent’anni, dedicata alla donna.

Al desiderio d’acqua sorgiva/ nelle iridi tue/ ai seni acerbi e ignoti/ alle tue cosce divinate/ da roghi sul fiume antico/ del desiderio/ al socchiudersi lento/ delle tue labbra/ al velo del tuo mistero.

segnali d’altre vite come medicina per la superbia umana?

radiotelescopiTrovo sul web, per ragionare su un tema importante, quello della nostra solitudine o meno nel cosmo, dopo che un segnale forte è giunto sui monitor terrestri dallo spazio profondo.

Nessuno sta affermando che questo (segnale) sia dovuto ad una civiltà extraterrestre ma (vista la sua natura) merita comunque ulteriori studia” ha dichiarato Paul Gilster curatore del sito ‘Centauri Dreams’ che approfondisce lo studio del cosiddetto spazio profondo Il segnale proviene dalla stella HD164595 con una massa quasi identica a quella del nostro Sole a circa 95 anni luce della Terra in direzione della costellazione di Ercole.

La stella, la cui età stimata è di 6,3 miliardi di anni, contro i 4,57 miliardi di anni del Sole,  ha almeno un pianeta noto e potrebbe averne di più. “Studiando la forza del segnale i ricercatori affermano che proviene da un radiofaro isotropico la cui potenza sarebbe possibile solo se ci trovassimo di fronte ad una civiltà di tipo II sulla scala Kardashev (superiore alla nostra che è ferma ad un livello tra 0 e I)”, ha spiegato Gilster riferendosi alla scala di civilizzazione inventata dall’astronomo russo Nikolaj Kardashev e utilizzata dal programma Seti di ricerca di segnali di forme di vita intelligenti.

Il primo a dare la notizia della scoperta è stato un italiano, l’astronomo Claudio Maccone, torinese, che lavora proprio al progetto Seti, secondo il quale “è indispensabile un monitoraggio permanente della stella“.

Cosa ci fa pensare una cosa del genere? Ci fa abbassare le ali, forse?

Pensare di non essere gli unici esseri pensanti autoriflessivi nello spazio profondo forse può aiutare. Che cosa possono pensare di questo umani che solitamente si collocano come “ombelichi del mondo”‘? Provo a dirlo con qualche esempio: il mafioso che spara a chi non paga il pizzo (su questa piccola terra nella sua minuscola vita), l’assassino jihadista che tenta di scannare un altro essere umano (su questa piccola terra nella sua minuscola vita), il cinico profittatore che vende pattume finanziario ai clienti (tipo Zonin o altri del genere) con il sorriso (su questa piccola terra nella sua minuscola vita), e, perché no, anche chi criminale non è, ma quasi “santo” laico, come Roberto Saviano, che pontifica su tutto dall’alto di un ego debordante e vanaglorioso (su questa piccola terra nella sua minuscola vita), e via dicendo…

Tutti e quattro peccatori -in grado diverso- di superbia spirituale, fomite e origine di ogni vizio successivo.

Ma chi siete, oh piccolini, esempi abbastanza miseri dell’uman genere, da poter ritenere di essere importanti al punto da togliere la vita agli altri, da rovinare la vita di altri, da insegnare a vivere agli altri? Vi siete mai, mai misurati con la dimensione cosmica? o dell’incondizionatezza divina, che qualcuno di voi invoca, inopinatamente e impunemente (finora), o del vostro limite umano, anagrafico, temporale? Vi siete mai immaginati vecchi, indeboliti, ingrigiti, piegati, finiti in un mucchietto di fosfati? voi che arrogantemente uccidete, imbrogliate, pontificate dal basso della vostra pregnanza entitativa e ontologica?

Non vi sentite un po’ ridicoli? Ditemi, ditemi, ché forse la resipiscenza nella modestia delle vostre vite è medicina di umiltà salutare.

Oppure l’insignificanza, di fronte a quello che si annunzia e non conosciamo, di fronte all’Immenso, vi accoglierà nell’oblio di ciò che è passato senza lasciar traccia.

Dì loro che la mia fronte/ è stata bruciata/ là dove mi baciavano (C. Alvaro)

20160604_115405 - CopiaCaro lettore,

cammino sulle orme del tenente Rommel.

Lungo e tortuoso è il sentiero della memoria sullo spalto di confine del Kolovrat, Prealpe Giulia da cui i Turco-Bosniaci entravano a fine ‘400 fin nella pianura del Friuli, e prima di loro gli Unni, gli Avari, gli Ungari. Terra di Confine. Kobarid e lo smeraldino fiume, in fondo.

Combattimenti come “via crucis” ignote ai presuntuosi imbelli generali italiani, disonore sia su Cadorna il fucilatore e Badoglio l’inetto. Trincee ovunque, dove c’era fango e paura, speranza e terrore. Una lapide riporta la breve terzina di un soldato caduto: il suo spirito canta a mamma e papà “Dì loro che la mia fronte/ è stata bruciata/ dove loro mi baciavano”.

L’alpino Riccardo Di Giusto moriva qui il 24 o il 25 maggio del ’15, prima vittima della Grande Guerra Italiana, un cippo lo ricorda. Si possono evitare le guerre? Tutte le guerre?

Il 24 ottobre 1917 iniziava la XII battaglia dell’Isonzo e gli Austro-Ungarici, con l’aiuto di reparti germanici provenienti dal Monte Nero, forzavano la fronte dell’acrocoro al passo di Zagradan. Il tenente Rommel era lì, il generale Cadorna in panciolle a Udine.

Alle 9,15 il reparto di Rommel rompe gli indugi e sfonda di sorpresa la linea difensiva italiana, così riportando i fatti: “…la pattuglia Streicher mi invia la seguente segnalazione: pattuglia penetrata, …conquistato cannoni ,… fatto prigionieri. Considerazioni: la penetrazione riuscì perché gli italiani non sorvegliavano con sufficiente attenzione il terreno antistante la loro terza linea…”.

A questo punto il distaccamento Rommel entra in forza nella sella e lasciata una squadra mitragliatrici pesanti a protezione e controllo verso est, iniziò ad avanzare su tre colonne, a sud lungo la strada sulla dorsale, e sul versante nord in direzione ovest verso la quota 1192 del monte Nagnoj, che cadrà un’ora dopo circa. (Tratto dalla segnaletica storica in loco).

Trovo foto in bianco e nero della Grande Guerra, mescolate a depliant delle Valli favolose, nei rari locali, osterie, rifugi della montagna verdissima del Confine.

Anacoreta laicissimo, me ne sto qualche giorno qui, cogitabondo, nel silenzio più alto, in ricerca del poco che basta per la vita. Solo del Principio Ordinatore, e di Dio che lo ispira.

Borgate sparse sul crinale mi indicano il senso della valle e delle vite spese nei secoli sui declivi ardui, lavorati a terrazzo con fatica asperrima. Famiglie e suoni, vagiti di bimbi e benedizioni dei morti sulla montagna. Lingua di confine, aspra e legame con le grandi pianure sarmatiche. Un che di slavo e di russo, pieno di silenzi e di sentimento. Vengono dagli abissi del tempo e sono presenti nell’eterno contenitore del tempo. Ora e sempre, ora e per sempre, pregano e gioiscono della pienezza del Tempo.

Vivo questa fase dell’essere che ha voluto fossi qui, ora, non prima e non dopo, a cercare quello che esiste da sempre in mente Dei, anche se pensiamo di poter farne a meno. Potentia Dei ordinata dall‘eterno lògos che governa tutto e totalmente, anche quello che riteniamo ci appartenga, ma ci appartiene solo accidentalmente.

Sono tornato dov’ero già stato.

E’ lo spirito che si manifesta nel pensiero e nell’agire, nella volontà e nell’intelletto. Tutto è già nell’ordine cosmico, a partire dalle micro particelle-onde subatomiche, agli atomi, molecole, cellule, composti viventi, sensibili, pensanti, spirituali. Tutto è kòsmos, necessario e armonioso, mai casuale, caro Heisenberg. Indeterminato, perché forse siamo noi a non comprendere ciò che non può essere compreso, la complessità, con i suoi nessi inspiegabili (spiegare è un togliere-le-pieghe, come di un lenzuolo): solo interpretar comprendendo, possiamo, tutt’alpiù…

Ho camminato verso la cima boscosa del monte Hum e poi volevo andare alle cascate di Kot formate dal Potok, acque che finiranno nell’Erbezzo e poi nel Natisone, nel Torre, nell’Isonzo, nel mare. La pioggia me lo ha impedito, ma ci andrò nel tempo opportuno, nel kairòs.

A Hostne una lapide ricorda i Primosig, i Floreancig, gli Iurman, i Feletig, i Crucil, i Dreszach e altri, portati via a morire dal IX Corpus titino nell’estate del ’43. Cos’erano, fascisti o valligiani? La scritta su un bivacco in rovina sul monte Hum, “W Gladio”. Storia nostra, controversa, come la strutturazione progressiva dell’essere delle cose, e del loro senso.

Ma le acque sono cristalline, limpidissime, come i pensieri che vengono quassù. Non so quanta verità e sapienza ho incontrato nella mia vita, a volte mi pento di non aver pensato/ agito abbastanza, di non aver soprasseduto, perdonato, cioè donato, compreso fino in fondo i doni ricevuti nel tempo, e in questi tre giorni beati, e poi mi consolo dicendo che forse è stato giusto così, nell’infinito mare dell’essere di cui faccio parte da 13.7 miliardi di anni e per sempre. Ma in Dio, da sempre.

E la coscienza mi parla, leggera, nel silenzio.

i due amici e i due cuccioli

contrastiDal mio esimio e chiarissimo corrispondente presso l’Università di Rosamala, l’esimio don Paolo Cacitti, ricevo:

“Una volta due amici, di professione economisti, regalarono un cucciolo di cane ai loro figli. Entrambi notarono che i cuccioli crescevano notevolmente di settimana in settimana sia in peso che lunghezza ed altezza. Entrambi si dilettarono a misurare il trend di crescita con complicate formule matematiche. Entrambi si sbilanciarono formulando dei forecast prevedendo che i cuccioli sarebbero arrivati a dimensioni enormi nel giro di un paio d’anni.

As usual, pur avendo frequentato gli stessi studi, arrivarono a conclusioni completamente differenti:

–          il primo uccise immediatamente il cucciolo,

–          il secondo, viceversa, chiese un mutuo in banca, e costruì una cuccia grande come il Duomo di Milano.

Dopo qualche anno si ritrovarono ridotti come barboni. Il primo si era rovinato spendendo tutti i suoi risparmi per disintossicare
il figlio che, per la morte del cucciolo, prese a drogarsi mentre il secondo era finito in galera e cacciato dall’ordine perché aveva aggredito con un martello il direttore della banca urlando: “Maledette banche mi avete rovinato”.

Che morale trarre dal raccontino? Mi sembra si possa dire che non esiste scienza perfetta e inoppugnabile, ad eccezione della matematica, scienza totalmente sui generis, perché denotata dalla convenzione numerica. Come l’economia, tutte le scienze umane sono approssimative e perlopiù (ut in pluribus dicevano gli “scolastici” medievali), senza la pretesa di offrire soluzioni definitive, mai. Dalla biologia alla fisica, dalla sociologia alle psicologie, ogni statuto epistemologico si fonda su principi propri e sull’empiria, sull’esperienza che si dà nel tempo e corregge “per prove ed errori” i convincimenti precedenti. Solo la matematica classica è totalmente oggettiva, ché anche quella contemporanea comprende ipotesi diversificate sugli stessi oggetti, e quindi si sta allineando all’incertezza delle altre scienze. D’altra parte se scienza è un “sapere certo ed evidente di un enunciato in forza del suo perché prossimo, adeguato e proprio“, questa certezza risiede nella credibilità dell’assertore, e quindi è imperfetta come ogni umano, e l’evidenza si dà nella sensibilità sensoriale ed intellettuale del percettore, cioè di ciascuno di noi osservante se stesso, la natura e i fenomeni.

Abbiamo fiducia, dunque, nell’infinita (in quanto indefinita) capacità umana di meravigliarsi ogni qualvolta impara qualcosa e una piccola luce si accende sulla sua infinita ignoranza.

l’anima vola via… secondo la fisica quantistica

sir roger penroseCaro lettor mattutino,

Sir Roger Penrose e il dottor Stuart Hamerhof ci spiegano che i microtubuli cellulari presenti nei neuroni sono elementi quantici che, dopo la morte del soggetto umano, tornano nel cosmo e lì sono di nuovo a disposizione per nuove vite nel nostro o in altri universi.

Si tratta della Teoria Quantistica della Coscienza, che considera il cervello umano come una specie di computer biologico, nell’ambito di una visione complessivamente bio-centrica dell’universo.

Dal web: “Essi sostengono che la nostra esperienza di coscienza è il risultato dell’interazione tra le informazioni quantiche e i microtubuli, un processo che i due hanno definito Orchestrated Objective Reduction.”

Con la morte queste strutture perderebbero il loro “stato quantico”, senza che le informazioni ivi contenute si annullino, cosicché le stesse verrebbero riconsegnate al cosmo.

I due scienziati non esitano a ritenere che tale processo mostri in qualche modo, mediante la fisica quantistica, quella realtà chiamata da millenni da parte delle religioni, “anima”. Vi è che, specialmente le dottrine orientali (induismo in primis), sono portatrici di un convincimento concettualmente correlabile, e non solo quelle: lo stesso Platone tra i pensatori classici e Origene,  teologo cristiano del III secolo, sostengono tesi quasi analoghe (Origene un po’ ereticamente al di fuori della dottrina ortodossa della “Grande chiesa” paleocristiana). Termini come “metempsicosi” (trasmigrazione delle anime) e “metemsomatosi” (trasmigrazione dai corpi) sono in uso nelle dottrine platoniche e origeniane.

Che il discorso quantico possa collegarsi alle dottrine religiose sull’immortalità dell’anima è tutto da vedere.

Infatti, la nozione di spiritualità dell’anima, se nelle dottrine orientali, con la loro ipotesi di anima come proiezione o scintilla del divino Brahman (atman), quasi a dire un nesso di pura energia, si può in qualche modo attagliare all’ipotesi di Penrose e Hamerhof, più arduo è il parallelismo con la nozione di anima del cristianesimo e dell’islam, che la concepiscono come una dimensione spirituale personale, legata a un tempo non ciclico, ma lineare, e destinata a una “vita eterna” successiva alla vicenda umana. Non che anche nelle religioni orientali non vi siano elementi di merito morale (il karma) determinanti la qualità delle “vite successive” (decadimento o crescita), ma nel plesso religioso “del Libro” ciò è più definito. Il giudaismo invece è forse più compatibile con quanto sopra.

Comunque, siamo qui ad osservare quanto di interessante la ricerca scientifica e la riflessione filosofico-teologica ci propongono, fiduciosi di comprendere e  capire, forse sempre di più, qualcosa del grande tema del nostro essere coscienti di questa vita e di questo mondo.

Con l’aiuto del buon Dio.

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