Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: Filosofia Pratica (page 1 of 13)

Si beve si fuma si fanno baby gang si indulge al vizio si spera sempre

Mio caro e gentil lettore,

se un ragazzo/ ragazza italiani su tre tra i 15 e i 19 anni (è il 33%!) assume sostanze stupefacenti tipo cannabis, e talora qualcos’altro; se oramai osservando i caffè/ bar/ pub fighi si vedono ragazze più o meno splendidamente a nero con il calice di rosso in mano; se vedi adolescenti che chattano uno accanto all’altro con smartphone da seicento euro, e non si parlano; se ciò che comunemente si è sempre chiamato vizio sembra allignare in ogni dove, e se la contemplazione del bello, in silenzio, latita, e se la meditazione non si pratica, vi sarà pur qualche ragione. O ragioni.

Quali? Il sociologo si esercita nelle sue ricerche, lo psicologo si profonde in consigli sui magazine alla moda, il sacerdote invita padri e madri all’ascolto dei giovani virgulti, il professore scuote sconsolato la testa, il filosofo è inascoltato, i sindacati ronfano, ai governi interessa poco o punto, ai partiti oramai inesistenti anche meno… tutti o quasi hanno qualche diagnosi e qualche rimedio, che propongono nei talk show con l’audience maggiore. E tutto continua come prima. Che sta accadendo caro sociologo, psicologo, sacerdote, insegnante, filosofo, papà, mamma?

Com’era quando io e chi mi legge sopra i cinquanta avevamo dai quindici a i diciannove / vent’anni? Io ricordo il mio liceo, il lavoro estivo a portar bibite e fusti di birra da venticinque kili, il basket, la musica, il telefono fisso, la tv in bianco e nero, i pochi soldi, le non-vacanze, l’auto di seconda mano a ventuno anni. Ricordo, ed ero pieno di gioia nella mia turbolenta e vivace giovinezza. Le ragazze, non mancavano cz cz, eravamo sani e forti e pieni di voglia di fare cose, di studiare, capire, fare politica, anche di litigare, fino ai diciotto anni non evitavo le risse, qualche cazzotto, qualche occhiale rotto, un labbro spaccato, mi offendevo facilmente ed ero di parola facile. Anche allora c’erano bulli e bullismi, io stesso sono stato aggredito un paio di volte da due o tre coetanei, ed ho reagito a freddo picchiandoli poi uno alla volta. Avevo sedici o diciassette anni. Non so se era bello, ma era un bullismo diverso da quello dei minorenni metropolitano di oggi.

Quando volevo parlare con qualcuno andavo da lui/ lei senza storie, anche senza telefonare. “C’è Roberto, c’è Maria Grazia, c’è Marina, c’è Andrea?” chiedevo a chi trovavo in casa. E mi rispondevano, e io restavo o andavo via dicendo che li avevo cercati. In serata mi cercavano loro, e si andava al cinema, in palestra, oppure a… fai tu caro lettor mio.

E adesso che succede? Come stanno dentro l’anima questi ragazzi? Vedo la mia figliolona, grande, alta, bella non poco, intelligente e colta, quasi dottorina, musicante esperta, anche lavoratrice nella trattoria vicina. Ma non mi spiega bene come stanno le cose, o sono io che non capisco. Mi rimprovera la lentezza di comprendonio. Come? A me? Ebbene sì “Papà, tu non capisci“. Ma è sempre destino delle generazioni precedenti non capire?

Sembra che il tempo stia accelerando sempre di più, oppure sono le cose che cambiano più velocemente? In ogni caso, antropologicamente parlando, siamo ancora, come in tutti i tempi passati, irriducibilmente esemplari unici, e provvisti di intelligenze diverse, com’erano anche la Lucy del professor Leakey o l’homo naledensis. Se Maria De Filippi e Di Maio trovano adepti tra cui non ci sono io e Beatrice ci sarà qualche ragione, o no? Ma trovano adepti, eccome se li trovano, perché ognuno ha il QI (quoziente intellettivo) suo proprio, come i bambozzi che fanno baby gang a Napoli e Torino e dove volete voi. Stupidi, ma meno dei loro genitori, che lo sono meno dei loro nonni, e forse meno dei loro vicini, e così via.

Come si fa a parlare con questi? Ci interessa? C’è un linguaggio adatto a instaurare un dialogo? Una volta si diceva l’esempio, ché l’esempio è più forte ed efficace di ogni discorso. Vero, ma il tema da svolgere riguarda l’accettazione della miseria umana, che è sempre rediviva, quasi perenne, speriamo quasi, poiché l’evoluzione ominizzante è lenta, lentissima. Siamo sempre e comunque scimmie pelate, homines erecti, idioti deambulanti a fasi alterne, e, nel migliore dei casi, capaci di piangere, di attenzione, perfino di intensificazione solidale, cioè di amore.

Siamo buoni e cattivi, intelligenti e stupidi, scorfani e sublimi, uomini e donne che camminano per questo mondo un po’ sbilenco e un po’ stupefacente, senza la pretesa di capire tutto e tutti.

Vite e morti operaie ed etica del lavoro

I quattro operai morti sul lavoro ieri a Milano sono la punta dell’iceberg di una situazione molto seria. Fino a un paio di anni fa (2015) il trend annuale di decessi sul lavoro, a far data dall’emanazione nel 1996 del Decreto Legislativo 626, nel 2008 sostituito dal Decreto Legislativo 81, era in decrescita certa. Si era arrivati a poco meno di settecento, numero comunque di dimensioni terribili, ma si partiva due decenni prima da quasi duemila morti sul lavoro per anno. Nel 2017, invece, si è tornati a sfiorare il migliaio, come nel 2016. Analizzando le fattispecie delle causali, restano in prima fila gli incidenti stradali nel settore dei trasporti, le cadute dall’alto in edilizia, gli schiacciamenti in agricoltura e nell’industria, riportando qui alcuni dati senza pretese di precisione statistica.

Personalmente mi occupo da anni anche di sicurezza e di igiene del lavoro nelle mie attività di consulenza direzionale d’impresa, e di formazione, non sotto il profilo tecnicale della pratica di prevenzione, tipica dei Responsabili del Servizio di Prevenzione e Protezione, in acronimo RSPP, che devono essere presenti in ogni luogo di lavoro, pubblico o privato che sia, ma sotto il profilo della vigilanza etica del tema, dei valori sottesi ad ogni attività d’impresa, e quindi degli indirizzi organizzativi e gestionali da fornire alle direzioni aziendali.

Come presidente di alcuni Organismi di Vigilanza ai sensi del Decreto Legislativo 231 del 2001, con i miei colleghi dove l’organismo è collegiale, e in ogni caso là dove sono Garante unico del Modello organizzativo, ho sempre posto il tema della sicurezza del lavoro al primo posto tra gli argomenti curati e trattati. Sappiamo che il Modello organizzativo vigente ai sensi della citata normativa, ha avuto una particolare spinta dopo la tremenda tragedia della Thyssen Krupp di Torino, che ha mostrato come in pieno ventunesimo secolo ancora vi sia tanto cinismo gestionale da porre in pericolo le vite dei lavoratori. Il cosiddetto “Modello 231” di Organizzazione e Gestione non inficia la linea gerarchica dei soggetti economici o comunque operativi di cui si occupa, poiché non emette ordini di servizio o direttive, ma si pone in una posizione di osservazione autonoma dei modi gestionali dei gruppi dirigenti, intervenendo di propria iniziativa o su segnalazione di chiunque noti una violazione di legge o comportamenti incongrui e tali da pregiudicare il rispetto delle leggi e l’incolumità delle persone nell’agire quotidiano, predisponendo verbali di indirizzo e suggerimenti agli enti e ai soggetti decisori. In questo modo, il soggetto impresa-ente si pone giuridicamente in quello che viene chiamato “regime esimente”, rispetto alla giurisdizione della magistratura in ordine alla commissione di illeciti amministrativi e di reati penali. In altre parole, il magistrato che conduce un’inchiesta a fronte di una violazione di legge riterrà responsabile dell’atto la persona che ha commesso l’atto stesso, esimendo l’azienda dalle responsabilità.

Detto questo in una sintesi non precisissima, ma sufficiente a far capire al lettore il senso del discorso, torno al tema dei tre morti sul lavoro a Milano. Si dice che non ha funzionato l’allarme che avrebbe dovuto segnalare la presenza di gas letale nell’area di lavoro. Certamente tutte le macchine e impianti che l’uomo costruisce a fini lavorativi, possono subire dei guasti ed avere delle imperfezioni, su questo nessuno nutre dubbi, per cui ogni soggetto economico è tenuto ad utilizzare ciò che il mercato delle macchine e degli impianti, nonché ciò che le tecno-scienze suggeriscono nella loro continua evoluzione, offrono di meglio in tema di sicurezza. Così come deve verificare il livello di formazione degli addetti e il suo aggiornamento costante, le condizioni fisiche e psichiche dei lavoratori e il modo della gestione in essere, onde ridurre al minimo lo stress non legato all’impegno obiettivo del lavoro stesso. Quello su cui ci si deve soffermare è un altro tema, quello di una visione del lavoro che sia supportato da un’etica ben declinata e conosciuta da tutti i soggetti coinvolti.

Non l’uomo per il lavoro ma il lavoro per l’uomo, sosteneva con la veemenza sua tipica papa Wojtyla. Io, di famiglia operaia, che ho visto mio padre partire per le Germanie (come si diceva allora) da quando avevo cinque anni e fino ai mei diciotto, avevo una visione quasi sacrale del lavoro, che mi ha portato spesso sul  versante di una sua quasi assolutizzazione. Ho dovuto anch’io rivedere alcune posizioni mie, ricredermi e in questa fase mia, in modo particolare.

Nella mia attività considero ancora il lavoro decisiva per l’uomo, ma correlata e delimitata in quadro di equilibrio esistenziale.

Teniamo conto che il lavoro è una necessità e anche un mito, sia sul versante storico delle dottrine e delle prassi socialistiche, sia sul versante liberal-liberista del capitalismo, tutti consapevoli che l’attività umana è indispensabile per trasformare la materia e costruire beni necessari alla vita delle persone e dei popoli. Ma forse è tempo di ri-declinarne la valenza etica, riflettendo sulla sua distribuzione e sulla giustizia che deve caratterizzare la sua remunerazione.

Nel mio piccolo ho sempre curato questo aspetto, esercitando talora poteri diretti e talaltra quella che oggi sia chiama moral suasion, direi con successo.

Infatti, il maggior numero di infortuni avviene là dove vi è un’organizzazione più deficitaria, là dove ci sono operatività in subappalto con ribassi vergognosi, là dove la vita umana è ritenuta un optional, non il focus del valore etico dell’agire. E’ su questo piano, etico-morale e, vorrei dire, addirittura antropologico e culturale, che si deve agire. La politica ha il compito della normazione, ma ogni persona, impresa, parti sociali, sindacati, associazioni datoriali, scuole, università, famiglie, la chiesa stessa, devono riflettere sul lavoro come dimensione esistenziale importantissima, ma non unica, della vita umana.

Alcune strepitose idiozie nelle proposte pre-elettorali della politica attuale

…anche se ho già utilizzato questo trittico post-rinascimentale di uomini politici di discutibile valore, lo metto pure qui, perché ben intonato al testo che segue, dopo una premessa filosofica, in vista delle elezioni politiche del 4 marzo prossimo, perché i politici spesso non sanno neanche di ciò che parlano, come si potrà ben dedurre dagli otto esempi sotto riportati. Bene.

Per me la parola e il discorso, il dialogo e i concetti sono un crogiolo incandescente, che serve all’uomo per chiarificare il pensiero, dipanare le contraddizioni, accettando la diversità e ponendo le diverse posizioni al vaglio del senso critico alla ricerca del senso di ogni cosa che si afferma o si nega, di ogni cosa che si fa o si disfà. Il crogiolo presuppone un fuoco che purifica, brucia parzialità e presunzioni, smaschera finzioni e certezze apparentemente acclarate. La fiamma calda della discussione civile problematizza, pone, domanda, senza la pretesa di avere risposte per ogni quesito, senza la superbia del prepotente o l’arroganza del sé putante culto e intelligente. Pazienza e coraggio a temperare le emozioni, ma senza spegnerle, solo per lasciarle de-cantare, appunto, nel crogiolo infuocato della relazione. La verità può dis-velarsi, e sempre parzialmente, solo se il ricercatore non la pretende, non la brama solo per sé, non la vuole costruire. Lo sguardo e la parola dell’altro ci può far scoprire percorsi e mondi concettuali finora impensati, eppure plausibili, tanto quanto i nostri, anche se a volte radicalmente diversi, fors’anche solo perché diversamente detti, e comunicati e confessati.

Diversamente dalla politica, dove vale solo quello che pensa, dice e propone la tua parte, mentre è da esecrare quanto propone la parte avversa. Un assurdo logico e un delitto morale.

E ora, caro lettore, desidero proporre alla tua attenzione, appunto, un po’ per sorridere e un po’ per meditare, otto sesquipedali stronzate provenienti da tutto l’arco costituzionale, e le ragioni per cui sono tali:

9/10 euro di salario minimo, mentore Renzi: è impossibile stabilire un salario minimo in questo modo, non tenendo conto della situazione concreta, del settore operativo e della redditività aziendale, per cui potrebbero essere equi in qualche caso 8 euro o anche 12/15, e poi bisogna vedere e dire se lordi o netti. La proposta di Renzi è, dunque, genericamente casuale e imprecisa/ incompleta;

critiche al Jobs Act, mentori destra e grillini: è una critica ingenerosa che mostra una radicale non conoscenza dei contratti a termine e del rapporto tra flessibilità e precarietà, che non sono sinonimi ma neanche opposti. Il Jobs Act ha funzionato abbastanza e comunque, in una situazione media, un contratto a termine vale non molto meno di uno a tempo indeterminato in base alla legge citata, il quale è comunque potenzialmente a termine entro i 36 mesi, cari critici senza arte né parte;

abolizione delle tasse universitarie, mentore Grasso e suoi sostenitori plaudenti: caro presidente del Senato della Repubblica e “ragazzo rosso”, non le sembra che la sua proposta, ancorché onerosissima, sia un regalo alle famiglie benestanti o quasi, visto che chi ha l’ISEE bassa ed è studente meritevole per profitto le tasse non le paga?

vaccini, mentori M5S e Salvini: non so se vivete in questo mondo o in uno immaginario, visto che la scienza e la ricerca hanno ridotto così tanto le malattie in quest’ultimo mezzo secolo;

canone Rai, mentore Renzi: e così rendiamo ancora più generico e commerciale il servizio pubblico; ma invece, perché non si occupa dei tetti sfondati dei compensi ai Fazio e ai Vespa, piuttosto?

pensione minima a 1000 euro, mentore Berlusconi: bisogna anche dire, esimio, dove si vanno a prendere le risorse, o no?

reddito di cittadinanza, mentore Di Maio: come detto e di più per le pensioni minime, e con un’aggravante: caro Di Maio, lei vive sulle nuvole da inespertissimo anche se altrettanto arrogante per posture e detti, ignaro degli elementi basici della psiche umana: se lei dà quasi 2000 euro al mese a una famiglia di quattro persone, specie di certe zone italiane, chi glielo fa fare di cercarsi un lavoro da 1200/ 1400 euro?

abolizione della legge Fornero, mentori Salvini, sinistra sinistra, Di Maio: come per i due punti precedenti.

Basta?

L’uomo nel pensiero moderno e contemporaneo

Una selezione mirata, anche se molto parziale, di pensatori moderni e contemporanei, mi ha accompagnato nella preparazione di questo corso dedicato a un target (come si dice) di appassionati delle discipline filosofiche e, oramai, in parte anche un poco cultori.

Dieci lezioni o, per meglio dire, dieci incontri nei quali –more solito– non ci si annoierà perdendoci in stantii stilemi accademico-eruditi, ma si discuterà dell’uomo d’oggi traendo ispirazione dal pensiero di autori come Marx, Freud, Kierkegaard, Heidegger, Gadamer, Ricoeur, Marcel, Eliade e altri per riflettere sulla concezione antropologica che ognuno di loro ha proposto al lettore e ora… anche ai partecipanti di questo corso, con la propria opera, permettendo un confronto libero con il vissuto di ciascuno.

Un tema oggi tanto più intrigante di un tempo, forse, mentre il pensiero umano si è frantumato in mille rivoli, a volte perdendo di vista l’indispensabile metodica logico-argomentativa e, talora, la stessa onestà intellettuale.

 

caro lettore, cliccando qui sotto troverai il documento guida del corso

L’Uomo nel pensiero moderno e contemporaneo

Felicità e Perfezione vs. Gioia e Perfettibilità

Chi mi conosce bene sa che non amo e non credo nei primi due termini e concetti del titolo (felicità e perfezione), mentre, al contrario, utilizzo e credo molto nel terzo e nel quarto lemma (gioia e perfettibilità). Per me le parole sono più che pietre, sono la cosa-stessa-che-dicono, e perciò vanno curate con grande attenzione e rispetto degli etimi secondo le accezioni condivise nel tempo dato, cioè il nostro.

Sulla felicità ho scritto sette o otto anni fa  -a “quattro mani” con la dottoressa Anita Zanin, psicologa e pedagogista mia amica- un libro intitolato Educare all’infelicità, edito da Segno, per cercare di comprendere ed elencare i peggiori errori educativi che si fanno con i bambini e gli adolescenti, sia in famiglia, sia a scuola, e fors’anche nelle altre agenzie più o meno educative come la parrocchia, i circoli culturali, le squadre sportive, i centri di aggregazione di ogni genere e specie.

La felicità, dal latino felicitas e, meglio dalla radice sanscrita fe, cioè fecondità, è uno stato dell’anima positivo, anzi eccellente, di tipo continuativo: “…e vissero felici e contenti“. Ma, come sappiamo dalla nostra esperienza, ciò è falso, falsissimo. Ogni stato dell’anima umana è, per definizione, temporaneo, e pertanto lo stato di felicità, così come è generalmente inteso, è non plausibile, non solo improbabile, o forse, meglio dire, impossibile.

Sulla perfezione ho scritto già molte volte, anche in questo sito, e la riassumo così. Parlando della perfezione ho sempre avuto presente il lemma radicale latino, dal verbo perficere, della terza coniugazione (paradigma: perficio, is, perfeci, perfectum, perficere), che significa “condurre a termine”, cioè “terminare”. Il modo supino “perfectum” da cui si trae origine il participio passato perfectus, a, um, se in italiano suona come un qualcosa di fatto-estremamente-bene, che più di così non si può, in latino, come s’è visto, ha tutt’altra accezione principale.

Nella teologia classica il concetto di perfezione corrisponde quasi alla lettera a ciò che si intende per completa virtuosità, quasi ad imitazione di Cristo, per cui la sua ricerca era il modo per santificarsi, cioè rendersi perfetti, e dunque -in quanto santi- separati da chi ancora indulge nella peccaminosità del vizio, a partire dai sette canonici: superbia, invidia, cupidigia, accidia, iragola e lussuria, a mio parere in ordine decrescente di gravità morale. Anche una parte dei confessori di impostazione forse gesuitica avevano (e hanno) la medesima mia opinione. Del resto che la superbia e l’invidia siano i vizi/ peccati peggiori è di immediata evidenza anche al buon senso comune. Pertanto, la ricerca della perfezione, in quest’ambito, non può che essere una ricerca della perfettibilità, non di più, pena un atto di superbia fondamentale.

La gioia, invece, è tutt’altro rispetto alla felicità, poiché non implica -intrinsecamente- una durata di una qualche importanza, ma può essere anche istantanea, o di breve durata. Come a volte il sole spunta tra le nuvole piene di pioggia (cf. la canzone di Alice Il sole nella pioggia), così la gioia può apparire in una situazione di dolorosa esperienza, di trauma o di malattia. Momenti psico-spirituali che ho sperimentato e sperimento tutt’oggi, come è nella vita ordinaria di ciascun essere umano. La gioia è un’interruzione del dolore, a volte, quasi a ricreare un equilibrio vitale. E dobbiamo farcela… bastare, oso dire, senza ricercare improbabili eden, che sono illusori e irrealistici.

La gioia -come stato dell’anima- è perfino preferibile a un’ipotetica felicità, poiché prevede anche la valutazione della sua assenza, e la sua totale valorizzazione quanto compare a interrompere, per dire, la tristezza o il dolore, fisico o psichico, o spirituale che sia.

La dimensione del fare, cioè quella che i pensatori medievali di matrice aristotelica credevano, o ratio operandi, richiama la nostra attenzione, invece, sul perfettibile, vale a dire su ciò che può essere migliorato, anche indefinitamente. La perfettibilità è come un numero periodico, o come un limite di cui si presuppone l’esistenza, perché fa parte dell’umana dimensione, ma le cui misure non si conoscono; oppure come una curva asintotica, che si può avvicinare al vertice di un climax, ma senza tangerlo mai, lasciando così spazi in-definiti alla crescita, se pur misurata per centesimi, o millesimi o milionesimi della stessa unità di misura.

Non dunque perfezione dell’agire, per cui se non la si raggiunge, càpita di sentirsi frustrati, delusi o addirittura depressi, ma perfettibilità, cioè atteggiamento di ricerca continua del miglioramento, posta nel contesto senza ansia da prestazione e senza arroganza o prepotenza verso gli altri.

La perfettibilità, nelle varie situazioni esistenziali e nel mondo, si declina spesso come crescita, come miglioramento continuo, concetto molto noto in ambito economico e aziendale, dove ci si deve continuamente adoperare per acquisire sempre maggiori competenze, attraverso un uso intelligente delle proprie conoscenze, mettendoci in ascolto di chi ne sa di più, e così traendo giovamento individuale per la crescita delle nostre competenze e professionalità, unica garanzia di un prosieguo positivo del nostro lavoro nella difficile competizione attuale.

Gioia e perfettibilità, dunque, vs. felicità e perfezione, vincono, proprio per la nostra strutturale im-perfezione di esseri umani, connotati da qualità e limiti, virtù e vizi,  forza di volontà e pigrizia, nel continuo incedere delle nostre vite, di cui siamo in buona parte responsabili.

Estetica ed estetismi, alla ricerca della bellezza come verità… e viceversa

A volte si confonde, discorrendo, la dimensione estetica con i vari estetismi, compiendo un errore concettuale, ma anche eticamente rilevante, e madornale.

Infatti l’estetica è uno sguardo sull’essere delle cose, nientemeno, e viene -logicamente- prima dell’etica, che è uno sguardo profondo sul bene e sul male presenti nell’uomo e nel mondo.

Aristotele insegnava che la conoscenza intellettuale parte innanzitutto dalla manifestazione delle cose alle facoltà percettive umane, dall’àisthesis, e non può che essere così: è l’evidenza delle cose che mi dice la loro verità, a eccezione di cose che sono talmente distanti da non poterle direttamente percepire con i sensi, ma so che esistono, poiché chi me ne parla è degno di fede. Inoltre, per Aristotele, diversamente che per il suo maestro Platone, il quale diffidava dell’arte come copia di copia (della natura), anche l’arte -intendendosi qui le arti figurative, soprattutto- poteva manifestare una realtà vera, perché fondata sull’imitazione della natura stessa.

L’estetica è dunque la manifestazione dell’essere delle cose, assumendo però nel contempo anche un’accezione riguardante la loro armonia.

L’estetica è un sapere fondativo, come parte della scienza dell’essere, ma oggi viene generalmente considerata come un’attenzione mera alla bellezza esteriore -digitare sul web il termine per credere- estrinsecata nelle immagini proposte dalla rete, dove vi è un profluvio di belle giovani donne, di procedure di trucco del viso, di fitness, cioè di attività legate all’estetismo.

E ciò è fuorviante, poiché nel momento in cui questa accezione viene travolta dagli eventi normali della vita, come l’invecchiamento, la malattia, incidenti e infortuni, o altro di doloroso e spiacevole, che causano una modificazione del canone di bellezza acquisito e introiettato, ecco che va in crisi la stessa visione identitaria della persona, che non si riconosce più, o solo in parte, nella nuova immagine esteriore, che l’evento negativo ha causato.

Per questo è bene, è sano distinguere rigorosamente tra estetica ed estetismo, pena la confusione terminologica e logica tra concetti molto diversi e di differente pregnanza etica. Infatti, a mente fredda si sa che il corpo cambia in ragione di vari fattori ineludibili e, direbbe il solito maestro Spinoza, “necessari”, nel senso che non-cessano-di-essere, in quanto connaturali alle cose della vita umana e del mondo.

Anche se possiamo far risalire -come occidentali- alla civiltà egizia il culto estetico ed estetistico del corpo, con l’uso del trucco e la cura dei capelli, e alla cultura greco-latina l’uso della maschera teatrale, che modifica il pròsopon individuale, o l’identità, creando la persona, ovvero possiamo dire che solo nella contemporaneità, o forse in parte a far data dal suo inizio nel XVIII secolo, l’estetismo si è posto come una dimensione importantissima della vita della relazione umana.

E dunque oggi si pone con grande forza la questione del rapporto tra estetica e verità, tra modificazione artificiale e realtà sottesa, tra la pelle e il trucco, tra il colore dei capelli e la tinta, tra la struttura corporea atletica e giovanile e il cambiamento dovuto al tempo e alle vicende dell’esperienza del vissuto.

Dimenticare che l’estetica è la manifestazione dell’essere a qualsiasi età e in qualsiasi condizione si sia, ovvero scambiare la bellezza patinata delle riviste di moda e di fitness per manifestazione della verità estetica  è un errore gnoseologico e logico, e un non senso morale.

Ricordarlo è, invece, un segno di rispetto per ciò che si manifesta come vero, come reale-vero, e quindi degno di rispetto, cioè di essere guardato di fronte come buono e come bello: non è vero, infatti, che la bellezza si trova solo nella gioventù, poiché la bellezza è manifestazione di verità, la quale ci cerca, se la sappiamo trovare, ovvero si trova, se la sappiamo cercare, in ogni momento e condizione della nostra vita.

Lo sguardo profondo anche se talora malinconico di una persona anziana è esteticamente bello e importante come il corpo vigoroso di un atleta, del discobolo di Mirone, fai conto gentil lettore. E altrettanto vero, e dunque buono.

“La vita, amico, è l’arte dell’incontro…”

Così cantava, verso la fine degli anni ’60, ma come stesse parlando piano, con toni delicatissimi da bossa nova, Vinicius de Moraes, poeta brasiliano amico di Sergio Endrigo, con cui e con Giuseppe Ungaretti fece un disco dal titolo omonimo.

Un disco e un testo molto bello che introduce poeticamente il tema della relazione tra umani, e dunque l’incontro, la relazione, la costruzione della società…

Facciamo insieme una carrellata su un etimo fondamentale per la vita umana, quello di socio, società, sociale, socialismo, etc..

La societas (cioè la “società”) è una nozione-concetto che significa -fin dalle norme del Diritto Romano- contratto consensuale, un’obbligazione consensu contractae. La sua messa in funzione iniziò probabilmente con l’incremento dei traffici commerciali nel mar Mediterraneo da parte di Roma. Poteva essere bilaterale o plurilaterale in cui i contraenti, in base al principio della buona fede, si obbligavano a compiere una data attività o a conferire dei beni in comune per raggiungere un fine comune, dividendo in seguito guadagni e perdite.

Occorreva comunque un consenso durevole tra i soci, il conferimento di beni o il compimento di attività, uno scopo finale patrimoniale di interesse comune.

Se tutti i soci erano obbligati nel conferire beni o attività nella societas, contemporaneamente vi era anche l’obbligo degli stessi di ripartire guadagni e perdite derivanti dalla gestione della stessa. Fu pertanto fondamentale stabilire le quote di ogni singolo socio e se questo non fosse stato fatto si intendevano tutte uguali“. (dal web)

Vi era dunque la societas formata dai socii, dai soci. E la struttura diventava sociale, esprimendo quindi una socialità e un senso di coesione e di condivisione, quasi di con-vivenza. Infatti, anche oggi si dice che si sta in azienda più che in famiglia e l’azienda ha qualche analogia, oltre molte differenze, con la famiglia.

Il tema della socialità ha poi dettato immediatamente un altro tema o valore, quello della solidarietà, che è diventata virtù morale, fin dai tempi antichi, corroborata dall’antropologia cristiana, inizio e fomite di tutte le antropologie e di tutte le etiche umane successive, in Occidente, anche di quelle laiche, derivanti dalla temperie dell’Illuminismo, così come variamente declinato.

Da questo primo gruppo di termini, la storia e la politica hanno poi fatto derivare la nozione di socialismo, che è un amplissimo “luogo terminologico” significante scelte etiche, orientamenti politici, movimenti sociali, anche di carattere rivoluzionario, tesi a una trasformazione più o meno profonda della società nel senso innanzitutto di una tensione all’uguaglianza di tutte le persone o cittadini, sotto il profilo economico, giuridico e, appunto, sociale.

La visione socialista, soprattutto nella sua versione marx-engelsiana presuppone, però, anche una antropologia completamente rivisitata rispetto a quella precedente, che potremmo definire con un sintagma un poco azzardato illuministico-cristiana, consapevole degli irriducibili limiti psico-morali dell’uomo, peraltro confermati sostanzialmente dalle neuroscienze contemporanee.

Infatti, a differenza dei suoi predecessori del primo ‘800, denominati in genere socialisti utopisti, tra i quali possiamo ricordare Auguste Blanqui, Pierre-Joseph Proudhon, il conte di Saint-Simon e altri,  che non ritenevano possibile un egualitarismo perfetto tra tutti se non in una prospettiva che si può forse definire, nella temperie di quei decenni, quasi romantica, Karl Marx riteneva che la realizzazione di una società socialista e poi comunista avrebbe modificato l’uomo alle sue radici più profonde, antropologiche,  quasi ri-creandolo, facendolo meno egoista e più giusto, in una società di uguali. Si può dire che tale prospettiva aveva ed ha un che di messianico quasi si trattasse, e in qualche modo si può dire lo sia, di un’eresia cristiana.

Tutte queste dottrine e movimenti di matrice socialista tendevano comunque verso un certo superamento delle classi sociali e della proprietà privata, fino all’abolizione dello Stato stesso, come nella linea anarchico-rivoluzionaria (cf. M. Bakunin e P. Kropotkin) certamente con accenti e toni diversissimi tra la linea utopista e quella del socialismo “scientifico” di matrice marxiana.  La data discrimine tra le due linee teoriche e politiche si può ritenere il 1848, con la pubblicazione, da parte di Marx e Engels, del Manifesto del Partito Comunista.

In ogni caso i termini socialismo e comunismo non possono essere trattati, utilizzati e ritenuti come sinonimi, poiché il socialismo, nel tempo e soprattutto nelle sue più recenti declinazioni pratiche si è connotato sempre di più come socialdemocrazia, cioè un modello che accetta l’economia di mercato e la proprietà privata all’interno di istituzioni democratico-liberali. Il socialismo democratico, nelle sue varie versioni, latine, e anche italiane, e nordeuropee si colloca tra la prospettiva marxista e quella borghese-capitalista, cercando una via mediana nella prassi socio-politica.

In Italia questa linea si può far risalire soprattutto alla lezione di leader come Turati, Pietro Nenni e fino a Bettino Craxi.

Nelle fasi più dure della storia del Novecento, il conflitto tra prospettiva comunista, diventata oramai stalinista, e visione socialista, giunse al punto che i comunisti chiamarono i socialisti social-traditori e social-fascisti, per poi, dopo la caduta del Muro di Berlino, dover ammettere che la prospettiva socialista era quella più razionale e plausibile, salvo ulteriori incomprensibili resipiscenze, come quelle italiane di questi anni e mesi.

La socialdemocrazia, corroborata peraltro dal pensiero cristianosociale, dalla metà del XX secolo ha costituito il nerbo del riformismo sociale, allargando la base del benessere delle persone con le politiche di welfare e di una migliore divisione delle risorse. Restano comunque problemi ciclopici, che non possono essere risolti con scorciatoie rivoluzionarie anche armate, come la storia degli ultimi quarant’anni ha mostrato.

Accanto a queste affascinanti storie di politica, e per tornare al nostro titolo, possiamo rinforzare queste riflessioni citando il pensiero di filosofi nostri contemporanei come Martin Buber ed Emanuel Lévinas, i quali declinarono le loro teorie guardando all’imprescindibile esigenza di considerare la vita delle persone singole, nelle varie società, come un continuo dialogo per la costruzione di una relazione, nel riconoscimento del pari valore di ogni soggetto umano. L’Iocome-Tu di Buber e il Volto dell’Altro di Lévinas, sono la simbolica immagine di quello che Vinicius de Moraes e Sergio Endrigo chiamarono la vita come “arte dell’incontro”.

Un altro anno è andato

Nella conta degli anni il 2017 si sta per collocare in archivio. Un anno potente, crudele, da non rimpiangere. Per me. E anche, lo so, per molti.

C’è da essere sconfortati come sono di solito gli opinionisti che vanno per la maggiore nei quotidiani, cotidie scriventi e scrivono e non han molte altre virtù (da libera eco carducciana). E invece no.

Nonostante Trump e il suo essere più che presidente degli americani, tycoon di se stesso, falso e autentico nel contempo mentre il parrucchino e i denti gli si rinnovano a seconda della bisogna. Eppur è stato votato da metà votanti, quantomeno, e anche Michele Serra si è accorto, più gramscianamente che marxianamente, che i governati non son meglio dei governanti. L’uomo non si emenda per decreto, vivaddio! E’ una bella conquista, convincersi che l’homo novus è quello che siamo ogni giorno, pazientemente più vecchi e saggi, quando ce ne rendiamo conto, però, di essere ogni giorno più vecchi e saggi. Peccato che molta parte della sinistra politica, quella spesso maggioritaria qui da noi, abbia sempre pensato che il sol dell’avvenire appartenesse, non tanto alla pazienza delle riforme democratiche e sociali, ma a una palingenesi antropologica, lasciando alla destra -ovviamente- il culto dell’individuale arroganza, ma senza apprezzare molto, se non recentissimamente, l’irriducibile differenza di ogni soggetto da qualsiasi altro, dico, soggetto umano. Collettivismo senz’anima individuale. Non lasciamo alle destre l’apprezzamento della persona-individuo e la nozione di patria e di matria, perdio!

Le guerre sono lì, numerose, varie,  tutte crudeli, quasi innumerabili, non dichiarate, gli ambasciatori sono livree che non servono, sono mestieri imbalsamati per ruoli oramai finiti. Epperò servirebbero le ambascerie, eccome, se si capisse che non è questione di tecnica comunicativa, ma di buone relazioni, di sincera voglia di conoscere quell’altro lì, quello là, che di solito non capisco, e che talora aborro o addirittura -inspiegabilmente- odio.

Siamo in sette miliardi abbondanti sul bel pianeta  ancor pieno d’acque, e saremo –secundo el parer de li studiosi– dieci o undici tra mezzo secolo. Un chilo di carne di manzo richiede decine di ettolitri d’acqua per essere prodotto, forse che (nonne più congiuntivo) non sarebbe meglio utilizzare meglio la qualità nutrizionale dei cibi, piuttosto che la standardizzazione? E’ chiaro che lo standard riduce i costi… ma a breve, ché nel medio-lungo farà danni intuibili anche all’inclito. Cioè a me e a te, caro lettor, che pensavi fossi scomparso dall’etere. E come vedi stavo solo riposando un po’.

Pare che il terrorismo sia una dimensione endemica della storia umana. Accanto ai fatti di cronaca, noti a tutti, emergono ricordi di varia natura, come la cattura in Portogallo di uno dei responsabili della strage di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974. Ovvero, di Norbert Feher, alias Igor il Russo, dopo nove mesi di latitanza e una scia di sei o sette morti, che viene catturato in Spagna. Serial killer criminale comune determinato freddo spietato e terrorista perché terrorizza?

La salma di Vittorio Emanuele III torna in Italia da Alessandria d’Egitto su un volo di Stato, è ragionevole o no? Non condivido perché il giudizio storico sul re-soldato non può non essere severo, non foss’altro, ed è moltissimo, che per la firma delle Leggi razziali del ’38 e per la vigliacca fuga a Brindisi dopo l’8 settembre ’43. Va bene che riposi a Vicoforte accanto ad Elena, ma sarebbe stato meglio fosse tornato con mezzi diversi e privati.

La salute è il bene primo della vita, lo sentiamo dir fin dall’infanzia e quando questa vacilla temiamo, barcolliamo, teniam paura e chiamiam la mamma. Scherzo, ma non troppo, caro viandante della rete che indugi sul mio scritto. E dunque abbiamo da tenerla da conto, se pur sappiamo che non tutto, anzi forse un po’ poco, dipende da le nostre voluntadi. Ma basta che queste sien poste verso la cura positiva del corpo e dell’anima nostra, con passion e umilitade, e anche con la disposizione d’animo della preghiera all’Onnipotente Iddio che tutto vede e sa e contempla dal suo sguardo sine limite ullo.

Ambiente: vedere un orso polare che si accascia morente di fame è scena quasi inguardabile. Che cosa stiamo facendo alla Terra? Ce la faremo a capire, o almeno a comprendere che noi stessi siamo gli autori del nostro proprio destino terracqueo, almeno (o di più, perfino) come per quanto riguarda la nostra salute individuale?

Un altro fatto da mettere qui, non perché sia bello, ma perché ha una sua densità politica: il neo costituito governo -si diceva un tempo- clerico-fascista (ma è una dizione forse ingenerosa per il giovanissimo cancelliere democristiano Kurz) intende concedere la cittadinanza austriaca ai cittadini italiani tedescofoni  dell’Alto Adige o Sud Tirolo, che dire si voglia. Mi sembra faccia il paio con altre tendenze, non patriottiche, ma nazionaliste e patriottarde, ultimamente apparse in Polonia e in Ungheria, come se gli ex satelliti dell’URSS volessero affrancarsi dal passato stalinista diventando razzisti e fascistoidi. Bruttino, anzi brutto. In Italia non mancano i mentori di questa tendenza che spero venga sconfitta.

Leggo dopo anni di nuovo un libro bellissimo, Narratori delle pianure, edito da Feltrinelli nel 1985, autore Gianni Celati, che insegna lingua e letteratura anglo-americana all’Università di Bologna e quella italiana in Inghilterra, se non sbaglio. Che cosa c’entra il libro con questo piccolo riepilogo sull’anno che se ne sta andando? C’entra perché racconta, narra di cose piccole che avvengono o sono avvenute lungo il corso del nostro gran fiume Po, che è grande per noi italiani, ma è ben piccolo se comparato ai grandi alvei dei fiumi asiatici, africani, americani. Io che ho visto il Paranà a Rosario d’Argentina e il Dniepr nell’omonima città ucraina, lo posso ben dire.

Celati narra storie piccine, ma non per questo insignificanti, cosicché mi ha suggerito l’idea di imitarlo, per zittire il frastuono talora orrendo della cronaca. Partire a primavera, dedicandovi una settimana, in treno, lungo l’asta del Po, magari un poco più su, dal Cavallino o da Chioggia in laguna, in treno, con uno di quei treni locali che si fermano ovunque c’è una stazione. Un poco senza mete precise. E scendere, che so, alla stazione per Porto Tolle, alla foce, e poi a Porto Garibaldi, evitando Ravenna. Risalire fino a Adria e pernottare, per arrivare il giorno dopo a Polesella. E poi Ostiglia e Mantova. Qui sì fare una sosta per l’Alberti e Andrea Mantegna. E poi Mirandola, Viadana e Casalmaggiore. Un po’ in treno e un po’ con il bus. Pernottare quando vien pomeriggio e si deve decidere. E cenare in trattoria, cercando quelle che hanno le tovaglie e quadrettoni rossi e il vino sfuso, rosso però, Sangiovese penso, stante la zona.

Per finire nella Bassa milanese, ma senza toccar la metropoli, ché sarò a caccia di silenzi e di discorsi fatti sottovoce nei vicoli e fuori delle osterie, sotto i portici antichi delle cittadine di pianura.

Un libro che raccomando al mio gentil lettore.

Per lasciar perdere le “cose grandi”, i grandi problemi del mondo, della società e della politica, non perché non mi interessino più, ma per respirare di nuovo aria pura, l’aria pulita delle cose semplici, quelle che mi hanno visto crescere al paese strano “delle acque”, a Rivignano. I cortili, i richiami attutiti dalla distanza, il parlato a volte urlato e talaltra quasi un bisbiglio, onomatopea della riservatezza dei semplici, come mia madre, che parlava forte solo perché abituata da ragazzina ai rumori della filanda di Palmanova, dove l’avevano impiegata a tredici anni, prima di andare a servizio a Torino, nella casa avita del colonnello Torquato Vanzi, da Poggibonsi, ufficiale di cavalleria del regio Esercito Italiano in pensione.

Dormire in qualche locanda lungo il Po, e svegliarsi senza fretta per prendere il prossimo treno o bus verso occidente, prima di tornare a oriente, dove sorge il sole, dove c’è il sapore della nascita e di tutta la mia vita.

La bellezza del cielo

Il mio amico medico dottor Massimiliano mi racconta di aver visitato un centro per bambini ciechi e di aver condiviso con loro per un’ora e mezza il vedere… nulla, stando completamente al buio. Le luci erano spente e le imposte chiuse del tutto, per creare una condizione analoga a quella di chi non ci vede.

Nel buio la vita cambia, mi dice, anche sorseggiare una birra sembra diverso, le voci… sono diverse, gli spazi diventano incomprensibili per il vedente, mentre sono noti al cieco, che li padroneggia senza problemi. E dicendo queste parole mi fa ricordare un mio amico musicante straordinario, Armando, che ti parla sorridendo dal suo buio luminosissimo e ti riconosce dal passo: “Ah, sei tu, Renato… è qualche tempo che non ci vediamo” Appunto “che non ci vediamo“. Per Armando vedersi è sentirsi, annusarsi, toccarsi. Altri sensi funzionano, e molto meglio che in noi vedenti. Lui sente e odora ciò che noi vediamo, intuisce ciò che noi argomentiamo vedendo, sperimenta con gusto ciò che noi trascuriamo.

Un’ora e mezza al buio ma in mezzo a tanto fervore vitale. E all’uscita l’esclamazione gli prorompe dal fondo dell’anima: “Ma quanto è bello il cielo, che bello è camminare, che bello è parlare, che bello è annusare, che bello è fare silenzio guardando, che bello è contemplare.”  Un’esclamazione improvvisa e irresistibile, dal cuore, da un sentimento finora silenziato, da una sensibilità finalmente potenziata.

In verità di questi tempi strani e difficili è venuta meno la facoltà della contemplazione, non ci accorgiamo di tutta questa bellezza, passiamo oltre dandola per scontata

E invece nulla è scontato, perché tutto è dono, tutto è gratia gratis data, come l’anima nostra immortale, divina.

Incontrare il dolore, oppure la mancanza di qualcosa, il male-defectio boni, insegna la vita.

Stamattina, mentre arrivavo alla fabbrica eroica della Pedemontana, ecco la neve sul Ciaurlec, bianchissima, intonsa dagli ottocento metri in su, e sul Raut, sul Resettum asperrimo e sul Cornaget, remoto nella valle più ascosa. Il cielo di un’azzurrità infinita, come capita quando l’aria si fa fredda e l’inverno incombe.

Questo pomeriggio, andando io per l’ultimo impegno quotidiano, una lezione, il cielo osservavo plumbeo, quasi di neve, ma a occidente uno squarcio, quasi un trapezio irregolare, d’azzurro, ancora, permeato di venature color viola. E mi sono incantato, memore del detto della meraviglia. Eppure i colori sono l’inganno ottico della luce, che te li presenta in tutta l’indicibile varietà delle sfumature.

L’incanto, lo stupore, la meraviglia ti prendono se ti fai prendere, finalmente libero dagli affanni del fare, dell’essere-presente-sempre dove ci si aspetta tu lo sia, a dire, a rispondere, a operare per produrre beni o servizi, e denari e reddito, per te e per gli altri.

Non possiamo permetterci di evitare la nostra funzione operativa nel mondo, il nostro contributo economico alla civile convivenza, non possiamo.

Però possiamo ogni tanto fermarci, e sostare sul ciglio della strada a guardare l’infinito spazio che ci separa dalle stelle.

Tra operatività e strategia

Il mio amico Gianluca, che dirige una grande azienda friulana, mi ha offerto un’interessante endiadi o sintagma di economia pratica: il rapporto tra l’operatività gestionale quotidiana di un’azienda e la strategia di sviluppo che la proprietà può avere in mente per il futuro. Si tratta di due dimensioni che si conciliano in un circolo virtuoso solo se si riesce, comunque, a tenerle anche rigorosamente separate, sia nella “testa” dei gruppi dirigenti, sia nella prassi dell’agire concreto.

L’operatività quotidiana è necessaria per la vita dell’azienda, ovvero di ogni struttura organizzata. Si tratta di governare processi e flussi lavorativi, decisionali, progettuali che hanno una scansione giornaliera, settimanale, mensile o pluri-mensile, secondo un normale diagramma di Gantt/ PERT, i cui protagonisti sono dirigenti, quadri, impiegati e operai a tutti i livelli, ciascuno nel suo ruolo. La figura più adatta a governare l’operatività è senz’altro quella del direttore generale (general manager).

La strategia, invece, appartiene al pensiero creativo di chi ha la vision, cioè la proprietà, che può immaginare il futuro come progetto, come percorso anche pluriennale, su cui investire energie, risorse economiche e soprattutto lavorare per la crescita del fattore decisivo in ogni organizzazione, il patrimonio umano. Ecco: siamo di nuovo a questo concetto. Il fattore umano, nella sua espressione virtuosa e anche nelle sue difettosità, resta e si conferma come il più importante dei fattori coinvolti in un’attività economica organizzata, come può essere un’azienda odierna. Questo principio generalissimo vale anche per qualsiasi altra struttura umana organizzata, oserei dire, in ogni situazione.

Parlavo in questi giorni con il direttore dell’Istituto superiore di scienze religiose della mia diocesi, e ricordavo come una ventina di anni fa fui coinvolto dall’allora direttore della Caritas, il mio carissimo amico don Angelo, per ripensarne il modello organizzativo. Lui si rendeva perfettamente conto che occorreva dare alla struttura di quel fondamentale “centro pastorale” della chiesa locale una organizzazione più razionale, dove si distinguesse in maniera rigorosa l’operatività quotidiana del soccorso alle persone, dalla progettualità più impegnativa che concerneva anche una pedagogia della carità, atta a far crescere spiritualmente le persone stesse.

E dunque si lavorò insieme con molti, presbiteri e laici a ripensare quella organizzazione, riuscendo a conciliare, mi parve egregiamente, lo spirito della Caritas, con la sua efficienza, fattore non secondario anche ad una lettura evangelica della carità non ferma alla catechesi dottrinale, ma profondamente innervata e incarnata nella vita concreta di donne e di uomini e della società tutta.

Mi sono poi accorto che l’analisi di Gianluca, da cui sono partito, corrispondeva, quasi sovrapponendosi ad essa, alla visione antropologica che io ho chiamato anche in questa sede, più volte, come prospettiva dei “due sguardi”, cioè lo sguardo sul qui-e-ora e lo sguardo di breve-medio, che consentono di separare i due modi e momenti, anche psicologicamente: l’impegno mentale, progettuale, programmatico e pianificatorio, rendendoli opportunamente e diversamente efficaci.

Vi è una virtù sopra tutte che aiuta a realizzare questo doppio binario operativo, forse due, l’umiltà in primis, e secondariamente la pazienza: due virtù tipiche della tradizione benedettina, che nel mondo occidentale per prima applicò criteri antropologici all’organizzazione ecclesiale dei monasteri. Ancora oggi la Santa Regola del Patrono d’Europa può costituire ispirazione feconda per chi dirige aziende o enti che fanno conto del lavoro di molte persone, ciascuna nel suo ruolo e nella sua mansione, ciascuna con la sua propria responsabilità e ognuno con una responsabilità verso tutti.

I due sguardi, ovvero la visione operativa e quella strategica sono la linea guida di ogni intelligente modello organizzativo che fa conto della condivisione di un progetto, e insieme di ogni differenza intellettuale e professionale, ricchezza inesauribile e integrabile in una struttura che vive e cresce armonicamente per conseguire un bene comune.

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