Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Simpatia, antipatia, empatia. Due persone, due storie: Ilaria Cucchi e Francesco Tedesco e… io stesso

Può darsi che quello che qui scriverò risulti a qualcuno sgradevole, ma ce l’ho in cuore da qualche anno e ora lo scrivo.

Parlo dell’antipatia, dal latino antipathia che deriva dal termine greco αντιπαθεια, formato da αντι cioè “contro” e da παθος ossia “passione”,  il quale può significare un’espressione di odiosità, un che di insopportabile, spiacevole, sgradevole, fastidioso, seccante, indisponente, malvisto, inviso e, perfino, ripugnante.

Mio padre usava quest’ultimo aggettivo quando voleva spiegarsi su una persona che proprio non gli piaceva.

E vengo al dunque.

C’è qualcosa che mi ha sempre disturbato nel comportamento di Ilaria Cucchi dopo l’omicidio del fratello Stefano. Me lo sono sempre chiesto e ho fatto non poca fatica a darmene ragione. Ci provo qui. Mi è antipatica, perché mi sembra che l’orribile morte del fratello le abbia aperto quasi una strada professionale, tant’è che le avevano perfino affidato una trasmissione televisiva, di scarso o nessun successo, e pertanto ben presto interrotta. Troppo faconda, troppo perfettina, sembrava quasi che per ogni sua apparizione televisiva avesse imparata una parte da dire, senza intoppi, quasi senza emozione apparente. Ottima parlatrice, il suo accento romanesco è stato sempre per me un antipatico disturbo.

Si tratta dell’interpretazione del ruolo troppo ben fatta, troppo efficace, troppo tutto. Mi sarei aspettato qualche intoppo, qualche incespicare della parola, qualche silenzio, no, nulla di tutto ciò. Tutto lineare.

Francesco Tedesco invece è un carabiniere che dopo nove anni dai terribili fatti dell’assassinio vergognoso e spietato di Stefano Cucchi ha parlato con il giudice, spiegando di aver tentato di bloccare i colleghi che massacravano il giovane a calci, pugni e schiaffi. La domanda è: perché parla dopo nove anni? Cosa lo ha fatto star zitto per tanto tempo? E’ coinvolto anch’egli nel massacro e ora cerca di tirarsi un poco fuori? Qualcuno nella gloriosa Arma lo ha dissuaso dal dire certe cose, spaventandolo e ricattandolo? Brutte, bruttissime cose.

Ma non dovremmo dimenticare mai, quando constatiamo queste malattie presenti anche tra i Carabinieri, figure come Salvo D’Aquisto, e non solo.

L’antipatia è un sentimento diffuso, come la simpatia, che è il suo contrario. Sono sentimenti forse un poco strani, perché irrazionali, e derivano da elementi generatori complessi: il primo impatto, i comportamenti successivi, i feromoni, che hanno addirittura a che fare con l’attrazione fisica. C’è chi è “naturalmente” repulsivo e chi, al contrario, attira. Anche nello stato nascente delle relazioni affettive scatta qualcosa che ha a che fare con ciò che esula totalmente dal ragionamento.

E’ sentimento, è “sentire”, è -misteriosamente- un’attrazione, una sin-patia, un’empatia, un qualcosa di irresistibile.

In particolare l’empatia, sempre dal greco antico “εμπαθεία” (empathéia, a sua volta composta da en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”), che veniva usata per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore-cantore al suo pubblico, significa una sorta di sentire insieme, in modo da accogliere i sentimenti dell’altro, facendosi quasi “altro”, come proponevano filosofi come Martin Buber, austriaco di origine ebraica, noto per la dottrina dell’Ich und Du, là dove l’io si fa tu e il tu diventa quasi un io, ed Emmanuel Lévinas, franco-lituano, noto invece per la dottrina del “volto-dell’altro” come condizione di vita nella quale il soggetto considera l’Altro, impersonato dal Volto proprio come un Soggetto, non mai come oggetto.

Un suggerimento esperienziale: mai esagerare in empatia, poiché potrebbero sorgere equivoci e squilibri nelle relazioni intersoggettive. Ognuno deve rimanere se stesso e dialogare difendendo innanzitutto le proprie opinioni.

Non so se personalmente sono -in generale- antipatico. Penso di no, soprattutto alla gente semplice, gli operai e le operaie che, anche se mi percepiscono come un complicato intellettuale, in qualche modo comprendono la mia natura profonda di uomo semplice, nato nel cuore del popolo e colà sempre rimasto, e per sempre, e quindi sono a loro simpatico. E, direi, alle donne, senza escludere i maschi, molti dei quali mi vogliono bene, perché comprendono il mio cuore e il disinteresse del mio agire fin da bambino, imparato da mia madre e da mio padre, che non selezionavano mai chi aiutare, ma aiutavano e basta chi ne aveva bisogno.

Ad alcuni, però, sono certamente antipatico, e ho cercato di capire se, oltre alle ragioni di carattere immediato a-razionali, che sopra ho cercato di sintetizzare, sussistono altre ragioni più connesse con il ragionamento, che sviluppano un sentimento di anti-patia nei miei confronti.

E penso di averci capito qualcosa. Di solito sono antipatico alle persone che ritengono io voglia mostrare le mie conoscenze culturali e competenze professionali, che sono -lo posso dire con serenità- vaste e variegate, come sa chi non è ottenebrato dall’antipatia e mi ha capito nella mia semplicità naturale, e nella mia quasi ingenuità buona. Queste persone cui sono antipatico cercano di evitarmi anche perché mi temono, temono di essere “sgamati” nei loro imbrogli e approssimazioni, per cui è meglio non rischiare una vicinanza da costoro ritenuta pericolosa e talora svergognante.

Può darsi che, se conoscessi dal vivo la Cucchi, cambierei idea, ma per ora così è. Queste persone non sopportano il confronto e, se possono, cercano rivincite su di me, specialmente se possono permetterselo per ragioni di potere economico o d’altro genere.

Questo lo comprendo benissimo e mi dispiace, perché penso che queste persone perdano un’opportunità, un’occasione. Come me, peraltro, perché ogni essere umano è portatore di valori di scambio.

Non vi è mai un vettore unidirezionale nei rapporti umani, mai, poiché funziona sempre uno scambio, che è un arricchimento reciproco, differenziato. Io sono sempre curioso degli altri e, anche se come per tutti funziona il meccanismo simpatia/ antipatia, prendo tempo e mi chiedo se per caso non mi stia sbagliando sulla persona tale o sull’altra. E lascio il giudizio sospeso, almeno finché non abbia una conferma inconfutabile, come può essere nell’umano, in un senso o nell’altro.

“Valore” e “valori” in Max Scheler e in altri pensatori


Max Scheler può essere considerato il pensatore contemporaneo che ha più e meglio approfondito il tema dei “valori” in ambito etico-filosofico, a volte dialogando e a volte polemizzando con il filosofo della politica Carl Schmitt.

Egli si mantiene in ambito rigorosamente filosofico, poiché rifiuta di sottomettere i valori ad ogni declinazione psicologistica o economicistica. Per lui i valori appartengono a una dimensione simpatetica della relazione tra umani, avendo “valore” in sé, non in funzione di qualcos’altro. Non contro Kant, ma quasi -si potrebbe dire- oltre Kant, Scheler ritiene che sia l’altezza morale del valore a qualificare l’intenzione morale dell’individuo che riflette, sceglie e agisce.

Per lui vige una gerarchia non convenzionale e crescente dei valori:1) i valori sensibili, 2) i valori vitali, 3) i valori spirituali e 4) i valori del sacro. Come si vede sono posti in scala, e c’è da pensare che lo stesso Abraham Maslow possa essersi ispirato a questa impostazione, quando elaborò la teoria dei “bisogni”.  Si tratta, per Scheler di una progressiva apertura dell’uomo al mondo (Weltoffenheit).

Il valore non coincide con bene e fine, poiché bene è un concetto che comprende sì il valore, un certo valore, ma non del tutto, in quanto il valore va oltre. Il fine è financo un termine che può anche non tendere o avere un valore, se è cattivo. in qualche modo il valore per Scheler è un dato trascendente, un po’ à la Platone, non tanto funzionale al benessere di stampo pratico tipico dell’etica aristotelico-tomista, ripresa in Italia, nel ‘900, dal Neotomismo di pensatori e docenti come Sofia Vanni-Rovighi e Gustavo Bontadini, ma senza escluderlo.

Per Scheler il valore è qualcosa che viene prima di ogni attributo delle cose, perché ne è l’origine, quasi. E’ generante le cose. E’ struttura di apertura al mondo, giammai costitutivo di ogni gerarchia dei valori o di un rapporto di forza fra i valori, per cui il valore superiore è quello capace d’imporsi “militarmente” sugli altri, poiché il bene è il volere il valore più alto in relazione alla solidarietà verso la comunità illimitata delle persone che amano. Essendo aperità, come scrive Heidegger, il valore si esprime sempre entitativamente, non solo puntualmente nel tempo dell’agire umano.

I valori personali si affermano non distruggendo i valori economici, ma solo dopo che i valori economici sono stati «appagati» e rilasciano, in un processo di sublimazione, la loro energia ai valori superiori. Nella storia, per Scheler, l’uomo si è sempre dedicato, tranne in rare e momentanee eccezioni, all’arte e alla cultura solo dopo aver appagato in qualche misura la fame e i bisogni primari, e qui torna l’assonanza e la coerenza con della “gerarchia dei valori” di Scheler con la “gerarchia dei bisogni” di Maslow.

La recezione e l’accettazione del valore richiede pertanto un complesso processo non solo ermeneutico ma pure formativo (problema della Bildung della personalità e dell’analfabetismo emozionale della persona): per Scheler infatti il punto di partenza dell’uomo non è l’ordo amoris ma piuttosto un disordine del cuore che va costantemente rettificato grazie all’esemplarità altrui (Vorbild).

Nel pensiero classico la nozione di valore, mentre in Platone si riferisce al bene, bello, giusto, vero, che sono poi le idee trascendentali,[1] secondo Aristotele, il valore è anzitutto ciò-che-vale-per-se-stesso, l’atto puro di essere, e solo successivamente si rifà anche all’economia, così come essenzialmente accade anche nella scienza economica classica – moderna di un Adam Smith o di un Ricardo, e perfino in Karl Marx.

Il termine greco è axìa – α̉xίa, vale a dire “merci”. Il valore riguarda quindi innanzitutto delle merci, che possono essere vendute o scambiate. Risale poi alle notazioni di Adam Smith la distinzione brillante fra “valore d’uso” e “valore di scambio”, là dove il filosofo ed economista inglese separa nettamente ciò che ha un valore suo proprio, anche incommensurabile, ma solo “d’uso”, come l’acqua che si beve o l’aria che si respira, e ciò che possiede, di per sé, anche e soprattutto un valore “di scambio”, come le merci e il lavoro umano, i quali sono quantificabili, pesabili in termini di corrispettivo monetario, e vendibili, concetti che Ricardo e Marx avrebbero successivamente sviluppato.[2] [3] [4]

San Tommaso recupera dalla tradizione platonico – aristotelica, e anche agostiniana, soprattutto la nozione di valore come essere, come bene, come giusto. Il valore è dunque la dignità della perfezione dell’essere, è un suo atto, è suo perché di natura, in quanto stimata e conosciuta da un soggetto conoscente (l’uomo). Nella modernità e nel mondo contemporaneo la nozione di valore è stata variamente considerata.

Se Kant aveva ritenuto come valore primario la purezza della legge morale “a priori”, autori successivi più vicini a noi, come il Lotze, il Brentano e il von Ehrenfels[5] sottolinearono gli aspetti più sentimentali o emozionali del valore. Più plausibili rispetto alla visuale che stiamo tentando di comporre in questo lavoro, possiamo ritenere le posizioni di Max Scheler, di cui abbiamo trattato sopra, e di Nikolaus Hartmann,[6] anche se forse indulsero in un certo fenomenologismo:[7] infatti, pur ammettendo che il concetto di valore possa essere ascrivibile a ciò che è bene, pur tuttavia questo bene è trasceso dal concetto di valore, che sarebbe una sorta di entità superiore, quasi platonicamente eidètica.[8] Si può capire lo sforzo di questi autori, se lo si contestualizza nella temperie culturale di fine ‘ 800.

Per quanto riguarda Heidegger,[9] la sua lezione nel campo delle scienze etiche non si può distaccare dalla sua ricerca teoretica e metafisica. Il maestro di Heidelberg rimprovera a Nietzsche di non aver saputo uscire dalla gabbia nichilista nella quale si è messo, ipotizzando per l’essere umano un “valore” inaudito e inconcepibile, quello di essere addirittura il sostituto del “dio (o meglio del Dio, n.d.r.) che è morto“. Che sarebbe morto, ma dopo tre giorni, secondo i Vangeli e Francesco Guccini risorge.

Interessante è la posizione di Jean Paul Sartre, che distingue con grande acume e creando un altrettanto grande sconcerto, fra l’essere-in-sé di coscienza, cioè la negazione di ogni sua datità sostanziale, e l’essere-per-sé, questo sì provvisto quasi di una facoltà creatrice, divina. Per Sartre l’uomo si crea la propria storia, l’uomo è la propria storia, sostanza, essenza. Siamo distanti da san Tommaso, ma in fondo non troppo, perché basterebbe intendersi su ciò che si intende per storia ed essenza o sostanza o natura. Se per storia si intende il puro divenire eracliteo, le due posizioni sono inconciliabili, ma se per storia si intende la possibilità di attuazione di ciò che è in natura insieme con ciò che le circostanze e la volontà umana producono, il suo principio di movimento e di sviluppo,[10] allora le due posizioni possono confrontarsi e non respingersi.

Possiamo infine citare per capacità comunicativa il sociologo F. Alberoni, che sostiene come i valori essenziali ed eterni dell’uomo, della sua vita, del suo destino non siano transeunti, ma richiedano di essere accolti e ascoltati con sempre maggiore attenzione.[11]

A questo punto, forse, è conveniente ammettere che il valore è nuovamente e classicamente da fondarsi sull’essere. In che modo?

Anche seguendo l’indicazione heideggeriana, che tenta di ricomporre un dialogo interrotto con la nozione dell’essere e di dare ad essa tutto il suo fondamento assiologico, poiché non collegare e correlare il valore all’essere, specularmente significherebbe relazionarlo al nulla, e dunque sarebbe una proposizione, in questo caso, assurda.

Si tratta ora di dichiarare nettamente chi stia al vertice di una prima scala di valori puramente umana, non temendo di collocarvi l’uomo stesso,[12] e non dimenticando Dio (almeno concettualmente), se si vuole definire la scala assoluta dei valori stessi. Ma in questo caso si pone la questione della credenza di fede. Il valore primo di questo mondo, l’uomo, riesce, anche perché è primo nell’ordine intellettuale, a comprendere la scala o gerarchia dei valori e dei beni, e riesce a goderne, anzi è qui per goderne, secondo ragione, in tutta la molteplicità nella quale si manifestano. E, a questo proposito, si possono anche in qualche modo classificare:[13] vi sono i valori elementari, o vitali, i valori estetico-razionali e i valori spirituali e/o metafisico-religiosi, tra i quali si può annoverare anche il valore morale.[14] Un altro aspetto su cui convenire è quello dell’assolutezza, ma anche della storicità del valore.

Assolutezza poiché il valore non può essere sottoposto alla distruttività del relativismo, senza perdere in razionalità; storicità, perché il valore stesso è una manifestazione storica, profondamente concreta e umanamente plausibile. La questione sta nel rapporto che vi è tra i due termini: non si deve intendere, infatti, l’assolutezza come un distacco intellettualistico e superbo dalla realtà storica, ma, d’altro canto, non si deve ritenere la storicità come un debito da pagare alla relativizzazione del valore. Il precetto “non uccidere” è stato certamente interpretato in modo diverso nella diacronia degli eventi storici universali, ma resta un precetto assoluto, che deve essere rispettato da ogni retta coscienza.

E’ Platone che spiega con più chiarezza, forse, in che modo si debba intendere l’assolutezza e l’universalità dei valori, che poi coincidono con le attribuzioni trascendentali degli enti/essenti. Egli sostiene che bisogna passare dalle cose belle al bello in sé, dai beni diversi al bene in sé, dalle azioni giuste alla giustizia in sé, etc..[15] In questo modo ciò che è particolare e contingente diventa, alla luce della ragione, universale e necessario. Ma Kant, fedele alla gnoseologia della sua prima Critica,[16] sostiene l’inconoscibilità degli enti in sé e per sé, ma solo delle loro manifestazioni fenomeniche, puntuali, contingenti, e dunque anche l’infondatezza di una conoscenza morale basata su valori assoluti.[17] Per Kant l’unica conoscenza “certa ed evidente”[18] è quella delle scienze fisico-sperimentali, al di fuori delle quali, si stende un oceano infido di imbrogli, antinomie e sofismi.

Su questa strada si sono poi posti anche autori come Max Weber con la sua teoria delle “visioni del mondo” differenti. La questione, ai nostri giorni, resta più che mai aperta, soprattutto in considerazione degli sviluppi della scienza, e quindi delle varie attribuzioni valoriali che vengono formulate nei confronti degli eventi scientifici e delle scelte legislative nei vari paesi.[19]

Quello che è certo è che non si possono confondere i valori con le procedure organizzative di qualsiasi genere e specie.

 

[1] In metafisica si dice nozione trascendentale ciò che è predicabile di ogni ente.

[2] Oggi in economia si parla di merci, prodotti e servizi vendibili.

[3] Ad es. sulla legge ferrea dei salari.

[4] Ad es. sulla nozione di plusvalore e sfruttamento del lavoro ( che sono altre questioni di rilevanza morale).

[5] Filosofi tedeschi, rispettivamente: (1817 – 1881), (1838 – 1917), (1859 – 1932).

[6] Hartmann N., filosofo tedesco, 1885 – 1950.

[7] Cfr. le posizioni in merito di E. Husserl e K. Jaspers.

[8] Cioè, riferita al cosiddetto “mondo delle idee”.

[9] Cfr. Heidegger M., in Sentieri interrotti, 1957, La sentenza di Nietzsche “Dio è morto”.

[10] Cfr. sul concetto di natura il p. M.J. Nicolas, L’idea di natura in san Tommaso d’Aquino, Tolosa,1972, tr. it. p. R. Coggi, Studium Theologicum Philosophicum S. Thomae, Bologna 2004.

[11] Cfr. Alberoni F., Le ragioni del bene e del male, Milano 1981.

[12] Cfr. dizione tommasiana circa l’uomo: “(…) persona significat id quod est perfectissimum in tota natura, scilicet subsistens in rationali creatura“, cioè, persona significa ciò che è perfettissimo nella natura tutta, così come sussiste nella creatura intellettuale, S. Th., q. 29, a. 3c.

[13] In proposito, anche la letteratura psico-sociologica contemporanea ha formulato delle dizioni classificatorie: ad es. cfr. A. Maslow con la sua “teoria dei bisogni”, in Motivazione e personalità, Ed. Armando, Roma 1998.

[14] Cfr. Mondin B., Il valore uomo, Roma, 1983.

[15] Cfr. particolarmente nel dialogo Simposio.

[16] La Critica della Ragione pura.

[17] Precisiamo qui l’accezione di “assoluto”, ab-solutum, non scioglibile, non modificabile.

[18] Cfr. con la dizione di scienza proposta dal p. G. Barzaghi o.p., in Dialettica della Rivelazione, “(…) La scienza è conoscenza certa ed evidente di un enunciato in forza del suo perché proprio, adeguato e prossimo”.

[19] Consideriamo qui le diverse posizioni che esistono sulle ricerche che coinvolgono la vita umana al suo nascere (i temi che riguardano l’embrione), e al suo declinare (i temi che riguardano l’eutanasia).

Correzione fraterna, vaniloquio, biasimo, maldicenza, giudizio temerario e calunnia

A modo di esempio vediamo qualcosa dell’agire umano a livello interpersonale, una “scala” di comportamenti umani che va dal virtuoso al gravemente vizioso.

La correzione fraterna, se fatta in presenza di un riscontrato errore comportamentale di un amico, di un collega di lavoro o di un dipendente, è doverosa e fortemente efficace, come è talora utile e psicologicamente opportuno il biasimo, se del caso, e se espresso con rispetto per la persona e con motivazioni circostanziate.

Vi è poi il vaniloquio, cioè un parlare inutile, che nulla porta al parlante e nulla all’uditore malcapitato. Martin Heidegger ne ha scritto una magistrale critica nel capitolo La chiacchiera, contenuto in Sein und Zeit, Essere e Tempo, opera sua primaria del 1927.

Altra cosa è la maldicenza, è il “dire cose non buone” di uno, ed è sbagliata, negativa, colpevole.

La calunnia è, infine, un comportamento fortemente negativo che può provocare conseguenze pericolose e gravi: è propalare notizie false e denigratorie nei confronti di una persona. Ma i confini fra ciascuno di questi atti sono ben definiti? Talvolta sono abbastanza confusi, evidentemente, fra atto e atto nella “scala di contiguità”  di gravità morale proposta. Per taluni il parlare male di altri è quasi una consuetudine. Solitamente chi sparla di qualcuno con un altro è portato a fare altrettanto quando incontra il secondo, ma a danno del primo. Vi è una coerenza e una specularità nel comportamento dei maldicenti, e anche una sorta di sottovalutazione del peso delle parole.

La parola ha la possibilità e la potenza di sollevare o di demolire l’animo umano. Una parola detta male, fuori contesto, o sbagliata per significato e sue gradazioni, può causare danni irreparabili. Quanti ragazzini hanno compiuto atti insani, fino al suicidio, per un malinteso, per una pesantezza eccessiva nel rimprovero, o per un’omissione di presenza e di parola buona da parte degli educatori, e dei genitori in primis? L’episodio di una quindicina di anni fa (era il 2003), là dove quel sedicenne s’è impiccato perchè la sua fidanzatina era rimasta incinta, insieme a molti altri, grida colpa nei confronti dei “grandi”. Tutti ricordano l’uso che fu fatto di un video hard o hot di una ragazza napoletana un paio d’anni fa: anche lei si uccise.

C’è un grande spreco di parole, un grande cicaleccio disutile e dannoso che circola nei media e tra le persone. Bisognerebbe riuscire a selezionare con più accortezza le parole per formulare discorsi più sensati, sobri, produttivi.

Tornando al tema, si può dire che la calunnia è un atto deliberato, di cattiva intelligenza, vile e spregevole, molto diffuso in vari ambienti, ad esempio non poco nella politica, ma anche in tutti gli ambiti dove oggi la competizione è più feroce. Il calunniatore, se si pente, non può limitarsi a chiedere scusa alla persona offesa, ma deve anche cercare di riparare ai danni arrecati. L’immagine sopra riportata è l’Allegoria della calunnia che messer Sandro Filipepi (Botticelli) dipinse nel 1496.

La maldicenza e il giudizio temerario sono più degli atti stupidi, tipici dell’invidioso o del frettoloso. E’ un atto teso a denigrare ma in modo dissimulato, e in un certo senso è più vigliacco della calunnia. Si deve evitare perchè, se reiterato, può provocare gli stessi danni della calunnia. Attenzione, la maldicenza non è un riferire dei fatti veritieri negativi e conosciuti circa una persona, chè si tratterebbe di imprudenza colpevole, ma è un volontario abbandonarsi a considerazioni e illazioni, o sospetti, che creano discredito e seminano dubbi sulla persona in questione. Circa il giudizio temerario bisogna considerarne la pericolosità: infatti, nell’ambito del diritto nessuno è considerato colpevole fino a sentenza definitiva.

Il biasimo abbiamo detto che è talora doveroso. Ma deve avere caratteristiche di forte equilibrio e deve essere mirato al fatto che viene considerato. Cura particolare deve essere posta nell’evitare ogni forma di denigrazione totale della persona, perchè ognuno di noi può sbagliare, e nessuno, neppure il peggiore del mondo, è completamente privo di un barlume di bene. Il biasimo infine deve essere collegato alla correzione fraterna, perchè non si può solo criticare un comportamento, ma si deve anche cercare di suggerire un qualcosa di ragionevole, che sia fattibile e plausibile nella situazione data. Ad esempio, non ci si può limitare al rimprovero nei confronti di un dipendente non diligente, ma bisogna chiedersi anche quali cose non funzionino nel gruppo di lavoro, quali siano i rapporti, come si gestiscano le persone. In questo caso la correzione “fraterna” potrebbe essere necessaria verso un responsabile dell’azienda. Perchè si parla di correzione “fraterna”? Si tratta di un linguaggio un poco desueto, che è desunto dall’etica classica, ma che andrebbe ripristinato per dare sostanza attuale alle troppe parole vuote di cui si abusa quando si parla di giustizia, di solidarietà e di altri valori ridotti ad essere spesso, nella contemporaneità, solo parole vaganti.

Il friulo-scintoismo, una visione del mondo, o del dolore necessario

Quando ero capo del personale della più grande azienda friulana ho avuto modo di confrontare spesso il modo di lavorare della nostra gente, operai, periti e ingegneri friulani, con il modo di lavorare di tedeschi e svedesi, famosi nel mondo per correttezza, continuità e solerzia. Ebbene, i nostri nulla rendevano ai colleghi del Nord per capacità e saper lavorare senza requie, anzi. Impegno costante, dedizione e senso di appartenenza all’azienda erano al massimo.E mi ricordavano la determinazione di mio padre, Pietro, a partire par Lis Gjermanis, così si diceva in quel friulano un po’ dolente del piccolo paese delle acque, Rivignano, insieme con cinquanta, ottanta, cento colleghi furlani, che lavoro non avevano nella Piccola Patria. Due corriere della ditta Ferrari (nulla a che vedere con le auto da corsa) piene, che una mattina dei primi di marzo si muovevano dalla Tarabane di Rivignano, la lunga piazza centrale, per arrivare in mezzo ai boschi dell’Assia in cava di pietra. Ricordo ancora il nome della ditta parastatale che Adenauer aveva voluto costituire nel dopoguerra per rilanciare la Germania ferita: Westerwaldbrüche.

Pietro, mio padre era più kantiano di Kant. “Mi tocca partire, Gigia“, disse un giorno a mia madre, ché al paese non c’era lavoro, e io e mia sorella, bambini, dovevamo mangiare.

Gli emigranti vivevano in baraken molto simili a quelle che vidi decenni dopo, in un viaggio della memoria con lui, a Dackau. Facevano le corvèe a turno in baracca a pulire far da mangiare i giovanotti friulani della Bassa che vedevano in Pietro, oramai quarantenne, un capo credibile.

Si ammalò un po’ di crepacuore quando piantarono uno sciopero per avere un aumento, e furono cacciati, salvo lui, che però tornò a casa con tutti gli altri per ripartire la primavera successiva. L’aumento lui l’aveva già concordato con la Direzione per l’anno successivo, un aumento di paga oraria cospicuo, ma ciò non era bastato.

I miei, mio padre e mia madre, non vivevano il dolore della separazione come una mortificazione, come una punizione per chissà quali peccati mai commessi, ma come uno stato di necessità. Si doveva fare così, anche se c’era tristezza e dolore.

La determinazione, la continuità dell’impegno dei lavoratori friulani era, è incomparabile. “Sante scugne” è il detto furlano più basico, cioè santo dovere. Il dovere di andare, di fare, di partire. “Libers di scugnì là“, o liberi di dover andare, il libro di Leonardo Zanier, il poeta dell’emigrazione obbligata dei Furlani, dai fradis furlans.

Friulani un po’ buddisti e un po’ scintoisti, mi vien da dire ora che sono acculturato anche grazie a quel dolore e a quelle separazioni.

Se vogliamo vedere da vicino un poco quelle grandi tradizioni religiose dell’Oriente, constatiamo che lo scintoismo privilegia, al di sopra di quello individuale, l’interesse della comunità e il pubblico benessere. Mio padre portava via cinquanta, cento capi famiglia, che si impegnavano a stare insieme, a lavorare insieme. Per questo si ammalò quando decisero lo sciopero a oltranza e furono cacciati, in quella Germania dei primi anni ’60.

Il buddismo è la matrice dello scintoismo, il quale ne è una declinazione prevalentemente giapponese. Nel buddismo troviamo la dottrina della sofferenza o duhka (sans., dukkha, pāli), che è causata dal desiderare il possesso delle cose a livello individuale, il desiderio di ricchezza (libido pecuniae) e di potere (libido potestatis). Di contro in quell’ambiente spirituale si insegna la dottrina dell’impermanenza o anitya (sans., anicca, pāli), la quale mostra come tutto sia soggetto a nascita, sviluppo e scomparsa.

Aristotele, uno dei padri della nostra cultura parla di nascita, evoluzione e corruzione di tutti i viventi. Un modo di dire analogo per accettare il concetto di impermanenza.

Bene: che dire se non che i nostri, noi così eravamo. E ora, in questo cambiamento epocale nel quale arrivano altri migranti, qui da noi, e i nostri ragazzi hanno più problemi a trovare lavoro?

C’è ancora una lezione plausibile in quelle storie che paiono tanto lontane? Caro lettore, la metto giù sotto forma di domanda, perché è più importante farsi le domande giuste, piuttosto che pretendere di avere una risposta immediata e magari semplificata per tutto.

Sommessamente dico che sì, una certa lezione si può trarre da quelle esperienze, da quegli esempi, ma non basta, poiché -pur se la storia non si ripete mai- qualcosa insegna, se la si sa leggere o, meglio, ascoltare.

Tizio, Caio e Sempronio

Prendo a prestito il raccontino sottostante, ove troverai, mio gentil lettore domenicale e oltre, con solo un breve inciso tra parentesi, mio, ricevuto stamane da un caro e spiritoso amico che citerò più avanti, e con il suo permesso quivi pubblico.

“Mediamente in ogni azienda di qualsiasi dimensione ci sono tre personaggi: Tizio, Caio e Sempronio. Nomi in voga nell’antica Roma, ma adatti all’uopo di questo racconto breve (n.d.r.).

Tizio è il classico “vecio brontolon” (rectius rompicojoni), da tempo in azienda (e quindi costoso), non allineato con le nuove forme di lavoro, tecnologie, freno e/o barriera per i più giovani etc. etc… L’azienda ne farebbe volentieri a meno, ma non si può mandarlo senza tirar fuori una barcata di soldi.

Quindi cosa c’è di meglio di liberarsene elegantemente mettendolo a carico della collettività’ (rectius pantalon) e prendendo al suo posto un baldo giovine in stage o altre forme contrattuali poco costose?

Caio, viceversa, è vecio e costoso ma molto competente e non c’è sbarbatello che lo possa sostituire. Peccato per il costo ma come sa far girare lui il tornio non lo sa fare nessuno.

Quindi cosa c’è di meglio di liberarsene elegantemente mettendolo a carico della collettività (ut supra)  e ri–prendendolo con un bel contratto di consulenza che costa la metà? Infatti Caio ha due fonti  di reddito e quindi può permettersi di prestare la stessa quantità (o quasi) di lavoro ad un prezzo molto più basso, mentre l’azienda ci guadagna in termini di costo e di flessibilità.

Infine c’è Sempronio che è vecio e costoso ma non brontolon ma neanche così competente da subire una perdita in caso di sua uscita dall’azienda.

Sempronio fa il “suo” e ma il “suo” è ormai superato dai tempi e sparirà con lui.

Quindi cosa c’è di meglio di liberarsene elegantemente mettendolo a carico della collettività’ (ut supra),  NON prendendo nessuno al suo posto ma
distribuendo il lavoro tra gli altri componenti la struttura e/o  con nuove tecniche?”

L’amico Paolo, che è della mia generazione, è autorevole uomo dei conti aziendali, ma non disdegna esercitarsi nell’umanesimo scrittorio, qualità poco diffusa tra le persone più giovani, fra i trenta e i cinquanta, anche se insignite di notevoli incarichi. In altre parole Paolo è molto più colto di altri miei interlocutori contemporanei, ed è per me un piacere dialogare con lui, piacere almeno altrettanto grande del dispiacere di dialogare con altri (ut supra, eh eh). Anche così dicendo non generalizzo, ché vi son ben validi interlocutori anche tra i ventidue e i cinquanta anni, più o meno. Non molti, però.

Beninteso, non intendo avallare la tesi che gli incliti potrebbero attribuirmi, visto che pubblico l’aneddoto di cui qui, in base alla quale potrei sembrare non condividere o addirittura denigrare l’esigenza di cambiare anche profondamente le strutture aziendali, che natura vuole possano vivere la normale obsolescenza che il tempo produce e obbliga i non incliti a tenerne conto.

Bisogna cambiare: io stesso che a trenta anni o poco più avevo la responsabilità di una quarantina di operatori socio-politici, e a quaranta la direzione risorse umane di un’azienda che ne aveva quattromila, e anni dopo la possibilità di esercitare quantomeno una moral suasion su alcune aziende che occupano qualche migliaio di persone, sono consapevole di dover lasciar fare ad altri, con mucho gusto e produttivamente. Anzi, mi occupo di cominciare a lasciare in buone mani parte, dico “parte” del mio lavoro, dedicandomi di più, da ora, allo studio, alla ricerca e alla docenza.

Ciò detto e sottoscritto, come s’usa nei verbali di accordo di qualsiasi genere e specie, non posso non gaudère della spiritosità del racconto inviatomi da don Paolo, anzi dal dottor Paolo, ché un titolo di studio e studi veri il mio amico li può vantare, senza vantarsene.

Ebbene, caro amico lettore, dilettiamoci orsù, ogni dì che il buon Dio ci concede, di esercitar con spirito critico la nostra analisi sulle informazioni che i media propalano, senza farci intortare da semplificazioni e imprecisioni, da dati senza fondamento e da incompetenti presuntuosi.

Da Marx a Nietzsche, da Freud a Edith Stein e Clemente Rebora, una esplorazione del pensiero contemporaneo

Cari lettori e gentili allievi,

la visione del mondo “laica”, nel senso etimologi co del termine (da làos, in greco popolo) negli ultimi due secoli è l’oggetto del corso semestrale proposto ai miei storici allievi di ogni età, che mi seguono da quasi tre lustri. Si iniziò con un corso di filosofia morale biennale che intitolai Il Bene e il Male nell’Uomo al fine di chiarire, per quanto possibile, la compresenza dei due “stati psico-morali” nell’anima umana, per cui non si dà mai né assoluta perfezione né, di converso, assoluta abiezione, nemmeno nei casi più estremi. Anche i santi avevano qualche difetto, e perfino Hitler qualche barlume di umanità. Ebbene sì, non foss’altro perché forse amava Eva Braun e la sua cagna pastore tedesco. Non scandalizzatevi. E Stalin aveva molte più qualità umane, per cui i due dittatori del ‘900 sono incomparabili, tra follia colpevole e paranoia.

In seguito facemmo un triennio di Storia della filosofia a partire dalla grande stagione della Grecia classica di Platone e Aristotele, Parmenide, Eraclito ed Epicuro, proseguendo con i pensatori cristiani da Agostino a Tommaso d’Aquino e Bonaventura, per completare con la rivoluzione filosofica e scientifica da Descartes e Galileo per giungere ai nostri giorni, attraverso Kant, Hegel e Nietzsche, cennando a Heidegger, Sartre, Wittgenstein e altri… fino al padre Fabro e a Severino tra i colleghi viventi, cui auguro lunga vita.

Compulsammo in seguito i Libri sapienziali nella Bibbia, per condividere la straordinaria lezione ancora e sempre attualissima di scritti esperti dell’uomo come l’eccelso Giobbe, la Sapienza, il Qoèlet e il Siracide.

Abbiamo proseguito con un corso su L’antropologia delle grandi Religioni, trattando la struttura della presenza del Sacro e del Religioso in ogni tempo e in ogni cultura, con particolare attenzione ai seguenti plessi religiosi: Induismo, Buddismo, Ebraismo, Cristianesimo, Islam, Confucianesimo e Taoismo.

Se quest’anno tratteremo Il pensiero antropologico laico della modernità attraverso gli autori sottoelencati,  in futuro, se Dio vorrà, ci dedicheremo al  Pensiero italiano del ‘800 e del ‘900, scoprendo insieme, oltre ai “classici” Gioberti, Rosmini, Croce e Gentile, anche il pensiero di un sommo italiano, più noto come meraviglioso poeta, ma immenso anche come pensatore, il conte Giacomo Leopardi.

Qui sotto, se volete, dopo l’elenco degli autori cui ci dedicheremo quest’anno, potete sfogliare le diapositive del corso oggi iniziato.

—L’Uomo economicoKarl MARX; —    L’Uomo istintivoSigmund FREUD;     —L’Uomo angosciatoSøren KIERKEGAARD;     —L’Uomo utopico:   Ernst BLOCH;   —L’Uomo ex-sistenteMartin HEIDEGGER;     —L’Uomo fallibile:   Paul RICŒUR;      —L’Uomo ermeneutico:   Hans G. GADAMER;     —L’Uomo culturale:   Arnold GEHLEN;     L’Uomo problematico:   Gabriel MARCEL;—    L’Uomo religioso:   Mircea ELIADE;      —L’Uomo meccanico  Gunther ANDERS;      —L’Uomo sofferente:   Clemente REBORA cui aggiungerò, su suggerimento degli studenti Edith STEIN, cioè la co-patrona d’Europa Santa Teresa Benedetta della Croce.  

L’Uomo nel pensiero moderno e contemporaneo

La ragione argomentativa, la quaestio disputata e la ricerca dialogica della verità

Risale alla lezione socratico-platonica, scettica, stoica, epicurea ed empirica dell’antica Grecia l’uso delle modalità razionali elencate nel titolo.

In seguito la lezione fu accolta e utilizzata anche da pensatori e teologo-filosofi cristiani come Origene di Alessandria e sant’Agostino d’Ippona (l’attuale Annaba in Algeria).

E’ presente anche nella filosofia moderna e contemporanea in autori come Galileo (lo inserisco a giusta ragione in questo elenco di filosofi), Montaigne, Pascal, Schopenhauer, Leopardi, Nietzsche e Wittgenstein, insigni tra altri. Altri sommi pensatori come Aristotele, Descartes, Spinoza, Leibniz, Kant, Hegel, Heidegger, etc. hanno preferito mettere il loro proprio pensiero nella struttura retorica del trattato.

In ogni caso anche Aristotele è presente forse un po’ surrettiziamente nel primo elenco, perché il suo modello logico prevede l’utilizzo del sillogismo, anche nella forma ridotta dell’entimema, e dunque, obiettivamente di un dialogo, perché se lui afferma  che “(…) siccome l’uomo è razionale è libero” (entimema) presuppone di dialogare quantomeno con un allievo interrogante come ad esempio Teofrasto, suo successore come scolarca (coordinatore o preside, oggi diremmo) del Liceo. L’entimema di cui sopra è prodotto direttamente dal sillogismo seguente “a) l’uomo è razionale, b) il razionale è libero, c) l’uomo è libero“, là dove la seconda premessa segue logicamente la prima e le conclusioni in c) sono necessariamente da a) e b).

Tecnicamente detto sillogismo è la base della logica del concreto, oltre che della logica formale, la quale può anche presentarsi come assurda. In questo caso la logica formale non è sostanziale, contrariamente a ciò che espone la dimostrazione della coincidenza tra forma e sostanza.

Qui di seguito farò un esempio di logica formale che dà un risultato assurdo e proporrò in seguito la dimostrazione logico-metafisica della coincidenza tra forma e sostanza.

Eccoti, gentile lettore, un sillogismo corretto formalmente, ma assurdo: a) Pavarotti canta, b) gli uccelli cantano, c) Pavarotti è un uccello. Risulta evidente l’incongruenza logica nel fatto che tra a) e b) non vi è consonanza semantica dei nomi  “uccelli” e “Pavarotti”, mentre nel sillogismo di cui più sopra questa consonanza c’è, poiché si propone  tra i termini “uomo” e “razionale”.

Solitamente e nella vulgata dialogica si sente dire: “Non è una questione di forma, ma di sostanza“. Nella frase vi sono due errori, uno semantico e uno logico. L’errore semantico è l’uso del termine “forma” in luogo di “formalismo”, poiché il parlante intende sicuramente, ma implicitamente, la de-generazione della forma, che è, appunto, il formalismo.

L’errore logico è più grave.

Lo si mostra interpellando in qualche modo anche qualche spunto metafisico. Lo spiego con un esempio storico, abbastanza noto a molti. Il superno Michelangelo Buonarroti, a chi gli chiedeva come riuscisse a trarre dal marmo le statue che incantavano gli astanti, rispondeva così, più o meno: “Lavoro per toglimento di materia prima, fino a che non compare la forma della statua che avevo in mente, o di cui avevo l’idea“.  Ecco: Michelangelo lavorava per toglimento finché non apparisse la forma della statua, ma se così è come si può sostenere che quella forma è pura esteriorità e non sostanza? Non lo si può proprio dire, poiché “quella forma“, e solo quella forma è, costituisce la sostanza, l’essenza  e perfino la natura, della statua, quasi “copiando” l’idea nella conformazione della statua già presente nella mente dell’artista . Infatti, senza che quel materiale assumesse la forma pensata dall’artista, e quindi costituisse la sostanza della statua, sarebbe rimasta mera materia prima, cioè marmo bianco di Carrara.

Un altro esempio di efficace espressione metafisica è questa: l’anima è la forma sostanziale del corpo, essendo anima e corpo un tutt’uno che però non ha un unico destino, poiché l’anima, essendo sostanza semplice, non subisce la corruzione della materia: forma sostanziale è dunque una sorta di tautologia che sta a significare come la dimensione spirituale sia correlata all’eternità sotto la forma dell’immortalità, quantomeno sotto il profilo teologico-metafisico.

Nelle scuole teologico-filosofiche del Medioevo ci si esercitava in questo modo. Non male vero, caro lettore?

Ecco come l’argomentazione logica razionale, sia sotto la forma del sillogismo, sia sotto la forma del rischiaramento semantico, riesce a portare il pensiero umano a una verità plausibile, nella lettura del reale.

E di questi tempi come si ragiona? Non varrebbe forse la pena di tornare a questo tipo di quaestio, cioè di ricerca dialogica della verità? E qui intendo le verità locali (cf. Zampieri 2005), non quelle eterne della teologia e della fede.

Filosofia perenne e Filosofia pratica, per una vita filosofica, cioè una vita vera

Oltre ad essere il titolo di un lavoro molto importante dello psichiatra e filosofo tedesco Karl Jaspers, è anche un mio intendimento esistenziale, la philosophia perennis. Ché non se ne può fare a meno, se si è umani ragionevoli e pensanti. Lo sanno anche i bambini che chiedono “perché, perché, perché…”. La filosofia è il sapere che insegna a fare domande e a cercare umilmente pezzi di risposta alla ricerca delle verità della vita.

Nella sua opera filosofica, Jaspers dialoga con l’esistenzialismo di autori ottocenteschi come Kierkegaard, e con pensatori molto diversi tra loro: Nietzsche, Max Weber, Dilthey e Husserl. La summa del suo pensiero ha il titolo semplice e tautologico di Filosofia, dove sviluppa il cuore del suo pensiero antropologico e psicologico sull’uomo. Gli interessano soprattutto le “situazioni limite”, come stati dell’anima particolarmente adatti a una “chiarificazione dell’esistenza”.

Mi interessa Jaspers perché all’inizio del ‘900 ebbe la stessa sensazione che ottant’anni dopo maturò un altro tedesco, il professor Gerd Achenbach, quasi nauseato da una situazione accademica relativa agli studi filosofici che gli pareva, oltre che stantia, perfin paludosa, al punto che, fin da quando era studente ebbe questo convincimento: “Era mio impulso salvarmi spiritualmente“. Persino Husserl lo stanca, per cui cerca nuovi stimoli più indietro nel tempo, in Kierkegaard e Nietzsche, a suo pare più capaci di cogliere i significati e il senso della vita “vera e propria”, “concreta”.

Con questi autori Jaspers recupera una lezione già diffusamente praticata dagli antichi Maestri Greci e Cristiani (da Platone, Aristotele, Epicuro, Plotino a Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino), e forse, dopo Descartes, un poco negletta, rispetto allo spazio che aveva fin dall’antichità e dal Medioevo quando riguardava soprattutto il soggetto del pensiero, vale a dire l’uomo e la sua esistenza come “ciò che non diventa mai oggetto, l’origine partendo dalla quale penso e agisco, ciò che si rapporta a se stessa e, in ciò, alla sua trascendenza“.

Il suo schema è il seguente: – Esserci (Da-sein): l’esser qui proprio di tutte le cose che sono al mondo; – Esistenza (Existenz): definisce solo la condizione dell’uomo che non può essere definita completamente, ma solo chiarita, delucidata, analizzata; – Trascendenza (Transzendenz): ciò che è al di là della situazione attuale dell’esistenza, definisce la stessa pratica del filosofare come scoperta.

Jaspers va oltre le due grandi tendenze dottrinali della filosofia ottocentesca, il positivismo e l’idealismo, ritenendole entrambe dogmatiche e incapaci di cogliere il punto di vista del soggetto, senza pretendere che sia comunque il punto di vista in assoluto più valido, poiché la prima troppo materialistico-meccanicistica, e la seconda pericolosamente “campata per aria” e foriera di illusioni: non si dà solo il soggetto, né solo l’oggetto, ma una dinamica che rinvia il primo al secondo e viceversa; e ancora, il soggetto non si annulla nell’oggetto non diventando tutt’uno con esso, né accade viceversa.

Il lavoro filosofico da fare è la chiarificazione del senso dell’esistenza, che “non è né qualità, né quantità, né relazione, né fondamento (…)”, mentre le situazioni-limite sono come un muro contro il quale urtiamo: esse sono il dolore, il caso (da trattare -per me- con molta attenzione), la lotta, la guerra, la morte.

Oltre a tutto ciò può essere plausibile per Jaspers anche una dimensione trascendente, che corrisponde al Deus absconditus, cioè il Dio nascosto e sconosciuto, della teologia negativa di origine mistico-medievale, quindi non il Dio esplicito della Chiesa trionfante, e nemmeno il Deus-sive-Natura di Baruch Spinoza.

Ecco che possiamo a questo punto tornare ad Achenbach e alla sua proposta di Philosophische Praxis, di Filosofia pratica, vissuta, connessa e commessa con la vita dalla quale quasi non si distingue, se non per il pensiero-che-la-pensa, la vita. La consulenza filosofica e la filosofia pratica che rinasce da tempi lontanissimi, quelli di Socrate, Platone e Aristotele, Epicuro e Zenone di Cizio, et multi alii, con questo studioso tedesco, ma anche con altri autori, talora anche più affascinanti come l’israeliano Ran Lahav, si pone all’attenzione delle persone come una possibilità di approfondimento delle cose della vita e del mondo sorprendenti.

In un tempo, parlo del secondo dopoguerra, nel quale la Direzione spirituale della Chiesa sta declinando  a causa della secolarizzazione e anche per la crisi delle vocazioni sacerdotali, e le psicoterapie di varie scuole stanno dilagando e, ciò che può preoccupare, vi è una proliferazione di guru e truffatori cialtroni d’ogni genere e specie, la filosofia torna ad essere un approccio interessante, una possibilità di lettura delle cose risanante, a partire dal riconoscimento dell’Altro, di ogni Altro essere umano come interlocutore paritetico per valore e dignità etico-ontologica.

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

Il finale de La tempesta , ultima opera del “bardo” contiene i versi che danno il titolo a questo pezzo. E’ una storia di sovrani e usurpatori di isole mediterranee e magia, ma io preferisco parlare anche solo dei due versi citati, che Shakespeare scrisse o dettò, da quel gran poeta lirico che era. E soprattutto…

Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e chissà che cosa vuol dire. Proviamo a fantasticare anche noi: che siamo a questo mondo volatili come i sogni è fuori di dubbio, e parlo delle nostre singole vite, e che noi sognamo “cose vere”, cioè delle res, è altrettanto vero: è vero che i sogni sono veri. Anche se Rorty direbbe semplicemente che “i sogni sono veri“. Volatili e veri come noi stessi.

I sogni poi, il Dr. Freud pensa, sono messaggi dell’inconscio: ebbene questo inconscio, se c’è, è parte profonda della nostra psiche. …

Ma provo a declinare il tema in un modo forse insolito o inaspettato per un testo del genere, che è letterario, parte di una commedia.

Papa Francesco non è compreso da molti, e anche da non pochi teologi, miei colleghi di scienza. Riporto un suo scritto, cercando poi di spiegare il collegamento con lo splendido verso shakespeariano.

Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37).

Che c’entra questo brano tratto dal capo 49 dell’esortazione papale Evangelii Gaudium con la poesia di Shakespeare? C’entra perché questo brano teologico-pastorale  è il brano di un sognatore. Francesco sogna una chiesa molto diversa da quella che fa notizia, da quella dei mantelli rossi e delle belle vite. Il papa sogna. E sogna come ognuno di noi, sapendo che i sogni sono reali. Ma Francesco papa è un sognatore concreto, che quest’ossimoro definisce in modo eccellente: un sognatore concreto capace di guardare negli occhi chi incontra e la persona a cui si rivolge, con attenzione particolare a chi è più disagiato e, quando serve, anche ai suoi confratelli, presbiteri o vescovi che siano, specialmente quando sbagliano.

Circa questo tema mi verrebbe voglia di scrivergli per raccontargli  quello che mi sta succedendo in questo periodo con vescovi e presbiteri locali, gelosi di me per recondite e incomprensibili ragioni. Ma mi convien seguire il Poeta maximo quando canta con Virgilio “Non ti curar di lor, ma guarda e passa” (Inf. III, 51), come fraternamente mi consiglia di fare un carissimo amico prete.

Sappiamo che se non si sogna non si può stare bene, poiché una parte del ciclo circadiano non funziona. Nel pieno del sonno R.E.M. (Rapid Eye Movements), la parte centrale di un ciclo, si sogna. E poi di solito si dimentica. Solo gli ultimi sogni, in vista del risveglio, nel centro dell’ultimo sonno R.E.M. possono essere ricordati al risveglio, ma, se non ci si affretta a raccontarseli, o a scriverne una traccia, scompaiono in una nebbia smemorante. Eppure non possiamo negare che i sogni sono esistiti, cioè sono-stati-qualcosa, non nulla. Pertanto i sogni sono veri.

Se la nostra vita ha la sostanza dei sogni è vera, eccome è vera, per cui il paradosso del grande inglese è solo apparente, caro lettor mio. In realtà Shakespeare intende dire che vita e sogni sono correlati in una verità sostanziale.

Come non ricordare infine Calderon de la Barca con il suo La vida es sueňo?

E dunque … noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.

ll diagramma della domanda flessibile

Non sono diventato improvvisamente uno Smith o un Ricardo, un Keynes, un Friedman o un Krugman, e nemmeno un Tria, un Savona o un (ah ah ah) Di Maio, se scrivo di macroeconomia sul tema della domanda di beni in un mercato.

Caro lettor mio, non temere che Pilutti sia diventato matto improvvisandosi esperto di economia come fanno tanti pontificanti su cose che non conoscono. So ben stare al mio posto di teologo-filosofo e tuttalpiù di sociologo lavorista. Questo è il mio ambito, o i miei ambiti. Con qualche escursione in letteratura, arte, musica, sport, storia e geografia. Punto.

L’amico Gianluca, che economista e uomo dei numeri  è, e anche AD di una grande azienda, mi spiega come funziona il diagramma della domanda flessibile di beni.

Poste le linee ortogonali cartesiane con l’ordinata verticale e l’ascissa orizzontale, che si chiamano rispettivamente prezzo e valore percepito dal consumatore, in un primo esempio si disegni una linea curva della domanda che tende a decrescere a una crescita dei prezzi, se si tratta di beni più o meno voluttuari, cioè il mercato cala; se invece si tratta di beni ritenuti indispensabili, quelli che nella piramide di Maslow stanno alla base dei bisogni umani, a un crescere dei prezzi (anche se fino a un certo punto), la domanda resta stabile: è interessante considerare due campioni merceologici di quanto vado scrivendo: i cibi Pet e i cibi per bambini. In questi casi anche se i prezzi aumentano la domanda resta costante, proprio perché, nell’un caso e nell’altro, le persone ritengono indispensabili quei prodotti, per ragioni profonde di carattere affettivo, di qualità della vita e di istinto di sopravvivenza: i bimbi rappresentano appunto quest’ultima ragione oltre alle due precedenti, e cani e gatti soprattutto le precedenti: allora la linea sul diagramma cartesiano resterà uguale, orizzontale e parallela all’ascissa; vi è poi un terzo caso, quello dei beni di lusso, per i quali accade un altro fenomeno, apparentemente strano: al crescere dei prezzi cresce anche la domanda. Possiamo spiegarla così: chi è in grado di comprare una Ferrari a 400.000 euro la compra anche se il prezzo cresce a 430/440.000, perché 30.000 euro gli fanno un baffo. Infatti, quando la Jaguar ha offerto sul mercato una berlina a 30.000, è stato un flop, poiché il pubblico aveva storicamente introiettato che una Jaguar berlina due litri e mezzo o tre di cilindrata non poteva costare meno di una sessantina di migliaia di euro o di più. Questo si aspettava per comparare prezzo e valore percepito, e questa spesa era disponibile a sostenere.

E’ chiaro che quanto ho scritto va preso cum grano salis, perché le cose possono cambiare a seconda delle risorse finanziarie a disposizione di una persona o di una famiglia, e dei gusti soggettivi.

Pare comunque che la psiche umana in economia in generale funzioni così come sopra sintetizzato, come spiegano oramai tante ricerche di insigni studiosi, fra i quali uno di costoro ha avuto il Nobel:  Richard Thaler, il quale ha scritto che l’economia non può essere solo una fredda scienza matematico-statistica, ma deve occuparsi del benessere umano, avendo come linea guida un’etica della persona e una politica coerente con questo tipo di etica. Deve coniugare il fine del business aziendale, che è indispensabile altrimenti non ce n’è per nessuno, con il fine del benessere di chi vi lavora, avendo attenzione massima anche per i clienti e i fornitori.

Peraltro in qualche modo me ne occupo come presidente di alcuni organismi di vigilanza aziendali istituiti ai sensi del Decreto legislativo 231 del 2001, quello emanato dopo tangentopoli e ulteriormente rilanciato dopo la terribile tragedia della ThyssenKrupp.

A me è capitato, proprio in quella veste e di risorse umane di trovarmi, sia pur in quel momento per me molto dolorante e doloroso, del caso di un gravissimo incendio che è occorso a una grande azienda friulana, dove però, grazia alle continue e diuturne raccomandazioni dell’Organismo di Vigilanza e all’operato eccellente del Servizio di Prevenzione e Protezione, nessuna delle quasi duecento lavoratrici che si trovavano nello stabilimento in quegli attimi tremendi si è fatta nemmeno un graffio, riprendendo a lavorare, dopo avere accettato di rivoluzionare la propria vita con una turnistica completamente diversa, dopo una settantina di ore dal catastrofico evento. Quello è stato un esempio di etica d’impresa e del lavoro, sommessa, normale perché friulana, di una Famiglia proprietaria friulana, visionaria e generosa.

Nell’ambito degli acquisti e quindi della domanda di beni, e ormai anche di servizi (si pensi ai regali di pacchetti vacanzieri, di accesso alle Spa, alle palestre) vi è da considerare anche qualche altra dimensione, che riguarda, ad esempio quella del dono. In proposito suggerisco di leggere l’antropologo culturale Bronislaw Malinowski o, ancora meglio, Marcel Mauss, che ne ha svelato dimensioni insospettabili. Ecco il testo principale: Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche (titolo originale: Essai sur le don. Forme et raison de l’échange dans les sociétés archaïques).  Il pensatore francese ci fa capire come la gratuità e il dono siano connaturali all’essere umano homo sapiens.

Il diagramma spiegatomi da Gianluca, dunque, non solo illumina su atteggiamenti psicologici molto diversi nell’ambito della domanda di beni, ma introduce una profonda riflessione su ciò che contorna l’attività dell’uomo per migliorare la convivenza con i suoi simili, come abbiamo visto facendo un cenno alla tematica del dono. Aiutare gli altri conviene, alla fine.

Pensiamoci.

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