Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: Filosofia Pratica (page 1 of 11)

Alla ricerca del maestro perduto

Mio padre ha avuto per tutte e cinque gli anni delle elementari il severissimo Signor Maestro Polizzi, siculo; mia madre, sempre per tutti i cinque anni delle elementari, il friulanissimo Signor Maestro De Colle. Due maestri maschi, per cinque anni, che vediamo seriosi nelle foto con gli alunni, loro in grisaglia e cravatta, con i baffi il primo, senza il secondo. Erano il “Signor Maestro“, cui si doveva rispetto e deferenza, cui ci si rivolgeva con il “lei” e cui si rispondeva solo se interrogati. Una figura che, specialmente nelle piccole comunità, aveva lo stesso status sociale del parroco, del medico condotto, del maresciallo dei carabinieri e del sindaco.

Da alcuni decenni, invece, vediamo immagini di studenti seduti sui banchi con le terga rivolte all’insegnante, lo sguardo strafottente, etc. Non faccio di ogni erba un fascio, né intono un peana ai bei tempi andati maledicendo il lascito sessantottino, ché sarebbe un’assurda e improvvida operazione nostàlghia, ma vediamo un po’…

L’Ocse denuncia la progressiva scomparsa degli insegnanti maschi dalle scuole, in particolare dell’infanzia e primarie. Il Risultato è: uno squilibrio sull’impatto cognitivo dei bambini” è il titolo di un pezzo molto interessante che trovo sull’ultimo numero di GQ Magazine Italia. Alcuni dati:

1.300 euro al mese che diventano 1.600 solo dopo vent’anni; sono 10.545 i maestri di scuola primaria contro 236.000 insegnanti femmine, meno del 4%; nella scuola dell’infanzia i maschi rappresentano lo 0,7% del totale del corpo insegnanti: 612 su 87.701; alle medie i maschi sono il 22%, alle superiori il 33%. La media generale Ocse è: 68% insegnanti donne, il 32% uomini (cf. Gender imbalances in the teaching profession) L’antropologa Ida Magli sostiene che siamo a una forma di matriarcato neppur tanto surrettizia.

Il fatto è che la cura dei bambini è stata sempre prerogativa del femminile, fin dalla nascita, come natura comanda, ma vi sono dei problemi in tutto ciò. Se si vuole un’educazione equilibrata l’elemento maschile resta indispensabile, alla faccia dei confusionari incolti cultori (bell’ossimoro vero?) del gendering: se non c’è nessuno che riesce a dire al bambino in formazione educazionale, in crescita del carattere, anche dei discorsi semplici e netti, maschili, dunque, come se interrogasse Tex Willer, che riconosce con chiara nettezza i buoni e i cattivi, e aiuta i primi punendo i secondi, si crea un loop valoriale originario originante molti guai successivi. Non sto dicendo che occorre un certo manicheismo formale per formare i caratteri a valori morali chiari e condivisibili, ma che è indispensabile fornire ai bambini gli strumenti per esercitare fin dagli anni della scuola primaria una certa capacità di giudizio critico sulle azioni e sulle espressioni umane. Questo è possibile solo se vi è un’integrazione tra la sensibilità e le sfumature della pedagogia declinata al femminile, e la forza che traspare da una presa di posizione di tipo maschile. Non è un caso se la natura ha provveduto così, operando con gameti complementari alla perpetuazione delle specie viventi, non solo dei mammiferi.

Un maestro elementare intervistato dalla rivista afferma: “Ho conosciuto colleghi maschi caproni e colleghe capre, ma mi sembra che il contributo maschile possa essere considerato importante per come l’insegnante maschio affronta la difficoltà, mai drammatizzandola come tendono a fare le femmine, che poi accudiscono l’alunno spaventato, bensì un poco relativizzando il fatto e invitando l’alunno a darsi da fare a scuotersi, a muoversi, a reagire“. Appunto: si tratta di un approccio pedagogico diverso, virile, capace di e-ducere energie e reattività, piuttosto che comprensione e coccole.

Il maestro può fare un lavoro utile e complementare a quello che fanno le sue colleghe, proprio per dare completezza al processo educativo primario, così come il ruolo del papà è indispensabile quando vi è la sua presenza, e anche qui non sto dicendo che le sole famiglie bene educanti sono quelle regolari, poiché abbiamo millanta esempi del contrario. In famiglie “regolari” sono avvenuti e avvengono violenze e delitti inenarrabili, mentre bimbi educati da un solo genitore o dai nonni sono riuscite splendide persone adulte. Dico solo che sarebbe bene rendersi conto dell’utilità di un riequilibrio tra i generi nell’ambito dell’insegnamento scolastico, rendendolo più attrattivo, anche economicamente.

Gli insegnanti in Italia percepiscono stipendi vergognosi, cari governi, cari ministri messi lì anche se scarsamente scolarizzati: ecco, se per altri ministeri non vedo l’esigenza  di porvi a capo un tecnico della materia, per questo ministero ne vedrei tutta l’importanza. Si nomini un valido pedagogista al posto di una che non ha neanche fatto le scuole superiori. Per favore.

Di Maio e Di Battista, Rosato e Gasparri, Scilipoti e Razzi, Boldrini e Renzi, Maroni e Zaia e… Maria Teresa d’Austria

Il mio gentil lettore è legittimato a chiedersi  che cosa c’entrino con la grande sovrana asburgica i primi due e la mia risposta non può che essere “nulla”, anzi “men che nulla”, mentre gli ultimi due hanno in qualche modo a che fare, pur se in modo diacronico, essendo i capi attuali del Lombardo-Veneto. Siccome domani, 22 ottobre si celebreranno i referendum sull’autonomia di queste due regioni, ecco la ragion del pezzo.

I sei in mezzo sono messi lì per rappresentare il minimo comun denominatore del personale politico odierno, e mi chiedo spesso quando penso a costoro, che cosa sarebbero in grado di fare se non facessero il mestiere della politica, e quasi sempre la risposta è sconsolante. Vediamoli da vicino in poche righe: Rosato è capogruppo PD alla Camera e mi ricorda un suo omonimo, Roberto Rosato, grande stopper del Milan di Rocco, coetaneo di Gianni Rivera, nonché un eloquio scontato, di noia profuso e di un nulla concettuale intriso, molto simile per stereotipie alla sua competitor Debora (non so se con “h” finale o meno); Gasparri ex fascio romano convertito a sior Silvio, il quale è stato ed è tuttora sinecura per molti, twitterista polemico e astioso. Di Scilipoti e Razzi nulla di più dei cognomi, ché no’l meritan altre fatiche né spazi informatici: il nulla fisico, non quello metafisico, che è qualcosa.

Dei primi quattro non so il mestiere, per cui si potrebbero assumere come autisti in qualche azienda strutturata o ente pubblico, o forse no, perché altrimenti ci arriva la frotta petulante dei parenti disoccupati a batter cassa. Di Boldrini ho detto fin troppo su questo mio blog, con commenti mai lusinghieri; Renzi invece è una new entry della mia critica e qualcuno potrebbe giustamente farmi osservare che ho atteso troppo prima di criticarlo. In verità un paio di anni fa avevo scritto un pezzo che parlava di atteggiamenti e posture inguardabili, del vivace ragazzo di Rignano sull’Arno. Ora dico che è inascoltabile, inguardabile, inaffidabile, e mi auguro che la sua stagione d’oro stia volgendo al termine per il bene della Patria nostra, perché è proprio un brutto soggetto, e non perché lo dice l’improbabile chierichetto Speranza, né il buon compagno Bersani, e di D’Alema non dico, ché sarebbe follia resuscitarlo alla politica.

Venendo a considerare Di Maio,  presuntuoso gaffeur di dati e date, l’amico Gianluca avrebbe un’idea brillante: proporlo ad un grande negozio di abbigliamento (tipo il friulano Arteni) come commesso nel reparto camiceria, ma senza autonomia sugli sconti da praticare ai migliori clienti, da chiedere sempre al capo negozio. Ovviamente, con tutto il rispetto per i commessi e le commesse del settore. E Di Battista, noto per l’andatura ciondolante e la pretesa di essere un guevarista 2.0? Ma, chiosa un altro amico: a Di Battista si potrebbe proporre un lavoro ecologico, con quelli dei camion che passano nottetempo a ritirare i pacchi della differenziata urbana. E’ robusto abbastanza per poterlo fare canticchiando. Questi due, con Grillo e il gran pensatore Casaleggio orecchiano il pericoloso Rousseau come un vate, e non so se del ginevrino abbiano letto un rigo o capito la filosofia.

Di Zaia e Maroni, leghisti della prima ora, devo dire che sono tra i migliori politici italiani e forse anche Maria Teresa li avrebbe scelti come granduchi del Lombardo-Veneto: Maroni è stato un buon ministro del lavoro e degli interni, Zaia è il credibile governatore della gran regione veneta. E parlo così anche se non ho mai amato il loro partito, né la rozza sicumera del fondatore, annegato nella stupideria dei figli e nella coglionaggine propria. Ma non amo neanche gli altri partiti di oggi, neppure il frantumato PD, travolto da invidie mortali e sopraffatto dagli esiti della fusione a freddo tra cattolici ed ex comunisti; in questa miseria tremenda sopravvivono opportunisti d’ogni stagione come Casini e Alfano, e spicca nel mar grande dell’improntitudine inetta così diffusa, il cavalier Silvio, che mai avrei pensato di lodare. Ahimè.

Dall’altra parte spicca invece, fulgidamente, Maria Teresa d’Asburgo, cattolica fervente, ma capace di distinguere Cesare e Dio, come insegna il Maestro nazareno, impedendo le intromissioni della chiesa nella politica, anche controllando personalmente la selezione di arcivescovi, vescovi ed abati, capace  “di vivere una vita estremamente austera e ascetica, specialmente durante la lunga vedovanza.” (dal web).

La sovrana rinforzò l’Impero austro-ungherese sul piano politico e militare, ma dotò, prima tra i monarchi europei, di servizi sociali i popoli che costituivano l’impero, a partire dalla sanità e dall’istruzione. Incaricò il medico Gerard van Swieten di organizzare un ospedale a Vienna e di rivedere i piani di studio universitari di medicina. “In seguito, Maria Teresa affidò a Van Swieten il compito di studiare il problema della mortalità infantile in Austria e, su raccomandazione del medico, la regina sancì che l’ospedale della città di Graz (seconda città dell’Austria) avrebbe dovuto effettuare autopsie per tutte le morti avvenute in modo da garantire dati adeguati alla ricerca medica. Vietò la costruzione di cimiteri senza un previo permesso governativo, contrastando in tal modo usanze funerarie dispendiose e scarsamente igieniche; infine la decisione di sottoporre, nel 1767, i propri figli alla vaccinazione fu essenziale per superare il contrasto verso tale pratica, più volte espresso dalla comunità accademica. Fu la stessa Maria Teresa ad inaugurare la vaccinazione ospitando al Castello di Schönbrunn una cena per sessantacinque bambini.” (dal web)

Circa l’istruzione, Maria Teresa nel 1775 riformò il sistema scolastico decidendo che ogni bambino di età compresa tra i sei ed i dodici anni avrebbe dovuto obbligatoriamente frequentare la scuola; anche se tale riforma non ebbe esito pratico pienamente soddisfacente, tenendo conto che in talune zone dell’Austria, nel XIX secolo, ancora metà della popolazione era analfabeta, tuttavia, fu essenziale poiché fu espressione del valore di una educazione gratuita e pubblica. “Inoltre, consentì anche agli studenti non cattolici il diritto di frequentare l’università e ne riorganizzò i corsi di studi promuovendo l’introduzione delle materie di diritto e facendo sì che i professori fossero scelti con particolare riferimento alla capacità professionale; infine, allo scopo di garantire una preparazione uniforme, fu sancito che solo le università avrebbero potuto garantire il titolo di laurea, esautorando i collegi professionali o riservati alla nobiltà.” (dal web)

Mi pare di poter dire che siamo di fronte a grandezze (o piccolezze) tra loro incomparabili, anche se qualcuno potrebbe obiettare che un sovrano assoluto ha più facilità di azione rispetto al politico che amministra in un regime democratico, cui però si può rispondere che al tempo di Maria Teresa altri sovrani con poteri assoluti si occupavano di ben altro: rafforzare il proprio potere e patrimonio familiare e personale, cui asservivano spesso gli interessi dello stato, muovere guerre per ragioni dinastiche, oziare in libagioni e partite di caccia, e via andando.

Maria Teresa spiccherebbe come una luce fulgida nello scenario odierno della politica, con la sua dedizione, la sua etica, la sua capacità di essere al servizio pur essendo depositaria di un enorme potere. Un esempio, se i su nominati si dessero il tempo e avessero la voglia di studiare la sua biografia, impegnandosi ad imitarla, pur da distante, vista la statura morale e intellettuale che li contraddistingue, forse qualcosa di buono verrebbe fuori.

E ora basta malinconie, viva Maria Teresa d’Austria.

Consigli buoni in una lettera sapienziale del mio maestro

LETTERA DI TOMMASO D’AQUINO A UNO STUDENTE

 

Carissimo, giacché mi hai chiesto in che modo tu debba applicarti allo studio, per acquistare il tesoro della scienza, ecco in proposito il mio consiglio:

non voler entrare subito in mare, ma arrivaci attraverso i ruscelli, perché è dalle cose più facili che bisogna pervenire alle più difficili. Questo è dunque l’avviso mio, che ti servirà di regola.

Voglio che tu eviti i discorsi inutili;/ abbi purezza di coscienza;/ non trascurare la preghiera;/ ama il raccoglimento;/ sii cordiale con tutti;/ non essere curioso dei fatti altrui;/ non avere eccessiva familiarità con alcuno, perché essa genera disprezzo e dà occasione di trascurare lo studio;/ non divagare su tutto;/ cerca di imitare gli esempi delle persone rette;/ non guardare chi è colui che parla, ma tieni a mente tutto ciò che di buono egli dice;/ procura di comprendere ciò che leggi e ascolti;/ certificati delle cose dubbie e studiati di riporre nello scrigno della memoria tutto ciò che ti sarà possibile;/ non cercare, infine, cose superiori alla tua capacità.

Seguendo queste norme, metterai fronde e produrrai utili frutti dove il Signore ti ha destinato a vivere.

Mettendo in pratica questi insegnamenti, potrai raggiungere la mèta alla quale tu aspiri.

Addio.

 

O Signore, dammi acutezza nell’intendere, capacità nel ritenere, ordine e facilità nell’apprendere, sottigliezza nell’interpretare e nel parlare.

(Tommaso d’Aquino)

 

Il mio buon maestro era anche un ottimo pedagogo, e un sereno docente, scevro da intendimenti top-down, capace di ascolto, attento al bene vero, come si evince dal suo capolavoro teologico, la Summa Theologiae. Basti una lettura tranquilla delle Quaestiones 1 e 2, artt. 1-8, I II, denominate Il fine ultimo dell’uomo, dove Tommaso propone con semplicità, appoggiandosi a volte a sant’Agostino e a volte ad Aristotele, una visione della vita e dei suoi valori molto bella, e anche attuale.

Per il mite monaco domenicano non serve la iattanza superba dei successi mondani, del denaro, del piacere fine a se stesso, o del potere, vera libido di tutti i tempi, ma più semplicemente basta tenere conto del fine che ogni uomo, ogni essere relazionale ha, quello di agire secondo i princìpi dell’umano, che corrispondono alla stessa lex divina, perché altro non possono essere. Dio stesso è immagine e causa esemplare di una umanità vera, come narra con grande chiarezza il libro della Genesi (1, 27).

Tommaso studia l’uomo basandosi su un’antropologia realista, che muove da una visione razionalmente unitaria dell’essere viventepensante, autoconsapevole, in qualche modo depositario di un libero arbitrio più forte di qualsiasi condizionamento esterno o circostanziale. Il tema, per un moralista realista come il santo d’Aquino, è decisivo, e su questo basa anche la sua dottrina sul peccato, sui vizi e sulle virtù. Tommaso riconosce umilmente di essere debitore dei grandi Padri della chiesa nascente, soprattutto di Agostino, cui lo lega una straordinaria devozione, che però non gli impedisce di dissentire quando il grande padre africano indulge forse troppo in visioni di tipo emotivo-volontaristico, senz’altro più vicine alla nostra sensibilità di quanto non lo siano le idee tommasiane, ma talora quasi prodromo di analisi psicologiche che si svilupparono solo negli ultimi due secoli! Agostino è più moderno di Tommaso, tant’è che mi è capitato di proporre la sua immensa figura come santo protettore degli psicologi ad amici psicologi, suscitando un certo loro interesse. Un altro gran personaggio dei primi secoli assai caro all’aquinate è Severino Boezio con il suo De consolatione philosophiae, e un altro è il vescovo Ambrogio di Milano, e anche papa Gregorio Magno, benedettino, autore del meraviglioso testo Moralia in Job.

Tommaso a un certo punto, conversando con questi grandi, ha bisogno del supporto di quello che lui chiama il “filosofo”, cioè Aristotele, l’unico capace di offrirgli la strumentazione logico-metafisica adatta a riflettere sulla valenza razionale degli atti umani liberi. Ma il suo razionalismo non ha nulla della freddezza e dell’antropocentrismo cartesiani, poiché si dipana attento anche alla fondamentale dimensione delle passioni, che modernamente chiamiamo emozioni, con la classica tassonomia bipartita di cinque contrari e una solitaria, l’ira, di cui abbiamo trattato pochi giorni fa in un post precedente.

In sostanza Tommaso d’Aquino ci propone un pensiero equilibrato e forte, fiducioso, in definitiva, nella capacità umana di riflettere usando l’argomentazione logica e la coscienza riflessa, senza omettere di dar valore ai sentimenti e alle emozioni/ passioni, cui comunque non risparmia un’analisi critica e profondamente consapevole.

In altre parole, questo straordinario maestro di umanità ci invita a guardare a tutto tondo l’essere umano, e per questo ci ha regalato un testo sistematico forse insuperabile, la Somma Teologica, che è anche filosofica e antropologica. Per san Tommaso parlare di Dio è parlare dell’uomo, creatura figlia di un Creatore-Padre, non mai tiranno irrispettoso e volubile come le divinità olimpiche capricciose e imprevedibili. Il Dio di Tommaso è prevedibile perché è sinonimo di Amore, anzi, dell’Amore, di Eros e di Agape, dove la caritas è tutt’uno con la dimensione affettiva e anche erotica.

E su questo caro lettor mio, fammi citare senza superbia il mio testo in tema che trovi qui a lato.

Le opere dell’uomo secondo un sapere etico e “Le operette morali” del Poeta-Filosofo

Leggendo il meraviglioso testo leopardiano, scritto a più riprese tra il 1824 e il 1831, vien da fare un paragone con l’etica odierna che va per la maggiore, quella scientista-positivista, in auge da un secolo e mezzo. Là dove il grande poeta-filosofo di Recanati mette in guardia gli uomini dalla ybris, proterva convinzione di poter dominare la natura e tramite essa il mondo, oggi molti sono convinti che tutto ciò che la scienza può fare si debba poter fare, indipendentemente da un giudizio morale di merito.

Leopardi fa parlare, personalizzandoli e antropomorfizzandoli, molti soggetti, come la Terra e a Luna, lo Gnomo e il Folletto, la Morte e la Moda, e poi anche un Fisico e un Metafisico, Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez, Porfirio e Plotino, etc.

Per dire del dialogo, ad esempio, tra un Fisico e un Metafisico: Leopardi qui mette in campo il paragone tra una vita lunghissima, ai limiti dell’immortalità, scelta preferita dal Fisico e una vita intensa e di qualità elevata, come invece indica come preferibile il Metafisico, e chiaramente si pone dalla parte di quest’ultimo, confermando che ciò che deve importare all’uomo saggio e sapiente è la qualità umana e morale delle azioni che compie, non la loro quantità e visibilità; oppure del confronto fra Colombo e Gutierrez: nel dialogo tra i due navigatori la riflessione verte sul coraggio e la capacità degli uomini di mettersi alla prova, non tanto sfidando la Natura, che è incomparabilmente più potente e grande, quanto di usare tutti i beni mentali, spirituali e fisici di cui sono dotati per esplorare ciò che la Natura sviluppa nel mondo, ma con l’umiltà dettata dalla conoscenza e dal rispetto del limite che gli uomini saggi ben conoscono e accettano; infine, nel bellissimo dialogo tra i due filosofi neo-platonici Plotino e Porfirio, maestro e allievo, ma in questo caso quasi dei prestanome per un Leopardi che evolve nelle sue opinioni morali sulla vita e sul suo valore, si possono individuare alcuni profondissimi aspetti filosofici, che danno al dialogo stesso il valore di un’epigrafe etica tra le più elevate del pensiero ottocentesco.

Se Porfirio-Leopardi più giovane disdegna il valore intrinseco della vita, anche se colma di sofferenze, Plotino-Leopardi più vecchio recupera di contro questo valore come accettazione della elevatezza spirituale, scelta per la vita comunque, al di là di ogni fuga suicidiaria, che è egoista in quanto evitante, e di una scelta che tiene conto del consorzio umano, del fatto che ogni uomo è nel contesto dell’umanità tutta, cui deve rispetto e attenzione per il comune destino.

L’etica di Leopardi è portatrice di una visione del mondo stoica, non mai scettica, e chiaramente aperta alla verità del cuore e degli atteggiamenti conseguenti. Leopardi non tradisce mai se stesso, né si lascia prendere la mano da un pessimismo di maniera, né cosmico né autobiografico: egli è consapevole delle difficoltà presenti in ogni esperienza di vita, segnato dalla propria in profondità fin dall’infanzia, ma non recrimina, non eleva alti lai contro la sorte, contro il destino, ma si limita a constatare che l’uomo, creatura tra tutte quella consapevole del meraviglioso dramma di essere-al-mondo, gettati nel mondo, ha da accettare questa condizione, che è un bene in sé, un appartenere all’essere e all’averne coscienza, e piena contezza.

In questo essere-nel-mondo l’uomo opera e opera secondo una morale che, nel caso suo, fa a meno del Dio delle religioni, ma accoglie fino in fondo la creaturalità dell’umano, il limite, la perduranza del dolore, la precarietà del vivere.

E la sua poesia, specie quella di alcuni degli idilli maggiori, come L’infinito, come Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, come La ginestra, suo penultimo canto, si correla armoniosamente con i pensieri delle Operette Morali, in una sinfonia di filosofia poetante o di poesia pensante, e mai l’apparenza (o l’apparire) di un ossimoro fu meno probabile.

Giacomo Leopardi in questo senso ha gli occhi e il cuore di un veggente disincantato e perfino ironico, a volte, mai abbandonato alla disperazione, ma sempre dignitosamente aggrappato alla sua forza vitale, alla ricerca di forme sempre nuove di bellezza e di verità. Egli “vede” -precorrendoli- i tempi successivi, come se il futuro, le aspettative, la contemporaneità gli comparissero davanti in un nitore abbagliante, con tutte le contraddizioni, le illusioni, le false promesse e le profezie fuorvianti di altri profeti, o sé putanti tali, quelli sì arrogantemente protesi a insegnare a vivere a tutti.

Operette nel senso di “piccole opere”, umiltà vera e non falsa modestia di un uomo cui dobbiamo essere grati non solo per la sublime poetica, ma anche per un pensiero profondo e onesto, limpido e incondizionato. Grazie per sempre, piccolo grande amico, conte Giacomo da Recanati.

Le favole di Esopo e altre storie di saggezza popolare

Ho per le mani un volumetto dell’editore Salerno, inviatomi da chi si trova in ristretti orizzonti, per gentilezza amicale e omaggio di scuse. Evidentemente in questa fase delle nostre due rispettive vite non ci si capisce, e fors’anche non ci si comprende, e quindi occorrono messaggi di soccorso al reciproco intendersi.

Le favole rappresentano miti e caratteri umani spesso attraverso una sorta di antropomorfizzazione degli animali, selvatici e domestici, in situazioni assolutamente plausibili, con una morale finale che si traduce in proverbi e motti sintetici, comprensibili a chiunque. Il titolo esteso del volumetto è Aforismi politici fondati sopra le favolette di Esopo frigio, dedicate alla qualità del principe (si tratta in questo caso di Vittorio Amedeo II di Savoia) e all’arte del regnare, a cura di Emanuele Tesauro, tratto da manuali in uso fin dal ‘500 nelle scuole umanistiche; d’altro canto Gianni Mombello ritiene una fonte attendibile dell’aureo libretto il testo francese di Jean Baudoin Les fables d’Esope Phrigien pubblicato nel 1631. Il titolo della pubblicazione italiana è La politica di Esopo frigio.

Il genere letterario degli aforismi e degli apologhi moraleggianti risale prima di tutto alla tradizione greca di un Plutarco, e poi anche a quella latina di un Marziale, di un Cicerone o di un Tacito, e non solo, ma appartiene perfino alle esperienze formative dei primi apostoli della chiesa cristiana nascente, come i Padri del deserto del terzo secolo d. C.: nomi come quelli di Pacomio e Paolo di Tebe, di Antonio come raccontato da Atanasio di Alessandria, sono noti per i detti e gli apoftegmi che lasciarono in dote alle prime strutture cenobitiche egizie e del Vicino Oriente antico. San Basilio di Cesarea ne fu poi il principale fruitore quando pensò di scrivere la prima regola monastica della cristianità, fonte originale dello stesso movimento benedettino, che da lì trasse argomenti così come dalle indicazioni morali e comportamentali agostiniane. Più vicine ai nostri tempi sono le raccolte di detti aforistici ed epigrammatici di filosofi come Montaigne, Pascal, Nietszche, Schopenhauer, Karl Kraus, Wittgenstein, etc.

Non dimentichiamo poi il libro biblico dei Proverbi, vero compendio di sapienza popolare del plesso siro-palestinese risalente al primo millennio a. C.  Massime, adagi, proverbi, apologhi, aforismi, apoftegmi, in una ricchezza straordinaria e forse ancora poco conosciuta dai più.

Le più divertenti di Esopo, tanto per gradire e forse rammemorare ricordi scolastici in qualche arguto lettore.

 

DEL LUPO E DELL”AGNELLO

Alla chiara sorgente di un fresco rio beveva messere il lupo. E, bevendo, vide un agnello, che dilicatamente, con la cima de’ labri beveva nel rio, lungi foorse un tratto di pietra. Il lupo scacciò la sete con la fame e corrè sopra lo agnello, gridando: Ahi scelerato, tu m’intorbidi l’acqua. L’agnello, col cuore e con la voce tremante, lo supplicò di compatire alla sua innocenza. Percioché, bevendo sì lontano nel rio, non poteva intorbidar la fontana. Ma la crudel fiera, più altamente gridando, rispose: Invano ti scusi. Tuo costume è di volermi male. Percioché il tuo padre e la tua madre mi odiano a morte. Tu dunque ne pagherai la pena. E così dicendo sel mangiò.

allegoria: Quando il più forte vuole opprimere il debile, non gli mancano pretesti.”

 

DEL TOPO E DELLA RANA

Guerreggiava contro della rana il topo acquaiolo per la giuridizione della palude. Il topo più astuto, facendo imboscate fra l’erbe e uscendo di sotto terra, assaltava la verde nemica. Ma questa come più agile e destra, col saltellare ora inanzi ora indietro si schermiva e offendeva. Lungo tempo con le armature di foglie e lance di giunchi durò nel freddo fango la calda battaglia. Ma ecco che, troppo intesi a danneggiarsi fra loro, i piccoli avversari non si guardarono dal nibbio, il qual, calatosi di repente, divorò l’uno e l’altro.

allegoria: Quando due piccoli contrastano , il potente fa il suo profitto.

 

DEL CERVO E DELLO AGNELLO

Il cervo bugiardo accusò l’agnello davanti al lupo, dicendo: Signore, costui non mi paga un moggio di formento che mi deve. Lo agnellov quantunque sicuro di non dovergli nulla, nondimeno, temendo il lupo non pigliasse questo pretesto per mangiarlo, si sottometté di pagarlo infra pochi giorni. Apena finito il tempo, ecco che il cervo domanda il debito. Ma l’agnello, il quale non aveva più paura, si negò debitore, dicendo: Ben tu sai che il timor del lupo mi forzò a prometter e promessa fatta per forza non vale una scorza.

allegoria: Promesse forzate non vaglion nulla.”

 

DEL CANE E DELL’OMBRA

Passava il cane per un ponte stretto con un pezzo di carne tra li denti. E perché l’ombra della carne, riverberando nell’acqua, rappresentava un pezzo di carne molto maggiore, il cane disse: O che grande acquisto poss’io far oggi, per mia fè io non vo’ perderlo. Si calò dunque nel fiume, ma quando più vicino fu alla preda, tanto più lontano si trovò alla speranza. Percioché, aprendo l’avida bocca per aboccar l’ombra, la vera carne gli scappò, ed egli non ebbe né questa né quella. Onde, ritornandosene affamato, disse: O pazzo me, che non seppi moderar la mia cupidigia. Io avevo quanto mi bastava e ora per volere troppo io non ho nulla.

allegoria: Chi vuol troppo non ha poi niente.”

 

DELL’AQUILA E DEL CORBO

Fra gli scogli marini aveva l’aquila pescato una conchiglia. Ma niun profitto traea della preda, peroché né col rostro, né cogli unghioni potea squarciarla per averne il pesce che dentro vi si nasconde. Dissele allora il corbo: Eh, sciocca, vuoi tu ch’io t’in segni? Vola quant’alto puoi e lascia cader la conchiglia sul duro di questo sasso, ch’ella si romperà. Il successo fu questo: l’aquila seguì il consiglio, la conchiglia si spezzò, il pesce ne uscì e il corbo cattivello, che stava quivi aspettandolo, sel beccò.

allegoria: I consiglieri avari indirizzano al proprio comodo gli lor consigli.”

 

Non vi è dubbio alcuno che la sapienza popolare di tutti i tempi e luoghi è fondamento della filosofia morale soprattutto da un punto di vista pratico e pragmatico del saper vivere, a volte rinunziando a qualcosa per avere l’essenziale, cioè ciò che dà l’essenza vitale nell’equilibrio dei desideri, filtrati dall’intelletto e dalla ragione, e mossi da una volontà consapevole del senso delle cose e della vita stessa.

Perché la superbia è caput vitiorum, cioè il peggiore dei vizi?

I pensatori classici da Platone ai Padri della chiesa, come sant’Agostino e san Gregorio Magno, a scrittori e teologi come Evagrio Pontico, Giovanni Climaco e Giovanni Cassiano, hanno sempre classificato la superbia come il vizio principale, anzi il capo di tutti i vizi, l’origine originante, la fonte, la sorgente di ogni cattivo comportamento, di ogni immoralità.

Il superbo pensa innanzitutto di essere diverso e comunque migliore di ogni altro, che deve accettare questa posizione di subalternità. Il superbo concede a se stesso il nulla osta per commettere qualsiasi azione, compresa -ad esempio- tra gli altri sei vizi o peccati capitali: può essere invidioso, avaro, accidioso, iracondo, goloso e lussurioso in ogni modo e misura, perché al superbo, in quanto creatura superiore è concesso tutto.

Così ne descrive la figura allegorica  Cesare Ripa nella sua Iconologia del 1611:

Donna bella et altera, vestita nobilmente di rosso, coronata d’oro,
di gemme in gran copia, nella destra mano tiene un pavone et nel-
la sinistra un specchio, nel quale miri et contempli sé stessa.

La superbia può essere studiata non solo sotto il profilo teologico-morale o etico-filosofico, ma anche sotto il profilo psicologico, e ciò è molto interessante. In realtà il superbo manifesta con l’atteggiamento superbo una scarsa autostima verso di sé, poiché sente il continuo bisogno di mostrare a se stesso e al mondo di essere il migliore, ma si tratta solo di una proiezione del sé oltre la sua realtà propria, evidenziando così un’incapacità radicale, strutturale di accettare i propri limiti.

Un altro tratto del superbo è il narcisismo e il bisogno costante di autoaffermazione, perfino nei rapporti affettivi, cosicché la sua centralità, il suo credere che tutto il mondo giri attorno a lui, non fa che irrigidirlo in una posizione sempre più autodistruttiva. Chi è superbo fa fatica a crescere psicologicamente e spiritualmente, perché non è disponibile al cambiamento e, nel suo caso, a una vera e propria “conversione del cuore”, mentre si rende sempre più incapace di buone relazioni sociali e anche affettive.

La temperie socio-culturale attuale è ricca (si fa per dire) di superficialità, culto dell’apparire, di narcisismo e di gossip, e così nutre la superbia come una malattia psicologica perniciosa e molto grave. Forse si può far risalire questo dilagare della superbia addirittura alla rivoluzione filosofica iniziata con Descartes, il quale con le migliori intenzioni del buon cristiano, volendo smantellare un aristotelismo di maniera, ha scatenato la belva dell’individualismo soggettivista, ispirando cattivi eponimi a considerarsi quasi creatori del mondo, non creature del mondo.

Se a livello psicologico e relazionale la superbia fa molti danni, questi si aggravano se li esamina dal punto di vista spirituale, talché il superbo si pone quasi al posto di Dio o di un “dio” se ateo professo. E qui bisogna stare attenti, perché anche molte persone religiosamente attive e praticanti sono in realtà superbe, perché usano degli atti esteriori del culto per mostrare se stessi, non tanto la fede in Dio.

Se confrontata con gli altri vizi la superbia danneggia molto più gravemente lo spirito dell’uomo, come ben sapeva Tommaso d’Aquino (cf. Summa Theologiae, I II), che riteneva il superbo colui che nutre un amore disordinato per il proprio bene al di sopra di altri beni superiori. Pertanto il superbo, mentre esalta se stesso all’inverosimile, denigra e disprezza gli altri senza alcuna ragione. Chi è superbo, secondo Tommaso, vuole esserlo mettendo in moto la pura volontà senza ragionare, perché se usasse il bene dell’intelletto si accorgerebbe dei propri limiti e sarebbe umile, e quindi saggio, sapiente. La superbia funziona dunque come un accecamento dell’anima.

Vi sono poi due tipi di superbia: il primo è quello di chi si vanta delle proprie qualità, che possono anche esserci, e in questo caso si tratta di vanagloria, proprio così “vana gloria”, cioè gloria inutile; il secondo è quello di chi si annette qualità e meriti che assolutamente non ha, e quindi rischia di coprirsi di ridicolo, soprattutto in settori come la scienza e la politica. Si sa che scientia tamen inflat, la scienza gonfia, se non vissuta in modo umile, così come la politica diventa mero esercizio di potere e non servizio alla comunità.

Chi è convinto di avere sempre ragione in qualsiasi situazione, modo e tempo, è un superbo arrogante, che tende alla protervia e alla prepotenza, spesso connotato nei modi da una grande presupponenza e boria: questi non riconosce mai i propri errori.

Un altro aspetto che denota il superbo è la sottolineatura inutile di essere migliore di altri (e può anche essere vero) senza mai attendere che ciò sia un’attestazione condivisa e accettata, tant’è che egli si fa vedere tale anche dalla postura, a volte dalla camminata altezzosa e indifferente, e a volte ama insultare gli altri con epiteti di disprezzo, spesso di nascosto, perché molto spesso il superbo è anche vigliacco.

Il superbo è anche orgoglioso, ma di un orgoglio esagerato e sbagliato, al punto da prendersela anche per inezie che lui ritiene siano state fatte o sgarbi nei suoi confronti, per cui non è mai disponibile a perdonare e a riconoscere gli errori altrui anche se minimi.,

Egli pretende sempre di avere accanto nel lavoro dei subordinati, non dei colleghi o collaboratori che, pur subalterni, sarebbero in grado di portare un contributo originale e creativo al lavoro stesso; il superbo riesce ad affidare solo compiti la cui esecuzione controlla occhiutamente, ma non mai deleghe per fare crescere le persone che lavorano con lui, e fidandosi progressivamente di questa crescita. Di solito tende all’ingratitudine se aiutato in caso di necessità, e a fare domande spesso per mettere in difficoltà l’altro, più che per imparare e ammettere -a sua volta- di dover crescere.

Il superbo tende a disprezzare le opinioni altrui, anche se espresse da persone competenti sulla materia in questione, perché si sente naturalmente tuttologo e sapiente in ogni disciplina: in questo modo rischia di fare figure barbine, perché facilmente smascherabile. Non ci si può documentare sulla stampa quotidiana e pretendere di essere degli esperti di un determinato campo del sapere. Il sapere vero è frutto di un atteggiamento prima di tutto umile, e poi di studi lunghi e severi, da cui il superbo, nella sua iattanza presupponente, rifugge volentieri, perché troppo faticoso.

Una vita e un atteggiamento mentale centrati solo sull’“io” fanno letteralmente scomparire anche solo l’ipotesi di Dio dall’orizzonte esistenziale. Per Sant’Agostino, la superbia non è altro che una perversa e anche un poco ridicola imitazione di Dio, così come per San Tommaso è un contrapporsi irragionevolmente al Divino, come un competitore da sconfiggere.

La superbia è dunque il peggiore e origine di tutti gli altri vizi, a partire dal secondo più grave, cioè l’invidia, perché disintegra una sana antropologia, cioè una visione razionale dei limiti e anche della grandezza indubbia dell’essere umano, che resta comunque una creatura, pur se autoconsapevole e provvista di senso morale.

La virtù di umiltà è il più forte contrappeso e antidoto alla superbia, in una sana medicina della mente e del cuore.

L’ira è un vizio o una passione?

Per Tommaso d’Aquino, maestro dei miei maestri, è l’uno e l’altra, a seconda di come si manifesta. Ne sono stato sempre interessato perché, sotto una maschera di feroce autocontrollo, che mi ha permesso una vita relazionale molto buona e di imparare “mestieri” che hanno nella qualità relazionale il loro perno, a parere di molti, quasi tutti, io ne sarei esente. Ma non è così, e pertanto spero che nel mio caso si tratti prevalentemente di una passione. Come non è molto noto, Tommaso, sulla scia aristotelica e agostiniana, ma anche di Nemesio di Emesa, di Giovanni Damasceno e di Giovanni Cassiano, distingueva le passioni in cinque coppie contrapposte: amore/odio, desiderio/fuga, piacere/dolore, speranza/disperazione, timore/audacia, cui si aggiunge l’ira, passione in se stessa contraddittoria e perciò priva di contrario; circa i vizi, l’ira fa parte di quel pacchetto di sette, noto fin dal catechismo di san Pio X che chi è nato fino agli anni ’50 e ’60 era quasi costretto a imparare a memoria: superbia, invidia, accidia, cupidigia, ira, gola, lussuria, tra i quali i primi cinque sono ritenuti i più gravi perché “spirituali”, mentre gola e lussuria sono più “corporali”, e quindi meno gravi.

In proposito è bello leggere il manuale redatto in latino dai confessori padri cappuccini del XVI secolo, che occupa undici volumi per le violazioni peccaminose dei dieci comandamenti, di cui due di questi volumi, ironicamente, sono dedicati al de sexto, cioè alla lussuria, contemplando tutte le fattispecie e sotto specie, specialmente della… masturbazione, con penitenze proporzionate al piacere provato. Oggi diremmo: uh uh.

Tornando all’ira, ecco perché il sapiente aquinate la colloca sia tra i vizi sia tra le passioni. Tra i vizi perché, se incontrollata, può sfociare nella collera e anche nella violenza omicida, tra la passioni poiché nella giusta misura può aiutare gli esseri umani a superare prove ardue. Ora, la misura dell’ira non è facilmente definibile, in quanto legata alle situazioni e ai caratteri delle persone.

Quella di Tommaso d’Aquino è la prima analisi delle passioni che potremmo definire psicologica, anche se non nel senso moderno e clinico del termine, occupandosi del sottile gioco che intercorre tra pulsioni pre-morali dell’anima e giudizio razionale improntato a una qualche etica della vita umana, e quindi moralmente rilevante. Tommaso sa che siamo (non abbiamo) corpo e anima, unificati nel sinolo aristotelico, cioè nell’unità sostanziale dell’umano, che non inficia per nulla la sua spiritualità e il suo desiderio di assoluto. Una linea che da Aristotele, passando per Agostino e Tommaso d’Aquino porta dritta dritta alle scienze psicologiche moderne e contemporanee, ad esempio di uno Jung o di un Rogers, che erano attenti lettori dei pensatori classici.

Pertanto l’ira è diversa dalla collera e dalla probabile conseguente violenza, perché può costituire il prodromo di uno slancio vitale (cf, Henri Begson) e un aiuto prezioso in situazioni di pericolo, se temperata da un’altra passione quella del coraggio, e da una virtù cardinale, come la prudenza, madre di tutte le virtù umane. Pe fare un esempio concreto e attuale, il coraggio e la prudenza che hanno avuto le lavoratrici e i lavoratori della Roncadin di Meduno, quando due settimane fa si sono trovati coinvolti nell’incendio della fabbrica e ne sono usciti incolumi per riprendere il lavoro solo un paio di giorni dopo. Coraggio e prudenza, aggiunti alla preparazione dovuta a una buona formazione sono stati gli elementi psicologici e morali che hanno impedito la tragedia. Grandioso.

Ecco perché conviene pensare che l’ira sia una cosa buona se ben declinata e utilizzata.

Un ultimo esempio: anche nelle relazioni inter-soggettive, specialmente quelle tra capi e collaboratori, a volte conviene che vi sia uno scatto d’ira, in base alla situazione e ai caratteri degli interlocutori, per rendere il dialogo più assertivo e convincente. Vi sono persone, specialmente se impegnate in ruoli esecutivi, che hanno bisogno di essere guidate con una certa fermezza di toni, quasi fino alla burbanza e all’autoritarismo formale, senza che ciò diventi un conculcamento della personalità, ma solo perché c’è bisogno di dare certezza alle indicazioni operative. Un capo deve saper essere in molti modi, modificandoli a seconda dei casi, degli interlocutori e delle circostanze. Declinare i moti dell’ira come passione, allora, diventa uno strumento efficace di gestione e di leadership.

E io sono iracondo? Ebbene sì, e non poco, ma vigilo con attenzione e cerco di indirizzare le mie migliori energie a questo, sapendo che se non c’è vigilanza si rischia di perdere il controllo delle situazioni e la propria credibilità negli ambienti di lavoro e ovunque.

E quindi, buona ira a tutti.

El buen retiro de este dia en el final de septiembre

Dopo decenni, da meno di un anno son tornato con i piedi nell’erba. Il verde della campagna mi circonda, ultime case prima delle Risorgive. Nei pressi l’osteria dove Bea impara a lavorare per studiare. Uccelli chioccolano alla fine di settembre, in attesa dell’autunno. Già i colori della stagione volgono alle tonalità dell’ocra e del rosso cupo, un merlo si attarda sotto l’ulivo. Io contemplo tutto intorno ascoltando le campane del sabato che annunziano la rinascita, come ogni settimana, da millenni. Il rito si ripete sempre nuovo e unico, uno e innumerabile, come le stelle del cielo, come le cellule di un corpo, come i punti della superficie di una sfera, come le qualità del Divino che tutto trascende.

L’aria è ferma dopo che una brezza s’era fatta sentire, quasi ricordandomi il profeta Elia, che scorse nel vento leggero la Presenza. Telefonate amicali, ai confini tra l’affettività e il lavoro, come spesso mi accade in un tempo vigoroso e nobile.

Il senso del mio tempo si manifesta in tanti piccoli gesti, atti, parole, pensieri, silenzi. La profondità della vita si dipana tra il corpo e lo spirito, anzi nel corpo spirituale che mi costituisce, fin dal mio concepimento nell’utero di mamma Luigia. Misteriose forze promanano da tutta la mia storia genetica, lottando per prevalere, come gli alberi di una fitta foresta cercano di svettare per cogliere il sole mattutino.

Non so del domani, come ciascuno di noi, ché domani non esiste, e sarà solo quando.. sarà domani. Il senso del tempo è uno dei caratteri distintivi del sapere umano, una categoria necessaria, anche se fisicamente relativa, poiché di assoluto, di sciolto-da-ogni-altro-ente il tempo nulla possiede. Mentre penso, scrivo, immagino te gentil lettore che apri questo sito, so che accadono cose i cui vettori causali non conosco, né controllo, e questo può perfino darmi l’angoscia di cui scriveva Kierkegaard, l’angst, una sorta di apnea esistenziale che prende l’uomo cosciente del suo limite terreno, e lo spinge a gettarsi nell’infinito di Dio.

Non controlliamo quasi nulla delle nostre vite o, meglio, pochissimo, poiché il più è determinato dalla millenaria filogenesi dei cromosomi corsari che ci hanno condotto fin qui, e dalle condizioni ambientali in cui questi cromosomi nel tempo si sono incarnati, e dall’educazione ricevuta dall’ultima “incarnazione” come sono io, che sei tu, caro lettore, che siamo tutti, esseri umani, animali, animati, viventi. E pure le pietre hanno una storia, più arcaica della nostra, ma apparentata ad essa.

Guardando i volti delle persone che incontro, conosco, sfioro per le strade, i luoghi di lavoro, le stazioni, gli aeroporti, intravedo in lontananza e in chiaroscuro le tracce di traiettorie esistenziali uniche e irripetibili, provenienti da plaghe più o meno lontane, fino all’incrocio con la mia vita. E stasera guardavo la ragazza pronta all’uscita amical del sabato, alta e slanciata, figlia mia quasi in copia, proveniente, lei pure, dall’abisso cosmologico del tempo e proiettata oltre la mia vita, e ho pensato “che bello”, in realtà siamo immortali con la nostra progenie che ci supera e noi che abbiamo costituito l’anello tra i nostri genitori e i figli che abbiamo messo al mondo. Genitori e figli per sempre, coppie umane non per sempre, talvolta. La dimensione orizzontale dei rapporti umani è a rischio, quella verticale invece è più forte di ogni volontà soggettiva, perché garantisce la specie.

Pensieri lasciati allo scrivano che sono mentre la sera sta calando su noi, in questa plaga severa del Nordest, io scriba 2.0 del ventunesimo secolo, emulo dei predecessori egizi ed ebrei, allievo dei Padri antichi della filosofia e della chiesa, amanuense tecnologico e gutemberghiano, uso alla tastiera del tablet e del pc, io scrivano, autore di testi che utilizza parole e frasi, retorica e stile, secondo la lunga tradizione della scrittura occidentale.

Erano le luci del pigro e dolce tramonto settembrino che mi hanno suggerito di scrivere, e ora il buio della sera che viene mi dice di contemplare l’ennesimo giorno che se ne va nell’altrove.

Ricostruire le relazioni nella vita che cambia

…è compito diuturno dell’uomo, sia nella normalità, sia in condizioni eccezionali, come dopo un disastro. Le comunità umane sono naturalmente solidali, oltre ogni riflessione razionale, oltre gli schieramenti di parte e le passioni temporanee. In tempo di guerra si è assistito a incredibili episodi di solidarietà tra “nemici”: basti pensare al comportamento delle babuske ukraine verso i nostri alpini in ritirata dal Don nell’inverno atroce del ’43.

Un evento eccezionale cambia la vita all’improvviso, anche in tempo di pace. Un terremoto, un’alluvione, un incendio, un’epidemia. Gruppi consolidati e coesi da tempo vengono spezzati, e spazzati via dal turbine di ciò che improvvisamente accade. Il primo sentimento che prende le singole persone è lo sconcerto, un senso di spaesamento forte e sulle prime devastante. E’ allora che accade qualcosa di nuovo e talora di inatteso: il reticolo delle vecchie relazioni, più fitto e certamente più disordinato di una ragnatela, non esiste più, ma comincia a costituirsene uno nuovo, completamente diverso. Chi faceva parte del “vecchio gruppo”, magari si tratta di un intero reparto aziendale, si incontra con persone che conosceva solo di vista, o giù di lì, e qualcosa accade. L’uomo sa, d’istinto, che solo fare causa comune può salvare “dalle belve della foresta” o da altri pericoli. Solo l’alleanza tra simili può permettere di superare ostacoli altrimenti invalicabili, in solitudine. E dunque inizia a crearsi un reticolo di nuove relazioni che pian piano costituiscono rapporti a due, a tre, a gruppi, dove le varie “chimiche” individuali si percepiscono, si annusano, con i vari recettori psico-biologici, e danno feedback, resistono, si adeguano, empatizzano e simpatizzano, oppure, al contrario, magari all’inizio antipatizzano. Misteriosi e inconoscibili canali di comunicazione entrano in funzione a vari livelli, da quello limbico a quello corticale, guidati dalla biologia e anche dal sentimento e dal senso del gradimento.

A volte le persone temono questo cambiamento radicale, perché toglie le “sicurezze relazionali” di prima, perché prima uno sapeva come doversi regolare con tizio o tizia, conosceva i caratteri, le possibili reazioni, i linguaggi e perfino il lessico base di quel collega, e ora non più. La nuova rete è un mare ignoto, pieno di trabocchetti e di mulinelli infidi, dove può accadere qualsiasi cosa, inaspettatamente, o con maggiore o minore gradevolezza. La precedente “zona di conforto” non esiste più, sostituita da un indistinto rumore di fondo che a volte sconcerta e disorienta, e a volte preoccupa. Basti pensare a come si costruiscono le équipes di lavoro,  quanta cura deve essere posta per coniugare bene esperienza professionale, determinazione e potenziale, là dove, se si sbagliano i pesi e le misure di quei tre elementi costitutivi essenziali si può determinare un danno significativo in termini di efficienza operativa e di qualità relazionale.

Di importanza fondamentale è invece essere consapevoli che il cambiamento, anche in questo senso e con queste modalità, può apportare un enorme valore al nuovo gruppo e alla struttura sovrastante, che sia un’azienda, una scuola o un’entità collettiva di qualsiasi altro genere, poiché rimescola le carte, toglie alibi e pastoie legate a consolidate e a volte inveterate abitudini e comodità relazionali, che spesso contribuiscono a un sostanziale invecchiamento della struttura e alla sua obsolescenza. Certamente tutte le novità sono impegnative, ma sono nello stesso tempo una salvaguardia quasi fisiologica nei confronti del rischio di un impigrimento mentale e quindi operativo e gestionale.

Se non imposto o dettato da drammi e a volte tragedie più grandi di noi, è meglio che preveniamo l’invecchiamento delle strutture operative, pre-vedendo di cambiare ruoli e funzioni quasi per metodo, utilizzando la job rotation come una via per stimolare i neuroni a produrre sempre nuove sinapsi e collegamenti intelligenti. Ogni dramma umano, e perfino ogni malattia e ogni dolore fisico e psichico, se giustamente collocati nell’economia di una o di molte vite, possono costituire un’opportunità di crescita morale e spirituale, per uno o per molti, non importa, ché anche la crescita di una sola persona è un bene prezioso per il mondo, come lo è la sua vita.

La forza e la determinazione di donne e di uomini, di una famiglia, di un’azienda friulana

Ogni tanto la vita ti presenta i suoi conti: può essere una malattia dolorosa, può essere un distacco, il venir meno di un proprio caro o anche una crisi di lavoro, un disastro ambientale, un incendio che interrompe  (per un momento!) l’attività di un’azienda brillante e innovativa. E’ quello che è successo a Meduno (Pordenone) venerdì scorso mattina. Nella fabbrica di pizze industriali surgelate più innovativa d’Italia e non solo, presente sul mercato internazionale con sempre maggiori successi, è scoppiato un incendio all’inizio del primo turno di lavoro. L’azienda , rilanciata dalla famiglia Roncadin nove anni fa (dopo che la famiglia stessa l’aveva aperta all’inizio degli anni ’90 e successivamente a seguito di alterne vicende era fallita a causa di male gestioni di successive proprietà), occupa quasi 550 persone, in stragrande maggioranza donne, che conciliano egregiamente i tempi di vita e i tempi di lavoro con turni da sei ore per cinque giorni alla settimana.

La proprietà fa capo a una grande famiglia imprenditoriale, che sulla spinta del signor Edoardo, emigrato giovanissimo in Germania, “imprenditore nella testa” a diciassette anni, è riuscito a mettere in piedi la brillantissima bofrost* (vendita a domicilio di specialità surgelate, di gran lunga primo player italiano del settore), migliorativa rispetto al modello teutonico (mia opinione del tutto personale), diverse piccole aziende e soprattutto questa “fabbricona” a Meduno, nella splendida ma un po’ isolata pedemontana pordenonese, dando lavoro a un ampio territorio, e soprattutto a uomini e donne e ragazze, madri di famiglia e anche… a nonne o aspiranti tali, ché la Roncadin non guarda all’anagrafe, ma al volto, all’atteggiamento, alla buona volontà di chi si presenta per chiedere lavoro, e chi seleziona queste persone cerca di guardare oltre le apparenze a una verità più profonda della persona stessa. Donne e uomini che si presentano per lavorare in produzione agli impasti, a preparare gli ingredienti, a farcire, a imballare, in magazzino, nella manutenzione, nel controllo della qualità, nella sicurezza del lavoro, nel commerciale, nell’amministrazione, nella logistica, nell’area delle risorse umane, nell’Information Technology, e quindi con competenze tecnico-scientifiche e normative come tecnologi alimentari, ingegneri, periti, economisti, informatici, eccetera.

L’incendio, improvviso, inopinato, ha messo alla prova tutta questa popolazione a partire dalla proprietà e dal giovane amministratore Dario. Ne parlo come facente parte di quel grande gruppo anche in qualità di presidente dell’Organismo di Vigilanza del Codice etico previsto dalla legge italiana. La paura, lo sconforto, lo sconcerto, proprio come il giorno dopo il terremoto friulano dl ’76, hanno lasciato immediatamente il campo a sentimenti diversi e opposti: la consapevolezza della gravità della situazione, ma anche la possibilità di intervenire subito al meglio, con l’aiuto esterno di strutture preposte, ma soprattutto con la immediata disponibilità di tutti a darsi da fare per circoscrivere i danni e verificare la possibilità di ripartire con la produzione, anche se parzialmente, al più presto. E allora la crisi estrema si è trasformata in un impeto pieno di forza e determinazione. Nel cuore, nelle menti, nelle competenze, nella disponibilità totale. Le donne piangevano la “loro fabbrica”, perché la chiamano così, a volte facendola “propria” anche oltre ciò che si intende con questo aggettivo, con un senso di partecipazione commovente, sincero, pieno, ma si sono subito “rimboccate le maniche” dicendosi a completa disposizione, anche per nuove modalità e regimi di orario e di lavoro, ancora più flessibili. La durezza antropologica di queste genti, in questi casi, come nell’esempio del terremoto, si fa forza coesa e irresistibile, si fa quasi romantica “capacità di guerra”. Le nonne di queste lavoratrici e anche alcune mamme la guerra l’hanno vista e anche vissuta, e quei genomi sono presenti negli sguardi, nelle mani, nei muscoli a volte dolenti di quei corpi operai. Io lo so, perché conosco le dolenzie dei corpi operai, a partire da quello di mio padre, cavatore di pietra in Germania.

E già tutti sono all’opera per ripartire con quella parte della fabbrica rimasta intatta tra qualche giorno, disponibili a fare di tutto per andare oltre, buttando il cuore oltre, come Enrico Toti (lasciatemi un po’ di patriottismo retorico oggi!) dalla trincea carsica della Grande Guerra.

Ne parlo a ragion veduta, nel mio ruolo legato alle Risorse umane oltre che al rispetto dell’Etica generale e del Lavoro. Questa azienda è un’intrapresa economica, che deve guadagnare con dura fatica per stare sui mercati del mondo, garantendo reddito sociale e occupazione, e perciò, poche volte come in questo caso, si può anche parlare di “fabbrica mia”, o “fabbrica nostra”, con un linguaggio che a volte accomuna il presidente Edoardo e le operaie. “Mia”, “nostra” nel senso di un’appartenenza profonda e sentita come “bene comune”, come bene sociale condiviso e fortemente voluto e da difendere a ogni costo.

Ho scritto qui un pezzo non di encomio o di lode o di piaggeria per alcuno, ma di verità naturale.

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