Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: Filosofia Pratica (page 1 of 32)

L’intensificazione del sentimento come verità interiore, la ragione, la certezza, la meccanica quantistica, la menzogna e la verità… non sono un tourbillon incomprensibile

La certezza, secondo i principi della gnoseologia filosofica (o critica della conoscenza) non corrisponde, di per sé, alla verità, perché quest’ultima è gerarchicamente superiore. La verità, quando è inconfutabile, è oggettiva, mentre la certezza è sempre soggettiva, e può coincidere con la verità solo se sottoposta a verifiche i cui esiti siano incontrovertibili. La certezza abbisogna, dunque, di profonde verifiche, per “trasformarsi” in verità, mentre la verità è il dato definitivo di una risposta a una domanda, come abbiamo detto, incontrovertibile.

Perciò, quando si dice o si manifesta un sentimento, esprimendolo con parole ed espressioni condivise, come il famoso “ti amo” o altro, se non si bara miseramente per scopi nefandi, si è ancora nell’ambito della certezza soggettiva e puntuale. Per avere la prova che l’espressione detta non sia vana e conseguentemente non-vera, occorre la verifica del tempo. E’ dunque il tempo che dà garanzie sulla verità dei detti, mentre è più facile conoscere i fatti: si confronti questa asserzione con le documentazioni storiche e letterarie, almeno da quando si sono potuti costituire archivi, siano essi costituiti con supporti di coccio, di papiro, e poi di cartapecora, pergamena e infine con carta libresca e infine (per ora) con memorie informatiche.

Quanto sopra vale nella vita reale, quando si riflette sulle cose  visibili, toccabili, gestibili, etc., ma dal 1927, cioè da quando Werner Heisenberg scoprì il “principio di indeterminazione” nella meccanica quantistica che aveva cominciato ad esplorare con Max Planck e altri, i criteri classici di certezza e verità, in “quel mondo”, o in quella dimensione vennero meno. Infatti, nella dimensione “quantistica” gli “oggetti” osservabili, cioè i quanta, o fotoni/ particelle, si comportano in modo imprevedibile e incoerente con osservazioni analoghe. In quel mondo si sospende la relazione causa/ effetto della meccanica classica, soprattutto se l’uomo/ osservatore compara esperimenti di eguale procedura e oggetto, nel tempo. Vedremo.

Il sentimento, che nasce da un’emozione o da un concerto di emozioni, come nel caso dell’innamoramento (cf. F. Alberoni, nel testo quasi omonimo “Innamoramento e amore”), è un momento della vita interiore, concernente al mondo degli affetti. Inoltre, l’affettività nel sentimento è un qualcosa che si distingue e si contrappone in qualche modo all’intelletto o alla ragione, contribuendo a delineare il tipo caratterologico della persona. Provo a parlarne chiedendo ausilio alla letteratura, che spesso riesce dar conto di come siamo fatti noi umani anche meglio delle scienze psicologiche e dell’accademia stessa. Basti pensare ad autori come Dostoevskij e PIrandello, ma in questo caso chiedo aiuto a Jane Austen.

Ragione e sentimento è il titolo di un suo bel romanzo,  tra altri sempre vividi, scritto a cavallo degli anni 1800, che dipinge uno spaccato della società inglese del tempo. I due personaggi femminili principali, Elinor e Marianne rappresentano quasi archetipicamente le due dimensioni spirituali di cui qui scrivo.

Nel romanzo si leggono con chiarezza le ragioni del contrasto (non affettivo ma piuttosto esperienziale ed esistenziale) fra la struttura mentale di tipo prevalentemente razionale di Elinor e quella chiaramente più emotiva di Marianne, mentre le due figure, conoscendo un poco la biografia dell’autrice, adombrano e quasi rappresentano sine dubio la relazione fra Austen e la sua sorella maggiore Cassandra. Jane in qualche modo difende se stessa e il suo modo di “stare al mondo”, ma non sempre e non in tutto il racconto, come notano alcuni critici.

Il finale del libro, che narra delle decisioni affettive delle due con la scelta di chi sposare, attesta come al tempo della scrittrice britannica la sensibilità sociale e lo stesso dato sociologico stesse iniziando a mutare, a favore di una sempre maggiore possibilità di autodeterminazione delle donne, specialmente all’interno degli strati della nascente borghesia.

Nel mio quotidiano lavoro affronto tante tematiche, incontrando e trattando con persone diversissime, per carattere e per ruolo professionale e sociale. In questo periodo noto una difficoltà crescente nel dirimere le questioni di ciascuna vita. Tutti sono interiormente combattuti fra ragione e sentimento, e fanno fatica ad equilibrare queste due dimensioni sintetiche, fondamentali per la vita. Se incontro qualcuno che mi dice “mi sono perso, e non so perché“, io stesso non so che dire, se non consigliargli di emendare fino ad evitarla del tutto, quasi “piennellisticamente” (cf. la dottrina psicologico-comunicazionale della Programmazione Neuro Linguistica in autori come John Dilts e John Grindner), la frase, che indubbiamente provoca danni con la sua iterazione nel pensarla e nel pronunciarla.

La violenza del web, e non solo nei pre-adolescenti (cf. Pellai 2019), ma anche nelle persone più mature, sta smantellando la capacità di dirimere ciò che è emozione passeggera da ciò che può diventare sentimento solido, dove anche la ragione interviene, quando non si è dominati da qualcuno o da qualcos’altro, per evitare danni o quantomeno conseguenze spiacevoli sul piano stesso dell’esistenza, dei rapporti inter-soggettivi e con il mondo.

L’ignoranza auto-generantesi da quanto sopra e dalla crescente genericità e approssimazione della comunicazione sociale, soprattutto giornalistica, fa il resto dei danni. La titolistica della grande stampa è incapace di uscire dai cliches della “notizia bomba”, dell’annuncio fatale, del sintagma clamoroso e perciò efficace nonostante possa essere volutamente e perciò colpevolmente impreciso, della collazione di notizie negative e preoccupanti. In questi giorni novembrini, ecco che a Venezia accade l’apocalisse, non il disastro, la catastrofe, il cataclisma acqueo, si legge: l’apocalisse, cioè la rivelazione… di cosa poi, che il M.O.S.E. non funziona ancora?

Dico altro: sento la giornalista che apostrofa il ministro (non “la ministra”, secondo me) Teresa Bellanova, chiamandola non “signor Ministro”, ma “Bellanova”, come se fosse la bidella di una scuola media, cui va tutto il mio rispetto e considerazione. Non sono formalismi, questi, ma capacità di riconoscere un ruolo e di rispettarlo anche con le formule verbali corrette. Ma chi si crede di essere quella o quel giornalista? Un giudice? posto che anche i linguaggi leguleio-giurisdizionali delle arringhe d’accusa e dei dispositivi delle sentenze è sempre irrispettoso nei modi degli imputati, che vengono chiamati, non il sig., la sig.a (almeno, non dico il dott., il prof., l’ing.), bensì “il” cui segue il cognome, tipo “il Pilutti”, cioè io stesso, Dio non voglia mai. Ma chi gli vieta un po’ di garbo, visto che l’imputato è presupposto innocente (sotto il profilo della verità processuale) fino a sentenza passata in giudicato? Cos’è che diventa la persona inquisita, una cosa? E non faccio il garantista d’accatto, perché magari, come altri di certe aree politiche, potrei avere amici inquisiti. Neppure uno.

Sono dunque questi, tempi in cui è sempre più necessario porsi la questione del rapporto fra certezza e verità, usando tutti gli strumenti che abbiamo a  disposizione, sensi interni ed esterni, cultura, conoscenza della storia, di un minimo di diritto, e soprattutto la cura dell’uso del pensiero critico. Questo approccio alle cose, se non trova sufficienti attestazioni e prove di verità, preferisce lasciare il pensante nell’in-certezza, se queste prove non ci sono, della sospensione di giudizio (cf. Husserl, e si pronunzia come si scrive, non Hasserl, come sento dire da un giovin presuntuoso, un biondino, su YouTube, che pubblica conferenze senza saper pronunciare il nome di chi ci sta illustrando! Se lo ritrovo, pubblicherò qui il suo nome e cognome. Dai, prima di pontificare, studia studia, benedetto ragazzo!), della paziente ulteriore ricerca.

Oggi il web permette di tutto, di mescolare menzogna e verità, ragione e sentimento, certezza e in-certezza, in un tourbillon pericoloso e preoccupante. rendiamocene conto.

Educare, formare, crescere, secondo la vocazione e il potenziale che si ha

Ognuno di noi è quello-che-è, geneticamente e in base alla propria esperienza di vita. Irriducibilmente unico: infatti, genetica, ambiente e educazione, essendo assolutamente (e mai tale abusato avverbio fu da me utilizzato con tanta convinzione) non ripetibili, ci rendono “unici”. Ognuno è “unico”, e non solo i “napoleoni”, i “messi&ronaldo”, i “platone” e i… “di maio&salvini”, ma ognuno, ciascuno, da Putin al piccolo Amir che vive forse in un villaggio in vista del Nilo Azzurro che esce dal lago Tana in Etiopia.

Una volta nati si entra in un contesto sociale, a partire, solitamente, dalla famiglia genitoriale, se non si è orfani o abbandonati, e poi a scuola, in chiesa o meno, tra amici, sul lavoro, in ospedale, in guerra, nello sport, e dove vuoi tu, mio gentil lettore.

Progressivamente si manifestano le vocazioni, o “chiamate” verso un qualcosa, un ambiente, uno studio, un mestiere, una missione. Di solito il termine “vocazione” rinvia a una accezione ecclesiale, almeno qui in Occidente, ma il senso e il significato del lemma è molto più ampio: come dice la sua etimologia latina (da voco, vocare, chiamo, chiamare) infatti, vocazione è, come detto sopra, una chiamata. C’è poi anche il termine correlato con il prefisso “in”: in-vocazione, che ha un significato tecnicamente religioso: Dio, cristianamente, si invoca. C’è anche il termine e-vocazione, con un significato legato alla memoria (si evoca un evento, una persona, etc.), oppure, teologicamente, si richiama una entità preternaturale come gli spiriti, per i quali si dice opportunamente occorre discernimento.

La dottrina buona sconsiglia di evocare gli spiriti, perché come umani non sappiamo chi potrebbe rispondere, ed è molto probabile che potrebbe rispondere uno spirito non benevolo, ma intelligente, furbo, apparentemente amabile, ma…

La vocazione, dunque, è una chiamata a percorrere una certa via e a fare delle scelte consone, congruenti e armoniose con il proprio sentire, ma può anche capitare di non essere in grado di fare ciò che si desidera. A questo punto entra in gioco un altro elemento: il potenziale, concetto di carattere psicologico molto studiato nella contemporaneità, ma altrettanto noto ai pensatori classici, soprattutto ad Aristotele, e poi ad Agostino, a Tommaso d’Aquino, a Locke, a Hume, etc..

Il potenziale si può dire sia la capacità di una persona di moltiplicare le sue capacità interne, di svilupparsi, di essere produttivo, di interagire efficacemente con altre persone e con il mondo che lo circonda. L’unicità della persona umana manifesta il suo “io”, cercando di superare gli ostacoli, dominando gli stimoli esterni e le tentazioni, liberandosi il più possibile dai condizionamenti.

Educare è, non impartire lezioni, ma far emergere dal profondo delle risorse intellettuali e morali le forze migliori di un individuo, per la sua formazione umana e la sua crescita. In latino crescere si dice augère, da cui i lemma auctoritas, cioè autorità. Si comprende come, allora, l’autorità si può trasformare in carisma capace di leadership.

Veda, dunque, il mio lettore, come la moderna nozione di leadership, in realtà, sia concepibile solo se la si mette in ordine a partire dal concetto di crescita. Non si può essere leader, se non si cresce veramente sotto ogni profilo umano.

E dunque, ogni essere umano, univocamente, irriducibilmente nella sua perfetta unicità, ha uno sviluppo che parte dalla sua genetica, si sviluppa nell’ambiente e con l’educazione in base al potenziale dato a ciascuno dalla sua propria natura.  O da Dio, se ci si crede.

Scienza e umanesimo, due visioni prospettiche complementari del sapere

Il ministro-filosofo Giovanni Gentile, inopinatamente assassinato da alcuni fanatici resistenti nel ’44, per ben fare, favorì un formidabile equivoco epistemologico, quando separò teoricamente e praticamente il plesso dei saperi matematici, fisici, biologici, geologici, medici, etc., chiamandoli “scientifici”, e il plesso dei saperi, filosofici, letterari, linguistici, artistici, etc., chiamandoli “umanistici”. Forse, Gentile si mosse in qualche modo sulle tracce di Wilhelm Dilthey, che operò la suddivisione fra Naturwissenschaften, o scienze della natura, e Geisteswissenschaften, o scienze dello spirito con l’intento di una classificazione più filosofica che didattico-pedagogica. E si comprende la differenza di prospettiva, essenzialmente teoretica quella di Dilthey, più pratica quella di Gentile, che era ministro, e non solo filosofo e docente, come il collega tedesco.

Fermiamoci su Gentile per spiegare l’arcano e cercare, non di risolverlo, ma di dis-solverlo, proprio filosoficamente. E son quasi certo che lo stesso grande pensatore, potrebbe approvare questo mio approfondimento. Dicevamo: discipline scientifiche e discipline umanistiche.

Facciamo un esperimento in due fasi.

La prima: visitiamo il dipartimento di filologia-glottologia e linguistica generale di una Facoltà di Lettere. Lì troviamo, tra esperti di letteratura varia, dantisti, petrarchisti, leopardisti, etc., anche glottologi severi e puntigliosi. Tra questi ve ne è uno che studia un antico idioma uralo-altaico pressoché scomparso, e lavora compulsando documenti e mettendo in colonna, con precisa tecnica tassonomica, morfemi, sememi e fonemi supposti o attestati. Bene. Che lavoro fa questo ricercatore afferente alla Facoltà di lettere? Ovviamente, nessuno può negare che si tratti di un lavoro scientifico, eseguito nell’ambito fisico e disciplinare di una facoltà prettamente umanistica, anzi la più “umanistica” che c’è, poiché solitamente vi è annesso anche il dipartimento di filosofia.

La seconda: visitiamo il dipartimento di astrofisica in una Facoltà di Scienze naturali, matematiche e fisiche, dove un astrofisico, impegnato in severi studi sull’origine dell’universo, si intrattiene con un collega dicendo: “Ma noi qui siamo a studiare il cosmo, vedi, e a volte mi chiedo perché, se magari anche “altri”, altrove nell’uni o nel multi-verso stiano facendo la stessa cosa, chiedendosi se anche altri pensanti (cioè noi) stanno facendo altrettanto ad anni luce. Siamo solo noi qui interessati a questi argomenti, e poi, perché ci facciamo queste domande? L’universo esiterebbe anche se noi non lo studiassimo”. Che genere di quesiti sono questi? Di fisica? Non pare: sono quesiti filosofici. Pertanto, si può dire che, come il filologo di cui sopra lavora scientificamente, il nostro amico astrofisico si può fare domande di tenore filosofico.

La differenza, quindi, non la fanno gli argomenti e le discipline trattate, bensì l’approccio, la prospettiva, lo statuto epistemologico che si applica.

Scienza e umanesimo sono connessi, strettamente, e l’una si appoggia al secondo per offrire all’uomo tentativi di risposta alle grandi domande che si fa l’uomo con il pensiero critico che lo caratterizza differenziandolo dagli altri esseri senzienti.

Pensiero critico oggi in grave crisi, di cui prendere atto per lavorare nel senso di un suo recupero, ognuno sul suo, con umiltà e perseveranza.

Per concludere, un brano illuminante di Dilthey:

Negli “Studi per la fondazione delle scienze dello spirito” e nella “Costruzione del mondo storico” il pensatore tedesco afferma:

«Il comprendere è il ritrovamento dell’io nel tu; lo spirito si trova in gradi sempre superiori di connessione; questa identità dello spirito nell’io, nel tu, in ogni soggetto di una comunità, in ogni sistema di cultura e infine nella totalità dello spirito e nella storia universale, rende possibile la collaborazione delle diverse operazioni nelle scienze dello spirito. Il soggetto del sapere è qui identico al suo oggetto e questo è il medesimo in tutti i gradi della sua oggettivazione»
(Costruzione del mondo storico p.191)

La sagra (o saga?) eterna dei cretini

Pare che da qualche tempo questa categoria antropologica stia proliferando senza posa. Come vi fosse un moltiplicatore sociale ad attivarla e implementarla. Ovunque. Non vi è luogo di lavoro e di svago, schieramento politico o sociale, laico o meno,  che soffra la sua mancanza. Mancano persone pensanti, ragionanti, correttamente criticanti, ascoltanti, ovvero ve ne sono poche, meno del necessario, ma non mancano mai i cretini.

Viaggiando sento il racconto del mio compagno di ventura che mi narra di un fatto tipico, del cretino: offrendo lui, il mio compagno di viaggio, un servizio di ottimo artigianato, ma, si sa che quel tipo di lavori genera sorprese, con conseguenti aggravi del lavoro e dei costi, facendolo lui presente al committente, si sente rispondere con arrogante furia che egli stesso deve farsi carico delle sorprese, imprevisti del mestiere, li chiama, non accettando – come committente – alcun aggravio della spesa. Conoscendo il “nobiluomo” faccio mente locale su come lo stesso si comporta sul lavoro, e sugli incarichi a lui assegnati, mansioni che lui descrive e vanta come centralissime nella grande impresa da cui dipende. Mi par di sentire, sottorecchi: “Lei non sa chi sono io! Io che gestisco milioni, come si permette di propormi un costo maggiore di quello preventivato?”

Ti chiederai, mio gentil lettore, che tipo di atteggiamento costui, un dottore economico, abbia nell’azienda do ve opera. Presto detto: occhi bassi e orecchie piegate come quelle di un gatto perplesso. Allora: forte con i deboli, o supposti tali e debole con i forti. Un cretino. E uno.

Un altro esempio narrato.

C’è un tale che ti chiede sempre “Come va, tutto bene?” e si risponde positivamente da solo (eh, si vede che va tutto bene), mentre io tento di fargli capire che la domanda è pressoché insensata, in italiano, a meno che non la si intenda all’inglese, come nell’espressione idiomatica, che è un mero intercalare di cortesia “How are you?”, prevedendo una risposta consistente nella stessa medesima espressione. Niente. Questo signore insiste a chiedermi “Tutto bene?”, a rispondersi da solo” e a sorridermi beotamente. Cretino?

C’è poi un altro, che sussiegosamente si crede un intellettuale, e invece è solo un cretino. Discutendo con me (faccio per dire “discutendo”, in realtà cerca di parlare solo lui mentre si ascolta con gioia mefistofelica), mi contrasta su tematiche che non è in grado di padroneggiare, perché esperto (forse) di altri saperi. La sua insistenza mi fa pensare che appartenga all’amplissima famiglia dei cretini di orientamento presuntuoso.

Infine, ma solo per non tediare il mio gentile lettore, pur volendolo fare (non di tediarlo, beninteso), sono dell’idea di evitare di proporre di seguito un lungo elenco di politici e di persone dei media, che meritano l’epiteto di cretino; evito di riportare un lungo e vario elenco per due ragioni: la prima poiché già qua e là in questo mio blog si trovano tracce di miei giudizi circa questa antropologia politica e mediatica e, secondo, perché tanto non servirebbe a ridurne il numero. Dobbiamo sopportarli finché sono in auge. Magari, almeno, non votiamoli e non guardiamoli. Solo qualche traccia per chi legge: sono presenti in posizioni governative molto importanti; alcuni di loro hanno abbandonato queste posizioni l’estate scorsa, manifestando direttamente le caratteristiche qui studiate; altri siedono in Parlamento e nei Consigli regionali; ve ne sono, e numerosi, nelle trasmissioni tv e sul web; l’accolita in assoluto più doviziosa di presenze – numericamente – è quella degli eroi della tastiera, comprendenti influencer vari e fashion blogger, che frequentano i social, capaci di una quarantina di vocaboli in tutto, dieci dei quali rappresentano insulti: insulti da cretini. Tecnicamente ed eticamente ignoranti, solitamente altrettanto presuntuosi (non scordiamo mai che l’ignoranza e la presunzione sono direttamente proporzionali), arroganti, protervi e superbi, infine.

Cerchiamo ora di chiarire qualche ipotesi linguistico-etimologica sull’origine della parola cretino.

Il termine “cretino” è di duplice derivazione, ovvero: una fonte etimologica si sostiene essere l’antico franco-provenzale e specialmente della Gironda, chretien, e poi crétin o crestin cioè “cristiano”, da cui povero cristiano, poveretto, persona semplice e innocente, persona di scarsa intelligenza, e quindi cretino, e, in secundis, vi è una fonte medica che spiega come coloro che sono affetti da ipo-tiroidismo congenito tendono ad essere fisicamente (piccoli, deformi, con il gozzo, talora) e mentalmente scarsi.

Si constata un’evoluzione storica del termine estremamente interessante, se consultiamo i vari dizionari medici e generali a partire da almeno tre secoli fa.

Qualche anno fa Piergiorgio Odifreddi, noto militante ateista e matematico che si diletta di teologia spesso – su questa disciplina –  sproloquiando in tv (si attenesse alla matematica e alla fisica, discipline che insegna), pubblicò un saggio dal titolo Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) (Milano, Longanesi, 2007). Cito un passo tratto dall’introduzione intitolata Cristiani e Cretini: “(…) “Col passare del tempo l’espressione (cristiano) è poi passata a indicare dapprima una persona qualunque, come nell’inglese christened, “nominato” o “chiamato”, e poi un poveraccio, come nel nostro povero cristo. Addirittura, lo stesso termine cretino deriva da “cristiano” (attraverso il francese crétin, da chrétien), con un uso già attestato nell’Enciclopedia nel 1754: secondo il Pianigiani (cf. Vocabolario etimologico della lingua italiana, 1907), “perché cotali individui erano considerati come persone semplici e innocenti, ovvero perché, stupidi e insensati quali sono, sembrano quasi assorti nella contemplazione delle cose celesti”. Cotali individui sono i cristiani o i cretini?

Nella medicina classica, almeno fino a qualche decennio fa, l’espressione cretino fa riferimento alle persone affette dalla patologia del cretinismo e in questo caso non denota semplicemente un individuo di scarsa intelligenza, come invece siamo portati a pensare oggi. Si può dunque “giocare”, dunque, come fa Odifreddi, con gli slittamenti semantici del termine cretino, perché esso è polisemico, sebbene oggi non lo percepiamo immediatamente come tale.

Comunque, i vocabolari contemporanei riportano due accezioni della stessa entrata lessicale (differenziandosi nel dare priorità all’una o all’altra): a) cretino nel senso di ‘persona di scarsa intelligenza’ e b) cretino nel senso di ‘affetto da cretinismo’. Non siamo qui di fronte a due termini omonimi, cui nei dizionari si dedicano due entrate differenti e per i quali si ipotizzano per esempio differenti origini e sviluppi: la radice etimologica di cretino, inteso in entrambe le accezioni, è effettivamente cristiano, come suggeriva già il Pianigiani. (cf. Sabatini e Ciletti, Zingarelli, Devoto-Oli 2012)

Crétin, d’altro canto, è una variante diatopica di chrétien, che ha subito una modifica in in. Ciò è generato anche dalla diffusione endemica, specie in certe zone della Francia e della Svizzera romanda di forme di ipotiroidismo congenito, per cui tale termine è entrato nell’uso comune, peraltro attestato fin dal 1754 perfino nell’Encyclopedie illuminista.

Lo scivolamento semantico dal significato di “cristiano” a “cretino” si può attribuire al fatto che in quei tempi, quando la ragione umana stava assumendo la centralità che conosciamo, il comportamento cognitivo e fattuale di molti “fedeli cristiani” del popolo, improntato da ignoranza e corrività nei confronti del clero pervasivo, dava immediatamente la sensazione che il “povero cristiano”, così abbindolabile, facilmente potesse essere definito “cretino”, proprio in senso commiserativo e quasi eufemistico. Il Devoto-Oli riporta proprio questa ipotesi quasi per identificare i malati come immagine del Cristo sofferente. L’Oxford English Dictionary in tema riporta: “the sense being here that these beings are really human, though so deformed physically and mentally” (nel senso che queste persone sono veramente esseri umani, sebbene così deformi fisicamente e mentalmente).

In ogni caso, compulsando questi dati di ricerca, si ricava come la relazione del termine cretino con cristiano non debba essere intesa in senso offensivo, poiché l’accezione di cretino che deriva direttamente da cristiano è quella medica, non quella ingiuriosa, la quale invece si sviluppa più tardi, e inoltre testimonia un barlume di sensibilità nel trattamento quotidiano della malattia (L’Encyclopédie riporta anche la consuetudine delle popolazioni Vallesi di considerare i malati come “angeli tutelari” delle famiglie).

Un’altra ipotesi etimologica, epperò meno radicata della precedente è quella per cui cretino sarebbe un calco dall’aggettivo tedesco kreidling, da kredie (‘creta’), e dunque deriverebbe dal latino creta, per via, si pensava, del particolare colore della pelle dei malati (“la peau flétrie, ridée, jaunâtre ou pâle” – avvizzita, rugosa, giallastra o pallida – É. Littré, Ch. Robin, Dictionnaire de Médicine, de Chirurgie, de Pharmacie, 1878). Il citato Vocabolario di Pianigiani non manca di riportare questa congettura, accreditandola proprio a Littré.

Nel 1878 gli Accademici della Crusca sposano questa interpretazione: “Un cretino è “ognuna di quelle misere creature, di piccola statura, mal conformate, con gran gozzo, e affatto stupide, le quali si trovano specialmente nelle valli delle Alpi occidentali; dal francese crétin, e questo, secondo alcuni, dal latino creta, a cagione del colore biancastro simile a quello della creta”; a sostegno di questa lettura, comunque, non vengono citate fonti.”

Tuttavia, il concordare dei dizionari contemporanei sulla derivazione da cristiano attraverso il passaggio dal francese fa pensare che questa congettura possa essere classificata come una paraetimologia o falsa ricostruzione.

“Nel corso dell’Ottocento il termine subisce il secondo slittamento semantico, per cui cretino inizia a denotare semplicemente un individuo di scarsa intelligenza. Le motivazioni di questo passaggio appaiono evidenti se consideriamo il modo in cui la malattia è stata all’inizio percepita, e il corrispondente tessuto semantico dei primi studi medici in cui veniva trattata.

Degli affetti dalla patologia si registravano le caratteristiche fenotipiche, i segni e la sintomatologia clinica, in accordo con gli strumenti tecnico-scientifici del tempo: a partire dalla prima descrizione seicentesca (F. Platter, Praxeos seu cognoscendis, praedicentis, praecauendis, 1602) i cretini vengono descritti come colpiti da varie deformità e soprattutto come semplicemente stupidi dalla nascita, senza quasi far riferimento alle cause fisiche della patologia. La caratteristica principale degli affetti da cretinismo appariva essere il deficit cognitivo, una conseguenza del disturbo, che diventa però tratto essenziale e necessario alla definizione di esso: per esempio nel Traité du goitre et du crétinisme (1797) F. E. Fodéré sostiene che “le crétinisme complet doit être défini: privation totale et originelle de la faculté de penser” (il cretinismo completo deve essere definito: privazione totale e originale della facoltà di pensare).

Simili descrizioni abbondano poi nei vocabolari dell’Ottocento, contribuendo a sancire le caratteristiche della malattia e a inquadrarle nella cornice epistemologica della medicina di allora. Riportiamo quella del Dizionario etimologico-filologico di Marchi (1828), che fu probabilmente fonte del sopra citato Pianigiani: “questo nome (crétin), alterato dal francese chrétien, ital. cristiano, davasi nel Vallese, ed altrove, a certi individui stupidi e insensati, riputati piissimi perché dal volgo creduti continuamente assorti nella contemplazione delle cose celesti, e perché insensibili per le terrene”. Marchi conia su base latina il corrispondente cretinismus, ovviamente mai esistito ma utile alla tassonomia medico-scientifica.

Quindi il termine, nato in ambito non specialistico, ha assunto sfumature semantiche legate a ciò che, nell’opinione comune, veniva percepito come tratto caratterizzante i colpiti dalla patologia: con la parola cretino si è iniziato a intendere in senso sempre più generale un individuo di scarsa intelligenza. Un processo, questo, purtroppo abbastanza ricorrente in vocaboli che si riferiscono a malati e malattie, basti pensare ai casi parzialmente analoghi di mongoloide, o di isterica.” 

In Francia il passaggio del significato di cretino da ‘affetto da cretinismo’ a ‘scarsamente intelligente’ è datato 1835 da Le Robert, anche se il Französishes Etymoligisches Wörterbuch (il II vol. porta la data 1940) riporta alcune varietà dialettali dell’uso del termine in senso ingiurioso risalenti al Seicento.

In Italia le attestazioni letterarie testimoniano la diffusione di cretino nel senso di ‘affetto da cretinismo’ per tutta la prima metà dell’Ottocento; da quel momento in poi, tuttavia, la parola assume contemporaneamente il senso di offesa generica: lo testimonia il Dizionario Tramater (1829-1840), che di cretino riporta già entrambe le accezioni, caratterizzando quella che ha valore di ingiuria come estensione semantica della prima, propria del vocabolario medico.” (dal web)

Due sono gli scrittori italiani citabili per l’uso del termine: uno è il Carducci dei Sermoni al deserto (1887), e l’altro è il Palazzeschi che, in Sorelle Materassi (1934) scrive: “(…) “Le Materassi invece a quel racconto, a quella fede cieca andavano su tutte le furie: dicevano che quella donna era un’insensata, che era cretina, ebete, demente, un pezzo di mota incapace di sentir qualche cosa per chicchessia”.

L’idea che l’accezione ovvia di cretino sia “affetto da ipotiroidismo” permane nel Novecento quasi soltanto nei dizionari medici (ad esempio nel Dizionario Medico Lauricella, 1960), ma sembra già aver perso trasparenza venti anni dopo: nel Dizionario Medico Larousse (1984) la voce cretino scompare, pur essendo ancora presente cretinismo. Oggi in ambito scientifico si tende appunto a definire la malattia in questione come una forma di ipotiroidismo congenito.

In ogni caso, i cretini, nell’accezione comune di giudizio insultante esistono, eccome, e la loro madre, finora, risulta sempre incinta.

La collezione di vittorie riduce la gioia della vita e la lucidità del pensiero

Chi è abituato a vincere più o meno sempre, per capacità proprie e/ o per circostanze “fortunate”, si fa una mentalità e un convincimento di essere imbattibile, o addirittura “immortale”, perlomeno in metafora.

Costui corre dei rischi, poiché non appena e quando gli possa capitare un guaio, fatto plausibilissimo in tutte le esperienze umane, soprattutto di salute, ecco che si guarda attorno stupito e sembra dire: “Ma cosa mi sta succedendo, come, perché?” E soprattutto: “Perché proprio a me?”. Incredulo.

Infatti, abbiamo tutti il “vizio” di sentirci quasi osservatori esterni del mondo, non coinvolti nei suoi guai e rivolgimenti, in mezzo a un profluvio di vettori causali incontrollabili e soprattutto ignoti a ciascuno, cioè a noi stessi.

Nel successo il tale, chiunque sia, si è convinto di essere intoccabile, immarcescibile, invincibile, invulnerabile.

Il suo pensiero, che è sempre stato in qualche modo condizionato dal sentimento di onnipotenza, fa fatica a funzionare in senso “critico”. Egli dà per scontato che le cose debbano andare bene come sono andate sempre, per forza. Quasi fosse un diritto. E invece non è così: tutto può cambiare all’improvviso.

La salute, il lavoro, il successo, la vittoria… quest’ultima può trasformarsi in sconfitta, il successo in fallimento, il lavoro in disoccupazione, la salute in malattia. Questa è la vita. Con le sue sorprese e la sua ondivaghezza. Sicurezza di nulla, dunque.

La debolezza che sorprende, la malattia che a volte abbatte, l’incidente o l’infortunio  che sconvolge e altre disavventure o traversie, altri dolori, sono quasi “ambienti spirituali” sconosciuti e perciò preoccupanti. Il pensiero è turbato, la fiducia vacilla, la speranza fatica a farsi strada.

La debolezza, la malattia, il dolore sono educativi. Ecco il passaggio del pensiero critico, il dono che la nostra intelligenza delle cose della vita può farci.

Siccome sono inevitabili, più o meno per tutti, più o meno in tutte le vite, devono essere capiti nelle loro dinamiche fisiche e com-presi sotto il profilo psicologico e spirituale. Il sillogismo di primo livello di Aristotele (in Analitici Primi), es.:

  • (premessa maggiore) Tutti gli uomini sono mortali
  • (premessa minore) Tutti i greci sono uomini
  • (conclusione) Tutti i greci sono mortali

può aiutarci a comprendere logicamente quanto sopra affermato. Proviamo:

  • Tutti gli uomini possono ammalarsi
  • Io sono un uomo
  • Io posso ammalarmi

Chiaro, no? Perché dovrei sfuggire alla durezza ineluttabile della logica? In base a qual privilegio? Per quale merito? Domande retoriche, che hanno risposte scontate.

Pertanto, la boria, l’arroganza, la prepotenza, la protervia, e l’aggressività che ne deriva, prima ancora che caratteristiche di comportamenti insopportabili perché violano il valore del rispetto tra umani, e quindi la sfera morale, sono stupidi, insensati, incomprensibili, controproducenti, e vigliacchi, poiché spesso gli aggressivi sono tali con coloro che nella scala gerarchica o sociale stanno su un gradino inferiore, mentre abbassano le orecchie se incontrano persone collocate su un piano gerarchico e sociale superiore. Che tristezza.

A queste persone consiglierei la visione di un film di recente uscita Mio fratello rincorre i dinosauri, per imparare che anche essere down può significare una vita degna di esser vissuta.

E’ meglio proporsi al mercato come consulente o come advisor?

Dimanda altremodo rettorica, caro amico che leggi. Advisor, advisor, advisor tutta la vita, come si dice con insopportabile espression stereotipata. Perché è in inglese e “fa più figo“. Sai, ce ne sono tanti di consulenti e si portano dietro una storia di barzellette e loci communes, come quella dell’acqua calda, che scoprirebbero nella evidente meraviglia dei committenti. Chi poi li sgamasse, farebbe di ogni erba un fascio, considerando ogni consulente nello stesso novero di furbi profittatori.

Anch’io faccio parte del lungo elenco di consulenti, ma con le mie sei pergamene accademiche, i miei 112 esami universitari, le mie sei dissertazioni, i miei quasi 45 anni di lavoro, etc. Nulla di regalato.

Mi capita di essere pagato da committenti che mi conoscono solo in parte, nel senso che non hanno idea di ciò che sono (e di ciò che valgo). Basta che faccia quello che si aspettano, perché io non sono solo un teoretico, ma anche un pratico in ambito di organizzazione e di gestione del personale, in grado di preparare di mio pugno documenti, tabelle, analisi, discorsi, articoli, recensioni, lettere di ogni genere, contestazioni e sanzioni disciplinari, corsi di formazione e di eseguirli, di colloquiare candidati e di “manutenere” dipendenti in crisi rimotivandoli, di contrattare con sindacati ed enti pubblici e con qualsiasi altro interlocutore, etc. etc. Ecco finita l’analisi, puramente descrittiva, e ancora parziale.

Mi suggerisce questo ragionamento il mio caro amico dottore don Pablo de Cacitiis, senior onorevole e culto. Ne parlavamo qualche giorno fa in una ditta dove diversamente operiamo, e si discuteva di come ci si propone a livello consulenziale.

Sono a volte sconcertato dall’incomprensibile innamoramento e dall’improvviso disamoramento di-quelli-che-pagano, i committenti, verso i loro collaboratori. Stupefatto. Io non pretendo, né ho mai preteso di annoverarmi tra quelli che pagano, imprenditore committente, non ne sono (mai stato) capace. Ma sono un poco stanco di tante banalizzazioni e genericismi, che talora demotivano e distaccano, quando vedo considerare persone poco o punto meritevoli di apprezzamento e lodi. A volte costoro godono di tali benefici, perché disponibili e capaci di laudes e di piaggerie vergognose verso i loro committenti. Chi mi conosce sa che sono di un’altra pasta, fatto.

Per essere dei consulenti o advisor efficaci bisogna sapere e saper trasmettere ciò che manca alla struttura da cui si riceve l’incarico. In Italia sono molto poche le aziende che si possono permettere di “coprire” tutte le posizioni conoscitive e professionali con dei dipendenti, per cui devono necessariamente rivolgersi all’esterno, ma il sapere di chi viene chiamato deve essere chiaramente superiore a quello disponibile quotidianamente in azienda, per poter offrire un servizio efficace e una sorta di formazione del personale interno, e, se serve, anche con momenti di coaching.

Sconsiglio consulenze di tipo “psicoanalitico”, ché rischiano di durare una vita. Il consulente, invece, non deve durare una vita, ma curare e perfezionare dei progetti che debbono aver un tempo stabilito, a meno che non rispondano ad esigenze aziendali, per le quali non è previsto un budget completo da dipendente, sia  pure tecnico, quadro o dirigente.

Ho sperimentato e sperimento, sia il modello sostitutivo (il secondo), sia il modello cosiddetto “a chiamata”, e funzionano tutti e due, specie dove c’è chiarezza sull’incarico.

Ecco: un altro punto importante è proprio quello della chiarezza. Non è scontato che questa vi sia, poiché talora i committenti, che sono spesso industriali self made, non hanno neppure chiaro che cosa gli abbisogni e vanno a tentoni. L’advisor onesto, allora, li aiuta a comprendere il fabbisogno e propone soluzioni coerenti e proporzionate con l’analisi fatta. Se la collaborazione continua, nel mio caso ho in corso incarichi da venticinque, venti, tredici, undici, cinque anni etc., e anche da pochi mesi. Le mie consulenze tendono a durare, perché non pervasive e sempre orientate alla crescita del personale interno.

A volte si viene visti “male” dal personale interno che ritiene il consulente/ advisor (anzi no l’advisor, perché questo nome rinvia a banche e società finanziarie, che sono sempre temute), poiché il pensiero è così riassumibile: “Chissà che cosa ci può insegnare questo, che già non sappiamo?”, oppure “Adesso viene lui (o lei) e vedrai come le cose andranno meglio“, con tono inevitabilmente ironico. E’ dunque necessario entrare in contatto con i dipendenti e, senza pensare di farseli amici, fargli capire che si è lì non per portargli via il lavoro, ma per aiutarli con la conoscenza di altre esperienze, fatte altrove, magari tecnicamente/ scientificamente più evolute, perché il consulente deve aggiornarsi costantemente frequentando la letteratura delle sue competenze, e contribuendovi con ricerche e scritti.

Personalmente lo faccio da sempre, mescolando positivamente le consulenze aziendali e le attività accademiche, sviluppate in settori contigui, prevalentemente attorno alle discipline dell’uomo: sociologia, filosofia, psicologia individuale e sociale, antropologia culturale, pedagogia formativa, e perfino teologia, etc..

Suggerisco di evitare di far finta di essere degli “studiosi” con la pubblicazione di “libri-centone” scopiazzati qua e là. Ve ne sono di tutti i tipi, banalmente inutili, con tanto di foto dell’autore in quarta di copertina, e una sequela di aforismi di poeti e di pensatori “veri”, più o meno noti ed essenzialmente ripetitivi. Quando si compila un libro, basta il motto iniziale prima dell’introduzione, non occorre riempire di manchette citazionistiche a ogni due per tre l’intero volume.

Il consulente, dunque, è uno studioso-lavoratore o viceversa, che ama il suo lavoro come ricerca e la ricerca come lavoro, proponendone i risultati con umiltà, ma anche con competenze vere, derivanti da conoscenze solide e da esperienze varie e diversificate.

Non auguro a nessuno genitori come i signori Thumberg, di contro posso anche augurare a tutti genitori come quelli dei ragazzi in piazza, ma con cautela, ché anche quelli devono badare alle manipolazioni e alla banalizzazione dei temi

Thùmberi, è la pronunzia corretta del cognome, Thumberg, della signorina svedese che, dall’alto dei suoi sedici anni e della sua acclarata cultura, ci sta “insegnando a vivere” da almeno un anno. Ora però basta!

Ho letto che il ministro dell’istruzione Fioramonti, quello che aveva minacciato di dimettersi prima ancora di essere nominato ministro (stiamo freschi!) se il Governo non avesse stanziato ancora due miliardi per la scuola, che non considera assenza ingiustificata la giornata dello sciopero studentesco di oggi venerdì 27 settembre 2019. Sono esterrefatto. Sciopero per andare per piazze e strade a scimmiottare la sedicenne scandinava (boh!) urlando slogan generici, dicotomici e manichei, se pure pulitamente entusiastici? Il tema ambiente è vero e grave, ma non basta protestare, bisogna agire, non solo a livello politico, ma anche nel piccolo dei comportamenti quotidiani di ciascuno, giovane o meno che sia.

Ascolto i ragazzi che sfilano e mi pare di capire che dietro gli slogan c’è una purezza di cuore e di intenzioni, ma mi chiedo: anche questi ragazzi ce l’hanno con me e i mie co-generazionali perché gli “avremmo rubato i sogni“? Io a mia figlia Beatrice non ho rubato nulla, anzi, e pure a tanti giovani che ho aiutato e aiuto a crescere nello studio e nel lavoro.

Tutto vero, epperò il ghigno insopportabile della signorina sta superando il limite della decenza, sicuramente manipolata da forze potenti e provviste di denari. Un esempio: perché la signorina, accusando stati e governanti, si è sempre “dimenticata” di citare i due massimi inquinatori del mondo, cioè l’India e la Cina? Ignoranza o precise istruzioni?

Vediamo di ragionare, ma poi basta, prometto che non la citerò più. Parto da una similitudine politica: credere che la signorina sia immacolata e soprattutto sia credibile è come credere alla scienza di politici come un D. M., di una G., di un C., di un D. B., di un S., di un M., di una C., di una B., di una M.. Sono riconoscibili dalle iniziali?

La nostra politica è, per larga parte, rappresentata da mediocri come quelli in elenco, che è solo un campionario rappresentativo di persone dimenticabili.

Invece di scioperare con la connivenza di insegnanti e ministro, perché non si è dedicata la giornata di oggi, così come si fa con le giornate della Memoria, allo studio dei problemi ambientali, che sono veri, ma vanno affrontati con la conoscenza e la scienza? Questo è il punto.

Pare invece sia più comodo farsi trascinare a dire una valanga di noiose ovvietà, con l’entusiasmo degli ingenui, nel migliore dei casi, sollevando il nascosto sorriso dei cinici, che si nascondono dietro le “grete” di ogni latitudine.

Leggere e ascoltare persone come Amartya Sen (nella foto sopra) potrebbe essere utile, altro che manifestare con la faccia della Thumberg. Ma lo capiamo o no che il bluff che, se non molto pericoloso, perché si sgonfierà come tutte le cose false, fa perlomeno perdere tempo ed energie inutilmente. Leggo anche che vi sono proposte di Nobel per lei, e non mi meraviglio neppure, visto che il prestigioso premio è stato riconosciuto anche a quell’incompetente in politica estera di Obama, a Dario Fo e ad Arafat.

E’ tutto un dire: se i media cominciano a dire che… allora è vero. Quanti millantatori vendono le loro comparsate in tv per migliaia di euro al colpo! Così funziona. La ragazzina svedese è di quella genìa lì.

Ai confini della vita: suicidio assistito, eutanasia ed etica della vita umana

Consideriamo i due termini, eutanasia e suicidio assistito, di significato diverso e di origine, rispettivamente, greca e latina. Eu-tanasia deriva dai lemmi greci eu, cioè buono, e thànatos, morte, a comporre il sintagma “buona morte”; mentre suicidio, è dai lemmi latini sui, cioè di sé, e caedo, cioè uccido, a comporre il termine “uccisione di se stessi”.

Se ne parla da tempo in Italia e altrove si pratica (da tempo). Le due fattispecie pongono temi e problemi importanti di etica generale, e di etica della vita umana in particolare. Essi interpellano il valore della vita e la sua disponibilità.

Non è facile raccapezzarsi trattando di questi profondi e radicali argomenti, evitando politicismi, ideologismi e superficialità, che non mancano mai dalla propaganda presente nei media.

La sentenza della Consulta del 25 settembre 2019, che ha discusso il caso di Dj Fabo, Fabiano Antoniani, che un paio di anni fa è stato accompagnato dal militante radicale Cappato in Svizzera per il suicidio assistito, ha depenalizzato l’art. 580 del codice penale. Fabiano Antoniani, come si sa, era cieco e tetraplegico a seguito di un gravissimo incidente stradale, ma era in grado di esprimere una volontà cosciente. Che fosse in condizioni di estremo disagio, di dolore e di dipendenza dagli altri e dagli strumenti medici era fuori questione. La sua chiara volontà di andarsene per porre fine a tanti tormenti, altrettanto.

La normativa italiana, fino a ieri non prevedeva nulla che potesse permettere di affrontare un caso così estremo, come peraltro accadeva nei casi precedenti di Welby e di Eluana, di cui mi sono molto occupato a suo tempo, esprimendo pensieri, lo dico senza tema di sembrare incoerente, un poco diversi da quelli che vengo dicendo, dopo anni di riflessioni filosofico-morali che ho affrontato con impegno e un non banale dolore mio, interiore. Peraltro la mia esperienza personale dell’ultimo biennio mi ha fatto toccare con mano che cosa significhi essere colpiti da un male grave che, grazie a Dio, alla solidarietà umana e all’affetto (amore) che mi ha circondato, alla scienza medica eccellente che si è occupata di me, e alla mia volontà di farcela che si può definire ferrea, è stato messo sotto controllo.

In tema, aggiungo, le forze politiche e i luoghi istituzionali italiani preposti (il Parlamento) nulla hanno prodotto, in alcun senso, per cui è dovuta intervenire la Consulta, ancora una volta surrogando una politica inerte. Immagino la difficoltà di una classe politica mediamente così ignorante, come quella attuale, nell’affrontare tematiche come questa.

Per parlarne in modo corretto bisogna ripartire dal concetto di etica e di etica della vita umana.

Ho già detto sopra che in passato ho trattato già questo tema, e in modo differente da come intendo trattarlo ora, non sotto il profilo metodologico, ma sotto il profilo dei contenuti.

Qualche anno fa, analizzando il caso della signora Englaro, ero perplesso davanti alla rilevanza mediatica che suo padre aveva sollevato, che in qualche modo mi disturbava, e anche da certe vicinanze politiche di personaggi della mia regione, che conosco bene, e che non hanno la mia stima.

Soprattutto mi angustiava un altro aspetto, quello etico generale relativo alla vita umana.

Innanzitutto per me era ed è fondamentale chiarire e condividere il significato di etica, che non è un sapere ballerino e superficiale, ma un sapere scientifico, epistemico, fondato su concetti precisi e incontrovertibili. L’Etica deve essere considerata come la scienza che dirime in modo chiaro un giudizio su ciò che sia bene o male nell’uomo e per l’uomo, a partire dalla salvaguardia rigorosa della sua integrità psico-fisica.

Pensavo inoltre alla vita come “dono” disinteressato dei genitori (e, per chi crede, di Dio), sul quale ciascuno può vantare un “mandato” non proprietario. Conosciamo le implicazioni psicologiche e antropologiche del dono, e delle sue implicazioni morali. Se la vita è dono, pensavo, non si può disporne a piacimento.

Negli anni ho sviluppato una posizione teoretica ed etica che mi ha portato a superare questa dimensione, senza rifiutarla. Infatti, se pure la vita è dono, può darsi che le circostanze non dipendenti dalla libera (per quanto possibile) volontà del beneficiario, io, tu, gentile lettore, che abbiamo avuto il dono della vita per mezzo della quale stiamo silenziosamente dialogando, rendano questo dono troppo pesante da accettare ancora, e da sopportare, come nei casi citati.

E allora, se, come la Corte costituzionale ha deliberato, sussistano quattro condizioni chiaramente individuabili: a) malattia grave non guaribile, b) sofferenze insopportabili per la persona, c) dipendenza assoluta da macchine e farmaci senza i quali la vita si spegnerebbe, d) volontà della persona liberamente espressa, il suicidio assistito è ragionevole che sia ammissibile senza risvolti penali per chi aiuti la persona in situazione ad attuarlo.

Altro concetto è invece quello dell’eutanasia, cioè di una morte desiderata e procurata tramite terzi, per ragioni che possano non essere quelle sopra elencate, come ad esempio uno stato depressivo di una qualche gravità. Mi viene in mente il caso di Lucio Magri, che volle morire non per ragioni relative al suo stato di salute fisica. In quei casi non mi sento di convenire sotto il profilo etico, ma di fare una proposta. Mi pare che lo stesso nome, eu-tanasia, possa essere considerato un triste eu-femismo, cioè un modo di dire edulcorato di un fatto assai negativo: non si tratta infatti, a mio parere, di “buona morte”, ma di “cattiva morte”, se si vuole, in greco, kako-tanasia.

In tempi nei quali imperversano millantatori, sedicenti esperti, guru di tutte le risme e imbroglioni variamente matricolati, il sapere filosofico può essere una valida medicina spirituale. Mi chiedo se, in luogo di chi ha avuto vicino Magri, ci fossi stato io o un mio collega filosofo pratico, sarei/ saremmo riuscito/ i a portarlo a riflessioni diverse, tali da rischiarare la sua mente al fine di farlo uscire dalla tremenda tristezza nella quale era indubbiamente precipitato?

Non lo so, ma ho fiducia che il sapere filosofico e l’impostazione pratica, dialogica di tale sapere, possano esser uno strumento razionale, accessibile a tutti per affrontare anche gli stati d’animo più oscuri e perfino terrificanti.

Con le mie forze, cercherò di essere presente nelle situazioni a rischio (mi è già capitato e qualcosa di positivo sono riuscito a fare), mettendomi in situazione empatica e cercando di comprendere l’altro/ a fino a condividere con lui/ lei ogni possibilità di pensiero sul valore intrinseco della vita di ciascun essere umano.

L’analfabetismo funzionale e i suoi rimedi

Da tempo utilizzo spesso, come caro lettore avrai senz’altro constatato, la campana di Gauss per sintetizzare la statistica percepita, e perciò non oggettiva, dell’alfabetizzazione primaria/ funzionale degli italiani, basandomi sulla crisi del pensiero critico, sulle scelte di voto e su altri parametri che citerò più avanti. Mi sono accorto che lo schema “10/ 80/ 10% è accettato anche da altri ricercatori di varie discipline scientifiche. L’ultimo dei quali è il prof Gilberto Corbellini, che leggo volentieri sul Sole24Ore della Domenica, inserto culturale, ma che ho anche criticato nel post precedente per via della sua proposta di utilizzo dell’ossitocina volatile per ridurre la xenofobia tribale ancora largamente diffusa tra le persone.

E dunque, 10 da collocare alla sx della curva centrale, rappresentante la condizione conoscitiva peggiore, 10 da collocare alla dx della curva centrale, rappresentante la condizione conoscitiva migliore, e 80% da attribuire alla curva centrale, rappresentante la stragrande maggioranza degli individui. Questo è il punto: oggi non basta una conoscenza media e tanto meno mediocre delle cose, poiché si colloca immediatamente nell’insufficienza conoscitiva, troppo varie, numerose e diverse sono le nozioni che ciascuno deve padroneggiare, per leggere e interpretare (comprendere/ capire) un normale testo sul web, che non sia costituito da affermazioni stupidamente apodittiche e perciò infondate, o di insulti sgangherati e beceri.

E non è neppure una questione di soli e meri titoli di studio, ché conosco diversi laureati non dotati di una cultura sufficiente, diplomati idem, etc.. Bisogna vedere caso per caso. Ho già scritto altrove – non poche volte – di aver conosciuto “terze medie” con una cultura di tutto rispetto (ad es. Pierre Carniti, prestigioso segretario generale della Cisl degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso) e, per contro, sé dicenti intellettuali da strapazzo.

L’esempio della politica è inquietante. Abbiamo trascorso un anno e mezzo di deliri, parolacce facenti parte di un lessico quasi specializzato nell’insulto, semplificazioni a-critiche, definizioni assurde o addirittura insensate, assenza quasi totale di logica argomentativa, da Salvini a Toninelli a Bonafede a Marcucci a Crimi a Boschi a Toti a Meloni, agli indecenti Delle Vedove di Fratelli d’Italia, “topone” Toti, Zoffili e Francassini (e chi sono?) della Lega ascoltati recentemente, e altri che non rammento ora. Non si offenda il mio gentil lettore se cito otto o nove di destra e solo due di sinistra, ché neppure la sinistra culta è esente da macroscopiche défaillance cognitive ed espressive.

Ho ascoltato il non brillantissimo discorso di Conte per il voto di fiducia alla Camera. I presenti si sono invece “sentiti” per scalpitante, irrefrenabile incapacità di ascolto e conseguente mero tifo contrario, peggio che in uno stadio di quart’ordine. Una vergogna. Partigiani non ragionanti, esplicitamente ignoranti.

Vi è una definizione Unesco del 1984 di analfabetismo funzionale che riporto: “(…) La condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità“.

Il termine fu introdotto “per sovvenuta esigenza di un concetto di alfabetizzazione superiore rispetto a quello di alfabetizzazione minima, introdotto dall’agenzia nel 1958 – nell’indagine veniva sollevata la questione delle campagne di alfabetizzazione di massa, suggerendo che esse avrebbero dovuto mirare a standard di alfabetizzazione più elevati del semplice saper leggere e scrivere, e concentrarsi sullo sviluppo della capacità di saper utilizzare tali competenze nelle relazioni fra sé e la propria comunità e le situazioni socioeconomiche della vita.”

La “rimozione” della memoria di chi ha appena governato e di nuovo governa con altri è una drammatica dimensione dell’incultura tout court del personale politico attuale.

Trovo scritto e riporto dal web un pezzo in tema abbastanza condivisibile: “L’acquisizione di abilità cognitive è divisibile in “competenze, applicazioni, apprendimento e capacità d’analisi”, in una complessità sfuggente per cui una definizione esaustiva non è raggiunta; si introduce inoltre il concetto di alfabetizzazione funzionale (o anche letteratismo, dall’inglese literacy) per rappresentare quel livello più elevato di alfabetizzazione più orientato alla pratica (nel lavoro etc.) e all’uso continuativo dell’abilità di lettura e scrittura. L’obiettivo principale di tali competenze non è il raggiungimento di un dato strumentale (il saper leggere e scrivere), ma l’utilizzo di tale capacità per partecipare attivamente ed efficacemente a tutte quelle attività che richiedono un certo livello di conoscenza della comunicazione verbale. I dettagli applicativi, le specifiche attività, essendo dinamici ed emergenti nello sviluppo di una società, non possono essere fissati precisamente. I criteri per valutare il fenomeno variano da nazione a nazione e da ricerca a ricerca.”

Bene, mi confermo nell’idea che l’analfabetismo funzionale sia molto diffuso, pericolosamente pervasivo, e che meriti la massima attenzione se non vogliamo scivolare su una china dalle drammatiche prospettive. I rimedi sono quelli che diverse persone pensose e pensanti propongono e che io, nel mio piccolo, cerco qui di promuovere: favorire lo studio, dare risorse alla scuola e all’università, aiutare le famiglie non agiate a far studiare i figli meritevoli e capaci, instillare nel bimbi e nei ragazzi la passione per l’impegno conoscitivo, la curiosità per il sapere, abituarli alla fatica e agli insuccessi. Questa è la “medicina” obbligatoria per uscire da questa impasse che è non solo della cultura, ma della stessa convivenza civile.

Il futuro inizia… prima

Che cosa significhi il titolo vediamo insieme. La frase mi è venuta così, all’improvviso, e l’ho scritta. Secondo sant’Agostino il tempo futuro non ha consistenza ontologica, vale a dire non è (cf. Libro XI de  Le Confessioni), ma è solamente speranza, così come il passato è memoria, esistendo solo il presente, ma come presente-del-presente, continuamente cangiante, ché ogni istante si trasforma in passato e annichila l’istante che era futuro fino a… un istante prima. Insomma, si potrebbe anche dire che tutte e tre le dimensioni temporali non esistono in sé e per sé, ma solo in relazione tra loro e, secondo la dottrina fisica della relatività generale di Einstein, per rapporto allo spazio. Costituiscono così un’unica dimensione detta spazio-tempo. E il tempo esiste concettualmente – per come lo intendiamo correntemente – solo da un punto di vista logico, non fisico e neppur metafisico. Ma, che cosa può significare la frase nel titolo “Il futuro inizia prima“? Se le si può attribuire un significato condiviso, ha poi senso, oppure no?

Proviamo ad analizzare parola per parola. Del termine “futuro” abbiamo già detto sopra.  Vediamo ora i lemmi “inizia” e “prima”, un verbo e un avverbio temporale.

Parlare del verbo “iniziare” non è semplice. L’immagine che ho posto sopra rappresenta il dottor Spock (Leonard Nimoy), protagonista della saga cinematografica Star Trek, nel film Il futuro ha inizio. Un titolo di film dice e non dice, nel senso che è definito, non tanto per rappresentare la sua eventuale profondità concettuale, ma piuttosto la dimensione di marketing dell’opera cinematografica. Dell’inizio è un argomento sul quale si può parlare sempre: ecco che compare l’avverbio “sempre”, da me usato solitamente con cautela, così come utilizzo con attenzione l’avverbio “mai”, in quanto hanno una misura dis-umana o sovra-umana (mentre solitamente non ci si perita troppo di usarli nel linguaggio quotidiano con i tipi espressivi “ti amerò per sempre“, “non ti lascerò mai“, eh eh…, cf. anche Canto V Inferno).

Quando inizia qualcosa? La vita sulla terra quando ha avuto inizio? Quando è plausibile che l’anima umana sia presente nello zigote, o nella morula, o nella blastula, o nel feto, o nel nascituro? Quest’ultima era una domanda teologica che ha affaticato molti scrittori religiosi e pensatori per secoli. Affinché inizi qualcosa occorre un fondamento? Occorrono dei semi fecondi? Occorre quello che i filosofi classici chiamavano lògos spermaticòs (tradotto dal greco: l’intelligenza feconda; cf. Apologia di san Giustino martire, rivolta all’imperatore Marco Aurelio)? E prima del big bang hawkinghiano che cosa c’era? Ovvero, che cosa faceva Dio prima di creare il mondo? Forse che preparava l’inferno per chi si fa questa domanda? (sant’Agostino)? Fin dove arriva il confine, che è il reciproco/ opposto dell’inizio, dell’universo in espansione? Mentre scrivo e tu, gentil lettore mi leggi, l’universo si espande, e quindi ogni risposta è fasulla. Non lo sappiamo.

Qualche fisico sostiene che queste misure, dall’inizio, possono constare in oltre 250 miliardi di anni/ luce. Penso che occorra una linea lunga oltre la distanza di qui alla luna per scrivere questo numero in naturali arabi.

Vediamo il termine “prima”. Si tratta di un avverbio temporale che indica un qualcosa che antecede qualcos’altro. Antequam. Ma ogni cosa, come ogni numero algebrico viene, sia prima di un altro, sia dopo un altro; ogni numero è al centro della serie in-finita (cioè non-finita) dei numeri di ogni genere e specie, come insegnano gli arit-metici fin dai tempi classici (Eulero e C.). Aristotele spiegava che il tempo si misura secondo un “prima” e un “poi”. Bene: l’abbiamo già visto. Ogni evento precede e segue un altro evento.

E dunque… la frase “il futuro inizia prima” ha qualche significato? Da un punto di vista poetico-metaforico ci sta, suona bene, appare come un soffio concettuale misterioso, ma da un punto di vista logico che cosa può (se può) significare? Potrebbe avere un senso di preannunzio, di aspettativa, come quando si sa che dovrebbe accedere (accadrà) qualcosa e si viene presi da una certa ansia: un colloquio di lavoro prossimo, un intervento chirurgico importante, un figlio che arriva, una candidatura politica che si spera vada a buon fine, e molto altro. Ognuno di noi si accorge che il futuro arriva prima.

C’è un’altra ragione per cui pare che si possa dire quanto nel titolo? Forse una ragione neuro-biologica. Quel poco che ancora sappiamo del cervello ci spiega come sia plastico, come si modifichi arricchendosi continuamente e come interferisca con tutto quanto accade nel nostro corpo e nella nostra vita, essendo il terminale di tutte le attività nervose e luogo dove si forma nientemeno che il pensiero e dove trova sede fisica la coscienza-di-esserci, e forse anche quella morale. Mi vengono quasi i brividi nel pensare queste cose, l’importanza del cervello, che si è evoluto in milioni di anni, fino ad ora, prefigurando ogni momento il futuro. C’è anche la tesi di Benjamin Libet che sostiene l’anticipazione neurale della decisione di un’azione umana rispetto alla consapevolezza soggettiva che essa accadrà.

Per quanto riguarda l’inizio, non posso concludere se non ricordandone la citazione più alta, quella giovannea, quella con la quale l’evangelista teologo inizia il suo vangelo, con un prologo: Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, en archè en o lògos, cioè “in principio era Dio“. Il principio era Dio. Alfa e Omega, inizio e fine. San Giovanni sapeva.

Si sa che il pensiero è il “mezzo” più veloce esistente in natura, più della luce, forse più di qualsiasi altro modo del moto. Ebbene, c’è qualcuno che desidera controllarlo, a fin di bene s’intende, magari impedendo che si pensi male, che si sia mal disposti verso gli altri, che si sia magari razzista o cose del genere. Un esempio.

Leggo che lo storico della medicina Corbellini suggerisce di usare l’ossitocina per ridurre l’ostilità verso il diverso, la xenofobia tribale che denoterebbe il cervello umano, fin nel profondo dalla zona limbica, originaria. Far respirare ossitocina agli xenofobi, nazionalisti, sovranisti, salvinisti, etc., affinché diventino solidali e accoglienti.

Non riesco a trovare parole per commentare tale superbia, che pretende di operare in modo da sostituirsi alla natura evolventesi e anche alla cultura, che deve dare umanità alla stessa nostra natura. Usare l’ossitocina per migliorare le prestazioni cerebrali, prevenendo il manifestarsi dell’avversione verso l’altro, prima ancora che quest’altro appaia all’orizzonte, mi pare un’idiozia, prima ancora che una follia.

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