Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La ginestra, fiore del deserto, canto del filosofo-poeta, o del ponte Morandi a Genova che non le sopravvive

La ginestra o Il fiore del deserto è la penultima lirica di Giacomo Leopardi, scritta nella primavera del 1836 a Torre del Greco nella villa Ferrigni e pubblicata postuma nell’edizione dei Canti nel 1845.

Qui su l’arida schiena/ Del formidabil monte/ Sterminator Vesevo,/ La qual null’altro allegra arbor nè fiore,/ Tuoi cespi solitari intorno spargi,/ Odorata ginestra,/ Contenta dei deserti. Anco ti vidi/ De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade/ Che cingon la cittade/ La qual fu donna de’ mortali un tempo,/ E del perduto impero/ Par che col grave e taciturno aspetto/ Faccian fede e ricordo al passeggero./ Or ti riveggo in questo suol, di tristi/ Lochi e dal mondo abbandonati amante,/ E d’afflitte fortune ognor compagna./ Questi campi cosparsi/ Di ceneri infeconde, e ricoperti/ Dell’impietrata lava,/ Che sotto i passi al peregrin risona;/ Dove s’annida e si contorce al sole/ La serpe, e dove al noto/ Cavernoso covil torna il coniglio;/ Fur liete ville e colti,/ E biondeggiàr di spiche, e risonaro/ Di muggito d’armenti;/ Fur giardini e palagi,/ Agli ozi de’ potenti/ Gradito ospizio; e fur città famose/ Che coi torrenti suoi l’altero monte/ Dall’ignea bocca fulminando oppresse/ Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno/ Una ruina involve,/ Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi/ I danni altrui commiserando, al cielo/ Di dolcissimo odor mandi un profumo,/ Che il deserto consola. A queste piagge/ Venga colui che d’esaltar con lode/ Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto/ E’ il gener nostro in cura/ All’amante natura. E la possanza/ Qui con giusta misura/ Anco estimar potrà dell’uman seme,/ Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,/ Con lieve moto in un momento annulla/ In parte, e può con moti/ Poco men lievi ancor subitamente/ Annichilare in tutto./ Dipinte in queste rive/ Son dell’umana gente/ Le magnifiche sorti e progressive.

Fiore del deserto che il Vesuvio accoglie, la ginestra nasce e vive dove ogni traccia di uomo e di animale può attestare un passaggio. Serpi, armenti, e altri animali, così come esseri umani e piante, in questo colorato mondo cresce la ginestra, qui dove la natura potente, con un respiro può tutto annichilare. Il poeta pensa e il filosofo canta, nell’intro del grande idillio, consapevole della bellezza possente e della severità imponderabile di ciò che muove la Terra al proprio interno, capace di rendere nulla ogni traccia. Il deserto è il luogo della prova. Cita senza nominarla la gran città di Pompei e altre, dove l’uomo si è gloriato di vivere e in un istante la vita benedetta è stata risucchiata dal gran fuoco, respiro irresistibile della Terra. L’uomo, sembra sottendere il poeta-filosofo, non deve gloriarsi di nulla, poiché in un attimo può perdere tutto, non avendo alcun merito di ciò che ha o possiede.

Tutta la superbia umana e financo la speranza, spes contra spem, possono essere sciolte e le magnifiche sorti e progressive del mondo umano, dirute.

Qui mira e qui ti specchia,/ Secol superbo e sciocco,/ Che il calle insino allora/ Dal risorto pensier segnato innanti/ Abbandonasti, e volti addietro i passi,/ Del ritornar ti vanti,/ E proceder il chiami./ Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,/ Di cui lor sorte rea padre ti fece,/ Vanno adulando, ancora/ Ch’a ludibrio talora/ T’abbian fra se./ Non io/ Con tal vergogna scenderò sotterra;/ Ma il disprezzo piuttosto che si serra/ Di te nel petto mio,/ Mostrato avrò quanto si possa aperto:/ Ben ch’io sappia che obblio/ Preme chi troppo all’età propria increbbe./ Di questo mal, che teco/ Mi fia comune, assai finor mi rido./ Libertà vai sognando, e servo a un tempo/ Vuoi di novo il pensiero,/ Sol per cui risorgemmo/ Della barbarie in parte, e per cui solo/ Si cresce in civiltà, che sola in meglio/ Guida i pubblici fati./ Così ti spiacque il vero/ Dell’aspra sorte e del depresso loco/ Che natura ci diè. Per questo il tergo/ Vigliaccamente rivolgesti al lume/ Che il fe palese: e, fuggitivo, appelli/ Vil chi lui segue, e solo/ Magnanimo colui/ Che se schernendo o gli altri, astuto o folle,/  Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Il poeta volge il suo sguardo al tempo, al suo tempo che vive, pieno della superbia di una scienza che pensa e si pensa assoluta, inconfutabile, capace di discernere ogni cosa, di capire e quindi di dominare la natura stessa. “Secol superbo e sciocco“. Leopardi ha una visione limpidissima della situazione sua, nella quale vive, del mondo “moderno” così come si è evoluto e come promette di evolvere.  E l’uomo, in questo contesto si sente pronto a sfidare non solo la sorte, ma anche la natura e la sua manifestazione più possente, com’è quella degli astri, ma senza speranza, ché la iattanza indebolisce, prima ancora che il pensiero, il sentimento.

La contemporanea sua progenie appare come un’accolita d’ingenui bimbi (il “pargoleggiar”, neo-verbo assai adatto a presentare il secol superbo e sciocco), e anche la libertà alla fine appare quale è, solo presunta, perché l’uomo, preferendo l’illusione, disdegna il vero, in quanto talora paurosamente… vero.

Uom di povero stato e membra inferme/ Che sia dell’alma generoso ed alto,/ Non chiama se nè stima/ Ricco d’or nè gagliardo,/ E di splendida vita o di valente/ Persona infra la gente/ Non fa risibil mostra;/ Ma se di forza e di tesor mendico/ Lascia parer senza vergogna, e noma/ Parlando, apertamente, e di sue cose/ Fa stima al vero uguale./ Magnanimo animale/ Non credo io già, ma stolto,/ Quel che nato a perir, nutrito in pene,/ Dice, a goder son fatto,/ E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove/ Felicità, quali il ciel tutto ignora,/ Non pur quest’orbe, promettendo in terra/ A popoli che un’onda/ Di mar commosso, un fiato/  D’aura maligna, un sotterraneo crollo/ Distrugge sì, che avanza/ A gran pena di lor la rimembranza./ Nobil natura è quella/ Che a sollevar s’ardisce/ Gli occhi mortali incontra/ Al comun fato, e che con franca lingua,/ Nulla al ver detraendo,/ Confessa il mal che ci fu dato in sorte,/ E il basso stato e frale;/ Quella che grande e forte/ Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire/ Fraterne, ancor più gravi/ D’ogni altro danno, accresce/ Alle miserie sue, l’uomo incolpando/ Del suo dolor, ma dà la colpa a quella/ Che veramente è rea, che de’ mortali/ Madre è di parto e di voler matrigna./ Costei chiama inimica; e incontro a questa/ Congiunta esser pensando,/
Siccome è il vero, ed ordinata in pria/ L’umana compagnia,/ Tutti fra se confederati estima/ Gli uomini, e tutti abbraccia/ Con vero amor, porgendo/ Valida e pronta ed aspettando aita/ Negli alterni perigli e nelle angosce/ Della guerra comune. Ed alle offese/ Dell’uomo armar la destra, e laccio porre/ Al vicino ed inciampo,/  Stolto crede così, qual fora in campo/ Cinto d’oste contraria, in sul più vivo/ Incalzar degli assalti,/ Gl’inimici obbliando, acerbe gare/ Imprender con gli amici,/ E sparger fuga e fulminar col brando/ Infra i propri guerrieri./ Così fatti pensieri/ Quando fien, come fur, palesi al volgo,/ E quell’orror che primo/ Contra l’empia natura/ Strinse i mortali in social catena,/ Fia ricondotto in parte/ Da verace saper, l’onesto e il retto/ Conversar cittadino,/ E giustizia e pietade, altra radice/ Avranno allor che non superbe fole,/ Ove fondata probità del volgo/ Così star suole in piede/ Quale star può quel ch’ha in error la sede.

L’uomo veramente forte, anche se fisicamente indebolito, non disdegna di mostrarsi com’è, agli altri e al mondo, senza tema di esser svilito e umiliato. Egli sa che colpa del suo stato è la natura, più che madre, matrigna, la quale agisce senza occuparsi di sentimenti o ragione umani, erogando dolore a suo piacimento senza timor di far male, ché e priva di ragione e sentimento, la natura crudele. La natura è addirittura empia, secondo il poeta, cioè non-pia, blasfema, ma anche questo giudizio va considerato moderando la tentazione dell’antropomorfismo, che alla fine non spiega nulla. Altro l’uomo non può, nello stato in cui si trova. Vita è combattimento senza rassegnazione, ma forse con ri-segnazione , vale a dir la forza di ripartire ogni volta che il fato o la natura si scatenano.

Sovente in queste rive,/ Che, desolate, a bruno/ Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,/ Seggo la notte; e sulla mesta landa/ In purissimo azzurro/ Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,/ Cui di lontan fa specchio/ Il mare, e tutto di scintille in giro/ Per lo vòto/  Seren brillar il mondo./ E poi che gli occhi a quelle luci appunto,/ Ch’a lor sembrano un punto,/ E sono immense, in guisa/ Che un punto a petto a lor son terra e mare/ Veracemente; a cui/ L’uomo non pur, ma questo/  Globo ove l’uomo è nulla,/ Sconosciuto è del tutto; e quando miro/ Quegli ancor più senz’alcun fin remoti/ Nodi quasi di stelle,/ Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo/ E non la terra sol, ma tutte in uno,/ Del numero infinite e della mole,/ Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle/ O sono ignote, o così paion come/ Essi alla terra, un punto/ Di luce nebulosa; al pensier mio/ Che sembri allora, o prole/ Dell’uomo? E rimembrando/ Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno/ Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,/ Che te signora e fine/ Credi tu data al Tutto, e quante volte/ Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro/ Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,/
Per tua cagion, dell’universe cose/ Scender gli autori, e conversar sovente/ Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi/ Sogni rinnovellando, ai saggi insulta/ Fin la presente età, che in conoscenza/ Ed in civil costume/ Sembra tutte avanzar; qual moto allora,/ Mortal prole infelice, o qual pensiero/ Verso te finalmente il cor m’assale?/ Non so se il riso o la pietà prevale.

Mentre la coscienza e la consapevolezza umana si rendono costantemente conto della potenza irresistibile della natura, questa continua a manifestare con il suo silenzio la sua bellezza infinita. E allora si può contemplare il mare, di nuovo, e il cielo, la terra e il mare e le stelle di numero infinito. Si deve dunque vivere quasi percossi dalla potenza degli eventi, mentre ci prende la meraviglia per la bellezza della natura, per altri versi pericolosa fino alla morte, come l’esperienza storica e la memoria dei popoli insegnano. E, ciononostante, il poeta e filosofo è consapevole che la possanza della natura risiede su quel granello di sabbia che è il pianeta Terra, rispetto agli astri che popolano l’universo. E l’uomo che cosa è, dunque, se le proporzioni son queste? Come fa e perché matura superbia e smisurati orgogli? A che fine? Con qual coraggio e sentimento? Pietà o un riso ilare possono o debbono segnare questi aspri pensieri?

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,/ Cui là nel tardo autunno/ Maturità senz’altra forza atterra,/ D’un popol di formiche i dolci alberghi,/ Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l’opre/ E le ricchezze che adunate a prova/ Con lungo affaticar l’assidua gente/ avea provvidamente al tempo estivo,/ Schiaccia, diserta e copre
In un punto; così d’alto piombando,/ Dall’utero tonante/ Scagliata al ciel, profondo/ Di ceneri e di pomici e di sassi/ Notte e ruina, infusa/ Di bollenti ruscelli,/ O pel montano fianco/ Furiosa tra l’erba/ Di liquefatti massi/ E di metalli e d’infocata arena/ Scendendo immensa piena,/ Le cittadi che il mar là su l’estremo/ Lido aspergea, confuse/ E infranse e ricoperse/ In pochi istanti: onde su quelle or pasce/ La capra, e città nove/ Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello/ Son le sepolte, e le prostrate mura/ L’arduo monte al suo piè quasi calpesta./ Non ha natura al seme/ Dell’uom più stima o cura/ Che alla formica: e se più rara in quello/ Che nell’altra è la strage,/ Non avvien ciò d’altronde/ Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

Il racconto dell’eruzione esplode come lava incandescente, là dove gli uomini si erano affaticati -come formiche- a procurarsi e riparare il cibo preparandosi a tempi più grami. E vien qui da pensare alle catastrofi tutte accadute nel tempo e nella storia. Se il Vesèvo sterminator ha forze superiori e incontrollabili, altre vicende, come quella del ponte Morandi a Genova dipendono dall’agire umano, non solo dal degrado naturale dei materiali. I morti, i feriti e gli sfollati a centinaia, non hanno più casa per il ponte crollato e il rischio di nuovi crolli. Case costruite sotto il ponte o il ponte costruito sopra le case? Ma come si fa? Come ci si può abituare? Se non si può spostare il Vesuvio, anzi ci si avvicina ad esso abitando alle sue falde, ci si può abituare a vivere tra i piloni giganteschi di un ponte in cemento armato?

Il ponte non è il vulcano, e il vulcano non è il ponte. Quasi da preferire il vulcano. Se Leopardi avesse visto il ponte chissà che idillio…

Ben mille ed ottocento/ Anni varcàr poi che spariro, oppressi/ Dall’ignea forza, i popolati seggi,/ E il villanello intento/ Ai vigneti, che a stento in questi campi/  Nutre la morta zolla e incenerita,/ Ancor leva lo sguardo/ Sospettoso alla vetta/ Fatal, che nulla mai fatta più mite/ Ancor siede tremenda, ancor minaccia/ A lui strage ed ai figli ed agli averi/ Lor poverelli. E spesso/ Il meschino in sul tetto/ Dell’ostel villereccio, alla vagante/ Aura giacendo tutta notte insonne,/ E balzando più volte, esplora il corso/ Del temuto bollor, che si riversa/ Dall’inesausto grembo/ Sull’arenoso dorso, a cui riluce/ Di Capri la marina/ E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo/ Del domestico pozzo ode mai l’acqua/ Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,/ Desta la moglie in fretta, e via, con quanto/ Di lor cose rapir posson, fuggendo,/ Vede lontano l’usato/ Suo nido, e il picciol campo,/ Che gli fu dalla fame unico schermo,/ Preda al flutto rovente/ Che crepitando giunge, e inesorato/ Durabilmente sovra quei si spiega./ Torna al celeste raggio/ Dopo l’antica obblivion l’estinta/ Pompei, come sepolto/ Scheletro, cui di terra/
Avarizia o pietà rende all’aperto;/ E dal deserto foro/ Diritto infra le file/ Dei mozzi colonnati il peregrino/ Lunge contempla il bipartito giogo/ E la cresta fumante,/
Ch’alla sparsa ruina ancor minaccia./ E nell’orror della secreta notte/ Per li vacui teatri, per li templi/ Deformi e per le rotte/ Case, ove i parti il pipistrello asconde,/
Come sinistra face/ Che per voti palagi atra s’aggiri,/ Corre il baglior della funerea lava,/ Che di lontan per l’ombre/ Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge./ Così, dell’uomo ignara e dell’etadi/ Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno/ Dopo gli avi i nepoti,/ Sta natura ognor verde, anzi procede/ Per sì lungo cammino,/ Che sembra star. Caggiono i regni intanto,/ Passan genti e linguaggi: ella nol vede:/ E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

Mentre la terra trema ancora, in quest’Italia fragile e bellissime, ché la bellezza è sempre fragile, ho nostalgia di consoli e imperatori. Se al posto di Di Maio sedesse Marco Aurelio, sentiremmo lo Stato vivo e non questo barcollo preoccupante. Perfino il “villanel”, dopo la tregenda continuerebbe il suo lavoro nel campo, sapendo che vi è chi veglia sul destin suo e della sua famiglia. Qui invece imberbi al comando inveiscono contro il capro dell’espiazione, non sapendo, cioè non avendo sapor sapido in bocca, niente sale, solo odio, manca la “s” di sodio. E poi il cloruro per il composto chimico del sale.

In lontananza il mare, isole di favola, Capri Ischia e l’onde della risacca potente sulle spiagge. Gli eredi di quel villanel son qui a guardare le opere crollate nutriti ancora di speranza lieve.

E tu, lenta ginestra,/ Che di selve odorate/ Queste campagne dispogliate adorni,/ Anche tu presto alla crudel possanza/ Soccomberai del sotterraneo foco,/ Che ritornando al loco/ Già noto, stenderà l’avaro lembo/ Su tue molli foreste. E piegherai/ Sotto il fascio mortal non renitente/ Il tuo capo innocente:/ Ma non piegato insino allora indarno/ Codardamente supplicando innanzi/ Al futuro oppressor; ma non eretto/ Con forsennato orgoglio inver le stelle,/ Nè sul deserto, dove/ E la sede e i natali/ Non per voler ma per fortuna avesti;/ Ma più saggia, ma tanto/ Meno inferma dell’uom, quanto le frali/ Tue stirpi non credesti/ O dal fato o da te fatte immortali.

Anche la ginestra, che pur vive su ogni costa, ogni crinale, può soccombere al fuoco e al terremoto, come gli umani di Genova e di ogni dove terracqueo. Il tempo si dispiega, anzi gli eventi piegano il tempo. Le vite son piegate nel tempo ma riemergono sempre, come se Dio ci fosse, può pensare il poeta agnostico e filosofo interrogante. Per la verità.

…un partito e un’area politica inesistenti

il PD, il Partito Democratico, voluto dall’ancor oggi più intelligente tra i suoi dirigenti, Walter Veltroni. E non sono masochista, anche se potrei sembrarlo, oh caro lettor, perché a quel partito sono iscritto.

Se ne sono andati “a sinistra”, un pochi dal PD e alcuni restando lì dov’erano come già facenti parte di qualche cespuglio di malpancisti congeniti, personaggi come l’immarcescibile D’Alema, non simpaticissimo ma abile, politico di mestiere e di vocazione, incazzato con Renzi perché questi, nel momento del potere, non lo ha indicato al posto di ologramma-Mogherini al ruolo pomposo e inesistente di “Alto (oooh Dio!) Rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri”; D’Alema, allievino di Togliatti, pioniere del PCI vs PCUS, successore di Berlinguere e Occhetto; come Bersani, simpatico (sempre meno, però, ché dalla pizza che con lui avrei gustato finché tentava di far politica, ora son rimasto a un misero e faticoso stuzzichino e un sangiovese, proprio per mandarlo giù) mestierante emiliano del vecchio e glorioso Partitone, che rimpiango pur avendolo non poco avversato anche se sempre io da quei dirigenti stimato; come Speranza, nato vissuto e riciclato all’ombra dei due padri nobili, di suo poco più che un nome e un cognome di grande potenza evocativa, e spero che la virtù appassionata di “speranza” lo adiuvi, anzichenò; come Boldrini, impiegata dell’Onu dal sorriso enigmatico a nascondere il nulla propositivo e dialettico la qual, talora, osa perfin un dire incazzato o perlomen serioso, e bùm; come Pietro Grasso, analfabeta totale della politica; come Fratoianni, prosecutor del vendolismo, un altro “bellu guaglione”, direbbe Prodi echeggiando il suo pensiero il giovin Rutelli, altro fatto-de-Roma e di poc’altro, ché è meglio Totti Francesco alla grandissima, e null’altro (aggiungo io, sempre sul morettin stroppiciatello); come Prodi stesso, democristo sopravvalutato tutta la vita, dai tempi di Andreotti e dell’Iri; e per finir Enrico Rossi di Toscana, come pochi, anche nell’esiguo contesto del partitino, vanaglorioso e di  superbia intriso.

Veniam ora al PD e ai suoi poco commendevoli profili: Serracchiani, su cui non ho qui più parole, già dette e scritte troppe, e non lusinghiere, come dire flatus vocis nullius; forlaniana in todo, e come il glorioso leader (???) marchigiano, capace di parlare di tutto dicendo nulla (a un tal che interrogava il prode Arnaldo dicendogli “… ma Presidente, lei sta parlando da venti minuti e non ha detto praticamente niente“, egli rispose ironico “e pensi che potrei andare avanti per ore“), appunto; Marcucci, presidente dei senatori, olà, dal baffo quasi flamencato e l’eloquio aggressivo da che pppaura, ma dai! E Renzi? Ha avuto la fortuna di nascer nei dintorni di Florentia e quella di dissipare ben presto il suo talento bolsamente incompleto: è il principale distruttore del Partito Democratico voluto dal Walter romano e da qualche milioni di Taliani; Orfini: echeggiando il mito resta un’incompiuta delicata e un pochin malmostosa; Martina: la barba non gli dona granché, ma forse serve a fornire una vagula credibilità al ruolo; Lotti, la precoce alopecia frontale; Guerini: la barba grigiastra lo ha sollevato, ma solo un pochino; Rosato: un apparente participio passato, usurpa il cognome di un grande stopper milanista di decenni fa, il prode Roberto, coetaneo di Gianni Rivera (un sommo dentro un elenco di nani); Boschi: a volte va bene da guardare anche se la noia ti sorprende immantinente, e chi l’avrebbe mai detto? Delrio: non oso criticare un buon medico e padre di ben nove pargoletti, mi par, ma forse potrebbe sorridere un poco e dir meno volte “paese”, in luogo di Italia, come quasi tutti abitualmente fanno; Calenda: neanche arrivato e già vuol distrugger tutto.

Disaster disharmonia mundi! Nostalgia perfin di Galloni e Mastella, nonché di Signorile e Bufalini; non parliamo poi di Moro, Berlinguer, Craxi e Martelli… ci fossero ancora, ché questi non sanno nemmen fare opposizione al governo pazzoide che ci governa. Un deliquio della politica.

Poi a livello locale Dio ne scampi, ché i potentati (si fa peddire) son impauriti anche dell’ombra proppia chepperò non hanno, perché evanescenti.

Non sono come Calenda e non chiedo nulla, solo mi chiedo: c’è qualchedun che vuole sedersi a ragionare di un socialismo democratico, semplice e culto? Avverto subito che non son militante, al fin di non rischiare mai la deriva militonta, ché la soglia critica mai vien meno, Deo gratias.

Questa volta Salvini l’ha fatta giusta

I miei cari e pazientissimi lettori sanno che non ne perdòno una a Salvini, ma neppure a qualsiasi altro politico che manifesti ignorante superficialità intellettuale e faccia proposte insensate, a parer mio e, pur essendo da sempre e per sempre uomo di sinistra, socialista, non lascio passar nulla nemmeno se l’insipienza tocca la “mia” gente, più o meno. Specifico a chi pensa che esista una sola sinistra che non è vero, poiché io non c’entro nulla con le sinistre viola, arancione, giorotondin-morettiane, arcobaleno, radical chic etc, à la SavianBoldrinFratoianCivatiane, e neppure con l’arroganza renziana e dei suoi emuli pietosi come Lotti, Boschi e con chi ha le fisime sui “diritti civili” magari da applicarsi in Svizzera. Con costoro non c’entro nulla, e nemmeno con la ex presidenta della mia region di confine, ma con chi si occupa di diritti sociali, di welfare, di equità fiscale, di epichèia socio-politica, ebbene sì, c’entro, eccome, ovviamente da prima e infinitamente di più di quanto non c’entrino i parvenu grillini “di” e “di”, nati ieri e spariti tra oggi e domani.

Salvini è stato nel tempo oggetto di mie critiche serrate per il linguaggio greve, l’atteggiamento spesso irridente verso chi non la pensa come isso, per le scorciatoie dialettiche, per l’ambiguità… ma ora una giusta la ha fatta.

Saputo che nei moduli ministeriali per la concessione della carta di identità telematica, nei campi dove si deve apporre i nomi dei genitori, risultava scritto genitore 1 e genitore 2, per dare risposte pidine alle CirinnàBoldrinaltrodistupefacentestupidino, o al penoso Speranza, il Ministro degli affari interni ha fatto riscrivere “padre” e “madre”, suscitando immediatamente l’ira funesta delle famiglie arcobaleno. Ma, ziopaperino, che cosa hanno da protestare? Per accontentarli/ rispettarli basta predisporre anche il campo che preveda quanto di politicamente corretto c’era prima e loro compileranno dove preferiranno. Ecché, per accontentare trentamila neo-famiglie si disconosce la condizione di trentacinque/ quaranta e passa milioni di famiglie fatte di un maschio e una femmina adulti e spesso di uno o alcuni pargoli?

In questo pezzo evito di aprire una pur sempre necessaria riflessione antropologico-filosofica ed etica, poiché appesantirebbe troppo uno scritto impostato su una chiave stilistica leggiera, epperò ricordo al mio lettore che tale riflessione non può essere bypassata o evitata. Infatti bisogna approfondire seriamente, sempre, il tema di ciò che sia la coppia umana così come l’evoluzione naturale e culturale la ha configurata, e le conseguenze necessarie di questa condizione oggettiva. In questo quadro si inserisce come argumento centrale il tema dei figli, della relazione psico-affettiva, presente sia nelle relazioni inter-parentali biologiche, sia adozionali, nella quale mi sento di escludere ogni surroga della maternità e anche la possibilità di adottare da parte di coppie omosessuali. “Avere” un figlio, ed ecco che già il verbo “avere” è improprio  sbagliato, NON E’ UN DIRITTO, MA UN DONO, cari vendola di tutti i generi e specie!

In ogni caso sono per includere, non per escludere. Sempre. E’ molto semplice: l’importante è essere convinti di non avere ragione per partito preso, sempre, comunque e dovunque, e che quindi si può, anzi si devono considerare le ragioni altrui, ma chiedendo altrettanto agli altri. Se io lascio lo spazio per scrivere “genitore 1 e genitore 2”, esigo di potere trovare i campi informatici dove trovo la dizione “padre/ madre”. Perché comunque, innanzitutto, per ora, biologicamente e naturalmente si danno un padre e una madre, anche se giuridicamente questi possono trovarsi in un altrove.

Salvini ha dunque fatto bene in questo caso, anche per poterne discuterne, magari con i modi suggeriti in questo mio post, dove si privilegia la riflessione razionale e l’argomentazione logica.

Sarebbe così bello e produttivo se non si fosse così militanti fino alla tontaggine, sempre che coloro che lo sono ne siano coscienti, perché a volte la loro militanza è inconsapevole, perché sono talmente in basso in quanto al livello cognitivo e intellettuale e culturale che la militanza è l’unica dimensione psico-intellettuale a loro accessibile.

Speriamo che ogni tanto qualcuno di costoro, parlo degli homines novi della politica, abbia qualche bella pensata, che non è né di destra né di sinistra in quanto bella e intelligente, oppure può essere sia di sinistra sia di destra, come quella di Salvini che dà il la a questo pezzo.

Azioni “disumane” “dell’uomo”

Caro lettore,

sedici morti ammazzati ammassati su vetusti furgoni appesi a qualche cordame per strada di ritorno dal bestiale lavoro a tre euro l’ora. Sedici ragazzi giovani dell’Africa, facili prede di orrendi profittatori. Non ci son scuse o ragioni, se non la bestialitas dei caporali e dei loro accoliti.

Da decenni si parla di questa tratta di forze umane nel meridione italiano e ora non solo: non so che cosa abbiano fatto i sindacati eredi del grande compagno Di Vittorio, che cosa gli ispettori del lavoro, che cosa i politici eletti in loco, che cosa le associazioni d’impresa, che cosa qualsiasi altro soggetto umano a conoscenza dello sfruttamento sette/ ottocentesco di decine di migliaia di giovani di pelle scura, alloggiati alla canina via, bastonati e sfruttati con ritmi di lavoro e paghe indonesiane. Che cosa? Dove erano, dove sono? Che cosa fano dalla mattina alla sera? Congressi? Riunioni di lavoro? Piani di intervento a tavolino? Multe? Non so.

Nel titolo ho scritto “azioni disumane dell’uomo”: forse che, mio gentile lettore, trovi una qualche contraddizione nel titolo stesso? Vediamo: azioni (sostantivo-soggetto), disumane (attributo del sostantivo-soggetto), dell’uomo (genitivo, complemento di specificazione del sostantivo-soggetto). A prima vista vi è una ripetizione, perché l’attributo di “azioni”, cioè disumane, in qualche modo si giustappone al complemento di specificazione “dell’uomo”. E dunque, le azioni sono disumane, epperò sono-dell’uomo, cioè l’uomo è capace di azioni disumane, là dove l’attributo ha valenza morale e rilevanza etica. L’uomo fa il male, perché è intriso di male nella sua propria anima.

Svelo l’arcano linguistico-filosofico, per dire: Tommaso d’Aquino distingueva tra le azioni “umane”, e quindi anche tra quelle “disumane”, e le azioni dell’uomo, per chiarire bene che l’uomo, animal rationale, secondo il Philosophus Aristoteles (così Tommaso lo chiama nella Summa Theologiae) è capace di azioni buone, cioè umane: ed eccoci, vale a dire degne del suo essere animale razionale e quindi capace di conveniente bontà, e anche -di contro- di azioni malvage, vale a dire di azioni intrise di malevolenza, mancanza di rispetto, di solidarietà, di fratellanza, fino alla violenza e all’omicidio dell’altro, se tale atto  potrà essere di convenienza propria.

I neuro-scienziati tendenzialmente materialisti odierni, un po’ alla Damasio, considerano l’evoluzione un tutt’uno dai batteri di cento milioni di anni fa al sapiens di ottantamila anni fa, quello della rivoluzione cognitiva. Può darsi abbiano ragione sotto un certo profilo, ma non bastano le loro ragioni razionalistiche: occorre un pensiero più capace di accedere, almeno a tentare di accedere, alla stupefacente complessità psico-fisica dell’essere umano, cioè alle sue manifestazioni spirituali. cioè psico-morali .

E dunque, lasciando perdere qui le dimensioni giuridico-contrattuali e politico-amministrative dei casi sopra citati, appunto, e mantenendoci a un livello più generalmente antropologico, che cosa dobbiamo fare di e con quei “caporali”, dopo averli individuati e debitamente puniti secondo il nostro civile ordinamento penale? Dobbiamo credere che sono degli umani capaci di resipiscenza, di pentimento e di redenzione? Non ho rispose facili. Totò Riina fino all’ultimo ha minacciato forze dell’ordine e magistratura, ritenendosi al di sopra di ogni morale e di ogni ordinamento, e questi signori, questi uo-mi-ni di che pasta sono fatti?

Innanzitutto mi metto in ascolto della politica che comanda ora, i due partitoni che a sentir loro non sbagliano mai, che in realtà ereditano e debbono rimediare a errori altrui, dei predecessori, delle opposizioni (e mi chiedo, quali opposizioni?). Non sono letteralmente in grado di profferir verbo che abbia un qualche senso analitico e programmatico-operativo. Meno male che c’è la Polizia, i Carabinieri, la Guardia di finanza, qualche prete e la Caritas. Per il resto sguardi attoniti e parole vuote in libertà, come quelle, le solite, arroganti e distruttive, del Ministro dell’Interno o del prezzemolino-saviano.

Personalmente son convinto che le energie e le forze ci sono, ci sarebbero, solo che chi le guida, a partire dalla politica, sapesse lavorare. Il fatto è che questa classe politica cui gli Italiani hanno demandato la responsabilità di governo, NON SA LAVORARE.

Quando io incontro un giovane laureato, anche in ingegneria, in un colloquio di selezione, spesso lo spiazzo con la domanda: “scusi, lei sa lavorare?” la domanda è insidiosissima, perché se si si tratta di un giovane può suonare come una presa per il sedere, ma se si tratta di un senior di più di quaranta anni può suonare addirittura umiliante. Eppure io continuo a fare questa strana domanda, i cui esiti psico-dialogici recupero immediatamente dopo spiegando che è un modo per entrare in medias res e condividere che ogni azienda, ogni luogo di lavoro, richiede una ri-partenza mentale, un nuovo approccio, umiltà, capacità di ascolto e di mettersi in discussione, anche se la persona,  il candidato possiede ottimi titoli e una buona esperienza pregressa. Le persone più vispe mi rispondono quasi subito, dopo un legittimo attimo di smarrimento: “beh, non conosco questa azienda e pertanto all’inizio devo imparare“, e queste sono le persone che accettano anche di ripartire da un inquadramento più modesto e da una RAL (Retribuzione Annua Lorda) calmierata rispetto alla precedente. Allora si prosegue e si arriva spesso all’inserimento del perito meccanico trentacinquenne, dell’ingegnere quarantacinquenne, e si va avanti.

Questi signori e signore entrano e imparano (re-imparano) a lavorare e crescono e, dopo un periodo nel quale sono state un puro costo per l’impresa, diventano parte di una struttura che fa guadagnare e quindi creare le condizioni ineludibili per crescere insieme, reinvestire e assumere ancora persone.

I politici di cui sopra NON CONOSCONO LE COSE DI CUI SI OCCUPANO, NON SANNO LAVORARE E PRETENDONO DI INSEGNARE. Questa è la ragion principale dei fatti di cui a questo post.

Non so più farlo, né lo voglio fare, di perorare ancora umiltà e buona volontà, se non per riflettere ancora una volta con i miei gentili lettori, che non si può non partire che dalla conoscenza, dallo studio, dalla ricerca, dalla costruzione di una capacità progettuale della politica e della pubblica amministrazione, a partire dalla scuola, che deve dare gli strumenti per un’inculturazione generale all’umano. Inculturazione non acculturazione, cioè crescita della consapevolezza di essere-umani. Anche i caporali, a questo punto, potranno svestire la maschera ambigua della violenza e del ricatto e si potranno mettere creaturalmente in gioco con tutti gli altri, anche con i neri vilipesi e offesi.

La verità della realtà e la realtà della verità, coincidentia oppositorum vel harmonia mundi?

Caro lettore,

quale è, secondo te, la strada per riprendere il buon cammino interrotto dalla dilagante indecenza attuale? Sto parlando dei tempi in cui viviamo, del linguaggio in uso, della politica, delle prospettive sociali e del lavoro, del futuro nostro sia di gente in età sia dei giovani. Ho definito il nostro cammino come un sentiero interrotto dall’indecenza, dalla disumanità, dalla bruttezza, dalla paura. Chi sa un poco di montagna conosce i sentieri interrotti, viottoli che improvvisamente si piegano a novanta gradi o spariscono nel bosco. Buona norma è tenere gli occhi bene aperti, ché i burroni son nascosti dietro le macchie più lussureggianti.

Ricordo una ascesa notturna di circa vent’anni fa al monte Quarnan, alla luce della luna. Salimmo da Montenars e fummo in vetta dopo un’ora e tre quarti di cammino, alla luce del cielo stellato e della luna. Al ritorno stemmo in guardia proprio per evitare di rotolare nel bosco, ma uno di noi non si accorse della curva stretta e precipitò per svariati metri, graffiandosi tutto. ma tutto si risolse con un poco di spavento. Il silenzio della montagna e la notte sono compagni di strada severi.

Indecenza è un mancare di decenza come eleganza naturale e come spirito buono di comunicazione. Disumanità è quasi un controsenso, un ossimoro concettuale, poiché nulla di ciò che è umano può essere definito… disumano. Nell’umano vi è il bene e anche il male. Il tema manicheo della separatezza di principio tra i due modi dell’essere umano non stanno in piedi, poiché in ogni singolo essere umano sono compresenti aspetti positivi e aspetti negativi, quasi che bene e male siano commisti e connaturali all’umano stesso. E infatti… Casomai si può essere più precisi, come suggerisce Tommaso d’Aquino: chiamare gli atti mali come atti dell’uomo, non come atti “umani”, chiedendo quindi al genitivo di specificazione la determinazione dell’autore del male fatto, così mantenendo all’aggettivo “umano” l’accezione buona che gli compete.

La bruttezza è un tratto estetico nel senso più profondo del termine, là dove si intende per estetica un manifestarsi dell’essere delle cose e delle persone, secondo l’etimologia greco antica (aisthesis). Non intendiamo dunque il dualismo oppositivo tra bellezza e bruttezza, così come è nell’accezione vulgata contemporanea. La bruttezza di cui qui parliamo è spirituale, interiore, morale. Quando si dice “è una brutta persona” non si intende che abbia tratti somatici sgradevoli, ma che è malvagia, o che comunque manifesta comportamenti moralmente disdicevoli.

Aileen Wuornos nel film Monster, se –mio caro lettore– hai visto il film, e Charlize Theron sono la stessa persona, la bruttezza e la paura, di sé e della vita.

Si discute alla Camera dei deputati al Senato della Repubblica italiana del decreto “dignità. Decine di parlamentari si iscrivono a parlare, soprattutto delle opposizioni, moderate, di destra e di centro e sinistra. Il ministro “competente” Di Maio è in aula, ma sta zitto, imbarazzato. Il poveretto. Con modi gentili e civili chi interviene lo fa, non tanto per dissentire dai contenuti del decreto, di cui anche qui ho dato ampio conto critico, ma per sottolineare l’esigenza di emanare una norma di raccordo tra vecchio ordinamento e quello nuovo, al fine di evitare licenziamenti inutili e irrazionali, dannosi per le aziende e nefasti per i lavoratori coinvolti. Nulla di nulla: la presidente della commissione Ruocco (M5S) addirittura fa l’offesa perché gli avversari osano contraddire la linea del governo.

Bene e male insieme, nell’uomo e fuori dall’uomo. Per immediata intuizione si può dire che il primo sintagma del titolo di questo pezzo “la verità della realtà” esprimerebbe una dimensione prevalentemente estensiva, mentre il secondo sintagma “la realtà della verità” una dimensione prevalentemente intensiva.

In altre parole parrebbe che la realtà non possa non contenere tutta la verità, mentre la verità -al contrario- no, poiché la realtà è fatta anche di menzogne, dissimulazioni, falsità etc.

E’ indubbio che così sia, ma anche no. Perché vi è una verità anche nella menzogna, nella falsità, nella dissimulazione. Infatti, si può dire: è vero che quella è una menzogna, è vero che quella è una falsità, è vero che quel tale dissimula, e non dice ciò che pensa.

Paradossalmente, dunque, troviamo la verità anche nel suo contrario, come ben sapeva Hegel con la sua teoria dinamica della tesi, antitesi e sintesi. La mente umana pare riuscire a comprendere tutto, pur nei suoi limiti, tant’è che si può dire: la ragione non sta mai tutta dalla stessa parte e così il torto.

La realtà è fatta di tutte le cose, che sono res, e dunque comprende il tutto, mentre la verità rappresenta ciò-che-è-vero, e quindi è reale. In latino gli “scolastici” del ‘300 usavano dire “verum et bonum et puchrum convertuntur“, cioè il vero, il buono e il bello in qualche modo si convertono l’uno nell’altro fino a coincidere.

Potremmo fare un bell’esercizio rappresentando la negatività come limite, come reciproco della positività, come coincidentia oppositorum (Card. Nicola di Kues), e infine come Harmonia mundi, pure in tanto dolore e imperfezione.

In itinere, omnes homines viatores sumus.

Il pranzo avanzato

La cosiddetta moltiplicazione dei pani e dei pesci è un episodio evangelico descritto in due modi nel testo sacro. Nel primo modo il racconto è presente in tutti e tre  i Vangeli sinottici e in Giovanni: Gesù sfama con cinque pani e due pesci cinquemila uomini (cf. Matteo 14,13-21, Marco 6,30-44, Luca 9, 12-17, Giovanni 6, 1-14). E’ l’unico “miracolo”, oltre alla Resurrezione e all’Ultima Cena (istituzione dell’Eucarestia) narrato in tutti e quattro di vangeli canonici. Avverto il mio gentile lettore che qui siamo in un ambiente prettamente teologico della nostra riflessione.

Il secondo modo o secondo miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, è presente in due racconti evangelici, quelli di Matteo 15.32-30 e Marco 8.1-10: nel racconto si dice che Gesù sfamò quattromila uomini con sette pani e pochi pesciolini.

Non dobbiamo preoccuparci della diversità dei due racconti, poiché le fonti evangeliche sono differenti, le redazioni pure e le copie delle varie redazioni altrettanto. E’ impossibile stabilire con certezza la maggiore o minore veridicità dei due racconti, anche se, pur rimanendo in ambito teologico-simbolico, è evidente che se un racconto è presente in quattro “tradizioni” evangeliche e l’altro solo in due, qualcosa dovrà pur significare. Ciò che stupisce è il rapporto tra il pochissimo cibo a disposizione e la capacità di Gesù di soddisfare le esigenze di nutrizione di migliaia di persone, come vedremo nel testo giovanneo sottostante, che ho scelto per esemplificare. Il cibo per il corpo è importante, fondamentale, ma lo è altrettanto quello per l’anima, cioè l’eucaristia, che è prefigurata nei “miracoli” potremmo dire alimentari del Maestro. Gesù non sottovaluta mai l’aspetto fisico della vita umana, anzi, da  buon ebreo osservante egli ritiene che il corpo e l’anima, fatti a immagine di Dio, debbano essere parimenti rispettati e curati, sempre, in ogni tempo e luogo.

Anche san Paolo negli Atti degli Apostoli evoca l’episodio dell’Ultima Cena, quasi come garanzia gesuana di una vita che viene salvata dalle procelle naturali e spirituali. Egli sta viaggiando in nave verso l’Italia e la nave si imbatte in una tempesta e, rassicurato in sogno dall’angelo sulle vite dei suoi compagni di viaggio, l’Apostolo rende grazie a Dio e spezza il pane riuscendo a sfamare duecento e settantasei viandanti per il mare periglioso, lì presenti (…) dopo quattordici giorni passati a digiuno, senza prendere nulla (Atti 27.33-35).

Il miracolo è il segno della diversità di Gesù da tutti gli altri rabbi e taumaturghi itineranti. Il testo che abbiamo scelto, quello di Giovanni, non parla precisamente di miracoli, ma di segni, di testimonianze, di riferimenti a una divinità che sussiste nell’Uomo di Nazaret. θαύμα [τό]  (thàuma ) si dice in greco, come accadimento di qualcosa di straordinario creduto dovuto all’intervento divino, ovvero di fatto che ha dell’incredibile e che suscita stupore e meraviglia, ma Giovanni non usa questo termine, preferendo un altro lemma σημεῖον [τό] (semèion), cioè segno che suscita stupore e meraviglia.

E dunque leggiamo direttamente il primo brano riferito alla moltiplicazione dei pani e dei pesci.

 

Il testo di Giovanni 6,1-14

1 Dopo questi fatti, Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!».

Il versetto 12 ci parla del “pranzo avanzato”, cioè dei beni sovrabbondanti che l’uomo ha a disposizione per vivere. “Nulla vada perduto” (12b), scrive l’autore del vangelo secondo Giovanni.

Quanto, invece, va perduto dei beni a disposizione, ogni giorno che Dio manda sulla terra? Quanto spreco, quanta noncuranza, quanto egoismo, quanto disinteresse! Non sto parlando solo del “banco alimentare” che funziona un po’ ovunque, né delle mense della Caritas o dei padri cappuccini, capillarmente operanti, in centri piccoli e grandi, ma dell’anima delle persone, spesso ottusa e chiusa a ogni pensiero rivolto all’altro senza secondi fini.

Sta divulgandosi un pensiero stolto, uno sguardo insincero, un agire miope e privo di tenerezza. Molti non sentono anche se ascoltano e non vedono anche se guardano. Come possiamo avanti in questo modo?

Ministro dell’Interno Salvini, non ti rendi conto di usare un linguaggio che titilla, non la verità delle cose, ma la sua interpretazione maligna, pericolosamente fuorviante, inadatta soprattutto a rendere consapevoli dei problemi gravi di questo mondo, i giovani? Che prezzo intendi ancora far pagare all’ambito del tuo potere, a fini di propaganda? Non comprendi che il tuo cinismo linguistico e concettuale può essere disastroso, perché molti nella loro semplicità psico-antropologica ti prendono sul serio e si armano e picchiano e forse uccidono?

epinicio quotidiano

Chi  non è a digiuno di studi classici sa che cosa è un epinicio, un canto di vittoria, traslitterazione della parola greca composta dalla preposizione epì, cioè intorno a, e nìke, cioè vittoria. Caro lettor mio, approfitto per dirti che la pronunzia del nome dell’importante ditta di calzature “nike”, è da mantenere come è scritto, in quanto parola greca, non all’inglese “naik” o addirittura “naiki”.

Il testo di questo canto poteva essere anche di un autore famoso, di un poeta, di un Bacchilide o di un Pindaro, che ne scrisse oltre quaranta, per cantare i vincitori delle Olimpiadi.

Nell’epinicio si descriveva l’atleta, si proponeva una biografia brevissima con cenni ai suoi ascendenti e allusioni mitologiche. Infine l’autore non dimenticava la parte etico-pedagogica che le gesta dell’atleta sottintendevano, in una strutture composta da strofe, antistrofi ed epodi.

L’epinicio è un cantare l’evento, la meraviglia della forza, il coraggio del vincitore e sembrerebbe difficilmente riferibile alla vita quotidiana. Ma forse è bene approfondire la riflessione. Lo farò anche con l’aiuto di un caro amico, pensatore umile e profondo, il professor Stefano Zampieri.

Chi è l’atleta di cui qui desidero parlare? Chi mi vuol bene sa che sono in ascesi anacoretica da qualche giorno, chi mi vuol bene, beninteso, lo sa. Ebbene ne sono uscito, e ora quasi quasi mi dedico un epinicio, senza l’illusione che sia un canto di vittoria olimpico, ma un canto razionale di rinascita, etimologia che mi si confà.

Senza iattanza e vanagloria, ma con il sommesso orgoglio di aver continuato ad essere me stesso. Come si sa ogni canto celebrativo rischia la retorica corriva e annoiante, per cui mi premurerò di non cadere nell’inganno dell’autocelebrazione. Si è quel che si è per un intreccio di numerosissime concause regolate, si fa per dire, dal principio di complessità, su cui si sta affaticando da tempo Alberto Felice De Toni con lavori pregevoli.

Lo stato delle cose è sempre provvisorio, continuamente alla ricerca di un’omeostasi, cioè di un equilibrio il meno precario possibile. Parlo della salute di ciascuno di noi, di una struttura organizzata come un’azienda, di una classe scolastica, di un reparto sanitario o militare in missione. Le variabili e le sorprese possibili sono incommensurabili e sorprendenti. Le causali, le origini, le sorgenti di ogni stato di cose sono numerosissime e interconnesse, a volte difficili anche da leggere e da dipanare. Giocano la partita i comportamenti del singolo, di chi gli sta attorno, delle circostanze e degli eventi che variano il menù della quotidianità.

Molto bello su questo tema il volumetto del mio amico Stefano Zampieri, filosofo veneziano, Per una filosofia della vita quotidiana, edito da Diogene. Zampieri connette in maniera lucidissima la dimensione del quotidiano e quella degli eventi che a volte scombinano il quotidiano stesso, sul quale si ha da avere uno sguardo filosofico, cioè analitico, ma anche logico-analogico. Ragione e sentimento, per parafrasare Jane Austen, non possono non stare-insieme, perché appartengono al quotidiano di ciascuno di noi. Tutto è autentico nella vita quotidiana, dove la routine è letteralmente rotta dall’inaspettato e sorprendente evento (ereignis), cosicché non dobbiamo temerla perché svilente o annoiante. In Zampieri si osserva una qualche nota critica nei confronti dell’Heidegger di Essere e Tempo, là dove il pensatore tedesco critica la vita inautentica. Si può convenire con Stefano che può darsi una vita inautentica in ogni tempo storico umano, ad esempio nel consumismo contemporaneo, ma non nel quotidiano vissuto con sincerità e apertura al mondo.

Può anche darsi che la noia della vita quotidiana ne sveli in qualche modo l’assurdità, ma la soluzione non è la ricerca romantica o dannunziana della vita eroica, unica, meravigliosa, bensì l’accoglimento della normalità del buon senso, che rinforza creando le condizioni spirituali per accettare l’evento, l’eccezionalità, sia come sia: crescita professionale inaspettata, una malattia, un amore… ecco sembra incredibile accostare la malattia e l’amore, ma ci sta, come evento, come cesura, come discontinuità impegnativa e veritativa. Pertanto, occorre essere pronti (è l’estote parati evangelico, Matteo 24, 44), scegliendo una filosofia del quotidiano, capace di tenere insieme la routine e l’evento, con sapienza e paziente umiltà (aggiungo io) creaturale.

Una lettura eccellente per me, cui dedico un epinicio senza alcuna sicumera, in uscita da un’esperienza durissima e con la speranza di una quotidianità ritrovata e serena.

I pasticcioni

Non solo tra destra e sinistra classiche  e tradizionali, pur se variamente declinate, ma anche tra modello liberal-democratico e populismo sovranista s’han da considerare discrimini per la politica europea e mondiale, vista la presenza pesantissima dell’imprevedibile Trump, di cui paradossalmente apprezzo perfino, e nulla più, la capacità tutta animalesca di chiamare le cose con il loro nome. Certamente ha modi di fare da pasticcione, da mercante in fiera, ma riesce a smascherare l’ipocrisia di molte inerzie e di molte anime belle dell’Europa.

Vengo all’Italia: provo sincera pena nell’ascoltare Di Maio che riaccoglie i voucher nel cosiddetto decreto “dignità”, dopo aver spergiurato che avrebbe eretto un muro di cemento contro ogni proposta di modifica del testo originario. Questo significa due cose: a) che il M5S non è ancora riuscito a distinguere tra ciò che si può promettere in campagna elettorale e ciò che si può realizzare dopo nella concretezza dell’agire di governo; b) che sono incompetenti. Infatti affermare che il “dignità” avrebbe spento il Jobs act significa non avere letto o comunque non aver capito il Jobs act, ma questo non è la cosa più grave, ché la più grave è che non hanno alba di come funziona un’organizzazione aziendale e la gestione del personale; non conoscono la differenza concettuale  e fattuale radicale tra precarietà e flessibilità. Ridurre da trentasei a dodici mesi la possibilità di accendere contratti a termine paradossalmente ha effetti negativi per l’occupazione, non il contrario, così come l’enfasi sulla reintroduzione delle motivazioni del contratto a termine.

Questi homines novi non sanno che nel modo di lavorate odierno, quello del just in time, l’importante è che il lavoratore entri in azienda, oserei dire non importa come. Nessuna azienda si libera di un dipendente se questi è bravo, costante, umile, proattivo. La migliore difesa dell’occupazione è, appunto, il patto di crescita tra azienda e collaboratore. Questo funziona, non ulteriori vincoli contrattuali. Non so se questi non ascoltano o non hanno nessuno che glielo spiega.

Un altro esempio è il sindaco grillino di Roma: quanti errori, quanti fraintendimenti, quanti qui pro quo, quanti disastri nella scelta di collaboratori! Fascicoli giudiziari a iosa, e per il capo del personale, e per il direttore generale, lei non sa mai niente, sbagliano sempre gli altri. Dopo Ignazio Marino un altro deliquio.

Si evince la lettura della situazione individuando altri pasticcioni matricolati in politici vari, dalle ragioni che adducono, sempre generiche, mai tecnicamente chiare, come la Gelmini che parla noiosamente come un libro stampato e come il PD sconnesso che borbotta con millevoci e LEU, acronimo di pochi di loro che non si sono accorti di vivere ormai nel Truman Show delle loro illusioni, solo che niun di loro ha la genialità di Jim Carrey, nemmeno alla lontana. Mi fa specie vedere Bersani con la Boldrina e Fratoianni, lui che avrebbe fatto il Jobs act dieci o dodici anni fa, in una delle sue lenzuolate. Invecchiare malucci.

Salvini continua a imperversare con il suo linguaggio greve, le sue decisioni estemporanee, costituzionalmente pressapochiste, e noiosamente ripetitivo, come quando conclude le sue arroganti cantilene con l’espressione “Lo dico da ministro, da vicepresidente del consiglio e da papà“. Machissenefrega se lo dice anche da papà.

E l’intelligentissimo Rosato che insinua si sia fatta la norma che ha sistemato i vitalizi in modo tale da farla impugnar legalmente da decine di scontenti non più privilegiati.

E Macron-micron, vittima del suo cognome vanaglorioso, Orban e Seehofer supposti amici dell’Italia, ma lo son solo di Matteo Salvini, che qui sì è un cittadino qualsiasi. E coloro che si affannano a chiedersi se il decreto “dignità” sia di sinistra o meno. Parbleu, sai che bella scoperta? Gli direi: a che punto della scrittura o della ri-scrittura del testo?

E Trump, che suona la trombetta ogni giorno sul web, definendosi genio e prendendo per i fondelli tutti quelli che incontra o sta per incontrare.

Potrei continuare ad libitum, senza trascurar di affermare che pasticcioni ve ne sono ovunque, con responsabilità più o meno grandi, anche nelle strutture d’impresa private, nella scuola e nella sanità, dove a volte l’albagia presuntuosa rende pasticcioni. In altre parole vi sono quadri e dirigenti che, temendo il sapere altrui, si “arrangiano” da soli e sbagliano facendo pagare notevoli prezzi economici e di immagine ai loro datori di lavoro. Persone di questo genere, siccome la normativa lo consente con chiarezza, vanno rimosse, perché mettono a repentaglio la tutela del bene comune.

In definitiva, c’è una parola più adatta di “pasticcioni” per definire tutti costoro? Pare di no, il fatto è che hanno potere e possono fare molti danni. Tutti sono andati al potere democraticamente, come Hitler, e l’uomo è lo stesso della pietra e della clava. Mi auguro che il mio rozzo sillogismo non abbia le conclusioni paventate. L’unica strada è quella dello studio, dell’intelligenza, della cultura, dell’umiltà.

Statuti epistemologici e strutture normative della conoscenza

Quando sento un giornalista che afferma, circa il salvataggio dei dodici ragazzi thailandesi e del loro sprovveduto allenatore, che c’è stato “solo” un morto in tutta l’operazione, un sub tra i molti impegnati nel recupero, ho un esempio perfetto di come sia necessario stabilire una struttura normativa di conoscenza anche per il sapere etico. Infatti, il giornalista, facendo l’affermazione riportata, ha implicitamente adottato e adattato uno “statuto epistemologico” all’etica, uno dei tanti possibili. Mi spiego: se l’etica è il sapere che si occupa della bontà o della malizia della azioni umane libere, è importante condividere la valutazione sui valori che si devono difendere, e dunque, se il valore della vita di una persona è relativo al contesto, e in quello indicato si sono salvate tutte le vite a eccezione di quella, allora abbiamo uno statuto epistemologico etico di tipo quantitativo: su tredici vite (ma le persone che si sono messe in pericolo nella vicenda sono molte di più, medici, sub, psicologi etc.)  se ne è persa una, e pertanto bene. La perdita per il mondo è di “una” persona.

Se invece si considera che cosa sia la vita per la persona che la ha persa, cioè “tutto”, ecco che lo scenario cambia radicalmente. In questa visione prevale l’elemento qualitativo su quello quantitativo: quella vita è “tutto-il-mondo”, e la sua perdita è la perdita di tutto il mondo.

Si tratta dunque di due statuti epistemologici, di due visioni del bene e del male concettualmente, anche se non praticamente, opposti. Quale più valido e condivisibile? Personalmente sono istintivamente per il secondo, pur capendo che si fa quello che si può nell’agire necessitato di un difficilissimo soccorso, con il massimo di tecnica disponibile e di impegno personale di molti, e quindi anche il primo ha una sua validità.

Restando in campo morale si potrebbe dire che i due “statuti” etici proposti nell’esempio rappresentano due “scuole di etica”: la prima potrebbe essere definita razionalista-utilitarista, la seconda etica del fine dove questo è la tutela della vita umana come principio incontrovertibile. Con ciò non voglio dire che il primo statuto sottovaluti la vita del singolo, ma non la focalizza come bene assoluto per chi la perde, collocandola nel calcolo decisamente positivo del salvataggio ben riuscito di tutti i naufraghi. “Solo” una persona è morta, ma quella morte, per quella persona è radicale, definitiva, incontrovertibile.

Un po’ di teoria ci serve per inquadrare il tema. Epistemologia è un termine proposto abbastanza recentemente dal filosofo scozzese James Frederick Ferrier, e deriva dal greco ἐπιστήμη, epistème, cioè conoscenza certa o scienza, e λόγος, lògos, cioè “discorso”. In filosofia è ritenuta la branca che si interessa delle condizioni  di possibilità di una conoscenza scientifica, cioè certa ed evidente, e dei metodi per conseguirla. Può essere definita anche gnoseologia o critica della conoscenza, sintagma caro agli studi teologici.

Lo Statuto epistemologico è dunque la struttura normativa di conoscenza di una determinata disciplina o di un’applicazione pratica della disciplina stessa. Nel caso citato sono evidenti due visioni del mondo, che funzionano se si ritengono complementari e non reciprocamente escludenti. Serve senz’altro la lucida razionalità di chi analizza il contesto e si batte per ottenere il bene maggiore ovvero il male minore, ma anche la valutazione di valore dell’oggetto di cui si tratta, specie se si tratta di vite umane.

Questa lezione potrebbe servire anche al ministro Salvini, e a tutti gli urlatori del sovranismo populista che ignorano ambedue gli statuti epistemologici, a anche a personaggi come il medico Strada che sente solo la sua, incapace di discutere obiettivamente di tutte e due le prospettive.

Il medico dell’Imperatore

Chiamate Giolla, il mio fedele medico, ordinò Adriano ai servitori, chiamatelo ché venga subito!”

L’ordine di Adriano era perentorio e Giolla comparve davanti al sovrano dopo pochi minuti. “Come posso servirti mio divino?, esclamò, e Adriano lo chiamo vicino, si trovavano vicino al laghetto chiamato Cepile nella grande Villa che il padrone del mondo aveva voluto far costruire sui colli, ma in vista dell’Urbe. Mandò via i servi e il pretoriano che camminava nei pressi e fece sedere il medico.

Caro Giolla, mio medico fedele per tanti anni, ho da chiederti un favore supremo… tu sai che non sto bene, dopo le perdite delle persone care, dopo le guerre feroci che ho dovuto combattere con tanti morti, anche donne e bambini. Mi hanno raccontato che a Masada, sul Mar Morto, ai tempi del mio predecessore Vespasiano, quasi mille persone per non cadere nelle nostre mani, erano ribelli all’Impero certamente, si sono tolte la vita. Un massacro. Ma io non voglio più vivere. Devi prepararmi una pozione, come quella che si dice abbia assunto Socrate, perché voglio raggiungere la pace dell’Ade insieme con i miei maggiori e con i grandi della Patria“.

Il medico rimase in silenzio, non osando contraddire il grand’uomo, ma volendogli bene provò a dissuaderlo con garbo. Adriano lo ascoltò senza interromperlo, e poi disse: “Conosco il tuo affetto sincero e il tuo dispiacere per me, ma ti prego di fare quello che ti ho detto, entro stasera e domattina, alle prime luci dell’alba mi porterai la pozione.” Giolla assentì e si congedò. Adriano trascorse la giornata in amabili conversari che attenuavano la sua tristezza: alla villa aveva voluto convenissero sapienti da tutto l’impero, sacerdoti caldei ed egiziani, filosofi greci sia di scuola stoica sia peripatetica, studiosi e altri sapienti di ogni genere della filosofia naturale e dell’astrologia.

L’indomani mattina Giolla non si presentava e l’imperatore era molto nervoso, lo mandò a chiamare quasi con ira ma, dopo qualche minuto vennero da lui disperati alcuni servitori che gli dissero “Oh divino, il tuo medico Giolla è morto, non sappiamo come“. Adriano piombò in grave costernazione e non volle vedere nessuno per tutto il giorno, né toccò cibo, cacciando sgarbatamente chiunque volesse servirlo in qualche modo. Verso sera chiamò il suo segretario e gli chiese di portarlo dove era stata composta la salma di Giolla. La stavano vegliando i servitori e un altro medico, che l’imperatore interpellò. “Ha preso del veleno, oh divino“, questi rispose.

Adriano comprese tutto. Giolla aveva assunto la pozione destinata a lui e, per non disubbidirgli e per affetto e pena, si era tolto la vita. L’imperatore, che pure sembrava ottenebrato, oramai, da un tristezza infinita, non cercò più il suicidio, e si spense nel 138 a sessantadue anni, dopo una vita intensissima, dedicata prima alla sua formazione militare e civile e poi all’esercizio del potere supremo. Non sappiamo se questa vicenda sia accaduta così come la sto raccontando, ma è plausibile, verisimile, e perciò, perché no?, vera.

L’imperatore Elio Adriano, di famiglia in parte ispanica ma romano di nascita, era stato accolto nell’entourage di Marco Ulpio Traiano molto giovane, stimatissimo da Plotina, moglie del grande imperatore. Aveva seguìto il suo mentore nella campagna contro i Daci di Decebalo e in Medio Oriente, ma non aveva ampliato il territorio imperiale oltre i confini traianei, consapevole che, soprattutto in oriente, non sarebbe stato possibile mantenerli, vista la presenza dei bellicosissimi Parti e la distanza che superava le quattordici giornate di cavallo dall’Urbe. Questa era la distanza ritenuta ragionevole per poter tenere sotto controllo un territorio, pur grande, ma non grandissimo. Infatti gli imperi di Genghis Khan e Timur-Lenk, più vasti di quello romano, durarono pochi decenni.

Aveva viaggiato molto durante il mandato imperiale, in Britannia dove aveva fatto costruire il Vallo, in Mauretania, in Grecia, in Egitto. Aveva fatto reprimere con estrema durezza la ribellione giudaica di Simon Bar Cochba (Simone Figlio delle Stelle), facendo spargere il sale su Gerusalemme neonominata Aelia Capitolina. Promosse notevoli riforme civili, sociali e giuridiche, con il fine di migliorare la vita e il diritto delle popolazioni.

Pure amando la bellezza come un fine ellenista, aveva sempre condiviso la rude vita dei soldati durante le campagne militari, come avrebbe fatto il suo degno successore Marco Aurelio. Si era preoccupato della successione per impedire che lo sostituisse una figura indegna e associò alla sua famiglia Antonino Pio e Lucio Vero, ma non si accontentò, perché volle che anche Antonino si muovesse in questo senso scegliendo, Adriano vivente, Marco Aurelio come successore. Mentre invece fece mettere a morte Salinatore, un suo parente che giudicava pericoloso e indegno.

Anche parlando di Adriano, trascuro confronti ingenerosi con la politica del nostro tempo e i suoi mediocri attori

Marguerite Yourcenar ne ha fatto un mito con il suo libro, non apprezzato da accademici invidiosi, o perlomeno gelosi, come Luciano Canfora, Le memorie di Adriano, da cui traggo una breve lirica dell’imperatore, quando sentiva avvicinarsi il momento estremo.

 

« Animula vagula blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca
Pallidula rigida nudula
Nec ut soles dabis iocos […] »
(IT)« Piccola anima smarrita e soave,
compagna e ospite del corpo,
ora t’appresti a scendere in luoghi
incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti. […] »
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