Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: Filosofia Pratica (page 1 of 40)

Giornalisti “villani” (senza offesa per i villani abitanti delle “ville” rurali), Marco Travaglio e David Parenzo, e i falsi liberal-democrat del non-vaccino

Qualcuno non ha limiti nell’insultare, e molti si improvvisano sapienti su ogni materia, di questi tempi. Ciò non si dovrebbe mai verificare, ma queste cose capitano. Probabilmente l’accessibilità dei nuovi media non solo favorisce, ma sollecita, interventi di tutti i generi in tutti gli ambiti su tutti gli argomenti.

In ragione di ciò, si leggono e si ascoltano facezie, stupidaggini, affermazioni azzardate, assiomi infondati, ricordi fasulli, relazioni inesistenti fra concetti inconciliabili, pretese di conoscenza senza fondamento, e altro del genere che, se non fosse talora pericoloso, potrebbe essere il soggetto di innumerevoli gag comiche.

Tornando al citato giornalista, misteriosamente innamorato di Conte, più che di Grillo, ora si è messo a parlare dei figli di papà al Governo, partendo da Draghi, cui riconosce solo saperi finanziari, mentre – a parer suo – non saprebbe un c. di socialità, sanità e molt’altro. Invece, sappiamo che Draghi si è fatto da solo, come me e molti altri.

Perché il soave giornalista non attacca due autentici “figli di papà” come Ciro Grillo e Davide Casaleggio? Potrebbe bastare, anche se questo tipo umano si meriterebbe altro di critico, che qui non gli concedo. Mi prenderebbe troppo immeritato spazio.

Un altro giornalista villano, che blatera arrogantemente per Radio e si mostra in tv, talora in compagnia di sodali che competono validamente con lui in beceraggine, ma non lo superano, come Giuseppe Cruciani, è David Parenzo, che non si perita di dare del cretino a chiunque non sia d’accordo con lui. E pensare che vi sono molti masochisti che continuano a telefonare a La Zanzara, trasmissione di Radio24, cioè di Confindustria. Ciò che mi meraviglia, ma forse sono ingenuotto, è come mai anche l’elegante presidente Bonomi accordi spazio a un format così degenerato. Ascoltare una volta, per capire. Sarà per l’audience, la maledetta audience che si nutre del brutto, del cattivo e dello sporco.

L’anima dell’uomo ha antri oscuri, forse sepolti tra l’amigdala e i lobi prefrontali, che non sono l’anima, ma l’encefalo del sapiens sapiens.

Non so se l’anima dei contemporanei sia più bacata di quella degli uomini di tempi andati: certo è che i media mostrano attualmente qualcosa di inaudito, anche rispetto al recente passato. Forse arriveremo al punto preconizzato da Spielberg in Minority report.

Io, più prudentemente, parlo di crisi del pensiero… critico e mi do da fare, nel mio piccolo, per svilupparne in giro la consapevolezza.

Un altro aspetto negativo di questi tempi è lo stalking telematico, pericolosissimo, soprattutto per i ragazzi. L’ignoranza e la volgarità incombenti rischiano di mettere a repentaglio non solo la sicurezza mentale dei giovani, ma perfino quella fisica. Si sono registrati anche casi di suicidio di ragazzini che non hanno retto la diabolica insistenza del bullismo informatico.

Altro capitolo: quello degli sguaiati falsi democrat del non-vaccino, che stanno ogni giorno superando se stessi in ignoranza colpevole (o forse no, si tratta solo di ignoranza-bestia e quindi incolpevole; cf. Tommaso d’Aquino Secunda secundae).

Se ricordi a uno di costoro che il 90% delle persone ricoverate in terapia intensiva in queste settimane sono non-vaccinati, ti risponde che è un… caso. Ma questi non sa nemmeno che cosa significhi la parola “caso”. Eppure urla, strepita, insulta, rivendica la sua libertà di infettarti. O, addirittura afferma, come certi sedicenti guru, che il Covid è un falso problema, perché ne muoiono più di malaria, o di tumore o di infarto.

Come sempre, chi non sa ragionare, perché non ha argomentazioni, e vagamente percepisce questa sua debolezza logica, cambia argomento.

Qualcuno mi ha detto che il paragone con la vicenda del fumo da me proposto in un post precedente non sta in piedi con la vicenda vaccini, perché in questo caso si viene relegati a casa se non si ha il green pass, e allora no, ho provato a spiegare che il paragone sta in piedi sul piano del rapporto che sussiste tra Bene (o supposto tale) personale e Bene comune, laddove quest’ultimo non può stare al secondo posto, mi risponde che “non gliene frega nulla del bene comune”. Mi fermo, perché dovrei dirgli che è quantomeno narcisista, egocentrico, egoista, se non vagamente affetto da un a forma abbastanza lieve di sociopatia. E taccio.

Ma continuo, con le mie limitate forze, a lavorare affinché la ragione argomentante, forte di una logica inoppugnabile, contrasti l’assenza di senno che molti in questo periodo propalano, ed esaltano con i loro comportamenti espressivi e di azione.

Sono convinto che ce la faremo.

“Lei, professore, ha affermato in una pubblica conferenza e ha più volte scritto sul suo blog che la dizione genitore 1 e genitore 2 è una idiozia imbecille? Bene, ne risponderà a un giudice”… è questo che si vuole, Letta e c.?

Gli articoli 1, 4 e 7, soprattutto il n. 4, del Disegno di Legge Zan in qualche modo rendono possibile questa incredibile fattispecie. Possibile che a sinistra non ci si accorga che si sta cercando di intervenire con una sanzione penale sull’espressione di una opinione filosofico-politica? No?

l’idiozia imbecille

Vediamo i testi di questi tre articoli.

Nell’articolo 1 del ddl Zan contro l’omotransfobia e la misoginia si stabilisce in premessa che per “sesso” si intende il sesso biologico o anagrafico; per “genere” qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso; per “orientamento sessuale” l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; per “identità di genere” l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione.

Primo: la confusione che si ingenera con queste diverse dizioni è somma. Come si fa a pretendere che un articolo tipo questo possa chiarire il tema? Cosa può succedere se si intersecano le diverse definizioni nella vita quotidiana? Come si fa a mettere sullo stesso piano sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere? Mi paiono obiezioni sufficienti per semplificare il testo.

L’articolo 4 è una clausola di salvaguardia. Il DdL precisa: “Sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

Bene: proviamo a immaginare che un giudice ritenga che quanto io ho affermato e scritto più volte sul mio blog e in lezioni e conferenze, come riportato nel titolo, ritenga che tale giudizio sia o possa essere fomite di atti discriminatori e violenti (non si capisce contro chi), potrebbe chiedere per me una condanna ai sensi di quell’articolo. Non so neanche commentare una tale eventualità… Qualcuno può dirmi che non esistono giudici capaci di tali voli di fantasia giuridica, ma io non credo, perché la militanza ideologica a volte fa brutti scherzi. Non mi fido, e pertanto, occorre specificare meglio che cosa si intende per “(omissis) purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Non certo la dizione di cui sopra si tratta, penso, (che ne dici gentile lettore?), ma non mi fido lo stesso.

L’articolo 7 istituisce la “Giornata nazionale contro l’omotransfobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia” per il 17 maggio, giornata che va celebrata anche nelle scuole.

Direi proprio di no: soprattutto alla dizione “nelle scuole”, che può significare dalla scuola dell’infanzia alle superiori. Se c’è la preoccupazione che il tema sia conosciuto e discusso dai giovani in formazione, si può decidere di dare indicazioni, come Ministero della Pubblica istruzione, che se ne parli nelle scuole superiori a cura degli insegnanti di filosofia, di cultura religiosa o di materie umanistiche, là dove non è previsto lo studio della filosofia.

Questi tre punti rappresentano l’attuale aggiornamento del politicamente corretto, povero surrogato di una cultura veramente aperta, perché basata sui fondamenti antropologici, sociali e storici della nostra specie, il genere umano.

Non so se la deriva di questo pensiero mono-orientato sia irreversibile, ma io, finché avrò forza, continuerò a spiegare che per parlare dell’uccisione di un essere umano (mi scuso per il triste esempio) basta dire “omicidio”, che è l’uccisione di una persona appartenente al genere “homo (sapiens sapiens)”, e quindi maschio o femmina che sia. Non occorre inventare il termine “femminicidio”, cavolo. E di questo sono responsabili i giornalisti, sempre più intellettualmente pigri e ansiosi di scoop.

L’ultima idiozia che qui mi vien da citare è la decisione di Lufthansa di modificare il “buongiorno signore e signori” con cui si salutano i viaggiatori imbarcati, con un semplice “buongiorno” (neutro), per non offendere eventuali appartenenti a qualche altro sesso/ genere/ orientamento sessuale/ identità di genere… basta così?

Modifiche dell’articolato di legge come quelle da me qui proposte riducono la tutela della personalità individuale dei cittadini italiani, secondo quanto prevede la Costituzione della repubblica italiana?

Non mi pare, caro Letta, ma mi sembra lei ora ci stia pensando. Era tanto difficile pensarci prima? Che tristezza questa sinistra.

Parole dal carcere

Si discute, in una giornata di questo caldissimo luglio 2021, di quello che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere, in altre carceri, e di molto altro. Il sistema pare sia un po’ questo, così come si è visto in tv e sul web. Me lo fa capire chi si trova da decenni fra ristretti orizzonti e, se pure in modi differenti, due poliziotti.

Parto da costoro. Il primo mi dice esplicitamente che, se si registrano azioni pericolose da chi fa rivolte, prima o poi ci si vendica, perché questo è l’ordine naturale delle cose. A bestia, bestia più uno, gli scappa di dire.

Il secondo, che è un graduato, mi mostra una sensibilità politica e morale che – con rispetto per lui – non mi aspettavo del tutto, dicendo che non è ammissibile eticamente che uno “strumento dello Stato” si vendichi, peraltro di persone che magari c’entrano poco o nulla con precedenti manifestazioni.

Il mio amico invece, parla di un “sistema”, cioè di una metodica che è stata introiettata nei comportamenti di chi è di guardia, ed è in qualche modo quasi “asseverata” dall’alto, checché ne dicano coloro che stanno in alto.

Come orientarsi tra queste tre opinioni così differenti? Il carcere è una istituzione totale e totalizzante, come spiegava Michel Foucault già mezzo secolo fa, e perciò in qualche misura – di fatto – al di fuori del rispetto delle norme dello “Stato di Diritto”, come quello francese o quello italiano. Epperò, come può ragionevolmente darsi un “poter-essere” al di fuori delle norme dello Stato di Diritto? Pare una contraddizione in termini.

Se uno Stato si dice di diritto, riconoscendo che le proprie prerogative giuridiche non possono eccedere quelle di ogni cittadino, in modo da metterlo in una situazione minoritaria, non dovrebbe consentire eccezioni, ovvero situazioni nelle quali ciò che significa il sintagma etico-giuridico “Stato-di-Diritto” non “funzioni”. Ebbene, non è così… e per le ragioni in base alle quali tutto, nel mondo degli uomini e nella storia, è accaduto nel corso del tempo, e ancora accade sovente e in molti luoghi e situazioni.

Il tema dei diritti è centrale da quasi due secoli e mezzo, dai tempi dell’Illuminismo francese, tedesco, italiano e anglosassone, dai tempi di Voltaire, Beccaria, Jefferson e Kant. E’ all’ordine del giorno da questo lungo periodo, perché, nonostante la chiarissima lezione evangelica, una cultura politica generale non ha saputo introiettarne il valore. In questi due secoli e mezzo i diritti sono diventati un elemento centrale delle legislazioni e della politica nella maggior parte dei paesi del mondo, dopo le crisi sistemiche dei totalitarismi del ‘900.

Ancora, però, in molte nazioni i diritti umani non sono riconosciuti, come in Corea del Nord e in Cina, ovvero dove sono negletti, ad esempio in certi regimi autoritari del Sud America, dell’Africa e dell’Europa, come in Bielorussia.

Nei paesi giuridicamente più evoluti i diritti stanno riguardando anche aspetti della vita personale fino a sfumare in un confuso giuridismo dei bisogni e dei desideri, come sta accadendo in queste settimane in Italia con gli scontri politici sul Disegno di Legge Zan, che concerne la tutela delle varie declinazioni sessuali dell’umano.

Forse il momento critico dei diritti va di nuovo valutato per rapporto ai doveri, di cui da tempo si parla pochissimo. Dovrebbe essere posto al centro in combinato disposto fra diritti e doveri, per riprendere un discorso che equilibri questi aspetti regolatori della convivenza umana.

E torno al tema carcerario della prima parte.

Comunque stiano le cose, e specialmente se si trattasse di un sistema, come mi spiega l’amico ospite di quell’istituzione da troppo tempo, i diritti umani non vanno mai negati, e dunque atti e fatti come quelli accaduti e sopra richiamati non dovrebbero avere più la possibilità di accadere.

Ma, perché vi siano speranze per una prospettiva del genere, è necessario riprendere i fondamenti etico-filosofici della Costituzione repubblicana, che all’articolo 27 parla di diritto al recupero della socialità per tutti e per ciascuno che abbia sbagliato e abbia pagato la pena per i crimini compiuti.

Anche l’ergastolo ostativo, pur misura comprensibile in un certo momento storico, oggi mostra tutta la sua evidente incostituzionalità e immoralità. Diritti dei cittadini e doveri nei comportamenti devono coniugarsi in un mix là dove la libertà di ciascuno sia contemperata al diritto alla sicurezza personale di ciascun altro, reciprocamente.

Non si dà, infatti, una libertà plausibile, se non connessa con la giustizia e la sicurezza, sempre nei limiti dell’agire umano.

La “dikaiusyne”, la giustizia, e i referendum per renderla più giusta

Essere giusti, dare a ciascuno il suo, l’unicuique suum, è uno degli aspetti della manifestazione della giustizia decisivi, ma non solo. La giustizia come principio di civiltà umana è uno dei capisaldi fin da primordi della civiltà scritta, come attestano i codici degli antici monarchi mesopotamici, come si evince dai libri più antichi della Bibbia e dalle iscrizioni dell’antico Egitto.

Fu poi la grande filosofia greca del V, IV e III secoli a. C. a codificarne la struttura formale, soprattutto con la lezione delle Etiche aristoteliche, che spiegano che cosa sia la Dikaiusyne. Seguirono i testi del Diritto romano, legificati in modo definitivo dall’imperatore Giustiniano a metà del VI secolo d. C.

Ne trattarono poi anche i grandi studiosi del diritto medievale, a partire dalla “scuola di Bologna”, se ne occuparono molti filosofi e politologi, come Machiavelli, gli Illuministi à là Montesquieu, gli Inglesi, che per primi proposero il modello democratico, fin da quando Cromwell governò in modo repubblicano. Anche il ripristino della monarchia inglese non impedì lo sviluppo di normative che cominciavano ad echeggiare lo “stato di diritto”.

La giustizia è dunque virtù umana radicale, riconosciuta come tale da millenni, ma è anche locus teorico-pratico dove si esercita l’equilibrio tra i diritti dei cittadini, il rapporto fra questi e lo stato e il mantenimento del rispetto delle leggi vigenti.

In Italia se ne parla da decenni. Negli anni ’80, una cultura democratico-sociale trasversale pose al centro dell’attenzione generale l’esigenza di una giustizia più giusta, con un apparente retoricismo, presente nell’aggettivo, che potrebbe apparire ridondante richiamando il sostantivo cui si riferisce. Infatti, come può darsi una giustizia-ingiusta? Gli Scolastici criticherebbero logicamente il sintagma definendolo contraddictio in adjecto, ma evidentemente può non essere così.

Anche teoreticamente può darsi una giustizia-ingiusta. Aristotele chiarirebbe l’apparente aporìa in questo modo, forse: “siccome gli uomini possono scrivere e approvare leggi che non rispettano l’umanità, il loro rispetto non potrebbe essere definito come giustizia, ma ingiustizia“. E qui mi sovvengono, tra molte altre, le leggi razziali del Duce e le scelte operate dai nazisti alla conferenza di Wannsee (per rendere operativo lo sterminio degli Ebrei), le leggi sull’apartheid del Sudafrica.

Ebbene, e in Italia che giustizia-ingiusta può darsi, ancora in questo 2021?

Si registrano atti e fatti che contraddicono da oltre un settantennio quanto previsto dalla Costituzione repubblicana del 1948. Basti solo pensare all’art. 27, che prevede il recupero sociale del detenuto per condanna penale. Occorre parlarne? ma che recupero e recupero, o redenzione! Di contro accadono fatti come quello di Santa Maria Capua Vetere.

La Costituzione stessa prevede il referendum abrogativo, se il popolo constata che vi sono leggi liberticide e anticostituzionali, Eccoci, dunque: due forze politiche, la Lega (cui mi “lega” pressoché nulla, ma che in questo caso ha il merito di mettere in campo la sua rilevante “massa critica”) e i Radicali, che invece hanno le carte in regola per tutta una storia politica in tema di giustizia-giusta, propongono con forza il tema della giustizia-giusta (sintagma molto caro al Ministro della giustizia del Governo Craxi nel 1985, Claudio Martelli).

L’esempio del pestaggio prima riportato è solo un triste episodio di giustizia ingiusta. Vi sono ben altri e più gravi aspetti che i referendum proposti intendono porre all’attenzione della politica per delle riforme efficaci. Vediamo quali.

  1. Il Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno, è controllato dalle correnti legati a un mero spirito di appartenenza, dove non vige la centralità delle competenze e del valore individuale: basti pensare agli episodi emersi soprattutto nell’ultimo periodo. Una riforma di questo organismo si pone come urgentissima.
  2. I Magistrati, se sbagliano a sentenziare colpe e pene, si trovano in un regime esimente da ogni responsabilità. Ciò rende indispensabile porre come obbligatoria la responsabilità individuale di questi cittadini tutori della legge, così come è per tutti gli altri cittadini.
  3. I magistrati sono valutati solo da colleghi, ed è come se gli studenti fossero valutati da altri studenti e non dai professori: occorre mettere in atto un metodo che consenta di effettuare queste valutazioni a cura di giuristi accademici e di esperti di avvocatura.
  4. Occorre separare le carriere tra il ruolo di procuratore e il ruolo di giudice, che deve essere parte terza, non parte in causa, quasi sempre dalla parte della Procura: occorre evitare che un magistrato possa fare indifferentemente il procuratore o il giudice. In questo senso il modello americano può essere di esempio!
  5. Bisogna porre dei limiti agli abusi della custodia cautelare, poiché attualmente in Italia sono detenuti migliaia di “supponibili innocenti”, poiché il 30% dei detenuti è in prigione in attesa di giudizio. Ciò è, prima ancora che anticostituzionale, disumano!
  6. Con il cosiddetto “Decreto Severino”, un pubblico amministratore, un sindaco, può essere tolto dal suo mandato popolare solo avendo ricevuto un avviso di garanzia, che, come è noto, è solo un’informazione, un avviso, appunto, al cittadino che si stanno svolgendo indagini su di lui, e che, fino a una sentenza passata in giudicato, deve essere ritenuto innocente. Oggi, invece, chi riceve un avviso di garanzia è già ritenuto colpevole, in questo con un contributo asfissiante da parte dei media, a volte senza contraddittorio.

Mi pare che vi siano pochi dubbi sull’esigenza di intervenire su queste materie che, se non vi sarà la spinta dei referendum, rimarranno nel cassetto polveroso del Parlamento e nelle inesistenti intenzioni di politici di tutte le aree.

Ancora una volta qui segnalo, e mi dispiace, la flebile voce del PD che, tramite il suo fallace segretario, altro non ha da dire se non criticare Salvini. Mi pare un po’ poco.

I due soggetti più “sbagliati” che fanno politica oggi: Grillo e Conte G.,… e i “dintorni” della socio-politica

Non saprei chi individuare di più “sbagliato”, o stonato, tra i tanti protagonisti della politica attuale, fra Grillo e Conte, l’ex capo del governo (e anche l’altro Conte, l’ex dell’Inter, che è famoso è pure un po’ sbagliato). Ma forse il termine “sbagliato” è… errato, poiché bisogna sempre tenere conto del contesto sociale, politico e storico, aggiungerei. In altre parole, negli anni ’80 un “Grillo” non avrebbe avuto gli spazi per le sue piazzate del “vaffa…”. La politica di allora era talmente pervasiva e partiticamente orientata da non lasciare spazi ad espressioni di un populismo così teatrante.

Le piazze di Grillo non erano né una jacquerie à là Vespri siciliani o al modo dei Ciompi fiorentini, né una semi-rivolta qualunquista come quella dei “gilè gialli”, o delle “sardine” di un altro ambiguo personaggio come il loro capo Santori, né tantomeno una rivoluzione come quelle Francese e Russa. Citare queste ultime due vicende in coda alle altre è come citare Michelangelo e Raffaello dopo aver citato degli imbrattatele.

Le piazze grilline sono accadute negli anni “2000”, dopo il 2005, non prima. Intanto.

Circa Conte, che dire? Certamente che non è, sotto il profilo qualitativo, né migliore né peggiore degli altri politici, in considerazione della qualità media rilevabile in questi anni, epperò con grande pietas. Questo lo dico, per riconoscergli un certo valore relativo, anche se non è mai riuscito a toccarmi in qualche modo, né tantomeno a “emozionarmi”. Secondo me non è aiutato dal timbro vocale, dallo stile leccato e (sospetto) insincero, e dal suo sostrato avvocatizio, che gli ha ispirato dei modelli comunicazionali ed eloquio piuttosto stantii e noiosi.

Ho sempre pensato, sulle tracce del pensiero di Max Weber, che il carisma di un individuo si possa nascondere in una situazione di latenza, osservando nel concreto molti casi nei quali, inaspettatamente una persona – in una specifica situazione – si è mostrata capace in un determinato ruolo e posizione alla quale è “capitata” (come si dice, sbagliando) come per caso. Ho visto sindaci eletti da una posizione ante-elezioni da vice-outsider, essere molto migliori di carismatici predecessori. Altrettanto ho constatato accadere nel mondo economico e nelle aziende di produzione, commerciali e dei servizi, e perfino nella Chiesa…

Un’esperienza personale e non unica di questo tipo nel corso del tempo: ricordo quando, al di fuori delle aspettative, fui eletto segretario provinciale di un sindacato, l’immagine di due colleghi di altra confederazione che se ne andarono da quel congresso mettendosi le mani nei capelli, e qui ne voglio citare i nomi, perché magari qualcuno glielo riferisca: si trattava di Ennio Balbusso e di Giobattista Degano, rappresentanti della corrente socialista della Cgil. Se ne andarono come scandalizzati davanti all’elezione di un neanche trentenne, di sospette tendenze extraparlamentari (non sapevano niente di me) all’importante carica socio-politica.

Poi ebbero a ricredersi e diventarono con me quasi devoti, vista la mia acclarata capacità di trattare anche con la politica. In quegli anni i volantini “unitari” erano redatti da me e stampati spesso senza che li leggessero, tanta era la fiducia che oramai avevano riposto nella mia persona.

E torno a Conte G., autodefinitosi “avvocato del popolo” fin dai suoi primi vagiti di politico, ma già investito della carica di Presidente del Consiglio dei ministri. Già questa auto-definizione non mi piacque, e lo scrutai con particolare acribia, notando nelle sue movenze, nel suo look, nel suo modo di parlare e di muoversi sempre qualcosa che mi disturbava, qualcosa di insincero, di artefatto, come “di risulta”.

D’altra parte, il suo cosiddetto “capo politico” era un ragazzetto di poco più di trent’anni senza arte né parte, di formazione raccogliticcia e largamente insufficiente (il mio lettore sa ben che parlo del signor Di Maio). E attorno a lui stava la pletora (oggi in larga parte terrorizzata dall’ipotesi non peregrina di sparire nel nulla della notorietà e di redditi da amministratore delegato di grande azienda) di parvenù e di idealtipi alla toninelli, che dalla disoccupazione erano stati catapultati nel 33% dei consensi degli Italiani a prendere 13.000 euro/ mese più rimborsi spese varie.

A otto (2013) e a tre anni (2018), rispettivamente, da quel crescente e inaspettato successo, li vediamo ancora, in larga parte, non sapere-che-cosa-fare, per evitare le elezioni anticipate, poiché ben sanno che rimanderebbero nell’anonimato almeno metà di loro, e con il problema di cercarsi un lavoro. Anche in un’Italia che trova sempre un angolino per i “trombati”, il loro numero è troppo elevato per una ragionevole e generale speranza di ricollocazione erga omnes. Come è moralmente giusto che sia. Magari potrebbero farsi aiutare dai navigator, altra loro penosa e costosissima e inutilissima invenzione!

Ancora, circa il rapporto fra i due “Giuseppe” (Beppe e Giuseppi), fatto eclatante notato dal mio amico Gianluca, che dirige una grande azienda italo-germanica. Lui mi dice: “Come fa oggi Grillo a definire incapace e incompetente Conte, se per tre volte ce lo ha presentato quasi come un genio: la prima volta come capo del governo gialloverde, la seconda come capo del governo giallorosè e questa terza volta come capo del suo Movimento?” C’è qualcosa che non va in tutto ciò, eccome!

A questo punto mi torna alla mente un altro ricordo, concernente le conoscenze e le professionalità individuali, quello della ricollocazione dei sindacalisti, i quali, “usciti” in distacco sindacale ex articolo 31 della Legge 300 del 1970 a meno di trent’anni, abituatisi a vite da dirigenti, hanno sempre cercato, o di mantenere la loro posizione sindacale, o sono stati ricollocati nell’ampia area del terzo settore cooperativo, oppure, qualcuno più abile, nella politica regionale e nazionale. Pochissimi di loro si sono messi in gioco dopo l’esperienza sindacale, e solo coloro che avevano, o una preparazione adeguata, o un lavoro dove non gli dispiaceva tornare. Personalmente, dalla segreteria regionale generale di un sindacato e dalla direzione nazionale, sono passato alla direzione generale del personale di una multinazionale metalmeccanica. Una scelta simile a “gettarsi in acqua dove non si tocca”. Altri colleghi si sono incistati (absit iniuria verbis) nel sistema Coop: un po’ diverso, vero?

La mancata riforma dei sindacati dopo la fine del comunismo, simbolicamente datata al 1989 con la caduta del Muro di Berlino, che a cascata ha generato varie riforme politiche a livello internazionale e conseguenti dibattiti in ambito sociale e sindacale. Non tanto, però, da generare ciò che ci si sarebbe potuti aspettare da questa reale rivoluzione mondiale. In realtà era cambiato il mondo: non più la principale contrapposizione tra i blocchi, est-ovest, USA-URSS, ovvero capitalismo vs comunismo, con la variabile Cina e un’Europa che cercava (e cerca) di costituirsi come “massa critica” tra quei giganteschi competitor. Ora si trattava di comprendere come aggiustare molte cose della politica, e questo è accaduto in Italia, producendo anche ciò che è diventato il movimento grillino. In estrema e rozza sintesi.

L’oggi: Conte Giuseppe versus Grillo Giuseppe, il tema odierno. Due parole anche sul comico, che tale è restato anche quando ha deciso di riempire piazze che avevano bisogno di teatro, di vis comica, di frizzi e lazzi, urla e insulti, come in una “commedia dell’arte” di quart’ordine ed evidente sgangheratezza . Ce l’ha fatta alla grande, dal suo punto di vista, scandalizzando, provocando, urlando, sudando in mezzo a un popolo sempre più incazzato, finché il suo movimento delle Cinque Stelle si è presentato alle elezioni e ha ottenuto in breve risultati eccezionali: il 13% nel 2013, il 33% nel 2018, quasi, o poco meno, come la Democrazia cristiana e il Partito comunista dei tempi migliori negli anni ’75/ ’76.

Personalmente, e condividendo questa posizione con diverse persone con cui ho molte cose in comune, il movimento di Grillo non mi è mai piaciuto, qualcosa mi ha sempre disturbato, e anche offeso: le urla in piazza, che sono state anche la cifra della Rivoluzione francese quanto Luigi XVI fu catturato a Varennes, ma da quelle, direi, ontologicamente diverse; il disprezzo per le altrui opinioni; la tendenza all’auto-celebrazione e al narcisismo: la stessa auto-definizione di “elevato” mostra uno smisurato ego, che disturba assai, penso non solo me.

Da un lato, dunque, abbiamo l’attor comico immarcescibile di cui qualcosa abbiamo detto, e dall’altro, un avvocato d’impresa assurto ai fasti della grande politica. Ora, il loro conflitto rischia di spappolare il movimento diventato partito e di creare problemi al governo di Mario Draghi. Questo un po’ mi preoccupa, ma non mi dispera assolutamente. Se anche il partito-movimento si squagliasse, non verrebbero meno le convenienze dei parlamentari a non far cadere il Governo, e forse il numero dei voti ci sarebbero, anche se ne mancassero molti da parte del movimento stesso. E’ chiaro che personalmente mi dà da pensare un certo scivolamento “a destra” del baricentro della politica governativa.

Su questo, però, obietto a me stesso immediatamente: dire oggi “scivolamento a destra o a sinistra” va ridefinito in modo radicale, altrimenti significa assai poco. Un esempio: come può essere definita una deriva “di destra” l’iniziativa comune della Lega e del Partito radicale sul tema della giustizia, perché “a sinistra” si definisce tale iniziativa come un modo per rifiutare una qualsivoglia riforma. Non è così: che il sistema della giustizia sia in Italia in una profonda crisi istituzionale e morale, cosicché è indispensabile e urgente metterci veramente e rapidamente mano, per cui, in questo caso, la tradizione della cultura politica dei radicali, da sempre impegnati sul fronte della giustizia giusta, si è connessa con la potenza “da massa critica” della Lega per sollecitare, mediante un intervento del “popolo”, una vera e robusta riforma del settore.

Dire, come fa l’inaspettatamente assai debole segretario del PD Enrico Letta, che il referendum è qualcosa addirittura di dannoso, sarà di sinistra, ma, dico io, che sono di sinistra da prima di Letta (il quale è e resta intrinsecamente un democristiano), ma di una sinistra candidata alla sconfitta.

Torno, per finire, ai due personaggi principali di questo articolo, Grillo e Conte. Li ho definiti “sbagliati” e concludo ulteriormente motivando questo attributo. Se il tempo delle “piazze” grilline può dirsi finito, per ragioni di carattere sociologico (si pensi alla rapida esplosione delle “sardine” e alla loro altrettanto o più rapida scomparsa!): i fenomeni accadono per ragioni complesse e per concause spesso non evidenti, ma accadono, ci si deve chiedere dove Conte, se non si mette d’accordo con Grillo, possa “accasarsi” non solo politicamente, ché questo sarebbe facile (uno straccio di candidatura facile da qualche parte anche Letta gliela trova, vi ricordate quando Veltroni voleva candidare Di Pietro? Quante assurde stupidaggini nella storia della “sinistra”!). Il problema è quale possa essere una collocazione degna della sua autostima e del concetto molto alto che l’avvocato Conte ha di sé. Qui è il punto.

Un consiglio: e tornare allo studio legale? e/ o all’insegnamento cui ha titolo (anche se non occorre, caro Conte, inventare Dottorati di ricerca che non esistono o master americani altrettanto inesistenti)? Una scelta del genere è proprio un fallimento esistenziale? E’ una domanda che non rivolgerei mai a un “grillino medio”, perché ne trarrei una risposta assolutamente insufficiente e naturalmente colma di piaggeria di convenienza (basti ascoltare qualsiasi di costoro quando recitano la lezioncina del giorno davanti al microfono di un cronista); non la farei neppure a uno dei “capi” di quel partito, in quanto per varie ragioni tenderebbero a lodare Conte, riconoscendone qualità tendenti all’eccellenza, anche per non rischiare che trovi qualche altro modo per togliergli voti e ruoli. Ciò scrivendo, non voglio pessimisticamente affermare che nessuno di costoro sia, evangelicamente, un “puro di cuore” (Cf. Matteo 5, 8, delle Beatitudini), vale a dire semplicemente sincero. Tutt’altro. Se non altro per la statistica e perché le cose comunque vanno avanti, e non malissimo.

Tra i tanti altri, questi due signori sono “sbagliati” per la politica attuale, e lo dico sulla piazza mediatica dei miei lettori, sempre rispettoso delle scelte di ciascuno, in questo caso dei due citati, ma segnalando i miei dubbi, le mie perplessità e sperando scelgano di fare altro, nella vita. Per il bene dell’Italia. E non mi si dica che vi sono altri personaggi anche più perniciosi di questi due, perché lo so.

Una cosa alla volta.

…si scrivono e soprattutto si pubblicano troppi libri mentre si legge poco, pochissimo. Se dovessi dire il titolo di un volumetto un pochino furbicchio, tra i troppi pubblicati in questo periodo, non avrei dubbi a scegliere “Il senso della vita” del teologo Mancuso

Non capisco a che cosa serva la teologia, che è un discorso su Dio e sull’uomo per rapporto a Dio, se alla fine basta più o meno essere gentili, o giù di lì, per dare un senso alla vita. Ad esempio io spesso non sono gentile, e allora mi è negato di dare un senso alla mia vita? Andiamo!

Questo traggo dalla lettura di questo volumetto, che non ho comprato, ma mi è stato prestato. Anche Mancuso, come Saviano, è molto bravo nel fare la vittima, lui delle istituzioni ecclesiastiche, l’altro delle minacce della camorra. Parole dure le mie?

Non credo, perché non bisognerebbe dare spazio a chi approfitta della propria situazione, per costruirsi, in qualche modo condizionando la pubblica amministrazione, una sorta di sinecura a vita. Inviterei queste persone a considerare quanti esseri umani sono veramente in pericolo radicale, quello della vita, e sono lì, nel mondo, senza pretendere nulla da chicchessia. Di queste persone dovrebbero interessarsi i sopra citati, come cerco di fare io nel mio piccolo.

Il fatto è che la cultura sessantottina, oltre ad avere portato nel mondo necessarie modifiche nei rapporti interpersonali, politici e sociali, mettendo in mora le tre famose “p”, quella di figure arroganti consolidatesi nei secoli, il padre, il prete, il professore e il padrone, che hanno storicamente comandato a bacchetta, con arroganza e incrollabile protervia, agli altri, senza essere contrastati in alcun modo, ha indirettamente promosso lo sviluppo della “cultura della pretesa”. Una cultura fasulla e perniciosa, demotivante e ambigua.

Oggi, dopo decenni di dialettica fra diritti e doveri, si parla quasi solamente di diritti. Questo non-va-bene.

Ciò che rimprovero al teologo Mancuso, riferendomi soprattutto a un suo libro precedente, quello con il quale cercò di metter in mora il “dio della Bibbia”, che lui chiama “Deus”, per contrapporlo al “Dio dei vangeli”, quello di Gesù Cristo, è l’assenza di ogni accenno alla necessità di interpretare le Sacre scritture, al fine di dare un senso a testi scritti da tremila a duemila anni fa, che parlavano a popoli quasi del tutto analfabeti, con un linguaggio immaginifico e spesso violento e atroce.

In teologia fondamentale e in esegesi biblica si studiano i quattro sensi che aiutano a comprendere il testo: a) quello letterale che racconta i fatti, o le memorie dei racconti sui fatti, e che narrano i miti primordiali; b) quello allegorico che dà l’indirizzo di fede, per mezzo di passaggi linguistici di carattere retorico, là dove ciò che è scritto significa altro; quello morale, atto a dare un indirizzo virtuoso nei comportamenti; e infine quello anagogico, finalizzato a focalizzare la meta per l’anima spirituale.

Se le cose così stanno, come si fa a considerare “Deus”, il Dio-Signore-Iahwe, “dio-degli-eserciti”, così come citato nella Bibbia in modo letteralista, come se fossimo gli anawim, i poveri del Signore di quei deserti, di quelle pietraie assolate.

Lasciamo fare queste operazioncine a Odifreddi, che ama fare il teologo con una preparazione da professore di matematica. Ancora una volta dico, e ridico, mi dichiaro incolpevolmente ignorante tecnico di molte discipline, la medicina, la fisica, la geologia, ma non mi impanco a parlarne con il sussiego dell’esperto, cosicché invito a fare altrettanto chi non sa alcunché di teologia e filosofia o ne è solo un “orecchiante”. E torno al volumetto mancusiano. Da questo autore “pretenderei” di più, ma non trovo ciò che cerco.

Mi spiego: se devo trovare un senso alla vita, e mi pongo da un punto di vista teologico, cioè comprendente anche la dimensione del divino, non può bastarmi dire che il senso si trova anche solamente nella gentilezza dei tratti relazionali, nel respirare lentamente, nell’imparare a mangiare, nel provare sensazioni, nella lettura, nello studio, nella riflessione, nello scrivere appunti, nell’ascoltare gli altri, nell’essere sinceri, nel distinguere le bugie opportune dalla menzogna, nel diventare consapevole dei sentimenti, nel camminare nella natura, nell’apparecchiare con cura la tavola, nel curare il proprio corpo (di questo specifico elenco ringrazio gli amici Neri e Roberto, che mi hanno fatto avere l’articolo di Paolo D’Angelo pubblicato nei giorni scorsi sul quotidiano “Domani”, articolo che mi ha spinto a cercare il libro). Una buona estrapolazione dal volume citato.

…ma che senso ha un tipo di vita del genere? Abbisogna di Dio? Della teologia? della filosofia’ Non mi pare. Anche se conosco persone che proprio di quell’elenco costituiscono il senso della vita.

Posso dire che tutto ciò è solo banalmente piacevole?

Posso dire che nulla mi dice di ciò che la vita realmente è, con il suo carico di contraddizioni e di dolore, di gioia e di paura, di salute e di malattia…?

Con tutta la sua drammatica insensata sensatezza?

“Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (dalla Lettera di san Paolo ai Galati 3,28). Caro onorevole Zan, almeno legga il testo indicato, suvvia!

Non so se l’onorevole Zan, del PD, sia a conoscenza di questo versetto che Paolo scrisse nella Lettera ai popoli della Galazia (regione dell’allora Asia Minore, oggi Turchia). Concetti ribaditi dall’uomo di Tarso anche in altre sue lettere.

Ecco. Il fondamento dell’uguaglianza tra tutti gli esseri umani nella cultura occidentale, dopo il versetto genesiaco 1, 27 “E Dio fece l’uomo a sua immagine…” si trova proprio in san Paolo, onorevole Zan, non certo nella sua proposta di legge.

Per quei secoli e quegli anni, quando la schiavitù era ancora ammessa e praticata (ammessa anche da Paolo, ma in un modo già diverso rispetto alle norme dello Jus romanum), una frase come quella della Lettera ai Galati sopra citata era più che rivoluzionaria. Ciò attesta come sia stato il cristianesimo a modificare culturalmente ed eticamente la visione dell’uomo nel mondo invalsa nella civiltà classica greco-latina, costituendo anche l’ispirazione principale per le conquiste morali successive, comprese quelle dell’Illuminismo e del Liberalismo sette/ ottocenteschi.

Il tema posto dal disegno di legge rischia di non essere la difesa dell’uguaglianza in dignità tra tutti gli esseri umani, che è mostrabile scientificamente sotto il profilo antropologico e psico-fisico. L’essere umano è fatto allo stesso modo nello spazio e anche nel tempo, salvo modifiche sulle lunghe derive dei millenni, come insegna la paleoantropologia, dall’homo naledensis (1,7 milioni di anni fa) a noi che viviamo qui e ora nel tempo e nello spazio.

Il tema sotteso è il tentativo di far passare una teoria confusiva sull’essere umano, corroborandola con misure vincolanti e repressive.

E non capisco neanche molto bene la posizione attuale della Chiesa cattolica (se è correttamente riferita dai media, mi documenterò ulteriormente) che pone la questione citando meramente l’articolo 2 del Concordato con lo Stato Italiano, stipulato nel 1929 tra il card. Gasparri e Benito Mussolini, e rivisto nel 1984 tra il card. Agostino Casaroli e Bettino Craxi. Fossi nel Segretariato di Stato il tema lo porrei, come ho fatto sopra, prima sotto il profilo teologico e teoretico, ma forse questa modalità è ritenuta troppo difficile e di non semplice comprensione generale.

In ogni caso, se si vuole ribadire il divieto di ogni discriminazione va bene, ma bisogna stare attenti a non scivolare su una deriva illiberale, se non liberticida. Non mi piacerebbe essere denunziato perché qui e in generale nei miei scritti prendo spesso a male parole, anzi – meglio dire – con riflessioni critiche, la dizione burocratica, presente da qualche anno sui moduli della burocrazia pubblica “genitore 1 e genitore 2”, al fine di non offendere le coppie omosessuali con figli.

Un’altra idiozia è quella di imporre una linea pedagogica alle scuola cristiane, che dovrebbero celebrare la giornata contro l’omotransfobia allineandosi a qualche diktat burocratico di oscuri funzionari ministeriali.

Su questo tema nulla c’entra la questione delle gravissime violazioni dell’integrità psicofisica di ragazzi e ragazze perpetrate da uomini di chiesa, che vanno individuati e perseguiti anche civilmente e penalmente, oltre alle misure (ad esempio, la sospensione a divinis che spettano alla Chiesa).

Più che violare il Concordato interstatale fra Repubblica Italiana e Chiesa Cattolica, stati sovrani, il tema deve essere posto a partire dai suoi fondamenti.

Perdio, e questa è una giaculatoria, cerchiamo di non scherzare su queste cose!

Allargo il mio ragionamento anche al suo segretario, caro Zan, l’onorevole Letta, che da quando è sbarcato in Italia dopo l’ottimo esilio (per modo di dire) parigino, non smette di stupire, per quanto mi riguarda, negativamente.

Oltre alla ripresa del tema dello “Jus soli” proclamato sulla scaletta dell’aereo in arrivo dall’aeroporto Charles De Gaulle, tema che condivido ma posto in modo intempestivo, senza un cenno all’esigenza demografica di cui non l’Italia ma la Germania si sta accorgendo (nei prossimi dieci anni quella grande Nazione, mi suggerisce il mio amico Roberto, avrà bisogno di due/ tre milioni di lavoratori extra comunitari), negli ultimi giorni si è messo a bacchettare i calciatori della Nazionale italiana, perché solo in cinque hanno fatto il gesto dell’inginocchiamento contro ogni razzismo (è la proskìnesis cristiana!). Ma il dottor Enrico pensa forse che i giovani atleti abbiano bisogno di un severo precettore che gli insegni a vivere.

Mi auguro che nessuno di loro e nemmeno Roberto Mancini gli rispondano, in modo da far cadere la reprimenda di Letta in un fragoroso silenzio.

Non sarò mai di destra, ma a sinistra non ho più “patria”

Geneticamente, voglio dire, fin dall’uso di ragione e dai primi discorsi politici, semplicissimi, ascoltati da mio papà, mi sono sentito “socialista”, ma non di quelli della Rivoluzione bolscevica (che erano comunisti, e non bisogna mai confondere i due termini), bensì di quelli moderati che cominciavo a sentire per radio e verso la fine dei ’60 per televisione, Nenni su tutti. E tale sono rimasto nelle mie diverse traversie esistenziali, culturali, attività, condizioni personali, familiari, economiche, fino ad oggi.

E tale rimango, con una convinzione: che la mia Patria sia il mondo intero e la mia legge la libertà nella giustizia (caro lettore, ti ricorda qualcosa questo versicolare?). Una Patria che è il Pianeta Terra, l’Europa. l’Italia e il Friuli. Ma anche le mie convinzioni etiche e politiche.

Se qualcuno mi chiedesse, però, quale sia la mia Patria effettiva, oggi, qui e ora, e plausibilmente domani, fino alla fine, risponderei che è il PENSIERO, la FILOSOFIA.

Ecco, in codeste “patrie” mi sento a mio agio, perché sono l’ambiente previo e necessario per ogni ulteriore riflessione etica e politica.

Mi sono già soffermato su questi argumenta qualche giorno fa, ma riprendo il tema. Primo esempio: Enrico Letta sembrava un gentil dormiente quando Renzi lo sfrattò da Palazzo Chigi nel 2014. Trovò nell’elegante Paris, patria mondiale degli snob di sinistra o parvente tale, e perfino di comunisti con il Rolex d’oro come le sorelle Bruni Tedeschi, una posizione da maitre à pénser e di docente universitario (non ho capito bene di cosa e dove, però).

Qualche settimana fa, a fronte della manifesta povertà politico-gestionale del Presidente della regione Lazio, è stato invocato e chiamato a gran voce dal suo partito, a salvarlo dal deliquio, partito in mano a mediocri stanziati in posizioni di garanzia assoluta come ministeri e Parlamento.

Bene, neanche sceso dall’aereo a Fiumicino, il buon Enrico si è messo a declamare dello Ius soli, senza se e senza ma (come direbbe Bertinotti, altro poco glorioso distruttore della sinistra, di governo e non); un attimo dopo, si è messo a declamare (ipso eodemque modo) il tema dell’1% di tassazione ulteriore ai possessori di grandi patrimoni per dare una spinta verso il futuro ai giovani diciottenni.

Lui, evidentemente, pensa, che riferire almeno fedelmente e compiutamente il pensiero dell’economista Piketty, autore della teoria socio-economica, non è opportuno perché troppo complicato da capire da parte del popolo. Chissà perché non ammette che molta parte del popolo, non solo possa accedere direttamente ai testi “fontali” della proposta, ma sia anche più acculturate e intelligente di lui. Ancora snobismo di sinistra, di tipo quasi leniniano (e cito Lenin solo per sorridere, sapendo noi tutti il divario incommensurabile esistente tra il “nostro” e Vladimir Ilich Ulianov), nel quale il popolo deve essere guidato, come fosse un minus habens, dalle élites di partito.

Sullo Ius soli sono d’accordo anch’io e da prima di Letta, sed est modus in rebus: non lo spari così, cioè, come tema primario, in un’Italia piegata e piagata non solo dal Covid! Questo diritto deve essere ben declinato insieme con lo Ius culturae, che vuol dire due cose essenziali: a) conoscere l’italiano in modo dignitoso, e b) accettare senza remore la Costituzione della repubblica italiana. In altre parole, cittadinanza al padre di Saman, uccisa dallo zio per ordine dei genitori, solo se accetta di mettere la Costituzione italiana al posto della Sharìa pakistana, beninteso, dopo avere passato trent’anni in carcere.

Provi, Letta, a farsi spiegare queste cose dal cardinale Bassetti, presidente dei vescovi italiani, visto che è anche cattolico!

Altro esempio di sinistrismo idiota. Già ho avuto modo di ricordare in questo sito la ridicola presa di posizione della signora Murgia Michela sulla divisa del generale Figliuolo. Ora ne spara un’altra, questa del tutto paranoica, sulla Stampa di Torino (e le danno spazio): lei scrive che non si può dire che “non tutti i bianchi sono razzisti“, perché in situazione potrebbero diventarlo, e che “non tutti i maschi sono potenziali offensori delle donne (non dico femminicidi, perché il termine mi fa schifo, e ne ho già spiegato il perché qui, più volte)”, sempre perché in situazione potrebbero diventarlo. Mi par che tali tesi echeggino una sorta di Piercamillo Davigo in gonnella, giudice che sosteneva essere tutti i cittadini colpevoli di qualcosa, solo che non si riesce a scoprire di cosa…, e dunque ad accusarli. Solo follia logica?

E’ la stessa visione di un bel film americano diretto da Spielberg e interpretato da Tom Cruise, di cui ora non ricordo il titolo: nel racconto filmico la polizia arrestava le persone prima che, mediante un meccanismo psico-telepatico, si venisse a conoscenza l’intenzione di commettere un reato. Il film è bello, oltre che per le sue qualità cinematografiche, perché denunzia un rischio. Qui siamo nel pieno di una riflessione teologico morale di rilievo centrale. Al mio lettore suggerisco di dare uno sguardo al cap. 5 del Vangelo secondo Matteo ai versetti 21 e seguenti, per comprendere ciò che intendo dire.

Le parole della Murgia sono semplicemente insensate.

Come faccio a partecipare di questa sinistra, caro lettore? Me lo puoi spiegare?

Penso, a distanze siderali dai due sopra citati “di sinistra”, che bisogna ricostruire una patria della sinistra riformista, colta, ragionevole, capace di dialogare con tutti, capace di progetti razionali e di alzare lo sguardo, capace di guardare a una filosofia politica e a sviluppare un pensiero logico che scommetta sulla capacità umana, non tanto di resilienza (termine che non apprezzo), quanto di sapienza, che è una sapida scienza.

Le persone, tra molte classificazioni binarie di carattere sociologico, si possono anche dividere in due maxi categorie: a) quelli che scrivono i documenti da firmare da parte di altri e b) quelli che firmano i documenti redatti dai primi. Bene. Se lasciassimo solo così le cose, la mia suddivisione sarebbe un atto di pura e vera superbia, ma… se aggiungiamo un’altra doppia ipotesi le cose cambiano. Ecco: a2) vi sono persone che firmano documenti scritti da altri e b2) vi sono anche persone che firmano documenti scritti da altri, però, alla bisogna, sono perfettamente in grado di redigerli da soli, in autonomia…

Ebbene, io appartengo alla categoria B2, avendo incarichi di firma in diversi ambiti dove fungo da presidente, e ciononostante sono in grado di redigere i testi che firmo, siano essi contratti, accordi, verbali, articoli, etc..

Non mi sto vantando, sto solo evidenziando due modi di affrontare la vita e le sue difficoltà, ma ciò si impara solo nella lotta, nella battaglia per trovare una strada propria che sia dignitosa.

Leggevo dell’economista e sociologo francese Piketty, che propone un investimento sul futuro dei giovani, fornendo loro una dote per lo studio, almeno fino a una laurea europea che si stima possa costare, nel quinquennio, almeno 120.000 euri o dollari. Più o meno. A mio parere anche di più, se il ragazzo vuol andare a studiare fuori della propria residenza, caricando costi di vitto, alloggio e viaggi, oppure molto di più se vuole proprio Stanford o Cambridge, ma ciò è concesso solo ai figli di benestanti.

Invece, copiandolo, il segretario attuale del PD, Enrico Letta, propone di dare una dote di 10.000 a ogni diciottenne, finanziandolo con un sovrappiù dell’1% sulle imposte applicata ai grandi patrimoni. Due o tre cose: a) posto che sia eticamente fondata la proposta, in base a un principio di equa distribuzione della ricchezza, e del principio (virtù, in senso classico e teologico) di giustizia, non si capisce bene il progetto, in che cosa consista e dove miri, perché 10.000 euri e basta sono una inezia, una presa in giro; b) la base imponibile dei “ricchi” tassabili è insufficiente per numero; c) la proposta, se non declinata come propone il prof Piketty, resta un puro esercizio demagogico e popolar-populista. Mi dispiace per il buon Letta, che mi pare mostri artigli un pochino spuntati.

Io ho studiato, sempre lavorando e mantenendomi da solo, a Trieste, Padova, Bologna e Roma per conseguire i miei titoli accademici. Mia figlia Beatrice ha studiato e studia ancora a Udine in una Facoltà più che dignitosa a livello italiano, cercando di ottenere livelli di eccellenza. Anche a Udine si possono trovare docenti “normalisti” oppure oxfordiani, senza andare all’estero. Lei non ha preteso ciò che non avrebbe potuto avere dalla famiglia, dignitosamente non benestante, ed è stata contenta del suo percorso liceale classico, che è stato in un liceo friulano eccellente, e di quello accademico, sempre a Udine. Per ora.

Mi pare che questo sia l’atteggiamento giusto per provare a costruirsi un futuro nel quale riuscire, non solo a firmare documenti importanti perché si rivestono ruoli importanti, raggiungibili generalmente solo con lo studio e la fatica diuturna del lavoro, ma anche a conservare il gusto e la capacità per redigerli senza aver bisogno di altri scribi o scrivani. Chi invece può accedere a titoli accademici e a posizioni di rilievo perché il suo proprio status (come insegna Max Weber) è già altolocato (un esempio: nascere da Ranieri di Monaco e Grace Kelly), ben difficilmente maturerà la voglia e lo spirito per riuscire a essere capace di scrivere i testi che firma. Chi glielo fa fare?

Se la storia mi insegna qualcosa, trovo che forse è più facile trovare qualche principe del sangue voglioso di imparare, come fu il povero Rodolfo d’Asburgo, che si tolse la vita con ma contessa Maria Vetsera in quel di Mayerling, piuttosto che in qualche famiglia ricca del giorno d’oggi, perché cencinquant’anni fa, forse, il senso morale del meritarsi una posizione era più sviluppato di oggi. Non è una regola, ma vi sono diffusi esempi, in ambo i sensi.

Nel senso del principe Rodolfo, ad esempio, troviamo l’esperienza di Giovannino Agnelli, mancato a poco più di trent’anni, che mi è stata raccontata da chi gli è stato vicino in Piaggio, e rappresenta un caso virtuoso ed eticamente esemplare di un rampollo di gran famiglia, che voleva vedere la produzione dal vivo (fu per qualche tempo operaio tra gli operai nello storico stabilimento di Pontedera), e sentire con le sue narici l’odore della fabbrica, di olio emulsionato e vedere i vapori con i quali fa i conti la classe operaia (che esiste ancora, cari teorici del “post-tutto”) per quarant’anni e passa per otto ore al giorno (da pochi decenni) da duecento e vent’anni…

Nel mio piccolo, frequentando fabbriche fin da dopo il liceo, perché iniziai a studiare facendo l’operaio, continuo ad avere il piacere della conoscenza diretta del lavoro operaio, visitando i reparti, anche i più ardui, come le celle frigorifere a -24°, meravigliandomi non poco di essere in striminzita compagnia.

E gli operai/ e capiscono bene che il mio stare fra di loro non è una snobistica concessione di uno che “vola alto”, o che lo pensa, ma è la scelta di uno che si sente diversamente operaio, uno come loro.

La vita di Luana

Ventitre anni ancora da compiere, un bimbo di cinque anni, aspirazioni artistiche, fresca e bella come sono le ragazze di oggi che si tengono bene in modi che a me, (vecchio ragazzo) attento alle donne e solitamente capace a dialogare con loro, non sfugge, Luana è morta sul lavoro.

Luana D’Orazio

Luana è rimasta incastrata nell’orditoio, dal cui rullo aveva subito le ferite mortali. Gli investigatori hanno iniziato le indagini, sia sotto il profilo del rispetto delle norme della sicurezza sugli impianti, sia sulle modalità operative.

Ogni azienda, in base a quanto previsto dal Decreto Legislativo 81 del 2008, sulla base della prevista analisi e di una Valutazione dei Rischi (VdR), deve poi attuare tutte le misure previste dall’analisi stessa, con il coinvolgimento di vari soggetti: il Medico competente, il Responsabile della Prevenzione e Protezione (RSPP), il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS), il Datore di lavoro per la sicurezza, che solitamente è il titolare o un amministratore… ma anche tutti i dipendenti, che sono tenuti alla propria autotutela e a quella dei colleghi (ex art. 9 della L. 300/ 70 Statuto dei diritti dei lavoratori).

Dopo un trend “positivo” (per quanto sia possibile definire in questo modo eventi drammatici) degli infortuni gravissimi e dei decessi correlati a seguito delle nuove legislazioni del 626 del ’94 e del Decreto 81 del 2008, di nuovo, negli ultimi anni si sono prodotti numeri di nuovo gravissimi, cioè oltre i 1000 all’anno.

Non dimentichiamo che il sistema produttivo dell’Italia, per quanto attiene alla tutela della salute e sicurezza del lavoro, aveva a disposizione i grandi decreti degli anni ’50, il 537 sull’antinfortunistica e il 303 sull’igiene del lavoro, la cui filosofia supponeva di poter sviluppare politiche di sicurezza tecnica pressoché assoluta, quasi a prescindere dal’intervento umano, cioè dalla libera volontà degli umani.

Altresì, non facciamo a meno di ricordare, come sopra già citato, il cambiamento avvenuto con l’emanazione dell’art 9 dello Statuto dei Diritti dei lavoratori (L. 300/ 1970), che prevede la responsabilità del lavoratore per la sua propria salute, senza trascurare quella dei propri colleghi di lavoro.

Anche i contratti collettivi, da oltre mezzo secolo, contengono cenni non superficiali connessi alla tutela della salute e sicurezza del lavoro, così come sollecitati da diverse Direttive europee degli anni ’80.

Il Modello 231, ex Decreto legislativo 231 del 2001, almeno da un decennio, si pone come elemento di cultura della salute e sicurezza del lavoro, per garantire una sorta di doppio controllo, costituito, da un lato dalle strutture aziendali per la sicurezza, e dall’altro dall’Organismo di vigilanza, nominato dal Consiglio di Amministrazione, che ha l’autonomia per sorvegliare sul rispetto delle leggi dello stato, con particolare attenzione alle normative sulla sicurezza del lavoro e la tutela dell’ambiente. L’Organismo di vigilanza deve essere composto da persone competenti e di specchiata onestà e indipendenza, in modo da costituire una vera e propria “magistratura morale” a latere dell’azienda.

Ora, con una media di due morti al giorno, più di mille all’anno, che costituiscono una strage, forse è il caso di considerare la volontarietà dell’adesione al Modello 231, magari rendendone obbligatoria l’applicazione. Dalle tragedie della ThyssenKrupp al disastro ferroviario di Viareggio, fino alla morte di Luana D’Orazio, il pensiero dell’uomo/ donna al lavoro deve occupare l’impegno razionale e la dimensione morale di tutto il sistema/ azienda, di tutti i soggetti coinvolti.

Ciò per non dimenticare come è morta Luana e tutti gli altri lavoratori mancati sul posto di lavoro, e ridurre decisamente le cause degli infortuni di qualsiasi gravità siano.

La salvaguardia dell’integrità psicofisica dell’uomo è il fine primo e ultimo di un’Etica declinata nel modo più elevato.

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