Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: Filosofia Pratica (page 1 of 45)

“Crisi”: in greco può significare, o inizio del declino, oppure riflessione per una ripresa (lettera al Partito Democratico)

Osservo le triste manovre in vista del congresso del PD: vecchi vizi immarcescibili, correnti che si affannano a presentare le “correnti” interne come centri di riflessione, ma sono sempre loci di distribuzione di posti di potere e di stipendi, candidature alla segreteria tra il risibile (De Micheli/ Provenzano / Nardella) e il presuntuoso (Schlein, e chi è? 37 anni, pontifica di economia e di società dicendo ovvietà e vecchiume, come quando attacca il Jobs Act, lei che non ha mai visto – ne son certo – un’azienda di produzione, e ha incontrato lavoratori e imprenditori in tutta la sua vita come io in un giorno solo), presentazione di libri di militanti imbolsiti… e qui mi fermo un momento: ne ho sentito parlare per Radio radicale, dove gli amici e compagni si sono fatti fare una lezione di filosofia e di sociologia politica da Lucia Annunziata (riflessioni interessanti, quando ha parlato di “PD territoriali”, però dette con il tono saccente e da superioriy complex che è proprio di questa giornalista), mentre D’Alema si è faticosamente arrabattato sulle “radici della storia della sinistra”, da Marx-Gramsci a Berlinguer, e recuperando perfino (!!!) il vituperato Bettino, cioè Benedetto Craxi, morto in “esilio”, termine giuridicamente improprio, ma evocativo di uno stato della situazione colmo di un grande malessere etico e politico. La tristezza continua a sinistra.

Poi ci sono i “vecchi” saggi, brave persone alla Cuperlo, che credono ancora al metodo correntizio, magari non à la Franceschini, che è una vecchia lenza democristiana, senza accorgersi che il possibile-mondo-di-una-“sinistra-possibile” (l’aggettivo non ha nulla a che vedere con il movimentino del simpatico Civati da Milàn) va da tutt’altra parte.

A guardare lo spettacolo vien da pensare immediatamente che pare il set di una commedia tragicomica tendente al grottesco. Su un lato ci sono coloro che non si limitano (come continua a fare Letta rasentando il patetico) a criticare Renzi & Calenda, ma di costoro percepiscono la plausibilità delle critiche, come Bonaccini (che spero venga eletto segretario, ma ho molti dubbi su tale prospettiva) e dall’altra ci sono quelli che starebbero con Conte notte e giorno. Povero “Partito storico della sinistra”! Questi si chiamano Speranza, Provenzano, Bettini, ma anche Bersani che ha rinunziato alle fatiche improbe della prima fila. Dal loro punto di vista non si sono accorti che stanno correndo dietro a uno che è ontologicamente un “notabile democristiano fuori tempo massimo”. e di più non dico su un personaggio sul quale mi sono già esercitato troppo, e non a suo vantaggio.

Non è che i primi debbano accodarsi a Renzi & C., ma mi pare evidente che l’unica strada percorribile per una “sinistra possibile” sia quella capace di dialogare con la contemporaneità dei nuovi mezzi di comunicazione, con i “valori” delle ultime generazioni, che non hanno dimenticato la solidarietà e i sacri principi di eguaglianza evangelico-socialista, ma vogliono declinarla secondo il pricipio di equità, che è l’epicheia aristotelica.

Il principio di uguaglianza è da collocare solamente nel giudizio antropologico della struttura di persona, nella pari dignità di ogni essere umano, ma non nella struttura di personalità, che dice irriducibile differenza, unicità mia, tua, sua, caro lettore! Una sinistra che non si accorge che oggi i giovani desiderano rappresentarsi nella vita in modo diverso da come lo volevano i giovani anche solo di mezzo secolo fa, non può accostarli, e nemmeno portarli a condividere una lotta politica.

E questo lo spiegano la sociologia e l’antropologia culturale: oggi, il valore più importante percepito è la possibilità di essere sé stessi, non di essere uguali a tutti gli altri! Una sinistra capace di dialogare con il tempo attuale deve cominciare a capire che il valore principale non è l’uguaglianza, ma l’equità nella libertà. Ancora Aristotele e Tommaso d’Aquino. I signori sopra citati non studiano più (se mai hanno studiato). Studino con umiltà la filosofia morale classica, dallo Stagirita fino a Kant, per saper declinare anche il principio del dover-essere-come-lo-richiede-la-realtà-fattuale-attuale, che non è quella di Marx, di Lenin e di Gramsci, ma neanche quella di Berlinguer e di Gorbacev.

Se una “sinistra possibile” vuole vincere di nuovo differenziandosi dalle destre al potere, soprattutto da quella salviniana, deve saper declinare valori ritenuti “di destra”, come il successo individuale e il non-collettivismo, con il rispetto dell’individuo-persona che non è ascrivibile a nessun operaio-massa modernamente declinato.

Non sto proponendo un relativismo etico all’americana, né un liberismo economico senza leggi regolatrici, che ritengo indispensabili, soprattutto a livello sovra-statuale (una UE vera!), ma uno sforzo di comprensione dei nuovi linguaggi che rappresentano un mondo nuovo, preoccupante per molti aspetti (clima, guerre, pandemie…), ma pieno di potenzialità straordinarie (ricerca scientifica, esplorazione dello spazio, sviluppo di terre e popolazioni finora neglette…).

Una “sinistra possibile” non teme di concordare con la cultura politica di destra sul tema delle migrazioni, e si misura non sul ruolo delle ONG o su porti aperti o chiusi, ma sullo sviluppo del Sud del mondo, rischiando anche topiche ed errori. Un esempio, se il da me (e non dal PD, ahi ahi) rimpianto ministro Minniti (di sinistra!) ha fatto accordi con i Libici di dubbia efficacia e con esiti morali anche negativi, lo spirito della sua iniziativa di “lavorare in Africa” era giusto, corretto, eticamente fondato e politicamente lungimirante.

Una “sinistra possibile” non tema di misurarsi su un tema controverso come il “reddito di cittadinanza” di matrice grillina, e accetti di selezionarne rigorosamente i beneficiari, smettendo di ululare, una cum travaglieschi borborigmi giornalistici, all’attacco ai poveri!

Anche le dottrine morali cristiane (musulmane e buddiste) ammettono l’esigenza di accostare al principio dell’amore di benevolenza (la nobile Caritas, che comprende anche, nei casi estremi, l’elemosina), il principio dell’impegno individuale e del riconoscimento dei meriti derivanti da questo faticoso impegno, e da differenze antropologiche strutturali (genetica, ambiente, educazione).

Il tema delle “stesse opportunità” di partenza, tipicamente “di sinistra”, se declinato in modo assoluto, è realisticamente assurdo. Bisogna invece creare le condizioni per un’istruzione accessibile ai massimi livelli per tutti… quelli che vogliono istruirsi. Per illustrare questo principio devo di nuovo ricorrere alla mia biografia personale e a un esempio esterno.

Quando la mia umile famiglia condivise con me che sarei andato al liceo classico (incredibile dictu per chi aveva solo la licenza elementare, come i miei genitori!), vi andai con profitto. Altri miei coetanei non ci andarono, a volte anche potendo economicamente farlo con facilità. In questo caso come si considerano le pari opportunità di partenza? Io, partendo da più indietro, sono andato più avanti. Che legge ho violato? Quella delle pari opportunità? Al contrario, io ne avevo di meno. E allora? La verità è che è antropologicamente insopprimibile l’irriducibile differenza della struttura di personalità singola.

Il mio bisogno, come quello degli altri coetanei, era quello di studiare; il mio merito è stato quello di aver studiato (e di continuare a farlo), mentre altri, pur potendolo fare, non lo hanno fatto. E’ di destra che io abbia raggiunto il livello accademico di due dottorati di ricerca? E’ di destra il merito acquisito con la mia fatica, con il coraggio dei miei e con l’aver io avuto molta forza fisica e psichica e salute?

No, non è né di destra né di sinistra, cari Schlein, etc., mentre i vostri detti e fatti sembra che vogliano farlo apparire tale, come quando avete polemizzato con la nuova dizione del Ministero dell’Istruzione e del Merito neo istituito, perché la parola Merito, che significa differenza (antropologico-filosofica), vi fa paura, perché la ritenete di destra. Suvvia! Studiate, studiate.

Merito e bisogno vanno declinati assieme, come tentava di fare, inascoltato, il Ministro della Giustizia del governo Craxi, Claudio Martelli, a metà degli anni ’80.

Un altro esempio è quello di un grande imprenditore, della mia stessa classe sociale: egli partì per la Germania mezzo secolo fa, o poco più, come garzone gelataio, e oggi ha tremila e cinquecento dipendenti con un fatturato di oltre cinquecento milioni di euro, che lo hanno fatto diventare un gran signore, ma con il lavoro retribuito di migliaia di persone, lavoro che ha creato lui con i suoi valorosi collaboratori, dal più giovane dipendente all’amministratore delegato.

Cara Sinistra e caro PD, ce la fai a discutere in questo modo di come “essere sinistra” oggi senza aver paura di condividere valori che non sono storicamente nati nel tuo grembo, per poi declinarli con i tuoi? E magari anche il valore semantico, politico e morale della parola “Patria”, termine da te negletto, perché pensi che sia ancora fascista. Dai!

Se sì, se riesci a discuterne e a considerare in questo modo l’essere-di-sinistra-oggi hai speranze, altrimenti, lascerai il TUO campo di lavoro politico e sociale ai furbi populisti che si spacciano per sinistra e a quelli che saranno sempre voces sine fine clamantes, toto populo inutiles.

La meravigliosa solitudine del comando

Partiva per il Nord Europa che aveva appena compiuto diciassette anni, per andare a fare il garzone in gelateria. Dopo due anni l’aveva comprata e dopo un altro anno ne aveva comprata altre due. Ma voleva crescere ancora.

Si guardava in giro per vedere se c’era qualcosa di meglio da fare. Ecco: una fabbrica per la produzione di gelato, e la crescita delle sue iniziative si realizzò in termini quasi geometrici. Si era messo in affari con i suoi fratelli, aveva sposato una brava ragazza di quelle plaghe laboriose, gli erano nate due figlie e poi un figlio.

A un certo punto era tornato in Italia, soddisfatto del gran lavoro già fatto prima dei quaranta anni. Ma il dèmone della creazione di impresa e di nuova economia lo aveva ricatturato prestissimo. Ed ecco che anche in Italia inventa un modo di vendere cibi buonissimi a domicilio e poi diventa industriale, producendo pane e pizze.

Il resto è storia degli ultimi trentacinque anni. Ora presiede aziende che occupano, tutte insieme, più di 3500 persone con fatturati che qui non riporto, perché sono pubblici. Ora, niente potrà mai inficiare in alcun modo le dimensioni e la sua statura di uomo di economia e di azienda. Di persona carismatica e rara.

Talvolta gli capita anche di essere un po’ malinconico, silenzioso, dopo tanto darsi da fare. Eppure ha fatto della sua vita un “capolavoro”. E’ stimato, a partire da chi scrive questo pezzo, ma soprattutto in tutto il mondo dell’economia, dai suoi dipendenti che gli vogliono bene e dalla società che ha contribuito a rendere più sicura, costruendo coesione e cultura del lavoro.

Nella fabbrica più grande di sua proprietà lavorano centinaia di donne che altrimenti non si sa dove potrebbero trovare un’occupazione altrettanto solida. La fabbrica della Pedemontana è il cuore di quella economia e il punto di sviluppo civile, economico e sociale più importante di un ampio territorio. Un’altra azienda di sua proprietà è leader nel settore energetico, una terza gli dà la sensazione di essere, come è sempre stato, un signore legato alla propria terra friulana e a ciò che produce, nel caso uno dei tre cibi più limpidamente sacri di tutta la storia umana, il vino.

Caro e rispettabile amico, questo tempo di cambiamento è un tempo nel quale riflettere a fondo sulla propria vita, accettando il fatto ineluttabile che il tempo fugge e ci chiede un nuovo modo di stare al mondo e tra gli altri.

Caro e rispettabile amico, ogni essere umano deve (deve, come insegnava un grande sapiente tedesco, Immanuel Kant, di cui le ho parlato più volte collegandolo al suo senso del dover-fare) accettare di interpretare un (in parte) nuovo ruolo nel mondo e tra le altre persone.

Caro e rispettabile amico, la vita ci chiede sempre di crescere per affrontare nuove sfide, che in questo caso non sono più solamente “quantitative”, ma più di qualità delle relazioni, di consolidamento e di equilibrio degli affetti, di disponibilità di tempo per dialogare con le persone, portando nel dialogo la sapienza dell’esperienza fatta.

Caro e rispettabile amico, questo tempo di passaggio richiede di guardare il mondo e le persone con uno sguardo in qualche modo diverso, superando la tensione che la ha vista temere sempre per il futuro, lei conoscendo bene i difetti dell’umano e con preoccupazione a volte sospettando premurosamente che potessero danneggiare le splendide iniziative.

Caro e rispettabile amico, questo è il tempo di accettare la complessità delle relazioni umane, la complessità dell’animo umano, che è anche la sua.

Caro e rispettabile amico, questo è il tempo di accettare letture della realtà proposte anche da altri, con le quali confrontarsi senza pre-comprensioni date dall’esperienza, e di fidarsi di più degli altri (specialmente delle persone che le sono più vicine, della famiglia e nelle aziende), perché non sempre l’esperienza insegna tutto per il meglio, e soprattutto non si ha sempre ragione, a prescindere dalla complessità delle cose, dei fatti e degli atti umani, che richiede la fatica di un’analisi approfondita.

Caro e rispettabile amico, in questo modo, quest’altra fase che si apre nella sua vita, potrà portarle arricchimenti importanti sul piano umano e spirituale, e infine normali gioie e tanta serenità, la serenità di un uomo che ha fatto cose eccezionali come pochissimi hanno saputo fare, partendo da una famiglia umile e semplice (come la mia, ed è per questo che la comprendo e quasi la capisco, molto bene).

Buona vita, caro amico, io ci sono, anche per continuare questo discorso seduti, magari sorseggiando un taj del suo buonissimo Tocai.

(Ho scritto questo pezzo per uno stimatissimo imprenditore, cui voglio bene, il cui nome non citerò).

“Rari nantes in gurgite vasto”, vale a dire: “nuotanti in un vasto gorgo” (Publio Virgilio Marone da Mantova, Eneide, si tratta del secondo emistichio di un verso – I, 118 – dell’Eneide), ovvero della necessità di un “facilitatore” nelle riunioni

Ho trovato questo classico verso virgiliano per cercare di spiegare a un amico, con una metafora letteraria, l’ambito e le difficoltà nelle quali ci si può trovare in una riunione aziendale, tecnico-politica, o anche filosofica, e perfino in una seduta di auto-coscienza collettiva, come erano solite fare le femministe “anni ’70”.

Le persone si possono trovare come se fossero in un gorgo marino o lacustre assieme ad altre, con la prima preoccupazione di non annegare (nella discussione, specialmente se essa è molto animata).

Una riunione è un “sistema complesso”, poiché moltiplica la complessità del singolo partecipante per la complessità di ciascun altro, in una dimensione non aritmetica, ma geometrica. Infatti, ogni partecipante è lì con tutto sé stesso, con conoscenze, emozioni, pretese, ambizioni…, per cui il primo pensiero che può maturare in ciascuno è quello, prima di tutto, di non sfigurare di fronte ad altri che possono essere competenti come o più di lui.

Se ciò è vero, probabilmente non sarà neanche il secondo pensiero quello di far funzionare bene la riunione, anche a costo che qualcun altro si metta in evidenza. Meglio aspettare e vedere che cosa succede. E a volte succede che, se uno prende la parola spiegando questioni tecniche su cui si è preparato bene, a un altro venga il ghiribizzo di mettere in difficoltà il primo intervenuto con una osservazione bizzarra o impertinente, comunque spiazzante.

Di solito gli altri stanno ad osservare la reazione del primo intervenuto che, se è un tipo paziente e resistente, riuscirà a controbattere con calma e convinzione le proprie ragioni, riuscendo a smontare le obiezioni pretestuose, mentre se è un tipo un po’ fumantino, esploderà mettendosi immediatamente, come si suole dire, dalla parte del torto. E gli altri stanno a guardare, un po’ per vedere come si svolge la polemica e un po’ per individuare il momento giusto per fare almeno bella figura. E a volte anche per il sottile e un po’ perfido piacere del male dell’altro.

In questi contesti, inoltre, ci sono anche quelli che non parlano mai, o perché non hanno nulla di originale e creativo da dire, oppure perché temono di essere “sgamati” nella loro inconsistenza. Di questi tipi umani ve ne sono in tutti i consessi, perché sono bravissimi a insinuarsi nelle pieghe dei gruppi di potere, ed agiscono solo quando sanno di essere più forti, e quasi solamente nell’uno contro uno. Avrei diversi esempi pratici da citare, ma evito. Magari potrei farlo in privato con qualche lettore.

Se quanto descritto è veritiero, emerge subito un’esigenza, anzi una necessità: quella di designare una figura che aiuti il consesso a discutere con ordine e razionalità: il FACILITATORE, o MODERATORE della riunione.

Il facilitatore è necessario, specialmente nei casi in cui la persona più alta nell’ordine dell’autorità e del potere giuridico presente (presidenti, amministratori delegati, direttori generali, etc.), preferisca non assolvere a questo compito, perché non gli piace o perché desidera vedere all’opera i propri collaboratori e misurarne anche in questo modo le capacità gestionali e di resistenza psichica.

Personalmente, presiedendo diversi Organismi di vigilanza ex D.Lgs. 231/ 2001 ed avendo presieduto anche importanti consessi culturali nazionali, oltre a strutture socio-politiche come i sindacati dove ho esercitato anche attività contrattualistiche in seguito mutuate nelle aziende, non ho mai avuto alcun problema a “facilitare” le riunioni, senza eccedere in direttività. Pertanto, tale ruolo si può interpretare, anche se si esercita la massima autorità tra i presenti.

Esempi: se in qualche riunione qualcuno mi anticipa per sua distrazione o mala interpretazione della propria posizione, faccio gentilmente notare che stavo per fare la medesima domanda o che mi ero già premurato di segnare l’argomento sulla bozza di verbale che solitamente ci tengo a redigere io stesso, a scanso di fraintendimenti, a meno che un altro non si proponga di scrivere lealmente ciò che viene detto. Ho esperienze di ambedue i casi.

Tornando alla figura del “facilitatore”, è importante ricordare i cinque elementi che compongono la comunicazione inter-soggettiva soprattutto nelle riunioni:

—linguaggi, cioè il “codice espressivo” —stili, cioè il “carattere o cifra derivanti dai tratti di personalità soggettivi” —modalità, cioè il “modo ordinario di comunicare e le scelte verbali/non verbali/paraverbali” —livelli di condivisione, cioè le “simmetrie e le asimmetrie delle informazioni” (tra colleghi e Direzione o Presidenza, etc.) —mezzi e strumenti operativi, cioè “telefono, computer, riunione in presenza, oppure on-line, etc.”.

Come si può constatare, ognuno degli elementi pone l’esigenza di rispettare l’importanza che assume, se si vuole che la comunicazione di concetti e informazioni, specialmente se complicati, produca risultati positivi in termini di comprensione reciproca e di avanzamento della discussione per un fine progettuale condiviso.

Se ciò non si realizza, il rischio è di produrre riunioni inconcludenti, inutilmente stancanti e foriere anche di inimicizie tra i partecipanti, specie se la comunicazione scadente ha in qualche modo (anche parzialmente) “lesionato” la Qualità Relazionale tra ciascuno e ogni altro, poiché la QR è la condizione imprescindibile per lavorare bene assieme, tra diversi, ma per un Fine condiviso.

Per tutto ciò, mi pare di poter dire che la figura di un “facilitatore” concordemente individuato, possa evitare infortuni interpretativi (cioè di ermeneutica) durante importanti riunioni di lavoro, di organismi dirigenti e societari. Ad esempio nelle riunioni dei CdA è prevista spesso la figura del segretario-verbalizzatore, che potrebbe anche fungere da moderatore, se ne ha le capacità.

Infatti, non è indispensabile che tale figura sia quella “tecnicamente” più preparata sugli argomenti che si stanno discutendo, ma deve certamente conoscerne gli aspetti principali, per discernere l’ordine degli interventi e favorirne la proposizione, come accade nei migliori esempi di dibattito pubblico governato dai giornalisti più professionali, che vengono anche definiti “moderatori”, e come deve accadere (accade) nei seminari accademici.

Nelle aziende, soprattutto, oltre che in tutti gli altri contesti, bisognerebbe avere l’umiltà di ritenere tale figura necessaria al buon andamento di ogni discussione tra diversi e/o portatori di interessi diversi.

(…) quod innocens, si accusatus sit, absolvi potest, nocens, nisi accusatus fuerit, condemnari non potest… (trad mia: …perché l’innocente, se viene accusato può essere assolto, mentre il colpevole, se non è stato accusato, non può nemmeno essere condannato) (“Pro Sexto Roscio Amerino, xx”, Marcus Tullius Cicero)

Brocardi e latinismi giuridici, come quest’altro seguente, ancora più interessante: Nulla lex innocentem punit. sed puta, se vis, hunc innocentem condemnari licuisse: certe non oportet (trad. mia: nessuna legge punisce l’innocente, ma prova a pensare, se vuoi, se fosse lecito condannare l’innocente, certamente non sarebbe giusto). Quid dicis, mi amice? Che cosa dici amico mio?

Marco Tullio Cicerone

Ricorro al Diritto Romano per dire che sono contento della nomina a Ministro delle Giustizia di un liberale, come il dottor Carlo Nordio, un uomo di legge garantista secondo quanto il Diritto Romano già proclama da oltre duemila anni, e che il migliore filosofare illuminista (Montesquieu) ha confermato con chiarezza… e che anche i nostri Padri costituenti hanno ripreso con l’articolo 27 della Costituzione della Repubblica Italiana con queste parole: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (omissis)”.

Perché mi va di parlarne in questa sede? La ragione è legata alla mia esperienza carceraria di tutore legale, ma ancora di più alla mia attenzione etica più generale per la giustizia, che deve essere rigorosamente equa e capace di punire con equilibrio gli autori di reati, garantendo che la pena stessa sia eseguita, ma senza trascendere oltre; d’altro canto, riconosca i diritti delle vittime, tutelandole con rispetto, attenzione e cura. Per vittime intendo anche i condannati senza colpa, specialmente quando per errori giudiziari hanno scontato magari molti (o anche pochi, che sono sempre troppi) anni di carcere, e hanno diritto a un risarcimento pecuniario, che di per sé non corrisponde mai al dolore subito.

Si pensi che lo Stato risarcisce ogni anno circa mille persone per ingiusta detenzione, con un costo di svariate decine di milioni di euro.

Non vi è cifra ragionevolmente in grado di compensare anche un giorno solo di privazione ingiusta della libertà, che è il bene maggiore della vita dei singoli e di tutto il consorzio umano, superiore – a mio avviso – anche alla stessa giustizia sociale. In altre parole è meglio essere poveri ma liberi, piuttosto che essere non-poveri come nei regimi comunisti storici (non nell’u-topia sansimoniana o marxiana mai realizzate, appunto!), ma privati della libertà di pensiero, di parola e di movimento.

Meglio pane e salame (invece di ostriche e champagne), seduti sulla riva di un fiume, piuttosto di dover ubbidire a un regime che ti garantisce la sicurezza dalla nascita alla morte.

Già 72 sono i suicidi in carcere nel corso del 2022. Dall’anno 2000 si sono tolti la vita dietro le sbarre circa milleduecento persone. Si tratta di una specie di subdola, surrettizia irrogazione della pena di morte in un paese dove tale pena è stata abolita da settantacinque anni, con la riforma dell’articolo 21 del Codice Rocco (1930), che aveva reintrodotto la pena di morte già abolita dal Gabinetto Zanardelli nel 1880.

Riprendo il discorso generale: a) vi deve essere la certezza della pena; b) non si deve procedere ad arresti arbitrari e a detenzioni pre processo ingiustificate, se non in casi ben chiari di pericolosità dell’indagato, di fuga o di inquinamento delle prove; c) le procure non devono essere quasi “trasparenti” per i media, che possono accedere spesso a fascicoli che sono riservati per legge, per costruire “mostri” mediatici sulla stampa e in tv.

Ascoltavo qualche giorno fa per Radio radicale (emittente benemerita per il suo impegno ultra decennale dedicato al diritto alla conoscenza e per una giustizia giusta) la storia di Nunzia De Girolamo, ex deputata, che fu indagata e processata per nove lunghi anni, in base a intercettazioni di un colloquio privato a casa sua, nel quale avrebbe fatto affermazioni dubbie sulla gestione del sistema sanitario di Benevento, salvo poi essere assolta perché il fatto non sussisteva …e lei spiegava che comunque sapeva bene di essere una privilegiata rispetto alla maggior parte degli indagati che poi risultano innocenti.

Gli antichi brocardi e latinismi giuridici dovrebbero ancora ispirare la Politica legislativa in tema di giustizie e la stessa giurisdizione della Magistratura.

Mi auguro che il nuovo ministro della Giustizia, che ha già detto di voler partire con la sua attività studiando la situazione delle carceri, per poi procedere con la riforma della giustizia, il cui caposaldo, egli condivide, è la separazione delle carriere tra procuratori e giudici, così imitando la parte migliore del modello anglosassone, sia messo nelle condizioni di procedere.

Sì, proprio quello che vediamo nei thriller polizieschi e avvocatizi, là dove il giudice tratta parimenti con il procuratore, che è il pubblico accusatore, e con l’avvocato della difesa, senza commistioni pelose come quelle che spesso si notano nel sistema italiano tra i due magistrati. Il giudice deve essere veramente parte terza, senza avere nel procuratore un punto di appoggio che sbilancia il procedere del giusto processo, anche dal punto di vista psicologico e relazionale.

Un altro intervento da fare è quello dell’edilizia carceraria: tre quarti delle attuali Case circondariali (è l’eufemistica definizione della galera) sarebbero da abbattere o da ristrutturare profondamente, perché sono in contrasto, sia con lo spirito sia con la lettera dell’articolo costituzionale numero 27, che parla di possibilità di resipiscenza del condannato e di recupero sociale. Lavoro, cultura, dialogo, potrebbero essere i tre strumenti per rendere questa nostra Italia sempre più civile, visto anche che ha tra le peggiori carceri dei paesi democratici.

Circa l’ergastolo ostativo, non posso non sostenerne la plausibilità nei confronti dei criminali più efferati e non collaborativi, ma trovo che sarebbe utile “guardare dentro” con maggiore approfondimento da parte della Magistratura sorvegliante nelle biografie e negli intendimenti di condannati all’ergastolo, che, pur non collaborando, con il loro comportamento mostrano di poter provare a vivere un’esperienza esterna di comunità per ciò che gli resta da vivere, trattandosi quasi sempre di persone oramai avanti con gli anni.

Aggiungo: circa la condizione della “collaboratività” con la giustizia da parte dei condannati a un ergastolo ostativo, per poterne riconsiderarne l’applicazione rigida, forse bisognerebbe prevedere anche fattispecie più di dettaglio. Un esempio: se un ergastolano colpevole di delitti di mafia, sussistendo tuttora la mafia nelle sue varie espressioni criminali, può essere sempre in grado di collaborare con la sua organizzazione in qualche modo dall’interno, come potrebbe farlo un terrorista ex Brigate Rosse o ex Prima Linea o ex NAR, dato che queste organizzazioni sono state sconfitte ed eliminate? In questo caso, a mio avviso, si dovrebbe tenere presente il comportamento e i “valori” umani che il detenuto esprime, stando in carcere, per cui l’ostatività potrebbe venir meno.

Peraltro, se una persona del genere fosse “messa fuori” dovrebbe comunque restare in una struttura comunitaria per alcuni anni, cosicché la magistrature penale potrebbe controllarne le mosse e il livello di resipiscenza di fatto (cf. ex art. 27 Costituzione della Repubblica Italiana).

Uno strumento essenziale per affrontare i problemi di vita dei carcerati è l’approccio filosofico. La filosofia è dentro le carceri, con i suoi strumenti dialogici, ma potrebbe essere ulteriormente considerata come disciplina etica e pratica per migliorare la situazione e realizzare il progetto di riforma.

In questa situazione, come si muove la sinistra politica? Ho ascoltato l’ex ministro della giustizia Orlando lodare le parole del suo successore Nordio. Ora vediamo se il suo partito sarà conseguente nel sostenere il ministro e anche quanto già aveva introdotto Cartabia, o se si farà trascinare nel campo dei manettari cinquestelluti e travaglieschi.

Spes contra spem, semper.

Caro Professor Draghi…

Al Prof. Mario DRAGHI

Sua residenza a Città della Pieve

mi sento di scriverle qualche riga, prima di tutto per ringraziarLa per il suo servizio all’Italia, per i modi con i quali ha espletato questo servizio, sempre garbati e all’occorrenza fermi nei toni e nel linguaggio, per la competenza – sempre trasparsa limpidamente – del suo agire, in ogni situazione e affrontando qualsiasi tema o problema, per la autorevolezza che Lei ha costantemente mostrato di possedere, e che è stata chiaramente riconosciuta dai Suoi interlocutori, specialmente quelli internazionali, per la pazienza esercitata come virtù fondamentale, antica e sempre attuale, come quando – specialmente in Italia – più di qualcuno che ufficialmente avrebbe dovuto sostenere la Sua azione politica, La ha invece spesso contrastata con argomentazioni pretestuose, illogiche, contraddittorie e fondamentalmente disoneste.

Palazzo Chigi

Nel novero di questi ultimi non riesco a non fare, in primis, il nome di Giuseppe Conte, che si è mostrato il “campione” del modo di fare sopra specificato, nonché il primo responsabile della fine del Suo Governo.

In secundis non posso non nominare, di questo tristo elenco, Salvini, et in tertiis, Berlusconi, che conferma anche in queste ore difficili la smisurata grandiosità  e pericolosità del suo narcisistico ego.

Volgendo il mio sguardo dall’altra parte dell’emiciclo, non mi sfugge la debolezza del sostegno del Partito Democratico, nel quale un segretario intimidito dalle circostanze e circondato da mediocrità umane (mi duole dirlo) presenti nell’ampia pletora di donne apicali, non ha saputo continuare in un sostegno politico che sarebbe stato utile all’Italia fino al compimento naturale della legislatura. Su chi “sta a sinistra” del PD non trovo utile spendere commenti.

Pur non provando una gran simpatia personale verso le personalità di Calenda e Renzi, riconosco che sono stati gli unici della “sua” maggioranza ad operare con coerenza, sostenendoLa fino in fondo.

L’ultima considerazione è per la signora Meloni, che in questi giorni Le sta succedendo. L’azione di questa leader è stata sempre dignitosamente a Lei oppositiva, senza però far mancare il sostegno al Suo Governo nei momenti più difficili degli ultimi mesi, così mostrando che il suo Amor Patrio è sempre stato il sentimento maggiore che la ha guidata, superiore agli interessi del suo partito. E la “sorte”, nel senso greco di tyche, la ha premiata.

Spero, su questo tema, che la nuova Presidente del Consiglio dei Ministri si avvalga ancora (come mi pare stia facendo) della Sua esperienza, caro Professor Mario, e La interpelli quando necessario.

Infine, salutandoLa con gratitudine, mi auguro e auguro all’Italia e all’Europa che si trovi il modo di impegnarLa in qualche altro grande e generoso compito per il Bene comune e per la Pace come, azzardo, la Segreteria generale della Nato, che attualmente è presidiata, mi consenta il giudizio, da una persona non all’altezza del difficilissimo compito.

Carissimo professor Mario, le auguro, con stima e affetto, ogni bene

Codroipo, 22 ottobre 2022

(prof. Renato Pilutti)

La prudenza e l’imprudenza, o di come una virtù morale possa trasformarsi in un rischio per l’incolumità delle persone

Storicamente il concetto di prudenza, phrònesis in greco, prudentia in latino, è sempre stato un elemento di saggezza popolare e di riflessione filosofica.

Il “grande Ayatollah Ruollah Khomeini”

Dal popolo minuto ai più grandi pensatori ha avuto un’attenzione somma, sia per la gestione della vita quotidiana, sia per l’esercizio del pensiero sui comportamenti umani.

Molto semplificando, posso citare Aristotele, che la studiò nel suo grande testo Etica Nicomachea, per poi passare ai Padri della Chiesa, sia i meno conosciuti come Giavanni Climaco ed Evagrio Pontico, sia i maggiori come sant’Agostino e papa Gregorio Magno, per finire con Tommaso d’Aquino che sulla prudenza trattò diffusamente nella Summa Theologiae, parte Seconda, distinguendo tra le sue varie “parti” costitutive e modalità di utilizzo nella vita di tutti i giorni.

In seguito fu oggetto di studio da parte di altri sommi pensatori come Baruch Spinoza e Immanuel Kant, che ne parlarono, rispettivamente nell’Ethica more geometrico demonstrata e nella Critica della Ragione pratica. Non aggiungo altri autori, che pure non mancano in anni contemporanei.

Siccome in questo pezzo non devo sviluppare né le dimensioni né la profondità analitica di un trattato, passo al pratico, facendo tre esempi molto attuali.

Primo esempio. E’ nota a tutti la tragica vicenda del mio giovane conterraneo Giulio Regeni, che fu ucciso in Egitto oramai sei anni e mezzo fa al Cairo in circostanze non mai chiarite. Non sto qui a recriminare e a condannare le autorità egiziane, perché lo ho già fatto più volte. Vi è però stato un aspetto che di tutta la vicenda non mi ha mai convinto: quello del ruolo della Università di Cambridge dove il bravo Giulio stava conseguendo un bel Dottorato di Ricerca in scienze sociali, e soprattutto circa il ruolo della sua tutor. Più avanti aggiungerò il commento che desidero formulare in comune sui tre casi.

Il secondo caso: da una settimana circa la signorina Alessia Piperno di Roma, mentre si trovava a Teheran in Iran, dove stava viaggiando come era solita fare spesso (i suoi spiegano che viaggiava molto, abitudine che si apprende anche dalla sua cospicua attività sui social) è stata arrestata dalla polizia speciale dei bajiji (bagigi, curioso, no?), e ora si trova da qualche parte, ospite delle patrie galere islamiche sciite.

Il terzo caso: quattro ragazzi italiani, con età dai ventuno a i ventinove anni, sono stati arrestati nella città indiana di Ahmedabad, perché trovati a dipingere le pareti del metrò a mo’ di graffitari nostrani.

Domanda, mio caro lettore: c’è un pensiero, concetto, sentimento comune tra questi tre casi? Dimanda rettorica… ebben sì, una certe dose di diversificata imprudenza, cioè di non-prudenza. Mi spiego bene.

Se mia figlia, che è più o meno coetanea del povero Giulio, dovesse predisporre la parte sperimentale di un PhD, aggirandosi per i vicoli e i mercati di una metropoli tipo Il Cairo, intervistando ambulanti e precari, sapendo quali dinamiche si nascondono dietro questi ambienti, condite di mafiosità delatoria, anche se lei maggiorenne, mi opporrei con tutte le mie forze. Dico cose scandalose?

Sulla ragazza romana: se, sempre mia figlia volesse fare la giramondo indefessa, impegnata soprattutto nel registrare ciò che incontra e vede in giro per ogni genere e specie di nazioni e paesi, non mi compiacerei come ho sentito fare dai genitori della ragazza. Ma non lavora mai questa benedetta giovine donna o vive dei like di ciò che posta?

Come si fa ad andare alle manifestazioni, non solo legittime, ma di più, doverose, che donne e uomini persiani stanno facendo da settimane per cercare di smantellare l’insopportabile teocrazia islamica che impedisce l’esercizio delle libertà fondamentali dei cittadini? Stattene da parte, non metterti in evidenza. E’ chiaro che, se ti beccano, ti arrestano, anche a fini di ricatto verso l’Italia, notoriamente amica di USA e Israele, nazioni ritenute e definite demoniache dagli ayatollah iraniani.

Da ultimo, se un mio carissimo figliuolo si mettesse a imbrattare un bene pubblico della grande nazione indiana, oltre a farlo tornare al più presto, gli somministrerei due sonori ceffoni, uno per guancia.

Io la penso in questo modo, caro lettore, su prudenza e imprudenza.

Work-Life Balance, alla ricerca di un equilibrio tra vita e lavoro

Sempre più si nota l’espandersi del fenomeno delle dimissioni, soprattutto di giovani, dai più vari “posti di lavoro” dei settori privati, fenomeno di tali dimensioni da meritare una prima riflessione, non solo di carattere socio-statistico, ma anche filosofico-esistenziale.

Se per decenni, anche osservando solo l’Italia, e forse da oltre mezzo secolo, si potrebbe dire dal boom economico dei primi anni ’60, l’acquisizione di un “posto di lavoro” (si notino le virgolette il cui significato spiegherò più avanti), è stata il primissimo risultato in positivo della vita di una singola persona, prevalendo su ogni altra scelta e considerazione, da qualche anno si nota una certa inversione di tendenza: il “posto di lavoro” non è più ciò che fa premio su tutto, ma comincia a fare i conti con il tema della “qualità della vita”, e dell’equilibrio tra vita e lavoro.

Si pone dunque con sempre maggiore evidenza il tema di un equilibrio diverso tra tempi di vita e tempi di lavoro. Dico subito che personalmente non mi tange, e quindi lo tratto osservandolo da una posizione essenzialmente “esterna” e forse definibile come “fortunata”.

Come mai questo, può chiedersi uno? Il fatto è che il mio lavoro, anzi i “miei lavori”, perché sono plurali, mi piacciono e dunque non mi pesano. “Fortunato sei”, potrebbe osservare lo stesso commentatore. “No”, risponderei io, “non fortunato, ma capace di costruire una vita di lavoro che sia anche una vita di… vita“.

Che significa? Che se riesci a mettere vicino studio, interessi, passione, competenze, allora arrivano incarichi e lavori che non “disturbano”, anzi sono gradevoli, tali da non indurti a cercare di evitarli, bensì all’incontrario, di ambirli, di acquisirli, di possederli. Mi spiego: quando, già in pensione, ho acquisito e mantenuto una situazione lavorativa costituita da numerose presidenze di Organismi di vigilanza dei Codici etici aziendali, da docenze accademiche semestrali, da progetti di libri da pubblicare, da attività di guida di associazioni culturali nazionali, sapendo che nessuno ti regala nulla, e che tutto è frutto di studio, lavoro e passione, ebbene, non si dà problema di work life balance, perché un equilibrio esiste già! Per me.

Tornando a un’analisi più generale, il work life balance, ovvero il buon equilibrio tra vita privata e lavoro, si conferma uno dei fattori maggiormente ricercati dai lavoratori italiani nella scelta di un’azienda. È quanto emerge dai risultati del Randstad Employer Brand Research 2022.

Questo aspetto è, infatti, ritenuto importante dal 65% del campione coinvolto dall’indagine – 6590 intervistati tra la popolazione attiva del nostro Paese – ed è in vetta alla classifica degli elementi più ricercati in un’azienda insieme ad un clima aziendale gradevole.

Con il termine work life balance, si intende letteralmente l’equilibrio tra la vita privata e il lavoro. Si tratta, dunque, della capacità di far convivere in maniera pacifica la sfera professionale e quella privata.

Si vede che, se è necessario studiare questo equilibrio, perché la maggior parte dei “lavori” e dei “posti di lavoro” non è gradevole, anzi spesso è fastidioso e annoiante.

Non è un concetto nuovo, perché si è iniziato a parlarne ancora una quarantina di anni fa, si può dire dalla rivoluzione tecnologica informatica e telematica. Paradossalmente, la messa in campo di macchine sempre più capaci di sostituire l’uomo riducendo la fatica del lavoro, soprattutto con lo sviluppo delle due tecniche sopra citate, applicate anche alla produzione di beni e servizi, ha mescolato sempre di più la sfera privata e quella lavorativa, perché il lavoratore non è più riuscito a “staccare” con chiarezza le due dimensioni, essendo reperibile, raggiungibile, “impegnabile” anche al di fuori dell’orario di lavoro.

Per il 65% dei lavoratori italiani intervistati in occasione della citata indagine, il work life balance è, insieme al clima piacevole sul posto di lavoro, l’aspetto prioritario nella scelta di un’azienda da parte di un lavoratore che, però, se lo possa permettere. Non è detto, infatti, che tali condizioni siano vincolanti per la maggioranza dei lavoratori e di chi è in cerca di lavoro.

L’indagine di cui sopra ha anche evidenziato un significativo gap tra le aspettative dei dipendenti e quella che, secondo loro, è la realtà dei fatti per quanto riguarda il datore di lavoro ideale. L’esito principale della ricerca mostra come le aziende, innanzitutto, non sappiano comunicare bene la qualità della vita lavorativa che si può sperare di avere lavorando all’interno. Sempre la medesima ricerca elenca gli item che i lavoratori ricercano per accettare un lavoro:

  • solidità finanziaria
  • ottima reputazione aziendale
  • sicurezza del posto di lavoro

Per quanto attiene al work life balance, la ricerca ha evidenziato, inoltre, una differenza di genere. L’equilibrio vita/lavoro, infatti, è un aspetto prioritario soprattutto per le donne, insieme all’atmosfera piacevole sul posto di lavoro, la retribuzione e i benefit.

Ovviamente emergono anche differenze connesse ai diversi livelli culturali, cioè di scolarità acquisita ed esperienziali e professionali. Il work life balance è un’esigenza primaria per chi non ha un alto livello di istruzione, proprio per quasi “pareggiare” la noiosità e ripetitività delle attività più standardizzate. Interessante è la presenza massiccia tra questi lavoratori degli ex cosiddetti baby boomers, cioè i nati nei primi anni ’60 del secolo scorso, persone che hanno tra 58 e 62 anni.

Un altro dato interessante, è quello che attesta come siano gli impiegati e i lavoratori stabili nella stessa azienda a ritenere importante un buon work life balance.

Un buon equilibrio tra vita privata e lavoro è certamente una questione di salute, sia fisica sia mentale. Studi scientifici molto attendibili hanno mostrato come i sovraccarichi di lavoro siano associati a un maggior rischio di incorrere in ictus e, in generale, in problemi cardiocircolatori.

Cito qui una ricerca pubblicata nel 2017 sull’European Heart Journal, che ha evidenziato come prolungati orari di lavoro sarebbero associati ad un più elevato rischio di fibrillazione atriale, la forma più comune di aritmia cardiaca.

A conclusioni molto simili è giunta anche un’altra indagine più recente pubblicata sull’European Journal of Preventive Cardiology, che avrebbe individuato una correlazione tra lo stress da lavoro e alcune patologie cardiache.

Occorre dunque dedicare del tempo ai propri interessi staccando dal lavoro, e ciò può essere fondamentale anche a livello psichico. Alcuni segnali, più di altri, sono indicativi del fatto che bisognerebbe calibrare meglio le abitudini quotidiane, ritagliandosi il giusto spazio al di fuori della sfera professionale:

  • sensazione di forte stress
  • mancanza di tempo per fare qualsiasi cosa
  • disturbi del sonno
  • irritabilità
  • difficoltà relazionali
  • difficoltà di concentrazione

Raggiungere tale equilibrio, al fine di prevenire gli stati e le condizioni sopra elencate, non è facilissimo. Occorre intraprendere azioni da ambo le parti, del singolo lavoratore, e dell’azienda.

Dalla parte dell’azienda, secondo le ricerche citate, la flessibilità degli orari di lavoro è la condizione più gradita e la ragione si capisce in modo intuitivo. Seguono, nella scala del gradimento, dei benefit, come quelli già praticati nei piani di welfare, e anche dei piani di carriera attendibili, praticabili, realistici e scanditi nel tempo.

Dalla parte del dipendente è gradito uno sviluppo del lavoro on-line, in fasce di orario flessibile, e una riduzione dello straordinario.

E’ chiaro che tali condizioni sono impraticabili per tutte le attività di produzione industriale di serie, che richiedono un presidio costante di macchine e impianti. E’ anche difficile un lavoro “a distanza” per posizioni e ruoli di gestione di processi e del personale.

Tenendo conto di questi limiti, sia le aziende, sia i singoli lavoratori possono decidere misure di buon senso e di saggezza. Ad esempio,

a) avere e sviluppare buone relazioni sociali, sul lavoro e fuori del lavoro;

b) pianificare e razionalizzare gli schemi e i flussi operativi, cercando di “ottimizzare” attività simili, quasi “industrializzandole”;

c) non trasformare il tempo libero in stress: molto spesso il tempo libero rischia di trasformarsi in una corsa a tutte le attività che non si sono potute fare nel corso della settimana lavorativa, perché il tempo libero (e liberato) deve essere caratterizzato dal relax, non da ansie da prestazione dopolavoristica;

d) saper dire qualche no;

e) riuscire a convincersi che è possibile anche ogni tanto “disconnettersi” dall’ambiente psicologico e pratico del lavoro: ad e. non accettare farsi interrompere un pranzo o una conversazione in corso, soprattutto perché oggi i cellulari ci accompagnano ovunque, anche in bagno… Si può sempre rinviare con educazione.

Spiego, alla fine, come promesso, anche la differenza concettuale, politica e morale tra “lavoro” e “posto di lavoro”. Il secondo è la posizione giuridicamente normata di un lavoro, per cui è dovuto un salario, un’assicurazione e il versamento di tasse e contributi a cura del datore di lavoro in quanto sostituto d’imposta. Dico subito che nei settori privati il “posto di lavoro” coincide con il “lavoro”, perché non sarebbe sostenibile che vi fossero dei costi in assenza di prestazioni reali e quindi di ricavi. Nessun “padrone” ti regala nulla, né può regalarti nulla, pena la sussistenza stessa dell’azienda.

Nel pubblico impiego, invece, essendo diversa la stessa “natura giuridica” del lavoro, può anche darsi che il “lavoro” non coincida sempre e comunque con il “posto di lavoro”. Sembra strano, ma è così. Spiego: nel Pubblico impiego il controllo dell’efficienza e dell’efficacia delle prestazioni non si dà nello stesso modo che è necessitato e obbligatorio nel privato, per cui a volte vi possono essere casi nei quali il lavoro, o è più scarso, o non esiste proprio, come nel caso limite, scoperto dai Carabinieri accaduto nella sede nazionale romana dell’Inps, laddove vi erano più cartellini di controllo delle presenze al lavoro, di quante non fossero le scrivanie disponibili. Questo insospettì l’Arma, che scoprì come vi fossero “posti di lavoro” a costo del pubblico erario, senza che corrispondessero a lavoro effettivamente prestato.

Non fosse che per questo caso limite è bene distinguere fra i due concetti di “lavoro” e “posto di lavoro”.

Si può fare, dunque. Si può riuscire a connettere con intelligenza il lavoro e la vita, tendendo, se posso dire, a costruirsi una vita nella quale le due dimensioni non confliggano troppo.

Con l’aiuto del Signore io ci sono abbastanza riuscito, e abbastanza presto nel mio tempo di vita e di lavoro.

FUTURO ITALIANO. Un’analisi o matrice strategica e organizzativa detta “S.W.O.T.”, che studi i “punti di forza”, i “punti di debolezza”, le “opportunità” e le “minacce” per l’Italia nell’attuale momento storico, potrebbe essere non solo plausibile, utile ed opportuna, ma perfino necessaria, anche se, come “strumento”, in generale c’entra nulla con la politica, che comunque così potrebbe essere aiutata dalla sociologia e dalle scienze dell’organizzazione, sostrato teorico della S.W.O.T.

Il titolo mi ispira paura e speranza, ma partiamo dall’acronimo, perché la S.W.O.T. Analysis potrebbe essere uno strumento plausibile, opportuno e utile, se non necessario, per affrontare i gravissimi problemi attuali dell’Italia, in maniera razionale ed eticamente fondata, al di fuori di ogni ideologismo. potabile e praticabile per tutte le persone intelligenti di qualsiasi schieramento politico.

Sembra incredibile, vero? Ma non è così, e in questo pezzo cercherò di mostrarlo ai miei cari lettori.

S.W.O.T. significa punti di forza (Strenghts), punti di debolezza (Weaknesses), opportunità (Opportunities) e minacce (Threats) , in inglese, ed è uno strumento utile alla pianificazione delle strategie di qualsiasi struttura organizzata, come può essere un’azienda, un reparto militare, una no profit, e perfino la… Chiesa, cosa che potrebbe essere sorprendente. Eventualmente, se troverò ascolto, mi impegnerò a spiegarlo in Diocesi, non come teologo, ma come sociologo.

Non sarebbe peregrino discuterne (almeno) anche in Phronesis.

Uno stato, paese, nazione, regione potrebbe considerare la plausibilità, l’opportunità, l’utilità o la necessità di utilizzare uno strumento del genere? A mio parere sì, ma la prima domanda che mi faccio è la seguente: è in grado di utilizzarlo il “personale politico” attuale? Dimanda retorica. No, perché è mediamente un personale politico di scarsa cultura umanistica, esperienziale e professionale.

Ben pochi tra i deputati e i senatori hanno esperienze di organizzazione e gestione d’impresa e del personale. In altri post ho proposto l’immenso, anche se incompleto, elenco degli incompetenti, a partire dai capi partito, e l’esile stuolo dei competenti, che appartiene soprattutto alle seconde e alle terze linee. Di contro, sono sicuro che molti sindaci sarebbero in grado di usare questo strumento, perché provengono dalla società civile e dal lavoro aziendale inteso nel senso più ampio del termine.

Queste sono le fasi che tipicamente vengono seguite durante un’analisi SWOT:

  1. si definisce un obiettivo;
  2. si definiscono i punti principali dell’analisi SWOT, che sono:

a)i punti di forza: le attribuzioni dell’organizzazione che sono utili a raggiungere l’obiettivo;

b) i punti di debolezza: le attribuzioni dell’organizzazione che sono dannose per raggiungere l’obiettivo;

c) le opportunità: condizioni esterne che sono utili a raggiungere l’obiettivo;

d) le minacce: condizioni esterne che potrebbero recare danni alla performance;

a partire dalla combinazione di questi punti sono definite le azioni da intraprendere per il raggiungimento dell’obiettivo, per cui si può considerare la seguente matrice S.W.O.T.

Analisi SWOTQualità utili al conseguimento degli obiettiviQualità dannose al conseguimento degli obiettivi
Elementi interni (riconosciuti come costitutivi dell’organizzazione da analizzare)Punti di forzaPunti di debolezza
Elementi esterni(riconosciuti nel contesto dell’organizzazione da analizzare)Opportunità
Minacce
  • i responsabili stabiliscono se l’obiettivo è raggiungibile rispetto ad una data matrice SWOT. Se l’obiettivo non è raggiungibile, un diverso obiettivo deve essere selezionato e il processo ripetuto;
  • se l’obiettivo sembra raggiungibile, le SWOT sono utilizzate come input per la generazione di possibili strategie creative, utilizzando le seguenti domande:
    • come possiamo utilizzare e sfruttare ogni forza?
    • come possiamo migliorare ogni debolezza?
    • come si può sfruttare e beneficiare di ogni opportunità?
    • come possiamo ridurre ciascuna delle minacce?

I FATTORI INTERNI ED ESTERNI INTERESSANTI L’ANALISI

I quattro punti dell’analisi SWOT (forze, debolezze, opportunità e minacce) provengono da un’unica catena di valori intrinseci alla società che si esamina, e possono essere raggruppati in due categorie:

  • Fattori interni: sono i punti di forza e di debolezza interni dell’organizzazione. L’identificazione di tali fattori può essere svolta attraverso un’altra specifica analisi, ad esempio una Analisi del Clima interno tra dipendenti e dirigenti
  • Fattori esterni: sono le opportunità e le minacce presenti all’esterno dell’organizzazione. L’identificazione di tali fattori può essere svolta attraverso un’ulteriore analisi.

I fattori interni possono essere visti come punti di forza o di debolezza a seconda del loro impatto sull’organizzazione dei suoi obiettivi. Ciò che può rappresentare un punto di forza rispetto a un obiettivo può essere di debolezza per un altro obiettivo.

I fattori interni possono comprendere il personale, la finanza, le capacità di produzione, e così via. I fattori esterni possono includere le questioni macroeconomiche, il mutamento tecnologico, la legislazione e i cambiamenti socio-culturali, così come i cambiamenti nel mercato e nella posizione competitiva.

Per l’Italia occorre studiare a fondo le dinamiche della concorrenza economica, industriale e commerciale internazionale, all’interno delle norme del Diritto Internazionale, civile, penale e commerciale (W.T.O.), senza trascurare l’eccezionalità del momento che registra una pericolosa guerra in piena Europa, che sta sconvolgendo gli equilibri globali.

Proviamo ad elencare i punti di forza dell’Italia:

a) la sua storia, il deposito artistico, inarrivabile a livello mondiale, l’ambiente paesaggistico, anche se maltrattato;

b) il turismo, strettamente correlato ad a);

c) l’industria manifatturiera, quarta o quinta nel mondo e seconda in Europa, ma prima nel settore metalmeccanico;

d) il sistema socio-sanitario che, nonostante alcuni difetti, è tra i migliori del mondo assieme con i sistemi del Nord-Europa…

e) il sistema scolastico: troveremo questo punto anche nell’elenco successivo, perché, accanto ad alcune eccellenze, come i nostri licei e istituti tecnici, vi è scarsa attenzione alle strutture, alla logistica e al personale docente.

I punti di debolezza, che non sono molti, ma sono importanti e anche pericolosi:

a) il primo e più importante è l’eccesso di procedure burocratiche che frenano l’attività economica e gli investimenti;

b) come sopra detto in e);

c) la contrattualistica del lavoro la quale, essendo storicamente e culturalmente dicotomica tra impiego privato e impiego pubblico ha creato, soprattutto con le norme pubblicistiche, una sorta di “cultura della pretesa”, per cui molti confondono uno dei diritti costituzionali principali, quello al lavoro: in realtà, in molto del comune sentire “il diritto al lavoro” viene implicitamente inteso come “diritto al posto di lavoro”. Il posto di lavoro esiste solo se altrettanto si dà il lavoro, non viceversa!

d) alcuni elementi di quello che si può definire, socio-antropologicamente, “carattere nazionale”, che poi si deve declinare per aree e macro-aree, ché un siculo non è un veneto: il “carattere nazionale”, pur manifestando caratteristiche di enorme creatività, che hanno “fatto” l’Italia proponendola come una delle Nazioni più “evidenti” del mondo, a volte non la “onorano” del tutto. Lo sport è uno degli ambiti che più illustrano il carattere nazionale degli Italiani;

e) la mancata o insufficiente cura del territorio, caratterizzato da un pericoloso dissesto idro-geologico.

Aggiungo infine: siccome la Costituzione all’art.11 non prevede l’uso dello strumento della guerra, se non come reazioni di legittima difesa, come nel caso attuale dell’Ucraina, s’ha da studiare per migliorare i sistemi organizzativi, logistici e militari del Paese, semplificando la burocrazia e rinforzando i sistemi formativi, non trascurandone alcuno. Su questo tema, è indispensabile superare la distinzione “gentiliana” tra discipline umanistiche e discipline scientifiche, poiché, come peraltro ho mostrato logicamente in diversi testi anche qui pubblicati, che tutti, dico tutti i saperi sono sia scientifici sia umanistici, e pertanto le scuole superiori non devono impoverire l’insegnamento delle materie classiche, e nel contempo devono essere aperte alla ricerca tecno-scientifica più avanzata a livello mondiale.

Le minacce all’Italia sono molteplici, ma molte stanno nelle debolezze intrinseche elencate più sopra. Si potrebbe quindi vincere le minacce trasformandole in opportunità, a partire dalla consapevolezza dei valori immensi dell’Italia e del suo popolo.

Vediamo ora se anche per Phronesis si può proporre lo schema. Ho già risposto affermativamente.

Proponiamo anche per l’Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica Phronesis , tra altri che comunque esistono, come lo schema di Hermann, quello dei colori, ad e., lo schema dell’analisi S.W.A.T.

I punti di forza possono essere considerati i seguenti:

a) la sua storia e la cultura filosofica specificamente dedicata alla consulenza individuale e alle attività pratiche: sotto questo profilo, Phronesis, e non lo scrivo perché attualmente la presiedo e vi appartengo da tredici anni, e quindi suonerebbe come una laudatio inopportuna e falsa, non teme confronti qualitativi con associazioni più o meno tali, perché alcune di queste societates sono costituite da singole persone che “fanno finta” di avere un associazione;

b) la solidità della formazione filosofica e umanistica dei soci;

c) la varietà e la ricchezza delle “scuole filosofiche” rappresentate all’interno dell’Associazione;

d) la costanza nella ricerca di nuove prospettive filosofico pratiche, senza trascurare gli aspetti teoretici;

e) la serietà e la completezza della formazione richiesta per appartenere all’Associazione come Soci effettivi;

f) la ricchezza di cultura filosofica delle pubblicazioni e degli interventi in video e per iscritto.

Non mancano i punti di debolezza. Proviamo ad elencarli senza paura o auto censure di sorta.

a) difficoltà di dialogo e di collaborazione tra i soci, che comunque si danno, ma non abbastanza, specialmente in un momento come quello che stiamo vivendo;

b) una certa ritrosia, anche se non generalizzata, ad accettare nuove modalità operative, a volte troppo accentuando la distinzione tra una “ortodossia” (individualmente concepita) rigidamente attestata sulla “Tradizione”, e un “nuovismo”, che non tradisce per nulla la “Tradizione”, ma la tra-manda con nuove formule e strumenti. E quindi si sprecano energie e non si colgono occasioni. Un esempio: la finora scarsa attenzione per l’enorme potenziale di sviluppo delle attività della filosofia pratica nel mondo del lavoro. Non dimentichiamo mai che ogni “tradizione” (pensiamo ad e. a quella gigantesca della Parola evangelico-cristiana, oppure a quella illuministico liberale o socialista) si serve degli strumenti che nel tempo ha avuto a disposizione e coglie i “segni dei tempi” (copyright di papa Paolo VI) per l’innovazione;

c) una certa pigrizia operativa, oggi accentuata dai lockdown e dall’abitudine oramai generalmente invalsa al lavoro intellettuale on-line. Non dobbiamo dimenticare che la dimensione del dialogo-intersoggettivo-in-presenza è fondamentale e insostituibile, sia psicologicamente, sia filosoficamente, e addirittura antropologicamente. Detto ciò, s’hanno da valutare e valorizzare anche le opportunità che l’online offre per quanto concerne lo sviluppo del “mercato”, visto che questo termine non può (e non deve) più suscitare scandalo, come capitava qualche tempo fa.

Homo est animal socialis. Questa pigrizia operativa frena le iniziative che si potrebbero intraprendere a livello territoriale, per proporre il lavoro filosofico-pratico in ambienti diversi e fondamentali della vita sociale:

1) gli ambiti del lavoro cui ho già fatto cenno sopra,

2) il sistema socio-sanitario, compreso il mondo carcerario, circa il quale esistono solo non più che sporadiche esperienze,

3) il rapporto con altri professionisti, il cui lavoro “confina” con quello della filosofia pratica, e i loro albi, ordini, collegi a livello territoriale, più che nazionale…

Le minacce sono sintetizzabili nell’inerzia e nell’incapacità di fare un passo oltre le consuetudini, non in limiti filosofici e culturali di Phronesis.

Occorre dunque studiare i soggetti che operano nel campo della filosofia pratica (pratiche filosofiche e consulenza individuale) e della consulenza antropologico-morale in senso più lato, che sono altri filosofi, singoli o organizzati, psicologi, psicanalisti e psicoterapeuti di scuole varie, nonché i counselor di tutti i generi e specie. Non trascurerei di studiare anche coloro che esercitano pratiche di conoscenza dell’uomo con modalità magiche o legate a teorie e religioni, come nel caso dei praticanti della New Age o della Programmazione Neuro Linguistica più estrema.

Anche Phronesis, se desidera svilupparsi nella società civile come servizio culturale e formativo, ma soprattutto come servizio teso ad aiutare le persone, prima a comprenderne il senso e poi a migliorare le proprie vite, non può esimersi dall’elaborare una Analisi delle strategie esistenti, se ve ne sono. Dico subito, senza nascondere le cose: non esistono, e pertanto devono essere elaborate.

Se si vuole crescere, occorre anche modificare, se pure in parte, gli obiettivi storicamente finora dati, anche quelli cresciuti mediante una fisiologica eterogenesi dei fini, perché questi non bastano.

Il delitto di Civitanova Marche: coloro che hanno filmato l’omicidio di Alika, senza muovere un dito per fermare lo scempio, sono non solo perfetti imbecilli e vigliacchi (avevano paura di prenderle?), ma spero siano inquisiti per omissione di soccorso, se vi sarà un’estensione interpretativa e applicativa di tale fattispecie di reato, finora considerato prevalentemente per gli incidenti stradali e gli infortuni. Scrivo questi epiteti perché desidero che questi signori “emergano” dal web e leggano ciò che si può pensare di loro, e qui io, in particolare

art. 593 del Codice Penale

qui è stato ucciso Alika Ogorcukwu, senza che alcuno lo soccorresse. Vergogna, Civitanova!

Chiunque, trovando abbandonato o smarrito un fanciullo minore degli anni dieci, o un’altra persona incapace di provvedere a se stessa, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia o per altra causa, omette di darne immediato avviso all’Autorità è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a duemilacinquecento euro.

Alla stessa pena soggiace chi, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, ovvero una persona ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l’assistenza occorrente o di darne immediato avviso all’Autorità.”

Mi pare che il caso occorso a Civitanova Marche ricada sotto le fattispecie descritte nel secondo capoverso dell’articolo del Codice penale, o no? Cari amici giuristi, aiutatemi!

Intanto, spero che anche questa mia piccola cosa scritta serva a smascherare la vigliaccheria guardona o il guardonismo vigliacco delle persone che, sentendosi quasi perfetti reporter, hanno filmato. Invece di intervenire. Per oltre quattro minuti, mentre si consumava l’assassinio, questi filmavano, oserei dire tre avverbi come fossero una bestemmia contro l’uomo, beatamente, idiotamente, colpevolmente.

Ho già detto dell’articolo 593 del Codice penale, ma ora mi pare necessario parlare del guardonismo smartphoniano, che è diventata una vera malattia.

Caro lettore, altro episodio tristissimo, cosa pensi che facessero Giulia e Alessia quando sono andate sotto il treno a Riccione domenica mattina? Forse erano anche un pochino rinco per la serata, ma sicuramente, almeno quella a cui non avevano rubato il cellulare, si stava dando da fare con quello che era rimasto, e poi sono scivolate tra i binari davanti al Freccia Rossa. Non ci saranno autopsie per i corpi troppo straziati, e il racconto del macchinista del treno che le ha travolte non dice altro che a 200 all’ora non poteva fermarsi vedendo una ragazza allucinata davanti a sé per frazioni di secondo.

E’ oramai irresistibile per i ragazzi, e non solo per loro, il richiamo del web, che li trasporta in un mondo neanche virtuale, ma del tutto fasullo e pericoloso.

Qualche psicologo dall’alto cachet televisivo torna con la manfrina risaputa dell’educazione genitoriale e scolastica che manca. Per saper dire questa ovvietà non occorre farsi pagare profumatamente dalle tv.

Occorrono piuttosto azioni politiche che sostengano scuola e famiglie in modo diverso da quello attuale, che sembra quasi solo un atto dovuto, non un Progetto primario dello Stato sociale e di diritto.

Occorre investire in cultura umanistica, dove discipline come la Filosofia pratica di Phronesis, la Psicologia umanistica à la Rogers e la Psichiatria fenomenologica (sulle tracce di studiosi come Karl Jaspers, Edmund Husserl, Ludwig Binswanger, ben conosciuto dall’amico Giorgio Giacometti, Giovanni Jervis, Franco Basaglia, Vittorino Andreoli, un professor Galdi suggeritomi dall’amica Lia Matrone, e altri, anche se non molti…) si devono aiutare integrandosi.

Personalmente mi muoverò affinché sia fondata una associazione come Philia, in grado di mettere vicino specialisti come quelli indicati, accanto a Phronesis, e ai suoi filosofi pratici, associazione che ancora per qualche mese presiederò, e poi si vedrà.

Torno al “folle” di Civitanova. Risulta che fosse stato sottoposto anche a un Trattamento Sanitario Obbligatorio e che sua madre fosse stata nominata Amministratore di sostegno, senza però nulla essere capace di fare.

La sindrome psicotica di cui è parlato è pericolosa, ma lo si è lasciato in giro così com’era. Un disturbo bipolare, o sindrome maniaco depressiva, che si esprime anche con la violenza di Civitanova, non può essere lasciato allo svolgersi di atti e fatti purchessiano. Nella vicenda vi sono dunque anche responsabilità oggettive degli enti di controllo e della famiglia.

Si tratterà poi di stabilire, e questo sarà compito dei giudici, di che tipo di libero arbitrio disponesse Filippo Ferlazza, visto che la posizione lavorativa Inps lo colloca a un 100% di invalidità. Un po’ strano, però, un invalido, se pure mentale, che massacra un uomo ancora giovane. Analisi cliniche e giuridiche da fare. Aspettiamo.

Ma torno ai testimoni del disumano orrore e mi rivolgo a loro. Mi auguro che sorga nel vostro cuore e nella vostra mente la consapevolezza dei vostri atti e vi pentiate e vi vergogniate di quello che avete fatto.

E infine vi sentiate – per il tempo giusto – obiettivamente dei miserabili.

Caro lettore, ti immagini se al Ministero dell’Interno, dopo le elezioni, andasse un amico di Putin, cioè Salvini? …però, voi iscritti al PD dite a Letta di non continuare a fare errori tattici: Zan, jus schola, ora tassazione su eredità, e altre proposte poco tempestive che NON portano neanche un voto… perché sono cose che si fanno DOPO!!! (Un po’ di competenze politiche, santoiddio!). Non so se Letta non riesce a pensarci o se ha consiglieri inadeguati, cosa forse ancora peggiore

Sono esplicito: non mi fido dello sbruffone di colore verde che proclama di voler fare cose impossibili. Non lo nomino neppure.

Anche quella signora che prenderà più voti di lui, e che ufficialmente sta più a destra, mi disturba meno, perché è più coerente e meno casinista. Di lei, quanto ad atlantismo, inteso non nel senso kissingeriano o bushiano o trumpiano, e nemmeno bideniano (per scarsa lucidità), mi fido di più che non degli altri due, che non nomino.

Si tratta di un atlantismo che mi ricorda perfino quello di Berlinguer che, quando nel 1973, dopo il golpe di Pinochet in Cile, affermò, facendo oltremodo incazz. Breznev, che si sentiva più al sicuro sotto l’ombrello della Nato, piuttosto che sotto quello del Patto di Varsavia.

Tant’è che i sovietici, tramite i bulgari (sempre loro, vero caro papa Wojtyla? ovunque tu sia, santo nel paradiso dei beati) cercarono di farlo fuori per le vie solitarie di Sofia.

Io sono per un “atlantismo” alla Berlinguer, che non era solo tattico, ma strategico. Con tutti i loro difetti, le democrazie occidentali, anche se a volte sostengono sistemi incompatibili con i principi democratici, sono cento volte meglio del populismo dittatoriale di Russia e Cina, dove il nazionalismo si associa a un conservatorismo rosso (Cina) e a un tradizionalismo di colore almeno marron scuro (Russia).

Ricordi, mio caro lettore, le “camicie brune” di Ernst Roehm? Quelle che prima stettero fedelmente al servizio di Hitler e poi furono fatte fuori dalle SS non appena furono ritenute in odore di eresia nazionalsocialista e quindi inaffidabili dal Pazzo? Bene, molti pezzi della cultura populista, tradizionalista, falso-cristiana sembrano apparentate a questa orribile eredità.

Proviamo a vedere altri. In questo novero confuso, populista e demagogico, un posto d’onore spetta, in Italia, ai Cinque Stelle, nate dalla fantasia di un comico televisivo e piazzaiolo: costoro hanno dato risposta a uno scontento macrognoso tra il 2013 e il 2018 arrivando fino al 33%. Pensare che si tratta della percentuale che Veltroni aveva raggiunto con il PD nel 2008, dopodiché si dimise. Incomprensibile, se non si pensa all’invidia dalemiana. Poi Renzi, altro campione di supponenza arrogante, fece di peggio, con il suo 41% alle Europee del 2014: volle intestarsi la sconfitta nel referendum per le riforme istituzionali e divenne un fragile partitino di centro, che però fece valere molto efficacemente negli anni successivi.

La sinistra è stata storicamente specializzata a dividersi,e perfino a spezzettarsi (si pensi alla sempre rinnovata stagione dei partitini a sinistra del PCI/ PDS/ DS/ PD, da Lotta Continua a Sinistra Italiana) e a scontare pene che i suoi elettori non meritavano, e non meritano, a partire dal Congresso del Partito Socialista Italiano del 1921. Il Partito di quell’anno era scosso da profonde divisioni tra gradualisti (tra cui mi colloco io da quando ero bambino, perché mio padre mi spiegava che gli operai devono mostrare il loro valore prima di chiedere nuovi diritti, e la sua vita fu un esempio di socialista silenzioso e coerente, mentre suo cognato, il mio zio ricco, il “Signor Zio” Massimiliano Gattolini mi chiedeva che simpatie politiche avessi consigliandomi le sue, per il Partito Liberale) e massimalisti, che diventarono comunisti.

Caro lettore, prova a guardare sul web i socialisti di ogni tempo, trovi di tutto, non solo Bissolati Leonida, Mussolini (sic!) Benito (in memoria del rivoluzionario messicano Benito Juarez), Turati Filippo, Costa Andrea, Kuliscioff Anna, Balabanoff Angelica, Morandi Rodolfo, Lombardi Riccardo, Nenni Pietro, Craxi Benedetto detto Bettino e si suoi due figli, Sacconi Maurizio, Brunetta Renato, De Michelis Gianni, Martelli Claudio, Spini Valdo, De Martino Francesco, Mancini Giacomo, Formica Rino, Marianetti Agostino, Boniver Margherita, Del Turco Ottaviano, Viglianesi Italo, i cari Pierre Carniti, Giorgio Benvenuto e Marco Biagi, la carissima Roberta Breda, ma anche quelli che sarebbero diventati comunisti a Livorno nel ’21: trovi Gramsci Antonio, Togliatti Palmiro, Terracini Umberto, Bordiga Amadeo, Bombacci Nicola, che sarebbe stato fucilato con i gerarchi catturati da Audisio Walter a Dongo il 29 aprile del ’45, e gridò, morendo “viva il Socialismo“, che lui aveva creduto sopravvivesse nel fascismo mussoliniano. E perfino Bertinotti Fausto, che da buon uomo di sinistra fece cadere Prodi Romano per poi avere Berlusconi Silvio. Poverino, Bertinotti, intendo.

Torno ai 5S, smagriti dopo le defezioni dimaiane e individuali. Ridotti ai minimi termini, come meritano. E come soprattutto merita il loro sussiegoso presidente, già da me qui “cantato” come uno dei tre superbi narcisi della politica italiana. Letta li ha corteggiati fino a che, una cum la destra più bieca (non quella meloniana, chiarisco, perché Meloni è stata sorpresa e spiazzata per questa anticipazione da nulla dei tempi delle elezioni, e ha telefonato a Draghi per capirci qualcosa sulle cose da fare ineluttabili per il PNRR e non solo), non hanno fatto cadere l’unico Governo decente che l’Italia poteva (e può) permettersi in questi tempi storici. Draghi, non solo governava bene, ma era diventato la guida dell’Europa, con un Macron indebolito e uno Scholz poco meno che esistente.

Tajani e Letta hanno sostenuto Draghi fino a che non è stato “fatto fuori” dai vecchi alleati gialloverdi, che obiettivamente lo sono ancora. Per la sua dignità personale non avrebbe potuto rimanere in mezzo a dei traditori, anzi molto meno, a dei poveretti. Ora, di “agenda Draghi” parlano solo l’eterno parvenù del San Paolo, ora Stadio “Diego Armando Maradona”, che mi viene da piangere alla possibilità che dovrebbe saper spiegare politica a me; e il chiacchierante pariolino, che ha una parola buona per tutti come queste “Inetto, inadeguato, sega!” rivolte poche settimane fa a Letta con il quale oggi dovrà obiettivamente allearsi.

Ora, caro lettore, dimmi che cosa dovrebbe votare un vecchio socialista cattolico come me, dimmi tu. Non ti dico chi voterò, ma il suo profilo, e lo voterò turandomi una delle due narici del naso: voterò uno che con una manciata di voti ha mandato a casa due volte Conte e ha lavorato perché Draghi diventasse capo del Governo di questa amata e sfortunata Patria.

Di persona questo giovane uomo non mi piace, perché ha un atteggiamento spocchioso e superbo, ebbene sì, anche lui, come diversi altri! La spocchia superba è una malattia diffusa tra i politici, e anche tra alcune uome (o uomine?) politiche. E non si adontino di questi miei scherzi lessicali le donne, femministe o meno che siano. Tantomeno se si tratta di una Annunziata o di una De Gregorio.

Pensa, caro lettore, che la sua segreteria mi ha invitato all’assise del partito tramite twitter, e io ho ringraziato scrivendo che io all’assise del suo partito potrei anche partecipare, ma come relatore. Uno dei relatori, intendo, ovviamente.

E’ superbia la mia? No, consapevolezza, quella che lui, di sé (seguo le indicazioni del prof Serianni sull’accentazione di “sé”) stesso, come i più, non ha.

« Older posts

© 2022 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑