Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: Filosofia Pratica (page 1 of 9)

L’auto-contraddizione è inaccettabile, insopportabile e intellettualmente disonesta

Più che sopportabili e spesso molto utili sono la contraddizione, la contrarietà, il contrasto, la polemica, e anche il conflitto in un dialogo vero, serrato, tra due persone, tra due intelligenze, tra due posizioni, tra due schieramenti teorici, tra due partiti, tra due squadre, nella competizione che prevede di darsi da fare, anche per vincerla.

La contraddizione è utile anche quando si manifesta nella stessa persona, perché può essere un sano antidoto al vizio irrigidente del coerentismo, cioè dell’idea che se si è seri non si debba mai cambiare idea. Il che è pura idiozia.

Cambiare idea e quindi contraddirsi nel tempo non è male, anzi. Meglio contraddirsi che smettere di pensare. Quelli che ripetono sempre gli stessi stereotipi concettuali, le stesse idee immodificabili, sono destinati al rincoglionimento progressivo, e neppure tanto lento.

Essere in disaccordo e contrariare qualcuno spesso è molto sano, perché impone di continuare a riflettere, a discutere, ad approfondire, non accontentandosi di avere avuto ragione spegnendo il dialogo.

Contrastare anche polemicamente, con vigore e convinzione può mettere in dubbio radicati convincimenti, spesso pigramente conservativi e dunque stantii e infine probabilmente dannosi.

L’autocontraddizione, invece, è inaccettabile, insopportabile, e intellettualmente disonesta. Mi spiego. Poniamo che una persona abbia fatto di ideali etico-politici di giustizia sociale l’oggetto focale della propria vita e che a questa persona sia stata disponibile a sacrificare tutto il meglio della propria stessa vita, anche la libertà. Sto pensando ai duri e puri di tutti gli estremismi di sinistra che storicamente si sono alternati sulla scena del mondo, anche se declinati in modi molto diversi, dalle sollevazioni di piazza all’uso delle armi, agli attentati e agli omicidi.

Poniamo anche che questa persona, dopo un periodo di carcerazione molto lungo, e ragionevolmente sufficiente per considerare estinto il debito della pena meritata per il reato compiuto, in sé gravissimo, e quindi condannata a un ergastolo ostativo (fine pena mai), non voglia in alcun modo chiedere dei permessi di uscita dal carcere cui avrebbe diritto, adducendo ragioni di coerenza e di testimonianza indefettibile. Bene: siamo di fronte a un comportamento evidentemente auto-contradditorio, poiché l’afflato generosamente speso per la giustizia sociale, anche se per un astratto popolo lavoratore, che non si è mai agganciato al progetto estremistico, si scontra con la superbia del rifiuto di ogni misura attenuativa della pena. “Devono propormi loro il permesso, ché io non lo chiederò mai a uno stato che rifiuto e non riconosco“, questa la sua dottrina a supporto del rifiuto.

Ebbene, rifiutata dal popolo che non si è “fatto liberare” da lui e dalle “avanguardie proletarie”, questa persona si rifiuta di chiedere qualsiasi cosa. E dunque come si può conciliare logicamente l’empito e l’impeto di generosità altruistica della militanza, con l’autoesclusione da ogni processo di ripensamento e di recupero a una vita normale?

Non si concilia, perché nella stessa persona accade un processo psico-morale connotato da uno smisurato orgoglio spirituale, che è fomite e origine di un’auto-contraddizione insopportabile prima di tutto sul piano logico, e successivamente anche su quello morale.

I terroristi sono infelici

Chi mi conosce o mi legge qui sa bene che non amo né il concetto, né il “nome” della felicità, perché mi paiono ambedue troppo ridondanti e soprattutto irrealistici. Come anche ultimamente ho scritto preferisco il termine “gioia”, gaudio, sentimento e stato psicologico che può convivere -intersecandolo e mitigandolo- anche con il dolore.

Seconda premessa: nel titolo vi è il termine “terroristi”. Ebbene qui non intendo tutte le fattispecie di “terroristi” che si siano mai mossi nelle vicende umane. Non intendo gli ebrei “zeloti” che combattevano i Romani, né i circoncellioni dei tempi di sant’Agostino, né gli ashasins arabi; non i militanti del “Terrore” rivoluzionario francese di fine ‘700, gli anarchici ottocenteschi alla Felice Orsini o Gaetano Bresci; non intendo i serbi della Mano nera (Gavrilo Princip ne faceva parte), e nemmeno quelli dell’Irish Republican Party militare; neppure gli ebrei di Stern e Irgun, di cui fu militante Menachen Begin, i GAP partigiani in azione nella Guerra civile italiana del ’43-’45; non mi riferisco né ai più recenti NAR, né alle Brigate Rosse o a Prima Linea. E infine forse neppure del tutto ai terroristi “intellettuali” alla Bin Laden o Mohammed Atta. Troppo diversi gli “attori” delle categorie citate sopra, tra le quali vi erano e vi sono terroristi in senso stretto (Al-Qaèda) e militanti politico-militari, che utilizzavano il “terrore” come estremo rimedio in situazioni limite (GAP, IRA?), o altre forze che terrorizzavano con chiari e spietati messaggi (Brigate Rosse).

Tutte queste categorie di terroristi hanno usato armi da taglio e da fuoco, messo bombe, compiuto attentati, con o senza intenti suicidiari. Qui, invece, mi riferisco all’ultima generazione di infelici che accoltellano, investono, fanno saltare auto e camion-bomba, si fanno esplodere, sparano per spaventare un mondo che odiano da tempo o hanno imparato rapidamente a odiare, e vogliono colpire nel suo stile di vita, nelle sue certezze, senza distinguere tra le vittime. Attentati in tutto il mondo, sempre più frequenti da oltre un quindicennio. Non dimentichiamo che comunque il maggior numero di vittime causate da questo tipo di terrorismo 2.0 post ventesimo secolo è di religione musulmana. Giustamente ci impressionano i quindici morti e i cento feriti di Barcellona, ma a Bagdad, Aleppo, Nairobi, Homs, Mosul, in Indonesia, in Pakistan, in Tunisia e in Nigeria, a Kabul e a Mumbay, Istanbul, Ankara, Sinai,  etc., le vittime si contano spesso a centinaia. Anche se teniamo conto delle Twin Towers nel 2001, di Atocha nel 2004, di Londra, Parigi, Bruxelles, Nizza, Mosca, Berlino e Barcellona, dove son morti europei e americani soprattutto, il confronto tra i due terrificanti bilanci non regge. In Asia e in Africa la filiera del terrore fa sempre più morti, spesso neri, sempre poveri e quasi sempre musulmani.

Ma noi europei (americani e australiani compresi) facciamo fatica a capire quello che sta succedendo, e come mai siamo pienamente coinvolti da questa terribile stagione di sangue e di morti insensate.

Molti oggi cercano di analizzare le tipologie socio-psicologiche di questa generazione di killer senza remore.

Che gli Occidentali abbiamo molto da farsi perdonare per le politiche coloniali dell’ultimo secolo e mezzo e fuori questione. Senza tornare all’Impero di Vittoria regina, basta che ricordiamo la follia dei franco-inglesi (accordo di Sykes-Picot) dopo la Prima guerra mondiale che definirono con riga e squadra i confini di Siria, Irak, Turchia, Iran, Libano, cioè di tutto il Vicino Oriente, con la nazione Curda presente in quattro di questi stati, o alla pazzia menzognera di Bush&Blair con la Seconda guerra del Golfo, o a quella idiotissima idea di Sarkozy, che nel 2011 volle morto Gheddafi, per comprendere qualcosa almeno, delle origini di questo sfacelo.

Che il mondo musulmano (e in particolare arabo-musulmano) abbia bisogno di una specie di “Rinascimento filosofico-religioso e politico”, che gli permetta di fare un passo in avanti nella separazione tra religione, società e politica è fuori questione, così come lo stesso mondo cristiano ha dovuto aspettare il diciannovesimo secolo per separare trono e altare,  bisogna riconoscere che su questa strada si sono incamminate, pur tra mille contraddizioni, diverse loro grandi nazioni, come il Marocco, l’Algeria, la Tunisia, l’Egitto (a proposito, se è indispensabile fare piena luce sul delitto Regeni, è pienamente legittimo e opportuno il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo), la stessa Indonesia, e che l’Iran stesso merita grande attenzione,  e la grande nazione turca pure, nonostante -appunto- Erdogan, ambiguo e cinico.

Non è credibile che questi ragazzi si basino “coscientemente” su un certo letteralismo violento presente nel Corano, testo scritto per popolazioni nomadi di un millennio e mezzo fa, probabilmente analfabete. Analogamente, ad esempio, almeno dai tempi di Origene, i cristiani sono in grado di interpretare i libri biblici in modo allegorico, come insegnava la “scuola alessandrina” di Clemente e Origene stesso, o tipologico, come insegnava la “scuola antiochena” di un Teodoro di Mopsuestia: in entrambi i casi il testo biblico, per dire quello del Primo libro dei Re, particolarmente connotato da efferata violenza, veniva visto come immagine o lezione divina che punisce il peccato dell’uomo in maniera esemplare, con un linguaggio diretto e popolaresco, proporzionato al comune sentire e alla etno-cultura e sociologia di quei tempi arcaici, i tempi dell’occhio per occhio, dente per dente, vita per vita. Lo stentoreo urlo di questi ragazzi Allah-hu Akbar, Dio è grande, ha un che di disperato e di infelice, per nulla prodromo e promessa di improbabili “paradisi” ultraterreni.

Veniamo ora un attimo al cuore del tema, al conflitto civile e intra-religioso siro-irakeno. Dopo la sconfitta e la morte di Saddam Hussein e l’implosione siriaca, il vecchio Partito Baath si è spappolato e migliaia di quadri politico-militari si sono trovati sotto le accuse del mondo. Dove sono andati? Hanno costituito il nerbo dell’Is (o Isis, se si vuole), ora in procinto di essere militarmente sconfitto. Ma, come sempre, dopo le guerre civili, che sono le peggiori guerre (Mario vs. Silla, Pompeo vs. Cesare, Ottaviano Augusto vs. Marco Antonio, la Storia non insegna proprio nulla!), la diaspora dei combattenti si disperde in mille rivoli di odio e di azioni dettate dall’odio, dalla mancanza di prospettive, da un nichilismo di fatto che nessuno riesce a recuperare, finora.

Oltre a costoro vi sono i foreign fighters europei, nordafricani e vicino-orientali, e magari anche ceceni o pakistani. Ecco, questo è il punto che riguarda questa fase in Europa. Bastano poche centinaia di individui che oggi definiamo “radicalizzati” per costituire una rete terroristica fatta di cellule più o meno indipendenti, ispirate dai messaggi semplici e ignoranti di un Al Bagdadi di turno. Giovani di periferia, spiantati, magari dediti alla piccola criminalità, perennemente connessi sui social, sempre più giovani e quindi indifesi dal punto di vista della più semplice logica umana.

Non mai sorridenti, talora irridenti, quasi a volersi prendere una rivincita verso questo mondo che li ha accolti, ma non come pensano “sarebbe stato giusto”.

Il mix ideologico-morale è micidiale: a) frustrazione, b) gelosia per modelli di vita diversi, c) spirito di vendetta, d) desiderio di mostrare la propria forza, e) nichilismo distruttivo e autodistruttivo… Il tutto su un sostrato di ignoranza micidiale, che rende vittime questi psichismi elementari facilmente indottrinabili e manipolabili da esperti predicatori dell’odio, in persona  e sul web.

Per questo nel titolo scomodo il tema dell’infelicità, come sentimento e stato psichico di frustrazione estrema, di delusione di se stessi, di autostima sotto i tacchi, di mancanza di ogni progettualità, di imitazione sterile e inefficace di altri modelli di vita. Rayban e kalashnikov allora stanno insieme, si tengono, come il consumismo e la impazienza di fare qualcosa di clamoroso e di “forte”.

Il fondo e lo sfondo di tutto questo è dunque una forma di in-felicità, come disprezzo di ogni fe-condità, che è la vera matrice di un equilibrio mentale e fisico, culturale e sociale, che possa definirsi, con qualche opportuna cautela, perfino “felicità“.

Per questo questi giovani e talvolta giovanissimi terroristi sono degli “infelici”.

Da qui dovrebbe partire una riflessione profonda in tutto l’Occidente, che deve difendersi anche materialmente con tutte le sue forze, ma anche con tutta la sua capacità culturale e politica, con tutta la sua immensa storia, con il dialogo e con la fermezza, con la collaborazione e l’affermazione dei principi di convivenza civile e democratica che anche qui da noi sono costati secoli di fatica, di dolore  di sangue, cui non si può e non si deve rinunziare.

Sindacato, sindacati ieri e oggi… e domani?

Ho vissuto il sindacato dall’interno, nella “vita precedente” (per modo di dire), fino a ruoli importanti, regionali, nazionali e internazionali (per un anno sono stato co-presidente dei sindacati della Comunità Alpe-Adria, di cui facevano parte sloveni, croati, carinziani e stiriani, oltre ai veneti e ai friulo-giuliani). Ricordo “gaudiosi” congressi autocelebrativi cui ho partecipato, a Zagabria, Lubiana, Graz, Stoccolma, Bruxelles…, oltre alle grandi kermesse nazionali a Roma, Milano, Rimini, e via andando.

Ne conosco bene la storia travagliata, spesso gloriosa agli albori, e ne osservo l’attuale declino, che mi preoccupa. Secondo una logica e un’etica utilitaristica dovrei più o meno disinteressarmene, ma non è nella mia natura e nel mio stile. Quando dirigevo pezzi importanti del sindacato ero attento ai temi e problemi dei lavoratori, ma avevo ben presente la “connessione necessaria” con le imprese, cioè l’esigenza di considerare la salute economica delle aziende come area di interesse primario dei lavoratori stessi, non per ritenere che gli interessi della parte datoriale e quelli dei dipendenti coincidessero, ma perché per me era chiarissimo come vi fossero dei punti di tangenza e di sovrapposizione logica, quasi campi semantici comuni, tra sviluppo aziendale e occupazione. La mia era una posizione, si diceva allora, dialogico-riformista, socialista democratica, e andrebbe bene anche oggi, sia come linea politica, sia come definizione dottrinale.

Anche allora vi erano posizioni diverse, più o meno anti-padronali o talora non poco ambigue. Vi era una vera e propria spaccatura tra sindacati dei settori privati, industria, agricoltura e servizi, e sindacati del pubblico impiego, che si percepiva nelle riunioni comuni e nei congressi. Le differenze erano più marcate tra “pubblico” e “privato” che non tra le tre Confederazioni Cgil, Cisl e Uil.

Il gruppo dirigente a livello nazionale, quando c’ero io, era di primissimo livello: basta citare qui i segretari generali di allora Lama, Carniti e Benvenuto, ma vi erano anche personaggi come Trentin, Bentivogli, Mattina, Veronese, con i quali si dialogava volentieri. Finita quella generazione ecco il diluvio della mediocrità. Dopo tredici anni sono uscito da quel mondo per andare a fare il Direttore del personale in Danieli e poi… ho già raccontato qualche giorno fa.

Con un gruppo di bene-intenzionati avevamo iniziato a lavorare sulla cultura del sindacato, ispirandoci anche alle posizioni più aperte al mondo e ai nuovi equilibri, come quella di Alex Langer, per molto tempo co-ispiratore del gruppo. Si “faceva sindacato” con un occhio ai nuovi lavori, all’universo femminile, ai giovani sempre più scolarizzati che si affacciavano al mondo del lavoro, e si scriveva, avevamo una rivista “Verde-Uil”, per dire che amavamo le novità, la viridescenza primaverile delle idee, senza gerarchie organigrammatiche, in seminari aperti a ricercatori ed imprenditori, con l’orecchio attento ai suoni del mondo e alla incommensurabile differenza delle sensibilità individuali.

Quel mondo di curiosità e di ricerca entusiastica si è fermato una ventina di anni fa. Il sindacato italiano, nonostante l’89 epocale della politica si è sempre più rinchiuso in se stesso, rinforzando le culture corporative e aumentando le divisioni, con contratti separati (ad esempio, dei metalmeccanici negli anni 2000), perdendo di vista la dimensione della ricerca e l’entusiasmo del procedere senza autolimitazioni, ispirati solamente dal rispetto delle regole e dalla reciprocità fraterna.

Ricordo momenti bellissimi di formazione quadri in Trentino, Sud Tirolo, Toscana, Garda, Carnia, Umbria… E la memoria in qualche modo rivendica la correttezza di quella linea ideal-pratica contro l’inerzia attuale.

Alla fine della mia esperienza sindacale ho perfino promosso una ricerca mia privata con l’aiuto di un amico sociologo, sulla “ricollocabilità” dei funzionari sindacali alla fine dell’aspettativa prevista dalla Legge 300/ 70 (Statuto dei diritti dei lavoratori) all’art. 31, tanto per farmi un’idea. In realtà, sul campione di una cinquantina di curriculum vitae di colleghi del Nordest, solo il 10%, cioè cinque persone, sarebbe risultato ricollocabile al lavoro in posizioni analoghe a quelle del prestigioso incarico sindacale, tra cui tre del pubblico impiego, io e un mio caro amico che ancora veleggia per rotte sindacali. Gli altri 45 avrebbero dovuto “tornare in linea” ad un lavoro operaio neppur tanto qualificato, rinunziando a segretarie, ufficio personale, viaggi aerei e alte frequentazioni con politici e imprenditori. E così costoro sono rimasti lì, spesso con grande sussiego (ricordo in particolare alcuni che non cito, per carità, ma di uno dico che è della Bassa friulana, pieno di boria) ad alimentare una immarcescibile burocrazia sempre più invecchiata, se non sono riusciti a fare il “salto in politica” come consiglieri regionali o deputati a diecimila euro al mese, o nel mondo della cooperazione, destino di molti, per la garanzia della pagnotta. Di quella generazione friulo-veneta sono stato l’unico a buttarmi in acqua “dove non si tocca” e a misurarmi con il mercato della consulenza direzionale e della formazione. Ed eccomi qua, ancora in beata solitudine.

Una nazione senza sindacati è pericolosa, lo dimostra la storia recente dell’Italia: i sindacati sono stati non solo co-autori di un riformismo democratico nel diritto e nella prassi gius-lavoristica, camera di decantazione e di interpretazione delle tensioni sociali, ma anche un baluardo inespugnabile da parte dell’estremismo e del terrorismo dei decenni scorsi.

Ma un sindacato come quello di oggi è chiaramente insufficiente, non all’altezza degli enormi cambiamenti in atto, e dell’esigenza di costituirsi come soggetto guida del mondo lavorativo. Anche il personale politico delle strutture sindacali è meno qualificato dei decenni passati, a volte si mostra in grave difficoltà nella dialettica delle relazioni industriali e nella rappresentanza stessa dei lavoratori. La cultura media dei sindacalisti a tempo pieno arriva più o meno al diploma, i laureati sono pochissimi, presenti soprattutto nel pubblico impiego. Pur conoscendo bene il loro linguaggio, i loro riti e i loro miti, io stesso talora faccio fatica a sopportarli, quando inavvertitamente si mettono sullo stesso piano dell’interlocutore discutendo di Risorse Umane, di Valutazione del personale, di Analisi del clima, di Formazione, Selezione, etc., oppure di Etica d’impresa e del lavoro. Questo interlocutore magari sono io, con esperienza pari o superiore alla loro in campo sindacale, e ben altra preparazione culturale e accademica rispetto a loro, peraltro anche molto specifica sui temi trattati. La rabbia allora sbollisce un poco nella pena per una situazione così povera.

L’altro aspetto è quello della rappresentanza dei lavoratori: sempre di più giovani ingegneri, economisti, tecnologi mi dicono “ma come faccio a farmi rappresentare da quelli, se non capiscono non solo quello che so, ma neppure quello che faccio in azienda?”

Qualcuno anni fa aveva proposto di creare percorsi specifici nelle Facoltà di Scienze politiche o Giurisprudenza, ad Economia come a Filosofia e Psicologia, per formare il personale politico del sindacato. Lo avevo proposto anch’io all’Università di Udine quando era rettore il valoroso Professor Franco Frilli. Oggi, senza una preparazione universitaria non si può reggere credibilmente un ruolo di rappresentanza professionale nel sindacato.

Certamente Di Vittorio aveva forse la quinta elementare, ma erano altri tempi e altre tempre di uomini. Mi inchino alla loro grandezza umana, politica e morale.

Che fare dunque, se il sindacato è indispensabile all’equilibrio socio-politico ed economico di una grande Nazione come l’Italia? “Rimboccarsi le maniche” del cervello e studiare umilmente, indefessamente, a lungo, per poter comprendere i segni e i problemi dei tempi che viviamo e dare una mano. Orsù sindacati, sveglia!

Gli sguardi, i momenti, l’intuizione, il coglimento del senso, il valore di ogni cosa che si fa

Ultimamente, mi rimproverano un po’ di questo carissime persone, che sto facendo forse un po’ troppa autocritica della mia frenesia operativa, del mio muovermi multitasking, del mio essere-presente in molte situazioni, del mio scrivere e pubblicare, tre libri in due mesi (per circostanze e coincidenze), etc. Ma stai un po’ tranquillo ché ti fai male, dai, sembra emergere dal mio prezioso network di amicizie e solidali colleganze. Va bene, devo rallentare anche per manutenermi un po’ in questa fase un poco dolente.

Epperò, mi fa notare qualche altro, stai attento a non esagerare con l’autocritica, perché se hai fatto tante cose, se sei così rock, ti sarà pur piaciuto, sarà pur servito a qualcosa.

E allora che fare? Non è facile portarsi sul ciglio della strada per riflettere un poco sulla corsa, senza abbandonarla, ché il mio è sempre un rally, e mi piace da sempre, da quando portavo bibite, studiavo allo Stellini e giocavo a basket, ancora pochissimo attento alle ragazze (poi ho recuperato).

E’ chiaro che tutto questo fremente incedere nella mia vita non dipende solo da un’opzione fondamentale, come direbbe il padre gesuita Karl Rahner, ma anche da miriadi di micro-decisioni quotidiane, da vettori causali alieni e da volontà altrui, e infine da circostanze plurime. Faccio un esempio: se spostandomi da un’azienda a un’altra a cavallo della mezza giornata, non riesco a mangiare perché sono distanti quaranta chilometri l’una dall’altra e, mentre termino verso le 13 nella prima, ho da iniziare alle 14.15 nell’altra, che faccio? Un tramezzo? Un caffè e dolcetto? Nulla, o solo acqua? Questa è spesso la mia vita, miracolo se riesco a sedermi una o due volte alla settimana con Michele o qualche altro collega a pranzo, un primo o un secondo-contorno e dolcetto e un taglio di vino rosso.

Quanti sono gli sguardi, le parole non dette, le parole dette, le correzioni, l’uso combinato di e-mail, watts app, sms, rinvii, discorsi brevi sul ciglio della porta di un ufficio, un gesto d’intesa, una caterva ogni giorno, ed è bellissimo, perché il dialogo è vivo, vero, potente, trasversale, nutriente sul piano psichico ed efficace su quello operativo.

E i momenti? Tutti diversi, tutti da in-ventare (cioè da -latinamente- invenire, cioè trovare, ché inventare significa trovare ciò che già c’è nell’intelligenza del mondo  e dell’uomo). Ogni momento ha la sua irriducibile unica preziosità di tesoro nascosto e svelato, è la alètheia greca, la verità locale e formale che si svela-ri-velandosi (cf. Heidegger), ogni attimo genera miracoli, mira (cose meravigliose), se ci si crede volendo fare quello che di meglio sappiamo fare.

L’intuizione delle cose poi aiuta la riflessione razionale: posso fare anche questo oggi, o devo rinviare? Ci sta, se lo aspettano, rinviare è dannoso? Io non rinvio mai, seguo l’istinto, ragiono ma immediatamente procedo, anche senza completare il sillogismo argomentativo, se colgo che è meglio fare subito, piuttosto che rinviare.

Ed ecco che incontri il coglimento del senso, cioè la verità-importanza- validità dell’aver operato senza ulteriori indugi, dell’essere partito come una scheggia arrivando in tempo e salutando chi lasci senza ansia da prestazione. Non mi pare di aver fatto cose insensate in questa mia velocità di pensiero, di parole e opere. Non mi pare di aver peccato granché di omissioni, cioè di non avere pensato detto o fatto ciò che avrei dovuto, nel ganglio centralissimo della mia posizione esistenziale, operativa e umana, nelle relazioni che ho e che coltivo.

Il valore di ogni cosa che si fa è presente nel farla e nei suoi effetti, immediati o mediati o futuri che siano. Intanto hanno e sono un valore le cose che si fanno, se pensate con cognizione di causa, con rispetto dei fondamenti e della qualità relazionale.

Rimanere inerti è colpevole, come insegna il Maestro di Nazaret in molti passi del suo annunzio nuovo per l’uomo e per il mondo, ma specialmente nella famosa parabola dei talenti, là dove lo scrittore del vangelo secondo Matteo (25, 14-30) raccomanda di usarli per il fine buono cui sono destinati, pena il deragliamento dalla propria vita e da quella degli altri esseri umani, un deragliamento dal mondo e dalla vita.

Io non deraglio, ma viaggio dritto come un fuso sulla mia strada, che alcuni conoscono e altri no, ma va bene così.

Il colloquio

Il colloquio è una forma di dialogo, e si usa molto nei luoghi di lavoro, dalle acciaierie agli uffici pubblici ad ogni altrove, soprattutto nelle nazioni a più alto sviluppo industriale e dei servizi. La metodologia nella contemporaneità trae origine dagli studi di psicologia sociale e di sociologia nel mondo anglosassone, iniziati negli USA a partire dagli anni ’30. In Italia si sono affermati forse solo negli ultimi due o tre decenni.

Si tratta di un dialogo cordiale, aperto, atto, sia a conoscere nuove persone come procedura di selezione, sia a una attività di “manutenzione” di personale già inserito, o in inglese -come è invalso dire- follow up.

E’ comunque un’arte antica, nota e praticata dai filosofi classici, soprattutto da Platone, ma anche da Epicuro, Seneca, sant’Agostino e altri.

E’ anche una delle attività più difficili che si possano svolgere a livello aziendale, perché le variabili possono essere infinite, trattandosi di un incontro tra personalità irriducibilmente uniche nel contesto dato, e a questo mondo. Pertanto occorre molta cura nella sua gestione.

Occorre mettersi in ascolto attivo, ob-audire (cioè obbedire, strano no?) dicevano i padri latini, evitando sia un eccesso di empatia sia la genericità o banalizzanti stereotipie. Ogni colloquio è un evento a sé stante, non ripetitivo, poiché cambia l’interlocutore, o cambia il tempo dell’interlocuzione. Manuali e role play sono piste teorico-pratiche da conoscere, ma senza la pretesa (sarebbe sbagliato) di copiarle. Se si incontra una persona nuova si avrà l’accortezza innanzitutto di metterla a suo agio, se una persona già conosciuta si può partire in qualsiasi modo, perché dipende dalla ragione per cui fa il colloquio, che potrebbe andare dalla comunicazione di un riconoscimento a una contestazione o sanzione disciplinare.

Gentil lettore, ti racconto un episodio, di un colloquio assolutamente eterodosso, per dire come la variabilità sia infinita, che mi è capitato di fare qualche settimana fa, per confermare come ogni incontro sia evento, atto unico e irripetibile. Sono in un’azienda importante a livello nazionale e non solo, fuori regione.

Lui compare alla porta del salottino dove sono ospitato, essendo io in trasferta, ma non lo faccio entrare subito perché sono impegnato in un colloquio già programmato e di non poca importanza.

Alla fine, ormai io ero rimasto solo, entra, incazzato, livido. Lo guardo in volto, intensamente e in silenzio.

Non lo faccio sedere, ma gli dico di cambiare espressione, immediatamente, “ché io non parlo con volti imbruttiti dalla rabbia o da altri sentimenti mali.”

Gli chiedo le ragioni di tanta rabbia e lui mi dice che non sopporta che le “sue persone” interloquiscano con chiunque in azienda. Allora gli spiego i ruoli, chiarendo che le persone che hanno interloquito con le “sue persone”  avevano pieno titolo per ruolo e posizione aziendale, per parlare, chiedere “come va”, convocare le “sue persone”, , etc.

E quindi lo invito a non essere paranoico e a recuperare il senso delle cose e dei fatti, in una prospettiva collaborativa e proattiva. Restiamo insieme a ragionare per più di mezz’ora e, a un certo punto lui cambia espressione e prende colore, ammettendo che veramente non sa che cosa lo prenda quando teme di “perdere il controllo”… Gli dico, “appunto, tu hai bisogno di tenere sempre tutto sotto controllo, e quindi emani ansia, sfiducia metodica, stancando e allontanando le persone, che ti vedono pian piano come un impiccio, se non come un nemico.”

E aggiungo che sarebbe utile ripartisse da lui stesso, curandosi una sorta di, gli dico, “io ferito e un poco quasi tramortito che ti fa soffrire e alla fine ti frena, cosicché tu devi darti tempo devi regalarti spazi, evitando di essere disponibile giorno e notte, sabati e domeniche. Riposati la testa, dismetti l’elmo e l’armatura e ringuaina la spada.

E altri episodi del genere mi sono capitati, tutti diversi, ma tutti con il minimo comun denominatore dell’ego debordante e nello stesso tempo insicuro o, come dicono gli psicologi, caratterizzati da un’autostima espansa, che è sinonimo di insicurezza profonda, soprattutto di se stessi.

C’è un gran lavoro da fare, come sempre e ciascuno di noi lo deve fare innanzitutto verso se stesso.

La gioia

Caro lettor domenicale,

la gioia non è la felicità, come ho qui già scritto. Lo proviamo ogni dì che passa. E’ il semplice gaudium latino, non la felicitas, falsamente duratura, se non fecondata (felicitas-fe) dall’impegno e dalla fatica quotidiana.

Ho scritto altrove che la gioia può anche contenere o essere contenuta dal dolore. Il miglioramento di una situazione di salute precaria genera gioia, fa sorridere: sta capitando proprio anche a me che mi son preso un’infreddatura con mal di schiena inusitato, che mi fa innervosire, soprattutto perché temo rallenti i miei ritmi, le cose che ho da fare. Ma forse è una lezione meritata, devo rall-en-ta-re. E accettare anche che i comportamenti degli altri non siano sempre rock, ma anche len-ti. Mi fa innervosire, ma così è la varietà antropologica degli umani. So di saperlo per molta teoria, ma a volte faccio fatica ad accettarlo.

Leggo sul Sole 24Ore della domenica che il sorriso nelle foto-ritratto ha iniziato a diffondersi solo quando nel 1943 il presidente USA Roosevelt volle dare un messaggio ottimistico alla nazione americana nel mezzo della Seconda guerra mondiale, il cui esito era ancora in bilico. La leggenda narra che qualcuno gli suggerì di pronunciare il mitico “cheese“, per aprire la bocca a modo di smile e mostrare i denti, trasmettendo cordialità e fiducia. E dunque gioia. Sarà. Sicuramente Hitler, Mussolini, Stalin, Franco, Salazar, dittatori di differente crudeltà, difficilmente si facevano fotografare sorridenti nei loro uffici pubblici, poiché, al contrario, una grinta da sicumera, vera o falsa che fosse, certamente gli giovava. Vi sono anche foto di Hitler e di Stalin sorridenti, ma il primo è con la sua cagna pastore tedesco che amava e Eva Braun nei pressi, e il secondo a tavola, dove imperava la vodka e i suoi racconti che tutti erano tenuti ad ascoltare devotamente (cf. Conversazioni con Stalin, Milovan Gilas, Feltrinelli, Milano 1962).

Dopo Roosevelt è partita la “campagna sorriso” a tutti denti da Hollywood, cioè da quello che sarebbe diventato il sistema mass-mediatico che oggi impera, dove tutti devono essere belli, forti e sorridenti. Io nelle mie foto non sorrido quasi mai. E che c’è da sorridere in generale? A volte me lo rimproverano, ma non mi interessa molto.

Se sfogliamo, invece, alcuni vecchi album o raccolte di foto dei decenni passati, anzi dalla seconda metà dell’800, notiamo che le espressioni delle persone ritratte sono prevalentemente composte e seriose: padri di famiglia con il vestito buono e con i baffi, donne giovani che sembrano già di mezz’età, bimbi compunti con il vestito da marinaretto, o della prima comunione, gli anziani seduti e in mezzo alla compagnia dei parenti. Tutti serissimi, specie i nostri friulani o delle genti valligiane (cf. su questo sito il mio pezzo Tin Piernu, che sarà pubblicato anche sull’Agenda Friulana 2018). A volte non aprivano la bocca perché avevano denti cariati o mancanti.

E allora, dove albergava la gioia, se tutti erano così seri? Forse che la diffusa povertà del tempo li rendeva tristi? No, basta leggere le cronache dei paesi, in friulano, sloveno, slavo delle valli, veneto del Friuli occidentale, maranese, per capire che nel poco che avevano i nostri avi trovavano molte cose di cui gioire, cose semplici, la festa di paese, il giorno domenicale, i licòfs, cioè la conclusione della costruzione di una casa, comunioni, battesimi e matrimoni, quando, chissà perché, molti erano in grado di suonare qualcosa, con l’armonica a bocca, la fisarmonica o la chitarra. Gioia con poco e anche a volte per poco, perché magari qualcuno doveva fare la valigia per la Germania il lunedì dopo (ricordi di mio padre in partenza), oppure doveva fare “san Martino”, c’erano ancora mezzadri che lasciavano la casa colonica, almeno nei racconti della mia infanzia.

La gioia è un sentimento semplice, un sentimento vero, trasparente come l’acque delle sorgenti montane. La gioia non ha bisogno di orpelli e di far figurare bene le situazioni, perché è gratuita, spontanea, è la manifestazione di una verità interiore. Posso provare gioia nel dolore, perché ho capito qualcosa della mia vita, che mi sfuggiva, un sentimento, e ciò mi basta per gioire, anche in questi giorni in cui combatto con un mal di schiena mai provato.

Ecco, la gioia è una medicina spirituale, che sorge quando entri in sintonia con la tua verità di essere umano e con la verità di chi ti vuol bene. La gioia è nel fare del bene, perché questo fare fa bene, la gioia è nel perdono, soprattutto a se stessi, ché dobbiamo spesso perdonarci per le cazzate che pensiamo o facciamo, e infine è nel rispetto degli altri, delle loro scelte fatte in libertà e responsabilità: un sentimento pienamente disinteressato, e perciò pienamente umano, oltre ogni istintualità, oltre ogni paura, oltre ogni paranoia. Questa è la gioia.

L’io e il mondo, il tempo e la memoria

Come siamo fatti bene, come funziona bene il nostro cervello! Stavo pensando che se dovessimo ricordare più o meno in contemporanea tutti i dolori, le sofferenze, le mancanze della nostra vita, non reggeremmo, forse.

Invece, lui seleziona, colleziona, “dimentica”, ricorda, memorizza, anestetizza, amnesizza e riporta in mente, e fa tutto questo nel tempo che percepiamo scorrere, più o meno velocemente (cf. Agostino, Bergson, Einstein). Questo “lui” è un “io”, il nostro-io, bio-macchina che presuppone, contiene, pone la sua stessa coscienza di essere come autocoscienza-consapevolezza, o di esser-ci (cf. Heidegger), ed è anche un “tu-io”, non tanto quando -empaticamente- ci mettiamo nei panni di un altro, ma proprio quando, quasi innaturalmente, pensiamo all’altro come un “io”, capace di pensare-se-stesso-e-il-mondo (cf. Fichte) esattamente come noi, anche se a modo suo.

Anzi, secondo il pensiero idealista moderno (Fichte, Schelling, Hegel), è pressoché tutt’uno con il mondo, poiché altro e altrimenti non si può conoscere se non nell’io-penso (qualcosa), al di là della conoscenza empirica che ovviamente è ammessa, ci mancherebbe.

Se Descartes, con il suo “cogito, ergo sum”, aveva separato l’io pensante dal mondo, auto-fondando la verità della conoscenza del reale nel io-penso stesso, Kant aveva voluto ancora distinguere la possibilità della conoscenza tra ciò-che-appare come fenomeno (l’aisthesis aristotelica, o apparizione dell’essere), e ciò-che-è-in-sé-e-per-sé, che lui chiama noùmeno. Un ultimo tentativo di ammettere la sussistenza di un mondo reale al di fuori della percezione soggettiva. L’idealismo ha poi portato questo percorso alle estreme conseguenze, prodromi di derive novecentesche che bene conosciamo: gli idealismi che si son fatti totalitarismi.

Per questo non è male recuperare un sano pensiero realista, più umile e consono al limite umano, riprendendo le formidabili lezioni di Aristotele e Tommaso d’Aquino, capaci di coniugare la possibilità di conoscenza di una realtà che pre-esiste ed esiste nonostante l’uomo e la sua stessa possibilità di conoscenza, ed esiste perché possiede un’essenza sua propria, che Spinoza, un po’ ateisticamente, avrebbe identificato con Dio stesso (Deus sive Natura). La Realtà esiste prescindendo dalla nostra conoscenza, così come la storia della mia famiglia si è dipanata per cinquecento anni, di cui ho precise tracce genealogiche, nonostante il mio fratellino Antonio sia morto a soli due mesi e non abbia mai conosciuto nessuno di questa genealogia.

E’ bene riconoscere un’oggettività al mondo, una sua verità indipendente da noi, che conosciamo per evidenza, quando appercepiamo le cose, e per comunicazione di notizia, quando ci fidiamo della parola o degli scritti di un altro circa una cosa che non conosciamo direttamente, ad esempio, per quanto mi riguarda, dell’esistenza dell’Australia (non ci sono mai stato, e potrei supporre, se fossi un idealista puro, che non esistesse finché non ne avessi avuto esperienza diretta).

Altrimenti, si può anche dire che l’essere delle cose tende ad apparire nella sua verità o a scomparire (cf. Bontadini e Barzaghi), ovvero a non manifestarsi, perché non possiamo conoscere tutto, anzi, più avanziamo nella conoscenza altrettanto avanziamo nella consapevolezza e constatazione della nostra ignoranza, nel senso tecnico-etimologico del termine. Ovvero, infine, come ritiene Severino, ogni cosa-che-è, è eterna come eterno essente e non può non-essere, per sempre.

Conosciamo e ricordiamo, dunque, ma con dei limiti, in parte determinati dalla nostra genetica, dall’ambiente in cui siamo vissuti e cresciuti e dall’educazione-formazione acquisite e in divenire, in parte da un lavorio silenzioso che il nostro mente-cervello elabora anche quando dormiamo, quando riposiamo, quando soffriamo, quando siamo contenti, quando comprendiamo qualcosa e quando ci sfugge perché troppo complicata o mal spiegata, quando interpretiamo male le dinamiche della vita nostra e di quella degli altri, e infine quando qualcosa ci illumina e comprendiamo ciò che fino a un attimo prima ci pareva oscuro.

Abituati all’alternarsi del giorno e della notte e all’andirivieni ritmico delle stagioni, siamo però dentro un corso lineare che è la nostra vita, la quale inesorabilmente scorre verso… Sta a noi attendere al senso di questo verso, alla sua direzione, cercando di trovarne tracce ovunque, anche nel dolore e nella mancanza, nella confusione e nell’assenza, nell’abbandono e nel dissenso, perché la vita stessa è una via e una verità, come scrive Giovanni al capitolo 14 versetto 6.

“Equilibrio” è il nome della felicità

L’abusato termine “felicità” deriva dall’etimo sanscrito “fe”, che ha significato di fecondità. In greco si dice makarìa, con un significato più simile a “gioia”, parola molto apprezzata da Joseph Ratzinger, e non banalmente. Il latino ne ha recepito l’etimologia indoeuropea con “felicitas”.

Nell’accezione comune, derivante dalla cultura filmico-televisiva delle telenovelas, aggiornamento contemporaneo dei romanzi d’appendice di fine ‘800, la felicità sembra essere il fine auspicabile  e raggiungibile di uno stato di vita.

Non è così, perché ciò è pura illusione. Non si dà veramente mai “…e vissero felici e contenti“, contenti magari sì perché è un accontentarsi, sentimento nobilissimo e realistico. Non si può dare in assoluto la “felicità”, perché presuppone uno stato di continuità irrealistico, ingenuo e perfino un poco stupido. La vita fisica e quella psichica, generata dai tre fattori ineludibili come la genetica, l’ambiente vitale e l’educazione, sono determinate a essere in una strutturale indeterminazione e im-prevedibilità. Il dolore e la malattia, il distacco da una persona cara o la sua morte, possono sopravvenire in qualsiasi momento e allora anche uno stato di benessere, che si può chiamare “felicità” va a farsi benedire.

Qualcuno sa che alcuni anni fa scrissi a quattro mani con l’amica psicologa Anita Zanin un volume dal titolo “Educare all’infelicità”, proprio per mettere in guardia educatori e genitori da facili buonismi illusori nei confronti di figli e allievi, perché la vita presenta quotidianamente prove che ci portano a confrontarci con il bene e con il male, con il dolore e la sofferenza, con la mancanza e con…  momenti di gioia.

Si deve dunque considerare in situazione la relatività del benessere: infatti, quando si supera uno stato di dolore o di mancanza vi è un rasserenamento; quando da una malattia si passa alla convalescenza, pur non essendo ancora nel pieno delle forze, si prova “gioia”.

Un esempio pratico che mi riguarda e che chi mi conosce o legge questo sito da tempo ha già sentito raccontare. La genetica e i miei costumi esistenziali mi hanno dato un fisico di rara forza e resistenza. Bene. Due anni fa, diagnosticatami  la rottura del menisco interno destro, vengo operato in day hospital, dimesso in serata, ma con una piccola (!) dimenticanza: un’arteriola lasciata aperta. Nottetempo emorragia maggiore, difficile da guardare, pronto soccorso, salvo perché ho emoglobina naturale a 16 come il povero Pantani. Tentativi di toglimento di sangue e siero a freddo inutili. Re-intervento chirurgico dopo due giorni con le prime e uniche quattro notti passate in ospedale in tutta la mia vita. Emartro gigantesco, gamba dimagrita, crollo a settantun chili dai miei abituali settantanove/ ottanta per centottantacinque centimetri. Il fisioterapista che mi prende in carico mi dice che spera non vi siano danni alle cartilagini dovuti a sangue e siero corrosivi. Mi vede in due mesi almeno venti volte, dolore fortissimo nel trattamento robusto che ritiene di praticarmi, mi rimette in piedi e in bici come e meglio di prima.

Ero nel dolore, anche perché non abituato, ma quando ho visto i miglioramenti e la ripresa sono stato immediatamente in uno stato di gioia, di ritrovato equilibrio.

In un altro caso recente, sempre legato allo sport praticato, il ciclismo, una zoppia induce un sanitario a esprimere un’ipotesi di diagnosi un poco frettolosa circa  l’origine del dolore muscolare, e abbastanza infausta. Mi rifiuto di farmi ricoverare d’urgenza, faccio una risonanza magnetica che manifesta una mera contrattura da sforzo con versamento ematico, riassorbito con alcune fisioterapie e la continuità sportiva. Ho passato una settimana d’inferno prima della RM, ma poi la gioia della scoperta del limite del male e della sua rapida risolvibilità.

Gioia dunque, non felicità, gioia dentro il dolore, nel continuo andirivieni delle condizioni della nostra vita, fisica, psichica, emotiva, affettiva, spirituale.

Altre narrazioni potrebbero arricchire questo mio scritto, relativa a dimensioni più emotive e spirituali, che hanno visto recentemente alternarsi gioia e dolore nella mia vita, ma mi consenta il gentil lettore di soprassedere, tornando al tema iniziale, che asserisce l’impossibilità reale di una “felicità piena e continua”, e la preferibilità di denominarla con un termine meno cinematografico, cioè “equilibrio”, ebbene sì, tra gioia e dolore.

Al mio gentile lettore consiglio di riflettere su questo tema, considerando comunque la bellezza di ogni vita, nella libertà che ci dà il nostro essere unici e irripetibili, e la nostra dignità personale imperdibile e intoccabile.

Evoluzionismo e coglionaggine

…vanno di pari passo. Circa il tema dell’evoluzione sono con Lamarck e Darwin, ma talvolta mi viene la tentazione di stare anche con i famosi “fissisti” del secolo scorso, che sostenevano una immutabilità delle creature viventi. A livello neuro-scientifico vi sono diverse scuole di pensiero, come sappiamo, da quelle più a quelle meno biologiste. Chi frequenta questo sito sa che talora sono tentato da un certo lombrosismo grezzo, positivista, per cui potrebbero esserci ancora degli ergaster-erectus con 800cc di cervello e quindi in via di ominazione. Ogni tanto ne ho il sospetto. E’ chiaro che scherzo, ma amaramente, perché invece vi sono dei sapiens in giro che hanno poco o nulla del sapiens, ma moltissimo dell’insipiens, ovvero dello stronzo, tout court. Questi soggetti talora fanno danni, un po’ perché sono poveri di spirito (non “in spirito”, come insegna la beatitudine matteana), un po’ perché sono stronzi.

Tra Adrian Raine che sostiene l’origine anatomica della violenza, parlando di carenze dei lobi orbito-frontali, e Steven Pinker che teorizza in un suo opus magnum, il “declino della violenza”, mi viene da stare un po’ a metà strada, perché se avesse ragione del tutto, o di più, Raine il diritto penale di quattromila anni andrebbe a farsi benedire, ma se avesse ragione Pinker, mi verrebbe da prendere un randello e usarlo sul cranio di qualche stronzo.

Di questi ne ho incontrati e ne incontro, direttamente o indirettamente in tutti i settori, da quello lavorativo a quello privato, sono inevitabili, perché numerosi, troppo numerosi, ahimè.

Che fare, si chiederebbe in questo caso Vladimir Ilic Ulianov? Non so: forse distinguere tra quelli che non ci arrivano e quelli che ci arrivano e ci provano e bastonare questi. Che ne dici caro lettore? Sempre che non sia possibile, con le buone, dal dialogo alla filosofia pratica, al counseling, in qualche modo aiutarli a rimediare, loro però umilmente d’accordo di farsi aiutare.

Epperò vi sono anche molte cose buone, pensieri opere intuizioni, che tengono in piedi questo mondo. Accanto alle penose assurdità che con dire incerto e impreciso proferisce la Boldrini, troppo ochetta per sapere di essere strumento nelle mani di decisori occulti, quando teorizza processi di sostituzione delle mancate nascite di bimbi italiani con bimbi migranti, vi sono persone che lavorano fuori delle ribalte mediatiche, ogni giorno, ogni notte, ogni mattina, ogni sera, magari a turno, negli ospedali, nei trasporti e nelle fabbriche, per produrre servizi e beni in grado di far andare avanti questa nostra carissima Italia, nazione bellissima e un poco stupida, a volte.

E allora, mentre penso all’evoluzionismo e alla coglionaggine di molti, di troppi, ho una sommessa speranza, che coltivo nella mia solitarietà silente, nel mio incedere e nel mio intercedere per chi ha bisogno di me.

E dico, che bello, che tutto evolva e, evolvendo, denunzi a volte la coglionaggine di alcuni, e mi suggerisca silenti passeggiate e amabili conversari con chi mi conosce e gradisce.

Il riccio e la pantegana

Caro mio lettor di fine settimana o, come si dice oggi, del week end (che pena questo ennesimo anglicismo!),

ero seduto a fine giornata ai margini del parco, stasera, con i miei pensieri in chiaroscuro, più scuri che chiari. A chi mi chiedeva al telefono che cosa stessi facendo ho risposto: “Sono seduto su un vecchio pneumatico ai margini del Parco delle Risorgive, e aspetto che compaia dalla macchia un riccio, o almeno una pantegana, per conversare un poco“. “Ah si?, certamente ho risposto, di questi tempi interloquire con un riccio o una pantegana può essere più interessante che con gli umani.”

Il riccio e la pantegana, che poi non si sono fatti vedere e io mi sono incamminato un po’ mestamente verso casa. Deluso che non sono venuti a trovarmi, nonostante io viva tutto il giorno in mezzo alla gente per lavoro… mi mancava il riccio e la pantegana. Come si può parlare al riccio o alla pantegana? Certamente con gli occhi, con lo sguardo, non occorrono parole, né concetti, non vi possono essere fraintendimenti né secondi fini. Il riccio e la pantegana non ti ingannano, non ti usano, non ti accusano, non ti tradiscono, non ti mettono da parte.

Il riccio e la pantegana forse ti annusano da qualche metro, perché giustamente ti temono, temono la tua ferocia di essere umano, scimmia nuda coltissima e pericolosa. Però, se non li disturbi quando ti fanno visita a rispettosa distanza, forse indugeranno un poco nei pressi, furtivamente, il riccio con la sicurezza dei suoi aculei, e la pantegana con la sua rapidità topesca. Se fosse venuta la pantegana a trovarmi le avrei chiesto come stessero i suoi cugini conigli o gli scoiattoli, anch’essi con lei apparentati, e lei, forse un poco sorpresa della domanda mi avrebbe fatto segno con il muso affilato “che stanno tutti bene“, in mezzo alla macchia, al fitto bosco che circonda i corsi d’acqua del parco.

Se fosse venuto il riccio, con il suo passo più lento e meditabondo, avrei potuto chiedergli come stesse la sua famigliuola nascosta nella più remota macchia del bosco di ripa lungo il rio principale.

E così fantasticavo sulla pantegana e sul riccio mentre lentamente, ma a fatica, cominciava a calare la sera. Sono stanco di questa estate calda e avara, umida e fasulla, ambigua e feroce, giro di stagione perfettamente inutile, come un dito nell’occhio.

Sono stanco che vengano week end umbratili, e ho nostalgia del lunedì, come sempre nella mia vita, anche se il nostro tempo, come ho cantato, è sempre il sabato, e il primo giorno dopo il sabato la tomba è vuota (Giovanni 20), perché il Signore è (stato) risorto, e così penserà un poco anche a me, mandandomi a colloquio queste due sue splendide creature, il riccio e la pantegana.

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