Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La linea d’ombra

Echeggiando un poco Joseph Conrad, e anche Goffredo Fofi, considero la linea dell’ombra, proprio dove finisce e dove inizia, ma anche dove finisce e dove inizia la luce. Ancora una volta è il contrasto a “mettere in luce” tutto.

Senza l’ombra non avrebbe senso la luce, ché è in-dicata dall’ombra, come dal suo vero-essere.

L’ombra non rappresenta l’oscurità, e tantomeno il male, bensì l’elemento di cesura tra la manifestazione epifanica, epistemica delle cose che appaiono e il loro nascondimento, come insegna Heidegger. Per l’uomo di Messkirch la verità è non-nascondimento, ri-velazione, apo-calisse. Essa è sempre dramma, anche quando è elegia della natura o d’amore. E dunque bisogna avere cura della verità (gr. a-lètheia), più ancora che del bene inteso come giusto dal senso comune.

La linea d’ombra può essere alle nostre spalle all’alba e davanti a noi al tramonto, dipende dalla direzione nella quale camminiamo. La direzione è il senso, cioè molto più della ragione delle cose, molto più del loro sentimento: il senso è l’itinerario della verità, ma non di una verità predeterminata, rigidamente data, ma in itinere, locale, costruenda…

Abbiamo bisogno della linea d’ombra per distinguere, per discernere, per scegliere, e infine, quasi inter-cedendo tra luce e ombra, trovare il conforto del giusto cammino. Per strada incontriamo viandanti in un senso e nell’altro, scambiamo un saluto, in montagna e in bici sempre, per strada in città quasi mai, chissà perché. Forse perché in bici e in montagna la linea d’ombra è costituita dal limite condiviso della fatica, dell’arduo incedere o procedere o, appunto, intercedere, quasi pregando la forza e la Luce inaccessibile di assisterci.

La linea d’ombra è con noi sempre, e ci capita di dire che le cose non vanno, di elencarle addirittura, se siamo stanchi o di cattivo umore, anche se la vita è bellissima, se il mondo è meraviglioso, con i suoi colori, il cambiare delle stagioni, la luce del sole, i silenzii, il vento, lo zittirsi della notte e il nuovo giorno.

Abbiamo la tendenza a dare per scontata la bellezza, la salute, la “fortuna”, il benessere e anche il bellessere, mentre ogni giorno è un miracolo, nel senso che è una meraviglia, una sorpresa, un evento. Ogni giorno si costruisce la vita con le proprie decisioni e l’intreccio della vita con le altre vite e le circostanze, i vettori causali che a volte chiamiamo -impropriamente- “caso”. In ogni momento, in ogni ora, giorno, mese, anno si dà impulso all’esistenza, crescendo o meno, nel passare del nostro tempo, adattando le forze e l’uso sempre più sapiente delle energie a noi disponibili come umani.

La linea d’ombra ci accompagna nei giorni e nelle opere, indicandoci il confine delle nostre azioni e dei nostri pensieri.

Padri o, a volte, “padroni”?

Tornando dalla Slovacchia ho sentito un racconto biblico, simile e dissimile a quello di Mosè e le figlie di Ietro, in ebraico  יִתְרוֹ, Yiṯrô,  che significa eccellenza. Di Ietro si parla inizialmente in Esodo 2,16, come colui che sarebbe diventato suocero di Mosè ed era sacerdote di Madian.

Ietro era il capo di una tribù di pastori nomadi che si spostavano lungo le rive del golfo di Akaba. Accolse Mosè fuggitivo dall’Egitto dove aveva ucciso un persecutore dei suoi fratelli ebrei, e gli diede in sposa sua figlia Sefora, perché aveva difeso le sue sette figlie dall’arroganza di certi pastori che le volevano scacciare dal pozzo dell’acqua (Esodo, 2,21).

Ecco, “gli diede in sposa“, il padre che dà in sposa la figlia come sua proprietà. Nel mondo semitico questo era un costume etico, cioè un qualcosa di ammesso anche dal punto di vista giuridico e sociale. Lo era e lo è ancora nel Sub-continente indiano, nonostante la legislazione liberale voluta da Nehru fin dagli anni ’60. In molte aree di cultura e religione islamica altrettanto, lasciando da parte le situazioni tribali ancora presenti in Africa e in Asia.

Vedremo dopo perché il racconto di Ietro è simile e dissimile di quello fattomi in viaggio. Ora un altro esempio di potere maschile.

Gavino Ledda, sardo, nacque in un famiglia di pastori. Il padre Abramo gli fece frequentare solo per poche settimane la prima elementare e poi lo ritirò dalla scuola. Doveva iniziarlo al lavoro di pastore.  E così Gavino crebbe analfabeta fino al servizio militare, quando incontrò Franco Marescalchi che lo convinse a riprendere gli studi. Prima ottenne la licenza elementare, poi quella media, la maturità, fino a laurearsi in glottologia a La Sapienza di Roma. Fu ammesso all’Accademia della Crusca e in seguito fu nominato assistente di filologia romanza all’Università di Cagliari. Nel 1975 narrò la propria vita nel romanzo Padre padrone, tradotto in molte lingue e vincitore del Primo Viareggio. I fratelli Taviani nel 1977 girarono un film dallo stesso titolo.

Altra storia. Nel 1965 Franca Viola fu rapita e violentata dall’ex fidanzato, che la tenne segregata per otto giorni, ma lei rifiutò il cosiddetto “matrimonio riparatore”, che era in uso specialmente nel Sud, dopo una violenza sessuale. Fu l’emblema dell’inizio della liberazione femminile in Italia.

Tante violenze sono state perpetrate e si perpetrano sulle donne, fisiche e psicologiche, da parte di un elemento maschile forse un poco debole e insicuro, che ritiene di ribadire il suo ruolo anche con la violenza, mentre invece dovrebbe riflettere sul valore straordinario della differenza di genere e sulla ricchezza umana e morale del rispetto reciproco. Perfino in Iran le donne si stanno liberando, in Tunisia, in Marocco, in Algeria e, sia pure lentamente, in Arabia Saudita.

E dunque veniamo al racconto del mio amico. Mi dice: “Ero proprio là dove siamo stati in questi giorni, in Slovacchia, per cercare qualche aggancio industriale, e alla fine un interlocutore mi ascolta e mi invita a casa sua. Mi viene a prendere in elicottero, avevo portato il mio figlio minore che allora aveva una ventina d’anni o poco più. Cena splendida e alla fine la sorpresa… fa venire le sue tre figlie in età a scalare dai venti ai sedici anni e si rivolge a mio figlio invitandolo a sceglierne una, ché gliela avrebbe data in sposa”.

La cosa finì lì, tra lo sconcerto del mio amico e di suo figlio, che abbozzarono un gentile diniego, e la sorpresa dell’anfitrione, che pensava di aver fatto una grande proposta per creare un’alleanza imprenditoriale, neanche si fosse a contrattare un matrimonio tra eredi al trono nel ‘700 dell’assolutismo monarchico.

Si era nel 2005 più o meno, nel Centro Europa in una famiglia di imprenditori.

Se il comportamento di Ietro è plausibile da un punto di vista socio-storico, il comportamento del padre di Gavino Ledda si può spiegare solo con la presenza di elementi di cultura patriarcale arcaica, oggi inaccettabile, sia dal punto di vista etico sia da quello giuridico e sociale. E il signore slovacco come si configura, se non come arcaico padre padrone?

Oggi non è ammissibile che nessuno si consideri padrone di alcun altro essere umano, sia pure il figlio. La legge sulla maggiore età non lo consente, ma vi è anche una legislazione che tutela i minori e può togliere la patria/matria potestà a qualsiasi genitore che non sia in grado di garantire di poterlo essere per la crescita e lo sviluppo umano, sociale e culturale dei figli. Ciò è altrettanto vero se si tratta di rapporti tra adulti, ché ciascuno è il vero, unico e legittimo padrone del proprio destino e delle proprie scelte di vita: una verità cristallina.

Io ho avuto un padre che non mi ha mai schiacciato e una madre libera, e così son cresciuto scegliendo di fare il mio meglio, dalla famiglia povera da cui provenivo, ho lavorato e studiato tutta la vita portando a casa soddisfazioni e crescita, che continua ancora. Che Dio li abbia nella sua gloria.

Discrezionalità emotiva e razionalità

Nella gestione delle risorse umane o, come si si diceva una volta, del personale, vi è il rischio costante della “discrezionalità emotiva”, cioè di un sentimento che può anche ottenebrare o almeno obnubilare una equità nel trattamento dei colleghi che vengono coordinati e devono rispondere a un capo. Non è possibile nell’agire umano quotidiano un comportamento sempre equanime, razionalmente ineccepibile per spirito di giustizia ed equilibrio. Sarebbe eroico, sovrumano, da santi. Detto questo, come riflessione consapevole, bisogna però chiedersi come si può fare per ridurre al minimo la discrezionalità emotiva, che spesso può sfociare in parzialità, se non in un vero “ammalamento” della struttura, se i privilegi si diffondono e vengono percepiti come tali dalla generalità delle persone coinvolte nel contesto lavorativo, ma anche di qualsiasi altro genere.

E’ normale che le relazioni tra le persone, in ogni contesto, e tra capi e dipendenti, tra colleghi, siano di una variabilità infinita e possano collocarsi da un polo di ostilità reale e manifesta e al polo opposto di simpatia e di affezione. E’ pure normale che un capo tenda a comportarsi diversamente con chi si colloca (nel suo sentire) nei pressi del polo 1 e con chi si colloca (nel suo sentimento) nei pressi del polo 2. Non è però cosa opportuna che ciò si consolidi e diventi la cifra delle caratteristiche gestionali di quell’area aziendale o comunque operativa.

Se non è possibile l’equità assoluta, in ogni caso la giustizia è una virtù da perseguire sempre, con pazienza, e nel tempo. E’ un esercizio faticoso e necessario, che prova il senso di equilibrio e la capacità di ciascuno di superare pre-comprensioni e pregiudizi sugli altri, muovendo, oltre alla dimensione emotiva, anche le facoltà razionali e il metodo raziocinante.

A volte scopriamo di esserci sbagliati su una determinata persona, e facciamo fatica ad ammetterlo, oppure quasi ci dispiace che non meritasse la nostra indifferenza od ostilità; qualche altra volta veniamo delusi da chi pensavamo fosse migliore e ci dispiace anche questo esito. In realtà forse siamo troppo auto-centrati su noi stessi, attribuendo alla nostra capacità di discernimento quasi il crisma dell’infallibilità.

Ogni essere umano si manifesta come può, e mai del tutto, per varie ragioni: a) per non scoprirsi troppo, b) per una certa sospettosità “naturale”, c) per prudenza… Pertanto non abbiamo mai tutti gli elementi per comprendere (più che capire) l’altro in tutte le sue sfaccettature psicologiche, culturali e morali.

In ambiente di lavoro, se si hanno responsabilità di conduzione, è cosa prudente confrontarsi sempre con i colleghi quando ci sembra di dover esprimere un giudizio, specie se negativo, su una persona, perché un altro osservatore può notare aspetti che a noi sfuggono, proprio per il prevalere, a volte, di aspetti più legati la chimismo empatico o al suo contrario, cioè a forme di simpatia o antipatia immediate e razionalmente inspiegabili.

L’essere umano è l’oggetto più complesso dell’universo conosciuto, più degli angeli (che sono sostanze semplici), come insegna la teologia classica, e pertanto va considerato con tutta l’umiltà e la pazienza cognitiva di cui disponiamo, al fine di evitare cantonate ed errori che danneggerebbero gravemente la struttura organizzativa, il nostro lavoro e le nostre vite.

L’imborghesimento sconsolante della “sinistra” politica

…anzi la sua progressiva e  crescente idiozia.

La categoria dell’imborghesimento della sinistra risale, per quanto riguarda l’ultimo mezzo secolo, almeno al decennio “di fuoco” 68/77, quando la nuova sinistra accusava di tale infamia il PCI, da pulpiti che talora erano ancora più borghesi, come alcuni che poi partorirono la presuntuosità terroristica di sinistra. In realtà il PCI, fatti salvi gli intellettuali organici laureati à la Napolitano, Chiaromonte, Amendola, Natta etc., era un partito fortemente radicato nel popolo operaio e contadino, un partito autenticamente popolare. Il PSI era più sportivamente variegato, frequentato anche da una pletora di professionisti, di architetti in cerca di commesse e anche, graziaddio, da una certa parte di popolo della vecchia scuola “nenniana”.

Le successive trasformazioni, avvenute nei decenni scorsi, che hanno fatto cambiare più volte nome al “partitone” austero di Longo e Berlinguer, fino alla commistione mal digerita con il cattolicesimo “di sinistra” nell’attuale veltronian-renziano PD, hanno lasciato spazio a frange che si sono progressivamente caratterizzate per atteggiamenti e background socio-culturale decisamente borghese, nel senso novecentesco del termine. Movimenti come quelli del “popolo viola”, riviste come Micromega del conte Flores D’Arcais, attestano questa allure intellettual-puzzetta sotto il naso.

Ne avrei molte da dire ancora, io che provenendo veramente dal popolo operaio, e che ho studiato lavorando, lasciando indietro in questo molti figli-di papà, figlio di mio padre emigrante e di mia madre sguattera, ma capace di fare iniezioni gratis al popolo povero di Rivignano, ma ne dico solo una, vista stasera sul web. Tale onorevole Gasparini del PD, appunto, ha ottenuto con un emendamento che il vitalizio dei parlamentari sia reso cospicuamente reversibile a favore dei superstiti. Intervistata da un giornalista circa l’eventuale congruità etica della misura, la signora Gasparini ha risposto: “Certo che trovo giusta la reversibilità… non vorrà mica che la moglie di un parlamentare o un figlio, rimasti vedova e orfano, debbano fare la sguattera o il giardiniere?”

Gentil mio lettore, occorrono commenti? ma questo Gasparini del PD e sua moglie sanno che cos’è la storia della classe operaia, dei sindacati, del movimento socialista europeo e italiano? sanno di come funzionavano le fabbriche dell’800 raccontate da Dickens e da Carlo Marx. Sanno come si vive nelle favelas di Rio o nelle villas miseria di Santa Maria de los Buenos Aires? Nei suburbi di Djakarta e di Nairobi? Nelle periferie immense di Lagos, del Cairo e di Mexico City?

Sanno chi erano Edouard Bernstein e Filippo Turati, Antonio Gramsci e Labriola, Giacomo Matteotti, Jean Jaures e Pietro Nenni, Umberto Terracini e Anna Kuliscioff, Dolores Ibarruri e Salvador Allende, ma anche Tina Anselmi e Lina Merlin, e mi fermo qui, ché potrei continuare per pagine e pagine.

Ma dove vivono? Sanno che la storia della democrazia e del socialismo democratico nascono dal sentimento di solidarietà  e di condivisione evangelica? Che cosa c’entrano sentimenti ed espressioni come quelle lì con la storia del progresso democratico, della partecipazione dei lavoratori alla gestione della cosa pubblica, se il pensiero e il sentimento sono da un’altra parte? Che c’entrano?

Ma io preferisco mille volte il liberale patocco, ricco sfondato o riccastro cinico, profittatore e anche un poco dichiaratamente sfruttatore, a questi falsi “sinistri”, a queste parvenze, a questi simulacri di progressismo idiota.

Almeno so che bestia è quello, e me ne difendo. Questi invece mi fanno pena e un po’ anche schifo.

Interludi filosofici

Oggi nell’ineguagliabile Firenze, all’Assemblea nazionale di Phronesis, l’Associazione italiana dei Filosofi “pratici”, e tra un mese e mezzo, l’8 luglio,  a Berceto di Parma, in buona compagnia di pensatori insigni come Boncinelli, Cacciari e Galimberti, in qualità di relatore al Primo Festival Nazionale della Coscienza.

Sono interludi filosofici per la sanità mentale. La mia, e non solo. Perché l’esercizio filosofico è sempre ascesi, è sempre musica, sempre poesia. Ascesi come sacri-ficio, un rendere-sacro-ciò-che-si-fa operando con il pensiero e la riflessione razionale, accettando e dominando, per quanto possibile, le emozioni; musica come infinito dipanarsi del suono, parola, significato e senso del dire quello che si può dire del pensato, ma mai del tutto e totalmente, ché il pensato deborda, sovrabbonda ai limiti dell’indicibile; poesia, come costruzione di nuovi percorsi del sensibile emotivo tramite la parola, in tutte le sue declinazioni, come luogo della metafora implicita, luogo della creazione della comunicazione e della relazione intersoggettiva, tra esseri umani. Ascesi, musica e poesia, a contorno e supporto della filosofia come habitus,  ambiente nel quale ci si dà il tempo per pensare. Ah quanto tempo si dovrebbe dedicare al pensiero! All’uso del pensiero e alla sua traduzione in parole, proprio in tempi nei quali l’uno e le altre non sono curate più di tanto, in cui vagolano in libertà apparente, e schiavitù reale della superba ignoranza.

Ogni pensiero, anche quello di non-pensare, è un moto proprio interiore che ci trascende. La nostra umanità, anzi il grado della nostra umanità si manifesta quando riusciamo a tra-durlo in parole, senza tra-dirlo più di tanto. Ma vi è di più: siamo più umani quando riusciamo a non-pensare e a dire il male, giudizi affrettati, insulti, offese sanguinose e immeritate all’altro, quando riusciamo a non definire l’altro con titoli e termini di condanna.

Siamo più umani quando riflettiamo e riusciamo a trasmettere il senso dell’infinito procedere del nostro tempo umano e del cambiamento, e li accettiamo come costitutivi del senso delle nostre vite, quando accogliamo il transeunte e il precario, il volto nuovo e un lavoro nuovo, una nuova casa e una nuova amicizia o amore.

Siamo più umani quando non ci crogioliamo sulle sicurezze acquisite, sulle certezze che ci sembrano indispensabili, e invece non lo sono, perché ogni vita è itinerario, processo, gradualità, scoperta, cosicché la fissità del posseduto e del certo diventa ostacolo alla crescita e alla comprensione del mondo e degli altri.

Siamo più umani quando ci accettiamo nel nostro limite, sempre da ricercare e accettare al suo manifestarsi, credendo fermamente che ce la possiamo fare in questa indagine infinita.

Ecco, caro lettor di questa domenica di maggio e oltre, a che cosa serve la filosofia, e perché questi interludi sono salubri per la mente e per il cuore.

Ovunque tu sia, chiunque tu sia, ti auguro ogni bene, e anche di accompagnarmi silenziosamente, o anche scrivendomi se vuoi, in questa diuturna meravigliosa esplorazione del senso delle cose e del senso della vita.

Sud

Sono a Bari, nel plant di un’azienda friulana di meccanica di precisione, oramai multinazionale di tutto rispetto, presente anche in Slovacchia, dove tornerò il mese prossimo, e in Messico dove sono stato diverse volte negli anni scorsi, azienda che seguo da ventidue anni, per colloqui da analisi del clima insieme con un giovane psicologo in tirocinio. Lavoro faticoso quando è fatto bene, che ti spreme come un limone se ascolti attivamente e condividi empaticamente i patemi e le speranze dei lavoratori, operai, impiegati o tecnici che siano. Il giovane è umile e attento e merita di essere aiutato a farsi manager delle Risorse umane. In questa fase della mia vita professionale mi sto dedicando spesso al ruolo di mentore di giovani meritevoli e volenterosi, tanto talentuosi quanto umili, aiutandoli nei tirocini e nelle tesi di laurea. Mi pare di dar così un contributo al miglioramento della gestione del personale e del clima aziendale.

Vengo al Sud da molti anni, soprattutto per lavoro, e mi trovo bene, anche se le contraddizioni logiche ed etiche che incontro talora mi inquietano.

Culture millenarie sedimentate costituiscono i pregi e i difetti di queste genti, popolazioni che potremmo definire antropologicamente “ossimoriche”, cui non manca genialità e vittimismo, fantasia ed eloquenza e una certa furbizia naturale, cultura tout court e “cultura della pretesa”, soprattutto verso uno “Stato” che non hanno mai riconosciuto fino in fondo, dall’Unità d’Italia del 1861 in poi. Questa lamentazione senza fine l’hanno poi estesa al lavoro, anche quando lo trovano in imprese private serie e solide. Non capiscono bene, o non vogliono capire, che un’azienda per durare ha bisogno quantomeno di pareggiare costi e ricavi, altrimenti è destinata a morire. A volte se le cose vanno bene per un mese, dopo due anni o tre di perdite, sopportate solo perché lo stabilimento fa parte di un gruppo friulano da 150 milioni di fatturato annuo, ecco che vengono subito con il palmo della mano aperto a battere cassa.

Il loro eloquio è sempre un po’ faticoso, talora reso enfatico da un modo di parlare echeggiante il discorso “alto” della gente che ritengono “importante”. Ossequiosi e proni, maldicenti e gelosi, se non a volte invidiosi, sono italiani.

Da noi al Nord, invece, specie verso Est, impera una sorta di mutismo, siamo mutoli quasi come i primitivi bestioni, ancora, in parte. Ecco, da un massimo di parole dette fino alla chiacchiera tanto aborrita da Heidegger, al Sud, all’immusonimento sospettoso, al Nord. Siamo ancora -come umani- nei primi tempi evolutivi: solo quarantamila anni fa su forse 3 o 4 milioni di anni di ominizzazione, abbiamo cominciato a emettere suoni che avevano significati condivisi. Un soffio di tempo è passato e quindi si può dire che tutto ciò è plausibile, ma a volte si fa fatica ad accettarlo.

Epperò, forse, non siamo tutti allo stesso punto evolutivo, la natura non fa salti si diceva un tempo, o forse qualche volta sì, a suo piacimento, ché a volte sembra veramente di coglierli, in certi incontri, incroci o situazioni esistenziali, che ci fanno quasi inghiottire, bofonchiando, amarezze ancestrali.

Speriamo di evolvere verso un’umanità più completa. Buona notte, caro lettore.

…ma non troppo

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Il titolo modera il precedente post, forse troppo ottimistico ed ecumenico. In realtà resto inquieto (espressione troppo edulcorata?) con chi ha giocato irresponsabilmente, fors’anche per ragioni soggettive di ordine… non so, fate voi, con ipotesi sanitarie preoccupanti (per me), oggi fugate grazie a Dio, e anche con chiunque non rispetti la verità delle cose, siano le cose quelle che siano, gradevoli o sgradevoli, pretendendo di determinare ciò che non è nel suo diritto, né giuridico, né morale.

Certamente sono abituato alle “rinascite” (nomen omen), ma in mezzo a mille dubbi e patemi di animo, con fatica e dolore, come altri, più o meno di altri. Ciò che comprendo è senz’altro il dolore, di qualsiasi genere e specie sia.

E’ però difficile “tenere duro” nell’ingiustizia. Sopportare senza sup-portare è una contraddizione in termini, stancante e frustrante oltremodo.

Si può pazientare oltre i limiti finora conosciuti, ché il limite umano, in tutte le sue declinazioni, è sempre da esplorare, pur sapendo noi tutti che esso exsiste, sta lì, c’è, ci condiziona, ci determina alla fine di ogni sua esplorazione. Ogni tanto pare che il tempo scorra quasi all’incontrario, e che prevalga su quello cosmologico quello del kairòs, certamente “tempo opportuno”, ma a volte incomprensibile alla nostra ragione.

La mediazione tra ciò che si può fare e ciò che si deve fare è un altro punto della questione. Il dover-fare qualcosa e non altro è un imperativo categorico sempre più in crisi, sopraffatto dalle tecno-scienze e dalla legittimità del libero arbitrio. Si tratta di vedere, anche qui, dove sta il limite, dove sussiste un con-fine.

Da un punto di vista etico generale bisogna forse decidersi a superare il giudizio sui cosiddetti “atti categoriali” o singoli, che di per sé, se non corrispondono al comune sentire morale, sarebbero sempre condannabili, e scegliere la nozione di opzione fondamentale (cf. K. Rahner in Uditori della parola, Borla), che è in grado di dire come è quell’uomo-quella-donna-lì, magari nel loro fondo buoni, al di qua e al di là delle azioni singole, sempre che queste non mettano a repentaglio i fondamenti della vita umana.

Essere “mali” (malvagi) non coincide con il mancato rispetto della “promessa” in una sorta di coerenza assoluta, ma con il suo mantenimento, mediante il riconoscimento di una verità nuova, come può essere un rapporto affettivo che nasce, cresce e si verifica nel tempo.

Si può tergiversare nel riconoscere che le cose sono cambiate, esitare a confessarlo financo a se stessi, ma prima o poi la verità si fa urgente, prorompe, si manifesta come un’epifania dolorosa e nuova, ma non per questo inficiata o ridotta, anzi.

Riconoscere la fragilità di ciascuno è un dono e perfino un desiderio, che rompe gli argini delle con-venienze e dei convenevoli (a volte svenevoli), e cresce facendo crescere chi sta lì, tutt’intorno, grandi e piccoli, ché le prove sono appunto tali perché “provano” la capacità di cambiare, di re-sistere, cioè di consistere della propria unicità irriducibile, a ogni costo, per essere semplicemente se stessi.

Abbassare lo sguardo o nascondersi dietro immaginarie realtà o pretese malsane di dominio, è non solo ingiusto ma anche inutile, così come pretendere di governare sentimenti di altri, in funzione del proprio orgoglio o di convincimenti vetusti e morti. Liberiamo tutte le verità che conosciamo, come il vento che vibra tra gli alberi, dalla finestra di casa, in questa sera stranita di maggio, quando forse un Rosario sarebbe medicina soave.

A Illegio quest’anno organizzano qualcosa che ha a che fare con la verità nascente dal groviglio dei sentimenti, de l’amore, e produce il senso dell’autentico, anche attraverso lo struggimento del dolore. Caro lettore, vacci, può essere illuminante.

riconciliarsi

Caro lettor domenicale,

giornata perfetta per la bici. Giù verso la nostra Bassa, lungo lo Stella di nuovo rigonfio d’acque. Precenicco e il suo ponte di legno verso la Casa del Marinaretto. Pausa silente a guardare l’ansa che porta verso la Laguna. Uccelli chioccolano nella boscaglia oltre il fiume. Pensieri diversi a rincorrersi, come le rondini sfreccianti contro l’azzurrità di un cielo finalmente sereno.

In certi momenti della vita, dopo tanto tremore, paura, perfin terrore, giunge lentamente, anche se tra mille patemi, un momento di calma, di chiarificazione, quasi di pacificazione con se stessi e con gli altri. Accade come se l’ansia e l’insicurezza, perfino la precarietà del vivere, a un certo momento trovino requie e risoluzione, compimento positivo.

Ti hanno detto che stai bene, sei stato rassicurato sulla verità della tua vita, puoi contare su chi e su ciò in cui credi… ed ecco che avviene una sorta di pacificazione, soprattutto con te stesso. L’ansia del dubbio se ne va e tornano le forze. Certamente avevi pensato se ci fosse stato qualcosa avresti trovato le forze per affrontare il “qualcosa”, o Qualcuno te le avrebbe date, come insegna le teologia classica. Ma non sarebbe bastato. Il pensiero che puoi contare solo sulle tue forze, sulla salute, sulla conoscenza che hai, per lavorare e guadagnarti da vivere ti avrebbe turbato, non poco.

E invece stai bene, e puoi riprendere con lena un percorso mai di fatto abbandonato, perché non hai “perso un colpo” sul lavoro, nel frattempo. Vi sono poi altre dimensioni del tuo vissuto, che invece continuano a darti pena, e a questo punto non puoi far niente, se non rispettare chi ti sta attorno, i suoi equilibri, se possibile, i tempi di decantazione delle cose, delle novità, delle incertezze, delle precarietà.

E il passo più difficile è perdonare le offese ricevute e chiedere perdono per le offese inferte, dove la verità delle intenzioni è sempre dubitabile, perché siamo umani, nei limiti dell’imperfetto e dell’egoismo, dell’insensibilità e perfino, talora, del male.

Il male è una privazione, come insegnava sant’Agostino (defectio boni, deficienza di bene), e dunque bisogna guardare le cose nella loro interezza, dove tutto-si-tiene, tutto diventa un corpo mistico, dove l’Uno della nostra vita è Verità, e in quanto verità è Bello e infine è Bene.

Fare del Bene è bene, come nel detto di Gino, qui sopra, perché ogni bene ne porta altro, anche nella verità, a volte dolorosa  e a volte gioiosa, della vita.

Che tu comprenda o meno il senso profondo del mio scritto caro lettore non è importante, importante è se riesco a porgerti una mano e tu a prenderla.

Della coscienza

Caro lettor mio,

di questi tempi disarticolati e strani, recupero un capitolo del mio Manuale di Filosofia morale, edito da Il Quadrivio nel 2006, con il titolo Non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto (Rom 7, 14), famoso detto di san Paolo.

Cum-scientia è scienza di sé, scienza del guardarsi dentro. In greco suona, infatti, sin-èidesis etimologicamente identica al termine latino e quindi a quello italiano. E’ una delle parole di cui più si usa e abusa, spesso travisandone almeno in parte il vero significato.

Nel linguaggio corrente contemporaneo coscienza si può intendere in due modi principali: il primo di accezione morale, cioè “avere una coscienza”, che è sinonimo di possedere dei principi etici come norma dei propri comportamenti; il secondo di accezione psicologica e cognitiva, come “essere coscienti di”: cioè essere consapevoli. In questo secondo caso, “coscienza” assume quasi il significato di conoscenza, e senz’altro, in toto, quello di consapevolezza. In questa riflessione cercheremo soprattutto di approfondire l’accezione più propria di coscienza, cioè la prima.[1]

Vediamo: prima della coscienza intesa come facoltà umana di autovalutazione morale, secondo Aristotele[2] e Tommaso d’Aquino[3], che la denomina “ordinatio rationis“: uso dell’intelletto secondo la ragione del fine, vi è la cosiddetta sinderesi, cioè la facoltà di agire necessariamente verso il “bene”, seguendo la scienza dei “primi principi pratici” posti nell’intelletto, o ragione. Su ciò non è d’accordo tutta la scuola nominalista, nata dalle riflessioni del beato Duns Scoto e di Guglielmo d’Ockam, l’occasionalismo di Malebranche, e la casuistica seguita al Concilio di Trento; non è d’accordo Kant, che è il più famoso moralista moderno, ma non lo è per i presupposti gnoseologici; non sono d’accordo le teorie utilitariste classiche (da Hume in poi) e attuali. Tutte queste scuole di pensiero, infatti, ritengono che l’adesione al bene appartenga piuttosto alla sfera della volontà: “devo fare il bene perché devo“,[4] oppure “devo fare il bene (quale bene? ndr) perché mi conviene“.[5] Ma, non tanto stranamente, sia pure con parole diverse, comincia ad essere di nuovo d’accordo con san Tommaso (e quindi con Platone, Aristotele e sant’Agostino) molta della filosofia morale contemporanea, anche in parte quella laica[6]. Evidentemente il relativismo etico e il cosiddetto “pensiero debole” cominciano a preoccupare più d’un uomo pensoso. Per proseguire però si deve brevemente riflettere sui concetti di “partecipazione” e di “bene”. Sono ambedue concetti denominati “trascendentali”, vale a dire diversamente riferibili a più soggetti: essi infatti si devono intendere in modo non univoco, ma analogo. Per “partecipazione” si concepisce un qualcosa che può appartenere con intensità diversa a due soggetti diversi, come ad esempio la “vita” negli esseri viventi vegetativi (piante) e nei sensibili (animali). Per “bene” si intende tutto ciò che può essere raggiunto come fine, indipendentemente dall’essere o meno ordinato al fine vero del soggetto desiderante: cioè, è bene, intanto, ciò che si desidera conseguire. La sinderesi agisce a questo livello. Al livello successivo, più alto, si pone il livello della coscienza morale, che è chiamata a scegliere sulla base della finalità propria del soggetto. E’ a questo punto che resta aperto, ora più che mai, il dibattito su ciò che sia “coscienza morale”. In generale si possono individuare due posizioni: vi è che sostiene che l’uomo, ponderando di sé in generale, opera una scelta morale globale che si può definire “opzione fondamentale”. A seguito di questa scelta si potrebbero considerare come meramente accidentali (nel senso proprio di non-costituenti-la-sostanza dei fatti e delle cose) anche le azioni più gravi (o peccaminose), poiché il soggetto avrebbe operato una scelta per il bene, cui comunque, in ultima istanza tenderebbe. E’ la morale del “siamo tutti salvi”, basta la fede (Fede), un poco neo-luterana, inclusiva, e un poco… buonista. Vi è, per contro, chi sostiene che, anche ammettendo un’opzione fondamentale per il bene, questa debba essere sempre vigilata e sostenuta da azioni buone, perché quelle cattive la ferirebbero talora, forse, in modo “mortale”,[8] laddove vi sia: materia grave, piena avvertenza e deliberato consenso.

Forse è il caso di considerare seriamente la pervasività della fallibilità umana, e la facile adesione dell’uomo al male.

 

Approfondimento tematico Quell’oscura presenza

Nei giorni di ciascuno di noi, quando il silenzio ci aiuta nella riflessione interiore, quando si riesce ad abbandonare lo strepito quotidiano, sorge dalle profondità dell’anima un fiotto irrefrenabile, come una colata di lava incandescente, come un torrente reso turbinoso dalla piena. Pensieri, rimorsi, ipotesi, pentimenti, moti d’ira raffrenati, intuizioni… e poi é come se, su tutto questo materiale confuso, si ergesse un giudice pacato e severo: la nostra coscienza. Per giorni, settimane, mesi, a volte anni, essa tace, avvolta nell’oscurità dell’anima, nel torpore di una volontà ferita, ma a un certo punto essa riemerge, senza prepotenza, senza iattanza, in punta di piedi, quasi per non disturbare. E allora lentamente illumina l’ombra profonda che c’è dentro di noi, prima con barlumi infinitesimi, che ci permettono di intravedere qualcosa, e poi con sempre maggiore vigore ci mostra la nostra condizione. Fino a che non riusciamo a vedere con chiarezza ciò che prima era avvolto dalle caligini, avviluppato dalle panie della nostra cecità. Ci mostra il male che è dentro di noi, la nostra superbia e la nostra cupidigia, madri maligne delle cattive azioni che abbiamo compiuto. Siamo stati superbi e dunque abbiamo smesso di ascoltare, di imparare, di avere attenzione per noi stessi e per gli altri, travolti da quella che pensavamo fosse una vera, sana attenzione per noi stessi. Siamo stati cupidi e dunque abbiamo desiderato per noi beni sbagliati, finiti, disordinati, pensandoli adatti alla nostra vita. Abbiamo messo la sordina alla retta ragione scambiando il male con il bene.

Come impostare allora la vita, allorquando, alla fine di un lungo tunnel male o punto illuminato, si trova la via d’uscita? Non certo pensando di avere sconfitto tutta l’umana fragilità che è in noi, che ci costituisce, almeno parzialmente. Essa è parte non eliminabile della nostra struttura personale, e ci rende cagionevoli, bisognosi di aiuto. Essa è uno specchio nel quale ritrovare la via dell’umiltà, che si oppone alla superbia come il bene al male. Il problema che ci sta di fronte è come riuscire ad armonizzare ricomponendo le nostre straordinarie facoltà di esseri intelligenti, cioè come ricostruire la nostra identità creaturale.

Lo sforzo è grande e non privo di incertezze, cadute, ripensamenti, stanchezza. La perseveranza è la virtù da invocare e praticare. Proprio quando sembra che non ce la facciamo, che l’impegno sia troppo grande, smisurato, allora capita che ci accorgiamo di avere fatto un passo avanti, magari impercettibile. Ciò che fino a qualche tempo prima ci pareva nebuloso e incerto, comincia a stagliarsi alla nostra coscienza con un certo nitore.

Ecco: la cosa giusta da fare è questa. Lì mi stavo sbagliando… La coscienza non ha voce stentorea, più spesso fa fatica a varcare la soglia della nostra percezione interiore, perché siamo affannati a fare mille cose, frastornati da innumerevoli interessi e incombenze. E non ci mettiamo in ascolto.

Ma la voce (la coscienza) è resistente. E capace di emergere nei momenti di silenzio, quando finalmente fermiamo il nostro attivismo e ci predisponiamo al riposo. Occorrerebbe andarle incontro ogni giorno. Donarsi momenti di contemplazione e di cura del nostro spirito, fermandoci a osservare le cose, gli altri, il mondo, ma da fermi. In silenzio. E valutare le nostre azioni, soppesarle, confrontarle, chiedendoci se sono state congrue con il nostro esistere, se sono state buone, per noi e per gli altri.

I credenti di tutte le religioni e i seguaci di tutte le etiche dei valori lo chiamano esame di coscienza, o giù di lì, ciò che è il solo modo che permette a quella presenza avvolta nella nostra oscurità interiore, di uscire dalla latenza cui spesso la costringiamo, per illuminare finalmente la nostra via di una luce pura.

E’ dunque nella mia coscienza che si fa presente, in qualche modo, la normatività morale. La intendiamo qui dunque come

“quell’atto della ragione pratica che, alla luce dei primi principi del bene, della scienza etica e dell’esperienza personale illumina il soggetto su ciò che deve fare o evitare hic et nunc nella sua personalissima e irripetibile situazione.”[9]

Il giudizio etico della coscienza è allora la norma prossima della moralità e dell’obbligazione di una determinata azione dell’agente razionale (l’uomo).

E’ a questo punto che dovrebbe scattare, quell’atto che Aristotele chiama proàiresis, cioè la decisione per il bene proprio dell'”ente”, il quale dovrebbe essere riconosciuto quasi per connaturalità, per simpatia, per esercizio di retta ragione.[10]

Un’altra questione (anche questa sarà approfondita più oltre) concerne il rispetto dovuto alla coscienza erronea. Per coscienza erronea si intende quell’atto di coscienza che non persegue il fine dell’ente secondo la sua propria natura, ma non per cattiva volontà, piuttosto per una qualche forma di ignoranza momentaneamente invincibile. Nonostante tale atto sia erroneo, esso va rispettato, fino a che un approfondimento illuminato dalla retta ragione non porti il soggetto a cambiare la propria decisione.

[1] Interessante potrebbe essere esplorare la distinzione sartriana fra l’en-soi e il pour-soi, che approfondisce il tema dello iato esistente fra essenza dell’essere, o fatticità, e potenzialità dell’essere, o trascendenza: luogo dove si dibatte anche il conflitto naturale fra coscienza irriflessa e coscienza riflessa o “conoscenza”.

[2] Etica Nicomachea, VII, VIII

[3] Summa Theologiae, I-II, q. 19, art. 2

[4] è la deontologia kantiana

[5] il casuismo gesuitico e l’utilitarismo empirista anglosassone

[6] Cfr. in Galimberti U., I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli, 2002

[7] Possiamo intendere il termine sia nel senso comune che nel senso teologico di peccato.

[8] Poppi A., Per una fondazione razionale dell’etica, cit., Studium, Padova 1994

[9] Cfr. Tommaso d’Aquino, De veritate, q. 17, a. 1

La “funzione” del dolore e della paura

Dolore e paura ci fanno sentire vivi, anche se ci preoccupano. Il dolore e la paura ci avvertono di un qualcosa, che dobbiamo avere il coraggio e la pazienza di affrontare. Peraltro, secondo la distinzione classica, il coraggio o fortezza è proprio il rimedio alla paura, che è la passione contraria, sempre che non sconfini nell’imprudenza e nella temerarietà: affrontare a mani nude un uomo armato di pistola è follia. Nel dolore invece è la pazienza a costituire rimedio, pazienza che significa capacità di sopportare, cioè di sup-portare e dunque, ancora, significa coraggio. Pazienza e coraggio vs dolore e paura.

Di seguito una nota pubblicata nel 2015 nel mio L’eros come struttura ermeneutica per la comprensione del senso, ed. Cantagalli, Siena.

Dolore e sofferenza non sono sinonimi. Il dolore è la causa, a sua volta causata, e la sofferenza, che è un sopportare [dal verbo latino subfero, supporto, sopporto], è la conseguenza del dolore stesso sull’essere umano, il quale ne è consapevole, in quanto autocosciente. Tutti i viventi soffrono, anche se con un grado differente di consapevolezza, ma solo l’uomo, in condizioni normali, ne è perfettamente cosciente. Il dolore è sintomo di uno squilibrio, di una irritazione, di disturbi funzionali e di meccanismi psicosomatici e riflessivi vegetativi, di una lesione, o ferita, ed è generalmente un segnale di attenzione per un pericolo, per una patologia. È positivo come segnalazione di un qualcosa che non va, negativo se inutile.

[Pschyrembel H., Klinisches Wörtherbuch, ISBN 3-11-018171-1, de Gruyter, Walter, GmbH&Co, Berlin].

Il verbo greco πάσκω, ειν, significa “ciò che si prova nel fisico e nel morale”, e poi ”provare un’impressione, una sensazione, un sentimento”, e dunque ”soffro, sopporto, subisco”, così come nella traduzione latina patior, e italiana patire: dolore, miseria, danno, sciagura, disgrazia, calamità, sconfitta, etc..

La nozione greco-latina del patire è quindi origine dell’etimo della stessa virtù di pazienza [patientia], la quale ha come parte integrante fondamentale la fortezza, e dunque il coraggio. Il paziente è forte, e dunque è virtuoso, perché la fortezza [α̉ρητή] è la virtù per eccellenza.

Per Platone [Filebo 17, 31d, 32a; Timeo 47d; IX, 591d] il dolore è rottura dell’armonia, come un rientro nel Chaos iniziale, che è stato ordinato dal Demiurgo. Per Platone il problema è ripristinare l’armonia.

Per Aristotele [Etica Nicomachea VII, 13, 115] il dolore è conseguenza di una forzatura di ciò che è naturale. E comunque, ciò che è naturale tende alla corruzione e alla distruzione.

Per gli Stoici i dolore è una dimensione naturale da affrontare con determinazione e rassegnazione.

Sant’Agostino introduce il tema psicologico della volontà umana, che causa dolore quando dà spazio alla cupidigia e alla concupiscenza. [D. Antiseri e G. Reale, Il pensiero occidentale dalle origini a oggi, vol. I, 341-347].

Per Nietzsche il dolore è un’esperienza che favorisce la conoscenza, ponendo sotto una luce diversa e altrettanto veritativa la realtà di se stessi e del mondo.

Per la tradizione giudaico-cristiana il dolore è causato dalla rottura di un patto, per la quale vi deve esserci un’espiazione. Per la tradizione cristiana, siccome la rottura del patto ha causato dolore infinito a Dio, solo il dolore di un Dio ha potuto dare valenza soddisfattoria al dolore infinito di Dio stesso. Interessante è il passaggio paolino nella Lettera ai Romani [8, 19ss]: “[…] la creazione stessa infatti soffre e geme per le doglie del parto, […] essa pure attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio”.

Merita un cenno anche la dottrina del dolore in campo buddhista: per questa filosofia religiosa “[…] il dolore è realtà, suprema certezza ed esperienza umana universale; la causa del dolore è nella passione del desiderio; perciò, ci si può liberare dal dolore [e dal ciclo delle rinascite] solo con l’estinzione del desiderio; il desiderio si estingue attraverso la rinuncia [non mediante l’appagamento], e con comportamenti morali adeguati [retto discorso, retta condotta, etc., l’ottuplice sentiero]”; Neri U., La Sapienza Buddista e la risposta Hindu, in Rivista di Teologia dell’Evangelizzazione, Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, Bologna, Anno XI, n. 21 – gennaio/giugno 2007, 226.

E dunque… abbiamo pazienza e coltiviamo la fortezza.

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