Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Creta, Ano Viannos, la piazza delle esecuzioni

Questo luogo telematico non è solo vetrina per i miei scritti, aperta al mondo, ma anche un luogo di ospitalità. L’amico Fulvio Comin, in questa fase delle nostre vite è anche mio compagno di strada nella scrittura di un romanzo storico, che l’editore Albatros è stato disponibile a pubblicare: si tratta della storia di una famiglia ebrea che fugge da uno dei tanti pogrom antisemiti che accadevano in molte parti dell’Europa nel XVII secolo (e in molti altri tempi come manifestazione di una “malattia grande” dell’umano, il razzismo) e, nel caso, in Ucraina sulle rive del grande fiume Dniepr. La famiglia di Rizko Abrams va a Occidente… ma ne leggeremo le peripezie quando il romanzo sarà pubblicato.

Fulvio Comin

Intanto qui accolgo un racconto drammatico che Fulvio ha voluto scrivere da Creta. Un salto all’indietro in piena Seconda Guerra mondiale, nella tragedia dell’occupazione nazista.

“In questo sole sfolgorante, dentro a questo caldo che arriva come un abbraccio mortale direttamente dalla miscela di grani di sabbia del deserto africano, nati sotto l’Atlante e spinti, verso l’Europa, non una Europa, ma tante Europa, frantumate sotto i venti degli egoismi e degli interessi, piccole schegge di roccia che si incontrano con altri frammenti di roccia del deserto e non si accorgono di essere eguali ai precedenti e, nello stesso tempo, diversi quasi il confronto, quando non lo si vuol fare, fosse impossibile.

In questo sole sfolgorante dove mi ha portato Roberto, pilota comandante di grandi aerei, che guarda il mondo dall’alto, eppure sa riconoscere, i tragici segni sul terreno, quasi fossero pennellate di ferocia umana che né il vento né l’acqua riescono a cancellare e rimangono per decenni e, forse, secoli, sempre che non nasca qualcuno che vuole riscrivere la storia per camuffarla e raccontarla alla mamma, discretamente, perché non le provochi dolore, perché non ne turbi gli ultimi sogni prima di andarsene a fare i conti con l’Eternità. Se c’è!

Lei ci crede e allora cosa dobbiamo cancellare nella storia del mondo per farla contenta? Nulla, in verità, perché il Padreterno, nel momento del trapasso le confonde la memoria, le spegne la luce che illumina la verità e confonde nel grigio il bianco ed il nero e la lascia valicare il confine in uno stato di semi incoscienza. Trapasserà felice e noi ci chiederemo se questo sia giusto oppure no.

Ma noi chi siamo per porci questa domanda?

Ecco allora che, altro, ci toglie l’incomodo e neppure ce lo dice. Ci sarà pure un motivo che ci sfugge, in questa mancata comunicazione. Di sicuro, ma non ci va di cercarlo.

E allora, in questo sole sfolgorante ed immersi in questo caldo inconsueto, ecco che Roberto mi indica una tabella lungo la strada sulla quale c’è scritto, prima in greco e poi in inglese: “Lygia. Place of Nazi Executions”.

La tabella indica una strada sterrata che scende verso un falsopiano coperto da ulivi che non sappiamo se percorrere oppure no. L’assicurazione dell’auto presa in affitto ti copre eventuali danni, soltanto se percorri strade asfaltate, altrimenti il rischio è tuo.

Che ci sarà da vedere nello spiazzo dove i nazisti hanno fucilato centinaia di persone? Probabilmente nulla, se non fili d’erba tra le piante di ulivo, dimenticati dalle capre o magari una transennatura realizzata decenni dopo a delimitare ciò che ormai era evaporato come una negligenza, tra i fumi della storia.

Anche i crimini evaporano, spariscono nell’aria, come un gas mortale che nessuno vede, ma che ti entra dentro e ti devasta. E quando chiedi alla Storia, se i responsabili abbiano pagato, la risposta è sempre scoraggiante: non hanno mai pagato e neppure si sono mai pentiti o hanno lasciato uno scritto da leggere dopo la loro morte per affermare ciò che volevano, anche che avevano fatto bene a comportarsi  come si erano comportati.

Ma perché costoro non lasciano mai una traccia delle loro malefatte o “benefatte”, dopo la loro morte? Perché non scrivono in poche parole la verità? Cosa gli costa venire a patti con la propria coscienza?  E se è vero che ti confessi pensando che nell’aldilà qualcuno sia pronto a giudicarti, perché non scrivi: “sì sono stato io ad ordinare il massacro e ne sono orgoglioso… oppure… mi pento… non volevo farlo, ma gli ordini…”. Qualcosa sembra sempre salvarti.

Mi spieghi quale ideologia giustifica la strage di bambini che vanno ignari in mezzo a un prato, seguendo le madri, oppure in braccio a loro, pensando che c’è la mamma e, se c’è, sono sicuri e, invece, questi assassini, li strappano dall’abbraccio, li afferrano per i piedini, li fanno ruotare e ne fracassano le teste contro gli stipiti di una porta magari quella della casa dei bimbi, dove gli stessi si erano più volte affacciati entrando od uscendo da quell’uscio che rappresentava il confine tra la famiglia ed il mondo.

Poveri bambini che noi dimentichiamo facilmente, riducendoli a statistica: quanti erano il cinque per cento, l’otto? Non importa. Ciò che è davvero importante è che esistevano, c’erano e non hanno compreso il momento che stavano vivendo e che, un secondo dopo l’averlo forse pensato, non vivevano più.

Oltre cinquecento, tra bambini, donne, anziani, sono stati portati nel “ piazzale delle esecuzioni” e, a gruppo di sette, mitragliati.

Perché non si sono ribellati? Morte per morte, cosa cambiava?

Pensate: questa domanda la dovremmo porre a coloro che si sono lasciati fucilare senza far nulla, camminando fin sull’orlo della fossa dove poi si erano inginocchiati, aspettando il colpo alla nuca.

Perché non si sono ribellati? Domanda delle domande.

Roberto, che guarda le cose terrene dall’alto, mi accompagna al sacrario che ricorda questi morti: ci sono i nomi. Certo, ci sono i nomi e pure, stilizzate nella pietra, le figure di coloro che sono stati ammazzati, ma è come tentare di rappresentare il vento con un solido, fare di un soffio d’aria una bolla di pietra e sostenere che non pesa.

Tutto evapora.

Già, il tempo è un soffio e chi lo acchiappa finisce soltanto per contorcersi nel rimorso o in un’esaltazione che non sembra passare mai. Meglio allargare le mani e lasciarlo andare: via, un soffio di vento, polvere sparsa nell’aria. Non pesa nulla, soprattutto non ti pesa sullo stomaco.”

(Fulvio Comin)

Da immemorabili tempi le cronache estive hanno il loro “giallo”, dai tempi dello “scandalo Montesi/ Piccioni”, delle vicenda di Fenaroli/ Ghiani e Maria Martirano, dai tempi del delitto del bitter di Arma di Taggia… è come se il popolo dei lettori abbia bisogno di qualcosa di diverso, di piccante, e misterioso, di peccaminoso e delittuoso, di drammatico o addirittura di tragico, poiché il “male” permea la vita dell’uomo, inevitabilmente, facendo anche – a volte – risaltare il bene

Quest’anno il fatto è collocato in Sicilia, tra Messina e Caronia. Protagonisti: una gradevole signora poco più che quarantenne dal sorriso smagliante (almeno sul web), il suo figlioletto quattrenne, entrambi trovati morti dopo giorni di ricerche vane, il marito un po’ trendy, le comunità locali, gli inquirenti, i volontari che si offrono per ricercare i primi due scomparsi in modo finora inspiegabile, il carabiniere in pensione che trova un corpicino “dove nessuno lo stava cercando” (parole sue un po’ indispettite), e l’ambiente, meravigliosamente estivo, siculo fin nel profondo, con il mare a portata di sguardo, il Tirreno profondo, e una piramide in ferro brunito, definita “misteriosa” da giornalisti privi di ampiezza lessicale. Tutt’intorno la boscaglia, la macchia, i maiali neri dei Nebrodi mescolati geneticamente ai cinghiali, un territorio semi-collinoso definito “impervio” da qualcuno, aggettivo che a me, abituato alle impervietà vere delle rocce e di erti pendii alpini, sembra esagerato. Un territorio che percorrerei con le infradito, che non ho mai usato.

Lo strano comportamento di chi ha visto la donna e il bimbo incamminarsi verso la boscaglia. Zitti, muti come cospiratori. Nessuno telefona ai carabinieri, al 118, nulla.

E poi lo stuolo di “esperti” o reputati (e sé reputanti tali) tali in tv e sul web, la criminologa seriosa, lo psichiatra dal cachet sempre splendido, le domande falsamente insidiose dei conduttori, emblemi di una mediocrità comunicativa evidente. Farei anche dei nomi, ma li ho fatti altrove, precedentemente. E il lettore mio sa a chi mi riferisco. E la noia incombe.

Che è successo realmente? Il super esperto di psiche afferma con fare annoiato che una “mamma” con quei conclamati (da quando?) problemi psichici non la si lascia portare via in auto un bimbo come Gioele. La criminologa, come sempre assai compunta, si distingue per una pretesa maggiore profondità di ragionamento, a sentir lei. Pagati tutti e due per dire cose che poteva intuire anche mia nonna. E ogni giorno la vicenda è in prima pagina, sia sui media di carta, sia su quelli telematici, accanto ai nuovi contagi Covid, a Lukascenko e a Trump/ Biden, in base a una per me assai discutibile gerarchia di importanza.

Siamo seri: alla fine, che importanza nazionale può avere la vicenda di Caronia per meritare tutta questa attenzione mediatica? Rispondo in base a diverse prospettive: 1) da un punto di vista etico/ filosofico personalista e teologico, la vicenda ha importanza assoluta, perché ogni (dico “ogni”) vita umana ha un valore assoluto. Ma subito obietto: e le altre migliaia di bimbi che ogni santo giorno si ammalano, son sempre più denutriti e muoiono in molte zone del mondo? Di loro si parla per numeri, non per nomi. Delle donne poi che dire? quante sono maltrattate, picchiate, stuprate, vilipese in qualsiasi modo, mutilate e uccise, mentre parliamo della (bella?) disk jockey? 2) da un punto di vista politico, la vicenda ha ben poca rilevanza; 3) da quello socio-culturale, appartiene al novero dei fenomeni attinenti agli attuali modi di vivere, frenetici e disordinati, e perciò non indica particolarità significative; 4) dal punto di vista mediatico, tutto cambia, perché l’insistenza con la quale se ne parla, contribuisce ad enfiarne l’importanza, la centralità nella gerarchia delle notizie, perché incuriosisce interpellando morbosità insite in molti, forse in quasi tutti. Ecco, è la dimensione mediatico-commerciale e quindi economica che muove la vicenda. E questo fa un po’ di tristezza. Mi viene da dire una cosa che attesta la mia scarsa simpatia per gli esperti convocati dalle tv: che cosa farebbero questi signori&signore se, specialmente d’estate, non accadessero fatti così sfiziosi, ancorché tragici? Non lo so.

Nel novero dei protagonisti della vicenda una sola persona mi ha convinto, per la scarna frase pronunziata e per il comportamento, cioè il carabiniere in pensione che ha trovato lavorando solo due o tre ore, il corpicino: alla domanda circa “come avesse fatto a trovarlo così rapidamente“, ha risposto lapidario: “Ho cercato dove gli altri non hanno cercato. Punto“. per dire che non ammetteva né repliche né commenti.

Ecco, un altro punto. Dopo venti giorni nei quali forze dell’ordine e volontari cercavano senza trovare un corpo di bimbo in una zona che è fuorviante definire “impervia” (sopra ho spiegato che cosa ragionevolmente si possa onestamente intendere per “impervio”), una persona veramente esperta, competente e disinteressata, ha risolto un caso che decine di altre persone non riuscivano a concludere in intere giornate di ricerca.

Caro lettore, sai che proprio non mi capacito? Non capisco, non riesco a comprendere come la cosa si sia risolta in questo modo. Battendo il territorio con metodo, con gruppi che avanzano in riga orizzontale e visitano ogni anfratto del rettangolo di territorio destinato, per poi spostarsi su un altro rettangolo, metodicamente, fino a coprire una superficie che ragionevolmente avrebbe potuto contenere tutto il girovagare della donna… quanto? dieci o quindici km quadrati? Un rettangolo di due/ tremila metri per sei/ settemila?

Proprio come si vede fare nei thriller americani, che pare siano più documentati del nostro reality. Ecco, mi è parso che le tv abbiano trasmesso un reality senza pagare nessuna comparsa, perché tutti erano più o meno tali.

Del giuoco del calcio e di altro. Gianni Brera riteneva che lo 0 a 0, cioè il pareggio a reti inviolate, fosse il risultato perfetto in una partita

Il gioco del calcio è, pare, il gioco di squadra più popolare del mondo. Vi sono anche dei prodromi di questo gioco con la palla risalenti addirittura al Medioevo. Dall’Alto Medioevo, fin dal IX secolo: Nennio, un monaco benedettino, lo cita nella sua Historia Brittonum, narrando del gioco che si teneva in Galles, dove dei ragazzi si dilettavano a giocare con una palla (di stracci?), chiamandolo pilae ludus.

In Francia si riscontrano tracce del “gioco con la palla” nel 1147. In Inghilterra ne parla William Fritzstephen attorno al 1180, collegando questo gioco ad altri praticati dai giovani il Martedì grasso. E poi a Firenze, dai secoli XIV e XV…

Gianni Brera

Il calcio moderno ri-nasce in Inghilterra nella seconda metà del XIX secolo. Questa origine ha fornito agli Inglesi un’ulteriore ragione per il loro ampio superiority complex, che nel caso in qualche modo “proibì” loro di confrontarsi con le altre nazioni per manifesta superiorità. Poi si sa come è andata a finire. Ad esempio, considerando solo i campionati del mondo per nazioni, abbiamo: il Brasile con 5 vittorie, l’Italia e la Germania con 4, la Francia, l’Argentina e l’Uruguay con 2, e l’Inghilterra con… 1, in “casa”, a Wembley, oramai lontana più di mezzo secolo (1966) con il non-goal di Geoffrey Hurst nella finalissima londinese alla Germania di Helmut Haller e Uwe Seeler. Ben le sta.

In questi anni il football è diventato sempre più popolare e pervasivo, anche su web e sulle tv, esageratamente pervasivo. I media attuali consentono la partecipazione a tutti, anche a quelli che Umberto Eco definiva imbecilli, che spuntano in gran quantità, anche tra i protagonisti del gioco a tutti i livelli, che si sentono sproloquiare usando linguaggi, concetti ed espressioni assolutamente improbabili, inadeguate, spesso offensive, e sintomo di un’incultura pericolosa, che trabocca dappertutto.

Soprattutto per i più giovani, qui voglio parlare di un esempio di cultura e di lotta a ogni banalizzazione, che è possibile anche parlando di questo sport. E chi meglio del grande Brera può aiutarmi in questo?

Gianni Brera può essere considerato il più grande cantore del gioco del calcio del ‘900, scrittore non inferiore ai nostri grandi neorealisti alla Arpino, alla Vittorini o alla Pavese.

Peraltro, anche lui veniva da quella pianura padana, da quel pavese che aveva prodotto, oltre a un’agricoltura meravigliosa, valenti scrittori. Barba e baffi, occhiali, pipa, una voce chiara e un linguaggio immaginifico, a volte quasi dannunziano o gaddiano.

Neologismi a iosa, come “rombo di tuono” per designare Gigi Riva, virile guerriero delle aree di rigore, oppure “abatino”, ingeneroso nomignolo per il più grande di quei tempi, cioè Gianni Rivera da Alessandria, vincitore di tutto, e stimatissimo da compagni che guidava con carisma e avversari, italiani ed esteri, ma per Brera il Gianni era troppo poco “guerriero”, anche se il suo gioco era un pennellare azioni e goal fatti e fatti fare che solo Mancini, Baggio, Del Piero e Totti in Italia, dopo di lui, sono riusciti ad imitare. E anche Cassano aggiungerei a questo elenco, se non si fosse perduto nei ghirigori del suo carattere.

Gioânn Brera fu Carlo, se ne è andato (era il 19 dicembre 1992 e morì in un incidente stradale a Codogno, nel lodigiano, trovo sul web). Non scrisse solo di calcio, ma anche di ciclismo e di boxe, dove contendeva la leadership scrittoria a Bruno Raschi e a Rino Tommasi, le star giornalistiche di quegli sport.

I suoi scritti sportivi hanno inondato le pagine della “Gazzetta dello Sport”, del “Giorno”, del “Guerin Sportivo”, di “Repubblica” del “Giornale”. Altri neologismi suoi sono oggi patrimonio lessicale degli attuali cronisti: libero, centrocampista, contropiede, cursore, incornata, melina etc.. La sua analisi del gioco del calcio era metafora storico-sociologica di ciò che lui pensava della Patria Italia. Per Brera l’Italia era una “Nazione-Femmina”, cioè una Nazione capace di sottigliezze e astuzie, ma non di forza bruta. Rivera Giovanni, Mazzola Alessandro e Bulgarelli Giacomo, eleganti e non muscolari, più di Riva o Boninsegna (da Brera chiamato “bonimba”) erano il simbolo dell’Italia vera. E questo gli dispiaceva molto.

Secondo Brera, anche il calcio italiano era un calcio-femmina, che usava il catenaccio, il contropiede, la ripartenza (copyright successivo forse sacchiano), e quindi la velocità e il lecito inganno della classe sopraffina per battere i colossi del nord, soprattutto i Tedeschi. Ed è quasi sempre andata così: negli appuntamenti maggiori della storia del calcio, l’Italia ha quasi sempre battuto la Germania.

Il giornalista riteneva che i calciatori italiani fossero strutturalmente vocati alla corsa, alla fuga, al contropiede, dove lo scatto e l’abilità nel dribbling vincevano spesso sulla forza bruta. Se, però, Brera vedesse i calciatori italiani odierni, si accorgerebbe che la morfologia è cambiata. Ora non più il metro e settanta, ottanta per portieri e difensori centrali, perché è diventato un metro e ottanta e oltre per ottanta chili per gli attaccanti, un metro e novanta e oltre per i portieri e i difensori centrali per novanta chili, italiani grossi e forti, oramai, come tedeschi e svedesi, o come i negroni che possono mettere in mostra Francia e Inghilterra. Io stesso, a parte le ultime vicende che mi hanno fatto perdere sette cm di statura, rispetto a mio padre che era altro un metro e settantadue, ero un metro e ottantacinque fino a tre anni fa.

Abbiamo mangiato meglio dagli anni ’50 in poi, in molti.

Quando morì Rocco, Gianni Brera scrisse parole sincere sul “Giornale”, il 21 febbraio 1979. “Rivera sta a Nereo come la callida volpe al toro manso. Ma bello è poterlo sentire figlio, alzare la voce a proteggerlo, lui toro, manso tutto de fora, estroverso, goliardo invecchiato, e torvo solo per gioco, l’altro tutto introverso, compito, abatin. Xe Rivera la nostra Stalingrado, si lagna di me Nereo: e si capisce che non può seguirmi neppure quando ho ragione. Rivera è il solo dei suoi che pensi calcio in grande stile: al diavolo se al pensiero non s’accompagna sempre l’azione”.

Brera, ho scritto sopra, non apprezzava molto i giocatori tecnici come Rivera appunto, i piedi buoni, ma i faticatori alla Domenghini. Costoro gli ricordavano di più la sua gente di operai e di barcaioli del Po. Lui era un “padano di riva e golena, di boschi e sabbioni”, cresciuto, diceva, tra le papere e le oche, distingueva i fondali dall’increspatura dell’acqua. Brera era un appassionato enogastronomo, un fumatore di pipa e di sigari, ma anche di letteratura, autore di alcuni romanzi non banali come Il corpo della ragassa (proprio “ragassa”, sì).

Oggi che possiamo scrivere comodamente su un tablet, o su un telefono grande come un pc portatile, non possiamo immaginare Brera e i suoi colleghi che scrivevano sulle ginocchia sull’Olivetti Lettera 32, in condizioni precarie e avventurose. Non era un giornalista “dottore” perché i giornalisti vengono chiamati “dottori”, ma perché lo era veramente. Personalmente avevo un’opinione controversa su lui, ché lo trovavo presuntuoso, definitorio, assolutista nei suoi giudizi e perfino spietato, ma anche straordinariamente bravo, un abisso di bravura rispetto alla maggioranza dei cronisti attuali.

Ma quelli erano tempi nei quali scrivevano di sport Pasolini, Italo Calvino, Dino Buzzati, che seguì perfino un Giro d’Italia, ma anche Bruno Raschi di ciclismo, Antonio Ghirelli di calcio e di altro. Lo sport era cantato. Anche i suoi neologismi erano quasi poetici, da deltaplano-Zenga, a stradiVialli (caro lettor mio, Vialli è di Cremona, come Stradivari!), a Simba-Gullit, re leone delle savane calcistiche, fino al Divin-scorfano, cioè Diego Armando.

Era un sociologo e un etnografo, perché parlava delle terre dove si svolgevano gli eventi sportivi con conoscenza profonda di quei linguaggi, di quelle citazioni, di quei gerghi, nei quali il lombardo si mescolava ad altri idiomi, padani e meno. Era critico di Sacchi, che aveva facilmente “sgamato” con la stessa mia idea: non era l’omarino di Fusignano il portatore di un nuovo verbo calcistico, ma solo il coordinatore di alcuni fuoriclasse, altrove qui da me citati, van Basten, Gullit e Riijkard tra gli stranieri, e Baresi, Maldini, anch’essi fuoriclasse veri, e Donadoni e Costacurta, grandi giocatori. Grazie al c., che quel Milan era fatto di Invincibili/ immortali, con l’aggiunta successiva, dopo il ritiro del più grande, il centravanti olandese, arrivarono due geni slavi come Boban e Savicevic. Ma ormai sulla cadrega, avrebbe scritto Brera del Milan, era arrivato il ruvido e concreto uomo di Pieris provincia di Gorizia, furlàn solido e pratico. Fabio Capello, chiamato dal Brera “gran Bisiaco”, perché la “Bisiacarìa” era la terra di Gorizia e di Monfalcon sul mare.

Ora viviamo tempi diversi da quelli di Brera, per certi aspetti più squallidi, ora che invece di parlare di squadre e di passione, si parla spesso di Spa, di bilanci e di attivi/ passivi economici: le squadre hanno visto ridursi il carico bellissimo di passione all’aumentare progressivo dell’essere strutture economico/ finanziarie, al punto che anche il lessico, il linguaggio che racconta il gioco del calcio, si è modificato. Un esempio, ho sentito per radio il direttore sportivo dell’Inter Pietro Ausilio definire un giovane calciatore su cui si punta molto, mi sembra Alessandro Bastoni, già convocato da Roberto Mancini in Nazionale, non come “calciatore”, “atleta”,e perfino “risorsa”, ma “asset” e “prospetto”. Siamo a questo punto.

Che cosa, dunque, potrebbe rappresentare lo 0 a 0 nelle partite di calcio, così amato da Gianni Brera, in metafora? Forse che non occorre vincere sempre, ma può anche bastare… pareggiare, e andare avanti.

I vergognosi 600 euro

Ferma restando la responsabilità individuale dei babbei che li hanno richiesti, i 600 euro, la colpa di questo skàndalon (in greco antico significa “pietra d’inciampo”) è di chi ha legiferato, da Giuseppe Conte in giù, con i suoi arroganti DPCM, e adesso cerca di moraleggiare e moralizzare, cioè di Salvini, pur dall’opposizione, che ora minaccia di sospendere e di non ricandidare i reprobi presenti tra i suoi, e Di Maio, ma sono i soliti noti, cioè di un Crimi, dell’ineffabile Laura Castelli tra altri (numerosamente presenti nel mondo che Grillo ha suscitato all’essere-in-qualche-modo-nel-mondo), quest’ultima incapace di cogliere questa occasione per stare zitta e non farsi ulteriori danni, non tanto dei cinque o sei poveri in spirito (non in senso “matteano”, però, e lascio al gentil lettore l’esegesi del termine, eh eh), tra cui due friulani, tali Mattiussi e Tondo (che fa finta di non conoscermi quando mi incrocia per strada, pur avendo fatto un pezzo di strada politica in qualche modo assieme qualche decennio fa). Poveretti.

Umberto Eco, fu il primo ad accorgersi della platea enorme degli imbecilli del web (e non solo)

Il popolo è incazzato, e a giusta ragione, ma questa incazzatura non basta. Dovrebbe inquietarsi (il Popolo, cioè io, tu, gentile lettore) con gli inabili che legiferano, non sapendo o non volendo sapere il senso delle norme che emanano. Rifaccio un ragionamento, più volte qui proposto: se chi emana una norma non ne conosce gli effetti è gravissimo, anche più grave del caso nel quale conosca la valenza di ciò che decide, ma decide deliberatamente per ottenere suoi scopi. Mi spiego meglio: è più pericolosa la stupidità e l’ignoranza ignorante, in questo caso colpevole, che non la pura malvagità.

In tema: qualcuno pensa che – in questa vicenda – si sia proceduto ad operare per “sputtanare” ulteriormente i “politici”, onde favorire il “sì” al prossimo referendum confermativo concernente la riduzione dei parlamentari. Come se i mestieranti della politica avessero bisogno di essere ulteriormente denigrati. Ma io non credo all’esistenza di queste sottigliezze, perché presuporrebbero un’intelligenza e una cultura politica che gli attuali “rappresentanti del popolo” non possiedono.

Al referendum del 20 e 21 settembre prossimi io voterò sì, perché sono convinto che 600 (400 deputati e 200 senatori) bastino a rappresentare il Popolo italiano, e non siano necessari tutti gli attuali 950 circa. Non è una questione numerica, ma di qualità, che da qualche decennio latita sempre più nel personale politico italiano. Dopo “tangentopoli”, il livello medio dei politici italiani si configura, oso dire, sul modello dipietrista, randellatore e giustiziere dei “vecchi” politici, ma modello di qualità molto inferiore ai “perdenti” di quel tempo. Questi “nuovi” non conoscono neppure l’abc del Diritto costituzionale e parlano, i più, un italiano approssimativo.

Ridicoli diventano poi, quando nel dibattito parlamentare devono pronunziare qualche parola in inglese, oppure quando “ci rappresentano” all’estero. Per fare il Ministro degli esteri, caro lettore, non pensi (e scusa la dimanda rettorica), che sarebbe necessario parlare un buon inglese? Almeno, dico. Nell’Italia liberale prefascista i politici, tutti, conoscevano francese e inglese, e spesso il tedesco. Mi si dirà: erano quasi tutti benestanti o nobili… sì, ma avevano anche voglia di studiare.

Confesso il mio imbarazzo quando ascolto anche alti rappresentanti istituzionali, specie se provenienti dal Movimento roussoviano-perlamordidio. Ripeto qui, dopo averlo mostrato in un pezzo precedente: a mio parere J.-J. Rousseau è stato uno dei più mediocri e pericolosi filosofi de fra il ‘700 e l’800. Quando il ragionier Casaleggio lo ha proposto come riferimento ideologico- culturale per il suo movimento ha manifestato tutta la temeraria approssimazione di una non-conoscenza della filosofia.

Tornando al tema dei 600 euro alle partite Iva, consiglierei ai miei cari lettori, di andare a leggersi le motivazioni / ragioni della scelta di chiederli all’Inps. Uno, che qui non ri-cito, ha spiegato che sono serviti a pagare spese delle attività economiche personali e familiari, ma mi vien da ridere: 600 euro!!! Che cosa risolvo con 600 euro? Cosa paghi? Te lo dico subito mio gentil lettore: una  cifra del genere basta a malapena a pagare gli oneri indiretti di uno junior che percepisce meno di 1000 euro netti al mese. Si dà il caso che il signore di cui sopra abbia un paio di decine di dipendenti… Stiamo evidentemente scherzando, caro furbacchione, ma poco accorto, di Forza qualcosa. Capace di dire subito dopo che, se lo vogliono fuori, lui cambia ancora partito, come ha già fatto un’altra volta, quando uscì dalla Balena bianca, mi pare.

Il tema è dunque morale, o etico nella sua struttura ontologica di atto umano libero. Questi signori, consiglieri regionali e / parlamentari, con emolumenti che vanno da 10.000 a 13/ 14.000 euro netti al mesi, si sono disturbati a chiedere all’Inps 600 euro. Da non credersi. Costoro non si sono minimamente posti la domanda etica: è plausibile che io, in questa situazione, e nelle condizioni in cui mi trovo (obiettivamente molto buone e di gran lunga migliori di quelle in cui si trovano la maggior parte degli Italiani) abbia pensato di inviare all’Inps la domanda per ottenere quanto per milioni di altre persone potrebbe essere vitale?

No, non si sono posti questa domanda. Il loro cinismo e un egoismo senza aggettivi li colloca in un girone di peccatori che il Poeta ha drammaticamente tratteggiato: “Oh cieca cupidigia e ira folle/ che si ci sproni nella vita e ne l’etterna poi si mal c’immolle!”. Così Dante scrive nel XII Canto dell’Inferno (vv. 49-51).” Con tali versi Dante spiega come l’avidità di beni materiali e la rabbia (rivolta alle persone) guidino l’animo degli uomini anche ad azioni molto violente, non solo all’oppressione degli altri.

Cupidigia o avarizia, il terzo vizio per gravità, secondo la Teologia morale di Tommaso d’Aquino, subito dopo – nel male – l’inarrivabile superbia e la truce invidia.

Non che i beoti richiedenti i 600 euro appartengano al girone degli avari della terra, ma forse si sono già in cammino verso quelle plaghe. Possono ancora tornare indietro, se vogliono.

Dear Mister Conte (Antonio)…

un paio di decenni fa ero Direttore Risorse umane di un’azienda con un fatturato forse 15 volte maggiore di quello dell’Inter F.C. Spa di Milano, squadra che mi è simpatica. L’azienda dove fungevo da Human Resources General manager contava circa 5000 dipendenti (ora 7000), quindi almeno cinquanta volte il numero dei dipendenti dell’Inter pazza e imprevedibile. Bene, se avessi qualche anno di meno, mi sentirei di propormi come Direttore del Personale di quella nobile compagine calcistica e, tra le cose più costruttive che proporrei in questi giorni alla Proprietà Suning-Zhang e alla Direzione, vi sarebbe una lettera all’allenatore attuale, il Signor Antonio Conte.

il testo potrebbe essere il seguente, caratteristico di una Raccomandazione formale scritta, e quindi nulla a che vedere con il Codice disciplinare aziendale, cioè con le modalità di una Contestazione disciplinare ex articolo 7, comma 2 della Legge 300/ 70 o Statuto dei diritti dei lavoratori.

Dear Mr. Conte,

lo spirito di dialogo e collaborazione che ha sempre contraddistinto il rapporto tra la nostra Società e Lei, deve necessariamente prevedere trasparenza e verità nelle relazioni tra noi.

Pertanto, in questo caso, ci duole segnalarle che alcune Sue recenti dichiarazioni pubbliche, in occasione dell’ultima partita di Campionato italiano (vinta sull’Atalanta), non sono state congrue e appropriate circa la Sua posizione di dipendente della Società, anche se, trattandosi di una Società attiva nel mondo del calcio, non v’è dubbio che tale rapporto di dipendenza sia di carattere molto particolare: basti solo pensare alla enorme popolarità e fama che tale ambiente comporta anche per Lei, e il trattamento economico con Lei concordato, che nulla ha a che fare con l’enorme maggioranza degli altri lavoratori. In ogni caso, Lei non deve dimenticare mai di essere un “dipendente”, oltre che un valido e stimabile professionista, da molti riconosciuto, nel Suo ruolo.

Prima di procedere con le considerazioni che intendiamo proporLe, non possiamo non farLe presente che, se la Società avesse scelto di procedere disciplinarmente, si sarebbero giuridicamente addirittura configurati gli estremi per un Suo licenziamento, invocando la figura giuridica (ex Lege 604/ 1966 et s.m.i.) della Giusta causa. Un tanto è confermato da non pochi pareri di autorevoli giuristi, che possiamo (o meno) avere interpellato.

Di contro, come questa nostra evidenzia, abbiamo deciso di percorrere la strada del dialogo, mettendo in chiaro alcune questioni che riteniamo essenziali per una prosecuzione positiva del rapporto di collaborazione.

Ci permettiamo pertanto di formularLe alcuni consigli, che se Lei riterrà utile considerare, potrebbero aiutarLa a migliorare il Suo modo di “stare nell’Inter” e, se Lei permette, anche il Suo personale modo di porsi con gli altri. Beninteso, non siamo qui a parlare dei Suoi tratti caratteriali che, come ci è ben noto, non sono modificabili, ma di alcuni suoi comportamenti che, come ben spiegano le più affidabili dottrine psico-relazionali, sono modificabili, se l’interessato è disponibile a prendere in considerazione l’opportunità di un cambiamento.

Nello specifico ci pare di poter affermare che alcune modalità comportamentali Sue sono caratterizzate da un Egocentrismo e da un’Autostima assai, troppo, espansi, espressione di un Ego poco capace di considerare le posizioni altrui. Questo sotto il profilo psicologico. Ma non si può trascurare neppure il profilo etico-morale: Lei a volte pare manifestare una importante carenza di Umiltà e. badi bene, non stiamo parlando di Modestia, ché non è richiesta, specie se fasulla nella sua declinazione falsa.

Le diciamo quindi, con serenità e fermezza, che ci aspettiamo da Lei un cambiamento nei comportamenti, anche perché riteniamo che questo sia possibile tenendo conto della Sua indubbia intelligenza e cultura.

Con i migliori saluti e auspici di collaborazione ulteriore

La Presidenza/ Direzione

(…questo farei firmare al Signor Presidente Steven Zhang)

Quando Sigrid mi aggiustava il nodo della cravatta

Ragazzini vestiti da uomini eravamo. Al liceo, al nobile regio liceo-ginnasio, dove io ero – per alcuni – lì come per sbaglio. Unico, forse, figlio della classe operaia in quel luogo.

Il Liceo Ginnasio Jacopo Stellini di Udine

Gli altri compagni e compagne erano o figli e figlie di militari, o di professionisti, o di impiegati pubblici, o di commercianti. Ero, per le regole di classe di quegli anni, fuori posto. Anche la mia preparazione, dopo la terza media e nei primi mesi della quarta ginnasio, era inferiore a quella di molti compagni, ma ben presto pareggiò la loro: forse a febbraio non avevo più nessun handicap verso alcun compagno. Le ragazze mi sembravano grandi, molto grandi, e io mi sentivo piccolo, molto piccolo, ma non di statura. Loro guardavano quelli di seconda e terza liceo: da quattordicenni si interessavano ai diciottenni che, a loro volta erano spesso figli di papà benestanti che li portavano a scuola in auto. Ma erano dei rivoluzionari. Taluni avevano già la macchina personale, magari “solo” una Fiat 500 o una Mini Morris.

Ricordo ancora uno studente (ho in mente il suo cognome che qui non riporto, ma forse, se leggerà, si potrà anche riconoscere), militante della FGCI, cioè della Federazione Giovanile Comunista Italiana, che, quando pioveva, scendeva davanti alla nobile scalinata, da una grossa Mercedes grigia, pulitissima con suo padre al volante. La militanza politica era prevalentemente a sinistra, anche (anzi soprattutto) al liceo, ma a sinistra del Partito Comunista. Io che mi sentivo socialista, per via di mio papà e delle prime letture politiche, mi sentivo esterno, estraneo a un mondo che era profondamente borghese, eppure parlava di proletariato, di lotta di classe e di rivoluzione. C’era qualcosa che non mi quadrava.

I maschietti erano obbligati dal dress code dell’istituto e del tempo a giacca e cravatta, codice che il ’68 avrebbe smantellato. La ragazze indossavano il grembiule nero, che le rendeva carine come dei corvi giovinetti. E le professoresse idem, anche loro con il grembiule nero. I professori, invece, indossavano giacca e cravatta come noi ragazzini.

Non avevo capi di gran pregio, ma ero pulito e dignitoso. Non avevo ancora imparato a far bene il nodo della cravatta e , ricordo, una mattina, una mia compagna tedesca, Sigrid, mi sistemò con cura il nodo e mi diede un buffetto cameratesco. Non so se avesse simpatia per me, ma lo fece con naturalezza estrema. E io neanche mi vergognai. Lo dissi a mia madre e lei sorrise. Ma poi imparai a fare bene i nodi della cravatta, finché la cravatta fu un obbligo, perché poi venne il tempo dei maglioni, degli eskimo verde oliva, dei jeans e delle scarpe da ginnastica.

Il liceo era cambiato. La rivoluzione era alle porte, ma il racconto di quei tempi è cantata meglio dal mio amico Nando, che ne ha fatto una saga, una serie di fatti narrati che meriterebbe la pubblicazione di un volume. Il mio amico Sergio ha pubblicato un volume, Le case di via Feletto, dove racconta quegli anni dalla prospettiva di dove abitavano famiglie di militari come la sua. Non so se altri compagni del tempo abbiano scritto qualcosa. Sarebbe bello.

Ho cercato sul web quella Sigrid e mi pare di averla trovata, mi pare che faccia attività nel mondo della comunicazione, nella sua Germania, ma mezzo secolo fa mi aggiustava il nodo della cravatta.

Tanto tempo è passato e siamo ancora qua per qualche tempo a raccontarcela, più in età, con la memoria buona, dopo vicende tutte diverse, studi, lavori, amori, figli fatti e figli evitati, forse anche figli inconsapevoli di essere stati generati da quelli della sezione F. Un saluto e un abbraccio a chi di loro, della vecchia F, mi possa e mi voglia leggere.

“mat, vecju, stupit e puar”, cioè – in lingua friulana – “matto, vecchio, stupido e povero”, ovvero del possibile disegno di distruzione della classe media

Anch’io come alcuni miei cari amici, come Fabio, direttore di una azienda piccola ma molto coraggiosa e innovativa (nel periodo della crisi, per continuare a lavorare i dipendenti si erano addirittura ridotti lo stipendio, prendendo esempio dal loro direttore, per poi riprenderlo integralmente una volta che l’azienda tornò in pista positivamente sul mercato, esempio straordinario di amore per il lavoro e di etica aziendale, tipico delle nostre terre friulane), sono abbastanza convinto che alcuni potentati di livello planetario abbiano interesse a zittire chi pensa con la propria testa, chi ha cultura, chi dissente, chi discute, chi non si accontenta delle informazioni mediatiche.

Detto questo per presentare il mio caro amico e stimabile collega, siamo seduti per una pizza dopo aver lavorato insieme a migliorare le relazioni dentro l’azienda con dei colloqui, ci soffermiamo sulla situazione attuale. Allora dico a Fabio che vi è un detto nel vecchio Friuli, riferito a me ancora giovanissimo dai miei genitori e dai nonni che recita come nel titolo: “matto, vecchio, stupido e povero“. Se tu, caro lettore, se sei intelligente, onesto e coraggioso, e non ti adegui al pensiero unico, puoi venir ridotto ad essere considerato matto, a invecchiare nella discriminazione, a diventare stupido e – chiaramente – a essere o diventare povero. Così starai zitto, e la smetterai di disturbare il comitato di controllo delle menti e dei mercati.

Questo periodo di analisi socio-politica sembra paranoico, ma io penso che non lo sia. In giro c’è qualcosa che non va, non va per nulla, e la recente crisi Covid lo conferma, a mio parere.

Mino Cancelli (alias Bill Gates), Zuckerberg (pronuncia Zuckerberg), Bezos, Brin e Page (o chi per loro), Tim Cook, ma anche i loro servitori politici (molti democrat americani e repubblicani non dissimili) come alcuni italiani che vanno per la maggiore, o pensano di andare per la maggiore, sono la punta di diamante di quel gruppo di potere. Dobbiamo stare molto attenti, noi piccolo-medio borghesi che non abbiamo più la ghigliottina a disposizione per decapitare il privilegio, come ebbero i Francesi dal 1789 al 1794, perché rischiamo di fare la fine dei generosi ingenui. E non mi si dia del sanguinario.

Il generale De Gaulle sosteneva che “gli Americani commettono tutte le stupidità che riescono ad immaginare, più qualche altra oltre la loro immaginazione“. De Gaulle ebbe il merito, non solo di guidare la Resistenza francese al nazismo, ma anche di non cedere allo strapotere americano, facendo rispettare la sua Patria, che non aveva paura di nominare come tale, come invece accade al linguaggio di molti “presidenti” attuali, come anche il nostro, italiano. Bene, proprio nel loro ambiente, parlo degli USA, da qualche anno si sta pensando che siamo troppi nel mondo, e troppo liberi, per cui occorre trovare il modo di controllare questo processo di crescita delle popolazioni.

Se è vero, come si dice che il danno peggiore per gli stupidi, è essere se stessi, dobbiamo stare attenti agli stupidi irrimediabilmente tali. E noi, che scriviamo e leggiamo e studiamo, non lo siamo. Noi siamo la classe media che fa paura, la classe media che fece la Rivoluzione francese, ma non quella italiana, e ora, senza rivoluzione italiana, i potentati pensano che siamo condizionabili, controllabili, manipolabili. Ma no pasaràn, no, perdio!

Il rischio è grande, perché l’ignoranza è molto diffusa, e in quanto tale nutre la presunzione, che a sua volta alimenta l’irrazionalità, la quale è fomite essenziale della stupidità. Il fatto è che la stupidità è inconsapevole, anzi, se la si indica come difetto a qualcuno, sempre educatamente, c’è perfino il rischio che se ne vanti.

Un altro detto molto noto recita in questo modo: “Se uno stupido tace, vuol dire che non è poi così stupido.” Noi invece parliamo liberamente e quindi, non essendo stupidi, non abbiamo paura del comitato d’affari che vuole controllare il mondo, che ci vuole: matti, vecchi, stupidi e poveri, pronti per la bara e la cremazione.

Ma no pasaràn, no, perdio!

La “non-dea” Atalanta, gasp, eph, sob, aiut, gulp, ops, cul de sac…

Onomatopee più o meno sono, molto disneyane, salvo la prima che, oltre a rappresentare uno stato d’animo di cui parlerò più avanti, così come delle altre onomatopee, è anche la contrazione giornalistica del cognome di un allenatore di calcio (Gasperini) molto, ma molto antipatico, anzi antipaticissimo e dalla voce un po’ stridula, squittente, quello dell’Atalanta, che giornalisti pigri e banali si ostinano a chiamare “dea”. Infatti, Atalanta, nella mitologia greca non era propriamente una “dea”, ma la figlia di un re, cioè di un capotribù del tempo classico. La squadra di calcio “Atalanta”, attualmente in auge calcisticamente parlando, fu fondata a Bergamo nel 1907, e nulla c’entra con l’Olimpo greco, se non nelle memorande fantasie liceali di qualche fondatore, ovvero di qualche stanco e poco creativo giornalista odierno. Non so chi abbia iniziato a chiamare la squadra di calcio di Bergamo con la metafora-metonimia “dea” (roba di questi ultimi anni, comunque), ma immagino come se ne sia gloriato di fronte ai complimenti degli incliti (cioè, ignoranti tecnici). Amen.

Bergamo

Propriamente, Atalanta (in greco antico: Ἀταλάντη, Atalántē) è una figura, si può dire, trans-umana della Mitologia greco-antica, figlia di Iaso, re della regione di Arcadia e di Climene, sua moglie.

Il mito narra del desiderio di un figlio maschio da parte del padre di Atalanta, cosicché, quando nacque la bimba indesiderata, secondo l’èthos dei tempi, la abbandonò sul monte Pelio. Un’orsa inviata da Artemide/ Diana se ne prese cura fino a che fu trovata da dei cacciatori i quali la tennero con loro e la fecero crescere.

Cacciatrice fin da subito, Atalanta uccise con arco e frecce i centauri Ileo e Reco, suoi aspiranti stupratori, ma falliti. Non fu accolta fra gli Argonauti, alla cui spedizione alla ricerca del Vello d’oro nella Colchide aveva chiesto di fare parte, poiché Giasone era, anche lui al modo del tempo, maschilista. Ferì in una battuta di caccia il tremendo cinghiale “calidonio”, di cui l’uccisore, Meleagro, le fece poi dono del vello.

Come può capitare, la sua fama di cacciatrice (mascolina, dunque!) fece sì che il suo stesso padre, che l’aveva ripudiata e cacciata, perché femmina, la riconobbe nella dignità di sua figlia. Al padre, che la voleva sposa di un uomo che la meritasse, promise di diventar moglie di chi fosse riuscito a batterla nella corsa, mentre chi avesse perso la tenzone avrebbe perduto anche la vita. Allora le scommesse avevano anche poste in palio del genere.

A un certo punto, dopo che ebbe battuto molti pretendenti, arrivo un tal Melanione, che chiese un aiuto ad Afrodite (Venere), probabilmente gelosa di Artemide-Diana. Gli dei dell’Olimpo avevano sentimenti, vizi e virtù molto… umane. Il trucco escogitato dal pericoloso nume dell’amore fu questo: Melanione ebbe da Afrodite tre mele d’oro raccolte nel Giardino delle Esperidi, che lasciò cadere a terra, per tentare Atalanta. Lei non resistette all’inaspettato dono, si fermò per tre volte e perdette così la corsa.

Ovidio canta di Atalanta ne Le Metamorfosi, così come altri autori classici. Potremmo dire con linguaggio attuale che Atalanta fu una sorta di wonder woman, o almeno un modello per questo “tipo”. Oppure ancora, per meglio dire, un modello di autonomia dal padre e dalle condizioni femminili del suo tempo.

Jean Shinoda Bolen, analista junghiana tratta di Atalanta nei suoi volumi Artemide. Lo spirito indomito dentro la donna, e Le dee dentro la donna. Una nuova psicologia femminile editi da Astrolabio, quasi come ipotesi di donna autonoma dai “poteri forti” del padre e degli eroi.

Quindi Atalanta è impropriamente definita “dea” da pennigrafi indolenti e poco documentati.

Tornando ai monosillabi del titolo, registriamo gasp, oltre che come abbreviazione dell’antipatico allenatore della non-dea Atalanta, in quanto manifestazione di difficoltà improvvise, eph come moto di meraviglia impaurita, sob come un piagnucolare semi-infantile (tipo quello dell’allenatore dell’Inter, Antonio Conte), aiut come semplice figura di troncamento di “aiuto!” richiesta di soccorso, gulp, come improvviso stupore, ops, come incidente inaspettato, tipo urca, ho fatto cadere il vaso…

Infine un accenno al detto francesizzante cul de sac, che significa angolo da cui non si può scappare, oppure metaforicamente, con riferimento al famoso allenatore di tre (dico 3!) anni di gloria al Milan, dove Berlusconi gli aveva comprato i tre migliori giocatori del mondo di quel tempo, a parte Maradona, cioè Van Basten, Gullit e Riijkard, oltre a Baresi, Donadoni, etc., e trenta (dico 30!) anni di scritti (chissà se qualche ghostwriter…): Arrigo Sacchi, laudator del gioco di squadra, che non avrebbe vinto nulla se non avesse avuto a disposizione da Berlusconi i fuoriclasse sopra citati. Quando leggo i suoi commenti sugli altri, squadre e allenatori, e noto il suo uso corrente, non poco presuntuosetto, di concetti e termini psico-socio-filosofici come “conoscenza”, “cultura del lavoro”, “autostima”, “filosofia” (ma dai, Sacchi, su!) “leadership“, lemma comunque usato ed abusato a proposito e a sproposito, mi chiedo quanto e che cosa sia farina del suo… sacco. Mi è venuto bene l’involontario bisticcio retorico, vero?
Supò, Sac, sei un guru da poco

E via dilettandomi.

Santa Sofia di Istanbul e… Udinese vs. Juventus

Può sembrare incomprensibile l’accostamento del titolo, ma non lo è. La basilica costantinopolitana fu così chiamata da chi volle erigerla verso la metà del VI secolo, l’imperatore Giustiniano, in onore della Sapienza divina. Non è quindi il nome di una santa. Ora per volere del presidente-dittatore Erdogan, dal 24 luglio 2020 è tornata (per ora) ad essere moschea, come era stata dal 1453, sotto il sultano Mehmet II, al 1934, quando il riformatore Mustafa Kemal Atatürk, aveva voluto che l’edificio fosse dedicato a tutte le culture e religioni dell’impero turco, con grande saggezza.


Santa Sofia – Istanbul

Tornando alla “sapienza”, per la teologia cristiana è uno dei sette Doni dello Spirito santo, insieme con l’intelletto, la scienza, il timor di Dio, etc. Per il mondo greco e la grande filosofia classica, la sapienza era la “Sophia“, che stava accanto alla scienza come “Epistème“. Accanto a queste due virtù “dianoetiche“, cioè intellettuali, il mondo greco poneva un’altra virtù importante, la “Phrònesis“, cioè la saggezza, o l’equilibrio lungimirante nelle decisioni soggettive del dire e dell’agire. Anche i Francesi chiamano “sagesse”, questa virtù.

La decisione del presidente turco è un’idiozia e meriterebbe invettive, che però non servono a nulla. Piuttosto è utile riflettere sulla lunga storia della basilica. Dopo avere funto da chiesa cristiana universale dalla fondazione fino al 1054, data dello scisma d’Oriente (reciproci anàtemi fra il patriarca Michele Cerulario e il cardinale Umberto da Silvacandida sul tema del Filoque e degli azzimi, più volte da me qui trattato), per altri quattrocento anni fu basilica del credo ortodosso; dal 1453, quando i Turchi ottomani conquistarono la Capitale, e fino al 1934 è stata moschea, mentre di tutte le moschee si può dire sia stato modello estetico e architettonico dalla sua fondazione giustinianea.

La scelta di Atatürk ebbe il merito di connettere culture e religioni, oltre le appartenenze di fede e di ideologia. La Turchia moderna ha meritato la riforma del ’34 e non merita la decisione di questi giorni. Sarebbero da studiare le reazioni a questo cambiamento. Papa Francesco ha detto di “essere addolorato”… avrebbe potuto o dovuto dire altro? Il resto del mondo musulmano è rimasto in silenzio. Putin, pure. Pare che la realpolitik, che lega interessi geopolitici ed economici in modo trasversale le nazioni e le parti del mondo, abbia prevalso su prese di posizione nettamente contrarie. La Turchia, nonostante Santa Sofia, è strategica, sia per l’Occidente, sia per il mondo islamico, sia per Israele. Non conviene a nessuno litigare con i Turchi. Personalmente ritengo che anche Erdogan passerà e si tornerà alla situazione precedente.

E vengo al secondo sintagma del titolo. Il 23 Luglio 2020, l’Udinese ha battuto per 2 goal a 1, in casa a Udine, la Juventus, più che probabile vincitrice del nono scudetto consecutivo. Detto ciò, la cosa parrebbe comunque non c’entrare alcunché con il tema della basilica di Istanbul. E invece, no! Nei giorni precedenti all’incontro di calcio, e fino all’inizio della partita, quasi tutti i media si sono sperticati a festeggiare il presunto già conquistato scudetto della grande e storica squadra torinese, dando quasi per scontato che avrebbe vinto con la squadra friulana, e quindi avrebbe staccato le avversarie di un numero di punti irrecuperabile per loro (Inter e Atalanta). Gli echi di questa certezza son diventati, fino al calcio di inizio, un boato di presuntuose certezze nei detti e nelle previsioni parlate dei giornalisti televisivi e sul web. E invece la Juventus ha perso e l’Udinese ha vinto, meritatamente.

Anche senza conoscere “cose-di-calcio”, solo il buonsenso dovrebbe bastare per non cantare vittoria prima che il confronto si sia completato, ma il buonsenso è la porta della prudenza, della saggezza e anche della… sapienza. Il buonsenso non è un qualcosa di banale.

Come è importante che Santa Sofia rimanga il luogo che ricorda al mondo la Sapienza divina, che è da intendere come dono dello spirito a tutti gli uomini, credenti e non, così è importante considerare l’esigenza di utilizzare intelletto e sapienza anche nelle cose apparentemente più futili dell’umana convivenza, come il gioco del calcio.

Nel caso citato della partita tra Udinese e Juventus, i commenti degli addetti ai lavori sono stati completamente privi di sapienza, maleducati, irrispettosi verso l’Udinese, e anche – alla fine – proprio stupidi, perché è avvenuto proprio il contrario di ciò che veniva inopinatamente auspicato, leggendo tra le righe degli interventi: tutte le dimensioni esistenziali richiedono l’esercizio dell’intelligenza e della sapienza, che non devono andare in vacanza neppure quando di tratta delle cose meno essenziali.

Gli inglesi hanno un’espressione molto interessante per definire un fatto che si spera (o meno) accada, whishful thinking, ovvero profezia che si auto-avvera. Ebbene, nel caso della partita, anche se non si può accusare nessuno dei commentatori di avere tifato per la Juventus, l’avere continuamente parlato e scritto come se questa squadra avesse dovuto necessariamente (in termini spinoziani) vincere, li ha messi nelle condizioni di fare una figura peregrina. Un’altra volta, magari, si asterranno dal profetizzare implicitamente ciò che potrebbe non avvenire. Amen.

ingrati, egoisti, narcisi

Diverse volte ho scritto qui dell’egoismo e del narcisismo, ma mi pare quasi mai degli ingrati, che sono molto numerosi in ogni circuito di collegamento-relazione di ciascuno, specialmente se abbiamo una vita e delle attività orientate ad aiutare o ad interagire con gli altri, in qualche campo, per lavoro o per qualche ragione etica. A me non poche volte è capitato di incontrare ingrati.

Si narra che Confucio sostenesse la seguente tesi, ripresa da Enzo Ferrari: «Non fare del bene, se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine». A volte si osserva che qualcuno non è riconoscente, certamente spinto da sentimenti negativi e viziosi come l’invidia e qualche forma di rancore (peraltro assurdo e difficilmente spiegabile, se non l’accettazione della presenza di una “tara” del carattere), sovente nei confronti di chi meriterebbe ben altro sentimento, quello della gratitudine. Sulla questione del vizio e del suo consolidamento nel peccato, si possono leggere testi formidabili, da Aristotele in poi, soffermandoci su Agostino, Abelardo, Tommaso d’Aquino, Kant e molti altri, magari confrontandoci con le recenti scoperte delle neuroscienze in tema di struttura bio-psichica e di acquisizioni psichiche successive.

Sappiamo che donare fa bene e fa bene alla psiche (anzi, allo spirito tutt’intero), e fa bene ringraziare, cioè rendere grazie, in latino gratias tibi ago. Pare che, da affidabili ricerche accademiche, il sentimento dell’esser grati sia benefico anche per gli organi interni, a partire dal… cuore. Però, ecco che il cuore riemerge dalla metafora antichissima che lo ritiene culla e serbatoio dei sentimenti, e anche di una certa intelligenza, che viene definita emotiva. Ovviamente, qui non impancandomi in teoresi di carattere bio-fisiologico, per cui non ho una preparazione adeguata, rimango sul terreno della storia del pensiero umanistico, direi, sia occidentale sia, se pure in modo diverso, orientale.

Pare anche che la gratitudine benefichi la struttura ormonale, il sistema immunitario e le facoltà cognitive. Essere grati previene la malattia, si potrebbe dire. Ovviamente ciò non significa che si ammalino solo gli ingrati: io penso di essere testimonianza vivente di ciò, e moltissime altre persone lo sono altrettanto. Ebbene sì, io non sono ingrato. Altri, che conosco e che, per ragioni spesso di lavoro, frequento, sì, lo sono. In queste settimane mi è capitato ad esempio che, dopo aver favorito la conferma in incarichi importanti a una persona che con me collabora in varie aziende, ho saputo che la sua gratitudine nei miei confronti si è manifestata in senso contrario, esprimendo giudizi non lusinghieri sulle mie capacità, in modo tale da impedirmi di ottenere un incarico. Una carezza contro uno schiaffo (non un pugno, ché sarebbe troppo virile e leale, se motivato, tra maschi). Che dire? Che in questo caso ha vinto il sentimento dell’ingratitudine fomentato da invidia e probabilmente da un certo rancore, sordo, inespresso, eppure silenziosamente attivo.

Anche nella letteratura e nel cinema vi sono esempi di ingratitudine e lascio al lettor paziente di cercarli. Posso però suggerire una lettura: pubblicato da Raffaello Cortina, è interessante il volume dal titolo Ingratitudine di Duccio Demetrio, filosofo meno famoso, ma forse più profondo di altri colleghi frequentatori di talk show. In questo testo, non solo si trovano gli elementi psico-spirituali che promuovono l’ingratitudine, ma anche altri sentimenti prodotti dai nostri tempi eccessivamente veloci e competitivi, avidi, pieni di malumori verso gli altri e di malessere diffuso, anche di rabbia, di aggressività, soprattutto nelle persone mature e di successo. Grazie a Dio, molto, ma molto meno, nei giovani.

Anche la politica ci mette del suo, con i suoi linguaggi manichei, là dove anche quando è difficile se non impossibile parlar male dell’avversario, si procede sulla strada di una dialettica meramente di contrasto a-prescindere, aprioristica, manichea fuori tempo massimo. Un esempio: le “ragioni” di critica di Salvini al risultato ottenuto in Europa dal Governo italiano in materia finanziaria ed economica. E’ evidente ai culti e agli incliti che, se tale risultato l’avesse ottenuto lui, ove non si fosse dimesso un anno fa, sarebbe tutto un felicitarsi con se stesso. Non che gli altri brillino di luce particolare, ma l’esempio è calzante.

Come si evince dal precedente post, personalmente non sono un particolare estimatore del premier, ma non lo critico a prescindere a un giudizio equilibrato sui risultati che anche lui ha contribuito ad ottenere. Questo accade nel “grande”, e altrettanto accade spessissimo nel particulare delle vite di molti.

L’esempio mi dà anche la possibilità di collegare, di correlare l’ingratitudine al narcisismo e all’egoismo, che sono tre sentimenti apparentati e diversamente distribuiti. Restando nell’esempio appena proposto si può dire che il capo della Lega, con suoi giudizi si è mostrato narciso, egoista e ingrato, perché ha cercato solo di denigrare l’accordo raggiunto a Bruxelles, invece di riconoscere che è stato ottenuto un risultato buono per l’Italia (a proposito di “Italia”: la ministra Bonetti è riuscita a parlare per ben tre minuti dell’assegno familiare senza citare una sola volta l’Italia, ma ben quattro volte “il Paese”).

Narciso (e quindi egoista), però, è stato anche Conte, che si è subito affrettato ad attribuirsi i principali meriti del risultato ottenuto, chiarendo subito che i denari in arrivo saranno gestiti esclusivamente da Palazzo Chigi. Sappiamo invece tutti che non funziona così: in Italia c’è anche il Parlamento, cioè la Camera dei deputati e il Senato della repubblica. Caro Conte, eppure lei è un docente universitario di discipline giuridiche.

In questi atteggiamenti e comportamenti manca un briciolo benché minimo di generosità e di gratitudine, anche se quest’ultima viene retoricamente dichiarata a ogni piè sospinto. Egoismo, narcisismo, ingratitudine vanno insieme in un percorso dannatamente pericoloso, dove la persona che li accomuna in sé marca di negatività la vita altrui, soffocandola, imbruttendola, scalfendone la pelle e anche lo sguardo, ferendone i pensieri, riducendo gli spazi della gioia, fino a chiuderla fuori casa a quattro mandate.

Suggerisco a chi mi legge di avere grande attenzione se si incontrano persone di questo tipo, specialmente quando si costruisca qualche genere di rapporti, anche i più labili, perché, o queste persone hanno i margini per guardarsi dentro e accettare di migliorare, in caso contrario è preferibile tagliarle fuori, lasciandole perdere e dimenticarle, senza rancore, e abbandonando questo brutto sentimento a loro. Purtroppo per loro, ma restando sempre disponibili ad accogliere la resipiscenza di costoro.

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