Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: filosofando (page 1 of 108)

“Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (dalla Lettera di san Paolo ai Galati 3,28). Caro onorevole Zan, almeno legga il testo indicato, suvvia!

Non so se l’onorevole Zan, del PD, sia a conoscenza di questo versetto che Paolo scrisse nella Lettera ai popoli della Galazia (regione dell’allora Asia Minore, oggi Turchia). Concetti ribaditi dall’uomo di Tarso anche in altre sue lettere.

Ecco. Il fondamento dell’uguaglianza tra tutti gli esseri umani nella cultura occidentale, dopo il versetto genesiaco 1, 27 “E Dio fece l’uomo a sua immagine…” si trova proprio in san Paolo, onorevole Zan, non certo nella sua proposta di legge.

Per quei secoli e quegli anni, quando la schiavitù era ancora ammessa e praticata (ammessa anche da Paolo, ma in un modo già diverso rispetto alle norme dello Jus romanum), una frase come quella della Lettera ai Galati sopra citata era più che rivoluzionaria. Ciò attesta come sia stato il cristianesimo a modificare culturalmente ed eticamente la visione dell’uomo nel mondo invalsa nella civiltà classica greco-latina, costituendo anche l’ispirazione principale per le conquiste morali successive, comprese quelle dell’Illuminismo e del Liberalismo sette/ ottocenteschi.

Il tema posto dal disegno di legge rischia di non essere la difesa dell’uguaglianza in dignità tra tutti gli esseri umani, che è mostrabile scientificamente sotto il profilo antropologico e psico-fisico. L’essere umano è fatto allo stesso modo nello spazio e anche nel tempo, salvo modifiche sulle lunghe derive dei millenni, come insegna la paleoantropologia, dall’homo naledensis (1,7 milioni di anni fa) a noi che viviamo qui e ora nel tempo e nello spazio.

Il tema sotteso è il tentativo di far passare una teoria confusiva sull’essere umano, corroborandola con misure vincolanti e repressive.

E non capisco neanche molto bene la posizione attuale della Chiesa cattolica (se è correttamente riferita dai media, mi documenterò ulteriormente) che pone la questione citando meramente l’articolo 2 del Concordato con lo Stato Italiano, stipulato nel 1929 tra il card. Gasparri e Benito Mussolini, e rivisto nel 1984 tra il card. Agostino Casaroli e Bettino Craxi. Fossi nel Segretariato di Stato il tema lo porrei, come ho fatto sopra, prima sotto il profilo teologico e teoretico, ma forse questa modalità è ritenuta troppo difficile e di non semplice comprensione generale.

In ogni caso, se si vuole ribadire il divieto di ogni discriminazione va bene, ma bisogna stare attenti a non scivolare su una deriva illiberale, se non liberticida. Non mi piacerebbe essere denunziato perché qui e in generale nei miei scritti prendo spesso a male parole, anzi – meglio dire – con riflessioni critiche, la dizione burocratica, presente da qualche anno sui moduli della burocrazia pubblica “genitore 1 e genitore 2”, al fine di non offendere le coppie omosessuali con figli.

Un’altra idiozia è quella di imporre una linea pedagogica alle scuola cristiane, che dovrebbero celebrare la giornata contro l’omotransfobia allineandosi a qualche diktat burocratico di oscuri funzionari ministeriali.

Su questo tema nulla c’entra la questione delle gravissime violazioni dell’integrità psicofisica di ragazzi e ragazze perpetrate da uomini di chiesa, che vanno individuati e perseguiti anche civilmente e penalmente, oltre alle misure (ad esempio, la sospensione a divinis che spettano alla Chiesa).

Più che violare il Concordato interstatale fra Repubblica Italiana e Chiesa Cattolica, stati sovrani, il tema deve essere posto a partire dai suoi fondamenti.

Perdio, e questa è una giaculatoria, cerchiamo di non scherzare su queste cose!

Allargo il mio ragionamento anche al suo segretario, caro Zan, l’onorevole Letta, che da quando è sbarcato in Italia dopo l’ottimo esilio (per modo di dire) parigino, non smette di stupire, per quanto mi riguarda, negativamente.

Oltre alla ripresa del tema dello “Jus soli” proclamato sulla scaletta dell’aereo in arrivo dall’aeroporto Charles De Gaulle, tema che condivido ma posto in modo intempestivo, negli ultimi giorni si è messo a bacchettare i calciatori della Nazionale italiana, perché solo in cinque hanno fatto il gesto dell’inginocchiamento contro ogni razzismo (è la proskìnesis cristiana!). Ma il dottor Enrico pensa forse che i giovani atleti abbiano bisogno di un severo precettore che gli insegni a vivere.

Mi auguro che nessuno di loro e nemmeno Roberto Mancini gli rispondano, in modo da far cadere la reprimenda di Letta in un fragoroso silenzio.

Paghiamo Erdogan perché fermi i siriani, gli afgani e altri in fuga da guerre e miseria, paghiamo i libici affinché trattengano il flusso dall’Africa verso le nostre coste; i profughi da est sono ammassati nei Balcani in campi profughi che ricordano i gulag, mentre in Libia, i viandanti vengono incarcerati, torturati, le donne violentate, tutti senza tutele minime di sopravvivenza, e l’Europa, Italia compresa, che fanno?

Chi mi conosce sa che aborro, per formazione e cultura filosofico-politica, ogni semplificazione e banalizzazione, nonché gli ideologismi pregiudizievoli della verità, e quindi i giudizi formulati a spanne, senza fondamento e fonti attendibili, per cui non sono qui a sparlare e a sparare su Merkel, Macron, Draghi (e prima Conte), Sanchez, e altri. So bene quanto sia difficile trovare soluzioni a questo tema epocale, quello delle transizioni di parti intere di popoli, perché la storia del mondo e dell’uomo ce lo mostra, se vogliamo informarci correttamente.

I popoli si sono sempre mossi nello spazio e nel tempo, e non è una sorpresa, se non per chi non conosce questi fatti, che in questo momento ci siano quasi ottanta milioni di persone (si tratta di oltre l’1% della popolazione mondiale!) che si stanno spostando, con famiglie e masserizie dalle terre di origine.

Noi che siamo abituati a spostarci con automobili affidabili e veloci, con le Frecce Rosse, gli Scin-Kan-Scen e aerei meravigliosi, non pensiamo certo a queste masse di persone che camminano a volte con delle ciabatte infradito nella neve, che dormono sotto tende raffazzonate, che si mettono in mare su carrette di legno o gommoni stracarichi, e corrono ogni giorno il rischio di morire di sete o di freddo, o annegate, a seconda delle latitudini e delle situazioni.

Costoro fuggono da guerre non dichiarate, oppure quasi dichiarate e comunque endemiche, dalla fame e dalla sete, dall’incertezza e da ogni rischio e pericolo possibile dato dalla natura, dalle condizioni di vita e da altri esseri umani.

Per fuggire da dove ci si trova in queste condizioni, siccome la natura umana è caratterizzata da due primari istinti primordiali, quello di sopravvivenza e quello riproduttivo, se molti scelgono di rischiare la vita per cercarne una migliore, significa che non partire per un qualche dove è peggio, più rischioso ancora che rimanere lì dove si è.

Non sto facendo del pietismo a buon mercato, qui seduto in un ufficio confortevole che una grande azienda mi ha messo a disposizione per vigilare sull’etica aziendale, no. Sto cercando solo di mettere pensieri logici uno dietro l’altro, per tentare un ragionamento plausibile su un tema così complesso e drammatico….

e mi chiedo: è proprio impossibile vincolare gli aiuti a Erdogan e ai Libici, imponendo un controllo vero su come questi aiuti vengono erogati? E’ tecnicamente impossibile, insieme agli aiuti materiali in denaro e infrastrutture (ad esempio le navicelle della Guardia costiera libica donate dall’Italia), che personale italiano ed europeo sovrintenda direttamente, in quei luoghi, in Turchia, nei Balcani, in Libia e in Tunisia, ma anche in Egitto e in Marocco, per non dire in Messico, da cui passano i disperati del Centro America anelanti di arrivare a San Antonio o a Dallas, o a Wichita o… negli USA?

Secondo: il tema che concerne la ragione per la quale molti paesi del cosiddetto Terzo mondo sono così poveri, nonostante le ricchezze naturali e minerarie insistenti sui loro territori: si pensi ad esempio al Congo, depredato, prima dai Belgi e in seguito da élites formatesi nelle università francesi e inglesi come molti dei sanguinari dittatori del secolo scorso (e qui cito tipi come Bokassa, ricevuto con onori da Giscard D’Estaing, o Idi Amin Dada, per tacere di Mobutu Sese Seko! et alii, multi alii).

L’ONU che fa? Perché assomiglia, nella sua impotente inconcludenza, sempre più alla vecchia Società delle Nazioni? Ti ricordi, gentil lettore, che cosa accadde nel 1995 a Srbrenica in Bosnia sotto gli occhi immobili dei caschi blu olandesi? Il generale Ratko Mladic ebbe modo di far fucilare più di ottomila uomini di religione musulmana senza essere in alcun modo fermato. L’Onu.

E gli interessi delle grandi Nazioni, G7 (appena riunitisi in Inghilterra) e G20 (che si troveranno a Catania fra qualche giorno sotto la “nostra” presidenza) come si declinano in presenza di questo retaggio criminale del colonialismo storico e dei nuovi colonialismi come quello dei “compagni” cinesi?

Dobbiamo assistere ancora a lungo a quante tragedie delle migrazioni, di fronte agli sguardi falsamente contriti di potentati d’ogni genere?

Intanto, mentre i governi erogano aiuti vediamo anche muoversi chi opera disinteressato per una semplice umanissima solidarietà tra uguali, anche qui con qualche furbesca eccezione. Vien da dire meno male che esistono Medici senza frontiere, le Caritas e le Mezzelune rosse, Save the Children et similia, ma non basta. Non basta il terzo settore, quello del privato sociale ad affrontare questi problemi ciclopici.

E’ tanto assurdo cominciare a pensare che, a partire dall’Europa dei 27 (povero Regno Unito già pentito!), con i nuovi leader (Draghi in primis, che ha portato nella politica non solo competenze insolite e sconosciute ai suoi predecessori, ma anche una freschezza relazionale e di linguaggio importante: Draghi non conosce e non parla in politichese!) si cominci a pensare e ad agire in modo differente, sia dal primo colonialismo, sia da quello attuale, costringendo anche i confucian-comunisti cinesi ad essere meno ipocriti?

Che retaggio lascerebbero questi “grandi” attuali, Biden, Putin, Macron, Trudeau, Sanchez, il capo del governo giapponese etc., se mettessero in atto ciò che forse con un po’ di ingenuità suggerisco nei primi capoversi di questo pezzo?

E un ruolo formidabile potrebbero avere anche i detentori dei grandi capitali, seguendo l’esempio (se fatto con cuore puro, ma ancora non l’ho capito) di Gates, intendo i Musk, i Bezos e compagnia, anche i fondi oscurati dall’anonimato della finanza internazionale.

Perché anche questi vivono una vita individuale, un tempo limitato, alla fine del quale li aspetta ciò che unifica e rende uguali tutti gli esseri umani. Anche costoro, siano o non siano credenti, possono lasciare una traccia, un ricordo buono nelle menti di chi resta dopo e di chi verrà dopo ancora.

Se costoro cercano l’immortalità certo non l’avranno dalla scienza, ma dalla memoria di figli e nipoti di tutte le coppie umane del mondo.

Adil Belakhdim, il tuo nome significa in arabo “giusto”

Nel 1923 il Capo del Governo Mussolini e re Vittorio Emanuele III firmano un Decreto legge, il n. 602, che porta le ore lavorative obbligatorie giornaliere a otto ore, dalla dodici/ quattordici prima vigenti. Un passo in avanti, dove il retaggio socialista del Duce si sente pienamente.

Di contro, nel 1926 con il Patto di Palazzo Vidoni, Mussolini sostituisce i sindacati dei lavoratori con le Corporazioni fasciste.

Il fascismo ebbe una politica autoritaria ma non antioperaia in senso proprio.

Un altro passo è stato quello del 1944, il fascismo è sconfitto e si entra nella guerra civile. A Roma si incontrano i capi del sindacalismo prefascista, Di Vittorio, Buozzi, Lizzadri, Pastore e Santi, in rappresentanza delle forze e culture comunista, socialista e cattolica. Il principe Umberto, che regge il declinante Regno come Luogotenente del padre, già fuggito a Brindisi dopo l’8 settembre ’43, emana dei decreti “luogotenenziali” su alcuni diritti dei lavoratori, primo fra tutti quello dai licenziamenti.

Questi limitati diritti consistevano essenzialmente solo nella possibilità di rinviare i licenziamenti di padri di famiglia e lavoratori professionali, dando la possibilità di discuterne con i “padroni” da parte delle “commissioni interne”, che però erano presenti quasi solamente nel triangolo industriale di Milano, Torino e Genova. Altrove i licenziamenti restavano liberi e immediati.

Per migliorare le tutele dai licenziamenti si dovette aspettare il 1966, quando fu emanata la legge 604, che introduceva il concetto giuridico della giusta causa e del giustificato motivo, primo momento etico-politico di riconoscimento di un diritto al posto di lavoro, salvo comportamenti offensivi o gravemente scorretti, oppure in caso di crisi aziendale.

Un grande passo in tema di equilibrio dei poteri in azienda e quindi dei diritti dei lavoratori fu l’emanazione della Legge 300 “Statuto dei Diritti dei lavoratori” del 20 maggio 1970. Data che io pretendo sia conosciuta da ogni lavoratore e datore di lavoro. Anche da parte dei lavoratori del Pubblico impiego che spesso confondono il lavoro con il posto di lavoro. Il posto di lavoro, cari impiegati pubblici, si dà solo se c’è il lavoro, non per legge. Difficile da imparare? Il lavoro non si crea per legge!

Lo Statuto introdusse i diritti di organizzazione sindacale e perfezionò con il famoso articolo 18 le tutele dai licenziamenti illegittimi.

Nel mezzo secolo che seguì vi furono varie modifiche ma sostanzialmente il lavoratore del privato, soprattutto se dipendente di aziende strutturate che applicano i contratti, è ancora ampiamente tutelato dalla Legge 300.

Anche quando avvengono crisi aziendali, dal 1968 sono state emanate leggi di tutela con le varie Casse integrazioni e altre provvidenze sempre più generali.

Mi piace citare anche l’emanazione della Legge 108 attorno al 1990, che regolamenta i licenziamenti in aziende con meno di sedici dipendenti, istituendo, in luogo della “tutela reale” prevista dall’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, una modalità risarcitoria per la perdita del lavoro e del posto di lavoro. Alla discussione politica di quella legge partecipai anch’io per una Confederazione sindacale nazionale.

E veniamo alla situazione di Adil. Ebbene, quest’uomo si trovava a lavorare da anni nella vasta area grigia nella quale i diritti di cui sopra sono negletti, dimenticati, sottratti, e aveva cominciato a fare il sindacalista. Lui è morto per cercare di migliorare gli 850 euro al mese che percepivano quelli come lui, per avere qualche diritto alle ferie e a turni di lavoro umani, senza essere chiamati anche di notte, in qualsiasi momento senza alcuna indennità.

Lo sento a me vicino, Adil, vicino alle mie due o tre vite di lavoro: vicino a quando ero nel sindacato confederale con ruoli in grado di poter chiedere ciò che il principio di giustizia rendeva plausibile; vicino a quando ho iniziato ad avere ruoli dirigenti nelle aziende, non derogando mai ai miei princìpi morali, quei princìpi di giustizia che mi hanno forgiato fin dalla lezione di mio padre emigrante; vicino alle mie posizioni attuali di garante del rispetto dei codici etici e della giustizia.

Siamo lì, caro Adil, nome che si può considerare omen, perché in arabo significa “giusto”. Moderato e giusto. Ti sento vicino e prego Dio per te e peri i tuoi cari.

Cara Camilla… cari Daniel e David

inizia ancora in questo modo un articolo, dopo uno precedente, con il quale cercavo di dialogare con la carissima Saman, ragazza pakistana che si definiva Italian girl, ed è stata uccisa dai suoi familiari immersi tragicamente nella loro drammatica “cultura” originaria, non da un semplice machismo omicida, come sostengono alcuni che temono di dire quello-che-è-stato fatto a partire dalle sue tremende e inaccettabili “ragioni”. Politici e maitres à pénser vari, incompetenti, se non intellettualmente disonesti.

Saman è morta per una carenza radicale di illuminismo, termine detto e inteso in senso storico-metaforico. Punto, mon Enricò Lettà, tra altri e altre.

Camilla invece per un deficit di controlli e di anamnesi, pare.

I genitori di Camilla hanno così parlato dopo la morte di Camilla: “Era sana. Non aveva alcuna malattia ereditaria”. Ora i magistrati stanno indagando. Qualche risposta potrà venire dagli esiti dell’autopsia effettuata di dottori Luca Tajana e Franco Piovella, e dal materiale documentale acquisito dai Nas dei Carabinieri per conto della Procura della Repubblica. Nell’anamnesi obbligatoria compilata antecedentemente alla somministrazione del vaccino, la ragazza non aveva dichiarato alcuna patologia né terapia farmacologica, mentre in seguito, all’ospedale di Lavagna, nella prima notte di osservazione prima del trasferimento a Genova, qualcosa si è capito, come attestano le cartelle cliniche nelle quali si trova registrata una carenza di piastrine autoimmune familiare.

Non indugio in discorsi medico-clinici, per i quali non ho la competenza. Qui ho solo riportato in sintesi ciò che si è letto sui media, e vengo alla riflessione filosofica, che più mi appartiene.

Come funziona la vita, anche una vita così giovane?

Mentre si spengono le luci su Camilla, si accendono su Ardea, dove un ingegnere di trentacinque anni fredda un coraggioso anziano e due bambini di cinque e dieci anni, Daniel e David, nomi di grandi uomini della Bibbia, quasi come a promettere vite vigorose. No, ora spezzate da proiettili fuori controllo, da una persona non vigilata, che aveva una pistola a disposizione.

Se per la povera Saman il tema era la cultura e la religione, per Camilla c’è stata una difficoltà nel dire tutto, nel compilare un’anamnesi: leggerezza, superficialità, reazione possibile in campo chimico biologico? La conseguenza è, come si dice, l’inaccettabile vita spezzata di una diciottenne.

Non parlo qui dell’aumento di morti sul lavoro, mi limito a citarli come patologia grave della nostra organizzazione del lavoro. Ne parlerò ancora, come ho fatto per Luana D’Orazio.

Cerco invece di dire qualcosa sui morti evitabili citati nel titolo, anche non entrando nei dettagli fattuali, che non conosco.

Ancora una volta, di fronte a questo dolore vedo un’assenza, quella del pensiero, quella di una visione eticamente fondata sul rispetto della vita, e della vita umana in particolare. Gli interlocutori delle tragedie sono ancora una volta solo le competenze tecnico-scientifiche di medici, neurologi, psichiatri, senza alcun accenno a saperi che possono lavorare in anticipo sulle situazioni.

Ancora una volta, citando questi saperi, intendo la filosofia, e in particolare di quella branca concernente il pensiero che studia l’uomo in tutte le sue dimensioni teoriche e pratiche.

Noto però qualche ancor timido cambiamento circa la percezione dell’importanza dei saperi filosofici. Nelle aziende si comincia ad averne contezza con la redazione di Codici etici e la nomina di Organismi di vigilanza dove la filosofia ha “voce in capitolo”. Si stanno diffondendo i settecenteschi e illuministi “Caffè filosofici” dove persone di tutte le categorie, scolarità e classi sociali si siedono a discutere ascoltando esperti di varie discipline, imparando di nuovo ad ascoltarsi e a ragionare, proprio di questi tempi nei quali la confusione linguistica, espressiva e mediatica è a livelli insopportabili.

In alcuni istituti tecnici la filosofia diventa materia di insegnamento, mentre viene confermata nei licei.

Si stanno muovendo associazioni e gruppi di ricerca sulla filosofia pratica, come la storica Phronesis, Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, che presiedo, proponendone la funzione positiva a livello individuale, familiare e sociale.

Forse qualcosa sta accadendo in tema di consapevolezza che il pensiero riflettente e la logica argomentativa “vengono prima” di altri saperi, li fondano, li rinforzano, sempre a favore della qualità relazionale tra le persone e dell’intera vita umana.

Herr Doctor Schuster… sono Cesare

queste le prime parole di Cesare R. nel riconoscere l’ufficiale medico tedesco, Hauptsturmführer, il capitano che lo aveva operato al piede a Izjum, Ukrajna, inverno 1943, sul vagone di un treno. Amputate senza anestesia fino alla radice tutte le dita del piede sinistro. Sul treno altri soldati aspettavano il loro turno per l’amputazione di qualche arto, chi in silenzio, chi mugolando senza vergogna per la paura. Cesare non si lamentava. Neanche aveva chiesto a quell’uomo alto in camice insanguinato che cosa gli avrebbe tagliato, anzi, fino a dove…

Il caporalmaggiore Cesare R.

Gli sguardi si erano incrociati increduli, e il riconoscimento reciproco contemporaneo, o quasi. Il graduato italiano era in ferie per qualche giorno a Lignano. Lavorava ancora agli Uffici finanziari del capoluogo, e si era concesso un po’ di riposo.

Nella mente un turbinio di ricordi. Di neve e di vento freddissimo. Di colpi e corpi instatuati nella steppa di quell’inverno del ’43. Di grida e raffiche di mitraglia, di colpi di cannone e sferragliare cupo di carri armati. Muli morti lungo il cammino, sdraiati su un fianco con il ventre squarciato da una granata. Di grida e lamenti di moribondi. A ogni passo del doloroso cammino c’erano morti, sulla neve, in tutte le posture, messi lì come per un crudele incantesimo, con macchie rosse ghiacciate sui pastrani sbrindellati.

Le katiuscie avevano sparato per giorni, atterrendo i soldati con i loro miagolii sinistri, ma gli alpini tornavano, cercavano di tornare a casa. Ogni tanto una izba li accoglieva, perché la povera gente di campagna, il mugik, sapeva distinguere il soldato italiano da quello germanico. Giulio Bedeschi racconta nel suo bellissimo e tragico Il peso dello zaino anche di eccezioni, come quella della ritirata di un battaglione tedesco che, spariti gli ufficiali, si era affidato a un sacerdote, capitano sanitario, il padre Bernard Haering (Flad), che aveva impegnato i soldati a comportarsi come ospiti, non più come nemici.

Ebbi modo di leggere i testi del padre Haering, che fu poi teologo morale insigne.

L’Armata Rossa, dopo aver costretto i cinquecentomila uomini del generale von Paulus ad arrendersi a Stalingrado sul Volga, aveva travolto con impeto irresistibile le linee dell’Asse, soprattutto la Wehrmacht, e anche l’A.R.M.I.R., i romeni, gli ungheresi e gli altri alleati della Germania che si erano attestati, prima tra il Volga e il Don e poi sul Don, respingendoli verso Ovest, e in parte rinchiudendoli nella “sacca” a sud di Karkow.

La truppe italiane della Tridentina, della Cosseria, del Valchiese, della Divisione alpina Julia…, dopo avere resistito per qualche settimana agli assalti sempre più decisi dei Sovietici, avevano ceduto in parte rovinosamente. Quando erano apparsi all’orizzonte della steppa innevata i carri T34, che sovrastavano perfino i Tigre dei Tedeschi, non c’era più stato niente da fare, come raccontano le insuperabili epopee di Bedeschi e Rigoni Stern.

Nomi come Nikitowka, Novo Kalitwa, Nikolajewka, Rossosch sono diventati simbolo di quella tragedia alpina e italiana. E ucraina, russa.

Una guerra sbagliata, un’alleanza sbagliata e tragicamente mortale aveva interessato duecentocinquantamila soldati italiani, comandati a combattere per effimere false glorie nazionalistiche, contadini e operai e impiegati come Cesare, contro qualche milione di contadini, operai e impiegati russi, ukrajni, caucasici, siberiani, che però erano a casa loro.

I soldati sconfitti tornavano a ovest come potevano, e se potevano. Nella “sacca” si erano trovati più di centomila fanti e alpini italiani, compreso il caporalmaggiore Cesare R..

Queste le motivazioni delle sue benemerenze di guerra, lui che la odiava, la guerra.

Puntatore di cannone 47/ 32, in aspro combattimento, visto cadere il capopezzo ne assumeva con decisione il comando, assolvendo il nuovo compito con coraggio e calma esemplari e continuamente incitando i propri compagni alla lotta. Esaurite le munizioni, posto in salvo il congegno di puntamento,, si lanciava coraggiosamente al contrassalto con i reparti fucilieri giunti in rinforzo” (Kopanki, Russia, 20 gennaio 1943). Cesare aveva ventitré anni, alpino friulano di Bertiolo, inquadrato nel IX Reggimento Alpini, Battaglione Vicenza, Divisione alpina Julia, medaglia di bronzo al valor militare.

Il capitano medico Johannes (Hans) Schuster e il caporalmaggiore Cesare R. si abbracciarono in silenzio. Erano dalla stessa parte nel ’43, ma in modi diversi. Eppure, Schuster, che non apparteneva alle SS, avrebbe potuto condividere con Cesare anche i sentimenti, contrari a una guerra sbagliata che il suo criminale capo di stato aveva voluto.

Non parlarono molto Cesare e il Capitano, per ragioni linguistiche, ma anche perché non era necessario. Bastavano gli sguardi, dell’uno e dell’altro, memori di aver avuto in comune un’esperienza radicale, di avere vissuto una grenz situazion, una condizione limite, che svela ciò che di più profondo è presente nell’animo umano, il coraggio, la pietà, la solidarietà, il senso di una vita che è bene supremo, al di qua della linea d’ombra.

Cara Saman, mi fanno pena e mi danno da pensare quelli e quelle che si stracciano le vesti dopo aver detto che “nessun bianco può dirsi non razzista e nessun maschio non persecutore di donne”… dove sono le donne (specialmente “de sinistra”, le radical chic) dopo l’assassinio di Saman? Paura di essere accusate di antiislamismo?

Il caso della povera Saman rivela ancora una volta l’ipocrisia di molto establishment intellettuale, mi duole dirlo, soprattutto di sinistra, quello delle murgie et similia. Si distingue da questo coro poco opportuno Ritanna Armeni, ma non mi meraviglio, perché Ritanna viene da lontano.

Tanta noia più che fastidio, leggere queste scrittrici, quando intervengono su temi di politica e di cultura sociale. Perché non si limitano a fare le scrittrici?

Aggiungo un altro campione del politicamente corretto: Saviano. Tutti questi illustri personaggi pubblici, con i loro mèntori presenti soprattutto nella sinistra politica attuale, nella quale trovo elementi di altrettanta noiosità: basti ascoltare Fratojanni, la De Pedis… e men male che non ho intercettato eventuali sproloqui delle sorelle Brunì de France! E Letta? Incredibile: parla dell’assassinio di Saman come di un femminicidio (horribile dictu!) simila a tanti altri. Ma sei matto, Letta? No, è un altro tipo di omicidio, quello di Saman: è di tipo religioso, “culturale”, etno-tradizionale, caratteristico dell’interpretazione letteralista dell’islam. Questo è, Letta, non fare il politicamente corretto, dai, dai!

E vengo, appunto, (per spiegarlo anche a Letta) al tema profondo che sta alla base del delitto Saman, quello cultural-religioso: quello dell’interpretazione del Ku’ran, del Corano, della Parola di Dio. Premessa: per quanto concerne le Scritture ebraico-cristiane, la storia attesta quanto difficile e lungo fu il cammino, per passare da un approccio “letteralista” a un approccio ermeneutico-interpretativo. Anche se già nel cristianesimo antico esegeti come Origene e Agostino, come i padri cappadoci, come san Basilio di Cesarea e Gregorio di Nissa proponevano, sia nei trattati, sia nelle omelie, un’interpretazione allegorica o tipologica, per cui si potevano intendere i racconti biblici come esemplificativi di una lezione moralmente elevante per gli uomini, si dovette attendere il diciottesimo secolo per una sistematizzazione scientifica dell’ermeneutica biblica. Solo in pieno Illuminismo, prima di tutto in Francia e Germania si iniziò una interpretazione delle Scritture che facesse riferimento alla storia e alla sociologia dei tempi in cui quegli antichi testi furono scritti.

Si compresero le ragioni per cui certi testi apparivano ormai tanto anacronistici, specialmente quelli relativi alle prescrizioni giuridiche, in particolare in Levitico e Deuteronomio. Si comprese come il Decalogo biblico contenuto in Esodo facesse parte di una declinazione giuridica invalsa nel Vicino Oriente antico, in Egitto e in Mesopotamia, fin da tempi del gran re caldeo Hammurapi. Leggi scritte per popoli del deserto, per popoli cui difettavano spesso le risorse essenziali per la sopravvivenza, e dunque dovevano tenere-da-conto rigorosamente i beni di cui disponevano.

Ebbene, ciò che la tradizione giudaico-cristiana ha conquistato in non meno di quasi due millenni per quanto concerne l’interpretazione dei testi, tra l’altro non dimenticando momenti di confronto altissimo con le dottrine islamiche in pieno Medioevo (!): si pensi ai rapporti fra la Scolastica di un Tommaso d’Aquino, di un Alberto Magno, di un Bonaventura da Bagnoregio e i teologi-filosofi musulmani come Averroè e Avicenna, che era anche fisico e medico.

Se noi cristiani e giudei ci abbiamo messo tanto, il “grosso” del mondo musulmano, salvo eccezioni accademiche presenti qua e là, non ha ancora compiuto il passo illuministico, per cui l’interpretazione del Testo coranico è generalmente ancora letteralista, per cui se così è prescritto, così si deve fare.

Che cosa significa allora che il padre di Saman voleva un matrimonio combinato con un cugino? In fondo, voleva che non si interrompesse il legàme di famiglia che nei secoli ha garantito di non spezzare i rapporti di produzione, la proprietà di beni, di bestiame, di risorse per garantire la sopravvivenza della famiglia estesa. Questo è: solo che la famiglia di Saman vive in Italia, dove vige una Costituzione garantista dei diritti di tutti e di ciascuno, ma questo non è conosciuto e capito da quella famiglia. Questo non gli è stato spiegato bene, né dal imam o mullahdi riferimento, né dal sistema politico-scolastico italiano.

Care donne di sinistra che state silenziose, qui non si stratta di antiislamismo, ma di politiche culturali, che una sinistra intelligente dovrebbe promuovere, altro che stare zitte con inaccettabile timidezza per paura di essere incomprese. Care Murgia e c., studiate, studiate, studiate, prima di scrivere amenità, e con questo termine sono molto caritatevole con voi.

Non sarò mai di destra, ma a sinistra non ho più “patria”

Geneticamente, voglio dire, fin dall’uso di ragione e dai primi discorsi politici, semplicissimi, ascoltati da mio papà, mi sono sentito “socialista”, ma non di quelli della Rivoluzione bolscevica (che erano comunisti, e non bisogna mai confondere i due termini), bensì di quelli moderati che cominciavo a sentire per radio e verso la fine dei ’60 per televisione, Nenni su tutti. E tale sono rimasto nelle mie diverse traversie esistenziali, culturali, attività, condizioni personali, familiari, economiche, fino ad oggi.

E tale rimango, con una convinzione: che la mia Patria sia il mondo intero e la mia legge la libertà nella giustizia (caro lettore, ti ricorda qualcosa questo versicolare?). Una Patria che è il Pianeta Terra, l’Europa. l’Italia e il Friuli. Ma anche le mie convinzioni etiche e politiche.

Se qualcuno mi chiedesse, però, quale sia la mia Patria effettiva, oggi, qui e ora, e plausibilmente domani, fino alla fine, risponderei che è il PENSIERO, la FILOSOFIA.

Ecco, in codeste “patrie” mi sento a mio agio, perché sono l’ambiente previo e necessario per ogni ulteriore riflessione etica e politica.

Mi sono già soffermato su questi argumenta qualche giorno fa, ma riprendo il tema. Primo esempio: Enrico Letta sembrava un gentil dormiente quando Renzi lo sfrattò da Palazzo Chigi nel 2014. Trovò nell’elegante Paris, patria mondiale degli snob di sinistra o parvente tale, e perfino di comunisti con il Rolex d’oro come le sorelle Bruni Tedeschi, una posizione da maitre à pénser e di docente universitario (non ho capito bene di cosa e dove, però).

Qualche settimana fa, a fronte della manifesta povertà politico-gestionale del Presidente della regione Lazio, è stato invocato e chiamato a gran voce dal suo partito, a salvarlo dal deliquio, partito in mano a mediocri stanziati in posizioni di garanzia assoluta come ministeri e Parlamento.

Bene, neanche sceso dall’aereo a Fiumicino, il buon Enrico si è messo a declamare dello Ius soli, senza se e senza ma (come direbbe Bertinotti, altro poco glorioso distruttore della sinistra, di governo e non); un attimo dopo, si è messo a declamare (ipso eodemque modo) il tema dell’1% di tassazione ulteriore ai possessori di grandi patrimoni per dare una spinta verso il futuro ai giovani diciottenni.

Lui, evidentemente, pensa, che riferire almeno fedelmente e compiutamente il pensiero dell’economista Piketty, autore della teoria socio-economica, non è opportuno perché troppo complicato da capire da parte del popolo. Chissà perché non ammette che molta parte del popolo, non solo possa accedere direttamente ai testi “fontali” della proposta, ma sia anche più acculturate e intelligente di lui. Ancora snobismo di sinistra, di tipo quasi leniniano (e cito Lenin solo per sorridere, sapendo noi tutti il divario incommensurabile esistente tra il “nostro” e Vladimir Ilich Ulianov), nel quale il popolo deve essere guidato, come fosse un minus habens, dalle élites di partito.

Sullo Ius soli sono d’accordo anch’io e da prima di Letta, sed est modus in rebus: non lo spari così, cioè, come tema primario, in un’Italia piegata e piagata non solo dal Covid! Questo diritto deve essere ben declinato insieme con lo Ius culturae, che vuol dire due cose essenziali: a) conoscere l’italiano in modo dignitoso, e b) accettare senza remore la Costituzione della repubblica italiana. In altre parole, cittadinanza al padre di Saman, uccisa dallo zio per ordine dei genitori, solo se accetta di mettere la Costituzione italiana al posto della Sharìa pakistana, beninteso, dopo avere passato trent’anni in carcere.

Provi, Letta, a farsi spiegare queste cose dal cardinale Bassetti, presidente dei vescovi italiani, visto che è anche cattolico!

Altro esempio di sinistrismo idiota. Già ho avuto modo di ricordare in questo sito la ridicola presa di posizione della signora Murgia Michela sulla divisa del generale Figliuolo. Ora ne spara un’altra, questa del tutto paranoica, sulla Stampa di Torino (e le danno spazio): lei scrive che non si può dire che “non tutti i bianchi sono razzisti“, perché in situazione potrebbero diventarlo, e che “non tutti i maschi sono potenziali offensori delle donne (non dico femminicidi, perché il termine mi fa schifo, e ne ho già spiegato il perché qui, più volte)”, sempre perché in situazione potrebbero diventarlo. Mi par che tali tesi echeggino una sorta di Piercamillo Davigo in gonnella, giudice che sosteneva essere tutti i cittadini colpevoli di qualcosa, solo che non si riesce a scoprire di cosa…, e dunque ad accusarli. Solo follia logica?

E’ la stessa visione di un bel film americano diretto da Spielberg e interpretato da Tom Cruise, di cui ora non ricordo il titolo: nel racconto filmico la polizia arrestava le persone prima che, mediante un meccanismo psico-telepatico, si venisse a conoscenza l’intenzione di commettere un reato. Il film è bello, oltre che per le sue qualità cinematografiche, perché denunzia un rischio. Qui siamo nel pieno di una riflessione teologico morale di rilievo centrale. Al mio lettore suggerisco di dare uno sguardo al cap. 5 del Vangelo secondo Matteo ai versetti 21 e seguenti, per comprendere ciò che intendo dire.

Le parole della Murgia sono semplicemente insensate.

Come faccio a partecipare di questa sinistra, caro lettore? Me lo puoi spiegare?

Penso, a distanze siderali dai due sopra citati “di sinistra”, che bisogna ricostruire una patria della sinistra riformista, colta, ragionevole, capace di dialogare con tutti, capace di progetti razionali e di alzare lo sguardo, capace di guardare a una filosofia politica e a sviluppare un pensiero logico che scommetta sulla capacità umana, non tanto di resilienza (termine che non apprezzo), quanto di sapienza, che è una sapida scienza.

Il diavolo e alcuni suoi adepti (tra molti altri, l’allenatore dell’Inter Conte (ormai ex), i calciatori Donnarumma e Ronaldo, il procuratore calcistico Raiola, un amministratore aziendale come Castellucci, quello del ponte Morandi, un imprenditore come Nerini di Stresa…)

Diàbolos è un termine greco che significa il separatore (dal verbo greco dia-bàllein), e si riferisce a un essere (spirituale) che interviene in qualche modo nella vita degli esseri umani.

Nella Bibbia e nei Vangeli troviamo molti passi in cui è presente, magari chiamato satàn in ebraico. Si consulti soprattutto il libro di Giobbe, dove il satàn, dialoga con Iahwe, il Signore Dio, e questi addirittura gli affida un incarico, quello di tentare con terribilità Giobbe stesso per mettere a repentaglio la sua fede.

Ma sappiamo come va a finire: Giobbe resiste alle tentazioni e rivive dopo traversie inimmaginabili.

Il padre Gabriele Amorth, recentemente mancato, è stato il più famoso esorcista dei nostri tempi in Italia. E’ nota la sua posizione, che è ampiamente minoritaria nell’ambito ecclesiale: in altre parole la maggior parte di vescovi e sacerdoti non dà credito alla “figura personale” del diavolo, o demonio, o satana. Nella storia delle Chiesa e della Teologia, comunque, a partire dalle Scritture e dal fondamentale testo di Dionigi l’Areopagita De caelesti Ierarchia, il tema degli angeli e dei diavoli, trattato nelle dottrine dell’angelologia e della demonologia, è molto presente.

Il padre Amorth distingue vari interventi del diavolo verso gli uomini, che vanno dalla tentazione al male, ai disturbi ossessivi a una vera e propria possessione del corpo, per cui occorrono preghiere di benedizione e liberazione e la pratica del ministero dell’esorcismo, antichissima, e presente anche in altre religioni. Il diavolo non può possedere l’anima umana, ma la può tentare con i suoi intelligenti inganni. Il diavolo crede… in Dio, e non è un paradosso, perché sa di essere una sua creatura. Il paradosso è che altre creature come molti esseri umani non credono in Dio ed alcuni addirittura pretendono di poter mostrare l’inesistenza di Dio, talora accusando di ingenuità i credenti in Dio, che non sono in grado di mostrarne l’esistenza.

Ma di Dio non si può mostrare l’esistenza, perché la sua nozione eccede le possibilità razionali umane, cosicché una sana logica filosofica, cara professoressa Hack e cari militanti ateisti tutti, non è nemmeno possibile mostrarne l’inesistenza. verrebbe quasi da dire, un po’ scherzando che, se ci crede il diavolo, che è più intelligente di noi, perché dovremmo essere così superbi da non crederci noi? Scherzo un po’, ma non del tutto.

Papa Paolo VI ebbe a dire che il fumo di satana era penetrato anche nella sua Chiesa. Potremmo allora facilmente pensare allo Ior, la banca vaticana, al vescovo Marcinkus e ai suoi rapporti (accertati dalle inchieste della magistratura) con disonesti finiti assai male come Calvi e Sindona, come quelli della banda della Magliana (perché Enrico De Pedis “Renatino” era sepolto in una basilica romana come uno della nobiltà nera di una papa rinascimentale?) e forse della mafia, e fors’anche, fin da allora, alla pedopornografia che stava venendo alla luce nelle strutture cattoliche, con abusi di sacerdoti e altro personale ecclesiastico, vescovi e cardinali. Papa Benedetto XVI denunziò con voce drammatica questa deriva durante l’omelia del venerdì Santo al Colosseo nel 2005, mentre papa Wojtyla stava morendo aggrappato al Crocefisso in diretta video. Lo stesso papa poi agì duramente reprimendo e allontanando decine di prelati e preti a divinis. Papa Francesco lo seguì con forza su questa strada.

E, notizia di oggi, che tipo di uomini e di donne di Dio erano preti e suore cristiani di quell’istituto canadese, dove si sopprimeva la cultura locale e i bimbi nativi morivano di stenti (e di altro) come mosche? Un istituto fondato nel 1890 e chiuso solo nel 1978!

Quanto dolore per papa Francesco!

E ora alcuni esempi di adepti del diavolo, nella loro semplice e cinica malvagità e indifferenza morale. Nella società sportiva del calcio professionistico in questi giorni emergono tre casi che costituiscono uno scandalo immenso sotto il profilo etico: primo, Conte Antonio, allenatore dell’Inter, stipendiato a un milione di euro al mese (13 all’anno, perché ha anche la tredicesima), se ne va, perché la società non gli conferma gli investimenti in calciatori bravi per restare al vertice, in quanto quel signore concepisce il suo lavoro solo per la vittoria, poiché la sconfitta non è ammessa nella sua Weltanschauung; secondo, Donnarumma Gianluigi, gran portiere del Milan e della Nazionale italiana, 22 anni, percepisce 6 milioni di euro all’anno, mentre il suo procuratore, tale Mino Raiola, non noto se non per questi atti, ne chiede 12, il doppio, la società gliene offre 8 e i due rifiutano.

Il ragazzino 22enne rifiuta 8 milioni all’anno di stipendio, ma non basta, perché l’indescrivibile essere umano che è il suo procuratore ne chiede 20 per la sua commissione; terzo, Cristiano Ronaldo, 37 anni, sempre fortissimo, il più famoso calciatore del mondo e più pagato dopo Lionel Messi del Barcellona, percepisce dalla Juventus di Torino oltre 30 milioni di euro all’anno e non ammette di calmierare tale cifra mostruosa… ma se ne andrà. Grazieadio.

Non possiamo dimenticare lo sguardo cinico e quasi offeso (“ma come, osate convocarmi in Procura?”) del signor Castellucci, amministratore delegato di Atlantia, l’azienda proprietaria di Autostrade e dunque del ponte Morandi di Genova.

Potrei continuare con tale Nerini, padrone della funivia Stresa-Mottarone, di cui tutti ormai sanno che ha preferito, con altri suoi adepti (del diavolo?) rischiare la vita delle persone piuttosto che sistemare l’impianto. Lì, il titolare dell’impianto, e i suoi collaboratori hanno deliberatamente deciso di togliere l’operatività del freno per evitare interruzioni del servizio, a rischio di quello che è poi successo.

Oppure citare gli innumerevoli cinici irresponsabili che hanno cuore e freddezza tali da mettere a repentaglio vite umane per lucrare di più, proprio in Italia, patria delle normative più rigorose del mondo in tema di sicurezza del lavoro.

Tutti in qualche modo adepti del diavolo, chi per egoismo, chi per cinismo estremo, chi per irrefrenabile superbia. Quest’ultimo è il peggiore dei vizi umani, fomite ed inizio di tutti gli altri. Caro lettore, pensa a una persona superba che conosci, e noterai che questa può essere capace di qualsiasi azione, perché si ritiene superiore agli altri, ritenendo se stesso autorizzato a ogni azione e a ogni detto, impunemente.

Ora, che dire di queste vite, di queste esperienze, di queste “visioni del mondo”? Nel loro miserabile “piccolo” sono esempi clamorosi.

L’economista cinico mi può rispondere che è il mercato a fare gli emolumenti e le gare d’appalto, ma mi pare non basti, che ne dici, gentile lettore? Si può spiegare a questi 4 signori e ad alcune migliaia che vivono le medesime esperienze che non può funzionare più cosi?

Si può fare in modo che il diavolo cominci a perdere un po’ di adepti?

La vita di Luana

Ventitre anni ancora da compiere, un bimbo di cinque anni, aspirazioni artistiche, fresca e bella come sono le ragazze di oggi che si tengono bene in modi che a me, (vecchio ragazzo) attento alle donne e solitamente capace a dialogare con loro, non sfugge, Luana è morta sul lavoro.

Luana D’Orazio

Luana è rimasta incastrata nell’orditoio, dal cui rullo aveva subito le ferite mortali. Gli investigatori hanno iniziato le indagini, sia sotto il profilo del rispetto delle norme della sicurezza sugli impianti, sia sulle modalità operative.

Ogni azienda, in base a quanto previsto dal Decreto Legislativo 81 del 2008, sulla base della prevista analisi e di una Valutazione dei Rischi (VdR), deve poi attuare tutte le misure previste dall’analisi stessa, con il coinvolgimento di vari soggetti: il Medico competente, il Responsabile della Prevenzione e Protezione (RSPP), il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS), il Datore di lavoro per la sicurezza, che solitamente è il titolare o un amministratore… ma anche tutti i dipendenti, che sono tenuti alla propria autotutela e a quella dei colleghi (ex art. 9 della L. 300/ 70 Statuto dei diritti dei lavoratori).

Dopo un trend “positivo” (per quanto sia possibile definire in questo modo eventi drammatici) degli infortuni gravissimi e dei decessi correlati a seguito delle nuove legislazioni del 626 del ’94 e del Decreto 81 del 2008, di nuovo, negli ultimi anni si sono prodotti numeri di nuovo gravissimi, cioè oltre i 1000 all’anno.

Non dimentichiamo che il sistema produttivo dell’Italia, per quanto attiene alla tutela della salute e sicurezza del lavoro, aveva a disposizione i grandi decreti degli anni ’50, il 537 sull’antinfortunistica e il 303 sull’igiene del lavoro, la cui filosofia supponeva di poter sviluppare politiche di sicurezza tecnica pressoché assoluta, quasi a prescindere dal’intervento umano, cioè dalla libera volontà degli umani.

Altresì, non facciamo a meno di ricordare, come sopra già citato, il cambiamento avvenuto con l’emanazione dell’art 9 dello Statuto dei Diritti dei lavoratori (L. 300/ 1970), che prevede la responsabilità del lavoratore per la sua propria salute, senza trascurare quella dei propri colleghi di lavoro.

Anche i contratti collettivi, da oltre mezzo secolo, contengono cenni non superficiali connessi alla tutela della salute e sicurezza del lavoro, così come sollecitati da diverse Direttive europee degli anni ’80.

Il Modello 231, ex Decreto legislativo 231 del 2001, almeno da un decennio, si pone come elemento di cultura della salute e sicurezza del lavoro, per garantire una sorta di doppio controllo, costituito, da un lato dalle strutture aziendali per la sicurezza, e dall’altro dall’Organismo di vigilanza, nominato dal Consiglio di Amministrazione, che ha l’autonomia per sorvegliare sul rispetto delle leggi dello stato, con particolare attenzione alle normative sulla sicurezza del lavoro e la tutela dell’ambiente. L’Organismo di vigilanza deve essere composto da persone competenti e di specchiata onestà e indipendenza, in modo da costituire una vera e propria “magistratura morale” a latere dell’azienda.

Ora, con una media di due morti al giorno, più di mille all’anno, che costituiscono una strage, forse è il caso di considerare la volontarietà dell’adesione al Modello 231, magari rendendone obbligatoria l’applicazione. Dalle tragedie della ThyssenKrupp al disastro ferroviario di Viareggio, fino alla morte di Luana D’Orazio, il pensiero dell’uomo/ donna al lavoro deve occupare l’impegno razionale e la dimensione morale di tutto il sistema/ azienda, di tutti i soggetti coinvolti.

Ciò per non dimenticare come è morta Luana e tutti gli altri lavoratori mancati sul posto di lavoro, e ridurre decisamente le cause degli infortuni di qualsiasi gravità siano.

La salvaguardia dell’integrità psicofisica dell’uomo è il fine primo e ultimo di un’Etica declinata nel modo più elevato.

Gregari e capi

Guardando nei giorni scorsi i trentamila tifosi dell’Inter in piazza Duomo a Milano festeggianti il 19o scudetto della gran squadra, mi è venuta per l’ennesima volta in mente la campana di Gauss, la geniale disposizione matematico-statistica che ha aiutato da un paio di secoli o quasi molti ricercatori a inquadrare gruppi e classificazioni di tutti i generi e specie.

gregari dignitosi

Altri generi di gregari sono gli spettatori dei concerti, che si esaltano per il divo, e vivono letteralmente di luce riflessa. Gli esempi potrebbero continuare, di queste vite riflesse. Non cito anche questa volta (lo ho fatto in molti casi) il grande Gustave Le Bon e il suo Psicologia delle folle, nel quale ha spiegato come la massa umana, quando si compone, contemporaneamente contribuisce alla riduzione della soglia critica delle singole persone, e quindi all’aumento della… stupidità individuale. Il gregariato, negli esempi di cui sopra, è proprio l’ambiente ideale dello stupidario.

La parte centrale della cosiddetta gaussiana è solitamente la parte più ampia di tutta la simmetrica curva, nella quale sono solito collocare i più della cosiddetta gggente. I gregari: quelli che vivono di luce riflessa, quelli che hanno bisogno di tifare per qualcuno o per qualcosa, i militanti a-critici di bocca buona, quelli che stanno sempre dalla parte-di-chi-vince, gli aiutanti dei vincitori per partito preso, i gregari.

Mai stato gregario, caro il mio lettore, che ben mi conosci. Ho sempre cercato di vivere-rischiando-di-perdere, ma trainando la sorte, senza subirla, se possibile. Con un certo coraggio evitando la sicumera. Ovviamente, ognuno di noi è causa generante solo di una parte della propria vita, in quanto molti altri vettori causali o circostanze non dipendono da noi… I gregari, di contro, preferiscono di solito una vita tranquilla.

Anche i gregari, però, sono indispensabili: Alcuni esempi: quelli delle squadre di ciclismo, che “tirano” alla morte la fila dei corridori per favorire il loro capitano in corsa per la classifica generale, e a volte capita che diventino dei campioni loro stessi. Un esempio: quello di Paolo Bettini, che iniziò da gregario e in seguito diventò bicampeon do mundo e campione olimpico ad Atene nel 2004 nella corsa in linea.

Anche nel gioco del calcio vi sono calciatori considerati gregari, che sono la struttura portante della squadra. Luciano Ligabue ha dedicato a uno dei più grandi mediani italiani, Gabriele Oriali, una bella ballata. Senza tipi come Oriali, l’Italia di Enzo Bearzot forse non avrebbe vinto il mundial ispanico del 1982, quello della famosa partita a scopone in aereo fra il Presidente Pertini che giocava con Dino Zoff contro Bearzot in coppia con Franco Causio. Ricordo un altro grande gregario calcistico: Giovanni Lodetti era un mediano di enorme efficacia su cui si basava il geniale gioco di Gianni Rivera, ambedue i mediani vincitori di tutto. Oriali e Lodetti. Gregari per sempre, ma grandissimi. Potrei citare anche Giuseppe Furino della Juventus plurivittoriosa, Nobby Stiles della Nazionale inglese, lo spagnolo Xabi Alonso, il tedesco Bernd Schuster, e decine di altri, senza i quali, i Bobby Charlton, gli Andres Iniesta e i Karl-Heinz Rummenigge, fuoriclasse conclamati, non avrebbero portato a casa nulla delle loro grandi vittorie con le rispettive nazionali.

Ma nella vita ordinaria vi sono gregari? Ebbene, se intendiamo il gregario come un lavoratore che è consapevole dei propri limiti, ma è volenteroso, costante e onesto, costoro sono utili, anzi indispensabili come i cosiddetti capi carismatici, come i numero 10 del lavoro, come i leader. Senza queste figure, manager e leader non possono mandare avanti i loro progetti: perciò essi devono rispettare i “gregari”, considerandoli importanti quanto loro nell’economia organizzativa e gestionale. Quello che serve in una organizzazione, così come nella costruzione di una squadra sportiva vincente (si pensi all’Italia mondiale di Lippi del 2006, che poteva contare certamente su Totti e Del Piero, ma anche su Gattuso, altro formidabile esempio di gregario auspice di vittorie!), non è una raccolta di “fuoriclasse”, ma l’integrazione tra figure diverse, di livello cognitivo, culturale e professionale differente, connotate da aspettative esistenziali e professionali ancora di varie qualità. Questo serve a una organizzazione che vuole eccellere.

Epperò qui serve una considerazione indispensabile: i leader, se vogliono essere tali, non devono avere paura dei “potenziali”, non devono schiacciarli ed emarginarli temendo che questi posseggano anche più talento di loro stessi, e quindi possano legittimamente aspirare a sostituirli, poiché ciò sarebbe sintomo di debolezza e di una leadership timorosa e incerta, solida solo perché blindata. Non serve blindare il proprio talento, se c’è! Se invece è un talento protetto, allora qualcosa non va.

Chi veramente vale non tema la concorrenza! Altra cosa, l’ultima: ogni “capo” deve ricordare sempre la lezione di Qoèlet 3, laddove lo scrittore biblico, probabilmente un sapiente ellenistico di scuola cinico-scettica, ricorda che tutto passa, e che vi è un tempo per ogni cosa, in quanto la vita dell’uomo cammina dalla sua “a” alla sua “zeta”.

Transit gloria mundi, e anche il potere finisce, come è logico e giusto che sia.

« Older posts

© 2021 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑