Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Phrònesis (Prudenza) e Philìa (Amicizia), “utili” (why not?) per una vita “buona” (non è moralismo) e “vera” (non è presunzione)

Prudenza e Amicizia, in greco. Phrònesis, come Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, è già un progetto di filosofia pratica noto e attivo da vent’anni e passa in Italia, su tematiche e progetti di “Filosofia pratica e Consulenza filosofica”. Vanta già una tradizione cospicua di testi specifici e di filosofi operanti. Di Philìa parlerò brevemente in conclusione.

Phrònesis gode oggi di una fama positiva – ritengo – e meritata, in Italia, e raccoglie, con la fatica dell’impegno dei soci più attivi, “studenti” laureati provenienti da tutte le parti, e persone più in età che desiderano muovere dalla teoria che hanno studiato all’università e si sono laureati in filosofia o discipline equipollenti, alla pratica di una filosofia viva, vicina alle persone e ai loro vissuti, ma continuando a studiare, misurandosi con atti, fatti e pensieri… vite di altri esseri umani.

I nuovi iscritti provengono talvolta anche dai master di filosofia pratica di prestigiosi atenei, che forse non li hanno soddisfatti. Che significa ciò?

Significa che Phrònesis è credibile, che è ritenuta valida, come locus philosophicus e dialogico, pratico, non solo teorico. In vent’anni di vita questa Associazione ha conosciuto vicende diverse, distacchi e adesioni, cambiamenti. Nel 2013 ha avuto anche il riconoscimento di una legge dello Stato, la n. 4. che contiene gli indirizzi essenziali di una possibilità ulteriore nell’ambito delle professioni intellettuali.

Prima di dire e di proporre qualcos’altro, riporto di seguito l’articolo 1 comma 2 della Legge stessa: Oggetto e definizioni”: “(…) si intende una professione non organizzata in ordini o collegi, di seguito denominata “professione”, si intende l’attività economica, anche organizzata, volta alla prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, o comunque con il concorso di questo, con esclusione delle attività riservate per legge a soggetti iscritti in albi o elenchi ai sensi dell’art. 2229 del codice civile, delle professioni sanitarie e delle attività e dei mestieri artigianali, commerciali e di pubblico esercizio disciplinati da specifiche normative”.

L’attività di Phronesis è complessa, articolata, come si dice, e vera. Vive in un contesto generale nel quale si registra molta “filosofia”, di quella vera e di quella fasulla. Quella vera-buona e quella falsa-cattiva non si dividono tra filosofia accademica e filosofia pratica, ma tra “buona” e “cattiva”, come la musica. Bach e i Beatles appartengono alla buona musica, nella differenza di stili e “oggetti” musicali prodotti.

Infatti, vi sono delle analogie tra filosofia e musica: ambedue le arti (eh sì, perché anche la filosofia è un’arte, se vogliamo nel senso aristotelico, come un qualcosa che si conosce e si agisce con competenza).

Da qualche tempo la filosofia accademica sta vivendo difficoltà inusitate. Sembrava che fosse una disciplina in crisi, sotto il profilo universitario, e lo era, effettivamente, ma da qualche anno, per merito del web e dei talk show è tornata in auge, anche se, mi pare, non nel modo più auspicabile. Molti accademici di fama vivono una loro gloria inaspettata partecipando ai vari modelli di comunicazione, nati negli ultimi due decenni e sempre più pervasivi. Pare evidente che ciò non gli giova molto: basti osservare le performance di alcuni illustri accademici che si misurano con i talk show su tematiche come quelle della pandemia. Costretti dai e nei tempi televisivi, questi prof diventano apodittici e declamatori, poco inclini al… dialogo, di cui dovrebbero essere maestri. Non sopportano contraddittorio, che dovrebbe essere per loro, esperti di dialettica, platonica o hegeliana che sia, un must, come si dice, ma, vedi gentil lettore, non sono filosofi pratici, ma solo docenti, e quindi abituati a “insegnare”, più che a dialogare. Non faccio nomi, perché chi mi conosce sa a chi mi sto riferendo.

Forse può essere utile al lettore richiamare di seguito ciò che costituisce la consulenza filosofica, così come si è sviluppata nell’arco di due decenni pieni (dal 2000 circa) in Phronesis e come intende ulteriormente proporsi.

La consulenza filosofica, come insegna il professor Gerd Achenbach, iniziatore contemporaneo di questa modalità vivente della filosofia, si interroga (e interroga) sulle forme di pensiero, delle ragioni (non delle “motivazioni”, termine psicologistico assai abusato e usato molto spesso in luogo di “ragioni” e, a volte, anche di “cause”), dei vissuti, dei valori, delle visioni del mondo… di una persona (cf. cap. 3 della Perimetrazione della Consulenza filosofica, 20 Luglio 2012, Seminario nazionale di Phronesis – Firenze).

La consulenza filosofica ha l’obiettivo di rischiarare, arricchire, rendere più articolata e profonda la visione del mondo dell’ospite, o consultante (cf. Pollastri 2016). Se ciò è vero, essa si distingue in modo radicale dalle psicoterapie di qualsiasi genere e specie, compresa la psicoanalisi.

Ogni modifica della propria visione del mondo, non può essere il fine della consulenza filosofica, ma la conseguenza estrinseca, quasi per eterogenesi del fine specifico, nonostante l’opinione circa la visione del mondo del filosofo consulente possa non essere estranea alla relazione tra i due soggetti. Perché tutti e due sono “soggetti”, in quanto nella relazione non si deve registrare passività, ad esempio, nel consultante, ferma restando l’asimmetricità del rapporto. Esso, dunque, non si configura nemmeno lontanamente – per comparazione – come il rapporto esistente tra medico e paziente. Lo spiegano molto bene negli anni diversi filosofi di Phronesis: tra essi qui mi piace ricordare, come esempio, per dire come la filosofia debba essere-vicina alla vita delle persone si propone il concetto di “Filosofia di strada…” (A. Cavadi, 2010).

La trasformazione dell’approccio analitico del mondo deve nascere dall’interiorità (cf. ad e. Agostino, Soliloquia) della persona e non può essere condizionata dalla scala di valori morali del filosofo. Il Valore di questo tipo di attività spirituale è proprio questo: di riuscire a mettere il consultante, che ha manifestato un disagio ed è ricorso al filosofo pratico, nelle condizioni di effettuare una metànoia, innanzitutto logica, e in seguito spirituale, cioè di conversione a una vita buona, e vera. La logica precede sempre l’etica, e la deve fondare, allo stesso modo nel quale l’etica deve fondare il diritto.

Perché uso l’endiadi buona e vera per definire la vita? Si può forse dare una vita non-vera, cioè fasulla? In senso proprio certamente no, poiché l’uomo è vivente, ma in senso figurato-morale, sì, in quanto vi possono essere vite non dedicate a qualcosa che possa essere considerato e definito “bene”, vale a dire vite dedite al vizio e al delitto, non solo, ma anche vite dedite (si fa per dire) all’anodino svolgersi di giornate senza senso, là dove il soggetto non ha la consapevolezza di un tanto, ovvero vite connotate da una pigrizia fondamentale e da un non-agire sistematico.

Ecco dove può muovere i suoi passi la consulenza filosofica individuale, il dialogo inter-soggettivo che può riuscire a far emergere le contraddizione logiche atte a creare un auto-pensiero critico. Come si vede non parlo di pensiero auto-critico, ma, rovesciando i termini, colloco la riflessività del concetto sullo stesso pensiero, che diviene un locus dove il soggetto si rivolge e se stesso quasi costituendosi come pensiero. La critica e la vita, dunque, diventano tutt’uno con il pensiero.

Vi sono situazioni di persone che ho incontrato, per le quali la convinzione di essere-nel-giusto, di essere moralmente irreprensibili, è talmente radicata e ontologicamente esistentiva, che risulta impossibile incrinarla, cioè porre dei dubbi tali da avviare il percorso di una metànoia, che metta in questione abitudini inveterate e convincimenti ferrei… fino a quel punto.

Per la consulenza filosofica il nucleo tematico centrale da individuare è il modo, l’impostazione del pensiero del consultante, e quindi la ricerca di crepe, di illogicità, di salti logici, per verificarne gli effetti e anche i… danni, che può generare nella vita della persona stessa.

Euristica ed eziologia sono due processi che ci interessano nella consulenza filosofica e nel dialogo che la costituisce: a) l’euristica perché filosofando assieme ci si propone di cercare qualcosa e possibilmente di trovarlo (questo qualcosa), b) l’eziologia in quanto ricercando si può risalire, se non si trascura il metodo logico-argomentativo, alle “cause”, oppure, meglio dire, alle “ragioni” che in qualche modo danno senso alla scoperta.

Proviamo ad esemplificare. Ammettiamo che il nostro ospite accetti di mettere in discussione, sotto il profilo teorico, o per meglio dire, intellettuale, le proprie scelte finora assunte e praticate nella vita concreta. Nel contempo egli è convinto che le scelte fatte siano state necessitate, od opportune, o utili, od obbligatorie. Entriamo nell’esempio: la persona è benestante fin dalla nascita e non ha contribuito in alcun modo e non ha profuso alcun impegno nella costruzione del patrimonio che la rende pacificamente benestante. Altre persone hanno prodotto le risorse di questo bene-stare, che sono essenzialmente risorse economiche e finanziarie.

Ora, le regole civilistiche attuali in tema di eredità offrono a chi eredita il diritto di… ereditare. A dirla in questo modo, sembra una quisquilia tautologica. La persona “fortunata” dà per scontato che la sorte, il destino, la bravura del padre o del nonno, un colpo di c. tale da aver vinto una grossa somma a una lotteria, siano da accettare senza riflettere sul merito o meno di trovarsi in quella condizione, a differenza dei più, che spesso stentano a tirare avanti.

Questo tipo di persona ritiene talvolta di essere un tipo speciale, e pertanto non obbligato a guadagnarsi il pane con il “sudore della fronte” (cf. Genesi, 3, 19), poiché non serve, tanto le risorse ci sono già, in quantità tale da garantire non una, ma sette generazioni di vita agiata. Oppure, ritiene che impegnarsi in qualche attività di vertice sia già “lavorare”, perché molti altri agiscono in questo modo (e qui gli esempi riguardano capitani d’industria, innovatori tecnologici e finanzieri cui si pensa di assomigliare).

Questo tipo di persona ritiene poi di avere quasi un diritto “naturale” (non oso dire “divino”, per non esagerare) a ferie speciali, e di potersi distaccare senza problemi dalle fonti che originano il proprio benessere.

Forse, utilizzando una terminologia giudicante le cose adeguata, si potrebbe smuovere qualche masso spirituale che sta occupando e ingombrando impropriamente la “struttura valoriale” del soggetto: ad esempio, si può proporre una lettura della realtà propria e generale alla luce del concetto di “verità locali” (Zampieri, 2009 e oltre), per evitare ogni arroganza propositiva da parte del filosofo consulente.

Posto che il carattere individuale si forma, come hanno ben spiegato Piaget et alii negli ultimi cent’anni, entro i quattordici anni più o meno, e che da lì in poi i comportamenti individuali sono costruibili e modificabili, in positivo e in negativo, si tratta di vedere se il soggetto esemplare di cui qui si tratta se la sente di scavare dentro la propria anima anche a costo di andare profondamente in crisi.

Eccoci al punto: il dialogo filosofico è qui che interviene, mentre ogni tipo di psicoterapia sarebbe inerte, perché solitamente ed essenzialmente destinata ad “andare a caccia” di nevrosi. Queste persone di solito non sono nevrotiche, se non in minima parte, ma sono moralmente anodine, amorfe, oppure hanno una moralità generica e applicabile solo e solamente agli… altri.

L’etica sociale, l’etica della vita umana, semmai esista per questo tipo umano, vale per gli altri. Questo tipo umano può essere rimosso dal convincimento di essere-speciali e di avere diritti speciali solo da un trauma, giammai dal thauma (in greco: la meraviglia, lo stupore, origine di ogni filosofare) del vivere, cioè la meraviglia del vivere, che per questi rischia di essere sempre banalmente noiosa, se non riesce a riempire le proprie giornate di sempre nuovi “giocattoli” (auto, moto, barche, vacanze, donne, se si tratta di un maschio…), di cui molto presto si stanca.

Oppure può riuscirci la filosofia, cioè la metodica del mettere in dubbio le proprie convinzioni mediante la riflessione e il dialogo, a partire dalle più rassicuranti.

Facendo un lavoro con un tipo umano del genere occorre mettere a tema mezzi espressivi, parole, etimologie, sistemi valoriali, idee “forza” dominanti nella psiche e nella storia della persona, elementi di coerenza e di incoerenza, e infine, decisamente, la struttura integrata di personalità sua propria.

Lavorando su questa batteria di elementi si può verificare se si crei qualche crepa, se appaia qualche insenatura nel suo modo di dare il flusso al pensiero, di individuare i verbi da apporre ai soggetti e il senso dell’operatività dei verbi stessi sugli “oggetti” sui quali le azioni verbalizzate terminano.

Riprendendo la fondamentale Perimetrazione (2012) di Phronesis qui riporto i concetti concernenti “le questioni etiche, relazionali, esistenziali, le decisioni complesse, i dubbi, le revisioni progettuali della propria vita, le scelte puntuali, le separazioni e le riprese affettive, gli interessi, i lutti e le malattie, i cambiamenti di qualsiasi genere e specie, etc.”.

Ebbene, lavorando su questo elenco cercherei di penetrare, non nella psiche come fanno altri e – nel modo peggiore – i manipolatori, nel suo modo di porsi i temi e di svolgerli. In altre parole nel rapporto che esiste tra le parole utilizzate dal soggetto, l’accezione di ciascuna che lo stesso ha nel tempo scelto e l’uso che ne fa nella vita quotidiana e nei rapporti umani.

Gli chiederei poi di valutare la qualità esistenziale e relazionale delle scelte fatte e di quelle fattibili, riflettendo sulla fatticità di quelle fatte e di quelle da farsi. Bona facienda (sunt), mala vitanda: la sintesi morale aristotelico-tomista, dopo questo lavoro potrebbe configurarsi come una suggerimento sommesso per un agire migliore rispetto al passato. Una sintesi morale che nel “dover agire” kantiano si rinforza, facendo coincidere dover fare e dover essere, e con ciò diritti e doveri.

Per produrre tale lavorìo intellettuale potrebbe essere necessario individuare testi e format particolari, adatti alla tipologia personologica dell’ospite, in modo da far emergere i “valori” intellettuali e cognitivi dello stesso, le sue “forme” mentali, e anche i tic, le ripetitività ossessive, le contorsioni linguistiche, i toni più o meno elevati delle vocalizzazioni, e infine il timbro vocale che si è formato negli anni, così come generato da una base genetica.

Se la persona è orgogliosa di un proprio genitore o avo e crede di assomigliargli, è forse il caso di valorizzare l’irriducibile unicità di ciascuno e dunque del soggetto stesso, che non può, né imitare, né pretendere di ri-creare chi lo ha preceduto con meriti imitandi ma irripetibili.

Razionalità ed emozionalità del soggetto possono allora iniziare a farsi in qualche modo “de-codificare”, senza la pretesa di comprenderli, capirli e spiegarli fino in fondo, poiché la mens umana resta sempre un “oggetto” complesso, e pertanto mai completamente de-scrivibile. Non pretendere di spiegare ogni cosa o fatto, ma cercare di comprendere il soggetto interpretando tutti gli elementi fisici e spirituali che lo compongono, può essere la strada per interloquire con le profondità dell’anima della persona di cui qui si sta esemplificando.

Per avere una qualche possibilità di cambiamento bisogna dunque procedere alla massima chiarificazione possibile, al fine di consentire una sorta di rielaborazione della visione del mondo del soggetto e all’ammissione che questa rielaborazione è diventata essenziale per una rinascita interiore e un ri-orientamento nel mondo e per delle scelte più “vitali”.

Questo processo non può essere “lineare” (Pollastri, 2016), ma necessariamente talora contorto, a-sistematico, scombinato – necessariamente – per poter prevedere le condizioni di possibilità di una nuova combinazione positiva, buona, vera.

In verità si sta sempre ricercando il buono e il vero, anche se non tutti e non sempre se ne è consapevoli. Bisognerà avere anche sempre il coraggio di improvvisare, in questo lavoro di ricerca spirituale e morale, senza temere di deragliare, perché ci pare manchino linee guida. Se si è onesti intellettualmente e ben preparati, come si usa in Phronesis, non vi è nulla da temere.

Questo tipo di consulenza si può dire anche, senza tema di essere tacciati da eresiarchi, è non solo filosofica, ma anche spirituale, poiché attiene al plesso totale/ diversificato di spirito-anima-mente, in tutte le sue accezioni filosofico-etimologiche della storia del pensiero occidentale greco-latino e delle lingue volgari moderne e contemporanee. Si tratta di una metodica-che-non-è-tale, in quanto è una continua ricerca che vive di contenuti facentesi via via metodo (cf. Giacometti, 2016).

Non un circolo vizioso ma virtuoso, perché capace di rinnovare il pensiero mentre il pensiero fluisce. Così come si può rinnovare una vita mentre la vita stessa fluisce nella sua naturalità esistenziale e morale.

Phronesis si muove su questo terreno, da oltre vent’anni. E io dentro essa. Da un anno ho la ventura di presiederla, e lo voglio fare con forza e dedizione.

Accanto a Phrònesis , proprio perché questo bisogno di pensiero rinnovatore esiste, mi piacerebbe nascesse – a latere – un’altra associazione, magari da chiamare Philìa, cioè amicizia.

Un’associazione a latere di “umanisti” di tutti i generi e specie, per riunire intelligenze e persone, ponendosi nell’agorà, anzi nelle agorài (caro PD, metti anche il sostantivo al plurale dove scrivi “democratiche”), e così intercettare i bisogni delle persone in molti modi: se Phronesis può agire in modo più profondo e professionale, Philìa potrebbe offrire uno spazio dialogico libero, come quello descritto in questo saggio, utile per qualcuno.

La prova dell’efficacia di questo doppio modello può consistere nella constatazione che alle varie pratiche filosofiche partecipano persone di tutti i generi e sensibilità, perché il sapere filosofico, nelle sue varie declinazioni apre la mente e il cuore, aiutando chiunque a scoprire di se stesso ciò che magari è rimasto finora inerte e latente.

Il VADEMECUM IDIOTA (grazieadio già cassato): oscuri funzionari/e brussellesi vogliono insegnarci a parlare, su precise indicazioni della signora maltese Helena Dalli, Commissaria UE all’eguaglianza (cara madame PhD, le propongo un corso intensivo gratuito, quattro o sei ore al max, a cura mia, di “antropologia filosofica” e di “morale sociale”) modificando il lessico comune: non più “buon Natale”, ma “buone Feste” (ma questo modo già lo usiamo dal 26 dicembre! idioti! e il “buon Natale” non dà fastidio a nessuno provvisto di un po’ di intelligenza); non più dire e scrivere “disabile”, ma “persona con qualche disabilità” (così nel frattempo chi ci ascolta o ci legge si addormenta); non più “Cari signori, care signore…”, ma “Cari colleghi” (è maschile, idioti di Bruxelles!); e, naturalmente “genitore 1 e genitore 2”, invece di “padre e madre”; non più “anziani”, ma “persone più adulte”. E poi aggiungono che non sarà un obbligo (ci mancherebbe!), ma solo un’indicazione…

Mi piacerebbe guardare in faccia i geni (che paghiamo noi) che trovano i tempo di proporre le idiozie di cui sopra, per vedere se hanno il lume dell’intelligenza negli occhi.

Costoro sono gli stessi che anni fa suggerirono ai politici di non accettare nella Costituzione europea che si citassero le origini generative dell’Europa stessa nelle culture ebraico-greco-latina-cristiana e, aggiungerei, illuminista, perché l’illuminismo settecentesco, quello inglese (J. Locke), francese (Diderot, Montesquieu, Voltaire, D’Alembert), tedesco (Kant) sono filiazione, anche se indiretta, dei valori evangelici.

Da dove vengono fraternité, egalité, liberté, se non dall’insegnamento gesuano delle Beatitudini? Eterogenesi dei fini? Sì, ma solo storicamente, perché Vangeli e Filosofie illuministiche sono state azioni diacroniche del pensiero umano. E potrei continuare ad libitum.

Proviamo a ragionare. Primo: hanno da fare così poco quei funzionari, da affaticarsi su tematiche inesistenti? Secondo: vorrei fare un’inchiesta breve, a campione, tra i cento musulmani che conosco sulla dizione “buon Natale”: ebbene, per la conoscenza che ho, sono certo che tale augurio non disturba nessuno. Infatti, io sono solito augurare anche a loro “buon Natale”, sapendo che loro conoscono Issha (cioè Gesù di Nazaret), che è per la tradizione islamica il più grande dei profeti ante Mohamed.

Agli stessi io auguro, quando è il suo tempo, “buon Ramadan”, e loro mi rispondono “grazie”, con un sorriso, perché vedono che sono sincero.

Altrettanto chiederei sui presepi, anzi lo ho già fatto qualche anno fa: lo chiesi almeno a una decina di genitori musulmani, che mi risposero, più o meno: “Ma per noi Maria e Gesù di Nazaret sono da venerare”.

Ricordo agli ignorantoni di Bruxelles che Maria di Nazaret è la donna più citata nel Corano, più di Kadijia e Fatìma (moglie e figlia, rispettivamente, di Mohamed). Con ciò non voglio minimizzare le differenze tra islam e cristianesimo. Chi mi conosce sa che sono un teologo che queste cose sa bene.

Altra cosa: forse che i londinesi sono stupidi, essendosi dati un sindaco anglo-pakistano, Sadik Khan, sindaco che si comporta come un baronetto della regina?

E allora, a che cosa serve un’iniziativa come quella del vademecum del “parlare politicamente corretto”? A cambiare, a migliorare qualcosa?

Infine, mi duole che anche su un tema del genere la politica si divida tra “conservatori” e “progressisti”: Lega contraria e PD possibilista. Ma che è? Forse che conservare qualcosa di bello, come le espressioni classiche della nostra lingua e cultura è di destra? Allora “conservare” il Foro romano, le antiche basiliche, le moschee di Gerusalemme, i buddha millenari, Michelangelo e compagnia è di destra?

Andiamo! La divisione tra le persone umane, da un punto di vista individuale è tra intelligenti e meno, tra colti e meno, tra laboriosi e meno, tra onesti e non onesti intellettualmente, in base alla “struttura di personalità” di ciascuno, mentre tutti, proprio tutti, hanno pari dignità, maschi, femmine, trans, alti, bassi, grassi, normolinei e magri, mangioni e anoressici, bambini, giovani, vecchi, ricchi e poveri, neri, gialli e bianchi. E tu, caro lettore, aggiungi chi vuoi che io abbia inavvertitamente dimenticato in questo elenco.

Per quanto mi riguarda, se fossi cieco, sordo e/o muto, vorrei essere definito “cieco, sordo, muto”, perché ciò che conta è come ci si rapporta con chi ha queste disabilità, senza paura dei termini propri delle stesse.

Bene: i funzionari di Bruxelles sono incolti, stupidi e vili. Oppure solo gente che teme anche la propria ombra. Minimi.

La “miseria della filosofia” (attuale), o di come la pandemia sta tenendo in scacco la filosofia

…o la filosofia della miseria? Karl Marx scrisse un testo intitolato La miseria della filosofia per dire che quel sapere non bastava a cambiare il mondo secondo giustizia, e anche per rispondere al socialista francese Pierre-Joseph Proudhon, che aveva pubblicato un libello dal titolo La filosofia della miseria.

Il grande di Treviri era interessato alla miseria, alla povertà di milioni di operai, al suo tempo. Studiava il funzionamento dell’economia politica e delle sue conseguenze sulle vite degli esseri umani. La sua era una filosofia che si occupava della miseria.

Nell’800 la miseria era diffusa in tutta Europa, oltre che nel resto del mondo, e Marx la studiava a fondo. La filosofia era un sapere diffuso, quasi prioritario nelle università e Marx stesso era un filosofo. Si era laureato con una tesi su Democrito, ma aveva anche grande attenzione per i testi teologici giudaici e cristiani. Marx era ebreo. La sua era una ricerca del bene, della giustizia, della sicurezza anche per le classi popolari. La libertà gli interessava meno, perché riteneva che la giustizia sociale fosse più importante della libertà.

Il rapporto fra giustizia e libertà è sempre stato obiettivamente arduo, difficile, e lo è ancora oggi. Qualcuno ritiene che libertà e giustizia siano inversamente proporzionali: molto semplificando, i liberali per la libertà, i socialisti per la giustizia. E aggiungiamo anche il tema e termine della sicurezza, che dovrebbe equilibrare i due di cui sopra. Giustizia, sicurezza. libertà. Tre termini, tre valori che la filosofia può coniugare e accordare.

Di questi tempi, però, viene da pensare a un’altra miseria, rispetto a quella materiale studiata da Marx, e addirittura di rovesciare i termini proudhoniani, proponendo la miseria della filosofia. Una miseria della filosofia che parte dalla filosofia come sapere (pre-supposto) prioritario, nell’ordine dei saperi, e cardine degli altri saperi. Epistemologia di tutti i saperi.

Di questi tempi pieni di incertezza, molta filosofia, invece di aiutare a cercare risposte a domande complesse, pare talora aiutare l’aggravarsi del sentire comune per la comprensione del mondo e del senso della propria vita. Alcune volte, invece di aiutare la logica e l’argomentazione razionale, sembra operare in modo opposto, e dunque dannoso.

La filosofia dovrebbe contribuire a rischiarare le menti e il pensiero, a contrastare le prese di posizione ideologiche, che per loro natura sono spesso illogiche e non veritiere, e invece sembra che oggi – almeno parzialmente – contribuisca ad ottenebrarlo. Non ho mai sentito come in questo periodo valorosi pensatori e pensatrici letteralmente deragliare dall’a-b-c-della logica sillogistica, che resta quella più efficace per la vita quotidiana.

Ricordo ancora una volta, dopo averlo usato millanta nei miei scritti, il sillogismo aristotelico di primo tipo, dove ci sono due premesse correlate e una conclusione necessaria: a) l’uomo è razionale, b) il razionale è libero, c) l’uomo è libero.

Ho ascoltato da valorosi colleghi e colleghe supposti sillogismi nei quali la conclusione è messa al posto di una premessa e una premessa in conclusione. Un esempio: a) il governo ci vuole rinchiudere in casa (dovrebbe essere la conclusione), b) il Covid non è sempre pericoloso (è una premessa, la prima), c) il pericolo va evitato (dovrebbe essere una premessa, la seconda, ma è la conclusione, sconclusionata). Incomprensibile, se non si colloca questo disturbo del ragionamento in una sorta di dislessia logico-argomentativa, la quale, se non fosse pericolosa, potrebbe addirittura essere comica, adatta a una gag.

Vi è da parte di alcuni, anche egregi filosofi come Agamben e Cacciari, un utilizzo strano delle statistiche, dico strano perché la filosofia dovrebbe utilizzare le scienze “dure” per ragionare, per riflettere in modo logico, ma così non è. Le statistiche, che non mentono, dicono che i vaccini, insieme con le altre misure di cautela intelligente, ci stanno salvando.

Costoro, a mio parere, dovrebbero ricordare il principio classico e aureo, di derivazione aristotelico-tomista del rapporto tra bene maggiore e minore e tra male maggiore e minore: tale principio va applicato quando si criticano le misure di contenimento del virus, anche a fronte di varianti quelle che siano (delta, omicron, …), ma proprio perché i vaccini comunque riducono i rischi e impediscono più contagi. Lo avrebbe capito anche mia nonna Caterina, che era una donna saggia, con la terza elementare, che è meglio meno che più contagi. Vivaddio!

Altro: anche la nozione di libertà, termine così “filosofico” viene bistrattata come se si fosse al Bar Sport di un paesino del Basso Friuli o dell’Alto Lazio.

Dopo duemilacinquecento anni di pensiero profondo sulla libertà come responsabilità, come essere-in-relazione, come esercizio razionale della volontà, sento inaccettabili semplificazioni che paiono pervenire dall’emozionalismo melodrammatico di una conduttrice di talk show come la famosa Barbara D’Urso (pseudonimo).

Che dire ancora? Che siamo in una democrazia parlamentare voluta da novanta sapienti 74 anni fa, in pieno vigore e vigenza, nella quale l’equilibrio e il contemperamento dei poteri è garanzia contro qualsiasi deriva autoritaria!

Chi si può immaginare, se non una persona delirante, Mario Draghi dittatore?

Si potrebbe pensare che troppa filosofia, se questo sapere è utilizzato in alcuni dei modi attuali, può essere dannosa, perché l’albagia sottesa a questo sapere, se adoperato nei modi di cui sopra, rischia di fare danni seri, soprattutto a chi non è abituato a maneggiare concetti, relazioni di causa/ effetto e flussi logici.

Non voglio insistere sul concetto di una certa pericolosità della filosofia, perché sarei auto-contraddittorio di una vita, la mia, che si è basata soprattutto su questo sapere, pur se in mezzo a mille difficoltà.

Continuo a credere nell’indispensabilità della filosofia per la vita, soprattutto della filosofia pratica. Ed è questo che cerco di fare, anche oggi stesso, sabato 27 novembre 2021, introducendo in quel di Mestre, il corso post lauream di Phronesis, che ha raccolto una decina di filosofe e filosofi di tutte le età, dai 24 a i 58 anni (con il docente professor Zampieri da Venezia, storico pensatore phronetico), bene intenzionati a utilizzare il bene prezioso del sapere filosofico con apertura generosa agli altri, per la ricerca inesauribile della verità sulla vita umana e sul destino dell’uomo, che va costruito senza rassegnazione accidiosa.

Ecco: mi pare che oggi si debba lottare contro l’antico e classico vizio morale dell’accidia, che è un non-credere alla possibilità che l’uomo ha di salvare se stesso con l’intelligenza e una volontà illuminata.

La scelta del signor “Mario”, un’etica della vita umana e la legge

Un signore, pseudonomizzato con il nome di “Mario”, rimasto tetraplegico da dieci anni dopo un incidente stradale, ha scelto di andare via da questo mondo chiedendo il suicidio assistito, non l’eutanasia. Lo ha ottenuto dalla giurisdizione prima di un parere espresso richiesto al Comitato etico dell’Asl competente. Comitato etico formato da medici e psicologi, e non capisco per quale ragione neanche da uno studioso di etica generale e della vita umana, cioè un filosofo. Non capisco.

Perché l’ordinamento non prevede la figura di un filosofo in quell’équipe, la qual cosa sarebbe normalmente plausibile e opportuna (io direi necessaria). Ma riformiamola, allora questa normativa! Quanto si sta a riformarla? E lascio perdere questo tema, per soffermarmi su ciò che è più importante.

Ai tempi della dolorosa vicenda di Eluana mi spesi molto a scrivere e discutere di quel caso. Avevo un’idea, allora, forse molto rigida, molto “scolastica”, nel senso di teologico-filosofica cristiana di stampo tommasiano, e questa idea mi portò a criticare quello che mi pareva il libertarismo del padre, e del Partito socialista che lo sostenne, il partito che era il mio, e lo è ancora. Allora, il papà di Eluana ottenne l’eutanasia per la figlia, e lei se ne andò, in una clinica di Udine. Ora è sepolta nel paese d’origine degli Englaro a Paluzza. Sono andato diverse volte a trovarla là, in mezzo alle montagne della Carnia, anche se non l’avevo conosciuta.

Torniamo a “Mario”. Lui ha chiesto di andarsene. Ecco: ora si tratta di capire in che modo, perché c’è una bella differenza fra il suicidio assistito e l’eutanasia, e non occorre che spieghi qui la differenza. Ora, la Chiesa dice che bisogna puntare sulla cure palliative. Certo, ma le cure palliative sono da mettere in campo sempre, e non solo in vista di queste due prospettive.

Circa il suicidio assistito, che pare essere la scelta di “Mario”, ho dubbi non da poco sulla sua autorizzazione, in generale, poiché intravvedo dei rischi di abuso. Ricordo la vicenda di Lucio Magri, che andò in Svizzera per morire “bene” di sua volontà, perché era depresso. Un suicidio assistito per una ragione che non si può accettare con superficialità, a parer mio. Mi sono infatti chiesto se Magri fosse rimasto così solo da non avere più alcuno con cui discutere sul senso o meno della sua vita, a quel punto della vita.

In questi frangenti la filosofia pratica può essere la “medicina” adatta. Intendo la metafora medica per la mente e il cuore

Si tratta di immaginare, se possibile, il sentimento reale di “Mario”, che nella sua profonda interiorità resta incomunicabile.

Il tema della vita pone diversi quesiti. Noi veniamo al mondo inconsapevoli di venire al mondo. Infatti, nessuno ci interpella, perché non esistiamo, prima di essere concepiti. Poi, una volta concepiti, passa un lungo periodo, costituito dai nove mesi della gravidanza e poi da vent’anni per diventare (almeno fisicamente) adulti. Un tempo lungo, lunghissimo, nel quale sperimentiamo la vita, con le sue gioie e i suoi dolori.

Sotto il profilo del concetto di proprietà, noi in origine non siamo proprietari di noi stessi, perché nasciamo inconsapevoli, abbiamo detto. Due gameti diversi sessualmente che si incontrano e formano in ambiente adeguato uno zigote, che poi si sviluppa. La coscienza di sé che arriva in seguito, peraltro non immediatamente, alla nascita, non mette in questione il fatto di essere a questo mondo.

Vivendo acquisiamo un sistema di valori e di ragioni per le quali vale la pena vivere: la conoscenza, la bellezza, il piacere, l’atto volontario, la capacità di negare e di opporsi, l’amore dato e ricevuto, e molto altro.

Finché godiamo di buona salute tutto procede bene, Ma quando arriva la malattia arriva il limite, arriva un modo differente di vivere, con il rimpianto per il prima.

Se il rimpianto non cessa, inizia la tristezza, che poi si può trasformare in accidia e infine in depressione, che una volta veniva chiamato esaurimento nervoso. Volumi a pacchi sono stati scritti sulla depressione, pochissime righe invece sull’accidia, nei tempi moderni, se non nei trattati di teologia morale, che sono libri per una élite di studiosi. L’accidia è un vizio, secondo lo schema dei filosofi antichi, fin da Platone, dei Padri della Chiesa, uno dei vizi capitali. E’ un vizio perché nasce dalla volontà umana, cioè da un’emozione, da un moto interiore, ovvero da un moto interiore che manca, dalla sua omissione. Si tratta di una specie di abdicazione alla propria umanità.

Nulla di moralistico in queste mie affermazioni. Ho vissuto la scoperta del male grande e del limite, ma non mi sono lasciato prendere dall’accidia, Ho reagito e la depressione non mi ha fatto visita, come sgraditissima ospite.

Con ciò non voglio giudicare nessuno che faccia diversamente, che cioè non riesca a re-agire, ad agire contro il limite, contro il male. Ognuno ha le forze mentali e fisiche che la natura mi ha dato. E’ noto a chi mi conosce, che a me la natura ha dato una fisicità molto robusta e una mente fortissima, e un’autostima cresciuta fino al punto nel quale sarebbe stata esorbitante e dannosa. MI auto-diagnostico senza paura. Potrei essere considerato un esempio, e lo dico astraendomi da me stesso.

Ora, è chiaro che “Mario” è in una situazione incomparabilmente diversa dalla mia: io faccio tutto quello che facevo prima della venuta del male, sebbene in misura minore. Lui ha scelto una strada tale da far finire un dolore insopportabile. Rispetto profondamente la scelta.

Ora si tratta di aiutarlo con pietà e senso di fraternità. La legge ha da creare il quadro per poter agire.

Il Comitato etico deve allargare la propria visuale, ma ne può essere capace senza un sapere filosofico compreso e integrato nei saperi del gruppo di esperti?

Gli INSENSATI, gli INUTILI e i NOIOSI: a) oh, signorina Thumberg (pronunziasi Thumbèri) G., ora che ha 18 anni, si impegni in politica, si iscriva a un partito, si candidi nel suo comune come consigliere di circoscrizione, e soprattutto studi, studi, studi, altrimenti sarà ricordata per un certo periodo – più o meno – solo per il suo ridicolo e sgradevole versaccio: blah, blah, blah. Badi bene, SUO, perché non sempre le “metafore onomatopeiche” (lei, signorina Thumbèri, sa che cosa significa questo sintagma? tradotto in lingua svedese, ovviamente, o almeno in inglese) funzionano; b) POLITICI ITALIANI IN GENERE: capi e gregari, capaci solo di lezioncine imparate a memoria davanti alla videocamera

Mi impegno a scrivere questo pezzo dopo avere esitato non poco, poiché già mi infastidisce che giornalisti privi di fantasia continuino a citarla per il suo versaccio, e, se mi ci metto anch’io…


La ragazza svedese mi ha (ha) stancato, con il suo presenzialismo amplificato dai media, con le sue banalità e i suoi slogan sgangherati, con la sua presunzione sicumerosa, con la sua iattanza da ragazzina ignorante, figlia di genitori avventurieri e un po’ degeneri, sfortunata per una sindrome neuro-psicologica. Ma quest’ultimo aspetto non ferma la mia critica, perché Asperger non le impedisce di intendere e di volere quello che fa.

Ciò che però mi stranisce e mi rattrista è il ruolo dei media sul suo mostrarsi senza pudore. Giornali, tv e web raccolgono ogni respiro e ogni starnuto della Thumbèri (scrivo come si pronunzia), senza il minimo accenno di critica.

Dicono che comunque è utile per la mobilitazione su un problema vero, soprattutto dei giovani. Perché allora la ragazzina ugandese non mi fa lo stesso effetto negativo? perché è credibile: una figlia dell’Uganda è credibile, una viziata figlia del pasciuto nord borghese e protestante, no!

La Thumbèri si mostra come un simbolo dei giovani e dell’ambiente, senza mai chiedersi se deve ascoltare altri e migliorare la propria formazione. E’problema a se stessa e seccatura per i pensanti.

E ora eccomi ai politici, capi e gregari. La loro insopportabilità estetica, etica e culturale sta raggiungendo – per me – livelli parossistici, sia quando fanno furbate “alla renzi”, sia quando balbettano lezioncine imparaticce su tutto, e parlano per trenta secondi davanti al video senza dire nulla, proferendo solo parole come suoni senza senso, specie quando millantano il valore delle iniziative politiche del loro partito.

Mi danno l’impressione di conoscere poco o per nulla l’argomento di cui stanno parlando, perché proferiscono sintagmi che – si capisce – non sono loro, non sono pensati da loro, ma tuttalpiù orecchiati, o schemi preparati da qualche consulente personale (ora se lo possono permettere), ovvero da un servizio di marketing del loro partito. Si vede che non sanno niente, o poco più di niente, vengono dal nulla e torneranno nel nulla, molti di loro, alle prossime elezioni politiche, specialmente quelli che si sono ritrovato eletti a 13.000 euro al mese, dopo non aver combinato nulla nella vita, né come studi né come lavoro.

Spiego questo concetto di “nulla”: con tale termine non intendo un nulla assoluto, metafisico (mentre in fisica il nulla non si dà), ma un nulla-logico, cioè un nulla-di-politica-e-di-cultura, saperi che essi non possiedono e che invece si conquistano in decenni di studio e di fatica lavorativa.

Il fatto è che questi mediocri assurgono anche a cariche istituzionali e amministrative di primo livello. Basti pensare all’ex ministro della giustizia dei 5Stelle, qualcosa (nel senso di qualcuno) di incredibile, peraltro con la poca grazia destinale di portare un nome che sembra uscito da un manuale di filosofia del diritto.

O l’attuale ministro degli affari esteri di cui ho già fin troppo parlato in questo blog negli anni scorsi. Ma anche il loro presuntuoso e già traballante “capo”, su cui non voglio più spendere mezzo rigo.

Né desidero spendere riflessioni sulla mediocrità, e talora sul masochismo, dell’indirizzo politico dell’attuale capo della “sinistra storica” (sinistra storica, solo per dire, senza offendere le sinistre storiche vere) attuale, Enrico Letta.

E a destra troviamo altri clamorosi esemplari di nullità politica e culturale, Salvini e i suoi portaqualcosa, Meloni e amici di lei, nella misura in cui sono aggressivi e arroganti, mentre è chiaro che non saprebbero fare nulla in un qualsiasi lavoro degno di questo nome.

Povera Italia politica. Meno male che ogni mattina 25 milioni di Italiani si alzano per andare al lavoro e producono il settimo PIL del mondo, nonostante – per mero esempio – i comportamenti attuali di molti degli operatori ecologici del Comune di Roma e di alcuni candidati a sindaco della Caput mundi. Luogo che, così come si presenta ora, i 25 milioni di lavoratori e di imprenditori e le loro famiglie non si meritano.

Letta, quando era premier dava talvolta impressione di fiacchezza. Si poteva sperare avesse acquisito un po’ di assertività lavorando a Paris, invece solo arroganza… e masochismo

Che cosa gli sarebbe costato smetterla di proclamare ai quattro venti che il Disegno di legge Zan si sarebbe approvato così com’era, salvo una timida resipiscenza la sera prima del voto nel salotto “fazioso”, inutile e controproducente, perché il giorno dopo il Senato ha affossato il Disegno.

E lo ha affossato non per colpa della Destra, che è stata opportunista nel cogliere l’occasione, né per colpa di Renzi e dei suoi, ma perché nel voto segreto escono le vere intenzioni dei votanti, quindi anche di non pochi della Sinistra.

E non c’entra nulla neppure il Vaticano, che si è limitato, con il cardinal Bassetti, semplicemente ad esprimere la propria dottrina sulla famiglia.

Il fatto è che non si può far approvare una Legge che, oltre a definire giustamente come reato l’omotransfobia, in altre parti è ambigua e pericolosa.

Faccio un solo esempio: se io, che sono di sinistra, scrivo (e lo ho scritto più volte) che scrivere sui documenti pubblici “genitore 1 e genitore 2” è una stupidaggine insensata, contro la logica (devo spiegarlo ancora una volta?) e contro natura, potrei essere denunziato per violazione di una legge che abbia il testo che Letta e C. volevano far approvare. E anche condannato per delitto di opinione. Ma come?

Perché se scrivo che per fare un bimbo, basta un’ora d’amore tra due umani diversi per sesso, come cantavano i Nomadi mezzo secolo fa (e per fare un uomo ci voglion vent’anni, sempre i Nomadi), qualcuno mi può accusare di avere violato la legge che prescrive l’esistenza del gender. Ma dai!

E voi che manifestate in piazza al canto di We shall overcome e di Bella ciao, cosa mi rispondete?

Inoltre, Letta stai attento al monito di Bersani, ché se vai avanti così ti ritrovi Berlusconi presidente della Repubblica.

PUZZER S., CONTE G. (non Antonio, che comunque è tra i peggiori), GASPERINI G., sono (non tra, ma, a parer mio) i PESSIMI tra gli Italiani di oggi, emblematici, eponimi della mediocrità odierna, e della foto scellerata concernente l’illacrimata tomba (la ministra Dadone, sic, non si accorge che la foto del ricordo centenario del Milite ignoto non rappresenta un’immagine dei soldati italiani nella Prima guerra mondiale, né la geografia del Fronte, ma soldati Americani in Corea negli anni ’50 e un’area, forse del Sudamerica, non l’Isonzo o il Carso)

Sto parlando, per chiarire subito, di Stefano Puzzer, il capopopolo di Trieste, famoso per qualche dì, e tra qualche settimana di nuovo nemmen illustre sconosciuto; di Giuseppe Conte, il cosìautodefinitosi “avvocato del popolo” (ma va’); di Gianpiero Gasperini, allenatore dell’Atalanta, squadra di calcio bergamasca (squadra di calcio bergamasca, per chi non segue il calcio) che NON E’ UNA DEA, giornalisti del cazzolo! Ma una ninfasemidea, nella mitologia greca. Attenzione, studiate, benedetti, studiate, per non scrivere stupidaggini.

Puzzer, Conte, Gasperini, tutti nella prima categoria

Mi spiego. Puzzer (penso con la è accentata) è un “ignorante tecnico”, che sta scivolando verso l’ignoranza colpevole, perché più parla e più sbaglia. Richiamo il concetto di ignoranza che già ho analizzato più volte qualche tempo fa. Si tratta di un concetto duplice: vi è, a) un’ignoranza tecnica, che non è colpevole moralmente, se il soggetto non è tenuto a conoscere certe discipline o argomenti, e si dà b) un’ignoranza morale se il soggetto ha una conoscenza del valore morale del dire e del fare, e non opera una scelta responsabile.Nel caso del citato capopopolo, quando parla di “libertà” sarebbe tenuto a conoscere la complessità e tutte le implicazioni di un concetto filosofico tanto importante, mentre invece mostra di non saperne nulla, e di limitarsi a orecchiare quello che sente… e dietro a lui si muovono persone che gli somigliano, nell’insipienza, talora arrogante.

Conte G. è semplicemente un mediocre, portato su dalle circostanze, da un partito naif, nato per e nella miseria della politica italiana. Tanto, come si dice usualmente, “se la tira”, anche con lo studiato semiciuffo bruno, quanto esprime concetti facilmente dimenticabili, in questo imitato dai suoi, che suscitano spesso una gran pena specialmente quando declamano di improbabili riforme epocali. Se interpellati sul “reddito di cittadinanza” e sulla millantata sconfitta della povertà, si arrampicano su scivolose vetrate di insipienza; se chiamati ad esprimere un progetto politico annaspano come un animale che non sa nuotare (invero pochi). Il già citato leader, per contro, si affanna con voce un po’ adenoidica a promettere grandiose annualità politiche con la certissima asfittica truppa che si troverà a gestire tra qualche mese, forse una ventina (di mesi, intendo).

Gli gioverebbe un po’ di umiltà facciale e di parola.

Gasperini G., l’attuale allenatore dell’Atalanta è stato un calciatore di non strepitose annate, e ora è un allenatore piuttosto antipatico. Lo mostro, a partire dall’ultima uscita, quella di domenica scorsa 25 ottobre 2021, quando, dopo essere stato espulso con il cartellino rosso, ancora non si fermava nei commenti. Per lui, l’arbitro, un trentaseienne, sottufficiale alpino con esperienze in zone di guerra asiatiche (Gasperini tuttalpiù conosce la guerra tra un terzino e un attaccante esterno), è un “ragazzino” che non può permettersi di sanzionare un glorioso sessantenne. E solitamente, come si dice in Longobardia, fa il “piangina”, lamentando furtarelli e furbate da parte di avversari, società calcistiche e arbitri, tutto a danno suo, che di per sé non sbaglierebbe mai. Mi par che basti.

Circa questo sentirsi vilipeso e umiliato (dostoevskianamente) dai ragazzini, ricordo qualcosa di mio: a trent’anni ero stato eletto da quarantenni e cinquantenni segretario generale di un sindacato e nessuno mi considerava un ragazzino. Ora, che ho l’età di Gasperini, più o meno, presiedo diversi Organismi di vigilanza aziendali e un’Associazione di filosofi nazionale, tra le più prestigiose, e accolgo con piacere nei miei ambiti cultural-professionali venticinque-trentenni, affidando loro – con rispetto – incarichi sempre più importanti. Li tratto come sono stato trattato io alla loro età. Per Gasp (contrazione onomatopeica altamente rappresentativa del tipo umano che è: verifica, se vuoi, gentil lettore, tale mezza parola negli albi Disneyan-Topolin-Paperineschi), evidentemente, bisogna invecchiare per gestire.

Falso, perché non esiste un’età perfetta per il comando, ma le qualità singolari e irripetibili nella loro unicità, di ogni persona.

Potrei indicare altri esempi di non eccelsa umanità, ma qui mi fermo e riposo un po’…

…anzi, ho cambiato idea, di fronte alla scelleratezza indicibile della foto riportata sul memo governativo del centenario del Milite Ignoto, come scrivo nel titolo. Nel 1921, la Patria Italia del tempo decise di ricordare, in un solo Soldato morto in guerra tutti i morti sconosciuti e dispersi, sui corpi dei quali non è stata posta alcuna lapide, ragazzi senza nome, scomparsi, e allora la madre Maria Maddalena Bergamas, che aveva perso il figlio sulle cime della Carnia, fu chiamata a scegliere, a nome di tutte le mamme, vedove, sorelle dei soldati morti in battaglia, un soldato, il suo corpo, per ricordarli tutti.

E, nella Basilica di Aquileia, vestita di nero si fermò davanti a una bara, che fu posta su un affusto di cannone e partì per Roma su un treno speciale che ci mise tre giorni per arrivare alla meta, salutato da chi lo vedeva lentamente passare di paese in paese, di città in città, oltre fiumi e colline, ed essere tumulato nell’Altare della Patria, dove ogni anno è onorato come sconosciuto sacrificio per tutti noi, ultimo atto del Risorgimento.

E la Dadone ha permesso lo scempio citato, tramite tal Vicchiarello, 5stellino da 180mila euro annui. Eccoli, eccoli, quelli del nuovo. Tristitia maxima in animo meo suscitant!

Basta, veramente, un pensiero e una preghiera per quel soldato e per quella mamma Maria, Madre di tutte le madri.

Vergogna e pentimento

La spudoratezza e la proterva arroganza di comportamenti assai diffusi sembrano avere relegato in un canto buio e desolato sentimenti come la vergogna e il pentimento. Si assiste quotidianamente allo sbandieramento della libertà di dire e fare qualunque cosa, anche se patentemente menzognera e falsa: vi é il politico locale che, quasi vindice di diritti popolari conculcati, assurge a redentore della politica dalle incursioni degli “imperiali” romani, forse pensando che nessuno ricordi suoi comportamenti analoghi, anzi identici, perpetrati dallo stesso verso i vassalli.

Un altro politico, più altolocato, bercia i suoi sentimenti libertari dopo avere operato quanto sopra detto nei confronti del primo. C’è chi sbandiera, senza vergognarsi, la propria intransigenza morale, ma, già venduto al miglior offerente e, negatore dell’evidenza, persiste a dire che nulla e nessuno lo piegherà al volere altrui. Altri ancora, personaggi pubblici, non esitano ad esibire come una bandiera di gloria le trasgressioni a tutto, fregandosene di tutti, in nome della affermazione di un sé debordante e vanaglorioso: in questo novero troviamo politici, giudici, attori e attrici, giornalisti, scrittori e “sé-putanti” poeti, sportivi, stilisti, “maestri di pensiero”, lacchè, sindacalisti, padroni, medici, portaborse, mercanti e perfino preti. E tanti altri. C’è chi senza valutare bene ribalta la vita propria e quella altrui, urlando il proprio buon diritto a farlo, senza curarsi molto degli sconvolgimenti provocati.

C’è una specie di “superomismo” mal digerito in questi comportamenti, che nulla ha a che vedere con Nietzsche, una sottovalutazione del mondo e degli altri, gravissima, e una sopravvalutazione di sé, penosa, devastante. C’è come un senso prometeico di volontà di potenza in sedicesimi, avulso da una valutazione ragionevole della realtà. In questi casi, specie dove non c’è il calcolo freddo e anche omicida dell’uomo di potere, vi é quantomeno un allontanamento grave dalla nozione di realtà.

Questo principio, che si situa fra i primi assiomi indimostrabili del vero, comincia a sfuocarsi, perdendosi nelle nebbie vaganti del presso a poco, e rendendo così vano l’esercizio riflessivo, perché mancante di fondazioni plausibili. In sostanza, chi urla il proprio potere di fare ogni cosa, non si vergogna, né si pente. Pervicacemente sta nel castello di menzogne che si é costruito, orgoglioso, sogghignante, come inaccessibile. Ma lì comincia il suo calvario. Sorge lentamente una specie di vaga nozione di spaesamento, di straniamento, che progressivamente diviene più nitida e si trasforma in una forte impressione di fallimento.

Inizia un combattimento psicologico e spirituale i cui esiti sono fortemente incerti. Si scontrano due sé, armati di tutto punto: il primo che tenta di darsi di nuovo le ragioni delle scelte fatte, di giustificarle e fornire loro una specie di dignità ontologica, quasi fossero l’interpretazione vera del vissuto e di un futuro ragionevole; il secondo che pone dei dubbi, sempre più stringenti, sempre più dolorosi, sempre più fermi e decisi. La battaglia é lunga, incerta, silenziosa e ignota agli altri, che tutt’al più intravedono nella persona un oscuramento dei tratti, delle ombre che scompaiono presto, una incostanza d’umore, forse, in qualche caso, dei fiotti di sofferenza.

La mente, infine, é stanca per la fatica di dimostrare ciò che non sta in piedi: la dissociazione cognitiva e valutativa precede addirittura la frustrazione prima e il successivo senso di colpa. La ragione non vive in salute e la volontà é fiacca. E’ quello il momento nel quale occorre fare il massimo sforzo,  e spesso c’è bisogno di aiuto [e anche di preghiera]. Vergognarsi e pentirsi, a quel punto, é come un lavacro salutare. E chiedere perdono, chiedere in dono il per-dono non é umiliazione, ma dichiarazione di un’umanità dolente e vera. Chi può negare il perdono a chi si vergogna e si pente?

…della LIBERTA’, ne parlo ancora con il saggio sottostante, che mi augurerei leggessero politici, capi azienda, giornalisti e opinion leader-maker, compresi gli influencer, che spesso non hanno alba dei fondamenti

  • Determinismo e libertà degli atti umani. Il libero arbitrio

La questione della libertà, cui abbiamo fatto cenno all’inizio, è fondamentale nella discussione sulla morale, poiché ogni atto umano, se non è libero, non può avere rilevanza morale.[1] Si tratta di esaminare che cosa significhi “libertà”, sia da un punto di vista dell’atto stesso e della sua genesi psicologica, sia se essa possa essere attribuita totalmente all’autonomia del singolo decisore razionale.

Sotto il primo aspetto si può affermare che la volontà che guida gli atti è il luogo dove si esercità questa libertà, sotto la sorveglianza della ragione, che prudentemente ispira, corregge, cerca un’adeguazione, un equilibrio.[2] Questo nelle situazioni normali.

               Sotto il secondo aspetto si tratta di vedere se le azioni decise e guidate dall’intelletto e dalla volontà umani liberi, lo siano veramente, o siano condizionati da processi causali esterni. Se il libero arbitrio, dunque, sia veramente tale, o meno. La questione è complessa e, in assoluto, irresolvibile. Tra una prospettiva causalista e determinista e una prospettiva indeterminista, vi sono infinite possibilità, vale a dire, fra chi ritiene che l’umana volontà è necessitata, quindi non libera, da una catena di eventi esterni, cosmici, eterodiretti, i cui vettori causali sono e rimangono inaccessibili all’uomo, e chi ritiene che, in ogni momento, il singolo uomo possa decidere e fare qualsiasi cosa, in assoluta autonomia, vi è uno sterminato territorio da esplorare.

               Vi sono certamente condizionamenti oggettivi all’agire umano, di carattere fisico, temporale, spaziale, genetico e culturale, ma gli spazi di azione della libertà di decidere e di agire restano immensi. Kant sosteneva, paragonandolo alla creazione dal nulla dell’universo da parte di Dio, che l’atto umano libero fosse qualcosa comunque di inaudito e di originale.[3] Questo tipo di libertà nel mondo moderno e contemporaneo è però ritenuta indifferente alle scelte morali, è una specie di libertas minor, tipica del pensiero liberale classico.[4]

               Il problema resta arduo, poiché, se non si collega in modo organico il concetto di libertà con il concetto di bene e di verità, non se ne esce in maniera soddisfacente, restando appesi alle ipotesi del relativismo e dell’improvvisazione poietica,[5] e mutilando essenzialmente la dimensione razionale dell’agire umano. Per questo, anche parlando della libertà, non si può non fare riferimento alla libertas maior, quella che non è indifferente alle scelte morali, e che si esercita in funzione del fine che è la verità, e dunque il bene. Questo è il circolo virtuoso che propone, anche in questa prospettiva teoretica, l’eudemonismo teleologico.

               Si possono senz’altro anche ammettere seri condizionamenti alla libertà umana, come stanno progressivamente spiegando le più avanzate psico e neuro-scienze contemporanee.  Ciò nonostante, pur considerando tutti i condizionamenti filo e ontogenetici, ambientali ed educazionali, che riguardano l’uomo, resta un amplissimo “margine di manovra” per l’umano libero arbitrio. Lo stesso sviluppo dell’essere umano dimostra questa “potenza”,[6] questa capacità di progressiva autonomizzazione e liberazione dalla “necessità”,[7] [8] passando da una situazione nella quale prevale il “principio del piacere” ad una situazione nella quale prevale il “principio di realtà”. Si può dire quindi che non si dà oggettivamente un’autonomia assoluta della libertà umana, ma sempre un’autonomia condizionata da un qualcosa, che può anche essere molto rilevante, come si diceva sopra: dalle connessioni fisico-meccaniche cosmologiche, alle variazioni delle strutture bio-neurologiche, al peso della genetica individuale, alle sollecitazioni della cultura e dell’ambiente così come sono.

Siamo comunque, come essere umani, in una qualche cattività, captivi, cioè catturati, ma anche in buona misura capaci di divincolarci. Pensiamo non solo agli atti eccezionali di eroi e  santi, ma anche alla normalità di tanti eroismi quotidiani, che superano, con atti di volontà e di lucida intelligenza, le prove più ardue che si presentano, ovunque e in ogni tempo.

Se queste sono le premesse generali, cerchiamo ora di dare una specie di struttura all’atto volitivo libero.

San Tommaso, afferma in proposito “[…] totius libertatis radix est in ratione constituta“,[9] cioè la radice di tutta la libertà è costituita nell’intelletto razionale. Se ciò è plausibile possiamo stare abbastanza tranquilli, ma non del tutto: infatti, ciò sarebbe assolutamente vero solo nel caso avessimo nozione immediata e certissima di ciò che è il nostro bene. Ma non è sempre così. Dunque: il processo volitivo libero parte da un certo apprezzamento del bene, un’intentio, un pensiero-intendimento; segue una riflessione, un consilium, una riflessione, più o meno breve, una deliberatio, una decisione, e infine una electio, che è poi la scelta operativa.

Come si vede, l’atto volitivo libero può esser come scomposto in diverse operazioni, che lo comstituiscono e su cui segnano delle cesure, in ognuna delle quali è possibile una specie di intervento di una specie di metà-volontà e intelletto vigilante, la prudente[10] meta-valutazione del bene, come ritenuto tale.

Alla fine di questo processo risulta un poco più evidente, come fosse illuminata da un percorso i cui atti sono più nitidamente individuabili, la dimensione della responsabilità, nell’esercizio libero della volontà, con tutti i suoi corollari di moralità, diritto e sanzionabilità. In questo punto dell’atto emerge con chiarezza la soggettività ineliminabile, l’io che decide, nel senso etimologico del “tagliare” un qualcosa per qualcos’altro.

L’io-responsabile nel bene o nel male scelti, ma non di tutto il bene o di tutto il male [scelti], poiché restano quegli ambiti di condizionatezza di cui abbiamo già parlato. Si potrebbe, alla fine di questo ragionamento, quasi intravedere un certo primato della volontà sulle facoltà umane coinvolte, ma tale primato va condiviso con la prudenza ragionante, con la dimensione globale del plesso superiore dello spirito umano. Bisogna scongiurare il rischio del volontarismo, così come si è dispiegato storicamente e giuridicamente,[11] poiché esso, se non temperato da una solida dottrina sui “fini” dell’essere umano, rischia una deriva tendenzialmente autoritaria, meramente deontologica, o addirittura vessatoria e conculcatrice della dignità umana.

La libertà è dunque un processo, non un’esercizio aribitrario di singoli atti sconnessi, è un percorso nel quale l’uomo progressivamente si eleva in umanità e si autotrascende.

Scrive Renè Simon:

“[…] sarà quindi necessario distinguere tra libertà come [mero, n.d.r.] libero arbitrio e libertà come liberazione o libertà di perfezione, e della prima abbiamo parlato sufficientemente. Quanto alla seconda, essa è meno un dato che una conquista, minore all’inizio dell’esistenza che alla sua fine, poiché essa è il ‘dis-solvimento’ dei legami che la vita tende a riannodare, e la piena apertura o almeno l’apertura sempre più grande dello spirito ai valori e alla pienezza di azione”.[12]

L’esercizio della vera libertà, quindi, tende a “rompere”, a sconnettere l’abitudinarietà, la pigrizia, il sonno della riflessione e della contemplazione delle realtà più elevate. Esso è il libero arbitrio dell’uomo in ricerca, del soggetto pensante che non si accontenta [e forse dunque qualche volta non gode, come dice il banalissimo adagio], e, anche tormentandosi, e non rassegnandosi mai, cerca di riunificare il proprio essere con i valori, e questi con le azioni che compie, mai domo, mai stanco, se non psico-fisicamente, mai sazio di conoscenza di ciò che può rappresentare il bene vero, che è, in definitiva, lui stesso in tutta la propria umanità.

Parliamo anche, allora, di un cammino verso la libertà[13] del singolo uomo, che è una crescita originale e irripetibile, storicamente fondata, ma anche liberamente accolta e data, pista talora arcigna, ma necessaria, opzione fondamentale,[14] ma non disattenta agli atti “categoriali”,[15] linea guida intellettuale e morale di un vivere equilibrato e sano.

  • Libero nella verità

Fin da ragazzi diciamo spesso: “Faccio quello che voglio, perché sono libero”. Abbiamo già trattato il tema della libertà esaminandone le varie accezioni nella storia del pensiero, inteso come libero arbitrio [Agostino, Erasmo da Rotterdam, frate Martin Lutero, etc.], e dei costumi. Analizziamo ora proprio l’espressione sopra scritta. Cosa significa faccio quello che voglio, ed é poi vero che quello che voglio faccio? Si intuisce immediatamente che non é possibile in assoluto fare quello che si vuole, neppure Putin [anche se gli piacerebbe tanto] e Bezos e Gates, possono. La libertà di fare ciò che si vuole è dunque sottoposta a dei vincoli oggettivi, che sono costituiti da noi stessi, dai nostri limiti individuali, intellettuali, fisici, economici, logistici, e solo successivamente é regolamentata dalle nostre scelte morali.

Allora, intanto diciamo che non é possibile fare esattamente quello che si vuole. Ma, a questo punto si pone una domanda: che cosa si può o si deve volere? Già la domanda disvela un altro “limite” della libertà. Quando si dice “voglio”, in una psicologia sana  nasce il pensiero del “cosa”, e se ciò é possibile, o giusto. Dunque il “voglio” é come legato al “devo” e al “posso”. Proviamo a pensare ai doveri di un padre di famiglia. Forse che questi può liberamente [sic!] disporre delle proprie risorse, senza pensare ai suoi doveri verso le proprie creature? Se si tratta di una persona snaturata e degenere senz’altro, si. Ma se egli é semplicemente “normale”, no.

La libertà é strettamente quindi legata al dovere: “io voglio ciò che devo”, o meglio “devo volere ciò che devo”.  Possiamo fare un passo avanti: che cosa devo volere? Una morale naturale

mi suggerisce: “Quello che é giusto”. Che cosa é giusto, mi chiedo io? E’ giusto ciò che é conforme alla mia natura e al mio stato: cioé ciò che non stride con la mia vita come valore e come verità. Infatti la mia vita ha un valore e ha una sua precipua verità. Questo é il punto. Non c’è valore senza verità e la libertà vera si fonda sul dovere, sulla giustizia e sulla verità. Per un mafioso o un criminale incallito è buono e giusto ciò che ha imparato a fare fin dalla più tenera età, e quindi si pone il tema dell’educazione e dell’ambiente educativo, che co-costruisce ogni struttura di personalita, insieme con la genetica individuale, e conseguentemente il destino [ineludibile? vedemo] del soggetto umano.



[1] Si pone qui l’immenso tema filosofico, politico e culturale, nonché religioso e teologico della Libertà.

[2] E’ la proàiresis aristotelica, cioè “intelletto che desidera o desiderio che ragiona”, cf. Etica Nicomachea, VI, 2, 1139 b 4 – 5.

[3] Cf. KANT I., Critica della ragione pratica, parte I, cap. III.

[4] Cf. STUART MILL J., On liberty, Londra 1959.

[5] cioè, del fare.

[6] Intesa in senso sia metafisico sia fisico.

[7] Cf FORNARI F., Atti del XXVII congresso nazionale di filosofia sul tema “Libertà e determinatezza“, Roma 1980, pp. 33 – 63 e 65 – 81.

[8] Intesa soprattutto in senso fisico, ontogenetico.

[9] De veritate, q. 24, a. 2.

[10] Sarà introdotta più avanti una breve digressione sul plesso delle virtù morali, tra le quali la prudenza costituisce la connessione, la struttura portante.

[11] L’aspetto giuridico è qui inteso, sia nel senso civico-politico-giurisdizionale, sia nel senso teologico morale relativo al sacramento cristiano della penitenza.

[12] Op. cit.

[13] Pare che qui echeggino i canti di liberazione dei popoli oppressi di ogni tempo e luogo, come in “Hacia la libertad“, del popolo cileno dopo il golpe del 1973 di Pinochet.

[14] Concetto che si riferisce, oltre che all’accezione corrente, ad una concezione di teologia morale che fonda il giudizio morale degli atti umani su una sorta di opzione generale, apriorica, che ne caratterizzerebbe, in ultima analisi, l’intera pregnanza morale. Ne faremo cenno più avanti.

[15] In teologia morale sono classificati come “categoriali” i singoli atti umani.

Il “Valore” e la sua fondazione razionale

La nozione di valore nel pensiero classico, mentre in Platone si concentra sulla nozione di bene, bello, giusto, vero, che sono poi le idee trascendentali,[1] secondo Aristotele, il valore è anzitutto ciò che vale per se stesso, l’atto puro di essere, e solo successivamente si rifà anche all’economia, così come essenzialmente nella scienza economica classico-moderna di un Adam Smith o di un Ricardo, e perfino in Karl Marx. Il termine  greco è [trasl.] àxia, vale a dire “merci”. Il valore riguarda quindi innanzitutto delle merci, che possono essere vendute o scambiate.

Risale poi alle notazioni di Adam Smith la distinzione brillante fra “valore d’uso” e “valore di scambio”, là dove il filosofo ed economista inglese separa nettamente ciò che ha un valore suo proprio, anche incommensurabile, ma solo “d’uso”, come l’acqua che si beve o l’aria che si respira, e ciò che possiede, di per sé, anche e soprattutto un valore “di scambio”, come le merci e il lavoro umano, che sono quantificabili, pesabili in termini di corrispettivo monetario, e vendibili.[2] Lasciamo stare ulteriori approfondimenti concernenti gli sviluppi successivi apportati da Ricardo[3] e da Marx,[4] e fermiamoci qui.

Tommaso d’Aquino recupera dalla tradizione platonico – aristotelica, e anche agostiniana, soprattutto la nozione di valore come essere, come bene, come giusto. Il valore è dunque la perfezione dell’essere, è un suo atto, è suo perché di natura, in quanto stimata e conosciuta da un soggetto conoscente, che è l’uomo. Nella modernità e nel mondo contemporaneo la nozione di valore è stata variamente considerata.

Se Kant aveva considerato come valore primario la purezza della legge morale “a priori”,  autori successivi più vicini a noi, come il Lotze, il Brentano e il von Ehrenfels[5] sottolinearono gli aspetti più sentimentali o emozionali del valore. Più plausibili rispetto alla visuale che stiamo tentando di comporre in questo lavoro, possiamo ritenere le posizioni di Max Scheler e di Nikolaus Hartmann,[6] anche se forse indulsero in un certo fenomenologismo[7]: infatti, pur ammettendo che il concetto di valore possa essere ascrivibile a ciò che è bene, pur tuttavia questo bene è trasceso dal concetto di valore, che sarebbe una sorta di entità superiore, quasi platonicamente eidètica.[8] Si può capire lo sforzo di questi autori, se lo si contestualizza nella temperie tardo-positivista di fine ‘ 800.

Per quanto riguarda Heidegger,[9] la sua lezione nel campo delle scienze etiche non si può distaccare dalla sua ricerca teoretica e metafisica. Il maestro di Heidelberg rimprovera a Nietzsche di non aver saputo uscire dalla gabbia nichilista nella quale si è messo, ipotizzando per l’essere umano un “valore” inaudito e inconcepibile, quello di essere addirittura il sostituto del “dio [o meglio del Dio] che è morto”.

Interessante è la posizione di Jean Paul Sartre, che distingue con grande acume e creando un altrettanto grande sconcerto, fra l’esserein-sé di coscienza, cioè la negazione di ogni sua datità sostanziale, e l’essereper-sé, questo sì provvisto quasi di una facoltà creatrice, divina. Per Sartre l’uomo si crea la propria storia, l’uomo è la propria storia, sostanza, essenza. Siamo distanti da san Tommaso, ma in fondo non troppo, perché basterebbe intendersi su ciò che si intende per storia ed essenza o natura. Se per storia si intende il puro divenire eracliteo, le due posizioni sono inconciliabili, ma se per storia si intende la possibilità di attuazione di ciò che è in natura, e dunque anche nella natura umana, il suo principio di movimento e di sviluppo,[10] allora le due posizioni possono confrontarsi e non respingersi.

Possiamo infine citare, non per la sua profondità di pensiero, ma per la capacità comunicativa il sociologo Francesco Alberoni, che sostiene come i valori essenziali ed eterni dell’uomo, della sua vita, del suo destino non siano transeunti, ma richiedano di essere accolti  e ascoltati con sempre maggiore attenzione.[11]

A questo punto, forse, è conveniente ammettere che il valore è nuovamente e classicamente da fondarsi sull’essere. In che modo?

Anche seguendo l’indicazione heideggeriana, che tenta di ricomporre un dialogo interrotto con la nozione dell’essere e di dare ad essa tutto il suo fondamento assiologico, poiché non collegare e correlare il valore all’essere, specularmente significherebbe relazionarlo al nulla, e dunque sarebbe una proposizione, in questo caso, assurda.

Si tratta ora di dichiarare nettamente chi stia al vertice di una prima scala di valori puramente umana, non temendo di collocarvi l’uomo stesso,[12] e non dimenticando Dio, se si vuole definire la scala assoluta dei valori stessi. Ma in questo caso si pone la questione della credenza di fede. Il valore primo di questo mondo, l’uomo, riesce, anche perché è primo nell’ordine intellettuale, a comprendere la scala o gerarchia dei valori e dei beni, e riesce a goderne, anzi è qui per goderne, secondo ragione, in tutta la molteplicità nella quale si manifestano. E, a questo proposito, si possono anche in qualche modo classificare:[13] vi sono i valori elementari, o vitali, i valori estetico-razionali e i valori spirituali e metafisico-religiosi, tra i quali si può annoverare anche il valore morale.[14]

Un altro aspetto su cui convenire è quello dell’assolutezza, ma anche della storicità del valore. Assolutezza poiché il valore non può essere sottoposto alla distruttività del relativismo, senza perdere in razionalità; storicità, perché il valore stesso è una  manifestazione storica, profondamente concreta e umanamente plausibile. La questione sta nel rapporto che vi è tra i due termini: non si deve intendere, infatti, l’assolutezza come un distacco intellettualistico e superbo dalla realtà storica, ma, d’altro canto, non si deve ritenere la storicità come un debito da pagare alla relativizzazione del valore. Il precetto “non uccidere” è stato certamente interpretato in modo diverso nella diacronia degli eventi storici universali, ma resta un precetto assoluto, che deve essere rispettato da ogni retta coscienza.

E’ Platone che spiega con più chiarezza, forse, in che modo si debba intendere l’assolutezza e l’universalità dei valori, che poi coincidono con le attribuzioni trascendentali degli enti/essenti. Egli sostiene che bisogna passare dalle cose belle al bello-in-sé, dai beni diversi al bene-in-sé, dalle azioni giuste alla giustizia-in-sé, etc..[15] In questo modo ciò che è particolare e contingente diventa, alla luce della ragione, universale e necessario.[16]

E’ però qui utile svolgere anche una breve digressione sui pensatori che non hanno condiviso questa linea teorico-pratica, a partire da Kant.  Il filosofo di Königsberg, fedele alla sua gnoseologia della prima Critica,[17] sostiene l’inconoscibilità degli enti in sé e per sé, ma solo delle loro manifestazioni fenomeniche, puntuali, contingenti, e dunque anche l’infondatezza di una conoscenza morale basata su valori assoluti.[18] Per Kant l’unica conoscenza “certa ed evidente”[19] è quella delle scienze fisico-sperimentali, al di fuori delle quali, si stende un oceano infido di imbrogli, antinomie e sofismi.

Su questa strada si sono poi posti anche autori come Max Weber, con la sua teoria delle “visioni del mondo” differenti. La questione, ai nostri giorni, resta più che mai aperta, soprattutto in considerazione degli sviluppi della scienza, e quindi delle varie attribuzioni valoriali che vengono formulate nei confronti degli eventi scientifici e delle scelte legislative nei vari paesi.[20]

L’esperienza del valore, infine, pur essendo anche di carattere emozionale ed affettivo, è soprattutto il risultato di un approfondimento razionale, tale da riconoscere l’evidenza, l’oggettività, la  forza cogente, come di una rappresentazione di un precetto indefettibile e imprescrivibile: non uccidere, non rubare, aiuta il tuo simile, etc..


[1] In metafisica si dice nozione trascendentale ciò che è predicabile di ogni ente.

[2] Oggi in economia si parla di merci, prodotti e servizi vendibili.

[3] Ad es. sulla legge ferrea dei salari.

[4] Ad es. sulla nozione di plusvalore e sfruttamento del lavoro ( che sono altre questioni di rilevanza morale).

[5] Filosofi tedeschi, rispettivamente: 1817 – 1881, 1838 – 1917, 1859 – 1932.

[6] HARTMANN N., filosofo tedesco, 1885 – 1950.

[7] Cf. le posizioni in merito di E. Husserl e K. Jaspers.

[8] riferita al cosiddetto “mondo delle idee”.

[9] Cf. HEIDEGGER M., in Sentieri interrotti, 1957, La sentenza di Nietzsche “Dio è morto”.

[10] Cf. sul concetto di natura M.J. Nicolas, L’idea di natura in san Tommaso d’Aquino, Tolosa,1972, tr. it. p. R. Coggi, Studium Theologicum Philosophicum S. Thomae, cit., Bologna 2004.

[11] Cf. ALBERONI F., Le ragioni del bene e del male, Milano 1981.

[12] Cf. dizione tommasiana circa l’uomo: “[…] persona significat id quod est perfectissimum in tota natura, scilicet subsistens in rationali creatura”, cioè, persona significa ciò che è perfettissimo nella natura tutta, così come sussiste nella creatura intellettuale, Summa Theologiae, q. 29, a. 3c.

[13] In proposito, anche la letteratura psico-sociologica contemporanea ha formulato delle dizioni classificatorie: ad es. cf. A. Maslow con la sua “teoria dei bisogni”, in Motivazione e personalità, Ed. Armando, Roma 1998.

[14] Cf. MONDIN B., Il valore uomo, Roma 1983.

[15] Cf. particolarmente nel dialogo Simposio.

[16] Il termine “necessario” è da intendersi nell’accezione primaria, etimologicamente fondata, di “ciò-che-non-cessa” [nec-cessat], l’imperituro.

[17] La Critica della Ragione pura.

[18] Precisiamo qui l’accezione di “assoluto”, ab-solutum,  non scioglibile, non modificabile.

[19] Cf. con la dizione di scienza proposta dal p. G. Barzaghi O.P., in Dialettica della Rivelazione, “[…] La scienza è conoscenza certa ed evidente di un enunciato in forza del suo perché proprio, adeguato e prossimo”.

[20] Consideriamo qui le diverse posizioni che esistono sulle ricerche che coinvolgono la vita umana al suo nascere [l’embrione], e al suo declinare

[eutanasia]

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