Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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“Il vento va e poi ritorna”, sia ai tempi di Iosif Vissarionovič Džugašvili, sia ai tempi nostri dei due furfantelli (o furfarelli) che ci governano e degli inetti che li circondano

Il titolo è tratto da un romanzo cronaca di una vita. L’autore è Vladimir Konstantinovič Bukovskij (in russo Влади́мир Константи́нович Буко́вский, nato nel ’42, dissidente del regime sovietico.

Prigioniero politico rinchiuso in una psikhushka, ospedale psichiatrico, perché sotto lo stalinismo – anche brezneviano –  dissentire significava essere matto. In totale ha trascorso dodici anni tra prigioni, campi di lavoro ed ospedali psichiatrici.

Nel novero delle opere dei dissidenti lessi a sedici anni Una giornata di Ivan Denisovic di Aleksandr Solgenytsin, suggeritami dal compagno di classe e “compagno” del Pdup Claudio, allora studente un poco svogliato e ora professore di filosofia e storia al regio Ginnasio Liceo, che posso dire “di famiglia”. Oramai ivi è passata anche mia figlia Beatriz.

Il vento va e poi ritorna è un documento politico-sociale, di guida alla sopravvivenza, possiamo definirla, per chi viveva il dissenso nella società sovietica.

Cella di punizione di rigore per non essersi adeguato al regime. Fu messo in carcere e alternativamente in ospedale psichiatrico. Si legge sul web:
“Tra le pagine più toccanti del libro, inevitabile scegliere quelle dove maggiormente traspare la grande responsabilità che Bukovskij intende assumersi nei confronti delle migliaia di sofferenti per la privazione, per motivi politici, della libertà. Lui, uno studioso universitario, uomo con conoscenze in ambienti intellettuali anti-KGB, in frequente collaborazione con mezzi di comunicazione “eversivi” e giocoforza clandestini, sentiva il dovere d’essere la cassa di risonanza di questo popolo martoriato, perché tutti sapessero, perché si potesse almeno provare a mutare questo stato di cose. E così svolge frenetica attività di propaganda tra un’incarcerazione e l’altra, come lui stesso spiega chiaramente nell‘opera: “Ogni volta che mi mettevano in libertà pensavo solo a una cosa: riuscire a fare il più possibile per poi non dovermi tormentare la notte, non gemere per la rabbia causatami dalla mia irresolutezza…” La sua battaglia è senza esclusione di colpi, vi consacra ogni momento della precaria libertà. Perché se non l’avesse fatto, lui che aveva il dono straordinario della parola e dell’intelligenza per portare avanti una denuncia, “…milioni di occhi di defunti ti bruceranno l’anima con i loro sguardi indagatori di rimprovero.”

Ammonimenti dolorosi per le coscienze. Tempi tremendi nei quali all’uomo non era consentito essere tale, cioè soggetto libero, nei limiti della libertà umana.

E veniamo ai giorni nostri, quando la libertà non è limitata o compromessa tanto da regimi chiaramente e giuridicamente illiberali, ché la democrazia permette addirittura l’elezione di persone – a dir poco mediocri – come Trump, Dimaio e Salvini, ancorché furbastre.

Oggi la libertà è messa in questione da sistema mediatico, dalla comunicazione, che sceglie appositamente temi fuorvianti per distogliere il pubblico, cioè gli elettori, dai temi veri che riguardano milioni o miliardi di persone su questa Terra. Faccio un esempio: l’enfasi giornalistica posta sulle temperature di questo inizio d’estate sono evidenziate in modo abnorme, anche se i report giornalistici non trovano un gran riscontro nelle interviste che gli inviati speciali propongono ai passanti… Infatti, accade che, mentre il cronista enfatizza il caldo-che-c’è. il passante dice, con qualche ironia “Ma a fine giugno c’è sempre stato un gran caldo, fin da quando ero bambino,  e quindi bevo più acqua, sto all’ombra, vesto chiaro e leggero…”

Altro tema: i migranti: fanno notizia i 42 cristiani (o musulmani che siano) davanti a Lampedusa portati fin colà dalla ben poco eroica Carola Rackete, ma non fanno notizia le bestialità che dice Dimaio sull’Ilva di Taranto, sulle aziende della famiglia Benetton, su Whirlpool, e così via, e le fesserie che proferisce Salvini sulla flat tax e sui mini bot. Rovinose battute che, se non sia sapesse fin da ora che le cose comunque andranno avanti, cioè che l’Ilva continuerà e lavorare e che i mini bot non si faranno, né la flat tax, quantomeno in questo momento, ci sarebbe da preoccuparsi in modo drammatico.

Ma è fuffa, tutta fuffa, di politici più o meno in auge, sull’altalena del successo, che spariranno alla vista non appena ci sarà un risveglio, che ci sarà, come è vero che abbiamo un po’ di consapevolezza. Se volgo lo sguardo a sinistra trovo “cose sinistre”, e qui mi dolgo: Boldrini L., che dopo aver plaudito alla piccola e strana Thumberg ora s’è innamorata della cosiddetta “capitana”, e Zingaretti, incerto a tutto, e Delrio, sempre più immalinconito, dietro. Vada per Fratoianni che l’età e il look per fare u bellu guaglione de sinistra. E Calenda che si illude di essere di destra e di sinistra insieme. Aaah dimenticavo, c’è il dibattito sulla scomparsa della destra e della sinistra, bolso e stantio. Se la denominazione delle cose umane appartiene alla storia dei linguaggi, anche destra e sinistra nacquero storicamente circa dugentovent’anni fa ai tempi di Robespierre e Saint-Just, e quindi i valori sottesi dai due schieramenti possono cambiare nome, ma non sono scomparsi.

Competizione contro solidarietà, guadagno a ogni costo verso equilibrio tra business e umanesimo, finalità utilitarista contro finalismo morale. Vorrei dire che oggi destra e sinistra si possono coniugare con queste coppie di sintagmi concettuali.
E quindi non è vero che le due posizioni, le due sensibilità sono scomparse, ma vivono in modo diverso e in espressioni differenti.

Il mondo è diventato più piccolo, grazie all’innovazione tecnologica, all’evoluzione telematica e dei trasporti, e quindi possono non valere le distinzioni anche di solo pochi decenni fa. E’ indubbio che secoli di dominio colonialistico dell’occidente su gran parte del resto del mondo non si cancellano con un tratto di penna, né un certo tipo di dominio è scomparso: oggi il dominio si è ridefinito con altri tratti, delineati soprattutto dalla finanza globale e dai rapporti di forza tra le grandi nazioni, dagli USA alla Cina, dall’India alla Russia, dall’Europa, pur così frantumata, al Brasile e al Sudafrica.

Il vento va e poi ritorna, con questo breve verso poeticamente elegante, intitolava il suo libro lo scrittore russo, quasi significando che vi è un eterno ritorno delle cose, quasi come nell’induismo classico, in Platone, in Origene e in Nietzsche: ciò non significa che le storie si ripeteranno uguali a se stesse, ma condizioni analoghe, non identiche, porteranno a fenomeni simili, che permettono di studiare la storia come esperienza, e così evitare gli errori più clamorosi. Voglio dire: gli abitanti della terra non possono permettersi di continuare a vivere, con-vivere e lavorare come stanno facendo di questi tempi, ma debbono alzare lo sguardo per constatare i limiti di una visione del mondo superata e oramai dannosa.

Il filone giusto è quello della tutela di ogni equilibrio, sia ambientale, sia relata a una più equa divisione delle risorse nel mondo tra le varie nazioni, territori, continenti.

Meister Johannes Eckhart o del “distacco” dalle cose materiali e la ricerca del “fondo” dell’anima, il luogo di Dio. Dalla Direzione spirituale alla Filosofia pratica

Dai tempi del Maestro Eccardo da Hockheim, direttore spirituale, alla filosofia pratica dei giorni nostri: differenze e richiami 

 

Johannes Meister Eckhart ha cercato Dio per tutta la vita, come quasi ogni essere umano. Oso dirlo anche pensando agli atei, che negano il divino citandolo spesso, e quindi negando-ciò-che-citano-pensando-di-conoscere-ciò-che-negano. E penso anche ai credenti che credono in qualcosa che pensano di conoscere. Deus fugitivus  (est).

Johannes Eckhart von Hockheim (in italiano: Maestro Eccardo, nato nel 1260 in Germania ad Hockheim e morto nel 1327/8), è stato un teologo e religioso tedesco. Uno dei maggiori studiosi cristiani del Medioevo cristiano, molto importante per lo sviluppo della ricerca teologico-filosofica in Germania.

Non abbiamo immagini di Eccardo né manoscritti originali. Vi è discussione sull’attribuzione a lui di non poche omelie e trattati, sia in tedesco sia in latino. A quindici anni entra come novizio nell’Ordo Predicatorum, i seguaci di san Domenico Guzman, che già aveva annoverato tra le sue file sant’Alberto da Colonia, o Magno, forse suo futuro magister, e soprattutto san Tommaso d’Aquino. Come ogni intellettuale chierico del tempo studia artium naturalium (filosofia naturale), solemne (teologia) e generale (trivio e quadrivio), per poi essere ordinato presbitero. Poi vengono i tempi di Parigi ove studia le sentenze, di cui viene lettore, di Pietro Lombardo, a quel tempo magister omnium.

Nel 1294 è eletto priore del monastero domenicano di Erfurt e poi vicario in Turingia. Dal 1302 è magister (docente universitario) a Parigi, dove matura il nucleo fondamentale della sua teologia, presentate nelle Quaestiones parisienses. Colà teorizza il passaggio teoretico da una teologia legata alla ontologia della sostanza a una filosofia dello spirito: considerata la complessità concettuale dei due sintagmi, si possono rispettivamente descrivere così: l’ontologia della sostanza si richiama alla metafisica aristotelica e tommasiana che si fonda su ente ed essenza, mentre la filosofia dello spirito trova i suoi prodromi ispiratori in Platone e Agostino, che ritenevano il Bene spirituale superiore all’Essere stesso. Il Meister è dunque un domenicano tendenzialmente platonico.

La “carriera” di Eckhart, però, continua assumendo la guida della “provincia” domenicana di Sassonia a Erfurt, dove redige le lectiones sul Siracide. Torna poi a Parigi dove si perfeziona ulteriormente, al livello di un Tommaso d’Aquino. Scrive i trattati esegetici su Genesi, Esodo, Sapienza e Vangelo secondo Giovanni, sempre in latino. Nel 1314 è eletto vicario generale del monastero di Strasburgo, dove scrive le Omelie tedesche, le “Deutschen Predigten“. Il successivo incarico è a Colonia dove è “rettore” dello studium generale.

I suoi guai iniziano nel 1325 quando alcuni confratelli lo denunziano all’arcivescovo di Colonia Heinrich von Virneburg, per frasi e affermazioni “eretiche”, nel numero di ben 49, in seguito ridotte a 28. Per non fare una brutta fine il Maestro ritratta le proprie tesi, quelli erano i tempi. E in parte anche oggi, e io ne ho esperienza, quando un mio libro è stato considerato “eretico” dai presbiteri al potere… e di questi tempi. Io sarei, come Meister Eckhart, un pericoloso rivoluzionario della religione e della teologia, un eretico, cioè, caro lettore, uno-che-sceglie tra cose che possono essere scelte. Questa è l’eresia!

La morte avviene tre anni dopo, nel 1328. L’anno successivo la bolla papale In agro dominico condanna 17 tesi delle 28 ritenute non ortodosse. Preoccupa il potere ecclesiastico soprattutto la sua speculazione teologica “negativa”, apofatica, vale a dire dell’ineffabile… e si può anche capire, poiché le sue affermazioni sono di difficile lettura e comprensione. In quei tempi, come in ogni tempo, se non si capisce, quando si ha il potere, si preferisce condannare. Anche questo, sia pure in ambienti altri, è capitato a me pure.

Dio, secondo il Magister è “nulla” poiché è totalmente indefinibile. Infatti si può dire che l’uomo riesce solo a descrivere il “nulla-di-Dio”, poiché può solamente affermare ciò-che-non-è. Eccardo nella predica Beati pauperes in Spiritu, invita i fedeli credenti a supplicare Dio affinché li liberi da “dio”, poiché “dio” non è Dio. Che significa questo gioco di parole apparentemente scherzoso? Per lui “Dio” è un “qualcosa” di superiore all’essere, è un sovra-essere, un totem privo di ogni essenza sostanziale comprensibile dall’intelligenza umana, mentre “dio” è il “divino” cui si chiedono grazie materiali, con il quale si ha un rapporto quasi strumentale.  L’ “io sono colui che è” (eye asher eye, Esodo 3, 14), è tanto indefinibile e totale che in Lui, con Lui e per Lui non vi è altro che Esso, un Id comprendente il Tutto.

Riguardo alla coincidenza di pensiero ed essere, dibattuta nell’ambito dell’Ordine domenicano, nella prima quaestio delle Quaestiones parisienses, Eckhart risponde che pensiero ed essere sono la stessa cosa, ma Dio va identificato con l’Uno, nome che si dà a ciò che è ben al di là dell’ente e dell’essere stesso, e Dio è in primo luogo pensiero, da cui l’essere scaturisce. Si riconosce in questa linea un focus del pensiero plotiniano.

Nel Prologo all’Opus tripartitum afferma che Dio è l’essere e l’essere è Dio, mentre la creazione attraverso la moltiplicazione è un progressivo allontanamento dall’unità e perfezione originaria, in cui ogni ente è e vive solo in quanto partecipe in qualche modo e forma della natura divina, e coincide con l’anima.

Essendo Dio eterno e senza tempo, non si può dire altrettanto della sua presenza nell’anima umana, e precisamente nel suo “fondo”, nella profondità indicibile dello spirito. Nelle Prediche tedesche, Eckhart insegna che Dio quasi coincide con l’anima, con ciò manifestando una forma di immanentismo che non poteva essere accettata dai più, anche nell’ambito degli studiosi, dei teologi e dei filosofi del tempo. Nella predica 83 il Magister utilizza la metafora del fuoco, là dove il fuoco, bruciando il legno fa diventare fuoco il legno, così come Dio da diventare “Dio” l’anima, inabitandola.

Dio non nasce, secondo Eccardo, come un distaccarsi dalla propria realtà spirituale, ma come una constatazione della sua presenza in interiore homine, fin dall’inizio. Se l’imperfezione caratterizza la natura umana, la presenza di Dio è grazia santificante, sanante e costituente. Sulle tracce “agostiniane” di sant’Anselmo d’Aosta (o di Canterbury) che nel suo Proslogion afferma l’esistenza di Dio nell’intelletto, frate Echkart crede nella continua generazione del Figlio in ogni uomo, che è generazione di pace e di giustizia. Bellissimo.

Lo scandalo eretico è poi l’affermazione che ogni uomo che si pone in ascolto del “fondo dell’anima” può divinizzarsi per grazia, mentre Dio è tale per natura. Natura e grazia sono i due poli mediante i quali l’uomo è cristificato e reso partecipe del divino.

 

 

La Direzione spirituale in Meister Eckhart e la… Consulenza del filosofo

 

Le sue prediche hanno carattere di cura delle anime e quasi di guida pratica per essere condotti a Dio nel profondo dell’anima.

Occorre innanzitutto abbandonare ogni oggetto di superbia e dice: «Vuoi conoscere Dio nel modo divino, così che la tua conoscenza diventerà pura ignoranza e oblio di te stesso e di tutte le creature?» e «Non è portando al sicuro i sensi che si può realizzare ciò». E’ poi importante rinunziare a mete terrene e a volontà di potere: «dunque vi dico in assoluta verità: finché avrete dei desideri, Dio li soddisferà, avrete desiderio di eternità e di Dio fino a che non sarete perfettamente poveri. Poiché è più povero solo chi non vuole nulla e non desidera nulla.» L’umiltà è la virtù che colloca ragione e intelligenza al posto giusto, che non serve a raggiungere l’esperienza divina: «potrebbe Dio aver necessità di una luce per vedere che è sé stesso? Oltre la ragione, che cerca, c’è un’altra ragione, che non cerca oltre». Non occorre immaginare in due modi la realtà, perché basta la visio Dei«l’occhio, nel quale io vedo Dio, è lo stesso occhio, da cui Dio mi vede; il mio occhio e l’occhio di Dio, sono un solo occhio e una sola conoscenza». Non si deve avere l’affanno del fare e odiare la perdita di tempo: «alla maniera di ciò che non ho generato, non potrò mai morire, quello in cui sono vicino a ciò che genero, quello per me è mortale; per questo è necessario che si guasti col tempo». E l’attenzione ha da essere profonda: «ciò per gli uomini saggi è una questione di conoscenza mentre per i semplici è una questione di fede».

La conseguenza dell’abbandono della conoscenza, volontà, tempo, l’io, etc. è una profonda calma: «chi ha realizzato Dio sente il gusto di tutte le cose in Dio».

Si può immaginare come questa visione della fede potesse creare non pochi guai a Maestro Eccardo, e ancora avrebbe problemi ai giorni nostri, che son pieni di attivismo volontarista, senza tregua né respiro.

Nella Quinta Predica ai Tedeschi (n. 42) il Magister afferma che Dio è «al di là di ogni conoscenza». Secondo lui non è nemmen corretto attribuire a Dio qualità e virtù declinate col linguaggio umano come “bontà” o “saggezza”. Mehr noch, auchSeinsei von ihm nicht aussagbar«Io dico anche: Dio è un Essere? – non è vero; è (molto più) un essere che trascende l’essere e una nullità che trascende l’essere».

Maestro Eccardo va oltre Aristotele e Platone nella ricerca del “divino”, sulle tracce di Plotino e di Proclo: l’Uno è al di sopra del Bene e della Verità, e perfino dell’Essere.

L’essere divino è la causa causarum al di sopra di ogni altra entità, ed è accessibile solo attraverso il pensiero filosofico: non è un ente, ma l’inizio e la fine di tutti gli enti. Lo sforzo dell’anima umana è solitamente rivolto alla conoscenza degli enti ma, se vuole entrare nel divino, ha da abbandonare questa strada. Ecco che qui si può individuare un pertugio attraverso il quale avviene una liberazione, una purificazione senza fuoco, che può consentire di accedere anche al pensiero altrui. La filosofia pratica, di cui scriverò più avanti, necessita di questa liberazione, altrimenti rimane vittima dei sentimenti e degli psicologemi.

Dio è sine modo, impredicabile come l’Uno di Plotino. La mente umana non può accedervi se continua ad utilizzare la mediazione della memoria, del giudizio, della volontà e dei cinque sensi esterni. Anche le categorie aristoteliche, pur utili per conoscere la realtà, non bastano per accedere alla dimensione del divino. E’ dunque indispensabile un ritorno immediato all’Uno, che può avvenire solo con la perfezione morale e l’imitatio Cristi: Eckhart scrive «sono per l’essere ciò che Dio è», sono come Lui, non in unità con Esso. In questo modo la persona si allontana radicalmente dalla sua individualità, dalla sua intrinseca superbia, smette di temere alcunché e non desidera secondo il modo della libido, ma secondo il modo della verità. A quel punto si fa verità tutto ciò che esula dal successo, che resta solo il participio passato del verbo succedere, ed è perfettamente eticamente esteticamente puro, essenziale.

La pura ascesi sostituisce l’ambizione di diventare ciò che non si è, paradossalmente confermando la spinta nietscheana al diventare ciò che si è. Eccardo e Friedrich, ebbene sì, se li si sa accostare, anche se a un primo sguardo è difficile immaginare un più grande paradosso filosofico.

E pure i grandi idealisti tedeschi dell’800 riconoscono in Meister Eckhart e nella mistica medievale i prodromi della propria filosofia, proprio Fichte, Hegel e Schelling. Per Hegel il mistico è la pura speculazione, nientemeno e il “mistico” di Eccardo l’inizio della filosofia tedesca. In ciò emulato perfino dal suo avversario perfin inimico Schopenhauer  che paragonava l’antico magister a Sakyamuni, il suo amato Buddha.

Trovo nel bel libro di Marco Vannini, edito da Città Nuova, nella raccolta Idee del 1991 Meister Eckhart e “il fondo dell’anima” molti spunti per questa riflessione. Le istruzioni spirituali, i Sermoni latini e i Sermoni tedeschi, il Libro della consolazione divina sono probabilmente il cuore della mistica medievale.

In questi testi, termini e sintagmi rinviano, a parer mio, a molto di fondamentale per la consulenza filosofica o filosofia pratica attuale, anche a quella dell’esperienza oramai quasi ventennale di Phronesis. Proviamo ad esplorarne alcuni:

L’Eigenschaft o attaccamento all’io: per consulere correttamente e rispettosamente occorre distaccarsi dal proprium, anche se ogni filosofo è se stesso ed ha un suo stile, una sua cultura, una sua “scuola”. Nemmen quest’ultima può far premio sul distacco che si deve operare, anche a costo di scoprire crepe nel proprio pensiero. Troppe volte – ancora – l’attaccamento alla propria “scuola” vince sulla filosofia praticata con un interlocutore. Anche a me è capitato, e ho dovuto fare uno sforzo per provare a distaccarmene.

L’oberste Vernunft o potenza più alta dell’anima è la nostra salvezza di filosofi pratici: dobbiamo aver fiducia di poter approfondire cercando l’alto e il basso del pensiero, facendo silenzio, con umiltà, dentro di noi e fuori di noi. La potenza alta parlerà, ci parlerà.

Il Grund o fondo, è il sedimento sul quale dobbiamo basare la nostra riflessione, per evitare che essa scivoli su terreni autoreferenziali e tendenti all’esclusione dell’altro e di ogni altra cosa, dalla nostra  comfort zone. Insegnamento valido per ogni tipo di attività pratica, per ogni giudizio etico ed estetico. Senza grund si è preda di ogni vento.

L’Abgrund o abisso senza fondo: se il Grund è il fondamento, l’Abgrund è il luogo inafferrabile dove collocare la nostra umiltà di esseri umani e di cercatori della verità, sia che stiamo riflettendo sulla nostra vita, sia che dialoghiamo con l’altro sulla sua propria vita.

La Lebe o vita,  è lo stato dell’essere nel quale, a nostra conoscenza razionale, stiamo. La vita viene spesso definita “bene indisponibile”, ebbene: anche se possiamo non essere tutti d’accordo – filosoficamente – sulla sua indisponibilità, se questa è intesa secondo la morale cristiana (cf. J. Ratzinger), non possiamo non convenire che essa è l’unica condizione dell’essere che ci permette di consentire e di dissentire, esercitando la libera (per quanto possibile) riflessione razionale in un ambito gnoseologico condiviso con l’altro.

La Lesemeister o lettura, indica l’importanza della ricerca nel pensiero dell’altro, della documentazione perfin acribiosa di pensiero-altro, di contraddizione, di contrasto, di contrarietà: senza la dialettica il dialogo rimane sterile, cosicché la lettura regala a chi spende le energie necessarie per accedervi la possibilità di dare senso alla relazione, di darle qualità, senza la quale, ogni rapporto umano, ogni comunicazione, ogni stilema espressivo diventa sterile, inutile, innocuo.

Il Abgeschiedenheit o distacco è, appunto, il punto opposto all’attaccamento, che abbiamo visto sopra, l‘Eigenschaft: l’anima nostra deve sapersi togliere dalle panie degli interessi materiali per vivere come l’acqua scorrente tra i massi del torrente montano, poiché come questo essa deve trovare il percorso o il piccolo attracco lungo le sponde e i boschetti di ripa che si rispecchiano nel cristallino voltolarsi verso la meta, la pianura o addirittura l’infinita -a occhio umano – distesa del mare.

Beati pauperes spiritu ovvero beati i poveri in spirito, Beatitudine matteana. Quale altra sintesi è possibile per rappresentare la necessità di essere-poveri-dentro. Nessun pauperismo pietistico o miserabilistico in questa frase! La beatitudine appartiene alla semplicità, all’essenziale del non-possedere il superfluo, che scivolano via dalla mani come materia degradata. Hai mai pensato, caro lettore, alla sindrome del giocattolo al bimbo? Bene, questi si stanca presto, e così accade all’adulto, che non sa che farsene del possedere troppo, troppe case, troppe auto, troppi soldi, ché sono il fomite della noia della ripetitività. Beati i poveri in spirito.

Idem amor et Spiritus Sanctus, come sosteneva sant’Agostino, ovvero la coincidenza dell’Amore divino, che è l’amore tout court, con lo Spirito Santo. Mens, Notitia et Amor, Padre, Figlio e Spirito, secondo il vescovo di Ippona, che amava racchiudere in termini potenti interi teologemi. Come ci parla la triade delle Persone nella Natura unica di Dio, Relazioni interne al divino? Anche all’agnostico la Trinità propone la dinamica dell’umano: uscire da sé, confrontarsi con l’altro e rientrare, exitus, speculum et reditus. Nella filosofia pratica questo accade, ogni volta che si vuole o si riesce a proporre il dialogo, che diventa trialogo (cf. P. Ricoeur), il dialogo quasi perfetto, ché la perfezione assoluta non va bene, essendo essa “la” fine, non “il” fine.

L’aufheben o il togliere,  è un verbo che ricorda il lavoro per “toglimento” dello scultore (cf. Michelangelo Buonarroti): più che aggiungere è meglio togliere, rendere essenziale  il dire, specialmente quando ci si rivolge all’altro. La filosofia pratica richiede di spogliare i teoremi da ogni ridondanza, di cogliere il centro del dire del dicente-altro, di rendere evidente anche ciò che può essere nascosto magari per timidezza o per qualche barriera psicologica verso l’interlocutore “esperto”.

Il sintagma ohne Eigenschaft o senza appropriazione, descrive lo stato dell’essere umano che vuole liberarsi di ogni peso, di ogni superfluità inutile e dannosa alla comprensione dell’altro, stando nel sentiero dell’altro, che diventa proprio quando il dialogo è vero, come nella filosofia pratica esercitata con attenzione e coscienza, senza narcisismo o affezioni teoreticamente elitarie.

Il durchbrechen o fare il vuoto, fare breccia, rappresenta quasi la via verso la conoscenza di sé, che è – nel contempo – dell’altro. Il sé nell’altro e l’altro nel sé, quasi come nel dettato calcedonese (451 d. C.) senza distinzione ma senza confusione: colà si parlava delle due nature di Cristo, la sua condizione teandrica, divino-umana, mentre qui si parla di due persone di egual dignità, qualsiasi sia la posizione di ognuno dei due, necessariamente a-simmetrica dal punto di vista del ruolo (consulente/ consultante).

Durchbruch zur Gottheit o penetrazione nella Divinità, il sostantivo dopo il verbo soprastante: se in Eccardo, con tale espressione si intende la divinizzazione dell’umano, in qualche modo sulle tracce del cristianesimo orientale e del buddhismo classico, in filosofia pratica si parla di – oso dire – empatia filosofica, ché il termine greco, prima di avere a che fare con la psicologia contemporanea, dove ha mietuto un grande successo popolare e mediatico, è del tutto filosofico (en-pathos, sentire-insieme).

Tre termini: Gelassenheit, Abgeschiedenheit, geistliche Armut, o distacco, povertà dello spirito: tre modi diversi per sottolineare ancora la caratteristica di umiltà che il maestro spirituale deve sempre manifestare in ogni suo dire ed agire. L’umiltà non è virtù semplice, poiché occorre coltivarla in ogni situazione, in ogni relazione, in ogni tempo e luogo: così deve agire anche il filosofo pratico che mai si deve vantare delle proprie conoscenze, della propria scienza e cultura, della propria autorevolezza, che va sempre verificata tramite il vaglio dell’umiltà stessa.

Deus nudus, sine velamine ovvero il Dio svelato: si tratta del cuore pulsante di ogni credenza nel divino; è la misura della possibilità di conoscere il divino, ma solo nella misura dell’umano. In filosofia pratica si rimane nella dimensione concreta del conoscibile, del noetico pratico esistenziale, ma anche in questa dimensione occorre de-nudarsi con sincera fiducia verso chi si accosta a te. Ci vuole coraggio per evitare la dietrologia del complotto, ma è umanamente possibile ed è preferibile all’ipocrisia delle menti vigliacche dei sempre accoglienti, sorridenti, empaticamente falsi.

L’ein einic ein, o un unico Uno (Dio), può figurare in filosofia pratica ciò che teologicamente pone in termini di assoluta unicità del divino: anche l’umano è irriducibilmente “unico” e questo non può non guidare ogni dialogo filosofico tra l’uomo-e-l’altro. L’unicità di Dio rappresenta molto bene l’unicità di ogni singolo essere umano.

L’essenza divina più che un esse è un intelligere: l’affermazione che distingue fra l’essere e il capire pone in evidenza il divino come puro pensiero, quello che Aristotele chiamava nòesis noèseos,  pensiero di pensiero, ma in Eckhart diventa qualcosa di più, poiché esso è un tutt’uno con il sostrato spirituale della divinità, e lo spirituale sopravanza l’ontico e l’ontologico, così come l’unicità del singolo essere umano sopravanza ogni classificazione etnica o genetica. E questo ha a che fare con la filosofia pratica. In tema, consideriamo il Sermone latino n. 304, dove Eccardo Scrive: “Deus enim unus est intellectus, et intellectus est deus unus. Unde deus nunquam et nusquam est ut deus nisi in intellectu“, e anche “Quia deus, se toto esse, simpliciter est unus sive unum est” e cioè: Dio è uno, è intelletto, e non può essere altro che intelletto, semplicemente e solamente: mi si permetta una traduzione ad sensum.

Dal verbo soprastante il sostantivo Durchbruch, o penetrazione. E’ impressionante come questo termine rinvii a qualcosa che ha a che fare con l’erotismo umano ma, se Dio è amore, e se – anche teologicamente (cf. Origene e il suo commento al Cantico dei cantici) – èros è sinonimo di agàpe, cioè l’amore erotico corrisponde a quello di benevolenza, che la penetrazione sia così intesa non scandalizza chi voglia entrare veramente nel pensiero mistico del monaco renano. In filosofia pratica s’ha da curare la “penetrazione” nel sensus verborum dell’altro, con rispetto, ma anche con schietta curiosità.

La Gott lassen, o liberazione da Dio, è il paradosso eckhartiano più sconvolgente: Eccardo non intende certo una posizione agnostica o addirittura a-tea, ma la comprensione che la Gottheit, cioè la divinità, non è accessibile all’intelligenza argomentativa e dialettica ordinaria, bensì all’intelligenza intuitiva, val a dire alla capacità del cuore di accogliere Dio; per il magister il “cuore” è sinonimo di fondo dell’anima, così come la comprensione dell’altro nella filosofia pratica è uno specchiamento totale e paritetico di una dignità umana nella dignità d’ogni altro essere umano. A questo punto sono due i pensatori contemporanei che possono aver tratto dal monaco tedesco ispirazione: Martin Buber con il suo rapporto Ich/ Du, Io e tu, ed Emmanuel Lévinas, appassionato mentore del volto dell’Altro. Non vi può essere amore di Dio senza amore del prossimo, secondo la teologia sana dei cristiani, così come non vi può essere relazione umana se non in una filosofia della relazione.

La Sippenschaft, parentela con la divinità, è la metafora illuminante della relazione umana con il “divino”. Divinizzazione, parentela, possesso senza possesso, sono queste le dimensioni del rapporto uomo/ Dio, senza che ciò alimenti mai lo spirito di superbia ma, proprio per la finitezza che l’uomo constata di sé, dà la consapevolezza di dipendere in toto dalla grazia di un “dio”/ Dio disponibile a stabilirsi nel fondo di un’anima capax Dei (Agostino). Nella filosofia pratica la “parentela” è tra gli uomini che, sia pure nella a-simmetria delle condizioni, attesta l’assoluta uguaglianza ontologica di ciascuno verso ogni altro.

La Bild Gottes, o imago dei, altro non è che quanto riportato in Genesi 1, 27 (…e creò l’uomo a sua immagine), cosicché può confermare in ogni stato dell’essere umano la sua dipendenza dal “modello” divino, in quanto anima-spirituale. Non solo emanazione, non solo atman scintilla del brahman, come nella tradizione induista, l’anima spirituale è, per Eccardo, ma concetto accessibile all’intelletto limitato dell’uomo. L’anima, la psiche, l’intelligenza, la volontà, la ragione sono tutte declinazioni dello spirituale che interessa alla filosofia pratica che frequentiamo anche in Phronesis.

La Fünkleinin in der Seele, o scintilla animae, dove DIO è SENZA NOME, inesprimibile, senza immagine, come spiega Eckhart, dà la speranza di poter accedere alla più alta dimensione della spiritualità umana, che distingue il primate che siamo dagli altri animali senzienti, allo stato delle nostre conoscenze, senza che ciò escluda forme importanti di intelligenza e sensibilità in altri parenti genetici. E a questo punto siamo di nuovo sul terreno della libertà o della determinazione a essere come siamo.

Se ammettiamo un certo libero arbitrio ecco che torna, ove sia stata silenziata, la fiducia di poter essere solidali, di poter stare nel consorzio umano con tutte le nostre forze consapevoli di essere in grado di contribuire al destino buono degli uomini.

 

17 giugno 1983, il giorno dell’ingiustizia crudele

Trentasei anni fa alle 4 del mattino veniva arrestato Enzo Tortora, prelevato dai carabinieri e portato in caserma. Verso le 11 della mattina del giorno stesso viene esibito ad usum dei giornalisti antropofagi (definizione di Francesca Scopelliti, la sua compagna) in manette. Ma Tortora non abbassa lo sguardo cercando di nascondersi, non si procura un maglioncino per nascondere i ceppi, ma cammina a testa alta e pronuncia due o tre frasi per dire che è innocente.

I giudici Di Pietro (non Antonio da Montenero di Bisaccia) e di Persia e i procuratori Francesco Cedrangolo, Giorgio Fontana e Diego Marmo, poi beneficati con fulgide carriere, in vari tempi, lo hanno -di fatto- incastrato e poi giudicato colpevole, credendo alle parole di criminali come Gianni Melluso e non ricordo chi altri. Associazione camorristica e traffico di droga. Nei pizzini che avevano contribuito all’accusa c’era scritto “Tortona”, non “Tortora”, fra l’altro, ma la vista dei giudici non era buona, si vede.

Tortora si fa mesi di carcere e poi accetta la candidatura del Partito Radicale per le elezioni europee, convinto da quel profeta un po’ narciso che era Marco Pannella. E poi rinunzia all’immunità per farsi processare. Lo condannano in primo grado e torna in galera. In appello viene assolto. Qualche anno dopo morirà, posso dire di crepacuore, più che di tumore?

Tortora è l’emblema della giustizia italiana ingiusta e crudele, come lo è stata, in circostanze diverse, per Marco Pantani. Ogni volta che penso a Tortora e a Pantani mi si stringe il cuore e mi sorge una sorda rabbia, ora che riviviamo altre vicende legate a quel mondo. Intendo le lugubri storie del Consiglio Superiore della Magistratura. Probabilmente, quando uno entra a pieno titolo nel terzo potere montesquieiano, matura – più o meno – una forma di pericoloso narcisismo e libido potestatis.

Era del ’28 Enzo Claudio Marcello Tortora, nato a Genova. Famoso per molti programmi radiofonici e televisivi, tra cui La Domenica Sportiva e Portobello. Tortora morì un anno dopo la sua definitiva assoluzione.

Un po’ di storia, dal web: “Il 26 aprile 1985, il procuratore Diego Marmo, parlando di Tortora in aula lo aveva definito «cinico mercante di morte». Il legale del giornalista chiese di moderare i termini, ottenendo come risposta: «Il suo cliente è diventato deputato con i voti della camorra!», al che Tortora si alzò in piedi dicendo: «È un’indecenza!», e il pm chiese di procedere per oltraggio alla corte. Il 9 dicembre l’europarlamento respinse la richiesta di autorizzazione con il seguente comunicato:

«Il fatto che un organo della magistratura voglia incriminare un deputato del Parlamento per aver protestato contro un’offesa commessa nei confronti suoi, dei suoi elettori e, in ultima analisi, del Parlamento del quale fa parte, non fa pensare soltanto al «fumus persecutionis»: in questo caso vi è più che un sospetto, vi è la certezza che, all’origine dell’azione penale, si collochi l’intenzione di nuocere all’uomo e all’uomo politico.»

Ancora, per comprendere un poco quelle vicende, trovo la drammatica narrazione, sul web: «Per capire bene come era andata la faccenda, ricostruimmo il processo in ordine cronologico: partimmo dalla prima dichiarazione fino all’ultima e ci rendemmo conto che queste dichiarazioni arrivavano in maniera un po’ sospetta. In base a ciò che aveva detto quello di prima, si accodava poi la dichiarazione dell’altro, che stava assieme alla caserma di Napoli. Andammo a caccia di altri riscontri in Appello, facemmo circa un centinaio di accertamenti: di alcuni non trovammo riscontri, di altri trovammo addirittura riscontri a favore dell’imputato. Anche i giudici, del resto, soffrono di simpatie e antipatie… E Tortora, in aula, fece di tutto per dimostrarsi antipatico, ricusando i giudici napoletani perché non si fidava di loro e concludendo la sua difesa con una frase pungente: «Io grido: “Sono innocente”. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi».

Si dovrebbe pensare a quel galantuomo, quando si è nella posizione di chi può decidere se privare o meno della libertà personale un suo simile. Su 22.000 persone attualmente incarcerate nei vari penitenziari italiani in attesa di giudizio, circa 8.000, cioè poco più di un terzo, in base alle statistiche recenti, risulterà innocente. Ognuno di loro è persona. Se incarcerato ingiustamente, una volta riconosciuta l’innocenza, chi gli ripagherà, non tanto i danni economici, quanto i danni morali ed esistenziali? Chi? Lo Stato? IL giudice che si è sbagliato magari per superficialità, per pigrizia o per pregiudizio-atto di pura presunzione? Nessuno.

Radio Radicale e il gerarca lillipuziano

Mi piace partire dal bravissimo Massimo Bordin, mancato da poco (manca a me e a molti, come professionista e come persona) per parlare di Radio Radicale e di un nanetto che vuole sopprimerla.

Non condivido tutte le battaglie dei radicali italiani e di questa emittente, specialmente quelle relative all’etica della vita umana, sull’eutanasia in primis, ma ritengo che la cultura etico-politica radicale abbia contribuito fortemente alla civilizzazione della politica e della società italiana, e credo che sia stata e sia un baluardo della democrazia e del diritto alla conoscenza, ultima grandiosa battaglia di Marco Pannella.

Di quest’ultimo tema, credo, i grillini hanno un terror panico, per cui preferiscono che una voce libera e colta si spenga, così potranno riuscire meglio nel loro squallido lavoro di disinformazione manipolatoria del pubblico (di chi si fa intortare, comunque), soprattutto, anche se non solamente, tramite la Casaleggio e C.

«Radio Radicale non nacque per essere “la radio del Partito Radicale”, quanto piuttosto tentare di dimostrare concretamente, attraverso un’opera da realizzare, come i Radicali intendono l’informazione.
Creare un dato emblematico, in maniera sostanziale e non astratta, di quello che il servizio pubblico dovrebbe fare»
(Massimo Bordin, già direttore di Radio Radicale)

Un po’ di storia. Radio Radicale è un’emittente radiofonica la cui proprietà è l’Associazione Politica Lista Marco Pannella, legata al Partito Radicale, con sede a Roma e copertura nazionale. E’ riconosciuta dal Governo italiano come “impresa radiofonica che svolge attività di informazione di interesse generale”. È stata la prima radio italiana a occuparsi esclusivamente di politica, senza introiti pubblicitari di alcun genere e specie.

Radio Radicale vide la luce ai primi del 1976, voluta da un gruppo di militanti radicali. La prima sede fu collocata in un appartamento di 60 metri quadri situato in via di Villa Pamphili, nel quartiere Gianicolense di Roma. Era il periodo delle radio libere, e poté trasmettere anche  seguito della sentenza n. 202 della Corte Costituzionale. Caratterizzata da uno spirito libertario, utilizzò mezzi di fortuna per trasmettere  e tenne bassissimi costi di produzione per sopravvivere. I suoi attivisti non vollero mai chiamarla organo di “controinformazione”, come andava di moda nei mezzi di comunicazione dell’estrema sinistra del tempo. I radicali sono dei liberal-democratici e socialisti libertari. I fondatori vollero invece che la Radio fosse un servizio di informazione “radicale”, e non solo, anzi per nulla, nel senso di essere organo di partito, ma di essere emittente fedele al principio di servire radicalmente la verità, come servizio pubblico.

Non dimentichiamo che in gnoseologia o critica della conoscenza,  disciplina filosofica, si parla di “riflessione radicale” per dire che essa va proprio alle “radici” dei concetti, delle definizioni e delle espressioni, per non tradire mai la ricerca della verità sulle e delle cose. La Scolastica classica dell’Aquinate, David Hume e Wittgenstein docent.

Radio Radicale, fin da subito, oltre all’informazione sulle iniziative radicali, animò trasmissioni di informazione sui momenti centrali della vita istituzionale e politica italiana, fino ad allora alla portata di una ristrettissima élite: fin dall’inizio, le dirette dal Parlamento, dai congressi dei partiti e dai tribunali avrebbero costituito il segno distintivo dell’emittente, rendendola di fatto una struttura privata efficacemente impegnata nello svolgimento di un servizio pubblico.

Il metodo della Radio fu un modello di informazione politica innovativo, poiché garantiva la trasmissione degli eventi politici, culturali legati alla politica, istituzionali e congressuali in termini integrali, senza mediazioni giornalistiche o condizionati da “veline” dei poteri partitici. Il motto sotteso era ed è quello einaudiano di “conoscere per deliberare”. Solo Radio Radicale ha sempre parlato e parla di tutto il mondo dando spazio senza rete e senza alcuna censura a rassegne di stampa estera, dall’Asia, dall’Africa e dall’America Latina, intervistando chiunque, di ogni partito e orientamento politico e ideale, dando così al pubblico informazioni che altrove non si trovano con quella dovizia e acribia del dettaglio.

Essa è tuttora il più grande archivio della democrazia italiana, che a oggi conta più di 250.000 registrazioni audiovideo, tra cui oltre 19.000 sedute dal parlamento, 6.700 processi giudiziari, 19.300 interviste e 4.400 convegni.

Ripeto: i grillozzi la vogliono chiudere perché la temono..

 

Vediamo ora l’etimologia di “gerarca” e, caro lettore, capirai subito il perché. L’etimologia deriva dal ieròs, lemma greco, che significa anziano e perciò autorevole. Il fascismo prese a utilizzarlo per i suoi scopi organigrammatici dal 1929 per designare i dirigenti del  Partito Nazionale Fascista, al di sotto del Duce. I gerarchi più alti in grado, dal segretario federale (provinciale e nazionale) facevano parte del Consiglio Nazionale del PNF, e dal 1939 della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (i sindacati datoriali e dei lavoratori), mentre il Segretario e i due Vicesegretari nazionali erano componenti di diritto del Gran Consiglio del Fascismo.

Bene, poco prima di mancare, Bordin aveva definito crimivito o vito crimi, nel 2013 portavoce in Senato di quel gran partito di cultissimi esponenti, i 5S, “gerarca minore”. Questo signore palermitano, non sente ragioni: come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, plenipotenziario all’editoria, vuole vuole vuole far chiudere Radio Radicale.

Non so se ce la farà. Se il Governo andrà a casa, no. Se rimarrà in carica può darsi anche che qualcuno, ma non credo l’etereo Conte, lo blocchi.

Da questo blog chiedo ai miei gentilissimi lettori di aiutarmi, nel mio piccolo, a combattere questa buona battaglia per la cultura e per la libertà.

EVVIVA, ULTIME ORE, LA CAMERA, con il fondamentale contributo della Lega, RIDICOLIZZANDO IL GERARCA MINORE, HA RICONOSCIUTO IL RUOLO DI RADIO RADICALE, CONFERMANDOLE I MEZZI ECONOMICI PER CONTINUARE!

La guerra dei nani e la forza delle cose

Cari lettori di questa domenica di speranza,

con tutto il rispetto per l’onorevole Rino Formica, ritratto qui sopra, già autorevole parlamentare socialista della “Prima Repubblica”, cito indirettamente e parzialmente un suo sintagma che fece epoca: “nani e ballerine”. Con questa espressione intendeva significare un ambiente e un sistema di leggerezza e superficialità che aleggiava specialmente negli anni ’80 nella società e nella politica. Chissà che cosa pensa di oggi, se magari vi sono all’opera in politica ancora più nani e ballerine di allora. Io ne sono convinto. Lo scenario.

Mentre gravissimi temi e problemi incombono sul mondo, noi Italiani, cioè abitanti dell’Italia, la Nazione-Stato che tutti i politici -quando ne parlano- apostrofano con il sintagma “questo paese”, inconsapevolmente marcando con una semantica volutamente generica la distanza affettiva da essa come Patria, assistiamo allo svolgersi di assurde battaglie tra nani e ballerine, o alle afone intemerate di una bimba svedese imposteci dalle tv e dal web.

Circa chi siano i nani di cui sopra è facile intendersi, perché evidenti al pubblico, proposti nell’etere con dovizia di tempi e modi. Chiamansi da soli vicecapidelgoverno e capopolitico di un partito o segretario dell’altro. Il primo millanta di esser il meglio fico del bigoncio e il secondo che lo diventerà tra ore (o lo sarà già diventato allorquando avrò pubblicato la presente epistola). Gli altri che zampettano tra un talk e una comparsata anodina sono i capi degli altri partiti (e già tornati, purtroppo!). Ve n’è una piccina che alza la voce per sovrastar tutti come può, uno stagionato anzichenò, abituato all’autolode fino all’imbrodamento, provvisto di un tappetino d’antàn sul cranio, sua soluzion per ringiovanire (fo per dire), mentre altri preferiscono capelli a “vino tinto” (si direbbe in spagnolo), un altro crapapelada che propone il nulla ses-qui-pe-da-le, oggetto metafisico qui nato dal… nulla; un altro ancora che fa il “sinistro” con l’allure dei benestanti, un altro ancora definentesi alternativo, nonsisabeneachi. Bellu guaglione, direbbe, come di rutello disse u prufesùr de la Dotta e Grassa Bononia. Poi ci sono quelli in panchina come il genio politico di Rignano sull’Arno, incapace di manifestare alcuna attenzione per gli altri, con la sua prossemica. Infine, per tacer del resto, il giovanotto similparlante turista per caso politico di risulta.

Dico dei due primi surcitati. Il capopoliticoblabla e il sedicentecapitano sono due falsari, contraddicendosi ogni momento: decine decine sono le occasioni in cui hanno detto il contrario di quanto sostenuto anche poco tempo prima. Disonesti intellettualmente e poco aiutati da una subcultura approssimativa, i due si atteggiano a capipopolo indulgendo nell’uso del pronome personale “io”, come se dal loro “io” dipendessero le sorti dell’universo mondo. Raccontano a se stessi di contare molto, di decidere moltissimo, di durare e durare a capo della politica italiana perché lo vogliono. Fanno pena, rispettivamente, quando citano i bambini, propri e altrui, o quando si propongono come purificatori dei costumi, seguaci di Cornelio Giansenio (Janssen) di cui ignorano perfino l’esistenza.

Costoro, un po’ tutti, ma partire dai due capipopolo, non sanno che le cose sono più forti degli uomini. Se sostenere (dimaio) sei mesi fa che si può sforare il 3% per fare il reddito di cittadinanza e sostenere -sullo stesso tema- che oggi non è saggio farlo perché servirebbe per attuare una “cosa” di salvini, la flat tax, è osceno. Tra pochi mesi si dovrà approntare la finanziaria, affrontando anche il tema delle clausole Iva, e i soldi dove sono? Una cosa di dimaio e una di salvini, non scelte per gli Italiani. Pazzesco, eppur vero.

Queste sono alcune cose, a mero titolo di esempio, che “portano avanti” i due.

C’è una crisi di credibilità dell’Italia sulla solvibilità del debito e questi scherzano con ciò che può innescare un grande incendio. Da un lato in Europa solo il debito greco è meno credibile di quello italiano, però l’Italia resta una grande possente Nazione, anche parlando solo di economia. Gli Italiani hanno in tasca una cifra che è pressoché OTTO (8) volte il debito pubblico che potrebbero ricomprare con larghezza di mezzi; l’Italia è la seconda/terza potenza economica dell’Europa, la seconda per il comparto manifatturiero e la prima per quello meccanico di precisione; l’Italia è la prima per l’enogastronomia (vino e cibo), per il design di scarpe, vestiti e mobilio; l’Italia è di gran lunga la prima (non solo dell’Europa, ma dell’intero pianeta) per ricchezza di opere d’arte; l’Italia ha un ambiente tra i più vari e più belli. L’Italia è l’Italia, amata fino in Nuova Caledonia e a Tahiti.

E ci governano questi, mandati su dagli Italiani. Si potrebbe dire che Italia e Italiani non vanno d’accordo. Queste sono le cose, graziaddio più forti dei nani e delle ballerine che tengono in mano il potere. C’è da augurarsi che vi sia un chiarimento al più presto tra l’Italia e gli Italiani. Preghiamo.

Irrazionalismo, nihilismo, nazionalismo, sovranismo, suprematismo, razzismo

Alternative für Deutschland, la Lega e Fratelli d’Italia,  il Rassemblement National della Le Pen, il partito di Orbàn, che si chiama Fidesz, i polacchi del PiS,  i nazionalisti fiamminghi di Vlaams Belangs, la destra austriaca del Fpo, gli euroscettici svedesi di Sweden Democrats  gruppi come CasapoundForza Nuova , il Pvv di Geert Wilders, le Croci Frecciate evocanti analoghi gruppi ungheresi degli anni ’40, i “suprematisti” bianchi americani inclini alla violenza e all’uso delle armi, il “trumpismo” con le sue contraddizioni volgari e altri, sono movimenti e partiti certamente non sovrapponibili, ma attestano diversamente “culture” politiche altre rispetto alle forze che si sono divise il potere nelle grandi nazioni dopo la Seconda guerra mondiale.

Anche i termini che ho posto nel titolo non sono sinonimi. Forse il più importante sotto il profilo culturale è il primo, irrazionalismo. Si tratta di un “nome” filosofico, presente nella storia del pensiero europeo fin dal XIX secolo con pensatori come Schopenhauer e Nietzsche, via -in un certo senso- Leopardi, che però rappresentava soprattutto ben altra temperie e una geniale arte poetica, che lo rende unico.

Questo pensiero genericamente definibile “di destra” si fonda su una visione ancestrale del popolo, rappresentata in maniera parzialmente intraducibile in italiano, dell’aggettivo “völkisch” (cf. G. Rusconi, Dove va la Germania), che non ha solo l’accezione semantico-etimologica di “popolare” in tedesco, ma molto di più. Ciò avviene mentre le varie sinistre, moderate o meno, non sanno rappresentare il “popolo” e i suoi interessi anche come solo un ventennio fa. Il rinforzo presente in “völkisch” ha a che fare con “Kultur”, lemma che non significa solo cultura come sapere, ma dimensione antropologica di un popolo, e di quello tedesco in particolare, storicamente depositario di un superiority complex impressionante. “Noi -pare pensino i Tedeschi- abbiamo qualcosa di più e di diverso dagli altri popoli“.

Il tema, ben studiato da Gian Enrico Rusconi, parla di una Germania che non riesce ancora a distinguere il proprio humus storico profondo dall’esperienza indicibile della storia nazista, dove l’abisso di male dell’uomo è stato svelato, e che non è possibile neppur comprendere, nemmeno se si amplifica lo sguardo all’infinito.

Vi è un irrazionalismo radicale o metafisico, il quale sostiene che la realtà, tutta, sia condizionata dal destino, dal fato, uno scetticismo deterministico pericoloso e quasi disperato. Ci sono anche posizioni più moderate, non completamente avulse dalla funzione intellettiva raziocinante, ma più orientate a valutare come strumenti conoscitivi i sentimenti,  le passioni, gli istinti, l’intuizione, la fede, l’esperienza estetica. Filosoficamente si tratta di un mix di scetticismo, di misticismo anche religioso e teologicamente “negativo” (la teologia negativa preferisce tacere sul divino, e quindi non è del tutto… negativa), di romanticismo, di sentimentalismo.

Nell’ambito della creatività artistica, soprattutto in letteratura, da metà ‘800 in poi fiorirono modelli estetici come il simbolismo, il decadentismo, e nel ‘900 il surrealismo, il dadaismo, il futurismo, la patafisica, e perfino il dannunzianesimo come estetismo. Questa visione del mondo rifiutava l’idealismo hegeliano e il positivismo di Comte, preferendo di gran lunga Schopenhauer e Nietzsche.

Il contesto culturale di quel tempo -in generale- rifiuta l’ordine logico e la struttura sintattico-grammaticale dei testi, preferendo le “parole in libertà”. Tutto ciò sa molto di nihilismo filosofico, per cui si pensa che la distruzione sistematica dei valori, non sia irrazionale, solo che si pensi che debba essere messa in atto.

Il nazionalismo si colloca in un pendolo, là dove, se un estremo può essere una forma di patriottismo esasperato, l’altro estremo confina con le peggiori teorie e prassi marchiate dalla storia come disumane, poiché incapaci di accogliere l’altro come pari in dignità: l’esempio più devastante è -penso- quello del nazionalsocialismo, che riteneva i popoli non tedeschi inferiori, con una precisa tassonomia, che elencava in testa gli anglosassoni (inglesi e scandinavi) come degni di una qualche collaborazione (non dimentichiamo che Churchill negli anni ’30 non era il peggior nemico per Hitler e viceversa; il sovranismo sostiene un’autonomia delle nazioni/ stato a scapito di ogni integrazione di livello superiore, come può essere in una comunità (piena di difetti, ma anche di pregi) come l’Unione Europea; il suprematismo è una posizione filosofico-politica presente nel mondo anglosassone, la quale, di matrice chiaramente razzistica, sostiene la superiorità dei bianchi sulle altre etnie ed agisce di conseguenza, proponendo norme consone a questa visione e non disdegnando il ricorso alla violenza: il razzismo è il nome classico del suprematismo, ed ha radici storiche antiche  e più recenti: a cavallo tra il XIX e il XX secolo si sviluppò non solo in Germania con i noti tragici esiti, ma anche nel Nordamerica, in Sudafrica, in Francia e altrove. In particolare -storicamente- ebbe il popolo ebraico come obiettivo da attaccare, dai pogrom medievali e moderni della Galizia russa, Ucraina e Polonia, fino alla soluzione finale dei nazisti (cf. Wannsee, 1942).

Tornando ai nostri tempi, non si pensi che i partiti e movimenti che ho elencato all’inizio siano specchi di virtù morali e civiche, perché ognuna di quelle sigle ha cose di cui si può e si deve vergognare, che preferisce sottacere o nascondere, come i 49 milioni “spariti” della Lega, di cui Salvini non vuole parlare, perché era secondo lui una faccenda di prima, di Bossi, il papà dei due figli manigoldi, e oltraggiatore del Tricolore.

Questi signori sono proprio… questi, non-eroi, non meglio degli altri, non-esempi. Tra costoro, molta brutta gente, gente che plaude magari alla sospensione della professoressa di Palermo, che ha lasciato le briglie sul collo ai suoi alunni, per poi spiegare e correggere.

Non credo sia impossibile rimediare a queste brutture. Bisogna avere (kantianamente) pazienza e resistere, studiando, comunicando bene, dialogando, e soprattutto sviluppando il pensiero critico.

Il gesto di Don Corrado e la censura torinese

Stavo pensando in questi giorni se e come trattare questi due temi, che sono nettamente distinti, ma -se pure indirettamente- correlati, poiché ambedue hanno a che fare con la situazione e con il clima ideologico e morale attuale di quest’Italia un poco sconnessa.

Il cardinale Konrad Zajewski, don Corrado pare lo chiamino a Roma, è sceso in un tombino per riallacciare l’energia elettrica in un palazzo dove l’azienda pubblico-privata dei servizi ACEA l’aveva interrotta per morosità degli inquilini. Quattrocento e più persone, con molti bambini. E’ stato lodato dalla stampa legata al Vaticano e ai vescovi, ma pesantemente attaccato dagli organi di stampa di destra, e guardato con qualche sospetto dal PD. Si pensi che l’acuto Zingaretti ha affermato, con una certa preoccupazione, che non è il caso di lasciare tutta la carità e la misericordia alla chiesa, perché un poca la deve fare anche la sinistra politica. Se tale affermazione non mi facesse pena, mi farebbe ridere. Continuo a non capire nulla della strategia del nuovo segretario PD, ove ne abbia una. Salvini, poi, ha invitato il cardinale a pagare le bolletta arretrate.

I giornalisti più vili hanno parlato di elemosina fatta con i soldi degli altri, di case che la chiesa possiede e che potrebbe dare ai senzatetto e ai rifugiati, e via di questo passo. Non voglio difendere la chiesa, ma so che già fa moltissimo in questo senso, soprattutto mediante le diocesi e le parrocchie. Mi è stato chiesto da amici e lettori che cosa pensassi del gesto del cardinale e qui scrivo la mia risposta.

Mons. Krajewski ha operato, su un singolo problema, in modo evangelico, gesuano, e chiaramente il suo gesto ha suscitato scandalo. Qualcuno ha scritto che si è trattato di un gesto “apocalittico” (e condivido), di un gesto, cioè, rivelativo di un qualcosa di molto più grande e profondo. Alla buon’ora che un giornalista conosce l’etimologia e il significato di apocalisse!

Sotto il profilo teologico-morale l’azione è stata cristianamente corretta e giusta. Inappuntabile. Semmai qualche considerazione si può fare sotto il profilo giuridico-legale e dell’opportunità politica di un tale gesto, dove ci può stare qualche critica, soprattutto in riferimento alla dimensione pedagogica della politica, se questa dimensione ha ancora un valore, almeno teorico. Mi viene da sorridere se penso alla capacità pedagogica dei politici attuali di qualsiasi schieramento, dove troviamo la bonomia falso-matura-tecnicamente-ignorante del capo 5stellato, o del cosiddetto “truce” capo lombardo che penso se la farebbe sotto di fronte a un vero pericolo e così la finirebbe di tromboneggiare in giro. E, mio malgrado devo aggiungere anche il capo della sinistra attuale, tanto “qualsiasi” da farmi pensare che c’è un impressionante affollamento nell’aurea mediocritas, e che nessuno si trova nella parte destra della campana di Gantt, la quale, come è noto, accoglie le persone più degne di attenzione.

Secondo tema. Vado al Salone del Libro di Torino mi trovo di fronte un tizio che canta -stonando- Bella ciao in faccia alla giornalista che ha scritto la biografia di Salvini per una casa editrice neonata di destra. Viene fuori ovunque la polemica, tanta che farà vendere una camionata con rimorchio di libri, di quel libro, che sicuramente non sarà altro che uno spottone per il signor “i porti son chiusi”, in mera sineddoche rettorica. Peraltro, chi tira fuori le leggi antifasciste in questo caso mostra una grande ignoranza delle stesse, poiché né le norme costituzionali del 1948, né la Legge “Scelba” del ’52, né la Legge “Mancino” del ’93 ipotizzano la configurazione del reato di ricostituzione del partito fascista nel caso della pubblicazione di un libro come quello in questione.

Per non fare comunella con coloro che parlano a vanvera del tema, riporto qui l’essenziale della normativa, a partire dalla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione Italiana, la quale, pur essendo inserita tra le disposizioni transitorie e finali, ha carattere permanente e valore giuridico pari a quello delle altre norme della Costituzione. Per questa ragione leggiamo il primo comma della XII disposizione finale, che così recita:

È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista“.

In seguito, la legge 20 giugno 1952, n. 645 (la cosiddetta legge Scelba) in materia di apologia del fascismo, sanziona “chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità” di riorganizzazione del disciolto partito fascista, e “chiunque pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.

La legge Mancino del 1993, infine, punisce “i reati di odio e discriminazione razziale e punisce esplicitamente la “esaltazione di esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo”. Infine, nel 2017 in Parlamento è stata presentata una proposta di legge da parte del deputato PD Emanuele Fiano per introdurre il reato di propaganda del regime fascista e nazi-fascista, ma l’approvazione si è arenata per la fine della legislatura e lo scioglimento delle Camere. A sanzionare l’apologia del fascismo restano quindi al XII Disposizione finale della Costituzione repubblicana,  la legge Scelba e la legge Mancino.

Bene, la domanda allora è questa: mi si spieghi se, in che senso e in che modo la biografia di Salvini scritta dalla giornalista Chiara Giannini, e pubblicata dall’editore Altaforte di un sig. Polacchi viola una delle norme sopra riportate. Non lo ho letto e lo leggerò, perché lo comprerò, mio malgrado, poiché non stimo Salvini. Ecco l’effetto che tutto questo sghembo dibattito e anche gli esposti inoltrati alla procura della Repubblica dal sindaco di Torino Chiara Appendino e dal presidente del Piemonte Sergio Chiamparino, quello di contribuire a far vendere una caterva di copie del libro. Bene per Polacchi e Altaforte come impresa, e per i suoi dipendenti, se ve ne sono.

Non credo che questa campagna del politicamente corretto antifascista sposti un voto o un miliardesimo dei sentimenti di simpatia o antipatia verso il fascismo in questa Italia, che è meno stupida di quanto alcuni pensino. L’altro protagonista della vicenda è il salone del Libro di Torino e i suoi responsabili, che hanno negato gli spazi espositivi e promozionali al libro e al suo editore. Una osservazione: negli anni scorsi il nazi-fascistissimo avvocato padovano Franco Freda (ricordi, gentil lettore, la strage di Milano del 12 dicembre 1969?) ha potuto portare più volte le sue pubblicazioni al salone stesso. E poi: siamo sicuri che altre pubblicazioni lì presenti negli anni e pure quest’anno, magari di tutt’altro colore e ideologia politica, non abbiano esaltato in qualche modo la violenza e la sopraffazione? Io son sicuro che lì si può ancora trovare qualcosa che assomiglia ai manuali che Bertani, editore padovano, pubblicava negli anni ’60 e ’70, libercoli ai confini con l’apologia del terrorismo e consigli pratici per praticarlo.

Io sono liberlamente per la libertà di stampa e per una discussione su qualsiasi tema non imbrigliata nelle panie di proibizioni e divieti, come se il pubblico dei lettori non avesse diritto di esprimersi -in democrazia- nella più assoluta libertà di leggere, giudicare, dire: la parresìa greca, proposta dagli antichi sapienti di quella grande cultura fondativa della nostra e, per certi aspetti, superiore alla nostra. Prima di questo pezzo ho pubblicato il saggio sulla libertà che mi sono affaticato a scrivere nell’ultima settimana. Mio caro lettore, se hai pazienza, dagli un’occhiata.

Per concludere vengo al rapporto che io intravedo tra il gesto del cardinal Krajewski e la storia del libro su Salvini: Quale il comun denominatore? Mi pare di poter dire la superficialità, l’incapacità di analizzare i due fatti ricorrendo a tutte le informazioni, notizie e nozioni che sono necessarie per non discutere in modo irrispettoso dell’intelligenza altrui, di qualsivoglia interlocutore o dialogante. Allora: i politici, tutti (con qualche eccezione che scompare nel mare di idiozie che si leggono e si ascoltano) parlano solo per convenienza propria, della propria carriera politica e del proprio partito, anch’essi largamente disinformati, ignoranti per pigrizia e inerzia intellettuale; i media alla rincorsa del consenso facile di fruitori web e di lettori, dove non serve competenza specifica e integrità morale, ma solo o prevalentemente l’urlo del titolo e l’inganno della tesi sostenuta (con qualche lodevole eccezione, come si può constatare, ad esempio nel Foglio e in Giuliano Ferrara in particolare, che non silenzia mai la sua intelligenza). Questa è la situazione, per cui ognuno, peroro questa causa da qui, legga, si informi, approfondisca, senza dare peso a ciò che propongono i su nominati, per formarsi un giudizio libero e autonomo. Autonomia è un altro nome della libertà.

Mi prenderebbe l’uzzolo di parlare estesamente anche di un’altra allegra e indisponente pensata di un politico, anzi di una donna in politica, la famosa cosiddetta Ladylike del PD veneto, Alessandra Moretti, candidata alle Europee, che sta proponendo di oscurare con tendine amovibili crocifissi, madonne, angeli e altre immagini e simboli religiosi nei cimiteri, quando si svolge lì nei pressi il funerale di un agnostico o ateo, i cui parenti pensino che l’estinto ne sarebbe offeso o loro stessi. Penso che il 99,99% delle tombe abbiano simboli religiosi, più o meno rappresentativi del tipo di vita del defunto, ma consoni a una tradizione più che millenaria.

Resto senza parole di fronte a una proposta del genere, poiché, e lo ho già scritto in un pezzo precedente, immagino che un avvocato come la signora abbia, se non altro per inerzia, una qualche nozione di storia, di storia delle religioni, di antropologia culturale, di sociologia dei simboli, e via dicendo. Ma forse no, non è detto. E, per questa stronzata, il 26 maggio non so se voterò quel partito, perché nulla di nulla mi avvicina alla bella donna citata, essendo io distante un miliardo di anni luce dalla stupidità così clamorosamente data in pasto alla rete e al giudizio del mondo ivi navigante. Amen

La notte del lavoro narrato

Ottanta persone, una più una meno, di varia provenienza e età, un martedì sera primaverile, l’ultimo di aprile, senza premura di andar via. Quasi due ore di racconti, di lavoro e di vite. Vedo amici, colleghi e allievi, ma molti non conosco. C’è il carissimo Alberto, mio medico di generosa fama. Bene, dico a me stesso, è l’occasione di vedere volti nuovi, entrando in contatto, ascoltando e guardando, incrociando sguardi e movimenti del volto. Mi dispiace non poter dar retta a tutti, e le risposte che qualcuno si attende da me, quasi fossi taumaturgo. E un po’ lo sono, in questo tempo.

 

Il Racconto

C’è chi viene da una famiglia di organari da quasi trecent’anni, e narra il complicatissimo lavoro di fisica acustica, meccanica, falegnameria, pneumatica, elettronica, che sta dietro e dentro la costruzione d’un organo da chiesa o da concerto. Francesco Zanin racconta la sua storia con eleganza sobria, e quella di suo padre, dei suoi avi, della sua famiglia laboriosa e geniale. Scorrono immagini d’organi costruiti per quivi e per paesi lontani, per Lignano e Hiroshima, e il pensier mio si rivolge a Bach Johann Sebastian di Sassonia, ma anche all’operaio ottantenne, che ancora stava dietro al tornio, alle mani straordinarie e alla fantasia del gran Tedesco d’Eisenach, e alle non meno artistiche mani dell’uomo del tornio.

Ulderica ama dir di sé e della connessione tra la vita e le immagini da lei fissate per l’eternità, con la macchina fotografica, ritraendo il momento metafisico (eccome si dà la metafisica, in quanto sapere fondativo, amico che addirittura ne neghi l’esistenza, non solo l’importanza), ed ecco perciò l’eterno di vecchi e bambini, di malgare e pescatori di laguna e di “mar grando” (B. Marin). Il fluire delle sue parole sembra infinito. Facunditas, la chiamo quando Piero, il maestro di cerimonie, mi invita a interrogarla, per definire la virtù narrativa della donna di Carnia.

Magra e nervosa, fresca e verace, due coppie di aggettivi che non ridondano, la Micaela, tutta di corsa, dai tempi delle galline starnazzanti invano impegnate a sfuggire alla bimba razzente. Di mestiere ha fatto la corsa, finché il limitare di gioventù glielo ha permesso, un poco vergognandosene, da Furlana estrema. Bonessi è nel novero dei campioni, e anche di modestia (non falsa, come in molti) e cultura, senza enfasi alcuna, racconta il suo incedere, “è l’itinerario che conta, afferma, più della ricercata vittoria“.

Il capo azienda, che ha fatto della scelta iniziale un cammino ancora durevole, una maratona del/ nel lavoro suo e di molti altri, migliaia. Quasi con sommesso discorrere fa vedere la necessità del non compiacimento, dell’allerta primigenia, che si deve avere,  ancor quando sembra che le cose vadano bene, anzi proprio quando vanno ancora bene. Non è vero del tutto che “squadra che vince non si cambia“. Annusare il futuro è virtù di pochi, che può essere umilmente coltivata da metodiche. Anche le nostre vite, sostiene Gianluca, sono come le aziende: è bene pre-vedere, anticipare, esser sinceri con se stessi e con gli altri, per evitare di ballar perigliosamente sulla corda.

E io ricordo il diritto di conoscere, oggi negletto, danneggiato da mille e mille falsità che la rete somministra a tutti, panie dove i pigri e gli incliti rischian di cadere, e di finire come mosche attese dal ragno. “Prede e ragni” (cf. De Toni e Comello, Utet, 2005), altro non v’è nella contesa del vivere umano. Cerco di distinguere nell’accadere delle cose tra caso (che per me non si dà) e cause, tra necessità e contingenza, tra destino come rassegnazione e destino come creatività e partecipazione. Tornando alla distinzione tra prede e ragni, se sei preda chiediti se vuoi proprio esserlo: se non, agisci come suggerisce Gian, senza aspettare che qualcuno ti venga a salvare.

Vana potrebbe esser l’attesa e perfino, almeno in parte, la tua vita.

Come san Paolo spiega a un vicecapo del Governo che cosa è la Carità e le sue espressioni più operative ed efficaci, come la “Caritas”. In coda il racconto breve di una sesquipedale idiozia

Caritas è un termine latino (in greco agàpe) che significa, più o meno da san Paolo in poi, amore per l’altro, non semplicemente elemosina, ed è la più grande delle virtù teologali, come lo stesso Apostolo delle genti spiega nella Prima lettera ai Corinzi al capitolo 13 in questo modo: 4 La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, 5 non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. 7 Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

Riporto di seguito l’esegesi teologica del padre Paolo Berti, che scrive come meglio non si potrebbe, a parer mio.

La carità è magnanima”; la magnanimità è la grandezza d’animo, la disposizione generosa a rapporti interpersonali costruttivi, pazienti, lungimiranti nella fedeltà al quotidiano, senza badare al denaro, a fatiche, a rinunce; sempre pronta a rigettare la tentazione di avere onori e utili, e sempre pronta a sostenere le prove  con umile e ferma dignità; è l’avere un umore costante sì che gli uomini non rimangano disorientati da variazioni di disponibilità.

Benevola è la carità”; la benevolenza è la disposizione d’animo alla pace, alla comprensione, alla fiducia pur sempre nella vigilanza e prudenza. E’ disposizione pure all’arrendevolezza, non per cedimento della verità, ma per lasciare cadere nel vuoto le aggressività caratteriali che sovente si incontrano tra gli uomini.

Non è invidiosa”; l’invidia è anticarità perché è godere del male altrui e rattristarsi del bene altrui, questo per emergere sugli altri. L’invidia toglie la pace a chi la coltiva; e poiché l’uomo una pace bisogna che la raggiunga la cerca nell’abbassare gli altri, nel denigrarli, ma in tal modo la pace si allontana ancor più da lui..

Non si vanta”; la carità non può essere senza l’umiltà. Il millantatore, colui che vuole essere notato, che si celebra da se stesso (2 Cor 10,12), che esalta le sue iniziative e risultati, non ha la carità. “Non si vanta”,  perché chi ama riconosce di essere oggetto della misericordia di Dio, e perciò non si vanta se non nel Signore (1 Cor 1,31; 2 Cor 10,17), cioè professando come il Signore gli ha usato misericordia, come lo aiuta (15,10), e come le sue capacità vengono dal Signore (1 Cor 2,12; 2 Cor 3,5).

Non si gonfia d’orgoglio”; la carità non conosce l’alterigia, il parlare superbo, duro, indisponente. Tracotante.

Non manca di rispetto”; il rispetto è necessario per la vita sociale. Il rispetto va dato a tutti, ma il rispetto per gli uomini non vuol dire condividere idee distorte e nefaste. Nel campo delle opinioni legittime, si deve rispetto all’opinione altrui. Nel caso delle opinioni che urtano contro la verità rimane il rispetto per la persona, ma non la condivisione dell’opinione dissennata o nefasta. Il rispetto rimane anche quando l’autorità deve esercitare la correzione, poiché la correzione non può essere degradante. La correzione umilia, ma non degrada.

Non cerca il proprio interesse”; avere carità perché si cerca un utile terreno, vuol dire non avere la carità.

Non si adira”;  non fa la voce grossa, e di fronte all’errore di un fratello sa correggere spiegando l’errore. Chi si adira è perché viene turbato nel suo quieto vivere, vede compromesse le sue ambizioni. Calmo e tranquillo quando è appagato, l’uomo egoista ed egocentrico, si adira in maniera inaspettata e violenta.

Non tiene conto del male ricevuto”; perché sa sorvolare sulle cose spiacevoli, non si pone in stato di puntiglio, ma sa comprendere, perdonare e aspettare.

Non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità”; chi non ama non sopporta l’amore, vuole vedere attorno a sé l’ingiustizia, salvo gridare quando l’ingiustizia lo tocca. Chi ama si rallegra invece della verità, anche se si trova sul labbro di un uomo duro e chiuso. Poiché la carità saprà far leva su quella verità per donare la Verità.

Tutto scusa”; poiché la carità è riconciliazione, perdono e non litigiosità. Non c’è crimine che la carità non sappia perdonare a chi umile si pente, e anche se chi ha mancato non si pente, rimane sempre in lei il desiderio di perdonare e cerca di facilitare la richiesta di perdono a chi ha mancato.

Tutto crede”; non solo crede in Dio per la propria vita, ma crede che si possa portare a Dio anche il peccatore incallito. Crede anche per lui sperando di portarlo a Dio, poiché la carità “tutto spera”, pronta ad accettare e a valorizzare nella croce di Cristo tutte le sofferenze, così essa “tutto sopporta”.

e, di seguito, san Paolo continua nella sua Lettera a i Corinzi:

8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. 9 Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.

12 Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. 13 Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

Bene, ora vediamo che cosa è la Caritas, cui un vicecapodelgoverno riserva parole come queste, analoghe a quelle pronunziate qualche mese fa nei confronti dei migranti: “E’ finita la pacchia“.

La Caritas Italiana è l’organismo pastorale della CEI (Conferenza Episcopale Italiana, l’unione permanente dei vescovi cattolici in Italia) per la promozione della carità. Nel suo Statuto, oltre ad affermare al primo articolo la valenza “pedagogica” della carità, come si vedrà, si impegna a promuovere  «la testimonianza della carità nella comunità ecclesiale italiana, in forme consone ai tempi e ai bisogni, in vista dello sviluppo integrale dell’uomo, della giustizia sociale e della pace, con particolare attenzione agli ultimi e con prevalente funzione pedagogica» (art.1 dello Statuto).

E’ stata fondata nel 1971, per volere di papa Paolo VI, nella scia del rinnovamento avviato dal Concilio ecumenico Vaticano Secondo, per mettere al centro dell’impegno cristiano la funzione pedagogica, per far crescere nelle persone, nelle famiglie, nelle comunità, il senso cristiano di solidarietà.

La Caritas propone ogni anno un programma articolato in corsi, convegni, seminari di studio e approfondimento, articolato nella ricerca e nell’attività delle Caritas diocesane, foraniali e parrocchiali, sviluppando centri di ascolto (del disagio individuale, familiare e sociale) e  centri di accoglienza, per soccorrere chi ha bisogno con interventi pratici (pasti, alloggio, etc.).

Questi i suoi compiti principali: Collaborare con i vescovi nel promuovere nelle Chiese particolari l’animazione della carità e il dovere di tradurla in interventi concreti; curare il coordinamento delle iniziative e dei servizi di ispirazione cristiana; indire, organizzare e coordinare interventi di emergenza in Italia e all’estero. In collaborazione con altri organismi di ispirazione cristiana: realizzare studi e ricerche sui bisogni per aiutare a scoprirne le cause; promuovere il volontariato e favorire la formazione degli operatori pastorali della carità e del personale di ispirazione cristiana impegnato nei servizi sociali; contribuire allo sviluppo umano e sociale dei paesi del Sud del mondo anche attraverso la sensibilizzazione dell’opinione pubblica; solidarietà a tutto il mondo; educazione alla pace e alla mondialità, dialogo, corresponsabilità sono anche le linee portanti degli impegni della Caritas nel mondo.

Se questo è “una pacchia che deve finire” non capisco, proprio non capisco l’espressione. La pacchia per chi? Cui prodest questa pacchia? Ah, dimenticavo, lo stesso vicecapodelgoverno, all’inizio del suo mandato sproloquiava di 600.000 migranti irregolari che sarebbero stati “mandati a casa” (da lui), ma ora dice che “qualcuno aveva sproloquiato” (caro Salvini, non abbiamo la memoria corta!), mentre invece sarebbero circa 90.000, ora dice.

Il mio gentile lettore può fare le sue proprie considerazioni.

Approfitto per mettere in coda un altro argomento, basato su fatti recenti, anche per ribadire di nuovo la mia equidistanza dall’idiozia e la costanza nel pronunziare invettive verso la stupidità, sia che provenga da destra, sia da sinistra, sia dal centro, perché la stupidità non ha confini.

La donna politica veneta del PD Alessandra Moretti, già candidata alla presidenza della sua regione (e sconfitta da Zaia), sta proponendo di coprire con velature amovibili croci e simboli religiosi nei cimiteri, in occasione di funerali di persone agnostiche o atee, ove le famiglie ne facciano richiesta.

Sarei tentato di finirla qui, fiducioso in un giudizio equanime dei miei lettori, ma una riga o due le scrivo. Mi pare che la signora Moretti, nota anche come ladylike, in ragione del suo amore per l’approvazione altrui sui social, sia avvocato, e mi chiedo: possibile che una con un titolo accademico che prevede anche un po’ di cultura umanistica (avrà fatto pure uno straccio di liceo) non sappia da dove e da quando vengono le croci e i simboli religiosi sulle tombe? Eviterò ogni complicato discorso teologico sul culto dei morti, sull’anima immortale (o meno) e sulla storicità delle esequie in ogni cultura e tradizione religiosa, limitandomi a un elenco incompleto di alcune di queste antropologie, perché di un discorso antropologico si tratta, ancora prima che di un tema teologico. Le è chiaro, avvocato?

La nostra cultura e la nostra civiltà, dall’uomo di Neanderthal, dal Sapiens sapiens successivo, dall’Egitto antico, dalla Cina classica, dalla Grecia filosofica, dall’Israele biblico, dalla Roma del diritto, dal cristianesimo, così come la grande arte, senza la dimensione del sacro e del religioso, non sarebbero mai nate. Ebbene, mi par proprio che non lo sappia, o almeno così appare, stante l’inqualificabile ebetudine della sua proposta. Studiare, studiare, studiare, benedetta donna, se non si vuol svendere quel po’ di cultura che si ha per un pugno di voti, che forse non arriveranno mai, perché le persone sono più sapienti di lei.

Un consiglio (anche se non richiesto): legga Das Heilige, Il Sacro, di Rudolf Otto, disponbile nella traduzione di Ernesto Bonaiuti, 1927. E magari anche qualche saggio di Mircea Eliade, libri da portare in viaggio, o da tenere sul comodino, insieme con le statistiche dei like.

“Quanta strada nei tuoi sandali, Renato”, mi scrive Marta, e Andrea aggiunge “mi ricordi Marco Antonio”, il console che contese il potere ad Ottaviano Augusto…

…così scrive la cara amica Marta, già a capo di un’importante “associazione di pensatori e pensatrici”, e non si ironizzi su tale dizione (mi par già di vedere alcune faccine ironicamente ghignanti, che stanno lì a giudicare gli altri, criticando tutto e tutti e a volte alzando il ditino per indicare non si sa ben che cosa), valorosa filosofa italiana, fiorentina di parola schietta e mai scontata, mentre guarda alcune foto della mia “vita precedente”, quella socio-politica, e poi socio-economica e poi anche culturale. Tutto nel mio piccolo, che è anche grande, perché unico, come quello di ciascun uomo e di ciascuna donna.

Certo che i calzari miei son pieni di polvere, cara amica mia. E comunque, come t’ho scritto, anche negli Evangeli del Maestro nazareno, si parla di calzari, quando Giovan Battista, il suo cugino esseno (forse), gli si rivolge dicendo: “Non sum dignus…” (cf. Matteo 3,11; Marco 1,7; Luca 3,16; Giovanni 1, 27; Atti degli apostoli 13, 25).

Grazie dell’indiretto paragone, che passa per Bartali e il genovese cantautor, Paolo Conte.

Conosco due “Marta” filosofe, quella di cui qui dico, e un’altra più junior, mia piccola allieva aziendale, ormai volata via per altri liti. Non capìta.

Meglio per lei e peggio per chi non l’ha capìta. ma càpita. Giusto il bisticcio d’accenti, divertente, come il far-qualcosa-d’altro, di diverso, appunto. Il divertimento, più che frizzi e lazzi, è far-cose-diverse. Quello che Marta, la piccola, ha prescelto.

Grazie, Marta, quella grande, che mi conosci (anche la piccola, però, mi conosce, anche se in altro modo) come pochissimi. E pensare che molti, invece, mi hanno visto e mi vedono da anni, quasi ogni giorno, e mi conoscon punto, mentr’io li guardo, ascolto e in qualche modo, anche se sempre poco, li conosco. Invece.

Tu, invece, mi conosci da una decina d’anni e mi hai visto ben poche volte all’anno (per seminari e formazione filosofica), e bene. Sarà per la tua formazione, sarà per la tua cultura, ma forse è soprattutto per la tua attenzione, che così in profondo hai compreso me e la mia vita. E a volte anche capìto, cosa più ardua, del pensiero, forse ancor più vicina al cuore.

L’attenzione è virtù o tratto/modo psichico, cari amici psicologi, che non mancate nei miei dintorni amicali e di lavoro? Non sarebbe male fosse anche virtù, non solo modo del conoscere l’altro e di costruir relazioni. Cari L., A., D., S., P. vi interpello. Sol dalla lettera inizial vi riconoscerete. Siete in ordine sparso e non di età. Tutti importanti. Non metto il nome intero perché son tempi strani, questi. Metto, così, per divertirci insieme, solo il genere nello stess’ordine delle iniziali, quasi fosse un acronimo composto: femmina, femmina, maschio, femmina, maschio.

Con voi, pensando e lavorando confino, senza mediazione alcuna, fosse pur di Rogers o di Husserl, e perfin di Wittgenstein.

Anch’io talora pecco di dis-attenzione, e ringrazio chi me lo fa notare, anche se con un po’ di disappunto, mio e suo. L’attenzione è un modo in cui s’esprime la “verità” della persona, e così, al contrario, la disattenzione. Tutti e due i modi dicono la verità, al di là di ogni dichiarazion d’intenti o di scuse non richieste.

Nel pezzo dedicato a frate Bruno da Quadrivium, che mi ha permesso di citarlo, narro la disattenzione di un politico, e mi soffermo ancora, perché è conferma di uno stato assai diffuso, di malessere. Il ritmo attuale della vita è disumano. Storto, caduco.

…e Andrea, giovin filosofo d’ottime speranze, aggiunge “mi ricordi Marco Antonio“, il console che contese il potere ad Ottaviano Augusto. Sarà per i capelli miei tornati folti, e molto misti, con il colore che l’iconografia annette a chi guidava le legioni alla vittoria.

Grazie caro giovin signore, già paziente e attento, più di quanto la tua età lasci pensare. Hai guidato -e già più volte- il gruppo a pensare, e gestito, come si dice oggi, anche l’alzata d’ingegno, il vittimismo di qualcuno, la reazion dell’altro, ai confini del filosofeggiar domenicale. Bravo.

Già sei formatore e piccolo docente che professa innanzi a scolari più in età di te. E non solo ascolti, ma già sei in grado di propor modi diversi di rifletter sulla vita e sul disagio, ragionando con l’altro, fermando dove il dir beccheggia e rolla, pericolosamente. Aiutandolo a riprender la rotta nell’oceano vasto della vita.

E ora, senza ombra alcuna di captatio, come usasi nel latineggiar, benevolentiae, cito il gran austro pensator, gradito a molti e ad altrettanti ignoto: “Quello che volevo identificare erano i contorni di un’isola, cioè l’uomo, come creatura finita, ciò che ho scoperto alla fine erano le frontiere dell’oceano” (L. Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus).

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