Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Le opere dell’uomo secondo un sapere etico e “Le operette morali” del Poeta-Filosofo

Leggendo il meraviglioso testo leopardiano, scritto a più riprese tra il 1824 e il 1831, vien da fare un paragone con l’etica odierna che va per la maggiore, quella scientista-positivista, in auge da un secolo e mezzo. Là dove il grande poeta-filosofo di Recanati mette in guardia gli uomini dalla ybris, proterva convinzione di poter dominare la natura e tramite essa il mondo, oggi molti sono convinti che tutto ciò che la scienza può fare si debba poter fare, indipendentemente da un giudizio morale di merito.

Leopardi fa parlare, personalizzandoli e antropomorfizzandoli, molti soggetti, come la Terra e a Luna, lo Gnomo e il Folletto, la Morte e la Moda, e poi anche un Fisico e un Metafisico, Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez, Porfirio e Plotino, etc.

Per dire del dialogo, ad esempio, tra un Fisico e un Metafisico: Leopardi qui mette in campo il paragone tra una vita lunghissima, ai limiti dell’immortalità, scelta preferita dal Fisico e una vita intensa e di qualità elevata, come invece indica come preferibile il Metafisico, e chiaramente si pone dalla parte di quest’ultimo, confermando che ciò che deve importare all’uomo saggio e sapiente è la qualità umana e morale delle azioni che compie, non la loro quantità e visibilità; oppure del confronto fra Colombo e Gutierrez: nel dialogo tra i due navigatori la riflessione verte sul coraggio e la capacità degli uomini di mettersi alla prova, non tanto sfidando la Natura, che è incomparabilmente più potente e grande, quanto di usare tutti i beni mentali, spirituali e fisici di cui sono dotati per esplorare ciò che la Natura sviluppa nel mondo, ma con l’umiltà dettata dalla conoscenza e dal rispetto del limite che gli uomini saggi ben conoscono e accettano; infine, nel bellissimo dialogo tra i due filosofi neo-platonici Plotino e Porfirio, maestro e allievo, ma in questo caso quasi dei prestanome per un Leopardi che evolve nelle sue opinioni morali sulla vita e sul suo valore, si possono individuare alcuni profondissimi aspetti filosofici, che danno al dialogo stesso il valore di un’epigrafe etica tra le più elevate del pensiero ottocentesco.

Se Porfirio-Leopardi più giovane disdegna il valore intrinseco della vita, anche se colma di sofferenze, Plotino-Leopardi più vecchio recupera di contro questo valore come accettazione della elevatezza spirituale, scelta per la vita comunque, al di là di ogni fuga suicidiaria, che è egoista in quanto evitante, e di una scelta che tiene conto del consorzio umano, del fatto che ogni uomo è nel contesto dell’umanità tutta, cui deve rispetto e attenzione per il comune destino.

L’etica di Leopardi è portatrice di una visione del mondo stoica, non mai scettica, e chiaramente aperta alla verità del cuore e degli atteggiamenti conseguenti. Leopardi non tradisce mai se stesso, né si lascia prendere la mano da un pessimismo di maniera, né cosmico né autobiografico: egli è consapevole delle difficoltà presenti in ogni esperienza di vita, segnato dalla propria in profondità fin dall’infanzia, ma non recrimina, non eleva alti lai contro la sorte, contro il destino, ma si limita a constatare che l’uomo, creatura tra tutte quella consapevole del meraviglioso dramma di essere-al-mondo, gettati nel mondo, ha da accettare questa condizione, che è un bene in sé, un appartenere all’essere e all’averne coscienza, e piena contezza.

In questo essere-nel-mondo l’uomo opera e opera secondo una morale che, nel caso suo, fa a meno del Dio delle religioni, ma accoglie fino in fondo la creaturalità dell’umano, il limite, la perduranza del dolore, la precarietà del vivere.

E la sua poesia, specie quella di alcuni degli idilli maggiori, come L’infinito, come Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, come La ginestra, suo penultimo canto, si correla armoniosamente con i pensieri delle Operette Morali, in una sinfonia di filosofia poetante o di poesia pensante, e mai l’apparenza (o l’apparire) di un ossimoro fu meno probabile.

Giacomo Leopardi in questo senso ha gli occhi e il cuore di un veggente disincantato e perfino ironico, a volte, mai abbandonato alla disperazione, ma sempre dignitosamente aggrappato alla sua forza vitale, alla ricerca di forme sempre nuove di bellezza e di verità. Egli “vede” -precorrendoli- i tempi successivi, come se il futuro, le aspettative, la contemporaneità gli comparissero davanti in un nitore abbagliante, con tutte le contraddizioni, le illusioni, le false promesse e le profezie fuorvianti di altri profeti, o sé putanti tali, quelli sì arrogantemente protesi a insegnare a vivere a tutti.

Operette nel senso di “piccole opere”, umiltà vera e non falsa modestia di un uomo cui dobbiamo essere grati non solo per la sublime poetica, ma anche per un pensiero profondo e onesto, limpido e incondizionato. Grazie per sempre, piccolo grande amico, conte Giacomo da Recanati.

Le favole di Esopo e altre storie di saggezza popolare

Ho per le mani un volumetto dell’editore Salerno, inviatomi da chi si trova in ristretti orizzonti, per gentilezza amicale e omaggio di scuse. Evidentemente in questa fase delle nostre due rispettive vite non ci si capisce, e fors’anche non ci si comprende, e quindi occorrono messaggi di soccorso al reciproco intendersi.

Le favole rappresentano miti e caratteri umani spesso attraverso una sorta di antropomorfizzazione degli animali, selvatici e domestici, in situazioni assolutamente plausibili, con una morale finale che si traduce in proverbi e motti sintetici, comprensibili a chiunque. Il titolo esteso del volumetto è Aforismi politici fondati sopra le favolette di Esopo frigio, dedicate alla qualità del principe (si tratta in questo caso di Vittorio Amedeo II di Savoia) e all’arte del regnare, a cura di Emanuele Tesauro, tratto da manuali in uso fin dal ‘500 nelle scuole umanistiche; d’altro canto Gianni Mombello ritiene una fonte attendibile dell’aureo libretto il testo francese di Jean Baudoin Les fables d’Esope Phrigien pubblicato nel 1631. Il titolo della pubblicazione italiana è La politica di Esopo frigio.

Il genere letterario degli aforismi e degli apologhi moraleggianti risale prima di tutto alla tradizione greca di un Plutarco, e poi anche a quella latina di un Marziale, di un Cicerone o di un Tacito, e non solo, ma appartiene perfino alle esperienze formative dei primi apostoli della chiesa cristiana nascente, come i Padri del deserto del terzo secolo d. C.: nomi come quelli di Pacomio e Paolo di Tebe, di Antonio come raccontato da Atanasio di Alessandria, sono noti per i detti e gli apoftegmi che lasciarono in dote alle prime strutture cenobitiche egizie e del Vicino Oriente antico. San Basilio di Cesarea ne fu poi il principale fruitore quando pensò di scrivere la prima regola monastica della cristianità, fonte originale dello stesso movimento benedettino, che da lì trasse argomenti così come dalle indicazioni morali e comportamentali agostiniane. Più vicine ai nostri tempi sono le raccolte di detti aforistici ed epigrammatici di filosofi come Montaigne, Pascal, Nietszche, Schopenhauer, Karl Kraus, Wittgenstein, etc.

Non dimentichiamo poi il libro biblico dei Proverbi, vero compendio di sapienza popolare del plesso siro-palestinese risalente al primo millennio a. C.  Massime, adagi, proverbi, apologhi, aforismi, apoftegmi, in una ricchezza straordinaria e forse ancora poco conosciuta dai più.

Le più divertenti di Esopo, tanto per gradire e forse rammemorare ricordi scolastici in qualche arguto lettore.

 

DEL LUPO E DELL”AGNELLO

Alla chiara sorgente di un fresco rio beveva messere il lupo. E, bevendo, vide un agnello, che dilicatamente, con la cima de’ labri beveva nel rio, lungi foorse un tratto di pietra. Il lupo scacciò la sete con la fame e corrè sopra lo agnello, gridando: Ahi scelerato, tu m’intorbidi l’acqua. L’agnello, col cuore e con la voce tremante, lo supplicò di compatire alla sua innocenza. Percioché, bevendo sì lontano nel rio, non poteva intorbidar la fontana. Ma la crudel fiera, più altamente gridando, rispose: Invano ti scusi. Tuo costume è di volermi male. Percioché il tuo padre e la tua madre mi odiano a morte. Tu dunque ne pagherai la pena. E così dicendo sel mangiò.

allegoria: Quando il più forte vuole opprimere il debile, non gli mancano pretesti.”

 

DEL TOPO E DELLA RANA

Guerreggiava contro della rana il topo acquaiolo per la giuridizione della palude. Il topo più astuto, facendo imboscate fra l’erbe e uscendo di sotto terra, assaltava la verde nemica. Ma questa come più agile e destra, col saltellare ora inanzi ora indietro si schermiva e offendeva. Lungo tempo con le armature di foglie e lance di giunchi durò nel freddo fango la calda battaglia. Ma ecco che, troppo intesi a danneggiarsi fra loro, i piccoli avversari non si guardarono dal nibbio, il qual, calatosi di repente, divorò l’uno e l’altro.

allegoria: Quando due piccoli contrastano , il potente fa il suo profitto.

 

DEL CERVO E DELLO AGNELLO

Il cervo bugiardo accusò l’agnello davanti al lupo, dicendo: Signore, costui non mi paga un moggio di formento che mi deve. Lo agnellov quantunque sicuro di non dovergli nulla, nondimeno, temendo il lupo non pigliasse questo pretesto per mangiarlo, si sottometté di pagarlo infra pochi giorni. Apena finito il tempo, ecco che il cervo domanda il debito. Ma l’agnello, il quale non aveva più paura, si negò debitore, dicendo: Ben tu sai che il timor del lupo mi forzò a prometter e promessa fatta per forza non vale una scorza.

allegoria: Promesse forzate non vaglion nulla.”

 

DEL CANE E DELL’OMBRA

Passava il cane per un ponte stretto con un pezzo di carne tra li denti. E perché l’ombra della carne, riverberando nell’acqua, rappresentava un pezzo di carne molto maggiore, il cane disse: O che grande acquisto poss’io far oggi, per mia fè io non vo’ perderlo. Si calò dunque nel fiume, ma quando più vicino fu alla preda, tanto più lontano si trovò alla speranza. Percioché, aprendo l’avida bocca per aboccar l’ombra, la vera carne gli scappò, ed egli non ebbe né questa né quella. Onde, ritornandosene affamato, disse: O pazzo me, che non seppi moderar la mia cupidigia. Io avevo quanto mi bastava e ora per volere troppo io non ho nulla.

allegoria: Chi vuol troppo non ha poi niente.”

 

DELL’AQUILA E DEL CORBO

Fra gli scogli marini aveva l’aquila pescato una conchiglia. Ma niun profitto traea della preda, peroché né col rostro, né cogli unghioni potea squarciarla per averne il pesce che dentro vi si nasconde. Dissele allora il corbo: Eh, sciocca, vuoi tu ch’io t’in segni? Vola quant’alto puoi e lascia cader la conchiglia sul duro di questo sasso, ch’ella si romperà. Il successo fu questo: l’aquila seguì il consiglio, la conchiglia si spezzò, il pesce ne uscì e il corbo cattivello, che stava quivi aspettandolo, sel beccò.

allegoria: I consiglieri avari indirizzano al proprio comodo gli lor consigli.”

 

Non vi è dubbio alcuno che la sapienza popolare di tutti i tempi e luoghi è fondamento della filosofia morale soprattutto da un punto di vista pratico e pragmatico del saper vivere, a volte rinunziando a qualcosa per avere l’essenziale, cioè ciò che dà l’essenza vitale nell’equilibrio dei desideri, filtrati dall’intelletto e dalla ragione, e mossi da una volontà consapevole del senso delle cose e della vita stessa.

Mattutino

I monaci basiliani (San Basilio di Cesarea è l’autore della prima regola monastica della grande chiesa del IV secolo) utilizzavano lo schema qui a latere per la preghiera quotidiana, e il modello benedettino ne tenne conto, specie nelle clausure. Ogni tratto della notte e della giornata era buono per elevare al Signore la preghiera del cuore che iniziava spesso, soprattutto nella chiesa d’Oriente, con una bellissima giaculatoria cioè, da sua etimologia, un “dardo” (lat. iaculum) lanciato verso Dio: “Signore, Figlio di Dio Padre onnipotente, abbi pietà di me peccatore“.

Era non solo l’umile rivolgersi all’Incondizionato, ma anche  il riconoscimento del limite oggettivo e soggettivo dell’essere umano, della sua finitezza, della sua miseria, al contrario della iattanza che contraddistingue molto del pensare, del dire e dell’agire odierno sul web, sulla carta patinata dei magazine, in tv. Oggi sembra che l’uomo si sia fatto quasi omnipotente, vantandosi senza un minimo di umiltà della sua scienza, della sua tecnologia, della sua capacità di modificare il pianeta Terra e se stesso. Bene, benissimo i progressi della medicina, della biologia, della fisica, ma non tutto ciò che consentono di fare, è lecito fare, poiché vi sono dei limiti etici a parer mio insuperabili. Straordinario è il lavoro che è stato fatto sulla genetica animale e umana, e il poter usare le cellule staminali per guarire patologie gravi, ma non il loro utilizzo per modificare, ad esempio, il genere di un nascituro. Ottima cosa usare le risorse presenti sulla terra per migliorare la vita delle persone, ma non abusarne fino a danneggiare in modo speriamo non irreparabile l’ambiente stesso, che è come l’utero di una madre per il feto. L’ambiente e gli altri animali non vanno mitizzati, ma rispettati per il loro ruolo nell’equilibrio più generale. E qui mi rivolgo specialmente ai più accesi animalisti e vegani: cercate di vedere le cose a partire dall’umana autocoscienza, e non dal mero vivente, perché -per coerenza- dovremmo morire di fame, in quanto anche l’insalata geme e soffre quando viene raccolta. Non lasciare un cane in autostrada è bene, trattarlo come fosse un bambino è male.

E infine, l’uomo d’oggi non deve mai dimenticare di essere spesso solo un nano sulle spalle dei giganti del pensiero e della ricerca precedenti, da Platone e Aristotele a Cartesio e Galileo, Darwin, Einstein, Curie, Freud, Dirac etc., che hanno via via elaborato e corretto, sia pure in parte, il pensiero dei predecessori.

Al mattino vengono a volte questi pensieri, prima di andare al lavoro, o avendolo già iniziato “in remoto” via e-mail o watts app, tra le sei e le sette quando il silenzio ancora avvolge casa e le vie adiacenti, verso la grande campagna, che trascolora nell’autunno. Un bel merlo maschio è venuto a trovarmi mentre scrivo sul terrazzino verso il giardino interno, e osservo l’ulivo sempreverde che sbarbaglia i raggi del primo sole.

E poi vien l’ora della partenza per una delle aziende che seguo, quella che mi dà più “pensieri”, ma anche soddisfazioni, in questo periodo, il “fabbricone” di pizze della pedemontana, dove le persone (con l’aiuto del Padreterno) hanno fatto un miracolo, dieci giorni fa, cioè di farla ripartire due giorni dopo un devastante incendio.  Miracoli che può fare l’intelligenza, la dedizione, il cuore delle persone umane, dai proprietari a ogni dipendente, dirigente, quadro, impiegato o operaio che sia.

L’uomo può se vuole scavalcare montagne, esplorare territori sconosciuti, definire nuovi limiti a se stesso e alla forme organizzate, perché ha in dotazione una mente plastica e adatta ad affrontare le emergenze, anche quando sono tremende. Sono orgoglioso di fare parte anche di questo gruppo, dopo aver affrontato in anni precedenti gravi emergenze occupazionali, sempre risolte senza danni per le imprese e per i lavoratori.

E questo basta e avanza per darmi forza senso al mio agire, fin da questi pensieri mattutini, tra l’ulivo, un merlo maschio e il lavoro da fare.

Buona giornata a te caro lettore.

Impressioni d’ottobre

Parafrasando la gloriosa PFM (Premiata Forneria Marconi), che cantò settembre, il primo giorno d’ottobre merita un pensiero. Il risveglio più lento della domenica è accolto da un suono di campane, proveniente dal centro del paesone delle Terre di Mezzo, ma echeggia il suono di tanti anni fa, a casa dei miei, mia, in quel di Ravignano, come scriveva Ippolito Nievo ne Le confessioni di un italiano.

Mi torna alla mente, ecco la memoria, il ricordo, ed ecco per dove passa l’oggetto della memoria, per il “cuore” (ri-cor-do), l’arrivo di quelle domeniche autunnali, quando si andava a pranzo dalla nonna Catine, e c’era polenta e coniglio, e papà Pietro era ancora in Germania, e lo sarebbe stato fino ai primi di dicembre. Magari papà aveva appena scritto una lettera a mamma Gigia, e lei l’aveva portata dalla nonna, per leggerla insieme, tanto non c’erano dentro mai cose intime loro, ma sempre di tutti… e i bambini come stanno?, io e mia sorella Marina, che stava ancora bene.

A volte nel pomeriggio arrivavano cugini e cugine che oggi, anzi da qualche anno, ho perso di vista, ma funziona così, i parenti li perdi di vista se non hai da condividere nulla, mentre gli amici restano, così come gli amori veri, anche se declinati nel tempo in modo diverso.

Stavo dai nonni volentieri, e guardavo la nonna valutare il risultato della piccola vendemmia di merlot appena finita, duecento litri di ottimo rosso dal sapore mandorlato, che anch’io contribuivo a produrre, dalla vendemmia ai vari travasi, compresa la pigiatura, cui provvedevo a piedi nudi nel tino, insieme con nonno Dante. A proposito, ecco un legame con la mia bambina, che ha quel nome santificato nella Commedia divina dal Poeta sommo che a tutti noi insegna. Anzi, ricordo che verso i dieci o dodici anni ero già abbastanza forte e grande da sostituire nonna Catine nello spargimento del solfato di rame sulle viti a primavera con la pompa apposita, portata in spalla.

Le campane di stamattina poi mi riportano alla mente altri momenti di quegli anni giovanili, la Settimana santa con il loro silenzio e l’esplosione del Gloria pasquale, il mese di maggio e i suoi rinnovati tepori, le grandi festività post-pasquali come la Pentecoste, antica come il libro degli Atti scritto da san Luca, e il Corpus Domini, risalente al “miracolo di Bolsena” e alla “consulenza teologica” di  Tommaso d’Aquino, che aiutò il papa di allora, Urbano IV, a ricordare quel che era accaduto a quel sacerdote boemo incredulo, di nome Pietro da Praga, con una festività apposita. Era il 1264. Mi ricordano le festività natalizie, avvolte nel tepore delle cucine e delle case un poco dimesse del vecchio paese lontano da tutto. Il mio paese.

E talvolta andavo dalla zia Enrica, la sorella maggiore di mio padre, sposata a un benestante, che possedeva trecento campi friulani, circa cento ettari, il nobile Massimiliano Gattolini da Romans di Varmo, cui dovevo dare del “lei”, e chiamare “signor Zio”. Anche la zia si poteva fregiare così del titolo di “nobildonna” Enrica Pilutti Gattolini. A modo suo mi voleva bene, pur mantenendo quel distacco che oramai era fisiologicamente dovuto tra la sua nuova famiglia di possidenti e quella di origine, quella di mio padre operaio emigrante, una differenza di censo insuperabile. Mi faceva raccogliere e portare via le squisite pere e mele cadute, e per un periodo mi pagò anche delle lezioni di solfeggio. Non è mancata vecchia, perché beveva e fumava, e ricordo la grossa gatta siamese che teneva, diceva lei, per scaldarla, vicino al suo seno prosperoso. La sorte poi non è stata benigna con i suoi figli, i miei tre cugini, e con tutta l’avita famiglia.

Nel mio cortile, che allora vedevo tanto grande, con un gelso storto ed enorme al centro, con i miei amici facevamo giochi interminabili, finché le mamme non venivano a prenderci per la cena. E poi c’era il pollaio con oche anatre galline e ogni altro volatile commestibile ai tempi, senza tante storie di sicurezza alimentare. Le cosce d’oca messe via nel loro grasso bianco per l’inverno, una squisitezza.

E l’orto pieno di ottime verdure e frutta, lungo lungo, almeno cinquanta metri, che arrivava fino alla roggia in fondo, ora interrata, acque limpide dove ci si poteva anche lavare, e lo zio Aldo da Milano lo faceva volentieri, mentre la zia Anna, la zia “Nute”, se la tirava fumando sul portone con la Ada dei Nonis, che faceva impazzire me bambino, con le sue tette enormi, messe bene in vista dalla scollatura generosa. Non sapevo perché, ma così era a quell’età mia, forse inconsciamente memore della mamma. Poi i miei gusti sono un po’ cambiati, in tema.

E altri innumerevoli amici e conoscenti si affacciavano al mezzo portone sempre aperto di via Umberto I, 81, amici di papà Pietro, suor Vincenza che veniva a chiamare mia madre perché un’anziana aveva bisogno di una iniezione, don Aurelio per parlare della mia “vocazione” sacerdotale, che delusi ampiamente, ma poi, caro don Aurelio, che mi insegnò le prime parole di greco quando a sei sette anni chierichetto servivo il Mattutino della Settimana santa, son diventato anche teologo patentato, cioè professore dei corsi per diventare prete. Non prete, ma studioso delle Sacre scritture e di quanto si è scritto su di esse.

Da lì partivo adolescente per andare a scuola a Udine, al mitico liceo classico Stellini, la “scuèle dai siòrs“, la scuola dei signori, dicevano in paese, meravigliandosi che un ragazzo povero potesse frequentarla.

Quando poi son diventato una persona nota, molto mediatizzata, ero conteso in tutte le osterie per bevi un tai insieme. Così era nel tempo di Rivignano, in quegli anni, mesi, giorni del ricordo di questo primo giorno di ottobre, circa metà della mia vita passata con i piedi nell’erba.

E ora, che sono tornato con i piedi nell’erba, ringrazio l’Incondizionato Dio per la mia vita, e lo prego di dare salute e serenità a chi mi è caro, e anche agli altri umani di questo mondo.

El buen retiro de este dia en el final de septiembre

Dopo decenni, da meno di un anno son tornato con i piedi nell’erba. Il verde della campagna mi circonda, ultime case prima delle Risorgive. Nei pressi l’osteria dove Bea impara a lavorare per studiare. Uccelli chioccolano alla fine di settembre, in attesa dell’autunno. Già i colori della stagione volgono alle tonalità dell’ocra e del rosso cupo, un merlo si attarda sotto l’ulivo. Io contemplo tutto intorno ascoltando le campane del sabato che annunziano la rinascita, come ogni settimana, da millenni. Il rito si ripete sempre nuovo e unico, uno e innumerabile, come le stelle del cielo, come le cellule di un corpo, come i punti della superficie di una sfera, come le qualità del Divino che tutto trascende.

L’aria è ferma dopo che una brezza s’era fatta sentire, quasi ricordandomi il profeta Elia, che scorse nel vento leggero la Presenza. Telefonate amicali, ai confini tra l’affettività e il lavoro, come spesso mi accade in un tempo vigoroso e nobile.

Il senso del mio tempo si manifesta in tanti piccoli gesti, atti, parole, pensieri, silenzi. La profondità della vita si dipana tra il corpo e lo spirito, anzi nel corpo spirituale che mi costituisce, fin dal mio concepimento nell’utero di mamma Luigia. Misteriose forze promanano da tutta la mia storia genetica, lottando per prevalere, come gli alberi di una fitta foresta cercano di svettare per cogliere il sole mattutino.

Non so del domani, come ciascuno di noi, ché domani non esiste, e sarà solo quando.. sarà domani. Il senso del tempo è uno dei caratteri distintivi del sapere umano, una categoria necessaria, anche se fisicamente relativa, poiché di assoluto, di sciolto-da-ogni-altro-ente il tempo nulla possiede. Mentre penso, scrivo, immagino te gentil lettore che apri questo sito, so che accadono cose i cui vettori causali non conosco, né controllo, e questo può perfino darmi l’angoscia di cui scriveva Kierkegaard, l’angst, una sorta di apnea esistenziale che prende l’uomo cosciente del suo limite terreno, e lo spinge a gettarsi nell’infinito di Dio.

Non controlliamo quasi nulla delle nostre vite o, meglio, pochissimo, poiché il più è determinato dalla millenaria filogenesi dei cromosomi corsari che ci hanno condotto fin qui, e dalle condizioni ambientali in cui questi cromosomi nel tempo si sono incarnati, e dall’educazione ricevuta dall’ultima “incarnazione” come sono io, che sei tu, caro lettore, che siamo tutti, esseri umani, animali, animati, viventi. E pure le pietre hanno una storia, più arcaica della nostra, ma apparentata ad essa.

Guardando i volti delle persone che incontro, conosco, sfioro per le strade, i luoghi di lavoro, le stazioni, gli aeroporti, intravedo in lontananza e in chiaroscuro le tracce di traiettorie esistenziali uniche e irripetibili, provenienti da plaghe più o meno lontane, fino all’incrocio con la mia vita. E stasera guardavo la ragazza pronta all’uscita amical del sabato, alta e slanciata, figlia mia quasi in copia, proveniente, lei pure, dall’abisso cosmologico del tempo e proiettata oltre la mia vita, e ho pensato “che bello”, in realtà siamo immortali con la nostra progenie che ci supera e noi che abbiamo costituito l’anello tra i nostri genitori e i figli che abbiamo messo al mondo. Genitori e figli per sempre, coppie umane non per sempre, talvolta. La dimensione orizzontale dei rapporti umani è a rischio, quella verticale invece è più forte di ogni volontà soggettiva, perché garantisce la specie.

Pensieri lasciati allo scrivano che sono mentre la sera sta calando su noi, in questa plaga severa del Nordest, io scriba 2.0 del ventunesimo secolo, emulo dei predecessori egizi ed ebrei, allievo dei Padri antichi della filosofia e della chiesa, amanuense tecnologico e gutemberghiano, uso alla tastiera del tablet e del pc, io scrivano, autore di testi che utilizza parole e frasi, retorica e stile, secondo la lunga tradizione della scrittura occidentale.

Erano le luci del pigro e dolce tramonto settembrino che mi hanno suggerito di scrivere, e ora il buio della sera che viene mi dice di contemplare l’ennesimo giorno che se ne va nell’altrove.

Dell’umana complessità psicologica, tra maschile e femminile

andare è anche un restare tornare riandare, come movimento, non solo del corpo umano, del respiro, ma più ancora della psiche. Il pensiero lavora sempre, diversamente nello stato di veglia, quando è governato, come sembra, dall’intelletto, ma anche dalle strutture biologiche del cervello, rispetto allo stato di sonno. Il pensiero è movimento, corrente, flusso inarrestabile. Attorno all’attività cogitativa si muove il mondo, che alcuni ritengono sia tale solo perché pensato come tale, gli idealisti di ogni genere e specie, da Platone a Heidegger. Beninteso, non nel senso ingenuo di non credere che il mondo esista anche senza di noi, o nonostante noi, ma nel senso che il pensiero umano dà la misura e il senso di tutto-ciò-che-esiste, cioè di ciò che sta fuori (exsistit).

Non smetto mai di meravigliarmi quando scopro l’infinita varietà, anzi l’infinità di questo pensiero, specialmente se ascolto persone che hanno qualcosa da dirmi e quindi da darmi. La ricchezza del pensiero ricolma oceani, preoccupa e riempie di gioia, ti annichila e ti solleva, ti abbatte e ti fa ri-nascere, come il participio passato che è il mio stesso nome (ri-natus), Petri voluntate. Che Dio lo abbia nella sua gloria.

Quando ritieni di aver capito, cioè capto, catturato lo spirito, l’anima, la psiche di una persona, perché ti è molto vicina e la conosci, ecco che questo “aver capito” è solo un atto di somma presunzione, poiché al più puoi aver com-preso, cioè preso-dentro in qualche modo delle tue facoltà analitiche e sintetiche una qualche verità di quella persona, ma non mai “capito”. La verità di quella persona è infinitamente ridondante rispetto a ciò che ti arriva di lei, specie se declinato al femminile. La donna è un universo di meravigliose sinapsi, cosicché là dove tu pensi di trovare un dendrita ne trovi cinque, collegati fra loro e oltre.

Il cervello maschile procede per sillogismi, quello femminile per intuizioni di tipo angelico, come insegna la buona teologia, che vuol dire anche diabolico (il diavolo è un angelo, prima di tutto, per natura), se si tratta di una femmina malvagia. Ne ho conosciute, ma anche di buone, trasparenti, pure di cuore. In questo caso la sorpresa è continua, non tanto per i tipi psicologici studiati dai grandi maestri da Jung in poi, quanto per l’unicità di ciascuna persona, che non è, se non alla grossissima, codificabile, classificabile, categorizzabile.

La sorpresa è non solo la perenne capacità di ri-pensare in modi diversi le cose, le esperienze, i fatti vissuti, ma addirittura la capacità, quasi, di ri-crearne i contorni, facendo percepire all’interlocutore qualcosa di straordinario, di insolito, di spiazzante. La ferrea logica aristotelica allora non”tiene” più, soppiantata da un processo mentale rapidissimo e perfino in grado i turbare chi dorme sonni più tranquilli, come il maschio medio ponderato (eh eh).

Ma il piacere della scoperta di tanta caleidoscopica dovizia di umanità, supera ogni sconcerto possibile, rendendo più prismatica la lettura della realtà, anzi, si potrebbe dire, mutuando l’immagine dalla geometria dei solidi, più “sferica”, là dove sussistono infiniti punti immateriali atti a costituirne la superficie. La creatività del femminile è senza limiti, quasi a voler testimoniare la differenza originaria e originante dei due generi, di questi tempi confusi e di pigro pensiero,  E lo è a tal punto da creare talora imbarazzo e fastidio, ma solo nei poveri di spirito, e non nel senso di Matteo 5 e via andando, poiché quelli sono “poveri” nel senso di dare ai beni un giusto e non eccessivo valore, questi sono poveri perché mediocri e altrettanto presuntuosi, genere e specie ricchissima di esemplari umani.

Il paese delle mele

Echeggiando quasi il titolo di un vecchio film, che vedeva protagonista la allora giovanissima Sophie Marceau, iersera mi sono trovato a ricordare una amica scomparsa, anziana e intelligentissima, un’insegnante, una “maestra” vera di vita e di studio, nell’accezione più alta e aristotelica del termine, Marcella da Pantianicco, il “paese delle mele”. Il tempo delle mele è quello della gioventù, della scoperta, dei primi palpiti del sentimento amoroso, ma il paese delle mele è un locus animae, in mezzo alla campagna silenziosa delle Terre di Mezzo. Ne ho parlato così, a un pubblico attento, partecipe del ricordo e della memoria vera di una grande donna del Friuli.

Come vedete, se pure arrivato in ritardo per qualche mio limite attuale,  ho aderito molto volentieri a questa iniziativa che ricorda la carissima amica Marcella Cisilino, cui mi ha invitato Marisa Loszsach.

Ho conosciuto Marcella non molti anni fa, forse una quindicina, in occasione di un incontro culturale, e da quel momento si è creata una corrente empatica… e di un comune sentire su molte cose, che mi piace chiamare consentaneità, parola molto cara a un papa ingiustamente un poco dimenticato, Paolo VI.

Prima di tutto, quindi, come sempre accade nelle relazioni, vale la qualità della relazione stessa, non la frequenza e la quantità.

In seguito vi sono stati diversi incontri e dibattiti che ci ha visti compresenti, come quelli del Club Unesco di Udine, cara professoressa Capria D’Aronco…

E incontri a due, cui Marcella mi invitava per un aperitivo condito di argomenti sempre nuovi, in un tempo di banalizzazioni e di stereotipie mediatiche abbastanza infame.

Se dovessi dire tre termini che possono sintetizzare, a mio parere, il modo d’essere di Marcella, direi: curiosità inesauribile, onestà intellettuale, originalità nella ricerca, sui campi che la interessavano, ad esempio la musicologia, oltre alla saggistica, alla didattica e all’educazione dei ragazzi.

La curiosità si manifestava nella sua capacità di ascolto, oggi merce molto rara, e di interloquire con garbo sulle varie questioni, mai indulgendo alla vieta tuttologia oggi tanto di moda in tv, sul web e nelle occasioni socio-politiche della scena mediatica. Marcella avrebbe scosso la testa desolata ad ascoltare un Di Maio, cucciolo aspirante politico, e ora candidato a guidare il governo dal suo partito!, inventato ieri da un comico, confondere capitali di nazioni, date storiche e dire altre poco memorabili facezie, o il buonismo di certe cariche istituzionali (la terza magari, senza fare nomi?) che pretendono di farci allievi dei migranti come stile di vita… mentre mio padre emigrante per lavoro in Germania diventò un po’ tedesco, per modo di dire, ma restando friulano nel profondo, così come il senegalese deve rispettare le leggi italiane “diventando un po’ italiano”, ma restando senegalese nel profondo, finché il tempo delle generazioni future avrà fatto il suo corso.

Questa è la natura delle cose in un’antropologia sana.

O, aggiungo questa ultima, sempre immaginando Marcella in ascolto dell’avvocatessa campana che dice “i migranti forse non sanno che non devono stuprare (con un sottinteso pensiero di antropologia culturale che ammette lo stupro in quanto costume locale introiettato e piega un’etica elementare di rispetto della vita umana e della sua integrità, in nome di mere consuetudini arcaiche e tribali)”. Sarebbe come se noi friulani chiudessimo un occhio sulla quantità inenarrabile di incesti avvenuti fino a pochi decenni fa anche in nostre plaghe, forse discoste dai centri principali, ma sempre “nostre”.

L’onestà intellettuale di Marcella si manifestava nel suo radicale rifiuto di parlare di cose che non conosceva o di interloquire con chi le conosceva premettendo sempre un “forse”, oppure “non potrebbe essere che…”, o ancora “scusa se mi permetto, ma a me pare che…”, con un garbo gentile e nello stesso tempo naturalmente autorevole. La sua credibilità infatti si fondava su una fondamentale umiltà, che però non scivolava mai nella vieta falsa modestia, malattia morale molto diffusa in giro. Un esempio: so di persone abbastanza in vista a livello pubblico, che si sono scritte addosso un’autobiografia, dicono loro… spinti a farlo da amici che “dai scrivi qualcosa di te che hai fatto tante cose nella vita, dai…”, e ho in mente laici, e anche chierici, senza che ciò mi meravigli più di tanto. Infatti non penso che un sacramento in più dia la virtù, ma la penso come Aristotele e Tommaso d’Aquino, cioè che la virtù si nutre di comportamenti buoni, sani e costanti nel tempo, con l’aiuto di Dio, se si crede. La virtù è un “abito morale”, un costume buono consolidato nell’intelletto e nella volontà.

L’onestà nella ricerca di Marcella è misurabile nei suoi scritti. Io ho avuto da lei in dono, ad esempio, una originalissima e completa, anche se sintetica, Storia della notazione musicale, in cui lei spiega con poche essenziali didascalie e molti schemi la nascita della notazione musicale e del ben conosciuto pentagramma, nel plesso mediterraneo a partire dai modelli dei Greci. I Greci poetavano cantando e accompagnandosi con strumenti a corda, sia nella lirica sia nella tragedia con l’uso del coro. L’agile volumetto tratta poi dello sviluppo della notazione nella musica sacra, a partire dal Canto gregoriano (VI secolo d.C.) e dall’arte trobadorica italo-francese. Se si può dire un nome di quei tempi facciamo quello del probabile inventore del sonetto, Guido d’Arezzo.

Essendo poi io da un dodicennio il curatore dell’Agenda Friulana dell’editore Chiandetti, abbiamo ospitato almeno un paio di volte Marcella con suoi saggi di musicologia dedicati a stili e argomenti più vicini alla modernità.

E, da ultimo, permettetemi di dire una cosa: una decina di anni fa Marcella mi avvisò che si stava organizzando il Premio nazionale di poesia dedicato a Gioia Turoldo Malnis, nipote del padre David Maria. Lo vinsi con un sonetto che vi leggerò, dedicandolo qui ora a lei, che certamente ci ascolta da qualche “dove” Dio vuole.

Il titolo è: Mi sono familiari i lupi scuri

 

(lo trovate da qualche parte in questo sito, più indietro)

La realtà delle cose non è mai pigra, e ogni giorno è unico lungo il cammino infinito della vita

Noi umani numeriamo, classifichiamo, mettiamo in ordine, abbiamo bisogno di tassonomie, categorie, classi, ordini, famiglie di viventi, minerali, tipi di economia, di sistemi politici, di modelli sociali, di dottrine religiose, etc…, così ci mettiamo tranquilli, per modo di dire, pensando di avere tutto, o quasi, sotto controllo. Riusciamo perfino a pensare, nella nostra ansia di standardizzazione, che sia possibile “ingegnerizzare” in qualche modo anche la gestione delle persone nelle strutture organizzative, come ad esempio le aziende. Ma non è così, perché alla fin fine ogni vicenda, ogni vita umana è unica e a sé stante, ogni cammino originale e irripetibile. Individuale (“Ognuno sta solo sul cuor della terra…, Salvatore Quasimodo”)

Le giornate che si vivono sono sempre, pur nell’elenco innumere, uniche e, una volta transitate, non si ripetono, se non per sommi capi, se non come cornice di consuetudini, di atti quotidiani, da quello del sonno a ciò che si fa in stato di veglia, alimentarsi, metabolizzare i cibi, lavorare, incontrare, staccarsi dagli altri, alternare compagnia e solitudine. Ogni giorno è unico lungo il cammino. Ogni giorno è un lungo cammino lungo il quale puoi incontrare il dolore tuo e quello degli altri, e poi anche la gioia, che a volta sta lì dentro il dolore, a questi alternandosi. Il cammino è sempre più importante della meta, perché quest’ultima altro non è se non una tappa di un percorso ulteriore che sempre ti aspetta.

Sto capendo sempre di più che l’alternarsi del dolore e della gioia è un itinerario di conoscenza e di consapevolezza, e alla fine è un itinerario della coscienza d’essere.

Di conoscenza perché finalmente riesci a trasformare la corsa, anche quella in bici, in un pellegrinaggio, che ti permette di osservare le persone, i luoghi, gli atteggiamenti, le miserie, le grandezze e le cadute dei tuoi simili, e quindi di com-prendere meglio tutto e capire, cioè prendere-dentro e penetrare le “verità locali”, cioè imperfette e transeunti, ma con barlumi di luce, e capire di più anche ciò che prima ti sfuggiva o appariva nebuloso e informe: linguaggi, espressioni, silenzi, più o meno fragorosi, assenze, lamentele, reazioni strane, e via andando per la strada che fai.

Di consapevolezza perché guardandoti allo specchio riconosci tratti che prima ti sfuggivano, difetti, umanità nascoste, debolezze e anche punti di forza inattesi e sconosciuti, e ti collochi diversamente nello scenario del tuo mondo e del mondo, riducendo la distanza tra ciò che pensavi dovessero essere e ciò che effettivamente sono. La consapevolezza fa maturare quel principio di realtà che ci ha insegnato Aristotele, e che qualche volta ci sfugge, per frettolosità o per pigrizia. La realtà delle cose non è mai pigra.

La coscienza d’essere è come il contenitore di tutto, è il senso di appartenenza (aziendalmente si chiama commitment, ed è indispensabile per la collaborazione tra colleghi) a un tutto che ti trascende da sempre e per sempre, finalmente.

Il tempo che scorre è esso stesso un contenitore del tutto, categoria trascendentale secondo Kant, ma è anche uno stato interiore nel quale si svolgono, si dipanano tutti gli eventi e le storie umane e del mondo, nella soggettività di ciascuno di noi, negli alti e bassi che accadono, nelle vicende che capitano.

E allora è vero che ogni giorno è unico lungo il cammino della vita, reiterando solo la cornice delle ventiquattro ore, ma colmando di significati e soprattutto di senso questo nostro essere-al-mondo, anche se, come scrive Heidegger, inconsapevolmente gettati-in-questo-mondo.

Consentanietà ed empatia per la gestione sana delle relazioni interpersonali

Empatia è termine derivante da un glossario psicologico contemporaneo largamente in uso. Deriva dal greco en-pathos, cioè sentire (e anche soffrire, nel senso di sop-portare) dentro insieme. Oramai parlare di empatia, da quando la vulgata psicologistica (non psicologica) è diventata patrimonio televisivo e del web, di esperti, o sé putanti tali e con buon cachèt annesso, ma più spesso di pericolosi improvvisatori in materia, è quasi come parlare in Italia della pasta al ragù. Scontato,  e perfin banale.

La consentaneità è invece un termine dal profilo più filosofico-giuridico-letterario, un poco desueto, che significa essere-d’accordo, contrattualizzare una convenzione, o meglio, creare le condizioni per stipulare un accordo. Si può dire che essa descrive la fase antecedente alla stesura e alla firma di un testo su cui si sia riusciti a trovare un minimo comun denominatore, tale da poter essere condiviso da due o più parti in causa.

I due termini non sono dunque strettamente sinonimi, sia pure in ambiti culturali e disciplinari diversi. Penso però che andrebbero collegati su un piano razionale, là dove l’empatia, dimensione emotiva per eccellenza, può fungere da approccio e primo “collante” del rapporto che si sta creando, ma senza esagerare ché, lo sappiamo, un eccesso di empatia può rivelarsi pericoloso, perché porta chi lo vive in questo modo a un’identificazione troppo forte con l’altra persona, interlocutore, cliente, fornitore o chiunque sia, e con i legittimi interessi di questi. In una trattativa di lavoro o commerciale, ma anche nella normale relazione inter-umana (inter-personale, inter-soggettiva), l’abbandonarsi all’empatia porta il dialogo su un binario unico, che ben presto si dirige verso un ponte sospeso sul nulla.

L’empatia deve essere commisurata alla situazione, e quindi vigilata con cura. A quel punto entra in campo la dimensione razionale della consentaneità, cioè del sentire-insieme, del con-sentire su un affare, su un progetto di lavoro… e magari anche di vita. Esagerare con l’empatia è ridurre il dialogo tra due persone, che sono due “interessi”, a mero colloquio buonista improduttivo, quantomeno per una delle due parti.

Come in ogni altra attività umana, sia di pensiero, sia d’azione (ah caro buon vecchio Mazzini!) si deve prevedere e attuare l’intervento di tutte e due le dimensioni spirituali e psichiche che denotano l’essere umano, quella del sentimento e quella della ragione (cf. J. Austen). Oggi molti studiosi parlano di intelligenza emotiva, e va bene lo stesso, perché si riassume nello stesso sintagma la doppia faccia della relazione, l’una delle quali non può prescindere dall’altra, pena, o la sua vanificazione pratica se si mette in campo la sola empatia, oppure l’incomprensione radicale se l’empatia manca.

Non possiamo mai pretendere di entrare in sintonia (syn-tònos, dal greco: con-lo-stesso-tono) con alcuno, se non ci spendiamo in qualche modo sul piano dell’energia emotiva, per poi passare all’analisi razionale delle cose da discutere e/ o da fare insieme. Nell’economia contemporanea la partnership e la comakership, richiedono questa lucidità di vedute, insieme con la pazienza e la perseveranza necessarie per la costruzione di una relazione di qualità, precondizione per ogni passo ulteriore nel segno della collaborazione di lavoro e anche nell’ambito degli affetti.

Un esempio pratico: in ragione di esperienze fatte e studi approfonditi sono ritenuto abbastanza esperto del fenomeno del mobbing, per cui vengo anche consultato da colleghi e uomini d’azienda, fenomeno presente da sempre in tutti gli ambiti e ora bene attestato e codificato anche negli ambiti lavorativi, aziendali e non  (si riscontra anche nella scuola, nella sanità, nell’esercito, nella chiesa…). Ebbene, per cercare di capire le origini del fenomeno in un dato contesto, ho sempre applicato la “ricetta” congiunta di empatiaconsentaneità. L’empatia mi è servita a creare fiducia e confidenza nelle persone che ritenevo indispensabile interpellare per indagare sul fenomeno e conoscerlo, e la consentaneità per condividere una soluzione razionale al problema che si sarebbe potuto porre, se non conosciuto, arginato e risolto.

Su questo tema e su altri di carattere relazionale non ci si può improvvisare, ma bisogna osservare le cose in maniera paziente, certosina, e perfin sofisticata, scoprendo i segnali più deboli, e poi studiare studiare studiare, fino a raggiungere una ragionevole certezza di conoscenza e quindi di intervento risolutivo.

Si potrebbero fare anche altri esempi, ma questo basti per dire ancora una volta come il bene dell’intelletto e le sue ragioni (cf. Pascal) vadano sempre coniugate con le ragioni del cuore.

Missa solemnis K 337 e Coronation Mass K 317, di Wolfi, ho Mozart nella mia sera

Suona la English Chamber Orchestra diretta da Stephen Cleobury, canta il King’s College Choir di Cambridge. Non le ascoltavo da un paio d’anni. Ora lo spirito si eleva nella sera e nel Gloria. Gloria in excelsis, et in terra pax, et in corde meo pax et spes sit.

Sorrido. Laudamus te, benedicimus te, adoramus te, glorificamus te, gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam. Il contralto ricanta in melodia quanto il coro ha già proposto. Sono un privilegiato che posso sentire questa musica con le mie stagionate meravigliose Tannoy, nel silenzio della casa, da solo, si sta bene in solitudine, anzi nella solitarietà scelta, sapendo che molte persone, quelle giuste, ti vogliono bene.

Crucifixus etiam pro nobis, sub Pontio Pilato, passus, passus, passus et sepultus est. Morto per noi. Ma i violini…

Et resurrexit tertia die secundum scripturas…, certo che è risorto, eghèrthe, è stato risuscitato dalla Sua divinità benedetta e benedicente. Osanna in excelsis. Sia resa lode e gloria nelle altezze sideree indicibili, che parole umane cercano di inutilmente cantare, come Dante fece per tutti noi al modo umano.

Le voci del Coro di Cambridge sembrano provenire dai cori angelici dove l’armonia regna, e la pace e la giustizia vestita di armonia.

Cum Sancto Spiritu. Sembra la sintesi di tutta la bellezza del mondo, quella umana e quella divina, i paesaggi, le montagne, il verde della campagna, l’orizzonte del cielo e quello del mare. La musica proviene e promana da parti sconosciute, linguaggio ancestrale e sempre nuovo, non necessita di traduzioni o spiegazioni perché sta davanti e dentro di te, come una luce pura.

Il giovane Mozart è qui in casa mia, sedicenne come quando scrisse la Coronation Mass, e conversiamo, un po’ in latino e un po’ a gesti. Si è seduto sul vecchio divano, lui è piccolo rispetto a me e mi chiede che cosa faccio e come mai ho tante musiche sue, lì nei vecchi meravigliosi vinili, quasi cinquanta, e nei cd. Ma, mi dice, si sente meglio dai vinili, gli dico io, il suono è più caldo e vero.

Mi chiede il giovine Wolfi quanti dischi in vinile abbia, e gli rispondo circa mille. In silenzio li passa in rassegna, poi mi chiede chi era quella bella ragazza che usciva quando lui è entrato furtivamente a trovarmi, e se è lei che suona l’arpa celtica, che guarda con interesse. Mia figlia Bea suona l’arpa e canta, gli rispondo, chiedendogli se mai voglia ritornare, d’accordo con me, per ascoltarla a sua insaputa. Lei non vorrebbe mai, perché si schermisce sempre.

E così la sera è andata avanti, io e lui, mentre il buio scendeva quasi settembrino. Si stava anche in silenzio, ha voluto un tè e null’altro. Non aveva il parrucchino ma i suoi capelli castani e il suo naso ben pronunciato. Gli ho chiesto dell’imperatore Giuseppe II e mi ha detto che è un brav’uomo intelligente, molto più del vescovo di Salisburgo Colloredo, di cui il padre Leopold era servo.

A un certo punto si è un poco immalinconito, perché doveva andare via, e affrontare un lungo viaggio fino a Vienna, dove lo aspettava Leopold. Io lo avrei trattenuto per la notte e anche per domani, domenica, magari per parlare ancora e fare una passeggiata insieme.

Non ha voluto, anzi si è alzato perché ha sentito il nitrito dei cavalli che arrivavano fuori del mio portone. Gli ho dato la mano e lui me l’ha stretta nella sua manina adolescente, sorridendomi prima di andarsene.

Tu forse, caro lettore, penserai che io sia impazzito… ebbene sì, di queste gioie che stanno in mezzo al resto della vita, grato all’Eterno Padre che provvede a tutto, a Mozart e anche a me, nella notte che viene.

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