Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: estetica (page 1 of 10)

Il decoro e la vergogna

Dulce et decorum est pro Patria mori“, cioè è cosa dolce e onorevole morire per la Patria (Orazio, Odi, III, 2, 13). Così credevano i nostri Padri latini. Mi sono chiesto spesso se io sarei morto o morirei per la Patria e, quasi senza esitare, mi sono sempre risposto “sì”, perché se la Patria è la terra dei “nostri padri e delle nostre madri”, e cioè la tua casa, il paesaggio naturale e interiore dove vivi e dove vivono le persone che ami, non puoi non ritenere degno del sacrificio più alto la sua difesa. Senza che ciò suoni stonatamente eroico o retorico. Dolce e onorevole, però, è di questi tempi recuperare anche un senso estetico, e forse il senso naturale,  quasi primordiale della bellezza, come segue.

Hai presente, gentil lettore, la Madonna Annunziata di Antonello da Messina? se no, vai a cercarla sul web e ammirala, ché forse non esiste immagine muliebre più sublime nell’iconografia sacra e profana di ogni tempo. In quel quadro il grande Antonello è riuscito a trasfondere la bellezza allo stato puro, senza mediazioni od orpelli estetistici. La purezza delle linee, la profondità dello sguardo di Maria di Nazaret incanta ogni persona, e lascia intravedere qualcosa di indicibile, oltre e nell’Oltre.

Di contro, quale decoro si intravede da tempo per le nostre strade? Mi racconta l’amico Mario che quando visitò la Moschea Blu a Istanbul con Rosanna e Maria Vittoria, consegnarono loro una veste leggera e un velo per entrare nel luogo sacro. E lui, vecchio -si fa per dire- reprobo ateo ed ex comunista le trovò bellissime, come le altre donne che si erano colà recate per la preghiera dell’ora quotidiana.

Non sto qui facendo un panegirico del velo islamico, o del velo cattolicissimo che le nostre mamme e nonne fino al 1965, post Concilio Ecumenico Vaticano secondo, erano obbligate a indossare entrando in chiesa, ma mi chiedo se non sia da recuperare un poco anche solo il buon senso e il buon gusto del decoro estetico, di una bellezza semplice e rispettosa dei luoghi.

In giro vediamo ragazze con rotolini di carne debordanti e ombelichi talora provvisti di metallo che protrudono in fuori, con risultati estetici a dir poco penosi, vediamo volti sfatti dalle merendine e dal chewing gum, masticato in faccia a ogni interlocutore, ci disturbano l’udito inascoltabili stupidaggini che escono da bocche ignoranti e da menti silenziate. Grazie a Dio che non è la norma.

E, ragionando con l’amico, scopriamo che questa  deriva dipende anche dalla crisi di un salutare sentimento, quello della vergogna. La tv e il web stanno oramai abituando gli utenti, di tutte le età, a non badare più a nulla e ad ammettere tutto, spudoratamente, in parole, gesti, fotografie, filmati e ogni altro mezzo o supporto mediatico che oggi è possibile utilizzare per comunicare in tempo reale le proprie ubbie, il proprio odio, i propri gusti e disgusti, in un pantano sempre più immondo di comunicazione ansiogena, stereotipata e volgarissima, anzi semplicemente stupida.

Bisogna riproporre nell’educazione familiare, nella scuola dell’obbligo e oltre, il sentimento della vergogna come salubre strumento di autoanalisi e di rieducazione individuale e collettiva. Occorre re-imparare a vergognarsi di quello che si dice, di quello che si fa e perfino di quello che si pensa, per incominciare a guarire da questa patologia psico-morale che ci ha investiti in questi ultimi decenni.

Un esempio di utile uso della vergogna: chi mi legge o mi frequenta sa che non sopporto Laura Boldrini, che ritengo inutile e dannosa nel ruolo che ha, per come lo interpreta, per le cose che dice e per quelle che tace, ma non sopporto neanche chi la insulta con epiteti e la minaccia con frasi inaccettabili. La Boldrini se ne vada al più presto, ma costoro stiano zitti per sempre, e si vergognino.

Dulce et decorum est cogitare et agere bona.

Il sole nella pioggia

A volte accade, anche stamane, dopo la bufera. Il verde agostano delle foglie fa intravedere scaglie d’azzurro intervallate da nubi leggere. Dopo la bufera. Come nella mia anima. La prima notte di quiete si affaccia sul mondo come un mirum. Se desidero musica nella casa solitaria vuol dire che qualcosa mi illumina l’anima.

Ho la mia grande casa a disposizione. I rumori li produco solo io e la mia musica. Poi uscirò e starò bene incontrando qualcuno. Anche la piscina mi aspetta e il riposo. Una lezione nel pomeriggio al volenteroso ragazzo, che andrà avanti nel suo liceo. Metodo e razionalità.

Ascolto le antiche Orme, Gaber, Los Marcello Ferial e van De Sfroos, allietando le prime ore del sabato. Il nostro tempo è sempre il sabato, cioè il tempo dell’attesa senza ansia, sapendo che l’incontro con il dolore è esperienza e ascesi, cioè esercizio fisico e mentale, come ben sapevano gli antichi sapienti. Imparo ogni giorno il cambiamento come il disvelarsi di un incantesimo, o incantamento.

Il tempo si dipana veramente come kairòs, come tempo del cuore, mentre la cronologia sfuma nei giorni passati, svanendo. Sant’Agostino, i volti nel mio tempo, Johnny Cash, Woody Guthrie, Robert Johnson e Jimi Hendrix mi fan visita sorridendo stamane, con i soliloqui, il blues padano e quello americano.

E oggi è come nel titolo della canzone di Alice, la carissima Carla Bissi, con cui condivisi una pizza a Udine tant’anni fa, Il sole nella pioggia.

Ogni parola che proferisco, ogni parola che scrivo è insufficiente a dire la gioia di un risveglio buono, fresco come all’inizio, come all’alba del mondo. E penso alle persone che mi vogliono bene, a quelle che si fanno vive oppure condividono i miei silenzi. E gioisco.

L’andirivieni delle cose e dei pensieri rotolano nel fiume infinito dell’essere, e divengono-come-altro mantenendosi dentro l’alveo della vita nostra.

Il fiume dell’essere mi ricorda l’immenso Dniepr a Dnieprpetrovsk, che scavalcai qualche anno fa, meravigliandomi della sua potenza, o l’ancor più imponente Rio Paranà a Rosario d’Argentina, una ventina d’anni fa. Tanto ampio da non vedere l’altra sponda. La nostra vita è navigazione in mare aperto, oltre Gebel el Tarik, nell’Oceano, nel Mare-Oceano sfidato da Verrazzano e da Colombo, da Vasco de Gama e da Fernando de Magalaes, ogni giorno, non solo per un anno o per pochi anni.

E così si attende, si spera, ci si illumina e rattrista, per poi riprendere colore, come fa il sole che spunta tra le nuvole piene di pioggia, inopinatamente, quando si ferma il turbine del vento, e tutto si placa, quando si apre il cuore.

Ersilio

…non l’ho mai conosciuto, ma ho un suo quadro in casa. E’ mancato a questa vita terrena qualche settimana fa, ma solo a questa vita terrena, ché il suo spirito è ben vivo nella visione dei beati, anima immortale. Si tratta di un monocromato geometrico che si armonizza benissimo con le Nympheas di Monet, stampa dal Musée Marmottan, Paris. Quadrato su compensato, sfondo bleu, à la francese, quadrato grigio-celeste e cerchio con sfumature delicate. Secco, essenziale, logico, ma pieno di un pathos misterioso e calmo, quasi presago di luminose lontananze, espresse nelle gradazioni tendenti al grigio del cerchio centrale, che appare in rilievo, una sorta di luna dentro la finestra che dà sullo spazio infinito.

Me l’ha regalato un severo dirigente dell’azienda pedemontana, quella che fa le pizze per tutto il mondo, per gratitudine e amicizia. Faranno una mostra dei quadri di Ersilio a Polcenigo, nell’incanto viridescente della Liquentia. Ci sarò.

Non so perché ma il quadro mi rammemora una ballata capolavoro di Lucio Battisti, “Anche per te”, anche se il testo non c’entra con il ricordo di un padre mancato troppo giovane, e vivo nel cuore e nelle opere, ma vivo nell’essenza divina che tutto comprende, e a tutto dà vita. Un testo che commuove e io non posso ascoltarlo tanto spesso. Questo ho veduto negli occhi di Alessio quando mi ha donato il dipinto di Ersilio, un “anche per te” vorrei…

Il testo meraviglioso di Mogol mi aiuta a comprendere meglio il senso del dono e dell’affetto, unico, irripetibile, che puoi provare per una persona.

“Per te che è ancora notte e già prepari il tuo caffè/ Che ti vesti senza più guardar lo specchio dietro te/ Che poi entri in chiesa e preghi piano/ E intanto pensi al mondo ormai per te così lontano/ Per te che di mattina torni a casa tua perché/ Per strada più nessuno ha freddo e cerca più di te/ Per te che metti i soldi accanto a lui che dorme/ E aggiungi ancora un po’ d’amore a chi non sa che farne/ Anche per te vorrei morire, ed io morir non so/ Anche per te darei qualcosa che non ho/ E così, e così, e così/ Io resto qui/ A darle i miei pensieri/ A darle quel che ieri/ Avrei affidato al vento cercando di raggiungere chi/ Al vento avrebbe detto sì

Per te che di mattina svegli il tuo bambino e poi/ Lo vesti e lo accompagni a scuola e al tuo lavoro vai/ Per te che un errore ti è costato tanto/ Che tremi nel guardare un uomo e vivi di rimpianto/ Anche per te vorrei morire, ed io morir non so/ Anche per te darei qualcosa che non ho/ E così, e così, e così/ Io resto qui/ A darle i miei pensieri/ A darle quel che ieri/ Avrei affidato al vento cercando di raggiungere chi/ Al vento avrebbe detto sì”

Così, anche se differentemente, Alessio continua ad avere suo padre Ersilio con sé, nella pura luce del ricordo, che è un riportare attraverso il cuore la memoria di tante ore passate insieme, tante parole scambiate, tra un bimbo e un uomo all’inizio, e ultimamente tra due uomini, neanche tanto distanti di età.

E’ un rendere immortale una storia, cogliendone l’unicità, e semplicemente constatando che nulla finisce mai, perché tutto è eterno dal punto di vista di Dio, dove vivono gli eterni essenti, come Ersilio, caro amico Alessio. Buona notte.

Il riccio e la pantegana

Caro mio lettor di fine settimana o, come si dice oggi, del week end (che pena questo ennesimo anglicismo!),

ero seduto a fine giornata ai margini del parco, stasera, con i miei pensieri in chiaroscuro, più scuri che chiari. A chi mi chiedeva al telefono che cosa stessi facendo ho risposto: “Sono seduto su un vecchio pneumatico ai margini del Parco delle Risorgive, e aspetto che compaia dalla macchia un riccio, o almeno una pantegana, per conversare un poco“. “Ah si?, certamente ho risposto, di questi tempi interloquire con un riccio o una pantegana può essere più interessante che con gli umani.”

Il riccio e la pantegana, che poi non si sono fatti vedere e io mi sono incamminato un po’ mestamente verso casa. Deluso che non sono venuti a trovarmi, nonostante io viva tutto il giorno in mezzo alla gente per lavoro… mi mancava il riccio e la pantegana. Come si può parlare al riccio o alla pantegana? Certamente con gli occhi, con lo sguardo, non occorrono parole, né concetti, non vi possono essere fraintendimenti né secondi fini. Il riccio e la pantegana non ti ingannano, non ti usano, non ti accusano, non ti tradiscono, non ti mettono da parte.

Il riccio e la pantegana forse ti annusano da qualche metro, perché giustamente ti temono, temono la tua ferocia di essere umano, scimmia nuda coltissima e pericolosa. Però, se non li disturbi quando ti fanno visita a rispettosa distanza, forse indugeranno un poco nei pressi, furtivamente, il riccio con la sicurezza dei suoi aculei, e la pantegana con la sua rapidità topesca. Se fosse venuta la pantegana a trovarmi le avrei chiesto come stessero i suoi cugini conigli o gli scoiattoli, anch’essi con lei apparentati, e lei, forse un poco sorpresa della domanda mi avrebbe fatto segno con il muso affilato “che stanno tutti bene“, in mezzo alla macchia, al fitto bosco che circonda i corsi d’acqua del parco.

Se fosse venuto il riccio, con il suo passo più lento e meditabondo, avrei potuto chiedergli come stesse la sua famigliuola nascosta nella più remota macchia del bosco di ripa lungo il rio principale.

E così fantasticavo sulla pantegana e sul riccio mentre lentamente, ma a fatica, cominciava a calare la sera. Sono stanco di questa estate calda e avara, umida e fasulla, ambigua e feroce, giro di stagione perfettamente inutile, come un dito nell’occhio.

Sono stanco che vengano week end umbratili, e ho nostalgia del lunedì, come sempre nella mia vita, anche se il nostro tempo, come ho cantato, è sempre il sabato, e il primo giorno dopo il sabato la tomba è vuota (Giovanni 20), perché il Signore è (stato) risorto, e così penserà un poco anche a me, mandandomi a colloquio queste due sue splendide creature, il riccio e la pantegana.

Le Vie dei Silenzi e Charlie Gard

Conosco l’Alta via dei Silenzi che attraversa le Alpi Carniche, dal Peralba al Lastroni ai Laghi d’Olbe, dal passo Elbel a Mimoias, dal Tudaio al Col Nudo e fino alla Cima Manera. Ne ho percorso parti nel tempo e ci tornerò. Vi sono ovunque “vie dei silenzi”, che tagliano campi e strade, percorrono i fondovalle e raggiungono gioghi e creste montane. Anche la mia vita è una via dei silenzi, quante corse, quante escursioni in solitudine, quanti viaggi in auto, quanti tremori per viaggi altrui e pensieri.

Le Vie dei Silenzi fendono le strade movimentate e rumorose della vita quotidiana, così intrecciando vicende e muovendo vettori causali, solo apparentemente casuali.

La via dei monti è aspra, i sentieri numerati stretti e perigliosi, soprattutto quando si fanno roccia nuda, bianca o grigia, dolomitica o basaltica. Camini ardui si presentano all’improvviso, e lì devi inerpicarti, lì cercando appigli sicuri e badando a non scivolare. Ricordo ascese di fatica e entusiasmo, come posseduti-dal-dio, al grande Sernio, interminabile, oltre il Foran da la Gjaline e la Forcella Nuviernulis. Oppure l’immensa foresta superata quasi in notturna per arrivare al Corsi verso lo Jof Fuart, in compagnia degli stambecchi. Lo Jof di Montasio, il Cridola, il Civetta, il Coglians, la Creta Grauzaria, magnifica e silente.

Mentre cammino in campagna, per le Risorgive del Friuli di Mezzo, progettando un’ascesa al Peralba, penso a Charlie, il bimbo di otto mesi, inglese, che deve e morire, perché non può vivere.

La montagna e la malattia incurabile di Charlie hanno qualcosa in comune, l’ineluttabilità, la sofferenza e il silenzio. Come quando si cammina per ardui sentieri e creste vertiginose si deve fare silenzio per concentrarsi sullo sforzo e sui pericoli che si incontrano, così si dovrebbe fare affrontando un tema come quello di Charlie, evitando la canea mediatica che si è scatenata, e le divisioni tra realisti e buonisti, laici e cattolici o d’altre fedi, liberal-radicali e integralisti di ogni genere e specie.

Trovo che il dibattito sia come al solito in questi casi sgangherato, come ai tempi di Eluana, di Dj Fabo, di Welby. Sarebbe bene che i militanti (spesso militonti) di tutte le scuole di pensiero prendessero esempio dai camminatori, dai viandanti, homines viatores, di cui mi onoro di far parte, e stessero un po’ zitti, rispettando il dolore di chi ama Charlie, e ne segue ogni respiro, finché vivrà.

Non sappiamo quello che la ricerca scientifica potrà produrre per rimediare a malattie genetiche come quella del piccolo, ma un tempo l’uomo non conosceva neppure la circolazione del sangue o il meccanismo procreativo che prevede l’unione di due gameti uno femminile e uno maschile. Una volta.

Un po’ di silenzio, via!

Consapevolezza e rallentamento

Non si può fare tutto. E poi che cosa è questo “tutto”? Ovviamente sotto il profilo umano è solo una “parte” delle infinite (indefinibili, non definite) cose che si possono fare in “una” vita. “Una vita”. E dunque si deve scegliere, limitando le cose da fare nel tempo, fisico, che è incomprimibile. C’è chi accelera l’eloquio per timore di non dire “tutto-quello-che-ha-da-dire” nel tempo che ritiene gli sia concesso, e stanca con la sua velocità gli astanti; c’è chi è sempre indaffarato e non ha mai “tempo” per un’altra cosa e, di rinvio in rinvio, la cosa muore lì.

Io avrei teoricamente un appuntamento con un politico da anni (!!!), ma anche ultimamente, dopo che era stata fissata una data  concordata, l’appuntamento è saltato. Poco male. Vi sono gli affannati perenni che non cavano un ragno dal buco, nonostante sia un problema trovare un interstizio nelle loro agende: i sindacalisti sono specializzati in questo, avendo scarsa dimestichezza con un ordo rationum delle cose da fare, cioè delle priorità, che sono sempre le loro, ombelichi del mondo. Almeno quelli di queste ultime generazioni, che ti trattano da loro pari anche se hanno solo la scuola dell’obbligo e vent’anni di meno, nonché un’esperienza di studio, lavoro e vita che è un’infinitesima parte della tua (la mia in questo caso). Del “tu” a piena bocca prima di esserci messi d’accordo, approcci del tipo “Senti un poco…”. Aah Signor.

Anch’io spesso “vado di fretta”, e mi stresso: a proposito invito fermamente chi mi conosce e frequenta in qualche modo, a non usare con me questo brutto verbo latino anglicizzato (stringo, ere vs. to stress), perché mi dà l’impressione di una strizzata di co.ni. Eppoi, come insegna più elevatamente Wittgenstein e più tera-tera (direbbero Venditti o Totti) la Programmazione Neurolinguistica, più ne parli e più esiste, lo stress. Dai, lasciamolo perdere, por favor!

Nel borgo selvaggio dell’Appennino dove appena ieri mi trovavo a parlare di “coscienza, tra principi etici e consapevolezza”, ho rivissuto il senso del rallentamento consapevole, ho visto il fornaio fornire un’anziana abbarbicata vicino al castello diruto, ho sentito parlottare vecchi sulla panchina, mi sono lasciato perdere per gomitoli di strade come le ungarettiane quattro capriole di fumo sul focolare. Senza meta ho gironzolato per vicoli e scalette, salitelle e discesuole, piazzette e slarghi sulla valle amena del fiume Taro, che scorre in fondo verso il Po.

Lentamente ho vissuto per meno di due giorni, ricordando il vecchio amico che non c’è più, Alex Langer, che predicava -altissimo- lentius, dulcius, suavius, invece che citius, fortius, altius. Più lentamente, più dolcemente, più soavemente, piuttosto che (qui il “piuttosto che” ci sta!) più velocemente, più fortemente, più in alto. Ah i convegni di Città di Castello, la Fiera delle Utopie Concrete (ossimoro suo, bellissimo), di Spello, di Bolzano, di Novacella. Nell’altra mia vita quando a qualche amico potevo confidare i miei patemi. Ora non più.

A Berceto mi sono fermato andando e ho camminato fermandomi, di tanto in tanto, come insegna sant’Agostino, che ama gli opposti, le contraddizioni e i dialoghi tra l’io e il sé, i soliloqui silenti del sentiero rupestre che finisce oltre la collina, quasi in cielo, di un azzurro lancinante. Ieri mattina, con pensieri miei vaguli, transfughi come colombe del diluvio.

A Berceto un festival del pensiero pensante e pensato

… in un borgo appenninico dove si è svolto il Primo festival nazionale della Coscienza, sull’onda di una ripresa filosofica italiana molto interessante. Modena, Sarzana e altre località già da anni offrono occasioni di pensiero pensante, quasi facendo a gara per riportare al centro il diritto alla conoscenza argomentativa e logica in un tempo di crisi del linguaggio e delle relazioni interumane.

Sono tra i relatori con illustri colleghi come Boncinelli e Galimberti, e ne sono onorato. Ospite invitato, mi dicono, per la mia presenza sul web e una biografia e bibliografia di studioso pratico, si vede, per loro interessante. In Friuli un poco meno (sorrido).

A oltre ottocento metri, sull’Appennino parmense che già odora di mare, lungo l’antichissima via Francigena, e il fresco dei boschi concilia il sonno e la riflessione. Son venuto solo, la filosofia è anche solitudine, anche se non sempre. A volte è condivisione, confronto, a volte ricerca della solitarietà e del silenzio.

Devo parlare della “coscienza morale”, di che cosa si intenda oggi e nella storia per coscienza, per quel luogo dello spirito dove si decide tramite un giudizio circa la bontà o malignità delle azioni umane. Parlare della coscienza oggi può apparire perfino inattuale, vista la confusione lessicale e teoretica in essere. Oggi sembra si possa ammettere ogni scelta purché possibile, alla volontà umana o alle tecno-scienze, superando sempre i limiti posti dai costumi etici e dal diritto di migliaia di anni.

Non so come andrà a finire, anche perché non “andrà mai a finire”, o almeno non siamo nelle condizioni di poterlo ipotizzare. Solo i media da strapazzo e i non-pensatori di ogni genere  e specie riescono a ipotizzarlo. Troppe sono le varianti, innumerevoli i vettori causali, imprevedibili le decisioni e le azioni umane, per poter ipotizzare come si porrà tra qualche tempo la dimensione etica e quindi la coscienza nella vita degli esseri umani.

In un certo linguaggio teo-filosofico si può dire che la coscienza è la persona stessa, non di più e non di meno.

La strada che conduce al paese è tortuosa come anche in certe zone delle nostre montagne furlane, tipo le Valli favolose, e chi mi conosce sa quanto mi sono care. La montagna è boscata con ampie zone di scisti scuri. Il paesaggio silente, due auto sole incrocio da Borgotaro a Berceto, e poi l’accoglienza amicale, mi riconoscono dalle immagini del blog, Renato, caro professore possiamo darci del tu? Come no?, giro per stradine, la Collegiata di San Moderanno, antichissima, VIII secolo, dei tempi del re longobardo Liutprando, il castello diruto su in alto. Cammino sugli spalti come un armigero e godo la brezza delle antiche montagne.

Mi presenta Mariangela dell’editore Guanda, che bello, dicendo due cose di me che mi fanno pensare come il lavoro paghi, sempre, la fatica, e il ricordo di chi mi ha dato la genetica e la forza per studiare. Chi, se non i miei genitori? E chi ha avuto pazienza di sopportarmi in questi decenni.

Ecco il pezzo clou del mio intervento, letto lentamente nell’attenzione degli astanti…

“—Nei giorni di ciascuno di noi, quando il silenzio ci aiuta nella riflessione interiore, quando si riesce ad abbandonare lo strepito quotidiano, sorge dalle profondità dell’anima un fiotto irrefrenabile, come una colata di lava incandescente, come un torrente reso turbinoso dalla piena. Pensieri, rimorsi, ipotesi, pentimenti, moti d’ira raffrenati, intuizioni … e poi é come se, su tutto questo materiale confuso, si ergesse un giudice pacato e severo: la nostra coscienza. Per giorni, settimane, mesi, a volte anni, essa tace, avvolta nell’oscurità dell’anima, nel torpore di una volontà ferita, ma a un certo punto essa riemerge, senza prepotenza, —senza iattanza, in punta di piedi, quasi per non disturbare. E allora lentamente illumina l’ombra profonda che c’è dentro di noi, prima con barlumi infinitesimi, che ci permettono di intravedere qualcosa, e poi con sempre maggiore vigore ci mostra la nostra condizione. —Fino a che non riusciamo a vedere con chiarezza ciò che prima era avvolto dalle caligini, avviluppato dalle panie della nostra cecità. Ci mostra il male che è dentro di noi, la nostra superbia e la nostra cupidigia, madri maligne delle cattive azioni che abbiamo compiuto. —Siamo stati superbi e dunque abbiamo smesso di ascoltare, di imparare, di avere attenzione per noi stessi e per gli altri, travolti da quella che pensavamo fosse una vera, sana attenzione per noi stessi. Siamo stati cupidi e dunque abbiamo desiderato per noi beni sbagliati, finiti, disordinati, pensandoli adatti alla nostra vita. Abbiamo messo la sordina alla retta ragione scambiando il male con il bene.

—Come impostare allora la vita, allorquando, alla fine di un lungo tunnel male o punto illuminato, si trova la via d’uscita? Non certo pensando di avere sconfitto tutta l’umana fragilità che è in noi, che ci costituisce, almeno parzialmente. Essa è parte non eliminabile della nostra struttura personale, e ci rende cagionevoli, bisognosi di aiuto. Essa è uno specchio nel quale ritrovare la via dell’umiltà, che si oppone alla superbia come il bene al male. Il problema che ci sta di fronte è come riuscire ad armonizzare ricomponendo le nostre straordinarie facoltà di esseri intelligenti, cioè come ricostruire la nostra identità creaturale.

—Lo sforzo è grande e non privo di incertezze, cadute, ripensamenti, stanchezza. La perseveranza è la virtù da invocare e praticare. Proprio quando sembra che non ce la facciamo, che l’impegno sia troppo grande, smisurato, allora capita che ci accorgiamo di avere fatto un passo avanti, magari impercettibile. Ciò che fino a qualche tempo prima ci pareva nebuloso e incerto, comincia a stagliarsi alla nostra coscienza con un certo nitore.

—Ecco: la cosa giusta da fare è questa. Lì mi stavo sbagliando… La coscienza non ha voce stentorea, più spesso fa fatica a varcare la soglia della nostra percezione interiore, perché siamo affannati a fare mille cose, frastornati da innumerevoli interessi e incombenze. E non ci mettiamo in ascolto.

—Ma la voce (la coscienza) è resistente. E capace di emergere nei momenti di silenzio, quando finalmente fermiamo il nostro attivismo e ci predisponiamo al riposo. Occorrerebbe andarle incontro ogni giorno. Donarsi momenti di contemplazione e di cura del nostro spirito, fermandoci a osservare le cose, gli altri, il mondo, ma da fermi. In silenzio. E valutare le nostre azioni, soppesarle, confrontarle, chiedendoci se sono state congrue con il nostro esistere, se sono state buone, per noi e per gli altri.

—I credenti di tutte le religioni e i seguaci di tutte le etiche dei valori lo chiamano esame di coscienza, o giù di lì, ciò che è il solo modo che permette a quella presenza avvolta nella nostra oscurità interiore, di uscire dalla latenza cui spesso la costringiamo, per illuminare finalmente la nostra via di una luce pura.”

E poi la declinazione delle varie etiche, tra libero arbitrio e cultura degli uomini, tra scienza e fede, dialogando con un pubblico attento e rispettoso.

Son venuto via dal borgo montano, leggiero, in fronte la brezza sottile del mistero e del vento. Dove tornare.

 

(di seguito i Power Point utilizzati, anche se solo in parte)

la Coscienza morale2

la Coscienza morale3

Il potere della parola

Da quando l’uomo ha l’uso della parola, si è creato un sistema informativo complesso, che può anche essere elemento di disinformazione gravissima. Un esempio: tutti o quasi ritengono che il maggior fattore di inquinamento di mari e oceani sia lo sversamento di idrocarburi da parte delle petroliere, di navi in avaria o naufragate. Niente di più falso! Lo sversamento di idrocarburi costituisce solo il 2% delle sostanze inquinanti, mentre il 98% è costituito dai fumi di combustione delle grandi navi da crociera e delle decine di migliaia di carghi che solcano le acque marine. Il confronto con le emissioni dei mezzi di terra, auto e camion, non regge, perché questo è infinitamente minore, ragion per cui molta parte delle cause dell’effetto serra è da attribuirsi ai mezzi marini. E’ solo un esempio di come la parola “giornalistica”, magari non sufficientemente documentata, può fare danni inenarrabili e politicamente pericolosi, oltre che eticamente infondati. Basti pensare all’informazione politica e all’uso che dell’argomento fa correntemente.

Il ruolo formativo della parola è fuori discussione. La parola “forma” le persone, nel senso che serve a tutto il processo di crescita culturale e addestramento al lavoro dell’uomo: la parola è lo strumento principale che si usa nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle università. I testi e le lezioni sono fatti di parole, che possono essere adeguate ed efficaci o anche no. Vi sono infatti molti testi scolastici e universitari non redatti con principi didattici corretti ed efficaci, ma spesso o troppo difficili e astrusi (consultare per credere alcuni testi attuali di storia dell’arte per i licei, che neanche Sgarbi…), o costruiti in funzione dei loro redattori ed editori. Se entriamo nel tema dell’insegnamento, la maggior parte dei professionisti che vi si dedicano, maestri e professori di tutti i livelli, raramente possiedono una formazione didattica, per cui erogano sempre i saperi disciplinari a modo loro, e spesso con metodiche improvvisate e inefficaci. Certo è che lo status sociale degli insegnanti, a eccezione degli ordinari accademici, in questi ultimi decenni si è molto ridotto in termini di prestigio, ma questa non è una ragione o spiegazione sufficiente della mediocrità di molta parte dell’insegnamento.

La parola ha anche una efficacia performativa, cioè di cambiamento. Le parole sono pietre, nel senso che hanno un peso, valgono come un’esperienza vitale nei rapporti tra le persone. Per questo la parola va rispettata nella sua essenza etimologica, nella sua potenza semantica, nella sua efficacia espressiva. Come un apprezzamento nei confronti di una persona costituisce elemento di rinforzo e motivazione positivi, così l’insulto gratuito è inammissibile, violento e meritevole di ogni censura. Non si può insultare ingiustamente un uomo o una donna e poi fare finta di niente, così come non si può dire a un lavoratore “non capisci mai un cazzo” e poi sperare che il suo senso di appartenenza all’azienda rimanga positivamente inalterato. La parola cambia la vita, cambia le vite delle persone.

La parola può essere stonata e cacofonica fino allo iato, cioè fino alla sgradevolezza insopportabile. Bisogna avere cura delle parole, della loro armonizzazione, della correttezza del discorso, nell’uso dei verbi e della consecutio temporum. Non è banale curarsi dell’uso del congiuntivo nelle frasi esortative ed ipotetiche, nella sua connessione con il condizionale, invece di risolvere tutto con banalissime verbalizzazioni all’imperfetto. Manca tempo per coniugare bene i verbi? No, è solo pigrizia. Se si deve dire “se avessi saputo che non ci saresti stato non sarei venuto“, questa espressione non può essere scambiata con un banale “se sapevo che non c’eri non venivo“. Con quest’ultima versione della frase si guadagna un nanosecondo, a chi? alla bruttezza espressiva!

La parola usata malamente genera il il fraintendimento. Se non c’è la pazienza dell’espressione il nostro interlocutore spesso non comprende, non capisce quello che vogliamo dire. La fretta ci porta a semplificare i concetti, saltando passaggi logici fondamentali per consentire un normale sviluppo del dialogo e della conversazione. Avere cura dei termini che si usano non ha nulla a che vedere con la pedanteria, ma è semplicemente rispetto per la storia lunghissima del linguaggio e delle parole, che vengono da lontano, da altre lingue come, nel nostro caso, dal sanscrito, dall’indoeuropeo, dal greco e dal latino, e di queste conservano tracce profondissime nelle radici etimologiche e nella semantica.

La parola usata incautamente genera l’incomprensione, e quindi rovina i rapporti umani, proprio perché la parola ha un suo pondus naturale, cioè un peso significante ineluttabile, ineliminabile, inesauribile. Guai sottovalutare il potere della parola, pensando che “verba volant e scripta manent“, cioè le parole si volatilizzano e gli scritti rimangono. I nostri padri ritenevano la parola data più forte di un contratto scritto, cosicché siamo noi oggi responsabili incauti di una banalizzazione del valore della parola. In realtà, la parola, una volta proferita, diventa immortale, perché nessuno (neppure Dio) può annullarla, e quindi opera nel tempo e nella psiche umana per sempre, il sempre della vita umana e della storia. Bisogna fare attenzione a quello che si dice, perché quello che si dice, dice molto, se non tutto, di noi, nel bene e nel male.

La sottovalutazione del potere della parola è pericolosissima, perché è come se sottovalutassimo la nostra stessa umanità: noi siamo animales loquentes, homines loquentes, siamo del parlanti, e questo parlare, il linguaggio, ci differenzia da tutti gli altri animali. Sottovalutare la parola è come sottovalutare la nostra stessa umanità. Assurdo e pericoloso, oltre che molto stupido.

Con la parola si innesca il procedimento della persuasione. La parola è preziosa, poiché con essa possiamo persuadere senza manipolare, possiamo consigliare, consolare, rinforzare una persona in stato di disagio, possiamo aiutare e farci aiutare quando abbiamo bisogno noi di essere aiutati.

L’arte della parola è classicamente la retorica, che non va intesa come lo sproloquio politico-giornalistico attuale, ma come arte del ben dire, con grazia ed efficacia quello che dobbiamo dire, sia un ragionamento, sia un discorso, sia una lezione, sia una riflessione teorica o un consiglio pratico.

La parola connessa alle altre può generare un gap interpretativo: bisogna stare molto attenti a come si imbastiscono i discorsi, tenendo conto innanzitutto del contesto, cioè delle persone presenti, e anche degli obiettivi che ci si prefigge, sempre nel rispetto degli altri, e ricordandoci sempre dei nostri limiti umani ed espressivi.

La non condivisione delle accezioni terminologiche causa conflitti e dialoghi confusivi: è molto importante mettersi d’accordo sull’accezione che si dà alle parole, ai termini, altrimenti la confusione delle accezioni crea danni a volte irreparabili. “Io pensavo che tu volessi dire questo…” “Ma no, io intendevo quest’altro…” e così via, dando inizio al circolo vizioso e all’ammalamento della comunicazione (cf., tra altri testi, Pragmatica della comunicazione umana, Paul Watzlavick, Astrolabio, Roma 1980).

Il retaggio culturale ha a che fare con l’uso della parola. Ogni territorio, regione, nazione ha un suo rapporto con le parole; le lingue del mondo, che rappresentano i vari mondi esistenziali, sono migliaia. Non tenerne conto pensando che la propria lingua, e quindi le parole che si usano siano universali per senso e significato, è un grave errore, foriero di conflitti e, come la storia racconta, anche di guerre sanguinose.

L’esperienza della parola è l’esperienza stessa della vita umana, dal pensiero allo scritto, rappresentando la manifestazione più alta degli esseri umani. Occorre fare un viaggio nel tempo della parola per coglierne tutta la sua ricchezza, quando è capace di spiegare ciò che è complicato e di interpretare ciò che è complesso, a volte inestricabile, quasi indicibile. Infatti in parte la parola non riesce a rappresentare tutta la realtà in quanto tale. Kant direbbe che la parola racconta il “fenomeno”, cioè ciò-che-appare, non mai il “noumeno”, vale a dire ciò-che-è-in-sé-e-per-sé. La realtà sfugge sempre nella sua verità intrinseca, e si manifesta solo in parte.

Per questo la verità è la più elevata manifestazione del bene stesso, nella differenza irriducibile di ciascuno, che è esplicitata nella parola…

La linea d’ombra

Echeggiando un poco Joseph Conrad, e anche Goffredo Fofi, considero la linea dell’ombra, proprio dove finisce e dove inizia, ma anche dove finisce e dove inizia la luce. Ancora una volta è il contrasto a “mettere in luce” tutto.

Senza l’ombra non avrebbe senso la luce, ché è in-dicata dall’ombra, come dal suo vero-essere.

L’ombra non rappresenta l’oscurità, e tantomeno il male, bensì l’elemento di cesura tra la manifestazione epifanica, epistemica delle cose che appaiono e il loro nascondimento, come insegna Heidegger. Per l’uomo di Messkirch la verità è non-nascondimento, ri-velazione, apo-calisse. Essa è sempre dramma, anche quando è elegia della natura o d’amore. E dunque bisogna avere cura della verità (gr. a-lètheia), più ancora che del bene inteso come giusto dal senso comune.

La linea d’ombra può essere alle nostre spalle all’alba e davanti a noi al tramonto, dipende dalla direzione nella quale camminiamo. La direzione è il senso, cioè molto più della ragione delle cose, molto più del loro sentimento: il senso è l’itinerario della verità, ma non di una verità predeterminata, rigidamente data, ma in itinere, locale, costruenda…

Abbiamo bisogno della linea d’ombra per distinguere, per discernere, per scegliere, e infine, quasi inter-cedendo tra luce e ombra, trovare il conforto del giusto cammino. Per strada incontriamo viandanti in un senso e nell’altro, scambiamo un saluto, in montagna e in bici sempre, per strada in città quasi mai, chissà perché. Forse perché in bici e in montagna la linea d’ombra è costituita dal limite condiviso della fatica, dell’arduo incedere o procedere o, appunto, intercedere, quasi pregando la forza e la Luce inaccessibile di assisterci.

La linea d’ombra è con noi sempre, e ci capita di dire che le cose non vanno, di elencarle addirittura, se siamo stanchi o di cattivo umore, anche se la vita è bellissima, se il mondo è meraviglioso, con i suoi colori, il cambiare delle stagioni, la luce del sole, i silenzii, il vento, lo zittirsi della notte e il nuovo giorno.

Abbiamo la tendenza a dare per scontata la bellezza, la salute, la “fortuna”, il benessere e anche il bellessere, mentre ogni giorno è un miracolo, nel senso che è una meraviglia, una sorpresa, un evento. Ogni giorno si costruisce la vita con le proprie decisioni e l’intreccio della vita con le altre vite e le circostanze, i vettori causali che a volte chiamiamo -impropriamente- “caso”. In ogni momento, in ogni ora, giorno, mese, anno si dà impulso all’esistenza, crescendo o meno, nel passare del nostro tempo, adattando le forze e l’uso sempre più sapiente delle energie a noi disponibili come umani.

La linea d’ombra ci accompagna nei giorni e nelle opere, indicandoci il confine delle nostre azioni e dei nostri pensieri.

Comunque andando

Se la meta è il viaggio, l’itineranza, la meta del viaggio è solo un luogo da cui ripartire per dove, per ogni dove, come questa mattina, estiva dal denso clima, con pensieri diversi e distinti. Pensieri del mare e di terra, pensieri di lontananza e presenza, com-presenti nella mente e nel cuore. Necessità delle vite che permangono, così come le ore e i giorni che transitano attraverso me e attraverso ognuno che vive. Spinoza comprende la necessità delle cose, volendo mostrare che le scelte son quasi geometriche (Ethica more geometrico demonstrata), ma non son tanto convinto, perché resta spazio per l’arbitrio liberante di ognuno. Non insisterò mai abbastanza sul rispetto del libero arbitrio di ogni persona, che porta conseguenze necessarie, pur agendo nella contingenza. E’ solo dal-punto-di-vista-di-Dio, sub specie aeternitatis, che tutto-è-necessario, non dal nostro.

Tra poco la birota rossa mi porterà relativamente lontano nella mattina ancora non torrida di questa estate strana, e sarò di nuovo, trovatore inesistente nell’itineranza, nella perduranza, nella tardanza di eventi futuri. Oddio. La forza non manca né la volontà di procedere, di provvedere, di attendere, di essere presenti alle cose che accadono di per sé e per me, nel dipanarsi delle mattine e dei giorni. Ce l’ho solo, un poco, con chi non comprende la complessità, tutto semplificando in un abc di azioni e reazioni superficiali e a volte insensate, pensieri e atti presenti in ogni ambiente e circostanza. Ma oltre c’è il tempo della verità, che non può non vincere, così come vince la vita, sempre, dalle spore ai batteri alla balenottera azzurra, alla grande sequoia, all’uomo.

La strada assolata mi ha stremato, la salita della collina un limite odierno delle mie forze. Un’anima pura nel corpo stanchissimo. Ascolto la musica, parole di Giovanni della Croce, mezzosoprano Giuni Russo, che non c’è più. Il Carmelo di Echt, la storia di Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce, dove sarà ora? Bea è con me, qui. Pace e silenzio e solitudine e le cose del mondo. Insondabili pensieri.

Una giornata calda, vera e dura, con pezzi di lavoro e pezzi di vita pieni di sudore e lacrime, ma è così che vanno le cose al mondo, quando il dialogo non vince, quando i media prevalgono sull’incontro, quando il fraintendimento è quasi regola, quando la pietas latita e l’apertura della mente non c’è, quando il vento è fermo e solo qualche timida brezza si insinua nella sera.

Resta la virtù di speranza, alla fine, dopo che la conoscenza e l’etica si sono stancate di operare, oramai, anche loro stremate. La speranza, come scriveva il grande solitario di Koenigsberg “che cosa posso sperare?”

E io spero molto, anche perché l’amico Claudio, un medico, tornando da un viaggio condiviso nella Mitteleuropa, sorridendo diceva, rivolgendosi a me “Ma tu che non finisci di sorprenderci sulle innumerevoli cose che sai, hai fatto un patto col diavolo, o sei tu stesso il diavolo?”, suscitando il sorriso degli astanti in viaggio, e io: “No, io sono solo il figlio maggiore, quello rimasto vivo, di Pietro, e non è poco“.

Libera nos a malo, Domine Jesu Christe. Libera, libera, libera tutti…

Older posts

© 2017 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑