Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Voglio bene a Mario Balotelli e a Tiziano Ferro, bravi ragazzi normali, mentre Salvini inanella una gaffe dietro l’altra, e altri ministri come quello dell’ambiente riconoscono che i predecessori di dicastero non erano poi così male, ma anche il capo leghista, obtorto collo, deve ammettere che Marco Minniti aveva fatto un buon lavoro

Intanto il nostro centravanti nero, di origine ghanese (proveniente dalla famiglia Barwuah) coniuga bene i congiuntivi e poi, con voce profonda da omone giovane e robusto, parla di diritti umani con semplicità senza essere mai banale. Dice che sarebbe onorato di essere il capitano della Nazionale di calcio.

Lo sarà, ma intanto è importante constatare che questo ragazzone è cresciuto, è diverso da qualche anno fa, rappresentando meglio la generazione di quasi trentenni, e anche di ragazzi più giovani.

Il bravissimo cantante romano spera di non essere pressoché “trasparente” come uomo di orientamento omosessuale, anzi quasi invisibile. Convivono in questa beata Italia tante posizioni, tante opinioni, spesso fondate su mancanza di informazione e su pregiudizi. Molti parlano senza darsi la pena di conoscere le cose di cui parlano, e spesso senza una formazione adeguata, ignorando anche i fondamenti di un argomento, fregandosene bellamente di fondare il proprio pensiero su basi conoscitive solide e affidabili. A volte è una pena ascoltare chi parla in televisione o leggere chi scrive sul web, libero come l’aria e deficiente come un minus habens.

Se perfino Balotelli mi soddisfa significa che lo chef generale dell’informazione offre un modesto menù, senza offesa per il campione.

Giù nel Sud, nei pressi di Vibo Valentia, hanno fucilato un nero (chiamato da molti “negro”, con dizione spregiativa, non etno-antropologica), del Mali, Sacko Soumajli, che si occupava di se stesso e dei suoi conterranei migranti e lavoratori a tre euro l’ora, dentro il sindacato bracciantile USB, emulo di Di Vittorio, a quasi ottanta anni dalle lotte guidata da quel grande di Cerignola. Civilissimo rappresentante dei lavoratori, dignitosissimo e sapiente, di una sapienza antica.

Salvini invece parla di “galeotti” provenienti dalla Tunisia, e deve anche scusarsi con il governo di quella piccola nazione araba, a noi molto vicina. Bettino Craxi, che amava quella nazione e a Hammamet è morto, certamente l’avrebbe bacchettato invitandolo a informarsi meglio e a parlare da ministro con più cognizione delle cose. Nel frattempo, sempre il ragazzotto lombardo invoca Orban l’ungherese, il quale comunque ci è poco amico, con i suoi amici di Visegrád.

Il Gruppo di Visegrád si è costituito tra Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia il 15 febbraio 1991, al fine di rafforzare  la cooperazione tra questi tre stati e in seguito quattro (con la divisione tra Repubblica Ceca e Slovacchia dal 1993) sotto vari aspetti della vita civile, sociale, culturale, scientifica ed economica.

L’ispirazione del Gruppo di Visegrád è stata dovuta agli incontri avvenuti nel 1335 e nel 1339 tra i re Carlo I d’Ungheria, Casimiro III di Polonia e Giovanni I di Boemia, per migliorare i rapporti commerciali ed economici tra le tre nazioni. Un evento storico per affermare l’unità d’intenti di tre saggi sovrani e di tre popoli contermini. L’Europa si costituiva anche così, magari “a pezzi”, fin dai tempi di Carlo Magno, quando il Sacro Romano Impero in qualche modo proseguiva lungo la strada dell’Impero Romano ispirato dalla Res Publica Christiana.

Salvini forse non sa queste cose, ma qualcuno gliele spiegherà. Non vi era nulla di razzista nel primigenio Gruppo di Visegrád, bensì lungimiranza e dialogo, al contrario di quello che sta sostenendo il neo-ministro degli Interni, il quale comunque riconosce il buon lavoro fatto da Marco Minniti.

L’altro “dioscuro” della nuova maggioranza, il Di Maio, invece, si occupa dei ciclisti porta-pizze a casa, i rider, lavoratori senza diritti minimi. Gli economisti dei due partiti si dividono sulla plausibilità della flat tax e del reddito di cittadinanza, cominciando a spiegare che misura senza capienza finanziaria sono irrealistiche e illusorie, cioè un inganno per gli stessi cittadini elettori che hanno creduto nel “nuovo”, nell’enfasi del cosiddetto “cambiamento”.

Non si fanno miracoli: neppure san Giovanni evangelista nel vangelo da lui ispirato, parla di “miracoli” riferendosi alle opere del Maestro di Nazaret, ma di segni, di semèia, come si dice in greco antico. E i segni sono tracce importanti  dell’agire umano. I segni significano sempre qualcosa.

Quello che speriamo le persone imparino è che non esiste la perfezione, e tantomeno in politica, ma un continuo ricercare di migliorare, anche usufruendo umilmente di esperienze altrui, anche di avversari, perfino di nemici o ritenuti tali.

L’uomo forse evolve, ma lentamente, e a volte involve, per cui occorre pazienza, umiltà, lungimiranza, capacità di sopportazione, forza morale, come insegnano i padri insigni del pensiero greco-latino e cristiano.

…e ora vediamo se Salvini sarà capace di fare meglio di Minniti (a cui, afferma, chiederà come si fa a fermare i migranti, ma come, allora anche il governo cessante era abbastanza bravo!) se Di Maio meglio di Calenda, ché meglio di Poletti non avrà problemi a fare, anche se, afferma, che il suo obiettivo personale è “migliorare la qualità della vita degli Italiani” (ingenuità o dabbenaggine?): in nome della cara Patria Italia, auguri!

Caro lettore,

finalmente, dopo quasi novanta giorni di polemiche talora stupide se non penose, abbiamo il Governo della Repubblica Italiana. Non conosco la maggior parte dei ministri, ma auguro buon lavoro a tutti, anche a Toninelli, che ha detto spesso cazzate sesquipedali, e ai due vice premier che sono la rappresentazione -differenziata- del non-sense politico serio, e non aggiungo altro, perché non smentisco un et di quello che ho scritto di loro nei tre mesi scorsi.

Vediamo se ora il pensiero dei due e dei loro militanti politici e seguaci si sposta sulle tematiche vere del popolo italiano, sull’economia, sulla società, sulla giustizia, sul diritto alla conoscenza, sul futuro concreto della nostra bella Nazione, dal pensiero volto prevalentemente a un eventuale voto e all’incremento di suffragi da realizzare. Bravo presidente Mattarella che anch’io, qui nel mio piccolo, ho sostenuto. Ho visto anche che dopo la mia lettera inviatagli, ha iniziato a utilizzar meno il termine “paese” per dire Italia, ma di più riferimenti all’Italia, agli Italiani, alla Repubblica, se non alla Patria o alla Nazione, etc. Ah (sorrido), Di Battista può tranquillamente rimanere in America, non credo manchi alla Patria, a me no certamente.

Ora invierò la lettera anche al prof Conte per vedere se condivide la mia proposta. Caro lettore, trovi la lettera in questione se vai indietro di un mese e mezzo circa.

I temi sul tavolo del nuovo governo sono molti e difficili, per cui preoccupa l’approssimazione e la banalità dei contenuti del famoso “contratto” tra i due partiti che ora hanno la responsabilità di guidare l’Italia. Una considerazione: come si fa a prevedere un surplus di spesa per circa 108 miliardi per il primo anno, con una copertura specifica di meno di un duecentesimo scarso della cifra (cioè con 500 milioni di euro)? Dove si andrà a prelevare il restante denaro? dalle solite tasche degli Italiani, da nuove tasse o accise, dall’evasione fiscale di cui si strombazza a ogni appuntamento elettorale, dalla riduzione dei costi della politica? Mi pare ci sia, come si dice, molta fuffa in tutto ciò, ovvero approssimazione e dilettantismo.

Accadrà certamente che quasi tutti i sogni di gloria dell’alleanza M5S e Lega saranno accantonati silenziosamente, a partire dalla improponibile Flat Tax e dal Reddito di cittadinanza, due esempi di misure ontologicamente e reciprocamente contraddittorie, perché l’una richiede maggiori uscite e l’altra prevede minori entrate: come a dire di poter fare di più con meno, che neanche un bambino…

Anche per questo Salvini voleva lucrare al più presto la sua furbissima credibilità con nuove elezioni da tenersi al più presto e Di Maio, consapevole -finalmente- di essere stato messo nel sacco dall’Asterix padano, no. Si pensi: il pensiero sommo di tutti e due, anche se a geometria variabile, altro non è stato che il potere per il potere, come nelle precedenti “repubbliche”, che poi non è mai del tutto vero, ma un po’ vero lo è, sempre. Il potere non negativo in sé, ma lo può diventare per come lo si esercita e per i fini per i quali lo si esercita. La differenza la fa la qualità delle azioni umane, lo spirito, il cuore di chi agisce. La moralità delle azioni è data dall’interiorità, dalle intenzioni, come insegnava il Maestro nazareno (cf. cap. 5 Vangelo secondo Matteo).

I danni che hanno fatto i due dilettanti solo nell’ultima settimana solo il Padreterno quantificarli, o il suo CFO, che probabilmente sarà Paolo di Tarso o San Benedetto, forse meglio.

Questi due hanno scambiato il governo per un gioco di monopoli, il bimbo napoletano di più, ma anche il ragazzo un po’ in carne della Lombardia. E” drammatico che la democrazia rappresentativa, quando opera con leggi elettorali così idiote, pensate e scritte da minus habens come i suoi autori omonimi. Bisognerà provvedere affinché non accadano più cose del genere.

Altra cosa: anche la stampa deve smettere di raccontare cazzate, di riferire amenità e falsità, di commentare con un rancore, così come i potentati politici alla Juncker, prima di parlare dovrebbero controllare il tasso alcolico: nel suo caso si vede dalla pelle vizza di un uomo non vecchio del ’53 che è un forte bevitore, che però non “tiene” come Churchill, e così va nel pallone del suo minuscolo Lussemburgo. Così dal pomposo e panzone e vino tinto capelli di Barroso si è passati a questo giocatore di briscola prestato alla politica che parla come se battesse il fante all’osteria.

Passando in rassegna i nuovi ministri, forse qualcosa di buono c’é, ora lavorino sodo confrontandosi senza ideologismi e rabbia in Parlamento anche con chi non li voterà. Alla guida dei due rami ci sono due persone che personalmente gradisco di gran lunga rispetto ai predecessori. Un Fico al posto di Boldrini mi sta non bene, benissimo, così come la signora Casellati al posto di un Grasso… ma chi ha pensato che poteva essere un leader politico quest’uomo spento? Bersani? ma sei fuori? D’Alema? Non posso crederci. Forse quei quattro gatti di ex vendoliani o possibilisti civatisti. Lo ripeto, a questo sinistrume ridicolo capitanato dalla fervida Boldrina preferisco il vecchio compagno Marco Rizzo, comunista all’antica.

Buona fortuna prof Conte. Faccio il tifo per lei.

Filippone, malvagia follia o folle malvagità, mentre i due beoti politici continuano a fare i babbei?

Utilizzo nel titolo un ossimoro in forma chiasmica, perché non mi viene nulla di meglio. Ancora una volta, come tante altre, la logica emotiva di Sant’Agostino mi aiuta.

A giorni dalla tragedia di Francavilla a Mare, mentre la politica scherza col fuoco di una crisi gravissima sulla pelle degli Italiani (disgraziati, disgraziatissimi Di Maio l’ignorante e Salvini il cinico), insultando il Presidente della Repubblica e i tedeschi rispondono sempre al loro prepotente istinto egemonico prussiano, questa volta con il tinto di biondo commissario europeo Guenther Oettinger, Filippone butta giù la moglie dal terrazzino di casa, e non la degna di un sguardo mentre agonizza sul selciato.

Prima domanda: che uomo è se si comporta così? Qualcuno dei soccorritori si è fatto qualche domanda di questo tipo? C’era lì qualcuno in grado di farsi qualche domanda, visto che la prima parte della disgrazia concernente la morte della moglie, pareva confermarne le modalità, di disgrazia, appunto, ma non era così?

Seconda domanda: durante le sette ore passate prima che l’uomo si gettasse di sotto non si è riusciti a predisporre qualche struttura ai piedi del viadotto per impedire che anche lui, dopo avere ammazzato la moglie a casa e buttato giù la bambina, si sfracellasse di sotto? Sempre durante le sette ore chi ha parlato con lui, uno psicologo, uno psichiatra? Che cosa gli hanno detto? Come ha risposto? Erano proprio le persone adatte a parlargli dopo quello che aveva fatto? Se dopo due o tre ore, nelle quali è possibile fare molti discorsi, la cosa non si è sbloccata, perché non si è pensato a cambiare l’interlocutore esperto, visto che sulla piazza c’erano sicuro altri psicologi, presenti sul territorio a pacchi, e anche psichiatri? Oppure guardarsi in giro cercando altri interlocutori, perché non un sacerdote o un filosofo?

Ho qualche dubbio sulla gestione del caso da un punto di vista tecnico-relazionale-comunicazionale. Posso nutrire qualche dubbio? Si sono toccate le corde giuste? Ora gli inquirenti hanno trovato all’uomo cocaina in auto e i resti di un sedativo con cui avrebbe rincoglionito la bimba Ludovica prima di scaraventarla giù. Gli hanno trovato dunque materiali già pensati, cercati, trovati e utilizzati con (folle?) lucidità. Gli psichiatri ci spiegano che alcuni psicotici di tipo schizoide hanno momenti di lucidità inframmezzati da momenti di distacco, di follia. Ebbene, che significa questo? Che nei momenti di lucidità con costoro bisogna utilizzar la logica sostanziale ordinaria, normale, fatta di domande sul bene e sul male, sulla responsabilità e sulla libertà individuale, o no? In sostanza un dialogo serrato nel quale il Filippone avrebbe potuto (?) sentirsi considerato normale?

Secondo me Filippone, nell’arco di sette lunghissime ore, avrebbe potuto capire.

Ho già detto che se fossi stato lì, avrei cercato di salvarlo e poi l’avrei strozzato di brutto dopo averlo salvato. Perché Filippone era un bravo professionista, laureato in economia, come si dice oggi un Chief of  Financial Officer (CFO). Ho l’impressione che nelle strutture pubbliche vi sia molta confusione su questo terreno e su questi argomenti.

Bene, un brav’uomo che all’improvviso diventa matto e fa una strage e nessuno lo ferma. Ah, qualcuno ha scoperto che era sconvolto perché qualche mese prima aveva perso la madre. Tutti prima o poi, se non muoiono prima, perché cari al cielo, e quanto caro al cielo sarebbe stato bene fosse stato Filippone, perdono la madre, e anche il padre, o no? Uno perde la madre e ammazza moglie  e figlia? Andiamo. Che cosa ci spiega il Manuale Diagnostico Statistico IV? Una forma maniaco-depressiva… una forma di stress post-traumatico?

Forse che sarebbe stato utile e necessario non trattarlo secondo le schema della malattia mentale, ma secondo il non-schema della normalità per cui un padre e marito non fa quello che ha fatto, ma si pente e affronta le conseguenze dei suoi atti, assumendosi la responsabilità di quanto e come agìto.

Quale forma tecnico-culturale è la più adatta a sviluppare ragionamenti di quel genere? Forse anche l’invito religioso al rispetto della vita, fondandolo sul fatto che non è a nostra disposizione, specialmente quella degli altri, a meno che non si abbia la testa sbagliata di un killer. Ma Filippone non era un killer, era un uomo normale. Oppure la logica filosofica, non la ricerca di nevrosi o psicosi, mi pare. “Quale è la ragione per la quale hai fatto quello che hai fatto, e vuoi fare ancora danni uccidendoti? Ne è valsa la pena, e varrà la pena, oh sì, adesso che le hai ammazzate forse è meglio che anche tu le segua, o no? Guarda, se vuoi ne parliamo, così poi a mente fredda puoi ammazzarti anche tu. Ma che uomo sei?” Lì avrebbe dovuto e potuto esserci un collega di Phronesis, colleghi che in in Abruzzo, nelle Marche o nel Lazio non mancano. A una o due ore di auto. Avrei potuto proporre almeno cinque o sei nomi di signori e signore, colleghi e colleghe, in grado di ben agire. Oppure, in meno di sette ore sarei arrivato anch’io, lì. per l’Adriatica, ché ho una macchina molto veloce.

Presunzione, la mia? Penso proprio di no.

La legge 194 ha quarant’anni e la vita miliardi, e speriamo continuino, la legge e la vita

Leggo qua e là che nel 40° della “Legge 22 maggio 1978, n.194, si scatenano insulti sanguinosi del tipo “assassina” verso donne che hanno abortito.

Vorrei ricordare a questi fanatici e fanatiche che il trend degli aborti praticati in Italia dal ’78 è vistosamente calato, nonostante l’aumento della percentuale dei medici obiettori.

Vorrei ricordare a quei militanti “per la vita” che le mammane prima del ’78 facevano abortire con intrugli di prezzemolo bollito che causavano insufficienze renali gravissime, o agivano con sonde-ferri da calza, provocando emorragie e infezioni mortali a quelle povere donne.

Vorrei ricordare agli stessi urlanti accusatori che una legge imperfetta è sempre meglio di un’assenza normativa che dà la stura, come si sa, ad ogni nefandezza. ed ora due parole sulla 194.

Il titolo della legge è il seguente: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza“, legge che ha depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto, che fino a prima era considerato una sorta di attentato alla stirpe (codice penale Alfredo Rocco del 1930, nel quale l’interruzione volontaria di gravidanza, IVG, in qualsiasi sua forma, era considerata un reato, art. 545 e ss., abrogati nel 1978). In particolare: a) causare l’aborto di una donna non consenziente (o consenziente, ma minore di quattordici anni) era punito con la reclusione da sette a dodici anni (art. 545), b) causare l’aborto di una donna consenziente era punito con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore dell’aborto, sia alla donna stessa (art. 546), c) procurarsi l’aborto era invece punito con la reclusione da uno a quattro anni (art. 547), d) istigare all’aborto, o fornire i mezzi per procedere ad esso era punito con la reclusione da sei mesi a due anni (art. 548).

In caso di lesioni o morte della donna le pene erano ovviamente inasprite (art. 549 e 550), ma, nel caso “… alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 545, 546, 547, 548 549 e 550 è stato commesso per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto, le pene ivi stabilite sono diminuite dalla metà ai due terzi.” (art. 551).

Nel 1975 tornava all’attenzione generale il tema della regolamentazione dell’aborto, soprattutto dopo l’arresto del segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, della segretaria del centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA) Adele Faccio e della militante radicale Emma Bonino, per aver praticato aborti, dopo essersi autodenunciati alle autorità di polizia.

Sul web leggiamo che “Sull’onda delle manifestazioni e delle proteste, della rivoluzione culturale e sessuale che stava coinvolgendo la società italiana, venne portata avanti la campagna abortista, che fu condotta dalla sinistra (PCI, PSI, PSDI), dai partiti liberal-capitalisti (PRI, PLI), e dal Partito Radicale.”

Ancora, cito dal web: “Il CISA era una associazione fondata da Adele Faccio che con molte altre donne si proponeva di combattere la piaga dell’aborto clandestino, creando i primi consultori in Italia e organizzando dei «viaggi della speranza» verso le cliniche inglesi e olandesi, dove grazie a voli charter e a convenzioni contrattate dal CISA, era possibile per le donne avere interventi medici a prezzi contenuti e con i mezzi tecnologicamente più evoluti. Nel 1975 dopo un incontro prima con Marco Pannella e poi con Gianfranco Spadaccia il CISA si federava con il Partito radicale, e in poche settimane entrava in funzione l’ambulatorio di Firenze presso la sede del partito. Il 5 febbraio una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore de L’espresso, presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli nn. 546, 547, 548, 549 2º Comma, 550, 551, 552, 553, 554, 555 del codice penale, riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Cominciava in questo modo la raccolta firme. Il referendum era patrocinato dalla Lega XIII maggio e da L’Espresso, che lo promossero unitamente al Partito Radicale e al Movimento di liberazione della donna. Tra le forze aderenti figuravano Lotta continua, Avanguardia operaia e PdUP-Manifesto. Dopo aver raccolto oltre 700.000 firme, il 15 aprile del 1976 con un Decreto del Presidente della Repubblica veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria, ma lo stesso Presidente Leone il primo maggio fu costretto a ricorrere per la seconda volta allo scioglimento delle Camere. Erano forti i timori dei partiti per le divisioni che poteva provocare una nuova consultazione popolare dopo l’esperienza del referendum sul divorzio dell’anno precedente. Il bisogno di adeguare la normativa si è presentato al legislatore anche in seguito alla sentenza n.27 del 18 febbraio 1975 della Corte Costituzionale. Con questa sentenza la Suprema Corte, pur ritenendo che la tutela del concepito ha fondamento costituzionale, consentiva il ricorso alla IVG per motivi molto gravi.”

Ragione per cui con la  “194” sono venuti a cadere i reati previsti dal titolo X del libro II del codice penale con l’abrogazione degli articoli dal 545 al 555, oltre alle norme di cui alle lettere b) ed f) dell’articolo 103 del T.U. delle leggi sanitarie. La 194 consente alla donna, nei casi previsti dalla legge, di ricorrere alla IVG in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza), nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica.

E’ interessante leggere qualche brano della normativa. Il prologo della legge (art. 1), recita: Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

L’art. 2 tratta dei consultori e della loro funzione in relazione alla materia della legge, indicando il dovere che hanno nei confronti della donna in stato di gravidanza: a) informarla sui diritti a lei garantiti dalla legge e sui servizi di cui può usufruire; b) informarla sui diritti delle gestanti in materia; c) suggerire agli enti locali soluzioni a maternità che creino problemi; d) contribuire a far superare le cause che possono portare all’interruzione della gravidanza.

Nei primi novanta giorni di gravidanza il ricorso alla IVG è permesso alla donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito (art. 4). L’art. 5 prevede che il padre del concepito non possa in alcun modo intromettersi nella IVG e non sia titolare di alcun diritto sul feto. La figura del padre è citata solamente quattro volte nel suddetto articolo e solamente chiamata in causa come presenza presso un consultorio, struttura sanitaria o medico di fiducia ai quali si rivolge la madre solo nel caso in cui questa vi acconsenta (comma 1 e 2).

La IVG è permessa dalla legge anche dopo i primi novanta giorni di gravidanza (art. 6): a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Le minori e le donne interdette devono ricevere l’autorizzazione del tutore o del giudice tutelare per poter effettuare la IVG. Ma, al fine di tutelare situazioni particolarmente delicate, la legge 194 prevede che (art.12): …nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.

La legge stabilisce che le generalità della donna rimangano anonime. La legge prevede inoltre che “il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite” (art. 14). inoltre, il ginecologo può esercitare l’obiezione di coscienza. Tuttavia il personale sanitario non può sollevare obiezione di coscienza allorquando l’intervento sia “indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo” (art. 9, comma 5). La donna ha anche il diritto di lasciare il bambino in affido all’ospedale per una successiva adozione e restare anonima.

A quarant’anni dalla sua adozione, il dibattito su questa normativa continua con vigore e con non sempre ragionevoli modalità di toni e contenuti. Vi sono però ancora almeno un paio di questioni, su cui si dovrebbe riflettere seriamente: il tema dell’obiezione di coscienza dei medici, che per dimensioni e motivazioni non convince, poiché si tratta di garantire comunque il funzionamento di una legge dello Stato che regolamenta un tema di delicatissima rilevanza etica e sociale e la questione del ruolo dl padre, il quale nella stesura del 1978 non ha nessuna rilevanza. Invece, proprio perché, e a maggior ragione di questi tempi in cui la violenza sembra essere uno dei tristissimi crismi del rapporto uomo-donna, dovrebbe essere preso in considerazione. Non è ragionevole, infatti, che il “secondo” genitore non possa esprimersi in alcun modo su un fatto che comunque lo riguarda, in ogni senso, morale, esistenziale ed affettivo, sia nei confronti della compagna, sia nei confronti della vita che potrebbe (o meno, e questo mi rattrista, comunque) venire al mondo.

E infine, da socialista cristiano e da teologo filosofo qual sono, desidero ricordare con gratitudine il lavoro quasi eroico svolto in quegli anni dai dirigenti del Partito radicale Marco Pannella, Adele Faccio e  Adelaide Aglietta, che non ci sono più e li rimpiango, e Emma Bonino che ci può ancora dare una mano in intelligenza e agire politico. Lo dico anche se, subito dopo, aggiungo che molti accenti delle proposte radicali non condivido, come quelle sull’eutanasia nuda e cruda (alla “svizzera”, intendo) mentre propongo piuttosto la linea etico-filosofica del mio Maestro Tommaso d’Aquino, il quale, se interpellato sulla legge 194 (perdonami, mio gentil lettore l’obbligatorio anacronismo), e dopo avere meditato come era solito umilmente fare, avrebbe detto che in casi così ardui, bisogna sempre scegliere il bene maggiore, che necessariamente deve corrispondere al male minore, e pertanto, valutati i pro e i contro avrebbe concluso circa l’opportunità di mantenere in vigore la Legge 194, in questo non d’accordo con la linea editoriale degli organi di stampa cattolici di questi giorni. Io la penso così, disponibile a confrontarmi con i colleghi teologi, con gli esperti di comunicazione, i politici e chiunque desideri discutere dell’argomento con logica documentata, realismo e onestà intellettuale.

Florentia, oh Florentia di primavera

Caro lettor mio,

tornare a Firenze è quasi confidenza con la vita, con la vita mia e quella degli altri. Non occorrono più descrizioni della capitale dell’arte del mondo, basta il racconto, il sentimento dello stare-lì, girovagando nella sera che viene con il naso all’aria, quasi novello Marie-Henri Beyle (Stendhal, fo per dire). E ieri c’è stata l’assemblea e il consiglio dei filosofi, che rivedo dopo un tempo. Son tornato fra loro, contento. Abbiamo eletto la nuova presidente, è giovane, è Alexia Lombardi, umile e culta, come va bene che sia. Mi piace ora fare il king maker di trentenni e quarantenni, che mi chiamano magister.

Ciò accade mentre nasce il più strano governo della storia della Repubblica. Salvini trova ancora il tempo per dire l’ennesima c.ta: “…ora, fatto il programma, andiamo da Mattarella per un gesto di cortesia“. Ma sei impazzito segretario? Tu e l’altro socio andrete dal Presidente per obbligo costituzionale, non per cortesia! Studia, studia, studia!!!

Ma la battuta più tremendamente improbabile è di Di Maio: “Stiamo scrivendo la storia” (lui la intende con la “S” maiuscola, il tapino), la quale battuta, se non fosse delirante, sarebbe solo ridicola. Ognun sa che chi fa la storia di solito non sa di farla e soprattutto non lo dice. Invece Gegè Dimmaio lo dice, e lo dice serio. Non so se merita un’invettiva o solo una risata di seppellimento.

Un’ultimissima battuta, altrettanto retorica epperò meno roboante e più grottesca di altre, sempre del giovin campano: “Il nuovo premier sarà un amico del popolo“. Beh, non so se Giggino lo sapeva di suo o se glielo ha suggerito il flemmatico AD della Casaleggio&C, ma l’espressione “amico del popolo” pare sia stata di Jean-Paul Marat, quello che minacciava ghigliottina a tutti e la evitò, come invece non riuscì ai suoi sodali Danton e Robespierre, poiché venne pugnalato nella vasca da bagno di casa da Charlotte Corday.

Passo per un gazebo grillino e mi si fa incontro una stagionata attivista, che gentilmente tenta di porgermi una sintesi del “contratto” tra la Lega e il M5S; altrettanto gentilmente rifiuto di prendere il foglio e mi permetto di darle un consiglio di questo tenore: “Invece di scrivere contratti, iscrivete Di Maio a qualche scuola, che forse è un po’  tecnicamente ignorantello“. La reazione, immediata, è furibonda, cui si unisce il capo-gazebo. Offesissimi mi apostrofano con la seguente esilarante battuta, penso suggerita come piano di comunicazione da Casaleggio Jr. “E lei cosa dice della ministra Fedeli che ha solo la terza media?” Rispondo garbatamente ridendo che la ministra ha un triennio di professionali, ma su lei la penso come loro avendone già scritto con dovizia di particolari sul mio blog, gli preciso “molto letto“. Me ne vado con i due che cercano di inseguirmi per convincermi sulle qualità di Di Maio, ma ora sono già distratto dalle absidi di Santa Maria Novella.

Due parole dolenti anche sul mio partito, il PD, che ancora non trova di meglio che litigare in pubblico celebrando l’Assemblea nazionale, con un Renzi che non si cuce mai la bocca, mettendo in difficoltà il segretario (reggente)  Maurizio Martina, un brav’uomo, preparato e onesto (forse non carismatico, secondo il pensiero nascosto del suo predecessore? ma ciò è tutto da vedere). Pare abbia detto che il Presidente del Consiglio designato (ex art. 95 della Costituzione della Repubblica Italiana) è amico della… onorevole Maria Elena Boschi, tanto per gradire ed essere costruttivo.

In ogni caso le recenti traversie tra i “vincitori” delle elezioni politiche del 4 marzo scorso Di Maio e Salvini e Quirinale, hanno consentito al Presidente Mattarella di erogare una da loro non richiesta (poveretti) lezione di Diritto costituzionale, di cui il Capo dello Stato è professore ordinario, sull’art. 95 della Costituzione, il quale delinea e definisce con precisione le prerogative del Presidente del Consiglio dei Ministri, tutt’altro che notarili, poiché “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri.” Altro che notaio impegnato a registrare ed eseguire gli “ordini” dei due capi partito, magari ispirati da una privata Srl come quella di Casaleggio ir. Peraltro, in base alla normativa costituzionale italiana, non solo è andata così nei casi di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, ma anche in tutte le circa sessanta designazioni fatte dai presidenti della Repubblica succedutisi dal 1946 in poi, passando -tra molti altri- per De Gasperi, Pella, Segni, Andreotti, Spadolini, Craxi, De Mita, Berlusconi, etc.. e quindi anche per il professor Giuseppe Conte, prossimo designato nel ruolo. Piuttosto, se si farò finalmente una riforma elettorale ragionevole e intelligente oltre l’indecente “rosatellum” (come mi piacerebbe dire all’interessato di persona che cosa penso di lui), si potrà prevedere l’elezione diretta del premier da parte del corpo elettorale, e allora finirà la tiritera ignorante di cui non andiamo fieri. Et de quo hic satis.

In via Faenza, a due passi da San Lorenzo e dalle Tombe Medicee c’è il mio alberghetto ottocentesco. Di qui si può passeggiare un po’ a caso incontrando alcuni dei monumenti più belli del mondo, la sera, quando l’aria rinfresca. Nei pressi c’è anche la Biblioteca Laurenziana agognata dalla mia Bea per suoi studi. Vedremo.

La cattedrale è come un pastore che guida le sue pecore, in mezzo alla città insuperabile, palazzo Medici-Riccardi lo si lascia a sinistra, per procedere verso il Bargello e poi Piazza della Signoria e Palazzo Vecchio. Ricordi della congiura de’ Pazzi, di Giuliano, Lorenzo e Piero. La passeggiata verso l’Arno sotto gli Uffizi mostra i grandi di Firenze, che sono grandi del mondo. La Loggia del Bigallo mi ha già incantato con il Perseo bronzeo del delinquente Benvenuto Cellini, e il Ratto delle Sabine del Giambologna.

Ponte Vecchio accoglie il tramonto e un brusio continuo lungo il fiume lentissimo. Sulla collina i mill’anni di San Miniato al Monte.

Domenica di pensiero e progetti filosofici. Ci possono essere progetti filosofici? Se ne parla animatamente, accogliendo proposte e concordando sul fatto che la consulenza filosofica ha bisogno di decenni per ri-proporsi alla storia come un metodo adatto a questi tempi difficili, accanto ad altre arti, senza sovrapporsi alle psicoterapie, alle direzioni spirituali e alla psicanalisi. La filosofia è mamma, nonna e zia di tutte queste arti moderne, poiché viene da lontano nel tempo, e ne costituisce l’ossatura. Basti pensare alle antropologie platonico-aristoteliche, alle intuizioni di sant’Agostino sull’importanza della volontà e del sentimento, quasi a prefigurare il modernissimo concetto di intelligenza emotiva; si leggano i Soliloquia di questo grande antico: chi ne sa cogliere il non-detto-oltre-al-detto potrebbe scorgere l’antesignana intuizione freudiana dell’inconscio.

Vi è di più: lo studio delle passioni di questi grandi antichi mi pare quasi annunziare le scoperte clinico-biologiche più recenti di un Antonio Damasio, insigne neuro-scienziato. Egli sostiene infatti che ogni essere vivente, a partire dai batteri, cerca un’omeostasi, cioè un equilibrio di forze tale da garantirne la sopravvivenza e uno sviluppo evolutivo, dai monocellulari, i batteri appunto che sono presenti da oltre sessanta milioni di anni al Sapiens che ci annunzia come esseri umani da non più di cento e cinquantamila anni. L’omeostasi potrebbe essere dunque quasi sinonimo intelligente di quel discutibile lemma che è “felicità”.

Nelle more della trasferta, tra bellezze e incongruenze sento che Travaglio scrive sul suo quotidiano del generale Mori questo titolo “Il condannato si auto-assolve“, solo perché il vecchio e coraggioso militare avrebbe “osato” affermare di essere innocente e di non “aver tradito” (Mori usa un desueto ma efficace linguaggio patriottico), e che confida nei successivi gradi di giudizio per ristabilire la verità. A me poco caro Travaglio: ti ricordi di Tortora e di Gianni Melluso, e avresti fatto allora lo stesso titolo dedicato a Mori, salvo poi riportare  l’assoluzione giudiziaria per l’assoluta estraneità di Tortora in dodicesima pagina del tuo pericoloso foglio in una pallida manchette? Sai Travaglio che il 30% dei detenuti in attesa di giudizio viene poi assolto in giudizio? Sai che lo Stato italiano ha pagato a chi è stato detenuto ingiustamente circa trenta milioni di euro negli ultimi dieci anni? Sai che un avviso di garanzia non è una condanna, anche se tu sul tuo giornale lo fai diventar tale ad usum dell’ignoranza popolar-populista che sostieni da furbetto? Lo sai o fai finta di non sapere? In tutti due i casi hai un comportamento spregevole, sia sotto il profilo cognitivo, sia sotto il profilo morale.

Questa e altre cose nella trasferta filosofica alla ricerca di Phronesis, della prudente-sapienza che ci deve ispirare ogni ora del giorno, ogni giorno, settimana, mese, anno, ogni momento della vita. Il nome dell’associazione dei filosofi mi dà una forza tranquilla, quella che sant’Agostino chiamava tranquillitas animi, per dire pacificazione, serenità, mentre torno a casa veloce, nella sera che viene.

Da vicino nessuno “è normale”, o no?

Stamattina, caro lettor mio, mentre attendo mia figlia, ascolto Joseph Haydn, gran musicante, servitore dei principi ungheresi Esterhàzy, prima le sinfonie nr. 94 Mit dem Paukenschlag e nr. 104 Londoner, Slovak Philarmonik Orchestra diretta da Alfred Scholz, e poi quelle denominate dello Sturm und Drang, già un po’ romantiche o quasi, dicendo un poco impropriamente, beethoveniane, la nr. 26 Lamentatione, la nr. 49 La Passione e la nr. 58 senza titolo, suona l’orchestra The English Concert diretta da Trevor Pinnock,  e mi do tempo. Mi do tempo, non ho fretta, quasi quasi non ci credo, io che son sempre di fretta, veloce, tornato criceto impazzito, tornato impaziente con gli altri. Ho da darmi una regolata, me lo dico da solo.

Stamattina, nel silenzio di casa ai confini della campagna, con tanto verde intorno, mi sono dato tempo. Leggo della legge 180 del 1978, quella di Franco Basaglia, che permise di chiudere progressivamente i manicomi, dove venivano ricoverati gli alienati, pericolosi a sé e agli altri.

Letti e camere di contenzione dove stavano recluse persone per ore, giorni, settimane, mesi, anni, con il volto rivolto alla porta, il bugliolo portatile, mai occhi verso la finestra a volte a “bocca di lupo”. Su un muro di Santa Maria della Pietà, manicomio di Roma, c’è scritta la frase del titolo. Caro lettore, sei d’accordo che da vicino nessuno è normale? E poi che cosa significa “normale”? Più o meno agitato? Più o meno ragionevole? Più o meno preoccupante? Più o meno pericoloso? Cosa?

Nel periodo fascista i ricoverati passarono da circa sessantamila a oltre novantamila. I regimi totalitari hanno sempre usato i manicomi, per attestare la follia degli oppositori, che non vanno mai considerati come umani, ma semplicemente sedati. In qualche modo con i farmaci, e/o con la contenzione e/o con l’elettroshock. Non cito neppure i regimi cui mi riferisco, che il mio buon lettore conosce, e il giovane, se apre queste pagine, è bene che studi.

Leggo sulla Treccani “In psichiatria la terapia elettroconvulsivante (TEC), comunemente nota come elettroshock, è una tecnica terapeutica basata sull’induzione di convulsioni nel paziente successivamente al passaggio di una corrente elettrica attraverso il cervello.”

Si tratta di una tecnica terapeutica sviluppata negli anni ’30 dai neurologi italiani Ugo Cerletti e Lucio Bini. La letteratura specifica indica nella TEC una modalità terapeutica particolarmente indicata in tutte le psicosi da shock (melanconie, manie, deliri, legate a shock morali intensi, cioè quello che oggi chiamiamo “disturbo post-traumatico da stress“, nelle quali “avrebbe un successo del 100% con una media di 6-8 sedute; 80% di successi nella depressione, psicosi maniaco-depressiva e negli stati confuso-onirici di origine tossica (alcol), tumorale, infettiva; di contro, riporta come nelle patologie croniche, soprattutto se legate a danni fisici in ambiti localizzati del cervello, come le schizofrenie, demenza, ritardo mentale, autismo, epilessia, gli insuccessi e le remissioni superano i successi, giungendo al risultato che l’automatismo mentale indotto dalla crisi convulsiva sembra meglio influenzato se il disturbo è di origine ambientale, tantopiù se recente. Per questi motivi la TEC era considerata la terapia d’elezione per la depressione e le patologie ad essa correlate, piuttosto che per altri tipi di patologie, specie neurologiche. Per questo la TEC è stata usata non solo nelle patologie neuro-psichiatriche propriamente dette, ma anche in quelle psicosomatiche (derivate ossia da eventi ambientali vissuti): asma, eczemi, psoriasi, prurito di Hebra, dermatite seborroica, con risultati spesso favorevoli.” (dal web)

Un giorno o l’altro, caro lettore, parlerò qui di codesta terapia, che in una fase della mia vita, ho osservato molto da vicino, dolorosamente.

Un video sul web mi illumina su come si può curare il disturbo mentale. X è stata curata in Italia e in Germania, ma in Italia la sedavano e la tenevano reclusa, mentre in Germania poteva socializzare dipingere, fare teatro, sentirsi utile e anche… bella. L’autostima, crollata a terra dopo l’aggravarsi di un disturbo bipolare in schizo-affettivo, è di nuovo tornata, per una vita “normale”. Ecco, una “vita normale”. Che cosa è una vita normale? Chi è “normale”, cioè secondo norma? Sappiamo che norma, dal greco antico nòmos, significa legge, ma è possibile parlare di legge in questo caso? E’ ragionevole legiferare sulla mente e sul suo funzionamento? Siamo sempre ancora all’eterna questione tra visione biologistica e psico-spiritualistica. A seconda degli autori, siano essi antropologi, filosofi e psicologi, psichiatri o neuro-scienziati, si oscilla tra un polo e l’altro, come spesso in questo sito ho proposto in dialettica.

Chi sostiene che è tutto un problema di lobi orbito-frontali e di neuro-trasmettitori, dopamina, ossitocina, serotonina, etc., più o meno regolarmente funzionanti, non accetta molto volentieri le sottolineature di chi propone interventi più “umanistici”. Io mi colloco, ovviamente, tra questi ultimi, senza per nulla sottovalutare gli aspetti biologici. Noi umani siamo certamente delle bio-macchine, ma anche anime incarnate. La signora X, di cui ho detto sopra, parrebbe confermare che serve anche la dimensione psico-spirituale, proprio come è sotteso dalla “riforma Basaglia”.

Che dire, infine? Che la nostra umanità animale possiede forse (io ci credo) anche la luce dello spirito, pensiero della nostra anima e di Dio. E qui permettimi, caro lettore, una sottigliezza teologico-semantica: questa espressione “di Dio” è un genitivo oggettivo, ma anche soggettivo, cioè significa sia “pensiero di Dio”, cioè attribuibile a Dio, sia pensiero di Dio come un “pensare a Dio”. Bello, no?

E qui finisco nel silenzio della dies dominica.

La sagra delle rane, la deiezione terroristica e il “contratto” di governo

Momenti di comunione, feste popolari celebrate davanti ai templi o, in epoca cristiana, alle chiese hanno a che fare con il sacro, inteso come dimensione potente dell’essere, come ponte tra la vita ordinaria dell’uomo e ciò che sfugge da questa ordinarietà. Un testo importante in tema, che consiglio al mio gentile lettore è Das Heilige, Il Sacro, scritto da Rudolf Otto nel 1927, e tradotto in italiano da Ernesto Bonaiuti, docente di filosofia e sacerdote sospeso a divinis per “modernismo”, una posizione riformista all’interno di una chiesa cattolica ancora molto dogmatica. Lontanissimo ancora era il Concilio Ecumenico Vaticano II di papa Roncalli e Paolo VI (1963-1965, io ero già bambino consapevole, chierichetto, impressionato dai duemila padri in bianco nella Basilica di San Pietro).

“Sagra” deriva etimologicamente dal lemma latino sacer, cioè “sacro”, legato al sacro, al religioso, a qualcosa di grande, e infine a qualcosa di solenne e festoso. L’antropologo israeliano Harari, che insegna a Oxford, da me citato nel post precedente, si fa una domanda: quanto contente possono essere le rane della sagra di Rivis di Sedegliano, provincia di Udine, che oramai è un evento storico, nell’ambito di una tradizione, di diventare cibo fritto per gli umani? per gli animali-umani che siamo noi?

La domanda sembra peregrina ma non lo è. Senza essere animalisti, è importante che ci si renda conto che tutti i viventi senzienti soffrono, provano dolore, senza arrivare alle esagerazioni dei vegani che sostengono addirittura la sofferenza dell’insalata, quando viene colta. Si può anche ridere. Ogni tanto incontro qualcuno convinto (veramente?) che la Terra sia piatta a l’insalata soffra, persone che disprezzano chi legge e studia, vantandosi della propria ignoranza, a volte con disprezzo e violenza verbale inauditi. Come facciamo, allora, a meravigliarci se l’animale umano in situazione riesca ad agire come l’assassino di Parigi di iersera?

Pensavo a queste cose quando stavo andando a prendere qualche porzione di rane fritte per casa. Potrebbe venire anche da ridere, ma può far ridere o piangere qualsiasi cosa, dipende dall’ottica. dall’angolo visuale. I cinici non piangono mai, i sentimentali forse troppo.

Mentre tornavo, dunque, apprendo dalla radio che a Parigi e nell’isola di Java, nella città di Surabaya, ancora si muove il terrorismo. Coltello sulla Senna e armi da fuoco in Indonesia. Mentre noi aspettiamo un piatto sul gran fiume, altri umani disperano e si disperano uccidendo.

A Milano i due “vincitori” del 4 marzo elaborano i cosiddetto “contratto” di Governo, mentre il Presidente della repubblica svolge in piazza a Dogliani una lectio di diritto costituzionale su Luigi Einaudi, forse per “parlare a nuora”. Dubito che i due studiosi del “Pirellone”, Di Maio e Salvini, abbiano letto anche una sola pagina di Einaudi. Forse neppure sapevano che fosse venuto al mondo (Di Maio, ignora la posizione geografica della Russia, mentre io bambino di dieci anni conoscevo i nomi e lunghezze di tutti i maggiori fiumi del mondo, le altezze dei quattordici “ottomila” e le capitali). Mattarella dice che il Presidente della Repubblica non è un notaio, né un mero ratificatore di decisione altrui… parla di moral suasion, ma anche di possibilità di opporre veti a decisioni che non stiano in piedi. Egli, il Presidente è il custode della Costituzione, per tutti noi. Fidiamoci. Il Presidente  ricorda quando il suo predecessore Einaudi non seguì le indicazioni della Democrazia Cristiana di De Gasperi e nominò Presidente del consiglio l’onorevole Pella, mostrando le proprie prerogative costituzionali e i propri legittimi poteri. Ri-dico: fidiamoci, anche se il presuntuosetto campano afferma “Occorre pazienza perché stiamo scrivendo la storia“. Bum!

Torno al trittico argomentativo: rane, terrorismo, politica. Io tranquillo, le rane pronte. Non ho notizie da Parigi né da Milano. Non siamo disperati qui in Italia, ma un poco pre-occupati, vista la situazione politica.

Circa le rane e la sera che viene, son sereno. Con il terrorismo dovremo convivere, come abbiamo convissuto con guerre e armistizi, con stupidità e intelligenza, con violenza e cura, con Travaglio e Fazio. A proposito, avverto Travaglio che, più lui insulta Berlusconi e più quest’ultimo mi diventa simpatico, e penso anche a molti che come me lo hanno aborrito per due decenni.

Un’ultima idiozia da invettiva: sento Speranza di Leu (il nome di questo partito ha anche un brutto e cupo suono) attardarsi a criticare il PD, che ha perso milioni di voti, lui dice, per politiche sbagliate. Ma io chiedo a Speranza e ai Fratoianni, Civati, Boldrini, Bersani (D’Alema, più intelligente di costoro, almeno sta zitto, mentre i citati parlano senza vergognarsi), dove sono andati i voti persi dal PD? sono venuti a voi, poveri illusi, o sono andati all’ignorante Di Maio e all’insulso e pericoloso Casaleggio jr., oppure sono rimasti a casa il 4 marzo scorso? L’hai finita di fare le pulci agli altri, professorino da nulla, Roberto Speranza?

Circa il governo, qualcosa si farà, stiamo a vedere.

Il vento dell’Epiro

Otto mesi è più son passati dall’ultima venuta mia nel Meridione che più amo, la Puglia, frontespizio di Balcania, da cui la separa un mare stretto fino a sessanta miglia, a Otranto. Lungo il mare si cammina dopo la cena sobria consumata All’Ancora, con Salvatore e Davide, e il vento soffia dall’Epiro, dal paese delle aquile, come si chiama l’Albania, l’altra sponda.

C’è un vento che viene da est-sud-est e lo chiamiamo dell’Epiro, perché viene da quei monti, traversando il braccio di mare, che dalla costa barese sembra immenso, poiché non si vede l’altra sponda. Si deve pensare a ciò che potevano cogliere gli antichi abitanti, di qua e di là del bracci d’acqua, loro pensavano certamente a un Mare-Oceano, infinito, arduo e pericoloso per i loro piccoli legni galleggianti, che pure osavano mettere in acqua con remi e con vele grezze di canapa o lino. San Paolo era di mestiere un tessitore di vele e affrontò il mare naufragò presso Malta in uno dei suoi viaggi, rischiando la vita per Cristo.

La primavera è arrivata con il vento con piovaschi rari, annunziando una stagione piena di sole, quando sulle rocce del mare miriadi di umani si accalcheranno con i loro tavolini, i loro pasti, il gridìo di mille voci di animali umani e animali animali.

Il cammino è dolce, e si vorrebbe continuare fino a Bari, ma si farebbe notte fonda, e dopo sei chilometri si torna a dormire al Riva del Sole, che è sul mare e ben promette per l’estate.

Tornare all’azienda che seguo da ventitré anni ha una valenza simbolica importante, per me: è dire che la vita continua, il lavoro continua, il futuro è da costruire insieme con chi mi sta vicino e crede in me. Il vento veniente mi pare come un annunzio, un presagio, un incontro energetico che parla parole misteriose e profonde, indicibili col linguaggio umano, quasi la ruah biblica, cioè il soffio dello spirito, lo stesso che percepisce il profeta Elia tra le fronde degli alberi (1 Re 19, 9-13 ), un soffiar leggiero che scuote le fronde senza romperle. Elia non percepisce Dio nel tuono, nel lampo o nel terremoto, ma nel vento leggero che soffia, quasi un sussurro, perché Dio è discreto e non si ingerisce nella volontà umana, ma la rispetta solo suggerendo qualcosa, per chi sa e vuole ascoltare, con la coscienza, dove può remotamente sempre risuonare (cf. J. M. Echkart).

Ecco che il vento si fa a volte più forte e a volte si frena, quasi a voler lasciarmi pensare, mentre alterniamo discorsi a silenzi, come sempre si dovrebbe far nel cammino e nella vita. Anche il silenzio scandisce la musica, l’intervallo, l’attesa di ciò che vien dopo, che non si sa prima, ed è giusto così, perché tutto va in-ventato, cioè trovato, come insegna l’etimologia latina del verbo in-venire (trovare). En castellano se dice encontrar, sia trovare, sia incontrare. Che bello!

Come per dire che la vita ha le sue discontinuità, le sue gioie e i suoi dolori in alternanza, che non esiste una linea dritta, o la cosiddetta felicità, che è un falso pericoloso concetto. Accettare le cose senza chiedere nulla, ecco quello che sto imparando, non desiderare ciò che non c’è, ma può tornare, se rispetto i tempi che il destino e la sorte mi hanno riservato, un po’ come insegna il Maestro Siddharta Gautama, il Buddha.

Due giorni intensi di lavoro con le Risorse umane, colloqui, laboratori-seminari di formazione, incontro sindacale per aggiornare sulla situazione aziendale, che è migliorata, grazie al lavoro che è tornato, alla fiducia della Proprietà che ha confermato il proprio impegno, all’innovazione e alle nuove tecnologie e alla motivazione dei lavoratori, elemento fondamentale per andare avanti e salvaguardare il business.

Il mare ha onde lente che il vento quasi accarezza, mentre la sera viene lentamente e alle venti passate c’è ancora luce resistente, nuvole insistono all’orizzonte mentre indugiamo prima della cena, senza fretta, calmi in un ordine naturale. Anche Gaetano, il tecnico delle rettifiche, si è aggregato a noi, con discorsi tra il familiare e il lavorativo, buoni. Nel frattempo sappiamo che la politica indulge in altre lentezze e povertà miserande, mentori e campioni i 5Stelle, poveretti. Fuori di testa, oramai senza bussola, con il loro sedicente capo che si permette di dire al PD “la pagherete“, con linguaggio mafioso. Alla buon’ora che se ne vadano questi ignoranti-ingenui, se il popolo lo consente.

Tornando alle nostre belle cose, che è meglio, stasera osservo come tutto può cambiare in breve, finalmente anche in positivo. Ad esempio, l’incontro sindacale si è svolto in un clima di grande attenzione e rispetto reciproco, dove ognuna delle parti, rimanendo sul suo, obiettivi aziendali condivisi, ha svolto un ruolo per un miglioramento continuo e insieme elemento di conferma dell’investimento da parte dell’Azionista, il quale può sopportare delle perdite, ma non sine die, poiché a un certo punto bisogna invertire la rotta e re-iniziare a realizzare risultati positivi. Anche i temi della tutela della salute e sicurezza del lavoro, legati, sia ai comportamenti dei singoli lavoratori, sia al miglioramento tecnologico ed ergonomico, stanno muovendosi verso il positivo, riducendo lentamente anche lo stress correlato al lavoro. Tutto bene, dunque? Certamente no, ma abbastanza per far crescere la fiducia in tutti coloro che sono onesti intellettualmente, operai, impiegati e dirigenza.

Un’ultima considerazione relativa a questo viaggio nel “vento dell’Epiro”. Con tutti i lavoratori si sono fatti eventi seminariali di formazione sui temi etici, valoriali e comportamentali, con un’attenzione e partecipazione eccellente.

E ora alla prossima, ché la “fontana delle idee” proveniente dalla Murgia e i “doni del mare” prospiciente ci aiutino. Il 4 giugno, se Dio vuole, saremo di nuovo giù, per continuare questo bellissimo lavoro. Grazie a Dio e alla buona volontà di ciascuno di noi.

Strange Days e Giobbe, il muto profeta

Strani giorni  è un film di Kathryn Bigelow del 1995, con Ralph Fiennes e Angela Bassett, un film capace di specchiare le vite nelle vite degli altri, e in playback, musica a manetta su false vite a Santa Maria de los Angeles, dove diveggiano cantanti rock malati, come la politica italiana attuale nella vergogna. Visto una delle sere scorse. Fantasy con la violenza intrinseca della vita contemporanea, notturno, apparentemente senza capo né coda, ma non è così.

Squallida fantasy e vergogna , invece, a quel nesci di Di Maio, senza nervi e senza rughe, vergogna a quel gran salame di Salvini, una coppia intrinsecamente bolsa e comprensibile solo alla luce di questi strani giorni. Strange days.

Per consolare i miei lettori ora riporterò due testi bellissimi, il primo di sublime e beata speranza, tratto dall’evangelo secondo Matteo al capitolo quinto, notissimo, scuola e indirizzo per ogni buona vita, il testo de le Beatitudini, e il secondo di politica fine e garbatamente elevata, quella del Partito Radicale italiano, del cui Statuto il preambolo è meraviglia etica e politica.

 

Le Beatitudini – Mt. 5,1-12

Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli./ Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli./ Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati./ Beati i miti, perché avranno in eredità la terra./ Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati./ Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia./ Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio./ Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio./ Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli./ Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,/ diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia./ Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.”

Per un’etica della vita umana, ma anche  per l’intelligenza, bastano le Beatitudini, che Matteo mette in bocca al Maestro come ammaestramento definitivo, sufficiente e sovrabbondante per ognuna delle nostre vite, caro lettore. Beatitudine come distacco dagli affanni e immersione nella giustizia, nel senso biblico del termine. La giustizia biblica nulla ha di giuridico, occidental-illuministico o dirigistico, poiché si innesta nell’armonia di vissuti naturali, come interpretasse la verità delle vite, senza sforzo alcuno… ed è così: la tà Biblìa è, non a caso, il libro dei libri, scritto in non meno di mill’anni da decine di autori sconosciuti, dai grandi re Davide e Salomone, dal grande profeta e poeta Isaia e dai suoi sodali e successori Geremia, Ezechiele, Osea, Zaccaria, Malachia, e così via. Rima inutile ma bellissima.

Beati i puri di cuore, e che significa se non che la trasparenza illumina di luce ogni cuore? Beati i poveri in spirito, e che significa se non che nulla di posseduto è importante? Beati coloro che piangono e che significa se non che verrà pure la gioia? Beati i miti e che significa se non che non occorre l’arroganza, mai? Beati gli assetati e affamati di giustizia, e che significa se non che la giustizia, intesa come armonia, verrà? Beati i misericordiosi, e che significa se non che vi sarà un giusto contrappasso di misericordia? Beati gli operatori di pace, e che significa se non che il loro nome sarà quello di “figli di Dio”? Beati i perseguitati per la giustizia, e che significa se non che il loro sacrificio e anche il loro dolore sarà riconosciuto come merito? Beati coloro che riceveranno insulti e persecuzioni e male parole come maldicenze e calunnie, e che significa se non che saranno premiati con la Visione beatifica di Dio stesso?

Beatitudini come linea guida, sottile linea rossa dell’esistenza, come responsabilità individuale e capacità di scelta.

E ora, dalle Beatitudini a un testo che -apparentemente- può essere considerato campione di una laicità quasi contraltare dello scritto matteano, ma non è così, perché può essere, invece, giustapposto, quasi come traduzione contemporanea della sapienza sociale trasparente dal Nuovo testamento, così come proposto dall’evangelista. Il linguaggio del preambolo è chiarissimamente attuale, ma si fonda sulla sapienza antica e immortale del Libro dei Libri, il

 

Preambolo allo Statuto del Partito Radicale Trans-nazionale trans-partito

Il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito proclama il diritto e la legge, diritto e legge anche politici del Partito Radicale, proclama nel loro rispetto la fonte insuperabile di legittimità delle istituzioni, proclama il dovere alla disobbedienza, alla non-collaborazione, alla obiezione di coscienza, alle supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge. Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, allo stretto rispetto, all’attiva difesa di due leggi fondamentali quali: La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo (auspicando che l’intitolazione venga mutata in “Diritti della Persona”) e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo nonché delle Costituzioni degli Stati che rispettino i principi contenuti nelle due carte; al rifiuto dell’obbedienza e del riconoscimento di legittimità, invece, per chiunque le violi, chiunque non le applichi, chiunque le riduca a verbose dichiarazioni meramente ordinatorie, cioè a non-leggi. Dichiara di conferire all’imperativo del “non uccidere” valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa.

Ecco, quanti richiami evangelici se si legge di “(…) supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge (…) Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, (…) ai Diritti della Persona (…) Dichiara di conferire all’imperativo del non uccidere valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa“.

Il verso dell’umano è questo, laico e cristianissimo, evangelico e contemporaneo. Che differenza c’è parlare di beatitudine o di speranza? La speranza è virtù e passione, e questo è vero e valido, sia per la dottrina evangelica sia per quella politica laica e socialista. Io mi ci riconosco in entrambe. E’ virtù legata alla beatitudine (la beata speranza) ed è passione come aiuto indispensabile alla buona vita, contro ogni di-sperazione.

Infine, il romanzo di Mendel Singer, il Giobbe rothiano che riceve dal Signore ogni prova della vita, prima di avere il suo premio. Caro lettore, ti raccomando sommessamente di leggerlo, ché ti giova, affinché tu possa constatare per conto tuo come l’Incondizionato pre-vede mentre tu pro-cedi, e ascolta chi inter-cede per te con l’amore, la speranza e la preghiera, potentissimo ausilio e silenzioso ristoro dell’anima.

In Siria si gasano popolazioni inermi (forse), si scagliano missili, e dunque: come si sta in Italia senza Governo, mentre il mondo va avanti con semi-guerre e diplomazie ambigue?

Trump, Macron e Theresa May lanciano nella notte un attacco ai centri di ricerca e stoccaggio di armi chimiche in Siria (pare sia così, sperando non si tratti della fotocopia della gran bufala di Tony Blair vs. Saddam Hussein del 2003), mentre i Russi protestano e non si sa che cosa potrà accadere. In realtà la posta in gioco è l’egemonia politico-militare sul Vicino Oriente. Francia e Inghilterra non “possono” stare fuori dai tempi di Sykes-Picot, gli Americani per ragioni legate alla geo-politica globale (Trump o non-Trump), La Russia non molla gli spazi conquistati sulla costa orientale del Mediterraneo e desidera mantenere le basi militari di Tartus (l’antica Tortosa dei crociati) e Latakia (l’antica Laodicea di san Paolo e di sant’Ignazio, vescovo di Antiochia). In questo scenario Arabia Saudita, Israele, Iran e Turchia non stanno a guardare: l’intreccio è complicatissimo e contradditorio. E l’Italia, con Gentiloni in prorogatio e la politica nel grottesco, o quasi? In questa situazione, nessuno parla più di Brexit, del colonnello russo avvelenato, dei guai di Trump, etc. L’Occidente si ricompatta? No, è una fase tattica.

La domanda che si può fare il culto e l’inclito, il neutro o il filo-russo, il filo-americano e l’europeista: si sta meglio a interpretare il ruolo da protagonisti-aggressivi à la Macron, se pur oramai nel piccolo di quasi ex potenza, o il ruolo da deuteragonisti come l’Italia, che è guidata da un Governo attivo “per gli affari correnti”, ma non riesce, imitando altre grandi e meno grandi nazioni europee, a mettere insieme un Governo derivante dal risultato elettorale del 4 marzo scorso?

IN SIRIA (pezzo che ho inviato a Filosopolis, blog del mio amico filosofo Neri Pollastri stamattina)

La Siria fa parte, dopo essere stata culla dei linguaggi sillabici (Ebla, Ugarit, etc.) e parte di quella “Mezzaluna fertile” dove iniziò un pezzo di civiltà, in ogni senso si intenda questo termine, scrittura, appunto, sedentarizzazione di popolazioni significative, fondazione di città, origine di un’agricoltura intelligente con un uno “sfruttamento” altrettale delle non molte risorse idriche, e altrettanto si può dire per un artigianato e per arti figurative di livello eccellente (si contempli Palmira, per citare solo un luogo), etc., è stata con l’area palestinese che va dalle alture di Golan, dove pare sia stata collocata la cittadina di Cana (cf. Giovanni 2, 1-10), che non si troverebbe dove ora ti portano le guide se vai in visita ai luoghi di Gesù di Nazaret, al deserto del Negev, la culla del primissimo cristianesimo.
Anche san Paolo, che era di Tarso, un po’ a Nord, sotto i monti del Tauro e oltre il fiume Oronte che scorre ad Aleppo (!), città “romana” (oggi diremmo “turca” o jazida?) passò per la Siria più e più volte. Anzi, non era forse diretto a Damasco per perseguitare i seguaci del nazareno quando incontrò in qualche modo il Maestro? (vedi tela di pari tema, del Caravaggio, in Santa Maria del Popolo a Roma)
E potrei continuare, perché siro-palestinesi erano diversi personaggi di cui si parla in Giovanni e nei vangeli sinottici, etc. E, in seguito, altri “pezzi” della primitiva “grande Chiesa” erano di lì. Cito qui due o tre personaggi di tutto rilievo: Nemesio di Emesa (oggi Homs), vescovo e autore di un bel trattato di antropologia filosofica (Περὶ φύσεως ἀνθρώπου, cioè Della natura dell’uomo), Efrem il Siro, pensatore  e poeta di vaglia, Ignazio di Antiochia, vescovo e martire, che scrisse una lettera alle sette chiese della zona, tra le quali Laodicea (l’attuale Latakia, così cara ai Russi odierni per la base militare che vogliono mantenere sul Mediterraneo!), e così via.
La Siria è culla importantissima di parte della nostra cultura cristiana indefettibile, caro Neri, oltre ad essere la terra bellissima e struggente che tu ben descrivi.

Mane diu, o mane Deo, come preferisci, mio caro Neri e caro lettore della domenica.

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