Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il “democraticismo” dei social è una pericolosa idiozia

L’uomo ha lottato lungo migliaia di anni per capire che la democrazia, comunque declinata, è il migliore dei regimi politici possibili. Da Pericle a… Draghi, passando per Locke e Robespierre. Questo elenco strano già illumina sulle contraddizioni della “democrazia”, poiché in suo nome si possono costruire maggioranze e minoranze, ma si possono anche mozzare teste.

Ciò che oggi impressiona è che questa democrazia ha ammesso al proprio interno, non solo il voto a suffragio universale, peraltro non ancora vigente in tutti gli stati del mondo, ma anche i social, dove ciascun utente può commentarne altri ed esprimere giudizi sull’operato di chicchessia, senza alcun filtro, o quasi.

Per tale ragione, ciascuno può commentare lo stipendio di Conte (parlo dell’allenatore dell’Inter), così come l’assalto a Capitol Hill, approvare l’intervento di Trump per aizzare il popolazzo a quell’assalto, oppure criticarlo; si può intervenire su una teoria scientifica proposta da un illustre luminare, mettendola in ridicolo, senza tema di essere a propria volta ridicolizzati; si può sostenere la piattezza della Terra senza ricevere direttamente uno sberleffo di pietà dalla “rete”; si può discettare di tutto senza avere alcuna preparazione sul tema trattato; si può insultare qualcuno fino al limite della denigrazione e della calunnia, contando sull’inerzia di eventuali controllori; si può più o meno tutto.

Io stesso, nel mio blog, talvolta non ho evitato – volutamente – di esprimere giudizi drastici su politici e capi vari, fermandomi un attimo prima del rischio di una querela. Ma ho sempre trattato argomenti su cui ho competenze, come la filosofia, la teologia, la psicologia, la sociologia, il giornalismo, la politica e la storia, mai impancandomi su questioni che conosco solo superficialmente.

Forse solo la pedo-pornografia telematica è abbastanza sotto controllo, ma quasi tutto il resto, no. Come chiamare questa “libertà” semi-assoluta di dire? Per dirla in greco antico, questa parresìa irresistibile? Democrazia? ho qualche dubbio. Portato indiretto della democrazia? Forse.

Ma non solo, perché la democrazia è comunque una modalità socio-politica di amministrazione dello stato che intrinsecamente presenta afflati e dimensioni eticamente fondate sul Bene comune. Che cosa è un Ente eticamente fondato? Un “qualcosa” che si basa su una nozione chiara e condivisa del bene e del male, avendo a che fare con l’agire (libero) dell’uomo.

I social imperversano ovunque, vari, e in competizione tra loro. Dalla Cina all’America, all’Europa tutta, all’Australia. I loro proprietari sono i personaggi più ricchi del pianeta, e hanno obiettivamente un potere immenso. Sergey Brin e Larry Page certamente non immaginavano il destino universalmente potente di Google. Né Mark Zuckerberg quello di Facebook. Quando Trump ha esagerato anche a giudizio dei capi di Twitter, è stato “bannato” cioè oscurato e non ha potuto più imperversare con le sue vergognose falsificazioni.

Ma ciò che significa? Non solo che in questo caso – obiettivamente – Twitter ha compiuto, per dirla semplicemente, un’opera buona per il mondo, e soprattutto per i miliardi di persone culturalmente indifese che popolano il mondo, ma ha anche mostrato come un “soggetto” privato come l’azienda americana possa decidere di un significativo “pezzo” di possibilità informative.

Caro lettore, non ti ricorda qualcosa di già avvenuto nella storia, anche molto recentemente? Basta pensare ai regimi totalitari del XX secolo, quando né Stalin, né Hitler, né Mussolini, permettevano che i loro popoli conoscessero ciò che realmente avveniva nei territori, nelle città e nelle campagne di quelle nazioni.

Si consideri come è stata gestita, se pure in periodo gorbaceviano, la tragedia di Chernobyl…, o la vicenda del mostro di Rostov, Andreij Chikatilo, di cui si seppe anni dopo, e di migliaia di altri fatti concernenti città segrete in Siberia ai tempi di Giuseppe Djugasvilij, il “piccolo padre” georgiano.

Si consideri come il Minculpop del cav Benito zittiva e oscurava tutte le notizie che potessero mettere in dubbio l’efficienza e l’equanimità del regime.

Si ricordi la terribile, efficacissima attività di propaganda del dottor Goebbels, che in buona parte nascose per anni il monstrum dei campi di concentramento e di sterminio.

E gli esempi potrebbero continuare, anche restando agli episodi solo molto dopo il loro accadimento svelati, concernenti il XX secolo. L’altro ieri, anzi, ieri.

Con ciò non voglio comparare in modo corrispondente la decisione di Twitter su Trump con i cenni ai fatti del secolo passato, ma pongo un tema e un problema: come si comunica, chi comunica, chi decide cosa comunicare, come potrà essere possibile per tutti conoscere la veridicità delle fonti informative, come poter replicare, correggere, informare con verità e senso morale?

Un gran lavoro della mente e del cuore, non solo dei decisori, ma di ogni cittadino, di ogni elettore, di ogni essere umano.

I nuovi babbei e le brave persone come Mario Draghi

Intanto, diciamo che i babbei sono sempre stati molto numerosi – ed essendo in numero notevole – pericolosi. Nei periodi di crisi si fanno vivi con ancora maggiori velleità. Io però, come ben sa chi mi conosce, non sono manicheo e, a volte con qualche sforzo, riconosco valori in aree operative e settori politici che in generale (a me) paiono privi (di tali valori).




Il “babbeo” non si accorge se qualcuno lo offende o lo imbroglia, oppure se pensa di stare con la maggior parte delle persone che lo circondano, qualsiasi caratteristica queste persone abbiano; il babbeo non ha una morale forte, profonda, ma solo superficiale.

E vengo a una particolare categoria di babbei, e poi a un’altra.

Molti giornalisti sono dei babbei, specialmente quelli che non curano la logicità dei loro racconti, come quando giustappongono dati percentuali e dati assoluti sulla pandemia. Sono babbei quando, avendo quattro notizie da enunciare di cui una negativa e tre positive, partono nella loro narrazione con quella negativa, spesso esibendo facce da funerale, come se ciò fosse necessario per l’efficacia della comunicazione, ottenendo l’effetto di sconcertare e rattristare le persone più semplici , e di ottenere l’effetto “tanto non ce la facciamo”, delittuoso sentiment anti-economico.

Un secondo esempio: in tempi di pandemia, una mattina alle 7 la giornalista del tg annunzia che “ieri sono stati fatti poco più di 297.000 tamponi (297.124, per la precisione, ndr)”. Ecco, la dizione “poco più”, di per sé, sminuisce un dato che invece è molto significativo. Avrebbe potuto dire “sono stati fatti quasi 300.000 tamponi”, ottenendo un effetto psicologico sugli ascoltatori ben diverso, orientato al positivo. Io me ne accorgo, e penso che la giornalista, o chi per essa, siano dei perfetti imbecilli, e disonesti. Oppure, altro esempio desolante: nei titoli di un tg si sente dire che i contagi Covid in Italia sono aumentati ieri rispetto all’altro ieri, e poi nel testo del servizio, cinque minuti dopo, si vede una tabella che illustra giusto il contrario, cioè che i contagi nelle ventiquattro ore precedenti sono calati. Che dire?

Un esempio dell’ignoranza industriale diffusa: una delle aziende produttrici del vaccino (Astra Zeneca, ad e.) informa circa una lieve riduzione temporanea della produzione (- 7%) del vaccino, ma la notizia viene riportata come una decisione “politica” dell’azienda, volta a ottenere, magari surrettiziamente, un aumento del prezzo di vendita, mentre invece si tratta solo di un normale problema tecnico produttivo, che può capitare in ogni fabbrica di produzione industriale, come sa chi conosce la complessità di una fabbrica produttiva: una rottura di una parte degli impianti, o di una sola macchina importante nel flusso, una interruzione temporanea della supply chain della produzione, una interruzione dell’energia… ecco, tutti esempi che spiegano semplicemente la ragione per cui un giorno o anche poche ore di problemi tecnici possono ridurre i quantitativi della produzione. Ma per capire questo e non dire stupidaggini, bisogna conoscere almeno un po’ come funziona una fabbrica industriale.

Un’altra categoria, sempre da aggiornare, di babbei, è quella dei politici, di cui ho più volte rilevato qui la povertà di spirito, non “in spirito”. Mi spiego: l’evangelica povertà “in spirito”, insegnamento gesuano, vuol dire che una persona, anche se benestante, non si sente importante e non si fa arrogante in ragione dei propri mezzi economici, ma, al contrario, mantiene la consapevolezza del proprio limite umano e della propria fallibilità, mentre i poveri “di spirito” sono coloro che sono veramente scarsi di intelletto.

Ecco: il personale politico di questi tempi registra una grande abbondanza di soggetti qualificabili in quest’ultimo modo. La cosa che continua a stupire è che queste persone assommano i propri limiti alla inconsapevolezza di essi. Come si sa, chi più pensa di “essere” e di “sapere”, meno “è” e meno “sa”. La presunzione va di pari passo con l’ignoranza.

L’ambiente politico, visto che da quasi tre decenni non esiste una selezione seria del personale, vede accedervi tipi e tipe di tutti i colori umani. Il web permette di bypassare qualsisia tipo di selezione, le piattaforme, tipo quella che i “geniali” Casaleggio hanno fondato, la “Rousseau”.

Guardi la tv e vedi passare persone improbabili che parlano a nome di questo o di quel partito, snocciolando titoli di temi politici triti e ritriti. Oramai, con la mia esperienza, condivisa con tanti amici miei, ironizzo sul fatto che sappiamo ciò che questi (solitamente) giovin signori stanno per proferire. Ma non mi meraviglio più di tanto, stanti le premesse di cui sopra, né mi adonto granché.

Il sentimento della noia quasi rabbiosa emerge quando vedo e sento i “capi” politici attuali. Un esempio per paradosso: trenta o trentacinque anni fa, quando ascoltavi Craxi, Spadolini, De Mita, Martelli, l’ultimo Berlinguer, Spini, perfin Forlani o Piccoli, mi/ ci pareva che un allora giovane Pierferdy Casini tuttalpiù meritasse di portare la borsa a Forlani, mentre ora, se lo vedi, oramai sessantacinquenne, vigoroso e bianco, e lo ascolti “ragionare” (verbo artistotelico-demitiano), ti par che sia un gigante, tra tanti e tante nani (ad e. l’inutile dibattista) e nane (ad e. l’inutile lezzi).

Questa è la situazione dei babbei principali, presenti tra i giornalisti e i politici, poi ne puoi individuare anche in mezzo ad altre categorie, emerse con la pandemia, come i virologi, che lottano fra loro a suon di previsioni che oscillano tra il massimo e il minimo di pessimismo e di ottimismo, suscitando perplessità e paura tra gli ascoltatori. E, a livello governativo, almeno fino a dieci giorni fa (che Dio benedica la fine del governo Conte bis), una, due, cinque, dieci voci, mai coerenti, tra Ministro della Salute, Presidente del Consiglio superiore della sanità, Presidente dell’Istituto superiore della sanità, Coordinatore del Comitato tecnico-scientifico, il Commissario a tutto, et alii forsitan inutiles homines.

Son convinto che il presidente Draghi ordinerà una semplificazione razionale della comunicazione Covid, essendo lui stesso un’assicurazione contro i babbei.

Comunque, caro lettore, i non-babbei sono sempre in maggioranza, e questo fa ben sperare.

La clemenza, una virtù umanissima e previdente

Seneca, filosofo e politico dei tempi di Claudio e Nerone, ne scrive nel suo omonimo De Clementia. Il testo latino a fronte aiuta a ri-ammirare questa splendida lingua e razionale, una meraviglia continua per chi la pratica e uno stupore sconfinato per chi non la conosce, se questi ha la bontà di apprezzare le “cose belle”.

In questa riflessione proverò a dialogare con il grande Lucio Anneo, cercando di immergermi, come insegna Gadamer, nel suo tempo e nella sua temperie socio-culturale, e di attualizzare il suo insegnamento filosofico-morale e politico alla luce della nostra mentalità, occidentale, sub-occidentale, planetaria… Impegno ambizioso, che cercherò di svolgere con la massima umiltà che il tema stesso e il confronto con un autore di duemila anni fa richiedono.

Il De clementia è un trattato, cioè uno speculum principìs, uno specchio nel quale il principe si può specchiare analizzando se stesso, che per Seneca permette di proporre in modo critico la relazione fra filosofia e politica, soprattutto al fine di individuare le virtù migliori, non solo di tutti gli uomini, ma specialmente del sovrano, tra le quali egli colloca in primis la clemenza.

Seneca dedica lo scritto al giovane Lucio Domizio Enobarbo, cioè Nerone, di cui il filosofo era divenuto precettore, su incarico della madre del futuro imperatore, Agrippina Minore, moglie del defunto imperatore Claudio.

Il De clementia, dunque, è una sorta di libro di testo per educare all’esercizio del potere il giovane Domizio Enobarbo, che era promettente. Seneca era convinto che il miglior modo di condurre lo stato fosse una monarchia “illuminata”, che pensava avrebbe potuto essere una grande opportunità per il potenziale del giovane alunno.

In questo trattato di filosofia politica, scritto tra il 55 e il 56 d.C., Seneca definisce la condotta politica che il neo imperatore Nerone farebbe bene a seguire. Il trattato era originariamente diviso in tre libri, dei quali ci sono pervenuti solo i primi due (il secondo incompleto).

Il tipo di trattato chiamato, appunto, speculum, è di origine greca è impostato su un paradosso continuo, con il quale l’autore mostra all’allievo, descrivendo i vizi di un regno condotto in modo sbagliato e ingiusto, come invece dovrebbe comportarsi al contrario, perseguendo le virtù umane, tra le quali la clemenza è tra le primarie.

Ancora Seneca: nella sua visione del mondo la clemenza è la virtù più umana, perché – manifestandosi – mostra tra gli umani il sentimento che ciascuno desidera per sé, quando sbaglia e così operando, rischia la sanzione, la punizione. Immaginiamo che tipo di punizioni erano in vigore ai tempi del filosofo: la pena di morte era prevista per non pochi reati, per cui la clemenza, in questo caso, risultava decisiva per la sopravvivenza stessa dell’individuo.

Ma anche il sovrano, il principe, esercitando la virtù di clemenza verso i cittadini, è anche clemente verso se stesso, in quanto comportarsi in questo modo è un fatto benefico per tutti, per se stessi, i re s’intende (i leader, diremmo oggi), e per i cittadini, che si sentiranno in dovere di essere solidali con il re stesso.

Seneca paragona il principe a vari soggetti, in termini metaforici, ad esempio a un medico, all’ape regina, agli dei, al sole, a un tiranno, che è il confronto più importante. Una delle opzioni più importanti dell’esercizio della clemenza è la rinuncia alla vendetta, per mostrare il fatto che se chi occupa una posizione elevata deve controllare i propri comportamenti nei minimi dettagli. La clemenza, inoltre, è un’espressione della mitezza, che può… mitigare la severità.

Un aspetto fondamentale della clemenza è la capacità di misurare la severità nel punire e nell’essere clementi. La clemenza è dunque in contrapposizione alla crudeltà, cioè nelle modalità di infliggere le punizioni. Anche una esagerata clemenza non va bene, perché abitua a non assumersi responsabilità, a pensare che tanto, vada come vada, la compassione sarà sempre sufficiente per trovare un perdono generale per qualsiasi atto compiuto, anche il più malvagio, o quasi.

La clemenza è la virtù dell’uomo saggio, poiché egli è persona mite e dunque misurata nel punire, non lasciandosi condizionare né dalle sofferenze né dal godimento altrui.

La clemenza non è soggetta alla legge e – più strettamente – alla pura razionalità. Chi è clemente ha una certa sicurezza in sé di agire per il meglio, in quanto la clemenza ha un valore di giustizia e di equità, con apporti concreti, talora, della stessa epicheia, cioè della giustizia-giusta, kairologica, attuale. Quella giustizia che sembra ingiusta, ma in realtà interpreta i fatti in modo più completo. Oggi diciamo a 360°.

Che cosa si intende per clemenza nella nostra cultura attuale? Certamente non è un termine di uso consueto. Si potrebbe dire che da qualche decennio è una parola relegata al diritto, alle pratiche giurisprudenziali, soprattutto di carattere penale. Ad alcuni pare un termine più vicino alla cultura ottocentesca, che a quella del ventunesimo secolo.

La clemenza la si chiedeva un tempo ai sovrani, ai comandanti militari, magari sotto la forma della grazia. I sovrani, infatti, venivano chiamati “sua grazia”, definiti “graziosi”, con un linguaggio deferente e sottomesso. La clemenza è una virtù e un modo di porsi verso l’altro, specialmente se i due soggetti sono asimmetrici per posizione, ruolo e potere.

La clemenza si pone come virtù classica, in quanto rappresenta valori condivisibili, e reciprocamente utili alla convivenza umana. Basti solo pensare al fatto che ognuno di noi potrebbe qualche volta avere bisogno di clemenza,

A questo punto mi piace citare Aristotele, precedente nel tempo a Seneca, che diede un’importanza centrale, tra le virtù morali umani, alla virtù di giustizia, la quale non solo deve permettere all’uomo di individuare e definire l’unicuique suum (la giustizia di scambio, oggi la chiamiamo come riconoscimento dei meriti individuali) le norme generali (che erano in vigore al tempo dello Stagirita e lo sono anche oggi) e le norme concernenti la società nel suo insieme (oggi le definiamo welfare), ma anche a una dottrina e a modalità operative che superino in via eccezionale le norme sopra citate, mediante l’epichèia, che ho ampiamente trattato qualche tempo fa in questa sede.

Ripeto: l’epicheia altro non è che la “giustizia giusta”, una giustizia che può anche apparentemente risultare ingiusta, ma in realtà contribuisce a fare andare avanti il mondo.

“Preoccupazioni” e “post-occupazioni”, “problemi” e “temi”, l’inutile abuso di frasi ipotetiche (con il “se” e il congiuntivo), mentre continua la vicenda di un premier adenoidico e paludoso

Quando sento la voce di Conte Giuseppe, prima di tutto ho un senso non gradevole da un punto di vista fonico, poi mi stanco quasi subito di ascoltare l’ennesima sequela di titoli e di frasi fatte.

La parola “preoccupazione”, cioè pre-occupazione, cioè una occupazione che avviene prima (a volte non si sa perché), è molto inflazionata. E come tutti i termini di cui si fa uso e abuso, stancano, annoiano. La cosa che sorprende è che questo lemma non conosce crisi, tutti o quasi continuano a utilizzarlo imperterriti. Nessuno si fa qualche domanda, ma da qualche tempo me la faccio io, che sto sempre attento alle parole che si usano, visto che dovrebbero essere i nomi delle cose, ma ciò è vero solo in parte, come insegnano insigni linguisti come Noam Chomski e Raffaele Simone, e filosofi di pregio come Wittgenstein.

Mi chiedo, infatti, per quale ragione si deve essere così spesso pre-occupati, se magari poi le cose scorrono, “occupano” il tempo e le energie in modo normale? Niente, ci si dice spessissimo preoccupati. Ebbene, per cominciare a mettere in questione l’uso della parola, ho cominciato a dire che solitamente “non sono preoccupato”, ma, tutt’al più “sono post-occupato”, cioè, se vale la pena mi occupo di una cosa, ma a tempo debito, non prima, stressandomi inutilmente.

Un’altra confusione terminologica si rileva nell’uso improprio e casuale di queste due parole: “temi” e “problemi”. Alle elementari, quando si faceva lezione di italiano venivano dati dall’insegnante dei temi, che avevano in testa la parola “Svolgimento”, mentre quando si faceva matematica, l’insegnante dava dei problemi da risolvere, i quali prevedevano di scrivere in testa alle operazioni la parola “Risoluzione”. Bene. Si dovrebbe tenere presente che l’etimologia di “tema” è greca, poiché il termine in italiano deriva dal verbo tìthemi, pongo, mentre l’etimologia di “tema”, sempre greca, deriva dal verbo probàllein, vale a dire getto avanti (un inciampo): si può osservare, dunque, chiaramente, come i due termini abbiano significati e funzioni radicalmente diverse, e pertanto vanno utilizzati in contesti e per significati differenti.

Non si deve parlare sempre di “problemi”, poiché molti fatti definiti in questo modo sono solo “temi”, quindi argomenti da approfondire, discutere e su cui prendere decisioni.

Le ipotetiche concessive, il se usato come se ciò-che-potrebbe-accadere, ma non è detto che accada, sono pervasive in molte discussioni. Quanti “se” tutt’intorno! e “se” qui e “se” là, in un bailamme di ipotesi e di paure infondate, di timori sul nulla, in quanto nulla di negativo è ancora accaduto. Il se detto quando uno ti mette in guardia se vai su una parete montana verticale mediante un’ottima via ferrata “e se ti viene un capogiro, e se il moschettone (il quale, in buone condizioni regge 2500 Kili, almeno), se…”. E allora non vai più a fare la Nord del Coglians, oppure gli Alleghesi al Civetta? No, ci vai, perché non puoi avere paura-della-paura.

La cosa è proprio questa, valida alla grande anche in questi tempi di pandemia. Conosco persone terrorizzate, certamente dal Covid, ma soprattutto da se stesse. Anche qui il “se” la fa da padrone: “e se quando ti siedi al bar (essendo in zona gialla) non hanno pulito bene il tavolino e prima di te si è seduto un infetto?” Allora direi a questa persona terrorizzata: “e se lo spermatozoo di tuo padre non avesse mai incontrato l’ovulo di tua madre?”, risposta “non sarei qui a parlare con te”. “Vedi allora che tu stai ipotizzando qualcosa che potrebbe non avvenire mai, oppure potrebbe accadere, perché è possibile… ma non probabile.”

Nella vita possono accadere fatti possibili, probabili e necessari, cioè certi. Un esempio: è certo che noi umani dobbiamo fare pipì, quando sentiamo lo stimolo; è probabile che d’inverno ci venga un raffreddore; è possibile essere infettati dal Covid.

Dunque, se-è-possibile infettarsi, così come è possibile ammalarsi di qualsiasi malattia vi sono due scelte: a) vivere comunque attuando comportamenti sempre prudenti o, b) mettersi sotto una campana di vetro e vivere reclusi.

Ecco: se le ipotetiche colonizzano la logica umana, c’è poca speranza di uscirne incolumi. E’ per questo che la logica, dunque la filosofia torna ad essere il sapere fondamentale, come stiamo cercando di fare noi filosofi pratici.

L’associazione che da tre mesi circa presiedo, Phronesis, si è posta proprio su questa strada, con l’iniziativa “Parlane con il filosofo”, che questo pomeriggio presenteremo in pubblico, dando la disponibilità a dialogare con chi ha bisogno di schiarirsi le idee. Durante la prima fase della pandemia, avevo ricevuto più di trenta telefonate, che mi pare sono state una buona cosa per altrettante persone.

Occorre coraggio senza essere temerari.

Condividere, convivere e (è?) con-filosofare

Condividere, convivere è con-filosofare: nei tre verbi ciò che più conta è la particella “con”, il latino “cum”, la quale dà senso al lemma. Senza quel “con” il verbo resta generico, quasi scontato, perché “dividere, vivere, filosofare” può riguardare anche solamente il singolo individuo, che magari si trova in un deserto o in una grande foresta, sconosciuto ai più, se non a tutti, e la cui vita non influenza alcun’altra vita.

Se i verbi “condividere” e ” convivere” sono molto noti e altrettanto utilizzati, meno noto e usato è “con-filosofare”. Bene, questo verbo descrive, ad esempio, modelli antichi e straordinariamente efficaci, come quelli di Platone, che aveva una sua “scuola”, chiamata Accademia, o di Aristotele, che guidava il Liceo, e anche di Epicuro che coltivava il suo Giardino di intelletti, per tacere di altri esempi.

Ora, sia pure faticosamente, è riemersa questa tendenza a fare della filosofia, non solo un sapere liceale e accademico relegato nei licei e nella facoltà omonima, ma anche un sapere comunitario e pratico.

L’Associazione nazionale che da poco più di un mese presiedo, Phronesis, si pone su questa linea anche con me, che seguo la pista di valorosi predecessori, filosofi e filosofe, che qui ringrazio e a cui rivolgo un atto di stima anche da questo luogo telematico.

Deduttivamente e anche intuitivamente “sento” che questo momento di vita è un momento fortemente “filosofico”, non solo perché siamo tutti coinvolti dalla pandemia globale, ma perché si sta cominciando a pensare che… pensare è indispensabile, che la riflessione logica è vitale, che la capacità di argomentare fondando su dati seri e possibilmente veritieri le proprie convinzioni, è indispensabile.

Ecco: con-filosofare può essere un’attività utile, opportuna, se non indispensabile, e ciò dico senza alcuna enfasi. Con-filosofare significa mettersi sulla stessa lunghezza d’onda, ma non in senso meramente empatico, pure condizione e clima indispensabile per essere veramente in dialogo: con-filosofare vuol dire accettare che il pensiero è lo strumento principale di comprensione della realtà.

Con-filosofare è anche “tenersi sul proprio”, evitando di pontificare su cose che non si sanno, come spesso capita di ascoltare in tv e sul web, anche da parte di autorevoli studiosi ovvero, forse per meglio dire, divulgatori scientifici. A me, questa categoria di personaggi piace e non piace: piace quando come Alberto Angela e suo padre Piero propongono argomenti su cui si sono documentati e interpellano esperti di vaglia, non piace quando un personaggio mediatico come il prof di matematica Odifreddi, si impanca su disquisizioni teologiche. Mi pare abbia scritto anche un testo dal titolo Il vangelo secondo la scienza, che già nel titolo è fortemente fuorviante, se non di dubbia onestà intellettuale. L’ultima trovata, detta con il solito simpatico sogghigno di superiorità, si riferisce a qualche giorno fa, quando ha definito “fumisterie” non so che argomento di carattere teologico.

Non io, che fisico e matematico non sono, lo faccio, ma nessuna persona di buon senso si permette di definire fumisterie le ipotesi di universi paralleli o a stringhe, oppure le matematiche caotiche, oppure… non essendo-del-mestiere, ma rispettando il lavoro faticosissimo e diuturno della ricerca scientifica.

Altrettanto si potrebbe pretendere, quantomeno per correttezza epistemologica, da chiunque, quando si parla di Teologia, che è, per chi non la frequenta, una scienza-di-scienze, cioè un complesso sistema di saperi che va dall’esegesi biblica comprensiva della filologia classica ed ebraica, alla dogmatica, alla storico-giuridica e sociologica, alla morale, alla ecclesiologica e dell’evangelizzazione, alla sistematica, alla filosofica, e potrei continuare ancora.

E dunque, con-filosofare è avere rispetto per le opinioni altrui, attivando un ascolto vero, senza pre-comprensioni e soprattutto senza pregiudizi, altrimenti non si con-filosofa, e dunque non si dialoga, nientemeno.

Con-filosofare è anzitutto dialogare, ascoltando e dicendo, acquisendo e donando parole e significati, soprattutto nel senso della com-partecipazione alla vita comune (con-vivere) e alla condivisione dei beni (con-dividere), che devono essere distribuiti con equità e giustizia tra tutti.

Compresi i Beni spirituali dell’Intelligenza, della Razionalità e del Linguaggio, cioè della Parola-che attraversa, in greco “dia-logos”.

E’ abbastanza chiaro, cari professori del tutto e del… nulla?

Circa il discorso sul “nulla” rinvio a un altro brano pubblicato qui qualche anno addietro.

Umanesimo e scienza, teoria e pratica, forma e sostanza: dualismi da superare

E’ di moda pensare e parlare per dualismi, creando un problema grave di interpretazione della realtà, sia delle vite umane, sia della natura tutta.

dualismo

Il termine “umanesimo” viene spesso o travisato o inteso in modo limitante. Talora bisogna spiegare dettagliatamente che il termine può essere concepito, sia come periodo storico-culturale  così come è stato definito dagli storiografi, sia in termini universali. Il termine scienza di solito è intesa come sapere riferibile solamente alla cosiddette “scienze dure”, secondo Dilthey le Naturwissenschaften, mentre invece sarebbe bene recuperare la nozione aristotelica di epistème, che significa sapere strutturato, cui aggiungere la presenza di uno specifico statuto… epistemologico, appunto.

La teoria, solitamente viene vista quasi in contrapposizione alla pratica, come se si trattasse di due entità separabili, invece che necessariamente connesse. Le due nozioni sono da tenere separate in un certo senso, in quanto rappresentano due dimensioni distinte, ma che trovano la loro sussistenza proprio nella relazione.

Teoria significa visione, in greco, come è noto, e quindi è la dimensione propedeutica a ogni agire pratico: si pensi all’ideazione di un’opera d’arte, o anche alla progettazione di una macchina.

Circa il rapporto semantico esistente fra forma e sostanza è stato spesso oggetto di mie riflessioni qui e altrove pubblicate. In sintesi, sostengo che la forma (non il formalismo estetistico) è la sostanza, in quanto, senza la forma ogni sostanza resterebbe mera materia prima, come la statua michelangiolesca la quale, solo dopo che lo scultore le ha dato-forma, assume la sostanza di una statua.

Il dualismo è anche una modalità conoscitiva della realtà, che Platone ha iniziato e fin da subito nobilitato. In contemporanea o quasi, con Aristotele si ha una unificazione della conoscenza, che si basa sulla realtà di pensiero e opere, esemplificata nel composto umano, il synolon.

Tornando a Platone, il grande Ateniese concepisce la realtà su un doppio binario, quello più autenticamente reale che appartiene alla dimensione eidetica (delle idee), e quello del materiale concreto, che sarebbe un’ombra della realtà delle idee.

Il dualismo continua poi nei secoli, dialogando con il monismo aristotelico, che trova poi in Tommaso d’Aquino il massimo mentore. La rivoluzione scientifica del XCI secolo ha poi separato in modo radicale, prima – opportunamente – la filosofia dalla teologia, e poi invece disgraziatamente, la filosofia dalla scienza, intesa nel senso galileiano e anche diltheyano.

Solo in questi ultimi decenni pare che la filosofia e la scienza stiano riparlandosi. Per attestare quanto detto, desidero citare con piacere il libro del prof Carlo Rovelli Elgoland appena pubblicato, nel quale il ricercatore prova a connettere teoreticamente metafisica e meccanica quantistica. Meraviglioso. Si tratta di due discipline teoricamente distanti – per dire – una galassia di tempo-spazio, ma a ben vedere non è vero. Infatti, la metafisica si occupa della realtà in quanto tale nei suoi fondamenti, come l’essere, l’ente e l’essenza, e la meccanica quantistica… pure, anche se con riferimento alle micro-particelle della materia. Sono particolarmente soddisfatto di questo, anche perché un paio di anni fa ebbi a polemizzare (non tanto dolcemente) con lui, poiché lessi in chiusura di un suo volume un giudizio che non ho condiviso sul tema dell’anima immortale presentata da Platone nel dialogo Fedone.

Ora sono qui a lodare pubblicamente il lavoro di Rovelli, che consiglio a tutti, con piacere grande, pensando che possa essere un prodromo per un dialogo costruttivo tra questi due plessi epistemologici, per i prossimi tempi.

Andare avanti senza dire banalmente ogni momento, provocando (in me e, penso, non solo in me) un gran senso di noia: “andrà tutto bene”

Se c’è una frase che non sopporto di questi tempi è quella del titolo. Che cosa significa “andrà tutto bene“? E’ un auspicio, è uno scongiuro, è una giaculatoria forzosamente ottimistica, è un incoraggiamento prima a se stessi e poi agli altri? E’ un…

Prima di provare a comprendere le ragioni comunicazionali/ relazionali e sociologiche della frase apoditticamente affermativa del titolo, analizzerò filologicamente i tre termini: 1) andrà: verbo al futuro, concetto ineccepibile perché noi umani contemporanei occidentali abbiamo una nozione fisico-lineare del tempo (anche se Nietzsche e le persone di cultura induista esprimerebbero qualche perplessità in tema); 2) tutto: beh, qui cominciano mie serie perplessità. Infatti, che cosa significa “tutto”, in greco òlos? Si tratta proprio di “tutto” nel senso che nulla è escluso? No, non può essere vero, in quanto in nessun caso, in nessun luogo e in nessun tempo si può dire che “tutto” è andato in un certo modo, in questo caso, auspicabilmente buono, positivo. Si potrebbe anche obiettare che il concetto di “tutto” non è… completo, perché si tratta di un lemma quantitativo: infatti manca la nozione qualitativa che si può esprimere con l’avverbio “totalmente”.

Per dirla bene, occorre specificare “tutto e totalmente”. Se non si conviene su questo, il lemma “tutto”, anche nel senso di “totalmente”, resta incompleto, in quanto non chiaramente esplicitato; 3) bene: vale quanto scritto qui sopra. Che cosa significhi “bene” può essere un generico dire positivo, oppure si tratta della traduzione del convenevole inglese in risposta a “how are you... cioè “nice, tanks“, quando ben poco interessa (di solito) all’altro del tuo vero bene. Ma può essere anche un qualcosa che riguarda tutte le “cose” buone di una vita, e anche di tutto il mondo: il latino bona, i beni.

E dunque, detto questo, come possiamo ragionare sul “vero-bene”?

Non possiamo non prendere in considerazione molto, anzi tutto quello che rappresenta l’agire umano in pensieri, parole, opere e omissioni, per usare un linguaggio teologico-morale.

A parer mio, si potrà affermare “andrà tutto bene” solo se qualcosa di radicale, qualcosa di profondo cambierà nel consorzio umano, locale e globale. C’è da ripensare, come si dice, veramente a tutto. Ma prima di tutto bisogna pensare al… pensiero umano e alla sua profonda crisi attuale.

Chi mi conosce sa che lo sto sostenendo e scrivendo da tempo. Anche la mia stessa appartenenza a Phronesis, l’Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, attesta questa mia priorità. Si parla tanto, e quasi sempre a vanvera, sul web e nei social di cristi etica, senza che molti parlanti sappiano che cosa si debba intendere per “etica”. Lo ripeto qui per l’ennesima volta: l’etica è un sapere strutturato e scientifico che opera per giudicare l’agire buono o malo dell’uomo, in quanto libero e perciò responsabile.

Secondo me (e grazieadio non solo), la “crisi etica e valoriale” è effettiva, ma prima ancora mi pare si possa dire che si è oltremodo dis-ordinato e messo in crisi il pensiero critico, cioè la capacità/ facoltà umana di analizzare, discernere, dedurre, intuire… in definitiva, di ragionare e di argomentare con logica stringente.

Sappiamo dalla storia del pensiero umano occidentale che vi sono due modi di analizzare la realtà dell’uomo e del mondo: la deduzione che è governata dal processo virtuoso del rapporto causa/ effetto e, teoreticamente, dal sillogismo (parole collegate: syn lògos) di matrice aristotelica, e l’induzione o intuizione, che da qualche tempo viene definita retroduzione (cf. Karl Popper e quanto scrivono Alberto F. De Toni ed E. Bastianon in Isomorfismo del potere, ed. Marsilio, Venezia 2020, volume che consiglio a tutti coloro che sono interessati ai temi della leadership e delle dinamiche del potere).

Abbiamo detto che la deduzione è il modo normale, quotidiano, di ragionare mediante la considerazione di una o due premesse e di una conclusione necessaria. Un esempio che Aristotele propone nella sua Logica è il seguente, denominato sillogismo dimostrativo: a, prima premessa: l’uomo è razionale, b. seconda premessa: il razionale è libero, c. conclusione: l’uomo è libero. Epperò, si può anche rovesciare il ragionamento, considerando gli effetti invece della cause: ad esempio “credere” che vi sia un fuoco acceso vedendo del fumo dietro gli alberi. Questo metodo è, appunto, induttivo o retroduttivo.

Abbiamo la necessità ineludibile di utilizzare deduzione e retroduzione per analizzare l’uomo e il mondo in cui vive, anche e forse soprattutto per comprendere e far comprendere che cosa non funziona nell’agire umano. Ad esempio, nella politica e nella distribuzione della ricchezza mondiale, delle risorse e dell’acqua in primis, ad esempio.

Non può essere neppur pensata un’Etica declinata verso un Fine condiviso tra tutti gli uomini, se non funziona il pensiero logico, se non si usa la metodica analitica sopra indicata. Per stabilire e condividere un’Etica occorre condividere una modalità operazionale del pensiero riflessivo di cui siamo dotati, come esseri umani.

E dunque, per concludere, si potrà affermare, senza che la frase non risulti trita e annoiante, “andrà tutto bene”, solamente se saremo d’accordo che occorre (ri)-mettere al centro la nostra capacità di pensare. Se così sarà, farà seguito un futuro solidale co-progettato dagli esseri umani, e non – perlopiù – subìto.

Maradona e lo spirito gregario

Inevitabilmente ripeterò anche qualcosa che in questi giorni i media – sia sportivi sia generalisti – hanno già sottolineato. Ma ne voglio scrivere lo stesso. Di Maradona. Dell’uomo e del calciatore Diego Armando, il più famoso del mondo di questi ultimi quarant’anni.

La sua morte statisticamente prematura lo ha scagliato dritto dritto nel Mito. Basti osservare i reportage da Buenos Aires e da Napoli, le sue due città dell’anima. Le foto, gli altarini, i lumini, i dazebao, le grandi immagini sui muri, attestano il mito, come quello di un santo. Cioè un “separato”, un “sancito”, un “diverso” dagli altri. La cultura greco-latina classica lo avrebbe inserito nel novero dei semidei.

Diego Maradona era un uomo piccolo di statura e talora rotondetto, ma muscolato in modo speciale. Il fisiologo o l’esperto di scienze motorie mi potrebbe spiegare che tipo di fibre poteva avere un atleta di un metro e sessantacinque scarso, che era in grado di scattare e saltare e staccare atletoni di un metro e ottantacinque, strutturati come quattrocentisti olimpici. Si veda il goal coast to coast irrogato alla orgogliosa Albione nel 1986 in Messico, per doversi chiedere “come ha fatto“?

Quel goal, insieme con quello segnato con la manita nascosta dietro la testa (la manita de Dios), sempre all’Inghilterra, è stato interpretato come una sorta di rivincita nazionale argentina dopo la fallimentare guerra della Falkland, con la quale Mrs Thatcher ha umiliato il generale Galtieri, prevalendo militarmente per un pugno di isole fredde nel Sud Atlantico. Nel mito nazionale si è inserito il mito individuale. Per l’Argentina Diego è stato come Peron e sua moglie Evita, per il Sudamerica come Fidel e come papa Francesco, che lo apostrofò in Vaticano quando el pibe andò in udienza: “Te esperavo Dieguito“, ti aspettavo Diego.

Per Napoli Maradona è stato importante come un san Gennaro contemporaneo, o perlomeno come Totò. La grande città di Partenope lo ha accolto fosse un suo scugnizzo dei Quartieri Spagnoli e Maradona si è incistato come un figlio.

Come può essere che un giocatore di football assuma tanta importanza per la cultura sociale?

Maradona è stato anche un uomo generoso, un uomo buono. Non si faceva vedere quando soccorreva bambini e adulti. Evangelicamente “la sua mano sinistra non sapeva che cosa facesse la sua mano destra”. Non si vantava. Non rimproverava i compagni di squadra che non erano alla sua eccelsa altezza tecnica nel gioco. Sembra quasi avesse fatto suo proprio l’Inno alla Carità di san Paolo, che troviamo nella Prima Lettera ai Corinzi al capitolo 13, 1-13.

Ma anche lui aveva una zona oscura. Consumatore di cocaina, Maradona oggi viene accusato in maniera esplicita di violenza su diverse donne. Ebbene, chi assume droghe e alcol è responsabile di quello che fa sotto l’influenza degli stupefacenti e dell’alcol. Maradona compreso, com’è ovvio. Anche i santi, come insegnava sant’Agostino, per esperienza personale, possono essere peccatori.

Qui sono però necessarie alcune considerazioni di psicologia teorica individuale, di psicologia sociale,  e in particolare di psicologia delle masse (o della folla) che, come ho più volte ricordato in questo sito, trova ampia spiegazione in un testo del francese Jacques Le-Bon Psicologia della folla datato verso il 1880.

La psicologia moderna e contemporanea parla di caratteri e di tipi umani, categorizzandoli in non poche modalità, che dipendono dai vari autori, da studiosi come Jung, Bateson, Freud, Rogers, Winnicott, Skinner, etc., senza trascurare la dottrina classica dei temperamenti, che risale alle filosofie del passato fino ai medici illuministi del XVIII secolo.

Da questi emergono strutture analitiche e tassonomiche che permettono di comprendere le profonde differenze tra persona e persona, ciascuna delle quali è irriducibilmente unica. La prassi e l’esperienza comuni, e le “lezioni” della storia suggeriscono la necessità di prendere atto di queste differenze, che poi si esplicitano nelle differenze di ruolo e nelle storie individuali delle varie persone.

I carismi si distribuiscono in modo vario e differente tra uomini e donne, territorio e nazione, ambiente economico e sociale, aziendale, ecclesiale, militare o civile.

Pertanto, si danno, vi sono, coloro che sono predisposti a guidare altre persone (lavoratori, soldati, religiosi, imprenditori, etc.) mantenendo la responsabilità dei risultati (cf. la teoria weberiana della leadership carismatica), e coloro che preferiscono “farsi guidare, pilotare”, o perché non se la sentono di governare strutture di persone e cose, o perché preferiscono delegare oppure, infine, perché non ne sono capaci e se ne rendono conto, la qual cosa è ottima.

Ecco, coloro che fanno parte del secondo gruppo sono più disponibili al gregariato, per cui, quando muore un “maradona”, un “lennon”, un “che guevara”, un “fidel”, un “mao” o uno “stalin”, e non chiedo perdòno qui per aver messo insieme “maradona” e “stalin”, sono i primi della fila a beatificarlo “facendolo” mito.

Gli assembramenti, le urla, i manifesti, le querimonie e i pianti sono tipici di questa tipologia antropologica.

Personalmente, come è noto ai miei lettori, non faccio parte di questa categoria umana, anche se ho partecipato a cortei, a concerti, a processioni e manifestazioni, il cui valore non disconosco certo.

Ma senza spegnere il cervello, mai.

Persona&Comunità nel Cristianesimo. Non concordo con il collega esimio professore

Mi è dispiaciuto leggere che un ottimo – e da me stimatissimo – studioso come il prof Galimberti (vedi intervista di Walter Veltroni pubblicata il 17 Novembre scorso su La Repubblica) ritiene che il cristianesimo non abbia mai tenuto al centro il tema della comunità umana, privilegiando l’individuo e il suo destino terreno e ultraterreno.

Sono rimasto sorpreso per varie ragioni: non mi sembra possibile che un intellettuale come il professore ignori, sia pure nella sinteticità tipica di un’intervista (almeno nelle risposte date durante l’intervista stessa), che questa tradizione religiosa si sia certamente fondata sulla “persona” di Gesù di Nazaret detto il Cristo, ma immediatamente dopo su una prima comunità di seguaci, gli apostoli e i discepoli prima a Gerusalemme, e dopo la morte del Maestro, su comunità che – sotto la spinta soprattutto di Paolo di Tarso – si sono diffuse in quasi tutto l’Impero romano, dal Vicino Oriente, all’Africa settentrionale, ai Balcani a Roma e oltre.

Non è assolutamente vero, caro Galimberti che il cristianesimo abbia denegato il valore comunitario e la sua centralità per esaltare – di contro – il valore della persona-individuo. Diciamo piuttosto che, in una fase storica nella quale non vigeva una nozione etica di uguaglianza tra tutti gli esseri umani, mostrabile, oltre ogni forma di distinguo razzistico con la tabella “struttura di persona”, ben nota a i miei lettori e ai miei studenti (compresenza in ogni uomo di fisicità, psichismo e spiritualità, che qui necessariamente riprendo), il cristianesimo ha portato nella storia umana una lezione assolutamente nuova sul valore dell’uomo. Si legga il versetto 27 del cap. primo di Genesi Dio fece l’uomo a sua immagine…”, si leggano poi, nell’ambito della letteratura paolina, i versetti 28 del cap. 3 della Lettera ai Galati e l’11 del cap. 3 della Lettera ai Colossesi, dove si enunzia l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani “non c’è greco, non c’è ebreo, non c’è donna né uomo, ma tutti sono uguali in Cristo”, (parafrasando san Paolo)!

Ebbene, è stato il cristianesimo a portare all’evidenza il valore irriducibilmente incommensurabile e unico della persona umana, contro ogni discriminazione censuaria e classista, anche se Paolo stesso dovette adeguarsi in qualche modo allo schiavismo del tempo (si legga in tema la Lettera a Filemone, nella quale Paolo invita questo signore, un catecumeno cristiano, a non maltrattare e tanto meno uccidere uno schiavo fuggitivo).

Circa poi gli aspetti comunitari, si leggano Atti, dove si riporta che Pietro in qualche modo punisce nel modo più grave Anania e Safira, una coppia che non aveva secondo regola versato nelle casse della comunità il ricavato di una vendita (possiamo parlare di “paleo-comunismo apostolico”?).

Nella Bibbia poi, Dio cerca l’alleanza, non con il singolo uomo, ma con il Popolo, guidato di volta in volta da un Patriarca (Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè…) o da un altro leader, come i re Davide, Salomone, Giosia…, dai grandi profeti Isaia, Geremia, Ezechiele, Nathan…, e con il leader “tratta”, ma per il popolo tutto, che punisce o loda difendendolo, a seconda del comportamento morale e della fede in Lui stesso.

Come si fa a dire che il cristianesimo e la sua matrice giudaica sono individualisti? E’ assurdo e assolutamente non rispondente al vero, se si vuole conoscere, studiare e valutare correttamente la storia e il supporto teroretico di queste tradizioni religiose?

Si pensi poi al Vaticano Secondo e alla Costituzione conciliare Lumen Gentium dove all’art. 1 si legge “La Chiesa è il Popolo di Dio…”. Che dire di più sotto il profilo scritturistico e dogmatico? Teniamo poi conto che “chiesa” significa “adunanza, riunione” (dal verbo greco ekkalèo, cioè chiamare, da cui il latino ecclesìa).

Non corrisponde al vero che il Cristianesimo abbia esaltato l’individuo-persona a scapito della comunità. Certamente in Oriente, il buddhismo e soprattutto l’induismo nelle sue varie declinazioni storiche e teologiche, hanno posto al centro l’uomo-tra-gli-altri-esseri-viventi, ma soprattutto come parte di un divino diffusivo e prevalente sulla individualità: il brahman sull’atman. “Schegge di divino”, che si trovano echeggiare anche nel cristianesimo ortodosso post scisma del 1054, e perfino in qualche teologo-filosofo “occidentale” come Friedrich Schleiermacher.

Anche paragonare cristianesimo e classicità come fa Galimberti non è corretto: il paragone tra un Aristotele che parla dell’uomo come animale politico e un Agostino che scrive e predica della salvezza dell’anima per grazia e per fede non è coerente, se posto in contrapposizione. Sono due teorie filosofico-religiose che non confliggono, poiché parlano di cose diverse.

Citare poi Rousseau, come fa il caro prof, forse (a parer mio) il più sopravvalutato e mediocre filosofo del XVIII secolo, il quale non riteneva il cristiano un buon citoyen non mi pare una buona idea, perché ignora quello che è stato il mondo cristiano antico e medievale e rinascimentale, e tutto ciò che ha fondato, dalle chiese ai monasteri, alle università, alla musica, alle arti figurative… per il popolo, anche se commissionate da papi e signori.

Se andate a Montefalco, cari lettori e visitate la cappella francescana dove Benozzo Gozzoli ha affrescato le storie del Santo assisiate, o agli Scrovegni a Padova, o nella basilica grande di Assisi dove Giotto di Bondone ha raccontato la vita di Giovanni di Pietro di Bernardone, se andate nella cappella piccoliminiana del Duomo di Siena, trovate il Pinturicchio. O visitate a Roma la Sistina e le Stanze di Raffaello ai Musei vaticani, e Caravaggio in Santa Maria del Popolo e in San Luigi dei Francesi. E Piero della Francesca ad Arezzo, a Sansepolcro e a Monterchi. Ravenna. E altrove, in ogni dove dell’Europa, da Lisbona a Mosca, da Canterbury a Istanbul (nonostante Erdogan). Sono tutte storie bibliche, di santi e della chiesa fatte per il popolo, per le comunità analfabete di quei tempi. Si pensi poi a Bach, a Haendel, a Vivaldi e Monteverdi, a Mozart, a Haydn, a Verdi e Rossini e ad altri innumerevoli, che hanno scritto Messe e Laudi religiose.

Se, caro lettore, leggi le quasi duecento omelie di sant’Agostino (le trovi nel sito Augustinus.it) trovi un dire, un parlato adatto al popolo, alla comunità di analfabeti della Ippona del V secolo (l’attuale città algerina di Hannaba), e rivolto a tutta la cristianità del tempo del grande Padre africano. E attuale anche per noi del XXI secolo.

E questo è il cristianesimo che si occupa solo delle anime dei singoli? Suvvia, professore!

Ladri di libertà, cioè ladri di verità

In questo sito ho parlato più volte di libertà, sia come concetto socio-politico, sia come diritto eticamente fondato, raccontandone i risvolti storici ed etimologici, a partire dalla tradizione classica dell’antica Grecia, quando libertà si diceva in due modi, parresìa, cioè libertà di-dire, ed eleutherìa, vale a dire libertà-di-agire.

In questo caso desidero parlarne in relazione a un altro concetto altrettanto e forse più ancora importante, la verità. Di solito, specialmente nei periodi difficili come in questo che viviamo, la libertà viene giustapposta alla sicurezza, ma in questo caso ne parlerò come funzione della libertà.

Se dovessi impegnarmi nel parlare della verità, occuperei uno spazio esagerato cosicché lascio ad altri spazi e ad altri momenti una nuova riflessione sull’alètheia, cioè sullo svelamento, vale a dire sulla verità, come amava tradurre Heidegger.

Bene. qui intendo parlare dei “ladri di libertà”: chi sono costoro? Sono innanzitutto coloro che, essendo incaricati di raccontare le cose in modo corretto, completo e fondato sulla base di fonti informative affidabili, non lo fanno, per pigrizia, per incultura, per cinismo o per altre e magari inconfessabili ragioni. Chi sono costoro? Dico subito, senza tema di offendere quelli onesti, moltissimi, professionali e probi, che sono i giornalisti. Sia quelli della carta stampata, sia quelli delle tv, sia quelli del web.

Ladri di libertà. Sono ladri di libertà perché impediscono una informazione libera e completa, togliendo un diritto fondamentale dei cittadini.

Faccio un esempio legato a questo periodo covidizzato. Non me la prendo tanto con chi legge le notizie (lo/ la speaker), che forse a volta non è neppure l’autore/ autrice del testo che legge, ma propriamente con chi lo redige e con chi decide la linea editoriale dell’informazione. Giornali e tg “di parte” politica e anche apparentemente neutri spesso propalano notizie insensate e inutilmente terrorizzanti un pubblico che è costituito in maggioranza da persone che non hanno a disposizione gli strumenti critici per “leggere-tra-le-righe”, per interpretare un testo/ un detto, per trovare falle ed omissioni nelle cose che sentono dire. Personalmente mi accorgo immediatamente quando qualcuno la racconta storta o incompleta, o dettata da militanza politica (che di per sé è ingannevole), ma “mia suocera” no, per modo di dire, e come lei milioni di suoceri e di italiani provvisti di un patrimonio culturale insufficiente a comprendere la complessità contraddittoria del fattuale e del teorico raccontato dai media.

L’esempio: citare solamente i nuovi contagiati, senza spiegare in dettaglio quanti siano gli asintomatici, che solitamente ammontano al 95/ 97% dei contagiati, è scorretto; citare il dato di contagio Rt senza citare il numero di tamponi effettuati (numeratore) sulla base degli abitanti di un territorio (denominatore), è scorretto; collegare il numero dei nuovi contagi quotidiani facendo seguire subito dopo il numero totale dei deceduti in 10 mesi, è scorretto (e l’ho sentito fare), poiché chi ascolta magari non riesce e discernere la diversa collocazione dei due dati nel tempo e nella fattispecie di ciascuno; parlare genericamente di Pronto soccorso intasati, senza dire che anche moltissimi altri sono in grado di coprire il fabbisogno, è scorretto; discernere in modo finalizzato alcune interviste di luminari o sé dicenti tali, creando ancora più confusione, è scorretto… e potrei continuare.

Ma è al Governo che rivolgo una critica radicale in tema: perché in questa fase eccezionale in cui guida l’Italia a suon di DPCM, non decide opportunamente che a parlare sia una sola persona a livello nazionale, non a volte il Ministro della salute, a volte il suo Consulente principale, a volte il Commissario straordinario, a volte il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, a volte il presidente del Consiglio superiore di Sanità, creando in questo modo una babele delle lingue e delle informazioni? Come vedi, caro lettore, non faccio neppure i nomi di questi signori che, fosse una volta, la dicessero allo stesso modo, perché li conosci tutti. Il mio consiglio è questo: il Governo (Conte e Speranza) autorizzino a parlare a nome della Nazione e del Governo stesso, il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, che mi pare “sul pezzo” e ragionevolmente realista-ottimista, oltre che chiaro nelle sue esposizioni. Sarebbe semplice, oppure l’ego smisurato di ciascuno ne sarebbe sminuito e perciò non si può fare?

Dell’opposizione non dico nulla, perché è portatrice di idee (la Meloni parla di centinaia, ma, benedetta donna, lo sa che proporre centinaia di idee è come proporne nessuna? Non lo ha imparato a scuola?) raramente fattibili, o spendibili e spesso confuse. Solo Berlusconi, buon sangue, ha capito che non è il caso di mettersi di traverso e invece è il caso di collaborare, senza retorica, come dicono spesso il buon Tajani e la gradevole senatrice Bernini, lasciando al vecchio destro di Gasparri di spararle ancora grosse.

Di contro, dopo questa critica ai media attuali, ricordo i grandi giornalisti che hanno contribuito alla crescita della cultura, anzi addirittura dell’alfabetizzazione degli Italiani nel secolo scorso e fino ad ora. Penso a Biagi, a Bocca, a Montanelli tra non pochi altri. Non mi interessano le loro simpatie o antipatie politiche, bensì il loro saper fare-informazione documentata e colta-di-quello-che-deve-essere-coltivato, cioè le fonti atte a cercare la verità, pur se parziale che ognuno può trovare.

Ricordo anche i coraggiosi inviati in luoghi di sofferenza e di guerra, Ricordo chi ha perso la vita per raccontare i fatti del mondo e la vita delle persone di tutti gli spazi del Pianeta.

Anche per costoro, i ladri di verità e di libertà vanno riconosciuti e smascherati, nel nome della verità e della libertà.

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