Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Andare avanti senza dire banalmente ogni momento, provocando (in me e, penso, non solo in me) un gran senso di noia: “andrà tutto bene”

Se c’è una frase che non sopporto di questi tempi è quella del titolo. Che cosa significa “andrà tutto bene“? E’ un auspicio, è uno scongiuro, è una giaculatoria forzosamente ottimistica, è un incoraggiamento prima a se stessi e poi agli altri? E’ un…

Prima di provare a comprendere le ragioni comunicazionali/ relazionali e sociologiche della frase apoditticamente affermativa del titolo, analizzerò filologicamente i tre termini: 1) andrà: verbo al futuro, concetto ineccepibile perché noi umani contemporanei occidentali abbiamo una nozione fisico-lineare del tempo (anche se Nietzsche e le persone di cultura induista esprimerebbero qualche perplessità in tema); 2) tutto: beh, qui cominciano mie serie perplessità. Infatti, che cosa significa “tutto”, in greco òlos? Si tratta proprio di “tutto” nel senso che nulla è escluso? No, non può essere vero, in quanto in nessun caso, in nessun luogo e in nessun tempo si può dire che “tutto” è andato in un certo modo, in questo caso, auspicabilmente buono, positivo. Si potrebbe anche obiettare che il concetto di “tutto” non è… completo, perché si tratta di un lemma quantitativo: infatti manca la nozione qualitativa che si può esprimere con l’avverbio “totalmente”.

Per dirla bene, occorre specificare “tutto e totalmente”. Se non si conviene su questo, il lemma “tutto”, anche nel senso di “totalmente”, resta incompleto, in quanto non chiaramente esplicitato; 3) bene: vale quanto scritto qui sopra. Che cosa significhi “bene” può essere un generico dire positivo, oppure si tratta della traduzione del convenevole inglese in risposta a “how are you... cioè “nice, tanks“, quando ben poco interessa (di solito) all’altro del tuo vero bene. Ma può essere anche un qualcosa che riguarda tutte le “cose” buone di una vita, e anche di tutto il mondo: il latino bona, i beni.

E dunque, detto questo, come possiamo ragionare sul “vero-bene”?

Non possiamo non prendere in considerazione molto, anzi tutto quello che rappresenta l’agire umano in pensieri, parole, opere e omissioni, per usare un linguaggio teologico-morale.

A parer mio, si potrà affermare “andrà tutto bene” solo se qualcosa di radicale, qualcosa di profondo cambierà nel consorzio umano, locale e globale. C’è da ripensare, come si dice, veramente a tutto. Ma prima di tutto bisogna pensare al… pensiero umano e alla sua profonda crisi attuale.

Chi mi conosce sa che lo sto sostenendo e scrivendo da tempo. Anche la mia stessa appartenenza a Phronesis, l’Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, attesta questa mia priorità. Si parla tanto, e quasi sempre a vanvera, sul web e nei social di cristi etica, senza che molti parlanti sappiano che cosa si debba intendere per “etica”. Lo ripeto qui per l’ennesima volta: l’etica è un sapere strutturato e scientifico che opera per giudicare l’agire buono o malo dell’uomo, in quanto libero e perciò responsabile.

Secondo me (e grazieadio non solo), la “crisi etica e valoriale” è effettiva, ma prima ancora mi pare si possa dire che si è oltremodo dis-ordinato e messo in crisi il pensiero critico, cioè la capacità/ facoltà umana di analizzare, discernere, dedurre, intuire… in definitiva, di ragionare e di argomentare con logica stringente.

Sappiamo dalla storia del pensiero umano occidentale che vi sono due modi di analizzare la realtà dell’uomo e del mondo: la deduzione che è governata dal processo virtuoso del rapporto causa/ effetto e, teoreticamente, dal sillogismo (parole collegate: syn lògos) di matrice aristotelica, e l’induzione o intuizione, che da qualche tempo viene definita retroduzione (cf. Karl Popper e quanto scrivono Alberto F. De Toni ed E. Bastianon in Isomorfismo del potere, ed. Marsilio, Venezia 2020, volume che consiglio a tutti coloro che sono interessati ai temi della leadership e delle dinamiche del potere).

Abbiamo detto che la deduzione è il modo normale, quotidiano, di ragionare mediante la considerazione di una o due premesse e di una conclusione necessaria. Un esempio che Aristotele propone nella sua Logica è il seguente, denominato sillogismo dimostrativo: a, prima premessa: l’uomo è razionale, b. seconda premessa: il razionale è libero, c. conclusione: l’uomo è libero. Epperò, si può anche rovesciare il ragionamento, considerando gli effetti invece della cause: ad esempio “credere” che vi sia un fuoco acceso vedendo del fumo dietro gli alberi. Questo metodo è, appunto, induttivo o retroduttivo.

Abbiamo la necessità ineludibile di utilizzare deduzione e retroduzione per analizzare l’uomo e il mondo in cui vive, anche e forse soprattutto per comprendere e far comprendere che cosa non funziona nell’agire umano. Ad esempio, nella politica e nella distribuzione della ricchezza mondiale, delle risorse e dell’acqua in primis, ad esempio.

Non può essere neppur pensata un’Etica declinata verso un Fine condiviso tra tutti gli uomini, se non funziona il pensiero logico, se non si usa la metodica analitica sopra indicata. Per stabilire e condividere un’Etica occorre condividere una modalità operazionale del pensiero riflessivo di cui siamo dotati, come esseri umani.

E dunque, per concludere, si potrà affermare, senza che la frase non risulti trita e annoiante, “andrà tutto bene”, solamente se saremo d’accordo che occorre (ri)-mettere al centro la nostra capacità di pensare. Se così sarà, farà seguito un futuro solidale co-progettato dagli esseri umani, e non – perlopiù – subìto.

Maradona e lo spirito gregario

Inevitabilmente ripeterò anche qualcosa che in questi giorni i media – sia sportivi sia generalisti – hanno già sottolineato. Ma ne voglio scrivere lo stesso. Di Maradona. Dell’uomo e del calciatore Diego Armando, il più famoso del mondo di questi ultimi quarant’anni.

La sua morte statisticamente prematura lo ha scagliato dritto dritto nel Mito. Basti osservare i reportage da Buenos Aires e da Napoli, le sue due città dell’anima. Le foto, gli altarini, i lumini, i dazebao, le grandi immagini sui muri, attestano il mito, come quello di un santo. Cioè un “separato”, un “sancito”, un “diverso” dagli altri. La cultura greco-latina classica lo avrebbe inserito nel novero dei semidei.

Diego Maradona era un uomo piccolo di statura e talora rotondetto, ma muscolato in modo speciale. Il fisiologo o l’esperto di scienze motorie mi potrebbe spiegare che tipo di fibre poteva avere un atleta di un metro e sessantacinque scarso, che era in grado di scattare e saltare e staccare atletoni di un metro e ottantacinque, strutturati come quattrocentisti olimpici. Si veda il goal coast to coast irrogato alla orgogliosa Albione nel 1986 in Messico, per doversi chiedere “come ha fatto“?

Quel goal, insieme con quello segnato con la manita nascosta dietro la testa (la manita de Dios), sempre all’Inghilterra, è stato interpretato come una sorta di rivincita nazionale argentina dopo la fallimentare guerra della Falkland, con la quale Mrs Thatcher ha umiliato il generale Galtieri, prevalendo militarmente per un pugno di isole fredde nel Sud Atlantico. Nel mito nazionale si è inserito il mito individuale. Per l’Argentina Diego è stato come Peron e sua moglie Evita, per il Sudamerica come Fidel e come papa Francesco, che lo apostrofò in Vaticano quando el pibe andò in udienza: “Te esperavo Dieguito“, ti aspettavo Diego.

Per Napoli Maradona è stato importante come un san Gennaro contemporaneo, o perlomeno come Totò. La grande città di Partenope lo ha accolto fosse un suo scugnizzo dei Quartieri Spagnoli e Maradona si è incistato come un figlio.

Come può essere che un giocatore di football assuma tanta importanza per la cultura sociale?

Maradona è stato anche un uomo generoso, un uomo buono. Non si faceva vedere quando soccorreva bambini e adulti. Evangelicamente “la sua mano sinistra non sapeva che cosa facesse la sua mano destra”. Non si vantava. Non rimproverava i compagni di squadra che non erano alla sua eccelsa altezza tecnica nel gioco. Sembra quasi avesse fatto suo proprio l’Inno alla Carità di san Paolo, che troviamo nella Prima Lettera ai Corinzi al capitolo 13, 1-13.

Ma anche lui aveva una zona oscura. Consumatore di cocaina, Maradona oggi viene accusato in maniera esplicita di violenza su diverse donne. Ebbene, chi assume droghe e alcol è responsabile di quello che fa sotto l’influenza degli stupefacenti e dell’alcol. Maradona compreso, com’è ovvio. Anche i santi, come insegnava sant’Agostino, per esperienza personale, possono essere peccatori.

Qui sono però necessarie alcune considerazioni di psicologia teorica individuale, di psicologia sociale,  e in particolare di psicologia delle masse (o della folla) che, come ho più volte ricordato in questo sito, trova ampia spiegazione in un testo del francese Jacques Le-Bon Psicologia della folla datato verso il 1880.

La psicologia moderna e contemporanea parla di caratteri e di tipi umani, categorizzandoli in non poche modalità, che dipendono dai vari autori, da studiosi come Jung, Bateson, Freud, Rogers, Winnicott, Skinner, etc., senza trascurare la dottrina classica dei temperamenti, che risale alle filosofie del passato fino ai medici illuministi del XVIII secolo.

Da questi emergono strutture analitiche e tassonomiche che permettono di comprendere le profonde differenze tra persona e persona, ciascuna delle quali è irriducibilmente unica. La prassi e l’esperienza comuni, e le “lezioni” della storia suggeriscono la necessità di prendere atto di queste differenze, che poi si esplicitano nelle differenze di ruolo e nelle storie individuali delle varie persone.

I carismi si distribuiscono in modo vario e differente tra uomini e donne, territorio e nazione, ambiente economico e sociale, aziendale, ecclesiale, militare o civile.

Pertanto, si danno, vi sono, coloro che sono predisposti a guidare altre persone (lavoratori, soldati, religiosi, imprenditori, etc.) mantenendo la responsabilità dei risultati (cf. la teoria weberiana della leadership carismatica), e coloro che preferiscono “farsi guidare, pilotare”, o perché non se la sentono di governare strutture di persone e cose, o perché preferiscono delegare oppure, infine, perché non ne sono capaci e se ne rendono conto, la qual cosa è ottima.

Ecco, coloro che fanno parte del secondo gruppo sono più disponibili al gregariato, per cui, quando muore un “maradona”, un “lennon”, un “che guevara”, un “fidel”, un “mao” o uno “stalin”, e non chiedo perdòno qui per aver messo insieme “maradona” e “stalin”, sono i primi della fila a beatificarlo “facendolo” mito.

Gli assembramenti, le urla, i manifesti, le querimonie e i pianti sono tipici di questa tipologia antropologica.

Personalmente, come è noto ai miei lettori, non faccio parte di questa categoria umana, anche se ho partecipato a cortei, a concerti, a processioni e manifestazioni, il cui valore non disconosco certo.

Ma senza spegnere il cervello, mai.

Persona&Comunità nel Cristianesimo. Non concordo con il collega esimio professore

Mi è dispiaciuto leggere che un ottimo – e da me stimatissimo – studioso come il prof Galimberti (vedi intervista di Walter Veltroni pubblicata il 17 Novembre scorso su La Repubblica) ritiene che il cristianesimo non abbia mai tenuto al centro il tema della comunità umana, privilegiando l’individuo e il suo destino terreno e ultraterreno.

Sono rimasto sorpreso per varie ragioni: non mi sembra possibile che un intellettuale come il professore ignori, sia pure nella sinteticità tipica di un’intervista (almeno nelle risposte date durante l’intervista stessa), che questa tradizione religiosa si sia certamente fondata sulla “persona” di Gesù di Nazaret detto il Cristo, ma immediatamente dopo su una prima comunità di seguaci, gli apostoli e i discepoli prima a Gerusalemme, e dopo la morte del Maestro, su comunità che – sotto la spinta soprattutto di Paolo di Tarso – si sono diffuse in quasi tutto l’Impero romano, dal Vicino Oriente, all’Africa settentrionale, ai Balcani a Roma e oltre.

Non è assolutamente vero, caro Galimberti che il cristianesimo abbia denegato il valore comunitario e la sua centralità per esaltare – di contro – il valore della persona-individuo. Diciamo piuttosto che, in una fase storica nella quale non vigeva una nozione etica di uguaglianza tra tutti gli esseri umani, mostrabile, oltre ogni forma di distinguo razzistico con la tabella “struttura di persona”, ben nota a i miei lettori e ai miei studenti (compresenza in ogni uomo di fisicità, psichismo e spiritualità, che qui necessariamente riprendo), il cristianesimo ha portato nella storia umana una lezione assolutamente nuova sul valore dell’uomo. Si legga il versetto 27 del cap. primo di Genesi Dio fece l’uomo a sua immagine…”, si leggano poi, nell’ambito della letteratura paolina, i versetti 28 del cap. 3 della Lettera ai Galati e l’11 del cap. 3 della Lettera ai Colossesi, dove si enunzia l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani “non c’è greco, non c’è ebreo, non c’è donna né uomo, ma tutti sono uguali in Cristo”, (parafrasando san Paolo)!

Ebbene, è stato il cristianesimo a portare all’evidenza il valore irriducibilmente incommensurabile e unico della persona umana, contro ogni discriminazione censuaria e classista, anche se Paolo stesso dovette adeguarsi in qualche modo allo schiavismo del tempo (si legga in tema la Lettera a Filemone, nella quale Paolo invita questo signore, un catecumeno cristiano, a non maltrattare e tanto meno uccidere uno schiavo fuggitivo).

Circa poi gli aspetti comunitari, si leggano Atti, dove si riporta che Pietro in qualche modo punisce nel modo più grave Anania e Safira, una coppia che non aveva secondo regola versato nelle casse della comunità il ricavato di una vendita (possiamo parlare di “paleo-comunismo apostolico”?).

Nella Bibbia poi, Dio cerca l’alleanza, non con il singolo uomo, ma con il Popolo, guidato di volta in volta da un Patriarca (Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè…) o da un altro leader, come i re Davide, Salomone, Giosia…, dai grandi profeti Isaia, Geremia, Ezechiele, Nathan…, e con il leader “tratta”, ma per il popolo tutto, che punisce o loda difendendolo, a seconda del comportamento morale e della fede in Lui stesso.

Come si fa a dire che il cristianesimo e la sua matrice giudaica sono individualisti? E’ assurdo e assolutamente non rispondente al vero, se si vuole conoscere, studiare e valutare correttamente la storia e il supporto teroretico di queste tradizioni religiose?

Si pensi poi al Vaticano Secondo e alla Costituzione conciliare Lumen Gentium dove all’art. 1 si legge “La Chiesa è il Popolo di Dio…”. Che dire di più sotto il profilo scritturistico e dogmatico? Teniamo poi conto che “chiesa” significa “adunanza, riunione” (dal verbo greco ekkalèo, cioè chiamare, da cui il latino ecclesìa).

Non corrisponde al vero che il Cristianesimo abbia esaltato l’individuo-persona a scapito della comunità. Certamente in Oriente, il buddhismo e soprattutto l’induismo nelle sue varie declinazioni storiche e teologiche, hanno posto al centro l’uomo-tra-gli-altri-esseri-viventi, ma soprattutto come parte di un divino diffusivo e prevalente sulla individualità: il brahman sull’atman. “Schegge di divino”, che si trovano echeggiare anche nel cristianesimo ortodosso post scisma del 1054, e perfino in qualche teologo-filosofo “occidentale” come Friedrich Schleiermacher.

Anche paragonare cristianesimo e classicità come fa Galimberti non è corretto: il paragone tra un Aristotele che parla dell’uomo come animale politico e un Agostino che scrive e predica della salvezza dell’anima per grazia e per fede non è coerente, se posto in contrapposizione. Sono due teorie filosofico-religiose che non confliggono, poiché parlano di cose diverse.

Citare poi Rousseau, come fa il caro prof, forse (a parer mio) il più sopravvalutato e mediocre filosofo del XVIII secolo, il quale non riteneva il cristiano un buon citoyen non mi pare una buona idea, perché ignora quello che è stato il mondo cristiano antico e medievale e rinascimentale, e tutto ciò che ha fondato, dalle chiese ai monasteri, alle università, alla musica, alle arti figurative… per il popolo, anche se commissionate da papi e signori.

Se andate a Montefalco, cari lettori e visitate la cappella francescana dove Benozzo Gozzoli ha affrescato le storie del Santo assisiate, o agli Scrovegni a Padova, o nella basilica grande di Assisi dove Giotto di Bondone ha raccontato la vita di Giovanni di Pietro di Bernardone, se andate nella cappella piccoliminiana del Duomo di Siena, trovate il Pinturicchio. O visitate a Roma la Sistina e le Stanze di Raffaello ai Musei vaticani, e Caravaggio in Santa Maria del Popolo e in San Luigi dei Francesi. E Piero della Francesca ad Arezzo, a Sansepolcro e a Monterchi. Ravenna. E altrove, in ogni dove dell’Europa, da Lisbona a Mosca, da Canterbury a Istanbul (nonostante Erdogan). Sono tutte storie bibliche, di santi e della chiesa fatte per il popolo, per le comunità analfabete di quei tempi. Si pensi poi a Bach, a Haendel, a Vivaldi e Monteverdi, a Mozart, a Haydn, a Verdi e Rossini e ad altri innumerevoli, che hanno scritto Messe e Laudi religiose.

Se, caro lettore, leggi le quasi duecento omelie di sant’Agostino (le trovi nel sito Augustinus.it) trovi un dire, un parlato adatto al popolo, alla comunità di analfabeti della Ippona del V secolo (l’attuale città algerina di Hannaba), e rivolto a tutta la cristianità del tempo del grande Padre africano. E attuale anche per noi del XXI secolo.

E questo è il cristianesimo che si occupa solo delle anime dei singoli? Suvvia, professore!

Ladri di libertà, cioè ladri di verità

In questo sito ho parlato più volte di libertà, sia come concetto socio-politico, sia come diritto eticamente fondato, raccontandone i risvolti storici ed etimologici, a partire dalla tradizione classica dell’antica Grecia, quando libertà si diceva in due modi, parresìa, cioè libertà di-dire, ed eleutherìa, vale a dire libertà-di-agire.

In questo caso desidero parlarne in relazione a un altro concetto altrettanto e forse più ancora importante, la verità. Di solito, specialmente nei periodi difficili come in questo che viviamo, la libertà viene giustapposta alla sicurezza, ma in questo caso ne parlerò come funzione della libertà.

Se dovessi impegnarmi nel parlare della verità, occuperei uno spazio esagerato cosicché lascio ad altri spazi e ad altri momenti una nuova riflessione sull’alètheia, cioè sullo svelamento, vale a dire sulla verità, come amava tradurre Heidegger.

Bene. qui intendo parlare dei “ladri di libertà”: chi sono costoro? Sono innanzitutto coloro che, essendo incaricati di raccontare le cose in modo corretto, completo e fondato sulla base di fonti informative affidabili, non lo fanno, per pigrizia, per incultura, per cinismo o per altre e magari inconfessabili ragioni. Chi sono costoro? Dico subito, senza tema di offendere quelli onesti, moltissimi, professionali e probi, che sono i giornalisti. Sia quelli della carta stampata, sia quelli delle tv, sia quelli del web.

Ladri di libertà. Sono ladri di libertà perché impediscono una informazione libera e completa, togliendo un diritto fondamentale dei cittadini.

Faccio un esempio legato a questo periodo covidizzato. Non me la prendo tanto con chi legge le notizie (lo/ la speaker), che forse a volta non è neppure l’autore/ autrice del testo che legge, ma propriamente con chi lo redige e con chi decide la linea editoriale dell’informazione. Giornali e tg “di parte” politica e anche apparentemente neutri spesso propalano notizie insensate e inutilmente terrorizzanti un pubblico che è costituito in maggioranza da persone che non hanno a disposizione gli strumenti critici per “leggere-tra-le-righe”, per interpretare un testo/ un detto, per trovare falle ed omissioni nelle cose che sentono dire. Personalmente mi accorgo immediatamente quando qualcuno la racconta storta o incompleta, o dettata da militanza politica (che di per sé è ingannevole), ma “mia suocera” no, per modo di dire, e come lei milioni di suoceri e di italiani provvisti di un patrimonio culturale insufficiente a comprendere la complessità contraddittoria del fattuale e del teorico raccontato dai media.

L’esempio: citare solamente i nuovi contagiati, senza spiegare in dettaglio quanti siano gli asintomatici, che solitamente ammontano al 95/ 97% dei contagiati, è scorretto; citare il dato di contagio Rt senza citare il numero di tamponi effettuati (numeratore) sulla base degli abitanti di un territorio (denominatore), è scorretto; collegare il numero dei nuovi contagi quotidiani facendo seguire subito dopo il numero totale dei deceduti in 10 mesi, è scorretto (e l’ho sentito fare), poiché chi ascolta magari non riesce e discernere la diversa collocazione dei due dati nel tempo e nella fattispecie di ciascuno; parlare genericamente di Pronto soccorso intasati, senza dire che anche moltissimi altri sono in grado di coprire il fabbisogno, è scorretto; discernere in modo finalizzato alcune interviste di luminari o sé dicenti tali, creando ancora più confusione, è scorretto… e potrei continuare.

Ma è al Governo che rivolgo una critica radicale in tema: perché in questa fase eccezionale in cui guida l’Italia a suon di DPCM, non decide opportunamente che a parlare sia una sola persona a livello nazionale, non a volte il Ministro della salute, a volte il suo Consulente principale, a volte il Commissario straordinario, a volte il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, a volte il presidente del Consiglio superiore di Sanità, creando in questo modo una babele delle lingue e delle informazioni? Come vedi, caro lettore, non faccio neppure i nomi di questi signori che, fosse una volta, la dicessero allo stesso modo, perché li conosci tutti. Il mio consiglio è questo: il Governo (Conte e Speranza) autorizzino a parlare a nome della Nazione e del Governo stesso, il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, che mi pare “sul pezzo” e ragionevolmente realista-ottimista, oltre che chiaro nelle sue esposizioni. Sarebbe semplice, oppure l’ego smisurato di ciascuno ne sarebbe sminuito e perciò non si può fare?

Dell’opposizione non dico nulla, perché è portatrice di idee (la Meloni parla di centinaia, ma, benedetta donna, lo sa che proporre centinaia di idee è come proporne nessuna? Non lo ha imparato a scuola?) raramente fattibili, o spendibili e spesso confuse. Solo Berlusconi, buon sangue, ha capito che non è il caso di mettersi di traverso e invece è il caso di collaborare, senza retorica, come dicono spesso il buon Tajani e la gradevole senatrice Bernini, lasciando al vecchio destro di Gasparri di spararle ancora grosse.

Di contro, dopo questa critica ai media attuali, ricordo i grandi giornalisti che hanno contribuito alla crescita della cultura, anzi addirittura dell’alfabetizzazione degli Italiani nel secolo scorso e fino ad ora. Penso a Biagi, a Bocca, a Montanelli tra non pochi altri. Non mi interessano le loro simpatie o antipatie politiche, bensì il loro saper fare-informazione documentata e colta-di-quello-che-deve-essere-coltivato, cioè le fonti atte a cercare la verità, pur se parziale che ognuno può trovare.

Ricordo anche i coraggiosi inviati in luoghi di sofferenza e di guerra, Ricordo chi ha perso la vita per raccontare i fatti del mondo e la vita delle persone di tutti gli spazi del Pianeta.

Anche per costoro, i ladri di verità e di libertà vanno riconosciuti e smascherati, nel nome della verità e della libertà.

Si è trattato di una rapina finita… male

…perché l’espressione “una rapina finita bene” significa che è riuscita, cioè che i beni rapinati hanno cambiato “proprietario”, almeno temporaneamente? Mentre, una “rapina finita male” lascia intendere, o che l’intento dei rapinatori è fallito, e quindi ciò è stato un male per gli stessi, o che ci sono stati danni collaterali (definizione utilizzata anche quando durante azioni militari vengono colpiti anche i civili: nella Seconda Guerra mondiale i “danni collaterali” sono stati superiori ai danni, cioè ai morti ammazzati, in azioni militari) nell’ambito della rapina, un ferito, un morto, due…

Che buffo, vero, che si possa parlare di bene e di male in questo senso? Pensiamo al “male” nei due sensi: se la rapina è fallita senza danni collaterali, è un “bene” per i rapinandi e per la comunità, e male per i rapinatori, mentre se la rapina è “finita male” perché vi sono stati dei morti o dei feriti, prevale il senso di un male maggiore, in quanto la vita umana è un bene maggiore rispetto ai beni materiali, almeno nel senso comune, ma non in assoluto, poiché per alcuni (tra costoro i rapinatori) i beni materiali sono più importanti della vita umana… degli altri.

Ma vi è anche una terza possibilità: che la rapina finisca “male” perché qualcuno viene ferito/ ucciso, ma i rapinatori non riescono a rubare alcunché, e dunque il male è… generale, in tutti i sensi, pure nella evidente contraddizione. Caro lettore, vedi quante possibilità logiche stanno dentro una frase che, tutto sommato, è metaforica?

In questa complessità analitica, tutte le riflessioni sul bene e sul male, sul giusto e l’ingiusto, etc., iniziate quasi quattromila anni fa con il Codice di Hammurapi, vanno in qualche modo a farsi benedire. Ma poi risorgono.

Torniamo al titolo del pezzo, per dire che si tratta del tipico linguaggio delle cronache di nera o delle sceneggiature americane dei thriller.

Una rapina andata bene è dunque un’azione umana tecnicamente riuscita, indipendentemente da un’etica del rispetto degli altri, sia delle vite sia dei beni, e dunque si può dire e scrivere che è andata bene, anche se tale atto è moralmente riprovevole, almeno secondo i criteri dell’etica corrente. Ecco dunque, che tecnica ed etica non necessariamente vanno insieme. Pensiamo, infatti, a quanto è ormai possibile fare geneticamente, ovvero negli atti procreativi tecnicamente assistiti, come la fecondazione eterologa e (con pessima espressione) l’utero in affitto. La tecnica lo consente, ma l’etica?

La tecnica, lemma che deriva dal termine greco antico tèchne, dal significato primigenio di arte, e successivamente, verso la modernità, di tecnica, cioè di abilità nel fare qualche cosa, è dunque indipendente dalla morale, o dall’etica che dir si voglia?

Senza sofismi inutili, pare di dovere dire… sì. Riporto un esempio un po’ trucido: nel Medioevo ladri, assassini e malfattori in genere, specie se recidivi, se colti sul fatto, o in base a prove raccolte sommariamente, di solito venivano impiccati per vie brevi. Una corda, un patibolo, 24 ore dopo i fatti il colpevole andava all’altro mondo. Altrettanto si può registrare nelle cronache western (qui mi riferisco all’epopea americana dell’800, ovviamente) tanto cantate in libri e film innumerevoli, e anche in cartoon famosissimi come negli albi e nei documentati racconti di Tex Willer. Ad esempio, i due inseparabili pard, Willer e Kit Carson, sono tranquillamente a favore della pena di morte, che deve essere irrogata senza tante storie ai colpevoli che riescano a sfuggire alle loro Colt 45. La Boot Hill, la Collina degli Stivali, nome idiomatico per “cimitero”, a loro parere, deve avere sempre nuovi ospiti, se colpevoli di aver fatto danni gravi al prossimo, dalle truffe alle ruberie all’omicidio.

En passant, dal Medioevo fino a un paio di secoli fa, la pena di morte che veniva irrogata a persone altolocate, era invece la decapitazione, o diretta o mediante la ghigliottina, più pietosa, pare, dagli scritti e dai pamphlet socio-politico-giuridici dell’epoca. Anche nell’antica Roma la decapitazione era riservata alle persone di riguardo, mentre agli altri si riservava ogni tipo di supplizio, dalla crocefissione a…

Più avanti, verso fine ‘800, nei Paesi anglosassoni, si sperimenta la sedia elettrica, che avrebbe dovuto essere ancora più pietosa nei confronti del condannato, ma non è stato così, e l’impiccagione è diventata un fatto di tecnica pura: l’addetto all’uopo, carnefice o boia come vogliamo dire, addirittura prendeva il peso del condannato e proporzionava la lunghezza della corda per eseguire il suo tristo ufficio, in modo tale da evitare un lento strangolamento e favorire la rottura immediata delle vertebre cervicali e quindi la morte senza dolore. Anche qui la pietas (!?). L’uomo addetto doveva stare anche attento a non lasciare la corda troppo lunga, perché il vettore fisico di caduta del condannato avrebbe potuto essere superiore alle esigenze per la rottura delle cervicali, e avrebbe potuto causare la decapitazione del condannato stesso.

A Saddam Hussein (Bagdad, 2006) toccò questa sorte.

Un esempio di esecuzione eseguita con crudeltà inutile è quello che concerne la morte di Cesare Battisti nell’estate del 1916. Battisti era accusato di alto tradimento dalle autorità militari Austro-Ungariche, reato che prevedeva la pena di morte. Venne il boia da Vienna ma fu o volle essere talmente maldestro, che il tenente avvocato gentiluomo e patriota Cesare Battisti dovette soffrire non poco durante quei tragici momenti. Vi sono perfino delle foto che immortalano la crudele e tronfia soddisfazione dell’esecutore, accanto al cadavere di Battisti.

Il lettore potrebbe chiedersi come mai in un sito caratterizzato dalla filosofia ci si trattenga tanto su temi così trucidi. Domanda legittima. La ragione è semplice: la filosofia si occupa anche di etica e di morale applicata dalla politica, dal diritto e nella storia; si occupa del giudizio su ciò che sia bene e su ciò che debba essere considerato male, qui e ora, in questa “cultura” giuridica e anche nel passato.

E’ compito della filosofia morale ispirare il diritto e la giurisprudenza per migliorare sempre di più l’applicazione del principio (virtù, valore) di giustizia, come insegnava Aristotele duemila quattrocento anni fa.

E dunque, pur partendo il nostro ragionamento dall’atto formale della rapina di beni, si può far procedere l’argomentazione più in generale, al fine di fornire utili strumenti di riflessione su queste due dimensioni che sono presenti nella vita umana e nella storia del mondo, il bene e il male.

Sapere sapido vs. ignoranza insipida

Sàpere in latino vuol dire avere-sapore, non essere insipidi. Si può dire dei cibi, delle bevande e, metaforicamente, anche degli esseri umani. Se un cibo è insipido occorre aggiungere sale. Il sale è stato ed è nella vicenda umana, non solo un ingrediente essenziale per la vita biologica, ma anche un modo per riconoscere il valore di oggetti, di strumenti e di lavoro effettuato da qualcuno per qualcun altro: una modalità di pagamento delle merci e del lavoro prestato, da cui il conosciutissimo termine, ancora largamente in vigore, di salario, come pagamento, mercede, compenso, stipendio.

Doni dello Spirito Santo

Inoltre, voltando in metafora e sostantivando il concetto attributivo di insipido si arriva all’insipienza, cioè alla mancanza di sapienza, e ciò si attaglia perfettamente all’umano. Un uomo insipido è banale, noioso, perfino squallido. E quindi, prima ancora che nascesse nell’accezione comune il semema del sapère, esso viveva nel lemma il semema dell’averesapore. Interessante, vero? La metafora, come perenne respiro dello spirito, ha fatto poi il resto.

La sapienza, o sophia / sapientia, secondo i classici greco-latini e la tradizione cristiano antica è cosa diversa dalla scienza, o scientia / epistème . Secondo la teologia cristiana la Sapienza e è dono dello Spirito Santo, nientemeno, insieme con l’Intelletto, il Consiglio, etc.

Non necessariamente il sapiente è uno colto, un professore, un ricercatore, un erudito, un accademico. Quanti di costoro in questo “periodo-Covid” si stanno rivelando ben poco sapienti, e invece tanto e poi tanto saccenti! Basti pensare ai penosi (che sarebbero comici se la situazione sociale attuale non fosse tra l’impegnativo e il drammatico) conflitti tra virologi, infettivologi, immunologi, anestesisti et varia humanitas.

Quando costoro si scontrano sul web, in tv e sulla stampa, aiutati (fo per dir) da una categoria spesso corriva e opportunista come quella dei giornalisti, la pena che suscitano in me è solo appena inferiore alla preoccupazione, perché, se io penso di avere un senso critico ed elementi culturali adeguati per un discernimento buono delle cose che dicono per criticarle opportunamente, dandovi credito o meno, la stragrande maggioranza delle persone, a partire da quelle più in età, cedono a una preoccupazione talora irrecuperabile.

Sto osservando persone anziane ammutolite, preoccupate, spaventate. I media ci mettono davanti casi che talora rasentano o superano la disperazione. I professionisti della rivolta, le mafie e gli estremisti senza arte ne parte, di destra e di “sinistra” possono approfittare di questa confusione, agendo negli interstizi della società, per le vie e sulle piazze, che vengono occupate e vandalizzate.

E dunque la sapienza, come dono dello Spirito, ma anche (per l’agnostico) come esercizio intellettuale onesto e documentato, è uno strumento fondamentale per uscire da questa situazione informativa terrorizzante, scarsamente documentata e squilibrata, pericolosa e disonesta.

Ogni giorno le notizie che ci giungono, in ordine di quantità temporale utilizzata dai media, prima il Covid, poi Trump/ Biden, poi tutto il resto, e non importa che decine di guerre endemiche facciano ogni giorno centinaia di morti e feriti, terrorismi di ogni genere e specie, siano più letali per il genere umano dei due primi titoli. Continua così, nell’informazione, il gioco continuo dell’agire mediatico, che è un agire decisivo per la vita sociale.

La sapienza è da sempre un dono senza età e che non necessita di titoli accademici. Sapiente può essere il pescatore di Filicudi e la nonna vedova della Val di Non, l’operatore ecologico della periferia milanese e il giardiniere viterbese, mentre insipiente (e insipido) può essere il docente sussiegoso, il manager arrogante, la influencer sdegnosa. Eppure, il secondo gruppo elenca persone di successo e di potere, mentre il primo gruppo indica persone “senza-nome” e senza potere.

Dunque, la sapienza non coincide con il potere, non coincide con il sapere acclarato da titoli ed onori. La sapienza, piuttosto, è la persona stessa, con i suoi pregi e difetti, con la sua capacità di verità, con la sua intera vita che è essa stessa relazione comunicativa.

Natura umana e diritti civili

C’è chi si è sorpreso per quanto ha detto papa Francesco sulle unioni civili delle coppie omosessuali, quando ha affermato che queste coppie hanno dei diritti civili come tutte le altre persone e tipologie di coppia, distinguendo con nettezza, però, fra questo tipo di convivenza e il matrimonio cattolico. Sento parlare di “teologi contro”. Ebbene, anch’io ho il titolo accademico maggiore in Teologia e Filosofia e qui dico la mia.

Il papa, come suo solito, non è stato ambiguo, e di questi tempi nei quali la comunicazione s’è fatta confusa e confusiva, è un indubbio merito.

L’omosessualità è uno stato di vita di tipo diverso da quello etero.

Oggi possiamo dire che l’omosessualità “è una variante naturale del comportamento animale che comporta l’attrazione emozionale, affettiva e/ o sessuale verso persone dello stesso sesso.”

Dico subito che in molte antiche culture le modalità relazionali omo sono state molto diffuse. Nel corso del tempo e dei diversi territori l’omosessualità è stata accettate o aborrita, sia dal punto di vista della sensibilità culturale e sociale, sia dal punto di vista giuridico-legale.

Nel primo caso questo comportamento veniva considerato come una manifestazione di arricchimento della qualità delle relazioni interumane, mentre nel secondo caso veniva denegato e punito penalmente a livello civile, e considerato peccaminoso dalle morali religiose, come quella cristiano cattolica.

Nella seconda metà del secolo scorso la nozione di omosessualità non è stata più considerata malattia o crimine, mentre in ambito ecclesiologico cattolico ha continuato a costituire figura di peccato morale. Sotto il profilo scientifico internazionale vien tolta dalla International Statistical Classification of Diseases, Injuries anda Causes of Death (17 maggio 1990).

In questo momento, comunque, varie e diverse sono le legislazioni vigenti nelle Nazioni di ogni continente, dalla restrittiva (e occhiuta) Polonia alla iperliberal Australia. In certe regioni a cultura islamica (islamista) l’atto omosessuale è addirittura punito con la morte. Dire in questo caso “medioevo” è fare un grave torto al “Medioevo”.

Non vi è dubbio che molte persone con tendenze omosessuali non ne parlino, temendo la disapprovazione sociale e anche l’emarginazione e la condanna morale. Non è, peraltro, vero, che le esplicitazioni di questo stato di vita risalga solo ad anni recenti, poiché anche nell’Ottocento vi furono manifestazioni ed esternazioni di queste modalità sessuali individuali. Situazioni evidenti di omofobia si registrano tuttora in molti luoghi. Le dizioni lesbica e gay sono comunque abbastanza accettate nella comunicazione di massa.

Si possono citare in tema gli studi (risalenti agli anni ’70) di Michel Foucault, che svilupparono una tesi sociologico-culturale dell’omosessualità da giustapporre a quella biologistica. Per il filosofo francese la sessualità umana dipenderebbe essenzialmente dalle strutture sociali e familiari e dalle varie modalità di esercizio del potere socio-politico. In altre parole, nei suoi volumi intitolati Storia della sessualità (trilogia divisa in La volontà di SapereL’uso dei piacereiLa cura di sé ai quali si unisce l’incompiuto e recentissimamente pubblicato Le confessioni della carne) Foucault “riscopre e rivaluta il concetto di “afrodisia“, ovvero tutto quanto pertiene all’ambito della sessualità, facendone un concetto essenzialmente culturale, nel quale la posta in gioco non è la carne e il piacere della pratica sessuale, ma lo status degli attori sociali, siano essi uomini, donne, giovani.” (dal web)

Tornando indietro nel tempo, possiamo citare alcuni aspetti storici del tema sessuale, osservando quanto avveniva nella Grecia classica. In quei tempi la vita sessuale non era caratterizzata da aure morali o moralistiche: era come la medicina, la dietetica e la… ginnastica. Il rituale erotico-sessuale era un modo tranquillamente accettato dalla cultura del tempo, anche se si distingueva a seconda delle classi sociali. In generale, si trattava di praticare il sesso in modo equilibrato, per evitare guai di carattere salutistico, e non per altre ragioni, ad esempio di tipo etico.

Tutto cambiò con l’etica cristiana primigenia, ancorché mutuata dalle Scritture (lo dico tranquillamente da teologo) in modo letteralistico e oltremodo occhiuto. Il sesso venne considerato instrumentum diaboli e fomite di peccaminosità. Mi dolgo che tale visione abbia accompagnato (ufficialmente) per millenni la dottrina morale cristiana e cattolica in particolare. Diciamo che, fino ad anni molto prossimi, il popolo non doveva peccare, mentre le guide del popolo potevano farlo, purché non coram populo. Peccare sessualmente provocava imbarazzo e condanna sociale. Solo con papa Francesco qualcosa sta cambiando sul piano normativo, ma già papa Benedetto XVI aveva scritto qualcosa di molto chiaro per la valorizzazione della dimensione erotica dell’amore. Ma la sua splendida enciclica Deus Caritas est è più citata che letta. Si fa fatica a leggere e nessuna fatica a citare ciò che altri hanno scritto e letto.

Tornando ai Greci, a quei tempi l’erotismo era un gioco estetizzante, nel quale entrava anche l’omosessualità, come variante del tutto naturale.

Foucault, nei testi sopra citati, ha posto l’accento sull’asimmetria sociale del gioco erotico in quei tempi storici, là dove si distingueva chi aveva potere e chi non lo aveva, chi poteva corteggiare (l’eràstes) un uomo o una donna, e chi poteva essere corteggiato (l’eròmenos). Il giovane maschio adulto benestante poteva intrattenere rapporti con giovanissimi maschi e giovani donne in condizione di schiavitù. Non vi era un rapporto tra pari. Questo ufficialmente, ma altre fonti attestano che si praticavano spesso e volentieri anche rapporti fra “pari” a livello sociale (ne parla lo stesso Platone nel Simposio e ne Le Leggi).

Varie fonti parlano anche del dono come strumento di approccio e corteggiamento per poi procedere in ambito sessuale. Si dia anche uno sguardo al ben successivo Satiricon dello scrittore latino Petronio Arbitro.

Questi rapporti non avevano necessariamente una componente fisica, poiché spesso predominante era la componente amicale, e perfino pedagogica: nella stessa esperienza socratica, come si legge quando il racconto platonico propone l’amicizia di Alcibiade, che non si sarebbe fermato alla paidèia, ma fu Socrate a fermarlo ben prima della soglia dell’atto omosessuale.

Foucault ritiene che il sesso praticato o evitato, così come la bulimia e il digiuno siano state pratiche completamente umane e non criticabili sotto il profilo morale, perché appartenenti a una cultura che le ammetteva dentro una possibilità analitica e valutativa di un pensiero umano essenzialmente individualistico dell’Età Ellenistica.

Sicuramente il giudizio di negatività del sesso praticato e soprattutto dell’omosessualità, tipiche della cultura morale cristiana, tocca dirlo, è stato anche un instrumentum regni, un modo del dominio delle gerarchie.

Non temo di proporre queste riflessioni, sapendo che sono controverse. Sono un cristiano cattolico, e un teologo-filosofo che riflette, sia sulla base scritturistica, sia sulla base della ricerca filosofica laica, convinto – ovviamente – di non possedere la verità, ma sempre costantemente appassionato alla sua ricerca, almeno di un frammento di essa, che ci supera infinitamente.

Nel mio piccolo, ho cercato di capire di più studiando per anni questo tema nei racconti biblici e alla fine ho pubblicato un volume cospicuo, che è stato letto e accettato anche in ambienti ecclesiastici: La Parola e i Simboli nella Bibbia per una Teologia dell’Eros, edito da Cantagalli di Siena.

Spero che questa mia fatica sia stata utile anche a qualcuno (oltre che a me stesso).

Filippo, prima di Willy

Non capisco per quale ragione la drammatica vicenda di Willy da Colleferro ha giustamente riempito i media per due settimane, mentre l’analoga o molto simile vicenda di Filippo Limini da Bastia Umbra è stata riportata solo in articoli ben presto scomparsi alla vista, e solo sulla stampa locale dell’Italia Centrale.

Filippo

Mi puoi aiutare mio gentil lettore?

Ho studiato i fatti e certamente non si può dire che siano proprio identici a quelli che hanno causato la morte di Willy da Colleferro, ma alcune analogie e similitudini si possono trovare. Di qui la riflessione sul diverso trattamento mediatico delle due tragedie.

In sintesi, che cosa è accaduto quella notte nel centro della movida estiva a Bastia Umbra?

Siamo nei pressi della discoteca “Country” verso le quattro del mattino. Una Opel Corsa colore nero dà un colpo di clacson per farsi far strada da un crocchio di ragazzi. La risposta “c’è spazio a sufficienza” fa sì che i ragazzotti dell’auto scendano per malmenare qualcuno e lo fanno violentemente, con calci e pugni. E poi lo investono con l’auto.

Il sostituto procuratore della Repubblica Abbritti scrive di “rissa aggravata da omicidio e omicidio preterintenzionale“, così come risultano i fatti contestati a tre giovani albanesi, che sono i responsabili del fatto.

I diversi racconti della lite degenerata in rissa non corrispondono tutti, per cui pare che tra i due gruppi vi siano state diverse provocazioni verbali e fisiche.

In questo, la tragedia di Bastia Umbra sembra diversa da quella di Colleferro che riguardò il povero Willy. Diversa per modalità, ma non per esiti e non per caratteristiche di malvagità e violenza, anche se alcuni avvocati difensori affermano che i loro assistiti sono solamente imputati di “rissa aggravata da omicidio” e non da “omicidio preterintenzionale”.

Sarà anche così, e si può comprendere il distinguo un po’ sofisticato dei termini di legge penale, ma la domanda resta: quali erano le intenzioni di coloro che hanno ucciso Willy e di coloro che hanno ucciso Filippo? Quale era il grado di consapevolezza, prima ancora che del crimine che stavano commettendo, e quindi del reato penale, della violazione assoluta di un’etica del rispetto della vita umana?

Uno degli avvocati sostiene che i ragazzi incolpati della morte di Filippo, nella fretta di scappare (e quindi erano consapevoli di averla fatta grossa), “non si sono accorti di aver travolto il ragazzo” ormai a terra privo di sensi, forse già morto o forse no.

Il legale che tutela il giovane imputato di avere sferrato il colpo con un tirapugni non spiega tutto, perché deve ancora chiarire bene le cose con il suo assistito. Mi domando quale possa essere la linea di difesa di un imputato che volontariamente, consapevolmente, ha colpito un ragazzo con il tirapugni, ben sapendo che si tratta di uno strumento anche mortale. Non lo sapeva? Usava solitamente il tirapugni contro un sacco da boxe o un punching ball?

E ora veniamo agli aspetti mediatici delle due vicende, comparandole, per riflettere sulle differenze profonde della loro rispettiva trattazione.

La tragedia di Willy ha dominato la scena dell’informazione nazionale per quindici giorni, contendendo al Covid la primazia del tempo-notizia, ha occupato più volte con foto e articoli le prime pagine dei maggiori quotidiani cartacei, mentre la tragedia di Filippo è stata resa nota da striminziti comunicati sui media nazionali, mentre è stata trattata più diffusamente dai quotidiani e dalle tv dell’Italia Centrale.

Perché? Dati gli elementi di diversità dei due fatti, ma anche la identica gravità dell’atto criminale, dove sta il fomite ispiratore delle differenze in fatto di media? Forse che sta nel fatto che Willy era di colore e Filippo bianco caucasico? Se fosse così, mi sembrerebbe una ragione idiota, imbecille, perché eticamente una vita vale qualsiasi altra vita, come insegnano i grandi padri del nostro pensiero greco-latino e cristiano, da Aristotele a Tommaso d’Aquino a Kant, anche se giuridicamente i primi due non contestavano la schiavitù, e il terzo conservava pregiudizi verso le persone di colore. Seconda ragione: in Italia, salvo alcune tremendamente ignoranti e crassamente arroganti minoranze razziste e fasciste, non è diffuso un sentimento suprematista al modo degli Stati Uniti d’America di questi anni, che hanno (speriamo solo fino al 4 novembre p.v.) il presidente che si meritano.

Non abbiamo bisogno che i media progressisti si distinguano per queste… distinzioni. A me pare che costoro – sotto sotto – pensino questo: trattiamo Willy da immigrato sfortunato e fragile e Filippo da bianco borghese che forse se la è anche cercata. Non so se esagero, ma forse anche no. Il “politicamente corretto” è idiota e fa il paio, da un punto di vista intellettuale, anche se non da quello morale, con gli atteggiamenti razzistici.

Non serve, non è utile, anzi è pedagogicamente e andragogicamente dannoso per il giovani in cammino, i giovani che non hanno alba della storia passata e recente e possono essere condizionati negativamente da un’informazione parziale e bacata. Le vite di Willy e di Filippo valevano uguale, perché uguale era la loro dignità di giovani uomini in vista della vita da adulti.

E anche l’informazione avrebbe dovuto essere equanime, nel raccontare un dolore infinito, ripetuto due volte in circostanze diverse, in una società che ha bisogno di recuperare con equilibrio un pensiero critico, che è in crisi, perché non è nutrito abbastanza dall’umiltà della ricerca personale, intellettuale e morale, e talora è inficiato dall’incultura dei violenti e dalla stupidità del politically correct.

Le “conte” di Remigio e le stupidaggini dei giornalisti

Remigio viene con me in piscina a fare ginnastica antalgica. Lui deve essere più o meno sull’ottantina, massiccio, muscoloso, come deve essere uno che ha lavorato per quarant’anni nei manufatti di cemento. Alto forse un metro e settanta pesa novanta chili di forza pura. Niente grasso. Quadrato.

Le oche di Remigio

Parla quel veneto che è tipico dei confini con il Friuli storico, quello che si aggancia al friulano di Pasolini. E racconta racconta, forbito di parole essenziali, spesso onomatopeiche.

Remigio ha nell’aia oltre un centinaio di animali, fra pollame, conigli, oche, anatre, un’asinella e un maiale, che tiene in amicizia e non uccide personalmente. A quest’uopo ha uno stuolo di amici che provvedono alla bisogna. Lui non vuole né ammazzare né veder ammazzare gli animali. Quando gli racconto che io, come rito di passaggio, a ventidue anni, uccisi un maiale con un fucile, fulminandolo con un sol colpo, ha un moto a mezzo tra la paura e l’orrore.

Mi dice che l’asinella e il maiale dormono insieme e sembra dialoghino, in amicizia, e di questo si bea nel suo bucolico agreste angolo della campagna.

Remigio ama parlare anche dei decenni passati al lavoro, dove godeva della fiducia e dell’amicizia dei “paroni”. Là si sentiva a casa sua, nella ditta dove passava dieci ore al giorno, dove “contava”, forte della sua passione aziendale, che oggi nei testi di gestione del personale si chiama “commitment”, solito anglicismo alla moda. Noi Italiani siamo esterofili, forse connotati da complessi di inferiorità consolidati nei secoli. E pensare che l’Impero romano è di qui, il Rinascimento è di qui, Dante e Michelangelo sono di qui.

Ma che commitment e commitment! Diciamo passione, quella che Remigio ha sempre provato per la Ditta, per gli Animali che gli riempiono il cortile e la vita, per la Vita.

Tra le “conte” di Remigio e quelle di insigni giornalisti, scelgo le prima, non solo perché sono più interessanti narrativamente, ma anche perché sono più veritiere.

Un esempio? Stamani l’insigne Massimo Giannini, direttore non so di quale quotidiano titola (o fa titolare) il suo pezzo sulla situazione idrogeologica italiana “Annuncio di un’apocalisse futura”. Due errori, uno concettuale e l’altro filologico-etimologico: parlare di “annuncio” è come dire che qualcosa accadrà di nuovo, quasi necessariamente (ed è ciò che gli inglesi chiamano wishful thinking, cioè “profezia che si auto-avvera”); usare il termine “apocalisse” in luogo di “catastrofe” significa non conoscerne il significato, poiché, come è noto non solo a grecisti di chiara fama, “apocalisse” significa “rivelazione” e non “catastrofe”. Penso di avere scritto e spiegato questo almeno un centinaio di volte nei miei scritti e detti pubblici, che evidentemente non arrivano a questi culti signori.

Viva Remigio, e abbasso gli illustri signori della cronaca imprecisa e sciatta, là dove l’allure fa il paio con la noia, trista inimica dei giorni, da rifuggire con cura, magari nel rifugio delle conte di Remigio da Marignana, Friuli.

Claudio racconta… un anno di scuola o quasi

Claudio è un professore di storia e filosofia del liceo Jacopo Stellini di Udine dove insieme, nella stessa classe e sezione, la F, studiammo mezzo secolo fa, più o meno, e dove decenni dopo si è diplomata anche mia figlia Beatrice. Da tempo sto cercando memorie scritte di quegli anni e da quei compagni di scuola, e le sto trovando, a partire da quelle di Nando (o Ferdinando) C., il più famoso studente/ gerundio di quel tempo e storico tutore dei lavoratori, e di Sergio Di G., valoroso generale dell’Arma. La cara Daniela Z., per ora, è un’attenta lettrice di codeste prodezze letterarie. Per ora, perché spero di ricevere qualcosa anche da lei. E, chissà. magari anche da altri. Francesco, Alberto, Massimo, Ornella, Enrico…?

il Prof Claudio Giachin

Claudio ha voluto generosamente offrirmi questo racconto.

“Claretta Moro insegnava lettere al ginnasio, aveva avuto un incarico annuale. La sua classe era la più sventurata e sballottata della scuola. Dapprima era stata sistemata in soffitta in uno stanzino, poi nell’atrio rivolto verso via Cairoli. Venne innalzato un separè alto non più di 2 metri per separarla dal corridoio ma non dal trapestio e dal vociare di studenti, insegnanti e bidelli. In quella V ginnasio c’era uno studente ancora un po’ timido che Claretta prese a ben volere e ad additarlo alla classe come esempio di impegno e profitto. Le premure della docente un po’ inorgoglivano il giovane un po’ lo infastidivano. La grande passione di Claretta erano I Promessi Sposi; un giorno uno studente sinceramente devoto portò in classe Famiglia Cristiana e lesse un articolo che rivelava che nel pranzo dal Conte Zio erano state mangiate delle polpette di carne di venerdì. Il caso era serio dal punto di vista teologico perché lo studente sosteneva che Manzoni era caduto in peccato e probabilmente nella confessione lo aveva scordato compromettendo la salvezza.

Naturalmente Claretta sosteneva che Manzoni non aveva mangiato le polpette bensì i suoi personaggi ed era perciò innocente, ma la classe provocatoriamente era di diverso parere. La discussione tenne banco per un paio di settimane. Un giorno, a insidiare il candore degli allievi, si presentarono degli studenti universitari con dei volantini con i quali, a sostegno della richiesta di una Università a Udine, veniva proclamato uno sciopero per il giorno successivo. Claretta mise in guardia la classe dal seguire gli inviti allo sciopero di quei pericolosi sobillatori. (Il professor Petracco ex partigiano e stimato docente di greco e latino faceva parte del comitato per l’Università anche se certamente non era tra i fautori della manifestazione).  Il giorno della manifestazione, fuori dal Liceo, nel luogo di raduno della classe, si svolse un autentico dramma: le ragazze scongiuravano alcuni sciagurati dall’intraprendere una azione così pericolosa. Claretta avrebbe sofferto molto.

La giornata di fine novembre era insolitamente soleggiata e non fredda e invogliava a trascorrerla in compagnia nelle vie cittadine Non ci furono dilemmi amletici da sciogliere, il cocco della professoressa con altri due scavezzacolli disertò la scuola. Il giorno dopo Claretta chiese ai reprobi la giustificazione che nessuno aveva. Ritirò i libretti e scrisse una lunga nota ammonitrice. Scagliò poi con rabbia il libretto contro il suo preferito con l’intenzione di colpirlo tanta era la delusione provata. Il libretto cadde in un angolo della classe e lì rimase per tutta la durata delle lezioni. Il clima si fece pesante: si fronteggiavano una pedagogista che lanciava occhiatacce cattive da una parte e dall’altra uno studente con un senso d’orgoglio smisurato che non voleva piegarsi all’umiliazione di raccattare il libretto. Alla fine delle lezioni fu un’allieva a raccogliere il libretto e a consegnarlo al compagno.

Hegel sosteneva che la lettura mattutina dei giornali era una forma di preghiera laica. Si parva licet, nella classe di Claretta la lettura quotidiana intensiva dei Promessi Sposi era un atto di fede recitato giorno dopo giorno. Nessuno stupore il tema in classe di quel mese riguardò proprio la “fede” del Manzoni e il significato di “Divina Provvidenza”. L’incauto studente non si lasciò sfuggire l’occasione per scrivere “Non credo quia absurdum est”. Non scrisse proprio così nell’elegante lingua latina, ma in un volgare più prosaico e rozzo. Scoppiarono lampi e fulmini, la madre dell’imprudente venne chiamata a un colloquio urgente. “Suo figlio è un ateo senza Dio, se continuerà così diventerà un delinquente” Le madri hanno un debole per i figli maschi e non vedono le loro pericolose inclinazioni e tendono a giustificarli. “Mio figlio ha tanti difetti ma non penso abbia una tendenza a delinquere”.

Per fortuna Claretta ignorava che il miscredente era cresciuto nella prima infanzia nell’osteria del nonno socialista, dove la domenica si giocava accanitamente a briscola e a tresette, in un crescendo di imprecazioni rivolte all’Altissimo e alla di lui Madre. Il bimbo conosceva benissimo tutte le bestemmie degli avventori ma i genitori e il nonno gli vietavano di profferirle. Se Claretta lo avesse saputo chissà cosa sarebbe successo. Per Claretta valeva il detto “Nulla salus extra Ecclesiam” e l’allievo non era propriamente un frequentatore dei riti cristiani. Nei giorni seguenti avvenne una strana e imprevista metamorfosi: l’ottimo allievo si era trasformato in un viscido e pericoloso eretico. Anche i voti mutarono: gli otto si trasformarono in due più,

Claretta riponeva ancora una debole speranza nel suo ravvedimento. Venne poi un giorno nel quale consigliò alla classe di acquistare un eserciziario di latino non previsto. Il giovane si fece dare dalla madre i soldi per l’acquisto ma entrato in libreria dimenticò subito il motivo per cui era lì. Gli scaffali pieni di libri erano una tentazione troppo forte e il giovane debole non seppe resisterle e se ne uscì con alcune tragedie di Shakespeare. Un giorno Claretta decise di interrogarlo in latino anche se il voto era già deciso. L’allievo consegnò il quaderno con le versioni fatte ma chiese il libro a un compagno. Errore fatale. “Come non hai il libro”? “Lo hai comprato”? L’ingenuo rispose: “L’ho cercato ma era esaurito”. “In quali librerie sei stato”? “Da Tarantola e alla Moderna”. Il volto di Claretta si fece paonazzo, scagliò la sedia dietro di sé e uscì con passo deciso e veloce dalla classe. Tutti erano sbigottiti. Rientrò dopo aver telefonato alle librerie e disse: ”Da Bruni il testo era disponibile; portami il libretto e ti metto due per l’interrogazione”.

La considerazione del bugiardo era scesa ancora dal due più al due netto. Ciò voleva certo dire che il caso era senza speranza. Adesso porta la richiesta di sospensione di cinque giorni dal vicepreside per la firma. Longo il vicepreside ricevette l’allievo gettandogli occhiate severe e fulminanti e non ascoltò giustificazioni di sorta. Che fare? La pedagogia correttiva di Claretta era certamente fondata sulle migliori intenzioni. Ma la perseveranza dell’allievo nell’errore e nei cattivi comportamenti richiedeva solo punizioni severe. Lo sventurato era davvero dispiaciuto e non voleva recare un dolore così forte ai suoi genitori. Decise così di frequentare un bar di via Manin ritrovo della crema dei “marinatori” udinesi. Si sa l’ozio è il peggiore dei vizi ma in questa circostanza consentiva allo studente di passare le mattinate con spensieratezza, senza rischi scolastici e con marpioni che ne conoscevano una più del diavolo.

Passarono i giorni di sospensione e anche altri finché il giovane avvertì nel profondo della coscienza una voce che lo consigliava di affrontare con coraggio le tempeste scolastiche. Un giorno attese l’uscita di Claretta dalla scuola e le comunicò la buona intenzione di riprendere a frequentare il Liceo. Claretta si premurò di avvertire subito i genitori del pentito che venne redarguito severamente a casa. Il giorno dopo, accompagnato dalla madre, varcò i portoni della scuola ma Claretta si rifiutò di accettarlo in classe. Il certificato medico presentato era palesemente un falso in atto pubblico e la professoressa non voleva essere complice di un così grave reato. La madre andò allora dal preside Vigevani che ritenne prevalente il diritto allo studio e ordinò il rientro in classe. Non ci fu nessuna benevola accoglienza. Il piccolo delinquente doveva essere isolato dal resto dei suoi compagni.

Così gli fu ordinato di isolarsi in un banco singolo in fondo alla classe e contemporaneamente a tutti gli altri allievi fu comandato di avanzare con i banchi in modo da lasciare un discreto spazio vuoto tra il confinato e le “animulae vagulae blandulae”. Non contenta di ciò, a queste ultime vietò, pena provvedimenti, di rivolgere la parola a un così pericoloso eretico e corruttore. Pochissimi furono i coraggiosi che, quando non visti, violarono il divieto. Il rendimento scolastico reale finì con il coincidere con il giudizio a priori di Claretta. Passarono giorni di solitudine, di mestizia e di rassegnazione. Venne marzo e la madre venne di nuovo convocata e informata della decisione già presa da Claretta di bocciare l’incorreggibile e la consigliò di ritirare il figlio. Forse così si sarebbero preservati meglio gli allievi dalle cattive influenze.

Così avvenne e dopo un’estate passata tra i libri l’anno scolastico venne superato in tutte le materie positivamente con una media del sette meno. Claretta faceva parte della Commissione d’Esame ma non mostrò né accanimento né risentimento. Ci fu un momento durante l’esame di riparazione di vero imbarazzo. In un momento di scarsa presenza mentale Claretta fece una domanda sul passerotto di Lesbia “Passer, delicae meae puellae”… Subito però si riprese, confortata dalla commissaria di francese. Chissà come avrebbe tradotto “passer” quel malandrino! Accortasi della domanda sconveniente riformulò la richiesta: “Parlami di Sirmione “Paene insularum, insularumque ocelle”… e dell’importanza che riveste nella poetica di Catullo. In questo caso le commissarie non si avvidero dell’ambiguità dell’incipit del carme. L’allievo però tradusse correttamente quel paene e quel che seguiva. Superata la prova chiese di essere iscritto in una nuova sezione la I F del Liceo temendo un nuovo incontro ravvicinato con Claretta e invece non la rivide più essendo ella approdata su altri lidi scolastici.”

Non occorrono commenti. La vita del nobile Liceo Ginnasio, ancorché un tempo imperial-regio, così scorreva in quegli anni, anche come la racconta argutamente l’amico Claudio, quando eravamo fanciulli spensierati, ma non troppo, ché alle porte stava arrivando la Rivoluzione.


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