Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il “Cammino celeste”, ovvero sulla strada di Maria di Nazaret in Friuli

L’uomo, chiamato Callisto (“Callisto” è nome greco che significa “bellissimo”, spiritualmente) dagli amici, si era messo in viaggio il pomeriggio precedente dal Santuario della beata Vergine di Barbana, nell’arcipelago della Laguna di Grado. Oramai era agosto inoltrato, e la temperatura cominciava già a dare segni remoti di cambiamento, come se l’autunno facesse cenni di saluto. Non più le giornate infinite di giugno, ma tramonti coloratissimi che venivano prima.

L’isola di Barbana da tempo immemorabile è abitata in modo stabile da una comunità di monaci benedettini.

Il suo nome deriva probabilmente da Barbano, un eremita del VI secolo, mentre la laguna si è formata geologicamente proprio nel medesimo periodo. Il luogo sacro si è consolidato sullo stesso sito dove precedentemente vi era un luogo di culto al dio celta Beleno.

Il santuario si può far risalire più o meno allo stesso periodo, eretto quale ex voto di ringraziamento alla Madonna che salvò la popolazione da una terribile mareggiata (una maremoto?). La tradizione riporta che fu trovata un’immagine della Madonna all’asciutto sotto un olmo, dove avevano posto la loro rustica residenza due eremiti trevisani, Barbano e Tarilesso. Ecco.

Barbano radunò nel luogo alcuni monaci che si costituirono in una comunità, chiamata “barbanita”, come usava al tempo, sulle tracce di Basilio il Grande e di Benedetto da Norcia. L’immagine di Maria, forse un’icona, andò perduta, ma ciò non interruppe la dedicazione dell’isola e della chiesa alla Madonna, la cui venerazione si consolidò nei secoli fino a noi. Attorno al Mille furono i monaci benedettini a subentrare come ordine monastico nella reggenza del Santuario mariano. Nel 1237 una grave pestilenza colpì Grado e il Santuario della Madonna di Barbana divenne meta di pellegrinaggi e di più fervida venerazione per impetrare salute e grazie alla Madre di Dio.

Dal 1450 è attestata la presenza dei frati francescani conventuali (quelli di Assisi e di Padova) che sostituirono i benedettini.

Nel 1750 la Serenissima soppresse il monastero, ma il Santuario rimase operante, anche per opera della Confraternita dei gondolieri costituitisi in Fratellanza della beata Vergine di Barbana.

Da quei tempi il Santuario venne retto da sacerdoti diocesani di Udine e poi di Gorizia, e nel 1854, l’immagine di Maria andata perduta (rubata?) secoli prima, fu ritrovata in un boschetto.

La storia più recente inizia nel 1901, quando il Santuario fu di nuovo affidato ai frati dell’Ordine dei Minori francescani della Provincia dalmata, fino al 1924, quando passarono alla reggenza del monastero e del santuario i Francescani minori della Provincia veneta. Ma non è finita, perché nel 2020 tornarono i Benedettini.

Procedamus in pacem

E siamo a Cormòns (Krmin in sloveno, Kremaun in tedesco), nel cuore dei monti, dice l’etimo latino, che posi sono colli ameni come il monte Quarin.

E’ un punto di passaggio del Cammino, dove ci si riposa, forse si dorme, dando uno sguardo alla storia dell’amena cittadina fondata duemila anni fa da una legione romana in cammino verso Emona (Lubiana), per ordine dell’imperatore Augusto. E anche Callisto lì si ferma.

Per ragioni logistico-militari nel VII secolo fu anche sede provvisoria dei Patriarchi di Aquileia, che di tanto in tanto dovevano fuggire da invasori e inimici vari. Infeudata ai Patriarchi nel X secolo da Ottone II, fu poi contesa tra quei principi vescovi con il potente Conte di Gorizia.

La Serenissima a Napoleone ivi comandarono prima di far parte dell’Impero Absburgico fino alla Prima Guerra mondiale.

Nel corso della Grande Guerra Cormons passò dagli Austriaci agli Italiani in poco più di un anno un paio di volte, la prima agli Austriaci dopo Caporetto, la seconda agli Italiani dopo la Battaglia del Piave.

Procedamus in pacem…

E Callisto, camminando tra prati e boschi, superando paesini annunziati dai campanili, superando corsi d’acqua attraverso ponticelli di pietra e di legno, dopo un’erta salita da Forum Julii, giunge in vista del Santuario di Castelmonte, uno dei più antichi di tutta la cristianità.

Le origini risalgono a circa millecinquecento anni fa al crepuscolo del Cristianesimo primitivo. Erano gli anni appena successivi al Concilio di Efeso nel 431, che stabilì il concetto teologico di Theotòkos, nel quale venne solennemente definita la Divina Maternità di Maria.

Si tratta di un fondamento – circa l’origine del Santuario – di grande importanza, peraltro attestato da ritrovamenti archeologici risalenti al VI secolo, e oltre, certamente riferibili alla presenza di una guarnigione romana, lì presente per vigilare su confini che sarebbero stati varcati da varie popolazioni gote, unne e longobarde e da re come Alarico, Attila e Alboino. E i Romani non erano stati i primi ad occupare quella rocca immersa nel verde boschivo del confine tra mondo latino e mondo slavo.

Callisto dunque si muove per quelle contrade, memore della grande storia che ivi è passata e ha lasciato vestigia e remoti ricordi, ma ancora vivi nella presenza della vergine Maria, vigilante su quella rocca alta che a volte si nasconde tra le nuvole e tutela il silenzio dei boschi.

Sembra che Maria stia lì anche a vigilare sulla Patria del Friuli e sull’Italia. Questi i pensieri di Callisto mentre si avvia verso Nord, dopo aver trascorso una notte nella foresteria dei frati francescani che custodiscono il Santuario.

Procedamus in pacem…

Il viandante procede per valli e per sentieri costeggianti le alte montagne chiamate Giulie, passando prima le Prealpi per la Sella di Carnizza dove in volo vede volteggiare l’aquila reale, fino alla Val Resia. Colà incontra genti che parlano una antica lingua slava, e si ferma a riposare, prima dell’ultimo tratto verso la montagna più alta del suo viaggio. Davanti al piccolo albergo, guarda l’acrocoro immenso del Monte Canin. Ricordi di racconti di guerra sul confine, di cent’anni prima.

Le genti della Valle parlano la lingua dell’est e ballano al suono di due strumenti a corda, la zitira e la bunkula, specie di violino e violoncello, ma non da orchestra, piuttosto da mormori precordi ancestrali.

Il cammino di Callisto rallenta. Il Monte Lussari è raggiunto, col suo villaggetto, la sua chiesetta mariana, alto, quasi milleottocento metri, in vista delle grandi montagne che si stagliano a sud-est, lo Jof Fuart, poco meno di 2700 metri e il Madri dei Camosci, cento metri di meno. Roccia purissima, dolomia principale, cristalli potenti sedimentati per migliaia di metri.

In sloveno il Monte Santo di Lussari è chiamato Svete Višarje, “Le sante alture“, e in tedesco Luschariberg. Callisto, dopo duecento e dieci chilometri è giunto alla fine del Cammino, ma non del suo viaggio, perché il viandante non giunge mai alla meta definitiva.

La prima cappella risale al 1360 circa, e anche lì, come a Castelmonte, come in altri luoghi di Maria, si racconta che fu trovata una statuetta della Madonna col Bambino, per cui le genti del posto decisero di dedicare il luogo a Maria. Dopo quasi settecento anni la chiesa è detta dei tre popoli, là dove si incontrano le tre grandi fiumare linguistiche d’Europa: quella germanica (col tedesco), quella romanza (con friulano e italiano) e quella slava (con lo sloveno).

L’unico vero confine d’Europa.

Callisto, prima di intraprendere la via del ritorno, lì si ferma, indugia, cerca un posto dove dormire, in cerca del silenzio…

in pacem i, amice Calliste, (vel Marce, quod verum nomen tuum est).

 
 
   
 
 
 
 

“Agorà”, in Greco antico, significa slargo, piazza: il plurale è “agorài” (piazze). Bene: vedo Letta del PD che troneggia su palchi dove la scritta è la seguente “Agorà democratiche”, quindi con il nome al nominativo singolare e l’aggettivo al plurale. Non mi si dica che in italiano i plurali greci non si mettono (come nell’inglese inserito in un testo italiano, perché sarebbe come dire che greco e latino stanno all’italiano come l’Inglese). Conclusione: Greco e Latino sono “papà” e “mamma” linguistici dell’Italiano e dunque, se non si conosce l’abc del Greco antico, si lasci perdere, per carità

Alle solite! Si usa una lingua antica e si fanno figure barbine. Chissà perché lo fanno… fa figo? E’ una cosa capalbiese, radical chic, snobistica? Mi par proprio di sì. Poi sono più o meno gli stessi che dicono mìdia invece di mèdia, plàs invece di plus, perché hanno deciso che la koinè inglese si è impadronita anche di un neutro latino della seconda declinazione, o di un avverbio comparativo di quantità.

Non è serio usare termini e concetti che non si conoscono per fare bella figura… con chi, poi? Chi non conosce il greco antico non si accorge dell’errore, e ci capisce poco o nulla del sintagma greco-italiano, a meno che il “colto” Letta non lo spieghi, mentre chi conosce il greco, può anche ridersela. Bel risultato.

Gli uomini e le donne di sinistra non avevano bisogno di grecizzare o latineggiare sbagliando, perché gli Amendola, i Pintor, i Macaluso, le Iotti, le Anselmi, i Chiaromonte, i Magri, le Castellina e le Rossanda, i Natta, i Bufalini, i Martelli, i Valdo Spini, et alii aliaeque (che Dio abbia in gloria chi non c’è più e protegga chi è ancora tra noi), pur potendolo fare, non indulgevano in inutili sfoggi di classicismi fuori luogo. Neppure Alessandro Natta che insegnava greco e latino al classico.

Ora, invece, seguendo la linea sub-culturale del web, che banalizza, semplifica e confonde cultura vera e raffazzonate citazioni, non pochi tra gli attuali politici di sinistra, come il sopra citato segretario, tra i quali tenta di galleggiare anche un Conte e il sempre parvenù Dimaio, abbozzano ipotetiche idee-forza e sintagmi markettari solo apparentemente colti e originali, in realtà scorretti, ma per nulla intelligenti ed efficaci.

Non parlo della destra, che offre – solo eccezionalmente – persone colte in posizioni di rilievo. Salvini e Meloni sono dei non-laureati al potere, ma questo non è il fatto più grave, perché, come chi mi conosce bene sa, io ho incontrato nella mia non breve e non da poco esperienza di incontri, diversi laureati non-colti e poco intelligenti, e non pochi “solo” diplomati, e anche con la terza media, di grande intelligenza e cultura. Un nome su tutti: Pierre Carniti, storico segretario generale della Cisl, che conobbi bene, aveva solo la terza media.

Salvini e Meloni (questa più di quello) sanno stare davanti a un microfono anche con grande efficacia, ma quando si spendono in ragionamenti che richiedono veri e seri fondamenti culturali, magari in storia, economia, temi sociali, mostrano tutta la loro inadeguatezza, anche qui evitando di citare la loro assoluta ignoranza in temi di filosofia del diritto e di etica generale.

A destra si trovano persone di cultura, certamente, e alcune anche molto visibili, come Marcello Veneziani oggi, e un Pino Rauti qualche decennio fa. La cultura è qualcosa di diverso dall’ideologia, ma quando manca, anche l’ideologia zoppica, come insegnava un grande Italiano, Antonio Gramsci.

Viaggiando ascolto spesso le cronache parlamentari di Radio radicale, emittente benemerita che i “grillini” qualche anno fa volevano costringere a chiudere, ma non ci sono riusciti; ebbene, il livello degli interventi dei DEPUTATI (o dei SENATORI), compresi i leader, a parte qualche eccezione molto rara, è caratterizzato da: 1) un linguaggio approssimativo, impreciso e a volte indecente, evidenza di un parlato in italiano di scarsa qualità e di una conoscenza delle lingue estere risibile (basti ascoltare le citazioni faticose degli anglicismi, che spesso sfiorano il ridicolo); 2) un’aggressività verbale che non sembra rivolta a degli avversari politici da confutare nel dibattito, ma a dei nemici da abbattere; 3) un’incapacità propositiva madornale, e mi fermo qui, per non infierire, perché questa mediocrità perfino pericolosa concerne tutte le aree politiche, di tutte!

La politica, comunque, è un “luogo”, un ambiente, con poca o punta cultura, oramai da decenni. In politica approdano figure e figuri di tutti i tipi, generi e specie, senza la selezione che fino a qualche decennio fa, funzionava, per impedire che “scappati di casa” diventassero sindaci o deputati o addirittura ministri, se non capi del governo.

Ora, invece, è possibile che uno arrivi al Governo della Repubblica Italiana senza avere prima percorso un lungo e non facile tratto di strada formativo ed esperienziale nella società, dentro i problemi, capendo pian piano di sanità, servizi, lavoro, occupazione riforme, e poi… di giustizia sociale, civile, penale, il ruolo delle parti sociali, la differenza e la necessaria integrazione tra diritti civili e diritti sociali, la relazione indispensabile fra declinazione dei diritti e osservanza dei doveri…

…per cui senti blaterare di diritti e diritti e diritti e, se gli chiedi che cosa intenda, una Lezzi, un Licheri, un Lollobrigida o una Cirinnà qualsiasi, non sanno risponderti altro che tautologicamente, senza conoscere nemmeno, beninteso, il significato del termine che ho appena usato.

Beatrice (Bebe) Vio mostra come la “gioia”, quel sentimento che in latino si dice “gaudium”, prevalga sulla “felicità”

Quando vedo o ascolto Beatrice (Maria-Adelaide-Marzia)-Bebe Vio, nata nel 1997, provo gioia. Provo la gioia che la ragazza mi trasmette con il suo entusiasmo, il suo sorriso, la sua eccelsa classe sportiva.

Pur essendo stata tormentata fin da piccola da una tremenda meningite che la ha mutilata, Bebe è una grande campionessa dello sport che si dice parolimpico, nella specialità della scherma, arma del fioretto, ma a mio parere si dovrebbe dire “dello sport”, e basta. Mi viene da pensare che se (uso l’ipotetica nonostante solitamente io rifugga da simulazioni a-storiche) avesse potuto usufruire dei suoi arti e di un corpo integro, avrebbe potuto imitare e seguire in grandezza sportiva l’immensa Valentina Vezzali.

Le sue performance mi offrono l’occasione di parlare della gioia, come sentimento positivo cui si anela sempre, anche se spesso si preferisce parlare di felicità… dopo di che ci si accorge che la felicità, intesa come stato di benessere gioioso continuo non si può mai dare, perché non c’è, non existe, cioè non sta dentro e fuori di noi.

Qualche giorno fa ho scritto dell’etimologia di felicità, che va fatta risalire alla radice sanscrita fe, che significa fecondità. Ecco, allora potrebbe darsi che l’etimo antico ci possa aiutare a darle un senso.

Nel caso della Bebe, dire che manifesta non solo gioia ma anche felicità di vivere, si può. Questa ragazza di ventiquattro anni, martoriata dalla sorte, da quello strano e incomprensibile (agli occhi e al sentimento) garbuglio di volontà umane, circostanze, genetica, ambiente… che a volte chiamiamo DESTINO, riesce a mostrare una felicità di vivere, almeno davanti alle telecamere, che fa provare ai lamentosi di ogni genere e specie, se riflessivi, un sentimento di vergogna e quasi di blasfemia, quando si lamentano, come si dice in Friuli, “di gamba sana”, che significa lamentarsi di inezie.

Devo dirti, caro lettore che, pur a volte soffrendo penosi dolori alle vertebre dorsali, lascito del tumore terribile che mi colpì quattr’anni fa, il pensiero di una ragazza coraggiosa come Beatrice Vio, mi aiuta a lamentarmi il meno possibile e mi ispira un po’ di vergogna se indulgo un pochino troppo nel lamentarmi, quando qualcuno mi chiede come sto.

Torniamo al sentimento della gioia, che ritengo più realistico di quello della felicità. Tre lustri fa, più o meno, con la mia carissima amica, la psico-pedagogista Anita Zanin, scrissi e pubblicai un volume che si configurava come una sorta di contro-manuale di pedagogia dell’età evolutiva. Ebbene, decidemmo di intitolarlo “Educare all’infelicità”, proprio per sottolineare la problematicità del termine, e per segnalare tutti gli “errori” educativi che gli “educatori”, genitori e insegnanti in primis, rischiano di commettere, se non tengono conto che non si può insegnare dall’alto ciò che andrà a costituire la struttura di personalità dei bambini, ma che si deve piuttosto “accompagnarli”, nella loro crescita, rispettando in ogni momento le caratteristiche delle piccole persone in evoluzione, dando loro delle dritte generali, ma soprattutto orientandoli con l’esempio e con la coerenza comportamentale.

Il volume, presentato a suo tempo durante la rassegna Pordenonelegge, ha avuto un certo successo, ma, abbiamo pensato che ciò sia avvenuto soprattutto per la paradossalità del titolo, con il quale abbiamo inteso pro-vocare curiosità, ma anche sottolineare, proprio ponendo un termine dal significato contrario della felicità, come questa condizione sia un tema arduo e largamente simbolico nella vita umana.

In-felicità certamente significa mancanza di benessere e di gioia, ma può anche favorire l’acquisizione di una consapevolezza che lo star-bene è una conquista della mente, della riflessione razionale e morale sui valori essenziali e non volatili, della vita.

Si può essere “felici” (virgoletto per restare nella logica del pensiero che qui cerco di esprimere), anche quando manca qualcosa alla nostra vita, ad esempio una parte di agio, un pezzo di salute fisica, una parte di sicurezza, solo se riusciamo a declinare questo “essere-felici” come una capacità spirituale di cogliere la gioia di vivere in (di) ciò che vale veramente: un rapporto sincero con l’altro, un sentirsi utile in una comunità, una capacità di ascoltare e di farsi ascoltare, una accettazione del limite nostro e degli altri, che è la condizione esistenziale più vera della vita umana, e di (e in) questo limite, una volta esplorato e còlto, sapersi ac-contentare.

“Troppi morti…”, esclama un uomo politico parlando del terremoto del Centro Italia di cinque anni fa: un’altra occasione per criticare chi si schiera sempre e solo da militante per un simbolo politico di partito senza valutare le qualità morali e culturali delle persone che lo rappresentano

“Troppi morti…”, inizia in questo modo il ricordo di tale Legnini, che fu anche Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, per ricordare il terremoto di cinque anni fa nel Centro Italia.

Troppi morti? Quanti? 299. Non ricordo bene, tutti indispensabili, tutti dello stesso valore, come persone. E se fossero stati 30, il 10%, che cosa avrebbe detto il Legnini? Beh, un numero equo, accettabile, non eccessivo, di morti, forse? Che ragionamento è quello che gli fa dire “troppi”? Aaah, certo, non è un ragionamento, ma una distrazione verbale: una distrazione dovuta a un fondamentale, essenziale, scarso interesse e poca empatia per la disgrazia. Mi domando: c’è un numero di morti-soglia per una disgrazia che cominci a far esclamare il politico che passa davanti alla telecamera “Troppi?”?

Chi avesse vera empatia non si “farebbe scappare” una parola come “troppi”. Ne sono convinto.

Ma che razza di pensiero mi viene in mente, vero, caro lettore? Sono troppo severo, e perfino “cattivo” con questi politici? Esagero? Bisogna essere più pazienti? Forse presumo troppo (questo aggettivo ci sta bene, qui) dalla qualità attuale del personale politico?

E’ che a me, al posto loro, non scapperebbe. Tutto qui. E non sono un “politico-puro”, ma conosco ciò che rende la politica un’arte (cf. Aristotele) nobile, forse la più nobile, perché si occupa del “Bene Comune”.

Non riesco più da tempo ad ascoltare alcun politico. Ogni volta che ne vedo uno (quasi tutti) aprire bocca, mi vengono brividi di noia (semmai la noia possa generare brividi) e un po’ di nausea, di qualsiasi partito sia, e non sopporto più neppure i militanti, quelli che “tengono” per qualcuno e criticano sempre gli “altri”. Non sopporto più neanche costoro, perché mi permetto di pretendere da questi, se hanno qualche competenza storico-politica e un po’ di cultura generale, un atteggiamento più equamente critico, equilibrato, emotivamente distaccato e scientificamente fondato. Militare si può sempre, quando è il momento, e si deve (pure) militare, pena l’affidamento del destino comune agli altri, ma il momento del ragionamento non può e non deve essere “militante”, altrimenti non-è un ragionamento, non ne ha le caratteristiche logico-argomentative, perché non può essere un sillogismo, e neanche un entimema, che è un sillogismo semplificato, del tipo “l’uomo è razionale, e dunque è libero”. Può essere solo un giudizio apodittico, e dunque pregiudiziale.

Al dunque. Non ce la faccio a sentire lodare Salvini da un leghista, o Letta da uno di sinistra perché Letta è (è? sarebbe?) di sinistra. Siamo arrivati al punto che i “di sinistra” hanno bisogno di lodare un democristiano, democristiano fin nel midollo. Fosse intelligente e capace come Aldo Moro, mi unirei a loro. Per Letta, no. E nemmeno per Orlando, Zingaretti e gli altri della truppa.

Evito di citare le Meloni, che insegna a Biden l’agire politico del Commander in Chief (se ci fosse LEI al suo posto, caro lei!), ben al sicuro della “sua” Roma romana e romanesca, e i suoi affini, oppure i Cinque Stelle, da Grillo in giù, o in su, non so. Conte lo cito solo perché mi è uscito di penna. Un disastro. Ripeto qui un giudizio sulla qualità politica attuale già da me espresso in questa sede qualche giorno fa: solo Draghi e Giorgetti, e forse Bonaccini, che poi non sono nemmeno tutti o del tutto politici “puri”, val la pena di ascoltare, a mio parere.

Le ragioni di questo declino qualitativo, a parer mio, si possono ricondurre a tre o quattro vettori generativi: a) la diffusione del Pensiero Unico, che rende problematico e faticoso il combattimento psico-cognitivo e intellettuale per contraddirlo con fondamenti diversi; b) la mancanza di un periodo di “gavetta”, che un tempo era “fisiologicamente” obbligatorio per chi volesse “fare politica”: in altre parole, non si poteva pretendere una candidatura, fosse pure a un consiglio comunale, non retribuita, se prima non si costruiva un’esperienza di sezione, di volantinaggio, di volontariato gratuito alle sagre e feste di autofinanziamento: ci si chieda da che parte sono venuti i centinaia di grillini che oggi siedono in Parlamento a 13.000 euro al mese, e non solo loro, perché la qualità scarsissima degli interventi è generalizzata; c) lo scadimento della cultura media generale, dovuta alla frequentazione di scuole superiori di livello spesso scarsino , ma soprattutto di corsi di laurea improbabili, tipo scienze della comunicazione o cose del genere, che rende i nostri neolaureati impegnati in politica abbastanza simili ai loro coetanei americani, che frequentano “licei” ridicoli, e si “laureano” a 21 anni, un disastro; d) la professionalizzazione mestierante, che gli permette di fare il mestiere del politico senza basi di formazione umana, spirituale e politica, non solo insufficiente, ma anche in qualche modo pericolosa per la delicatezza dell’attività politica.

Queste, a parere mio, le ragioni per le quali quasi tutti i politici e le politiche attuali sono quello che sono, e parlano e scrivono (quando scrivono) come parlano e scrivono.

Gli stivali di Re Vittorio

Toni, bundì, veiso timp?” (Friulano: Toni, buongiorno, avete tempo?)

Ai simpri timp par vo, sior sindic” (Ho sempre tempo per voi, signor sindaco)…

Toni zuet (zuet, in friulano, significava e significa zoppo, perché Toni aveva avuto in gioventù la frattura di una tibia mal curata, che gli aveva lasciato una zoppìa molto evidente) era il miglior calzolaio del paese, un vero maestro nel taglio della tomaia e nella sua applicazione alla suola.

Era metà luglio del 1915 e l’Italia era entrata in guerra contro gli Austro-Ungarici da un paio di mesi scarsi. Metà dell’enorme esercito italiano di un milione mezzo di uomini si era schierato sul fronte orientale, tra il Trentino e il Carso. Più di cinquecentomila soldati, ventenni, più o meno, di tutte le regioni d’Italia, si erano attestati nelle trincee friulane, dall’Alta Carnia alle Alpi Giulie meridionali.

Nel paesone poverissimo si era fermata una brigata di fanteria facente parte della III Armata, che era al comando di Vittorio Amedeo, Duca d’Aosta. C’erano due generali alloggiati nella Locanda al Cacciatore, con i rispettivi stati maggiori, mentre gli altri ufficiali, anche i sei o sette colonnelli comandanti di battaglione, erano stati collocati nelle scuole elementari, in piazza. I soldati, invece, erano alloggiati nelle tende piantate fuori dell’abitato, verso Udine, in una prateria fra i fiumi Taglio e Stella.

Il Sindaco, che era – al tempo – il Signor Conte di Codroipo, era arrivato nella botteguccia di Toni Pilutti insieme con un ufficiale, il colonnello Barresio, che il Sindaco stesso presentò, come aiutante di campo di Re Vittorio.

Toni si alzò con deferenza e ascoltò ciò che doveva chiedergli il colonnello:

Sua Maestà per questa notte resterà qui in paese… avrebbe bisogno che lei cortesemente gli costruisse un paio di stivali, si può fare? … per domattina.”

Era un ordine.

Toni, restando in piedi quasi sull’attenti, guardò il sindaco e poi il colonnello.

Annuì, dicendo sottovoce, rivolto al sindaco: “Ai di cjatà un corean bon, c’a no ai culì...” (Devo procurami del cuoio buono, che qui non ho).

Faseit ce c’al covente, Toni” (fate ciò che è necessario, Toni), chiuse il colloquio, sbrigativamente il Signor Conte, anche lui come il colonnello abituato a dare ordini.

I due signori si congedarono con un rapido “bune sere” (buona sera), mentre Toni già si guardava in giro per vedere se avesse a disposizione il materiale all’uopo per costruire la calzatura regale. Era stato prudente con i suoi interlocutori, perché il cuoio migliore era finito e doveva immediatamente provvedere a Codroipo. Attaccò l’asina al carretto e in un’ora scarsa era a Codroipo dal collega Fausto Bulfoni, con il quale da sempre si scambiava pareri e piaceri. Combinò. Era notte fonda quando si fece sull’uscio dove lo attendeva Mariute, sua moglie, con le mani sui fianchi e il grembiule nero sporco di polenta.

Eise chiste l’ore di tornà, on” (è questa l’ora di tornare, marito?). Toni brontolò qualcosa di incomprensibile e si si mise tavola. Mariute era al’ultimo mese della sua terza gravidanza, che pareva stesse andando a buon fine. Nel ‘9 era nata Enrica che sarebbe andata a marito con il Nobile possidente Massimiliano Gattolini, e nel ’10, era nata Anna che avrebbe sposato il fabbro milanese Aldo Morlacchi. Ora, Antonio Pilutti e Maria Biasutti aspettavano un bimbo, che volevano chiamare Pietro, come il nonno, che era morto a trentacinque anni in emigrazione, a Monaco di Baviera. E Pietro nacque il 5 agosto. Un bimbotto roseo e robusto.

La notte non fu di sonno per Toni, perché non aveva chiesto il numero dei piedi del Re. Schizzò fuori, come poteva, zoppicando, verso la residenza del sovrano e chiese di parlare con qualcuno che glielo sapesse dire. Il piantone, sconcertato, faceva resistenza, ma di lì, percependo la concitazione del dialogo, arrivò proprio il colonnello Barresio che, sentita l’istanza, si affrettò ad informarsi. Ed era tutto gentile con Toni.

Sentite, signor Toni… pardòn, il suo cognome?” e Toni disse in un soffio “Pilutti“, “sua Maestà porta il 39“. Era noto che Re Vittorio era alto (circa) un metro e cinquantatre, ma non lo si doveva dire in giro. Toni tornò alla bottega nella quale Mariute aveva provveduto a portare due ferȃrs (lampade a olio).

Toni non ebbe dunque modo di vedere i piedi del Re, come faceva di solito, quando riusciva a costruire scarpe e scarponi ai suoi clienti, solo con uno sguardo pieno di acribia calzolara. Toni era ritenuto uno degli uomini più intelligenti del paese, perché sapeva rispondere con saggezza ai quesiti che gli ponevano i molti frequentatori della sua botteguccia posta nella via principale, che portava il nome del papà di Re Vittorio, Umberto I, paesani, disoccupati e contadini, anche perché aveva una grande memoria. Vox populi sosteneva che conoscesse tutte le date di nascita e di morte di chi era sepolto in cimitero: in quegli anni circa tre o quattrocento persone.

Toni si premurò di mettere tutto il materiale necessario sul banchetto da lavoro e si mise all’opera. Prima di tutto iniziò a tagliare la tomaia, in misura abbondante, dopo avere segnato i bordi sul cuoio pregiato con una matita grossa; poi prese della gomma dura, del tipo “carrarmato”, cioè con tacche e sporgenze atte a grippare il terreno, e spessa due centimetri e cominciò a sagomare la suola. Poi si occupò del tacco che doveva essere più alto della suola di almeno un centimetro e mezzo. Per lui lo stivaletto avrebbe dovuto sopportare anche fango e pioggia, perché sapeva che Re Vittorio non era schizzinoso e si portava volentieri fino alle seconde linee della logistica.

Lentamente, ma con la precisione che gli era propria, gli stivali, più che altro degli scarponcini, prendevano forma. Quando il lavoro di aggiuntatura fu finito, ed erano già le tre del mattino, si diede da fare per la lucidatura, all’inizio con grasso di prima qualità,e poi con la crema da scarpe nera, fino a rendere la calzatura di un nero brillante.

Verso le quattro e mezza il lavoro era finito. Intanto Mariute si era alzata per andare a dar da mangiare al maiale e alle galline.

Cemut statu, femine, uè matine” (come stai, moglie, questa mattina?), chiese ruvidamente Toni alla moglie, e lei “Ce vutu, Toni, al è chi dentri e al scalze c’a mi pȃr c’al vueli vignì four subit…” (Cosa vuoi, Toni, è qui dentro che scalcia che mi pare voglia uscire subito…).

Mariute aveva portato al marito un caffè lungo fatto nel cardirin (pentolino), una fetta di polenta arrostita e una scodella di latte fresco. Nel cortile c’era qualcuno che teneva un paio di vacche, che producevano latte ad abundantiam. La famiglia Pilutti non pagava il latte mattutino, perché con i Parussini si erano accordati per “scambi in natura”: latte contro servizi di calzoleria e iniezioni che Mariute era brava a fare. Soprattutto al signor Giulio, diabetico fin dalla gioventù. Ogni giorno Mariute gli faceva l’iniezione, incombenza che tre decenni dopo sarebbe passata alla nuora Luigia, o Luisa, come la chiamavano le cognate Enrica e Anna, e la nipotina Lucilla, che veniva ogni estate da Milano, e voleva molto bene a “zia Luisa”, mia madre. Nel 1948 Luigia avrebbe sposato Pietro, mio padre.

Alle sette in punto, sentiti i rintocchi dell’ora dal campanile, Toni avvolse gli scarponi in un mezzo sacchetto di juta e si affrettò verso la “residenza” reale. Il piantone, che era cambiato rispetto alla sera precedente, provò a fare storie, ma piombò lì come fosse un falco di palude il colonnello Barresio che esclamò: “Signor Toni, benvenuto! Fatto tutto, allora? Mi attenda qui che vado da Sua Maestà per farli provare…” “Sì, si“, rispose pianamente Toni.

Un trafelato Barresio tornò all’ingresso in un paio di minuti esclamando mentre ancora doveva fare una rampa di scale: “Toni, Toni, signor Toni, sua Maestà vuole salutarla e ringraziarla personalmente. Venga, venga su…

Toni si incamminò per le scale, finché si trovo sul pianerottolo il Re in persona che volle dargli la mano. Gli disse solo un “grazie signor Antonio, Pilutti, vero?“, e Toni rispose “Sì, Maestà“, e percepì che quel “grazie” era sentito. Il fatto che avesse voluto ringraziarlo di persona lo aveva colpito, perché Toni aveva qualche conoscenza storica e sapeva che di solito i re e gli imperatori non si “abbassano” a parlare con la servitù, peraltro d’occasione, salvo le tate e le balie, ma questo era compito delle consorti. Toni era alto un metro e settantotto, un gigante per quegli anni, e sovrastava il Re di quasi tutta la testa.

L’incontro durò forse una ventina di secondi. Poi Toni prese a scendere seguito dal colonnello, che aveva già preparato il compenso, il cui importo non aveva chiesto a mio nonno. Lasciò in una busta una banconota da cinque lire, che potrebbero corrispondere a circa tre o quattrocento euro attuali.

Non aveva aperto la busta se non a casa, davanti a Mariute, che rimase senza parole, contenta, meravigliata. Le lasciò quasi tutti, quei denari, per sé tenne pochi centesimi per il tabacco da naso e per due sigari che si concedeva ogni domenica e duravano fino al sabato successivo.

Quel giorno Toni si mise al lavoro solo verso le dieci, ché doveva rabberciare scarponi militari e preparare anche un paio di scarpe da festa per la Signora Contessa.

Le due brigate si spostarono dal paese il giorno dopo, e Toni seppe che erano state schierate sul Monte Sabotino e sulla Bainsizza. Pensava che molti non sarebbero tornati a casa, e benedì la sua zoppìa che lo aveva reso inabile a vestire l’uniforme per la Patria.

Agli amici che lo venivano a trovare diceva: “A no mi plȃs nencje chiste guere, a mi sa che a vignaran plui indenant i Mongui a fa bevi i cjavai ta la fontane in plaze” (Non mi piace nemmeno questa guerra, sento che più avanti verranno i Mongoli ad abbeverare i cavalli nella fontana della piazza).

Ebbe quasi… ragione: trent’anni dopo, non i Mongoli, ma i cavalli dei Cosacchi dell’Atamàn Krasnov, si abbeveravano nella fontana della piazza di Rivignano.

Non mi piacciono queste parole: “perfetto”, “felicità”, “adoro, adorare” e, in genere, gli aggettivi al superlativo assoluto come “bravissimo”, “grandissimo”, “dolcissimo”, etc.

Le parole poste nel titolo sono molto diffuse e di uso comune e continuo. Le aborrisco.

Si pensi a “perfezione”: è una parola latinissima che deriva dal verbo perficere, che significa completare. Al participio passato fa perfectum, cioè completato, finito… perfetto, dunque. Vedi, mio caro lettore, che ciò che è perfetto è finito, e quindi… morto. Morto.

Come scrive Aristotele, che propone il paradosso di cui sopra, la perfezione è MORTE. E dunque, quando si sente dire “quelli hanno una vita perfetta, voglio la perfezione, se una cosa non è perfetta non mi interessa…” si potrebbe scrivere anche in questo modo: “quelli hanno una vita finita, voglio la fine, se una cosa non è finita non mi interessa“. Ecco, si vede che le prime due frasi sono preoccupanti , mentre forse solo l’ultima può starci, ma ha una sua dose di idiozia, perché ne deriverebbe che nei settori industriali un semilavorato o un oggetto finito solo nelle prime lavorazioni, si può gettare via.

Riflettere sulle parole e sui loro significati profondi è indispensabile per capire bene che cosa si dice e che cosa si ascolta. Il mio obiettore mi può contestare dicendo: “Ma quando si dice perfezione si intende una cosa fatta a regola d’arte, cioè perfetta“. Bene, d’accordo, anche i sistemi di qualità industriali richiedono “difetti zero”, ma se i difetti sono 0,0001, si lavora affinché i difetti si riducano a 0,00001, cioè 10 volte più vicini alla perfezione, e via dicendo.

Piuttosto si può (e si deve) pensare alla perfettibilità, cioè al miglioramento continuo, che è concetto sempre più presente nello sviluppo delle attività economiche, industriali, commerciali e dei servizi. La perfettibilità è logicamente collegabile alla figura matematica dell’asintoto, linea cui si può tendere all’infinito, senza mai raggiungerla (si ricordino i paradossi di Zenone di Elea, che hanno appunto questo senso contro-intuitivo!), così come l’unità (l’1) può essere divisa all’infinito (nel senso si senza-fine), continuando ad aggiungere numeri, anche dopo lo 0,9 per tendere all’1.

Discorso inutile, di lana caprina? Sì, per coloro che non si fanno mai domande su come parlano e su ciò che ascoltano.

Felicità è un termine talmente consueto e ab-usato da apparire noiosamente (almeno per me) pervasivo. “E vissero felici e contenti“: è il finale classico della favola occidentale, che abbisogna di aggiungere “contenti”, come se non bastasse “felici”. Ma allora felicità e contentezza non sono sinonimi… certo, quasi a vole significare che sono due stati d’animo bisognosi l’uno dell’altro. Ma poi si constata uno strano fenomeno semantico: se con “contentezza” si passa al verbo “accontentarsi”, ecco che il significato pare sfumare in una sorta di rassegnazione, o ri-segnazione (che è il significato etimologico di rassegnazione), cioè accettare una forma più debole di felicità.

Non sto qui ad approfondire la presenza del termine felicità in molti testi e perfino nella Costituzione americana del 1779. Mi e vi annoierei sine ullo dubio.

In realtà, il termine deriva da un antico etimo sanscrito fe, che richiama il significato di fecondità: felicità come fecondità, dunque, e ci può stare. Piuttosto, i fatti e l’esperienza comune non danno solitamente esperienze di felicità continuativa, ma di situazioni di una sorta di contentezza gioiosa che, in ogni momento, possono essere interrotti da eventi inaspettati e spesso dolorosi: si pensi all’insorgere improvviso di una malattia grave. Esperienza mia. Allora, siccome sono stato sano e sportivo tutta la vita, quando mi si è rivelato il grave tumore quattro anni fa, la mia “felicità” avrebbe dovuto morire. Nei fatti, siccome sono sempre stato molto scettico sull’uso e sul sentimento della felicità, il mio modo di vita non mi ha impedito di lottare con tutte le mie forze contro il male, riuscendo anche a bloccarlo (Dio mi aiuti sempre) e a vivere, se pure diversamente da prima, anche momenti di gioia.

Ecco, un altro termine: gioia. Io sarei dell’idea di utilizzare di più questo termine, perché dà l’idea di un sentirsi bene, sereni, anche nel mezzo di una prova dolorosa, ad esempio quando un farmaco funziona e tu riesci ad andare avanti, con rinnovate energie e sempre grande creatività. Ancora, biograficamente: ho raggiunto l’età della pensione un anno dopo il manifestarsi del male, e allora, stanti le mie forze non più integre, ho deciso di ridurre l’impegno del mio lavoro, avendo avuto la ventura di lavorare a temi e situazioni a me graditissime, almeno al 60%. Bene: per ragioni legate ai risultati raggiunti, senza che mi impegnassi in alcun modo, la percentuale del tempo lavorativo “mi è tornata” al 90%. Posso dire che sono contento? Pensionato e lavoratore sui temi a ambienti che mi sono più cari: etica d’impresa, docenza accademica, ricerca filosofica, scrittura di saggi e romanzi.

Ciò mostra con evidenza che la contentezza, la gioia, la soddisfazione non è data dal possesso di risorse materiali, che spesso generano preoccupazioni e cattivi sentimenti, e neppure da una salute senza difettosità, ma da quelle che sono le risorse morali, intellettuali, le risorse della coscienza e della mente.

Sono, perciò, felice? No, sono contento della mia vita, che comprende momenti di gioia commisti a momenti di dolore, come nella bella canzone di Carla Bissi, Alice: Il sole nella pioggia.

Il verbo adorare è un termine derivante, come in molti casi della lingua italiana, dal seguente sintagma latino ad os, cioè alla bocca, da cui ad osculum, cioè baciare. Ebbene, non ti pare, mio caro lettore, che l’uso del verbo adorare non sia esagerato quando lo si usa per una pettinatura, un capo di vestiario, un cagnolino, un cantante?

In Liturgia teologica cristiano cattolica l’adorazione è ammissibile solo verso Dio, mentre a Maria vergine e ai Santi spetta la venerazione. Anche questa distinzione spiega qualcosa, o no?

E vengo a tre superlativi assoluti di tre aggettivi: “grandissimo”, bravissimo” “dolcissimo”, trascurandone altri. Ebbene, se ne abusiamo per giudizi futili, come facciamo per definire cose o eventi veramente grandi?

Se è “grandissimo” ogni evento o fatto che supera l’ordinario quotidiano, come può essere un incidente stradale, anche grave, come facciamo a definire qualcosa di veramente grande, come un’eruzione vulcanica o un’alluvione che provoca migliaia di morti?

Si capisce che per chi vive quell’incidente nel quale magari ha perso la vita un proprio caro, l’incidente stesso è, non solo grandissimo, ma anche gravissimo. Ognuno applica la propria soggettività al proprio vissuto, per cui la percezione della grandezza o della gravità è correlata all’esperienza propria e al limite nel quale vive ogni essere umano.

Dunque, comprendo bene il senso e la ragione dell’utilizzo di codesti superlativi, ma non posso non rilevare che sarebbe meglio vigilare sul loro uso e abuso, per non rimanere senza parole quando si tratta di descrivere ciò che veramente merita la dizione superlativa, in termini anche oggettivi, non solo soggettivi.

Messi, che lacrime ridicole! Jacobs sia umile. Tortu, che bel sorriso… e approfitto della visibilità del titolo per segnalare l’ultima idiozia vista su un quotidiano sportivo: parlando della staffetta vincitrice della 4 per 100 a Tokio, leggo che il primo frazionista, Lorenzo Patta, nato nel 2000, è un millennial. Ma, se si intende che “millennial” è chi è nato nel nuovo secolo, il XXI e nel nuovo millennio, il III, Patta NON E’ un millennial! Ancora, ancora c’è gente convinta che il 2000 sia il primo anno del III millennio e del XXI secolo, idioti!

Ciò che qui scriverò, caro lettore, non avrà nulla di moralistico, ma sarà semplicemente narrativo, realistico, forse solo un po’ attento agli aspetti finanziari, gestionali e di etica d’impresa, nei limiti che la mia limitata competenza in materia mi consente, incompetenza che, come sai mio caro lettore, non riguarda l’etica d’impresa.

Il signor Messi, gran calciatore e piccolissimo uomo, mi ha fatto solo malinconicamente ridere con le sue lacrime (?), mentre dalla sede della sua storica squadra di calcio, spiegava ai giornalisti le ragioni per cui dopo vent’anni se ne stava andando a Parigi, per un compenso biennale di settanta milioni netti (se ho capito bene)! Più o meno. Dal Barcellona ne aveva accettati appena (!!!) 20 (parlo di milioni all’anno, caro lavoratore medio, ma anche caro dirigente, caro Cfo, caro Ceo, caro imprenditore), ma la Liga spagnola non avrebbe ammesso un contratto del genere, vista la crisi (morale?) finanziaria ecc. ecc. del settore, e in considerazione delle regole attualmente in vigore negli organismi internazionali, come la UEFA, regole che comunque le società calcistiche di proprietà di emiri o magnati russi, come il PSG di Parigi, il Manchester City, il Chelsea e altre, stanno bellamente violando da oltre un decennio.

La dico così: oramai da oltre dieci anni la Coppa dei campioni, o Champions League, NON VIENE VINTA, MA COMPERATA!!! Diciamo, almeno dal famoso Triplete dell’Inter de Milan.

Qualche ingenuo (solo ingenuo?) scoltatore radiofonico addirittura si scandalizza perché Messi non abbia accettato di giocare agratis (così ha detto) per il club catalano. No comment. Alle radio aperte al pubblico telefonano quelli che hanno bisogno di sentirsi per radio e di farsi ascoltare dagli amici del barsport. Trattasi, solitamente, di fuoriclasse del pensiero umano contemporaneo.

Diego Armando Maradona, figura con la quale Messi non ha nulla a che vedere

Piangeva (ma senza lacrime vere, cioè acquose e salate), con il fazzolettino nascondente il falso pianto, el seňor Lionel Messi, convincendo sul suo reale dolore solo (penso) cinque o sei persone (o solo tre), in tutto il mondo. Che squallore!

Lui, come il grosso Lukaku, che pareva un eroe gladiatorio della ottima Inter dell’anno scorso (squadra tanto simpatica quanto sfigatella), e invece ha seguito il market anglo-russautocratica, che gli bonificherà 12 milioni netti (1 al mese) all’anno, invece dei (solamente) 7, poverino, che poteva confermargli la “sua” Inter. Big Rom, l’amatissimo condottiero se ne è andato dopo due anni, facendo seguito alla scelta del suo ex coach, che non poteva accettare neanche per 12 milioni all’anno, di rivincere (forse) solo lo scudetto, ma forse, ripeto. Che squallore! …cui si aggiunge anche quello del giovine portierone della Nazionale italiana, il fortissimo Gigio, governato da un grosso (di circonferenza addominale) mezzano, che mi ricorda proprio i mediatori di compravendita di buoi di paese di nonnesca memoria.

Non mi scandalizzo per gli stipendi abnormi dei calciatori, ma per la loro inconsapevolezza di vivere in una sorta di bolla esistenziale senza senso, in ragione di una vita pressoché scollegata dal resto del mondo.

Tortu Filippo, invece, è un bel ragazzone italiano, con una personalità timida ma spiccata. E’ già un campione notevole e lo diventerà ancora di più, se saprà mantenere le virtù morali che ha già mostrato in questi anni. Insieme con i suoi compagni della staffetta potrà fare grandi cose, ma soprattutto se Lamont Marcel Jacobs riuscirà a non montarsi la testa cedendo alla retorica fasulla dell’uomo più veloce del mondo. Affermazione non rispondente al vero (se non durante la finale olimpica del 100 metri piani di Tokio), perché 9.80 è un tempo già corso, anche più volte, negli ultimi vent’anni almeno da una decina di atleti (alcuni: Tim Montgomery, Tyson Gay, Johan Blake, Justin Gatlin, Travyon Borrel, Asafa Powell, Nesta Carter, etc.), che hanno spesso fatto anche meglio di Jacobs, e molto distante dal 9.58 di Usain Bolt che, nella stessa gara gli avrebbe dato almeno due metri e mezzo di distacco. Jacobs stia umile e lavori, come tutti quelli che sanno che il lavoro e la fatica pagano. Faustino Eseosa Desalù lo sa bene, e anche Lorenzino Patta, il primo frazionista ventunenne, nato nel 2000.

Patta non è un millennial, come scrivono alcuni giornalisti, che insistono nell’errore di propalare che il 2000 sia il primo anno del terzo millennio e del ventunesimo secolo. Ma diamine (per non dire di peggio)!

Possibile che non sia a loro chiaro che il 2000 è l’ultimo anno del ventesimo secolo e del secondo millennio? Non gli basta capire che la prima decina numerica, da uno a dieci, finisce con il 10 e non con il 9? Non ce la fanno a fare un’analogia tra il più semplice dei conteggi, quello da prima elementare da 1 a 10, con il rapporto che sussiste tra il 2000 e il 2001, capendo che il primo giorno del ventunesimo secolo e del terzo millennio è il primo gennaio 2021, non il primo gennaio del 2000?

Ma a Patta certo non interessa nulla di questa ignoranza colpevole dei protagonisti dei media.

A me interessa, perché costoro fanno danni a chi non sa leggere criticamente le loro fanfaluche e imprecisioni.

Rimedio nel mio piccolo, come posso, sempre sul pezzo.

Le due cornacchie e altri “volatili” (in ambo i sensi)

Insisto. Siccome lo scontro fra Grillo e Conte continua, mi sembra interessante ricorrere alla metafora per continuare i miei commenti su questa per-nulla-fondamentale battaglia politica, anche se preoccupa molto il segretario del PD. Si tratta infatti del conflitto tra due uomini di non alta statura antropologica, di moralità quantomeno – mi permetto di dire – un pochino dubbia, almeno in uno dei due, e di albagìa certa, nell’altro.

Il paragone metaforico è interessante, perché le cornacchie sono due uccelli spazzini, molto resistenti, di indubbia intelligenza naturale, come ci spiegano fior di ornitologi. E forse questi specialisti della zoologia pennuta sono particolarmente adatti ad analizzare tipi umani come quei due.

Due notizie su questi interessanti corvidi, che per parenti hanno proprio i corvi, quelli neri neri, le gazze, le ghiandaie e anche il merlo indiano.
Come la più parte dei corvidi la cornacchia grigia è un onnivoro opportunista, molto attento alla disponibilità di esercitare la sua naturale saprofagia. Una gran varietà di cibi, prevalentemente di origine animale, ma anche vegetale, è a disposizione di questi pennuti. Anche l’urbanizzazione ha favorito il loro sviluppo, dando ampi spazi di esercizio della loro versatile intelligenza. Ad esempio, a Milano, a Roma, a Napoli, i corvidi fanno concorrenza per numero perfino ai passeracei.

In generale questi uccelli frequentano areali naturali come scogliere e coste marine, alla ricerca di molluschi e crostacei, piccoli pesci ed echinodermi, e anche ricci di mare che le furbe cornacchie aprono sollevandoli in volo e facendoli cadere dall’alto. Poi, non disdegnano di pasteggiare anche con uova di gabbiani, urie, procellarie e cormorani, adocchiando i nidi e aspettando che i genitori si allontanino per nutrirsi, oppure facendosi inseguire per favorire il lavoro di un collega corvide. Certamente uno scontro con un gabbiano non converrebbe a nessuna cornacchia.
Non manca alla loro dieta anche l’apporto di animaletti, come piccoli rettili, anfibi, insetti e invertebrati vari, larve e altro di simile.

Le cornacchie attaccano talvolta gli esseri umani, come ben documenta il noto film di Hitchcock… e, pare, anche i cani. 

Ora, anche scherzando, si tratta di vedere come possiamo individuare assonanze e similitudini fra i corvidi grigio-neri e i due marpioni cinquestellati… Sulle prime si potrebbe dire che i due umani ricordano i corvidi grigio-neri perché starnazzano molto, e qui converrebbe paragonarli alle anatre, ma queste ultime sono uccelli dediti completamente alla prole e alla ricerca di nascosti pertugi tra le acque correnti e la vegetazione per nidificare in santa pace, e non rompono le scatole a nessuno.

I corvidi no, quelli circolano per campi e piazze, per viottoli e radure, svolazzando da tetti a grondaie, dai fili della luce ai tralicci, ovunque. E ovunque tu guardi li ritrovi, con il becco teso e il vociare rauco.

Il primo dei due umani può ricordare l’uccello perché ha talmente tanto urlato che la raucedine potrebbe averlo colpito in malo modo; il secondo perché possiede un timbro vocale leggermente rauco e nasale. Questo sotto il profilo dei suoni.

Sotto quello degli atteggiamenti e del look, andiamo meglio: tutti e due deambulano con presupponenza, anche se il secondo la nasconde dietro una sorta di bonomia affabilmente esposta.

Le due cornacchie della politica. E gli altri? Potrei divertirmi ad accostare anche molti altri ad animali vari, i Salvini, i Letta, le Meloni, i Berlusc, i Renzi, i Leu e affini. Ognuno di questi può ricordare un animale tale che comunque absit iniuria verbis (cioè, nessuna ingiuria con le parole). Proviamo, anche se mi vengono in mente solo uccelli: allora, Salvini un pavoncello scherzoso, la Meloni una aggressiva gallinella d’acqua, Renzi un anatrone scalpitante, Berlusc un pappagallo curioso, Letta un tacchino che fa la ruota, ma un pochino spennacchiata. Di Leu e Sinistra italiana non saprei dire, chiederò un consiglio a un ornitologo.

Così, per sorridere, caro amico lettore.

…si scrivono e soprattutto si pubblicano troppi libri mentre si legge poco, pochissimo. Se dovessi dire il titolo di un volumetto un pochino furbicchio, tra i troppi pubblicati in questo periodo, non avrei dubbi a scegliere “Il senso della vita” del teologo Mancuso

Non capisco a che cosa serva la teologia, che è un discorso su Dio e sull’uomo per rapporto a Dio, se alla fine basta più o meno essere gentili, o giù di lì, per dare un senso alla vita. Ad esempio io spesso non sono gentile, e allora mi è negato di dare un senso alla mia vita? Andiamo!

Questo traggo dalla lettura di questo volumetto, che non ho comprato, ma mi è stato prestato. Anche Mancuso, come Saviano, è molto bravo nel fare la vittima, lui delle istituzioni ecclesiastiche, l’altro delle minacce della camorra. Parole dure le mie?

Non credo, perché non bisognerebbe dare spazio a chi approfitta della propria situazione, per costruirsi, in qualche modo condizionando la pubblica amministrazione, una sorta di sinecura a vita. Inviterei queste persone a considerare quanti esseri umani sono veramente in pericolo radicale, quello della vita, e sono lì, nel mondo, senza pretendere nulla da chicchessia. Di queste persone dovrebbero interessarsi i sopra citati, come cerco di fare io nel mio piccolo.

Il fatto è che la cultura sessantottina, oltre ad avere portato nel mondo necessarie modifiche nei rapporti interpersonali, politici e sociali, mettendo in mora le tre famose “p”, quella di figure arroganti consolidatesi nei secoli, il padre, il prete, il professore e il padrone, che hanno storicamente comandato a bacchetta, con arroganza e incrollabile protervia, agli altri, senza essere contrastati in alcun modo, ha indirettamente promosso lo sviluppo della “cultura della pretesa”. Una cultura fasulla e perniciosa, demotivante e ambigua.

Oggi, dopo decenni di dialettica fra diritti e doveri, si parla quasi solamente di diritti. Questo non-va-bene.

Ciò che rimprovero al teologo Mancuso, riferendomi soprattutto a un suo libro precedente, quello con il quale cercò di metter in mora il “dio della Bibbia”, che lui chiama “Deus”, per contrapporlo al “Dio dei vangeli”, quello di Gesù Cristo, è l’assenza di ogni accenno alla necessità di interpretare le Sacre scritture, al fine di dare un senso a testi scritti da tremila a duemila anni fa, che parlavano a popoli quasi del tutto analfabeti, con un linguaggio immaginifico e spesso violento e atroce.

In teologia fondamentale e in esegesi biblica si studiano i quattro sensi che aiutano a comprendere il testo: a) quello letterale che racconta i fatti, o le memorie dei racconti sui fatti, e che narrano i miti primordiali; b) quello allegorico che dà l’indirizzo di fede, per mezzo di passaggi linguistici di carattere retorico, là dove ciò che è scritto significa altro; quello morale, atto a dare un indirizzo virtuoso nei comportamenti; e infine quello anagogico, finalizzato a focalizzare la meta per l’anima spirituale.

Se le cose così stanno, come si fa a considerare “Deus”, il Dio-Signore-Iahwe, “dio-degli-eserciti”, così come citato nella Bibbia in modo letteralista, come se fossimo gli anawim, i poveri del Signore di quei deserti, di quelle pietraie assolate.

Lasciamo fare queste operazioncine a Odifreddi, che ama fare il teologo con una preparazione da professore di matematica. Ancora una volta dico, e ridico, mi dichiaro incolpevolmente ignorante tecnico di molte discipline, la medicina, la fisica, la geologia, ma non mi impanco a parlarne con il sussiego dell’esperto, cosicché invito a fare altrettanto chi non sa alcunché di teologia e filosofia o ne è solo un “orecchiante”. E torno al volumetto mancusiano. Da questo autore “pretenderei” di più, ma non trovo ciò che cerco.

Mi spiego: se devo trovare un senso alla vita, e mi pongo da un punto di vista teologico, cioè comprendente anche la dimensione del divino, non può bastarmi dire che il senso si trova anche solamente nella gentilezza dei tratti relazionali, nel respirare lentamente, nell’imparare a mangiare, nel provare sensazioni, nella lettura, nello studio, nella riflessione, nello scrivere appunti, nell’ascoltare gli altri, nell’essere sinceri, nel distinguere le bugie opportune dalla menzogna, nel diventare consapevole dei sentimenti, nel camminare nella natura, nell’apparecchiare con cura la tavola, nel curare il proprio corpo (di questo specifico elenco ringrazio gli amici Neri e Roberto, che mi hanno fatto avere l’articolo di Paolo D’Angelo pubblicato nei giorni scorsi sul quotidiano “Domani”, articolo che mi ha spinto a cercare il libro). Una buona estrapolazione dal volume citato.

…ma che senso ha un tipo di vita del genere? Abbisogna di Dio? Della teologia? della filosofia’ Non mi pare. Anche se conosco persone che proprio di quell’elenco costituiscono il senso della vita.

Posso dire che tutto ciò è solo banalmente piacevole?

Posso dire che nulla mi dice di ciò che la vita realmente è, con il suo carico di contraddizioni e di dolore, di gioia e di paura, di salute e di malattia…?

Con tutta la sua drammatica insensata sensatezza?

Un sonetto o “piccolo suono” (del 2019)

Nelle vuote profondità del tempo/ Nascono stelle, destini e sentimenti,/ Il vento va e poi ritorna lento/ Per valli antiche corse dagli armenti.

Ricordo volti antichi d’altre ere/ Di giorni e viaggi e sguardi sconfinati,/ Ricordo cieli e lente primavere/ Altri recinti, palizzate e prati.

Il vento va e poi ritorna ancora,/ Senza requie pensieri si rifanno,/ Un dolore rinasce nell’aurora.

Vince la vita come sempre al mondo/ Lo Spirito che soffia dove vuole/ Ti dona libertà anche se duole.

Guittone d’Arezzo

Dopo oltre un decennio, un paio di anni fa mi esercitai di nuovo nello scrivere un sonetto “classico”: quattordici endecasillabi (undici sillabe per ogni verso) suddivisi in due strofe di quattro versi e due strofe di tre versi. Ispiratori miei, di questo modello poetico, che ti obbliga a “stare dentro” a una cornice obbligatoria, Francesco Petrarca e Ugo Foscolo, umilmente. Con Gabriele D’Annunzio, forse, sullo sfondo, che non capisco perché qualcuno lo stia definendo “cattivo poeta”. Forse per ideologismi stupidi da politically correct.

Il sonetto è un componimento poetico caratteristico del modello italiano di letteratura. La sua denominazione deriva dal lemma sonet, che è provenzale (cioè, piccolo suono).

Non so se questa lirica resterà nel tempo. Ne ho scritte altre, anche in forma di sonetto (forse una decina), e le ho pubblicate dal 1998 al 2017, in tre libri: il primo (e più noto) è La cerchia delle montagne, il secondo si intitola In transitu meo, il terzo Il canto concorde (del trovatore inesistente).

Solo poche parole per dare una spiegazione ai tre titoli: la prima raccolta evoca il paesaggio che, dal Montello al Carso, si offre al viandante che giunge in Friuli, che è da sempre il mio paesaggio interiore; i vari testi rappresentano la mia vita e il suo rapporto con il mondo, fin dagli anni della mia giovinezza; la seconda ha a che fare con le mie riflessioni sulla vita, sull’ineluttabile transìre dei nostri giorni, dalla nascita all’ultimo; ricomprende antologicamente alcuni testi già pubblicati nel primo volume e tratta alcune mie cesure esistenziali forti; la terza si mette davanti alla mia vita attuale, ai detti e ai non-detti, all’evidenza e al mistero, a ciò-che-appare e a ciò-che-è, quand’anche non coincidono, ovvero non corrispondono del tutto… e qui mi fermo.

La poesia si intride di misteriose fessurazioni dell’essere, si muove per meandri sconosciuti alla narrazione in prosa e a quella filosofica, si trattiene per pochi attimi ai confini di ciò che è scritto in quanto espressioni volute e trasformate, dal pensiero al segno grafico. La poesia è onomatopea dell’anima, che abbisogna di utilizzare segni comuni ad altre arti, lemmi, interpunzioni, scansioni proposizionali, ritmi, suoni, ma in un modo assolutamente diverso da ogni altro ambiente scrittorio.

Due sonetti, “Sentiero Rilke” e “Mi sono familiari i lupi scuri” mi valsero anche due Premi nazionali: nel 2002 il Premio Rai 1 Zapping, e nel 2007 il Premio nazionale dedicato al padre David Maria Turoldo.

Questo sonetto potrebbe essere inserito ex post in qualsiasi delle mie tre raccolte, perché ha a che fare con la quotidianità del vissuto, con l’unicità di ciascuno di noi, con l’irripetibile fluire del nostro essere-nel-mondo.

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