Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: estetica (page 1 of 32)

Esiste l’uomo “cortegiano”, ma anche l’uomo coraggioso e parrèsico (in greco “trasparente”), ovvero, la filosofia e l’etica tra la gente

Conosco persone che si ritengono importanti in qualche ambiente e si definiscono come capaci di “volare alto”. Se richiesti di spiegare la metafora, fanno fatica; di contro, però, mostrano che cosa ciò significhi usando gli status symbol di cui dispongono: auto, frequentazioni, compensi, dress code, tenore e stile di vita, etc. Tra costoro dirigenti e consulenti di azienda, qualche imprenditore (pochi per la verità), studiosi (non pochi, solitamente molto vanesi), religiosi (più di quanto si pensi)… Molto spesso queste persone sono caratterizzate da molta vanità, pessimo vizio! E spesso da arroganza, prepotenza e protervia (cf. Aristotele, Tommaso d’Aquino e Norberto Bobbio). Molto spesso si tratta di adulatori e di falsi amici. (Chi mi conosce sa a chi mi riferisco: quattro o cinque persone al massimo, nella mia vita, son fortunato!)

Baldassar Castiglione

Conosco persone che invece non “se la tirano” anche se valgono molto e sono collocate, professionalmente e socialmente, in posizioni importanti. Di solito hanno il coraggio di dire con garbo ciò che pensano, indipendentemente dall’interlocutore, con parresìa (trasparenza) e con senso di opportunità. Tra questi conosco imprenditori, dirigenti, studiosi (tra costoro, non pochi zoppicano da una gamba spirituale), religiosi (non parecchi), politici (…e son pochini veramente quelli inquadrabili nella categoria), etc. Costoro non hanno bisogno di far sapere che “volano alto”, perché sono già in alto, a partire dal senso morale che hanno introiettato, e ciò non genera in loro quelle brutte bestie che sono la vanità e l’arroganza, anche nelle sue declinazioni di prepotenza e di protervia (cf. supra). (Chi mi conosce sa a chi mi riferisco: diverse decine di persone, son fortunato!)

Altre persone ancora si muovono tra la gente cercando il proprio posto nel mondo e diffidano del primo genere di persone; altre ancora, invece, vogliono imitare il primo gruppo di tipi umani e si accodano, imparando ad abbaiare a comando, e a proporre tutte le blandizie del mestiere di cortigiano, o di cortegiano, come chiamava questi tipi umani Baldassar Castiglione nel ‘500. Vi sono dunque, nell’ambito delle persone del primo gruppo, cortigiani di seria A e cortigiani di serie B.

Circa invece coloro che non hanno bisogno di abbaiare a comando, questi li troviamo in tutti gli ambienti e si caratterizzano perché ognuno di loro manifesta la propria presenza con l’efficacia del fare.

Si legga dunque, tanto per documentarci sulla principale letteratura sul tema, il fondamentale saggio di Baldassar Castiglione “Il cortegiano”, che risale al XVI secolo e descrive la vita di una corte signorile di quel tempo.

Il Cortegiano o Il libro del Cortegiano, è un trattato scritto da Baldassarre Castiglione nei primi due decenni del 1500 e pubblicato nel 1528. Baldassare imparò a fare il cortigiano assistendo la duchessa Elisabetta Gonzaga di Urbino. Si tratta di un dialogo in quattro libri e racconta usi e costumi del perfetto uomo di corte del periodo rinascimentale, non trascurando una congerie di suggerimenti per la sua committente, affinché ella stessa riuscisse a mostrarsi quale era, una vera gran signora.

Il successo editoriale, come si dice, arrise subito al libro, che ben presto divenne uno dei best seller del secolo XVI. Re Francesco I di Francia, il sovrano che ospitò Leonardo fino alla morte di questi, fece tradurre il trattato del Castiglione in francese, e lo regalò ai suoi (cortigiani) come testo di formazione professionale, si può dire (anche se mi viene da ridere).

Non dobbiamo trascurare oggigiorno l’importanza di questo volume, per capire la cultura e anche l’andazzo di quei tempi, direi anche (o soprattutto) poiché molti insulsi commentatori odierni tendono a interpretare i fatti storici con la lente di ingrandimento del nostro tempo, senza contestualizzarli, e così rischiando di non capirci (e di non far capire) nulla. Idioti. Politicamente corretti e idioti, quelli che oggi giudicano Napoleone Bonaparte come conquistatore arrogante e colonialista, senza tener conto che il grande corso (italiano, peraltro) ha portato la modernità in tutta Europa. Dietro la Grande Armée seguivano le salmerie del progresso, anche sociale. Lo si voglia o meno.

Alcuni passi del testo castiglionesco, il primo dei quali assai, detto con popolar linguaggio, “paraculo”:

«Di questo modo rispose ancor Rafaello pittore a dui cardinali suoi domestici [amici], i quali, per farlo dire tassavano [criticavano] in presenzia sua una tavola che egli avea fatta, dove erano san Pietro e san Paolo, dicendo che quelle due figure eran troppe rosse nel viso. Allora Rafaello sùbito disse:«Signori, non vi meravigliate, ché io questi ho fatto a sommo studio, perché è da credere che san Pietro e san Paolo siano, come qui gli vedete, ancor in cielo così rossi, per vergogna che la Chiesa sia governata da tali omini come siete voi»»
(Il Cortegiano, II, LXXVI)
«Eccovi che questa porta dice: ALEXANDER PAPA VI, che vol significare, che è stato papa per la forza che egli ha usata [VI viene inteso come l’ablativo latino di vis cioè con la forza] e più di quella si è valuto che della ragione. Or veggiamo che da quest’altra potremo intender qualche cosa del novo pontefice»; e voltatosi, come per ventura, a quell’altra porta, mostrò l’iscrizione d’un N, dui PP ed un V, che significava NICOLAUS PAPA QUINTUS, e sùbito disse:«Oimè, male nove; eccovi che questa dice: Nihil Papa Valet [il papa non vale nulla]»
(Ibidem, II, XLVIII)
«Di questa sorte è ancor quello che disse Alfonso Santa Croce; il qual, avendo avuto poco prima alcuni oltraggi dal Cardinale di Pavia [ovvero Francesco Alidosii], e passeggiando fuor di Bologna con alcuni gentilomini presso al loco dove si fa la giustizia, e vedendovi un omo poco prima impiccato, se gli rivoltò con un certo aspetto cogitabundo e disse tanto forte che ognun lo sentì: «Beato tu, che non hai che fare col Cardinale di Pavia!»»
(Ibidem, II, LXXII)

Come si può constatare ogni tempo e luogo è… paese, come si dice. E lo sostengo non per banalizzare, ma per osservare come l’uomo porti avanti i suoi difetti morali non solo da centinaia, ma da migliaia d’anni, da quando l’uomo stesso ha cominciato a scrivere storie e la sua storia.

Si può guarire da questa malattia morale?

Sempre tenendo conto che il dato antropologico-filosofico ci spiega, sulle tracce dei grandi pensatori, che l’uomo-è-quello-che-è da millenni, e non manifesta significativi cambiamenti sulle modalità essenziali che lo caratterizzano nei comportamenti e nei ragionamenti, tali che i caratteri individuali si definiscono come insegnano i grandi studiosi di esso (cf. J. Piaget, tra i maggiori) entro la prima adolescenza, occorre insistere sulla formazione educativa, cioè su questi processi che, senza pretendere che una persona ci ubbidisca e diventi a modello del nostro insegnamento, riesca a trovare dentro sé le forze per cambiare verso la bellezza e la bontà della considerazione della pari dignità di ciascuno, che è un “io”, esattamente come te e come me, mio gentil lettore!

“Ambiguità & Complessità”, sintagma che sollecita un necessario dialogo linguistico-concettuale

Il modo infinito verbale “dis-ambiguare” – riportato in vari lemmi di wikipedia – già presenta al mondo virtuale l’importante concetto dell’ambiguità, che in lingue come quelle di derivazione greco-latina consentono un’ampia polisemanticità, fatta sia di polisemie vere e proprie, sia di similitudini, di metafore, di allegorie e di analogie, là dove i campi semantici a volte quasi si sovrappongano o, più spesso, si sfiorano sui rispettivi “confini”, se così li si può chiamare.

Infatti, la polisemia è una delle entità principali di questo ambito dell’analisi linguistica, che consente amplissime possibilità espressive, cogliendo le sfumature più prossime al focus dell’etimo, e anche quelle più remote, in un quasi-continuum di significati, che talora superano anche le obiettive dimensioni “discrete” (in senso matematico) di ogni lemma.

Mi spiego: basti pensare al termine “amore”: può qualcuno ragionevolmente affermare di poter dire tutto-ciò-che-si-può-dire sull’amore? Se qualcuno lo fa c’è da insospettirsi, poiché, o si tratta di un presuntuoso oppure di un ignorante sotto il profilo “tecnico” (qui si ricordi la mia convinta distinzione, più volte presentata in questa sede e altrove, fra “ignoranza tecnica” che può non essere colpevole, del tipo “io non so di fisica nucleare e non ne parlo, ma ascolto con rispetto chi conosce questa disciplina”, e “ignoranza colpevole”, con ciò intendendo che, pur occupandomi di cose e materie determinate, ne parlo senza averne cognizione scientifica, del tipo “posso parlare di ciò che voglio”). E di quest’ultima specie umana ho diverse raffigurazioni televisive e telematiche: ad esempio, di matematici che dissertano di teologia sotto un sorrisetto… ambiguo e di sufficienza.

L’ignoranza tecnica, ovviamente, non evidenzia profili etici e di responsabilità morale, l’ignoranza colpevole, sì. Aggiungo: l’ignoranza colpevole ha particolare rilevanza in termini di giudizio sul rilievo morale degli atti umani liberi. In ambedue i casi è assente il sapientissimo “sapere-di-non-sapere” socratico, e dunque manca radicalmente un approccio sano e realistico alla conoscenza.

La polisemia è intrinsecamente ambigua in senso tecnico, perché richiede di approfondire immediatamente l’analisi del senso di un lemma-significante- dentro-un-contesto. Mica poco!

L’ambiguità ha comunque avuto nei tempi storici diverse declinazioni, non poche delle quali poco positive, o addirittura negative. Si pensi all’ambiguità implicita delle arti diplomatiche, dove il dire/ non-dire è una specie di must, di obbligo inderogabile. Il diplomatico ha a disposizione tante maschere quanti sono i suoi interlocutori e gli ambienti nei quali opera: uno degli esempi storici dell’ambiguità politica è stata – in decenni e anni assai recenti – quella che i politologi e gli storici chiamano “la doppiezza comunista”, ad esempio riferita alla leadership del Partito Comunista Italiano di Palmiro Togliatti: doppiezza da valutare attentamente. Vediamola: quando nel 1944 “Ercoli” (era il suo nome di battaglia antifascista e antinazista) spiegò ai suoi compagni del PCI che l’Italia non avrebbe seguito l’esempio dei paesi dell’Est europeo che di lì a poco sarebbero entrati nell’orbita dell?Unione Sovietica come “satelliti”, poiché a Yalta i tre “Grandi” avevano stabilito un’altra prospettiva nettamente diversa, nel PCI stesso vi erano posizioni che non ritenevano la linea togliattiana inderogabile, ma solo ad usum delphini, vale a dire “per la propaganda”, poiché non si dovevano allarmare le altre forze politiche antifasciste, in primis il Centro destra liberal-repubblicano e la Democrazia cristiana, ma anche gli Azionisti e i Socialisti.

Un Pietro Secchia e un Vittorio Vidali, che avrebbe riconosciuto volentieri la sovranità non solo sulla Venezia Giulia, ma quasi sull’intero Friuli a Tito, certamente non rimanevano personalmente (e non solo) pedissequamente fedeli alla linea del compagno Palmiro, perché per loro la Resistenza non avrebbe potuto e dovuto concludersi se non con una rivoluzione socialista, tale da cambiare i destini dell’Italia dalle fondamenta socio-economiche e politiche.

Non dimentichiamo che, a proposito di “album di famiglia”, come spiegò con spietata lucidità Rossana Rossanda una trentina di anni fa, uno dei due o tre fondatori delle Brigate Rosse, Alberto Franceschini, figlio di partigiani, ebbe a dire più volte che i vecchi compagni comunisti, operativi nel ’45, avevano nascosto le loro armi per fare la rivoluzione, e quindi per completare il processo socio-politico verso un socialismo italiano (ebbene sì), di ispirazione sovietica.

Se tutto ciò risulta plausibile, potremmo anche dire e ammettere che l’ambiguità togliattiana servì a gestire, a controllare i suoi compagni più decisi a proseguire sulla strada di una socialistizzazione dell’Italia fino a una conversione politica, cioè all’accettazione (forse un po’) rassegnata del sistema democratico-parlamentare. Non ho dubbi ad affermare, da socialista riformista qual sono, che Togliatti operò per il “bene comune”. Di quello che realmente avesse nel cuore e nella mente Togliatti, penso che non possiamo né pensare né dire alcunché di assolutamente certo. La sua fu, dunque, ex post, un’ambiguità utile, anzi necessaria per il successo dei fatti successivi. Infatti, Costituzione repubblicana democratica, voto alle donne, pluralismo partitico, ruolo dei sindacati, etc., furono i frutti di un processo nel quale Togliatti ebbe parte importantissima.

L’ambiguità produce certamente, nei modi più vari, incertezza, togliendo tranquillità e assolutezze… cosicché nell’ambiguità non si possono declinare i racconti sussumendone una verità intrinseca, anzi, in un contesto ambiguo la verità è una specie di ospite non gradito, si può dire.

Epperò l’ambiguità nei rapporti umani e professionali non è una virtù, perché li rende faticosi e spesso immorali. Indossare maschere va bene, ma non sulle cose essenziali come la qualità e la sincerità delle relazioni affettive. Prima o poi, meglio prima che poi, bisogna dirla “giusta” a chi ci vuol bene, a chi si stima, alle persone con le quali si collabora.

Il concetto di complessità si collega obiettivamente al concetto di ambiguità. Ciò che è complesso è per sua natura ambiguo, perché non definibile all’interno di contorni certi ed evidenti. Essa si può scientificamente e storicamente riferire agli studi del fisico-matematico ottocentesco Henri Poincaré e a quelli, della prima metà del Novecento, di studiosi come Hadamard, Lyapunov, Schrödinger, etc.. Altri nomi di scienziati interessati al tema sono i seguenti: Alexander Bogdanov, Werner von Foerster e Warren Weaver che pubblicò nel 1948 il fondamentale saggio “Science and Complexity”.

L’impiego del computer permise negli anni ’50 del XX secolo a Edward Lorenz di parlare del noto “effetto farfalla”, in base al quale ogni minimo movimento atmosferico influisce su tutta l’atmosfera, in quanto struttura dinamica e interrelata.

Negli anni ’60 del ‘900 Ilya Prigogine indagava i sistemi lontani dall’equilibrio intrinseco, favorendo lo sviluppo di una epistemologia scientifica come la sistemistica transdisciplinare , in particolare per merito di von Bertanlanffy, e del filosofo Edgar Morin, che previde un sistema per il pensiero complesso., come vedremo più avanti.

Proviamo ad esaminare l’etimologia del termine “complesso”. Esso deriva dal verbo latino “complector”, che significa cingere, tenere avvinto strettamente, vale a dire – in metafora – abbracciare, comprendere, unire tutto in sé, riunire in un solo pensiero e in una sola denominazione, oppure legame, nesso, concatenazione

Inizia dal XVII la riflessione-confronto fra il concetto di complessità e quello di complicazione, laddove: una cosa è complessa se consta di innumerevoli parti interrelate, che influiscono una sull’altra, e dunque può essere solo interpretata, mentre una cosa è complicata (dal verbo latino complico, cioè piegare, arrotolare, avvolgere), se può essere spiegata, come un lenzuolo che si può (dis-)spiegare da… piegato, compiegato, complicato che era prima.

Si tratta proprio di una epistemologia della complessità, portata avanti, come si dice, da due autori sopra citati come Prigogine e Morin, ma anche da De Toni e Comello, che nel 2005 pubblicarono da UTET un testo molto importante come Prede o ragni. (cf in molti miei testi in tema)

La complessità o teoria della complessità è adatta ad esempio al linguaggio colloquiale, al funzionamento delle reti telematiche, ma anche a quanto avviene nel modello termodinamico e alle facoltà auto-organizzative della mente umana. La complessità è un tema… complesso!

In generale un problema è lineare se lo si può scomporre in un insieme di sotto-problemi indipendenti tra loro. Quando, invece, i vari componenti/aspetti di un problema interagiscono gli uni con gli altri così da renderne impossibile la separazione per risolvere il problema passo-passo e “a blocchi”, allora si parla di non-linearità.

I modelli complessi sono indispensabili, essendo una specie di sintesi fra i sistemi naturali e i sistemi costruiti dall’uomo utilizzando discipline come la meccanica, l’elettronica, la chimica, la fisica, la chimica, la biologia e l’economia. Il legame fra tutte queste discipline può essere la logica filosofica, che mette in contatto i saperi mediante una metodica trasversale e sistematica. Le tecno-scienze contemporanee confermano questa visione della cultura e della scienza applicate.

Un sistema complesso prevede che si muova attraverso azioni e retroazioni, o feedback, sia che si tratti di un’azione orizzontale del tipo “io dico una cosa a uno” – “lui mi risponde”: in questo caso si tratta di un’azione e di una reazione, ma occorre tenere conto anche di tutto ciò che accade tutt’intorno, nell’òlos, nel tutto, poiché molto di ciò che re-agisce non è evidente, come accade nel dialogo inter-soggettivo, nel quale abbiamo domande e risposte evidenti, ma anche risposte in-evidenti, sotterranee, suggestive, pre-formali… auto-organizzate, emergenti, imponderabili… quantistiche in senso metaforico.

Ecco alcuni esempi di sistemi complessi: le cellule, la crosta terrestre, il sistema del clima, gli ecosistemi, tutti gli organismi viventi, il sistema umano (endocrino, linfatico, respiratorio, cardiocircolatorio, neurologico, limbico, linfatico, immunologico, nervoso…), e poi: i sistemi sociali, politici, economici, finanziari, religiosi, associativi, etc.i

La relazionalità nei e tra i sistemi produce complessità, allontanandosi sempre più dalla complicazione, come hanno sempre meglio spiegato studiosi che si sono specializzati su questi temi. Tra i principali: il Santa Fe Institute, fondato nel  1984 – si è particolarmente dedicato allo studio dei sistemi complessi adattativi (CAS – Complex Adaptive Systems), cioè sistemi complessi in grado di adattarsi e cambiare in seguito all’esperienza, come ad esempio gli organismi viventi, caratterizzati dalla capacità di evoluzione: cellule, organismi, animali, uomini, organizzazioni, società, politiche, culture , etc. (Holland, 2002). Gregory Bateson e Edgar Morin sono fra gli autori che si sono spesi con più costanza nella ricerca che oramai si denomina “scienza della complessità”.

Tra la teoria dei sistemi e quella della complessità si è dato vita alla teorizzazione dei sistemi dinamici complessi. Per quanto concerne l’essere vivente si sono spesi in particolare studiosi come Ludwig von Bertalanffy, Humberto Maturana e Francisco Varela, mentre in Italia non si possono trascurare le ricerche di Alberto F. De Toni e Luca Comello dell’Università del Friuli. In ambito psicoanalitico si sono mossi negli ultimi anni nel Boston Process of Change Study Group, Daniel Stern e Louis Sander.

I sistemi complessi adattivi (CAS o Complex Adaptive Systems nelle ricerche anglosassoni) sono dinamici e auto-organizzantisi, di cui propongo alcuni esempi: comunità o gruppi di persone che stanno insieme per lavoro o per altre ragioni, il cervello umano, le reti informatiche, il sistema corpuscolare ondulatorio delle microparticelle (da Heisenberg in poi), etc.

«Un CAS può essere descritto come un instabile aggregato di agenti e connessioni, auto-organizzati per garantirsi l’adattamento. Secondo Holland (1995), un CAS è un sistema che emerge nel tempo in forma coerente, e si adatta ed organizza senza una qualche entità singolare atta a gestirlo o controllarlo deliberatamente. L’adattamento è raggiunto mediante la costante ridefinizione del rapporto tra il sistema e il suo ambiente (co-evoluzione). Il biologo americano Kauffman (2001) sostiene che i sistemi complessi adattativi si muovono in paesaggi adattabili, o elastici, (fitness landscape), in continua deformazione per l’azione congiunta dei sistemi stessi, di altri sistemi, e di elementi esogeni.»
(“Prede o ragni. Uomini e organizzazioni nella ragnatela della complessità“, De Toni e Comello, 2005)

Dalla non-linearità di interazione tra le componenti di un sistema e la loro auto-organizzazione scaturisce l’attitudine di questo a esibire proprietà inspiegabili sulla base delle leggi che governano le singole componenti stesse:

«Il comportamento emergente di un sistema è dovuto alla non-linearità. Le proprietà di un sistema lineare sono infatti additive: l’effetto di un insieme di elementi è la somma degli effetti considerati separatamente, e nell’insieme non appaiono nuove proprietà che non siano già presenti nei singoli elementi. Ma se vi sono termini/elementi combinati, che dipendono gli uni dagli altri, allora il complesso è diverso dalla somma delle parti e compaiono effetti nuovi.» (ivi)

Ogni riduzionismo epistemologico viene dunque criticato e messo in questione dalla nozione o scienza della complessità, che trova nella fisica delle particelle (cf. supra Heisenberg et fisici successivi) e nella fisica atomica. La stessa scala geometrica che prevede una successione del genere: particelle sub-atomiche, atomi, molecole, tessuti o cristalli, etc., viene così implementata in modo nuovo e inatteso, che si basa su leggi diverse e caotiche. Legge caotica, appunto, un ossimoro che esprime tutto ciò che appunto non è descrivibile: evidenze imponderabili (cf. Wittgenstein) nelle relazioni umane, caos ricomponentesi nella dimensione fisica e biologica.

Ad esempio, nell’uomo bio-psico-macchina la coscienza, il linguaggio o la capacità auto-riflessiva sono ritenute proprietà emergenti perché non spiegabili dalla semplice interazione tra neuroni. Che cosa è la coscienza? Siamo sempre lì. La risposta migliore è sempre quella classica, metafisica: la coscienza è la persona stessa.

Si può dire che il confine tra il caos e un sistema ordinato è lo spazio delle possibilità, secondo condizioni obiettive di possibilità. Ad esempio, si può prevedere come finirà una riunione politica o aziendale, se con un accordo, un semi-accordo o un disaccordo su tutto?

Un altro esempio che emerge dal caos è quello delle folle, degli assembramenti e anche dei consumatori. E’ impossibile prevedere che cosa può accadere in un ambito che Gustave Le Bon (da me citato non poche volte in questa sede) ha così bene studiato in ambito di psicologia sociale e di sociologia statistica. In uno stadio pre e post-Covid, in una manifestazione sociale, in una rivolta, in un’azione militare (anche se ben programmata) può accadere l’imponderabile, l’inatteso, l’inaudito…

Un altro ambito caotico, anche se statisticabile (in qualche misura) è quello dei consumatori. In tema esistono fior di ricerche che desiderano scandagliare le intenzioni di acquisto in un dato momento-in un dato mercato-di un dato prodotto. Le maggiori società industriali e commerciali si basano, per la programmazione delle proprie attività, anche su queste ricerche, oltre che sui dati storici e le esperienze acquisite. Anche in questi ambiti si possono registrare forme di auto-organizzazione dal caos, nelle quali la complessità fa premio su qualsiasi linearità causale.

Filosoficamente si può pensare che il teorema della complessità potrebbe aggiungersi ai quattro classici della ricerca: a) l’analisi, b) la sintesi, c) l’analogia, d) il dialogo. Ecco, forse può essere proprio il dialogo, che è un (il) perno della ricerca filosofica della verità delle cose (vitium superbiae in his verbis absit), il punto di aggancio del teorema della complessità. Infatti, se analisi e sintesi si basano rispettivamente su una descrizione ampia del fenomeno e una descrizione breve, e l’analogia si basa sul confronto fra entità diverse, il dialogo (come insegnano i filosofi classici, a partire da Platone), proprio per la sua imprevedibilità, può essere lo strumento più efficace per approcciare la complessità, in quanto tale.

Si può dunque concordare con Edgar Morin che mezzo secolo fa all’incirca ipotizzo una vera e propria epistemologia della complessità.

L’AMBIGUITA’ IN SPECIE

La parola ambiguità (dal latino ambiguitas, –atis, da amb-, ‘intorno’, e agĕre), indica il riferimento ad un testo (scritto o orale), che può essere diversamente (e anche radicalmente) interpretato in modi differenti, in quanto sussistono sempre diverse concause concomitanti e strutturate che generano queste possibilità. Basti pensare, sotto il profilo temporale, a come l’accezione di molti termini italiani è cambiata nei secoli, ai contesti nei quali detti termini sono stati pronunziati, alle intenzioni e allo stile linguistico dei parlanti e, forse soprattutto, alla polisemanticità insita quasi in ogni parola, dalla più banalmente operativa, come tavolo e sedia, alla più elevata e spirituale come coscienza e anima, o spirito o persona.

Ogni individuo-persona ha un suo modo di parlare, di esprimersi (idioletto, o proprio linguaggio); ogni individuo-persona può avere (o meno) difetti di pronuncia o problematiche neurologiche che condizionano una lallazione corretta dei termini. Una persona dislalica prospetta dei detti imperfetti, troncando sillabe o lettere, a volte creando anche situazioni umoristiche. Personalmente conosco persone dalla vivida intelligenza, che però sono dislaliche, e debbono fare un grande sforzo di concentrazione per non dimenticare “pezzi” di parole. Ma si fanno capire benissimo.

Inoltre, secondo l’arguta profondità di grandi esegeti biblici, come Origene, sant’Agostino e san Girolamo (tra altri) che amavano le interpretazioni allegoriche (racconti metaforici) o tipologiche (confronti tra personaggi ed eventi del Primo e del Nuovo Testamento: ad esempio Adamo e Gesù di Nazaret) dei libri biblici, e di illustrissimi filosofi dei nostri tempi come Dilthey, Heidegger, Ricoeur, Florenskij e Pareyson (tra altri), l’ambiguità è connaturale al testo scritto o detto. E implicitamente complessa.

Si deve inoltre tenere conto dei diversi tipi di ambiguità: fonetica, lessicale, sintattica, di scopo o pragmatica. I diversi codici linguistici si propongono in una interrelazione talora oppositiva, talaltra compositiva: in altre parole, a volte un significante (o termine, parola) “produce” diversi significati, e dunque, lo stesso segno linguistico vuol-dire diverse cose. E qui entra in campo la polisemia, che presenta innumerevoli varianti intrinseche, informali, perché esiste, ovviamente, anche la variante lessicale, fonetica e grafica.

I segni linguistici possono essere omografi ed omofoni, in base al loro possedere lo stesso significato o il medesimo suono. Sono omonime le parole che presentano la stessa grafia ma significati differenti. Per spiegare: cosa c’è di più radicalmente diverso nell’omonimia tra due persone? Il massimo al mondo! Quando vivevo nel mio paese natale Rivignano, in provincia di Udine, con i miei, spesso a casa mia qualcuno cercava al telefono Renato Pilutti, ma intendeva parlare con un capomastro edile, mio omonimo, per sapere qualcosa del cantiere in corso… e mia mamma Luigia rispondeva “a no l’è mio fi il Renato c’al ciris lui” (Friul.: non è mio figlio il Renato che lei cerca).

Una curiosa omofonia in italiano è tra l’amorale e la morale, laddove la pronuncia tradisce i due significati, aggettivale il primo, sostantivale il secondo.

Continuiamo: è ambiguo ad esempio un singolo lessema come acuto: in un primo significato significa un timbro del suono alto, in un secondo vuol dire intelligente (di persona), un terzo si può riferire alla specifica geometrica di un angolo… acuto, appunto.

Tornando alla polisemia si può affermare che due o più significati non omonimi fanno comunque parte di campi semantici contigui, come nel greco lògos, che significa, sia parola, sia discorso. Parlavo all’inizio di disambiguazione citando wikipedia: ecco; in questi casi, occorre dis-ambiguare, cioè togliere l’ambiguità interpretativa possibile.

Un altro tipo di ambiguità è quello derivante dalla sintassi. Se io dico: “Renato ha visto Beatrice con il cannocchiale”, si può pensare che Renato l’abbia vista a distanza con il suddetto strumento, oppure che Beatrice avesse in mano un cannocchiale.

Facciamo un altro esempio.

Una vecchia lègge la regola – La “e” è aperta e quindi legge è voce del verbo leggere. Una anziana signora legge etc.

Una vecchia légge la regola – La “e” è chiusa e quindi legge è un sostantivo che definisce l’atto normativo. Si tratta di una legge emanata molto tempo prima…

Per evitare ambiguità è dunque bene utilizzare gli accenti grave o acuto, per non incorrere nella pronunzia spesso sbagliata di un noto lettore di Tg2 delle 20.30, ad esempio.

Un altro tipo di ambiguità si può definire pragmatica. Si provi a considerare la frase seguente: “Ogni uomo ama una donna”

Significa che vi è una donna amata da ogni uomo, oppure che ogni uomo ama una donna diversa? Boh. E’ chiaro che il significato pragmatico si deduce dal contesto e dalle intenzioni del parlante… e a volte anche dalla prontezza dell’ascoltante. Senza che vi siano queste condizioni, il fraintendimento è insito, assai plausibile, nelle dinamiche del colloquio.

Abbiamo già visto che l’ambiguità, se pure chiamata in modo diverso, era un modulo comunicazionale conosciuto fin dall’antichità, e utilizzato a man bassa dai letterati di ogni epoca. Nel merito si possono citare autori contemporanei come i francesi Mallarmé e Apollinaire e lo stesso James Joyce.

Che dire dunque? Che l’ambiguità è connessa alla complessità come due commessure in un mobile di buon artigianato del legno, e di ogni organizzazione o civilis societas, ma va individuata e controllata, come insegna una buona etica della comunicazione.

Ciò che si deve evitare è di approfittare dell’ambiguità di certe situazioni fattuali o dialogiche per ingannare e sopraffare l’altro. Una cosa è l’abilità diplomatica a tattica nei discorsi, che è ammessa e in certe situazioni, imprescindibile, un’altra, riprovevole, è approfittare magari della debolezza dialettica o inferiorità culturale altrui per ingannare, tradire o addirittura sopraffare l’altra persona.

In questo ambito, la consapevolezza che tutto ciò che attiene l’uomo, il mondo e l’interazione fra questi soggetti è complesso, e che come tale va trattato, ci insegna come occorra soprattutto far conto di un’eticità del linguaggio e del suo uso, che è – con il pensiero – l’attività più nobile dell’uomo in ogni tempo e luogo.

]

DENTRI IL CÛR (Friul.), dentro il cuore

Marisa Gregoris è una donna friulana coraggiosa e forte, una delle persone che per prime, dalle mie parti, si sono appassionate alla filosofia in questi ultimi anni, ed è stata una delle primissime convinte sostenitrici del Caffè Filosofico “autentica/ mente”, che opera a Codroipo da almeno otto anni. Marisa è anche una “cultrice” autorevole della non facilissima lingua Friulana, nella quale ha scritto e pubblicato diversi racconti e anche qualche volume. Io stesso, quando curavo l’Agenda Friulana dell’editore Chiandetti dal 2005 al 2016, volli ospitarla più volte per… meriti letterari.

paesaggio friulano

Mi ha onorato di questo inedito che le ho proposto di pubblicare qui. Al suo testo in Friulano segue la mia traduzione in Italiano

“Tignî dentri il cûr i biei ricuarts al è come sparagnâ cualchi franc par cuant che tu âs une bisugne, no simpri dut al vâ ben, se  capite une malatie, bisugne rivâ a sostentâsi par no dâ pês a nissun. A lis  voltis però o vin bisugne ancje dal sostentament  morâl , ch’al jude a lâ indenant. Chel al varès di jessî dentri di no,  par dâ un jutori cun robis  piçulis e grandis, che te normalitât dal vivi a capitavin. Un compliment, fat di une agne, un rap di ue puartât di  un barbe di to pari e chel caco madûr ch’al tignive tes mans cul  colôr di une biel soreli a mont.

Chest omenon  al veve fat dôs gueris, Afriche, Italie, po le ultime dal cuarante passade a dâ coragjo a ducj, cun tun cûr grant; al contave che se lui al jere rivât a superâ chês robis brutis ta chei puescj forescj, le varessin fat ancje lôr e chist  j veve insegnât a volê ben e  no a copâ. Encje lis lacrimis di chei ch’a scugnivin partî tal forest, par vuadagnasi le bocjade  a varessin fat cressi e comprendi il dolôr par fâlu deventâ  sostegn. Se il tô cûr al  à tignût dentri i moments biei e par vistî  chei bruts, dut chest al devente un tesaur ch’al po’ fâ invidie ae B C E e  no ti coventaran par lâ indenant  né bancjis, ni cjadreis. Tes mans tu âs une recipe e dal tô jessi al nassarà alt e fuart un jufufuj l “evviva’’ furlan ch’al cricarà cualsiasi gnot scure, come chê, ch’o stin vivint cumò.”

(Marisa Gregoris)

Trad. italiana (di Renato Pilutti)

DENTRO IL CUORE

“Tenere dentro il cuore i bei ricordi è come risparmiare qualche euro per quando ne hai bisogno, non sempre va bene tutto, se capita una malattia occorre riuscire a sostentarsi. A volte però c’è bisogno di un sostentamento morale, che aiuta ad andare avanti. Ciò che dovrebbe essere dentro noi, per dare un aiuto con cose piccole e grandi, che nella precedente normalità del vivere capitavano. Un complimento fatto da una zia, un grappolo d’uva portato da uno zio di tuo padre, e quel caco maturo che teneva tra le mani che aveva il colore del sole al tramonto.

Questo pezzo d’uomo aveva fatto due guerre, Africa e Italia, e infine l’ultima, quella del Quaranta, a fare coraggio a tutti, con il suo cuore grande; raccontava che se lui era riuscito a superare quelle brutte cose in nazioni straniere, ce l’avrebbero fatta anche loro, e questo gli aveva insegnato a voler bene e a non uccidere. Anche le lacrime di quelli che dovevano partire per paesi stranieri per guadagnarsi di che vivere, avrebbero compreso, crescendo, anche il dolore, per farlo diventare addirittura un sostegno. Se il tuo cuore ha tenuto dentro i momenti belli, che sono stati utili anche per coprire quelli brutti, tutto ciò può diventare un tesoro da far invidia alla BCE, e non serviranno più – per andare avanti – né banche né posti di potere. Nelle mani tieni ciò che serve e dal tuo essere stesso sgorgherà un grido forte friulano che romperà qualsiasi notte oscura, come quella che stiamo vivendo ora.”

Lo sguardo di Marisa è naturaliter filosofico, tipico della saggia fortezza o della coraggiosa saggezza delle nostre genti patrie, che hanno “scombatȗt” (combattuto forte) per sopravvivere lungo due millenni di storie di invasioni e di guerre, e sono ancora qua a guardare il mondo con l’occhio dell’umile, ma orgogliosa pazienza furlana.

Strade del Nord o il racconto di Pietro, il viandante

(In vista di questa Pasqua, a trent’anni dalla sua morte, ricordo mio papà Pietro con questo racconto, che pubblicai anni fa ne La terra del confine)   

Stavano ormai crescendo i due figli di Piêri e Gigie e una mattina di novembre, molto presto, alla fine di una nottata insonne, Piêri disse: “Tocca prendere una decisione, non si può andar avanti così. Devo partire“.

   “Ho sentito che prendono su in miniera e in cava di pietra in Belgio e in Germania. Cosa ne pensi? “Come al solito, sua moglie pensò a lungo prima di rispondere e poi disse: “Viȏt tù” (Friulano: vedi tu).

    Lui aveva una quarantina d’anni, lei poco più di trenta, si erano sposati da sei o sette e finora avevano sbarcato il lunario come tante famiglie (quasi tutte) del popolo del confine, mettendo vicino un po’ di salario, un po’ di orto e un po’ di servitù a ore.

    Piêri aveva deciso per il Belgio. Preparò le carte e venne il giorno della visita medica di idoneità in una città grande, a duecento chilometri, fu un viaggio di due giorni. Piêri, nonostante fosse nel “flȏr da l’òn” (Friulano: fiore dell’uomo, cioè un uomo al suo massimo di forza) e molto robusto, fu scartato per una varice al polpaccio destro.

   Centotrenta degli emigrati prescelti per quella miniera sarebbero morti per uno scoppio di grisoù a Marcinelle pochi mesi dopo.

   Andò in Germania, in una piccola località dell’Assia, in cava di pietra. Vi andò per undici stagioni, da marzo a novembre, ma guadagnava tre volte tanto che qui in Italia. D’inverno continuava a far legna. Era riuscito in un paio d’anni a pagare tutti i debiti e a cominciare a mettere a posto la vecchia casa, a partire dal tetto.

   La Germania era per lui la terra del riscatto, ma di una fatica indicibile. Lavorava a cottimo e produceva il massimo, trovando pure il tempo e la forza di dare una mano, di domenica, agli operai-contadini del posto, dove si tratteneva per il pranzo in famiglia. Dopo il secondo anno era stato incaricato di reclutare altri uomini e giovanotti della terra del confine e l’aveva fatto con scrupolo e attenzione. Lo fece per sei stagioni, organizzando il viaggio via via per trenta, cinquanta, novanta persone. A un certo punto, il primo marzo, dalla piazza del paese, partivano due pullman granturismo, destinazione quella piccola località fra le fitte abetaie chiamata Ramholtz. In Germania dormivano in baracche di legno come quelle di Dachau, e veniva tanta neve. Facevano le corvèe in cucina e per le pulizie. Vi erano ragazzi di vent’anni, che facevano tardi la sera nelle birrerie con le ragazze, e uomini fatti, anche più anziani di Piêri e con figli grandi.

   Una sera un ragazzo non tornò. Lo cercarono, finché la polizia mandamentale li indirizzò all’obitorio dell’ospedale. Si era schiantato sotto un autocarro con due ragazze del posto. Doveva ancora compiere vent’anni e la macchina l’aveva comprata di seconda mano con le prime tre paghe. Glielo aveva detto più volte Piêri, di non correre, quando lo vedeva partire a tutto gas dai piazzali e lo osservava sollevare polvere sulla strada che con sette tornanti scendeva al paese. Il dolore fu grande tra i compagni di lavoro. Piêri, con altri due accompagnò il feretro in Italia, fin nel piccolo cimitero del paese. Salutò la Gigie e i due piccoli, e ripartì. Era ancora piena estate.

   Lui aveva un profondo senso del dovere, non gli occorreva scrivere per sentirsi impegnato; aveva spesso spiegato al capoccia tedesco, ex ufficiale della Wehrmacht che era stato per due anni in Italia con Kesselring, che lui sarebbe venuto al lavoro anche senza contratto, Fu per questo suo modo di essere che quando scoppiò lo sciopero, improvviso, incontrollato, lui si sentì tradito. Era da tempo che sentiva mugugnare i compagni meno forti, quelli che raggiungevano solo i cottimi più bassi, li sentiva dire che bisognava chiedere un aumento del venti per cento per ogni carrello caricato. Piêri aveva raccomandato di pazientare ancora per quella stagione, ché ne avrebbe parlato in dicembre prima di tornare a casa, per aver l’aumento nel nuovo contratto.

     A nulla valsero questi suoi impegni. Un lunedì mattina, lui che andava alla cava prima di tutti, alle sette, non vide arrivare nessuno. Aspettò le sette e mezza, poi le otto. Poi chiese all’assistente cosa fosse successo. La baracca distava dal cantiere quattro o cinquecento metri e non dava segni di vita. Pareva tutto addormentato e che la gente se ne fosse andata via.  L’assistente gli rispose in modo evasivo e Piêri chiese il permesso di verificare di persona. Li trovò, tutti e cinquanta nella sala grande che fungeva da dopolavoro, in piedi, silenziosi. Chiese cosa fosse successo e uno di loro, già eletto portavoce gli rispose “sapevamo di dover rendere conto a te di questo sciopero. Abbiamo deciso tutto stamattina, e non riprendiamo il lavoro se non ci viene promesso l’aumento per iscritto. Un aumento del venti per cento”. Piêri sulle prime non rispose, rifletté qualche secondo, poi parlò con calma, anche se dentro di sé avvampava: “vi ho promesso che discuteremo e avremo l’aumento per la prossima stagione; per questa, ancora due mesi ci sono, teniamo duro così e andiamo a lavorare”.

    Non ci fu una vera discussione. Qualcun’altro intervenne per dire che non accettava la proposta di aspettare. Dopo un quarto d’ora, vista l’irremovibilità dei compagni, Piêri non insistette, chiese di vedere il capocantiere per avvertirlo, poiché si sentiva responsabile di averli portati in Germania. Fu convocato subito e si trovò di fronte i due capi locali, quello produttivo e quello amministrativo, che avevano in linea al telefono il direttore centrale della ditta. Herr Sprueger gli disse seccamente: “gli italiani, come al solito, non mantengono i patti, possono andarsene tutti a casa subito. Saranno pagati fino a oggi, ma non torneranno più. Lei, se vuole, può restare”. Piêri rispose di no, disse solo che se ne tornava a casa anche lui con i connazionali. I capi della ditta lo salutarono con freddezza anche se gli dissero “aufwiederséhen”. Il fatto fu la cesura decisiva della vita di Piêri. Aveva quarantacinque anni, era fisicamente a posto e aveva una gran voglia di lavorare. Onorevolmente, sulla parola data.

    Quello sciopero gli spezzò qualcosa dentro. Si sentiva responsabile perché li aveva contattati e, si può dire, scelti tutti lui. L’avevano ingannato. Sentiva quello sciopero come un tradimento della fiducia che lui aveva riposto in loro. Piêri aveva aderito ancora  a scioperi, in Italia, ma quello lì, in emigrazione, loro non lo dovevano fare. E poi c’era il senso della dignità, dell’onore di italiano all’estero che andava a farsi friggere. C’era la vergogna. Aveva pur fatto lui stesso una proposta ragionevole. Non l’avevano accettata.

    Tornò a casa e non fu più lui. Non fu più lo stesso marito, lo stesso padre. Lo curarono come poterono in quegli anni. Stette un anno in malattia. Poi tornò al nord, in un’altra cava di pietra della stessa ditta. Con lui partirono altri uomini della terra del confine. I tedeschi gli avevano comunque detto di cercare della gente.

   Restò in emigrazione altre sei stagioni e poi tornò per sempre. Il suo tempo era passato nel lavoro, fuori da ogni malizia, pulito più di un bambino. Aveva visto crescere i figli con alterna fortuna. Lo conoscevano tutti. Nessuno poteva dire di aver litigato con lui. Mancò, senza aver “disturbato” molto, una sera di settembre.  

Quella sera il profilo delle alte montagne fu accarezzato da un vento leggero che andava verso nord.

RIZKO, un romanzo storico scritto a quattro mani da due amici, Fulvio e Renato, che hanno voluto dialogare con Rizko Abrams, David Abrams-Berkowitz e Alfredo Bastiani, in un viaggio del corpo e dell’anima, dal Dniepr a Lublin, poi a Crakow, a Kutná Hora, a Venezia, e infine a San Daniele del Friuli, con lo sfondo arche… mitico della Cerchia delle Montagne

Dove te ne vai, caro Rizko, lasciando le sponde del grande fiume che sfocia nel Mar Nero, non lungi da Odessa?

Il Dnepr o Dnipro si dice in russo: Днепр, Dnepr, in ucraino: Дніпро, Dnipro, in bielorusso: Дняпро [Dnjapro], in polacco Dniepr; in romeno Nipru; in italiano anche Boristene. 

Dove porti i tuoi cari, caro viandante, Ebreo errante, archetipo di tutti i viandanti in questa vita e nel mondo?

I cieli azzurri sono il nostro “contenitore”, anche se qua e là incombono nuvole, nuvole nel cielo e nuvole nelle nostre anime. Non sempre venti impetuosi riescono a cacciare lontano le nuvole, che allora restano sopra noi fino all’orizzonte, o fino alla soglia del nostro pensiero.

Siamo eternamente viandanti, caro Rizko, ed è come se ci potessimo incontrare da qualche parte, o sulla sponda del grande fiume che anni fa potei vedere in viaggio per Dnieprpetrovsk, oppure nella Galizia profonda, nella campagne di Lublin, ovvero, ancora, tralasciata Prag a occidente, già andiamo verso Kutná Hora o più a Sud, oltre le montagne.

Una volta scrissi che oltre le montagne, però viste da un Sud più vicino al mare, si narrano tante storie, ai bambini di sera, nelle lunghe invernate piene di neve, e di viandanti che arrivavano tutti intabarrati, diretti verso un dove sconosciuto anche a loro stessi… e di altri viandanti che parlavano un idioma duro, e portavano a Nord carretti pieni di oggetti di legno da vendere alle massaie, in quei villaggi sparsi per le vallate. Un andare e un venire da Nord a Sud, da Est a Ovest, ininterrotto, per secoli e secoli.

E un continuo raccontare nelle osterie, vicino ai focolari e a ceppi scoppiettanti. Ogni tanto si fermavano drappelli di soldati a pernottare, non sapendo se sarebbero sopravvissuti per giorni, per mesi o per anni, che il futuro misterioso presentava senza annunzi, ma solo con il rombo di cannoni o lo scalpitare di cavallerie nemiche.

Caro Rizko, sei passato attraverso polverose strade che ad autunno si infangano fino al perno delle ruote del tuo carretto e durava fatica l’asinella, con il tuo aiuto, a togliersi d’impaccio.

Hai lasciato eredi in Boemia, aggiunto un cognome, Berkowitz, hai lavorato tanto, anzi, i tuoi nipoti sono riusciti a vedere la luce di una sopravvivenza diversa. Hanno rischiato. E poi l’Italia, nientemeno che a Venezia, le sue luci, lo sbrilluccicare della laguna verdastra e più in fondo, oltre il Lido e Pellestrina, il Mare profondo. Qui, diventato Italiano, hai conosciuto il fiato della belva, che ha masticato i tuoi cari, e ti sei salvato per un nulla voluto dalla Provvidenza o dal caso, oppure dal tuo antico Signore degli eserciti, in cui non credevi più da tempo.

Infine hai amato, caro Alfredo Bastiani, le colline coperte di prati e di boschi del remoto Friuli, sconosciuto ai più, anche ai compatrioti, che lo confondono con il Veneto e non sanno se Utinum si trovi in pianura oppure oltre la Cerchia dei monti azzurrini che al tramonto tradiscono l’enrosadìra violetta. A San Daniele, dove si parla l’idioma duro e perfetto dei “Furlani” e dove il tuo mondo, caro Rizko, è riuscito a fermarsi e a riposare sulle rive di un piccolo lago, nel cimitero dei tuoi avi e dei tuoi nipoti, in mezzo alle morene antiche lasciate da ghiacciai primordi scolpiti dal buriàn, il vento da cui sei partito trecento anni fa.

Il viaggio di Francesco nella terra di Abraham: l’estetica della (nella) verità

Colgo l’occasione dello storico viaggio del papa a Ur dei Caldei per parlare di estetica, vale a dire di una manifestazione dell’essere-delle-cose. Un fatto umano inserito nella Storia e nella Tradizione religiosa permette ancora una volta di riflettere sulla corrispondenza o meno della verità ai fatti dell’uomo e del mondo. E’ noto che la Storia risente delle Tradizioni (trasmissioni) e dei Miti. Non abbiamo contezza storiografica, intesa come documentazione archeologica o scrittoria delle vicende abramitiche (di Abram poi Abraham), di Saraì (poi Sara), di Agar, di Isacco e Ismaele, dei popoli del deserto e del libro. Altrettanto si può dire, quando a Mosul, Francesco ricorda l’antica Ninive, il profeta Giona e la comunanza della Tradizione religiosa che unisce ebraismo, cristianesimo e islam.

Ciò che comunque è giunto fino a noi ha fortissima valenza veritativa, perché così è stato trasmesso ed è ritenuto vero… cioè corrispondente per “comunicazione di notizia”. Sappiamo che l’altra modalità di trasmissione della verità è l”evidenza di fatti, atti e cose tangibili mediante i sensi fisici.

Infatti, la verità ha un’estetica, anzi, la verità-è-un’estetica., vale a dire la sua mostrazione all’intelligenza umana, che discerne e decide cosa credere e a chi credere. In greco, àisthesis è manifestazione dell’essere (delle cose), da cui, appunto, estetica, che nel tempo ha sempre più assunto il significato limitatissimo di analisi e mero culto della bellezza esteriore.

Che cosa significa, dunque, manifestazione (in greco epifania) se non evidenziazione (dal latino ex-vidère), espressione (dal latino ex-premere)?

In Genesi, proprio nei primissimi versetti che narrano la creazione del mondo, Il Signore-Dio, creando-giudica, definisce ciò che crea in questo modo e con questo lemma, così come riportato nel testo ebraico: tob, cioè bello-e-buono. Nella traduzione greca kalòs kai agathòs. Il bello, dunque, è intrinsecamente buono.

La verità è il tema eterno della filosofia e del diritto, ma ben poco della politica. La filosofia si esprime come ricerca del buono e del vero nelle cose, mentre il diritto esplicita la ricerca e il riconoscimento della bontà o della malvagità negli atti umani liberi, per poterli giudicare ed eventualmente punire.

Aggiungo: la politica, come si legge – variamente – in Platone e Aristotele, in Plutarco, Seneca, Machiavelli, Hegel e Kelsen, tra molti altri, è l’arte del governo-della-città, che deve cercare di contemperare interessi diversi, come diverse sono le sottolineature degli autori citati.

Che cosa ci dice, allora, il viaggio di Francesco nell’antica Mesopotamia, che oggi chiamiamo Iraq? Mi pare chiaro che ci interpelli proprio sulla verità, non solo e non tanto circa i fatti narrati dai grandi libri biblici e coranici, che sono caratterizzati anche da narrazioni intersecate da miti e tradizioni, al di fuori delle norme veritative della storiografia scientifica moderna, quanto da ciò che l’Homo occidentalis è stato e ha fatto negli ultimi quattromila anni.

Questo Homo occidentalis ha dominato il mondo, senza mai smettere di combattere battaglie di conquista e di sopraffazione. Siamo arrivati al terzo millennio dopo Cristo, e le parole di Dio ad Abramo risuonano ancora come monito e indirizzo verso tutt’altro. “Vattene da tuo padre (da Ur dei Caldei)…, ché io ti costituirò padre di molte nazioni”.

E Abram, divenuto Abraham, è partito in fiducia nella verità della Parola di Dio e ha avuto i due figli, che sono diventati padri delle due grandi nazioni, quella di Itzak (Isacco), ebraica e poi cristiana e quella di Ismail (Ismaele), musulmana nelle sue varie declinazioni.

Sono esistiti veramente Isacco e Ismaele? Può darsi di sì, ma può anche darsi di no: la verità è comunque quella che vediamo con evidenza struggente: Francesco insieme con Al Sistani, in dialogo su Giustizia e Pace, perché non c’è pace senza giustizia, caro Homo occidentalis!

La verità è, dunque, non solo quella della logica matematico-filosofica, quella delle evidenze scientifiche della biologia e della fisica, ma anche quella che si mostra in questa vicenda, in questo incontro tra due uomini di preghiera e di fede.

Il tempo di Dio pare avere delle lunghe derive, pur declinandosi simbolicamente nei racconti in settimane e giorni e mesi e anni, come il nostro, se sappiamo intravedere tra il baluginio contraddittorio della storia, un senso.

Il “democraticismo” dei social è una pericolosa idiozia

L’uomo ha lottato lungo migliaia di anni per capire che la democrazia, comunque declinata, è il migliore dei regimi politici possibili. Da Pericle a… Draghi, passando per Locke e Robespierre. Questo elenco strano già illumina sulle contraddizioni della “democrazia”, poiché in suo nome si possono costruire maggioranze e minoranze, ma si possono anche mozzare teste.

Ciò che oggi impressiona è che questa democrazia ha ammesso al proprio interno, non solo il voto a suffragio universale, peraltro non ancora vigente in tutti gli stati del mondo, ma anche i social, dove ciascun utente può commentarne altri ed esprimere giudizi sull’operato di chicchessia, senza alcun filtro, o quasi.

Per tale ragione, ciascuno può commentare lo stipendio di Conte (parlo dell’allenatore dell’Inter), così come l’assalto a Capitol Hill, approvare l’intervento di Trump per aizzare il popolazzo a quell’assalto, oppure criticarlo; si può intervenire su una teoria scientifica proposta da un illustre luminare, mettendola in ridicolo, senza tema di essere a propria volta ridicolizzati; si può sostenere la piattezza della Terra senza ricevere direttamente uno sberleffo di pietà dalla “rete”; si può discettare di tutto senza avere alcuna preparazione sul tema trattato; si può insultare qualcuno fino al limite della denigrazione e della calunnia, contando sull’inerzia di eventuali controllori; si può più o meno tutto.

Io stesso, nel mio blog, talvolta non ho evitato – volutamente – di esprimere giudizi drastici su politici e capi vari, fermandomi un attimo prima del rischio di una querela. Ma ho sempre trattato argomenti su cui ho competenze, come la filosofia, la teologia, la psicologia, la sociologia, il giornalismo, la politica e la storia, mai impancandomi su questioni che conosco solo superficialmente.

Forse solo la pedo-pornografia telematica è abbastanza sotto controllo, ma quasi tutto il resto, no. Come chiamare questa “libertà” semi-assoluta di dire? Per dirla in greco antico, questa parresìa irresistibile? Democrazia? ho qualche dubbio. Portato indiretto della democrazia? Forse.

Ma non solo, perché la democrazia è comunque una modalità socio-politica di amministrazione dello stato che intrinsecamente presenta afflati e dimensioni eticamente fondate sul Bene comune. Che cosa è un Ente eticamente fondato? Un “qualcosa” che si basa su una nozione chiara e condivisa del bene e del male, avendo a che fare con l’agire (libero) dell’uomo.

I social imperversano ovunque, vari, e in competizione tra loro. Dalla Cina all’America, all’Europa tutta, all’Australia. I loro proprietari sono i personaggi più ricchi del pianeta, e hanno obiettivamente un potere immenso. Sergey Brin e Larry Page certamente non immaginavano il destino universalmente potente di Google. Né Mark Zuckerberg quello di Facebook. Quando Trump ha esagerato anche a giudizio dei capi di Twitter, è stato “bannato” cioè oscurato e non ha potuto più imperversare con le sue vergognose falsificazioni.

Ma ciò che significa? Non solo che in questo caso – obiettivamente – Twitter ha compiuto, per dirla semplicemente, un’opera buona per il mondo, e soprattutto per i miliardi di persone culturalmente indifese che popolano il mondo, ma ha anche mostrato come un “soggetto” privato come l’azienda americana possa decidere di un significativo “pezzo” di possibilità informative.

Caro lettore, non ti ricorda qualcosa di già avvenuto nella storia, anche molto recentemente? Basta pensare ai regimi totalitari del XX secolo, quando né Stalin, né Hitler, né Mussolini, permettevano che i loro popoli conoscessero ciò che realmente avveniva nei territori, nelle città e nelle campagne di quelle nazioni.

Si consideri come è stata gestita, se pure in periodo gorbaceviano, la tragedia di Chernobyl…, o la vicenda del mostro di Rostov, Andreij Chikatilo, di cui si seppe anni dopo, e di migliaia di altri fatti concernenti città segrete in Siberia ai tempi di Giuseppe Djugasvilij, il “piccolo padre” georgiano.

Si consideri come il Minculpop del cav Benito zittiva e oscurava tutte le notizie che potessero mettere in dubbio l’efficienza e l’equanimità del regime.

Si ricordi la terribile, efficacissima attività di propaganda del dottor Goebbels, che in buona parte nascose per anni il monstrum dei campi di concentramento e di sterminio.

E gli esempi potrebbero continuare, anche restando agli episodi solo molto dopo il loro accadimento svelati, concernenti il XX secolo. L’altro ieri, anzi, ieri.

Con ciò non voglio comparare in modo corrispondente la decisione di Twitter su Trump con i cenni ai fatti del secolo passato, ma pongo un tema e un problema: come si comunica, chi comunica, chi decide cosa comunicare, come potrà essere possibile per tutti conoscere la veridicità delle fonti informative, come poter replicare, correggere, informare con verità e senso morale?

Un gran lavoro della mente e del cuore, non solo dei decisori, ma di ogni cittadino, di ogni elettore, di ogni essere umano.

I nuovi babbei e le brave persone come Mario Draghi

Intanto, diciamo che i babbei sono sempre stati molto numerosi – ed essendo in numero notevole – pericolosi. Nei periodi di crisi si fanno vivi con ancora maggiori velleità. Io però, come ben sa chi mi conosce, non sono manicheo e, a volte con qualche sforzo, riconosco valori in aree operative e settori politici che in generale (a me) paiono privi (di tali valori).




Il “babbeo” non si accorge se qualcuno lo offende o lo imbroglia, oppure se pensa di stare con la maggior parte delle persone che lo circondano, qualsiasi caratteristica queste persone abbiano; il babbeo non ha una morale forte, profonda, ma solo superficiale.

E vengo a una particolare categoria di babbei, e poi a un’altra.

Molti giornalisti sono dei babbei, specialmente quelli che non curano la logicità dei loro racconti, come quando giustappongono dati percentuali e dati assoluti sulla pandemia. Sono babbei quando, avendo quattro notizie da enunciare di cui una negativa e tre positive, partono nella loro narrazione con quella negativa, spesso esibendo facce da funerale, come se ciò fosse necessario per l’efficacia della comunicazione, ottenendo l’effetto di sconcertare e rattristare le persone più semplici , e di ottenere l’effetto “tanto non ce la facciamo”, delittuoso sentiment anti-economico.

Un secondo esempio: in tempi di pandemia, una mattina alle 7 la giornalista del tg annunzia che “ieri sono stati fatti poco più di 297.000 tamponi (297.124, per la precisione, ndr)”. Ecco, la dizione “poco più”, di per sé, sminuisce un dato che invece è molto significativo. Avrebbe potuto dire “sono stati fatti quasi 300.000 tamponi”, ottenendo un effetto psicologico sugli ascoltatori ben diverso, orientato al positivo. Io me ne accorgo, e penso che la giornalista, o chi per essa, siano dei perfetti imbecilli, e disonesti. Oppure, altro esempio desolante: nei titoli di un tg si sente dire che i contagi Covid in Italia sono aumentati ieri rispetto all’altro ieri, e poi nel testo del servizio, cinque minuti dopo, si vede una tabella che illustra giusto il contrario, cioè che i contagi nelle ventiquattro ore precedenti sono calati. Che dire?

Un esempio dell’ignoranza industriale diffusa: una delle aziende produttrici del vaccino (Astra Zeneca, ad e.) informa circa una lieve riduzione temporanea della produzione (- 7%) del vaccino, ma la notizia viene riportata come una decisione “politica” dell’azienda, volta a ottenere, magari surrettiziamente, un aumento del prezzo di vendita, mentre invece si tratta solo di un normale problema tecnico produttivo, che può capitare in ogni fabbrica di produzione industriale, come sa chi conosce la complessità di una fabbrica produttiva: una rottura di una parte degli impianti, o di una sola macchina importante nel flusso, una interruzione temporanea della supply chain della produzione, una interruzione dell’energia… ecco, tutti esempi che spiegano semplicemente la ragione per cui un giorno o anche poche ore di problemi tecnici possono ridurre i quantitativi della produzione. Ma per capire questo e non dire stupidaggini, bisogna conoscere almeno un po’ come funziona una fabbrica industriale.

Un’altra categoria, sempre da aggiornare, di babbei, è quella dei politici, di cui ho più volte rilevato qui la povertà di spirito, non “in spirito”. Mi spiego: l’evangelica povertà “in spirito”, insegnamento gesuano, vuol dire che una persona, anche se benestante, non si sente importante e non si fa arrogante in ragione dei propri mezzi economici, ma, al contrario, mantiene la consapevolezza del proprio limite umano e della propria fallibilità, mentre i poveri “di spirito” sono coloro che sono veramente scarsi di intelletto.

Ecco: il personale politico di questi tempi registra una grande abbondanza di soggetti qualificabili in quest’ultimo modo. La cosa che continua a stupire è che queste persone assommano i propri limiti alla inconsapevolezza di essi. Come si sa, chi più pensa di “essere” e di “sapere”, meno “è” e meno “sa”. La presunzione va di pari passo con l’ignoranza.

L’ambiente politico, visto che da quasi tre decenni non esiste una selezione seria del personale, vede accedervi tipi e tipe di tutti i colori umani. Il web permette di bypassare qualsisia tipo di selezione, le piattaforme, tipo quella che i “geniali” Casaleggio hanno fondato, la “Rousseau”.

Guardi la tv e vedi passare persone improbabili che parlano a nome di questo o di quel partito, snocciolando titoli di temi politici triti e ritriti. Oramai, con la mia esperienza, condivisa con tanti amici miei, ironizzo sul fatto che sappiamo ciò che questi (solitamente) giovin signori stanno per proferire. Ma non mi meraviglio più di tanto, stanti le premesse di cui sopra, né mi adonto granché.

Il sentimento della noia quasi rabbiosa emerge quando vedo e sento i “capi” politici attuali. Un esempio per paradosso: trenta o trentacinque anni fa, quando ascoltavi Craxi, Spadolini, De Mita, Martelli, l’ultimo Berlinguer, Spini, perfin Forlani o Piccoli, mi/ ci pareva che un allora giovane Pierferdy Casini tuttalpiù meritasse di portare la borsa a Forlani, mentre ora, se lo vedi, oramai sessantacinquenne, vigoroso e bianco, e lo ascolti “ragionare” (verbo artistotelico-demitiano), ti par che sia un gigante, tra tanti e tante nani (ad e. l’inutile dibattista) e nane (ad e. l’inutile lezzi).

Questa è la situazione dei babbei principali, presenti tra i giornalisti e i politici, poi ne puoi individuare anche in mezzo ad altre categorie, emerse con la pandemia, come i virologi, che lottano fra loro a suon di previsioni che oscillano tra il massimo e il minimo di pessimismo e di ottimismo, suscitando perplessità e paura tra gli ascoltatori. E, a livello governativo, almeno fino a dieci giorni fa (che Dio benedica la fine del governo Conte bis), una, due, cinque, dieci voci, mai coerenti, tra Ministro della Salute, Presidente del Consiglio superiore della sanità, Presidente dell’Istituto superiore della sanità, Coordinatore del Comitato tecnico-scientifico, il Commissario a tutto, et alii forsitan inutiles homines.

Son convinto che il presidente Draghi ordinerà una semplificazione razionale della comunicazione Covid, essendo lui stesso un’assicurazione contro i babbei.

Comunque, caro lettore, i non-babbei sono sempre in maggioranza, e questo fa ben sperare.

La clemenza, una virtù umanissima e previdente

Seneca, filosofo e politico dei tempi di Claudio e Nerone, ne scrive nel suo omonimo De Clementia. Il testo latino a fronte aiuta a ri-ammirare questa splendida lingua e razionale, una meraviglia continua per chi la pratica e uno stupore sconfinato per chi non la conosce, se questi ha la bontà di apprezzare le “cose belle”.

In questa riflessione proverò a dialogare con il grande Lucio Anneo, cercando di immergermi, come insegna Gadamer, nel suo tempo e nella sua temperie socio-culturale, e di attualizzare il suo insegnamento filosofico-morale e politico alla luce della nostra mentalità, occidentale, sub-occidentale, planetaria… Impegno ambizioso, che cercherò di svolgere con la massima umiltà che il tema stesso e il confronto con un autore di duemila anni fa richiedono.

Il De clementia è un trattato, cioè uno speculum principìs, uno specchio nel quale il principe si può specchiare analizzando se stesso, che per Seneca permette di proporre in modo critico la relazione fra filosofia e politica, soprattutto al fine di individuare le virtù migliori, non solo di tutti gli uomini, ma specialmente del sovrano, tra le quali egli colloca in primis la clemenza.

Seneca dedica lo scritto al giovane Lucio Domizio Enobarbo, cioè Nerone, di cui il filosofo era divenuto precettore, su incarico della madre del futuro imperatore, Agrippina Minore, moglie del defunto imperatore Claudio.

Il De clementia, dunque, è una sorta di libro di testo per educare all’esercizio del potere il giovane Domizio Enobarbo, che era promettente. Seneca era convinto che il miglior modo di condurre lo stato fosse una monarchia “illuminata”, che pensava avrebbe potuto essere una grande opportunità per il potenziale del giovane alunno.

In questo trattato di filosofia politica, scritto tra il 55 e il 56 d.C., Seneca definisce la condotta politica che il neo imperatore Nerone farebbe bene a seguire. Il trattato era originariamente diviso in tre libri, dei quali ci sono pervenuti solo i primi due (il secondo incompleto).

Il tipo di trattato chiamato, appunto, speculum, è di origine greca è impostato su un paradosso continuo, con il quale l’autore mostra all’allievo, descrivendo i vizi di un regno condotto in modo sbagliato e ingiusto, come invece dovrebbe comportarsi al contrario, perseguendo le virtù umane, tra le quali la clemenza è tra le primarie.

Ancora Seneca: nella sua visione del mondo la clemenza è la virtù più umana, perché – manifestandosi – mostra tra gli umani il sentimento che ciascuno desidera per sé, quando sbaglia e così operando, rischia la sanzione, la punizione. Immaginiamo che tipo di punizioni erano in vigore ai tempi del filosofo: la pena di morte era prevista per non pochi reati, per cui la clemenza, in questo caso, risultava decisiva per la sopravvivenza stessa dell’individuo.

Ma anche il sovrano, il principe, esercitando la virtù di clemenza verso i cittadini, è anche clemente verso se stesso, in quanto comportarsi in questo modo è un fatto benefico per tutti, per se stessi, i re s’intende (i leader, diremmo oggi), e per i cittadini, che si sentiranno in dovere di essere solidali con il re stesso.

Seneca paragona il principe a vari soggetti, in termini metaforici, ad esempio a un medico, all’ape regina, agli dei, al sole, a un tiranno, che è il confronto più importante. Una delle opzioni più importanti dell’esercizio della clemenza è la rinuncia alla vendetta, per mostrare il fatto che se chi occupa una posizione elevata deve controllare i propri comportamenti nei minimi dettagli. La clemenza, inoltre, è un’espressione della mitezza, che può… mitigare la severità.

Un aspetto fondamentale della clemenza è la capacità di misurare la severità nel punire e nell’essere clementi. La clemenza è dunque in contrapposizione alla crudeltà, cioè nelle modalità di infliggere le punizioni. Anche una esagerata clemenza non va bene, perché abitua a non assumersi responsabilità, a pensare che tanto, vada come vada, la compassione sarà sempre sufficiente per trovare un perdono generale per qualsiasi atto compiuto, anche il più malvagio, o quasi.

La clemenza è la virtù dell’uomo saggio, poiché egli è persona mite e dunque misurata nel punire, non lasciandosi condizionare né dalle sofferenze né dal godimento altrui.

La clemenza non è soggetta alla legge e – più strettamente – alla pura razionalità. Chi è clemente ha una certa sicurezza in sé di agire per il meglio, in quanto la clemenza ha un valore di giustizia e di equità, con apporti concreti, talora, della stessa epicheia, cioè della giustizia-giusta, kairologica, attuale. Quella giustizia che sembra ingiusta, ma in realtà interpreta i fatti in modo più completo. Oggi diciamo a 360°.

Che cosa si intende per clemenza nella nostra cultura attuale? Certamente non è un termine di uso consueto. Si potrebbe dire che da qualche decennio è una parola relegata al diritto, alle pratiche giurisprudenziali, soprattutto di carattere penale. Ad alcuni pare un termine più vicino alla cultura ottocentesca, che a quella del ventunesimo secolo.

La clemenza la si chiedeva un tempo ai sovrani, ai comandanti militari, magari sotto la forma della grazia. I sovrani, infatti, venivano chiamati “sua grazia”, definiti “graziosi”, con un linguaggio deferente e sottomesso. La clemenza è una virtù e un modo di porsi verso l’altro, specialmente se i due soggetti sono asimmetrici per posizione, ruolo e potere.

La clemenza si pone come virtù classica, in quanto rappresenta valori condivisibili, e reciprocamente utili alla convivenza umana. Basti solo pensare al fatto che ognuno di noi potrebbe qualche volta avere bisogno di clemenza,

A questo punto mi piace citare Aristotele, precedente nel tempo a Seneca, che diede un’importanza centrale, tra le virtù morali umani, alla virtù di giustizia, la quale non solo deve permettere all’uomo di individuare e definire l’unicuique suum (la giustizia di scambio, oggi la chiamiamo come riconoscimento dei meriti individuali) le norme generali (che erano in vigore al tempo dello Stagirita e lo sono anche oggi) e le norme concernenti la società nel suo insieme (oggi le definiamo welfare), ma anche a una dottrina e a modalità operative che superino in via eccezionale le norme sopra citate, mediante l’epichèia, che ho ampiamente trattato qualche tempo fa in questa sede.

Ripeto: l’epicheia altro non è che la “giustizia giusta”, una giustizia che può anche apparentemente risultare ingiusta, ma in realtà contribuisce a fare andare avanti il mondo.

“Preoccupazioni” e “post-occupazioni”, “problemi” e “temi”, l’inutile abuso di frasi ipotetiche (con il “se” e il congiuntivo), mentre continua la vicenda di un premier adenoidico e paludoso

Quando sento la voce di Conte Giuseppe, prima di tutto ho un senso non gradevole da un punto di vista fonico, poi mi stanco quasi subito di ascoltare l’ennesima sequela di titoli e di frasi fatte.

La parola “preoccupazione”, cioè pre-occupazione, cioè una occupazione che avviene prima (a volte non si sa perché), è molto inflazionata. E come tutti i termini di cui si fa uso e abuso, stancano, annoiano. La cosa che sorprende è che questo lemma non conosce crisi, tutti o quasi continuano a utilizzarlo imperterriti. Nessuno si fa qualche domanda, ma da qualche tempo me la faccio io, che sto sempre attento alle parole che si usano, visto che dovrebbero essere i nomi delle cose, ma ciò è vero solo in parte, come insegnano insigni linguisti come Noam Chomski e Raffaele Simone, e filosofi di pregio come Wittgenstein.

Mi chiedo, infatti, per quale ragione si deve essere così spesso pre-occupati, se magari poi le cose scorrono, “occupano” il tempo e le energie in modo normale? Niente, ci si dice spessissimo preoccupati. Ebbene, per cominciare a mettere in questione l’uso della parola, ho cominciato a dire che solitamente “non sono preoccupato”, ma, tutt’al più “sono post-occupato”, cioè, se vale la pena mi occupo di una cosa, ma a tempo debito, non prima, stressandomi inutilmente.

Un’altra confusione terminologica si rileva nell’uso improprio e casuale di queste due parole: “temi” e “problemi”. Alle elementari, quando si faceva lezione di italiano venivano dati dall’insegnante dei temi, che avevano in testa la parola “Svolgimento”, mentre quando si faceva matematica, l’insegnante dava dei problemi da risolvere, i quali prevedevano di scrivere in testa alle operazioni la parola “Risoluzione”. Bene. Si dovrebbe tenere presente che l’etimologia di “tema” è greca, poiché il termine in italiano deriva dal verbo tìthemi, pongo, mentre l’etimologia di “tema”, sempre greca, deriva dal verbo probàllein, vale a dire getto avanti (un inciampo): si può osservare, dunque, chiaramente, come i due termini abbiano significati e funzioni radicalmente diverse, e pertanto vanno utilizzati in contesti e per significati differenti.

Non si deve parlare sempre di “problemi”, poiché molti fatti definiti in questo modo sono solo “temi”, quindi argomenti da approfondire, discutere e su cui prendere decisioni.

Le ipotetiche concessive, il se usato come se ciò-che-potrebbe-accadere, ma non è detto che accada, sono pervasive in molte discussioni. Quanti “se” tutt’intorno! e “se” qui e “se” là, in un bailamme di ipotesi e di paure infondate, di timori sul nulla, in quanto nulla di negativo è ancora accaduto. Il se detto quando uno ti mette in guardia se vai su una parete montana verticale mediante un’ottima via ferrata “e se ti viene un capogiro, e se il moschettone (il quale, in buone condizioni regge 2500 Kili, almeno), se…”. E allora non vai più a fare la Nord del Coglians, oppure gli Alleghesi al Civetta? No, ci vai, perché non puoi avere paura-della-paura.

La cosa è proprio questa, valida alla grande anche in questi tempi di pandemia. Conosco persone terrorizzate, certamente dal Covid, ma soprattutto da se stesse. Anche qui il “se” la fa da padrone: “e se quando ti siedi al bar (essendo in zona gialla) non hanno pulito bene il tavolino e prima di te si è seduto un infetto?” Allora direi a questa persona terrorizzata: “e se lo spermatozoo di tuo padre non avesse mai incontrato l’ovulo di tua madre?”, risposta “non sarei qui a parlare con te”. “Vedi allora che tu stai ipotizzando qualcosa che potrebbe non avvenire mai, oppure potrebbe accadere, perché è possibile… ma non probabile.”

Nella vita possono accadere fatti possibili, probabili e necessari, cioè certi. Un esempio: è certo che noi umani dobbiamo fare pipì, quando sentiamo lo stimolo; è probabile che d’inverno ci venga un raffreddore; è possibile essere infettati dal Covid.

Dunque, se-è-possibile infettarsi, così come è possibile ammalarsi di qualsiasi malattia vi sono due scelte: a) vivere comunque attuando comportamenti sempre prudenti o, b) mettersi sotto una campana di vetro e vivere reclusi.

Ecco: se le ipotetiche colonizzano la logica umana, c’è poca speranza di uscirne incolumi. E’ per questo che la logica, dunque la filosofia torna ad essere il sapere fondamentale, come stiamo cercando di fare noi filosofi pratici.

L’associazione che da tre mesi circa presiedo, Phronesis, si è posta proprio su questa strada, con l’iniziativa “Parlane con il filosofo”, che questo pomeriggio presenteremo in pubblico, dando la disponibilità a dialogare con chi ha bisogno di schiarirsi le idee. Durante la prima fase della pandemia, avevo ricevuto più di trenta telefonate, che mi pare sono state una buona cosa per altrettante persone.

Occorre coraggio senza essere temerari.

« Older posts

© 2021 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑