Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Dio è serio o “scherzoso”?

Una domanda intrigante durante una lezione di antropologia filosofica contemporanea, quella del titolo, mi offre il destro di pensare a un modesto, brevissimo trattatello di Teologia fondamentale.

Einstein scrisse (non so dove) o disse (forse) “Dio non gioca a dadi con il mondo“, anche per affermare così, pur se indirettamente, l’inesistenza del caso, e mostrando il metaforico assioma in modo matematico, mentre -chi mi conosce e qualche mio allievo sa- io uso un metodo logico, con l’immagine topografica delle due strade che si incrociano,  la villetta che fa angolo e i due personaggi posti in luoghi diversi, il primo sul marciapiede della strada senza diritto di precedenza e il secondo sul terrazzino al primo piano posto sui due lati della villetta che danno sull’incrocio stradale, mentre guardano l’incidente, il quale per uno dei due è ineluttabile, cioè necessario, poiché si vedono contemporaneamente i due vettori causali (le auto provenienti, l’una per la strada con diritto di precedenza e l’altra per la strada senza diritto di precedenza, e per l’altro è casuale. causalità vs. casualità.

Pensa caro lettore che la metatesi di una “u” cambia l’interpretazione delle cose, dei fatti e del mondo stesso.

L’uomo sul terrazzino, nel suo piccolo, supera il caso e concepisce le cause. Ripeto, nel suo piccolo è un po’ come Dio, poiché vede le cose da un punto di vista più alto o, come si dice in latino, ex parte Dei, cioè dalla parte di Dio, o sub specie aeternitatis, vale a dir sotto il profilo dell’eterno.

La dottrina teologica cristiana “forte”, quella aristotelico-tomista, concepisce un Dio senza difetti, imperturbabile, inaccessibile, se non tramite la preghiera, come affidamento, posizione presente all’estremo dall’Islam, che significa “abbandono (a Dio). Nella Bibbia ebraico-cristiana, un “Dio” spesso iracondo e umanissimo dialoga con gli uomini, o direttamente magari sotto mentite spoglie di angelo (con Abramo), o dando le spalle (con Mosè), o in sogno (con Giacobbe e con Giuseppe di Nazareth, il papà di Gesù), poiché Dio non può essere visto restando in vita.

E dunque: aveva forse bisogno il Signore Dio di creare il mondo e l’uomo? Domanda retorica, ché se Dio è “Dio” di nulla ha bisogno, ma potrebbe provare sentimenti come amore o noia, e dunque creare il mondo, gli angeli e l’uomo, pur tramite l’evoluzione darwiniana, che non contrasta un creazionismo intenzionale.

Il grande filosofo Baruch Spinoza, o Benedicto de Espinosa, ebreo portoghese olandese, riteneva che Dio coincidesse con la Natura, Deus sive NaturaDio ossia la Natura. Ecco un testo spinoziano di teologia fondamentale:

«Per Natura naturante dobbiamo intendere ciò che è in sé ed è concepito per sé, ossia tali attributi della sostanza che esprimono l’eterna ed infinita essenza, cioè Dio in quanto si considera come causa libera. Per Natura naturata invece intendo tutto ciò che segue dalla necessità della natura di Dio ossia dalla necessità di ciascuno dei suoi attributi, cioè tutti i modi degli attributi di Dio, in quanto sono considerati come cose che sono in Dio e che non possono né essere, né essere concepite senza Dio
(Baruch Spinoza, Etica, parte I, scolio prop.. 29. Trad. it. Emilia Giancotti.)

In molte zone dell’Africa, dell’Asia e dell’America del Sud è diffuso l’animismo, cioè una concezione di Dio legata al vivente naturale. Ricordo sempre Dersu Uzala. Il piccolo uomo delle grandi pianure, nel film di Akira Kurosawa, che diceva ripetutamente “tigre/ spirito, albero/ spirito, orso/ spirito”, e così via: per lui “Dio” era in ogni vivente e perciò aveva un grande rispetto per le creature.

Le teologie del periodo classico greco-latino fanno capo alle divinità olimpiche, declinate in modo e con nomi diversi ad Atene e a Roma. Alcuni esempi: Zeus/ Jovis-Giove, Era/ Junonis, Poseidon/ Nettuno, Ares/ Marte, Artemide/ Diana, Afrodite/ Venere, Hermes/ Mercurio, etc.. Su questo tema consiglio la lettura de La città di Dio di Sant’Agostino e Il ramo d’oro di James Frazer. L’Egitto classico ha una teologia molto raffinata, legata alla vita e alla morte degli uomini, con grande attenzione per il post mortem. La casta sacerdotale difese per millenni il politeismo, mentre solo il faraone Akhenaton, o Amenofi, IV propose l’idea di un “dio unico”, Aton, ma i sacerdoti del politeismo di Anubi, Iside, Horus, Maat, Ra, Serapide, Thot, Osiride, Api, Amon, e altre decine tra cui si trova persino Antinoo, il giovinetto amato dall’imperatore Adriano, divinizzato ovviamente post mortem, ripresero il sopravvento.

In Oriente abbiamo sensibilità ancora diverse: nell’Induismo Brahman rappresenta il Principio divino assoluto, mentre il Buddha non ipotizza neppure il nome divino, ma si sofferma sul destino dell’uomo, proponendo una filosofia religiosa, un’etica esistenziale fondata sul controllo del desiderio di possesso, le varie libidines, tipiche del nostro Occidente (la libido potestatis, la libido pecuniae, la libido libidinis, etc.), e la mitezza. Il Cielo è il nome di Dio per i cinesi seguaci di Confucio e Lao-Tzu, forma divina assolutamente impersonale e piuttosto legata alla natura. Altro e molto si potrebbe dire, ma il post diventerebbe necessariamente un articolo scientifico non adatto a questo locus dialogante.

Come si può dunque dire di Dio?, cioè che cosa è Dio?, chi è Dio?, mi chiede un’allieva. Posto che nel catechismo di san Pio X noto a tutte le persone di una certa età, così recita la risposta alla medesima domanda: Dio è l’Essere perfettissimo Creatore e Signore di tutte le cose, cerco di rispondere, molto esitando, così: Dio è Intelligenza luminosa e buona. Il Dio di Michelangelo disegnato nella cappella Sistina e di Masaccio, presente sulla parete della navata sinistra di Santa Maria Novella a Firenze, certamente mi consolano, ma penso che queste due immagini antropizzanti siano adatte al racconto per il popolo privo di strumenti teologici. Nella grande basilica fiorentina dei Padri Domenicani lo Spirito Santo, messo tra il Padre e il Figlio crocifisso, è rappresentato da una colomba bianca, come nel racconto del battesimo di Gesù nel fiume Giordano, officiante Giovanni il Battezzatore.

In ogni caso Dio è avvolto dal mistero e il mistero avvolge Dio, distinguendo con rigore tra mistero ed enigma (cf. Gabriel Marcel), per cui si può manifestare solo tramite l’atto di fede e nello stato di vita eterna. Il termine latino mysterium, derivante dal verbo greco mùo, ein, significa un qualcosa di nascosto ma che si può rivelare lentamente. L’enigma è invece una specie di complicata e anche complessa questione apparentemente senza sbocchi o soluzioni. In proposito si ricordi il nome del sistema tedesco di comunicazione militare nella Seconda Guerra Mondiale, scoperto dal matematico inglese Alan Turing. Non dimenticare, gentile lettore, la differenza sostanziale tra i due lemmi, laddove “complicato” significa un qualcosa che si può capire analizzando ogni sua componente, ad esempio una macchina elettromeccanica informatizzata estremamente composita, mentre “complesso” rinvia all’esigenza di comprendere anche senza conoscere fino in fondo ogni componente, come nel caso del corpo umano o del cervello. (Su questo tema consiglio alcune letture: Prede o ragni di A. F. De Toni e L. Comello, edito da Utet, e i testi principali, raccolti anche in articoli commentati, di Ilya Prigogine e Stephen Jay Gould).

La Teologia apofatica, quella dei mistici sufi nell’Islam e di quelli cristiani, come i “Renani” del XIII e XIV secolo, primo dei quali si può considerare Johannes Meister Echkart, sostiene che di Dio si può dire solo ciò-che-non-è, essendo atto di presunzione cercare di definirlo. Dio sfugge ad ogni definizione del linguaggio umano, per cui nella dottrina islamica a Dio si attribuiscono almeno un centinaio di predicazioni nominali (Dio è …), ma una è sconosciuta perché ineffabile, ed è il vero nome di Dio.

In Esodo 3, 14, quando Mosè sul monte Sinài chiede all’Onnipotente, dopo avere ricevuto la Legge, che nome darGli per riferirlo al popolo, la sua risposta è:

אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה , ʾehyeh ʾašer ʾehyeh, cioè in ebraico sono colui che sono, cioè, potremmo dire scomodando la metafisica classica platonico-aristotelica, l’Essere stesso sussistente.

Valter, un altro allievo, suggerisce che Dio potrebbe anche avere un certo umorismo, essere scherzoso, avendoci dato la possibilità di scegliere, cioè una certa libertà. E io ho aggiunto che allora è anche un poco cinico (che Lui stesso mi perdoni), sapendo l’uso che di questa libertà abbiamo fatto, facciamo e… faremo.

Alcuni studiosi, come ho già qui scritto, sono convinti che il Sapiens si stia -se pure lentamente- evolvendo in positivo, in “umanità”. Speriamo abbiano ragione perché il rischio prossimo che l’umanità potrà correre è quelli della A.I, dell’intelligenza artificiale che già sta avanzando con suoi algoritmi di controllo, dai grandi social, Facebook in testa, in giù o in… su. Abbiamo già visto quello che cosa può fare questo mezzo, e ascoltato le scuse di Zuckerberg, assai poco convincenti, però. Già smentite da fatti successivi. Su questo tema interessanti sono: Superintelligenza di Nick Bostrom (Boringhieri), Lo strano ordine delle cose di Antonio Damasio (Adelphi) e 21  lezioni per il XXI secolo di Yuval Noah Harari (Bompiani).

Dio non è nell’algoritmo, mi sentirei di dire, ma piuttosto nel vento leggero di cui si narra in 1 Re 19, 9.11 – 14: 11 Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. 13 Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». 14 Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». (testo della C.E.I.)

E poi il racconto si fa di nuovo violentissimo, seguendo l’episodio dei profeti di Baal che il profeta aveva scannato sul monte Carmelo, per ordine del Signore Dio.

Ma allora Dio è violento? E’ vendicativo dando seguito alla sua ira? Che cosa è l’ira di Dio? Chi è Dio? E’ Intelligenza luminosa e buona? Voglio credere.

Il viaggio

Molti, forse i più, pensano che si viaggi essenzialmente o solamente per raggiungere la meta prefissa. Per costoro il viaggio, la distanza, il tempo che ci si mette per effettuarlo, il mezzo usato, le eventuali tappe non contano nulla o quasi, poiché per loro è importante il punto di arrivo, dove o vi è qualcosa da afferrare o un risultato da ottenere, siano luoghi di ferie o luoghi di trasferte di lavoro.

Immaginiamo il viaggio degli antichi, dei Fenici per mare, dei Romani per terra, le peregrinazioni dei popoli nomadi dell’Asia, i pellegrinaggi medievali, le diligenze del diciannovesimo secolo, i primi treni. L’Impero Romano doveva essere esteso non più di una ventina di giorni a cavallo da Roma. Oggi non abbiamo problemi. In giornata vado a lavoro a mille chilometri da casa e torno in serata, anche se tarda: venti, ventidue ore in tutto.

Rispetto ai molti che citavo sopra, per me, forse la cosa che conta di più è il viaggio, il sentiero, la strada, il percorso, l’itinerario. E’ l’Itinerarium mentis in Deum, come per Bonaventura da Bagnoregio. La meta resta ovviamente per me importante perché altrimenti nella mia vita non avrei conseguito risultati che richiedono mete intermedie e finali, per ragioni di studio e di lavoro, e a volte anche per vivere il mondo e le persone, ma l’itinerario di più…

Basta solo pensare al grande viaggio che feci in auto nell’Unione Sovietica, comunismo ancora imperante, o al viaggio alla ricerca del gotico francese, da Bourges a Chartres, da Rouen a Amiens, Da Beauvais a Reims. Il mio itinerario non conosce prima tutte le tappe, ma le vive di giorno in giorno, e ciò anche nel viaggio dell’anima nel grande Est russo. Colà io e Roberto vincemmo anche la rigidità concordata con gli uffici turistici del PCUS.

Caro lettore, per me è stato sempre così, fin da ragazzo. Non mi prendeva mai l’ansia di arrivare. Se avevo un impegno partivo per tempo. Semplicemente. Sono un homo viator, come racconta Gabriel Marcel in Homo viator.

Homines viatores sumus, omnes nos homines.

Constato che invece molti ragazzi d’oggi non badano all’itinerario, ma preferiscono smanettare sullo smartphone, mentre viaggiano, trascurando il paesaggio che scorre oltre il finestrino del treno o dell’auto. Sembra non gli interessi, come neppure la geografia, la topologia del territorio, lo sfondo di montagne o della grande pianura. E non capisco, faccio fatica a comprendere.

Sono in viaggio per il terzo fine settimana consecutivo, dopo Bari e Firenze, sono a Todi, per andare a Terni in un luogo di restrizione, dove vivono persone che possono viaggiare solo con il pensiero. Meno male che il pensiero arriva dovunque, in un tempo che non appartiene al krònos, ma al kairòs, perché arriva con un atto di volizione ai confini dell’universo. A confronto del pensiero la velocità della luce è paragonabile a quella di un carretto trainato da un’asina sullo sterrato color ocra del Vicino Oriente, tra il lago Van e le sorgenti del fiume Oronte.

A Todi sono arrivato presto e son riuscito a visitare l’interno della bramantesca Santa Maria della Consolazione, ecco, una tappa nell’itinerario, prima di andare in albergo, prima di visitare chi è ristretto in un carcere. E domani, tornando, vivrò la strada come un evento, non solo una situazione che prelude necessariamente all’arrivo, alla meta.

Per l’anno entrante, io che son stato più volte anche in Sud e in Nord America con i grandi aerei transoceanici, penso a un viaggio lento, di quattro o cinque giorni, in treno, tra una località e l’altra della valle del Po, alla ricerca di narratori delle pianure, sulle orme di Gianni Celati. Immagino già la trattoria adriese, tovaglie a quadretti, una caraffetta di rosso e un piatto di carne arrosto e, lì vicino, quattro anziani che se la raccontano. E io che gli offro un bicchiere di vino. “Da dove viene e dove se ne sta andando, signore?” qualcuno mi chiederà… e io, “Vengo dal Friuli, ma non so dove andrò, deciderò domattina, non ho una meta precisa“. E, dopo cena, due passi prima di ritirarmi nel vecchio albergo vicino alla stazione dei treni dove il sonno mi accoglierà, benevolo.

Il diseducatore civico

La dose quotidiana di verba salviniana a mio parere ammorba il clima morale e intellettuale della Nazione.

Il suo parlato d’ogni dì, parlo del vicecapo del Governo, quello leghista, contribuisce alla semplificazione cognitiva e all’aumento della superficialità dei discorsi, allena le menti già degradate a peggiorare, titilla i sentimenti peggiori, riuscendo perfino a sembrare buon senso, quasi saggezza popolare. 

Se non tragico, è drammatico che siamo a questo punto. Quando si sentono i suoi pronunciamenti, le sue tirate contro gli attuali ben poco attraenti capi dell’Unione Europea e sugli stessi temi si ascoltano i felpati ologramma-Conte e ministro Tria, vien da chiedersi “ma sono membri dello stesso Governo?”

Posto anche che giochino al vecchio e obsoleto gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo, hanno stancato da tempo. Purtroppo dall’altra parte c’è il nulla o quasi. Evitiamo di parlare di ciò che resta del centrodestra, ma anche il Partito Democratico non gode di buona salute. E’ impalpabile, e ciononostante si intorta in defatiganti giochi di potere interno, cosicché vi è il rischio concreto che sarà sempre più insignificante nel confronto elettorale. Renzi sta costruendo il suo 10/ 12% di partito, a sentire pronostici interessati, per contrattare qualcosa con i responsabili ex Forza Italia. L’egoico autoreferenziale arrogante ragazzotto di Rignano sull’Arno, questo sta facendo.

Poi c’è la partita dei “papà”, di Renzi stesso, di Boschi e di Di Maio, che hanno fatto qualche erroruccio o erroraccio, al punto che le loro colpe rischiano di cadere sui rispettivi figlioli.

L’oramai ex partitone grillino ansima e sbuffa in mezzo a un bailamme di contraddizioni, in un’Italia che sta in attesa di… Di Battista, questo sta scritto sui giornali. Se la cosa non fosse intrinsecamente comica, farebbe piangere di rabbia.

Tornando al diseducatore civico ci si può chiedere: fin dove potrà tirare la corda? Par che perfino i suoi governatori regionali siano stufi di questa esposizione continuamente polemica, e inutilmente in cerca di sempre nuovi nemici. Come ci potrà essere una svolta?

Finché avrà questo pondus politico e mediatico, il tracotante capitan Salvini [chissà quanto è contento del grado militare attribuitogli dai suoi aficionados!], è difficile che cambi qualcosa. Perché cambi qualcosa il citato dovrebbe mettersi in questione e farsi qualche domanda sui suoi comportamenti, linguaggio, posture, modi, etc..

Ma ti immagini, mio lettor gentile,  un “Salvini” che si mette in gioco riconoscendo così -implicitamente- di avere qualche difetto riducendo un poco la sua ybris? E che ammette di aver bisogno di farsi aiutare? Faccio fatica a ritenerlo plausibile o possibile, troppo orgoglioso è l’uomo, troppo oggetto di lodi e approvazione per porre lui stesso qualche dubbio nel complicato gioco della comunicazione politica, su se stesso.

Lui che, ignorantissimo di Cristianesimo, in campagna elettorale sventola il Rosario mariano e una copia [ridotta] dei Vangeli, non sapendo che la Res Publica Christiana è stata accogliente e ha trasformato la rigida pòlis greca nella civitas cristiana. Salvini invece, senza sapere cosa sia l’ostracismo, vuole ostracizzare quelli che vengono da fuori, non avendo alba di come funziona il mondo, le grandi migrazioni, le derive dei popoli. Che cosa c’entra quest’uomo con Adenauer, Schuman e De Gasperi, veri cristiano-cattolici fondatori di un’Europa che da oltre settant’anni non guerreggia al proprio interno. Ebbene Salvini, sa che cosa ne sarebbe stato del continente senza la visione di quegli uomini?  Sa che la parola “con-fini” significa luoghi condivisi tra diversi? Sa che che le chiese e i monasteri erano aperti a tutti, anche ai servi della gleba che fuggivano dal servaggio? E lui si permette di chiudere? Chiudere cosa? Casa sua? Liberissimo di farlo, ma non pretenda di convertire con arroganza chi sa e pensa più di lui, oltre ad avere una visione etica migliore, più umana, più capace di interpretare il futuro.

Avrebbe bisogno di un aiuto filosofico, che gli faccia intravvedere le negatività del suo comportamento, i punti che alla lunga potrebbero anche indebolirlo, l’incerta cifra etica dell’intero suo comportamento, se per etica intendiamo il Rispetto integrale dell’Essere umano e del Vivente e di tutta la Terra, e del Cosmo.

Non perché lui offenda altri “enti” che non siano gli esseri umani, peraltro in buona [si fa per dire] compagnia di molti altri suoi colleghi di “mestiere”, epperò si dà rilevanza etica alla sua proterva arroganza, perché lede il rispetto basilare che a ogni uomo e donna è dovuto.

La sua sicumera, il suo piglio, i suoi toni sprezzanti, il suo evidente convincimento di non sbagliare mai, perfino il baffo spiovente, che gli dà un volto vagamente minaccioso, quasi à la Gengis Khan, sono offensivi per chi lo ascolta, solo che abbia un minimo di spirito critico. E poi c’è dell’altro: l’aspetto pedagogico-mediatico.

I suoi modi sono diseducativi per chi lo ascolta, specialmente se la soglia cognitiva e critica, e il livello culturale sono bassi. Salvini ha delle responsabilità oggettive sotto questo profilo, se si comporta come è solito fare.

Et de quo satis.


Il Quadernaccio (storia di un assassinio al Regio Liceo Ginnasio Jacopo Stellini)

Nando Ceschia, uomo probo e gerundio contratto da Ferdinando e Fernando, ovvero gerundivo, beninteso al caso ablativo, atto a comporre solenni perifrastiche passive, ambo modi verbali infinitivi, con alti e bassi di frequentazione reciproca è presente affettivamente nella mia vita da mezzo secolo abbondante, oddio come siamo signori in età, (eufemismo edulcorato). Frequentammo insieme, e con una venticinquina di altri eroici giovini e giovinette la squola che a Rivignano era chiamata “dai siòrs” [friul., in it. dei ricchi], proprio come me, figlio di Pietro operaio emigrante cavatore di pietra, cioè lo “Stellini”, il classico, nientemeno. Simone, ora ti chiamerai Kefàs, cioè Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa. Mi scusi, il gentil lettore, la citazione gesuana.

Nando ha creatività iconografico-narrativa degna di un genius loci antropologicamente complesso: è un centramerican-napoletan-furlano. Forse è questa varietà genomica che lo rende così com’è, ricco di un’ironia unica e un umorismo mai strafalcione, sempre richiedente un po’ di sana attività cognitiva, inaccessibile ai dimaio e ai salvini che imperversano.

Eccoti, mio paziente lettor, quel che mi ha inviato su un vero e proprio assassinio dell’intelligenza accaduto, appunto, più o meno mezzo secolo or è, proprio al nobile istituto citato, di cui vanto orgogliosa frequentazione, peraltro iterata dalla mia forte figliuola.

L’idea, se proprio vogliamo azzardare un termine estremo, si era venuta imponendo quasi naturalmente, figlia di una condizione che poche congiunzioni astrali offrono agli studi, almeno in maniera così brillante. Mi trovavo, desolatamente e senza possibilità di remissione alcuna, in una gabbia di matti autentici. Da qualunque parte volgessi lo sguardo, coglievo anomale condense protoplasmatiche che dell’intelletto e del decoro sembravano fare orgogliosamente a meno. Le prime vertiginose minigonne che nulla lasciavano all’immaginazione di adolescenti strapieni di appetito (a costo della sospensione dalle lezioni), c’erano. L’assiro-pordenonese, figlio di un farmacista, che veniva a scuola vestito da Hitler con i regolari baffini a spazzola e la divisa, candidandosi a fare da mocjo Vileda dentro e fuori la classe, c’era. La valchiria dalle orecchie a salsiccia che scagliava il vocabolario Rocci contro il professore dottamente scurrile [difettando purtroppo nella mira], c’era. I templari dello spontaneismo duro e puro, che facevano singhiozzare mandrie di supplenti, accusandoli crudamente e marxianamente di “deviazionismo facocerista”, certo non mancavano all’appello. C’era pure il lanciatore di banane mature, l’atleta macho che aveva, oltre al bicipite ed al tricipide, anche l’eptacipite in zone francamente  impensabili, la figlia del primario che aveva da molto tempo smarrito la retta via, la sesta misura davvero abbondante e l’interprete carnico della “S di sappa”. C’era poi il martire, tramortito dalla chiave della canonica che dopo il colpo in testa ricevuto dal bellicoso Don Annibale , balbettava frasi in sanscrito, e la collega Leonzia per la quale i gemelli Gentile e Marx, secondo fugaci letture del “Cirannini” non esprimevano pensieri filosofici granchè diversi da quelli del Pomponazzi. “Ma quando mai mi capiterà una fortuna del genere? – arrivai faticosamente ad abbozzare – Qui bisogna cogliere l’attimo, trovare un sistema che catturi tutto questo squilibrato caravan-serrail calamitandone le tracce preziose, combattendo la spinta normalizzatrice di un Potere che intendeva fare della Sezione F un’altra Verdun. Superando se possibile  il primato della densità di morti per metro quadrato che la cittadina francese aveva tristemente conquistato nel 1916. In uno dei non rari momenti di pausa che mi venivano concessi dalle autorità del Regio istituto, il professor Cernecca, convinto che stessi intrattenendo con il collega Massimo Frizzi una discussione tanto accesa quanto di scarso profilo culturale, mi aveva spostato di banco, relegandomi a fianco dell’abbronzatissima Carmen, che fingeva di seguire rapita ed a bocca aperta la lezione, senza peraltro cogliere granchè dell’argomento in questione. Au contraire, sapendo che si trattava di matematica e desideroso di entrare a pieno nelle pieghe della materia, cominciai a contare gli elegantissimi nei che la non reticente collega mi permetteva di visionare. “Ceschia, la prego davvero, si accomodi in cortile sino alla fine della lezione”. Seguii naturalmente quell’invito non nuovo, secondo i dettami di una educazione spartanamente essenziale, giusto in tempo per assistere ad una partita di calcio di Roberto Peloi & Co. Nel disadorno quadrato al centro dell’edificio, sei ardimentosi, servendosi di un pallone da pallavolo [era questa una regola non scritta ma rispettata da tutti] segnavano uno sproposito di reti [anche grazie a dei portieri disattenti], ma nessuno teneva aggiornato il punteggio. “Eh no! – pensai – Così la tenzone ne esce falsata. Bisogna che qualcuno certifichi questi prodigi su un pezzo di carta”. Ecco… CHE QUALCUNO CERTIFICHI SU UN PEZZO DI CARTA. La cosa più semplice del mondo, come non averci pensato prima! Il pomeriggio mi recai in cartoleria e scelsi all’uopo un massiccio quadernone a quadretti con una copertina psichedelica originale, che ritenni, per marcato senso internazionalista, furoreggiasse assai nell’area sud del Congo belga. A lungo ponderai sull’incipit, convenendo alfine con me stesso che un piccolo madrigale potesse risultare calzante. “I tuoi occhi per sorridere, le tue labbra per baciare, il tuo alito per uccidere mosche e zanzare”, accompagnato dalla sfrontatezza “Chi può fare di meglio ne dia prova”. Lasciai allora il “quadernaccio” sotto il banco, per chiunque intendesse raccogliere il guanto della sfida. Per diversi mesi quella raccolta di fogli circolò liberamente in classe, raccogliendo i contributi di colleghi e colleghe. Allegri, colorati, sbracati, ironici, seri. Espressi attraverso collage, disegni, vignette, racconti, storie. I canti montani di Matèo la bagarele….”Cheste no je l’ore di bandonà l’amor” [di Alberto Francois]…”I viaggi interminabili degli scalpitanti eredi Purillo” [di Massimo Frizzi]… “Ci sono più curve a Grado oppure a Lignano? [di Enrico Barberi]. “Il potere magnetico dei mascellopidi come Mal dei Primitives, conta qualcosa in questa società,  oppure no ?” [di Maila Gori]. “Diciamolo una buona volta: l’uomo in fondo è solo un bambulto [sintesi abbozzata tra adulto e bambino]”  [di Daniela Zaninotto]. “La struggente saga del filo per tagliare la polenta” oppure “Alberto di Slobbovia è lavabile o illavabile?” [del sottoscritto]. Non mancavano le liriche poesie a ritmo spesso baciato di Pilo [Renato Pilutt]) che maldestramente cercavo di imitare con stralci che ritenevo pulsanti come   “Son piccin, cornuto e bruno, ma mi mangio un panattone”, che  ancora mi fa sanguinare il cuore dalla commozione. “Se il professore Cepparo vuol sapere da me qualcosa sulla cellula, potrei discettare sulla cellula politica” [di Claudio Giachin]. Seppure dosati, per comprensibili ragioni legate al segreto industriale, non mancavano neppure i contenuti scientifici e le ricerche applicate, sempre nobilmente volte a migliorare la condizione umana. Se la conferenza del polpaccio delle more fosse maggiore di quella delle bionde, o se un budino Elah al cioccolato, sottoposto ad intensa frittura diventasse maleodorante mucillagine prima o dopo il creme caramel. Il fluire rapito e vorticoso di questi tocchi, sul pentagramma del quadernaccio, non lasciava intuire che l’irruente sinfonia avrebbe avuto un esito brusco e drammatico. A metà dell’anno scolastico ’68-’69 la nostra classe [detta anche la Cayenna] si era trovata ad ospitare l’ennesimo girovago, figlio di un colonnello dei carabinieri trasferito ad Udine per ragioni di servizio. Il ragazzo, alto e parecchio azzimato, usava tenere la testa bene inclinata di lato, inforcare sempre i Ray-Ban da sole e fare sfoggio di una accattivante erre moscia che aveva finito per attirare un ingenuo angelo biondo  delle prime sezioni [quelle dell’alta borghesia in regola col ruolino di marcia], proditoriamente ribattezzata VOSANNA. Alla giovane lo spilungone raccontava di incomparabili successi scolastici, soprattutto nelle materie più ostiche. Cosa pesantemente fastidiosa. Non solo perché era priva di fondamento, ma perché minava alla base il profilo complessivo di una comunità che aveva faticato non poco a conquistare una posizione diciamo francamente invidiabile. Lo spunto per ristabilire le giuste distanze da quell’eretico mi venne osservando una foto di John Mayall in concerto. La piega tra il pollice e l’indice, nell’impugnare un’armonica a bocca, quando opportunamente delimitata da un cerchietto di carta, rendeva un’immagine che a me sembrava del tutto simile a quella del volto di Enzino. Questa “intuizione” mi premurai di consegnarla al quadernaccio, con una esplicativa didascalia atta a caricare il misterioso fascino quel devastante segreto. Sarebbe bastato sollevare il cerchietto per capire subito che si trattava di una mano e non di un irriguardoso deretano. Ma Enzino non sollevò mai quel cerchietto, caricando così di furore la sua vacua superficialità. Dopo giorni di affanno e di disperate ricerche, la colorata combriccola della Sezione F apprese che il figlio del milite aveva scagliato il quadernaccio nella roggia che costeggia lo Stellini, cancellando con spegio una irripetibile opera d’arte, uno spazio conquistato alla libertà di espressione. La tentazione di menarlo come un tamburo [a rispetto di Fedro la pelle d’asino era assicurata] fu forte, ma subito sostituita dalla scelta matura di adottare un comportamento non muscolare ma razionale, responsabile. Andai dalla creatura bionda e pacatamente riprecisai, con oggettivi dettagli, il profilo scolastico del suo moroso. Non senza un certo schiamazzo, chiaramente avvertito nei corridoi dell’istituto sempre affollati di entusiastici perdigiorno, ipso facto Vosanna piantò lo spilungone assassino. Nel ricordo dei miei vecchi amici, il quadernaccio conserva un posto di privilegio, per la sua straordinaria unicità. Solo tra le sue pagine vissute ad esempio, si sarebbe potuta apprendere la differenza strutturale tra le strisce pedonali ed i biscotti Pavesini. Un vero peccato, perché la roggia non lo restituirà più alla nostra spensieratezza, alla nostra gioventù.”

Nando Ceschia

Mi sono accorto che Daniela Z., mi ha tolto il primato della crasi neologistica con “bambulto”, poiché io, solo un decennio fa, creai i termine “bambazza” per dire una bambina che non era più tal ma non ancora ragazza. [Era mia figlia Bea in crescita, sulla spiaggia di Alimini]. Di tal trattatello esiste traccia in questo mio sito, basta sul web digitar “La bambazza”.

I quattro volti dell’amore umano, i suoi contrari e la carovana dei migranti

E’ la più potente, irresistibile delle passioni, l’amore. San Tommaso la contrapponeva all’odio, ma dicendo che l’amore è infinitamente più forte dell’odio. In italiano abbiamo un solo verbo per dirlo: amare. Ne parlavo qualche sera fa al Caffè filosofico Autentica/ Mente di Codroipo, ricordando ai presenti che gli antichi Greci, nella loro splendida e coloratissima lingua, avevano quattro verbi per dire “amare”, ciascuno con una sfumatura sua propria e differente dalle altre: erotào, agapào, stèrgo e philèo. Li scrivo traslitterati per poi riportarli in caratteri greci.

Che dire se non che il greco antico era idioma ricchissimo di suoni, segni, lemmi, termini, parole, sensi e significati, a seconda dei testi, dei contesti e dei generi letterari?

Ecco i quattro verbi in greco antico, alla prima persona dell’indicativo presente: α͗γαπάω, ε͗ροτάω, στέργω, φιλέω.  Il modo infinito prevede la radice di ogni verbo e il suffisso èin, traslitterato. Nell’ordine significano “amo di amore benevolente, cioè voglio il bene dell’altro“, “amo di amore erotico, fisico“, “amo il bello, la letteratura, l’arte, la musica, etc., “amo di amore d’amicizia“. Come si vede sfumature significanti di non poco conto, anzi non si tratta proprio di sfumature. Vi è da chiedersi come lo sente ognuno di noi, e se si abbia sempre il senso della differenza di questo sentimento, a seconda dell’oggetto amato. Forse no, o non sempre, che ne dici caro lettore?

Ho provato anche cercare un sintagma che sintetizzi i vari tipi del sentimento e mi son fermato a questo: intensificazione solidale, vale a dire un sentimento che cresce sempre rivolto all’oggetto, specialmente se si tratta di una persona, avendo come focus l’oggetto stesso. Infatti, l’amore non può essere auto-centrato, egoistico, auto-referenziale, poiché diventerebbe una forma emotiva controproducente. Molte volte, invece, come negli amori malati di coloro che non ne accettano la fine, e ciò accade spesso purtroppo nella coppia umana, specialmente da parte dei più fragili maschi, questo sentimento diventa pericoloso e violento, negativo, malo.

E ora, tanto per fare un esempio, che potrebbe farci sperimentare linguisticamente le differenze semantiche di cui sopra, una domanda che faccio a me e a te mio lettor gentile: quale amore o odio caratterizza i sentimenti verso la carovana dei migranti che si sta avvicinando al confine tra Messico e USA, partita dall’Honduras oltre un mese fa. Bambini che sorridono consapevoli e Marines o  Rangers a cavallo come in un western

Dal presidente Trump si nota l’espressione di un sentimento di avversione, che non è di odio in senso stretto, ma di odio mediatizzato, opportunistico. Gli odiatori di professione sono altri. Non lo è neppure (un odiatore di professione) Anders Breivik, il pluri-omicida di Oslo, perché è un crudele pazzoide, la cui definizione psichiatrica può esser trovata nel DSM IV- il Manuale Medico Diagnostico IV, con tutte le cautele del caso.

Gli odiatori di professione sono a d esempio molti politici italiani della nouvelle vague. Questa volta non farò nomi, ma li riconoscerai, mio gentile lettore, dalle descrizioni: vi è l’odiatore dal ghigno facile e dalla voce sprezzante; vi è l’odiatore delle semplificazioni e dell’imprecisione; vi è l’odiatore della presunzione manifesta e così via… I nomi sbocciano facilmente da questi brevissimi profili quasi fotografici. Sono tutti e tre al governo. Poi ve ne sono anche all’opposizione che però non si riesce a rappresentare in questo modo, poiché sono talmente sbiaditi da sembrare in due dimensioni: manca la terza per costituire la figura solida.

Ascoltavo il dibattito all’assemblea nazionale del PD e un iscritto, che si è definito “storico contemporaneista” e mediocre oratore e anche omosessuale, di cui non ricordo il nome, il quale, tra le diverse amenità indegne di uno che viene definito “accademico”, si è lamentato con il gruppo dirigente, non solo perché tra i candidati alla segreteria non vi è manco (sua espressione) una donna, ma anche perché non vi è manco un omosessuale… quasi non credevo alle mie orecchie. Ecché, ora, oltre alle quote rosa, facciamo anche le quote arcobaleno? E poi ha citato a sproposito sentimenti e atteggiamenti come l’odio e l’aggressività, (a sproposito di amore di un qualche genere), dicendo che vi è molta gente che odia il PD e che bisogna essere aggressivi nelle attività politiche e nella propaganda, come insegna il successo di Salvini. Beh, se abbiamo militanti di questo tipo, speranze? Poche.

La “Caritas”, per modo di dire, del luogo dove stanno giungendo le persone che stanno scappando da miseria e falcidie varie, ove ne esista un simulacro, ma ne dubito, per dire della spiaggia di Tijuana dove hanno cominciato a raccogliersi i primi viandanti honduregni sicuramente si esprime in modo diverso, “amoroso” direi, ma di quale amore? Pare di poter dire che si tratta di amore “agapico“, amore di benevolenza, il primo della lista di cui sopra. In Phronesis, l’associazione nazionale dei filosofi di cui faccio parte, presuppone che il rispetto tra i colleghi sia nutrito, si può dire, di “philia“, cioè di amore amicale, fraterno-sororale.

Il tipo di amore più semplice è certamente quello erotico, perché è legato al coinvolgimento totale dell’umano, fisico e spirituale. Il tipo più semplice, naturale, perfino “animale” e qui absit iniuria verbis, caro lettore!

Ora mi chiedo di che amore sia capace un uomo come il ministro…, e l’onorevole…, e il giornalista…

Ebbene sì, gli odiatori sono diffusi anche nel mondo dei media, perché non si capirebbe -se non alla luce orrida della presenza odiante- la ragione di certe espressioni, di certi testi, di certi titoli, di certe condanne preventive, come nel caso di Travaglio, principe di questa categoria, imitato da non pochi suoi colleghi.

Mi chiedo quanta tristezza aleggi attorno a persone di quel tipo, come il sopra citato giornalista e se potessi condividere un aperitivo con codesto sioreto (in veneto per signorino, più o meno) sprezzante, e mi rispondo: anche no, ché ho altro di meglio da fare, e così peggio per lui.

La piazza dei trentamila a Torino, o “Esisto solo se qualcuno mi ascolta, ovvero esisto solo se qualcuno mi legge…”, ma è proprio sempre vero?

Anche se la TAV non mi convince del tutto, fossi stato a Torino avrei partecipato alla marcia dei trentamila favorevoli a quest’opera, alle Olimpiadi invernali e a tutto quanto grillini e sindaca dai capelli di fil di ferro non vogliono fare. Mi oppongo a qualsiasi cosa questi selvaggi arroganti e ignoranti vogliano fare. E spero che i miei non pochi amici torinesi siano stati in piazza, che Elena, Stefania, Roberto, Maurizio…, perché gli riconosco un’intelligenza e una sensibilità importanti, tali da non farsi intortare da un/ a appendino (femminile o maschile?).

Sono contrario a tutto quello cui sono favorevoli questi falsi puritani della politica. Non mi convincono in nulla, né come idee e programmi, né come gruppi dirigenti e leader. Le loro idee sono prive di cultura etica e socio-politica, anzi, con i loro riferimenti generici a Rousseau, perfin pericolose. Penso che neppure il capo della Srl che li governa oggi, e suo padre R.I.P.,  conosca o abbia conosciuto poco o punto il pensiero del mediocre e troppo esaltato filosofo ginevrino. I loro leader ignoranti sono e mediocri, e perciò arroganti e protervi, a partire dal chierichetto campano, per continuare con u bellu guaglione, l’inutile reduce dal Sudamerica. Mi meraviglia come e quanto il suo viaggio sia stato tanto mediatizzato. Infatti di Di Battista chissenefrega! E la tontolona magra-piccola-anche-di-intelletto sindaco femmina di Roma?

Il tanto da lor invocato “popolo” si è ribellato in una delle capitali d’Italia, a Torino. Spero sia l’inizio di un non lunghissimo declino, sempre se altri si sveglieranno dalla loro attuale afasia. Qui entra in campo il secondo argomento, strettamente correlato al primo.

Il popolo può farsi ingannare per un periodo, e non lungo, perché poi, quando si accorge di essere buggerato dai populisti, si ribella e li manda a quel paese.

Il maestro Ennio Morricone a novanta anni suonati spiega il suo rapporto con la musica, dicendo che essa esiste solo se qualcuno la esegue e qualcuno la ascolta, e ciò può valere in qualche modo -nel mio piccolo biografico- anche per me. Con qualche osservazione diversa: questa sua concezione indica una forma di idealismo relazionale à la Martin Buber e Emmanuel Lévinas. Son d’accordo e non son d’accordo.

Non si può dire, infatti, che-si-è solo se si è ascoltati (musica e parole) e letti, poiché chi non scrive musica e parola, allora, non “sarebbe”: falso. La battuta di Morricone è metaforica, un po’ estremistica, senz’altro melodrammatica.

E poi, come la mettiamo con il silenzio? forse che il silenzio è un “nulla”? neanche per idea. Il silenzio è virtù, per san Benedetto da Norcia, ed è… musica, proprio per Morricone, Beethoven, Bach, Mozart, Haendel, Verdi, Wagner e compagnia musicante, compresa la mia Beatriz. Che cosa è una pausa tra due suoni se non musica essa stessa?

Si è certamente se si è ascoltati, visti, considerati, rispettati, letti, etc., ma anche se no. Vivendo in un bosco remoto in uno chalet di legno, puoi evitare incontri sgradevoli, limitandoti a recuperare periodicamente i viveri necessari.

Le sette donne leader sconosciute di Torino mostrano la parte di veridicità delle tesi di Morricone e di Descartes. “Penso e dunque sono, parlo e dunque sono, qualcuno mi ascolta e dunque sono, e così via…”. Infatti a volte non basta vivere nello chalet aristotelico… per essere. Può bastare per esistere, ma non per essere… per gli altri. Occorre dunque uscire dallo chalet, prendere il sentiero che porta alla strada, inforcare almeno una buona bici e giungere alla città degli uomini, e lì cercare altri simili, parlare e farsi ascoltare.

Infine occorre scegliere una piazza e riempirla, senza fare baccano, senza bandiere, pura presenza dell’esserci, essenziale dasein heideggeriano. I su nominati leader, invece, che sono ignoranti e fanatici stiano dove sono fino a scomparire, che è il loro destino segnato.

La gazzella svamputa, o svampita, o solo vecchia? E gli svamputi, o svampiti?

Gallina vecchia fa… e quel  che ne segue, vecchi modi di dire della saggezza natural-popolare, ma la citazione della gazzella come animale che può invecchiare o addirittura “rincoglionire”, non poteva che nascere tra le righe dell’incontro settimanale con l’AD di una grande azienda nazional-furlan-germanica. Tante robe, no?

Sopra ho messo l’indimenticabile immagine di Wilma Rudolph, la “gazzella nera”, vincitrice di 100 e 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma del ’60, gazzella vera.

Lavorando si fanno molte e diverse cose, a volte intervallate da brevi momenti linguisticamente creativi, per commentare processi aziendali e comportamenti individuali. Si in-ventano a volte perfino neologismi, che vuol dire “si trovano”, poiché in-ventare significa (in latino invenire) trovare ciò che già esiste. Non si crea nulla dal nulla, cosicché vi è il piacere di scoprire l’esistenza di cose, parole, pensieri, concetti, percetti e sentimenti.

Ad esempio, la vamp, nel linguaggio cinematografico (esteso poi anche al varietà e ad altri spettacoli), è un’attrice che rappresenta il tipo artistico della donna fatale, dal fascino altero e misterioso, il cui potere di seduzione è affidato a un erotismo languido, allusivamente legato a un’immagine femminile di stampo melodrammatico. La svampita o svamputa, è una che ha smesso di essere vamp, allora? Oppure è anche qualcos’altro?

La lingua è vivente e si modifica nel tempo, ma non a piacimento dei singoli, bensì per successive concrezioni abitudinarie, come spiega bene il vocabolario annuale Zingarelli e l’Accademia della Crusca, caro professor Sabatini. Ad esempio, osservando il mondo e le persone, mi sovvengono parole, segni e suoni differenti, nuovi. Anni fa guardando mia figlia cresciuta, non più bambina, ma non ancora ragazza, coniai il termine intermedio bambazza, che per qualche tempo divertì i miei conoscenti e venne perfino sdoganata sul web. Si trattava di una crasi fra bambina e ragazza.

Più avanti nel tempo declinai al femminile il greve e realistico termine maschile di “culo” in cula, perché più sonoramente significante. Vuoi metter “cula”, per dire le terga femminili, caro amico lettore? La cosa fece non poco divertire i miei interlocutori amicali e letterari.

Ora l’amico Gianluca mi propone un participio passato irregolare tratto da un verbo -per ora- inesistente “svam-pire“, ovvero un etimo esistente ed operante come vamp, che significa, come scritto sopra -correntemente- donna appariscente e affascinante. Svamputa, allora, è donna non-più-vamp, e anche un poco… svampita, vale a dir intontita.

Ma vi sono anche gli svampiti/ svamputi maschi. Se no che giustizia c’è? Ne ho due esempi nuovi, oltre ai soliti noti della politica come il ministro dei trasporti e delle infrastrutture attuale.

Uno è il “governator”  del Lazio (bum!), Nicola Zingaretti, che titolo eh “governatore”?, svampito del PD, mostrante come tale categoria antropologica possa pervenire da ogni dove: questi, pur essendo opportunamente informato da tecnici e scienziati che spiegano come la termo-valorizzazione sia da preferire nello smaltimento dei rifiuti solidi urbani rispetto alla discarica, che è cocktail party perpetuo di gabbiani, topastri e altri animali poco attraenti, continua a mandare in Abruzzo decine di migliaia di tons di rifiuti, non avendo voluto far completare l’impianto di smaltimento di Colleferro. Ormai anche i meno culti sanno che ciò che residua dalla raccolta differenziata e viene recuperato come materia seconda, può venire bruciato per produrre energia, fuorché lui e qualcun altro, come molti 5S. Un po’ svampito?

Altri svampitelli o svamputelli sono i ragazzi e i lor genitori della classe Ipsia “Floriani” di Vimercate, dove qualcuno, spenta la luce, ha preso a sediate l’insegnante di italiano e storia, mandandola in ospedale.

Non uno, né dei giovini virgulti, né dei men che cinquantenni genitori, ha avuto il pensamiento di scusarsi. Nemmeno si son posti il tema dello scusarsi. Forse che pensano di aver avuto ragione. E il preside, poi, che commenta dicendo della professoressa “Forse è un po’ rigida?” Dove lo mandiamo il “dirigente scolastico” (nuovo nome del preside), al club degli svampiti?

Più pericolosi degli svampiti sono poi gli indegni, o indecenti, che andrebbero cacciati senza indugio, laddove avessero ruoli istituzionali: tra questi un campione è tale Rocco Casalino, portavoce dell’afono Conte. E’ stato registrato mentre diceva che vecchi, bambini e down gli fanno schifo. A me, invece, fa schifo lui.

“Uno che è vissuto/ con la forza di un giovane uomo/ nel cuore del mondo/ e dava/ a quei pochi uomini che conosceva/ tutto”

Nel titolo ho messo la traduzione italiana della brevissima lirica scritta nella parlata friulana della destra Tagliamento del nostro più grande poeta, Pier Paolo Pasolini: “Un al à vivùt/ cu la fuarsa di un zòvin omp/ tal còur dal mont,/ e al ghi dèva, a chej pucs òmis ch’al cognosseva/ dut“.

Ecco, dare tutto quello che si ha, molto spesso incompresi, ché se si dà si dà se stessi, nientemeno. Non ci son calcoli da fare, né timori, né dolori insopportabili se si vuol vivere una vita vera. Occorre solo un po’ di prudenza che non è mai rallentamento vigliacco, ma valutazione delle opportunità e delle forze in campo. E’ la classica phrònesis, una saggezza prudente, o una saggia prudenza, che è anche manifestazione di umiltà e di consapevolezza del proprio limite.

Ricordo al mio gentil lettore che i sintagmi appena proposti, messi in modo oppositivo reciproco tra sostantivo e aggettivo erano molto cari alle catechesi che sant’Agostino proponeva nelle sue Omelie, per cui chi fosse interessato può trovare tutte le opere del santo vescovo, filosofo e teologo, in italiano e latino, tra le quali centinaia di omelie, nel sito www.augustinus.it .

Un altro brevissimo componimento nel friulano delle Prealpi pordenonesi: “Signour, l’omp l’è ca, o ai fat ce c’o ai podut par chest mont e par chel atri, si sin intindùz, amen“, cioè “Signore, ecco l’uomo, ho fatto ciò che ho potuto per questo mondo e per l’altro, ci siamo capiti, amen“. Si tratta di una preghiera da me raccolta dalla voce di un vecchio di Tramonti di Sopra, mi pare, o di Campone, sempre di quelle Valli aspre e meravigliose.

La poesia di Pier Paolo e la breve preghiera si assomigliano, perché il friulano, nella sua durezza di accenti riesce ad essere facilmente poesia e preghiera. I due brani dicono il limite di energie, di intelletto, di volontà e anche di santità dell’uomo, e anche l’atto eroico di esplorarlo.

Il valore della vita è pari per ciascun essere umano, così come la dignità che dà la struttura di persona, costituita da fisicità, psichismo e spiritualità, mentre la diversità irriducibile è data dalla struttura di personalità, che accoglie la genetica, l’educazione e l’ambiente in cui uno è nato ed è cresciuto. Dunque: se la dignità è data dalla struttura di persona, la struttura di personalità dice l’irriducibile differenza di ciascheduno da ogni altro, fosse pure il fratello gemello monozigote.

Se uno dà ciò che ha dà ed è il massimo che può dare, come la vedova di cui parla Gesù nel capitolo 12 del Vangelo secondo Marco, lei aveva versato al tempio due leptòn, cioè due centesimi dell’epoca, ma con cuore puro, aveva dato di più del fariseo che si compiaceva di avere versato una somma cospicua per il tesoro del Tempio.

Il valore delle cose dipende dagli intendimenti, dal cuore di chi opera, non dalla quantità venale del valore della cosa stessa. Può valere di più regalare una “Panda” usata che non una Ferrari, se per comprare la Panda uno fa un contratto di acquisto rateale, perché altro non può permettersi.

Il regalo come dono è lo stesso gesto di donare, così come la sostanza delle cose è la loro forma, e così come il meta-messaggio è più importante del messaggio. Faccio un esempio: se si decide di fare un certo tipo di azione relazionale in un gruppo organizzato, come una serie di colloqui, si deve rispondere innanzitutto alla domanda “perché lo faccio?” e non “come lo faccio?”, non preoccupandosi più di tanto della canonicità od ortodossia, secondo le letterature scientifiche in uso, del metodo utilizzato, che è assolutamente secondario, rispetto al fine che ci si è dati, e che è diverso, caso per caso, tempo per tempo, situazione per situazione. Il “perché” è la domanda filosofica per eccellenza, mentre il “come” appartiene alle discipline positive induttivo-deduttive, ma viene dopo. Circa il dono aggiungo una suggestione, che si può trovare nel trattato dal tema omonimo dell’antropologo Marcel Mauss: bisogna verificare come e quanto il dono sia espressione di altruismo e non anche altro, ad esempio, rispetto di un rito o di una tradizione, oppure, ed è la cosa più sottile, una sottesa manifestazione di egoismo implicito.

Infine,  ancora per quanto concerne il dono o regalo, non ha importanza il suo valore commerciale, ma il sentimento con il quale lo si offre.

Della sostanza che è forma e della forma che è sostanza ho più volte qui esemplificato con l’esempio michelangiolesco del toglimento di materia prima dal marmo finché non compare l’idea, cioè la forma, vale e dire la struttura sostanziale della statua.

Che dire dunque della verità o meno di ogni umana relazione? Che essa è sempre sottoposta alla verifica della purezza di cuore dei soggetti in relazione. Chi la verifica questa purezza di cuore’ Ognuno dei soggetti che si relazionano, con la pazienza, con l’esperienza, con il rispetto reciproco, che è un “guardarsi-in-faccia”, come dice l’etimologia del termine “rispetto” (dal verbo latino respicere, cioè guardare dritto davanti a sé, cioè in faccia all’altro). Non basta la tolleranza, perché la tolleranza è un guardare all’altro dall’alto di una superiorità sempre solo supposta, un top-down fastidioso e repulsivo, ma ci vuole il rispetto, così come è meglio suggerire che consigliare (il consiglio è sempre un qualcosa di top-down, e poi puzza, se non di mafia, di ambiente para-mafioso, mentre il suggerimento è qualcosa di amichevole, quasi di fraterno o sororale), così come è previsto dalla buona filosofia pratica che pratico ormai, insieme a valorosi colleghi, da molti anni: la Philosophische Praxis, che può essere una salutare medicina per le anime perse di questi tempi.

Stamane un bambino mi sorrideva…

di un sorriso puro, come può essere quello di un bambino. Mi ha consolato. Ne avevo bisogno. La giornata di ieri si dipanava in sintonia con il tempo meteorologico, e a fatica.

Il valore delle cose e la “qualità della vita” non si basano su tabelle precostituite, su modelli sociologici o sulla loro economicità e lucratività, ma sul contributo di umanizzazione che apportano. L’uomo è un primate evolventesi, anche se lentamente e con contraddizioni. In particolare non condivido il concetto corrente di qualità della vita, poiché sottende valenze e parametri troppo quantitativi, come si evince anche dagli item utilizzati nelle ricerche socio-metriche. Come si fa a dire che la qualità della vita in Trentino è superiore a quella di Lecce, basandoci solo su dati quantitativi Istat? La vita umana è molto più complessa ed è costituita da elementi in buona parte non misurabili, sfuggenti, oserei dire… spirituali.

Nella vita le strade si incrociano, divergono, pochi sono i rettilinei, di più i sentieri aspri di montagna, i camminamenti, le cenge altissime sotto le crode, le tracce antiche di pastori e cacciatori, quasi impercettibili tra la macchia e le radure.

Gli incontri sono pieni di incognite, come una espressione algebrica, anzi di più. Il sentimento accompagna lo stato di veglia e condiziona i sonni e l’attività onirica. A volte ti sembra di aver capito la persona e invece no, non hai capito nulla: è diversa da come pensavi, in meglio o in peggio. Occupandomi anche di selezione del personale ho i sensi allenati, ma non bastano. Solitamente uso quattro item: a) atteggiamento, cioè come la persona si presenta al colloquio, b) competenze, cioè la professionalità espressa in conoscenze ed esperienza, c) potenziale, vale a dire quello che il candidato può diventare o aspirare ad essere in una struttura organizzata, d) inseribilità, che significa il grado di possibilità di successo della new entry nel gruppo già costituito. Forse l’aspetto più difficile.  A ogni item attribuisco un valore da uno a cinque: si tratta di una scala di valutazione psico-sociale risalente agli studi psico-metrici di Rensis  Likert, che operava negli Stati Uniti d’America negli anni ’30.

La scelta si può basare anche sulla comparazione dei risultati ottenuti dai vari candidati, ma non può essere fondata solo su questi risultati. Occorre anche il dialogo, il giudizio sull’espressività, sulla qualità del linguaggio e dell’ascolto, per decidere al meglio, poiché l’uomo è incommensurabile. Ogni individuo è unico, indivisibile, imparagonabile: è irriducibilmente soggetto originale.

Osservo le persone quando aspetto, quando viaggio, quando cammino, e soprattutto quando colloquio o dialogo e cerco di capire i loro destini, i loro mestieri, le loro inclinazioni. Mi interessano tutte, anche quelle che mi hanno offeso, perché mi chiedo se si sia trattato di ignoranza, di stupidità o di cattiveria. In ogni caso di miseria si è trattato. E poi, passatami la rabbia, ché io non sono rancoroso, se richiesto, gli do una mano come prima.

Il sorriso del bambino goriziano mi ha allargato il cuore.

Basta poco, che è tanto, tantissimo; un sorriso, un muoversi dei muscoli facciali fino ad allargare la bocca con gli angoli rivolti verso l’alto, e gli occhi luminosi. Il sorriso illumina gli occhi e questi il sorriso.

Nel pomeriggio con la bici da strada, mi son regalato una De Rosa in carbonio, finalmente! ho incrociato molti. Mi guardavano un poco meravigliati che avessi le maniche corte della muta estiva il 3 novembre, ma io non sono freddoloso, abituato alle camere fredde della mia infanzia, temprato. La giornata era buona e ho rivisto il “Flùn“, cioè lo Stella, il fiume di risorgiva che i locali chiamano semplicemente “il Fiume”, perché lo è per antonomasia. Più del magno, immenso Tagliamento, il quale in questi giorni aveva un chilometro d’acqua. Ma il Tiliaventum è a regime torrentizio e talvolta si nasconde sotto le immense grave, quando la siccità prevale.

Lo Stella, invece, ha sempre acque smeraldine quae fluunt dall’alta pianura sino alla Laguna di Marano e Grado, scorrendo in meandri torti tra boschi fittissimi e canneti impenetrabili.

Silenzii fondi accompagnavano il brusio degli ingranaggi raffinati della bici, marca Campagnolo, e con poca fatica ero a trentacinque orari, in assenza di vento. Sentivo i muscoli delle gambe vibrare e i polmoni respirare a pieno. Solo il remoto dolore vertebrale mi ricordava che ho un accompagnamento da trattare con cura. Palestra e fisio, per migliorare e poter tornare anche sui sentieri aspri dei monti, che mi aspettano.

Il sorriso del bimbo mi ha tolto stamane dai loghismòi, dai cattivi pensieri che mi turbavano. Stamane avevo bisogno della voce profonda di un egùmeno, un abate ortodosso, con la sua tonante o sussurrata voce di baritono naturale. Ma un essere umano comunque mi ha soccorso, una donna dall’animo puro.

Riemerso dal sonno sul presto ho ascoltato le voci dal mondo, notando ancora i tic, i modi-di-dire, gli errori espressivi dei narratori. Ancora una volta ho sentito chiamare apocalisse un disastrocataclismadisgrazia. Quella della feroce alluvione diffusa nei giorni scorsi in Italia. Caro dottore Borrelli, responsabile nazionale della protezione civile, “apocalisse” significa “rivelazione”, non altro.

E i politici la solita storia nota fatta di ignoranza ignorante, arroganza e protervia. Solo il comandante De Falco, quello che disse a vigliacco-Schettino “Torni a bordo, cazzo!”, ha avuto un’espressione felice: “No, non temo di finire il mio lavoro di deputato, ché siamo tutti a scadenza“. ben detto, cz, aggiungo io, in attesa che la luce del giorno e la temperatura mi permetta di inforcare ancora il mezzo leggero e frusciante verso altre strade, in questo 4 di novembre, anniversario della Vittoria, e giorno come tutti gli altri, dono dell’Incondizionato.

“Furia cavallo del West” e le idiozie, da quelle generiche a quelle animaliste, per le quali la medicina giusta è l’invettiva

Canzone colonna sonora dei telefilm omonimi, di Paul Bradley Coulding, più noto come Mal dei Primitives, inglese, ma oramai da tempo friulano. Furia cavallo del West: in bianconero, il bellissimo stallone amico dei ragazzini.

Un orso sta per sbranare un agnello, al che Furia si avventa zoccolante con tutta la sua “furia” stallonesca e mette in fuga il grande plantigrado, ma non troppo grande, ché se fosse stato un grizzly adulto o un orso polare, forse il cavallone se la sarebbe data a gambe.

Ebbene, la domanda che mi faccio e porgo ai miei sempre gentili lettori è questa: se l’orso per nutrirsi cerca di azzannare l’agnello e il cavallone glielo impedisce, per chi “tiene” l’animalista”? Forse che si trova in un cul de sac? Deve l’orso seguire la sua natura e il suo istinto di grosso onnivoro-carnivoro, o gli porgiamo un kilo di mele e un barattolo di marmellata, ovvero, è “giusto” che il possente stallone nero gli impedisca di alimentarsi perché così sopprimerebbe un altro animale, o no?

E, allo stesso animalista chiederei: vengono tormentati i cagnolini di Striscia la notizia o il pappagallo di Portobello? Oppure stanno bene, sono coccolati e comodi? E’ meglio stare lì con Greggio e tra le tette della Hunziker o in un canile, a rischio di iniezione letale?

E i pesciolini rossi? Come stanno i pesci rossi nella vaschetta di casa, nutriti dai bimbi e guardati con affetto dalle nonne?

Altrove ho scritto della stupidità come stato psichico che induce un comportamento inutile e dannoso, in coerenza con quanto spiega bene nella sua Storia della stupidità Carlo Maria Cipolla. Scrissi anche del collegamento stretto esistente tra presunzione e ignoranza, caratteristica diffusa tra i politici del Movimento 5S e non solo. Questi tipi umani sono presenti anche nella Lega, nel PD e in Forza Italia. Costoro sono anche caratterizzati da una quasi assoluta mancanza di vergogna. La mancanza di vergogna è un altro atteggiamento insopportabile, per il quale uno si sente indefettibilmente nel giusto, anche quando sbaglia, e non riesce a scusarsi neppure quando è evidente l’offesa fatta a qualcuno.

Riconoscere i propri errori e scusarsi è un atto di forza interiore, altro che quelli dell’omonimo film di Schwarzenegger!

Vi è anche un rapporto biunivoco tra stupidità e malvagità, che è preferibile, addirittura, alla prima condizione dell’anima, quella della stupidità, poiché dai malvagi ti puoi difendere, mentre dagli stupidi è più difficile, poiché sono pericolosamente imprevedibili, pensando essi di essere intelligenti.

Un altro aspetto correlato è quello della superficialità e della banalizzazione, che comporta un impoverimento del linguaggio e delle modalità espressive. Gli stupidi sono presuntuosi e incapaci di provar vergogna, parlano per sentito dire e pontificano su ciò che non conoscono. Un esempio acclarato è quello dell’attuale ministro dei  trasporti, il riccioluto Toninelli.

Una manifestazione di estrema stupidità: una docente di storia di 55 anni, insegnante in una scuola superiore di Vimercate -il “Floriani”- è stata presa a sediate nella schiena da alcuni suoi allievi, che hanno prima spento la luce, i vigliacchi, e poi hanno colpito la professoressa. E i loro genitori? Che quoziente intellettivo possono esprimere? Che valori morali vivono?

Un ulteriore esempio di comportamento malo o comunque sbagliato è quello di chi pensa di poter bruciare le tappe della propria crescita, mancando di rispetto a chi più sa, senza darsi pensiero se ciò significhi offendere, deludere, competere senza ragione ponendosi in forma arrogante e pretenziosa?

Correlato a quest’ultimo tipo umano vi è il caso di chi presume di sapere non sapendo: costui solitamente non accetta il sapere altrui, specie se è guadagnato sul campo del tempo e della fatica, perché la sua pigrizia gli fa pensare che basti informarsi sui giornali che scrivono ciò che lui stesso si aspetta che scrivano. Faccio un esempio: se il suo “giornale” scrive che il presidente Mattarella è comunista, Mattarella è comunista. Semplificazioni pacchiane, spirito critico uguale a zero. Queste sono persone che, nella loro arrogante ignoranza, riescono ad offendere senza darsi pensiero. Persone che solitamente vivono per mangiare, non l’incontrario. O giù di lì.

E i genitori di Desirée? Cosa faceva la ragazzina in quel luogo, chi la custodiva, chi aveva a casa? Chi se ne occupava? Abbiamo risolto il problema chiamando “bestie” i quattro bastardi che l’hanno drogata e violentata, o serve altro?

Idiozie che meritano solenni invettive, pedagogia dei fatti.

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