Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Cieco-pacisti e figure di merda

Dispiace che molto “popolo” (forse l’80% del totale del popolo, secondo una realistica “gaussiana” fa parte del “popolo”), quello che non si accorge delle bestialità ciniche e volgari che qualche politico sostiene, continui a ignorare le bestialità stesse.

Guarda un po’, caro lettore, mi riferisco, come già ho fatto millanta volte, all’ineffabile capo dei 5S, Conte Giuseppe, capace di sostenere “A” e il “suo contrario”, tesi logicamente contraddittoria (come ci ha insegnato Aristotele 2400 anni fa, all’incirca con queste parole: “non si può affermare o negare dello stesso soggetto nello stesso tempo e sotto lo stesso rapporto due predicati contraddittori“, che illustra il Principio di non-contraddizione) con la faccia tosta di chi è abituato a mentire anche a sé stesso, perché ontologicamente, proprio come “struttura di personalità”, la quale – come è notorio agli intellettualmente onesti – è costituita da genetica, ambiente ed educazione, è qualunquista, proprio come l’Antonio Albanese della saga di Cetto Laqualunque, prefigurazione cinematografica dell’avvocato foggiano. Auff, Cicero adiuva me!

Respiro, finalmente.

Sulla guerra di aggressione della federazione Russa all’Ucraina: l’ineffabile esclama stentoreo nella piazza uno spaventoso proclama (ah ah ah!) “…il Governo NON SI AZZARDI ad inviare armi all’Ucraina senza un dibattito parlamentare“. Con garbo e una certa nonchalance il ministro Crosetto, cui non dispiacerebbe misurarsi con Conte a singolar tenzone (e l’arma del duello la scelga pure Conte, pistola a colpo singolo, come nel leggendario film kubrickiano Barry Lindon, revolver, semiautomatica, sciabola, picca, fioretto o mazza ferrata, non importa), ha risposto che il Governo si atterrà alle leggi e alle determinazioni assunte democraticamente in Parlamento.

Non si azzardi...”, una minaccia. Ridicola in sé, come quella del contadino che dice che se tuona può piovere. Ma che paura, una minaccia dell’avv. Conte, che paura! Mi si restringono i calzini di fronte a tanta coraggiosa baldanza! E se il Governo “si azzarda”, che cosa succede, che cosa farà il minaccioso leader scravattato?

Continuerà nel suo percorso sempre più piazzaiolo, o tornerà alla pochette d’ordinanza per riprendere quell’allure che la sua sconosciutezza (sì, “sconosciutezza”, è un neologismo italico, un mio ghiribizzo di cantor domenicale) contribuiva a incuriosire qualche generoso benpensante?

Non stanchiamoci di ricordargli che, Draghi imperante (ablativo assoluto, cuibusque Latina lingua cognita non est), quest’uomo ha sempre votato per inviare aiuti di pace e aiuti di guerra (sistemi d’arma) all’Ucraina aggredita. Giustamente, secondo l’Etica alta del diritto alle legittima difesa!

Le due piazze “per la pace”, quella di Roma e quella di Milano sono state molto, molto, molto diverse. Come il mio lettore ha capito, se avessi potuto sarei andato a Milano, ebbene sì, Con Renzi e Calenda, e anche con la Moratti, essendomi nessuno dei tre simpatico. E avrei evitato accuratamente Roma, ma non perché non comprenda e non sia vicino al sentimento puro dei più, che là marciavano, dalla fanciulla che obliterava la storia con le pagine del sussidiario di terza media, alla signora in età seduta stanca nel mezzo della via che era contenta di star lì, al giovane cinquantenne con barba e naso da clown convinto che allegramente si possa convincere a far pace Putin e Zelenski (sì, perché molti colà intervistati citavano l’uno e l’altro, come se entrambi fossero equamente responsabili dei massacri indecenti), alle colorate ragazzine che compitavano “pace, pace, pace”…

L’avrei (e l’ho) evitata per non incontrare, prima di tutto il già troppo citato giurista daunio, per non incontrare don Ciotti, che mi ha stufato fin dai suoi esordi come eroe antimafia (si lavasse i capelli, ogni tanto!), per non incontrare Fratoianni e Bonelli, i cui discorsi prevedibili fin dal primo accenno pre-verbale m’annoiano come poche altre cose al mondo, per non incontrare Travaglio (mea ratione omnibus cognita), per non avere la pena di incontrare il buon Letta, che apprezzo per quest’ultima stanchissima coerenza civica e morale. Purtroppo è circondato da figure mediocri come il suo vicesegretario e altri, zavorra di questo ex grande partito.

Mi fa male per lui e per lo sgangherato suo partito di questo tempo.

Riporto dal dizionario Treccani, integralmente la dizione di cieco-pacista, s. m. e f. (iron.) Chi sposa la causa pacifista senza il vaglio della ragione. ◆ La distinzione che ci divide è tra pacifisti incoscienti — che dirò «cieco-pacisti» — e pacifisti pensanti. Il cieco-pacista non sente ragioni, è tutto cuore e niente cervello. (Giovanni Sartori, Corriere della sera, 18 ottobre 2002, p. 1, Prima pagina) • Il professor [Giovanni] Sartori ha inventato il neologismo ciecopacista per dire un pacifista virtuoso ma utopico, senza un serio rapporto con la realtà. (Giorgio Bocca, Repubblica, 21 aprile 2004, p. 1, Prima pagina), ad libitum…

A Roma, la piazza era colma di questo tipo di persone, laici e cattolici, questi ultimi convinti da pissime ragioni da me non condivisibili. Ingenui!

Non mi interessano i cieco-pacisti, ma la ricerca di una conoscenza reale dei fatti e le azioni necessarie per porre fine all’aggressione. Pace, dunque, ma in una situazione giusta, dove chi vive in Ucraina possa svegliarsi domani senza un drone sulla testa e la Russia stia tranquilla, se vuole, a sognare i sogni di gloria imperiali nel suo mir, che significa pace secondo i propri voleri, che non diverranno mai realtà.

…surfando sull’orlo del caos, logica fuzzy, frattali e auto-similarità, casualità e causalità, nella natura e nell’uomo stesso

Le immense onde oceaniche che si abbattono sulle coste frastagliate dell’Algarve (toponimo derivante dall’arabo Al Garbh), sembrano travolgere il coraggioso surfista, ma quegli emerge miracolosamente da sotto la ripiegatura dell’onda che lo rincorre. E lui continua surfando… sull’orlo del caos.

Locandina del film “Un mercoledì da leoni”

Queste onde richiamano concetti matematici come i frattali da un lato, e filosofici come la complessità dall’altro, i cui assiomi primari sono stati approfonditi in questi anni da studiosi di fama come il russo Ilya Prigogyne e l’italiano Alberto F. De Toni, caro e valoroso amico, cui ho “rubato” la prima parte del titolo dal suo account di whattsapp.

Un concetto che si può riferire ai due sintagmi citati è autosimilarità, che in filosofia significa una sorta di analogia di partecipazione della parte (dell’ente) al tutto e viceversa. La sintesi espressiva di questo “tutto” può essere Unità nella Distinzione nella Relazione, che poi è lo slogan del mio blog.

Ecco dunque alcuni punti di tangenza tra filosofia, fisica, matematica e geometrie non euclidee.

Che cosa è un frattale: “un oggetto geometrico dotato di omotetia (in matematica e in particolare in geometria una omotetia composto dai termini greci omos, “simile” e dal verbo tìthemi, “pongo”) interna, cioè di una capacità di ripetersi nella sua forma allo stesso modo su scale diverse, e dunque ingrandendo una qualunque sua parte si ottiene una figura simile all’originale” (dal web).

Si dà dunque anche una geometria frattale, non euclidea che studia queste strutture, ricorrenti ad esempio nella progettazione ingegneristica di reti, e nelle galassie. Ecco una formula logaritmica adeguata:

{\displaystyle {\frac {\log 4}{\log 3}}\approx 1{,}26186}

Anche in geometria, come in filosofia, si può definire questa caratteristica autosimilarità o autosomiglianza, mentre il termine “frattale” venne scelto nel 1975 da Benoit Mandelbrot nel volume Les Object Fractals: Forme, Hasard et Dimension.

Il termine deriva dal latino fractus (rotto, spezzato), così come il termine frazione, vale a dire parti di un intero. I frattali si utilizzano nello studio dei sistemi dinamici e nella definizione di curve o insiemi e nella dottrina del caos. Sono descritti con equazioni e algoritmi in modo ricorsivo. Ad esempio, l’equazione che descrive l’insieme di Mandelbrot è la seguente: a_{n+1}=a_{n}^{2}+P_{0}}

a_{{n+1}}=a_{n}^{2}+P_{0}
a_{n}
P_{0}

dove a_{n}} e P_{0}} sono numeri complessi.

La natura produce molti esempi di forme molto simili ai frattali, come ad esempio nell’albero: in un abete, ogni ramo è approssimativamente simile all’intero albero e ogni rametto è a sua volta simile al proprio ramo e così via; un altro esempio si trova nell’osservazione di una costa marina, dove si possono notare aspetti di auto-similarità nella forma che si ripete in baie e golfi sempre più piccoli e collocati in successione lungo la costa stessa.

Altre presenza di forme a frattali sono presenti in natura, come nel profilo geomorfologico delle montagne, delle nuvole, dei cristalli di ghiaccio, di foglie e fiori. Il Mandelbrot ritiene che le relazioni fra frattali e natura siano più profonde e numerose di quanto si creda. Ad esempio, con la stessa mente umana, intesa come organo del pensiero.

«Si ritiene che in qualche modo i frattali abbiano delle corrispondenze con la struttura della mente umana, è per questo che la gente li trova così familiari. Questa familiarità è ancora un mistero e più si approfondisce l’argomento più il mistero aumenta»

Un altro esempio di analisi delle cose si può ritrovare nella logica filosofica denominata fuzzy , che si inserisce a buon titolo in questo novero di ipotesi teoriche.

La logica fuzzy (o logica sfumata) è una teoria nella quale si può attribuire a ciascuna proposizione un grado di verità diverso da 0 e 1 e compreso tra di loro. È una logica polivalente, peraltro già intuita da Renè Descartes, da Bertrand Russell, da Albert Einstein, da Werner Heinseberg e da altri meno conosciuti dai più.

In tema, con grado di verità o valore di appartenenza si intende quanto è vera una proprietà, che può essere, oltre che vera (= a valore 1) o falsa (= a valore 0) come nella logica classica, anche parzialmente vera e parzialmente falsa. Si tratta di una logica-in-relazione-ad-altro.

Si può ad esempio dire che:

  • un neonato è “giovane” di valore 1
  • un diciottenne è “giovane” di valore 0,8
  • un sessantacinquenne è “giovane” di valore 0,15

Formalmente, questo grado di appartenenza è determinato da un’opportuna funzione di appartenenza μF(x)= μ. La x rappresenta dei predicati da valutare e appartenenti a un insieme di predicati X. La μ rappresenta il grado di appartenenza del predicato all’insieme fuzzy considerato e consiste in un numero reale compreso tra 0 e 1. Alla luce di quanto affermato, considerato l’esempio precedente e un’opportuna funzione di appartenenza monotona decrescente quello che si ottiene è:

  • μF(neonato) = 1
  • μF(diciottenne) = 0,8
  • μF(sessantacinquenne) = 0,15

Aggiungiamo a questo novero di dottrine, anche la teorie del caos che troviamo in matematica, le quali possono mostrare anche una sorta di casualità (sul “caso” dirò dopo) empirica in variabili dinamiche, come nel frangente dell’oggetto matematico denominato asintoto (linea parabolica non-finita che si avvicina, senza mai toccarlo, a un segmento soprastante), mostrando come tra lo 0 e l’1 possano collocarsi infiniti (se pure relativamente) numeri o quote.

Ecco perché i paradossi di Zenone di Elea (VI secolo a. C.) possiedono una notevole perspicacia filosofica.

Comunemente il termine “caos” significa “stato di disordine“, ma nella sua dottrina può e deve essere definito con maggiore precisione, in quanto sistema dinamico, non statico, in questo seguente modo:

  • deve essere sensibile alle condizioni iniziali;
  • deve esibire la transitività topologica;
  • deve avere un insieme denso di orbite periodiche.

La transitività topologica è una caratteristica necessaria implicante un sistema evolventesi nel tempo, in modo che ogni sua data “regione”, che è un insieme aperto, si potrà sovrapporre con qualsiasi altra regione data. In sostanza, le traiettorie del sistema dinamico caotico transiteranno nell’intero spazio delle fasi man mano che il tempo evolverà (da qui “transitività topologica”: ogni regione dello spazio delle fasi di dominio del sistema dinamico verrà raggiunta da un’orbita prima o poi). Questo concetto matematico di “mescolamento” corrisponde all’intuizione comune fornita ad esempio dalla dinamica caotica della miscela di due fluidi colorati.

La transitività topologica è spesso omessa dalle presentazioni divulgative della teoria del caos, che definiscono il caos con la sola sensibilità alle condizioni iniziali. Tuttavia, la dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali da sola non dà il caos. Per controesempio, consideriamo il semplice sistema dinamico prodotto da raddoppiare ripetutamente un valore iniziale. Questo sistema ha la dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali ovunque, dal momento che qualsiasi coppia di punti vicini alla fine diventerà ampiamente separata. Tuttavia, questo esempio non ha la transitività topologica e quindi non è caotico. Infatti, ha un comportamento estremamente semplice: tutti i punti tranne 0 tenderanno a infinito positivo o negativo.

L’essere umano è la quintessenza della complessità, e il cervello la sua epitome-quintessenza, nel senso che ci hanno saputo spiegare in questi ultimi decenni i neuroscienziati. L’essere umano è l’esempio più formidabile della complessità vs. la complicazione.

Circa, infine, il caso, rinvio all’algoritmo più volte presentato in questo blog, laddove la differenza delle posizione dell’osservatore di un determinato fenomeno, rende il caso necessità. Mi riferisco alla topografia dell’incrocio stradale verso il quale si avviano due auto che viaggiano su strade perpendicolari, una delle quali ha la precedenza e l’altra no: chi può osservare dall’alto i due vettori CAUSALI incrociantisi, può affermare con sicurezza fattuale che, in determinate condizioni, esse (le due automobili) si scontreranno, al di fuori di ogni casualità, ma per perfetta causalità

Ripeto qui una facile espressione: la metatesi di una “u” cambia la “lettura logica” del mondo, e fa diventare “ordinato” il “disordine”.

Meloni, la “underdog” & partners e i suoi avversari politici

Caro Lettore, devo dirti che il momento per me più significativo per simbologia politica (e anche tristemente divertente) veduto nel corso dell’intervento di Meloni alla camera dei deputati, è stato quando la nuova premier si è rivolta “all’on.le Serracchiani chiedendole, retoricamente, se lei stessa, Giorgia, stesse un passo indietro ai maschi“.

Al che, la assai sopra valutata deputata romana, che ha osato (ma di questo incolpo il suo flebile partito e gli elettori ingenui) diventare presidente della mia Regione, senza avere con essa neanche un rapporto degno di questo nome, si è rattrappita con un sorriso forzato, borbottando qualcosa tra i denti.

Ebbene, quel’immagine mi è parsa rappresentare la situazione nella quale si trova la parte politica nella quale ho creduto fin dall’uso di ragione. Intendo, genericamente, la sinistra storica e politica, non quella che oggi è rappresentata dal PD e soprattutto dal mediocre presidente dei 5S, nonché da frammenti di poco conto, con rispetto parlando delle persone costà impegnate. La parte che spesso privilegia il politically correct e strizza l’occhio talora alla cancel culture, non mostrando una chiara e generale posizione contraria nel merito. Anzi, qualcuno/a addirittura è una militante della cancel culture, Un nome o due: Boldrini Laura, oppure Murgia Michela.

Underdog significa – alla lettera – “sotto-cane”, metaforicamente sfavorito, sfortunato, come i proletari delle periferie.

Leggo poi nei giorni successivi gli articoli di alcune giornaliste, come De Gregorio e Annunziata, che la paragonano in modi diversi a doňa Evita Peròn, più che a Mrs Thathcher. Contente loro.

Tutt’intorno è evidente la triste fine di Berlusconi, che ha però ancora la forza cattiva di sorridere malignamente a Salvini all’uscita dall’incontro al Quirinale (smorfeggiando da dietro la premier).

Si constata il declino inesorabile di Salvini che, nonostante si sforzi di fare il grande con il c. degli altri (mi si perdoni la vulgar espressione, perché la c. puntata esprime l’evidenza della parte anatomica citata), appare in tutta la sua enfiata e sempre arrogante nullaggine. Sempre di più. Per dire, neanche fatto il Governo, lui già annunzia un’agenda-Salvini.

Renzi e Calenda si oppongono con juicio, promettendo di esaminare le proposte governative caso per caso.

A sinistra, invece, si scatena una gara a chi farà l’opposizione più “implacabile” a Meloni, e vince facilmente Conte su un sempre più spento Letta, circondato da campioni come Boccia e Orlando, nonché dalle sue pasionarie, tra le quali spicca la sola, mi fa piacere constatarlo, per dignità di tratti e di eloquio,la senatrice Malpezzi.

Mi auguro che al Congresso, da convocare prima di marzo, emergano persone come Bonaccini, come Matteo Ricci (dal gran nome e cognome gesuitico), come Dario Nardella, evitando il rischio dei sopra citati e della auto-candidatasi De Micheli. Mah, caro lettore, molte persone non hanno il senso delle proporzioni che devono esserci tra candidatura e posizione ambita!

Due parole, per chiudere, sull’IMPLACABILE (bum!) Conte. A partire dall’etimologia: l’im-placabile è colui-che-non-si-placa. Mi viene in mente un Annibale da Cartagine, un Alessandro il Macedone, un Giulio Cesare, un Traiano, un Costantino, un Timur Lenk, un Genghis Khan, un Salah el Din, un Raimondo di Tolosa, un Federico di Prussia, un Bonaparte, un von Moltke, un Montgomery o un Rommel… e via elencando implacabili VERI.

Ooh quanto assomiglia l’avvocato foggiano a questi personaggi! Vero, caro lettore? Meloni, di fronte a questa implacabilità può stare tranquilla, perché l’implacabile dei 5S non è uomo da battaglia in campo aperto, ma è uomo da agguati, da guerriglia urbana con tutti i mezzi, specialmente quello della menzogna sistematica.

Badi invece con attenzione ai due sodali che si ritrova, perché quelli sì sono pericolosi, ma se mancheranno i voti di uno dei due, ci penseranno l’uomo dei Parioli e quello di Rignano sull’Arno a soccorrerla.

Buona fortuna, non alla Meloni, ma alla Patria Italia, amata.

Dei concetti di “merito” e di “bisogno”

Quando in terza media dovevamo decidere in famiglia in quale scuola superiore io dovessi (o potessi) andare, non ci fu quasi discussione, perché i miei tennero conto dell’opinione dei miei insegnanti delle medie, per la quale “Renato avrebbe potuto andare in qualsiasi scuola superiore, a partire dal liceo classico“.

Sarei andato (e andai) al Liceo classico a Udine, la scuola più prestigiosa della città e dell’intero Friuli, la scuola dei ricchi signori, dei figli degli avvocati, dei notai, dei dottori commercialisti, della classe dirigente attuale e futura, colà “necessariamente formanda”.

Il Liceo Ginnasio “Jacopo Stellini” di Udine

Infatti, se si va a vedere il librone che contiene i nomi di tutti i diplomati dal 1808, quando la scuola udinese, in quegli anni Napoleone imperante, fu istituita come Imperial Regio Liceo Ginnasio, dedicato al sacerdote filosofo Friulano Jacopo Stellini, docente all’Università di Padova, utilizzando biblioteca e tradizioni dei padri Barnabiti presenti in città da qualche secolo, si trovano decine o, meglio, centinaia di nominativi di persone di riguardo, del diritto, dei saperi umanistici, dell’economia e della scienza, che colà hanno acquisito la maturità classica.

Ebbene, sarei andato in quella scuola, pur essendo “solo” figlio di un operaio emigrante stagionale in Germania, cavatore di pietra tra i boschi dell’Assia, e di una donna delle pulizie, abile nel fare iniezioni a chi ne aveva bisogno. Le voci, i commenti dei paesani, e anche di qualche parente, erano del tipo “ma come, Renato va nella scuola dei signori... (?)”, non ricordo se con tono interrogativo, oppure se con tono affermativo-perplesso. Andai, studiai con profitto, proprio negli anni della Rivoluzione sessantottina di cui non mi occupai molto, perché dovevo studiare, studiare, studiare e poi vedere che cosa avrei potuto fare in seguito.

Non ebbi problemi particolari, nemmeno con le materie più difficili come il greco, il latino e la matematica, anzi davo proprio del tu a queste discipline. Oltre che a filosofia, storia e lettere italiane. Perché studiavo, ma forse avevo anche talento. Terminavo solitamente le versioni di greco e latino in metà del tempo previsto con risultati sempre molto buoni, e passavo “pizzini” a qualche compagno/ a.

Tutte le estati andavo a lavorare in una ditta che forniva bibite e birre a tutti gli ambienti pubblici che stavano dal mio paesone di campagna fino al mare, ma non a Lignano, bensì nei villaggi di campagna. Giocavo benino a basket come “guardia”, che è quello che tira a canestro o cerca di “entrare” da vicino a canestro, e cantavo in un gruppo musicale.

Chi mi conosce sa che dopo la matura andai a lavorare in fabbrica, dove stetti sette anni pieni, essendomi anche iscritto a una facoltà universitaria, presso la quale lentamente ottenni la laurea lavorando. In seguito fui tirato dentro nel sindacato, dove ebbi ruoli direttivi rilevanti (a Udine, a Trieste e infine a Roma), fino a che fui chiamato a dirigere il personale in una grande azienda, anzi grandissima. A quel punto ripresi studi severissimi di filosofia e teologia, fino al conseguimento delle lauree e di due dottorati di ricerca, cui fece seguito il diploma al corso di filosofia pratica che mi portò anche a presiedere l’Associazione nazionale, fino a qualche giorno fa.

Caro Lettore, leggi (se vuoi) Qoèlet III, quia transit omnia vel gloria mundi (!).

I miei studi e il mio lavoro mi portarono ad essere nominato docente universitario e a presiedere diversi organismi di vigilanza in aziende di tutte le dimensioni. E a scrivere decine di articoli scientifici, migliaia divulgativi e a pubblicare quasi una trentina di volumi. E siamo ad oggi.

Qui e ora voglio fare una domanda al Segretario generale della Cgil, al bravo e onesto Maurizio Landini che, constato, non condivide la nuova denominazione governativa del Ministero della Pubblica istruzione e del… Merito, soprattutto in ragione di quest’ultimo lemma. Di contro, un politico sveglio anche se non molto simpatico, lo contrasta sostenendo che il merito è il migliore antidoto contro la scuola classista.

Condivido quest’ultima tesi, che è attestata dalla mia biografia. Landini potrebbe obiettare che non tutti possono avere esiti come il mio. Obietterei a mia volta a Landini che dovrebbe studiare le basi di un’Antropologia filosofica sana, per poter distinguere rigorosamente tra ciò-che-è-“persona”, che dà senso al valore della pari dignità fra tutti gli umani, e ciò-che-è-“personalità”, che invece dà conto dell’irriducibile differenza di ognuno da ciascun altro. Sono diversi tra loro perfino gemelli monozigoti, e dunque, a maggior ragione, qualsiasi altro da un altro.

Diverso è il discorso della dispersione scolastica, che è serio, e deve essere affrontato con forza, metodo e mezzi adeguati dal nuovo Governo, per ridurne la diffusione in tutti i modi, con costanza e perseveranza.

Il merito, caro Landini (sul tema la invito a dare uno sguardo agli atti dei convegni che l’on. Claudio Martelli organizzò a metà degli anni ’80 su “Merito e Bisogno”), non c’entra nulla, nulla!

Stoltenberg l’inadeguato, e alcuni “suoi simili”

In questo pezzo cercherò di delimitare il campo semantico di “inadeguatezza”, intendendolo come limite nei vari sensi, ma soprattutto nel senso proprio, che chiamerò “del primo tipo”. In altre parole intendo parlare di inadeguatezza come di una condizione esistenziale, umana e professionale connessa al ruolo e alla posizione propri dell’individuo. Si può dire che una persona è inadeguata, non solo se “non ci arriva”, e dunque possiede uno status intellettuale e professionale non all’altezza del ruolo eventualmente assegnato, ma anche se il suo standing è superiore alle esigenze del ruolo.

Si può, dunque, affermare che uno è inadeguato a fare il direttore generale di un’azienda, perché non possiede le conoscenze e le esperienze (competenze) per poter adempiere a ciò che prevede una posizione così elevata; si può affermare che, di contro, inserire una figura che può “fare” il direttore generale in una posizione subalterno-esecutiva, vale a dire di capo reparto di produzione, è inopportuno poiché quella persona non conosce i dettagli del ruolo e, pur potendo essere sovraordinato gerarchicamente a tutti i capi reparto, di per sé non può farlo, e pertanto è inadeguato al ruolo.

Si può essere inadeguati, dunque, per eccesso oppure per difetto. Segue un esempio del primo tipo. Più avanti proporrò anche degli esempi di ambedue le tipologie.

Definire “inadeguato” al ruolo il signor Jens Stoltenberg è un eufemismo (modo abbellito di dire una cosa), una litote, cioè una attenuazione linguistica nell’esprimere un giudizio sul politico norvegese, da troppi anni segretario generale della NATO. E sperabilmente di prossima sostituzione, magari con Mario Draghi.

Jens Stoltenberg ha sessanta tre anni ed è un politico norvegese, nazione di cui è stato anche Capo del Governo. Laureato in economia, è un laburista (non si direbbe tanto, visto il suo agire dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina). Avrebbe dovuto essere sostituito questo scorso settembre nel ruolo di Segretario generale della Nato (lo è dal 2014, troppo!), ma hanno proceduto a prorogarlo nella funzione, vista la situazione. A parer mio è stato fatto un errore macroscopico, perché l’uomo ha mostrato, fin dall’inizio delle attività belliche, una assoluta inadeguatezza al ruolo, che dovrebbe essere quello del facilitatore dei rapporti tra i Governi dei Paesi aderenti all’Organizzazione di difesa atlantica. Invece, si è preso la libertà di intervenire molte volte con espressioni e toni poco adatti a favorire un riavvicinamento razionale tra le parti.

Ha parlato spesso di escalation del conflitto, con toni che lasciavano pensare quasi se lo augurasse, di armi, di nucleare, in queste ore anche di esercitazioni sul nucleare da tenere ai confini dell’Ucraina. Il contrario di ciò che servirebbe. Non capisco se lo lasciano fare, o se è agli ordini di qualche potentato politico-economico che domina il mercato delle armi nel mondo, americano, asiatico o europeo che sia. Mi auguro e auguro alla Nato, all’Europa e al mondo che venga al più presto sostituito, perché è ora di sapere quale possa essere il “punto di caduta” militare, politico e soprattutto morale per la interruzione e poi per la soluzione di questa guerra di aggressione.

Propongo un altro esempio di inadeguato del primo tipo: Lorenzo Fontana. Quest’uomo non è “inadeguato” per il ruolo che gli è stato assegnato, perché frutto di una procedura democratica: lo è, in questo momento, per la sua biografia, che non depone a favore di una sua coerenza morale tra vissuto biografico e discorso di insediamento. Siccome io sono fondamentalmente cristiano cattolico, non nego ad alcuno (e chi sono io per farlo?) la possibilità di una resipiscenza, e spero che questa avvenga, proprio per conciliare eticamente ruolo e biografia, almeno per quanto apparirà all’esterno della sua persona.

Ahh dimenticavo, un amico mi fa notare che il neo presidente della Camera dei deputati, nel compilare la sua scheda biografica per la registrazione come deputato, ha scritto per ben due volte “inpiegato” con la “enne” e non con la “emme”, nonostante le sue tre vantate lauree e la quarta in arrivo. Forse gli occorre ancora un pochino di medie e di ginnasio inferiore.

E vengo al “mite” segretario del PD: nessuno, caro Letta (e sarei anche stato tentato di collocarla nell’elenco degli inadeguati del primo tipo), può leggere nel cuore dell’uomo, perché ciò è prerogativa solo dello Spirito Santo: lei, da cattolico, dovrebbe saperlo, ma i suoi interventi pubblici mostrano il contrario. E me ne dolgo, prima di tutto per lei, e poi per il popolo di sinistra che si aspetterebbe altro da lei, non una “opposizione dura”, ma parole chiare, coerenti, capaci di accettare il gioco democratico dell’alternanza, e piene di spirito di iniziativa.

Ronzulli Licia è la terza persona “inadeguata”, in questo caso, per le pretese che ha, di avere un ministero adatto alla sua esperienza. Il suo comportamento verso il tema di un incarico governativo e il suo partito, verso il suo leader in particolare è meritevole di svariate censure, a partire da quella estetica, nel senso filosofico metafisico del termine, dimensione che la rende più importante di quella etica. Come si fa a rispondere a un giornalista che le chiede “come fa Berlusconi a chiedere aiuto” in questo modo “abbaia“? Neanche per scherzo, Ronzulli. Neanche per scherzo.

Potrei continuare a lungo ad esaminare casi di inadeguatezza del primo e del secondo tipo, ma mi fermo qui, dicendo solo che, dalla nuova seconda carica dello Stato (e comunque la sua “predecessora” non lo sovrastava per standing) ai principali tra gli eletti, a partire dai capi partito, l’uomo-di-Foggia in primis, l’inserimento nel primo o nel secondo tipo di inadeguatezza sarebbe un gioco tutt’altro che futile.

Eppure, nonostante tutto questo e altro ancora, sono fiducioso negli anticorpi democratici della nostra Italia.

Donne Persiane

Charles Louis de Secondat, Barone de La Brède et de Montesquieu mi viene in mente per assonanza del titolo di questo pezzo con il suo

Lettere Persiane, Lettres persanes), pubblicata anonima nel 1721 ad Amsterdam. Lo scambio epistolare fra due persiani che viaggiano in Europa, Usbeck e Rica, offre a Montesquieu l’espediente per pubblicare, in forma di lettere, brillanti saggi nei quali la società e le istituzioni (francesi innanzi tutto), sono descritte secondo moduli relativisti, adottando il punto di vista di esponenti di una cultura diversa da quella europea. Con satira sferzante, vi si traccia un quadro disincantato dell’assolutismo francese, della crisi finanziaria conseguente alla politica economica attuata da Luigi XIV, della crisi dei parlamenti e della società civile nel suo complesso. La critica dei costumi si estende anche alla polemica religiosa in cui si vede un segno di instabilità e decadenza che alimenta dispute e divisioni più che la fede. Veicolo potente dei temi relativisti e della critica alle istituzioni politiche e religiose durante tutta l’età illuminista, le L. p. rappresentano un testo in cui secondo l’auspicio iniziale dell’autore «il carattere e l’intenzione sono così scoperti» da non ingannare «se non chi vorrà ingannarsi da sé» (dalla Prefazione sul web).


Charles Louis de Secondat, Barone de La Brède et de Montesquieu

La Persia evoca territori sconfinati, leggende e meravigliose città. Il nome “Persia” evoca uno dei più grandi imperi dell’antichità, ci ricorda il Re dei re Ciro il Grande, che liberò gli Ebrei dalla cattività babilonese nel 525 ca a. C., e i successori di Ciro, Dario, Serse, che combatterono le pòleis greche e furono sconfitti.

“Persia” evoca Alessandro il Macedone che la conquistò, con le battaglie di Isso e di Gaugamela, arrivando con i suoi soldati fino alle porte dell’India a contemplare le acque turbinose del fiume Indo, che scendono dall’Himalaia.

“Persia” evoca ancora altre dinastie come i Sasanidi che lottarono con i basilèi bizantini, prima di essere travolti da popolazioni turcomanne e mongoliche.

“Persia” evoca una delle due grandi dottrine dell’Islam, quella sciita, che si ritiene la più vicina alle origini, tramite una parentela diretta con Mohamed, l’uomo della Profezia.

“Persia” ora evoca la rivoluzione delle donne, dopo quaranta tre anni di teocrazia.

Nei decenni passati non sono mancati i tentativi di liberazione del popolo iraniano, caratterizzato però dal solo impegno delle donne. Ora pare che le cose siano cambiate. L’occasione è stata la morte di Masha Amini, accusata dalla “polizia morale” di indossare il velo islamico in modo scorretto. E uccisa.

Due parole sul velo che, nella versione più “moderata” ricorda le nostre donne dei secoli passati, ma anche fino al Concilio Vaticano II. E anche le meravigliose Madonne di Antonello da Messina e di Giovanni Bellini, che illustrano un fascino femmineo di grande spiritualità. Una meraviglia estetica e d’armonia coloristica.

Abbiamo l’hijab, un foulard normale che copre i capelli e il collo della donna, lasciando scoperto il viso. Nel Corano il termine è utilizzato in maniera generica, ma oggi è diffuso per indicare la copertura minima prevista dalla shari’a per la donna musulmana. Questa normativa prevede non solo che la donna veli il proprio capo (nascondendo fronte, orecchie, nuca e capelli), ma anche che indossi un vestito lungo e largo, in modo da celare le forme del corpo, che si chiama khimar, diversamente lungo e modellato.

Un altro nome di questa lunga veste è jibab, oppure abaya.

Nel Vicino Oriente e in Egitto sono diffusi i seguenti tipi di veli: abbiamo il niqab, che copre il volto della donna e che può (nella maggior parte dei casi) lasciare scoperti gli occhi. Il niqab può essere diffuso in due forme più specifiche: quella saudita e quello yemenita. Il primo è un copricapo composto da uno, due o tre veli, con una fascia che, passando dalla fronte, viene legata dietro la nuca. Il secondo è composto da due pezzi: un fazzoletto triangolare a coprire la fronte (come una bandana) e un altro rettangolare che copre il viso da sotto gli occhi a sotto il mento.

Se vogliamo specificare ulteriormente… l’abaya (sopracitato), diffuso nel Golfo Persico è un abito lungo dalla testa ai piedi, leggero ma coprente, lascia completamente scoperta la testa, ma normalmente viene indossato sotto ad un niqab.

Ed eccoci ai veli diffusi in Iran: abbiamo il chador, che è generalmente nero, ma può essere anche colorato (ricordo un chador che mi fece vedere la assai da me, e non solo, rimpianta, signora Cecilia Danieli, che andò spesso in Iran per ragioni commerciali dell’Azienda) e indica sia un velo sulla testa, sia un mantello su tutto il corpo.

Possiamo completare la carrellata con i veli diffusi in Afghanistan: quivi troviamo il burqa, che è perlopiù azzurro, con una griglia all’altezza degli occhi, e copre interamente il corpo della donna. Tecnicamente, assolve le funzioni del niqab e del khimar.

Tradizione, cultura, religione, politica: tradizione e cultura in senso storico-antropologico; religione in senso teologico normativo; socio-politico nel senso, inaccettabile, di costrizione.

Ho distinto i tre/ quattro sensi per individuare le ragioni della ribellione che sta prendendo sempre più piede nella grande Nazione persiana. Sembra proprio che l’occasione della morte di Masha sia per ora capace di suscitare proteste più vibranti e generali di quelle precedenti. Ho già scritto qualche giorno fa che non si tratta più solo di sporadiche manifestazioni di piazza limitate alla capitale Teheran e a qualche altra grande città come Isfahan, ma di manifestazioni diffuse in tutto il territorio nazionale, fino ai lontani monti Zagros che confinano con l’Afganistan e le repubbliche ex sovietiche d’Asia.

Si tratta di manifestazioni non-armate, perché le persone tengono in mano solo i veli che simboleggiano l’oppressione politico-normativa che è diventata insopportabile. Si coglie un sentimento diffuso di ricerca della libertà intesa come rispetto dei diritti delle persone, e si sente anche la fiducia che le varie polizie degli ayatollah non potranno uccidere o arrestare tutti e tutte.

Le carceri scoppiano di prigionieri politici e anche di donne, vi sono morti e feriti. Un accenno anche alla signorina Alessia Piperno, colà tenuta in prigione. A lei, come a qualsiasi altro giovane generoso, che pensa di potersi immergere nei luoghi più pericolosi del mondo senza riflettere più di tanto sui rischi, magari anche sostenuti dai genitori, porgo un invito a riflettere sulla congruità e sulla razionalità morale di scelte come la sua, che nulla apportano alla causa delle donne nel mondo, se non una testimonianza inutile e costosa per l’erario italiano.

Quella iraniana è una rivoluzione, non una jacquerie ribellistica à là Ciompi o Vespri siciliani. E’ una “cosa” pericolosa, che pare progressivamente assomigliare alla Francia del 1789. Spero di non sbagliare. Si tratta di seguirne le vicendi in modo non inerte, come cittadini e Paesi democratici.

Ciò che Meloni può (in auspicabile ipotesi) portare di positivo alla politica e alla Nazione Italiana

Chi mi conosce solo un pochino potrà pensare anche che sono impazzito a scrivere un titolo come quello sopra, ma chi mi conosce bene non si meraviglierà, perché conosce la mia autonomia di giudizio, che fa sempre premio sul mio orientamento politico, che è dalla parte opposta di Meloni.

Opero questo distinguo per mostrare ai “militanti” di tutti gli schieramenti politici come la militanza non debba mai sopprimere lo spirito critico dell’essere umano, provvisto di intelletto, conoscenze storiche e informazioni politiche.

Se Meloni riuscirà a varare un Governo ascoltando i consigli patriottici e politici del presidente Mattarella e di Mario Draghi inizierà con il piede giusto. Non mi soffermo qui su candidature e nomi, perché basteranno pochi giorni e la nostra legittima curiosità civica e democratica sarà soddisfatta.

Innanzitutto, evitando di dire ancora una volta il mio pensiero sull’idiozia cinquestelluta e leghista (che spero pagheranno in qualche modo) di aver fatto cadere Draghi, affrontiamo realisticamente la realtà dei fatti accaduti nelle ultime consultazioni politiche. Ha vinto lo schieramento di centro-destra-destra, soprattutto con Fratelli d’Italia, mentre la Lega salviniana ha preso una batosta epocale, e Forza Italia traccheggia su percentuali distanti una galassia dai tempi in cui era il primo partito italiano e Berlusconi in auge.

Ho una discreta fiducia che il nuovo Governo sia in grado di affrontare, in questa prima fase, i gravi problemi attuali: a) energia, b) bollette, c) guerra, d) economia, e) debito pubblico, f) semplificare gli apparati burocratici e accelerare i procedimenti giudiziari, g) ambiente e difesa del territorio… , dialogando con l’Europa di Bruxelles e Strasburgo e anche con le Nazioni “maggiori”, cioè Germania e Francia. L’Italia è in ogni senso la “terza” nazione d’Europa per l’economia, senza dubbio alcuno, la seconda per il sistema industriale, e addirittura la prima per le lavorazioni meccaniche.

Da un punto di vista politico invece l’Italia conta meno di quanto abbia diritto di contare, nella UE e nella NATO/ OTAN. Parto da qui: ad esempio, una delle richieste che dovrebbe fare Meloni è di accelerare la sostituzione del signor Jens Stoltenberg, che sbaglia pericolosamente ogni volta che apre bocca. Paolinamente stolto. Da pensionare.

Vengo al nuovo Governo con alcuni consigli: non toccare le legislazioni sul divorzio e sull’interruzione di gravidanza e dialogare con le Parti sociali, sindacati e imprenditori; non serve che aggiunga quanto è da farsi in tema di energia e di bollette.

Per quanto attiene riforme legislative di carattere socio-culturale relative ai diritti civili, sarà bene che il nuovo Governo non si limiti a dei niet, ma sia capace di proporre dei testi legislativi sui vari temi.

Ad esempio, su quanto poneva il D.d.L. “Zan”, non abbandonare il tema della omotransfobia, ma legiferare con un testo che non contenga equivoci, neppure per lontanissime ipotesi di fattispecie, che possano portare al reato di opinione.

Sulla maternità surrogata non cedere a una legislazione che ne permetta lo sviluppo; si promuovano piuttosto le adozioni. Su questo tema con attenzione ai contesti nei quali si possano dare… vale a dire non sempre e in ogni caso.

L’ipotesi di un utilizzo dello schwa rimanga uno scherzo di cattivo gusto di un certo politically correct che le tv e certi politici, anzi (più di) donne in politica, spesso mettono in evidenza, stupidamente, oppure per misteriose progettualità tese allo spegnimento dei neuroni. Altrettanto penso della idiotissima cancel culture.

Sulla aggressione russa all’Ucraina, il nuovo Governo deve mantenere una solida chiarezza di posizione a difesa di Kijv, senza tentennamenti. Su questo voglio compiacermi che Meloni abbia triplicato Salvini, perché altrimenti avremmo avuto un leader primario affascinato dal nazionalismo imperial-zarista di Putin. Tra l’altro, non tanto stranamente, sul tema torna la consonanza tra Lega e Cinque Stelle, già governanti assieme.

Desidero chiarire, parlando di un Governo “conservatore” le differenze teorico-pratiche fra, appunto, il conservatorismo e l’atteggiamento politico reazionario. Scrivo di nuovo che i due orientamenti non sono sinonimici, neppure in parallelo, anzi. Conservatorismo significa attenzione alla tradizione e cautela sulle innovazioni, in ogni settore della vita sociale, salvo che in economia. Reazione, invece, significa reagire a ogni progresso umano, intellettuale, socio-politico ed economico, talora stranamente affine a certi ambientalismi estremi.

La sinistra, prima di modificare i gruppi dirigenti, pensionando personaggi senza senso come… evito di fare nomi; deve chiarire dove vuole collocarsi sulle tematiche di cui sopra. In altre parole, deve chiarire se vuole evitare di allinearsi, come a volte sembra voglia fare, proprio ai vizi sopra richiamati, sotto i profili culturale, civico e politico.

Se la sinistra non esce dagli equivoci dell’ammiccamento continuo a quei deprecabili vizi, mi genera un sempre più grande progressivo e doloroso distacco.

Mi pare sempre più urgente, dunque, a duecento e venti anni dalla sistemazione metaforica e reale (mi riferisco agli emicicli dei vari parlamenti) dei termini destra/ sinistra, ri-considerarne gli aspetti distintivi.

Mi sembra inoltre che sempre di più la distinzione socio-politica tra i due schieramenti sia da collocare, per molti aspetti, su un altro piano intellettuale, ferme restando le distinzioni classiche, ancora marxiane, che qui non richiamo: vale a dire tra coloro che privilegiano la cultura e lo sforzo per acquisirla, la documentazione rigorosa sui vari temi e problemi in campo, e coloro che invece preferiscono le semplificazioni, le banalizzazioni da marketing elementare e il conseguente inevitabile impoverimento linguistico e dunque intellettuale e cognitivo.

I Cinque Stelle hanno provocato un danno enorme in Italia con il loro concetto antropologicamente assurdo e pericoloso dell’unovale uno. Certo è che sono riusciti a dimostrarne l’efficacia alle elezioni politiche del 2018, quando hanno portato a casa il 33% dei suffragi, facendo entrare in Parlamento una schiera di incompetenti (tra pochissimi altri di valore), come si dice, o scappati di casa, a partire dai capi di allora, che stanno venendo oggi miseramente inghiottiti dall’oblio. Come si meritano, secondo legge di natura.

Esperti nei processi di falsificazione del dato, oggi, attraverso il loro capo, il più volte da me nominato avvocaticchio, riescono perfino a convincere qualche giornalista televisivo (cf. Tg2 Post) di avere vinto alle ultime elezioni con il 15% dei consensi, perché paragonano tale numero alle percentuali dei sondaggi di qualche mese prima, che li davano al 8/10% al massimo, evitando di ricordare che la comparazione andrebbe fatta con il 33% raggiunto nel 2018. Si capisce bene che molti elettori 5S del 2018 sono passati a Meloni, ma ciò è stato dovuto alla confusione ideologica del Movimento di cinque anni fa, i cui capi sostenevano di non essere né di destra né di sinistra (!!!). Onestà intellettuale, comunque, a zero virgola uno.

Torno a Meloni e alla “sinistra” (la cui dizione ora virgoletto). Non aggiungo se non che, nell’interesse della Patria (a me è sempre piaciuto questo “Nome” nobile della terra in cui viviamo, chiamandola in questo modo “da sinistra”, e così evitando di lasciarne il monopolio proprio a Meloni) Italia, spero che il nuovo Governo operi bene e che l’opposizione si muova nel merito delle critiche in modo costruttivo.

Su questo, la sinistra vera, quella che mi ostino ancora a credere sia ancora (nonostante tutto) presente nel Partito Democratico, vigili (congiuntivo esortativo) sapendosi rinnovare con la ripresa di un dialogo vero con la società civile, con l’economia, con la cultura, con gli uomini e donne tutti (e senza schwa, ah ah ah!).

Madame Boone non dica sciocchezze… e bravi Draghi, Mattarella e Meloni. Viva l’Italia!

La ministra francese Laurence Boone ha alzato il ditino per ammonire la nuova maggioranza italiana a “non toccare i diritti”.

La Liberté di Eugene Delacroix

Cito alla lettera: “Vogliamo lavorare con Roma ma vigileremo su rispetto diritti e libertà“. Lo dice – in un’intervista a Repubblica – Laurence Boone, nuova ministra per gli Affari europei del governo francese, per la quale “è importante che il governo Meloni resti nel fronte europeo contro Mosca e in favore delle sanzioni“.   

Rispetteremo la scelta democratica degli italiani – afferma- L’Europa deve rimanere unita, in particolare nell’affrontare la guerra che la Russia ha dichiarato in Ucraina, con le sanzioni che abbiamo adottato. Su questo punto, Meloni ha espresso chiaramente il suo sostegno a ciò che l’Europa sta facendo. Dopodiché è chiaro che abbiamo delle divergenze. Saremo molto attenti al rispetto dei valori e delle regole dello Stato di diritto. L’Ue ha già dimostrato di essere vigile nei confronti di altri Paesi come l’Ungheria e la Polonia“.   

Napoleone Boone ha detto, augh. Arrogante signora! “Vigileremo…”, dice lei, poi dirò io.

Primariamente, mi fa incazzare TUTTO dell’intervento della maestrina Boone, TUTTO, toni e testo. Se avessi l’indirizzo della donna (ma confido nella potenza del web, che arriva ovunque come uno “spirito santo” tecnologico) le invierei questo testo con l’immagine del quadro di Delacroix, che il grande pittore francese dipinse per rappresentare il valore principale della Grande Revolution, la Libertè, che assieme all’Egalitè e alla Fraternité segnò con forza quel cambiamento radicale, essenziale per la storia dell’Europa e del mondo. Noi siamo nel mondo che la Rivoluzione Francese ha contribuito a costruire, e crediamo nei valori di questo mondo, cara Boone!

Ha ragion d’essere che io pubblichi qui sopra il dipinto di Delacroix, benedetta donna!

E’ offensivo che lei ritenga opportuno farci questa raccomandazione. Offensivo per la raccomandazione in sé, e offensivo per il modo con cui la fa.

E’ una raccomandazione superflua e pertanto inutile, ed è una raccomandazione top-down, che presuppone una superiorità della Francia sull’Italia, per quanto riguarda lo spirito democratico e di rispetto dei diritti civili e sociali fondamentali, e pertanto è offensiva.

Il superioriy complex che traspare dalle frasi della Boone è insopportabile.

La Francia ha queste caratteristiche e questi problemi. Anche la lingua francese presenta una certa allure da primadonna. Sempre elegante, ma fastidiosa, talvolta, quando si inflette in gorgoglii e piccole raucedini da pronunzia fricativa delle consonanti liquide.

La Boone la rappresenta benissimo, la Francia, peraltro come il presidente Macron, bellino, educato, ricco, fortunato, potente. Forse un po’ solo.

E vengo alla breve lezioncina di storia per la Boone.

Se lei ritiene di “vigilare” sul rispetto dei diritti in Italia, siccome noi Italiani non “abbiamo l’anello al naso”, come per quasi due secoli i Francesi hanno pensato degli Africani e degli Indocinesi, devo ricordarle ciò che hanno fatto i militari francesi nelle “colonie”, appunto, in Vietnam, nell’Africa Equatoriale, Mali, Niger…, in Algeria?

Devo ricordarle i massacri di indigeni, cioè di abitanti autoctoni di quelle terre? Il loro sfruttamento economico e sociale? Devo ricordarle quanto recenti sono stati i processi di liberazione nazionale di quelle Nazioni?

Vogliamo ricordare ciò che ha fatto in anni recenti il presidente Sarkozy in Libia per impedire che l’Italia avesse un rapporto più proficuo con la Libia?

Non mi si risponda che anche gli Italiani non sono stati “brava gente” in guerra e nelle politiche coloniali. Conosco bene ciò che hanno fatto il maresciallo Rodolfo Graziani (uno che sarebbe stato meritevole di fucilazione) in Africa, o il generale Alessandro Pirzio Biroli (sotto il quale combatté mio papà, che assistette alle stragi, inerme e triste, come mi raccontò, avendo dovuto lui stesso uccidere, da lontano con la mitragliatrice, e all’arma bianca in una occasione quando fu aggredito mentre montava di guardia, non mi seppe mai dire se da un serbo cetnico o da un serbo titino) nei Balcani e mi fermo qui, e non per mancanza di nomi di capi militari criminali da citare.

Non facciamo gare tra chi ha commesso più abominii anti umani: la Francia comunque quantitativamente ne ha compiuti di più. Torniamo ai diritti.

E dico alla signora Boone: si studi la Costituzione della Repubblica Italiana e avrà la risposta ai suoi dubbi. NON tema che gli anticorpi democratici ITALIANI non vigileranno a sufficienza sul rispetto dei diritti, anzi lo faranno ad abundantiam, senza che lei si periti di alzare il suo ditino di laureata della Sorbonne o della L’École nationale d’administration.

Ho nostalgia di Tristan Tzara, di André Breton, di Louis Aragon, di Paul Eluard, di Antonin Artaud e di Guillaume Apollinaire, di Lev Davidovic Trotszki, di Aleksandr Blok, di Vladimir Majakovski, di Carl G. Jung, del surrealismo, di dada (perfino dei New Dada di Maurizio Arcieri, quello di “Cinque minuti e un jet partirà…”), di Giorgio Gaber, di Paolo Conte (e non confondiamo i “conte”, parbleu!), di Enzo Jannacci e perfino di Brigitte Bardot, mentre sono costretto a subire (spero sempre meno) una Michela Murgia, una Conchita De Gregorio, una Rula Jebreal, una Laura Boldrini, una Greta Thumbèri (scrivo il cognome come si pronunzia), una Monica Cirinnà, uno Zan, grazieadio questi due ultimi “archiviati”, duole un po’ dirlo, ma non tanto, da Meloni, un Gad Lerner, un Moni Ovadia, il pacista incomprensibile, un Roberto Saviano, quello che lucra una rendita di posizione da anni, un Damiano dei Maneskin, e un Fabio Fazio…, nipotini di una sinistra piccolo borghese, dello schwa, della scuola dell’infanzia obbligatoria dai tre anni (ahi ahi, Letta!) dove si vorrebbe cominciare a parlare di LGBT, per proseguire alle elementari, e di altre amenità apparentemente segni di libertà, ma in realtà manifesti di un nuovo conformismo scolorito, noioso e incolto

Rivendico lo spazio mentale politico e culturale di una sinistra, di un socialismo democratico che possa fare a meno dell’elenco di persone che ho citato nella seconda parte del titolo, recuperando le figure elencate nelle prima parte.

Tristan Tzara

Da anni mi annoio ascoltando e leggendo parole e testi di persone che si collocano “a sinistra” nello schieramento cultural-politico italiano, ma in realtà sono esempi di mero snobismo chiccoso.

Non ho nulla da condividere con l’elenco delle persone collocate “a sinistra” nel titolo.

Ho tutto da condividere con i lavoratori, gli imprenditori, gli studenti, i colleghi che conosco e con i quali collaboro e con-vivo nel lavoro e nella cultura.

…e con gli artisti e gli studiosi del primo elenco, che forse piacciono individualmente a quelli/ e del secondo elenco, ma ciò non basta, non vi è la proprietà transitiva. Un esempio: se a Cirinnà piace Breton, non è detto che siccome a me interessa Breton, mi piaccia Cirinnà. Chiaro?

Mi fermo qui, perché l’articolo è tutto o quasi nel titolone, la cui struttura mi convince sempre più.

Il cambiamento vive nella permanenza, come insegnavano Platone e Aristotele, che seppero sintetizzare il pensiero opposto di Parmenide di Elea e di Eraclito di Samo, per dire che nulla è fermo, perché è impermanente, ma nulla scompare, perché è eterno. Una contraddizione apparente…, perché spesso nell’attuale politica italiana si osserva l’immobilità “parmenidea” assieme alle contraddizioni reomatiche “eraclitee” dei più, basti osservare il “voltagabbanismo” osceno di un Conte, quello che sarebbe “de sinistra”, però amato da The Donald (Trump), di cui ambiguamente accolse il ministro Barr offrendogli il contatto diretto con i nostri servizi segreti, e altrettanto ambiguamente fece girare per l’Italia centinaia di militari russi venuti ufficialmente per aiutarci in tempo di Covid, …e dunque che sinistra è quella del dandy foggiano? Aaah, eraclitea, certo! Le società economico-industriali e commerciali “benefit”, ad esempio, potrebbero essere una delle cure per la “guarigione” della politica. Se questo schema morale ed operativo fosse già presente nella politica e nella società, non saremmo qui a discutere di elezioni dove si fronteggiano schieramenti politici guidati da mediocrissimi (Conte e Salvini che, quando lo sento parlare di 30 miliardi di euro come se fossero bruscoli di segatura, gli chiederei se si rende conto di ciò che sta parlando), e da mediocri (Letta e Meloni), ma sosterremmo il lavoro prezioso del Presidente Draghi che quei quattro, con diverse responsabilità, hanno cacciato

La vulgata filosofica del cosiddetto “liceo” americano, ove si studi qualche filosofema greco antico, spiega come Parmenide di Elea, con il suo concetto di Essere rotondo e immutabile, contrasti il Fluire (divenire) eracliteo dell’acqua, sempre diversa, sotto il medesimo ponte, che è lo stesso, invece.

La vulgata, appunto, perché i due concetti, dell’essere e del divenire, non sono così in contrasto, poiché danno del mondo due prospettive, entrambe plausibili. Non dico “vere”, perché il discorso sulla verità è un altro, e non lo si può fare semplificando troppo il discorso stesso.

Nel titolo ho citato i due “Magni” di Grecia, poiché loro sono riusciti a “mettere d’accordo” la contrapposizione tra essere e divenire, fra Parmenide ed Eraclito. In quale modo? Platone proponendo il concetto di Idea e di Sommo bene, che comunque si possono concepire solo operando nella vita, e quindi attingendo all’Idea, che è stabile, tramite un movimento; Aristotele proponendo il movimento intrinseco che si dà fra Potenza e Atto, cioè tra ciò che esiste in quanto ente provvisto di potenzialità di sviluppo, e l’ente che si dà quando questo potenziale è stato attuato.

Pertanto, tutto è movimento secondo natura, ma verso un fine, che si raggiunge superando ostacoli e obiettivi, o scopi, intermedi.

Anche le piante, gli animali, di cui facciamo parte in toto, con l’aggiunta della coscienza responsabile. Tutto è in movimento secondo natura.

Anche la politica, che però subisce molti intoppi, rallentamenti, arretramenti, sconfitte. Ed è questo che voglio sottolineare. La politica di oggi ha raggiunto un livello di mediocrità impressionante e pericolosa.

Se vogliamo applicare lo schema eracliteo-parmenideo, la politica di oggi non ha né la solidità dell’essere parmenideo, né la fluidità del divenire eracliteo.

Fuor di metafora, se la paragono alla possanza dell’essere, mi sembra che la fragilità della politica, sia nel suo esprimersi sia nel suo (per modo di dire) agire rappresenti ciò che di più distante non si può immaginare da un essere-della-politica che sia men che lontanamente paragonabile a quella di un Churchill (che mai mi è stato simpatico), o di un De Gasperi, o anche solo a quella di un Moro, di un Craxi, di un Berlinguer.

Mi si potrebbe obiettare che i tempi dei sopra citati erano tempi tragici (la Seconda Guerra Mondiale e le sue conseguenze), quelli dei primi due, e drammatici (terrorismo di sinistra e stragismo di destra e dei servizi deviati) quelli dei secondi tre, mentre i tempi della politica attuale sono certamente drammatici e difficili (pandemia e aggressione russa all’Ucraina), ma l’obiezione si auto… obietta, poiché proprio per queste ragioni avremmo bisogno di figure della politica di un livello ben più alto di quello che esprimono, ad esempio, Salvini e Conte, per me i due peggiori della combriccola. Ma anche gli altri non stanno molto bene, i Berlusconi, i Tajani, i Letta, i Renzi, i Calenda, pur se gli ultimi due capiscono qualcosa di più, mi pare. Taccio di altri ancora, patriae caritate.

Perché questa mediocritas, che aurea non è? Quali le ragioni? Quali i motivi? Quali? Certo è che il popolo, in democrazia, quando si vota a suffragio universale, ha i parlamenti e i governi che vota, e che quindi si… merita.

Certo è che la selezione del personale politico, da almeno una trentina d’anni, si produce senza la preparazione in uso nei decenni precedenti, quando le forze politiche avevano una struttura che cresceva qualitativamente nel tempo.

La tv commerciale e lo sviluppo della telematica con internet e con il web hanno favorito un cambiamento radicale nelle comunicazioni interpersonali e sociali. Le persone sono cambiate e il modo di fare politica è cambiato. La democrazia della comunicazione ha prodotto il risultato che qualsiasi idea, espressione, giudizio, persona hanno potuto avere una visibilità impossibile qualche anno prima, quando quelle idee, espressioni, giudizi e persone sarebbero rimaste a disposizione del bar Sport o del negozio della parrucchiera, con tutto il rispetto per l’uno e l’altro luogo di socializzazione secondaria, se quello primario è la famiglia.

Come avrebbe potuto in un mondo del secolo precedente, uscire dal nulla, all’improvviso, un qualsiasi avvocato commerciale foggiano che lavora a Roma, e diventare capo del governo, oppure un venditore di bibite dello Stadio San Paolo, prima capo di un partito e poi ministro degli esteri, senza conoscere neanche primi rudimenti di inglese, senza conoscenze storiche etc., oppure, ancora, un frequentatore comunista junior del Centro sociale Leoncavallo e diventare il segretario del partito del Nord, ascoltato e sopportato da gente più valida di lui, partito che comunque non è riuscito a diventare un partito nazionale. Ma, soprattutto, come avrebbe potuto un uomo delle televisioni diventare decisivo nella politica italiana per trent’anni?

Lascio perdere la sinistra, che non ha capi degni di questi nome da almeno un quindicennio, dal 2008, quando il PD di Veltroni prese il 33% dei voti e subito dopo quel segretario si dimise, perché lì non sopportavano il suo successo signori della Prima repubblica come D’Alema e altri nostalgici, falsi riformisti.

Forse queste domande sono sbagliate, e non fanno i conti né con Eraclito né con Parmenide. Provo a raddrizzarle, e non è facile.

Bisogna certamente chiedersi la ragione per cui in questi ultimi due o tre decenni hanno potuto emergere in politica i soggetti citati sopra o, meglio, che cosa ci si deve attendere dalla politica oggi.

Ecco: acquisiti, almeno da noi, lo stato di diritto, le libertà civili e sociali, occorre rivolgere lo sguardo più lontano e più in profondo, come insegnava, inascoltato dai più, il caro Alexander Langer. Occorre guardare le cose dulcius, profundius et suavius, studiando e operando secondo un’Etica del fine dove ognuno ha un ruolo e nessuno può starsene fuori.

Ad esempio, nel mio ambito di studio e di lavoro, occuparmi del fatto che le imprese dove lavora la maggioranza degli Italiani, siano sempre più aziende eticamente fondate, capaci di lavorare non solo per il business, che comunque è la conditio sine qua non per procedere, ma anche per la coesione sociale e per diventare benefit.

L’economia e la politica, in questo senso, si sosterrebbero a vicenda nella costruzione di un reticolo sociale armonioso e fondato su un’etica della vita umana e sociale capaci di pensare un futuro solidale e nel contempo produttivo.

Le Società Benefit (SB) rappresentano un’evoluzione del concetto stesso di azienda: integrano nel proprio oggetto sociale, oltre agli obiettivi di profitto, lo scopo di avere un impatto positivo sulla società e sulla biosfera.

Anche da questo progetto può essere alimentata la buona politica, poiché il personale politico attuale non potrà bastare a reggere il confronto con una società che sarà più avanti, lavorando più in profondo, non solo nell’economia, ma anche nel cuore delle persone.

Riprendo la chiusura del titolo: se questo schema morale ed operativo fosse già presente nella politica e nella società, non saremmo qui a discutere di elezioni politiche dove si fronteggiano schieramenti politici guidati da mediocrissimi (Conte e Salvini) e da mediocri (Letta e Meloni), ma sosterremmo il lavoro prezioso del Presidente Draghi che quei quattro, con diverse responsabilità, hanno cacciato.

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