Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il profumo dei tigli

20160530_204106Caro lettore,

ieri pomeriggio ho sentito di nuovo il profumo dei tigli in fiore, e mi ha ricordato giovinezze antiche. I tigli della piazza del Paese dove sono nato, Rivignano, e dove si indugiava quasi fino a notte in conversari acerbi e appassionati. Nomi di amici del tempo ancora a me presenti, alcuni non li vedo quasi da allora, altri qualche volta.

Erano tempi ed erano sogni, che ognuno portava nel cuore, condividendoli in parte, ma con pudore, quasi una timidezza, tipica del non-osare pensare tanto in grande, come da cultura furlana. “Sta tal trop“, cioè “stai nel gruppo“, nel senso di “non distinguerti molto” (ché può essere pericoloso, retro-pensiero del parlante anziano), usava sentirsi dire se mai si aveva il coraggio di accennare a progetti “grandi”, che prevedessero l’uscita dal Paese, studi universitari, cose che non appartenevano alla tradizione atavica di evitar perfino di pensare a qualsiasi forma di ascesa e di affrancamento sociale. Ricordo che ero uno dei tre che frequentavano il Liceo Classico, e ciò suscitava mormorii e pensieri critici: “Cemut ise, il fi di Piereto, c’al lavore in Gjermanie in gjave di piere, al Liceu?, cioè “Com’è, il figlio di Piero, che lavora in cava di pietra in Germania, al Liceo?”. Eh, certamente, io, secondo il comune sentire e un certo social silenzioso consenso, avrei dovuto, tuttalpiù, studiare da operaio specializzato. Ricordo ancora di aver suscitato rispetto oltre le perplessità, solo quando -iscrittomi all’università- andavo a lavorare come operaio a Udine prima e a Manzano e Corno di Rosazzo, poi. Ahhh, sentivo dire, “A si manten ai studis“, vale a dire “si mantiene agli studi”. Moralismo subalterno insopportabile della nostra antropologia furlana.

Ricordo che sopportavo con fastidio questo sentimento paesano, gretto, chiuso, geloso, sintetizzato così, ogni tanto “Ma che lì, cui sa cui c’al crôt di iessi“, “Ma quello, chissà chi crede di essere”, e così via. E ricordo, sempre, come un mantra o un’anafora retorica, che il sentimento cambiò quando cominciarono a leggermi sui giornali e a vedermi in tv: allora molti erano onorati di bere un bicchiere di Tocai con me. Coglioni. Sempre quello ero, semplice e complesso, povero di risorse economiche e ricco di idee e pensieri, collerico e umile, sempre quello che non contava un c., e anche dopo, quando contavo qualcosa, nella dialettica sociale o in qualche grande azienda. Coglioni.

Erano tempi ed erano segni

e qui di seguito, ringraziando l’amico filosofo Francesco Ferrari, fine esegeta di Martin Buber, aggiungo un brano del pensatore austro-ebreo da lui proposto, che c’entra molto con la mia breve biografia di sopra:

“Ognuno di noi è chiuso in una corazza, la cui funzione è di difenderci dai segni. Ininterrottamente ci accadono segni, vivere vuol dire essere appellati, occorrerebbe solo essere pronti, solo percepire. Ma per noi il rischio è troppo alto, tuoni silenziosi sembrano minacciarci di annientamento, e di generazione in generazione, perfezioniamo il sistema di difesa. Tutta la nostra scienza ci rassicura: “Stai tranquillo, tutto succede come deve succedere, ma nulla è rivolto a te, non si tratta di te, questo è appunto il “mondo”: puoi sperimentarlo come vuoi nella vita, qualsiasi cosa tu faccia dipende solo da te, non ti si chiede nulla, tutto è silenzioso”.

Ognuno di noi è chiuso in una corazza che presto per via dell’abitudine non avvertiamo più. Solo rari istanti riescono a penetrarla e a risvegliare l’anima alla ricettività. E quando ci è toccato qualcosa di simile e lo notiamo, ci chiediamo: “Che cos’è successo di così speciale? Non era dello stesso genere di cose che incontro tutti i giorni?”, allora possiamo risponderci: “Certo, nulla di speciale, è così tutti i giorni, soltanto che noi non ‘ci siamo’ tutti i giorni”.

I segni dell’appello non solo qualcosa di straordinario, qualcosa che esca dall’ordine delle cose, sono semplicemente ciò che succede sempre, sono proprio ciò che comunque succede: con l’appello non si aggiunge nulla. Le onde dell’etere spumeggiano sempre, ma per lo più abbiamo staccato i ricevitori.

Ciò che mi capita, è l’appello rivolto a me. In quanto è ciò che mi capita, l’accadere del mondo è appello rivolto a me. Solo sterilizzandolo, privandolo del suo nucleo di appello, posso comprendere ciò che mi capita come parte di un accadere del mondo che non mi riguarda. Il sistema coerente, sterilizzato, in cui basta solo che tutto ciò si inserisca, è opera titanica dell’umanità. …

La vera fede – se posso chiamare così il predisporsi e il mettersi in ascolto – incomincia là dove il consultare cessa, dove si dilegua. Ciò che mi capita mi dice qualcosa, ma cosa sia ciò che mi dice non mi può essere svelato da nessun’arte segreta, poiché non è mai stato detto prima e non è formato da suoni che siano stati pronunciati altre volte. È impossibile da interpretare e da tradurre, non me lo si può spiegare, non è affatto un ‘qualcosa’: è stato detto dentro la mia vita, non è un’esperienza, che si lascia ricordare indipendentemente dalla situazione, rimane sempre l’appello di quell’attimo, non isolabile, rimane la domanda di uno che interroga, che pretende risposta.”

(M. Buber, Dialogo (1930), in: Id., Il principio dialogo e altri saggi, San Paolo, Cinisello Balsamo 1993, p. 195-197)

 

La mia vita ha cercato e cerca sempre di essere nell’autenticità dell’appello ad essere quello che sono. Sogni e segni si dileguano solo apparentemente, perché tutto quello che càpita è per sempre. Faccio fatica, a volte, a sopportare le falsità, gli infingimenti, i trucchi furbeschi e volgari di molti che pensano di essere intelligenti, e invece sono solo furbi. C’è, per la verità, anche un’intelligenza furbesca, ma non è mai profonda, e soprattutto è spesso immorale, se non a-morale, se vogliamo dar peso anche alle neuroscienze, com’è saggio fare.

Il profumo dei tigli è un ricordo nel cuore e memoria nella mente, è costitutivo della mia anima spirituale e dell’intero mio essere, eternamente grato a chi mi ha voluto e mi vuole bene, e anche agli altri, che mi hanno fatto capire l’intrico intrigante del mondo, e il suo lento cammino.

Come non gestire il personale

fordismoA guisa di Achille Starace, nomen omen, Francesco, amministratore delegato di ENEL, alla LUISS di Roma lo scorso aprile. Anzi peggio, perché Achille era un omino fascista fanatizzato (cf. De Felice), mentre Francesco è un “intellettuale” dei nostri tempi.

Eccolo: “Bisogna distruggere fisicamente i centri di potere che si vuole cambiare”…“Creare malessere all’interno di questi”, e poi “Colpire le persone opposte al cambiamento, nella maniera più plateale possibile, sicché da ispirare paura”.

Alla domanda di uno studente che chiedeva: “Qual è la ricetta di successo del cambiamento in un’organizzazione come Enel?”, Starace ha risposto così come sopra. Caro studente, sai che non esistono ricette?

E soprattutto non si migliora facendo paura, creando malessere, fidelizzando pochi contro molti e punendo crudamente gli oppositori. So che le idee di Starace sono abbastanza diffuse fra alcuni manager. Ma non tra i più, almeno spero.
Non condivido una parola di questa violenza di fatto, assolutamente contrastante con l’intelligenza e con la relazione tra le persone, fondamento di ogni organizzazione. Ecco l’intervento integrale tratto dal web (suggerimento dell’amico Franco):

Per cambiare un’organizzazione ci vuole un gruppo sufficiente di persone convinte di questo cambiamento, non è necessario sia la maggioranza, basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e bisogna distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando ad essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno dell’organizzazione dei gangli che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e la cosa va fatta nella maniera più plateale e manifesta possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta in fretta, con decisione e senza nessuna requie, e dopo pochi mesi l’organizzazione capisce perchè alla gente non piace soffrire. Quando capiscono che la strada è un’altra, tutto sommato si convincono miracolosamente e vanno tutti lì. È facile”.

Questa cultura manageriale è spaventosa, strumentale, irrispettosa e mobbizzatrice, fredda, che non tiene in nessun conto la dignità e l’unicità irriducibile di ogni persona, di ogni lavoratore.

Il mondo è cambiato dai tempi della cultura meramente padronale, vi sono stati momenti profetici ancora mezzo secolo fa con Adriano Olivetti, e oggi vi sono aziende come alcune che conosco e frequento, e anche tra le più importanti aziende americane del high tech odierne, da Facebook a Google.

Grazie a Dio sono in condizione in molte interessanti situazioni di operare diversamente da quello che insegna Starace, proprio all’opposto.

Fratello laico, “Marco” Giacinto da Teramo, angelo necessario

IMG-20160518-WA0004Come sempre, quando qualcuno muore, si tessono lodi e si intonano salmi e peana. Anche stavolta, un profluvio di interviste, articolesse, elzeviri su Marco da Teramo, “eroe civile”, e altri sintagmi spreconi. E insopportabili laudationes post mortem.

In questa congerie di noiosissimi prevedibilissimi scritti, ricordo soprattutto un aspetto: Pannella, uomo testardo, arrogante, perfin superbo e vanesio della sua figura, voce bellissima, intelligenza e cultura non poco affilate, si è occupato della res publica con generosità e disinteresse personale, quasi solo, o in compagnia di assai pochi, in un contesto di interessi intrecciati e di roboanti proclami democratici raramente rispondenti alle reali intenzioni dei parlanti o bofonchianti proposte politiche e amministratori.

Un altro suo merito, in mezzo a svarioni macroscopici (come la candidatura di quel vigliacco di Toni Negri), è stato quello di sottolineare l’importanza dell’individuo/ persona, in un mezzo secolo in cui contava, a destra-sinistra-centro quasi solamente il “collettivo”, fosse nazione, classe o comunità.

Liberale e libertario, ha recuperato tra John Locke e un afflato teologico cristiano mai dimenticato, la nozione dell’unicità di ciascuno, tra i molti, della sua dignità irriducibile e dei diritti correlati a questo valore fondativo, ma quasi come un “angelo laico”, necessario a segnalare l’ottundimento di ogni clericalismo, compreso quello comunista.

Non ho condiviso alcune sue battaglie, come quella sull’eutanasia, ma molto quelle sulla fame, sulla distribuzione dei beni, sul diritto alla conoscenza, per lo stato di diritto, per la giustizia giusta, unico a difendere Enzo Tortora quando magistratura e stampa lo crocifiggevano, innocente, contro la pena di morte, per i diritti umani dei carcerati, per l’esilio di Saddam Hussein ad bellum vitandum, inascoltato, asceta e mistico a modo suo, quasi un frate laico, capace di peccare e di credere, protestante e luterano in corde, però non pessimista, ma realista sulla natura umana, forse lettore delle agostiniane Retractationes, ultimo pensiero del vecchio vescovo-filosofo.

Il suo tempo, come amava dire, non era quello della politica spicciola, ma, un poco presuntuosamente, quello della storia, delle sue lunghe derive, ampie come l’onda oceanica che si spegne dentro la baia di San Francisco lambendo Alcatraz. Aveva ragione.

Sui diritti civili ha combattuto battaglie aspre, corpore vili animaque, forse non spiegando sempre bene, ed era nelle sue corde, che divorzio e aborto sono due mali, due dolori, non solo questioni da regolamentare con la legge. In qualche occasione lo ha detto, e chiaramente, a differenza di ciò che fanno i rètori dei diritti su tutto e a tutti i costi, quelli che scambiano i loro desideri e a volte i loro capricci per diritti (cf. Vendola e c.).

Lo ricordo con l’immagine di un selvatico carpita nel Parco delle Risorgive, in quel di Codroipo, qualche dì orsono, perché mi ricorda la sua selvatichezza naturale, la sua verità.

petaloso

petalosoSembra che il piccolo Matteo forlivese, lodato dagli austeri Cruscanti, non sia il primo “autore” del tenero lemma, perché qualcuno lo ha trovato in un trattato di botanica del 1693. Anch’io ho inventato un neologismo qualche anno fa: “bambazza”, che voleva essere la crasi tra bambina e ragazza, un  essere incerto, dunque, a metà strada tra le due età, un essere che conservava aspetti in via di superamento, ma che faceva trasparire le novità di un nuovo stato, di una nuova modalità umana, espressiva ed estetica. Petaloso, dove il suffisso “oso” è perfetto come aggettivo.

Beatrice mi fa notare, scherzando, che il campione nazionale di invenzioni neologistiche è Luca Giurato, impagabile paperista e naturalissimo autore di esilaranti gag.

Sappiamo che il linguaggio umano, declinato nelle varie lingue e idiomi, è in continua evoluzione, dinamicamente teso a rappresentare il flusso della vita concreta, nella storia. Così si avviano ad esistere, ad arricchirsi e infine anche, in qualche caso, a declinare, per ragioni varie, plurime, complesse. Pensiamo al greco e al latino classici, che furono nel Mediterraneo quello e di più di ciò che oggi è l’inglese, una lingua comune, costituendo poi il nucleo originario delle lingue romanze, e in parte anche di quelle germaniche e slave.

Per questo è importante apprezzare le novità, ma vigilare e curare il patrimonio straordinario delle lingue che i nostri avi, nel corso della storia, ci hanno lasciato, apprezzando con il giusto orgoglio particolarmente la lingua nazionale, l’italiano, dal suono armonioso e ricco di un vocabolario sterminato, atto a rappresentare infinite sfumature di senso e significato, dovizioso di sinonimi e di altri modelli significanti, adatto ad ogni tipo di linguaggio, da quello poetico a quello narrativo, da quello tecnico a quello simbolico, fonte di metafore e traslati di ogni genere e specie. Molto più ricco dell’onnipresente inglese, che dilaga anche quando non necessario, in tutti gli ambienti. Vi è perfino chi sostiene che dovremmo adottarlo come lingua didattica, per insegnare, in Italia, le varie discipline. Mi sembra una stupida follia.

Accogliamo, o ri-accogliamo anche “petaloso” nel novero sterminato delle espressioni linguistiche, difendendo nel contempo la varietà dei modi verbali, che rappresentano ogni storia, ogni emozione, ogni pensiero che si trasforma in qualcosa di trasmissibile, condivisibile, in vita.

Una volta tanto lasciamo perdere spread, jobs act, trendy et similia anglofila, mehercules!

L’Eco di Umberto

Umberto Eco…è notevole, caro lettore, e meritato. Quello che ancora una volta, come in altri casi, mi disturba è il bailamme mediatico, spesso corrivo e generico, come controcanto.  Eco è stato un grande personaggio della cultura italiana, più massmediologo che filosofo, più scrittore che pensatore. Ha scritto libri e saggi importanti, e ha anche contribuito a implementare, suo malgrado, la più inutile delle facoltà universitarie, quella di Scienze della comunicazione.

Stamani ho seguito per i tg ipermattutini qualche stralcio dei funerali tenutisi ieri laicamente nel cortile del Castello Sforzesco di Milano. Il cronista parlava di folle inverosimili di… un migliaio di persone, non di più di quante parteciparono un anno fa ai funerali del mio buon amico Roberto Zanini a Redenzicco, sperduto borgo friulano di cento anime sulle rive del nostro grande Fiume.

E poi di discorsi, scontati, melensi, celebrativi, eccezion fatta per la testimonianza del nipote Emanuele che ha ricordato il nonno in modo intenso “…come quando facevamo insieme le parole crociate“.

Il sindaco Pisapia, invece, fascia tricolore, non ha nominato una volta Eco come gloria dell’Italia, ma come vanto per “il paese”. Sembra  proprio che il nome della nostra Patria faccia schifo ai radical chic, di cui la piazza era piena, molto diversamente dal funerale di Redenzicco.

Ma ciò che mi ha veramente stancato e annoiato è stato il ricordo di Moni Ovadia, che ha deliziato i presenti con un apologo yiddish a suo tempo raccontatogli da Eco stesso (?) che qui non riferisco per non far addormentare il mio ospite gradito lettore. L’ambiente era quello ebraico, kabbalistico della Mitteleuropa, l’argomento e le conclusioni in grado divertire solo chi lo ha raccontato. Infatti non ho percepito dalla “folla” un grande apprezzamento per il sottile umorismo del sopra valutatissimo cantore.

Non so se Eco avrebbe apprezzato, forse sì, con il suo understatement ironico, ma riso, forse, solo a fior di labbra.

Riposa in pace fratello filosofo.

La donna selvatica

ICONA_VenereBotticelliCaro lettor serale,

la madre è il primo dei due genitori naturali nella procreazione umana, perché, non solo accoglie il seme maschile e lo sviluppa in utero a partire dalla cellula zigotica e fino alla nascita del figlio, ma durante la gravidanza condivide ogni processo biologico con il nuovo essere donandogli a livello cellulare i tessuti mitocondriali. Perciò la madre è, se si può dire, sotto il profilo biologico, il genitore primario, non il genitore 1 come vuole la nuova burocrazia politicamente corretta.

Non so che tipo di madre possa essere quella che affitta il suo utero a due omosessuali, che vogliono comprare un figlio, ai quali  lo deve cedere perché pagata solo per la gestazione. Mi sembra mostruoso. Su questo, mi sto chiedendo dove sono finite le femministe, che giustamente rivendicavano autonomia e dignità per sottrarsi al potere maschile?

In questi tempi confusi, in cui la normale logica e il buon senso sembrano fare a pugni con le urla dei fanatici dei diritti uguali per tutti, ritengo importante, forse fondamentale, recuperare il valore e la figura della donna selvatica, pre-femminista e naturale, la donna del bosco. Questa femmina può essere il baluardo insuperabile per coloro che vogliono massificare tutto, il sesso, il genere, la paternità e la maternità, confondendoli in un micidiale e ottuso pot pourrì. Ne conosco e non mi sono lontane.

Le donne hanno conquistato da noi (non in tutto il mondo, si sa) parità formali di diritti, anche se ancora non di fatto, mostrando capacità non inferiori ai maschi ovunque si sono cimentate, ma queste conquiste hanno portato con loro un seme malato, quello di un’imitazione innaturale del maschio, trascinando in un vortice irragionevole la questione dei diritti, separata da un’analisi seria e profonda delle differenze oggettive che distinguono i maschi dalle femmine umane.

Bene, non solo sono lieto che le donne stiano pareggiando e anche oltrepassando i maschi in molte professioni, ma sono anche convinto di una certa superiorità e raffinatezza dell’animale umano femmina rispetto all’animale umano maschio. Riscontro, però, un rischio, quello di una omogeneizzazione al ribasso: più si cerca di imitare la figura vincente, il Signore, direbbe Hegel, più si rischia di impoverire la propria differente natura. Quando la donna imita il maschio rischia di diventare ridicola.

E’ per questo che rimpiango la donna selvatica, che è ancora presente, diffusa in molte plaghe del mondo, e anche delle nostre terre. Non è diversa da quelle “evolute”, e può essere culta e studiata come loro, ma è rimasta pura di spirito, limpida nella sguardo, forte e decisa nell’agire, priva di dietrologie o militanze fasulle.

Proprio ieri ho incontrato una donna “evoluta” in una grande azienda, e sono rimasto allibito, inorridito, ascoltandola. Mi auguro che nessun maschio, neanche il più meritevole di legnate, abbia a condividere spazi comuni con simile virago, orridamente perbene.

Come scrivo sopra, conosco invece e le chiamo all’adunata, molte donne selvatiche, che possono contrastare questa deriva corriva, neo-omologata, gregaria. Le donne selvatiche, anzi, la “donna selvatica” non se la fa raccontare da nessuno, pensa con la sua testa, non giustifica la propria pigrizia mentale con supposti irresistibili trend culturali, che sono tali solo perché la stampa, le tv e i media in generale tali li propongono. L’ho scritto anche qualche giorno fa: le maggioranze vere o supposte tali spesso hanno avuto e hanno torto marcio, perché la curva di Gauss non mente circa la distribuzione statistica delle persone pensanti e di quelle non pensanti. Infatti, la maggioranza delle persone non pensa usando la logica argomentativa, ma segue, ubbidisce altri, più o meno consciamente. E su questo, come su altri punti, ha ragione Nietzsche, che invita gli umani ad auto-trascendersi, a super-umanizzarsi, a non farsi ingannare dalle “vulgate” e, ai suoi tempi, perfino dal “cristianesimo trono e altare”, autoreferenziale e furbesco, oppressivo e anti-evangelico. Nietzsche ammirava e amava Gesù di Nazaret, ma non il clero.

Sta emergendo un nuovo “clero”, buonista e conformista, fatto di sedicenti progressisti e progressiste. Contro questa corporazione dotata di redazioni e di mezzi, e forse involontariamente, almeno in parte, asservita a lobby potenti e senza nome, richiamo il tempo della donna selvatica, autentica, bella e fiera del suo eterno femminino, della sua differente freschezza ed eterna capacità di dirsi tale, di dirsi donna e non ibrido, non depositaria solo di diritti, ma soprattutto di forza naturale e di coraggio guerresco, se serve. La donna selvatica può cedere a volte, può piangere, anche spesso, ma non si arrende, lei sa di essere sul versante giusto nella natura e della salute mentale, orgogliosa della propria solitudine in mezzo allo schiamazzo degli urlatori mediatizzati.

Richiamo al tempo la donna naturale, la selvatica Diana delle selve e dei boschi nostrani, l’Artemide della caccia e della lotta, notturna e solare nel contempo, capace di ogni gesto, perché crede -e sa- di essere in armonia con il mondo, con chi le sta di fronte, profetessa-che-parla-di-fronte al mondo, senza temere gli strali del mondo e della politica che va per la maggiore… idiozia.

Lei non ha maschere inutili, perché usa solo quelle necessarie per difendersi, non una di più, e usa il suo volto silvano intriso di pioggia leggera, quella lenta e continua sui sentieri silenziosi delle nostre montagne, e a volte ha lacrime confuse con la pioggia che viene a dissetare la terra, da cui lei stessa, la donna selvatica viene, terragna, concreta, che non cede, guardando sempre oltre, verso paesaggi infiniti.

La logica malata della retorica dei “diritti”

la logicaLa logica appartiene al lògos, alla ragione argomentante, tipica degli esseri umani.

Il termine deriva dal greco λόγος, cioè “parola”, “pensiero”, “idea”, “argomento”, “ragione”, da cui poi deriva λογική, logica, cioè lo studio della riflessione, del ragionamento, dell’argomentazione, che utilizza i cosiddetti procedimenti inferenziali o deduttivi (se ciò è quello che è, dipende da… e da…, in modo ordinato e…logico, appunto), al fine di chiarire e condividere le ragioni per cui possano essere considerati validi o meno i procedimenti del pensiero.

Se ne sono occupati i maggioro pensatori di ogni tempo, da Pitagora e Aristotele a Tommaso d’Aquino, da Descartes e Leibniz a Hume, da Kant a Hegel, fino a contemporanei come Hilbert e Kurt Gödel.

Se proviamo a utilizzare un sillogismo qualcosa comprendiamo della logica che deve assistere ogni asserzione razionale: facciamo l’esempio del cosiddetto “diritto all’adozione da parte di coppie gay”. Bisogna porre due premesse (una minore e una maggiore) per arrivare a una conclusione razionale che sia inoppugnabilmente inferita (dedotta) dalle due premesse. In questo caso, proprio per cercare di spiegare il procedimento, proviamo ad avvalorare la tesi dei sostenitori di questo tipo di adozione come diritto:

a) l’adozione di un figlio è sempre un diritto, b) il diritto è conseguire tutte-le-cose, c) adottare un figlio è un diritto e quindi è legittimo (in ogni caso).

Il sillogismo zoppica, e non poco, dove? nella seconda premessa b), perché non può essere vero che è un diritto “conseguire tutte le cose”, in quanto qualcuna o molte non è possibile ottenere, per varie ragioni, sia di ordine morale, sia di ordine giuridico o pratico. Nel caso di specie, se si vuole essere intellettualmente onesti, paragonare da un punto di vista ontologico, non di dignità morale e umana, beninteso, una coppia eterosessuale a una coppia omosessuale, dicendo che sono entità equivalenti è un nonsense logico e razionale, da cui si può invece dedurre abbastanza pacificamente che l’adozione del figlio nella coppia gay è quantomeno insensata.

La logica è un ausilio indispensabile per il pensiero umano di ogni giorno, oltre che necessario per la ricerca scientifica e per la matematica.

Pare, invece, che la logica non sia un sapere utile per chi fa politica, cui la logica come scienza sembra essere effettivamente una forma conoscitiva aliena. Di esempi ve ne sono a pacchi, ma l’ultimo, presente nel dibattito in corso in tema è clamoroso per la sua stupidità. I suoi sostenitori, quando si stancano di dire che è una questione di parità di diritti, confondendo il senso e significato del termine “diritto”, si richiamano al fatto che “in Europa ormai solo l’Italia è senza una normativa che consenta le adozioni per qualsiasi coppia comunque formata“, e pensano che questa considerazione sia convincente, perché sarebbe maggioritaria. Come si fa a sostenere che “avere un figlio” a qualsiasi costo e in qualsiasi modo (anche con l’utero in affitto) è un diritto, al pari del diritto alla vita, alla salute, all’istruzione, e non piuttosto un dono, una possibilità legata a condizioni, non di generico e spesso egoistico se non solipsistico desiderio, ma di equilibrio affettivo e psico-sociale della coppia umana educatrice? Forse che Elton John è un esempio da seguire? Ma andiamo.

Crollano miseramente su questi temi, non solo politichetti mediocri come Vendola, Rosato e Boldrini, ma anche fior di studiosi come i professori emeriti Zagrebelski e Rodotà. Non che oppositori come Gasparri, Salvini e Alfano siano dei validi logici, anzi, penso non sappiano neanche di ciò che si parla, se si citano inferenze e sillogismi.

Sul tema trasecolo. Embè? Anche se tutta l’Europa e il mondo ammette adozioni di ogni genere e specie, come si può dire dice che quel tipo di misura giuridica sia valida sotto il profilo etico, psico-pedagogico e socio-politico? Solo perché una maggioranza di stati europei la adotta? E’ una ragion sufficiente?, si chiederebbe Leibniz.

A me sembra proprio di no, ma piuttosto una scorciatoia propagandistica legata a convenienze che mi sfuggono, che, vestita di diritto civile, nasconde una terrificante debolezza logico-argomentativa e una certissima idiozia cognitiva.

la virtù di pazienza

pazienzaLa parola pazienza trae origine dal verbo latino patire, nonché dal verbo greco patheinsostantivo pathos, dolore corporale e spirituale.

La pazienza è una virtù atta a controllare le reazioni ad avversità o offese, dominando l’ira, la collera e possibili atti violenti o aggressivi verso altri. Essa permette di accettare anche disagi e dolore, difficoltà, molestie, conflitti, e perfino in qualche modo e misura la morte, dominando la dimensione emotiva e mantenendo forza e costanza nell’agire.

Oltre ad essere composta dalla fortezza, questa somma virtù comprende la costanza, la perseveranza, il rispetto, e perfino la tolleranza anche per chi non merita rispetto.

Il paziente poi è anche umile, ed è capace di aspettare, di mettersi in ascolto, di indulgere nei confronti di chi fa più fatica, ma senza spocchia, senza superbia, senza iattanza. In definitiva, chi è paziente è anche molto forte.

Secondo Tommaso d’Aquino, che mutua la dottrina su questa virtù da Aristotele e Gregorio Magno (l’ispiratore di San Benedetto e della sua Santa Regola), la pazienza è una delle virtù più magnanime e longanimi.

Nella dottrina cristiana la pazienza riesce a controllare l’angoscia, la depressione o accidia, l’amarezza provocata da inconvenienti, sfortune, dolori e rafforza la volontà di operare il bene.

Nelle Scritture troviamo riferimenti alla pazienza, come in Matteo 18, 23 e ss., in Paolo,  II Corinzi 12, 12; Tito 2, 2; Romani 3, 25 e altre; e in Pietro: … mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità (II Pietro 1, 5 e ss.), e:

… davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Il giorno del Signore verrà come un ladro … (II Pietro 3, 8).

Che dire? Abbiamo pazienza? Ce l’abbiamo sempre? Con chiunque?

No, no e no. Facciamo una gran fatica, grande, immensa, perché le cose ci scappano davanti, siamo in-pazienti, spesso scorbutici, spesso incapaci di dominarci. Sembra che la pazienza sia quasi una virtù, o una facoltà (laicamente parlando) inattuale, inadatta alle culture contemporanee, che richiedono il “tempo reale”, il just in time, la velocità: oggi si deve essere sempre all’altezza di un comportamento citius, altius, fortius, sempre più veloce, forte, tendente a salire… dimenticando che noi, poveri bipedi umani, abbiamo bisogno anche di un comportamento più lentiusdulcius, suavius, come insegnava il mio buon amico Alexander Langer, presente in spirito come non mai, pena un definitivo istupidimento cognitivo e morale, e magari qualche coccolone cardiocircolatorio.

Se vogliamo schiattare, siamo sempre più impazienti; se invece vogliamo leggere un libro in pace seduti su un argine di bosco, sulla riva di uno dei nostri bellissimi fiumi, rallentiamo e ascoltiamo pazientemente anche il frullo i un passero.

facoltà cognitive, narcisismo vanesio, presunzione, stupidità

mr vanesio…possono tranquillamente coesistere nella stessa persona. Un esempio di queste ore: l’ex (graziaddio) sindaco di Roma, Marino.

Ne ho seguito la parabola politica fin dai tempi in cui si distinse per presenzialismo e dottrina etica sulla vita umana (faccio per dire) nel corso della vicenda della povera Eluana Englaro.

Poi quando si candidò alle primarie come segretario del PD, e perse (graziaddio), e in seguito quando vinse le primarie, sempre di questo partitone accozzaglia, per concorrere a sindaco di Roma, ma che cosa c’entrasse con Roma è mistero buffo.

Eletto sindaco, sono cominciate le storie insulse che tutti conoscono e non occorre, per evitare annoiamento comune allo scrivente e al lettore, qui ricordare.

Ora, dopo la commedia delle dimissioni date e poi ritirate, finalmente (graziaddio) è fuori dai giochi, sostituito da un pubblico funzionario. Che tristezza.

E veniamo al quartetto concettuale del titolo, che mi interessa, mentre la vicenda personale di Marino, il narciso reciso, per nulla,  ora, o molto meno di quanto mi interessi la sorte di un infante del  Bangladesh.

Facoltà cognitive. Non vi è dubbio che gli umani ne siano abbondantemente provvisti, fin dall’ominizzazione, anzi da prima. In modo differenziato, tale che le pretese di misurazione dell’intelligenza singola, dai tempi di Binet, è sostanzialmente fallita. Non sono sufficienti i test e i reattivi psicometrici: Antonio Ligabue sembrava (era) un oligofrenico geniale. Solo un esempio e se ne possono portare miriadi. Marino ha avuto certamente le facoltà per diventare medico: non so se in quanto tale sia geniale.

Narcisismo vanesio. Renato Rascel  cantava di un “Attanasio cavallo vanesio”, e ne conosco anch’io, laici e presbiteri (anzi tra questi ultimi son numerosi i narcisi un poco vanesi, forse in proporzione più che tra i laici). Narciso è Berlusconi, così come Vendola o D’Alema (si faccia caso all’affettazione del tono di voce), lo era Benito da Predappio, prosopopaico, lo è Renzi, basta vedere come cammina e come dà la mano. Vanesio, narciso e penosamente autoreferenziale Marino.

Presunzione. Al narcisismo spesso si accompagna la presunzione di essere ciò che non si è. Il narciso è presuntuoso, luogo spirituale scivoloso che predispone all’arroganza, alla protervia e infine alla prepotenza. Luogo dove si coltiva il peggiore dei vizi, la superbia. Marino è presuntuoso.

Stupidità. E infine, non c’è che la stupidità, come meta necessaria e inevitabile. Spesso anche il colto, se è narciso, diventa presuntuoso e arrogante, e quindi stupido. Non c’è scampo: la strada è segnata, obbligata, quasi un destino.

La stupidità convive spesso con la cultura e una certa intelligenza, finendo però con il mettere la sordina a quelle qualità migliori.

L’esempio che ho fatto è solo per dire che la fauna umana così caratterizzata è diffusa in tutti gli ambienti, frequentati quotidianamente anche da me, con non poca fatica.

…e di gloria rifulse

Italiani-popolo-di-scrittoriCaro lettor settembrino,

aaah quanti ne abbiamo e conosciamo che rifulsero e rifulgono di dubbia o immeritata gloria! O anche di qualcosa di meno. Gente dello spettacolo, specie televisivo, l’elenco è inutile (voglio dire tipo la D’Urso o la Ventura o Varriale), ma anche letterario, cultural-filosofico, socio-criminal-psicologico (i Crepet, le Bruzzone, etc.), molti partecipanti ai talk show che si qualificano solo in quanto “partecipanti” all’effimera visibilità mediatica.

Nelle ultime due settimane ho leggiucchiato i racconti offerti dal Sole 24 Ore, soffermandomi per ragioni e valutazioni diverse su due autori “diversamente” noti, cioè, uno semisconosciuto, l’altro -ultimamente molto celebrato- anche perché defunto, addirittura candidato da qualcuno al Nobel letterario.

Il primo è Ugo Facco De Lagarda, e sfido i miei primi dieci lettori a dirmi se lo conoscono. Il racconto pubblicato è “Il Commissario Pepe”, portato  sul grande schermo, forse quarant’anni fa e più da Ugo Tognazzi, egregiamente. La storia scorre, forse ambientata a Belluno, in una fitta trama di eventi e di personaggi che sembrano camminare su un set realissimo, alla Camilleri (se posso dire), o addirittura alla Flaubert. Le vite della piccola città si muovono osservate dal Commissario come dettate da un fato, o un destino co-costruito dal Genius loci, dalla parlata, dai tic e dalle tradizioni locali. Non possono che essere così, e il gusto narrativo del dettaglio di chi scrive svela uno studio dei caratteri inusitato per la frettolosa attività scrittoria della miriade di imitatori dello stile anglosassone che vanno per la maggiore, vendendo molto, in Italia. Ho in mente i tipo Baricco o Faletti, o Corona (et multi alii), ripetitivi dialogico-autoreferenziali.

Ugo Facco De Lagarda è uno scrittore.

Il secondo una delusione.  E’ Sebastiano Vassalli, un sopravvalutato. Leggo il volumetto “La morte di Marx e altri racconti”, e quasi non ci credo. Come si fa a scrivere così? Il Vassalli forse pensa che i suoi lettori abbiano bisogno di essere accompagnati per un periodare consequezialmente paratattico e scontato: leggere per credere il primo racconto che dà il titolo al libro, ma anche i seguenti “Abitare il vento”, “Rocco del grande fratello”, o “Due favole sulla creazione del mondo” (da non leggere neanche al catechismo dei piccoli). Ma per chi ci prende quest’uomo? Il colmo lo tocca inventandosi un dialogo “platonico” su ciò che sia la democrazia, un dialogo tra un votante e un astensionista. Una congerie di ovvietà che si intuiscono prima ancora di leggerle, nella loro logica (si fa per dir) scontatezza.

Proprio per mera documentazione riporto un passo di p. 41. Il racconto  è “Rocco etc.”. Leggiamo insieme.

“(…) Io (è una delle commesse di un supermercato protagoniste del racconto, ndr), invece, mi sono fermata e ho avuto la fortuna di conoscere un ragazzo alto, moro e palestrato, sul genere Walter Nudo dell’Isola dei Famosi. Tra noi ancora non è successo niente, ma mi ha accompagnata a casa e ci rivedremo. Samantha (ah che nome televisivo! ndr), poi, si è presa i disturbo di spiegarmi tutte le differenze che ci sono tra il vero Walter Nudo e il mio facsimile da discoteca, e ha detto che l’originale è più bello. Grazie, Samantha. Naturalmente parlava per invidia (o “gelosia”, Vassalli? ndr), perché la prima a mettere gli occhi addosso al simil-Nudo era stata lei, e io sono riuscita a toglierglielo dalle unghie e a tenermelo per tutta la sera: ma in queste cose ogni ragazza deve pensare a sé stessa e, insomma, cosa vuole da me quella stronza? Le ho risposto che nella vita bisogna accontentarsi. Io, se non ho l’originale televisivo, mi tengo il facsimile: e comunque è sempre meglio così che restare sole. (Prendi su e porta a casa, Samantha).”

Penso due cose: se Vassalli scrivendo questo testo pensava di fare critica o satira alla società mediatica, l’ha fatto con una bonomia e un linguaggio che non tange più nessuno. Semmai si legga in argomento Aldo Grasso sul Corriere! Se invece ha ritenuto di scrivere un racconto, gli è riuscito un tristissimo bozzetto di “provincia” (absit inuria verbis). Uno scritto penoso.

Amen

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