Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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“Ambiguità & Complessità”, sintagma che sollecita un necessario dialogo linguistico-concettuale

Il modo infinito verbale “dis-ambiguare” – riportato in vari lemmi di wikipedia – già presenta al mondo virtuale l’importante concetto dell’ambiguità, che in lingue come quelle di derivazione greco-latina consentono un’ampia polisemanticità, fatta sia di polisemie vere e proprie, sia di similitudini, di metafore, di allegorie e di analogie, là dove i campi semantici a volte quasi si sovrappongano o, più spesso, si sfiorano sui rispettivi “confini”, se così li si può chiamare.

Infatti, la polisemia è una delle entità principali di questo ambito dell’analisi linguistica, che consente amplissime possibilità espressive, cogliendo le sfumature più prossime al focus dell’etimo, e anche quelle più remote, in un quasi-continuum di significati, che talora superano anche le obiettive dimensioni “discrete” (in senso matematico) di ogni lemma.

Mi spiego: basti pensare al termine “amore”: può qualcuno ragionevolmente affermare di poter dire tutto-ciò-che-si-può-dire sull’amore? Se qualcuno lo fa c’è da insospettirsi, poiché, o si tratta di un presuntuoso oppure di un ignorante sotto il profilo “tecnico” (qui si ricordi la mia convinta distinzione, più volte presentata in questa sede e altrove, fra “ignoranza tecnica” che può non essere colpevole, del tipo “io non so di fisica nucleare e non ne parlo, ma ascolto con rispetto chi conosce questa disciplina”, e “ignoranza colpevole”, con ciò intendendo che, pur occupandomi di cose e materie determinate, ne parlo senza averne cognizione scientifica, del tipo “posso parlare di ciò che voglio”). E di quest’ultima specie umana ho diverse raffigurazioni televisive e telematiche: ad esempio, di matematici che dissertano di teologia sotto un sorrisetto… ambiguo e di sufficienza.

L’ignoranza tecnica, ovviamente, non evidenzia profili etici e di responsabilità morale, l’ignoranza colpevole, sì. Aggiungo: l’ignoranza colpevole ha particolare rilevanza in termini di giudizio sul rilievo morale degli atti umani liberi. In ambedue i casi è assente il sapientissimo “sapere-di-non-sapere” socratico, e dunque manca radicalmente un approccio sano e realistico alla conoscenza.

La polisemia è intrinsecamente ambigua in senso tecnico, perché richiede di approfondire immediatamente l’analisi del senso di un lemma-significante- dentro-un-contesto. Mica poco!

L’ambiguità ha comunque avuto nei tempi storici diverse declinazioni, non poche delle quali poco positive, o addirittura negative. Si pensi all’ambiguità implicita delle arti diplomatiche, dove il dire/ non-dire è una specie di must, di obbligo inderogabile. Il diplomatico ha a disposizione tante maschere quanti sono i suoi interlocutori e gli ambienti nei quali opera: uno degli esempi storici dell’ambiguità politica è stata – in decenni e anni assai recenti – quella che i politologi e gli storici chiamano “la doppiezza comunista”, ad esempio riferita alla leadership del Partito Comunista Italiano di Palmiro Togliatti: doppiezza da valutare attentamente. Vediamola: quando nel 1944 “Ercoli” (era il suo nome di battaglia antifascista e antinazista) spiegò ai suoi compagni del PCI che l’Italia non avrebbe seguito l’esempio dei paesi dell’Est europeo che di lì a poco sarebbero entrati nell’orbita dell?Unione Sovietica come “satelliti”, poiché a Yalta i tre “Grandi” avevano stabilito un’altra prospettiva nettamente diversa, nel PCI stesso vi erano posizioni che non ritenevano la linea togliattiana inderogabile, ma solo ad usum delphini, vale a dire “per la propaganda”, poiché non si dovevano allarmare le altre forze politiche antifasciste, in primis il Centro destra liberal-repubblicano e la Democrazia cristiana, ma anche gli Azionisti e i Socialisti.

Un Pietro Secchia e un Vittorio Vidali, che avrebbe riconosciuto volentieri la sovranità non solo sulla Venezia Giulia, ma quasi sull’intero Friuli a Tito, certamente non rimanevano personalmente (e non solo) pedissequamente fedeli alla linea del compagno Palmiro, perché per loro la Resistenza non avrebbe potuto e dovuto concludersi se non con una rivoluzione socialista, tale da cambiare i destini dell’Italia dalle fondamenta socio-economiche e politiche.

Non dimentichiamo che, a proposito di “album di famiglia”, come spiegò con spietata lucidità Rossana Rossanda una trentina di anni fa, uno dei due o tre fondatori delle Brigate Rosse, Alberto Franceschini, figlio di partigiani, ebbe a dire più volte che i vecchi compagni comunisti, operativi nel ’45, avevano nascosto le loro armi per fare la rivoluzione, e quindi per completare il processo socio-politico verso un socialismo italiano (ebbene sì), di ispirazione sovietica.

Se tutto ciò risulta plausibile, potremmo anche dire e ammettere che l’ambiguità togliattiana servì a gestire, a controllare i suoi compagni più decisi a proseguire sulla strada di una socialistizzazione dell’Italia fino a una conversione politica, cioè all’accettazione (forse un po’) rassegnata del sistema democratico-parlamentare. Non ho dubbi ad affermare, da socialista riformista qual sono, che Togliatti operò per il “bene comune”. Di quello che realmente avesse nel cuore e nella mente Togliatti, penso che non possiamo né pensare né dire alcunché di assolutamente certo. La sua fu, dunque, ex post, un’ambiguità utile, anzi necessaria per il successo dei fatti successivi. Infatti, Costituzione repubblicana democratica, voto alle donne, pluralismo partitico, ruolo dei sindacati, etc., furono i frutti di un processo nel quale Togliatti ebbe parte importantissima.

L’ambiguità produce certamente, nei modi più vari, incertezza, togliendo tranquillità e assolutezze… cosicché nell’ambiguità non si possono declinare i racconti sussumendone una verità intrinseca, anzi, in un contesto ambiguo la verità è una specie di ospite non gradito, si può dire.

Epperò l’ambiguità nei rapporti umani e professionali non è una virtù, perché li rende faticosi e spesso immorali. Indossare maschere va bene, ma non sulle cose essenziali come la qualità e la sincerità delle relazioni affettive. Prima o poi, meglio prima che poi, bisogna dirla “giusta” a chi ci vuol bene, a chi si stima, alle persone con le quali si collabora.

Il concetto di complessità si collega obiettivamente al concetto di ambiguità. Ciò che è complesso è per sua natura ambiguo, perché non definibile all’interno di contorni certi ed evidenti. Essa si può scientificamente e storicamente riferire agli studi del fisico-matematico ottocentesco Henri Poincaré e a quelli, della prima metà del Novecento, di studiosi come Hadamard, Lyapunov, Schrödinger, etc.. Altri nomi di scienziati interessati al tema sono i seguenti: Alexander Bogdanov, Werner von Foerster e Warren Weaver che pubblicò nel 1948 il fondamentale saggio “Science and Complexity”.

L’impiego del computer permise negli anni ’50 del XX secolo a Edward Lorenz di parlare del noto “effetto farfalla”, in base al quale ogni minimo movimento atmosferico influisce su tutta l’atmosfera, in quanto struttura dinamica e interrelata.

Negli anni ’60 del ‘900 Ilya Prigogine indagava i sistemi lontani dall’equilibrio intrinseco, favorendo lo sviluppo di una epistemologia scientifica come la sistemistica transdisciplinare , in particolare per merito di von Bertanlanffy, e del filosofo Edgar Morin, che previde un sistema per il pensiero complesso., come vedremo più avanti.

Proviamo ad esaminare l’etimologia del termine “complesso”. Esso deriva dal verbo latino “complector”, che significa cingere, tenere avvinto strettamente, vale a dire – in metafora – abbracciare, comprendere, unire tutto in sé, riunire in un solo pensiero e in una sola denominazione, oppure legame, nesso, concatenazione

Inizia dal XVII la riflessione-confronto fra il concetto di complessità e quello di complicazione, laddove: una cosa è complessa se consta di innumerevoli parti interrelate, che influiscono una sull’altra, e dunque può essere solo interpretata, mentre una cosa è complicata (dal verbo latino complico, cioè piegare, arrotolare, avvolgere), se può essere spiegata, come un lenzuolo che si può (dis-)spiegare da… piegato, compiegato, complicato che era prima.

Si tratta proprio di una epistemologia della complessità, portata avanti, come si dice, da due autori sopra citati come Prigogine e Morin, ma anche da De Toni e Comello, che nel 2005 pubblicarono da UTET un testo molto importante come Prede o ragni. (cf in molti miei testi in tema)

La complessità o teoria della complessità è adatta ad esempio al linguaggio colloquiale, al funzionamento delle reti telematiche, ma anche a quanto avviene nel modello termodinamico e alle facoltà auto-organizzative della mente umana. La complessità è un tema… complesso!

In generale un problema è lineare se lo si può scomporre in un insieme di sotto-problemi indipendenti tra loro. Quando, invece, i vari componenti/aspetti di un problema interagiscono gli uni con gli altri così da renderne impossibile la separazione per risolvere il problema passo-passo e “a blocchi”, allora si parla di non-linearità.

I modelli complessi sono indispensabili, essendo una specie di sintesi fra i sistemi naturali e i sistemi costruiti dall’uomo utilizzando discipline come la meccanica, l’elettronica, la chimica, la fisica, la chimica, la biologia e l’economia. Il legame fra tutte queste discipline può essere la logica filosofica, che mette in contatto i saperi mediante una metodica trasversale e sistematica. Le tecno-scienze contemporanee confermano questa visione della cultura e della scienza applicate.

Un sistema complesso prevede che si muova attraverso azioni e retroazioni, o feedback, sia che si tratti di un’azione orizzontale del tipo “io dico una cosa a uno” – “lui mi risponde”: in questo caso si tratta di un’azione e di una reazione, ma occorre tenere conto anche di tutto ciò che accade tutt’intorno, nell’òlos, nel tutto, poiché molto di ciò che re-agisce non è evidente, come accade nel dialogo inter-soggettivo, nel quale abbiamo domande e risposte evidenti, ma anche risposte in-evidenti, sotterranee, suggestive, pre-formali… auto-organizzate, emergenti, imponderabili… quantistiche in senso metaforico.

Ecco alcuni esempi di sistemi complessi: le cellule, la crosta terrestre, il sistema del clima, gli ecosistemi, tutti gli organismi viventi, il sistema umano (endocrino, linfatico, respiratorio, cardiocircolatorio, neurologico, limbico, linfatico, immunologico, nervoso…), e poi: i sistemi sociali, politici, economici, finanziari, religiosi, associativi, etc.i

La relazionalità nei e tra i sistemi produce complessità, allontanandosi sempre più dalla complicazione, come hanno sempre meglio spiegato studiosi che si sono specializzati su questi temi. Tra i principali: il Santa Fe Institute, fondato nel  1984 – si è particolarmente dedicato allo studio dei sistemi complessi adattativi (CAS – Complex Adaptive Systems), cioè sistemi complessi in grado di adattarsi e cambiare in seguito all’esperienza, come ad esempio gli organismi viventi, caratterizzati dalla capacità di evoluzione: cellule, organismi, animali, uomini, organizzazioni, società, politiche, culture , etc. (Holland, 2002). Gregory Bateson e Edgar Morin sono fra gli autori che si sono spesi con più costanza nella ricerca che oramai si denomina “scienza della complessità”.

Tra la teoria dei sistemi e quella della complessità si è dato vita alla teorizzazione dei sistemi dinamici complessi. Per quanto concerne l’essere vivente si sono spesi in particolare studiosi come Ludwig von Bertalanffy, Humberto Maturana e Francisco Varela, mentre in Italia non si possono trascurare le ricerche di Alberto F. De Toni e Luca Comello dell’Università del Friuli. In ambito psicoanalitico si sono mossi negli ultimi anni nel Boston Process of Change Study Group, Daniel Stern e Louis Sander.

I sistemi complessi adattivi (CAS o Complex Adaptive Systems nelle ricerche anglosassoni) sono dinamici e auto-organizzantisi, di cui propongo alcuni esempi: comunità o gruppi di persone che stanno insieme per lavoro o per altre ragioni, il cervello umano, le reti informatiche, il sistema corpuscolare ondulatorio delle microparticelle (da Heisenberg in poi), etc.

«Un CAS può essere descritto come un instabile aggregato di agenti e connessioni, auto-organizzati per garantirsi l’adattamento. Secondo Holland (1995), un CAS è un sistema che emerge nel tempo in forma coerente, e si adatta ed organizza senza una qualche entità singolare atta a gestirlo o controllarlo deliberatamente. L’adattamento è raggiunto mediante la costante ridefinizione del rapporto tra il sistema e il suo ambiente (co-evoluzione). Il biologo americano Kauffman (2001) sostiene che i sistemi complessi adattativi si muovono in paesaggi adattabili, o elastici, (fitness landscape), in continua deformazione per l’azione congiunta dei sistemi stessi, di altri sistemi, e di elementi esogeni.»
(“Prede o ragni. Uomini e organizzazioni nella ragnatela della complessità“, De Toni e Comello, 2005)

Dalla non-linearità di interazione tra le componenti di un sistema e la loro auto-organizzazione scaturisce l’attitudine di questo a esibire proprietà inspiegabili sulla base delle leggi che governano le singole componenti stesse:

«Il comportamento emergente di un sistema è dovuto alla non-linearità. Le proprietà di un sistema lineare sono infatti additive: l’effetto di un insieme di elementi è la somma degli effetti considerati separatamente, e nell’insieme non appaiono nuove proprietà che non siano già presenti nei singoli elementi. Ma se vi sono termini/elementi combinati, che dipendono gli uni dagli altri, allora il complesso è diverso dalla somma delle parti e compaiono effetti nuovi.» (ivi)

Ogni riduzionismo epistemologico viene dunque criticato e messo in questione dalla nozione o scienza della complessità, che trova nella fisica delle particelle (cf. supra Heisenberg et fisici successivi) e nella fisica atomica. La stessa scala geometrica che prevede una successione del genere: particelle sub-atomiche, atomi, molecole, tessuti o cristalli, etc., viene così implementata in modo nuovo e inatteso, che si basa su leggi diverse e caotiche. Legge caotica, appunto, un ossimoro che esprime tutto ciò che appunto non è descrivibile: evidenze imponderabili (cf. Wittgenstein) nelle relazioni umane, caos ricomponentesi nella dimensione fisica e biologica.

Ad esempio, nell’uomo bio-psico-macchina la coscienza, il linguaggio o la capacità auto-riflessiva sono ritenute proprietà emergenti perché non spiegabili dalla semplice interazione tra neuroni. Che cosa è la coscienza? Siamo sempre lì. La risposta migliore è sempre quella classica, metafisica: la coscienza è la persona stessa.

Si può dire che il confine tra il caos e un sistema ordinato è lo spazio delle possibilità, secondo condizioni obiettive di possibilità. Ad esempio, si può prevedere come finirà una riunione politica o aziendale, se con un accordo, un semi-accordo o un disaccordo su tutto?

Un altro esempio che emerge dal caos è quello delle folle, degli assembramenti e anche dei consumatori. E’ impossibile prevedere che cosa può accadere in un ambito che Gustave Le Bon (da me citato non poche volte in questa sede) ha così bene studiato in ambito di psicologia sociale e di sociologia statistica. In uno stadio pre e post-Covid, in una manifestazione sociale, in una rivolta, in un’azione militare (anche se ben programmata) può accadere l’imponderabile, l’inatteso, l’inaudito…

Un altro ambito caotico, anche se statisticabile (in qualche misura) è quello dei consumatori. In tema esistono fior di ricerche che desiderano scandagliare le intenzioni di acquisto in un dato momento-in un dato mercato-di un dato prodotto. Le maggiori società industriali e commerciali si basano, per la programmazione delle proprie attività, anche su queste ricerche, oltre che sui dati storici e le esperienze acquisite. Anche in questi ambiti si possono registrare forme di auto-organizzazione dal caos, nelle quali la complessità fa premio su qualsiasi linearità causale.

Filosoficamente si può pensare che il teorema della complessità potrebbe aggiungersi ai quattro classici della ricerca: a) l’analisi, b) la sintesi, c) l’analogia, d) il dialogo. Ecco, forse può essere proprio il dialogo, che è un (il) perno della ricerca filosofica della verità delle cose (vitium superbiae in his verbis absit), il punto di aggancio del teorema della complessità. Infatti, se analisi e sintesi si basano rispettivamente su una descrizione ampia del fenomeno e una descrizione breve, e l’analogia si basa sul confronto fra entità diverse, il dialogo (come insegnano i filosofi classici, a partire da Platone), proprio per la sua imprevedibilità, può essere lo strumento più efficace per approcciare la complessità, in quanto tale.

Si può dunque concordare con Edgar Morin che mezzo secolo fa all’incirca ipotizzo una vera e propria epistemologia della complessità.

L’AMBIGUITA’ IN SPECIE

La parola ambiguità (dal latino ambiguitas, –atis, da amb-, ‘intorno’, e agĕre), indica il riferimento ad un testo (scritto o orale), che può essere diversamente (e anche radicalmente) interpretato in modi differenti, in quanto sussistono sempre diverse concause concomitanti e strutturate che generano queste possibilità. Basti pensare, sotto il profilo temporale, a come l’accezione di molti termini italiani è cambiata nei secoli, ai contesti nei quali detti termini sono stati pronunziati, alle intenzioni e allo stile linguistico dei parlanti e, forse soprattutto, alla polisemanticità insita quasi in ogni parola, dalla più banalmente operativa, come tavolo e sedia, alla più elevata e spirituale come coscienza e anima, o spirito o persona.

Ogni individuo-persona ha un suo modo di parlare, di esprimersi (idioletto, o proprio linguaggio); ogni individuo-persona può avere (o meno) difetti di pronuncia o problematiche neurologiche che condizionano una lallazione corretta dei termini. Una persona dislalica prospetta dei detti imperfetti, troncando sillabe o lettere, a volte creando anche situazioni umoristiche. Personalmente conosco persone dalla vivida intelligenza, che però sono dislaliche, e debbono fare un grande sforzo di concentrazione per non dimenticare “pezzi” di parole. Ma si fanno capire benissimo.

Inoltre, secondo l’arguta profondità di grandi esegeti biblici, come Origene, sant’Agostino e san Girolamo (tra altri) che amavano le interpretazioni allegoriche (racconti metaforici) o tipologiche (confronti tra personaggi ed eventi del Primo e del Nuovo Testamento: ad esempio Adamo e Gesù di Nazaret) dei libri biblici, e di illustrissimi filosofi dei nostri tempi come Dilthey, Heidegger, Ricoeur, Florenskij e Pareyson (tra altri), l’ambiguità è connaturale al testo scritto o detto. E implicitamente complessa.

Si deve inoltre tenere conto dei diversi tipi di ambiguità: fonetica, lessicale, sintattica, di scopo o pragmatica. I diversi codici linguistici si propongono in una interrelazione talora oppositiva, talaltra compositiva: in altre parole, a volte un significante (o termine, parola) “produce” diversi significati, e dunque, lo stesso segno linguistico vuol-dire diverse cose. E qui entra in campo la polisemia, che presenta innumerevoli varianti intrinseche, informali, perché esiste, ovviamente, anche la variante lessicale, fonetica e grafica.

I segni linguistici possono essere omografi ed omofoni, in base al loro possedere lo stesso significato o il medesimo suono. Sono omonime le parole che presentano la stessa grafia ma significati differenti. Per spiegare: cosa c’è di più radicalmente diverso nell’omonimia tra due persone? Il massimo al mondo! Quando vivevo nel mio paese natale Rivignano, in provincia di Udine, con i miei, spesso a casa mia qualcuno cercava al telefono Renato Pilutti, ma intendeva parlare con un capomastro edile, mio omonimo, per sapere qualcosa del cantiere in corso… e mia mamma Luigia rispondeva “a no l’è mio fi il Renato c’al ciris lui” (Friul.: non è mio figlio il Renato che lei cerca).

Una curiosa omofonia in italiano è tra l’amorale e la morale, laddove la pronuncia tradisce i due significati, aggettivale il primo, sostantivale il secondo.

Continuiamo: è ambiguo ad esempio un singolo lessema come acuto: in un primo significato significa un timbro del suono alto, in un secondo vuol dire intelligente (di persona), un terzo si può riferire alla specifica geometrica di un angolo… acuto, appunto.

Tornando alla polisemia si può affermare che due o più significati non omonimi fanno comunque parte di campi semantici contigui, come nel greco lògos, che significa, sia parola, sia discorso. Parlavo all’inizio di disambiguazione citando wikipedia: ecco; in questi casi, occorre dis-ambiguare, cioè togliere l’ambiguità interpretativa possibile.

Un altro tipo di ambiguità è quello derivante dalla sintassi. Se io dico: “Renato ha visto Beatrice con il cannocchiale”, si può pensare che Renato l’abbia vista a distanza con il suddetto strumento, oppure che Beatrice avesse in mano un cannocchiale.

Facciamo un altro esempio.

Una vecchia lègge la regola – La “e” è aperta e quindi legge è voce del verbo leggere. Una anziana signora legge etc.

Una vecchia légge la regola – La “e” è chiusa e quindi legge è un sostantivo che definisce l’atto normativo. Si tratta di una legge emanata molto tempo prima…

Per evitare ambiguità è dunque bene utilizzare gli accenti grave o acuto, per non incorrere nella pronunzia spesso sbagliata di un noto lettore di Tg2 delle 20.30, ad esempio.

Un altro tipo di ambiguità si può definire pragmatica. Si provi a considerare la frase seguente: “Ogni uomo ama una donna”

Significa che vi è una donna amata da ogni uomo, oppure che ogni uomo ama una donna diversa? Boh. E’ chiaro che il significato pragmatico si deduce dal contesto e dalle intenzioni del parlante… e a volte anche dalla prontezza dell’ascoltante. Senza che vi siano queste condizioni, il fraintendimento è insito, assai plausibile, nelle dinamiche del colloquio.

Abbiamo già visto che l’ambiguità, se pure chiamata in modo diverso, era un modulo comunicazionale conosciuto fin dall’antichità, e utilizzato a man bassa dai letterati di ogni epoca. Nel merito si possono citare autori contemporanei come i francesi Mallarmé e Apollinaire e lo stesso James Joyce.

Che dire dunque? Che l’ambiguità è connessa alla complessità come due commessure in un mobile di buon artigianato del legno, e di ogni organizzazione o civilis societas, ma va individuata e controllata, come insegna una buona etica della comunicazione.

Ciò che si deve evitare è di approfittare dell’ambiguità di certe situazioni fattuali o dialogiche per ingannare e sopraffare l’altro. Una cosa è l’abilità diplomatica a tattica nei discorsi, che è ammessa e in certe situazioni, imprescindibile, un’altra, riprovevole, è approfittare magari della debolezza dialettica o inferiorità culturale altrui per ingannare, tradire o addirittura sopraffare l’altra persona.

In questo ambito, la consapevolezza che tutto ciò che attiene l’uomo, il mondo e l’interazione fra questi soggetti è complesso, e che come tale va trattato, ci insegna come occorra soprattutto far conto di un’eticità del linguaggio e del suo uso, che è – con il pensiero – l’attività più nobile dell’uomo in ogni tempo e luogo.

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Strade del Nord o il racconto di Pietro, il viandante

(In vista di questa Pasqua, a trent’anni dalla sua morte, ricordo mio papà Pietro con questo racconto, che pubblicai anni fa ne La terra del confine)   

Stavano ormai crescendo i due figli di Piêri e Gigie e una mattina di novembre, molto presto, alla fine di una nottata insonne, Piêri disse: “Tocca prendere una decisione, non si può andar avanti così. Devo partire“.

   “Ho sentito che prendono su in miniera e in cava di pietra in Belgio e in Germania. Cosa ne pensi? “Come al solito, sua moglie pensò a lungo prima di rispondere e poi disse: “Viȏt tù” (Friulano: vedi tu).

    Lui aveva una quarantina d’anni, lei poco più di trenta, si erano sposati da sei o sette e finora avevano sbarcato il lunario come tante famiglie (quasi tutte) del popolo del confine, mettendo vicino un po’ di salario, un po’ di orto e un po’ di servitù a ore.

    Piêri aveva deciso per il Belgio. Preparò le carte e venne il giorno della visita medica di idoneità in una città grande, a duecento chilometri, fu un viaggio di due giorni. Piêri, nonostante fosse nel “flȏr da l’òn” (Friulano: fiore dell’uomo, cioè un uomo al suo massimo di forza) e molto robusto, fu scartato per una varice al polpaccio destro.

   Centotrenta degli emigrati prescelti per quella miniera sarebbero morti per uno scoppio di grisoù a Marcinelle pochi mesi dopo.

   Andò in Germania, in una piccola località dell’Assia, in cava di pietra. Vi andò per undici stagioni, da marzo a novembre, ma guadagnava tre volte tanto che qui in Italia. D’inverno continuava a far legna. Era riuscito in un paio d’anni a pagare tutti i debiti e a cominciare a mettere a posto la vecchia casa, a partire dal tetto.

   La Germania era per lui la terra del riscatto, ma di una fatica indicibile. Lavorava a cottimo e produceva il massimo, trovando pure il tempo e la forza di dare una mano, di domenica, agli operai-contadini del posto, dove si tratteneva per il pranzo in famiglia. Dopo il secondo anno era stato incaricato di reclutare altri uomini e giovanotti della terra del confine e l’aveva fatto con scrupolo e attenzione. Lo fece per sei stagioni, organizzando il viaggio via via per trenta, cinquanta, novanta persone. A un certo punto, il primo marzo, dalla piazza del paese, partivano due pullman granturismo, destinazione quella piccola località fra le fitte abetaie chiamata Ramholtz. In Germania dormivano in baracche di legno come quelle di Dachau, e veniva tanta neve. Facevano le corvèe in cucina e per le pulizie. Vi erano ragazzi di vent’anni, che facevano tardi la sera nelle birrerie con le ragazze, e uomini fatti, anche più anziani di Piêri e con figli grandi.

   Una sera un ragazzo non tornò. Lo cercarono, finché la polizia mandamentale li indirizzò all’obitorio dell’ospedale. Si era schiantato sotto un autocarro con due ragazze del posto. Doveva ancora compiere vent’anni e la macchina l’aveva comprata di seconda mano con le prime tre paghe. Glielo aveva detto più volte Piêri, di non correre, quando lo vedeva partire a tutto gas dai piazzali e lo osservava sollevare polvere sulla strada che con sette tornanti scendeva al paese. Il dolore fu grande tra i compagni di lavoro. Piêri, con altri due accompagnò il feretro in Italia, fin nel piccolo cimitero del paese. Salutò la Gigie e i due piccoli, e ripartì. Era ancora piena estate.

   Lui aveva un profondo senso del dovere, non gli occorreva scrivere per sentirsi impegnato; aveva spesso spiegato al capoccia tedesco, ex ufficiale della Wehrmacht che era stato per due anni in Italia con Kesselring, che lui sarebbe venuto al lavoro anche senza contratto, Fu per questo suo modo di essere che quando scoppiò lo sciopero, improvviso, incontrollato, lui si sentì tradito. Era da tempo che sentiva mugugnare i compagni meno forti, quelli che raggiungevano solo i cottimi più bassi, li sentiva dire che bisognava chiedere un aumento del venti per cento per ogni carrello caricato. Piêri aveva raccomandato di pazientare ancora per quella stagione, ché ne avrebbe parlato in dicembre prima di tornare a casa, per aver l’aumento nel nuovo contratto.

     A nulla valsero questi suoi impegni. Un lunedì mattina, lui che andava alla cava prima di tutti, alle sette, non vide arrivare nessuno. Aspettò le sette e mezza, poi le otto. Poi chiese all’assistente cosa fosse successo. La baracca distava dal cantiere quattro o cinquecento metri e non dava segni di vita. Pareva tutto addormentato e che la gente se ne fosse andata via.  L’assistente gli rispose in modo evasivo e Piêri chiese il permesso di verificare di persona. Li trovò, tutti e cinquanta nella sala grande che fungeva da dopolavoro, in piedi, silenziosi. Chiese cosa fosse successo e uno di loro, già eletto portavoce gli rispose “sapevamo di dover rendere conto a te di questo sciopero. Abbiamo deciso tutto stamattina, e non riprendiamo il lavoro se non ci viene promesso l’aumento per iscritto. Un aumento del venti per cento”. Piêri sulle prime non rispose, rifletté qualche secondo, poi parlò con calma, anche se dentro di sé avvampava: “vi ho promesso che discuteremo e avremo l’aumento per la prossima stagione; per questa, ancora due mesi ci sono, teniamo duro così e andiamo a lavorare”.

    Non ci fu una vera discussione. Qualcun’altro intervenne per dire che non accettava la proposta di aspettare. Dopo un quarto d’ora, vista l’irremovibilità dei compagni, Piêri non insistette, chiese di vedere il capocantiere per avvertirlo, poiché si sentiva responsabile di averli portati in Germania. Fu convocato subito e si trovò di fronte i due capi locali, quello produttivo e quello amministrativo, che avevano in linea al telefono il direttore centrale della ditta. Herr Sprueger gli disse seccamente: “gli italiani, come al solito, non mantengono i patti, possono andarsene tutti a casa subito. Saranno pagati fino a oggi, ma non torneranno più. Lei, se vuole, può restare”. Piêri rispose di no, disse solo che se ne tornava a casa anche lui con i connazionali. I capi della ditta lo salutarono con freddezza anche se gli dissero “aufwiederséhen”. Il fatto fu la cesura decisiva della vita di Piêri. Aveva quarantacinque anni, era fisicamente a posto e aveva una gran voglia di lavorare. Onorevolmente, sulla parola data.

    Quello sciopero gli spezzò qualcosa dentro. Si sentiva responsabile perché li aveva contattati e, si può dire, scelti tutti lui. L’avevano ingannato. Sentiva quello sciopero come un tradimento della fiducia che lui aveva riposto in loro. Piêri aveva aderito ancora  a scioperi, in Italia, ma quello lì, in emigrazione, loro non lo dovevano fare. E poi c’era il senso della dignità, dell’onore di italiano all’estero che andava a farsi friggere. C’era la vergogna. Aveva pur fatto lui stesso una proposta ragionevole. Non l’avevano accettata.

    Tornò a casa e non fu più lui. Non fu più lo stesso marito, lo stesso padre. Lo curarono come poterono in quegli anni. Stette un anno in malattia. Poi tornò al nord, in un’altra cava di pietra della stessa ditta. Con lui partirono altri uomini della terra del confine. I tedeschi gli avevano comunque detto di cercare della gente.

   Restò in emigrazione altre sei stagioni e poi tornò per sempre. Il suo tempo era passato nel lavoro, fuori da ogni malizia, pulito più di un bambino. Aveva visto crescere i figli con alterna fortuna. Lo conoscevano tutti. Nessuno poteva dire di aver litigato con lui. Mancò, senza aver “disturbato” molto, una sera di settembre.  

Quella sera il profilo delle alte montagne fu accarezzato da un vento leggero che andava verso nord.

“Resilienza”: un “americanismo” forse sostituibile, essendo una metafora metallurgica. Avremmo a disposizione “fortezza, coraggio, costanza, perseveranza”, come termini appropriati per dire “resistenza durevole”, e invece usiamo spesso, come facciamo anche in altre occasioni, un lemma anglofono importato dai media

L’amica filosofa Gloria da Verona mi sollecita sul tema, e io vado a nozze, perché ogni scoperta di idiozie diffuse sui media e in nuove consuetudini espressive discutibili, mi sostiene in una grande vis polemica.

Tommaso d’Aquino considera teoreticamente ed eticamente le virtù “cardinali” (cioè “principali”) o “umane”, già classificate dai grandi Greci, e riprese in seguito da Agostino e papa Gregorio Magno, ponendo la fortezza nel “quartetto base” insieme con giustizia, (dikaiosyne) prudenza (phronesis) e perseveranza (sofrosyne).

Peraltro la fortezza e la prudenza sono ritenute dalle dottrine filosofiche morali classica e cristiana le virtù capaci di temprare ed equilibrare anche le altre virtù, in una dimensione di medietà virtuosa che considera fatti, circostanze ed esigenze morali puntuali dell’agire umano libero.

Il concetto morale di fortezza viene dalla parola greca aretè, e dalla latina virtus, da vir, la qualità degli uomini-forti (i viri, da cui virile, virilità, etc.). E noi (per modo di dire), nonostante tanta abbondanza concettuale e lessicologica a disposizione delle lingue occidentali, ci mettiamo a usare termini come “resilienza”, ma dài.

Siamo talora stranamente esterofili, spesso condizionati da un notevole inferiority complex soprattutto nei confronti di inglesi e americani (chissà se c’entra la sconfitta nella Seconda Guerra mondiale), e forse ancora di più della lingua inglese, che è diventata pervasiva, una koinè contemporanea, al punto che vi sono facoltà universitarie italiane che stanno decidendo di insegnare tutto in inglese. Speriamo che qualche normativa pubblica glielo impedisca.

E’ come se si ritenesse l’italiano una lingua inferiore. Pazzesco. E non ci si limita a sostituire la nostra lingua madre con l’inglese, ma si barbarizza la lingua madre, imitando l’inglese anche nelle sue povertà, come nello scarso uso dei modi ipotetici come il congiuntivo o il condizionale.

Mi pare che tutto ciò debba far pensare le persone di buon senso, non solo filologi e linguisti, filosofi e moralisti, politici e docenti, ma un po’ tutti i “parlanti-italiano”, cioè quasi cento milioni di persone, diffuse in tutto il mondo, oltre che in Italia (e in Argentina primariamente, quasi nazione sorella).

“Resilienza” è solo uno dei tanti termini che, traslitterati o meno hanno invaso il nostro parlato quotidiano, anche quando non serve strettamente. Non esito a precisare che si tratta di una metafora derivante dal mondo “fisico-chimico” della metallurgia, là dove viene utilizzata per definire una situazione di mutazione della cristallografia del metallo, come nella nozione di acciaio “peritetico”, atta a definire l’esito di un trattamento termico esterno sul pezzo metallico.

Se dovessi dire quale possa essere una parola inglese che va mantenuta così come è, in inglese, questa è leadership, poiché la sua traduzione è troppo circonlocutoria e faticosa: “capacità di motivare e guidare altre persone, mantenendo la responsabilità dei risultati di una determinata azione verso il livello gerarchico superiore“. E dunque va bene dire leadership anche parlando in Italiano.

Un po’ inutili e talvolta ridicoli sono altri lemmi o sintagmi inglesi che potrebbero essere tranquillamente taciuti e sostituiti con termini italiani. Alcuni esempi: a) flash meeting, cioè riunione breve; b) kick off meeting, cioè incontro di avvio (di un progetto); c) planning, cioè pianificazione; d) mentoring, vale a dire guidare, “tutorare” e) release, cioè pubblicazione; f) accountant, cioè contabile (troppo dickensiano?); g) assistant, cioè assistente; i) chairman, per presidente; l) target, cioè obiettivo; m) pattern, vale a dire schema; n) item, cioè tema o) board, per dire consiglio; p) lock down per confinamento; r) recruiting al posto di selezione; s) back up in luogo di salvataggio, copia; t) download per scaricare, e così via.

E poi un’ultima considerazione: l’errata pronunzia all’inglese di termini latini o greci (anche contro il diverso parere di mia figlia Beatrice che è una giovine filologa), come medium/ media, pronunziati midium/ midia; plus, pronunziato plas; nike pronunziato naiki

E dunque, possiamo sommessamente chiedere in giro di smetterla con la resilienza?

Maradona e lo spirito gregario

Inevitabilmente ripeterò anche qualcosa che in questi giorni i media – sia sportivi sia generalisti – hanno già sottolineato. Ma ne voglio scrivere lo stesso. Di Maradona. Dell’uomo e del calciatore Diego Armando, il più famoso del mondo di questi ultimi quarant’anni.

La sua morte statisticamente prematura lo ha scagliato dritto dritto nel Mito. Basti osservare i reportage da Buenos Aires e da Napoli, le sue due città dell’anima. Le foto, gli altarini, i lumini, i dazebao, le grandi immagini sui muri, attestano il mito, come quello di un santo. Cioè un “separato”, un “sancito”, un “diverso” dagli altri. La cultura greco-latina classica lo avrebbe inserito nel novero dei semidei.

Diego Maradona era un uomo piccolo di statura e talora rotondetto, ma muscolato in modo speciale. Il fisiologo o l’esperto di scienze motorie mi potrebbe spiegare che tipo di fibre poteva avere un atleta di un metro e sessantacinque scarso, che era in grado di scattare e saltare e staccare atletoni di un metro e ottantacinque, strutturati come quattrocentisti olimpici. Si veda il goal coast to coast irrogato alla orgogliosa Albione nel 1986 in Messico, per doversi chiedere “come ha fatto“?

Quel goal, insieme con quello segnato con la manita nascosta dietro la testa (la manita de Dios), sempre all’Inghilterra, è stato interpretato come una sorta di rivincita nazionale argentina dopo la fallimentare guerra della Falkland, con la quale Mrs Thatcher ha umiliato il generale Galtieri, prevalendo militarmente per un pugno di isole fredde nel Sud Atlantico. Nel mito nazionale si è inserito il mito individuale. Per l’Argentina Diego è stato come Peron e sua moglie Evita, per il Sudamerica come Fidel e come papa Francesco, che lo apostrofò in Vaticano quando el pibe andò in udienza: “Te esperavo Dieguito“, ti aspettavo Diego.

Per Napoli Maradona è stato importante come un san Gennaro contemporaneo, o perlomeno come Totò. La grande città di Partenope lo ha accolto fosse un suo scugnizzo dei Quartieri Spagnoli e Maradona si è incistato come un figlio.

Come può essere che un giocatore di football assuma tanta importanza per la cultura sociale?

Maradona è stato anche un uomo generoso, un uomo buono. Non si faceva vedere quando soccorreva bambini e adulti. Evangelicamente “la sua mano sinistra non sapeva che cosa facesse la sua mano destra”. Non si vantava. Non rimproverava i compagni di squadra che non erano alla sua eccelsa altezza tecnica nel gioco. Sembra quasi avesse fatto suo proprio l’Inno alla Carità di san Paolo, che troviamo nella Prima Lettera ai Corinzi al capitolo 13, 1-13.

Ma anche lui aveva una zona oscura. Consumatore di cocaina, Maradona oggi viene accusato in maniera esplicita di violenza su diverse donne. Ebbene, chi assume droghe e alcol è responsabile di quello che fa sotto l’influenza degli stupefacenti e dell’alcol. Maradona compreso, com’è ovvio. Anche i santi, come insegnava sant’Agostino, per esperienza personale, possono essere peccatori.

Qui sono però necessarie alcune considerazioni di psicologia teorica individuale, di psicologia sociale,  e in particolare di psicologia delle masse (o della folla) che, come ho più volte ricordato in questo sito, trova ampia spiegazione in un testo del francese Jacques Le-Bon Psicologia della folla datato verso il 1880.

La psicologia moderna e contemporanea parla di caratteri e di tipi umani, categorizzandoli in non poche modalità, che dipendono dai vari autori, da studiosi come Jung, Bateson, Freud, Rogers, Winnicott, Skinner, etc., senza trascurare la dottrina classica dei temperamenti, che risale alle filosofie del passato fino ai medici illuministi del XVIII secolo.

Da questi emergono strutture analitiche e tassonomiche che permettono di comprendere le profonde differenze tra persona e persona, ciascuna delle quali è irriducibilmente unica. La prassi e l’esperienza comuni, e le “lezioni” della storia suggeriscono la necessità di prendere atto di queste differenze, che poi si esplicitano nelle differenze di ruolo e nelle storie individuali delle varie persone.

I carismi si distribuiscono in modo vario e differente tra uomini e donne, territorio e nazione, ambiente economico e sociale, aziendale, ecclesiale, militare o civile.

Pertanto, si danno, vi sono, coloro che sono predisposti a guidare altre persone (lavoratori, soldati, religiosi, imprenditori, etc.) mantenendo la responsabilità dei risultati (cf. la teoria weberiana della leadership carismatica), e coloro che preferiscono “farsi guidare, pilotare”, o perché non se la sentono di governare strutture di persone e cose, o perché preferiscono delegare oppure, infine, perché non ne sono capaci e se ne rendono conto, la qual cosa è ottima.

Ecco, coloro che fanno parte del secondo gruppo sono più disponibili al gregariato, per cui, quando muore un “maradona”, un “lennon”, un “che guevara”, un “fidel”, un “mao” o uno “stalin”, e non chiedo perdòno qui per aver messo insieme “maradona” e “stalin”, sono i primi della fila a beatificarlo “facendolo” mito.

Gli assembramenti, le urla, i manifesti, le querimonie e i pianti sono tipici di questa tipologia antropologica.

Personalmente, come è noto ai miei lettori, non faccio parte di questa categoria umana, anche se ho partecipato a cortei, a concerti, a processioni e manifestazioni, il cui valore non disconosco certo.

Ma senza spegnere il cervello, mai.

Claudio racconta… un anno di scuola o quasi

Claudio è un professore di storia e filosofia del liceo Jacopo Stellini di Udine dove insieme, nella stessa classe e sezione, la F, studiammo mezzo secolo fa, più o meno, e dove decenni dopo si è diplomata anche mia figlia Beatrice. Da tempo sto cercando memorie scritte di quegli anni e da quei compagni di scuola, e le sto trovando, a partire da quelle di Nando (o Ferdinando) C., il più famoso studente/ gerundio di quel tempo e storico tutore dei lavoratori, e di Sergio Di G., valoroso generale dell’Arma. La cara Daniela Z., per ora, è un’attenta lettrice di codeste prodezze letterarie. Per ora, perché spero di ricevere qualcosa anche da lei. E, chissà. magari anche da altri. Francesco, Alberto, Massimo, Ornella, Enrico…?

il Prof Claudio Giachin

Claudio ha voluto generosamente offrirmi questo racconto.

“Claretta Moro insegnava lettere al ginnasio, aveva avuto un incarico annuale. La sua classe era la più sventurata e sballottata della scuola. Dapprima era stata sistemata in soffitta in uno stanzino, poi nell’atrio rivolto verso via Cairoli. Venne innalzato un separè alto non più di 2 metri per separarla dal corridoio ma non dal trapestio e dal vociare di studenti, insegnanti e bidelli. In quella V ginnasio c’era uno studente ancora un po’ timido che Claretta prese a ben volere e ad additarlo alla classe come esempio di impegno e profitto. Le premure della docente un po’ inorgoglivano il giovane un po’ lo infastidivano. La grande passione di Claretta erano I Promessi Sposi; un giorno uno studente sinceramente devoto portò in classe Famiglia Cristiana e lesse un articolo che rivelava che nel pranzo dal Conte Zio erano state mangiate delle polpette di carne di venerdì. Il caso era serio dal punto di vista teologico perché lo studente sosteneva che Manzoni era caduto in peccato e probabilmente nella confessione lo aveva scordato compromettendo la salvezza.

Naturalmente Claretta sosteneva che Manzoni non aveva mangiato le polpette bensì i suoi personaggi ed era perciò innocente, ma la classe provocatoriamente era di diverso parere. La discussione tenne banco per un paio di settimane. Un giorno, a insidiare il candore degli allievi, si presentarono degli studenti universitari con dei volantini con i quali, a sostegno della richiesta di una Università a Udine, veniva proclamato uno sciopero per il giorno successivo. Claretta mise in guardia la classe dal seguire gli inviti allo sciopero di quei pericolosi sobillatori. (Il professor Petracco ex partigiano e stimato docente di greco e latino faceva parte del comitato per l’Università anche se certamente non era tra i fautori della manifestazione).  Il giorno della manifestazione, fuori dal Liceo, nel luogo di raduno della classe, si svolse un autentico dramma: le ragazze scongiuravano alcuni sciagurati dall’intraprendere una azione così pericolosa. Claretta avrebbe sofferto molto.

La giornata di fine novembre era insolitamente soleggiata e non fredda e invogliava a trascorrerla in compagnia nelle vie cittadine Non ci furono dilemmi amletici da sciogliere, il cocco della professoressa con altri due scavezzacolli disertò la scuola. Il giorno dopo Claretta chiese ai reprobi la giustificazione che nessuno aveva. Ritirò i libretti e scrisse una lunga nota ammonitrice. Scagliò poi con rabbia il libretto contro il suo preferito con l’intenzione di colpirlo tanta era la delusione provata. Il libretto cadde in un angolo della classe e lì rimase per tutta la durata delle lezioni. Il clima si fece pesante: si fronteggiavano una pedagogista che lanciava occhiatacce cattive da una parte e dall’altra uno studente con un senso d’orgoglio smisurato che non voleva piegarsi all’umiliazione di raccattare il libretto. Alla fine delle lezioni fu un’allieva a raccogliere il libretto e a consegnarlo al compagno.

Hegel sosteneva che la lettura mattutina dei giornali era una forma di preghiera laica. Si parva licet, nella classe di Claretta la lettura quotidiana intensiva dei Promessi Sposi era un atto di fede recitato giorno dopo giorno. Nessuno stupore il tema in classe di quel mese riguardò proprio la “fede” del Manzoni e il significato di “Divina Provvidenza”. L’incauto studente non si lasciò sfuggire l’occasione per scrivere “Non credo quia absurdum est”. Non scrisse proprio così nell’elegante lingua latina, ma in un volgare più prosaico e rozzo. Scoppiarono lampi e fulmini, la madre dell’imprudente venne chiamata a un colloquio urgente. “Suo figlio è un ateo senza Dio, se continuerà così diventerà un delinquente” Le madri hanno un debole per i figli maschi e non vedono le loro pericolose inclinazioni e tendono a giustificarli. “Mio figlio ha tanti difetti ma non penso abbia una tendenza a delinquere”.

Per fortuna Claretta ignorava che il miscredente era cresciuto nella prima infanzia nell’osteria del nonno socialista, dove la domenica si giocava accanitamente a briscola e a tresette, in un crescendo di imprecazioni rivolte all’Altissimo e alla di lui Madre. Il bimbo conosceva benissimo tutte le bestemmie degli avventori ma i genitori e il nonno gli vietavano di profferirle. Se Claretta lo avesse saputo chissà cosa sarebbe successo. Per Claretta valeva il detto “Nulla salus extra Ecclesiam” e l’allievo non era propriamente un frequentatore dei riti cristiani. Nei giorni seguenti avvenne una strana e imprevista metamorfosi: l’ottimo allievo si era trasformato in un viscido e pericoloso eretico. Anche i voti mutarono: gli otto si trasformarono in due più,

Claretta riponeva ancora una debole speranza nel suo ravvedimento. Venne poi un giorno nel quale consigliò alla classe di acquistare un eserciziario di latino non previsto. Il giovane si fece dare dalla madre i soldi per l’acquisto ma entrato in libreria dimenticò subito il motivo per cui era lì. Gli scaffali pieni di libri erano una tentazione troppo forte e il giovane debole non seppe resisterle e se ne uscì con alcune tragedie di Shakespeare. Un giorno Claretta decise di interrogarlo in latino anche se il voto era già deciso. L’allievo consegnò il quaderno con le versioni fatte ma chiese il libro a un compagno. Errore fatale. “Come non hai il libro”? “Lo hai comprato”? L’ingenuo rispose: “L’ho cercato ma era esaurito”. “In quali librerie sei stato”? “Da Tarantola e alla Moderna”. Il volto di Claretta si fece paonazzo, scagliò la sedia dietro di sé e uscì con passo deciso e veloce dalla classe. Tutti erano sbigottiti. Rientrò dopo aver telefonato alle librerie e disse: ”Da Bruni il testo era disponibile; portami il libretto e ti metto due per l’interrogazione”.

La considerazione del bugiardo era scesa ancora dal due più al due netto. Ciò voleva certo dire che il caso era senza speranza. Adesso porta la richiesta di sospensione di cinque giorni dal vicepreside per la firma. Longo il vicepreside ricevette l’allievo gettandogli occhiate severe e fulminanti e non ascoltò giustificazioni di sorta. Che fare? La pedagogia correttiva di Claretta era certamente fondata sulle migliori intenzioni. Ma la perseveranza dell’allievo nell’errore e nei cattivi comportamenti richiedeva solo punizioni severe. Lo sventurato era davvero dispiaciuto e non voleva recare un dolore così forte ai suoi genitori. Decise così di frequentare un bar di via Manin ritrovo della crema dei “marinatori” udinesi. Si sa l’ozio è il peggiore dei vizi ma in questa circostanza consentiva allo studente di passare le mattinate con spensieratezza, senza rischi scolastici e con marpioni che ne conoscevano una più del diavolo.

Passarono i giorni di sospensione e anche altri finché il giovane avvertì nel profondo della coscienza una voce che lo consigliava di affrontare con coraggio le tempeste scolastiche. Un giorno attese l’uscita di Claretta dalla scuola e le comunicò la buona intenzione di riprendere a frequentare il Liceo. Claretta si premurò di avvertire subito i genitori del pentito che venne redarguito severamente a casa. Il giorno dopo, accompagnato dalla madre, varcò i portoni della scuola ma Claretta si rifiutò di accettarlo in classe. Il certificato medico presentato era palesemente un falso in atto pubblico e la professoressa non voleva essere complice di un così grave reato. La madre andò allora dal preside Vigevani che ritenne prevalente il diritto allo studio e ordinò il rientro in classe. Non ci fu nessuna benevola accoglienza. Il piccolo delinquente doveva essere isolato dal resto dei suoi compagni.

Così gli fu ordinato di isolarsi in un banco singolo in fondo alla classe e contemporaneamente a tutti gli altri allievi fu comandato di avanzare con i banchi in modo da lasciare un discreto spazio vuoto tra il confinato e le “animulae vagulae blandulae”. Non contenta di ciò, a queste ultime vietò, pena provvedimenti, di rivolgere la parola a un così pericoloso eretico e corruttore. Pochissimi furono i coraggiosi che, quando non visti, violarono il divieto. Il rendimento scolastico reale finì con il coincidere con il giudizio a priori di Claretta. Passarono giorni di solitudine, di mestizia e di rassegnazione. Venne marzo e la madre venne di nuovo convocata e informata della decisione già presa da Claretta di bocciare l’incorreggibile e la consigliò di ritirare il figlio. Forse così si sarebbero preservati meglio gli allievi dalle cattive influenze.

Così avvenne e dopo un’estate passata tra i libri l’anno scolastico venne superato in tutte le materie positivamente con una media del sette meno. Claretta faceva parte della Commissione d’Esame ma non mostrò né accanimento né risentimento. Ci fu un momento durante l’esame di riparazione di vero imbarazzo. In un momento di scarsa presenza mentale Claretta fece una domanda sul passerotto di Lesbia “Passer, delicae meae puellae”… Subito però si riprese, confortata dalla commissaria di francese. Chissà come avrebbe tradotto “passer” quel malandrino! Accortasi della domanda sconveniente riformulò la richiesta: “Parlami di Sirmione “Paene insularum, insularumque ocelle”… e dell’importanza che riveste nella poetica di Catullo. In questo caso le commissarie non si avvidero dell’ambiguità dell’incipit del carme. L’allievo però tradusse correttamente quel paene e quel che seguiva. Superata la prova chiese di essere iscritto in una nuova sezione la I F del Liceo temendo un nuovo incontro ravvicinato con Claretta e invece non la rivide più essendo ella approdata su altri lidi scolastici.”

Non occorrono commenti. La vita del nobile Liceo Ginnasio, ancorché un tempo imperial-regio, così scorreva in quegli anni, anche come la racconta argutamente l’amico Claudio, quando eravamo fanciulli spensierati, ma non troppo, ché alle porte stava arrivando la Rivoluzione.


Creta, Ano Viannos, la piazza delle esecuzioni

Questo luogo telematico non è solo vetrina per i miei scritti, aperta al mondo, ma anche un luogo di ospitalità. L’amico Fulvio Comin, in questa fase delle nostre vite è anche mio compagno di strada nella scrittura di un romanzo storico, che l’editore Albatros è stato disponibile a pubblicare: si tratta della storia di una famiglia ebrea che fugge da uno dei tanti pogrom antisemiti che accadevano in molte parti dell’Europa nel XVII secolo (e in molti altri tempi come manifestazione di una “malattia grande” dell’umano, il razzismo) e, nel caso, in Ucraina sulle rive del grande fiume Dniepr. La famiglia di Rizko Abrams va a Occidente… ma ne leggeremo le peripezie quando il romanzo sarà pubblicato.

Fulvio Comin

Intanto qui accolgo un racconto drammatico che Fulvio ha voluto scrivere da Creta. Un salto all’indietro in piena Seconda Guerra mondiale, nella tragedia dell’occupazione nazista.

“In questo sole sfolgorante, dentro a questo caldo che arriva come un abbraccio mortale direttamente dalla miscela di grani di sabbia del deserto africano, nati sotto l’Atlante e spinti, verso l’Europa, non una Europa, ma tante Europa, frantumate sotto i venti degli egoismi e degli interessi, piccole schegge di roccia che si incontrano con altri frammenti di roccia del deserto e non si accorgono di essere eguali ai precedenti e, nello stesso tempo, diversi quasi il confronto, quando non lo si vuol fare, fosse impossibile.

In questo sole sfolgorante dove mi ha portato Roberto, pilota comandante di grandi aerei, che guarda il mondo dall’alto, eppure sa riconoscere, i tragici segni sul terreno, quasi fossero pennellate di ferocia umana che né il vento né l’acqua riescono a cancellare e rimangono per decenni e, forse, secoli, sempre che non nasca qualcuno che vuole riscrivere la storia per camuffarla e raccontarla alla mamma, discretamente, perché non le provochi dolore, perché non ne turbi gli ultimi sogni prima di andarsene a fare i conti con l’Eternità. Se c’è!

Lei ci crede e allora cosa dobbiamo cancellare nella storia del mondo per farla contenta? Nulla, in verità, perché il Padreterno, nel momento del trapasso le confonde la memoria, le spegne la luce che illumina la verità e confonde nel grigio il bianco ed il nero e la lascia valicare il confine in uno stato di semi incoscienza. Trapasserà felice e noi ci chiederemo se questo sia giusto oppure no.

Ma noi chi siamo per porci questa domanda?

Ecco allora che, altro, ci toglie l’incomodo e neppure ce lo dice. Ci sarà pure un motivo che ci sfugge, in questa mancata comunicazione. Di sicuro, ma non ci va di cercarlo.

E allora, in questo sole sfolgorante ed immersi in questo caldo inconsueto, ecco che Roberto mi indica una tabella lungo la strada sulla quale c’è scritto, prima in greco e poi in inglese: “Lygia. Place of Nazi Executions”.

La tabella indica una strada sterrata che scende verso un falsopiano coperto da ulivi che non sappiamo se percorrere oppure no. L’assicurazione dell’auto presa in affitto ti copre eventuali danni, soltanto se percorri strade asfaltate, altrimenti il rischio è tuo.

Che ci sarà da vedere nello spiazzo dove i nazisti hanno fucilato centinaia di persone? Probabilmente nulla, se non fili d’erba tra le piante di ulivo, dimenticati dalle capre o magari una transennatura realizzata decenni dopo a delimitare ciò che ormai era evaporato come una negligenza, tra i fumi della storia.

Anche i crimini evaporano, spariscono nell’aria, come un gas mortale che nessuno vede, ma che ti entra dentro e ti devasta. E quando chiedi alla Storia, se i responsabili abbiano pagato, la risposta è sempre scoraggiante: non hanno mai pagato e neppure si sono mai pentiti o hanno lasciato uno scritto da leggere dopo la loro morte per affermare ciò che volevano, anche che avevano fatto bene a comportarsi  come si erano comportati.

Ma perché costoro non lasciano mai una traccia delle loro malefatte o “benefatte”, dopo la loro morte? Perché non scrivono in poche parole la verità? Cosa gli costa venire a patti con la propria coscienza?  E se è vero che ti confessi pensando che nell’aldilà qualcuno sia pronto a giudicarti, perché non scrivi: “sì sono stato io ad ordinare il massacro e ne sono orgoglioso… oppure… mi pento… non volevo farlo, ma gli ordini…”. Qualcosa sembra sempre salvarti.

Mi spieghi quale ideologia giustifica la strage di bambini che vanno ignari in mezzo a un prato, seguendo le madri, oppure in braccio a loro, pensando che c’è la mamma e, se c’è, sono sicuri e, invece, questi assassini, li strappano dall’abbraccio, li afferrano per i piedini, li fanno ruotare e ne fracassano le teste contro gli stipiti di una porta magari quella della casa dei bimbi, dove gli stessi si erano più volte affacciati entrando od uscendo da quell’uscio che rappresentava il confine tra la famiglia ed il mondo.

Poveri bambini che noi dimentichiamo facilmente, riducendoli a statistica: quanti erano il cinque per cento, l’otto? Non importa. Ciò che è davvero importante è che esistevano, c’erano e non hanno compreso il momento che stavano vivendo e che, un secondo dopo l’averlo forse pensato, non vivevano più.

Oltre cinquecento, tra bambini, donne, anziani, sono stati portati nel “ piazzale delle esecuzioni” e, a gruppo di sette, mitragliati.

Perché non si sono ribellati? Morte per morte, cosa cambiava?

Pensate: questa domanda la dovremmo porre a coloro che si sono lasciati fucilare senza far nulla, camminando fin sull’orlo della fossa dove poi si erano inginocchiati, aspettando il colpo alla nuca.

Perché non si sono ribellati? Domanda delle domande.

Roberto, che guarda le cose terrene dall’alto, mi accompagna al sacrario che ricorda questi morti: ci sono i nomi. Certo, ci sono i nomi e pure, stilizzate nella pietra, le figure di coloro che sono stati ammazzati, ma è come tentare di rappresentare il vento con un solido, fare di un soffio d’aria una bolla di pietra e sostenere che non pesa.

Tutto evapora.

Già, il tempo è un soffio e chi lo acchiappa finisce soltanto per contorcersi nel rimorso o in un’esaltazione che non sembra passare mai. Meglio allargare le mani e lasciarlo andare: via, un soffio di vento, polvere sparsa nell’aria. Non pesa nulla, soprattutto non ti pesa sullo stomaco.”

(Fulvio Comin)

Da immemorabili tempi le cronache estive hanno il loro “giallo”, dai tempi dello “scandalo Montesi/ Piccioni”, delle vicenda di Fenaroli/ Ghiani e Maria Martirano, dai tempi del delitto del bitter di Arma di Taggia… è come se il popolo dei lettori abbia bisogno di qualcosa di diverso, di piccante, e misterioso, di peccaminoso e delittuoso, di drammatico o addirittura di tragico, poiché il “male” permea la vita dell’uomo, inevitabilmente, facendo anche – a volte – risaltare il bene

Quest’anno il fatto è collocato in Sicilia, tra Messina e Caronia. Protagonisti: una gradevole signora poco più che quarantenne dal sorriso smagliante (almeno sul web), il suo figlioletto quattrenne, entrambi trovati morti dopo giorni di ricerche vane, il marito un po’ trendy, le comunità locali, gli inquirenti, i volontari che si offrono per ricercare i primi due scomparsi in modo finora inspiegabile, il carabiniere in pensione che trova un corpicino “dove nessuno lo stava cercando” (parole sue un po’ indispettite), e l’ambiente, meravigliosamente estivo, siculo fin nel profondo, con il mare a portata di sguardo, il Tirreno profondo, e una piramide in ferro brunito, definita “misteriosa” da giornalisti privi di ampiezza lessicale. Tutt’intorno la boscaglia, la macchia, i maiali neri dei Nebrodi mescolati geneticamente ai cinghiali, un territorio semi-collinoso definito “impervio” da qualcuno, aggettivo che a me, abituato alle impervietà vere delle rocce e di erti pendii alpini, sembra esagerato. Un territorio che percorrerei con le infradito, che non ho mai usato.

Lo strano comportamento di chi ha visto la donna e il bimbo incamminarsi verso la boscaglia. Zitti, muti come cospiratori. Nessuno telefona ai carabinieri, al 118, nulla.

E poi lo stuolo di “esperti” o reputati (e sé reputanti tali) tali in tv e sul web, la criminologa seriosa, lo psichiatra dal cachet sempre splendido, le domande falsamente insidiose dei conduttori, emblemi di una mediocrità comunicativa evidente. Farei anche dei nomi, ma li ho fatti altrove, precedentemente. E il lettore mio sa a chi mi riferisco. E la noia incombe.

Che è successo realmente? Il super esperto di psiche afferma con fare annoiato che una “mamma” con quei conclamati (da quando?) problemi psichici non la si lascia portare via in auto un bimbo come Gioele. La criminologa, come sempre assai compunta, si distingue per una pretesa maggiore profondità di ragionamento, a sentir lei. Pagati tutti e due per dire cose che poteva intuire anche mia nonna. E ogni giorno la vicenda è in prima pagina, sia sui media di carta, sia su quelli telematici, accanto ai nuovi contagi Covid, a Lukascenko e a Trump/ Biden, in base a una per me assai discutibile gerarchia di importanza.

Siamo seri: alla fine, che importanza nazionale può avere la vicenda di Caronia per meritare tutta questa attenzione mediatica? Rispondo in base a diverse prospettive: 1) da un punto di vista etico/ filosofico personalista e teologico, la vicenda ha importanza assoluta, perché ogni (dico “ogni”) vita umana ha un valore assoluto. Ma subito obietto: e le altre migliaia di bimbi che ogni santo giorno si ammalano, son sempre più denutriti e muoiono in molte zone del mondo? Di loro si parla per numeri, non per nomi. Delle donne poi che dire? quante sono maltrattate, picchiate, stuprate, vilipese in qualsiasi modo, mutilate e uccise, mentre parliamo della (bella?) disk jockey? 2) da un punto di vista politico, la vicenda ha ben poca rilevanza; 3) da quello socio-culturale, appartiene al novero dei fenomeni attinenti agli attuali modi di vivere, frenetici e disordinati, e perciò non indica particolarità significative; 4) dal punto di vista mediatico, tutto cambia, perché l’insistenza con la quale se ne parla, contribuisce ad enfiarne l’importanza, la centralità nella gerarchia delle notizie, perché incuriosisce interpellando morbosità insite in molti, forse in quasi tutti. Ecco, è la dimensione mediatico-commerciale e quindi economica che muove la vicenda. E questo fa un po’ di tristezza. Mi viene da dire una cosa che attesta la mia scarsa simpatia per gli esperti convocati dalle tv: che cosa farebbero questi signori&signore se, specialmente d’estate, non accadessero fatti così sfiziosi, ancorché tragici? Non lo so.

Nel novero dei protagonisti della vicenda una sola persona mi ha convinto, per la scarna frase pronunziata e per il comportamento, cioè il carabiniere in pensione che ha trovato lavorando solo due o tre ore, il corpicino: alla domanda circa “come avesse fatto a trovarlo così rapidamente“, ha risposto lapidario: “Ho cercato dove gli altri non hanno cercato. Punto“. per dire che non ammetteva né repliche né commenti.

Ecco, un altro punto. Dopo venti giorni nei quali forze dell’ordine e volontari cercavano senza trovare un corpo di bimbo in una zona che è fuorviante definire “impervia” (sopra ho spiegato che cosa ragionevolmente si possa onestamente intendere per “impervio”), una persona veramente esperta, competente e disinteressata, ha risolto un caso che decine di altre persone non riuscivano a concludere in intere giornate di ricerca.

Caro lettore, sai che proprio non mi capacito? Non capisco, non riesco a comprendere come la cosa si sia risolta in questo modo. Battendo il territorio con metodo, con gruppi che avanzano in riga orizzontale e visitano ogni anfratto del rettangolo di territorio destinato, per poi spostarsi su un altro rettangolo, metodicamente, fino a coprire una superficie che ragionevolmente avrebbe potuto contenere tutto il girovagare della donna… quanto? dieci o quindici km quadrati? Un rettangolo di due/ tremila metri per sei/ settemila?

Proprio come si vede fare nei thriller americani, che pare siano più documentati del nostro reality. Ecco, mi è parso che le tv abbiano trasmesso un reality senza pagare nessuna comparsa, perché tutti erano più o meno tali.

Furbizia versus intelligenza

Molti scambiano queste due caratteristiche psicologico-spirituali, oppure le ritengono talmente analoghe da apparentarle indebitamente. La furbizia o furberia, come concetto, crea difficoltà a chi voglia collocarla nel novero dei vizi o delle virtù. Può apparire virtù, se serve a salvaguardare chi la usa da pericoli e rischi, ma può altrettanto apparire come un vizio se viene utilizzata per l’inganno a scapito di qualcuno e a favore di chi la usa.

Secondo alcuni linguisti la parola furbo deriva dal francese “fourbe” (ladro). Ma secondo altre più recenti ipotesi la parola “furbo” verrebbe dal latino fur-furis” (ladro) trasformatosi poi, fra il IV e il VI secolo d.C., in ”furvus”, voce attestata anche con il significato di ”nero, fosco, buio”.

L’intelligenza o, nel classico linguaggio dei filosofi, l’intelletto, è la facoltà raziocinante, la capacità di “leggere-dentro” le cose (dal latino intus-legere, da cui intellectus, cioè intelligenza). A volte si nota che le persone intelligenti sono poco furbe: già questa constatazione è illuminante sul fatto che si tratta di due caratteristiche umane, e anche animali, molto differenti. Non dimentichiamo che anche degli animali si può dire, in vario modo, che sono intelligenti e/ o furbi. Un’intera aneddotica mitologica ne parla, da Esopo a Gianni Rodari: il leone, il gatto e la volpe (Collodi), il cane, il cavallo, la pantera e la tigre (Kipling), l’orso, i paperi, i topi (Disney). E via dicendo.

L’antropomorfizzazione degli animali, con riferimento a intelligenza furbizia è nota. Di seguito ho scelto di pubblicare alcuni aforismi non banali in tema.

La furbizia è l’idea che lo stupido ha dell’intelligenza. (P. Caruso)

Pino Caruso è stato un comico, ma mi pare che qui sia stato molto filosofico: la comicità è un’arte che ha molto a che fare con l’amore-per-la-vera-sapienza.

La furbizia è un surrogato truffaldino dell’intelligenza. Se questa riscuote più credito, quella ottiene più successo. (R. Gervaso)

Roberto Gervaso è stato un giornalista di vaglia, anche se di orientamento politico a me per nulla affine, epperò qui coglie nel segno.

Che la furbizia sia caratteristica servile, e mai signorile, è la sola fondamentale scoperta politica che milioni di italiani devono ancora fare. (M. Serra)

Michele Serra possiede un’arguzia tagliente, come quella di certi aforisti rinascimentali.

I furbi ci fottono sempre al momento giusto, nel posto giusto, col sorriso giusto. Camminano con sprezzo anche sopra la loro merda. (Charles Bukowski)

Lo scrittore americano non lesina l’uso di termini popolari, per modo di dire: anche la merda va bene per chiarire i concetti.

È più facile che sia furbo un cretino che un intelligente. (Roberto Gervaso)

…e questa è la peggior punizione del furbo.

Quando tra gli imbecilli ed i furbi si stabilisce una alleanza, state bene attenti che il fascismo è alle porte.
(Leonardo Sciascia)

…attenzione, attenzione!

La mia totale mancanza di furbizia mi condanna ad un’esistenza irragionevolmente e svantaggiosamente onesta. (I. Bauer)

Ida Bauer dissimula molto bene un dispiacere che non prova, perché sa che nulla paga di più di una coscienza onesta, nella vita.

La furbizia non è una qualità né troppo buona, né troppo cattiva: oscilla tra il vizio e la virtù. Non c’è incontro in cui non la si possa e, forse, non la si debba sostituire con la prudenza. (J. de La Bruyere)

Jean de La Bruyere, da buon uomo dell’età barocca, ama interloquire con circonlocuzioni che mettono il lettore nelle condizioni di dover pensare, e al cosa è molto utile, specie di questi tempi.

Quasi nessuno scopre mai che le sue azioni feriscono davvero gli altri. La gente non migliora, diventa solo più furba. Quando diventi più furbo, non smetti di strappare le ali alle mosche, cerchi solo di trovare dei motivi migliori per farlo. (S. King)

Stephen King ha ben presente come è l’umano, quando sfiora il demoniaco e la malvagità, lasciando l’amaro in bocca, con poca speranza. Non nulla, ma molto poca.

Il motivo per cui stupidi e furfanti se la cavano meglio al mondo di uomini più saggi e onesti è che sono più vicini al carattere generale dell’umanità, che è null’altro che un insieme di inganno e stupidità. (S. Butler)

Samuel Butler manifesta un pessimismo quasi cosmico, sfiduciato praticamente del tutto nei confronti dell’umano.

Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. I furbi si fanno sostituire.
(R. “Freak” Antoni)

Umorismo fine quello di “Freak” Antoni.

La furbizia è la sorella stupida dell’intelligenza. (Paola Poli)

Più aforismatica di così…

Io mi sono allenato per 20 anni, ho avuto una carriera lunghissima come velocista, ma non mi sono mai neanche strappato. Invece, se avessi fatto uso di steroidi anabolizzanti, mi sarei strappato chissà quante volte. Lo sport deve rimanere l’ultimo baluardo del tessuto sociale per quanto riguarda il rispetto delle regole. Insomma, tra gli atleti deve vincere il più bravo, non il più furbo. (P. Mennea)

Pietro Mennea è un pedagogista morale naturale. Il grande atleta che è stato si riflette come una metafora sulla dimensione esistenziale di ciascun uomo libero e pensante.

In Italia quella tra cittadino e legalità è una relazione sofferta, la cultura di questo Paese di corporazioni è basata soprattutto su furbizia e privilegio. (G. Colombo)

L’antico giudice milanese, praticando da tutta la vita persone dedite alla violazione delle leggi, si è fatta un’idea monocorde, penso non condivisibile, dell’Italia.

Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro. (G. Prezzolini)

Quanto mancano persone come Prezzolini al nostro tempo, in mezzo a tanto inutile e pericoloso “politicamente corretto”!

L’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. (I. Svevo)

La metafora equazionale di Ettore Schmitz sta in piedi come una analoga algebrica.

La verità è che è più furbo scappare. Lo scontro migliore è quello che eviti. Ma io non ho mai sostenuto di essere furbo. Solo ostinato e ogni tanto irritabile. (L. Child)

Ecco che Leo Child specifica ciò che è meglio essere, piuttosto che furbo, Sono d’accordo, pienamente.

La furbizia non è un aspetto dell’intelligenza, ma la faccia nascosta della disonestà.
(P. Caruso)

Il comico siculo, conoscendo dal vivo molta disonestà, afferma con chiarezza da che parte sta, proprio guardandosi in giro dove vive e più in generale.

L’imbecille totale è preferibile a chi mette la furberia al servizio della stupidità. Il primo, di solito, è innocuo; il secondo, pericoloso a se stesso e agli altri perché, scambiando la furberia per intelligenza, non capisce quanto sia stupido. (R. Gervaso)

L’acutezza gervasiana penso qui raggiunga un suo culmine, poiché è una verità centrale sapere che chi pensa di essere intelligente perché è furbo, in realtà è proprio uno stupido.

L’italiano ha un tale culto per la furbizia che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. (G. Prezzolini)

Concludo con questo divertente paradosso del grande Prezzolini, al quale perdoniamo qualche appartenenza (o quasi) politica, anche solo per la sua intelligenza simpatica.

Furbizia e intelligenza, quindi, non sono neppure sorelle e neanche cugine, ma due caratteristiche mentali differenti, là dove ciascuna qualità può essere comunque utilizzata con correttezza. Anche nei vangeli troviamo accenni alla furbizia, senza che ciò significhi doppiezza e ambiguità immorali. Basti considerare il loghion gesuano che si trova in Matteo 18, 3: «Se non diventerete come i bambini non entrerete nel Regno dei cieli», aveva appunto ammonito Gesù.

Un altro locus evangelico troviamo in Luca al capitolo 16 (1-13), dove una parabola racconta di una utile e “virtuosa” astuzia: «il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza». La lode narrata da Gesù appare non come una sorta di sorprendente giudizio immorale, ma come un riconoscimento della scaltrezza come qualità di sopravvivenza.

Non dimentichiamo infine anche le lodi del Maestro di Nazaret a certi comportamenti astuti del serpente, invitando l’uomo ad imitarlo, ma mantenendosi puro come colomba (cf. Matteo 10, 16), per vivere con intelligenza.

Un umanesimo per oggi, ai tempi del Covid-19

San Paolo nella Lettera ai Colossesi al capitolo terzo, versetto 11 scrive: ”
Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti“,, e nel capitolo terzo, al versetto 28 della Lettera ai Galati: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù“.


Ecco le basi antropologiche ed etiche dell’uguaglianza umana.

Si tratta della prima affermazione chiara e inequivocabile dell’uguaglianza fra tutti gli uomini nella cultura occidentale. In quei brani Paolo si richiama implicitamente a Genesi capitolo 1 versetto 27, dove lo scrittore torachico afferma che “Dio creò l’uomo a sua immagine (e somiglianza).

Paolo, cioè Saulo di Tarso in Cilicia, sotto i monti del Tauro, non molto distante da Antiochia, una delle metropoli del tempo, era un fariseo ebreo sensibile alla cultura ellenistica. Aveva studiato la Sacra scrittura a Gerusalemme con il grande rabbino Gam’liel, ed era abituato a frequentare i “gentili”, cioè le genti, diverse dal popolo del Libro. Nel 49 aveva “vinto”, faccio per dire, il primo “concilio”, quello convocato a Gerusalemme per definire alcuni princìpi fondamentali dell’evangelizzazione. Contro il fermo parere di Giacomo il Maggiore (il “fratello” del Signore), e pure di Pietro, Paolo aveva fatto togliere l’obbligo della circoncisione per coloro che si convertivano all’Evangelo di Cristo.

Il suo sguardo era rivolto al mondo, a tutto l’Impero e oltre. Ecco che allora si possono comprendere i versetti sopra citati, che lui scrisse nelle Lettere agli abitanti di Colossi in Grecia e ai Galati, abitanti della regione prossima al Bosforo, tra Oriente e Occidente.

Più o meno in quegli stessi anni, a Roma, l’imperatore Claudio pronunziava il famoso discorso in Senato, con il quale ammetteva con chiarezza che di quella altissima assise avrebbero potuto far parte anche i Pitti e i Britanni, popolazioni considerate finora barbariche, se si fossero riconosciute parte dell’Impero, e rispettosi delle sue leggi.

Con san Paolo inizia un pensiero nuovo sull’uomo, e viene per la prima volta ammessa con chiarezza l’uguaglianza di ogni uomo con chiunque altro, fosse pure l’uno l’imperatore e l’altro uno schiavo o un liberto. Ciò non generò come conseguenza immediata il pensiero dell’ingiustizia della schiavitù, e conseguenti modifiche alle norme legislative, ma fece iniziare una riflessione che portò al cambiamento, lentissimo sotto il profilo storico, ma definitivo.

Il pensiero successivo, sia quello dei Padri antichi, greci e latini, da Origene a Gregorio Magno, sia della Scolastica, sia infine della filosofia moderna e contemporanea, a partire da Descartes, parte sine ullo dubio dalle affermazioni paoline, Illuminismo compreso. Altrimenti come si potrebbe comprendere la triade concettuale dei rivoluzionari giacobini Fraternité, Egalité e Liberté. Se la fraternità è un “tipico” cristiano, e l’uguaglianza idem, la libertà è comunque un “portato” del cristianesimo, soprattutto nell’esemplarità dell’esperienza di Gesù di Nazaret. Quale uomo è stato più libero di lui di dire e di fare, per dirla alla greca? Tanto libero da sacrificare la propria vita. Se Gesù fosse stato più “politico”, il governatore romano Ponzio Pilato non avrebbe “dovuto” condannarlo a morte, e a quella morte ignominiosa. Il processo a Gesù è stato un processo politico e il decisore, pur riottoso (Pilato non voleva condannare a morte Gesù, anche se aveva una dimestichezza crudele con le condanne a morte), ha dovuto cedere alla piazza e allo scandalo religioso che il Sinedrio sadduceo aveva suscitato. Chi era in piazza a gridare “Bar-abbà”? Il popolo, ma quale popolo? Il popolo vicino al sinedrio, uguale a tutti i “popoli” che gridano in piazza per sostenere l’uomo forte, chiunque esso sia. In quella vicenda l’uomo più forte era il gran sacerdote Caiafas.

Funziona sempre così, come spiegano i costumi dell’armatore Achille Lauro (non è il ragazzotto del trap) e ogni altro “uomo da piazza”, compreso il capo delle attuali sardine, non diverso da chi primariamente combatte. E come spiega bene lo psicologo sociale Gustave Le Bon nel suo per nulla datato “La psicologia della folla“, testo che risale agli ultimi anni dell’800.

Ora si parla di un “nuovo Umanesimo”, come se occorresse riscrivere i testi di Giovan Pico della Mirandola e del Machiavelli, che mi permetto di annettere comunque all’Umanesimo anche contro la sua dichiarata posizione di pensatore materialista, atomista, lucreziano, democriteo, e quindi ben lontano da ogni speculazione di origine platonica. Machiavelli non era l’uomo del cinismo politico, secondo la comune errata accezione tuttora invalsa tra le persone superficiali, ma l’uomo con il “senso dello Stato” forse più serio e conseguente della nostra storia italiana. In proposito consiglio il bel volume di Michele Ciliberto Nicolò Machiavelli. Ragione e follia edito da Laterza. Non occorre alcun “nuovo umanesimo” da inventare, come vorrebbe fare e non capisco il perché, l’attuale capo del governo italiano, poiché i principi, i fondamenti dell’Umanesimo sono già scritti limpidamente nell’Evangelo di Gesù, nelle Lettere di Paolo (cf. supra), e nelle Dichiarazioni universali dei Diritti dell’uomo, sia quella americana di fine ‘700, sia quella europea del secondo dopoguerra.

E ora, con l’occasione di questo Covid-19 vien messo alla prova proprio l’Umanesimo, la sua caratura, la sua sostanza, la sua condivisione, soprattutto nel settore della comunicazione sociale. E allora ricompare in evidenza l’uomo con le sue mediocrità, i suoi vizi, le sue dissimulazioni furbesche, le sue insincerità, le sue menzogne. L’Italia sta soffrendo (per ora) più di altre nazioni, eppur si polemizza, e le altre nazioni pare guardino all’Italia come a un popolo di “untori” manzoniani. In Italia, anche in questa situazione, c’è chi è più “bravo” degli altri ad affrontare il problema, a allora critica, a volte senza proporre nulla. La stampa in primis. Titoli urlati e falsi, ripetitività quasi compiaciuta nel dare le notizie peggiori, il sottile nefando piacere di “essere arrivati prima” della concorrenza a dire la novità.

Mi pare che si possano dire alcune cose. Non bisogna dare ascolto più di tanto alle cronache giornalistiche, spesso ripetitive e, siccome sono in gara tra loro, a testate televisive, siti web, carta stampata quotidiana, etc.; è bene ascoltare con spirito critico i politici, non solo quelli che approfittano di questa situazione per fare campagna elettorale, ma anche chi in questo momento si trova tra i decisori, cioè il Governo e i Presidenti di regione / provincia (ove esistono ancora), Sindaci e così via. Meglio dare attenzione alla Protezione civile, e soprattutto ai medici e ai ricercatori specializzati, cioè virologi, immunologi, infettivologi e biologi, i quali in generale sono intellettualmente onesti, anche se – in qualche caso – si nota una qualche ricerca di visibilità. Si capisce che magari uno / una che per decenni ha lavorato nel silenzio e nell’ignoranza dei più, con retribuzioni inadeguate ed inique, trovi in questo modo una sorta di soddisfazione… vicaria. E’ umano, quasi troppo umano, direbbe il grande di Roecken.

L’ultima dei politici riguarda una gaffe clamorosa, ma non più di tanto, visto che riguarda Di Maio. Siccome facendo politica ha imparato, non so se dai suoi o dai giornali, oppure in un corso accelerato di lingua inglese, che media si pronunzia midia e plus si pronunzia plas, non sapendo che si tratta di latino e non di inglese, e deducendo che lo fosse, si è fatto beccare a dire “coronavairus“, pronunziando all’inglese la “i” di virus. Commenti?

Ebbene, son tempi – questi – certamente bisognosi di un nuovo umanesimo, ma molto più di un serio recupero di alfabetizzazione primaria. Pazienza, dai.

Valori e linguaggio per “curare” il disagio, premessa necessaria per far crescere le persone nel gruppo solidale

“Valori”, anche se deriva dal verbo latino valeo, cioè valere, è termine molto moderno, nato più o meno dalla cultura illuministica ed economicistica anglosassone e progressivamente molto utilizzato, sia in economia, sia in filosofia morale e politica. Marx ne declinò con passione il significato nei due sintagmi fondamentali della sua teoria politica ed economica: valore d’uso e valore di scambio. Per il dottor Karl il valore d’uso è da attribuire ai beni secondo il loro effettivo utilizzo, mentre il valore di scambio è da intendere secondo la convenzione dettata dai mercati nell’ambito dello scambio tra beni/ servizi e prezzo pattuito degli stessi, fra i contraenti del negozio commerciale.

Con il tempo, però, il termine “valori”, soprattutto grazie alle ricerche di Max Scheler, ha subito una sorta di slittamento semantico in senso etico-morale, venendo a collocarsi quasi in un’area sinonimica di princìpi, o addirittura di virtù.

Sappiamo bene che virtù è un lemma latino, virtus, che a sua volta deriva da vir, cioè uomo coraggioso, forte, corrispondente al greco aretè. Da Platone/ Aristotele in poi il termine si estese al lemma sostantivato fortezza, o fortitudo (in latino) e aretè, in greco. Con l’esplicitazione agostiniana e gregoriana del plesso delle virtù cristiane, la parola assunse valenze teologico-morali ancora in uso.

Si può dunque affermare che virtù, princìpi e valori stanno tutti dalla stessa parte, significando qualcosa di positivo, afferente al bene e ai buoni comportamenti dell’uomo, dove l’azione e i detti hanno la salvaguardia e il benessere dell’uomo come fine.

Un esempio pratico: è in uso il termine tolleranza per esprimere l’accoglimento del diverso, ma appare evidente come la semantica corrente significhi o contenga una sfumatura di degnazione verso l’altro, il diverso, un top-down, dove è chiaro chi-è-superiore (o tale si ritiene) e chi-è-inferiore (o tale è ritenuto); più opportuno sembra essere il termine rispetto, che significa etimologicamente (dal verbo latino respicio, ere) guardarsi-di-fronte, e quindi presupponendo il riconoscimento di una parità in dignità fra i due o più interlocutori. Ecco: in questo caso si può dire che il “valore” dei rispetto è superiore al “valore” della tolleranza.

Il linguaggio umano è lo strumento principe della comunicazione e dunque della relazione inter-umana. E’ lo strumento e la dotazione che differenzia l’homo sapiens sapiens da ogni altro animale e primate, pure strettamente apparentati sotto il profilo biologico e genetico. Esso è possibile in grazia dell’anatomia umana e dell’esercizio che nei millenni l’uomo ha saputo produrre per svilupparlo.

Si declina in idiomi e lingue (migliaia) ed ha una dimensione storico-sociologica e psicologica. Esprime concetti, volontà e sentimenti in ogni situazione, qualificando anche la sua assenza momentanea, il silenzio. E’ correlato strettamente ai movimenti corporei e alla prossemica, con i quali completa i processi comunicazionali e qualifica la relazione, fine ultimo della comunicazione, di cui la comunicazione è mezzo.

E’ dunque, il linguaggio, strumento essenziale e valore primario per la vita umana e la vita del pianeta. La sua continua evoluzione strutturale e semantica richiede sempre grande attenzione e rispetto, evitandone un utilizzo semplificato e banalizzante. La ricchezza lessicale, in particolare della lingua italiana, consente descrizioni di fatti, pensieri e sentimenti molto approfondite, ragion per cui non è accettabile l’uso che se ne sta facendo sui media e in particolare mediante il web, che sta contribuendo ad impoverire i messaggi, creando confusione e conflitti (evitabili).

La presenza del disagio nella vita umana, del dolore e della sofferenza, della mancanza e del conflitto, interpella in profondo ogni coscienza, per cui occorre rendersi consapevoli dell’esigenza di conoscere a fondo la psiche e i tratti di personalità degli individui, per analizzarne i comportamenti e le scelte, quando hanno a che fare con il prossimo. I saperi antropologici sono fondamentali per questo: dalla filosofia alla psicologia, dalla teologia alle antropologie, l’uomo deve mettersi in ascolto, studiando, il contributo che ognuna di queste discipline offre alla conoscenza dell’uomo stesso, evitando semplificazioni e analisi sbagliate.

Lo sviluppo umano della persona attiene dunque a tutte le attività di pensiero e azione dell’uomo, alle relazioni che riesce a stabilire e consolidare e alle circostanze attuali nelle quali “si trova” a vivere. Qualcuno sostiene che tutto inizia dal caso (caos, metatesi di vocali e consonanti), a partire dagli inizi cosmologici. Faccio fatica a condividere un’opinione così netta, poiché, senza sostenere la teorie del “disegno intelligente” concepito da una Mens divina, non riesco ad affidare tutto quello che è successo dagli inizi del mondo, che conosciamo solo in minima parte, e tutto quello che c’è negli universi (?) alla dottrina del caso, che ho più volte, anche in questo sito, razionalmente messo in discussione.

L’intensificazione solidale è un nome dell’amore, come principio di movimento universale (cf. Platone, innanzitutto, e anche, nel mio piccolo, Le parole e simboli nella Bibbia per una Teologia dell’Eros, ed. Cantagalli, Siena 2017, con molti altri su cui mi sono inerpicato negli anni). L’amore è attività desiderante qualsiasi cosa, ordinata e dis-ordinata, buona in quanto bene in-sé, e meno buona – a volte – in quanto bene improprio o inadeguato. Ciò che lo muove è la passione, è il sentimento, è l’emozione che vince all’inizio ogni processo razionale che un soggetto umano voglia mettere in moto. Tutto è bene, omnia bona est, ma si tratta di approfondire questo bene  collocarlo nel modo giusto nel mondo. L’eros è il motore del mondo: si tratta di guidarlo e di intensificarlo con l’intelligenza che ci è data come sapiens sapiens.

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