Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La piazza dei trentamila a Torino, o “Esisto solo se qualcuno mi ascolta, ovvero esisto solo se qualcuno mi legge…”, ma è proprio sempre vero?

Anche se la TAV non mi convince del tutto, fossi stato a Torino avrei partecipato alla marcia dei trentamila favorevoli a quest’opera, alle Olimpiadi invernali e a tutto quanto grillini e sindaca dai capelli di fil di ferro non vogliono fare. Mi oppongo a qualsiasi cosa questi selvaggi arroganti e ignoranti vogliano fare. E spero che i miei non pochi amici torinesi siano stati in piazza, che Elena, Stefania, Roberto, Maurizio…, perché gli riconosco un’intelligenza e una sensibilità importanti, tali da non farsi intortare da un/ a appendino (femminile o maschile?).

Sono contrario a tutto quello cui sono favorevoli questi falsi puritani della politica. Non mi convincono in nulla, né come idee e programmi, né come gruppi dirigenti e leader. Le loro idee sono prive di cultura etica e socio-politica, anzi, con i loro riferimenti generici a Rousseau, perfin pericolose. Penso che neppure il capo della Srl che li governa oggi, e suo padre R.I.P.,  conosca o abbia conosciuto poco o punto il pensiero del mediocre e troppo esaltato filosofo ginevrino. I loro leader ignoranti sono e mediocri, e perciò arroganti e protervi, a partire dal chierichetto campano, per continuare con u bellu guaglione, l’inutile reduce dal Sudamerica. Mi meraviglia come e quanto il suo viaggio sia stato tanto mediatizzato. Infatti di Di Battista chissenefrega! E la tontolona magra-piccola-anche-di-intelletto sindaco femmina di Roma?

Il tanto da lor invocato “popolo” si è ribellato in una delle capitali d’Italia, a Torino. Spero sia l’inizio di un non lunghissimo declino, sempre se altri si sveglieranno dalla loro attuale afasia. Qui entra in campo il secondo argomento, strettamente correlato al primo.

Il popolo può farsi ingannare per un periodo, e non lungo, perché poi, quando si accorge di essere buggerato dai populisti, si ribella e li manda a quel paese.

Il maestro Ennio Morricone a novanta anni suonati spiega il suo rapporto con la musica, dicendo che essa esiste solo se qualcuno la esegue e qualcuno la ascolta, e ciò può valere in qualche modo -nel mio piccolo biografico- anche per me. Con qualche osservazione diversa: questa sua concezione indica una forma di idealismo relazionale à la Martin Buber e Emmanuel Lévinas. Son d’accordo e non son d’accordo.

Non si può dire, infatti, che-si-è solo se si è ascoltati (musica e parole) e letti, poiché chi non scrive musica e parola, allora, non “sarebbe”: falso. La battuta di Morricone è metaforica, un po’ estremistica, senz’altro melodrammatica.

E poi, come la mettiamo con il silenzio? forse che il silenzio è un “nulla”? neanche per idea. Il silenzio è virtù, per san Benedetto da Norcia, ed è… musica, proprio per Morricone, Beethoven, Bach, Mozart, Haendel, Verdi, Wagner e compagnia musicante, compresa la mia Beatriz. Che cosa è una pausa tra due suoni se non musica essa stessa?

Si è certamente se si è ascoltati, visti, considerati, rispettati, letti, etc., ma anche se no. Vivendo in un bosco remoto in uno chalet di legno, puoi evitare incontri sgradevoli, limitandoti a recuperare periodicamente i viveri necessari.

Le sette donne leader sconosciute di Torino mostrano la parte di veridicità delle tesi di Morricone e di Descartes. “Penso e dunque sono, parlo e dunque sono, qualcuno mi ascolta e dunque sono, e così via…”. Infatti a volte non basta vivere nello chalet aristotelico… per essere. Può bastare per esistere, ma non per essere… per gli altri. Occorre dunque uscire dallo chalet, prendere il sentiero che porta alla strada, inforcare almeno una buona bici e giungere alla città degli uomini, e lì cercare altri simili, parlare e farsi ascoltare.

Infine occorre scegliere una piazza e riempirla, senza fare baccano, senza bandiere, pura presenza dell’esserci, essenziale dasein heideggeriano. I su nominati leader, invece, che sono ignoranti e fanatici stiano dove sono fino a scomparire, che è il loro destino segnato.

“Uno che è vissuto/ con la forza di un giovane uomo/ nel cuore del mondo/ e dava/ a quei pochi uomini che conosceva/ tutto”

Nel titolo ho messo la traduzione italiana della brevissima lirica scritta nella parlata friulana della destra Tagliamento del nostro più grande poeta, Pier Paolo Pasolini: “Un al à vivùt/ cu la fuarsa di un zòvin omp/ tal còur dal mont,/ e al ghi dèva, a chej pucs òmis ch’al cognosseva/ dut“.

Ecco, dare tutto quello che si ha, molto spesso incompresi, ché se si dà si dà se stessi, nientemeno. Non ci son calcoli da fare, né timori, né dolori insopportabili se si vuol vivere una vita vera. Occorre solo un po’ di prudenza che non è mai rallentamento vigliacco, ma valutazione delle opportunità e delle forze in campo. E’ la classica phrònesis, una saggezza prudente, o una saggia prudenza, che è anche manifestazione di umiltà e di consapevolezza del proprio limite.

Ricordo al mio gentil lettore che i sintagmi appena proposti, messi in modo oppositivo reciproco tra sostantivo e aggettivo erano molto cari alle catechesi che sant’Agostino proponeva nelle sue Omelie, per cui chi fosse interessato può trovare tutte le opere del santo vescovo, filosofo e teologo, in italiano e latino, tra le quali centinaia di omelie, nel sito www.augustinus.it .

Un altro brevissimo componimento nel friulano delle Prealpi pordenonesi: “Signour, l’omp l’è ca, o ai fat ce c’o ai podut par chest mont e par chel atri, si sin intindùz, amen“, cioè “Signore, ecco l’uomo, ho fatto ciò che ho potuto per questo mondo e per l’altro, ci siamo capiti, amen“. Si tratta di una preghiera da me raccolta dalla voce di un vecchio di Tramonti di Sopra, mi pare, o di Campone, sempre di quelle Valli aspre e meravigliose.

La poesia di Pier Paolo e la breve preghiera si assomigliano, perché il friulano, nella sua durezza di accenti riesce ad essere facilmente poesia e preghiera. I due brani dicono il limite di energie, di intelletto, di volontà e anche di santità dell’uomo, e anche l’atto eroico di esplorarlo.

Il valore della vita è pari per ciascun essere umano, così come la dignità che dà la struttura di persona, costituita da fisicità, psichismo e spiritualità, mentre la diversità irriducibile è data dalla struttura di personalità, che accoglie la genetica, l’educazione e l’ambiente in cui uno è nato ed è cresciuto. Dunque: se la dignità è data dalla struttura di persona, la struttura di personalità dice l’irriducibile differenza di ciascheduno da ogni altro, fosse pure il fratello gemello monozigote.

Se uno dà ciò che ha dà ed è il massimo che può dare, come la vedova di cui parla Gesù nel capitolo 12 del Vangelo secondo Marco, lei aveva versato al tempio due leptòn, cioè due centesimi dell’epoca, ma con cuore puro, aveva dato di più del fariseo che si compiaceva di avere versato una somma cospicua per il tesoro del Tempio.

Il valore delle cose dipende dagli intendimenti, dal cuore di chi opera, non dalla quantità venale del valore della cosa stessa. Può valere di più regalare una “Panda” usata che non una Ferrari, se per comprare la Panda uno fa un contratto di acquisto rateale, perché altro non può permettersi.

Il regalo come dono è lo stesso gesto di donare, così come la sostanza delle cose è la loro forma, e così come il meta-messaggio è più importante del messaggio. Faccio un esempio: se si decide di fare un certo tipo di azione relazionale in un gruppo organizzato, come una serie di colloqui, si deve rispondere innanzitutto alla domanda “perché lo faccio?” e non “come lo faccio?”, non preoccupandosi più di tanto della canonicità od ortodossia, secondo le letterature scientifiche in uso, del metodo utilizzato, che è assolutamente secondario, rispetto al fine che ci si è dati, e che è diverso, caso per caso, tempo per tempo, situazione per situazione. Il “perché” è la domanda filosofica per eccellenza, mentre il “come” appartiene alle discipline positive induttivo-deduttive, ma viene dopo. Circa il dono aggiungo una suggestione, che si può trovare nel trattato dal tema omonimo dell’antropologo Marcel Mauss: bisogna verificare come e quanto il dono sia espressione di altruismo e non anche altro, ad esempio, rispetto di un rito o di una tradizione, oppure, ed è la cosa più sottile, una sottesa manifestazione di egoismo implicito.

Infine,  ancora per quanto concerne il dono o regalo, non ha importanza il suo valore commerciale, ma il sentimento con il quale lo si offre.

Della sostanza che è forma e della forma che è sostanza ho più volte qui esemplificato con l’esempio michelangiolesco del toglimento di materia prima dal marmo finché non compare l’idea, cioè la forma, vale e dire la struttura sostanziale della statua.

Che dire dunque della verità o meno di ogni umana relazione? Che essa è sempre sottoposta alla verifica della purezza di cuore dei soggetti in relazione. Chi la verifica questa purezza di cuore’ Ognuno dei soggetti che si relazionano, con la pazienza, con l’esperienza, con il rispetto reciproco, che è un “guardarsi-in-faccia”, come dice l’etimologia del termine “rispetto” (dal verbo latino respicere, cioè guardare dritto davanti a sé, cioè in faccia all’altro). Non basta la tolleranza, perché la tolleranza è un guardare all’altro dall’alto di una superiorità sempre solo supposta, un top-down fastidioso e repulsivo, ma ci vuole il rispetto, così come è meglio suggerire che consigliare (il consiglio è sempre un qualcosa di top-down, e poi puzza, se non di mafia, di ambiente para-mafioso, mentre il suggerimento è qualcosa di amichevole, quasi di fraterno o sororale), così come è previsto dalla buona filosofia pratica che pratico ormai, insieme a valorosi colleghi, da molti anni: la Philosophische Praxis, che può essere una salutare medicina per le anime perse di questi tempi.

Il vento contrario, e io perso nello scorrere infinito del vivere, mio caro lettore…

L’autunno s’affaccia tra gli alberi dei boschi di ripa lungo l’Isonzo a metà ottobre. Son stato nella bella città sul confine, dove c’era il “muretto” sulla cortina di ferro, parola di Churchill. Qualche mio collega del tempo -un poco enfaticamente- anni fa chiamava Gorizia la “piccola Berlino”.

Una tantum son lì non per lavoro ma a fissare controlli di salute, sperando e credendo.

Dopo aver salutato qualcuno, mi pongo sulla via del ritorno, a ovest, evitando autostrade intasate. E mi perdo nell’immenso parcheggio della ditta padrona. Mobili da comporre di tutte le specie e misure, idea di Finlandia. Memoria di un viaggio lontano. Vyborg, appena fuori San Pietroburgo, sul confine tra Unione Sovietica e Finlandia, e poi Hamina ed Helsinki. Da Turku partimmo verso il largo del Golfo per Stockholm. Mariehamm è in mezzo al cupo Mar settentrionale, dove la grande nave sostò.

Boschi e laghi a perdita d’occhio, fino a che la notte scendeva sul lago Vattern. Helnsingborg ed Helsinore, del castello di Hamlet. København, Lubecca e Hannover, prima del ritorno.

L’Isonzo verdissimo queste immagini mi manda al ricordo: il grande viaggio verso la Russia, di tant’anni fa. O solo ieri, nel tempo fermato, nel tempo che ritorna? Wien, Bratislawa, Krakow, Warzsawa, Brest-Litovsk, Minsk, Smolensk, Mosca (in russo: Москва, traslitterato in cirillico: si pronunzia Moskva), Novgorod, prima di Leningrad, come allora si chiamava, nove anni prima del grande ritorno alla città del nome di Pietro il Grande.

Vorrei migliorare la mia penna per scrivere di questo sentimento. Nescio si sufficit, scilicet parva scriptura.

La malinconia mi prende in questo lento mutare del tempo. Colori di tutta la gamma dei gialli e degli ocra si confondono nella campagna. Sullo sfondo, tutt’intorno la cerchia delle montagne mi echeggia il titolo di un libro, dal Cansiglio al Carso. Sembra quasi di veder salire la pianura verso la grande quinta delle Prealpi, tra cui troneggia il Canin, immenso. Si intravedono a est le cime slovene, dal Monte Nero, il Krn, allo Jalovec. Di fronte la grande muraglia dei Musi, il Chiampon e l’Amariana.

Guido l’auto in scioltezza, come fosse un caldo abito invernale. Mi sta attorno, col suo rombo sordo, sicuro di tanti cavalli disposti alla corsa. Leon è il suo nome, e altrettale il suo aspetto di lamiera brunita.

Il tempo vien prima dello spazio, categorie dentro cui si svolge l’agire dell’uomo e il moto del mondo, come insegnava il gran solitario di Königsberg, il monte del principe, che ora si chiama, alla russa, Kaliningrad, dedicata al gran bolscevico, Michail Ivanovic, amico di Vladimir I’lich U’lianov. Lenin.

Il gran solitario passeggiava da casa a dove insegnava ogni mattina alla stessa ora, non dimenticando di passare per una preghiera alla chiesa protestante del suo quartiere. Il professore Immanuel Kant, il critico della Ragione pura, la quale si domanda che cosa sia la realtà, della Ragione pratica, la quale si domanda che cosa sia il bene e il male, ciò per cui bisogna agire secondo il Fine del bene perché… bisogna agire secondo il mismo fine, e del Giudizio, la quale si chiede che cosa sia il bello. Categoricamente, poiché il bene è il fine, il bene è la manifestazione di Dio, il quale è il noumeno, Essente unico senza una causa, non mai solamente fenomeno, cioè qualcosa manifestante se stessa, come noi umani.

Il tempo ha due dimensioni: la prima, più semplice, è fisica e non pone problemi, perché legata al movimento del kòsmos, cioè dell’ordine degli astri, mentre il secondo registra i moti interiori, e si chiama kairòs, cioè il tempo opportuno, incommensurabile, poiché si tratta del movimento dell’anima.

La malinconia autunnale si frappone tra me e i miei pensamenti nel silenzio della corsa breve. Mi attende il lavoro del pomeriggio tardo in una piccola impresa perduta nei campi della Destra Tagliamento. Ingegneri e periti, operai e impiegati mi attendono per un consulto, come fossi un medico, e consulto è, ma spirituale, fatto di parole e pensieri scambiati rigorosamente, in pace.

E poi scende, provvida e improvvisa, la sera.

“Valore” e “valori” in Max Scheler e in altri pensatori


Max Scheler può essere considerato il pensatore contemporaneo che ha più e meglio approfondito il tema dei “valori” in ambito etico-filosofico, a volte dialogando e a volte polemizzando con il filosofo della politica Carl Schmitt.

Egli si mantiene in ambito rigorosamente filosofico, poiché rifiuta di sottomettere i valori ad ogni declinazione psicologistica o economicistica. Per lui i valori appartengono a una dimensione simpatetica della relazione tra umani, avendo “valore” in sé, non in funzione di qualcos’altro. Non contro Kant, ma quasi -si potrebbe dire- oltre Kant, Scheler ritiene che sia l’altezza morale del valore a qualificare l’intenzione morale dell’individuo che riflette, sceglie e agisce.

Per lui vige una gerarchia non convenzionale e crescente dei valori:1) i valori sensibili, 2) i valori vitali, 3) i valori spirituali e 4) i valori del sacro. Come si vede sono posti in scala, e c’è da pensare che lo stesso Abraham Maslow possa essersi ispirato a questa impostazione, quando elaborò la teoria dei “bisogni”.  Si tratta, per Scheler di una progressiva apertura dell’uomo al mondo (Weltoffenheit).

Il valore non coincide con bene e fine, poiché bene è un concetto che comprende sì il valore, un certo valore, ma non del tutto, in quanto il valore va oltre. Il fine è financo un termine che può anche non tendere o avere un valore, se è cattivo. in qualche modo il valore per Scheler è un dato trascendente, un po’ à la Platone, non tanto funzionale al benessere di stampo pratico tipico dell’etica aristotelico-tomista, ripresa in Italia, nel ‘900, dal Neotomismo di pensatori e docenti come Sofia Vanni-Rovighi e Gustavo Bontadini, ma senza escluderlo.

Per Scheler il valore è qualcosa che viene prima di ogni attributo delle cose, perché ne è l’origine, quasi. E’ generante le cose. E’ struttura di apertura al mondo, giammai costitutivo di ogni gerarchia dei valori o di un rapporto di forza fra i valori, per cui il valore superiore è quello capace d’imporsi “militarmente” sugli altri, poiché il bene è il volere il valore più alto in relazione alla solidarietà verso la comunità illimitata delle persone che amano. Essendo aperità, come scrive Heidegger, il valore si esprime sempre entitativamente, non solo puntualmente nel tempo dell’agire umano.

I valori personali si affermano non distruggendo i valori economici, ma solo dopo che i valori economici sono stati «appagati» e rilasciano, in un processo di sublimazione, la loro energia ai valori superiori. Nella storia, per Scheler, l’uomo si è sempre dedicato, tranne in rare e momentanee eccezioni, all’arte e alla cultura solo dopo aver appagato in qualche misura la fame e i bisogni primari, e qui torna l’assonanza e la coerenza della “gerarchia dei valori” di Scheler con la “gerarchia dei bisogni” di Maslow.

La recezione e l’accettazione del valore richiede pertanto un complesso processo non solo ermeneutico ma pure formativo (problema della Bildung della personalità e dell’analfabetismo emozionale della persona): per Scheler infatti il punto di partenza dell’uomo non è l’ordo amoris ma piuttosto un disordine del cuore che va costantemente rettificato grazie all’esemplarità altrui (Vorbild).

Nel pensiero classico la nozione di valore, mentre in Platone si riferisce al bene, bello, giusto, vero, che sono poi le idee trascendentali,[1] secondo Aristotele, il valore è anzitutto ciò-che-vale-per-se-stesso, l’atto puro di essere, e solo successivamente si rifà anche all’economia, così come essenzialmente accade anche nella scienza economica classica – moderna di un Adam Smith o di un Ricardo, e perfino in Karl Marx.

Il termine greco è axìa – α̉xίa, vale a dire “merci”. Il valore riguarda quindi innanzitutto delle merci, che possono essere vendute o scambiate. Risale poi alle notazioni di Adam Smith la distinzione brillante fra “valore d’uso” e “valore di scambio”, là dove il filosofo ed economista inglese separa nettamente ciò che ha un valore suo proprio, anche incommensurabile, ma solo “d’uso”, come l’acqua che si beve o l’aria che si respira, e ciò che possiede, di per sé, anche e soprattutto un valore “di scambio”, come le merci e il lavoro umano, i quali sono quantificabili, pesabili in termini di corrispettivo monetario, e vendibili, concetti che Ricardo e Marx avrebbero successivamente sviluppato.[2] [3] [4]

San Tommaso recupera dalla tradizione platonico – aristotelica, e anche agostiniana, soprattutto la nozione di valore come essere, come bene, come giusto. Il valore è dunque la dignità della perfezione dell’essere, è un suo atto, è suo perché di natura, in quanto stimata e conosciuta da un soggetto conoscente (l’uomo). Nella modernità e nel mondo contemporaneo la nozione di valore è stata variamente considerata.

Se Kant aveva ritenuto come valore primario la purezza della legge morale “a priori”, autori successivi più vicini a noi, come il Lotze, il Brentano e il von Ehrenfels[5] sottolinearono gli aspetti più sentimentali o emozionali del valore. Più plausibili rispetto alla visuale che stiamo tentando di comporre in questo lavoro, possiamo ritenere le posizioni di Max Scheler, di cui abbiamo trattato sopra, e di Nikolaus Hartmann,[6] anche se forse indulsero in un certo fenomenologismo:[7] infatti, pur ammettendo che il concetto di valore possa essere ascrivibile a ciò che è bene, pur tuttavia questo bene è trasceso dal concetto di valore, che sarebbe una sorta di entità superiore, quasi platonicamente eidètica.[8] Si può capire lo sforzo di questi autori, se lo si contestualizza nella temperie culturale di fine ‘ 800.

Per quanto riguarda Heidegger,[9] la sua lezione nel campo delle scienze etiche non si può distaccare dalla sua ricerca teoretica e metafisica. Il maestro di Heidelberg rimprovera a Nietzsche di non aver saputo uscire dalla gabbia nichilista nella quale si è messo, ipotizzando per l’essere umano un “valore” inaudito e inconcepibile, quello di essere addirittura il sostituto del “dio (o meglio del Dio, n.d.r.) che è morto“. Che sarebbe morto, ma dopo tre giorni, secondo i Vangeli e Francesco Guccini risorge.

Interessante è la posizione di Jean Paul Sartre, che distingue con grande acume e creando un altrettanto grande sconcerto, fra l’essere-in-sé di coscienza, cioè la negazione di ogni sua datità sostanziale, e l’essere-per-sé, questo sì provvisto quasi di una facoltà creatrice, divina. Per Sartre l’uomo si crea la propria storia, l’uomo è la propria storia, sostanza, essenza. Siamo distanti da san Tommaso, ma in fondo non troppo, perché basterebbe intendersi su ciò che si intende per storia ed essenza o sostanza o natura. Se per storia si intende il puro divenire eracliteo, le due posizioni sono inconciliabili, ma se per storia si intende la possibilità di attuazione di ciò che è in natura insieme con ciò che le circostanze e la volontà umana producono, il suo principio di movimento e di sviluppo,[10] allora le due posizioni possono confrontarsi e non respingersi.

Possiamo infine citare per capacità comunicativa il sociologo F. Alberoni, che sostiene come i valori essenziali ed eterni dell’uomo, della sua vita, del suo destino non siano transeunti, ma richiedano di essere accolti e ascoltati con sempre maggiore attenzione.[11]

A questo punto, forse, è conveniente ammettere che il valore è nuovamente e classicamente da fondarsi sull’essere. In che modo?

Anche seguendo l’indicazione heideggeriana, che tenta di ricomporre un dialogo interrotto con la nozione dell’essere e di dare ad essa tutto il suo fondamento assiologico, poiché non collegare e correlare il valore all’essere, specularmente significherebbe relazionarlo al nulla, e dunque sarebbe una proposizione, in questo caso, assurda.

Si tratta ora di dichiarare nettamente chi stia al vertice di una prima scala di valori puramente umana, non temendo di collocarvi l’uomo stesso,[12] e non dimenticando Dio (almeno concettualmente), se si vuole definire la scala assoluta dei valori stessi. Ma in questo caso si pone la questione della credenza di fede. Il valore primo di questo mondo, l’uomo, riesce, anche perché è primo nell’ordine intellettuale, a comprendere la scala o gerarchia dei valori e dei beni, e riesce a goderne, anzi è qui per goderne, secondo ragione, in tutta la molteplicità nella quale si manifestano. E, a questo proposito, si possono anche in qualche modo classificare:[13] vi sono i valori elementari, o vitali, i valori estetico-razionali e i valori spirituali e/o metafisico-religiosi, tra i quali si può annoverare anche il valore morale.[14] Un altro aspetto su cui convenire è quello dell’assolutezza, ma anche della storicità del valore.

Assolutezza poiché il valore non può essere sottoposto alla distruttività del relativismo, senza perdere in razionalità; storicità, perché il valore stesso è una manifestazione storica, profondamente concreta e umanamente plausibile. La questione sta nel rapporto che vi è tra i due termini: non si deve intendere, infatti, l’assolutezza come un distacco intellettualistico e superbo dalla realtà storica, ma, d’altro canto, non si deve ritenere la storicità come un debito da pagare alla relativizzazione del valore. Il precetto “non uccidere” è stato certamente interpretato in modo diverso nella diacronia degli eventi storici universali, ma resta un precetto assoluto, che deve essere rispettato da ogni retta coscienza.

E’ Platone che spiega con più chiarezza, forse, in che modo si debba intendere l’assolutezza e l’universalità dei valori, che poi coincidono con le attribuzioni trascendentali degli enti/essenti. Egli sostiene che bisogna passare dalle cose belle al bello in sé, dai beni diversi al bene in sé, dalle azioni giuste alla giustizia in sé, etc..[15] In questo modo ciò che è particolare e contingente diventa, alla luce della ragione, universale e necessario. Ma Kant, fedele alla gnoseologia della sua prima Critica,[16] sostiene l’inconoscibilità degli enti in sé e per sé, ma solo delle loro manifestazioni fenomeniche, puntuali, contingenti, e dunque anche l’infondatezza di una conoscenza morale basata su valori assoluti.[17] Per Kant l’unica conoscenza “certa ed evidente”[18] è quella delle scienze fisico-sperimentali, al di fuori delle quali, si stende un oceano infido di imbrogli, antinomie e sofismi.

Su questa strada si sono poi posti anche autori come Max Weber con la sua teoria delle “visioni del mondo” differenti. La questione, ai nostri giorni, resta più che mai aperta, soprattutto in considerazione degli sviluppi della scienza, e quindi delle varie attribuzioni valoriali che vengono formulate nei confronti degli eventi scientifici e delle scelte legislative nei vari paesi.[19]

Quello che è certo è che non si possono confondere i valori con le procedure organizzative di qualsiasi genere e specie.

 

[1] In metafisica si dice nozione trascendentale ciò che è predicabile di ogni ente.

[2] Oggi in economia si parla di merci, prodotti e servizi vendibili.

[3] Ad es. sulla legge ferrea dei salari.

[4] Ad es. sulla nozione di plusvalore e sfruttamento del lavoro ( che sono altre questioni di rilevanza morale).

[5] Filosofi tedeschi, rispettivamente: (1817 – 1881), (1838 – 1917), (1859 – 1932).

[6] Hartmann N., filosofo tedesco, 1885 – 1950.

[7] Cfr. le posizioni in merito di E. Husserl e K. Jaspers.

[8] Cioè, riferita al cosiddetto “mondo delle idee”.

[9] Cfr. Heidegger M., in Sentieri interrotti, 1957, La sentenza di Nietzsche “Dio è morto”.

[10] Cfr. sul concetto di natura il p. M.J. Nicolas, L’idea di natura in san Tommaso d’Aquino, Tolosa,1972, tr. it. p. R. Coggi, Studium Theologicum Philosophicum S. Thomae, Bologna 2004.

[11] Cfr. Alberoni F., Le ragioni del bene e del male, Milano 1981.

[12] Cfr. dizione tommasiana circa l’uomo: “(…) persona significat id quod est perfectissimum in tota natura, scilicet subsistens in rationali creatura“, cioè, persona significa ciò che è perfettissimo nella natura tutta, così come sussiste nella creatura intellettuale, S. Th., q. 29, a. 3c.

[13] In proposito, anche la letteratura psico-sociologica contemporanea ha formulato delle dizioni classificatorie: ad es. cfr. A. Maslow con la sua “teoria dei bisogni”, in Motivazione e personalità, Ed. Armando, Roma 1998.

[14] Cfr. Mondin B., Il valore uomo, Roma, 1983.

[15] Cfr. particolarmente nel dialogo Simposio.

[16] La Critica della Ragione pura.

[17] Precisiamo qui l’accezione di “assoluto”, ab-solutum, non scioglibile, non modificabile.

[18] Cfr. con la dizione di scienza proposta dal p. G. Barzaghi o.p., in Dialettica della Rivelazione, “(…) La scienza è conoscenza certa ed evidente di un enunciato in forza del suo perché proprio, adeguato e prossimo”.

[19] Consideriamo qui le diverse posizioni che esistono sulle ricerche che coinvolgono la vita umana al suo nascere (i temi che riguardano l’embrione), e al suo declinare (i temi che riguardano l’eutanasia).

La superbia e l’invidia del politico tra cene presunte e dintorni

Mi ha stupito, ma non più di tanto, il ridicolo atto di superbia dell’ex ministro Carlo Calenda che, dall’alto della sua autostima, ha invitato a cena Renzi, Gentiloni e Minniti, cioè i due capi dei governi PD appena passati più il ministro più brillante, per discutere, loro sì uomini molto importanti, del futuro del Partito democratico, da tempo in crisi di identità e di consensi.

In quattro come i tre più uno – moschettieri Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan (che sarebbe Calenda), o come Tex Willer (sempre lui, il calen di maggio) e i suoi tre pards, Kit Carson, Tiger Jack e Kit il figlio di Tex.

Ma come gli è venuto in mente di rendere pubblica una cosa del genere? Perché non li ha invitati a cena in privato e non ha evitato di informare l’universo mondo di tanto importante convivio. Infatti, chissenefrega di Calenda e dei suoi inviti a cena? E io che pensavo fosse intelligente, magari un po’ più di molti compagni di partito di vertice, ma no, è un montato come tanti altri.

All’ex ministro dello sviluppo economico ha risposto Nicola Zingaretti, famoso anche perché fratello del bravo attore Luca, checché lui ne dica, proponendo una cena con la cosiddetta “società civile”, cioè la gente “comune”: operai, studenti, disoccupati. Eccolo là: gente “comune”, perché lui non è “comune”. In Veneto, a meno di venti chilometri da casa mia, si dice “peso il tacòn del buso“, cioè peggio il rattoppo dello strappo sulla giacca riciclata del nonno in una famiglia povera, facente parte della “società civile”, o della gente comune.

Facciamo il punto: il PD è quella roba lì almeno al vertice, o sé putante tale: il segretario Martina neppur considerato. Gli altri un po’ più sotto, le Boschi e le Pinotti, l’Orlando e c., scomparsi. L’unico guardabile, se non altro per eleganza e stile è il colonnello Cuperlo, ma in tanta solitudine.

Stavo pensando a mettermi in gioco partecipando alla prossima stagione congressuale del partito di cui sopra, ma dovrei avere qualche garanzia che la nave dei mediocri e dei folli non mi faccia fuori subito, perché sai, mio gentile lettore, non vale niente contro le alleanze degli stupidi, ché contro queste perdi, perdi sempre. Son capaci, se non di batterti sul piano dialettico-qualitativo, di riempire il tuo nome di contumelie seppellendoti sotto una montagna di falsità nutrite di invidia.

Questi sono persi in un luogo senza tempo e senza spazio.

Dall’altra parte, caro lettore, abbiamo le sublimi, si fa sempre per dire, intelligenze furbette di Salvini e Di Maio: questo secondo non sa neppure che cosa è la vergogna. Dopo ogni gaffe, riparte da capo, nel suo completino scuro, capello corto perfettamente tagliato ed eloquio arrogantemente impreciso. Il bimbo arrogante ora “pretende” che il ministro dell’economia prof. Giovanni Tria “trovi i soldi per gli Italiani“. Come? Magari rapinando banche?

Il primo ha più esperienza e la usa: non vi è argomento di cui non si interessi, lanciando campagne quotidiane sui social, capace ogni giorno di battute assai memorabili, come “molti nemici molto onore”, e altro d’ameno.

Ora i governativi sono al sessanta per cento dei consensi stimati, un più dieci in meno di quattro mesi, mentre tutti gli altri calano.

Cercano di tener la barra del vascello a dritta i ministri degli Esteri e dell’Economia, dove cerca di ingerirsi il prode ultraottantenne Savona. Il premier, o non so come chiamarlo, anzi sì, presidente del Consiglio dei ministri (ex art. 92 della Costituzione della Repubblica Italiana), non appare come solitamente appare -in metafisica- l’essere all’evidenza, forte di una debole voce qualsiasi, l’avvocato del popolo, novello Marat dallo studiato ciuffetto scuro in fronte.

Tornando a “sinistra” troviamo l’acronimo-sberleffo “L.E.U.”, che non sa che fare, ma non è un guaio perché non se ne accorge nessuno, o forse solo qualche nostalgico un poco disinformato.

A centro-destra, non posso non riconoscere un qualche merito, una qualche malinconica razionalità al vice di Berlusconi, l’Antonio vicepres del Parlamento europeo, e… udite udite, perfino allo stesso cavalier Silvio. Non l’avrei mai pensato. Accanto a questi abbiamo quel-che-resta del fascismo dolce della romanina, front woman speculare al partitino di sinistra sopra citato.

Mi perdoni il lettore questi ragionamenti intrisi di para-lombrosismi surrettizi, ma faccio fatica a evitarli, una fatica boia.

Il cherubino di Amiens

Le strade del Tour si snodano accompagnando la grande corsa con il paesaggio e la storia. Gli eventi di questi giorni me lo regalano con dovizia di tempo e ne son lieto. La grande campagna francese stupisce con la sua calma bellezza.

Dopo Chartres, neanche gli organizzatori avessero deciso di omaggiarmi, Amiens, sicuramente sfiorando Beauvais. Non è qui il luogo per cantar la meraviglia delle tre cattedrali. A Chartres son stato quattro volte, tre in auto e una in treno da Paris, dalla Gare de Montparnasse. Non dimentico l’apparire del tetto di ardesia verde da decine di chilometri, mentre si viaggia nell’immensità vallonata della campagna. Ad Amiens due volte son stato.

Sempre sol chi mi conosce e mi vuol bene sa la ragione per cui quest’anno riesco a bearmi delle tappe del Tour in tv. Erano anni che non riuscivo a veder neppure le frazioni delle grandi montagne. La dizione “grandi montagne” mi ricorda mio padre, i cui racconti erano del mito dell’Aubisque e del Tourmalet, dell’Izoard e del Galibier. Su questo colle poi andai con una Bea decenne nel 2005, e lo raggiunsi a piedi, con lei che ballonzolava coraggiosa, dal Col de Lauteret, salendo da 1880 metri di quota ai 2640 del colle più alto che dà su Briançon.

La tappa per Amiens si snoda per il dipartimento della Somme, dove si svolse la più sanguinosa battaglia di ogni tempo, con oltre un milione di morti, nella Prima Guerra mondiale. E allora sento dire un commentatore che nella cattedrale Notre Dame di Amiens vi è un cherubino piangente di marmo grigio. Chi sono i cherubini?

Un’etimologia: cherubino è un sostantivo maschile [dal lat. eccles. cherubin, traslitterazione dell’ebraico. kĕrūbīm, pl. di kĕrūb, affine al verbo accado karābu «pregare»]. Nell’Antico Testamento, è il nome di esseri ritenuti intercessori presso Dio, di forma umana, alati, che coprono l’arca santa o stanno davanti al Santissimo o proteggono l’ingresso del paradiso. Nella scala gerarchica discendente degli ordini angelici, secondo la distinzione dello Pseudo-Dionigi, ciascuna delle nature angeliche che costituiscono il secondo coro della prima gerarchia angelica, quella dei serafini, gli angeli di fuoco. Oppure il cherubino è un angelo grazioso, di immagine infantile, appunto, come il cherubino di Amiens, che piange sul dolore e la morte di quegli eventi terribili.

E poi Roubaix dentro il Tour e la Arras di Maximilien Robespierre. Le pietre hanno atteso anche la grande boucle, dove si sono esercitati i più bravi a spingere faticosi equilibri, accettando anche il contatto doloroso della caduta, polvere e sudore e coraggio nei volti scavati di Philippe Gilbert, di John Degenkolb, di Peter Sagan, di Greg van Avermaet. E c’è anche Nibali che quasi vola leggero fino al traguardo, tra i primi. Il ciclismo nelle tratte di pavè torna alla sua verità metaforica, come insegnava Paul Ricoeur.

Il ciclismo è in sé orgoglioso tormento autoinflitto, e racconta nel dipanarsi della corsa, breve e interminabile come una tortura, rappresentando l’itinerario di una vita. La bicicletta è lì silenziosa finché non viene cavalcata dal coraggioso e portata nel mondo, per pianure infinite, colline vallonate e crudeli altissimi monti.

Ora le grandi montagne, come le chiamava Pietro dandomi il senso del favoloso. E allora, come ora attendo i noti volti dei pretendenti a Les Champs Elysées, aspettavo di vedere il volto smunto di Jacques Anquetil, quello robusto di contadino di Raymond Poulidor e il giovane Gimondi e l’elettrico Gianni Motta, il muscolato Rudy Altig, l’imperatore di Herentals Rik van Looy, il tostissimo olandese Janssen. Di pomeriggio si andava all’osteria “Da Lino” a vedere il Tour in bianco e nero, e io così piccolo sapevo i nomi dei ciclisti più grandi.

Le grandi montagne sono la strada che si inerpica excelsior, sempre più in alto, come insegnava il maestro Costantino a me decenne. La strada si eleva e il silenzio avvolge i boschi che si diradano verso i duemila metri.

Non so quel che succederà, chi sarà a precedere gli altri sui colli più alti dei Pirenei, del Massiccio Centrale e delle Alpi. Attendo quei volti piegati a guardare davanti alla ruota anteriore, sperando nel tornante prossimo, ché i tornanti concedono una pausa, tra ombre e zone assolate.

Nel frattempo la Francia meticcia ha già alzato braccia per presti-pedatori vincitori, bravissimi Griezmann e Mbappè. superando i croati orgogliosi. Unico neo la soddisfazione di Macron-falso sorriso.

Il cherubino di Amiens asciugherà le lacrime degli eroi, vedendo la gioia dei vincitori in bicicletta, le loro braccia alzate, vittorie sul proprio limite, sulla paura e la fatica, vittorie sulla perenne tentazione dell’accontentarsi pavido.

 

La foresta di Arenberg

La Parigi-Roubaix è il mito del ciclismo da centosedici anni, caro lettore. E’ stata vinta da alcuni tra i più grandi ciclisti di ogni tempo, soprattutto quelli polivalenti, cioè capaci di vincere sia corse a tappe sia corse di un giorno: citare qui nomi come quelli di Henry Pelissier, Fausto Coppi, Rik Van Steenbergen, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Walter Godefroot, Roger De Vlaemick, Felice Gimondi, Bernard Hinault, Sean Kelly, Francesco Moser, Johan Museeuw, Tom Boonen, Fabian Cancellara, fa venire i brividi, almeno a me. Su quasi duecentosessanta chilometri di gara da Compiegne, a nord di Parigi, fino al velodrome di Roubaix, almeno sessanta sono di pavé classificati in base al numero di stelle, da una a cinque. La foresta di Arenberg è uno dei settori più impegnativi, un “cinque stelle” come i tratti denominati Mons en Pévèle e Carrefour de l’Arbre.

Da cinquanta anni il tratto che taglia la foresta di Arenberg è stato introdotto nel percorso della Parigi-Roubaix. Il selciato è tremendo, in parte a schiena d’asino e in parte con delle salitelle taglia gambe, fangoso e viscido. Se non lo si affronta in testa o comunque mettendo una certa distanza dagli altri, si rischiano rovinose cadute, come quella che costò un ginocchio a Museeuw, vincitore della grande corsa per tre volte, come Francesco Moser. Insieme ad altre quattro grandi classiche, la Sanremo, al Liegi-Bastogne-Liegi, il Giro delle Fiandre e il Giro di Lombardia, la Parigi-Roubaix è favola nell’immaginario collettivo, e per me è leggenda.

Verso Roubaix mi troverò il prossimo anno sul ciglio verde di un tratto in pavé, mi troverò. Sono anni che penso di andarci, l’avevo promesso anche a mio padre, ma non fui in grado di mantenere l’impegno epico, troppo arduo per me, troppo giovane ero quando glielo promisi. Troppi soldi per una gita del genere, soldi che ora ho a disposizione, grazie a Dio e al mio lavoro.

Son già stato in Francia a vedere il grande ciclismo, nel 2005, quando portai Bea alla tappa del Galibier (2648 m.) che terminava a Briançon, erano i tempi dell’imbroglione Armstrong, di Rasmussen e di Ivan Basso. Anche sui Pirenei andrò, scegliendo penso la tappa del Portet d’Aspet per ricordare Fabio Casartelli. E alla Roubaix, senza dubbio, se Dio vuole, next year, mio caro lettore.

La foresta di Arenberg echeggia racconti lontani, brividi medievali, cavalieri bardati che intraprendono coraggiose avventure. Il percorso si snoda tra betulle e arbusti intricati, e pietre squadrate, come incistate in quadrangoli irregolari, capaci di scheggiare o sbrecciare una ruota e sgranare un tubolare con uno sfioramento. Si vedono le biciclette saltellare qua e là guidate da acrobati in tensione, di cui Sagan è principe e mentore, finché Van Avermaet e Terpstra riescono a domarlo, ma poi lui se ne va, in un tratto in asfalto, quasi non credendoci. Infatti si gira, non pedala a tutta, con sé ha uno svizzero valoroso, che cederà solo allo spunto dello slovacco al velodrome de Roubaix.

Quando il pavé finisce è tempo di pensare alla volata, se ci sarà volata, oppure no, di respirare quell’aria del Nord non ancora di primavera. E certamente al ragazzo Michael Goolaerts, mancato a ventitré anni, di cuore infartuato. La Roubaix è crudele come sa essere una gara al limite della fatica e del dolore.

Il Nord della Francia è un po’ triste, profili di torri di miniere e anche il clima si ingrigia man mano che ti allontani da Compiegne e Fontainebleau e vai verso Lille. Una tristezza di vento piovoso e di lavoro operaio antico. Meno male che il secolo breve è passato e molte miniere son diventate musei. Un anno arrivai fino a Dieppe, che ha le bianche scogliere antistanti quelle di Dover, ma quella era Normandia, quando con Mario facemmo il tour delle cattedrali, la più a nord quella di Amiens.

Odiosamata Francia, amabile a Parigi e nei dintorni del gotico, a Bourges, a Chartres, a Tours, a Rouen, a Reims, a Beauvais, ad Amiens, a Troyes e via percorrendo le grandi strade vallonate piene di profumo di lavanda. Borgogna cialtrona e Piccardia più gentile, a Roubaix ci andrò, ripeto, ma per vedere il fango e la fatica, per riposare un poco tra le betulle della foresta di Arenberg.

La balla del multiculturalismo politico e la rinascita necessaria del socialismo democratico

Una come Boldrini Laura, nella posizione che ha avuto per cinque anni, non sa quanti danni è riuscita a fare con il suo multiculturalismo, condiviso con altri ingenui illusi della politica di sinistra. Lo ho scritto qui tante, troppe volte, soprattutto onorandola di troppe citazioni, visto il livello politico-culturale che le appartiene.

Altri come lei, Fratoianni, Civati, inesistenti politucoli con un capo come Grasso, hanno fatto solo piccoli danni, non capendo un bel nulla di ciò che sta accadendo nel mondo tra i popoli, le nazioni, gli stati e le economie. Sto citando dei nani, che son pari a uno, che pur essendo un nano è assurto da tempo agli onori delle cronache neanche fosse uno statista vero: naturalmente sto parlando di Di Maio, nano per eccellenza e altrettanto presuntuoso come chi ignora di sé ciò che veramente è.

In una Italia dove ci si può con giusto e legittimo orgoglio fregiare della conterraneità di Michelangelo, Leonardo, Galileo, Dante, giganti tra altri inumerevoli di pari valore, siamo ridotti a parlare ogni giorno di Di Maio, o della nullità di una politica di sinistra moderata e riformista, capace di affrontare i problemi veri del cambiamento epocale che viviamo, delle ingiustizie, dell’impoverimento di ingenti fasce sociali, una sinistra che si è attardata negli ultimi quindici anni a inseguire chimere politico-antropologiche errate e dannose, come il multiculturalismo, dai tempi dei girotondi morettiani, inconsistenti e malmostosi borghesissimi romaneschi salottier-protestatari. Disutilacci!

Torniamo piuttosto a dialogare con Ferdinand Lassalle, con Eduard Bernstein, con Filippo Turati, con Pietro Nenni e anche con Bettino Craxi, troppo vituperato perché cinicamente ammise un tasso di corruzione generalizzato della politica, ma comunque capace come premier di fare politiche rispettabili, in Italia e verso altre nazioni, anche verso gli alleati più potenti. Ci si ricordi dell’episodio della base di Sigonella, e tu, lettor mio giovane, documentati pure su wikipedia, in tema. Senza tema, o scrivimi.

Certamente occorre aggiornare le analisi socio-economiche, ma le misure politiche non debbono essere velleitarie e astratte, ma devono ispirarsi piuttosto alla tradizione classica del socialismo democratico rappresentato dai personaggi sopra citati, non dalle derive comuniste ed estremiste. Peraltro lo stesso Lenin criticava l’estremismo come malattia infantile di ogni progressismo.

Il multiculturalismo è un’ipotesi di dottrina antropologica, mal studiata dai politici idealisti, per usare un eufemismo, citati nelle prime righe del pezzo, ma è un’ipotesi fallimentare sotto il profilo politico e pratico. Con ciò non voglio dire che è meglio la ghettizzazione, l’isolamento, l’esclusione del diverso per salvaguardare antiscientifiche purezze razziali o etniche, ma non è neppure politicamente ed eticamente conveniente far finta che le differenze, culturali, religiose e sociali non esistano e che tutti, di qualsiasi provenienza, siano quasi automaticamente integrabili in un illusorio e disilludente multiculturalismo eclettico ed improvvisato. Non è così.

E meno male che le vicende elettorali, pur condizionate da una disgraziata riforma (ma il presuntuoso, anche lui!, cavalier servente Rosato, dorme di notte, dopo che ha dato il nome alla terrificante cazzata?) hanno tolto di messo i pericolosi nani di cui molto sopra, eligendo ed eleggendo altri nani di altera tendenza! Pensa tu, caro lettore, auspicare piuttosto che il bene maggiore il male minore. E questo dalla mia posizione di sinistra riformista.

Ripeto: mi auguro che i Salvini e i Di Maio non prendano in mano il Governo della Repubblica, ma spero che anche Renzi si tolga di mezzo e si metta a studiare finalmente, e si trovi una soluzione saggia senza tornare alle elezioni tra pochi mesi.

Tornare a parlarne e a praticare il socialismo democratico secondo me è la scelta giusta, senza immaginare rifondazioni di soggetti dai nomi fantasiosi e insignificanti, incomprensibili a chi oggi vota Grillo o Lega, e anche a chi non vota più a sinistra, perché non la trova più.

Non è vero che oggi il pantano ha inghiottito tutte le distinzioni classiche tra destra, centro e sinistra, anche se le idee forza di queste tradizioni politiche non si declinano più anche solo come vent’anni fa, ma ciò non significa che la politica e le sue opzioni siano un tutt’uno indistinto e indistinguibile.

Si deve piuttosto cercare il valore etico e politico dove si trova, cioè nello studio severo e faticoso, nella ricerca scientifica onesta e non assolutizzante, nel lavoro, nella capacità di declinare un’etica della persona che sintetizzi il migliore pensiero politico tra responsabilità e diritti, tra doveri e impegno, senza dimenticare nulla di questo concerto e sapendo che siamo individualmente tutti diversi, e che le persone svantaggiate devono essere aiutate, mentre quelle provviste di salute e talenti devono fare anche di più di quello che fanno.

Se è da fare cento e lo dobbiamo fare in due, e io posso fare settanta mentre l’altro può fare solo trenta, io devo fare settanta, senza aspettare che un fantomatico terzo faccia il venti che manca. Questo è welfare vero, questo è solidarietà sussidiaria, questo è essere di sinistra al di fuori della sloganistica sempre più annoiante e informe coniugata malamente da quelli che si collocano sempre più a sinistra di chi sta nella sinistra moderata e scomoda del riformismo paziente, che si può chiamare ancora, con grande dignità, socialismo democratico, in sé comunque  e sempre, storicamente, di ispirazione evangelica e cristiana.

Grazie a Georg Friedrich Händel, tedesco di Sassonia, che ascolto da quando ero ragazzo, e grazie al mio sentire… sinestesico

Caro lettore,

magari scrivo il nome di Händel all’inglese George Frederick, o ancora Giorgio Federico all’italiana, ché il grand’uomo venne più volte in Italia e vi stette una volta per ben tre anni, dove incontrò Alessandro  e Domenico Scarlatti, Tomaso Albinoni, Benedetto Marcello, Arcangelo Corelli, e forse anche Antonio Vivaldi. Nel 1708 a Roma gareggiò agli strumenti con Domenico Scarlatti, alla presenza del cardinale Ottoboni, suo ospite, come usava allora, surclassandolo all’organo, e come avrebbe potuto finire diversamente? E stiamo parlando di un musicista meraviglioso, lo Scarlatti. Infatti terminò alla pari la gara al clavicembalo!

Figlio di un barbiere-cerusico (chirurgo) di un certo successo preso il margravio di Sassonia-Weissenfels, che lo voleva avviare agli studi di Legge, Georg Friedrich preferiva la musica, studiandola di nascosto su un piccolo clavicembalo in solaio. Quando il padre lo scoprì si rassegnò e assecondò la sua vocazione. E fece bene, perché ben presto il ragazzo mostrò progressi da gigante, prima nella sua città natale di Halle e poi in molti luoghi, tra cui Berlino e l’italia. A Halle fu ascoltato suonare, mentre era sotto la guida del maestro Zachow, valletto (allora si usava così, ché lo stesso sommo Kantor di Eisenach, J. S. Bach aveva lo stesso inquadramento contrattuale sotto il borgomastro di Lipsia, per cui doveva operare presso la parrocchiale luterana di St. Thomas, scrivendo ed eseguendo con l’orchestra e il coro locali una cantata ogni domenica) alla corte del duca Giovanni Adolfo I di Schwarzenberg e colà studiò assiduamente musica fino a diventare musicista superiore al suo maestro.

E ciò accadde rapidamente. In seguito, mentre si esibiva davanti al re di Prussia, lo volle al suo servizio la duchessa Sofia Carlotta di Hannover, molto sensibile alla musica e colpita dalla genialità del ragazzino, e ben presto conobbe Telemann, mentre invece non risulta abbia mai incontrato Johann Sebastian Bach, che pure avrebbe voluto incontrarlo, pare da alcune testimonianze. Ti immagini, mio gentile lettore, se un evento del genere fosse accaduto? Io non riesco ad immaginarlo. Immenso. E conosceva bene il latino, l’inglese, l’italiano, il francese  e il tedesco, questo musicista fantasioso e iperattivo.

Bach valletto (!) mi fa pensare a come le persone di intelletto sono state utilizzate dai potenti, dai tempi dell’amico dell’imperatore Cesare Augusto, il senatore Mecenate, e dall’imperatore stesso e dal suo successore Elio Adriano, e passando per Lorenzo de’ Medici, il Magnifico, che aveva a corte Angelo Poliziano, Marsilio Ficino e il grandissimo Giovanni Pico della Mirandola, imitando in ciò il munifico e colto imperatore svevo Federico II, che aveva fatto altrettanto, e forse di più, duecent’anni prima, inimicandosi il papa e guardando al sapere futuro. Allo stesso modo si comportavano spesso gli imperatori cinesi (si pensi all’esperienza del padre gesuita Matteo Ricci) e i sultani ottomani, che avevano a corte matematici, filosofi, medici, teologi ebrei e cristiani. L’unico metro di misura per essere considerati persone importanti erano l’intelligenza e la cultura, non la religione o le credenze filosofiche praticate, lo status nobiliare o il censo economico-sociale. Quasi meglio di adesso.

In certo modo, senza che ciò che sto per dire sia affermazione superba, anch’io, figlio di povera gente, ma uomo di cultura, sono altrettanto apprezzato e pagato da uomini potenti e facoltosi, per il mio pensiero e per il mio lavoro, che essi rispettano e tengono in conto. Nella mia esperienza mi è stato richiesto, e tuttora, di fare perfino il precettore di giovani virgulti di queste famiglie importanti, fidandosi di me. Funziona sempre allo stesso modo, per me.

Tornando all’uomo di Halle, gli inglesi lo considerano un loro musicista, e non ne hanno di più grandi, poiché Händel si portò nel Regno albionico, e ivi divenne un grande in ogni senso, musicista totale, della corte e del popolo, scrivendo cantate sacre, opere ed oratori, raggiungendo vette paragonabili solo a quelle del suo grande conterraneo e coetaneo Johann Sebastian Bach, e forse più sublimi nella gestione delle voci umane miste, nei cori, che per Beethoven erano l’acme artistico musicale assoluto. Israel in Egypt, Messiah, Jephte, oratori, il Dixit Dominus e il Nisi Dominus, salmi, l’opera Aci e Galatea, Watermusic e Royal Fireworks, For Queen’s Anna Birthday, suites, insieme con innumerevoli cantate e brani per organo sono capolavori assoluti, non solo della grande musica barocca, ma della musica tout court. Nel 1710, Händel divenne Kapellmeister del principe tedesco George, l’Elettore di Hannover, che nel 1714 sarebbe diventato re Giorgio I di Gran Bretagna e Irlanda, e da allora il grande Sassone divenne in qualche modo “inglese”.

Uomo di grande successo, Händel era anche molto caritatevole, tant’è che istituì numerose opere in soccorso dei poveri e degli artisti poveri, senza farsi pubblicità, in questo seguendo il dettato evangelico che prescrive “In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.” (Matteo, 6, 1-6)

Tornando alla mia vita, questo ascoltare insieme con l’attenzione agli altri grandi sopra citati, e a Mozart, Wagner, Verdi, Rossini, Schumann, Schubert, Monteverdi, Giovanni Gabrieli e altri, e poi alla grande musica Rock&Blues dei ’70, e voglio citare Jimi Hendrix, i Cream, i Traffic, i Colosseum (gli ultimi due gruppi visti dal vivo!), i Genesis e altri, e Miles Davis, John Coltrane e Charlie Parker per il jazz, che sono stati i “miei” anni, anche per la crescita politica e culturale, e questo leggere i grandi poeti e scrittori greco-latini, da Pindaro a Tucidide, a Demostene a Cicerone e Virgilio, e poi Italiani, i tre Sommi del ‘300, e in seguito i Francesi (Balzac, Flaubert, Zola, Baudelaire…), gli Inglesi (Dickens, Austen, le sorelle Bronte, Shakespeare…), i Tedeschi (Goethe, Schiller, Heine, Rilke, Thomas Mann, Roth…), i Russi (Dostoevskij, Tolstoi, Puskin, Turgenev, Majakovskij…), e di nuovo gli Italiani da Ariosto a Leopardi a Pascoli, D’Annunzio, Ungaretti, Montale, Saba, Campana, Gadda, Primo Levi, Rigoni Stern… mi ha sviluppato una grande capacità sinestesica, direbbe il mio amico/ psicologo/ a. In altre parole vedo/ sento con l’udito/ ausculto/ odoro/ tocco, quasi tutto insieme, e così com-prendo, raccolgo dentro.

Non parliamo poi delle mie grandi discipline, dalla sociologia a, soprattutto, la filosofia e la teologia, che ho studiato e studio nei loro autori maggiori e minori, dai presocratici ai grandi Greci Platone e Aristotele, Parmenide ed Eraclito, Zenone di Cizio e Sesto Empirico, Epitteto e Plotino, Proclo e Porfirio; e poi il mio grande Origene, di cui posso umilmente esser considerato uno studioso, Ireneo e sant’Agostino, il Beato Giovanni Duns Scoto, san Bonaventura e san Tommaso d’Aquino, Galileo e Descartes, Leibniz e Pascal, Voltaire e D’Alembert, Kant, Schelling, Fichte e Hegel, senza dimenticare i due grandi inglesi Locke e Hume; e poi Schopenhauer, Nietzsche e Marx, i sociologi Comte e Durkheim, gli antropologi Mauss e Altan, e i pensatori contemporanei Freud, Jung, Heidegger, Husserl, Jaspers, Bontadini, Severino, Achenbach.

Io stesso sono considerato un filosofo-teologo contemporaneo, per le mie teoresi e i miei scritti (sono un realista-personalista), avendo anche avuto responsabilità associative in ambito filosofico e tuttora incarichi di docenza. Lo dico con la gratitudine di chi ha avuto la possibilità, datami dalla libertà fin da giovanissimo lasciatami da parte dei miei, e dalle mie energie spirituali e fisiche, di studiare ciò e quanto desideravo, scegliendo la fatica del lavoro per potermi permettere lo studio, e privilegiando lo studio ad altri passatempi. Ho così maturato un sapere ampio e sinestesico, ché sento e vedo e leggo e sintetizzo, articolando le cose che via via imparo all’albero sinottico della storia e della conoscenza.

Fino ad ora, e che Dio sia benedetto.

Ho sempre preferito eventualmente andarmene, o comunque “star leggero” in ogni ambiente prima di stancarmi e di stancare…

…e l’ho fatto sempre, nei vari studi (che comunque ho terminato sempre, riprendendone altri), e lavori, cosicché il sentimento lasciato a chi restava è stato sempre di nostalgia.

A ventisette anni, dopo aver fatto il liceo classico, unico periodo di studio a tempo pieno della mia vita, intervallato da estati a portare bibite, lavoravo già da otto anni in fabbrica e studiavo politica. Sono entrato nel sindacato e vi son rimasto finché non mi ha chiamato a dirigere il personale la più grande azienda del Friuli. Nel sindacato ero lì già pronto per Roma, per posizioni nazionali, ma ho preso il bivio della grande impresa.

Giocavo a basket non male, guardia tiratore con il mio 1,84 ben distribuito su 80 kili. La bicicletta sarebbe arrivata a trent’anni, mai più mollata fino alla malattia. Ma mi dicono che la riprenderò in mano presto.

Guardavo le stagioni trascorrere, prima lente nel mio paese, con estati infinite, in un ambiente bellissimo, pieno d’acque.

A Buttrio nell’enorme azienda a capo del personale son rimasto finché mi è parso possibile, e me ne sono andato quando ho raggiunto un punto che mi permetteva di salutare successivamente chiunque a testa alta, in obbedienza alla mia coscienza.

I successivi lavori, di consulenza in grandi aziende e men grandi, di studio fino ai massimi livelli accademici di teologia e filosofia e insegnamento accademico, non sono mai stati esclusivi, ma sempre vari, tali da farmi sempre in qualche modo desiderare e chiamare da altri soggetti, da nuovi committenti. Non ho mai avuto la sensazione dello stancamento mio e dei miei interlocutori. Nulla puzzava mai tra me e loro.

La montagna era (ed è) l’altra mia passione: son stato su tutte le più alte cime delle Giulie e delle Carniche, nei silenzi fondi del mio camminare in solitudine, del mio ascendere prudente verso azzurrità indicibili, come quella del Cridola, o dello Jof Fuart, del Montasio con partenza in notturna, e perfin della Civetta immensa, dell’eccelso monte Pelmo. Del Peralba qui ho più volte cantato,  e attendo di riaver le forze per tornarvi. Ho visto tracce d’unghioni d’orso sul Monte di Cabia e la lince alla Forcella Giaf. L’aquila mi ha salutato sopra il Coglians e il Matajur.

Negli affetti mi son capitate nel tempo molte cose che qui, poiché son le più delicate, non dico, anch’esse in qualche modo coerenti con la mia inquietudine. Ho una figlia bella, aggressiva (si sa difendere), e intelligente. Suona l’arpa e canta e studia lettere.

Non avrei mai sopportato di aspettare con ansia di andare in pensione, e ora quel momento non è molto lontano, anche se non significherà che fermerò il mio lavoro, per il quale ho già incarichi per i prossimi anni. E tantomeno lo studio, e di scrivere libri.

Caro lettore, mi rivolgo a te, come quasi ogni giorno faccio, perché mi fai compagnia, e ogni tanto ho bisogno di raccontarmi a te, anche se non mi rispondi, ma so che leggi e so anche, più o meno, chi sei, e ti saluto.

E forse, è proprio la distanza fra te e me che permette uno scambio che continua nel tempo, noi siamo alla giusta distanza, non ci pestiamo i piedi, non ci disturbiamo. E’ stata la mia scelta fin dall’inizio. E funziona.

Grazie a te che parli con me in silenzio.

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