Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Furbizia versus intelligenza

Molti scambiano queste due caratteristiche psicologico-spirituali, oppure le ritengono talmente analoghe da apparentarle indebitamente. La furbizia o furberia, come concetto, crea difficoltà a chi voglia collocarla nel novero dei vizi o delle virtù. Può apparire virtù, se serve a salvaguardare chi la usa da pericoli e rischi, ma può altrettanto apparire come un vizio se viene utilizzata per l’inganno a scapito di qualcuno e a favore di chi la usa.

Secondo alcuni linguisti la parola furbo deriva dal francese “fourbe” (ladro). Ma secondo altre più recenti ipotesi la parola “furbo” verrebbe dal latino fur-furis” (ladro) trasformatosi poi, fra il IV e il VI secolo d.C., in ”furvus”, voce attestata anche con il significato di ”nero, fosco, buio”.

L’intelligenza o, nel classico linguaggio dei filosofi, l’intelletto, è la facoltà raziocinante, la capacità di “leggere-dentro” le cose (dal latino intus-legere, da cui intellectus, cioè intelligenza). A volte si nota che le persone intelligenti sono poco furbe: già questa constatazione è illuminante sul fatto che si tratta di due caratteristiche umane, e anche animali, molto differenti. Non dimentichiamo che anche degli animali si può dire, in vario modo, che sono intelligenti e/ o furbi. Un’intera aneddotica mitologica ne parla, da Esopo a Gianni Rodari: il leone, il gatto e la volpe (Collodi), il cane, il cavallo, la pantera e la tigre (Kipling), l’orso, i paperi, i topi (Disney). E via dicendo.

L’antropomorfizzazione degli animali, con riferimento a intelligenza furbizia è nota. Di seguito ho scelto di pubblicare alcuni aforismi non banali in tema.

La furbizia è l’idea che lo stupido ha dell’intelligenza. (P. Caruso)

Pino Caruso è stato un comico, ma mi pare che qui sia stato molto filosofico: la comicità è un’arte che ha molto a che fare con l’amore-per-la-vera-sapienza.

La furbizia è un surrogato truffaldino dell’intelligenza. Se questa riscuote più credito, quella ottiene più successo. (R. Gervaso)

Roberto Gervaso è stato un giornalista di vaglia, anche se di orientamento politico a me per nulla affine, epperò qui coglie nel segno.

Che la furbizia sia caratteristica servile, e mai signorile, è la sola fondamentale scoperta politica che milioni di italiani devono ancora fare. (M. Serra)

Michele Serra possiede un’arguzia tagliente, come quella di certi aforisti rinascimentali.

I furbi ci fottono sempre al momento giusto, nel posto giusto, col sorriso giusto. Camminano con sprezzo anche sopra la loro merda. (Charles Bukowski)

Lo scrittore americano non lesina l’uso di termini popolari, per modo di dire: anche la merda va bene per chiarire i concetti.

È più facile che sia furbo un cretino che un intelligente. (Roberto Gervaso)

…e questa è la peggior punizione del furbo.

Quando tra gli imbecilli ed i furbi si stabilisce una alleanza, state bene attenti che il fascismo è alle porte.
(Leonardo Sciascia)

…attenzione, attenzione!

La mia totale mancanza di furbizia mi condanna ad un’esistenza irragionevolmente e svantaggiosamente onesta. (I. Bauer)

Ida Bauer dissimula molto bene un dispiacere che non prova, perché sa che nulla paga di più di una coscienza onesta, nella vita.

La furbizia non è una qualità né troppo buona, né troppo cattiva: oscilla tra il vizio e la virtù. Non c’è incontro in cui non la si possa e, forse, non la si debba sostituire con la prudenza. (J. de La Bruyere)

Jean de La Bruyere, da buon uomo dell’età barocca, ama interloquire con circonlocuzioni che mettono il lettore nelle condizioni di dover pensare, e al cosa è molto utile, specie di questi tempi.

Quasi nessuno scopre mai che le sue azioni feriscono davvero gli altri. La gente non migliora, diventa solo più furba. Quando diventi più furbo, non smetti di strappare le ali alle mosche, cerchi solo di trovare dei motivi migliori per farlo. (S. King)

Stephen King ha ben presente come è l’umano, quando sfiora il demoniaco e la malvagità, lasciando l’amaro in bocca, con poca speranza. Non nulla, ma molto poca.

Il motivo per cui stupidi e furfanti se la cavano meglio al mondo di uomini più saggi e onesti è che sono più vicini al carattere generale dell’umanità, che è null’altro che un insieme di inganno e stupidità. (S. Butler)

Samuel Butler manifesta un pessimismo quasi cosmico, sfiduciato praticamente del tutto nei confronti dell’umano.

Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. I furbi si fanno sostituire.
(R. “Freak” Antoni)

Umorismo fine quello di “Freak” Antoni.

La furbizia è la sorella stupida dell’intelligenza. (Paola Poli)

Più aforismatica di così…

Io mi sono allenato per 20 anni, ho avuto una carriera lunghissima come velocista, ma non mi sono mai neanche strappato. Invece, se avessi fatto uso di steroidi anabolizzanti, mi sarei strappato chissà quante volte. Lo sport deve rimanere l’ultimo baluardo del tessuto sociale per quanto riguarda il rispetto delle regole. Insomma, tra gli atleti deve vincere il più bravo, non il più furbo. (P. Mennea)

Pietro Mennea è un pedagogista morale naturale. Il grande atleta che è stato si riflette come una metafora sulla dimensione esistenziale di ciascun uomo libero e pensante.

In Italia quella tra cittadino e legalità è una relazione sofferta, la cultura di questo Paese di corporazioni è basata soprattutto su furbizia e privilegio. (G. Colombo)

L’antico giudice milanese, praticando da tutta la vita persone dedite alla violazione delle leggi, si è fatta un’idea monocorde, penso non condivisibile, dell’Italia.

Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro. (G. Prezzolini)

Quanto mancano persone come Prezzolini al nostro tempo, in mezzo a tanto inutile e pericoloso “politicamente corretto”!

L’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. (I. Svevo)

La metafora equazionale di Ettore Schmitz sta in piedi come una analoga algebrica.

La verità è che è più furbo scappare. Lo scontro migliore è quello che eviti. Ma io non ho mai sostenuto di essere furbo. Solo ostinato e ogni tanto irritabile. (L. Child)

Ecco che Leo Child specifica ciò che è meglio essere, piuttosto che furbo, Sono d’accordo, pienamente.

La furbizia non è un aspetto dell’intelligenza, ma la faccia nascosta della disonestà.
(P. Caruso)

Il comico siculo, conoscendo dal vivo molta disonestà, afferma con chiarezza da che parte sta, proprio guardandosi in giro dove vive e più in generale.

L’imbecille totale è preferibile a chi mette la furberia al servizio della stupidità. Il primo, di solito, è innocuo; il secondo, pericoloso a se stesso e agli altri perché, scambiando la furberia per intelligenza, non capisce quanto sia stupido. (R. Gervaso)

L’acutezza gervasiana penso qui raggiunga un suo culmine, poiché è una verità centrale sapere che chi pensa di essere intelligente perché è furbo, in realtà è proprio uno stupido.

L’italiano ha un tale culto per la furbizia che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. (G. Prezzolini)

Concludo con questo divertente paradosso del grande Prezzolini, al quale perdoniamo qualche appartenenza (o quasi) politica, anche solo per la sua intelligenza simpatica.

Furbizia e intelligenza, quindi, non sono neppure sorelle e neanche cugine, ma due caratteristiche mentali differenti, là dove ciascuna qualità può essere comunque utilizzata con correttezza. Anche nei vangeli troviamo accenni alla furbizia, senza che ciò significhi doppiezza e ambiguità immorali. Basti considerare il loghion gesuano che si trova in Matteo 18, 3: «Se non diventerete come i bambini non entrerete nel Regno dei cieli», aveva appunto ammonito Gesù.

Un altro locus evangelico troviamo in Luca al capitolo 16 (1-13), dove una parabola racconta di una utile e “virtuosa” astuzia: «il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza». La lode narrata da Gesù appare non come una sorta di sorprendente giudizio immorale, ma come un riconoscimento della scaltrezza come qualità di sopravvivenza.

Non dimentichiamo infine anche le lodi del Maestro di Nazaret a certi comportamenti astuti del serpente, invitando l’uomo ad imitarlo, ma mantenendosi puro come colomba (cf. Matteo 10, 16), per vivere con intelligenza.

Un umanesimo per oggi, ai tempi del Covid-19

San Paolo nella Lettera ai Colossesi al capitolo terzo, versetto 11 scrive: ”
Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti“,, e nel capitolo terzo, al versetto 28 della Lettera ai Galati: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù“.


Ecco le basi antropologiche ed etiche dell’uguaglianza umana.

Si tratta della prima affermazione chiara e inequivocabile dell’uguaglianza fra tutti gli uomini nella cultura occidentale. In quei brani Paolo si richiama implicitamente a Genesi capitolo 1 versetto 27, dove lo scrittore torachico afferma che “Dio creò l’uomo a sua immagine (e somiglianza).

Paolo, cioè Saulo di Tarso in Cilicia, sotto i monti del Tauro, non molto distante da Antiochia, una delle metropoli del tempo, era un fariseo ebreo sensibile alla cultura ellenistica. Aveva studiato la Sacra scrittura a Gerusalemme con il grande rabbino Gam’liel, ed era abituato a frequentare i “gentili”, cioè le genti, diverse dal popolo del Libro. Nel 49 aveva “vinto”, faccio per dire, il primo “concilio”, quello convocato a Gerusalemme per definire alcuni princìpi fondamentali dell’evangelizzazione. Contro il fermo parere di Giacomo il Maggiore (il “fratello” del Signore), e pure di Pietro, Paolo aveva fatto togliere l’obbligo della circoncisione per coloro che si convertivano all’Evangelo di Cristo.

Il suo sguardo era rivolto al mondo, a tutto l’Impero e oltre. Ecco che allora si possono comprendere i versetti sopra citati, che lui scrisse nelle Lettere agli abitanti di Colossi in Grecia e ai Galati, abitanti della regione prossima al Bosforo, tra Oriente e Occidente.

Più o meno in quegli stessi anni, a Roma, l’imperatore Claudio pronunziava il famoso discorso in Senato, con il quale ammetteva con chiarezza che di quella altissima assise avrebbero potuto far parte anche i Pitti e i Britanni, popolazioni considerate finora barbariche, se si fossero riconosciute parte dell’Impero, e rispettosi delle sue leggi.

Con san Paolo inizia un pensiero nuovo sull’uomo, e viene per la prima volta ammessa con chiarezza l’uguaglianza di ogni uomo con chiunque altro, fosse pure l’uno l’imperatore e l’altro uno schiavo o un liberto. Ciò non generò come conseguenza immediata il pensiero dell’ingiustizia della schiavitù, e conseguenti modifiche alle norme legislative, ma fece iniziare una riflessione che portò al cambiamento, lentissimo sotto il profilo storico, ma definitivo.

Il pensiero successivo, sia quello dei Padri antichi, greci e latini, da Origene a Gregorio Magno, sia della Scolastica, sia infine della filosofia moderna e contemporanea, a partire da Descartes, parte sine ullo dubio dalle affermazioni paoline, Illuminismo compreso. Altrimenti come si potrebbe comprendere la triade concettuale dei rivoluzionari giacobini Fraternité, Egalité e Liberté. Se la fraternità è un “tipico” cristiano, e l’uguaglianza idem, la libertà è comunque un “portato” del cristianesimo, soprattutto nell’esemplarità dell’esperienza di Gesù di Nazaret. Quale uomo è stato più libero di lui di dire e di fare, per dirla alla greca? Tanto libero da sacrificare la propria vita. Se Gesù fosse stato più “politico”, il governatore romano Ponzio Pilato non avrebbe “dovuto” condannarlo a morte, e a quella morte ignominiosa. Il processo a Gesù è stato un processo politico e il decisore, pur riottoso (Pilato non voleva condannare a morte Gesù, anche se aveva una dimestichezza crudele con le condanne a morte), ha dovuto cedere alla piazza e allo scandalo religioso che il Sinedrio sadduceo aveva suscitato. Chi era in piazza a gridare “Bar-abbà”? Il popolo, ma quale popolo? Il popolo vicino al sinedrio, uguale a tutti i “popoli” che gridano in piazza per sostenere l’uomo forte, chiunque esso sia. In quella vicenda l’uomo più forte era il gran sacerdote Caiafas.

Funziona sempre così, come spiegano i costumi dell’armatore Achille Lauro (non è il ragazzotto del trap) e ogni altro “uomo da piazza”, compreso il capo delle attuali sardine, non diverso da chi primariamente combatte. E come spiega bene lo psicologo sociale Gustave Le Bon nel suo per nulla datato “La psicologia della folla“, testo che risale agli ultimi anni dell’800.

Ora si parla di un “nuovo Umanesimo”, come se occorresse riscrivere i testi di Giovan Pico della Mirandola e del Machiavelli, che mi permetto di annettere comunque all’Umanesimo anche contro la sua dichiarata posizione di pensatore materialista, atomista, lucreziano, democriteo, e quindi ben lontano da ogni speculazione di origine platonica. Machiavelli non era l’uomo del cinismo politico, secondo la comune errata accezione tuttora invalsa tra le persone superficiali, ma l’uomo con il “senso dello Stato” forse più serio e conseguente della nostra storia italiana. In proposito consiglio il bel volume di Michele Ciliberto Nicolò Machiavelli. Ragione e follia edito da Laterza. Non occorre alcun “nuovo umanesimo” da inventare, come vorrebbe fare e non capisco il perché, l’attuale capo del governo italiano, poiché i principi, i fondamenti dell’Umanesimo sono già scritti limpidamente nell’Evangelo di Gesù, nelle Lettere di Paolo (cf. supra), e nelle Dichiarazioni universali dei Diritti dell’uomo, sia quella americana di fine ‘700, sia quella europea del secondo dopoguerra.

E ora, con l’occasione di questo Covid-19 vien messo alla prova proprio l’Umanesimo, la sua caratura, la sua sostanza, la sua condivisione, soprattutto nel settore della comunicazione sociale. E allora ricompare in evidenza l’uomo con le sue mediocrità, i suoi vizi, le sue dissimulazioni furbesche, le sue insincerità, le sue menzogne. L’Italia sta soffrendo (per ora) più di altre nazioni, eppur si polemizza, e le altre nazioni pare guardino all’Italia come a un popolo di “untori” manzoniani. In Italia, anche in questa situazione, c’è chi è più “bravo” degli altri ad affrontare il problema, a allora critica, a volte senza proporre nulla. La stampa in primis. Titoli urlati e falsi, ripetitività quasi compiaciuta nel dare le notizie peggiori, il sottile nefando piacere di “essere arrivati prima” della concorrenza a dire la novità.

Mi pare che si possano dire alcune cose. Non bisogna dare ascolto più di tanto alle cronache giornalistiche, spesso ripetitive e, siccome sono in gara tra loro, a testate televisive, siti web, carta stampata quotidiana, etc.; è bene ascoltare con spirito critico i politici, non solo quelli che approfittano di questa situazione per fare campagna elettorale, ma anche chi in questo momento si trova tra i decisori, cioè il Governo e i Presidenti di regione / provincia (ove esistono ancora), Sindaci e così via. Meglio dare attenzione alla Protezione civile, e soprattutto ai medici e ai ricercatori specializzati, cioè virologi, immunologi, infettivologi e biologi, i quali in generale sono intellettualmente onesti, anche se – in qualche caso – si nota una qualche ricerca di visibilità. Si capisce che magari uno / una che per decenni ha lavorato nel silenzio e nell’ignoranza dei più, con retribuzioni inadeguate ed inique, trovi in questo modo una sorta di soddisfazione… vicaria. E’ umano, quasi troppo umano, direbbe il grande di Roecken.

L’ultima dei politici riguarda una gaffe clamorosa, ma non più di tanto, visto che riguarda Di Maio. Siccome facendo politica ha imparato, non so se dai suoi o dai giornali, oppure in un corso accelerato di lingua inglese, che media si pronunzia midia e plus si pronunzia plas, non sapendo che si tratta di latino e non di inglese, e deducendo che lo fosse, si è fatto beccare a dire “coronavairus“, pronunziando all’inglese la “i” di virus. Commenti?

Ebbene, son tempi – questi – certamente bisognosi di un nuovo umanesimo, ma molto più di un serio recupero di alfabetizzazione primaria. Pazienza, dai.

Valori e linguaggio per “curare” il disagio, premessa necessaria per far crescere le persone nel gruppo solidale

“Valori”, anche se deriva dal verbo latino valeo, cioè valere, è termine molto moderno, nato più o meno dalla cultura illuministica ed economicistica anglosassone e progressivamente molto utilizzato, sia in economia, sia in filosofia morale e politica. Marx ne declinò con passione il significato nei due sintagmi fondamentali della sua teoria politica ed economica: valore d’uso e valore di scambio. Per il dottor Karl il valore d’uso è da attribuire ai beni secondo il loro effettivo utilizzo, mentre il valore di scambio è da intendere secondo la convenzione dettata dai mercati nell’ambito dello scambio tra beni/ servizi e prezzo pattuito degli stessi, fra i contraenti del negozio commerciale.

Con il tempo, però, il termine “valori”, soprattutto grazie alle ricerche di Max Scheler, ha subito una sorta di slittamento semantico in senso etico-morale, venendo a collocarsi quasi in un’area sinonimica di princìpi, o addirittura di virtù.

Sappiamo bene che virtù è un lemma latino, virtus, che a sua volta deriva da vir, cioè uomo coraggioso, forte, corrispondente al greco aretè. Da Platone/ Aristotele in poi il termine si estese al lemma sostantivato fortezza, o fortitudo (in latino) e aretè, in greco. Con l’esplicitazione agostiniana e gregoriana del plesso delle virtù cristiane, la parola assunse valenze teologico-morali ancora in uso.

Si può dunque affermare che virtù, princìpi e valori stanno tutti dalla stessa parte, significando qualcosa di positivo, afferente al bene e ai buoni comportamenti dell’uomo, dove l’azione e i detti hanno la salvaguardia e il benessere dell’uomo come fine.

Un esempio pratico: è in uso il termine tolleranza per esprimere l’accoglimento del diverso, ma appare evidente come la semantica corrente significhi o contenga una sfumatura di degnazione verso l’altro, il diverso, un top-down, dove è chiaro chi-è-superiore (o tale si ritiene) e chi-è-inferiore (o tale è ritenuto); più opportuno sembra essere il termine rispetto, che significa etimologicamente (dal verbo latino respicio, ere) guardarsi-di-fronte, e quindi presupponendo il riconoscimento di una parità in dignità fra i due o più interlocutori. Ecco: in questo caso si può dire che il “valore” dei rispetto è superiore al “valore” della tolleranza.

Il linguaggio umano è lo strumento principe della comunicazione e dunque della relazione inter-umana. E’ lo strumento e la dotazione che differenzia l’homo sapiens sapiens da ogni altro animale e primate, pure strettamente apparentati sotto il profilo biologico e genetico. Esso è possibile in grazia dell’anatomia umana e dell’esercizio che nei millenni l’uomo ha saputo produrre per svilupparlo.

Si declina in idiomi e lingue (migliaia) ed ha una dimensione storico-sociologica e psicologica. Esprime concetti, volontà e sentimenti in ogni situazione, qualificando anche la sua assenza momentanea, il silenzio. E’ correlato strettamente ai movimenti corporei e alla prossemica, con i quali completa i processi comunicazionali e qualifica la relazione, fine ultimo della comunicazione, di cui la comunicazione è mezzo.

E’ dunque, il linguaggio, strumento essenziale e valore primario per la vita umana e la vita del pianeta. La sua continua evoluzione strutturale e semantica richiede sempre grande attenzione e rispetto, evitandone un utilizzo semplificato e banalizzante. La ricchezza lessicale, in particolare della lingua italiana, consente descrizioni di fatti, pensieri e sentimenti molto approfondite, ragion per cui non è accettabile l’uso che se ne sta facendo sui media e in particolare mediante il web, che sta contribuendo ad impoverire i messaggi, creando confusione e conflitti (evitabili).

La presenza del disagio nella vita umana, del dolore e della sofferenza, della mancanza e del conflitto, interpella in profondo ogni coscienza, per cui occorre rendersi consapevoli dell’esigenza di conoscere a fondo la psiche e i tratti di personalità degli individui, per analizzarne i comportamenti e le scelte, quando hanno a che fare con il prossimo. I saperi antropologici sono fondamentali per questo: dalla filosofia alla psicologia, dalla teologia alle antropologie, l’uomo deve mettersi in ascolto, studiando, il contributo che ognuna di queste discipline offre alla conoscenza dell’uomo stesso, evitando semplificazioni e analisi sbagliate.

Lo sviluppo umano della persona attiene dunque a tutte le attività di pensiero e azione dell’uomo, alle relazioni che riesce a stabilire e consolidare e alle circostanze attuali nelle quali “si trova” a vivere. Qualcuno sostiene che tutto inizia dal caso (caos, metatesi di vocali e consonanti), a partire dagli inizi cosmologici. Faccio fatica a condividere un’opinione così netta, poiché, senza sostenere la teorie del “disegno intelligente” concepito da una Mens divina, non riesco ad affidare tutto quello che è successo dagli inizi del mondo, che conosciamo solo in minima parte, e tutto quello che c’è negli universi (?) alla dottrina del caso, che ho più volte, anche in questo sito, razionalmente messo in discussione.

L’intensificazione solidale è un nome dell’amore, come principio di movimento universale (cf. Platone, innanzitutto, e anche, nel mio piccolo, Le parole e simboli nella Bibbia per una Teologia dell’Eros, ed. Cantagalli, Siena 2017, con molti altri su cui mi sono inerpicato negli anni). L’amore è attività desiderante qualsiasi cosa, ordinata e dis-ordinata, buona in quanto bene in-sé, e meno buona – a volte – in quanto bene improprio o inadeguato. Ciò che lo muove è la passione, è il sentimento, è l’emozione che vince all’inizio ogni processo razionale che un soggetto umano voglia mettere in moto. Tutto è bene, omnia bona est, ma si tratta di approfondire questo bene  collocarlo nel modo giusto nel mondo. L’eros è il motore del mondo: si tratta di guidarlo e di intensificarlo con l’intelligenza che ci è data come sapiens sapiens.

Gli Elleni, i Dioscuri e gli emuli odierni

Noto ai lettori fruitori di stampa e web il paragone spesso ivi proposto tra i due vicecapidelgoverno attuale ai Dioscuri, Castore e Polluce, ed eventualmente richiesto uno dei due se sapesse chi fossero, la risposta potrebbe essere (90 su 100, o di più) un fors’anche imbarazzato “no”. Se interpellato l’altro, avendo questi fatto il classico, memoria remota funzionante, forse lo saprebbe.

Andando noi a spulciare un antico testo isocrateo, potremmo trarre insegnamento per noi e per i due sopra citati. Il grande logografo, retore e pedagogo affermava: “Atene ha fatto sì che il nome di Elleni designi non più una stirpe, ma un modo di pensare. Per cui non sono chiamati Elleni quelli che hanno in comune con noi il sangue, ma quelli che hanno in comune con noi la Paidèia“, cioè la capacità di apprendere, che non si eredita con il sangue, ma si sviluppa vivendo, in qualsiasi luogo.

Isocrate, con questo discorso, anticipa l’imperatore Claudio il quale, con un memorabile discorso pronunziato in Senato, ammise che Pitti e Britanni avrebbero potuto ivi portare le loro istanze, quelli che venivano chiamati popoli barbari. Grandezza della cultura greca, grandezza di Roma. Miseria italica attuale, nella politica, nella magistratura, nel giornalismo, nel sindacalismo.

Isocrate nacque nel 436 a.C a Erchia, nell’Attica, compaesano di Senofonte. Poté ricevere un’educazione molto buona non tanto perché di famiglia fosse benestante: suo padre era un piccolo “industriale” del tempo, quanto poiché – quando l’azienda di famiglia ebbe dei rovesci – egli, per almeno un decennio lavorò come logografo, cioè scriba giudiziario  a pagamento, oggi potremmo dire cancelliere. Aristotele stesso attesta l’autenticità di alcuni testi logografici risalenti agli anni 400-390 a. C.

La sua missione, però, per come la sentiva lui stesso, era quella della paidèia, della pedagogia, dell’insegnamento, rivolto ai giovani del suo tempo. Amava farsi chiamare filosofo, mentre non gli piaceva la definizione di retore. Scrisse dall’eta di Pericle all’avvento di re Filippo II di Macedonia. Nel 390 istituì una scuola pari per importanza all’Accademia platonica. Il grande ateniese, però, non lo apprezzava, anche se con lui condivideva la grande ammirazione per Socrate e il sospetto verso i sofisti, o filodossi, che non erano (sia secondo Isocrate sia secondo Platone) amanti della verità, ma della cangiante opinione. Un altro aspetto che avvicinava i due era la considerazione per la paidèia. Non avevano, ambedue, troppa fiducia nella democrazia ateniese, mentre amavano la forma scritta dei discorsi e la cura dello stile scrittorio.

Il suo “conflitto” con il sommo competitor verteva sul giudizio che Isocrate esprimeva (a mio parere, e non solo a mio parere, sbagliando) su Platone. L’uomo di Erchia definiva inutili gli insegnamenti dell’Ateniese, perché troppo difficili e teorici, mentre i suoi, a parere suo – ovviamente – erano più orientati alla concretezza delle cose utili, che non sono sempre fondate su verità assolute. Rimproverava a Platone di occuparsi troppo di conoscenze teoriche e dunque di epistemologia, di gnoseologia, di metafisica, mentre egli riteneva necessario dare una mano alle persone con il ragionamento concreto, improntato a chiarezza e semplicità, anche basandosi sull’opinione, la δόξα. La sua fama crebbe al punto da poter chiedere compensi dalle famiglie degli alunni fino a diecimila mine, come dire almeno il doppio del costo di almeno due annualità universitarie attuale.

In realtà egli curò l’ars rethorica, che riteneva lo strumento più adatto, sia alla vita individuale e civile, sia alla vita politica. Non disdegnò l’attività politica diretta, promuovendo una politica panellenica che prevedesse la collaborazione delle diverse pòleis greche, sotto la guida di Atene, unica realtà in grado di coordinare miltarmente gli Elleni contro il pericolo persiano e di promuovere forme democratiche di governo, beninteso trattandosi della democrazia come era intesa allora. Le sue speranze morirono quando a Cheronea nel 338 i Macedoni tolsero l’indipendenza alle città greche. Mori poco dopo di inedia, si tramanda. Ultranovantenne.

 

Se Isocrate è personaggio storico, i Dioscuri appartengono alla più lussureggiante mitologia ellenica. Addirittura figli di Zeus, qualche fonte propone, ma altri li danno come figli del re di Sparta, Tindaro. Oppure altri ancora riportano che solo Polluce fosse figlio di Giove, insieme con la sorella Elena, e dunque immortali, mentre Castore, se figlio di Tindaro, sarebbe stato un mortale. Un bel pot pourrì di storie arcaiche.

Oppure addirittura Argonauti con Giasone, impegnati alla ricerca del Vello d’oro. Polluce fu anche celebrato come grande pugile, poiché sconfisse in una gara di questa disciplina il re dei Bebrici, Amico. Poco tempo dopo i gemelli diedero vita alla città eponima di Dioscuria, collocata secondo il mito in Colchide. Successivamente avrebbero fondato anche una città nel Lazio, Amyclae.

Altre “gloriose” vicende furono attribuite ai Dioscuri come la lotta contro Teseo, eroismo che gli meritò in qualche modo l’immortalità da parte di Zeus, che – come vedremo – non “funzionerà”, oppure la guerra fra gli abitanti di Locri Epizefiri e quelli di Reggio. A un certo punto però, le loro sorti si separarono. Durante il rapimento delle spose promesse di Idas e Linceo, figli di Afareo fratello di re Tindaro, Castore fu ferito a morte. Per non separarsi del tutto dal fratello Castore, volle vivere un giorno nell’Ade e un giorno sull’Olimpo.

Euripide li ricordò nella sua Elena, come mito nel quale Zeus li mise insieme per sempre nella costellazione dei Gemelli.

Che c’entrano allora i due vicecapidelgoverno con tutti questi racconti? Perché qualcuno li chiama “dioscuri”? A mio parere, non certo perché le loro res gestae somiglino in qualche modo a quelle dei due eroi mitologici, ma per pigrizia lessicale e professionale degli scribi dei nostri tempi, logografi stanchi e spesso cinicamente disincantati. Il giornalismo italiano è in crisi, come altri settori sopra elencati. Il web e la riduzione delle copie vendute dei quotidiani hanno stretto in un angolo questi professionisti della comunicazione.

Le direzioni editoriali devono rispondere ai desiderata dei loro padroni, che spesso sono banche e potentati finanziari da un lato, e alle convenienze politiche del momento. Mi chiedo come descriverebbero oggi i due vicecapidelgoverno penne come quelle di Bocca, Montanelli, Brera, Raschi, Bettiza, Calvino, Buzzati e perfino Enzo Biagi, che non ho mai particolarmente apprezzato. Come guarderebbero le varie Annunziata e Gruber, i Fazio e i Lerner, personaggi del calibro di Ruggero Orlando o Tito Stagno, per tacere di molti valorosi dei decenni dal ’50 ai primi anni ’80? Quella era gente in gamba che cercava la notizia e la viveva, queste e questi invece si accontentano dei racconti di terzi, selezionando spesso in base al loro credo politico. E allora funzionano i radical chic à-la allure accademica, ovvero i pappagalli dei capi politici maggioritari, che somigliano però ad altri uccelli, i polli.

I due vicecapidelgoverno assomigliano a Castore e Polluce solo metafisicamente, perché sono “due”, in quanto  da ogni altro punto di vista ben meschina figura, fanno. Pobrecitos.

Ve iniment, cioè “ricordare”, in friulano

VÊ INIMENT

Vê inimènt  il timp ch’al è passât cuasi simpri al fâs ben al cûr, tu âs tal cjâf chei ch’a son lâs di chê atre bande, il ben che ti àn volût, se che àn cirût di dâ tal cjaminâ insieme.

Daspò cul metîsi in scolte cun chel ch’al capite in dì di vuè ti cjape l’ingoz e al ven di domandâsi in se môt  che un al rive a copâ un’atri dome pal fat che lu à denant in chel moment. Vadì che nol rivi a resonâ o che, chel ch’al comande ta chel moment cu la sô ande j dedi il permes di fâsi vjodi pì fuart tibiânt cui ch’a j ven sot lis sgrifis. Chei timps lì no ju vevin vûs za fâ àjns e j speravin che lis pouris no tornâssin.

J àj ben inimènt chel ajar ch’al svintâve daspò la seconde vuere mondiâl, par vie di chel ch’al comandâve chel stât a man cjampe dopo lis primis stangjs ch’a segnâvin il confin, venastaj il capo Slâf. Po ben propit a chist j vêve cjapât la matasie di cjapâ chês stangjis, par plantâlis fintramai sul ôr dal Tiliment. Cussì j saressin colâs ducj in te vuate, no erin tant ben come chi erin, ma se si à di gambiâ si à di là in miôr no in piês! Si sintîve a contâ di int ch’a scjampâve vie di là, di int ch’a vignive copade o butade jù pai fosôrs, ineade tal mâr, robis brutis.

Il predi scaturît pì di nò al predicjave saldo che chel cudicjo lì nus vares copâs ducj, nus fâseve preâ  rosariis e novenis par cirî la protezion dal Signôr. La pore chi vêvi mi scjafojâve tant che j vierzevi la bocje par tirâ flât a bacons, cui i miei fradis pizzui i lâvin a taponâsi te stale o tal fen, lì no si sintîve a cjacarâ di nuje.

In bande de cjase dolà chi erin a stâ a ere un’ostarie, si sintîve a cjantâ a ridi e chist nus dave  lun fregul di ligrie. Di sabide sot sere a si fermâvin ducj i operaios che a  molâvin di vore, lôr a disevin che a scugnivin fâ che sorte di sacrifizi, par fâ rabiâ lis feminis ma chês cuanche ju vedevin rivâ cu la muse colôr sope di vin a deventâvin tanche lis liparis. Tra une ridade e une bevude a saltâve four di dut, dispes il discors al sbrissâve su la vuere, une sere un pì imomât di ducj, alsant il do al disè: “No j vin di ringraziâ i Angeli-Americani chei nus àn liberât, cumò nissun nus comande!” Jò chi stavi a sintî no capîvi Agnui Merecans? a mì, mi pareve che i merecans a fossin omis come ducj!

Dilunc i ajns j rivâj a discrosâ la robe e mi vignè di ridi, tant, ma tant, chei “Angeli-Americani” no erin atri che “gli Anglo-Americani”.

Chel che daspò mi mandà in bestie perdabon al fò, cuanche j vignei a savê che tal miez di chei, agnui al ere encje un’atri cudjcio .

Chist al ere une sorte di (Sioreto) coplen che Dio nus vuardi, une muse taronde ch’a someâve il plen di lune d’avost e che di sigûr nol vêve stentât te vite come la puare int di chel timp. Lui un liberatôr, cuanche al fò clamât cun chei atris braurôs a dividi la tiere, di ducj chei ch’a son tacâs par i peis su la tiere, al fasè il stizze boris, senze stâ tant a sicuantâle, j lâve ben di dâ vie chel toc di Friûl fin sul ôr dal Tiliment cun no drenti, insieme a la nostre pore che chel atri, nus vessin tirât il cuel come ai poles.  Atrichè agnui, di sigûr  al spesseâve a parâ indenant la robe, par podê  tornâ te sô isule a fumâsi il sigar cu la panse par adalt e nò ta lis mans di chel atri cudicjo.  Chei ch’a  fâsin cussì a strissinin vie l’omp cun dut il sô jessî, a vêlu devant al sares stât di dâj une petenâde di chês, encje se al ere sglereât!

Dut chist mi è restât jenfri vie come une sbrovade, tant che no rivi encje mò a meti un peit in pâs, di là di chês stangjs. Chei  chei ch’a piin i foucs par daspò vê la braure di distudâju, si domandino mai se ch’a fâsin ?

In part il fat si disgherdeâ  te sierade dal 1954, il 5 di Otubar a firmârin l’acuardi e il 26 dal stes mês Triest a deventà Taliane. Chel nus dè a ducj un fregul di pâs J àj encje mò drenti di me il sunôr, il scampanotâ da lis cjampani di San Just, ch’a si sintîve par radio.

La int di Triest a clamâve a plene bocje il sô prin sindic “De Renzi, De Renzi!”

Se che j varessin di tignî iniment, che no sarin mai in pâs se la pâs no la vin drenti di no e se qualchidun, encje tal nestri pizzul al semene runduie invezze di fermâlu j din cuarde a sarà simpri un ripetisi da lis robis . In particolâr tal dì di vuè che a voltisi sin strissinâs ta un vivi senze memorie, no bisugne taponasi davour il fat che no son robis che no nus riguardi in môd diret, dut nus rivuarde.

L’ignavie  è une di chês mancjânsis che nus parte a resonâ mâl: par chist Dante al à metût chi ch’a pecjn di chist su la bocje dal’infiêr.

 

RICORDARE

A volte  la mente torna al passato e i ricordi affiorano in modo dolce, e questo allenta lo strappo tra noi e le persone che sono passate a miglior vita, l’amore che hanno donato ti riscalda il cuore e rivivi il tempo trascorso assieme. Poi si ripiomba nell’attuale, in un quotidiano non sempre facile, non passa giorno che non si abbia la notizia di qualche omicidio, di capi di stato in lotta e sembra quasi che sia diventato usuale ammazzare, aggredire, distruggere. Per quanto la mente cerchi di staccarsi da ciò, concentrandosi  su delle cose piacevoli quel po’ di tranquillità  conquistata viene in parte tolta.

Ho ben presente quello che succedeva poco dopo la seconda guerra mondiale, io bambina vivevo come altri penso un periodo  instabile un’atmosfera greve. Il presidente dello stato Slavo confinante con noi, visto che i confini non erano ancora ben definiti, voleva annettere al suo territorio anche un pezzo del nostro Friuli, spostando la linea di confine  al fiume Tagliamento. Così ancora una volta ci sarebbe stata tolta quel po’ di libertà conquistata con il sangue. Una libertà relativa visto che non possedevamo niente e dovevamo sottostare a quelli che si credevano padroni di tutta la terra, senza chiedersi il perché  la terra stessa riuscisse a tenere  attaccati tutti poveri e ricchi in egual modo, a sé. Le notizie frammentarie che arrivavano ci raccontavano di persone che fuggivano dallo stato vicino, di gente che veniva torturata, ammazzata, infoibata.

Il prete più allarmato di noi ci faceva pregare continuamente per scongiurare quello  che sarebbe potuto accadere. Tutti ci chiedevamo che fine avremmo fatto! Per rincuorarci noi bambini andavamo a nasconderci nei luoghi più impensati, dove c’era il silenzio senza parole, la paura ci soffocava tanto da farci spalancare la bocca per poter respirare. Meno male che vicino alla casa dove abitava la mia famiglia c’era un’osteria, e a volte si sentiva cantare e ridere, questo ci portava un po’ di allegria. Il sabato gli operai -terminato il lavoro- di solito si fermavano a bere qualche bicchiere di vino, e così in allegria nascevano delle battute spiritose a volte i discorsi riguardavano anche l’ultima guerra tanto che una sera uno del gruppo se ne uscì con questa battuta: “Noi tutti dobbiamo ringraziare gli ANGELI AMERICANI che ci hanno liberato“. Mentre ascoltavo mi chiedevo chi fossero questi angeli americani io con i miei occhi da bambina avevo visto solo uomini e donne In seguito scopersi  a quale categoria appartenessero questi ANGELI, erano gli ANGLO-AMERICANI. Quello che poi mi fece arrabbiare moltissimo fu quando scoprii che in mezzo a questi ANGELI si annidava una sorta di diavoletto. Questo era un signore corpulento ben nutrito e brigava per regalare noi ed il NOSTRO FRIULI al presidente slavo, altro che  angelo, altro che liberatore! Fatto questo, se ne sarebbe tornato nella sua isola a fumarsi in pace il sigaro, pancia all’aria. Chi ha questi comportamenti sopprime l’essere in ogni sua forma!

Questi fatti sono rimasti dentro di me come una bruciatura  tanto che ogni volta che ho attraversato il confine mi sono sentita a disagio nonostante la calda accoglienza che ci veniva riservata. Un po’ di pace ci è stata regalata nell’autunno del 1954, esattamente il 5 ottobre, quando venne firmato l’accordo, e il 26 dello stesso mese Trieste diventò italiana. Attraverso la radio ascoltammo l’evento, lo scampanio delle campane di San Giusto, la voce della folla che acclamava il suo primo sindaco “De Renzi-De Renzi”.

In questo tempo dove spesso siamo trascinati a  un vivere senza memoria, quello che dovremmo ricordare che la pace va difesa ad ogni costo, se non vigiliamo tutto può ripetersi, e anche l’ignavia ha un ruolo fondamentale riguardo all’accadimento dei fatti, poiché tutto ci riguarda: il sommo Dante ha relegato chi pecca di questo peccato sull’orlo dell’inferno.

(Marisa Gregoris)

 

Che piacere pubblicarti qui, cara Marisa, nel tuo friulano e nella traduzione italiana, sempre tua, dove ti possono leggere migliaia di persone di tutto il mondo. Pensa che questo sito viene consultato dalla Nuova Zelanda all’Argentina (in molti!, sarà per la sorellanza italiana con questa grande nazione), agli Stati Uniti, al Canada (in molti), alla Germani, alla Francia, alla Spagna, alla Russia, all’Ukraina (mi conoscono a Dniepropetrovsk), alla Polonia, alla Romania (in molti a Bucarest, anche perché mi conoscono), al Portogallo, alla Croazia, alla Slovenia, alla Serbia, alla Grecia, alla Svezia, all’Olanda, all’Egitto, agli Emirati Arabi, e via via.

Una vetrina mondiale, nel mio piccolo, ma tremila persone alla settimana sono un bel paesotto cosmopolita. Checché ne dicano, il tuo friulano mi intriga, mi ricorda pre’ Toni Beline, il suo e tuo autentico sintiment furlan, una delle decine di inflessioni che vivono nella nostra bella lingua madre, che imparai prima dell’italiano, anzi insieme con l’italiano. Da piccolo sentii parlare friulano in casa e lo imparai, all’asilo e alle elementari l’italiano e lo imparai, in chiesa da chierichetto il latino e imparai a leggerlo e nella Settimana santa anche il greco àghios o theòs, santo il Dio, e imparai a leggerlo, e l’alfabeto ebraico, aleph, beth, ghimel, jod, samech, etc., e imparai a leggerlo.

E tu quasi uguale, anzi il tuo friulano è più curato del mio, tu sei stata a scuola dal mio amico profesòr Mitri, Gotart Mitri, tant umil come studiât, ce biel.

Continua così, cara Marisa, a scrivere per te, innanzitutto, e per chi sa apprezzare il tuo misurato lirismo, utilizzando una lingua dura e nel contempo dolcissima, per chi la sa ascoltare. Pare di sentire -nel tuo periodare- i rumori della tua infanzia, gli odori del paese, le voci del tempo andato, dei cortili, delle osterie.

Lascia perdere i pedanti che ti criticano, loro sì incapaci di lasciare traccia. Stai con chi scrive dopo aver letto tanto, consapevole di sapere sempre poco, socraticamente, ebbene sì, un po’ come me che, pur avendo una collezione di pergamene, semper scio me ne scire, cjare Marisa.

La successione di Leonardo di Bonaccio, il Fibonacci da Pisa e il secondo principio della termodinamica o dell’entropia

Nella successione di Fibonacci, si legge in un articolo specifico sul web, matematico pisano del XIII secolo, ogni numero è il risultato della somma dei due precedenti: 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13… fino all’infinito. Fino al XIX secolo a questa successione non fu attribuita alcuna importanza, finché si scoprì che può essere applicata, per esempio, nel calcolo delle probabilità, nella sezione aurea e nel triangolo aureo.”

Troviamo la sequenza del matematico pisano in diversi ambiti naturali e “culturali”, cioè in opere umane, come ad esempio nei fregi presenti su facciate di diverse chiese, tra cui San Nicola a Pisa. La troviamo in musica, sia in quella classica, da J. S. Bach alla contemporanea di Karheinz Stockausen, sia nel rock, come nel favoloso brano dei Deep Purple Child in time, e di più ancora nel progressive dei Genesis.

Fermandoci un momento ai fregi di San Nicola il professor Armienti la pensa in questo modo:

“(…) le eleganti simmetrie dell’opera sono un richiamo diretto alle scoperte del matematico pisano, poiché se si assume come unitario il diametro dei cerchi più piccoli dell’intarsio, i più grandi hanno diametro doppio, i successivi triplo, mentre quelli di diametro 5 sono divisi in spicchi nei quadratini ai vertici del quadrato in cui è inscritto il cerchio principale, quello centrale ha diametro 13 mentre il cerchio che circoscrive i quadratini negli angoli ha diametro 8. Gli altri elementi dell’intarsio disposti secondo tracce circolari individuano circonferenze di raggio 21 e 34, infine il cerchio che circoscrive l’intarsio ha diametro 55 volte più grande del circolo minore. 1,2,3,5,8,13,21,34,55 sono i primi nove elementi della successione di Fibonacci“.

La successione di Fibonacci è un teorema matematico, collegato a molti altri, che conferma come la natura sia leggibile con strumenti matematici, come già sapevano Egizi e Mesopotamici, Euclide e Pitagora, Arabi ed Europei,  Eulero, Riemann  e Goedel, fino ai nostri giorni.

Fiori e infiorescenze, coralli e molluschi attestano la presenza di questa forma affascinante, confermando in qualche modo come la Natura ubbidisca a una superiore razionalità, che dà da pensare anche oltre l’oggetto dei suoi argomenti.

La geometria di intere piante, fiori o frutti, mostra con evidenza strutture e forme ricorrenti. Un esempio efficace si può trarre dal numero di petali dei fiori; la maggior parte ne ha 3 (come gigli e iris), 5 (ranuncoli, rose canine, plumeria), oppure 8, 13 (alcune margherite), 21 (cicoria), 34, 55 o 89 (asteracee). Anche questi numeri fanno parte della successione di cui stiamo parlando, in cui ciascun numero equivale alla somma dei due precedenti: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233…

Una significativa caratteristica della sequenza mette in evidenza che il rapporto tra qualunque numero e quello precedente nella serie tenda verso un valore ben definito: 1,618… . Si tratta del numero aureo o sezione aurea, ϕ (Phi), presente, come abbiamo visto, sia in natura sia in opere architettoniche costruite dall’uomo, come i fregi di San Nicola in Pisa o le stesse piramidi egizie. Nelle piante con foglie disposte a spirale, per ogni giro attorno al fusto ci sono in media Phi foglie, fiori o petali. Ciò significa che, girando attorno ad uno stelo e muovendosi dal basso verso l’alto, incontreremo una foglia o un fiore ogni 222,5°, valore che si ottiene dividendo l’angolo giro di 360° per Phi.

E mi fermo qui perché non sono un matematico. Occupandomi però di filosofia, non posso non notare come la trattazione della successione di Fibonacci possa fare venire in mente una legge fisica tra le più famose, la seconda della termodinamica, che si esprime anche con il concetto di entropia.

Il termine deriva dal greco antico ἐν en, “dentro”, e τροπή tropé, “trasformazione”, e significa una grandezza interpretabile come misura del disordine presente in un sistema fisico qualsiasi, incluso, compreso l’universo. Viene generalmente rappresentata dalla lettera S e nel Sistema Internazionale si misura in joule fratto kelvin (J/K).

In termodinamica classica, il primo ambito in cui l’entropia fu introdotta, come S, è stata una funzione di stato di un sistema in equilibrio termodinamico. Pertanto, si può dire che quando un sistema passa da uno stato di equilibrio ordinato a uno disordinato la sua entropia aumenta.

Il termine e il concetto di entropia è stato successivamente esteso ad ambiti non strettamente fisici, come le scienze sociali e la teoria dell’informazione. Semplificando molto, e io sono in grado di fare solo questo, perché non sono neanche un fisico, ma poi si capirà la ragione per cui mi sono imbarcato in questo argomento, si può anche affermare che l’entropia interpreta il “grado di disordine” di un sistema.

Se aumenta il disordine aumenta l’entropia, dunque, e ciò funziona anche all’incontrario. Ad esempio, si potrebbe proporre una visualizzazione dell’aumento di entropia in un sistema, raffigurando l’aumento di incompetenza e cioè di ignoranza-ignorante. In strutture organizzate (più o meno) come le aziende di produzione o di servizi ciò può risultare evidente dai dati di un’analisi del clima ben condotta, là dove gli item scelti siano sufficienti a rappresentare l’agio o il disagio crescenti o in calo del sentiment dei partecipanti-protagonisti, di solito i lavoratori.’

La presenza di una situazione entropica si può dunque registrare e segnalare, per predisporre opportuni rimedi che possono essere formazione mirata e counseling. A questo punto possiamo senz’altro intuire come sia lecito collegare in qualche modo la razionale e armoniosa successione di Fibonacci che mostra una crescita progressiva, esteticamente elegante, e il sopraggiungere di una situazione entropica, che deve essere riconosciuta per tempo, onde evitare guai maggiori all’organizzazione e alla produttività, nonché allo stato di agio psicologico e morale dei partecipanti.

Se da una lato la sequenza di Fibonacci ci può ispirare fiducia nel progressivo miglioramento dello stato mentale e fisico dei partecipanti, il secondo principio della termodinamica ci evidenzia, come in una dolorosa metafora, ciò che da u-topia iniziale del creativo start-upper, può diventare dis-topia, vale a dire modo e senso di marcia errato, o addirittura retro-topia (cf. Zygmund Bauman), cioè un agire rivolto allo sterile rimpianto del passato.

E’ bellissimo che la matematica e la fisica, se opportunamente studiate, possano aiutare efficacemente i saperi antropologici preposti alla gestione delle risorse umane e alla loro crescita, sia sotto il profilo personale, sia professionale. Mai stancarsi di studiare, cara lettrice e caro lettore.

Racconti di un tempo perenne

Il soprammobile di onice

È una visita che non dismetterò mai nella mia agenda annuale. Dopo la stagione in cui si è smesso di camminare in montagna, dopo percorsi silenziosi nei boschi erti, dopo aver visto ampie radure e nubi scavallanti, udendo lontani rintocchi che segnano le ore, ronzio d’api e i silenzi del paradiso sospeso, a metà autunno.

Vado a trovare i genitori del mio amico che non c’è più. Abitano in un paesino che è fatto di raccolte scansioni di case, con l’orto. Si parla di oggi per ricordare ieri e sperare in domani. Ma stavolta mi hanno raccontato del regalo. Un soprammobile di onice. Caduto di mano alla sorella. Rotto in cento pezzi. Regalato da lui alla mamma. Una mattina l’hanno trovato ricomposto. Con tutte le linee di rottura riavvicinate come per un restauro accurato.

E non abbiamo più parlato.

Fuori c’erano odori di stoppie e vendemmia finita. Una leggera foschia incoronava le cime dei pini del colle di Santa Eufemia, come qualcuno volesse parlarci della terra impigrita nei primi freddi, dei rami appena mossi, con l’odore della stagione trascorsa. Eppure c’era nell’aria, inespresso, un canto di gioia, come un gloria sospeso, come un magnificat… Della natura insonnolita, dell’amico scomparso, una mano porta da distanze non misurabili, ma da presso, nel contempo.

Mi pareva che fosse lì, ragazzo come me, tanti anni fa, il tempo fermato misteriosamente. E io con lui.

E allora abbiamo ripreso a parlare, non dell’oggetto di onice ricomposto, ma di noi, gli uni e gli altri, ancora qui ad ascoltare il respiro della terra, ad osservare il susseguirsi delle stagioni sorseggiando il vino nuovo, scoprendo ogni volta una novità come se non vi fosse ripetizione di nulla, neanche del sorgere del sole. Ma è vero!

Il sole non sorge. È la prospettiva del nostro pianeta in rotazione che ce lo presenta ogni ventiquattro ore nella stessa posizione, a oriente. Noi abbiamo inventato “orior, óreris, óritur”, “sorgo, sorgi, sorge”, da cui oriente, perché di lì sorge il sole.

Quante parole. E poi la tua morte. Ma anch’essa non è, come non c’è il sorgere del sole. Come questo, essa è apparente. È così perché la nostra prospettiva è limitata. Perciò la scatola d’onice è di nuovo intera, perché tu…

 

Il sogno del sole mancante

Anche il corpo sogna. Sogna dei miliardi di anni in cui ha percorso – pura molecola di carbonio – tempo e spazio, e non – tempo e non – spazio.

Carlotta l’aveva sempre saputo senza averlo mai letto sui libri, che il corpo sogna. Carlotta è una di quelle ragazze toste e gentili che non mancano nella terra del confine, miscellanea di sangue temperata in mille scorrerie, emigrazioni, guerre ed improvvisi silenzi.

Mi ha raccontato un sogno, non sapendo se del corpo o della mente, ma dell’uno e dell’altra certamente. Non lo sentiva un problema quello di definire le cose: preferiva da sempre “sentirle” aprendo tutte le porte, origliando senza farsi scoprire dai maghi e dagli angeli che vivono nell’aria. Sapeva che tutti sognano, ma anche che pochi stanno attenti ai sogni, sforzandosi di ricordarli, appena svegli, almeno quelli dell’ultimo sonno. Di solito, diceva, non c’è tempo per i sogni. Oppure i sogni sono la carta patinata del rotocalco o la celluloide del primo film per una debuttante che ha vinto un concorso di bellezza. Parodia di sogni.

Il suo sogno: “mi ero trovata all’improvviso in una grande prateria, verde come solo può essere l’erba appena bagnata dalla pioggia; sullo sfondo altissime montagne, più lontane di ogni immaginazione, irraggiungibili, sotto un cielo terso. La cosa curiosa è che non mi ricordo di aver notato il sole, nonostante quello sfolgorio di colori. Ma sul momento non mi sono posta il problemaRicordo anche il suono lontano di voci umane, come richiami attutiti, e poi campane a distesa, ma dolci, quasi le onde sonore si fermassero sulla soglia del timpano per non disturbare più di tanto. Camminai a lungo, lentamente, svoltando con la strada che seguiva un percorso tortuoso nella immensa piana, finché il paesaggio cominciò ad essere ondulato: piccole colline apparvero sulla mia strada, ed iniziai a salirle. Ero uscita dal sentiero, perché mi aveva attirato un suono indefinibile: non capivo se fosse il bisbiglio del vento o un essere vivente. Ma ero tranquilla e i miei passi seguivano una traccia misteriosa che portava all’origine di quelle vibrazioni sonore. Continuai finché il suono si fece più distinto: era il singhiozzo di un bimbo. Di una bimba. La trovai dietro una svolta, sotto un cespuglio. Mi guardava per nulla stupita e come impaziente. Era ammutolita.

Sentii: “perché non mi porti via con te?”

La “via cinese” al cambiamento, cioè di come la pazienza ottiene risultati là dove l’impeto precipitoso e temerario fallisce

Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico” (antico proverbio cinese), ovvero “Tra tutte le cose certe la più certa è il dubbio” (Bertold Brecht), “Cogito (vel dubito, ndr), ergo sum (Renè Descartes, ispirato da Sant’Agostino).

Che cosa hanno in comune questi aforismi? Parrebbe ben poco, essendo frutto di culture e di tempi assai diversi. Se però si riflette bene sono collegati da legami logico-filosofici molto stretti.

Vediamo: innanzitutto partirei dalla frase cartesiana, che fonda il moderno soggettivismo filosofico. La frase “Penso, dunque sono“, afferma che l’esserestesso-di-me-stesso-e-delle-cose si fonda sul fatto che lo penso. Si potrebbe obiettare, come fa il realismo sempiterno, da Aristotele e Tommaso d’Aquino in poi, anche nelle sue versioni più materialistiche, da Democrito, Leucippo e Lucrezio, fino al positivismo e al marxismo, o materialismo scientifico, che le-cose-stanno-lì-anche-se-non-le-penso, e anche se -perfino- non esisto.

Insomma, il mondo prescinde da me, e io non sono indispensabile al mondo.

L’obiezione può essere così formulata: ebbene, poniamo pure che il mondo esista anche a prescindere da me… ma se io non ci sono è come se neppure il mondo ci fosse. O no? Che ne posso sapere io del mondo se non sono a questo mondo? Banalità? Per nulla. Si tratta del fondamento di una visione del mondo, quella soggettivistica, portata poi all’estremo dall’idealismo tedesco di Hegel, Fichte e Schelling. Per questi grandi pensatori germanici l’Io fonda l’esistenza del mondo.

L’aforisma del dubbio di Brecht è puro realismo. Come umani non siamo sicuri di nulla, poiché la vita è fragile e gli imprevisti molti. Abbiamo bisogno della nozione di “caso” per darci ragione delle cose che accadono, tra le quali ben poche accadono per decisioni o azioni nostre, per cui la stessa libertà è relativa, vale a dire in-relazione ai limiti e ai condizionamenti che subiamo, mentre i vettori causali delle cose che accadono sono spesso in mano di altri, sia che li conosciamo, sia che ci sfuggano. Il libero arbitrio di Agostino ed Erasmo è anche servo, come credeva e sosteneva fosse Lutero. Abbiamo bisogno delle nozioni di caso e di destino, perché la maggior parte delle cause ci sfugge.

Proviamo ora a vedere come le tre frasi aforismatiche possono essere collegate tra loro. Aspettare sulla riva del fiume non dà la certezza che passi il cadavere del tuo nemico, ma per stare lì bisogna averci pensato, e aver deciso di sedersi su un masso davanti al fiume. O su un tronco d’albero portato giù dalla corrente vorticosa. Ecco che i tre aforismi stanno insieme, si tengono, si supportano, si armonizzano.

Ognuno di noi può vivere momenti nei quali preferirebbe non essere, oppure sonnecchiare sulla riva del fiume, completamente in balia del tempo e del vento nel frattempo sopraggiunto. Dubitante, o dubbioso sul da farsi.

Quando ci si trova in una situazione complessa dove i rapporti di forza sono incerti, è meglio tergiversare, aspettando che la situazione si dipani.

La pazienza è la virtù su cui basare il comportamento, poiché le cose richiedono di essere gestite con criteri intelligenti e i tempi giusti. L’affanno e l’ansia cui portano atteggiamenti temerari sono la peggiore modalità di agire. Come sappiamo il termine pazienza deriva dal latino patientia, il quale a sua volta è un lemma che contiene l’etimo greco antico pàthos, cioè sofferenza. La pazienza è dunque una capacità di sopportazione/ supportazione, che risulta fattore indispensabile nella gestione di qualsiasi difficoltà, soprattutto se si tratta di attività svolte da più persone, da un work group, come si dice oggi.

E dunque, la lezione del proverbio cinese si connette bene con il significato essenziale della parola pazienza, quasi a intensificare la presenza di un atteggiamento sapiente nelle cose della vita, che richiedono energia ben disposta e sapienza nell’attesa dei momenti propizi.

L’impazienza si declina in molti modi, ad esempio quello di chi, novello in azienda, pensa di poter rivoluzionare il sistema organizzativo precedente con le proprie idee e prassi. Costui dimentica che ogni uomo/ donna attivi in qualche ambito, non può non tenere conto di stare nel flusso della sua piccola (o men piccola) storia. Si dice che ognuno che vive e opera lo fa assiso sulle spalle dei predecessori i quali talora sono dei veri giganti in rapporto ai loro successori.

Anche uno come Galileo era ben consapevole dei meriti di Nikolaus Copernicus per le scoperte astronomiche e fisiche da egli stesso conseguite. Ma non tutti sono “Galileo”, per modo di dire, anzi, capita di vedere molto spesso che dei nani pretendono di iniziare nuove storie a prescindere dalle precedenti.

Dio è serio o “scherzoso”?

Una domanda intrigante durante una lezione di antropologia filosofica contemporanea, quella del titolo, mi offre il destro di pensare a un modesto, brevissimo trattatello di Teologia fondamentale.

Einstein scrisse (non so dove) o disse (forse) “Dio non gioca a dadi con il mondo“, anche per affermare così, pur se indirettamente, l’inesistenza del caso, e mostrando il metaforico assioma in modo matematico, mentre -chi mi conosce e qualche mio allievo sa- io uso un metodo logico, con l’immagine topografica delle due strade che si incrociano,  la villetta che fa angolo e i due personaggi posti in luoghi diversi, il primo sul marciapiede della strada senza diritto di precedenza e il secondo sul terrazzino al primo piano posto sui due lati della villetta che danno sull’incrocio stradale, mentre guardano l’incidente, il quale per uno dei due è ineluttabile, cioè necessario, poiché si vedono contemporaneamente i due vettori causali (le auto provenienti, l’una per la strada con diritto di precedenza e l’altra per la strada senza diritto di precedenza, e per l’altro è casuale. causalità vs. casualità.

Pensa caro lettore che la metatesi di una “u” cambia l’interpretazione delle cose, dei fatti e del mondo stesso.

L’uomo sul terrazzino, nel suo piccolo, supera il caso e concepisce le cause. Ripeto, nel suo piccolo è un po’ come Dio, poiché vede le cose da un punto di vista più alto o, come si dice in latino, ex parte Dei, cioè dalla parte di Dio, o sub specie aeternitatis, vale a dir sotto il profilo dell’eterno.

La dottrina teologica cristiana “forte”, quella aristotelico-tomista, concepisce un Dio senza difetti, imperturbabile, inaccessibile, se non tramite la preghiera, come affidamento, posizione presente all’estremo dall’Islam, che significa “abbandono (a Dio). Nella Bibbia ebraico-cristiana, un “Dio” spesso iracondo e umanissimo dialoga con gli uomini, o direttamente magari sotto mentite spoglie di angelo (con Abramo), o dando le spalle (con Mosè), o in sogno (con Giacobbe e con Giuseppe di Nazareth, il papà di Gesù), poiché Dio non può essere visto restando in vita.

E dunque: aveva forse bisogno il Signore Dio di creare il mondo e l’uomo? Domanda retorica, ché se Dio è “Dio” di nulla ha bisogno, ma potrebbe provare sentimenti come amore o noia, e dunque creare il mondo, gli angeli e l’uomo, pur tramite l’evoluzione darwiniana, che non contrasta un creazionismo intenzionale.

Il grande filosofo Baruch Spinoza, o Benedicto de Espinosa, ebreo portoghese olandese, riteneva che Dio coincidesse con la Natura, Deus sive NaturaDio ossia la Natura. Ecco un testo spinoziano di teologia fondamentale:

«Per Natura naturante dobbiamo intendere ciò che è in sé ed è concepito per sé, ossia tali attributi della sostanza che esprimono l’eterna ed infinita essenza, cioè Dio in quanto si considera come causa libera. Per Natura naturata invece intendo tutto ciò che segue dalla necessità della natura di Dio ossia dalla necessità di ciascuno dei suoi attributi, cioè tutti i modi degli attributi di Dio, in quanto sono considerati come cose che sono in Dio e che non possono né essere, né essere concepite senza Dio
(Baruch Spinoza, Etica, parte I, scolio prop.. 29. Trad. it. Emilia Giancotti.)

In molte zone dell’Africa, dell’Asia e dell’America del Sud è diffuso l’animismo, cioè una concezione di Dio legata al vivente naturale. Ricordo sempre Dersu Uzala. Il piccolo uomo delle grandi pianure, nel film di Akira Kurosawa, che diceva ripetutamente “tigre/ spirito, albero/ spirito, orso/ spirito”, e così via: per lui “Dio” era in ogni vivente e perciò aveva un grande rispetto per le creature.

Le teologie del periodo classico greco-latino fanno capo alle divinità olimpiche, declinate in modo e con nomi diversi ad Atene e a Roma. Alcuni esempi: Zeus/ Jovis-Giove, Era/ Junonis, Poseidon/ Nettuno, Ares/ Marte, Artemide/ Diana, Afrodite/ Venere, Hermes/ Mercurio, etc.. Su questo tema consiglio la lettura de La città di Dio di Sant’Agostino e Il ramo d’oro di James Frazer. L’Egitto classico ha una teologia molto raffinata, legata alla vita e alla morte degli uomini, con grande attenzione per il post mortem. La casta sacerdotale difese per millenni il politeismo, mentre solo il faraone Akhenaton, o Amenofi, IV propose l’idea di un “dio unico”, Aton, ma i sacerdoti del politeismo di Anubi, Iside, Horus, Maat, Ra, Serapide, Thot, Osiride, Api, Amon, e altre decine tra cui si trova persino Antinoo, il giovinetto amato dall’imperatore Adriano, divinizzato ovviamente post mortem, ripresero il sopravvento.

In Oriente abbiamo sensibilità ancora diverse: nell’Induismo Brahman rappresenta il Principio divino assoluto, mentre il Buddha non ipotizza neppure il nome divino, ma si sofferma sul destino dell’uomo, proponendo una filosofia religiosa, un’etica esistenziale fondata sul controllo del desiderio di possesso, le varie libidines, tipiche del nostro Occidente (la libido potestatis, la libido pecuniae, la libido libidinis, etc.), e la mitezza. Il Cielo è il nome di Dio per i cinesi seguaci di Confucio e Lao-Tzu, forma divina assolutamente impersonale e piuttosto legata alla natura. Altro e molto si potrebbe dire, ma il post diventerebbe necessariamente un articolo scientifico non adatto a questo locus dialogante.

Come si può dunque dire di Dio?, cioè che cosa è Dio?, chi è Dio?, mi chiede un’allieva. Posto che nel catechismo di san Pio X noto a tutte le persone di una certa età, così recita la risposta alla medesima domanda: Dio è l’Essere perfettissimo Creatore e Signore di tutte le cose, cerco di rispondere, molto esitando, così: Dio è Intelligenza luminosa e buona. Il Dio di Michelangelo disegnato nella cappella Sistina e di Masaccio, presente sulla parete della navata sinistra di Santa Maria Novella a Firenze, certamente mi consolano, ma penso che queste due immagini antropizzanti siano adatte al racconto per il popolo privo di strumenti teologici. Nella grande basilica fiorentina dei Padri Domenicani lo Spirito Santo, messo tra il Padre e il Figlio crocifisso, è rappresentato da una colomba bianca, come nel racconto del battesimo di Gesù nel fiume Giordano, officiante Giovanni il Battezzatore.

In ogni caso Dio è avvolto dal mistero e il mistero avvolge Dio, distinguendo con rigore tra mistero ed enigma (cf. Gabriel Marcel), per cui si può manifestare solo tramite l’atto di fede e nello stato di vita eterna. Il termine latino mysterium, derivante dal verbo greco mùo, ein, significa un qualcosa di nascosto ma che si può rivelare lentamente. L’enigma è invece una specie di complicata e anche complessa questione apparentemente senza sbocchi o soluzioni. In proposito si ricordi il nome del sistema tedesco di comunicazione militare nella Seconda Guerra Mondiale, scoperto dal matematico inglese Alan Turing. Non dimenticare, gentile lettore, la differenza sostanziale tra i due lemmi, laddove “complicato” significa un qualcosa che si può capire analizzando ogni sua componente, ad esempio una macchina elettromeccanica informatizzata estremamente composita, mentre “complesso” rinvia all’esigenza di comprendere anche senza conoscere fino in fondo ogni componente, come nel caso del corpo umano o del cervello. (Su questo tema consiglio alcune letture: Prede o ragni di A. F. De Toni e L. Comello, edito da Utet, e i testi principali, raccolti anche in articoli commentati, di Ilya Prigogine e Stephen Jay Gould).

La Teologia apofatica, quella dei mistici sufi nell’Islam e di quelli cristiani, come i “Renani” del XIII e XIV secolo, primo dei quali si può considerare Johannes Meister Echkart, sostiene che di Dio si può dire solo ciò-che-non-è, essendo atto di presunzione cercare di definirlo. Dio sfugge ad ogni definizione del linguaggio umano, per cui nella dottrina islamica a Dio si attribuiscono almeno un centinaio di predicazioni nominali (Dio è …), ma una è sconosciuta perché ineffabile, ed è il vero nome di Dio.

In Esodo 3, 14, quando Mosè sul monte Sinài chiede all’Onnipotente, dopo avere ricevuto la Legge, che nome darGli per riferirlo al popolo, la sua risposta è:

אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה , ʾehyeh ʾašer ʾehyeh, cioè in ebraico sono colui che sono, cioè, potremmo dire scomodando la metafisica classica platonico-aristotelica, l’Essere stesso sussistente.

Valter, un altro allievo, suggerisce che Dio potrebbe anche avere un certo umorismo, essere scherzoso, avendoci dato la possibilità di scegliere, cioè una certa libertà. E io ho aggiunto che allora è anche un poco cinico (che Lui stesso mi perdoni), sapendo l’uso che di questa libertà abbiamo fatto, facciamo e… faremo.

Alcuni studiosi, come ho già qui scritto, sono convinti che il Sapiens si stia -se pure lentamente- evolvendo in positivo, in “umanità”. Speriamo abbiano ragione perché il rischio prossimo che l’umanità potrà correre è quelli della A.I, dell’intelligenza artificiale che già sta avanzando con suoi algoritmi di controllo, dai grandi social, Facebook in testa, in giù o in… su. Abbiamo già visto quello che cosa può fare questo mezzo, e ascoltato le scuse di Zuckerberg, assai poco convincenti, però. Già smentite da fatti successivi. Su questo tema interessanti sono: Superintelligenza di Nick Bostrom (Boringhieri), Lo strano ordine delle cose di Antonio Damasio (Adelphi) e 21  lezioni per il XXI secolo di Yuval Noah Harari (Bompiani).

Dio non è nell’algoritmo, mi sentirei di dire, ma piuttosto nel vento leggero di cui si narra in 1 Re 19, 9.11 – 14: 11 Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. 13 Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». 14 Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». (testo della C.E.I.)

E poi il racconto si fa di nuovo violentissimo, seguendo l’episodio dei profeti di Baal che il profeta aveva scannato sul monte Carmelo, per ordine del Signore Dio.

Ma allora Dio è violento? E’ vendicativo dando seguito alla sua ira? Che cosa è l’ira di Dio? Chi è Dio? E’ Intelligenza luminosa e buona? Voglio credere.

La piazza dei trentamila a Torino, o “Esisto solo se qualcuno mi ascolta, ovvero esisto solo se qualcuno mi legge…”, ma è proprio sempre vero?

Anche se la TAV non mi convince del tutto, fossi stato a Torino avrei partecipato alla marcia dei trentamila favorevoli a quest’opera, alle Olimpiadi invernali e a tutto quanto grillini e sindaca dai capelli di fil di ferro non vogliono fare. Mi oppongo a qualsiasi cosa questi selvaggi arroganti e ignoranti vogliano fare. E spero che i miei non pochi amici torinesi siano stati in piazza, che Elena, Stefania, Roberto, Maurizio…, perché gli riconosco un’intelligenza e una sensibilità importanti, tali da non farsi intortare da un/ a appendino (femminile o maschile?).

Sono contrario a tutto quello cui sono favorevoli questi falsi puritani della politica. Non mi convincono in nulla, né come idee e programmi, né come gruppi dirigenti e leader. Le loro idee sono prive di cultura etica e socio-politica, anzi, con i loro riferimenti generici a Rousseau, perfin pericolose. Penso che neppure il capo della Srl che li governa oggi, e suo padre R.I.P.,  conosca o abbia conosciuto poco o punto il pensiero del mediocre e troppo esaltato filosofo ginevrino. I loro leader ignoranti sono e mediocri, e perciò arroganti e protervi, a partire dal chierichetto campano, per continuare con u bellu guaglione, l’inutile reduce dal Sudamerica. Mi meraviglia come e quanto il suo viaggio sia stato tanto mediatizzato. Infatti di Di Battista chissenefrega! E la tontolona magra-piccola-anche-di-intelletto sindaco femmina di Roma?

Il tanto da lor invocato “popolo” si è ribellato in una delle capitali d’Italia, a Torino. Spero sia l’inizio di un non lunghissimo declino, sempre se altri si sveglieranno dalla loro attuale afasia. Qui entra in campo il secondo argomento, strettamente correlato al primo.

Il popolo può farsi ingannare per un periodo, e non lungo, perché poi, quando si accorge di essere buggerato dai populisti, si ribella e li manda a quel paese.

Il maestro Ennio Morricone a novanta anni suonati spiega il suo rapporto con la musica, dicendo che essa esiste solo se qualcuno la esegue e qualcuno la ascolta, e ciò può valere in qualche modo -nel mio piccolo biografico- anche per me. Con qualche osservazione diversa: questa sua concezione indica una forma di idealismo relazionale à la Martin Buber e Emmanuel Lévinas. Son d’accordo e non son d’accordo.

Non si può dire, infatti, che-si-è solo se si è ascoltati (musica e parole) e letti, poiché chi non scrive musica e parola, allora, non “sarebbe”: falso. La battuta di Morricone è metaforica, un po’ estremistica, senz’altro melodrammatica.

E poi, come la mettiamo con il silenzio? forse che il silenzio è un “nulla”? neanche per idea. Il silenzio è virtù, per san Benedetto da Norcia, ed è… musica, proprio per Morricone, Beethoven, Bach, Mozart, Haendel, Verdi, Wagner e compagnia musicante, compresa la mia Beatriz. Che cosa è una pausa tra due suoni se non musica essa stessa?

Si è certamente se si è ascoltati, visti, considerati, rispettati, letti, etc., ma anche se no. Vivendo in un bosco remoto in uno chalet di legno, puoi evitare incontri sgradevoli, limitandoti a recuperare periodicamente i viveri necessari.

Le sette donne leader sconosciute di Torino mostrano la parte di veridicità delle tesi di Morricone e di Descartes. “Penso e dunque sono, parlo e dunque sono, qualcuno mi ascolta e dunque sono, e così via…”. Infatti a volte non basta vivere nello chalet aristotelico… per essere. Può bastare per esistere, ma non per essere… per gli altri. Occorre dunque uscire dallo chalet, prendere il sentiero che porta alla strada, inforcare almeno una buona bici e giungere alla città degli uomini, e lì cercare altri simili, parlare e farsi ascoltare.

Infine occorre scegliere una piazza e riempirla, senza fare baccano, senza bandiere, pura presenza dell’esserci, essenziale dasein heideggeriano. I su nominati leader, invece, che sono ignoranti e fanatici stiano dove sono fino a scomparire, che è il loro destino segnato.

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