Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il “terzo paradigma” per una nuova vita

Continuo il pezzo precedente approfondendo, come oggi può essere possibile, per me.

Epidemie nel Medioevo

La grande storia racconta, tra battaglie, vittorie e sconfitte, tra conquiste e perdite, tra guerra e politica, economia e carestie, anche di epidemie, malattie, dolore e morte. Racconta di speranza e disperazione, di religiosità e fanatismo, di indifferenza e passione.

Peste, fame e guerra, a peste, fame et bello… libera nos, Domine, come recita l’antico tropo liturgico recitato nelle Rogazioni per i campi e i crocicchi delle grandi pianure o per i viottoli di montagna, per scongiurare le disgrazie, è un’invocazione tornata prepotentemente tra noi, non sappiamo ancora se del tutto fondatamente o se… null’altro dico, per ora.

Fino a una quarantina di anni fa, soprattutto nei borghi e nei villaggi, anch’io vi partecipavo da chierichetto, poiché era costume liturgico pre-pasquale, accompagnare il parroco (a Rivignano, antico prediale romano augusteo “Rivinius”, dal nome di un centurione veterano del princeps Ottaviano Augusto), o “prevosto” (dal titolo di origine militare di “preposito”) che cantava le Litanie dei Santi intervallate da quella invocazione, anche come vero e proprio scongiuro.

A me piaceva molto, perché dopo il lungo itinerario che partiva dal Duomo e si portava per le varie “braide” del paese per un’ora e mezza, nel frescolino di marzo o aprile (ciò dipendeva se la Pasqua fosse stata “alta” o “bassa”, e il mio gentil lettore sa che Pasqua, secondo la tradizione post-quattuordecimana, vale a dire da millesettecento anni, in ambito cristiano, cade la prima domenica dopo l’equinozio di primavera), ci si fermava in canonica dove don Aurelio ci faceva far colazione, due uova preparate da sua sorella, la “perpetua”, e pane fresco di forno.

Ora non ci sono più le Rogazioni, dette in latino, quando si camminava per le stradine interpoderali costeggiate da verdissimi boschetti di ripa, tra rogge iridescenti e fino al fiume Stella, a volte, con passo lento, ma deciso. Non ci sono più molte cose di un tempo. Ve ne sono altre, di negative e anche molte non negative.

Non è vero che oggi è peggio di un tempo, ma è vero il contrario. Ma soprattutto sotto il profilo materiale: sotto quello civile e morale, invece, il discorso è diverso. Diversi fatti accaduti negli ultimi tre o quattro decenni, soprattutto una globalizzazione disordinata e violenta, una finanziarizzazione dell’economia devastante, una velocizzazione delle azioni umane sempre più frenetica, una comunicazione in tempo reale, ma spessissimo inaffidabile, perché privata (a volte colpevolmente priva) delle fonti necessarie per attestarla nella sua veridicità o meno, una politica di disinvestimento nei servizi pubblici, sanità in testa, a favore del privato.

Ecco: è questo il “terreno” su cui il “terzo paradigma” figlio di Sars-Cov 2 o Covid-19 può agire, certamente come “eterogenesi del fine”, posto che a un virus possa attribuirsi un… fine. E’ chiaro che qui ragiono per paradosso, ma i paradossi, come insegna la logica classica, sono utili, a volte indispensabili.

Che cosa si sta imparando da questa drammatica vicenda? Innanzitutto si tratterà di capire, quando la drammaticità sarà diventata un “ambiente” spirituale e psichico controllabile, quanto sia stato razionale il modo con il quale il problema pandemia sia stato affrontato nel mondo e in Italia, in particolare, e quale eventualmente sia stato il ruolo di chi da una situazione come questa può aver pensato di trarre, ove non abbia effettivamente tratto, vantaggi economici e finanziari, politici e di mero potere: in altre parole, se e quanto questa vicenda sia dipesa, se non da precise volontà “untorali”, magari da cinici calcoli di convenienza. Per ora non me la sento di dire altro.

Ebbene: come ne usciremo, nel corpo e nello spirito? Avremo capito che, oltre all’innovazione di tutto, caratterizzata da una irrefrenabile frenesia, altro di importante c’è, di più importante, nella vita che ci è data? Che vale la pena di mettere al centro la vita umana nei fatti, non solo nelle auliche e retoriche dichiarazioni di principio, noiosamente ribadite da tutti, dico tutti, i politici?

Mi sento di sperare che questo accada, non senza contraddizioni, certo, ma con una progressione buona. Ora, caro lettore, ricordo un fatto, una condizione, che ho già citato in un pezzo precedente: per me la situazione attuale, in realtà, non ha cambiato molto la mia solita vita, storicamente sobria, esistenzialmente selettiva, non nel senso esclusivo, ma in quello qualitativo. Ho sempre cercato di non buttare via il tempo, bensì di qualificarlo, di rispettarlo, inchinandomi – quasi – davanti al dono immenso di esser-ci (proprio nel senso heideggeriano del termine): l’obbligo di starcene a casa, questo è il punto, non mi ha cambiato molto la vita. Per certi aspetti, lo confesso, ha facilitato alcune mie tendenze alla “solitarietà” che, lo riscrivo, non è misantropia, aristocraticismo, o ricerca della solitudine per superbia, ma ricerca del mio sé in quel silenzio che a volte la compagnia mi nega.

Quando sento qualcuno che loda lo stare-in-compagnia, purchessia e qualsiasi sia, mi inquieto e zittisco. Il mio stile di vita ovviamente non pretendo sia condiviso, ma è il mio. Forse farebbe bene pensare a questo modello, a molti.

Pensare, ascoltare, riflettere, a volte da soli e a volte con gli altri in un nuovo equilibrio: forse questo sarà il terzo paradigma.

Gentile Presidente Angela Merkel… (firmato: un cittadino italiano – aspirante europeo)

Il mio caro amico Romeo Pignat, stamane mi ha inviato quanto segue, autorizzandomi a pubblicare la sua lettera.

Nel Land (Assia) di un paese ricco, come la Germania, si suicida il ministro delle finanze, sopraffatto da una tempesta imprevedibile, non governabile, non pianificata. Intanto, da Paesi poveri, provvisori, ex comunisti, come l’Albania e Cuba, giungono aiuti all’Italia: la povertà sembra ancora capace di preservare la ricchezza forte della solidarietà e, parafrasando il presidente albanese Ilir Meta, quella riconoscente della memoria.  Un insegnamento per il nostro Occidente, con la sua forza apparente pervasa di profonda fragilità.

Ludwig van Beethoven

APPELLO ALLA GERMANIA, PER UNA SCELTA GIUSTA, GENEROSA E, FINALMENTE, RICONOSCENTE

Gentile Presidente Angela Merkel,

mi rivolgo alla sua coscienza e alla sua umanità, spinto da un sentimento d’impotenza e, insieme, da un autentico bisogno di cittadinanza europea. A Lei mi rivolgo, come passeggero di una nave continentale condotta ciecamente verso un iceberg prima del definitivo disgelo, mentre molti leader occidentali da diporto continuano a vagare intorno alla tragedia dentro gli sparsi yacht del potere: tanto più incomprensibile, quanto più commisurato alla miopia delle loro parole, a quegli stolti ciuffetti biondo-rossicci che offuscano la loro vista.   

Mi rivolgo a Lei, perché so che, più delle altre, le scelte sue e quelle del suo Paese potranno essere decisive, per il destino e per il senso futuro dell’Europa e del Mondo: se il destino può,  parzialmente, capitare; il senso va cercato, trovato, costruito insieme.

La Germania, nell’ultimo secolo, ha segnato il corso della storia europea. E ha anche perso, miseramente, due guerre, se in questi casi perdere o vincere può ancora significare qualcosa. Il suo Paese, Patria di Goethe, di Kant, di Beethoven, la Germania che ha saputo comprendere, accogliere, valorizzare la bellezza di Tiepolo nella Residenz di Würzburg, è lo stesso Paese che per due volte è sprofondato nell’abiezione, perché la sua cultura illuminata è stata sopraffatta da una hýbris, una tracotanza, un orgoglio smisurato che, con la “apoteosi” del nazismo, ha finito per soffocare il respiro della vita nell’efficiente allucinazione di un deserto di morte e di orrore. Eppure i due dopoguerra, per le loro differenze, potrebbero ancora insegnare qualcosa, per decidere con umanità e saggezza la strada giusta del terzo dopoguerra, quello dopo la lotta contro il Covid-19, che speriamo e contiamo al più presto di vincere.

Dopo la prima guerra mondiale, la Germania, colpevole d’imperialismo ma soprattutto di essere la prima Nazione tra i vinti, subì lo sproporzionato oltraggio del Trattato di Versailles che, come ha scritto Daniel Pennac, “ha fabbricato tedeschi umiliati che hanno fabbricato ebrei erranti che hanno fabbricato palestinesi erranti che hanno fabbricato vedove erranti incinte dei vendicatori di domani.” L’hýbris è stata covata lì, dentro la cella dell’umiliazione, dove anche il ricordo di Kant, di Goethe, di Beethoven sono stati sciolti da un sole malsano e artificiale. 

Dopo la seconda guerra mondiale, la Germania, colpevole del più esecrabile crimine mai commesso contro l’Umanità, è stata invece ammessa al tavolo di quell’Europa che, da italiano, penso con orgoglio essere nata dalla visione di alcuni ragazzi del nostro scapestrato Belpaese, capaci di reagire con serena nobiltà dentro l’esilio di Ventotene. La forza di quel pensiero giovane e generoso ha reso possibile l’impensabile, quasi il contrario di quanto era accaduto a Versailles: accanto agli italiani Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli, ai francesi Jean Monnet e Robert Schuman, al belga Paul-Henri Spaak, al lussemburghese Joseph Bech, tra i padri fondatori dell’Europa fu saggiamente “ammesso”  anche il tedesco Konrad Adenauer, che portò il suo contributo encomiabile e straordinario.

Non solo, dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989, alla Germania fu rapidamente concessa la dignità di riunificarsi. Allora condivisi con soddisfazione e speranza questa decisione, convinto che fosse un passo illuminato verso un futuro migliore. Dovremmo pentircene? Dovremmo pentirci di aver scelto, allora, la strada del “perdono” e della “comprensione”, piuttosto che quella della “umiliazione”, ripercorsa poi cinicamente a danno della nostra madre Grecia, come se la colpa di una ladresca gestione contabile fosse superiore a quella dell’Olocausto? La memoria corta, spesso, è una memoria stupida, che ci conduce a feroci ingiustizie e a inutili sofferenze.

Già nei prossimi giorni, spero che l’eterno feto dell’Europa cominci a vagire e a svezzarsi in modo sano, per affrontare con giustizia e coraggio il terzo dopoguerra: confido, allora, che si allarghi il respiro della memoria e il groppo delle umiliazioni subite inceppi quegli artificiosi determinismi finanziari della nostra “Comunità”, spesso sostenuti proprio dall’oblio e dall’egoistica indifferenza della Germania.

Per mia pigrizia e ignoranza ho sempre frainteso e odiato l’incipit dell’Inno tedesco, quel  famoso “Deutschland, Deutschland über alles, über alles in der Welt”. Poi, leggendo più attentamente il testo, ho capito cosa in realtà volesse significare: “Germania, Germania, al di sopra di tutto, al di sopra di tutto nel mondo, purché per protezione e difesa si riunisca fraternamente.” Ho capito che quelle parole, scritte nel 1846, aspiravano a una fraterna unità nazionale tedesca, superiore ai particolarismi di tanti piccoli stati che, allora, non ancora costituivano la Germania. Dopo la fiducia concessa come fratelli al popolo tedesco nel secondo dopoguerra, sarebbe bello sentire cantare anche qualcosa di nuovo e di nostro: “Europe, Europe über alles, über alles in der Welt”.

Mi rivolgo a Lei, gentile presidente Angela Merkel, perché sono convinto che oggi, come altre volte nel recente passato, il suo Paese possa avere un ruolo decisivo per il futuro dell’Europa e del Mondo: non solo e non tanto per combattere il male invisibile che ci affligge in questo momento, quanto per perseguire un bene visibile e necessario per tutta l’Umanità, che solo può cominciare dall’Europa, il Continente privilegiato. 

La risposta ai nostri bisogni, ora più che mai, non può essere ispirata soltanto dalle proiezioni dei grafici finanziari e degli istogrammi epidemiologici. È anche nella preghiera sommessa e solitaria di papa Francesco in piazza San Pietro. Nell’umiltà dei paria indiani senza casa che rispettano la quarantena appollaiati sugli alberi. Nella dolorosa dignità dei vecchi che muoiono soli e senza respiro nella “peste” di Bergamo, non periferia d’Europa ma centro vitale di economia, cultura, civiltà. Dove operano fabbriche innovative ed efficienti come quelle tedesche e dove la “provvisoria” misura italiana, il nostro senso del limite, ha saputo preservare dall’arroganza annientatrice di troppe guerre, la bellezza autentica di una meravigliosa città d’arte.

In un pianeta sempre più interconnesso e contagioso, c’è un solo modo per tentare di scrivere il prossimo futuro: volere quel futuro che fa bene all’Uomo, non sceglierne uno dei tanti che fanno bene soltanto a qualche categoria d’uomo. Altrimenti, le curve diversamente previste delle epidemie e delle finanze, saranno distorte e divelte da mostruosi focolai di umanità calpestate, di miserie, di ansie, di tensioni sociali più imprevedibili e devastanti del Covid-19.

La Germania, in questo momento di difficili scelte, può avere un ruolo positivamente decisivo.

La Germania ha (voluto e, ndr) perso la Prima Guerra mondiale e, slealmente, è stata messa nelle condizioni di perdere anche il primo dopoguerra.

La Germania ha provocato e perso la Seconda Guerra mondiale e, fraternamente, è stata rimessa in gioco dai Paesi europei amici nel secondo dopoguerra.

La Germania, oggi, può finalmente vincere la sua e la nostra guerra e, soprattutto, portare un contributo lungimirante per affrontare la sfida più difficile: il terzo dopoguerra mondiale,

confidando in Kant, Goethe, Beethoven.

Romeo Pignat,

cittadino d’Italia e aspirante cittadino d’Europa

Un “socialismo” riemerge cautamente dal Covid-19

Nessuno si scandalizzi, ma penso proprio che si tratti di questo: la solidarietà sociale oramai in queste settimane (mesi?) si sta orientando verso una condivisione obbligata certo, ma reale, di condizioni e di abitudini. Già negli ultimi tre quarti di secolo, cioè dal secondo dopoguerra, forme di welfare socialdemocratico hanno preso piede in molte nazioni, mentre il comunismo falliva.

Willy Brandt

Non si deve temere di usare la parola “socialismo”, pur se molti lo confondono ancora con il comunismo, anche se, da un punto di vista storico-declaratorio, a giusta ragione. Infatti la dizione completa dell’acronimo U.R.S.S., significa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Il socialismo sovietico era un comunismo di stato, così come quello cinese di Mao-Tze-Dong, che ancora vive nell’autocrazia liberal-comunista di Hi Hsin Ping.

Bisogna comunque distinguere in modo rigoroso tra i due concetti. Il socialismo è una dottrina proponente riforme sociali gradualiste (soprattutto dall’uscita della proposta marxiana, molto più radicale, perché rivoluzionaria), che nasce dalla Rivoluzione francese, tramite personaggi come Babeuf, Filippo Buonarroti, e poi il conte di Saint-Simon, Fourier, Blanqui e Proudhon, che proponeva venature già anarchiste. Poi è arrivato Karl Marx, il quale insieme con il suo sodale Friedrich Engels ha scritto i principali testi del socialismo scientifico (per distinguerlo rigorosamente da quello chiamato con una certa sufficienza ironica “utopistico”), altrimenti detto materialismo dialettico, base per tutte le rivoluzioni sociali successive dell’800 e del ‘900, che sappiamo come sono andate.

A metà’ 800 fu fondata l’Internazionale socialista, cui aderivano socialisti umanisti della tradizione francese, seguaci di Marx-Engels e anarchici à la Bakunin. Ma vi partecipavano anche “democratici” repubblicani come Mazzini, che viveva a Londra ed era distantissimo, sotto il profilo politico-sociale, dall’uomo di Treviri.

Nell’ottobre (o novembre, secondo il calendario giuliano vigente nel mondo cristiano ortodosso) del 1917 scoppiò la Rivoluzione bolscevica, che dette inizio alla più grande esperienza socialista, anzi comunista, della storia. Nel frattempo, si sviluppava un’altra linea socialista, quella “riformista” (termine impreciso per quei decenni, ma attuale dalla seconda metà del ‘900), il cui maggior teorico fu Eduard Bernstein, che trovò soprattutto nell’Europa del Nord i maggiori adepti.

Nel 1921 a Livorno il Congresso del Partito Socialista Italiano “partorì” – nel corso di una feroce diatriba – nientemeno che il Partito Comunista d’Italia, promosso da personaggi come Gramsci, Togliatti, Terracini, Bordiga, che ne fu il primo segretario. Il Partito Socialista era spaccato fra gradualisti à la Bissolati e Turati e massimalisti come Serrati. Dalle file del PSI era uscito anche Benito Mussolini, a suo tempo fautore di un socialismo sindacal-rivoluzionario ispirato, più che dalla tradizione teorica del socialismo, da una sorta di vitalismo filosofico i cui ispiratori erano piuttosto il francese Georges Sorel e perfino Nietzsche.

Altrove ho scritto (e qui lo confermo) che il cavalier Benito aveva tratti fascistoidi nel suo modo di essere, di pensare e di fare anche quando era socialista, e rimase in qualche modo socialista anche da fascista. Su questo protagonista della politica e della storia italiana (e non solo) il mio lettore non può esimersi da una buona lettura del fondamentale testo del professor De Felice “Mussolini il duce“, per capirci qualcosa di importante al di fuori della polemica politica.

La nascita del Partito Comunista (ricordo che questo partito fu fedelissimo all’Unione Sovietica almeno fino al 1973, e che fu Berlinguer a distaccarlo da essa) in Italia provocò la paradossale situazione che il socialismo riformista fu quasi sempre minoritario e debole, per decenni chiamato addirittura social-fascismo da parte del comunisti, a differenza di ciò che riuscì a fare nel Nord Europa. Certamente va riconosciuto ai comunisti italiani di essere stati fondamentali nella lotta anti nazista/ fascista, anche se non con qualche contraddizione, se si pensa al discorso dei confini orientali dell’Italia, dove traccheggiò, tentato dalle sirene del maresciallo Tito.

Il Partito Socialista poi, nel 1949, dopo essere stato per l’ultima volta maggioritario rispetto al PCI nelle elezioni del 1948, vinte alla grande dalla Democrazia Cristiana, si spaccò tra un Partito che restava con Pietro Nenni e un pezzo più piccolo che se ne andava con Giuseppe Saragat, fondandosi come Partito Socialdemocratico italiano. Poco più di un decennio dopo il Partito Socialista si spaccava di nuovo, ma questa volta “a sinistra” con la fondazione dello PSIUP il Partito Socialista di Unità Proletaria, prodromo e contenitore di parte della successiva “Nuova Sinistra” post-sessantottina, soprattutto di Avanguardia Operaia, poi Democrazia Proletaria, mentre Lotta Continua e Potere Operaio ebbero origini differenti, provenienti anche da contesti socio-culturali cattolici.

In quegli anni, sull’onda del Concilio Vaticano Secondo, e della Dottrina sociale della Chiesa rinnovata sotto Giovanni XXII e Paolo VI, si era mossa la cultura cristiano-cattolica verso sponde di sensibilità sociale molto forti, anche con religiosi e prelati di alto profilo: si pensi al padre scolopio Ernesto Balducci, al padre Servo di Maria David Maria Turoldo, al parroco dell’Isolotto di Firenze don Enzo Mazzi, all’abate benedettino di San Paolo fuori le Mura Dom Giovanni Franzoni, e senza dimenticare don Lorenzo Milani, forse il più noto fra questi. Il cattolicesimo “di sinistra”, però, si rivolgeva, più che alla tradizione socialista riformista, direttamente al Partito Comunista e anche alla Nuova Sinistra, di cui costituiva, in parte, bacino di crescita.

Non dimentichiamo che anche alcuni tra i fondatori delle Brigate Rosse, cioè fautori della scelta armata, come lo stesso Renato Curcio e sua moglie Margherita Cagol erano di matrice cattolica.

Poi è arrivato Craxi, che riuscì anche più di Nenni ad essere “governativo”, in mezzo a non poche traversie. Circa la sua morte mi vergogno dell’Italia, che lo lasciò morire in esilio.

Negli ultimi vent’anni il mondo è cambiato, con la telematica, la nuova comunicazione in tempo reale, la finanza al comando, i nuovi linguaggi, generando una confusione difficilmente decrittabile. Il mio gentile lettore mi potrà dare atto che il mio continuo, diuturno impegno, è di cercare con questo strumento (il blog Sul Filo di Sofia), con i libri che pubblico, con le conferenze e le lezioni accademiche e aziendali che svolgo, con le relazioni che curo all’interno del mio network, con la mia attività di coordinamento di parte dell’Associazione filosofica cui appartengo, di contribuire – nel mio piccolissimo – a dipanare questa confusione, riflettendo, dialogando, proponendo idee per riprendere a dare sostanza al pensiero riflettente, che è in profonda crisi.

Ripeto spesso, forse fino ad annoiare i miei interlocutori, che la più vera e profonda crisi di questi anni, anzi di questi decenni, è la “crisi del pensiero umano”, che pare talvolta aver rinunziato alle sue potentissime e insostituibili prerogative di strumento di comprensione delle cose, della vita e del mondo, come insegna la storia del pensiero stesso di tutti i tempi. “Tornare” ad Aristotele, a sant’Agostino, a Tommaso d’Aquino, a Kant, al Buddha, a Lao-Tzu, a Wittgenstein e anche al vero Nietzsche, è indispensabile. Così come è indispensabile rileggere i libri biblici Giobbe e Qoèlet, il Discorso della montagna (quello delle Beatitudini), attribuito al Maestro di Nazaret, così come lo riporta l’evangelista Matteo al capitolo quinto.

Perché, dunque, in questo contesto parlo di nuovo di “socialismo”? Perché, se diamo a questo termine storico-politico il suo più profondo significato etico possiamo capirci bene. Non si tratta di un “socialismo” legato a tecnicalità organizzative della politica e dell’amministrazione pubblica, del governo dell’economia e della finanza, che metta in questione la libertà di iniziativa dei singoli, dei gruppi e delle nazioni, ma si tratta di pensarlo in funzione e a vantaggio della vita dell’uomo e alla tutela del mondo.

Socialismo“, allora, può significare un occhio nuovo che ciascuno deve avere verso il suo simile e verso il mondo, una capacità di declinazione della distribuzione dei beni e della giustizia, improntati all’equità, insieme alla necessità di riconoscere a tutti il diritto alla vita e a risorse sufficienti per renderla dignitosa. Mi spiego con un esempio. Per il mio lavoro, soprattutto, ho da sempre contatti con persone potenti e provviste di grandi mezzi economici (imprenditori e le loro famiglie, e io di solito son sempre riuscito ad allargare i rapporti dai temi aziendali ai temi personali e familiari degli imprenditori, sempre su loro richiesta); bene: due o tre di loro (capo azienda in due casi e familiare stretto in un altro caso) mi hanno detto: “Renato, dobbiamo cambiare mentalità e anche abitudini, almeno in parte“, e io ho risposto: “Sì, caro/ a …, certamente la mentalità, su cui, come sai, ragiono da ben prima che ci conoscessimo, ma per quanto riguarda le abitudini, per me non cambia nulla o quasi, poiché la mia vita era sobria e resta sobria“. Silenzio, da parte dell’interlocutore/ interlocutrice per qualche secondo, e poi “E’ vero, tu queste cose le sai, perché le vivi“.

Ecco. Se anche la sobrietà, l’umiltà, il senso del limite (caro lettore, dai uno sguardo a un articolo pubblicato qui qualche giorno fa, in tema), la pazienza che è sinonimo di coraggio, diventano virtù comuni, allora si potrà praticare un “socialismo umanistico” pienamente plausibile ed eticamente razionale, ferme restando le conquiste delle migliori dottrine sociali che l’uomo ha pensato e praticato nei secoli, come un liberalismo responsabile e anche forme di welfare sociale che si può chiamare, senza tema di scandalizzare nessuno, socialismo. Ecco perché mi pare di poter dire, come nel titolo di questo pezzo, che si percepisce l’emergere di “un socialismo”, già nel pieno della crisi generata dal Covid-19.

Garibaldi, Proudhon (fors’anche il dottor Marx e perfino Lenin), Bernstein, Turati, Nenni, Saragat e Craxi, Palme e Rabin, Brandt e Mitterrand, ma anche Gramsci e Berlinguer, da un lato,e pure i cristiani delle varie chiese, i fedeli islamici, i buddhisti e i taoisti, si potranno in qualche modo ri-conoscere (conoscere-di-nuovo) in questo “socialismo”.

Il “limes” attorno a ogni cosa, il limite dei corpi, delle cose, del mondo

Forse, tra spazio e tempo il punto di riferimento più importante è il “limite”. Da Aristotele e a Kant i due concetti sono considerati categorie trascendentali, cioè valide sopra ogni altra determinazione conoscitiva della realtà.

limite di una funzione

Il concetto di limite era noto fin dall’antichità, da Archimede di Siracusa fino ai moderni Newton, Leibniz, Euler, D’Alembert. Nel XIX abbiamo la rigorosa definizione di Cauchy e con il tedesco Heine. Successivamente se ne occuparono Dedekind, Bolzano e Cantor.

Nel 1922 Eliakim Hastings Moore ed H.L. Smith proposero una nozione generale topologica di limite, che è quella attualmente utilizzata in matematica. Queste notizie solo per attestare come il concetto interessò intensivamente gli studiosi di matematica.

Riassumendo, il concetto di limite è dunque matematico, fisico e anche metafisico: è matematico, come abbiamo visto sopra, è fisico per immediata intuizione, è infine metafisico se si fa lo sforzo di trascendere la materialità concreta delle cose e si passa al livello concettuale, che è comunque reale.

Il limite è la nostra epidermide, che separa fisicamente il nostro corpo dal resto del mondo; è il confine di casa nostra, del comune dove abitiamo, della regione, dello stato, dell’Europa e perfino dell’intero pianeta. I limiti che vanno dal nostro comune di abitazione all’Europa (concetto da intendere oggi in termini più politici che geografici) sono stati determinati dalla storia e dalla politica, battaglie e guerre comprese, mentre il limite del nostro corpo e quello del pianeta sono stati determinati dalla natura e dalla cosmologia.

E’ come se tra ciascuno di noi e il mondo intero ci fosse, come dire, lo spazio della libertà. Possiamo passare dal congiuntivo all’indicativo, perché c’è lo spazio della libertà umana, anche se variamente declinata.

Il limite percepito nella situazione generata dal Covid-19 è generale e certamente fa pensare, fors’anche, anzi di sicuro, a tutte le cose della vita di ciascuno, ai valori, alle priorità, perfino alle scelte etiche. La socialità solidale è uno di questi valori, molto spesso proclamata con enorme vis retorica, ma altrettanto sovente non rispettata con azioni concrete.

Quando osservo la scena attuale delle strade e delle piazze quasi vuote, in Italia e nel mondo, penso alle vite di tutti (o quasi), che sempre più si assomigliano. Non va più in ferie, più o meno costose, neppure chi se lo può permettere; cambiano le abitudini realizzando una certa uguaglianza sociale. Oso dire una forma di “socialismo” doloroso, ma di socialismo.

Questo socialismo non è strettamente “politico”, ma culturale, esistenziale, fattuale. L’aspirazione all’uguaglianza declinata secondo equità è presente nel pensiero umano dai tempi dei pensatori classici greci, e dai valori espressi nella dottrina evangelica.

I quasi duemila anni che decorrono dalla redazione del capitolo sulle “beatitudini” nei vangeli secondo Matteo e Luca hanno visto varie modalità interpretative, spesso tra aspri conflitti. Il versetto 27 del capitolo primo di Genesi esprime il concetto dell’immagine divina nella figura umana; in Colossesi 3, 11 e in Galati 3, 28 san Paolo proclama l’uguaglianza sostanziale tra tutti gli uomini. Molti miti teologico-politologici hanno attraversato i secoli, da frate Gioacchino da Fiore, passando per Thomas More e Tomaso Campanella, fino agli utopisti francesi post Rivoluzione francese, del genere di Proudhon, e a Marx/ Engels/ Lenin/ Stalin/ Mao.

Tra il 1959 e il 1964 a Bad Godesberg i socialisti tedeschi rinunziarono al marxismo come teoresi politica; Lord Beveridge, un conservatore inglese, subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, avviò un potente piano di welfare che durò fino a Mrs. Thatcher, ma Blair lo riprese.

In Italia, la Democrazia cristiana di Fanfani e Moro, insieme con il Centrosinistra storico, Pietro Nenni principale supporter, e la benevola astensione comunista, realizzò un welfare importante, pressoché esemplare per il mondo, nientemeno.

Ora qualcosa di importante cambierà: la pandemia del Covid obbliga tutti a innanzitutto a pensare al limite, e poi a ripensare alla scala valoriale della propria vita. Cantare oggi l’Inno di Mameli non è più solo nota di colore, ma molto altro, ancora in parte – per i più – inconsapevole.

Chiamiamola socialità solidale, come si vuole, mio gentile lettore, ma si tratta di una forma di socialismo democratico, un esercizio morale prima ancora che politico. E’ l’occasione perché i governi mettano in discussione, tutti insieme, Trump compreso, lo strapotere della finanza internazionale, subordinandola alla difese del Bene comune. Un tema, quello del limite e quello della solidarietà sociale, che riprenderò.

Dalla successione dinastica all’adozione: una lezione sulla leadership per i nostri giorni, proveniente dalla storia dell’Impero Romano

Alle Idi Marzo del 44 a. C. Caio Giulio Cesare cadeva sotto i pugnali dei congiurati Bruto, Cassio, Casca e c. sulla scalinata del Senato. Era appena stato nominato dictator per dieci anni,e molti lo temevano e pensavano che il suo potere, già immenso, dopo la sconfitta di Pompeo Magno a Farsalo nel 48, sarebbe diventato assoluto. A Roma, però, era in vigore ancora, sotto il profilo formale, la Repubblica. Cesare era stato magistrato della Repubblica in tutti i suoi gradi: censore, pretore, edìle, pontefice massimo e console. In ogni caso, la lotta per il potere fra populares e optimates e fra singoli potentati, continuava. Come sempre in ogni tempo e luogo: l’uomo “funziona” sempre allo stesso modo, caro lettore.

l’imperatore Antonino Pio

La morte di Cesare mise in moto un’altra guerra civile, dopo quelle tra Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla di mezzo secolo prima, e quella fra Cesare stesso e Pompeo, dalla quale emerse vittorioso su Marco Antonio, Ottaviano Augusto, nel 30/ 27 a. C., figlioccio di Cesare. Infatti, spesso questi capi erano parenti, o di sangue o di diritto, come nel caso dei due ultimi contendenti, dato che Marco Antonio era genero di Ottaviano.

Tiberio, figlio della moglie di Augusto, Livia, che lo aveva avuto da un precedente marito, non avrebbe dovuto raggiungere il vertice, cui era invece destinato Germanico, il grande generale che aveva tenuto lontane dal limes le tribù del Nord.

Molto spesso persone di vertice non morivano nel loro letto, ma avvelenati o trafitti da pugnali e daghe di congiurati, donne comprese, che a volte venivano fatte uccidere, come Messalina da Claudio imperatore, e a volte uccidevano loro stesse, come fece Agrippina nei confronti del marito imperatore Claudio, di cui era diventata moglie dopo Messalina.

Su 115 “imperatores”, diciamo da Augusto a Romolo Augustolo (476 d. C.) solo 34 di costoro morirono di morte naturale, solo un terzo!

Ti propongo, mio gentile lettore, un altro concetto: di solito si parla approssimativamente di “impero” più o meno dalla dittatura di Cesare, e certamente dall’inizio del principatus solitario di Augusto, ma vanno specificati alcuni aspetti non poco importanti. Questi capi di stato, e pure i loro successori, quantomeno fino a Vespasiano, non si definivano imperatores, ma principes, cioè primi inter pares. In realtà il termine “imperator” era una ulteriore sostantivazione da imperium, che era il comando di una legione o di un gruppo di legioni: era dunque un titolo di comando militare, come dire generale-in-capo. Attualmente, il presidente degli Stati Uniti d’America, forse la figura più simile a queste figure antiche di capi di stato, viene definito, soprattutto sotto il profilo militare, commander in chief, comandante in capo.

Tiberio fu un “imperator” controverso: buon generale, col tempo divenne paranoico e si ritirò da Roma nella sua villa di Capri, dalla quale governava tramite il Prefetto del pretorio Seiano. Suo figlio Druso fu sostituito nella candidatura a succedere al padre perché ucciso (da Seiano?… che fece la solita brutta fine) e così salì al potere il figlio di Germanico, Caligola. Ma abbiamo un “Caligola uno” e un “Caligola due”. Una malattia grave, dopo un inizio promettente della sua carriera di leader, lo colpì e lo cambiò profondamente: divenne schizofrenico e ne fece di tutti i colori. Fu ucciso dalla “solita” congiura, e salì al potere suo zio Claudio.

Claudio non era giovane, ma era un buon politico. Lo dobbiamo ricordare per l’ulteriore sviluppo delle politiche inclusive verso i provinciales e perfino verso tribù di confine che lui aveva ben conosciuto come comandante militare: è da leggere il suo famoso discorso in Senato con il quale riconosceva quasi il diritto delle diverse popolazioni di far parte anche delle maggiori magistrature dell’Urbe. Un leader meno clamoroso di altri, ma costruttivo. Abbiano detto che si liberò di Messalina, ma Agrippina, la seconda moglie, si liberò di lui, per favorire l’ascesa di Domizio Enobarbo Nero (Nerone), figlio natole da un precedente matrimonio.

La storiografia cristiana e quella degli optimates, dettero di Nerone un’immagine in gran parte ingiusta. I primi per la sua avversione a questa nuova religione tramite persecuzioni (Pietro e Paolo morirono sotto di lui), che non era solo tale, ma era anche una visione del mondo e uno stile di vita che un romano di potere, imbevuto di ellenismo, non poteva capire; i secondi, i benestanti, per le sue politiche fiscali che li colpì duramente. Nerone voleva soddisfare le sue manie di grandezza, facendo Roma sempre più imponente e bella. Anche dell’incendio famoso del 64 non può essere accusato: la Roma dei quartieri popolari era tutta di legno, e quindi facile preda di incendi dovuti anche alla vita quotidiana.

Con la morte di Nerone nel 68, che si fece uccidere da un liberto a nemmeno trenta anni, quando capì che non aveva più spazi, si ha la fine della dinastia Giulio-Claudia, e l’inizio di turbolenza notevoli.

Il ’69 fu l’anno dei quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio e… Flavio Vespasiano, che diede inizio a una breve dinastia con i figli Tito e Domiziano. Vespasiano è stato un grande generale, un uomo maturo e capace. Consolidò militarmente l’Impero e operò politiche sociali favorevoli al popolo, che lo sostenne. Tito proseguì le politiche del padre, poi tradite da Domiziano. Con Vespasiano si chiarisce la denominazione dell’imperator, che tale diventa anche formalmente, passando il regime da principato a dominato. Anche Domiziano entrò nel novero degli imperatori morti violentemente.

L’interregno di Cocceio Nerva durò solo quindici mesi, ché il vecchio senatore aveva, al momento della nomina alla massima magistratura, ben settantuno anni, per il tempo un’età da vegliardi. Ma nel passaggio fra Nerva e il suo successore accadde qualcosa di importantissimo nella scelta del leader dell’Impero, qualcosa che mi ha ispirato la redazione di questo pezzo. L’anziano imperator adottò un forte e generoso generale di origine cavalleresca ispanica, Marco Ulpio Traiano, sulla cui vicenda non mi intratterrò, salvo il necessario. Si interruppe, dunque, la tradizione del passaggio di potere ereditaria, ed iniziò, almeno per un secolo, la tradizione adozionica dei meliores, cioè dei migliori. Se si osservano i quattro imperatori consecutivamente “adottati” dal predecessore, Traiano (da Nerva), Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio, si nota una qualità elevata di leadership, molto superiore ad alcuni predecessori, specie della dinastia Giulio-Claudia. Ciò fa capire come la linea rigidamente ereditaria, quando si tratta di affidare l’esercizio di poteri significativi, o smisurati, come nel caso storico che sto trattando a modo di esempio, molto spesso è inadeguata e rischia di creare danni generali molto grandi.

Si può dunque dire che questo periodo, che afferisce essenzialmente al II secolo dopo Cristo, caratterizzato dal metodo delle “adozioni dei migliori”, è quello che ha “funzionato” meglio in tutta la storia dell’Impero romano, offrendo ai tempi e alla storia stessa, alcuni dei migliori imperatores, come quelli da Traiano agli Antonini. Qualcosa del genere, anche se in modo diverso e con meno coerenza e positività, sarebbe riuscito a fare duecent’anni più tardi Diocleziano, con l’istituzione della “tetrarchia” degli “Augusti” e dei “Cesari”. Anche allora, però, dopo due o tre decenni, Costantino prevalse su tutti, liquidando gli ultimi colleghi-competitores Massenzio e Licinio. Si pensi che questo grande generale, diventato imperator-basileus, non si fece scrupoli di uccidere la moglie Fausta e un figlio, mentre convocava il fondamentale Concilio di Nicea, per definire la dottrina trinitaria cristiana. In oriente, nella Seconda e nella Terza Roma, cioè a Istanbul e a Mosca, Costantino è venerato come Santo della Chiesa ortodossa.

Che lezione possiamo trarre per riflettere sulle leadership odierne? Siccome le monarchie sono oramai un puro “ornamento storico”, dovremmo parlare delle democrazie parlamentari e dei “presidenti” degli organi di governo di questi stati moderni, nati dopo la lezione di Montesquieu e delle Rivoluzioni inglese e francese, che spesso accompagnano, specie in Europa, le monarchie storiche, come in Scandinavia, in Gran Bretagna e in Spagna. Ebbene, vengono eletti… quelli che prendono più voti, chiunque essi siano. Abbiamo appena sperimentato in Italia come il suffragio universale (una testa un voto) abbia promosso personaggi di dubbio valore e di dubbio gusto. Lascio stare il tema politologico e mi rivolgo a a un’altra famiglia di gerarchie, forse psicologicamente e politologicamente più “sana”, quella aziendale.

Ebbene: sono testimone di diversi casi nei quali, mancando la qualità in famiglia, il titolare o l’azionista di riferimento ha trovato all’esterno della propria famiglia i successori più adatti a governare l’azienda, “adottando”, quasi, il successore. Che altro si può dire, se non che certi CEO (amministratori) sono figli adottivi di certi “padroni” che non hanno avuto la ventura (tyche, sorte, fortuna) di avere figli propri in grado di mandare avanti l’impresa fondata dai “padroni” storici?

Quando osservo certe situazioni, noto che il titolare-fondatore-maggiore azionista, non avendo individuato tra i figli un degno successore, di fatto “adotta” all’esterno quello che ritiene il “melior” della covata dirigenziale,e lo tratta come il figlio che non ha mai avuto. Potrei fare nomi e cognomi, ma non occorre, perché chi mi conosce sa a chi mi riferisco.

La leadership è dunque una capacità, un’abilità che non si trasmette geneticamente, ma si conquista con l’impegno individuale e l’impegno, diventando soprattutto capacità di reggere responsabilità e di cercare di continuare nel progetto lungimirante dei fondatori.

Il coraggio nascosto dell’Homo Italicus

Nel secondo libro dell’Etica a Nicomaco, Aristotele descrive il rapporto tra vizi e virtù contrapposte. Ad esempio, trattando del coraggio, lo giustappone alla paura, ma lo considera media virtus, perché all’estremo opposto c’è la temerarietà.

Goffredo Mameli sotto la cenere…

Il coraggio, dunque, è indispensabile per affrontare le avversità della vita, il dolore e la minaccia. Insieme con l’ira giusta è la virtù che conviene avere. Anche l’ira, pur essendo annoverata tra i vizi, diventa passione, quando è declinata a supporto del coraggio. I greci, con il termine aretè, cioè fortezza (coraggio) chiamavano addirittura la virtù in quanto tale, mentre l’altro nome di virtù era phronesis, cioè saggezza, prudenza: per Aristotele entrambe erano virtù etiche, ma la prudenza era anche virtù dianoetica, perché dialoga con la sapienza, cioè la sophia.

Questo impianto antropologico filosofico può funzionare anche oggi, quando questi termini sono stati tradotti in linguaggio corrente, più psicologico.

La premessa mi è utile per considerare il coraggio degli Italiani in questo frangente difficile. Nelle difficoltà gli Italiani è come se si svegliassero da un torpore generico e a volte un poco vile. Il dato etno-antropologico ci descrive come un popolo emotivo e poco combattivo, ma si tratta di una semplificazione madornale. Prima di tutto vi è da dire che gli Italiani sono un “popolo di popoli”, poiché – ad esempio – il carattere dei Friulani è molto diverso da quello dei Campani, mentre può essere in qualche modo giustapposto a quello degli Abruzzesi e dei Sardi, che è forte e di poche parole. I Lombardi e i Piemontesi sono determinati, per la loro storia e la loro attualità. I Romani non assomigliano per nulla ai loro antenati della Roma repubblicana, ricordando piuttosto il Tardo Impero Romano, diciamo da Decio in poi (250 ca d. C.).

In mezzo a tutti, poi, ci sono i leoni da tastiera, gli imbecilli che creano disordine e caos, divertendosi miseramente con le loro idiote bufale che spargono a pieni bit sul web e nei social. Come si dice, la mamma degli imbecilli è sempre incinta.

Sono una minoranza, ma molto dannosi, perché l’effetto moltiplicatore del web può essere devastante. La maggioranza delle persone, a partire da medici e paramedici sta mostrando una capacità di lavoro e di resistenza straordinari o… ordinari (meglio dire), perché è ” nelle corde” della nostra gente. I “buoni”, direbbero Platone e sant’Agostino (non quello pessimista della predestinazione), sono sempre in più dei “cattivi” e il padre Urs von Balthasar ci confermerebbe la sua idea, di stampo origeniano, di un inferno… vuoto e di un demonio sconfitto e implorante davanti all’Incondizionato.

Torna in mente il libro biblico dedicato a quel gran (nel senso di ricco) signore che era Giobbe, che Iahwe sapeva essere talmente forte da metterlo nelle mani del satana, affinché questi lo tormentasse in tutti i modi, con la malattia, con il ripudio da parte della moglie, con la morte dei figli, con la perdita di tutti i beni, in quanto sapeva che avrebbe resistito a tutte le tentazioni, che anche i suoi “migliori” amici gli facevano balenare.

I nostri medici, i nostri infermieri e infermiere, in queste settimane sono come Giobbe, sudati e stanchi, probabilmente sporchi e affamati, ma non mollano, stanno sul fronte, sulla trincea dove davanti a loro non hanno pericolosi cecchini con il Mauser, ma invisibili molecole che vagolano libere come l’aria, nell’aria, negli e dagli effluvi umani.

Giobbe, lo sappiamo dal grande scrittore biblico che ne narra le vicende, alla fine vive, vince, recupera tutto quello che aveva, ed era molto ricco, facciamo conto un Bill Gates dei nostri tempi. Recupera tutto, perché ha creduto, ha avuto fede.

Altri “Giobbe” sono gli insegnanti, che si sono ri-qualificati in utilizzatori del web, di tutte le età si sono messi in gioco con skype, superando l’esigenza dell’insegnamento in presenza, che sappiamo essere in assoluto il più efficace.

Gli investimenti governativi su questa vicenda sembrano essere cospicui, ma sono solo per l’emergenza: il Covid-19 spero ci insegni, anzi insegni ai governanti, che sanità e scuola sono i punti di forza assoluti: occorre mettere a disposizione più risorse in modo definitivo, anche per rendere le retribuzioni proporzionate a una misura di dignità che è ampiamente misconosciuta per i medici giovani e per tutti gli insegnanti, che sono pagati una miseria, in Italia. Faccio un esempio: un professore di liceo di quarant’anni oggi guadagna circa 1700 euro netti al mese: rispetto a un mercato del lavoro inteso in senso generale, la retribuzione corretta dovrebbe essere di almeno 2500 euro netti al mese, vale a dire come quella di un quadro delle aziende private. Un medico giovane, sotto i trent’anni, dovrebbe percepire almeno 2000 euro netti al mese, e così via.

Denari ben investiti in giustizia retributiva (cf. libro V dell’Etica a Nicomaco di Aristotele).

Il coraggio, dunque, è una virtù, un valore, un principio, per declinare il concetto nei tre modi quasi equivalenti, è oggi fondamentale, così come la prudenza, altra virtus virtutum, che equilibra il comportamento umano, che oggi dobbiamo coltivare con determinazione e perseveranza.

Il lascito di questa vicenda, che genererà ancora dolore e perdita, potrà essere una crescita di consapevolezza e perfino di cultura, se si continuerà a viverla come, mi pare, gli Italiani stanno mostrando di saperla vivere.

E, come suggerisce Raffaele Morelli, questo è il tempo del fare, dello scrivere, del leggere, non quello dei bilanci. Non pensiamo al futuro, a pro-getti, cioè non gettiamo-avanti i pensieri, ma pensiamo a ciò che facciamo, alla musica che ascoltiamo. Haendel e Miles Davis, Maria Kalogeropoulos, la Callas, Montale, Dante, il Leopardi della Ginestra, il racconto di Renzo e Lucia, Steinbeck, NCIS e Chicago PD, Fellini e Scorsese, Kubrick e Sergio Leone, siano nostri amici.

Un malato di SLA ci parla dalla tv dicendo una frase degna di Platone, del Buddha e di Gesù di Nazaret: “Ci stiamo accorgendo di essere tutti uguali“.

La Patria

Amo la mia Patria, l’Italia, e la nomino volentieri chiamandola così, a differenza della maggior parte dei politici e dei giornalisti. Il termine è andato in crisi dopo la Seconda guerra mondiale anche perché il fascismo aveva fatto strame di questa parola, del suo valore intrinseco, dei suoi “echi” morali, della sua storia. Così come del lemma “nazione”, sostituito pressoché sempre da “paese”.






La Nazione è ciò che unisce un popolo, mentre il paese è il modo generico per dire di un luogo, di un territorio, come in tedesco, più o meno, si dice Land, e in inglese, Country. La Nazione comprende la Patria, la Lingua, (le Lingue), la Storia, la Tradizione, la Memoria e i Miti: la Nazione è mitopoietica, cioè è una costruttrice di “miti”. Pensiamo agli imperi, da quello cinese antico, a quello di Ciro il grande, a quello Romano, a quello Ottomano, a quello Sovietico, a Napoleone, o a quello marittimo degli Inglesi.

Ora abbiamo di nuovo la Cina, la Russia e soprattutto gli Stati Uniti d’America. Pensa, mio gentile lettore, che fin dalla scuola dell’obbligo, gli studenti americani, leggono il mito di fondazione della loro Patria, vista come “città sulla collina”, erta in alto, capace di difendersi da tutto e da tutti. La Patria dei padri pellegrini e dell’inizio. Il nome di Roma è richiamato in decine di città americane, caput mundi riconosciuta da loro e quasi dimenticata da noi. Dove si trova il Parlamento americano? Sulla Capitol Hill, sulla Collina del… Campidoglio, a Washington.

Noi Italiani, invece, che siamo insediati sul territorio del centro dell’Impero più importante della Storia, quello Romano, non manifestiamo amor patrio, oramai da settantacinque anni, come se con il maggio ’45, ucciso Mussolini e finito il fascismo, l’Italia intera (o quasi) si vergognasse di essere tale. Certo è che i fascismi novecenteschi e soprattutto il nazismo sono stati responsabili di abomini inenarrabili, ma lo è stato anche lo stalinismo. Eppure Stalin, dopo aver stretto la sua Patria in una morsa d’acciaio, è riuscito a trasformare la dolorosa esperienza del ‘900 in “Vittoria nella grande Guerra patriottica”. E la Francia, sconfitta dalla Wehrmacht in poche settimane, capace di dar vita alla Repubblica di Vichy, poi siede al tavolo dei vincitori e al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Da sconfitta, praticamente vincitrice. Ma anche gli Italiani hanno fatto la resistenza. Se non guidati da un De Gaulle, migliaia si sono sacrificati contro gli oppressori tedeschi e i fascisti corrivi. Niente, per tre quarti di secolo, la Patria è scomparsa, anche dal linguaggio dei Presidenti della Repubblica, a eccezione di Ciampi, e forse di Einaudi e De Nicola.

E ora voglio parlare delle carceri. La nostra grande Nazione, la nostra Patria, stato democratico e di diritto le gestisce malissimo, ed è una vergogna. Un dato: il 34% dei carcerati, uno su tre, è detenuto in attesa di giudizio, e quindi si tratta di persone innocenti fino a sentenza passata in giudicato: in Gran Bretagna il 10%. Queste persone stanno male, peggio di tutti noi, e stanno pagando una pena aggiuntiva a quella comminata “in nome del Popolo italiano”. Sono preoccupati e isolati, stanno protestando. Ma occorre una protesta espressa in modo drammatico per capire, politicamente e moralmente che qualcosa di radicale s’ha da fare? Tra l’altro le proteste sono più forti dove meno è osservato l’art. 27 della Costituzione che prevede il recupero morale e sociale dei detenuti. Che significa ciò?

Ad esempio si potrebbero assumere misure come queste: a) mandare a casa con il bracciale elettronico almeno diecimila detenuti per reati non gravi, che hanno ancora pochi mesi da scontare; b) altri diecimila, scelti fra le persone più disponibili a stare-nella-società, cui applicare forme di indulto o di amnistia; c) non trattenere in carcere autori di piccoli reati legati allo spaccio… Fanno circa venticinquemila persone che sgraverebbero il sistema carcerario riportando gli spazi interni a una condizione semplicemente umana. E poi, non appena passata questa buriana, avviare una riforma complessiva della giustizia che comprenda anche il sistema penale, che è uno dei peggiori del mondo.

Si tratta in questo modo di mostrare a noi stessi, a noi Italiani, che la Patria Italia è uno Stato forte, democratico, capace di assumere, sia in situazioni “normali”, sia in situazioni straordinarie come l’attuale, decisioni coraggiose e socialmente civili, moralmente umane.

Beninteso, una Patria capace di aprirsi al mondo, all’Europa e a ogni altra Nazione, ché ogni chiusura è non capire ciò che il mondo intero è, così piccolo e così prezioso. Non serve la Patria propria se non si comprende la Patria di ciascuno e di tutti gli altri.

L’intelligenza (o meno) al potere

Non sempre l’intelligenza è al potere. Ricordo, analogamente sotto il profilo espressivo, uno dei più noti slogan del ’68 “la fantasia al potere”.

Tornando all’intelligenza, come dimostra la storia umana, essa è una dote diffusa ovunque, e altrettanto manchevole ovunque.

Quando si parla di risultati elettorali, a volte si paragonano e si comparano i medesimi con gli elettori e allora si propone lo slogan seguente “i governanti sono quelli che ci si merita“, per dire che, se il popolo è orientato verso una certa sensibilità e “cultura politica”, ne segue che chi la rappresenta meglio avrà più voti.

Non saprei qui come studiare socio-statisticamente il tema. Probabilmente, con un’adeguata batteria di quesiti, si potrebbe trarre qualche informazione probatoria. Ad esempio, si fa qualcosa del genere in vista di appuntamenti elettorali, con i sondaggi, tanto che è nato anche il mestiere del “sondaggista”, che viene interpellato dai media e invitato nei talk show in veste di “scienziato” delle previsioni. Quasi un veggente, o un profeta nel senso comune del termine (che non corrisponde all’etimologia, come più volte ho scritto in questa sede, poiché il profeta è colui che parla autorevolmente dinnanzi al re: si ricordi l’episodio biblico nel quale il profeta Nathan rimprovera Davide per il suo “peccato” con Betsabea, peccato per il quale morì suo marito Uria, ma di contro nacque Salomone).

Ho appena finito di criticare, nel post precedente, il linguaggio del Decreto del premier come riportato nel testo e ripetuto dal vivo, soprattutto l’espressione “comprovate ragioni“, che riguarda la possibilità di andare al lavoro, recandosi sul posto di lavoro.

E mi sono chiesto per quale ragione Conte abbia scelto quel tipo di espressione, invece di far scrivere che “è possibile recarsi al lavoro“, più chiaramente e semplicemente. Nel citato post ho osservato come la dizione in positivo avrebbe potuto essere tranquillamente usata, in luogo di quella che sottolinea le “comprovate ragioni”. Sarà stata la provenienza giuridista del premier, che ha suggerito quel tipo di espressione? O qualcos’altro? Ho dubbi. Né penso che sia stata un scelta per rendere ambiguo il linguaggio, in modo da mettere in moto il dubbio se si possa andare al lavoro o meno, avendo già nel retro-pensiero di poterlo negare di qui a qualche giorno.

No, troppo sofisticato. Non è roba da governanti come gli attuali. E meno male che non se ne sono occupati “intellettuali di vaglia” alla dimaio-dibattista (zitto, finalmente) o alla salvini. Allora, che dire? Che si tratta di un deficit intellettuale e culturale, caro lettore, in chi ha redatto quel testo e in chi lo ha approvato. Tertium non datur.

Un altro modo del potere esercitato è la comunicazione offerta dai media. Per la situazione la direzione sta togliendo dal palinsesto Rai tutti i programmi che prevedono la presenza del pubblico in studio, plaudente a comando – stupidamente – l’untuoso Vespa compreso, che ha osato protestare. Ho gioito.

Questa emergenza, mi vien da dire, obbliga a una maggiore intelligenza. Gioisci con me, caro lettore. Questo male, come tutti i mali, la buona teologia insegna, ha una sua ragione. Insegna qualcosa. Forse insegna molto.

L’intelligenza si costruisce, non è solo genetica, e dunque l’occasione non va perduta, poiché le circostanze ci offriranno molte occasioni per esercitarla, e per chiarire la differenza fra valori e dis-valori. Una persona benestante, in questi giorni strani, non mi mollava mai sulla chat e alla fine ho trovato il modo di calmarla. A un certo punto mi ha detto “Non solo dovremo cambiare il nostro modo di pensare, ma anche le nostre abitudini“, e io le ho risposto: “Bene, io non ho molte cose da modificare nel mio modo di pensare e proprio nulla delle mie abitudini, in quanto sono povero, (ma lieto)”. Stop, fine del discorso. Mi sono divertito, io che-casa-lavoro-facoltà-bici-e-qualche-bicchiere-di-vino, contra i suoi viaggi e ferie costose. Ma va all’inferno (ho pensato tra me e me), ben ti sta.

Dopo anni nei quali si è esaltata l’incompetenza e l’ignoranza, sia tecnica (l’ignoranza circa un sapere specifico) sia morale (l’ignoranza su ciò che è bene e di ciò che è male), dopo anni di grida scomposte dei no vax, dopo anni nei quali pareva che “uno valesse uno” (à là dimaio et similia), ecco che tutte queste bocche cui era facile blaterare a vanvera, sono diventate afone, improvvisamente, perché gli è preso un senso di inutilità e di vuoto. Dopo gli anni dei “terrapiattisti” e dei loro cugini stupidi.

Contrariamente a ciò che pensano coloro che qui sopra ho elencato, la scienza non è il deposito della verità immediata, ma è il luogo e il modo dove il sapere si costruisce con fatica, giorno per giorno, per prove ed errori, per piccoli passi e e rallentamenti. “La scienza è conoscenza certa ed evidente di un enunciato in forza del suo perché proprio, adeguato e prossimo“, sintetizzava qualche anno fa il metafisico padre Barzaghi, sulle tracce di Descartes e Galileo. Analizziamo, a nostro favore e a favore di coloro che stavano nelle truppe di cui all’elenco soprastante, ma che umilmente si mettono (o tornano) ad ascoltare:

  1. conoscenza certa ed evidente: la certezza è il concetto che può venire asserito con sufficienti ragioni circa la sua stessa verità (es.: il triangolo è una linea spezzata chiusa avente tre lati e tre angoli la cui somma è 180°), mentre l’evidenza è il concetto che può venire asserito in base alla percezione sensoriale e alla successiva sintesi mentale (non sono mai stato in Australia, ma credo al diario del capitano James Cook e ai racconti degli emigranti);
  2. un enunciato: si tratta di una frase che esprime con chiarezza un concetto veritativo o su basi di certezza oppure di evidenza;
  3. un suo perché proprio, adeguato e prossimo: si tratta della dimostrazione della attendibilità di un asserto sulla base della sua coerenza, precisione e plausibilità.

La scienza non rappresenta, di per sé, in ogni suo momento, la verità incontrovertibile delle cose, ma, essendo affidata a chi per passione e competenza acquisita si occupa di una disciplina, può essere più credibile di saperi non strutturati, e offrire giudizi caratterizzati da una ragionevole credendità.

Vale dunque la pena di ri-apprezzare il sapere e la sua fatica, dando spazio al ragionamento, alla riflessione e all’uso dell’intelligenza, dopo tanta confusione e indigestione di stupidità.

Se il Covid-19 rimette in pista le migliori qualità dell’uomo avrà, come insegnava Nietzsche, costretto l’uomo ad-essere(se non a diventare)se-stesso e, come insegnava Agostino, fatto vedere, mostrato come il male sia anche un prodromo di bene, una defectio boni, soprattutto se nelle anime cresce l’umiltà di chiedere aiuto al Signore.

Dal DPCM del 9 Marzo 2020: “(…) per comprovate ragioni (lavoro, salute, approvvigionamenti, ndr) (…)” o di una certa inadeguatezza del capo-del-governo-avvocato-del-popolo

Il Decreto del Presidente del Consiglio che fa dell’Italia (lui la chiama “penisola”, e dunque tutto il Nord ne sarebbe escluso, secondo la nozione geografico-fisica di penisola), a un certo punto, dopo avere elencato i divieti, mette in fila le tre possibilità di movimento che gli Italiani conservano.

Ciò che mi colpisce è l’espressione “per comprovate ragioni”, perché sembrerebbe un permesso che viene concesso per eccezione, se capisco bene il senso in lingua italiana? Ma chi è l’autore del testo? Un funzionario? Il drittissimo suo portavoce Casalino? Lui stesso, il capodelgoverno-avvocatodegli italiani?

Pazzesco: avv. Conte, lei sa che ogni santo giorno, per una media di circa 240 giorni all’anno, non meno di 23 milioni di lavoratori sono in azienda / ufficio / fabbrica? Lei sa che ve ne sono 3 milioni nel pubblico impiego? D’accordo che gli insegnanti sono in parte a casa, ma gli uffici pubblici sono aperti.

Si può dunque dire che “solo per comprovate ragioni” queste persone si possono muovere? Non era meglio dire e scrivere “in positivo”, dando un messaggio POSITIVO, che sono salvaguardati gli spostamenti per andare al lavoro? Che cosa sarebbe cambiato? Nulla sotto il profilo pratico, tutto sotto il profilo psicologico e comunicazionale. Ma, anche se il Casalino o chi per lui, una laurea ce l’hanno, questo pensiero non li ha neppure sfiorati.

Mi auguro che al Governo non venga in mente di fermare anche i trasporti e il lavoro, come propongono Salvini e i suoi. Sarebbe un’idiozia.

E ha ragione anche Sgarbi, che, pur esagerando com’è solito fare, denuncia un andazzo qualunquista e incapace di distinguere tra valori e oggetti diversi, seguendo le emozioni che sono sempre prevalenti sulla ragione. Con ciò non voglio mettere in dubbio le decisioni prese dal Governo, ancorché, nel flusso degli eventi, spesso contraddittorie e incomprensibili, ma noto un’ansia da prestazione che non fa il paio con la competenza politico-amministrativa e soprattutto relativa alle modalità comunicativo-relazionali fra la politica e il “pubblico”, fra i decisori e il “Popolo italiano”. Il quale popolo ha certamente anche bisogno di qualche strigliata in situazioni come l’attuale, ma non può essere trattato come fosse un’accozzaglia di ignoranti e di meri esecutori.

E poi la loro parte la fanno anche i media, i direttori di giornalini e giornaloni che si sentono autorizzati a dare la linea, loro che sono degli specchi orecchianti (mi si passi l’ossimoro) della realtà, non avendo né una preparazione filosofica sui beni, sulla vita e sulla giustizia, e quindi su un’etica generale, né sono scienziati fisici o biologico-medici. Eppure pontificano dall’alto dei loro saperi generici e presuntuosi. Piuttosto, potrebbero dedicarsi a segnalare e riportare anche ciò che sta accadendo di meraviglioso e di positivo, interpellando magari nei loro triti talk show chi sa meglio che cosa potrebbe succedere di positivo, di fronte a una vicenda come questa, nella mente umana, che è plastica e resistente, e soprattutto – se rispettata, se e quando merita – aliena da banalizzazioni e superficialità.

Rivolgo qui solo un invito alla ragione a chi mi legge: a) osservare rigorosamente le regole che ormai tutti conoscono, e b) portare un contributo di buona volontà nell’area decisionale ancora giustamente affidata alla responsabilità individuale.

Isteria, panico e ragion riflessiva

In questi giorni d’ansia ho spesso “messo vicino” due o tre modi di stare-al-mondo-con-la-testa (e i visceri?), ad esempio giustapponendo isteria, panico e ragione riflessiva. E se ne potrebbero aggiungere altri.

Dagli studi di Freud abbiamo appreso che cosa si intendeva per isteria tra ‘800 e ‘900: una sindrome nevrotica (gli pareva) tipicamente femminile legata, sia ai modelli di vita borghesi di quel tempo, sotto il profilo psico-sociologico, sia, soprattutto per la denominazione lessicale alla fisiologia. Isteria, infatti, deriva dal greco ysteron, cioè utero. Da qui la dizione vulgata circa il presunto, presumibile o falso cosiddetto “carattere uterino” delle donne.

Nei decenni più recenti gli studiosi hanno piuttosto riportato questa sindrome nel campo psicologico (talora psicanalitico), di sindromi depressive et similia. Anche la Sindrome di Ganser, particolarmente presente nell’universo carcerario pare appartenere a quest’area sintomatica.

Quando ero bambino io, mezzo secolo fa, si parlava prevalentemente di esaurimento nervoso, per dire che uno “non era giusto” (sottinteso, con la testa), oggi diremmo: psichicamente.

L’antropologia culturale (cf. Ernesto De Martino) ha annesso a queste sindromi anche elementi di autosuggestione, presenti sovente nell’universo femminile e legati anche a una territorialità culturale meridionale, per quanto riguarda l’Italia. Autosuggestione, teatralità, tarantismo, e cose simili. A me sovviene, conoscendo la terra di Puglia, assolata e antichissima, la musica e i balli della Taranta.

I clinici, i neurologi e gli psichiatri, distinguono nell’isteria “classica” fra sintomi somatici, come un’alterazione del sistema nervoso, ma anche disturbi all’apparato gastrico e intestinale, e sintomi psichici, quali amnesie, eccitazione psicomotoria, acinesie, forme depressive, per curare i quali si ritengono adatte le psicoterapie ma, aggiungo, potrebbero essere sperimentate anche le forme dialogiche della filosofia pratica, che un po’ conosco e attuo, con grande cura e rispetto. Come miei valorosi colleghi.

Con il DSM-III (1980) e i successivi IV e V, il concetto d’isteria o nevrosi isterica è stato sostituito da tre modalità differenti: a) un disturbo somatoforme; b) un disturbo dissociativo dell’identità; c) un disturbo della personalità di tipo istrionico.

Il panico, per contro, è una sensazione di paura spesso nella misura del terrore improvviso, anche collettivo, che supera ogni possibilità riflessiva immediata, il quale compare a fronte di un pericolo reale o presunto, portando irresistibilmente l’individuo e a volte il gruppo ad atti avventati o inconsulti. In quei momenti ragione riflessiva e logica argomentativa è come se dormissero, soggiogate dall’emozione (o passione, come dicevano i classici) della paura. Ne consegue uno stato d’ansia e perfino di angoscia (che è generata da una paura della… paura), spesso in modalità collettiva.

Questo si può dire che sta succedendo, o che è successo nei giorni scorsi, con l’accaparramento di generi alimentari oltre ogni fabbisogno individuale e familiare, in queste settimane di Covid-19. Il fenomeno può essere ancora definito, specie giornalisticamente, come un’isteria di massa.

Etimologicamente il lemma ha origine greca, e si tratta del πανικός, vale a dire riferentesi al dio Pan, in quanto facente parte integrale dei fenomeni naturali, specialmente quelli meno conosciuti e sacrali, perfino.

La riflessività è da tempi immemorabili la dimensione che caratterizza l’uomo, con le sue dimensioni logiche e di argomentazione. Se fino a mezzo millennio fa essa era quasi confinata agli intellettuali del tempo, filosofi, religiosi, medici, studiosi della natura e letterati, mentre l’uomo “comune” doveva sostanzialmente sottostare a quelle categorie, che erano pressoché le sole abilitate a “pensare” e comunque a dominare, dalla rivoluzione filosofica e scientifica, anche l’uomo comune, quelle che Marx avrebbe definito “le masse”, ha avuto sempre più titolo per pensare.

Ma oggi che cosa sta succedendo? Se da un lato la conoscenza scientifica e quella legata alle professioni favorisce il pensiero autonomo e creativo, dall’altro il web e la diffusione di una quantità smisurata di informazioni contribuisce a confondere, a fuorviare, ad ingannare falsificando l’opinione comune, assai spesso. Nonostante si sia passati dal concetto di “predestinazione” di tipo religioso, teologico-salvifico, a quello di “progetto” autonomo e individuale per la vita spirituale e materiale, accade che prendano piede opinioni assurde e ingannatrici.

Proprio nei tempi in cui è più accessibile l’informazione e l’acculturazione scientifica, si propalano in vari ambienti follie come il “terrapiattismo” o il “no-vax”, vantandole come vere scoperte, alla faccia dei ricercatori seri, che vengono da taluni chiamati sprezzantemente “professoroni”.

Se mia nonna, con la terza elementare, ammetteva tranquillamente l’eliocentrismo (ne parlai pure con lei), comprendendolo senza difficoltà, ora incontro persone fornite almeno di diploma, che sposano le assurdità più strane, sostenendole spesso con arrogante sicumera e, se contraddette, capaci di insulti e disprezzo. Se troverò anche laureati di quel tipo ne scriverò qui.

Mentre accade tutto questo, dunque, torna in auge l’autosuggestione, il panico, l’isteria collettiva, mentre magari in azienda, le stesse persone sperimentano modalità conoscitive e organizzative come la learning organization, il sensemaking, il knoweledge management, il reflective management.

Una parte della mente è oggi – in molte persone – disponibile, con tutta evidenza, alla regressione emotiva. L’importante è esserne consapevoli.

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