Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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L’afona afasia della sinistra italiana attuale

Posto che parlare di sinistra, di centro e di destra politica abbia ancora un senso, e per me lo ha, anche se con alcuni aggiustamenti concettuali e semantici, mi pare che la sinistra italiana sia connotata attualmente da una afona-afasia, se ciò non fosse una sorta di ossimoro. Ma forse non lo è.

E dunque provo a superarlo, considerando la a-fasia, cioè un non-essere-in-grado-di-parlare, solo parziale, per cui si può percepire – se pur con difficoltà – la sua a-fonia. In altre parole, la sinistra parla poco e male, o meglio esprimendo concetti vaghi e confusi, con voce poco squillante e talvolta inascoltabile. Altrimenti non si capirebbe in qualche misura la vertiginosa crescita della Lega salviniana, primo dato.

Si pensi che Salvini, sui migranti non la racconta giusta, anche se sa di farlo: lui parla solo delle Ong, che certamente sono dispettose, ancorché politicamente correttissime, ma trasportano solo (e forse meno) il 10% dei migranti in cerca di terre migliori. Il 90% sfugge a Salvini, anzi se lo fa sfuggire, perché ciò non “butta” in termini elettoralistici: sono quelli che arrivano sulle coste dal Salento alla Sardegna, passando per la Calabria ionica e l’immensa costa sicula, sui barchini, oppure via terra per il Friuli Venezia Giulia dal confine sloveno, e lì veramente potrebbero nascondersi figuri sospetti. Pare che adesso si stia attrezzando per fermare le partenze con l’aiuto della marina e dell’aviazione. Intanto, dopo tanti proclami non si fa nulla per agire a monte, in Africa, dove sporchi dittatorelli, magari formati in linde università anglosassoni sfruttano vergognosamente territori e persone. Anzi, alla ex colonialista Francia, e novella tale, certe situazioni possono fare comodo, per ragioni energetiche et similia: basti ricordare la vicenda di Ustica (era un Mirage francese l’aero che abbatté il volo Itavia, mentre inseguiva un Mig 21 o 25 di Gheddafi? Un giorno o l’altro lo si saprà?), le critiche francesi quando Gheddafi entrò nel capitale sociale di Fiat, l’intervento economico dello stesso colonnello per sostenere la campagna eletterale di Sarkozy, che poi lo ringraziò con il suo omicidio nel 2011, trascinando lo sprovveduto Obama (uno dei peggiori presidenti USA per la politica estera), e ora sta ambiguamente vicino al generale Haftar, cercando sempre di danneggiare gli interessi di Eni, e quindi dell’Italia. Per non parlare della nuova grande potenza coloniale in Africa, la Cina.

Dicevo: sinistra che non riesce ad esprimere quasi nulla, impantanata tra clichés arcaici e l’imitazione dei più forti slogan della destra: non nomina quasi più i temi del lavoro e parla di “Italiani”, quasi a imitar il Salvini dello slogan “prima gli Italiani”, dimenticando quasi il consueto lemma “paese”, “del paese”, “questo paese”, per dire “Italia”. La sinistra ha dimenticato i temi sociali “radicalizzando” quasi esclusivamente i temi civili: faccio un esempio: si spende senza riserve per le Unioni civili, sacrosante, ma non si batte per una politica economica e dell’occupazione, vera. Quando ascolto un Cuperlo o un Orlando qualsiasi, che sono i più “de sinistra”, li sento proprio lontanissimi, da me e dai lavoratori. I loro discorsi restano degli auspici, delle critiche generiche senza un costrutto ideale e programmatico. Anche lo stesso D’Alema, che qualche tempo fa proponeva come docente ai pidini il coltissimo Landini, è cotto, scoppiato, rimbambino. Ho scritto “rimbambino”, sì. Bersani idem, ché “gli scappa il cazzotto”: caro Pierluigi son discorsi da “Duo di Piadena”, non da politico consumato, orsù! Sono nauseato. Sono un socialista nauseato. Quando ascolto Renzi, con la sua prosopopaica supponenza, mai domo nella sua incapacità dimostrata di ammettere gli errori fatti, gravissimi, di pentirsi, di chiedere scusa e cambiare rotta, o Zingaretti fiero del suo nulla cosmico, oppure il presuntuosetto Calenda, annoverato a sinistra non si sa come e per quale ragione, e poi i più “sinistri” à là Boldrina, Fratoianni, Lerner, e via elencando pieno di noia, mi sobbolle l’intestino e mi si inceppa lo stomaco. Non parliamo degli antagonisti come il redivivo Casarini, la Rackete tedesca, oddio, che pena! E infine, per ora, una Alessandra Sciurba di Mediterranea che ulula convinta e saccente, come fosse una socio-politologa: “si preoccupano di noi mentre l’Italia va a rotoli!”, ma vuoi due sberle giovanetta? Andrai tu a rotoli, non l’Italia.

Dove sono i compagni Di Vittorio e Lama, Togliatti, Nenni e Berlinguer, Turati e Matteotti, Morandi e Terracini, Ingrao e perfin Macaluso, e non dico Gramsci per evitare di annichilire del tutto gli odierni, Lombardi e Parri, e anche Saragat? Giuro che preferisco, a quelli di sopra, il compagno Marco Rizzo, comunista dichiarato, più puro e trasparente di loro. Con lui sì mangerei una pizza e farei una serata.

Un’altra stupidaggine della sinistra italiana del terzo millennio è stata la ricerca e l’ammirazione per modelli esteri: prima è venuto il vergognoso falsificatore Tony Blair (ti ricordi, mio caro lettore, della guerra irakena seconda?), poi Luis Rodríguez Zapatero, socialista per nulla indimenticabile, e infine l’idolo dei fratoianni e dei civati vari ed eventuali, il fallimento sorridente Alexis Tzsipras. Modelli, perlamordidio.

Mi viene in mente un’ennesima incongruità della sinistra, o forse non una incongruità, ma certamente un sintomo di grande timidezza concettuale e comunicativa e, in definitiva, politica: la sinistra da decenni non usa quasi mai il termine “patria” e raramente “nazione”, lasciando l’egemonia di queste due bellissime parole alla destra, temendo di essere associata al fascismo storico, al nazionalismo e ad altri ismi negativi. Sbagliato, clamorosamente, sbagliato, specie se si ha un po’ di senso storico e della semantica linguistica. Continui pure a dire sempre “paese” per dire Italia e vedrà che successo!

Ma ora desidero proporre una riflessione sotto vari aspetti: il profilo filosofico, quello socio-politico e quello partitico.

Filosoficamente la sinistra – classicamente – è per coniugare con equilibrio la giustizia derivante da pari dignità tra tutti gli umani, con la libertà, che sta anche a cuore alla destra liberale; da un punto di vista socio-politico la sinistra, secondo la tradizione, propone leggi e normative che creino equità sociale, sia sotto il profilo dei servizi (sanitario, scolastico, dei trasporti etc.), sia sotto il profilo socio-assistenziale e pensionistico, sia infine per quanto concerne il regime fiscale, che vuole crescente e proporzionato al reddito, salvaguardando le categorie più disagiate, che una volta si chiamavano poveri, e oggi si chiamano categorie deboli, ma sono ancora poveri; circa il profilo partitico la sinistra si è sempre mossa promuovendo una formazione “dal basso”, dai paesi, dai consigli comunali delle piccole comunità e dai quartieri delle città, dalle sezioni, che erano un luogo di incontro e di confronto, come peraltro è stato nella tradizione cattolica popolare (DC). Oggi li chiamano “circoli” e mi ricordano i salotti chic,  e a volte persino snob, della sinistra verde-giallo-viola dei diritti civili: il PD è diventato un grande partito radicale, senza gli empiti morali e culturali di un Pannella. Se li interrogo sul fondamentale “diritto alla conoscenza”, su Ustica e sui vaccini, trovo volti stupiti, e a volte… stupidi.

La destra, invece, sotto i tre profili e andando nello stesso ordine ha sempre: a) teso a sottolineare le differenze naturali tra gli uomini, non distinguendo onestamente fra differenze che appartengono alla personalità individuale (genetica, ambiente e formazione), per cui uno è o meno adatto a un certo ruolo, e le differenze che appartengono alla struttura di persona (fisicità, psichismo, spiritualità), per cui tutti gli esseri umani sono antropologicamente uguali, e quindi hanno lo stesso identico valore; alla destra solitamente questo non interessa; b) la destra tiene per gli uomini forti, non cura la formazione e la democrazia di base, preferendo la scorciatoia dell’autoritarismo, che tranquillizza e semplifica; c) non si organizza partiticamente prevedendo una partecipazione costruita dalla base, privilegiando slogan elementari che non esigono sforzi intellettuali particolari per aderirvi.

Una descrizione parziale e insufficiente, la mia, solo per dare un’idea di com’erano le cose fino a un un paio di decenni fa. Ma ora tutto è cambiato. La Democrazia cristiana che, come forma mentis, assomigliava di più alle sinistre, non c’è più da un quarto di secolo, non c’è quasi più una forza conservatrice liberale, perché la destra si è radicalizzata nel populismo sovranista del capo della Lega, e poi c’è lo strano e caotico M5 Stelle, governato da un flemmatico imprenditore dalla calvizie incipiente e da un giovane capo che sembra un commesso dell’ente regione da cui proviene.

Il paradigma autoritario, così ben studiato da Theodor Adorno negli anni ’60, è il paradigma che affascina molti, perché semplifica, risolve i problemi intellettuali e morali, pensa per tutti. Così è.

E la sinistra non si distingue: negli ultimi vent’anni ha messo in mostra un personale politico che più mediocre di così non si può. Non faccio neanche più dei nomi, oltre a quelli che ho fatto sopra, perché mi annoia.

Le due cornacchie, la pantegana morta e l’animale umano

Sappiamo dai tempi di Plinio il Vecchio come sono organizzate le api, le formiche e altri insetti collaborativi. L’amico Luca mi ha detto che andrà a vedete i licaoni al parco nazionale Krüger in Sudafrica. Si sa che questi canidi selvaggi sono altamente organizzati per la caccia, un po’ come i lupi e, se in branco, evitati perfino dai leoni. Tutti questi animali collaborano per istinto naturale, ma alcuni ci mettono qualcosa di più, e sembra che la loro intelligenza sia a volte stretta parente di quella umana, manifestando forme comportamentali che appaiono anche emotive.

Caro lettore, eccoti un aneddoto dedicato a un fatto capitatomi qualche mattina fa.

Ero in viaggio per una sede aziendale, saranno state le otto del mattino. La mia velocità sui settanta. Lo sguardo mi cade sul davanti a una cinquantina di metri, rallento molto (non avevo nessuno dietro) e noto sulla mia carreggiata una cornacchia grigia che cerca di tirare con evidente difficoltà verso il ciglio della strada una pantegana morta (il roditore aveva più o meno la sua stessa stazza), uccisa, come quasi sempre capita, da un’auto. Percependo il mio arrivo, l’uccello si allontana con due battiti d’ali lasciando la preda. Supero la posizione e mi fermo sul ciglio una ventina di metri più in là. Nel frattempo arriva un’auto e la cornacchia, che aveva ripreso il suo faticoso lavoro, si sposta di nuovo. Guardo di nuovo e, con mia sorpresa, le cornacchie all’opera sono due, che rapidamente riescono a trascinare la povera pantegana defunta oltre l’asfalto e nell’erba, in un luogo atto a ulteriori operazioni alimentari, in loco o differite, ma più al sicuro.

Ripartendo, credo di aver sorriso, tra me e me, considerando la capacità collaborativa che l’evoluzione ha generato in questi corvidi “intelligenti”. E ho paragonato il comportamento osservato a molti comportamenti umani che spesso sono addirittura opposti. Per gelosia, per rabbia, per invidia, per viziosità psico-morali varie, presenti nel comportamento umano certamente dai tempi storici, che registrano questi sentimenti in tutte le cronache e le letterature, dalla Bibbia alla grande tragedia greca.

Il nome della specie è dal greco κορωνη (korōnē, che significa “gracidante”, il verso dei corvi, in genere). Kraaa, quasi inquietante il verso, ma spesso anche in silenzio, stanno, le cornacchie, a differenza di molti umani che parlano insensatamente. Sembra un verso ripetitivo ma, come tutti i versi degli animali, non lo è: non lo è il “miao” del gatto, il “bau” del cane, il “coo co coo” delle galline, il “pit” delle tacchine (che quando ero piccolo mi temevano molto, perché in un caso le ho ubriacate con le vinacce di vino, ah ah), il “quaaa quaa” di oche aggressive e bellissime. Questi versi, tutti hanno modulazioni diverse, che rappresentano complicati linguaggi infraspecifici, e (oso dire) forme emotive.

Mi vien da pensare quanto più ricco di quelli, sia il linguaggio di molti personaggi di chiara e immeritata fama dei nostri tempi. Dimanda rettorica, anzichenò.

Cornacchie, in metafora, abundant tutt’intorno, e la metafora quivi benevola non è. Cornacchie sia nel senso estetico, uomini e donne che paiono avere il becco, o adeguato istromento atto a beccar becchime altrui, sia nel senso morale, ché costoro mai pensano sia importante agire virtuosamente, perché poco utile al proprio arricchimento, improvvido e  perfin noioso.

Signore, messer Renatus (chiedo a me stesso dialogando in soliloquium): come puoi rivolgere a te stesso simil quistione? Forse che issi omeni e femmine tanto di chiara fama abbieno linguaggi più poveri degli uccelli e dei quadrupedi supra nominati?

Li nostri tempora son di ardua interpretazion e pieni di contradizion sospese, ché talora par sieno perfin fasulli o istorie di sogno.

E, come vedi, caro lettor mio, proprio per distanziarmi da questi tempi di bellezza grama, mi rifugio nell’aulico linguaggio di andati secoli, quando ogni parola significava seriamente qualcosa, rispettando la lingua e l’ascoltante, mentre, a differenza degli umani, le cornacchie “parlano” oggi come un tempo.

Radio Radicale e il gerarca lillipuziano

Mi piace partire dal bravissimo Massimo Bordin, mancato da poco (manca a me e a molti, come professionista e come persona) per parlare di Radio Radicale e di un nanetto che vuole sopprimerla.

Non condivido tutte le battaglie dei radicali italiani e di questa emittente, specialmente quelle relative all’etica della vita umana, sull’eutanasia in primis, ma ritengo che la cultura etico-politica radicale abbia contribuito fortemente alla civilizzazione della politica e della società italiana, e credo che sia stata e sia un baluardo della democrazia e del diritto alla conoscenza, ultima grandiosa battaglia di Marco Pannella.

Di quest’ultimo tema, credo, i grillini hanno un terror panico, per cui preferiscono che una voce libera e colta si spenga, così potranno riuscire meglio nel loro squallido lavoro di disinformazione manipolatoria del pubblico (di chi si fa intortare, comunque), soprattutto, anche se non solamente, tramite la Casaleggio e C.

«Radio Radicale non nacque per essere “la radio del Partito Radicale”, quanto piuttosto tentare di dimostrare concretamente, attraverso un’opera da realizzare, come i Radicali intendono l’informazione.
Creare un dato emblematico, in maniera sostanziale e non astratta, di quello che il servizio pubblico dovrebbe fare»
(Massimo Bordin, già direttore di Radio Radicale)

Un po’ di storia. Radio Radicale è un’emittente radiofonica la cui proprietà è l’Associazione Politica Lista Marco Pannella, legata al Partito Radicale, con sede a Roma e copertura nazionale. E’ riconosciuta dal Governo italiano come “impresa radiofonica che svolge attività di informazione di interesse generale”. È stata la prima radio italiana a occuparsi esclusivamente di politica, senza introiti pubblicitari di alcun genere e specie.

Radio Radicale vide la luce ai primi del 1976, voluta da un gruppo di militanti radicali. La prima sede fu collocata in un appartamento di 60 metri quadri situato in via di Villa Pamphili, nel quartiere Gianicolense di Roma. Era il periodo delle radio libere, e poté trasmettere anche  seguito della sentenza n. 202 della Corte Costituzionale. Caratterizzata da uno spirito libertario, utilizzò mezzi di fortuna per trasmettere  e tenne bassissimi costi di produzione per sopravvivere. I suoi attivisti non vollero mai chiamarla organo di “controinformazione”, come andava di moda nei mezzi di comunicazione dell’estrema sinistra del tempo. I radicali sono dei liberal-democratici e socialisti libertari. I fondatori vollero invece che la Radio fosse un servizio di informazione “radicale”, e non solo, anzi per nulla, nel senso di essere organo di partito, ma di essere emittente fedele al principio di servire radicalmente la verità, come servizio pubblico.

Non dimentichiamo che in gnoseologia o critica della conoscenza,  disciplina filosofica, si parla di “riflessione radicale” per dire che essa va proprio alle “radici” dei concetti, delle definizioni e delle espressioni, per non tradire mai la ricerca della verità sulle e delle cose. La Scolastica classica dell’Aquinate, David Hume e Wittgenstein docent.

Radio Radicale, fin da subito, oltre all’informazione sulle iniziative radicali, animò trasmissioni di informazione sui momenti centrali della vita istituzionale e politica italiana, fino ad allora alla portata di una ristrettissima élite: fin dall’inizio, le dirette dal Parlamento, dai congressi dei partiti e dai tribunali avrebbero costituito il segno distintivo dell’emittente, rendendola di fatto una struttura privata efficacemente impegnata nello svolgimento di un servizio pubblico.

Il metodo della Radio fu un modello di informazione politica innovativo, poiché garantiva la trasmissione degli eventi politici, culturali legati alla politica, istituzionali e congressuali in termini integrali, senza mediazioni giornalistiche o condizionati da “veline” dei poteri partitici. Il motto sotteso era ed è quello einaudiano di “conoscere per deliberare”. Solo Radio Radicale ha sempre parlato e parla di tutto il mondo dando spazio senza rete e senza alcuna censura a rassegne di stampa estera, dall’Asia, dall’Africa e dall’America Latina, intervistando chiunque, di ogni partito e orientamento politico e ideale, dando così al pubblico informazioni che altrove non si trovano con quella dovizia e acribia del dettaglio.

Essa è tuttora il più grande archivio della democrazia italiana, che a oggi conta più di 250.000 registrazioni audiovideo, tra cui oltre 19.000 sedute dal parlamento, 6.700 processi giudiziari, 19.300 interviste e 4.400 convegni.

Ripeto: i grillozzi la vogliono chiudere perché la temono..

 

Vediamo ora l’etimologia di “gerarca” e, caro lettore, capirai subito il perché. L’etimologia deriva dal ieròs, lemma greco, che significa anziano e perciò autorevole. Il fascismo prese a utilizzarlo per i suoi scopi organigrammatici dal 1929 per designare i dirigenti del  Partito Nazionale Fascista, al di sotto del Duce. I gerarchi più alti in grado, dal segretario federale (provinciale e nazionale) facevano parte del Consiglio Nazionale del PNF, e dal 1939 della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (i sindacati datoriali e dei lavoratori), mentre il Segretario e i due Vicesegretari nazionali erano componenti di diritto del Gran Consiglio del Fascismo.

Bene, poco prima di mancare, Bordin aveva definito crimivito o vito crimi, nel 2013 portavoce in Senato di quel gran partito di cultissimi esponenti, i 5S, “gerarca minore”. Questo signore palermitano, non sente ragioni: come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, plenipotenziario all’editoria, vuole vuole vuole far chiudere Radio Radicale.

Non so se ce la farà. Se il Governo andrà a casa, no. Se rimarrà in carica può darsi anche che qualcuno, ma non credo l’etereo Conte, lo blocchi.

Da questo blog chiedo ai miei gentilissimi lettori di aiutarmi, nel mio piccolo, a combattere questa buona battaglia per la cultura e per la libertà.

EVVIVA, ULTIME ORE, LA CAMERA, con il fondamentale contributo della Lega, RIDICOLIZZANDO IL GERARCA MINORE, HA RICONOSCIUTO IL RUOLO DI RADIO RADICALE, CONFERMANDOLE I MEZZI ECONOMICI PER CONTINUARE!

Equador, Carapaz, Italia, Fagagna del Friuli

L’Equador è una repubblica, uno stato e una nazione sudamericana, di estensione un poco minore dell’Italia e una popolazione di quasi diciassette milioni di abitanti. Si trova tra la Colombia il Perù e il Mare Oceano Pacifico. L’equatore attraversa questa terra, dandole il nome. Quito è la capitale, mentre la città più popolosa è Guayaquil.

A circa mille chilometri nell’Oceano si trovano le isole Galapagos, nelle cui acque e territori Darwin studiò la natura e poi scrisse L’origine delle specie.

Dal 1832 l’Equador è indipendente dopo essere stato colonia spagnola, e parte dello stato (la Grande Colombia) fondato da Simon Bolìvar, il libertador dal dominio spagnolo, con Colombia, Venezuela e Panama.

Ivi si parla spagnolo, ma sono lingue ufficiali anche il quechua, lo shuar, lo tsafiki e altri idiomi parlati dagli autoctoni.

Da tanto lontano, è arrivato al Giro d’Italia di quest’anno, e lo ha vinto con forza e merito, Richard Carapaz, ventiseienne andino, dalla faccia scolpita con lontane reminiscenze fisiognomiche di un altro combattente della bici, Claudio Chiappucci, che poco meno di trent’anni fa duellava con onore perfino con Miguelon Indurain e Gianni Bugno, con Argentin e Greg Lemond. Un primo argumentum che desidero agganciare al secondo, poiché entrambi rappresentano modi dell’umano agire, nei suoi chiaroscuri contraddittori, a volte strani o imprevedibili.

Altro scenario: una domenica di primavera, in quel di Fagagna, ridente borgo collinare friulano, in un campo da golf molto prestigioso, io son stato nominato da un giovin signore. Un signore più in età, incarnazione dell’arcangelo Gabriele, con cui sono in contatto da qualche tempo, onorato del fatto, io indegnissimo, proprio come Maria di Nazaret e il Profeta Mohamed, mi ha riferito che il giovin signore ebbe a citarmi per dir -seppur indirettamente- che sono una persona perbene, uno che non cannibalizza le aziende che frequenta, favorendo spostamenti di personale dall’una all’altra.

Sono ben contento che tale chiara fama percorra ponti e sentieri, strade e convalli, e giunga fin nel verde smeraldino dei prati curatissimi di un nobile deporte, se dice en castellano.

Che cosa insegna l’episodio di non spregevol natura? Che bisogna stare accorti a come dove e con chi si parla e a chi può ascoltare i nostri discorsi, anche se ora il web può tradire chiunque.

Il mio cortese informatore, a sua volta protagonista involontario di un aneddoto frizzante, mi ha detto convintamente che son stato nominato con rispetto e fiducia. Ooooh, almeno qualche volta il gossip non è dannoso.

L’episodio di cui sopra. G.T., queste le iniziali del signore, amico e collega, e non è l’acronimo di un’Alfa Romeo degli anni ’60 mi racconta: “Ero lì e, dopo avere giocato la mattina, ho aiutato, berrettino da barman in testa, un collega dell’altra grande azienda del gruppo, a distribuire tranci di pizza a giocatori e ospiti, signori e signore della borghesia buona che frequentano il prato verde nella natura. Davo loro quel che mi chiedevano e taluno o, più spesso, taluna, mi apostrofava un po’ piluccando e commentando critica i tranci…. oooh troppo salamino, ragazzo quel pezzo là, sì signora, subito. E così dalle 14 alle 17 circa. Vado a casa a cambiarmi e torno, perché sul tardi vi era una cerimoniola per ringraziar gli sponsor, tra cui la fabbrica di pizze famosa della Pedemontana. Il chairman cita i presenti e chiama anche me al tavolo presidenziale (faccio per dire) dicendo “ringrazio sentitamente il dottor G.T, amministratore delegato della multinazionale b., che ci aiutati in questa bellissima giornata”. Bene: non so se in me hanno riconosciuto il “ragazzo” che due ore prima dava fuori i tranci di pizza ma, scenario capovolto, molti a tirarmi per la giacca, complimenti, perorazioni… e io ero sempre quello là, cui ci si rivolgeva con la degnazione di un superiore verso la servitù”.

Lezioncina morale: l’umanità e di una variabilità infinita, da Carapaz al giovin signore che mi citò senza peritarsi di controllare se qualcuno lo stesse ascoltando, l’amministratore vestito da barman, i suoi “servìti” e poco dopo clientes quasi imploranti, e perciò si conferma che l’abito e il ruolo fanno il monaco, ma i presuntuosi imbecilli possono vestirsi come vogliono, firmati o meno, cosicché imbecilli (certamente non nel senso descritto dalla neuropsichiatria positivistica neo-lombrosiana, e neppure con terminologia più attuale dal Manuale medico-diagnostico V) sono e tali restano, semper et ubique. Amen.

Viva Verdi, viva V.E.R.D.I, viva i “verdi”

Viva il sommo musicista dei cori e delle musiche possenti, viva l’acronimo patriottico del 1859, viva i “verdi” come idea politica di oggi! Tre volte evviva.

La scritta Viva Verdi oppure W Verdi si vide sui muri di Milano e Venezia in pieno Risorgimento andava interpretato in due modi: il primo era di lode al grande musicista che allora assurgeva a meritata fama; il secondo era un furbo acronimo che significava Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia.  Nel 1959 si rappresentò a Roma al Teatro Apollo l’opera verdiana “Un ballo in maschera”; a un certo punto gli spettatori (o una loro parte) iniziarono a pronunziare il nome del musicista, enfatizzando la scansione delle lettere, in modo da dare forza al fatto che esse costituissero l’acronimo patriottico riferito a re Vittorio (l’unico “Vittorio” che meriti di essere ricordato, dei Savoia). Il grande bussetano  completò il quartetto di grandi operisti ottocenteschi italiani, dopo Rossini, Bellini e Donizetti, ma di loro forse fu più grande come musicista in assoluto. Uno dei maggiori del suo tempo, con il contraltare stilistico Richard Wagner, e di ogni tempo.

Verdi fu partecipe del Risorgimento e dell’Unità d’Italia accettando anche la carica di senatore del Regno, e fu certamente uno dei personaggi-simbolo maggiori dell’Unità d’Italia. Basti aver memoria delle sue esequie a Milano, quando un corteo attraversò la città al suono e al canto del sublime coro Và Pensiero, accostando il canto di nostalgia della Patria del popolo ebraico in esilio a Babilonia al conseguimento della libertà patria raggiunta durante la vita del nostro grande. Note di libertà, tema di libertà.

I Verdi sono una forza politica di ispirazione ambientalista sviluppatasi negli ultimi decenni specialmente nelle nazioni del Nord Europa (Germania in primis) che, dopo un periodo di appannamento, nelle ultime elezioni per il Parlamento europeo, è riesplosa con consensi importanti. In Italia, invece, niente, poiché probabilmente molti ambientalisti, visto il fenomeno grillino dell’ultimo decennio, peraltro già in declino, si sono rivolti a questo soggetto.

Salvini invece è come Brenno, capo de Galli Senoni, convinto ora, dopo la vittoria elettorale, di avere in mano il mondo, ma ora gli suggerirei di non pensare al detto che la tradizione attribuisce al capo “barbaro” Vae victis,  cioè “guai a i vinti”, ma al suo contrario: “Vae victoribus“, cioè “guai ai vincitori”. Deve infatti stare attento che la vittoria dà alla testa.

L’altro dioscuro (spiegategli chi erano i Dioscuri) quasi si esalta dopo l’approvazione on line di uno “sputo” (senza offesa) di italiani sulla piattaforma della democrazia diretta gestita da una furba Srl, “non mi esalto perché resto”. Ci mancherebbe. I dati economico-finanziari in questo momento condannano l’Italia, si dice i mercati, lo spread, Bruxelles, Strasburgo, il governo italiano, di tutto un po’.

Il loro primate teorico è uno sconosciuto che resta tale, anche dopo un anno esatto, dalla voce afona, un perbenista che si è affezionato al potere, bisognoso di inventarsi un master mai fatto (come se un master post lauream fosse chissà che) noioso anche prima che inizi a parlare.

Gli altri, o alcuni di essi: penoso il rientro nel partitone rosa dei transfughi da sinistra: una volta avrei mangiato una pizza con Bersani, ora non più, forse neppure un camparisoda. Forse è vero che invecchiando ci si rincoglionisce (devo essere preoccupato?), ma quando era ministro l’uomo di Reggio faceva “lenzuolate” di riforme lib-lab  e ora invece, accompagna il suo sodal baffino nelle intemerate per i compagni di partito, che farebbe istruire da Landini. “Parlare agli operai”, D’Alema carissimo non è difficile, perché basta solo saper parlare e avere qualche idea, e voi avete smesso di saper parlare e di avere idee per una “sinistra” ragionevole e soprattutto ragionante una venticinquina/ trentina d’anni fa, quando stavate ad ascoltare -prevalentemente- altri che parlavano, e molto meglio di voi.

E intanto e ancora viva Verdi, viva V.E.R.D.I. e viva i verdi!

La guerra dei nani e la forza delle cose

Cari lettori di questa domenica di speranza,

con tutto il rispetto per l’onorevole Rino Formica, ritratto qui sopra, già autorevole parlamentare socialista della “Prima Repubblica”, cito indirettamente e parzialmente un suo sintagma che fece epoca: “nani e ballerine”. Con questa espressione intendeva significare un ambiente e un sistema di leggerezza e superficialità che aleggiava specialmente negli anni ’80 nella società e nella politica. Chissà che cosa pensa di oggi, se magari vi sono all’opera in politica ancora più nani e ballerine di allora. Io ne sono convinto. Lo scenario.

Mentre gravissimi temi e problemi incombono sul mondo, noi Italiani, cioè abitanti dell’Italia, la Nazione-Stato che tutti i politici -quando ne parlano- apostrofano con il sintagma “questo paese”, inconsapevolmente marcando con una semantica volutamente generica la distanza affettiva da essa come Patria, assistiamo allo svolgersi di assurde battaglie tra nani e ballerine, o alle afone intemerate di una bimba svedese imposteci dalle tv e dal web.

Circa chi siano i nani di cui sopra è facile intendersi, perché evidenti al pubblico, proposti nell’etere con dovizia di tempi e modi. Chiamansi da soli vicecapidelgoverno e capopolitico di un partito o segretario dell’altro. Il primo millanta di esser il meglio fico del bigoncio e il secondo che lo diventerà tra ore (o lo sarà già diventato allorquando avrò pubblicato la presente epistola). Gli altri che zampettano tra un talk e una comparsata anodina sono i capi degli altri partiti (e già tornati, purtroppo!). Ve n’è una piccina che alza la voce per sovrastar tutti come può, uno stagionato anzichenò, abituato all’autolode fino all’imbrodamento, provvisto di un tappetino d’antàn sul cranio, sua soluzion per ringiovanire (fo per dire), mentre altri preferiscono capelli a “vino tinto” (si direbbe in spagnolo), un altro crapapelada che propone il nulla ses-qui-pe-da-le, oggetto metafisico qui nato dal… nulla; un altro ancora che fa il “sinistro” con l’allure dei benestanti, un altro ancora definentesi alternativo, nonsisabeneachi. Bellu guaglione, direbbe, come di rutello disse u prufesùr de la Dotta e Grassa Bononia. Poi ci sono quelli in panchina come il genio politico di Rignano sull’Arno, incapace di manifestare alcuna attenzione per gli altri, con la sua prossemica. Infine, per tacer del resto, il giovanotto similparlante turista per caso politico di risulta.

Dico dei due primi surcitati. Il capopoliticoblabla e il sedicentecapitano sono due falsari, contraddicendosi ogni momento: decine decine sono le occasioni in cui hanno detto il contrario di quanto sostenuto anche poco tempo prima. Disonesti intellettualmente e poco aiutati da una subcultura approssimativa, i due si atteggiano a capipopolo indulgendo nell’uso del pronome personale “io”, come se dal loro “io” dipendessero le sorti dell’universo mondo. Raccontano a se stessi di contare molto, di decidere moltissimo, di durare e durare a capo della politica italiana perché lo vogliono. Fanno pena, rispettivamente, quando citano i bambini, propri e altrui, o quando si propongono come purificatori dei costumi, seguaci di Cornelio Giansenio (Janssen) di cui ignorano perfino l’esistenza.

Costoro, un po’ tutti, ma partire dai due capipopolo, non sanno che le cose sono più forti degli uomini. Se sostenere (dimaio) sei mesi fa che si può sforare il 3% per fare il reddito di cittadinanza e sostenere -sullo stesso tema- che oggi non è saggio farlo perché servirebbe per attuare una “cosa” di salvini, la flat tax, è osceno. Tra pochi mesi si dovrà approntare la finanziaria, affrontando anche il tema delle clausole Iva, e i soldi dove sono? Una cosa di dimaio e una di salvini, non scelte per gli Italiani. Pazzesco, eppur vero.

Queste sono alcune cose, a mero titolo di esempio, che “portano avanti” i due.

C’è una crisi di credibilità dell’Italia sulla solvibilità del debito e questi scherzano con ciò che può innescare un grande incendio. Da un lato in Europa solo il debito greco è meno credibile di quello italiano, però l’Italia resta una grande possente Nazione, anche parlando solo di economia. Gli Italiani hanno in tasca una cifra che è pressoché OTTO (8) volte il debito pubblico che potrebbero ricomprare con larghezza di mezzi; l’Italia è la seconda/terza potenza economica dell’Europa, la seconda per il comparto manifatturiero e la prima per quello meccanico di precisione; l’Italia è la prima per l’enogastronomia (vino e cibo), per il design di scarpe, vestiti e mobilio; l’Italia è di gran lunga la prima (non solo dell’Europa, ma dell’intero pianeta) per ricchezza di opere d’arte; l’Italia ha un ambiente tra i più vari e più belli. L’Italia è l’Italia, amata fino in Nuova Caledonia e a Tahiti.

E ci governano questi, mandati su dagli Italiani. Si potrebbe dire che Italia e Italiani non vanno d’accordo. Queste sono le cose, graziaddio più forti dei nani e delle ballerine che tengono in mano il potere. C’è da augurarsi che vi sia un chiarimento al più presto tra l’Italia e gli Italiani. Preghiamo.

La superficialità banalizzante degli ignoranti inconsapevoli o dei presuntuosi arroganti che sono anche malvagi

Un’endiadi non ossimorica, composta dai lemmi ignorante e carogna può starci, se si pensa a qualche politico in auge di questi tempi: due termini reciprocamente attribuibili. Ignorante, per cui colui che lo è, è anche arrogante, e carogna per cui è malvagio chi è carogna: questo nella tradizione antropologico-morale classica. Similitudini nominalistiche etimologico-linguistiche perlomeno passabili.

Due di questi soggetti mi hanno tagliato la pensione. Sono due che nel governo fungono da vicecapi di un noiosissimo signore quasi afono, professore di diritto dal curriculo di studi un po’ zoppicante.

Analizzo semanticamente i termini del titolo, rendendoli secondo l’uscita del sostantivo: “La superficialità banalizzante degli ignoranti inconsapevoli o dei presuntuosi arroganti che sono anche malvagi“.

SUPERFICIALITA’: è la caratteristica di chi -pigramente- si colloca sempre e comunque sulla superficie delle cose, ragiona semplificando, restando in superficie senza approfondire mai…

BANALITA’: è la qualità negativa di chi, per non affaticarsi o perché non ha le possibilità intellettuali per fare diversamente, dice o scrive cose ovvie…

IGNORANZA: può essere tecnica o morale. Nel primo caso non è colpevole, a meno che l’ignorante, pur essendo consapevole dell’errore, insista a sostenere cose che non conosce in profondità, come è moralmente indispensabile fare, inventandosi esperto; il secondo caso si dà quando l’ignorante si comporta in modo malvagio pur sapendo fondamentalmente di commettere una cosa mala

PRESUNZIONE: spesso si accompagna all’ignoranza, anzi a volte ne è fomite, poiché il non-sapere genera il convincimento di essere nel giusto, anche se non si è costruita una conoscenza sufficiente o buona dell’argomento o della disciplina in questione: infatti le persone veramente colte sono umili, sapendo benissimo che più imparano e più sono in grado (socraticamente) di cogliere i limiti -sempre spostati in avanti- della conoscenza…

ARROGANZA: è il primo stadio di una triade che vede un climax comprendente più oltre la PREPOTENZA e la PROTERVIA, come spiega con chiarezza Norberto Bobbio, che ne sono la versione aggravante…

MALVAGITA’: a volte viene chiamata “cattiveria”, ma dirla come propongo io è più corretto: la malvagità appartiene a chi non avendo senso morale ed essendo molto egoista, si comporta in violazione dell’etica del rispetto dell’uomo e delle leggi coerenti con questo rispetto…

Caro lettore, conosci persone, più o meno note, che assommano in sé le caratteristiche sopra menzionate?

Io sì, e stanno in tutti gli ambienti, dalla politica, specie quella attuale, agli ambienti di lavoro, ecclesiali, sanitari, scolastici, militari, etc., e oltre.

Ma son fiducioso, nonostante tutto.

Il gesto di Don Corrado e la censura torinese

Stavo pensando in questi giorni se e come trattare questi due temi, che sono nettamente distinti, ma -se pure indirettamente- correlati, poiché ambedue hanno a che fare con la situazione e con il clima ideologico e morale attuale di quest’Italia un poco sconnessa.

Il cardinale Konrad Zajewski, don Corrado pare lo chiamino a Roma, è sceso in un tombino per riallacciare l’energia elettrica in un palazzo dove l’azienda pubblico-privata dei servizi ACEA l’aveva interrotta per morosità degli inquilini. Quattrocento e più persone, con molti bambini. E’ stato lodato dalla stampa legata al Vaticano e ai vescovi, ma pesantemente attaccato dagli organi di stampa di destra, e guardato con qualche sospetto dal PD. Si pensi che l’acuto Zingaretti ha affermato, con una certa preoccupazione, che non è il caso di lasciare tutta la carità e la misericordia alla chiesa, perché un poca la deve fare anche la sinistra politica. Se tale affermazione non mi facesse pena, mi farebbe ridere. Continuo a non capire nulla della strategia del nuovo segretario PD, ove ne abbia una. Salvini, poi, ha invitato il cardinale a pagare le bolletta arretrate.

I giornalisti più vili hanno parlato di elemosina fatta con i soldi degli altri, di case che la chiesa possiede e che potrebbe dare ai senzatetto e ai rifugiati, e via di questo passo. Non voglio difendere la chiesa, ma so che già fa moltissimo in questo senso, soprattutto mediante le diocesi e le parrocchie. Mi è stato chiesto da amici e lettori che cosa pensassi del gesto del cardinale e qui scrivo la mia risposta.

Mons. Krajewski ha operato, su un singolo problema, in modo evangelico, gesuano, e chiaramente il suo gesto ha suscitato scandalo. Qualcuno ha scritto che si è trattato di un gesto “apocalittico” (e condivido), di un gesto, cioè, rivelativo di un qualcosa di molto più grande e profondo. Alla buon’ora che un giornalista conosce l’etimologia e il significato di apocalisse!

Sotto il profilo teologico-morale l’azione è stata cristianamente corretta e giusta. Inappuntabile. Semmai qualche considerazione si può fare sotto il profilo giuridico-legale e dell’opportunità politica di un tale gesto, dove ci può stare qualche critica, soprattutto in riferimento alla dimensione pedagogica della politica, se questa dimensione ha ancora un valore, almeno teorico. Mi viene da sorridere se penso alla capacità pedagogica dei politici attuali di qualsiasi schieramento, dove troviamo la bonomia falso-matura-tecnicamente-ignorante del capo 5stellato, o del cosiddetto “truce” capo lombardo che penso se la farebbe sotto di fronte a un vero pericolo e così la finirebbe di tromboneggiare in giro. E, mio malgrado devo aggiungere anche il capo della sinistra attuale, tanto “qualsiasi” da farmi pensare che c’è un impressionante affollamento nell’aurea mediocritas, e che nessuno si trova nella parte destra della campana di Gantt, la quale, come è noto, accoglie le persone più degne di attenzione.

Secondo tema. Vado al Salone del Libro di Torino mi trovo di fronte un tizio che canta -stonando- Bella ciao in faccia alla giornalista che ha scritto la biografia di Salvini per una casa editrice neonata di destra. Viene fuori ovunque la polemica, tanta che farà vendere una camionata con rimorchio di libri, di quel libro, che sicuramente non sarà altro che uno spottone per il signor “i porti son chiusi”, in mera sineddoche rettorica. Peraltro, chi tira fuori le leggi antifasciste in questo caso mostra una grande ignoranza delle stesse, poiché né le norme costituzionali del 1948, né la Legge “Scelba” del ’52, né la Legge “Mancino” del ’93 ipotizzano la configurazione del reato di ricostituzione del partito fascista nel caso della pubblicazione di un libro come quello in questione.

Per non fare comunella con coloro che parlano a vanvera del tema, riporto qui l’essenziale della normativa, a partire dalla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione Italiana, la quale, pur essendo inserita tra le disposizioni transitorie e finali, ha carattere permanente e valore giuridico pari a quello delle altre norme della Costituzione. Per questa ragione leggiamo il primo comma della XII disposizione finale, che così recita:

È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista“.

In seguito, la legge 20 giugno 1952, n. 645 (la cosiddetta legge Scelba) in materia di apologia del fascismo, sanziona “chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità” di riorganizzazione del disciolto partito fascista, e “chiunque pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.

La legge Mancino del 1993, infine, punisce “i reati di odio e discriminazione razziale e punisce esplicitamente la “esaltazione di esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo”. Infine, nel 2017 in Parlamento è stata presentata una proposta di legge da parte del deputato PD Emanuele Fiano per introdurre il reato di propaganda del regime fascista e nazi-fascista, ma l’approvazione si è arenata per la fine della legislatura e lo scioglimento delle Camere. A sanzionare l’apologia del fascismo restano quindi al XII Disposizione finale della Costituzione repubblicana,  la legge Scelba e la legge Mancino.

Bene, la domanda allora è questa: mi si spieghi se, in che senso e in che modo la biografia di Salvini scritta dalla giornalista Chiara Giannini, e pubblicata dall’editore Altaforte di un sig. Polacchi viola una delle norme sopra riportate. Non lo ho letto e lo leggerò, perché lo comprerò, mio malgrado, poiché non stimo Salvini. Ecco l’effetto che tutto questo sghembo dibattito e anche gli esposti inoltrati alla procura della Repubblica dal sindaco di Torino Chiara Appendino e dal presidente del Piemonte Sergio Chiamparino, quello di contribuire a far vendere una caterva di copie del libro. Bene per Polacchi e Altaforte come impresa, e per i suoi dipendenti, se ve ne sono.

Non credo che questa campagna del politicamente corretto antifascista sposti un voto o un miliardesimo dei sentimenti di simpatia o antipatia verso il fascismo in questa Italia, che è meno stupida di quanto alcuni pensino. L’altro protagonista della vicenda è il salone del Libro di Torino e i suoi responsabili, che hanno negato gli spazi espositivi e promozionali al libro e al suo editore. Una osservazione: negli anni scorsi il nazi-fascistissimo avvocato padovano Franco Freda (ricordi, gentil lettore, la strage di Milano del 12 dicembre 1969?) ha potuto portare più volte le sue pubblicazioni al salone stesso. E poi: siamo sicuri che altre pubblicazioni lì presenti negli anni e pure quest’anno, magari di tutt’altro colore e ideologia politica, non abbiano esaltato in qualche modo la violenza e la sopraffazione? Io son sicuro che lì si può ancora trovare qualcosa che assomiglia ai manuali che Bertani, editore padovano, pubblicava negli anni ’60 e ’70, libercoli ai confini con l’apologia del terrorismo e consigli pratici per praticarlo.

Io sono liberlamente per la libertà di stampa e per una discussione su qualsiasi tema non imbrigliata nelle panie di proibizioni e divieti, come se il pubblico dei lettori non avesse diritto di esprimersi -in democrazia- nella più assoluta libertà di leggere, giudicare, dire: la parresìa greca, proposta dagli antichi sapienti di quella grande cultura fondativa della nostra e, per certi aspetti, superiore alla nostra. Prima di questo pezzo ho pubblicato il saggio sulla libertà che mi sono affaticato a scrivere nell’ultima settimana. Mio caro lettore, se hai pazienza, dagli un’occhiata.

Per concludere vengo al rapporto che io intravedo tra il gesto del cardinal Krajewski e la storia del libro su Salvini: Quale il comun denominatore? Mi pare di poter dire la superficialità, l’incapacità di analizzare i due fatti ricorrendo a tutte le informazioni, notizie e nozioni che sono necessarie per non discutere in modo irrispettoso dell’intelligenza altrui, di qualsivoglia interlocutore o dialogante. Allora: i politici, tutti (con qualche eccezione che scompare nel mare di idiozie che si leggono e si ascoltano) parlano solo per convenienza propria, della propria carriera politica e del proprio partito, anch’essi largamente disinformati, ignoranti per pigrizia e inerzia intellettuale; i media alla rincorsa del consenso facile di fruitori web e di lettori, dove non serve competenza specifica e integrità morale, ma solo o prevalentemente l’urlo del titolo e l’inganno della tesi sostenuta (con qualche lodevole eccezione, come si può constatare, ad esempio nel Foglio e in Giuliano Ferrara in particolare, che non silenzia mai la sua intelligenza). Questa è la situazione, per cui ognuno, peroro questa causa da qui, legga, si informi, approfondisca, senza dare peso a ciò che propongono i su nominati, per formarsi un giudizio libero e autonomo. Autonomia è un altro nome della libertà.

Mi prenderebbe l’uzzolo di parlare estesamente anche di un’altra allegra e indisponente pensata di un politico, anzi di una donna in politica, la famosa cosiddetta Ladylike del PD veneto, Alessandra Moretti, candidata alle Europee, che sta proponendo di oscurare con tendine amovibili crocifissi, madonne, angeli e altre immagini e simboli religiosi nei cimiteri, quando si svolge lì nei pressi il funerale di un agnostico o ateo, i cui parenti pensino che l’estinto ne sarebbe offeso o loro stessi. Penso che il 99,99% delle tombe abbiano simboli religiosi, più o meno rappresentativi del tipo di vita del defunto, ma consoni a una tradizione più che millenaria.

Resto senza parole di fronte a una proposta del genere, poiché, e lo ho già scritto in un pezzo precedente, immagino che un avvocato come la signora abbia, se non altro per inerzia, una qualche nozione di storia, di storia delle religioni, di antropologia culturale, di sociologia dei simboli, e via dicendo. Ma forse no, non è detto. E, per questa stronzata, il 26 maggio non so se voterò quel partito, perché nulla di nulla mi avvicina alla bella donna citata, essendo io distante un miliardo di anni luce dalla stupidità così clamorosamente data in pasto alla rete e al giudizio del mondo ivi navigante. Amen

La notte del lavoro narrato

Ottanta persone, una più una meno, di varia provenienza e età, un martedì sera primaverile, l’ultimo di aprile, senza premura di andar via. Quasi due ore di racconti, di lavoro e di vite. Vedo amici, colleghi e allievi, ma molti non conosco. C’è il carissimo Alberto, mio medico di generosa fama. Bene, dico a me stesso, è l’occasione di vedere volti nuovi, entrando in contatto, ascoltando e guardando, incrociando sguardi e movimenti del volto. Mi dispiace non poter dar retta a tutti, e le risposte che qualcuno si attende da me, quasi fossi taumaturgo. E un po’ lo sono, in questo tempo.

 

Il Racconto

C’è chi viene da una famiglia di organari da quasi trecent’anni, e narra il complicatissimo lavoro di fisica acustica, meccanica, falegnameria, pneumatica, elettronica, che sta dietro e dentro la costruzione d’un organo da chiesa o da concerto. Francesco Zanin racconta la sua storia con eleganza sobria, e quella di suo padre, dei suoi avi, della sua famiglia laboriosa e geniale. Scorrono immagini d’organi costruiti per quivi e per paesi lontani, per Lignano e Hiroshima, e il pensier mio si rivolge a Bach Johann Sebastian di Sassonia, ma anche all’operaio ottantenne, che ancora stava dietro al tornio, alle mani straordinarie e alla fantasia del gran Tedesco d’Eisenach, e alle non meno artistiche mani dell’uomo del tornio.

Ulderica ama dir di sé e della connessione tra la vita e le immagini da lei fissate per l’eternità, con la macchina fotografica, ritraendo il momento metafisico (eccome si dà la metafisica, in quanto sapere fondativo, amico che addirittura ne neghi l’esistenza, non solo l’importanza), ed ecco perciò l’eterno di vecchi e bambini, di malgare e pescatori di laguna e di “mar grando” (B. Marin). Il fluire delle sue parole sembra infinito. Facunditas, la chiamo quando Piero, il maestro di cerimonie, mi invita a interrogarla, per definire la virtù narrativa della donna di Carnia.

Magra e nervosa, fresca e verace, due coppie di aggettivi che non ridondano, la Micaela, tutta di corsa, dai tempi delle galline starnazzanti invano impegnate a sfuggire alla bimba razzente. Di mestiere ha fatto la corsa, finché il limitare di gioventù glielo ha permesso, un poco vergognandosene, da Furlana estrema. Bonessi è nel novero dei campioni, e anche di modestia (non falsa, come in molti) e cultura, senza enfasi alcuna, racconta il suo incedere, “è l’itinerario che conta, afferma, più della ricercata vittoria“.

Il capo azienda, che ha fatto della scelta iniziale un cammino ancora durevole, una maratona del/ nel lavoro suo e di molti altri, migliaia. Quasi con sommesso discorrere fa vedere la necessità del non compiacimento, dell’allerta primigenia, che si deve avere,  ancor quando sembra che le cose vadano bene, anzi proprio quando vanno ancora bene. Non è vero del tutto che “squadra che vince non si cambia“. Annusare il futuro è virtù di pochi, che può essere umilmente coltivata da metodiche. Anche le nostre vite, sostiene Gianluca, sono come le aziende: è bene pre-vedere, anticipare, esser sinceri con se stessi e con gli altri, per evitare di ballar perigliosamente sulla corda.

E io ricordo il diritto di conoscere, oggi negletto, danneggiato da mille e mille falsità che la rete somministra a tutti, panie dove i pigri e gli incliti rischian di cadere, e di finire come mosche attese dal ragno. “Prede e ragni” (cf. De Toni e Comello, Utet, 2005), altro non v’è nella contesa del vivere umano. Cerco di distinguere nell’accadere delle cose tra caso (che per me non si dà) e cause, tra necessità e contingenza, tra destino come rassegnazione e destino come creatività e partecipazione. Tornando alla distinzione tra prede e ragni, se sei preda chiediti se vuoi proprio esserlo: se non, agisci come suggerisce Gian, senza aspettare che qualcuno ti venga a salvare.

Vana potrebbe esser l’attesa e perfino, almeno in parte, la tua vita.

Ceylon, storia, politica, economia e sangue

Ceylon è chiamata la lacrima dell’India, per la sua forma a goccia a sud est del grande triangolo che ospita la grandissima “nazione di nazioni” che è l’India, l’Oceano Indiano la circonda e il Golfo del Bengala si apre a nordest dell’isola.

Oggi il suo nome è Sri Lanka, con un nome ufficiale molto solenne: Repubblica Democratica Socialista dello Sri Lanka (ශ්රී ලංකා in singalese / இலங்கை in tamil). Dal 1972 ha assunto il nome attuale. Retaggio del colonialismo britannico, fa tuttora parte del Commonwealth. Anche se non è la capitale politico-amministrativa, dal lungo e complicato nome, Sri Jayawardenapura Kotte, Colombo ne è la capitale economica.

GIi antichi greci antichi l’avevano chiamata Taprobana, e gli arabi Serendib (da cui deriva il termine serendipità). I portoghesi , ivi giunti nel 1505 le diedero il nome di Ceilão, da cui  Ceylon. Il sanscrito ha dato l’etimologia del nome, laṃkā, cioè “isola risplendente”.

Prevalentemente pianeggiante, in Sri Lanka si ergono alcune catene montuose che superano di poco, nel picco più alto, i 2500 metri. La vegetazione è tropicale-equatoriale, lussureggiante di magnifiche foreste e coltivi.

I primi abitanti furono i Vedda, mentre i Singalesi vi giunsero verso la fine del VI secolo a. C. I Tamil (vedremo quanto importante sia la presenza di questa popolazione) arrivarono a Ceylon dall’India meridionale verso il XIII secolo, come comunità di pescatori, ma pare che alcune comunità fossero già presenti fin dal III secolo a. C., o III secolo dalla morte del Buddha. Questa etnia sviluppò una cultura assai diversa dalle altre, e diversa dai loro “cugini” lasciati nel subcontinente indiano, con guerre e mescolanze etniche.

Con l’arrivo dei Portoghesi agli inizi del XVI secolo e successivamente degli Olandesi nel secolo successivo, ebbe inizio la fase coloniale. Nel 1796 fu ceduta al Regno Unito nel 1796 e diventò una colonia della corona inglese nel 1802, un gioiello per arricchire gli inglesi.

Solo nel 1948, a seguito e dopo l’indipendenza dell’India, divenne indipendente. Il 26 settembre 1959 fu assassinato il primo ministro Solomon West Ridgeway Dias Bandaranaike, marito di Sirimavo Bandaranaike e padre di Chandrika Kumaratunga, tutt’e due di seguito primi ministri.

A metà degli anni ’80 scoppiarono tensioni tra la maggioranza singalese e la minoranza tamil, che proseguirono in una durissima guerra civile per oltre due decenni e centinaia di migliaia di morti. Conflitto etnico, conflitto economico, come sempre. La tregua firmata a Oslo nel 2001, auspice l’ONU, non fermò il conflitto, perché non si era proceduto a riforme che creassero una maggiore giustizia sociale.

Ancora una esempio di come la pace senza giustizia non possa darsi, in alcun modo, restando parola vuota.

Il maremoto del 26 dicembre 2004 fece quasi 50.000 morti a Ceylon, e anche questa tragedia dà il senso della storia di questa gente. La tragedia ha contribuito ad affievolire il conflitto inter-etnico, ma non ha impedito che una piccola cerchia di influenti uomini d’affari del paese abbia potuto far approvare varie leggi dal carattere liberista che hanno portato a forti privatizzazioni sia di aziende sia di terre, impoverendo molte fasce sociali.

Si legge sul web: “Proprio i nuovi piani regolatori delle zone costiere hanno impedito la ricostruzione delle case e dei porticcioli precedentemente distrutti dal maremoto a favore invece della costruzione di nuovi impianti turistici. La maggior parte della popolazione che fu accolta in campi temporanei nell’entroterra, non poté quindi più far ritorno nelle zone costiere d’origine, perdendo non solo le proprie terre ma anche la loro unica fonte di sostentamento ossia la pesca. Questi nefasti eventi hanno riacceso la miccia degli scontri etnici. In ogni caso la maggioranza dei tamil convive pacificamente con la maggioranza singalese presente all’interno del Paese. Invece i ribelli Tamil si trovano in assetto separatista ad est e, soprattutto, a nord. In quest’ultima regione, Tamil Eelam hanno costituito uno stato ‘de facto’ con propri organi di polizia, giustizia e fisco. Hanno appena 10.000 combattenti, confrontati con 250.000 governativi, ma sono finanziati dall’imponente diaspora tamil in America, Canada, Regno Unito e Australia. L’organizzazione militare, durante l’attacco a Colombo a fine marzo 2007, ha potuto contare anche sull’appoggio aereo di un imprecisato numero di velivoli leggeri Zlin Z-143 modificati per trasportare bombe. Tali velivoli appartenevano alle “Air Tigers”, la componente aerea tamil che ne avrebbe avuto a disposizione un massimo di cinque. Le Tigri Tamil avevano già portato a termine con successo ardite incursioni navali con l’utilizzo di barchini esplosivi e attacchi kamikaze, ma queste operazioni aeree hanno mostrato un livello decisamente superiore rispetto a tutti gli altri movimenti insurrezionali che non sono mai riusciti a contrapporre un'”aviazione ribelle” a forze regolari. Al 2005 è in carica il presidente Mahinda Rajapaksa del Partito della Libertà, di impronta socialdemocratico e nazionalista e contrario alle concessioni nonché al federalismo del paese. Le Tigri Tamil vorrebbero un’ampia autonomia nella regione settentrionale, dove vi è la città di Jaffna.”

In questa situazione le bombe di Pasqua 2019. Non è facile dire cose interessanti sul più grave attentato terroristico avvenuto in Asia negli ultimi cinquant’anni. Matrice islamista? Rivendicazioni di Daesh? Come facciamo a saperlo. Mi vien anche da dubitare che i tunicati neri mascherati con il coltello in mano siano stati veramente alcuni dei kamikaze in azione a Colombo, ma questo importa relativamente poco, se non per le loro anime.

Ciò che si può e si deve pensare è alla ragione di tanta efferatezza, così come quella di Christchurch in Nuova Zelanda di qualche settimana fa. Quale risultato può ottenere la paura che tali fatti muovono? E la vendetta per qualcosa che cosa genera?

Certamente la velocità con la quale il web propala queste notizie dà spazio a una visione nihilista della vita, dove il valore della stessa è, appunto, annichilata, resa nulla. La carezza alla bambina del votato-al-suicidio-eccidio nella chiesa, dice forse un estremo sussulto di pensiero umano, prima dell’esplosione nullificante. L’abbiamo visto in streaming in tv. Prima caracollava per le vie e le piazze con uno zaino pesante, lo si intuiva giovane, robusto, forse fra i venti e i trent’anni, a pochi minuti dallo spegnimento di ogni luce sulla sua vita, e su quella di molti.

Determinato perché indottrinato, manipolato, condizionato dalla cattiva dottrina della morte, si recava così all’appuntamento con il destino che stava contribuendo a decidere, per sé e per molti esseri umani, grandi e piccoli.

Ancora una volta, e non mi stancherò mai di proporre questa tesi, finché avrò vita e avrò speranza, si tratta di una crisi del pensiero libero della mente. E qui la parola “crisi” assume tutta la sua valenza negativa, di frattura, di distacco da ogni frammento di verità logica, semplicemente umana, senza scomodare alcuna religione.

Ebbene, se una religione predica questo tipo di martirio-per-gli-altri è malsana, in quanto non richiama alcun elemento di relazione, fondamento della “religione”, ma proclama la dis-truzione, il rifiuto, la negazione dell’altro come essere umano. Eppure qualcosa può essere fatto, e di molto importante: intervenire nei meccanismi economici della distribuzione dei beni (la giustizia distributiva e quella retributiva di Tommaso d’Aquino, IIa IIae, Summa Theologiae, e dell’Ethica a Nicomaco di Aristotele, Libro V, e anche delle Sure sulla giustizia presenti nel Corano, almeno la 6, 144 e la 16, 90), e rinforzare ogni occasione che metta in moto il pensiero, la logica. l’argomentazione.

Mi chiedo che logica, che argomentazione, che pensiero libero siano in grado di elaborare i messaggeri della morte propria e altrui in azione a Ceylon e altrove. Domanda retorica, ovviamente, caro lettor mio.

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