Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Ceylon, storia, politica, economia e sangue

Ceylon è chiamata la lacrima dell’India, per la sua forma a goccia a sud est del grande triangolo che ospita la grandissima “nazione di nazioni” che è l’India, l’Oceano Indiano la circonda e il Golfo del Bengala si apre a nordest dell’isola.

Oggi il suo nome è Sri Lanka, con un nome ufficiale molto solenne: Repubblica Democratica Socialista dello Sri Lanka (ශ්රී ලංකා in singalese / இலங்கை in tamil). Dal 1972 ha assunto il nome attuale. Retaggio del colonialismo britannico, fa tuttora parte del Commonwealth. Anche se non è la capitale politico-amministrativa, dal lungo e complicato nome, Sri Jayawardenapura Kotte, Colombo ne è la capitale economica.

GIi antichi greci antichi l’avevano chiamata Taprobana, e gli arabi Serendib (da cui deriva il termine serendipità). I portoghesi , ivi giunti nel 1505 le diedero il nome di Ceilão, da cui  Ceylon. Il sanscrito ha dato l’etimologia del nome, laṃkā, cioè “isola risplendente”.

Prevalentemente pianeggiante, in Sri Lanka si ergono alcune catene montuose che superano di poco, nel picco più alto, i 2500 metri. La vegetazione è tropicale-equatoriale, lussureggiante di magnifiche foreste e coltivi.

I primi abitanti furono i Vedda, mentre i Singalesi vi giunsero verso la fine del VI secolo a. C. I Tamil (vedremo quanto importante sia la presenza di questa popolazione) arrivarono a Ceylon dall’India meridionale verso il XIII secolo, come comunità di pescatori, ma pare che alcune comunità fossero già presenti fin dal III secolo a. C., o III secolo dalla morte del Buddha. Questa etnia sviluppò una cultura assai diversa dalle altre, e diversa dai loro “cugini” lasciati nel subcontinente indiano, con guerre e mescolanze etniche.

Con l’arrivo dei Portoghesi agli inizi del XVI secolo e successivamente degli Olandesi nel secolo successivo, ebbe inizio la fase coloniale. Nel 1796 fu ceduta al Regno Unito nel 1796 e diventò una colonia della corona inglese nel 1802, un gioiello per arricchire gli inglesi.

Solo nel 1948, a seguito e dopo l’indipendenza dell’India, divenne indipendente. Il 26 settembre 1959 fu assassinato il primo ministro Solomon West Ridgeway Dias Bandaranaike, marito di Sirimavo Bandaranaike e padre di Chandrika Kumaratunga, tutt’e due di seguito primi ministri.

A metà degli anni ’80 scoppiarono tensioni tra la maggioranza singalese e la minoranza tamil, che proseguirono in una durissima guerra civile per oltre due decenni e centinaia di migliaia di morti. Conflitto etnico, conflitto economico, come sempre. La tregua firmata a Oslo nel 2001, auspice l’ONU, non fermò il conflitto, perché non si era proceduto a riforme che creassero una maggiore giustizia sociale.

Ancora una esempio di come la pace senza giustizia non possa darsi, in alcun modo, restando parola vuota.

Il maremoto del 26 dicembre 2004 fece quasi 50.000 morti a Ceylon, e anche questa tragedia dà il senso della storia di questa gente. La tragedia ha contribuito ad affievolire il conflitto inter-etnico, ma non ha impedito che una piccola cerchia di influenti uomini d’affari del paese abbia potuto far approvare varie leggi dal carattere liberista che hanno portato a forti privatizzazioni sia di aziende sia di terre, impoverendo molte fasce sociali.

Si legge sul web: “Proprio i nuovi piani regolatori delle zone costiere hanno impedito la ricostruzione delle case e dei porticcioli precedentemente distrutti dal maremoto a favore invece della costruzione di nuovi impianti turistici. La maggior parte della popolazione che fu accolta in campi temporanei nell’entroterra, non poté quindi più far ritorno nelle zone costiere d’origine, perdendo non solo le proprie terre ma anche la loro unica fonte di sostentamento ossia la pesca. Questi nefasti eventi hanno riacceso la miccia degli scontri etnici. In ogni caso la maggioranza dei tamil convive pacificamente con la maggioranza singalese presente all’interno del Paese. Invece i ribelli Tamil si trovano in assetto separatista ad est e, soprattutto, a nord. In quest’ultima regione, Tamil Eelam hanno costituito uno stato ‘de facto’ con propri organi di polizia, giustizia e fisco. Hanno appena 10.000 combattenti, confrontati con 250.000 governativi, ma sono finanziati dall’imponente diaspora tamil in America, Canada, Regno Unito e Australia. L’organizzazione militare, durante l’attacco a Colombo a fine marzo 2007, ha potuto contare anche sull’appoggio aereo di un imprecisato numero di velivoli leggeri Zlin Z-143 modificati per trasportare bombe. Tali velivoli appartenevano alle “Air Tigers”, la componente aerea tamil che ne avrebbe avuto a disposizione un massimo di cinque. Le Tigri Tamil avevano già portato a termine con successo ardite incursioni navali con l’utilizzo di barchini esplosivi e attacchi kamikaze, ma queste operazioni aeree hanno mostrato un livello decisamente superiore rispetto a tutti gli altri movimenti insurrezionali che non sono mai riusciti a contrapporre un'”aviazione ribelle” a forze regolari. Al 2005 è in carica il presidente Mahinda Rajapaksa del Partito della Libertà, di impronta socialdemocratico e nazionalista e contrario alle concessioni nonché al federalismo del paese. Le Tigri Tamil vorrebbero un’ampia autonomia nella regione settentrionale, dove vi è la città di Jaffna.”

In questa situazione le bombe di Pasqua 2019. Non è facile dire cose interessanti sul più grave attentato terroristico avvenuto in Asia negli ultimi cinquant’anni. Matrice islamista? Rivendicazioni di Daesh? Come facciamo a saperlo. Mi vien anche da dubitare che i tunicati neri mascherati con il coltello in mano siano stati veramente alcuni dei kamikaze in azione a Colombo, ma questo importa relativamente poco, se non per le loro anime.

Ciò che si può e si deve pensare è alla ragione di tanta efferatezza, così come quella di Christchurch in Nuova Zelanda di qualche settimana fa. Quale risultato può ottenere la paura che tali fatti muovono? E la vendetta per qualcosa che cosa genera?

Certamente la velocità con la quale il web propala queste notizie dà spazio a una visione nihilista della vita, dove il valore della stessa è, appunto, annichilata, resa nulla. La carezza alla bambina del votato-al-suicidio-eccidio nella chiesa, dice forse un estremo sussulto di pensiero umano, prima dell’esplosione nullificante. L’abbiamo visto in streaming in tv. Prima caracollava per le vie e le piazze con uno zaino pesante, lo si intuiva giovane, robusto, forse fra i venti e i trent’anni, a pochi minuti dallo spegnimento di ogni luce sulla sua vita, e su quella di molti.

Determinato perché indottrinato, manipolato, condizionato dalla cattiva dottrina della morte, si recava così all’appuntamento con il destino che stava contribuendo a decidere, per sé e per molti esseri umani, grandi e piccoli.

Ancora una volta, e non mi stancherò mai di proporre questa tesi, finché avrò vita e avrò speranza, si tratta di una crisi del pensiero libero della mente. E qui la parola “crisi” assume tutta la sua valenza negativa, di frattura, di distacco da ogni frammento di verità logica, semplicemente umana, senza scomodare alcuna religione.

Ebbene, se una religione predica questo tipo di martirio-per-gli-altri è malsana, in quanto non richiama alcun elemento di relazione, fondamento della “religione”, ma proclama la dis-truzione, il rifiuto, la negazione dell’altro come essere umano. Eppure qualcosa può essere fatto, e di molto importante: intervenire nei meccanismi economici della distribuzione dei beni (la giustizia distributiva e quella retributiva di Tommaso d’Aquino, IIa IIae, Summa Theologiae, e dell’Ethica a Nicomaco di Aristotele, Libro V, e anche delle Sure sulla giustizia presenti nel Corano, almeno la 6, 144 e la 16, 90), e rinforzare ogni occasione che metta in moto il pensiero, la logica. l’argomentazione.

Mi chiedo che logica, che argomentazione, che pensiero libero siano in grado di elaborare i messaggeri della morte propria e altrui in azione a Ceylon e altrove. Domanda retorica, ovviamente, caro lettor mio.

Radio Radicale e le capre che la vogliono chiudere per abbattere il giornalismo vero e la ricerca della verità. Un saluto a Massimo Bordin, che lo Spirito lo abbia in gloria, anche se era agnostico, o proprio per quello…

E’ mancato Massimo Bordin, la voce più importante di Radio Radicale. Era un grande giornalista e un politologo molto colto. Gran conoscitore della storia politica contemporanea. Lo ascoltavo in viaggio di prima mattina. Era un grande spirito laico rispettoso di tutti e ferocemente critico con gli ignoranti arroganti. Un liberale di sinistra, da giovane era stato addirittura trotzkista, militanza che gli aveva lasciato un grande sentimento per i diseredati. Qualche settimana fa una mattina lo ho sentito debilitato e allentato nel suo dire, lui sempre corretto e preciso nei giudizi e nelle citazioni storiografiche e politiche. Non tossiva più, era la sua caratteristica il tossire dopo una mezz’ora di acutissimi e ironici commenti.

Gran fumatore come il suo più importante coequipier marco Pannella, era forse l’unico a saper tenere testa a quel fiume di parole contorto e torrenziale che era il carismatico radicale, Giacinto detto “Marco”, da Teramo. Quanto ci manca oggi, nella miseria culturale degli attuali politici italiani, e qui non mi riferisco solo a quelli al governo. La situazione è tale che mi trovo ad apprezzare perfino una Carfagna, con rispetto vero per questa signora elegante e ascoltabile. Anche il “mio” (molto poco mio) Partito fa pena. Faceva pena prima del congresso e fa pena anche ora con il nuovo segretario. Non so se sia colpa prevalente del distruttore dal cipiglio, non so se più da guitto o da padrone di una sala giochi, di Rignano sull’Arno, ma non so più che dire di questi ex comunisti/ democristiani, che hanno bisogno di trovare in un Calenda quasi il salvatore. Per l’amor di Dio.

Tornando a Bordin, anche per me che -pur non essendo uno storico- posso definirmi un cultore della materia, era utilissimo, sia perché aveva una preparazione storico-politica eccellente, sia perché mostrava un acume raro nell’interpretare gli scritti cartacei dei suoi colleghi giornalisti e le linee “politiche” di direttori ed editori.

Senza mai offendere nessuno, come fanno i Cruciani e i Parenzo di Radio 24, il secondo veramente insopportabile con il suo sinistrismo scontato, io so sempre prima dove protesterà e quando imprecherà contro qualcuno (male, per lui), Bordin tagliava a fette gli improvvisati attori della politica attuale, scoprendo contraddizioni, inesattezze, superficialità, scarsa professionalità. A volte ridevo proprio di gusto nel sentirlo seriosamente redarguire Salvini o Di Maio per le loro frasi fatte, per le affermazioni senza fondamento giuridico, politico o economico. Li sgamava tutti, Toninelli compreso, che veniva scoperchiato da Massimo, nelle sue inesattezze e a volte insensatezze, colpo su colpo.

E mi dava una soddisfazione feroce, quasi potendomi io identificare con ciò che il suo microfono spandeva nell’etere. Non che fossi sempre d’accordo con lui, specie quando non si peritava di enfatizzare alcune delle politiche radicali che non condivido, come l’eutanasia à la Cappato, o le maternità surrogate. O meglio, non enfatizzava, ma su questi temi, lo sentivo militante, più che critico di qualsiasi cosa e di qualsiasi persona, come soleva fare quasi sempre, con grandissima onestà intellettuale.

Bordin faceva parte di una generazione di giornalisti che trova pochi emuli oggi, specie in una stampa a volte trascurata e scurrile, là dove i titoli spesso fanno a pugni con i contenuti degli articoli sottostanti, cosa incomprensibile e demotivante anche per i lettori più competenti. Come si chiama questa cosa? Disonestà intellettuale, incompetenza, militanza a senso unico? Di tutto un po’, come quando ascolto Travaglio, con il suo insopportabile sorrisetto di superiorità verso chiunque.

Oggi i Crimi di turno e i grillini di contorno, la Lega connivente, vogliono zittire Radio Radicale, che è un servizio pubblico/ privato indispensabile, unico, di informazione sulle attività politiche e istituzionali italiane, proprio per la competenza e la libertà che si respirano a Largo Argentina.

Prima di iniziare la sua storica rubrica Stampa&Regime, la voce libera della radio italiana, faceva sempre trasmettere l’incipit del Requiem di Mozart, quasi a comunicare, al di sopra di ogni cultura e di ogni credenza. Laico, agnostico, Bordin era uomo di cultura profonda e priva di pregiudizi.

Che lo Spirito di Dio lo abbia in gloria, anche se lui forse non lo sapeva o sperava. Mi viene da pensare che ora forse starà discutendo senza mai stancarsi con Pannella nel paradiso laico che il Signore avrà certamente preparato per tutti e due. E per non molti altri.

Amata e bella Patria mia, Italia

Non lascio a nessun leghista, fratelloditalia o grillino, o animale politico d’altro genere e specie (la sinistra -stupidamente e improvvidamente- non ama il termine “patria” perché inquinato dal fascismo, e così lo lascia quasi totalmente a disposizione altrui), la bandiera tricolore che amo. Terra dei padri, in latino, lo sappiamo. Territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni, come riportano solitamente i dizionari al lemma “patria”.

C’è chi emigra dalla patria per necessità, ho avuto nonno materno in Argentina e papà in Germania, emigranti per necessità; oggi vi sono i migranti, per necessità e paura di morire, coraggiosi e temerari al punto di rischiare di morire in più modi per non morire in… patria. Patria crudele e inospitale.

Si ha nostalgia della patria, di solito, ed è un sentimento antico, come ricorda Cicerone nelle Tuscolane (5, 37, 108) patria est ubicumque est bene,  cioè la patria si trova ovunque c’è il bene. Anche Lucio Anneo Seneca era d’accordo, e i migranti attuali lo confermano.

La patria è dunque un territorio abitato da persone che condividono istituzioni, lingua, tradizioni, sentimenti, ideali e prospettive. Sembra, ma non basta, mi pare, se condividiamo l’asserzione ciceroniana.

Perché “patria” è anche “(…) un mare di funzioni, di disfunzioni, di funzionari e di criminali“, come ha scritto Guido Ceronetti, una patria ben poco amabile, dunque, quasi da rinnegare. Ad esempio, ma da tempo e non solo dai primi di giugno dell’anno passato, quando assursero al governo grillini e leghisti, non mi piacciono i governanti italiani, nemmeno quelli di centrosinistra cui da sempre ho dato il mio voto. Per trovare uomini e donne meritevoli di stima bisogna andare indietro nel tempo di almeno trenta o quarant’anni. Nomi come quelli di Nilde Iotti e di Tina Anselmi, come quelli di Aldo Moro e di Enrico Berlinguer. Il dopo è stato tra il penoso, il vergognoso e il pericoloso.

Patres Patriae non ve ne sono più, son morti e alcuni perfino dimenticati. Questo titolo d’onore, originario dell’antica Roma non è meritato più da nessuno. Non vi sono in giro dei Cavour, dei Turati, dei De Gasperi, né, tantomeno, degli Augusto, dei Marco Aurelio, degli Adriano e, dico persino, dei Vittorio Emanuele II, unico re Savoia, a mio parere, degno di un qualche onor patrio. Ma forse pretendo troppo.

Per me la patria è l’Italia, ma lo è anche il Friuli storico, dalle alte cime del Coglians e del Peralba alle Valli favolose, da Sacile alla riviera delle sabbie e delle lagune, lo è il mio paese natale, Rivignano infra aquas Tiliaventi Anaxique, lo è la vecchia Europa, e non quella di Macron e Juncker, che non mi interessano. Lo è quella di Beethoven e Shakespeare, di Dante e Goethe, di Dostoevskij e Kafka, di Leopardi e Nietzsche, di Bach e di Verdi, di Monet e Michelangelo, di Stravinskij e Vivaldi. E anche quella di Lennon&McCartney e di Eric Clapton.

La mia patria è la cultura dell’uomo condivisa, la mia patria è dove vige un’etica del fine, dove l’uomo, tutti gli umani senza alcuna distinzione sono il fine dell’agire umano, e dunque quella di Socrate, Platone, Aristotele, Epicuro, e poi di Agostino d’Ippona e di Tommaso d’Aquino, di Kant e di Jung.

La mia patria sono i luoghi del lavoro, dove imprenditori e dipendenti, nelle rispettive funzioni, condividono l’impegno diuturno per far andare avanti l’azienda, affrontando pericoli e mercati, consci della necessità di continuare senza mai stancarsi a fare manufatti che servano all’uomo sempre migliori, e a dare servizi più intelligenti che risparmino fatica e dolore, nel rispetto di quella natura cui tutti apparteniamo.

La mia patria è i vangeli di chi ha incontrato Gesù di Nazaret o ha incontrato chi lo ha conosciuto, cioè Matteo, Marco, Luca e Giovanni. La mia patria è quella di san Paolo, che viaggiò per portare quel messaggio, fino alla morte. In qualche modo è anche quella del Buddha e dei sufi islamici cercatori di Dio, così come quella di Johannes Meister Echkart, che cercava Dio nel silenzio del profondo dell’anima.

La mia patria è dunque quella del bel tricolore, che rimembra le nevi eterne, il verde delle foreste e il rosso dei vulcani, ma anche quella del pensiero pensante, dell’intelligenza rispettata e dell’amicizia tra uguali in dignità, uomini e donne ciascuno unico al mondo, in cerca e costruzione del proprio destino e della propria patria.

“Tagliare la corda”, ovverosia togliere la fiducia, ché “fides” in latino significa metaforicamente anche “corda” o legame, simpatico no?

Tagliare la corda” nel significato corrente e da alcuni secoli significa nella cultura espressiva occidentale -metaforicamente- fuggire, scappare, per evitare un pericolo o un rischio. Bello è sapere che, etimologicamente-letteralmente, vuol dire perdere la fiducia, poiché fides, appunto, in latino, di quasi certa derivazione fenicia, ha anche il significato metaforico di corda, in quanto oggetto atto a costruire un legame.

Un sinonimo o quasi è sicuramente il termine lealtà, correttezza (cf. art. 1337 c.c.) che indica e rappresenta nel codice civile italiano uno dei valori più importanti caratterizzanti i rapporti fra le persone, e tra le persone e i soggetti collettivi, come ad esempio le imprese, ma anche le strutture gerarchiche militari, scolastiche, ecclesiali e d’ogni altro genere e specie.

Ha due possibili origini. La prima, testimoniata anche da Virgilio, risale al linguaggio degli antichi marinai che indicavano l’azione del salpare con l’espressione “incidere funes”, cioè “tagliare le corde”, il che era quanto materialmente facevano e che si fa a tutt’oggi in caso d’ emergenza. L’altra origine fa riferimento a prigionieri, schiavi o animali che riuscivano a fuggire liberandosi delle corde che li imprigionavano.

Togliere la fiducia è un atto grave derivante da azioni in proporzione altrettanto gravi. La fiducia è il collante di ogni contratto tra due contraenti: venditore/ acquirente, datore di lavoro/ dipendente, docente/ allievo, etc.. Se viene meno la fiducia il contratto si impoverisce improvvisamente della sua essenza e viene meno pur esso.

Fidarsi è la prima cosa della relazione inter-umana. Si pensi a due compagni (o camerati) combattenti in guerra, quante guerre!, se non si fidano di stare spalla a spalla l’uno con l’altro, la loro sorte è segnata.

Si pensi alla fiducia sul lavoro, in ogni contesto, grande o piccolo che sia, ma specialmente nelle piccole imprese, nell’artigianato e nel commercio al dettaglio: il dipendente-collaboratore è -di fatto- un alter ego del titolare, per cui se questi manca, lo sostituisce pressoché del tutto, sul piano operativo. Pensiamo alle assenze dal lavoro, o assenteismo, ad esempio: se manca una persona su tre dipendenti in un’azienda artigiana, manca il 33% del totale, ed è come se ne mancassero trenta in un’azienda di cento addetti. Il disagio o addirittura il danno è più che proporzionale. Ecco: la fiducia crea le condizioni di possibilità di andare avanti, nientemeno, ovvero di interrompere un progetto, di far chiudere un’impresa economica. Siamo in un campo di importanza basilare per la vita economica e sociale di una comunità.

I governi per governare devono meritarsi la fiducia, mentre le opposizioni non “credono” mai al governo, come se questo sbagliasse sempre, e ciò per definizione e per la stampa. Sappiamo che i governi non sbagliano sempre, Nè le opposizioni. Sento Zingaretti affermare che l’Italia è alla rovina. Appunto, contro il governo, e ne ha ben ragioni dal suo punto di vista, ma soprattutto, se non solamente, per la stampa, e in parte per le lotte intestine, sempre presenti nei partiti. Ma ha detto una cazzata, una grande cazzata, perché NON E’ VERO CHE L’ITALIA E’ ALLA ROVINA O CHE STA PRECIPITANDO, non esageriamo, Zingaretti! Queste affermazioni sono formulate mentre tutte le mattine 26 milioni di italiani vanno a lavorare, lo ripeto spesso, 7 milioni di studenti studiano, 35 milioni di casalinghe fanno casa per loro e per i familiari. e poi, 7 milioni di volontari condividono tempo ed energie con altre persone che hanno bisogno. Andiamo!

Non usiamo le parole impropriamente, perdio! Lo scrivo ancora, non stancandomi mai di ripeterlo: le parole sono più che pietre, le parola cambiano il mondo, le cose, la vita. Se sono sbagliate, fanno danni anche gravissimi, e possono perfino uccidere. Lasciamo le parole in libertà ai discorsi scarsissimi dei governanti attuali, non mescoliamoci con questa genia di inetti e incompetenti, altrimenti vien da pensare che questa genia abbia anche altri adepti, anche all’opposizione. Non ne sarei meravigliato, anche se pur sempre turbato, e giammai rassegnato.

Si pensi alla fiducia nei rapporti interpersonali, in ogni contesto, da quello affettivo a quello amicale, fiducia che irrora i rapporti stessi e non può essere sostituita da nessun altro sentimento, o passione, come gli antichi chiamavano i sentimenti.

La fiducia è un affidamento, un dare credito a un altro, un sentimento positivo e costruttivo, capace di creare alleanze vitali. Senza fiducia non si possono creare alleanze né masse critiche adeguate a una battaglia politica o sociale, diamine!

La fiducia è una corda che collega due parti, rendendole più forti.

Un aneddoto storico: nel 1586 papa Sisto V, per abbellire piazza San Pietro, ordinò che vi fosse innalzato il grande obelisco che tuttora vi si ammira, ma che a quel tempo si trovava dietro la Basilica Vaticana. L’obelisco era posto ad una estremità del Circo di Nerone, per volere di Caligola trasportato a Roma da Eliopoli, dove si trovava nel Forum Iulii. L’obelisco era quasi a posto quando si videro le funi surriscaldarsi pericolosamente, con il rischio che prendessero fuoco. Il monolito sarebbe caduto rovinosamente a terra. Allora nel gran silenzio si levò una voce temeraria a gridare: Daghe l’aiga ae corde! (espressione ligure-ponentina per “Acqua alle funi!”). Il consiglio fu seguito subito dagli architetti con ottimo risultato. A sventare il pericolo era stato il capitano Benedetto Bresca, marinaio ligure, che sapeva bene che le corde di canapa si scaldano per la frizione degli argani e inoltre si accorciano quando vengono bagnate.

Bresca fu subito arrestato, ma Sisto V come ricompensa invece della punizione gli diede larghi privilegi, una lauta pensione e il diritto di issare la bandiera pontificia sul suo bastimento. Inoltre Bresca avrebbe chiesto ed ottenuto il privilegio, per sé e per i suoi discendenti, di fornire alla Chiesa di San Pietro le palme per la Settimana Santa. Ancora oggi Bresca viene ricordato nella sua città natale, Sanremo.

La fiducia non fa “tagliare la corda”, ma rinforza la qualità relazionale tra le persone, per il bene comune. Non mi pare poco, caro lettor mio.

Non possiamo definire nulla con assoluta precisione. Se proviamo a farlo, ci coglie quella paralisi di pensiero che è tipica dei filosofi (…) in cui uno dice all’altro: “Non sai di che cosa stai parlando” e l’altro risponde: “Che cosa intendi per sapere? Che cosa intendi per parlare? Che cosa intendi per cosa?” (Richard FEYNMAN, La fisica di Feynman, vol. 1, 1961)

Apparentemente, la lunga frase del titolo parrebbe dire di un’aporia, vale a dire di una situazione o di un’espressione senza via d’uscita o senza soluzione, poiché in greco a-poros significa “senza buco o foro”. In realtà è la fondamentale metodologia della domanda che approfondisce sempre tutto ciò che può essere compreso meglio, fino a essere capito. Il lettore mi chiederà “Perché scrivi comprendere come un verbo che non sembra coincidere con capire?” Perché comprendere, dal verbo latino comprehendere, è un prendere-dentro, mentre capire – dal verbo latino capio, prendo- è quasi un possedere.

Ad esempio, non so se ho capito bene il discorso di insediamento di Zingaretti alla guida del PD, ma mi è piaciuto poco. Molti, quasi tutti hanno applaudito, io non l’avrei fatto. Anche la suddivisione dei compiti sotto di lui è stata solo apparentemente di cambiamento (con la Serracchiani, figuriamoci!). I temi toccati, tra i quali “l’occuparsi dei poveri”, come se fosse una novità per un partito di sinistra, ché dovrebbe far parte del centro del suo DNA.  Ascoltare i suoi sponsor à la Rossi, il toscano, è ancora più desolante. Cosa vuol dire “ripartire cambiando tutto”. In casa mia “cambiare tutto” significa cambiare nulla, caro Zingaretti. Il tuo discorso è stato scontato e banale.

E dunque, qualcuno mi può spiegare che cosa ho capito del nuovo corso del PD? Nulla, qualcosa, tutto?

Un altro esempio. Il forum delle famiglie organizza a Verona ciò che ci si può aspettare dal forum-per-le famiglie, cioè un convegno basato sulla dottrina cattolica classica, sulla quale io ho diverse riserve, ma mi guardo bene dal definirla “medievale”. In tv la solita Boldrina, imbarazzando perfino il correttissimo politicamente Fazio Fabio, ulula che è inaudita la sponsorizzazione del governo italiano e la partecipazione di alcuni ministri. Ma dai! Ecco: se comandasse la Boldrina avrei paura della sua arrogante sicumera. Mi potete spiegare dove sbaglio, se sbaglio? dimaio addirittura proclama che si tratta di un convegno di “sfigati”.

Un terzo esempio. Sento Salvini che dice “Lo spread a 235 è tornato quello del 1 giugno scorso“. Falso, poiché quando l’attuale maggioranza ha vinto le elezioni, lo spread era a 120. Come la mettiamo con la verità, Salvini? C’è qualcosa da comprendere che permetta di capire la tua affermazione che, o è menzogna consapevole, oppure ignoranza (non conoscenza) dei dati: in ambedue i casi il tuo comportamento è penoso. O no? Quante balle si raccontano e, a volte, come è facile smascherarle. Basta essere informati.

Comprendere e capire fanno il paio con lo spiegare e l’interpretare, nel senso che -chiasmicamente- si pongono a due a due. Spiegare deriva dall’atto di aprire un lenzuolo precedentemente piegato, che dunque si può spiegare: metaforicamente, la spiegazione permette di capire. Interpretare, invece, ha a che fare con un qualcosa che non può essere direttamente e completamente capito, ma solo com-preso, preso dentro, raccolto, magari in vista di un approfondimento successivo.

Anche su questo un esempio: si può dire che Lorenzo Orsetti, morto per mano degli jihadisti neri è un eroe della libertà? Proviamo a vedere. Lo conosciamo abbastanza? No. Non ne avevamo mai sentito parlare prima della sua morte, che è stata il lancio nella notorietà di un uomo già morto. Morire per la libertà, di cui un sottoprodotto, eterogenesi del primo fine, posto che fosse quello là, cioè la libertà,  è la fama. Serendipity. La morte di un soldato dà sempre da pensare.

E della piccola Thunberg che cosa possiamo dicere? Cui prodest il suo agire mediatizzato, al pianeta, quasi certamente e poi, a qualche agenzia pubblicitaria? Fa sorridere il baciamano del bevitore-ben-poco-santo, Juncker, se non un poca di pena. Capire o comprendere? In questo caso, direi, né l’un verbo né l’altro, perché proprio non capisco il gesto, né ci metto “comprensione” -secondo il senso caritatevole del termine- nel giudicarlo. Si pensi che il web, grazie alla fama raggiunta e ai click sul nome, oramai antepone “come Greta” la Thunberg alla Garbo. Funziona così: io, ad esempio, come “Renato”, sul web a volte sono in gara con Brunetta, mentre Zero e Pozzetto ci sopravanzano sempre. Da ridere?

La scienza, da un lato va avanti per prove ed errori, per cui, ciò che era ritenuto “vero” fino a ieri, non lo è più da oggi: si pensi all’eliocentrismo, relativamente recente rispetto al geocentrismo. Un tempo, e solo fino a circa seicento anni fa, tutti (salvo pochissimi, forse, e ben nascosti) ritenevano che il sole “girasse” attorno alla terra. Infatti nell’antichità classica aveva vinto la posizione (sbagliata) di Aristotele/ Tolomeo su quella di Eratostene, che era corretta. Il geocentrismo non era una gaffe come quelle di Toninelli, ma una posizione scientifica errata.

Nella nostra vita siamo chiamati ogni momenti a esprimere opinioni e giudizi, ma raramente siamo in grado di esprimerli in base a una documentazione probatoria ineccepibile. Il più delle volte ci esprimiamo, peraltro senza far molti danni, un po’ a capocchia. L’importante è saperlo e non incaponirsi su posizioni non sufficientemente provate su testi, esperimenti ripetuti e teorie consolidate.

Luca Casarini, il disobbediente fallito cerca di rifarsi una fama con gli immigrati. Comprendere e capire Casarini? ma serve? E’ utile per la Patria? Domande rettoriche, ma comunque legittime.

Il rischio è quello del dominio dell’ideologia e della militanza. Ho letto recentemente il saggio di un filosofo docente sul rapporto esistente/ possibile tra filosofia e impresa economica, notando la presenza, anzi la prevalenza dell’ideologia e della militanza politica (in questo caso di sinistra) sul ben che minimo approccio filosofico, dialogico, dubitante, là dove è possibile mettere in questione tutto, perfino i principi etici fondamentali del rispetto dell’uomo… ebbene, la prevalenza dell’appartenere a una certa idea hanno nullificato la filosofia che l’autore pretendeva di inserire. Nel caso citato l’azienda era considerata il male da abbattere, non un luogo dove l’uomo vive e lavora, e che può essere migliorato dalla filosofia pratica.

In questo caso comprendere e capire sono al di fuori di ogni possibilità, come insegna Feynman, ma anche ogni scuola filosofica, e in particolare quella scettica, utile a smitizzare, attenuare, limitare la superbia e l’autostima espansa, nemici della salute dello spirito, che sono sempre in agguato.

Le buone ragioni della bambina manipolata e mediatizzata e la sragione di Brenton Tarrant

Un certo fastidio mi dà, Greta Thunberg, caro lettore,  perché i bambini devono fare cose da bambini, e non essere usati dai grandi, sia pure per fini buoni. Ma vorrei capire di più di questa improvvisata piccola diva del web. C’è perfino qualche idiota che la sta candidando al premio Nobel. Conosco personalmente almeno una decina di persone che potrebbero meritare quel premio, e forse me compreso (sto scherzando?), ma non la piccoletta dalle trecce un poco unte. Non so se ha la sindrome di Asperger, se sì, mi dispiace, e la  bimba non mi piace di più per questo.

Apprezzando le loro buonissime intenzioni, mi piacerebbe sapere dove hanno buttato le cicche i trecentomila giovani che hanno sfilato per centinaia città del mondo, e le lattine di birra o le bottiglie di plastica, o i pezzi di hamburger… chissà se sono stati almeno un po’ coerenti con la loro giusta battaglia o se, una cosa è protestare con fresco vigore e un’altra è contribuire o meno alla pulizia urbana.

Chi si occupa di queste cose dovrebbe, prima di parlare, leggere almeno il libro di  Mark A. Maslin e Simon L. Lewis, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’antropocene, edito da Einaudi. Lì troverebbe qualche spunto per uscire dal genericismo e dalla propaganda. Sul clima e sulla geologia attuale della terra le cose sono molto più complicate di come intendono farla passare i politici e i gestori della comunicazione, in generale.

A Christchurch (pensa, caro lettore, Chiesa di Cristo) in Nuova Zelanda un ventottenne ha ucciso una cinquantina di persone in preghiera in due moschee e ne ha feriti altrettanti. Ho sentito sentimenti di vendetta qua e là, del genere “Ben gli sta… pensino al Bataclan“. Sulle armi aveva scritto i nomi di quelli che lui riteneva difensori della superiorità bianca, da Carlo Martello a Luca Traini (sic), passando per Sebastiano Venier e Agostino Barbarigo condottieri veneziani a Lepanto. I due erano al comando delle potentissime galeazze che frantumarono il centro della flotta turca.

Certamente si sta vivendo una fase storica nella quale “subculture” come il sovranismo nazionalista, il suprematismo bianco, l’estremismo islamista  e il settarismo esoterista, stanno minando le basi del ragionamento razionale del sapiens.

Sembra che più diventiamo colti e “scienziati”, più la medicina ci salva e ci fa stare meglio, più riusciamo a ridurre la fatica e lo sfruttamento, e più si ampliano sentimenti e modi di pensare assurdi o violenti, in un turbinio di neo-nihilismo auto-distruttivo e irrazionale.

Altri centri di interesse di questi giorni confusionari: Trump, campione della menzogna, la Cina, colosso gentilmente aggressivo, la Turchia, la Persia e Putin, silente ma presente.

Di Trump, che alla sua elezione tradussi con “Tromba”, ottenendo la giudiziosa correzione di un lettore che mi ricordò come si dicesse in inglese tromba, cioè “trumpet”, a cui risposi “grazie, lo so, ma invoco la libertà creativa“, si può dire che fa ogni giorno quello che ci si aspetta, perché è il prodotto della grande e -naturalmente- imperfetta democrazia americana. Dagli USA ci si può aspettare un Kennedy, bello iper-glorificato, che inizia la guerra del Vietnam,  Nixon/ Reagan, spregiati come sudaticci e attori mediocri, che fanno la pace con Mao e con Gorbacev. La democrazia è il miglior modo di governare, dimaio permettendo (lo dico per ridere).

La Cina: quelli che si ritraggono spaventati, come su ogni altro argumento, dovrebbe umllmente studiare la storia di questa immensa nazione. Essa viene da lontano e Confucio è il suo ispiratore. Filosofo laico e religioso nello stesso tempo, insegna il rispetto e la gerarchia, l’obbedienza e l’impegno; per di lì son passati i grandi imperatori dinastici e, dal XX secolo, Sun Yat Sen e Mao Ze Dong, Deng Hsiao Ping e Xi Jinping, “imperatore” -di diritto e di fatto- fino alla morte. Se gli americani USA la vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

La Turchia: Recep Tayip Erdogan, il sultano odierno, non ha il fascino di Salah el Din e di Solimano il Magnifico, ma è il sultano odierno. I Turchi sono una grande nazione, nostri cugini diretti, caucasici centrasiatici, veniamo dalle stesse parti da tremila anni. Abbiamo rispetto (congiuntivo esortativo) noi “europeani”, e gli USA, di Trump o di Obama (il mediocrissimo politico estero, uno dei peggiori presidenti verso il mondo, una vergogna rispetto a Roosevelt, ad Eisenhower e perfino a Bill Clinton) ne abbiano altrettanto.

La Persia, che oggi si chiama Iran. Avremmo potuto essere tutti persiani, Roma permettendo, se a Mantinea e a Maratona, l’Atene insuperabile per intelligenza non li avesse battuti. Ma sono giovani, belli, e presto, le donne in testa si ribelleranno ai pretoni che imperversano da un quarantennio. Ma prima c’era sua maestà Reza Pahlavi, servo degli USA, democratico? Abbiamo rispetto, aiutiamoli, invece di sanzionarli.

Putin: il vero e per sempre capo della grande e santa madre Russia è… nientemeno che il Cristo Pantocrator, il Cristo padrone (perché creatore del mondo), quello che si vede nelle cupole ortodosse e nelle icone più solenni, il Cristo, la sua grandezza, e tutto ruota attorno a lui. Né Lenin né Stalin son riusciti a svellere la sua potenza, il suo radicamento nel popolo. Dopo Cristo, il principe Wladimir di Kiev, e poi Ivan IV il Terribile, Pietro I il Grande, Caterina II, Stalin, Gorbacev, Eltsin, e Putin. Se gli americani USA vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

Potrei continuare con l’Islam, che però mi suscita un impegno diverso, e già ne scrissi molto in questo mio sito. La grande cultura della sua storia non finisce con i kalashnikov dei fanatici che sparano ululando Allah u akbar. Dio non c’entra nulla nella loro follia, caro Spinoza, ma forse il tuo determinismo non arrivava a tanto.

Torniamo a Greta e a Brenton Tarrant. Alla prima auguro di non farsi manipolare più di tanto e al secondo di fare più galera di Anders B. Breivik (solo 21 anni in Norvegia, pena massima prevista, anche per 77 omicidi perpetrati a sangue freddo, spietatamente, otto anni fa), al fine di avere tempo sufficiente per pensare e pentirsi, e sentirsi quello che ha fatto: uno che ha usato il libero arbitrio per scendere nella scala dell’essere al livello dei demòni. Il suo karma sarà un cammino lunghissimo di dolore, infinitesima parte del dolore da lui causato.

giornalisti e politici occupano il 90% dello spazio dei media, una noiosa vergogna, mentre la realtà “di fuori” è il 90% e viaggia silente per conto suo e coincide con la verità delle cose

LEGENDA PER IL LETTORE: il testo sottostante è quasi privo di punteggiatura con frasi apodittiche e ipotattiche messe lì come mi son venute; in corsivo le cose importanti, in stampatello le cose oggettivamente di minor importanza o del tutto idiote

Travaglio che commenta la presa di posizione del ministro Salvini che commenta i titoli di Repubblica che riporta il non detto del mancato incontro a cena tra Salvini Di Maio e Conte, e via dicendo

quello che accade dove si fa l’economia, i pezzi fatti in una manifattura, l’Ebidta della stessa, gli investimenti di una fabbrica innovativa, le assunzioni  effettuate nell’ultimo semestre nel settore manifatturiero metalmeccanico stanno a pagina 15 del quotidiano x e y, primo e secondo d’Italia

Fazio che ospita Di Battista, nullafacente e nullapensante, ops forse la trasmissione è Dimartedì, che peccato non lo ricordo, imperdonabile! e poi a Piazzapulita l’ospitata di Toninelli che sbaglia logica, storia, tempi e modi della sua narrazione e commenti e l’indomani commenti su tutti i quotidiani non oltre pagina 2, perché l’opinione del ministro dei trasporti è importante… per i media, non per gli Italiani

l’azienda x o y ha migliorato la performance delle esportazioni del 10% sull’anno precedente e l’azienda a o b ha assunto altre 80 persone negli ultimi sei mesi raggiungendo e superando  i 600 dipendenti, azienda nata solo dieci anni fa: questa notizia si trova a pag. 23

la seconda notizia -in ordine gerarchico- del tg tal dei tali è la posizione di Grillo sulle vaccinazioni, essendo Grillo un noto clinico a livello internazionale, mentre su un altro tg si svolge un talk dove gli ospiti sono due politici e due giornalisti che se la cantano e se la suonano, i secondi che raccontano dei primi e i primi che criticano gli avversari-nemici politici, incapaci di dire che cosa intendono fare per rimediare a limiti e difficoltà sociali: ambedue i gruppi distanti dalla realtà di due o una misura, ché il mondo va da un’altra parte mentre questi parlano, cianciano, blaterano, talora competenza inesistente o scarsissima (quando va bene)

le università di Roma (nell’area umanistica) e Milano (Politecnico) sono tra le prime del mondo, così come alcuni licei classici italiani, e si vede dalla brillantezza dei nostri studenti, ma la notizia si trova a pagina 48 dell’inserto settimanale del quotidiano che si colloca al secondo posto delle vendite nazionali

il web si preoccupa dell’assenza di Di Battista dal web stesso, ponendolo quasi come problema, notizia non vomitevole, bensì inutile

i giovani si stanno accorgendo che occorre impegnarsi in prima persona, non solo per se stessi, ma per la propria e le altrui terre e patrie, senza nazionalismi, imparando le lingue, non temendo il confronto e cercando di farsi opinioni proprie

la Casaleggio Srl e C. toppa con la sua piattaforma Rousseau, in prima pagina su tutti i quotidiani nazionali, anche se il posto giusto e proporzionato, come notizia, potrebbe essere quella dell’ultima dell’inserto di un foglio della Brianza

nel silenzio dell’agire quotidiano vi sono mille e mille (numero ebraico per innumerabile, come settanta volte sette) azioni dialogiche, crescita della comprensione tra diversi, nascita di nuove idee per l’economia e l’occupazione 

nel talk show la conduttrice mette a confronto un grillino e un forzista, o un leghista e un piddino interrompendoli, quando non rispondono come lei si aspetta, non accorgendosi che gli argomenti sono trattati senza alcun aggancio con la realtà delle cose, e che quello è il vero problema

mentre crescono le discriminazioni etniche, secondo i media, ma non ci credo, vi sono innumerevoli atti di incontro, di solidarietà e di fratellanza tra diversi

quasi ogni trasmissione tv, salvo qualche eccezione, più evidente nei commenti parlati ai giornali, mette in evidenza l’auto-referenzialità dei politici, di questi tempi del genere Salvini vs Di Maio, come se i destini della Patria fossero lì consegnati, più o meno

anche la Chiesa si muove, nella lenta deriva dei duemila anni, chiarendo ciò che era oscuro, grazie al vescovo di Roma e a molti altri volenterosi

la maggior parte dei media continua, contro ogni logica e scelta filologica a “dare del femminile” (la, della) all’acronimo T.A.V., che significa Tunnel Alta Velocità, dove evidentemente (anche agli incliti, forse) “tunnel” è sostantivo maschile e richiede l’articolo “il” e la preposizione “del”: se ne è accorto perfino Toninelli

milioni di volontari  operano continuamente per dare una mano a chi ha bisogno, in tutti gli ambienti e settori della vita nazionale, senza nessun cenno, o quasi, nei media: non fa audience!

una “tempesta emotiva” pare sufficiente a dimezzare la pena per un omicidio, e dico omicidio non femminicidio, da trenta a quindici anni: anche i giudici dovrebbero studiare meglio e di più neuropsichiatria e filosofia morale, anzi nell’ordine inverso: filosofia morale e neuropsichiatria, per un corretto approccio disciplinare

dà fiducia vedere che lavoratori e imprenditori non si arrendono mai, anche di fronte alle più grandi difficoltà che derivano da un mondo sempre più – anche se sgangheratamente- connesso, e anche se ciò non produce evidenti entusiasmi da parte di un pubblico condizionabile 

su dieci canali televisivi almeno tre presentano -ogni giorno che Dio ci manda- talk show con applausi telecomandati eseguiti da un gregge di umani penosamente colà aggregati

nel silenzio dei più, che non viene percepito dai media, nascono e si sviluppano pensieri di crescita del livello di umanità 

e potrei continuare ad libitum… 

Quello che alcuni scienziati non comprendono del “sacro”, del “religioso” del “teologale” e del “divino”, o di come può darsi un utile dialogo fra scienza e fede, mentre imperversano molti ciarlatani, sia in politica, sia nel mondo mediatico e formativo

La lettera che Galileo scrisse alla duchessa Cristina di Lorena nel …, là dove afferma che la Bibbia non insegnacome si vadia in Cielo, bensì come vadia il cielo“, dovrebbe essere letta con attenzione dagli scienziati veri di oggi. Di quelli improvvisati alla Biglino, che traduce il testo sacro in modo letteralista, interlineare, neppure parlo. Come questi, ve ne sono altri che credono ai miti come fossero storie vere, per i quali Enuma Elish, Ninurta e Marduk sono esseri realmente vissuti o viventi.

Ascoltando o leggendo certe affermazioni in tema religioso di persone di cultura come i professori Odifreddi e Hack, vien da pensare che, proprio da parte loro, nel momento in cui lo affrontano, si osserva una sorta di desistenza di metodo, del metodo scientifico. Se per metodo scientifico, anche nella dizione “ristretta” di stampo galileiano, si intende ciò che può essere mostrato o per evidenza o per deduzione controvertibile (si consideri la seguente espressione “scientifico è ciò di cui si può dire la ragione in base al suo perché completo, adeguato e prossimo“), la plausibilità dell’esistenza di Dio può porsi o non porsi con altrettanta forza logico-argomentativa.

In altra parole, come si fa a non considerare che l’affermazione seguente (presente nel Proslogion di Sant’Anselmo d’Aosta o di Canterbury) “Deus est ens quo maius cogitari nequit”, cioè “Dio è ciò di cui non si può pensare nulla di più grande“, possa anche essere considerata assurda o almeno non del tutto fondata? Su questo Tommaso d’Aquino ebbe ed ha ragione, a mio parere, criticandola in parte, perché si tratta di una proposizione meramente logica, in quanto, se di Dio si deve dire che è … e … e …, cioè onnipotente, eterno, buono, etc. etc., altrimenti non sarebbe Dio, è evidente che Dio è quel qualcosa di cui non si può pensare alcunché di maggiore. Stiamo parlando dell’idea di Dio.

Tommaso cercò -per contro- di mostrare l’esistenza dell’Incondizionato attraverso le cinque prove cosmologico-metafisiche di moto, causa, di necessità, di gradualità del bene, di fine, e comunque ne fu scontento, comprendendo che la via logico-razionale per mostrare l’esistenza di Dio resta comunque zoppa, o comunque debole, perché “pretende” di inquadrare in termini di intelligenza umana ciò che -ontologicamente- infinitamente la supera.

Peraltro, anche se ciò c’entra solo in parte come esempio, anche certe intuizione della fisica moderna e contemporanea furono tali, cioè fraintese o non credute veritiere, finché non si riuscì a dimostrane la plausibilità e la veridicità.

Il tema di Dio è -però- di altra natura, ed è in ogni caso inserito del climax ascendente costituito dal sacro, dal religioso e dal teologale. Come altrove in questo sito ho scritto, e qui ripeto, perché utile, il sacro appartiene alla sensibilità umana che sa cogliere emotivamente, induttivamente, intuitivamente, la grandezza degli Enti, e se ne spaventa oppure ne gode: un mare in tempesta, lo spigolo del Nanga Parbat, un volto bellissimo, anche marmoreo, ad esempio; il religioso appartiene alla storia umana, che si è declinata anche con la credenza nel soprannaturale, nel divino; il teologale ha a che fare con lo spirituale, con la possibilità reale di credere in un Dio Onnipotente, Eterno, Misericordioso, Buono, Incondizionato, etc..

Gli Odifreddi e le Hack non si sono fatti e non si fanno impressionare da nessuna di queste tre dimensioni: capisco che la terza dimensione non gli appartenga, ma la prima e la seconda sono studiate scientificamente quanto le loro dottrine matematiche e fisiche. Naturalmente preferisco loro, e di gran lunga, ai cialtroni che visitano le varie comunità proponendosi ai semplici come ciarlatani credibili. Li si trova in tv, come nel caso di Vanna Marchi, che ha pagato il suo debito delinquenziale alla giustizia, ma anche in alcune sale parrocchiali o biblioteche civiche. Alcuni li ho smascherati partecipando alle loro commedie grottesche, che purtroppo molte persone hanno ingenuamente subìto.

Non credo sia impossibile conciliare in sede cognitiva e intellettuale le due dimensioni, della fede religiosa e della scienza, ma -all’incontrario- che addirittura i due processi conoscitivi possano esser l’un l’altro di ausilio.

Fides et Ratio, Jane Austen direbbe Sense and Sensibility, cioè ragionesentimento, come le due ali che consentono all’uomo di sostentarsi e addirittura di diventare se stesso, come auspica Nietzsche. Sappiamo che l’uomo è sùn-olon, vale a dire, in greco antico “con il tutto, comprendendo il tutto”, come insegna Aristotele, cioè “ente unitario”, ma abbiamo comunque bisogno di distinguere tra corpo e mente, oppure anima e corpo o, addirittura, paolinamente, corpo, anima e spirito.

Se così è, non possiamo ammettere, se vogliamo essere intellettualmente onesti, che si sottovaluti la dimensione cosiddetta “trascendentale”, ovvero spirituale, anche nel senso religioso del termine.

Mi pare si possa dire che in un tempo nel quale pare che l’ignoranza sia un titolo di merito, invece che l’incontrario, perché viene temuta come minaccia da chi non ritiene che la cultura e le competenze siano un fatto positivo, sia importante avere la pazienza e la forza morale per crescere sotto ogni profilo, umano e professionale. L’esempio deleterio che molti politici stanno dando non può essere una linea guida per alcuno, soprattutto per le giovani generazioni, che hanno bisogno, non di arroganti sbruffoni o millantatori e falsificatori, ma di maestri di rettitudine  e di saperi.

La disonestà come criterio per una vita “cinica”, ma non tutti nel senso classico del termine, bensì anche secondo i comportamenti di molti contemporanei

L’arresto e la messa ai domiciliari dei genitori di Renzi mi suggerisce una riflessione sul cinismo eretto a criterio esistenziale, così come altri casi emersi in questi tempi. Che cosa si può dire del comportamento dei due signori Renzi, a quanto si sa, nella gestione delle coop da loro fondate. Loro insistono di essere tranquilli, ché sarebbe tutto spiegabile: lo spero per loro, ma mi viene qualche dubbio. Non mi pare si arresti a cuor leggero, anche per una bancarotta fraudolenta. Che poi l’illustre figlio scriva, con la consueta bullaggine che lo ha reso antipatico fin dai primordi, che si tratta di una scelta giurisdizionale a orologeria, completa la frittata, e non certo a favore, ma a ulterior disdoro della famiglia.

Nomi come quelli di Buzzi e Carminati, sigle di inchieste come Mafia Capitale, rattristano i più, che sono onesti cittadini italiani, e deludono, mi deludono, Spero sempre che i valori dell’onestà, della probità, della sobrietà prevalgano sull’egoismo, sull’utilitarismo accumulatorio.

Come altrove scrissi, qui non intendo il cinismo filosofico di Antistene e di Diogene di Sinope, degnissimi pensatori dell’antica Grecia. Caro lettore, ricorderai certamente l’aneddoto che narra dell’incontro tra Diogene e Alessandro di Macedonia il quale, ammirato del filosofo, gli chiese che cosa avrebbe potuto fare per lui e ricevette in risposta un lapidario: “Magari togliti di lì, Alessandro, ché mi copri il sole“. Il padrone del mondo di allora non faceva paura al filosofo. La filosofia non deve temere nulla, se viene servita degnamente, con umiltà e onestà intellettuale.

Il cinismo classico è un dignitoso pensare, correlato anche all’epicureismo, allo stoicismo, allo scetticismo e a tutte le filosofie che danno il giusto valore alle cose, dubitando e mettendo in questione i concetti, fino a Machiavelli, Hobbes e al grande Hume. A Leopardi e a Nietzsche. Oserei dire che, senza tema di blasfemia, anche il nostro grande Maestro di Nazareth, a volte, manifestava un fondo di cinismo, quando toglieva enfasi ai detti e ai fatti, di cui lui stesso era straordinario protagonista.

“Gesù gli disse: Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.” (Marco 10, 18), così apostrofava chi lo stava lodando. Gesù di Nazareth non voleva fronzoli e orpelli, e aborriva le lodi e i lodatori. Sto pensando -per contro- ai numerosi lecchini che ho incontrato e incontro nella mia vita e che si son fatti strada aiutando i vincitori e lodando il potere, comunque fosse (o sia) esercitato.

In Oriente, il Tao prevede tra i suoi insegnamenti un fondo di realismo cinico. Il cinismo intende contrastare le grandi illusioni dell’umanità, ovvero la ricerca della ricchezza, del potere, della fama, del piacere. Il cinismo ricerca davvero la felicità, ma una felicità che sia vivere in accordo con la natura e con le vite di tutto il cosmo.

I cinici classici ritenevano che per raggiungere uno stato di “felicità”, o di eudaimonia, fosse preferibile bastarsi, essersi sufficienti, quasi in autarchia, ovvero con una forma di ascesi, rispettando sempre la verità delle cose, la greca parresia. Diogene di Sinope si faceva bastare una botte e il sole. Magari anche qualcosa di più: per lui io sarei un benestante pasciuto, quasi un edonista, altro che cinico.

I cinici veri, secondo i maestri greci, devono caratterizzarsi per la loro imperturbabilità e impassibilità, anche nei momenti della prova, dolorosi e difficili, senza temere di dire anche cose sgradevoli, in assoluta mancanza di rispetto umano. Su questo, ci riesco abbastanza, e a volte anche troppo, con la parresia.

Tiziano Renzi cinico lo è certamente, e io pure, in qualche modo, ma che differenza tra i due modi di essere cinici, e di portare o non portare la barba!

Modello economicistico e modello politico nelle trattative socio-sindacali

Ne posso parlare con cognizione di causa, eccome, visto ciò che feci nella vita precedente, e ciò che ancora sto facendo in questa seconda interminabilis vita.

Il sindacalismo è una delle arti politiche più raffinate della contemporaneità, anche se molti si improvvisano esperti, pur provenendo da percorsi di dubbia formazione. Il sindacalismo non è una militanza politica in senso stretto, ma un “mestiere” che insegna a mediare, a pensare anche mettendosi nei panni della controparte, sviluppando la capacità del compromesso.

Questa parola trasmette un prevalente senso di negatività, quasi che si tratti di una rinunzia, di un atto di vigliaccheria. Invece, la stessa etimologia ci aiuta a comprenderne la positività intrinseca: compromesso deriva dal sintagma latino cum-promittere, cioè promettere-insieme.

Il compromesso è quindi un patto che prevede due dimensioni: la prima è il riconoscimento dell’altro come interlocutore legittimo; la seconda è la disponibilità a rinunziare almeno a una parte delle proprie esigenze richieste, per venire incontro all’altro. Non è un segno di debolezza, ma di forza, di capacità di attendere momenti migliori per riprendere una trattativa che, al momento, ha ottenuto realisticamente il risultato massimo possibile.

Storicamente il sindacalismo moderno, nato in Europa nella seconda metà dell’800, ha avuto prodromi importanti anche secoli prima, con le corporazioni di mestiere e le “gilde”. Un secolo e mezzo fa le dottrine solidaristiche socialiste e cristiane hanno promosso le prime Società di Mutuo Soccorso e Leghe professionali, soprattutto dopo la stipula del Patto di Fratellanza del 1888. Una Confederazione Generale del Lavoro nasce attorno al 1890, quasi contemporaneamente alla fondazione del Partito Socialista Italiano e alla emanazione dell’Enciclica leoniana Rerum novarum. Gli operai e i proletari diventano protagonisti, accanto alla borghesia produttiva.

In Italia, il fascismo propone una forma sindacale corporativista, à la Menenio Agrippa, per poi cedere il passo di nuovo a un sindacalismo progressivo “di classe”, anche se -sostanzialmente- sempre moderato. La nuova Cgil, rinata nel 1944 con il “Patto di Roma” tra le componenti comunista, cattolica e laica, si scompone nel 1948 e nel 1950 in Cgil, Cisl e Uil, una cum l’inizio della “guerra fredda”.

Nel 1970 il sindacalismo italiano ottiene il risultato socio-politico più importante della sua storia, con l’emanazione da parte del Governo di Centro sinistra della Legge 300, lo Statuto dei diritti dei lavoratori.

La fine del comunismo politico del 1989 non smuove la triadicità del sindacalismo confederale italiano, come si sarebbe potuto pensare (e sperare). Ancora oggi, il sindacalismo “maggiormente rappresentativo” italiano si esprime in tre forme, guidato da gruppi dirigenti sempre più mediocri, di cui ho conoscenza diretta e personale.

La disamina storico-politica che ho svolto in sintesi che più sobria non si può, mi serve per dire che il sindacalismo in ogni caso è una modalità dialettica e dialogica indispensabile per l’equilibrio della società italiana, tant’è che anche gli imprenditori nel tempo hanno messo in piedi associazioni confederali e di categoria per discutere utilmente di contratti e legislazione sociale con i sindacati dei lavoratori e con i governi.

In azienda il sindacalismo, a mio parere, si esprime al suo meglio e con maggiore utilità. In questo ambito allora, serve sviluppare un modello complesso che non sia condizionato, né da un eccesso di economicismo, né da un eccesso di compartecipazione. Se si esagera con il dare peso agli aspetti economici, alle convenienze costistiche, si rischia di bloccare ogni dialogo; se si dà troppo spazio ai sindacati in azienda -nel modello italiano che non prevede il dualismo della mitbestimmung tedesco (struttura duale della contrattualistica)- il rischio è di offrire il destro di intervento sui processi della governance, per la quale i sindacalisti attuali non sono preparati.

L’equilibrio tra i due estremi non è facile da conseguire, per cui si deve tenere conto che in ogni azienda è da costruire un modello ad hoc, e ogni momento storico della vita aziendale richiede aggiustamenti e modifiche.

Il sindacalismo è un’attività politica che, come si diceva sopra, non mette al centro una militanza ideologica, anche se ogni dirigente ha diritto di ispirarsi a chi vuole, ma sempre tenendo conto che l’obiettivo, il fine, è estremamente pratico e converge necessariamente verso un accordo di compromesso.

Il sindacalismo sano non fa la rivoluzione, ma favorisce la partecipazione e le riforme atte a migliorare la vita dei lavoratori e le performance dell’azienda, senza confusione di ruoli e nel rispetto delle prerogative normative e consuetudinarie.

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