Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La crisi della leadership si chiama followship o di come la tirannide della plebe del web mina la democrazia

Basta guardare in questi bei giorni di primo inverno la faccia di Salvini, che ha perso ogni arroganza, quasi grato a Bruxelles per aver aiutato l’Italia a “migliorare la manovra“. E’ la stessa “faccia tosta”, solo un po’ meno ridanciana e sprezzante, che solo due mesi fa proclamava con il suo sodale affacciato a qualche balcone “Non arretreremo di un millimetro dal 2,4“. Che cosa significasse quella cifra non lo sapevano bene neppure loro. Ora sta venendo accettato il quasi assonante 2,04, dicunt invenzione del genio di Rocco Casalino, che ridacchia per lo scherzetto, e ci capiscono ancora meno.

Eccoli lì, i due, che quasi compunti cercano di spiegare le ragioni della conversione a “u” che hanno fatto. Ovviamente non riescono ad ammetterlo con chiarezza, ché perfino i più ignorantemente bolsi tra i loro sostenitori se ne accorgerebbero e gli correrebbero dietro con la scopa. Ah Ah.

Fin da subito i due si sono atteggiati a “tribuni della plebe”, chiamata “popolo”, contro le varie caste ed èlites, di cui comunque loro stessi fanno parte da anni. Ebbene sì, non solo Salvini ne fa parte da decenni, ché è stato ed è il suo unico “lavoro”, ma anche Di Maio il giovine, che è in Parlamento almeno da sei anni. Vediamo l’aspetto storico del ruolo, memori delle lezioni di storia della scuola dell’obbligo, quando ci spiegavano che Caio e TIberio Gracco erano i Tribuni della plebe della Roma repubblicana.

Il Tribunato è stato creato nel 494 a. C., dopo che il plebei avevano effettuato una secessione dalla città nel 509. E’ di quei tempi l’apologo di Menenio Agrippa che li convinse a rientrare con quel famoso discorso sul “corpo sociale e le sue membra”, conosciuto da tutti, ma non so se dai due attuali tribuni. Anche i patrizi furono allora d’accordo di creare una magistratura che si occupasse delle classi più basse, caratterizzata, come tutte le magistrature dalla sacrosanctitas, cioè da una sacralità inviolabile. Tale caratteristica dava ai tribuni la garanzia da parte dello Stato di essere difesi da qualsiasi attacco, sia politico sia fisico, soprattutto quando questi si accingevano a difendere un plebeo da un’accusa formulata da un magistrato patrizio. Si trattava dell’esercizio dello ius auxiliandi, cioè il diritto di aiuto. I primi tribuni della plebe furono Lucio Albinio e Gaio Licinio Stolone.

Chiunque toccasse un tribuno poteva essere condannato alla pena capitale, essendo quei rappresentanti riconosciuti dall’insieme dei plebei (concilia plebis et ius agendi cum plebe), con poteri che concernevano anche la possibilità di convocare il senato (ius senatus habendi). Non cose da poco.

Sotto i consoli Orazio Pulvillo e Quinto Minucio Esquilino Augurino nel IV secolo il numero dei tribuni fu elevato a dieci, due per ciascuna classe.

«Questa notizia suscitò uno spavento tale che i tribuni permisero l’arruolamento, non senza aver prima ottenuto – siccome per cinque anni erano stati presi in giro riuscendo così di ben poco aiuto alla plebe – la garanzia che in futuro sarebbero stati eletti dieci tribuni. I patrizi furono costretti ad accettare, assicurandosi però con una clausola di non rivedere più, da quel giorno in poi, gli stessi tribuni. Si passò poi subito alla nomina dei tribuni, per evitare che quella promessa, come tutte le altre in passato, non venisse mantenuta una volta finita la guerra. A 36 anni di distanza dai primi, furono allora nominati dieci tribuni, due per ciascuna classe, e si stabilì che in futuro l’elezione avrebbe seguito la stessa procedura»
(Tito Livio, Ab Urbe Condita Libri, Libro III, 30.)

Fino al 421 a. C. il tribunato fu l’unica magistratura accessibile ai plebei, ed era riservata ad essi soli, ma verso la fine della Repubblica anche i patrizi cercarono di accedervi, e un certo Clodio ci riuscì, facendosi adottare da un ramo plebeo della sua famiglia. Dal 449 i tribuni acquisirono un potere ancora maggiore con lo Ius intercessionis, cioè il diritto di veto su qualsiasi provvedimento preso da una qualsivoglia magistrato che si riteneva potesse danneggiare gli interessi della plebe, potendo perfino impedire al Senato di riunirsi, se ciò avesse pregiudicato i diritti dei plebei. Abbiamo già visto che i tribuni possedevano anche lo ius capitis, cioè il potere di comminare la pena di morte, mediante sfracellamento dalla rupe Tarpea. Vien da dire: meno male che i due attuali tribuni non hanno questo potere.

I patrizi, all’inizio dell’epoca imperiale con Augusto, trovarono il modo di accedere al potere tribunizio mediante un’investitura non della carica, ma dei poteri previsti dalla stessa. Anche Augusto ne usufruì, per cui egli ebbe anche quei poteri (tribunicia potestas) accanto a quelli riconducibili all’imperium proconsulare maius, che prevedeva la possibilità di porre il veto su qualsiasi determinazione del senato, godendo dell’immunità personale. Ecco da dove viene l’immunità dei magistrati ancora in essere. Successivamente furono tribuni “titolari” gli imperatori Tiberio, Tito, Traiano e Marco Aurelio, mentre Marco Agrippa e Druso ebbero i poteri della carica senza mai assumere il seggio imperiale.

Tornando ai nostri due contemporanei “tribuni” (purtroppo), viene da dire che usufruiscono in copia dello scivolamento del modello di leadership capace di guidare gli altri assumendo le responsabilità della guida (traduzione approssimativa del termine inglese derivante dal verbo to lead),  a una sorta di followship, cioè una situazione nella quale non funziona più come centrale democratica il Parlamento, ma il web e i suoi correlati processi psicologici di influencing telematici. Questi due non sono più neanche dei politici, ma degli influencer, che usano -a volte con perizia (specialmente Salvini) e sempre con cinismo oggi ineguagliabile- i mezzi di comunicazione più veloci ed efficaci, cioè i social.

Il Parlamento non sta discutendo più, ma vota fiducie scontate, non vi sono dibattiti se non nei talk show, luoghi del disordine logico e dell’italiano sgangherato, dove diventa accettabile, o il cupo modello proposto dall’accigliato Cacciari, che sa sempre tutto prima degli altri, da lui osservati con sufficienza e a volte con una punta di disprezzo, o quello ridancian-pornografico di Vittorio Sgarbi, che non è più neanche tanto divertente. Accanto a costoro possiamo godere delle ovvietà sesquipedali di Mauro Corona o delle traversie del suo omonimo, che è anche un poco delinquente.

Poi ci sono i sempiterni “politicamente corretti” à la Fazio (non è lo stopper argentino della Roma),  à la Lerner o Saviano, e i sermoncini di don Ciotti o di qualcuno di LeU (e stavolta non la cito… citandola, Boldrini), dal suono che suona come uno sberleffo.

Tristitia regnat, sed spes viva in corde et mente mea.

Signor segretario della Lega, lei non mi rappresenta, e quindi faccia bene i conti quando si attribuisce la rappresentanza di sessanta milioni di Italiani, e come me la pensano milioni di persone, cittadini di questa Nazione. Si dia una calmata e controlli la sua esaltazione, o rischia di svegliarsi bruscamente da un falso sogno

Egregio signor Salvini, la invito a fare il conti bene: lei ha preso il 17 per cento dei suffragi alle elezioni politiche del 4 marzo scorso, il 17 per cento dei votanti, che sono stati poco più del 50 per cento degli aventi diritto al voto, e dunque circa forse 3 milioni di Italiani o poco più, su 48 milioni di elettori attivi, più o meno. Innanzitutto.

Io non la ho votata e conosco più di mille persone che non l’hanno votata, anche perché aborriscono il suo linguaggio, la sua boria, la sua tracotanza, la sua arroganza, la sua prepotenza, la sua vanagloria, la sua protervia, la sua presunzione, la sua ignoranza tecnica e morale, ché son cose diverse, il suo dilettantismo espressivo, in definitiva la sua superbia, principio di tutti i vizi, anche ieri evidenziato dalla citazione sgangherata di papa Wojtyla, che fa il paio con l’esecranda esibizione del Rosario e del libercolo contenente (forse) i Vangeli durante la campagna elettorale. Glielo dice un filosofo e teologo, e anche per di più politologo e sociologo con adeguati titoli ed esperienza. Le basta? L’elenco dei sopra elencati “sottovizi” della superbia è disponibile nell’etica tomista e in quella cui faceva riferimento il professore Norberto Bobbio, ma dubito queste siano letture cui lei possa essere aduso.

E dunque, se non vuole fare figure barbine con non pochi Italiani che sono in grado di smascherarla sotto ogni profilo, come me, prima di fare certe dichiarazioni studi, studi, studi umilmente e faticosamente, nel silenzio, invece di dar fiato alle sue trombe stonate.

Lei non rappresenta 60 milioni di Italiani,  non racconti balle, ché ogni persona appena alfabetizzata lo sa.

Ho ascoltato per Radio Radicale il suo discorso in Piazza di Popolo a Roma, e mi è rimasto in memoria un solo concetto della valanga di parolone e generici concetti espressi con un tono insopportabilmente dittatoriale ed autoreferenziale. Ora manca solo che lei parli in terza persona e passi dal già insopportabile “io”, a “Salvini”.

Di ieri mattina mi è rimasto un solo lemma, più volte da lei ripetuto: buonsenso. Ad ascoltare lei pare basti il buonsenso per governare, per comprendere i problemi, per decidere. Mi sembra pochino. Il buonsenso è una dotazione implicita per svolgere attività politica e qualsivoglia altra attività umana, lo sanno anche i gatti del cortile. E non basta, ovviamente. Ma per lei non è ovvio, che significa, dal latino ob viam, per la via, quindi scontato.

Lei forse non lo sa, ma le piazze, così come gli stadi, i cortei e ogni grande assembramento sono i luoghi dove la soglia critica dell’umana intelligenza si abbassa, come spiegano autori che lei probabilmente non ha neppure sentito nominare, come Gustave Le Bon nel suo La psicologia delle masse. Contento lei…

Non ho il dato socio-statistico dei partecipanti, ma non ce l’ha neppure lei, e quindi non si illuda.

Non so come procederanno le cose, né se questo ircocervo (sa che cosa è?) di governo potrà stare in piedi, poiché l’altro viceprimoministro mi par un poco in ambasce. Lei mi par voglia imitare il suo poco imitabile omonimo, mentre gli fa capire di non darsi pensiero con il sintagma esortativo: “Stai sereno (Luigi)”. Mi par di vederlo, il giovinotto campano, oramai tremebondo anzi che no.

E intanto, nonostante voi due, l’Italia lavora, vive, va avanti. Nonostante voi due, non molto noti per esser stati lavoratori indefessi. Se rivolgo l’attenzione al suo inopinato socio, non mi pare che possa vantare grandi esperienze di studio e di lavoro. E lei? Ha mai lavorato oltre all’aver fatto politica? Leggo che ha fatto il classico, bravo! E poi? Quando ieri la sentivo scandire in piazza il verbo al modo infinito “la-vo-ra-re”, più e più volte, mi veniva da pensare: ebbene sì, lavorate pure voi che mi applaudite qui in piazza, ché a me basta rappresentarvi. Quello è il mio lavoro. Sa invece quello che ho fatto io nella vita, figlio di operai emigranti, studiando e lavorando nel contempo? Ebbene: ho maturato quarantadue anni e sette mesi di contributi, con la legge Fornero, che lei non smantellerà, nonostante i suoi proclami cui lei è il primo a non  creder veritieri, perché le stanno spiegando che è improvvido farlo, quantomeno per ragioni di finanza attuariale; nel frattempo ho conseguito tre lauree magistrali, due dottorati di ricerca e un master. E lei?

Domattina, lunedì, io come altri ventisette milioni di Italiani andrò al lavoro, in una delle aziende che seguo, e in settimana farò anche lezione in due luoghi di formazione alta, nonostante mi sia arrivata una più che dignitosa pensione da un paio di mesi, che né lei né il suo socio in affari si azzarderà a toccare, e verso sera tornerò a casa. Se ne avrò la forza andrò in palestra, così come oggi ho fatto sessanta km in bici, fisico recuperato da un pericoloso tumore, che mi è stato ben curato da un sistema sanitario vigente, non pensato da lei, ma da quelli che lei disprezza ogni volta che apre bocca: i democristiani, i socialisti, i laici e i comunisti e i loro eredi. Un sistema sanitario gratuito da una quarantina d’anni, tra i migliori del mondo.

Joseph Goebbels, ministro della propaganda del III Reich spiegava che dire per dieci volte una menzogna non basta, ché la verità vince, ma se si dice mille volte una menzogna, questa diventa “verità”. Cito qui il fanatico gerarca nazista, non certo per ipotizzare similitudini, ma per ricordare che il meccanismo della menzogna, che riguarda anche il protagonista di questo post, funziona sempre allo stesso modo.

Salvini da Milano, mi ascolti, lasci perdere i sessanta milioni di Italiani, e si accontenti dell’onesto.

La piazza dei trentamila a Torino, o “Esisto solo se qualcuno mi ascolta, ovvero esisto solo se qualcuno mi legge…”, ma è proprio sempre vero?

Anche se la TAV non mi convince del tutto, fossi stato a Torino avrei partecipato alla marcia dei trentamila favorevoli a quest’opera, alle Olimpiadi invernali e a tutto quanto grillini e sindaca dai capelli di fil di ferro non vogliono fare. Mi oppongo a qualsiasi cosa questi selvaggi arroganti e ignoranti vogliano fare. E spero che i miei non pochi amici torinesi siano stati in piazza, che Elena, Stefania, Roberto, Maurizio…, perché gli riconosco un’intelligenza e una sensibilità importanti, tali da non farsi intortare da un/ a appendino (femminile o maschile?).

Sono contrario a tutto quello cui sono favorevoli questi falsi puritani della politica. Non mi convincono in nulla, né come idee e programmi, né come gruppi dirigenti e leader. Le loro idee sono prive di cultura etica e socio-politica, anzi, con i loro riferimenti generici a Rousseau, perfin pericolose. Penso che neppure il capo della Srl che li governa oggi, e suo padre R.I.P.,  conosca o abbia conosciuto poco o punto il pensiero del mediocre e troppo esaltato filosofo ginevrino. I loro leader ignoranti sono e mediocri, e perciò arroganti e protervi, a partire dal chierichetto campano, per continuare con u bellu guaglione, l’inutile reduce dal Sudamerica. Mi meraviglia come e quanto il suo viaggio sia stato tanto mediatizzato. Infatti di Di Battista chissenefrega! E la tontolona magra-piccola-anche-di-intelletto sindaco femmina di Roma?

Il tanto da lor invocato “popolo” si è ribellato in una delle capitali d’Italia, a Torino. Spero sia l’inizio di un non lunghissimo declino, sempre se altri si sveglieranno dalla loro attuale afasia. Qui entra in campo il secondo argomento, strettamente correlato al primo.

Il popolo può farsi ingannare per un periodo, e non lungo, perché poi, quando si accorge di essere buggerato dai populisti, si ribella e li manda a quel paese.

Il maestro Ennio Morricone a novanta anni suonati spiega il suo rapporto con la musica, dicendo che essa esiste solo se qualcuno la esegue e qualcuno la ascolta, e ciò può valere in qualche modo -nel mio piccolo biografico- anche per me. Con qualche osservazione diversa: questa sua concezione indica una forma di idealismo relazionale à la Martin Buber e Emmanuel Lévinas. Son d’accordo e non son d’accordo.

Non si può dire, infatti, che-si-è solo se si è ascoltati (musica e parole) e letti, poiché chi non scrive musica e parola, allora, non “sarebbe”: falso. La battuta di Morricone è metaforica, un po’ estremistica, senz’altro melodrammatica.

E poi, come la mettiamo con il silenzio? forse che il silenzio è un “nulla”? neanche per idea. Il silenzio è virtù, per san Benedetto da Norcia, ed è… musica, proprio per Morricone, Beethoven, Bach, Mozart, Haendel, Verdi, Wagner e compagnia musicante, compresa la mia Beatriz. Che cosa è una pausa tra due suoni se non musica essa stessa?

Si è certamente se si è ascoltati, visti, considerati, rispettati, letti, etc., ma anche se no. Vivendo in un bosco remoto in uno chalet di legno, puoi evitare incontri sgradevoli, limitandoti a recuperare periodicamente i viveri necessari.

Le sette donne leader sconosciute di Torino mostrano la parte di veridicità delle tesi di Morricone e di Descartes. “Penso e dunque sono, parlo e dunque sono, qualcuno mi ascolta e dunque sono, e così via…”. Infatti a volte non basta vivere nello chalet aristotelico… per essere. Può bastare per esistere, ma non per essere… per gli altri. Occorre dunque uscire dallo chalet, prendere il sentiero che porta alla strada, inforcare almeno una buona bici e giungere alla città degli uomini, e lì cercare altri simili, parlare e farsi ascoltare.

Infine occorre scegliere una piazza e riempirla, senza fare baccano, senza bandiere, pura presenza dell’esserci, essenziale dasein heideggeriano. I su nominati leader, invece, che sono ignoranti e fanatici stiano dove sono fino a scomparire, che è il loro destino segnato.

“Furia cavallo del West” e le idiozie, da quelle generiche a quelle animaliste, per le quali la medicina giusta è l’invettiva

Canzone colonna sonora dei telefilm omonimi, di Paul Bradley Coulding, più noto come Mal dei Primitives, inglese, ma oramai da tempo friulano. Furia cavallo del West: in bianconero, il bellissimo stallone amico dei ragazzini.

Un orso sta per sbranare un agnello, al che Furia si avventa zoccolante con tutta la sua “furia” stallonesca e mette in fuga il grande plantigrado, ma non troppo grande, ché se fosse stato un grizzly adulto o un orso polare, forse il cavallone se la sarebbe data a gambe.

Ebbene, la domanda che mi faccio e porgo ai miei sempre gentili lettori è questa: se l’orso per nutrirsi cerca di azzannare l’agnello e il cavallone glielo impedisce, per chi “tiene” l’animalista”? Forse che si trova in un cul de sac? Deve l’orso seguire la sua natura e il suo istinto di grosso onnivoro-carnivoro, o gli porgiamo un kilo di mele e un barattolo di marmellata, ovvero, è “giusto” che il possente stallone nero gli impedisca di alimentarsi perché così sopprimerebbe un altro animale, o no?

E, allo stesso animalista chiederei: vengono tormentati i cagnolini di Striscia la notizia o il pappagallo di Portobello? Oppure stanno bene, sono coccolati e comodi? E’ meglio stare lì con Greggio e tra le tette della Hunziker o in un canile, a rischio di iniezione letale?

E i pesciolini rossi? Come stanno i pesci rossi nella vaschetta di casa, nutriti dai bimbi e guardati con affetto dalle nonne?

Altrove ho scritto della stupidità come stato psichico che induce un comportamento inutile e dannoso, in coerenza con quanto spiega bene nella sua Storia della stupidità Carlo Maria Cipolla. Scrissi anche del collegamento stretto esistente tra presunzione e ignoranza, caratteristica diffusa tra i politici del Movimento 5S e non solo. Questi tipi umani sono presenti anche nella Lega, nel PD e in Forza Italia. Costoro sono anche caratterizzati da una quasi assoluta mancanza di vergogna. La mancanza di vergogna è un altro atteggiamento insopportabile, per il quale uno si sente indefettibilmente nel giusto, anche quando sbaglia, e non riesce a scusarsi neppure quando è evidente l’offesa fatta a qualcuno.

Riconoscere i propri errori e scusarsi è un atto di forza interiore, altro che quelli dell’omonimo film di Schwarzenegger!

Vi è anche un rapporto biunivoco tra stupidità e malvagità, che è preferibile, addirittura, alla prima condizione dell’anima, quella della stupidità, poiché dai malvagi ti puoi difendere, mentre dagli stupidi è più difficile, poiché sono pericolosamente imprevedibili, pensando essi di essere intelligenti.

Un altro aspetto correlato è quello della superficialità e della banalizzazione, che comporta un impoverimento del linguaggio e delle modalità espressive. Gli stupidi sono presuntuosi e incapaci di provar vergogna, parlano per sentito dire e pontificano su ciò che non conoscono. Un esempio acclarato è quello dell’attuale ministro dei  trasporti, il riccioluto Toninelli.

Una manifestazione di estrema stupidità: una docente di storia di 55 anni, insegnante in una scuola superiore di Vimercate -il “Floriani”- è stata presa a sediate nella schiena da alcuni suoi allievi, che hanno prima spento la luce, i vigliacchi, e poi hanno colpito la professoressa. E i loro genitori? Che quoziente intellettivo possono esprimere? Che valori morali vivono?

Un ulteriore esempio di comportamento malo o comunque sbagliato è quello di chi pensa di poter bruciare le tappe della propria crescita, mancando di rispetto a chi più sa, senza darsi pensiero se ciò significhi offendere, deludere, competere senza ragione ponendosi in forma arrogante e pretenziosa?

Correlato a quest’ultimo tipo umano vi è il caso di chi presume di sapere non sapendo: costui solitamente non accetta il sapere altrui, specie se è guadagnato sul campo del tempo e della fatica, perché la sua pigrizia gli fa pensare che basti informarsi sui giornali che scrivono ciò che lui stesso si aspetta che scrivano. Faccio un esempio: se il suo “giornale” scrive che il presidente Mattarella è comunista, Mattarella è comunista. Semplificazioni pacchiane, spirito critico uguale a zero. Queste sono persone che, nella loro arrogante ignoranza, riescono ad offendere senza darsi pensiero. Persone che solitamente vivono per mangiare, non l’incontrario. O giù di lì.

E i genitori di Desirée? Cosa faceva la ragazzina in quel luogo, chi la custodiva, chi aveva a casa? Chi se ne occupava? Abbiamo risolto il problema chiamando “bestie” i quattro bastardi che l’hanno drogata e violentata, o serve altro?

Idiozie che meritano solenni invettive, pedagogia dei fatti.

I modi del potere tra dominio e servizio

Gli attuali governanti italiani, in particolare i due vicepresidenti del Consiglio dei ministri, non sanno distinguere tra le due declinazioni classiche del potere, la declinazione come dominio e quella come servizio, perché sono ignoranti in tutti e due i sensi dell’ignoranza: nel senso tecnico in quanto hanno poca o punta preparazione costituzionale, e in senso morale in quanto non sanno distinguere tra le cose buone da fare e le cose cattive da evitare o, come dicevano i padri latini e i teologi scolastici, a partire da san Tommaso d’Aquino: bona agenda, mala vitanda sunt.

Il potere esercitato come dominio è quello della tirannide, così come variamente declinata. Nel caso citato, pur non connotandosi come tiranni di tipo classico, Di Maio e Salvini si comportano come tali: il loro linguaggio è spesso triviale (più in Salvini) e approssimativo (più in Di Maio, ma anche Salvini non è un fuoriclasse del lessico), si nota la loro tendenza a minacciare e ad irridere gli avversari politici che sono così trattati da nemici cui non concedere requie, e tantomeno ascolto. Tal modo di fare dà la misura, non solo della loro cultura generale molto approssimativa, ma anche di una certa perfidia popolana, non popolare o populista, neppur dissimulata.

Il ghigno di Salvini e il sorriso da saputello dello scugnizzo sono espressioni evidenti di sentimenti negativi, sono linguaggio del corpo oltremodo aggressivo e incapace di dialogo. Non sopportano i giornalisti che li osservano, a meno che non abbiano un atteggiamento prono, ma questo accade, grazie a Dio, raramente.

Né l’uno né l’altro dialoga, ma pontifica, proclama, dichiara, arringa, con l’evidente miserando piacere di ascoltarsi-dire-quello-che-dice. I due non conoscono il potere della parola o meglio, ne constatano l’efficacia senza porsi mai il tema della corrispondenza tra le parole che proferiscono e la realtà delle cose, o la verità delle stesse. Nel loro caso la distinzione tra realtà e verità non si pone mai. Potrebbero anche coincidere, ma non è un loro tema. Non so se si rendono conto di imbrogliare il famoso “popolo”, o meno. A proposito, quando dicono di avere dalla loro “gli Italiani”, dovrebbero fare i conti bene, non basandosi sulle prospezioni elettorali che li danno -attualmente- sommati al 60%, poiché si tratterebbe del 60% della metà degli avanti diritto al voto, e dunque, anche a essere benevoli, possono di dire di rappresentare -insieme- il 30% degli Italiani, una minoranza, dunque.

Abbiamo governanti tracotanti, prepotenti, arroganti e protervi, nullapensanti, anzi malpensanti. Dopo la tracotanza, la prepotenza, l’arroganza e la protervia viene la violenza. Appartiene a questo contesto anche il premier Conte, anche se questi si muove in modo più felpato. Non ha i modi tracotanti dei suoi due capi, ma il fatto che ripeta con altre parole e altri sistemi le medesime cose, sollecita la domanda per quale ragione sia d’accordo, se per convincimento o se per convenienza.

Nel primo caso può venire associato alle due modalità di ignoranza sopra descritte, nel secondo, poveri noi ché misero è il menù imbandito.

Non mi piace neppure il modo di fare il presidente dell’Inps di Tito Boeri, anche se potrebbe avere qualche o molte ragioni, perché confonde il suo ruolo tecnico-gestionale, con un ruolo politico, che non ha.

I veri grandi uomini politici, come Hammurabi, Ramses II, Salomone, Ciro il Grande, Alessandro di Macedonia, Augusto, Marco Aurelio, Adriano, Carlo Magno, Salah-el-Din, Lorenzo il Magnifico, Carlo V d’Asburgo, Maria Teresa d’Austria, Napoleone, il Conte di Cavour tra altri, hanno esercitato il potere senz’altro come dominio, ma anche come servizio. Si vedano, infatti, le conseguenze storico-politiche e socio-economiche del loro agire.

Chi usa il potere solo nella versione del dominio esprime una sorta di ubriacatura, parlando e operando come sotto effetto di sostanze esaltanti la percezione e l’eloquio, ma non la trasparenza e la razionalità del pensiero. Gli antichi Greci chiamavano questo stato psico-morale ybris, cioè una sorta di orgoglio spirituale che conduce la persona a mostrarsi in tutta la propria malsana ambizione e vanagloria.

Chi è affetto da ybris molto facilmente è preda del vaniloquio, della maldicenza e dell’insulto, che usa per ampliare il proprio potere, o comunque la sensazione soggettiva del proprio potere, che spesso non coincide con il potere vero di cui è formalmente titolare.

A-crazia (dal greco a-kratìa), vale a dire governo senza oppressione, in tempi in cui le democrazie tendono a somigliare pericolosamente a demo-kratùre, dove il potere si esercita senza rispetto

Il mio amico Francesco Ferrari, filosofo pratico e socio di Phronesis, è ricercatore e docente all’Università di Jena. Ha scritto recentemente un agile volumetto: La comunità postsociale. Azione e pensiero politico di Martin Buber, edito da Castelvecchi. Il filosofo ebreo tedesco si è battuto tutta la vita per un socialismo religioso da una prospettiva ebraica non populista, e nemmeno sovranista. Di questi tempi leggere un testo come quello di Francesco allarga il cuore e le facoltà raziocinanti.

Lo consiglierei ai due vicecapidelgoverno, che sono -come ognun sa- notissimi intellettuali, particolarmente versati in discipline socio-politiche, storiche ed etico-giuridiche. Son convinto che ne trarrebbero un gran utile, ove riuscissero ad andare oltre pagina 15, che per me è il segno di una certa (nell’accezione di aggettivo partitivo, non attributivo) intellettualità.

Il pensatore cui Francesco ha dedicato un solerte suo impegno era socialista, ma di un socialismo intriso di utopismo e di umanitarismo. Non marxista. Il socialismo dei kibbutzim, specie di cooperative agricole e artigiane israeliane dove si condivide il lavoro e il reddito.

Il suo socialismo non poteva non connettersi con una forma particolare di democrazia, chiamata a-crazia, cioè un modello di governo non aggressivo e violento, mai, ben lontano dalle demokrature di questi anni, ma anche dalle democrazie zoppicanti che costituiscono il nerbo, si fa per dire, dell’Occidente attuale.

Contrario alla pena di morte, Martin Buber dialogò con David Ben Gurion ai tempi del processo Eichmann a Tel Aviv nel 1961. Adolf Eichmann fu impiccato e le sue ceneri sparse nel Mediterraneo, a monito futuro, Buber dissenziente.

Ispiratore dello Yad Vashem, Buber è il pensatore della relazione tra l’io e il tu (Ich und Du), dove il tu diventa io e l’io è tale come significato e valore soggettivo solo in relazione al tu. Sembra un’esagerazione estremistica questa di Buber, ma se ci pensiamo bene, in un tempo nel quale l’egoismo spiccio la fa da padrone non fa male.

Un altro tema cui il pensatore ebreo germanico si dedica è la riflessione sulla democrazia, lui che ha conosciuto da ebreo la fase infernale del nazismo, così come si è sviluppata in violenza inaudita dopo la conferenza di Wannsee, auspici condottieri Himmler e Heydrich, loro servitor fedele il già sopra citato Eichmann.

Democrazia, o governo del popolo monarchia, oligarchia, o governo dei pochi, acrazia, o governo non autoritario,  plutocrazia, o governo dei ricchi, meritocrazia, o metodo premiante i migliori, eucrazia, o buon esercizio del potere, cacocrazia, o cattivo esercizio del potere, etc. possiedono la radice kràtos, in greco potere, salvo monarchia che è composta da mònos, unico, e archè, principio, mentre dittatura no, perché deriva dall’iterativo dicto, dico ordinando, dico con autorità, in latino.

Addirittura vi è il Cristo pantokràtor, cioè il “signore del tutto”, molto presente nella tradizione teologica e iconografica o iconologica ortodossa. Vederlo nell’ovale dell’abside del sublime Duomo di Monreale, o a Ravenna.

Il discorso del potere è sempre presente. Da millenni. Inevitabile, il potere, come dimensione della con-vivenza.

Tratto da Daniel, propongo un breve brano scelto dal professor Ferrari per dar inizio al libro, e lì Buber scrive: “Tutto ciò che questo tempo ci ha dato dovrebbe essere riconquistato autenticamente nel corso di una nuova e inaudita lotta in nome della realtà. Ciò che adesso ha il suo esserci spettrale nella fretta sciagurata, nella dispersione e nella finalità, nell’apparenza dell’essere informati e nella falsa sicurezza – tutto questo deve diventare vita reale, vita vissuta. E questa è la vita dell’immediatezza e del legame fra gli uomini.”

L’anarchismo acratico di Buber è rispettoso e delicato, quasi, attento alla fragilità degli uomini, poiché a lui non interessa più di tanto la Gesellschaft, cioè la Società, ma la Gemeinschaft, la Comunità. La Societas è un qualcosa che lascia freddi, mentre per contro la Communitas communitarum è il dove della con-divisione, della con-vivenza, è il kibbutz nel deserto innaffiato da lontane acque faticosamente captate.

Buber pare sentirsi come un rabdomante spirituale, che cerca l’acqua dissetante dell’eguaglianza tra diversi, non un sionismo ferocemente identitario ed esclusivo, ma una fraternità umana inclusiva. Nella mia vita ho passato momenti in cui chi mi stava vicino parlava con compiacimento di esclusività, e io provavo un disagio. Buber, tra non molti altri, mi aiuta a pensare l’inclusione tra diversi, non la confusione -beninteso- ma una teo-politica intrisa di socialismo democratico, e a-cratico, giammai violento e impositivo.

L’utopia di questo socialismo in Buber e, mi permetto di dire, anche in Francesco Ferrari, non vive la distanza dal principio di realtà, ma la accompagna come ipotesi possibile, come un dispiegarsi fraterno del presente verso un futuro rischiarato.

Mimmo Lucano, o del tribalismo epistemologico

Quando ho visto la prode e coraggiosissima Boldrini sotto casa Lucano in quel di Riace ho avuto l’ennesima conferma dell’esistenza di una sorta di tribalismo epistemologico, una vera e specifica visione del mondo.

Una visione del mondo a senso unico, incapace di vedere i vari strati della realtà e le contraddizioni insite, in essa. Potrei anche essere d’accordo nel merito se si tratta di salvare vite umane in mare, in montagna, nei deserti o nelle città, ma non nei modi nei quali si sta esprimendo codesto evento.

La realtà non si manifesta mai in due dimensioni, non è mai manichea, poiché è composta da un caleidoscopio di elementi a volte evidenti, ma in misura molto maggiore sfuggenti.

Il tema dei migranti non può essere risolto con lo “schema Lucano”, così come non si può risolvere con lo “schema Salvini”. Hanno torto tutti e due, l’uno perché acriticamente “generoso”, l’altro perché cinico.

Ma vi è un altro aspetto che rende questa visione del mondo inadeguata e pericolosa, e che si declina, appunto, in una sorta di tribalismo epistemologico, che va analizzato senza pigrizia mentale e con onestà intellettuale. Quest’alleanza di intenti che si esprime mediante la solidarietà al sindaco di Riace, inquisito e messo agli arresti domiciliari è la solita pantomima del politicamente corretto, per cui tutto ciò che è altruistico e solidale va bene, in qualsiasi modo si attui, e spesso con giudizi frettolosi e iniqui sull’operato della magistratura, quando questa non corrisponde ai propri desiderata.

Se la magistratura inquisisce Berlusconi e C., fa il suo dovere costituzionale e istituzionale, mentre se inquisisce Lucano o altri affini, trova schierati come un sol uomo i Saviano, i don Ciotti, i padre Zanotelli, che dei tre è l’unico a starmi simpatico, tutti e tre incapaci di formulare un pensiero completo sotto il profilo razionale, cioè di un pensiero che non sia epistemologicamente tribale, vale a dire non-di-appartenenza, ma generato da un’argomentazione logica.

Il sindaco Lucano spergiura di non avere agevolato alcun matrimonio combinato per far ottenere il permesso di soggiorno a chicchessia, né di aver affidato lavori in violazione delle leggi dello Stato,  ma la magistratura inquirente la pensa in modo diverso.

Propongo di seguito ai miei gentili lettori una breve sintesi del racconto del “modello Riace” di Domenico Lombardi di Unionline che sostiene il senso buono dell’intera vicenda, per poter commentare.

Lombardi racconta che nel 1998 un veliero partito dalla Turchia con 184 persone tra cui 72 bambini a bordo attracca sulla costa di Riace. Si trattava di profughi siriani, turchi e irakeni. Fin da subito il sindaco concede le case disabitate del paese, mentre i trentacinque euro al giorno destinati al sostentamento dei migranti vengono trasformati in borse lavoro girate a cooperative del posto. Lavorando, molti di loro, continua Lombardi, imparano un mestiere, traendone un reddito e sfuggendo al caporalato che imperversava (e imperversa) nelle campagne.

Il paese, che era disabitato, si rivitalizza e si ripopola. L’amministrazione inventa poi un coupon spendibile negli esercizi di Riace, stimolando così anche i consumi locali. Infine, Riace è tra i primi paesi a iscriversi al sistema di accoglienza diffusa SPRAR (Sistema di Protezione Rifugiati e Richiedenti Asilo). Ma, nel 2016 un’informativa della Guardia di Finanza denunzia irregolarità nella gestione dei fondi e così non arrivano più i soldi della Prefettura e dello Sprar, mettendo in questione l’intero “modello”, cosiddetto. Ad agosto il sindaco, chiamato “Mimì Capatosta” (soprannome comprensibile a ciascuno) inizia uno sciopero della fame.

Nei giorni scorsi Domenico Lucano, su ordine del G.i.p di Locri è stato posto agli arresti domiciliari per violazione di varie leggi dello Stato. I capi di imputazione: immigrazione clandestina e affidamento fraudolento di servizi di raccolta rifiuti, in seguito aggravati dai seguenti reati presupposti: associazione a delinquere, truffa e concussione.

Di seguito una parte del testo di Lombardi.

“Lo stesso G.i.p. nell’ordinanza d’arresto scrive che Lucano non ha preso un euro per sé né ha arricchito le associazioni che gestivano i soldi per l’accoglienza. Parla di gestione “opaca e discutibile” e definisce Lucano un soggetto “avvezzo a muoversi al confine tra il lecito e l’illecito“.

D’altronde è stato lo stesso sindaco a spiegare come il suo modo d’agire seguisse un ideale di giustizia sociale che “non sempre coincide con la legalità e le leggi“. “Quello che facciamo non segue le linee guida dello SPRAR, perché quelle linee guida ci dicono che dopo sei mesi i migranti devono andare via, ma ciò non è compatibile con una dimensione umana dell’accoglienza“, ha detto tempo fa in un’intervista.

In un’intercettazione finita agli atti dell’inchiesta, invece, dice: “Proprio per disattendere queste leggi balorde vado contro la legge“.

E questa frase potrebbe essere il manifesto dell’uomo Lucano. E farci capire che quella di Mimì Capatosta è disobbedienza civile. Contro la legge Bossi-Fini, che rende l’ottenimento e il mantenimento della cittadinanza italiana dei percorsi a ostacoli.

E così, come Cappato accompagna dj Fabo in Svizzera per consentirgli di porre fine a una vita di sofferenze, Mimmo Lucano organizza matrimoni combinati per non rendere clandestine persone che si sono integrate alla perfezione nel tessuto economico e sociale del paese in cui vivono.

Il rischio non è tanto che Mimmo Lucano finisca in galera, ci resterebbe ben poco. Il rischio è quello di mandare in fumo un modello d’accoglienza che ci invidia tutto il mondo. E che potrebbe indicare la strada a un Paese, il nostro, capace di accogliere. Molto meno di integrare e inserire i migranti nel tessuto socio-economico locale.”

Così il giornalista Lombardi.

Le scelte di Lucano potrebbero sembrare informate al principio, o virtù, o valore che Aristotele chiama epichèia, cioè giustizia giusta, in inglese fairness, ma nutro su ciò qualche ragionevole dubbio. Non mi pare, infatti, che le azioni del sindaco di Riace possano essere considerate un atto di riparazione a quanto prevedono leggi ingiuste, ma una presunzione di riparazione, certamente in qualche modo  paragonabile agli spinelli fumati da Marco Pannella in pubblico in tempi oramai remoti e ai viaggi di Cappato per accompagnare in Svizzera i suicidi “volontari”, tautologia inevitabile, se veramente del tutto tali, ma anche forse episodio di maggiore gravità. La presunzione di riparazione pare di più, a me sembra, presunzione, e basta.

Se si dovesse accettare questo metodo per rimediare a leggi ingiuste potrebbe essere plausibile qualsiasi cosa, in un periodo nel quale la politica e la democrazia rappresentativa parlamentare è tanto in crisi.

Se per rimediare ai limiti politico-culturali di un Parlamento che approva quasi all’unanimità una procedura medica delinquenziale come il protocollo o metodo anticancro di Davide Vannoni, si applica il “modello Riace”, allora siamo all’anarchia, non degli “unici” alla Max Stirner, ma della tribù, che alza voci e bandiere perché così è più bello, e fa perfino figo.

A costo di sbagliarmi non mi piacciono le manifestazioni tipo “attacco alla Bastiglia”, i pugni chiusi fuori tempo massimo e la genericità banalizzante delle affermazioni che si raccolgono in genere nelle piazze osannanti o urlanti. Gustave Le Bon insegna con il suo mai troppo letto e meditato La psicologia della folla.

Sarebbe bene darsi sempre il tempo, il luogo e il modo per discutere con cognizione di causa, con un’adeguata preparazione e documentazione di merito, lasciando fuori dal contesto dialogico emozioni condizionanti e a volte perfino infantili. Guardare la Boldrini in piazza mi ha fatto l’impressione che fosse una vecchia bambina o una suorina laica in libera uscita.

Da socialista per sempre non mi è piaciuto per nulla il pugno chiuso di Mimmo Lucano, che il Signore lo illumini.

Il friulo-scintoismo, una visione del mondo, o del dolore necessario

Quando ero capo del personale della più grande azienda friulana ho avuto modo di confrontare spesso il modo di lavorare della nostra gente, operai, periti e ingegneri friulani, con il modo di lavorare di tedeschi e svedesi, famosi nel mondo per correttezza, continuità e solerzia. Ebbene, i nostri nulla rendevano ai colleghi del Nord per capacità e saper lavorare senza requie, anzi. Impegno costante, dedizione e senso di appartenenza all’azienda erano al massimo.E mi ricordavano la determinazione di mio padre, Pietro, a partire par Lis Gjermanis, così si diceva in quel friulano un po’ dolente del piccolo paese delle acque, Rivignano, insieme con cinquanta, ottanta, cento colleghi furlani, che lavoro non avevano nella Piccola Patria. Due corriere della ditta Ferrari (nulla a che vedere con le auto da corsa) piene, che una mattina dei primi di marzo si muovevano dalla Tarabane di Rivignano, la lunga piazza centrale, per arrivare in mezzo ai boschi dell’Assia in cava di pietra. Ricordo ancora il nome della ditta parastatale che Adenauer aveva voluto costituire nel dopoguerra per rilanciare la Germania ferita: Westerwaldbrüche.

Pietro, mio padre era più kantiano di Kant. “Mi tocca partire, Gigia“, disse un giorno a mia madre, ché al paese non c’era lavoro, e io e mia sorella, bambini, dovevamo mangiare.

Gli emigranti vivevano in baraken molto simili a quelle che vidi decenni dopo, in un viaggio della memoria con lui, a Dackau. Facevano le corvèe a turno in baracca a pulire far da mangiare i giovanotti friulani della Bassa che vedevano in Pietro, oramai quarantenne, un capo credibile.

Si ammalò un po’ di crepacuore quando piantarono uno sciopero per avere un aumento, e furono cacciati, salvo lui, che però tornò a casa con tutti gli altri per ripartire la primavera successiva. L’aumento lui l’aveva già concordato con la Direzione per l’anno successivo, un aumento di paga oraria cospicuo, ma ciò non era bastato.

I miei, mio padre e mia madre, non vivevano il dolore della separazione come una mortificazione, come una punizione per chissà quali peccati mai commessi, ma come uno stato di necessità. Si doveva fare così, anche se c’era tristezza e dolore.

La determinazione, la continuità dell’impegno dei lavoratori friulani era, è incomparabile. “Sante scugne” è il detto furlano più basico, cioè santo dovere. Il dovere di andare, di fare, di partire. “Libers di scugnì là“, o liberi di dover andare, il libro di Leonardo Zanier, il poeta dell’emigrazione obbligata dei Furlani, dai fradis furlans.

Friulani un po’ buddisti e un po’ scintoisti, mi vien da dire ora che sono acculturato anche grazie a quel dolore e a quelle separazioni.

Se vogliamo vedere da vicino un poco quelle grandi tradizioni religiose dell’Oriente, constatiamo che lo scintoismo privilegia, al di sopra di quello individuale, l’interesse della comunità e il pubblico benessere. Mio padre portava via cinquanta, cento capi famiglia, che si impegnavano a stare insieme, a lavorare insieme. Per questo si ammalò quando decisero lo sciopero a oltranza e furono cacciati, in quella Germania dei primi anni ’60.

Il buddismo è la matrice dello scintoismo, il quale ne è una declinazione prevalentemente giapponese. Nel buddismo troviamo la dottrina della sofferenza o duhka (sans., dukkha, pāli), che è causata dal desiderare il possesso delle cose a livello individuale, il desiderio di ricchezza (libido pecuniae) e di potere (libido potestatis). Di contro in quell’ambiente spirituale si insegna la dottrina dell’impermanenza o anitya (sans., anicca, pāli), la quale mostra come tutto sia soggetto a nascita, sviluppo e scomparsa.

Aristotele, uno dei padri della nostra cultura parla di nascita, evoluzione e corruzione di tutti i viventi. Un modo di dire analogo per accettare il concetto di impermanenza.

Bene: che dire se non che i nostri, noi così eravamo. E ora, in questo cambiamento epocale nel quale arrivano altri migranti, qui da noi, e i nostri ragazzi hanno più problemi a trovare lavoro?

C’è ancora una lezione plausibile in quelle storie che paiono tanto lontane? Caro lettore, la metto giù sotto forma di domanda, perché è più importante farsi le domande giuste, piuttosto che pretendere di avere una risposta immediata e magari semplificata per tutto.

Sommessamente dico che sì, una certa lezione si può trarre da quelle esperienze, da quegli esempi, ma non basta, poiché -pur se la storia non si ripete mai- qualcosa insegna, se la si sa leggere o, meglio, ascoltare.

Tizio, Caio e Sempronio

Prendo a prestito il raccontino sottostante, ove troverai, mio gentil lettore domenicale e oltre, con solo un breve inciso tra parentesi, mio, ricevuto stamane da un caro e spiritoso amico che citerò più avanti, e con il suo permesso quivi pubblico.

“Mediamente in ogni azienda di qualsiasi dimensione ci sono tre personaggi: Tizio, Caio e Sempronio. Nomi in voga nell’antica Roma, ma adatti all’uopo di questo racconto breve (n.d.r.).

Tizio è il classico “vecio brontolon” (rectius rompicojoni), da tempo in azienda (e quindi costoso), non allineato con le nuove forme di lavoro, tecnologie, freno e/o barriera per i più giovani etc. etc… L’azienda ne farebbe volentieri a meno, ma non si può mandarlo senza tirar fuori una barcata di soldi.

Quindi cosa c’è di meglio di liberarsene elegantemente mettendolo a carico della collettività’ (rectius pantalon) e prendendo al suo posto un baldo giovine in stage o altre forme contrattuali poco costose?

Caio, viceversa, è vecio e costoso ma molto competente e non c’è sbarbatello che lo possa sostituire. Peccato per il costo ma come sa far girare lui il tornio non lo sa fare nessuno.

Quindi cosa c’è di meglio di liberarsene elegantemente mettendolo a carico della collettività (ut supra)  e ri–prendendolo con un bel contratto di consulenza che costa la metà? Infatti Caio ha due fonti  di reddito e quindi può permettersi di prestare la stessa quantità (o quasi) di lavoro ad un prezzo molto più basso, mentre l’azienda ci guadagna in termini di costo e di flessibilità.

Infine c’è Sempronio che è vecio e costoso ma non brontolon ma neanche così competente da subire una perdita in caso di sua uscita dall’azienda.

Sempronio fa il “suo” e ma il “suo” è ormai superato dai tempi e sparirà con lui.

Quindi cosa c’è di meglio di liberarsene elegantemente mettendolo a carico della collettività’ (ut supra),  NON prendendo nessuno al suo posto ma
distribuendo il lavoro tra gli altri componenti la struttura e/o  con nuove tecniche?”

L’amico Paolo, che è della mia generazione, è autorevole uomo dei conti aziendali, ma non disdegna esercitarsi nell’umanesimo scrittorio, qualità poco diffusa tra le persone più giovani, fra i trenta e i cinquanta, anche se insignite di notevoli incarichi. In altre parole Paolo è molto più colto di altri miei interlocutori contemporanei, ed è per me un piacere dialogare con lui, piacere almeno altrettanto grande del dispiacere di dialogare con altri (ut supra, eh eh). Anche così dicendo non generalizzo, ché vi son ben validi interlocutori anche tra i ventidue e i cinquanta anni, più o meno. Non molti, però.

Beninteso, non intendo avallare la tesi che gli incliti potrebbero attribuirmi, visto che pubblico l’aneddoto di cui qui, in base alla quale potrei sembrare non condividere o addirittura denigrare l’esigenza di cambiare anche profondamente le strutture aziendali, che natura vuole possano vivere la normale obsolescenza che il tempo produce e obbliga i non incliti a tenerne conto.

Bisogna cambiare: io stesso che a trenta anni o poco più avevo la responsabilità di una quarantina di operatori socio-politici, e a quaranta la direzione risorse umane di un’azienda che ne aveva quattromila, e anni dopo la possibilità di esercitare quantomeno una moral suasion su alcune aziende che occupano qualche migliaio di persone, sono consapevole di dover lasciar fare ad altri, con mucho gusto e produttivamente. Anzi, mi occupo di cominciare a lasciare in buone mani parte, dico “parte” del mio lavoro, dedicandomi di più, da ora, allo studio, alla ricerca e alla docenza.

Ciò detto e sottoscritto, come s’usa nei verbali di accordo di qualsiasi genere e specie, non posso non gaudère della spiritosità del racconto inviatomi da don Paolo, anzi dal dottor Paolo, ché un titolo di studio e studi veri il mio amico li può vantare, senza vantarsene.

Ebbene, caro amico lettore, dilettiamoci orsù, ogni dì che il buon Dio ci concede, di esercitar con spirito critico la nostra analisi sulle informazioni che i media propalano, senza farci intortare da semplificazioni e imprecisioni, da dati senza fondamento e da incompetenti presuntuosi.

Da Marx a Nietzsche, da Freud a Edith Stein e Clemente Rebora, una esplorazione del pensiero contemporaneo

Cari lettori e gentili allievi,

la visione del mondo “laica”, nel senso etimologi co del termine (da làos, in greco popolo) negli ultimi due secoli è l’oggetto del corso semestrale proposto ai miei storici allievi di ogni età, che mi seguono da quasi tre lustri. Si iniziò con un corso di filosofia morale biennale che intitolai Il Bene e il Male nell’Uomo al fine di chiarire, per quanto possibile, la compresenza dei due “stati psico-morali” nell’anima umana, per cui non si dà mai né assoluta perfezione né, di converso, assoluta abiezione, nemmeno nei casi più estremi. Anche i santi avevano qualche difetto, e perfino Hitler qualche barlume di umanità. Ebbene sì, non foss’altro perché forse amava Eva Braun e la sua cagna pastore tedesco. Non scandalizzatevi. E Stalin aveva molte più qualità umane, per cui i due dittatori del ‘900 sono incomparabili, tra follia colpevole e paranoia.

In seguito facemmo un triennio di Storia della filosofia a partire dalla grande stagione della Grecia classica di Platone e Aristotele, Parmenide, Eraclito ed Epicuro, proseguendo con i pensatori cristiani da Agostino a Tommaso d’Aquino e Bonaventura, per completare con la rivoluzione filosofica e scientifica da Descartes e Galileo per giungere ai nostri giorni, attraverso Kant, Hegel e Nietzsche, cennando a Heidegger, Sartre, Wittgenstein e altri… fino al padre Fabro e a Severino tra i colleghi viventi, cui auguro lunga vita.

Compulsammo in seguito i Libri sapienziali nella Bibbia, per condividere la straordinaria lezione ancora e sempre attualissima di scritti esperti dell’uomo come l’eccelso Giobbe, la Sapienza, il Qoèlet e il Siracide.

Abbiamo proseguito con un corso su L’antropologia delle grandi Religioni, trattando la struttura della presenza del Sacro e del Religioso in ogni tempo e in ogni cultura, con particolare attenzione ai seguenti plessi religiosi: Induismo, Buddismo, Ebraismo, Cristianesimo, Islam, Confucianesimo e Taoismo.

Se quest’anno tratteremo Il pensiero antropologico laico della modernità attraverso gli autori sottoelencati,  in futuro, se Dio vorrà, ci dedicheremo al  Pensiero italiano del ‘800 e del ‘900, scoprendo insieme, oltre ai “classici” Gioberti, Rosmini, Croce e Gentile, anche il pensiero di un sommo italiano, più noto come meraviglioso poeta, ma immenso anche come pensatore, il conte Giacomo Leopardi.

Qui sotto, se volete, dopo l’elenco degli autori cui ci dedicheremo quest’anno, potete sfogliare le diapositive del corso oggi iniziato.

—L’Uomo economicoKarl MARX; —    L’Uomo istintivoSigmund FREUD;     —L’Uomo angosciatoSøren KIERKEGAARD;     —L’Uomo utopico:   Ernst BLOCH;   —L’Uomo ex-sistenteMartin HEIDEGGER;     —L’Uomo fallibile:   Paul RICŒUR;      —L’Uomo ermeneutico:   Hans G. GADAMER;     —L’Uomo culturale:   Arnold GEHLEN;     L’Uomo problematico:   Gabriel MARCEL;—    L’Uomo religioso:   Mircea ELIADE;      —L’Uomo meccanico  Gunther ANDERS;      —L’Uomo sofferente:   Clemente REBORA cui aggiungerò, su suggerimento degli studenti Edith STEIN, cioè la co-patrona d’Europa Santa Teresa Benedetta della Croce.  

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