Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Cultura e business, etica generale ed etica d’impresa e del lavoro. Un’esperienza friulana rivolta al mondo: uno spazio voluto dall’Istituto di Cultura Mitteleuropeo

Premesse epistemologiche di Etica generale per un’Etica d’Impresa e del Lavoro – Convegno Internazionale del 12 Novembre 2020 – Il mio intervento

Vi è una stretta (anzi, necessaria) relazione esistente fra Cultura e Azienda, e viceversa.

A me ritengo spetti una riflessione che può essere utile per fondare filosoficamente il sintagma proposto da Max Zollia.

Siccome il lavoro e la sua organizzazione attiene, oltre alle strutture aziendali anche l’uomo (la donna)-al-lavoro, ciò significa che il “sapere etico” come “scienza del giudizio sul (relativamente, nel senso di non-assoluto) agire buono o malo dell’uomo”, si pone come imprescindibile.

Se tale lo possiamo ritenere, non ci possiamo esentare da una sua declinazione chiarificatrice. Se l’Etica non è un sapere generico e voluttuario, nel senso epistemico (non solo aristotelicamente inteso), essa è anche un “sapere scientifico”.

Ogni affermazione, per non essere apodittica, ha da esser fondata su condivise premesse assiomatiche e su sillogismi logici. L’argomentazione non può prescindere da un corretto utilizzo dei “fondamenti”.

Partirei innanzitutto da una definizione di Scienza risalente a Descartes: “Scienza è un sapere che si fonda su enunciati certi ed evidenti in forza del loro perché propri, adeguati e prossimi”. Ecco quindi che lo statuto epistemologico del lemma permette di introdurre una sorta di declinazione del termine di cui qui primariamente tratto: Etica.

Infatti, se ci limitiamo a dire “etica”, è come se dicessimo, come l’etimologia greco-antica ci insegna, “usi e costumi”, magari considerando anche il termine confinante di èthos, che è  ètnos, là dove una “ni” amplia il significato di usi e costumi relativi a un popolo. Bene.

Dobbiamo dunque porci una domanda, domanda che giornalisti, politici e affini, tanto presenti nei talk show, non si  peritano mai di porsi. Sarebbe una domanda intelligente. Costoro, invece, preferiscono dare subito risposte, millantando conoscenze che spesso non hanno. “Che cosa è l’Etica, ovvero che cosa significa un comportamento etico?”

Dico subito che l’espressione “comportamento etico” è senza senso, se prima non ho provveduto a declinare il significato del termine più importante.

Infatti, se non decliniamo i vari tipi di “etica”, rischiamo di restare “impantanati” nel significato storico-etimologico del termine, senza fare alcun passo avanti.

A volte, non per stupire o scandalizzare un uditorio (di qualsiasi genere e specie), affermo che “è etico anche mutilare i genitali di una bimba”. Lo stupore scandalizzato dei presenti mi obbliga a specificare subito che per etica intendo solo il suo significato etimologico classico. La posso definire etica culturalista, nel senso antropologico-culturale. Oppure, altro esempio, “è etico anche dare un pugno in faccia a un altro”: qui sciolgo lo stupore degli astanti spiegando che si tratta di un’etica emotivista, per cui se mi arrabbio, ne consegue che…

E infine, trascurando altri esempi, posso concludere con il raccontino della difesa di Adolf Eichmann a Tel Avi nel 1961: “Sono stato sempre un buon cittadino tedesco, e ho solo eseguito gli ordini dei superiori”.[1]

Di quale etica potrebbe trattarsi? Evidentemente di un’etica prescrittivista, o no?

E dunque, come usciamo da questa empasse logico-semantica? (se di empasse si tratta).

Direi, completando il “giro” fino ad arrivare a un concetto nel quale possa esprimersi il rispetto dell’uomo come persona in tutte le sue differenze soggettive, per tratti di personalità che lo rendono irriducibilmente unico, in base alla sua genetica, all’ambiente dove ha vissuto e all’educazione (qui intesa come education, all’inglese)  ricevuta, ma nel contempo uguale a tutti gli altri esseri umani in dignitas. E questa eguaglianza come la spiego, o meglio, come la fondo? Richiamando anche qui tre elementi che permettono di superare scientificamente ogni residuo fenomenologico di razzismo a-scientifico: la sua fisicità, il suo psichismo e la sua spiritualità. Questi tre elementi, che sono oggettivamente presenti in ogni essere umano,[2] costituiscono il supporto teoretico per poter affermare senza tema di smentita che tutti gli esseri umani sono pari in dignità.

Possiamo dunque affermare che un’Etica che permetta di comprendere semanticamente un giudizio sulla bontà o malvagità di un detto o di un atto, potrebbe essere chiamata Etica del Fine, dove il Fine è costituito dalla salvaguardia dell’integrità psico-fisica dell’uomo, e anche degli altri viventi e dell’ambiente tutto.

La riflessione, così proposta, lo ho sperimentato, può fornire adeguati elementi esplicativi anche per l’espressione di giudizi sul profitto di uno studente o sull’impegno di un lavoratore. In altre parole, non viene lesa la personalità, ma si tratta semplicemente di un giudizio relativo ai comportamenti.

In Brovedani, e io testimonio la sua storia di oltre un quarto di secolo, volgendo lo sguardo a un’Etica d’Impresa e del Lavoro, posso affermare che ciò che l’Ing. Benito definiva  come “Spirito Brovedani”, è vissuto e si è sviluppato nel tempo in modo coerente e continuo.

Senza volere cedere a ogni tentazione beatificante, che qui non serve, non è né nelle mie corde, né in quelle di Benito, mi pare di poter dire che questo Spirito si evoluto negli anni in diverse declinazioni.

Mi sono occupato direttamente nelle Aziende del gruppo, in Italia e all’estero, di Risorse umane per oltre vent’anni, e posso testimoniare che una delle attività più continue e considerate è stata l’analisi del clima, sia in relazione a quanto previsto dalla Legge come stress correlato al lavoro, sia come indagine voluta dalle politiche del personale definite dalla Direzioni che si sono succedute nel tempo.

Parlo di fatti che conosco perché ne sono stato in larga misura l’autore.

Da un anno e mezzo i CdA del Gruppo hanno deciso di porsi sotto l’egida giuridico-legale del Decreto Legislativo 231 del 2001, predisponendo un Codice etico e un Modello di Organizzazione e Gestione atto a conoscere come si lavora e come si rispettano le Leggi dello stato, dettagliando quasi un paio di centinaia di reati presupposto.

In ordine a ciò i CdA stessi hanno poi nominato un “Organismo di Vigilanza”, composto da figure competenti nelle varie discipline di interesse aziendale, da quelle normative e contrattualistiche, a quelle di carattere civilistico, a quelle relative alla tutela della Salute e Sicurezza dei lavoratori, di tutti gli stakeholders e dell’Ambiente.

Di questi Organismi di vigilanza ho avuto l’onore di essere nominato Presidente, per cui ho la possibilità di “vivere” l’azienda con presenze settimanali e un dialogo continuo con gli Enti direzionali e chiunque tra i dipendenti desideri parlarmi e, parlando con me, informare tutto l’Organismo di Vigilanza. Ogni mia attività è poi registrata in specifici verbali che vengono inviati al CdA, alla Direzione e a chi può essere interessato all’argomento o al fatto trattato.

Specifico che le prerogative dell’Organismo di Vigilanza sono, appunto di vigilanza  e di segnalazione di questioni meritevoli di attenzione e di intervento.

Ciò pone l’azienda in una posizione di tutela da eventuali atti che possano configurare dei reati, focalizzando l’attenzione della giurisdizione sugli “autori” di tali violazioni.

In tale modo si ottengono due risultati: a) il primo è quello di responsabilizzare (la responsabilità è il principio fondamentale di un atto eticamente rilevante) le persone; b) il secondo è quello di salvaguardare il soggetto-azienda da responsabilità amministrative e/ o penali di cui direttamente non è responsabile. Altro si potrebbe dire, ma mi fermo qui, per avviarmi a concludere.

Ho cercato di presentare, infine, un discorso che ci permettesse di collegare Etica e business, e dunque anche humanitas e tecno-scienze, a partire  dalla gestione dell’uomo al lavoro, ma senza trascurare l’evoluzione tecno-scientifica in corso, là dove la digitalizzazione sta modificando le modalità relazionali e le tecniche lavorative in modo radicale.

Questo cambiamento interpella tutto l’Uomo e tutti gli Uomini, tutto e totalmente concerne questo interpello, cari amici lettori!

Le aziende, in questo covid-periodo sono i luoghi frequentati più sicuri in assoluto, e anche questo attesta il sostrato eticamente fondato dell’agire aziendale e di Brovedani in particolare. L’Azienda è stata anche recentemente insignita di un premio nazionale per avere impostato politiche di welfare a favore dei lavoratori, e anche questo testimonia come il sentimento ragionato (e questo sintagma non è un ossimoro!) che il Presidente Zollia voleva mantenere e rinforzare, cioè lo “Spirito Brovedani”, non solo sia sopravvissuto, ma si sia anche evoluto, conciliando al meglio business e rispetto delle persone, laddove un’Etica d’Impresa e del Lavoro si connette con il tema dell’innovazione e dello sviluppo economico.

Aggiungo e concludo: per il Bene comune.


[1] Himmler, Hitler.

[2] Fisicità: siamo interfecondi; psichismo: tutti si emozionano…; spiritualità: tutti provano stupore…

Evviva! Biden è il Presidente di tutti gli Americani, nello squallore deluso dei trumpiani nostrani. Occorre una sinistra moderata e una destra propositiva: perché “zio Joe” è il “democristiano giusto” per questo momento storico dell’America e del mondo, e perché, purtroppo, Trump è il cieco distruttore di una utile destra liberale. Comunque è la fine di un incubo durato quattro anni, incubo iniziato nel comico e tramontato nel grottesco

Non so perché qualche brillante intellettuale italiano, ancorché “di sinistra”, sta definendo la figura del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America fiacco, sbiadito e mediocre. Certamente la figura del nuovo Commander in chief, non spicca per carisma esteriore come un Obama o un Clinton, di trent’anni più giovani all’atto dell’elezione, ma ciò significa poco o nulla. Anche Blair sembrava avere carisma, e poi s’è visto quanto fosse fasullo, come politico e come socialdemocratico, quando imbrogliò il mondo con la pericolosa e immorale falsificazione storica delle armi di distruzione di massa – inesistenti – di Saddam l’Irakeno.

Purtroppo, a volte la sinistra italiana si innamora di leader quasi trasparenti per valore reale, come il citato Tony e come – in parte – Obama stesso, piuttosto mediocre in politica estera. Si ricordino le sue poche idee e confuse sulla Siria, quando, se non fosse stato per papa Francesco, si sarebbe imbarcato in una guerra contro il crudele Assad, per cui sarebbe stato obiettivamente alleato dell’Isis. Incredible! E come quando seguì la follia vigliacca di Sarkozy nell’attacco a Gheddafi. La Libia e l’intero Mediterraneo ancora stanno pagando per quegli errori di strategia politico-militare, e l’Italia in particolare.

Questi politici statunitensi, anche se possiedono brillanti titoli accademici, dottorati etc. (mi piacerebbe vedere quanto sia realmente difficile conseguire i loro titoli di studio, avendo necessariamente mucho dinero a disposizione) conseguiti a Yale, Stanford o Harvard, sono ignorantissimi in storia.

Quando parlo di saggezza della destra americana penso a Bush senior, che si fermò prima di arrivare a Bagdad, a differenza del suo indegno figlio e del compare di questi, il citato liblab inglese; e penso anche a Nixon, poverino di qualità, peraltro, ma capace di far finire la Guerra del Vietnam, forse la pagina più vergognosa della Storia degli USA. Se vogliamo essere realisti, anche considerando la questione da “sinistra”, una destra seria è indispensabile: ricordiamoci di Eisenhower, mentre a volte la “sinistra” americana in qualche modo s’inceppa, talvolta anche nelle esperienze più gloriose, come quella del magnifico J. F. K.. Ricordati della Baia dei Porci, caro Presidente John Fitzgerald!

Per questo ritengo Trump colpevole, oltre che verso l’America e il Mondo, anche per la sua pericolosa e quasi folle insipienza, forse ancora di più nei confronti del suo schieramento politico, che lo deve ringraziare (scherzo) per il disastro che ha compiuto. Eppure, va aggiunto, avendo preso oltre 70 milioni di voti significa che gli USA hanno una base popolar-populista che rappresenta quasi metà della Nazione e, anche se repubblicani classici come George W. Bush e il generale Colin Powell non sono trumpiani, il problema di Biden sarà come dialogare con questa metà del popolo americano.

E torniamo al supposto scarso carisma di Joe Biden, come sostengono diversi radical chic italioti.

Max Weber ci ha insegnato che il carisma è un dono in-divenire, echeggiando quasi san Paolo che parla di carismi, cioè di doni del Signore, specifici, destinati alla solidarietà tra fratelli, tra uguali.

Tornando al carisma, caro lettore, quante volte ci è capitato di osservare che un sindaco eletto da outsider, si è rivelato rapidamente molto valido e capace di amministrare, e anche carismatico? Che cosa significa ciò? Che il carisma, come molte altre qualità umane, non è del tutto innato, ma in buona misura è costruibile, mediante l’esperienza, l’ascolto e la cultura, oh cari amici troppo impressionabili dagli uomini “forti” e un po’ tromboni, come echeggia il morfema cognominale dell’americano graziaddio oggi perdente.

Grazie a Dio, e al Popolo americano, The Donald termina qui la sua carriera tra il fantastico e il pazzoide. Evviva. Quella grande Nazione ora si merita altro.

Mi basta esprimere la mia soddisfazione per questa svolta, utile per gli Americani e il Mondo, essendo stato mandato a casa un pazzoide narcisista e incompetente.

Un’osservazione non può non riguardare la stampa, anzi i media. Continuo a sentir utilizzare un po’ ovunque, in tv, sul web e sul cartaceo, un verbo assurdo quando si parla del feroce e irrazionale disappunto di Trump per la sconfitta. Sento infatti usare l’espressione “Trump NON CONCEDE la vittoria a Biden“, Ma, santoiddio, come si fa a usare il verbo concedere, quando non si tratta di una concessione graziosa da parte di un sovrano assoluto come nella Francia del XVII secolo, quando Luigi XIV poteva concedere o meno un privilegio o una sinecura a un vescovo o a un marchese, perché ai nostri tempi si tratta di un’elezione democratica, il cui risultato è oggettivo: chi prende più voti vince, altro che “concedere, riconoscere”.

Dei sentimenti di Trump verso la sua sconfitta ci può interessare molto, se siamo suoi tifosi, ma non è il mio caso, come si capisce, poiché io lo aborro per disistima e per comprensione lucida del rischio che costituisce un tipo come lui, provvisto legalmente di un potere immenso. Dei sentimenti, delle sue concessioni, dei suoi riconoscimenti nulla mi cale, caro lettore.

Buen retiro in salute, mio per niente caro immobiliarista fallito e politico pericoloso.

Un’ultima riflessione merita questa conclusione delle presidenziali americane. Il nuovo Presidente, mettendosi in posizione da leader, ha voluto citare il capitolo terzo del Qoèlet, là dove lo scrittore biblico afferma, tra altre alternative esistenziali opposte, che vi è un tempo per il male e un tempo per la guarigione. Ecco, l’America ora è nelle condizioni per guarire da una serie di malattie morali e sociali gravi: l’odio per il sapere, l’odio per la democrazia, l’avversione per le grandi strutture internazionali come l’Unione Europea, un titillare continuo la violenza razziale, il disprezzo per le problematiche del clima globale, e altro che il populismo trumpiano ha cavalcato per quattro anni e ora è stato fermato. Epperò, se Biden ha preso quasi 75 milioni di voti, Trump ha superato la cifra di 70 milioni: ciò significa che gli USA sono una grande e composita Nazione spezzata in due.

Forse il compito primario del nuovo ticket presidenziale, nel quale la signora Harris può rappresentare il futuro (se non si monterà la testa, visto che è meticcia, intelligente e bella, tre caratteristiche perfette per il politically correct), e sarà l’impegno più arduo, potrebbe essere il lavoro di unificazione patriottica.

Sapere sapido vs. ignoranza insipida

Sàpere in latino vuol dire avere-sapore, non essere insipidi. Si può dire dei cibi, delle bevande e, metaforicamente, anche degli esseri umani. Se un cibo è insipido occorre aggiungere sale. Il sale è stato ed è nella vicenda umana, non solo un ingrediente essenziale per la vita biologica, ma anche un modo per riconoscere il valore di oggetti, di strumenti e di lavoro effettuato da qualcuno per qualcun altro: una modalità di pagamento delle merci e del lavoro prestato, da cui il conosciutissimo termine, ancora largamente in vigore, di salario, come pagamento, mercede, compenso, stipendio.

Doni dello Spirito Santo

Inoltre, voltando in metafora e sostantivando il concetto attributivo di insipido si arriva all’insipienza, cioè alla mancanza di sapienza, e ciò si attaglia perfettamente all’umano. Un uomo insipido è banale, noioso, perfino squallido. E quindi, prima ancora che nascesse nell’accezione comune il semema del sapère, esso viveva nel lemma il semema dell’averesapore. Interessante, vero? La metafora, come perenne respiro dello spirito, ha fatto poi il resto.

La sapienza, o sophia / sapientia, secondo i classici greco-latini e la tradizione cristiano antica è cosa diversa dalla scienza, o scientia / epistème . Secondo la teologia cristiana la Sapienza e è dono dello Spirito Santo, nientemeno, insieme con l’Intelletto, il Consiglio, etc.

Non necessariamente il sapiente è uno colto, un professore, un ricercatore, un erudito, un accademico. Quanti di costoro in questo “periodo-Covid” si stanno rivelando ben poco sapienti, e invece tanto e poi tanto saccenti! Basti pensare ai penosi (che sarebbero comici se la situazione sociale attuale non fosse tra l’impegnativo e il drammatico) conflitti tra virologi, infettivologi, immunologi, anestesisti et varia humanitas.

Quando costoro si scontrano sul web, in tv e sulla stampa, aiutati (fo per dir) da una categoria spesso corriva e opportunista come quella dei giornalisti, la pena che suscitano in me è solo appena inferiore alla preoccupazione, perché, se io penso di avere un senso critico ed elementi culturali adeguati per un discernimento buono delle cose che dicono per criticarle opportunamente, dandovi credito o meno, la stragrande maggioranza delle persone, a partire da quelle più in età, cedono a una preoccupazione talora irrecuperabile.

Sto osservando persone anziane ammutolite, preoccupate, spaventate. I media ci mettono davanti casi che talora rasentano o superano la disperazione. I professionisti della rivolta, le mafie e gli estremisti senza arte ne parte, di destra e di “sinistra” possono approfittare di questa confusione, agendo negli interstizi della società, per le vie e sulle piazze, che vengono occupate e vandalizzate.

E dunque la sapienza, come dono dello Spirito, ma anche (per l’agnostico) come esercizio intellettuale onesto e documentato, è uno strumento fondamentale per uscire da questa situazione informativa terrorizzante, scarsamente documentata e squilibrata, pericolosa e disonesta.

Ogni giorno le notizie che ci giungono, in ordine di quantità temporale utilizzata dai media, prima il Covid, poi Trump/ Biden, poi tutto il resto, e non importa che decine di guerre endemiche facciano ogni giorno centinaia di morti e feriti, terrorismi di ogni genere e specie, siano più letali per il genere umano dei due primi titoli. Continua così, nell’informazione, il gioco continuo dell’agire mediatico, che è un agire decisivo per la vita sociale.

La sapienza è da sempre un dono senza età e che non necessita di titoli accademici. Sapiente può essere il pescatore di Filicudi e la nonna vedova della Val di Non, l’operatore ecologico della periferia milanese e il giardiniere viterbese, mentre insipiente (e insipido) può essere il docente sussiegoso, il manager arrogante, la influencer sdegnosa. Eppure, il secondo gruppo elenca persone di successo e di potere, mentre il primo gruppo indica persone “senza-nome” e senza potere.

Dunque, la sapienza non coincide con il potere, non coincide con il sapere acclarato da titoli ed onori. La sapienza, piuttosto, è la persona stessa, con i suoi pregi e difetti, con la sua capacità di verità, con la sua intera vita che è essa stessa relazione comunicativa.

Referendum: il 70% degli Italiani ha votato SI’: ora forse meno mangiapane a tradimento e più politica. Una riflessione sull’identità e sull’alterità

Il titolo è greve ma il sentimento viene da lontano, e non è il manifesto dell’antipolitica. Chi mi conosce sa quanto io sia distante dai grillismi e dai salvinismi, e da tutto ciò che è generico, banalizzante, culturalmente rozzo e contemporaneamente arrogante. Ciò che è culturalmente scarso fa il paio con l’inconsapevolezza del non-sapere e la conseguente prepotenza verbale e a volte non solo. I fatti di cronaca criminale che spesso registriamo, purtroppo, trovano il loro humus di coltura nella “cultura del disprezzo dell’altro” e nel pregiudizio concettuale. Possiamo dire che indirettamente coloro che usano la violenza verbale sono gli ispiratori occulti e stupidamente inconsapevoli dei violenti, come i beoti “eroi” massacratori di Colleferro.

il Senatore Razzi

Chi meno sa più sbraita insultando; chi più sa, più ascolta, consapevole di avere sempre qualcosa da imparare. Meditate gente e lettori “casuali” curiosi di questo sito, meditate! E qui non mi rivolgo a coloro che chiamo solitamente “miei cari lettori e lettrici”.

I Veltroni (che delusione!), i Prodi, i Calenda, le Maraini e altri possono urlare finché vogliono “all’attentato alla Costituzione”, e blaterare di crollo della rappresentanza, e di schiavizzazione degli elettori da parte delle segreterie politiche, che non attacca.

Il nostro tempo è strano. Si sta vivendo un cambiamento sociale e identitario e alteritario profondo. Vediamo un po’.

Il concetto di identità, nelle scienze etno-antropologiche, psicologiche  e sociologiche concerne ciò che una persona ha maturato su sé, sia sotto il profilo individuale sia sotto il profilo sociale. E’ ciò che caratterizza l’irripetibile unicità di un individuo umano, di una persona. Non è del tutto immutabile, perché si fonda sui tratti caratterologici che si consolidano nella prima adolescenza e dipendono da genetica, educazione e ambiente di nascita e di crescita.

Ciononostante, nel tempo, con l’esperienza, certamente possono accadere delle modificazioni, anche in forza della crescita e maturazione dell’individuo e dei cambiamenti socio-culturali ed economici.

Anche se qui non mi soffermerò sulla tradizione classica, non vi è dubbio che la logica aristotelica costituisce la base di molte delle teorie attuali. A è sempre uguale ad A, anche per la logica identitaria contemporanea, quantomeno per quello che ci interessa dire qui. Sappiamo, di contro, che Hegel sta a capostipite delle logiche identitarie  evolutive, trasformative, su cui potremmo soffermarci di più in futuro.

Luigi Pirandello estremizza la fluidità dell’identità con l’opera Uno, nessuno, centomila  che non commento granché, perché a tutti nota. Il dramma pirandelliano affronta il tema dell’identità ponendo il tema della maschera, che ciascuno indossa nelle varie situazione della vita.[1]

Un altro aspetto dell’identità è quello connesso a tutto ciò che è esterno al proprio sé, cioè alla società in generale,  e più in particolare al proprio gruppo, al proprio livello culturale, professionale, etnico, linguistico, nazionale, etc. Tutto ciò può essere definito alterità.

Possiamo anche ricordare i momenti indicati dalle dottrine psicologiche come step del processo della formazione identitaria: l’identificazione, l’individuazione, l’imitazione e l’interiorizzazione. È chiaro che cosa significhino i quattro momenti che producono prima di tutto il senso di appartenenza a “qualcosa” di esterno a noi stessi, e successivamente ciò che ci caratterizza individualmente e irripetibilmente; infine si produce un processo imitativo di modalità esterne, sociali, che poi viene in qualche modo interiorizzato, anche grazie all’immagine che si riesce a dare di se stessi agli altri.

Addirittura, di questi tempi vi sono persone che cercano di modificare la propria identità percepibile all’esterno, per mostrare ciò che è o ritiene di essere nella società, magari la propria importanza o successo sociale, anche acquistando case e auto di livello, o abiti firmati, al fine di costruire una sorta di leadership sociale di status.[2]

Tornando a Pirandello, ognuno di noi, non solo riveste un’identità personale, autopercepita, ma anche un’identità sociale.

È intuitivo sapere che ogni identità è condizionata dal contesto e dalle relazioni, in modo che si può modificare a seconda delle situazioni e degli interlocutori del soggetto, il quale vive e sperimenta rapporti sia simmetrici, con persone di uguale livello sociale o lavorativo, ovvero asimmetrici, là dove l’interlocutore può essere un superiore o un coordinato. Tali riflessioni sono molto importanti, come si può capire, in ogni ambiente organizzato: azienda, scuola, reparto militare o ambiente ecclesiastico. Speculare al concetto di identità possiamo dunque indicare il concetto di alterità.

L’identità produce anche sentimenti di orgoglio, come segno distintivo dell’appartenenza a una comunità nella quale ci si può variamente identificare. In politica, particolarmente di questi tempi, talora si registra la tendenza a considerare negativamente chi non la pensa come noi, trasformando spesso gli avversari in nemici. Per esemplificare: i gruppi nazionalisti, razzisti, suprematisti e neo-fascisti possono essere considerati l’esemplificazione di questi atteggiamenti.

Bene, fatta questa riflessione, torniamo al nostro tema, che è quello della qualità politica. Sono convinto che la riduzione dei parlamentari in Italia ne favorirà la crescita, e non poco.

Riflettere sull’identità e sull’alterità ci può aiutare a comprendere ciò che sta succedendo nella politica e nella società, così come sono cambiate negli ultimi anni.

La qualità politica degli eletti non dipenderà dal loro numero, ma dalla capacità dei cittadini elettori di riflettere usando il pensiero critico, fino ad imporre ai gruppi dirigenti, segreterie e presidenze ad personam (nequizie politiche di questi tempi) un cambiamento dove la qualità personale dei candidati faccia finalmente premio sull’appartenenza ai gruppi di potere consolidati.

L’identità e l’alterità, quindi, potranno essere situazioni utili per collocarsi in modo positivamente critico nel nostro quotidiano vivente delle nostre relazioni inter-umane, anche politiche.


[1] Sappiamo che la maschera rinvia al concetto di “persona”, derivante dalla tradizione teatrale greco-latina, laddove gli attori, per farsi ascoltare bene dagli spettatori nelle cavee teatrali indossavano una maschera davanti al volto, che consentiva un’amplificazione della voce, da cui il sintagma per-sonare

[2] Cf. CORNARO A. Teorie classiche della formazione delle. Èlites politiche: Mosca, Pareto, Michels, Weber, Gramsci, Tesi di laurea, Bari A.A. 2002/ 2003.

Stare “sulla soglia” (della decisione)

…sulla casa, sulla vita, sulla scelta politica, sulla persona con cui condividere il più della propria vita, sul tempo da spendere per una cosa o l’altra. Si può stare sulla soglia in molti modi e luoghi. Senza varcarla, anche solo per guardare che cosa c’è oltre.

In altri articoli presenti in questo sito ho già presentato il flusso mentale che porta alle decisione, secondo l’antropologia e la psicologia filosofica, soprattutto interpellando Aristotele e Tommaso d’Aquino, che è il seguente: cogitatio consilium deliberatio actio, cioè riflessione, approfondimento critico, decisione e azione, termini che le psicologie cliniche contemporanee magari definiscono in modi diversi, ma sostanzialmente corrispondenti a quelli classici.

la decisione

E’ importante “stare sulla soglia”, perché significa avere pazienza e la capacità di valutare se “scendere” dalla soglia o meno e se, una volta scesi, andare diritti, oppure a destra o a sinistra.

Un esempio attualissimo: molti cittadini-elettori, anche se non masse strepitose (sarà andata bene se al referendum del 20 e 21 prossimi avrà votato il 50% degli aventi diritto, magari, soprattutto nelle sette regioni interessate dal voto locale, proprio trascinati da quel voto, che certamente interessa molto di più ai cittadini).

Ho già scritto che voterò SI’, anche se, come ho spiegato all’amico e collega Neri Pollastri sul suo blog Filosopolis, voterò “turandomi (un poco) il naso”, come diceva di fare Indro Montanelli, gran liberale, quarant’anni fa, mentre si accingeva a dare il suo voto alla Democrazia cristiana.

Voterò SI’ con questi sentimenti perché ritengo di avere delle buone ragioni, come peraltro altre ne hanno i sostenitori del “no”. Anzi, da un punto di vista del merito della legge, come mi ha spiegato con competenza la mia amica portogruarese dottoressa Lucia Boato, coloro che voteranno “no” hanno ragioni teoreticamente migliori delle mie a sostegno del “SI'”.

Riassumendo: la legge sottoposta a referendum confermativo è incompleta e sgangherata, perché si occupa quasi solamente del taglio lineare dei parlamentari, da 945 (Camera e Senato considerati insieme) a 600, ma nulla dice su altri temi importantissimi, come il processo di selezione dei candidati (anche se su questo tema non mi illudo, in Italia le cose andranno come sono sempre andate, provare per credere), il necessariamente nuovo rapporto tra Parlamento e regioni, l’elezione diretta o meno del Presidente del Consiglio o della Repubblica, etc. Temi in sospeso da decenni.

Se vogliamo, vi è anche un altro elemento probatorio per il “sì”. Coloro che oggi si sono svegliati a sostenere il principio di rappresentanza del popolo, si dimenticano di dire che grosso modo i nuovi “numeri” corrispondono più o meno a quanto in vigore nelle altre grandi democrazie liberali. Non solo: in Italia abbiamo venti regioni con venti consigli regionali, che mobilitano a tempo pieno e ben pagati, circa 850 consiglieri. Non solo, abbiamo anche qualche robusta decina di parlamentari europei che seggono, sempre profumatamente pagati, a Strasburgo. E 8000 consigli comunali e altrettanti sindaci, e, fino a qualche tempo fa un centinaio di consigli provinciali. Non basta per la rappresentanza del popolo? Andiamo!

Circa la selezione dei candidati riporto un episodio che mi ha riguardato: circa tre lustri or sono fui candidato a sindaco nel mio paese di origine, Rivignano, con il mio impegno a un solo mandato. Ero stato spinto a dare la mia disponibilità da persone di tutte le “religioni politiche”. Bene, allora qualcuno di “già arrivato” (consigliere regionale della zona) che temeva una mia elezione, per la mia mediaticità (e non solo) che forse avrebbe potuto oscurarlo mettendo in mora la sua leadership nell’area politica e geografica, ha fatto di tutto perché una importante forza della sinistra cattolica moderata di quel tempo non mi votasse. Come volete che funzioni la selezione? Guardate il personale politico del 5 Stelle, ma anche di altri partiti. Vi pare che vi sia stata una selezione basata sul livello e sulla qualità culturale (quantomeno) dei candidati?

A corollario ci metto anche l’esempio del referendum “renziano” del ’16, miseramente fallito a onta del suo proponente e superbioso protagonista. Il tema dell’abolizione del Senato era corretto, ma è stato posto in modo talmente personalizzato sul principale protagonista (Renzi), al punto da far scatenare tutta l’avversione che il fiorentino è riuscito a generare soprattutto con i suoi comportamenti eccessivamente autoreferenziali, e con la sua postura, il suo lessico, la sua sbrigatività e la supponenza di essere sempre dalla parte giusta. Modi che lo rendono anche ora quasi il contraltare, perfino una sorta di clone dell’altro Matteo, e viceversa. Probabilmente i due capi politici hanno molte cose in comune sotto il profilo personologico-psicologico. “Cose” non bellissime.

Tornando al tema della “soglia” che può portare alla “decisione”, mi piace ora riflettere sulla… riflessione critica. Pensare sul pensiero, considerare l’aristotelica nòesis noèseos, cioè il pensiero di pensiero, è fondamentale, perché è – tra l’altro – ciò che ci distingue dagli animali superiori.

Riflettere criticamente su ciò-che-si-pensa costituisce il centro della nostra attività raziocinante, il suo focus, la garanzia e che si sta procedendo correttamente nell’utilizzo della logica argomentativa, per la quale se si pone una premessa a, necessariamente si pone una sequela b, etc.

Questo può non piacere a chi ritiene che in questo modo sia penalizzata la capacità immaginativa, o la fantasia, nell’accezione corrente. Nulla di più falso. Si può mostrare l’inconsistenza di tale critica in molti modi: Ne scelgo uno di carattere linguistico-letterario. Proviamo a considerare Giacomo Leopardi e la sua formazione durissima e rigorosa, sia nelle discipline filosofico-letterarie, sia in quelle fisico-biologiche. Ebbene: si può affermare che il poeta marchigiano, pur capace di usare tutte le tipologie metrico-prosodiche a disposizione fin dalla classicità, utilizzando spesso il verso libero, trascurando i rimari e le regole più rigide sopra richiamate, ha mostrato una libertà espressiva straordinaria per i tempi suoi. Fantasia e scienza, nel suo caso, si sono innestate reciprocamente senza problemi, ottenendo i risultati che sono noti ai lettori più attenti, ora anche a livello internazionale, vista l’edizione critica in inglese delle sue opere a cura dell’università di Oxford. Tra gli intellettuali del suo tempo, invece, Leopardi era notissimo ed apprezzato come maestro, perfino da Nietzsche.

La mente umana mostra costantemente, non solo la plasticità fisica ben nota ai neuro-psichiatri, ma una capacità creativa sempre sorprendente. Vediamo un momento alcuni aspetti della dimensione hard della soglia.

La soglia percettiva psico-fisica e neurofisiologica è la principale “soglia” che ci può interessare come esseri umani, poiché al di sotto della stessa, anche se ci può essere uno stimolo dei sensi, non se ne avverte la presenza. Si definisce quindi “soglia di percezione”, tema ben studiato dagli psicologi, come è attestato anche dal bel libro del dottor Piero Vigutto La percezione del rischio, in tema di sicurezza del lavoro.

Vi è dunque uno stimolo minimo percepibile e discriminabile, come nel caso del suono, che è differente tra i i viventi animali e tra soggetti individuali. Pensiamo solo alla soglia percettiva uditiva del cane, che pare sia almeno quaranta volte superiore alla nostra di umani. In altre parole, la soglia percettiva è un parametro di sensibilità che si distingue tra un “sopra-la-soglia” (sovraliminali: limes in latino è il confine), e un “sotto la soglia” (o infraliminali).

Soglia di un qualcosa di diverso, che sia fisico o mentale. Stiamo attenti alle “soglie” e, se possibile, indugiamo un poco su di esse.

I vergognosi 600 euro

Ferma restando la responsabilità individuale dei babbei che li hanno richiesti, i 600 euro, la colpa di questo skàndalon (in greco antico significa “pietra d’inciampo”) è di chi ha legiferato, da Giuseppe Conte in giù, con i suoi arroganti DPCM, e adesso cerca di moraleggiare e moralizzare, cioè di Salvini, pur dall’opposizione, che ora minaccia di sospendere e di non ricandidare i reprobi presenti tra i suoi, e Di Maio, ma sono i soliti noti, cioè di un Crimi, dell’ineffabile Laura Castelli tra altri (numerosamente presenti nel mondo che Grillo ha suscitato all’essere-in-qualche-modo-nel-mondo), quest’ultima incapace di cogliere questa occasione per stare zitta e non farsi ulteriori danni, non tanto dei cinque o sei poveri in spirito (non in senso “matteano”, però, e lascio al gentil lettore l’esegesi del termine, eh eh), tra cui due friulani, tali Mattiussi e Tondo (che fa finta di non conoscermi quando mi incrocia per strada, pur avendo fatto un pezzo di strada politica in qualche modo assieme qualche decennio fa). Poveretti.

Umberto Eco, fu il primo ad accorgersi della platea enorme degli imbecilli del web (e non solo)

Il popolo è incazzato, e a giusta ragione, ma questa incazzatura non basta. Dovrebbe inquietarsi (il Popolo, cioè io, tu, gentile lettore) con gli inabili che legiferano, non sapendo o non volendo sapere il senso delle norme che emanano. Rifaccio un ragionamento, più volte qui proposto: se chi emana una norma non ne conosce gli effetti è gravissimo, anche più grave del caso nel quale conosca la valenza di ciò che decide, ma decide deliberatamente per ottenere suoi scopi. Mi spiego meglio: è più pericolosa la stupidità e l’ignoranza ignorante, in questo caso colpevole, che non la pura malvagità.

In tema: qualcuno pensa che – in questa vicenda – si sia proceduto ad operare per “sputtanare” ulteriormente i “politici”, onde favorire il “sì” al prossimo referendum confermativo concernente la riduzione dei parlamentari. Come se i mestieranti della politica avessero bisogno di essere ulteriormente denigrati. Ma io non credo all’esistenza di queste sottigliezze, perché presuporrebbero un’intelligenza e una cultura politica che gli attuali “rappresentanti del popolo” non possiedono.

Al referendum del 20 e 21 settembre prossimi io voterò sì, perché sono convinto che 600 (400 deputati e 200 senatori) bastino a rappresentare il Popolo italiano, e non siano necessari tutti gli attuali 950 circa. Non è una questione numerica, ma di qualità, che da qualche decennio latita sempre più nel personale politico italiano. Dopo “tangentopoli”, il livello medio dei politici italiani si configura, oso dire, sul modello dipietrista, randellatore e giustiziere dei “vecchi” politici, ma modello di qualità molto inferiore ai “perdenti” di quel tempo. Questi “nuovi” non conoscono neppure l’abc del Diritto costituzionale e parlano, i più, un italiano approssimativo.

Ridicoli diventano poi, quando nel dibattito parlamentare devono pronunziare qualche parola in inglese, oppure quando “ci rappresentano” all’estero. Per fare il Ministro degli esteri, caro lettore, non pensi (e scusa la dimanda rettorica), che sarebbe necessario parlare un buon inglese? Almeno, dico. Nell’Italia liberale prefascista i politici, tutti, conoscevano francese e inglese, e spesso il tedesco. Mi si dirà: erano quasi tutti benestanti o nobili… sì, ma avevano anche voglia di studiare.

Confesso il mio imbarazzo quando ascolto anche alti rappresentanti istituzionali, specie se provenienti dal Movimento roussoviano-perlamordidio. Ripeto qui, dopo averlo mostrato in un pezzo precedente: a mio parere J.-J. Rousseau è stato uno dei più mediocri e pericolosi filosofi de fra il ‘700 e l’800. Quando il ragionier Casaleggio lo ha proposto come riferimento ideologico- culturale per il suo movimento ha manifestato tutta la temeraria approssimazione di una non-conoscenza della filosofia.

Tornando al tema dei 600 euro alle partite Iva, consiglierei ai miei cari lettori, di andare a leggersi le motivazioni / ragioni della scelta di chiederli all’Inps. Uno, che qui non ri-cito, ha spiegato che sono serviti a pagare spese delle attività economiche personali e familiari, ma mi vien da ridere: 600 euro!!! Che cosa risolvo con 600 euro? Cosa paghi? Te lo dico subito mio gentil lettore: una  cifra del genere basta a malapena a pagare gli oneri indiretti di uno junior che percepisce meno di 1000 euro netti al mese. Si dà il caso che il signore di cui sopra abbia un paio di decine di dipendenti… Stiamo evidentemente scherzando, caro furbacchione, ma poco accorto, di Forza qualcosa. Capace di dire subito dopo che, se lo vogliono fuori, lui cambia ancora partito, come ha già fatto un’altra volta, quando uscì dalla Balena bianca, mi pare.

Il tema è dunque morale, o etico nella sua struttura ontologica di atto umano libero. Questi signori, consiglieri regionali e / parlamentari, con emolumenti che vanno da 10.000 a 13/ 14.000 euro netti al mesi, si sono disturbati a chiedere all’Inps 600 euro. Da non credersi. Costoro non si sono minimamente posti la domanda etica: è plausibile che io, in questa situazione, e nelle condizioni in cui mi trovo (obiettivamente molto buone e di gran lunga migliori di quelle in cui si trovano la maggior parte degli Italiani) abbia pensato di inviare all’Inps la domanda per ottenere quanto per milioni di altre persone potrebbe essere vitale?

No, non si sono posti questa domanda. Il loro cinismo e un egoismo senza aggettivi li colloca in un girone di peccatori che il Poeta ha drammaticamente tratteggiato: “Oh cieca cupidigia e ira folle/ che si ci sproni nella vita e ne l’etterna poi si mal c’immolle!”. Così Dante scrive nel XII Canto dell’Inferno (vv. 49-51).” Con tali versi Dante spiega come l’avidità di beni materiali e la rabbia (rivolta alle persone) guidino l’animo degli uomini anche ad azioni molto violente, non solo all’oppressione degli altri.

Cupidigia o avarizia, il terzo vizio per gravità, secondo la Teologia morale di Tommaso d’Aquino, subito dopo – nel male – l’inarrivabile superbia e la truce invidia.

Non che i beoti richiedenti i 600 euro appartengano al girone degli avari della terra, ma forse si sono già in cammino verso quelle plaghe. Possono ancora tornare indietro, se vogliono.

“mat, vecju, stupit e puar”, cioè – in lingua friulana – “matto, vecchio, stupido e povero”, ovvero del possibile disegno di distruzione della classe media

Anch’io come alcuni miei cari amici, come Fabio, direttore di una azienda piccola ma molto coraggiosa e innovativa (nel periodo della crisi, per continuare a lavorare i dipendenti si erano addirittura ridotti lo stipendio, prendendo esempio dal loro direttore, per poi riprenderlo integralmente una volta che l’azienda tornò in pista positivamente sul mercato, esempio straordinario di amore per il lavoro e di etica aziendale, tipico delle nostre terre friulane), sono abbastanza convinto che alcuni potentati di livello planetario abbiano interesse a zittire chi pensa con la propria testa, chi ha cultura, chi dissente, chi discute, chi non si accontenta delle informazioni mediatiche.

Detto questo per presentare il mio caro amico e stimabile collega, siamo seduti per una pizza dopo aver lavorato insieme a migliorare le relazioni dentro l’azienda con dei colloqui, ci soffermiamo sulla situazione attuale. Allora dico a Fabio che vi è un detto nel vecchio Friuli, riferito a me ancora giovanissimo dai miei genitori e dai nonni che recita come nel titolo: “matto, vecchio, stupido e povero“. Se tu, caro lettore, se sei intelligente, onesto e coraggioso, e non ti adegui al pensiero unico, puoi venir ridotto ad essere considerato matto, a invecchiare nella discriminazione, a diventare stupido e – chiaramente – a essere o diventare povero. Così starai zitto, e la smetterai di disturbare il comitato di controllo delle menti e dei mercati.

Questo periodo di analisi socio-politica sembra paranoico, ma io penso che non lo sia. In giro c’è qualcosa che non va, non va per nulla, e la recente crisi Covid lo conferma, a mio parere.

Mino Cancelli (alias Bill Gates), Zuckerberg (pronuncia Zuckerberg), Bezos, Brin e Page (o chi per loro), Tim Cook, ma anche i loro servitori politici (molti democrat americani e repubblicani non dissimili) come alcuni italiani che vanno per la maggiore, o pensano di andare per la maggiore, sono la punta di diamante di quel gruppo di potere. Dobbiamo stare molto attenti, noi piccolo-medio borghesi che non abbiamo più la ghigliottina a disposizione per decapitare il privilegio, come ebbero i Francesi dal 1789 al 1794, perché rischiamo di fare la fine dei generosi ingenui. E non mi si dia del sanguinario.

Il generale De Gaulle sosteneva che “gli Americani commettono tutte le stupidità che riescono ad immaginare, più qualche altra oltre la loro immaginazione“. De Gaulle ebbe il merito, non solo di guidare la Resistenza francese al nazismo, ma anche di non cedere allo strapotere americano, facendo rispettare la sua Patria, che non aveva paura di nominare come tale, come invece accade al linguaggio di molti “presidenti” attuali, come anche il nostro, italiano. Bene, proprio nel loro ambiente, parlo degli USA, da qualche anno si sta pensando che siamo troppi nel mondo, e troppo liberi, per cui occorre trovare il modo di controllare questo processo di crescita delle popolazioni.

Se è vero, come si dice che il danno peggiore per gli stupidi, è essere se stessi, dobbiamo stare attenti agli stupidi irrimediabilmente tali. E noi, che scriviamo e leggiamo e studiamo, non lo siamo. Noi siamo la classe media che fa paura, la classe media che fece la Rivoluzione francese, ma non quella italiana, e ora, senza rivoluzione italiana, i potentati pensano che siamo condizionabili, controllabili, manipolabili. Ma no pasaràn, no, perdio!

Il rischio è grande, perché l’ignoranza è molto diffusa, e in quanto tale nutre la presunzione, che a sua volta alimenta l’irrazionalità, la quale è fomite essenziale della stupidità. Il fatto è che la stupidità è inconsapevole, anzi, se la si indica come difetto a qualcuno, sempre educatamente, c’è perfino il rischio che se ne vanti.

Un altro detto molto noto recita in questo modo: “Se uno stupido tace, vuol dire che non è poi così stupido.” Noi invece parliamo liberamente e quindi, non essendo stupidi, non abbiamo paura del comitato d’affari che vuole controllare il mondo, che ci vuole: matti, vecchi, stupidi e poveri, pronti per la bara e la cremazione.

Ma no pasaràn, no, perdio!

ingrati, egoisti, narcisi

Diverse volte ho scritto qui dell’egoismo e del narcisismo, ma mi pare quasi mai degli ingrati, che sono molto numerosi in ogni circuito di collegamento-relazione di ciascuno, specialmente se abbiamo una vita e delle attività orientate ad aiutare o ad interagire con gli altri, in qualche campo, per lavoro o per qualche ragione etica. A me non poche volte è capitato di incontrare ingrati.

Si narra che Confucio sostenesse la seguente tesi, ripresa da Enzo Ferrari: «Non fare del bene, se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine». A volte si osserva che qualcuno non è riconoscente, certamente spinto da sentimenti negativi e viziosi come l’invidia e qualche forma di rancore (peraltro assurdo e difficilmente spiegabile, se non l’accettazione della presenza di una “tara” del carattere), sovente nei confronti di chi meriterebbe ben altro sentimento, quello della gratitudine. Sulla questione del vizio e del suo consolidamento nel peccato, si possono leggere testi formidabili, da Aristotele in poi, soffermandoci su Agostino, Abelardo, Tommaso d’Aquino, Kant e molti altri, magari confrontandoci con le recenti scoperte delle neuroscienze in tema di struttura bio-psichica e di acquisizioni psichiche successive.

Sappiamo che donare fa bene e fa bene alla psiche (anzi, allo spirito tutt’intero), e fa bene ringraziare, cioè rendere grazie, in latino gratias tibi ago. Pare che, da affidabili ricerche accademiche, il sentimento dell’esser grati sia benefico anche per gli organi interni, a partire dal… cuore. Però, ecco che il cuore riemerge dalla metafora antichissima che lo ritiene culla e serbatoio dei sentimenti, e anche di una certa intelligenza, che viene definita emotiva. Ovviamente, qui non impancandomi in teoresi di carattere bio-fisiologico, per cui non ho una preparazione adeguata, rimango sul terreno della storia del pensiero umanistico, direi, sia occidentale sia, se pure in modo diverso, orientale.

Pare anche che la gratitudine benefichi la struttura ormonale, il sistema immunitario e le facoltà cognitive. Essere grati previene la malattia, si potrebbe dire. Ovviamente ciò non significa che si ammalino solo gli ingrati: io penso di essere testimonianza vivente di ciò, e moltissime altre persone lo sono altrettanto. Ebbene sì, io non sono ingrato. Altri, che conosco e che, per ragioni spesso di lavoro, frequento, sì, lo sono. In queste settimane mi è capitato ad esempio che, dopo aver favorito la conferma in incarichi importanti a una persona che con me collabora in varie aziende, ho saputo che la sua gratitudine nei miei confronti si è manifestata in senso contrario, esprimendo giudizi non lusinghieri sulle mie capacità, in modo tale da impedirmi di ottenere un incarico. Una carezza contro uno schiaffo (non un pugno, ché sarebbe troppo virile e leale, se motivato, tra maschi). Che dire? Che in questo caso ha vinto il sentimento dell’ingratitudine fomentato da invidia e probabilmente da un certo rancore, sordo, inespresso, eppure silenziosamente attivo.

Anche nella letteratura e nel cinema vi sono esempi di ingratitudine e lascio al lettor paziente di cercarli. Posso però suggerire una lettura: pubblicato da Raffaello Cortina, è interessante il volume dal titolo Ingratitudine di Duccio Demetrio, filosofo meno famoso, ma forse più profondo di altri colleghi frequentatori di talk show. In questo testo, non solo si trovano gli elementi psico-spirituali che promuovono l’ingratitudine, ma anche altri sentimenti prodotti dai nostri tempi eccessivamente veloci e competitivi, avidi, pieni di malumori verso gli altri e di malessere diffuso, anche di rabbia, di aggressività, soprattutto nelle persone mature e di successo. Grazie a Dio, molto, ma molto meno, nei giovani.

Anche la politica ci mette del suo, con i suoi linguaggi manichei, là dove anche quando è difficile se non impossibile parlar male dell’avversario, si procede sulla strada di una dialettica meramente di contrasto a-prescindere, aprioristica, manichea fuori tempo massimo. Un esempio: le “ragioni” di critica di Salvini al risultato ottenuto in Europa dal Governo italiano in materia finanziaria ed economica. E’ evidente ai culti e agli incliti che, se tale risultato l’avesse ottenuto lui, ove non si fosse dimesso un anno fa, sarebbe tutto un felicitarsi con se stesso. Non che gli altri brillino di luce particolare, ma l’esempio è calzante.

Come si evince dal precedente post, personalmente non sono un particolare estimatore del premier, ma non lo critico a prescindere a un giudizio equilibrato sui risultati che anche lui ha contribuito ad ottenere. Questo accade nel “grande”, e altrettanto accade spessissimo nel particulare delle vite di molti.

L’esempio mi dà anche la possibilità di collegare, di correlare l’ingratitudine al narcisismo e all’egoismo, che sono tre sentimenti apparentati e diversamente distribuiti. Restando nell’esempio appena proposto si può dire che il capo della Lega, con suoi giudizi si è mostrato narciso, egoista e ingrato, perché ha cercato solo di denigrare l’accordo raggiunto a Bruxelles, invece di riconoscere che è stato ottenuto un risultato buono per l’Italia (a proposito di “Italia”: la ministra Bonetti è riuscita a parlare per ben tre minuti dell’assegno familiare senza citare una sola volta l’Italia, ma ben quattro volte “il Paese”).

Narciso (e quindi egoista), però, è stato anche Conte, che si è subito affrettato ad attribuirsi i principali meriti del risultato ottenuto, chiarendo subito che i denari in arrivo saranno gestiti esclusivamente da Palazzo Chigi. Sappiamo invece tutti che non funziona così: in Italia c’è anche il Parlamento, cioè la Camera dei deputati e il Senato della repubblica. Caro Conte, eppure lei è un docente universitario di discipline giuridiche.

In questi atteggiamenti e comportamenti manca un briciolo benché minimo di generosità e di gratitudine, anche se quest’ultima viene retoricamente dichiarata a ogni piè sospinto. Egoismo, narcisismo, ingratitudine vanno insieme in un percorso dannatamente pericoloso, dove la persona che li accomuna in sé marca di negatività la vita altrui, soffocandola, imbruttendola, scalfendone la pelle e anche lo sguardo, ferendone i pensieri, riducendo gli spazi della gioia, fino a chiuderla fuori casa a quattro mandate.

Suggerisco a chi mi legge di avere grande attenzione se si incontrano persone di questo tipo, specialmente quando si costruisca qualche genere di rapporti, anche i più labili, perché, o queste persone hanno i margini per guardarsi dentro e accettare di migliorare, in caso contrario è preferibile tagliarle fuori, lasciandole perdere e dimenticarle, senza rancore, e abbandonando questo brutto sentimento a loro. Purtroppo per loro, ma restando sempre disponibili ad accogliere la resipiscenza di costoro.

Orizzonti cangianti

Mi pare che Ludwig Wittgenstein sostenga la seguente tesi centrale: l’unico modo per conoscere il mondo e le cose dell’uomo è interessarsi alle “forme di vita”, lasciando perdere le fantasmagorie metafisiche o anti-metafisiche della filosofia classica e anche moderna: quindi, niente Aristotele e san Tommaso, niente Hegel e Schelling, forse solo un po’ di sant’Agostino che, nelle Confessiones, in qualche modo sembra anticipare alcuni temi delle riflessioni dell’Austriaco. Ma a volte mi viene qualche dubbio che il grande Austro abbia letto con attenzione l’Ipponate, e comunque molto di quanto scritto da questi non sia a sua conoscenza.

orizzonti

A me talvolta Wittgenstein sembra esagerare in certe asserzioni un po’ assolutistiche, soprattutto nel Tractatus Logico-philosophicus, il quale è costruito in modo più aforistico che secondo schemi da… trattato classico. Pur essendo molto interessante e profondo il suo lavoro filosofico, per certi aspetti di ripulitura concettuale di molta retorica filosofica presente anche nella contemporaneità (à là Agamben, p.e.), lo trovo talora troppo semplificatorio circa altri aspetti. Ad esempio, leggendo il bel libro di Fergus Kerr sulla visione teologica di Wittgenstein (La Teologia dopo Wittgenstein), mi resta questa impressione. E mi fermo qui, per il momento, poiché più corretto e costruttivo potrebbe essere un dialogo con qualcuno che conosca meglio di me il pensiero di Wittgenstein, come il prof Perissinotto da Venezia o il caro collega phronetico dottor Claudio Nosella da Portogruaro.

In tema di epistemologia generale, o di critica della conoscenza (per citare una definizione scolastica di cui è esperto insigne il padre professor Giovanni Bertuzzi, domenicano bolognese e mio docente di Licentia docendi Theologiaed’anni fa) sarebbe interessante citare anche l’americano Quine, che definisce la parte psico-spirituale dell’uomo “solo” come increspature superficiali della realtà, come effetti dell’interazione mondo/ uomo e base per la retroazione uomo/ mondo. Ma non mi ci metto, perché dovrei chiedere consulenza in tema al collega e amico Neri Pollastri, molto più esperto di me su questo pensatore. Anche con il povero professor Giorello sarebbe stato interessante un dialogo, ma chissà… un giorno, in un tempo e stato kairologico.

Vi sono, di contro, altri ambiti e ambienti nei quali si può studiare la vita umana e le cose del mondo, usando il linguaggio, non come un “assoluto”, ma come uno strumento espressivo del pensiero, e per denominare le cose. Essere e pensare per Heidegger, dai tempi della lectio cartesiana, possono essere la medesima cosa, così come per un Berkeley, ma ciò mi pare un po’ presuntuoso (diciamo solo un po’). Il tema è quello dello scontro più che bimillenario fra idealismo e realismo, fra un platonismo essenzialmente spiritualista e un aristotelismo decisamente realista.

Se sant’Agostino ha lavorato di più sul versante platonico, stante anche il suo ruolo di pastore cristiano attento alla dimensione spirituale dell’uomo e al suo destino di salvezza o di perdizione, Tommaso d’Aquino, un poco “meno pastore” del maestro africano, ma altrettanto cristiano, è riuscito in una sintesi che a me pare insuperata. Per l’Aquinate la realtà è e sussiste in quanto opera di Dio che la sostiene nell’essere, e sussiste indipendentemente dalla mia percezione legata al mio essere-nel-mondo. Descartes poi legò l’ammissione di una plausibilità del reale al fatto di poterlo pensare: il Soggetto, per Descartes e per i grandi idealisti del XIX secolo, crea in qualche modo l’Oggetto. L’idealismo testé citato, introdotto dal razionalismo kantiano, non fa poi che accentuare questa centralità creativa dell’io (penso, dunque sono, e creo ciò che percepisco).

Vi sono dunque svariati “orizzonti di senso”, ma anche molti modi per conoscere se stessi e il mondo, diverse epistemologie con differenti strutture teoriche. Ad esempio, nel campo delle scienze umane, dalla filosofia (che è scienza in senso aristotelico-tomista, non in senso galileiano) alle psicologie, si va da statuti essenzialmente clinico-positivisti a statuti prevalentemente umanisti. Il tempo odierno richiederebbe una conciliazione fra le due “visiones”, e un utilizzo ponderato della dimensione scientista, epperò sempre illuminato dalla prospettiva umanista. In altre parole, non possono bastare diagrammi psicometrici a conoscere la complessità psichica dell’uomo, poiché il suo impianto intellettivo e razional-cognitivo deborda quasi infinitamente da ogni classificazione che abbia pretese di essere esauriente.

Gli stessi Manuali Medico-diagnostici (siamo arrivati al V), Bibbia universale della psichiatria e delle psicoterapie sono works in progress, cioè lavori mai terminati e sempre oggetto di ripensamenti e di implementazioni. Anche perciò è necessario mantenere una posizione aperta e bidirezionale fra le psicologie che vengono facendosi nel tempo e le filosofie classiche, moderne e contemporanee. In altre parole, Aristotele, Agostino, Cartesio, Berkeley, Hume&Locke, Kant, Edith Stein e Husserl, per citarne solo alcuni, debbono dialogare con Freud, Jung, Watson, Skinner, Rogers, Watzlavick, Bateson, etc., così come Cacciari, il povero Bodei, il difficile Severino, devono tenersi in collegamento con Morelli, Andreoli etc.. Così come tento di fare io stesso e la mia associazione Phronesis, che non potrà mai essere accusata di settarismo o di snobismo culturale.

I due Alex, simbolo di vitalità, e la giornalista portasfiga

Anni fa conobbi il primo dei due Alex di cui qui parlo. Era Alexander Langer, politico, giurista e filosofo sud Tirolese. Spesso si trovava nei pressi dell’ala ecologista del sindacato nel quale ho avuto un qualche ruolo per tredici anni. Di matrice cattolica e lottacontinuista era diventato il trait d’union tra la cultura ecologista germanica dei gruenen, i verdi e i primi vagiti dell’ecologismo italiano. Meraviglioso il suo slogan che contrapponeva tre concetti “duri” … ad altrettanti concetti “dolci”, cioè citius, altius, fortius, ossia “più veloce, più alto, più forte” versus lentius, profundius, suavius, vale a dire più lento, più profondo, più soave”.

Alexander Langer

Fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e leader europeo di tale impostazione politica. Pace, diritti umani e ambiente erano i suoi principali centri interesse politico e morale. Pur essendo Altoatesino-Sudtirolese e germanofono, non si confuse mai con le lotte etno-nazionaliste, che rifuggiva e combatteva.

Negli anni tra l’87 e il ’90 partecipai un paio di volte a Città di Castello alla “sua” iniziativa mondialista, la “Fiera delle utopie concrete”, dove l’ossimoro implicito cercava ispirazione dai quattro elementi naturali di Empedocle: fuoco, aria, terra e acqua.

A lui interessavano le nozioni e i rapporti tra Nord e Sud e con l’Est del mondo, tant’è che la sua personale crisi ebbe origine ai tempi della Guerra e delle stragi in Bosnia nel primi anni ’90. Tuzla e Srbrenica furono il luoghi del suo tormento insopportabile. Pur essendo inesorabilmente pacifista, non lo era a senso unico e in modo imbecille, come molti, perché era in grado di sostenere – senza sentirsi in contrasto con i propri fondamenti morali – l’esigenza, alla bisogna, di un “intervento internazionale armato”, definendo i caschi blu “ostaggi dileggiati”, e chiedendo di inviare soldati per “fermare l´aggressione”“proteggere le vittime”“punire i colpevoli”, e impedire che “la conquista etnica con la forza delle armi torni a essere legge in Europa”.

Molti di sinistra e Verdi lo abbandonarono, perché, loro sì, facenti parte di quelle comitive imbelli e non-pensanti comunque contrari a ogni tipo di uso delle armi, in qualsivoglia situazione. Prima di togliersi la vita nei pressi di Firenze nell’estate del 1995 lasciò lo scritto che segue.

“I pesi mi sono diventati davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto.”

Alexander Langer riposa nel piccolo cimitero di Telves accanto ai suoi genitori.

Il secondo Alex è Zanardi, che tutti conoscono, e a cui tutti gli Italiani tengono, perché simbolo di forza e di capacità/ volontà di ripresa, dopo il drammatico incidente automobilistico che quasi vent’anni fa gli troncò le gambe. Dedicandosi alla handbyke è diventato un atleta meraviglioso e fortissimo, vincitore di campionati mondiali e di paralimpiadi. Esempio per tutti quelli che hanno avuto una disgrazia menomante. Non mi cito, perché io non ho perso arti, ma ho combattuto e combatto contro il dolore fisico.

Stiamo aspettando notizie buone dall’Ospedale di Siena dove è ricoverato, e preghiamo, se crediamo.

Dopo aver ricordato l’amico Langer e Zanardi, come esempi di positività, di contro cito un esempio fastidioso di negatività.

C’è una inviata speciale di alcune delle principali testate televisive che da Pechino sembra, per toni e testi, quasi godere delle disgrazie che racconta. Insopportabile: la sua enfasi narrativa pare preludere all’annuncio di una catastrofe nucleare o almeno di una serie di devastanti tifoni oceanici. Pare goda usando quei toni. Chissà se se ne accorge o se qualcuno glielo ha fatto notare. Ripeto: per me è insopportabile. Si chiama Botteri. E la si ricorda per altre precedenti dis-grazie narrate.

I due Alex sono un inno alla vita, quest’ultima, no.

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