Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Referendum: il 70% degli Italiani ha votato SI’: ora forse meno mangiapane a tradimento e più politica. Una riflessione sull’identità e sull’alterità

Il titolo è greve ma il sentimento viene da lontano, e non è il manifesto dell’antipolitica. Chi mi conosce sa quanto io sia distante dai grillismi e dai salvinismi, e da tutto ciò che è generico, banalizzante, culturalmente rozzo e contemporaneamente arrogante. Ciò che è culturalmente scarso fa il paio con l’inconsapevolezza del non-sapere e la conseguente prepotenza verbale e a volte non solo. I fatti di cronaca criminale che spesso registriamo, purtroppo, trovano il loro humus di coltura nella “cultura del disprezzo dell’altro” e nel pregiudizio concettuale. Possiamo dire che indirettamente coloro che usano la violenza verbale sono gli ispiratori occulti e stupidamente inconsapevoli dei violenti, come i beoti “eroi” massacratori di Colleferro.

il Senatore Razzi

Chi meno sa più sbraita insultando; chi più sa, più ascolta, consapevole di avere sempre qualcosa da imparare. Meditate gente e lettori “casuali” curiosi di questo sito, meditate! E qui non mi rivolgo a coloro che chiamo solitamente “miei cari lettori e lettrici”.

I Veltroni (che delusione!), i Prodi, i Calenda, le Maraini e altri possono urlare finché vogliono “all’attentato alla Costituzione”, e blaterare di crollo della rappresentanza, e di schiavizzazione degli elettori da parte delle segreterie politiche, che non attacca.

Il nostro tempo è strano. Si sta vivendo un cambiamento sociale e identitario e alteritario profondo. Vediamo un po’.

Il concetto di identità, nelle scienze etno-antropologiche, psicologiche  e sociologiche concerne ciò che una persona ha maturato su sé, sia sotto il profilo individuale sia sotto il profilo sociale. E’ ciò che caratterizza l’irripetibile unicità di un individuo umano, di una persona. Non è del tutto immutabile, perché si fonda sui tratti caratterologici che si consolidano nella prima adolescenza e dipendono da genetica, educazione e ambiente di nascita e di crescita.

Ciononostante, nel tempo, con l’esperienza, certamente possono accadere delle modificazioni, anche in forza della crescita e maturazione dell’individuo e dei cambiamenti socio-culturali ed economici.

Anche se qui non mi soffermerò sulla tradizione classica, non vi è dubbio che la logica aristotelica costituisce la base di molte delle teorie attuali. A è sempre uguale ad A, anche per la logica identitaria contemporanea, quantomeno per quello che ci interessa dire qui. Sappiamo, di contro, che Hegel sta a capostipite delle logiche identitarie  evolutive, trasformative, su cui potremmo soffermarci di più in futuro.

Luigi Pirandello estremizza la fluidità dell’identità con l’opera Uno, nessuno, centomila  che non commento granché, perché a tutti nota. Il dramma pirandelliano affronta il tema dell’identità ponendo il tema della maschera, che ciascuno indossa nelle varie situazione della vita.[1]

Un altro aspetto dell’identità è quello connesso a tutto ciò che è esterno al proprio sé, cioè alla società in generale,  e più in particolare al proprio gruppo, al proprio livello culturale, professionale, etnico, linguistico, nazionale, etc. Tutto ciò può essere definito alterità.

Possiamo anche ricordare i momenti indicati dalle dottrine psicologiche come step del processo della formazione identitaria: l’identificazione, l’individuazione, l’imitazione e l’interiorizzazione. È chiaro che cosa significhino i quattro momenti che producono prima di tutto il senso di appartenenza a “qualcosa” di esterno a noi stessi, e successivamente ciò che ci caratterizza individualmente e irripetibilmente; infine si produce un processo imitativo di modalità esterne, sociali, che poi viene in qualche modo interiorizzato, anche grazie all’immagine che si riesce a dare di se stessi agli altri.

Addirittura, di questi tempi vi sono persone che cercano di modificare la propria identità percepibile all’esterno, per mostrare ciò che è o ritiene di essere nella società, magari la propria importanza o successo sociale, anche acquistando case e auto di livello, o abiti firmati, al fine di costruire una sorta di leadership sociale di status.[2]

Tornando a Pirandello, ognuno di noi, non solo riveste un’identità personale, autopercepita, ma anche un’identità sociale.

È intuitivo sapere che ogni identità è condizionata dal contesto e dalle relazioni, in modo che si può modificare a seconda delle situazioni e degli interlocutori del soggetto, il quale vive e sperimenta rapporti sia simmetrici, con persone di uguale livello sociale o lavorativo, ovvero asimmetrici, là dove l’interlocutore può essere un superiore o un coordinato. Tali riflessioni sono molto importanti, come si può capire, in ogni ambiente organizzato: azienda, scuola, reparto militare o ambiente ecclesiastico. Speculare al concetto di identità possiamo dunque indicare il concetto di alterità.

L’identità produce anche sentimenti di orgoglio, come segno distintivo dell’appartenenza a una comunità nella quale ci si può variamente identificare. In politica, particolarmente di questi tempi, talora si registra la tendenza a considerare negativamente chi non la pensa come noi, trasformando spesso gli avversari in nemici. Per esemplificare: i gruppi nazionalisti, razzisti, suprematisti e neo-fascisti possono essere considerati l’esemplificazione di questi atteggiamenti.

Bene, fatta questa riflessione, torniamo al nostro tema, che è quello della qualità politica. Sono convinto che la riduzione dei parlamentari in Italia ne favorirà la crescita, e non poco.

Riflettere sull’identità e sull’alterità ci può aiutare a comprendere ciò che sta succedendo nella politica e nella società, così come sono cambiate negli ultimi anni.

La qualità politica degli eletti non dipenderà dal loro numero, ma dalla capacità dei cittadini elettori di riflettere usando il pensiero critico, fino ad imporre ai gruppi dirigenti, segreterie e presidenze ad personam (nequizie politiche di questi tempi) un cambiamento dove la qualità personale dei candidati faccia finalmente premio sull’appartenenza ai gruppi di potere consolidati.

L’identità e l’alterità, quindi, potranno essere situazioni utili per collocarsi in modo positivamente critico nel nostro quotidiano vivente delle nostre relazioni inter-umane, anche politiche.


[1] Sappiamo che la maschera rinvia al concetto di “persona”, derivante dalla tradizione teatrale greco-latina, laddove gli attori, per farsi ascoltare bene dagli spettatori nelle cavee teatrali indossavano una maschera davanti al volto, che consentiva un’amplificazione della voce, da cui il sintagma per-sonare

[2] Cf. CORNARO A. Teorie classiche della formazione delle. Èlites politiche: Mosca, Pareto, Michels, Weber, Gramsci, Tesi di laurea, Bari A.A. 2002/ 2003.

Stare “sulla soglia” (della decisione)

…sulla casa, sulla vita, sulla scelta politica, sulla persona con cui condividere il più della propria vita, sul tempo da spendere per una cosa o l’altra. Si può stare sulla soglia in molti modi e luoghi. Senza varcarla, anche solo per guardare che cosa c’è oltre.

In altri articoli presenti in questo sito ho già presentato il flusso mentale che porta alle decisione, secondo l’antropologia e la psicologia filosofica, soprattutto interpellando Aristotele e Tommaso d’Aquino, che è il seguente: cogitatio consilium deliberatio actio, cioè riflessione, approfondimento critico, decisione e azione, termini che le psicologie cliniche contemporanee magari definiscono in modi diversi, ma sostanzialmente corrispondenti a quelli classici.

la decisione

E’ importante “stare sulla soglia”, perché significa avere pazienza e la capacità di valutare se “scendere” dalla soglia o meno e se, una volta scesi, andare diritti, oppure a destra o a sinistra.

Un esempio attualissimo: molti cittadini-elettori, anche se non masse strepitose (sarà andata bene se al referendum del 20 e 21 prossimi avrà votato il 50% degli aventi diritto, magari, soprattutto nelle sette regioni interessate dal voto locale, proprio trascinati da quel voto, che certamente interessa molto di più ai cittadini).

Ho già scritto che voterò SI’, anche se, come ho spiegato all’amico e collega Neri Pollastri sul suo blog Filosopolis, voterò “turandomi (un poco) il naso”, come diceva di fare Indro Montanelli, gran liberale, quarant’anni fa, mentre si accingeva a dare il suo voto alla Democrazia cristiana.

Voterò SI’ con questi sentimenti perché ritengo di avere delle buone ragioni, come peraltro altre ne hanno i sostenitori del “no”. Anzi, da un punto di vista del merito della legge, come mi ha spiegato con competenza la mia amica portogruarese dottoressa Lucia Boato, coloro che voteranno “no” hanno ragioni teoreticamente migliori delle mie a sostegno del “SI'”.

Riassumendo: la legge sottoposta a referendum confermativo è incompleta e sgangherata, perché si occupa quasi solamente del taglio lineare dei parlamentari, da 945 (Camera e Senato considerati insieme) a 600, ma nulla dice su altri temi importantissimi, come il processo di selezione dei candidati (anche se su questo tema non mi illudo, in Italia le cose andranno come sono sempre andate, provare per credere), il necessariamente nuovo rapporto tra Parlamento e regioni, l’elezione diretta o meno del Presidente del Consiglio o della Repubblica, etc. Temi in sospeso da decenni.

Se vogliamo, vi è anche un altro elemento probatorio per il “sì”. Coloro che oggi si sono svegliati a sostenere il principio di rappresentanza del popolo, si dimenticano di dire che grosso modo i nuovi “numeri” corrispondono più o meno a quanto in vigore nelle altre grandi democrazie liberali. Non solo: in Italia abbiamo venti regioni con venti consigli regionali, che mobilitano a tempo pieno e ben pagati, circa 850 consiglieri. Non solo, abbiamo anche qualche robusta decina di parlamentari europei che seggono, sempre profumatamente pagati, a Strasburgo. E 8000 consigli comunali e altrettanti sindaci, e, fino a qualche tempo fa un centinaio di consigli provinciali. Non basta per la rappresentanza del popolo? Andiamo!

Circa la selezione dei candidati riporto un episodio che mi ha riguardato: circa tre lustri or sono fui candidato a sindaco nel mio paese di origine, Rivignano, con il mio impegno a un solo mandato. Ero stato spinto a dare la mia disponibilità da persone di tutte le “religioni politiche”. Bene, allora qualcuno di “già arrivato” (consigliere regionale della zona) che temeva una mia elezione, per la mia mediaticità (e non solo) che forse avrebbe potuto oscurarlo mettendo in mora la sua leadership nell’area politica e geografica, ha fatto di tutto perché una importante forza della sinistra cattolica moderata di quel tempo non mi votasse. Come volete che funzioni la selezione? Guardate il personale politico del 5 Stelle, ma anche di altri partiti. Vi pare che vi sia stata una selezione basata sul livello e sulla qualità culturale (quantomeno) dei candidati?

A corollario ci metto anche l’esempio del referendum “renziano” del ’16, miseramente fallito a onta del suo proponente e superbioso protagonista. Il tema dell’abolizione del Senato era corretto, ma è stato posto in modo talmente personalizzato sul principale protagonista (Renzi), al punto da far scatenare tutta l’avversione che il fiorentino è riuscito a generare soprattutto con i suoi comportamenti eccessivamente autoreferenziali, e con la sua postura, il suo lessico, la sua sbrigatività e la supponenza di essere sempre dalla parte giusta. Modi che lo rendono anche ora quasi il contraltare, perfino una sorta di clone dell’altro Matteo, e viceversa. Probabilmente i due capi politici hanno molte cose in comune sotto il profilo personologico-psicologico. “Cose” non bellissime.

Tornando al tema della “soglia” che può portare alla “decisione”, mi piace ora riflettere sulla… riflessione critica. Pensare sul pensiero, considerare l’aristotelica nòesis noèseos, cioè il pensiero di pensiero, è fondamentale, perché è – tra l’altro – ciò che ci distingue dagli animali superiori.

Riflettere criticamente su ciò-che-si-pensa costituisce il centro della nostra attività raziocinante, il suo focus, la garanzia e che si sta procedendo correttamente nell’utilizzo della logica argomentativa, per la quale se si pone una premessa a, necessariamente si pone una sequela b, etc.

Questo può non piacere a chi ritiene che in questo modo sia penalizzata la capacità immaginativa, o la fantasia, nell’accezione corrente. Nulla di più falso. Si può mostrare l’inconsistenza di tale critica in molti modi: Ne scelgo uno di carattere linguistico-letterario. Proviamo a considerare Giacomo Leopardi e la sua formazione durissima e rigorosa, sia nelle discipline filosofico-letterarie, sia in quelle fisico-biologiche. Ebbene: si può affermare che il poeta marchigiano, pur capace di usare tutte le tipologie metrico-prosodiche a disposizione fin dalla classicità, utilizzando spesso il verso libero, trascurando i rimari e le regole più rigide sopra richiamate, ha mostrato una libertà espressiva straordinaria per i tempi suoi. Fantasia e scienza, nel suo caso, si sono innestate reciprocamente senza problemi, ottenendo i risultati che sono noti ai lettori più attenti, ora anche a livello internazionale, vista l’edizione critica in inglese delle sue opere a cura dell’università di Oxford. Tra gli intellettuali del suo tempo, invece, Leopardi era notissimo ed apprezzato come maestro, perfino da Nietzsche.

La mente umana mostra costantemente, non solo la plasticità fisica ben nota ai neuro-psichiatri, ma una capacità creativa sempre sorprendente. Vediamo un momento alcuni aspetti della dimensione hard della soglia.

La soglia percettiva psico-fisica e neurofisiologica è la principale “soglia” che ci può interessare come esseri umani, poiché al di sotto della stessa, anche se ci può essere uno stimolo dei sensi, non se ne avverte la presenza. Si definisce quindi “soglia di percezione”, tema ben studiato dagli psicologi, come è attestato anche dal bel libro del dottor Piero Vigutto La percezione del rischio, in tema di sicurezza del lavoro.

Vi è dunque uno stimolo minimo percepibile e discriminabile, come nel caso del suono, che è differente tra i i viventi animali e tra soggetti individuali. Pensiamo solo alla soglia percettiva uditiva del cane, che pare sia almeno quaranta volte superiore alla nostra di umani. In altre parole, la soglia percettiva è un parametro di sensibilità che si distingue tra un “sopra-la-soglia” (sovraliminali: limes in latino è il confine), e un “sotto la soglia” (o infraliminali).

Soglia di un qualcosa di diverso, che sia fisico o mentale. Stiamo attenti alle “soglie” e, se possibile, indugiamo un poco su di esse.

I vergognosi 600 euro

Ferma restando la responsabilità individuale dei babbei che li hanno richiesti, i 600 euro, la colpa di questo skàndalon (in greco antico significa “pietra d’inciampo”) è di chi ha legiferato, da Giuseppe Conte in giù, con i suoi arroganti DPCM, e adesso cerca di moraleggiare e moralizzare, cioè di Salvini, pur dall’opposizione, che ora minaccia di sospendere e di non ricandidare i reprobi presenti tra i suoi, e Di Maio, ma sono i soliti noti, cioè di un Crimi, dell’ineffabile Laura Castelli tra altri (numerosamente presenti nel mondo che Grillo ha suscitato all’essere-in-qualche-modo-nel-mondo), quest’ultima incapace di cogliere questa occasione per stare zitta e non farsi ulteriori danni, non tanto dei cinque o sei poveri in spirito (non in senso “matteano”, però, e lascio al gentil lettore l’esegesi del termine, eh eh), tra cui due friulani, tali Mattiussi e Tondo (che fa finta di non conoscermi quando mi incrocia per strada, pur avendo fatto un pezzo di strada politica in qualche modo assieme qualche decennio fa). Poveretti.

Umberto Eco, fu il primo ad accorgersi della platea enorme degli imbecilli del web (e non solo)

Il popolo è incazzato, e a giusta ragione, ma questa incazzatura non basta. Dovrebbe inquietarsi (il Popolo, cioè io, tu, gentile lettore) con gli inabili che legiferano, non sapendo o non volendo sapere il senso delle norme che emanano. Rifaccio un ragionamento, più volte qui proposto: se chi emana una norma non ne conosce gli effetti è gravissimo, anche più grave del caso nel quale conosca la valenza di ciò che decide, ma decide deliberatamente per ottenere suoi scopi. Mi spiego meglio: è più pericolosa la stupidità e l’ignoranza ignorante, in questo caso colpevole, che non la pura malvagità.

In tema: qualcuno pensa che – in questa vicenda – si sia proceduto ad operare per “sputtanare” ulteriormente i “politici”, onde favorire il “sì” al prossimo referendum confermativo concernente la riduzione dei parlamentari. Come se i mestieranti della politica avessero bisogno di essere ulteriormente denigrati. Ma io non credo all’esistenza di queste sottigliezze, perché presuporrebbero un’intelligenza e una cultura politica che gli attuali “rappresentanti del popolo” non possiedono.

Al referendum del 20 e 21 settembre prossimi io voterò sì, perché sono convinto che 600 (400 deputati e 200 senatori) bastino a rappresentare il Popolo italiano, e non siano necessari tutti gli attuali 950 circa. Non è una questione numerica, ma di qualità, che da qualche decennio latita sempre più nel personale politico italiano. Dopo “tangentopoli”, il livello medio dei politici italiani si configura, oso dire, sul modello dipietrista, randellatore e giustiziere dei “vecchi” politici, ma modello di qualità molto inferiore ai “perdenti” di quel tempo. Questi “nuovi” non conoscono neppure l’abc del Diritto costituzionale e parlano, i più, un italiano approssimativo.

Ridicoli diventano poi, quando nel dibattito parlamentare devono pronunziare qualche parola in inglese, oppure quando “ci rappresentano” all’estero. Per fare il Ministro degli esteri, caro lettore, non pensi (e scusa la dimanda rettorica), che sarebbe necessario parlare un buon inglese? Almeno, dico. Nell’Italia liberale prefascista i politici, tutti, conoscevano francese e inglese, e spesso il tedesco. Mi si dirà: erano quasi tutti benestanti o nobili… sì, ma avevano anche voglia di studiare.

Confesso il mio imbarazzo quando ascolto anche alti rappresentanti istituzionali, specie se provenienti dal Movimento roussoviano-perlamordidio. Ripeto qui, dopo averlo mostrato in un pezzo precedente: a mio parere J.-J. Rousseau è stato uno dei più mediocri e pericolosi filosofi de fra il ‘700 e l’800. Quando il ragionier Casaleggio lo ha proposto come riferimento ideologico- culturale per il suo movimento ha manifestato tutta la temeraria approssimazione di una non-conoscenza della filosofia.

Tornando al tema dei 600 euro alle partite Iva, consiglierei ai miei cari lettori, di andare a leggersi le motivazioni / ragioni della scelta di chiederli all’Inps. Uno, che qui non ri-cito, ha spiegato che sono serviti a pagare spese delle attività economiche personali e familiari, ma mi vien da ridere: 600 euro!!! Che cosa risolvo con 600 euro? Cosa paghi? Te lo dico subito mio gentil lettore: una  cifra del genere basta a malapena a pagare gli oneri indiretti di uno junior che percepisce meno di 1000 euro netti al mese. Si dà il caso che il signore di cui sopra abbia un paio di decine di dipendenti… Stiamo evidentemente scherzando, caro furbacchione, ma poco accorto, di Forza qualcosa. Capace di dire subito dopo che, se lo vogliono fuori, lui cambia ancora partito, come ha già fatto un’altra volta, quando uscì dalla Balena bianca, mi pare.

Il tema è dunque morale, o etico nella sua struttura ontologica di atto umano libero. Questi signori, consiglieri regionali e / parlamentari, con emolumenti che vanno da 10.000 a 13/ 14.000 euro netti al mesi, si sono disturbati a chiedere all’Inps 600 euro. Da non credersi. Costoro non si sono minimamente posti la domanda etica: è plausibile che io, in questa situazione, e nelle condizioni in cui mi trovo (obiettivamente molto buone e di gran lunga migliori di quelle in cui si trovano la maggior parte degli Italiani) abbia pensato di inviare all’Inps la domanda per ottenere quanto per milioni di altre persone potrebbe essere vitale?

No, non si sono posti questa domanda. Il loro cinismo e un egoismo senza aggettivi li colloca in un girone di peccatori che il Poeta ha drammaticamente tratteggiato: “Oh cieca cupidigia e ira folle/ che si ci sproni nella vita e ne l’etterna poi si mal c’immolle!”. Così Dante scrive nel XII Canto dell’Inferno (vv. 49-51).” Con tali versi Dante spiega come l’avidità di beni materiali e la rabbia (rivolta alle persone) guidino l’animo degli uomini anche ad azioni molto violente, non solo all’oppressione degli altri.

Cupidigia o avarizia, il terzo vizio per gravità, secondo la Teologia morale di Tommaso d’Aquino, subito dopo – nel male – l’inarrivabile superbia e la truce invidia.

Non che i beoti richiedenti i 600 euro appartengano al girone degli avari della terra, ma forse si sono già in cammino verso quelle plaghe. Possono ancora tornare indietro, se vogliono.

“mat, vecju, stupit e puar”, cioè – in lingua friulana – “matto, vecchio, stupido e povero”, ovvero del possibile disegno di distruzione della classe media

Anch’io come alcuni miei cari amici, come Fabio, direttore di una azienda piccola ma molto coraggiosa e innovativa (nel periodo della crisi, per continuare a lavorare i dipendenti si erano addirittura ridotti lo stipendio, prendendo esempio dal loro direttore, per poi riprenderlo integralmente una volta che l’azienda tornò in pista positivamente sul mercato, esempio straordinario di amore per il lavoro e di etica aziendale, tipico delle nostre terre friulane), sono abbastanza convinto che alcuni potentati di livello planetario abbiano interesse a zittire chi pensa con la propria testa, chi ha cultura, chi dissente, chi discute, chi non si accontenta delle informazioni mediatiche.

Detto questo per presentare il mio caro amico e stimabile collega, siamo seduti per una pizza dopo aver lavorato insieme a migliorare le relazioni dentro l’azienda con dei colloqui, ci soffermiamo sulla situazione attuale. Allora dico a Fabio che vi è un detto nel vecchio Friuli, riferito a me ancora giovanissimo dai miei genitori e dai nonni che recita come nel titolo: “matto, vecchio, stupido e povero“. Se tu, caro lettore, se sei intelligente, onesto e coraggioso, e non ti adegui al pensiero unico, puoi venir ridotto ad essere considerato matto, a invecchiare nella discriminazione, a diventare stupido e – chiaramente – a essere o diventare povero. Così starai zitto, e la smetterai di disturbare il comitato di controllo delle menti e dei mercati.

Questo periodo di analisi socio-politica sembra paranoico, ma io penso che non lo sia. In giro c’è qualcosa che non va, non va per nulla, e la recente crisi Covid lo conferma, a mio parere.

Mino Cancelli (alias Bill Gates), Zuckerberg (pronuncia Zuckerberg), Bezos, Brin e Page (o chi per loro), Tim Cook, ma anche i loro servitori politici (molti democrat americani e repubblicani non dissimili) come alcuni italiani che vanno per la maggiore, o pensano di andare per la maggiore, sono la punta di diamante di quel gruppo di potere. Dobbiamo stare molto attenti, noi piccolo-medio borghesi che non abbiamo più la ghigliottina a disposizione per decapitare il privilegio, come ebbero i Francesi dal 1789 al 1794, perché rischiamo di fare la fine dei generosi ingenui. E non mi si dia del sanguinario.

Il generale De Gaulle sosteneva che “gli Americani commettono tutte le stupidità che riescono ad immaginare, più qualche altra oltre la loro immaginazione“. De Gaulle ebbe il merito, non solo di guidare la Resistenza francese al nazismo, ma anche di non cedere allo strapotere americano, facendo rispettare la sua Patria, che non aveva paura di nominare come tale, come invece accade al linguaggio di molti “presidenti” attuali, come anche il nostro, italiano. Bene, proprio nel loro ambiente, parlo degli USA, da qualche anno si sta pensando che siamo troppi nel mondo, e troppo liberi, per cui occorre trovare il modo di controllare questo processo di crescita delle popolazioni.

Se è vero, come si dice che il danno peggiore per gli stupidi, è essere se stessi, dobbiamo stare attenti agli stupidi irrimediabilmente tali. E noi, che scriviamo e leggiamo e studiamo, non lo siamo. Noi siamo la classe media che fa paura, la classe media che fece la Rivoluzione francese, ma non quella italiana, e ora, senza rivoluzione italiana, i potentati pensano che siamo condizionabili, controllabili, manipolabili. Ma no pasaràn, no, perdio!

Il rischio è grande, perché l’ignoranza è molto diffusa, e in quanto tale nutre la presunzione, che a sua volta alimenta l’irrazionalità, la quale è fomite essenziale della stupidità. Il fatto è che la stupidità è inconsapevole, anzi, se la si indica come difetto a qualcuno, sempre educatamente, c’è perfino il rischio che se ne vanti.

Un altro detto molto noto recita in questo modo: “Se uno stupido tace, vuol dire che non è poi così stupido.” Noi invece parliamo liberamente e quindi, non essendo stupidi, non abbiamo paura del comitato d’affari che vuole controllare il mondo, che ci vuole: matti, vecchi, stupidi e poveri, pronti per la bara e la cremazione.

Ma no pasaràn, no, perdio!

ingrati, egoisti, narcisi

Diverse volte ho scritto qui dell’egoismo e del narcisismo, ma mi pare quasi mai degli ingrati, che sono molto numerosi in ogni circuito di collegamento-relazione di ciascuno, specialmente se abbiamo una vita e delle attività orientate ad aiutare o ad interagire con gli altri, in qualche campo, per lavoro o per qualche ragione etica. A me non poche volte è capitato di incontrare ingrati.

Si narra che Confucio sostenesse la seguente tesi, ripresa da Enzo Ferrari: «Non fare del bene, se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine». A volte si osserva che qualcuno non è riconoscente, certamente spinto da sentimenti negativi e viziosi come l’invidia e qualche forma di rancore (peraltro assurdo e difficilmente spiegabile, se non l’accettazione della presenza di una “tara” del carattere), sovente nei confronti di chi meriterebbe ben altro sentimento, quello della gratitudine. Sulla questione del vizio e del suo consolidamento nel peccato, si possono leggere testi formidabili, da Aristotele in poi, soffermandoci su Agostino, Abelardo, Tommaso d’Aquino, Kant e molti altri, magari confrontandoci con le recenti scoperte delle neuroscienze in tema di struttura bio-psichica e di acquisizioni psichiche successive.

Sappiamo che donare fa bene e fa bene alla psiche (anzi, allo spirito tutt’intero), e fa bene ringraziare, cioè rendere grazie, in latino gratias tibi ago. Pare che, da affidabili ricerche accademiche, il sentimento dell’esser grati sia benefico anche per gli organi interni, a partire dal… cuore. Però, ecco che il cuore riemerge dalla metafora antichissima che lo ritiene culla e serbatoio dei sentimenti, e anche di una certa intelligenza, che viene definita emotiva. Ovviamente, qui non impancandomi in teoresi di carattere bio-fisiologico, per cui non ho una preparazione adeguata, rimango sul terreno della storia del pensiero umanistico, direi, sia occidentale sia, se pure in modo diverso, orientale.

Pare anche che la gratitudine benefichi la struttura ormonale, il sistema immunitario e le facoltà cognitive. Essere grati previene la malattia, si potrebbe dire. Ovviamente ciò non significa che si ammalino solo gli ingrati: io penso di essere testimonianza vivente di ciò, e moltissime altre persone lo sono altrettanto. Ebbene sì, io non sono ingrato. Altri, che conosco e che, per ragioni spesso di lavoro, frequento, sì, lo sono. In queste settimane mi è capitato ad esempio che, dopo aver favorito la conferma in incarichi importanti a una persona che con me collabora in varie aziende, ho saputo che la sua gratitudine nei miei confronti si è manifestata in senso contrario, esprimendo giudizi non lusinghieri sulle mie capacità, in modo tale da impedirmi di ottenere un incarico. Una carezza contro uno schiaffo (non un pugno, ché sarebbe troppo virile e leale, se motivato, tra maschi). Che dire? Che in questo caso ha vinto il sentimento dell’ingratitudine fomentato da invidia e probabilmente da un certo rancore, sordo, inespresso, eppure silenziosamente attivo.

Anche nella letteratura e nel cinema vi sono esempi di ingratitudine e lascio al lettor paziente di cercarli. Posso però suggerire una lettura: pubblicato da Raffaello Cortina, è interessante il volume dal titolo Ingratitudine di Duccio Demetrio, filosofo meno famoso, ma forse più profondo di altri colleghi frequentatori di talk show. In questo testo, non solo si trovano gli elementi psico-spirituali che promuovono l’ingratitudine, ma anche altri sentimenti prodotti dai nostri tempi eccessivamente veloci e competitivi, avidi, pieni di malumori verso gli altri e di malessere diffuso, anche di rabbia, di aggressività, soprattutto nelle persone mature e di successo. Grazie a Dio, molto, ma molto meno, nei giovani.

Anche la politica ci mette del suo, con i suoi linguaggi manichei, là dove anche quando è difficile se non impossibile parlar male dell’avversario, si procede sulla strada di una dialettica meramente di contrasto a-prescindere, aprioristica, manichea fuori tempo massimo. Un esempio: le “ragioni” di critica di Salvini al risultato ottenuto in Europa dal Governo italiano in materia finanziaria ed economica. E’ evidente ai culti e agli incliti che, se tale risultato l’avesse ottenuto lui, ove non si fosse dimesso un anno fa, sarebbe tutto un felicitarsi con se stesso. Non che gli altri brillino di luce particolare, ma l’esempio è calzante.

Come si evince dal precedente post, personalmente non sono un particolare estimatore del premier, ma non lo critico a prescindere a un giudizio equilibrato sui risultati che anche lui ha contribuito ad ottenere. Questo accade nel “grande”, e altrettanto accade spessissimo nel particulare delle vite di molti.

L’esempio mi dà anche la possibilità di collegare, di correlare l’ingratitudine al narcisismo e all’egoismo, che sono tre sentimenti apparentati e diversamente distribuiti. Restando nell’esempio appena proposto si può dire che il capo della Lega, con suoi giudizi si è mostrato narciso, egoista e ingrato, perché ha cercato solo di denigrare l’accordo raggiunto a Bruxelles, invece di riconoscere che è stato ottenuto un risultato buono per l’Italia (a proposito di “Italia”: la ministra Bonetti è riuscita a parlare per ben tre minuti dell’assegno familiare senza citare una sola volta l’Italia, ma ben quattro volte “il Paese”).

Narciso (e quindi egoista), però, è stato anche Conte, che si è subito affrettato ad attribuirsi i principali meriti del risultato ottenuto, chiarendo subito che i denari in arrivo saranno gestiti esclusivamente da Palazzo Chigi. Sappiamo invece tutti che non funziona così: in Italia c’è anche il Parlamento, cioè la Camera dei deputati e il Senato della repubblica. Caro Conte, eppure lei è un docente universitario di discipline giuridiche.

In questi atteggiamenti e comportamenti manca un briciolo benché minimo di generosità e di gratitudine, anche se quest’ultima viene retoricamente dichiarata a ogni piè sospinto. Egoismo, narcisismo, ingratitudine vanno insieme in un percorso dannatamente pericoloso, dove la persona che li accomuna in sé marca di negatività la vita altrui, soffocandola, imbruttendola, scalfendone la pelle e anche lo sguardo, ferendone i pensieri, riducendo gli spazi della gioia, fino a chiuderla fuori casa a quattro mandate.

Suggerisco a chi mi legge di avere grande attenzione se si incontrano persone di questo tipo, specialmente quando si costruisca qualche genere di rapporti, anche i più labili, perché, o queste persone hanno i margini per guardarsi dentro e accettare di migliorare, in caso contrario è preferibile tagliarle fuori, lasciandole perdere e dimenticarle, senza rancore, e abbandonando questo brutto sentimento a loro. Purtroppo per loro, ma restando sempre disponibili ad accogliere la resipiscenza di costoro.

Orizzonti cangianti

Mi pare che Ludwig Wittgenstein sostenga la seguente tesi centrale: l’unico modo per conoscere il mondo e le cose dell’uomo è interessarsi alle “forme di vita”, lasciando perdere le fantasmagorie metafisiche o anti-metafisiche della filosofia classica e anche moderna: quindi, niente Aristotele e san Tommaso, niente Hegel e Schelling, forse solo un po’ di sant’Agostino che, nelle Confessiones, in qualche modo sembra anticipare alcuni temi delle riflessioni dell’Austriaco. Ma a volte mi viene qualche dubbio che il grande Austro abbia letto con attenzione l’Ipponate, e comunque molto di quanto scritto da questi non sia a sua conoscenza.

orizzonti

A me talvolta Wittgenstein sembra esagerare in certe asserzioni un po’ assolutistiche, soprattutto nel Tractatus Logico-philosophicus, il quale è costruito in modo più aforistico che secondo schemi da… trattato classico. Pur essendo molto interessante e profondo il suo lavoro filosofico, per certi aspetti di ripulitura concettuale di molta retorica filosofica presente anche nella contemporaneità (à là Agamben, p.e.), lo trovo talora troppo semplificatorio circa altri aspetti. Ad esempio, leggendo il bel libro di Fergus Kerr sulla visione teologica di Wittgenstein (La Teologia dopo Wittgenstein), mi resta questa impressione. E mi fermo qui, per il momento, poiché più corretto e costruttivo potrebbe essere un dialogo con qualcuno che conosca meglio di me il pensiero di Wittgenstein, come il prof Perissinotto da Venezia o il caro collega phronetico dottor Claudio Nosella da Portogruaro.

In tema di epistemologia generale, o di critica della conoscenza (per citare una definizione scolastica di cui è esperto insigne il padre professor Giovanni Bertuzzi, domenicano bolognese e mio docente di Licentia docendi Theologiaed’anni fa) sarebbe interessante citare anche l’americano Quine, che definisce la parte psico-spirituale dell’uomo “solo” come increspature superficiali della realtà, come effetti dell’interazione mondo/ uomo e base per la retroazione uomo/ mondo. Ma non mi ci metto, perché dovrei chiedere consulenza in tema al collega e amico Neri Pollastri, molto più esperto di me su questo pensatore. Anche con il povero professor Giorello sarebbe stato interessante un dialogo, ma chissà… un giorno, in un tempo e stato kairologico.

Vi sono, di contro, altri ambiti e ambienti nei quali si può studiare la vita umana e le cose del mondo, usando il linguaggio, non come un “assoluto”, ma come uno strumento espressivo del pensiero, e per denominare le cose. Essere e pensare per Heidegger, dai tempi della lectio cartesiana, possono essere la medesima cosa, così come per un Berkeley, ma ciò mi pare un po’ presuntuoso (diciamo solo un po’). Il tema è quello dello scontro più che bimillenario fra idealismo e realismo, fra un platonismo essenzialmente spiritualista e un aristotelismo decisamente realista.

Se sant’Agostino ha lavorato di più sul versante platonico, stante anche il suo ruolo di pastore cristiano attento alla dimensione spirituale dell’uomo e al suo destino di salvezza o di perdizione, Tommaso d’Aquino, un poco “meno pastore” del maestro africano, ma altrettanto cristiano, è riuscito in una sintesi che a me pare insuperata. Per l’Aquinate la realtà è e sussiste in quanto opera di Dio che la sostiene nell’essere, e sussiste indipendentemente dalla mia percezione legata al mio essere-nel-mondo. Descartes poi legò l’ammissione di una plausibilità del reale al fatto di poterlo pensare: il Soggetto, per Descartes e per i grandi idealisti del XIX secolo, crea in qualche modo l’Oggetto. L’idealismo testé citato, introdotto dal razionalismo kantiano, non fa poi che accentuare questa centralità creativa dell’io (penso, dunque sono, e creo ciò che percepisco).

Vi sono dunque svariati “orizzonti di senso”, ma anche molti modi per conoscere se stessi e il mondo, diverse epistemologie con differenti strutture teoriche. Ad esempio, nel campo delle scienze umane, dalla filosofia (che è scienza in senso aristotelico-tomista, non in senso galileiano) alle psicologie, si va da statuti essenzialmente clinico-positivisti a statuti prevalentemente umanisti. Il tempo odierno richiederebbe una conciliazione fra le due “visiones”, e un utilizzo ponderato della dimensione scientista, epperò sempre illuminato dalla prospettiva umanista. In altre parole, non possono bastare diagrammi psicometrici a conoscere la complessità psichica dell’uomo, poiché il suo impianto intellettivo e razional-cognitivo deborda quasi infinitamente da ogni classificazione che abbia pretese di essere esauriente.

Gli stessi Manuali Medico-diagnostici (siamo arrivati al V), Bibbia universale della psichiatria e delle psicoterapie sono works in progress, cioè lavori mai terminati e sempre oggetto di ripensamenti e di implementazioni. Anche perciò è necessario mantenere una posizione aperta e bidirezionale fra le psicologie che vengono facendosi nel tempo e le filosofie classiche, moderne e contemporanee. In altre parole, Aristotele, Agostino, Cartesio, Berkeley, Hume&Locke, Kant, Edith Stein e Husserl, per citarne solo alcuni, debbono dialogare con Freud, Jung, Watson, Skinner, Rogers, Watzlavick, Bateson, etc., così come Cacciari, il povero Bodei, il difficile Severino, devono tenersi in collegamento con Morelli, Andreoli etc.. Così come tento di fare io stesso e la mia associazione Phronesis, che non potrà mai essere accusata di settarismo o di snobismo culturale.

I due Alex, simbolo di vitalità, e la giornalista portasfiga

Anni fa conobbi il primo dei due Alex di cui qui parlo. Era Alexander Langer, politico, giurista e filosofo sud Tirolese. Spesso si trovava nei pressi dell’ala ecologista del sindacato nel quale ho avuto un qualche ruolo per tredici anni. Di matrice cattolica e lottacontinuista era diventato il trait d’union tra la cultura ecologista germanica dei gruenen, i verdi e i primi vagiti dell’ecologismo italiano. Meraviglioso il suo slogan che contrapponeva tre concetti “duri” … ad altrettanti concetti “dolci”, cioè citius, altius, fortius, ossia “più veloce, più alto, più forte” versus lentius, profundius, suavius, vale a dire più lento, più profondo, più soave”.

Alexander Langer

Fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e leader europeo di tale impostazione politica. Pace, diritti umani e ambiente erano i suoi principali centri interesse politico e morale. Pur essendo Altoatesino-Sudtirolese e germanofono, non si confuse mai con le lotte etno-nazionaliste, che rifuggiva e combatteva.

Negli anni tra l’87 e il ’90 partecipai un paio di volte a Città di Castello alla “sua” iniziativa mondialista, la “Fiera delle utopie concrete”, dove l’ossimoro implicito cercava ispirazione dai quattro elementi naturali di Empedocle: fuoco, aria, terra e acqua.

A lui interessavano le nozioni e i rapporti tra Nord e Sud e con l’Est del mondo, tant’è che la sua personale crisi ebbe origine ai tempi della Guerra e delle stragi in Bosnia nel primi anni ’90. Tuzla e Srbrenica furono il luoghi del suo tormento insopportabile. Pur essendo inesorabilmente pacifista, non lo era a senso unico e in modo imbecille, come molti, perché era in grado di sostenere – senza sentirsi in contrasto con i propri fondamenti morali – l’esigenza, alla bisogna, di un “intervento internazionale armato”, definendo i caschi blu “ostaggi dileggiati”, e chiedendo di inviare soldati per “fermare l´aggressione”“proteggere le vittime”“punire i colpevoli”, e impedire che “la conquista etnica con la forza delle armi torni a essere legge in Europa”.

Molti di sinistra e Verdi lo abbandonarono, perché, loro sì, facenti parte di quelle comitive imbelli e non-pensanti comunque contrari a ogni tipo di uso delle armi, in qualsivoglia situazione. Prima di togliersi la vita nei pressi di Firenze nell’estate del 1995 lasciò lo scritto che segue.

“I pesi mi sono diventati davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto.”

Alexander Langer riposa nel piccolo cimitero di Telves accanto ai suoi genitori.

Il secondo Alex è Zanardi, che tutti conoscono, e a cui tutti gli Italiani tengono, perché simbolo di forza e di capacità/ volontà di ripresa, dopo il drammatico incidente automobilistico che quasi vent’anni fa gli troncò le gambe. Dedicandosi alla handbyke è diventato un atleta meraviglioso e fortissimo, vincitore di campionati mondiali e di paralimpiadi. Esempio per tutti quelli che hanno avuto una disgrazia menomante. Non mi cito, perché io non ho perso arti, ma ho combattuto e combatto contro il dolore fisico.

Stiamo aspettando notizie buone dall’Ospedale di Siena dove è ricoverato, e preghiamo, se crediamo.

Dopo aver ricordato l’amico Langer e Zanardi, come esempi di positività, di contro cito un esempio fastidioso di negatività.

C’è una inviata speciale di alcune delle principali testate televisive che da Pechino sembra, per toni e testi, quasi godere delle disgrazie che racconta. Insopportabile: la sua enfasi narrativa pare preludere all’annuncio di una catastrofe nucleare o almeno di una serie di devastanti tifoni oceanici. Pare goda usando quei toni. Chissà se se ne accorge o se qualcuno glielo ha fatto notare. Ripeto: per me è insopportabile. Si chiama Botteri. E la si ricorda per altre precedenti dis-grazie narrate.

I due Alex sono un inno alla vita, quest’ultima, no.

Adnan, siculo-pakistano è morto, ucciso dalla mafia dei caporali. La sua tragica fine, dimenticata dai media, “vale” moralmente come quella di George

Caltanissetta è una città della bella Sicilia piena di sole, abitata dai Nisseni. Tutt’intorno vibra la vita antica della Trinacria greca, bizantina e islamica.

Adnan Siddique

Adnan lì viveva da cinque anni a Caltanissetta. Lì lavorava, lì cercava di collaborare civicamente e moralmente alla vita sociale e lavorativa degli autoctoni e dei suoi connazionali lì residenti. E’ stato ucciso a coltellate per aver difeso dei braccianti attivi nelle campagne, colà, come in altre parti d’Italia, brutalmente sfruttati dai cosiddetti “caporali”, delinquenti professi e cinicamente attivi.

Adnan Siddique era un manutentore di macchine tessili, ed era quindi un operatore specializzato, colto di cultura del lavoro, sensibile. Quando ha accompagnato un connazionale a sporgere denuncia perché retribuito con una cifra che era solo metà di quella contrattuale, la sua storia personale è cambiata. Ha iniziato a subire minacce e aggressioni fisiche fino all’epilogo tragico del 3 Giugno scorso, quando, in casa sua, è stato ammazzato con un coltello da macellaio. Sono stati fermati diversi suoi connazionali, che evidentemente si erano integrati nel crimine locale, imparando il peggio di quella sub-cultura, e portando il peggio della propria.

Per le sub-culture il valore della vita umana del singolo essere umano è molto basso, quasi inesistente, scambiabile per pochi denari o per l’ottenimento di beni di esiguo valore, o per vendetta rispetto a comportamenti che questi assassini ritengono pregiudizievoli dei propri affari o “privilegi”.

Questi assassini sono persone ignoranti e violente, per le quali sopprimere un uomo o una donna costituisce nient’altro che un “fatto tecnico”, da attuare rapidamente e possibilmente senza farsi scoprire.

Non saprei qualificare (non parlo di quantificarlo) il rimorso rispetto al proprio stato interiore, in quanto, se il valore della vita umana altrui è tanto inconsistente, pare evidente che non provochi significative reazioni psicologiche. L’assenza di empatia, che sia totale o parziale, è l’ambiente psico-spirituale e morale nel quale possono essere assunte certe decisioni finalizzate all’omicidio.

La tragedia è stata denunziata da vicini di Adnan che lo hanno sentito gridare, e in breve i carabinieri hanno intercettato alcuni degli assassini sporchi di sangue.

Perché bisogna parlare di questo atroce delitto, almeno come si è giustamente parlato e si continua, dell’orrore di Minneapolis? Anche se nel caso italiano non sono coinvolte le forze dell’ordine?

Un alto ufficiale dell’Arma , amico mio, mi ha spiegato come avviene l’addestramento delle reclute. Si cura molto l’aspetto tecnico, ma si dovrebbe curare di più e meglio quello psico-morale. Eventi come quelli di Cucchi, Uva e Aldrovandi non dovrebbero succedere, anche se nei grandi numeri, la statistica ci insegna che qualcosa non è prevedibile nell’agire umano.

Nel caso di Caltanissetta, invece, i carabinieri sono arrivati in soccorso, come in innumerevoli altri casi, che non conoscono la ribalta delle cronache. Ma lì Adnan era già morto.

In Italia viviamo in una temperie psico-morale più matura e civile di quelle americana, perché veniamo da più lontano (e speriamo di andare lontano), anche se molti non ci amano, in giro per il mondo, magari perché gelosi, come lo sono diversi grandi popoli a noi molto vicini, che non voglio neanche citare, poiché lo ho fatto altre volte.

Questi tempi, però, suggeriscono di stare in guardia, perché la mondializzazione e la globalizzazione non sono solo un fenomeno economico-finanziario, ma anche qualcosa di legato alla comunicazione in tempo reale e alle sue deformazioni. Un omicidio come quello di Adnan è connesso, sia all’ambiente nel quale è avvenuto, sia all’oggettività dei grandi flussi umani che stano accadendo da qualche decennio.

Per questo occorre vigilare sui modi del cambiamento globalizzante e investire denaro pubblico nella formazione dei giovani e nell’assistenza alle famiglie disagiate. Anche in Italia abbiamo non poco lavoro da fare.

Il 2 Giugno e l’appartenenza: ognuno di noi appartiene a… “qualcosa”: a se stesso (con dei limiti), alla famiglia, al proprio territorio, alla Patria (si può dire o lasciamo che lo dica solo la destra politica?), all’azienda dove lavora, a una religione, a una associazione, a una squadra di calcio… ad libitum

La morte crudele di George Floyd sta scuotendo l’America, e paradossalmente può perfino giovare a Trump. Io penso che Trump abbia battuto Hillary Rodham Clinton, non solo perché il sistema elettorale americano è quantomeno strampalato, ma perché nell’America profonda albergano ancora sentimenti razzisti, e diffusi non poco.

L’appartenenza

Non solo i suprematisti bianchi, nazistoidi e fascisti, ma anche altre fasce di popolazione civile negli USA conservano – nel profondo – sentimenti ancora razzisti, che sono come incistati in una memoria antica, vorrei dire quasi da annettere a una sorta di genetica storica.

Ora, la scelta peggiore del Presidente americano potrebbe essere quella di mandare le “Troops“, cioè la polizia militare, che è abituata a scenari di guerra esterni, e dunque non al controllo di vie e piazze metropolitane.

In realtà, il malcontento americano ha ragioni profonde, che vengono da molto lontano: Rosa Parks che si rifiutò negli anni ’50 di cedere il suo posto in bus a un viaggiatore bianco, l’Act emanato dal Presidente Johnson che parificò i diritti tra le etnie bianca, afroamericana e ispanica, la lezione di Martin Luther King, ucciso per le sue lotte, e anche di Malcolm X, morto allo stesso modo, ma anche la presenza nello sport delle glorie americane di innumerevoli neri, basti pensare al basket e all’atletica leggera, dove quei “tipi” umani dominano, e tali ragioni non bastano.

In America, nell’America della grande campagna, della provincia di mille e mille piccole comunità locali, vive ancora un sentimento nutrito di razzismo, di appartenenza a una visione insopprimibile di superiorità bianca, e di malcontento per ogni violazione di questo convincimento quasi scritto nel sangue. E poi vi è un’altra componente: lo spirito della frontiera in America non si è spento: non è molto diverso da quello che aveva abituato la gente ad impiccare un colpevole di abigeato, fino a fine ‘800: se rubavi un cavallo a Wichita o a Tombstone nel 1881, potevi essere condannato a morte per impiccagione sulla pubblica piazza, poiché il cavallo, in quelle terre “selvagge” (per i bianchi), era condizione di vita o di morte per il suo possessore.

Se ci si vuole documentare ulteriormente sulla cultura razzista americana, e sulle cause socio-culturali dei delitti razziali, come quello di Rodney King del 1992, si trovano tracce in qualcosa che si muoveva nell’immediato dopoguerra negli Stati del Sud come le Slave Patrols (pattuglie schiaviste), presenti nella composita Nazione fin dalle misure antirazziste del Presidente Lincoln nel 1865. Se nel 1868 i cosiddetti Codici Neri avevano posto nella Costituzione federale le norme volute dal grande Presidente, nel 1888 le Leggi Jim Crow riportavano la situazione a prima di Lincoln. E così si andò avanti per quasi un altro secolo durante il quale, fono alle misure emanate dal Presidente Johnson, il linciaggio di un nero non veniva in alcun modo punito.

Per gli Americani la Patria è questa congerie potente di sentimenti e di spirito di appartenenza, vale a dire che la Patria americana, quella dei Padri pellegrini e della conquista dei territori contro Inglesi, Francesi e Spagnoli, è qualcosa di sacro, di mitologico, di eterno. Per questo il loro patriottismo si esprime nelle guerre, anche in quelle di liberazione, che hanno liberato anche noi, e in quelle che si sono convinti fossero di liberazione, ma erano altro, di pericoloso e dannoso, come la Seconda Guerra del Golfo, per la quale George W. Bush,
supportato dal “deficiente” Blair, imbrogliò il suo popolo, che si fece imbrogliare, però.

Il 2 Giugno è la Festa della repubblica. Il Presidente Mattarella si è detto “(…) fiero del suo Paese“. Mi sono chiesto perché non abbia detto “fiero dell’Italia” oppure “fiero della sua Patria“, cioè perché il termine “Patria” non si riesca a dire nelle più alte sfere, lasciandolo in uso alla destra. Oggi lo griderà Meloni in Piazza del Popolo.

Ti ricordo, mio gentil lettore, su suggerimento della collega professoressa Anna Colaiacovo da Pescara, che l’ultimo Presidente della repubblica che usava correntemente la dizione “Patria” fu Carlo Azeglio Ciampi, certamente non uomo di sinistra, ma senz’altro non di destra, garbato, colto e sincero democratico.

Io sono di sinistra (moderata) e non temo di nominare l’Italia come mia Patria. Provo senso di appartenenza per la Patria, senza sentirmi per nulla di destra. Sono passati 75 dalla fine del fascismo, anzi 77, e qualcuno ha ancora paura di parlare di “Patria”. Si pensi che due o tre anni fa scrissi su questo tema una lettera al Presidente, il quale mi rispose con un biglietto di suo pugno, con molto garbo e riconoscenza. Ma tant’è.

Commitment è il termine anglofono di dire l’appartenenza in azienda, quando si scelgono gli item per le analisi del clima. Ebbene, i lavoratori sono quasi sempre orgogliosi di appartenere all’azienda dove lavorano, la sentono “loro”, quasi come “propria”, parlano dell’azienda dove lavorano dicendo spesso “la mia azienda”, sapendo bene che l’aggettivo possessivo non significa che la possiedono in senso proprio, ben conoscendo i principi della proprietà privata, che apprezzano e stimano. Nella mia non breve esperienza di frequentazione di aziende, di cui alcune molto importanti e di cospicue dimensioni, sia nei momenti “normali”, sia nei momenti difficili o addirittura drammatici, i lavoratori hanno sentito la “loro azienda” ancora più “loro”, come Bene comune da salvaguardare prima e al di là di ogni cosa. E qui ricordo, senza citarla ancora, una delle aziende che mi sono più care, con la quale collaboro da più di un decennio, quando due anni e mezzo fa fu colpita da un gravissimo incendio: bene, tutti i dipendenti si strinsero attorno all’imprenditore e, insieme, la fecero rinascere più grande e forte di prima.

Questa è l’Appartenenza con la A maiuscola!

Un altro modo di “appartenere” è quello del tifo sportivo, specialmente quello calcistico, in questa tipologia caratteristica soprattutto dei maschi. Fanno male i politici che amministrano il settore a sottovalutare questo tipo di appartenenza. Nella vicenda calcistica di questi mesi e settimane ho sentito il Ministro dello sport affermare di essere ministro dello sport, non del calcio. Che significa questa sottolineatura scontata? Che c’è una sorta di vezzosa o snobistica avversione per questo sport, che in Italia è, non solo il più popolare, ma anche lo sport che con i suoi incassi garantisce anche agli altri sport opportuni finanziamenti attraverso lo Stato e il Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

Posso parlare anche dell’appartenenza a qualche scuola filosofica. Anche in questo ambito vi sono persone e colleghi che ritengono la loro propria impostazione ideologico-teoretica la unica degna di studio e di attenzione, mentre le altre sono solo sottospecie incomplete, imperfette o addirittura dannose. E’ vero il contrario: ogni modello di pensiero umano, dispiegatosi nella storia, dai naturalisti pre-socratici, ai grandi Greci da Socrate, ai Padri della chiesa cristiana antica, ai Medievali, fino ai Moderni (da Galileo e Descartes), fino ai contemporanei, il pensiero umano, qui in Occidente come in Oriente ha rappresentato il modello per ogni riflessione critica e logico-argomentativa, indispensabile per il progresso scientifico e per il miglioramento del lavoro e della vita umana. Chi tra i pensatori odierni (questa strana e dannosa scuola annovera – in particolare – grazie a Dio fra pochi altri, un filosofo francese, mio collega nella filosofia pratica, con il quale non ho quasi nulla da spartire) ritiene che tutto si risolva tra un e un no, uno 0 e un 1, una x o una y, ponendo l’alternativa secca, binaria, tra due poli / estremi, fa un grave danno al pensiero, poiché la realtà è molto più complessa e di faticosa e paziente comprensione. Il manicheismo, cioè una visione del mondo e della vita morale umana impostati dal sacerdote persiano Mani, è stato nell’antichità cristiana, (III, IV e V sec.) un grave momento di scontro con il cristianesimo, che era più dialogico e dialettico, basato sui Vangeli e sulla grande tradizione filosofica greca platonico-aristotelica e stoico/ scettica (quest’ultima rinvenibile, anche, tra le righe, nei loghia (detti) di Gesù di Nazaret, mia personale opinione teologica, così come sono riportati dagli evangelisti). Ci sono ancora dei “manichei” odierni, che pensano di avere sempre ragione e che gli altri abbiano sempre torto. Costoro, questi moderni manichei, sono dei settari che fanno del male prima di tutto a se stessi, e poi agli altri e alle strutture dove operano.

Se infine parliamo delle religioni, troviamo ulteriori esempi di come l’appartenenza non deve mai essere connotata da assolutismo e fanatismo. La grande storia racconta in tema molte drammatiche vicende, ad esempio, in Oriente tra Indù e Musulmani che si scannarono per secoli, e soprattutto nel bacino mediterraneo, tra Cristiani e Islamici, su cui ci sarebbe molto da dire, ma anche tra Cristiani e… Cristiani: basti ricordare la Guerra dei Trent’anni (1618/ 1648) fra Cattolici e Riformati, cioè fra Nord e Sud Europa, che provocò centinaia di migliaia di morti. Ci volle la Pace di Westfalia per trovare un modus vivendi decente. E ad oggi questa storia è tutt’altro che terminata. L’islam negli ultimi decenni ha conosciuto un’involuzione terroristica che ha trovato precisi e drammatici agganci e concause in politiche economiche e militari dell’Occidente, soprattutto a guida USA, ma anche a guida degli ex paesi coloniali come la Francia (guerra civile di Libia dal 2011) e la Gran Bretagna (Seconda Guerra del Golfo, con la nefanda politica di Tony Blair).

Potrei continuare, ma mi pare basti. Il tema dell’appartenenza, dunque, è importante, fondamentale, maledettamente serio, sia per l’umana convivenza sia per la crescita civile, morale e culturale delle persone, di tutte le nazioni e di tutti i continenti della Terra.

George Floyd è morto, ucciso per strada a Minneapolis, nell'(in)-civile America (?)

Derek Chauvin, poliziotto 46enne, da 19 in polizia, ha ucciso George Floyd tenendolo bloccato a terra con un ginocchio sul collo, dopo averlo ammanettato. Il filmato di un passante sottolinea l’inesorabile decisione del poliziotto di continuare nella sua azione, nonostante il povero uomo catturato si stesse lamentando che non respirava più “I cannot breathe, I cannot br...”

Arrivata l’ambulanza George è morto.

In un primo momento, con la prima autopsia, è stato insinuato che Floyd fosse cardiopatico e quindi indebolito, mentre l’autopsia successiva, indipendente, ha confermato quello che si è visto davanti al mondo: che George Floyd è morto per soffocamento meccanico dovuto alla pressione del ginocchio del poliziotto durata almeno dieci minuti. Si tratta di omicidio, se di primo o di secondo grado, secondo l’ordinamento penale americano, lo stabilirà una giuria popolare, sempre se il procuratore vorrà proporre gli esiti di tutte e due le autopsie..

Sono stupìto ogni volta che accade un fatto del genere. Non ce la faccio a rassegnarmi che il metodo western sia ancora vivissimo negli USA. Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha chiesto perché l’omicida non fosse in carcere per omicidio, intanto. Poi è stato incarcerato con l’accusa di omicidio preterintenzionale, cioè non voleva ucciderlo: si è realizzata – come si dice in filosofia – un’eterogenesi dei fini.

Mi chiedo che cosa abbia prodotto tutto ciò e c’è da pensare molto, con l’aiuto di psicologia, sociologia, storia, cultura, politica, filosofia morale… umanità.

La polizia americana ha una tradizione di brutalità: circa 1000 morti all’anno al momento della cattura o nei dintorni.

Altre cronache però mettono in vista altri aspetti sulla Polizia americana, come quelli del rischio che corrono nella lotta alla delinquenza. Molti poliziotti perdono la vita facendo il loro lavoro. E dunque, quando si pensa e si esamina il caso di George Floyd, non si può non pensare anche al contesto sociale, culturale e politico in cui le cose avvengono.

A volte pare che in America la cultura razzista sia ancora ben radicata, senza voler dire che il Ku Klux Klan sia ancora quello che era in Georgia e in Alabama negli anni ’50 e ’60. E anche che il West selvaggio sia ancora ben presente nel pensare e nel fare “americano”. Uso ancora questo aggettivo scorretto, “americano”, perché ci si capisce bene. Statunitense è troppo lento.

Il corpaccione del poliziotto che ha causato la morte di Floyd è un emblema di quel modo di “fare” pubblica sicurezza, uno stile, un mood.

Ora le strade di Minneapolis e di altre città americane sono in subbuglio.

Si può definire, di fronte a questi eventi, in-civile l’America statunitense? E’ legittimo? Che cosa significa essere civili? Avere accettato alcuni principi etici fondamentali: a) lo stato di diritto e quindi l’uguaglianza sostanziale tra tutti gli esseri umani tra loro e nei confronti dello Stato, innanzitutto, quello nato dalla Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo partorito dalle due grandi Rivoluzioni di fine ‘700, a loro volta ispirate, più prossimamente dall’Illuminismo di un Montesquieu, e prima ancora dalla dottrina biblico-paolina (cf. Genesi 1, 27; Lettera ai Galati 3, 28; Lettera ai Colossesi 3, 11), principi ribaditi poco più di settant’anni fa dopo la Seconda Guerra mondiale; b) la parità di diritti tra uomini e donne, faticosamente conquistata, ma non del tutto e non ovunque, come sappiamo (si pensi che il diritto di voto alle donne in Italia risale solo al 1946!); c) l’uguaglianza di opportunità di studio, lavoro e crescita individuale e sociale; e, se vogliamo anche altre declinazioni più precise dei diritti&doveri dell’uomo.

Intere aree del mondo e nazioni non conoscono, né applicano questi principi, tuttora, e ciò è un tema e problema centrale di questi decenni che viviamo. Le donne avranno un ruolo principale nella “liberazione” da queste catene fisiche, politiche e da panìe culturali insopportabili.

Su questo tema potrebbe essere utile rileggere perfino il nostro Mazzini, filosofo politico un poco dimenticato, che scrisse “Dei diritti e dei doveri“, quando di diritti si parlava ancora molto faticosamente, a partire da quello della libertà individuale e sociale, e della connessa giustizia, senza la quale la libertà stessa è indebolita e… afona.

E dunque, tornando al povero George Floyd, quanto civile è la grande e democratica America, che è stata indispensabile nel XX secolo per sconfiggere le tirannie più pericolose, ma si è anche persa in politiche e scelte militari sbagliate, o addirittura nefande, come nella guerra del Vietnam e nel sostegno a squallide e tremende dittature militari (ad esempio nella vicenda cilena), oppure interferendo pesantemente nella vita di nazioni come l’Italia, alla luce dei principi geopolitici di Yalta, decisi con due immensi campioni di cinismo politico-morale come Stalin e Churchill?

Domanda lunghissima, che lascia anche me che la ho formulata, senza respiro.

Risponderei che non si può definire in-civili gli Stati Uniti d’America, ma immediatamente occorre dire che molta strada questa grande Nazione deve fare per raggiungere uno standard più equilibrato di vita civile. C’è molto lavoro da fare sul piano culturale, a partire dalle scuole e dalle comunità locali. Le leggi americane sono improntate ai più nobili principi di Libertà e Giustizia, dai tempi dei Padri fondatori come Washington e Jefferson, che pure erano ancora schiavisti, ma cominciavano a pensare all’uomo come un essere parimenti portatore dei medesimi diritti. L’America di Thoreau e di Emerson sta sotto le righe dell’America crudele e competitiva, e ancora razzista tra le pieghe dell’anima di molti.

Occorre che anche quell’America emerga alla luce, in ogni città, in ogni quartiere, in ogni famiglia: così allora casi come quello di Minneapolis, Minnesota, non accadranno più. Forse.

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