Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Alla ricerca del maestro perduto

Mio padre ha avuto per tutte e cinque gli anni delle elementari il severissimo Signor Maestro Polizzi, siculo; mia madre, sempre per tutti i cinque anni delle elementari, il friulanissimo Signor Maestro De Colle. Due maestri maschi, per cinque anni, che vediamo seriosi nelle foto con gli alunni, loro in grisaglia e cravatta, con i baffi il primo, senza il secondo. Erano il “Signor Maestro“, cui si doveva rispetto e deferenza, cui ci si rivolgeva con il “lei” e cui si rispondeva solo se interrogati. Una figura che, specialmente nelle piccole comunità, aveva lo stesso status sociale del parroco, del medico condotto, del maresciallo dei carabinieri e del sindaco.

Da alcuni decenni, invece, vediamo immagini di studenti seduti sui banchi con le terga rivolte all’insegnante, lo sguardo strafottente, etc. Non faccio di ogni erba un fascio, né intono un peana ai bei tempi andati maledicendo il lascito sessantottino, ché sarebbe un’assurda e improvvida operazione nostàlghia, ma vediamo un po’…

L’Ocse denuncia la progressiva scomparsa degli insegnanti maschi dalle scuole, in particolare dell’infanzia e primarie. Il Risultato è: uno squilibrio sull’impatto cognitivo dei bambini” è il titolo di un pezzo molto interessante che trovo sull’ultimo numero di GQ Magazine Italia. Alcuni dati:

1.300 euro al mese che diventano 1.600 solo dopo vent’anni; sono 10.545 i maestri di scuola primaria contro 236.000 insegnanti femmine, meno del 4%; nella scuola dell’infanzia i maschi rappresentano lo 0,7% del totale del corpo insegnanti: 612 su 87.701; alle medie i maschi sono il 22%, alle superiori il 33%. La media generale Ocse è: 68% insegnanti donne, il 32% uomini (cf. Gender imbalances in the teaching profession) L’antropologa Ida Magli sostiene che siamo a una forma di matriarcato neppur tanto surrettizia.

Il fatto è che la cura dei bambini è stata sempre prerogativa del femminile, fin dalla nascita, come natura comanda, ma vi sono dei problemi in tutto ciò. Se si vuole un’educazione equilibrata l’elemento maschile resta indispensabile, alla faccia dei confusionari incolti cultori (bell’ossimoro vero?) del gendering: se non c’è nessuno che riesce a dire al bambino in formazione educazionale, in crescita del carattere, anche dei discorsi semplici e netti, maschili, dunque, come se interrogasse Tex Willer, che riconosce con chiara nettezza i buoni e i cattivi, e aiuta i primi punendo i secondi, si crea un loop valoriale originario originante molti guai successivi. Non sto dicendo che occorre un certo manicheismo formale per formare i caratteri a valori morali chiari e condivisibili, ma che è indispensabile fornire ai bambini gli strumenti per esercitare fin dagli anni della scuola primaria una certa capacità di giudizio critico sulle azioni e sulle espressioni umane. Questo è possibile solo se vi è un’integrazione tra la sensibilità e le sfumature della pedagogia declinata al femminile, e la forza che traspare da una presa di posizione di tipo maschile. Non è un caso se la natura ha provveduto così, operando con gameti complementari alla perpetuazione delle specie viventi, non solo dei mammiferi.

Un maestro elementare intervistato dalla rivista afferma: “Ho conosciuto colleghi maschi caproni e colleghe capre, ma mi sembra che il contributo maschile possa essere considerato importante per come l’insegnante maschio affronta la difficoltà, mai drammatizzandola come tendono a fare le femmine, che poi accudiscono l’alunno spaventato, bensì un poco relativizzando il fatto e invitando l’alunno a darsi da fare a scuotersi, a muoversi, a reagire“. Appunto: si tratta di un approccio pedagogico diverso, virile, capace di e-ducere energie e reattività, piuttosto che comprensione e coccole.

Il maestro può fare un lavoro utile e complementare a quello che fanno le sue colleghe, proprio per dare completezza al processo educativo primario, così come il ruolo del papà è indispensabile quando vi è la sua presenza, e anche qui non sto dicendo che le sole famiglie bene educanti sono quelle regolari, poiché abbiamo millanta esempi del contrario. In famiglie “regolari” sono avvenuti e avvengono violenze e delitti inenarrabili, mentre bimbi educati da un solo genitore o dai nonni sono riuscite splendide persone adulte. Dico solo che sarebbe bene rendersi conto dell’utilità di un riequilibrio tra i generi nell’ambito dell’insegnamento scolastico, rendendolo più attrattivo, anche economicamente.

Gli insegnanti in Italia percepiscono stipendi vergognosi, cari governi, cari ministri messi lì anche se scarsamente scolarizzati: ecco, se per altri ministeri non vedo l’esigenza  di porvi a capo un tecnico della materia, per questo ministero ne vedrei tutta l’importanza. Si nomini un valido pedagogista al posto di una che non ha neanche fatto le scuole superiori. Per favore.

Di Maio e Di Battista, Rosato e Gasparri, Scilipoti e Razzi, Boldrini e Renzi, Maroni e Zaia e… Maria Teresa d’Austria

Il mio gentil lettore è legittimato a chiedersi  che cosa c’entrino con la grande sovrana asburgica i primi due e la mia risposta non può che essere “nulla”, anzi “men che nulla”, mentre gli ultimi due hanno in qualche modo a che fare, pur se in modo diacronico, essendo i capi attuali del Lombardo-Veneto. Siccome domani, 22 ottobre si celebreranno i referendum sull’autonomia di queste due regioni, ecco la ragion del pezzo.

I sei in mezzo sono messi lì per rappresentare il minimo comun denominatore del personale politico odierno, e mi chiedo spesso quando penso a costoro, che cosa sarebbero in grado di fare se non facessero il mestiere della politica, e quasi sempre la risposta è sconsolante. Vediamoli da vicino in poche righe: Rosato è capogruppo PD alla Camera e mi ricorda un suo omonimo, Roberto Rosato, grande stopper del Milan di Rocco, coetaneo di Gianni Rivera, nonché un eloquio scontato, di noia profuso e di un nulla concettuale intriso, molto simile per stereotipie alla sua competitor Debora (non so se con “h” finale o meno); Gasparri ex fascio romano convertito a sior Silvio, il quale è stato ed è tuttora sinecura per molti, twitterista polemico e astioso. Di Scilipoti e Razzi nulla di più dei cognomi, ché no’l meritan altre fatiche né spazi informatici: il nulla fisico, non quello metafisico, che è qualcosa.

Dei primi quattro non so il mestiere, per cui si potrebbero assumere come autisti in qualche azienda strutturata o ente pubblico, o forse no, perché altrimenti ci arriva la frotta petulante dei parenti disoccupati a batter cassa. Di Boldrini ho detto fin troppo su questo mio blog, con commenti mai lusinghieri; Renzi invece è una new entry della mia critica e qualcuno potrebbe giustamente farmi osservare che ho atteso troppo prima di criticarlo. In verità un paio di anni fa avevo scritto un pezzo che parlava di atteggiamenti e posture inguardabili, del vivace ragazzo di Rignano sull’Arno. Ora dico che è inascoltabile, inguardabile, inaffidabile, e mi auguro che la sua stagione d’oro stia volgendo al termine per il bene della Patria nostra, perché è proprio un brutto soggetto, e non perché lo dice l’improbabile chierichetto Speranza, né il buon compagno Bersani, e di D’Alema non dico, ché sarebbe follia resuscitarlo alla politica.

Venendo a considerare Di Maio,  presuntuoso gaffeur di dati e date, l’amico Gianluca avrebbe un’idea brillante: proporlo ad un grande negozio di abbigliamento (tipo il friulano Arteni) come commesso nel reparto camiceria, ma senza autonomia sugli sconti da praticare ai migliori clienti, da chiedere sempre al capo negozio. Ovviamente, con tutto il rispetto per i commessi e le commesse del settore. E Di Battista, noto per l’andatura ciondolante e la pretesa di essere un guevarista 2.0? Ma, chiosa un altro amico: a Di Battista si potrebbe proporre un lavoro ecologico, con quelli dei camion che passano nottetempo a ritirare i pacchi della differenziata urbana. E’ robusto abbastanza per poterlo fare canticchiando. Questi due, con Grillo e il gran pensatore Casaleggio orecchiano il pericoloso Rousseau come un vate, e non so se del ginevrino abbiano letto un rigo o capito la filosofia.

Di Zaia e Maroni, leghisti della prima ora, devo dire che sono tra i migliori politici italiani e forse anche Maria Teresa li avrebbe scelti come granduchi del Lombardo-Veneto: Maroni è stato un buon ministro del lavoro e degli interni, Zaia è il credibile governatore della gran regione veneta. E parlo così anche se non ho mai amato il loro partito, né la rozza sicumera del fondatore, annegato nella stupideria dei figli e nella coglionaggine propria. Ma non amo neanche gli altri partiti di oggi, neppure il frantumato PD, travolto da invidie mortali e sopraffatto dagli esiti della fusione a freddo tra cattolici ed ex comunisti; in questa miseria tremenda sopravvivono opportunisti d’ogni stagione come Casini e Alfano, e spicca nel mar grande dell’improntitudine inetta così diffusa, il cavalier Silvio, che mai avrei pensato di lodare. Ahimè.

Dall’altra parte spicca invece, fulgidamente, Maria Teresa d’Asburgo, cattolica fervente, ma capace di distinguere Cesare e Dio, come insegna il Maestro nazareno, impedendo le intromissioni della chiesa nella politica, anche controllando personalmente la selezione di arcivescovi, vescovi ed abati, capace  “di vivere una vita estremamente austera e ascetica, specialmente durante la lunga vedovanza.” (dal web).

La sovrana rinforzò l’Impero austro-ungherese sul piano politico e militare, ma dotò, prima tra i monarchi europei, di servizi sociali i popoli che costituivano l’impero, a partire dalla sanità e dall’istruzione. Incaricò il medico Gerard van Swieten di organizzare un ospedale a Vienna e di rivedere i piani di studio universitari di medicina. “In seguito, Maria Teresa affidò a Van Swieten il compito di studiare il problema della mortalità infantile in Austria e, su raccomandazione del medico, la regina sancì che l’ospedale della città di Graz (seconda città dell’Austria) avrebbe dovuto effettuare autopsie per tutte le morti avvenute in modo da garantire dati adeguati alla ricerca medica. Vietò la costruzione di cimiteri senza un previo permesso governativo, contrastando in tal modo usanze funerarie dispendiose e scarsamente igieniche; infine la decisione di sottoporre, nel 1767, i propri figli alla vaccinazione fu essenziale per superare il contrasto verso tale pratica, più volte espresso dalla comunità accademica. Fu la stessa Maria Teresa ad inaugurare la vaccinazione ospitando al Castello di Schönbrunn una cena per sessantacinque bambini.” (dal web)

Circa l’istruzione, Maria Teresa nel 1775 riformò il sistema scolastico decidendo che ogni bambino di età compresa tra i sei ed i dodici anni avrebbe dovuto obbligatoriamente frequentare la scuola; anche se tale riforma non ebbe esito pratico pienamente soddisfacente, tenendo conto che in talune zone dell’Austria, nel XIX secolo, ancora metà della popolazione era analfabeta, tuttavia, fu essenziale poiché fu espressione del valore di una educazione gratuita e pubblica. “Inoltre, consentì anche agli studenti non cattolici il diritto di frequentare l’università e ne riorganizzò i corsi di studi promuovendo l’introduzione delle materie di diritto e facendo sì che i professori fossero scelti con particolare riferimento alla capacità professionale; infine, allo scopo di garantire una preparazione uniforme, fu sancito che solo le università avrebbero potuto garantire il titolo di laurea, esautorando i collegi professionali o riservati alla nobiltà.” (dal web)

Mi pare di poter dire che siamo di fronte a grandezze (o piccolezze) tra loro incomparabili, anche se qualcuno potrebbe obiettare che un sovrano assoluto ha più facilità di azione rispetto al politico che amministra in un regime democratico, cui però si può rispondere che al tempo di Maria Teresa altri sovrani con poteri assoluti si occupavano di ben altro: rafforzare il proprio potere e patrimonio familiare e personale, cui asservivano spesso gli interessi dello stato, muovere guerre per ragioni dinastiche, oziare in libagioni e partite di caccia, e via andando.

Maria Teresa spiccherebbe come una luce fulgida nello scenario odierno della politica, con la sua dedizione, la sua etica, la sua capacità di essere al servizio pur essendo depositaria di un enorme potere. Un esempio, se i su nominati si dessero il tempo e avessero la voglia di studiare la sua biografia, impegnandosi ad imitarla, pur da distante, vista la statura morale e intellettuale che li contraddistingue, forse qualcosa di buono verrebbe fuori.

E ora basta malinconie, viva Maria Teresa d’Austria.

Le opere dell’uomo secondo un sapere etico e “Le operette morali” del Poeta-Filosofo

Leggendo il meraviglioso testo leopardiano, scritto a più riprese tra il 1824 e il 1831, vien da fare un paragone con l’etica odierna che va per la maggiore, quella scientista-positivista, in auge da un secolo e mezzo. Là dove il grande poeta-filosofo di Recanati mette in guardia gli uomini dalla ybris, proterva convinzione di poter dominare la natura e tramite essa il mondo, oggi molti sono convinti che tutto ciò che la scienza può fare si debba poter fare, indipendentemente da un giudizio morale di merito.

Leopardi fa parlare, personalizzandoli e antropomorfizzandoli, molti soggetti, come la Terra e a Luna, lo Gnomo e il Folletto, la Morte e la Moda, e poi anche un Fisico e un Metafisico, Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez, Porfirio e Plotino, etc.

Per dire del dialogo, ad esempio, tra un Fisico e un Metafisico: Leopardi qui mette in campo il paragone tra una vita lunghissima, ai limiti dell’immortalità, scelta preferita dal Fisico e una vita intensa e di qualità elevata, come invece indica come preferibile il Metafisico, e chiaramente si pone dalla parte di quest’ultimo, confermando che ciò che deve importare all’uomo saggio e sapiente è la qualità umana e morale delle azioni che compie, non la loro quantità e visibilità; oppure del confronto fra Colombo e Gutierrez: nel dialogo tra i due navigatori la riflessione verte sul coraggio e la capacità degli uomini di mettersi alla prova, non tanto sfidando la Natura, che è incomparabilmente più potente e grande, quanto di usare tutti i beni mentali, spirituali e fisici di cui sono dotati per esplorare ciò che la Natura sviluppa nel mondo, ma con l’umiltà dettata dalla conoscenza e dal rispetto del limite che gli uomini saggi ben conoscono e accettano; infine, nel bellissimo dialogo tra i due filosofi neo-platonici Plotino e Porfirio, maestro e allievo, ma in questo caso quasi dei prestanome per un Leopardi che evolve nelle sue opinioni morali sulla vita e sul suo valore, si possono individuare alcuni profondissimi aspetti filosofici, che danno al dialogo stesso il valore di un’epigrafe etica tra le più elevate del pensiero ottocentesco.

Se Porfirio-Leopardi più giovane disdegna il valore intrinseco della vita, anche se colma di sofferenze, Plotino-Leopardi più vecchio recupera di contro questo valore come accettazione della elevatezza spirituale, scelta per la vita comunque, al di là di ogni fuga suicidiaria, che è egoista in quanto evitante, e di una scelta che tiene conto del consorzio umano, del fatto che ogni uomo è nel contesto dell’umanità tutta, cui deve rispetto e attenzione per il comune destino.

L’etica di Leopardi è portatrice di una visione del mondo stoica, non mai scettica, e chiaramente aperta alla verità del cuore e degli atteggiamenti conseguenti. Leopardi non tradisce mai se stesso, né si lascia prendere la mano da un pessimismo di maniera, né cosmico né autobiografico: egli è consapevole delle difficoltà presenti in ogni esperienza di vita, segnato dalla propria in profondità fin dall’infanzia, ma non recrimina, non eleva alti lai contro la sorte, contro il destino, ma si limita a constatare che l’uomo, creatura tra tutte quella consapevole del meraviglioso dramma di essere-al-mondo, gettati nel mondo, ha da accettare questa condizione, che è un bene in sé, un appartenere all’essere e all’averne coscienza, e piena contezza.

In questo essere-nel-mondo l’uomo opera e opera secondo una morale che, nel caso suo, fa a meno del Dio delle religioni, ma accoglie fino in fondo la creaturalità dell’umano, il limite, la perduranza del dolore, la precarietà del vivere.

E la sua poesia, specie quella di alcuni degli idilli maggiori, come L’infinito, come Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, come La ginestra, suo penultimo canto, si correla armoniosamente con i pensieri delle Operette Morali, in una sinfonia di filosofia poetante o di poesia pensante, e mai l’apparenza (o l’apparire) di un ossimoro fu meno probabile.

Giacomo Leopardi in questo senso ha gli occhi e il cuore di un veggente disincantato e perfino ironico, a volte, mai abbandonato alla disperazione, ma sempre dignitosamente aggrappato alla sua forza vitale, alla ricerca di forme sempre nuove di bellezza e di verità. Egli “vede” -precorrendoli- i tempi successivi, come se il futuro, le aspettative, la contemporaneità gli comparissero davanti in un nitore abbagliante, con tutte le contraddizioni, le illusioni, le false promesse e le profezie fuorvianti di altri profeti, o sé putanti tali, quelli sì arrogantemente protesi a insegnare a vivere a tutti.

Operette nel senso di “piccole opere”, umiltà vera e non falsa modestia di un uomo cui dobbiamo essere grati non solo per la sublime poetica, ma anche per un pensiero profondo e onesto, limpido e incondizionato. Grazie per sempre, piccolo grande amico, conte Giacomo da Recanati.

1917 Ottobre Rosso / 2017 ottobre sbiadito

Di fronte allo squallore politico attuale da tempo mi vien da rivalutare quel tempo di giganti, ma non perché io sia stato da sempre un po’ russofilo (in effetti lo sono, pieno di ammirazione per quella grande Nazione e quel popolo valoroso), o men che meno comunista (io sono stato socialista fin da ragazzo e lo sarò finché vivrò, scelta per me definitiva, confortato anche da Umberto Terracini, co-fondatore nel ’21 a Livorno del Partito Comunista d’Italia, che negli anni ’70 disse: Turati aveva ragione nella scelta socialista, gradualista, riformista), bensì perché dal confronto tra allora e oggi i nani politici odierni escono schiacciati da quelle drammatiche ma gigantesche figure, ebbene sì, anche da quella di Stalin, il georgiano di ferro.

Il 25 ottobre del 1917 veniva preso il Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo ed aveva inizio “ufficiale” la Rivoluzione dei Bolscevichi guidati dal genio risoluto di Vladimir Ilich Ulianov, Lenin, accompagnato nella sua temeraria avventura da Lev Davidovic Bronstein, suo migliore sodale, cioè Trotskij, da Stalin, da  Kamenev, da Zinoviev, Bucharin, e da altri “compagni” di quelle prime ore. Era il 25 ottobre del calendario giuliano, ancora in uso nella Russia zarista, mutuato dalla tradizione della chiesa ortodossa, e corrispondeva al 7 novembre del calendario gregoriano in uso in Occidente fin dai tempi di papa Gregorio Magno.

La conquista del palazzo di Nicola II Romanov in realtà era soltanto una fase, pur importante, del processo rivoluzionario, iniziato con i moti di febbraio, ma in gestazione da almeno un quindicennio, dai tempi della strage della “domenica di sangue” quando un migliaio di pietroburghesi furono sterminati dalle guardie imperiali mentre chiedevano, accompagnati dal pope Gapòn, in processione dietro labari religiosi, solo pane e lavoro.  L’autocrazia zarista era giunta al termine, per ragioni legate sia all’inadeguatezza del sovrano, sia alla nefasta condotta nella guerra mondiale che era scoppiata tre anni prima, con rovesci clamorosi da parte dell’esercito russo più volte battuto dagli eserciti degli Imperi centrali comandati dai generali von Hindenburg e Ludendorff (Laghi Masuri, Tannenberg, etc.).

Lenin, negoziatore Trotskij, concluse la pace a Brest-Litovsk per dedicarsi alla Rivoluzione. E così ebbe inizio tutto, che non si fece mancare nulla: né ulteriori guerre con la Polonia (consiglio di leggere L’armata a cavallo di Isaak Babel), né la devastante guerra civile tra i Rossi, guidati da Trotskij e i Bianchi dei generali Denikin e Iudenic. Nel 1924 muore Lenin a cinquantaquattro anni, per un ictus e le sue conseguenze e, nonostante le sue raccomandazioni in senso contrario, gli succede proprio Stalin, e nasce l’Unione Sovietica, che per settant’anni fu protagonista primaria in pace e in guerra della grande Storia di questo mondo. Fino a Khruscev,  a Gorbacev, a Eltsin e a Putin, per certi versi prosecutori di tutta questa storia russa otto-novecentesca  e anche di quella antecedente.

Perché l’orso russo ha fatto sempre tanta paura all’Occidente? Qui il tema si fa intrigante e mi sforzerò di esplorarlo un poco. Secondo me si tratta di una storia legata innanzitutto, e ciò potrebbe sembrare strano, all’evoluzione del cristianesimo dopo la fine dell’Impero romano d’occidente, verso il VI secolo. Quando la capitale dell’Impero si stanziò più che a Roma (o a Milano o a Ravenna, capitali temporanee di ciò che restava dell’Impero occidentale), a Bisanzio o Costantinopoli, fu il cristianesimo, come religione di stato, a partire dal regno di Teodosio I il Grande, a menare le danze. Anche se i primi  concili ecumenici della “grande chiesa” venivano convocati dall’imperatore, da Nicea 325 (da Costantino), a Costantinopoli  381 (da Teodosio), Efeso, Calcedonia, etc., era la teologia dei patriarchi a farla da padrona. Erano i patriarchi di Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Costantinopoli stessa, e il papa di Roma a proporre e disporre le scelte dottrinali che ormai avevano anche una valenza politica. Sulle strade dell’Impero romano si diffuse il cristianesimo in tutte le sue varie versioni e sette. Anche nell’oriente europeo, quando fu accolto con tutta l’ufficialità, più o meno ai tempi dello scisma di Fozio (IX secolo), dal principe Vladimir di Kiev.

Nel 1054 avvenne poi lo scisma tra chiesa di Roma e chiesa d’Oriente con le reciproche scomuniche tra il patriarca costantinopolitano Michele Cerulario e il legato del papa cardinale Uberto da Silva Candida, separazione tuttora in atto su due temi che oggi sembrano di lana caprina e che dirò tra breve, ma che hanno diviso per il passato millennio il mondo cristiano tra cattolici e ortodossi. Ecco, gli orientali si sono voluti chiamare ortodossi, cioè portatori della retta fede, mentre gli occidentali hanno tenuto il nome universalistico di cattolici, che significa in greco “secondo il tutto”, da una cui costola nel XVI secolo si dipartì il Protestantesimo di Lutero e Calvino. Chi è più fedele alla tradizione gesuana ed evangelica tra le due confessioni cristiane? Tutte e due egualmente, in quanto le differenze consistono semplicemente in questo, e si tratta di due elementi meramente teologico-liturgici: a) nel Credo, o Simbolo niceno-costantinopolitano, (dai due concili in cui si stabilì il testo definitivo tuttora in uso) per gli ortodossi lo Spirito Santo (terza Persona della SS. Trinità procede dal Padre attraverso il Figlio, visione subordinazionista del Figlio al Padre, tipicamente orientale, monofisita, alessandrina, origeniana), mentre per i cattolici lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio (visione consustanziale tra Padre e Figlio, che sussiste nel Padre fin dalla fondazione del mondo); b) il pane eucaristico per gli ortodossi deve essere salato, per i cattolici azzimo. Ecco: quasi tutto qui, il resto è storia di contrasti e di culture sviluppatasi diversamente in un millennio.

La Russia ha fin dagli inizi avuto l’imprinting del Padre, innanzitutto. Padre che poi si è incarnato nella figura dello zar, csar, cioè caesar, fin dai tempi di Ivan il Terribile e poi di Pietro il Grande, e poi… perché no, di Stalin, di Eltsin, di Putin. Tant’è che Stalin, soprattutto dopo la vittoria sui nazisti nella Grande guerra patriottica, così in Russia viene definita la Seconda guerra mondiale, nella quale i russi-sovietici furono decisivi per la sconfitta di Hitler con 26 milioni di morti in battaglia, veniva chiamato anche “piccolo Padre”, quasi figura del Padre!!!

Un altro dato storico importante ci illumina sulla progressiva acquisizione di centralità della chiesa ortodossa russa: quando nel 1453 Mehmet II, sultano turco, conquistò Costantinopoli, si può dire che iniziò il declino di quel patriarcato, cattedra di sant’Andrea, che per quasi un millennio e mezzo aveva in qualche modo conteso a Roma la primazia cristiana, ecco che progressivamente fu la Moscovia, cioè la Russia ad avere sempre più importanza, e il patriarca di tutte le Russie, tal ché nei secoli successivi Mosca stessa fu definita come la “terza Roma”.

E non dimentichiamoci che la Russia in cent’anni o poco più ha subito tre invasioni da Occidente: nel 1812 fu Napoleone con la Grande Armèe che si fermò alle porte di Mosca; nel 1914 il Kaiser Guglielmo II vi arrivò vicino, nel 1941 ci provò Hitler, con esiti infausti e a un prezzo terrificante per tutti. La paura di una Russia espansionista è fuori luogo, e in questa ottica si comprende anche la preoccupazione che fu di Stalin, il quale volle gli stati satelliti attorno all’URSS, e anche di Putin cui la Nato fa manovre ai suoi confini e vorrebbe annettersi l’Ucraina, e sarebbe come se l’Armata russa (ex rossa) facesse manovre sugli altipiani della Sonora in Messico, per gli USA, con dubbio gradimento di questa grande Nazione di Nazioni, Vero?

La Russia come potenza e spirito autocratico di origine asiatica, beh forse anche, ma non solo, perché la Russia è ben insediata con la sua cultura nel mondo globale, ed è ben viva e riconoscibile con la sua letteratura, la sua musica, la sua sensibilità artistica, la sua capacità immaginativa e di sacrificio.

Qui non voglio moraleggiare, e ciò s’ha da fare sempre in modo serio, sui crimini di Stalin, come li denunziò Khruscev durante il XX congresso del Pcus nel 1956, né sull’ambiguità di Togliatti o di altri dirigenti del Comintern, troppo spaventati dal georgiano per saper prendere posizioni autonome, ché la Lubianka di Berja e la Siberia erano sempre pronte all’accoglienza dei dissidenti. Desidero sottolineare come la russofobia sia irragionevole, così come il filo-bolscevismo di tanti intellettuali borghesi occidentali, tutte e due posizioni discutibili e poco ragionevoli. Se è vero che la Russia sta conoscendo -faticosamente- solo da un quarto di secolo un po’ di democrazia, è altrettanto vero che le democrazie occidentali non sono dei fiorellini profumati: basti pensare al colonialismo franco-inglese, autore di devastazioni smisurate in giro per il mondo, e in particolare nel Vicino oriente (l’Isis è figlio legittimo di Sykes-Picot, che negoziarono nel 1917 la spartizione in stati fasulli e raccogliticci di pezzi di popolazioni e etnie diverse, e dei criminali errori politico militari dello squallido duo di pagliacci Bush Jr./ Blair in tempi più recenti), oppure la pretesa USA di costituirsi, sulle rotte del petrolio, gendarme del mondo, dottrina appena scalfita, e in modo sgangherato dal forse troppo sopravvalutato presidente Obama.

Ecco perché, ricordando l’Ottobre rosso di cent’anni fa mi sembra giusto riconoscere la grandezza, anche se a volte tragica, di quei personaggi che lo fecero, e fanno ancora più risaltare il divario tra loro e quei nani che oggi si agitano ovunque, ma specialmente nel Parlamento italiano a discutere di riforme elettorali, di rottamazione di tizio e di caio, e hanno le facce insignificanti di un Di Battista, di un Rosato, di un Salvini, di una Meloni, di una Boldrini, di un Toti, e ve ne sono centinaia così, e qualche migliaio su scala nazionale.

Viva la Rivoluzione di Ottobre, dunque? Anche sì, perché ci costringe a leggere la storia con gli occhiali dritti, dando il giusto valore alle cose, anche nelle loro dimensioni tragiche, che la Storia non ci risparmia.

Quell’ottobre del 1917 ha certamente avuto il colore rosso della passione e del sangue, ma questo ottobre, al confronto, è proprio sbiadito, mio caro lettore.

Il continuo e il discreto in matematica, in fisica e in filosofia, tra complicazione e complessità

Discreto e continuo sono due concetti matematici e fisici ma anche filosofici.

Il “discreto” -intuitivamente- è costituito da parti isolate e non attigue, mentre il “continuo” è costituito da un numero infinito di elementi senza spazi vuoti. Al fine di perfezionare le definizioni è però necessario fissare il contesto disciplinare di riferimento. In matematica è la topologia dove si considera lo spazio dove i punti considerati sono isolati e distinguibili

Il “continuo”, invece, si riferisce a funzioni tra spazi topologici e non agli spazi topologici stessi, e quindi costituisce, insieme con i punti connessi una sorta di compattamento o addensamento, dove ogni punto A appartiene anche a ogni punto X. Ad esempio i numeri razionali sono un insieme non continuo e non discreto, perché ogni numero razionale contiene un numero infinito di numeri razionali, ed è denso perché ogni numero irrazionale, ma non può essere considerato continuo in quanto al suo interno possiede un’infinità di “buchi”, in ragione della mancanza dei numeri irrazionali. Già Aristotele e Zenone di Elea studiarono questi aspetti del continuum e del discretum (cf. l’apologo paradossale del piè veloce Achille e della tartaruga).

Con Pitagora il pensiero occidentale impostò il tema del pensiero binario o degli opposti tra il finito, positivo e portatore di ordine, e l’infinito mentore dell’incontrario. Però, considerando i rapporti tra i due concetti di finito e infinito i Pitagorici trassero la nozione di armonia misurabile, numerabile. Tra i numeri, quantificabili e misurabili vi sono i rapporti tra essi, chiamati λογοι, indispensabili per costruire concettualmente una αναλογια, cioè una proporzione, una sorta di uguaglianza di rapporti. Infatti, la τετρακτυς (il triangolo quaternario) era da loro ritenuta una figura sacra, come rappresentazione grafica del numero 10 e somma aritmetica dei primi quattro numeri (1 – 2 – 3 – 4), sulla quale addirittura gli allievi della scuola Pitagorica pronunziavano il giuramento più impegnativo. In ogni caso, anche per loro, come per Aristotele e per pensatori e matematici più antichi, “ciò che non ha limite non è rappresentabile esaurientemente nel nostro pensiero, ed è perciò inconoscibile“, come l’infinito stesso, considerato un limite del pensiero e non un pensiero del limite.

L’archetipo stesso di infinito lo fornirono i numeri irrazionali, come ad es. il {\sqrt {2}}: mediante una dimostrazione per assurdo, è possibile trovare approssimazioni razionali della radice di 2, senza però mai arrivare ad una soluzione definitiva. L’approssimazione, o l’indefinito avvicinamento ad una meta che non si può mai raggiungere, è stata centrale nella matematica classica, e per quasi 2500 anni, la concezione di infinito è stata oggetto di studi e polemiche ed evoluzioni. Ma la realtà è un insieme infinito, un’onda ininterrotta, o piuttosto un sistema finito, cioè numerabile e commensurabile? In ogni caso, anche se la realtà delle cose fosse davvero continua, infinita, la nostra conoscenza sarebbe sempre più vincolata dai limiti dei nostri sensi. (dal web).

In fisica si può studiare un corpo materiale sia come un corpo discreto, costituito da particelle elementari distinte le une dalle altre, sia come un corpo continuo, in quanto il numero elevatissimo, la coesione e l’interdipendenza tra queste particelle fanno sparire qualsiasi granularità, almeno a livello macroscopico, (dal web) poiché la realtà non è un sistema continuo, mentre invece, sia in matematica sia in fisica si deve rappresentare una sorta di struttura molecolare, in qualche modo “finita” in quanto occupante spazio, con una certa densità, una certa massa, un certo campo di temperatura e di accelerazione con misure definite (ad esempio i fotoni), dunque discrete.

Si potrebbe dire che l’unico sistema davvero continuo sia quello spazio-tempo, così come Einstein ha dimostrato nella sua teoria della Relatività Generale che il concetto di spazio e di tempo non sono assoluti ma relativi, nel senso che dipendono dal sistema di riferimento in cui si trova l’osservatore, e costituiscono il continuum spazio-temporale con quattro dimensioni (tre dimensioni spaziali ed una temporale). Inoltre, anche questo sistema può essere guardato con la lente d’ingrandimento ed analizzato con la scala di Planck, che esamina le distanze spazio-temporali in termini di stringhe piccolissime e monodimensionali,  quasi come una “granularità” dello spazio-tempo.(dal web)

Lo stesso modello continuo della meccanica è stato messo in discussione, trattandosi di ambiti estremamente diversificati, come quello dei corpi solidi e dei fluidi, liquidi o gassosi (legge di Pascal e leggi di Eulero e Newton). Dei liquidi si deve tenere anche conto di eventuali viscosità, altrimenti si può parlare solo di liquidi ideali.

L’analisi matematica sarebbe applicabile al mondo reale solo se questo fosse costituito da oggetti ed eventi di carattere continuo: al contrario, la stragrande maggioranza dei fenomeni del mondo reale è caratterizzata dalla discretizzazione o digitalizzazione (dall’inglese digit = cifra) di oggetti, collezioni, fenomeni, i quali spesso agiscono in combinazione. Una linea tracciata con la matita è un sistema continuo. Le estrazioni del lotto, numero dopo numero, sono un sistema discreto (discontinuo). (dal web)

La classificazione per insiemi, la enumerazione numerale naturale e la combinazione (matrici, diagrammi, etc.) consentono di costruire un algoritmo, cioè un modello di matematica discreta, ambiente logico in cui si possono trovare molte soluzioni pratiche e operative anche negli ambienti e settori di lavoro.

Ed ecco che siamo all’ambito filosofico. Che cosa vi è di più “continuo” al mondo di un essere umano, e nell’essere umano della mente-cervello? Non solo per i novanta miliardi di neuroni e le innumerevoli sinapsi presenti (ecco l’indefinito quasi… infinito). Le scienze umane sono le più imprecise, medicina compresa, perché legate al continuo divenire eracliteo della vita. Non vi sono tappe intermedie o fermate tipo bus, ma un continuo scorrere del flusso biologico, vitale, esistenziale, psicologico, e perfino etico-morale.

Dal concepimento, anzi dall’inizio (sconosciuto) di una determinata filogenesi, si muove qualcosa che non smetterà più di muoversi, producendo vita e malattia, guarigioni e fine della vita fisica, peraltro recuperabile sotto altre spoglie, solo chimico-fisiche per gli increduli, e anche spirituali per chi crede nella vita eterna.

E dunque lo studio di un’antropologia umana è forse il più complesso e difficile tra gli ambiti del reale che il pensiero umano può intraprendere, perché “ambientato” nell’incertezza del continuum, nella vastità dei problemi, nella numerosità delle circostanze e degli incroci causali e non casuali (quanto importante può essere la metatesi di una “u”!), se non nel senso dell’infinita loro numerosità,  etc.: basti pensare agli effetti diversi che può fare sui polmoni l’abuso del fumo o meno. A qualcuno questo comportamento può generare malattie severe, ad altri nulla o quasi. Che cosa interviene a fare la differenza? Non lo sappiamo o , meglio, possiamo sapere qualcosa se approfondiamo la ricerca sulle condizioni “storiche” e attuali di quell’organismo vivente, e le compariamo con un altro che ha dato esiti differenti all’abuso dello stesso vizio. Un altro esempio, come si può spiegare la risposta diversa ai farmaci che può dare un organismo ammalato rispetto ad un altro affetto dalla stessa patologia? Probabilmente si può comprendere -e fors’anche spiegare- tenendo conto, appunto, del continuum che costituisce il corpo (e l’anima) umani, anzi il composto umano, come bene scrive Aristotele, composto non solo di molti organi biologici, vegetativi e psicologico-spirituali, ma complesso e indistricabile, inestricabile, a volte indivisibile, quasi come la natura teandrica in Gesù Cristo (cf, XXVIII Canone del Concilio di Calcedonia, 451 d. C., e mi si passi il temerario paragone teo-logico). Anche dal punto di vista energetico l’uomo deve considerare la complessità del continuum, centellinando, se serve, ogni movimento e selezionando quelli indispensabili e necessari, o anche solo utili al fine di utilizzare le riserve e le forze adeguate allo sforzo da fare, senza sprechi inutili.

L’uomo è la complessità continua per eccellenza, più di ogni ordine matematico o fisico, perché la biologia studia il vivente,  che per definizione non si ferma mai, come invece si può fermare una macchina o un calcolo. Mentre ciò che è discreto è numerabile, come può essere il valore numerico dei componenti di un motore elettromeccanico informatizzato (20.000 parti, per dire) e quindi conoscibile e spiegabile a terzi in dettaglio dal/dagli ingegnere/i progettista/i, ciò che è complesso può essere solo com-preso senza la pretesa di fornire spiegazioni esaurienti. Il continuum è la nostra vita personale e collettiva, è l’ambito della società e della politica, è l’ambito delle scelte di valore di un’etica umana, sempre migliorabile e rivedibile al fine di migliorare la vita stessa di tutti e di ciascuno, nel rispetto dell’ambiente, che il continuum dei continua, mio paziente lettore.

 

Ricostruire le relazioni nella vita che cambia

…è compito diuturno dell’uomo, sia nella normalità, sia in condizioni eccezionali, come dopo un disastro. Le comunità umane sono naturalmente solidali, oltre ogni riflessione razionale, oltre gli schieramenti di parte e le passioni temporanee. In tempo di guerra si è assistito a incredibili episodi di solidarietà tra “nemici”: basti pensare al comportamento delle babuske ukraine verso i nostri alpini in ritirata dal Don nell’inverno atroce del ’43.

Un evento eccezionale cambia la vita all’improvviso, anche in tempo di pace. Un terremoto, un’alluvione, un incendio, un’epidemia. Gruppi consolidati e coesi da tempo vengono spezzati, e spazzati via dal turbine di ciò che improvvisamente accade. Il primo sentimento che prende le singole persone è lo sconcerto, un senso di spaesamento forte e sulle prime devastante. E’ allora che accade qualcosa di nuovo e talora di inatteso: il reticolo delle vecchie relazioni, più fitto e certamente più disordinato di una ragnatela, non esiste più, ma comincia a costituirsene uno nuovo, completamente diverso. Chi faceva parte del “vecchio gruppo”, magari si tratta di un intero reparto aziendale, si incontra con persone che conosceva solo di vista, o giù di lì, e qualcosa accade. L’uomo sa, d’istinto, che solo fare causa comune può salvare “dalle belve della foresta” o da altri pericoli. Solo l’alleanza tra simili può permettere di superare ostacoli altrimenti invalicabili, in solitudine. E dunque inizia a crearsi un reticolo di nuove relazioni che pian piano costituiscono rapporti a due, a tre, a gruppi, dove le varie “chimiche” individuali si percepiscono, si annusano, con i vari recettori psico-biologici, e danno feedback, resistono, si adeguano, empatizzano e simpatizzano, oppure, al contrario, magari all’inizio antipatizzano. Misteriosi e inconoscibili canali di comunicazione entrano in funzione a vari livelli, da quello limbico a quello corticale, guidati dalla biologia e anche dal sentimento e dal senso del gradimento.

A volte le persone temono questo cambiamento radicale, perché toglie le “sicurezze relazionali” di prima, perché prima uno sapeva come doversi regolare con tizio o tizia, conosceva i caratteri, le possibili reazioni, i linguaggi e perfino il lessico base di quel collega, e ora non più. La nuova rete è un mare ignoto, pieno di trabocchetti e di mulinelli infidi, dove può accadere qualsiasi cosa, inaspettatamente, o con maggiore o minore gradevolezza. La precedente “zona di conforto” non esiste più, sostituita da un indistinto rumore di fondo che a volte sconcerta e disorienta, e a volte preoccupa. Basti pensare a come si costruiscono le équipes di lavoro,  quanta cura deve essere posta per coniugare bene esperienza professionale, determinazione e potenziale, là dove, se si sbagliano i pesi e le misure di quei tre elementi costitutivi essenziali si può determinare un danno significativo in termini di efficienza operativa e di qualità relazionale.

Di importanza fondamentale è invece essere consapevoli che il cambiamento, anche in questo senso e con queste modalità, può apportare un enorme valore al nuovo gruppo e alla struttura sovrastante, che sia un’azienda, una scuola o un’entità collettiva di qualsiasi altro genere, poiché rimescola le carte, toglie alibi e pastoie legate a consolidate e a volte inveterate abitudini e comodità relazionali, che spesso contribuiscono a un sostanziale invecchiamento della struttura e alla sua obsolescenza. Certamente tutte le novità sono impegnative, ma sono nello stesso tempo una salvaguardia quasi fisiologica nei confronti del rischio di un impigrimento mentale e quindi operativo e gestionale.

Se non imposto o dettato da drammi e a volte tragedie più grandi di noi, è meglio che preveniamo l’invecchiamento delle strutture operative, pre-vedendo di cambiare ruoli e funzioni quasi per metodo, utilizzando la job rotation come una via per stimolare i neuroni a produrre sempre nuove sinapsi e collegamenti intelligenti. Ogni dramma umano, e perfino ogni malattia e ogni dolore fisico e psichico, se giustamente collocati nell’economia di una o di molte vite, possono costituire un’opportunità di crescita morale e spirituale, per uno o per molti, non importa, ché anche la crescita di una sola persona è un bene prezioso per il mondo, come lo è la sua vita.

La forza e la determinazione di donne e di uomini, di una famiglia, di un’azienda friulana

Ogni tanto la vita ti presenta i suoi conti: può essere una malattia dolorosa, può essere un distacco, il venir meno di un proprio caro o anche una crisi di lavoro, un disastro ambientale, un incendio che interrompe  (per un momento!) l’attività di un’azienda brillante e innovativa. E’ quello che è successo a Meduno (Pordenone) venerdì scorso mattina. Nella fabbrica di pizze industriali surgelate più innovativa d’Italia e non solo, presente sul mercato internazionale con sempre maggiori successi, è scoppiato un incendio all’inizio del primo turno di lavoro. L’azienda , rilanciata dalla famiglia Roncadin nove anni fa (dopo che la famiglia stessa l’aveva aperta all’inizio degli anni ’90 e successivamente a seguito di alterne vicende era fallita a causa di male gestioni di successive proprietà), occupa quasi 550 persone, in stragrande maggioranza donne, che conciliano egregiamente i tempi di vita e i tempi di lavoro con turni da sei ore per cinque giorni alla settimana.

La proprietà fa capo a una grande famiglia imprenditoriale, che sulla spinta del signor Edoardo, emigrato giovanissimo in Germania, “imprenditore nella testa” a diciassette anni, è riuscito a mettere in piedi la brillantissima bofrost* (vendita a domicilio di specialità surgelate, di gran lunga primo player italiano del settore), migliorativa rispetto al modello teutonico (mia opinione del tutto personale), diverse piccole aziende e soprattutto questa “fabbricona” a Meduno, nella splendida ma un po’ isolata pedemontana pordenonese, dando lavoro a un ampio territorio, e soprattutto a uomini e donne e ragazze, madri di famiglia e anche… a nonne o aspiranti tali, ché la Roncadin non guarda all’anagrafe, ma al volto, all’atteggiamento, alla buona volontà di chi si presenta per chiedere lavoro, e chi seleziona queste persone cerca di guardare oltre le apparenze a una verità più profonda della persona stessa. Donne e uomini che si presentano per lavorare in produzione agli impasti, a preparare gli ingredienti, a farcire, a imballare, in magazzino, nella manutenzione, nel controllo della qualità, nella sicurezza del lavoro, nel commerciale, nell’amministrazione, nella logistica, nell’area delle risorse umane, nell’Information Technology, e quindi con competenze tecnico-scientifiche e normative come tecnologi alimentari, ingegneri, periti, economisti, informatici, eccetera.

L’incendio, improvviso, inopinato, ha messo alla prova tutta questa popolazione a partire dalla proprietà e dal giovane amministratore Dario. Ne parlo come facente parte di quel grande gruppo anche in qualità di presidente dell’Organismo di Vigilanza del Codice etico previsto dalla legge italiana. La paura, lo sconforto, lo sconcerto, proprio come il giorno dopo il terremoto friulano dl ’76, hanno lasciato immediatamente il campo a sentimenti diversi e opposti: la consapevolezza della gravità della situazione, ma anche la possibilità di intervenire subito al meglio, con l’aiuto esterno di strutture preposte, ma soprattutto con la immediata disponibilità di tutti a darsi da fare per circoscrivere i danni e verificare la possibilità di ripartire con la produzione, anche se parzialmente, al più presto. E allora la crisi estrema si è trasformata in un impeto pieno di forza e determinazione. Nel cuore, nelle menti, nelle competenze, nella disponibilità totale. Le donne piangevano la “loro fabbrica”, perché la chiamano così, a volte facendola “propria” anche oltre ciò che si intende con questo aggettivo, con un senso di partecipazione commovente, sincero, pieno, ma si sono subito “rimboccate le maniche” dicendosi a completa disposizione, anche per nuove modalità e regimi di orario e di lavoro, ancora più flessibili. La durezza antropologica di queste genti, in questi casi, come nell’esempio del terremoto, si fa forza coesa e irresistibile, si fa quasi romantica “capacità di guerra”. Le nonne di queste lavoratrici e anche alcune mamme la guerra l’hanno vista e anche vissuta, e quei genomi sono presenti negli sguardi, nelle mani, nei muscoli a volte dolenti di quei corpi operai. Io lo so, perché conosco le dolenzie dei corpi operai, a partire da quello di mio padre, cavatore di pietra in Germania.

E già tutti sono all’opera per ripartire con quella parte della fabbrica rimasta intatta tra qualche giorno, disponibili a fare di tutto per andare oltre, buttando il cuore oltre, come Enrico Toti (lasciatemi un po’ di patriottismo retorico oggi!) dalla trincea carsica della Grande Guerra.

Ne parlo a ragion veduta, nel mio ruolo legato alle Risorse umane oltre che al rispetto dell’Etica generale e del Lavoro. Questa azienda è un’intrapresa economica, che deve guadagnare con dura fatica per stare sui mercati del mondo, garantendo reddito sociale e occupazione, e perciò, poche volte come in questo caso, si può anche parlare di “fabbrica mia”, o “fabbrica nostra”, con un linguaggio che a volte accomuna il presidente Edoardo e le operaie. “Mia”, “nostra” nel senso di un’appartenenza profonda e sentita come “bene comune”, come bene sociale condiviso e fortemente voluto e da difendere a ogni costo.

Ho scritto qui un pezzo non di encomio o di lode o di piaggeria per alcuno, ma di verità naturale.

“Lavoro” e “posto di lavoro” sono la stessa cosa?

Caro lettor del sabato,

qualcuno pensa che i due virgolettati del titolo siano sinonimi, ma non lo sono. Il concetto di “lavoro” si riferisce espressamente all’operare dell’uomo per acquisire materie prime, trasformarle e creare tutte le attività di servizio e di ricerca che rendono il lavoro stesso vendibile per la vita umana in generale e per creare reddito aziendale; il concetto di “posto di lavoro”, invece, si riferisce alla struttura organizzativa di un’azienda o di un ente, che prevede posizioni, ruoli, mansioni abbastanza precise.

Secondo una logica elementare dovrebbe essere il “lavoro” a creare le condizioni di un “posto di lavoro”, ma questo è vero soprattutto dove l’economia d’impresa è di tipo privatistico, e fa i conti ogni giorno con costi e ricavi, essendo obbligata a fare sì che i ricavi siano sempre maggiori dei costi, pena la fine certa dell’impresa stessa che non può essere sovvenzionata in deficit, anche se a volte questo è accaduto per ragioni di carattere occupazionale, con costi ingenti per la collettività.

Anche il lessico, il glossario che caratterizza il mondo dell’economia privata è diverso da quello che caratterizza l’ente pubblico. Nell’azienda privata, quando si intende descrivere i “posti di lavoro” tenendo conto delle linee gerarchiche, si parla di “organigramma”, che viene anche definito, stampato e reso ufficiale all’interno e verso clienti e fornitori, nonché per il sistema di qualità e di sicurezza del lavoro. Ma “organigramma” non significa imbalsamazione della struttura operativa, bensì sua delineazione dinamica, sempre modificabile.

Nell’ente pubblico, invece, si parla ancora di “pianta organica”, fatta di caselle da riempire di nomi di persone assunte solitamente per concorso. Nel pubblico, se la “casella” resta vuota per pensionamento o dimissioni (rarissime), bisogna riempirla, altrimenti il lavoro assegnato a quella “casella” non si fa, almeno per un po’ di tempo. Invece nell’azienda privata, se viene anche improvvisamente a mancare un lavoratore in una mansione, si cerca immediatamente di rimediare, cercando una figura di backup (sostituto) tra i dipendenti, operazione non difficilissima, perché le aziende moderne hanno di solito una matrice delle poli-competenze di tutti i collaboratori, e quindi la possibilità di sostituire chi manca inopinatamente con risorse interne già abbastanza formate o, in ogni caso, è in grado di provvedere a una rapida riqualificazione di personale particolarmente duttile e flessibile.

Ecco che  a questo punto comincia a delinearsi la differenza concettuale profonda tra “lavoro” e “posto di lavoro”, là dove il secondo presuppone sempre il primo, non viceversa. Il lavoro deve essere individuato come quantità e qualità del processo operativo, sia se si tratta di attività diretta (operaia, alla faccia di chi pensa che il lavoro manuale stia scomparendo), sia che si tratti di lavoro indiretto, impiegatizio, tecnico o di coordinamento di altre persone.

Quando i carabinieri negli anni ’80 scoprirono che nella sede centrale nazionale dell’Inps a Roma vi erano più cartellini, cedolini paga che posti di lavoro e quindi lavoro, si capì benissimo la non coincidenza dei tre concetti. Lì, con la complicità di direttori centrali e generali, si era creata una pastetta di connivenze che aveva portato la situazione ad essere così deforme, abnorme, truffaldina, sia nei confronti dello Stato, sia nei confronti dei cittadini utenti, lavoratori e pensionati. Si fece un repulisti, ma evidentemente non è bastato perché nei decenni successivi abbiamo assistito a fenomeni di tutti i colori, specialmente di assenteismo patologico e a imbrogli sguaiatamente evidenti, come la timbratura fasulla di cartellini presenza.

Chi pensa che il lavoro coincida con il posto di lavoro può essere tentato di imitare quei cattivi lavoratori del pubblico impiego che con il loro inqualificabile comportamento hanno rischiato di screditare la stragrande maggioranza dei tre milioni di colleghi che invece lavorano coscienziosamente.

In un’attività di direzione del personale nella più grande azienda friulana, la Danieli, dove ho operato a metà degli anni ’90, mi è capitato di porre fine a una vertenza onerosissima provocata da un dipendente infedele, che si assentava per gli affari suoi durante l’orario di lavoro, e l’aveva avuta vinta davanti al giudice, con un costo aziendale più che decennale che qui mi fa pena citare. Le prove della sua infedeltà non avevano convinto il giudice che aveva condannato l’azienda a retribuirlo comunque, non avendo l’azienda stessa accettato la reintegra del dipendente (7° livello metalmeccanico da 2 milioni e settecentomila lire nette al mese), ex art. 18 della Legge 300/70 Statuto dei diritti dei lavoratori. Posi fine a quella vergogna con una transazione tombale di non poco conto, dopo aver informato la Presidente dell’azienda. Mi turavo il naso mentre firmavo dall’avvocato il verbale di conciliazione. Mi vergognavo per l’imbroglio riuscito ai danni dell’azienda e di tutta la comunità di chi vi lavorava.

Due esempi che spiegano bene come il “posto di lavoro” deve sempre essere riferito a “lavoro” vero, non inventato, truffaldino o fasullo come in certi casi, perché allora non si tratta di un “posto di lavoro”, ma di inganno, infedeltà, slealtà verso gli altri e di tradimento dei più elementari sentimenti etici di giustizia.

assenze e assenteismi

I concetti e i termini linguistici del titolo derivano dalla struttura verbologica latina del verbo essere, sum, sono, cosicché ab-sum significa sono da, cioè sono distante, non sono qui, sono assente. Essere assenti non è un male-in-sé, anche perché non si può essere presenti ovunque dove si sta di solito, o altrove, e neppure nello stesso momento, come insegnava sapientemente Aristotele. Non si può essere e non-essere nello stesso momento e nello stesso luogo (o in altri).

La filosofia occidentale ha studiato il tema dell’essere da oltre duemila cinquecento anni, e anche della sua assenza, cioè il non-essere. Al di fuori dei miei doveri di lavoro e d’altro, liberamente assunti, a me è sempre piaciuto essere-assente, non enfatizzando mai la mia presenza, e a volte andarmene, magari da convivi troppo lunghi, o da posizioni di lavoro, nel pieno delle mie prerogative, cosicché ho lasciato spesso profumo di rimpianto e anche un po’ di nostalgia in chi rimaneva lì. Ho sempre rifuggito le pesantezze dello stare-lì-per-forza, per mancanza di alternative, o per rassegnazione altrui, soprattutto nelle varie attività che ho svolto, lasciando le quali ho mantenuto rapporti veri, buoni, leggeri.

Infatti, a volte l’assenza è benefica, positiva, ri-costruente. E’ bello mancare, fare silenzio, non apparire, anche se si è da qualche parte. Anche Parmenide di Elea potrebbe essere d’accordo, e dare quasi ragione al suo fiero “avversario” Eraclito di Samo,  se intendiamo l’essere come una sorta di costante dinamica di ogni cosa e di tutte le cose e persone, un sostrato indefettibile ed eterno, ma non statico, una specie di eterno divenire, come l’acqua che scorre sotto un ponte fermo, fatta di molecole sempre diverse, ma comunque composte di due atomi di idrogeno e di uno di ossigeno. Gustavo Bontadini e il suo allievo, il padre domenicano Giuseppe Barzaghi, cui sono gratissimo, perché è stato uno dei miei maestri di metafisica, sostengono l’apparire e lo scomparire dell’essere come una specie di oscillazione all’evidenza o all’inevidenza della percezione umana, non come scomparsa dell’essere. Emanuele Severino è convinto dell’eternità degli enti che assumono l’essere apparendo, ma forse sarebbe meglio parlare di immortalità, nel senso che vi è un momento in cui appaiono, come questo mio atto di scrivere ciò che sto scrivendo, e questo atto diventa immortale… quantomeno ex parte Dei, vel sub specie aeternitatis: dal punto di visto di Dio ciò che appare all’essere non può mai venire meno, neanche se lo volesse Lui stesso. Un limite alla sua onnipotenza? no, il rispetto della creazione da parte sua. L’atto dell’aver scritto questo pezzo è ineliminabile, non solo dal web (chissà?), ma dal mondo e dal tempo. Che meraviglia poter introdurre il tema delle assenze e poi degli assenteismi partendo da così “in alto”!

De l’assenza si può dire anche molto altro, ma ora voglio dire qualcosa di una sorta di sua deformazione, cioè degli “assenteismi”, sotto il profilo etico, giuridico, socio-politico, contrattuale, sindacale e dell’organizzazione aziendale.

Nella legislazione specifica e nei contratti di lavoro vi sono diversi istituti vincolanti le parti in causa, datore di lavoro e dipendente, le quali -una volta convenuto il contratto, ad esempio di assunzione- si sottopongono a regole universali. Infatti, il contratto di lavoro dipendente, sia esso di natura pubblica oppure privatistica, prevede, da un lato che l’azienda o l’ente offrano al dipendente un lavoro in una specifica mansione e diano un orario di svolgimento dell’attività affidata da mantenere quotidianamente, a tempo pieno o parziale che sia; dall’altro che il lavoratore si impegni a effettuare il lavoro nell’orario giornaliero previsto e sia puntuale e costante nella sua prestazione.

Accade però che vi siano impedimenti a questa regola e possono essere di due tipi: uno da parte dell’impresa, magari una riduzione del lavoro, una crisi, e in questo caso si può ricorrere agli ammortizzatori sociali, per garantire la continuità del rapporto di lavoro e un certo reddito al dipendente; l’altro da parte del lavoratore, che può ammalarsi, può incorrere in un infortunio, sul lavoro e o in itinere, può avere bisogno di permessi per ragioni personali o familiari. La normativa generale e aziendale per la gestione di questi tre casi è molto chiara e vincolante.

Ecco, quando accadono fenomeni di assenza che, per numerosità e tipologia creano perplessità e dubbi circa la veridicità delle causali, sorge un problema, e si comincia a parlare di assenteismo, fenomeno non raro, anzi, nel mondo del lavoro italiano. Si tratta di una patologia comportamentale, che ha risvolti etici, giuridici, contrattuali, sindacali e di organizzazione del lavoro. Se un’azienda o un ente pubblico si è strutturata con un determinato organico, su quell’organico fa conto ogni giorno, cosicché ogni assenza può creare seri problemi di quantità/ qualità della produzione o dei servizi.

In Italia se ne parla da tempo e non sempre a proposito, anche nei talk televisivi, invalsa cattiva abitudine patria. Nelle aziende più avvedute si è già da tempo avviata una contrattualistica che premia la costanza, la fedeltà, la lealtà all’impresa con sistemi premianti atti a riconoscere questi meriti, ma non basta, perché in molti luoghi di lavoro e, duole dirlo, di più negli impieghi pubblici, vi sono persone che non hanno presente il tema della presenza al lavoro come un dovere vincolante, liberamente assunto all’atto dell’assunzione (cf. Kant: devo perché devo, perché è giusto), e coerente con il principio di lealtà da rispettare verso il datore e i colleghi di lavoro.

Attesto quanto scrivo citando i più recenti dati socio-statistici forniti dall’ INPS: nell’ultimo anno abbiamo avuto un tasso medio ponderato di assenteismo nei settori privati dell’5% contro un tasso medio ponderato di assenteismo nei settori pubblici del 11%; un altro esempio tra i molti dati forniti: sempre nell’ultimo anno abbiamo avuto un tasso medio ponderato di assenteismo nei posti di lavoro pubblici e privati del Nordest del 9%, contro 13% nelle isole.

Come si può commentare questo benchmark? Ipotizzando una maggiore morbilità e incidentalità in certi settori di lavoro e zone dell’Italia, o con altre ragioni di ordine culturale ed etico? Non mi sembra peregrino approfondire la ricerca delle cause originanti questa diversa tipologia di fenomeni e di comportamenti.

Forse il tema è sempre quello educativo: occorre partire dalla scuola dell’obbligo spiegando che l’Italia non è più la nazione unificata dalle truppe di Garibaldi e del sanguinario generale Cialdini, ma una grande nazione moderna che vive in un mondo globalizzato e complesso, e che le aziende non sono più dei moloch ottocenteschi, ma luoghi dove si produce reddito e benessere per molti, se non per tutti. Capire questo è già molto, a partire dal profilo cognitivo ed espressivo. Un esempio: smetterla di chiamare mediaticamente “furbetti” quelli che imbrogliano con i badge della rilevazione presenze, chiamandoli semplicemente stupidi, idioti, masochisti, così come sono da rimuovere i dirigenti che chiudono su questi fenomeni tutti e due gli occhi, e i politici che li supportano. Et de quo satis.

I cambiamenti profondi sono pazienti: un “caso di scuola”

A volte vengo colpito dall’impazienza di lavoratori, dirigenti e titolari d’impresa, che mi chiedono con ansia perché le cose non cambiano con la necessaria velocità, ciascuno dal suo punto di vista. E faccio fatica a rispondere, perché nelle strutture di lavoro accade esattamente la stessa cosa che capita nella vita: si fa fatica a cambiare, quando il cambiamento è profondo.

Innanzitutto perché i tratti del carattere delle persone, una volta formatisi entro la prima adolescenza, non cambiano più: possono modificarsi, con l’esercizio, solo i comportamenti concreti nel quotidiano, ma non il carattere.

Ma vi è di più: le persone tendono a radicare i propri comportamenti e abitudini in una sorta di comfort zone, che rassicura, perché conosciuta e dove solitamente accadono fatti prevedibili e non preoccupanti. Molto naturale e… molto comodo. Una situazione da “schiodare”, altrimenti il declino è certo.

Vi possono essere “vizi comportamentali” individuali e a anche collettivi. I problemi sorgono quando il contesto più generale richiede cambiamenti rapidi e profondi e la struttura interessata a interloquire con il mondo non risponde, non è reattiva, non cambia.

Questo può accadere nelle aziende, ma anche in anche in sistemi organizzati come la scuola, l’università, la sanità, etc.. Facciamo l’esempio di cui posso portare più esperienze: quello aziendale, vale a dire il complesso modello relazionale e organizzativo, culturale e sociale che caratterizza l’impresa economica, industriale, commerciale o di servizi che sia.

Innanzitutto ci si deve chiedere dove è insediata questa azienda, perché fa differenza se essa si trova nella Silicon Valley, a Milano, sulla direttrice Vienna-Varsavia, sulla grande arteria che va dal Messico centrale agli stati americani (USA) del centro-est verso i grandi laghi, in Ucraina, lungo la Via Emilia, a Buttrio, o nella pedemontana friulano-pordenonese.

Nel primo caso, quello “americano” si tratterà di un’azienda tipo Google, piena zeppa di ingegneri e informatici trentenni o meno, dinamica, multiculturale, liberal di spirito e di atteggiamenti; a Milano potremo trovare una multinazionale tedesca come la Continental-Siemens, italo-tedesca, e anche qui frotte di tecnici e ingegneri poliglotti; lungo la via Emilia eccoti la Barilla, con un corposo gruppo di tecnologi alimentari provenienti anche da fuori regione e molti operai della zona, emiliani veraci e cordiali; a Buttrio c’è la grande Danieli, friulanissima di spirito, ma certamente volta al mondo, con una cultura metallurgica e una tecnologia meccanica worldwide, commistione di culture industriali nordestine e mitteleuropee (io ne so qualcosa per aver vissuto quell’ambiente, come alcuni sanno, in una fase di grandi cambiamenti); sulla direttrice Vienna-Varsavia troviamo aziende multinazionali europee come la PSA (Peugeot-Citroen), o la Samsung ricche di un humus umano-professionale multietnico e multilinguistico euro-asiatico, e di una massa operaia locale (ad esempio attorno a Bratislava, per mia esperienza personale, si parla slovacco, ungherese, inglese e tedesco… e un po’ di italiano, in non poche aziende); se visitiamo il Messico centrale troviamo aziende euro-americane che lavorano per gli USA, prevalentemente, hablando spagnolo e inglese (esperienza mia diretta); sul fiume Dniepr lavora una grande e modernissima acciaieria con tecnologie Danieli, piena zeppa di ingegneri e tecnici provenienti da tutta la Santa Madre Russia, che ho visitato e vi tornerò; infine, nella pedemontana pordenonese, oltre ad alcune realtà metalmeccaniche e agricole non di poca importanza, si può trovare una fabbrica medio-grande del settore alimentare, con caratteristiche molto peculiari. Si tratta di una fabbrica modernissima, ma con un rapporto operai-tecnici-impiegati di tipo quasi ottocentesco, cioè la massa operaia è di gran lunga prevalente in termini di numerosità e una certa omogeneità. Questo, nel bene e nel male, e avrebbe potuto costituire interessante oggetto di studio per gli economisti classici, da Ricardo a Marx a Pareto a Schumpeter.

Venendo al nostro tema, quello del cambiamento, soprattutto di humus culturale, tra i vari esempi, quest’ultimo è il più emblematico in termini di difficoltà e lentezza.

La massa operaia è femminile e costituita da persone che, nella stragrande maggioranza provengono dalle zone limitrofe, da un trapezio isoscele, più o meno, con i vertici superiori nelle valli prealpine e i vertici inferiori a Maniago e Spilimbergo. La preparazione scolastica prevalente di questa massa è la scuola dell’obbligo, l’età oscilla tra i venticinque ei sessant’anni. la provenienza è agricolo-montagnina, lo sguardo a breve, racchiuso dalla cerchia delle montagne.

La meravigliosa produttività di questa impresa, il suo vorticoso sviluppo, le sue prospettive brillantissime già delineate, sono frutto di un combinato disposto geniale: la volontà ferrea e il coraggio visionario della famiglia proprietaria, un gruppo dirigente molto vario ma molto valido, una struttura organizzativa articolata e complessa, che prevede turni, rotazioni e un orario di trenta ore alla settimana per la produzione. La stragrande maggioranza di personale femminile gradisce moltissimo le sei ore al giorno per ragioni evidenti. Ebbene, uno dei temi di maggiore difficoltà è la gestione di questa massa di centinaia di operaie. Infatti, accanto a una capacità e a una intensità di lavoro tutta friulana, eticamente encomiabile, con le dovute eccezioni statistiche, convivono nei gruppi vizi ancestrali, a volte molto fastidiosi e difficili da estirpare. Ecco dove il cambiamento dovrebbe realizzarsi.

Gelosia, curiosità a volte morbosa, maldicenza, gossip, espressioni stereotipate quasi sempre critiche verso la dirigenza, capacità di manipolazione, nonnismo verso le “nuove” o chi viene da zone un po’ diverse dalle solite o più lontane. Una congerie di sentimenti negativi che costituiscono l’oggetto dell’attenzione delle figure responsabili in ogni fase dell’inserimento, dell’addestramento e del lavoro. Sono previsti ovviamente momenti di rinforzo formativo per chi governa queste persone, che deve essere sempre più capace di non assecondare, o per pigrizia o per paura, quei vizi, ma l’impresa del cambiamento è ardua e difficile, e lunga, per cui occorrerà molta pazienza, anche quella di attendere qualche passaggio generazionale.

Come combattere i vizi di cui sopra? Non c’è altro da fare che monitorare, formare addestrare e, se del caso, sanzionare, nell’ordine, senza stancarsi mai. Il tempo farà poi il suo lavoro inesorabile per il cambiamento.

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