Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Cieli slovacchi

Si va dopo un anno e mezzo, forse un po’ di più, di nuovo in Slovacchia, verso l’azienda di Galanta, a nord-est di Bratislava, quasi al confine ungherese di Ezstergom, sul Danubio, dove sta la gran cattedrale cattolica magiara. Cieli alti e mulini a vento elettrici oltre Vienna. Il viaggio è concorde, come un canto, il mio canto concorde, viaggio e meta. Non parliamo di lavoro, né della quasi grande azienda furlana che colà produce pezzi pregiati per la grande industria europea e americana dell’automobile. La fabbrica ha quattrocento dipendenti,  e vive dove Kodaly scriveva le sue danze slave. Il vento pannonico talora la raggiunge, traversando i boschi di querce sulle lunghe colline, talaltra il caldo dell’estate.

Viaggio finalmente calmo, senza guidare io, affidato ad altri. Siamo amici più che colleghi. I Piccoli Tatra si annunziano oltre il Danubio e le fabbriche dell’Europa, Samsung e Peugeot, la centrale nucleare dell’Enel verso Trnava e Nitra. Da venerdì a domenica. La pianura, vagamente ondulata, arriva fino agli Urali, solcata dai grandi fiumi. Ricordo il Dniepr immenso nel viaggio di anni fa, e pare ci tornerò, nell’acciaieria evoluta di Dnieprpetrovsk.

La Slovacchia è al centro della vecchia Europa, e a volte mi chiedo se il disfacimento degli imperi con la nascita delle nazioni sia stata una buona o una pessima cosa. Qui c’era l’Impero Austro-Ungarico fino al 1918, la dinastia degli Asburgo. Se mi si chiedesse chi avrei scelto tra la casata germanica e i Savoia, non avrei avuto dubbi a sfavore di questi ultimi. Eppure si son fatte guerre sanguinose, milioni di morti per dividere per nazioni, e poi più recentemente ancora di più, la Slovacchia si è staccata dalla Boemia/ Moravia (Repubblica Ceca), per poi rifluire faticosamente nell’Unione Europea.

Storie, culture, lingue, tradizioni ricchissime, diverse, straordinarie oggi sono rimescolate nel web e nella globalizzazione, e forse è un bene, piuttosto che mai sopiti nazionalismi, ma restano dubbi su come lo si stia facendo. Il viaggio concilia pensieri diversi, mentre paesaggi si susseguono, villaggi e cittadine, case avite di contadini in mezzo alla grande campagna.

Il viaggio dure sette ore, son quasi settecento chilometri, si faranno diverse cose, cercando ragioni a ciò che si fa di noi a questo mondo. Il silenzio si fa filosofia, contemplazione, e solo a tratti par di riuscire a contemplare la vita, che va contemplata, vivendo, non solo vissuta dell’operare obbligato del giorno. Sono e resto un viandante, mai stato turista o forse solo in qualche gesto nella vita precedente. Ora sono viator, homo viator, spesso solitario e a volte immalinconito, in cerca di silenzi, sempre, come con la bicicletta, che mi aspetta a casa per nuovi tragitti. Ma la malinconia non è tristezza, non è accidia, è un modo di vedere il mondo da pellegrino, consapevole dell’impermanenza e del destino.

Prima di partire Haendel con il suo Zadok the priest, nella sera che viene, e poi in auto commenti dei vangeli e testo greco, Maria di Magdala e Pietro, Giovanni e il Maestro. E il Preludio all’Atto I del Lohengrin, quando i violini iniziano e finiscono, e l’atto finale dell’Oro del Reno. Wagner.

Il castello di Belà è in mezzo ai boschi lontano dai villaggi e si dorme nel silenzio naturale al confine ungherese. La puszta è immensa, il Danubio non scorre lontano da qui, come i miei sogni.

Dove tornare.

Discrezionalità emotiva e razionalità

Nella gestione delle risorse umane o, come si si diceva una volta, del personale, vi è il rischio costante della “discrezionalità emotiva”, cioè di un sentimento che può anche ottenebrare o almeno obnubilare una equità nel trattamento dei colleghi che vengono coordinati e devono rispondere a un capo. Non è possibile nell’agire umano quotidiano un comportamento sempre equanime, razionalmente ineccepibile per spirito di giustizia ed equilibrio. Sarebbe eroico, sovrumano, da santi. Detto questo, come riflessione consapevole, bisogna però chiedersi come si può fare per ridurre al minimo la discrezionalità emotiva, che spesso può sfociare in parzialità, se non in un vero “ammalamento” della struttura, se i privilegi si diffondono e vengono percepiti come tali dalla generalità delle persone coinvolte nel contesto lavorativo, ma anche di qualsiasi altro genere.

E’ normale che le relazioni tra le persone, in ogni contesto, e tra capi e dipendenti, tra colleghi, siano di una variabilità infinita e possano collocarsi da un polo di ostilità reale e manifesta e al polo opposto di simpatia e di affezione. E’ pure normale che un capo tenda a comportarsi diversamente con chi si colloca (nel suo sentire) nei pressi del polo 1 e con chi si colloca (nel suo sentimento) nei pressi del polo 2. Non è però cosa opportuna che ciò si consolidi e diventi la cifra delle caratteristiche gestionali di quell’area aziendale o comunque operativa.

Se non è possibile l’equità assoluta, in ogni caso la giustizia è una virtù da perseguire sempre, con pazienza, e nel tempo. E’ un esercizio faticoso e necessario, che prova il senso di equilibrio e la capacità di ciascuno di superare pre-comprensioni e pregiudizi sugli altri, muovendo, oltre alla dimensione emotiva, anche le facoltà razionali e il metodo raziocinante.

A volte scopriamo di esserci sbagliati su una determinata persona, e facciamo fatica ad ammetterlo, oppure quasi ci dispiace che non meritasse la nostra indifferenza od ostilità; qualche altra volta veniamo delusi da chi pensavamo fosse migliore e ci dispiace anche questo esito. In realtà forse siamo troppo auto-centrati su noi stessi, attribuendo alla nostra capacità di discernimento quasi il crisma dell’infallibilità.

Ogni essere umano si manifesta come può, e mai del tutto, per varie ragioni: a) per non scoprirsi troppo, b) per una certa sospettosità “naturale”, c) per prudenza… Pertanto non abbiamo mai tutti gli elementi per comprendere (più che capire) l’altro in tutte le sue sfaccettature psicologiche, culturali e morali.

In ambiente di lavoro, se si hanno responsabilità di conduzione, è cosa prudente confrontarsi sempre con i colleghi quando ci sembra di dover esprimere un giudizio, specie se negativo, su una persona, perché un altro osservatore può notare aspetti che a noi sfuggono, proprio per il prevalere, a volte, di aspetti più legati la chimismo empatico o al suo contrario, cioè a forme di simpatia o antipatia immediate e razionalmente inspiegabili.

L’essere umano è l’oggetto più complesso dell’universo conosciuto, più degli angeli (che sono sostanze semplici), come insegna la teologia classica, e pertanto va considerato con tutta l’umiltà e la pazienza cognitiva di cui disponiamo, al fine di evitare cantonate ed errori che danneggerebbero gravemente la struttura organizzativa, il nostro lavoro e le nostre vite.

L’imborghesimento sconsolante della “sinistra” politica

…anzi la sua progressiva e  crescente idiozia.

La categoria dell’imborghesimento della sinistra risale, per quanto riguarda l’ultimo mezzo secolo, almeno al decennio “di fuoco” 68/77, quando la nuova sinistra accusava di tale infamia il PCI, da pulpiti che talora erano ancora più borghesi, come alcuni che poi partorirono la presuntuosità terroristica di sinistra. In realtà il PCI, fatti salvi gli intellettuali organici laureati à la Napolitano, Chiaromonte, Amendola, Natta etc., era un partito fortemente radicato nel popolo operaio e contadino, un partito autenticamente popolare. Il PSI era più sportivamente variegato, frequentato anche da una pletora di professionisti, di architetti in cerca di commesse e anche, graziaddio, da una certa parte di popolo della vecchia scuola “nenniana”.

Le successive trasformazioni, avvenute nei decenni scorsi, che hanno fatto cambiare più volte nome al “partitone” austero di Longo e Berlinguer, fino alla commistione mal digerita con il cattolicesimo “di sinistra” nell’attuale veltronian-renziano PD, hanno lasciato spazio a frange che si sono progressivamente caratterizzate per atteggiamenti e background socio-culturale decisamente borghese, nel senso novecentesco del termine. Movimenti come quelli del “popolo viola”, riviste come Micromega del conte Flores D’Arcais, attestano questa allure intellettual-puzzetta sotto il naso.

Ne avrei molte da dire ancora, io che provenendo veramente dal popolo operaio, e che ho studiato lavorando, lasciando indietro in questo molti figli-di papà, figlio di mio padre emigrante e di mia madre sguattera, ma capace di fare iniezioni gratis al popolo povero di Rivignano, ma ne dico solo una, vista stasera sul web. Tale onorevole Gasparini del PD, appunto, ha ottenuto con un emendamento che il vitalizio dei parlamentari sia reso cospicuamente reversibile a favore dei superstiti. Intervistata da un giornalista circa l’eventuale congruità etica della misura, la signora Gasparini ha risposto: “Certo che trovo giusta la reversibilità… non vorrà mica che la moglie di un parlamentare o un figlio, rimasti vedova e orfano, debbano fare la sguattera o il giardiniere?”

Gentil mio lettore, occorrono commenti? ma questo Gasparini del PD e sua moglie sanno che cos’è la storia della classe operaia, dei sindacati, del movimento socialista europeo e italiano? sanno di come funzionavano le fabbriche dell’800 raccontate da Dickens e da Carlo Marx. Sanno come si vive nelle favelas di Rio o nelle villas miseria di Santa Maria de los Buenos Aires? Nei suburbi di Djakarta e di Nairobi? Nelle periferie immense di Lagos, del Cairo e di Mexico City?

Sanno chi erano Edouard Bernstein e Filippo Turati, Antonio Gramsci e Labriola, Giacomo Matteotti, Jean Jaures e Pietro Nenni, Umberto Terracini e Anna Kuliscioff, Dolores Ibarruri e Salvador Allende, ma anche Tina Anselmi e Lina Merlin, e mi fermo qui, ché potrei continuare per pagine e pagine.

Ma dove vivono? Sanno che la storia della democrazia e del socialismo democratico nascono dal sentimento di solidarietà  e di condivisione evangelica? Che cosa c’entrano sentimenti ed espressioni come quelle lì con la storia del progresso democratico, della partecipazione dei lavoratori alla gestione della cosa pubblica, se il pensiero e il sentimento sono da un’altra parte? Che c’entrano?

Ma io preferisco mille volte il liberale patocco, ricco sfondato o riccastro cinico, profittatore e anche un poco dichiaratamente sfruttatore, a questi falsi “sinistri”, a queste parvenze, a questi simulacri di progressismo idiota.

Almeno so che bestia è quello, e me ne difendo. Questi invece mi fanno pena e un po’ anche schifo.

Sud

Sono a Bari, nel plant di un’azienda friulana di meccanica di precisione, oramai multinazionale di tutto rispetto, presente anche in Slovacchia, dove tornerò il mese prossimo, e in Messico dove sono stato diverse volte negli anni scorsi, azienda che seguo da ventidue anni, per colloqui da analisi del clima insieme con un giovane psicologo in tirocinio. Lavoro faticoso quando è fatto bene, che ti spreme come un limone se ascolti attivamente e condividi empaticamente i patemi e le speranze dei lavoratori, operai, impiegati o tecnici che siano. Il giovane è umile e attento e merita di essere aiutato a farsi manager delle Risorse umane. In questa fase della mia vita professionale mi sto dedicando spesso al ruolo di mentore di giovani meritevoli e volenterosi, tanto talentuosi quanto umili, aiutandoli nei tirocini e nelle tesi di laurea. Mi pare di dar così un contributo al miglioramento della gestione del personale e del clima aziendale.

Vengo al Sud da molti anni, soprattutto per lavoro, e mi trovo bene, anche se le contraddizioni logiche ed etiche che incontro talora mi inquietano.

Culture millenarie sedimentate costituiscono i pregi e i difetti di queste genti, popolazioni che potremmo definire antropologicamente “ossimoriche”, cui non manca genialità e vittimismo, fantasia ed eloquenza e una certa furbizia naturale, cultura tout court e “cultura della pretesa”, soprattutto verso uno “Stato” che non hanno mai riconosciuto fino in fondo, dall’Unità d’Italia del 1861 in poi. Questa lamentazione senza fine l’hanno poi estesa al lavoro, anche quando lo trovano in imprese private serie e solide. Non capiscono bene, o non vogliono capire, che un’azienda per durare ha bisogno quantomeno di pareggiare costi e ricavi, altrimenti è destinata a morire. A volte se le cose vanno bene per un mese, dopo due anni o tre di perdite, sopportate solo perché lo stabilimento fa parte di un gruppo friulano da 150 milioni di fatturato annuo, ecco che vengono subito con il palmo della mano aperto a battere cassa.

Il loro eloquio è sempre un po’ faticoso, talora reso enfatico da un modo di parlare echeggiante il discorso “alto” della gente che ritengono “importante”. Ossequiosi e proni, maldicenti e gelosi, se non a volte invidiosi, sono italiani.

Da noi al Nord, invece, specie verso Est, impera una sorta di mutismo, siamo mutoli quasi come i primitivi bestioni, ancora, in parte. Ecco, da un massimo di parole dette fino alla chiacchiera tanto aborrita da Heidegger, al Sud, all’immusonimento sospettoso, al Nord. Siamo ancora -come umani- nei primi tempi evolutivi: solo quarantamila anni fa su forse 3 o 4 milioni di anni di ominizzazione, abbiamo cominciato a emettere suoni che avevano significati condivisi. Un soffio di tempo è passato e quindi si può dire che tutto ciò è plausibile, ma a volte si fa fatica ad accettarlo.

Epperò, forse, non siamo tutti allo stesso punto evolutivo, la natura non fa salti si diceva un tempo, o forse qualche volta sì, a suo piacimento, ché a volte sembra veramente di coglierli, in certi incontri, incroci o situazioni esistenziali, che ci fanno quasi inghiottire, bofonchiando, amarezze ancestrali.

Speriamo di evolvere verso un’umanità più completa. Buona notte, caro lettore.

Se “il cavallo non beve”…

Il peggior interlocutore che uno si possa augurare in ogni situazione esistenziale e in ogni attività è il presuntuoso stupido, perché imprevedibile, e di solito non sa di essere stupido, presuntuoso e imprevedibile. Ci si accorge di ciò se nel dialogo l’uso o l’invocazione della logica e dell’argomentazione razionale, anche se proposta con la massima semplicità, non “paga”, non incide, non funziona, non ha efficacia, perché il soggetto che si ha di fronte ha la presunzione di sapere e la correlata e proporzionale superbia di volerlo perfino imporre. La vecchia metafora del titolo spiega bene la tipologia e il senso di ciò che segue.

Una delle situazioni che mi fa più incazzare è come questa: capita di sentire un tizio o una tizia, attivi in un certo settore, che sproloquiano vantando conoscenze e competenze che non gli appartengono. Parlano come libri stampati (si fa per dire) di organizzazione aziendale, di costi, di fatturato, di relazione tra costi, ricavi e fatturato, senza avere alba di tutto ciò, sotto un profilo conoscitivo disciplinare o esperienziale diretto. In questi giorni a Milano ho chiesto a una sindacalista, che vantava indimostrate conoscenze sociologiche e organizzative, se avesse studi di economia o giù di lì, e la risposta, datami con aria di sufficienza quasi come una gentile concessione, è stata accompagnata da una sorta di ghigno sardonico.

Ho provato allora a sollecitarla con un elementare concetto di etica generale di derivazione aristotelico-tommasiana, quella del male minore o del bene maggiore, così dicendo: “Se dobbiamo salvare una struttura produttiva chiedendo una diminuzione delle ore lavorate che passi anche attraverso una ristrutturazione con riduzione di personale, l’uso di ammortizzatori sociali e di incentivi aziendali, al fine di salvare l’unità produttiva, che facciamo?” E ho continuato “Si può dire che salvare un’unità produttiva che occupa decine di persone è un bene maggiore che salvare uno o pochi posti di lavoro”. Volto inespressivo e silenzio.

Il suo sguardo e il suo mutismo mi ha fatto capire che non aveva capito, ovvero “il cavallo non aveva bevuto”. Il grave è che proprio non-aveva-capito, non è che non abbia voluto capire, cioè non c’era proprio, cognitivamente, anche perché ottenebrata da pre-comprensioni ideologiche (pregiudizi, dunque, vale a dire giudizi incompleti) e stereotipi di “sinistra”, si potrebbe dire, ma in realtà assolutamente miopi e conservatori. Vi sono purtroppo strutture socio-politiche che oggi hanno sul campo figure inadeguate, e comunque in grado di manipolare altre persone, influenzabili dallo strano “carisma di ruolo” dell’inetta. Sto parlando di delegate sindacali che subiscono la funzionaria territoriale.

Si è andati avanti molto tergiversando e poco concludendo, davanti al muro di gomma posto dalla persona. Vi sono stati momenti di tensione smorzati solo grazie al “mestiere” della mia delegazione.

A un certo punto il mio collega, alla fine di una discussione prevalentemente improduttiva, si è lasciato volutamente scappare una battuta di questo tipo: “Bene, se non troviamo una soluzione condivisa, vorrà dire che perso questo tram la prossima volta vi troverete a parlare con un altro. Chissà se sarà meglio o peggio per voi”. Camilleri direbbe che il volto dell’interlocutrice era basito, poiché non si era acceso il lume del comprendonio, neppure a quell’elegante ultimatum. Infatti ha continuato sulle sue, senza dare la sensazione di entrare in sintonia cognitiva con chi così le stava parlando, scuotendo la testolina in segno di diniego, addirittura quasi sprezzante. Perché il presuntuoso è anche sprezzante, in quanto ritiene i propri interlocutori non alla sua altezza. È un circolo vizioso dal quale è quasi impossibile uscire, non essendovi la disponibilità di mettersi in discussione, di dubitare dei propri convincimenti, di non essere sospettoso, di poter -anche solo in ipotesi- cambiare idea. È una delle ragioni per cui i “semplificatori” di idee e narrazioni e i predicatori populisti di tutte le risme hanno successo, trovando favorevoli ascolti in una tipologia antropologica diffusa oltre misura.

E pensare che si stava e si sta discutendo di posti di lavoro seriamente a rischio, se non si interviene smettendo le cure omeopatiche per la truce ma utilissima chirurgia, sempre detto in metafora.

La connivenza implicita

Caro lettore,

la connivenza implicita è una sorta di “patologia sociale”, più o meno grave, tipica delle organizzazioni. Si potrebbe dire una forma edulcorata del familismo amorale che invece sottende una cultura e comportamenti definibili certamente come mafiosi. Del familismo amorale, che qui non tratterò, esistono in circolazione diversi studi sociologici.

In quasi tutte le organizzazioni consolidate, aziendali, scolastiche, militari, politiche, ecclesiali è quasi impossibile non trovare forme di connivenza implicita, con aspetti variegati, che vanno dal sistema delle alleanze e solidarietà dei gruppi di potere, fino alla gestione spicciola del chiudere un occhio, o tutti e due, se la persona “vicina”, amica, sbaglia, così coprendone in qualche modo l’errore o minimizzandolo.

Partendo dalle alleanze di potere si può dire che fanno parte di una “fisiologia” ordinaria delle organizzazioni, e quindi vanno considerate come tali, e in quanto tali spesso sono utili o indispensabili per gestire le cose, sostenere momenti di stress o di cambiamento: l’importante è che non debordino da un ambito di legittima gestione del potere gerarchico ad atteggiamenti dannosi per la struttura e per le sue finalità.

Se invece parliamo più precisamente di connivenze implicite, si vuol dire qualcosa che può confinare con possibilità di “ammalamento” delle strutture e delle relazioni intersoggettive e di gruppo. Onde evitare questo rischio, ricordo che le banche hanno quasi da sempre avuto l’usanza di cambiare il direttore di filiale dopo un certo periodo, proprio per evitare un eccesso di confidenzialità con la clientela, tale da porre a rischio l’equanimità dei comportamenti verso tutti i clienti. Come abbiamo visto ciò non ha evitato l’enorme marciume constatato nel settore in questi anni, ma tant’è.

Non è facile evitare le connivenze implicite, perché nascono progressivamente e si manifestano -talora- come dice lo stesso sintagma, inavvertitamente, inconsapevolmente o, appunto, implicitamente. L’implicito, nelle relazioni umane, come si sa non ha bisogno di parole, dichiarazioni, prese d’impegno, perché si basa su una conoscenza profonda tra gli individui e su una robusta esperienza condivisa.

Vi sono vari gradi di questo fenomeno, i più blandi dei quali sono essenzialmente forme di cameratismo e di comprensione reciproca, mentre i più forti possono scivolare verso forme di parzialità da parte dei capi e di riduzione dello spirito di equanimità nel trattamento dei colleghi.

La connivenza implicita non va sottovalutata poiché, oltre a poter diventare eticamente discutibile o chiaramente negativa, rischia di mettere a repentaglio l’equilibrio dei rapporti dei capi con i collaboratori e tra i collaboratori, e ciò costituirebbe una forte negatività gestionale e relazionale.

In questi casi diventa importante e imprescindibile il ruolo “terzo” di Risorse umane, a tutela di una sorta di “giustizia” generale nei rapporti e di un equilibrio tra le persone e le reti collaborative, indispensabile per il buon andamento della struttura aziendale, ma anche di qualsiasi altro sistema organizzativo.

Ciò che la leadership non è

Siamo “circondati” dalla leadership.

Il termine inglese dall’ampio campo semantico, intraducibile con una sola parola in italiano, e meritevole di una perifrasi, negli ultimi decenni ha spopolato ovunque. Non vi è campo dove non sia considerato, dalla politica all’economia, dai fenomeni religiosi a quelli culturali, dal sistema dei media all’innovazione tecnologica, dalla ricerca scientifica allo sport, e via andando. Sempre da decenni circolano testi e manuali, a cura di psicologi, sociologi e antropologi, che spiegano come funziona, a partire da grandi esemplificazioni storiche e da citazioni di grandi personaggi stagliati nei secoli con le loro figure grandi e a volte terribili, come Alessandro Magno, Annibale, Giulio Cesare, Augusto, Gengis Khan, Napoleone, fino ai quasi contemporanei piuttosto chiaroscurali o “eroi” negativi come Hitler e, se pur diversamente, Stalin.

Nella contemporaneità, se si deve metter giù qualche nome, può venire in mente Putin, papa Francesco, ma forse anche di più personaggi come Bill Gates, Steve Jobs, Zuckerberg, e perfino Federer o Giorgio Armani. Leader riconosciuti nei loro campi, e anche oltre. Ma che la leadership sia solo la manifestazione di una grandezza solitaria (come quella del Nietzsche cantato da Saba) è falso. La leadership è qualcosa di molto più pervasivo e diffuso. Basti dire che se ciascuno dei personaggi sopra elencati non avesse avuto dei maestri (Aristotele per Alessandro il Grande), un contesto e collaboratori all’altezza, la loro stessa leadership non si sarebbe manifestata con altrettanta evidenza e potenza. E qui sta il punto: forse la leadership che si manifesta nei “grandi personaggi” è soprattutto la loro capacità di scegliere i collaboratori e di valorizzarli, non temendone l’eventuale carisma e potenziale. Farei solo un esempio, quello di Cesare che adotta Ottaviano, il futuro Augusto, primo princeps dell’Impero romano, la più straordinaria struttura politica e militare della storia, probabilmente.

Spesso, però, così non accade. Dal mio osservatorio economico e sociale posto nel mondo delle imprese e della formazione osservo piuttosto l’attuarsi di leadership “ristrette”, parafrasando per modo di dire Einstein, leadership asfittiche, micragnose, gelose, in definitiva deboli, per cui mi sento di elencare brevemente alcuni atteggiamenti che non sono da leader, ma tuttalpiù da manager piuttosto timorosi e preoccupati. Ecco.

Non è esercizio di leadership vera quella di coloro che, a fronte di un’analisi altrui, ribattono subito con avversative del tipo “ma, però”, e quindi sono immediatamente esclusivi, invece che inclusivi, non cogliendo quello che di buono e vero sta nel dire altrui.

Non è esercizio di leadership vera quando si esagera nell’uso del pronome “io” se ci si riferisce a lavori fatti “a più mani” e da più teste, invece di usare il “noi”.

Non è esercizio di leadership vera quando nelle riunioni, invece di suggerire come si potrebbe migliorare il lavoro tra colleghi, si tende a metterli in difficoltà con toni perentori e inquisitori, invece che accompagnare il discorso verso una progettazione condivisa del lavoro.

Non è esercizio di leadership vera quando nel riferire fatti e temi che riguardano colleghi terzi, magari assenti, si omettono passaggi e particolari che, se citati, potrebbero cambiare il senso del report o della relazione. In questo caso si tratta anche di disonestà intellettuale e di scarsa attenzione a un’etica elementare.

Potrei continuare.

Ebbene, nella quotidianità, ma specialmente quando si studia la leadership in seminari e corsi specifici, ci si dovrebbe chieder quanto sia coerente con gli asserti teorici studiati il comportamento quotidiano concomitante e successivo, evidenziati dai casi esposti sopra “in negativo”, che possono essere tranquillamente rovesciati in indicazioni proattive utili.

Ce lo si chiede? Ho l’impressione che spesso non sia così, e pertanto vale la pena di acquisire questa consapevolezza e non restare fermi, pena l’esercizio di una leadership solo ordinaria, e povera di valore e di potenziale di crescita.

Comportamenti umani sul lavoro

Dal mio osservatorio (privilegiato) di “risorse umane” in aziende di varie dimensioni, da poche unità artigianali alle migliaia di dipendenti delle multinazionali, passando per manifatture di qualche centinaio di lavoratori, in vari settori, dal metalmeccanico all’alimentare al commerciale, posso studiare micro-comportamenti che dicono moltissimo della psicologia individuale e di quella sociale, come dinamica dei gruppi, nonché di aspetti socio-culturali e antropologici.

Quando si costruisce un gruppo inserendo persone nuove e diverse, il tessuto relazionale precedente si slabbra, si trasforma, si ri-condiziona totalmente, anche se non del tutto, perché restano saldi i tratti di personalità individuali, sia di chi entra, sia di chi “accoglie” chi entra.

Infatti, l’inserimento di una persona “nuova”, pur essendo sempre una decisione direzionale, sentita anche la mia opinione sotto il profilo personologico ed etico, non è che il primo atto dell’operazione, perché è da quel momento che inizia un processo-percorso di inserimento vero, che è costituito, non solo dall’assegnazione di un primo ruolo, da una fase di addestramento e affiancamento, ma anche (e forse ancora di più, per importanza) da sofisticati meccanismi di reciproca accettazione o respingimento della persona nuova da parte di chi è già in azienda. Non può mai bastare la decisione direzionale e l’attività gestionale quotidiana ad inserire felicemente un nuovo addetto in un reparto, settore o ufficio aziendale.

Se dopo un certo periodo, la persona “nuova” non viene accettata sorge un problema grave, e c’è da chiedersi se sia il caso di forzare nella situazione data, analizzando i comportamenti e investendo ancora di più il capo reparto del problema, o di far cambiare reparto alla persona in difficoltà, o addirittura di non confermare il prosieguo della collaborazione, utilizzando i vari strumenti di flessibilità previsti dalla normativa e dalla contrattualistica (stages, tirocini, somministrazione, contratti a termine, etc.).

Faccio un esempio: può darsi che sia stata inserita una persona, anche in ruoli importanti e strategici, in base al suo brillante curriculum di studi e di lavoro, ma questa non riesce ad inserirsi nel ritmo operativo e nelle scelte “politiche” che l’azienda fa, restando sempre abbarbicata alle proprie conoscenze specialistiche, spesso molto elevate ma che, se non si connettono al processo aziendale, possono finire per essere incomprensibili e un reale impedimento alla fluidità delle operazioni aziendali, sempre strettamente legate da flussi procedurali, oltre che indirizzate dalla strategia generale. In questo caso bisogna decidersi: o cambia l’atteggiamento della persona in questione, o è meglio separarsi pacificamente.

Oppure può darsi che si inserisca in un reparto di produzione una persona diplomata o anche laureata, e che non riesca magari a livello inconscio a “vedersi”, o considerarsi alla pari dei colleghi/ colleghe, che solitamente hanno la terza media o un paio d’anni di professionali. Questo atteggiamento, anche se non esplicitato con parole, appare chiarissimo agli altri, perché traspare da movimenti  e atti, o linguaggio del corpo, che dicono chiaramente “io non sono come voi, perché ho studiato“, oppure “non trattatemi così, perché non ne avete il diritto“. Può essere un comportamento raro oppure continuo, e in questo caso le cose non possono funzionare.

La persona “che ha studiato” sbaglia e sbaglia pesantemente, perché confonde il diritto al rispetto che ogni persona ha in quanto tale, con il riconoscimento di conoscenze/ competenze che magari non c’entrano nulla con l’ambiente di lavoro. Ho esperienza di inserimenti in “zona operaia” di persone “studiate”, anche con lauree magistrali, perfettamente riusciti, e esperienze di esito opposto, le quali danno da pensare. In questi casi il lavoro da fare è in qualche modo di coaching (o counselling, in qualche caso più difficile), sempre che si ritenga valga la pena di investire tempo, risorse e conoscenze in un percorso di recupero. Il punto da cui partire è l’acquisizione da parte della persona interessata della consapevolezza di una difficoltà di comunicazione-relazione con i colleghi, generata da un atteggiamento sbagliato, e presuppone l’impegno a modificare il proprio approccio al lavoro e alla collaborazione con i colleghi. Questo impegno deve essere dichiarato con umiltà e onestà intellettuale, e verificato nel concreto quotidiano.

Se anche questa fase di recupero non riesce, è meglio chiudere il rapporto con la persona a questo punto “non inseribile”, ma anche, nel contempo, lavorare sulla formazione alla leadership dei capi, che può essere carente e alla costruzione di un migliore “spirito di gruppo” (Team building).

Ciò dimostra come ogni inserimento in ambito lavorativo sia un processo difficile, raffinato e perfino sofisticato sotto il profilo cognitivo e intellettuale: bisogna che ogni azienda ne abbia coscienza e si dia gli strumenti per poter agire con le opportune competenze e finalità organizzative, che in questo modo sono anche eticamente fondate sul riconoscimento reciproco e sullo spirito di collaborazione, dove la dignità delle persone è considerata importante insieme con il rispetto dei ruoli e delle gerarchie organizzative costruite su criteri di razionalità, conoscenza dell’umano e grande buon senso.

in vinculis

Una dopo l’altra le porte blindate si chiudono dietro a me, tre, quattro, cinque… e forse basta.

Avevo atteso mezz’ora all’entrata perché il computer non partiva, e senza la conferma registrata della mia visita, non potevo entrare. Espletate tutte le formalità: deposito di tutti gli oggetti in stipetto chiuso a chiave (l’unico oggetto concessomi di tenere con me), compreso la catenina con il crocifisso, e “subìta” la perquisizione corporale, sono entrato.

Ecco il parlatorio. Sul muro un a-fresco, anzi un trompe l’oeil che rappresenta Bambi e i suoi amici, coloratissimo.

Attendo uno, due minuti, e arriva il mio vecchio amico di gioventù. Ho il tempo di riflettere un poco sul tempo: l’orologio a muro ha le lancette dei secondi ferme, ma funziona.

Abbiamo quattro ore abbondanti e parla quasi sempre lui, ha bisogno di esprimere la sua verità reclusa, intercalando il fluire dei discorsi con citazioni di film, di libri, di dottrine etico-politiche, di etica e teologia morale. Si parla del determinismo spinoziano e del volontarismo ottocentesco, di Hegel e di Heidegger, di Nietzsche e di Husserl, di Freud e di Florenskij, di Edith Stein e di papa Wojtyla, dei fratelli Bandiera e di Piero Maroncelli, della Baader-Meinhof e di Camilo Torres. Dei “crollisti”, rispetto al futuro del capitalismo, e dei gradualisti della Seconda Internazionale, della Luxenburg e di Karl Kautsky, di Piero Sraffa, Gobetti e Antonio Gramsci, di Labriola, di Croce e Gentile, di Emilio e Vittorio Sereni, di Piero Jahier e Scipio Slataper, di Ungaretti, Clemente Rebora e Leopardi, di Renzi, Mussi (perfino!) e Mussolini, di finanza e di economia, di Fellini e  De Sica, di lavoro produttivo e subappalti. Solo per dire alcuni titoli e argomenti, tra molti di più.

Il tempo a volte sembra volare a volte fermarsi, kairo-kronologicamente, agostinianamente, o come spiega David A. Armstrong, nel suo aureo libretto sulla Metafisica (edito da Carocci nella serie Quality Paperbacks, nel 2010).

Ganser è il nome di chi ha studiato questo parlare ininterrotto, inesauribile, come fonte che zampilla perenne da un’anima inquieta, da un sentimento fortissimo di presunzione anche arrogante, del vero. Provo a fare un lavoro di logica-argomentativa, di razionalizzazione, ma è arduo, devo interrompermi, devo ascoltare e quasi auscultare l’ansia da prestazione intellettuale, multitasking, rapsodica, melodica, nevrotica, metodica, a suo modo.

Si parla, anzi gli parlo di PNL, Programmazione Neuro-Linguistica, pericolosa modalità di manipolazione mentale, se non vigilata, utilizzata alla grande nel marketing della vendita multi-level, ma anche nei meandri dell’ingannevole web contemporaneo.

I muri sono spessi e il termosifone piccolo, qualche brivido di freddo ci fa cambiar posizione sulla sedia, e argomento. Si parla dell’università, di suoi interessi e di quelli di una ventunenne che mi vive vicino, di filologia medievale, del Burchiello e di Pietro Aretino, per dire come la cultura patria sia infinitamente ricca e varia, ammirevole per il mondo. Gli parlo del libro di A. Crespi, Storia d’Italia in quindici film, che gli manderò.

Gli propongo una riflessione che lo interessa: la distinzione aristotelica del principio di giustizia, tra quella generale, quella distributiva e quella di scambio (cf. Libro V dell’Etica Nicomachea), così come rivista cristianamente da Tommaso d’Aquino nella Secunda Secundae della Summa Theologiae. Gli propongo soprattutto la giustizia di scambio, dove il principio non è tanto quello di uno scambio tra valori come nel contratto per una prestazione lavorativa o una compravendita, ma tra due verità: nel suo caso tra i crimini commessi e l’espiazione ampiamente compiuta. Discorsi in itinere, durissimi, tra ciò che si è deciso di essere facendo cose, e ciò che si è stati determinati a essere dal contesto e dalle circostanze vissute. Tra responsabilità personale e flusso degli eventi, comunque lo si intenda, neurologicamente e socialmente, nel tempo dato.

E anche della coscienza abbiamo parlato, come luogo dove si incarnano i giudizi e le scelte, dopo la riflessione e il consiglio, o forse anche senza, talora, ma sempre luogo della vita e della sua verità fragile. E pensare che la coscienza dovrebbe (potrebbe?) essere la Lex aeterna in rationali creatura, cioè la capacità di “sentire dentro” l’anima che un’azione è buona o mala, che un detto è onesto o falso, che un apprezzamento è giusto o ingiusto, e così andando. La coscienza come voce interiore che, se non è zittita dalla crudeltà e dal cinismo, indirizza e giudica le azioni umane libere, per quanto possibile.

Si aprono di nuovo per me, a ritroso, le cinque porte blindate e torno all’aria aperta, aria di pioggia fredda, marzolina. Le colline umbre spariscono tra la bassa nuvolaglia.

Torno verso Bologna nella pioggia, mi fermo in un anonimo Hotel della catena Hilton convenzionato per me da un’azienda importante ove opero, a 70 euro. Non ci tornerò, troppo “americano” e banale nella sua grandeur spocchiosa e vaniloquente. E oggi al Convento di San Domenico, il seminario di Teologia della vita umana sui valori e disvalori dei nuovi modi di vivere e condividere, sulle famiglie e sugli affetti, sulla verità dell’uomo e i suoi limiti, sulla sua fragilità e sulla sua grandezza.

Il Sorpasso e la Zanzara

Se ci chiediamo quale possa essere un film emblematico dell’Italia del secondo dopoguerra, come spiega bene Alberto Crespi (cf. Storia d’Italia in 15 film, GLF-Laterza, 2016), si potrebbe scegliere Il sorpasso, diretto da Dino Risi nel 1962, con Vittorio Gassman e Jean Louis Trintignant protagonisti. Emblematico, ma fino a un certo punto, e vedremo perché.

In una Roma ferragostana lo scenario deserto di macchine e pedoni è molto diverso da quello attuale, più caotico e forse confuso, e la campagna, allora, “cominciava prima”. Bruno Cortona (Vittorio Gassman), quarantenne forte e pigro, automobilista “di mestiere”, un po’ spaccone e donnaiolo, guida la più bella auto del tempo, una Lancia Aurelia B24 cabriolet. Sta andando in cerca di un pacchetto di sigarette e di un telefono pubblico. Incontra Roberto Mariani, studente universitario rimasto in città per preparare gli esami. Dopo la telefonata, Bruno chiede a Roberto di fargli compagnia: i due, sulla spinta dell’esuberanza e dell’invadenza di Bruno, intraprendono un viaggio in auto lungo la via Aurelia correndo forte, e vanno verso Castiglioncello sulla costa toscana. Viaggiando fanno vari incontri con parenti e familiari di “vite precedenti”. Roberto vorrebbe separarsi da Bruno, ma per varie ragioni resta con lui, quasi misurandosi con l’ignoto di un rapporto nuovo, ma vi è una tragica conclusione: durante l’ennesimo sorpasso temerario, perché l’auto si scontra con un camion e precipita in un burrone. Bruno si getta fuori dall’auto salvandosi, mentre Roberto perde la vita. Agli agenti intervenuti Bruno confesserà di non conoscere neppure il cognome del suo passeggero. (mia parafrasi dal racconto riportato su Wikipedia)

I miei dubbi sulla rappresentatività del film di “tutta” quell’Italia, è che l’Italia non era a quel tempo e non è oggi solo Roma o le altre città, ma è ancora di più contado, montagna, colline a distesa, paesini di mare su coste lunghissime e frastagliate, culture e idiomi diversissimi. Proviamo a immaginare “il sorpasso” nella Pordenone dei primi anni ’60, sarebbe improponibile. In quegli anni si stava formando la nuova classe sociale, marxianamente parlando, dei metal-mezzadri, contadini che diventavano operai alla Rex, cioè alla Zanussi, ora Electrolux. E gli esempi di questa multiforme ricchezza antropologica e socio-economica potrebbero riempire molto di più di questo breve scritto.

In conclusione, sì, Il sorpasso è certamente simbolo dell’Italia del boom economico, ma non del tutto (grazie a Dio).

Per altri aspetti della contemporaneità la trasmissione di Radio 24 La Zanzara, può essere trattata analogamente. Questa trasmissione è rappresentativa, è uno spaccato della “cultura popolare” italiana di oggi? Lo è certamente, ma se lo fosse del tutto o quasi ci sarebbe da votarsi a Dio. Specialmente nell’ultimo periodo e su argomenti particolarmente delicati o di ampio impatto come l’etica della vita umana, i costumi, le politiche sociali, la cultura popolare, la deriva terminologico-espressiva dei due conduttori è caduta a un livello talmente basso da superare ogni soglia della decenza, del buon senso e del buon gusto. Anche un certo turpiloquio può essere ammesso, se in qualche modo vigilato e posto quasi in una sorta di epochè (husserliana), tra parentesi, in meta-posizione, come un oggetto in mostra (cf. capolavoro, si fa per dire, di Piero Manzoni), ma non può diventare il basso continuo di due ore e mezza di trasmissione, il codice linguistico-espressivo, dove tutto è ammesso, concesso, permesso. Non vi sono filtri, non vi sono limiti, ultimamente si è sentita anche una bestemmia, in mezzo al dilagare della coprolalia, del genericismo assertorio, della semplificazione più biecamente pigra, dell’evitamento sistematico di ogni ragionamento degno di questo nome. Et de quo satis.

Meno male che il pur ampissimo parco di ascoltatori, tra cui io stesso con i dovuti filtri critici, non rappresenta che una parte della cultura popolare e della sensibilità estetico-morale degli Italiani. Ma fa pure sempre pensare la quantità di partecipazione al “brutto” proposto e messo in mostra da Cruciani e Parenzo, che certamente recitano parti diverse in commedia, ma forse a questo punto, non si rendono del tutto conto del superamento di limiti da considerare, non per moralismo, ma almeno, e non sarebbe poco, per senso estetico, nella sua accezione più profonda e filosofica.

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