Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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… che fare dell’ansia e di questo “benedetto” stress?

Insegnaci ad aver cura e a non curare/ insegnaci a starcene quieti”  (Thomas Stearns Eliot), si potrebbe iniziare così questa breve riflessione del grande poeta inglese su un termine oggi tanto usato e anche ab-usato.

L’ansia è come il rasoio di frate Guglielmo d’Occam, ma dannosa, solitamente non utile all’intelligenza come il metodo filosofico del francescano di Oxford. L’ansia taglia i dendriti che conducono ai neuroni depositari della memoria e danneggia lo studio e il lavoro. Lo studente ansioso fa fatica a studiare e perde le nozioni; al relatore ansioso succede la medesima cosa, così come al docente.

I manuali descrivono l’ansia come uno stato psichico dell’individuo cosciente, caratterizzato da forte apprensione, preoccupazione e anche paura. In questi casi la persona fa fatica a trovare un adattamento alla situazione e all’ambiente dove vive un’esperienza.

Chi si trova in questo stato prova a volte anche sensazioni fisiche negative come palpitazioni, dolori al petto e/o respiro corto, nausea, tremore interno, fino alle manifestazioni del panico. Può esistere come disturbo cerebrale primario, oppure può essere associata ad altri problemi medici, inclusi altri disturbi psichiatrici o conflitti interiori. Amigdala e ippocampo, che sono parti del sistema limbico pare siano molto coinvolti dalla sensazione dell’ansia, forse anche una reazione a situazioni che potrebbero risultare dannose e quindi da evitare.

Le dottrine e metodologie orientali dello yoga e del tai chi sono utili a rimediare all’ansia e allo stress, e funzionano anche come antinfiammatori. Lo stress può essere anche motivazionale, ed è lo stress buono, l’eustress (termine greco-anglo-latino), mentre il distress (etimologicamente analogo) è dannoso. E’ fuori discussione l’utilità di un certo stress (da stringo, strictus).

Si combatte l’ansia e lo stress anche con un corretto muoversi dell’inspirazione/ espirazione, confermato da decine di studi sullo stress sui sistemi immunitari, con positive conseguenze perfino a livello di DNA.

Oggi si lavora sulla cosiddetta mindfulness o consapevolezza, attenzione. Se vi è costanza in questo approccio vengono contrastati gli effetti della tensione, riduce le citochine infiammatorie e promuove i fattori positivi come il BDNF o brain derived neurotrophic factor.

Sembra anche che cantare riduca il cortisolo, ormone dello stress, e che perfino il tumore possa in qualche misura essere prevenuto e il criceto impazzito (cioè io stesso), guarito.

Un modo antico per combattere l’ansia è la riflessione, la capacità di usare la logica e la filosofia naturale e pratica, talché è possibile lavorare sugli stati ansiosi aiutando le persone ad aiutarsi, utilizzando le facoltà intellettive e il metodo dell’argomentazione. Ogni persona può trovare la strada della consapevolezza e distaccarsi da questo condizionamento psichico e morale molto pericoloso.

Parlo di questo argomento perché molto spesso vengo interrogato sul tema e non se ne parla mai troppo.

Jacques Prevert scriveva così: “Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro per dare l’esempio“.

Il racconto degli acciai inossidabili e della rosa varicosa (eh eh)

Donna Gabriella, tostissima imprenditrice furlana, mi ospita a cena con suo marito il dottor Livio, agronomo, capo di una piccola azienda metalmeccanica leader nella produzione e nella vendita worldwide di macchine agricole speciali.

Presenti sono e gradevoli anche i figli, diversamente disposti alla vita, tra lauree valorose come Eleonora e Beatrice, e una ricerca straordinaria del pensiero nel fiero Alberto, bello e riccioluto come un eroe romantico di Byron.

La cena procede e mi concedo finalmente perfino mezzo bicchiere di un potente vin rosso di Sardegna. E finalmente un primo e un secondo e crostini di formaggio pecorino spalmabile, anch’esso sardo. Racconti di esperienze differenti. Siamo lì dopo mezza giornata di colloqui e riflessioni in azienda.

Son trattato come un principe, come spesso accade nelle relazioni sincere, ai confini tra la professione e l’amicizia. La trasparenza è il collante della relazione. Bellissimo.

Parliamo dell’utilità del discorso, dell’etimologia e del rispetto della parola. Filologia e filosofia si connettono alla meccanica e all’economia, nei discorsi sul bene e sul male, sull’inesistenza metafisica del caso, il tutto corroborato da racconti, che sono il divertissement antropologico, più divertente ed efficace di ogni setting psicoterapeutico. Dostoevskij è più profondo, più vero e meno “fissato” di Freud. Racconto di quel corso di aggiornamento ai docenti da me svolto in un plesso scolastico di scuole medie inferiori e superiori dove ho proposto una sinossi tra struttura di persona  e struttura di personalità.

Fisicità, psichismo e spiritualità si connettono dicendo l’uguaglianza di ogni essere umano ad ogni altro, ipsum genusgenetica, ambiente e educazione declinano l’irriducibile differenza di ciascuno da ciascun altro, cosicché quegli insegnanti mi ringraziarono dicendo “Ora sappiamo come spiegare ai genitori che i loro pargoli hanno bisogno di essere seguiti meglio perché hanno un profitto insufficiente, pur non essendo meno dotati di altri ragazzi più volenterosi.” Alberto è attentissimo. Le due ragazze pure e Livio si diverte con Gabriella. A un certo punto lei racconta: “Pensate, una volta Livio, eravamo insieme da anni, eravamo in auto, si ferma davanti a una libreria, entra e poco dopo esce con un volume dal titolo Gli acciai inossidabili. Lo porta a casa e lo legge prioritariamente rispetto a ogni altra lettura.” Che lettura, mica un romanzo, mica piacevolezze, gli acciai inossidabili, e lo guarda. Lui traccheggia con un sorriso.

E continua a raccontare: “Ho perfino imparato l’acronimo A.I.S.I, vedendo le fatture di acquisto di acciaio, quando facevo l’impiegata nello studio commercialista, che significa American Iron and Steel Institute.

” Il mio controcanto è un racconto: “Ero direttore del personale nella più grande azienda friulana, che progetta e produce acciaierie chiavi in mano per tutto il mondo e partecipo a una riunione di ingegneri capi per parlare di selezione e di assunzioni di vari profili di personale, dopo aver trattato un argomento tecnologico che non mi riguardava. Viene fuori nella loro discussione il termine peritettico riferito a un tipo di acciaio. I colleghi ingegneri si guardano in faccia chiedendosi che cosa significasse il termine, che era -si vede- poco usato. Passa qualche secondo e dico -sommessamente- che forse può significare un acciaio che ha una cristallografia diversa nella parte esterna rispetto a quella interna. Mi guardano con occhi impietositi, visto che la mia formazione era ben diversa dalla loro. Ma uno di loro più accorto si dilegua e torna poco dopo con il dizionario tecnologico, dicendo che avevo ragione io. Mi guardano e spiego: certo che è così, infatti in greco la parola peritettico è composta dalla preposizione perì, che significa attorno come in perimetro, e da tetico, che deriva dal verbo tìthemi, cioè mettere, e infine: un qualcosa che sta tutt’intorno.”

Il potere del greco antico, padre e madre del linguaggio tecnico-scientifico in uso ancora oggi.

Alcuni secondi si silenzio e donna Gabriella -che è una narratrice nata- racconta che nessuno dei tre figli ha un tatuaggio, mentre una volte le capitò di vederne uno indimenticabile. Trovandosi in ospedale per un controllo a suo padre vede che si ricovera un signore germanico in età, in vacanza a Bibione, pieno di tatuaggi che pendevano dalla pinguedine da birra e per l’età. Lo accompagnava la moglie anch’essa non priva di tattoo, ma ve n’era uno assai curioso: su una gamba aveva tatuata una rosa di un rosso oramai sbiadito con un bel gambo che dalla caviglia si univa alla corolla del fiore: solo che il gambo era una… vena varicosa bluastra e in rilievo.

Ecco la fine dei tatuaggi, in ogni senso. Vedremo Icardi, Ibrahimovic, Materazzi, Nainggolan e molti altri tra trent’anni, se ci saremo. Non saranno bellissimi, commentiamo, e anche Alberto annuisce. Forse quei signori sono un poco stupidi.

E racconta del suo grande viaggio in New Zealand e in Nepal, e dei viaggi su pick up caricati con arnie di api, e dell’attraversamento della strada di un pinguino: “Ci siamo fermati e l’abbiamo raccolto, ma poi lui rompeva le palle e l’abbiamo buttato nell’oceano“. E ha ucciso un maiale quando lavorava in una fattoria, come me, dico, che da ragazzo ho fatto altrettanto con un fucile, perché l’attrezzo del norcino non funzionava. Riti di passaggio di diverse gioventù.

Mezzanotte suggerisce di ritirarci. Da tempo non ero a cena ospitato con tanta cordialità e amicizia, vivendo l’unica vita che ci è data, raccontandoci.

Buonanotte cari amici Gabriella, Livio, Eleonora, Alberto e Beatrice. Che Dio vi protegga.

Derelitta, la “cultura” è il “nuovo nero” o il “nuovo ispanico”, perché ha la tuta arancione dei carcerati americani, e a volte sembra messa nel “miglio verde” dei dead men walking, ma non ce la faranno le Fedeli e affini. A volte la cultura declina o si ammorba o viene addirittura odiata, come accadde ottanta anni fa con l’emanazione delle infami leggi razziste contro gli Ebrei, a firma di Mussolini e di Vittorio Emanuele III, basta ascoltare l’attuale capo del Governo, il leader absconditus… per avere un esempio del violento e vergognoso attacco

La tuta arancione, come fossi prigioniero a Guantanamo, mi si attaglia, pare, come fossi un nero o un ispanico. Caro lettore, tu ti chiederai il perché, ed è l’argomento di questo post.

Me lo ha suggerito un valoroso tecnico elettronico che ho sentito a colloquio in un’evoluta azienda friulana, nicchia di idee, ancorché poco nota, l’amico Paolo.

Oggi la tuta arancione significa che chi rispetta la cultura, se ne nutre, la considera importante, la indossa, come fosse un derelitto, un nero negli anni trenta in Alabama o un ispanico nei quaranta o cinquanta nell’Ohio. Se sai qualcosa, soprattutto in senso socratico, come spiegavo un paio di post addietro, vieni attaccato dagli ingelositi o addirittura invidiosi, che ti guardano di mal occhio. Sei un derelitto.

Oggi il sapere è negletto, ridotto a pillole twitterabili. Odio le pillole di saggezza e mi verrebbe da sputare in faccia a chi -pensando di farmi un complimento- definisce in  questo modo i miei saggi di etica generale.

La cultura è coltivazione, è fatica del dissodare un terreno, che sono i neuroni, e poi usare l’erpice per rifinire i coltivi, o i pensieri.

Sono passati ottanta anni dalle leggi infami contro gli Ebrei Italiani emanate da un re d’Italia che meriterebbe per questo lo stesso epiteto, e altri per la sua vigliaccheria mostrata con la fuga a Brindisi, lasciando l’Italia senza guida. Di quei tempi il piccolo re Savoia avrebbe meritato la fucilazione per alto tradimento della Patria, e lo dico io che son contrario alla pena di morte.

Qualche giorno fa è mancato il professore Luca Cavalli Sforza che, al contrario di re e duce ha studiato e spiegato ben altro: che non esistono le razze e che gli esseri umani sono interfecondi e hanno tutti modalità emotive e sensibilità spirituali, e pertanto sono portatori dello stesso valore.

Partendo dallo studio del moscerino Drosophila e soprattutto sui batteri, ha in seguito scoperto diverse mappe genetiche umane dai  suoi primordi evolutivi, seguendone migrazioni, contro-migrazioni, spostamenti, scambi continui, adattamenti, per concludere che tutte queste mappe conducevano a una sola sorgente antropologica, quella africana. Se tutti gli uomini derivano dallo stesso ceppo, Cavalli Sforza, con il programma Human Genome Diversity Project fece ragionare la comunità scientifica (e non solo) sull’unicità genetica e culturale di ciascun essere umano, rendendo scientificamente desueto, quando non socialmente pericoloso, l’uso del termine “razza umana”. E’ stato non solo un ricercatore di prim’ordine ma anche un divulgatore scientifico di enorme talento.

La scienza è stata da lui proposta con rigore e umiltà, la stessa scienza che oggi spesso è negletta, la stessa scienza di Levi Montalcini, Renato Dulbecco e Antonio Damasio, per tacer di altri valorosi. Una scienza rigorosa e democratica insieme, quella di cui i dimaio di turno non sanno che farsene.

E vada per un fuoricorso, come il viceprimoministroeministrodellosviluppoeconomicooedellavoro, auff, respiro, ma anche Conte, il premier invisibile, che una laurea ce l’ha, magari non illuminata da tutti i master millantati nel falso curriculum vitae di presentazione, anche lui, in odio -chissà fors’anche involontario-  al sapere o per insipienza oggi ha detto un’enorme sciocchezza, evitando di dire ciò che era necessario dire.

In odio al sapere o per insipienza.

La sciocchezza: intervistato da non-so-chi si è sperticato in lodi inusitate a dimaio, che non ha alcun merito, per la stipula dell’accordo Ilva, dimenticandosi di citare sindacati e impresa, che sono stati e sono i veri protagonisti, poveretto lui, non sa come funzionano le cose, l’avvocato degli italiani, ma va.

In odio al sapere o per insipienza.

 

Dicon sempre “questo paese”… e mai “l’Italia”, ché si vede -come nome- gli fa schifo

Ascolto con ben poco piacere le voci diversamente rauche da fumatrici di Anna Maria Furlan e Susanna Camusso, que hablan dei maximi sistemi, con competenze approssimative e discorsi che, si sente lontano un milio, son redatti da ghost writer trentenni, laureati, a differenza di lor due, anche se una laurea non è sinonimo di cultura, ma una sua assenza, salvo rare eccezioni (Giuseppe Di Vittorio e Pierre Carniti e qualcun altro di quell’ambiente) può mettere a repentaglio un sapere che deve intendersi sotteso, se si azzardano certi discorsi analitici o con qualche parvenza di epistemologia disciplinare. Non cito neanche il terzo pittoresco frequentatore della Uil’s University (ah ah ah!), che non so dove sia, né se esista veramente, se non nella spiritata e non spiritosa metafora dell’adombrato signore. Il fatto è che i discorsi costruiti puzzano di falso a un orecchio a malapena esercitato.

Quando le sento parlare, sempre con toni di saccenza e spesso accusatori verso interlocutori che dovrebbero imparare tutto o quasi da loro, mi capita di far spesso  una sorta di analisi strutturalista del discorso stesso. Ad esempio, ascoltando stamane Furlan al convegno di Area Dem, ho registrato il verbo “immaginare” per sei volte nei primi quattro minuti di parlato. La parola “lavoro” è stata da lei proferita almeno venti volte nei primi dieci minuti di parlato. Troppo, vero? Queste non conoscono i sinonimi di cui abbonda la lingua di “questo paese”, cioè l’Italiano. E neppure i loro ghost writer, parmi, desolatamente.

Non sanno dire “l’Italia” o non vogliono pronunziare il bel nome di Patria nostra? A volte usano la preposizione semplice “in” per sostenere un aggettivo determinativo, cioè “questo”, cui segue inesorabilmente “paese”. Meglio -e alquanto più onesto (ma lor nol sanno)-  sarebbe utilizzassero l’aggettivo desueto, ottocentesco, “codesto”, per distanziare ancor di più il loro sentiment dall’Italia, come concetto e lemma linguistico, valore etico e storico-politico, e perfin suono.  A volte hanno in uso l’articolo determinativo “il” per sostenere il termine “paese”, generica traduzione di country o di land, come a dire più o meno regione. Gli pesa o gli fa schifo citare il nome proprio della nostra terra, l’Italia? Vorrei vedere se magari gli piacerebbe di più Enotria o Trinacria o … qualche altro nome arcaico. Mi hanno da tempo stancato queste due fumatrici dall’eloquio ovvio, così come innumeri politici e giornalisti pigrerrimi. E i titolisti dell’ovvio.

Non pretendo dicano “la nostra Patria”, perché il loro generico sinistrismo linguistico le ha indefettibilmente portate a censurare il nome della terra dei padri, ma Italia potrebbe stare nel loro lessico. Oppure ora si deve abolire ogni cenno al nome perché Salvini ha coniato il furbo (e nulla più) slogan “prima gli Italiani”?

Se così fosse, miseria! Miseria nera.

Che fare dunque? Una battaglia, quasi come per il congiuntivo, attaccato da tutte le parti, e non per cattiva volontà, ma per pigra ignoranza o pigrizia ignorante, che son quasi sinonimi. Mi meraviglia il fatto che anche seriosi glotto-linguisti, di cui qui non faccio nomi, poiché spero in una loro resipiscenza, son spesso indulgenti nei confronti di chi usa l’indicativo in luogo del congiuntivo nelle frasi che lo richiedono per dar respiro al concetto e all’intenzione dell’agente. Danno ragione di tale indulgenza spiegando la dinamicità delle lingue, la loro quasi motilità storica, dicendo a volte: “Ma noi non parliamo mica l’italiano di Dante e Boccaccio, del Petrarca e di Machiavelli, e neppure di Leopardi, né quello di Giovanni Pascoli o del Vate D’Annunzio“. Non mi sembra una ragion sufficiente, direbbe il grande Leibniz.

E così non parmi accettabile senza lottare questa negligenza nel dire “l’Italia”, quando si cita questa terra benedetta -se vogliamo- dalla sorte, dalla deriva dei continenti che l’ha fatta così com’è, in medio aequoris Mediterranei.

Non accetterò mai, finché forza vitale avrò, né mi arrenderò non combattendo per questo fine. Ho scritto perfino al presidente Mattarella, al capo del governo e al segretario del mio partito, non ai due vice, troppo scarsi per capire il tema posto, e solo il più alto in grado mi ha risposto con garbo, tenendone anche conto nel suo dire successivo. Ecco che serve l’umile battaglia di ciascun di noi, se il fine è buono e la ragione è commessa con la natura delle cose (cf. G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, 1820/ 21), come un intarsio artistico, come l’arredo dello studiolo del Signor duca Federigo di Montefeltro, nella splendida Urbino.

Ogni mattina ventisette milioni di italiani si alzano e vanno al lavoro, ventiquattro nei settori privati e tre nel pubblico impiego, otto milioni di bimbi, ragazzi e giovani a scuola e all’università e forse una ventina di milioni di donne fanno i lavori di casa lavorando anche fuori sotto padrone o sotto lo stato o in autonomia, ma un pezzo di Italia è malato

Caro lettor del sabato.

forse non sai ma a me piace molto il lunedì, che dopo il sabato per me è -leopardianamente- il più gradito.

Ripeto il titolo: ogni mattina ventisette milioni di italiani si alzano e vanno al lavoro, ventiquattro nei settori privati e tre nel pubblico impiego, e sette milioni di giovani a scuola e all’università, e forse una ventina di milioni di donne fanno i lavori di casa lavorando anche fuori sotto padrone o sotto lo stato o in autonomia, e questa è l’Italia di cui essere orgogliosi, ma un pezzo di Italia è malato, quello della politica di governo e anche dell’opposizione. Non praticando quegli ambienti, non conosco nei suoi dettagli la gravità della malattia, che appartiene alla sociologia, alla politologia e alla psicologia sociale, ma vivo nel mondo e tra la gente, in parte purtroppo portatrice non sana della stessa malattia, e quindi ho sufficienti conoscenze per poterne parlare con cognizione di causa.

Un esempio: il caso Ilva/ Di Maio. il “ministro” la sta gestendo come un dilettante analfabeta di ogni sapere legato alle normative della contrattualistica civile e di quella sindacale. Non può saperne nulla perché non ha studiato né praticato questi ambiti disciplinari, eppure detta la linea, facendo di volta in volta inorridire o spaventare i suoi interlocutori, sindacali e industriali, non so da chi necessariamente “imboccato”. Mi verrebbe voglia di andare giù e dirgli “lascia fare, ragazzo“. Non mi lascerebbero neanche avvicinare al ragazzo-ministro, che gli Italiani si sono improvvidamente dati. Ma così è, in assenza di una opposizione degna di questo nome e meritevole di sostituire i vincenti attuali. Se in azienda, nelle aziende italiane, funzionasse così come sta andando sul “caso Ilva”, molto rapidamente i milioni di lavoratori sopra citati resterebbero senza lavoro, perché in azienda funzionano una razionalità organizzativa nonché pesi e contrappesi tali da scongiurare il rischio che un padrone pazzoide possa mettere a repentaglio l’intera struttura economica e produttiva.

Un altro esempio: la faccenda migranti/ Salvini. Non è in discussione la complessità del tema, il suo essere problema globale che attiene più o meno i vari continenti e tutte le nazioni del mondo, per cui è corretto il pensiero di creare le condizioni di vita in modo equilibrato sull’intero pianeta, ovvero di far vivere razionalmente i collegamenti e le filiere economico-produttive atte a dare a tutti gli umani il necessario per vivere. Preoccupa e indigna -di contro- il suo modo di fare il ministro, la sua sbruffonaggine bulla, il suo vitalismo sfrenato, la sua spudoratezza nell’impadronirsi di simboli popolari o religiosi -mostrando un grave spregio del buon gusto oltre che del buon senso, come tra altri, la corona del Rosario della Madonna, il Vangelo, la maglietta t-shirt degli alpini- il suo modo sprezzante di relazionarsi, la sua incapacità di dialogo razionale, il suo uso violento dei social media, la sua arroganza proterva, la sua prepotenza espressiva, ec. ec., scriverebbe il grande poeta di Recanati, e scrivo io, un poco dolorosamente. Mi vergogno come italiano di avere al potere in Italia ministri come Di Maio, Salvini, Toninelli (che pena!).

Fossi nelle condizioni proverei a spiegare agli Italiani che le grandi “derive” e movimenti dei popoli sono irrefrenabili, e che bisogna analizzarle e gestirle con una visione alta, pre-vidente, complessiva, e che intanto son da soccorrere i disgraziati che non possono, non riescono a fare questi discorsi complicati. Non condivido un “et” delle semplificazioni di cui è divulgatore un dottore Gino Strada, che ha tanto veleno dentro da farlo uscire senza requie, così come il furbissimo “scrittore” di racconti Saviano, ma le persone in difficoltà vanno aiutate e non mai utilizzate per proprie convenienze partitico-elettorali. In questo senso il cinismo di Salvini è inescusabile.

Ora ci stiamo aspettando anche la valutazione ottobrina di Moody’s and company, che servirà ad aumentare il nostro credito internazionale. E pensare che l’Italia resta la settima nazione del mondo per economia e industria, la seconda d’Europa, e la prima per il manifatturiero metalmeccanico di precisione. Economia reale, alla faccia dell’incompetente Di Maio e accoliti. E quello che il ministro testé citato racconta del bilancio a saldo tra contributi italiani all’UE e somme restituite per obiettivi precisi di sviluppo? Lui parla di venti miliardi all’anno, mentre in realtà sono due e mezzo. E’ un falsario.

E poi abbiamo la situazione ambientale e infrastrutturale italiana, priorità assoluta, e non perché è crollato il ponte Morandi a Genova.

E poi ancora la crisi cognitiva e intellettuale, il rischio (per il momento scongiurato) di avere ministri dell’istruzione come la signora Fedeli (che Iddio ne scampi e liberi!), e la connessa crisi etica. Batto su questo e mi batterò finché ne sarò in grado. Confido per non poco tempo.

…un partito e un’area politica inesistenti

il PD, il Partito Democratico, voluto dall’ancor oggi più intelligente tra i suoi dirigenti, Walter Veltroni. E non sono masochista, anche se potrei sembrarlo, oh caro lettor, perché a quel partito sono iscritto.

Se ne sono andati “a sinistra”, un pochi dal PD e alcuni restando lì dov’erano come già facenti parte di qualche cespuglio di malpancisti congeniti, personaggi come l’immarcescibile D’Alema, non simpaticissimo ma abile, politico di mestiere e di vocazione, incazzato con Renzi perché questi, nel momento del potere, non lo ha indicato al posto di ologramma-Mogherini al ruolo pomposo e inesistente di “Alto (oooh Dio!) Rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri”; D’Alema, allievino di Togliatti, pioniere del PCI vs PCUS, successore di Berlinguere e Occhetto; come Bersani, simpatico (sempre meno, però, ché dalla pizza che con lui avrei gustato finché tentava di far politica, ora son rimasto a un misero e faticoso stuzzichino e un sangiovese, proprio per mandarlo giù) mestierante emiliano del vecchio e glorioso Partitone, che rimpiango pur avendolo non poco avversato anche se sempre io da quei dirigenti stimato; come Speranza, nato vissuto e riciclato all’ombra dei due padri nobili, di suo poco più che un nome e un cognome di grande potenza evocativa, e spero che la virtù appassionata di “speranza” lo adiuvi, anzichenò; come Boldrini, impiegata dell’Onu dal sorriso enigmatico a nascondere il nulla propositivo e dialettico la qual, talora, osa perfin un dire incazzato o perlomen serioso, e bùm; come Pietro Grasso, analfabeta totale della politica; come Fratoianni, prosecutor del vendolismo, un altro “bellu guaglione”, direbbe Prodi echeggiando il suo pensiero il giovin Rutelli, altro fatto-de-Roma e di poc’altro, ché è meglio Totti Francesco alla grandissima, e null’altro (aggiungo io, sempre sul morettin stroppiciatello); come Prodi stesso, democristo sopravvalutato tutta la vita, dai tempi di Andreotti e dell’Iri; e per finir Enrico Rossi di Toscana, come pochi, anche nell’esiguo contesto del partitino, vanaglorioso e di  superbia intriso.

Veniam ora al PD e ai suoi poco commendevoli profili: Serracchiani, su cui non ho qui più parole, già dette e scritte troppe, e non lusinghiere, come dire flatus vocis nullius; forlaniana in todo, e come il glorioso leader (???) marchigiano, capace di parlare di tutto dicendo nulla (a un tal che interrogava il prode Arnaldo dicendogli “… ma Presidente, lei sta parlando da venti minuti e non ha detto praticamente niente“, egli rispose ironico “e pensi che potrei andare avanti per ore“), appunto; Marcucci, presidente dei senatori, olà, dal baffo quasi flamencato e l’eloquio aggressivo da che pppaura, ma dai! E Renzi? Ha avuto la fortuna di nascer nei dintorni di Florentia e quella di dissipare ben presto il suo talento bolsamente incompleto: è il principale distruttore del Partito Democratico voluto dal Walter romano e da qualche milioni di Taliani; Orfini: echeggiando il mito resta un’incompiuta delicata e un pochin malmostosa; Martina: la barba non gli dona granché, ma forse serve a fornire una vagula credibilità al ruolo; Lotti, la precoce alopecia frontale; Guerini: la barba grigiastra lo ha sollevato, ma solo un pochino; Rosato: un apparente participio passato, usurpa il cognome di un grande stopper milanista di decenni fa, il prode Roberto, coetaneo di Gianni Rivera (un sommo dentro un elenco di nani); Boschi: a volte va bene da guardare anche se la noia ti sorprende immantinente, e chi l’avrebbe mai detto? Delrio: non oso criticare un buon medico e padre di ben nove pargoletti, mi par, ma forse potrebbe sorridere un poco e dir meno volte “paese”, in luogo di Italia, come quasi tutti abitualmente fanno; Calenda: neanche arrivato e già vuol distrugger tutto.

Disaster disharmonia mundi! Nostalgia perfin di Galloni e Mastella, nonché di Signorile e Bufalini; non parliamo poi di Moro, Berlinguer, Craxi e Martelli… ci fossero ancora, ché questi non sanno nemmen fare opposizione al governo pazzoide che ci governa. Un deliquio della politica.

Poi a livello locale Dio ne scampi, ché i potentati (si fa peddire) son impauriti anche dell’ombra proppia chepperò non hanno, perché evanescenti.

Non sono come Calenda e non chiedo nulla, solo mi chiedo: c’è qualchedun che vuole sedersi a ragionare di un socialismo democratico, semplice e culto? Avverto subito che non son militante, al fin di non rischiare mai la deriva militonta, ché la soglia critica mai vien meno, Deo gratias.

Azioni “disumane” “dell’uomo”

Caro lettore,

sedici morti ammazzati ammassati su vetusti furgoni appesi a qualche cordame per strada di ritorno dal bestiale lavoro a tre euro l’ora. Sedici ragazzi giovani dell’Africa, facili prede di orrendi profittatori. Non ci son scuse o ragioni, se non la bestialitas dei caporali e dei loro accoliti.

Da decenni si parla di questa tratta di forze umane nel meridione italiano e ora non solo: non so che cosa abbiano fatto i sindacati eredi del grande compagno Di Vittorio, che cosa gli ispettori del lavoro, che cosa i politici eletti in loco, che cosa le associazioni d’impresa, che cosa qualsiasi altro soggetto umano a conoscenza dello sfruttamento sette/ ottocentesco di decine di migliaia di giovani di pelle scura, alloggiati alla canina via, bastonati e sfruttati con ritmi di lavoro e paghe indonesiane. Che cosa? Dove erano, dove sono? Che cosa fano dalla mattina alla sera? Congressi? Riunioni di lavoro? Piani di intervento a tavolino? Multe? Non so.

Nel titolo ho scritto “azioni disumane dell’uomo”: forse che, mio gentile lettore, trovi una qualche contraddizione nel titolo stesso? Vediamo: azioni (sostantivo-soggetto), disumane (attributo del sostantivo-soggetto), dell’uomo (genitivo, complemento di specificazione del sostantivo-soggetto). A prima vista vi è una ripetizione, perché l’attributo di “azioni”, cioè disumane, in qualche modo si giustappone al complemento di specificazione “dell’uomo”. E dunque, le azioni sono disumane, epperò sono-dell’uomo, cioè l’uomo è capace di azioni disumane, là dove l’attributo ha valenza morale e rilevanza etica. L’uomo fa il male, perché è intriso di male nella sua propria anima.

Svelo l’arcano linguistico-filosofico, per dire: Tommaso d’Aquino distingueva tra le azioni “umane”, e quindi anche tra quelle “disumane”, e le azioni dell’uomo, per chiarire bene che l’uomo, animal rationale, secondo il Philosophus Aristoteles (così Tommaso lo chiama nella Summa Theologiae) è capace di azioni buone, cioè umane: ed eccoci, vale a dire degne del suo essere animale razionale e quindi capace di conveniente bontà, e anche -di contro- di azioni malvage, vale a dire di azioni intrise di malevolenza, mancanza di rispetto, di solidarietà, di fratellanza, fino alla violenza e all’omicidio dell’altro, se tale atto  potrà essere di convenienza propria.

I neuro-scienziati tendenzialmente materialisti odierni, un po’ alla Damasio, considerano l’evoluzione un tutt’uno dai batteri di cento milioni di anni fa al sapiens di ottantamila anni fa, quello della rivoluzione cognitiva. Può darsi abbiano ragione sotto un certo profilo, ma non bastano le loro ragioni razionalistiche: occorre un pensiero più capace di accedere, almeno a tentare di accedere, alla stupefacente complessità psico-fisica dell’essere umano, cioè alle sue manifestazioni spirituali. cioè psico-morali .

E dunque, lasciando perdere qui le dimensioni giuridico-contrattuali e politico-amministrative dei casi sopra citati, appunto, e mantenendoci a un livello più generalmente antropologico, che cosa dobbiamo fare di e con quei “caporali”, dopo averli individuati e debitamente puniti secondo il nostro civile ordinamento penale? Dobbiamo credere che sono degli umani capaci di resipiscenza, di pentimento e di redenzione? Non ho rispose facili. Totò Riina fino all’ultimo ha minacciato forze dell’ordine e magistratura, ritenendosi al di sopra di ogni morale e di ogni ordinamento, e questi signori, questi uo-mi-ni di che pasta sono fatti?

Innanzitutto mi metto in ascolto della politica che comanda ora, i due partitoni che a sentir loro non sbagliano mai, che in realtà ereditano e debbono rimediare a errori altrui, dei predecessori, delle opposizioni (e mi chiedo, quali opposizioni?). Non sono letteralmente in grado di profferir verbo che abbia un qualche senso analitico e programmatico-operativo. Meno male che c’è la Polizia, i Carabinieri, la Guardia di finanza, qualche prete e la Caritas. Per il resto sguardi attoniti e parole vuote in libertà, come quelle, le solite, arroganti e distruttive, del Ministro dell’Interno o del prezzemolino-saviano.

Personalmente son convinto che le energie e le forze ci sono, ci sarebbero, solo che chi le guida, a partire dalla politica, sapesse lavorare. Il fatto è che questa classe politica cui gli Italiani hanno demandato la responsabilità di governo, NON SA LAVORARE.

Quando io incontro un giovane laureato, anche in ingegneria, in un colloquio di selezione, spesso lo spiazzo con la domanda: “scusi, lei sa lavorare?” la domanda è insidiosissima, perché se si si tratta di un giovane può suonare come una presa per il sedere, ma se si tratta di un senior di più di quaranta anni può suonare addirittura umiliante. Eppure io continuo a fare questa strana domanda, i cui esiti psico-dialogici recupero immediatamente dopo spiegando che è un modo per entrare in medias res e condividere che ogni azienda, ogni luogo di lavoro, richiede una ri-partenza mentale, un nuovo approccio, umiltà, capacità di ascolto e di mettersi in discussione, anche se la persona,  il candidato possiede ottimi titoli e una buona esperienza pregressa. Le persone più vispe mi rispondono quasi subito, dopo un legittimo attimo di smarrimento: “beh, non conosco questa azienda e pertanto all’inizio devo imparare“, e queste sono le persone che accettano anche di ripartire da un inquadramento più modesto e da una RAL (Retribuzione Annua Lorda) calmierata rispetto alla precedente. Allora si prosegue e si arriva spesso all’inserimento del perito meccanico trentacinquenne, dell’ingegnere quarantacinquenne, e si va avanti.

Questi signori e signore entrano e imparano (re-imparano) a lavorare e crescono e, dopo un periodo nel quale sono state un puro costo per l’impresa, diventano parte di una struttura che fa guadagnare e quindi creare le condizioni ineludibili per crescere insieme, reinvestire e assumere ancora persone.

I politici di cui sopra NON CONOSCONO LE COSE DI CUI SI OCCUPANO, NON SANNO LAVORARE E PRETENDONO DI INSEGNARE. Questa è la ragion principale dei fatti di cui a questo post.

Non so più farlo, né lo voglio fare, di perorare ancora umiltà e buona volontà, se non per riflettere ancora una volta con i miei gentili lettori, che non si può non partire che dalla conoscenza, dallo studio, dalla ricerca, dalla costruzione di una capacità progettuale della politica e della pubblica amministrazione, a partire dalla scuola, che deve dare gli strumenti per un’inculturazione generale all’umano. Inculturazione non acculturazione, cioè crescita della consapevolezza di essere-umani. Anche i caporali, a questo punto, potranno svestire la maschera ambigua della violenza e del ricatto e si potranno mettere creaturalmente in gioco con tutti gli altri, anche con i neri vilipesi e offesi.

Qui Italia: le proiezioni elettorali danno un 62% suddiviso più o meno a metà tra Lega e MS5 dell’elettorato attivo… ma che sta succedendo?

Nella scherma, nel tennis, nel golf italiani e italiane che vincono, mentre Marchionne cede alla frenesia della sua vita (frenesia che conosco bene, autobiograficamente) e il 62% dell’elettorato attivo è diviso tra Grillo e Salvini… ma che sta succedendo? Dove si sta andando? E il mago Casaleggio jr. pontifica dicendo che tra qualche anno il Parlamento sarà inutile, ma chi è costui per permettersi di dire cose del genere, peraltro ripreso idiotamente da tutti i media quasi con fare  compunto. Oooh Casaleggio dice, afferma, con la sua flemma che… e che… Ma che autorità scientifica! Ma che autorevolezza carismatica! Ma siamo impazziti? Allora io, che di studi ne posso attestare forse dieci volte tanto il citato guru affermo e dico che il papa è un ologramma e allora: Pilutti ha detto che… oooh, ma quarda che genio. Da nessuna parte ho trovato indizi degli studi di Casaleggio jr. forse è perito elettronico come suo padre, o “laureato” a Scutari o a Valona, più o meno come Renzo Bossi. Chissà? Non che sia necessaria una laurea per poter parlare, ma per parlare decentemente di un argomento occorre essere versati su e studiosi di quell’argomento. Io non parlo di medicina nucleare, ma se sento un ingegnere o un chicchessia che conciona sul cristianesimo antico, di gestione delle risorse umane o di filosofia morale, impedendomi di interloquire, appena posso lo sbeffeggio. Viviamo tempi in cui i matematici fanno i teologi, come Odifreddi, e i periti industriali fanno i cultori di materie storiche, come Lucarelli.

Sconcertatissimi gli statistici sociologi esperti alla Weber, Ghisleri, Diamanti e compagnia, nessuno sa dire alcunché e neppur io, vergognandomene come un cane. Crisi cognitiva dell’elettorato italiano, o decisione alla “pollice verso” per tutta la vecchia politica, in ogni caso, da Forza Italia al PD, opposizione non ce n’è. A sinistra, senza perdere tempo con il partitino sberleffo Leu, l’imperversar di Renzi è il pre-deprofundis per il partito che voleva essere quello democratico, il resto è assenza assoluta di carisma e idee, a parte il solitario dignitosissimo Minniti, ché anche Calenda la fa spesso fuori dal vaso. Forza Italia è in mano a un signore dignitoso come Tajani e a due belle donne (specifico: Bernini e Carfagna, non altre), in stato di a-morfità, cioè senza forma politica.

I sindacati sono in mano a gruppi dirigenti obsoleti, salvo eccezioni molto rare. Vivacchiano di vecchie convenzioni e parlano un linguaggio inadeguato e stantio. Incomprensibile ai giovani, specie se culti e studiosi. E questo è un paradosso: chi dovrebbe in qualche modo essere più attento alle loro riflessioni e proposte politiche, ne è più distante. Dicevo: questione di asimmetria dei linguaggi, e non è poco. I sindacalisti parlano per codici stagionati e clichès di analisi socio-politica figli degli anni ’80, gli anni degli ultimi fuochi, per modo di dire.

Quando sento Sergio Cofferati, gran campione di immotivata autoreferenzialità, dare un giudizio tranchant su Marchionne circa i piani industriali da questi impostati nel tempo, che non sarebbe stato in grado di redigere per il meglio, je suis desole’, e gli direi solo questo: “Marchionne ha trovato la Fiat sull’orlo del default e, non solo è stato in grado di rilanciarla, ma ha colto l’occasione, complice positivo il presidente Obama, per creare con Chrisler il gruppo FCA, il settimo gruppo dell’automotive worldwide. Caro Cofferati, averne di manager che sbagliano così tanto, come Marchionne!” Per dirne una, e che basti.

A seguire poi troviamo la congerie di funzionari e operatori a tutti i livelli confederali e categoriali, territoriali e regionali, nazionali ed  extranazionali, ché si sono ritagliati, alcuni di loro più furbi, anche spazi a Bruxelles. Indispensabili… faccio per dire.

Tornando al personale politico, purtroppo di male in peggio, ma non voglio intristirmi e intristire il mio gentile lettore. Quando li senti concionare in Parlamento come avversari politici, mai che i toni siano, appunto, da persone che la pensano diversamente su un tema ma che cercano di capirsi reciprocamente, perché i toni stessi sono da comizio, da campagna elettorale permanente, là dove l’avversario non si connota più come tale, bensì come nemico giurato. L’altro, proprio perché è l’altro o in quanto è l’altro sbaglia sempre. E non è così, come anche l’inclito e il bambino ben sanno. Il vero e il falso, la verità e la menzogna delle cose e dei fatti si declinano su un terreno cognitivo e filosofico ben diversi dalle asserzioni apodittiche dei comizianti.

Si pensi, a mo’ di esempio, solo al poverissimo dibattito in corso sul cosiddetto “decreto dignità”. Si può evincere dalle varie prese di posizione qualche chiarezza espositiva o maggiormente illuminante sul decisivo tema? Neanche per idea: ogni aggiunta al dibattito è desolante per pochezza di argomentazioni e, per mantenere la sanità mentale…

me ne sto leggendo lo Zibaldone di pensieri, del conte Giacomo da Recanati, nel tardo pomeriggio estivo di fine luglio, mirando gli ampi tornanti dell’Aspin, del Tourmalet e dell’Aubisque. Lascio al mio gentil lettore intuire dove lo spirito mi porti.

epinicio quotidiano

Chi  non è a digiuno di studi classici sa che cosa è un epinicio, un canto di vittoria, traslitterazione della parola greca composta dalla preposizione epì, cioè intorno a, e nìke, cioè vittoria. Caro lettor mio, approfitto per dirti che la pronunzia del nome dell’importante ditta di calzature “nike”, è da mantenere come è scritto, in quanto parola greca, non all’inglese “naik” o addirittura “naiki”.

Il testo di questo canto poteva essere anche di un autore famoso, di un poeta, di un Bacchilide o di un Pindaro, che ne scrisse oltre quaranta, per cantare i vincitori delle Olimpiadi.

Nell’epinicio si descriveva l’atleta, si proponeva una biografia brevissima con cenni ai suoi ascendenti e allusioni mitologiche. Infine l’autore non dimenticava la parte etico-pedagogica che le gesta dell’atleta sottintendevano, in una strutture composta da strofe, antistrofi ed epodi.

L’epinicio è un cantare l’evento, la meraviglia della forza, il coraggio del vincitore e sembrerebbe difficilmente riferibile alla vita quotidiana. Ma forse è bene approfondire la riflessione. Lo farò anche con l’aiuto di un caro amico, pensatore umile e profondo, il professor Stefano Zampieri.

Chi è l’atleta di cui qui desidero parlare? Chi mi vuol bene sa che sono in ascesi anacoretica da qualche giorno, chi mi vuol bene, beninteso, lo sa. Ebbene ne sono uscito, e ora quasi quasi mi dedico un epinicio, senza l’illusione che sia un canto di vittoria olimpico, ma un canto razionale di rinascita, etimologia che mi si confà.

Senza iattanza e vanagloria, ma con il sommesso orgoglio di aver continuato ad essere me stesso. Come si sa ogni canto celebrativo rischia la retorica corriva e annoiante, per cui mi premurerò di non cadere nell’inganno dell’autocelebrazione. Si è quel che si è per un intreccio di numerosissime concause regolate, si fa per dire, dal principio di complessità, su cui si sta affaticando da tempo Alberto Felice De Toni con lavori pregevoli.

Lo stato delle cose è sempre provvisorio, continuamente alla ricerca di un’omeostasi, cioè di un equilibrio il meno precario possibile. Parlo della salute di ciascuno di noi, di una struttura organizzata come un’azienda, di una classe scolastica, di un reparto sanitario o militare in missione. Le variabili e le sorprese possibili sono incommensurabili e sorprendenti. Le causali, le origini, le sorgenti di ogni stato di cose sono numerosissime e interconnesse, a volte difficili anche da leggere e da dipanare. Giocano la partita i comportamenti del singolo, di chi gli sta attorno, delle circostanze e degli eventi che variano il menù della quotidianità.

Molto bello su questo tema il volumetto del mio amico Stefano Zampieri, filosofo veneziano, Per una filosofia della vita quotidiana, edito da Diogene. Zampieri connette in maniera lucidissima la dimensione del quotidiano e quella degli eventi che a volte scombinano il quotidiano stesso, sul quale si ha da avere uno sguardo filosofico, cioè analitico, ma anche logico-analogico. Ragione e sentimento, per parafrasare Jane Austen, non possono non stare-insieme, perché appartengono al quotidiano di ciascuno di noi. Tutto è autentico nella vita quotidiana, dove la routine è letteralmente rotta dall’inaspettato e sorprendente evento (ereignis), cosicché non dobbiamo temerla perché svilente o annoiante. In Zampieri si osserva una qualche nota critica nei confronti dell’Heidegger di Essere e Tempo, là dove il pensatore tedesco critica la vita inautentica. Si può convenire con Stefano che può darsi una vita inautentica in ogni tempo storico umano, ad esempio nel consumismo contemporaneo, ma non nel quotidiano vissuto con sincerità e apertura al mondo.

Può anche darsi che la noia della vita quotidiana ne sveli in qualche modo l’assurdità, ma la soluzione non è la ricerca romantica o dannunziana della vita eroica, unica, meravigliosa, bensì l’accoglimento della normalità del buon senso, che rinforza creando le condizioni spirituali per accettare l’evento, l’eccezionalità, sia come sia: crescita professionale inaspettata, una malattia, un amore… ecco sembra incredibile accostare la malattia e l’amore, ma ci sta, come evento, come cesura, come discontinuità impegnativa e veritativa. Pertanto, occorre essere pronti (è l’estote parati evangelico, Matteo 24, 44), scegliendo una filosofia del quotidiano, capace di tenere insieme la routine e l’evento, con sapienza e paziente umiltà (aggiungo io) creaturale.

Una lettura eccellente per me, cui dedico un epinicio senza alcuna sicumera, in uscita da un’esperienza durissima e con la speranza di una quotidianità ritrovata e serena.

I pasticcioni

Non solo tra destra e sinistra classiche  e tradizionali, pur se variamente declinate, ma anche tra modello liberal-democratico e populismo sovranista s’han da considerare discrimini per la politica europea e mondiale, vista la presenza pesantissima dell’imprevedibile Trump, di cui paradossalmente apprezzo perfino, e nulla più, la capacità tutta animalesca di chiamare le cose con il loro nome. Certamente ha modi di fare da pasticcione, da mercante in fiera, ma riesce a smascherare l’ipocrisia di molte inerzie e di molte anime belle dell’Europa.

Vengo all’Italia: provo sincera pena nell’ascoltare Di Maio che riaccoglie i voucher nel cosiddetto decreto “dignità”, dopo aver spergiurato che avrebbe eretto un muro di cemento contro ogni proposta di modifica del testo originario. Questo significa due cose: a) che il M5S non è ancora riuscito a distinguere tra ciò che si può promettere in campagna elettorale e ciò che si può realizzare dopo nella concretezza dell’agire di governo; b) che sono incompetenti. Infatti affermare che il “dignità” avrebbe spento il Jobs act significa non avere letto o comunque non aver capito il Jobs act, ma questo non è la cosa più grave, ché la più grave è che non hanno alba di come funziona un’organizzazione aziendale e la gestione del personale; non conoscono la differenza concettuale  e fattuale radicale tra precarietà e flessibilità. Ridurre da trentasei a dodici mesi la possibilità di accendere contratti a termine paradossalmente ha effetti negativi per l’occupazione, non il contrario, così come l’enfasi sulla reintroduzione delle motivazioni del contratto a termine.

Questi homines novi non sanno che nel modo di lavorate odierno, quello del just in time, l’importante è che il lavoratore entri in azienda, oserei dire non importa come. Nessuna azienda si libera di un dipendente se questi è bravo, costante, umile, proattivo. La migliore difesa dell’occupazione è, appunto, il patto di crescita tra azienda e collaboratore. Questo funziona, non ulteriori vincoli contrattuali. Non so se questi non ascoltano o non hanno nessuno che glielo spiega.

Un altro esempio è il sindaco grillino di Roma: quanti errori, quanti fraintendimenti, quanti qui pro quo, quanti disastri nella scelta di collaboratori! Fascicoli giudiziari a iosa, e per il capo del personale, e per il direttore generale, lei non sa mai niente, sbagliano sempre gli altri. Dopo Ignazio Marino un altro deliquio.

Si evince la lettura della situazione individuando altri pasticcioni matricolati in politici vari, dalle ragioni che adducono, sempre generiche, mai tecnicamente chiare, come la Gelmini che parla noiosamente come un libro stampato e come il PD sconnesso che borbotta con millevoci e LEU, acronimo di pochi di loro che non si sono accorti di vivere ormai nel Truman Show delle loro illusioni, solo che niun di loro ha la genialità di Jim Carrey, nemmeno alla lontana. Mi fa specie vedere Bersani con la Boldrina e Fratoianni, lui che avrebbe fatto il Jobs act dieci o dodici anni fa, in una delle sue lenzuolate. Invecchiare malucci.

Salvini continua a imperversare con il suo linguaggio greve, le sue decisioni estemporanee, costituzionalmente pressapochiste, e noiosamente ripetitivo, come quando conclude le sue arroganti cantilene con l’espressione “Lo dico da ministro, da vicepresidente del consiglio e da papà“. Machissenefrega se lo dice anche da papà.

E l’intelligentissimo Rosato che insinua si sia fatta la norma che ha sistemato i vitalizi in modo tale da farla impugnar legalmente da decine di scontenti non più privilegiati.

E Macron-micron, vittima del suo cognome vanaglorioso, Orban e Seehofer supposti amici dell’Italia, ma lo son solo di Matteo Salvini, che qui sì è un cittadino qualsiasi. E coloro che si affannano a chiedersi se il decreto “dignità” sia di sinistra o meno. Parbleu, sai che bella scoperta? Gli direi: a che punto della scrittura o della ri-scrittura del testo?

E Trump, che suona la trombetta ogni giorno sul web, definendosi genio e prendendo per i fondelli tutti quelli che incontra o sta per incontrare.

Potrei continuare ad libitum, senza trascurar di affermare che pasticcioni ve ne sono ovunque, con responsabilità più o meno grandi, anche nelle strutture d’impresa private, nella scuola e nella sanità, dove a volte l’albagia presuntuosa rende pasticcioni. In altre parole vi sono quadri e dirigenti che, temendo il sapere altrui, si “arrangiano” da soli e sbagliano facendo pagare notevoli prezzi economici e di immagine ai loro datori di lavoro. Persone di questo genere, siccome la normativa lo consente con chiarezza, vanno rimosse, perché mettono a repentaglio la tutela del bene comune.

In definitiva, c’è una parola più adatta di “pasticcioni” per definire tutti costoro? Pare di no, il fatto è che hanno potere e possono fare molti danni. Tutti sono andati al potere democraticamente, come Hitler, e l’uomo è lo stesso della pietra e della clava. Mi auguro che il mio rozzo sillogismo non abbia le conclusioni paventate. L’unica strada è quella dello studio, dell’intelligenza, della cultura, dell’umiltà.

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