Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Un “socialismo” riemerge cautamente dal Covid-19

Nessuno si scandalizzi, ma penso proprio che si tratti di questo: la solidarietà sociale oramai in queste settimane (mesi?) si sta orientando verso una condivisione obbligata certo, ma reale, di condizioni e di abitudini. Già negli ultimi tre quarti di secolo, cioè dal secondo dopoguerra, forme di welfare socialdemocratico hanno preso piede in molte nazioni, mentre il comunismo falliva.

Willy Brandt

Non si deve temere di usare la parola “socialismo”, pur se molti lo confondono ancora con il comunismo, anche se, da un punto di vista storico-declaratorio, a giusta ragione. Infatti la dizione completa dell’acronimo U.R.S.S., significa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Il socialismo sovietico era un comunismo di stato, così come quello cinese di Mao-Tze-Dong, che ancora vive nell’autocrazia liberal-comunista di Hi Hsin Ping.

Bisogna comunque distinguere in modo rigoroso tra i due concetti. Il socialismo è una dottrina proponente riforme sociali gradualiste (soprattutto dall’uscita della proposta marxiana, molto più radicale, perché rivoluzionaria), che nasce dalla Rivoluzione francese, tramite personaggi come Babeuf, Filippo Buonarroti, e poi il conte di Saint-Simon, Fourier e Proudhon, che proponeva venature già anarchiste. Poi è arrivato Karl Marx, il quale insieme con il suo sodale Friedrich Engels ha scritto i principali testi del socialismo scientifico (per distinguerlo rigorosamente da quello chiamato con una certa sufficienza ironica “utopistico”), altrimenti detto materialismo dialettico, base per tutte le rivoluzioni sociali successive dell’800 e del ‘900, che sappiamo come sono andate.

A metà’ 800 fu fondata l’Internazionale socialista, cui aderivano socialisti umanisti della tradizione francese, seguaci di Marx-Engels e anarchici à la Bakunin. Ma vi partecipavano anche “democratici” repubblicani come Mazzini, che viveva a Londra ed era distantissimo, sotto il profilo politico-sociale, dall’uomo di Treviri.

Nell’ottobre (o novembre, secondo il calendario giuliano vigente nel mondo cristiano ortodosso) del 1917 scoppiò la Rivoluzione bolscevica, che dette inizio alla più grande esperienza socialista, anzi comunista, della storia. Nel frattempo, si sviluppava un’altra linea socialista, quella “riformista” (termine impreciso per quei decenni, ma attuale dalla seconda metà del ‘900), il cui maggior teorico fu Eduard Bernstein, che trovò soprattutto nell’Europa del Nord i maggiori adepti.

Nel 1921 a Livorno il Congresso del Partito Socialista Italiano “partorì” – nel corso di una feroce diatriba – nientemeno che il Partito Comunista d’Italia, promosso da personaggi come Gramsci, Togliatti, Terracini, Bordiga, che ne fu il primo segretario. Il Partito Socialista era spaccato fra gradualisti à la Bissolati e Turati e massimalisti come Serrati. Dalle file del PSI era uscito anche Benito Mussolini, a suo tempo fautore di un socialismo sindacal-rivoluzionario ispirato, più che dalla tradizione teorica del socialismo, da una sorta di vitalismo filosofico i cui ispiratori erano piuttosto il francese Georges Sorel e perfino Nietzsche.

Altrove ho scritto (e qui lo confermo) che il cavalier Benito aveva tratti fascistoidi nel suo modo di essere, di pensare e di fare anche quando era socialista, e rimase in qualche modo socialista anche da fascista. Su questo protagonista della politica e della storia italiana (e non solo) il mio lettore non può esimersi da una buona lettura del fondamentale testo del professor De Felice “Mussolini il duce“, per capirci qualcosa di importante al di fuori della polemica politica.

La nascita del Partito Comunista (ricordo che questo partito fu fedelissimo all’Unione Sovietica almeno fino al 1973, e che fu Berlinguer a distaccarlo da essa) in Italia provocò la paradossale situazione che il socialismo riformista fu quasi sempre minoritario e debole, per decenni chiamato addirittura social-fascismo da parte del comunisti, a differenza di ciò che riuscì a fare nel Nord Europa. Certamente va riconosciuto ai comunisti italiani di essere stati fondamentali nella lotta anti nazista/ fascista, anche se non con qualche contraddizione, se si pensa al discorso dei confini orientali dell’Italia, dove traccheggiò, tentato dalle sirene del maresciallo Tito.

Il Partito Socialista poi, nel 1949, dopo essere stato per l’ultima volta maggioritario rispetto al PCI nelle elezioni del 1948, vinte alla grande dalla Democrazia Cristiana, si spaccò tra un Partito che restava con Pietro Nenni e un pezzo più piccolo che se ne andava con Giuseppe Saragat, fondandosi come Partito Socialdemocratico italiano. Poco più di un decennio dopo il Partito Socialista si spaccava di nuovo, ma questa volta “a sinistra” con la fondazione dello PSIUP il Partito Socialista di Unità Proletaria, prodromo e contenitore di parte della successiva “Nuova Sinistra” post-sessantottina, soprattutto di Avanguardia Operaia, poi Democrazia Proletaria, mentre Lotta Continua e Potere Operaio ebbero origini differenti, provenienti anche da contesti socio-culturali cattolici.

In quegli anni, sull’onda del Concilio Vaticano Secondo, e della Dottrina sociale della Chiesa rinnovata sotto Giovanni XXII e Paolo VI, si era mossa la cultura cristiano-cattolica verso sponde di sensibilità sociale molto forti, anche con religiosi e prelati di alto profilo: si pensi al padre scolopio Ernesto Balducci, al padre Servo di Maria David Maria Turoldo, al parroco dell’Isolotto di Firenze don Enzo Mazzi, all’abate benedettino di San Paolo fuori le Mura Dom Giovanni Franzoni, e senza dimenticare don Lorenzo Milani, forse il più noto fra questi. Il cattolicesimo “di sinistra”, però, si rivolgeva, più che alla tradizione socialista riformista, direttamente al Partito Comunista e anche alla Nuova Sinistra, di cui costituiva, in parte, bacino di crescita.

Non dimentichiamo che anche alcuni tra i fondatori delle Brigate Rosse, cioè fautori della scelta armata, come lo stesso Renato Curcio e sua moglie Margherita Cagol erano di matrice cattolica.

Poi è arrivato Craxi, che riuscì anche più di Nenni ad essere “governativo”, in mezzo a non poche traversie. Circa la sua morte mi vergogno dell’Italia, che lo lasciò morire in esilio.

Negli ultimi vent’anni il mondo è cambiato, con la telematica, la nuova comunicazione in tempo reale, la finanza al comando, i nuovi linguaggi, generando una confusione difficilmente decrittabile. Il mio gentile lettore mi potrà dare atto che il mio continuo, diuturno impegno, è di cercare con questo strumento (il blog Sul Filo di Sofia), con i libri che pubblico, con le conferenze e le lezioni accademiche e aziendali che svolgo, con le relazioni che curo all’interno del mio network, con la mia attività di coordinamento di parte dell’Associazione filosofica cui appartengo, di contribuire – nel mio piccolissimo – a dipanare questa confusione, riflettendo, dialogando, proponendo idee per riprendere a dare sostanza al pensiero riflettente, che è in profonda crisi.

Ripeto spesso, forse fino ad annoiare i miei interlocutori, che la più vera e profonda crisi di questi anni, anzi di questi decenni, è la “crisi del pensiero umano”, che pare talvolta aver rinunziato alle sue potentissime e insostituibili prerogative di strumento di comprensione delle cose, della vita e del mondo, come insegna la storia del pensiero stesso di tutti i tempi. “Tornare” ad Aristotele, a sant’Agostino, a Tommaso d’Aquino, a Kant, al Buddha, a Lao-Tzu, a Wittgenstein e anche al vero Nietzsche, è indispensabile. Così come è indispensabile rileggere i libri biblici Giobbe e Qoèlet, il Discorso della montagna (quello delle Beatitudini), attribuito al Maestro di Nazaret, così come lo riporta l’evangelista Matteo al capitolo quinto.

Perché, dunque, in questo contesto parlo di nuovo di “socialismo”? Perché, se diamo a questo termine storico-politico il suo più profondo significato etico possiamo capirci bene. Non si tratta di un “socialismo” legato a tecnicalità organizzative della politica e dell’amministrazione pubblica, del governo dell’economia e della finanza, che metta in questione la libertà di iniziativa dei singoli, dei gruppi e delle nazioni, ma si tratta di pensarlo in funzione e a vantaggio della vita dell’uomo e alla tutela del mondo.

Socialismo“, allora, può significare un occhio nuovo che ciascuno deve avere verso il suo simile e verso il mondo, una capacità di declinazione della distribuzione dei beni e della giustizia, improntati all’equità, insieme alla necessità di riconoscere a tutti il diritto alla vita e a risorse sufficienti per renderla dignitosa. Mi spiego con un esempio. Per il mio lavoro, soprattutto, ho da sempre contatti con persone potenti e provviste di grandi mezzi economici (imprenditori e le loro famiglie, e io di solito son sempre riuscito ad allargare i rapporti dai temi aziendali ai temi personali e familiari degli imprenditori, sempre su loro richiesta); bene: due o tre di loro (capo azienda in due casi e familiare stretto in un altro caso) mi hanno detto: “Renato, dobbiamo cambiare mentalità e anche abitudini, almeno in parte“, e io ho risposto: “Sì, caro/ a …, certamente la mentalità, su cui, come sai, ragiono da quando ci conosciamo, ma per quanto riguarda le abitudini, per me non cambia nulla o quasi, poiché la mia vita era sobria e resta sobria“. Silenzio, da parte dell’interlocutore/ interlocutrice per qualche secondo, e poi “E’ vero, tu queste cose le sai, perché le vivi“.

Ecco. Se anche la sobrietà, l’umiltà, il senso del limite (caro lettore, dai uno sguardo a un articolo pubblicato qui qualche giorno fa, in tema), la pazienza che è sinonimo di coraggio, diventano virtù comuni, allora si potrà praticare un “socialismo umanistico” pienamente plausibile ed eticamente razionale, ferme restando le conquiste delle migliori dottrine sociali che l’uomo ha pensato e praticato nei secoli, come un liberalismo responsabile e anche forme di welfare sociale che si può chiamare, senza tema di scandalizzare nessuno, socialismo. Ecco perché mi pare di poter dire, come nel titolo di questo pezzo, che si percepisce l’emergere di “un socialismo”, già nel pieno della crisi generata dal Covid-19.

Garibaldi, Proudhon (fors’anche il dottor Marx e perfino Lenin), Bernstein, Turati, Nenni, Saragat e Craxi, Palme e Rabin, Brandt e Mitterrand, ma anche Gramsci e Berlinguer, da un lato,e pure i cristiani delle varie chiese, i fedeli islamici, i buddhisti e i taoisti, si potranno in qualche modo ri-conoscere (conoscere-di-nuovo) in questo “socialismo”.

Il “limes” attorno a ogni cosa, il limite dei corpi, delle cose, del mondo

Forse, tra spazio e tempo il punto di riferimento più importante è il “limite”. Da Aristotele e a Kant i due concetti sono considerati categorie trascendentali, cioè valide sopra ogni altra determinazione conoscitiva della realtà.

limite di una funzione

Il concetto di limite era noto fin dall’antichità, da Archimede di Siracusa fino ai moderni Newton, Leibniz, Euler, D’Alembert. Nel XIX abbiamo la rigorosa definizione di Cauchy e con il tedesco Heine. Successivamente se ne occuparono Dedekind, Bolzano e Cantor.

Nel 1922 Eliakim Hastings Moore ed H.L. Smith proposero una nozione generale topologica di limite, che è quella attualmente utilizzata in matematica. Queste notizie solo per attestare come il concetto interessò intensivamente gli studiosi di matematica.

Riassumendo, il concetto di limite è dunque matematico, fisico e anche metafisico: è matematico, come abbiamo visto sopra, è fisico per immediata intuizione, è infine metafisico se si fa lo sforzo di trascendere la materialità concreta delle cose e si passa al livello concettuale, che è comunque reale.

Il limite è la nostra epidermide, che separa fisicamente il nostro corpo dal resto del mondo; è il confine di casa nostra, del comune dove abitiamo, della regione, dello stato, dell’Europa e perfino dell’intero pianeta. I limiti che vanno dal nostro comune di abitazione all’Europa (concetto da intendere oggi in termini più politici che geografici) sono stati determinati dalla storia e dalla politica, battaglie e guerre comprese, mentre il limite del nostro corpo e quello del pianeta sono stati determinati dalla natura e dalla cosmologia.

E’ come se tra ciascuno di noi e il mondo intero ci fosse, come dire, lo spazio della libertà. Possiamo passare dal congiuntivo all’indicativo, perché c’è lo spazio della libertà umana, anche se variamente declinata.

Il limite percepito nella situazione generata dal Covid-19 è generale e certamente fa pensare, fors’anche, anzi di sicuro, a tutte le cose della vita di ciascuno, ai valori, alle priorità, perfino alle scelte etiche. La socialità solidale è uno di questi valori, molto spesso proclamata con enorme vis retorica, ma altrettanto sovente non rispettata con azioni concrete.

Quando osservo la scena attuale delle strade e delle piazze quasi vuote, in Italia e nel mondo, penso alle vite di tutti (o quasi), che sempre più si assomigliano. Non va più in ferie, più o meno costose, neppure chi se lo può permettere; cambiano le abitudini realizzando una certa uguaglianza sociale. Oso dire una forma di “socialismo” doloroso, ma di socialismo.

Questo socialismo non è strettamente “politico”, ma culturale, esistenziale, fattuale. L’aspirazione all’uguaglianza declinata secondo equità è presente nel pensiero umano dai tempi dei pensatori classici greci, e dai valori espressi nella dottrina evangelica.

I quasi duemila anni che decorrono dalla redazione del capitolo sulle “beatitudini” nei vangeli secondo Matteo e Luca hanno visto varie modalità interpretative, spesso tra aspri conflitti. Il versetto 27 del capitolo primo di Genesi esprime il concetto dell’immagine divina nella figura umana; in Colossesi 3, 11 e in Galati 3, 28 san Paolo proclama l’uguaglianza sostanziale tra tutti gli uomini. Molti miti teologico-politologici hanno attraversato i secoli, da frate Gioacchino da Fiore, passando per Thomas More e Tomaso Campanella, fino agli utopisti francesi post Rivoluzione francese, del genere di Proudhon, e a Marx/ Engels/ Lenin/ Stalin/ Mao.

Tra il 1959 e il 1964 a Bad Godesberg i socialisti tedeschi rinunziarono al marxismo come teoresi politica; Lord Beveridge, un conservatore inglese, subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, avviò un potente piano di welfare che durò fino a Mrs. Thatcher, ma Blair lo riprese.

In Italia, la Democrazia cristiana di Fanfani e Moro, insieme con il Centrosinistra storico, Pietro Nenni principale supporter, e la benevola astensione comunista, realizzò un welfare importante, pressoché esemplare per il mondo, nientemeno.

Ora qualcosa di importante cambierà: la pandemia del Covid obbliga tutti a innanzitutto a pensare al limite, e poi a ripensare alla scala valoriale della propria vita. Cantare oggi l’Inno di Mameli non è più solo nota di colore, ma molto altro, ancora in parte – per i più – inconsapevole.

Chiamiamola socialità solidale, come si vuole, mio gentile lettore, ma si tratta di una forma di socialismo democratico, un esercizio morale prima ancora che politico. E’ l’occasione perché i governi mettano in discussione, tutti insieme, Trump compreso, lo strapotere della finanza internazionale, subordinandola alla difese del Bene comune. Un tema, quello del limite e quello della solidarietà sociale, che riprenderò.

Dalla successione dinastica all’adozione: una lezione sulla leadership per i nostri giorni, proveniente dalla storia dell’Impero Romano

Alle Idi Marzo del 44 a. C. Caio Giulio Cesare cadeva sotto i pugnali dei congiurati Bruto, Cassio, Casca e c. sulla scalinata del Senato. Era appena stato nominato dictator per dieci anni,e molti lo temevano e pensavano che il suo potere, già immenso, dopo la sconfitta di Pompeo Magno a Farsalo nel 48, sarebbe diventato assoluto. A Roma, però, era in vigore ancora, sotto il profilo formale, la Repubblica. Cesare era stato magistrato della Repubblica in tutti i suoi gradi: censore, pretore, edìle, pontefice massimo e console. In ogni caso, la lotta per il potere fra populares e optimates e fra singoli potentati, continuava. Come sempre in ogni tempo e luogo: l’uomo “funziona” sempre allo stesso modo, caro lettore.

l’imperatore Antonino Pio

La morte di Cesare mise in moto un’altra guerra civile, dopo quelle tra Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla di mezzo secolo prima, e quella fra Cesare stesso e Pompeo, dalla quale emerse vittorioso su Marco Antonio, Ottaviano Augusto, nel 30/ 27 a. C., figlioccio di Cesare. Infatti, spesso questi capi erano parenti, o di sangue o di diritto, come nel caso dei due ultimi contendenti, dato che Marco Antonio era genero di Ottaviano.

Tiberio, figlio della moglie di Augusto, Livia, che lo aveva avuto da un precedente marito, non avrebbe dovuto raggiungere il vertice, cui era invece destinato Germanico, il grande generale che aveva tenuto lontane dal limes le tribù del Nord.

Molto spesso persone di vertice non morivano nel loro letto, ma avvelenati o trafitti da pugnali e daghe di congiurati, donne comprese, che a volte venivano fatte uccidere, come Messalina da Claudio imperatore, e a volte uccidevano loro stesse, come fece Agrippina nei confronti del marito imperatore Claudio, di cui era diventata moglie dopo Messalina.

Su 115 “imperatores”, diciamo da Augusto a Romolo Augustolo (476 d. C.) solo 34 di costoro morirono di morte naturale, solo un terzo!

Ti propongo, mio gentile lettore, un altro concetto: di solito si parla approssimativamente di “impero” più o meno dalla dittatura di Cesare, e certamente dall’inizio del principatus solitario di Augusto, ma vanno specificati alcuni aspetti non poco importanti. Questi capi di stato, e pure i loro successori, quantomeno fino a Vespasiano, non si definivano imperatores, ma principes, cioè primi inter pares. In realtà il termine “imperator” era una ulteriore sostantivazione da imperium, che era il comando di una legione o di un gruppo di legioni: era dunque un titolo di comando militare, come dire generale-in-capo. Attualmente, il presidente degli Stati Uniti d’America, forse la figura più simile a queste figure antiche di capi di stato, viene definito, soprattutto sotto il profilo militare, commander in chief, comandante in capo.

Tiberio fu un “imperator” controverso: buon generale, col tempo divenne paranoico e si ritirò da Roma nella sua villa di Capri, dalla quale governava tramite il Prefetto del pretorio Seiano. Suo figlio Druso fu sostituito nella candidatura a succedere al padre perché ucciso (da Seiano?… che fece la solita brutta fine) e così salì al potere il figlio di Germanico, Caligola. Ma abbiamo un “Caligola uno” e un “Caligola due”. Una malattia grave, dopo un inizio promettente della sua carriera di leader, lo colpì e lo cambiò profondamente: divenne schizofrenico e ne fece di tutti i colori. Fu ucciso dalla “solita” congiura, e salì al potere suo zio Claudio.

Claudio non era giovane, ma era un buon politico. Lo dobbiamo ricordare per l’ulteriore sviluppo delle politiche inclusive verso i provinciales e perfino verso tribù di confine che lui aveva ben conosciuto come comandante militare: è da leggere il suo famoso discorso in Senato con il quale riconosceva quasi il diritto delle diverse popolazioni di far parte anche delle maggiori magistrature dell’Urbe. Un leader meno clamoroso di altri, ma costruttivo. Abbiano detto che si liberò di Messalina, ma Agrippina, la seconda moglie, si liberò di lui, per favorire l’ascesa di Domizio Enobarbo Nero (Nerone), figlio natole da un precedente matrimonio.

La storiografia cristiana e quella degli optimates, dettero di Nerone un’immagine in gran parte ingiusta. I primi per la sua avversione a questa nuova religione tramite persecuzioni (Pietro e Paolo morirono sotto di lui), che non era solo tale, ma era anche una visione del mondo e uno stile di vita che un romano di potere, imbevuto di ellenismo, non poteva capire; i secondi, i benestanti, per le sue politiche fiscali che li colpì duramente. Nerone voleva soddisfare le sue manie di grandezza, facendo Roma sempre più imponente e bella. Anche dell’incendio famoso del 64 non può essere accusato: la Roma dei quartieri popolari era tutta di legno, e quindi facile preda di incendi dovuti anche alla vita quotidiana.

Con la morte di Nerone nel 68, che si fece uccidere da un liberto a nemmeno trenta anni, quando capì che non aveva più spazi, si ha la fine della dinastia Giulio-Claudia, e l’inizio di turbolenza notevoli.

Il ’69 fu l’anno dei quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio e… Flavio Vespasiano, che diede inizio a una breve dinastia con i figli Tito e Domiziano. Vespasiano è stato un grande generale, un uomo maturo e capace. Consolidò militarmente l’Impero e operò politiche sociali favorevoli al popolo, che lo sostenne. Tito proseguì le politiche del padre, poi tradite da Domiziano. Con Vespasiano si chiarisce la denominazione dell’imperator, che tale diventa anche formalmente, passando il regime da principato a dominato. Anche Domiziano entrò nel novero degli imperatori morti violentemente.

L’interregno di Cocceio Nerva durò solo quindici mesi, ché il vecchio senatore aveva, al momento della nomina alla massima magistratura, ben settantuno anni, per il tempo un’età da vegliardi. Ma nel passaggio fra Nerva e il suo successore accadde qualcosa di importantissimo nella scelta del leader dell’Impero, qualcosa che mi ha ispirato la redazione di questo pezzo. L’anziano imperator adottò un forte e generoso generale di origine cavalleresca ispanica, Marco Ulpio Traiano, sulla cui vicenda non mi intratterrò, salvo il necessario. Si interruppe, dunque, la tradizione del passaggio di potere ereditaria, ed iniziò, almeno per un secolo, la tradizione adozionica dei meliores, cioè dei migliori. Se si osservano i quattro imperatori consecutivamente “adottati” dal predecessore, Traiano (da Nerva), Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio, si nota una qualità elevata di leadership, molto superiore ad alcuni predecessori, specie della dinastia Giulio-Claudia. Ciò fa capire come la linea rigidamente ereditaria, quando si tratta di affidare l’esercizio di poteri significativi, o smisurati, come nel caso storico che sto trattando a modo di esempio, molto spesso è inadeguata e rischia di creare danni generali molto grandi.

Si può dunque dire che questo periodo, che afferisce essenzialmente al II secolo dopo Cristo, caratterizzato dal metodo delle “adozioni dei migliori”, è quello che ha “funzionato” meglio in tutta la storia dell’Impero romano, offrendo ai tempi e alla storia stessa, alcuni dei migliori imperatores, come quelli da Traiano agli Antonini. Qualcosa del genere, anche se in modo diverso e con meno coerenza e positività, sarebbe riuscito a fare duecent’anni più tardi Diocleziano, con l’istituzione della “tetrarchia” degli “Augusti” e dei “Cesari”. Anche allora, però, dopo due o tre decenni, Costantino prevalse su tutti, liquidando gli ultimi colleghi-competitores Massenzio e Licinio. Si pensi che questo grande generale, diventato imperator-basileus, non si fece scrupoli di uccidere la moglie Fausta e un figlio, mentre convocava il fondamentale Concilio di Nicea, per definire la dottrina trinitaria cristiana. In oriente, nella Seconda e nella Terza Roma, cioè a Istanbul e a Mosca, Costantino è venerato come Santo della Chiesa ortodossa.

Che lezione possiamo trarre per riflettere sulle leadership odierne? Siccome le monarchie sono oramai un puro “ornamento storico”, dovremmo parlare delle democrazie parlamentari e dei “presidenti” degli organi di governo di questi stati moderni, nati dopo la lezione di Montesquieu e delle Rivoluzioni inglese e francese, che spesso accompagnano, specie in Europa, le monarchie storiche, come in Scandinavia, in Gran Bretagna e in Spagna. Ebbene, vengono eletti… quelli che prendono più voti, chiunque essi siano. Abbiamo appena sperimentato in Italia come il suffragio universale (una testa un voto) abbia promosso personaggi di dubbio valore e di dubbio gusto. Lascio stare il tema politologico e mi rivolgo a a un’altra famiglia di gerarchie, forse psicologicamente e politologicamente più “sana”, quella aziendale.

Ebbene: sono testimone di diversi casi nei quali, mancando la qualità in famiglia, il titolare o l’azionista di riferimento ha trovato all’esterno della propria famiglia i successori più adatti a governare l’azienda, “adottando”, quasi, il successore. Che altro si può dire, se non che certi CEO (amministratori) sono figli adottivi di certi “padroni” che non hanno avuto la ventura (tyche, sorte, fortuna) di avere figli propri in grado di mandare avanti l’impresa fondata dai “padroni” storici?

Quando osservo certe situazioni, noto che il titolare-fondatore-maggiore azionista, non avendo individuato tra i figli un degno successore, di fatto “adotta” all’esterno quello che ritiene il “melior” della covata dirigenziale,e lo tratta come il figlio che non ha mai avuto. Potrei fare nomi e cognomi, ma non occorre, perché chi mi conosce sa a chi mi riferisco.

La leadership è dunque una capacità, un’abilità che non si trasmette geneticamente, ma si conquista con l’impegno individuale e l’impegno, diventando soprattutto capacità di reggere responsabilità e di cercare di continuare nel progetto lungimirante dei fondatori.

Il coraggio nascosto dell’Homo Italicus

Nel secondo libro dell’Etica a Nicomaco, Aristotele descrive il rapporto tra vizi e virtù contrapposte. Ad esempio, trattando del coraggio, lo giustappone alla paura, ma lo considera media virtus, perché all’estremo opposto c’è la temerarietà.

Goffredo Mameli sotto la cenere…

Il coraggio, dunque, è indispensabile per affrontare le avversità della vita, il dolore e la minaccia. Insieme con l’ira giusta è la virtù che conviene avere. Anche l’ira, pur essendo annoverata tra i vizi, diventa passione, quando è declinata a supporto del coraggio. I greci, con il termine aretè, cioè fortezza (coraggio) chiamavano addirittura la virtù in quanto tale, mentre l’altro nome di virtù era phronesis, cioè saggezza, prudenza: per Aristotele entrambe erano virtù etiche, ma la prudenza era anche virtù dianoetica, perché dialoga con la sapienza, cioè la sophia.

Questo impianto antropologico filosofico può funzionare anche oggi, quando questi termini sono stati tradotti in linguaggio corrente, più psicologico.

La premessa mi è utile per considerare il coraggio degli Italiani in questo frangente difficile. Nelle difficoltà gli Italiani è come se si svegliassero da un torpore generico e a volte un poco vile. Il dato etno-antropologico ci descrive come un popolo emotivo e poco combattivo, ma si tratta di una semplificazione madornale. Prima di tutto vi è da dire che gli Italiani sono un “popolo di popoli”, poiché – ad esempio – il carattere dei Friulani è molto diverso da quello dei Campani, mentre può essere in qualche modo giustapposto a quello degli Abruzzesi e dei Sardi, che è forte e di poche parole. I Lombardi e i Piemontesi sono determinati, per la loro storia e la loro attualità. I Romani non assomigliano per nulla ai loro antenati della Roma repubblicana, ricordando piuttosto il Tardo Impero Romano, diciamo da Decio in poi (250 ca d. C.).

In mezzo a tutti, poi, ci sono i leoni da tastiera, gli imbecilli che creano disordine e caos, divertendosi miseramente con le loro idiote bufale che spargono a pieni bit sul web e nei social. Come si dice, la mamma degli imbecilli è sempre incinta.

Sono una minoranza, ma molto dannosi, perché l’effetto moltiplicatore del web può essere devastante. La maggioranza delle persone, a partire da medici e paramedici sta mostrando una capacità di lavoro e di resistenza straordinari o… ordinari (meglio dire), perché è ” nelle corde” della nostra gente. I “buoni”, direbbero Platone e sant’Agostino (non quello pessimista della predestinazione), sono sempre in più dei “cattivi” e il padre Urs von Balthasar ci confermerebbe la sua idea, di stampo origeniano, di un inferno… vuoto e di un demonio sconfitto e implorante davanti all’Incondizionato.

Torna in mente il libro biblico dedicato a quel gran (nel senso di ricco) signore che era Giobbe, che Iahwe sapeva essere talmente forte da metterlo nelle mani del satana, affinché questi lo tormentasse in tutti i modi, con la malattia, con il ripudio da parte della moglie, con la morte dei figli, con la perdita di tutti i beni, in quanto sapeva che avrebbe resistito a tutte le tentazioni, che anche i suoi “migliori” amici gli facevano balenare.

I nostri medici, i nostri infermieri e infermiere, in queste settimane sono come Giobbe, sudati e stanchi, probabilmente sporchi e affamati, ma non mollano, stanno sul fronte, sulla trincea dove davanti a loro non hanno pericolosi cecchini con il Mauser, ma invisibili molecole che vagolano libere come l’aria, nell’aria, negli e dagli effluvi umani.

Giobbe, lo sappiamo dal grande scrittore biblico che ne narra le vicende, alla fine vive, vince, recupera tutto quello che aveva, ed era molto ricco, facciamo conto un Bill Gates dei nostri tempi. Recupera tutto, perché ha creduto, ha avuto fede.

Altri “Giobbe” sono gli insegnanti, che si sono ri-qualificati in utilizzatori del web, di tutte le età si sono messi in gioco con skype, superando l’esigenza dell’insegnamento in presenza, che sappiamo essere in assoluto il più efficace.

Gli investimenti governativi su questa vicenda sembrano essere cospicui, ma sono solo per l’emergenza: il Covid-19 spero ci insegni, anzi insegni ai governanti, che sanità e scuola sono i punti di forza assoluti: occorre mettere a disposizione più risorse in modo definitivo, anche per rendere le retribuzioni proporzionate a una misura di dignità che è ampiamente misconosciuta per i medici giovani e per tutti gli insegnanti, che sono pagati una miseria, in Italia. Faccio un esempio: un professore di liceo di quarant’anni oggi guadagna circa 1700 euro netti al mese: rispetto a un mercato del lavoro inteso in senso generale, la retribuzione corretta dovrebbe essere di almeno 2500 euro netti al mese, vale a dire come quella di un quadro delle aziende private. Un medico giovane, sotto i trent’anni, dovrebbe percepire almeno 2000 euro netti al mese, e così via.

Denari ben investiti in giustizia retributiva (cf. libro V dell’Etica a Nicomaco di Aristotele).

Il coraggio, dunque, è una virtù, un valore, un principio, per declinare il concetto nei tre modi quasi equivalenti, è oggi fondamentale, così come la prudenza, altra virtus virtutum, che equilibra il comportamento umano, che oggi dobbiamo coltivare con determinazione e perseveranza.

Il lascito di questa vicenda, che genererà ancora dolore e perdita, potrà essere una crescita di consapevolezza e perfino di cultura, se si continuerà a viverla come, mi pare, gli Italiani stanno mostrando di saperla vivere.

E, come suggerisce Raffaele Morelli, questo è il tempo del fare, dello scrivere, del leggere, non quello dei bilanci. Non pensiamo al futuro, a pro-getti, cioè non gettiamo-avanti i pensieri, ma pensiamo a ciò che facciamo, alla musica che ascoltiamo. Haendel e Miles Davis, Maria Kalogeropoulos, la Callas, Montale, Dante, il Leopardi della Ginestra, il racconto di Renzo e Lucia, Steinbeck, NCIS e Chicago PD, Fellini e Scorsese, Kubrick e Sergio Leone, siano nostri amici.

Un malato di SLA ci parla dalla tv dicendo una frase degna di Platone, del Buddha e di Gesù di Nazaret: “Ci stiamo accorgendo di essere tutti uguali“.

La Patria

Amo la mia Patria, l’Italia, e la nomino volentieri chiamandola così, a differenza della maggior parte dei politici e dei giornalisti. Il termine è andato in crisi dopo la Seconda guerra mondiale anche perché il fascismo aveva fatto strame di questa parola, del suo valore intrinseco, dei suoi “echi” morali, della sua storia. Così come del lemma “nazione”, sostituito pressoché sempre da “paese”.






La Nazione è ciò che unisce un popolo, mentre il paese è il modo generico per dire di un luogo, di un territorio, come in tedesco, più o meno, si dice Land, e in inglese, Country. La Nazione comprende la Patria, la Lingua, (le Lingue), la Storia, la Tradizione, la Memoria e i Miti: la Nazione è mitopoietica, cioè è una costruttrice di “miti”. Pensiamo agli imperi, da quello cinese antico, a quello di Ciro il grande, a quello Romano, a quello Ottomano, a quello Sovietico, a Napoleone, o a quello marittimo degli Inglesi.

Ora abbiamo di nuovo la Cina, la Russia e soprattutto gli Stati Uniti d’America. Pensa, mio gentile lettore, che fin dalla scuola dell’obbligo, gli studenti americani, leggono il mito di fondazione della loro Patria, vista come “città sulla collina”, erta in alto, capace di difendersi da tutto e da tutti. La Patria dei padri pellegrini e dell’inizio. Il nome di Roma è richiamato in decine di città americane, caput mundi riconosciuta da loro e quasi dimenticata da noi. Dove si trova il Parlamento americano? Sulla Capitol Hill, sulla Collina del… Campidoglio, a Washington.

Noi Italiani, invece, che siamo insediati sul territorio del centro dell’Impero più importante della Storia, quello Romano, non manifestiamo amor patrio, oramai da settantacinque anni, come se con il maggio ’45, ucciso Mussolini e finito il fascismo, l’Italia intera (o quasi) si vergognasse di essere tale. Certo è che i fascismi novecenteschi e soprattutto il nazismo sono stati responsabili di abomini inenarrabili, ma lo è stato anche lo stalinismo. Eppure Stalin, dopo aver stretto la sua Patria in una morsa d’acciaio, è riuscito a trasformare la dolorosa esperienza del ‘900 in “Vittoria nella grande Guerra patriottica”. E la Francia, sconfitta dalla Wehrmacht in poche settimane, capace di dar vita alla Repubblica di Vichy, poi siede al tavolo dei vincitori e al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Da sconfitta, praticamente vincitrice. Ma anche gli Italiani hanno fatto la resistenza. Se non guidati da un De Gaulle, migliaia si sono sacrificati contro gli oppressori tedeschi e i fascisti corrivi. Niente, per tre quarti di secolo, la Patria è scomparsa, anche dal linguaggio dei Presidenti della Repubblica, a eccezione di Ciampi, e forse di Einaudi e De Nicola.

E ora voglio parlare delle carceri. La nostra grande Nazione, la nostra Patria, stato democratico e di diritto le gestisce malissimo, ed è una vergogna. Un dato: il 34% dei carcerati, uno su tre, è detenuto in attesa di giudizio, e quindi si tratta di persone innocenti fino a sentenza passata in giudicato: in Gran Bretagna il 10%. Queste persone stanno male, peggio di tutti noi, e stanno pagando una pena aggiuntiva a quella comminata “in nome del Popolo italiano”. Sono preoccupati e isolati, stanno protestando. Ma occorre una protesta espressa in modo drammatico per capire, politicamente e moralmente che qualcosa di radicale s’ha da fare? Tra l’altro le proteste sono più forti dove meno è osservato l’art. 27 della Costituzione che prevede il recupero morale e sociale dei detenuti. Che significa ciò?

Ad esempio si potrebbero assumere misure come queste: a) mandare a casa con il bracciale elettronico almeno diecimila detenuti per reati non gravi, che hanno ancora pochi mesi da scontare; b) altri diecimila, scelti fra le persone più disponibili a stare-nella-società, cui applicare forme di indulto o di amnistia; c) non trattenere in carcere autori di piccoli reati legati allo spaccio… Fanno circa venticinquemila persone che sgraverebbero il sistema carcerario riportando gli spazi interni a una condizione semplicemente umana. E poi, non appena passata questa buriana, avviare una riforma complessiva della giustizia che comprenda anche il sistema penale, che è uno dei peggiori del mondo.

Si tratta in questo modo di mostrare a noi stessi, a noi Italiani, che la Patria Italia è uno Stato forte, democratico, capace di assumere, sia in situazioni “normali”, sia in situazioni straordinarie come l’attuale, decisioni coraggiose e socialmente civili, moralmente umane.

Beninteso, una Patria capace di aprirsi al mondo, all’Europa e a ogni altra Nazione, ché ogni chiusura è non capire ciò che il mondo intero è, così piccolo e così prezioso. Non serve la Patria propria se non si comprende la Patria di ciascuno e di tutti gli altri.

L’intelligenza (o meno) al potere

Non sempre l’intelligenza è al potere. Ricordo, analogamente sotto il profilo espressivo, uno dei più noti slogan del ’68 “la fantasia al potere”.

Tornando all’intelligenza, come dimostra la storia umana, essa è una dote diffusa ovunque, e altrettanto manchevole ovunque.

Quando si parla di risultati elettorali, a volte si paragonano e si comparano i medesimi con gli elettori e allora si propone lo slogan seguente “i governanti sono quelli che ci si merita“, per dire che, se il popolo è orientato verso una certa sensibilità e “cultura politica”, ne segue che chi la rappresenta meglio avrà più voti.

Non saprei qui come studiare socio-statisticamente il tema. Probabilmente, con un’adeguata batteria di quesiti, si potrebbe trarre qualche informazione probatoria. Ad esempio, si fa qualcosa del genere in vista di appuntamenti elettorali, con i sondaggi, tanto che è nato anche il mestiere del “sondaggista”, che viene interpellato dai media e invitato nei talk show in veste di “scienziato” delle previsioni. Quasi un veggente, o un profeta nel senso comune del termine (che non corrisponde all’etimologia, come più volte ho scritto in questa sede, poiché il profeta è colui che parla autorevolmente dinnanzi al re: si ricordi l’episodio biblico nel quale il profeta Nathan rimprovera Davide per il suo “peccato” con Betsabea, peccato per il quale morì suo marito Uria, ma di contro nacque Salomone).

Ho appena finito di criticare, nel post precedente, il linguaggio del Decreto del premier come riportato nel testo e ripetuto dal vivo, soprattutto l’espressione “comprovate ragioni“, che riguarda la possibilità di andare al lavoro, recandosi sul posto di lavoro.

E mi sono chiesto per quale ragione Conte abbia scelto quel tipo di espressione, invece di far scrivere che “è possibile recarsi al lavoro“, più chiaramente e semplicemente. Nel citato post ho osservato come la dizione in positivo avrebbe potuto essere tranquillamente usata, in luogo di quella che sottolinea le “comprovate ragioni”. Sarà stata la provenienza giuridista del premier, che ha suggerito quel tipo di espressione? O qualcos’altro? Ho dubbi. Né penso che sia stata un scelta per rendere ambiguo il linguaggio, in modo da mettere in moto il dubbio se si possa andare al lavoro o meno, avendo già nel retro-pensiero di poterlo negare di qui a qualche giorno.

No, troppo sofisticato. Non è roba da governanti come gli attuali. E meno male che non se ne sono occupati “intellettuali di vaglia” alla dimaio-dibattista (zitto, finalmente) o alla salvini. Allora, che dire? Che si tratta di un deficit intellettuale e culturale, caro lettore, in chi ha redatto quel testo e in chi lo ha approvato. Tertium non datur.

Un altro modo del potere esercitato è la comunicazione offerta dai media. Per la situazione la direzione sta togliendo dal palinsesto Rai tutti i programmi che prevedono la presenza del pubblico in studio, plaudente a comando – stupidamente – l’untuoso Vespa compreso, che ha osato protestare. Ho gioito.

Questa emergenza, mi vien da dire, obbliga a una maggiore intelligenza. Gioisci con me, caro lettore. Questo male, come tutti i mali, la buona teologia insegna, ha una sua ragione. Insegna qualcosa. Forse insegna molto.

L’intelligenza si costruisce, non è solo genetica, e dunque l’occasione non va perduta, poiché le circostanze ci offriranno molte occasioni per esercitarla, e per chiarire la differenza fra valori e dis-valori. Una persona benestante, in questi giorni strani, non mi mollava mai sulla chat e alla fine ho trovato il modo di calmarla. A un certo punto mi ha detto “Non solo dovremo cambiare il nostro modo di pensare, ma anche le nostre abitudini“, e io le ho risposto: “Bene, io non ho molte cose da modificare nel mio modo di pensare e proprio nulla delle mie abitudini, in quanto sono povero, (ma lieto)”. Stop, fine del discorso. Mi sono divertito, io che-casa-lavoro-facoltà-bici-e-qualche-bicchiere-di-vino, contra i suoi viaggi e ferie costose. Ma va all’inferno (ho pensato tra me e me), ben ti sta.

Dopo anni nei quali si è esaltata l’incompetenza e l’ignoranza, sia tecnica (l’ignoranza circa un sapere specifico) sia morale (l’ignoranza su ciò che è bene e di ciò che è male), dopo anni di grida scomposte dei no vax, dopo anni nei quali pareva che “uno valesse uno” (à là dimaio et similia), ecco che tutte queste bocche cui era facile blaterare a vanvera, sono diventate afone, improvvisamente, perché gli è preso un senso di inutilità e di vuoto. Dopo gli anni dei “terrapiattisti” e dei loro cugini stupidi.

Contrariamente a ciò che pensano coloro che qui sopra ho elencato, la scienza non è il deposito della verità immediata, ma è il luogo e il modo dove il sapere si costruisce con fatica, giorno per giorno, per prove ed errori, per piccoli passi e e rallentamenti. “La scienza è conoscenza certa ed evidente di un enunciato in forza del suo perché proprio, adeguato e prossimo“, sintetizzava qualche anno fa il metafisico padre Barzaghi, sulle tracce di Descartes e Galileo. Analizziamo, a nostro favore e a favore di coloro che stavano nelle truppe di cui all’elenco soprastante, ma che umilmente si mettono (o tornano) ad ascoltare:

  1. conoscenza certa ed evidente: la certezza è il concetto che può venire asserito con sufficienti ragioni circa la sua stessa verità (es.: il triangolo è una linea spezzata chiusa avente tre lati e tre angoli la cui somma è 180°), mentre l’evidenza è il concetto che può venire asserito in base alla percezione sensoriale e alla successiva sintesi mentale (non sono mai stato in Australia, ma credo al diario del capitano James Cook e ai racconti degli emigranti);
  2. un enunciato: si tratta di una frase che esprime con chiarezza un concetto veritativo o su basi di certezza oppure di evidenza;
  3. un suo perché proprio, adeguato e prossimo: si tratta della dimostrazione della attendibilità di un asserto sulla base della sua coerenza, precisione e plausibilità.

La scienza non rappresenta, di per sé, in ogni suo momento, la verità incontrovertibile delle cose, ma, essendo affidata a chi per passione e competenza acquisita si occupa di una disciplina, può essere più credibile di saperi non strutturati, e offrire giudizi caratterizzati da una ragionevole credendità.

Vale dunque la pena di ri-apprezzare il sapere e la sua fatica, dando spazio al ragionamento, alla riflessione e all’uso dell’intelligenza, dopo tanta confusione e indigestione di stupidità.

Se il Covid-19 rimette in pista le migliori qualità dell’uomo avrà, come insegnava Nietzsche, costretto l’uomo ad-essere(se non a diventare)se-stesso e, come insegnava Agostino, fatto vedere, mostrato come il male sia anche un prodromo di bene, una defectio boni, soprattutto se nelle anime cresce l’umiltà di chiedere aiuto al Signore.

Dal DPCM del 9 Marzo 2020: “(…) per comprovate ragioni (lavoro, salute, approvvigionamenti, ndr) (…)” o di una certa inadeguatezza del capo-del-governo-avvocato-del-popolo

Il Decreto del Presidente del Consiglio che fa dell’Italia (lui la chiama “penisola”, e dunque tutto il Nord ne sarebbe escluso, secondo la nozione geografico-fisica di penisola), a un certo punto, dopo avere elencato i divieti, mette in fila le tre possibilità di movimento che gli Italiani conservano.

Ciò che mi colpisce è l’espressione “per comprovate ragioni”, perché sembrerebbe un permesso che viene concesso per eccezione, se capisco bene il senso in lingua italiana? Ma chi è l’autore del testo? Un funzionario? Il drittissimo suo portavoce Casalino? Lui stesso, il capodelgoverno-avvocatodegli italiani?

Pazzesco: avv. Conte, lei sa che ogni santo giorno, per una media di circa 240 giorni all’anno, non meno di 23 milioni di lavoratori sono in azienda / ufficio / fabbrica? Lei sa che ve ne sono 3 milioni nel pubblico impiego? D’accordo che gli insegnanti sono in parte a casa, ma gli uffici pubblici sono aperti.

Si può dunque dire che “solo per comprovate ragioni” queste persone si possono muovere? Non era meglio dire e scrivere “in positivo”, dando un messaggio POSITIVO, che sono salvaguardati gli spostamenti per andare al lavoro? Che cosa sarebbe cambiato? Nulla sotto il profilo pratico, tutto sotto il profilo psicologico e comunicazionale. Ma, anche se il Casalino o chi per lui, una laurea ce l’hanno, questo pensiero non li ha neppure sfiorati.

Mi auguro che al Governo non venga in mente di fermare anche i trasporti e il lavoro, come propongono Salvini e i suoi. Sarebbe un’idiozia.

E ha ragione anche Sgarbi, che, pur esagerando com’è solito fare, denuncia un andazzo qualunquista e incapace di distinguere tra valori e oggetti diversi, seguendo le emozioni che sono sempre prevalenti sulla ragione. Con ciò non voglio mettere in dubbio le decisioni prese dal Governo, ancorché, nel flusso degli eventi, spesso contraddittorie e incomprensibili, ma noto un’ansia da prestazione che non fa il paio con la competenza politico-amministrativa e soprattutto relativa alle modalità comunicativo-relazionali fra la politica e il “pubblico”, fra i decisori e il “Popolo italiano”. Il quale popolo ha certamente anche bisogno di qualche strigliata in situazioni come l’attuale, ma non può essere trattato come fosse un’accozzaglia di ignoranti e di meri esecutori.

E poi la loro parte la fanno anche i media, i direttori di giornalini e giornaloni che si sentono autorizzati a dare la linea, loro che sono degli specchi orecchianti (mi si passi l’ossimoro) della realtà, non avendo né una preparazione filosofica sui beni, sulla vita e sulla giustizia, e quindi su un’etica generale, né sono scienziati fisici o biologico-medici. Eppure pontificano dall’alto dei loro saperi generici e presuntuosi. Piuttosto, potrebbero dedicarsi a segnalare e riportare anche ciò che sta accadendo di meraviglioso e di positivo, interpellando magari nei loro triti talk show chi sa meglio che cosa potrebbe succedere di positivo, di fronte a una vicenda come questa, nella mente umana, che è plastica e resistente, e soprattutto – se rispettata, se e quando merita – aliena da banalizzazioni e superficialità.

Rivolgo qui solo un invito alla ragione a chi mi legge: a) osservare rigorosamente le regole che ormai tutti conoscono, e b) portare un contributo di buona volontà nell’area decisionale ancora giustamente affidata alla responsabilità individuale.

Isteria, panico e ragion riflessiva

In questi giorni d’ansia ho spesso “messo vicino” due o tre modi di stare-al-mondo-con-la-testa (e i visceri?), ad esempio giustapponendo isteria, panico e ragione riflessiva. E se ne potrebbero aggiungere altri.

Dagli studi di Freud abbiamo appreso che cosa si intendeva per isteria tra ‘800 e ‘900: una sindrome nevrotica (gli pareva) tipicamente femminile legata, sia ai modelli di vita borghesi di quel tempo, sotto il profilo psico-sociologico, sia, soprattutto per la denominazione lessicale alla fisiologia. Isteria, infatti, deriva dal greco ysteron, cioè utero. Da qui la dizione vulgata circa il presunto, presumibile o falso cosiddetto “carattere uterino” delle donne.

Nei decenni più recenti gli studiosi hanno piuttosto riportato questa sindrome nel campo psicologico (talora psicanalitico), di sindromi depressive et similia. Anche la Sindrome di Ganser, particolarmente presente nell’universo carcerario pare appartenere a quest’area sintomatica.

Quando ero bambino io, mezzo secolo fa, si parlava prevalentemente di esaurimento nervoso, per dire che uno “non era giusto” (sottinteso, con la testa), oggi diremmo: psichicamente.

L’antropologia culturale (cf. Ernesto De Martino) ha annesso a queste sindromi anche elementi di autosuggestione, presenti sovente nell’universo femminile e legati anche a una territorialità culturale meridionale, per quanto riguarda l’Italia. Autosuggestione, teatralità, tarantismo, e cose simili. A me sovviene, conoscendo la terra di Puglia, assolata e antichissima, la musica e i balli della Taranta.

I clinici, i neurologi e gli psichiatri, distinguono nell’isteria “classica” fra sintomi somatici, come un’alterazione del sistema nervoso, ma anche disturbi all’apparato gastrico e intestinale, e sintomi psichici, quali amnesie, eccitazione psicomotoria, acinesie, forme depressive, per curare i quali si ritengono adatte le psicoterapie ma, aggiungo, potrebbero essere sperimentate anche le forme dialogiche della filosofia pratica, che un po’ conosco e attuo, con grande cura e rispetto. Come miei valorosi colleghi.

Con il DSM-III (1980) e i successivi IV e V, il concetto d’isteria o nevrosi isterica è stato sostituito da tre modalità differenti: a) un disturbo somatoforme; b) un disturbo dissociativo dell’identità; c) un disturbo della personalità di tipo istrionico.

Il panico, per contro, è una sensazione di paura spesso nella misura del terrore improvviso, anche collettivo, che supera ogni possibilità riflessiva immediata, il quale compare a fronte di un pericolo reale o presunto, portando irresistibilmente l’individuo e a volte il gruppo ad atti avventati o inconsulti. In quei momenti ragione riflessiva e logica argomentativa è come se dormissero, soggiogate dall’emozione (o passione, come dicevano i classici) della paura. Ne consegue uno stato d’ansia e perfino di angoscia (che è generata da una paura della… paura), spesso in modalità collettiva.

Questo si può dire che sta succedendo, o che è successo nei giorni scorsi, con l’accaparramento di generi alimentari oltre ogni fabbisogno individuale e familiare, in queste settimane di Covid-19. Il fenomeno può essere ancora definito, specie giornalisticamente, come un’isteria di massa.

Etimologicamente il lemma ha origine greca, e si tratta del πανικός, vale a dire riferentesi al dio Pan, in quanto facente parte integrale dei fenomeni naturali, specialmente quelli meno conosciuti e sacrali, perfino.

La riflessività è da tempi immemorabili la dimensione che caratterizza l’uomo, con le sue dimensioni logiche e di argomentazione. Se fino a mezzo millennio fa essa era quasi confinata agli intellettuali del tempo, filosofi, religiosi, medici, studiosi della natura e letterati, mentre l’uomo “comune” doveva sostanzialmente sottostare a quelle categorie, che erano pressoché le sole abilitate a “pensare” e comunque a dominare, dalla rivoluzione filosofica e scientifica, anche l’uomo comune, quelle che Marx avrebbe definito “le masse”, ha avuto sempre più titolo per pensare.

Ma oggi che cosa sta succedendo? Se da un lato la conoscenza scientifica e quella legata alle professioni favorisce il pensiero autonomo e creativo, dall’altro il web e la diffusione di una quantità smisurata di informazioni contribuisce a confondere, a fuorviare, ad ingannare falsificando l’opinione comune, assai spesso. Nonostante si sia passati dal concetto di “predestinazione” di tipo religioso, teologico-salvifico, a quello di “progetto” autonomo e individuale per la vita spirituale e materiale, accade che prendano piede opinioni assurde e ingannatrici.

Proprio nei tempi in cui è più accessibile l’informazione e l’acculturazione scientifica, si propalano in vari ambienti follie come il “terrapiattismo” o il “no-vax”, vantandole come vere scoperte, alla faccia dei ricercatori seri, che vengono da taluni chiamati sprezzantemente “professoroni”.

Se mia nonna, con la terza elementare, ammetteva tranquillamente l’eliocentrismo (ne parlai pure con lei), comprendendolo senza difficoltà, ora incontro persone fornite almeno di diploma, che sposano le assurdità più strane, sostenendole spesso con arrogante sicumera e, se contraddette, capaci di insulti e disprezzo. Se troverò anche laureati di quel tipo ne scriverò qui.

Mentre accade tutto questo, dunque, torna in auge l’autosuggestione, il panico, l’isteria collettiva, mentre magari in azienda, le stesse persone sperimentano modalità conoscitive e organizzative come la learning organization, il sensemaking, il knoweledge management, il reflective management.

Una parte della mente è oggi – in molte persone – disponibile, con tutta evidenza, alla regressione emotiva. L’importante è esserne consapevoli.

Giuseppe il “sociologo”, ovvero la neuro-biologia della malvagità: se così è, può darsi anche una neuro-etica?

Continuo la mia riflessione sul libero arbitrio e sulle capacità/ possibilità di scelta per il bene o per il male dell’individuo umano.

Questa volta parto da un racconto fattomi da una persona di origine meridionale, un signore calabrese da molti anni in Friuli, ma capace di narrare con grande efficacia il clima sociale e la cultura di quelle plaghe, che ha favorito l’insorgere, prima di un “familismo amorale” e poi delle forme strutturate di mafia, con ciò che comporta in termini di criminalità organizzata , di attività omicidiarie collegate al ricatto e alla minaccia sistematica.

In paese Don Pasquale era molto potente; aveva proprietà di famiglia in campagna e in centro, e anche nella cittadina vicina, che dava sul bellissimo mare Jonio. Il paese è inerpicato sui primi contrafforti dell’Aspromonte ed è circondato da boschi verdissimi e pascoli rigogliosi. Un giorno, mentre sorseggiava un calice di buon Gravina di Puglia, ghiacciato, erano quasi le cinque del pomeriggio e lui a quell’ora riceveva qualche amico o conoscente (a lui utile, il come, lo vedremo), ma qualche volta sorseggiava il buon vino in solitudine, nel silenzio della mezza montagna e dell’ora. La stagione era di settembre, quando l’estate non se n’è ancora andata e l’autunno esita a farsi vivo. A quattrocento metri sul mare c’era sempre un venticello che conciliava il buon riposo o i conversari. A un certo punto chiamò un suo aiutante, visto che ne aveva sempre un paio a portata di voce e gli disse: “Antò, conosci il massaro Michele, che ogni tanto viene a servizio nelle nostre campagne?” “Sissignore, rispose Antonio, e Don Pasquale proseguì: “Vai da lui e digli che Don Pasquale vuole parlargli; digli che venga qua domani alle cinque“. Antonio sparì, annuendo.

L’indomani, puntualissimo, anzi un con un po’ di anticipo, massaro Michele si era presentato, cappello in mano, era davanti a Don Pasquale. Questi, cordialissimo, gli diede la mano e la tolse quando Michele voleva accennare a un bacio sul dorso della mano, e gli disse: “Massaro Michele, come state, e la vostra signora? Aaah, perdonate, vi dovete ancora maritare… ho sentito, vi maritate, dunque?” Michele, profondendosi in un inchino dalla sedia di vimini dove si era accomodato, rispose: “La sapete giusta Voi, Don Pasquale, mi devo ancora maritare sì, ma prima devo avere la possibilità di trovare casa, che non è facile con il mio lavoro, un giorno qua un giorno là, anche da Vossignoria…” Don Pasquale lo interruppe con tono amabile: “Massaro Michele, non continuate suvvia, ché, se è solo per questo, consideratevi a cavallo. Ho giusto una casetta verso le nostre campagne, che ora non ospita nessuno, linda, pulita, giusto adatta a voi e alla vostra signora… futura“. “Ma, rispose Michele tutto confuso, ora come ora non potrei darvi nessuna pigione, ché avremo spese per il mobilio e…” Don Pasquale lo interruppe di nuovo, con gentile decisione: “Vi dico, Michele, che non dovete darvi pensiero per nulla: la casetta è bel che arredata, anzi potete anche servirvi per il vestito della sposa nel mio negozio di Vibo, giù al mare. Andate con lei, scegliete ciò che più le aggrada e venitemi a salutare. Sarà il mio regalo di nozze“.

Michele era tutto in confusione e non sapeva che cosa fare. Si alzò e cominciò a ringraziare tutto imbarazzato, e non se ne andava. Allora Don Pasquale lo congedò in modo gentile e… un po’ brusco, dicendo: “Ora pensate solo al vostro matrimonio, maritatevi, riposatevi e venite da me tra qualche giorno, ma vi manderò a chiamare. Avrò forse bisogno da voi di un servizio, ma piccolo, piccolo“. Michele, andandosene, annuiva annuiva, mentre gli scappò di dire: “Don Pasquale, servitore vostro, farò quello che mi chiedete, grazia, grazie, grazie…”

Il matrimonio ebbe luogo il sabato successivo, gran festa di paese, con amici e vicini, e i parenti venuti dalla Puglia con un camioncino pieno di frutta e di vin bianco. Michele e la sua Vincenza, che conosceva fin da ragazzi, erano raggianti. Nella casetta nuova si sentivano in paradiso. Michele aveva anche deciso di prendersi una settimana di riposo, che lui chiamava così, perché non conosceva il termine “ferie”.

Una mattina, di prima mattina, mentre Michele faceva colazione con uva, marmellata e pane di quello che dura a lungo, una pagnotta grande cotta da sua moglie, arrivò in motocicletta Antonio, che abbiamo già incontrato qualche tempo fa, e senza indugio disse a Michele: “Miché, Don Pasquale ti vuole parlare. Puoi venire subito?” Michele esitò solo un istante, poi disse alla moglie di avvertire massaro Lodovico che non sarebbe andato al lavoro la mattina e si sarebbero visto in campagna al pomeriggio. Lodovico era il soprastante di Don Evangelista, proprietario di molta campagna sull’altro versante della montagna.

Michele arrivò alla villa di Don Pasquale sul suo motorino, seguendo Antonio. Fu introdotto subito nel patio dove il padrone stava fumando un sigaro. Senza voltarsi Don Pasquale disse a Michele: “Eccoti, caro Michele, oggi ho proprio bisogno che tu mi dia una mano“… “Per servirvi, Don Pasquale, ditemi“. “Ebbene, cominciò a parlare il padrone, mi pare che sei in buona salute, e dicendo queste parole, si voltò invitando Michele a sedersi, e continuò “tu conosci certamente don Vito da… Ebbene, devi sapere che questo, faccio per dire, “don” Vito mi ha sempre mancato di rispetto, lo sapevi?” E Michele: “No, Don Pasquale, a me è sembrato sempre un galantuomo, gentile con tutti e…” ma Don Pasquale lo interruppe un po’ bruscamente, e la cosa cominciò a impensierire Michele, ma solo un pochino, per il momento. Don Pasquale riprese a parlare dicendo: “Don Vito è un maleducato e un cattivo soggetto. Pensa che ora campa diritti su un terreno che è mio da generazioni, sostenendo che il nonno mio lo aveva commutato con un altro terreno e che, se la cosa non sta bene, ci avrebbe pensato lui a mettermi a posto. E lo va dicendo per le osterie e per i paesi. Mi è arrivata voce da un caro amico di Cosenza che perfino in città don Vito si vanta di potermi mettere a posto come sa fare lui”.

A quel punto Michele cominciò a preoccuparsi, perché qualcosa gli diceva di cose brutte. Infatti, Don Pasquale lo incalzò con una domanda: “Tu, Michele, hai un fucile, sai sparare?” “No, non ho un fucile, ma sparare so, perché mio padre me lo insegnò che ero giovane… rispose Michele titubante e Don Pasquale “Nessun problema, disse e chiamò Antonio, che comparve in un lampo. “Antonio, vai a prendere quel fucile bello lustro, quasi nuovo, che funziona sempre, sai che lo abbiamo usato, sia per la selvaggina piccola, sia per quella… grande, quello a canne sovrapposte“. Antonio ricomparve in meno di un minuto, ché Don Pasquale teneva le sue armi, ben lucidate, in bella mostra, nel soggiorno grande in una vetrina. Lì, ben messi in piedi aveva almeno una decina di fucili di diverse fogge, da quelle da caccia a doppia canna a quelli che ricordavano piuttosto armi da guerra, e un paio di pistole, una a tamburo, un revolver, e una tipo “beretta” dei carabinieri.

Si rivolse a Michele e gli disse “E’ tuo, tuo per sempre, ma devi farmi un servizio, un piccolo favore…, e tergiversava, mentre Michele era sempre più pallido, devi sparare a quel fottutissimo di don Vito, anche senza ammazzarlo, sparagli alle gambe, così capisce, e comunque anche se crepa, non c’è problema. Se lo sarà meritato…” A quel punto Michele fu sul punto di non farcela e si tenne agli spigoli della sedia dov’era seduto. Borbottò, mentre si sentiva svenire, un timorosoSissignore, e dove devo far farlo, Don Pasquale?” Il padrone chiamo Antonio e gli spiegò come lui avrebbe dovuto portare Michele sul posto, che era adatto a un agguato, conoscendo le abitudini di don Vito, che soleva frequentare quella tal strada, che era una scorciatoia per andare in monte verso le sue proprietà.

“Non devi temere nulla, Michele, ci sono qua io, tu non avrai nessuna responsabilità”. E la cosa si fece. Una mattina presto, i due si appostarono dietro una roccia che sporgeva sulla strada, e il colpo di fucile, sparato da Michele, raggiunse don Vito nella parte alta delle gambe e causando un’emorragia mortale. Nessuno venne a cercare Michele, che per un po’, senza evitare di frequentare le osterie e i bar della zona, cercò di parlare poco e di ascoltare molto. Dopo mesi i carabinieri andarono alla casa di Don Pasquale, che fu raggiunto da un avviso di garanzia, ma non vi fu alcun seguito, perché lui personalmente aveva un alibi di ferro, nessuno aveva parlato e l’arma non era mai stata trovata, perché Michele l’aveva nascosta in campagna in uno stallo che gli aveva indicato Antonio.

Il tempo passava e Don Pasquale, che nel frattempo non aveva fatto mancare nulla a Michele, lo chiamò di nuovo e di nuovo e di nuovo. Sempre per la stessa ragione. Michele era diventato ora un assassino esperto. Era uno di loro. Mafioso.

 

Il tremendo racconto mi ha spiegato la mafia, o forse un certo tipo di mafia, più e meglio di qualsiasi trattato di sociologia o di antropologia culturale. E ho continuato a chiedermi quanto si possa essere liberi nelle decisioni per il bene o il male… Certo è che la cultura espressa nel racconto di cui sopra deve essere collegata come una concausa alle politiche sociali ed economiche che nel tempo i governi italiani e quelli locali hanno attuato nel Meridione, fin da prima dell’unità d’Italia, prima di Garibaldi e di Nino BIxio.

 

E torniamo alla biologia. Studi molto recenti hanno mostrato l’importanza di distinguere le varianti genetiche che hanno a che vedere con il metabolismo dei neurotrasmettitori, al fine di comprendere la possibilità che si sviluppino comportamenti antisociali e si commettano atti criminali. Ciò comunque non può essere considerato né sufficiente né necessario, perché l’individuo così caratterizzato commetta reati o abbia comportamenti antisociali. Su questo argomento è interessante consultare il professore Pietro Pietrini dell’Università degli Studi di Pisa e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Psicologia Clinica all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, intervenuto alla quarta edizione di Trieste Next, BIO-logos, the future of life. Lo studioso invita a non farsi condizionare da facili scorciatoie come l’accettazione di concetti del tipo “Neurobiologia della cattiveria”, certamente mediatico e a modo suo accattivante, perché le cose sono molto più complesse. Non si può ridurre tutto al biologico, e lo dice un neuroscienziato, non un filosofo. Molto interessante. E’ una posizione analoga, in parte, a quella che da un paio di decenni sostiene il professor Steven Pinker, psicologo sociale americano, che io cito spesso in questi miei pezzi.

Pietrini consente che si stia discutendo da molto tempo se la genetica di un individuo sopravanzi con i suoi effetti, quelli generati dall’ambiente e dall’educazione (e qui mi rivolgo ai miei lettori e studenti che hanno ben presente la sinossi che sempre propongo tra struttura di persona e struttura di personalità). Questa annosa questione, che si può sintetizzare con il sintagma nature vs culture non ha senso, poiché ambedue concorrono alla costruzione della persona.

Il ricercatore continua ricordando che, dopo la codifica del genoma umano (Dulbecco e altri, 2003) si sono cominciate a studiare le varianti alleliche di numerosi geni. Posto che come esseri umani abbiamo tutti lo stesso patrimonio genetico, composto da circa 22mila geni, vi è poi una grande variabilità individuale, che può ammontare fino a 30 milioni di possibilità alleliche, anche come semplice sostituzione di una singola lettera nella sequenza del gene. Pietrini ricorda il nome di questo allele: single nucleotide polymorphism (Snip), cioè di polimorfismo a singolo nucleotide. Ricorda a noi profani che “basta la sostituzione di una sola lettera del codice del Dna (di un singolo nucleotide, appunto) perché la proteina che viene trascritta abbia caratteristiche anche molto diverse da quella originale, cioè quella trascritta dal gene nella forma più diffusa, la cosiddetta forma wild. Ebbene, per quanto riguarda lo studio dei geni che giocano un ruolo nello sviluppo del comportamento e della personalità dell’individuo, si è visto che esistono varianti alleliche di geni che codificano per neurotrasmettitori e recettori cerebrali che sono significativamente associate con la modulazione del comportamento.”

Subito dopo, però, specifica che “non vi è alcun effetto deterministico: vale a dire, nessuna variante allelica determina alcun comportamento. Quello che invece si è scoperto è che certe varianti alleliche modulano il rischio che l’individuo da adulto sviluppi un comportamento antisociale ed aggressivo, se da piccolo è stato allevato in un ambiente malsano, è stato maltrattato e/o abusato. Al contrario, se l’individuo è cresciuto in un ambiente sano, ricco di attenzioni e di stimoli, queste stesse varianti sembrano favorire lo sviluppo di un comportamento pro-sociale. Dunque, si può parlare di “geni di plasticità”, nel senso che queste varianti alleliche sembrano modulare la suscettibilità dell’individuo all’ambiente che lo circonda. Si comprende quindi come geni e ambiente siano due fattori inscindibili nello sviluppo del comportamento umano. E come la lunga diatriba tra i sostenitori che tutto è nella biologia e coloro che per contro ascrivono il comportamento al solo effetto dell’ambiente e della cultura-educazione, sia priva di fondamento”.

A Pietrini piace comunque fare sempre riferimento al sapere etico-filosofico quando si trattano questi temi, e cita in proposito Platone: ‘Perché malvagio nessuno è di sua volontà, ma il malvagio diviene malvagio per qualche sua prava disposizione del corpo e per un allevamento senza educazione, e queste cose sono odiose a ciascuno e gli capitano contro sua voglia’ (Timeo, 86 e)”.

Un ultimo aspetto che chi mi conosce sa che non trascuro mai quando tratto temi come questo è il riferimento al contesto giuridico-penale dell’agire umano antisociale o criminale. Torna in questione il tema della libertà, e quanto questa facoltà sia presente nell’agire umano. Il sistema penale, da quasi quattromila anni presuppone che l’essere umano sia responsabile delle proprie azioni, e pertanto ne debba rispondere quando queste sono riprovevoli. Si tratta della premessa necessaria per ammettere la stessa imputabilità del soggetto agente, ovvero l’esclusione di essa con i conseguenti esiti di carattere penale.

In tema Pietrini avverte che, se un individuo non possiede da sempre o non possiede più tutte le funzioni dei lobi frontali a causa di un trauma, di una malattia, o di un processo neuro-degenerativo, costui non possa essere ritenuto responsabile di comportamenti anche criminali. In ogni caso, chi opera contro le norme morali e le leggi della convivenza civile in modo consapevole, e ciò sia dimostrabile, non può non essere ritenuto colpevole e meritevole di condanna e di espiazione di una pena. Colpa e pena appartengono alla consapevolezza, sia nel diritto penale, sia nelle dottrine filosofico-teologiche classiche, da Platone in poi.

Se non si può cedere al determinismo filosofico-biologico, è altrettanto importante conoscere bene le condizioni cerebrali e mentali di ogni attore e autore di gesti ascrivibili all’essere umano. Tommaso d’Aquino distingueva fra “atti umani”, cui attribuiva un’accezione di scelta morale per il bene, dagli “atti dell’uomo”, che rappresentavano semplicemente l’agire dello stesso, indipendentemente dal giudizio morale sugli atti stessi.

Nell’intervento citato, lo studioso cita casi accaduti presso i Tribunali di Trieste e di Como, dove sono stai presi in considerazione elementi di alterata funzionalità cerebrale e di vulnerabilità genetica riportati nelle perizie psichiatriche degli imputati, così come abbiamo visto nell’articolo precedente, nel quale ho riportato la sentenza di un Tribunale del Tennessee, chiamato a giudicare un delitto effettuato da un uomo non in grado di intendere e volere nella pienezza delle sue facoltà, e quindi della sua libertà.

Il tema è immenso e difficile.  Anche il racconto da cui ho iniziato questo articolo suggerisce una riflessione: oltre ai deficit fisico-psichici, non possiamo trascurare gli elementi “culturali” e antropologici, per comprendere gli abissi nei quali talora l’uomo si viene a trovare.

Soleimani, Bagdad, 3 gennaio 2020; nonno Agostino e quota 85, Carso, Prima guerra mondiale, 6/ 7 Agosto 1916

Ogni cosa ha un inizio. Se non percepiamo quando accade l’inizio ci facciamo domande. L’inizio del mondo potrebbe coincidere con l’inizio del tempo, parola di Hawking e di sant’Agostino.

E una fine. Ogni cosa ha una fine, ma anche un fine (Aristotele). La fine è cosa diversa da il fine, poiché la fine può essere sostituita per quasi omonimia dal lemma “termine”, mentre il fine significa la ragione per la quale un essere umano, ma anche un animale o una pianta, oppure un progetto sono: il diventare in atto ciò che in potenza sono fin dal primo istante (zigote, per gli umani). Il farsi-atto è il conseguimento del fine.

Ne parlo in questi giorni, quando l’uomo pare non apprendere nulla dalla storia.

Sto pensando all’uccisione del generale persiano Soleimani. Il presidente americano gioca con la storia mediante twitter, importandogli solo la sua rielezione. Mi sto chiedendo come la fine di questo militare possa costituire un fine per Trump, per gli USA, per tutti. Non ne trovo. La guerra mondiale a pezzi (copyright di papa Francesco) continua e si sviluppa.

 

Facciamo un salto all’indietro di cento e più anni. Prima guerra mondiale: Sarajevo è ormai alle spalle e da tre anni si sta combattendo crudelmente in tutta Europa. I morti sono centinaia di migliaia, e diventeranno milioni alla fine della guerra (quasi 20), sia civili sia militari. E non dimentichiamo che dopo il “nostro” 4 novembre 1918 della vittoria, si è continuato a combattere sul fronte orientale per altri tre anni, tra Russi e Polacchi, tra Sovietici rossi e Russi bianchi. Una pausa di vent’anni è stato l’intervallo per la Seconda guerra mondiale, che ha fatto oltre sessanta milioni di morti. Le tre guerre hanno avuto un termine, una fine, ma quale fine hanno raggiunto? Ad esempio, si poteva realizzare l’Unità di tutta l’Italia senza i 650.000 morti italiani? Gli storici della diplomazia più accorti affermano di sì.

La fantascienza si è posta il tema del viaggio nel tempo. Una domanda: forse che viaggiando nel tempo, sarebbe stato possibile uccidere Hitler da bambino ed evitare…

Il tempo attuale viene ormai chiamato antropocene, come tappa ulteriore della storia fisica e antropologica del pianeta. A differenza di soli cinquant’anni fa, l’uomo è oggi in grado di influire pesantemente sulle condizioni climatiche della terra, con le conseguenze che già intravediamo. E non positivamente. Antropocene è un termine diffuso negli anni ottanta dal biologo Eugene Sturmer, e adottato nel 2000 anche da Paul Crutzen, Premio Nobel per la Chimica. Crutzen formalizzò il concetto in testi quali l’articolo Geology of mankind, apparso nel 2002 su Nature, e il libro Benvenuti nell’Antropocene. Il termine apparve per la prima volta in V. Shantser, alla voce The Anthropogenic System (Period) del secondo volume della Great Soviet Encyclopedia (1973). Con il lemma si indica  l’epoca geologica che si distacca dall’olocene (la precedente), e sta a significare quanto l’uomo influisca sull’ambiente con le sue attività, che diventano le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche.

Se il precedente nome, olocene, stava a significare solo la presenza umana sul pianeta, che non trasformava la struttura stratigrafica e climatica della Terra, ora l’influenza umana le sta toccando e cambiando. Dai tempi dell’abate Stoppani che definì a fine ‘800 le ere geologiche, il quale comprese che la forza delle attività umane costituiva già un’era antropozoica, cioè con l’uomo al centro delle forze agenti sulla terra, registriamo da parte del geochimico russo Vernadskij il termine successivo, noosfera, vale a dire luogo dove l’intelligenza umana interferisce con l’ambiente in modo decisivo, termine ripreso negli anni ’70 del Novecento dal padre gesuita, teologo e paleontologo  Pierre Teilhard de Chardin. E siamo qui, con le guerre e le attività di questi tempi, mentre con fatica tentiamo di evadere dal pianeta azzurro.

 

Nonno Agostino si temeva fosse morto al largo di Durazzo, durante un naufragio dove centinaia di fanti italiani erano annegati. No. Per le strane e comunque causative vicissitudini dei percorsi informativi, il nipote omonimo e sua sorella Grazia e Gianfranco scoprirono che la vita del trentatreenne nonno era finita sul Carso, a ridosso di una trincea, dove anche Enrico Toti aveva vissuto gli ultimi giorni. Era il 6/ 7 Agosto del ’16.

Come lui milioni di altri esseri umani sono morti in guerra: dalla Prima mondiale anche milioni di civili, ciò che fino a tutto l’800 non accadeva, se non in minima parte, quella delle guerre coloniali. Inglesi e tedeschi massacrarono popolazioni intere, la giovanissima America del padri pellegrini aveva sterminato gli uomini rossi delle praterie, e gli ispanici gli indios del Sudamerica, bene presto imitati dai nuovi padroni locali, come nel caso delle stragi patagoniche di fine ‘800.

Gli ebrei sono stati oggetto di sterminio fin dal Medioevo.

Nonno Agostino era un contadino del Friuli, chiamato alla armi come milioni di altri. Alla fine del 1915 i soldati al servizio del maresciallo Cadorna, quello che giocava a tressette in via Mercatovecchio a Udine, mentre a trenta chilometri più a est si moriva in mezzo al fango, alle feci e al sangue, e se qualcuno osava protestare veniva fucilato.

Nonno Agostino invece morì per mano altrui, forse un contadino slovacco o ungherese, che era stato prelevato dal suo villaggio dai reclutatori del kaiser.

I suoi nipoti, che avevano dedotto notizie della sua morte nel naufragio in Adriatico, hanno saputo ricostruire che il nonno era morto a poche decine di chilometri da casa, a mezza giornata di carro e cavallo. Uomo giovane, per la Patria. La sua fine aveva contribuito a costruire un fine ma, abbiamo detto sopra: sarebbe stato possibile raggiungere il fine medesimo senza sangue, senza dolore. Ma così è andata, perché l’uomo non agisce per il meglio, ma per la convenienza, come spiegava Machiavelli nelle sue Lettere a Francesco Vettori, mai confondendo, però, all’incontrario di ciò che diffonde la vulgata, mezzi e fini, come Cadorna, Trump e molti altri.

Caso o causa, necessità o contingenza la morte di nonno Agostino? A posteriori non si può non pensare alla necessità, a priori avrebbe qualche chance anche il caso: il fatto è che tutto ciò che accade accade per cause: il problema dell’uomo è che conosce le cause di ciò che accade solo in minima parte, e pertanto…

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