Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Le grandi derive della storia e i diversi sguardi umani sul mondo

Tra papa Bergoglio e Salvini vi sono certamente persone che tengono per l’uno o per l’altro: se si “tiene” per il primo il secondo risulta inviso e viceversa. Ad esempio sul tema epocale dei migranti e dello ius soli. Manicheisticamente, come ai tempi di sant’Agostino o delle lotte guelfi-ghibellini del nostro gran Medioevo.

Sappiamo che dai tempi preistorici tutte le popolazioni del mondo si sono spostate, più o meno, dai territori di origine, a volte muovendosi per migliaia o decine di migliaia di chilometri. Pensiamo alle trasmigrazioni di popolazioni asiatiche o amerinde attraverso lo stretto di Bering, alle migrazioni dei popoli Indoeuropei dall’Asia Centrale all’Anatolia, alla Tracia, e all’Europa, agli esodi nel Vicino Oriente antico, come narra la Bibbia, fino ai fenomeni attuali di enormi masse di migranti che salgono dall’Africa equatoriale verso il Mediterraneo, o provengono da zone di guerra o di miseria afro-asiatiche.

Detto questo, i popoli che si sono spostati, o si sono inseriti nei nuovi contesti socio-etnici in qualche modo (in molti modi) integrandosi, o hanno conquistato i nuovi territori, come racconta la Bibbia con dovizia di particolari (cf. libro dei Giudici).

Ora sta accadendo un fenomeno epocale che non può essere fermato con misure militari o di polizia, perché ha a che fare con la distribuzione dei beni nel mondo, che è iniqua, con la qualità di vita che si differenzia in maniera radicale tra Occidente e i territori da cui provengono queste genti, e dunque l’inerzia “fisica” della deriva è inarrestabile. Anche mio padre, quando non trovava lavoro in Italia è andato in Germania dove lo ha trovato.

Questo non significa che si possono accogliere tutti e in qualsiasi modo. Ma vuol dire anche che le grandi Nazioni ricche e sviluppate, meta agognata di queste persone, e non dico le fallimentari e quasi inutili organizzazioni sovra-statuali (ONU in primis), debbono porsi, ed è già tardissimo, il tema dello sviluppo nelle terre di provenienza di questi esodi, in Africa, in Asia, e tenere conto che “tutto-si-tiene”, guerre in corso, guerre sbagliate fatte dai colonialisti di un secolo fa e di pochi anni fa, avidi di terre, ricchezze varie e petrolio.

Ora in Italia si pone con urgenza nell’agenda politica il tema dello Ius soli, cioè del diritto di cittadinanza di chi nasce qui, pur provenendo da qualsiasi altrove. Negli Stati Uniti d’America vige da secoli, perché è in Costituzione, mentre da noi il diritto di cittadinanza è regolamentato da leggi vecchie di un paio di decenni, abbastanza arzigogolate, e ora fondamentalmente ingiuste e inefficaci. Non le sto a riassumere qui: basti dire che il diritto di cittadinanza è concesso ai bimbi nati da almeno un genitore italiano, o comunque solo al compimento del diciottesimo anno di età, e così via. Pare ci siano oltre un milione e mezzo di bambini, ragazzi e giovani che, se fosse emanata la norma dello ius soli, diventerebbero immediatamente italiani.

Se mi si chiedesse se sto con Salvini o il papa, io non esiterei a dire che sto con la ragione, perché hanno in parte torto tutti e due. Il primo perché, nel suo stile a-logico e sgangherato, fa di ogni erba un fascio, usando i social, mescolando un tema gigantesco con le paturnie dei disinformati e blandendo i sentimenti e gli egoismi peggiori. Salvini fa male anche a mettere insieme il tema dei migranti con il terrorismo, perché porta solo acqua al mulino della confusione.

Al papa rimprovero un certo semplicismo, che gli fa dire, una po’ à la Bertinotti d’antàn, che tutti hanno diritto di essere accolti, se fuggono da miseria, guerre e altre disgrazie. Certamente, ma agendo in contemporanea su tutta la tastiera delle cose da fare, comprese politiche di sviluppo e commerciali più eque e solidali nei e con i paesi di provenienza dei migranti.

Sto con la ragione argomentante, perché non parteggio, non ho bisogno di “stare con”, avendo un’autonomia di giudizio che non richiede conferme nel mondo dei più noti, e non sempre più accorti.

I terroristi sono infelici

Chi mi conosce o mi legge qui sa bene che non amo né il concetto, né il “nome” della felicità, perché mi paiono ambedue troppo ridondanti e soprattutto irrealistici. Come anche ultimamente ho scritto preferisco il termine “gioia”, gaudio, sentimento e stato psicologico che può convivere -intersecandolo e mitigandolo- anche con il dolore.

Seconda premessa: nel titolo vi è il termine “terroristi”. Ebbene qui non intendo tutte le fattispecie di “terroristi” che si siano mai mossi nelle vicende umane. Non intendo gli ebrei “zeloti” che combattevano i Romani, né i circoncellioni dei tempi di sant’Agostino, né gli ashasins arabi; non i militanti del “Terrore” rivoluzionario francese di fine ‘700, gli anarchici ottocenteschi alla Felice Orsini o Gaetano Bresci; non intendo i serbi della Mano nera (Gavrilo Princip ne faceva parte), e nemmeno quelli dell’Irish Republican Party militare; neppure gli ebrei di Stern e Irgun, di cui fu militante Menachen Begin, i GAP partigiani in azione nella Guerra civile italiana del ’43-’45; non mi riferisco né ai più recenti NAR, né alle Brigate Rosse o a Prima Linea. E infine forse neppure del tutto ai terroristi “intellettuali” alla Bin Laden o Mohammed Atta. Troppo diversi gli “attori” delle categorie citate sopra, tra le quali vi erano e vi sono terroristi in senso stretto (Al-Qaèda) e militanti politico-militari, che utilizzavano il “terrore” come estremo rimedio in situazioni limite (GAP, IRA?), o altre forze che terrorizzavano con chiari e spietati messaggi (Brigate Rosse).

Tutte queste categorie di terroristi hanno usato armi da taglio e da fuoco, messo bombe, compiuto attentati, con o senza intenti suicidiari. Qui, invece, mi riferisco all’ultima generazione di infelici che accoltellano, investono, fanno saltare auto e camion-bomba, si fanno esplodere, sparano per spaventare un mondo che odiano da tempo o hanno imparato rapidamente a odiare, e vogliono colpire nel suo stile di vita, nelle sue certezze, senza distinguere tra le vittime. Attentati in tutto il mondo, sempre più frequenti da oltre un quindicennio. Non dimentichiamo che comunque il maggior numero di vittime causate da questo tipo di terrorismo 2.0 post ventesimo secolo è di religione musulmana. Giustamente ci impressionano i quindici morti e i cento feriti di Barcellona, ma a Bagdad, Aleppo, Nairobi, Homs, Mosul, in Indonesia, in Pakistan, in Tunisia e in Nigeria, a Kabul e a Mumbay, Istanbul, Ankara, Sinai,  etc., le vittime si contano spesso a centinaia. Anche se teniamo conto delle Twin Towers nel 2001, di Atocha nel 2004, di Londra, Parigi, Bruxelles, Nizza, Mosca, Berlino e Barcellona, dove son morti europei e americani soprattutto, il confronto tra i due terrificanti bilanci non regge. In Asia e in Africa la filiera del terrore fa sempre più morti, spesso neri, sempre poveri e quasi sempre musulmani.

Ma noi europei (americani e australiani compresi) facciamo fatica a capire quello che sta succedendo, e come mai siamo pienamente coinvolti da questa terribile stagione di sangue e di morti insensate.

Molti oggi cercano di analizzare le tipologie socio-psicologiche di questa generazione di killer senza remore.

Che gli Occidentali abbiamo molto da farsi perdonare per le politiche coloniali dell’ultimo secolo e mezzo e fuori questione. Senza tornare all’Impero di Vittoria regina, basta che ricordiamo la follia dei franco-inglesi (accordo di Sykes-Picot) dopo la Prima guerra mondiale che definirono con riga e squadra i confini di Siria, Irak, Turchia, Iran, Libano, cioè di tutto il Vicino Oriente, con la nazione Curda presente in quattro di questi stati, o alla pazzia menzognera di Bush&Blair con la Seconda guerra del Golfo, o a quella idiotissima idea di Sarkozy, che nel 2011 volle morto Gheddafi, per comprendere qualcosa almeno, delle origini di questo sfacelo.

Che il mondo musulmano (e in particolare arabo-musulmano) abbia bisogno di una specie di “Rinascimento filosofico-religioso e politico”, che gli permetta di fare un passo in avanti nella separazione tra religione, società e politica è fuori questione, così come lo stesso mondo cristiano ha dovuto aspettare il diciannovesimo secolo per separare trono e altare,  bisogna riconoscere che su questa strada si sono incamminate, pur tra mille contraddizioni, diverse loro grandi nazioni, come il Marocco, l’Algeria, la Tunisia, l’Egitto (a proposito, se è indispensabile fare piena luce sul delitto Regeni, è pienamente legittimo e opportuno il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo), la stessa Indonesia, e che l’Iran stesso merita grande attenzione,  e la grande nazione turca pure, nonostante -appunto- Erdogan, ambiguo e cinico.

Non è credibile che questi ragazzi si basino “coscientemente” su un certo letteralismo violento presente nel Corano, testo scritto per popolazioni nomadi di un millennio e mezzo fa, probabilmente analfabete. Analogamente, ad esempio, almeno dai tempi di Origene, i cristiani sono in grado di interpretare i libri biblici in modo allegorico, come insegnava la “scuola alessandrina” di Clemente e Origene stesso, o tipologico, come insegnava la “scuola antiochena” di un Teodoro di Mopsuestia: in entrambi i casi il testo biblico, per dire quello del Primo libro dei Re, particolarmente connotato da efferata violenza, veniva visto come immagine o lezione divina che punisce il peccato dell’uomo in maniera esemplare, con un linguaggio diretto e popolaresco, proporzionato al comune sentire e alla etno-cultura e sociologia di quei tempi arcaici, i tempi dell’occhio per occhio, dente per dente, vita per vita. Lo stentoreo urlo di questi ragazzi Allah-hu Akbar, Dio è grande, ha un che di disperato e di infelice, per nulla prodromo e promessa di improbabili “paradisi” ultraterreni.

Veniamo ora un attimo al cuore del tema, al conflitto civile e intra-religioso siro-irakeno. Dopo la sconfitta e la morte di Saddam Hussein e l’implosione siriaca, il vecchio Partito Baath si è spappolato e migliaia di quadri politico-militari si sono trovati sotto le accuse del mondo. Dove sono andati? Hanno costituito il nerbo dell’Is (o Isis, se si vuole), ora in procinto di essere militarmente sconfitto. Ma, come sempre, dopo le guerre civili, che sono le peggiori guerre (Mario vs. Silla, Pompeo vs. Cesare, Ottaviano Augusto vs. Marco Antonio, la Storia non insegna proprio nulla!), la diaspora dei combattenti si disperde in mille rivoli di odio e di azioni dettate dall’odio, dalla mancanza di prospettive, da un nichilismo di fatto che nessuno riesce a recuperare, finora.

Oltre a costoro vi sono i foreign fighters europei, nordafricani e vicino-orientali, e magari anche ceceni o pakistani. Ecco, questo è il punto che riguarda questa fase in Europa. Bastano poche centinaia di individui che oggi definiamo “radicalizzati” per costituire una rete terroristica fatta di cellule più o meno indipendenti, ispirate dai messaggi semplici e ignoranti di un Al Bagdadi di turno. Giovani di periferia, spiantati, magari dediti alla piccola criminalità, perennemente connessi sui social, sempre più giovani e quindi indifesi dal punto di vista della più semplice logica umana.

Non mai sorridenti, talora irridenti, quasi a volersi prendere una rivincita verso questo mondo che li ha accolti, ma non come pensano “sarebbe stato giusto”.

Il mix ideologico-morale è micidiale: a) frustrazione, b) gelosia per modelli di vita diversi, c) spirito di vendetta, d) desiderio di mostrare la propria forza, e) nichilismo distruttivo e autodistruttivo… Il tutto su un sostrato di ignoranza micidiale, che rende vittime questi psichismi elementari facilmente indottrinabili e manipolabili da esperti predicatori dell’odio, in persona  e sul web.

Per questo nel titolo scomodo il tema dell’infelicità, come sentimento e stato psichico di frustrazione estrema, di delusione di se stessi, di autostima sotto i tacchi, di mancanza di ogni progettualità, di imitazione sterile e inefficace di altri modelli di vita. Rayban e kalashnikov allora stanno insieme, si tengono, come il consumismo e la impazienza di fare qualcosa di clamoroso e di “forte”.

Il fondo e lo sfondo di tutto questo è dunque una forma di in-felicità, come disprezzo di ogni fe-condità, che è la vera matrice di un equilibrio mentale e fisico, culturale e sociale, che possa definirsi, con qualche opportuna cautela, perfino “felicità“.

Per questo questi giovani e talvolta giovanissimi terroristi sono degli “infelici”.

Da qui dovrebbe partire una riflessione profonda in tutto l’Occidente, che deve difendersi anche materialmente con tutte le sue forze, ma anche con tutta la sua capacità culturale e politica, con tutta la sua immensa storia, con il dialogo e con la fermezza, con la collaborazione e l’affermazione dei principi di convivenza civile e democratica che anche qui da noi sono costati secoli di fatica, di dolore  di sangue, cui non si può e non si deve rinunziare.

Sindacato, sindacati ieri e oggi… e domani?

Ho vissuto il sindacato dall’interno, nella “vita precedente” (per modo di dire), fino a ruoli importanti, regionali, nazionali e internazionali (per un anno sono stato co-presidente dei sindacati della Comunità Alpe-Adria, di cui facevano parte sloveni, croati, carinziani e stiriani, oltre ai veneti e ai friulo-giuliani). Ricordo “gaudiosi” congressi autocelebrativi cui ho partecipato, a Zagabria, Lubiana, Graz, Stoccolma, Bruxelles…, oltre alle grandi kermesse nazionali a Roma, Milano, Rimini, e via andando.

Ne conosco bene la storia travagliata, spesso gloriosa agli albori, e ne osservo l’attuale declino, che mi preoccupa. Secondo una logica e un’etica utilitaristica dovrei più o meno disinteressarmene, ma non è nella mia natura e nel mio stile. Quando dirigevo pezzi importanti del sindacato ero attento ai temi e problemi dei lavoratori, ma avevo ben presente la “connessione necessaria” con le imprese, cioè l’esigenza di considerare la salute economica delle aziende come area di interesse primario dei lavoratori stessi, non per ritenere che gli interessi della parte datoriale e quelli dei dipendenti coincidessero, ma perché per me era chiarissimo come vi fossero dei punti di tangenza e di sovrapposizione logica, quasi campi semantici comuni, tra sviluppo aziendale e occupazione. La mia era una posizione, si diceva allora, dialogico-riformista, socialista democratica, e andrebbe bene anche oggi, sia come linea politica, sia come definizione dottrinale.

Anche allora vi erano posizioni diverse, più o meno anti-padronali o talora non poco ambigue. Vi era una vera e propria spaccatura tra sindacati dei settori privati, industria, agricoltura e servizi, e sindacati del pubblico impiego, che si percepiva nelle riunioni comuni e nei congressi. Le differenze erano più marcate tra “pubblico” e “privato” che non tra le tre Confederazioni Cgil, Cisl e Uil.

Il gruppo dirigente a livello nazionale, quando c’ero io, era di primissimo livello: basta citare qui i segretari generali di allora Lama, Carniti e Benvenuto, ma vi erano anche personaggi come Trentin, Bentivogli, Mattina, Veronese, con i quali si dialogava volentieri. Finita quella generazione ecco il diluvio della mediocrità. Dopo tredici anni sono uscito da quel mondo per andare a fare il Direttore del personale in Danieli e poi… ho già raccontato qualche giorno fa.

Con un gruppo di bene-intenzionati avevamo iniziato a lavorare sulla cultura del sindacato, ispirandoci anche alle posizioni più aperte al mondo e ai nuovi equilibri, come quella di Alex Langer, per molto tempo co-ispiratore del gruppo. Si “faceva sindacato” con un occhio ai nuovi lavori, all’universo femminile, ai giovani sempre più scolarizzati che si affacciavano al mondo del lavoro, e si scriveva, avevamo una rivista “Verde-Uil”, per dire che amavamo le novità, la viridescenza primaverile delle idee, senza gerarchie organigrammatiche, in seminari aperti a ricercatori ed imprenditori, con l’orecchio attento ai suoni del mondo e alla incommensurabile differenza delle sensibilità individuali.

Quel mondo di curiosità e di ricerca entusiastica si è fermato una ventina di anni fa. Il sindacato italiano, nonostante l’89 epocale della politica si è sempre più rinchiuso in se stesso, rinforzando le culture corporative e aumentando le divisioni, con contratti separati (ad esempio, dei metalmeccanici negli anni 2000), perdendo di vista la dimensione della ricerca e l’entusiasmo del procedere senza autolimitazioni, ispirati solamente dal rispetto delle regole e dalla reciprocità fraterna.

Ricordo momenti bellissimi di formazione quadri in Trentino, Sud Tirolo, Toscana, Garda, Carnia, Umbria… E la memoria in qualche modo rivendica la correttezza di quella linea ideal-pratica contro l’inerzia attuale.

Alla fine della mia esperienza sindacale ho perfino promosso una ricerca mia privata con l’aiuto di un amico sociologo, sulla “ricollocabilità” dei funzionari sindacali alla fine dell’aspettativa prevista dalla Legge 300/ 70 (Statuto dei diritti dei lavoratori) all’art. 31, tanto per farmi un’idea. In realtà, sul campione di una cinquantina di curriculum vitae di colleghi del Nordest, solo il 10%, cioè cinque persone, sarebbe risultato ricollocabile al lavoro in posizioni analoghe a quelle del prestigioso incarico sindacale, tra cui tre del pubblico impiego, io e un mio caro amico che ancora veleggia per rotte sindacali. Gli altri 45 avrebbero dovuto “tornare in linea” ad un lavoro operaio neppur tanto qualificato, rinunziando a segretarie, ufficio personale, viaggi aerei e alte frequentazioni con politici e imprenditori. E così costoro sono rimasti lì, spesso con grande sussiego (ricordo in particolare alcuni che non cito, per carità, ma di uno dico che è della Bassa friulana, pieno di boria) ad alimentare una immarcescibile burocrazia sempre più invecchiata, se non sono riusciti a fare il “salto in politica” come consiglieri regionali o deputati a diecimila euro al mese, o nel mondo della cooperazione, destino di molti, per la garanzia della pagnotta. Di quella generazione friulo-veneta sono stato l’unico a buttarmi in acqua “dove non si tocca” e a misurarmi con il mercato della consulenza direzionale e della formazione. Ed eccomi qua, ancora in beata solitudine.

Una nazione senza sindacati è pericolosa, lo dimostra la storia recente dell’Italia: i sindacati sono stati non solo co-autori di un riformismo democratico nel diritto e nella prassi gius-lavoristica, camera di decantazione e di interpretazione delle tensioni sociali, ma anche un baluardo inespugnabile da parte dell’estremismo e del terrorismo dei decenni scorsi.

Ma un sindacato come quello di oggi è chiaramente insufficiente, non all’altezza degli enormi cambiamenti in atto, e dell’esigenza di costituirsi come soggetto guida del mondo lavorativo. Anche il personale politico delle strutture sindacali è meno qualificato dei decenni passati, a volte si mostra in grave difficoltà nella dialettica delle relazioni industriali e nella rappresentanza stessa dei lavoratori. La cultura media dei sindacalisti a tempo pieno arriva più o meno al diploma, i laureati sono pochissimi, presenti soprattutto nel pubblico impiego. Pur conoscendo bene il loro linguaggio, i loro riti e i loro miti, io stesso talora faccio fatica a sopportarli, quando inavvertitamente si mettono sullo stesso piano dell’interlocutore discutendo di Risorse Umane, di Valutazione del personale, di Analisi del clima, di Formazione, Selezione, etc., oppure di Etica d’impresa e del lavoro. Questo interlocutore magari sono io, con esperienza pari o superiore alla loro in campo sindacale, e ben altra preparazione culturale e accademica rispetto a loro, peraltro anche molto specifica sui temi trattati. La rabbia allora sbollisce un poco nella pena per una situazione così povera.

L’altro aspetto è quello della rappresentanza dei lavoratori: sempre di più giovani ingegneri, economisti, tecnologi mi dicono “ma come faccio a farmi rappresentare da quelli, se non capiscono non solo quello che so, ma neppure quello che faccio in azienda?”

Qualcuno anni fa aveva proposto di creare percorsi specifici nelle Facoltà di Scienze politiche o Giurisprudenza, ad Economia come a Filosofia e Psicologia, per formare il personale politico del sindacato. Lo avevo proposto anch’io all’Università di Udine quando era rettore il valoroso Professor Franco Frilli. Oggi, senza una preparazione universitaria non si può reggere credibilmente un ruolo di rappresentanza professionale nel sindacato.

Certamente Di Vittorio aveva forse la quinta elementare, ma erano altri tempi e altre tempre di uomini. Mi inchino alla loro grandezza umana, politica e morale.

Che fare dunque, se il sindacato è indispensabile all’equilibrio socio-politico ed economico di una grande Nazione come l’Italia? “Rimboccarsi le maniche” del cervello e studiare umilmente, indefessamente, a lungo, per poter comprendere i segni e i problemi dei tempi che viviamo e dare una mano. Orsù sindacati, sveglia!

Frontiere e limiti come passaggi per andare oltre, nella storia umana e nella vita delle persone…

Si ritiene in ambito storiografico che negli antichi imperi, quando il mezzo di trasporto più veloce e sicuro era il cavallo, dai tempi di Suppiluliuma re degli Hittiti, di Tiglat Pileser III degli Assiri, della Cina della Grande muraglia, di Ciro il Grande, di Alessandro e del magno imperium di Roma, fino a Gengis Khan e Timur Lenk, le amministrazioni centrali dovevano essere raggiunte in non più di quattordici giorni, pena lo sfaldamento delle strutture politico-amministrative. I Mongoli stessi che ebbero l’impero più grande, si decisero a dividerlo in khanati per poterlo governare, e comunque il loro impero durò pochi decenni. L’impero romano, invece, che aveva dimensioni più contenute e soprattutto aveva la sua capitale, Roma, baricentrica rispetto ai confini estremi della Tracia e della Persia a Est, della penisola ispanica a Ovest, del Vallo Adriano a Nord e delle regioni mediterranee del Nordafrica a Sud, durò quindici secoli, se consideriamo il periodo  da Augusto alla caduta di Costantinopoli nel 1453 sotto i colpi dei Turchi di Mehmet II.

Pochi decenni è durato l’impero di Gengis Khan, quasi 1500 anni Roma. E’ evidente che le ragioni di queste differenti storie non stanno solo nei quattordici giorni a cavallo dal confine alla capitale, ma anche e soprattutto nella superiore capacità organizzativa, nella cultura filosofico-giuridica e socio-politica di Roma, rispetto agli altri imperi.

E poi le abbiamo derive migratorie, irresistibili, esodi impressionanti di tanti esseri umani da… e per… Sono questi i grandi movimenti dei popoli, delle tribù, delle nazioni che a volte si spostano da un luogo all’altro di questo piccolo pianeta in cerca di vite nuove, fuggendo carestie, cataclismi, epidemie-pandemie, guerre e ogni altro pericolo che incomba su immensi e popolati territori.

Mio caro lettore, perché questa premessa, solo per il gusto dell’indagine geo-storiografica, peraltro oggi materia unificata alle superiori? Certamente anche per questo, ma soprattutto per parlare ancora dell’uomo e del destino che egli si costruisce come soggetto autonomo dentro le circostanze della vita.

Se la storia ci insegna di confini, di nazioni conquistate e conquistatrici, di fiumi e catene montuose invalicabili, di orde disordinate (come quelle uralo-altaiche o turco-mongole) o di eserciti organizzati scientificamente (come quelli di Alessandro, Annibale, Pompeo, Cesare, Scipione, Napoleone,…) lanciati alla conquista di pezzi di mondo, la storia umana, anzi le singole storie umane, la mia la tua, lettore gentile, ci insegna che si tratta sempre di una ricerca dei confini, dei limes, dei limiti.

Per tutta la mia vita, senza mai dichiararlo neppure a me stesso, sono andato in cerca del limite, del mio limite, e ho corso, corso, e corro ancora, forse con più equilibrio, chissà. Il mio caro amico Franco, leggendo gli ultimi miei pezzi qui, mi esorta a non mollare la presa, a andare “a manetta” se me la sento, se le forze mi assistono, se “ho l’ispirazione”. Ebbene sì, caro Franco, che mi conosci bene, e anche altri cari amici/ care amiche che mi volete bene in questa vita frenetica e bellissima, seguirò il vostro consiglio, di andare spedito, di andare avanti ad esplorare i confini, ad esplorare i limiti delle mie energie ben spese per un buon fine.

Il fatto è che, come nelle gare sportive, il limite assoluto non si può conoscere, perché può sempre venire “limato” dal nuovo primatista della gara: analogamente i limiti delle nostre prestazioni non sono conoscibili in anteprima, prius quam, aprioristicamente, ma solo alla fine di una fase della ricerca, che abbisogna di riposi per poi consentire la ripartenza. E così si va, nel tempo e nella storia, a volte incespicando, ma poi -rialzandosi- si riparte verso l’orizzonte, il confine, il limite ancora inesplorati. Grazie a Dio.

Gli sguardi, i momenti, l’intuizione, il coglimento del senso, il valore di ogni cosa che si fa

Ultimamente, mi rimproverano un po’ di questo carissime persone, che sto facendo forse un po’ troppa autocritica della mia frenesia operativa, del mio muovermi multitasking, del mio essere-presente in molte situazioni, del mio scrivere e pubblicare, tre libri in due mesi (per circostanze e coincidenze), etc. Ma stai un po’ tranquillo ché ti fai male, dai, sembra emergere dal mio prezioso network di amicizie e solidali colleganze. Va bene, devo rallentare anche per manutenermi un po’ in questa fase un poco dolente.

Epperò, mi fa notare qualche altro, stai attento a non esagerare con l’autocritica, perché se hai fatto tante cose, se sei così rock, ti sarà pur piaciuto, sarà pur servito a qualcosa.

E allora che fare? Non è facile portarsi sul ciglio della strada per riflettere un poco sulla corsa, senza abbandonarla, ché il mio è sempre un rally, e mi piace da sempre, da quando portavo bibite, studiavo allo Stellini e giocavo a basket, ancora pochissimo attento alle ragazze (poi ho recuperato).

E’ chiaro che tutto questo fremente incedere nella mia vita non dipende solo da un’opzione fondamentale, come direbbe il padre gesuita Karl Rahner, ma anche da miriadi di micro-decisioni quotidiane, da vettori causali alieni e da volontà altrui, e infine da circostanze plurime. Faccio un esempio: se spostandomi da un’azienda a un’altra a cavallo della mezza giornata, non riesco a mangiare perché sono distanti quaranta chilometri l’una dall’altra e, mentre termino verso le 13 nella prima, ho da iniziare alle 14.15 nell’altra, che faccio? Un tramezzo? Un caffè e dolcetto? Nulla, o solo acqua? Questa è spesso la mia vita, miracolo se riesco a sedermi una o due volte alla settimana con Michele o qualche altro collega a pranzo, un primo o un secondo-contorno e dolcetto e un taglio di vino rosso.

Quanti sono gli sguardi, le parole non dette, le parole dette, le correzioni, l’uso combinato di e-mail, watts app, sms, rinvii, discorsi brevi sul ciglio della porta di un ufficio, un gesto d’intesa, una caterva ogni giorno, ed è bellissimo, perché il dialogo è vivo, vero, potente, trasversale, nutriente sul piano psichico ed efficace su quello operativo.

E i momenti? Tutti diversi, tutti da in-ventare (cioè da -latinamente- invenire, cioè trovare, ché inventare significa trovare ciò che già c’è nell’intelligenza del mondo  e dell’uomo). Ogni momento ha la sua irriducibile unica preziosità di tesoro nascosto e svelato, è la alètheia greca, la verità locale e formale che si svela-ri-velandosi (cf. Heidegger), ogni attimo genera miracoli, mira (cose meravigliose), se ci si crede volendo fare quello che di meglio sappiamo fare.

L’intuizione delle cose poi aiuta la riflessione razionale: posso fare anche questo oggi, o devo rinviare? Ci sta, se lo aspettano, rinviare è dannoso? Io non rinvio mai, seguo l’istinto, ragiono ma immediatamente procedo, anche senza completare il sillogismo argomentativo, se colgo che è meglio fare subito, piuttosto che rinviare.

Ed ecco che incontri il coglimento del senso, cioè la verità-importanza- validità dell’aver operato senza ulteriori indugi, dell’essere partito come una scheggia arrivando in tempo e salutando chi lasci senza ansia da prestazione. Non mi pare di aver fatto cose insensate in questa mia velocità di pensiero, di parole e opere. Non mi pare di aver peccato granché di omissioni, cioè di non avere pensato detto o fatto ciò che avrei dovuto, nel ganglio centralissimo della mia posizione esistenziale, operativa e umana, nelle relazioni che ho e che coltivo.

Il valore di ogni cosa che si fa è presente nel farla e nei suoi effetti, immediati o mediati o futuri che siano. Intanto hanno e sono un valore le cose che si fanno, se pensate con cognizione di causa, con rispetto dei fondamenti e della qualità relazionale.

Rimanere inerti è colpevole, come insegna il Maestro di Nazaret in molti passi del suo annunzio nuovo per l’uomo e per il mondo, ma specialmente nella famosa parabola dei talenti, là dove lo scrittore del vangelo secondo Matteo (25, 14-30) raccomanda di usarli per il fine buono cui sono destinati, pena il deragliamento dalla propria vita e da quella degli altri esseri umani, un deragliamento dal mondo e dalla vita.

Io non deraglio, ma viaggio dritto come un fuso sulla mia strada, che alcuni conoscono e altri no, ma va bene così.

Cieli slovacchi

Si va dopo un anno e mezzo, forse un po’ di più, di nuovo in Slovacchia, verso l’azienda di Galanta, a nord-est di Bratislava, quasi al confine ungherese di Ezstergom, sul Danubio, dove sta la gran cattedrale cattolica magiara. Cieli alti e mulini a vento elettrici oltre Vienna. Il viaggio è concorde, come un canto, il mio canto concorde, viaggio e meta. Non parliamo di lavoro, né della quasi grande azienda furlana che colà produce pezzi pregiati per la grande industria europea e americana dell’automobile. La fabbrica ha quattrocento dipendenti,  e vive dove Kodaly scriveva le sue danze slave. Il vento pannonico talora la raggiunge, traversando i boschi di querce sulle lunghe colline, talaltra il caldo dell’estate.

Viaggio finalmente calmo, senza guidare io, affidato ad altri. Siamo amici più che colleghi. I Piccoli Tatra si annunziano oltre il Danubio e le fabbriche dell’Europa, Samsung e Peugeot, la centrale nucleare dell’Enel verso Trnava e Nitra. Da venerdì a domenica. La pianura, vagamente ondulata, arriva fino agli Urali, solcata dai grandi fiumi. Ricordo il Dniepr immenso nel viaggio di anni fa, e pare ci tornerò, nell’acciaieria evoluta di Dnieprpetrovsk.

La Slovacchia è al centro della vecchia Europa, e a volte mi chiedo se il disfacimento degli imperi con la nascita delle nazioni sia stata una buona o una pessima cosa. Qui c’era l’Impero Austro-Ungarico fino al 1918, la dinastia degli Asburgo. Se mi si chiedesse chi avrei scelto tra la casata germanica e i Savoia, non avrei avuto dubbi a sfavore di questi ultimi. Eppure si son fatte guerre sanguinose, milioni di morti per dividere per nazioni, e poi più recentemente ancora di più, la Slovacchia si è staccata dalla Boemia/ Moravia (Repubblica Ceca), per poi rifluire faticosamente nell’Unione Europea.

Storie, culture, lingue, tradizioni ricchissime, diverse, straordinarie oggi sono rimescolate nel web e nella globalizzazione, e forse è un bene, piuttosto che mai sopiti nazionalismi, ma restano dubbi su come lo si stia facendo. Il viaggio concilia pensieri diversi, mentre paesaggi si susseguono, villaggi e cittadine, case avite di contadini in mezzo alla grande campagna.

Il viaggio dure sette ore, son quasi settecento chilometri, si faranno diverse cose, cercando ragioni a ciò che si fa di noi a questo mondo. Il silenzio si fa filosofia, contemplazione, e solo a tratti par di riuscire a contemplare la vita, che va contemplata, vivendo, non solo vissuta dell’operare obbligato del giorno. Sono e resto un viandante, mai stato turista o forse solo in qualche gesto nella vita precedente. Ora sono viator, homo viator, spesso solitario e a volte immalinconito, in cerca di silenzi, sempre, come con la bicicletta, che mi aspetta a casa per nuovi tragitti. Ma la malinconia non è tristezza, non è accidia, è un modo di vedere il mondo da pellegrino, consapevole dell’impermanenza e del destino.

Prima di partire Haendel con il suo Zadok the priest, nella sera che viene, e poi in auto commenti dei vangeli e testo greco, Maria di Magdala e Pietro, Giovanni e il Maestro. E il Preludio all’Atto I del Lohengrin, quando i violini iniziano e finiscono, e l’atto finale dell’Oro del Reno. Wagner.

Il castello di Belà è in mezzo ai boschi lontano dai villaggi e si dorme nel silenzio naturale al confine ungherese. La puszta è immensa, il Danubio non scorre lontano da qui, come i miei sogni.

Dove tornare.

Discrezionalità emotiva e razionalità

Nella gestione delle risorse umane o, come si si diceva una volta, del personale, vi è il rischio costante della “discrezionalità emotiva”, cioè di un sentimento che può anche ottenebrare o almeno obnubilare una equità nel trattamento dei colleghi che vengono coordinati e devono rispondere a un capo. Non è possibile nell’agire umano quotidiano un comportamento sempre equanime, razionalmente ineccepibile per spirito di giustizia ed equilibrio. Sarebbe eroico, sovrumano, da santi. Detto questo, come riflessione consapevole, bisogna però chiedersi come si può fare per ridurre al minimo la discrezionalità emotiva, che spesso può sfociare in parzialità, se non in un vero “ammalamento” della struttura, se i privilegi si diffondono e vengono percepiti come tali dalla generalità delle persone coinvolte nel contesto lavorativo, ma anche di qualsiasi altro genere.

E’ normale che le relazioni tra le persone, in ogni contesto, e tra capi e dipendenti, tra colleghi, siano di una variabilità infinita e possano collocarsi da un polo di ostilità reale e manifesta e al polo opposto di simpatia e di affezione. E’ pure normale che un capo tenda a comportarsi diversamente con chi si colloca (nel suo sentire) nei pressi del polo 1 e con chi si colloca (nel suo sentimento) nei pressi del polo 2. Non è però cosa opportuna che ciò si consolidi e diventi la cifra delle caratteristiche gestionali di quell’area aziendale o comunque operativa.

Se non è possibile l’equità assoluta, in ogni caso la giustizia è una virtù da perseguire sempre, con pazienza, e nel tempo. E’ un esercizio faticoso e necessario, che prova il senso di equilibrio e la capacità di ciascuno di superare pre-comprensioni e pregiudizi sugli altri, muovendo, oltre alla dimensione emotiva, anche le facoltà razionali e il metodo raziocinante.

A volte scopriamo di esserci sbagliati su una determinata persona, e facciamo fatica ad ammetterlo, oppure quasi ci dispiace che non meritasse la nostra indifferenza od ostilità; qualche altra volta veniamo delusi da chi pensavamo fosse migliore e ci dispiace anche questo esito. In realtà forse siamo troppo auto-centrati su noi stessi, attribuendo alla nostra capacità di discernimento quasi il crisma dell’infallibilità.

Ogni essere umano si manifesta come può, e mai del tutto, per varie ragioni: a) per non scoprirsi troppo, b) per una certa sospettosità “naturale”, c) per prudenza… Pertanto non abbiamo mai tutti gli elementi per comprendere (più che capire) l’altro in tutte le sue sfaccettature psicologiche, culturali e morali.

In ambiente di lavoro, se si hanno responsabilità di conduzione, è cosa prudente confrontarsi sempre con i colleghi quando ci sembra di dover esprimere un giudizio, specie se negativo, su una persona, perché un altro osservatore può notare aspetti che a noi sfuggono, proprio per il prevalere, a volte, di aspetti più legati la chimismo empatico o al suo contrario, cioè a forme di simpatia o antipatia immediate e razionalmente inspiegabili.

L’essere umano è l’oggetto più complesso dell’universo conosciuto, più degli angeli (che sono sostanze semplici), come insegna la teologia classica, e pertanto va considerato con tutta l’umiltà e la pazienza cognitiva di cui disponiamo, al fine di evitare cantonate ed errori che danneggerebbero gravemente la struttura organizzativa, il nostro lavoro e le nostre vite.

L’imborghesimento sconsolante della “sinistra” politica

…anzi la sua progressiva e  crescente idiozia.

La categoria dell’imborghesimento della sinistra risale, per quanto riguarda l’ultimo mezzo secolo, almeno al decennio “di fuoco” 68/77, quando la nuova sinistra accusava di tale infamia il PCI, da pulpiti che talora erano ancora più borghesi, come alcuni che poi partorirono la presuntuosità terroristica di sinistra. In realtà il PCI, fatti salvi gli intellettuali organici laureati à la Napolitano, Chiaromonte, Amendola, Natta etc., era un partito fortemente radicato nel popolo operaio e contadino, un partito autenticamente popolare. Il PSI era più sportivamente variegato, frequentato anche da una pletora di professionisti, di architetti in cerca di commesse e anche, graziaddio, da una certa parte di popolo della vecchia scuola “nenniana”.

Le successive trasformazioni, avvenute nei decenni scorsi, che hanno fatto cambiare più volte nome al “partitone” austero di Longo e Berlinguer, fino alla commistione mal digerita con il cattolicesimo “di sinistra” nell’attuale veltronian-renziano PD, hanno lasciato spazio a frange che si sono progressivamente caratterizzate per atteggiamenti e background socio-culturale decisamente borghese, nel senso novecentesco del termine. Movimenti come quelli del “popolo viola”, riviste come Micromega del conte Flores D’Arcais, attestano questa allure intellettual-puzzetta sotto il naso.

Ne avrei molte da dire ancora, io che provenendo veramente dal popolo operaio, e che ho studiato lavorando, lasciando indietro in questo molti figli-di papà, figlio di mio padre emigrante e di mia madre sguattera, ma capace di fare iniezioni gratis al popolo povero di Rivignano, ma ne dico solo una, vista stasera sul web. Tale onorevole Gasparini del PD, appunto, ha ottenuto con un emendamento che il vitalizio dei parlamentari sia reso cospicuamente reversibile a favore dei superstiti. Intervistata da un giornalista circa l’eventuale congruità etica della misura, la signora Gasparini ha risposto: “Certo che trovo giusta la reversibilità… non vorrà mica che la moglie di un parlamentare o un figlio, rimasti vedova e orfano, debbano fare la sguattera o il giardiniere?”

Gentil mio lettore, occorrono commenti? ma questo Gasparini del PD e sua moglie sanno che cos’è la storia della classe operaia, dei sindacati, del movimento socialista europeo e italiano? sanno di come funzionavano le fabbriche dell’800 raccontate da Dickens e da Carlo Marx. Sanno come si vive nelle favelas di Rio o nelle villas miseria di Santa Maria de los Buenos Aires? Nei suburbi di Djakarta e di Nairobi? Nelle periferie immense di Lagos, del Cairo e di Mexico City?

Sanno chi erano Edouard Bernstein e Filippo Turati, Antonio Gramsci e Labriola, Giacomo Matteotti, Jean Jaures e Pietro Nenni, Umberto Terracini e Anna Kuliscioff, Dolores Ibarruri e Salvador Allende, ma anche Tina Anselmi e Lina Merlin, e mi fermo qui, ché potrei continuare per pagine e pagine.

Ma dove vivono? Sanno che la storia della democrazia e del socialismo democratico nascono dal sentimento di solidarietà  e di condivisione evangelica? Che cosa c’entrano sentimenti ed espressioni come quelle lì con la storia del progresso democratico, della partecipazione dei lavoratori alla gestione della cosa pubblica, se il pensiero e il sentimento sono da un’altra parte? Che c’entrano?

Ma io preferisco mille volte il liberale patocco, ricco sfondato o riccastro cinico, profittatore e anche un poco dichiaratamente sfruttatore, a questi falsi “sinistri”, a queste parvenze, a questi simulacri di progressismo idiota.

Almeno so che bestia è quello, e me ne difendo. Questi invece mi fanno pena e un po’ anche schifo.

Sud

Sono a Bari, nel plant di un’azienda friulana di meccanica di precisione, oramai multinazionale di tutto rispetto, presente anche in Slovacchia, dove tornerò il mese prossimo, e in Messico dove sono stato diverse volte negli anni scorsi, azienda che seguo da ventidue anni, per colloqui da analisi del clima insieme con un giovane psicologo in tirocinio. Lavoro faticoso quando è fatto bene, che ti spreme come un limone se ascolti attivamente e condividi empaticamente i patemi e le speranze dei lavoratori, operai, impiegati o tecnici che siano. Il giovane è umile e attento e merita di essere aiutato a farsi manager delle Risorse umane. In questa fase della mia vita professionale mi sto dedicando spesso al ruolo di mentore di giovani meritevoli e volenterosi, tanto talentuosi quanto umili, aiutandoli nei tirocini e nelle tesi di laurea. Mi pare di dar così un contributo al miglioramento della gestione del personale e del clima aziendale.

Vengo al Sud da molti anni, soprattutto per lavoro, e mi trovo bene, anche se le contraddizioni logiche ed etiche che incontro talora mi inquietano.

Culture millenarie sedimentate costituiscono i pregi e i difetti di queste genti, popolazioni che potremmo definire antropologicamente “ossimoriche”, cui non manca genialità e vittimismo, fantasia ed eloquenza e una certa furbizia naturale, cultura tout court e “cultura della pretesa”, soprattutto verso uno “Stato” che non hanno mai riconosciuto fino in fondo, dall’Unità d’Italia del 1861 in poi. Questa lamentazione senza fine l’hanno poi estesa al lavoro, anche quando lo trovano in imprese private serie e solide. Non capiscono bene, o non vogliono capire, che un’azienda per durare ha bisogno quantomeno di pareggiare costi e ricavi, altrimenti è destinata a morire. A volte se le cose vanno bene per un mese, dopo due anni o tre di perdite, sopportate solo perché lo stabilimento fa parte di un gruppo friulano da 150 milioni di fatturato annuo, ecco che vengono subito con il palmo della mano aperto a battere cassa.

Il loro eloquio è sempre un po’ faticoso, talora reso enfatico da un modo di parlare echeggiante il discorso “alto” della gente che ritengono “importante”. Ossequiosi e proni, maldicenti e gelosi, se non a volte invidiosi, sono italiani.

Da noi al Nord, invece, specie verso Est, impera una sorta di mutismo, siamo mutoli quasi come i primitivi bestioni, ancora, in parte. Ecco, da un massimo di parole dette fino alla chiacchiera tanto aborrita da Heidegger, al Sud, all’immusonimento sospettoso, al Nord. Siamo ancora -come umani- nei primi tempi evolutivi: solo quarantamila anni fa su forse 3 o 4 milioni di anni di ominizzazione, abbiamo cominciato a emettere suoni che avevano significati condivisi. Un soffio di tempo è passato e quindi si può dire che tutto ciò è plausibile, ma a volte si fa fatica ad accettarlo.

Epperò, forse, non siamo tutti allo stesso punto evolutivo, la natura non fa salti si diceva un tempo, o forse qualche volta sì, a suo piacimento, ché a volte sembra veramente di coglierli, in certi incontri, incroci o situazioni esistenziali, che ci fanno quasi inghiottire, bofonchiando, amarezze ancestrali.

Speriamo di evolvere verso un’umanità più completa. Buona notte, caro lettore.

Se “il cavallo non beve”…

Il peggior interlocutore che uno si possa augurare in ogni situazione esistenziale e in ogni attività è il presuntuoso stupido, perché imprevedibile, e di solito non sa di essere stupido, presuntuoso e imprevedibile. Ci si accorge di ciò se nel dialogo l’uso o l’invocazione della logica e dell’argomentazione razionale, anche se proposta con la massima semplicità, non “paga”, non incide, non funziona, non ha efficacia, perché il soggetto che si ha di fronte ha la presunzione di sapere e la correlata e proporzionale superbia di volerlo perfino imporre. La vecchia metafora del titolo spiega bene la tipologia e il senso di ciò che segue.

Una delle situazioni che mi fa più incazzare è come questa: capita di sentire un tizio o una tizia, attivi in un certo settore, che sproloquiano vantando conoscenze e competenze che non gli appartengono. Parlano come libri stampati (si fa per dire) di organizzazione aziendale, di costi, di fatturato, di relazione tra costi, ricavi e fatturato, senza avere alba di tutto ciò, sotto un profilo conoscitivo disciplinare o esperienziale diretto. In questi giorni a Milano ho chiesto a una sindacalista, che vantava indimostrate conoscenze sociologiche e organizzative, se avesse studi di economia o giù di lì, e la risposta, datami con aria di sufficienza quasi come una gentile concessione, è stata accompagnata da una sorta di ghigno sardonico.

Ho provato allora a sollecitarla con un elementare concetto di etica generale di derivazione aristotelico-tommasiana, quella del male minore o del bene maggiore, così dicendo: “Se dobbiamo salvare una struttura produttiva chiedendo una diminuzione delle ore lavorate che passi anche attraverso una ristrutturazione con riduzione di personale, l’uso di ammortizzatori sociali e di incentivi aziendali, al fine di salvare l’unità produttiva, che facciamo?” E ho continuato “Si può dire che salvare un’unità produttiva che occupa decine di persone è un bene maggiore che salvare uno o pochi posti di lavoro”. Volto inespressivo e silenzio.

Il suo sguardo e il suo mutismo mi ha fatto capire che non aveva capito, ovvero “il cavallo non aveva bevuto”. Il grave è che proprio non-aveva-capito, non è che non abbia voluto capire, cioè non c’era proprio, cognitivamente, anche perché ottenebrata da pre-comprensioni ideologiche (pregiudizi, dunque, vale a dire giudizi incompleti) e stereotipi di “sinistra”, si potrebbe dire, ma in realtà assolutamente miopi e conservatori. Vi sono purtroppo strutture socio-politiche che oggi hanno sul campo figure inadeguate, e comunque in grado di manipolare altre persone, influenzabili dallo strano “carisma di ruolo” dell’inetta. Sto parlando di delegate sindacali che subiscono la funzionaria territoriale.

Si è andati avanti molto tergiversando e poco concludendo, davanti al muro di gomma posto dalla persona. Vi sono stati momenti di tensione smorzati solo grazie al “mestiere” della mia delegazione.

A un certo punto il mio collega, alla fine di una discussione prevalentemente improduttiva, si è lasciato volutamente scappare una battuta di questo tipo: “Bene, se non troviamo una soluzione condivisa, vorrà dire che perso questo tram la prossima volta vi troverete a parlare con un altro. Chissà se sarà meglio o peggio per voi”. Camilleri direbbe che il volto dell’interlocutrice era basito, poiché non si era acceso il lume del comprendonio, neppure a quell’elegante ultimatum. Infatti ha continuato sulle sue, senza dare la sensazione di entrare in sintonia cognitiva con chi così le stava parlando, scuotendo la testolina in segno di diniego, addirittura quasi sprezzante. Perché il presuntuoso è anche sprezzante, in quanto ritiene i propri interlocutori non alla sua altezza. È un circolo vizioso dal quale è quasi impossibile uscire, non essendovi la disponibilità di mettersi in discussione, di dubitare dei propri convincimenti, di non essere sospettoso, di poter -anche solo in ipotesi- cambiare idea. È una delle ragioni per cui i “semplificatori” di idee e narrazioni e i predicatori populisti di tutte le risme hanno successo, trovando favorevoli ascolti in una tipologia antropologica diffusa oltre misura.

E pensare che si stava e si sta discutendo di posti di lavoro seriamente a rischio, se non si interviene smettendo le cure omeopatiche per la truce ma utilissima chirurgia, sempre detto in metafora.

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