Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Le buone ragioni della bambina manipolata e mediatizzata e la sragione di Brenton Tarrant

Un certo fastidio mi dà, Greta Thunberg, caro lettore,  perché i bambini devono fare cose da bambini, e non essere usati dai grandi, sia pure per fini buoni. Ma vorrei capire di più di questa improvvisata piccola diva del web. C’è perfino qualche idiota che la sta candidando al premio Nobel. Conosco personalmente almeno una decina di persone che potrebbero meritare quel premio, e forse me compreso (sto scherzando?), ma non la piccoletta dalle trecce un poco unte. Non so se ha la sindrome di Asperger, se sì, mi dispiace, e la  bimba non mi piace di più per questo.

Apprezzando le loro buonissime intenzioni, mi piacerebbe sapere dove hanno buttato le cicche i trecentomila giovani che hanno sfilato per centinaia città del mondo, e le lattine di birra o le bottiglie di plastica, o i pezzi di hamburger… chissà se sono stati almeno un po’ coerenti con la loro giusta battaglia o se, una cosa è protestare con fresco vigore e un’altra è contribuire o meno alla pulizia urbana.

Chi si occupa di queste cose dovrebbe, prima di parlare, leggere almeno il libro di  Mark A. Maslin e Simon L. Lewis, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’antropocene, edito da Einaudi. Lì troverebbe qualche spunto per uscire dal genericismo e dalla propaganda. Sul clima e sulla geologia attuale della terra le cose sono molto più complicate di come intendono farla passare i politici e i gestori della comunicazione, in generale.

A Christchurch (pensa, caro lettore, Chiesa di Cristo) in Nuova Zelanda un ventottenne ha ucciso una cinquantina di persone in preghiera in due moschee e ne ha feriti altrettanti. Ho sentito sentimenti di vendetta qua e là, del genere “Ben gli sta… pensino al Bataclan“. Sulle armi aveva scritto i nomi di quelli che lui riteneva difensori della superiorità bianca, da Carlo Martello a Luca Traini (sic), passando per Sebastiano Venier e Agostino Barbarigo condottieri veneziani a Lepanto. I due erano al comando delle potentissime galeazze che frantumarono il centro della flotta turca.

Certamente si sta vivendo una fase storica nella quale “subculture” come il sovranismo nazionalista, il suprematismo bianco, l’estremismo islamista  e il settarismo esoterista, stanno minando le basi del ragionamento razionale del sapiens.

Sembra che più diventiamo colti e “scienziati”, più la medicina ci salva e ci fa stare meglio, più riusciamo a ridurre la fatica e lo sfruttamento, e più si ampliano sentimenti e modi di pensare assurdi o violenti, in un turbinio di neo-nihilismo auto-distruttivo e irrazionale.

Altri centri di interesse di questi giorni confusionari: Trump, campione della menzogna, la Cina, colosso gentilmente aggressivo, la Turchia, la Persia e Putin, silente ma presente.

Di Trump, che alla sua elezione tradussi con “Tromba”, ottenendo la giudiziosa correzione di un lettore che mi ricordò come si dicesse in inglese tromba, cioè “trumpet”, a cui risposi “grazie, lo so, ma invoco la libertà creativa“, si può dire che fa ogni giorno quello che ci si aspetta, perché è il prodotto della grande e -naturalmente- imperfetta democrazia americana. Dagli USA ci si può aspettare un Kennedy, bello iper-glorificato, che inizia la guerra del Vietnam,  Nixon/ Reagan, spregiati come sudaticci e attori mediocri, che fanno la pace con Mao e con Gorbacev. La democrazia è il miglior modo di governare, dimaio permettendo (lo dico per ridere).

La Cina: quelli che si ritraggono spaventati, come su ogni altro argumento, dovrebbe umllmente studiare la storia di questa immensa nazione. Essa viene da lontano e Confucio è il suo ispiratore. Filosofo laico e religioso nello stesso tempo, insegna il rispetto e la gerarchia, l’obbedienza e l’impegno; per di lì son passati i grandi imperatori dinastici e, dal XX secolo, Sun Yat Sen e Mao Ze Dong, Deng Hsiao Ping e Xi Jinping, “imperatore” -di diritto e di fatto- fino alla morte. Se gli americani USA la vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

La Turchia: Recep Tayip Erdogan, il sultano odierno, non ha il fascino di Salah el Din e di Solimano il Magnifico, ma è il sultano odierno. I Turchi sono una grande nazione, nostri cugini diretti, caucasici centrasiatici, veniamo dalle stesse parti da tremila anni. Abbiamo rispetto (congiuntivo esortativo) noi “europeani”, e gli USA, di Trump o di Obama (il mediocrissimo politico estero, uno dei peggiori presidenti verso il mondo, una vergogna rispetto a Roosevelt, ad Eisenhower e perfino a Bill Clinton) ne abbiano altrettanto.

La Persia, che oggi si chiama Iran. Avremmo potuto essere tutti persiani, Roma permettendo, se a Mantinea e a Maratona, l’Atene insuperabile per intelligenza non li avesse battuti. Ma sono giovani, belli, e presto, le donne in testa si ribelleranno ai pretoni che imperversano da un quarantennio. Ma prima c’era sua maestà Reza Pahlavi, servo degli USA, democratico? Abbiamo rispetto, aiutiamoli, invece di sanzionarli.

Putin: il vero e per sempre capo della grande e santa madre Russia è… nientemeno che il Cristo Pantocrator, il Cristo padrone (perché creatore del mondo), quello che si vede nelle cupole ortodosse e nelle icone più solenni, il Cristo, la sua grandezza, e tutto ruota attorno a lui. Né Lenin né Stalin son riusciti a svellere la sua potenza, il suo radicamento nel popolo. Dopo Cristo, il principe Wladimir di Kiev, e poi Ivan IV il Terribile, Pietro I il Grande, Caterina II, Stalin, Gorbacev, Eltsin, e Putin. Se gli americani USA vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

Potrei continuare con l’Islam, che però mi suscita un impegno diverso, e già ne scrissi molto in questo mio sito. La grande cultura della sua storia non finisce con i kalashnikov dei fanatici che sparano ululando Allah u akbar. Dio non c’entra nulla nella loro follia, caro Spinoza, ma forse il tuo determinismo non arrivava a tanto.

Torniamo a Greta e a Brenton Tarrant. Alla prima auguro di non farsi manipolare più di tanto e al secondo di fare più galera di Anders B. Breivik (solo 21 anni in Norvegia, pena massima prevista, anche per 77 omicidi perpetrati a sangue freddo, spietatamente, otto anni fa), al fine di avere tempo sufficiente per pensare e pentirsi, e sentirsi quello che ha fatto: uno che ha usato il libero arbitrio per scendere nella scala dell’essere al livello dei demòni. Il suo karma sarà un cammino lunghissimo di dolore, infinitesima parte del dolore da lui causato.

giornalisti e politici occupano il 90% dello spazio dei media, una noiosa vergogna, mentre la realtà “di fuori” è il 90% e viaggia silente per conto suo e coincide con la verità delle cose

LEGENDA PER IL LETTORE: il testo sottostante è quasi privo di punteggiatura con frasi apodittiche e ipotattiche messe lì come mi son venute; in corsivo le cose importanti, in stampatello le cose oggettivamente di minor importanza o del tutto idiote

Travaglio che commenta la presa di posizione del ministro Salvini che commenta i titoli di Repubblica che riporta il non detto del mancato incontro a cena tra Salvini Di Maio e Conte, e via dicendo

quello che accade dove si fa l’economia, i pezzi fatti in una manifattura, l’Ebidta della stessa, gli investimenti di una fabbrica innovativa, le assunzioni  effettuate nell’ultimo semestre nel settore manifatturiero metalmeccanico stanno a pagina 15 del quotidiano x e y, primo e secondo d’Italia

Fazio che ospita Di Battista, nullafacente e nullapensante, ops forse la trasmissione è Dimartedì, che peccato non lo ricordo, imperdonabile! e poi a Piazzapulita l’ospitata di Toninelli che sbaglia logica, storia, tempi e modi della sua narrazione e commenti e l’indomani commenti su tutti i quotidiani non oltre pagina 2, perché l’opinione del ministro dei trasporti è importante… per i media, non per gli Italiani

l’azienda x o y ha migliorato la performance delle esportazioni del 10% sull’anno precedente e l’azienda a o b ha assunto altre 80 persone negli ultimi sei mesi raggiungendo e superando  i 600 dipendenti, azienda nata solo dieci anni fa: questa notizia si trova a pag. 23

la seconda notizia -in ordine gerarchico- del tg tal dei tali è la posizione di Grillo sulle vaccinazioni, essendo Grillo un noto clinico a livello internazionale, mentre su un altro tg si svolge un talk dove gli ospiti sono due politici e due giornalisti che se la cantano e se la suonano, i secondi che raccontano dei primi e i primi che criticano gli avversari-nemici politici, incapaci di dire che cosa intendono fare per rimediare a limiti e difficoltà sociali: ambedue i gruppi distanti dalla realtà di due o una misura, ché il mondo va da un’altra parte mentre questi parlano, cianciano, blaterano, talora competenza inesistente o scarsissima (quando va bene)

le università di Roma (nell’area umanistica) e Milano (Politecnico) sono tra le prime del mondo, così come alcuni licei classici italiani, e si vede dalla brillantezza dei nostri studenti, ma la notizia si trova a pagina 48 dell’inserto settimanale del quotidiano che si colloca al secondo posto delle vendite nazionali

il web si preoccupa dell’assenza di Di Battista dal web stesso, ponendolo quasi come problema, notizia non vomitevole, bensì inutile

i giovani si stanno accorgendo che occorre impegnarsi in prima persona, non solo per se stessi, ma per la propria e le altrui terre e patrie, senza nazionalismi, imparando le lingue, non temendo il confronto e cercando di farsi opinioni proprie

la Casaleggio Srl e C. toppa con la sua piattaforma Rousseau, in prima pagina su tutti i quotidiani nazionali, anche se il posto giusto e proporzionato, come notizia, potrebbe essere quella dell’ultima dell’inserto di un foglio della Brianza

nel silenzio dell’agire quotidiano vi sono mille e mille (numero ebraico per innumerabile, come settanta volte sette) azioni dialogiche, crescita della comprensione tra diversi, nascita di nuove idee per l’economia e l’occupazione 

nel talk show la conduttrice mette a confronto un grillino e un forzista, o un leghista e un piddino interrompendoli, quando non rispondono come lei si aspetta, non accorgendosi che gli argomenti sono trattati senza alcun aggancio con la realtà delle cose, e che quello è il vero problema

mentre crescono le discriminazioni etniche, secondo i media, ma non ci credo, vi sono innumerevoli atti di incontro, di solidarietà e di fratellanza tra diversi

quasi ogni trasmissione tv, salvo qualche eccezione, più evidente nei commenti parlati ai giornali, mette in evidenza l’auto-referenzialità dei politici, di questi tempi del genere Salvini vs Di Maio, come se i destini della Patria fossero lì consegnati, più o meno

anche la Chiesa si muove, nella lenta deriva dei duemila anni, chiarendo ciò che era oscuro, grazie al vescovo di Roma e a molti altri volenterosi

la maggior parte dei media continua, contro ogni logica e scelta filologica a “dare del femminile” (la, della) all’acronimo T.A.V., che significa Tunnel Alta Velocità, dove evidentemente (anche agli incliti, forse) “tunnel” è sostantivo maschile e richiede l’articolo “il” e la preposizione “del”: se ne è accorto perfino Toninelli

milioni di volontari  operano continuamente per dare una mano a chi ha bisogno, in tutti gli ambienti e settori della vita nazionale, senza nessun cenno, o quasi, nei media: non fa audience!

una “tempesta emotiva” pare sufficiente a dimezzare la pena per un omicidio, e dico omicidio non femminicidio, da trenta a quindici anni: anche i giudici dovrebbero studiare meglio e di più neuropsichiatria e filosofia morale, anzi nell’ordine inverso: filosofia morale e neuropsichiatria, per un corretto approccio disciplinare

dà fiducia vedere che lavoratori e imprenditori non si arrendono mai, anche di fronte alle più grandi difficoltà che derivano da un mondo sempre più – anche se sgangheratamente- connesso, e anche se ciò non produce evidenti entusiasmi da parte di un pubblico condizionabile 

su dieci canali televisivi almeno tre presentano -ogni giorno che Dio ci manda- talk show con applausi telecomandati eseguiti da un gregge di umani penosamente colà aggregati

nel silenzio dei più, che non viene percepito dai media, nascono e si sviluppano pensieri di crescita del livello di umanità 

e potrei continuare ad libitum… 

Quello che alcuni scienziati non comprendono del “sacro”, del “religioso” del “teologale” e del “divino”, o di come può darsi un utile dialogo fra scienza e fede, mentre imperversano molti ciarlatani, sia in politica, sia nel mondo mediatico e formativo

La lettera che Galileo scrisse alla duchessa Cristina di Lorena nel …, là dove afferma che la Bibbia non insegnacome si vadia in Cielo, bensì come vadia il cielo“, dovrebbe essere letta con attenzione dagli scienziati veri di oggi. Di quelli improvvisati alla Biglino, che traduce il testo sacro in modo letteralista, interlineare, neppure parlo. Come questi, ve ne sono altri che credono ai miti come fossero storie vere, per i quali Enuma Elish, Ninurta e Marduk sono esseri realmente vissuti o viventi.

Ascoltando o leggendo certe affermazioni in tema religioso di persone di cultura come i professori Odifreddi e Hack, vien da pensare che, proprio da parte loro, nel momento in cui lo affrontano, si osserva una sorta di desistenza di metodo, del metodo scientifico. Se per metodo scientifico, anche nella dizione “ristretta” di stampo galileiano, si intende ciò che può essere mostrato o per evidenza o per deduzione controvertibile (si consideri la seguente espressione “scientifico è ciò di cui si può dire la ragione in base al suo perché completo, adeguato e prossimo“), la plausibilità dell’esistenza di Dio può porsi o non porsi con altrettanta forza logico-argomentativa.

In altra parole, come si fa a non considerare che l’affermazione seguente (presente nel Proslogion di Sant’Anselmo d’Aosta o di Canterbury) “Deus est ens quo maius cogitari nequit”, cioè “Dio è ciò di cui non si può pensare nulla di più grande“, possa anche essere considerata assurda o almeno non del tutto fondata? Su questo Tommaso d’Aquino ebbe ed ha ragione, a mio parere, criticandola in parte, perché si tratta di una proposizione meramente logica, in quanto, se di Dio si deve dire che è … e … e …, cioè onnipotente, eterno, buono, etc. etc., altrimenti non sarebbe Dio, è evidente che Dio è quel qualcosa di cui non si può pensare alcunché di maggiore. Stiamo parlando dell’idea di Dio.

Tommaso cercò -per contro- di mostrare l’esistenza dell’Incondizionato attraverso le cinque prove cosmologico-metafisiche di moto, causa, di necessità, di gradualità del bene, di fine, e comunque ne fu scontento, comprendendo che la via logico-razionale per mostrare l’esistenza di Dio resta comunque zoppa, o comunque debole, perché “pretende” di inquadrare in termini di intelligenza umana ciò che -ontologicamente- infinitamente la supera.

Peraltro, anche se ciò c’entra solo in parte come esempio, anche certe intuizione della fisica moderna e contemporanea furono tali, cioè fraintese o non credute veritiere, finché non si riuscì a dimostrane la plausibilità e la veridicità.

Il tema di Dio è -però- di altra natura, ed è in ogni caso inserito del climax ascendente costituito dal sacro, dal religioso e dal teologale. Come altrove in questo sito ho scritto, e qui ripeto, perché utile, il sacro appartiene alla sensibilità umana che sa cogliere emotivamente, induttivamente, intuitivamente, la grandezza degli Enti, e se ne spaventa oppure ne gode: un mare in tempesta, lo spigolo del Nanga Parbat, un volto bellissimo, anche marmoreo, ad esempio; il religioso appartiene alla storia umana, che si è declinata anche con la credenza nel soprannaturale, nel divino; il teologale ha a che fare con lo spirituale, con la possibilità reale di credere in un Dio Onnipotente, Eterno, Misericordioso, Buono, Incondizionato, etc..

Gli Odifreddi e le Hack non si sono fatti e non si fanno impressionare da nessuna di queste tre dimensioni: capisco che la terza dimensione non gli appartenga, ma la prima e la seconda sono studiate scientificamente quanto le loro dottrine matematiche e fisiche. Naturalmente preferisco loro, e di gran lunga, ai cialtroni che visitano le varie comunità proponendosi ai semplici come ciarlatani credibili. Li si trova in tv, come nel caso di Vanna Marchi, che ha pagato il suo debito delinquenziale alla giustizia, ma anche in alcune sale parrocchiali o biblioteche civiche. Alcuni li ho smascherati partecipando alle loro commedie grottesche, che purtroppo molte persone hanno ingenuamente subìto.

Non credo sia impossibile conciliare in sede cognitiva e intellettuale le due dimensioni, della fede religiosa e della scienza, ma -all’incontrario- che addirittura i due processi conoscitivi possano esser l’un l’altro di ausilio.

Fides et Ratio, Jane Austen direbbe Sense and Sensibility, cioè ragionesentimento, come le due ali che consentono all’uomo di sostentarsi e addirittura di diventare se stesso, come auspica Nietzsche. Sappiamo che l’uomo è sùn-olon, vale a dire, in greco antico “con il tutto, comprendendo il tutto”, come insegna Aristotele, cioè “ente unitario”, ma abbiamo comunque bisogno di distinguere tra corpo e mente, oppure anima e corpo o, addirittura, paolinamente, corpo, anima e spirito.

Se così è, non possiamo ammettere, se vogliamo essere intellettualmente onesti, che si sottovaluti la dimensione cosiddetta “trascendentale”, ovvero spirituale, anche nel senso religioso del termine.

Mi pare si possa dire che in un tempo nel quale pare che l’ignoranza sia un titolo di merito, invece che l’incontrario, perché viene temuta come minaccia da chi non ritiene che la cultura e le competenze siano un fatto positivo, sia importante avere la pazienza e la forza morale per crescere sotto ogni profilo, umano e professionale. L’esempio deleterio che molti politici stanno dando non può essere una linea guida per alcuno, soprattutto per le giovani generazioni, che hanno bisogno, non di arroganti sbruffoni o millantatori e falsificatori, ma di maestri di rettitudine  e di saperi.

La disonestà come criterio per una vita “cinica”, ma non tutti nel senso classico del termine, bensì anche secondo i comportamenti di molti contemporanei

L’arresto e la messa ai domiciliari dei genitori di Renzi mi suggerisce una riflessione sul cinismo eretto a criterio esistenziale, così come altri casi emersi in questi tempi. Che cosa si può dire del comportamento dei due signori Renzi, a quanto si sa, nella gestione delle coop da loro fondate. Loro insistono di essere tranquilli, ché sarebbe tutto spiegabile: lo spero per loro, ma mi viene qualche dubbio. Non mi pare si arresti a cuor leggero, anche per una bancarotta fraudolenta. Che poi l’illustre figlio scriva, con la consueta bullaggine che lo ha reso antipatico fin dai primordi, che si tratta di una scelta giurisdizionale a orologeria, completa la frittata, e non certo a favore, ma a ulterior disdoro della famiglia.

Nomi come quelli di Buzzi e Carminati, sigle di inchieste come Mafia Capitale, rattristano i più, che sono onesti cittadini italiani, e deludono, mi deludono, Spero sempre che i valori dell’onestà, della probità, della sobrietà prevalgano sull’egoismo, sull’utilitarismo accumulatorio.

Come altrove scrissi, qui non intendo il cinismo filosofico di Antistene e di Diogene di Sinope, degnissimi pensatori dell’antica Grecia. Caro lettore, ricorderai certamente l’aneddoto che narra dell’incontro tra Diogene e Alessandro di Macedonia il quale, ammirato del filosofo, gli chiese che cosa avrebbe potuto fare per lui e ricevette in risposta un lapidario: “Magari togliti di lì, Alessandro, ché mi copri il sole“. Il padrone del mondo di allora non faceva paura al filosofo. La filosofia non deve temere nulla, se viene servita degnamente, con umiltà e onestà intellettuale.

Il cinismo classico è un dignitoso pensare, correlato anche all’epicureismo, allo stoicismo, allo scetticismo e a tutte le filosofie che danno il giusto valore alle cose, dubitando e mettendo in questione i concetti, fino a Machiavelli, Hobbes e al grande Hume. A Leopardi e a Nietzsche. Oserei dire che, senza tema di blasfemia, anche il nostro grande Maestro di Nazareth, a volte, manifestava un fondo di cinismo, quando toglieva enfasi ai detti e ai fatti, di cui lui stesso era straordinario protagonista.

“Gesù gli disse: Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.” (Marco 10, 18), così apostrofava chi lo stava lodando. Gesù di Nazareth non voleva fronzoli e orpelli, e aborriva le lodi e i lodatori. Sto pensando -per contro- ai numerosi lecchini che ho incontrato e incontro nella mia vita e che si son fatti strada aiutando i vincitori e lodando il potere, comunque fosse (o sia) esercitato.

In Oriente, il Tao prevede tra i suoi insegnamenti un fondo di realismo cinico. Il cinismo intende contrastare le grandi illusioni dell’umanità, ovvero la ricerca della ricchezza, del potere, della fama, del piacere. Il cinismo ricerca davvero la felicità, ma una felicità che sia vivere in accordo con la natura e con le vite di tutto il cosmo.

I cinici classici ritenevano che per raggiungere uno stato di “felicità”, o di eudaimonia, fosse preferibile bastarsi, essersi sufficienti, quasi in autarchia, ovvero con una forma di ascesi, rispettando sempre la verità delle cose, la greca parresia. Diogene di Sinope si faceva bastare una botte e il sole. Magari anche qualcosa di più: per lui io sarei un benestante pasciuto, quasi un edonista, altro che cinico.

I cinici veri, secondo i maestri greci, devono caratterizzarsi per la loro imperturbabilità e impassibilità, anche nei momenti della prova, dolorosi e difficili, senza temere di dire anche cose sgradevoli, in assoluta mancanza di rispetto umano. Su questo, ci riesco abbastanza, e a volte anche troppo, con la parresia.

Tiziano Renzi cinico lo è certamente, e io pure, in qualche modo, ma che differenza tra i due modi di essere cinici, e di portare o non portare la barba!

Modello economicistico e modello politico nelle trattative socio-sindacali

Ne posso parlare con cognizione di causa, eccome, visto ciò che feci nella vita precedente, e ciò che ancora sto facendo in questa seconda interminabilis vita.

Il sindacalismo è una delle arti politiche più raffinate della contemporaneità, anche se molti si improvvisano esperti, pur provenendo da percorsi di dubbia formazione. Il sindacalismo non è una militanza politica in senso stretto, ma un “mestiere” che insegna a mediare, a pensare anche mettendosi nei panni della controparte, sviluppando la capacità del compromesso.

Questa parola trasmette un prevalente senso di negatività, quasi che si tratti di una rinunzia, di un atto di vigliaccheria. Invece, la stessa etimologia ci aiuta a comprenderne la positività intrinseca: compromesso deriva dal sintagma latino cum-promittere, cioè promettere-insieme.

Il compromesso è quindi un patto che prevede due dimensioni: la prima è il riconoscimento dell’altro come interlocutore legittimo; la seconda è la disponibilità a rinunziare almeno a una parte delle proprie esigenze richieste, per venire incontro all’altro. Non è un segno di debolezza, ma di forza, di capacità di attendere momenti migliori per riprendere una trattativa che, al momento, ha ottenuto realisticamente il risultato massimo possibile.

Storicamente il sindacalismo moderno, nato in Europa nella seconda metà dell’800, ha avuto prodromi importanti anche secoli prima, con le corporazioni di mestiere e le “gilde”. Un secolo e mezzo fa le dottrine solidaristiche socialiste e cristiane hanno promosso le prime Società di Mutuo Soccorso e Leghe professionali, soprattutto dopo la stipula del Patto di Fratellanza del 1888. Una Confederazione Generale del Lavoro nasce attorno al 1890, quasi contemporaneamente alla fondazione del Partito Socialista Italiano e alla emanazione dell’Enciclica leoniana Rerum novarum. Gli operai e i proletari diventano protagonisti, accanto alla borghesia produttiva.

In Italia, il fascismo propone una forma sindacale corporativista, à la Menenio Agrippa, per poi cedere il passo di nuovo a un sindacalismo progressivo “di classe”, anche se -sostanzialmente- sempre moderato. La nuova Cgil, rinata nel 1944 con il “Patto di Roma” tra le componenti comunista, cattolica e laica, si scompone nel 1948 e nel 1950 in Cgil, Cisl e Uil, una cum l’inizio della “guerra fredda”.

Nel 1970 il sindacalismo italiano ottiene il risultato socio-politico più importante della sua storia, con l’emanazione da parte del Governo di Centro sinistra della Legge 300, lo Statuto dei diritti dei lavoratori.

La fine del comunismo politico del 1989 non smuove la triadicità del sindacalismo confederale italiano, come si sarebbe potuto pensare (e sperare). Ancora oggi, il sindacalismo “maggiormente rappresentativo” italiano si esprime in tre forme, guidato da gruppi dirigenti sempre più mediocri, di cui ho conoscenza diretta e personale.

La disamina storico-politica che ho svolto in sintesi che più sobria non si può, mi serve per dire che il sindacalismo in ogni caso è una modalità dialettica e dialogica indispensabile per l’equilibrio della società italiana, tant’è che anche gli imprenditori nel tempo hanno messo in piedi associazioni confederali e di categoria per discutere utilmente di contratti e legislazione sociale con i sindacati dei lavoratori e con i governi.

In azienda il sindacalismo, a mio parere, si esprime al suo meglio e con maggiore utilità. In questo ambito allora, serve sviluppare un modello complesso che non sia condizionato, né da un eccesso di economicismo, né da un eccesso di compartecipazione. Se si esagera con il dare peso agli aspetti economici, alle convenienze costistiche, si rischia di bloccare ogni dialogo; se si dà troppo spazio ai sindacati in azienda -nel modello italiano che non prevede il dualismo della mitbestimmung tedesco (struttura duale della contrattualistica)- il rischio è di offrire il destro di intervento sui processi della governance, per la quale i sindacalisti attuali non sono preparati.

L’equilibrio tra i due estremi non è facile da conseguire, per cui si deve tenere conto che in ogni azienda è da costruire un modello ad hoc, e ogni momento storico della vita aziendale richiede aggiustamenti e modifiche.

Il sindacalismo è un’attività politica che, come si diceva sopra, non mette al centro una militanza ideologica, anche se ogni dirigente ha diritto di ispirarsi a chi vuole, ma sempre tenendo conto che l’obiettivo, il fine, è estremamente pratico e converge necessariamente verso un accordo di compromesso.

Il sindacalismo sano non fa la rivoluzione, ma favorisce la partecipazione e le riforme atte a migliorare la vita dei lavoratori e le performance dell’azienda, senza confusione di ruoli e nel rispetto delle prerogative normative e consuetudinarie.

Democrazia parlamentare e democrazia “diretta”

Si sa che virgolettare un lemma ha un preciso significato logico, nel senso che la prima accezione cede il passo a una seconda, metaforica o addirittura ironica. Nel caso del titolo siamo di fronte a un significato ironico.

Sto parlando della visione del mondo in tema di democrazia come sistema politico-amministrativo sostenuto dai grillini e soprattutto dal loro mentore ideologico, il “centro politico-statistico” Casaleggio e C. Srl. L’arroganza culturale di costoro è solo pari alla loro crassa ignoranza. Come sempre i due difetti sono direttamente proporzionali.

Se la democrazia parlamentare è quella che prevede l’elezione di un parlamento che si occupa di legiferare a nome e per conto di tutto il corpo elettorale, cioè di tutti i cittadini, possiamo dire del “popolo”, rispondendo al popolo stesso, la democrazia diretta potrebbe anche intendersi come un perenne assemblearismo del tipo greco-ateniese di duemila quattrocento anni fa, quando la boulè, costituita da qualche centinaio di capifamiglia individuati per censo, decidevano le cose più importanti della città-stato, come ad esempio la pace e la guerra, e anche le condanne a morte, come quella di Socrate.

Solo che l’attuale “assemblearismo” si svolge sul web, con poche centinaia o migliaia di partecipazioni, quasi una èlite di persone che qualcuno ritiene più avvedute ed evolute. Al contrario, questo metodo rischia di essere una sorta di aristocratismo manipolato, là dove chi partecipa si illude di decidere, ma non conta nulla, perché non sa come funziona la macchina di raccolta del consenso.

E’ per questo che emergono, anche da quel tipo di partecipazione, illustri imbecilli o idioti, che assurgono a ruoli di governo o di consigliori di chi sta al governo.

Nel caso in cui virgolettiamo il termine “diretta” dopo “democrazia”, possiamo ragionevolmente e , ripeto, ironicamente intendere che si tratta di una democrazia diretta… da qualcuno. Ecco. Altro che democrazia nella quale i cittadini hanno un ruolo! L’incontrario. E non si tratta neppure di una oligarchia, cioè di un governo degli ottimati, come poteva immaginarsi l’ipotesi “platonica” del governo dei filosofi.

Ti immagini, gentil lettore, paragonare a dei filosofi, personaggi alla Di qualcosa, alla Toninelli, alla Castelli sottosegretaria, e altri che fatico a ricordare. In questo caso la mia proverbiale memoria fa cilecca, poiché non sono facce e cognomi che meritino di essere ricordati. Son certo che la classica damnatio memoriae in questo caso funzionerà molto bene. La Lega è nettamente superiore per qualità politica ai 5S, per esperienza e capacità di selezione del personale politico. Un Giorgetti lo terrei in qualsiasi governo, e lo stesso Salvini, per me insopportabile per modi e prossemica, è incomparabilmente superiore ai suoi colleghi grillozzi.

La democrazia moderna trae origine da due esperienze storico-politiche, quella inglese e quella francese. Il primo parlamento, comunque aristocratico, è stato la Camera dei Lord del Regno Unito, o Inghilterra o Gran Bretagna, come vogliamo dire, mentre il secondo nasce dalla Convenzione che diede inizio alla Rivoluzione Francese nel 1789. Ora che ricordo, un parlamentare democristiano, interrogato una venticinquina di anni fa da un giornalista deambulante come quelli delle “jene” odierne, di mestiere insegnante di storia del liceo, rispose che la Rivoluzione Francese ebbe inizio nel 1793, eccellente prodromo dei politicanti attuali, uno dei quali ha parlato di democrazia millenaria, riferendosi a quella francese.

Il per nulla a me simpatico Churchill, come sostiene con piglio politologico la mia amica Marisa, più sotto, sosteneva il paradosso concettuale di una “democrazia” che è un regime pessimo, ma meno di qualsiasi altro.

Un consiglio ai governanti attuali: leggete il libro del professore Pasquino, appena pubblicato, dedicato a Giovanni Sartori e a Norberto Bobbio, se sapete chi è Gianfranco Pasquino e soprattutto chi erano Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, e se ce la fate.

Kontro la Qultura della sicurezza, un titolo sgrammaticato per un incontro tra persone pensanti (spero)

Venerdì 1 febbraio, ore 9.00, Sala Convegni Unione Industriali di Pordenone

Il mio amico ingegnere Paolo in-venta, cioè “trova” quel che c’è nella sua testa abile e abituata al confronto con me e con altri curiosi della vita e delle cose, un convegno, un con-venire verso un tema, un accrocchio di problemi, morali e operativi, quelli del lavoro e della tutela dell’integrità psico-fisica di chi lavora.

Lui scrive nella locandina-invito che, mio gentile lettore, troverai allegata sotto.

Gli aspetti istintivi per evitare ciò che della prevenzione ciò che non è ineluttabile e superare i luoghi comuni… Dopo il focus di qualche anno fa sul “colpo de mona” torniamo a parlare di temi scomodi per chi vuole davvero aumentare i livelli di sicurezza. Considerando che il male esiste, che diverse volte non è evitabile e può colpire casualmente chi è virtuoso come chi è spregiudicato cerchiamo di superare diversi luoghi comuni soffermandoci su alcuni punti inconsueti:  La “cultura della sicurezza” è necessaria ma non sufficiente per ridurre infortuni e malattie professionali.

Oltre a conoscere la teoria (la cultura come “sapere”) bisogna anche saper lavorare bene, cioè anche con sicurezza (“saper fare”).

Oltre a sapere, saper fare sia l’Azienda che i suoi uomini dovrebbero volere lavorare in sicurezza e organizzarsi di conseguenza.

Diversi processi mentali di chi sa, sa fare e vuole fare bene alle volte comunque vanno in crisi esponendoci al rischio.

La trappole mentali senza nessi con la cultura sono subdole.

Il fattore casuale non è eliminabile anche se facciamo fatica ad accettarlo privilegiando quello causale. Esiste un set di “cose da fare” per attenuare ragionevolmente i rischi ma tale “set” non garantisce il risultato. Ciò senza che per ogni incidente si debba chiamare in causa la “mancanza di cultura” o di organizzazione. Aspetti che, grazie alla “626”, “494” e “81”, oggi nelle Organizzazioni lavorative o meno risultano discretamente integrati. Senza, si spera, finire nei luoghi comuni: “bisogna cominciare da bambini, inasprire le pene, fare come in Svizzera, formazione permanente, una buona valutazione dei rischi, verifiche ed email a tappeto, etc. etc.“. Parleranno:

Prof. Renato Pilutti – Teologo, Filosofo pratico, blogger e consulente di direzione

Arch. Fabio Viel – Tecnico della Prevenzione, Maestro di Sci alpino, Istruttore per i Centri Avviamento allo Sport,

Dott. Carlo Bisio – Psicologo del lavoro e delle organizzazioni

P.i. Bruzio Bisignano – Promotore & divulgatore della prevenzione in diversi ambiti: lavoro, scuola, casa,

Moderazione Ing. Paolo Badin – Responsabile Area Ambiente e Sicurezza Unione Industriali Pordenone

Programma

Ore 8.45 Registrazione partecipanti

Ore 9.00 Introduzione & saluto

Ore 9.10 Relazioni di contesto

Introduzione del Prof. Renato Pilutti Il “problema del male” prima di Cristo, nella religione Cristiana e nella filosofia orientale. Casualità e causalità. Prevenzione e sicurezza per i lavoratori, i clienti, i fornitori e gli azionisti: a chi manca la cultura della prevenzione nelle realtà industriale di oggi?

Arch. Fabio Viel Il valore della prevenzione nell’attività di volontariato e dilettantistiche Sicurezza nello sport non vuol dire non farsi male: livello agonistico per vincere e livello amatoriale per partecipare — coffee or telephone break autogestito —

10.20 Relazione tecnica dott. Carlo Bisio Aspetti non culturali della prevenzione e degli incidenti Chi ci può condurre fuori strada? Aspetti cognitivi non connessi alla cultura ma direttamente implicati negli infortuni (hindsight, wysiati, fallacia programmazione, regole del pollice, …) La limitazione della libertà e lo sforzo delle procedure i marshmallow della sicurezza La motivazione, gli incentivi, gli “auto motivati” Le trappole mentali dell’operaio, dell’impiegato e del dirigente Il ruolo della variabile casuale e la generale inaccettabilità

Ore 12.00 – 13.00 “Question Time” preceduto da p.i. Bisignano: La versione di Bruzio

Ore 13.30 Chiusura lavori e consegna attestati

Invito_Kontro_Qultura_Sicurezza_1_FEB_2019 e

Power Point che sarà da me utilizzato

del male

Il vento di Danzica

Non mi piace che della memoria di Adamowicz si impadroniscano, magari con pensieri di segno opposto, fascisti, sovranisti, razzisti e altri di queste genie, come fecero cinquant’anni fa con Jan Palach e fanno ancora in questi giorni per il cinquantennale.

Anche per questo qui li ricordo.

Pawel Adamowicz

Fino a tarda notte, e nonostante una temperatura polare, migliaia di persone hanno vegliato in silenzio il loro sindaco assassinato domenica sera durante un evento di beneficenza. E stamattina, sotto il vecchio municipio, un’imponente torre medievale di mattoni rossi, già ardeva un centinaio di ceri. La città governata a lungo da Pawel Adamowicz è sotto shock. Per le strade tutti parlano a bassa voce, ovunque le bandiere sono a mezz’asta mentre a ogni ora la campane delle chiese suonano a stormo.

Intanto, manifestazioni spontanee sono state organizzate anche nel centro a Varsavia, a Cracovia, a Katowice. Nella capitale, la manifestazione s’è tenuta sotto il Palazzo della cultura, nel cuore della città, è stata iniziata con un minuto di silenzio e l’inno nazionale cantato sottovoce. Il sindaco Rafal Trzaskowski ha annunciato il lutto nazionale di tre giorni per rendere omaggio al collega morto. E anche a Katowice, in silenzio, sono state accese le candele per commemorare Pawlowicz. “Difenderemo Danzica, la Polonia e l’Europa da quest’ondata di odio e di disprezzo, te lo prometto”, ha detto il presidente del Consiglio europeo ed ex premier polacco, Donald Tusk, rivolgendosi all’amico di vecchia data.

Molto amato dalla città che amministrava da vent’anni, per sei mandati consecutivi, e noto per le sue idee liberali e per l’opposizione al partito sovranista e conservatore di governo PiS, Diritto e giustizia, è stato ucciso da un 27enne, Stefan Wilmont, che era da poco uscito dal carcere dopo una condanna per rapina. L’aggressore ha agito da solo e in passato aveva sofferto di disturbi mentali. Wilmont ha detto di essersi voluto vendicare per le torture subìte durante un suo precedente arresto, avvenuto quando il partito cui faceva parte Adamowicz governava il paese.” (dal web)

Danzica, in polacco Gdańsk, in casciubo Gduńsk, in tedesco Danzig, è una città polacca situata sulla costa meridionale del Mar Baltico. E’ la sesta maggiore città della Polonia e capitale della Pomerania. La sua lunga storia, più che millenaria, la fa ricordare per diverse vicende importanti, per la storia europea a mondiale.

Danzica fu una delle più importanti città della Lega anseatica essendo una autonoma città-stato. E’ il luogo dove vi furono i primi scontri della Seconda guerra mondiale. Lì nacque Solidarnošc ai cantieri Lenin nell’estate del 1980. Mentre accadevano quei fatti, ai primi di agosto transitavo per la Polonia, da Cracovia a Varsavia a Brest-Litovsk, su una Renault 4 blu, 1100 di cilindrata, diretto a Minsk, e poi a Smolensk, Mosca, Novgorod, Leningrado e ritorno via Finlandia, con l’amico Roberto.

 

Jan Palach

Jan Palach moriva cinquant’anni fa in piazza San Venceslao, come una torcia umana. Voleva protestare nel modo più forte contro chi, la struttura politica-militare sovietica e i suoi alleati del Patto di varsavia, aveva schiacciato con la violenza la Primavera di un Socialismo dal possibile volto umano. Il presidente Alexander Dubcek era stato esautorato e esiliato in Slovacchia. Comandava di nuovo l’apparato stalinian-brezneviano classico.

Jan Palach aveva ventuno anni e studiava filosofia al Karolinum, l’antica università praghese fondata dall’imperatore Carlo IV di Lussemburgo.

Aveva scelto quel gesto, perché si era accorto che non vi potevano esserci parole o manifestazioni più forti, come avevano mostrato i monaci buddisti in Vietnam. Ai piedi della scalinata del Museo Nazionale si fermò, si cosparse il corpo di benzina e si appiccò il fuoco con un accendino. Tre giorni di tormenti terribili, ancora lucido, prima della morte.

Ai funerali partecipò una folla immensa proveniente da tutta la Nazione cecoslovacca. Lo imitarono nelle settimane successive altri studenti, sei o sette, ma quegli atti furono derubricati dal potere e dalla stampa ad azioni isolate di squilibrati, border line incapaci di reggere lo stress della vita.

Lasciò nei pressi del suo rogo i suoi appunti scritti su vari quaderni, tra i quali si poté leggere quanto segue:

 

«Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà»

Non si è mai saputo se Palach parlasse di una organizzazione effettivamente esistente, ma il suo gesto ebbe una enorme eco ovunque nel mondo, e anche in quello egemonizzato da Mosca, e costituì un momento importante del lungo cammino verso la libertà che sfociò nel 1989 a Berlino. La sinistra giovanile sessantottina, rivoltosa, italiana, francese, europea in generale non lo capì, perché era ancora un problema dubitare delle magnifiche sorti e progressive dell’Unione Sovietica. Io ero piccolo, facevo la prima, cioè il terzo anno, del liceo classico, ma la morte di Palach mi colpì molto, e soffrii.

Il teologo cattolico Zverina difese il gesto di Palach, affermando che “un suicida in certi casi non scende all’Inferno” e che “non sempre Dio è dispiaciuto quando un uomo si toglie il suo bene supremo, la vita“.

Palach oggi riposa presso l’Olsanske hrbitovy di Praga. Ci sono stato.

 

Ogni tanto la Storia sembra abbia bisogno di olocausti, come quelli biblici, e non sempre la mano dell’Angelo interviene, come nel caso del sacrifico di Isacco, quando Abramo, ubbidendo ciecamente alla richiesta di Iahwe stava per mettere a morte il figlio e il Signore-Dio lo impedì, dopo aver misurato la sua fede.

Nel caso di Palach e di Adamowicz, l’Angelo si è fermato. E questo è il mistero indicibile del male che può accadere nell’ambito della sconfinata libertà affidata all’uomo, pure nei limiti che Spinoza individuò e le neuroscienze attuali stanno confermando.

Spero che l’Angelo comunque vigili su me, su te, mio gentile lettore, per andare avanti nel destino che in qualche modo contribuiamo a costruire.

buonsenso, conoscenza e vergogna

Marco Pannella, anche se gran narciso, ha avuto molti meriti, etici e politici. L’ultima battaglia che combatté con spirito libero è stata quella per il diritto alla conoscenza. Nonostante il web e tutte le diavolerie informatiche del nostro tempo, le persone sono in gran misura disinformate, fuorviate, manipolate.

L’essere umano vive e migliora grazie alla sua intelligenza che, con l’esperienza cresce, come mostrano gli studiosi dell’antropologia generale, fin dalla rivoluzione cognitiva di 70.000 anni fa o giù di lì. Ora si parla molto di intelligenza artificiale, e se sarà in grado di superare quella umana, confondendola spesso con la nozione di coscienza. Se la A.I. (l’intelligenza artificiale) può già superare l’uomo in memoria e nella capacità di “pensare” algoritmi che le permettono di battere l’uomo in giochi “intelligenti” come gli scacchi, essa è bene lontana dall’averne coscienza. A David, in 2001 Odissea nello spazio è bastato un cacciavite per disattivare Hal9000, potendolo, se del caso, riattivare con lo stesso cacciavite. Lo stesso cacciavite può essere un’arma mortale per un essere umano, ma non può riattivare la vita. La vita umana e la sua autocoscienza non sono paragonabili all’intelligenza robotica. Sono incommensurabilmente di più.

La macchina non esprime buonsenso, l’uomo sì. Ma il buonsenso è continuamente messo a dura prova da provocazioni e falsificazioni. La tendenza attuale, quella postata miliardi di volte sul web, è quella di vedere poche volte il bicchiere mezzo pieno, preferendo un pessimismo di maniera, ché fa più “intellettuale”. Parrebbe che solo gli ingenui vedano le cose dal lato buono. Campioni, si fa per dire, dell’uso del web sono molti dei politici attuali, da Trump, che cinguetta continuamente, con un linguaggio da liceale pluribocciato, a Salvini vicecapodelgovernoministrodell’internosegretariodellalegacapitano, dichiarante palingenesi con ghigni e smorfie da coatto.

Salvini, in giubbotto della polizia, e Bonafede a Ciampino per l’arrivo di Battisti, hanno dato vita a una sceneggiata di immane idiozia. Battisti doveva essere fatto arrivare a un’ora non nota alla stampa e portato in carcere come qualsiasi detenuto catturato e già condannato con sentenza passata in giudicato. Mi è parso che la commedia salviniana abbia illustrato le due facce di una stessa medaglia: di due narcisi, strafottenti e arroganti, lo stesso ministro e il delinquente.

Qualcuno dirà a Salvini, prima o poi che, lui che delinquente non è, si accomuna a chi delinquente è con i comportamenti e gli atteggiamenti prediletti, e ulteriormente utilizzati da ministro della Repubblica Italiana. Battisti è un delinquente e criminale che resta convinto della legittimità delle azioni compiute. Catturato ubriaco e ciondolante, basta vedere il brevissimo video sul web, è riuscito, grazie all’insipienza dei governanti italiani, a scendere dallo splendido Falcon 900 quasi fosse un eroe dei due mondi, novello Guevara o Garibaldi. Non pensavo che la stupidità di Salvini e C. giungesse a tanto. Ma a questi interessa soltanto apparire, a qualsiasi costo, e dunque si tratta di una stupidità calcolata.

Battisti non prova alcuna vergogna, che è un sentimento o emozione susseguente a un’auto-valutazione di fallimento globale del proprio comportamento nei confronti delle regole, scopi o modelli di condotta condivisi con gli altri umani, e coinvolge tutta la persona dicendo inadeguatezza radicale, ovvero il dispiacere di non essere considerati dagli altri come si vorrebbe. Lui si sente nel giusto, o perlomeno desidera mostrare questo suo “sentirsi-nel-giusto”, arrogantemente, senza arrossire.

Ma, la domanda seguente è: dov’era la sinistra in questo quasi quarantennio? A firmare a suo favore come fosse un perseguitato politico? A far finta di cercarlo? Una sinistra salottiera con campioni improbabili quali la moglie del presidente Sarkozy, principe dei beoti, una sinistra da terrazza romana e da vacanze capalbiesi. Non si tratta di gloria o di vendetta l’avere messo al sicuro in galera Battisti, ma di giustizia. Il più dignitoso di tutti in questa vicenda è stato Alberto Torregiani, paraplegico perché ferito dalla banda di Battisti nel ’79, che non ha invocato vendetta, ma pace nella sua anima, ora.

Scandalizza che ad attendere il criminale non pentito ci fosse mezzo governo e ad attendere il giovane Megalizzi il presidente Mattarella e un trafelato Fraccaro (e chi è costui?). Scandalizzarsi è mostrarsi vivi, prima ancora che alla giustizia, come virtù etica, alla ragione, alla logica argomentante, che è la dimensione spirituale più in crisi, in questi nostri tempi chiaroscurali.

Dove va il mondo e l’uomo, o di come si possono usare in modo truffaldino le statistiche, che falsificano la realtà nascondendo la verità

Nel mio piccolo combatto le falsificazioni e le fake news.

Si è scoperto che il prestigioso New York Times, riportando le statistiche degli omicidi in città, mostrava un grafico su ortogonali cartesiane dove la linea descrittiva coordinata con l’ascissa, destinata alla numerosità dei delitti, e l’ordinata relativa agli anni considerati, andava da sinistra a destra sempre più in alto, significando un aumento dei fatti di sangue mortali… solo che la statistica riguardava gli ultimi dieci anni. E basta.

Chi poi, un neuroscienziato e sociologo statistico ha lavorato sui dati, ampliando l’angolo visuale temporale ad almeno cinquanta anni, si è accorto che la linea lavorava in modo molto diverso: partiva a sinistra da molto in alto (molti omicidi) e poi calava in modo significativo, con una relativamente piccola impennata negli ultimi dieci anni. Risultava allora una linea seghettata ma discendente. Ampliando l’angolo visuale temporale a un secolo, e quindi andando fino ai primi del ‘900, e di lì partendo, anche considerando l’incremento della popolazione, la linea si comportava come negli ultimi cinquanta, anzi con un’accentuazione del verso della linea  in discesa.

Che cosa significa tutto ciò? Che il giornalista di nera che ha pubblicato i dati dell’ultimo decennio sul prestigioso quotidiano, aveva bisogno di sottolineare l’aspetto negativo degli omicidi, e non era per nulla interessato a fornire al pubblico dei lettori un dato più oggettivo dato da uno “sguardo più alto”, che avrebbe fornito una situazione molto migliore.

Quale la verità sugli omicidi a New York dunque? Non certo quella dell’ultimo decennio, o meglio, quella era ed è una verità parziale, relativa agli anni trattati, ma non un dato che significhi granché sul trend reale del fenomeno studiato. Il prof Steven Pinker, autore nel 2011 de Il declino della violenza, o della ragione per cui viviamo il periodo più felice della storia, e ora, con il suo Illuminismo, adesso (Mondadori) riprende un discorso sui grandi fenomeni che caratterizzano i mega-trend e giunge alla conclusione che, nonostante tutto, le cose vanno molto meglio che in passato.

Se a questo aggiungiamo che il cervello umano tende a selezionare dimenticando le brutture del passato ecco che il gioco è fatto: “Si stava meglio quando si stava peggio, anzi si stava meglio e basta, nel passato“.

Falso, caro lettore.

Proviamo a vedere i diagrammi della medicina in generale, delle morti perinatali e infantili, delle guerre. Ebbene, i diagrammi sono tutti in calo da sinistra a destra.

Quando parlo con chi si basa su “lo ho detto la televisione“, al netto del nervoso che mi fa, non riesco a far capire che bisogna tenere conto, se si parla di delitti, dei dati forniti dai Carabinieri o dall’Istat, non dai giornali, che mostrano, ad esempio nell’ultimo trentennio, un calo significativo degli omicidi e di ogni tipo di morte violenta in Italia. La riduzione delle morti violente negli ultimi trent’anni è dell’ordine del 70%, eppure la percezione di tale violenza è contraria. I giornalisti invece, oltre ad evidenziare le notizie di nera, coniano anche neologismi idioti come femminicidio, in questo aiutati dai “politicamente corretti” che allignano nello snobismo di sinistra, e in altre aree “culturali” affini.

La cultura di destra, semplificatoria e violenta, più ancora che sovranista o fascistoide, a questo punto ha ampi spazi di manovra e sviluppo, come mostra la popolarità della Lega e di un furbo provocatore come Salvini. Se si dice che le aggressioni, le violenze, gli stupri e le rapine crescono, in questo caso supportati dalla prevalenza di notizie cattive sui media, allora anche misure di legge demenziali come il “decreto sicurezza” trovano approvazione.

Tornando a Pinker, egli sostiene che i dati statistici attuali provano che il benessere umano è aumentato notevolmente negli ultimi tempi, soprattutto grazie a valori e a impostazioni cognitive di tipo illuministico, scientifico, razionale, umanistico. La minaccia, invece, è costituita dai fondamentalismi, dai nazionalismi sciovinistici, dall’identitarismo, dagli emotivismi e dal politicamente corretto.

Gli ignoranti tutto sentimento, ignorano di essere ignoranti e la scienza, la fatica della ricerca e dello studio, pensando di avere nozioni sufficienti anche se mutuate dalla stampa, dalla tv e dal web, che vivono di molte falsificazioni, come abbiamo visto.

Ancora una volta aveva avuto ragione Marco Pannella, come nei vari tempi passati avevano ragione i pensatori attenti all’evoluzione dell’uomo nella storia, come i sommi greci, i filosofi medievali cristiani e musulmani, i sostenitori del ruolo del soggetto umano nella conoscenza e gli illuministi dal ‘700 in poi: oggi è un tempo in cui ci si deve batter per il diritto alla conoscenza, che non è più minato dalla povertà e dai limiti del tempo passato, ma rischia di essere messo a repentaglio dal profluvio di notizie false che vengono letteralmente sparate sul e dal web in ogni minuto secondo.

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