Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Fascisti del 21o secolo (on.le Meloni!), non solo “cretini”, o “idioti” o “imbecilli”, anche se questi tre titoli si attagliano bene comunque a quei personaggi, e anche “ignoranti” e “facinorosi”. Il loro campione quel tipo nerboruto e un po’ grasso, tatuato e mezzo nudo davanti alla sede della Cgil in Corso d’Italia, e non evito di dire che questi “idealtipi” sono presenti anche in altri schieramenti estremisti…, uno dei campioni di questa crassa ignoranza (quasi incredibile) un po’ penosa, e dalla verbosità incagliata (non ha idea di che cosa sia la libertà e la responsabilità, ma dove è cresciuto?), è il capo dei camalli di Trieste Stefano Puzzer, che non sa neppure bene di stare a questo mondo, ma la situazione è comunque un po’ preoccupante a livello sociale e comunitario in questo momento della storia italiana, ingarbugliata e complessa

…e la Meloni fa pena quando dice che non ne conosce la matrice, mentre Lamorgese non si sa bene che capacità abbia. Pare scarsa, nel ruolo delicatissimo del Ministro degli Interni affari.

Tocca dirlo, perché i fatti non mentono. “Contra factum non valet argumentum“, cioè contro i fatti non servono chiacchiere, sosteneva Tommaso d’Aquino.

Ma qui il discorso non può fermarsi su un ministro che non riesce a fare quel “mestiere” grande e difficile. Sommessamente suggerirei al Presidente Draghi di invitarla gentilmente alle dimissioni. Salvini non c’entra neppure per un et nel formarsi di questa mia opinione. Come ti è noto, mio lettore gentile, non necessito di rinforzare le mie opinioni con quelle di Salvini. Mai. Quasi sempre è vero il contrario.

E vengo ai fatti. Un gruppo variegato non solo di facinorosi, ma di militanti violenti di estrema destra, nostalgici di fascismo e nazismo, aggregati alcuni sprovveduti e non della galassia no green pass e “io apro”, hanno attaccato alcune sedi della Cgil, tra cui quella nazionale di Corso d’Italia.

Ora il dibattito è anche sulla domanda se il Governo debba o meno spegnere Forza Nuova. Nella recente storia repubblicana si registra solo il caso di Ordine Nuovo, guidato dal dichiarato neo nazifascista Stefano Delle Chiaie.

Ci si deve chiedere se uno Stato, un Governo robusto dei crismi democratici, abbia bisogno di “abolire” un partitino violento, o meno.

Tra altro, tal deputato Pellini dei 5S afferma: “…noi sosteniamo che la violenza non debba stare al centro della politica“. Allibisco di colpo, e mi chiedo se per caso la violenza – di contro – possa stare alla… periferia della politica, siccome, secondo Pellini, non può stare al suo centro. Questi signori non si accorgono neanche di cosa stanno dicendo, e di quali effetti logici (e comici) provocano, in questo caso senza dubbio alcuno, involontariamente. Poverini.

Meloni invece, aggredendo una incertissima e ora chiaramente inadeguata ministra dell’Interno, letteralmente le urla intervenendo alla Camera: “Siamo di fronte a una strategia della tensione“, citando un archetipo notissimo della storia italiana dell’ultimo mezzo secolo, decisamente a sproposito. E poi insinua che la gestione dei tumulti sia stata studiata per mettere in cattiva luce la destra politica parlamentare.

Ora, io non saprei se si sia trattato di un diabolico disegno delle sinistre politiche coadiuvate dall’amministrazione della sicurezza pubblica, come ha sostenuto nel suo talk il giornalista Porro, oppure di grave dabbenaggine del Ministero degli Interni e della Polizia, ma ciò che è certo è che si è agito senza intelligenza e senza capacità di prevenzione del facinus della piazza.

I politici attuali hanno bisogno di studiare, perché sono tecnicamente e politicamente ignoranti.

Ciò che è successo e che cito nel titolo fa pensare però che la situazione sia in generale un po’ difficile e da prendere sul serio e per mano sotto tutti i profili, a partire da quello della formazione primaria.

Bisogna dare mezzi alle famiglie e all’insegnamento primario, perché negli ultimi decenni si è verificata una deriva che ha reso sempre più deficitaria la capacità pedagoggica delle due principali agenzie educative, la famiglia e la scuola.

Il risultato lo raccogliamo ora, con la presenza sulla scena pubblica, e la sua amplificazione mediatica, di uno scenario di impressionante ignoranza, in parte incolpevole e in larga parte colpevole.

Potrei dire che i due esempi sopra citati, quello del deputato Pellini e quello di Meloni rappresentano esemplificazioni chiarissime dei due tipi di ignoranza, almeno in qualche modo: a) se Pellini, deputato semisconosciuto e, prima di essere eletto dal fiume in piena grillesco-dimaian-dibattistiano ora contiano (ahimè), anch’esso frutto (quantomeno in parte) di ignoranza diffusa, del 4 marzo 2018, rinvia al tipo di ignoranza incolpevole, anche se Pellini potrebbe essere laureato; b) Meloni (anche se non ha una laurea, o uno straccio di laurea, finché non se ne meriterà una ad honorem, che si conferisce a chiunque, più o meno) invece rappresenta un’ignoranza colpevole, perché non si può dare un capo partito del poco meno 20% dei consensi elettorali, come da analisi socio statistiche delle attuali intenzioni di voto, che non sappia che cosa fu realmente, in tutta la sua pericolosità, la strategia della tensione dei decenni ’60/’70 del secolo scorso.

Non ci credo, non può essere. E allora si tratta di una provocazione, che fa forse il pari con quella che potrebbe essere un disegno delle sinistre, cui non credo, perché troppo raffinato per le intelligenze, pour dire, che guidano attualmente quella parte politica. Ahimè.

Il fatto è, come mi sottolinea l’amico Cesare che si trova da troppo tempo in ristretti orizzonti, che la complessità cui è giunta la società contemporanea non trova ancora item analitico-sociologici in grado di tentare, dico tentare, di descriverla. Non vi sono più le strutture democratiche classiche, o quelle sovietiche, o del periodo delle dittature novecentesche. Tutto è fluido, o forse, meglio dire (caro Bauman) intrecciato, intersecato, segmentato, cosicché non si riesce a proporre discorsi convincenti per le masse di cui parlavo sopra, perché non ci sono più.

Oggi ogni discorso viene colto in modo diverso da target differenti, per cui, oso dire, anche l’80% di vaccinati in Italia è qualcosa di molto importante, che forse significa e attesta ancora la presenza di una ragionevolezza diffusa.

America, primi anni ’90, ero in Argentina e negli USA da segretario regionale del Friuli Venezia Giulia di un sindacato confederale, e componente della Direzione nazionale, dove incontrai sindacati locali in sedi loro a Baires, a New York e a San Francisco, e… in storiche logge massoniche italo-americane, non più operative, mi dissero (forse “in sonno”, pensai, come si dice in questi casi). Una di queste logge si chiamava “Giuseppe Garibaldi” (ecco!), et alia…

Ricordo che, prima di essere rieletto al ruolo dirigente del sindacato regionale all’inizio dei ’90, fui contattato da un massone abbastanza importante che mi “consigliò” di non dare troppo spazio alla stampa cattolica nel mio ruolo, anche se “loro” comunque mi avrebbero votato con convinzione, per stima politica e culturale nei miei confronti. E fu così, peraltro, senza (ovviamente) che io gli avessi promesso nulla.

In quei primi ’91/ ’92 fui anche in America, prima a Buenos Aires e dintorni e poi negli Stati Uniti.

Incontrai emigranti italiani e friulani. Da Santa Maria de los Buenos Aires a Cordoba, a Carlos Paz, a Rosario, a Salta… ma la visita più emozionante è stata a Colonia Caroja, friulanissimo paese perso nella pampa cordobense. Lì, sentii parlare friulano, come quando ero bambino a Rivignano e ascoltavo incantato i racconti dei nonni e dei vecchi della contrada alla “fine del mondo”.

Mi colpì la “Nazione sorella”, l’Argentina, in tutte le sue manifestazioni. Ricordo che, e lo dissi agli amici argentini, che provai grande dolore quando scoppiò la Guerra per le Malvinas (uso il nome argentino), o Falkland, dicendo che il regno Unito avrebbe avuto titolo e diritto di difendere la “inglesità” delle Orcadi, delle Ebridi, delle Shetland etc. se l’Argentina le avesse pretese, ma guerreggiare in fondo all’Atlantico per un arcipelago al largo del Paese sudamericano era solo un ultimo arrogante sussulto imperiale della (dissi sorridendo) “perfida Albione”. Riflessioni, queste, che non tengono essenzialmente conto della grande storia, dei suoi flussi, dei suoi equilibri e squilibri, ma prevalentemente dei sentimenti miei.

Non contesto i meriti della Gran Bretagna sul piano storico-politico, come prima Nazione al mondo a scegliere una forma democratica di governo, nei tempi moderni (non in assoluto, perché le pòleis greche la precedettero di duemiladuecent’anni), e come potenza decisiva nella lotta al nazismo, ma la critico per lo spirito di superiorità verso tutti o quasi che tende a manifestare in ogni occasione, anche se oramai con sempre minori velleità.

Lo fa ancora, infatti, nella politica (si pensi alla Brexit), nello sport (si pensi all’Europeo di calcio e alle corse veloci nell’Olimpiade di Tokio), nel militare (gli interventi di Thatcher e Blair in Irak e altrove, senza tornare ai tempi coloniali), solo per esemplificare. In realtà, mi pare di poter dire che gli Inglesi sono strutturalmente gelosi delle grandezze altrui, e se possono, le minimizzano. Ma della Brexit sono già pentitissimi.

In Argentina visitai Rosario, dove mi fu mostrato l’immenso Rio Paranà, di cui non si intravede l’altra sponda; Cordoba, dove potei parlare a un convegno tenuto nell’Università gesuitica, la più antica del Sudamerica; Salta, sulle Ande, in vista del monte Huascaran; Iguazù, le cui cataratas tuonano nell’immensa boscaglia tropicale. Fu lì che mi vidi transitare tra le gambe un’iguana curiosa.

Negli Stati Uniti ebbi modo di vivere New York per una settimana, e San Francisco per alcuni giorni. Conobbi i nostri emigranti sparsi in varie classi sociali, e parlammo della controversa fama degli Italiani negli Stai Uniti d’America. Ci compiacemmo delle attività positive e ci dolemmo delle attività delinquenziali della mafia di origine sicula.

Ricordo che parlammo dell’ingiusta condanna a morte di Sacco e Vanzetti e dell’impresa friulana co-autrice dei volti dei quattro Presidenti americano scolpiti sul monte Rushmore nel North Dakota. L’impresa dei fratelli De Candido, emigrata da Meduno, paesino delle Prealpi friulane.

Ebbi modo camminare nottetempo da Central Park alla “punta” estrema di Manhattan, e di osservare il tratto di mare che dava su Ellis Island e la Statua della Libertà.

Mi portarono anche a Brooklin, dove visitammo la “Loggia” in sonno, su una Buick da sei metri, cordialissimo Santo P., chissà che biografia aveva… E la bistecca alta quattro dita in Times Square, da solo, con due patatone da pelare e una patata bionda che mi guardava, ma senza ottenere da me particolare attenzione. Il Moma, dove mi soffermai sui modelli di sedia più famosi e sullo stetson di John Wayne, quello di Sentieri sevaggi. Al Celebrities Cafè feci colazione osservando le foto di Kevin Kline e Meryl Streep, spesso clienti, come anche Woody Allen, che abitava ai confini tra Central Park e la Sixt Avenue, mi diceva la banconiera, che mi aveva preso in simpatia dopo il primo giorno.

Passeggiai per Broadway e sotto le Twin Towers, che ritenni un po’ bruttine, più eleganti l’Empire State Building, che salii, e la Chrisler Tower.

A San Francisco passeggiai sui pontili dei pier, osservando i leoni marini e sentendone il loro olezzo. A Lombard Street mi sembrava di essere in Italia verso Amalfi, perché i giardini sono all’italiana.

Sausalito, oltre il Golden Gate, era come una memoria dei ’70, con negozi colorati e musiche, quasi come si fosse in attesa di Carlos Santana.

Altre mete solo promesse, come Yosemite o Carson City verso il Nevada.

Non sono più tornato negli USA, mentre fui invece, più volte, in anni recenti per lavoro nella grande repubblica centroamericana del Messico, a Querètaro, memore della morte di Massimiliano d’Asburgo e di Benito Juarez. Dall’immensa Città del Mexico mi portarono alle piramidi di Teotihuacan  e lì pensai che il pensiero umano è unico, anche a distanza di migliaia di chilometri.

Qui non ricordo il grande viaggio in auto nell’Unione Sovietica di Breznev, da Minsk a Leningrado (così si chiamava allora San Pietroburgo), passando per Smolensk, Mosca e Novgorod, né quelli per le Cattedrali gotiche di Francia, da Bourges a Chartres ad Amiens, Praga, l’Ungheria e la trasferta a Bucarest per assumere decine di infermiere per i nostri ospedali. Ne ho già parlato tempo fa, anche se il ricordo è sempre vividissimo, di ogni viaggio, di ogni incontro, come quando a Cracovia un ragazzino mi gridò in faccia “Paolorossi”, perché mi aveva riconosciuto come italiano.

Vorrei nella vita riuscire ancora a visitare un po’ di Grecia classica e i luoghi della vita del Maestro di Nazaret, ad altro non anelo, perché tutto il mondo è compreso nel pensiero che gli rivolgo, bene prezioso e indispensabile per ogni essere umano. Da difendere, se ne saremo capaci.

Diritti e sovranità: la “lezione” dell’Afganistan

Il prof Strazzari della Scuola S.Anna di Pisa mi suggerisce una comparazione non consueta, quando si parla di diritti, quella fra diritti e sovranità. Di sicuro, una prospettiva riflessiva del genere non mi sarebbe mai arrivata da un’onorevole Cirinnà, o da Letta, Boschi, Dimaio, Fico, Guerini, Gelmini, Salvini, Renzi, Meloni, Letta, Di Maio, e tanto meno da Conte Giuseppe, etc. Questi signori e signore, professionisti/e della politica, non sono in grado di declinare concetti e riflessioni al di là della solita banale lezioncina che preparano per le interviste, campioni universali dell’annoiamento del prossimo. Immaginatevi una on.le Cirinnà che fa un discorso sui diritti non disgiunto dal tema della sovranità. Ipotesi per absurdum. Purtroppo, dico, ché non mi rende lieto la constatazione della povertà umana e culturale strutturali di questi soggetti dell’attuale politica italiana. Se dovessi elencare politici veramente degni di rispetto, in questo momento mi fermerei solo a Draghi e a Giorgetti, tra le figure più in vista.

Per tutti costoro, al “sicuro vitale” (vitalizio sicuro) costituito da stipendi faraonici e immeritati in quanto sproporzionati rispetto al loro valore professionale reale, al sicuro di uno Stato come l’Italia, dove funziona uno dei migliori welfare del mondo, e una legislazione costituzionale garantista e saggia, parlare di diritti&diritti è comodo e per nulla faticoso. Parlo del sintagma diritti&diritti, perché queste persone fanno fatica a declinarlo cambiandolo in questo modo, nobilmente mazziniano: diritti&doveri.

I doveri, come concetto politico-morale, sono stati pressoché silenziati – da almeno quattro decenni – nella dialettica politica e pubblicistica italiana, salvo che da qualche rara vox clamans in deserto come (umilmente) la mia.

Se nel ’70, in Italia, l’emanazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori (Legge 300) ha riequilibrato la qualità dei rapporti tra datori di lavoro e lavoratori, e nel decennio successivo si è sviluppata la legislazione che ha dato alle donne legittimi diritti finora negati, nei decenni che seguirono si è teso ad esagerare nella sottolineatura dei soli diritti, a volte confondendoli con bisogni soggettivi, anche fortemente voluttuari, i desideri e le aspettative. Mi spiego: io condivido che ogni persona possa manifestare e vivere la propria sessualità come la sua natura e cultura esprimono, e che nessuno possa permettersi di discriminarla, ma non condivido che si sviluppi, ad esempio, la maternità surrogata, perché qualcuno che non può o non vuole avere figli naturali, li possa comperare, perché non si dà, razionalmente ed eticamente (se vogliamo declinare un’etica scientifica e razionale semplicemente occidentale) un diritto di avere un figlio, ma un desiderio, un dono, una aspirazione.

Queste persone, se hanno forte il sentimento genitoriale, adottino bambini e bambine che abbisognano di una famiglia. E anche l’adozione, a parer mio, non può essere indiscriminatamente concessa a chiunque e qualunque tipo di coppia.

Sarò chiaro: ritengo inadeguata sotto il profilo pratico, e immorale sotto quello etico, l’adozione da parte di una coppia omosessuale, per ragioni evidenti di pedagogia sessuale della coppia e di qualità relazionale dei bimbi nei confronti dell’esterno. Ovviamente molti (spero non troppi) non la pensano come me, e mi piacerebbe poter dialogare con costoro evitando accuratamente gli ideologismi, ma penso ciò sia molto difficile. Mi fermo qui, perché ho parlato più volte di questi argomenti in precedenza. e vengo al tema proposto da Strazzari: il rapporto tra diritti e sovranità.

Anche su questo tema ci vengono in aiuto tre discipline filosofiche: l’antropologia filosofica e quella culturale, nonché l’etica o filosofia morale, il cui interpello non può essere evitato, pena il decadimento nell’ideologia militante à là Cirinnà (non si pensi che io ce l’abbia con questa signora, ma i suoi comportamenti e detti ufficiali di questi anni, mi portano a questa conclusione: la politica pidina non mostra attenzione o particolari conoscenze dei fondamenti delle tre scienze filosofiche citate, e con e come lei, moltissimi professionisti/e della politica).

E dunque parto dalla Filosofia morale. Analizzando le varie scuole di Etica sviluppatesi nei secoli, da pensatori greci in Occidente, e dalle filosofie religiose orientali del Buddhismo, del Confucianesimo e del Taoismo, si possono dare varie e diverse sensibilità nel giudizio sulla ricerca del bene: dall’utilitarismo all’edonismo, dall’emotivismo al prescrittivismo e deontologismo, dal culturalismo al finalismo, in ciascuna delle quali si sottolinea un particolare aspetto della qualità dell’agire umano nei confronti di se stessi e degli altri: dall’agire solo per la propria convenienza, all’agire solo per il rispetto della legge, all’agire nel rispetto di usi costumi e tradizioni (ogni lettore può attribuire la “scuola” sopra citata a ogni comportamento), all’agire per il rispetto integrale dell’essere umano (finalismo).

La cultura politica occidentale, partendo dal pensiero greco-latino, e poi evangelico-cristiano, che ha dato valore incommensurabile alla persona, è giunta, tramite l’illuminismo di Montesquieu, Beccaria e Kant in primis, alla nozione etico-politica di una giustizia che tenga conto dei diritti umani essenziali di tutti e di ciascuno.

Di contro, in Oriente, la persona singola non ha mai acquisito un valore comparabile a quello della cultura occidentale, perché il singolo essere umanoscompare sempre nel tutto, l’atman nel brahman, ad esempio nell’induismo.

Vengo dunque al tema afgano, ma che si può mutuare se si parla di altre zone critiche del pianeta, come la Somalia, il Sahel, il Niger…

Come è possibile che 75/ 80.000 miliziani taliban giungano a Kàbul (si pronunzia Kàbul, non Kabùl, così come si pronunzia Sinài, non Sìnai) in poche settimane, in una nazione di 35 milioni di abitanti e un esercito ufficiale nazionale di 300.000 uomini, se non ci fosse una sostanziale adesione della maggior parte degli abitanti? Si è trattato solo di rassegnazione, di stanchezza per decenni di conflitti? Non lo credo realistico, come condivide anche il citato collega pisano.

Si tratta dunque di fare un’operazione culturale e dialettica che metta in campo, non solo il tema dei diritti, ma anche quello della sovranità! Chi comanda in Afganistan, i portatori del verbo occidentale, o la popolazione locale, che non conosce la democrazia parlamentare? Come si conciliano questi due aspetti? Anzi, si possono conciliare tramite semplificazioni ed accelerazioni politico-militari? Domanda retorica. No.

Ovvero, si potranno conciliare solo con e dopo un paziente lavoro dialogico e collaborativo, dove filosofia, religioni, psicologia sociale, sociologia ed economia collaborino per trovare piste e metodi di riflessione comune, senza la frettolosità tipica dell’economia e soprattutto della politica attuali.

Sotto il profilo macro-politico occorre riformare profondamente e l’Onu e la Nato, attribuendo a questi due organismi prerogative che non siano, nel primo caso, di pressoché solo emissione di ottime perorazioni di principio, e la seconda al fine di costituire una forza militare veramente sovra-nazionale oltrepassando l’egemonia statunitense. Altro vi sarebbe da dire, ma qui non proseguirò, riservandomi di farlo in futuro.

Con e tra le varie culture e nazioni, occorre sviluppare un dialogo rispettoso ma fermo, prima che sui diritti, sui valori, poiché non sono concepibili diritti umani e civili se non sulla base di una adesione previa a valori condivisi. Vedi, mio gentile lettore, se non si conviene che l’etica deve riguardare il rispetto di tutti e tutte, in ogni senso, territorio e settore della convivenza umana, ogni discorso sui diritti resta privo dei fondamenti. Mi pare ciò sia di non poca importanza, per dirla con calma.

Ripeto: senza una condivisione sostanziale dei valori, i diritti scadono a una mera elencazione di desiderata, che cambiano nei momenti e nei vari territori. Anche qui un esempio fattuale di questi giorni: se non si concorda con i Taliban, ma anche con i pashtun di Massud jr., e con i Pakistani, i Cinesi, i Russi, gli Americani, i Libici, gli Irakeni, i Turchi, gli Egiziani, gli Inglesi, gli Israeliani, i Persiani, etc., anzi con le classi direzionali della politica di queste nazioni, che il valore primario è l’uomo e la sua tutela totale e integrale, ogni discorso sui diritti diventa fasullo e addirittura inutile e fuorviante.

…e poi, occorre coniugare diritti e doveri, sintagma indissolubile della condivisione umana della vita su questa Terra. I doveri sono lo specchio specchiante dei diritti; senza i doveri i diritti diventano meramente declamatori e scorciatoie retoriche di una moralità soggettivistica ed egoista. Altre strade non vi sono.

I Talebani mostrano l’ignoranza storica, antropologica e culturale dei politici e dei militari occidentali, anche se vent’anni di guerra e di presenza di americani, inglesi e italiani ha dato un contributo indistruttibile al cambiamento culturale di quel popolo

La prima domanda che ci si deve fare quando si approccia una cultura radicalmente diversa è. “Chi sono costoro? Come la pensano? Che valori hanno? Che priorità? Che storia hanno? Hanno di che vivere? In che cosa credono?”

Sono le domande “antropologico-filosofiche”, che attengono la dimensione più alta e profonda dell’antropologia scientifica.

Vi pare, cari lettori, che, prima gli Inglesi, poi i Sovietici e infine (parlo solo del’età contemporanea) gli Americani, si siano fatti queste domande in profondo?

Domanda retorica, con risposta incorporata: no. Né i “colti” Inglesi di Oxford e Cambridge, né i potenti Sovietici, né, infine, i grezzi Americani si sono fatti queste domande. Forse solo i militari italiani hanno una qualche formazione in tema, e difatti sono i meno sgraditi in queste e altre zone di guerra. Per noi sono lontani i tempi del nostro crudele e goffo imperialismo coloniale savoiardo e fascista.

Vengo al dunque: da decenni, almeno sei o sette, l’Occidente, con in testa gli USA, pensano che i popoli dell’ex Terzo mondo debbano essere istruiti alla democrazia parlamentare, con le buone o con le cattive (quasi sempre con le cattive).

Proviamo a capirci qualcosa.

La capitale Kabul è da sempre un crocevia dell’Asia centrale, un punto di snodo ineludibile per i mercanti e i viaggiatori. L‘Afghanistan da millenni è stato continuamente invaso da vari popoli, tra i quali si possono citare gli Indoariani, i Medi, i Persiani, i Greci d Alessandro il Grande, i Maurya, gli Unni, i Sasanidi, gli Arabi, i Mongoli, i Turchi, e infine i tre potenti già citati. Nessuno di questi popoli e stati riuscì, però, nel tempo, a mantenere un costante e lungo controllo su quel territorio.

Si può ricordare che tra il 2000 e il 1200 a.C. giunsero gli Arii parlanti lingue del ceppo indoeuropeo, da cui la radice del nome Aryānām Xšaθra, o “Terra degli Arii”. Anche le dottrine filosofico-religiose di Zoroastro (o Zaratustra) pare abbiano avuto origine da queste parti, mentre gli antichi abitanti di quei secoli probabilmente parlavano la lingua avestica, come gli abitanti della Persia orientale, e a nord-est il battriano, probabilmente l’idioma con cui ebbe a che fare lo stesso Alessandro il Macedone. La sua Roxane pare fosse una principessa della Bactriana.

Poi, dal sesto secolo a. C. arrivarono i Persiani, prima di essere sconfitti da Alessandro. I Seleucidi seguirono, con lo sfaldarsi rapido del grande impero ellenistico. I Romani, invece, con Traiano, non superarono mai la linea che oggi divide l’Irak dall’Iran.

Il Buddhismo arrivò nella zona con i Maurya, ma nei secoli successivi, più o meno dal I secolo a. C., si succedettero Parti (i popoli con cui si scontrò proprio Traiano), gli Sciti, gli Unni fino ai Sasanidi, che ebbero molto a confliggere con l’Impero romano d’Oriente.

Nel VII secolo fu la volta degli Arabi che portarono l’Islam, facendo dipendere quei territori dal grande Califfato di Bagdad. L’Afganistan allora era diviso tra regioni con diversi nomi, come lo Zabulistan, il Badakhstan, il Khorasan, etc.

Con il tempo molta parte della popolazione si convertì all’Islam, anche se minoranze zoroastriane, manichee e buddhiste sono attestate fino a oltre l’anno 1000.

Successivamente l’Afghanistan fu retto da regni come quello Ghaznavide (962-1050 circa), che durò fino all’arrivo dei Turchi Selgiuchidi, colà giunti nel XIV secolo, per poi spostarsi a conquistare la penisola anatolica, fino a far terminare nel 1453 l’Impero romano d’Oriente, con la presa di Costantinopoli.

I Mongoli non trascurarono quelle plaghe e nel 1220 circa vi giunsero guidati da Gengis Khan, mentre Tamerlano (Timur Lenk, Timur lo zoppo) ivi giunse circa duecent’anni dopo.

Con i discendenti di Tamerlano si sviluppò il regno di Herat, che fu un centro di enorme importanza culturale, là dove si sviluppò una raffinata letteratura in lingua persiana e turca-chagatay, e una civiltà artistica notevole (arte miniaturista e architettura), nonché religiosa (misticismo sufi), tra le maggiori del mondo islamico dell’Asia centrale.

Agli inizi del Cinquecento i musulmani Moghul iniziarono a comandare, sia sull’India e l’attuale Pakistan, sia sui territori afgani

Altri gruppi come i Savafidi e i Durrani regnarono sull’Afganistan, finché, a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo secolo si affacciarono i sudditi armati dell’Impero britannico. Da allora quelle terre, abitate da diverse nazioni, furono dominate dal potente imperialismo inglese.

Nel 1919 con il re Amanullah Khan, gli Afgani ripresero il controllo del loro territorio, finché, con alterne vicende si giunse ai decenni scorsi.

Mohammed Zahir Shah (1914-2007), regnò fino al 1973. Sotto il suo regno l’Afghanistan visse uno dei periodi più lunghi di stabilità. Durante questo periodo l’Afghanistan rimase neutrale. Non partecipò alla Seconda guerra mondiale, né si allineò con i blocchi di potere durante la Guerra Freddaa.

Nel 1973 il Re si trovava in Italia, e suo cugino Mohammed Daud Khan organizzò un golpe facendo finire la monarchia. Da allora, fu un continuo tourbillon di cambiamenti, più o meno drammatici, e a volte tragici fino a questi giorni. Nel 1978 un altro colpo di Stato (la Rivoluzione di Saur) fece nascere la Repubblica Democratica dell’Afganistan, sotto la guida di Nur Mohammad Taraki. Sembrava che le riforme strutturali democratiche avviate potessero dare un futuro di modernizzazione al paese, come l’abolizione dei rapporti semi-feudali tra latifondisti e braccianti, come il voto alle donne, come la statalizzazione dei servizi sociali, come l’ammissione delle attività sindacali e l’abolizione dei matrimoni forzati.

Si potrebbe dire che si trattava di riforme di tipo “occidentale” a tendenza socialista.

Ma ciò non durò a lungo, perché clero islamico e capi tribù, probabilmente (anzi certamente) sostenuti da forze occidentali, si opposero e guidarono un colpo di stato che riportò le cose allo stato quo ante.

Già questa è una “lezione” evidente, se si vuole comprendere lo strato del pensiero profondo afgano. Il nuovo presidente, però (non dimentichiamoci che siamo ancora in un periodo da “Guerra fredda”), fece insospettire l’Unione sovietica che vedeva nei cambiamenti introdotti da Taraki una sorta di via temporanea verso un socialismo su cui avrebbe potuto “mettere il cappello”. La sua uccisione fece pensare a un intervento della Cia per riportare l’Afganistan sotto l’egida statunitense. E Breznev decise per invadere militarmente quel paese, così strategico per gli equilibri asiatici.

L’Armata rossa fu a Kabul il 27 dicembre 1979, mettendo subito al potere il fedele Babral Karmak. E scoppiò una cruentissima guerra con i Mujaeddin e’Kalk, (sostenuti dagli Stati Uniti), finché i Sovietici, non riuscendo a venire a capo di una guerra troppo lunga e costosa in vite umane e risorse, lasciò l’Afganistan nel febbraio del 1989.

Altra lezione non compresa dal mondo.

Fu proclamato lo Stato islamico dell’Afganistan, che non riuscì ad unificare le varie componenti tribali e dei Mujaeddin, tra cui il più autorevole era Ahmad Shah Massud, chiamato “Il leone del Panshir”.

Nel 1996 comparvero sulla scena i “Taliban”, gruppo organizzato di studenti islamici formati nelle madrasse” da mullah ultra-ortodossi nella fede sunnita.

I Talebani, dopo avere ucciso Massud, che resisteva al nord, proclamarono l’Emirato islamico dell’Afganistan, applicando da subito con estrema ferocia la legge della shari’a. L’ultimo presidente della Repubblica Democratica afgana, Mohammad Najibullah, fu catturato, torturato e fucilato. Un altro episodio clamoroso a carico dei Talebani fu la distruzione dei Buddha di Bamyian nel 2001, segno violento di una cultura intollerante e totalitaria. Eppure, noi Occidentali dovremmo essere competenti in fatto di dittature!

Altro segnale importante per chi avesse avuto la cultura e l’umiltà per cercare di capire, senza giustificare quegli atti, quella gente. Comprendere non è giustificare.

In Occidente (e anch’io) vent’anni fa ci siamo limitati a deprecare l’accaduto e a denigrare i suoi autori.

Dopo l’11 settembre 2001, gli USA diedero il via all’operazione militare Enduring Freedom, invadendo l’Afganistan, per catturare i progettisti e gli autori degli attentati terroristici avvenuti in quella data negli Stati Uniti, di cui conoscevano le identità politico-militari e personali (la rete di al-Qa’ida guidata da Osama bin Laden), e per abbattere il regime talebano.

Il regime talebano venne sconfitto in poco più di un mese, nel novembre del 2001.

Altro evento, la rapida sconfitta, che non ha suggerito di riflettere profondamente, in Occidente, in tutti gli ambienti. I popoli abituati alla guerriglia, sono in grado di accettare le sconfitte, perché sono, come si dice oggi, resilienti, più di noi occidentali.

Il nuovo presidente è Hamid Karzai, che resta al “potere” fino al 2014.

Al gruppo di intervento militare, oltre agli USA, partecipano anche altre Nazioni, con la Gran Bretagna e l’Italia fornitrici dei contingenti maggiori, sotto l’egida della NATO. Nel 2013, presidente degli USA Barack Obama, Osama bin Laden viene ucciso in un attacco mirato nella città pakistana di Abbotabbad.

La situazione resta tesa per i continui attacchi dei Talebani, che approfittano dell’ambigua vicinanza del Pakistan. E siamo a un altro passaggio decisivo. Il Presidente Donald Trump nel febbraio 2020 decide per il ritiro militare degli USA, che viene confermato e attuato in questi giorni dal Presidente Biden. Con gli Americani si ritirano tutti gli altri contingenti.

Non occorre sottolineare, anche in questa vicenda, l’assoluta inefficacia dell’ONU, delle Nazioni Unite che, come sempre, si limitano a diffondere proclami, detti risoluzioni, peraltro numerate.

Eccoci, cari lettori, a queste ore.

Ora i Taliban che, nel frattempo, in questi ultimi vent’anni hanno stabilito rapporti utilitaristici (non si dimentichi che per quelle regione passerà un gasdotto di importanza strategica) con potenze moralmente più “ciniche” sui diritti umani come la Cina, la Russia, la Turchia e l’Iran, mentre con il Pakistan non avranno grandi problemi, perché sono al potere, anche anche a nome e per conto proprio del Pakistan, per rinforzare la massa critica sunnita della regione contro l’India, nemico storico.

Peraltro, non dimentichiamo anche l’intreccio etnico-culturale presente storicamente nella zona: tra i pashtun, sunniti, e gli hazara, sciiti, c’è inimicizia sotto molti profili: i primi sono prevalentemente pastori, i secondi piuttosto agricoltori. Poi vi sono i Tagiki, come Massud e gli Uzbeki. Un crogiolo complesso e in continuo movimento.

Ci sono gli aspetti economici da considerare che, anche se quasi sempre dissimulati dalle questioni ideologiche, sono sempre primari. Di che che cosa vivrà il Popolo afgano? Ancora essenzialmente di oppio, sostanza stupefacente di cui pare costituisca circa il 90% della produzione mondiale? O di minerali rari come il litio, il rame, le terre rare, l’oro, etc.? Non pare plausibile. Con i Taliban bisognerà trattare, come si è fatto in mille altre situazioni della storia.

Ci può insegnare qualcosa, dico, come Occidente, questo evento?

Riusciamo finalmente a capire (non tanto noi Italiani, ma gli Americani in primis, e in secundis Inglesi e Francesi) che la democrazia parlamentare NON si può esportare? Non bastano le lezioni irakena, siriana, libica e afgana, per capire questo? In questo contesto drammatico gli USA sono stati il protagonista peggiore (e mi dispiace che anche Obama si sia distinto in pejus).

La base di questi errori macroscopici è l’ignoranza antropologica. I gruppi dirigenti dell’Occidente non hanno finora avuto l’umiltà e la pazienza di studiare la storia, gli usi, costumi, cultura e tipologie religiose dei popoli del Vicino e del Medio Oriente. Non hanno capito che il “sindaco” di una comunità non viene eletto, ma “riconosciuto”, per leadership, vale a dire, storia personale, coraggio, saggezza e lealtà, e quel “sindaco” è il capo tribù. Un altro esempio: ci si scandalizza per l’inefficienza del cosiddetto “esercito afgano” forte (?) di 300.000 uomini. Ma sappiamo che, quando uno degli ufficiali impartisce un ordine, il subalterno telefona al padre per sapere se deve eseguirlo o meno? Così funziona la cultura tribale: non riconosce altra autorità che quella sua propria intrinseca.

Non si può mutuare l’Illuminismo francese di Montesquieu, quello inglese di John Locke, quello tedesco di Kant, quello italiano di Cesare Beccaria in territori che per millenni hanno scelto il modello patriarcale di vita e di gestione della famiglia, della comunità locale e dello stato. Di questo ambiente fanno parte anche le vittime attuali dei Talebani, anche il popolo.

Anche in tutto questo, oltre alla disastrosa gestione del passaggio di consegne militare tra Occidentali ed “esercito afgano”, si può collocare la demotivazione di soldati e ufficiali nella lotta ai Talebani. Questi assomigliano moltissimo a quelli, ancora.

E allora bisogna prendere atto che forse i tempi della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità all’occidentale non possono maturare sulla traccia dei caccia bombardieri, ma su un mix di sviluppo della cultura (anche della nostra) e dell’economia di quei popoli e nazioni.

Forse l’occasione viene data dalla crisi ambientale planetaria, da quella del clima, da quella energetica, ma soprattutto da quella del pensiero critico, se ve ne sarà una consapevolezza più generale.

In ogni caso, la nostra idea di etica del rispetto totale e assoluto dell’integrità psicofisica degli esseri umani, non potrà non guidarci nei rapporti con questi nuovi padroni dell’Afganistan. Non solo le convenienze dettate dall’economia, che sono sempre primarie in ogni vicenda umana.

I vaccini, la persona morta di Voghera, i referendum, la riforma della giustizia: tra un diritto eticamente fondato e giuridismi insensati, la libertà, nella “società dell’egoismo” e della “crisi del pensiero… critico”, vera e grave pandemia

…e pensare che Giuseppe Conte si propone come giurista di vaglia!

Di rientro dall’incontro con il Presidente Draghi afferma convinto che è possibile un accordo sulla “riforma della giustizia della ministra Cartabia, ma che i 5S (che lui vorrebbe dirigere ma mi pare già che non ci riesca) vigileranno onde impedire che maxi processi, come quello istruito contro i dirigenti di Autostrade Spa dopo il crollo del ponte Morandi a Genova vadano in fumo.”

E lo dice convinto. Il popolo che ascolta la tv, però, non ha né tempo, né voglia, né preparazione giuridica per andare a compulsare il testo della riforma Cartabia e si fida… pensando “ma come può dire una cosa falsa un avvocato che è stato capo del Governo?”

Invece no: la riforma scritta dalla nuova ministra, che grazie allo Spirito Santo che soffia dove vuole, a Draghi, al Presidente Mattarella e a qualche politico in questo caso accorto (e furbo, siccome si tratta di Renzi), salvaguarda assolutamente l’andamento e la conclusione di processi come quello citato, evitando ogni riduzione di tempi che ne limitino la celebrazione, fino a una legittima conclusione e auspicabili severe condanne. Ooh come mi piacerebbe vedere per un momento in manette, magari finalmente compunto, il superbo, arrogante e finora impunito ing Castellucci, di cui tutti ricordiamo l’atteggiamento insopportabile subito dopo il disastro! …anche se, come sa il mio gentil lettore, sono tutt’altro che un manettaro, nutrendo una stima “tecnica” per il giornalista Travaglio molto vicina allo zero assoluto, quello cosmico.

Costui, quando parla o scrive sembra che goda quando viene messo in galera qualcuno, e che auspichi si gettino via le chiavi, come si dice, con orrenda espressione popolare.

Fare confusione sulla prescrizione, cioè sul tempo limite per la celebrazione di un processo nei suoi tre gradi di giudizio (Primo, Appello, Cassazione), è un delitto concettuale e una mancanza di rispetto grave per l’intelletto di ogni Italiano, anche di chi non riesce a verificare la veridicità delle asserzioni (in questo caso) contiane.

A Voghera, un assessore leghista ha “sparato” (a) un marocchino trentanovenne uccidendolo. Il suo avvocato spiega che si è trattato di legittima difesa. Il Procuratore della Repubblica ha chiesto e ottenuto dal Giudice gli arresti domiciliari, intanto, con la causale di “eccesso colposo di legittima difesa”, l’indagato essendo stato aggredito con le mani dalla vittima. Deve stare rinchiuso in casa perché potrebbe essere in grado di “inquinare le prove” e di “reiterare il delitto”. Sono perplesso. Certamente il fatto che girasse con una pistola con il colpo in canna significa che la sua mentalità e visione politica è quella bronsoniana e americana del farsi-giustizia-da-sé. Naturalmente (e come poteva andare diversamente?) Salvini lo difende e quasi lo loda, mentre Letta diffonde urbi et orbi (neanche fosse un Pio Dodici) l’ennesima stupidaggine riflessiva da quando è tornato in Italia per guidare un ciondolante PD (ahimè): “Bisogna togliere le pistole ai privati”.

E subito dopo, non so se lo ha detto o se lo ha solo pensato: salvo (che) ai gioiellieri, ai tabaccai, agli autotrasportatori, ai… etc. etc. No, Letta, In Italia vi sono 7 milioni di armi da fuoco su 60 milioni di abitanti; negli USA circa 350 milioni di armi da fuoco su 330 milioni di persone, e non solo pistole, ma anche fucili d’assalto, l’uso esperto di uno dei quali può provocare (e provoca quasi ogni settimana) una strage. Gli USA hanno un problema enorme, ma in Italia è diverso: l’Italia, anzi gli Italiani e i politici che ne sono l’espressione peggiore (forse perché per avere successo in politica, di questi tempi, bisogna essere furbi, non-intelligenti, e senza remore, spregiudicati), hanno un problema legato alla debolezza preoccupante di un pensiero critico, riflessivo, e ciò è un problema di cultura sociale e morale. Ma gli Stati Uniti, e altre nazioni del mondo ce l’hanno al cubo, questo problema, senza che ciò, ovviamente, ci possa consolare.

Dei referendum sulla giustizia ho già scritto qui qualche giorno fa. Mi limito, pertanto a dire solo che è bene siano celebrati, perché non basta l’attuale riforma voluta dalla ministra Cartabia e dai Presidenti Draghi e Mattarella sulla prescrizione, circa la quale riforma già si vedono le reazioni della casta sacerdotale dei magistrati, ma serve anche altro, a partire dalla separazione delle carriere tra Pubblici ministeri e Giudici giudicanti. Anche se magari solo informati dai thriller polizieschi e avvocatizi americani, gli Italiani hanno capito che là, in America, sotto questo aspetto, funziona meglio. Mi viene in mente, tra altri, anche solo il processo ai coniugi Bazzi-Romano, quelli condannati per la strage di Erba, che probabilmente (o certamente) sono innocenti, oppure la ridicola condanna comminata alla freddissima e cinica assassina di madre e fratellino Erika De Nardo da Novi Ligure, che oggi, laureata in filosofia (mi piacerebbe verificarne la preparazione e soprattutto il rapporto che per lei esiste, se esiste, tra filosofia e vita), oppure, per ragioni ancora diverse, la vicenda del carabiniere Cerciello Rega, o quella di Meredith Kercher, dove l’americana signorina Knox Amanda se la è forse cavata a buon mercato.

Ripeto, con Calamandrei e, meglio ancora, con Tommaso d’Aquino e il padre gesuita Molinos, condivido la seguente tesi etico-giuridica che recita: “in dubio pro reo”, e dunque “meglio uno/ dieci/ cento colpevoli in libertà che un innocente in prigione”.

Infine: i vaccini tra “obbligo” e volontarietà. Immanuel Kant parlava e scriveva dell’imperativo categorico, come scelta libera ancorché necessaria (si noti l’ossimoro concettuale), spiegando che vi sono alcuni momenti e situazione nei quali si è tenuti a dover dire o fare qualcosa e non qualcosa’altro, ad esempio, in questa nostra attuale temperie e luoghi: “fare i vaccini”. Dispiace che per convincere i dubbiosi siano utili, anzi necessarie, le parole durissime, inequivocabili, del Presidente Draghi, che tutti hanno ascoltato e di cui molti pare abbiano già fatto tesoro.

Sant’Agostino e Tommaso d’Aquino scrivevano di libertas minor, vale a dire di una libertà egoistica, scarsamente lungimirante e poco supportata dall’intelletto e dalla ragione… e di libertas maior, quella sì illuminata dalla riflessione e dalla logica argomentativa. Ecco, questi sono tempi che impongono ai cittadini di scegliere la Libertas maior!

La LIBERTA’

Molti non hanno alba di che cosa si possa intendere razionalmente per LIBERTA’ Ancora molti ritengono che sia “fare ciò che si vuole”, ma non è così, perché la volontà a volte è guidata da emozioni sbagliate o da ignoranza tecnica. Quelli che urlano per le piazze, sgangherati libertadores, o dicono in privato che sono per la libertà, non sanno ciò che dicono o urlano. Prima di decidere “liberamente” che cosa fare, bisogna informarsi, studiare certo, ma soprattutto valutare che cosa sia il bene maggiore e il coincidente male minore per tutti, per se stessi e anche per coloro con cui si con-vive.

Essere liberi è, dunque “volere ciò che si fa”, là dove l’intelletto cosciente e la ragione argomentante aiuta a decidere per il meglio, e dunque a essere veramente liberi, nei limiti consentiti dall’essere umani. Allora, se la decisione resta insensibile al BENE MAGGIORE COMUNE, quella che sopra abbiamo chiamato ignoranza tecnica, diventa ignoranza morale, e dunque eticamente rilevante e colpevole.

Un esempio? Si pensi al divieto di fumo nei locali chiusi legificato vent’anni fa circa dal benemerito ministro prof Sirchia. Ebbene, i fumatori di quel tempo, dopo avere un po’ brontolato, si adeguarono, capendo che la libertà di avere quel vizio era inferiore alla libertà di tutti gli altri che invece avevano deciso, per la propria salute, di non fumare. L’analogia è fortissima, l’esempio è quasi sovrapponibile… o no?

In una fase nella quale la crisi del pensiero critico, del pensiero-pensante è la prima “pandemia” su cui lavorare, e a questo tema si dedicheranno i lavori del Seminario estivo dell’Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica, Phronesis, attualmente da me presieduta, in quel di Brescia a fine agosto, mi pare utile ricordare anche qui che la prima battaglia da combattere e da vincere è quella contro l’egoismo individualistico, che porta a confondere la libertà personale, che alcuni ritengono sia indebitamente conculcata, ad esempio con il green pass, con la libertà responsabilmente aperta alle necessità vitali di tutti, in un sentimento e atteggiamento comunitario e solidale.

Dispiace a me, da filosofo esposto sul piano nazionale come Presidente di Phronesis, ascoltare certe riflessioni del caro professor Galimberti, che ha-anche-a-che-fare con la nostra associazione, quando in tv “accusa” il cristianesimo di essere liberticida, in ragione della sua sottolineatura evangelica (di Gesù stesso) del valore della persona, a discapito della comunità. Di contro egli cita Aristotele che sosteneva come l’uomo che entra in una città deve sottomettersi alle sue leggi, altrimenti non può sottrarsi all’alternativa binaria, se essere definibile come “bestia” o come “dio”. Mi meraviglio della citazione, caro Galimberti, anche se capisco che i “tempi” televisivi impongono innanzitutto i rai fulminei delle frasi icastiche e, insieme, le sintesi nemiche dell’attenzione e della necessaria cura dell’analisi storico-filosofica.

La contraddico ricordandole che il cristianesimo è tutt’altro che anti-comunitario, come mostra tutta la sua storia, senza che qui riassuma la storia della dottrina, confermata con la massima solennità nel 1965 nella Costituzione conciliare Lumen Gentium, che al primo articolo afferma che la “Chiesa (e lei sa che tale lemma significa in greco, ekklesìa, adunanza, comunità, etc.) è il Popolo di Dio”. Popolo di Dio, tutti, dunque, nessuno escluso. Circa la citazione agostiniana là dove il grande Padre africano afferma che allo stato spetta di “togliere gli impedimenti che si frappongono alla salvezza dell’anima”, non di cercare il bene comune (peraltro valore citato in molti testi agostiniani che lei bene conosce), lei mi pare dimentichi che gli scritti di Agostino si caratterizzano per diversi sensi interpretativi, a seconda – potremmo dire – del target: i sensi allegorico e morale, per parlare ai fedeli spesso analfabeti, il senso anagogico per disquisire con i moltissimi interlocutori del suo livello culturale, cristiani e non, spiegando poi ai fedeli che “anagogico” significa “che ha a che fare con la salvezza dell’anima”.

Le sue tesi in tema, pertanto, mi sembrano, sia filosoficamente, sia teologicamente, sia storicamente non corrette, poiché, peraltro in presenza di interlocutori tutt’altro che all’altezza per discutere di questi temi, come il maleducatissimo giornalista David Parenzo (lo si ascolti per conoscerlo meglio, nella trasmissione di Radio24 “La zanzara”, dove fa a gara con i suoi colleghi Giuseppe Cruciani e tale Alberto Gottardo a chi è più volgare), non corrette e infondate circa quanto proposto dalla Teologia cristiana, dalla Tradizione dal Magistero sull’uomo e sul mondo in duemila anni. Potrei citarle mille testi a suffragio di un tanto, ma qui non lo posso fare.

Caro Galimberti, è proprio vero il contrario di quello che lei sostiene: il Cristianesimo è stato, insieme con l’etica platonico-aristotelica, che proprio Agostino, e dopo di lui papa Gregorio Magno e poi Tommaso d’Aquino, contribuì a inserire nella morale evangelica delle Beatitudini (cf. Matteo 5, 1-15 ca) il fomite ideale e morale generativo del valore morale superiore del Bene comunitario, rispetto al Bene individuale, poi declinato dall’Illuminismo e fatto progredire dalle Rivoluzioni francese e nazionali (anche se non senza contraddizioni) e dallo sviluppo delle moderne democrazie fino al welfare contemporaneo.

Ecco dunque, anche se la pandemia Covid è un gran male, cogliamo l’occasione per parlare e combattere la pandemia della crisi del pensiero. Anche questa mia riflessione che la contrasta, caro professore, serve a questo. E dunque la ringrazio e la abbraccio, da filosofo e da essere umano, anzi viceversa.

“Lei, professore, ha affermato in una pubblica conferenza e ha più volte scritto sul suo blog che la dizione genitore 1 e genitore 2 è una idiozia imbecille? Bene, ne risponderà a un giudice”… è questo che si vuole, Letta e c.?

Gli articoli 1, 4 e 7, soprattutto il n. 4, del Disegno di Legge Zan in qualche modo rendono possibile questa incredibile fattispecie. Possibile che a sinistra non ci si accorga che si sta cercando di intervenire con una sanzione penale sull’espressione di una opinione filosofico-politica? No?

l’idiozia imbecille

Vediamo i testi di questi tre articoli.

Nell’articolo 1 del ddl Zan contro l’omotransfobia e la misoginia si stabilisce in premessa che per “sesso” si intende il sesso biologico o anagrafico; per “genere” qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso; per “orientamento sessuale” l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; per “identità di genere” l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione.

Primo: la confusione che si ingenera con queste diverse dizioni è somma. Come si fa a pretendere che un articolo tipo questo possa chiarire il tema? Cosa può succedere se si intersecano le diverse definizioni nella vita quotidiana? Come si fa a mettere sullo stesso piano sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere? Mi paiono obiezioni sufficienti per semplificare il testo.

L’articolo 4 è una clausola di salvaguardia. Il DdL precisa: “Sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

Bene: proviamo a immaginare che un giudice ritenga che quanto io ho affermato e scritto più volte sul mio blog e in lezioni e conferenze, come riportato nel titolo, ritenga che tale giudizio sia o possa essere fomite di atti discriminatori e violenti (non si capisce contro chi), potrebbe chiedere per me una condanna ai sensi di quell’articolo. Non so neanche commentare una tale eventualità… Qualcuno può dirmi che non esistono giudici capaci di tali voli di fantasia giuridica, ma io non credo, perché la militanza ideologica a volte fa brutti scherzi. Non mi fido, e pertanto, occorre specificare meglio che cosa si intende per “(omissis) purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Non certo la dizione di cui sopra si tratta, penso, (che ne dici gentile lettore?), ma non mi fido lo stesso.

L’articolo 7 istituisce la “Giornata nazionale contro l’omotransfobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia” per il 17 maggio, giornata che va celebrata anche nelle scuole.

Direi proprio di no: soprattutto alla dizione “nelle scuole”, che può significare dalla scuola dell’infanzia alle superiori. Se c’è la preoccupazione che il tema sia conosciuto e discusso dai giovani in formazione, si può decidere di dare indicazioni, come Ministero della Pubblica istruzione, che se ne parli nelle scuole superiori a cura degli insegnanti di filosofia, di cultura religiosa o di materie umanistiche, là dove non è previsto lo studio della filosofia.

Questi tre punti rappresentano l’attuale aggiornamento del politicamente corretto, povero surrogato di una cultura veramente aperta, perché basata sui fondamenti antropologici, sociali e storici della nostra specie, il genere umano.

Non so se la deriva di questo pensiero mono-orientato sia irreversibile, ma io, finché avrò forza, continuerò a spiegare che per parlare dell’uccisione di un essere umano (mi scuso per il triste esempio) basta dire “omicidio”, che è l’uccisione di una persona appartenente al genere “homo (sapiens sapiens)”, e quindi maschio o femmina che sia. Non occorre inventare il termine “femminicidio”, cavolo. E di questo sono responsabili i giornalisti, sempre più intellettualmente pigri e ansiosi di scoop.

L’ultima idiozia che qui mi vien da citare è la decisione di Lufthansa di modificare il “buongiorno signore e signori” con cui si salutano i viaggiatori imbarcati, con un semplice “buongiorno” (neutro), per non offendere eventuali appartenenti a qualche altro sesso/ genere/ orientamento sessuale/ identità di genere… basta così?

Modifiche dell’articolato di legge come quelle da me qui proposte riducono la tutela della personalità individuale dei cittadini italiani, secondo quanto prevede la Costituzione della repubblica italiana?

Non mi pare, caro Letta, ma mi sembra lei ora ci stia pensando. Era tanto difficile pensarci prima? Che tristezza questa sinistra.

I due soggetti più “sbagliati” che fanno politica oggi: Grillo e Conte G.,… e i “dintorni” della socio-politica

Non saprei chi individuare di più “sbagliato”, o stonato, tra i tanti protagonisti della politica attuale, fra Grillo e Conte, l’ex capo del governo (e anche l’altro Conte, l’ex dell’Inter, che è famoso è pure un po’ sbagliato). Ma forse il termine “sbagliato” è… errato, poiché bisogna sempre tenere conto del contesto sociale, politico e storico, aggiungerei. In altre parole, negli anni ’80 un “Grillo” non avrebbe avuto gli spazi per le sue piazzate del “vaffa…”. La politica di allora era talmente pervasiva e partiticamente orientata da non lasciare spazi ad espressioni di un populismo così teatrante.

Le piazze di Grillo non erano né una jacquerie à là Vespri siciliani o al modo dei Ciompi fiorentini, né una semi-rivolta qualunquista come quella dei “gilè gialli”, o delle “sardine” di un altro ambiguo personaggio come il loro capo Santori, né tantomeno una rivoluzione come quelle Francese e Russa. Citare queste ultime due vicende in coda alle altre è come citare Michelangelo e Raffaello dopo aver citato degli imbrattatele.

Le piazze grilline sono accadute negli anni “2000”, dopo il 2005, non prima. Intanto.

Circa Conte, che dire? Certamente che non è, sotto il profilo qualitativo, né migliore né peggiore degli altri politici, in considerazione della qualità media rilevabile in questi anni, epperò con grande pietas. Questo lo dico, per riconoscergli un certo valore relativo, anche se non è mai riuscito a toccarmi in qualche modo, né tantomeno a “emozionarmi”. Secondo me non è aiutato dal timbro vocale, dallo stile leccato e (sospetto) insincero, e dal suo sostrato avvocatizio, che gli ha ispirato dei modelli comunicazionali ed eloquio piuttosto stantii e noiosi.

Ho sempre pensato, sulle tracce del pensiero di Max Weber, che il carisma di un individuo si possa nascondere in una situazione di latenza, osservando nel concreto molti casi nei quali, inaspettatamente una persona – in una specifica situazione – si è mostrata capace in un determinato ruolo e posizione alla quale è “capitata” (come si dice, sbagliando) come per caso. Ho visto sindaci eletti da una posizione ante-elezioni da vice-outsider, essere molto migliori di carismatici predecessori. Altrettanto ho constatato accadere nel mondo economico e nelle aziende di produzione, commerciali e dei servizi, e perfino nella Chiesa…

Un’esperienza personale e non unica di questo tipo nel corso del tempo: ricordo quando, al di fuori delle aspettative, fui eletto segretario provinciale di un sindacato, l’immagine di due colleghi di altra confederazione che se ne andarono da quel congresso mettendosi le mani nei capelli, e qui ne voglio citare i nomi, perché magari qualcuno glielo riferisca: si trattava di Ennio Balbusso e di Giobattista Degano, rappresentanti della corrente socialista della Cgil. Se ne andarono come scandalizzati davanti all’elezione di un neanche trentenne, di sospette tendenze extraparlamentari (non sapevano niente di me) all’importante carica socio-politica.

Poi ebbero a ricredersi e diventarono con me quasi devoti, vista la mia acclarata capacità di trattare anche con la politica. In quegli anni i volantini “unitari” erano redatti da me e stampati spesso senza che li leggessero, tanta era la fiducia che oramai avevano riposto nella mia persona.

E torno a Conte G., autodefinitosi “avvocato del popolo” fin dai suoi primi vagiti di politico, ma già investito della carica di Presidente del Consiglio dei ministri. Già questa auto-definizione non mi piacque, e lo scrutai con particolare acribia, notando nelle sue movenze, nel suo look, nel suo modo di parlare e di muoversi sempre qualcosa che mi disturbava, qualcosa di insincero, di artefatto, come “di risulta”.

D’altra parte, il suo cosiddetto “capo politico” era un ragazzetto di poco più di trent’anni senza arte né parte, di formazione raccogliticcia e largamente insufficiente (il mio lettore sa ben che parlo del signor Di Maio). E attorno a lui stava la pletora (oggi in larga parte terrorizzata dall’ipotesi non peregrina di sparire nel nulla della notorietà e di redditi da amministratore delegato di grande azienda) di parvenù e di idealtipi alla toninelli, che dalla disoccupazione erano stati catapultati nel 33% dei consensi degli Italiani a prendere 13.000 euro/ mese più rimborsi spese varie.

A otto (2013) e a tre anni (2018), rispettivamente, da quel crescente e inaspettato successo, li vediamo ancora, in larga parte, non sapere-che-cosa-fare, per evitare le elezioni anticipate, poiché ben sanno che rimanderebbero nell’anonimato almeno metà di loro, e con il problema di cercarsi un lavoro. Anche in un’Italia che trova sempre un angolino per i “trombati”, il loro numero è troppo elevato per una ragionevole e generale speranza di ricollocazione erga omnes. Come è moralmente giusto che sia. Magari potrebbero farsi aiutare dai navigator, altra loro penosa e costosissima e inutilissima invenzione!

Ancora, circa il rapporto fra i due “Giuseppe” (Beppe e Giuseppi), fatto eclatante notato dal mio amico Gianluca, che dirige una grande azienda italo-germanica. Lui mi dice: “Come fa oggi Grillo a definire incapace e incompetente Conte, se per tre volte ce lo ha presentato quasi come un genio: la prima volta come capo del governo gialloverde, la seconda come capo del governo giallorosè e questa terza volta come capo del suo Movimento?” C’è qualcosa che non va in tutto ciò, eccome!

A questo punto mi torna alla mente un altro ricordo, concernente le conoscenze e le professionalità individuali, quello della ricollocazione dei sindacalisti, i quali, “usciti” in distacco sindacale ex articolo 31 della Legge 300 del 1970 a meno di trent’anni, abituatisi a vite da dirigenti, hanno sempre cercato, o di mantenere la loro posizione sindacale, o sono stati ricollocati nell’ampia area del terzo settore cooperativo, oppure, qualcuno più abile, nella politica regionale e nazionale. Pochissimi di loro si sono messi in gioco dopo l’esperienza sindacale, e solo coloro che avevano, o una preparazione adeguata, o un lavoro dove non gli dispiaceva tornare. Personalmente, dalla segreteria regionale generale di un sindacato e dalla direzione nazionale, sono passato alla direzione generale del personale di una multinazionale metalmeccanica. Una scelta simile a “gettarsi in acqua dove non si tocca”. Altri colleghi si sono incistati (absit iniuria verbis) nel sistema Coop: un po’ diverso, vero?

La mancata riforma dei sindacati dopo la fine del comunismo, simbolicamente datata al 1989 con la caduta del Muro di Berlino, che a cascata ha generato varie riforme politiche a livello internazionale e conseguenti dibattiti in ambito sociale e sindacale. Non tanto, però, da generare ciò che ci si sarebbe potuti aspettare da questa reale rivoluzione mondiale. In realtà era cambiato il mondo: non più la principale contrapposizione tra i blocchi, est-ovest, USA-URSS, ovvero capitalismo vs comunismo, con la variabile Cina e un’Europa che cercava (e cerca) di costituirsi come “massa critica” tra quei giganteschi competitor. Ora si trattava di comprendere come aggiustare molte cose della politica, e questo è accaduto in Italia, producendo anche ciò che è diventato il movimento grillino. In estrema e rozza sintesi.

L’oggi: Conte Giuseppe versus Grillo Giuseppe, il tema odierno. Due parole anche sul comico, che tale è restato anche quando ha deciso di riempire piazze che avevano bisogno di teatro, di vis comica, di frizzi e lazzi, urla e insulti, come in una “commedia dell’arte” di quart’ordine ed evidente sgangheratezza . Ce l’ha fatta alla grande, dal suo punto di vista, scandalizzando, provocando, urlando, sudando in mezzo a un popolo sempre più incazzato, finché il suo movimento delle Cinque Stelle si è presentato alle elezioni e ha ottenuto in breve risultati eccezionali: il 13% nel 2013, il 33% nel 2018, quasi, o poco meno, come la Democrazia cristiana e il Partito comunista dei tempi migliori negli anni ’75/ ’76.

Personalmente, e condividendo questa posizione con diverse persone con cui ho molte cose in comune, il movimento di Grillo non mi è mai piaciuto, qualcosa mi ha sempre disturbato, e anche offeso: le urla in piazza, che sono state anche la cifra della Rivoluzione francese quanto Luigi XVI fu catturato a Varennes, ma da quelle, direi, ontologicamente diverse; il disprezzo per le altrui opinioni; la tendenza all’auto-celebrazione e al narcisismo: la stessa auto-definizione di “elevato” mostra uno smisurato ego, che disturba assai, penso non solo me.

Da un lato, dunque, abbiamo l’attor comico immarcescibile di cui qualcosa abbiamo detto, e dall’altro, un avvocato d’impresa assurto ai fasti della grande politica. Ora, il loro conflitto rischia di spappolare il movimento diventato partito e di creare problemi al governo di Mario Draghi. Questo un po’ mi preoccupa, ma non mi dispera assolutamente. Se anche il partito-movimento si squagliasse, non verrebbero meno le convenienze dei parlamentari a non far cadere il Governo, e forse il numero dei voti ci sarebbero, anche se ne mancassero molti da parte del movimento stesso. E’ chiaro che personalmente mi dà da pensare un certo scivolamento “a destra” del baricentro della politica governativa.

Su questo, però, obietto a me stesso immediatamente: dire oggi “scivolamento a destra o a sinistra” va ridefinito in modo radicale, altrimenti significa assai poco. Un esempio: come può essere definita una deriva “di destra” l’iniziativa comune della Lega e del Partito radicale sul tema della giustizia, perché “a sinistra” si definisce tale iniziativa come un modo per rifiutare una qualsivoglia riforma. Non è così: che il sistema della giustizia sia in Italia in una profonda crisi istituzionale e morale, cosicché è indispensabile e urgente metterci veramente e rapidamente mano, per cui, in questo caso, la tradizione della cultura politica dei radicali, da sempre impegnati sul fronte della giustizia giusta, si è connessa con la potenza “da massa critica” della Lega per sollecitare, mediante un intervento del “popolo”, una vera e robusta riforma del settore.

Dire, come fa l’inaspettatamente assai debole segretario del PD Enrico Letta, che il referendum è qualcosa addirittura di dannoso, sarà di sinistra, ma, dico io, che sono di sinistra da prima di Letta (il quale è e resta intrinsecamente un democristiano), ma di una sinistra candidata alla sconfitta.

Torno, per finire, ai due personaggi principali di questo articolo, Grillo e Conte. Li ho definiti “sbagliati” e concludo ulteriormente motivando questo attributo. Se il tempo delle “piazze” grilline può dirsi finito, per ragioni di carattere sociologico (si pensi alla rapida esplosione delle “sardine” e alla loro altrettanto o più rapida scomparsa!): i fenomeni accadono per ragioni complesse e per concause spesso non evidenti, ma accadono, ci si deve chiedere dove Conte, se non si mette d’accordo con Grillo, possa “accasarsi” non solo politicamente, ché questo sarebbe facile (uno straccio di candidatura facile da qualche parte anche Letta gliela trova, vi ricordate quando Veltroni voleva candidare Di Pietro? Quante assurde stupidaggini nella storia della “sinistra”!). Il problema è quale possa essere una collocazione degna della sua autostima e del concetto molto alto che l’avvocato Conte ha di sé. Qui è il punto.

Un consiglio: e tornare allo studio legale? e/ o all’insegnamento cui ha titolo (anche se non occorre, caro Conte, inventare Dottorati di ricerca che non esistono o master americani altrettanto inesistenti)? Una scelta del genere è proprio un fallimento esistenziale? E’ una domanda che non rivolgerei mai a un “grillino medio”, perché ne trarrei una risposta assolutamente insufficiente e naturalmente colma di piaggeria di convenienza (basti ascoltare qualsiasi di costoro quando recitano la lezioncina del giorno davanti al microfono di un cronista); non la farei neppure a uno dei “capi” di quel partito, in quanto per varie ragioni tenderebbero a lodare Conte, riconoscendone qualità tendenti all’eccellenza, anche per non rischiare che trovi qualche altro modo per togliergli voti e ruoli. Ciò scrivendo, non voglio pessimisticamente affermare che nessuno di costoro sia, evangelicamente, un “puro di cuore” (Cf. Matteo 5, 8, delle Beatitudini), vale a dire semplicemente sincero. Tutt’altro. Se non altro per la statistica e perché le cose comunque vanno avanti, e non malissimo.

Tra i tanti altri, questi due signori sono “sbagliati” per la politica attuale, e lo dico sulla piazza mediatica dei miei lettori, sempre rispettoso delle scelte di ciascuno, in questo caso dei due citati, ma segnalando i miei dubbi, le mie perplessità e sperando scelgano di fare altro, nella vita. Per il bene dell’Italia. E non mi si dica che vi sono altri personaggi anche più perniciosi di questi due, perché lo so.

Una cosa alla volta.

Paghiamo Erdogan perché fermi i siriani, gli afgani e altri in fuga da guerre e miseria, paghiamo i libici affinché trattengano il flusso dall’Africa verso le nostre coste; i profughi da est sono ammassati nei Balcani in campi profughi che ricordano i gulag, mentre in Libia, i viandanti vengono incarcerati, torturati, le donne violentate, tutti senza tutele minime di sopravvivenza, e l’Europa, Italia compresa, che fanno?

Chi mi conosce sa che aborro, per formazione e cultura filosofico-politica, ogni semplificazione e banalizzazione, nonché gli ideologismi pregiudizievoli della verità, e quindi i giudizi formulati a spanne, senza fondamento e fonti attendibili, per cui non sono qui a sparlare e a sparare su Merkel, Macron, Draghi (e prima Conte), Sanchez, e altri. So bene quanto sia difficile trovare soluzioni a questo tema epocale, quello delle transizioni di parti intere di popoli, perché la storia del mondo e dell’uomo ce lo mostra, se vogliamo informarci correttamente.

I popoli si sono sempre mossi nello spazio e nel tempo, e non è una sorpresa, se non per chi non conosce questi fatti, che in questo momento ci siano quasi ottanta milioni di persone (si tratta di oltre l’1% della popolazione mondiale!) che si stanno spostando, con famiglie e masserizie dalle terre di origine.

Noi che siamo abituati a spostarci con automobili affidabili e veloci, con le Frecce Rosse, gli Scin-Kan-Scen e aerei meravigliosi, non pensiamo certo a queste masse di persone che camminano a volte con delle ciabatte infradito nella neve, che dormono sotto tende raffazzonate, che si mettono in mare su carrette di legno o gommoni stracarichi, e corrono ogni giorno il rischio di morire di sete o di freddo, o annegate, a seconda delle latitudini e delle situazioni.

Costoro fuggono da guerre non dichiarate, oppure quasi dichiarate e comunque endemiche, dalla fame e dalla sete, dall’incertezza e da ogni rischio e pericolo possibile dato dalla natura, dalle condizioni di vita e da altri esseri umani.

Per fuggire da dove ci si trova in queste condizioni, siccome la natura umana è caratterizzata da due primari istinti primordiali, quello di sopravvivenza e quello riproduttivo, se molti scelgono di rischiare la vita per cercarne una migliore, significa che non partire per un qualche dove è peggio, più rischioso ancora che rimanere lì dove si è.

Non sto facendo del pietismo a buon mercato, qui seduto in un ufficio confortevole che una grande azienda mi ha messo a disposizione per vigilare sull’etica aziendale, no. Sto cercando solo di mettere pensieri logici uno dietro l’altro, per tentare un ragionamento plausibile su un tema così complesso e drammatico….

e mi chiedo: è proprio impossibile vincolare gli aiuti a Erdogan e ai Libici, imponendo un controllo vero su come questi aiuti vengono erogati? E’ tecnicamente impossibile, insieme agli aiuti materiali in denaro e infrastrutture (ad esempio le navicelle della Guardia costiera libica donate dall’Italia), che personale italiano ed europeo sovrintenda direttamente, in quei luoghi, in Turchia, nei Balcani, in Libia e in Tunisia, ma anche in Egitto e in Marocco, per non dire in Messico, da cui passano i disperati del Centro America anelanti di arrivare a San Antonio o a Dallas, o a Wichita o… negli USA?

Secondo: il tema che concerne la ragione per la quale molti paesi del cosiddetto Terzo mondo sono così poveri, nonostante le ricchezze naturali e minerarie insistenti sui loro territori: si pensi ad esempio al Congo, depredato, prima dai Belgi e in seguito da élites formatesi nelle università francesi e inglesi come molti dei sanguinari dittatori del secolo scorso (e qui cito tipi come Bokassa, ricevuto con onori da Giscard D’Estaing, o Idi Amin Dada, per tacere di Mobutu Sese Seko! et alii, multi alii).

L’ONU che fa? Perché assomiglia, nella sua impotente inconcludenza, sempre più alla vecchia Società delle Nazioni? Ti ricordi, gentil lettore, che cosa accadde nel 1995 a Srbrenica in Bosnia sotto gli occhi immobili dei caschi blu olandesi? Il generale Ratko Mladic ebbe modo di far fucilare più di ottomila uomini di religione musulmana senza essere in alcun modo fermato. L’Onu.

E gli interessi delle grandi Nazioni, G7 (appena riunitisi in Inghilterra) e G20 (che si troveranno a Catania fra qualche giorno sotto la “nostra” presidenza) come si declinano in presenza di questo retaggio criminale del colonialismo storico e dei nuovi colonialismi come quello dei “compagni” cinesi?

Dobbiamo assistere ancora a lungo a quante tragedie delle migrazioni, di fronte agli sguardi falsamente contriti di potentati d’ogni genere?

Intanto, mentre i governi erogano aiuti vediamo anche muoversi chi opera disinteressato per una semplice umanissima solidarietà tra uguali, anche qui con qualche furbesca eccezione. Vien da dire meno male che esistono Medici senza frontiere, le Caritas e le Mezzelune rosse, Save the Children et similia, ma non basta. Non basta il terzo settore, quello del privato sociale ad affrontare questi problemi ciclopici.

E’ tanto assurdo cominciare a pensare che, a partire dall’Europa dei 27 (povero Regno Unito già pentito!), con i nuovi leader (Draghi in primis, che ha portato nella politica non solo competenze insolite e sconosciute ai suoi predecessori, ma anche una freschezza relazionale e di linguaggio importante: Draghi non conosce e non parla in politichese!) si cominci a pensare e ad agire in modo differente, sia dal primo colonialismo, sia da quello attuale, costringendo anche i confucian-comunisti cinesi ad essere meno ipocriti?

Che retaggio lascerebbero questi “grandi” attuali, Biden, Putin, Macron, Trudeau, Sanchez, il capo del governo giapponese etc., se mettessero in atto ciò che forse con un po’ di ingenuità suggerisco nei primi capoversi di questo pezzo?

E un ruolo formidabile potrebbero avere anche i detentori dei grandi capitali, seguendo l’esempio (se fatto con cuore puro, ma ancora non l’ho capito) di Gates, intendo i Musk, i Bezos e compagnia, anche i fondi oscurati dall’anonimato della finanza internazionale.

Perché anche questi vivono una vita individuale, un tempo limitato, alla fine del quale li aspetta ciò che unifica e rende uguali tutti gli esseri umani. Anche costoro, siano o non siano credenti, possono lasciare una traccia, un ricordo buono nelle menti di chi resta dopo e di chi verrà dopo ancora.

Se costoro cercano l’immortalità certo non l’avranno dalla scienza, ma dalla memoria di figli e nipoti di tutte le coppie umane del mondo.

Adil Belakhdim, il tuo nome significa in arabo “giusto”

Nel 1923 il Capo del Governo Mussolini e re Vittorio Emanuele III firmano un Decreto legge, il n. 602, che porta le ore lavorative obbligatorie giornaliere a otto ore, dalla dodici/ quattordici prima vigenti. Un passo in avanti, dove il retaggio socialista del Duce si sente pienamente.

Di contro, nel 1926 con il Patto di Palazzo Vidoni, Mussolini sostituisce i sindacati dei lavoratori con le Corporazioni fasciste.

Il fascismo ebbe una politica autoritaria ma non antioperaia in senso proprio.

Un altro passo è stato quello del 1944, il fascismo è sconfitto e si entra nella guerra civile. A Roma si incontrano i capi del sindacalismo prefascista, Di Vittorio, Buozzi, Lizzadri, Pastore e Santi, in rappresentanza delle forze e culture comunista, socialista e cattolica. Il principe Umberto, che regge il declinante Regno come Luogotenente del padre, già fuggito a Brindisi dopo l’8 settembre ’43, emana dei decreti “luogotenenziali” su alcuni diritti dei lavoratori, primo fra tutti quello dai licenziamenti.

Questi limitati diritti consistevano essenzialmente solo nella possibilità di rinviare i licenziamenti di padri di famiglia e lavoratori professionali, dando la possibilità di discuterne con i “padroni” da parte delle “commissioni interne”, che però erano presenti quasi solamente nel triangolo industriale di Milano, Torino e Genova. Altrove i licenziamenti restavano liberi e immediati.

Per migliorare le tutele dai licenziamenti si dovette aspettare il 1966, quando fu emanata la legge 604, che introduceva il concetto giuridico della giusta causa e del giustificato motivo, primo momento etico-politico di riconoscimento di un diritto al posto di lavoro, salvo comportamenti offensivi o gravemente scorretti, oppure in caso di crisi aziendale.

Un grande passo in tema di equilibrio dei poteri in azienda e quindi dei diritti dei lavoratori fu l’emanazione della Legge 300 “Statuto dei Diritti dei lavoratori” del 20 maggio 1970. Data che io pretendo sia conosciuta da ogni lavoratore e datore di lavoro. Anche da parte dei lavoratori del Pubblico impiego che spesso confondono il lavoro con il posto di lavoro. Il posto di lavoro, cari impiegati pubblici, si dà solo se c’è il lavoro, non per legge. Difficile da imparare? Il lavoro non si crea per legge!

Lo Statuto introdusse i diritti di organizzazione sindacale e perfezionò con il famoso articolo 18 le tutele dai licenziamenti illegittimi.

Nel mezzo secolo che seguì vi furono varie modifiche ma sostanzialmente il lavoratore del privato, soprattutto se dipendente di aziende strutturate che applicano i contratti, è ancora ampiamente tutelato dalla Legge 300.

Anche quando avvengono crisi aziendali, dal 1968 sono state emanate leggi di tutela con le varie Casse integrazioni e altre provvidenze sempre più generali.

Mi piace citare anche l’emanazione della Legge 108 attorno al 1990, che regolamenta i licenziamenti in aziende con meno di sedici dipendenti, istituendo, in luogo della “tutela reale” prevista dall’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, una modalità risarcitoria per la perdita del lavoro e del posto di lavoro. Alla discussione politica di quella legge partecipai anch’io per una Confederazione sindacale nazionale.

E veniamo alla situazione di Adil. Ebbene, quest’uomo si trovava a lavorare da anni nella vasta area grigia nella quale i diritti di cui sopra sono negletti, dimenticati, sottratti, e aveva cominciato a fare il sindacalista. Lui è morto per cercare di migliorare gli 850 euro al mese che percepivano quelli come lui, per avere qualche diritto alle ferie e a turni di lavoro umani, senza essere chiamati anche di notte, in qualsiasi momento senza alcuna indennità.

Lo sento a me vicino, Adil, vicino alle mie due o tre vite di lavoro: vicino a quando ero nel sindacato confederale con ruoli in grado di poter chiedere ciò che il principio di giustizia rendeva plausibile; vicino a quando ho iniziato ad avere ruoli dirigenti nelle aziende, non derogando mai ai miei princìpi morali, quei princìpi di giustizia che mi hanno forgiato fin dalla lezione di mio padre emigrante; vicino alle mie posizioni attuali di garante del rispetto dei codici etici e della giustizia.

Siamo lì, caro Adil, nome che si può considerare omen, perché in arabo significa “giusto”. Moderato e giusto. Ti sento vicino e prego Dio per te e peri i tuoi cari.

Non sarò mai di destra, ma a sinistra non ho più “patria”

Geneticamente, voglio dire, fin dall’uso di ragione e dai primi discorsi politici, semplicissimi, ascoltati da mio papà, mi sono sentito “socialista”, ma non di quelli della Rivoluzione bolscevica (che erano comunisti, e non bisogna mai confondere i due termini), bensì di quelli moderati che cominciavo a sentire per radio e verso la fine dei ’60 per televisione, Nenni su tutti. E tale sono rimasto nelle mie diverse traversie esistenziali, culturali, attività, condizioni personali, familiari, economiche, fino ad oggi.

E tale rimango, con una convinzione: che la mia Patria sia il mondo intero e la mia legge la libertà nella giustizia (caro lettore, ti ricorda qualcosa questo versicolare?). Una Patria che è il Pianeta Terra, l’Europa. l’Italia e il Friuli. Ma anche le mie convinzioni etiche e politiche.

Se qualcuno mi chiedesse, però, quale sia la mia Patria effettiva, oggi, qui e ora, e plausibilmente domani, fino alla fine, risponderei che è il PENSIERO, la FILOSOFIA.

Ecco, in codeste “patrie” mi sento a mio agio, perché sono l’ambiente previo e necessario per ogni ulteriore riflessione etica e politica.

Mi sono già soffermato su questi argumenta qualche giorno fa, ma riprendo il tema. Primo esempio: Enrico Letta sembrava un gentil dormiente quando Renzi lo sfrattò da Palazzo Chigi nel 2014. Trovò nell’elegante Paris, patria mondiale degli snob di sinistra o parvente tale, e perfino di comunisti con il Rolex d’oro come le sorelle Bruni Tedeschi, una posizione da maitre à pénser e di docente universitario (non ho capito bene di cosa e dove, però).

Qualche settimana fa, a fronte della manifesta povertà politico-gestionale del Presidente della regione Lazio, è stato invocato e chiamato a gran voce dal suo partito, a salvarlo dal deliquio, partito in mano a mediocri stanziati in posizioni di garanzia assoluta come ministeri e Parlamento.

Bene, neanche sceso dall’aereo a Fiumicino, il buon Enrico si è messo a declamare dello Ius soli, senza se e senza ma (come direbbe Bertinotti, altro poco glorioso distruttore della sinistra, di governo e non); un attimo dopo, si è messo a declamare (ipso eodemque modo) il tema dell’1% di tassazione ulteriore ai possessori di grandi patrimoni per dare una spinta verso il futuro ai giovani diciottenni.

Lui, evidentemente, pensa, che riferire almeno fedelmente e compiutamente il pensiero dell’economista Piketty, autore della teoria socio-economica, non è opportuno perché troppo complicato da capire da parte del popolo. Chissà perché non ammette che molta parte del popolo, non solo possa accedere direttamente ai testi “fontali” della proposta, ma sia anche più acculturate e intelligente di lui. Ancora snobismo di sinistra, di tipo quasi leniniano (e cito Lenin solo per sorridere, sapendo noi tutti il divario incommensurabile esistente tra il “nostro” e Vladimir Ilich Ulianov), nel quale il popolo deve essere guidato, come fosse un minus habens, dalle élites di partito.

Sullo Ius soli sono d’accordo anch’io e da prima di Letta, sed est modus in rebus: non lo spari così, cioè, come tema primario, in un’Italia piegata e piagata non solo dal Covid! Questo diritto deve essere ben declinato insieme con lo Ius culturae, che vuol dire due cose essenziali: a) conoscere l’italiano in modo dignitoso, e b) accettare senza remore la Costituzione della repubblica italiana. In altre parole, cittadinanza al padre di Saman, uccisa dallo zio per ordine dei genitori, solo se accetta di mettere la Costituzione italiana al posto della Sharìa pakistana, beninteso, dopo avere passato trent’anni in carcere.

Provi, Letta, a farsi spiegare queste cose dal cardinale Bassetti, presidente dei vescovi italiani, visto che è anche cattolico!

Altro esempio di sinistrismo idiota. Già ho avuto modo di ricordare in questo sito la ridicola presa di posizione della signora Murgia Michela sulla divisa del generale Figliuolo. Ora ne spara un’altra, questa del tutto paranoica, sulla Stampa di Torino (e le danno spazio): lei scrive che non si può dire che “non tutti i bianchi sono razzisti“, perché in situazione potrebbero diventarlo, e che “non tutti i maschi sono potenziali offensori delle donne (non dico femminicidi, perché il termine mi fa schifo, e ne ho già spiegato il perché qui, più volte)”, sempre perché in situazione potrebbero diventarlo. Mi par che tali tesi echeggino una sorta di Piercamillo Davigo in gonnella, giudice che sosteneva essere tutti i cittadini colpevoli di qualcosa, solo che non si riesce a scoprire di cosa…, e dunque ad accusarli. Solo follia logica?

E’ la stessa visione di un bel film americano diretto da Spielberg e interpretato da Tom Cruise, di cui ora non ricordo il titolo: nel racconto filmico la polizia arrestava le persone prima che, mediante un meccanismo psico-telepatico, si venisse a conoscenza l’intenzione di commettere un reato. Il film è bello, oltre che per le sue qualità cinematografiche, perché denunzia un rischio. Qui siamo nel pieno di una riflessione teologico morale di rilievo centrale. Al mio lettore suggerisco di dare uno sguardo al cap. 5 del Vangelo secondo Matteo ai versetti 21 e seguenti, per comprendere ciò che intendo dire.

Le parole della Murgia sono semplicemente insensate.

Come faccio a partecipare di questa sinistra, caro lettore? Me lo puoi spiegare?

Penso, a distanze siderali dai due sopra citati “di sinistra”, che bisogna ricostruire una patria della sinistra riformista, colta, ragionevole, capace di dialogare con tutti, capace di progetti razionali e di alzare lo sguardo, capace di guardare a una filosofia politica e a sviluppare un pensiero logico che scommetta sulla capacità umana, non tanto di resilienza (termine che non apprezzo), quanto di sapienza, che è una sapida scienza.

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