Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il “dirittismo” è una “malattia psico-morale” vera e propria

Caro lettore, perdonami la scelta di questo orrendo neologismo, di cui non sono l’autore, ma forse uno dei primi utilizzatori: il “dirittismo”.

Come tutti gli “ismi” pare essere qualcosa di sgradevole, di negativo, ed effettivamente lo è, come tutte le esagerazioni o deformazioni. Si tratta della de-formazione di “diritti”, i quali, concettualmente e storicamente di solito vengono collegati ai “doveri”.

Storicamente, i “doveri” hanno sempre avuto la primazia sui diritti, fin dalle filosofie antiche, dall’etica aristotelica e stoica, da Seneca a Tommaso d’Aquino fino Immanuel Kant e a… Giuseppe Mazzini.

Con l’avvento del parlamentarismo e delle democrazie moderne di stampo illuminista, i diritti sono entrati a pieno titolo nel lessico principale della politica.

Sotto il profilo dottrinale i diritti si suddividono in fondamentali, legati alla vita umana e alla sua salvaguardia integrale, sociali e civili. I diritti fondamentali e sociali sono stati curati per primi, con l’habeas corpus giuridico, il diritto alla difesa in giudizio, con la contrattualistica del lavoro e poi con le tutele sociali sanitarie e pensionistiche. Buoni ultimi, dunque, i diritti civili, come il diritto al voto e al suffragio universale.

Ad esempio, in Italia, se gli uomini hanno avuto il diritto di votare tutti, senza distinzione di classe o di censo attorno al 1910, le donne hanno potuto votare tutte solo dal 1946.

Il divorzio e l’interruzione di gravidanza sono stati “diritti civili” (definizione molto imperfetta soprattutto in relazione al secondo diritto citato) di più recente acquisizione, assieme alla parità formale di trattamento di uomini e donne sul lavoro. “Formale”, perché non si è ancora realizzata, soprattutto per quanto attiene ai trattamenti economici.

Un esempio per tutti: nel 1970 è stata emanata la Legge 300 “Statuto dei diritti dei lavoratori”, che equilibrò i rapporti tra dipendenti e datori di lavoro, che fino ad allora erano stati molto squilibrati a favore degli ultimi. Ricordo con piacere l’occasione che ebbi a una Direzione nazionale del Sindacato di cui facevo parte, di aver incontrato colui che redasse lo Statuto dei Lavoratori, il professor Gino Giugni, il più insigne giuslavorista del tempo, socialista riformista e uomo gentile. Mi spiegò, stando in piedi al caffè, come lo Statuto fu votato dal Centrosinistra di allora con i comunisti che si astennero, perché “non potevano” votare per il Governo cui si opponevano, anche se nel Governo i socialisti di Nenni e i socialdemocratici di Saragat avevano un ruolo importantissimo. Infatti, non a caso era stato incaricato lui di redigere quella importantissima Legge.

Bene.

Negli ultimi decenni, invece, sono stati proposti al dibattito cultural-politico nuove tipologie di diritti, ed è qui che nasce quella che finisce con il diventare “dirittismo”. E siamo ai nostri giorni.

Se parliamo di ambiti civili troviamo, nell’ordine:

a) unioni civili tra persone dello stesso sesso (che qualcuno si ostina a chiamare “matrimoni”, ignorando del tutto il latinismo giuridico che costituisce la semantica del termine: mater-munus, cioè ufficio-della madre, che, fino a prova biologica contraria, non può essere un maschio), diritto ottenuto;

b) adozioni per coppie omosessuali, diritto non ottenuto, a mio parere giustamente sotto il profilo etico-pedagogico;

c) maternità surrogata, come b), e speriamo così resti;

d) dizione genitore 1 e genitore 2, invece che madre e padre, sui moduli anagrafici (recentemente confermata dall’Alta corte), che a me sembra una sesquipedale stupidaggine (scuola elementare di Viggiù: “Paolo, ieri è venuta a prenderti quella signora, è mamma tua, vero? Ma quella di oggi chi è, la zia? No… è papà), care nere toghe autorevolissime, etc..

Sotto altri aspetti ora alcuni nulla facenti si esercitano a litigare nervosamente con la lingua italiana, proponendo di femminilizzare tutti i termini che storicamente sono nati (e funzionano bene) al maschile. Un esempio di questa idiozia, per tutti: è noto che nella politica e nel sindacato il termine-ruolo di “segretario” è riferita al capo politico dell’organizzazione (si pensi alla figura di Stalin nel Pcus, o anche più minutamente alla mia come segretario regionale di un sindacato), che comandava, mentre il termine di “segretaria” significa e rappresenta un ruolo subalterno e di supporto. Infatti, la premier italiana testé eletta preferisce – giustamente – farsi chiamare “Il” Presidente del Consiglio”, non “La (Presidente del Consiglio)” e men che meno “Presidentessa”. D’altra parte il deverbale “presidente” è il participio presente del verbo “presiedere”, e quindi…

Di queste teorie balzane vi sono anche militanti ben individuabili. Due su tutte: Murgia Michela, scrittrice di cui non ho mai letto un rigo (e non mi manca, preferisco passare il mio tempo rileggendo mille volte Dickens o Gogol o Manzoni) e Boldrini Laura, nota politica. Dietro a costoro e alle loro risibili teorie c’è un piccolo stuolo di uomini e donne dei media e diversi politici di sinistra, specialmente quelli/ e più snob e radical chic. I politically correct, che sono anche paladini dell’orrore culturale e morale della cancel culture. Vorrei che venissero in un qualsiasi paese friulano a spiegare che loro butterebbero giù i monumenti ai Caduti di tutte le guerre, per vedere la reazione del popolo che loro si illudono di rappresentare. Vada per i giornalisti/ e, ma i politici della sinistra, così facendo, perdono un’altra occasione di riprendere un percorso politico e culturale che gli appartiene, ma quelli/ e attuali non lo sanno. Un nobile percorso che ha avuto esempi gloriosi, come quello che segue.

La sigla F.I.O.M. è l’acronimo della più antica federazione sindacale di categoria e significa Federazione Impiegati Operai Metallurgici, anche se qualche suo militante non se lo ricorda neppure. Ebbene, gli straordinari operai, impiegati e tecnici che fondarono nell’ultima decade del XIX secolo questo sindacato avevano in testa, oltre che i loro diritti che allora erano tutti da conquistare, anche i doveri che avevano imparato a rispettare.

Potrei esemplificare ad libitum, ma mi fermo qui, suggerendo solo di riprendere la lettura di alcuni classici anche abbastanza recenti, che dovrebbero essere proposti addirittura in famiglia e certamente a scuola. Utile una lettura mazziniana:

«Colla teoria dei diritti possiamo insorgere e rovesciare gli ostacoli; ma non fondare forte e durevole l’armonia di tutti gli elementi che compongono la Nazione. Colla teoria della felicità, del benessere dato per oggetto primo alla vita, noi formeremo uomini egoisti, adoratori della materia, che porteranno le vecchie passioni nell’ordine nuovo e lo corromperanno pochi mesi dopo. Si tratta dunque di trovare un principio educatore superiore a siffatta teoria che guidi gli uomini al meglio, che insegni loro la costanza nel sacrificio, che li vincoli ai loro fratelli senza farli dipendenti dall’idea d’un solo o dalla forza di tutti. E questo principio è il DOVERE. Bisogna convincere gli uomini ch’essi, figli tutti d’un solo Dio, hanno ad essere qui in terra esecutori d’una sola Legge – che ognuno d’essi, deve vivere, non per sé, ma per gli altri – che lo scopo della loro vita non è quello di essere più o meno felici, ma di rendere sé stessi e gli altri migliori – che il combattere l’ingiustizia e l’errore a beneficio dei loro fratelli, e dovunque si trova, è non solamente diritto, ma dovere: dovere da non negligersi senza colpa – dovere di tutta la vita
(Giuseppe Mazzini, Dei Doveri dell’Uomo, 1860)

Dopo il grande Italiano, sulle sue tracce troviamo politici come il Presidente americano Woodrow T. Wilson, il premier britannico David Lloyd George, e anche diversi leader post coloniali come Gandhi, David Ben Gurion, Golda Meir, Nehru e Sun Yat Sen.

Suggerirei a Stefano Bonaccini che mi auguro sia eletto segretario del PD di riprendere questa letteratura etico-politica.

“Crisi”: in greco può significare, o inizio del declino, oppure riflessione per una ripresa (lettera al Partito Democratico)

Osservo le triste manovre in vista del congresso del PD: vecchi vizi immarcescibili, correnti che si affannano a presentare le “correnti” interne come centri di riflessione, ma sono sempre loci di distribuzione di posti di potere e di stipendi, candidature alla segreteria tra il risibile (De Micheli/ Provenzano / Nardella) e il presuntuoso (Schlein, e chi è? 37 anni, pontifica di economia e di società dicendo ovvietà e vecchiume, come quando attacca il Jobs Act, lei che non ha mai visto – ne son certo – un’azienda di produzione, e ha incontrato lavoratori e imprenditori in tutta la sua vita come io in un giorno solo), presentazione di libri di militanti imbolsiti… e qui mi fermo un momento: ne ho sentito parlare per Radio radicale, dove gli amici e compagni si sono fatti fare una lezione di filosofia e di sociologia politica da Lucia Annunziata (riflessioni interessanti, quando ha parlato di “PD territoriali”, però dette con il tono saccente e da superioriy complex che è proprio di questa giornalista), mentre D’Alema si è faticosamente arrabattato sulle “radici della storia della sinistra”, da Marx-Gramsci a Berlinguer, e recuperando perfino (!!!) il vituperato Bettino, cioè Benedetto Craxi, morto in “esilio”, termine giuridicamente improprio, ma evocativo di uno stato della situazione colmo di un grande malessere etico e politico. La tristezza continua a sinistra.

Poi ci sono i “vecchi” saggi, brave persone alla Cuperlo, che credono ancora al metodo correntizio, magari non à la Franceschini, che è una vecchia lenza democristiana, senza accorgersi che il possibile-mondo-di-una-“sinistra-possibile” (l’aggettivo non ha nulla a che vedere con il movimentino del simpatico Civati da Milàn) va da tutt’altra parte.

A guardare lo spettacolo vien da pensare immediatamente che pare il set di una commedia tragicomica tendente al grottesco. Su un lato ci sono coloro che non si limitano (come continua a fare Letta rasentando il patetico) a criticare Renzi & Calenda, ma di costoro percepiscono la plausibilità delle critiche, come Bonaccini (che spero venga eletto segretario, ma ho molti dubbi su tale prospettiva) e dall’altra ci sono quelli che starebbero con Conte notte e giorno. Povero “Partito storico della sinistra”! Questi si chiamano Speranza, Provenzano, Bettini, ma anche Bersani che ha rinunziato alle fatiche improbe della prima fila. Dal loro punto di vista non si sono accorti che stanno correndo dietro a uno che è ontologicamente un “notabile democristiano fuori tempo massimo”. e di più non dico su un personaggio sul quale mi sono già esercitato troppo, e non a suo vantaggio.

Non è che i primi debbano accodarsi a Renzi & C., ma mi pare evidente che l’unica strada percorribile per una “sinistra possibile” sia quella capace di dialogare con la contemporaneità dei nuovi mezzi di comunicazione, con i “valori” delle ultime generazioni, che non hanno dimenticato la solidarietà e i sacri principi di eguaglianza evangelico-socialista, ma vogliono declinarla secondo il pricipio di equità, che è l’epicheia aristotelica.

Il principio di uguaglianza è da collocare solamente nel giudizio antropologico della struttura di persona, nella pari dignità di ogni essere umano, ma non nella struttura di personalità, che dice irriducibile differenza, unicità mia, tua, sua, caro lettore! Una sinistra che non si accorge che oggi i giovani desiderano rappresentarsi nella vita in modo diverso da come lo volevano i giovani anche solo di mezzo secolo fa, non può accostarli, e nemmeno portarli a condividere una lotta politica.

E questo lo spiegano la sociologia e l’antropologia culturale: oggi, il valore più importante percepito è la possibilità di essere sé stessi, non di essere uguali a tutti gli altri! Una sinistra capace di dialogare con il tempo attuale deve cominciare a capire che il valore principale non è l’uguaglianza, ma l’equità nella libertà. Ancora Aristotele e Tommaso d’Aquino. I signori sopra citati non studiano più (se mai hanno studiato). Studino con umiltà la filosofia morale classica, dallo Stagirita fino a Kant, per saper declinare anche il principio del dover-essere-come-lo-richiede-la-realtà-fattuale-attuale, che non è quella di Marx, di Lenin e di Gramsci, ma neanche quella di Berlinguer e di Gorbacev.

Se una “sinistra possibile” vuole vincere di nuovo differenziandosi dalle destre al potere, soprattutto da quella salviniana, deve saper declinare valori ritenuti “di destra”, come il successo individuale e il non-collettivismo, con il rispetto dell’individuo-persona che non è ascrivibile a nessun operaio-massa modernamente declinato.

Non sto proponendo un relativismo etico all’americana, né un liberismo economico senza leggi regolatrici, che ritengo indispensabili, soprattutto a livello sovra-statuale (una UE vera!), ma uno sforzo di comprensione dei nuovi linguaggi che rappresentano un mondo nuovo, preoccupante per molti aspetti (clima, guerre, pandemie…), ma pieno di potenzialità straordinarie (ricerca scientifica, esplorazione dello spazio, sviluppo di terre e popolazioni finora neglette…).

Una “sinistra possibile” non teme di concordare con la cultura politica di destra sul tema delle migrazioni, e si misura non sul ruolo delle ONG o su porti aperti o chiusi, ma sullo sviluppo del Sud del mondo, rischiando anche topiche ed errori. Un esempio, se il da me (e non dal PD, ahi ahi) rimpianto ministro Minniti (di sinistra!) ha fatto accordi con i Libici di dubbia efficacia e con esiti morali anche negativi, lo spirito della sua iniziativa di “lavorare in Africa” era giusto, corretto, eticamente fondato e politicamente lungimirante.

Una “sinistra possibile” non tema di misurarsi su un tema controverso come il “reddito di cittadinanza” di matrice grillina, e accetti di selezionarne rigorosamente i beneficiari, smettendo di ululare, una cum travaglieschi borborigmi giornalistici, all’attacco ai poveri!

Anche le dottrine morali cristiane (musulmane e buddiste) ammettono l’esigenza di accostare al principio dell’amore di benevolenza (la nobile Caritas, che comprende anche, nei casi estremi, l’elemosina), il principio dell’impegno individuale e del riconoscimento dei meriti derivanti da questo faticoso impegno, e da differenze antropologiche strutturali (genetica, ambiente, educazione).

Il tema delle “stesse opportunità” di partenza, tipicamente “di sinistra”, se declinato in modo assoluto, è realisticamente assurdo. Bisogna invece creare le condizioni per un’istruzione accessibile ai massimi livelli per tutti… quelli che vogliono istruirsi. Per illustrare questo principio devo di nuovo ricorrere alla mia biografia personale e a un esempio esterno.

Quando la mia umile famiglia condivise con me che sarei andato al liceo classico (incredibile dictu per chi aveva solo la licenza elementare, come i miei genitori!), vi andai con profitto. Altri miei coetanei non ci andarono, a volte anche potendo economicamente farlo con facilità. In questo caso come si considerano le pari opportunità di partenza? Io, partendo da più indietro, sono andato più avanti. Che legge ho violato? Quella delle pari opportunità? Al contrario, io ne avevo di meno. E allora? La verità è che è antropologicamente insopprimibile l’irriducibile differenza della struttura di personalità singola.

Il mio bisogno, come quello degli altri coetanei, era quello di studiare; il mio merito è stato quello di aver studiato (e di continuare a farlo), mentre altri, pur potendolo fare, non lo hanno fatto. E’ di destra che io abbia raggiunto il livello accademico di due dottorati di ricerca? E’ di destra il merito acquisito con la mia fatica, con il coraggio dei miei e con l’aver io avuto molta forza fisica e psichica e salute?

No, non è né di destra né di sinistra, cari Schlein, etc., mentre i vostri detti e fatti sembra che vogliano farlo apparire tale, come quando avete polemizzato con la nuova dizione del Ministero dell’Istruzione e del Merito neo istituito, perché la parola Merito, che significa differenza (antropologico-filosofica), vi fa paura, perché la ritenete di destra. Suvvia! Studiate, studiate.

Merito e bisogno vanno declinati assieme, come tentava di fare, inascoltato, il Ministro della Giustizia del governo Craxi, Claudio Martelli, a metà degli anni ’80.

Un altro esempio è quello di un grande imprenditore, della mia stessa classe sociale: egli partì per la Germania mezzo secolo fa, o poco più, come garzone gelataio, e oggi ha tremila e cinquecento dipendenti con un fatturato di oltre cinquecento milioni di euro, che lo hanno fatto diventare un gran signore, ma con il lavoro retribuito di migliaia di persone, lavoro che ha creato lui con i suoi valorosi collaboratori, dal più giovane dipendente all’amministratore delegato.

Cara Sinistra e caro PD, ce la fai a discutere in questo modo di come “essere sinistra” oggi senza aver paura di condividere valori che non sono storicamente nati nel tuo grembo, per poi declinarli con i tuoi? E magari anche il valore semantico, politico e morale della parola “Patria”, termine da te negletto, perché pensi che sia ancora fascista. Dai!

Se sì, se riesci a discuterne e a considerare in questo modo l’essere-di-sinistra-oggi hai speranze, altrimenti, lascerai il TUO campo di lavoro politico e sociale ai furbi populisti che si spacciano per sinistra e a quelli che saranno sempre voces sine fine clamantes, toto populo inutiles.

La meravigliosa solitudine del comando

Partiva per il Nord Europa che aveva appena compiuto diciassette anni, per andare a fare il garzone in gelateria. Dopo due anni l’aveva comprata e dopo un altro anno ne aveva comprata altre due. Ma voleva crescere ancora.

Si guardava in giro per vedere se c’era qualcosa di meglio da fare. Ecco: una fabbrica per la produzione di gelato, e la crescita delle sue iniziative si realizzò in termini quasi geometrici. Si era messo in affari con i suoi fratelli, aveva sposato una brava ragazza di quelle plaghe laboriose, gli erano nate due figlie e poi un figlio.

A un certo punto era tornato in Italia, soddisfatto del gran lavoro già fatto prima dei quaranta anni. Ma il dèmone della creazione di impresa e di nuova economia lo aveva ricatturato prestissimo. Ed ecco che anche in Italia inventa un modo di vendere cibi buonissimi a domicilio e poi diventa industriale, producendo pane e pizze.

Il resto è storia degli ultimi trentacinque anni. Ora presiede aziende che occupano, tutte insieme, più di 3500 persone con fatturati che qui non riporto, perché sono pubblici. Ora, niente potrà mai inficiare in alcun modo le dimensioni e la sua statura di uomo di economia e di azienda. Di persona carismatica e rara.

Talvolta gli capita anche di essere un po’ malinconico, silenzioso, dopo tanto darsi da fare. Eppure ha fatto della sua vita un “capolavoro”. E’ stimato, a partire da chi scrive questo pezzo, ma soprattutto in tutto il mondo dell’economia, dai suoi dipendenti che gli vogliono bene e dalla società che ha contribuito a rendere più sicura, costruendo coesione e cultura del lavoro.

Nella fabbrica più grande di sua proprietà lavorano centinaia di donne che altrimenti non si sa dove potrebbero trovare un’occupazione altrettanto solida. La fabbrica della Pedemontana è il cuore di quella economia e il punto di sviluppo civile, economico e sociale più importante di un ampio territorio. Un’altra azienda di sua proprietà è leader nel settore energetico, una terza gli dà la sensazione di essere, come è sempre stato, un signore legato alla propria terra friulana e a ciò che produce, nel caso uno dei tre cibi più limpidamente sacri di tutta la storia umana, il vino.

Caro e rispettabile amico, questo tempo di cambiamento è un tempo nel quale riflettere a fondo sulla propria vita, accettando il fatto ineluttabile che il tempo fugge e ci chiede un nuovo modo di stare al mondo e tra gli altri.

Caro e rispettabile amico, ogni essere umano deve (deve, come insegnava un grande sapiente tedesco, Immanuel Kant, di cui le ho parlato più volte collegandolo al suo senso del dover-fare) accettare di interpretare un (in parte) nuovo ruolo nel mondo e tra le altre persone.

Caro e rispettabile amico, la vita ci chiede sempre di crescere per affrontare nuove sfide, che in questo caso non sono più solamente “quantitative”, ma più di qualità delle relazioni, di consolidamento e di equilibrio degli affetti, di disponibilità di tempo per dialogare con le persone, portando nel dialogo la sapienza dell’esperienza fatta.

Caro e rispettabile amico, questo tempo di passaggio richiede di guardare il mondo e le persone con uno sguardo in qualche modo diverso, superando la tensione che la ha vista temere sempre per il futuro, lei conoscendo bene i difetti dell’umano e con preoccupazione a volte sospettando premurosamente che potessero danneggiare le splendide iniziative.

Caro e rispettabile amico, questo è il tempo di accettare la complessità delle relazioni umane, la complessità dell’animo umano, che è anche la sua.

Caro e rispettabile amico, questo è il tempo di accettare letture della realtà proposte anche da altri, con le quali confrontarsi senza pre-comprensioni date dall’esperienza, e di fidarsi di più degli altri (specialmente delle persone che le sono più vicine, della famiglia e nelle aziende), perché non sempre l’esperienza insegna tutto per il meglio, e soprattutto non si ha sempre ragione, a prescindere dalla complessità delle cose, dei fatti e degli atti umani, che richiede la fatica di un’analisi approfondita.

Caro e rispettabile amico, in questo modo, quest’altra fase che si apre nella sua vita, potrà portarle arricchimenti importanti sul piano umano e spirituale, e infine normali gioie e tanta serenità, la serenità di un uomo che ha fatto cose eccezionali come pochissimi hanno saputo fare, partendo da una famiglia umile e semplice (come la mia, ed è per questo che la comprendo e quasi la capisco, molto bene).

Buona vita, caro amico, io ci sono, anche per continuare questo discorso seduti, magari sorseggiando un taj del suo buonissimo Tocai.

(Ho scritto questo pezzo per uno stimatissimo imprenditore, cui voglio bene, il cui nome non citerò).

Di Berlusconi, un uomo pericoloso e fuori controllo, e di altri che pensano di poter riscrivere, anche se solo in una piccola parte, la storia d’Italia del ‘900 (come Bersani)

Berlusconi è pericoloso nella misura proporzionale al suo potere, che è ancora immenso, in Italia, con la sua visibilità mediatica e i suoi media di proprietà, televisioni e giornali.

Se le sue aziende sono dirette e gestite da persone responsabili e capaci, come i suoi figli e il dott. Fedele Confalonieri, il suo agire politico non conosce soggetti in grado di orientare il suo dire in modi che non siano pregiudizievoli di interessi più vasti e collettivi.

Di contro, le persone del suo partito-azienda, i deputati, i senatori et alia similia, gli sono devoti come chierichetti, perché da quel partito-azienda monocratico hanno avuto pressoché tutto, nella loro vita, mentre i dipendenti, almeno, sono tutelati dallo Statuto dei diritti del lavoratori, Legge 300 del 20 Maggio del 1970. Compreso il marito di Giorgia Meloni, che Berlusconi ha voluto citare come suo dipendente, con gesto volgare e villanissimo, con rispetto parlando del volgo e dei villani.

Oltre alla citazione del compagno di Meloni, annoveriamo tra le perle più volgari del cav gli epiteti che si è fatto leggere sul suo scranno indirizzati a Meloni, che qui non riporto, attribuendo poi la responsabilità dei quali a parole dette e ascoltate qua e là per l’emiciclo. Lui, a suo dire, si sarebbe limitato a scrivere ciò che sentiva dire. Gli crediamo? No.

L’ultima, per ora, centellinata, perché l’uomo ama sorprendere, è questa: beccato (ma no, dai!) da un registratore furbetto, Berlusconi afferma, tra la miserabile claque dei suoi, che Zelenski ha provocato più morti e che Putin ha dovuto avviare l’operazione militare speciale “per mettere a Kiev un governo di persone perbene e di buon senso” (parole sue). Berlusconi ha la stoffa del tiranno, come ha ben scritto anni fa l’Economist, che però qualche giorno fa è caduto nello spirito anti italiano che percorre il mondo britannico almeno dai tempi di Churchill.

Ricordo all’Economist che titola Britaly, per paragonare l’attuale condizione delle due Nazioni, che Truss è durata 44 giorni e che, ad esempio, l’Italia è al 7o posto nel mondo per le esportazioni e la Gran Bretagna al 14o. Stiano buoni gli Inglesi e i loro giornali, ché l’impero mondiale è morto e sepolto. Lo sa perfino Charles the Third.

Non mi sorprende più nulla di quell’uomo, che si vanta di essere tra i cinque migliori amici di Putin, come un adolescente, solo che è un uomo ancora potente e mediatizzato che amoreggia con un pericoloso tiranno sociopatico. Nel silenzio assordante di Salvini, che la pensa come Berlusconi, come l’attuale ambasciatore russo a Roma Sergey Razov, e come Maria Zakharova, la portavoce di Lavrov. In che mani.

Meloni fa bene, a questo punto a puntualizzare che se non vi saranno candidati ministri limpidamente allineati con le politiche occidentali dell’Italia, il governo potrebbe non nascere. Ben detto. Ripeto: non avrei mai pensato di apprezzare Meloni, e fino a questo punto.

Giro lo sguardo. La cancel culture colpisce ancora. Caro lettore scolta l’ultima: siccome in un corridoio del ministero dello sviluppo economico sono appese al muro le fotografie di tutti i ministri succedutisi nel tempo, dalla proclamazione del regno d’Italia del 1861, fino a Giancarlo Giorgetti, che è stato l’ultimo della serie con il governo Draghi, è evidente che in lista vi sono anche i ministri succedutisi nel ruolo ministeriale durante il famigerato Ventennio, magari sotto altre dizioni, come quella di “Ministero delle Corporazioni”.

Ebbene, nel 1934, mi pare, s.e. il Capo del Governo Benito Mussolini assunse quella carica ad interim, e dunque si provvide ad appendere anche una sua foto, in borghese, giacca e cravatta da grand commis dello Stato. Per di lì è passato anche lui e non si può riavvolgere il nastro della Storia per far finta che così non sia avvenuto.

Well, Bersani, che per molti aspetti è un uomo simpatico, emiliano verace e anche provvisto di una certa verve umoristica (“non sono qui a pettinare le bambole”, “c’è una mucca nel corridoio”, etc. alcune sue memorabilia), oltre che di rispettabili capacità politiche, ha fatto sapere che “se non provvedono a rimuovere il ritratto di Mussolini, desidero che sia tolta la mia foto“.

Ma sei fuori, Bersani? Vuoi imitare la Boldrini che voleva togliere tutte le memorie legate ai Caduti italiani di tutte le guerre? L’intelligentona funzionaria Onu. Forse che i soldati italiani amavano andare a farsi fucilare sui campi di battaglia di tutto il mondo? Forse che non meritano tutti di essere ricordati sotto il profilo di una memoria storica e morale nazionale? Che colpa avevano gli alpini della Tridentina se il cavalier Benito li ha mandati con le scarpe di cartone a morire assiderati nelle pianure ucraine sotto i colpi delle katiusce? Andiamo!

Forse è il caso, finalmente, di togliere le dedicazioni di vie e piazze a personaggi come il gen. Cadorna, Luigi, intendo, non suo figlio Raffaele, sperando che in giro per l’Italia non vi siano vie e piazze dedicate a Pietro Badoglio o a Rodolfo Graziani… Questo da un lato.

Volgiamoci all’altro versante, quello della sinistra. Ma che sinistra è, questa? Vogliamo compararla ricordando la sinistra dei fratelli Rosselli, di Emilio Lussu che combatté sull’Altipiano, di Sandro Pertini, e l’antifascismo di don Giovanni Minzoni, dell’onorevole liberale Giovanni Amendola, di Piero Gobetti, di Antonio Gramsci, di Umberto Terracini, di Filippo Turati, di Pietro Nenni? Per tacere di tant’altri altrettanto nobili combattenti per la libertà?

E sulla pace che cosa fa la sinistra? Dopo due penosi sit-in ecco che vanno in piazza, grillini et varia animalia su una “piattaforma generica”, forse buona per il moralismo (generico) del papa, ma non per partiti politici seri che sanno distinguere tra aggrediti e aggressori, declinando un’Etica corretta sul diritto alla legittima difesa, sul quale concetto, ripeto con dispiacere, anche Francesco è deficitario. Bisognerebbe rileggere Agostino e Tommaso d’Aquino. Rimpiango Benedetto XVI.

La desolazione, la delusione, lo sconforto e perfino lo schifo di certe prese di posizione non mi tolgono certo da quel campo, che per me è una scelta di vita, ma mi dicono che il declivio sul quale si è incamminata da tempo, colloca la sinistra politica in una situazione che le rende ai miei occhi quasi irriconoscibile.

Come su ogni cosa e in ogni caso, si pone l’antica domanda leniniana: “che fare?” Molte cose, ma soprattutto mostrare con l’esempio del dialogo aperto con gli altri che la distinzione politica, oggi, non è tanto e solo fra destra e sinistra come appartenenza partitica, ma fra persone che scelgono di affrontare ogni tema e problema acquisendo le conoscenze necessarie e quindi curano la cultura e la conoscenza, e persone che ritengono tutto facile, tutto semplificabile e perfino banalizzabile, a partire dalle espressioni linguistiche.

Curare il linguaggio “cum cura” (la tautologia è voluta), dire ciò-che-è-necessario-dire con chiarezza, senza fumosità e con onestà intellettuale, parlare solo di ciò che si conosce, ascoltare con attenzione chi parla, e verificare se si mantiene “sul suo”, segnalando le “uscite da seminato”, cioè dal tema di cui deve essere esperto, con ferma educazione, concludere i dialoghi e le riunioni con equilibrio ed evitando fraintendimenti e possibili svarioni logici e operativi. Su questo tema la responsabilità dei giornalisti è enorme, e spesso si nota come tra loro vi siano persone che non hanno cura di come lavorano, di come parlano, di come scrivono.

In politica: occorre fare il contrario del comportamento di un Berlusconi, ma anche di un Conte-che-la-conta a modo suo, ora parlando di successo elettorale del “suo” partito, falsità smentita dai dati reali, o di un Salvini che si aggrega al carro vincente di Fratelli d’Italia facendo finta di aver vinto. Qui mi stupisco della mancate presa di posizione dei suoi “maggiori”, che pure avrebbero i mezzi per differenziarsi e metterlo in riga, riducendone il potere.

Circa il PD c’è solo da augurarsi che faccia un congresso vero, con il quale un gruppo di persone giovani e disinteressate (e anche meno giovani tipo un Misiani o un Delrio) riescano a pensionare i Franceschini, i Boccia, i Guerini, i Provenzano, un giovane mediocre già vecchio, che ha fatto un voto, quello di non commentare i twitt di Calenda (ridicolo!), i… Letta, e le mediocri donne di cui si è circondato quest’ultimo.

Stoltenberg l’inadeguato, e alcuni “suoi simili”

In questo pezzo cercherò di delimitare il campo semantico di “inadeguatezza”, intendendolo come limite nei vari sensi, ma soprattutto nel senso proprio, che chiamerò “del primo tipo”. In altre parole intendo parlare di inadeguatezza come di una condizione esistenziale, umana e professionale connessa al ruolo e alla posizione propri dell’individuo. Si può dire che una persona è inadeguata, non solo se “non ci arriva”, e dunque possiede uno status intellettuale e professionale non all’altezza del ruolo eventualmente assegnato, ma anche se il suo standing è superiore alle esigenze del ruolo.

Si può, dunque, affermare che uno è inadeguato a fare il direttore generale di un’azienda, perché non possiede le conoscenze e le esperienze (competenze) per poter adempiere a ciò che prevede una posizione così elevata; si può affermare che, di contro, inserire una figura che può “fare” il direttore generale in una posizione subalterno-esecutiva, vale a dire di capo reparto di produzione, è inopportuno poiché quella persona non conosce i dettagli del ruolo e, pur potendo essere sovraordinato gerarchicamente a tutti i capi reparto, di per sé non può farlo, e pertanto è inadeguato al ruolo.

Si può essere inadeguati, dunque, per eccesso oppure per difetto. Segue un esempio del primo tipo. Più avanti proporrò anche degli esempi di ambedue le tipologie.

Definire “inadeguato” al ruolo il signor Jens Stoltenberg è un eufemismo (modo abbellito di dire una cosa), una litote, cioè una attenuazione linguistica nell’esprimere un giudizio sul politico norvegese, da troppi anni segretario generale della NATO. E sperabilmente di prossima sostituzione, magari con Mario Draghi.

Jens Stoltenberg ha sessanta tre anni ed è un politico norvegese, nazione di cui è stato anche Capo del Governo. Laureato in economia, è un laburista (non si direbbe tanto, visto il suo agire dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina). Avrebbe dovuto essere sostituito questo scorso settembre nel ruolo di Segretario generale della Nato (lo è dal 2014, troppo!), ma hanno proceduto a prorogarlo nella funzione, vista la situazione. A parer mio è stato fatto un errore macroscopico, perché l’uomo ha mostrato, fin dall’inizio delle attività belliche, una assoluta inadeguatezza al ruolo, che dovrebbe essere quello del facilitatore dei rapporti tra i Governi dei Paesi aderenti all’Organizzazione di difesa atlantica. Invece, si è preso la libertà di intervenire molte volte con espressioni e toni poco adatti a favorire un riavvicinamento razionale tra le parti.

Ha parlato spesso di escalation del conflitto, con toni che lasciavano pensare quasi se lo augurasse, di armi, di nucleare, in queste ore anche di esercitazioni sul nucleare da tenere ai confini dell’Ucraina. Il contrario di ciò che servirebbe. Non capisco se lo lasciano fare, o se è agli ordini di qualche potentato politico-economico che domina il mercato delle armi nel mondo, americano, asiatico o europeo che sia. Mi auguro e auguro alla Nato, all’Europa e al mondo che venga al più presto sostituito, perché è ora di sapere quale possa essere il “punto di caduta” militare, politico e soprattutto morale per la interruzione e poi per la soluzione di questa guerra di aggressione.

Propongo un altro esempio di inadeguato del primo tipo: Lorenzo Fontana. Quest’uomo non è “inadeguato” per il ruolo che gli è stato assegnato, perché frutto di una procedura democratica: lo è, in questo momento, per la sua biografia, che non depone a favore di una sua coerenza morale tra vissuto biografico e discorso di insediamento. Siccome io sono fondamentalmente cristiano cattolico, non nego ad alcuno (e chi sono io per farlo?) la possibilità di una resipiscenza, e spero che questa avvenga, proprio per conciliare eticamente ruolo e biografia, almeno per quanto apparirà all’esterno della sua persona.

Ahh dimenticavo, un amico mi fa notare che il neo presidente della Camera dei deputati, nel compilare la sua scheda biografica per la registrazione come deputato, ha scritto per ben due volte “inpiegato” con la “enne” e non con la “emme”, nonostante le sue tre vantate lauree e la quarta in arrivo. Forse gli occorre ancora un pochino di medie e di ginnasio inferiore.

E vengo al “mite” segretario del PD: nessuno, caro Letta (e sarei anche stato tentato di collocarla nell’elenco degli inadeguati del primo tipo), può leggere nel cuore dell’uomo, perché ciò è prerogativa solo dello Spirito Santo: lei, da cattolico, dovrebbe saperlo, ma i suoi interventi pubblici mostrano il contrario. E me ne dolgo, prima di tutto per lei, e poi per il popolo di sinistra che si aspetterebbe altro da lei, non una “opposizione dura”, ma parole chiare, coerenti, capaci di accettare il gioco democratico dell’alternanza, e piene di spirito di iniziativa.

Ronzulli Licia è la terza persona “inadeguata”, in questo caso, per le pretese che ha, di avere un ministero adatto alla sua esperienza. Il suo comportamento verso il tema di un incarico governativo e il suo partito, verso il suo leader in particolare è meritevole di svariate censure, a partire da quella estetica, nel senso filosofico metafisico del termine, dimensione che la rende più importante di quella etica. Come si fa a rispondere a un giornalista che le chiede “come fa Berlusconi a chiedere aiuto” in questo modo “abbaia“? Neanche per scherzo, Ronzulli. Neanche per scherzo.

Potrei continuare a lungo ad esaminare casi di inadeguatezza del primo e del secondo tipo, ma mi fermo qui, dicendo solo che, dalla nuova seconda carica dello Stato (e comunque la sua “predecessora” non lo sovrastava per standing) ai principali tra gli eletti, a partire dai capi partito, l’uomo-di-Foggia in primis, l’inserimento nel primo o nel secondo tipo di inadeguatezza sarebbe un gioco tutt’altro che futile.

Eppure, nonostante tutto questo e altro ancora, sono fiducioso negli anticorpi democratici della nostra Italia.

Ciò che Meloni può (in auspicabile ipotesi) portare di positivo alla politica e alla Nazione Italiana

Chi mi conosce solo un pochino potrà pensare anche che sono impazzito a scrivere un titolo come quello sopra, ma chi mi conosce bene non si meraviglierà, perché conosce la mia autonomia di giudizio, che fa sempre premio sul mio orientamento politico, che è dalla parte opposta di Meloni.

Opero questo distinguo per mostrare ai “militanti” di tutti gli schieramenti politici come la militanza non debba mai sopprimere lo spirito critico dell’essere umano, provvisto di intelletto, conoscenze storiche e informazioni politiche.

Se Meloni riuscirà a varare un Governo ascoltando i consigli patriottici e politici del presidente Mattarella e di Mario Draghi inizierà con il piede giusto. Non mi soffermo qui su candidature e nomi, perché basteranno pochi giorni e la nostra legittima curiosità civica e democratica sarà soddisfatta.

Innanzitutto, evitando di dire ancora una volta il mio pensiero sull’idiozia cinquestelluta e leghista (che spero pagheranno in qualche modo) di aver fatto cadere Draghi, affrontiamo realisticamente la realtà dei fatti accaduti nelle ultime consultazioni politiche. Ha vinto lo schieramento di centro-destra-destra, soprattutto con Fratelli d’Italia, mentre la Lega salviniana ha preso una batosta epocale, e Forza Italia traccheggia su percentuali distanti una galassia dai tempi in cui era il primo partito italiano e Berlusconi in auge.

Ho una discreta fiducia che il nuovo Governo sia in grado di affrontare, in questa prima fase, i gravi problemi attuali: a) energia, b) bollette, c) guerra, d) economia, e) debito pubblico, f) semplificare gli apparati burocratici e accelerare i procedimenti giudiziari, g) ambiente e difesa del territorio… , dialogando con l’Europa di Bruxelles e Strasburgo e anche con le Nazioni “maggiori”, cioè Germania e Francia. L’Italia è in ogni senso la “terza” nazione d’Europa per l’economia, senza dubbio alcuno, la seconda per il sistema industriale, e addirittura la prima per le lavorazioni meccaniche.

Da un punto di vista politico invece l’Italia conta meno di quanto abbia diritto di contare, nella UE e nella NATO/ OTAN. Parto da qui: ad esempio, una delle richieste che dovrebbe fare Meloni è di accelerare la sostituzione del signor Jens Stoltenberg, che sbaglia pericolosamente ogni volta che apre bocca. Paolinamente stolto. Da pensionare.

Vengo al nuovo Governo con alcuni consigli: non toccare le legislazioni sul divorzio e sull’interruzione di gravidanza e dialogare con le Parti sociali, sindacati e imprenditori; non serve che aggiunga quanto è da farsi in tema di energia e di bollette.

Per quanto attiene riforme legislative di carattere socio-culturale relative ai diritti civili, sarà bene che il nuovo Governo non si limiti a dei niet, ma sia capace di proporre dei testi legislativi sui vari temi.

Ad esempio, su quanto poneva il D.d.L. “Zan”, non abbandonare il tema della omotransfobia, ma legiferare con un testo che non contenga equivoci, neppure per lontanissime ipotesi di fattispecie, che possano portare al reato di opinione.

Sulla maternità surrogata non cedere a una legislazione che ne permetta lo sviluppo; si promuovano piuttosto le adozioni. Su questo tema con attenzione ai contesti nei quali si possano dare… vale a dire non sempre e in ogni caso.

L’ipotesi di un utilizzo dello schwa rimanga uno scherzo di cattivo gusto di un certo politically correct che le tv e certi politici, anzi (più di) donne in politica, spesso mettono in evidenza, stupidamente, oppure per misteriose progettualità tese allo spegnimento dei neuroni. Altrettanto penso della idiotissima cancel culture.

Sulla aggressione russa all’Ucraina, il nuovo Governo deve mantenere una solida chiarezza di posizione a difesa di Kijv, senza tentennamenti. Su questo voglio compiacermi che Meloni abbia triplicato Salvini, perché altrimenti avremmo avuto un leader primario affascinato dal nazionalismo imperial-zarista di Putin. Tra l’altro, non tanto stranamente, sul tema torna la consonanza tra Lega e Cinque Stelle, già governanti assieme.

Desidero chiarire, parlando di un Governo “conservatore” le differenze teorico-pratiche fra, appunto, il conservatorismo e l’atteggiamento politico reazionario. Scrivo di nuovo che i due orientamenti non sono sinonimici, neppure in parallelo, anzi. Conservatorismo significa attenzione alla tradizione e cautela sulle innovazioni, in ogni settore della vita sociale, salvo che in economia. Reazione, invece, significa reagire a ogni progresso umano, intellettuale, socio-politico ed economico, talora stranamente affine a certi ambientalismi estremi.

La sinistra, prima di modificare i gruppi dirigenti, pensionando personaggi senza senso come… evito di fare nomi; deve chiarire dove vuole collocarsi sulle tematiche di cui sopra. In altre parole, deve chiarire se vuole evitare di allinearsi, come a volte sembra voglia fare, proprio ai vizi sopra richiamati, sotto i profili culturale, civico e politico.

Se la sinistra non esce dagli equivoci dell’ammiccamento continuo a quei deprecabili vizi, mi genera un sempre più grande progressivo e doloroso distacco.

Mi pare sempre più urgente, dunque, a duecento e venti anni dalla sistemazione metaforica e reale (mi riferisco agli emicicli dei vari parlamenti) dei termini destra/ sinistra, ri-considerarne gli aspetti distintivi.

Mi sembra inoltre che sempre di più la distinzione socio-politica tra i due schieramenti sia da collocare, per molti aspetti, su un altro piano intellettuale, ferme restando le distinzioni classiche, ancora marxiane, che qui non richiamo: vale a dire tra coloro che privilegiano la cultura e lo sforzo per acquisirla, la documentazione rigorosa sui vari temi e problemi in campo, e coloro che invece preferiscono le semplificazioni, le banalizzazioni da marketing elementare e il conseguente inevitabile impoverimento linguistico e dunque intellettuale e cognitivo.

I Cinque Stelle hanno provocato un danno enorme in Italia con il loro concetto antropologicamente assurdo e pericoloso dell’unovale uno. Certo è che sono riusciti a dimostrarne l’efficacia alle elezioni politiche del 2018, quando hanno portato a casa il 33% dei suffragi, facendo entrare in Parlamento una schiera di incompetenti (tra pochissimi altri di valore), come si dice, o scappati di casa, a partire dai capi di allora, che stanno venendo oggi miseramente inghiottiti dall’oblio. Come si meritano, secondo legge di natura.

Esperti nei processi di falsificazione del dato, oggi, attraverso il loro capo, il più volte da me nominato avvocaticchio, riescono perfino a convincere qualche giornalista televisivo (cf. Tg2 Post) di avere vinto alle ultime elezioni con il 15% dei consensi, perché paragonano tale numero alle percentuali dei sondaggi di qualche mese prima, che li davano al 8/10% al massimo, evitando di ricordare che la comparazione andrebbe fatta con il 33% raggiunto nel 2018. Si capisce bene che molti elettori 5S del 2018 sono passati a Meloni, ma ciò è stato dovuto alla confusione ideologica del Movimento di cinque anni fa, i cui capi sostenevano di non essere né di destra né di sinistra (!!!). Onestà intellettuale, comunque, a zero virgola uno.

Torno a Meloni e alla “sinistra” (la cui dizione ora virgoletto). Non aggiungo se non che, nell’interesse della Patria (a me è sempre piaciuto questo “Nome” nobile della terra in cui viviamo, chiamandola in questo modo “da sinistra”, e così evitando di lasciarne il monopolio proprio a Meloni) Italia, spero che il nuovo Governo operi bene e che l’opposizione si muova nel merito delle critiche in modo costruttivo.

Su questo, la sinistra vera, quella che mi ostino ancora a credere sia ancora (nonostante tutto) presente nel Partito Democratico, vigili (congiuntivo esortativo) sapendosi rinnovare con la ripresa di un dialogo vero con la società civile, con l’economia, con la cultura, con gli uomini e donne tutti (e senza schwa, ah ah ah!).

“fèstina lente” ovvero “adelante, Pedro, pero con juicio…”, il latino e lo spagnolo in aiuto alla grande incertezza

…del maggiore partito della sinistra italiana dopo la sconfitta elettorale.

Mi ero ripromesso, dopo il titolo-articolo pubblicato lunedì 26 settembre post crash in ogni senso della politica italiana, di tornare sul tema.

Approfitto del fatto di avere ascoltato per due o tre ore in viaggio in auto gli interventi nella direzione nazionale del Partito Democratico, dove si è consumato un autò da fè impressionante del gruppo dirigente, un atto di auto accusa impregnato di un po’ di contrizione e di molta attrizione. Uso questi due termini teologico-morali, contrizione e attrizione per tenermi nel mood della riunione che, iniziata con la relazione del segretario Letta, capace di citare per due volte dei passaggi evangelici, è poi proseguita con altre citazioni di altri oratori, abbastanza a sproposito, sia delle Sacre scritture sia di espressioni in lingua greca e in lingua latina.

Per il PD tutto, una riflessione informativa: contrizione significa dolore e pentimento per il male compiuto come offesa a Dio stesso; attrizione è come dire dolore (anche se non tanto) e pentimento per il male compiuto, e non per avere offeso Dio, ma per paura della pena eterna dell’inferno. Una differenza radicale, tanto grande da far concepire teologicamente la contrizione come sufficiente per accedere al purgatorio, anche a fronte di peccati gravi e senza la confessione formale dei peccati, e l’attrizione come atteggiamento sufficiente per il perdono divino, ma solo dopo una confessione formale. Detto altrimenti, il peccatore contrito è atteso comunque dal purgatorio, il peccatoreattrito può rischiare l’inferno.

Questo vale per la casistica canonico-penalistica classica. Che cosa c’entra con la direzione del PD? Vedremo più avanti: qui mi limito a dire che tutti/ tutte erano almeno “attriti/ e” per il male commesso di avere sbagliato, non solo la campagna elettorale, ma le politiche degli ultimi dieci o dodici anni, troppo confusamente “governativistiche” e poco attente ai bisogni del popolo, cui sono stati più attenti i populisti di destra e di sinistra. “Di sinistra” per modo di dire, visto che si tratta dei grillini.

C’è chi ha tirato fuori di nuovo le “agorà (!!!) democratiche“, nonostante, se si vuole usare correttamente il greco, si debba scrivere “agorài“, perché l’espressione è plurale. Mi sono affaticato a scriverglielo due o tre volte a “contatti PD nazionale”, ma si vede che, o non leggono, oppure la cosa non gli sembra importante. Possibile che non vi sia nessuno in quei luoghi che abbia fatto uno straccio di liceo classico? Una volta da quelle parti c’era il professor Alessandro Natta, oggi ci sono invece le Serracchiani et similia.

Altra perla odierna, peraltro pronunziata da una delle migliori intervenute, la Ascani. A un certo punto ha esclamato una cosa del genere: “…dobbiamo essere saggi, come suggerisce il detto latino festìna lente (cioè affrettati lentamente, sottinteso, con saggezza), con l’accento sulla “i”, mentre si deve scrivere e dire fèstina lente, con l’accento sulla “e”.

Anche qui, è importante questa cosa? poco, molto?… dico, rispetto al quasi deserto propositivo della riunione, su cui arrivo subito. Se si vuole essere seri, e seeri non à la Calenda, ma à la Marco Aurelio, sarebbe bene rispettare anche le nostre madrilingua, e non usarle a sproposito.

Di più: Pollastrini, una “storica” dell’antico Pci, a un certo punto ha detto con enfasi che “ci vuole uno spirito santo” (al minuscolo perché noi laici… alla faccia dei cattolici del PD, che però probabilmente poco conoscono dello Spirito Santo come terza Persona della SS. Trinità, Dio Unitrino). Figurarsi la Pollastrini. Dimenticavo, lei intendeva lo “spirito santo” (rigorosamente minuscolo!) come “partecipazione popolare”.

Su questo potremmo anche disquisire e fors’anche (pur se solo in parte) convenire, perché, teologicamente, lo Spirito Santo “soffia dove vuole” e pertanto può senz’altro “soffiare” sulla partecipazione popolare, visto che la Chiesa è il Popolo di Dio (cf. Lumen Gentium I, Roma 1965).

Naturalmente provvederò a inviare alla direzione del PD una copia di questo pezzo e i riferimenti bibliografici per una, se non necessaria, opportuna acculturazione specifica, se si vuole persistere nelle citazioni filosofiche e scritturistiche.

Vengo al dunque. Innanzitutto l’analisi del voto. Solo Letta prova a farla con una sufficiente dovizia di supporti logici e di argomentazioni, oltre al cavalleresco tirarsi indietro come segretario, virtù presente in pochissimi altri di quel consesso. Certo, gli spettava, ma almeno mostra una onestà intellettuale di cui gli altri / le altre sono nella maggioranza (degli interventi che ascolto) privi/ e. Non uso lo schwa, IMBECILLI! (qui mi rivolgo ai tifosi/ e di questa idiozia)

Si sbaglia Letta, a parer mio, però, quando prova a ri-sostenere che la colpa del fallimento del “campo largo”, che doveva comprendere tutti, da Renzi & Calenda a Fratoianni, e forse a Ferrando e Marco Rizzo, e soprattutto i 5 Stelle, è da attribuire al furbo capo di questi ultimi. No, caro Letta: è sbagliato il concetto e il progetto. Non puoi far ragionevolmente convivere Renzi & Calenda con Fratoianni (e mi fermo qui), se quest’ultimo ha sempre votato contro il Governo Draghi. Ma come fai solo a pensarlo? Già Prodi sbagliò clamorosamente quando onorò di credibilità il Bertinotti che lo pugnalò “senza se e senza ma” (ridicolo sintagma che il perito chimico di Torino si attribuì orgogliosamente, così come con altrettale sentimento si gloriò talvolta di non avere mai firmato un accordo). Repetita quoque non juvant (se proprio si vuole ostinatamente usare il latino).

O il PD è capace (non lo è stato finora), sperando che lo sia in futuro, di proporre una politica riformistica complessiva dove possano armonizzarsi diritti & doveri sociali (dimenticati dal PD per un decennio) e civili (privilegiati dal PD per un decennio, peraltro senza successo, scimmiottando una sorta di partito radicale di massa), oppure non avrà futuro, perché sarà sostituito del tutto, “a destra” dal duo liberal-riformista R & C, e “a sinistra” da quel dandy-falsodemocristiano di Conte e codazzo cantante. Senza che con questa citazione di destra e sinistra sia un modo per con-fonderle. Ma oggi non bastano questi due poli: piuttosto si esige di distinguere tra culture politiche populiste che sono sempre più rossobrune e culture politiche dell’intelligenza, della competenza e della ragionevolezza.

Non ho ascoltato chiarezza sul piano programmatico, mentre già il Partito deve fare i conti con le fughe in avanti di chi si auto-candida alla segreteria come De Micheli o Schlein (pure!). All’improvviso, come la canzone di Mina. La “gente” (chissà se De Micheli si ritiene “gente” o benaltro dalla gente) non ha il senso delle proporzioni, a volte.

Quale il tema? Come si può sintetizzare un riformismo realistico e capace di leggere i “segni dei tempi”. Eppure non è difficilissimo. Equità sotto il profilo fiscale, NON aumentando tasse in alto, ma equilibrando le aliquote alle categorie produttive, diciamo fino a 150.000/ 200.000 di reddito annuo, che è lo stipendio di un dirigente industriale bravo e responsabile, che deve essere alleato del riformismo. Si tratta della borghesia intelligente e produttiva che anche Marx apprezzava moltissimo, ma sembra che i suoi mezzi nipotini non la capiscano. Mi spiego meglio: non sto parlando dei vacanzieri di Capalbio, che sono bene rappresentati anche nel PD, ma di chi opera nell’economia reale, non nel terzo settore privilegiato degli influencer e del giornalismo televisivo, che è uno dei settori più deleteri di questi ultimi anni.

Circa il Reddito di cittadinanza, invece di seguire a papera i 5S (cf. esperimento di etologia di Konrad Lorenz), recuperare il Reddito di inclusione selezionando le posizioni dei percettori e obbligandoli a considerare seriamente le offerte di lavoro. Politiche attive del lavoro fatte da chi le sa fare, cioè le società di somministrazione, non dai fantasiosi navigator, opera del Dimaio vincitore delle povertà e tritato dalla sua stessa ambizione, senza senso della misura. La sorte lo ha collocato finalmente dove meritava di stare da tempo, l’oblio.

Il PD dovrebbe saper parlare di diritti civili senza allinearsi al mainstream (dico e scrivo ancora una volta, ahi ahi Letta!) della scuola materna obbligatoria dai tre anni di età, del D.D. L. Zan, che, così come è congegnato, prevede il reato di opinione. Io, socialista autentico e antico, ho scritto cinquanta volte che la maternità surrogata (evitando l’espressione atroce di “utero in affitto”) è un abominio morale e socio-culturale, così come quasi lo è l’adozione da parte di coppie omosessuali, per ragioni educazionali e socio-culturali. Per queste affermazioni, in base allo “Zan” potrei essere denunziato da qualche anima bella, inquisito da qualche giudice ecumenico e condannato. Ma siamo impazziti?

Sono esempi di come il PD si è perso, non è stato più né socialista né cattolico democratico. Posso continuare.

Sulla pace e la guerra. Senza fumisterie incomprensibili, il PD dica tutto insieme che l’Ucraina, aggredita, deve essere sostenuta fino al raggiungimento di una situazione che la metta in sicurezza, evitando qui di parlare di Crimea e/o Donbass sì, Crimea e/o Donbass no, ma chiarendo che la pace la pace la pace su cui ululano Conte e altri non si ottiene se non da una onorevole posizione di autodifesa. Non vada in piazza il PD su una “piattaforma” grillina” o vagamente pacista. Potrebbero svegliarsi i partigiani della pace in sonno da cinquant’anni, perfettamente “sovietici”, a volte ingenuamente nascosti anche in mezzo ai cattolici.

Il PD smascheri chi si attribuisce ogni merito di qualsiasi cosa, come ancora si azzardano a fare i 5 STELLE CHE HANNO PERSO – RISPETTO AL 2018 – CINQUE MILIONI DI VOTI, e parlano come se il 25 settembre avessero vinto, su questo aiutati da giornalisti e giornaliste almeno superficiali (tipo la Manuela Moreno di Rai 2 Post).

Non si vergogni (c’è qualche d’uno che comincia a vergognarsi, come fa Salvini, quasi, nel PD) di avere sostenuto il governo Draghi, che ha mostrato il volto buono e forte dell’Italia. Agenda o non agenda Draghi, l’Italia, con quest’uomo è stata più credibile e creduta nel mondo. Sulla lotta alla pandemia, sul tema della guerra e su quello energetico, anche Meloni, intelligentemente, e fregandosene di Salvini e dei suoi seguaci un po’ vigliacchetti (pensavo che Giorgetti avesse più attributi, mi sbagliavo), si sta collegando alle politiche del governo Draghi, con cui non vuole creare una cesura pericolosa, ma vuole proseguirne le parti più efficaci, per l’Italia.

C’è una grossa e profonda riflessione da fare sulla democrazia, sui meccanismi della rappresentanza in una società ipermediatizzata, su ciò che sia reazione e su ciò che sia conservatorismo… perché anche io sono progressista socialmente e nel contempo conservatore del bello italiano e della cultura. Reazione e conservatorismo non sono la stessa cosa, cari del PD! Troppi di voi fanno confusione, o per ideologia o per carenze culturali, di grazia!

Per la verità non ho ascoltato solo le cose più ovvie dai politici più politicanti (maschi o femmine che fossero), perché diversi interventi si sono distinti per lucidità e passione, ma, guarda caso, non tanto quelli dei “potentati” (e anche qui vi sono delle distinzioni da fare, ad esempio un Misiani non dice mai banalità), ma piuttosto gli interventi delle persone più “di confine”, come la calabrese Bossio o la italo-iraniana, di cui non ricordo il nome, che ha spiegato come il cambiamento stia avvenendo nella sua grande Nazione, non solo per la presa di posizione delle donne, ma ancora di più perché assieme con le figlie stanno scendendo in piazza i padri, con le sorelle i fratelli, con le mogli i mariti.

Analogamente, un partito che non tenga le donne nel loro giusto merito, non può cambiare, soprattutto se le donne non imparano a solidarizzare tra loro e se i maschi non la smettono con le “quote rosa”, WWF della distinzione di genere.

Infine, invece di continuare a demonizzare “la peggiore destra d’Europa” (lo ho sentito affermare anche oggi), il PD vada a vedere perché Fratelli d’Italia, con un gruppo dirigente piuttosto mediocre, a parte la leader, Crosetto e qualche altro, ha preso il 26% dei voti dati? Un 26% di imbecilli? Mi pare di no.

Io non la ho votata, ma non ho neanche votato PD, io che dovrei trovarmi lì di casa… Qualcuno se lo vuol chiedere? Gli interessa?

Il raglio dell’asino, ovvero di come la verità “scappa” (nel senso che è incomprimibile) sempre da tutte le parti. Alcuni asini di questi tempi: i genitori, oltre a diversi politici

L’amico Franco che non è esente da peccati, come peraltro ciascuno di noi, io in primis, mi ha offerto una interessante metafora, quella dell’asino che, anche se travestito da cavallo, non potrà mai confondere il suo padrone o il compratore, circa la sua natura di equino.

In altre parole, pure se agghindato come un destriero, un asino sarà sempre tale, perché prima o poi gli scapperà un potente raglio.

Il raglio non è un nitrito… E questo vale in ogni ambiente e in ogni situazione. Quante persone che sono asini cercano in tutti i modi di assomigliare a cavalli!

Attenzione, non sto denigrando l’asino, che è un animale intelligente, splendido, ma sto ragionando sul bisogno che molti hanno di apparire ciò che non sono. La politica è uno degli ambienti più ricchi di cavalli che ragliano.

L’attuale capo dei 5 Stelle è uno di questi. Parlo di Giuseppe Conte da Foggia, avvocato. Ma è solo un esempio, perché questo signore è in buona compagnia tra i suoi sodali e al di fuori, negli altri partiti. Devo dire che, dopo queste elezioni politiche, il meno “asino” di tutti, nonostante abbia compiuto molti errori di conduzione del suo partito, si è rivelato Enrico Letta, che ha capito di avere concluso il suo percorso e di aver esaurito la sua “spinta propulsiva” (efficace espressione berlingueriana) in un partito più confuso di lui. Per passione politica, mi auguro che il nuovo segretario rinnovi anche lo staff del segretario uscente, perché di livello politico penoso, impresentabile, con ciò augurandomi/ loro che vi siano persone migliori di queste ultime. Anzi, ci credo.

L’asino (Equus africanus asinus – Linnaeus, 1758), detto anche somaro, è un mammifero perissodattilo della famiglia Equidae. Deriva dall’asino selvatico africano (Equus africanus) attraverso una selezione della sottospecie nubiana.

Non occorre qui descriva l’asino, animale energico e nevrile, addomesticato dall’uomo da millenni, forse dal 3000 a.C. in Egitto, diffuso in diverse razze nelle varie regioni del mondo, le cui forme e abitudini sono note a tutti o quasi. Forse non ai ragazzi delle ultime generazioni, come mostra il racconto con il quale chiudo questo articolo.

L’animale è adatto al trasporto di some e al traino di carretti anche su terreni difficili, utilizzato anche dalla truppe alpine, anche se meno del suo fratello maggiore, il mulo, che nasce da un asino e da una cavalla.

Ai primi del ‘900 fu anche pubblicata dai socialisti una rivista di critica e satira contro gli scandali di quegli anni e le repressioni poliziesche, chiamata L’Asino, sotto la guida di Guido Podrecca, universitario cividalese e pupazzettista straordinario. I cattolici editarono Il Mulo, per far contro ai socialisti. Tanto per raccontare a chi non lo sa cose di un secolo fa e oltre.

L’asino di Buridano (o “Paradosso dell’asino”) è un apologo tradizionalmente attribuito al filosofo della prima metà del XIV sec. Giovanni Buridano (1295-1300 circa – 1361), ma che probabilmente non è dovuto a lui, poiché non si trova negli scritti di Buridano, né corrisponde alle sue idee relativamente alla libertà, dato che piuttosto egli oscilla tra il volontarismo e l’identificazione (aristotelico-averroistica) di intelletto e volontà. È probabile che la storia, derivata da un problema del De caelo (Aristotele, De caelo, II, 295 b 31-34), sia nata nelle discussioni di scuola, ove è documentata.

L’apologo narra come un asino posto tra due cumuli di fieno perfettamente uguali e alla stessa distanza non sappia quale scegliere, morendo di fame e sete nell’incertezza.

Secondo Buridano l’intelletto è sempre in grado di indicare all’uomo quale sia la scelta giusta tra le varie diverse alternative tanto che se, per assurdo, la scelta fosse costituita da due elementi identici la volontà si paralizzerebbe a meno che non si scegliesse di non scegliere. Esamina il paradosso nel II libro dell’Etica:

Per commentare il racconto riporto due riflessioni, la prima di Baruch Spinoza:

«In quarto luogo si può obiettare: se l’uomo non opera per libertà del volere, che cosa accade quando si trovi in uno stato di equilibrio come l’asino di Buridano? Morirà di fame e di sete? Se lo concedo, sembra che io concepisca un’asina o una statua di uomo, non un uomo; se invece lo nego, ne consegue che egli può determinare sé stesso e quindi ha la facoltà di andare [verso il cibo] e di fare quel che vuole. (…) Per quanto riguarda la quarta obiezione, concedo che l’uomo, posto in un tale equilibrio (cioè di chi non percepisce altro che la sete e la fame, tale cibo e tale bevanda, che distano ugualmente da lui), perirà di fame e di sete. Se mi domando: un tale uomo non è da considerare piuttosto un asino che un uomo? rispondo di non saperlo, come non so in qual modo sia da considerare chi si impicca e come siano da considerare i bambini, gli stolti, i pazzi ecc.»

…la seconda di Johann Gottfried Leibniz:

«(…)È vero che bisognerebbe affermare, se il caso fosse possibile, che l’asino finirebbe per morire di fame…Infatti l’universo non potrebbe essere bipartito…in modo che tutto fosse uguale e simile da una parte e dall’altra, come una ellissi o un’altra figura in un piano, del numero di quelle che io chiamo ambidestre, che siano bipartite da qualche linea retta passante per il centro…. Vi saranno perciò molte cose, dentro e fuori l’asino, anche se non ci appaiono, che lo determineranno a dirigersi piuttosto da una parte che dall’altra. E benché l’uomo sia libero, mentre l’asino non lo è, non cessa perciò d’essere vero, e per la stessa ragione, che anche nell’uomo il caso di un equilibrio perfetto tra due parti è impossibile e che un angelo, o Dio almeno, potrebbe sempre trovare la ragione del partito preso dall’uomo, indicando la causa o la ragione inclinante che l’ha realmente indotto a prenderlo, anche se questa ragione molto spesso è composta ed inconcepibile a noi stessi, perché la connessione delle cause le une con le altre va molto lontano.»

Ora la risposta della ragione per cui ho scomodato Buridano e il “suo” asino. Trovo anche gli asini siano numerosi non solo nella politica, ma anche nella ordinaria vita civile e familiare. Un esempio di asineria clamorosa.

A Wollogong in Australia si è svolto in questi giorni di inizio autunno il campionato mondiale di ciclismo. La notte prima delle gara su strada dei professionisti, poi vinta dal meraviglioso Remco Evenepoel, alcune ragazzine scapestrati hanno impedito di dormire a Mathieu Van der Poel, grande generoso campione olandese, figlio di Adrie e nipote di Raymond Poulidor. Probabilmente Mathieu è uscito sul corridoio e può avere forse rimproverato e anche spinto qualcuna delle piccole teppistelle, figlie di genitori imbecilli. La mattina la polizia gli ha sequestrato il passaporto e comunicato che dovrà rimanere per sei settimane a disposizione delle autorità locali per un processo. Poi, si è saputo che tutto si è risolto con una multa di 1500 dollari a Van der Poel. Becco e bastonato.

Resta un fatto: dove erano i genitori dei ragazzini che all’una di notte imperversavano nei corridoi dell’albergo? Dove era il personale dell’albergo? Dove lo staff della squadra olandese? Come si tratteranno le piccole teppiste, con un bonario rabbuffo?

Se la cosa fosse successa qualche decina di anni fa, le ragazzine avrebbero temuto l’arrivo dei genitori, mentre ora al contrario i genitori difendono i propri piccoli idioti a prescindere dai loro comportamenti, come raccontano numerosi fatti di cronaca italiana che registrano aggressioni a insegnanti, insulti e denunce. I giovanissimi maleducati, invece, rimangono largamente impuniti e soprattutto, ciò che è peggio, in-educati.

E’ un insulto all’asino paragonare queste generazioni di genitori al nobile equino, ma lui capirà che si tratta di una metafora legata a una certa immagine popolare, e la sopporterà.

Il cambiamento vive nella permanenza, come insegnavano Platone e Aristotele, che seppero sintetizzare il pensiero opposto di Parmenide di Elea e di Eraclito di Samo, per dire che nulla è fermo, perché è impermanente, ma nulla scompare, perché è eterno. Una contraddizione apparente…, perché spesso nell’attuale politica italiana si osserva l’immobilità “parmenidea” assieme alle contraddizioni reomatiche “eraclitee” dei più, basti osservare il “voltagabbanismo” osceno di un Conte, quello che sarebbe “de sinistra”, però amato da The Donald (Trump), di cui ambiguamente accolse il ministro Barr offrendogli il contatto diretto con i nostri servizi segreti, e altrettanto ambiguamente fece girare per l’Italia centinaia di militari russi venuti ufficialmente per aiutarci in tempo di Covid, …e dunque che sinistra è quella del dandy foggiano? Aaah, eraclitea, certo! Le società economico-industriali e commerciali “benefit”, ad esempio, potrebbero essere una delle cure per la “guarigione” della politica. Se questo schema morale ed operativo fosse già presente nella politica e nella società, non saremmo qui a discutere di elezioni dove si fronteggiano schieramenti politici guidati da mediocrissimi (Conte e Salvini che, quando lo sento parlare di 30 miliardi di euro come se fossero bruscoli di segatura, gli chiederei se si rende conto di ciò che sta parlando), e da mediocri (Letta e Meloni), ma sosterremmo il lavoro prezioso del Presidente Draghi che quei quattro, con diverse responsabilità, hanno cacciato

La vulgata filosofica del cosiddetto “liceo” americano, ove si studi qualche filosofema greco antico, spiega come Parmenide di Elea, con il suo concetto di Essere rotondo e immutabile, contrasti il Fluire (divenire) eracliteo dell’acqua, sempre diversa, sotto il medesimo ponte, che è lo stesso, invece.

La vulgata, appunto, perché i due concetti, dell’essere e del divenire, non sono così in contrasto, poiché danno del mondo due prospettive, entrambe plausibili. Non dico “vere”, perché il discorso sulla verità è un altro, e non lo si può fare semplificando troppo il discorso stesso.

Nel titolo ho citato i due “Magni” di Grecia, poiché loro sono riusciti a “mettere d’accordo” la contrapposizione tra essere e divenire, fra Parmenide ed Eraclito. In quale modo? Platone proponendo il concetto di Idea e di Sommo bene, che comunque si possono concepire solo operando nella vita, e quindi attingendo all’Idea, che è stabile, tramite un movimento; Aristotele proponendo il movimento intrinseco che si dà fra Potenza e Atto, cioè tra ciò che esiste in quanto ente provvisto di potenzialità di sviluppo, e l’ente che si dà quando questo potenziale è stato attuato.

Pertanto, tutto è movimento secondo natura, ma verso un fine, che si raggiunge superando ostacoli e obiettivi, o scopi, intermedi.

Anche le piante, gli animali, di cui facciamo parte in toto, con l’aggiunta della coscienza responsabile. Tutto è in movimento secondo natura.

Anche la politica, che però subisce molti intoppi, rallentamenti, arretramenti, sconfitte. Ed è questo che voglio sottolineare. La politica di oggi ha raggiunto un livello di mediocrità impressionante e pericolosa.

Se vogliamo applicare lo schema eracliteo-parmenideo, la politica di oggi non ha né la solidità dell’essere parmenideo, né la fluidità del divenire eracliteo.

Fuor di metafora, se la paragono alla possanza dell’essere, mi sembra che la fragilità della politica, sia nel suo esprimersi sia nel suo (per modo di dire) agire rappresenti ciò che di più distante non si può immaginare da un essere-della-politica che sia men che lontanamente paragonabile a quella di un Churchill (che mai mi è stato simpatico), o di un De Gasperi, o anche solo a quella di un Moro, di un Craxi, di un Berlinguer.

Mi si potrebbe obiettare che i tempi dei sopra citati erano tempi tragici (la Seconda Guerra Mondiale e le sue conseguenze), quelli dei primi due, e drammatici (terrorismo di sinistra e stragismo di destra e dei servizi deviati) quelli dei secondi tre, mentre i tempi della politica attuale sono certamente drammatici e difficili (pandemia e aggressione russa all’Ucraina), ma l’obiezione si auto… obietta, poiché proprio per queste ragioni avremmo bisogno di figure della politica di un livello ben più alto di quello che esprimono, ad esempio, Salvini e Conte, per me i due peggiori della combriccola. Ma anche gli altri non stanno molto bene, i Berlusconi, i Tajani, i Letta, i Renzi, i Calenda, pur se gli ultimi due capiscono qualcosa di più, mi pare. Taccio di altri ancora, patriae caritate.

Perché questa mediocritas, che aurea non è? Quali le ragioni? Quali i motivi? Quali? Certo è che il popolo, in democrazia, quando si vota a suffragio universale, ha i parlamenti e i governi che vota, e che quindi si… merita.

Certo è che la selezione del personale politico, da almeno una trentina d’anni, si produce senza la preparazione in uso nei decenni precedenti, quando le forze politiche avevano una struttura che cresceva qualitativamente nel tempo.

La tv commerciale e lo sviluppo della telematica con internet e con il web hanno favorito un cambiamento radicale nelle comunicazioni interpersonali e sociali. Le persone sono cambiate e il modo di fare politica è cambiato. La democrazia della comunicazione ha prodotto il risultato che qualsiasi idea, espressione, giudizio, persona hanno potuto avere una visibilità impossibile qualche anno prima, quando quelle idee, espressioni, giudizi e persone sarebbero rimaste a disposizione del bar Sport o del negozio della parrucchiera, con tutto il rispetto per l’uno e l’altro luogo di socializzazione secondaria, se quello primario è la famiglia.

Come avrebbe potuto in un mondo del secolo precedente, uscire dal nulla, all’improvviso, un qualsiasi avvocato commerciale foggiano che lavora a Roma, e diventare capo del governo, oppure un venditore di bibite dello Stadio San Paolo, prima capo di un partito e poi ministro degli esteri, senza conoscere neanche primi rudimenti di inglese, senza conoscenze storiche etc., oppure, ancora, un frequentatore comunista junior del Centro sociale Leoncavallo e diventare il segretario del partito del Nord, ascoltato e sopportato da gente più valida di lui, partito che comunque non è riuscito a diventare un partito nazionale. Ma, soprattutto, come avrebbe potuto un uomo delle televisioni diventare decisivo nella politica italiana per trent’anni?

Lascio perdere la sinistra, che non ha capi degni di questi nome da almeno un quindicennio, dal 2008, quando il PD di Veltroni prese il 33% dei voti e subito dopo quel segretario si dimise, perché lì non sopportavano il suo successo signori della Prima repubblica come D’Alema e altri nostalgici, falsi riformisti.

Forse queste domande sono sbagliate, e non fanno i conti né con Eraclito né con Parmenide. Provo a raddrizzarle, e non è facile.

Bisogna certamente chiedersi la ragione per cui in questi ultimi due o tre decenni hanno potuto emergere in politica i soggetti citati sopra o, meglio, che cosa ci si deve attendere dalla politica oggi.

Ecco: acquisiti, almeno da noi, lo stato di diritto, le libertà civili e sociali, occorre rivolgere lo sguardo più lontano e più in profondo, come insegnava, inascoltato dai più, il caro Alexander Langer. Occorre guardare le cose dulcius, profundius et suavius, studiando e operando secondo un’Etica del fine dove ognuno ha un ruolo e nessuno può starsene fuori.

Ad esempio, nel mio ambito di studio e di lavoro, occuparmi del fatto che le imprese dove lavora la maggioranza degli Italiani, siano sempre più aziende eticamente fondate, capaci di lavorare non solo per il business, che comunque è la conditio sine qua non per procedere, ma anche per la coesione sociale e per diventare benefit.

L’economia e la politica, in questo senso, si sosterrebbero a vicenda nella costruzione di un reticolo sociale armonioso e fondato su un’etica della vita umana e sociale capaci di pensare un futuro solidale e nel contempo produttivo.

Le Società Benefit (SB) rappresentano un’evoluzione del concetto stesso di azienda: integrano nel proprio oggetto sociale, oltre agli obiettivi di profitto, lo scopo di avere un impatto positivo sulla società e sulla biosfera.

Anche da questo progetto può essere alimentata la buona politica, poiché il personale politico attuale non potrà bastare a reggere il confronto con una società che sarà più avanti, lavorando più in profondo, non solo nell’economia, ma anche nel cuore delle persone.

Riprendo la chiusura del titolo: se questo schema morale ed operativo fosse già presente nella politica e nella società, non saremmo qui a discutere di elezioni politiche dove si fronteggiano schieramenti politici guidati da mediocrissimi (Conte e Salvini) e da mediocri (Letta e Meloni), ma sosterremmo il lavoro prezioso del Presidente Draghi che quei quattro, con diverse responsabilità, hanno cacciato.

Piango e ricordo Michail Sergeevič Gorbačëv, riformatore visionario nel grande Mistero russo, nel momento in cui le brutture, la maleducazione, l’incultura, la barbarie sembrano prevalere

La Grande Madre Russia forse piange quest’uomo come me, anche se a modo suo, modo che io non posso capire, se non solo in parte. Certamente, in questa fase storica a “geometria variabile”, cioè in diverse maniere, sulla base di diversi giudizi storici e politici, anche contraddittori se non contrari.

Dopo la morte di Antonin Cernienko nel 1985, il Praesidium del Comitato centrale del Soviet Supremo del Partito Comunista dell’Unione Sovietica seguì il consiglio che il precedente Segretario generale del Pcus Yuri Andropov aveva dato ai suoi compagni, di eleggere un sessantenne. Invece, avevano eletto Cernienko, un altro ottantenne, ma poi, alla sua morte, avevano scelto Gorbačëv, un uomo di neanche cinquanta cinque anni.

E fu la rivoluzione, oppure le riforme radicali. Furono la Perestrojka e la Glasnost, la trasparenza e il cambiamento. E lo fu, ma solo in parte. La società russo-sovietica “profonda”, insieme con le Repubbliche asiatiche e il complesso dei “Paesi satelliti” europei, erano un congegno, un non-combinato disposto troppo complicato perché l’azione del pur onnipotente Segretario generale del Partito potesse generare conseguenze decisive e definitive in termini di democratizzazione e modernizzazione.

Forse anche questi due termini sono inadeguati, anzi senza forse, perché vi era di più. Anche restando nell’ambito dell’ex URSS, i retaggi erano (e sono, poiché le conseguenze della grande Storia sono ancora fortemente attive e condizionanti) enormemente profondi, perché si potesse e si possa tuttora parlare di democrazia come la intendiamo noi: intendo il retaggio zarista, che era “Grande Russo”, soprattutto nella visione di Caterina II, e il retaggio cristiano ortodosso, teologicamente “Cristico”, ma non nel senso del Gesù povero rabbi itinerante, ma nel senso del Cristo trionfante e Pantocratore, cioè creatore e padrone del mondo. Gli stessi sàloi, i monaci itineranti “pazzi per Cristo” della Tradizione russa, il cui ultimo malvagio rappresentante, Rasputin, aveva voce a Palazzo imperiale presso l’imperatrice Alexandra Fedorovna Romanova, erano la rappresentazione di questa “cristicità” assoluta del potere russo.

Lo csar, Stalin, Breznev e oggi Putin sono l’estrema rappresentazione di quella linea metastorica. Come vedi, caro lettore, ho letteralmente “saltato” Gorbačëv, perché, nonostante i suoi poteri fossero teoricamente uguali a quelli di Stalin e di Leonid Breznev, lui decise di esercitarli in modo differente dai suoi predecessori, in quanto aveva in testa quello che poi ha fatto, con i risultati contraddittori che abbiamo constatato.

L’Unione Sovietica era il più grande stato di ogni tempo, socialista, anzi comunista, non democratico, e la rivoluzione di Gorbačëv fu fatta dall’elite sovietica, non dal popolo. Tra l’altro, anche la Grande Rivoluzione del 1917 era stata voluta e fatta da élite intellettuali e politiche, prima mensceviche e poi bolsceviche. Il popolo, come le salmerie, seguiva, e questo è stato uno dei limiti di quella grande Rivoluzione.

Sulle prime Reagan lo osteggiò, quasi per mettere alla prova la potenza industriale e militare sovietica, ma poi con lui stipulò straordinari accordi per evitare il conflitto nucleare, e Bush senior proseguì su questa strada.

Ora sembra che le cose siano tornate indietro, con Putin e con la congerie di capi mondiali di scarso carisma e qualità politica. La Cina tenta dove può, e può molto, di sostituirsi agli Americani, e in Africa ci riesce pure. La vicenda Taiwan è solo la punta dell’iceberg della volontà di potenza di XI, pretendente imperatore del Cielo.

L’Occidente, quando è stato sciolto il Patto di Varsavia, non ha saputo studiare ed attuare una diversa architettura Nato, tale da non far credere ai “Grandi Russi” attuali di essere una minaccia.

Dentro l’Occidente, l’Unione Europea va avanti e poi indietro nei suoi tentativi di maggiore unificazione d’intenti strategici sotto il profilo politico, economico e anche militare, soffrendo difficoltà che a volte paiono insormontabili, dovute ai diversi interessi dei singoli Paesi, soprattutto dei maggiori, tra i quali annoveriamo ovviamente la nostra Italia.

C’è un terzo del mondo che soffre la fame e la sete, ci sono trenta guerre non dichiarate, ci sono turpissimi commerci di esseri umani e di droga.

Culturalmente le élite mondiali, controllate in buona parte dalla grande finanza, non si occupano se non della propria sopravvivenza, sviluppo e mantenimento del potere.

Le sinistra politiche, quella italiana in particolare, è snob e vilmente ritrosa a guardarsi dentro, nella sua attuale insipienza. Il “compagno” Marco Rizzo, con un tweet che brinda alla morte dei Gorbačëv, è la rappresentazione della miseria di questa sinistra, che Karl Marx, Gramsci, Turati e perfino Lenin criticherebbero con durezza. La destra politica si barcamena, supposta maggioranza, dentro “culture” e inculture da “basso impero”.

Gli imprenditori, intendo come associazione, non come singoli, hanno bisogno (sembra) di “marcare il territorio” servendosi anche di media tipo Radio 24 che ospita orrori mediatici come La Zanzara, dove un conduttore villano e impunito furoreggia insultando gli sprovveduti che gli telefonano, con il moccolo retto da un collega che gli fa controcanto da “sinistra”. Ampiamente ed evidentemente falso e falsificatore. Dei sindacati non dico, perché il giudizio sarebbe impietoso.

Il Vicino (non Medio, cari giornalisti e politici, ché il Medio Oriente inizia dal Golfo Persico!) Oriente islamico è coinvolto da infiniti turbinii e conflitti civili economico-religiosi, di cui gli Occidentali non hanno poche responsabilità, Usa e Regno Unito in testa, ma anche la Francia, almeno per la storia libica recente.

La guerra d’invasione scatenata da Putin contro l’Ucraina e contro l’Occidente, è l’ultimo e più grave evento che preoccupa, con le sue connessioni strategiche con il tema energetico.

Vi è il Papa di Roma che ha una visione, forse l’unica in questo momento, di prospettiva.

La morte di Michail Sergeevič, che sarà sepolto, pare, senza funerali di stato (o forse con), e ciò è almeno non ipocrita, accanto a Raissa, fautore di una utopia generosa, si scontra con le distopie attuali, ma la speranza, con san Paolo e con Marco Pannella, non muore mai.

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